diff options
| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 05:16:20 -0700 |
|---|---|---|
| committer | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 05:16:20 -0700 |
| commit | 5e0cdd0b51c36fab63ba21c0733eecdd0e143031 (patch) | |
| tree | 2eb67a20756d660b38327d2ad08ef758e1f09fb8 /old | |
Diffstat (limited to 'old')
| -rw-r--r-- | old/1012-0.txt | 20023 | ||||
| -rw-r--r-- | old/1012-0.zip | bin | 0 -> 235433 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/1012-h.zip | bin | 0 -> 248558 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/1012-h/1012-h.htm | 30001 | ||||
| -rw-r--r-- | old/old/0ddc809a.txt | 19936 | ||||
| -rw-r--r-- | old/old/0ddc809a.zip | bin | 0 -> 226286 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/old/0ddcd09.txt | 20063 | ||||
| -rw-r--r-- | old/old/0ddcd09.zip | bin | 0 -> 232145 bytes |
8 files changed, 90023 insertions, 0 deletions
diff --git a/old/1012-0.txt b/old/1012-0.txt new file mode 100644 index 0000000..712e470 --- /dev/null +++ b/old/1012-0.txt @@ -0,0 +1,20023 @@ +Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri + +This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most +other parts of the world at no cost and with almost no restrictions +whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of +the Project Gutenberg License included with this eBook or online at +www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have +to check the laws of the country where you are located before using this ebook. + +Title: La Divina Commedia di Dante + +Author: Dante Alighieri + +Posting Date: November 7, 2015 [EBook #1012] +Release Date: August, 1997 +First Posted: September 4, 1997 +Last Updated: December 8, 2014 + +Language: Italian + +Character set encoding: UTF-8 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE *** + + + + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + + + + + + + + + + + LA DIVINA COMMEDIA + di Dante Alighieri + + + + + + INFERNO + + + + + Inferno • Canto I + + + Nel mezzo del cammin di nostra vita + mi ritrovai per una selva oscura, + ché la diritta via era smarrita. + + Ahi quanto a dir qual era è cosa dura + esta selva selvaggia e aspra e forte + che nel pensier rinova la paura! + + Tant’ è amara che poco è più morte; + ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, + dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. + + Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, + tant’ era pien di sonno a quel punto + che la verace via abbandonai. + + Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, + là dove terminava quella valle + che m’avea di paura il cor compunto, + + guardai in alto e vidi le sue spalle + vestite già de’ raggi del pianeta + che mena dritto altrui per ogne calle. + + Allor fu la paura un poco queta, + che nel lago del cor m’era durata + la notte ch’i’ passai con tanta pieta. + + E come quei che con lena affannata, + uscito fuor del pelago a la riva, + si volge a l’acqua perigliosa e guata, + + così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, + si volse a retro a rimirar lo passo + che non lasciò già mai persona viva. + + Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, + ripresi via per la piaggia diserta, + sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. + + Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, + una lonza leggera e presta molto, + che di pel macolato era coverta; + + e non mi si partia dinanzi al volto, + anzi ’mpediva tanto il mio cammino, + ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. + + Temp’ era dal principio del mattino, + e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle + ch’eran con lui quando l’amor divino + + mosse di prima quelle cose belle; + sì ch’a bene sperar m’era cagione + di quella fiera a la gaetta pelle + + l’ora del tempo e la dolce stagione; + ma non sì che paura non mi desse + la vista che m’apparve d’un leone. + + Questi parea che contra me venisse + con la test’ alta e con rabbiosa fame, + sì che parea che l’aere ne tremesse. + + Ed una lupa, che di tutte brame + sembiava carca ne la sua magrezza, + e molte genti fé già viver grame, + + questa mi porse tanto di gravezza + con la paura ch’uscia di sua vista, + ch’io perdei la speranza de l’altezza. + + E qual è quei che volontieri acquista, + e giugne ’l tempo che perder lo face, + che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; + + tal mi fece la bestia sanza pace, + che, venendomi ’ncontro, a poco a poco + mi ripigneva là dove ’l sol tace. + + Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, + dinanzi a li occhi mi si fu offerto + chi per lungo silenzio parea fioco. + + Quando vidi costui nel gran diserto, + «Miserere di me», gridai a lui, + «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». + + Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, + e li parenti miei furon lombardi, + mantoani per patrïa ambedui. + + Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, + e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto + nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. + + Poeta fui, e cantai di quel giusto + figliuol d’Anchise che venne di Troia, + poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. + + Ma tu perché ritorni a tanta noia? + perché non sali il dilettoso monte + ch’è principio e cagion di tutta gioia?». + + «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte + che spandi di parlar sì largo fiume?», + rispuos’ io lui con vergognosa fronte. + + «O de li altri poeti onore e lume, + vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore + che m’ha fatto cercar lo tuo volume. + + Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, + tu se’ solo colui da cu’ io tolsi + lo bello stilo che m’ha fatto onore. + + Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; + aiutami da lei, famoso saggio, + ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». + + «A te convien tenere altro vïaggio», + rispuose, poi che lagrimar mi vide, + «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; + + ché questa bestia, per la qual tu gride, + non lascia altrui passar per la sua via, + ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; + + e ha natura sì malvagia e ria, + che mai non empie la bramosa voglia, + e dopo ’l pasto ha più fame che pria. + + Molti son li animali a cui s’ammoglia, + e più saranno ancora, infin che ’l veltro + verrà, che la farà morir con doglia. + + Questi non ciberà terra né peltro, + ma sapïenza, amore e virtute, + e sua nazion sarà tra feltro e feltro. + + Di quella umile Italia fia salute + per cui morì la vergine Cammilla, + Eurialo e Turno e Niso di ferute. + + Questi la caccerà per ogne villa, + fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, + là onde ’nvidia prima dipartilla. + + Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno + che tu mi segui, e io sarò tua guida, + e trarrotti di qui per loco etterno; + + ove udirai le disperate strida, + vedrai li antichi spiriti dolenti, + ch’a la seconda morte ciascun grida; + + e vederai color che son contenti + nel foco, perché speran di venire + quando che sia a le beate genti. + + A le quai poi se tu vorrai salire, + anima fia a ciò più di me degna: + con lei ti lascerò nel mio partire; + + ché quello imperador che là sù regna, + perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge, + non vuol che ’n sua città per me si vegna. + + In tutte parti impera e quivi regge; + quivi è la sua città e l’alto seggio: + oh felice colui cu’ ivi elegge!». + + E io a lui: «Poeta, io ti richeggio + per quello Dio che tu non conoscesti, + acciò ch’io fugga questo male e peggio, + + che tu mi meni là dov’ or dicesti, + sì ch’io veggia la porta di san Pietro + e color cui tu fai cotanto mesti». + + Allor si mosse, e io li tenni dietro. + + + + Inferno • Canto II + + + Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno + toglieva li animai che sono in terra + da le fatiche loro; e io sol uno + + m’apparecchiava a sostener la guerra + sì del cammino e sì de la pietate, + che ritrarrà la mente che non erra. + + O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; + o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, + qui si parrà la tua nobilitate. + + Io cominciai: «Poeta che mi guidi, + guarda la mia virtù s’ell’ è possente, + prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. + + Tu dici che di Silvïo il parente, + corruttibile ancora, ad immortale + secolo andò, e fu sensibilmente. + + Però, se l’avversario d’ogne male + cortese i fu, pensando l’alto effetto + ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale + + non pare indegno ad omo d’intelletto; + ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero + ne l’empireo ciel per padre eletto: + + la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, + fu stabilita per lo loco santo + u’ siede il successor del maggior Piero. + + Per quest’ andata onde li dai tu vanto, + intese cose che furon cagione + di sua vittoria e del papale ammanto. + + Andovvi poi lo Vas d’elezïone, + per recarne conforto a quella fede + ch’è principio a la via di salvazione. + + Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? + Io non Enëa, io non Paulo sono; + me degno a ciò né io né altri ’l crede. + + Per che, se del venire io m’abbandono, + temo che la venuta non sia folle. + Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». + + E qual è quei che disvuol ciò che volle + e per novi pensier cangia proposta, + sì che dal cominciar tutto si tolle, + + tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, + perché, pensando, consumai la ’mpresa + che fu nel cominciar cotanto tosta. + + «S’i’ ho ben la parola tua intesa», + rispuose del magnanimo quell’ ombra, + «l’anima tua è da viltade offesa; + + la qual molte fïate l’omo ingombra + sì che d’onrata impresa lo rivolve, + come falso veder bestia quand’ ombra. + + Da questa tema acciò che tu ti solve, + dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi + nel primo punto che di te mi dolve. + + Io era tra color che son sospesi, + e donna mi chiamò beata e bella, + tal che di comandare io la richiesi. + + Lucevan li occhi suoi più che la stella; + e cominciommi a dir soave e piana, + con angelica voce, in sua favella: + + “O anima cortese mantoana, + di cui la fama ancor nel mondo dura, + e durerà quanto ’l mondo lontana, + + l’amico mio, e non de la ventura, + ne la diserta piaggia è impedito + sì nel cammin, che vòlt’ è per paura; + + e temo che non sia già sì smarrito, + ch’io mi sia tardi al soccorso levata, + per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. + + Or movi, e con la tua parola ornata + e con ciò c’ha mestieri al suo campare, + l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. + + I’ son Beatrice che ti faccio andare; + vegno del loco ove tornar disio; + amor mi mosse, che mi fa parlare. + + Quando sarò dinanzi al segnor mio, + di te mi loderò sovente a lui”. + Tacette allora, e poi comincia’ io: + + “O donna di virtù sola per cui + l’umana spezie eccede ogne contento + di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, + + tanto m’aggrada il tuo comandamento, + che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; + più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. + + Ma dimmi la cagion che non ti guardi + de lo scender qua giuso in questo centro + de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. + + “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, + dirotti brievemente”, mi rispuose, + “perch’ i’ non temo di venir qua entro. + + Temer si dee di sole quelle cose + c’hanno potenza di fare altrui male; + de l’altre no, ché non son paurose. + + I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, + che la vostra miseria non mi tange, + né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. + + Donna è gentil nel ciel che si compiange + di questo ’mpedimento ov’ io ti mando, + sì che duro giudicio là sù frange. + + Questa chiese Lucia in suo dimando + e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele + di te, e io a te lo raccomando—. + + Lucia, nimica di ciascun crudele, + si mosse, e venne al loco dov’ i’ era, + che mi sedea con l’antica Rachele. + + Disse:—Beatrice, loda di Dio vera, + ché non soccorri quei che t’amò tanto, + ch’uscì per te de la volgare schiera? + + Non odi tu la pieta del suo pianto, + non vedi tu la morte che ’l combatte + su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—. + + Al mondo non fur mai persone ratte + a far lor pro o a fuggir lor danno, + com’ io, dopo cotai parole fatte, + + venni qua giù del mio beato scanno, + fidandomi del tuo parlare onesto, + ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”. + + Poscia che m’ebbe ragionato questo, + li occhi lucenti lagrimando volse, + per che mi fece del venir più presto. + + E venni a te così com’ ella volse: + d’inanzi a quella fiera ti levai + che del bel monte il corto andar ti tolse. + + Dunque: che è? perché, perché restai, + perché tanta viltà nel core allette, + perché ardire e franchezza non hai, + + poscia che tai tre donne benedette + curan di te ne la corte del cielo, + e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». + + Quali fioretti dal notturno gelo + chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, + si drizzan tutti aperti in loro stelo, + + tal mi fec’ io di mia virtude stanca, + e tanto buono ardire al cor mi corse, + ch’i’ cominciai come persona franca: + + «Oh pietosa colei che mi soccorse! + e te cortese ch’ubidisti tosto + a le vere parole che ti porse! + + Tu m’hai con disiderio il cor disposto + sì al venir con le parole tue, + ch’i’ son tornato nel primo proposto. + + Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: + tu duca, tu segnore e tu maestro». + Così li dissi; e poi che mosso fue, + + intrai per lo cammino alto e silvestro. + + + + Inferno • Canto III + + + ‘Per me si va ne la città dolente, + per me si va ne l’etterno dolore, + per me si va tra la perduta gente. + + Giustizia mosse il mio alto fattore; + fecemi la divina podestate, + la somma sapïenza e ’l primo amore. + + Dinanzi a me non fuor cose create + se non etterne, e io etterno duro. + Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. + + Queste parole di colore oscuro + vid’ ïo scritte al sommo d’una porta; + per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». + + Ed elli a me, come persona accorta: + «Qui si convien lasciare ogne sospetto; + ogne viltà convien che qui sia morta. + + Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto + che tu vedrai le genti dolorose + c’hanno perduto il ben de l’intelletto». + + E poi che la sua mano a la mia puose + con lieto volto, ond’ io mi confortai, + mi mise dentro a le segrete cose. + + Quivi sospiri, pianti e alti guai + risonavan per l’aere sanza stelle, + per ch’io al cominciar ne lagrimai. + + Diverse lingue, orribili favelle, + parole di dolore, accenti d’ira, + voci alte e fioche, e suon di man con elle + + facevano un tumulto, il qual s’aggira + sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, + come la rena quando turbo spira. + + E io ch’avea d’error la testa cinta, + dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? + e che gent’ è che par nel duol sì vinta?». + + Ed elli a me: «Questo misero modo + tegnon l’anime triste di coloro + che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. + + Mischiate sono a quel cattivo coro + de li angeli che non furon ribelli + né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. + + Caccianli i ciel per non esser men belli, + né lo profondo inferno li riceve, + ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». + + E io: «Maestro, che è tanto greve + a lor che lamentar li fa sì forte?». + Rispuose: «Dicerolti molto breve. + + Questi non hanno speranza di morte, + e la lor cieca vita è tanto bassa, + che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. + + Fama di loro il mondo esser non lassa; + misericordia e giustizia li sdegna: + non ragioniam di lor, ma guarda e passa». + + E io, che riguardai, vidi una ’nsegna + che girando correva tanto ratta, + che d’ogne posa mi parea indegna; + + e dietro le venìa sì lunga tratta + di gente, ch’i’ non averei creduto + che morte tanta n’avesse disfatta. + + Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, + vidi e conobbi l’ombra di colui + che fece per viltade il gran rifiuto. + + Incontanente intesi e certo fui + che questa era la setta d’i cattivi, + a Dio spiacenti e a’ nemici sui. + + Questi sciaurati, che mai non fur vivi, + erano ignudi e stimolati molto + da mosconi e da vespe ch’eran ivi. + + Elle rigavan lor di sangue il volto, + che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi + da fastidiosi vermi era ricolto. + + E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, + vidi genti a la riva d’un gran fiume; + per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi + + ch’i’ sappia quali sono, e qual costume + le fa di trapassar parer sì pronte, + com’ i’ discerno per lo fioco lume». + + Ed elli a me: «Le cose ti fier conte + quando noi fermerem li nostri passi + su la trista riviera d’Acheronte». + + Allor con li occhi vergognosi e bassi, + temendo no ’l mio dir li fosse grave, + infino al fiume del parlar mi trassi. + + Ed ecco verso noi venir per nave + un vecchio, bianco per antico pelo, + gridando: «Guai a voi, anime prave! + + Non isperate mai veder lo cielo: + i’ vegno per menarvi a l’altra riva + ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. + + E tu che se’ costì, anima viva, + pàrtiti da cotesti che son morti». + Ma poi che vide ch’io non mi partiva, + + disse: «Per altra via, per altri porti + verrai a piaggia, non qui, per passare: + più lieve legno convien che ti porti». + + E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: + vuolsi così colà dove si puote + ciò che si vuole, e più non dimandare». + + Quinci fuor quete le lanose gote + al nocchier de la livida palude, + che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. + + Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, + cangiar colore e dibattero i denti, + ratto che ’nteser le parole crude. + + Bestemmiavano Dio e lor parenti, + l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme + di lor semenza e di lor nascimenti. + + Poi si ritrasser tutte quante insieme, + forte piangendo, a la riva malvagia + ch’attende ciascun uom che Dio non teme. + + Caron dimonio, con occhi di bragia + loro accennando, tutte le raccoglie; + batte col remo qualunque s’adagia. + + Come d’autunno si levan le foglie + l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo + vede a la terra tutte le sue spoglie, + + similemente il mal seme d’Adamo + gittansi di quel lito ad una ad una, + per cenni come augel per suo richiamo. + + Così sen vanno su per l’onda bruna, + e avanti che sien di là discese, + anche di qua nuova schiera s’auna. + + «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, + «quelli che muoion ne l’ira di Dio + tutti convegnon qui d’ogne paese; + + e pronti sono a trapassar lo rio, + ché la divina giustizia li sprona, + sì che la tema si volve in disio. + + Quinci non passa mai anima buona; + e però, se Caron di te si lagna, + ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». + + Finito questo, la buia campagna + tremò sì forte, che de lo spavento + la mente di sudore ancor mi bagna. + + La terra lagrimosa diede vento, + che balenò una luce vermiglia + la qual mi vinse ciascun sentimento; + + e caddi come l’uom cui sonno piglia. + + + + Inferno • Canto IV + + + Ruppemi l’alto sonno ne la testa + un greve truono, sì ch’io mi riscossi + come persona ch’è per forza desta; + + e l’occhio riposato intorno mossi, + dritto levato, e fiso riguardai + per conoscer lo loco dov’ io fossi. + + Vero è che ’n su la proda mi trovai + de la valle d’abisso dolorosa + che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. + + Oscura e profonda era e nebulosa + tanto che, per ficcar lo viso a fondo, + io non vi discernea alcuna cosa. + + «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», + cominciò il poeta tutto smorto. + «Io sarò primo, e tu sarai secondo». + + E io, che del color mi fui accorto, + dissi: «Come verrò, se tu paventi + che suoli al mio dubbiare esser conforto?». + + Ed elli a me: «L’angoscia de le genti + che son qua giù, nel viso mi dipigne + quella pietà che tu per tema senti. + + Andiam, ché la via lunga ne sospigne». + Così si mise e così mi fé intrare + nel primo cerchio che l’abisso cigne. + + Quivi, secondo che per ascoltare, + non avea pianto mai che di sospiri + che l’aura etterna facevan tremare; + + ciò avvenia di duol sanza martìri, + ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, + d’infanti e di femmine e di viri. + + Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi + che spiriti son questi che tu vedi? + Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, + + ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, + non basta, perché non ebber battesmo, + ch’è porta de la fede che tu credi; + + e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, + non adorar debitamente a Dio: + e di questi cotai son io medesmo. + + Per tai difetti, non per altro rio, + semo perduti, e sol di tanto offesi + che sanza speme vivemo in disio». + + Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, + però che gente di molto valore + conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. + + «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», + comincia’ io per voler esser certo + di quella fede che vince ogne errore: + + «uscicci mai alcuno, o per suo merto + o per altrui, che poi fosse beato?». + E quei che ’ntese il mio parlar coverto, + + rispuose: «Io era nuovo in questo stato, + quando ci vidi venire un possente, + con segno di vittoria coronato. + + Trasseci l’ombra del primo parente, + d’Abèl suo figlio e quella di Noè, + di Moïsè legista e ubidente; + + Abraàm patrïarca e Davìd re, + Israèl con lo padre e co’ suoi nati + e con Rachele, per cui tanto fé, + + e altri molti, e feceli beati. + E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, + spiriti umani non eran salvati». + + Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, + ma passavam la selva tuttavia, + la selva, dico, di spiriti spessi. + + Non era lunga ancor la nostra via + di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco + ch’emisperio di tenebre vincia. + + Di lungi n’eravamo ancora un poco, + ma non sì ch’io non discernessi in parte + ch’orrevol gente possedea quel loco. + + «O tu ch’onori scïenzïa e arte, + questi chi son c’hanno cotanta onranza, + che dal modo de li altri li diparte?». + + E quelli a me: «L’onrata nominanza + che di lor suona sù ne la tua vita, + grazïa acquista in ciel che sì li avanza». + + Intanto voce fu per me udita: + «Onorate l’altissimo poeta; + l’ombra sua torna, ch’era dipartita». + + Poi che la voce fu restata e queta, + vidi quattro grand’ ombre a noi venire: + sembianz’ avevan né trista né lieta. + + Lo buon maestro cominciò a dire: + «Mira colui con quella spada in mano, + che vien dinanzi ai tre sì come sire: + + quelli è Omero poeta sovrano; + l’altro è Orazio satiro che vene; + Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. + + Però che ciascun meco si convene + nel nome che sonò la voce sola, + fannomi onore, e di ciò fanno bene». + + Così vid’ i’ adunar la bella scola + di quel segnor de l’altissimo canto + che sovra li altri com’ aquila vola. + + Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, + volsersi a me con salutevol cenno, + e ’l mio maestro sorrise di tanto; + + e più d’onore ancora assai mi fenno, + ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, + sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. + + Così andammo infino a la lumera, + parlando cose che ’l tacere è bello, + sì com’ era ’l parlar colà dov’ era. + + Venimmo al piè d’un nobile castello, + sette volte cerchiato d’alte mura, + difeso intorno d’un bel fiumicello. + + Questo passammo come terra dura; + per sette porte intrai con questi savi: + giugnemmo in prato di fresca verdura. + + Genti v’eran con occhi tardi e gravi, + di grande autorità ne’ lor sembianti: + parlavan rado, con voci soavi. + + Traemmoci così da l’un de’ canti, + in loco aperto, luminoso e alto, + sì che veder si potien tutti quanti. + + Colà diritto, sovra ’l verde smalto, + mi fuor mostrati li spiriti magni, + che del vedere in me stesso m’essalto. + + I’ vidi Eletra con molti compagni, + tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, + Cesare armato con li occhi grifagni. + + Vidi Cammilla e la Pantasilea; + da l’altra parte vidi ’l re Latino + che con Lavina sua figlia sedea. + + Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, + Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; + e solo, in parte, vidi ’l Saladino. + + Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, + vidi ’l maestro di color che sanno + seder tra filosofica famiglia. + + Tutti lo miran, tutti onor li fanno: + quivi vid’ ïo Socrate e Platone, + che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; + + Democrito che ’l mondo a caso pone, + Dïogenès, Anassagora e Tale, + Empedoclès, Eraclito e Zenone; + + e vidi il buono accoglitor del quale, + Dïascoride dico; e vidi Orfeo, + Tulïo e Lino e Seneca morale; + + Euclide geomètra e Tolomeo, + Ipocràte, Avicenna e Galïeno, + Averoìs, che ’l gran comento feo. + + Io non posso ritrar di tutti a pieno, + però che sì mi caccia il lungo tema, + che molte volte al fatto il dir vien meno. + + La sesta compagnia in due si scema: + per altra via mi mena il savio duca, + fuor de la queta, ne l’aura che trema. + + E vegno in parte ove non è che luca. + + + + Inferno • Canto V + + + Così discesi del cerchio primaio + giù nel secondo, che men loco cinghia + e tanto più dolor, che punge a guaio. + + Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: + essamina le colpe ne l’intrata; + giudica e manda secondo ch’avvinghia. + + Dico che quando l’anima mal nata + li vien dinanzi, tutta si confessa; + e quel conoscitor de le peccata + + vede qual loco d’inferno è da essa; + cignesi con la coda tante volte + quantunque gradi vuol che giù sia messa. + + Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: + vanno a vicenda ciascuna al giudizio, + dicono e odono e poi son giù volte. + + «O tu che vieni al doloroso ospizio», + disse Minòs a me quando mi vide, + lasciando l’atto di cotanto offizio, + + «guarda com’ entri e di cui tu ti fide; + non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». + E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? + + Non impedir lo suo fatale andare: + vuolsi così colà dove si puote + ciò che si vuole, e più non dimandare». + + Or incomincian le dolenti note + a farmisi sentire; or son venuto + là dove molto pianto mi percuote. + + Io venni in loco d’ogne luce muto, + che mugghia come fa mar per tempesta, + se da contrari venti è combattuto. + + La bufera infernal, che mai non resta, + mena li spirti con la sua rapina; + voltando e percotendo li molesta. + + Quando giungon davanti a la ruina, + quivi le strida, il compianto, il lamento; + bestemmian quivi la virtù divina. + + Intesi ch’a così fatto tormento + enno dannati i peccator carnali, + che la ragion sommettono al talento. + + E come li stornei ne portan l’ali + nel freddo tempo, a schiera larga e piena, + così quel fiato li spiriti mali + + di qua, di là, di giù, di sù li mena; + nulla speranza li conforta mai, + non che di posa, ma di minor pena. + + E come i gru van cantando lor lai, + faccendo in aere di sé lunga riga, + così vid’ io venir, traendo guai, + + ombre portate da la detta briga; + per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle + genti che l’aura nera sì gastiga?». + + «La prima di color di cui novelle + tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, + «fu imperadrice di molte favelle. + + A vizio di lussuria fu sì rotta, + che libito fé licito in sua legge, + per tòrre il biasmo in che era condotta. + + Ell’ è Semiramìs, di cui si legge + che succedette a Nino e fu sua sposa: + tenne la terra che ’l Soldan corregge. + + L’altra è colei che s’ancise amorosa, + e ruppe fede al cener di Sicheo; + poi è Cleopatràs lussurïosa. + + Elena vedi, per cui tanto reo + tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, + che con amore al fine combatteo. + + Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille + ombre mostrommi e nominommi a dito, + ch’amor di nostra vita dipartille. + + Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito + nomar le donne antiche e ’ cavalieri, + pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. + + I’ cominciai: «Poeta, volontieri + parlerei a quei due che ’nsieme vanno, + e paion sì al vento esser leggeri». + + Ed elli a me: «Vedrai quando saranno + più presso a noi; e tu allor li priega + per quello amor che i mena, ed ei verranno». + + Sì tosto come il vento a noi li piega, + mossi la voce: «O anime affannate, + venite a noi parlar, s’altri nol niega!». + + Quali colombe dal disio chiamate + con l’ali alzate e ferme al dolce nido + vegnon per l’aere, dal voler portate; + + cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, + a noi venendo per l’aere maligno, + sì forte fu l’affettüoso grido. + + «O animal grazïoso e benigno + che visitando vai per l’aere perso + noi che tignemmo il mondo di sanguigno, + + se fosse amico il re de l’universo, + noi pregheremmo lui de la tua pace, + poi c’hai pietà del nostro mal perverso. + + Di quel che udire e che parlar vi piace, + noi udiremo e parleremo a voi, + mentre che ’l vento, come fa, ci tace. + + Siede la terra dove nata fui + su la marina dove ’l Po discende + per aver pace co’ seguaci sui. + + Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, + prese costui de la bella persona + che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. + + Amor, ch’a nullo amato amar perdona, + mi prese del costui piacer sì forte, + che, come vedi, ancor non m’abbandona. + + Amor condusse noi ad una morte. + Caina attende chi a vita ci spense». + Queste parole da lor ci fuor porte. + + Quand’ io intesi quell’ anime offense, + china’ il viso, e tanto il tenni basso, + fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». + + Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, + quanti dolci pensier, quanto disio + menò costoro al doloroso passo!». + + Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, + e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri + a lagrimar mi fanno tristo e pio. + + Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, + a che e come concedette amore + che conosceste i dubbiosi disiri?». + + E quella a me: «Nessun maggior dolore + che ricordarsi del tempo felice + ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. + + Ma s’a conoscer la prima radice + del nostro amor tu hai cotanto affetto, + dirò come colui che piange e dice. + + Noi leggiavamo un giorno per diletto + di Lancialotto come amor lo strinse; + soli eravamo e sanza alcun sospetto. + + Per più fïate li occhi ci sospinse + quella lettura, e scolorocci il viso; + ma solo un punto fu quel che ci vinse. + + Quando leggemmo il disïato riso + esser basciato da cotanto amante, + questi, che mai da me non fia diviso, + + la bocca mi basciò tutto tremante. + Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: + quel giorno più non vi leggemmo avante». + + Mentre che l’uno spirto questo disse, + l’altro piangëa; sì che di pietade + io venni men così com’ io morisse. + + E caddi come corpo morto cade. + + + + Inferno • Canto VI + + + Al tornar de la mente, che si chiuse + dinanzi a la pietà d’i due cognati, + che di trestizia tutto mi confuse, + + novi tormenti e novi tormentati + mi veggio intorno, come ch’io mi mova + e ch’io mi volga, e come che io guati. + + Io sono al terzo cerchio, de la piova + etterna, maladetta, fredda e greve; + regola e qualità mai non l’è nova. + + Grandine grossa, acqua tinta e neve + per l’aere tenebroso si riversa; + pute la terra che questo riceve. + + Cerbero, fiera crudele e diversa, + con tre gole caninamente latra + sovra la gente che quivi è sommersa. + + Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, + e ’l ventre largo, e unghiate le mani; + graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. + + Urlar li fa la pioggia come cani; + de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; + volgonsi spesso i miseri profani. + + Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, + le bocche aperse e mostrocci le sanne; + non avea membro che tenesse fermo. + + E ’l duca mio distese le sue spanne, + prese la terra, e con piene le pugna + la gittò dentro a le bramose canne. + + Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, + e si racqueta poi che ’l pasto morde, + ché solo a divorarlo intende e pugna, + + cotai si fecer quelle facce lorde + de lo demonio Cerbero, che ’ntrona + l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. + + Noi passavam su per l’ombre che adona + la greve pioggia, e ponavam le piante + sovra lor vanità che par persona. + + Elle giacean per terra tutte quante, + fuor d’una ch’a seder si levò, ratto + ch’ella ci vide passarsi davante. + + «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», + mi disse, «riconoscimi, se sai: + tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». + + E io a lui: «L’angoscia che tu hai + forse ti tira fuor de la mia mente, + sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. + + Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente + loco se’ messo, e hai sì fatta pena, + che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». + + Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena + d’invidia sì che già trabocca il sacco, + seco mi tenne in la vita serena. + + Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: + per la dannosa colpa de la gola, + come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. + + E io anima trista non son sola, + ché tutte queste a simil pena stanno + per simil colpa». E più non fé parola. + + Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno + mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; + ma dimmi, se tu sai, a che verranno + + li cittadin de la città partita; + s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione + per che l’ha tanta discordia assalita». + + E quelli a me: «Dopo lunga tencione + verranno al sangue, e la parte selvaggia + caccerà l’altra con molta offensione. + + Poi appresso convien che questa caggia + infra tre soli, e che l’altra sormonti + con la forza di tal che testé piaggia. + + Alte terrà lungo tempo le fronti, + tenendo l’altra sotto gravi pesi, + come che di ciò pianga o che n’aonti. + + Giusti son due, e non vi sono intesi; + superbia, invidia e avarizia sono + le tre faville c’hanno i cuori accesi». + + Qui puose fine al lagrimabil suono. + E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni + e che di più parlar mi facci dono. + + Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, + Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca + e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, + + dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; + ché gran disio mi stringe di savere + se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». + + E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; + diverse colpe giù li grava al fondo: + se tanto scendi, là i potrai vedere. + + Ma quando tu sarai nel dolce mondo, + priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: + più non ti dico e più non ti rispondo». + + Li diritti occhi torse allora in biechi; + guardommi un poco e poi chinò la testa: + cadde con essa a par de li altri ciechi. + + E ’l duca disse a me: «Più non si desta + di qua dal suon de l’angelica tromba, + quando verrà la nimica podesta: + + ciascun rivederà la trista tomba, + ripiglierà sua carne e sua figura, + udirà quel ch’in etterno rimbomba». + + Sì trapassammo per sozza mistura + de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, + toccando un poco la vita futura; + + per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti + crescerann’ ei dopo la gran sentenza, + o fier minori, o saran sì cocenti?». + + Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, + che vuol, quanto la cosa è più perfetta, + più senta il bene, e così la doglienza. + + Tutto che questa gente maladetta + in vera perfezion già mai non vada, + di là più che di qua essere aspetta». + + Noi aggirammo a tondo quella strada, + parlando più assai ch’i’ non ridico; + venimmo al punto dove si digrada: + + quivi trovammo Pluto, il gran nemico. + + + + Inferno • Canto VII + + + «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», + cominciò Pluto con la voce chioccia; + e quel savio gentil, che tutto seppe, + + disse per confortarmi: «Non ti noccia + la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, + non ci torrà lo scender questa roccia». + + Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, + e disse: «Taci, maladetto lupo! + consuma dentro te con la tua rabbia. + + Non è sanza cagion l’andare al cupo: + vuolsi ne l’alto, là dove Michele + fé la vendetta del superbo strupo». + + Quali dal vento le gonfiate vele + caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, + tal cadde a terra la fiera crudele. + + Così scendemmo ne la quarta lacca, + pigliando più de la dolente ripa + che ’l mal de l’universo tutto insacca. + + Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa + nove travaglie e pene quant’ io viddi? + e perché nostra colpa sì ne scipa? + + Come fa l’onda là sovra Cariddi, + che si frange con quella in cui s’intoppa, + così convien che qui la gente riddi. + + Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, + e d’una parte e d’altra, con grand’ urli, + voltando pesi per forza di poppa. + + Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì + si rivolgea ciascun, voltando a retro, + gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». + + Così tornavan per lo cerchio tetro + da ogne mano a l’opposito punto, + gridandosi anche loro ontoso metro; + + poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, + per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. + E io, ch’avea lo cor quasi compunto, + + dissi: «Maestro mio, or mi dimostra + che gente è questa, e se tutti fuor cherci + questi chercuti a la sinistra nostra». + + Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci + sì de la mente in la vita primaia, + che con misura nullo spendio ferci. + + Assai la voce lor chiaro l’abbaia, + quando vegnono a’ due punti del cerchio + dove colpa contraria li dispaia. + + Questi fuor cherci, che non han coperchio + piloso al capo, e papi e cardinali, + in cui usa avarizia il suo soperchio». + + E io: «Maestro, tra questi cotali + dovre’ io ben riconoscere alcuni + che furo immondi di cotesti mali». + + Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: + la sconoscente vita che i fé sozzi, + ad ogne conoscenza or li fa bruni. + + In etterno verranno a li due cozzi: + questi resurgeranno del sepulcro + col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. + + Mal dare e mal tener lo mondo pulcro + ha tolto loro, e posti a questa zuffa: + qual ella sia, parole non ci appulcro. + + Or puoi, figliuol, veder la corta buffa + d’i ben che son commessi a la fortuna, + per che l’umana gente si rabbuffa; + + ché tutto l’oro ch’è sotto la luna + e che già fu, di quest’ anime stanche + non poterebbe farne posare una». + + «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: + questa fortuna di che tu mi tocche, + che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». + + E quelli a me: «Oh creature sciocche, + quanta ignoranza è quella che v’offende! + Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. + + Colui lo cui saver tutto trascende, + fece li cieli e diè lor chi conduce + sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, + + distribuendo igualmente la luce. + Similemente a li splendor mondani + ordinò general ministra e duce + + che permutasse a tempo li ben vani + di gente in gente e d’uno in altro sangue, + oltre la difension d’i senni umani; + + per ch’una gente impera e l’altra langue, + seguendo lo giudicio di costei, + che è occulto come in erba l’angue. + + Vostro saver non ha contasto a lei: + questa provede, giudica, e persegue + suo regno come il loro li altri dèi. + + Le sue permutazion non hanno triegue: + necessità la fa esser veloce; + sì spesso vien chi vicenda consegue. + + Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce + pur da color che le dovrien dar lode, + dandole biasmo a torto e mala voce; + + ma ella s’è beata e ciò non ode: + con l’altre prime creature lieta + volve sua spera e beata si gode. + + Or discendiamo omai a maggior pieta; + già ogne stella cade che saliva + quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». + + Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva + sovr’ una fonte che bolle e riversa + per un fossato che da lei deriva. + + L’acqua era buia assai più che persa; + e noi, in compagnia de l’onde bige, + intrammo giù per una via diversa. + + In la palude va c’ha nome Stige + questo tristo ruscel, quand’ è disceso + al piè de le maligne piagge grige. + + E io, che di mirare stava inteso, + vidi genti fangose in quel pantano, + ignude tutte, con sembiante offeso. + + Queste si percotean non pur con mano, + ma con la testa e col petto e coi piedi, + troncandosi co’ denti a brano a brano. + + Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi + l’anime di color cui vinse l’ira; + e anche vo’ che tu per certo credi + + che sotto l’acqua è gente che sospira, + e fanno pullular quest’ acqua al summo, + come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. + + Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo + ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, + portando dentro accidïoso fummo: + + or ci attristiam ne la belletta negra”. + Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza, + ché dir nol posson con parola integra». + + Così girammo de la lorda pozza + grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo, + con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. + + Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. + + + + Inferno • Canto VIII + + + Io dico, seguitando, ch’assai prima + che noi fossimo al piè de l’alta torre, + li occhi nostri n’andar suso a la cima + + per due fiammette che i vedemmo porre, + e un’altra da lungi render cenno, + tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. + + E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; + dissi: «Questo che dice? e che risponde + quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?». + + Ed elli a me: «Su per le sucide onde + già scorgere puoi quello che s’aspetta, + se ’l fummo del pantan nol ti nasconde». + + Corda non pinse mai da sé saetta + che sì corresse via per l’aere snella, + com’ io vidi una nave piccioletta + + venir per l’acqua verso noi in quella, + sotto ’l governo d’un sol galeoto, + che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!». + + «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», + disse lo mio segnore, «a questa volta: + più non ci avrai che sol passando il loto». + + Qual è colui che grande inganno ascolta + che li sia fatto, e poi se ne rammarca, + fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. + + Lo duca mio discese ne la barca, + e poi mi fece intrare appresso lui; + e sol quand’ io fui dentro parve carca. + + Tosto che ’l duca e io nel legno fui, + segando se ne va l’antica prora + de l’acqua più che non suol con altrui. + + Mentre noi corravam la morta gora, + dinanzi mi si fece un pien di fango, + e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». + + E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; + ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». + Rispuose: «Vedi che son un che piango». + + E io a lui: «Con piangere e con lutto, + spirito maladetto, ti rimani; + ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». + + Allor distese al legno ambo le mani; + per che ’l maestro accorto lo sospinse, + dicendo: «Via costà con li altri cani!». + + Lo collo poi con le braccia mi cinse; + basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa, + benedetta colei che ’n te s’incinse! + + Quei fu al mondo persona orgogliosa; + bontà non è che sua memoria fregi: + così s’è l’ombra sua qui furïosa. + + Quanti si tegnon or là sù gran regi + che qui staranno come porci in brago, + di sé lasciando orribili dispregi!». + + E io: «Maestro, molto sarei vago + di vederlo attuffare in questa broda + prima che noi uscissimo del lago». + + Ed elli a me: «Avante che la proda + ti si lasci veder, tu sarai sazio: + di tal disïo convien che tu goda». + + Dopo ciò poco vid’ io quello strazio + far di costui a le fangose genti, + che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. + + Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; + e ’l fiorentino spirito bizzarro + in sé medesmo si volvea co’ denti. + + Quivi il lasciammo, che più non ne narro; + ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, + per ch’io avante l’occhio intento sbarro. + + Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, + s’appressa la città c’ha nome Dite, + coi gravi cittadin, col grande stuolo». + + E io: «Maestro, già le sue meschite + là entro certe ne la valle cerno, + vermiglie come se di foco uscite + + fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno + ch’entro l’affoca le dimostra rosse, + come tu vedi in questo basso inferno». + + Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse + che vallan quella terra sconsolata: + le mura mi parean che ferro fosse. + + Non sanza prima far grande aggirata, + venimmo in parte dove il nocchier forte + «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata». + + Io vidi più di mille in su le porte + da ciel piovuti, che stizzosamente + dicean: «Chi è costui che sanza morte + + va per lo regno de la morta gente?». + E ’l savio mio maestro fece segno + di voler lor parlar segretamente. + + Allor chiusero un poco il gran disdegno + e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada + che sì ardito intrò per questo regno. + + Sol si ritorni per la folle strada: + pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai, + che li ha’ iscorta sì buia contrada». + + Pensa, lettor, se io mi sconfortai + nel suon de le parole maladette, + ché non credetti ritornarci mai. + + «O caro duca mio, che più di sette + volte m’hai sicurtà renduta e tratto + d’alto periglio che ’ncontra mi stette, + + non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; + e se ’l passar più oltre ci è negato, + ritroviam l’orme nostre insieme ratto». + + E quel segnor che lì m’avea menato, + mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo + non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. + + Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso + conforta e ciba di speranza buona, + ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso». + + Così sen va, e quivi m’abbandona + lo dolce padre, e io rimagno in forse, + che sì e no nel capo mi tenciona. + + Udir non potti quello ch’a lor porse; + ma ei non stette là con essi guari, + che ciascun dentro a pruova si ricorse. + + Chiuser le porte que’ nostri avversari + nel petto al mio segnor, che fuor rimase + e rivolsesi a me con passi rari. + + Li occhi a la terra e le ciglia avea rase + d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: + «Chi m’ha negate le dolenti case!». + + E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, + non sbigottir, ch’io vincerò la prova, + qual ch’a la difension dentro s’aggiri. + + Questa lor tracotanza non è nova; + ché già l’usaro a men segreta porta, + la qual sanza serrame ancor si trova. + + Sovr’ essa vedestù la scritta morta: + e già di qua da lei discende l’erta, + passando per li cerchi sanza scorta, + + tal che per lui ne fia la terra aperta». + + + + Inferno • Canto IX + + + Quel color che viltà di fuor mi pinse + veggendo il duca mio tornare in volta, + più tosto dentro il suo novo ristrinse. + + Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; + ché l’occhio nol potea menare a lunga + per l’aere nero e per la nebbia folta. + + «Pur a noi converrà vincer la punga», + cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse. + Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». + + I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse + lo cominciar con l’altro che poi venne, + che fur parole a le prime diverse; + + ma nondimen paura il suo dir dienne, + perch’ io traeva la parola tronca + forse a peggior sentenzia che non tenne. + + «In questo fondo de la trista conca + discende mai alcun del primo grado, + che sol per pena ha la speranza cionca?». + + Questa question fec’ io; e quei «Di rado + incontra», mi rispuose, «che di noi + faccia il cammino alcun per qual io vado. + + Ver è ch’altra fïata qua giù fui, + congiurato da quella Eritón cruda + che richiamava l’ombre a’ corpi sui. + + Di poco era di me la carne nuda, + ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro, + per trarne un spirto del cerchio di Giuda. + + Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, + e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: + ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. + + Questa palude che ’l gran puzzo spira + cigne dintorno la città dolente, + u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». + + E altro disse, ma non l’ho a mente; + però che l’occhio m’avea tutto tratto + ver’ l’alta torre a la cima rovente, + + dove in un punto furon dritte ratto + tre furïe infernal di sangue tinte, + che membra feminine avieno e atto, + + e con idre verdissime eran cinte; + serpentelli e ceraste avien per crine, + onde le fiere tempie erano avvinte. + + E quei, che ben conobbe le meschine + de la regina de l’etterno pianto, + «Guarda», mi disse, «le feroci Erine. + + Quest’ è Megera dal sinistro canto; + quella che piange dal destro è Aletto; + Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. + + Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; + battiensi a palme e gridavan sì alto, + ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. + + «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», + dicevan tutte riguardando in giuso; + «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto». + + «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; + ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, + nulla sarebbe di tornar mai suso». + + Così disse ’l maestro; ed elli stessi + mi volse, e non si tenne a le mie mani, + che con le sue ancor non mi chiudessi. + + O voi ch’avete li ’ntelletti sani, + mirate la dottrina che s’asconde + sotto ’l velame de li versi strani. + + E già venìa su per le torbide onde + un fracasso d’un suon, pien di spavento, + per cui tremavano amendue le sponde, + + non altrimenti fatto che d’un vento + impetüoso per li avversi ardori, + che fier la selva e sanz’ alcun rattento + + li rami schianta, abbatte e porta fori; + dinanzi polveroso va superbo, + e fa fuggir le fiere e li pastori. + + Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo + del viso su per quella schiuma antica + per indi ove quel fummo è più acerbo». + + Come le rane innanzi a la nimica + biscia per l’acqua si dileguan tutte, + fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, + + vid’ io più di mille anime distrutte + fuggir così dinanzi ad un ch’al passo + passava Stige con le piante asciutte. + + Dal volto rimovea quell’ aere grasso, + menando la sinistra innanzi spesso; + e sol di quell’ angoscia parea lasso. + + Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, + e volsimi al maestro; e quei fé segno + ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. + + Ahi quanto mi parea pien di disdegno! + Venne a la porta e con una verghetta + l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. + + «O cacciati del ciel, gente dispetta», + cominciò elli in su l’orribil soglia, + «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta? + + Perché recalcitrate a quella voglia + a cui non puote il fin mai esser mozzo, + e che più volte v’ha cresciuta doglia? + + Che giova ne le fata dar di cozzo? + Cerbero vostro, se ben vi ricorda, + ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». + + Poi si rivolse per la strada lorda, + e non fé motto a noi, ma fé sembiante + d’omo cui altra cura stringa e morda + + che quella di colui che li è davante; + e noi movemmo i piedi inver’ la terra, + sicuri appresso le parole sante. + + Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; + e io, ch’avea di riguardar disio + la condizion che tal fortezza serra, + + com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: + e veggio ad ogne man grande campagna, + piena di duolo e di tormento rio. + + Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, + sì com’ a Pola, presso del Carnaro + ch’Italia chiude e suoi termini bagna, + + fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, + così facevan quivi d’ogne parte, + salvo che ’l modo v’era più amaro; + + ché tra li avelli fiamme erano sparte, + per le quali eran sì del tutto accesi, + che ferro più non chiede verun’ arte. + + Tutti li lor coperchi eran sospesi, + e fuor n’uscivan sì duri lamenti, + che ben parean di miseri e d’offesi. + + E io: «Maestro, quai son quelle genti + che, seppellite dentro da quell’ arche, + si fan sentir coi sospiri dolenti?». + + E quelli a me: «Qui son li eresïarche + con lor seguaci, d’ogne setta, e molto + più che non credi son le tombe carche. + + Simile qui con simile è sepolto, + e i monimenti son più e men caldi». + E poi ch’a la man destra si fu vòlto, + + passammo tra i martìri e li alti spaldi. + + + + Inferno • Canto X + + + Ora sen va per un secreto calle, + tra ’l muro de la terra e li martìri, + lo mio maestro, e io dopo le spalle. + + «O virtù somma, che per li empi giri + mi volvi», cominciai, «com’ a te piace, + parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. + + La gente che per li sepolcri giace + potrebbesi veder? già son levati + tutt’ i coperchi, e nessun guardia face». + + E quelli a me: «Tutti saran serrati + quando di Iosafàt qui torneranno + coi corpi che là sù hanno lasciati. + + Suo cimitero da questa parte hanno + con Epicuro tutti suoi seguaci, + che l’anima col corpo morta fanno. + + Però a la dimanda che mi faci + quinc’ entro satisfatto sarà tosto, + e al disio ancor che tu mi taci». + + E io: «Buon duca, non tegno riposto + a te mio cuor se non per dicer poco, + e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». + + «O Tosco che per la città del foco + vivo ten vai così parlando onesto, + piacciati di restare in questo loco. + + La tua loquela ti fa manifesto + di quella nobil patrïa natio, + a la qual forse fui troppo molesto». + + Subitamente questo suono uscìo + d’una de l’arche; però m’accostai, + temendo, un poco più al duca mio. + + Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? + Vedi là Farinata che s’è dritto: + da la cintola in sù tutto ’l vedrai». + + Io avea già il mio viso nel suo fitto; + ed el s’ergea col petto e con la fronte + com’ avesse l’inferno a gran dispitto. + + E l’animose man del duca e pronte + mi pinser tra le sepulture a lui, + dicendo: «Le parole tue sien conte». + + Com’ io al piè de la sua tomba fui, + guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, + mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». + + Io ch’era d’ubidir disideroso, + non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi; + ond’ ei levò le ciglia un poco in suso; + + poi disse: «Fieramente furo avversi + a me e a miei primi e a mia parte, + sì che per due fïate li dispersi». + + «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», + rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata; + ma i vostri non appreser ben quell’ arte». + + Allor surse a la vista scoperchiata + un’ombra, lungo questa, infino al mento: + credo che s’era in ginocchie levata. + + Dintorno mi guardò, come talento + avesse di veder s’altri era meco; + e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, + + piangendo disse: «Se per questo cieco + carcere vai per altezza d’ingegno, + mio figlio ov’ è? e perché non è teco?». + + E io a lui: «Da me stesso non vegno: + colui ch’attende là, per qui mi mena + forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». + + Le sue parole e ’l modo de la pena + m’avean di costui già letto il nome; + però fu la risposta così piena. + + Di sùbito drizzato gridò: «Come? + dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora? + non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». + + Quando s’accorse d’alcuna dimora + ch’io facëa dinanzi a la risposta, + supin ricadde e più non parve fora. + + Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta + restato m’era, non mutò aspetto, + né mosse collo, né piegò sua costa; + + e sé continüando al primo detto, + «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa, + ciò mi tormenta più che questo letto. + + Ma non cinquanta volte fia raccesa + la faccia de la donna che qui regge, + che tu saprai quanto quell’ arte pesa. + + E se tu mai nel dolce mondo regge, + dimmi: perché quel popolo è sì empio + incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?». + + Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio + che fece l’Arbia colorata in rosso, + tal orazion fa far nel nostro tempio». + + Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, + «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo + sanza cagion con li altri sarei mosso. + + Ma fu’ io solo, là dove sofferto + fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, + colui che la difesi a viso aperto». + + «Deh, se riposi mai vostra semenza», + prega’ io lui, «solvetemi quel nodo + che qui ha ’nviluppata mia sentenza. + + El par che voi veggiate, se ben odo, + dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, + e nel presente tenete altro modo». + + «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, + le cose», disse, «che ne son lontano; + cotanto ancor ne splende il sommo duce. + + Quando s’appressano o son, tutto è vano + nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, + nulla sapem di vostro stato umano. + + Però comprender puoi che tutta morta + fia nostra conoscenza da quel punto + che del futuro fia chiusa la porta». + + Allor, come di mia colpa compunto, + dissi: «Or direte dunque a quel caduto + che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; + + e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, + fate i saper che ’l fei perché pensava + già ne l’error che m’avete soluto». + + E già ’l maestro mio mi richiamava; + per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio + che mi dicesse chi con lu’ istava. + + Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: + qua dentro è ’l secondo Federico + e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». + + Indi s’ascose; e io inver’ l’antico + poeta volsi i passi, ripensando + a quel parlar che mi parea nemico. + + Elli si mosse; e poi, così andando, + mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». + E io li sodisfeci al suo dimando. + + «La mente tua conservi quel ch’udito + hai contra te», mi comandò quel saggio; + «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: + + «quando sarai dinanzi al dolce raggio + di quella il cui bell’ occhio tutto vede, + da lei saprai di tua vita il vïaggio». + + Appresso mosse a man sinistra il piede: + lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo + per un sentier ch’a una valle fiede, + + che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. + + + + Inferno • Canto XI + + + In su l’estremità d’un’alta ripa + che facevan gran pietre rotte in cerchio, + venimmo sopra più crudele stipa; + + e quivi, per l’orribile soperchio + del puzzo che ’l profondo abisso gitta, + ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio + + d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta + che dicea: ‘Anastasio papa guardo, + lo qual trasse Fotin de la via dritta’. + + «Lo nostro scender conviene esser tardo, + sì che s’ausi un poco in prima il senso + al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». + + Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», + dissi lui, «trova che ’l tempo non passi + perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». + + «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», + cominciò poi a dir, «son tre cerchietti + di grado in grado, come que’ che lassi. + + Tutti son pien di spirti maladetti; + ma perché poi ti basti pur la vista, + intendi come e perché son costretti. + + D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, + ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale + o con forza o con frode altrui contrista. + + Ma perché frode è de l’uom proprio male, + più spiace a Dio; e però stan di sotto + li frodolenti, e più dolor li assale. + + Di vïolenti il primo cerchio è tutto; + ma perché si fa forza a tre persone, + in tre gironi è distinto e costrutto. + + A Dio, a sé, al prossimo si pòne + far forza, dico in loro e in lor cose, + come udirai con aperta ragione. + + Morte per forza e ferute dogliose + nel prossimo si danno, e nel suo avere + ruine, incendi e tollette dannose; + + onde omicide e ciascun che mal fiere, + guastatori e predon, tutti tormenta + lo giron primo per diverse schiere. + + Puote omo avere in sé man vïolenta + e ne’ suoi beni; e però nel secondo + giron convien che sanza pro si penta + + qualunque priva sé del vostro mondo, + biscazza e fonde la sua facultade, + e piange là dov’ esser de’ giocondo. + + Puossi far forza ne la deïtade, + col cor negando e bestemmiando quella, + e spregiando natura e sua bontade; + + e però lo minor giron suggella + del segno suo e Soddoma e Caorsa + e chi, spregiando Dio col cor, favella. + + La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, + può l’omo usare in colui che ’n lui fida + e in quel che fidanza non imborsa. + + Questo modo di retro par ch’incida + pur lo vinco d’amor che fa natura; + onde nel cerchio secondo s’annida + + ipocresia, lusinghe e chi affattura, + falsità, ladroneccio e simonia, + ruffian, baratti e simile lordura. + + Per l’altro modo quell’ amor s’oblia + che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, + di che la fede spezïal si cria; + + onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto + de l’universo in su che Dite siede, + qualunque trade in etterno è consunto». + + E io: «Maestro, assai chiara procede + la tua ragione, e assai ben distingue + questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. + + Ma dimmi: quei de la palude pingue, + che mena il vento, e che batte la pioggia, + e che s’incontran con sì aspre lingue, + + perché non dentro da la città roggia + sono ei puniti, se Dio li ha in ira? + e se non li ha, perché sono a tal foggia?». + + Ed elli a me «Perché tanto delira», + disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle? + o ver la mente dove altrove mira? + + Non ti rimembra di quelle parole + con le quai la tua Etica pertratta + le tre disposizion che ’l ciel non vole, + + incontenenza, malizia e la matta + bestialitade? e come incontenenza + men Dio offende e men biasimo accatta? + + Se tu riguardi ben questa sentenza, + e rechiti a la mente chi son quelli + che sù di fuor sostegnon penitenza, + + tu vedrai ben perché da questi felli + sien dipartiti, e perché men crucciata + la divina vendetta li martelli». + + «O sol che sani ogne vista turbata, + tu mi contenti sì quando tu solvi, + che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. + + Ancora in dietro un poco ti rivolvi», + diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende + la divina bontade, e ’l groppo solvi». + + «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, + nota, non pure in una sola parte, + come natura lo suo corso prende + + dal divino ’ntelletto e da sua arte; + e se tu ben la tua Fisica note, + tu troverai, non dopo molte carte, + + che l’arte vostra quella, quanto pote, + segue, come ’l maestro fa ’l discente; + sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. + + Da queste due, se tu ti rechi a mente + lo Genesì dal principio, convene + prender sua vita e avanzar la gente; + + e perché l’usuriere altra via tene, + per sé natura e per la sua seguace + dispregia, poi ch’in altro pon la spene. + + Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; + ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, + e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, + + e ’l balzo via là oltra si dismonta». + + + + Inferno • Canto XII + + + Era lo loco ov’ a scender la riva + venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, + tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. + + Qual è quella ruina che nel fianco + di qua da Trento l’Adice percosse, + o per tremoto o per sostegno manco, + + che da cima del monte, onde si mosse, + al piano è sì la roccia discoscesa, + ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: + + cotal di quel burrato era la scesa; + e ’n su la punta de la rotta lacca + l’infamïa di Creti era distesa + + che fu concetta ne la falsa vacca; + e quando vide noi, sé stesso morse, + sì come quei cui l’ira dentro fiacca. + + Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse + tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, + che sù nel mondo la morte ti porse? + + Pàrtiti, bestia, ché questi non vene + ammaestrato da la tua sorella, + ma vassi per veder le vostre pene». + + Qual è quel toro che si slaccia in quella + c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, + che gir non sa, ma qua e là saltella, + + vid’ io lo Minotauro far cotale; + e quello accorto gridò: «Corri al varco; + mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». + + Così prendemmo via giù per lo scarco + di quelle pietre, che spesso moviensi + sotto i miei piedi per lo novo carco. + + Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi + forse a questa ruina, ch’è guardata + da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi. + + Or vo’ che sappi che l’altra fïata + ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, + questa roccia non era ancor cascata. + + Ma certo poco pria, se ben discerno, + che venisse colui che la gran preda + levò a Dite del cerchio superno, + + da tutte parti l’alta valle feda + tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo + sentisse amor, per lo qual è chi creda + + più volte il mondo in caòsso converso; + e in quel punto questa vecchia roccia, + qui e altrove, tal fece riverso. + + Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia + la riviera del sangue in la qual bolle + qual che per vïolenza in altrui noccia». + + Oh cieca cupidigia e ira folle, + che sì ci sproni ne la vita corta, + e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! + + Io vidi un’ampia fossa in arco torta, + come quella che tutto ’l piano abbraccia, + secondo ch’avea detto la mia scorta; + + e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia + corrien centauri, armati di saette, + come solien nel mondo andare a caccia. + + Veggendoci calar, ciascun ristette, + e de la schiera tre si dipartiro + con archi e asticciuole prima elette; + + e l’un gridò da lungi: «A qual martiro + venite voi che scendete la costa? + Ditel costinci; se non, l’arco tiro». + + Lo mio maestro disse: «La risposta + farem noi a Chirón costà di presso: + mal fu la voglia tua sempre sì tosta». + + Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, + che morì per la bella Deianira, + e fé di sé la vendetta elli stesso. + + E quel di mezzo, ch’al petto si mira, + è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; + quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira. + + Dintorno al fosso vanno a mille a mille, + saettando qual anima si svelle + del sangue più che sua colpa sortille». + + Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: + Chirón prese uno strale, e con la cocca + fece la barba in dietro a le mascelle. + + Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, + disse a’ compagni: «Siete voi accorti + che quel di retro move ciò ch’el tocca? + + Così non soglion far li piè d’i morti». + E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, + dove le due nature son consorti, + + rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto + mostrar li mi convien la valle buia; + necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. + + Tal si partì da cantare alleluia + che mi commise quest’ officio novo: + non è ladron, né io anima fuia. + + Ma per quella virtù per cu’ io movo + li passi miei per sì selvaggia strada, + danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, + + e che ne mostri là dove si guada, + e che porti costui in su la groppa, + ché non è spirto che per l’aere vada». + + Chirón si volse in su la destra poppa, + e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida, + e fa cansar s’altra schiera v’intoppa». + + Or ci movemmo con la scorta fida + lungo la proda del bollor vermiglio, + dove i bolliti facieno alte strida. + + Io vidi gente sotto infino al ciglio; + e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni + che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. + + Quivi si piangon li spietati danni; + quivi è Alessandro, e Dïonisio fero + che fé Cicilia aver dolorosi anni. + + E quella fronte c’ha ’l pel così nero, + è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, + è Opizzo da Esti, il qual per vero + + fu spento dal figliastro sù nel mondo». + Allor mi volsi al poeta, e quei disse: + «Questi ti sia or primo, e io secondo». + + Poco più oltre il centauro s’affisse + sovr’ una gente che ’nfino a la gola + parea che di quel bulicame uscisse. + + Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, + dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio + lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola». + + Poi vidi gente che di fuor del rio + tenean la testa e ancor tutto ’l casso; + e di costoro assai riconobb’ io. + + Così a più a più si facea basso + quel sangue, sì che cocea pur li piedi; + e quindi fu del fosso il nostro passo. + + «Sì come tu da questa parte vedi + lo bulicame che sempre si scema», + disse ’l centauro, «voglio che tu credi + + che da quest’ altra a più a più giù prema + lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge + ove la tirannia convien che gema. + + La divina giustizia di qua punge + quell’ Attila che fu flagello in terra, + e Pirro e Sesto; e in etterno munge + + le lagrime, che col bollor diserra, + a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, + che fecero a le strade tanta guerra». + + Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. + + + + Inferno • Canto XIII + + + Non era ancor di là Nesso arrivato, + quando noi ci mettemmo per un bosco + che da neun sentiero era segnato. + + Non fronda verde, ma di color fosco; + non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; + non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. + + Non han sì aspri sterpi né sì folti + quelle fiere selvagge che ’n odio hanno + tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. + + Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, + che cacciar de le Strofade i Troiani + con tristo annunzio di futuro danno. + + Ali hanno late, e colli e visi umani, + piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; + fanno lamenti in su li alberi strani. + + E ’l buon maestro «Prima che più entre, + sappi che se’ nel secondo girone», + mi cominciò a dire, «e sarai mentre + + che tu verrai ne l’orribil sabbione. + Però riguarda ben; sì vederai + cose che torrien fede al mio sermone». + + Io sentia d’ogne parte trarre guai + e non vedea persona che ’l facesse; + per ch’io tutto smarrito m’arrestai. + + Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse + che tante voci uscisser, tra quei bronchi, + da gente che per noi si nascondesse. + + Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi + qualche fraschetta d’una d’este piante, + li pensier c’hai si faran tutti monchi». + + Allor porsi la mano un poco avante + e colsi un ramicel da un gran pruno; + e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». + + Da che fatto fu poi di sangue bruno, + ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? + non hai tu spirto di pietade alcuno? + + Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: + ben dovrebb’ esser la tua man più pia, + se state fossimo anime di serpi». + + Come d’un stizzo verde ch’arso sia + da l’un de’ capi, che da l’altro geme + e cigola per vento che va via, + + sì de la scheggia rotta usciva insieme + parole e sangue; ond’ io lasciai la cima + cadere, e stetti come l’uom che teme. + + «S’elli avesse potuto creder prima», + rispuose ’l savio mio, «anima lesa, + ciò c’ha veduto pur con la mia rima, + + non averebbe in te la man distesa; + ma la cosa incredibile mi fece + indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. + + Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece + d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi + nel mondo sù, dove tornar li lece». + + E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, + ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi + perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi. + + Io son colui che tenni ambo le chiavi + del cor di Federigo, e che le volsi, + serrando e diserrando, sì soavi, + + che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; + fede portai al glorïoso offizio, + tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. + + La meretrice che mai da l’ospizio + di Cesare non torse li occhi putti, + morte comune e de le corti vizio, + + infiammò contra me li animi tutti; + e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, + che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. + + L’animo mio, per disdegnoso gusto, + credendo col morir fuggir disdegno, + ingiusto fece me contra me giusto. + + Per le nove radici d’esto legno + vi giuro che già mai non ruppi fede + al mio segnor, che fu d’onor sì degno. + + E se di voi alcun nel mondo riede, + conforti la memoria mia, che giace + ancor del colpo che ’nvidia le diede». + + Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», + disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; + ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». + + Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora + di quel che credi ch’a me satisfaccia; + ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». + + Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia + liberamente ciò che ’l tuo dir priega, + spirito incarcerato, ancor ti piaccia + + di dirne come l’anima si lega + in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, + s’alcuna mai di tai membra si spiega». + + Allor soffiò il tronco forte, e poi + si convertì quel vento in cotal voce: + «Brievemente sarà risposto a voi. + + Quando si parte l’anima feroce + dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta, + Minòs la manda a la settima foce. + + Cade in la selva, e non l’è parte scelta; + ma là dove fortuna la balestra, + quivi germoglia come gran di spelta. + + Surge in vermena e in pianta silvestra: + l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, + fanno dolore, e al dolor fenestra. + + Come l’altre verrem per nostre spoglie, + ma non però ch’alcuna sen rivesta, + ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. + + Qui le strascineremo, e per la mesta + selva saranno i nostri corpi appesi, + ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». + + Noi eravamo ancora al tronco attesi, + credendo ch’altro ne volesse dire, + quando noi fummo d’un romor sorpresi, + + similemente a colui che venire + sente ’l porco e la caccia a la sua posta, + ch’ode le bestie, e le frasche stormire. + + Ed ecco due da la sinistra costa, + nudi e graffiati, fuggendo sì forte, + che de la selva rompieno ogne rosta. + + Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». + E l’altro, cui pareva tardar troppo, + gridava: «Lano, sì non furo accorte + + le gambe tue a le giostre dal Toppo!». + E poi che forse li fallia la lena, + di sé e d’un cespuglio fece un groppo. + + Di rietro a loro era la selva piena + di nere cagne, bramose e correnti + come veltri ch’uscisser di catena. + + In quel che s’appiattò miser li denti, + e quel dilaceraro a brano a brano; + poi sen portar quelle membra dolenti. + + Presemi allor la mia scorta per mano, + e menommi al cespuglio che piangea + per le rotture sanguinenti in vano. + + «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, + che t’è giovato di me fare schermo? + che colpa ho io de la tua vita rea?». + + Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, + disse: «Chi fosti, che per tante punte + soffi con sangue doloroso sermo?». + + Ed elli a noi: «O anime che giunte + siete a veder lo strazio disonesto + c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, + + raccoglietele al piè del tristo cesto. + I’ fui de la città che nel Batista + mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo + + sempre con l’arte sua la farà trista; + e se non fosse che ’n sul passo d’Arno + rimane ancor di lui alcuna vista, + + que’ cittadin che poi la rifondarno + sovra ’l cener che d’Attila rimase, + avrebber fatto lavorare indarno. + + Io fei gibetto a me de le mie case». + + + + Inferno • Canto XIV + + + Poi che la carità del natio loco + mi strinse, raunai le fronde sparte + e rende’le a colui, ch’era già fioco. + + Indi venimmo al fine ove si parte + lo secondo giron dal terzo, e dove + si vede di giustizia orribil arte. + + A ben manifestar le cose nove, + dico che arrivammo ad una landa + che dal suo letto ogne pianta rimove. + + La dolorosa selva l’è ghirlanda + intorno, come ’l fosso tristo ad essa; + quivi fermammo i passi a randa a randa. + + Lo spazzo era una rena arida e spessa, + non d’altra foggia fatta che colei + che fu da’ piè di Caton già soppressa. + + O vendetta di Dio, quanto tu dei + esser temuta da ciascun che legge + ciò che fu manifesto a li occhi mei! + + D’anime nude vidi molte gregge + che piangean tutte assai miseramente, + e parea posta lor diversa legge. + + Supin giacea in terra alcuna gente, + alcuna si sedea tutta raccolta, + e altra andava continüamente. + + Quella che giva ’ntorno era più molta, + e quella men che giacëa al tormento, + ma più al duolo avea la lingua sciolta. + + Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, + piovean di foco dilatate falde, + come di neve in alpe sanza vento. + + Quali Alessandro in quelle parti calde + d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo + fiamme cadere infino a terra salde, + + per ch’ei provide a scalpitar lo suolo + con le sue schiere, acciò che lo vapore + mei si stingueva mentre ch’era solo: + + tale scendeva l’etternale ardore; + onde la rena s’accendea, com’ esca + sotto focile, a doppiar lo dolore. + + Sanza riposo mai era la tresca + de le misere mani, or quindi or quinci + escotendo da sé l’arsura fresca. + + I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci + tutte le cose, fuor che ’ demon duri + ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, + + chi è quel grande che non par che curi + lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, + sì che la pioggia non par che ’l marturi?». + + E quel medesmo, che si fu accorto + ch’io domandava il mio duca di lui, + gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto. + + Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui + crucciato prese la folgore aguta + onde l’ultimo dì percosso fui; + + o s’elli stanchi li altri a muta a muta + in Mongibello a la focina negra, + chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, + + sì com’ el fece a la pugna di Flegra, + e me saetti con tutta sua forza: + non ne potrebbe aver vendetta allegra». + + Allora il duca mio parlò di forza + tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: + «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza + + la tua superbia, se’ tu più punito; + nullo martiro, fuor che la tua rabbia, + sarebbe al tuo furor dolor compito». + + Poi si rivolse a me con miglior labbia, + dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi + ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia + + Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; + ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti + sono al suo petto assai debiti fregi. + + Or mi vien dietro, e guarda che non metti, + ancor, li piedi ne la rena arsiccia; + ma sempre al bosco tien li piedi stretti». + + Tacendo divenimmo là ’ve spiccia + fuor de la selva un picciol fiumicello, + lo cui rossore ancor mi raccapriccia. + + Quale del Bulicame esce ruscello + che parton poi tra lor le peccatrici, + tal per la rena giù sen giva quello. + + Lo fondo suo e ambo le pendici + fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato; + per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. + + «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, + poscia che noi intrammo per la porta + lo cui sogliare a nessuno è negato, + + cosa non fu da li tuoi occhi scorta + notabile com’ è ’l presente rio, + che sovra sé tutte fiammelle ammorta». + + Queste parole fuor del duca mio; + per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto + di cui largito m’avëa il disio. + + «In mezzo mar siede un paese guasto», + diss’ elli allora, «che s’appella Creta, + sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. + + Una montagna v’è che già fu lieta + d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; + or è diserta come cosa vieta. + + Rëa la scelse già per cuna fida + del suo figliuolo, e per celarlo meglio, + quando piangea, vi facea far le grida. + + Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, + che tien volte le spalle inver’ Dammiata + e Roma guarda come süo speglio. + + La sua testa è di fin oro formata, + e puro argento son le braccia e ’l petto, + poi è di rame infino a la forcata; + + da indi in giuso è tutto ferro eletto, + salvo che ’l destro piede è terra cotta; + e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. + + Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta + d’una fessura che lagrime goccia, + le quali, accolte, fóran quella grotta. + + Lor corso in questa valle si diroccia; + fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; + poi sen van giù per questa stretta doccia, + + infin, là ove più non si dismonta, + fanno Cocito; e qual sia quello stagno + tu lo vedrai, però qui non si conta». + + E io a lui: «Se ’l presente rigagno + si diriva così dal nostro mondo, + perché ci appar pur a questo vivagno?». + + Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; + e tutto che tu sie venuto molto, + pur a sinistra, giù calando al fondo, + + non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; + per che, se cosa n’apparisce nova, + non de’ addur maraviglia al tuo volto». + + E io ancor: «Maestro, ove si trova + Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, + e l’altro di’ che si fa d’esta piova». + + «In tutte tue question certo mi piaci», + rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa + dovea ben solver l’una che tu faci. + + Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, + là dove vanno l’anime a lavarsi + quando la colpa pentuta è rimossa». + + Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi + dal bosco; fa che di retro a me vegne: + li margini fan via, che non son arsi, + + e sopra loro ogne vapor si spegne». + + + + Inferno • Canto XV + + + Ora cen porta l’un de’ duri margini; + e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, + sì che dal foco salva l’acqua e li argini. + + Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, + temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, + fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; + + e quali Padoan lungo la Brenta, + per difender lor ville e lor castelli, + anzi che Carentana il caldo senta: + + a tale imagine eran fatti quelli, + tutto che né sì alti né sì grossi, + qual che si fosse, lo maestro félli. + + Già eravam da la selva rimossi + tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, + perch’ io in dietro rivolto mi fossi, + + quando incontrammo d’anime una schiera + che venian lungo l’argine, e ciascuna + ci riguardava come suol da sera + + guardare uno altro sotto nuova luna; + e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia + come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. + + Così adocchiato da cotal famiglia, + fui conosciuto da un, che mi prese + per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». + + E io, quando ’l suo braccio a me distese, + ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, + sì che ’l viso abbrusciato non difese + + la conoscenza süa al mio ’ntelletto; + e chinando la mano a la sua faccia, + rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». + + E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia + se Brunetto Latino un poco teco + ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». + + I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; + e se volete che con voi m’asseggia, + faròl, se piace a costui che vo seco». + + «O figliuol», disse, «qual di questa greggia + s’arresta punto, giace poi cent’ anni + sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia. + + Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; + e poi rigiugnerò la mia masnada, + che va piangendo i suoi etterni danni». + + Io non osava scender de la strada + per andar par di lui; ma ’l capo chino + tenea com’ uom che reverente vada. + + El cominciò: «Qual fortuna o destino + anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? + e chi è questi che mostra ’l cammino?». + + «Là sù di sopra, in la vita serena», + rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle, + avanti che l’età mia fosse piena. + + Pur ier mattina le volsi le spalle: + questi m’apparve, tornand’ ïo in quella, + e reducemi a ca per questo calle». + + Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, + non puoi fallire a glorïoso porto, + se ben m’accorsi ne la vita bella; + + e s’io non fossi sì per tempo morto, + veggendo il cielo a te così benigno, + dato t’avrei a l’opera conforto. + + Ma quello ingrato popolo maligno + che discese di Fiesole ab antico, + e tiene ancor del monte e del macigno, + + ti si farà, per tuo ben far, nimico; + ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi + si disconvien fruttare al dolce fico. + + Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; + gent’ è avara, invidiosa e superba: + dai lor costumi fa che tu ti forbi. + + La tua fortuna tanto onor ti serba, + che l’una parte e l’altra avranno fame + di te; ma lungi fia dal becco l’erba. + + Faccian le bestie fiesolane strame + di lor medesme, e non tocchin la pianta, + s’alcuna surge ancora in lor letame, + + in cui riviva la sementa santa + di que’ Roman che vi rimaser quando + fu fatto il nido di malizia tanta». + + «Se fosse tutto pieno il mio dimando», + rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora + de l’umana natura posto in bando; + + ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, + la cara e buona imagine paterna + di voi quando nel mondo ad ora ad ora + + m’insegnavate come l’uom s’etterna: + e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo + convien che ne la mia lingua si scerna. + + Ciò che narrate di mio corso scrivo, + e serbolo a chiosar con altro testo + a donna che saprà, s’a lei arrivo. + + Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, + pur che mia coscïenza non mi garra, + ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. + + Non è nuova a li orecchi miei tal arra: + però giri Fortuna la sua rota + come le piace, e ’l villan la sua marra». + + Lo mio maestro allora in su la gota + destra si volse in dietro e riguardommi; + poi disse: «Bene ascolta chi la nota». + + Né per tanto di men parlando vommi + con ser Brunetto, e dimando chi sono + li suoi compagni più noti e più sommi. + + Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; + de li altri fia laudabile tacerci, + ché ’l tempo saria corto a tanto suono. + + In somma sappi che tutti fur cherci + e litterati grandi e di gran fama, + d’un peccato medesmo al mondo lerci. + + Priscian sen va con quella turba grama, + e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, + s’avessi avuto di tal tigna brama, + + colui potei che dal servo de’ servi + fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, + dove lasciò li mal protesi nervi. + + Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone + più lungo esser non può, però ch’i’ veggio + là surger nuovo fummo del sabbione. + + Gente vien con la quale esser non deggio. + Sieti raccomandato il mio Tesoro, + nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». + + Poi si rivolse, e parve di coloro + che corrono a Verona il drappo verde + per la campagna; e parve di costoro + + quelli che vince, non colui che perde. + + + + Inferno • Canto XVI + + + Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo + de l’acqua che cadea ne l’altro giro, + simile a quel che l’arnie fanno rombo, + + quando tre ombre insieme si partiro, + correndo, d’una torma che passava + sotto la pioggia de l’aspro martiro. + + Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: + «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri + esser alcun di nostra terra prava». + + Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, + ricenti e vecchie, da le fiamme incese! + Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. + + A le lor grida il mio dottor s’attese; + volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta», + disse, «a costor si vuole esser cortese. + + E se non fosse il foco che saetta + la natura del loco, i’ dicerei + che meglio stesse a te che a lor la fretta». + + Ricominciar, come noi restammo, ei + l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, + fenno una rota di sé tutti e trei. + + Qual sogliono i campion far nudi e unti, + avvisando lor presa e lor vantaggio, + prima che sien tra lor battuti e punti, + + così rotando, ciascuno il visaggio + drizzava a me, sì che ’n contraro il collo + faceva ai piè continüo vïaggio. + + E «Se miseria d’esto loco sollo + rende in dispetto noi e nostri prieghi», + cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo, + + la fama nostra il tuo animo pieghi + a dirne chi tu se’, che i vivi piedi + così sicuro per lo ’nferno freghi. + + Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, + tutto che nudo e dipelato vada, + fu di grado maggior che tu non credi: + + nepote fu de la buona Gualdrada; + Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita + fece col senno assai e con la spada. + + L’altro, ch’appresso me la rena trita, + è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce + nel mondo sù dovria esser gradita. + + E io, che posto son con loro in croce, + Iacopo Rusticucci fui, e certo + la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». + + S’i’ fossi stato dal foco coperto, + gittato mi sarei tra lor di sotto, + e credo che ’l dottor l’avria sofferto; + + ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, + vinse paura la mia buona voglia + che di loro abbracciar mi facea ghiotto. + + Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia + la vostra condizion dentro mi fisse, + tanta che tardi tutta si dispoglia, + + tosto che questo mio segnor mi disse + parole per le quali i’ mi pensai + che qual voi siete, tal gente venisse. + + Di vostra terra sono, e sempre mai + l’ovra di voi e li onorati nomi + con affezion ritrassi e ascoltai. + + Lascio lo fele e vo per dolci pomi + promessi a me per lo verace duca; + ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». + + «Se lungamente l’anima conduca + le membra tue», rispuose quelli ancora, + «e se la fama tua dopo te luca, + + cortesia e valor dì se dimora + ne la nostra città sì come suole, + o se del tutto se n’è gita fora; + + ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole + con noi per poco e va là coi compagni, + assai ne cruccia con le sue parole». + + «La gente nuova e i sùbiti guadagni + orgoglio e dismisura han generata, + Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». + + Così gridai con la faccia levata; + e i tre, che ciò inteser per risposta, + guardar l’un l’altro com’ al ver si guata. + + «Se l’altre volte sì poco ti costa», + rispuoser tutti, «il satisfare altrui, + felice te se sì parli a tua posta! + + Però, se campi d’esti luoghi bui + e torni a riveder le belle stelle, + quando ti gioverà dicere “I’ fui”, + + fa che di noi a la gente favelle». + Indi rupper la rota, e a fuggirsi + ali sembiar le gambe loro isnelle. + + Un amen non saria possuto dirsi + tosto così com’ e’ fuoro spariti; + per ch’al maestro parve di partirsi. + + Io lo seguiva, e poco eravam iti, + che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, + che per parlar saremmo a pena uditi. + + Come quel fiume c’ha proprio cammino + prima dal Monte Viso ’nver’ levante, + da la sinistra costa d’Apennino, + + che si chiama Acquacheta suso, avante + che si divalli giù nel basso letto, + e a Forlì di quel nome è vacante, + + rimbomba là sovra San Benedetto + de l’Alpe per cadere ad una scesa + ove dovea per mille esser recetto; + + così, giù d’una ripa discoscesa, + trovammo risonar quell’ acqua tinta, + sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa. + + Io avea una corda intorno cinta, + e con essa pensai alcuna volta + prender la lonza a la pelle dipinta. + + Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, + sì come ’l duca m’avea comandato, + porsila a lui aggroppata e ravvolta. + + Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, + e alquanto di lunge da la sponda + la gittò giuso in quell’ alto burrato. + + ‘E’ pur convien che novità risponda’, + dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno + che ’l maestro con l’occhio sì seconda’. + + Ahi quanto cauti li uomini esser dienno + presso a color che non veggion pur l’ovra, + ma per entro i pensier miran col senno! + + El disse a me: «Tosto verrà di sovra + ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; + tosto convien ch’al tuo viso si scovra». + + Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna + de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, + però che sanza colpa fa vergogna; + + ma qui tacer nol posso; e per le note + di questa comedìa, lettor, ti giuro, + s’elle non sien di lunga grazia vòte, + + ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro + venir notando una figura in suso, + maravigliosa ad ogne cor sicuro, + + sì come torna colui che va giuso + talora a solver l’àncora ch’aggrappa + o scoglio o altro che nel mare è chiuso, + + che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. + + + + Inferno • Canto XVII + + + «Ecco la fiera con la coda aguzza, + che passa i monti e rompe i muri e l’armi! + Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». + + Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; + e accennolle che venisse a proda, + vicino al fin d’i passeggiati marmi. + + E quella sozza imagine di froda + sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, + ma ’n su la riva non trasse la coda. + + La faccia sua era faccia d’uom giusto, + tanto benigna avea di fuor la pelle, + e d’un serpente tutto l’altro fusto; + + due branche avea pilose insin l’ascelle; + lo dosso e ’l petto e ambedue le coste + dipinti avea di nodi e di rotelle. + + Con più color, sommesse e sovraposte + non fer mai drappi Tartari né Turchi, + né fuor tai tele per Aragne imposte. + + Come talvolta stanno a riva i burchi, + che parte sono in acqua e parte in terra, + e come là tra li Tedeschi lurchi + + lo bivero s’assetta a far sua guerra, + così la fiera pessima si stava + su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. + + Nel vano tutta sua coda guizzava, + torcendo in sù la venenosa forca + ch’a guisa di scorpion la punta armava. + + Lo duca disse: «Or convien che si torca + la nostra via un poco insino a quella + bestia malvagia che colà si corca». + + Però scendemmo a la destra mammella, + e diece passi femmo in su lo stremo, + per ben cessar la rena e la fiammella. + + E quando noi a lei venuti semo, + poco più oltre veggio in su la rena + gente seder propinqua al loco scemo. + + Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena + esperïenza d’esto giron porti», + mi disse, «va, e vedi la lor mena. + + Li tuoi ragionamenti sian là corti; + mentre che torni, parlerò con questa, + che ne conceda i suoi omeri forti». + + Così ancor su per la strema testa + di quel settimo cerchio tutto solo + andai, dove sedea la gente mesta. + + Per li occhi fora scoppiava lor duolo; + di qua, di là soccorrien con le mani + quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: + + non altrimenti fan di state i cani + or col ceffo or col piè, quando son morsi + o da pulci o da mosche o da tafani. + + Poi che nel viso a certi li occhi porsi, + ne’ quali ’l doloroso foco casca, + non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi + + che dal collo a ciascun pendea una tasca + ch’avea certo colore e certo segno, + e quindi par che ’l loro occhio si pasca. + + E com’ io riguardando tra lor vegno, + in una borsa gialla vidi azzurro + che d’un leone avea faccia e contegno. + + Poi, procedendo di mio sguardo il curro, + vidine un’altra come sangue rossa, + mostrando un’oca bianca più che burro. + + E un che d’una scrofa azzurra e grossa + segnato avea lo suo sacchetto bianco, + mi disse: «Che fai tu in questa fossa? + + Or te ne va; e perché se’ vivo anco, + sappi che ’l mio vicin Vitalïano + sederà qui dal mio sinistro fianco. + + Con questi Fiorentin son padoano: + spesse fïate mi ’ntronan li orecchi + gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano, + + che recherà la tasca con tre becchi!”». + Qui distorse la bocca e di fuor trasse + la lingua, come bue che ’l naso lecchi. + + E io, temendo no ’l più star crucciasse + lui che di poco star m’avea ’mmonito, + torna’mi in dietro da l’anime lasse. + + Trova’ il duca mio ch’era salito + già su la groppa del fiero animale, + e disse a me: «Or sie forte e ardito. + + Omai si scende per sì fatte scale; + monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, + sì che la coda non possa far male». + + Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo + de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, + e triema tutto pur guardando ’l rezzo, + + tal divenn’ io a le parole porte; + ma vergogna mi fé le sue minacce, + che innanzi a buon segnor fa servo forte. + + I’ m’assettai in su quelle spallacce; + sì volli dir, ma la voce non venne + com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’. + + Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne + ad altro forse, tosto ch’i’ montai + con le braccia m’avvinse e mi sostenne; + + e disse: «Gerïon, moviti omai: + le rote larghe, e lo scender sia poco; + pensa la nova soma che tu hai». + + Come la navicella esce di loco + in dietro in dietro, sì quindi si tolse; + e poi ch’al tutto si sentì a gioco, + + là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, + e quella tesa, come anguilla, mosse, + e con le branche l’aere a sé raccolse. + + Maggior paura non credo che fosse + quando Fetonte abbandonò li freni, + per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; + + né quando Icaro misero le reni + sentì spennar per la scaldata cera, + gridando il padre a lui «Mala via tieni!», + + che fu la mia, quando vidi ch’i’ era + ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta + ogne veduta fuor che de la fera. + + Ella sen va notando lenta lenta; + rota e discende, ma non me n’accorgo + se non che al viso e di sotto mi venta. + + Io sentia già da la man destra il gorgo + far sotto noi un orribile scroscio, + per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. + + Allor fu’ io più timido a lo stoscio, + però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; + ond’ io tremando tutto mi raccoscio. + + E vidi poi, ché nol vedea davanti, + lo scendere e ’l girar per li gran mali + che s’appressavan da diversi canti. + + Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, + che sanza veder logoro o uccello + fa dire al falconiere «Omè, tu cali!», + + discende lasso onde si move isnello, + per cento rote, e da lunge si pone + dal suo maestro, disdegnoso e fello; + + così ne puose al fondo Gerïone + al piè al piè de la stagliata rocca, + e, discarcate le nostre persone, + + si dileguò come da corda cocca. + + + + Inferno • Canto XVIII + + + Luogo è in inferno detto Malebolge, + tutto di pietra di color ferrigno, + come la cerchia che dintorno il volge. + + Nel dritto mezzo del campo maligno + vaneggia un pozzo assai largo e profondo, + di cui suo loco dicerò l’ordigno. + + Quel cinghio che rimane adunque è tondo + tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura, + e ha distinto in dieci valli il fondo. + + Quale, dove per guardia de le mura + più e più fossi cingon li castelli, + la parte dove son rende figura, + + tale imagine quivi facean quelli; + e come a tai fortezze da’ lor sogli + a la ripa di fuor son ponticelli, + + così da imo de la roccia scogli + movien che ricidien li argini e ’ fossi + infino al pozzo che i tronca e raccogli. + + In questo luogo, de la schiena scossi + di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta + tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. + + A la man destra vidi nova pieta, + novo tormento e novi frustatori, + di che la prima bolgia era repleta. + + Nel fondo erano ignudi i peccatori; + dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto, + di là con noi, ma con passi maggiori, + + come i Roman per l’essercito molto, + l’anno del giubileo, su per lo ponte + hanno a passar la gente modo colto, + + che da l’un lato tutti hanno la fronte + verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, + da l’altra sponda vanno verso ’l monte. + + Di qua, di là, su per lo sasso tetro + vidi demon cornuti con gran ferze, + che li battien crudelmente di retro. + + Ahi come facean lor levar le berze + a le prime percosse! già nessuno + le seconde aspettava né le terze. + + Mentr’ io andava, li occhi miei in uno + furo scontrati; e io sì tosto dissi: + «Già di veder costui non son digiuno». + + Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; + e ’l dolce duca meco si ristette, + e assentio ch’alquanto in dietro gissi. + + E quel frustato celar si credette + bassando ’l viso; ma poco li valse, + ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette, + + se le fazion che porti non son false, + Venedico se’ tu Caccianemico. + Ma che ti mena a sì pungenti salse?». + + Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; + ma sforzami la tua chiara favella, + che mi fa sovvenir del mondo antico. + + I’ fui colui che la Ghisolabella + condussi a far la voglia del marchese, + come che suoni la sconcia novella. + + E non pur io qui piango bolognese; + anzi n’è questo loco tanto pieno, + che tante lingue non son ora apprese + + a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; + e se di ciò vuoi fede o testimonio, + rècati a mente il nostro avaro seno». + + Così parlando il percosse un demonio + de la sua scurïada, e disse: «Via, + ruffian! qui non son femmine da conio». + + I’ mi raggiunsi con la scorta mia; + poscia con pochi passi divenimmo + là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia. + + Assai leggeramente quel salimmo; + e vòlti a destra su per la sua scheggia, + da quelle cerchie etterne ci partimmo. + + Quando noi fummo là dov’ el vaneggia + di sotto per dar passo a li sferzati, + lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia + + lo viso in te di quest’ altri mal nati, + ai quali ancor non vedesti la faccia + però che son con noi insieme andati». + + Del vecchio ponte guardavam la traccia + che venìa verso noi da l’altra banda, + e che la ferza similmente scaccia. + + E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, + mi disse: «Guarda quel grande che vene, + e per dolor non par lagrime spanda: + + quanto aspetto reale ancor ritene! + Quelli è Iasón, che per cuore e per senno + li Colchi del monton privati féne. + + Ello passò per l’isola di Lenno + poi che l’ardite femmine spietate + tutti li maschi loro a morte dienno. + + Ivi con segni e con parole ornate + Isifile ingannò, la giovinetta + che prima avea tutte l’altre ingannate. + + Lasciolla quivi, gravida, soletta; + tal colpa a tal martiro lui condanna; + e anche di Medea si fa vendetta. + + Con lui sen va chi da tal parte inganna; + e questo basti de la prima valle + sapere e di color che ’n sé assanna». + + Già eravam là ’ve lo stretto calle + con l’argine secondo s’incrocicchia, + e fa di quello ad un altr’ arco spalle. + + Quindi sentimmo gente che si nicchia + ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, + e sé medesma con le palme picchia. + + Le ripe eran grommate d’una muffa, + per l’alito di giù che vi s’appasta, + che con li occhi e col naso facea zuffa. + + Lo fondo è cupo sì, che non ci basta + loco a veder sanza montare al dosso + de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. + + Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso + vidi gente attuffata in uno sterco + che da li uman privadi parea mosso. + + E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, + vidi un col capo sì di merda lordo, + che non parëa s’era laico o cherco. + + Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo + di riguardar più me che li altri brutti?». + E io a lui: «Perché, se ben ricordo, + + già t’ho veduto coi capelli asciutti, + e se’ Alessio Interminei da Lucca: + però t’adocchio più che li altri tutti». + + Ed elli allor, battendosi la zucca: + «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe + ond’ io non ebbi mai la lingua stucca». + + Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», + mi disse, «il viso un poco più avante, + sì che la faccia ben con l’occhio attinghe + + di quella sozza e scapigliata fante + che là si graffia con l’unghie merdose, + e or s’accoscia e ora è in piedi stante. + + Taïde è, la puttana che rispuose + al drudo suo quando disse “Ho io grazie + grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”. + + E quinci sian le nostre viste sazie». + + + + Inferno • Canto XIX + + + O Simon mago, o miseri seguaci + che le cose di Dio, che di bontate + deon essere spose, e voi rapaci + + per oro e per argento avolterate, + or convien che per voi suoni la tromba, + però che ne la terza bolgia state. + + Già eravamo, a la seguente tomba, + montati de lo scoglio in quella parte + ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. + + O somma sapïenza, quanta è l’arte + che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, + e quanto giusto tua virtù comparte! + + Io vidi per le coste e per lo fondo + piena la pietra livida di fóri, + d’un largo tutti e ciascun era tondo. + + Non mi parean men ampi né maggiori + che que’ che son nel mio bel San Giovanni, + fatti per loco d’i battezzatori; + + l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, + rupp’ io per un che dentro v’annegava: + e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni. + + Fuor de la bocca a ciascun soperchiava + d’un peccator li piedi e de le gambe + infino al grosso, e l’altro dentro stava. + + Le piante erano a tutti accese intrambe; + per che sì forte guizzavan le giunte, + che spezzate averien ritorte e strambe. + + Qual suole il fiammeggiar de le cose unte + muoversi pur su per la strema buccia, + tal era lì dai calcagni a le punte. + + «Chi è colui, maestro, che si cruccia + guizzando più che li altri suoi consorti», + diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?». + + Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti + là giù per quella ripa che più giace, + da lui saprai di sé e de’ suoi torti». + + E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: + tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto + dal tuo volere, e sai quel che si tace». + + Allor venimmo in su l’argine quarto; + volgemmo e discendemmo a mano stanca + là giù nel fondo foracchiato e arto. + + Lo buon maestro ancor de la sua anca + non mi dipuose, sì mi giunse al rotto + di quel che si piangeva con la zanca. + + «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, + anima trista come pal commessa», + comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». + + Io stava come ’l frate che confessa + lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, + richiama lui per che la morte cessa. + + Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, + se’ tu già costì ritto, Bonifazio? + Di parecchi anni mi mentì lo scritto. + + Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio + per lo qual non temesti tòrre a ’nganno + la bella donna, e poi di farne strazio?». + + Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, + per non intender ciò ch’è lor risposto, + quasi scornati, e risponder non sanno. + + Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: + “Non son colui, non son colui che credi”»; + e io rispuosi come a me fu imposto. + + Per che lo spirto tutti storse i piedi; + poi, sospirando e con voce di pianto, + mi disse: «Dunque che a me richiedi? + + Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, + che tu abbi però la ripa corsa, + sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; + + e veramente fui figliuol de l’orsa, + cupido sì per avanzar li orsatti, + che sù l’avere e qui me misi in borsa. + + Di sotto al capo mio son li altri tratti + che precedetter me simoneggiando, + per le fessure de la pietra piatti. + + Là giù cascherò io altresì quando + verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, + allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. + + Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi + e ch’i’ son stato così sottosopra, + ch’el non starà piantato coi piè rossi: + + ché dopo lui verrà di più laida opra, + di ver’ ponente, un pastor sanza legge, + tal che convien che lui e me ricuopra. + + Nuovo Iasón sarà, di cui si legge + ne’ Maccabei; e come a quel fu molle + suo re, così fia lui chi Francia regge». + + Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, + ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: + «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle + + Nostro Segnore in prima da san Pietro + ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? + Certo non chiese se non “Viemmi retro”. + + Né Pier né li altri tolsero a Matia + oro od argento, quando fu sortito + al loco che perdé l’anima ria. + + Però ti sta, ché tu se’ ben punito; + e guarda ben la mal tolta moneta + ch’esser ti fece contra Carlo ardito. + + E se non fosse ch’ancor lo mi vieta + la reverenza de le somme chiavi + che tu tenesti ne la vita lieta, + + io userei parole ancor più gravi; + ché la vostra avarizia il mondo attrista, + calcando i buoni e sollevando i pravi. + + Di voi pastor s’accorse il Vangelista, + quando colei che siede sopra l’acque + puttaneggiar coi regi a lui fu vista; + + quella che con le sette teste nacque, + e da le diece corna ebbe argomento, + fin che virtute al suo marito piacque. + + Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; + e che altro è da voi a l’idolatre, + se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? + + Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, + non la tua conversion, ma quella dote + che da te prese il primo ricco patre!». + + E mentr’ io li cantava cotai note, + o ira o coscïenza che ’l mordesse, + forte spingava con ambo le piote. + + I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, + con sì contenta labbia sempre attese + lo suon de le parole vere espresse. + + Però con ambo le braccia mi prese; + e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, + rimontò per la via onde discese. + + Né si stancò d’avermi a sé distretto, + sì men portò sovra ’l colmo de l’arco + che dal quarto al quinto argine è tragetto. + + Quivi soavemente spuose il carco, + soave per lo scoglio sconcio ed erto + che sarebbe a le capre duro varco. + + Indi un altro vallon mi fu scoperto. + + + + Inferno • Canto XX + + + Di nova pena mi conven far versi + e dar matera al ventesimo canto + de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. + + Io era già disposto tutto quanto + a riguardar ne lo scoperto fondo, + che si bagnava d’angoscioso pianto; + + e vidi gente per lo vallon tondo + venir, tacendo e lagrimando, al passo + che fanno le letane in questo mondo. + + Come ’l viso mi scese in lor più basso, + mirabilmente apparve esser travolto + ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso, + + ché da le reni era tornato ’l volto, + e in dietro venir li convenia, + perché ’l veder dinanzi era lor tolto. + + Forse per forza già di parlasia + si travolse così alcun del tutto; + ma io nol vidi, né credo che sia. + + Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto + di tua lezione, or pensa per te stesso + com’ io potea tener lo viso asciutto, + + quando la nostra imagine di presso + vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi + le natiche bagnava per lo fesso. + + Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi + del duro scoglio, sì che la mia scorta + mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? + + Qui vive la pietà quand’ è ben morta; + chi è più scellerato che colui + che al giudicio divin passion comporta? + + Drizza la testa, drizza, e vedi a cui + s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; + per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, + + Anfïarao? perché lasci la guerra?”. + E non restò di ruinare a valle + fino a Minòs che ciascheduno afferra. + + Mira c’ha fatto petto de le spalle; + perché volle veder troppo davante, + di retro guarda e fa retroso calle. + + Vedi Tiresia, che mutò sembiante + quando di maschio femmina divenne, + cangiandosi le membra tutte quante; + + e prima, poi, ribatter li convenne + li duo serpenti avvolti, con la verga, + che rïavesse le maschili penne. + + Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, + che ne’ monti di Luni, dove ronca + lo Carrarese che di sotto alberga, + + ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca + per sua dimora; onde a guardar le stelle + e ’l mar non li era la veduta tronca. + + E quella che ricuopre le mammelle, + che tu non vedi, con le trecce sciolte, + e ha di là ogne pilosa pelle, + + Manto fu, che cercò per terre molte; + poscia si puose là dove nacqu’ io; + onde un poco mi piace che m’ascolte. + + Poscia che ’l padre suo di vita uscìo + e venne serva la città di Baco, + questa gran tempo per lo mondo gio. + + Suso in Italia bella giace un laco, + a piè de l’Alpe che serra Lamagna + sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. + + Per mille fonti, credo, e più si bagna + tra Garda e Val Camonica e Pennino + de l’acqua che nel detto laco stagna. + + Loco è nel mezzo là dove ’l trentino + pastore e quel di Brescia e ’l veronese + segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. + + Siede Peschiera, bello e forte arnese + da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, + ove la riva ’ntorno più discese. + + Ivi convien che tutto quanto caschi + ciò che ’n grembo a Benaco star non può, + e fassi fiume giù per verdi paschi. + + Tosto che l’acqua a correr mette co, + non più Benaco, ma Mencio si chiama + fino a Governol, dove cade in Po. + + Non molto ha corso, ch’el trova una lama, + ne la qual si distende e la ’mpaluda; + e suol di state talor essere grama. + + Quindi passando la vergine cruda + vide terra, nel mezzo del pantano, + sanza coltura e d’abitanti nuda. + + Lì, per fuggire ogne consorzio umano, + ristette con suoi servi a far sue arti, + e visse, e vi lasciò suo corpo vano. + + Li uomini poi che ’ntorno erano sparti + s’accolsero a quel loco, ch’era forte + per lo pantan ch’avea da tutte parti. + + Fer la città sovra quell’ ossa morte; + e per colei che ’l loco prima elesse, + Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte. + + Già fuor le genti sue dentro più spesse, + prima che la mattia da Casalodi + da Pinamonte inganno ricevesse. + + Però t’assenno che, se tu mai odi + originar la mia terra altrimenti, + la verità nulla menzogna frodi». + + E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti + mi son sì certi e prendon sì mia fede, + che li altri mi sarien carboni spenti. + + Ma dimmi, de la gente che procede, + se tu ne vedi alcun degno di nota; + ché solo a ciò la mia mente rifiede». + + Allor mi disse: «Quel che da la gota + porge la barba in su le spalle brune, + fu—quando Grecia fu di maschi vòta, + + sì ch’a pena rimaser per le cune— + augure, e diede ’l punto con Calcanta + in Aulide a tagliar la prima fune. + + Euripilo ebbe nome, e così ’l canta + l’alta mia tragedìa in alcun loco: + ben lo sai tu che la sai tutta quanta. + + Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, + Michele Scotto fu, che veramente + de le magiche frode seppe ’l gioco. + + Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, + ch’avere inteso al cuoio e a lo spago + ora vorrebbe, ma tardi si pente. + + Vedi le triste che lasciaron l’ago, + la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; + fecer malie con erbe e con imago. + + Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine + d’amendue li emisperi e tocca l’onda + sotto Sobilia Caino e le spine; + + e già iernotte fu la luna tonda: + ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque + alcuna volta per la selva fonda». + + Sì mi parlava, e andavamo introcque. + + + + Inferno • Canto XXI + + + Così di ponte in ponte, altro parlando + che la mia comedìa cantar non cura, + venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando + + restammo per veder l’altra fessura + di Malebolge e li altri pianti vani; + e vidila mirabilmente oscura. + + Quale ne l’arzanà de’ Viniziani + bolle l’inverno la tenace pece + a rimpalmare i legni lor non sani, + + ché navicar non ponno—in quella vece + chi fa suo legno novo e chi ristoppa + le coste a quel che più vïaggi fece; + + chi ribatte da proda e chi da poppa; + altri fa remi e altri volge sarte; + chi terzeruolo e artimon rintoppa—: + + tal, non per foco ma per divin’ arte, + bollia là giuso una pegola spessa, + che ’nviscava la ripa d’ogne parte. + + I’ vedea lei, ma non vedëa in essa + mai che le bolle che ’l bollor levava, + e gonfiar tutta, e riseder compressa. + + Mentr’ io là giù fisamente mirava, + lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», + mi trasse a sé del loco dov’ io stava. + + Allor mi volsi come l’uom cui tarda + di veder quel che li convien fuggire + e cui paura sùbita sgagliarda, + + che, per veder, non indugia ’l partire: + e vidi dietro a noi un diavol nero + correndo su per lo scoglio venire. + + Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! + e quanto mi parea ne l’atto acerbo, + con l’ali aperte e sovra i piè leggero! + + L’omero suo, ch’era aguto e superbo, + carcava un peccator con ambo l’anche, + e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. + + Del nostro ponte disse: «O Malebranche, + ecco un de li anzïan di Santa Zita! + Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche + + a quella terra, che n’è ben fornita: + ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo; + del no, per li denar, vi si fa ita». + + Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro + si volse; e mai non fu mastino sciolto + con tanta fretta a seguitar lo furo. + + Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; + ma i demon che del ponte avean coperchio, + gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto! + + qui si nuota altrimenti che nel Serchio! + Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, + non far sopra la pegola soverchio». + + Poi l’addentar con più di cento raffi, + disser: «Coverto convien che qui balli, + sì che, se puoi, nascosamente accaffi». + + Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli + fanno attuffare in mezzo la caldaia + la carne con li uncin, perché non galli. + + Lo buon maestro «Acciò che non si paia + che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta + dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; + + e per nulla offension che mi sia fatta, + non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, + perch’ altra volta fui a tal baratta». + + Poscia passò di là dal co del ponte; + e com’ el giunse in su la ripa sesta, + mestier li fu d’aver sicura fronte. + + Con quel furore e con quella tempesta + ch’escono i cani a dosso al poverello + che di sùbito chiede ove s’arresta, + + usciron quei di sotto al ponticello, + e volser contra lui tutt’ i runcigli; + ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! + + Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, + traggasi avante l’un di voi che m’oda, + e poi d’arruncigliarmi si consigli». + + Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; + per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi— + e venne a lui dicendo: «Che li approda?». + + «Credi tu, Malacoda, qui vedermi + esser venuto», disse ’l mio maestro, + «sicuro già da tutti vostri schermi, + + sanza voler divino e fato destro? + Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto + ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». + + Allor li fu l’orgoglio sì caduto, + ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, + e disse a li altri: «Omai non sia feruto». + + E ’l duca mio a me: «O tu che siedi + tra li scheggion del ponte quatto quatto, + sicuramente omai a me ti riedi». + + Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; + e i diavoli si fecer tutti avanti, + sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; + + così vid’ ïo già temer li fanti + ch’uscivan patteggiati di Caprona, + veggendo sé tra nemici cotanti. + + I’ m’accostai con tutta la persona + lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi + da la sembianza lor ch’era non buona. + + Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», + diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». + E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi». + + Ma quel demonio che tenea sermone + col duca mio, si volse tutto presto + e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». + + Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo + iscoglio non si può, però che giace + tutto spezzato al fondo l’arco sesto. + + E se l’andare avante pur vi piace, + andatevene su per questa grotta; + presso è un altro scoglio che via face. + + Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, + mille dugento con sessanta sei + anni compié che qui la via fu rotta. + + Io mando verso là di questi miei + a riguardar s’alcun se ne sciorina; + gite con lor, che non saranno rei». + + «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», + cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; + e Barbariccia guidi la decina. + + Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, + Cirïatto sannuto e Graffiacane + e Farfarello e Rubicante pazzo. + + Cercate ’ntorno le boglienti pane; + costor sian salvi infino a l’altro scheggio + che tutto intero va sovra le tane». + + «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», + diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli, + se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. + + Se tu se’ sì accorto come suoli, + non vedi tu ch’e’ digrignan li denti + e con le ciglia ne minaccian duoli?». + + Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; + lasciali digrignar pur a lor senno, + ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». + + Per l’argine sinistro volta dienno; + ma prima avea ciascun la lingua stretta + coi denti, verso lor duca, per cenno; + + ed elli avea del cul fatto trombetta. + + + + Inferno • Canto XXII + + + Io vidi già cavalier muover campo, + e cominciare stormo e far lor mostra, + e talvolta partir per loro scampo; + + corridor vidi per la terra vostra, + o Aretini, e vidi gir gualdane, + fedir torneamenti e correr giostra; + + quando con trombe, e quando con campane, + con tamburi e con cenni di castella, + e con cose nostrali e con istrane; + + né già con sì diversa cennamella + cavalier vidi muover né pedoni, + né nave a segno di terra o di stella. + + Noi andavam con li diece demoni. + Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa + coi santi, e in taverna coi ghiottoni. + + Pur a la pegola era la mia ’ntesa, + per veder de la bolgia ogne contegno + e de la gente ch’entro v’era incesa. + + Come i dalfini, quando fanno segno + a’ marinar con l’arco de la schiena + che s’argomentin di campar lor legno, + + talor così, ad alleggiar la pena, + mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso + e nascondea in men che non balena. + + E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso + stanno i ranocchi pur col muso fuori, + sì che celano i piedi e l’altro grosso, + + sì stavan d’ogne parte i peccatori; + ma come s’appressava Barbariccia, + così si ritraén sotto i bollori. + + I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, + uno aspettar così, com’ elli ’ncontra + ch’una rana rimane e l’altra spiccia; + + e Graffiacan, che li era più di contra, + li arruncigliò le ’mpegolate chiome + e trassel sù, che mi parve una lontra. + + I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, + sì li notai quando fuorono eletti, + e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. + + «O Rubicante, fa che tu li metti + li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», + gridavan tutti insieme i maladetti. + + E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, + che tu sappi chi è lo sciagurato + venuto a man de li avversari suoi». + + Lo duca mio li s’accostò allato; + domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: + «I’ fui del regno di Navarra nato. + + Mia madre a servo d’un segnor mi puose, + che m’avea generato d’un ribaldo, + distruggitor di sé e di sue cose. + + Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; + quivi mi misi a far baratteria, + di ch’io rendo ragione in questo caldo». + + E Cirïatto, a cui di bocca uscia + d’ogne parte una sanna come a porco, + li fé sentir come l’una sdruscia. + + Tra male gatte era venuto ’l sorco; + ma Barbariccia il chiuse con le braccia + e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco». + + E al maestro mio volse la faccia; + «Domanda», disse, «ancor, se più disii + saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia». + + Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii + conosci tu alcun che sia latino + sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii, + + poco è, da un che fu di là vicino. + Così foss’ io ancor con lui coperto, + ch’i’ non temerei unghia né uncino!». + + E Libicocco «Troppo avem sofferto», + disse; e preseli ’l braccio col runciglio, + sì che, stracciando, ne portò un lacerto. + + Draghignazzo anco i volle dar di piglio + giuso a le gambe; onde ’l decurio loro + si volse intorno intorno con mal piglio. + + Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, + a lui, ch’ancor mirava sua ferita, + domandò ’l duca mio sanza dimoro: + + «Chi fu colui da cui mala partita + di’ che facesti per venire a proda?». + Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, + + quel di Gallura, vasel d’ogne froda, + ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, + e fé sì lor, che ciascun se ne loda. + + Danar si tolse e lasciolli di piano, + sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche + barattier fu non picciol, ma sovrano. + + Usa con esso donno Michel Zanche + di Logodoro; e a dir di Sardigna + le lingue lor non si sentono stanche. + + Omè, vedete l’altro che digrigna; + i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello + non s’apparecchi a grattarmi la tigna». + + E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello + che stralunava li occhi per fedire, + disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!». + + «Se voi volete vedere o udire», + ricominciò lo spaürato appresso, + «Toschi o Lombardi, io ne farò venire; + + ma stieno i Malebranche un poco in cesso, + sì ch’ei non teman de le lor vendette; + e io, seggendo in questo loco stesso, + + per un ch’io son, ne farò venir sette + quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso + di fare allor che fori alcun si mette». + + Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, + crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia + ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!». + + Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, + rispuose: «Malizioso son io troppo, + quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia». + + Alichin non si tenne e, di rintoppo + a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, + io non ti verrò dietro di gualoppo, + + ma batterò sovra la pece l’ali. + Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo, + a veder se tu sol più di noi vali». + + O tu che leggi, udirai nuovo ludo: + ciascun da l’altra costa li occhi volse, + quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. + + Lo Navarrese ben suo tempo colse; + fermò le piante a terra, e in un punto + saltò e dal proposto lor si sciolse. + + Di che ciascun di colpa fu compunto, + ma quei più che cagion fu del difetto; + però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!». + + Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto + non potero avanzar; quelli andò sotto, + e quei drizzò volando suso il petto: + + non altrimenti l’anitra di botto, + quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa, + ed ei ritorna sù crucciato e rotto. + + Irato Calcabrina de la buffa, + volando dietro li tenne, invaghito + che quei campasse per aver la zuffa; + + e come ’l barattier fu disparito, + così volse li artigli al suo compagno, + e fu con lui sopra ’l fosso ghermito. + + Ma l’altro fu bene sparvier grifagno + ad artigliar ben lui, e amendue + cadder nel mezzo del bogliente stagno. + + Lo caldo sghermitor sùbito fue; + ma però di levarsi era neente, + sì avieno inviscate l’ali sue. + + Barbariccia, con li altri suoi dolente, + quattro ne fé volar da l’altra costa + con tutt’ i raffi, e assai prestamente + + di qua, di là discesero a la posta; + porser li uncini verso li ’mpaniati, + ch’eran già cotti dentro da la crosta. + + E noi lasciammo lor così ’mpacciati. + + + + Inferno • Canto XXIII + + + Taciti, soli, sanza compagnia + n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, + come frati minor vanno per via. + + Vòlt’ era in su la favola d’Isopo + lo mio pensier per la presente rissa, + dov’ el parlò de la rana e del topo; + + ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ + che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia + principio e fine con la mente fissa. + + E come l’un pensier de l’altro scoppia, + così nacque di quello un altro poi, + che la prima paura mi fé doppia. + + Io pensava così: ‘Questi per noi + sono scherniti con danno e con beffa + sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. + + Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, + ei ne verranno dietro più crudeli + che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’. + + Già mi sentia tutti arricciar li peli + de la paura e stava in dietro intento, + quand’ io dissi: «Maestro, se non celi + + te e me tostamente, i’ ho pavento + d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; + io li ’magino sì, che già li sento». + + E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, + l’imagine di fuor tua non trarrei + più tosto a me, che quella dentro ’mpetro. + + Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, + con simile atto e con simile faccia, + sì che d’intrambi un sol consiglio fei. + + S’elli è che sì la destra costa giaccia, + che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, + noi fuggirem l’imaginata caccia». + + Già non compié di tal consiglio rendere, + ch’io li vidi venir con l’ali tese + non molto lungi, per volerne prendere. + + Lo duca mio di sùbito mi prese, + come la madre ch’al romore è desta + e vede presso a sé le fiamme accese, + + che prende il figlio e fugge e non s’arresta, + avendo più di lui che di sé cura, + tanto che solo una camiscia vesta; + + e giù dal collo de la ripa dura + supin si diede a la pendente roccia, + che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. + + Non corse mai sì tosto acqua per doccia + a volger ruota di molin terragno, + quand’ ella più verso le pale approccia, + + come ’l maestro mio per quel vivagno, + portandosene me sovra ’l suo petto, + come suo figlio, non come compagno. + + A pena fuoro i piè suoi giunti al letto + del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle + sovresso noi; ma non lì era sospetto: + + ché l’alta provedenza che lor volle + porre ministri de la fossa quinta, + poder di partirs’ indi a tutti tolle. + + Là giù trovammo una gente dipinta + che giva intorno assai con lenti passi, + piangendo e nel sembiante stanca e vinta. + + Elli avean cappe con cappucci bassi + dinanzi a li occhi, fatte de la taglia + che in Clugnì per li monaci fassi. + + Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; + ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, + che Federigo le mettea di paglia. + + Oh in etterno faticoso manto! + Noi ci volgemmo ancor pur a man manca + con loro insieme, intenti al tristo pianto; + + ma per lo peso quella gente stanca + venìa sì pian, che noi eravam nuovi + di compagnia ad ogne mover d’anca. + + Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi + alcun ch’al fatto o al nome si conosca, + e li occhi, sì andando, intorno movi». + + E un che ’ntese la parola tosca, + di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, + voi che correte sì per l’aura fosca! + + Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». + Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta, + e poi secondo il suo passo procedi». + + Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta + de l’animo, col viso, d’esser meco; + ma tardavali ’l carco e la via stretta. + + Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco + mi rimiraron sanza far parola; + poi si volsero in sé, e dicean seco: + + «Costui par vivo a l’atto de la gola; + e s’e’ son morti, per qual privilegio + vanno scoperti de la grave stola?». + + Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio + de l’ipocriti tristi se’ venuto, + dir chi tu se’ non avere in dispregio». + + E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto + sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, + e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. + + Ma voi chi siete, a cui tanto distilla + quant’ i’ veggio dolor giù per le guance? + e che pena è in voi che sì sfavilla?». + + E l’un rispuose a me: «Le cappe rance + son di piombo sì grosse, che li pesi + fan così cigolar le lor bilance. + + Frati godenti fummo, e bolognesi; + io Catalano e questi Loderingo + nomati, e da tua terra insieme presi + + come suole esser tolto un uom solingo, + per conservar sua pace; e fummo tali, + ch’ancor si pare intorno dal Gardingo». + + Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »; + ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse + un, crucifisso in terra con tre pali. + + Quando mi vide, tutto si distorse, + soffiando ne la barba con sospiri; + e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, + + mi disse: «Quel confitto che tu miri, + consigliò i Farisei che convenia + porre un uom per lo popolo a’ martìri. + + Attraversato è, nudo, ne la via, + come tu vedi, ed è mestier ch’el senta + qualunque passa, come pesa, pria. + + E a tal modo il socero si stenta + in questa fossa, e li altri dal concilio + che fu per li Giudei mala sementa». + + Allor vid’ io maravigliar Virgilio + sovra colui ch’era disteso in croce + tanto vilmente ne l’etterno essilio. + + Poscia drizzò al frate cotal voce: + «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci + s’a la man destra giace alcuna foce + + onde noi amendue possiamo uscirci, + sanza costrigner de li angeli neri + che vegnan d’esto fondo a dipartirci». + + Rispuose adunque: «Più che tu non speri + s’appressa un sasso che da la gran cerchia + si move e varca tutt’ i vallon feri, + + salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; + montar potrete su per la ruina, + che giace in costa e nel fondo soperchia». + + Lo duca stette un poco a testa china; + poi disse: «Mal contava la bisogna + colui che i peccator di qua uncina». + + E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna + del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ + ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna». + + Appresso il duca a gran passi sen gì, + turbato un poco d’ira nel sembiante; + ond’ io da li ’ncarcati mi parti’ + + dietro a le poste de le care piante. + + + + Inferno • Canto XXIV + + + In quella parte del giovanetto anno + che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra + e già le notti al mezzo dì sen vanno, + + quando la brina in su la terra assempra + l’imagine di sua sorella bianca, + ma poco dura a la sua penna tempra, + + lo villanello a cui la roba manca, + si leva, e guarda, e vede la campagna + biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca, + + ritorna in casa, e qua e là si lagna, + come ’l tapin che non sa che si faccia; + poi riede, e la speranza ringavagna, + + veggendo ’l mondo aver cangiata faccia + in poco d’ora, e prende suo vincastro + e fuor le pecorelle a pascer caccia. + + Così mi fece sbigottir lo mastro + quand’ io li vidi sì turbar la fronte, + e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; + + ché, come noi venimmo al guasto ponte, + lo duca a me si volse con quel piglio + dolce ch’io vidi prima a piè del monte. + + Le braccia aperse, dopo alcun consiglio + eletto seco riguardando prima + ben la ruina, e diedemi di piglio. + + E come quei ch’adopera ed estima, + che sempre par che ’nnanzi si proveggia, + così, levando me sù ver’ la cima + + d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia + dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; + ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». + + Non era via da vestito di cappa, + ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, + potavam sù montar di chiappa in chiappa. + + E se non fosse che da quel precinto + più che da l’altro era la costa corta, + non so di lui, ma io sarei ben vinto. + + Ma perché Malebolge inver’ la porta + del bassissimo pozzo tutta pende, + lo sito di ciascuna valle porta + + che l’una costa surge e l’altra scende; + noi pur venimmo al fine in su la punta + onde l’ultima pietra si scoscende. + + La lena m’era del polmon sì munta + quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, + anzi m’assisi ne la prima giunta. + + «Omai convien che tu così ti spoltre», + disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, + in fama non si vien, né sotto coltre; + + sanza la qual chi sua vita consuma, + cotal vestigio in terra di sé lascia, + qual fummo in aere e in acqua la schiuma. + + E però leva sù; vinci l’ambascia + con l’animo che vince ogne battaglia, + se col suo grave corpo non s’accascia. + + Più lunga scala convien che si saglia; + non basta da costoro esser partito. + Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». + + Leva’mi allor, mostrandomi fornito + meglio di lena ch’i’ non mi sentia, + e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». + + Su per lo scoglio prendemmo la via, + ch’era ronchioso, stretto e malagevole, + ed erto più assai che quel di pria. + + Parlando andava per non parer fievole; + onde una voce uscì de l’altro fosso, + a parole formar disconvenevole. + + Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso + fossi de l’arco già che varca quivi; + ma chi parlava ad ire parea mosso. + + Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi + non poteano ire al fondo per lo scuro; + per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi + + da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; + ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, + così giù veggio e neente affiguro». + + «Altra risposta», disse, «non ti rendo + se non lo far; ché la dimanda onesta + si de’ seguir con l’opera tacendo». + + Noi discendemmo il ponte da la testa + dove s’aggiugne con l’ottava ripa, + e poi mi fu la bolgia manifesta: + + e vidivi entro terribile stipa + di serpenti, e di sì diversa mena + che la memoria il sangue ancor mi scipa. + + Più non si vanti Libia con sua rena; + ché se chelidri, iaculi e faree + produce, e cencri con anfisibena, + + né tante pestilenzie né sì ree + mostrò già mai con tutta l’Etïopia + né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. + + Tra questa cruda e tristissima copia + corrëan genti nude e spaventate, + sanza sperar pertugio o elitropia: + + con serpi le man dietro avean legate; + quelle ficcavan per le ren la coda + e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. + + Ed ecco a un ch’era da nostra proda, + s’avventò un serpente che ’l trafisse + là dove ’l collo a le spalle s’annoda. + + Né O sì tosto mai né I si scrisse, + com’ el s’accese e arse, e cener tutto + convenne che cascando divenisse; + + e poi che fu a terra sì distrutto, + la polver si raccolse per sé stessa + e ’n quel medesmo ritornò di butto. + + Così per li gran savi si confessa + che la fenice more e poi rinasce, + quando al cinquecentesimo anno appressa; + + erba né biado in sua vita non pasce, + ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, + e nardo e mirra son l’ultime fasce. + + E qual è quel che cade, e non sa como, + per forza di demon ch’a terra il tira, + o d’altra oppilazion che lega l’omo, + + quando si leva, che ’ntorno si mira + tutto smarrito de la grande angoscia + ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: + + tal era ’l peccator levato poscia. + Oh potenza di Dio, quant’ è severa, + che cotai colpi per vendetta croscia! + + Lo duca il domandò poi chi ello era; + per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, + poco tempo è, in questa gola fiera. + + Vita bestial mi piacque e non umana, + sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci + bestia, e Pistoia mi fu degna tana». + + E ïo al duca: «Dilli che non mucci, + e domanda che colpa qua giù ’l pinse; + ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci». + + E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, + ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, + e di trista vergogna si dipinse; + + poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto + ne la miseria dove tu mi vedi, + che quando fui de l’altra vita tolto. + + Io non posso negar quel che tu chiedi; + in giù son messo tanto perch’ io fui + ladro a la sagrestia d’i belli arredi, + + e falsamente già fu apposto altrui. + Ma perché di tal vista tu non godi, + se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, + + apri li orecchi al mio annunzio, e odi. + Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; + poi Fiorenza rinova gente e modi. + + Tragge Marte vapor di Val di Magra + ch’è di torbidi nuvoli involuto; + e con tempesta impetüosa e agra + + sovra Campo Picen fia combattuto; + ond’ ei repente spezzerà la nebbia, + sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. + + E detto l’ho perché doler ti debbia!». + + + + Inferno • Canto XXV + + + Al fine de le sue parole il ladro + le mani alzò con amendue le fiche, + gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». + + Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, + perch’ una li s’avvolse allora al collo, + come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; + + e un’altra a le braccia, e rilegollo, + ribadendo sé stessa sì dinanzi, + che non potea con esse dare un crollo. + + Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi + d’incenerarti sì che più non duri, + poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? + + Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri + non vidi spirto in Dio tanto superbo, + non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. + + El si fuggì che non parlò più verbo; + e io vidi un centauro pien di rabbia + venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?». + + Maremma non cred’ io che tante n’abbia, + quante bisce elli avea su per la groppa + infin ove comincia nostra labbia. + + Sovra le spalle, dietro da la coppa, + con l’ali aperte li giacea un draco; + e quello affuoca qualunque s’intoppa. + + Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, + che, sotto ’l sasso di monte Aventino, + di sangue fece spesse volte laco. + + Non va co’ suoi fratei per un cammino, + per lo furto che frodolente fece + del grande armento ch’elli ebbe a vicino; + + onde cessar le sue opere biece + sotto la mazza d’Ercule, che forse + gliene diè cento, e non sentì le diece». + + Mentre che sì parlava, ed el trascorse, + e tre spiriti venner sotto noi, + de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse, + + se non quando gridar: «Chi siete voi?»; + per che nostra novella si ristette, + e intendemmo pur ad essi poi. + + Io non li conoscea; ma ei seguette, + come suol seguitar per alcun caso, + che l’un nomar un altro convenette, + + dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; + per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, + mi puosi ’l dito su dal mento al naso. + + Se tu se’ or, lettore, a creder lento + ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, + ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. + + Com’ io tenea levate in lor le ciglia, + e un serpente con sei piè si lancia + dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. + + Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia + e con li anterïor le braccia prese; + poi li addentò e l’una e l’altra guancia; + + li diretani a le cosce distese, + e miseli la coda tra ’mbedue + e dietro per le ren sù la ritese. + + Ellera abbarbicata mai non fue + ad alber sì, come l’orribil fiera + per l’altrui membra avviticchiò le sue. + + Poi s’appiccar, come di calda cera + fossero stati, e mischiar lor colore, + né l’un né l’altro già parea quel ch’era: + + come procede innanzi da l’ardore, + per lo papiro suso, un color bruno + che non è nero ancora e ’l bianco more. + + Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno + gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! + Vedi che già non se’ né due né uno». + + Già eran li due capi un divenuti, + quando n’apparver due figure miste + in una faccia, ov’ eran due perduti. + + Fersi le braccia due di quattro liste; + le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso + divenner membra che non fuor mai viste. + + Ogne primaio aspetto ivi era casso: + due e nessun l’imagine perversa + parea; e tal sen gio con lento passo. + + Come ’l ramarro sotto la gran fersa + dei dì canicular, cangiando sepe, + folgore par se la via attraversa, + + sì pareva, venendo verso l’epe + de li altri due, un serpentello acceso, + livido e nero come gran di pepe; + + e quella parte onde prima è preso + nostro alimento, a l’un di lor trafisse; + poi cadde giuso innanzi lui disteso. + + Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; + anzi, co’ piè fermati, sbadigliava + pur come sonno o febbre l’assalisse. + + Elli ’l serpente e quei lui riguardava; + l’un per la piaga e l’altro per la bocca + fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. + + Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca + del misero Sabello e di Nasidio, + e attenda a udir quel ch’or si scocca. + + Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, + ché se quello in serpente e quella in fonte + converte poetando, io non lo ’nvidio; + + ché due nature mai a fronte a fronte + non trasmutò sì ch’amendue le forme + a cambiar lor matera fosser pronte. + + Insieme si rispuosero a tai norme, + che ’l serpente la coda in forca fesse, + e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. + + Le gambe con le cosce seco stesse + s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura + non facea segno alcun che si paresse. + + Togliea la coda fessa la figura + che si perdeva là, e la sua pelle + si facea molle, e quella di là dura. + + Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, + e i due piè de la fiera, ch’eran corti, + tanto allungar quanto accorciavan quelle. + + Poscia li piè di rietro, insieme attorti, + diventaron lo membro che l’uom cela, + e ’l misero del suo n’avea due porti. + + Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela + di color novo, e genera ’l pel suso + per l’una parte e da l’altra il dipela, + + l’un si levò e l’altro cadde giuso, + non torcendo però le lucerne empie, + sotto le quai ciascun cambiava muso. + + Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, + e di troppa matera ch’in là venne + uscir li orecchi de le gote scempie; + + ciò che non corse in dietro e si ritenne + di quel soverchio, fé naso a la faccia + e le labbra ingrossò quanto convenne. + + Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, + e li orecchi ritira per la testa + come face le corna la lumaccia; + + e la lingua, ch’avëa unita e presta + prima a parlar, si fende, e la forcuta + ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. + + L’anima ch’era fiera divenuta, + suffolando si fugge per la valle, + e l’altro dietro a lui parlando sputa. + + Poscia li volse le novelle spalle, + e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, + com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle». + + Così vid’ io la settima zavorra + mutare e trasmutare; e qui mi scusi + la novità se fior la penna abborra. + + E avvegna che li occhi miei confusi + fossero alquanto e l’animo smagato, + non poter quei fuggirsi tanto chiusi, + + ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; + ed era quel che sol, di tre compagni + che venner prima, non era mutato; + + l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. + + + + Inferno • Canto XXVI + + + Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande + che per mare e per terra batti l’ali, + e per lo ’nferno tuo nome si spande! + + Tra li ladron trovai cinque cotali + tuoi cittadini onde mi ven vergogna, + e tu in grande orranza non ne sali. + + Ma se presso al mattin del ver si sogna, + tu sentirai, di qua da picciol tempo, + di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. + + E se già fosse, non saria per tempo. + Così foss’ ei, da che pur esser dee! + ché più mi graverà, com’ più m’attempo. + + Noi ci partimmo, e su per le scalee + che n’avea fatto iborni a scender pria, + rimontò ’l duca mio e trasse mee; + + e proseguendo la solinga via, + tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio + lo piè sanza la man non si spedia. + + Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio + quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, + e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, + + perché non corra che virtù nol guidi; + sì che, se stella bona o miglior cosa + m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. + + Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, + nel tempo che colui che ’l mondo schiara + la faccia sua a noi tien meno ascosa, + + come la mosca cede a la zanzara, + vede lucciole giù per la vallea, + forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: + + di tante fiamme tutta risplendea + l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi + tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. + + E qual colui che si vengiò con li orsi + vide ’l carro d’Elia al dipartire, + quando i cavalli al cielo erti levorsi, + + che nol potea sì con li occhi seguire, + ch’el vedesse altro che la fiamma sola, + sì come nuvoletta, in sù salire: + + tal si move ciascuna per la gola + del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, + e ogne fiamma un peccatore invola. + + Io stava sovra ’l ponte a veder surto, + sì che s’io non avessi un ronchion preso, + caduto sarei giù sanz’ esser urto. + + E ’l duca che mi vide tanto atteso, + disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; + catun si fascia di quel ch’elli è inceso». + + «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti + son io più certo; ma già m’era avviso + che così fosse, e già voleva dirti: + + chi è ’n quel foco che vien sì diviso + di sopra, che par surger de la pira + dov’ Eteòcle col fratel fu miso?». + + Rispuose a me: «Là dentro si martira + Ulisse e Dïomede, e così insieme + a la vendetta vanno come a l’ira; + + e dentro da la lor fiamma si geme + l’agguato del caval che fé la porta + onde uscì de’ Romani il gentil seme. + + Piangevisi entro l’arte per che, morta, + Deïdamìa ancor si duol d’Achille, + e del Palladio pena vi si porta». + + «S’ei posson dentro da quelle faville + parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego + e ripriego, che ’l priego vaglia mille, + + che non mi facci de l’attender niego + fin che la fiamma cornuta qua vegna; + vedi che del disio ver’ lei mi piego!». + + Ed elli a me: «La tua preghiera è degna + di molta loda, e io però l’accetto; + ma fa che la tua lingua si sostegna. + + Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto + ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, + perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto». + + Poi che la fiamma fu venuta quivi + dove parve al mio duca tempo e loco, + in questa forma lui parlare audivi: + + «O voi che siete due dentro ad un foco, + s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, + s’io meritai di voi assai o poco + + quando nel mondo li alti versi scrissi, + non vi movete; ma l’un di voi dica + dove, per lui, perduto a morir gissi». + + Lo maggior corno de la fiamma antica + cominciò a crollarsi mormorando, + pur come quella cui vento affatica; + + indi la cima qua e là menando, + come fosse la lingua che parlasse, + gittò voce di fuori e disse: «Quando + + mi diparti’ da Circe, che sottrasse + me più d’un anno là presso a Gaeta, + prima che sì Enëa la nomasse, + + né dolcezza di figlio, né la pieta + del vecchio padre, né ’l debito amore + lo qual dovea Penelopè far lieta, + + vincer potero dentro a me l’ardore + ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto + e de li vizi umani e del valore; + + ma misi me per l’alto mare aperto + sol con un legno e con quella compagna + picciola da la qual non fui diserto. + + L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, + fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, + e l’altre che quel mare intorno bagna. + + Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi + quando venimmo a quella foce stretta + dov’ Ercule segnò li suoi riguardi + + acciò che l’uom più oltre non si metta; + da la man destra mi lasciai Sibilia, + da l’altra già m’avea lasciata Setta. + + “O frati”, dissi “che per cento milia + perigli siete giunti a l’occidente, + a questa tanto picciola vigilia + + d’i nostri sensi ch’è del rimanente + non vogliate negar l’esperïenza, + di retro al sol, del mondo sanza gente. + + Considerate la vostra semenza: + fatti non foste a viver come bruti, + ma per seguir virtute e canoscenza”. + + Li miei compagni fec’ io sì aguti, + con questa orazion picciola, al cammino, + che a pena poscia li avrei ritenuti; + + e volta nostra poppa nel mattino, + de’ remi facemmo ali al folle volo, + sempre acquistando dal lato mancino. + + Tutte le stelle già de l’altro polo + vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, + che non surgëa fuor del marin suolo. + + Cinque volte racceso e tante casso + lo lume era di sotto da la luna, + poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, + + quando n’apparve una montagna, bruna + per la distanza, e parvemi alta tanto + quanto veduta non avëa alcuna. + + Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; + ché de la nova terra un turbo nacque + e percosse del legno il primo canto. + + Tre volte il fé girar con tutte l’acque; + a la quarta levar la poppa in suso + e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, + + infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». + + + + Inferno • Canto XXVII + + + Già era dritta in sù la fiamma e queta + per non dir più, e già da noi sen gia + con la licenza del dolce poeta, + + quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, + ne fece volger li occhi a la sua cima + per un confuso suon che fuor n’uscia. + + Come ’l bue cicilian che mugghiò prima + col pianto di colui, e ciò fu dritto, + che l’avea temperato con sua lima, + + mugghiava con la voce de l’afflitto, + sì che, con tutto che fosse di rame, + pur el pareva dal dolor trafitto; + + così, per non aver via né forame + dal principio nel foco, in suo linguaggio + si convertïan le parole grame. + + Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio + su per la punta, dandole quel guizzo + che dato avea la lingua in lor passaggio, + + udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo + la voce e che parlavi mo lombardo, + dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, + + perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, + non t’incresca restare a parlar meco; + vedi che non incresce a me, e ardo! + + Se tu pur mo in questo mondo cieco + caduto se’ di quella dolce terra + latina ond’ io mia colpa tutta reco, + + dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; + ch’io fui d’i monti là intra Orbino + e ’l giogo di che Tever si diserra». + + Io era in giuso ancora attento e chino, + quando il mio duca mi tentò di costa, + dicendo: «Parla tu; questi è latino». + + E io, ch’avea già pronta la risposta, + sanza indugio a parlare incominciai: + «O anima che se’ là giù nascosta, + + Romagna tua non è, e non fu mai, + sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; + ma ’n palese nessuna or vi lasciai. + + Ravenna sta come stata è molt’ anni: + l’aguglia da Polenta la si cova, + sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. + + La terra che fé già la lunga prova + e di Franceschi sanguinoso mucchio, + sotto le branche verdi si ritrova. + + E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, + che fecer di Montagna il mal governo, + là dove soglion fan d’i denti succhio. + + Le città di Lamone e di Santerno + conduce il lïoncel dal nido bianco, + che muta parte da la state al verno. + + E quella cu’ il Savio bagna il fianco, + così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte, + tra tirannia si vive e stato franco. + + Ora chi se’, ti priego che ne conte; + non esser duro più ch’altri sia stato, + se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». + + Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato + al modo suo, l’aguta punta mosse + di qua, di là, e poi diè cotal fiato: + + «S’i’ credesse che mia risposta fosse + a persona che mai tornasse al mondo, + questa fiamma staria sanza più scosse; + + ma però che già mai di questo fondo + non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, + sanza tema d’infamia ti rispondo. + + Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, + credendomi, sì cinto, fare ammenda; + e certo il creder mio venìa intero, + + se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, + che mi rimise ne le prime colpe; + e come e quare, voglio che m’intenda. + + Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe + che la madre mi diè, l’opere mie + non furon leonine, ma di volpe. + + Li accorgimenti e le coperte vie + io seppi tutte, e sì menai lor arte, + ch’al fine de la terra il suono uscie. + + Quando mi vidi giunto in quella parte + di mia etade ove ciascun dovrebbe + calar le vele e raccoglier le sarte, + + ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, + e pentuto e confesso mi rendei; + ahi miser lasso! e giovato sarebbe. + + Lo principe d’i novi Farisei, + avendo guerra presso a Laterano, + e non con Saracin né con Giudei, + + ché ciascun suo nimico era cristiano, + e nessun era stato a vincer Acri + né mercatante in terra di Soldano, + + né sommo officio né ordini sacri + guardò in sé, né in me quel capestro + che solea fare i suoi cinti più macri. + + Ma come Costantin chiese Silvestro + d’entro Siratti a guerir de la lebbre, + così mi chiese questi per maestro + + a guerir de la sua superba febbre; + domandommi consiglio, e io tacetti + perché le sue parole parver ebbre. + + E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; + finor t’assolvo, e tu m’insegna fare + sì come Penestrino in terra getti. + + Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, + come tu sai; però son due le chiavi + che ’l mio antecessor non ebbe care”. + + Allor mi pinser li argomenti gravi + là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, + e dissi: “Padre, da che tu mi lavi + + di quel peccato ov’ io mo cader deggio, + lunga promessa con l’attender corto + ti farà trïunfar ne l’alto seggio”. + + Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, + per me; ma un d’i neri cherubini + li disse: “Non portar: non mi far torto. + + Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini + perché diede ’l consiglio frodolente, + dal quale in qua stato li sono a’ crini; + + ch’assolver non si può chi non si pente, + né pentere e volere insieme puossi + per la contradizion che nol consente”. + + Oh me dolente! come mi riscossi + quando mi prese dicendomi: “Forse + tu non pensavi ch’io löico fossi!”. + + A Minòs mi portò; e quelli attorse + otto volte la coda al dosso duro; + e poi che per gran rabbia la si morse, + + disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; + per ch’io là dove vedi son perduto, + e sì vestito, andando, mi rancuro». + + Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, + la fiamma dolorando si partio, + torcendo e dibattendo ’l corno aguto. + + Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, + su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco + che cuopre ’l fosso in che si paga il fio + + a quei che scommettendo acquistan carco. + + + + Inferno • Canto XXVIII + + + Chi poria mai pur con parole sciolte + dicer del sangue e de le piaghe a pieno + ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? + + Ogne lingua per certo verria meno + per lo nostro sermone e per la mente + c’hanno a tanto comprender poco seno. + + S’el s’aunasse ancor tutta la gente + che già, in su la fortunata terra + di Puglia, fu del suo sangue dolente + + per li Troiani e per la lunga guerra + che de l’anella fé sì alte spoglie, + come Livïo scrive, che non erra, + + con quella che sentio di colpi doglie + per contastare a Ruberto Guiscardo; + e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie + + a Ceperan, là dove fu bugiardo + ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, + dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo; + + e qual forato suo membro e qual mozzo + mostrasse, d’aequar sarebbe nulla + il modo de la nona bolgia sozzo. + + Già veggia, per mezzul perdere o lulla, + com’ io vidi un, così non si pertugia, + rotto dal mento infin dove si trulla. + + Tra le gambe pendevan le minugia; + la corata pareva e ’l tristo sacco + che merda fa di quel che si trangugia. + + Mentre che tutto in lui veder m’attacco, + guardommi e con le man s’aperse il petto, + dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco! + + vedi come storpiato è Mäometto! + Dinanzi a me sen va piangendo Alì, + fesso nel volto dal mento al ciuffetto. + + E tutti li altri che tu vedi qui, + seminator di scandalo e di scisma + fuor vivi, e però son fessi così. + + Un diavolo è qua dietro che n’accisma + sì crudelmente, al taglio de la spada + rimettendo ciascun di questa risma, + + quand’ avem volta la dolente strada; + però che le ferite son richiuse + prima ch’altri dinanzi li rivada. + + Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, + forse per indugiar d’ire a la pena + ch’è giudicata in su le tue accuse?». + + «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», + rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo; + ma per dar lui esperïenza piena, + + a me, che morto son, convien menarlo + per lo ’nferno qua giù di giro in giro; + e quest’ è ver così com’ io ti parlo». + + Più fuor di cento che, quando l’udiro, + s’arrestaron nel fosso a riguardarmi + per maraviglia, oblïando il martiro. + + «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, + tu che forse vedra’ il sole in breve, + s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, + + sì di vivanda, che stretta di neve + non rechi la vittoria al Noarese, + ch’altrimenti acquistar non saria leve». + + Poi che l’un piè per girsene sospese, + Mäometto mi disse esta parola; + indi a partirsi in terra lo distese. + + Un altro, che forata avea la gola + e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, + e non avea mai ch’una orecchia sola, + + ristato a riguardar per maraviglia + con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, + ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, + + e disse: «O tu cui colpa non condanna + e cu’ io vidi su in terra latina, + se troppa simiglianza non m’inganna, + + rimembriti di Pier da Medicina, + se mai torni a veder lo dolce piano + che da Vercelli a Marcabò dichina. + + E fa saper a’ due miglior da Fano, + a messer Guido e anco ad Angiolello, + che, se l’antiveder qui non è vano, + + gittati saran fuor di lor vasello + e mazzerati presso a la Cattolica + per tradimento d’un tiranno fello. + + Tra l’isola di Cipri e di Maiolica + non vide mai sì gran fallo Nettuno, + non da pirate, non da gente argolica. + + Quel traditor che vede pur con l’uno, + e tien la terra che tale qui meco + vorrebbe di vedere esser digiuno, + + farà venirli a parlamento seco; + poi farà sì, ch’al vento di Focara + non sarà lor mestier voto né preco». + + E io a lui: «Dimostrami e dichiara, + se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, + chi è colui da la veduta amara». + + Allor puose la mano a la mascella + d’un suo compagno e la bocca li aperse, + gridando: «Questi è desso, e non favella. + + Questi, scacciato, il dubitar sommerse + in Cesare, affermando che ’l fornito + sempre con danno l’attender sofferse». + + Oh quanto mi pareva sbigottito + con la lingua tagliata ne la strozza + Curïo, ch’a dir fu così ardito! + + E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, + levando i moncherin per l’aura fosca, + sì che ’l sangue facea la faccia sozza, + + gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, + che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, + che fu mal seme per la gente tosca». + + E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; + per ch’elli, accumulando duol con duolo, + sen gio come persona trista e matta. + + Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, + e vidi cosa ch’io avrei paura, + sanza più prova, di contarla solo; + + se non che coscïenza m’assicura, + la buona compagnia che l’uom francheggia + sotto l’asbergo del sentirsi pura. + + Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, + un busto sanza capo andar sì come + andavan li altri de la trista greggia; + + e ’l capo tronco tenea per le chiome, + pesol con mano a guisa di lanterna: + e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». + + Di sé facea a sé stesso lucerna, + ed eran due in uno e uno in due; + com’ esser può, quei sa che sì governa. + + Quando diritto al piè del ponte fue, + levò ’l braccio alto con tutta la testa + per appressarne le parole sue, + + che fuoro: «Or vedi la pena molesta, + tu che, spirando, vai veggendo i morti: + vedi s’alcuna è grande come questa. + + E perché tu di me novella porti, + sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli + che diedi al re giovane i ma’ conforti. + + Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; + Achitofèl non fé più d’Absalone + e di Davìd coi malvagi punzelli. + + Perch’ io parti’ così giunte persone, + partito porto il mio cerebro, lasso!, + dal suo principio ch’è in questo troncone. + + Così s’osserva in me lo contrapasso». + + + + Inferno • Canto XXIX + + + La molta gente e le diverse piaghe + avean le luci mie sì inebrïate, + che de lo stare a piangere eran vaghe. + + Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? + perché la vista tua pur si soffolge + là giù tra l’ombre triste smozzicate? + + Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; + pensa, se tu annoverar le credi, + che miglia ventidue la valle volge. + + E già la luna è sotto i nostri piedi; + lo tempo è poco omai che n’è concesso, + e altro è da veder che tu non vedi». + + «Se tu avessi», rispuos’ io appresso, + «atteso a la cagion per ch’io guardava, + forse m’avresti ancor lo star dimesso». + + Parte sen giva, e io retro li andava, + lo duca, già faccendo la risposta, + e soggiugnendo: «Dentro a quella cava + + dov’ io tenea or li occhi sì a posta, + credo ch’un spirto del mio sangue pianga + la colpa che là giù cotanto costa». + + Allor disse ’l maestro: «Non si franga + lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello. + Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; + + ch’io vidi lui a piè del ponticello + mostrarti e minacciar forte col dito, + e udi’ ’l nominar Geri del Bello. + + Tu eri allor sì del tutto impedito + sovra colui che già tenne Altaforte, + che non guardasti in là, sì fu partito». + + «O duca mio, la vïolenta morte + che non li è vendicata ancor», diss’ io, + «per alcun che de l’onta sia consorte, + + fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio + sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo: + e in ciò m’ha el fatto a sé più pio». + + Così parlammo infino al loco primo + che de lo scoglio l’altra valle mostra, + se più lume vi fosse, tutto ad imo. + + Quando noi fummo sor l’ultima chiostra + di Malebolge, sì che i suoi conversi + potean parere a la veduta nostra, + + lamenti saettaron me diversi, + che di pietà ferrati avean li strali; + ond’ io li orecchi con le man copersi. + + Qual dolor fora, se de li spedali + di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre + e di Maremma e di Sardigna i mali + + fossero in una fossa tutti ’nsembre, + tal era quivi, e tal puzzo n’usciva + qual suol venir de le marcite membre. + + Noi discendemmo in su l’ultima riva + del lungo scoglio, pur da man sinistra; + e allor fu la mia vista più viva + + giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra + de l’alto Sire infallibil giustizia + punisce i falsador che qui registra. + + Non credo ch’a veder maggior tristizia + fosse in Egina il popol tutto infermo, + quando fu l’aere sì pien di malizia, + + che li animali, infino al picciol vermo, + cascaron tutti, e poi le genti antiche, + secondo che i poeti hanno per fermo, + + si ristorar di seme di formiche; + ch’era a veder per quella oscura valle + languir li spirti per diverse biche. + + Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle + l’un de l’altro giacea, e qual carpone + si trasmutava per lo tristo calle. + + Passo passo andavam sanza sermone, + guardando e ascoltando li ammalati, + che non potean levar le lor persone. + + Io vidi due sedere a sé poggiati, + com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia, + dal capo al piè di schianze macolati; + + e non vidi già mai menare stregghia + a ragazzo aspettato dal segnorso, + né a colui che mal volontier vegghia, + + come ciascun menava spesso il morso + de l’unghie sopra sé per la gran rabbia + del pizzicor, che non ha più soccorso; + + e sì traevan giù l’unghie la scabbia, + come coltel di scardova le scaglie + o d’altro pesce che più larghe l’abbia. + + «O tu che con le dita ti dismaglie», + cominciò ’l duca mio a l’un di loro, + «e che fai d’esse talvolta tanaglie, + + dinne s’alcun Latino è tra costoro + che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti + etternalmente a cotesto lavoro». + + «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti + qui ambedue», rispuose l’un piangendo; + «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?». + + E ’l duca disse: «I’ son un che discendo + con questo vivo giù di balzo in balzo, + e di mostrar lo ’nferno a lui intendo». + + Allor si ruppe lo comun rincalzo; + e tremando ciascuno a me si volse + con altri che l’udiron di rimbalzo. + + Lo buon maestro a me tutto s’accolse, + dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; + e io incominciai, poscia ch’ei volse: + + «Se la vostra memoria non s’imboli + nel primo mondo da l’umane menti, + ma s’ella viva sotto molti soli, + + ditemi chi voi siete e di che genti; + la vostra sconcia e fastidiosa pena + di palesarvi a me non vi spaventi». + + «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», + rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; + ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. + + Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: + “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; + e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, + + volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo + perch’ io nol feci Dedalo, mi fece + ardere a tal che l’avea per figliuolo. + + Ma ne l’ultima bolgia de le diece + me per l’alchìmia che nel mondo usai + dannò Minòs, a cui fallar non lece». + + E io dissi al poeta: «Or fu già mai + gente sì vana come la sanese? + Certo non la francesca sì d’assai!». + + Onde l’altro lebbroso, che m’intese, + rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca + che seppe far le temperate spese, + + e Niccolò che la costuma ricca + del garofano prima discoverse + ne l’orto dove tal seme s’appicca; + + e tra’ne la brigata in che disperse + Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, + e l’Abbagliato suo senno proferse. + + Ma perché sappi chi sì ti seconda + contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, + sì che la faccia mia ben ti risponda: + + sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, + che falsai li metalli con l’alchìmia; + e te dee ricordar, se ben t’adocchio, + + com’ io fui di natura buona scimia». + + + + Inferno • Canto XXX + + + Nel tempo che Iunone era crucciata + per Semelè contra ’l sangue tebano, + come mostrò una e altra fïata, + + Atamante divenne tanto insano, + che veggendo la moglie con due figli + andar carcata da ciascuna mano, + + gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli + la leonessa e ’ leoncini al varco»; + e poi distese i dispietati artigli, + + prendendo l’un ch’avea nome Learco, + e rotollo e percosselo ad un sasso; + e quella s’annegò con l’altro carco. + + E quando la fortuna volse in basso + l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, + sì che ’nsieme col regno il re fu casso, + + Ecuba trista, misera e cattiva, + poscia che vide Polissena morta, + e del suo Polidoro in su la riva + + del mar si fu la dolorosa accorta, + forsennata latrò sì come cane; + tanto il dolor le fé la mente torta. + + Ma né di Tebe furie né troiane + si vider mäi in alcun tanto crude, + non punger bestie, nonché membra umane, + + quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, + che mordendo correvan di quel modo + che ’l porco quando del porcil si schiude. + + L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo + del collo l’assannò, sì che, tirando, + grattar li fece il ventre al fondo sodo. + + E l’Aretin che rimase, tremando + mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, + e va rabbioso altrui così conciando». + + «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi + li denti a dosso, non ti sia fatica + a dir chi è, pria che di qui si spicchi». + + Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica + di Mirra scellerata, che divenne + al padre, fuor del dritto amore, amica. + + Questa a peccar con esso così venne, + falsificando sé in altrui forma, + come l’altro che là sen va, sostenne, + + per guadagnar la donna de la torma, + falsificare in sé Buoso Donati, + testando e dando al testamento norma». + + E poi che i due rabbiosi fuor passati + sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, + rivolsilo a guardar li altri mal nati. + + Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, + pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia + tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. + + La grave idropesì, che sì dispaia + le membra con l’omor che mal converte, + che ’l viso non risponde a la ventraia, + + faceva lui tener le labbra aperte + come l’etico fa, che per la sete + l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte. + + «O voi che sanz’ alcuna pena siete, + e non so io perché, nel mondo gramo», + diss’ elli a noi, «guardate e attendete + + a la miseria del maestro Adamo; + io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, + e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. + + Li ruscelletti che d’i verdi colli + del Casentin discendon giuso in Arno, + faccendo i lor canali freddi e molli, + + sempre mi stanno innanzi, e non indarno, + ché l’imagine lor vie più m’asciuga + che ’l male ond’ io nel volto mi discarno. + + La rigida giustizia che mi fruga + tragge cagion del loco ov’ io peccai + a metter più li miei sospiri in fuga. + + Ivi è Romena, là dov’ io falsai + la lega suggellata del Batista; + per ch’io il corpo sù arso lasciai. + + Ma s’io vedessi qui l’anima trista + di Guido o d’Alessandro o di lor frate, + per Fonte Branda non darei la vista. + + Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate + ombre che vanno intorno dicon vero; + ma che mi val, c’ho le membra legate? + + S’io fossi pur di tanto ancor leggero + ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia, + io sarei messo già per lo sentiero, + + cercando lui tra questa gente sconcia, + con tutto ch’ella volge undici miglia, + e men d’un mezzo di traverso non ci ha. + + Io son per lor tra sì fatta famiglia; + e’ m’indussero a batter li fiorini + ch’avevan tre carati di mondiglia». + + E io a lui: «Chi son li due tapini + che fumman come man bagnate ’l verno, + giacendo stretti a’ tuoi destri confini?». + + «Qui li trovai—e poi volta non dierno—», + rispuose, «quando piovvi in questo greppo, + e non credo che dieno in sempiterno. + + L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; + l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia: + per febbre aguta gittan tanto leppo». + + E l’un di lor, che si recò a noia + forse d’esser nomato sì oscuro, + col pugno li percosse l’epa croia. + + Quella sonò come fosse un tamburo; + e mastro Adamo li percosse il volto + col braccio suo, che non parve men duro, + + dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto + lo muover per le membra che son gravi, + ho io il braccio a tal mestiere sciolto». + + Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi + al fuoco, non l’avei tu così presto; + ma sì e più l’avei quando coniavi». + + E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: + ma tu non fosti sì ver testimonio + là ’ve del ver fosti a Troia richesto». + + «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», + disse Sinon; «e son qui per un fallo, + e tu per più ch’alcun altro demonio!». + + «Ricorditi, spergiuro, del cavallo», + rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; + «e sieti reo che tutto il mondo sallo!». + + «E te sia rea la sete onde ti crepa», + disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia + che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!». + + Allora il monetier: «Così si squarcia + la bocca tua per tuo mal come suole; + ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, + + tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, + e per leccar lo specchio di Narcisso, + non vorresti a ’nvitar molte parole». + + Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, + quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira, + che per poco che teco non mi risso!». + + Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, + volsimi verso lui con tal vergogna, + ch’ancor per la memoria mi si gira. + + Qual è colui che suo dannaggio sogna, + che sognando desidera sognare, + sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, + + tal mi fec’ io, non possendo parlare, + che disïava scusarmi, e scusava + me tuttavia, e nol mi credea fare. + + «Maggior difetto men vergogna lava», + disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato; + però d’ogne trestizia ti disgrava. + + E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, + se più avvien che fortuna t’accoglia + dove sien genti in simigliante piato: + + ché voler ciò udire è bassa voglia». + + + + Inferno • Canto XXXI + + + Una medesma lingua pria mi morse, + sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, + e poi la medicina mi riporse; + + così od’ io che solea far la lancia + d’Achille e del suo padre esser cagione + prima di trista e poi di buona mancia. + + Noi demmo il dosso al misero vallone + su per la ripa che ’l cinge dintorno, + attraversando sanza alcun sermone. + + Quiv’ era men che notte e men che giorno, + sì che ’l viso m’andava innanzi poco; + ma io senti’ sonare un alto corno, + + tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, + che, contra sé la sua via seguitando, + dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. + + Dopo la dolorosa rotta, quando + Carlo Magno perdé la santa gesta, + non sonò sì terribilmente Orlando. + + Poco portäi in là volta la testa, + che me parve veder molte alte torri; + ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?». + + Ed elli a me: «Però che tu trascorri + per le tenebre troppo da la lungi, + avvien che poi nel maginare abborri. + + Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, + quanto ’l senso s’inganna di lontano; + però alquanto più te stesso pungi». + + Poi caramente mi prese per mano + e disse: «Pria che noi siam più avanti, + acciò che ’l fatto men ti paia strano, + + sappi che non son torri, ma giganti, + e son nel pozzo intorno da la ripa + da l’umbilico in giuso tutti quanti». + + Come quando la nebbia si dissipa, + lo sguardo a poco a poco raffigura + ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, + + così forando l’aura grossa e scura, + più e più appressando ver’ la sponda, + fuggiemi errore e cresciemi paura; + + però che, come su la cerchia tonda + Montereggion di torri si corona, + così la proda che ’l pozzo circonda + + torreggiavan di mezza la persona + li orribili giganti, cui minaccia + Giove del cielo ancora quando tuona. + + E io scorgeva già d’alcun la faccia, + le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, + e per le coste giù ambo le braccia. + + Natura certo, quando lasciò l’arte + di sì fatti animali, assai fé bene + per tòrre tali essecutori a Marte. + + E s’ella d’elefanti e di balene + non si pente, chi guarda sottilmente, + più giusta e più discreta la ne tene; + + ché dove l’argomento de la mente + s’aggiugne al mal volere e a la possa, + nessun riparo vi può far la gente. + + La faccia sua mi parea lunga e grossa + come la pina di San Pietro a Roma, + e a sua proporzione eran l’altre ossa; + + sì che la ripa, ch’era perizoma + dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto + di sovra, che di giugnere a la chioma + + tre Frison s’averien dato mal vanto; + però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi + dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. + + «Raphèl maì amècche zabì almi», + cominciò a gridar la fiera bocca, + cui non si convenia più dolci salmi. + + E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, + tienti col corno, e con quel ti disfoga + quand’ ira o altra passïon ti tocca! + + Cércati al collo, e troverai la soga + che ’l tien legato, o anima confusa, + e vedi lui che ’l gran petto ti doga». + + Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; + questi è Nembrotto per lo cui mal coto + pur un linguaggio nel mondo non s’usa. + + Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; + ché così è a lui ciascun linguaggio + come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». + + Facemmo adunque più lungo vïaggio, + vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro + trovammo l’altro assai più fero e maggio. + + A cigner lui qual che fosse ’l maestro, + non so io dir, ma el tenea soccinto + dinanzi l’altro e dietro il braccio destro + + d’una catena che ’l tenea avvinto + dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto + si ravvolgëa infino al giro quinto. + + «Questo superbo volle esser esperto + di sua potenza contra ’l sommo Giove», + disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto. + + Fïalte ha nome, e fece le gran prove + quando i giganti fer paura a’ dèi; + le braccia ch’el menò, già mai non move». + + E io a lui: «S’esser puote, io vorrei + che de lo smisurato Brïareo + esperïenza avesser li occhi mei». + + Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo + presso di qui che parla ed è disciolto, + che ne porrà nel fondo d’ogne reo. + + Quel che tu vuo’ veder, più là è molto + ed è legato e fatto come questo, + salvo che più feroce par nel volto». + + Non fu tremoto già tanto rubesto, + che scotesse una torre così forte, + come Fïalte a scuotersi fu presto. + + Allor temett’ io più che mai la morte, + e non v’era mestier più che la dotta, + s’io non avessi viste le ritorte. + + Noi procedemmo più avante allotta, + e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, + sanza la testa, uscia fuor de la grotta. + + «O tu che ne la fortunata valle + che fece Scipïon di gloria reda, + quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle, + + recasti già mille leon per preda, + e che, se fossi stato a l’alta guerra + de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda + + ch’avrebber vinto i figli de la terra: + mettine giù, e non ten vegna schifo, + dove Cocito la freddura serra. + + Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: + questi può dar di quel che qui si brama; + però ti china e non torcer lo grifo. + + Ancor ti può nel mondo render fama, + ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta + se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». + + Così disse ’l maestro; e quelli in fretta + le man distese, e prese ’l duca mio, + ond’ Ercule sentì già grande stretta. + + Virgilio, quando prender si sentio, + disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; + poi fece sì ch’un fascio era elli e io. + + Qual pare a riguardar la Carisenda + sotto ’l chinato, quando un nuvol vada + sovr’ essa sì, ched ella incontro penda: + + tal parve Antëo a me che stava a bada + di vederlo chinare, e fu tal ora + ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. + + Ma lievemente al fondo che divora + Lucifero con Giuda, ci sposò; + né, sì chinato, lì fece dimora, + + e come albero in nave si levò. + + + + Inferno • Canto XXXII + + + S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, + come si converrebbe al tristo buco + sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, + + io premerei di mio concetto il suco + più pienamente; ma perch’ io non l’abbo, + non sanza tema a dicer mi conduco; + + ché non è impresa da pigliare a gabbo + discriver fondo a tutto l’universo, + né da lingua che chiami mamma o babbo. + + Ma quelle donne aiutino il mio verso + ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe, + sì che dal fatto il dir non sia diverso. + + Oh sovra tutte mal creata plebe + che stai nel loco onde parlare è duro, + mei foste state qui pecore o zebe! + + Come noi fummo giù nel pozzo scuro + sotto i piè del gigante assai più bassi, + e io mirava ancora a l’alto muro, + + dicere udi’mi: «Guarda come passi: + va sì, che tu non calchi con le piante + le teste de’ fratei miseri lassi». + + Per ch’io mi volsi, e vidimi davante + e sotto i piedi un lago che per gelo + avea di vetro e non d’acqua sembiante. + + Non fece al corso suo sì grosso velo + di verno la Danoia in Osterlicchi, + né Tanaï là sotto ’l freddo cielo, + + com’ era quivi; che se Tambernicchi + vi fosse sù caduto, o Pietrapana, + non avria pur da l’orlo fatto cricchi. + + E come a gracidar si sta la rana + col muso fuor de l’acqua, quando sogna + di spigolar sovente la villana, + + livide, insin là dove appar vergogna + eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, + mettendo i denti in nota di cicogna. + + Ognuna in giù tenea volta la faccia; + da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo + tra lor testimonianza si procaccia. + + Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, + volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, + che ’l pel del capo avieno insieme misto. + + «Ditemi, voi che sì strignete i petti», + diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; + e poi ch’ebber li visi a me eretti, + + li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, + gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse + le lagrime tra essi e riserrolli. + + Con legno legno spranga mai non cinse + forte così; ond’ ei come due becchi + cozzaro insieme, tanta ira li vinse. + + E un ch’avea perduti ambo li orecchi + per la freddura, pur col viso in giùe, + disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? + + Se vuoi saper chi son cotesti due, + la valle onde Bisenzo si dichina + del padre loro Alberto e di lor fue. + + D’un corpo usciro; e tutta la Caina + potrai cercare, e non troverai ombra + degna più d’esser fitta in gelatina: + + non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra + con esso un colpo per la man d’Artù; + non Focaccia; non questi che m’ingombra + + col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, + e fu nomato Sassol Mascheroni; + se tosco se’, ben sai omai chi fu. + + E perché non mi metti in più sermoni, + sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; + e aspetto Carlin che mi scagioni». + + Poscia vid’ io mille visi cagnazzi + fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, + e verrà sempre, de’ gelati guazzi. + + E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo + al quale ogne gravezza si rauna, + e io tremava ne l’etterno rezzo; + + se voler fu o destino o fortuna, + non so; ma, passeggiando tra le teste, + forte percossi ’l piè nel viso ad una. + + Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? + se tu non vieni a crescer la vendetta + di Montaperti, perché mi moleste?». + + E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, + sì ch’io esca d’un dubbio per costui; + poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». + + Lo duca stette, e io dissi a colui + che bestemmiava duramente ancora: + «Qual se’ tu che così rampogni altrui?». + + «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, + percotendo», rispuose, «altrui le gote, + sì che, se fossi vivo, troppo fora?». + + «Vivo son io, e caro esser ti puote», + fu mia risposta, «se dimandi fama, + ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». + + Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. + Lèvati quinci e non mi dar più lagna, + ché mal sai lusingar per questa lama!». + + Allor lo presi per la cuticagna + e dissi: «El converrà che tu ti nomi, + o che capel qui sù non ti rimagna». + + Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, + né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, + se mille fiate in sul capo mi tomi». + + Io avea già i capelli in mano avvolti, + e tratti glien’ avea più d’una ciocca, + latrando lui con li occhi in giù raccolti, + + quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? + non ti basta sonar con le mascelle, + se tu non latri? qual diavol ti tocca?». + + «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, + malvagio traditor; ch’a la tua onta + io porterò di te vere novelle». + + «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; + ma non tacer, se tu di qua entro eschi, + di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. + + El piange qui l’argento de’ Franceschi: + “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera + là dove i peccatori stanno freschi”. + + Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, + tu hai dallato quel di Beccheria + di cui segò Fiorenza la gorgiera. + + Gianni de’ Soldanier credo che sia + più là con Ganellone e Tebaldello, + ch’aprì Faenza quando si dormia». + + Noi eravam partiti già da ello, + ch’io vidi due ghiacciati in una buca, + sì che l’un capo a l’altro era cappello; + + e come ’l pan per fame si manduca, + così ’l sovran li denti a l’altro pose + là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: + + non altrimenti Tidëo si rose + le tempie a Menalippo per disdegno, + che quei faceva il teschio e l’altre cose. + + «O tu che mostri per sì bestial segno + odio sovra colui che tu ti mangi, + dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno, + + che se tu a ragion di lui ti piangi, + sappiendo chi voi siete e la sua pecca, + nel mondo suso ancora io te ne cangi, + + se quella con ch’io parlo non si secca». + + + + Inferno • Canto XXXIII + + + La bocca sollevò dal fiero pasto + quel peccator, forbendola a’ capelli + del capo ch’elli avea di retro guasto. + + Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli + disperato dolor che ’l cor mi preme + già pur pensando, pria ch’io ne favelli. + + Ma se le mie parole esser dien seme + che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, + parlar e lagrimar vedrai insieme. + + Io non so chi tu se’ né per che modo + venuto se’ qua giù; ma fiorentino + mi sembri veramente quand’ io t’odo. + + Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, + e questi è l’arcivescovo Ruggieri: + or ti dirò perché i son tal vicino. + + Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, + fidandomi di lui, io fossi preso + e poscia morto, dir non è mestieri; + + però quel che non puoi avere inteso, + cioè come la morte mia fu cruda, + udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. + + Breve pertugio dentro da la Muda, + la qual per me ha ’l titol de la fame, + e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, + + m’avea mostrato per lo suo forame + più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno + che del futuro mi squarciò ’l velame. + + Questi pareva a me maestro e donno, + cacciando il lupo e ’ lupicini al monte + per che i Pisan veder Lucca non ponno. + + Con cagne magre, studïose e conte + Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi + s’avea messi dinanzi da la fronte. + + In picciol corso mi parieno stanchi + lo padre e ’ figli, e con l’agute scane + mi parea lor veder fender li fianchi. + + Quando fui desto innanzi la dimane, + pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli + ch’eran con meco, e dimandar del pane. + + Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli + pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; + e se non piangi, di che pianger suoli? + + Già eran desti, e l’ora s’appressava + che ’l cibo ne solëa essere addotto, + e per suo sogno ciascun dubitava; + + e io senti’ chiavar l’uscio di sotto + a l’orribile torre; ond’ io guardai + nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. + + Io non piangëa, sì dentro impetrai: + piangevan elli; e Anselmuccio mio + disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. + + Perciò non lagrimai né rispuos’ io + tutto quel giorno né la notte appresso, + infin che l’altro sol nel mondo uscìo. + + Come un poco di raggio si fu messo + nel doloroso carcere, e io scorsi + per quattro visi il mio aspetto stesso, + + ambo le man per lo dolor mi morsi; + ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia + di manicar, di sùbito levorsi + + e disser: “Padre, assai ci fia men doglia + se tu mangi di noi: tu ne vestisti + queste misere carni, e tu le spoglia”. + + Queta’mi allor per non farli più tristi; + lo dì e l’altro stemmo tutti muti; + ahi dura terra, perché non t’apristi? + + Poscia che fummo al quarto dì venuti, + Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, + dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. + + Quivi morì; e come tu mi vedi, + vid’ io cascar li tre ad uno ad uno + tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi, + + già cieco, a brancolar sovra ciascuno, + e due dì li chiamai, poi che fur morti. + Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». + + Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti + riprese ’l teschio misero co’ denti, + che furo a l’osso, come d’un can, forti. + + Ahi Pisa, vituperio de le genti + del bel paese là dove ’l sì suona, + poi che i vicini a te punir son lenti, + + muovasi la Capraia e la Gorgona, + e faccian siepe ad Arno in su la foce, + sì ch’elli annieghi in te ogne persona! + + Che se ’l conte Ugolino aveva voce + d’aver tradita te de le castella, + non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. + + Innocenti facea l’età novella, + novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata + e li altri due che ’l canto suso appella. + + Noi passammo oltre, là ’ve la gelata + ruvidamente un’altra gente fascia, + non volta in giù, ma tutta riversata. + + Lo pianto stesso lì pianger non lascia, + e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, + si volge in entro a far crescer l’ambascia; + + ché le lagrime prime fanno groppo, + e sì come visiere di cristallo, + rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. + + E avvegna che, sì come d’un callo, + per la freddura ciascun sentimento + cessato avesse del mio viso stallo, + + già mi parea sentire alquanto vento; + per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? + non è qua giù ogne vapore spento?». + + Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove + di ciò ti farà l’occhio la risposta, + veggendo la cagion che ’l fiato piove». + + E un de’ tristi de la fredda crosta + gridò a noi: «O anime crudeli + tanto che data v’è l’ultima posta, + + levatemi dal viso i duri veli, + sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, + un poco, pria che ’l pianto si raggeli». + + Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, + dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, + al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». + + Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; + i’ son quel da le frutta del mal orto, + che qui riprendo dattero per figo». + + «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». + Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea + nel mondo sù, nulla scïenza porto. + + Cotal vantaggio ha questa Tolomea, + che spesse volte l’anima ci cade + innanzi ch’Atropòs mossa le dea. + + E perché tu più volentier mi rade + le ’nvetrïate lagrime dal volto, + sappie che, tosto che l’anima trade + + come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto + da un demonio, che poscia il governa + mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. + + Ella ruina in sì fatta cisterna; + e forse pare ancor lo corpo suso + de l’ombra che di qua dietro mi verna. + + Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: + elli è ser Branca Doria, e son più anni + poscia passati ch’el fu sì racchiuso». + + «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; + ché Branca Doria non morì unquanche, + e mangia e bee e dorme e veste panni». + + «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, + là dove bolle la tenace pece, + non era ancora giunto Michel Zanche, + + che questi lasciò il diavolo in sua vece + nel corpo suo, ed un suo prossimano + che ’l tradimento insieme con lui fece. + + Ma distendi oggimai in qua la mano; + aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi; + e cortesia fu lui esser villano. + + Ahi Genovesi, uomini diversi + d’ogne costume e pien d’ogne magagna, + perché non siete voi del mondo spersi? + + Ché col peggiore spirto di Romagna + trovai di voi un tal, che per sua opra + in anima in Cocito già si bagna, + + e in corpo par vivo ancor di sopra. + + + + Inferno • Canto XXXIV + + + «Vexilla regis prodeunt inferni + verso di noi; però dinanzi mira», + disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni». + + Come quando una grossa nebbia spira, + o quando l’emisperio nostro annotta, + par di lungi un molin che ’l vento gira, + + veder mi parve un tal dificio allotta; + poi per lo vento mi ristrinsi retro + al duca mio, ché non lì era altra grotta. + + Già era, e con paura il metto in metro, + là dove l’ombre tutte eran coperte, + e trasparien come festuca in vetro. + + Altre sono a giacere; altre stanno erte, + quella col capo e quella con le piante; + altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte. + + Quando noi fummo fatti tanto avante, + ch’al mio maestro piacque di mostrarmi + la creatura ch’ebbe il bel sembiante, + + d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, + «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco + ove convien che di fortezza t’armi». + + Com’ io divenni allor gelato e fioco, + nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, + però ch’ogne parlar sarebbe poco. + + Io non mori’ e non rimasi vivo; + pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, + qual io divenni, d’uno e d’altro privo. + + Lo ’mperador del doloroso regno + da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; + e più con un gigante io mi convegno, + + che i giganti non fan con le sue braccia: + vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto + ch’a così fatta parte si confaccia. + + S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, + e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, + ben dee da lui procedere ogne lutto. + + Oh quanto parve a me gran maraviglia + quand’ io vidi tre facce a la sua testa! + L’una dinanzi, e quella era vermiglia; + + l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa + sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, + e sé giugnieno al loco de la cresta: + + e la destra parea tra bianca e gialla; + la sinistra a vedere era tal, quali + vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. + + Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, + quanto si convenia a tanto uccello: + vele di mar non vid’ io mai cotali. + + Non avean penne, ma di vispistrello + era lor modo; e quelle svolazzava, + sì che tre venti si movean da ello: + + quindi Cocito tutto s’aggelava. + Con sei occhi piangëa, e per tre menti + gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. + + Da ogne bocca dirompea co’ denti + un peccatore, a guisa di maciulla, + sì che tre ne facea così dolenti. + + A quel dinanzi il mordere era nulla + verso ’l graffiar, che talvolta la schiena + rimanea de la pelle tutta brulla. + + «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», + disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto, + che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. + + De li altri due c’hanno il capo di sotto, + quel che pende dal nero ceffo è Bruto: + vedi come si storce, e non fa motto!; + + e l’altro è Cassio, che par sì membruto. + Ma la notte risurge, e oramai + è da partir, ché tutto avem veduto». + + Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; + ed el prese di tempo e loco poste, + e quando l’ali fuoro aperte assai, + + appigliò sé a le vellute coste; + di vello in vello giù discese poscia + tra ’l folto pelo e le gelate croste. + + Quando noi fummo là dove la coscia + si volge, a punto in sul grosso de l’anche, + lo duca, con fatica e con angoscia, + + volse la testa ov’ elli avea le zanche, + e aggrappossi al pel com’ om che sale, + sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. + + «Attienti ben, ché per cotali scale», + disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso, + «conviensi dipartir da tanto male». + + Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso + e puose me in su l’orlo a sedere; + appresso porse a me l’accorto passo. + + Io levai li occhi e credetti vedere + Lucifero com’ io l’avea lasciato, + e vidili le gambe in sù tenere; + + e s’io divenni allora travagliato, + la gente grossa il pensi, che non vede + qual è quel punto ch’io avea passato. + + «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: + la via è lunga e ’l cammino è malvagio, + e già il sole a mezza terza riede». + + Non era camminata di palagio + là ’v’ eravam, ma natural burella + ch’avea mal suolo e di lume disagio. + + «Prima ch’io de l’abisso mi divella, + maestro mio», diss’ io quando fui dritto, + «a trarmi d’erro un poco mi favella: + + ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto + sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora, + da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». + + Ed elli a me: «Tu imagini ancora + d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi + al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. + + Di là fosti cotanto quant’ io scesi; + quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto + al qual si traggon d’ogne parte i pesi. + + E se’ or sotto l’emisperio giunto + ch’è contraposto a quel che la gran secca + coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto + + fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; + tu haï i piedi in su picciola spera + che l’altra faccia fa de la Giudecca. + + Qui è da man, quando di là è sera; + e questi, che ne fé scala col pelo, + fitto è ancora sì come prim’ era. + + Da questa parte cadde giù dal cielo; + e la terra, che pria di qua si sporse, + per paura di lui fé del mar velo, + + e venne a l’emisperio nostro; e forse + per fuggir lui lasciò qui loco vòto + quella ch’appar di qua, e sù ricorse». + + Luogo è là giù da Belzebù remoto + tanto quanto la tomba si distende, + che non per vista, ma per suono è noto + + d’un ruscelletto che quivi discende + per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, + col corso ch’elli avvolge, e poco pende. + + Lo duca e io per quel cammino ascoso + intrammo a ritornar nel chiaro mondo; + e sanza cura aver d’alcun riposo, + + salimmo sù, el primo e io secondo, + tanto ch’i’ vidi de le cose belle + che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. + + E quindi uscimmo a riveder le stelle. + + + + + + PURGATORIO + + + + + Purgatorio • Canto I + + + Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a sé mar sì crudele; + + e canterò di quel secondo regno + dove l’umano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + + Ma qui la morta poesì resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Calïopè alquanto surga, + + seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + + Dolce color d’orïental zaffiro, + che s’accoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + + a li occhi miei ricominciò diletto, + tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta + che m’avea contristati li occhi e ’l petto. + + Lo bel pianeto che d’amar conforta + faceva tutto rider l’orïente, + velando i Pesci ch’erano in sua scorta. + + I’ mi volsi a man destra, e puosi mente + a l’altro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor ch’a la prima gente. + + Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: + oh settentrïonal vedovo sito, + poi che privato se’ di mirar quelle! + + Com’ io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l ’altro polo, + là onde ’l Carro già era sparito, + + vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che più non dee a padre alcun figliuolo. + + Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a’ suoi capelli simigliante, + de’ quai cadeva al petto doppia lista. + + Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan sì la sua faccia di lume, + ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. + + «Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?», + diss’ el, movendo quelle oneste piume. + + «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + + Son le leggi d’abisso così rotte? + o è mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?». + + Lo duca mio allor mi diè di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. + + Poscia rispuose lui: «Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + + Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi + di nostra condizion com’ ell’ è vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + + Questi non vide mai l’ultima sera; + ma per la sua follia le fu sì presso, + che molto poco tempo a volger era. + + Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non lì era altra via + che questa per la quale i’ mi son messo. + + Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan sé sotto la tua balìa. + + Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; + de l’alto scende virtù che m’aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + + Or ti piaccia gradir la sua venuta: + libertà va cercando, ch’è sì cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + + Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + + Non son li editti etterni per noi guasti, + ché questi vive e Minòs me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + + di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + + Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riporterò di te a lei, + se d’esser mentovato là giù degni». + + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei + mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, + «che quante grazie volse da me, fei. + + Or che di là dal mal fiume dimora, + più muover non mi può, per quella legge + che fatta fu quando me n’usci’ fora. + + Ma se donna del ciel ti move e regge, + come tu di’, non c’è mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, + sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + + ché non si converria, l’occhio sorpriso + d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch’è di quei di paradiso. + + Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + là giù colà dove la batte l’onda, + porta di giunchi sovra ’l molle limo: + + null’ altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + però ch’a le percosse non seconda. + + Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterrà, che surge omai, + prendere il monte a più lieve salita». + + Così sparì; e io sù mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, ché di qua dichina + questa pianura a’ suoi termini bassi». + + L’alba vinceva l’ora mattutina + che fuggia innanzi, sì che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + + Noi andavam per lo solingo piano + com’ om che torna a la perduta strada, + che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + + Quando noi fummo là ’ve la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + + ambo le mani in su l’erbetta sparte + soavemente ’l mio maestro pose: + ond’ io, che fui accorto di sua arte, + + porsi ver’ lui le guance lagrimose; + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l’inferno mi nascose. + + Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + + Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: + oh maraviglia! ché qual elli scelse + l’umile pianta, cotal si rinacque + + subitamente là onde l’avelse. + + + + Purgatorio • Canto II + + + Già era ’l sole a l’orizzonte giunto + lo cui meridïan cerchio coverchia + Ierusalèm col suo più alto punto; + + e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + + sì che le bianche e le vermiglie guance, + là dov’ i’ era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + + Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giù nel ponente sovra ’l suol marino, + + cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir sì ratto, + che ’l muover suo nessun volar pareggia. + + Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto + l’occhio per domandar lo duca mio, + rividil più lucente e maggior fatto. + + Poi d’ogne lato ad esso m’appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscìo. + + Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l’angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di sì fatti officiali. + + Vedi che sdegna li argomenti umani, + sì che remo non vuol, né altro velo + che l’ali sue, tra liti sì lontani. + + Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, + trattando l’aere con l’etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo». + + Poi, come più e più verso noi venne + l’uccel divino, più chiaro appariva: + per che l’occhio da presso nol sostenne, + + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + + Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e più di cento spirti entro sediero. + + ‘In exitu Isräel de Aegypto’ + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo è poscia scripto. + + Poi fece il segno lor di santa croce; + ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: + ed el sen gì, come venne, veloce. + + La turba che rimase lì, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + + Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch’avea con le saette conte + di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + + quando la nova gente alzò la fronte + ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte». + + E Virgilio rispuose: «Voi credete + forse che siamo esperti d’esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu sì aspra e forte, + che lo salire omai ne parrà gioco». + + L’anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + + E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + + così al viso mio s’affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi oblïando d’ire a farsi belle. + + Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con sì grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + + Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + + Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l’ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + + Soavemente disse ch’io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + + Rispuosemi: «Così com’ io t’amai + nel mortal corpo, così t’amo sciolta: + però m’arresto; ma tu perché vai?». + + «Casella mio, per tornar altra volta + là dov’ io son, fo io questo vïaggio», + diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + + Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + più volte m’ha negato esto passaggio; + + ché di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + + Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto + dove l’acqua di Tevero s’insala, + benignamente fu’ da lui ricolto. + + A quella foce ha elli or dritta l’ala, + però che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala». + + E io: «Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l’amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + + di ciò ti piaccia consolare alquanto + l’anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, è affannata tanto!». + + ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ + cominciò elli allor sì dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + + Lo mio maestro e io e quella gente + ch’eran con lui parevan sì contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + + Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + + qual negligenza, quale stare è questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + + Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + + se cosa appare ond’ elli abbian paura, + subitamente lasciano star l’esca, + perch’ assaliti son da maggior cura; + + così vid’ io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, + com’ om che va, né sa dove rïesca; + + né la nostra partita fu men tosta. + + + + Purgatorio • Canto III + + + Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + + i’ mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare’ io sanza lui corso? + chi m’avria tratto su per la montagna? + + El mi parea da sé stesso rimorso: + o dignitosa coscïenza e netta, + come t’è picciol fallo amaro morso! + + Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + + lo ’ntento rallargò, sì come vaga, + e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio + che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m’era dinanzi a la figura, + ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + + Io mi volsi dallato con paura + d’essere abbandonato, quand’ io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + + e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», + a dir mi cominciò tutto rivolto; + «non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + + Vespero è già colà dov’ è sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra; + Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + + Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, + non ti maravigliar più che d’i cieli + che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + + A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtù dispone + che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + + Matto è chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + + State contenti, umana gente, al quia; + ché, se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + + e disïar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch’etternalmente è dato lor per lutto: + + io dico d’Aristotile e di Plato + e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, + e più non disse, e rimase turbato. + + Noi divenimmo intanto a piè del monte; + quivi trovammo la roccia sì erta, + che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + + Tra Lerice e Turbìa la più diserta, + la più rotta ruina è una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + + «Or chi sa da qual man la costa cala», + disse ’l maestro mio fermando ’l passo, + «sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + + E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + + da man sinistra m’apparì una gente + d’anime, che movieno i piè ver’ noi, + e non pareva, sì venïan lente. + + «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne darà consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi». + + Guardò allora, e con libero piglio + rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio». + + Ancora era quel popol di lontano, + i’ dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + + quando si strinser tutti ai duri massi + de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti + com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + + «O ben finiti, o già spiriti eletti», + Virgilio incominciò, «per quella pace + ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + + ditene dove la montagna giace, + sì che possibil sia l’andare in suso; + ché perder tempo a chi più sa più spiace». + + Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l’altre stanno + timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + + e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, + addossandosi a lei, s’ella s’arresta, + semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + + sì vid’ io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l’andare onesta. + + Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + sì che l’ombra era da me a la grotta, + + restaro, e trasser sé in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + + «Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo è corpo uman che voi vedete; + per che ’l lume del sole in terra è fesso. + + Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtù che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete». + + Così ’l maestro; e quella gente degna + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», + coi dossi de le man faccendo insegna. + + E un di loro incominciò: «Chiunque + tu se’, così andando, volgi ’l viso: + pon mente se di là mi vedesti unque». + + Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + + Quand’ io mi fui umilmente disdetto + d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; + e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + + vadi a mia bella figlia, genitrice + de l’onor di Cicilia e d’Aragona, + e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + + Poscia ch’io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + + Orribil furon li peccati miei; + ma la bontà infinita ha sì gran braccia, + che prende ciò che si rivolge a lei. + + Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + + l’ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + + Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, + dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + + Per lor maladizion sì non si perde, + che non possa tornar, l’etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + + Vero è che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + + per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, + in sua presunzïon, se tal decreto + più corto per buon prieghi non diventa. + + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m’hai visto, e anco esto divieto; + + ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + Purgatorio • Canto IV + + + Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtù nostra comprenda, + l’anima bene ad essa si raccoglie, + + par ch’a nulla potenza più intenda; + e questo è contra quello error che crede + ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + + E però, quando s’ode cosa o vede + che tegna forte a sé l’anima volta, + vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + + ch’altra potenza è quella che l’ascolta, + e altra è quella c’ha l’anima intera: + questa è quasi legata e quella è sciolta. + + Di ciò ebb’ io esperïenza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + ché ben cinquanta gradi salito era + + lo sole, e io non m’era accorto, quando + venimmo ove quell’ anime ad una + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + + Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + + che non era la calla onde salìne + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partìne. + + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova e ’n Cacume + con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + + dico con l’ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + + Noi salavam per entro ’l sasso rotto, + e d’ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + + Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo + de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, + «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + + Lo sommo er’ alto che vincea la vista, + e la costa superba più assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + + Io era lasso, quando cominciai: + «O dolce padre, volgiti, e rimira + com’ io rimango sol, se non restai». + + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», + additandomi un balzo poco in sùe + che da quel lato il poggio tutto gira. + + Sì mi spronaron le parole sue, + ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + + A seder ci ponemmo ivi ambedui + vòlti a levante ond’ eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + + Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n’eravam feriti. + + Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + + Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che sù e giù del suo lume conduce, + + tu vedresti il Zodïaco rubecchio + ancora a l’Orse più stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + + Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sïòn + con questo monte in su la terra stare + + sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Fetòn, + + vedrai come a costui convien che vada + da l’un, quando a colui da l’altro fianco, + se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + + «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco + non vid’ io chiaro sì com’ io discerno + là dove mio ingegno parea manco, + + che ’l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun’ arte, + e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + + per la ragion che di’, quinci si parte + verso settentrïon, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + + Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale + più che salir non posson li occhi miei». + + Ed elli a me: «Questa montagna è tale, + che sempre al cominciar di sotto è grave; + e quant’ om più va sù, e men fa male. + + Però, quand’ ella ti parrà soave + tanto, che sù andar ti fia leggero + com’ a seconda giù andar per nave, + + allor sarai al fin d’esto sentiero; + quivi di riposar l’affanno aspetta. + Più non rispondo, e questo so per vero». + + E com’ elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sonò: «Forse + che di sedere in pria avrai distretta!». + + Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual né io né ei prima s’accorse. + + Là ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l’ombra dietro al sasso + come l’uom per negghienza a star si pone. + + E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo ’l viso giù tra esse basso. + + «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia + colui che mostra sé più negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia». + + Allor si volse a noi e puose mente, + movendo ’l viso pur su per la coscia, + e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + + Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m’avacciava un poco ancor la lena, + non m’impedì l’andare a lui; e poscia + + ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, + dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole + da l’omero sinistro il carro mena?». + + Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + + di te omai; ma dimmi: perché assiso + quiritto se’? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? + ché non mi lascerebbe ire a’ martìri + l’angel di Dio che siede in su la porta. + + Prima convien che tanto il ciel m’aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + + se orazïone in prima non m’aita + che surga sù di cuor che in grazia viva; + l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + + E già il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco + meridïan dal sole e a la riva + + cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + Purgatorio • Canto V + + + Io era già da quell’ ombre partito, + e seguitava l’orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando ’l dito, + + una gridò: «Ve’ che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!». + + Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + + «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», + disse ’l maestro, «che l’andare allenti? + che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + + Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + già mai la cima per soffiar di venti; + + ché sempre l’omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da sé dilunga il segno, + perché la foga l’un de l’altro insolla». + + Che potea io ridir, se non «Io vegno»? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l’uom di perdon talvolta degno. + + E ’ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + + Quando s’accorser ch’i’ non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + + e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr’ a noi e dimandarne: + «Di vostra condizion fatene saggi». + + E ’l mio maestro: «Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che ’l corpo di costui è vera carne. + + Se per veder la sua ombra restaro, + com’ io avviso, assai è lor risposto: + fàccianli onore, ed esser può lor caro». + + Vapori accesi non vid’ io sì tosto + di prima notte mai fender sereno, + né, sol calando, nuvole d’agosto, + + che color non tornasser suso in meno; + e, giunti là, con li altri a noi dier volta, + come schiera che scorre sanza freno. + + «Questa gente che preme a noi è molta, + e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: + «però pur va, e in andando ascolta». + + «O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti», + venian gridando, «un poco il passo queta. + + Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, + sì che di lui di là novella porti: + deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + + Noi fummo tutti già per forza morti, + e peccatori infino a l’ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + + sì che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di sé veder n’accora». + + E io: «Perché ne’ vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s’a voi piace + cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + + voi dite, e io farò per quella pace + che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, + di mondo in mondo cercar mi si face». + + E uno incominciò: «Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che ’l voler nonpossa non ricida. + + Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, sì che ben per me s’adori + pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + + Quindi fu’ io; ma li profondi fóri + ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + + là dov’ io più sicuro esser credea: + quel da Esti il fé far, che m’avea in ira + assai più là che dritto non volea. + + Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, + quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, + ancor sarei di là dove si spira. + + Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco + m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io + de le mie vene farsi in terra laco». + + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l’alto monte, + con buona pïetate aiuta il mio! + + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + + E io a lui: «Qual forza o qual ventura + ti travïò sì fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?». + + «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino + traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, + che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + + Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, + arriva’ io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + + Quivi perdei la vista e la parola; + nel nome di Maria fini’, e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + + Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: + l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno + gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + + Tu te ne porti di costui l’etterno + per una lagrimetta che ’l mi toglie; + ma io farò de l’altro altro governo!”. + + Ben sai come ne l’aere si raccoglie + quell’ umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + + Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento + per la virtù che sua natura diede. + + Indi la valle, come ’l dì fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + + sì che ’l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde, e a’ fossati venne + di lei ciò che la terra non sofferse; + + e come ai rivi grandi si convenne, + ver’ lo fiume real tanto veloce + si ruinò, che nulla la ritenne. + + Lo corpo mio gelato in su la foce + trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse + ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + + ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; + voltòmmi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse». + + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo + e riposato de la lunga via», + seguitò ’l terzo spirito al secondo, + + «ricorditi di me, che son la Pia; + Siena mi fé, disfecemi Maremma: + salsi colui che ’nnanellata pria + + disposando m’avea con la sua gemma». + + + + Purgatorio • Canto VI + + + Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + + con l’altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + + el non s’arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, più non fa pressa; + e così da la calca si difende. + + Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e là, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + + Quiv’ era l’Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + + Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fé parer lo buon Marzucco forte. + + Vidi conte Orso e l’anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr’ è di qua, la donna di Brabante, + sì che però non sia di peggior greggia. + + Come libero fui da tutte quante + quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, + sì che s’avacci lor divenir sante, + + io cominciai: «El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + + e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + + ché cima di giudicio non s’avvalla + perché foco d’amor compia in un punto + ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + + e là dov’ io fermai cotesto punto, + non s’ammendava, per pregar, difetto, + perché ’l priego da Dio era disgiunto. + + Veramente a così alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + + Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice». + + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, + ché già non m’affatico come dianzi, + e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + + «Noi anderem con questo giorno innanzi», + rispuose, «quanto più potremo omai; + ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + + Prima che sie là sù, tornar vedrai + colui che già si cuopre de la costa, + sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + + Ma vedi là un’anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + + Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + + Ella non ci dicëa alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + + ma di nostro paese e de la vita + ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava + «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + + surse ver’ lui del loco ove pria stava, + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + + Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + + Quell’ anima gentil fu così presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + + e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode + di quei ch’un muro e una fossa serra. + + Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s’alcuna parte in te di pace gode. + + Che val perché ti racconciasse il freno + Iustinïano, se la sella è vòta? + Sanz’ esso fora la vergogna meno. + + Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi ciò che Dio ti nota, + + guarda come esta fiera è fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + + O Alberto tedesco ch’abbandoni + costei ch’è fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + + giusto giudicio da le stelle caggia + sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + + Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costà distretti, + che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color già tristi, e questi con sospetti! + + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com’ è oscura! + + Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e dì e notte chiama: + «Cesare mio, perché non m’accompagne?». + + Vieni a veder la gente quanto s’ama! + e se nulla di noi pietà ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + + E se licito m’è, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + + O è preparazion che ne l’abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l’accorger nostro scisso? + + Ché le città d’Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + mercé del popol tuo che si argomenta. + + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l’arco; + ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + + Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace e tu con senno! + S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + + Atene e Lacedemona, che fenno + l’antiche leggi e furon sì civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + + verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch’a mezzo novembre + non giugne quel che tu d’ottobre fili. + + Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato, e rinovate membre! + + E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non può trovar posa in su le piume, + + ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + Purgatorio • Canto VII + + + Poscia che l’accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + + «Anzi che a questo monte fosser volte + l’anime degne di salire a Dio, + fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + + Io son Virgilio; e per null’ altro rio + lo ciel perdei che per non aver fé». + Così rispuose allora il duca mio. + + Qual è colui che cosa innanzi sé + sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, + e umilmente ritornò ver’ lui, + e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + + «O gloria di Latin», disse, «per cui + mostrò ciò che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond’ io fui, + + qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S’io son d’udir le tue parole degno, + dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + + «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», + rispuose lui, «son io di qua venuto; + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + + Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l’alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + + Luogo è là giù non tristo di martìri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + + Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l’umana colpa essenti; + + quivi sto io con quei che le tre sante + virtù non si vestiro, e sanza vizio + conobber l’altre e seguir tutte quante. + + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + dà noi per che venir possiam più tosto + là dove purgatorio ha dritto inizio». + + Rispuose: «Loco certo non c’è posto; + licito m’è andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + + Ma vedi già come dichina il giorno, + e andar sù di notte non si puote; + però è buon pensar di bel soggiorno. + + Anime sono a destra qua remote; + se mi consenti, io ti merrò ad esse, + e non sanza diletto ti fier note». + + «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + + E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, + dicendo: «Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo ’l sol partito: + + non però ch’altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + + Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + + Allora il mio segnor, quasi ammirando, + «Menane», disse, «dunque là ’ve dici + ch’aver si può diletto dimorando». + + Poco allungati c’eravam di lici, + quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + + «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo + dove la costa face di sé grembo; + e là il novo giorno attenderemo». + + Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + + Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + + da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore è vinto il meno. + + Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavità di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + + ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + + «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», + cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, + «tra color non vogliate ch’io vi guidi. + + Di questo balzo meglio li atti e ’ volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giù tra essi accolti. + + Colui che più siede alto e fa sembianti + d’aver negletto ciò che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + + Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c’hanno Italia morta, + sì che tardi per altri si ricrea. + + L’altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l’acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + + E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c’ha sì benigno aspetto, + morì fuggendo e disfiorando il giglio: + + guardate là come si batte il petto! + L’altro vedete c’ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + + Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che sì li lancia. + + Quel che par sì membruto e che s’accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d’ogne valor portò cinta la corda; + + e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + + che non si puote dir de l’altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + + Rade volte risurge per li rami + l’umana probitate; e questo vole + quei che la dà, perché da lui si chiami. + + Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza già si dole. + + Tant’ è del seme suo minor la pianta, + quanto, più che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + + Vedete il re de la semplice vita + seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: + questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + + Quel che più basso tra costor s’atterra, + guardando in suso, è Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + + fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + Purgatorio • Canto VIII + + + Era già l’ora che volge il disio + ai navicanti e ’ntenerisce il core + lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + + e che lo novo peregrin d’amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + + quand’ io incominciai a render vano + l’udire e a mirare una de l’alme + surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + + Ella giunse e levò ambo le palme, + ficcando li occhi verso l’orïente, + come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + + ‘Te lucis ante’ sì devotamente + le uscìo di bocca e con sì dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + + e l’altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l’inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + ché ’l velo è ora ben tanto sottile, + certo che ’l trapassar dentro è leggero. + + Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sùe, + quasi aspettando, palido e umìle; + + e vidi uscir de l’alto e scender giùe + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + + Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + + L’un poco sovra noi a star si venne, + e l’altro scese in l’opposita sponda, + sì che la gente in mezzo si contenne. + + Ben discernëa in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l’occhio si smarria, + come virtù ch’a troppo si confonda. + + «Ambo vegnon del grembo di Maria», + disse Sordello, «a guardia de la valle, + per lo serpente che verrà vie via». + + Ond’ io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m’accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazïoso fia lor vedervi assai». + + Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + + Temp’ era già che l’aere s’annerava, + ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei + non dichiarisse ciò che pria serrava. + + Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ’ rei! + + Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti + a piè del monte per le lontane acque?». + + «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + + E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di sùbito smarrita. + + L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse». + + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado + che tu dei a colui che sì nasconde + lo suo primo perché, che non lì è guado, + + quando sarai di là da le larghe onde, + dì a Giovanna mia che per me chiami + là dove a li ’nnocenti si risponde. + + Non credo che la sua madre più m’ami, + poscia che trasmutò le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + + Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d’amor dura, + se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + + Non le farà sì bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com’ avria fatto il gallo di Gallura». + + Così dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur là dove le stelle son più tarde, + sì come rota più presso a lo stelo. + + E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». + E io a lui: «A quelle tre facelle + di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + + Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di là basse, + e queste son salite ov’ eran quelle». + + Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse + dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; + e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + + Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + + Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso + leccando come bestia che si liscia. + + Io non vidi, e però dicer non posso, + come mosser li astor celestïali; + ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + + Sentendo fender l’aere a le verdi ali, + fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + + L’ombra che s’era al giudice raccolta + quando chiamò, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + + «Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + + cominciò ella, «se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che già grande là era. + + Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l’antico, ma di lui discesi; + a’ miei portai l’amor che qui raffina». + + «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi + già mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + + La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + sì che ne sa chi non vi fu ancora; + + e io vi giuro, s’io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + + Uso e natura sì la privilegia, + che, perché il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + + Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca + sette volte nel letto che ’l Montone + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + + che cotesta cortese oppinïone + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d’altrui sermone, + + se corso di giudicio non s’arresta». + + + + Purgatorio • Canto IX + + + La concubina di Titone antico + già s’imbiancava al balco d’orïente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + + di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + + e la notte, de’ passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov’ eravamo, + e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + + quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, + vinto dal sonno, in su l’erba inchinai + là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + + Ne l’ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de’ suo’ primi guai, + + e che la mente nostra, peregrina + più da la carne e men da’ pensier presa, + a le sue visïon quasi è divina, + + in sogno mi parea veder sospesa + un’aguglia nel ciel con penne d’oro, + con l’ali aperte e a calare intesa; + + ed esser mi parea là dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + + Fra me pensava: ‘Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d’altro loco + disdegna di portarne suso in piede’. + + Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + + Ivi parea che ella e io ardesse; + e sì lo ’ncendio imaginato cosse, + che convenne che ’l sonno si rompesse. + + Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo là dove si fosse, + + quando la madre da Chirón a Schiro + trafuggò lui dormendo in le sue braccia, + là onde poi li Greci il dipartiro; + + che mi scoss’ io, sì come da la faccia + mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, + come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + + Dallato m’era solo il mio conforto, + e ’l sole er’ alto già più che due ore, + e ’l viso m’era a la marina torto. + + «Non aver tema», disse il mio segnore; + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + + Tu se’ omai al purgatorio giunto: + vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; + vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + + Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, + quando l’anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond’ è là giù addorno + + venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + sì l’agevolerò per la sua via”. + + Sordel rimase e l’altre genti forme; + ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + + A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verità li è discoperta, + + mi cambia’ io; e come sanza cura + vide me ’l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + + Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo + la mia matera, e però con più arte + non ti maravigliar s’io la rincalzo. + + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte + che là dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + + vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch’ancor non facea motto. + + E come l’occhio più e più v’apersi, + vidil seder sovra ’l grado sovrano, + tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + + e una spada nuda avëa in mano, + che reflettëa i raggi sì ver’ noi, + ch’io drizzava spesso il viso in vano. + + «Dite costinci: che volete voi?», + cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? + Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + + «Donna del ciel, di queste cose accorta», + rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi + ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», + ricominciò il cortese portinaio: + «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era sì pulito e terso, + ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + + Era il secondo tinto più che perso, + d’una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + + Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, + porfido mi parea, sì fiammeggiante + come sangue che fuor di vena spiccia. + + Sovra questo tenëa ambo le piante + l’angel di Dio sedendo in su la soglia + che mi sembiava pietra di diamante. + + Per li tre gradi sù di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi + umilemente che ’l serrame scioglia». + + Divoto mi gittai a’ santi piedi; + misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + + Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e «Fa che lavi, + quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + + Cenere, o terra che secca si cavi, + d’un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + + L’una era d’oro e l’altra era d’argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + + «Quandunque l’una d’este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa», + diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + + Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa + d’arte e d’ingegno avanti che diserri, + perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + + Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri + anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, + pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + + Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + + E quando fuor ne’ cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + + non rugghiò sì né si mostrò sì acra + Tarpëa, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + + Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e ‘Te Deum laudamus’ mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + + Tale imagine a punto mi rendea + ciò ch’io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + + ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + Purgatorio • Canto X + + + Poi fummo dentro al soglio de la porta + che ’l mal amor de l’anime disusa, + perché fa parer dritta la via torta, + + sonando la senti’ esser richiusa; + e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + + Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d’una e d’altra parte, + sì come l’onda che fugge e s’appressa. + + «Qui si conviene usare un poco d’arte», + cominciò ’l duca mio, «in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte». + + E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + + che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + sù dove il monte in dietro si rauna, + + ïo stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo più che strade per diserti. + + Da la sua sponda, ove confina il vano, + al piè de l’alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + + e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + + Là sù non eran mossi i piè nostri anco, + quand’ io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + + esser di marmo candido e addorno + d’intagli sì, che non pur Policleto, + ma la natura lì avrebbe scorno. + + L’angel che venne in terra col decreto + de la molt’ anni lagrimata pace, + ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + + dinanzi a noi pareva sì verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + + Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; + perché iv’ era imaginata quella + ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + + e avea in atto impressa esta favella + ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente + come figura in cera si suggella. + + «Non tener pur ad un loco la mente», + disse ’l dolce maestro, che m’avea + da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + + Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m’era colui che mi movea, + + un’altra storia ne la roccia imposta; + per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, + acciò che fosse a li occhi miei disposta. + + Era intagliato lì nel marmo stesso + lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, + per che si teme officio non commesso. + + Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a’ due mie’ sensi + faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + + Similemente al fummo de li ’ncensi + che v’era imaginato, li occhi e ’l naso + e al sì e al no discordi fensi. + + Lì precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l’umile salmista, + e più e men che re era in quel caso. + + Di contra, effigïata ad una vista + d’un gran palazzo, Micòl ammirava + sì come donna dispettosa e trista. + + I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, + per avvisar da presso un’altra istoria, + che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + + Quiv’ era storïata l’alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + + i’ dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + + Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro + sovr’ essi in vista al vento si movieno. + + La miserella intra tutti costoro + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta + tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», + come persona in cui dolor s’affretta, + + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, + la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene + a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + + ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene + ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: + giustizia vuole e pietà mi ritene». + + Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perché qui non si trova. + + Mentr’ io mi dilettava di guardare + l’imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», + mormorava il poeta, «molte genti: + questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + + Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti + per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, + volgendosi ver’ lui non furon lenti. + + Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che ’l debito si paghi. + + Non attender la forma del martìre: + pensa la succession; pensa ch’al peggio + oltre la gran sentenza non può ire. + + Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, sì nel veder vaneggio». + + Ed elli a me: «La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + + Ma guarda fiso là, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + già scorger puoi come ciascun si picchia». + + O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne’ retrosi passi, + + non v’accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l’angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + + Di che l’animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + sì come vermo in cui formazion falla? + + Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + + la qual fa del non ver vera rancura + nascere ’n chi la vede; così fatti + vid’ io color, quando puosi ben cura. + + Vero è che più e meno eran contratti + secondo ch’avien più e meno a dosso; + e qual più pazïenza avea ne li atti, + + piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + Purgatorio • Canto XI + + + «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, + non circunscritto, ma per più amore + ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + + laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore + da ogne creatura, com’ è degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + + Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, + ché noi ad essa non potem da noi, + s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + + Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + così facciano li uomini de’ suoi. + + Dà oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi più di gir s’affanna. + + E come noi lo mal ch’avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + + Nostra virtù che di legger s’adona, + non spermentar con l’antico avversaro, + ma libera da lui che sì la sprona. + + Quest’ ultima preghiera, segnor caro, + già non si fa per noi, ché non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro». + + Così a sé e noi buona ramogna + quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, + simile a quel che talvolta si sogna, + + disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + + Se di là sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei c’hanno al voler buona radice? + + Ben si de’ loro atar lavar le note + che portar quinci, sì che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi + tosto, sì che possiate muover l’ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + + mostrate da qual mano inver’ la scala + si va più corto; e se c’è più d’un varco, + quel ne ’nsegnate che men erto cala; + + ché questi che vien meco, per lo ’ncarco + de la carne d’Adamo onde si veste, + al montar sù, contra sua voglia, è parco». + + Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu’ io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + + ma fu detto: «A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + + E s’io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + + cotesti, ch’ancor vive e non si noma, + guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + + Io fui latino e nato d’un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + + L’antico sangue e l’opere leggiadre + d’i miei maggior mi fer sì arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + + ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, + e sallo in Campagnatico ogne fante. + + Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, ché tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + + E qui convien ch’io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + + Ascoltando chinai in giù la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + + e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + + «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, + l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte + ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + + «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + + Ben non sare’ io stato sì cortese + mentre ch’io vissi, per lo gran disio + de l’eccellenza ove mio core intese. + + Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + + Oh vana gloria de l’umane posse! + com’ poco verde in su la cima dura, + se non è giunta da l’etati grosse! + + Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + sì che la fama di colui è scura. + + Così ha tolto l’uno a l’altro Guido + la gloria de la lingua; e forse è nato + chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + + Non è il mondan romore altro ch’un fiato + di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perché muta lato. + + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + + pria che passin mill’ anni? ch’è più corto + spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia + al cerchio che più tardi in cielo è torto. + + Colui che del cammin sì poco piglia + dinanzi a me, Toscana sonò tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + + ond’ era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + + La vostra nominanza è color d’erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba». + + E io a lui: «Tuo vero dir m’incora + bona umiltà, e gran tumor m’appiani; + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; + ed è qui perché fu presuntüoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + + Ito è così e va, sanza riposo, + poi che morì; cotal moneta rende + a sodisfar chi è di là troppo oso». + + E io: «Se quello spirito ch’attende, + pria che si penta, l’orlo de la vita, + qua giù dimora e qua sù non ascende, + + se buona orazïon lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?». + + «Quando vivea più glorïoso», disse, + «liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s’affisse; + + e lì, per trar l’amico suo di pena, + ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + + Più non dirò, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini + faranno sì che tu potrai chiosarlo. + + Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + Purgatorio • Canto XII + + + Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m’andava io con quell’ anima carca, + fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + + Ma quando disse: «Lascia lui e varca; + ché qui è buono con l’ali e coi remi, + quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + + dritto sì come andar vuolsi rife’mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + + Io m’era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + già mostravam com’ eravam leggeri; + + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: + buon ti sarà, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue». + + Come, perché di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch’elli eran pria, + + onde lì molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a’ pïi dà de le calcagne; + + sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza + secondo l’artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + + Vedea colui che fu nobil creato + più ch’altra creatura, giù dal cielo + folgoreggiando scender, da l’un lato. + + Vedëa Brïareo fitto dal telo + celestïal giacer, da l’altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d’i Giganti sparte. + + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + + O Nïobè, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + + O Saùl, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboè, + che poi non sentì pioggia né rugiada! + + O folle Aragne, sì vedea io te + già mezza ragna, trista in su li stracci + de l’opera che mal per te si fé. + + O Roboàm, già non par che minacci + quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + + Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fé caro + parer lo sventurato addornamento. + + Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherìb dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + + Mostrava la ruina e ’l crudo scempio + che fé Tamiri, quando disse a Ciro: + «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + + Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + + Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilïón, come te basso e vile + mostrava il segno che lì si discerne! + + Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + + Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant’ io calcai, fin che chinato givi. + + Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d’Eva, e non chinate il volto + sì che veggiate il vostro mal sentero! + + Più era già per noi del monte vòlto + e del cammin del sole assai più speso + che non stimava l’animo non sciolto, + + quando colui che sempre innanzi atteso + andava, cominciò: «Drizza la testa; + non è più tempo di gir sì sospeso. + + Vedi colà un angel che s’appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del dì l’ancella sesta. + + Di reverenza il viso e li atti addorna, + sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; + pensa che questo dì mai non raggiorna!». + + Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, sì che ’n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + + A noi venìa la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + + Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; + disse: «Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + + A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar sù nata, + perché a poco vento così cadi?». + + Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batté l’ali per la fronte; + poi mi promise sicura l’andata. + + Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + + si rompe del montar l’ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch’era sicuro il quaderno e la doga; + + così s’allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l’altro girone; + ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + + Noi volgendo ivi le nostre persone, + ‘Beati pauperes spiritu!’ voci + cantaron sì, che nol diria sermone. + + Ahi quanto son diverse quelle foci + da l’infernali! ché quivi per canti + s’entra, e là giù per lamenti feroci. + + Già montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo più lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + + Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve + levata s’è da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?». + + Rispuose: «Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser sù pinti». + + Allor fec’ io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + + per che la mano ad accertar s’aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si può fornir per la veduta; + + e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che ’ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + + a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + Purgatorio • Canto XIII + + + Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + + Ivi così una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l’arco suo più tosto piega. + + Ombra non lì è né segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + + «Se qui per dimandar gente s’aspetta», + ragionava il poeta, «io temo forse + che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + + Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di sé torse. + + «O dolce lume a cui fidanza i’ entro + per lo novo cammin, tu ne conduci», + dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + + Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; + s’altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci». + + Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di là eravam noi già iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + + e verso noi volar furon sentiti, + non però visti, spiriti parlando + a la mensa d’amor cortesi inviti. + + La prima voce che passò volando + ‘Vinum non habent’ altamente disse, + e dietro a noi l’andò reïterando. + + E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ + passò gridando, e anco non s’affisse. + + «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». + E com’ io domandai, ecco la terza + dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + + E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e però sono + tratte d’amor le corde de la ferza. + + Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l’udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + + Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun è lungo la grotta assiso». + + Allora più che prima li occhi apersi; + guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + + E poi che fummo un poco più avanti, + udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: + gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + + Non credo che per terra vada ancoi + omo sì duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + + ché, quando fui sì presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + + Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l’un sofferia l’altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + + Così li ciechi a cui la roba falla, + stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, + e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + + perché ’n altrui pietà tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + + E come a li orbi non approda il sole, + così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, + luce del ciel di sé largir non vole; + + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra + e cusce sì, come a sparvier selvaggio + si fa però che queto non dimora. + + A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + + Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; + e però non attese mia dimanda, + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + + Virgilio mi venìa da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perché da nulla sponda s’inghirlanda; + + da l’altra parte m’eran le divote + ombre, che per l’orribile costura + premevan sì, che bagnavan le gote. + + Volsimi a loro e: «O gente sicura», + incominciai, «di veder l’alto lume + che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + + se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscïenza sì che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + + ditemi, ché mi fia grazioso e caro, + s’anima è qui tra voi che sia latina; + e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + + «O frate mio, ciascuna è cittadina + d’una vera città; ma tu vuo’ dire + che vivesse in Italia peregrina». + + Questo mi parve per risposta udire + più innanzi alquanto che là dov’ io stava, + ond’ io mi feci ancor più là sentire. + + Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava + in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, + lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + + «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, + se tu se’ quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome». + + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che sé ne presti. + + Savia non fui, avvegna che Sapìa + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + più lieta assai che di ventura mia. + + E perché tu non creda ch’io t’inganni, + odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, + già discendendo l’arco d’i miei anni. + + Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co’ loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + + tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, + gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, + come fé ’l merlo per poca bonaccia. + + Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + + se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + + Ma tu chi se’, che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + + «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, ché poca è l’offesa + fatta per esser con invidia vòlti. + + Troppa è più la paura ond’ è sospesa + l’anima mia del tormento di sotto, + che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + + Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». + E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + + E vivo sono; e però mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova + di là per te ancor li mortai piedi». + + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», + rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; + però col priego tuo talor mi giova. + + E cheggioti, per quel che tu più brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + + Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + più di speranza ch’a trovar la Diana; + + ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + Purgatorio • Canto XIV + + + «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + + «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; + domandal tu che più li t’avvicini, + e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + + Così due spirti, l’uno a l’altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + + e disse l’uno: «O anima che fitta + nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, + per carità ne consola e ne ditta + + onde vieni e chi se’; ché tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu più mai». + + E io: «Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + + Di sovr’ esso rech’ io questa persona: + dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, + ché ’l nome mio ancor molto non suona». + + «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno + con lo ’ntelletto», allora mi rispuose + quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + + E l’altro disse lui: «Perché nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com’ om fa de l’orribili cose?». + + E l’ombra che di ciò domandata era, + si sdebitò così: «Non so; ma degno + ben è che ’l nome di tal valle pèra; + + ché dal principio suo, ov’ è sì pregno + l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, + che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + + infin là ’ve si rende per ristoro + di quel che ’l ciel de la marina asciuga, + ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + + vertù così per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + + ond’ hanno sì mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + + Tra brutti porci, più degni di galle + che d’altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + + Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi più che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + + Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, + tanto più trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + + Discesa poi per più pelaghi cupi, + trova le volpi sì piene di froda, + che non temono ingegno che le occùpi. + + Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; + e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta + di ciò che vero spirto mi disnoda. + + Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + + Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e sé di pregio priva. + + Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva». + + Com’ a l’annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch’ascolta, + da qual che parte il periglio l’assanni, + + così vid’ io l’altr’ anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + + Lo dir de l’una e de l’altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + + per che lo spirto che di pria parlòmi + ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca + nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + + Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti sarò scarso; + però sappi ch’io fui Guido del Duca. + + Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m’avresti di livore sparso. + + Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perché poni ’l core + là ’v’ è mestier di consorte divieto? + + Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s’è reda poi del suo valore. + + E non pur lo suo sangue è fatto brullo, + tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + + ché dentro a questi termini è ripieno + di venenosi sterpi, sì che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + + Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + + Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, + quando rimembro, con Guido da Prata, + Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + + Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l’una gente e l’altra è diretata), + + le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi + che ne ’nvogliava amore e cortesia + là dove i cuor son fatti sì malvagi. + + O Bretinoro, ché non fuggi via, + poi che gita se n’è la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti più s’impiglia. + + Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio + lor sen girà; ma non però che puro + già mai rimagna d’essi testimonio. + + O Ugolin de’ Fantolin, sicuro + è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + + Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta + troppo di pianger più che di parlare, + sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + + Noi sapavam che quell’ anime care + ci sentivano andar; però, tacendo, + facëan noi del cammin confidare. + + Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l’aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + + ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; + e fuggì come tuon che si dilegua, + se sùbito la nuvola scoscende. + + Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l’altra con sì gran fracasso, + che somigliò tonar che tosto segua: + + «Io sono Aglauro che divenni sasso»; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci, e non innanzi, il passo. + + Già era l’aura d’ogne parte queta; + ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo + che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + + Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo + de l’antico avversaro a sé vi tira; + e però poco val freno o richiamo. + + Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l’occhio vostro pur a terra mira; + + onde vi batte chi tutto discerne». + + + + Purgatorio • Canto XV + + + Quanto tra l’ultimar de l’ora terza + e ’l principio del dì par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + + tanto pareva già inver’ la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero là, e qui mezza notte era. + + E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, + perché per noi girato era sì ’l monte, + che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + + quand’ io senti’ a me gravar la fronte + a lo splendore assai più che di prima, + e stupor m’eran le cose non conte; + + ond’ io levai le mani inver’ la cima + de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + + Come quando da l’acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l’opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + + a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + sì come mostra esperïenza e arte; + + così mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + + «Che è quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia», + diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + + «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia + la famiglia del cielo», a me rispuose: + «messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + + Tosto sarà ch’a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose». + + Poi giunti fummo a l’angel benedetto, + con lieta voce disse: «Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto». + + Noi montavam, già partiti di linci, + e ‘Beati misericordes!’ fue + cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + + Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + + e dirizza’mi a lui sì dimandando: + «Che volse dir lo spirto di Romagna, + e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + + Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna + conosce il danno; e però non s’ammiri + se ne riprende perché men si piagna. + + Perché s’appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a’ sospiri. + + Ma se l’amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + + ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, + tanto possiede più di ben ciascuno, + e più di caritate arde in quel chiostro». + + «Io son d’esser contento più digiuno», + diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, + e più di dubbio ne la mente aduno. + + Com’ esser puote ch’un ben, distributo + in più posseditor, faccia più ricchi + di sé che se da pochi è posseduto?». + + Ed elli a me: «Però che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + + Quello infinito e ineffabil bene + che là sù è, così corre ad amore + com’ a lucido corpo raggio vene. + + Tanto si dà quanto trova d’ardore; + sì che, quantunque carità si stende, + cresce sovr’ essa l’etterno valore. + + E quanta gente più là sù s’intende, + più v’è da bene amare, e più vi s’ama, + e come specchio l’uno a l’altro rende. + + E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + + Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son già le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente». + + Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, + vidimi giunto in su l’altro girone, + sì che tacer mi fer le luci vaghe. + + Ivi mi parve in una visïone + estatica di sùbito esser tratto, + e vedere in un tempio più persone; + + e una donna, in su l’entrar, con atto + dolce di madre dicer: «Figliuol mio, + perché hai tu così verso noi fatto? + + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo». E come qui si tacque, + ciò che pareva prima, dispario. + + Indi m’apparve un’altra con quell’ acque + giù per le gote che ’l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + + e dir: «Se tu se’ sire de la villa + del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, + e onde ogne scïenza disfavilla, + + vendica te di quelle braccia ardite + ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». + E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + + risponder lei con viso temperato: + «Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama è per noi condannato?», + + Poi vidi genti accese in foco d’ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a sé pur: «Martira, martira!». + + E lui vedea chinarsi, per la morte + che l’aggravava già, inver’ la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + + orando a l’alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a’ suoi persecutori, + con quello aspetto che pietà diserra. + + Quando l’anima mia tornò di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + + Lo duca mio, che mi potea vedere + far sì com’ om che dal sonno si slega, + disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + + ma se’ venuto più che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?». + + «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, + io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve + quando le gambe mi furon sì tolte». + + Ed ei: «Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + + Ciò che vedesti fu perché non scuse + d’aprir lo core a l’acque de la pace + che da l’etterno fonte son diffuse. + + Non dimandai “Che hai?” per quel che face + chi guarda pur con l’occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + + ma dimandai per darti forza al piede: + così frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede». + + Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + né da quello era loco da cansarsi. + + Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + Purgatorio • Canto XVI + + + Buio d’inferno e di notte privata + d’ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant’ esser può di nuvol tenebrata, + + non fece al viso mio sì grosso velo + come quel fummo ch’ivi ci coperse, + né a sentir di così aspro pelo, + + che l’occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s’accostò e l’omero m’offerse. + + Sì come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + + m’andava io per l’aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + + Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l’Agnel di Dio che le peccata leva. + + Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + sì che parea tra esse ogne concordia. + + «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», + diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, + e d’iracundia van solvendo il nodo». + + «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?». + + Così per una voce detto fue; + onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, + e domanda se quinci si va sùe». + + E io: «O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi». + + «Io ti seguiterò quanto mi lece», + rispuose; «e se veder fummo non lascia, + l’udir ci terrà giunti in quella vece». + + Allora incominciai: «Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l’infernale ambascia. + + E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + + non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte». + + «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l’arco. + + Per montar sù dirittamente vai». + Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego + che per me prieghi quando sù sarai». + + E io a lui: «Per fede mi ti lego + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + + Prima era scempio, e ora è fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + + Lo mondo è ben così tutto diserto + d’ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + + ma priego che m’addite la cagione, + sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + + Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + + Se così fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + + Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, + lume v’è dato a bene e a malizia, + + e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + + A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + + Però, se ’l mondo presente disvia, + in voi è la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne sarò or vera spia. + + Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + + l’anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a ciò che la trastulla. + + Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + + Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver, che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, però che ’l pastor che procede, + rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + + per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, + di quel si pasce, e più oltre non chiede. + + Ben puoi veder che la mala condotta + è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, + e non natura che ’n voi sia corrotta. + + Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, + due soli aver, che l’una e l’altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + + L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada + col pasturale, e l’un con l’altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + + però che, giunti, l’un l’altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + + In sul paese ch’Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + + or può sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + + Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna + l’antica età la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + + Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma, + francescamente, il semplice Lombardo. + + Dì oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in sé due reggimenti, + cade nel fango, e sé brutta e la soma». + + «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; + e or discerno perché dal retaggio + li figli di Levì furono essenti. + + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio + di’ ch’è rimaso de la gente spenta, + in rimprovèro del secol selvaggio?». + + «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + + Per altro sopranome io nol conosco, + s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + + Vedi l’albor che per lo fummo raia + già biancheggiare, e me convien partirmi + (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + + Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + Purgatorio • Canto XVII + + + Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + + come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + + e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com’ io rividi + lo sole in pria, che già nel corcar era. + + Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi + del mio maestro, usci’ fuor di tal nube + ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + + O imaginativa che ne rube + talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge + perché dintorno suonin mille tube, + + chi move te, se ’l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s’informa, + per sé o per voler che giù lo scorge. + + De l’empiezza di lei che mutò forma + ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, + ne l’imagine mia apparve l’orma; + + e qui fu la mia mente sì ristretta + dentro da sé, che di fuor non venìa + cosa che fosse allor da lei ricetta. + + Poi piovve dentro a l’alta fantasia + un crucifisso, dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + + intorno ad esso era il grande Assüero, + Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far così intero. + + E come questa imagine rompeo + sé per sé stessa, a guisa d’una bulla + cui manca l’acqua sotto qual si feo, + + surse in mia visïone una fanciulla + piangendo forte, e dicea: «O regina, + perché per ira hai voluto esser nulla? + + Ancisa t’hai per non perder Lavina; + or m’hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + + Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + + così l’imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + + I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, + quando una voce disse «Qui si monta», + che da ogne altro intento mi rimosse; + + e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + + Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + così la mia virtù quivi mancava. + + «Questo è divino spirito, che ne la + via da ir sù ne drizza sanza prego, + e col suo lume sé medesmo cela. + + Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; + ché quale aspetta prego e l’uopo vede, + malignamente già si mette al nego. + + Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s’abbui, + ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + + Così disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch’io al primo grado fui, + + senti’mi presso quasi un muover d’ala + e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati + pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + + Già eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da più lati. + + ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, + fra me stesso dicea, ché mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + + Noi eravam dove più non saliva + la scala sù, ed eravamo affissi, + pur come nave ch’a la piaggia arriva. + + E io attesi un poco, s’io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + + «Dolce mio padre, dì, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + + Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + + Ma perché più aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora». + + «Né creator né creatura mai», + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + + Lo naturale è sempre sanza errore, + ma l’altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + + Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, + e ne’ secondi sé stesso misura, + esser non può cagion di mal diletto; + + ma quando al mal si torce, o con più cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra ’l fattore adovra sua fattura. + + Quinci comprender puoi ch’esser convene + amor sementa in voi d’ogne virtute + e d’ogne operazion che merta pene. + + Or, perché mai non può da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l’odio proprio son le cose tute; + + e perché intender non si può diviso, + e per sé stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto è deciso. + + Resta, se dividendo bene stimo, + che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + + È chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + + è chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch’ altri sormonti, + onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + + ed è chi per ingiuria par ch’aonti, + sì che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che ’l male altrui impronti. + + Questo triforme amor qua giù di sotto + si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + + Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l’animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + + Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + + Altro ben è che non fa l’uom felice; + non è felicità, non è la buona + essenza, d’ogne ben frutto e radice. + + L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, + di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + Purgatorio • Canto XVIII + + + Posto avea fine al suo ragionamento + l’alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s’io parea contento; + + e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse + lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + + Ma quel padre verace, che s’accorse + del timido voler che non s’apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + + Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva + sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + + Però ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e ’l suo contraro». + + «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci + de lo ’ntelletto, e fieti manifesto + l’error de’ ciechi che si fanno duci. + + L’animo, ch’è creato ad amar presto, + ad ogne cosa è mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto è desto. + + Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + sì che l’animo ad essa volger face; + + e se, rivolto, inver’ di lei si piega, + quel piegare è amor, quell’ è natura + che per piacer di novo in voi si lega. + + Poi, come ’l foco movesi in altura + per la sua forma ch’è nata a salire + là dove più in sua matera dura, + + così l’animo preso entra in disire, + ch’è moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + + Or ti puote apparer quant’ è nascosa + la veritate a la gente ch’avvera + ciascun amore in sé laudabil cosa; + + però che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + è buono, ancor che buona sia la cera». + + «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», + rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, + ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + + ché, s’amore è di fuori a noi offerto + e l’anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non è suo merto». + + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, + dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta + pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + + Ogne forma sustanzïal, che setta + è da matera ed è con lei unita, + specifica vertute ha in sé colletta, + + la qual sanza operar non è sentita, + né si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + + Però, là onde vegna lo ’ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de’ primi appetibili l’affetto, + + che sono in voi sì come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + + Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, + innata v’è la virtù che consiglia, + e de l’assenso de’ tener la soglia. + + Quest’ è ’l principio là onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + + Color che ragionando andaro al fondo, + s’accorser d’esta innata libertate; + però moralità lasciaro al mondo. + + Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s’accende, + di ritenerlo è in voi la podestate. + + La nobile virtù Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e però guarda + che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + + La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer più rade, + fatta com’ un secchion che tuttor arda; + + e correa contro ’l ciel per quelle strade + che ’l sole infiamma allor che quel da Roma + tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + + E quell’ ombra gentil per cui si noma + Pietola più che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + + per ch’io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com’ om che sonnolento vana. + + Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era già volta. + + E quale Ismeno già vide e Asopo + lungo di sè di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + + cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch’io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + + Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + + «Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + + «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda + per poco amor», gridavan li altri appresso, + «che studio di ben far grazia rinverda». + + «O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + + questi che vive, e certo i’ non vi bugio, + vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; + però ne dite ond’ è presso il pertugio». + + Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: «Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, + che restar non potem; però perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + + Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + + E tale ha già l’un piè dentro la fossa, + che tosto piangerà quel monastero, + e tristo fia d’avere avuta possa; + + perché suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero». + + Io non so se più disse o s’ei si tacque, + tant’ era già di là da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + + E quei che m’era ad ogne uopo soccorso + disse: «Volgiti qua: vedine due + venir dando a l’accidïa di morso». + + Di retro a tutti dicean: «Prima fue + morta la gente a cui il mar s’aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + + E quella che l’affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d’Anchise, + sé stessa a vita sanza gloria offerse». + + Poi quando fuor da noi tanto divise + quell’ ombre, che veder più non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + + del qual più altri nacquero e diversi; + e tanto d’uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + + e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + Purgatorio • Canto XIX + + + Ne l’ora che non può ’l calor dïurno + intepidar più ’l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + + —quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in orïente, innanzi a l’alba, + surger per via che poco le sta bruna—, + + mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + + Io la mirava; e come ’l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + così lo sguardo mio le facea scorta + + la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d’ora, e lo smarrito volto, + com’ amor vuol, così le colorava. + + Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, + cominciava a cantar sì, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + + «Io son», cantava, «io son dolce serena, + che ’ marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + + Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s’ausa, + rado sen parte; sì tutto l’appago!». + + Ancor non era sua bocca richiusa, + quand’ una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», + fieramente dicea; ed el venìa + con li occhi fitti pur in quella onesta. + + L’altra prendea, e dinanzi l’apria + fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; + quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + + Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre + voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; + troviam l’aperta per la qual tu entre». + + Sù mi levai, e tutti eran già pieni + de l’alto dì i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + + Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l’ha di pensier carca, + che fa di sé un mezzo arco di ponte; + + quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + + Con l’ali aperte, che parean di cigno, + volseci in sù colui che sì parlonne + tra due pareti del duro macigno. + + Mosse le penne poi e ventilonne, + ‘Qui lugent’ affermando esser beati, + ch’avran di consolar l’anime donne. + + «Che hai che pur inver’ la terra guati?», + la guida mia incominciò a dirmi, + poco amendue da l’angel sormontati. + + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi + novella visïon ch’a sé mi piega, + sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + + «Vedesti», disse, «quell’antica strega + che sola sovr’ a noi omai si piagne; + vedesti come l’uom da lei si slega. + + Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne». + + Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che là il tira, + + tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + + Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + + ‘Adhaesit pavimento anima mea’ + sentia dir lor con sì alti sospiri, + che la parola a pena s’intendea. + + «O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri». + + «Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via più tosto, + le vostre destre sien sempre di fori». + + Così pregò ’l poeta, e sì risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io + nel parlare avvisai l’altro nascosto, + + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond’ elli m’assentì con lieto cenno + ciò che chiedea la vista del disio. + + Poi ch’io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + + dicendo: «Spirto in cui pianger matura + quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi + al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri + cosa di là ond’ io vivendo mossi». + + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + + Intra Sïestri e Chiaveri s’adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + + Un mese e poco più prova’ io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l’altre some. + + La mia conversïone, omè!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + così scopersi la vita bugiarda. + + Vidi che lì non s’acquetava il core, + né più salir potiesi in quella vita; + per che di questa in me s’accese amore. + + Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + + Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l’anime converse; + e nulla pena il monte ha più amara. + + Sì come l’occhio nostro non s’aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + così giustizia qui a terra il merse. + + Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdési, + così giustizia qui stretti ne tene, + + ne’ piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi». + + Io m’era inginocchiato e volea dire; + ma com’ io cominciai ed el s’accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». + E io a lui: «Per vostra dignitate + mia coscïenza dritto mi rimorse». + + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», + rispuose; «non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + + Se mai quel santo evangelico suono + che dice ‘Neque nubent’ intendesti, + ben puoi veder perch’ io così ragiono. + + Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; + ché la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo ciò che tu dicesti. + + Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, + buona da sé, pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + + e questa sola di là m’è rimasa». + + + + Purgatorio • Canto XX + + + Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra ’l piacer mio, per piacerli, + trassi de l’acqua non sazia la spugna. + + Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a’ merli; + + ché la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, + da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + + Maladetta sie tu, antica lupa, + che più che tutte l’altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + + O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giù trasmutarsi, + quando verrà per cui questa disceda? + + Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + + e per ventura udi’ «Dolce Maria!» + dinanzi a noi chiamar così nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + + e seguitar: «Povera fosti tanto, + quanto veder si può per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo». + + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, + con povertà volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio». + + Queste parole m’eran sì piaciute, + ch’io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + + Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolò a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + + «O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola + tu queste degne lode rinovelle. + + Non fia sanza mercé la tua parola, + s’io ritorno a compiér lo cammin corto + di quella vita ch’al termine vola». + + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto + ch’io attenda di là, ma perché tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + + Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + sì che buon frutto rado se ne schianta. + + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente è Francia retta. + + Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + + trova’mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + + ch’a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + + Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + + Lì cominciò con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Pontì e Normandia prese e Guascogna. + + Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fé di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + + Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + + Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta + sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + + Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnerà, per sé tanto più grave, + quanto più lieve simil danno conta. + + L’altro, che già uscì preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l’altre schiave. + + O avarizia, che puoi tu più farne, + poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, + che non si cura de la propria carne? + + Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + + Veggiolo un’altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + + Veggio il novo Pilato sì crudele, + che ciò nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + + O Segnor mio, quando sarò io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + + Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + + tanto è risposto a tutte nostre prece + quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + + Noi repetiam Pigmalïon allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + + e la miseria de l’avaro Mida, + che seguì a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, + come furò le spoglie, sì che l’ira + di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + + Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; + e in infamia tutto ’l monte gira + + Polinestòr ch’ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: “Crasso, + dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + + Talor parla l’uno alto e l’altro basso, + secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + + però al ben che ’l dì ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona». + + Noi eravam partiti già da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n’era permesso, + + quand’ io senti’, come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch’a morte vada. + + Certo non si scoteo sì forte Delo, + pria che Latona in lei facesse ’l nido + a parturir li due occhi del cielo. + + Poi cominciò da tutte parti un grido + tal, che ’l maestro inverso me si feo, + dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + + ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ + dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + + No’ istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + + Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l’ombre che giacean per terra, + tornate già in su l’usato pianto. + + Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fé desideroso di sapere, + se la memoria mia in ciò non erra, + + quanta pareami allor, pensando, avere; + né per la fretta dimandare er’ oso, + né per me lì potea cosa vedere: + + così m’andava timido e pensoso. + + + + Purgatorio • Canto XXI + + + La sete natural che mai non sazia + se non con l’acqua onde la femminetta + samaritana domandò la grazia, + + mi travagliava, e pungeami la fretta + per la ’mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + + Ed ecco, sì come ne scrive Luca + che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, + già surto fuor de la sepulcral buca, + + ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, + dal piè guardando la turba che giace; + né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio + rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + + Poi cominciò: «Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l’etterno essilio». + + «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: + «se voi siete ombre che Dio sù non degni, + chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + + E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni + che questi porta e che l’angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + + Ma perché lei che dì e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + + l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, + venendo sù, non potea venir sola, + però ch’al nostro modo non adocchia. + + Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola + d’inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli + diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una + parve gridare infino a’ suoi piè molli». + + Sì mi diè, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza + ordine senta la religïone + de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + + Libero è qui da ogne alterazione: + di quel che ’l ciel da sé in sé riceve + esser ci puote, e non d’altro, cagione. + + Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina più sù cade + che la scaletta di tre gradi breve; + + nuvole spesse non paion né rade, + né coruscar, né figlia di Taumante, + che di là cangia sovente contrade; + + secco vapor non surge più avante + ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, + dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + + Trema forse più giù poco o assai; + ma per vento che ’n terra si nasconda, + non so come, qua sù non tremò mai. + + Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, sì che surga o che si mova + per salir sù; e tal grido seconda. + + De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l’alma sorprende, e di voler le giova. + + Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + + E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent’ anni e più, pur mo sentii + libera volontà di miglior soglia: + + però sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + + Così ne disse; e però ch’el si gode + tanto del ber quant’ è grande la sete, + non saprei dir quant’ el mi fece prode. + + E ’l savio duca: «Omai veggio la rete + che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, + perché ci trema e di che congaudete. + + Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, + e perché tanti secoli giaciuto + qui se’, ne le parole tue mi cappia». + + «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto + del sommo rege, vendicò le fóra + ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + + col nome che più dura e più onora + era io di là», rispuose quello spirto, + «famoso assai, ma non con fede ancora. + + Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a sé mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + + Stazio la gente ancor di là mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + + Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati più di mille; + + de l’Eneïda dico, la qual mamma + fummi, e fummi nutrice, poetando: + sanz’ essa non fermai peso di dramma. + + E per esser vivuto di là quando + visse Virgilio, assentirei un sole + più che non deggio al mio uscir di bando». + + Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; + ma non può tutto la virtù che vuole; + + ché riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne’ più veraci. + + Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; + per che l’ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + + e «Se tanto labore in bene assommi», + disse, «perché la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?». + + Or son io d’una parte e d’altra preso: + l’una mi fa tacer, l’altra scongiura + ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + + dal mio maestro, e «Non aver paura», + mi dice, «di parlar; ma parla e digli + quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + + Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch’io fei; + ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + + Questi che guida in alto li occhi miei, + è quel Virgilio dal qual tu togliesti + forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + + Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti». + + Già s’inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: «Frate, + non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate + comprender de l’amor ch’a te mi scalda, + quand’ io dismento nostra vanitate, + + trattando l’ombre come cosa salda». + + + + Purgatorio • Canto XXII + + + Già era l’angel dietro a noi rimaso, + l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + + e quei c’hanno a giustizia lor disiro + detto n’avea beati, e le sue voci + con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + + E io più lieve che per l’altre foci + m’andava, sì che sanz’ alcun labore + seguiva in sù li spiriti veloci; + + quando Virgilio incominciò: «Amore, + acceso di virtù, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + + onde da l’ora che tra noi discese + nel limbo de lo ’nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fé palese, + + mia benvoglienza inverso te fu quale + più strinse mai di non vista persona, + sì ch’or mi parran corte queste scale. + + Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurtà m’allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + + come poté trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?». + + Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + + Veramente più volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + + La tua dimanda tuo creder m’avvera + esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, + forse per quella cerchia dov’ io era. + + Or sappi ch’avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + + E se non fosse ch’io drizzai mia cura, + quand’ io intesi là dove tu chiame, + crucciato quasi a l’umana natura: + + ‘Per che non reggi tu, o sacra fame + de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, + voltando sentirei le giostre grame. + + Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali + potean le mani a spendere, e pente’mi + così di quel come de li altri mali. + + Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + + E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + + però, s’io son tra quella gente stato + che piange l’avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m’è incontrato». + + «Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta», + disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + + «per quello che Clïò teco lì tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + + Se così è, qual sole o quai candele + ti stenebraron sì, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?». + + Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m’alluminasti. + + Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e sé non giova, + ma dopo sé fa le persone dotte, + + quando dicesti: ‘Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenïe scende da ciel nova’. + + Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, + a colorare stenderò la mano. + + Già era ’l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l’etterno regno; + + e la parola tua sopra toccata + si consonava a’ nuovi predicanti; + ond’ io a visitarli presi usata. + + Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + + e mentre che di là per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + + E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi + di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu’mi, + + lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + + Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m’ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + + dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico». + + «Costoro e Persio e io e altri assai», + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco + che le Muse lattar più ch’altri mai, + + nel primo cinghio del carcere cieco; + spesse fïate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + + Euripide v’è nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piùe + Greci che già di lauro ornar la fronte. + + Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deïfile e Argia, + e Ismene sì trista come fue. + + Védeisi quella che mostrò Langia; + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, + e con le suore sue Deïdamia». + + Tacevansi ambedue già li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + + e già le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in sù l’ardente corno, + + quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo». + + Così l’usanza fu lì nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l’assentir di quell’ anima degna. + + Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch’a poetar mi davano intelletto. + + Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + + e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, così quello in giuso, + cred’ io, perché persona sù non vada. + + Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, + cadea de l’alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + + Li due poeti a l’alber s’appressaro; + e una voce per entro le fronde + gridò: «Di questo cibo avrete caro». + + Poi disse: «Più pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + + E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d’acqua; e Danïello + dispregiò cibo e acquistò savere. + + Lo secol primo, quant’ oro fu bello, + fé savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + + Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch’elli è glorïoso e tanto grande + + quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + Purgatorio • Canto XXIII + + + Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava ïo sì come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + + lo più che padre mi dicea: «Figliuole, + vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto + più utilmente compartir si vuole». + + Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sìe, + che l’andar mi facean di nullo costo. + + Ed ecco piangere e cantar s’udìe + ‘Labïa mëa, Domine’ per modo + tal, che diletto e doglia parturìe. + + «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», + comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo». + + Sì come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + + così di retro a noi, più tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d’anime turba tacita e devota. + + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema + che da l’ossa la pelle s’informava. + + Non credo che così a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando più n’ebbe tema. + + Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco + la gente che perdé Ierusalemme, + quando Maria nel figlio diè di becco!’ + + Parean l’occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ + ben avria quivi conosciuta l’emme. + + Chi crederebbe che l’odor d’un pomo + sì governasse, generando brama, + e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + + Già era in ammirar che sì li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + + ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; + poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + + Mai non l’avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + + Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + + «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia + che mi scolora», pregava, «la pelle, + né a difetto di carne ch’io abbia; + + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle + due anime che là ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!». + + «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, + mi dà di pianger mo non minor doglia», + rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; + non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, + ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + + Ed elli a me: «De l’etterno consiglio + cade vertù ne l’acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + + Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e ’n sete qui si rifà santa. + + Di bere e di mangiar n’accende cura + l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + + E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + + ché quella voglia a li alberi ci mena + che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, + quando ne liberò con la sua vena». + + E io a lui: «Forese, da quel dì + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + + Se prima fu la possa in te finita + di peccar più, che sovvenisse l’ora + del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + + come se’ tu qua sù venuto ancora? + Io ti credea trovar là giù di sotto, + dove tempo per tempo si ristora». + + Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto + a ber lo dolce assenzo d’i martìri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + + Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, + e liberato m’ha de li altri giri. + + Tanto è a Dio più cara e più diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare è più soletta; + + ché la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue più è pudica + che la Barbagia dov’ io la lasciai. + + O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? + Tempo futuro m’è già nel cospetto, + cui non sarà quest’ ora molto antica, + + nel qual sarà in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l’andar mostrando con le poppe il petto. + + Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + + Ma se le svergognate fosser certe + di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, + già per urlare avrian le bocche aperte; + + ché, se l’antiveder qui non m’inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira là dove ’l sol veli». + + Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + + Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda + vi si mostrò la suora di colui», + + e ’l sol mostrai; «costui per la profonda + notte menato m’ha d’i veri morti + con questa vera carne che ’l seconda. + + Indi m’han tratto sù li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che ’l mondo fece torti. + + Tanto dice di farmi sua compagna + che io sarò là dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + + Virgilio è questi che così mi dice», + e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra + per cuï scosse dianzi ogne pendice + + lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + Purgatorio • Canto XXIV + + + Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento + facea, ma ragionando andavam forte, + sì come nave pinta da buon vento; + + e l’ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + + E io, continüando al mio sermone, + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + + Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; + dimmi s’io veggio da notar persona + tra questa gente che sì mi riguarda». + + «La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse più, trïunfa lieta + ne l’alto Olimpo già di sua corona». + + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch’è sì munta + nostra sembianza via per la dïeta. + + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di là da lui più che l’altre trapunta + + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + + Molti altri mi nomò ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + sì ch’io però non vidi un atto bruno. + + Vidi per fame a vòto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturò col rocco molte genti. + + Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio + già di bere a Forlì con men secchezza, + e sì fu tal, che non si sentì sazio. + + Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza + più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, + che più parea di me aver contezza. + + El mormorava; e non so che «Gentucca» + sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga + de la giustizia che sì li pilucca. + + «O anima», diss’ io, «che par sì vaga + di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, + e te e me col tuo parlare appaga». + + «Femmina è nata, e non porta ancor benda», + cominciò el, «che ti farà piacere + la mia città, come ch’om la riprenda. + + Tu te n’andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + + Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + + E io a lui: «I’ mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch’e’ ditta dentro vo significando». + + «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo + che ’l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + + Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + + e qual più a gradire oltre si mette, + non vede più da l’uno a l’altro stilo»; + e, quasi contentato, si tacette. + + Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan più a fretta e vanno in filo, + + così tutta la gente che lì era, + volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + + E come l’uom che di trottare è lasso, + lascia andar li compagni, e sì passeggia + fin che si sfoghi l’affollar del casso, + + sì lasciò trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + + «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; + ma già non fïa il tornar mio tantosto, + ch’io non sia col voler prima a la riva; + + però che ’l loco u’ fui a viver posto, + di giorno in giorno più di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto». + + «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, + vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto + inver’ la valle ove mai non si scolpa. + + La bestia ad ogne passo va più ratto, + crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + + Non hanno molto a volger quelle ruote», + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro + ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + + Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro + in questo regno, sì ch’io perdo troppo + venendo teco sì a paro a paro». + + Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + + tal si partì da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo sì gran marescalchi. + + E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + + parvermi i rami gravidi e vivaci + d’un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora vòlto in laci. + + Vidi gente sott’ esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani + + che pregano, e ’l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + + Poi si partì sì come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + + «Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno è più sù che fu morso da Eva, + e questa pianta si levò da esso». + + Sì tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + + «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Tesëo combatter co’ doppi petti; + + e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver’ Madïan discese i colli». + + Sì accostati a l’un d’i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite già da miseri guadagni. + + Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e più ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + + «Che andate pensando sì voi sol tre?». + sùbita voce disse; ond’ io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + + Drizzai la testa per veder chi fossi; + e già mai non si videro in fornace + vetri o metalli sì lucenti e rossi, + + com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace + montare in sù, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace». + + L’aspetto suo m’avea la vista tolta; + per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, + com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + + E quale, annunziatrice de li albori, + l’aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + + tal mi senti’ un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti’ mover la piuma, + che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + + E senti’ dir: «Beati cui alluma + tanto di grazia, che l’amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + + esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + Purgatorio • Canto XXV + + + Ora era onde ’l salir non volea storpio; + ché ’l sole avëa il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + + per che, come fa l’uom che non s’affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + + così intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + + E quale il cicognin che leva l’ala + per voglia di volare, e non s’attenta + d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + + tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l’atto + che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + + Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca + l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + + Allor sicuramente apri’ la bocca + e cominciai: «Come si può far magro + là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + + «Se t’ammentassi come Meleagro + si consumò al consumar d’un stizzo, + non fora», disse, «a te questo sì agro; + + e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + + Ma perché dentro a tuo voler t’adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage». + + «Se la veduta etterna li dislego», + rispuose Stazio, «là dove tu sie, + discolpi me non potert’ io far nego». + + Poi cominciò: «Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + + Sangue perfetto, che poi non si beve + da l’assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + + prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch’a farsi quelle per le vene vane. + + Ancor digesto, scende ov’ è più bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr’ altrui sangue in natural vasello. + + Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, + l’un disposto a patire, e l’altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + + e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + ciò che per sua matera fé constare. + + Anima fatta la virtute attiva + qual d’una pianta, in tanto differente, + che questa è in via e quella è già a riva, + + tanto ovra poi, che già si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond’ è semente. + + Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtù ch’è dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + + Ma come d’animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, + che più savio di te fé già errante, + + sì che per sua dottrina fé disgiunto + da l’anima il possibile intelletto, + perché da lui non vide organo assunto. + + Apri a la verità che viene il petto; + e sappi che, sì tosto come al feto + l’articular del cerebro è perfetto, + + lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant’ arte di natura, e spira + spirito novo, di vertù repleto, + + che ciò che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, + che vive e sente e sé in sé rigira. + + E perché meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l’omor che de la vite cola. + + Quando Làchesis non ha più del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l’umano e ’l divino: + + l’altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto più che prima agute. + + Sanza restarsi, per sé stessa cade + mirabilmente a l’una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + + Tosto che loco lì la circunscrive, + la virtù formativa raggia intorno + così e quanto ne le membra vive. + + E come l’aere, quand’ è ben pïorno, + per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, + di diversi color diventa addorno; + + così l’aere vicin quivi si mette + e in quella forma ch’è in lui suggella + virtüalmente l’alma che ristette; + + e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco là ’vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + + Però che quindi ha poscia sua paruta, + è chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + + Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ’ sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + + Secondo che ci affliggono i disiri + e li altri affetti, l’ombra si figura; + e quest’ è la cagion di che tu miri». + + E già venuto a l’ultima tortura + s’era per noi, e vòlto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + + ond’ ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temëa ’l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + + Lo duca mio dicea: «Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + però ch’errar potrebbesi per poco». + + ‘Summae Deus clementïae’ nel seno + al grande ardore allora udi’ cantando, + che di volger mi fé caler non meno; + + e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch’io guardava a loro e a’ miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + + Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, + gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; + indi ricominciavan l’inno bassi. + + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tòsco». + + Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + + E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + + che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + Purgatorio • Canto XXVI + + + Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, + ce n’andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + + feriami il sole in su l’omero destro, + che già, raggiando, tutto l’occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + + e io facea con l’ombra più rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + + Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + + poi verso me, quanto potëan farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + + «O tu che vai, non per esser più tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + + Né solo a me la tua risposta è uopo; + ché tutti questi n’hanno maggior sete + che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + + Dinne com’ è che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete». + + Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora + già manifesto, s’io non fossi atteso + ad altra novità ch’apparve allora; + + ché per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + + Lì veggio d’ogne parte farsi presta + ciascun’ ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + + così per entro loro schiera bruna + s’ammusa l’una con l’altra formica, + forse a spïar lor via e lor fortuna. + + Tosto che parton l’accoglienza amica, + prima che ’l primo passo lì trascorra, + sopragridar ciascuna s’affatica: + + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; + e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, + perché ’l torello a sua lussuria corra». + + Poi, come grue ch’a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver’ l’arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + + l’una gente sen va, l’altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a’ primi canti + e al gridar che più lor si convene; + + e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m’avean pregato, + attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + + Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: «O anime sicure + d’aver, quando che sia, di pace stato, + + non son rimase acerbe né mature + le membra mie di là, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + + Quinci sù vo per non esser più cieco; + donna è di sopra che m’acquista grazia, + per che ’l mortal per vostro mondo reco. + + Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi + ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + + ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi è quella turba + che se ne va di retro a’ vostri terghi». + + Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s’inurba, + + che ciascun’ ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + + «Beato te, che de le nostre marche», + ricominciò colei che pria m’inchiese, + «per morir meglio, esperïenza imbarche! + + La gente che non vien con noi, offese + di ciò per che già Cesar, trïunfando, + “Regina” contra sé chiamar s’intese: + + però si parton “Soddoma” gridando, + rimproverando a sé com’ hai udito, + e aiutan l’arsura vergognando. + + Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perché non servammo umana legge, + seguendo come bestie l’appetito, + + in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + + Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo’ saper chi semo, + tempo non è di dire, e non saprei. + + Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo + per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + + Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + + quand’ io odo nomar sé stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d’amore usar dolci e leggiadre; + + e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fïata rimirando lui, + né, per lo foco, in là più m’appressai. + + Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m’offersi pronto al suo servigio + con l’affermar che fa credere altrui. + + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, + per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, + che Letè nol può tòrre né far bigio. + + Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che è cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d’avermi caro». + + E io a lui: «Li dolci detti vostri, + che, quanto durerà l’uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri». + + «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno + col dito», e additò un spirto innanzi, + «fu miglior fabbro del parlar materno. + + Versi d’amore e prose di romanzi + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + + A voce più ch’al ver drizzan li volti, + e così ferman sua oppinïone + prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + + Così fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l’ha vinto il ver con più persone. + + Or se tu hai sì ampio privilegio, + che licito ti sia l’andare al chiostro + nel quale è Cristo abate del collegio, + + falli per me un dir d’un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non è più nostro». + + Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l’acqua il pesce andando al fondo. + + Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch’al suo nome il mio disire + apparecchiava grazïoso loco. + + El cominciò liberamente a dire: + «Tan m’abellis vostre cortes deman, + qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + + Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l’escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!». + + Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + Purgatorio • Canto XXVII + + + Sì come quando i primi raggi vibra + là dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + + e l’onde in Gange da nona rïarse, + sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, + come l’angel di Dio lieto ci apparse. + + Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava ‘Beati mundo corde!’ + in voce assai più che la nostra viva. + + Poscia «Più non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di là non siate sorde», + + ci disse come noi li fummo presso; + per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, + qual è colui che ne la fossa è messo. + + In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi già veduti accesi. + + Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, + qui può esser tormento, ma non morte. + + Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerïon ti guidai salvo, + che farò ora presso più a Dio? + + Credi per certo che se dentro a l’alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d’un capel calvo. + + E se tu forse credi ch’io t’inganni, + fatti ver’ lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + + Pon giù omai, pon giù ogne temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». + E io pur fermo e contra coscïenza. + + Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: + tra Bëatrice e te è questo muro». + + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che ’l gelso diventò vermiglio; + + così, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + + Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! + volenci star di qua?»; indi sorrise + come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + + Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + + Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + + Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + + Guidavaci una voce che cantava + di là; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor là ove si montava. + + ‘Venite, benedicti Patris mei’, + sonò dentro a un lume che lì era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; + non v’arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l’occidente non si annera». + + Dritta salia la via per entro ’l sasso + verso tal parte ch’io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch’era già basso. + + E di pochi scaglion levammo i saggi, + che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + + E pria che ’n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + + ciascun di noi d’un grado fece letto; + ché la natura del monte ci affranse + la possa del salir più e ’l diletto. + + Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + + tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, + guardate dal pastor, che ’n su la verga + poggiato s’è e lor di posa serve; + + e quale il mandrïan che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perché fiera non lo sperga; + + tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + + Poco parer potea lì del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e più chiare e maggiori. + + Sì ruminando e sì mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + + Ne l’ora, credo, che de l’orïente + prima raggiò nel monte Citerea, + che di foco d’amor par sempre ardente, + + giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + + «Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + + Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + + Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga + com’ io de l’addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + + E già per li splendori antelucani, + che tanto a’ pellegrin surgon più grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + + le tenebre fuggian da tutti lati, + e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, + veggendo i gran maestri già levati. + + «Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de’ mortali, + oggi porrà in pace le tue fami». + + Virgilio inverso me queste cotali + parole usò; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + + Tanto voler sopra voler mi venne + de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + + Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su ’l grado superno, + in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + + e disse: «Il temporal foco e l’etterno + veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte + dov’ io per me più oltre non discerno. + + Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + + Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; + vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da sé produce. + + Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + + Non aspettar mio dir più né mio cenno; + libero, dritto e sano è tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + + per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + Purgatorio • Canto XXVIII + + + Vago già di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch’a li occhi temperava il novo giorno, + + sanza più aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d’ogne parte auliva. + + Un’aura dolce, sanza mutamento + avere in sé, mi feria per la fronte + non di più colpo che soave vento; + + per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + + non però dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d’operare ogne lor arte; + + ma con piena letizia l’ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + + tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su ’l lito di Chiassi, + quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + + Già m’avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch’io + non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + + ed ecco più andar mi tolse un rio, + che ’nver’ sinistra con sue picciole onde + piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + + Tutte l’acque che son di qua più monde, + parrieno avere in sé mistura alcuna + verso di quella, che nulla nasconde, + + avvegna che si mova bruna bruna + sotto l’ombra perpetüa, che mai + raggiar non lascia sole ivi né luna. + + Coi piè ristetti e con li occhi passai + di là dal fiumicello, per mirare + la gran varïazion d’i freschi mai; + + e là m’apparve, sì com’ elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + + una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond’ era pinta tutta la sua via. + + «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore + ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti + che soglion esser testimon del core, + + vegnati in voglia di trarreti avanti», + diss’ io a lei, «verso questa rivera, + tanto ch’io possa intender che tu canti. + + Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera». + + Come si volge, con le piante strette + a terra e intra sé, donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + + volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + + e fece i prieghi miei esser contenti, + sì appressando sé, che ’l dolce suono + veniva a me co’ suoi intendimenti. + + Tosto che fu là dove l’erbe sono + bagnate già da l’onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + + Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + + Ella ridea da l’altra riva dritta, + trattando più color con le sue mani, + che l’alta terra sanza seme gitta. + + Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, là ’ve passò Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + + più odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch’ allor non s’aperse. + + «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», + cominciò ella, «in questo luogo eletto + a l’umana natura per suo nido, + + maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + + E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, + dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta + ad ogne tua question tanto che basti». + + «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + + Ond’ ella: «Io dicerò come procede + per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, + e purgherò la nebbia che ti fiede. + + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, + fé l’uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr’ a lui d’etterna pace. + + Per sua difalta qui dimorò poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambiò onesto riso e dolce gioco. + + Perché ’l turbar che sotto da sé fanno + l’essalazion de l’acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + + a l’uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salìo verso ’l ciel tanto, + e libero n’è d’indi ove si serra. + + Or perché in circuito tutto quanto + l’aere si volge con la prima volta, + se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + + in questa altezza ch’è tutta disciolta + ne l’aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch’ è folta; + + e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l’aura impregna + e quella poi, girando, intorno scuote; + + e l’altra terra, secondo ch’è degna + per sé e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtù diverse legna. + + Non parrebbe di là poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s’appiglia. + + E saper dei che la campagna santa + dove tu se’, d’ogne semenza è piena, + e frutto ha in sé che di là non si schianta. + + L’acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch’acquista e perde lena; + + ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant’ ella versa da due parti aperta. + + Da questa parte con virtù discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + + Quinci Letè; così da l’altro lato + Eünoè si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non è gustato: + + a tutti altri sapori esto è di sopra. + E avvegna ch’assai possa esser sazia + la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + + darotti un corollario ancor per grazia; + né credo che ’l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + + Quelli ch’anticamente poetaro + l’età de l’oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + + Qui fu innocente l’umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare è questo di che ciascun dice». + + Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto + a’ miei poeti, e vidi che con riso + udito avëan l’ultimo costrutto; + + poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + Purgatorio • Canto XXIX + + + Cantando come donna innamorata, + continüò col fin di sue parole: + ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + + E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disïando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + + allor si mosse contra ’l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + + Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch’a levante mi rendei. + + Né ancor fu così nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + + Ed ecco un lustro sùbito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + + Ma perché ’l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, più e più splendeva, + nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + + E una melodia dolce correva + per l’aere luminoso; onde buon zelo + mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + + che là dove ubidia la terra e ’l cielo, + femmina, sola e pur testé formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + + sotto ’l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e più lunga fïata. + + Mentr’ io m’andava tra tante primizie + de l’etterno piacer tutto sospeso, + e disïoso ancora a più letizie, + + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fé l’aere sotto i verdi rami; + e ’l dolce suon per canti era già inteso. + + O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + + Or convien che Elicona per me versi, + e Uranìe m’aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + + Poco più oltre, sette alberi d’oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + + ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, + che l’obietto comun, che ’l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + + la virtù ch’a ragion discorso ammanna, + sì com’ elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + + Di sopra fiammeggiava il bello arnese + più chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + + Io mi rivolsi d’ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + + Indi rendei l’aspetto a l’alte cose + che si movieno incontr’ a noi sì tardi, + che foran vinte da novelle spose. + + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi + sì ne l’affetto de le vive luci, + e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + + Genti vid’ io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua già mai non fuci. + + L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s’io riguardava in lei, come specchio anco. + + Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + + e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a sé l’aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + + sì che lì sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + + Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + + Sotto così bel ciel com’ io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + + Tutti cantavan: «Benedicta tue + ne le figlie d’Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!». + + Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette + a rimpetto di me da l’altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + + sì come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + + Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + + A descriver lor forme più non spargo + rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, + tanto ch’a questa non posso esser largo; + + ma leggi Ezechïel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + + e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch’a le penne + Giovanni è meco e da lui si diparte. + + Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, trïunfale, + ch’al collo d’un grifon tirato venne. + + Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + + Tanto salivan che non eran viste; + le membra d’oro avea quant’ era uccello, + e bianche l’altre, di vermiglio miste. + + Non che Roma di carro così bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + + quel del Sol che, svïando, fu combusto + per l’orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + + Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l’una tanto rossa + ch’a pena fora dentro al foco nota; + + l’altr’ era come se le carni e l’ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve testé mossa; + + e or parëan da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + + Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + + Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + + L’un si mostrava alcun de’ famigliari + di quel sommo Ipocràte che natura + a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + + mostrava l’altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fé paura. + + Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + + E questi sette col primaio stuolo + erano abitüati, ma di gigli + dintorno al capo non facëan brolo, + + anzi di rose e d’altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + + E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s’udì, e quelle genti degne + parvero aver l’andar più interdetto, + + fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + Purgatorio • Canto XXX + + + Quando il settentrïon del primo cielo, + che né occaso mai seppe né orto + né d’altra nebbia che di colpa velo, + + e che faceva lì ciascun accorto + di suo dover, come ’l più basso face + qual temon gira per venire a porto, + + fermo s’affisse: la gente verace, + venuta prima tra ’l grifone ed esso, + al carro volse sé come a sua pace; + + e un di loro, quasi da ciel messo, + ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando + gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + + Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + + cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + + Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, + e fior gittando e di sopra e dintorno, + ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + + Io vidi già nel cominciar del giorno + la parte orïental tutta rosata, + e l’altro ciel di bel sereno addorno; + + e la faccia del sol nascere ombrata, + sì che per temperanza di vapori + l’occhio la sostenea lunga fïata: + + così dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giù dentro e di fori, + + sovra candido vel cinta d’uliva + donna m’apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + + E lo spirito mio, che già cotanto + tempo era stato ch’a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + + sanza de li occhi aver più conoscenza, + per occulta virtù che da lei mosse, + d’antico amor sentì la gran potenza. + + Tosto che ne la vista mi percosse + l’alta virtù che già m’avea trafitto + prima ch’io fuor di püerizia fosse, + + volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli è afflitto, + + per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma + di sangue m’è rimaso che non tremi: + conosco i segni de l’antica fiamma’. + + Ma Virgilio n’avea lasciati scemi + di sé, Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die’mi; + + né quantunque perdeo l’antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + + «Dante, perché Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non piangere ancora; + ché pianger ti conven per altra spada». + + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l’incora; + + in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessità qui si registra, + + vidi la donna che pria m’appario + velata sotto l’angelica festa, + drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + + Tutto che ’l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + + regalmente ne l’atto ancor proterva + continüò come colui che dice + e ’l più caldo parlar dietro reserva: + + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d’accedere al monte? + non sapei tu che qui è l’uom felice?». + + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, + tanta vergogna mi gravò la fronte. + + Così la madre al figlio par superba, + com’ ella parve a me; perché d’amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + + Ella si tacque; e li angeli cantaro + di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; + ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + + Sì come neve tra le vive travi + per lo dosso d’Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + + poi, liquefatta, in sé stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + sì che par foco fonder la candela; + + così fui sanza lagrime e sospiri + anzi ’l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + + ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + + lo gel che m’era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi uscì del petto. + + Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole così poscia: + + «Voi vigilate ne l’etterno die, + sì che notte né sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + + onde la mia risposta è con più cura + che m’intenda colui che di là piagne, + perché sia colpa e duol d’una misura. + + Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + + ma per larghezza di grazie divine, + che sì alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste là non van vicine, + + questi fu tal ne la sua vita nova + virtüalmente, ch’ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + + Ma tanto più maligno e più silvestro + si fa ’l terren col mal seme e non cólto, + quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + + Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte vòlto. + + Sì tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + + Quando di carne a spirto era salita, + e bellezza e virtù cresciuta m’era, + fu’ io a lui men cara e men gradita; + + e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + + Né l’impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + + Tanto giù cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran già corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + + Per questo visitai l’uscio d’i morti, + e a colui che l’ha qua sù condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + + Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Letè si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + + di pentimento che lagrime spanda». + + + + Purgatorio • Canto XXXI + + + «O tu che se’ di là dal fiume sacro», + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m’era paruto acro, + + ricominciò, seguendo sanza cunta, + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta». + + Era la mia virtù tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + + Poco sofferse; poi disse: «Che pense? + Rispondi a me; ché le memorie triste + in te non sono ancor da l’acqua offense». + + Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + + Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa, la sua corda e l’arco, + e con men foga l’asta il segno tocca, + + sì scoppia’ io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allentò per lo suo varco. + + Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di là dal qual non è a che s’aspiri, + + quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti così spogliar la spene? + + E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?». + + Dopo la tratta d’un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + + Piangendo dissi: «Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che ’l vostro viso si nascose». + + Ed ella: «Se tacessi o se negassi + ciò che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + + Ma quando scoppia de la propria gota + l’accusa del peccato, in nostra corte + rivolge sé contra ’l taglio la rota. + + Tuttavia, perché mo vergogna porte + del tuo errore, e perché altra volta, + udendo le serene, sie più forte, + + pon giù il seme del piangere e ascolta: + sì udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + + Mai non t’appresentò natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch’io + rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + + e se ’l sommo piacer sì ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + + Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era più tale. + + Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar più colpo, o pargoletta + o altra novità con sì breve uso. + + Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d’i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta». + + Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e sé riconoscendo e ripentuti, + + tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando + per udir se’ dolente, alza la barba, + e prenderai più doglia riguardando». + + Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + + ch’io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l’argomento. + + E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersïon l’occhio comprese; + + e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch’è sola una persona in due nature. + + Sotto ’l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi più sé stessa antica, + vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + + Di penter sì mi punse ivi l’ortica, + che di tutte altre cose qual mi torse + più nel suo amor, più mi si fé nemica. + + Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, + la donna ch’io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + + Tratto m’avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l’acqua lieve come scola. + + Quando fui presso a la beata riva, + ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + + La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + + Indi mi tolse, e bagnato m’offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di là, che miran più profondo». + + Così cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + + Disser: «Fa che le viste non risparmi; + posto t’avem dinanzi a li smeraldi + ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + + Mille disiri più che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + + Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + + Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in sé star queta, + e ne l’idolo suo si trasmutava. + + Mentre che piena di stupore e lieta + l’anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di sé, di sé asseta, + + sé dimostrando di più alto tribo + ne li atti, l’altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», + era la sua canzone, «al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + + Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, sì che discerna + la seconda bellezza che tu cele». + + O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l’ombra + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + + che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + là dove armonizzando il ciel t’adombra, + + quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + Purgatorio • Canto XXXII + + + Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m’eran tutti spenti. + + Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler—così lo santo riso + a sé traéli con l’antica rete!—; + + quando per forza mi fu vòlto il viso + ver’ la sinistra mia da quelle dee, + perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + + e la disposizion ch’a veder èe + ne li occhi pur testé dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fée. + + Ma poi ch’al poco il viso riformossi + (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + + vidi ’n sul braccio destro esser rivolto + lo glorïoso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + + Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e sé gira col segno, + prima che possa tutta in sé mutarsi; + + quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + + Indi a le rote si tornar le donne, + e ’l grifon mosse il benedetto carco + sì, che però nulla penna crollonne. + + La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fé l’orbita sua con minore arco. + + Sì passeggiando l’alta selva vòta, + colpa di quella ch’al serpente crese, + temprava i passi un’angelica nota. + + Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Bëatrice scese. + + Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + + La coma sua, che tanto si dilata + più quanto più è sù, fora da l’Indi + ne’ boschi lor per altezza ammirata. + + «Beato se’, grifon, che non discindi + col becco d’esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi». + + Così dintorno a l’albero robusto + gridaron li altri; e l’animal binato: + «Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + + E vòlto al temo ch’elli avea tirato, + trasselo al piè de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lasciò legato. + + Come le nostre piante, quando casca + giù la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + + turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che ’l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + + men che di rose e più che di vïole + colore aprendo, s’innovò la pianta, + che prima avea le ramora sì sole. + + Io non lo ’ntesi, né qui non si canta + l’inno che quella gente allor cantaro, + né la nota soffersi tutta quanta. + + S’io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + + come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com’ io m’addormentai; + ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + + Però trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + + Quali a veder de’ fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetüe nozze fa nel cielo, + + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + + e videro scemata loro scuola + così di Moïsè come d’Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + + tal torna’ io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + + E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». + Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + + Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo ’l grifon sen vanno suso + con più dolce canzone e più profonda». + + E se più fu lo suo parlar diffuso, + non so, però che già ne li occhi m’era + quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + + Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata lì del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + + In cerchio le facevan di sé claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + + «Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo è romano. + + Però, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di là, fa che tu scrive». + + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d’i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + + Non scese mai con sì veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che più va remoto, + + com’ io vidi calar l’uccel di Giove + per l’alber giù, rompendo de la scorza, + non che d’i fiori e de le foglie nove; + + e ferì ’l carro di tutta sua forza; + ond’ el piegò come nave in fortuna, + vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + + Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del trïunfal veiculo una volpe + che d’ogne pasto buon parea digiuna; + + ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + + Poscia per indi ond’ era pria venuta, + l’aguglia vidi scender giù ne l’arca + del carro e lasciar lei di sé pennuta; + + e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce uscì del cielo e cotal disse: + «O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + + Poi parve a me che la terra s’aprisse + tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro sù la coda fisse; + + e come vespa che ritragge l’ago, + a sé traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + + Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + + si ricoperse, e funne ricoperta + e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto + che più tiene un sospir la bocca aperta. + + Trasformato così ’l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + + Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + + Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m’apparve con le ciglia intorno pronte; + + e come perché non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e basciavansi insieme alcuna volta. + + Ma perché l’occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagellò dal capo infin le piante; + + poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + + a la puttana e a la nova belva. + + + + Purgatorio • Canto XXXIII + + + ‘Deus, venerunt gentes’, alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + + e Bëatrice, sospirosa e pia, + quelle ascoltava sì fatta, che poco + più a la croce si cambiò Maria. + + Ma poi che l’altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pè, + rispuose, colorata come foco: + + ‘Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me’. + + Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo sé, solo accennando, mosse + me e la donna e ’l savio che ristette. + + Così sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», + mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + + Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, + dissemi: «Frate, perché non t’attenti + a domandarmi omai venendo meco?». + + Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti, + + avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: «Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + sì che non parli più com’ om che sogna. + + Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, + fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + + Non sarà tutto tempo sanza reda + l’aguglia che lasciò le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + + ch’io veggio certamente, e però il narro, + a darne tempo già stelle propinque, + secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + + nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, anciderà la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + + E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + + ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + + Tu nota; e sì come da me son porte, + così queste parole segna a’ vivi + del viver ch’è un correre a la morte. + + E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch’è or due volte dirubata quivi. + + Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l’uso suo la creò santa. + + Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e più l’anima prima + bramò colui che ’l morso in sé punio. + + Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e sì travolta ne la cima. + + E se stati non fossero acqua d’Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + + per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l’interdetto, + conosceresti a l’arbor moralmente. + + Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che ’l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto». + + E io: «Sì come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato è or da voi lo mio cervello. + + Ma perché tanto sovra mia veduta + vostra parola disïata vola, + che più la perde quanto più s’aiuta?». + + «Perché conoschi», disse, «quella scuola + c’hai seguitata, e veggi sua dottrina + come può seguitar la mia parola; + + e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che più alto festina». + + Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda + ch’i’ stranïasse me già mai da voi, + né honne coscïenza che rimorda». + + «E se tu ricordar non te ne puoi», + sorridendo rispuose, «or ti rammenta + come bevesti di Letè ancoi; + + e se dal fummo foco s’argomenta, + cotesta oblivïon chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + + Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude». + + E più corusco e con più lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e là, come li aspetti, fassi, + + quando s’affisser, sì come s’affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + + le sette donne al fin d’un’ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri + veder mi parve uscir d’una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + + «O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua è questa che qui si dispiega + da un principio e sé da sé lontana?». + + Per cotal priego detto mi fu: «Priega + Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + + la bella donna: «Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l’acqua di Letè non gliel nascose». + + E Bëatrice: «Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + + Ma vedi Eünoè che là diriva: + menalo ad esso, e come tu se’ usa, + la tramortita sua virtù ravviva». + + Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che è per segno fuor dischiusa; + + così, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: «Vien con lui». + + S’io avessi, lettor, più lungo spazio + da scrivere, i’ pur cantere’ in parte + lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + + ma perché piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + + Io ritornai da la santissima onda + rifatto sì come piante novelle + rinovellate di novella fronda, + + puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + + PARADISO + + + + + Paradiso • Canto I + + + La gloria di colui che tutto move + per l’universo penetra, e risplende + in una parte più e meno altrove. + + Nel ciel che più de la sua luce prende + fu’ io, e vidi cose che ridire + né sa né può chi di là sù discende; + + perché appressando sé al suo disire, + nostro intelletto si profonda tanto, + che dietro la memoria non può ire. + + Veramente quant’ io del regno santo + ne la mia mente potei far tesoro, + sarà ora materia del mio canto. + + O buono Appollo, a l’ultimo lavoro + fammi del tuo valor sì fatto vaso, + come dimandi a dar l’amato alloro. + + Infino a qui l’un giogo di Parnaso + assai mi fu; ma or con amendue + m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. + + Entra nel petto mio, e spira tue + sì come quando Marsïa traesti + de la vagina de le membra sue. + + O divina virtù, se mi ti presti + tanto che l’ombra del beato regno + segnata nel mio capo io manifesti, + + vedra’mi al piè del tuo diletto legno + venire, e coronarmi de le foglie + che la materia e tu mi farai degno. + + Sì rade volte, padre, se ne coglie + per trïunfare o cesare o poeta, + colpa e vergogna de l’umane voglie, + + che parturir letizia in su la lieta + delfica deïtà dovria la fronda + peneia, quando alcun di sé asseta. + + Poca favilla gran fiamma seconda: + forse di retro a me con miglior voci + si pregherà perché Cirra risponda. + + Surge ai mortali per diverse foci + la lucerna del mondo; ma da quella + che quattro cerchi giugne con tre croci, + + con miglior corso e con migliore stella + esce congiunta, e la mondana cera + più a suo modo tempera e suggella. + + Fatto avea di là mane e di qua sera + tal foce, e quasi tutto era là bianco + quello emisperio, e l’altra parte nera, + + quando Beatrice in sul sinistro fianco + vidi rivolta e riguardar nel sole: + aguglia sì non li s’affisse unquanco. + + E sì come secondo raggio suole + uscir del primo e risalire in suso, + pur come pelegrin che tornar vuole, + + così de l’atto suo, per li occhi infuso + ne l’imagine mia, il mio si fece, + e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso. + + Molto è licito là, che qui non lece + a le nostre virtù, mercé del loco + fatto per proprio de l’umana spece. + + Io nol soffersi molto, né sì poco, + ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, + com’ ferro che bogliente esce del foco; + + e di sùbito parve giorno a giorno + essere aggiunto, come quei che puote + avesse il ciel d’un altro sole addorno. + + Beatrice tutta ne l’etterne rote + fissa con li occhi stava; e io in lei + le luci fissi, di là sù rimote. + + Nel suo aspetto tal dentro mi fei, + qual si fé Glauco nel gustar de l’erba + che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. + + Trasumanar significar per verba + non si poria; però l’essemplo basti + a cui esperïenza grazia serba. + + S’i’ era sol di me quel che creasti + novellamente, amor che ’l ciel governi, + tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. + + Quando la rota che tu sempiterni + desiderato, a sé mi fece atteso + con l’armonia che temperi e discerni, + + parvemi tanto allor del cielo acceso + de la fiamma del sol, che pioggia o fiume + lago non fece alcun tanto disteso. + + La novità del suono e ’l grande lume + di lor cagion m’accesero un disio + mai non sentito di cotanto acume. + + Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, + a quïetarmi l’animo commosso, + pria ch’io a dimandar, la bocca aprio + + e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso + col falso imaginar, sì che non vedi + ciò che vedresti se l’avessi scosso. + + Tu non se’ in terra, sì come tu credi; + ma folgore, fuggendo il proprio sito, + non corse come tu ch’ad esso riedi». + + S’io fui del primo dubbio disvestito + per le sorrise parolette brevi, + dentro ad un nuovo più fu’ inretito + + e dissi: «Già contento requïevi + di grande ammirazion; ma ora ammiro + com’ io trascenda questi corpi levi». + + Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, + li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante + che madre fa sovra figlio deliro, + + e cominciò: «Le cose tutte quante + hanno ordine tra loro, e questo è forma + che l’universo a Dio fa simigliante. + + Qui veggion l’alte creature l’orma + de l’etterno valore, il qual è fine + al quale è fatta la toccata norma. + + Ne l’ordine ch’io dico sono accline + tutte nature, per diverse sorti, + più al principio loro e men vicine; + + onde si muovono a diversi porti + per lo gran mar de l’essere, e ciascuna + con istinto a lei dato che la porti. + + Questi ne porta il foco inver’ la luna; + questi ne’ cor mortali è permotore; + questi la terra in sé stringe e aduna; + + né pur le creature che son fore + d’intelligenza quest’ arco saetta, + ma quelle c’hanno intelletto e amore. + + La provedenza, che cotanto assetta, + del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto + nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; + + e ora lì, come a sito decreto, + cen porta la virtù di quella corda + che ciò che scocca drizza in segno lieto. + + Vero è che, come forma non s’accorda + molte fïate a l’intenzion de l’arte, + perch’ a risponder la materia è sorda, + + così da questo corso si diparte + talor la creatura, c’ha podere + di piegar, così pinta, in altra parte; + + e sì come veder si può cadere + foco di nube, sì l’impeto primo + l’atterra torto da falso piacere. + + Non dei più ammirar, se bene stimo, + lo tuo salir, se non come d’un rivo + se d’alto monte scende giuso ad imo. + + Maraviglia sarebbe in te se, privo + d’impedimento, giù ti fossi assiso, + com’ a terra quïete in foco vivo». + + Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. + + + + Paradiso • Canto II + + + O voi che siete in piccioletta barca, + desiderosi d’ascoltar, seguiti + dietro al mio legno che cantando varca, + + tornate a riveder li vostri liti: + non vi mettete in pelago, ché forse, + perdendo me, rimarreste smarriti. + + L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; + Minerva spira, e conducemi Appollo, + e nove Muse mi dimostran l’Orse. + + Voialtri pochi che drizzaste il collo + per tempo al pan de li angeli, del quale + vivesi qui ma non sen vien satollo, + + metter potete ben per l’alto sale + vostro navigio, servando mio solco + dinanzi a l’acqua che ritorna equale. + + Que’ glorïosi che passaro al Colco + non s’ammiraron come voi farete, + quando Iasón vider fatto bifolco. + + La concreata e perpetüa sete + del deïforme regno cen portava + veloci quasi come ’l ciel vedete. + + Beatrice in suso, e io in lei guardava; + e forse in tanto in quanto un quadrel posa + e vola e da la noce si dischiava, + + giunto mi vidi ove mirabil cosa + mi torse il viso a sé; e però quella + cui non potea mia cura essere ascosa, + + volta ver’ me, sì lieta come bella, + «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, + «che n’ha congiunti con la prima stella». + + Parev’ a me che nube ne coprisse + lucida, spessa, solida e pulita, + quasi adamante che lo sol ferisse. + + Per entro sé l’etterna margarita + ne ricevette, com’ acqua recepe + raggio di luce permanendo unita. + + S’io era corpo, e qui non si concepe + com’ una dimensione altra patio, + ch’esser convien se corpo in corpo repe, + + accender ne dovria più il disio + di veder quella essenza in che si vede + come nostra natura e Dio s’unio. + + Lì si vedrà ciò che tenem per fede, + non dimostrato, ma fia per sé noto + a guisa del ver primo che l’uom crede. + + Io rispuosi: «Madonna, sì devoto + com’ esser posso più, ringrazio lui + lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. + + Ma ditemi: che son li segni bui + di questo corpo, che là giuso in terra + fan di Cain favoleggiare altrui?». + + Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra + l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali + dove chiave di senso non diserra, + + certo non ti dovrien punger li strali + d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi + vedi che la ragione ha corte l’ali. + + Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». + E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso + credo che fanno i corpi rari e densi». + + Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso + nel falso il creder tuo, se bene ascolti + l’argomentar ch’io li farò avverso. + + La spera ottava vi dimostra molti + lumi, li quali e nel quale e nel quanto + notar si posson di diversi volti. + + Se raro e denso ciò facesser tanto, + una sola virtù sarebbe in tutti, + più e men distributa e altrettanto. + + Virtù diverse esser convegnon frutti + di princìpi formali, e quei, for ch’uno, + seguiterieno a tua ragion distrutti. + + Ancor, se raro fosse di quel bruno + cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte + fora di sua materia sì digiuno + + esto pianeto, o, sì come comparte + lo grasso e ’l magro un corpo, così questo + nel suo volume cangerebbe carte. + + Se ’l primo fosse, fora manifesto + ne l’eclissi del sol, per trasparere + lo lume come in altro raro ingesto. + + Questo non è: però è da vedere + de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, + falsificato fia lo tuo parere. + + S’elli è che questo raro non trapassi, + esser conviene un termine da onde + lo suo contrario più passar non lassi; + + e indi l’altrui raggio si rifonde + così come color torna per vetro + lo qual di retro a sé piombo nasconde. + + Or dirai tu ch’el si dimostra tetro + ivi lo raggio più che in altre parti, + per esser lì refratto più a retro. + + Da questa instanza può deliberarti + esperïenza, se già mai la provi, + ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. + + Tre specchi prenderai; e i due rimovi + da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, + tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. + + Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso + ti stea un lume che i tre specchi accenda + e torni a te da tutti ripercosso. + + Ben che nel quanto tanto non si stenda + la vista più lontana, lì vedrai + come convien ch’igualmente risplenda. + + Or, come ai colpi de li caldi rai + de la neve riman nudo il suggetto + e dal colore e dal freddo primai, + + così rimaso te ne l’intelletto + voglio informar di luce sì vivace, + che ti tremolerà nel suo aspetto. + + Dentro dal ciel de la divina pace + si gira un corpo ne la cui virtute + l’esser di tutto suo contento giace. + + Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, + quell’ esser parte per diverse essenze, + da lui distratte e da lui contenute. + + Li altri giron per varie differenze + le distinzion che dentro da sé hanno + dispongono a lor fini e lor semenze. + + Questi organi del mondo così vanno, + come tu vedi omai, di grado in grado, + che di sù prendono e di sotto fanno. + + Riguarda bene omai sì com’ io vado + per questo loco al vero che disiri, + sì che poi sappi sol tener lo guado. + + Lo moto e la virtù d’i santi giri, + come dal fabbro l’arte del martello, + da’ beati motor convien che spiri; + + e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, + de la mente profonda che lui volve + prende l’image e fassene suggello. + + E come l’alma dentro a vostra polve + per differenti membra e conformate + a diverse potenze si risolve, + + così l’intelligenza sua bontate + multiplicata per le stelle spiega, + girando sé sovra sua unitate. + + Virtù diversa fa diversa lega + col prezïoso corpo ch’ella avviva, + nel qual, sì come vita in voi, si lega. + + Per la natura lieta onde deriva, + la virtù mista per lo corpo luce + come letizia per pupilla viva. + + Da essa vien ciò che da luce a luce + par differente, non da denso e raro; + essa è formal principio che produce, + + conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». + + + + Paradiso • Canto III + + + Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, + di bella verità m’avea scoverto, + provando e riprovando, il dolce aspetto; + + e io, per confessar corretto e certo + me stesso, tanto quanto si convenne + leva’ il capo a proferer più erto; + + ma visïone apparve che ritenne + a sé me tanto stretto, per vedersi, + che di mia confession non mi sovvenne. + + Quali per vetri trasparenti e tersi, + o ver per acque nitide e tranquille, + non sì profonde che i fondi sien persi, + + tornan d’i nostri visi le postille + debili sì, che perla in bianca fronte + non vien men forte a le nostre pupille; + + tali vid’ io più facce a parlar pronte; + per ch’io dentro a l’error contrario corsi + a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. + + Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, + quelle stimando specchiati sembianti, + per veder di cui fosser, li occhi torsi; + + e nulla vidi, e ritorsili avanti + dritti nel lume de la dolce guida, + che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. + + «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», + mi disse, «appresso il tuo püeril coto, + poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, + + ma te rivolve, come suole, a vòto: + vere sustanze son ciò che tu vedi, + qui rilegate per manco di voto. + + Però parla con esse e odi e credi; + ché la verace luce che le appaga + da sé non lascia lor torcer li piedi». + + E io a l’ombra che parea più vaga + di ragionar, drizza’mi, e cominciai, + quasi com’ uom cui troppa voglia smaga: + + «O ben creato spirito, che a’ rai + di vita etterna la dolcezza senti + che, non gustata, non s’intende mai, + + grazïoso mi fia se mi contenti + del nome tuo e de la vostra sorte». + Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti: + + «La nostra carità non serra porte + a giusta voglia, se non come quella + che vuol simile a sé tutta sua corte. + + I’ fui nel mondo vergine sorella; + e se la mente tua ben sé riguarda, + non mi ti celerà l’esser più bella, + + ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, + che, posta qui con questi altri beati, + beata sono in la spera più tarda. + + Li nostri affetti, che solo infiammati + son nel piacer de lo Spirito Santo, + letizian del suo ordine formati. + + E questa sorte che par giù cotanto, + però n’è data, perché fuor negletti + li nostri voti, e vòti in alcun canto». + + Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti + vostri risplende non so che divino + che vi trasmuta da’ primi concetti: + + però non fui a rimembrar festino; + ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, + sì che raffigurar m’è più latino. + + Ma dimmi: voi che siete qui felici, + disiderate voi più alto loco + per più vedere e per più farvi amici?». + + Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; + da indi mi rispuose tanto lieta, + ch’arder parea d’amor nel primo foco: + + «Frate, la nostra volontà quïeta + virtù di carità, che fa volerne + sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. + + Se disïassimo esser più superne, + foran discordi li nostri disiri + dal voler di colui che qui ne cerne; + + che vedrai non capere in questi giri, + s’essere in carità è qui necesse, + e se la sua natura ben rimiri. + + Anzi è formale ad esto beato esse + tenersi dentro a la divina voglia, + per ch’una fansi nostre voglie stesse; + + sì che, come noi sem di soglia in soglia + per questo regno, a tutto il regno piace + com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. + + E ’n la sua volontade è nostra pace: + ell’ è quel mare al qual tutto si move + ciò ch’ella crïa o che natura face». + + Chiaro mi fu allor come ogne dove + in cielo è paradiso, etsi la grazia + del sommo ben d’un modo non vi piove. + + Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia + e d’un altro rimane ancor la gola, + che quel si chere e di quel si ringrazia, + + così fec’ io con atto e con parola, + per apprender da lei qual fu la tela + onde non trasse infino a co la spuola. + + «Perfetta vita e alto merto inciela + donna più sù», mi disse, «a la cui norma + nel vostro mondo giù si veste e vela, + + perché fino al morir si vegghi e dorma + con quello sposo ch’ogne voto accetta + che caritate a suo piacer conforma. + + Dal mondo, per seguirla, giovinetta + fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi + e promisi la via de la sua setta. + + Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, + fuor mi rapiron de la dolce chiostra: + Iddio si sa qual poi mia vita fusi. + + E quest’ altro splendor che ti si mostra + da la mia destra parte e che s’accende + di tutto il lume de la spera nostra, + + ciò ch’io dico di me, di sé intende; + sorella fu, e così le fu tolta + di capo l’ombra de le sacre bende. + + Ma poi che pur al mondo fu rivolta + contra suo grado e contra buona usanza, + non fu dal vel del cor già mai disciolta. + + Quest’ è la luce de la gran Costanza + che del secondo vento di Soave + generò ’l terzo e l’ultima possanza». + + Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, + Maria’ cantando, e cantando vanio + come per acqua cupa cosa grave. + + La vista mia, che tanto lei seguio + quanto possibil fu, poi che la perse, + volsesi al segno di maggior disio, + + e a Beatrice tutta si converse; + ma quella folgorò nel mïo sguardo + sì che da prima il viso non sofferse; + + e ciò mi fece a dimandar più tardo. + + + + Paradiso • Canto IV + + + Intra due cibi, distanti e moventi + d’un modo, prima si morria di fame, + che liber’ omo l’un recasse ai denti; + + sì si starebbe un agno intra due brame + di fieri lupi, igualmente temendo; + sì si starebbe un cane intra due dame: + + per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, + da li miei dubbi d’un modo sospinto, + poi ch’era necessario, né commendo. + + Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto + m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, + più caldo assai che per parlar distinto. + + Fé sì Beatrice qual fé Danïello, + Nabuccodonosor levando d’ira, + che l’avea fatto ingiustamente fello; + + e disse: «Io veggio ben come ti tira + uno e altro disio, sì che tua cura + sé stessa lega sì che fuor non spira. + + Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, + la vïolenza altrui per qual ragione + di meritar mi scema la misura?”. + + Ancor di dubitar ti dà cagione + parer tornarsi l’anime a le stelle, + secondo la sentenza di Platone. + + Queste son le question che nel tuo velle + pontano igualmente; e però pria + tratterò quella che più ha di felle. + + D’i Serafin colui che più s’india, + Moïsè, Samuel, e quel Giovanni + che prender vuoli, io dico, non Maria, + + non hanno in altro cielo i loro scanni + che questi spirti che mo t’appariro, + né hanno a l’esser lor più o meno anni; + + ma tutti fanno bello il primo giro, + e differentemente han dolce vita + per sentir più e men l’etterno spiro. + + Qui si mostraro, non perché sortita + sia questa spera lor, ma per far segno + de la celestïal c’ha men salita. + + Così parlar conviensi al vostro ingegno, + però che solo da sensato apprende + ciò che fa poscia d’intelletto degno. + + Per questo la Scrittura condescende + a vostra facultate, e piedi e mano + attribuisce a Dio e altro intende; + + e Santa Chiesa con aspetto umano + Gabrïel e Michel vi rappresenta, + e l’altro che Tobia rifece sano. + + Quel che Timeo de l’anime argomenta + non è simile a ciò che qui si vede, + però che, come dice, par che senta. + + Dice che l’alma a la sua stella riede, + credendo quella quindi esser decisa + quando natura per forma la diede; + + e forse sua sentenza è d’altra guisa + che la voce non suona, ed esser puote + con intenzion da non esser derisa. + + S’elli intende tornare a queste ruote + l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse + in alcun vero suo arco percuote. + + Questo principio, male inteso, torse + già tutto il mondo quasi, sì che Giove, + Mercurio e Marte a nominar trascorse. + + L’altra dubitazion che ti commove + ha men velen, però che sua malizia + non ti poria menar da me altrove. + + Parere ingiusta la nostra giustizia + ne li occhi d’i mortali, è argomento + di fede e non d’eretica nequizia. + + Ma perché puote vostro accorgimento + ben penetrare a questa veritate, + come disiri, ti farò contento. + + Se vïolenza è quando quel che pate + nïente conferisce a quel che sforza, + non fuor quest’ alme per essa scusate: + + ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, + ma fa come natura face in foco, + se mille volte vïolenza il torza. + + Per che, s’ella si piega assai o poco, + segue la forza; e così queste fero + possendo rifuggir nel santo loco. + + Se fosse stato lor volere intero, + come tenne Lorenzo in su la grada, + e fece Muzio a la sua man severo, + + così l’avria ripinte per la strada + ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; + ma così salda voglia è troppo rada. + + E per queste parole, se ricolte + l’hai come dei, è l’argomento casso + che t’avria fatto noia ancor più volte. + + Ma or ti s’attraversa un altro passo + dinanzi a li occhi, tal che per te stesso + non usciresti: pria saresti lasso. + + Io t’ho per certo ne la mente messo + ch’alma beata non poria mentire, + però ch’è sempre al primo vero appresso; + + e poi potesti da Piccarda udire + che l’affezion del vel Costanza tenne; + sì ch’ella par qui meco contradire. + + Molte fïate già, frate, addivenne + che, per fuggir periglio, contra grato + si fé di quel che far non si convenne; + + come Almeone, che, di ciò pregato + dal padre suo, la propria madre spense, + per non perder pietà si fé spietato. + + A questo punto voglio che tu pense + che la forza al voler si mischia, e fanno + sì che scusar non si posson l’offense. + + Voglia assoluta non consente al danno; + ma consentevi in tanto in quanto teme, + se si ritrae, cadere in più affanno. + + Però, quando Piccarda quello spreme, + de la voglia assoluta intende, e io + de l’altra; sì che ver diciamo insieme». + + Cotal fu l’ondeggiar del santo rio + ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; + tal puose in pace uno e altro disio. + + «O amanza del primo amante, o diva», + diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda + e scalda sì, che più e più m’avviva, + + non è l’affezion mia tanto profonda, + che basti a render voi grazia per grazia; + ma quei che vede e puote a ciò risponda. + + Io veggio ben che già mai non si sazia + nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra + di fuor dal qual nessun vero si spazia. + + Posasi in esso, come fera in lustra, + tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: + se non, ciascun disio sarebbe frustra. + + Nasce per quello, a guisa di rampollo, + a piè del vero il dubbio; ed è natura + ch’al sommo pinge noi di collo in collo. + + Questo m’invita, questo m’assicura + con reverenza, donna, a dimandarvi + d’un’altra verità che m’è oscura. + + Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi + ai voti manchi sì con altri beni, + ch’a la vostra statera non sien parvi». + + Beatrice mi guardò con li occhi pieni + di faville d’amor così divini, + che, vinta, mia virtute diè le reni, + + e quasi mi perdei con li occhi chini. + + + + Paradiso • Canto V + + + «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore + di là dal modo che ’n terra si vede, + sì che del viso tuo vinco il valore, + + non ti maravigliar, ché ciò procede + da perfetto veder, che, come apprende, + così nel bene appreso move il piede. + + Io veggio ben sì come già resplende + ne l’intelletto tuo l’etterna luce, + che, vista, sola e sempre amore accende; + + e s’altra cosa vostro amor seduce, + non è se non di quella alcun vestigio, + mal conosciuto, che quivi traluce. + + Tu vuo’ saper se con altro servigio, + per manco voto, si può render tanto + che l’anima sicuri di letigio». + + Sì cominciò Beatrice questo canto; + e sì com’ uom che suo parlar non spezza, + continüò così ’l processo santo: + + «Lo maggior don che Dio per sua larghezza + fesse creando, e a la sua bontate + più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, + + fu de la volontà la libertate; + di che le creature intelligenti, + e tutte e sole, fuoro e son dotate. + + Or ti parrà, se tu quinci argomenti, + l’alto valor del voto, s’è sì fatto + che Dio consenta quando tu consenti; + + ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, + vittima fassi di questo tesoro, + tal quale io dico; e fassi col suo atto. + + Dunque che render puossi per ristoro? + Se credi bene usar quel c’hai offerto, + di maltolletto vuo’ far buon lavoro. + + Tu se’ omai del maggior punto certo; + ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, + che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, + + convienti ancor sedere un poco a mensa, + però che ’l cibo rigido c’hai preso, + richiede ancora aiuto a tua dispensa. + + Apri la mente a quel ch’io ti paleso + e fermalvi entro; ché non fa scïenza, + sanza lo ritenere, avere inteso. + + Due cose si convegnono a l’essenza + di questo sacrificio: l’una è quella + di che si fa; l’altr’ è la convenenza. + + Quest’ ultima già mai non si cancella + se non servata; e intorno di lei + sì preciso di sopra si favella: + + però necessitato fu a li Ebrei + pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta + sì permutasse, come saver dei. + + L’altra, che per materia t’è aperta, + puote ben esser tal, che non si falla + se con altra materia si converta. + + Ma non trasmuti carco a la sua spalla + per suo arbitrio alcun, sanza la volta + e de la chiave bianca e de la gialla; + + e ogne permutanza credi stolta, + se la cosa dimessa in la sorpresa + come ’l quattro nel sei non è raccolta. + + Però qualunque cosa tanto pesa + per suo valor che tragga ogne bilancia, + sodisfar non si può con altra spesa. + + Non prendan li mortali il voto a ciancia; + siate fedeli, e a ciò far non bieci, + come Ieptè a la sua prima mancia; + + cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, + che, servando, far peggio; e così stolto + ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, + + onde pianse Efigènia il suo bel volto, + e fé pianger di sé i folli e i savi + ch’udir parlar di così fatto cólto. + + Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: + non siate come penna ad ogne vento, + e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. + + Avete il novo e ’l vecchio Testamento, + e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; + questo vi basti a vostro salvamento. + + Se mala cupidigia altro vi grida, + uomini siate, e non pecore matte, + sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! + + Non fate com’ agnel che lascia il latte + de la sua madre, e semplice e lascivo + seco medesmo a suo piacer combatte!». + + Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; + poi si rivolse tutta disïante + a quella parte ove ’l mondo è più vivo. + + Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante + puoser silenzio al mio cupido ingegno, + che già nuove questioni avea davante; + + e sì come saetta che nel segno + percuote pria che sia la corda queta, + così corremmo nel secondo regno. + + Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, + come nel lume di quel ciel si mise, + che più lucente se ne fé ’l pianeta. + + E se la stella si cambiò e rise, + qual mi fec’ io che pur da mia natura + trasmutabile son per tutte guise! + + Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura + traggonsi i pesci a ciò che vien di fori + per modo che lo stimin lor pastura, + + sì vid’ io ben più di mille splendori + trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: + «Ecco chi crescerà li nostri amori». + + E sì come ciascuno a noi venìa, + vedeasi l’ombra piena di letizia + nel folgór chiaro che di lei uscia. + + Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia + non procedesse, come tu avresti + di più savere angosciosa carizia; + + e per te vederai come da questi + m’era in disio d’udir lor condizioni, + sì come a li occhi mi fur manifesti. + + «O bene nato a cui veder li troni + del trïunfo etternal concede grazia + prima che la milizia s’abbandoni, + + del lume che per tutto il ciel si spazia + noi semo accesi; e però, se disii + di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». + + Così da un di quelli spirti pii + detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì + sicuramente, e credi come a dii». + + «Io veggio ben sì come tu t’annidi + nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, + perch’ e’ corusca sì come tu ridi; + + ma non so chi tu se’, né perché aggi, + anima degna, il grado de la spera + che si vela a’ mortai con altrui raggi». + + Questo diss’ io diritto a la lumera + che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi + lucente più assai di quel ch’ell’ era. + + Sì come il sol che si cela elli stessi + per troppa luce, come ’l caldo ha róse + le temperanze d’i vapori spessi, + + per più letizia sì mi si nascose + dentro al suo raggio la figura santa; + e così chiusa chiusa mi rispuose + + nel modo che ’l seguente canto canta. + + + + Paradiso • Canto VI + + + «Poscia che Costantin l’aquila volse + contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio + dietro a l’antico che Lavina tolse, + + cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio + ne lo stremo d’Europa si ritenne, + vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; + + e sotto l’ombra de le sacre penne + governò ’l mondo lì di mano in mano, + e, sì cangiando, in su la mia pervenne. + + Cesare fui e son Iustinïano, + che, per voler del primo amor ch’i’ sento, + d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano. + + E prima ch’io a l’ovra fossi attento, + una natura in Cristo esser, non piùe, + credea, e di tal fede era contento; + + ma ’l benedetto Agapito, che fue + sommo pastore, a la fede sincera + mi dirizzò con le parole sue. + + Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, + vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi + ogni contradizione e falsa e vera. + + Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, + a Dio per grazia piacque di spirarmi + l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; + + e al mio Belisar commendai l’armi, + cui la destra del ciel fu sì congiunta, + che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. + + Or qui a la question prima s’appunta + la mia risposta; ma sua condizione + mi stringe a seguitare alcuna giunta, + + perché tu veggi con quanta ragione + si move contr’ al sacrosanto segno + e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. + + Vedi quanta virtù l’ha fatto degno + di reverenza; e cominciò da l’ora + che Pallante morì per darli regno. + + Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora + per trecento anni e oltre, infino al fine + che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. + + E sai ch’el fé dal mal de le Sabine + al dolor di Lucrezia in sette regi, + vincendo intorno le genti vicine. + + Sai quel ch’el fé portato da li egregi + Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, + incontro a li altri principi e collegi; + + onde Torquato e Quinzio, che dal cirro + negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi + ebber la fama che volontier mirro. + + Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi + che di retro ad Anibale passaro + l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. + + Sott’ esso giovanetti trïunfaro + Scipïone e Pompeo; e a quel colle + sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. + + Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle + redur lo mondo a suo modo sereno, + Cesare per voler di Roma il tolle. + + E quel che fé da Varo infino a Reno, + Isara vide ed Era e vide Senna + e ogne valle onde Rodano è pieno. + + Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna + e saltò Rubicon, fu di tal volo, + che nol seguiteria lingua né penna. + + Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, + poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse + sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. + + Antandro e Simeonta, onde si mosse, + rivide e là dov’ Ettore si cuba; + e mal per Tolomeo poscia si scosse. + + Da indi scese folgorando a Iuba; + onde si volse nel vostro occidente, + ove sentia la pompeana tuba. + + Di quel che fé col baiulo seguente, + Bruto con Cassio ne l’inferno latra, + e Modena e Perugia fu dolente. + + Piangene ancor la trista Cleopatra, + che, fuggendoli innanzi, dal colubro + la morte prese subitana e atra. + + Con costui corse infino al lito rubro; + con costui puose il mondo in tanta pace, + che fu serrato a Giano il suo delubro. + + Ma ciò che ’l segno che parlar mi face + fatto avea prima e poi era fatturo + per lo regno mortal ch’a lui soggiace, + + diventa in apparenza poco e scuro, + se in mano al terzo Cesare si mira + con occhio chiaro e con affetto puro; + + ché la viva giustizia che mi spira, + li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, + gloria di far vendetta a la sua ira. + + Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: + poscia con Tito a far vendetta corse + de la vendetta del peccato antico. + + E quando il dente longobardo morse + la Santa Chiesa, sotto le sue ali + Carlo Magno, vincendo, la soccorse. + + Omai puoi giudicar di quei cotali + ch’io accusai di sopra e di lor falli, + che son cagion di tutti vostri mali. + + L’uno al pubblico segno i gigli gialli + oppone, e l’altro appropria quello a parte, + sì ch’è forte a veder chi più si falli. + + Faccian li Ghibellin, faccian lor arte + sott’ altro segno, ché mal segue quello + sempre chi la giustizia e lui diparte; + + e non l’abbatta esto Carlo novello + coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli + ch’a più alto leon trasser lo vello. + + Molte fïate già pianser li figli + per la colpa del padre, e non si creda + che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! + + Questa picciola stella si correda + d’i buoni spirti che son stati attivi + perché onore e fama li succeda: + + e quando li disiri poggian quivi, + sì disvïando, pur convien che i raggi + del vero amore in sù poggin men vivi. + + Ma nel commensurar d’i nostri gaggi + col merto è parte di nostra letizia, + perché non li vedem minor né maggi. + + Quindi addolcisce la viva giustizia + in noi l’affetto sì, che non si puote + torcer già mai ad alcuna nequizia. + + Diverse voci fanno dolci note; + così diversi scanni in nostra vita + rendon dolce armonia tra queste rote. + + E dentro a la presente margarita + luce la luce di Romeo, di cui + fu l’ovra grande e bella mal gradita. + + Ma i Provenzai che fecer contra lui + non hanno riso; e però mal cammina + qual si fa danno del ben fare altrui. + + Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, + Ramondo Beringhiere, e ciò li fece + Romeo, persona umìle e peregrina. + + E poi il mosser le parole biece + a dimandar ragione a questo giusto, + che li assegnò sette e cinque per diece, + + indi partissi povero e vetusto; + e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe + mendicando sua vita a frusto a frusto, + + assai lo loda, e più lo loderebbe». + + + + Paradiso • Canto VII + + + «Osanna, sanctus Deus sabaòth, + superillustrans claritate tua + felices ignes horum malacòth!». + + Così, volgendosi a la nota sua, + fu viso a me cantare essa sustanza, + sopra la qual doppio lume s’addua; + + ed essa e l’altre mossero a sua danza, + e quasi velocissime faville + mi si velar di sùbita distanza. + + Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ + fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna + che mi diseta con le dolci stille’. + + Ma quella reverenza che s’indonna + di tutto me, pur per Be e per ice, + mi richinava come l’uom ch’assonna. + + Poco sofferse me cotal Beatrice + e cominciò, raggiandomi d’un riso + tal, che nel foco faria l’uom felice: + + «Secondo mio infallibile avviso, + come giusta vendetta giustamente + punita fosse, t’ha in pensier miso; + + ma io ti solverò tosto la mente; + e tu ascolta, ché le mie parole + di gran sentenza ti faran presente. + + Per non soffrire a la virtù che vole + freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, + dannando sé, dannò tutta sua prole; + + onde l’umana specie inferma giacque + giù per secoli molti in grande errore, + fin ch’al Verbo di Dio discender piacque + + u’ la natura, che dal suo fattore + s’era allungata, unì a sé in persona + con l’atto sol del suo etterno amore. + + Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: + questa natura al suo fattore unita, + qual fu creata, fu sincera e buona; + + ma per sé stessa pur fu ella sbandita + di paradiso, però che si torse + da via di verità e da sua vita. + + La pena dunque che la croce porse + s’a la natura assunta si misura, + nulla già mai sì giustamente morse; + + e così nulla fu di tanta ingiura, + guardando a la persona che sofferse, + in che era contratta tal natura. + + Però d’un atto uscir cose diverse: + ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; + per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. + + Non ti dee oramai parer più forte, + quando si dice che giusta vendetta + poscia vengiata fu da giusta corte. + + Ma io veggi’ or la tua mente ristretta + di pensiero in pensier dentro ad un nodo, + del qual con gran disio solver s’aspetta. + + Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; + ma perché Dio volesse, m’è occulto, + a nostra redenzion pur questo modo”. + + Questo decreto, frate, sta sepulto + a li occhi di ciascuno il cui ingegno + ne la fiamma d’amor non è adulto. + + Veramente, però ch’a questo segno + molto si mira e poco si discerne, + dirò perché tal modo fu più degno. + + La divina bontà, che da sé sperne + ogne livore, ardendo in sé, sfavilla + sì che dispiega le bellezze etterne. + + Ciò che da lei sanza mezzo distilla + non ha poi fine, perché non si move + la sua imprenta quand’ ella sigilla. + + Ciò che da essa sanza mezzo piove + libero è tutto, perché non soggiace + a la virtute de le cose nove. + + Più l’è conforme, e però più le piace; + ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, + ne la più somigliante è più vivace. + + Di tutte queste dote s’avvantaggia + l’umana creatura, e s’una manca, + di sua nobilità convien che caggia. + + Solo il peccato è quel che la disfranca + e falla dissimìle al sommo bene, + per che del lume suo poco s’imbianca; + + e in sua dignità mai non rivene, + se non rïempie, dove colpa vòta, + contra mal dilettar con giuste pene. + + Vostra natura, quando peccò tota + nel seme suo, da queste dignitadi, + come di paradiso, fu remota; + + né ricovrar potiensi, se tu badi + ben sottilmente, per alcuna via, + sanza passar per un di questi guadi: + + o che Dio solo per sua cortesia + dimesso avesse, o che l’uom per sé isso + avesse sodisfatto a sua follia. + + Ficca mo l’occhio per entro l’abisso + de l’etterno consiglio, quanto puoi + al mio parlar distrettamente fisso. + + Non potea l’uomo ne’ termini suoi + mai sodisfar, per non potere ir giuso + con umiltate obedïendo poi, + + quanto disobediendo intese ir suso; + e questa è la cagion per che l’uom fue + da poter sodisfar per sé dischiuso. + + Dunque a Dio convenia con le vie sue + riparar l’omo a sua intera vita, + dico con l’una, o ver con amendue. + + Ma perché l’ovra tanto è più gradita + da l’operante, quanto più appresenta + de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, + + la divina bontà che ’l mondo imprenta, + di proceder per tutte le sue vie, + a rilevarvi suso, fu contenta. + + Né tra l’ultima notte e ’l primo die + sì alto o sì magnifico processo, + o per l’una o per l’altra, fu o fie: + + ché più largo fu Dio a dar sé stesso + per far l’uom sufficiente a rilevarsi, + che s’elli avesse sol da sé dimesso; + + e tutti li altri modi erano scarsi + a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio + non fosse umilïato ad incarnarsi. + + Or per empierti bene ogne disio, + ritorno a dichiararti in alcun loco, + perché tu veggi lì così com’ io. + + Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, + l’aere e la terra e tutte lor misture + venire a corruzione, e durar poco; + + e queste cose pur furon creature; + per che, se ciò ch’è detto è stato vero, + esser dovrien da corruzion sicure”. + + Li angeli, frate, e ’l paese sincero + nel qual tu se’, dir si posson creati, + sì come sono, in loro essere intero; + + ma li alimenti che tu hai nomati + e quelle cose che di lor si fanno + da creata virtù sono informati. + + Creata fu la materia ch’elli hanno; + creata fu la virtù informante + in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. + + L’anima d’ogne bruto e de le piante + di complession potenzïata tira + lo raggio e ’l moto de le luci sante; + + ma vostra vita sanza mezzo spira + la somma beninanza, e la innamora + di sé sì che poi sempre la disira. + + E quinci puoi argomentare ancora + vostra resurrezion, se tu ripensi + come l’umana carne fessi allora + + che li primi parenti intrambo fensi». + + + + Paradiso • Canto VIII + + + Solea creder lo mondo in suo periclo + che la bella Ciprigna il folle amore + raggiasse, volta nel terzo epiciclo; + + per che non pur a lei faceano onore + di sacrificio e di votivo grido + le genti antiche ne l’antico errore; + + ma Dïone onoravano e Cupido, + quella per madre sua, questo per figlio, + e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; + + e da costei ond’ io principio piglio + pigliavano il vocabol de la stella + che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. + + Io non m’accorsi del salire in ella; + ma d’esservi entro mi fé assai fede + la donna mia ch’i’ vidi far più bella. + + E come in fiamma favilla si vede, + e come in voce voce si discerne, + quand’ una è ferma e altra va e riede, + + vid’ io in essa luce altre lucerne + muoversi in giro più e men correnti, + al modo, credo, di lor viste interne. + + Di fredda nube non disceser venti, + o visibili o no, tanto festini, + che non paressero impediti e lenti + + a chi avesse quei lumi divini + veduti a noi venir, lasciando il giro + pria cominciato in li alti Serafini; + + e dentro a quei che più innanzi appariro + sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi + di rïudir non fui sanza disiro. + + Indi si fece l’un più presso a noi + e solo incominciò: «Tutti sem presti + al tuo piacer, perché di noi ti gioi. + + Noi ci volgiam coi principi celesti + d’un giro e d’un girare e d’una sete, + ai quali tu del mondo già dicesti: + + ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; + e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, + non fia men dolce un poco di quïete». + + Poscia che li occhi miei si fuoro offerti + a la mia donna reverenti, ed essa + fatti li avea di sé contenti e certi, + + rivolsersi a la luce che promessa + tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue + la voce mia di grande affetto impressa. + + E quanta e quale vid’ io lei far piùe + per allegrezza nova che s’accrebbe, + quando parlai, a l’allegrezze sue! + + Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe + giù poco tempo; e se più fosse stato, + molto sarà di mal, che non sarebbe. + + La mia letizia mi ti tien celato + che mi raggia dintorno e mi nasconde + quasi animal di sua seta fasciato. + + Assai m’amasti, e avesti ben onde; + che s’io fossi giù stato, io ti mostrava + di mio amor più oltre che le fronde. + + Quella sinistra riva che si lava + di Rodano poi ch’è misto con Sorga, + per suo segnore a tempo m’aspettava, + + e quel corno d’Ausonia che s’imborga + di Bari e di Gaeta e di Catona, + da ove Tronto e Verde in mare sgorga. + + Fulgeami già in fronte la corona + di quella terra che ’l Danubio riga + poi che le ripe tedesche abbandona. + + E la bella Trinacria, che caliga + tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo + che riceve da Euro maggior briga, + + non per Tifeo ma per nascente solfo, + attesi avrebbe li suoi regi ancora, + nati per me di Carlo e di Ridolfo, + + se mala segnoria, che sempre accora + li popoli suggetti, non avesse + mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. + + E se mio frate questo antivedesse, + l’avara povertà di Catalogna + già fuggeria, perché non li offendesse; + + ché veramente proveder bisogna + per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca + carcata più d’incarco non si pogna. + + La sua natura, che di larga parca + discese, avria mestier di tal milizia + che non curasse di mettere in arca». + + «Però ch’i’ credo che l’alta letizia + che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, + là ’ve ogne ben si termina e s’inizia, + + per te si veggia come la vegg’ io, + grata m’è più; e anco quest’ ho caro + perché ’l discerni rimirando in Dio. + + Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, + poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso + com’ esser può, di dolce seme, amaro». + + Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso + mostrarti un vero, a quel che tu dimandi + terrai lo viso come tien lo dosso. + + Lo ben che tutto il regno che tu scandi + volge e contenta, fa esser virtute + sua provedenza in questi corpi grandi. + + E non pur le nature provedute + sono in la mente ch’è da sé perfetta, + ma esse insieme con la lor salute: + + per che quantunque quest’ arco saetta + disposto cade a proveduto fine, + sì come cosa in suo segno diretta. + + Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine + producerebbe sì li suoi effetti, + che non sarebbero arti, ma ruine; + + e ciò esser non può, se li ’ntelletti + che muovon queste stelle non son manchi, + e manco il primo, che non li ha perfetti. + + Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». + E io: «Non già; ché impossibil veggio + che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». + + Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio + per l’omo in terra, se non fosse cive?». + «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». + + «E puot’ elli esser, se giù non si vive + diversamente per diversi offici? + Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». + + Sì venne deducendo infino a quici; + poscia conchiuse: «Dunque esser diverse + convien di vostri effetti le radici: + + per ch’un nasce Solone e altro Serse, + altro Melchisedèch e altro quello + che, volando per l’aere, il figlio perse. + + La circular natura, ch’è suggello + a la cera mortal, fa ben sua arte, + ma non distingue l’un da l’altro ostello. + + Quinci addivien ch’Esaù si diparte + per seme da Iacòb; e vien Quirino + da sì vil padre, che si rende a Marte. + + Natura generata il suo cammino + simil farebbe sempre a’ generanti, + se non vincesse il proveder divino. + + Or quel che t’era dietro t’è davanti: + ma perché sappi che di te mi giova, + un corollario voglio che t’ammanti. + + Sempre natura, se fortuna trova + discorde a sé, com’ ogne altra semente + fuor di sua regïon, fa mala prova. + + E se ’l mondo là giù ponesse mente + al fondamento che natura pone, + seguendo lui, avria buona la gente. + + Ma voi torcete a la religïone + tal che fia nato a cignersi la spada, + e fate re di tal ch’è da sermone; + + onde la traccia vostra è fuor di strada». + + + + Paradiso • Canto IX + + + Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, + m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni + che ricever dovea la sua semenza; + + ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; + sì ch’io non posso dir se non che pianto + giusto verrà di retro ai vostri danni. + + E già la vita di quel lume santo + rivolta s’era al Sol che la rïempie + come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. + + Ahi anime ingannate e fatture empie, + che da sì fatto ben torcete i cuori, + drizzando in vanità le vostre tempie! + + Ed ecco un altro di quelli splendori + ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi + significava nel chiarir di fori. + + Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi + sovra me, come pria, di caro assenso + al mio disio certificato fermi. + + «Deh, metti al mio voler tosto compenso, + beato spirto», dissi, «e fammi prova + ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». + + Onde la luce che m’era ancor nova, + del suo profondo, ond’ ella pria cantava, + seguette come a cui di ben far giova: + + «In quella parte de la terra prava + italica che siede tra Rïalto + e le fontane di Brenta e di Piava, + + si leva un colle, e non surge molt’ alto, + là onde scese già una facella + che fece a la contrada un grande assalto. + + D’una radice nacqui e io ed ella: + Cunizza fui chiamata, e qui refulgo + perché mi vinse il lume d’esta stella; + + ma lietamente a me medesma indulgo + la cagion di mia sorte, e non mi noia; + che parria forse forte al vostro vulgo. + + Di questa luculenta e cara gioia + del nostro cielo che più m’è propinqua, + grande fama rimase; e pria che moia, + + questo centesimo anno ancor s’incinqua: + vedi se far si dee l’omo eccellente, + sì ch’altra vita la prima relinqua. + + E ciò non pensa la turba presente + che Tagliamento e Adice richiude, + né per esser battuta ancor si pente; + + ma tosto fia che Padova al palude + cangerà l’acqua che Vincenza bagna, + per essere al dover le genti crude; + + e dove Sile e Cagnan s’accompagna, + tal signoreggia e va con la testa alta, + che già per lui carpir si fa la ragna. + + Piangerà Feltro ancora la difalta + de l’empio suo pastor, che sarà sconcia + sì, che per simil non s’entrò in malta. + + Troppo sarebbe larga la bigoncia + che ricevesse il sangue ferrarese, + e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia, + + che donerà questo prete cortese + per mostrarsi di parte; e cotai doni + conformi fieno al viver del paese. + + Sù sono specchi, voi dicete Troni, + onde refulge a noi Dio giudicante; + sì che questi parlar ne paion buoni». + + Qui si tacette; e fecemi sembiante + che fosse ad altro volta, per la rota + in che si mise com’ era davante. + + L’altra letizia, che m’era già nota + per cara cosa, mi si fece in vista + qual fin balasso in che lo sol percuota. + + Per letiziar là sù fulgor s’acquista, + sì come riso qui; ma giù s’abbuia + l’ombra di fuor, come la mente è trista. + + «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», + diss’ io, «beato spirto, sì che nulla + voglia di sé a te puot’ esser fuia. + + Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla + sempre col canto di quei fuochi pii + che di sei ali facen la coculla, + + perché non satisface a’ miei disii? + Già non attendere’ io tua dimanda, + s’io m’intuassi, come tu t’inmii». + + «La maggior valle in che l’acqua si spanda», + incominciaro allor le sue parole, + «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, + + tra ’ discordanti liti contra ’l sole + tanto sen va, che fa meridïano + là dove l’orizzonte pria far suole. + + Di quella valle fu’ io litorano + tra Ebro e Macra, che per cammin corto + parte lo Genovese dal Toscano. + + Ad un occaso quasi e ad un orto + Buggea siede e la terra ond’ io fui, + che fé del sangue suo già caldo il porto. + + Folco mi disse quella gente a cui + fu noto il nome mio; e questo cielo + di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui; + + ché più non arse la figlia di Belo, + noiando e a Sicheo e a Creusa, + di me, infin che si convenne al pelo; + + né quella Rodopëa che delusa + fu da Demofoonte, né Alcide + quando Iole nel core ebbe rinchiusa. + + Non però qui si pente, ma si ride, + non de la colpa, ch’a mente non torna, + ma del valor ch’ordinò e provide. + + Qui si rimira ne l’arte ch’addorna + cotanto affetto, e discernesi ’l bene + per che ’l mondo di sù quel di giù torna. + + Ma perché tutte le tue voglie piene + ten porti che son nate in questa spera, + proceder ancor oltre mi convene. + + Tu vuo’ saper chi è in questa lumera + che qui appresso me così scintilla + come raggio di sole in acqua mera. + + Or sappi che là entro si tranquilla + Raab; e a nostr’ ordine congiunta, + di lei nel sommo grado si sigilla. + + Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta + che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma + del trïunfo di Cristo fu assunta. + + Ben si convenne lei lasciar per palma + in alcun cielo de l’alta vittoria + che s’acquistò con l’una e l’altra palma, + + perch’ ella favorò la prima gloria + di Iosüè in su la Terra Santa, + che poco tocca al papa la memoria. + + La tua città, che di colui è pianta + che pria volse le spalle al suo fattore + e di cui è la ’nvidia tanto pianta, + + produce e spande il maladetto fiore + c’ha disvïate le pecore e li agni, + però che fatto ha lupo del pastore. + + Per questo l’Evangelio e i dottor magni + son derelitti, e solo ai Decretali + si studia, sì che pare a’ lor vivagni. + + A questo intende il papa e ’ cardinali; + non vanno i lor pensieri a Nazarette, + là dove Gabrïello aperse l’ali. + + Ma Vaticano e l’altre parti elette + di Roma che son state cimitero + a la milizia che Pietro seguette, + + tosto libere fien de l’avoltero». + + + + Paradiso • Canto X + + + Guardando nel suo Figlio con l’Amore + che l’uno e l’altro etternalmente spira, + lo primo e ineffabile Valore + + quanto per mente e per loco si gira + con tant’ ordine fé, ch’esser non puote + sanza gustar di lui chi ciò rimira. + + Leva dunque, lettore, a l’alte rote + meco la vista, dritto a quella parte + dove l’un moto e l’altro si percuote; + + e lì comincia a vagheggiar ne l’arte + di quel maestro che dentro a sé l’ama, + tanto che mai da lei l’occhio non parte. + + Vedi come da indi si dirama + l’oblico cerchio che i pianeti porta, + per sodisfare al mondo che li chiama. + + Che se la strada lor non fosse torta, + molta virtù nel ciel sarebbe in vano, + e quasi ogne potenza qua giù morta; + + e se dal dritto più o men lontano + fosse ’l partire, assai sarebbe manco + e giù e sù de l’ordine mondano. + + Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, + dietro pensando a ciò che si preliba, + s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. + + Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; + ché a sé torce tutta la mia cura + quella materia ond’ io son fatto scriba. + + Lo ministro maggior de la natura, + che del valor del ciel lo mondo imprenta + e col suo lume il tempo ne misura, + + con quella parte che sù si rammenta + congiunto, si girava per le spire + in che più tosto ognora s’appresenta; + + e io era con lui; ma del salire + non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, + anzi ’l primo pensier, del suo venire. + + È Bëatrice quella che sì scorge + di bene in meglio, sì subitamente + che l’atto suo per tempo non si sporge. + + Quant’ esser convenia da sé lucente + quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, + non per color, ma per lume parvente! + + Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, + sì nol direi che mai s’imaginasse; + ma creder puossi e di veder si brami. + + E se le fantasie nostre son basse + a tanta altezza, non è maraviglia; + ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. + + Tal era quivi la quarta famiglia + de l’alto Padre, che sempre la sazia, + mostrando come spira e come figlia. + + E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, + ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo + sensibil t’ha levato per sua grazia». + + Cor di mortal non fu mai sì digesto + a divozione e a rendersi a Dio + con tutto ’l suo gradir cotanto presto, + + come a quelle parole mi fec’ io; + e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, + che Bëatrice eclissò ne l’oblio. + + Non le dispiacque; ma sì se ne rise, + che lo splendor de li occhi suoi ridenti + mia mente unita in più cose divise. + + Io vidi più folgór vivi e vincenti + far di noi centro e di sé far corona, + più dolci in voce che in vista lucenti: + + così cinger la figlia di Latona + vedem talvolta, quando l’aere è pregno, + sì che ritenga il fil che fa la zona. + + Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, + si trovan molte gioie care e belle + tanto che non si posson trar del regno; + + e ’l canto di quei lumi era di quelle; + chi non s’impenna sì che là sù voli, + dal muto aspetti quindi le novelle. + + Poi, sì cantando, quelli ardenti soli + si fuor girati intorno a noi tre volte, + come stelle vicine a’ fermi poli, + + donne mi parver, non da ballo sciolte, + ma che s’arrestin tacite, ascoltando + fin che le nove note hanno ricolte. + + E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando + lo raggio de la grazia, onde s’accende + verace amore e che poi cresce amando, + + multiplicato in te tanto resplende, + che ti conduce su per quella scala + u’ sanza risalir nessun discende; + + qual ti negasse il vin de la sua fiala + per la tua sete, in libertà non fora + se non com’ acqua ch’al mar non si cala. + + Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora + questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia + la bella donna ch’al ciel t’avvalora. + + Io fui de li agni de la santa greggia + che Domenico mena per cammino + u’ ben s’impingua se non si vaneggia. + + Questi che m’è a destra più vicino, + frate e maestro fummi, ed esso Alberto + è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. + + Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, + di retro al mio parlar ten vien col viso + girando su per lo beato serto. + + Quell’ altro fiammeggiare esce del riso + di Grazïan, che l’uno e l’altro foro + aiutò sì che piace in paradiso. + + L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, + quel Pietro fu che con la poverella + offerse a Santa Chiesa suo tesoro. + + La quinta luce, ch’è tra noi più bella, + spira di tale amor, che tutto ’l mondo + là giù ne gola di saper novella: + + entro v’è l’alta mente u’ sì profondo + saver fu messo, che, se ’l vero è vero, + a veder tanto non surse il secondo. + + Appresso vedi il lume di quel cero + che giù in carne più a dentro vide + l’angelica natura e ’l ministero. + + Ne l’altra piccioletta luce ride + quello avvocato de’ tempi cristiani + del cui latino Augustin si provide. + + Or se tu l’occhio de la mente trani + di luce in luce dietro a le mie lode, + già de l’ottava con sete rimani. + + Per vedere ogne ben dentro vi gode + l’anima santa che ’l mondo fallace + fa manifesto a chi di lei ben ode. + + Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace + giuso in Cieldauro; ed essa da martiro + e da essilio venne a questa pace. + + Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro + d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, + che a considerar fu più che viro. + + Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, + è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri + gravi a morir li parve venir tardo: + + essa è la luce etterna di Sigieri, + che, leggendo nel Vico de li Strami, + silogizzò invidïosi veri». + + Indi, come orologio che ne chiami + ne l’ora che la sposa di Dio surge + a mattinar lo sposo perché l’ami, + + che l’una parte e l’altra tira e urge, + tin tin sonando con sì dolce nota, + che ’l ben disposto spirto d’amor turge; + + così vid’ ïo la gloriosa rota + muoversi e render voce a voce in tempra + e in dolcezza ch’esser non pò nota + + se non colà dove gioir s’insempra. + + + + Paradiso • Canto XI + + + O insensata cura de’ mortali, + quanto son difettivi silogismi + quei che ti fanno in basso batter l’ali! + + Chi dietro a iura e chi ad amforismi + sen giva, e chi seguendo sacerdozio, + e chi regnar per forza o per sofismi, + + e chi rubare e chi civil negozio, + chi nel diletto de la carne involto + s’affaticava e chi si dava a l’ozio, + + quando, da tutte queste cose sciolto, + con Bëatrice m’era suso in cielo + cotanto glorïosamente accolto. + + Poi che ciascuno fu tornato ne lo + punto del cerchio in che avanti s’era, + fermossi, come a candellier candelo. + + E io senti’ dentro a quella lumera + che pria m’avea parlato, sorridendo + incominciar, faccendosi più mera: + + «Così com’ io del suo raggio resplendo, + sì, riguardando ne la luce etterna, + li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. + + Tu dubbi, e hai voler che si ricerna + in sì aperta e ’n sì distesa lingua + lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, + + ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, + e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; + e qui è uopo che ben si distingua. + + La provedenza, che governa il mondo + con quel consiglio nel quale ogne aspetto + creato è vinto pria che vada al fondo, + + però che andasse ver’ lo suo diletto + la sposa di colui ch’ad alte grida + disposò lei col sangue benedetto, + + in sé sicura e anche a lui più fida, + due principi ordinò in suo favore, + che quinci e quindi le fosser per guida. + + L’un fu tutto serafico in ardore; + l’altro per sapïenza in terra fue + di cherubica luce uno splendore. + + De l’un dirò, però che d’amendue + si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, + perch’ ad un fine fur l’opere sue. + + Intra Tupino e l’acqua che discende + del colle eletto dal beato Ubaldo, + fertile costa d’alto monte pende, + + onde Perugia sente freddo e caldo + da Porta Sole; e di rietro le piange + per grave giogo Nocera con Gualdo. + + Di questa costa, là dov’ ella frange + più sua rattezza, nacque al mondo un sole, + come fa questo talvolta di Gange. + + Però chi d’esso loco fa parole, + non dica Ascesi, ché direbbe corto, + ma Orïente, se proprio dir vuole. + + Non era ancor molto lontan da l’orto, + ch’el cominciò a far sentir la terra + de la sua gran virtute alcun conforto; + + ché per tal donna, giovinetto, in guerra + del padre corse, a cui, come a la morte, + la porta del piacer nessun diserra; + + e dinanzi a la sua spirital corte + et coram patre le si fece unito; + poscia di dì in dì l’amò più forte. + + Questa, privata del primo marito, + millecent’ anni e più dispetta e scura + fino a costui si stette sanza invito; + + né valse udir che la trovò sicura + con Amiclate, al suon de la sua voce, + colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; + + né valse esser costante né feroce, + sì che, dove Maria rimase giuso, + ella con Cristo pianse in su la croce. + + Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, + Francesco e Povertà per questi amanti + prendi oramai nel mio parlar diffuso. + + La lor concordia e i lor lieti sembianti, + amore e maraviglia e dolce sguardo + facieno esser cagion di pensier santi; + + tanto che ’l venerabile Bernardo + si scalzò prima, e dietro a tanta pace + corse e, correndo, li parve esser tardo. + + Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! + Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro + dietro a lo sposo, sì la sposa piace. + + Indi sen va quel padre e quel maestro + con la sua donna e con quella famiglia + che già legava l’umile capestro. + + Né li gravò viltà di cuor le ciglia + per esser fi’ di Pietro Bernardone, + né per parer dispetto a maraviglia; + + ma regalmente sua dura intenzione + ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe + primo sigillo a sua religïone. + + Poi che la gente poverella crebbe + dietro a costui, la cui mirabil vita + meglio in gloria del ciel si canterebbe, + + di seconda corona redimita + fu per Onorio da l’Etterno Spiro + la santa voglia d’esto archimandrita. + + E poi che, per la sete del martiro, + ne la presenza del Soldan superba + predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, + + e per trovare a conversione acerba + troppo la gente e per non stare indarno, + redissi al frutto de l’italica erba, + + nel crudo sasso intra Tevero e Arno + da Cristo prese l’ultimo sigillo, + che le sue membra due anni portarno. + + Quando a colui ch’a tanto ben sortillo + piacque di trarlo suso a la mercede + ch’el meritò nel suo farsi pusillo, + + a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, + raccomandò la donna sua più cara, + e comandò che l’amassero a fede; + + e del suo grembo l’anima preclara + mover si volle, tornando al suo regno, + e al suo corpo non volle altra bara. + + Pensa oramai qual fu colui che degno + collega fu a mantener la barca + di Pietro in alto mar per dritto segno; + + e questo fu il nostro patrïarca; + per che qual segue lui, com’ el comanda, + discerner puoi che buone merce carca. + + Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda + è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote + che per diversi salti non si spanda; + + e quanto le sue pecore remote + e vagabunde più da esso vanno, + più tornano a l’ovil di latte vòte. + + Ben son di quelle che temono ’l danno + e stringonsi al pastor; ma son sì poche, + che le cappe fornisce poco panno. + + Or, se le mie parole non son fioche, + se la tua audïenza è stata attenta, + se ciò ch’è detto a la mente revoche, + + in parte fia la tua voglia contenta, + perché vedrai la pianta onde si scheggia, + e vedra’ il corrègger che argomenta + + “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». + + + + Paradiso • Canto XII + + + Sì tosto come l’ultima parola + la benedetta fiamma per dir tolse, + a rotar cominciò la santa mola; + + e nel suo giro tutta non si volse + prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, + e moto a moto e canto a canto colse; + + canto che tanto vince nostre muse, + nostre serene in quelle dolci tube, + quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. + + Come si volgon per tenera nube + due archi paralelli e concolori, + quando Iunone a sua ancella iube, + + nascendo di quel d’entro quel di fori, + a guisa del parlar di quella vaga + ch’amor consunse come sol vapori, + + e fanno qui la gente esser presaga, + per lo patto che Dio con Noè puose, + del mondo che già mai più non s’allaga: + + così di quelle sempiterne rose + volgiensi circa noi le due ghirlande, + e sì l’estrema a l’intima rispuose. + + Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, + sì del cantare e sì del fiammeggiarsi + luce con luce gaudïose e blande, + + insieme a punto e a voler quetarsi, + pur come li occhi ch’al piacer che i move + conviene insieme chiudere e levarsi; + + del cor de l’una de le luci nove + si mosse voce, che l’ago a la stella + parer mi fece in volgermi al suo dove; + + e cominciò: «L’amor che mi fa bella + mi tragge a ragionar de l’altro duca + per cui del mio sì ben ci si favella. + + Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: + sì che, com’ elli ad una militaro, + così la gloria loro insieme luca. + + L’essercito di Cristo, che sì caro + costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna + si movea tardo, sospeccioso e raro, + + quando lo ’mperador che sempre regna + provide a la milizia, ch’era in forse, + per sola grazia, non per esser degna; + + e, come è detto, a sua sposa soccorse + con due campioni, al cui fare, al cui dire + lo popol disvïato si raccorse. + + In quella parte ove surge ad aprire + Zefiro dolce le novelle fronde + di che si vede Europa rivestire, + + non molto lungi al percuoter de l’onde + dietro a le quali, per la lunga foga, + lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, + + siede la fortunata Calaroga + sotto la protezion del grande scudo + in che soggiace il leone e soggioga: + + dentro vi nacque l’amoroso drudo + de la fede cristiana, il santo atleta + benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; + + e come fu creata, fu repleta + sì la sua mente di viva vertute + che, ne la madre, lei fece profeta. + + Poi che le sponsalizie fuor compiute + al sacro fonte intra lui e la Fede, + u’ si dotar di mutüa salute, + + la donna che per lui l’assenso diede, + vide nel sonno il mirabile frutto + ch’uscir dovea di lui e de le rede; + + e perché fosse qual era in costrutto, + quinci si mosse spirito a nomarlo + del possessivo di cui era tutto. + + Domenico fu detto; e io ne parlo + sì come de l’agricola che Cristo + elesse a l’orto suo per aiutarlo. + + Ben parve messo e famigliar di Cristo: + che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, + fu al primo consiglio che diè Cristo. + + Spesse fïate fu tacito e desto + trovato in terra da la sua nutrice, + come dicesse: ‘Io son venuto a questo’. + + Oh padre suo veramente Felice! + oh madre sua veramente Giovanna, + se, interpretata, val come si dice! + + Non per lo mondo, per cui mo s’affanna + di retro ad Ostïense e a Taddeo, + ma per amor de la verace manna + + in picciol tempo gran dottor si feo; + tal che si mise a circüir la vigna + che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. + + E a la sedia che fu già benigna + più a’ poveri giusti, non per lei, + ma per colui che siede, che traligna, + + non dispensare o due o tre per sei, + non la fortuna di prima vacante, + non decimas, quae sunt pauperum Dei, + + addimandò, ma contro al mondo errante + licenza di combatter per lo seme + del qual ti fascian ventiquattro piante. + + Poi, con dottrina e con volere insieme, + con l’officio appostolico si mosse + quasi torrente ch’alta vena preme; + + e ne li sterpi eretici percosse + l’impeto suo, più vivamente quivi + dove le resistenze eran più grosse. + + Di lui si fecer poi diversi rivi + onde l’orto catolico si riga, + sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. + + Se tal fu l’una rota de la biga + in che la Santa Chiesa si difese + e vinse in campo la sua civil briga, + + ben ti dovrebbe assai esser palese + l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma + dinanzi al mio venir fu sì cortese. + + Ma l’orbita che fé la parte somma + di sua circunferenza, è derelitta, + sì ch’è la muffa dov’ era la gromma. + + La sua famiglia, che si mosse dritta + coi piedi a le sue orme, è tanto volta, + che quel dinanzi a quel di retro gitta; + + e tosto si vedrà de la ricolta + de la mala coltura, quando il loglio + si lagnerà che l’arca li sia tolta. + + Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio + nostro volume, ancor troveria carta + u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”; + + ma non fia da Casal né d’Acquasparta, + là onde vegnon tali a la scrittura, + ch’uno la fugge e altro la coarta. + + Io son la vita di Bonaventura + da Bagnoregio, che ne’ grandi offici + sempre pospuosi la sinistra cura. + + Illuminato e Augustin son quici, + che fuor de’ primi scalzi poverelli + che nel capestro a Dio si fero amici. + + Ugo da San Vittore è qui con elli, + e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, + lo qual giù luce in dodici libelli; + + Natàn profeta e ’l metropolitano + Crisostomo e Anselmo e quel Donato + ch’a la prim’ arte degnò porre mano. + + Rabano è qui, e lucemi dallato + il calavrese abate Giovacchino + di spirito profetico dotato. + + Ad inveggiar cotanto paladino + mi mosse l’infiammata cortesia + di fra Tommaso e ’l discreto latino; + + e mosse meco questa compagnia». + + + + Paradiso • Canto XIII + + + Imagini, chi bene intender cupe + quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, + mentre ch’io dico, come ferma rupe—, + + quindici stelle che ’n diverse plage + lo ciel avvivan di tanto sereno + che soperchia de l’aere ogne compage; + + imagini quel carro a cu’ il seno + basta del nostro cielo e notte e giorno, + sì ch’al volger del temo non vien meno; + + imagini la bocca di quel corno + che si comincia in punta de lo stelo + a cui la prima rota va dintorno, + + aver fatto di sé due segni in cielo, + qual fece la figliuola di Minoi + allora che sentì di morte il gelo; + + e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, + e amendue girarsi per maniera + che l’uno andasse al primo e l’altro al poi; + + e avrà quasi l’ombra de la vera + costellazione e de la doppia danza + che circulava il punto dov’ io era: + + poi ch’è tanto di là da nostra usanza, + quanto di là dal mover de la Chiana + si move il ciel che tutti li altri avanza. + + Lì si cantò non Bacco, non Peana, + ma tre persone in divina natura, + e in una persona essa e l’umana. + + Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; + e attesersi a noi quei santi lumi, + felicitando sé di cura in cura. + + Ruppe il silenzio ne’ concordi numi + poscia la luce in che mirabil vita + del poverel di Dio narrata fumi, + + e disse: «Quando l’una paglia è trita, + quando la sua semenza è già riposta, + a batter l’altra dolce amor m’invita. + + Tu credi che nel petto onde la costa + si trasse per formar la bella guancia + il cui palato a tutto ’l mondo costa, + + e in quel che, forato da la lancia, + e prima e poscia tanto sodisfece, + che d’ogne colpa vince la bilancia, + + quantunque a la natura umana lece + aver di lume, tutto fosse infuso + da quel valor che l’uno e l’altro fece; + + e però miri a ciò ch’io dissi suso, + quando narrai che non ebbe ’l secondo + lo ben che ne la quinta luce è chiuso. + + Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, + e vedräi il tuo credere e ’l mio dire + nel vero farsi come centro in tondo. + + Ciò che non more e ciò che può morire + non è se non splendor di quella idea + che partorisce, amando, il nostro Sire; + + ché quella viva luce che sì mea + dal suo lucente, che non si disuna + da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, + + per sua bontate il suo raggiare aduna, + quasi specchiato, in nove sussistenze, + etternalmente rimanendosi una. + + Quindi discende a l’ultime potenze + giù d’atto in atto, tanto divenendo, + che più non fa che brevi contingenze; + + e queste contingenze essere intendo + le cose generate, che produce + con seme e sanza seme il ciel movendo. + + La cera di costoro e chi la duce + non sta d’un modo; e però sotto ’l segno + idëale poi più e men traluce. + + Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, + secondo specie, meglio e peggio frutta; + e voi nascete con diverso ingegno. + + Se fosse a punto la cera dedutta + e fosse il cielo in sua virtù supprema, + la luce del suggel parrebbe tutta; + + ma la natura la dà sempre scema, + similemente operando a l’artista + ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. + + Però se ’l caldo amor la chiara vista + de la prima virtù dispone e segna, + tutta la perfezion quivi s’acquista. + + Così fu fatta già la terra degna + di tutta l’animal perfezïone; + così fu fatta la Vergine pregna; + + sì ch’io commendo tua oppinïone, + che l’umana natura mai non fue + né fia qual fu in quelle due persone. + + Or s’i’ non procedesse avanti piùe, + ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ + comincerebber le parole tue. + + Ma perché paia ben ciò che non pare, + pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, + quando fu detto “Chiedi”, a dimandare. + + Non ho parlato sì, che tu non posse + ben veder ch’el fu re, che chiese senno + acciò che re sufficïente fosse; + + non per sapere il numero in che enno + li motor di qua sù, o se necesse + con contingente mai necesse fenno; + + non si est dare primum motum esse, + o se del mezzo cerchio far si puote + trïangol sì ch’un retto non avesse. + + Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, + regal prudenza è quel vedere impari + in che lo stral di mia intenzion percuote; + + e se al “surse” drizzi li occhi chiari, + vedrai aver solamente respetto + ai regi, che son molti, e ’ buon son rari. + + Con questa distinzion prendi ’l mio detto; + e così puote star con quel che credi + del primo padre e del nostro Diletto. + + E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, + per farti mover lento com’ uom lasso + e al sì e al no che tu non vedi: + + ché quelli è tra li stolti bene a basso, + che sanza distinzione afferma e nega + ne l’un così come ne l’altro passo; + + perch’ elli ’ncontra che più volte piega + l’oppinïon corrente in falsa parte, + e poi l’affetto l’intelletto lega. + + Vie più che ’ndarno da riva si parte, + perché non torna tal qual e’ si move, + chi pesca per lo vero e non ha l’arte. + + E di ciò sono al mondo aperte prove + Parmenide, Melisso e Brisso e molti, + li quali andaro e non sapëan dove; + + sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti + che furon come spade a le Scritture + in render torti li diritti volti. + + Non sien le genti, ancor, troppo sicure + a giudicar, sì come quei che stima + le biade in campo pria che sien mature; + + ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima + lo prun mostrarsi rigido e feroce, + poscia portar la rosa in su la cima; + + e legno vidi già dritto e veloce + correr lo mar per tutto suo cammino, + perire al fine a l’intrar de la foce. + + Non creda donna Berta e ser Martino, + per vedere un furare, altro offerere, + vederli dentro al consiglio divino; + + ché quel può surgere, e quel può cadere». + + + + Paradiso • Canto XIV + + + Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro + movesi l’acqua in un ritondo vaso, + secondo ch’è percosso fuori o dentro: + + ne la mia mente fé sùbito caso + questo ch’io dico, sì come si tacque + la glorïosa vita di Tommaso, + + per la similitudine che nacque + del suo parlare e di quel di Beatrice, + a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: + + «A costui fa mestieri, e nol vi dice + né con la voce né pensando ancora, + d’un altro vero andare a la radice. + + Diteli se la luce onde s’infiora + vostra sustanza, rimarrà con voi + etternalmente sì com’ ell’ è ora; + + e se rimane, dite come, poi + che sarete visibili rifatti, + esser porà ch’al veder non vi nòi». + + Come, da più letizia pinti e tratti, + a la fïata quei che vanno a rota + levan la voce e rallegrano li atti, + + così, a l’orazion pronta e divota, + li santi cerchi mostrar nova gioia + nel torneare e ne la mira nota. + + Qual si lamenta perché qui si moia + per viver colà sù, non vide quive + lo refrigerio de l’etterna ploia. + + Quell’ uno e due e tre che sempre vive + e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, + non circunscritto, e tutto circunscrive, + + tre volte era cantato da ciascuno + di quelli spirti con tal melodia, + ch’ad ogne merto saria giusto muno. + + E io udi’ ne la luce più dia + del minor cerchio una voce modesta, + forse qual fu da l’angelo a Maria, + + risponder: «Quanto fia lunga la festa + di paradiso, tanto il nostro amore + si raggerà dintorno cotal vesta. + + La sua chiarezza séguita l’ardore; + l’ardor la visïone, e quella è tanta, + quant’ ha di grazia sovra suo valore. + + Come la carne glorïosa e santa + fia rivestita, la nostra persona + più grata fia per esser tutta quanta; + + per che s’accrescerà ciò che ne dona + di gratüito lume il sommo bene, + lume ch’a lui veder ne condiziona; + + onde la visïon crescer convene, + crescer l’ardor che di quella s’accende, + crescer lo raggio che da esso vene. + + Ma sì come carbon che fiamma rende, + e per vivo candor quella soverchia, + sì che la sua parvenza si difende; + + così questo folgór che già ne cerchia + fia vinto in apparenza da la carne + che tutto dì la terra ricoperchia; + + né potrà tanta luce affaticarne: + ché li organi del corpo saran forti + a tutto ciò che potrà dilettarne». + + Tanto mi parver sùbiti e accorti + e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», + che ben mostrar disio d’i corpi morti: + + forse non pur per lor, ma per le mamme, + per li padri e per li altri che fuor cari + anzi che fosser sempiterne fiamme. + + Ed ecco intorno, di chiarezza pari, + nascere un lustro sopra quel che v’era, + per guisa d’orizzonte che rischiari. + + E sì come al salir di prima sera + comincian per lo ciel nove parvenze, + sì che la vista pare e non par vera, + + parvemi lì novelle sussistenze + cominciare a vedere, e fare un giro + di fuor da l’altre due circunferenze. + + Oh vero sfavillar del Santo Spiro! + come si fece sùbito e candente + a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! + + Ma Bëatrice sì bella e ridente + mi si mostrò, che tra quelle vedute + si vuol lasciar che non seguir la mente. + + Quindi ripreser li occhi miei virtute + a rilevarsi; e vidimi translato + sol con mia donna in più alta salute. + + Ben m’accors’ io ch’io era più levato, + per l’affocato riso de la stella, + che mi parea più roggio che l’usato. + + Con tutto ’l core e con quella favella + ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, + qual conveniesi a la grazia novella. + + E non er’ anco del mio petto essausto + l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi + esso litare stato accetto e fausto; + + ché con tanto lucore e tanto robbi + m’apparvero splendor dentro a due raggi, + ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!». + + Come distinta da minori e maggi + lumi biancheggia tra ’ poli del mondo + Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; + + sì costellati facean nel profondo + Marte quei raggi il venerabil segno + che fan giunture di quadranti in tondo. + + Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; + ché quella croce lampeggiava Cristo, + sì ch’io non so trovare essempro degno; + + ma chi prende sua croce e segue Cristo, + ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, + vedendo in quell’ albor balenar Cristo. + + Di corno in corno e tra la cima e ’l basso + si movien lumi, scintillando forte + nel congiugnersi insieme e nel trapasso: + + così si veggion qui diritte e torte, + veloci e tarde, rinovando vista, + le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, + + moversi per lo raggio onde si lista + talvolta l’ombra che, per sua difesa, + la gente con ingegno e arte acquista. + + E come giga e arpa, in tempra tesa + di molte corde, fa dolce tintinno + a tal da cui la nota non è intesa, + + così da’ lumi che lì m’apparinno + s’accogliea per la croce una melode + che mi rapiva, sanza intender l’inno. + + Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, + però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» + come a colui che non intende e ode. + + Ïo m’innamorava tanto quinci, + che ’nfino a lì non fu alcuna cosa + che mi legasse con sì dolci vinci. + + Forse la mia parola par troppo osa, + posponendo il piacer de li occhi belli, + ne’ quai mirando mio disio ha posa; + + ma chi s’avvede che i vivi suggelli + d’ogne bellezza più fanno più suso, + e ch’io non m’era lì rivolto a quelli, + + escusar puommi di quel ch’io m’accuso + per escusarmi, e vedermi dir vero: + ché ’l piacer santo non è qui dischiuso, + + perché si fa, montando, più sincero. + + + + Paradiso • Canto XV + + + Benigna volontade in che si liqua + sempre l’amor che drittamente spira, + come cupidità fa ne la iniqua, + + silenzio puose a quella dolce lira, + e fece quïetar le sante corde + che la destra del cielo allenta e tira. + + Come saranno a’ giusti preghi sorde + quelle sustanze che, per darmi voglia + ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? + + Bene è che sanza termine si doglia + chi, per amor di cosa che non duri + etternalmente, quello amor si spoglia. + + Quale per li seren tranquilli e puri + discorre ad ora ad or sùbito foco, + movendo li occhi che stavan sicuri, + + e pare stella che tramuti loco, + se non che da la parte ond’ e’ s’accende + nulla sen perde, ed esso dura poco: + + tale dal corno che ’n destro si stende + a piè di quella croce corse un astro + de la costellazion che lì resplende; + + né si partì la gemma dal suo nastro, + ma per la lista radïal trascorse, + che parve foco dietro ad alabastro. + + Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, + se fede merta nostra maggior musa, + quando in Eliso del figlio s’accorse. + + «O sanguis meus, o superinfusa + gratïa Deï, sicut tibi cui + bis unquam celi ianüa reclusa?». + + Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; + poscia rivolsi a la mia donna il viso, + e quinci e quindi stupefatto fui; + + ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso + tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo + de la mia gloria e del mio paradiso. + + Indi, a udire e a veder giocondo, + giunse lo spirto al suo principio cose, + ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; + + né per elezïon mi si nascose, + ma per necessità, ché ’l suo concetto + al segno d’i mortal si soprapuose. + + E quando l’arco de l’ardente affetto + fu sì sfogato, che ’l parlar discese + inver’ lo segno del nostro intelletto, + + la prima cosa che per me s’intese, + «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, + che nel mio seme se’ tanto cortese!». + + E seguì: «Grato e lontano digiuno, + tratto leggendo del magno volume + du’ non si muta mai bianco né bruno, + + solvuto hai, figlio, dentro a questo lume + in ch’io ti parlo, mercè di colei + ch’a l’alto volo ti vestì le piume. + + Tu credi che a me tuo pensier mei + da quel ch’è primo, così come raia + da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; + + e però ch’io mi sia e perch’ io paia + più gaudïoso a te, non mi domandi, + che alcun altro in questa turba gaia. + + Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi + di questa vita miran ne lo speglio + in che, prima che pensi, il pensier pandi; + + ma perché ’l sacro amore in che io veglio + con perpetüa vista e che m’asseta + di dolce disïar, s’adempia meglio, + + la voce tua sicura, balda e lieta + suoni la volontà, suoni ’l disio, + a che la mia risposta è già decreta!». + + Io mi volsi a Beatrice, e quella udio + pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno + che fece crescer l’ali al voler mio. + + Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, + come la prima equalità v’apparse, + d’un peso per ciascun di voi si fenno, + + però che ’l sol che v’allumò e arse, + col caldo e con la luce è sì iguali, + che tutte simiglianze sono scarse. + + Ma voglia e argomento ne’ mortali, + per la cagion ch’a voi è manifesta, + diversamente son pennuti in ali; + + ond’ io, che son mortal, mi sento in questa + disagguaglianza, e però non ringrazio + se non col core a la paterna festa. + + Ben supplico io a te, vivo topazio + che questa gioia prezïosa ingemmi, + perché mi facci del tuo nome sazio». + + «O fronda mia in che io compiacemmi + pur aspettando, io fui la tua radice»: + cotal principio, rispondendo, femmi. + + Poscia mi disse: «Quel da cui si dice + tua cognazione e che cent’ anni e piùe + girato ha ’l monte in la prima cornice, + + mio figlio fu e tuo bisavol fue: + ben si convien che la lunga fatica + tu li raccorci con l’opere tue. + + Fiorenza dentro da la cerchia antica, + ond’ ella toglie ancora e terza e nona, + si stava in pace, sobria e pudica. + + Non avea catenella, non corona, + non gonne contigiate, non cintura + che fosse a veder più che la persona. + + Non faceva, nascendo, ancor paura + la figlia al padre, che ’l tempo e la dote + non fuggien quinci e quindi la misura. + + Non avea case di famiglia vòte; + non v’era giunto ancor Sardanapalo + a mostrar ciò che ’n camera si puote. + + Non era vinto ancora Montemalo + dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto + nel montar sù, così sarà nel calo. + + Bellincion Berti vid’ io andar cinto + di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio + la donna sua sanza ’l viso dipinto; + + e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio + esser contenti a la pelle scoperta, + e le sue donne al fuso e al pennecchio. + + Oh fortunate! ciascuna era certa + de la sua sepultura, e ancor nulla + era per Francia nel letto diserta. + + L’una vegghiava a studio de la culla, + e, consolando, usava l’idïoma + che prima i padri e le madri trastulla; + + l’altra, traendo a la rocca la chioma, + favoleggiava con la sua famiglia + d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. + + Saria tenuta allor tal maraviglia + una Cianghella, un Lapo Salterello, + qual or saria Cincinnato e Corniglia. + + A così riposato, a così bello + viver di cittadini, a così fida + cittadinanza, a così dolce ostello, + + Maria mi diè, chiamata in alte grida; + e ne l’antico vostro Batisteo + insieme fui cristiano e Cacciaguida. + + Moronto fu mio frate ed Eliseo; + mia donna venne a me di val di Pado, + e quindi il sopranome tuo si feo. + + Poi seguitai lo ’mperador Currado; + ed el mi cinse de la sua milizia, + tanto per bene ovrar li venni in grado. + + Dietro li andai incontro a la nequizia + di quella legge il cui popolo usurpa, + per colpa d’i pastor, vostra giustizia. + + Quivi fu’ io da quella gente turpa + disviluppato dal mondo fallace, + lo cui amor molt’ anime deturpa; + + e venni dal martiro a questa pace». + + + + Paradiso • Canto XVI + + + O poca nostra nobiltà di sangue, + se glorïar di te la gente fai + qua giù dove l’affetto nostro langue, + + mirabil cosa non mi sarà mai: + ché là dove appetito non si torce, + dico nel cielo, io me ne gloriai. + + Ben se’ tu manto che tosto raccorce: + sì che, se non s’appon di dì in die, + lo tempo va dintorno con le force. + + Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, + in che la sua famiglia men persevra, + ricominciaron le parole mie; + + onde Beatrice, ch’era un poco scevra, + ridendo, parve quella che tossio + al primo fallo scritto di Ginevra. + + Io cominciai: «Voi siete il padre mio; + voi mi date a parlar tutta baldezza; + voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. + + Per tanti rivi s’empie d’allegrezza + la mente mia, che di sé fa letizia + perché può sostener che non si spezza. + + Ditemi dunque, cara mia primizia, + quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni + che si segnaro in vostra püerizia; + + ditemi de l’ovil di San Giovanni + quanto era allora, e chi eran le genti + tra esso degne di più alti scanni». + + Come s’avviva a lo spirar d’i venti + carbone in fiamma, così vid’ io quella + luce risplendere a’ miei blandimenti; + + e come a li occhi miei si fé più bella, + così con voce più dolce e soave, + ma non con questa moderna favella, + + dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ + al parto in che mia madre, ch’è or santa, + s’allevïò di me ond’ era grave, + + al suo Leon cinquecento cinquanta + e trenta fiate venne questo foco + a rinfiammarsi sotto la sua pianta. + + Li antichi miei e io nacqui nel loco + dove si truova pria l’ultimo sesto + da quei che corre il vostro annüal gioco. + + Basti d’i miei maggiori udirne questo: + chi ei si fosser e onde venner quivi, + più è tacer che ragionare onesto. + + Tutti color ch’a quel tempo eran ivi + da poter arme tra Marte e ’l Batista, + eran il quinto di quei ch’or son vivi. + + Ma la cittadinanza, ch’è or mista + di Campi, di Certaldo e di Fegghine, + pura vediesi ne l’ultimo artista. + + Oh quanto fora meglio esser vicine + quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo + e a Trespiano aver vostro confine, + + che averle dentro e sostener lo puzzo + del villan d’Aguglion, di quel da Signa, + che già per barattare ha l’occhio aguzzo! + + Se la gente ch’al mondo più traligna + non fosse stata a Cesare noverca, + ma come madre a suo figlio benigna, + + tal fatto è fiorentino e cambia e merca, + che si sarebbe vòlto a Simifonti, + là dove andava l’avolo a la cerca; + + sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; + sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, + e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. + + Sempre la confusion de le persone + principio fu del mal de la cittade, + come del vostro il cibo che s’appone; + + e cieco toro più avaccio cade + che cieco agnello; e molte volte taglia + più e meglio una che le cinque spade. + + Se tu riguardi Luni e Orbisaglia + come sono ite, e come se ne vanno + di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, + + udir come le schiatte si disfanno + non ti parrà nova cosa né forte, + poscia che le cittadi termine hanno. + + Le vostre cose tutte hanno lor morte, + sì come voi; ma celasi in alcuna + che dura molto, e le vite son corte. + + E come ’l volger del ciel de la luna + cuopre e discuopre i liti sanza posa, + così fa di Fiorenza la Fortuna: + + per che non dee parer mirabil cosa + ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini + onde è la fama nel tempo nascosa. + + Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, + Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, + già nel calare, illustri cittadini; + + e vidi così grandi come antichi, + con quel de la Sannella, quel de l’Arca, + e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. + + Sovra la porta ch’al presente è carca + di nova fellonia di tanto peso + che tosto fia iattura de la barca, + + erano i Ravignani, ond’ è disceso + il conte Guido e qualunque del nome + de l’alto Bellincione ha poscia preso. + + Quel de la Pressa sapeva già come + regger si vuole, e avea Galigaio + dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome. + + Grand’ era già la colonna del Vaio, + Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci + e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. + + Lo ceppo di che nacquero i Calfucci + era già grande, e già eran tratti + a le curule Sizii e Arrigucci. + + Oh quali io vidi quei che son disfatti + per lor superbia! e le palle de l’oro + fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti. + + Così facieno i padri di coloro + che, sempre che la vostra chiesa vaca, + si fanno grassi stando a consistoro. + + L’oltracotata schiatta che s’indraca + dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente + o ver la borsa, com’ agnel si placa, + + già venìa sù, ma di picciola gente; + sì che non piacque ad Ubertin Donato + che poï il suocero il fé lor parente. + + Già era ’l Caponsacco nel mercato + disceso giù da Fiesole, e già era + buon cittadino Giuda e Infangato. + + Io dirò cosa incredibile e vera: + nel picciol cerchio s’entrava per porta + che si nomava da quei de la Pera. + + Ciascun che de la bella insegna porta + del gran barone il cui nome e ’l cui pregio + la festa di Tommaso riconforta, + + da esso ebbe milizia e privilegio; + avvegna che con popol si rauni + oggi colui che la fascia col fregio. + + Già eran Gualterotti e Importuni; + e ancor saria Borgo più quïeto, + se di novi vicin fosser digiuni. + + La casa di che nacque il vostro fleto, + per lo giusto disdegno che v’ha morti + e puose fine al vostro viver lieto, + + era onorata, essa e suoi consorti: + o Buondelmonte, quanto mal fuggisti + le nozze süe per li altrui conforti! + + Molti sarebber lieti, che son tristi, + se Dio t’avesse conceduto ad Ema + la prima volta ch’a città venisti. + + Ma conveniesi a quella pietra scema + che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse + vittima ne la sua pace postrema. + + Con queste genti, e con altre con esse, + vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo, + che non avea cagione onde piangesse. + + Con queste genti vid’io glorïoso + e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio + non era ad asta mai posto a ritroso, + + né per divisïon fatto vermiglio». + + + + Paradiso • Canto XVII + + + Qual venne a Climenè, per accertarsi + di ciò ch’avëa incontro a sé udito, + quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; + + tal era io, e tal era sentito + e da Beatrice e da la santa lampa + che pria per me avea mutato sito. + + Per che mia donna «Manda fuor la vampa + del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca + segnata bene de la interna stampa: + + non perché nostra conoscenza cresca + per tuo parlare, ma perché t’ausi + a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». + + «O cara piota mia che sì t’insusi, + che, come veggion le terrene menti + non capere in trïangol due ottusi, + + così vedi le cose contingenti + anzi che sieno in sé, mirando il punto + a cui tutti li tempi son presenti; + + mentre ch’io era a Virgilio congiunto + su per lo monte che l’anime cura + e discendendo nel mondo defunto, + + dette mi fuor di mia vita futura + parole gravi, avvegna ch’io mi senta + ben tetragono ai colpi di ventura; + + per che la voglia mia saria contenta + d’intender qual fortuna mi s’appressa: + ché saetta previsa vien più lenta». + + Così diss’ io a quella luce stessa + che pria m’avea parlato; e come volle + Beatrice, fu la mia voglia confessa. + + Né per ambage, in che la gente folle + già s’inviscava pria che fosse anciso + l’Agnel di Dio che le peccata tolle, + + ma per chiare parole e con preciso + latin rispuose quello amor paterno, + chiuso e parvente del suo proprio riso: + + «La contingenza, che fuor del quaderno + de la vostra matera non si stende, + tutta è dipinta nel cospetto etterno; + + necessità però quindi non prende + se non come dal viso in che si specchia + nave che per torrente giù discende. + + Da indi, sì come viene ad orecchia + dolce armonia da organo, mi viene + a vista il tempo che ti s’apparecchia. + + Qual si partio Ipolito d’Atene + per la spietata e perfida noverca, + tal di Fiorenza partir ti convene. + + Questo si vuole e questo già si cerca, + e tosto verrà fatto a chi ciò pensa + là dove Cristo tutto dì si merca. + + La colpa seguirà la parte offensa + in grido, come suol; ma la vendetta + fia testimonio al ver che la dispensa. + + Tu lascerai ogne cosa diletta + più caramente; e questo è quello strale + che l’arco de lo essilio pria saetta. + + Tu proverai sì come sa di sale + lo pane altrui, e come è duro calle + lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. + + E quel che più ti graverà le spalle, + sarà la compagnia malvagia e scempia + con la qual tu cadrai in questa valle; + + che tutta ingrata, tutta matta ed empia + si farà contr’ a te; ma, poco appresso, + ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. + + Di sua bestialitate il suo processo + farà la prova; sì ch’a te fia bello + averti fatta parte per te stesso. + + Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello + sarà la cortesia del gran Lombardo + che ’n su la scala porta il santo uccello; + + ch’in te avrà sì benigno riguardo, + che del fare e del chieder, tra voi due, + fia primo quel che tra li altri è più tardo. + + Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, + nascendo, sì da questa stella forte, + che notabili fier l’opere sue. + + Non se ne son le genti ancora accorte + per la novella età, ché pur nove anni + son queste rote intorno di lui torte; + + ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, + parran faville de la sua virtute + in non curar d’argento né d’affanni. + + Le sue magnificenze conosciute + saranno ancora, sì che ’ suoi nemici + non ne potran tener le lingue mute. + + A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; + per lui fia trasmutata molta gente, + cambiando condizion ricchi e mendici; + + e portera’ne scritto ne la mente + di lui, e nol dirai»; e disse cose + incredibili a quei che fier presente. + + Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose + di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie + che dietro a pochi giri son nascose. + + Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, + poscia che s’infutura la tua vita + vie più là che ’l punir di lor perfidie». + + Poi che, tacendo, si mostrò spedita + l’anima santa di metter la trama + in quella tela ch’io le porsi ordita, + + io cominciai, come colui che brama, + dubitando, consiglio da persona + che vede e vuol dirittamente e ama: + + «Ben veggio, padre mio, sì come sprona + lo tempo verso me, per colpo darmi + tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; + + per che di provedenza è buon ch’io m’armi, + sì che, se loco m’è tolto più caro, + io non perdessi li altri per miei carmi. + + Giù per lo mondo sanza fine amaro, + e per lo monte del cui bel cacume + li occhi de la mia donna mi levaro, + + e poscia per lo ciel, di lume in lume, + ho io appreso quel che s’io ridico, + a molti fia sapor di forte agrume; + + e s’io al vero son timido amico, + temo di perder viver tra coloro + che questo tempo chiameranno antico». + + La luce in che rideva il mio tesoro + ch’io trovai lì, si fé prima corusca, + quale a raggio di sole specchio d’oro; + + indi rispuose: «Coscïenza fusca + o de la propria o de l’altrui vergogna + pur sentirà la tua parola brusca. + + Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, + tutta tua visïon fa manifesta; + e lascia pur grattar dov’ è la rogna. + + Ché se la voce tua sarà molesta + nel primo gusto, vital nodrimento + lascerà poi, quando sarà digesta. + + Questo tuo grido farà come vento, + che le più alte cime più percuote; + e ciò non fa d’onor poco argomento. + + Però ti son mostrate in queste rote, + nel monte e ne la valle dolorosa + pur l’anime che son di fama note, + + che l’animo di quel ch’ode, non posa + né ferma fede per essempro ch’aia + la sua radice incognita e ascosa, + + né per altro argomento che non paia». + + + + Paradiso • Canto XVIII + + + Già si godeva solo del suo verbo + quello specchio beato, e io gustava + lo mio, temprando col dolce l’acerbo; + + e quella donna ch’a Dio mi menava + disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono + presso a colui ch’ogne torto disgrava». + + Io mi rivolsi a l’amoroso suono + del mio conforto; e qual io allor vidi + ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: + + non perch’ io pur del mio parlar diffidi, + ma per la mente che non può redire + sovra sé tanto, s’altri non la guidi. + + Tanto poss’ io di quel punto ridire, + che, rimirando lei, lo mio affetto + libero fu da ogne altro disire, + + fin che ’l piacere etterno, che diretto + raggiava in Bëatrice, dal bel viso + mi contentava col secondo aspetto. + + Vincendo me col lume d’un sorriso, + ella mi disse: «Volgiti e ascolta; + ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». + + Come si vede qui alcuna volta + l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, + che da lui sia tutta l’anima tolta, + + così nel fiammeggiar del folgór santo, + a ch’io mi volsi, conobbi la voglia + in lui di ragionarmi ancora alquanto. + + El cominciò: «In questa quinta soglia + de l’albero che vive de la cima + e frutta sempre e mai non perde foglia, + + spiriti son beati, che giù, prima + che venissero al ciel, fuor di gran voce, + sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. + + Però mira ne’ corni de la croce: + quello ch’io nomerò, lì farà l’atto + che fa in nube il suo foco veloce». + + Io vidi per la croce un lume tratto + dal nomar Iosuè, com’ el si feo; + né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. + + E al nome de l’alto Macabeo + vidi moversi un altro roteando, + e letizia era ferza del paleo. + + Così per Carlo Magno e per Orlando + due ne seguì lo mio attento sguardo, + com’ occhio segue suo falcon volando. + + Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo + e ’l duca Gottifredi la mia vista + per quella croce, e Ruberto Guiscardo. + + Indi, tra l’altre luci mota e mista, + mostrommi l’alma che m’avea parlato + qual era tra i cantor del cielo artista. + + Io mi rivolsi dal mio destro lato + per vedere in Beatrice il mio dovere, + o per parlare o per atto, segnato; + + e vidi le sue luci tanto mere, + tanto gioconde, che la sua sembianza + vinceva li altri e l’ultimo solere. + + E come, per sentir più dilettanza + bene operando, l’uom di giorno in giorno + s’accorge che la sua virtute avanza, + + sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno + col cielo insieme avea cresciuto l’arco, + veggendo quel miracol più addorno. + + E qual è ’l trasmutare in picciol varco + di tempo in bianca donna, quando ’l volto + suo si discarchi di vergogna il carco, + + tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, + per lo candor de la temprata stella + sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. + + Io vidi in quella giovïal facella + lo sfavillar de l’amor che lì era + segnare a li occhi miei nostra favella. + + E come augelli surti di rivera, + quasi congratulando a lor pasture, + fanno di sé or tonda or altra schiera, + + sì dentro ai lumi sante creature + volitando cantavano, e faciensi + or D, or I, or L in sue figure. + + Prima, cantando, a sua nota moviensi; + poi, diventando l’un di questi segni, + un poco s’arrestavano e taciensi. + + O diva Pegasëa che li ’ngegni + fai glorïosi e rendili longevi, + ed essi teco le cittadi e ’ regni, + + illustrami di te, sì ch’io rilevi + le lor figure com’ io l’ho concette: + paia tua possa in questi versi brevi! + + Mostrarsi dunque in cinque volte sette + vocali e consonanti; e io notai + le parti sì, come mi parver dette. + + ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai + fur verbo e nome di tutto ’l dipinto; + ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai. + + Poscia ne l’emme del vocabol quinto + rimasero ordinate; sì che Giove + pareva argento lì d’oro distinto. + + E vidi scendere altre luci dove + era il colmo de l’emme, e lì quetarsi + cantando, credo, il ben ch’a sé le move. + + Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi + surgono innumerabili faville, + onde li stolti sogliono agurarsi, + + resurger parver quindi più di mille + luci e salir, qual assai e qual poco, + sì come ’l sol che l’accende sortille; + + e quïetata ciascuna in suo loco, + la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi + rappresentare a quel distinto foco. + + Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; + ma esso guida, e da lui si rammenta + quella virtù ch’è forma per li nidi. + + L’altra bëatitudo, che contenta + pareva prima d’ingigliarsi a l’emme, + con poco moto seguitò la ’mprenta. + + O dolce stella, quali e quante gemme + mi dimostraro che nostra giustizia + effetto sia del ciel che tu ingemme! + + Per ch’io prego la mente in che s’inizia + tuo moto e tua virtute, che rimiri + ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; + + sì ch’un’altra fïata omai s’adiri + del comperare e vender dentro al templo + che si murò di segni e di martìri. + + O milizia del ciel cu’ io contemplo, + adora per color che sono in terra + tutti svïati dietro al malo essemplo! + + Già si solea con le spade far guerra; + ma or si fa togliendo or qui or quivi + lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra. + + Ma tu che sol per cancellare scrivi, + pensa che Pietro e Paulo, che moriro + per la vigna che guasti, ancor son vivi. + + Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro + sì a colui che volle viver solo + e che per salti fu tratto al martiro, + + ch’io non conosco il pescator né Polo». + + + + Paradiso • Canto XIX + + + Parea dinanzi a me con l’ali aperte + la bella image che nel dolce frui + liete facevan l’anime conserte; + + parea ciascuna rubinetto in cui + raggio di sole ardesse sì acceso, + che ne’ miei occhi rifrangesse lui. + + E quel che mi convien ritrar testeso, + non portò voce mai, né scrisse incostro, + né fu per fantasia già mai compreso; + + ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, + e sonar ne la voce e «io» e «mio», + quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’. + + E cominciò: «Per esser giusto e pio + son io qui essaltato a quella gloria + che non si lascia vincere a disio; + + e in terra lasciai la mia memoria + sì fatta, che le genti lì malvage + commendan lei, ma non seguon la storia». + + Così un sol calor di molte brage + si fa sentir, come di molti amori + usciva solo un suon di quella image. + + Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori + de l’etterna letizia, che pur uno + parer mi fate tutti vostri odori, + + solvetemi, spirando, il gran digiuno + che lungamente m’ha tenuto in fame, + non trovandoli in terra cibo alcuno. + + Ben so io che, se ’n cielo altro reame + la divina giustizia fa suo specchio, + che ’l vostro non l’apprende con velame. + + Sapete come attento io m’apparecchio + ad ascoltar; sapete qual è quello + dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». + + Quasi falcone ch’esce del cappello, + move la testa e con l’ali si plaude, + voglia mostrando e faccendosi bello, + + vid’ io farsi quel segno, che di laude + de la divina grazia era contesto, + con canti quai si sa chi là sù gaude. + + Poi cominciò: «Colui che volse il sesto + a lo stremo del mondo, e dentro ad esso + distinse tanto occulto e manifesto, + + non poté suo valor sì fare impresso + in tutto l’universo, che ’l suo verbo + non rimanesse in infinito eccesso. + + E ciò fa certo che ’l primo superbo, + che fu la somma d’ogne creatura, + per non aspettar lume, cadde acerbo; + + e quinci appar ch’ogne minor natura + è corto recettacolo a quel bene + che non ha fine e sé con sé misura. + + Dunque vostra veduta, che convene + esser alcun de’ raggi de la mente + di che tutte le cose son ripiene, + + non pò da sua natura esser possente + tanto, che suo principio discerna + molto di là da quel che l’è parvente. + + Però ne la giustizia sempiterna + la vista che riceve il vostro mondo, + com’ occhio per lo mare, entro s’interna; + + che, ben che da la proda veggia il fondo, + in pelago nol vede; e nondimeno + èli, ma cela lui l’esser profondo. + + Lume non è, se non vien dal sereno + che non si turba mai; anzi è tenèbra + od ombra de la carne o suo veleno. + + Assai t’è mo aperta la latebra + che t’ascondeva la giustizia viva, + di che facei question cotanto crebra; + + ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva + de l’Indo, e quivi non è chi ragioni + di Cristo né chi legga né chi scriva; + + e tutti suoi voleri e atti buoni + sono, quanto ragione umana vede, + sanza peccato in vita o in sermoni. + + Muore non battezzato e sanza fede: + ov’ è questa giustizia che ’l condanna? + ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”. + + Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, + per giudicar di lungi mille miglia + con la veduta corta d’una spanna? + + Certo a colui che meco s’assottiglia, + se la Scrittura sovra voi non fosse, + da dubitar sarebbe a maraviglia. + + Oh terreni animali! oh menti grosse! + La prima volontà, ch’è da sé buona, + da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. + + Cotanto è giusto quanto a lei consuona: + nullo creato bene a sé la tira, + ma essa, radïando, lui cagiona». + + Quale sovresso il nido si rigira + poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, + e come quel ch’è pasto la rimira; + + cotal si fece, e sì leväi i cigli, + la benedetta imagine, che l’ali + movea sospinte da tanti consigli. + + Roteando cantava, e dicea: «Quali + son le mie note a te, che non le ’ntendi, + tal è il giudicio etterno a voi mortali». + + Poi si quetaro quei lucenti incendi + de lo Spirito Santo ancor nel segno + che fé i Romani al mondo reverendi, + + esso ricominciò: «A questo regno + non salì mai chi non credette ’n Cristo, + né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. + + Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, + che saranno in giudicio assai men prope + a lui, che tal che non conosce Cristo; + + e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, + quando si partiranno i due collegi, + l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. + + Che poran dir li Perse a’ vostri regi, + come vedranno quel volume aperto + nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? + + Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, + quella che tosto moverà la penna, + per che ’l regno di Praga fia diserto. + + Lì si vedrà il duol che sovra Senna + induce, falseggiando la moneta, + quel che morrà di colpo di cotenna. + + Lì si vedrà la superbia ch’asseta, + che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, + sì che non può soffrir dentro a sua meta. + + Vedrassi la lussuria e ’l viver molle + di quel di Spagna e di quel di Boemme, + che mai valor non conobbe né volle. + + Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme + segnata con un i la sua bontate, + quando ’l contrario segnerà un emme. + + Vedrassi l’avarizia e la viltate + di quei che guarda l’isola del foco, + ove Anchise finì la lunga etate; + + e a dare ad intender quanto è poco, + la sua scrittura fian lettere mozze, + che noteranno molto in parvo loco. + + E parranno a ciascun l’opere sozze + del barba e del fratel, che tanto egregia + nazione e due corone han fatte bozze. + + E quel di Portogallo e di Norvegia + lì si conosceranno, e quel di Rascia + che male ha visto il conio di Vinegia. + + Oh beata Ungheria, se non si lascia + più malmenare! e beata Navarra, + se s’armasse del monte che la fascia! + + E creder de’ ciascun che già, per arra + di questo, Niccosïa e Famagosta + per la lor bestia si lamenti e garra, + + che dal fianco de l’altre non si scosta». + + + + Paradiso • Canto XX + + + Quando colui che tutto ’l mondo alluma + de l’emisperio nostro sì discende, + che ’l giorno d’ogne parte si consuma, + + lo ciel, che sol di lui prima s’accende, + subitamente si rifà parvente + per molte luci, in che una risplende; + + e questo atto del ciel mi venne a mente, + come ’l segno del mondo e de’ suoi duci + nel benedetto rostro fu tacente; + + però che tutte quelle vive luci, + vie più lucendo, cominciaron canti + da mia memoria labili e caduci. + + O dolce amor che di riso t’ammanti, + quanto parevi ardente in que’ flailli, + ch’avieno spirto sol di pensier santi! + + Poscia che i cari e lucidi lapilli + ond’ io vidi ingemmato il sesto lume + puoser silenzio a li angelici squilli, + + udir mi parve un mormorar di fiume + che scende chiaro giù di pietra in pietra, + mostrando l’ubertà del suo cacume. + + E come suono al collo de la cetra + prende sua forma, e sì com’ al pertugio + de la sampogna vento che penètra, + + così, rimosso d’aspettare indugio, + quel mormorar de l’aguglia salissi + su per lo collo, come fosse bugio. + + Fecesi voce quivi, e quindi uscissi + per lo suo becco in forma di parole, + quali aspettava il core ov’ io le scrissi. + + «La parte in me che vede e pate il sole + ne l’aguglie mortali», incominciommi, + «or fisamente riguardar si vole, + + perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, + quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, + e’ di tutti lor gradi son li sommi. + + Colui che luce in mezzo per pupilla, + fu il cantor de lo Spirito Santo, + che l’arca traslatò di villa in villa: + + ora conosce il merto del suo canto, + in quanto effetto fu del suo consiglio, + per lo remunerar ch’è altrettanto. + + Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, + colui che più al becco mi s’accosta, + la vedovella consolò del figlio: + + ora conosce quanto caro costa + non seguir Cristo, per l’esperïenza + di questa dolce vita e de l’opposta. + + E quel che segue in la circunferenza + di che ragiono, per l’arco superno, + morte indugiò per vera penitenza: + + ora conosce che ’l giudicio etterno + non si trasmuta, quando degno preco + fa crastino là giù de l’odïerno. + + L’altro che segue, con le leggi e meco, + sotto buona intenzion che fé mal frutto, + per cedere al pastor si fece greco: + + ora conosce come il mal dedutto + dal suo bene operar non li è nocivo, + avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. + + E quel che vedi ne l’arco declivo, + Guiglielmo fu, cui quella terra plora + che piagne Carlo e Federigo vivo: + + ora conosce come s’innamora + lo ciel del giusto rege, e al sembiante + del suo fulgore il fa vedere ancora. + + Chi crederebbe giù nel mondo errante + che Rifëo Troiano in questo tondo + fosse la quinta de le luci sante? + + Ora conosce assai di quel che ’l mondo + veder non può de la divina grazia, + ben che sua vista non discerna il fondo». + + Quale allodetta che ’n aere si spazia + prima cantando, e poi tace contenta + de l’ultima dolcezza che la sazia, + + tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta + de l’etterno piacere, al cui disio + ciascuna cosa qual ell’ è diventa. + + E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio + lì quasi vetro a lo color ch’el veste, + tempo aspettar tacendo non patio, + + ma de la bocca, «Che cose son queste?», + mi pinse con la forza del suo peso: + per ch’io di coruscar vidi gran feste. + + Poi appresso, con l’occhio più acceso, + lo benedetto segno mi rispuose + per non tenermi in ammirar sospeso: + + «Io veggio che tu credi queste cose + perch’ io le dico, ma non vedi come; + sì che, se son credute, sono ascose. + + Fai come quei che la cosa per nome + apprende ben, ma la sua quiditate + veder non può se altri non la prome. + + Regnum celorum vïolenza pate + da caldo amore e da viva speranza, + che vince la divina volontate: + + non a guisa che l’omo a l’om sobranza, + ma vince lei perché vuole esser vinta, + e, vinta, vince con sua beninanza. + + La prima vita del ciglio e la quinta + ti fa maravigliar, perché ne vedi + la regïon de li angeli dipinta. + + D’i corpi suoi non uscir, come credi, + Gentili, ma Cristiani, in ferma fede + quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. + + Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede + già mai a buon voler, tornò a l’ossa; + e ciò di viva spene fu mercede: + + di viva spene, che mise la possa + ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, + sì che potesse sua voglia esser mossa. + + L’anima glorïosa onde si parla, + tornata ne la carne, in che fu poco, + credette in lui che potëa aiutarla; + + e credendo s’accese in tanto foco + di vero amor, ch’a la morte seconda + fu degna di venire a questo gioco. + + L’altra, per grazia che da sì profonda + fontana stilla, che mai creatura + non pinse l’occhio infino a la prima onda, + + tutto suo amor là giù pose a drittura: + per che, di grazia in grazia, Dio li aperse + l’occhio a la nostra redenzion futura; + + ond’ ei credette in quella, e non sofferse + da indi il puzzo più del paganesmo; + e riprendiene le genti perverse. + + Quelle tre donne li fur per battesmo + che tu vedesti da la destra rota, + dinanzi al battezzar più d’un millesmo. + + O predestinazion, quanto remota + è la radice tua da quelli aspetti + che la prima cagion non veggion tota! + + E voi, mortali, tenetevi stretti + a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, + non conosciamo ancor tutti li eletti; + + ed ènne dolce così fatto scemo, + perché il ben nostro in questo ben s’affina, + che quel che vole Iddio, e noi volemo». + + Così da quella imagine divina, + per farmi chiara la mia corta vista, + data mi fu soave medicina. + + E come a buon cantor buon citarista + fa seguitar lo guizzo de la corda, + in che più di piacer lo canto acquista, + + sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda + ch’io vidi le due luci benedette, + pur come batter d’occhi si concorda, + + con le parole mover le fiammette. + + + + Paradiso • Canto XXI + + + Già eran li occhi miei rifissi al volto + de la mia donna, e l’animo con essi, + e da ogne altro intento s’era tolto. + + E quella non ridea; ma «S’io ridessi», + mi cominciò, «tu ti faresti quale + fu Semelè quando di cener fessi: + + ché la bellezza mia, che per le scale + de l’etterno palazzo più s’accende, + com’ hai veduto, quanto più si sale, + + se non si temperasse, tanto splende, + che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, + sarebbe fronda che trono scoscende. + + Noi sem levati al settimo splendore, + che sotto ’l petto del Leone ardente + raggia mo misto giù del suo valore. + + Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, + e fa di quelli specchi a la figura + che ’n questo specchio ti sarà parvente». + + Qual savesse qual era la pastura + del viso mio ne l’aspetto beato + quand’ io mi trasmutai ad altra cura, + + conoscerebbe quanto m’era a grato + ubidire a la mia celeste scorta, + contrapesando l’un con l’altro lato. + + Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, + cerchiando il mondo, del suo caro duce + sotto cui giacque ogne malizia morta, + + di color d’oro in che raggio traluce + vid’ io uno scaleo eretto in suso + tanto, che nol seguiva la mia luce. + + Vidi anche per li gradi scender giuso + tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume + che par nel ciel, quindi fosse diffuso. + + E come, per lo natural costume, + le pole insieme, al cominciar del giorno, + si movono a scaldar le fredde piume; + + poi altre vanno via sanza ritorno, + altre rivolgon sé onde son mosse, + e altre roteando fan soggiorno; + + tal modo parve me che quivi fosse + in quello sfavillar che ’nsieme venne, + sì come in certo grado si percosse. + + E quel che presso più ci si ritenne, + si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando: + ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne. + + Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando + del dire e del tacer, si sta; ond’ io, + contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’. + + Per ch’ella, che vedëa il tacer mio + nel veder di colui che tutto vede, + mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». + + E io incominciai: «La mia mercede + non mi fa degno de la tua risposta; + ma per colei che ’l chieder mi concede, + + vita beata che ti stai nascosta + dentro a la tua letizia, fammi nota + la cagion che sì presso mi t’ha posta; + + e dì perché si tace in questa rota + la dolce sinfonia di paradiso, + che giù per l’altre suona sì divota». + + «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», + rispuose a me; «onde qui non si canta + per quel che Bëatrice non ha riso. + + Giù per li gradi de la scala santa + discesi tanto sol per farti festa + col dire e con la luce che mi ammanta; + + né più amor mi fece esser più presta, + ché più e tanto amor quinci sù ferve, + sì come il fiammeggiar ti manifesta. + + Ma l’alta carità, che ci fa serve + pronte al consiglio che ’l mondo governa, + sorteggia qui sì come tu osserve». + + «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, + come libero amore in questa corte + basta a seguir la provedenza etterna; + + ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, + perché predestinata fosti sola + a questo officio tra le tue consorte». + + Né venni prima a l’ultima parola, + che del suo mezzo fece il lume centro, + girando sé come veloce mola; + + poi rispuose l’amor che v’era dentro: + «Luce divina sopra me s’appunta, + penetrando per questa in ch’io m’inventro, + + la cui virtù, col mio veder congiunta, + mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio + la somma essenza de la quale è munta. + + Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; + per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara, + la chiarità de la fiamma pareggio. + + Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, + quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, + a la dimanda tua non satisfara, + + però che sì s’innoltra ne lo abisso + de l’etterno statuto quel che chiedi, + che da ogne creata vista è scisso. + + E al mondo mortal, quando tu riedi, + questo rapporta, sì che non presumma + a tanto segno più mover li piedi. + + La mente, che qui luce, in terra fumma; + onde riguarda come può là giùe + quel che non pote perché ’l ciel l’assumma». + + Sì mi prescrisser le parole sue, + ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi + a dimandarla umilmente chi fue. + + «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, + e non molto distanti a la tua patria, + tanto che ’ troni assai suonan più bassi, + + e fanno un gibbo che si chiama Catria, + di sotto al quale è consecrato un ermo, + che suole esser disposto a sola latria». + + Così ricominciommi il terzo sermo; + e poi, continüando, disse: «Quivi + al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, + + che pur con cibi di liquor d’ulivi + lievemente passava caldi e geli, + contento ne’ pensier contemplativi. + + Render solea quel chiostro a questi cieli + fertilemente; e ora è fatto vano, + sì che tosto convien che si riveli. + + In quel loco fu’ io Pietro Damiano, + e Pietro Peccator fu’ ne la casa + di Nostra Donna in sul lito adriano. + + Poca vita mortal m’era rimasa, + quando fui chiesto e tratto a quel cappello, + che pur di male in peggio si travasa. + + Venne Cefàs e venne il gran vasello + de lo Spirito Santo, magri e scalzi, + prendendo il cibo da qualunque ostello. + + Or voglion quinci e quindi chi rincalzi + li moderni pastori e chi li meni, + tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. + + Cuopron d’i manti loro i palafreni, + sì che due bestie van sott’ una pelle: + oh pazïenza che tanto sostieni!». + + A questa voce vid’ io più fiammelle + di grado in grado scendere e girarsi, + e ogne giro le facea più belle. + + Dintorno a questa vennero e fermarsi, + e fero un grido di sì alto suono, + che non potrebbe qui assomigliarsi; + + né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. + + + + Paradiso • Canto XXII + + + Oppresso di stupore, a la mia guida + mi volsi, come parvol che ricorre + sempre colà dove più si confida; + + e quella, come madre che soccorre + sùbito al figlio palido e anelo + con la sua voce, che ’l suol ben disporre, + + mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? + e non sai tu che ’l cielo è tutto santo, + e ciò che ci si fa vien da buon zelo? + + Come t’avrebbe trasmutato il canto, + e io ridendo, mo pensar lo puoi, + poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto; + + nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, + già ti sarebbe nota la vendetta + che tu vedrai innanzi che tu muoi. + + La spada di qua sù non taglia in fretta + né tardo, ma’ ch’al parer di colui + che disïando o temendo l’aspetta. + + Ma rivolgiti omai inverso altrui; + ch’assai illustri spiriti vedrai, + se com’ io dico l’aspetto redui». + + Come a lei piacque, li occhi ritornai, + e vidi cento sperule che ’nsieme + più s’abbellivan con mutüi rai. + + Io stava come quei che ’n sé repreme + la punta del disio, e non s’attenta + di domandar, sì del troppo si teme; + + e la maggiore e la più luculenta + di quelle margherite innanzi fessi, + per far di sé la mia voglia contenta. + + Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi + com’ io la carità che tra noi arde, + li tuoi concetti sarebbero espressi. + + Ma perché tu, aspettando, non tarde + a l’alto fine, io ti farò risposta + pur al pensier, da che sì ti riguarde. + + Quel monte a cui Cassino è ne la costa + fu frequentato già in su la cima + da la gente ingannata e mal disposta; + + e quel son io che sù vi portai prima + lo nome di colui che ’n terra addusse + la verità che tanto ci soblima; + + e tanta grazia sopra me relusse, + ch’io ritrassi le ville circunstanti + da l’empio cólto che ’l mondo sedusse. + + Questi altri fuochi tutti contemplanti + uomini fuoro, accesi di quel caldo + che fa nascere i fiori e ’ frutti santi. + + Qui è Maccario, qui è Romoaldo, + qui son li frati miei che dentro ai chiostri + fermar li piedi e tennero il cor saldo». + + E io a lui: «L’affetto che dimostri + meco parlando, e la buona sembianza + ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, + + così m’ha dilatata mia fidanza, + come ’l sol fa la rosa quando aperta + tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. + + Però ti priego, e tu, padre, m’accerta + s’io posso prender tanta grazia, ch’io + ti veggia con imagine scoverta». + + Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio + s’adempierà in su l’ultima spera, + ove s’adempion tutti li altri e ’l mio. + + Ivi è perfetta, matura e intera + ciascuna disïanza; in quella sola + è ogne parte là ove sempr’ era, + + perché non è in loco e non s’impola; + e nostra scala infino ad essa varca, + onde così dal viso ti s’invola. + + Infin là sù la vide il patriarca + Iacobbe porger la superna parte, + quando li apparve d’angeli sì carca. + + Ma, per salirla, mo nessun diparte + da terra i piedi, e la regola mia + rimasa è per danno de le carte. + + Le mura che solieno esser badia + fatte sono spelonche, e le cocolle + sacca son piene di farina ria. + + Ma grave usura tanto non si tolle + contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto + che fa il cor de’ monaci sì folle; + + ché quantunque la Chiesa guarda, tutto + è de la gente che per Dio dimanda; + non di parenti né d’altro più brutto. + + La carne d’i mortali è tanto blanda, + che giù non basta buon cominciamento + dal nascer de la quercia al far la ghianda. + + Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, + e io con orazione e con digiuno, + e Francesco umilmente il suo convento; + + e se guardi ’l principio di ciascuno, + poscia riguardi là dov’ è trascorso, + tu vederai del bianco fatto bruno. + + Veramente Iordan vòlto retrorso + più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, + mirabile a veder che qui ’l soccorso». + + Così mi disse, e indi si raccolse + al suo collegio, e ’l collegio si strinse; + poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse. + + La dolce donna dietro a lor mi pinse + con un sol cenno su per quella scala, + sì sua virtù la mia natura vinse; + + né mai qua giù dove si monta e cala + naturalmente, fu sì ratto moto + ch’agguagliar si potesse a la mia ala. + + S’io torni mai, lettore, a quel divoto + trïunfo per lo quale io piango spesso + le mie peccata e ’l petto mi percuoto, + + tu non avresti in tanto tratto e messo + nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno + che segue il Tauro e fui dentro da esso. + + O glorïose stelle, o lume pregno + di gran virtù, dal quale io riconosco + tutto, qual che si sia, il mio ingegno, + + con voi nasceva e s’ascondeva vosco + quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, + quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; + + e poi, quando mi fu grazia largita + d’entrar ne l’alta rota che vi gira, + la vostra regïon mi fu sortita. + + A voi divotamente ora sospira + l’anima mia, per acquistar virtute + al passo forte che a sé la tira. + + «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», + cominciò Bëatrice, «che tu dei + aver le luci tue chiare e acute; + + e però, prima che tu più t’inlei, + rimira in giù, e vedi quanto mondo + sotto li piedi già esser ti fei; + + sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo + s’appresenti a la turba trïunfante + che lieta vien per questo etera tondo». + + Col viso ritornai per tutte quante + le sette spere, e vidi questo globo + tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; + + e quel consiglio per migliore approbo + che l’ha per meno; e chi ad altro pensa + chiamar si puote veramente probo. + + Vidi la figlia di Latona incensa + sanza quell’ ombra che mi fu cagione + per che già la credetti rara e densa. + + L’aspetto del tuo nato, Iperïone, + quivi sostenni, e vidi com’ si move + circa e vicino a lui Maia e Dïone. + + Quindi m’apparve il temperar di Giove + tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro + il varïar che fanno di lor dove; + + e tutti e sette mi si dimostraro + quanto son grandi e quanto son veloci + e come sono in distante riparo. + + L’aiuola che ci fa tanto feroci, + volgendom’ io con li etterni Gemelli, + tutta m’apparve da’ colli a le foci; + + poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. + + + + Paradiso • Canto XXIII + + + Come l’augello, intra l’amate fronde, + posato al nido de’ suoi dolci nati + la notte che le cose ci nasconde, + + che, per veder li aspetti disïati + e per trovar lo cibo onde li pasca, + in che gravi labor li sono aggrati, + + previene il tempo in su aperta frasca, + e con ardente affetto il sole aspetta, + fiso guardando pur che l’alba nasca; + + così la donna mïa stava eretta + e attenta, rivolta inver’ la plaga + sotto la quale il sol mostra men fretta: + + sì che, veggendola io sospesa e vaga, + fecimi qual è quei che disïando + altro vorria, e sperando s’appaga. + + Ma poco fu tra uno e altro quando, + del mio attender, dico, e del vedere + lo ciel venir più e più rischiarando; + + e Bëatrice disse: «Ecco le schiere + del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto + ricolto del girar di queste spere!». + + Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, + e li occhi avea di letizia sì pieni, + che passarmen convien sanza costrutto. + + Quale ne’ plenilunïi sereni + Trivïa ride tra le ninfe etterne + che dipingon lo ciel per tutti i seni, + + vid’ i’ sopra migliaia di lucerne + un sol che tutte quante l’accendea, + come fa ’l nostro le viste superne; + + e per la viva luce trasparea + la lucente sustanza tanto chiara + nel viso mio, che non la sostenea. + + Oh Bëatrice, dolce guida e cara! + Ella mi disse: «Quel che ti sobranza + è virtù da cui nulla si ripara. + + Quivi è la sapïenza e la possanza + ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, + onde fu già sì lunga disïanza». + + Come foco di nube si diserra + per dilatarsi sì che non vi cape, + e fuor di sua natura in giù s’atterra, + + la mente mia così, tra quelle dape + fatta più grande, di sé stessa uscìo, + e che si fesse rimembrar non sape. + + «Apri li occhi e riguarda qual son io; + tu hai vedute cose, che possente + se’ fatto a sostener lo riso mio». + + Io era come quei che si risente + di visïone oblita e che s’ingegna + indarno di ridurlasi a la mente, + + quand’ io udi’ questa proferta, degna + di tanto grato, che mai non si stingue + del libro che ’l preterito rassegna. + + Se mo sonasser tutte quelle lingue + che Polimnïa con le suore fero + del latte lor dolcissimo più pingue, + + per aiutarmi, al millesmo del vero + non si verria, cantando il santo riso + e quanto il santo aspetto facea mero; + + e così, figurando il paradiso, + convien saltar lo sacrato poema, + come chi trova suo cammin riciso. + + Ma chi pensasse il ponderoso tema + e l’omero mortal che se ne carca, + nol biasmerebbe se sott’ esso trema: + + non è pareggio da picciola barca + quel che fendendo va l’ardita prora, + né da nocchier ch’a sé medesmo parca. + + «Perché la faccia mia sì t’innamora, + che tu non ti rivolgi al bel giardino + che sotto i raggi di Cristo s’infiora? + + Quivi è la rosa in che ’l verbo divino + carne si fece; quivi son li gigli + al cui odor si prese il buon cammino». + + Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli + tutto era pronto, ancora mi rendei + a la battaglia de’ debili cigli. + + Come a raggio di sol, che puro mei + per fratta nube, già prato di fiori + vider, coverti d’ombra, li occhi miei; + + vid’ io così più turbe di splendori, + folgorate di sù da raggi ardenti, + sanza veder principio di folgóri. + + O benigna vertù che sì li ’mprenti, + sù t’essaltasti, per largirmi loco + a li occhi lì che non t’eran possenti. + + Il nome del bel fior ch’io sempre invoco + e mane e sera, tutto mi ristrinse + l’animo ad avvisar lo maggior foco; + + e come ambo le luci mi dipinse + il quale e il quanto de la viva stella + che là sù vince come qua giù vinse, + + per entro il cielo scese una facella, + formata in cerchio a guisa di corona, + e cinsela e girossi intorno ad ella. + + Qualunque melodia più dolce suona + qua giù e più a sé l’anima tira, + parrebbe nube che squarciata tona, + + comparata al sonar di quella lira + onde si coronava il bel zaffiro + del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. + + «Io sono amore angelico, che giro + l’alta letizia che spira del ventre + che fu albergo del nostro disiro; + + e girerommi, donna del ciel, mentre + che seguirai tuo figlio, e farai dia + più la spera suprema perché lì entre». + + Così la circulata melodia + si sigillava, e tutti li altri lumi + facean sonare il nome di Maria. + + Lo real manto di tutti i volumi + del mondo, che più ferve e più s’avviva + ne l’alito di Dio e nei costumi, + + avea sopra di noi l’interna riva + tanto distante, che la sua parvenza, + là dov’ io era, ancor non appariva: + + però non ebber li occhi miei potenza + di seguitar la coronata fiamma + che si levò appresso sua semenza. + + E come fantolin che ’nver’ la mamma + tende le braccia, poi che ’l latte prese, + per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; + + ciascun di quei candori in sù si stese + con la sua cima, sì che l’alto affetto + ch’elli avieno a Maria mi fu palese. + + Indi rimaser lì nel mio cospetto, + ‘Regina celi’ cantando sì dolce, + che mai da me non si partì ’l diletto. + + Oh quanta è l’ubertà che si soffolce + in quelle arche ricchissime che fuoro + a seminar qua giù buone bobolce! + + Quivi si vive e gode del tesoro + che s’acquistò piangendo ne lo essilio + di Babillòn, ove si lasciò l’oro. + + Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio + di Dio e di Maria, di sua vittoria, + e con l’antico e col novo concilio, + + colui che tien le chiavi di tal gloria. + + + + Paradiso • Canto XXIV + + + «O sodalizio eletto a la gran cena + del benedetto Agnello, il qual vi ciba + sì, che la vostra voglia è sempre piena, + + se per grazia di Dio questi preliba + di quel che cade de la vostra mensa, + prima che morte tempo li prescriba, + + ponete mente a l’affezione immensa + e roratelo alquanto: voi bevete + sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». + + Così Beatrice; e quelle anime liete + si fero spere sopra fissi poli, + fiammando, a volte, a guisa di comete. + + E come cerchi in tempra d’orïuoli + si giran sì, che ’l primo a chi pon mente + quïeto pare, e l’ultimo che voli; + + così quelle carole, differente- + mente danzando, de la sua ricchezza + mi facieno stimar, veloci e lente. + + Di quella ch’io notai di più carezza + vid’ ïo uscire un foco sì felice, + che nullo vi lasciò di più chiarezza; + + e tre fïate intorno di Beatrice + si volse con un canto tanto divo, + che la mia fantasia nol mi ridice. + + Però salta la penna e non lo scrivo: + ché l’imagine nostra a cotai pieghe, + non che ’l parlare, è troppo color vivo. + + «O santa suora mia che sì ne prieghe + divota, per lo tuo ardente affetto + da quella bella spera mi disleghe». + + Poscia fermato, il foco benedetto + a la mia donna dirizzò lo spiro, + che favellò così com’ i’ ho detto. + + Ed ella: «O luce etterna del gran viro + a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, + ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, + + tenta costui di punti lievi e gravi, + come ti piace, intorno de la fede, + per la qual tu su per lo mare andavi. + + S’elli ama bene e bene spera e crede, + non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi + dov’ ogne cosa dipinta si vede; + + ma perché questo regno ha fatto civi + per la verace fede, a glorïarla, + di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». + + Sì come il baccialier s’arma e non parla + fin che ’l maestro la question propone, + per approvarla, non per terminarla, + + così m’armava io d’ogne ragione + mentre ch’ella dicea, per esser presto + a tal querente e a tal professione. + + «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: + fede che è?». Ond’ io levai la fronte + in quella luce onde spirava questo; + + poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte + sembianze femmi perch’ ïo spandessi + l’acqua di fuor del mio interno fonte. + + «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», + comincia’ io, «da l’alto primipilo, + faccia li miei concetti bene espressi». + + E seguitai: «Come ’l verace stilo + ne scrisse, padre, del tuo caro frate + che mise teco Roma nel buon filo, + + fede è sustanza di cose sperate + e argomento de le non parventi; + e questa pare a me sua quiditate». + + Allora udi’: «Dirittamente senti, + se bene intendi perché la ripuose + tra le sustanze, e poi tra li argomenti». + + E io appresso: «Le profonde cose + che mi largiscon qui la lor parvenza, + a li occhi di là giù son sì ascose, + + che l’esser loro v’è in sola credenza, + sopra la qual si fonda l’alta spene; + e però di sustanza prende intenza. + + E da questa credenza ci convene + silogizzar, sanz’ avere altra vista: + però intenza d’argomento tene». + + Allora udi’: «Se quantunque s’acquista + giù per dottrina, fosse così ’nteso, + non lì avria loco ingegno di sofista». + + Così spirò di quello amore acceso; + indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa + d’esta moneta già la lega e ’l peso; + + ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». + Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, + che nel suo conio nulla mi s’inforsa». + + Appresso uscì de la luce profonda + che lì splendeva: «Questa cara gioia + sopra la quale ogne virtù si fonda, + + onde ti venne?». E io: «La larga ploia + de lo Spirito Santo, ch’è diffusa + in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, + + è silogismo che la m’ha conchiusa + acutamente sì, che ’nverso d’ella + ogne dimostrazion mi pare ottusa». + + Io udi’ poi: «L’antica e la novella + proposizion che così ti conchiude, + perché l’hai tu per divina favella?». + + E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, + son l’opere seguite, a che natura + non scalda ferro mai né batte incude». + + Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura + che quell’ opere fosser? Quel medesmo + che vuol provarsi, non altri, il ti giura». + + «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», + diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno + è tal, che li altri non sono il centesmo: + + ché tu intrasti povero e digiuno + in campo, a seminar la buona pianta + che fu già vite e ora è fatta pruno». + + Finito questo, l’alta corte santa + risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ + ne la melode che là sù si canta. + + E quel baron che sì di ramo in ramo, + essaminando, già tratto m’avea, + che a l’ultime fronde appressavamo, + + ricominciò: «La Grazia, che donnea + con la tua mente, la bocca t’aperse + infino a qui come aprir si dovea, + + sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; + ma or convien espremer quel che credi, + e onde a la credenza tua s’offerse». + + «O santo padre, e spirito che vedi + ciò che credesti sì, che tu vincesti + ver’ lo sepulcro più giovani piedi», + + comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti + la forma qui del pronto creder mio, + e anche la cagion di lui chiedesti. + + E io rispondo: Io credo in uno Dio + solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, + non moto, con amore e con disio; + + e a tal creder non ho io pur prove + fisice e metafisice, ma dalmi + anche la verità che quinci piove + + per Moïsè, per profeti e per salmi, + per l’Evangelio e per voi che scriveste + poi che l’ardente Spirto vi fé almi; + + e credo in tre persone etterne, e queste + credo una essenza sì una e sì trina, + che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’. + + De la profonda condizion divina + ch’io tocco mo, la mente mi sigilla + più volte l’evangelica dottrina. + + Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla + che si dilata in fiamma poi vivace, + e come stella in cielo in me scintilla». + + Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, + da indi abbraccia il servo, gratulando + per la novella, tosto ch’el si tace; + + così, benedicendomi cantando, + tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, + l’appostolico lume al cui comando + + io avea detto: sì nel dir li piacqui! + + + + Paradiso • Canto XXV + + + Se mai continga che ’l poema sacro + al quale ha posto mano e cielo e terra, + sì che m’ha fatto per molti anni macro, + + vinca la crudeltà che fuor mi serra + del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, + nimico ai lupi che li danno guerra; + + con altra voce omai, con altro vello + ritornerò poeta, e in sul fonte + del mio battesmo prenderò ’l cappello; + + però che ne la fede, che fa conte + l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi + Pietro per lei sì mi girò la fronte. + + Indi si mosse un lume verso noi + di quella spera ond’ uscì la primizia + che lasciò Cristo d’i vicari suoi; + + e la mia donna, piena di letizia, + mi disse: «Mira, mira: ecco il barone + per cui là giù si vicita Galizia». + + Sì come quando il colombo si pone + presso al compagno, l’uno a l’altro pande, + girando e mormorando, l’affezione; + + così vid’ ïo l’un da l’altro grande + principe glorïoso essere accolto, + laudando il cibo che là sù li prande. + + Ma poi che ’l gratular si fu assolto, + tacito coram me ciascun s’affisse, + ignito sì che vincëa ’l mio volto. + + Ridendo allora Bëatrice disse: + «Inclita vita per cui la larghezza + de la nostra basilica si scrisse, + + fa risonar la spene in questa altezza: + tu sai, che tante fiate la figuri, + quante Iesù ai tre fé più carezza». + + «Leva la testa e fa che t’assicuri: + che ciò che vien qua sù del mortal mondo, + convien ch’ai nostri raggi si maturi». + + Questo conforto del foco secondo + mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti + che li ’ncurvaron pria col troppo pondo. + + «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti + lo nostro Imperadore, anzi la morte, + ne l’aula più secreta co’ suoi conti, + + sì che, veduto il ver di questa corte, + la spene, che là giù bene innamora, + in te e in altrui di ciò conforte, + + di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora + la mente tua, e dì onde a te venne». + Così seguì ’l secondo lume ancora. + + E quella pïa che guidò le penne + de le mie ali a così alto volo, + a la risposta così mi prevenne: + + «La Chiesa militante alcun figliuolo + non ha con più speranza, com’ è scritto + nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: + + però li è conceduto che d’Egitto + vegna in Ierusalemme per vedere, + anzi che ’l militar li sia prescritto. + + Li altri due punti, che non per sapere + son dimandati, ma perch’ ei rapporti + quanto questa virtù t’è in piacere, + + a lui lasc’ io, ché non li saran forti + né di iattanza; ed elli a ciò risponda, + e la grazia di Dio ciò li comporti». + + Come discente ch’a dottor seconda + pronto e libente in quel ch’elli è esperto, + perché la sua bontà si disasconda, + + «Spene», diss’ io, «è uno attender certo + de la gloria futura, il qual produce + grazia divina e precedente merto. + + Da molte stelle mi vien questa luce; + ma quei la distillò nel mio cor pria + che fu sommo cantor del sommo duce. + + ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia + dice, ‘color che sanno il nome tuo’: + e chi nol sa, s’elli ha la fede mia? + + Tu mi stillasti, con lo stillar suo, + ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, + e in altrui vostra pioggia repluo». + + Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno + di quello incendio tremolava un lampo + sùbito e spesso a guisa di baleno. + + Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo + ancor ver’ la virtù che mi seguette + infin la palma e a l’uscir del campo, + + vuol ch’io respiri a te che ti dilette + di lei; ed emmi a grato che tu diche + quello che la speranza ti ’mpromette». + + E io: «Le nove e le scritture antiche + pongon lo segno, ed esso lo mi addita, + de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. + + Dice Isaia che ciascuna vestita + ne la sua terra fia di doppia vesta: + e la sua terra è questa dolce vita; + + e ’l tuo fratello assai vie più digesta, + là dove tratta de le bianche stole, + questa revelazion ci manifesta». + + E prima, appresso al fin d’este parole, + ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; + a che rispuoser tutte le carole. + + Poscia tra esse un lume si schiarì + sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, + l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì. + + E come surge e va ed entra in ballo + vergine lieta, sol per fare onore + a la novizia, non per alcun fallo, + + così vid’ io lo schiarato splendore + venire a’ due che si volgieno a nota + qual conveniesi al loro ardente amore. + + Misesi lì nel canto e ne la rota; + e la mia donna in lor tenea l’aspetto, + pur come sposa tacita e immota. + + «Questi è colui che giacque sopra ’l petto + del nostro pellicano, e questi fue + di su la croce al grande officio eletto». + + La donna mia così; né però piùe + mosser la vista sua di stare attenta + poscia che prima le parole sue. + + Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta + di vedere eclissar lo sole un poco, + che, per veder, non vedente diventa; + + tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco + mentre che detto fu: «Perché t’abbagli + per veder cosa che qui non ha loco? + + In terra è terra il mio corpo, e saragli + tanto con li altri, che ’l numero nostro + con l’etterno proposito s’agguagli. + + Con le due stole nel beato chiostro + son le due luci sole che saliro; + e questo apporterai nel mondo vostro». + + A questa voce l’infiammato giro + si quïetò con esso il dolce mischio + che si facea nel suon del trino spiro, + + sì come, per cessar fatica o rischio, + li remi, pria ne l’acqua ripercossi, + tutti si posano al sonar d’un fischio. + + Ahi quanto ne la mente mi commossi, + quando mi volsi per veder Beatrice, + per non poter veder, benché io fossi + + presso di lei, e nel mondo felice! + + + + Paradiso • Canto XXVI + + + Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, + de la fulgida fiamma che lo spense + uscì un spiro che mi fece attento, + + dicendo: «Intanto che tu ti risense + de la vista che haï in me consunta, + ben è che ragionando la compense. + + Comincia dunque; e dì ove s’appunta + l’anima tua, e fa ragion che sia + la vista in te smarrita e non defunta: + + perché la donna che per questa dia + regïon ti conduce, ha ne lo sguardo + la virtù ch’ebbe la man d’Anania». + + Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo + vegna remedio a li occhi, che fuor porte + quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo. + + Lo ben che fa contenta questa corte, + Alfa e O è di quanta scrittura + mi legge Amore o lievemente o forte». + + Quella medesma voce che paura + tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, + di ragionare ancor mi mise in cura; + + e disse: «Certo a più angusto vaglio + ti conviene schiarar: dicer convienti + chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio». + + E io: «Per filosofici argomenti + e per autorità che quinci scende + cotale amor convien che in me si ’mprenti: + + ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, + così accende amore, e tanto maggio + quanto più di bontate in sé comprende. + + Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, + che ciascun ben che fuor di lei si trova + altro non è ch’un lume di suo raggio, + + più che in altra convien che si mova + la mente, amando, di ciascun che cerne + il vero in che si fonda questa prova. + + Tal vero a l’intelletto mïo sterne + colui che mi dimostra il primo amore + di tutte le sustanze sempiterne. + + Sternel la voce del verace autore, + che dice a Moïsè, di sé parlando: + ‘Io ti farò vedere ogne valore’. + + Sternilmi tu ancora, incominciando + l’alto preconio che grida l’arcano + di qui là giù sovra ogne altro bando». + + E io udi’: «Per intelletto umano + e per autoritadi a lui concorde + d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. + + Ma dì ancor se tu senti altre corde + tirarti verso lui, sì che tu suone + con quanti denti questo amor ti morde». + + Non fu latente la santa intenzione + de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi + dove volea menar mia professione. + + Però ricominciai: «Tutti quei morsi + che posson far lo cor volgere a Dio, + a la mia caritate son concorsi: + + ché l’essere del mondo e l’esser mio, + la morte ch’el sostenne perch’ io viva, + e quel che spera ogne fedel com’ io, + + con la predetta conoscenza viva, + tratto m’hanno del mar de l’amor torto, + e del diritto m’han posto a la riva. + + Le fronde onde s’infronda tutto l’orto + de l’ortolano etterno, am’ io cotanto + quanto da lui a lor di bene è porto». + + Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto + risonò per lo cielo, e la mia donna + dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». + + E come a lume acuto si disonna + per lo spirto visivo che ricorre + a lo splendor che va di gonna in gonna, + + e lo svegliato ciò che vede aborre, + sì nescïa è la sùbita vigilia + fin che la stimativa non soccorre; + + così de li occhi miei ogne quisquilia + fugò Beatrice col raggio d’i suoi, + che rifulgea da più di mille milia: + + onde mei che dinanzi vidi poi; + e quasi stupefatto domandai + d’un quarto lume ch’io vidi tra noi. + + E la mia donna: «Dentro da quei rai + vagheggia il suo fattor l’anima prima + che la prima virtù creasse mai». + + Come la fronda che flette la cima + nel transito del vento, e poi si leva + per la propria virtù che la soblima, + + fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, + stupendo, e poi mi rifece sicuro + un disio di parlare ond’ ïo ardeva. + + E cominciai: «O pomo che maturo + solo prodotto fosti, o padre antico + a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, + + divoto quanto posso a te supplìco + perché mi parli: tu vedi mia voglia, + e per udirti tosto non la dico». + + Talvolta un animal coverto broglia, + sì che l’affetto convien che si paia + per lo seguir che face a lui la ’nvoglia; + + e similmente l’anima primaia + mi facea trasparer per la coverta + quant’ ella a compiacermi venìa gaia. + + Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta + da te, la voglia tua discerno meglio + che tu qualunque cosa t’è più certa; + + perch’ io la veggio nel verace speglio + che fa di sé pareglio a l’altre cose, + e nulla face lui di sé pareglio. + + Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose + ne l’eccelso giardino, ove costei + a così lunga scala ti dispuose, + + e quanto fu diletto a li occhi miei, + e la propria cagion del gran disdegno, + e l’idïoma ch’usai e che fei. + + Or, figluol mio, non il gustar del legno + fu per sé la cagion di tanto essilio, + ma solamente il trapassar del segno. + + Quindi onde mosse tua donna Virgilio, + quattromilia trecento e due volumi + di sol desiderai questo concilio; + + e vidi lui tornare a tutt’ i lumi + de la sua strada novecento trenta + fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi. + + La lingua ch’io parlai fu tutta spenta + innanzi che a l’ovra inconsummabile + fosse la gente di Nembròt attenta: + + ché nullo effetto mai razïonabile, + per lo piacere uman che rinovella + seguendo il cielo, sempre fu durabile. + + Opera naturale è ch’uom favella; + ma così o così, natura lascia + poi fare a voi secondo che v’abbella. + + Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, + I s’appellava in terra il sommo bene + onde vien la letizia che mi fascia; + + e El si chiamò poi: e ciò convene, + ché l’uso d’i mortali è come fronda + in ramo, che sen va e altra vene. + + Nel monte che si leva più da l’onda, + fu’ io, con vita pura e disonesta, + da la prim’ ora a quella che seconda, + + come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». + + + + Paradiso • Canto XXVII + + + ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, + cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, + sì che m’inebrïava il dolce canto. + + Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso + de l’universo; per che mia ebbrezza + intrava per l’udire e per lo viso. + + Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! + oh vita intègra d’amore e di pace! + oh sanza brama sicura ricchezza! + + Dinanzi a li occhi miei le quattro face + stavano accese, e quella che pria venne + incominciò a farsi più vivace, + + e tal ne la sembianza sua divenne, + qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte + fossero augelli e cambiassersi penne. + + La provedenza, che quivi comparte + vice e officio, nel beato coro + silenzio posto avea da ogne parte, + + quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, + non ti maravigliar, ché, dicend’ io, + vedrai trascolorar tutti costoro. + + Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, + il luogo mio, il luogo mio, che vaca + ne la presenza del Figliuol di Dio, + + fatt’ ha del cimitero mio cloaca + del sangue e de la puzza; onde ’l perverso + che cadde di qua sù, là giù si placa». + + Di quel color che per lo sole avverso + nube dipigne da sera e da mane, + vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. + + E come donna onesta che permane + di sé sicura, e per l’altrui fallanza, + pur ascoltando, timida si fane, + + così Beatrice trasmutò sembianza; + e tale eclissi credo che ’n ciel fue + quando patì la supprema possanza. + + Poi procedetter le parole sue + con voce tanto da sé trasmutata, + che la sembianza non si mutò piùe: + + «Non fu la sposa di Cristo allevata + del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, + per essere ad acquisto d’oro usata; + + ma per acquisto d’esto viver lieto + e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano + sparser lo sangue dopo molto fleto. + + Non fu nostra intenzion ch’a destra mano + d’i nostri successor parte sedesse, + parte da l’altra del popol cristiano; + + né che le chiavi che mi fuor concesse, + divenisser signaculo in vessillo + che contra battezzati combattesse; + + né ch’io fossi figura di sigillo + a privilegi venduti e mendaci, + ond’ io sovente arrosso e disfavillo. + + In vesta di pastor lupi rapaci + si veggion di qua sù per tutti i paschi: + o difesa di Dio, perché pur giaci? + + Del sangue nostro Caorsini e Guaschi + s’apparecchian di bere: o buon principio, + a che vil fine convien che tu caschi! + + Ma l’alta provedenza, che con Scipio + difese a Roma la gloria del mondo, + soccorrà tosto, sì com’ io concipio; + + e tu, figliuol, che per lo mortal pondo + ancor giù tornerai, apri la bocca, + e non asconder quel ch’io non ascondo». + + Sì come di vapor gelati fiocca + in giuso l’aere nostro, quando ’l corno + de la capra del ciel col sol si tocca, + + in sù vid’ io così l’etera addorno + farsi e fioccar di vapor trïunfanti + che fatto avien con noi quivi soggiorno. + + Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, + e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, + li tolse il trapassar del più avanti. + + Onde la donna, che mi vide assolto + de l’attendere in sù, mi disse: «Adima + il viso e guarda come tu se’ vòlto». + + Da l’ora ch’ïo avea guardato prima + i’ vidi mosso me per tutto l’arco + che fa dal mezzo al fine il primo clima; + + sì ch’io vedea di là da Gade il varco + folle d’Ulisse, e di qua presso il lito + nel qual si fece Europa dolce carco. + + E più mi fora discoverto il sito + di questa aiuola; ma ’l sol procedea + sotto i mie’ piedi un segno e più partito. + + La mente innamorata, che donnea + con la mia donna sempre, di ridure + ad essa li occhi più che mai ardea; + + e se natura o arte fé pasture + da pigliare occhi, per aver la mente, + in carne umana o ne le sue pitture, + + tutte adunate, parrebber nïente + ver’ lo piacer divin che mi refulse, + quando mi volsi al suo viso ridente. + + E la virtù che lo sguardo m’indulse, + del bel nido di Leda mi divelse, + e nel ciel velocissimo m’impulse. + + Le parti sue vivissime ed eccelse + sì uniforme son, ch’i’ non so dire + qual Bëatrice per loco mi scelse. + + Ma ella, che vedëa ’l mio disire, + incominciò, ridendo tanto lieta, + che Dio parea nel suo volto gioire: + + «La natura del mondo, che quïeta + il mezzo e tutto l’altro intorno move, + quinci comincia come da sua meta; + + e questo cielo non ha altro dove + che la mente divina, in che s’accende + l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. + + Luce e amor d’un cerchio lui comprende, + sì come questo li altri; e quel precinto + colui che ’l cinge solamente intende. + + Non è suo moto per altro distinto, + ma li altri son mensurati da questo, + sì come diece da mezzo e da quinto; + + e come il tempo tegna in cotal testo + le sue radici e ne li altri le fronde, + omai a te può esser manifesto. + + Oh cupidigia che i mortali affonde + sì sotto te, che nessuno ha podere + di trarre li occhi fuor de le tue onde! + + Ben fiorisce ne li uomini il volere; + ma la pioggia continüa converte + in bozzacchioni le sosine vere. + + Fede e innocenza son reperte + solo ne’ parvoletti; poi ciascuna + pria fugge che le guance sian coperte. + + Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, + che poi divora, con la lingua sciolta, + qualunque cibo per qualunque luna; + + e tal, balbuzïendo, ama e ascolta + la madre sua, che, con loquela intera, + disïa poi di vederla sepolta. + + Così si fa la pelle bianca nera + nel primo aspetto de la bella figlia + di quel ch’apporta mane e lascia sera. + + Tu, perché non ti facci maraviglia, + pensa che ’n terra non è chi governi; + onde sì svïa l’umana famiglia. + + Ma prima che gennaio tutto si sverni + per la centesma ch’è là giù negletta, + raggeran sì questi cerchi superni, + + che la fortuna che tanto s’aspetta, + le poppe volgerà u’ son le prore, + sì che la classe correrà diretta; + + e vero frutto verrà dopo ’l fiore». + + + + Paradiso • Canto XXVIII + + + Poscia che ’ncontro a la vita presente + d’i miseri mortali aperse ’l vero + quella che ’mparadisa la mia mente, + + come in lo specchio fiamma di doppiero + vede colui che se n’alluma retro, + prima che l’abbia in vista o in pensiero, + + e sé rivolge per veder se ’l vetro + li dice il vero, e vede ch’el s’accorda + con esso come nota con suo metro; + + così la mia memoria si ricorda + ch’io feci riguardando ne’ belli occhi + onde a pigliarmi fece Amor la corda. + + E com’ io mi rivolsi e furon tocchi + li miei da ciò che pare in quel volume, + quandunque nel suo giro ben s’adocchi, + + un punto vidi che raggiava lume + acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca + chiuder conviensi per lo forte acume; + + e quale stella par quinci più poca, + parrebbe luna, locata con esso + come stella con stella si collòca. + + Forse cotanto quanto pare appresso + alo cigner la luce che ’l dipigne + quando ’l vapor che ’l porta più è spesso, + + distante intorno al punto un cerchio d’igne + si girava sì ratto, ch’avria vinto + quel moto che più tosto il mondo cigne; + + e questo era d’un altro circumcinto, + e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, + dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. + + Sopra seguiva il settimo sì sparto + già di larghezza, che ’l messo di Iuno + intero a contenerlo sarebbe arto. + + Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno + più tardo si movea, secondo ch’era + in numero distante più da l’uno; + + e quello avea la fiamma più sincera + cui men distava la favilla pura, + credo, però che più di lei s’invera. + + La donna mia, che mi vedëa in cura + forte sospeso, disse: «Da quel punto + depende il cielo e tutta la natura. + + Mira quel cerchio che più li è congiunto; + e sappi che ’l suo muovere è sì tosto + per l’affocato amore ond’ elli è punto». + + E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto + con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, + sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto; + + ma nel mondo sensibile si puote + veder le volte tanto più divine, + quant’ elle son dal centro più remote. + + Onde, se ’l mio disir dee aver fine + in questo miro e angelico templo + che solo amore e luce ha per confine, + + udir convienmi ancor come l’essemplo + e l’essemplare non vanno d’un modo, + ché io per me indarno a ciò contemplo». + + «Se li tuoi diti non sono a tal nodo + sufficïenti, non è maraviglia: + tanto, per non tentare, è fatto sodo!». + + Così la donna mia; poi disse: «Piglia + quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; + e intorno da esso t’assottiglia. + + Li cerchi corporai sono ampi e arti + secondo il più e ’l men de la virtute + che si distende per tutte lor parti. + + Maggior bontà vuol far maggior salute; + maggior salute maggior corpo cape, + s’elli ha le parti igualmente compiute. + + Dunque costui che tutto quanto rape + l’altro universo seco, corrisponde + al cerchio che più ama e che più sape: + + per che, se tu a la virtù circonde + la tua misura, non a la parvenza + de le sustanze che t’appaion tonde, + + tu vederai mirabil consequenza + di maggio a più e di minore a meno, + in ciascun cielo, a süa intelligenza». + + Come rimane splendido e sereno + l’emisperio de l’aere, quando soffia + Borea da quella guancia ond’ è più leno, + + per che si purga e risolve la roffia + che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride + con le bellezze d’ogne sua paroffia; + + così fec’ïo, poi che mi provide + la donna mia del suo risponder chiaro, + e come stella in cielo il ver si vide. + + E poi che le parole sue restaro, + non altrimenti ferro disfavilla + che bolle, come i cerchi sfavillaro. + + L’incendio suo seguiva ogne scintilla; + ed eran tante, che ’l numero loro + più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla. + + Io sentiva osannar di coro in coro + al punto fisso che li tiene a li ubi, + e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. + + E quella che vedëa i pensier dubi + ne la mia mente, disse: «I cerchi primi + t’hanno mostrato Serafi e Cherubi. + + Così veloci seguono i suoi vimi, + per somigliarsi al punto quanto ponno; + e posson quanto a veder son soblimi. + + Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, + si chiaman Troni del divino aspetto, + per che ’l primo ternaro terminonno; + + e dei saper che tutti hanno diletto + quanto la sua veduta si profonda + nel vero in che si queta ogne intelletto. + + Quinci si può veder come si fonda + l’esser beato ne l’atto che vede, + non in quel ch’ama, che poscia seconda; + + e del vedere è misura mercede, + che grazia partorisce e buona voglia: + così di grado in grado si procede. + + L’altro ternaro, che così germoglia + in questa primavera sempiterna + che notturno Arïete non dispoglia, + + perpetüalemente ‘Osanna’ sberna + con tre melode, che suonano in tree + ordini di letizia onde s’interna. + + In essa gerarcia son l’altre dee: + prima Dominazioni, e poi Virtudi; + l’ordine terzo di Podestadi èe. + + Poscia ne’ due penultimi tripudi + Principati e Arcangeli si girano; + l’ultimo è tutto d’Angelici ludi. + + Questi ordini di sù tutti s’ammirano, + e di giù vincon sì, che verso Dio + tutti tirati sono e tutti tirano. + + E Dïonisio con tanto disio + a contemplar questi ordini si mise, + che li nomò e distinse com’ io. + + Ma Gregorio da lui poi si divise; + onde, sì tosto come li occhi aperse + in questo ciel, di sé medesmo rise. + + E se tanto secreto ver proferse + mortale in terra, non voglio ch’ammiri: + ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse + + con altro assai del ver di questi giri». + + + + Paradiso • Canto XXIX + + + Quando ambedue li figli di Latona, + coperti del Montone e de la Libra, + fanno de l’orizzonte insieme zona, + + quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra + infin che l’uno e l’altro da quel cinto, + cambiando l’emisperio, si dilibra, + + tanto, col volto di riso dipinto, + si tacque Bëatrice, riguardando + fiso nel punto che m’avëa vinto. + + Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, + quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto + là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. + + Non per aver a sé di bene acquisto, + ch’esser non può, ma perché suo splendore + potesse, risplendendo, dir “Subsisto”, + + in sua etternità di tempo fore, + fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, + s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. + + Né prima quasi torpente si giacque; + ché né prima né poscia procedette + lo discorrer di Dio sovra quest’ acque. + + Forma e materia, congiunte e purette, + usciro ad esser che non avia fallo, + come d’arco tricordo tre saette. + + E come in vetro, in ambra o in cristallo + raggio resplende sì, che dal venire + a l’esser tutto non è intervallo, + + così ’l triforme effetto del suo sire + ne l’esser suo raggiò insieme tutto + sanza distinzïone in essordire. + + Concreato fu ordine e costrutto + a le sustanze; e quelle furon cima + nel mondo in che puro atto fu produtto; + + pura potenza tenne la parte ima; + nel mezzo strinse potenza con atto + tal vime, che già mai non si divima. + + Ieronimo vi scrisse lungo tratto + di secoli de li angeli creati + anzi che l’altro mondo fosse fatto; + + ma questo vero è scritto in molti lati + da li scrittor de lo Spirito Santo, + e tu te n’avvedrai se bene agguati; + + e anche la ragione il vede alquanto, + che non concederebbe che ’ motori + sanza sua perfezion fosser cotanto. + + Or sai tu dove e quando questi amori + furon creati e come: sì che spenti + nel tuo disïo già son tre ardori. + + Né giugneriesi, numerando, al venti + sì tosto, come de li angeli parte + turbò il suggetto d’i vostri alimenti. + + L’altra rimase, e cominciò quest’ arte + che tu discerni, con tanto diletto, + che mai da circüir non si diparte. + + Principio del cader fu il maladetto + superbir di colui che tu vedesti + da tutti i pesi del mondo costretto. + + Quelli che vedi qui furon modesti + a riconoscer sé da la bontate + che li avea fatti a tanto intender presti: + + per che le viste lor furo essaltate + con grazia illuminante e con lor merto, + si c’hanno ferma e piena volontate; + + e non voglio che dubbi, ma sia certo, + che ricever la grazia è meritorio + secondo che l’affetto l’è aperto. + + Omai dintorno a questo consistorio + puoi contemplare assai, se le parole + mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio. + + Ma perché ’n terra per le vostre scole + si legge che l’angelica natura + è tal, che ’ntende e si ricorda e vole, + + ancor dirò, perché tu veggi pura + la verità che là giù si confonde, + equivocando in sì fatta lettura. + + Queste sustanze, poi che fur gioconde + de la faccia di Dio, non volser viso + da essa, da cui nulla si nasconde: + + però non hanno vedere interciso + da novo obietto, e però non bisogna + rememorar per concetto diviso; + + sì che là giù, non dormendo, si sogna, + credendo e non credendo dicer vero; + ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. + + Voi non andate giù per un sentiero + filosofando: tanto vi trasporta + l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! + + E ancor questo qua sù si comporta + con men disdegno che quando è posposta + la divina Scrittura o quando è torta. + + Non vi si pensa quanto sangue costa + seminarla nel mondo e quanto piace + chi umilmente con essa s’accosta. + + Per apparer ciascun s’ingegna e face + sue invenzioni; e quelle son trascorse + da’ predicanti e ’l Vangelio si tace. + + Un dice che la luna si ritorse + ne la passion di Cristo e s’interpuose, + per che ’l lume del sol giù non si porse; + + e mente, ché la luce si nascose + da sé: però a li Spani e a l’Indi + come a’ Giudei tale eclissi rispuose. + + Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi + quante sì fatte favole per anno + in pergamo si gridan quinci e quindi: + + sì che le pecorelle, che non sanno, + tornan del pasco pasciute di vento, + e non le scusa non veder lo danno. + + Non disse Cristo al suo primo convento: + ‘Andate, e predicate al mondo ciance’; + ma diede lor verace fondamento; + + e quel tanto sonò ne le sue guance, + sì ch’a pugnar per accender la fede + de l’Evangelio fero scudo e lance. + + Ora si va con motti e con iscede + a predicare, e pur che ben si rida, + gonfia il cappuccio e più non si richiede. + + Ma tale uccel nel becchetto s’annida, + che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe + la perdonanza di ch’el si confida: + + per cui tanta stoltezza in terra crebbe, + che, sanza prova d’alcun testimonio, + ad ogne promession si correrebbe. + + Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, + e altri assai che sono ancor più porci, + pagando di moneta sanza conio. + + Ma perché siam digressi assai, ritorci + li occhi oramai verso la dritta strada, + sì che la via col tempo si raccorci. + + Questa natura sì oltre s’ingrada + in numero, che mai non fu loquela + né concetto mortal che tanto vada; + + e se tu guardi quel che si revela + per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia + determinato numero si cela. + + La prima luce, che tutta la raia, + per tanti modi in essa si recepe, + quanti son li splendori a chi s’appaia. + + Onde, però che a l’atto che concepe + segue l’affetto, d’amar la dolcezza + diversamente in essa ferve e tepe. + + Vedi l’eccelso omai e la larghezza + de l’etterno valor, poscia che tanti + speculi fatti s’ha in che si spezza, + + uno manendo in sé come davanti». + + + + Paradiso • Canto XXX + + + Forse semilia miglia di lontano + ci ferve l’ora sesta, e questo mondo + china già l’ombra quasi al letto piano, + + quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, + comincia a farsi tal, ch’alcuna stella + perde il parere infino a questo fondo; + + e come vien la chiarissima ancella + del sol più oltre, così ’l ciel si chiude + di vista in vista infino a la più bella. + + Non altrimenti il trïunfo che lude + sempre dintorno al punto che mi vinse, + parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, + + a poco a poco al mio veder si stinse: + per che tornar con li occhi a Bëatrice + nulla vedere e amor mi costrinse. + + Se quanto infino a qui di lei si dice + fosse conchiuso tutto in una loda, + poca sarebbe a fornir questa vice. + + La bellezza ch’io vidi si trasmoda + non pur di là da noi, ma certo io credo + che solo il suo fattor tutta la goda. + + Da questo passo vinto mi concedo + più che già mai da punto di suo tema + soprato fosse comico o tragedo: + + ché, come sole in viso che più trema, + così lo rimembrar del dolce riso + la mente mia da me medesmo scema. + + Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso + in questa vita, infino a questa vista, + non m’è il seguire al mio cantar preciso; + + ma or convien che mio seguir desista + più dietro a sua bellezza, poetando, + come a l’ultimo suo ciascuno artista. + + Cotal qual io lascio a maggior bando + che quel de la mia tuba, che deduce + l’ardüa sua matera terminando, + + con atto e voce di spedito duce + ricominciò: «Noi siamo usciti fore + del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: + + luce intellettüal, piena d’amore; + amor di vero ben, pien di letizia; + letizia che trascende ogne dolzore. + + Qui vederai l’una e l’altra milizia + di paradiso, e l’una in quelli aspetti + che tu vedrai a l’ultima giustizia». + + Come sùbito lampo che discetti + li spiriti visivi, sì che priva + da l’atto l’occhio di più forti obietti, + + così mi circunfulse luce viva, + e lasciommi fasciato di tal velo + del suo fulgor, che nulla m’appariva. + + «Sempre l’amor che queta questo cielo + accoglie in sé con sì fatta salute, + per far disposto a sua fiamma il candelo». + + Non fur più tosto dentro a me venute + queste parole brievi, ch’io compresi + me sormontar di sopr’ a mia virtute; + + e di novella vista mi raccesi + tale, che nulla luce è tanto mera, + che li occhi miei non si fosser difesi; + + e vidi lume in forma di rivera + fulvido di fulgore, intra due rive + dipinte di mirabil primavera. + + Di tal fiumana uscian faville vive, + e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, + quasi rubin che oro circunscrive; + + poi, come inebrïate da li odori, + riprofondavan sé nel miro gurge, + e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. + + «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, + d’aver notizia di ciò che tu vei, + tanto mi piace più quanto più turge; + + ma di quest’ acqua convien che tu bei + prima che tanta sete in te si sazi»: + così mi disse il sol de li occhi miei. + + Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi + ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe + son di lor vero umbriferi prefazi. + + Non che da sé sian queste cose acerbe; + ma è difetto da la parte tua, + che non hai viste ancor tanto superbe». + + Non è fantin che sì sùbito rua + col volto verso il latte, se si svegli + molto tardato da l’usanza sua, + + come fec’ io, per far migliori spegli + ancor de li occhi, chinandomi a l’onda + che si deriva perché vi s’immegli; + + e sì come di lei bevve la gronda + de le palpebre mie, così mi parve + di sua lunghezza divenuta tonda. + + Poi, come gente stata sotto larve, + che pare altro che prima, se si sveste + la sembianza non süa in che disparve, + + così mi si cambiaro in maggior feste + li fiori e le faville, sì ch’io vidi + ambo le corti del ciel manifeste. + + O isplendor di Dio, per cu’ io vidi + l’alto trïunfo del regno verace, + dammi virtù a dir com’ ïo il vidi! + + Lume è là sù che visibile face + lo creatore a quella creatura + che solo in lui vedere ha la sua pace. + + E’ si distende in circular figura, + in tanto che la sua circunferenza + sarebbe al sol troppo larga cintura. + + Fassi di raggio tutta sua parvenza + reflesso al sommo del mobile primo, + che prende quindi vivere e potenza. + + E come clivo in acqua di suo imo + si specchia, quasi per vedersi addorno, + quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, + + sì, soprastando al lume intorno intorno, + vidi specchiarsi in più di mille soglie + quanto di noi là sù fatto ha ritorno. + + E se l’infimo grado in sé raccoglie + sì grande lume, quanta è la larghezza + di questa rosa ne l’estreme foglie! + + La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza + non si smarriva, ma tutto prendeva + il quanto e ’l quale di quella allegrezza. + + Presso e lontano, lì, né pon né leva: + ché dove Dio sanza mezzo governa, + la legge natural nulla rileva. + + Nel giallo de la rosa sempiterna, + che si digrada e dilata e redole + odor di lode al sol che sempre verna, + + qual è colui che tace e dicer vole, + mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira + quanto è ’l convento de le bianche stole! + + Vedi nostra città quant’ ella gira; + vedi li nostri scanni sì ripieni, + che poca gente più ci si disira. + + E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni + per la corona che già v’è sù posta, + prima che tu a queste nozze ceni, + + sederà l’alma, che fia giù agosta, + de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia + verrà in prima ch’ella sia disposta. + + La cieca cupidigia che v’ammalia + simili fatti v’ha al fantolino + che muor per fame e caccia via la balia. + + E fia prefetto nel foro divino + allora tal, che palese e coverto + non anderà con lui per un cammino. + + Ma poco poi sarà da Dio sofferto + nel santo officio; ch’el sarà detruso + là dove Simon mago è per suo merto, + + e farà quel d’Alagna intrar più giuso». + + + + Paradiso • Canto XXXI + + + In forma dunque di candida rosa + mi si mostrava la milizia santa + che nel suo sangue Cristo fece sposa; + + ma l’altra, che volando vede e canta + la gloria di colui che la ’nnamora + e la bontà che la fece cotanta, + + sì come schiera d’ape che s’infiora + una fïata e una si ritorna + là dove suo laboro s’insapora, + + nel gran fior discendeva che s’addorna + di tante foglie, e quindi risaliva + là dove ’l süo amor sempre soggiorna. + + Le facce tutte avean di fiamma viva + e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, + che nulla neve a quel termine arriva. + + Quando scendean nel fior, di banco in banco + porgevan de la pace e de l’ardore + ch’elli acquistavan ventilando il fianco. + + Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore + di tanta moltitudine volante + impediva la vista e lo splendore: + + ché la luce divina è penetrante + per l’universo secondo ch’è degno, + sì che nulla le puote essere ostante. + + Questo sicuro e gaudïoso regno, + frequente in gente antica e in novella, + viso e amore avea tutto ad un segno. + + O trina luce che ’n unica stella + scintillando a lor vista, sì li appaga! + guarda qua giuso a la nostra procella! + + Se i barbari, venendo da tal plaga + che ciascun giorno d’Elice si cuopra, + rotante col suo figlio ond’ ella è vaga, + + veggendo Roma e l’ardüa sua opra, + stupefaciensi, quando Laterano + a le cose mortali andò di sopra; + + ïo, che al divino da l’umano, + a l’etterno dal tempo era venuto, + e di Fiorenza in popol giusto e sano, + + di che stupor dovea esser compiuto! + Certo tra esso e ’l gaudio mi facea + libito non udire e starmi muto. + + E quasi peregrin che si ricrea + nel tempio del suo voto riguardando, + e spera già ridir com’ ello stea, + + su per la viva luce passeggiando, + menava ïo li occhi per li gradi, + mo sù, mo giù e mo recirculando. + + Vedëa visi a carità süadi, + d’altrui lume fregiati e di suo riso, + e atti ornati di tutte onestadi. + + La forma general di paradiso + già tutta mïo sguardo avea compresa, + in nulla parte ancor fermato fiso; + + e volgeami con voglia rïaccesa + per domandar la mia donna di cose + di che la mente mia era sospesa. + + Uno intendëa, e altro mi rispuose: + credea veder Beatrice e vidi un sene + vestito con le genti glorïose. + + Diffuso era per li occhi e per le gene + di benigna letizia, in atto pio + quale a tenero padre si convene. + + E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. + Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro + mosse Beatrice me del loco mio; + + e se riguardi sù nel terzo giro + dal sommo grado, tu la rivedrai + nel trono che suoi merti le sortiro». + + Sanza risponder, li occhi sù levai, + e vidi lei che si facea corona + reflettendo da sé li etterni rai. + + Da quella regïon che più sù tona + occhio mortale alcun tanto non dista, + qualunque in mare più giù s’abbandona, + + quanto lì da Beatrice la mia vista; + ma nulla mi facea, ché süa effige + non discendëa a me per mezzo mista. + + «O donna in cui la mia speranza vige, + e che soffristi per la mia salute + in inferno lasciar le tue vestige, + + di tante cose quant’ i’ ho vedute, + dal tuo podere e da la tua bontate + riconosco la grazia e la virtute. + + Tu m’hai di servo tratto a libertate + per tutte quelle vie, per tutt’ i modi + che di ciò fare avei la potestate. + + La tua magnificenza in me custodi, + sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, + piacente a te dal corpo si disnodi». + + Così orai; e quella, sì lontana + come parea, sorrise e riguardommi; + poi si tornò a l’etterna fontana. + + E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi + perfettamente», disse, «il tuo cammino, + a che priego e amor santo mandommi, + + vola con li occhi per questo giardino; + ché veder lui t’acconcerà lo sguardo + più al montar per lo raggio divino. + + E la regina del cielo, ond’ ïo ardo + tutto d’amor, ne farà ogne grazia, + però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo». + + Qual è colui che forse di Croazia + viene a veder la Veronica nostra, + che per l’antica fame non sen sazia, + + ma dice nel pensier, fin che si mostra: + ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, + or fu sì fatta la sembianza vostra?’; + + tal era io mirando la vivace + carità di colui che ’n questo mondo, + contemplando, gustò di quella pace. + + «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», + cominciò elli, «non ti sarà noto, + tenendo li occhi pur qua giù al fondo; + + ma guarda i cerchi infino al più remoto, + tanto che veggi seder la regina + cui questo regno è suddito e devoto». + + Io levai li occhi; e come da mattina + la parte orïental de l’orizzonte + soverchia quella dove ’l sol declina, + + così, quasi di valle andando a monte + con li occhi, vidi parte ne lo stremo + vincer di lume tutta l’altra fronte. + + E come quivi ove s’aspetta il temo + che mal guidò Fetonte, più s’infiamma, + e quinci e quindi il lume si fa scemo, + + così quella pacifica oriafiamma + nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte + per igual modo allentava la fiamma; + + e a quel mezzo, con le penne sparte, + vid’ io più di mille angeli festanti, + ciascun distinto di fulgore e d’arte. + + Vidi a lor giochi quivi e a lor canti + ridere una bellezza, che letizia + era ne li occhi a tutti li altri santi; + + e s’io avessi in dir tanta divizia + quanta ad imaginar, non ardirei + lo minimo tentar di sua delizia. + + Bernardo, come vide li occhi miei + nel caldo suo caler fissi e attenti, + li suoi con tanto affetto volse a lei, + + che ’ miei di rimirar fé più ardenti. + + + + Paradiso • Canto XXXII + + + Affetto al suo piacer, quel contemplante + libero officio di dottore assunse, + e cominciò queste parole sante: + + «La piaga che Maria richiuse e unse, + quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi + è colei che l’aperse e che la punse. + + Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, + siede Rachel di sotto da costei + con Bëatrice, sì come tu vedi. + + Sarra e Rebecca, Iudìt e colei + che fu bisava al cantor che per doglia + del fallo disse ‘Miserere mei’, + + puoi tu veder così di soglia in soglia + giù digradar, com’ io ch’a proprio nome + vo per la rosa giù di foglia in foglia. + + E dal settimo grado in giù, sì come + infino ad esso, succedono Ebree, + dirimendo del fior tutte le chiome; + + perché, secondo lo sguardo che fée + la fede in Cristo, queste sono il muro + a che si parton le sacre scalee. + + Da questa parte onde ’l fiore è maturo + di tutte le sue foglie, sono assisi + quei che credettero in Cristo venturo; + + da l’altra parte onde sono intercisi + di vòti i semicirculi, si stanno + quei ch’a Cristo venuto ebber li visi. + + E come quinci il glorïoso scanno + de la donna del cielo e li altri scanni + di sotto lui cotanta cerna fanno, + + così di contra quel del gran Giovanni, + che sempre santo ’l diserto e ’l martiro + sofferse, e poi l’inferno da due anni; + + e sotto lui così cerner sortiro + Francesco, Benedetto e Augustino + e altri fin qua giù di giro in giro. + + Or mira l’alto proveder divino: + ché l’uno e l’altro aspetto de la fede + igualmente empierà questo giardino. + + E sappi che dal grado in giù che fiede + a mezzo il tratto le due discrezioni, + per nullo proprio merito si siede, + + ma per l’altrui, con certe condizioni: + ché tutti questi son spiriti ascolti + prima ch’avesser vere elezïoni. + + Ben te ne puoi accorger per li volti + e anche per le voci püerili, + se tu li guardi bene e se li ascolti. + + Or dubbi tu e dubitando sili; + ma io discioglierò ’l forte legame + in che ti stringon li pensier sottili. + + Dentro a l’ampiezza di questo reame + casüal punto non puote aver sito, + se non come tristizia o sete o fame: + + ché per etterna legge è stabilito + quantunque vedi, sì che giustamente + ci si risponde da l’anello al dito; + + e però questa festinata gente + a vera vita non è sine causa + intra sé qui più e meno eccellente. + + Lo rege per cui questo regno pausa + in tanto amore e in tanto diletto, + che nulla volontà è di più ausa, + + le menti tutte nel suo lieto aspetto + creando, a suo piacer di grazia dota + diversamente; e qui basti l’effetto. + + E ciò espresso e chiaro vi si nota + ne la Scrittura santa in quei gemelli + che ne la madre ebber l’ira commota. + + Però, secondo il color d’i capelli, + di cotal grazia l’altissimo lume + degnamente convien che s’incappelli. + + Dunque, sanza mercé di lor costume, + locati son per gradi differenti, + sol differendo nel primiero acume. + + Bastavasi ne’ secoli recenti + con l’innocenza, per aver salute, + solamente la fede d’i parenti; + + poi che le prime etadi fuor compiute, + convenne ai maschi a l’innocenti penne + per circuncidere acquistar virtute; + + ma poi che ’l tempo de la grazia venne, + sanza battesmo perfetto di Cristo + tale innocenza là giù si ritenne. + + Riguarda omai ne la faccia che a Cristo + più si somiglia, ché la sua chiarezza + sola ti può disporre a veder Cristo». + + Io vidi sopra lei tanta allegrezza + piover, portata ne le menti sante + create a trasvolar per quella altezza, + + che quantunque io avea visto davante, + di tanta ammirazion non mi sospese, + né mi mostrò di Dio tanto sembiante; + + e quello amor che primo lì discese, + cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’, + dinanzi a lei le sue ali distese. + + Rispuose a la divina cantilena + da tutte parti la beata corte, + sì ch’ogne vista sen fé più serena. + + «O santo padre, che per me comporte + l’esser qua giù, lasciando il dolce loco + nel qual tu siedi per etterna sorte, + + qual è quell’ angel che con tanto gioco + guarda ne li occhi la nostra regina, + innamorato sì che par di foco?». + + Così ricorsi ancora a la dottrina + di colui ch’abbelliva di Maria, + come del sole stella mattutina. + + Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria + quant’ esser puote in angelo e in alma, + tutta è in lui; e sì volem che sia, + + perch’ elli è quelli che portò la palma + giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio + carcar si volse de la nostra salma. + + Ma vieni omai con li occhi sì com’ io + andrò parlando, e nota i gran patrici + di questo imperio giustissimo e pio. + + Quei due che seggon là sù più felici + per esser propinquissimi ad Agusta, + son d’esta rosa quasi due radici: + + colui che da sinistra le s’aggiusta + è il padre per lo cui ardito gusto + l’umana specie tanto amaro gusta; + + dal destro vedi quel padre vetusto + di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi + raccomandò di questo fior venusto. + + E quei che vide tutti i tempi gravi, + pria che morisse, de la bella sposa + che s’acquistò con la lancia e coi clavi, + + siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa + quel duca sotto cui visse di manna + la gente ingrata, mobile e retrosa. + + Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, + tanto contenta di mirar sua figlia, + che non move occhio per cantare osanna; + + e contro al maggior padre di famiglia + siede Lucia, che mosse la tua donna + quando chinavi, a rovinar, le ciglia. + + Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, + qui farem punto, come buon sartore + che com’ elli ha del panno fa la gonna; + + e drizzeremo li occhi al primo amore, + sì che, guardando verso lui, penètri + quant’ è possibil per lo suo fulgore. + + Veramente, ne forse tu t’arretri + movendo l’ali tue, credendo oltrarti, + orando grazia conven che s’impetri + + grazia da quella che puote aiutarti; + e tu mi seguirai con l’affezione, + sì che dal dicer mio lo cor non parti». + + E cominciò questa santa orazione: + + + + Paradiso • Canto XXXIII + + + «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, + umile e alta più che creatura, + termine fisso d’etterno consiglio, + + tu se’ colei che l’umana natura + nobilitasti sì, che ’l suo fattore + non disdegnò di farsi sua fattura. + + Nel ventre tuo si raccese l’amore, + per lo cui caldo ne l’etterna pace + così è germinato questo fiore. + + Qui se’ a noi meridïana face + di caritate, e giuso, intra ’ mortali, + se’ di speranza fontana vivace. + + Donna, se’ tanto grande e tanto vali, + che qual vuol grazia e a te non ricorre, + sua disïanza vuol volar sanz’ ali. + + La tua benignità non pur soccorre + a chi domanda, ma molte fïate + liberamente al dimandar precorre. + + In te misericordia, in te pietate, + in te magnificenza, in te s’aduna + quantunque in creatura è di bontate. + + Or questi, che da l’infima lacuna + de l’universo infin qui ha vedute + le vite spiritali ad una ad una, + + supplica a te, per grazia, di virtute + tanto, che possa con li occhi levarsi + più alto verso l’ultima salute. + + E io, che mai per mio veder non arsi + più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi + ti porgo, e priego che non sieno scarsi, + + perché tu ogne nube li disleghi + di sua mortalità co’ prieghi tuoi, + sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. + + Ancor ti priego, regina, che puoi + ciò che tu vuoli, che conservi sani, + dopo tanto veder, li affetti suoi. + + Vinca tua guardia i movimenti umani: + vedi Beatrice con quanti beati + per li miei prieghi ti chiudon le mani!». + + Li occhi da Dio diletti e venerati, + fissi ne l’orator, ne dimostraro + quanto i devoti prieghi le son grati; + + indi a l’etterno lume s’addrizzaro, + nel qual non si dee creder che s’invii + per creatura l’occhio tanto chiaro. + + E io ch’al fine di tutt’ i disii + appropinquava, sì com’ io dovea, + l’ardor del desiderio in me finii. + + Bernardo m’accennava, e sorridea, + perch’ io guardassi suso; ma io era + già per me stesso tal qual ei volea: + + ché la mia vista, venendo sincera, + e più e più intrava per lo raggio + de l’alta luce che da sé è vera. + + Da quinci innanzi il mio veder fu maggio + che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, + e cede la memoria a tanto oltraggio. + + Qual è colüi che sognando vede, + che dopo ’l sogno la passione impressa + rimane, e l’altro a la mente non riede, + + cotal son io, ché quasi tutta cessa + mia visïone, e ancor mi distilla + nel core il dolce che nacque da essa. + + Così la neve al sol si disigilla; + così al vento ne le foglie levi + si perdea la sentenza di Sibilla. + + O somma luce che tanto ti levi + da’ concetti mortali, a la mia mente + ripresta un poco di quel che parevi, + + e fa la lingua mia tanto possente, + ch’una favilla sol de la tua gloria + possa lasciare a la futura gente; + + ché, per tornare alquanto a mia memoria + e per sonare un poco in questi versi, + più si conceperà di tua vittoria. + + Io credo, per l’acume ch’io soffersi + del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, + se li occhi miei da lui fossero aversi. + + E’ mi ricorda ch’io fui più ardito + per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi + l’aspetto mio col valore infinito. + + Oh abbondante grazia ond’ io presunsi + ficcar lo viso per la luce etterna, + tanto che la veduta vi consunsi! + + Nel suo profondo vidi che s’interna, + legato con amore in un volume, + ciò che per l’universo si squaderna: + + sustanze e accidenti e lor costume + quasi conflati insieme, per tal modo + che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. + + La forma universal di questo nodo + credo ch’i’ vidi, perché più di largo, + dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. + + Un punto solo m’è maggior letargo + che venticinque secoli a la ’mpresa + che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. + + Così la mente mia, tutta sospesa, + mirava fissa, immobile e attenta, + e sempre di mirar faceasi accesa. + + A quella luce cotal si diventa, + che volgersi da lei per altro aspetto + è impossibil che mai si consenta; + + però che ’l ben, ch’è del volere obietto, + tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella + è defettivo ciò ch’è lì perfetto. + + Omai sarà più corta mia favella, + pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante + che bagni ancor la lingua a la mammella. + + Non perché più ch’un semplice sembiante + fosse nel vivo lume ch’io mirava, + che tal è sempre qual s’era davante; + + ma per la vista che s’avvalorava + in me guardando, una sola parvenza, + mutandom’ io, a me si travagliava. + + Ne la profonda e chiara sussistenza + de l’alto lume parvermi tre giri + di tre colori e d’una contenenza; + + e l’un da l’altro come iri da iri + parea reflesso, e ’l terzo parea foco + che quinci e quindi igualmente si spiri. + + Oh quanto è corto il dire e come fioco + al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, + è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. + + O luce etterna che sola in te sidi, + sola t’intendi, e da te intelletta + e intendente te ami e arridi! + + Quella circulazion che sì concetta + pareva in te come lume reflesso, + da li occhi miei alquanto circunspetta, + + dentro da sé, del suo colore stesso, + mi parve pinta de la nostra effige: + per che ’l mio viso in lei tutto era messo. + + Qual è ’l geomètra che tutto s’affige + per misurar lo cerchio, e non ritrova, + pensando, quel principio ond’ elli indige, + + tal era io a quella vista nova: + veder voleva come si convenne + l’imago al cerchio e come vi s’indova; + + ma non eran da ciò le proprie penne: + se non che la mia mente fu percossa + da un fulgore in che sua voglia venne. + + A l’alta fantasia qui mancò possa; + ma già volgeva il mio disio e ’l velle, + sì come rota ch’igualmente è mossa, + + l’amor che move il sole e l’altre stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + à = a grave + è = e grave + ì = i grave + ò = o grave + ù = u grave + + é = e acute + ó = o acute + + ä = a uml + ë = e uml + ï = i uml + ö = o uml + ü = u uml + + È = E grave + Ë = E uml + Ï = I uml + + « = left angle quotation mark + » = right angle quotation mark + + “ = left double quotation mark + ” = right double quotation mark + + ‘ = left single quotation mark + ’ = right single quotation mark + + — = em dash + + • = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + +End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE *** + +***** This file should be named 1012-0.txt or 1012-0.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/0/1/1012/ + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United +States without permission and without paying copyright +royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part +of this license, apply to copying and distributing Project +Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm +concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, +and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive +specific permission. If you do not charge anything for copies of this +eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook +for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, +performances and research. They may be modified and printed and given +away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks +not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the +trademark license, especially commercial redistribution. + +START: FULL LICENSE + +THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE +PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK + +To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free +distribution of electronic works, by using or distributing this work +(or any other work associated in any way with the phrase "Project +Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full +Project Gutenberg-tm License available with this file or online at +www.gutenberg.org/license. + +Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project +Gutenberg-tm electronic works + +1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm +electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to +and accept all the terms of this license and intellectual property +(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all +the terms of this agreement, you must cease using and return or +destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your +possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a +Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound +by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the +person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph +1.E.8. + +1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be +used on or associated in any way with an electronic work by people who +agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few +things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works +even without complying with the full terms of this agreement. See +paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project +Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this +agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm +electronic works. See paragraph 1.E below. + +1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the +Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection +of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual +works in the collection are in the public domain in the United +States. If an individual work is unprotected by copyright law in the +United States and you are located in the United States, we do not +claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, +displaying or creating derivative works based on the work as long as +all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope +that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting +free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm +works in compliance with the terms of this agreement for keeping the +Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily +comply with the terms of this agreement by keeping this work in the +same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when +you share it without charge with others. + +1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern +what you can do with this work. Copyright laws in most countries are +in a constant state of change. If you are outside the United States, +check the laws of your country in addition to the terms of this +agreement before downloading, copying, displaying, performing, +distributing or creating derivative works based on this work or any +other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no +representations concerning the copyright status of any work in any +country outside the United States. + +1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: + +1.E.1. The following sentence, with active links to, or other +immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear +prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work +on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the +phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, +performed, viewed, copied or distributed: + + This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and + most other parts of the world at no cost and with almost no + restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it + under the terms of the Project Gutenberg License included with this + eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the + United States, you'll have to check the laws of the country where you + are located before using this ebook. + +1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is +derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not +contain a notice indicating that it is posted with permission of the +copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in +the United States without paying any fees or charges. If you are +redistributing or providing access to a work with the phrase "Project +Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply +either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or +obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm +trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. + +1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted +with the permission of the copyright holder, your use and distribution +must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any +additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms +will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works +posted with the permission of the copyright holder found at the +beginning of this work. + +1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm +License terms from this work, or any files containing a part of this +work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. + +1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this +electronic work, or any part of this electronic work, without +prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with +active links or immediate access to the full terms of the Project +Gutenberg-tm License. + +1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, +compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including +any word processing or hypertext form. However, if you provide access +to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format +other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official +version posted on the official Project Gutenberg-tm web site +(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense +to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means +of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain +Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the +full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. + +1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, +performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works +unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. + +1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing +access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works +provided that + +* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from + the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method + you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed + to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has + agreed to donate royalties under this paragraph to the Project + Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid + within 60 days following each date on which you prepare (or are + legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty + payments should be clearly marked as such and sent to the Project + Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in + Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg + Literary Archive Foundation." + +* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies + you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he + does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm + License. You must require such a user to return or destroy all + copies of the works possessed in a physical medium and discontinue + all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm + works. + +* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of + any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the + electronic work is discovered and reported to you within 90 days of + receipt of the work. + +* You comply with all other terms of this agreement for free + distribution of Project Gutenberg-tm works. + +1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project +Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than +are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing +from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The +Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm +trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. + +1.F. + +1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable +effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread +works not protected by U.S. copyright law in creating the Project +Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm +electronic works, and the medium on which they may be stored, may +contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate +or corrupt data, transcription errors, a copyright or other +intellectual property infringement, a defective or damaged disk or +other medium, a computer virus, or computer codes that damage or +cannot be read by your equipment. + +1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right +of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project +Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project +Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all +liability to you for damages, costs and expenses, including legal +fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT +LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE +PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE +TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE +LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR +INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH +DAMAGE. + +1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a +defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can +receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a +written explanation to the person you received the work from. If you +received the work on a physical medium, you must return the medium +with your written explanation. The person or entity that provided you +with the defective work may elect to provide a replacement copy in +lieu of a refund. If you received the work electronically, the person +or entity providing it to you may choose to give you a second +opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If +the second copy is also defective, you may demand a refund in writing +without further opportunities to fix the problem. + +1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth +in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO +OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT +LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. + +1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied +warranties or the exclusion or limitation of certain types of +damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement +violates the law of the state applicable to this agreement, the +agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or +limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or +unenforceability of any provision of this agreement shall not void the +remaining provisions. + +1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the +trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone +providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in +accordance with this agreement, and any volunteers associated with the +production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm +electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, +including legal fees, that arise directly or indirectly from any of +the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this +or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or +additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any +Defect you cause. + +Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm + +Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of +electronic works in formats readable by the widest variety of +computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It +exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations +from people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future +generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see +Sections 3 and 4 and the Foundation information page at +www.gutenberg.org + + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by +U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the +mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its +volunteers and employees are scattered throughout numerous +locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt +Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to +date contact information can be found at the Foundation's web site and +official page at www.gutenberg.org/contact + +For additional contact information: + + Dr. Gregory B. Newby + Chief Executive and Director + gbnewby@pglaf.org + +Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation + +Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide +spread public support and donations to carry out its mission of +increasing the number of public domain and licensed works that can be +freely distributed in machine readable form accessible by the widest +array of equipment including outdated equipment. Many small donations +($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt +status with the IRS. + +The Foundation is committed to complying with the laws regulating +charities and charitable donations in all 50 states of the United +States. Compliance requirements are not uniform and it takes a +considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up +with these requirements. We do not solicit donations in locations +where we have not received written confirmation of compliance. To SEND +DONATIONS or determine the status of compliance for any particular +state visit www.gutenberg.org/donate + +While we cannot and do not solicit contributions from states where we +have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition +against accepting unsolicited donations from donors in such states who +approach us with offers to donate. + +International donations are gratefully accepted, but we cannot make +any statements concerning tax treatment of donations received from +outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. + +Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation +methods and addresses. Donations are accepted in a number of other +ways including checks, online payments and credit card donations. To +donate, please visit: www.gutenberg.org/donate + +Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. + +Professor Michael S. Hart was the originator of the Project +Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be +freely shared with anyone. For forty years, he produced and +distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of +volunteer support. + +Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed +editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in +the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not +necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper +edition. + +Most people start at our Web site which has the main PG search +facility: www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. + diff --git a/old/1012-0.zip b/old/1012-0.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..17899bd --- /dev/null +++ b/old/1012-0.zip diff --git a/old/1012-h.zip b/old/1012-h.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..474efeb --- /dev/null +++ b/old/1012-h.zip diff --git a/old/1012-h/1012-h.htm b/old/1012-h/1012-h.htm new file mode 100644 index 0000000..8fe3644 --- /dev/null +++ b/old/1012-h/1012-h.htm @@ -0,0 +1,30001 @@ +<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" + "http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> + +<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="en"> + +<head> + +<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" /> + +<title> +The Project Gutenberg E-text of La Divina Commedia de Dante, +by Dante Alighieri +</title> + +<style type="text/css"> +body { color: black; + background: white; + margin-right: 10%; + margin-left: 10%; + font-family: "Times New Roman", serif; + text-align: justify } + +p {text-indent: 0% } + +p.noindent {text-indent: 0% } + +p.t1 {text-indent: 0% ; + font-size: 200%; + text-align: center } + +p.t2 {text-indent: 0% ; + font-size: 150%; + text-align: center } + +p.t3 {text-indent: 0% ; + font-size: 100%; + text-align: center } + +p.t3b {text-indent: 0% ; + font-size: 100%; + font-weight: bold; + text-align: center } + +p.t4 {text-indent: 0% ; + font-size: 80%; + text-align: center } + +p.t4b {text-indent: 0% ; + font-size: 80%; + font-weight: bold; + text-align: center } + +p.t5 {text-indent: 0% ; + font-size: 60%; + text-align: center } + +h1 { text-align: center } +h2 { text-align: center } +h3 { text-align: center } +h4 { text-align: center } +h5 { text-align: center } + +p.poem {text-indent: 0%; + margin-left: 10%; } + +p.contents {text-indent: -3%; + margin-left: 5% } + +p.thought {text-indent: 0% ; + letter-spacing: 4em ; + text-align: center } + +p.letter {text-indent: 0%; + margin-left: 10% ; + margin-right: 10% } + +p.footnote {text-indent: 0% ; + font-size: 80%; + margin-left: 10% ; + margin-right: 10% } + +p.transnote {text-indent: 0% ; + margin-left: 0% ; + margin-right: 0% } + +p.intro {font-size: 90% ; + text-indent: -5% ; + margin-left: 5% ; + margin-right: 0% } + +p.quote {text-indent: 4% ; + margin-left: 0% ; + margin-right: 0% } + +p.finis { font-size: larger ; + text-align: center ; + text-indent: 0% ; + margin-left: 0% ; + margin-right: 0% } + +</style> + +</head> + +<body> + + +<pre> + +Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri + +This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most +other parts of the world at no cost and with almost no restrictions +whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of +the Project Gutenberg License included with this eBook or online at +www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have +to check the laws of the country where you are located before using this ebook. + +Title: La Divina Commedia di Dante + +Author: Dante Alighieri + +Posting Date: November 7, 2015 [EBook #1012] +Release Date: August, 1997 +First Posted: September 4, 1997 +Last Updated: December 8, 2014 + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE *** + + + + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + + + + + + +</pre> + + +<h1> +<br /><br /><br /> + LA DIVINA COMMEDIA<br /> + di Dante Alighieri<br /> +</h1> + +<p class="t3b"> +<br /> +<a href="#inferno">INFERNO</a><br /> +<a href="#purgatorio">PURGATORIO</a><br /> +<a href="#paradiso">PARADISO</a><br /> +</p> + + +<h2> +<a id="inferno"></a> +<br /><br /> + INFERNO<br /> +</h2> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0101"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto I +</h3> + +<p> + Nel mezzo del cammin di nostra vita<br /> + mi ritrovai per una selva oscura,<br /> + ché la diritta via era smarrita.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto a dir qual era è cosa dura<br /> + esta selva selvaggia e aspra e forte<br /> + che nel pensier rinova la paura!<br /> +</p> + +<p> + Tant’ è amara che poco è più morte;<br /> + ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,<br /> + dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.<br /> +</p> + +<p> + Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,<br /> + tant’ era pien di sonno a quel punto<br /> + che la verace via abbandonai.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,<br /> + là dove terminava quella valle<br /> + che m’avea di paura il cor compunto,<br /> +</p> + +<p> + guardai in alto e vidi le sue spalle<br /> + vestite già de’ raggi del pianeta<br /> + che mena dritto altrui per ogne calle.<br /> +</p> + +<p> + Allor fu la paura un poco queta,<br /> + che nel lago del cor m’era durata<br /> + la notte ch’i’ passai con tanta pieta.<br /> +</p> + +<p> + E come quei che con lena affannata,<br /> + uscito fuor del pelago a la riva,<br /> + si volge a l’acqua perigliosa e guata,<br /> +</p> + +<p> + così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,<br /> + si volse a retro a rimirar lo passo<br /> + che non lasciò già mai persona viva.<br /> +</p> + +<p> + Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,<br /> + ripresi via per la piaggia diserta,<br /> + sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,<br /> + una lonza leggera e presta molto,<br /> + che di pel macolato era coverta;<br /> +</p> + +<p> + e non mi si partia dinanzi al volto,<br /> + anzi ’mpediva tanto il mio cammino,<br /> + ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.<br /> +</p> + +<p> + Temp’ era dal principio del mattino,<br /> + e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle<br /> + ch’eran con lui quando l’amor divino<br /> +</p> + +<p> + mosse di prima quelle cose belle;<br /> + sì ch’a bene sperar m’era cagione<br /> + di quella fiera a la gaetta pelle<br /> +</p> + +<p> + l’ora del tempo e la dolce stagione;<br /> + ma non sì che paura non mi desse<br /> + la vista che m’apparve d’un leone.<br /> +</p> + +<p> + Questi parea che contra me venisse<br /> + con la test’ alta e con rabbiosa fame,<br /> + sì che parea che l’aere ne tremesse.<br /> +</p> + +<p> + Ed una lupa, che di tutte brame<br /> + sembiava carca ne la sua magrezza,<br /> + e molte genti fé già viver grame,<br /> +</p> + +<p> + questa mi porse tanto di gravezza<br /> + con la paura ch’uscia di sua vista,<br /> + ch’io perdei la speranza de l’altezza.<br /> +</p> + +<p> + E qual è quei che volontieri acquista,<br /> + e giugne ’l tempo che perder lo face,<br /> + che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;<br /> +</p> + +<p> + tal mi fece la bestia sanza pace,<br /> + che, venendomi ’ncontro, a poco a poco<br /> + mi ripigneva là dove ’l sol tace.<br /> +</p> + +<p> + Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,<br /> + dinanzi a li occhi mi si fu offerto<br /> + chi per lungo silenzio parea fioco.<br /> +</p> + +<p> + Quando vidi costui nel gran diserto,<br /> + «Miserere di me», gridai a lui,<br /> + «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».<br /> +</p> + +<p> + Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,<br /> + e li parenti miei furon lombardi,<br /> + mantoani per patrïa ambedui.<br /> +</p> + +<p> + Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,<br /> + e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto<br /> + nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.<br /> +</p> + +<p> + Poeta fui, e cantai di quel giusto<br /> + figliuol d’Anchise che venne di Troia,<br /> + poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu perché ritorni a tanta noia?<br /> + perché non sali il dilettoso monte<br /> + ch’è principio e cagion di tutta gioia?».<br /> +</p> + +<p> + «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte<br /> + che spandi di parlar sì largo fiume?»,<br /> + rispuos’ io lui con vergognosa fronte.<br /> +</p> + +<p> + «O de li altri poeti onore e lume,<br /> + vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore<br /> + che m’ha fatto cercar lo tuo volume.<br /> +</p> + +<p> + Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,<br /> + tu se’ solo colui da cu’ io tolsi<br /> + lo bello stilo che m’ha fatto onore.<br /> +</p> + +<p> + Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;<br /> + aiutami da lei, famoso saggio,<br /> + ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».<br /> +</p> + +<p> + «A te convien tenere altro vïaggio»,<br /> + rispuose, poi che lagrimar mi vide,<br /> + «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;<br /> +</p> + +<p> + ché questa bestia, per la qual tu gride,<br /> + non lascia altrui passar per la sua via,<br /> + ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;<br /> +</p> + +<p> + e ha natura sì malvagia e ria,<br /> + che mai non empie la bramosa voglia,<br /> + e dopo ’l pasto ha più fame che pria.<br /> +</p> + +<p> + Molti son li animali a cui s’ammoglia,<br /> + e più saranno ancora, infin che ’l veltro<br /> + verrà, che la farà morir con doglia.<br /> +</p> + +<p> + Questi non ciberà terra né peltro,<br /> + ma sapïenza, amore e virtute,<br /> + e sua nazion sarà tra feltro e feltro.<br /> +</p> + +<p> + Di quella umile Italia fia salute<br /> + per cui morì la vergine Cammilla,<br /> + Eurialo e Turno e Niso di ferute.<br /> +</p> + +<p> + Questi la caccerà per ogne villa,<br /> + fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,<br /> + là onde ’nvidia prima dipartilla.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno<br /> + che tu mi segui, e io sarò tua guida,<br /> + e trarrotti di qui per loco etterno;<br /> +</p> + +<p> + ove udirai le disperate strida,<br /> + vedrai li antichi spiriti dolenti,<br /> + ch’a la seconda morte ciascun grida;<br /> +</p> + +<p> + e vederai color che son contenti<br /> + nel foco, perché speran di venire<br /> + quando che sia a le beate genti.<br /> +</p> + +<p> + A le quai poi se tu vorrai salire,<br /> + anima fia a ciò più di me degna:<br /> + con lei ti lascerò nel mio partire;<br /> +</p> + +<p> + ché quello imperador che là sù regna,<br /> + perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,<br /> + non vuol che ’n sua città per me si vegna.<br /> +</p> + +<p> + In tutte parti impera e quivi regge;<br /> + quivi è la sua città e l’alto seggio:<br /> + oh felice colui cu’ ivi elegge!».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Poeta, io ti richeggio<br /> + per quello Dio che tu non conoscesti,<br /> + acciò ch’io fugga questo male e peggio,<br /> +</p> + +<p> + che tu mi meni là dov’ or dicesti,<br /> + sì ch’io veggia la porta di san Pietro<br /> + e color cui tu fai cotanto mesti».<br /> +</p> + +<p> + Allor si mosse, e io li tenni dietro.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0102"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto II +</h3> + +<p> + Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno<br /> + toglieva li animai che sono in terra<br /> + da le fatiche loro; e io sol uno<br /> +</p> + +<p> + m’apparecchiava a sostener la guerra<br /> + sì del cammino e sì de la pietate,<br /> + che ritrarrà la mente che non erra.<br /> +</p> + +<p> + O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;<br /> + o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,<br /> + qui si parrà la tua nobilitate.<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: «Poeta che mi guidi,<br /> + guarda la mia virtù s’ell’ è possente,<br /> + prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.<br /> +</p> + +<p> + Tu dici che di Silvïo il parente,<br /> + corruttibile ancora, ad immortale<br /> + secolo andò, e fu sensibilmente.<br /> +</p> + +<p> + Però, se l’avversario d’ogne male<br /> + cortese i fu, pensando l’alto effetto<br /> + ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale<br /> +</p> + +<p> + non pare indegno ad omo d’intelletto;<br /> + ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero<br /> + ne l’empireo ciel per padre eletto:<br /> +</p> + +<p> + la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,<br /> + fu stabilita per lo loco santo<br /> + u’ siede il successor del maggior Piero.<br /> +</p> + +<p> + Per quest’ andata onde li dai tu vanto,<br /> + intese cose che furon cagione<br /> + di sua vittoria e del papale ammanto.<br /> +</p> + +<p> + Andovvi poi lo Vas d’elezïone,<br /> + per recarne conforto a quella fede<br /> + ch’è principio a la via di salvazione.<br /> +</p> + +<p> + Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?<br /> + Io non Enëa, io non Paulo sono;<br /> + me degno a ciò né io né altri ’l crede.<br /> +</p> + +<p> + Per che, se del venire io m’abbandono,<br /> + temo che la venuta non sia folle.<br /> + Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».<br /> +</p> + +<p> + E qual è quei che disvuol ciò che volle<br /> + e per novi pensier cangia proposta,<br /> + sì che dal cominciar tutto si tolle,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,<br /> + perché, pensando, consumai la ’mpresa<br /> + che fu nel cominciar cotanto tosta.<br /> +</p> + +<p> + «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,<br /> + rispuose del magnanimo quell’ ombra,<br /> + «l’anima tua è da viltade offesa;<br /> +</p> + +<p> + la qual molte fïate l’omo ingombra<br /> + sì che d’onrata impresa lo rivolve,<br /> + come falso veder bestia quand’ ombra.<br /> +</p> + +<p> + Da questa tema acciò che tu ti solve,<br /> + dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi<br /> + nel primo punto che di te mi dolve.<br /> +</p> + +<p> + Io era tra color che son sospesi,<br /> + e donna mi chiamò beata e bella,<br /> + tal che di comandare io la richiesi.<br /> +</p> + +<p> + Lucevan li occhi suoi più che la stella;<br /> + e cominciommi a dir soave e piana,<br /> + con angelica voce, in sua favella:<br /> +</p> + +<p> + “O anima cortese mantoana,<br /> + di cui la fama ancor nel mondo dura,<br /> + e durerà quanto ’l mondo lontana,<br /> +</p> + +<p> + l’amico mio, e non de la ventura,<br /> + ne la diserta piaggia è impedito<br /> + sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;<br /> +</p> + +<p> + e temo che non sia già sì smarrito,<br /> + ch’io mi sia tardi al soccorso levata,<br /> + per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.<br /> +</p> + +<p> + Or movi, e con la tua parola ornata<br /> + e con ciò c’ha mestieri al suo campare,<br /> + l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.<br /> +</p> + +<p> + I’ son Beatrice che ti faccio andare;<br /> + vegno del loco ove tornar disio;<br /> + amor mi mosse, che mi fa parlare.<br /> +</p> + +<p> + Quando sarò dinanzi al segnor mio,<br /> + di te mi loderò sovente a lui”.<br /> + Tacette allora, e poi comincia’ io:<br /> +</p> + +<p> + “O donna di virtù sola per cui<br /> + l’umana spezie eccede ogne contento<br /> + di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,<br /> +</p> + +<p> + tanto m’aggrada il tuo comandamento,<br /> + che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;<br /> + più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi la cagion che non ti guardi<br /> + de lo scender qua giuso in questo centro<br /> + de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.<br /> +</p> + +<p> + “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,<br /> + dirotti brievemente”, mi rispuose,<br /> + “perch’ i’ non temo di venir qua entro.<br /> +</p> + +<p> + Temer si dee di sole quelle cose<br /> + c’hanno potenza di fare altrui male;<br /> + de l’altre no, ché non son paurose.<br /> +</p> + +<p> + I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,<br /> + che la vostra miseria non mi tange,<br /> + né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.<br /> +</p> + +<p> + Donna è gentil nel ciel che si compiange<br /> + di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,<br /> + sì che duro giudicio là sù frange.<br /> +</p> + +<p> + Questa chiese Lucia in suo dimando<br /> + e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele<br /> + di te, e io a te lo raccomando—.<br /> +</p> + +<p> + Lucia, nimica di ciascun crudele,<br /> + si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,<br /> + che mi sedea con l’antica Rachele.<br /> +</p> + +<p> + Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,<br /> + ché non soccorri quei che t’amò tanto,<br /> + ch’uscì per te de la volgare schiera?<br /> +</p> + +<p> + Non odi tu la pieta del suo pianto,<br /> + non vedi tu la morte che ’l combatte<br /> + su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.<br /> +</p> + +<p> + Al mondo non fur mai persone ratte<br /> + a far lor pro o a fuggir lor danno,<br /> + com’ io, dopo cotai parole fatte,<br /> +</p> + +<p> + venni qua giù del mio beato scanno,<br /> + fidandomi del tuo parlare onesto,<br /> + ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.<br /> +</p> + +<p> + Poscia che m’ebbe ragionato questo,<br /> + li occhi lucenti lagrimando volse,<br /> + per che mi fece del venir più presto.<br /> +</p> + +<p> + E venni a te così com’ ella volse:<br /> + d’inanzi a quella fiera ti levai<br /> + che del bel monte il corto andar ti tolse.<br /> +</p> + +<p> + Dunque: che è? perché, perché restai,<br /> + perché tanta viltà nel core allette,<br /> + perché ardire e franchezza non hai,<br /> +</p> + +<p> + poscia che tai tre donne benedette<br /> + curan di te ne la corte del cielo,<br /> + e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».<br /> +</p> + +<p> + Quali fioretti dal notturno gelo<br /> + chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,<br /> + si drizzan tutti aperti in loro stelo,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec’ io di mia virtude stanca,<br /> + e tanto buono ardire al cor mi corse,<br /> + ch’i’ cominciai come persona franca:<br /> +</p> + +<p> + «Oh pietosa colei che mi soccorse!<br /> + e te cortese ch’ubidisti tosto<br /> + a le vere parole che ti porse!<br /> +</p> + +<p> + Tu m’hai con disiderio il cor disposto<br /> + sì al venir con le parole tue,<br /> + ch’i’ son tornato nel primo proposto.<br /> +</p> + +<p> + Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:<br /> + tu duca, tu segnore e tu maestro».<br /> + Così li dissi; e poi che mosso fue,<br /> +</p> + +<p> + intrai per lo cammino alto e silvestro.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0103"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto III +</h3> + +<p> + ‘Per me si va ne la città dolente,<br /> + per me si va ne l’etterno dolore,<br /> + per me si va tra la perduta gente.<br /> +</p> + +<p> + Giustizia mosse il mio alto fattore;<br /> + fecemi la divina podestate,<br /> + la somma sapïenza e ’l primo amore.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi a me non fuor cose create<br /> + se non etterne, e io etterno duro.<br /> + Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.<br /> +</p> + +<p> + Queste parole di colore oscuro<br /> + vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;<br /> + per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me, come persona accorta:<br /> + «Qui si convien lasciare ogne sospetto;<br /> + ogne viltà convien che qui sia morta.<br /> +</p> + +<p> + Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto<br /> + che tu vedrai le genti dolorose<br /> + c’hanno perduto il ben de l’intelletto».<br /> +</p> + +<p> + E poi che la sua mano a la mia puose<br /> + con lieto volto, ond’ io mi confortai,<br /> + mi mise dentro a le segrete cose.<br /> +</p> + +<p> + Quivi sospiri, pianti e alti guai<br /> + risonavan per l’aere sanza stelle,<br /> + per ch’io al cominciar ne lagrimai.<br /> +</p> + +<p> + Diverse lingue, orribili favelle,<br /> + parole di dolore, accenti d’ira,<br /> + voci alte e fioche, e suon di man con elle<br /> +</p> + +<p> + facevano un tumulto, il qual s’aggira<br /> + sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,<br /> + come la rena quando turbo spira.<br /> +</p> + +<p> + E io ch’avea d’error la testa cinta,<br /> + dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?<br /> + e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Questo misero modo<br /> + tegnon l’anime triste di coloro<br /> + che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.<br /> +</p> + +<p> + Mischiate sono a quel cattivo coro<br /> + de li angeli che non furon ribelli<br /> + né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.<br /> +</p> + +<p> + Caccianli i ciel per non esser men belli,<br /> + né lo profondo inferno li riceve,<br /> + ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, che è tanto greve<br /> + a lor che lamentar li fa sì forte?».<br /> + Rispuose: «Dicerolti molto breve.<br /> +</p> + +<p> + Questi non hanno speranza di morte,<br /> + e la lor cieca vita è tanto bassa,<br /> + che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.<br /> +</p> + +<p> + Fama di loro il mondo esser non lassa;<br /> + misericordia e giustizia li sdegna:<br /> + non ragioniam di lor, ma guarda e passa».<br /> +</p> + +<p> + E io, che riguardai, vidi una ’nsegna<br /> + che girando correva tanto ratta,<br /> + che d’ogne posa mi parea indegna;<br /> +</p> + +<p> + e dietro le venìa sì lunga tratta<br /> + di gente, ch’i’ non averei creduto<br /> + che morte tanta n’avesse disfatta.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,<br /> + vidi e conobbi l’ombra di colui<br /> + che fece per viltade il gran rifiuto.<br /> +</p> + +<p> + Incontanente intesi e certo fui<br /> + che questa era la setta d’i cattivi,<br /> + a Dio spiacenti e a’ nemici sui.<br /> +</p> + +<p> + Questi sciaurati, che mai non fur vivi,<br /> + erano ignudi e stimolati molto<br /> + da mosconi e da vespe ch’eran ivi.<br /> +</p> + +<p> + Elle rigavan lor di sangue il volto,<br /> + che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi<br /> + da fastidiosi vermi era ricolto.<br /> +</p> + +<p> + E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,<br /> + vidi genti a la riva d’un gran fiume;<br /> + per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi<br /> +</p> + +<p> + ch’i’ sappia quali sono, e qual costume<br /> + le fa di trapassar parer sì pronte,<br /> + com’ i’ discerno per lo fioco lume».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Le cose ti fier conte<br /> + quando noi fermerem li nostri passi<br /> + su la trista riviera d’Acheronte».<br /> +</p> + +<p> + Allor con li occhi vergognosi e bassi,<br /> + temendo no ’l mio dir li fosse grave,<br /> + infino al fiume del parlar mi trassi.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco verso noi venir per nave<br /> + un vecchio, bianco per antico pelo,<br /> + gridando: «Guai a voi, anime prave!<br /> +</p> + +<p> + Non isperate mai veder lo cielo:<br /> + i’ vegno per menarvi a l’altra riva<br /> + ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.<br /> +</p> + +<p> + E tu che se’ costì, anima viva,<br /> + pàrtiti da cotesti che son morti».<br /> + Ma poi che vide ch’io non mi partiva,<br /> +</p> + +<p> + disse: «Per altra via, per altri porti<br /> + verrai a piaggia, non qui, per passare:<br /> + più lieve legno convien che ti porti».<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:<br /> + vuolsi così colà dove si puote<br /> + ciò che si vuole, e più non dimandare».<br /> +</p> + +<p> + Quinci fuor quete le lanose gote<br /> + al nocchier de la livida palude,<br /> + che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.<br /> +</p> + +<p> + Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,<br /> + cangiar colore e dibattero i denti,<br /> + ratto che ’nteser le parole crude.<br /> +</p> + +<p> + Bestemmiavano Dio e lor parenti,<br /> + l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme<br /> + di lor semenza e di lor nascimenti.<br /> +</p> + +<p> + Poi si ritrasser tutte quante insieme,<br /> + forte piangendo, a la riva malvagia<br /> + ch’attende ciascun uom che Dio non teme.<br /> +</p> + +<p> + Caron dimonio, con occhi di bragia<br /> + loro accennando, tutte le raccoglie;<br /> + batte col remo qualunque s’adagia.<br /> +</p> + +<p> + Come d’autunno si levan le foglie<br /> + l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo<br /> + vede a la terra tutte le sue spoglie,<br /> +</p> + +<p> + similemente il mal seme d’Adamo<br /> + gittansi di quel lito ad una ad una,<br /> + per cenni come augel per suo richiamo.<br /> +</p> + +<p> + Così sen vanno su per l’onda bruna,<br /> + e avanti che sien di là discese,<br /> + anche di qua nuova schiera s’auna.<br /> +</p> + +<p> + «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,<br /> + «quelli che muoion ne l’ira di Dio<br /> + tutti convegnon qui d’ogne paese;<br /> +</p> + +<p> + e pronti sono a trapassar lo rio,<br /> + ché la divina giustizia li sprona,<br /> + sì che la tema si volve in disio.<br /> +</p> + +<p> + Quinci non passa mai anima buona;<br /> + e però, se Caron di te si lagna,<br /> + ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».<br /> +</p> + +<p> + Finito questo, la buia campagna<br /> + tremò sì forte, che de lo spavento<br /> + la mente di sudore ancor mi bagna.<br /> +</p> + +<p> + La terra lagrimosa diede vento,<br /> + che balenò una luce vermiglia<br /> + la qual mi vinse ciascun sentimento;<br /> +</p> + +<p> + e caddi come l’uom cui sonno piglia.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0104"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto IV +</h3> + +<p> + Ruppemi l’alto sonno ne la testa<br /> + un greve truono, sì ch’io mi riscossi<br /> + come persona ch’è per forza desta;<br /> +</p> + +<p> + e l’occhio riposato intorno mossi,<br /> + dritto levato, e fiso riguardai<br /> + per conoscer lo loco dov’ io fossi.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che ’n su la proda mi trovai<br /> + de la valle d’abisso dolorosa<br /> + che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.<br /> +</p> + +<p> + Oscura e profonda era e nebulosa<br /> + tanto che, per ficcar lo viso a fondo,<br /> + io non vi discernea alcuna cosa.<br /> +</p> + +<p> + «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,<br /> + cominciò il poeta tutto smorto.<br /> + «Io sarò primo, e tu sarai secondo».<br /> +</p> + +<p> + E io, che del color mi fui accorto,<br /> + dissi: «Come verrò, se tu paventi<br /> + che suoli al mio dubbiare esser conforto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «L’angoscia de le genti<br /> + che son qua giù, nel viso mi dipigne<br /> + quella pietà che tu per tema senti.<br /> +</p> + +<p> + Andiam, ché la via lunga ne sospigne».<br /> + Così si mise e così mi fé intrare<br /> + nel primo cerchio che l’abisso cigne.<br /> +</p> + +<p> + Quivi, secondo che per ascoltare,<br /> + non avea pianto mai che di sospiri<br /> + che l’aura etterna facevan tremare;<br /> +</p> + +<p> + ciò avvenia di duol sanza martìri,<br /> + ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,<br /> + d’infanti e di femmine e di viri.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi<br /> + che spiriti son questi che tu vedi?<br /> + Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,<br /> +</p> + +<p> + ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,<br /> + non basta, perché non ebber battesmo,<br /> + ch’è porta de la fede che tu credi;<br /> +</p> + +<p> + e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,<br /> + non adorar debitamente a Dio:<br /> + e di questi cotai son io medesmo.<br /> +</p> + +<p> + Per tai difetti, non per altro rio,<br /> + semo perduti, e sol di tanto offesi<br /> + che sanza speme vivemo in disio».<br /> +</p> + +<p> + Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,<br /> + però che gente di molto valore<br /> + conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.<br /> +</p> + +<p> + «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,<br /> + comincia’ io per voler esser certo<br /> + di quella fede che vince ogne errore:<br /> +</p> + +<p> + «uscicci mai alcuno, o per suo merto<br /> + o per altrui, che poi fosse beato?».<br /> + E quei che ’ntese il mio parlar coverto,<br /> +</p> + +<p> + rispuose: «Io era nuovo in questo stato,<br /> + quando ci vidi venire un possente,<br /> + con segno di vittoria coronato.<br /> +</p> + +<p> + Trasseci l’ombra del primo parente,<br /> + d’Abèl suo figlio e quella di Noè,<br /> + di Moïsè legista e ubidente;<br /> +</p> + +<p> + Abraàm patrïarca e Davìd re,<br /> + Israèl con lo padre e co’ suoi nati<br /> + e con Rachele, per cui tanto fé,<br /> +</p> + +<p> + e altri molti, e feceli beati.<br /> + E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,<br /> + spiriti umani non eran salvati».<br /> +</p> + +<p> + Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,<br /> + ma passavam la selva tuttavia,<br /> + la selva, dico, di spiriti spessi.<br /> +</p> + +<p> + Non era lunga ancor la nostra via<br /> + di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco<br /> + ch’emisperio di tenebre vincia.<br /> +</p> + +<p> + Di lungi n’eravamo ancora un poco,<br /> + ma non sì ch’io non discernessi in parte<br /> + ch’orrevol gente possedea quel loco.<br /> +</p> + +<p> + «O tu ch’onori scïenzïa e arte,<br /> + questi chi son c’hanno cotanta onranza,<br /> + che dal modo de li altri li diparte?».<br /> +</p> + +<p> + E quelli a me: «L’onrata nominanza<br /> + che di lor suona sù ne la tua vita,<br /> + grazïa acquista in ciel che sì li avanza».<br /> +</p> + +<p> + Intanto voce fu per me udita:<br /> + «Onorate l’altissimo poeta;<br /> + l’ombra sua torna, ch’era dipartita».<br /> +</p> + +<p> + Poi che la voce fu restata e queta,<br /> + vidi quattro grand’ ombre a noi venire:<br /> + sembianz’ avevan né trista né lieta.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro cominciò a dire:<br /> + «Mira colui con quella spada in mano,<br /> + che vien dinanzi ai tre sì come sire:<br /> +</p> + +<p> + quelli è Omero poeta sovrano;<br /> + l’altro è Orazio satiro che vene;<br /> + Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.<br /> +</p> + +<p> + Però che ciascun meco si convene<br /> + nel nome che sonò la voce sola,<br /> + fannomi onore, e di ciò fanno bene».<br /> +</p> + +<p> + Così vid’ i’ adunar la bella scola<br /> + di quel segnor de l’altissimo canto<br /> + che sovra li altri com’ aquila vola.<br /> +</p> + +<p> + Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,<br /> + volsersi a me con salutevol cenno,<br /> + e ’l mio maestro sorrise di tanto;<br /> +</p> + +<p> + e più d’onore ancora assai mi fenno,<br /> + ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,<br /> + sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.<br /> +</p> + +<p> + Così andammo infino a la lumera,<br /> + parlando cose che ’l tacere è bello,<br /> + sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo al piè d’un nobile castello,<br /> + sette volte cerchiato d’alte mura,<br /> + difeso intorno d’un bel fiumicello.<br /> +</p> + +<p> + Questo passammo come terra dura;<br /> + per sette porte intrai con questi savi:<br /> + giugnemmo in prato di fresca verdura.<br /> +</p> + +<p> + Genti v’eran con occhi tardi e gravi,<br /> + di grande autorità ne’ lor sembianti:<br /> + parlavan rado, con voci soavi.<br /> +</p> + +<p> + Traemmoci così da l’un de’ canti,<br /> + in loco aperto, luminoso e alto,<br /> + sì che veder si potien tutti quanti.<br /> +</p> + +<p> + Colà diritto, sovra ’l verde smalto,<br /> + mi fuor mostrati li spiriti magni,<br /> + che del vedere in me stesso m’essalto.<br /> +</p> + +<p> + I’ vidi Eletra con molti compagni,<br /> + tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,<br /> + Cesare armato con li occhi grifagni.<br /> +</p> + +<p> + Vidi Cammilla e la Pantasilea;<br /> + da l’altra parte vidi ’l re Latino<br /> + che con Lavina sua figlia sedea.<br /> +</p> + +<p> + Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,<br /> + Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;<br /> + e solo, in parte, vidi ’l Saladino.<br /> +</p> + +<p> + Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,<br /> + vidi ’l maestro di color che sanno<br /> + seder tra filosofica famiglia.<br /> +</p> + +<p> + Tutti lo miran, tutti onor li fanno:<br /> + quivi vid’ ïo Socrate e Platone,<br /> + che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;<br /> +</p> + +<p> + Democrito che ’l mondo a caso pone,<br /> + Dïogenès, Anassagora e Tale,<br /> + Empedoclès, Eraclito e Zenone;<br /> +</p> + +<p> + e vidi il buono accoglitor del quale,<br /> + Dïascoride dico; e vidi Orfeo,<br /> + Tulïo e Lino e Seneca morale;<br /> +</p> + +<p> + Euclide geomètra e Tolomeo,<br /> + Ipocràte, Avicenna e Galïeno,<br /> + Averoìs, che ’l gran comento feo.<br /> +</p> + +<p> + Io non posso ritrar di tutti a pieno,<br /> + però che sì mi caccia il lungo tema,<br /> + che molte volte al fatto il dir vien meno.<br /> +</p> + +<p> + La sesta compagnia in due si scema:<br /> + per altra via mi mena il savio duca,<br /> + fuor de la queta, ne l’aura che trema.<br /> +</p> + +<p> + E vegno in parte ove non è che luca.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0105"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto V +</h3> + +<p> + Così discesi del cerchio primaio<br /> + giù nel secondo, che men loco cinghia<br /> + e tanto più dolor, che punge a guaio.<br /> +</p> + +<p> + Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:<br /> + essamina le colpe ne l’intrata;<br /> + giudica e manda secondo ch’avvinghia.<br /> +</p> + +<p> + Dico che quando l’anima mal nata<br /> + li vien dinanzi, tutta si confessa;<br /> + e quel conoscitor de le peccata<br /> +</p> + +<p> + vede qual loco d’inferno è da essa;<br /> + cignesi con la coda tante volte<br /> + quantunque gradi vuol che giù sia messa.<br /> +</p> + +<p> + Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:<br /> + vanno a vicenda ciascuna al giudizio,<br /> + dicono e odono e poi son giù volte.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che vieni al doloroso ospizio»,<br /> + disse Minòs a me quando mi vide,<br /> + lasciando l’atto di cotanto offizio,<br /> +</p> + +<p> + «guarda com’ entri e di cui tu ti fide;<br /> + non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».<br /> + E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?<br /> +</p> + +<p> + Non impedir lo suo fatale andare:<br /> + vuolsi così colà dove si puote<br /> + ciò che si vuole, e più non dimandare».<br /> +</p> + +<p> + Or incomincian le dolenti note<br /> + a farmisi sentire; or son venuto<br /> + là dove molto pianto mi percuote.<br /> +</p> + +<p> + Io venni in loco d’ogne luce muto,<br /> + che mugghia come fa mar per tempesta,<br /> + se da contrari venti è combattuto.<br /> +</p> + +<p> + La bufera infernal, che mai non resta,<br /> + mena li spirti con la sua rapina;<br /> + voltando e percotendo li molesta.<br /> +</p> + +<p> + Quando giungon davanti a la ruina,<br /> + quivi le strida, il compianto, il lamento;<br /> + bestemmian quivi la virtù divina.<br /> +</p> + +<p> + Intesi ch’a così fatto tormento<br /> + enno dannati i peccator carnali,<br /> + che la ragion sommettono al talento.<br /> +</p> + +<p> + E come li stornei ne portan l’ali<br /> + nel freddo tempo, a schiera larga e piena,<br /> + così quel fiato li spiriti mali<br /> +</p> + +<p> + di qua, di là, di giù, di sù li mena;<br /> + nulla speranza li conforta mai,<br /> + non che di posa, ma di minor pena.<br /> +</p> + +<p> + E come i gru van cantando lor lai,<br /> + faccendo in aere di sé lunga riga,<br /> + così vid’ io venir, traendo guai,<br /> +</p> + +<p> + ombre portate da la detta briga;<br /> + per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle<br /> + genti che l’aura nera sì gastiga?».<br /> +</p> + +<p> + «La prima di color di cui novelle<br /> + tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,<br /> + «fu imperadrice di molte favelle.<br /> +</p> + +<p> + A vizio di lussuria fu sì rotta,<br /> + che libito fé licito in sua legge,<br /> + per tòrre il biasmo in che era condotta.<br /> +</p> + +<p> + Ell’ è Semiramìs, di cui si legge<br /> + che succedette a Nino e fu sua sposa:<br /> + tenne la terra che ’l Soldan corregge.<br /> +</p> + +<p> + L’altra è colei che s’ancise amorosa,<br /> + e ruppe fede al cener di Sicheo;<br /> + poi è Cleopatràs lussurïosa.<br /> +</p> + +<p> + Elena vedi, per cui tanto reo<br /> + tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,<br /> + che con amore al fine combatteo.<br /> +</p> + +<p> + Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille<br /> + ombre mostrommi e nominommi a dito,<br /> + ch’amor di nostra vita dipartille.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito<br /> + nomar le donne antiche e ’ cavalieri,<br /> + pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.<br /> +</p> + +<p> + I’ cominciai: «Poeta, volontieri<br /> + parlerei a quei due che ’nsieme vanno,<br /> + e paion sì al vento esser leggeri».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Vedrai quando saranno<br /> + più presso a noi; e tu allor li priega<br /> + per quello amor che i mena, ed ei verranno».<br /> +</p> + +<p> + Sì tosto come il vento a noi li piega,<br /> + mossi la voce: «O anime affannate,<br /> + venite a noi parlar, s’altri nol niega!».<br /> +</p> + +<p> + Quali colombe dal disio chiamate<br /> + con l’ali alzate e ferme al dolce nido<br /> + vegnon per l’aere, dal voler portate;<br /> +</p> + +<p> + cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,<br /> + a noi venendo per l’aere maligno,<br /> + sì forte fu l’affettüoso grido.<br /> +</p> + +<p> + «O animal grazïoso e benigno<br /> + che visitando vai per l’aere perso<br /> + noi che tignemmo il mondo di sanguigno,<br /> +</p> + +<p> + se fosse amico il re de l’universo,<br /> + noi pregheremmo lui de la tua pace,<br /> + poi c’hai pietà del nostro mal perverso.<br /> +</p> + +<p> + Di quel che udire e che parlar vi piace,<br /> + noi udiremo e parleremo a voi,<br /> + mentre che ’l vento, come fa, ci tace.<br /> +</p> + +<p> + Siede la terra dove nata fui<br /> + su la marina dove ’l Po discende<br /> + per aver pace co’ seguaci sui.<br /> +</p> + +<p> + Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,<br /> + prese costui de la bella persona<br /> + che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.<br /> +</p> + +<p> + Amor, ch’a nullo amato amar perdona,<br /> + mi prese del costui piacer sì forte,<br /> + che, come vedi, ancor non m’abbandona.<br /> +</p> + +<p> + Amor condusse noi ad una morte.<br /> + Caina attende chi a vita ci spense».<br /> + Queste parole da lor ci fuor porte.<br /> +</p> + +<p> + Quand’ io intesi quell’ anime offense,<br /> + china’ il viso, e tanto il tenni basso,<br /> + fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».<br /> +</p> + +<p> + Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,<br /> + quanti dolci pensier, quanto disio<br /> + menò costoro al doloroso passo!».<br /> +</p> + +<p> + Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,<br /> + e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri<br /> + a lagrimar mi fanno tristo e pio.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,<br /> + a che e come concedette amore<br /> + che conosceste i dubbiosi disiri?».<br /> +</p> + +<p> + E quella a me: «Nessun maggior dolore<br /> + che ricordarsi del tempo felice<br /> + ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.<br /> +</p> + +<p> + Ma s’a conoscer la prima radice<br /> + del nostro amor tu hai cotanto affetto,<br /> + dirò come colui che piange e dice.<br /> +</p> + +<p> + Noi leggiavamo un giorno per diletto<br /> + di Lancialotto come amor lo strinse;<br /> + soli eravamo e sanza alcun sospetto.<br /> +</p> + +<p> + Per più fïate li occhi ci sospinse<br /> + quella lettura, e scolorocci il viso;<br /> + ma solo un punto fu quel che ci vinse.<br /> +</p> + +<p> + Quando leggemmo il disïato riso<br /> + esser basciato da cotanto amante,<br /> + questi, che mai da me non fia diviso,<br /> +</p> + +<p> + la bocca mi basciò tutto tremante.<br /> + Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:<br /> + quel giorno più non vi leggemmo avante».<br /> +</p> + +<p> + Mentre che l’uno spirto questo disse,<br /> + l’altro piangëa; sì che di pietade<br /> + io venni men così com’ io morisse.<br /> +</p> + +<p> + E caddi come corpo morto cade.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0106"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto VI +</h3> + +<p> + Al tornar de la mente, che si chiuse<br /> + dinanzi a la pietà d’i due cognati,<br /> + che di trestizia tutto mi confuse,<br /> +</p> + +<p> + novi tormenti e novi tormentati<br /> + mi veggio intorno, come ch’io mi mova<br /> + e ch’io mi volga, e come che io guati.<br /> +</p> + +<p> + Io sono al terzo cerchio, de la piova<br /> + etterna, maladetta, fredda e greve;<br /> + regola e qualità mai non l’è nova.<br /> +</p> + +<p> + Grandine grossa, acqua tinta e neve<br /> + per l’aere tenebroso si riversa;<br /> + pute la terra che questo riceve.<br /> +</p> + +<p> + Cerbero, fiera crudele e diversa,<br /> + con tre gole caninamente latra<br /> + sovra la gente che quivi è sommersa.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,<br /> + e ’l ventre largo, e unghiate le mani;<br /> + graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.<br /> +</p> + +<p> + Urlar li fa la pioggia come cani;<br /> + de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;<br /> + volgonsi spesso i miseri profani.<br /> +</p> + +<p> + Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,<br /> + le bocche aperse e mostrocci le sanne;<br /> + non avea membro che tenesse fermo.<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca mio distese le sue spanne,<br /> + prese la terra, e con piene le pugna<br /> + la gittò dentro a le bramose canne.<br /> +</p> + +<p> + Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,<br /> + e si racqueta poi che ’l pasto morde,<br /> + ché solo a divorarlo intende e pugna,<br /> +</p> + +<p> + cotai si fecer quelle facce lorde<br /> + de lo demonio Cerbero, che ’ntrona<br /> + l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.<br /> +</p> + +<p> + Noi passavam su per l’ombre che adona<br /> + la greve pioggia, e ponavam le piante<br /> + sovra lor vanità che par persona.<br /> +</p> + +<p> + Elle giacean per terra tutte quante,<br /> + fuor d’una ch’a seder si levò, ratto<br /> + ch’ella ci vide passarsi davante.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,<br /> + mi disse, «riconoscimi, se sai:<br /> + tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «L’angoscia che tu hai<br /> + forse ti tira fuor de la mia mente,<br /> + sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente<br /> + loco se’ messo, e hai sì fatta pena,<br /> + che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena<br /> + d’invidia sì che già trabocca il sacco,<br /> + seco mi tenne in la vita serena.<br /> +</p> + +<p> + Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:<br /> + per la dannosa colpa de la gola,<br /> + come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.<br /> +</p> + +<p> + E io anima trista non son sola,<br /> + ché tutte queste a simil pena stanno<br /> + per simil colpa». E più non fé parola.<br /> +</p> + +<p> + Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno<br /> + mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;<br /> + ma dimmi, se tu sai, a che verranno<br /> +</p> + +<p> + li cittadin de la città partita;<br /> + s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione<br /> + per che l’ha tanta discordia assalita».<br /> +</p> + +<p> + E quelli a me: «Dopo lunga tencione<br /> + verranno al sangue, e la parte selvaggia<br /> + caccerà l’altra con molta offensione.<br /> +</p> + +<p> + Poi appresso convien che questa caggia<br /> + infra tre soli, e che l’altra sormonti<br /> + con la forza di tal che testé piaggia.<br /> +</p> + +<p> + Alte terrà lungo tempo le fronti,<br /> + tenendo l’altra sotto gravi pesi,<br /> + come che di ciò pianga o che n’aonti.<br /> +</p> + +<p> + Giusti son due, e non vi sono intesi;<br /> + superbia, invidia e avarizia sono<br /> + le tre faville c’hanno i cuori accesi».<br /> +</p> + +<p> + Qui puose fine al lagrimabil suono.<br /> + E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni<br /> + e che di più parlar mi facci dono.<br /> +</p> + +<p> + Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,<br /> + Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca<br /> + e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,<br /> +</p> + +<p> + dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;<br /> + ché gran disio mi stringe di savere<br /> + se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».<br /> +</p> + +<p> + E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;<br /> + diverse colpe giù li grava al fondo:<br /> + se tanto scendi, là i potrai vedere.<br /> +</p> + +<p> + Ma quando tu sarai nel dolce mondo,<br /> + priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:<br /> + più non ti dico e più non ti rispondo».<br /> +</p> + +<p> + Li diritti occhi torse allora in biechi;<br /> + guardommi un poco e poi chinò la testa:<br /> + cadde con essa a par de li altri ciechi.<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca disse a me: «Più non si desta<br /> + di qua dal suon de l’angelica tromba,<br /> + quando verrà la nimica podesta:<br /> +</p> + +<p> + ciascun rivederà la trista tomba,<br /> + ripiglierà sua carne e sua figura,<br /> + udirà quel ch’in etterno rimbomba».<br /> +</p> + +<p> + Sì trapassammo per sozza mistura<br /> + de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,<br /> + toccando un poco la vita futura;<br /> +</p> + +<p> + per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti<br /> + crescerann’ ei dopo la gran sentenza,<br /> + o fier minori, o saran sì cocenti?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,<br /> + che vuol, quanto la cosa è più perfetta,<br /> + più senta il bene, e così la doglienza.<br /> +</p> + +<p> + Tutto che questa gente maladetta<br /> + in vera perfezion già mai non vada,<br /> + di là più che di qua essere aspetta».<br /> +</p> + +<p> + Noi aggirammo a tondo quella strada,<br /> + parlando più assai ch’i’ non ridico;<br /> + venimmo al punto dove si digrada:<br /> +</p> + +<p> + quivi trovammo Pluto, il gran nemico.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0107"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto VII +</h3> + +<p> + «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,<br /> + cominciò Pluto con la voce chioccia;<br /> + e quel savio gentil, che tutto seppe,<br /> +</p> + +<p> + disse per confortarmi: «Non ti noccia<br /> + la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,<br /> + non ci torrà lo scender questa roccia».<br /> +</p> + +<p> + Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,<br /> + e disse: «Taci, maladetto lupo!<br /> + consuma dentro te con la tua rabbia.<br /> +</p> + +<p> + Non è sanza cagion l’andare al cupo:<br /> + vuolsi ne l’alto, là dove Michele<br /> + fé la vendetta del superbo strupo».<br /> +</p> + +<p> + Quali dal vento le gonfiate vele<br /> + caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,<br /> + tal cadde a terra la fiera crudele.<br /> +</p> + +<p> + Così scendemmo ne la quarta lacca,<br /> + pigliando più de la dolente ripa<br /> + che ’l mal de l’universo tutto insacca.<br /> +</p> + +<p> + Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa<br /> + nove travaglie e pene quant’ io viddi?<br /> + e perché nostra colpa sì ne scipa?<br /> +</p> + +<p> + Come fa l’onda là sovra Cariddi,<br /> + che si frange con quella in cui s’intoppa,<br /> + così convien che qui la gente riddi.<br /> +</p> + +<p> + Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,<br /> + e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,<br /> + voltando pesi per forza di poppa.<br /> +</p> + +<p> + Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì<br /> + si rivolgea ciascun, voltando a retro,<br /> + gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».<br /> +</p> + +<p> + Così tornavan per lo cerchio tetro<br /> + da ogne mano a l’opposito punto,<br /> + gridandosi anche loro ontoso metro;<br /> +</p> + +<p> + poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,<br /> + per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.<br /> + E io, ch’avea lo cor quasi compunto,<br /> +</p> + +<p> + dissi: «Maestro mio, or mi dimostra<br /> + che gente è questa, e se tutti fuor cherci<br /> + questi chercuti a la sinistra nostra».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci<br /> + sì de la mente in la vita primaia,<br /> + che con misura nullo spendio ferci.<br /> +</p> + +<p> + Assai la voce lor chiaro l’abbaia,<br /> + quando vegnono a’ due punti del cerchio<br /> + dove colpa contraria li dispaia.<br /> +</p> + +<p> + Questi fuor cherci, che non han coperchio<br /> + piloso al capo, e papi e cardinali,<br /> + in cui usa avarizia il suo soperchio».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, tra questi cotali<br /> + dovre’ io ben riconoscere alcuni<br /> + che furo immondi di cotesti mali».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:<br /> + la sconoscente vita che i fé sozzi,<br /> + ad ogne conoscenza or li fa bruni.<br /> +</p> + +<p> + In etterno verranno a li due cozzi:<br /> + questi resurgeranno del sepulcro<br /> + col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.<br /> +</p> + +<p> + Mal dare e mal tener lo mondo pulcro<br /> + ha tolto loro, e posti a questa zuffa:<br /> + qual ella sia, parole non ci appulcro.<br /> +</p> + +<p> + Or puoi, figliuol, veder la corta buffa<br /> + d’i ben che son commessi a la fortuna,<br /> + per che l’umana gente si rabbuffa;<br /> +</p> + +<p> + ché tutto l’oro ch’è sotto la luna<br /> + e che già fu, di quest’ anime stanche<br /> + non poterebbe farne posare una».<br /> +</p> + +<p> + «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:<br /> + questa fortuna di che tu mi tocche,<br /> + che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».<br /> +</p> + +<p> + E quelli a me: «Oh creature sciocche,<br /> + quanta ignoranza è quella che v’offende!<br /> + Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.<br /> +</p> + +<p> + Colui lo cui saver tutto trascende,<br /> + fece li cieli e diè lor chi conduce<br /> + sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,<br /> +</p> + +<p> + distribuendo igualmente la luce.<br /> + Similemente a li splendor mondani<br /> + ordinò general ministra e duce<br /> +</p> + +<p> + che permutasse a tempo li ben vani<br /> + di gente in gente e d’uno in altro sangue,<br /> + oltre la difension d’i senni umani;<br /> +</p> + +<p> + per ch’una gente impera e l’altra langue,<br /> + seguendo lo giudicio di costei,<br /> + che è occulto come in erba l’angue.<br /> +</p> + +<p> + Vostro saver non ha contasto a lei:<br /> + questa provede, giudica, e persegue<br /> + suo regno come il loro li altri dèi.<br /> +</p> + +<p> + Le sue permutazion non hanno triegue:<br /> + necessità la fa esser veloce;<br /> + sì spesso vien chi vicenda consegue.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce<br /> + pur da color che le dovrien dar lode,<br /> + dandole biasmo a torto e mala voce;<br /> +</p> + +<p> + ma ella s’è beata e ciò non ode:<br /> + con l’altre prime creature lieta<br /> + volve sua spera e beata si gode.<br /> +</p> + +<p> + Or discendiamo omai a maggior pieta;<br /> + già ogne stella cade che saliva<br /> + quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».<br /> +</p> + +<p> + Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva<br /> + sovr’ una fonte che bolle e riversa<br /> + per un fossato che da lei deriva.<br /> +</p> + +<p> + L’acqua era buia assai più che persa;<br /> + e noi, in compagnia de l’onde bige,<br /> + intrammo giù per una via diversa.<br /> +</p> + +<p> + In la palude va c’ha nome Stige<br /> + questo tristo ruscel, quand’ è disceso<br /> + al piè de le maligne piagge grige.<br /> +</p> + +<p> + E io, che di mirare stava inteso,<br /> + vidi genti fangose in quel pantano,<br /> + ignude tutte, con sembiante offeso.<br /> +</p> + +<p> + Queste si percotean non pur con mano,<br /> + ma con la testa e col petto e coi piedi,<br /> + troncandosi co’ denti a brano a brano.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi<br /> + l’anime di color cui vinse l’ira;<br /> + e anche vo’ che tu per certo credi<br /> +</p> + +<p> + che sotto l’acqua è gente che sospira,<br /> + e fanno pullular quest’ acqua al summo,<br /> + come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.<br /> +</p> + +<p> + Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo<br /> + ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,<br /> + portando dentro accidïoso fummo:<br /> +</p> + +<p> + or ci attristiam ne la belletta negra”.<br /> + Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,<br /> + ché dir nol posson con parola integra».<br /> +</p> + +<p> + Così girammo de la lorda pozza<br /> + grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,<br /> + con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0108"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto VIII +</h3> + +<p> + Io dico, seguitando, ch’assai prima<br /> + che noi fossimo al piè de l’alta torre,<br /> + li occhi nostri n’andar suso a la cima<br /> +</p> + +<p> + per due fiammette che i vedemmo porre,<br /> + e un’altra da lungi render cenno,<br /> + tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.<br /> +</p> + +<p> + E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;<br /> + dissi: «Questo che dice? e che risponde<br /> + quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Su per le sucide onde<br /> + già scorgere puoi quello che s’aspetta,<br /> + se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».<br /> +</p> + +<p> + Corda non pinse mai da sé saetta<br /> + che sì corresse via per l’aere snella,<br /> + com’ io vidi una nave piccioletta<br /> +</p> + +<p> + venir per l’acqua verso noi in quella,<br /> + sotto ’l governo d’un sol galeoto,<br /> + che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».<br /> +</p> + +<p> + «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,<br /> + disse lo mio segnore, «a questa volta:<br /> + più non ci avrai che sol passando il loto».<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che grande inganno ascolta<br /> + che li sia fatto, e poi se ne rammarca,<br /> + fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio discese ne la barca,<br /> + e poi mi fece intrare appresso lui;<br /> + e sol quand’ io fui dentro parve carca.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che ’l duca e io nel legno fui,<br /> + segando se ne va l’antica prora<br /> + de l’acqua più che non suol con altrui.<br /> +</p> + +<p> + Mentre noi corravam la morta gora,<br /> + dinanzi mi si fece un pien di fango,<br /> + e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;<br /> + ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».<br /> + Rispuose: «Vedi che son un che piango».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Con piangere e con lutto,<br /> + spirito maladetto, ti rimani;<br /> + ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».<br /> +</p> + +<p> + Allor distese al legno ambo le mani;<br /> + per che ’l maestro accorto lo sospinse,<br /> + dicendo: «Via costà con li altri cani!».<br /> +</p> + +<p> + Lo collo poi con le braccia mi cinse;<br /> + basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,<br /> + benedetta colei che ’n te s’incinse!<br /> +</p> + +<p> + Quei fu al mondo persona orgogliosa;<br /> + bontà non è che sua memoria fregi:<br /> + così s’è l’ombra sua qui furïosa.<br /> +</p> + +<p> + Quanti si tegnon or là sù gran regi<br /> + che qui staranno come porci in brago,<br /> + di sé lasciando orribili dispregi!».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, molto sarei vago<br /> + di vederlo attuffare in questa broda<br /> + prima che noi uscissimo del lago».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Avante che la proda<br /> + ti si lasci veder, tu sarai sazio:<br /> + di tal disïo convien che tu goda».<br /> +</p> + +<p> + Dopo ciò poco vid’ io quello strazio<br /> + far di costui a le fangose genti,<br /> + che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.<br /> +</p> + +<p> + Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;<br /> + e ’l fiorentino spirito bizzarro<br /> + in sé medesmo si volvea co’ denti.<br /> +</p> + +<p> + Quivi il lasciammo, che più non ne narro;<br /> + ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,<br /> + per ch’io avante l’occhio intento sbarro.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,<br /> + s’appressa la città c’ha nome Dite,<br /> + coi gravi cittadin, col grande stuolo».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, già le sue meschite<br /> + là entro certe ne la valle cerno,<br /> + vermiglie come se di foco uscite<br /> +</p> + +<p> + fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno<br /> + ch’entro l’affoca le dimostra rosse,<br /> + come tu vedi in questo basso inferno».<br /> +</p> + +<p> + Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse<br /> + che vallan quella terra sconsolata:<br /> + le mura mi parean che ferro fosse.<br /> +</p> + +<p> + Non sanza prima far grande aggirata,<br /> + venimmo in parte dove il nocchier forte<br /> + «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».<br /> +</p> + +<p> + Io vidi più di mille in su le porte<br /> + da ciel piovuti, che stizzosamente<br /> + dicean: «Chi è costui che sanza morte<br /> +</p> + +<p> + va per lo regno de la morta gente?».<br /> + E ’l savio mio maestro fece segno<br /> + di voler lor parlar segretamente.<br /> +</p> + +<p> + Allor chiusero un poco il gran disdegno<br /> + e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada<br /> + che sì ardito intrò per questo regno.<br /> +</p> + +<p> + Sol si ritorni per la folle strada:<br /> + pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,<br /> + che li ha’ iscorta sì buia contrada».<br /> +</p> + +<p> + Pensa, lettor, se io mi sconfortai<br /> + nel suon de le parole maladette,<br /> + ché non credetti ritornarci mai.<br /> +</p> + +<p> + «O caro duca mio, che più di sette<br /> + volte m’hai sicurtà renduta e tratto<br /> + d’alto periglio che ’ncontra mi stette,<br /> +</p> + +<p> + non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;<br /> + e se ’l passar più oltre ci è negato,<br /> + ritroviam l’orme nostre insieme ratto».<br /> +</p> + +<p> + E quel segnor che lì m’avea menato,<br /> + mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo<br /> + non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.<br /> +</p> + +<p> + Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso<br /> + conforta e ciba di speranza buona,<br /> + ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».<br /> +</p> + +<p> + Così sen va, e quivi m’abbandona<br /> + lo dolce padre, e io rimagno in forse,<br /> + che sì e no nel capo mi tenciona.<br /> +</p> + +<p> + Udir non potti quello ch’a lor porse;<br /> + ma ei non stette là con essi guari,<br /> + che ciascun dentro a pruova si ricorse.<br /> +</p> + +<p> + Chiuser le porte que’ nostri avversari<br /> + nel petto al mio segnor, che fuor rimase<br /> + e rivolsesi a me con passi rari.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi a la terra e le ciglia avea rase<br /> + d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:<br /> + «Chi m’ha negate le dolenti case!».<br /> +</p> + +<p> + E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,<br /> + non sbigottir, ch’io vincerò la prova,<br /> + qual ch’a la difension dentro s’aggiri.<br /> +</p> + +<p> + Questa lor tracotanza non è nova;<br /> + ché già l’usaro a men segreta porta,<br /> + la qual sanza serrame ancor si trova.<br /> +</p> + +<p> + Sovr’ essa vedestù la scritta morta:<br /> + e già di qua da lei discende l’erta,<br /> + passando per li cerchi sanza scorta,<br /> +</p> + +<p> + tal che per lui ne fia la terra aperta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0109"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto IX +</h3> + +<p> + Quel color che viltà di fuor mi pinse<br /> + veggendo il duca mio tornare in volta,<br /> + più tosto dentro il suo novo ristrinse.<br /> +</p> + +<p> + Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;<br /> + ché l’occhio nol potea menare a lunga<br /> + per l’aere nero e per la nebbia folta.<br /> +</p> + +<p> + «Pur a noi converrà vincer la punga»,<br /> + cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.<br /> + Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».<br /> +</p> + +<p> + I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse<br /> + lo cominciar con l’altro che poi venne,<br /> + che fur parole a le prime diverse;<br /> +</p> + +<p> + ma nondimen paura il suo dir dienne,<br /> + perch’ io traeva la parola tronca<br /> + forse a peggior sentenzia che non tenne.<br /> +</p> + +<p> + «In questo fondo de la trista conca<br /> + discende mai alcun del primo grado,<br /> + che sol per pena ha la speranza cionca?».<br /> +</p> + +<p> + Questa question fec’ io; e quei «Di rado<br /> + incontra», mi rispuose, «che di noi<br /> + faccia il cammino alcun per qual io vado.<br /> +</p> + +<p> + Ver è ch’altra fïata qua giù fui,<br /> + congiurato da quella Eritón cruda<br /> + che richiamava l’ombre a’ corpi sui.<br /> +</p> + +<p> + Di poco era di me la carne nuda,<br /> + ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,<br /> + per trarne un spirto del cerchio di Giuda.<br /> +</p> + +<p> + Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,<br /> + e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:<br /> + ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.<br /> +</p> + +<p> + Questa palude che ’l gran puzzo spira<br /> + cigne dintorno la città dolente,<br /> + u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».<br /> +</p> + +<p> + E altro disse, ma non l’ho a mente;<br /> + però che l’occhio m’avea tutto tratto<br /> + ver’ l’alta torre a la cima rovente,<br /> +</p> + +<p> + dove in un punto furon dritte ratto<br /> + tre furïe infernal di sangue tinte,<br /> + che membra feminine avieno e atto,<br /> +</p> + +<p> + e con idre verdissime eran cinte;<br /> + serpentelli e ceraste avien per crine,<br /> + onde le fiere tempie erano avvinte.<br /> +</p> + +<p> + E quei, che ben conobbe le meschine<br /> + de la regina de l’etterno pianto,<br /> + «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ è Megera dal sinistro canto;<br /> + quella che piange dal destro è Aletto;<br /> + Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.<br /> +</p> + +<p> + Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;<br /> + battiensi a palme e gridavan sì alto,<br /> + ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.<br /> +</p> + +<p> + «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,<br /> + dicevan tutte riguardando in giuso;<br /> + «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».<br /> +</p> + +<p> + «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;<br /> + ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,<br /> + nulla sarebbe di tornar mai suso».<br /> +</p> + +<p> + Così disse ’l maestro; ed elli stessi<br /> + mi volse, e non si tenne a le mie mani,<br /> + che con le sue ancor non mi chiudessi.<br /> +</p> + +<p> + O voi ch’avete li ’ntelletti sani,<br /> + mirate la dottrina che s’asconde<br /> + sotto ’l velame de li versi strani.<br /> +</p> + +<p> + E già venìa su per le torbide onde<br /> + un fracasso d’un suon, pien di spavento,<br /> + per cui tremavano amendue le sponde,<br /> +</p> + +<p> + non altrimenti fatto che d’un vento<br /> + impetüoso per li avversi ardori,<br /> + che fier la selva e sanz’ alcun rattento<br /> +</p> + +<p> + li rami schianta, abbatte e porta fori;<br /> + dinanzi polveroso va superbo,<br /> + e fa fuggir le fiere e li pastori.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo<br /> + del viso su per quella schiuma antica<br /> + per indi ove quel fummo è più acerbo».<br /> +</p> + +<p> + Come le rane innanzi a la nimica<br /> + biscia per l’acqua si dileguan tutte,<br /> + fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,<br /> +</p> + +<p> + vid’ io più di mille anime distrutte<br /> + fuggir così dinanzi ad un ch’al passo<br /> + passava Stige con le piante asciutte.<br /> +</p> + +<p> + Dal volto rimovea quell’ aere grasso,<br /> + menando la sinistra innanzi spesso;<br /> + e sol di quell’ angoscia parea lasso.<br /> +</p> + +<p> + Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,<br /> + e volsimi al maestro; e quei fé segno<br /> + ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto mi parea pien di disdegno!<br /> + Venne a la porta e con una verghetta<br /> + l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.<br /> +</p> + +<p> + «O cacciati del ciel, gente dispetta»,<br /> + cominciò elli in su l’orribil soglia,<br /> + «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?<br /> +</p> + +<p> + Perché recalcitrate a quella voglia<br /> + a cui non puote il fin mai esser mozzo,<br /> + e che più volte v’ha cresciuta doglia?<br /> +</p> + +<p> + Che giova ne le fata dar di cozzo?<br /> + Cerbero vostro, se ben vi ricorda,<br /> + ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».<br /> +</p> + +<p> + Poi si rivolse per la strada lorda,<br /> + e non fé motto a noi, ma fé sembiante<br /> + d’omo cui altra cura stringa e morda<br /> +</p> + +<p> + che quella di colui che li è davante;<br /> + e noi movemmo i piedi inver’ la terra,<br /> + sicuri appresso le parole sante.<br /> +</p> + +<p> + Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;<br /> + e io, ch’avea di riguardar disio<br /> + la condizion che tal fortezza serra,<br /> +</p> + +<p> + com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:<br /> + e veggio ad ogne man grande campagna,<br /> + piena di duolo e di tormento rio.<br /> +</p> + +<p> + Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,<br /> + sì com’ a Pola, presso del Carnaro<br /> + ch’Italia chiude e suoi termini bagna,<br /> +</p> + +<p> + fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,<br /> + così facevan quivi d’ogne parte,<br /> + salvo che ’l modo v’era più amaro;<br /> +</p> + +<p> + ché tra li avelli fiamme erano sparte,<br /> + per le quali eran sì del tutto accesi,<br /> + che ferro più non chiede verun’ arte.<br /> +</p> + +<p> + Tutti li lor coperchi eran sospesi,<br /> + e fuor n’uscivan sì duri lamenti,<br /> + che ben parean di miseri e d’offesi.<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, quai son quelle genti<br /> + che, seppellite dentro da quell’ arche,<br /> + si fan sentir coi sospiri dolenti?».<br /> +</p> + +<p> + E quelli a me: «Qui son li eresïarche<br /> + con lor seguaci, d’ogne setta, e molto<br /> + più che non credi son le tombe carche.<br /> +</p> + +<p> + Simile qui con simile è sepolto,<br /> + e i monimenti son più e men caldi».<br /> + E poi ch’a la man destra si fu vòlto,<br /> +</p> + +<p> + passammo tra i martìri e li alti spaldi.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0110"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto X +</h3> + +<p> + Ora sen va per un secreto calle,<br /> + tra ’l muro de la terra e li martìri,<br /> + lo mio maestro, e io dopo le spalle.<br /> +</p> + +<p> + «O virtù somma, che per li empi giri<br /> + mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,<br /> + parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.<br /> +</p> + +<p> + La gente che per li sepolcri giace<br /> + potrebbesi veder? già son levati<br /> + tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».<br /> +</p> + +<p> + E quelli a me: «Tutti saran serrati<br /> + quando di Iosafàt qui torneranno<br /> + coi corpi che là sù hanno lasciati.<br /> +</p> + +<p> + Suo cimitero da questa parte hanno<br /> + con Epicuro tutti suoi seguaci,<br /> + che l’anima col corpo morta fanno.<br /> +</p> + +<p> + Però a la dimanda che mi faci<br /> + quinc’ entro satisfatto sarà tosto,<br /> + e al disio ancor che tu mi taci».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Buon duca, non tegno riposto<br /> + a te mio cuor se non per dicer poco,<br /> + e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».<br /> +</p> + +<p> + «O Tosco che per la città del foco<br /> + vivo ten vai così parlando onesto,<br /> + piacciati di restare in questo loco.<br /> +</p> + +<p> + La tua loquela ti fa manifesto<br /> + di quella nobil patrïa natio,<br /> + a la qual forse fui troppo molesto».<br /> +</p> + +<p> + Subitamente questo suono uscìo<br /> + d’una de l’arche; però m’accostai,<br /> + temendo, un poco più al duca mio.<br /> +</p> + +<p> + Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?<br /> + Vedi là Farinata che s’è dritto:<br /> + da la cintola in sù tutto ’l vedrai».<br /> +</p> + +<p> + Io avea già il mio viso nel suo fitto;<br /> + ed el s’ergea col petto e con la fronte<br /> + com’ avesse l’inferno a gran dispitto.<br /> +</p> + +<p> + E l’animose man del duca e pronte<br /> + mi pinser tra le sepulture a lui,<br /> + dicendo: «Le parole tue sien conte».<br /> +</p> + +<p> + Com’ io al piè de la sua tomba fui,<br /> + guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,<br /> + mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».<br /> +</p> + +<p> + Io ch’era d’ubidir disideroso,<br /> + non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;<br /> + ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;<br /> +</p> + +<p> + poi disse: «Fieramente furo avversi<br /> + a me e a miei primi e a mia parte,<br /> + sì che per due fïate li dispersi».<br /> +</p> + +<p> + «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,<br /> + rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;<br /> + ma i vostri non appreser ben quell’ arte».<br /> +</p> + +<p> + Allor surse a la vista scoperchiata<br /> + un’ombra, lungo questa, infino al mento:<br /> + credo che s’era in ginocchie levata.<br /> +</p> + +<p> + Dintorno mi guardò, come talento<br /> + avesse di veder s’altri era meco;<br /> + e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,<br /> +</p> + +<p> + piangendo disse: «Se per questo cieco<br /> + carcere vai per altezza d’ingegno,<br /> + mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Da me stesso non vegno:<br /> + colui ch’attende là, per qui mi mena<br /> + forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».<br /> +</p> + +<p> + Le sue parole e ’l modo de la pena<br /> + m’avean di costui già letto il nome;<br /> + però fu la risposta così piena.<br /> +</p> + +<p> + Di sùbito drizzato gridò: «Come?<br /> + dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?<br /> + non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».<br /> +</p> + +<p> + Quando s’accorse d’alcuna dimora<br /> + ch’io facëa dinanzi a la risposta,<br /> + supin ricadde e più non parve fora.<br /> +</p> + +<p> + Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta<br /> + restato m’era, non mutò aspetto,<br /> + né mosse collo, né piegò sua costa;<br /> +</p> + +<p> + e sé continüando al primo detto,<br /> + «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,<br /> + ciò mi tormenta più che questo letto.<br /> +</p> + +<p> + Ma non cinquanta volte fia raccesa<br /> + la faccia de la donna che qui regge,<br /> + che tu saprai quanto quell’ arte pesa.<br /> +</p> + +<p> + E se tu mai nel dolce mondo regge,<br /> + dimmi: perché quel popolo è sì empio<br /> + incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio<br /> + che fece l’Arbia colorata in rosso,<br /> + tal orazion fa far nel nostro tempio».<br /> +</p> + +<p> + Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,<br /> + «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo<br /> + sanza cagion con li altri sarei mosso.<br /> +</p> + +<p> + Ma fu’ io solo, là dove sofferto<br /> + fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,<br /> + colui che la difesi a viso aperto».<br /> +</p> + +<p> + «Deh, se riposi mai vostra semenza»,<br /> + prega’ io lui, «solvetemi quel nodo<br /> + che qui ha ’nviluppata mia sentenza.<br /> +</p> + +<p> + El par che voi veggiate, se ben odo,<br /> + dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,<br /> + e nel presente tenete altro modo».<br /> +</p> + +<p> + «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,<br /> + le cose», disse, «che ne son lontano;<br /> + cotanto ancor ne splende il sommo duce.<br /> +</p> + +<p> + Quando s’appressano o son, tutto è vano<br /> + nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,<br /> + nulla sapem di vostro stato umano.<br /> +</p> + +<p> + Però comprender puoi che tutta morta<br /> + fia nostra conoscenza da quel punto<br /> + che del futuro fia chiusa la porta».<br /> +</p> + +<p> + Allor, come di mia colpa compunto,<br /> + dissi: «Or direte dunque a quel caduto<br /> + che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;<br /> +</p> + +<p> + e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,<br /> + fate i saper che ’l fei perché pensava<br /> + già ne l’error che m’avete soluto».<br /> +</p> + +<p> + E già ’l maestro mio mi richiamava;<br /> + per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio<br /> + che mi dicesse chi con lu’ istava.<br /> +</p> + +<p> + Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:<br /> + qua dentro è ’l secondo Federico<br /> + e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».<br /> +</p> + +<p> + Indi s’ascose; e io inver’ l’antico<br /> + poeta volsi i passi, ripensando<br /> + a quel parlar che mi parea nemico.<br /> +</p> + +<p> + Elli si mosse; e poi, così andando,<br /> + mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».<br /> + E io li sodisfeci al suo dimando.<br /> +</p> + +<p> + «La mente tua conservi quel ch’udito<br /> + hai contra te», mi comandò quel saggio;<br /> + «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:<br /> +</p> + +<p> + «quando sarai dinanzi al dolce raggio<br /> + di quella il cui bell’ occhio tutto vede,<br /> + da lei saprai di tua vita il vïaggio».<br /> +</p> + +<p> + Appresso mosse a man sinistra il piede:<br /> + lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo<br /> + per un sentier ch’a una valle fiede,<br /> +</p> + +<p> + che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0111"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XI +</h3> + +<p> + In su l’estremità d’un’alta ripa<br /> + che facevan gran pietre rotte in cerchio,<br /> + venimmo sopra più crudele stipa;<br /> +</p> + +<p> + e quivi, per l’orribile soperchio<br /> + del puzzo che ’l profondo abisso gitta,<br /> + ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio<br /> +</p> + +<p> + d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta<br /> + che dicea: ‘Anastasio papa guardo,<br /> + lo qual trasse Fotin de la via dritta’.<br /> +</p> + +<p> + «Lo nostro scender conviene esser tardo,<br /> + sì che s’ausi un poco in prima il senso<br /> + al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».<br /> +</p> + +<p> + Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,<br /> + dissi lui, «trova che ’l tempo non passi<br /> + perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».<br /> +</p> + +<p> + «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,<br /> + cominciò poi a dir, «son tre cerchietti<br /> + di grado in grado, come que’ che lassi.<br /> +</p> + +<p> + Tutti son pien di spirti maladetti;<br /> + ma perché poi ti basti pur la vista,<br /> + intendi come e perché son costretti.<br /> +</p> + +<p> + D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,<br /> + ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale<br /> + o con forza o con frode altrui contrista.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché frode è de l’uom proprio male,<br /> + più spiace a Dio; e però stan di sotto<br /> + li frodolenti, e più dolor li assale.<br /> +</p> + +<p> + Di vïolenti il primo cerchio è tutto;<br /> + ma perché si fa forza a tre persone,<br /> + in tre gironi è distinto e costrutto.<br /> +</p> + +<p> + A Dio, a sé, al prossimo si pòne<br /> + far forza, dico in loro e in lor cose,<br /> + come udirai con aperta ragione.<br /> +</p> + +<p> + Morte per forza e ferute dogliose<br /> + nel prossimo si danno, e nel suo avere<br /> + ruine, incendi e tollette dannose;<br /> +</p> + +<p> + onde omicide e ciascun che mal fiere,<br /> + guastatori e predon, tutti tormenta<br /> + lo giron primo per diverse schiere.<br /> +</p> + +<p> + Puote omo avere in sé man vïolenta<br /> + e ne’ suoi beni; e però nel secondo<br /> + giron convien che sanza pro si penta<br /> +</p> + +<p> + qualunque priva sé del vostro mondo,<br /> + biscazza e fonde la sua facultade,<br /> + e piange là dov’ esser de’ giocondo.<br /> +</p> + +<p> + Puossi far forza ne la deïtade,<br /> + col cor negando e bestemmiando quella,<br /> + e spregiando natura e sua bontade;<br /> +</p> + +<p> + e però lo minor giron suggella<br /> + del segno suo e Soddoma e Caorsa<br /> + e chi, spregiando Dio col cor, favella.<br /> +</p> + +<p> + La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,<br /> + può l’omo usare in colui che ’n lui fida<br /> + e in quel che fidanza non imborsa.<br /> +</p> + +<p> + Questo modo di retro par ch’incida<br /> + pur lo vinco d’amor che fa natura;<br /> + onde nel cerchio secondo s’annida<br /> +</p> + +<p> + ipocresia, lusinghe e chi affattura,<br /> + falsità, ladroneccio e simonia,<br /> + ruffian, baratti e simile lordura.<br /> +</p> + +<p> + Per l’altro modo quell’ amor s’oblia<br /> + che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,<br /> + di che la fede spezïal si cria;<br /> +</p> + +<p> + onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto<br /> + de l’universo in su che Dite siede,<br /> + qualunque trade in etterno è consunto».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, assai chiara procede<br /> + la tua ragione, e assai ben distingue<br /> + questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi: quei de la palude pingue,<br /> + che mena il vento, e che batte la pioggia,<br /> + e che s’incontran con sì aspre lingue,<br /> +</p> + +<p> + perché non dentro da la città roggia<br /> + sono ei puniti, se Dio li ha in ira?<br /> + e se non li ha, perché sono a tal foggia?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me «Perché tanto delira»,<br /> + disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?<br /> + o ver la mente dove altrove mira?<br /> +</p> + +<p> + Non ti rimembra di quelle parole<br /> + con le quai la tua Etica pertratta<br /> + le tre disposizion che ’l ciel non vole,<br /> +</p> + +<p> + incontenenza, malizia e la matta<br /> + bestialitade? e come incontenenza<br /> + men Dio offende e men biasimo accatta?<br /> +</p> + +<p> + Se tu riguardi ben questa sentenza,<br /> + e rechiti a la mente chi son quelli<br /> + che sù di fuor sostegnon penitenza,<br /> +</p> + +<p> + tu vedrai ben perché da questi felli<br /> + sien dipartiti, e perché men crucciata<br /> + la divina vendetta li martelli».<br /> +</p> + +<p> + «O sol che sani ogne vista turbata,<br /> + tu mi contenti sì quando tu solvi,<br /> + che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.<br /> +</p> + +<p> + Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,<br /> + diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende<br /> + la divina bontade, e ’l groppo solvi».<br /> +</p> + +<p> + «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,<br /> + nota, non pure in una sola parte,<br /> + come natura lo suo corso prende<br /> +</p> + +<p> + dal divino ’ntelletto e da sua arte;<br /> + e se tu ben la tua Fisica note,<br /> + tu troverai, non dopo molte carte,<br /> +</p> + +<p> + che l’arte vostra quella, quanto pote,<br /> + segue, come ’l maestro fa ’l discente;<br /> + sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.<br /> +</p> + +<p> + Da queste due, se tu ti rechi a mente<br /> + lo Genesì dal principio, convene<br /> + prender sua vita e avanzar la gente;<br /> +</p> + +<p> + e perché l’usuriere altra via tene,<br /> + per sé natura e per la sua seguace<br /> + dispregia, poi ch’in altro pon la spene.<br /> +</p> + +<p> + Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;<br /> + ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,<br /> + e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,<br /> +</p> + +<p> + e ’l balzo via là oltra si dismonta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0112"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XII +</h3> + +<p> + Era lo loco ov’ a scender la riva<br /> + venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,<br /> + tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.<br /> +</p> + +<p> + Qual è quella ruina che nel fianco<br /> + di qua da Trento l’Adice percosse,<br /> + o per tremoto o per sostegno manco,<br /> +</p> + +<p> + che da cima del monte, onde si mosse,<br /> + al piano è sì la roccia discoscesa,<br /> + ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:<br /> +</p> + +<p> + cotal di quel burrato era la scesa;<br /> + e ’n su la punta de la rotta lacca<br /> + l’infamïa di Creti era distesa<br /> +</p> + +<p> + che fu concetta ne la falsa vacca;<br /> + e quando vide noi, sé stesso morse,<br /> + sì come quei cui l’ira dentro fiacca.<br /> +</p> + +<p> + Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse<br /> + tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,<br /> + che sù nel mondo la morte ti porse?<br /> +</p> + +<p> + Pàrtiti, bestia, ché questi non vene<br /> + ammaestrato da la tua sorella,<br /> + ma vassi per veder le vostre pene».<br /> +</p> + +<p> + Qual è quel toro che si slaccia in quella<br /> + c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,<br /> + che gir non sa, ma qua e là saltella,<br /> +</p> + +<p> + vid’ io lo Minotauro far cotale;<br /> + e quello accorto gridò: «Corri al varco;<br /> + mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».<br /> +</p> + +<p> + Così prendemmo via giù per lo scarco<br /> + di quelle pietre, che spesso moviensi<br /> + sotto i miei piedi per lo novo carco.<br /> +</p> + +<p> + Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi<br /> + forse a questa ruina, ch’è guardata<br /> + da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.<br /> +</p> + +<p> + Or vo’ che sappi che l’altra fïata<br /> + ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,<br /> + questa roccia non era ancor cascata.<br /> +</p> + +<p> + Ma certo poco pria, se ben discerno,<br /> + che venisse colui che la gran preda<br /> + levò a Dite del cerchio superno,<br /> +</p> + +<p> + da tutte parti l’alta valle feda<br /> + tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo<br /> + sentisse amor, per lo qual è chi creda<br /> +</p> + +<p> + più volte il mondo in caòsso converso;<br /> + e in quel punto questa vecchia roccia,<br /> + qui e altrove, tal fece riverso.<br /> +</p> + +<p> + Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia<br /> + la riviera del sangue in la qual bolle<br /> + qual che per vïolenza in altrui noccia».<br /> +</p> + +<p> + Oh cieca cupidigia e ira folle,<br /> + che sì ci sproni ne la vita corta,<br /> + e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!<br /> +</p> + +<p> + Io vidi un’ampia fossa in arco torta,<br /> + come quella che tutto ’l piano abbraccia,<br /> + secondo ch’avea detto la mia scorta;<br /> +</p> + +<p> + e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia<br /> + corrien centauri, armati di saette,<br /> + come solien nel mondo andare a caccia.<br /> +</p> + +<p> + Veggendoci calar, ciascun ristette,<br /> + e de la schiera tre si dipartiro<br /> + con archi e asticciuole prima elette;<br /> +</p> + +<p> + e l’un gridò da lungi: «A qual martiro<br /> + venite voi che scendete la costa?<br /> + Ditel costinci; se non, l’arco tiro».<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro disse: «La risposta<br /> + farem noi a Chirón costà di presso:<br /> + mal fu la voglia tua sempre sì tosta».<br /> +</p> + +<p> + Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,<br /> + che morì per la bella Deianira,<br /> + e fé di sé la vendetta elli stesso.<br /> +</p> + +<p> + E quel di mezzo, ch’al petto si mira,<br /> + è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;<br /> + quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.<br /> +</p> + +<p> + Dintorno al fosso vanno a mille a mille,<br /> + saettando qual anima si svelle<br /> + del sangue più che sua colpa sortille».<br /> +</p> + +<p> + Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:<br /> + Chirón prese uno strale, e con la cocca<br /> + fece la barba in dietro a le mascelle.<br /> +</p> + +<p> + Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,<br /> + disse a’ compagni: «Siete voi accorti<br /> + che quel di retro move ciò ch’el tocca?<br /> +</p> + +<p> + Così non soglion far li piè d’i morti».<br /> + E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,<br /> + dove le due nature son consorti,<br /> +</p> + +<p> + rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto<br /> + mostrar li mi convien la valle buia;<br /> + necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.<br /> +</p> + +<p> + Tal si partì da cantare alleluia<br /> + che mi commise quest’ officio novo:<br /> + non è ladron, né io anima fuia.<br /> +</p> + +<p> + Ma per quella virtù per cu’ io movo<br /> + li passi miei per sì selvaggia strada,<br /> + danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,<br /> +</p> + +<p> + e che ne mostri là dove si guada,<br /> + e che porti costui in su la groppa,<br /> + ché non è spirto che per l’aere vada».<br /> +</p> + +<p> + Chirón si volse in su la destra poppa,<br /> + e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,<br /> + e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».<br /> +</p> + +<p> + Or ci movemmo con la scorta fida<br /> + lungo la proda del bollor vermiglio,<br /> + dove i bolliti facieno alte strida.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi gente sotto infino al ciglio;<br /> + e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni<br /> + che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.<br /> +</p> + +<p> + Quivi si piangon li spietati danni;<br /> + quivi è Alessandro, e Dïonisio fero<br /> + che fé Cicilia aver dolorosi anni.<br /> +</p> + +<p> + E quella fronte c’ha ’l pel così nero,<br /> + è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,<br /> + è Opizzo da Esti, il qual per vero<br /> +</p> + +<p> + fu spento dal figliastro sù nel mondo».<br /> + Allor mi volsi al poeta, e quei disse:<br /> + «Questi ti sia or primo, e io secondo».<br /> +</p> + +<p> + Poco più oltre il centauro s’affisse<br /> + sovr’ una gente che ’nfino a la gola<br /> + parea che di quel bulicame uscisse.<br /> +</p> + +<p> + Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,<br /> + dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio<br /> + lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi gente che di fuor del rio<br /> + tenean la testa e ancor tutto ’l casso;<br /> + e di costoro assai riconobb’ io.<br /> +</p> + +<p> + Così a più a più si facea basso<br /> + quel sangue, sì che cocea pur li piedi;<br /> + e quindi fu del fosso il nostro passo.<br /> +</p> + +<p> + «Sì come tu da questa parte vedi<br /> + lo bulicame che sempre si scema»,<br /> + disse ’l centauro, «voglio che tu credi<br /> +</p> + +<p> + che da quest’ altra a più a più giù prema<br /> + lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge<br /> + ove la tirannia convien che gema.<br /> +</p> + +<p> + La divina giustizia di qua punge<br /> + quell’ Attila che fu flagello in terra,<br /> + e Pirro e Sesto; e in etterno munge<br /> +</p> + +<p> + le lagrime, che col bollor diserra,<br /> + a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,<br /> + che fecero a le strade tanta guerra».<br /> +</p> + +<p> + Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0113"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XIII +</h3> + +<p> + Non era ancor di là Nesso arrivato,<br /> + quando noi ci mettemmo per un bosco<br /> + che da neun sentiero era segnato.<br /> +</p> + +<p> + Non fronda verde, ma di color fosco;<br /> + non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;<br /> + non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.<br /> +</p> + +<p> + Non han sì aspri sterpi né sì folti<br /> + quelle fiere selvagge che ’n odio hanno<br /> + tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.<br /> +</p> + +<p> + Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,<br /> + che cacciar de le Strofade i Troiani<br /> + con tristo annunzio di futuro danno.<br /> +</p> + +<p> + Ali hanno late, e colli e visi umani,<br /> + piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;<br /> + fanno lamenti in su li alberi strani.<br /> +</p> + +<p> + E ’l buon maestro «Prima che più entre,<br /> + sappi che se’ nel secondo girone»,<br /> + mi cominciò a dire, «e sarai mentre<br /> +</p> + +<p> + che tu verrai ne l’orribil sabbione.<br /> + Però riguarda ben; sì vederai<br /> + cose che torrien fede al mio sermone».<br /> +</p> + +<p> + Io sentia d’ogne parte trarre guai<br /> + e non vedea persona che ’l facesse;<br /> + per ch’io tutto smarrito m’arrestai.<br /> +</p> + +<p> + Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse<br /> + che tante voci uscisser, tra quei bronchi,<br /> + da gente che per noi si nascondesse.<br /> +</p> + +<p> + Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi<br /> + qualche fraschetta d’una d’este piante,<br /> + li pensier c’hai si faran tutti monchi».<br /> +</p> + +<p> + Allor porsi la mano un poco avante<br /> + e colsi un ramicel da un gran pruno;<br /> + e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».<br /> +</p> + +<p> + Da che fatto fu poi di sangue bruno,<br /> + ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?<br /> + non hai tu spirto di pietade alcuno?<br /> +</p> + +<p> + Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:<br /> + ben dovrebb’ esser la tua man più pia,<br /> + se state fossimo anime di serpi».<br /> +</p> + +<p> + Come d’un stizzo verde ch’arso sia<br /> + da l’un de’ capi, che da l’altro geme<br /> + e cigola per vento che va via,<br /> +</p> + +<p> + sì de la scheggia rotta usciva insieme<br /> + parole e sangue; ond’ io lasciai la cima<br /> + cadere, e stetti come l’uom che teme.<br /> +</p> + +<p> + «S’elli avesse potuto creder prima»,<br /> + rispuose ’l savio mio, «anima lesa,<br /> + ciò c’ha veduto pur con la mia rima,<br /> +</p> + +<p> + non averebbe in te la man distesa;<br /> + ma la cosa incredibile mi fece<br /> + indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.<br /> +</p> + +<p> + Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece<br /> + d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi<br /> + nel mondo sù, dove tornar li lece».<br /> +</p> + +<p> + E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,<br /> + ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi<br /> + perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.<br /> +</p> + +<p> + Io son colui che tenni ambo le chiavi<br /> + del cor di Federigo, e che le volsi,<br /> + serrando e diserrando, sì soavi,<br /> +</p> + +<p> + che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;<br /> + fede portai al glorïoso offizio,<br /> + tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.<br /> +</p> + +<p> + La meretrice che mai da l’ospizio<br /> + di Cesare non torse li occhi putti,<br /> + morte comune e de le corti vizio,<br /> +</p> + +<p> + infiammò contra me li animi tutti;<br /> + e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,<br /> + che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.<br /> +</p> + +<p> + L’animo mio, per disdegnoso gusto,<br /> + credendo col morir fuggir disdegno,<br /> + ingiusto fece me contra me giusto.<br /> +</p> + +<p> + Per le nove radici d’esto legno<br /> + vi giuro che già mai non ruppi fede<br /> + al mio segnor, che fu d’onor sì degno.<br /> +</p> + +<p> + E se di voi alcun nel mondo riede,<br /> + conforti la memoria mia, che giace<br /> + ancor del colpo che ’nvidia le diede».<br /> +</p> + +<p> + Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,<br /> + disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;<br /> + ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora<br /> + di quel che credi ch’a me satisfaccia;<br /> + ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».<br /> +</p> + +<p> + Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia<br /> + liberamente ciò che ’l tuo dir priega,<br /> + spirito incarcerato, ancor ti piaccia<br /> +</p> + +<p> + di dirne come l’anima si lega<br /> + in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,<br /> + s’alcuna mai di tai membra si spiega».<br /> +</p> + +<p> + Allor soffiò il tronco forte, e poi<br /> + si convertì quel vento in cotal voce:<br /> + «Brievemente sarà risposto a voi.<br /> +</p> + +<p> + Quando si parte l’anima feroce<br /> + dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,<br /> + Minòs la manda a la settima foce.<br /> +</p> + +<p> + Cade in la selva, e non l’è parte scelta;<br /> + ma là dove fortuna la balestra,<br /> + quivi germoglia come gran di spelta.<br /> +</p> + +<p> + Surge in vermena e in pianta silvestra:<br /> + l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,<br /> + fanno dolore, e al dolor fenestra.<br /> +</p> + +<p> + Come l’altre verrem per nostre spoglie,<br /> + ma non però ch’alcuna sen rivesta,<br /> + ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.<br /> +</p> + +<p> + Qui le strascineremo, e per la mesta<br /> + selva saranno i nostri corpi appesi,<br /> + ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».<br /> +</p> + +<p> + Noi eravamo ancora al tronco attesi,<br /> + credendo ch’altro ne volesse dire,<br /> + quando noi fummo d’un romor sorpresi,<br /> +</p> + +<p> + similemente a colui che venire<br /> + sente ’l porco e la caccia a la sua posta,<br /> + ch’ode le bestie, e le frasche stormire.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco due da la sinistra costa,<br /> + nudi e graffiati, fuggendo sì forte,<br /> + che de la selva rompieno ogne rosta.<br /> +</p> + +<p> + Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».<br /> + E l’altro, cui pareva tardar troppo,<br /> + gridava: «Lano, sì non furo accorte<br /> +</p> + +<p> + le gambe tue a le giostre dal Toppo!».<br /> + E poi che forse li fallia la lena,<br /> + di sé e d’un cespuglio fece un groppo.<br /> +</p> + +<p> + Di rietro a loro era la selva piena<br /> + di nere cagne, bramose e correnti<br /> + come veltri ch’uscisser di catena.<br /> +</p> + +<p> + In quel che s’appiattò miser li denti,<br /> + e quel dilaceraro a brano a brano;<br /> + poi sen portar quelle membra dolenti.<br /> +</p> + +<p> + Presemi allor la mia scorta per mano,<br /> + e menommi al cespuglio che piangea<br /> + per le rotture sanguinenti in vano.<br /> +</p> + +<p> + «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,<br /> + che t’è giovato di me fare schermo?<br /> + che colpa ho io de la tua vita rea?».<br /> +</p> + +<p> + Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,<br /> + disse: «Chi fosti, che per tante punte<br /> + soffi con sangue doloroso sermo?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a noi: «O anime che giunte<br /> + siete a veder lo strazio disonesto<br /> + c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,<br /> +</p> + +<p> + raccoglietele al piè del tristo cesto.<br /> + I’ fui de la città che nel Batista<br /> + mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo<br /> +</p> + +<p> + sempre con l’arte sua la farà trista;<br /> + e se non fosse che ’n sul passo d’Arno<br /> + rimane ancor di lui alcuna vista,<br /> +</p> + +<p> + que’ cittadin che poi la rifondarno<br /> + sovra ’l cener che d’Attila rimase,<br /> + avrebber fatto lavorare indarno.<br /> +</p> + +<p> + Io fei gibetto a me de le mie case».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0114"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XIV +</h3> + +<p> + Poi che la carità del natio loco<br /> + mi strinse, raunai le fronde sparte<br /> + e rende’le a colui, ch’era già fioco.<br /> +</p> + +<p> + Indi venimmo al fine ove si parte<br /> + lo secondo giron dal terzo, e dove<br /> + si vede di giustizia orribil arte.<br /> +</p> + +<p> + A ben manifestar le cose nove,<br /> + dico che arrivammo ad una landa<br /> + che dal suo letto ogne pianta rimove.<br /> +</p> + +<p> + La dolorosa selva l’è ghirlanda<br /> + intorno, come ’l fosso tristo ad essa;<br /> + quivi fermammo i passi a randa a randa.<br /> +</p> + +<p> + Lo spazzo era una rena arida e spessa,<br /> + non d’altra foggia fatta che colei<br /> + che fu da’ piè di Caton già soppressa.<br /> +</p> + +<p> + O vendetta di Dio, quanto tu dei<br /> + esser temuta da ciascun che legge<br /> + ciò che fu manifesto a li occhi mei!<br /> +</p> + +<p> + D’anime nude vidi molte gregge<br /> + che piangean tutte assai miseramente,<br /> + e parea posta lor diversa legge.<br /> +</p> + +<p> + Supin giacea in terra alcuna gente,<br /> + alcuna si sedea tutta raccolta,<br /> + e altra andava continüamente.<br /> +</p> + +<p> + Quella che giva ’ntorno era più molta,<br /> + e quella men che giacëa al tormento,<br /> + ma più al duolo avea la lingua sciolta.<br /> +</p> + +<p> + Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,<br /> + piovean di foco dilatate falde,<br /> + come di neve in alpe sanza vento.<br /> +</p> + +<p> + Quali Alessandro in quelle parti calde<br /> + d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo<br /> + fiamme cadere infino a terra salde,<br /> +</p> + +<p> + per ch’ei provide a scalpitar lo suolo<br /> + con le sue schiere, acciò che lo vapore<br /> + mei si stingueva mentre ch’era solo:<br /> +</p> + +<p> + tale scendeva l’etternale ardore;<br /> + onde la rena s’accendea, com’ esca<br /> + sotto focile, a doppiar lo dolore.<br /> +</p> + +<p> + Sanza riposo mai era la tresca<br /> + de le misere mani, or quindi or quinci<br /> + escotendo da sé l’arsura fresca.<br /> +</p> + +<p> + I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci<br /> + tutte le cose, fuor che ’ demon duri<br /> + ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,<br /> +</p> + +<p> + chi è quel grande che non par che curi<br /> + lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,<br /> + sì che la pioggia non par che ’l marturi?».<br /> +</p> + +<p> + E quel medesmo, che si fu accorto<br /> + ch’io domandava il mio duca di lui,<br /> + gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.<br /> +</p> + +<p> + Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui<br /> + crucciato prese la folgore aguta<br /> + onde l’ultimo dì percosso fui;<br /> +</p> + +<p> + o s’elli stanchi li altri a muta a muta<br /> + in Mongibello a la focina negra,<br /> + chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,<br /> +</p> + +<p> + sì com’ el fece a la pugna di Flegra,<br /> + e me saetti con tutta sua forza:<br /> + non ne potrebbe aver vendetta allegra».<br /> +</p> + +<p> + Allora il duca mio parlò di forza<br /> + tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:<br /> + «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza<br /> +</p> + +<p> + la tua superbia, se’ tu più punito;<br /> + nullo martiro, fuor che la tua rabbia,<br /> + sarebbe al tuo furor dolor compito».<br /> +</p> + +<p> + Poi si rivolse a me con miglior labbia,<br /> + dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi<br /> + ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia<br /> +</p> + +<p> + Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;<br /> + ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti<br /> + sono al suo petto assai debiti fregi.<br /> +</p> + +<p> + Or mi vien dietro, e guarda che non metti,<br /> + ancor, li piedi ne la rena arsiccia;<br /> + ma sempre al bosco tien li piedi stretti».<br /> +</p> + +<p> + Tacendo divenimmo là ’ve spiccia<br /> + fuor de la selva un picciol fiumicello,<br /> + lo cui rossore ancor mi raccapriccia.<br /> +</p> + +<p> + Quale del Bulicame esce ruscello<br /> + che parton poi tra lor le peccatrici,<br /> + tal per la rena giù sen giva quello.<br /> +</p> + +<p> + Lo fondo suo e ambo le pendici<br /> + fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;<br /> + per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.<br /> +</p> + +<p> + «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,<br /> + poscia che noi intrammo per la porta<br /> + lo cui sogliare a nessuno è negato,<br /> +</p> + +<p> + cosa non fu da li tuoi occhi scorta<br /> + notabile com’ è ’l presente rio,<br /> + che sovra sé tutte fiammelle ammorta».<br /> +</p> + +<p> + Queste parole fuor del duca mio;<br /> + per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto<br /> + di cui largito m’avëa il disio.<br /> +</p> + +<p> + «In mezzo mar siede un paese guasto»,<br /> + diss’ elli allora, «che s’appella Creta,<br /> + sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.<br /> +</p> + +<p> + Una montagna v’è che già fu lieta<br /> + d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;<br /> + or è diserta come cosa vieta.<br /> +</p> + +<p> + Rëa la scelse già per cuna fida<br /> + del suo figliuolo, e per celarlo meglio,<br /> + quando piangea, vi facea far le grida.<br /> +</p> + +<p> + Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,<br /> + che tien volte le spalle inver’ Dammiata<br /> + e Roma guarda come süo speglio.<br /> +</p> + +<p> + La sua testa è di fin oro formata,<br /> + e puro argento son le braccia e ’l petto,<br /> + poi è di rame infino a la forcata;<br /> +</p> + +<p> + da indi in giuso è tutto ferro eletto,<br /> + salvo che ’l destro piede è terra cotta;<br /> + e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.<br /> +</p> + +<p> + Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta<br /> + d’una fessura che lagrime goccia,<br /> + le quali, accolte, fóran quella grotta.<br /> +</p> + +<p> + Lor corso in questa valle si diroccia;<br /> + fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;<br /> + poi sen van giù per questa stretta doccia,<br /> +</p> + +<p> + infin, là ove più non si dismonta,<br /> + fanno Cocito; e qual sia quello stagno<br /> + tu lo vedrai, però qui non si conta».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Se ’l presente rigagno<br /> + si diriva così dal nostro mondo,<br /> + perché ci appar pur a questo vivagno?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;<br /> + e tutto che tu sie venuto molto,<br /> + pur a sinistra, giù calando al fondo,<br /> +</p> + +<p> + non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;<br /> + per che, se cosa n’apparisce nova,<br /> + non de’ addur maraviglia al tuo volto».<br /> +</p> + +<p> + E io ancor: «Maestro, ove si trova<br /> + Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,<br /> + e l’altro di’ che si fa d’esta piova».<br /> +</p> + +<p> + «In tutte tue question certo mi piaci»,<br /> + rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa<br /> + dovea ben solver l’una che tu faci.<br /> +</p> + +<p> + Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,<br /> + là dove vanno l’anime a lavarsi<br /> + quando la colpa pentuta è rimossa».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi<br /> + dal bosco; fa che di retro a me vegne:<br /> + li margini fan via, che non son arsi,<br /> +</p> + +<p> + e sopra loro ogne vapor si spegne».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0115"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XV +</h3> + +<p> + Ora cen porta l’un de’ duri margini;<br /> + e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,<br /> + sì che dal foco salva l’acqua e li argini.<br /> +</p> + +<p> + Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,<br /> + temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,<br /> + fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;<br /> +</p> + +<p> + e quali Padoan lungo la Brenta,<br /> + per difender lor ville e lor castelli,<br /> + anzi che Carentana il caldo senta:<br /> +</p> + +<p> + a tale imagine eran fatti quelli,<br /> + tutto che né sì alti né sì grossi,<br /> + qual che si fosse, lo maestro félli.<br /> +</p> + +<p> + Già eravam da la selva rimossi<br /> + tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,<br /> + perch’ io in dietro rivolto mi fossi,<br /> +</p> + +<p> + quando incontrammo d’anime una schiera<br /> + che venian lungo l’argine, e ciascuna<br /> + ci riguardava come suol da sera<br /> +</p> + +<p> + guardare uno altro sotto nuova luna;<br /> + e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia<br /> + come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.<br /> +</p> + +<p> + Così adocchiato da cotal famiglia,<br /> + fui conosciuto da un, che mi prese<br /> + per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».<br /> +</p> + +<p> + E io, quando ’l suo braccio a me distese,<br /> + ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,<br /> + sì che ’l viso abbrusciato non difese<br /> +</p> + +<p> + la conoscenza süa al mio ’ntelletto;<br /> + e chinando la mano a la sua faccia,<br /> + rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».<br /> +</p> + +<p> + E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia<br /> + se Brunetto Latino un poco teco<br /> + ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».<br /> +</p> + +<p> + I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;<br /> + e se volete che con voi m’asseggia,<br /> + faròl, se piace a costui che vo seco».<br /> +</p> + +<p> + «O figliuol», disse, «qual di questa greggia<br /> + s’arresta punto, giace poi cent’ anni<br /> + sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.<br /> +</p> + +<p> + Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;<br /> + e poi rigiugnerò la mia masnada,<br /> + che va piangendo i suoi etterni danni».<br /> +</p> + +<p> + Io non osava scender de la strada<br /> + per andar par di lui; ma ’l capo chino<br /> + tenea com’ uom che reverente vada.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò: «Qual fortuna o destino<br /> + anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?<br /> + e chi è questi che mostra ’l cammino?».<br /> +</p> + +<p> + «Là sù di sopra, in la vita serena»,<br /> + rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,<br /> + avanti che l’età mia fosse piena.<br /> +</p> + +<p> + Pur ier mattina le volsi le spalle:<br /> + questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,<br /> + e reducemi a ca per questo calle».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,<br /> + non puoi fallire a glorïoso porto,<br /> + se ben m’accorsi ne la vita bella;<br /> +</p> + +<p> + e s’io non fossi sì per tempo morto,<br /> + veggendo il cielo a te così benigno,<br /> + dato t’avrei a l’opera conforto.<br /> +</p> + +<p> + Ma quello ingrato popolo maligno<br /> + che discese di Fiesole ab antico,<br /> + e tiene ancor del monte e del macigno,<br /> +</p> + +<p> + ti si farà, per tuo ben far, nimico;<br /> + ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi<br /> + si disconvien fruttare al dolce fico.<br /> +</p> + +<p> + Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;<br /> + gent’ è avara, invidiosa e superba:<br /> + dai lor costumi fa che tu ti forbi.<br /> +</p> + +<p> + La tua fortuna tanto onor ti serba,<br /> + che l’una parte e l’altra avranno fame<br /> + di te; ma lungi fia dal becco l’erba.<br /> +</p> + +<p> + Faccian le bestie fiesolane strame<br /> + di lor medesme, e non tocchin la pianta,<br /> + s’alcuna surge ancora in lor letame,<br /> +</p> + +<p> + in cui riviva la sementa santa<br /> + di que’ Roman che vi rimaser quando<br /> + fu fatto il nido di malizia tanta».<br /> +</p> + +<p> + «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,<br /> + rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora<br /> + de l’umana natura posto in bando;<br /> +</p> + +<p> + ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,<br /> + la cara e buona imagine paterna<br /> + di voi quando nel mondo ad ora ad ora<br /> +</p> + +<p> + m’insegnavate come l’uom s’etterna:<br /> + e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo<br /> + convien che ne la mia lingua si scerna.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che narrate di mio corso scrivo,<br /> + e serbolo a chiosar con altro testo<br /> + a donna che saprà, s’a lei arrivo.<br /> +</p> + +<p> + Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,<br /> + pur che mia coscïenza non mi garra,<br /> + ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.<br /> +</p> + +<p> + Non è nuova a li orecchi miei tal arra:<br /> + però giri Fortuna la sua rota<br /> + come le piace, e ’l villan la sua marra».<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro allora in su la gota<br /> + destra si volse in dietro e riguardommi;<br /> + poi disse: «Bene ascolta chi la nota».<br /> +</p> + +<p> + Né per tanto di men parlando vommi<br /> + con ser Brunetto, e dimando chi sono<br /> + li suoi compagni più noti e più sommi.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;<br /> + de li altri fia laudabile tacerci,<br /> + ché ’l tempo saria corto a tanto suono.<br /> +</p> + +<p> + In somma sappi che tutti fur cherci<br /> + e litterati grandi e di gran fama,<br /> + d’un peccato medesmo al mondo lerci.<br /> +</p> + +<p> + Priscian sen va con quella turba grama,<br /> + e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,<br /> + s’avessi avuto di tal tigna brama,<br /> +</p> + +<p> + colui potei che dal servo de’ servi<br /> + fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,<br /> + dove lasciò li mal protesi nervi.<br /> +</p> + +<p> + Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone<br /> + più lungo esser non può, però ch’i’ veggio<br /> + là surger nuovo fummo del sabbione.<br /> +</p> + +<p> + Gente vien con la quale esser non deggio.<br /> + Sieti raccomandato il mio Tesoro,<br /> + nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».<br /> +</p> + +<p> + Poi si rivolse, e parve di coloro<br /> + che corrono a Verona il drappo verde<br /> + per la campagna; e parve di costoro<br /> +</p> + +<p> + quelli che vince, non colui che perde.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0116"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XVI +</h3> + +<p> + Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo<br /> + de l’acqua che cadea ne l’altro giro,<br /> + simile a quel che l’arnie fanno rombo,<br /> +</p> + +<p> + quando tre ombre insieme si partiro,<br /> + correndo, d’una torma che passava<br /> + sotto la pioggia de l’aspro martiro.<br /> +</p> + +<p> + Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:<br /> + «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri<br /> + esser alcun di nostra terra prava».<br /> +</p> + +<p> + Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,<br /> + ricenti e vecchie, da le fiamme incese!<br /> + Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.<br /> +</p> + +<p> + A le lor grida il mio dottor s’attese;<br /> + volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,<br /> + disse, «a costor si vuole esser cortese.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse il foco che saetta<br /> + la natura del loco, i’ dicerei<br /> + che meglio stesse a te che a lor la fretta».<br /> +</p> + +<p> + Ricominciar, come noi restammo, ei<br /> + l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,<br /> + fenno una rota di sé tutti e trei.<br /> +</p> + +<p> + Qual sogliono i campion far nudi e unti,<br /> + avvisando lor presa e lor vantaggio,<br /> + prima che sien tra lor battuti e punti,<br /> +</p> + +<p> + così rotando, ciascuno il visaggio<br /> + drizzava a me, sì che ’n contraro il collo<br /> + faceva ai piè continüo vïaggio.<br /> +</p> + +<p> + E «Se miseria d’esto loco sollo<br /> + rende in dispetto noi e nostri prieghi»,<br /> + cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,<br /> +</p> + +<p> + la fama nostra il tuo animo pieghi<br /> + a dirne chi tu se’, che i vivi piedi<br /> + così sicuro per lo ’nferno freghi.<br /> +</p> + +<p> + Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,<br /> + tutto che nudo e dipelato vada,<br /> + fu di grado maggior che tu non credi:<br /> +</p> + +<p> + nepote fu de la buona Gualdrada;<br /> + Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita<br /> + fece col senno assai e con la spada.<br /> +</p> + +<p> + L’altro, ch’appresso me la rena trita,<br /> + è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce<br /> + nel mondo sù dovria esser gradita.<br /> +</p> + +<p> + E io, che posto son con loro in croce,<br /> + Iacopo Rusticucci fui, e certo<br /> + la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».<br /> +</p> + +<p> + S’i’ fossi stato dal foco coperto,<br /> + gittato mi sarei tra lor di sotto,<br /> + e credo che ’l dottor l’avria sofferto;<br /> +</p> + +<p> + ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,<br /> + vinse paura la mia buona voglia<br /> + che di loro abbracciar mi facea ghiotto.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia<br /> + la vostra condizion dentro mi fisse,<br /> + tanta che tardi tutta si dispoglia,<br /> +</p> + +<p> + tosto che questo mio segnor mi disse<br /> + parole per le quali i’ mi pensai<br /> + che qual voi siete, tal gente venisse.<br /> +</p> + +<p> + Di vostra terra sono, e sempre mai<br /> + l’ovra di voi e li onorati nomi<br /> + con affezion ritrassi e ascoltai.<br /> +</p> + +<p> + Lascio lo fele e vo per dolci pomi<br /> + promessi a me per lo verace duca;<br /> + ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».<br /> +</p> + +<p> + «Se lungamente l’anima conduca<br /> + le membra tue», rispuose quelli ancora,<br /> + «e se la fama tua dopo te luca,<br /> +</p> + +<p> + cortesia e valor dì se dimora<br /> + ne la nostra città sì come suole,<br /> + o se del tutto se n’è gita fora;<br /> +</p> + +<p> + ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole<br /> + con noi per poco e va là coi compagni,<br /> + assai ne cruccia con le sue parole».<br /> +</p> + +<p> + «La gente nuova e i sùbiti guadagni<br /> + orgoglio e dismisura han generata,<br /> + Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».<br /> +</p> + +<p> + Così gridai con la faccia levata;<br /> + e i tre, che ciò inteser per risposta,<br /> + guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.<br /> +</p> + +<p> + «Se l’altre volte sì poco ti costa»,<br /> + rispuoser tutti, «il satisfare altrui,<br /> + felice te se sì parli a tua posta!<br /> +</p> + +<p> + Però, se campi d’esti luoghi bui<br /> + e torni a riveder le belle stelle,<br /> + quando ti gioverà dicere “I’ fui”,<br /> +</p> + +<p> + fa che di noi a la gente favelle».<br /> + Indi rupper la rota, e a fuggirsi<br /> + ali sembiar le gambe loro isnelle.<br /> +</p> + +<p> + Un amen non saria possuto dirsi<br /> + tosto così com’ e’ fuoro spariti;<br /> + per ch’al maestro parve di partirsi.<br /> +</p> + +<p> + Io lo seguiva, e poco eravam iti,<br /> + che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,<br /> + che per parlar saremmo a pena uditi.<br /> +</p> + +<p> + Come quel fiume c’ha proprio cammino<br /> + prima dal Monte Viso ’nver’ levante,<br /> + da la sinistra costa d’Apennino,<br /> +</p> + +<p> + che si chiama Acquacheta suso, avante<br /> + che si divalli giù nel basso letto,<br /> + e a Forlì di quel nome è vacante,<br /> +</p> + +<p> + rimbomba là sovra San Benedetto<br /> + de l’Alpe per cadere ad una scesa<br /> + ove dovea per mille esser recetto;<br /> +</p> + +<p> + così, giù d’una ripa discoscesa,<br /> + trovammo risonar quell’ acqua tinta,<br /> + sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.<br /> +</p> + +<p> + Io avea una corda intorno cinta,<br /> + e con essa pensai alcuna volta<br /> + prender la lonza a la pelle dipinta.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,<br /> + sì come ’l duca m’avea comandato,<br /> + porsila a lui aggroppata e ravvolta.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,<br /> + e alquanto di lunge da la sponda<br /> + la gittò giuso in quell’ alto burrato.<br /> +</p> + +<p> + ‘E’ pur convien che novità risponda’,<br /> + dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno<br /> + che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto cauti li uomini esser dienno<br /> + presso a color che non veggion pur l’ovra,<br /> + ma per entro i pensier miran col senno!<br /> +</p> + +<p> + El disse a me: «Tosto verrà di sovra<br /> + ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;<br /> + tosto convien ch’al tuo viso si scovra».<br /> +</p> + +<p> + Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna<br /> + de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,<br /> + però che sanza colpa fa vergogna;<br /> +</p> + +<p> + ma qui tacer nol posso; e per le note<br /> + di questa comedìa, lettor, ti giuro,<br /> + s’elle non sien di lunga grazia vòte,<br /> +</p> + +<p> + ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro<br /> + venir notando una figura in suso,<br /> + maravigliosa ad ogne cor sicuro,<br /> +</p> + +<p> + sì come torna colui che va giuso<br /> + talora a solver l’àncora ch’aggrappa<br /> + o scoglio o altro che nel mare è chiuso,<br /> +</p> + +<p> + che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0117"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XVII +</h3> + +<p> + «Ecco la fiera con la coda aguzza,<br /> + che passa i monti e rompe i muri e l’armi!<br /> + Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».<br /> +</p> + +<p> + Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;<br /> + e accennolle che venisse a proda,<br /> + vicino al fin d’i passeggiati marmi.<br /> +</p> + +<p> + E quella sozza imagine di froda<br /> + sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,<br /> + ma ’n su la riva non trasse la coda.<br /> +</p> + +<p> + La faccia sua era faccia d’uom giusto,<br /> + tanto benigna avea di fuor la pelle,<br /> + e d’un serpente tutto l’altro fusto;<br /> +</p> + +<p> + due branche avea pilose insin l’ascelle;<br /> + lo dosso e ’l petto e ambedue le coste<br /> + dipinti avea di nodi e di rotelle.<br /> +</p> + +<p> + Con più color, sommesse e sovraposte<br /> + non fer mai drappi Tartari né Turchi,<br /> + né fuor tai tele per Aragne imposte.<br /> +</p> + +<p> + Come talvolta stanno a riva i burchi,<br /> + che parte sono in acqua e parte in terra,<br /> + e come là tra li Tedeschi lurchi<br /> +</p> + +<p> + lo bivero s’assetta a far sua guerra,<br /> + così la fiera pessima si stava<br /> + su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.<br /> +</p> + +<p> + Nel vano tutta sua coda guizzava,<br /> + torcendo in sù la venenosa forca<br /> + ch’a guisa di scorpion la punta armava.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca disse: «Or convien che si torca<br /> + la nostra via un poco insino a quella<br /> + bestia malvagia che colà si corca».<br /> +</p> + +<p> + Però scendemmo a la destra mammella,<br /> + e diece passi femmo in su lo stremo,<br /> + per ben cessar la rena e la fiammella.<br /> +</p> + +<p> + E quando noi a lei venuti semo,<br /> + poco più oltre veggio in su la rena<br /> + gente seder propinqua al loco scemo.<br /> +</p> + +<p> + Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena<br /> + esperïenza d’esto giron porti»,<br /> + mi disse, «va, e vedi la lor mena.<br /> +</p> + +<p> + Li tuoi ragionamenti sian là corti;<br /> + mentre che torni, parlerò con questa,<br /> + che ne conceda i suoi omeri forti».<br /> +</p> + +<p> + Così ancor su per la strema testa<br /> + di quel settimo cerchio tutto solo<br /> + andai, dove sedea la gente mesta.<br /> +</p> + +<p> + Per li occhi fora scoppiava lor duolo;<br /> + di qua, di là soccorrien con le mani<br /> + quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:<br /> +</p> + +<p> + non altrimenti fan di state i cani<br /> + or col ceffo or col piè, quando son morsi<br /> + o da pulci o da mosche o da tafani.<br /> +</p> + +<p> + Poi che nel viso a certi li occhi porsi,<br /> + ne’ quali ’l doloroso foco casca,<br /> + non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi<br /> +</p> + +<p> + che dal collo a ciascun pendea una tasca<br /> + ch’avea certo colore e certo segno,<br /> + e quindi par che ’l loro occhio si pasca.<br /> +</p> + +<p> + E com’ io riguardando tra lor vegno,<br /> + in una borsa gialla vidi azzurro<br /> + che d’un leone avea faccia e contegno.<br /> +</p> + +<p> + Poi, procedendo di mio sguardo il curro,<br /> + vidine un’altra come sangue rossa,<br /> + mostrando un’oca bianca più che burro.<br /> +</p> + +<p> + E un che d’una scrofa azzurra e grossa<br /> + segnato avea lo suo sacchetto bianco,<br /> + mi disse: «Che fai tu in questa fossa?<br /> +</p> + +<p> + Or te ne va; e perché se’ vivo anco,<br /> + sappi che ’l mio vicin Vitalïano<br /> + sederà qui dal mio sinistro fianco.<br /> +</p> + +<p> + Con questi Fiorentin son padoano:<br /> + spesse fïate mi ’ntronan li orecchi<br /> + gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,<br /> +</p> + +<p> + che recherà la tasca con tre becchi!”».<br /> + Qui distorse la bocca e di fuor trasse<br /> + la lingua, come bue che ’l naso lecchi.<br /> +</p> + +<p> + E io, temendo no ’l più star crucciasse<br /> + lui che di poco star m’avea ’mmonito,<br /> + torna’mi in dietro da l’anime lasse.<br /> +</p> + +<p> + Trova’ il duca mio ch’era salito<br /> + già su la groppa del fiero animale,<br /> + e disse a me: «Or sie forte e ardito.<br /> +</p> + +<p> + Omai si scende per sì fatte scale;<br /> + monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,<br /> + sì che la coda non possa far male».<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo<br /> + de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,<br /> + e triema tutto pur guardando ’l rezzo,<br /> +</p> + +<p> + tal divenn’ io a le parole porte;<br /> + ma vergogna mi fé le sue minacce,<br /> + che innanzi a buon segnor fa servo forte.<br /> +</p> + +<p> + I’ m’assettai in su quelle spallacce;<br /> + sì volli dir, ma la voce non venne<br /> + com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.<br /> +</p> + +<p> + Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne<br /> + ad altro forse, tosto ch’i’ montai<br /> + con le braccia m’avvinse e mi sostenne;<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Gerïon, moviti omai:<br /> + le rote larghe, e lo scender sia poco;<br /> + pensa la nova soma che tu hai».<br /> +</p> + +<p> + Come la navicella esce di loco<br /> + in dietro in dietro, sì quindi si tolse;<br /> + e poi ch’al tutto si sentì a gioco,<br /> +</p> + +<p> + là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,<br /> + e quella tesa, come anguilla, mosse,<br /> + e con le branche l’aere a sé raccolse.<br /> +</p> + +<p> + Maggior paura non credo che fosse<br /> + quando Fetonte abbandonò li freni,<br /> + per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;<br /> +</p> + +<p> + né quando Icaro misero le reni<br /> + sentì spennar per la scaldata cera,<br /> + gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,<br /> +</p> + +<p> + che fu la mia, quando vidi ch’i’ era<br /> + ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta<br /> + ogne veduta fuor che de la fera.<br /> +</p> + +<p> + Ella sen va notando lenta lenta;<br /> + rota e discende, ma non me n’accorgo<br /> + se non che al viso e di sotto mi venta.<br /> +</p> + +<p> + Io sentia già da la man destra il gorgo<br /> + far sotto noi un orribile scroscio,<br /> + per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.<br /> +</p> + +<p> + Allor fu’ io più timido a lo stoscio,<br /> + però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;<br /> + ond’ io tremando tutto mi raccoscio.<br /> +</p> + +<p> + E vidi poi, ché nol vedea davanti,<br /> + lo scendere e ’l girar per li gran mali<br /> + che s’appressavan da diversi canti.<br /> +</p> + +<p> + Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,<br /> + che sanza veder logoro o uccello<br /> + fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,<br /> +</p> + +<p> + discende lasso onde si move isnello,<br /> + per cento rote, e da lunge si pone<br /> + dal suo maestro, disdegnoso e fello;<br /> +</p> + +<p> + così ne puose al fondo Gerïone<br /> + al piè al piè de la stagliata rocca,<br /> + e, discarcate le nostre persone,<br /> +</p> + +<p> + si dileguò come da corda cocca.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0118"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XVIII +</h3> + +<p> + Luogo è in inferno detto Malebolge,<br /> + tutto di pietra di color ferrigno,<br /> + come la cerchia che dintorno il volge.<br /> +</p> + +<p> + Nel dritto mezzo del campo maligno<br /> + vaneggia un pozzo assai largo e profondo,<br /> + di cui suo loco dicerò l’ordigno.<br /> +</p> + +<p> + Quel cinghio che rimane adunque è tondo<br /> + tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,<br /> + e ha distinto in dieci valli il fondo.<br /> +</p> + +<p> + Quale, dove per guardia de le mura<br /> + più e più fossi cingon li castelli,<br /> + la parte dove son rende figura,<br /> +</p> + +<p> + tale imagine quivi facean quelli;<br /> + e come a tai fortezze da’ lor sogli<br /> + a la ripa di fuor son ponticelli,<br /> +</p> + +<p> + così da imo de la roccia scogli<br /> + movien che ricidien li argini e ’ fossi<br /> + infino al pozzo che i tronca e raccogli.<br /> +</p> + +<p> + In questo luogo, de la schiena scossi<br /> + di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta<br /> + tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.<br /> +</p> + +<p> + A la man destra vidi nova pieta,<br /> + novo tormento e novi frustatori,<br /> + di che la prima bolgia era repleta.<br /> +</p> + +<p> + Nel fondo erano ignudi i peccatori;<br /> + dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,<br /> + di là con noi, ma con passi maggiori,<br /> +</p> + +<p> + come i Roman per l’essercito molto,<br /> + l’anno del giubileo, su per lo ponte<br /> + hanno a passar la gente modo colto,<br /> +</p> + +<p> + che da l’un lato tutti hanno la fronte<br /> + verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,<br /> + da l’altra sponda vanno verso ’l monte.<br /> +</p> + +<p> + Di qua, di là, su per lo sasso tetro<br /> + vidi demon cornuti con gran ferze,<br /> + che li battien crudelmente di retro.<br /> +</p> + +<p> + Ahi come facean lor levar le berze<br /> + a le prime percosse! già nessuno<br /> + le seconde aspettava né le terze.<br /> +</p> + +<p> + Mentr’ io andava, li occhi miei in uno<br /> + furo scontrati; e io sì tosto dissi:<br /> + «Già di veder costui non son digiuno».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;<br /> + e ’l dolce duca meco si ristette,<br /> + e assentio ch’alquanto in dietro gissi.<br /> +</p> + +<p> + E quel frustato celar si credette<br /> + bassando ’l viso; ma poco li valse,<br /> + ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,<br /> +</p> + +<p> + se le fazion che porti non son false,<br /> + Venedico se’ tu Caccianemico.<br /> + Ma che ti mena a sì pungenti salse?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;<br /> + ma sforzami la tua chiara favella,<br /> + che mi fa sovvenir del mondo antico.<br /> +</p> + +<p> + I’ fui colui che la Ghisolabella<br /> + condussi a far la voglia del marchese,<br /> + come che suoni la sconcia novella.<br /> +</p> + +<p> + E non pur io qui piango bolognese;<br /> + anzi n’è questo loco tanto pieno,<br /> + che tante lingue non son ora apprese<br /> +</p> + +<p> + a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;<br /> + e se di ciò vuoi fede o testimonio,<br /> + rècati a mente il nostro avaro seno».<br /> +</p> + +<p> + Così parlando il percosse un demonio<br /> + de la sua scurïada, e disse: «Via,<br /> + ruffian! qui non son femmine da conio».<br /> +</p> + +<p> + I’ mi raggiunsi con la scorta mia;<br /> + poscia con pochi passi divenimmo<br /> + là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.<br /> +</p> + +<p> + Assai leggeramente quel salimmo;<br /> + e vòlti a destra su per la sua scheggia,<br /> + da quelle cerchie etterne ci partimmo.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo là dov’ el vaneggia<br /> + di sotto per dar passo a li sferzati,<br /> + lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia<br /> +</p> + +<p> + lo viso in te di quest’ altri mal nati,<br /> + ai quali ancor non vedesti la faccia<br /> + però che son con noi insieme andati».<br /> +</p> + +<p> + Del vecchio ponte guardavam la traccia<br /> + che venìa verso noi da l’altra banda,<br /> + e che la ferza similmente scaccia.<br /> +</p> + +<p> + E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,<br /> + mi disse: «Guarda quel grande che vene,<br /> + e per dolor non par lagrime spanda:<br /> +</p> + +<p> + quanto aspetto reale ancor ritene!<br /> + Quelli è Iasón, che per cuore e per senno<br /> + li Colchi del monton privati féne.<br /> +</p> + +<p> + Ello passò per l’isola di Lenno<br /> + poi che l’ardite femmine spietate<br /> + tutti li maschi loro a morte dienno.<br /> +</p> + +<p> + Ivi con segni e con parole ornate<br /> + Isifile ingannò, la giovinetta<br /> + che prima avea tutte l’altre ingannate.<br /> +</p> + +<p> + Lasciolla quivi, gravida, soletta;<br /> + tal colpa a tal martiro lui condanna;<br /> + e anche di Medea si fa vendetta.<br /> +</p> + +<p> + Con lui sen va chi da tal parte inganna;<br /> + e questo basti de la prima valle<br /> + sapere e di color che ’n sé assanna».<br /> +</p> + +<p> + Già eravam là ’ve lo stretto calle<br /> + con l’argine secondo s’incrocicchia,<br /> + e fa di quello ad un altr’ arco spalle.<br /> +</p> + +<p> + Quindi sentimmo gente che si nicchia<br /> + ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,<br /> + e sé medesma con le palme picchia.<br /> +</p> + +<p> + Le ripe eran grommate d’una muffa,<br /> + per l’alito di giù che vi s’appasta,<br /> + che con li occhi e col naso facea zuffa.<br /> +</p> + +<p> + Lo fondo è cupo sì, che non ci basta<br /> + loco a veder sanza montare al dosso<br /> + de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.<br /> +</p> + +<p> + Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso<br /> + vidi gente attuffata in uno sterco<br /> + che da li uman privadi parea mosso.<br /> +</p> + +<p> + E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,<br /> + vidi un col capo sì di merda lordo,<br /> + che non parëa s’era laico o cherco.<br /> +</p> + +<p> + Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo<br /> + di riguardar più me che li altri brutti?».<br /> + E io a lui: «Perché, se ben ricordo,<br /> +</p> + +<p> + già t’ho veduto coi capelli asciutti,<br /> + e se’ Alessio Interminei da Lucca:<br /> + però t’adocchio più che li altri tutti».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli allor, battendosi la zucca:<br /> + «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe<br /> + ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».<br /> +</p> + +<p> + Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,<br /> + mi disse, «il viso un poco più avante,<br /> + sì che la faccia ben con l’occhio attinghe<br /> +</p> + +<p> + di quella sozza e scapigliata fante<br /> + che là si graffia con l’unghie merdose,<br /> + e or s’accoscia e ora è in piedi stante.<br /> +</p> + +<p> + Taïde è, la puttana che rispuose<br /> + al drudo suo quando disse “Ho io grazie<br /> + grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.<br /> +</p> + +<p> + E quinci sian le nostre viste sazie».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0119"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XIX +</h3> + +<p> + O Simon mago, o miseri seguaci<br /> + che le cose di Dio, che di bontate<br /> + deon essere spose, e voi rapaci<br /> +</p> + +<p> + per oro e per argento avolterate,<br /> + or convien che per voi suoni la tromba,<br /> + però che ne la terza bolgia state.<br /> +</p> + +<p> + Già eravamo, a la seguente tomba,<br /> + montati de lo scoglio in quella parte<br /> + ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.<br /> +</p> + +<p> + O somma sapïenza, quanta è l’arte<br /> + che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,<br /> + e quanto giusto tua virtù comparte!<br /> +</p> + +<p> + Io vidi per le coste e per lo fondo<br /> + piena la pietra livida di fóri,<br /> + d’un largo tutti e ciascun era tondo.<br /> +</p> + +<p> + Non mi parean men ampi né maggiori<br /> + che que’ che son nel mio bel San Giovanni,<br /> + fatti per loco d’i battezzatori;<br /> +</p> + +<p> + l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,<br /> + rupp’ io per un che dentro v’annegava:<br /> + e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.<br /> +</p> + +<p> + Fuor de la bocca a ciascun soperchiava<br /> + d’un peccator li piedi e de le gambe<br /> + infino al grosso, e l’altro dentro stava.<br /> +</p> + +<p> + Le piante erano a tutti accese intrambe;<br /> + per che sì forte guizzavan le giunte,<br /> + che spezzate averien ritorte e strambe.<br /> +</p> + +<p> + Qual suole il fiammeggiar de le cose unte<br /> + muoversi pur su per la strema buccia,<br /> + tal era lì dai calcagni a le punte.<br /> +</p> + +<p> + «Chi è colui, maestro, che si cruccia<br /> + guizzando più che li altri suoi consorti»,<br /> + diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti<br /> + là giù per quella ripa che più giace,<br /> + da lui saprai di sé e de’ suoi torti».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:<br /> + tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto<br /> + dal tuo volere, e sai quel che si tace».<br /> +</p> + +<p> + Allor venimmo in su l’argine quarto;<br /> + volgemmo e discendemmo a mano stanca<br /> + là giù nel fondo foracchiato e arto.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro ancor de la sua anca<br /> + non mi dipuose, sì mi giunse al rotto<br /> + di quel che si piangeva con la zanca.<br /> +</p> + +<p> + «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,<br /> + anima trista come pal commessa»,<br /> + comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».<br /> +</p> + +<p> + Io stava come ’l frate che confessa<br /> + lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,<br /> + richiama lui per che la morte cessa.<br /> +</p> + +<p> + Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,<br /> + se’ tu già costì ritto, Bonifazio?<br /> + Di parecchi anni mi mentì lo scritto.<br /> +</p> + +<p> + Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio<br /> + per lo qual non temesti tòrre a ’nganno<br /> + la bella donna, e poi di farne strazio?».<br /> +</p> + +<p> + Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,<br /> + per non intender ciò ch’è lor risposto,<br /> + quasi scornati, e risponder non sanno.<br /> +</p> + +<p> + Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:<br /> + “Non son colui, non son colui che credi”»;<br /> + e io rispuosi come a me fu imposto.<br /> +</p> + +<p> + Per che lo spirto tutti storse i piedi;<br /> + poi, sospirando e con voce di pianto,<br /> + mi disse: «Dunque che a me richiedi?<br /> +</p> + +<p> + Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,<br /> + che tu abbi però la ripa corsa,<br /> + sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;<br /> +</p> + +<p> + e veramente fui figliuol de l’orsa,<br /> + cupido sì per avanzar li orsatti,<br /> + che sù l’avere e qui me misi in borsa.<br /> +</p> + +<p> + Di sotto al capo mio son li altri tratti<br /> + che precedetter me simoneggiando,<br /> + per le fessure de la pietra piatti.<br /> +</p> + +<p> + Là giù cascherò io altresì quando<br /> + verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,<br /> + allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.<br /> +</p> + +<p> + Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi<br /> + e ch’i’ son stato così sottosopra,<br /> + ch’el non starà piantato coi piè rossi:<br /> +</p> + +<p> + ché dopo lui verrà di più laida opra,<br /> + di ver’ ponente, un pastor sanza legge,<br /> + tal che convien che lui e me ricuopra.<br /> +</p> + +<p> + Nuovo Iasón sarà, di cui si legge<br /> + ne’ Maccabei; e come a quel fu molle<br /> + suo re, così fia lui chi Francia regge».<br /> +</p> + +<p> + Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,<br /> + ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:<br /> + «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle<br /> +</p> + +<p> + Nostro Segnore in prima da san Pietro<br /> + ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?<br /> + Certo non chiese se non “Viemmi retro”.<br /> +</p> + +<p> + Né Pier né li altri tolsero a Matia<br /> + oro od argento, quando fu sortito<br /> + al loco che perdé l’anima ria.<br /> +</p> + +<p> + Però ti sta, ché tu se’ ben punito;<br /> + e guarda ben la mal tolta moneta<br /> + ch’esser ti fece contra Carlo ardito.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse ch’ancor lo mi vieta<br /> + la reverenza de le somme chiavi<br /> + che tu tenesti ne la vita lieta,<br /> +</p> + +<p> + io userei parole ancor più gravi;<br /> + ché la vostra avarizia il mondo attrista,<br /> + calcando i buoni e sollevando i pravi.<br /> +</p> + +<p> + Di voi pastor s’accorse il Vangelista,<br /> + quando colei che siede sopra l’acque<br /> + puttaneggiar coi regi a lui fu vista;<br /> +</p> + +<p> + quella che con le sette teste nacque,<br /> + e da le diece corna ebbe argomento,<br /> + fin che virtute al suo marito piacque.<br /> +</p> + +<p> + Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;<br /> + e che altro è da voi a l’idolatre,<br /> + se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?<br /> +</p> + +<p> + Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,<br /> + non la tua conversion, ma quella dote<br /> + che da te prese il primo ricco patre!».<br /> +</p> + +<p> + E mentr’ io li cantava cotai note,<br /> + o ira o coscïenza che ’l mordesse,<br /> + forte spingava con ambo le piote.<br /> +</p> + +<p> + I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,<br /> + con sì contenta labbia sempre attese<br /> + lo suon de le parole vere espresse.<br /> +</p> + +<p> + Però con ambo le braccia mi prese;<br /> + e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,<br /> + rimontò per la via onde discese.<br /> +</p> + +<p> + Né si stancò d’avermi a sé distretto,<br /> + sì men portò sovra ’l colmo de l’arco<br /> + che dal quarto al quinto argine è tragetto.<br /> +</p> + +<p> + Quivi soavemente spuose il carco,<br /> + soave per lo scoglio sconcio ed erto<br /> + che sarebbe a le capre duro varco.<br /> +</p> + +<p> + Indi un altro vallon mi fu scoperto.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0120"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XX +</h3> + +<p> + Di nova pena mi conven far versi<br /> + e dar matera al ventesimo canto<br /> + de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.<br /> +</p> + +<p> + Io era già disposto tutto quanto<br /> + a riguardar ne lo scoperto fondo,<br /> + che si bagnava d’angoscioso pianto;<br /> +</p> + +<p> + e vidi gente per lo vallon tondo<br /> + venir, tacendo e lagrimando, al passo<br /> + che fanno le letane in questo mondo.<br /> +</p> + +<p> + Come ’l viso mi scese in lor più basso,<br /> + mirabilmente apparve esser travolto<br /> + ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,<br /> +</p> + +<p> + ché da le reni era tornato ’l volto,<br /> + e in dietro venir li convenia,<br /> + perché ’l veder dinanzi era lor tolto.<br /> +</p> + +<p> + Forse per forza già di parlasia<br /> + si travolse così alcun del tutto;<br /> + ma io nol vidi, né credo che sia.<br /> +</p> + +<p> + Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto<br /> + di tua lezione, or pensa per te stesso<br /> + com’ io potea tener lo viso asciutto,<br /> +</p> + +<p> + quando la nostra imagine di presso<br /> + vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi<br /> + le natiche bagnava per lo fesso.<br /> +</p> + +<p> + Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi<br /> + del duro scoglio, sì che la mia scorta<br /> + mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?<br /> +</p> + +<p> + Qui vive la pietà quand’ è ben morta;<br /> + chi è più scellerato che colui<br /> + che al giudicio divin passion comporta?<br /> +</p> + +<p> + Drizza la testa, drizza, e vedi a cui<br /> + s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;<br /> + per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,<br /> +</p> + +<p> + Anfïarao? perché lasci la guerra?”.<br /> + E non restò di ruinare a valle<br /> + fino a Minòs che ciascheduno afferra.<br /> +</p> + +<p> + Mira c’ha fatto petto de le spalle;<br /> + perché volle veder troppo davante,<br /> + di retro guarda e fa retroso calle.<br /> +</p> + +<p> + Vedi Tiresia, che mutò sembiante<br /> + quando di maschio femmina divenne,<br /> + cangiandosi le membra tutte quante;<br /> +</p> + +<p> + e prima, poi, ribatter li convenne<br /> + li duo serpenti avvolti, con la verga,<br /> + che rïavesse le maschili penne.<br /> +</p> + +<p> + Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,<br /> + che ne’ monti di Luni, dove ronca<br /> + lo Carrarese che di sotto alberga,<br /> +</p> + +<p> + ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca<br /> + per sua dimora; onde a guardar le stelle<br /> + e ’l mar non li era la veduta tronca.<br /> +</p> + +<p> + E quella che ricuopre le mammelle,<br /> + che tu non vedi, con le trecce sciolte,<br /> + e ha di là ogne pilosa pelle,<br /> +</p> + +<p> + Manto fu, che cercò per terre molte;<br /> + poscia si puose là dove nacqu’ io;<br /> + onde un poco mi piace che m’ascolte.<br /> +</p> + +<p> + Poscia che ’l padre suo di vita uscìo<br /> + e venne serva la città di Baco,<br /> + questa gran tempo per lo mondo gio.<br /> +</p> + +<p> + Suso in Italia bella giace un laco,<br /> + a piè de l’Alpe che serra Lamagna<br /> + sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.<br /> +</p> + +<p> + Per mille fonti, credo, e più si bagna<br /> + tra Garda e Val Camonica e Pennino<br /> + de l’acqua che nel detto laco stagna.<br /> +</p> + +<p> + Loco è nel mezzo là dove ’l trentino<br /> + pastore e quel di Brescia e ’l veronese<br /> + segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.<br /> +</p> + +<p> + Siede Peschiera, bello e forte arnese<br /> + da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,<br /> + ove la riva ’ntorno più discese.<br /> +</p> + +<p> + Ivi convien che tutto quanto caschi<br /> + ciò che ’n grembo a Benaco star non può,<br /> + e fassi fiume giù per verdi paschi.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che l’acqua a correr mette co,<br /> + non più Benaco, ma Mencio si chiama<br /> + fino a Governol, dove cade in Po.<br /> +</p> + +<p> + Non molto ha corso, ch’el trova una lama,<br /> + ne la qual si distende e la ’mpaluda;<br /> + e suol di state talor essere grama.<br /> +</p> + +<p> + Quindi passando la vergine cruda<br /> + vide terra, nel mezzo del pantano,<br /> + sanza coltura e d’abitanti nuda.<br /> +</p> + +<p> + Lì, per fuggire ogne consorzio umano,<br /> + ristette con suoi servi a far sue arti,<br /> + e visse, e vi lasciò suo corpo vano.<br /> +</p> + +<p> + Li uomini poi che ’ntorno erano sparti<br /> + s’accolsero a quel loco, ch’era forte<br /> + per lo pantan ch’avea da tutte parti.<br /> +</p> + +<p> + Fer la città sovra quell’ ossa morte;<br /> + e per colei che ’l loco prima elesse,<br /> + Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.<br /> +</p> + +<p> + Già fuor le genti sue dentro più spesse,<br /> + prima che la mattia da Casalodi<br /> + da Pinamonte inganno ricevesse.<br /> +</p> + +<p> + Però t’assenno che, se tu mai odi<br /> + originar la mia terra altrimenti,<br /> + la verità nulla menzogna frodi».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti<br /> + mi son sì certi e prendon sì mia fede,<br /> + che li altri mi sarien carboni spenti.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, de la gente che procede,<br /> + se tu ne vedi alcun degno di nota;<br /> + ché solo a ciò la mia mente rifiede».<br /> +</p> + +<p> + Allor mi disse: «Quel che da la gota<br /> + porge la barba in su le spalle brune,<br /> + fu—quando Grecia fu di maschi vòta,<br /> +</p> + +<p> + sì ch’a pena rimaser per le cune—<br /> + augure, e diede ’l punto con Calcanta<br /> + in Aulide a tagliar la prima fune.<br /> +</p> + +<p> + Euripilo ebbe nome, e così ’l canta<br /> + l’alta mia tragedìa in alcun loco:<br /> + ben lo sai tu che la sai tutta quanta.<br /> +</p> + +<p> + Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,<br /> + Michele Scotto fu, che veramente<br /> + de le magiche frode seppe ’l gioco.<br /> +</p> + +<p> + Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,<br /> + ch’avere inteso al cuoio e a lo spago<br /> + ora vorrebbe, ma tardi si pente.<br /> +</p> + +<p> + Vedi le triste che lasciaron l’ago,<br /> + la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;<br /> + fecer malie con erbe e con imago.<br /> +</p> + +<p> + Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine<br /> + d’amendue li emisperi e tocca l’onda<br /> + sotto Sobilia Caino e le spine;<br /> +</p> + +<p> + e già iernotte fu la luna tonda:<br /> + ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque<br /> + alcuna volta per la selva fonda».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi parlava, e andavamo introcque.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0121"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXI +</h3> + +<p> + Così di ponte in ponte, altro parlando<br /> + che la mia comedìa cantar non cura,<br /> + venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando<br /> +</p> + +<p> + restammo per veder l’altra fessura<br /> + di Malebolge e li altri pianti vani;<br /> + e vidila mirabilmente oscura.<br /> +</p> + +<p> + Quale ne l’arzanà de’ Viniziani<br /> + bolle l’inverno la tenace pece<br /> + a rimpalmare i legni lor non sani,<br /> +</p> + +<p> + ché navicar non ponno—in quella vece<br /> + chi fa suo legno novo e chi ristoppa<br /> + le coste a quel che più vïaggi fece;<br /> +</p> + +<p> + chi ribatte da proda e chi da poppa;<br /> + altri fa remi e altri volge sarte;<br /> + chi terzeruolo e artimon rintoppa—:<br /> +</p> + +<p> + tal, non per foco ma per divin’ arte,<br /> + bollia là giuso una pegola spessa,<br /> + che ’nviscava la ripa d’ogne parte.<br /> +</p> + +<p> + I’ vedea lei, ma non vedëa in essa<br /> + mai che le bolle che ’l bollor levava,<br /> + e gonfiar tutta, e riseder compressa.<br /> +</p> + +<p> + Mentr’ io là giù fisamente mirava,<br /> + lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,<br /> + mi trasse a sé del loco dov’ io stava.<br /> +</p> + +<p> + Allor mi volsi come l’uom cui tarda<br /> + di veder quel che li convien fuggire<br /> + e cui paura sùbita sgagliarda,<br /> +</p> + +<p> + che, per veder, non indugia ’l partire:<br /> + e vidi dietro a noi un diavol nero<br /> + correndo su per lo scoglio venire.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!<br /> + e quanto mi parea ne l’atto acerbo,<br /> + con l’ali aperte e sovra i piè leggero!<br /> +</p> + +<p> + L’omero suo, ch’era aguto e superbo,<br /> + carcava un peccator con ambo l’anche,<br /> + e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.<br /> +</p> + +<p> + Del nostro ponte disse: «O Malebranche,<br /> + ecco un de li anzïan di Santa Zita!<br /> + Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche<br /> +</p> + +<p> + a quella terra, che n’è ben fornita:<br /> + ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;<br /> + del no, per li denar, vi si fa ita».<br /> +</p> + +<p> + Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro<br /> + si volse; e mai non fu mastino sciolto<br /> + con tanta fretta a seguitar lo furo.<br /> +</p> + +<p> + Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;<br /> + ma i demon che del ponte avean coperchio,<br /> + gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!<br /> +</p> + +<p> + qui si nuota altrimenti che nel Serchio!<br /> + Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,<br /> + non far sopra la pegola soverchio».<br /> +</p> + +<p> + Poi l’addentar con più di cento raffi,<br /> + disser: «Coverto convien che qui balli,<br /> + sì che, se puoi, nascosamente accaffi».<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli<br /> + fanno attuffare in mezzo la caldaia<br /> + la carne con li uncin, perché non galli.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro «Acciò che non si paia<br /> + che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta<br /> + dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;<br /> +</p> + +<p> + e per nulla offension che mi sia fatta,<br /> + non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,<br /> + perch’ altra volta fui a tal baratta».<br /> +</p> + +<p> + Poscia passò di là dal co del ponte;<br /> + e com’ el giunse in su la ripa sesta,<br /> + mestier li fu d’aver sicura fronte.<br /> +</p> + +<p> + Con quel furore e con quella tempesta<br /> + ch’escono i cani a dosso al poverello<br /> + che di sùbito chiede ove s’arresta,<br /> +</p> + +<p> + usciron quei di sotto al ponticello,<br /> + e volser contra lui tutt’ i runcigli;<br /> + ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!<br /> +</p> + +<p> + Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,<br /> + traggasi avante l’un di voi che m’oda,<br /> + e poi d’arruncigliarmi si consigli».<br /> +</p> + +<p> + Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;<br /> + per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—<br /> + e venne a lui dicendo: «Che li approda?».<br /> +</p> + +<p> + «Credi tu, Malacoda, qui vedermi<br /> + esser venuto», disse ’l mio maestro,<br /> + «sicuro già da tutti vostri schermi,<br /> +</p> + +<p> + sanza voler divino e fato destro?<br /> + Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto<br /> + ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».<br /> +</p> + +<p> + Allor li fu l’orgoglio sì caduto,<br /> + ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,<br /> + e disse a li altri: «Omai non sia feruto».<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca mio a me: «O tu che siedi<br /> + tra li scheggion del ponte quatto quatto,<br /> + sicuramente omai a me ti riedi».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;<br /> + e i diavoli si fecer tutti avanti,<br /> + sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;<br /> +</p> + +<p> + così vid’ ïo già temer li fanti<br /> + ch’uscivan patteggiati di Caprona,<br /> + veggendo sé tra nemici cotanti.<br /> +</p> + +<p> + I’ m’accostai con tutta la persona<br /> + lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi<br /> + da la sembianza lor ch’era non buona.<br /> +</p> + +<p> + Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,<br /> + diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».<br /> + E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».<br /> +</p> + +<p> + Ma quel demonio che tenea sermone<br /> + col duca mio, si volse tutto presto<br /> + e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo<br /> + iscoglio non si può, però che giace<br /> + tutto spezzato al fondo l’arco sesto.<br /> +</p> + +<p> + E se l’andare avante pur vi piace,<br /> + andatevene su per questa grotta;<br /> + presso è un altro scoglio che via face.<br /> +</p> + +<p> + Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,<br /> + mille dugento con sessanta sei<br /> + anni compié che qui la via fu rotta.<br /> +</p> + +<p> + Io mando verso là di questi miei<br /> + a riguardar s’alcun se ne sciorina;<br /> + gite con lor, che non saranno rei».<br /> +</p> + +<p> + «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,<br /> + cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;<br /> + e Barbariccia guidi la decina.<br /> +</p> + +<p> + Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,<br /> + Cirïatto sannuto e Graffiacane<br /> + e Farfarello e Rubicante pazzo.<br /> +</p> + +<p> + Cercate ’ntorno le boglienti pane;<br /> + costor sian salvi infino a l’altro scheggio<br /> + che tutto intero va sovra le tane».<br /> +</p> + +<p> + «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,<br /> + diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,<br /> + se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.<br /> +</p> + +<p> + Se tu se’ sì accorto come suoli,<br /> + non vedi tu ch’e’ digrignan li denti<br /> + e con le ciglia ne minaccian duoli?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;<br /> + lasciali digrignar pur a lor senno,<br /> + ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».<br /> +</p> + +<p> + Per l’argine sinistro volta dienno;<br /> + ma prima avea ciascun la lingua stretta<br /> + coi denti, verso lor duca, per cenno;<br /> +</p> + +<p> + ed elli avea del cul fatto trombetta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0122"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXII +</h3> + +<p> + Io vidi già cavalier muover campo,<br /> + e cominciare stormo e far lor mostra,<br /> + e talvolta partir per loro scampo;<br /> +</p> + +<p> + corridor vidi per la terra vostra,<br /> + o Aretini, e vidi gir gualdane,<br /> + fedir torneamenti e correr giostra;<br /> +</p> + +<p> + quando con trombe, e quando con campane,<br /> + con tamburi e con cenni di castella,<br /> + e con cose nostrali e con istrane;<br /> +</p> + +<p> + né già con sì diversa cennamella<br /> + cavalier vidi muover né pedoni,<br /> + né nave a segno di terra o di stella.<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam con li diece demoni.<br /> + Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa<br /> + coi santi, e in taverna coi ghiottoni.<br /> +</p> + +<p> + Pur a la pegola era la mia ’ntesa,<br /> + per veder de la bolgia ogne contegno<br /> + e de la gente ch’entro v’era incesa.<br /> +</p> + +<p> + Come i dalfini, quando fanno segno<br /> + a’ marinar con l’arco de la schiena<br /> + che s’argomentin di campar lor legno,<br /> +</p> + +<p> + talor così, ad alleggiar la pena,<br /> + mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso<br /> + e nascondea in men che non balena.<br /> +</p> + +<p> + E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso<br /> + stanno i ranocchi pur col muso fuori,<br /> + sì che celano i piedi e l’altro grosso,<br /> +</p> + +<p> + sì stavan d’ogne parte i peccatori;<br /> + ma come s’appressava Barbariccia,<br /> + così si ritraén sotto i bollori.<br /> +</p> + +<p> + I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,<br /> + uno aspettar così, com’ elli ’ncontra<br /> + ch’una rana rimane e l’altra spiccia;<br /> +</p> + +<p> + e Graffiacan, che li era più di contra,<br /> + li arruncigliò le ’mpegolate chiome<br /> + e trassel sù, che mi parve una lontra.<br /> +</p> + +<p> + I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,<br /> + sì li notai quando fuorono eletti,<br /> + e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.<br /> +</p> + +<p> + «O Rubicante, fa che tu li metti<br /> + li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,<br /> + gridavan tutti insieme i maladetti.<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,<br /> + che tu sappi chi è lo sciagurato<br /> + venuto a man de li avversari suoi».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio li s’accostò allato;<br /> + domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:<br /> + «I’ fui del regno di Navarra nato.<br /> +</p> + +<p> + Mia madre a servo d’un segnor mi puose,<br /> + che m’avea generato d’un ribaldo,<br /> + distruggitor di sé e di sue cose.<br /> +</p> + +<p> + Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;<br /> + quivi mi misi a far baratteria,<br /> + di ch’io rendo ragione in questo caldo».<br /> +</p> + +<p> + E Cirïatto, a cui di bocca uscia<br /> + d’ogne parte una sanna come a porco,<br /> + li fé sentir come l’una sdruscia.<br /> +</p> + +<p> + Tra male gatte era venuto ’l sorco;<br /> + ma Barbariccia il chiuse con le braccia<br /> + e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».<br /> +</p> + +<p> + E al maestro mio volse la faccia;<br /> + «Domanda», disse, «ancor, se più disii<br /> + saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii<br /> + conosci tu alcun che sia latino<br /> + sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,<br /> +</p> + +<p> + poco è, da un che fu di là vicino.<br /> + Così foss’ io ancor con lui coperto,<br /> + ch’i’ non temerei unghia né uncino!».<br /> +</p> + +<p> + E Libicocco «Troppo avem sofferto»,<br /> + disse; e preseli ’l braccio col runciglio,<br /> + sì che, stracciando, ne portò un lacerto.<br /> +</p> + +<p> + Draghignazzo anco i volle dar di piglio<br /> + giuso a le gambe; onde ’l decurio loro<br /> + si volse intorno intorno con mal piglio.<br /> +</p> + +<p> + Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,<br /> + a lui, ch’ancor mirava sua ferita,<br /> + domandò ’l duca mio sanza dimoro:<br /> +</p> + +<p> + «Chi fu colui da cui mala partita<br /> + di’ che facesti per venire a proda?».<br /> + Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,<br /> +</p> + +<p> + quel di Gallura, vasel d’ogne froda,<br /> + ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,<br /> + e fé sì lor, che ciascun se ne loda.<br /> +</p> + +<p> + Danar si tolse e lasciolli di piano,<br /> + sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche<br /> + barattier fu non picciol, ma sovrano.<br /> +</p> + +<p> + Usa con esso donno Michel Zanche<br /> + di Logodoro; e a dir di Sardigna<br /> + le lingue lor non si sentono stanche.<br /> +</p> + +<p> + Omè, vedete l’altro che digrigna;<br /> + i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello<br /> + non s’apparecchi a grattarmi la tigna».<br /> +</p> + +<p> + E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello<br /> + che stralunava li occhi per fedire,<br /> + disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».<br /> +</p> + +<p> + «Se voi volete vedere o udire»,<br /> + ricominciò lo spaürato appresso,<br /> + «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;<br /> +</p> + +<p> + ma stieno i Malebranche un poco in cesso,<br /> + sì ch’ei non teman de le lor vendette;<br /> + e io, seggendo in questo loco stesso,<br /> +</p> + +<p> + per un ch’io son, ne farò venir sette<br /> + quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso<br /> + di fare allor che fori alcun si mette».<br /> +</p> + +<p> + Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,<br /> + crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia<br /> + ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,<br /> + rispuose: «Malizioso son io troppo,<br /> + quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».<br /> +</p> + +<p> + Alichin non si tenne e, di rintoppo<br /> + a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,<br /> + io non ti verrò dietro di gualoppo,<br /> +</p> + +<p> + ma batterò sovra la pece l’ali.<br /> + Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,<br /> + a veder se tu sol più di noi vali».<br /> +</p> + +<p> + O tu che leggi, udirai nuovo ludo:<br /> + ciascun da l’altra costa li occhi volse,<br /> + quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.<br /> +</p> + +<p> + Lo Navarrese ben suo tempo colse;<br /> + fermò le piante a terra, e in un punto<br /> + saltò e dal proposto lor si sciolse.<br /> +</p> + +<p> + Di che ciascun di colpa fu compunto,<br /> + ma quei più che cagion fu del difetto;<br /> + però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».<br /> +</p> + +<p> + Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto<br /> + non potero avanzar; quelli andò sotto,<br /> + e quei drizzò volando suso il petto:<br /> +</p> + +<p> + non altrimenti l’anitra di botto,<br /> + quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,<br /> + ed ei ritorna sù crucciato e rotto.<br /> +</p> + +<p> + Irato Calcabrina de la buffa,<br /> + volando dietro li tenne, invaghito<br /> + che quei campasse per aver la zuffa;<br /> +</p> + +<p> + e come ’l barattier fu disparito,<br /> + così volse li artigli al suo compagno,<br /> + e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.<br /> +</p> + +<p> + Ma l’altro fu bene sparvier grifagno<br /> + ad artigliar ben lui, e amendue<br /> + cadder nel mezzo del bogliente stagno.<br /> +</p> + +<p> + Lo caldo sghermitor sùbito fue;<br /> + ma però di levarsi era neente,<br /> + sì avieno inviscate l’ali sue.<br /> +</p> + +<p> + Barbariccia, con li altri suoi dolente,<br /> + quattro ne fé volar da l’altra costa<br /> + con tutt’ i raffi, e assai prestamente<br /> +</p> + +<p> + di qua, di là discesero a la posta;<br /> + porser li uncini verso li ’mpaniati,<br /> + ch’eran già cotti dentro da la crosta.<br /> +</p> + +<p> + E noi lasciammo lor così ’mpacciati.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0123"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXIII +</h3> + +<p> + Taciti, soli, sanza compagnia<br /> + n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,<br /> + come frati minor vanno per via.<br /> +</p> + +<p> + Vòlt’ era in su la favola d’Isopo<br /> + lo mio pensier per la presente rissa,<br /> + dov’ el parlò de la rana e del topo;<br /> +</p> + +<p> + ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’<br /> + che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia<br /> + principio e fine con la mente fissa.<br /> +</p> + +<p> + E come l’un pensier de l’altro scoppia,<br /> + così nacque di quello un altro poi,<br /> + che la prima paura mi fé doppia.<br /> +</p> + +<p> + Io pensava così: ‘Questi per noi<br /> + sono scherniti con danno e con beffa<br /> + sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.<br /> +</p> + +<p> + Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,<br /> + ei ne verranno dietro più crudeli<br /> + che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.<br /> +</p> + +<p> + Già mi sentia tutti arricciar li peli<br /> + de la paura e stava in dietro intento,<br /> + quand’ io dissi: «Maestro, se non celi<br /> +</p> + +<p> + te e me tostamente, i’ ho pavento<br /> + d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;<br /> + io li ’magino sì, che già li sento».<br /> +</p> + +<p> + E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,<br /> + l’imagine di fuor tua non trarrei<br /> + più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.<br /> +</p> + +<p> + Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,<br /> + con simile atto e con simile faccia,<br /> + sì che d’intrambi un sol consiglio fei.<br /> +</p> + +<p> + S’elli è che sì la destra costa giaccia,<br /> + che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,<br /> + noi fuggirem l’imaginata caccia».<br /> +</p> + +<p> + Già non compié di tal consiglio rendere,<br /> + ch’io li vidi venir con l’ali tese<br /> + non molto lungi, per volerne prendere.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio di sùbito mi prese,<br /> + come la madre ch’al romore è desta<br /> + e vede presso a sé le fiamme accese,<br /> +</p> + +<p> + che prende il figlio e fugge e non s’arresta,<br /> + avendo più di lui che di sé cura,<br /> + tanto che solo una camiscia vesta;<br /> +</p> + +<p> + e giù dal collo de la ripa dura<br /> + supin si diede a la pendente roccia,<br /> + che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.<br /> +</p> + +<p> + Non corse mai sì tosto acqua per doccia<br /> + a volger ruota di molin terragno,<br /> + quand’ ella più verso le pale approccia,<br /> +</p> + +<p> + come ’l maestro mio per quel vivagno,<br /> + portandosene me sovra ’l suo petto,<br /> + come suo figlio, non come compagno.<br /> +</p> + +<p> + A pena fuoro i piè suoi giunti al letto<br /> + del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle<br /> + sovresso noi; ma non lì era sospetto:<br /> +</p> + +<p> + ché l’alta provedenza che lor volle<br /> + porre ministri de la fossa quinta,<br /> + poder di partirs’ indi a tutti tolle.<br /> +</p> + +<p> + Là giù trovammo una gente dipinta<br /> + che giva intorno assai con lenti passi,<br /> + piangendo e nel sembiante stanca e vinta.<br /> +</p> + +<p> + Elli avean cappe con cappucci bassi<br /> + dinanzi a li occhi, fatte de la taglia<br /> + che in Clugnì per li monaci fassi.<br /> +</p> + +<p> + Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;<br /> + ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,<br /> + che Federigo le mettea di paglia.<br /> +</p> + +<p> + Oh in etterno faticoso manto!<br /> + Noi ci volgemmo ancor pur a man manca<br /> + con loro insieme, intenti al tristo pianto;<br /> +</p> + +<p> + ma per lo peso quella gente stanca<br /> + venìa sì pian, che noi eravam nuovi<br /> + di compagnia ad ogne mover d’anca.<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi<br /> + alcun ch’al fatto o al nome si conosca,<br /> + e li occhi, sì andando, intorno movi».<br /> +</p> + +<p> + E un che ’ntese la parola tosca,<br /> + di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,<br /> + voi che correte sì per l’aura fosca!<br /> +</p> + +<p> + Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».<br /> + Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,<br /> + e poi secondo il suo passo procedi».<br /> +</p> + +<p> + Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta<br /> + de l’animo, col viso, d’esser meco;<br /> + ma tardavali ’l carco e la via stretta.<br /> +</p> + +<p> + Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco<br /> + mi rimiraron sanza far parola;<br /> + poi si volsero in sé, e dicean seco:<br /> +</p> + +<p> + «Costui par vivo a l’atto de la gola;<br /> + e s’e’ son morti, per qual privilegio<br /> + vanno scoperti de la grave stola?».<br /> +</p> + +<p> + Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio<br /> + de l’ipocriti tristi se’ venuto,<br /> + dir chi tu se’ non avere in dispregio».<br /> +</p> + +<p> + E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto<br /> + sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,<br /> + e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.<br /> +</p> + +<p> + Ma voi chi siete, a cui tanto distilla<br /> + quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?<br /> + e che pena è in voi che sì sfavilla?».<br /> +</p> + +<p> + E l’un rispuose a me: «Le cappe rance<br /> + son di piombo sì grosse, che li pesi<br /> + fan così cigolar le lor bilance.<br /> +</p> + +<p> + Frati godenti fummo, e bolognesi;<br /> + io Catalano e questi Loderingo<br /> + nomati, e da tua terra insieme presi<br /> +</p> + +<p> + come suole esser tolto un uom solingo,<br /> + per conservar sua pace; e fummo tali,<br /> + ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;<br /> + ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse<br /> + un, crucifisso in terra con tre pali.<br /> +</p> + +<p> + Quando mi vide, tutto si distorse,<br /> + soffiando ne la barba con sospiri;<br /> + e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,<br /> +</p> + +<p> + mi disse: «Quel confitto che tu miri,<br /> + consigliò i Farisei che convenia<br /> + porre un uom per lo popolo a’ martìri.<br /> +</p> + +<p> + Attraversato è, nudo, ne la via,<br /> + come tu vedi, ed è mestier ch’el senta<br /> + qualunque passa, come pesa, pria.<br /> +</p> + +<p> + E a tal modo il socero si stenta<br /> + in questa fossa, e li altri dal concilio<br /> + che fu per li Giudei mala sementa».<br /> +</p> + +<p> + Allor vid’ io maravigliar Virgilio<br /> + sovra colui ch’era disteso in croce<br /> + tanto vilmente ne l’etterno essilio.<br /> +</p> + +<p> + Poscia drizzò al frate cotal voce:<br /> + «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci<br /> + s’a la man destra giace alcuna foce<br /> +</p> + +<p> + onde noi amendue possiamo uscirci,<br /> + sanza costrigner de li angeli neri<br /> + che vegnan d’esto fondo a dipartirci».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose adunque: «Più che tu non speri<br /> + s’appressa un sasso che da la gran cerchia<br /> + si move e varca tutt’ i vallon feri,<br /> +</p> + +<p> + salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;<br /> + montar potrete su per la ruina,<br /> + che giace in costa e nel fondo soperchia».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca stette un poco a testa china;<br /> + poi disse: «Mal contava la bisogna<br /> + colui che i peccator di qua uncina».<br /> +</p> + +<p> + E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna<br /> + del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’<br /> + ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».<br /> +</p> + +<p> + Appresso il duca a gran passi sen gì,<br /> + turbato un poco d’ira nel sembiante;<br /> + ond’ io da li ’ncarcati mi parti’<br /> +</p> + +<p> + dietro a le poste de le care piante.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0124"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXIV +</h3> + +<p> + In quella parte del giovanetto anno<br /> + che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra<br /> + e già le notti al mezzo dì sen vanno,<br /> +</p> + +<p> + quando la brina in su la terra assempra<br /> + l’imagine di sua sorella bianca,<br /> + ma poco dura a la sua penna tempra,<br /> +</p> + +<p> + lo villanello a cui la roba manca,<br /> + si leva, e guarda, e vede la campagna<br /> + biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,<br /> +</p> + +<p> + ritorna in casa, e qua e là si lagna,<br /> + come ’l tapin che non sa che si faccia;<br /> + poi riede, e la speranza ringavagna,<br /> +</p> + +<p> + veggendo ’l mondo aver cangiata faccia<br /> + in poco d’ora, e prende suo vincastro<br /> + e fuor le pecorelle a pascer caccia.<br /> +</p> + +<p> + Così mi fece sbigottir lo mastro<br /> + quand’ io li vidi sì turbar la fronte,<br /> + e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;<br /> +</p> + +<p> + ché, come noi venimmo al guasto ponte,<br /> + lo duca a me si volse con quel piglio<br /> + dolce ch’io vidi prima a piè del monte.<br /> +</p> + +<p> + Le braccia aperse, dopo alcun consiglio<br /> + eletto seco riguardando prima<br /> + ben la ruina, e diedemi di piglio.<br /> +</p> + +<p> + E come quei ch’adopera ed estima,<br /> + che sempre par che ’nnanzi si proveggia,<br /> + così, levando me sù ver’ la cima<br /> +</p> + +<p> + d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia<br /> + dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;<br /> + ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».<br /> +</p> + +<p> + Non era via da vestito di cappa,<br /> + ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,<br /> + potavam sù montar di chiappa in chiappa.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse che da quel precinto<br /> + più che da l’altro era la costa corta,<br /> + non so di lui, ma io sarei ben vinto.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché Malebolge inver’ la porta<br /> + del bassissimo pozzo tutta pende,<br /> + lo sito di ciascuna valle porta<br /> +</p> + +<p> + che l’una costa surge e l’altra scende;<br /> + noi pur venimmo al fine in su la punta<br /> + onde l’ultima pietra si scoscende.<br /> +</p> + +<p> + La lena m’era del polmon sì munta<br /> + quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,<br /> + anzi m’assisi ne la prima giunta.<br /> +</p> + +<p> + «Omai convien che tu così ti spoltre»,<br /> + disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,<br /> + in fama non si vien, né sotto coltre;<br /> +</p> + +<p> + sanza la qual chi sua vita consuma,<br /> + cotal vestigio in terra di sé lascia,<br /> + qual fummo in aere e in acqua la schiuma.<br /> +</p> + +<p> + E però leva sù; vinci l’ambascia<br /> + con l’animo che vince ogne battaglia,<br /> + se col suo grave corpo non s’accascia.<br /> +</p> + +<p> + Più lunga scala convien che si saglia;<br /> + non basta da costoro esser partito.<br /> + Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».<br /> +</p> + +<p> + Leva’mi allor, mostrandomi fornito<br /> + meglio di lena ch’i’ non mi sentia,<br /> + e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».<br /> +</p> + +<p> + Su per lo scoglio prendemmo la via,<br /> + ch’era ronchioso, stretto e malagevole,<br /> + ed erto più assai che quel di pria.<br /> +</p> + +<p> + Parlando andava per non parer fievole;<br /> + onde una voce uscì de l’altro fosso,<br /> + a parole formar disconvenevole.<br /> +</p> + +<p> + Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso<br /> + fossi de l’arco già che varca quivi;<br /> + ma chi parlava ad ire parea mosso.<br /> +</p> + +<p> + Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi<br /> + non poteano ire al fondo per lo scuro;<br /> + per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi<br /> +</p> + +<p> + da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;<br /> + ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,<br /> + così giù veggio e neente affiguro».<br /> +</p> + +<p> + «Altra risposta», disse, «non ti rendo<br /> + se non lo far; ché la dimanda onesta<br /> + si de’ seguir con l’opera tacendo».<br /> +</p> + +<p> + Noi discendemmo il ponte da la testa<br /> + dove s’aggiugne con l’ottava ripa,<br /> + e poi mi fu la bolgia manifesta:<br /> +</p> + +<p> + e vidivi entro terribile stipa<br /> + di serpenti, e di sì diversa mena<br /> + che la memoria il sangue ancor mi scipa.<br /> +</p> + +<p> + Più non si vanti Libia con sua rena;<br /> + ché se chelidri, iaculi e faree<br /> + produce, e cencri con anfisibena,<br /> +</p> + +<p> + né tante pestilenzie né sì ree<br /> + mostrò già mai con tutta l’Etïopia<br /> + né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.<br /> +</p> + +<p> + Tra questa cruda e tristissima copia<br /> + corrëan genti nude e spaventate,<br /> + sanza sperar pertugio o elitropia:<br /> +</p> + +<p> + con serpi le man dietro avean legate;<br /> + quelle ficcavan per le ren la coda<br /> + e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco a un ch’era da nostra proda,<br /> + s’avventò un serpente che ’l trafisse<br /> + là dove ’l collo a le spalle s’annoda.<br /> +</p> + +<p> + Né O sì tosto mai né I si scrisse,<br /> + com’ el s’accese e arse, e cener tutto<br /> + convenne che cascando divenisse;<br /> +</p> + +<p> + e poi che fu a terra sì distrutto,<br /> + la polver si raccolse per sé stessa<br /> + e ’n quel medesmo ritornò di butto.<br /> +</p> + +<p> + Così per li gran savi si confessa<br /> + che la fenice more e poi rinasce,<br /> + quando al cinquecentesimo anno appressa;<br /> +</p> + +<p> + erba né biado in sua vita non pasce,<br /> + ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,<br /> + e nardo e mirra son l’ultime fasce.<br /> +</p> + +<p> + E qual è quel che cade, e non sa como,<br /> + per forza di demon ch’a terra il tira,<br /> + o d’altra oppilazion che lega l’omo,<br /> +</p> + +<p> + quando si leva, che ’ntorno si mira<br /> + tutto smarrito de la grande angoscia<br /> + ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:<br /> +</p> + +<p> + tal era ’l peccator levato poscia.<br /> + Oh potenza di Dio, quant’ è severa,<br /> + che cotai colpi per vendetta croscia!<br /> +</p> + +<p> + Lo duca il domandò poi chi ello era;<br /> + per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,<br /> + poco tempo è, in questa gola fiera.<br /> +</p> + +<p> + Vita bestial mi piacque e non umana,<br /> + sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci<br /> + bestia, e Pistoia mi fu degna tana».<br /> +</p> + +<p> + E ïo al duca: «Dilli che non mucci,<br /> + e domanda che colpa qua giù ’l pinse;<br /> + ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».<br /> +</p> + +<p> + E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,<br /> + ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,<br /> + e di trista vergogna si dipinse;<br /> +</p> + +<p> + poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto<br /> + ne la miseria dove tu mi vedi,<br /> + che quando fui de l’altra vita tolto.<br /> +</p> + +<p> + Io non posso negar quel che tu chiedi;<br /> + in giù son messo tanto perch’ io fui<br /> + ladro a la sagrestia d’i belli arredi,<br /> +</p> + +<p> + e falsamente già fu apposto altrui.<br /> + Ma perché di tal vista tu non godi,<br /> + se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,<br /> +</p> + +<p> + apri li orecchi al mio annunzio, e odi.<br /> + Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;<br /> + poi Fiorenza rinova gente e modi.<br /> +</p> + +<p> + Tragge Marte vapor di Val di Magra<br /> + ch’è di torbidi nuvoli involuto;<br /> + e con tempesta impetüosa e agra<br /> +</p> + +<p> + sovra Campo Picen fia combattuto;<br /> + ond’ ei repente spezzerà la nebbia,<br /> + sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.<br /> +</p> + +<p> + E detto l’ho perché doler ti debbia!».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0125"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXV +</h3> + +<p> + Al fine de le sue parole il ladro<br /> + le mani alzò con amendue le fiche,<br /> + gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».<br /> +</p> + +<p> + Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,<br /> + perch’ una li s’avvolse allora al collo,<br /> + come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;<br /> +</p> + +<p> + e un’altra a le braccia, e rilegollo,<br /> + ribadendo sé stessa sì dinanzi,<br /> + che non potea con esse dare un crollo.<br /> +</p> + +<p> + Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi<br /> + d’incenerarti sì che più non duri,<br /> + poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?<br /> +</p> + +<p> + Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri<br /> + non vidi spirto in Dio tanto superbo,<br /> + non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.<br /> +</p> + +<p> + El si fuggì che non parlò più verbo;<br /> + e io vidi un centauro pien di rabbia<br /> + venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».<br /> +</p> + +<p> + Maremma non cred’ io che tante n’abbia,<br /> + quante bisce elli avea su per la groppa<br /> + infin ove comincia nostra labbia.<br /> +</p> + +<p> + Sovra le spalle, dietro da la coppa,<br /> + con l’ali aperte li giacea un draco;<br /> + e quello affuoca qualunque s’intoppa.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,<br /> + che, sotto ’l sasso di monte Aventino,<br /> + di sangue fece spesse volte laco.<br /> +</p> + +<p> + Non va co’ suoi fratei per un cammino,<br /> + per lo furto che frodolente fece<br /> + del grande armento ch’elli ebbe a vicino;<br /> +</p> + +<p> + onde cessar le sue opere biece<br /> + sotto la mazza d’Ercule, che forse<br /> + gliene diè cento, e non sentì le diece».<br /> +</p> + +<p> + Mentre che sì parlava, ed el trascorse,<br /> + e tre spiriti venner sotto noi,<br /> + de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,<br /> +</p> + +<p> + se non quando gridar: «Chi siete voi?»;<br /> + per che nostra novella si ristette,<br /> + e intendemmo pur ad essi poi.<br /> +</p> + +<p> + Io non li conoscea; ma ei seguette,<br /> + come suol seguitar per alcun caso,<br /> + che l’un nomar un altro convenette,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;<br /> + per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,<br /> + mi puosi ’l dito su dal mento al naso.<br /> +</p> + +<p> + Se tu se’ or, lettore, a creder lento<br /> + ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,<br /> + ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.<br /> +</p> + +<p> + Com’ io tenea levate in lor le ciglia,<br /> + e un serpente con sei piè si lancia<br /> + dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.<br /> +</p> + +<p> + Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia<br /> + e con li anterïor le braccia prese;<br /> + poi li addentò e l’una e l’altra guancia;<br /> +</p> + +<p> + li diretani a le cosce distese,<br /> + e miseli la coda tra ’mbedue<br /> + e dietro per le ren sù la ritese.<br /> +</p> + +<p> + Ellera abbarbicata mai non fue<br /> + ad alber sì, come l’orribil fiera<br /> + per l’altrui membra avviticchiò le sue.<br /> +</p> + +<p> + Poi s’appiccar, come di calda cera<br /> + fossero stati, e mischiar lor colore,<br /> + né l’un né l’altro già parea quel ch’era:<br /> +</p> + +<p> + come procede innanzi da l’ardore,<br /> + per lo papiro suso, un color bruno<br /> + che non è nero ancora e ’l bianco more.<br /> +</p> + +<p> + Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno<br /> + gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!<br /> + Vedi che già non se’ né due né uno».<br /> +</p> + +<p> + Già eran li due capi un divenuti,<br /> + quando n’apparver due figure miste<br /> + in una faccia, ov’ eran due perduti.<br /> +</p> + +<p> + Fersi le braccia due di quattro liste;<br /> + le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso<br /> + divenner membra che non fuor mai viste.<br /> +</p> + +<p> + Ogne primaio aspetto ivi era casso:<br /> + due e nessun l’imagine perversa<br /> + parea; e tal sen gio con lento passo.<br /> +</p> + +<p> + Come ’l ramarro sotto la gran fersa<br /> + dei dì canicular, cangiando sepe,<br /> + folgore par se la via attraversa,<br /> +</p> + +<p> + sì pareva, venendo verso l’epe<br /> + de li altri due, un serpentello acceso,<br /> + livido e nero come gran di pepe;<br /> +</p> + +<p> + e quella parte onde prima è preso<br /> + nostro alimento, a l’un di lor trafisse;<br /> + poi cadde giuso innanzi lui disteso.<br /> +</p> + +<p> + Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;<br /> + anzi, co’ piè fermati, sbadigliava<br /> + pur come sonno o febbre l’assalisse.<br /> +</p> + +<p> + Elli ’l serpente e quei lui riguardava;<br /> + l’un per la piaga e l’altro per la bocca<br /> + fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.<br /> +</p> + +<p> + Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca<br /> + del misero Sabello e di Nasidio,<br /> + e attenda a udir quel ch’or si scocca.<br /> +</p> + +<p> + Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,<br /> + ché se quello in serpente e quella in fonte<br /> + converte poetando, io non lo ’nvidio;<br /> +</p> + +<p> + ché due nature mai a fronte a fronte<br /> + non trasmutò sì ch’amendue le forme<br /> + a cambiar lor matera fosser pronte.<br /> +</p> + +<p> + Insieme si rispuosero a tai norme,<br /> + che ’l serpente la coda in forca fesse,<br /> + e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.<br /> +</p> + +<p> + Le gambe con le cosce seco stesse<br /> + s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura<br /> + non facea segno alcun che si paresse.<br /> +</p> + +<p> + Togliea la coda fessa la figura<br /> + che si perdeva là, e la sua pelle<br /> + si facea molle, e quella di là dura.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,<br /> + e i due piè de la fiera, ch’eran corti,<br /> + tanto allungar quanto accorciavan quelle.<br /> +</p> + +<p> + Poscia li piè di rietro, insieme attorti,<br /> + diventaron lo membro che l’uom cela,<br /> + e ’l misero del suo n’avea due porti.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela<br /> + di color novo, e genera ’l pel suso<br /> + per l’una parte e da l’altra il dipela,<br /> +</p> + +<p> + l’un si levò e l’altro cadde giuso,<br /> + non torcendo però le lucerne empie,<br /> + sotto le quai ciascun cambiava muso.<br /> +</p> + +<p> + Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,<br /> + e di troppa matera ch’in là venne<br /> + uscir li orecchi de le gote scempie;<br /> +</p> + +<p> + ciò che non corse in dietro e si ritenne<br /> + di quel soverchio, fé naso a la faccia<br /> + e le labbra ingrossò quanto convenne.<br /> +</p> + +<p> + Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,<br /> + e li orecchi ritira per la testa<br /> + come face le corna la lumaccia;<br /> +</p> + +<p> + e la lingua, ch’avëa unita e presta<br /> + prima a parlar, si fende, e la forcuta<br /> + ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.<br /> +</p> + +<p> + L’anima ch’era fiera divenuta,<br /> + suffolando si fugge per la valle,<br /> + e l’altro dietro a lui parlando sputa.<br /> +</p> + +<p> + Poscia li volse le novelle spalle,<br /> + e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,<br /> + com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».<br /> +</p> + +<p> + Così vid’ io la settima zavorra<br /> + mutare e trasmutare; e qui mi scusi<br /> + la novità se fior la penna abborra.<br /> +</p> + +<p> + E avvegna che li occhi miei confusi<br /> + fossero alquanto e l’animo smagato,<br /> + non poter quei fuggirsi tanto chiusi,<br /> +</p> + +<p> + ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;<br /> + ed era quel che sol, di tre compagni<br /> + che venner prima, non era mutato;<br /> +</p> + +<p> + l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0126"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXVI +</h3> + +<p> + Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande<br /> + che per mare e per terra batti l’ali,<br /> + e per lo ’nferno tuo nome si spande!<br /> +</p> + +<p> + Tra li ladron trovai cinque cotali<br /> + tuoi cittadini onde mi ven vergogna,<br /> + e tu in grande orranza non ne sali.<br /> +</p> + +<p> + Ma se presso al mattin del ver si sogna,<br /> + tu sentirai, di qua da picciol tempo,<br /> + di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.<br /> +</p> + +<p> + E se già fosse, non saria per tempo.<br /> + Così foss’ ei, da che pur esser dee!<br /> + ché più mi graverà, com’ più m’attempo.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci partimmo, e su per le scalee<br /> + che n’avea fatto iborni a scender pria,<br /> + rimontò ’l duca mio e trasse mee;<br /> +</p> + +<p> + e proseguendo la solinga via,<br /> + tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio<br /> + lo piè sanza la man non si spedia.<br /> +</p> + +<p> + Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio<br /> + quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,<br /> + e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,<br /> +</p> + +<p> + perché non corra che virtù nol guidi;<br /> + sì che, se stella bona o miglior cosa<br /> + m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.<br /> +</p> + +<p> + Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,<br /> + nel tempo che colui che ’l mondo schiara<br /> + la faccia sua a noi tien meno ascosa,<br /> +</p> + +<p> + come la mosca cede a la zanzara,<br /> + vede lucciole giù per la vallea,<br /> + forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:<br /> +</p> + +<p> + di tante fiamme tutta risplendea<br /> + l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi<br /> + tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.<br /> +</p> + +<p> + E qual colui che si vengiò con li orsi<br /> + vide ’l carro d’Elia al dipartire,<br /> + quando i cavalli al cielo erti levorsi,<br /> +</p> + +<p> + che nol potea sì con li occhi seguire,<br /> + ch’el vedesse altro che la fiamma sola,<br /> + sì come nuvoletta, in sù salire:<br /> +</p> + +<p> + tal si move ciascuna per la gola<br /> + del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,<br /> + e ogne fiamma un peccatore invola.<br /> +</p> + +<p> + Io stava sovra ’l ponte a veder surto,<br /> + sì che s’io non avessi un ronchion preso,<br /> + caduto sarei giù sanz’ esser urto.<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca che mi vide tanto atteso,<br /> + disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;<br /> + catun si fascia di quel ch’elli è inceso».<br /> +</p> + +<p> + «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti<br /> + son io più certo; ma già m’era avviso<br /> + che così fosse, e già voleva dirti:<br /> +</p> + +<p> + chi è ’n quel foco che vien sì diviso<br /> + di sopra, che par surger de la pira<br /> + dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose a me: «Là dentro si martira<br /> + Ulisse e Dïomede, e così insieme<br /> + a la vendetta vanno come a l’ira;<br /> +</p> + +<p> + e dentro da la lor fiamma si geme<br /> + l’agguato del caval che fé la porta<br /> + onde uscì de’ Romani il gentil seme.<br /> +</p> + +<p> + Piangevisi entro l’arte per che, morta,<br /> + Deïdamìa ancor si duol d’Achille,<br /> + e del Palladio pena vi si porta».<br /> +</p> + +<p> + «S’ei posson dentro da quelle faville<br /> + parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego<br /> + e ripriego, che ’l priego vaglia mille,<br /> +</p> + +<p> + che non mi facci de l’attender niego<br /> + fin che la fiamma cornuta qua vegna;<br /> + vedi che del disio ver’ lei mi piego!».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La tua preghiera è degna<br /> + di molta loda, e io però l’accetto;<br /> + ma fa che la tua lingua si sostegna.<br /> +</p> + +<p> + Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto<br /> + ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,<br /> + perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».<br /> +</p> + +<p> + Poi che la fiamma fu venuta quivi<br /> + dove parve al mio duca tempo e loco,<br /> + in questa forma lui parlare audivi:<br /> +</p> + +<p> + «O voi che siete due dentro ad un foco,<br /> + s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,<br /> + s’io meritai di voi assai o poco<br /> +</p> + +<p> + quando nel mondo li alti versi scrissi,<br /> + non vi movete; ma l’un di voi dica<br /> + dove, per lui, perduto a morir gissi».<br /> +</p> + +<p> + Lo maggior corno de la fiamma antica<br /> + cominciò a crollarsi mormorando,<br /> + pur come quella cui vento affatica;<br /> +</p> + +<p> + indi la cima qua e là menando,<br /> + come fosse la lingua che parlasse,<br /> + gittò voce di fuori e disse: «Quando<br /> +</p> + +<p> + mi diparti’ da Circe, che sottrasse<br /> + me più d’un anno là presso a Gaeta,<br /> + prima che sì Enëa la nomasse,<br /> +</p> + +<p> + né dolcezza di figlio, né la pieta<br /> + del vecchio padre, né ’l debito amore<br /> + lo qual dovea Penelopè far lieta,<br /> +</p> + +<p> + vincer potero dentro a me l’ardore<br /> + ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto<br /> + e de li vizi umani e del valore;<br /> +</p> + +<p> + ma misi me per l’alto mare aperto<br /> + sol con un legno e con quella compagna<br /> + picciola da la qual non fui diserto.<br /> +</p> + +<p> + L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,<br /> + fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,<br /> + e l’altre che quel mare intorno bagna.<br /> +</p> + +<p> + Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi<br /> + quando venimmo a quella foce stretta<br /> + dov’ Ercule segnò li suoi riguardi<br /> +</p> + +<p> + acciò che l’uom più oltre non si metta;<br /> + da la man destra mi lasciai Sibilia,<br /> + da l’altra già m’avea lasciata Setta.<br /> +</p> + +<p> + “O frati”, dissi “che per cento milia<br /> + perigli siete giunti a l’occidente,<br /> + a questa tanto picciola vigilia<br /> +</p> + +<p> + d’i nostri sensi ch’è del rimanente<br /> + non vogliate negar l’esperïenza,<br /> + di retro al sol, del mondo sanza gente.<br /> +</p> + +<p> + Considerate la vostra semenza:<br /> + fatti non foste a viver come bruti,<br /> + ma per seguir virtute e canoscenza”.<br /> +</p> + +<p> + Li miei compagni fec’ io sì aguti,<br /> + con questa orazion picciola, al cammino,<br /> + che a pena poscia li avrei ritenuti;<br /> +</p> + +<p> + e volta nostra poppa nel mattino,<br /> + de’ remi facemmo ali al folle volo,<br /> + sempre acquistando dal lato mancino.<br /> +</p> + +<p> + Tutte le stelle già de l’altro polo<br /> + vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,<br /> + che non surgëa fuor del marin suolo.<br /> +</p> + +<p> + Cinque volte racceso e tante casso<br /> + lo lume era di sotto da la luna,<br /> + poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,<br /> +</p> + +<p> + quando n’apparve una montagna, bruna<br /> + per la distanza, e parvemi alta tanto<br /> + quanto veduta non avëa alcuna.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;<br /> + ché de la nova terra un turbo nacque<br /> + e percosse del legno il primo canto.<br /> +</p> + +<p> + Tre volte il fé girar con tutte l’acque;<br /> + a la quarta levar la poppa in suso<br /> + e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,<br /> +</p> + +<p> + infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0127"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXVII +</h3> + +<p> + Già era dritta in sù la fiamma e queta<br /> + per non dir più, e già da noi sen gia<br /> + con la licenza del dolce poeta,<br /> +</p> + +<p> + quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,<br /> + ne fece volger li occhi a la sua cima<br /> + per un confuso suon che fuor n’uscia.<br /> +</p> + +<p> + Come ’l bue cicilian che mugghiò prima<br /> + col pianto di colui, e ciò fu dritto,<br /> + che l’avea temperato con sua lima,<br /> +</p> + +<p> + mugghiava con la voce de l’afflitto,<br /> + sì che, con tutto che fosse di rame,<br /> + pur el pareva dal dolor trafitto;<br /> +</p> + +<p> + così, per non aver via né forame<br /> + dal principio nel foco, in suo linguaggio<br /> + si convertïan le parole grame.<br /> +</p> + +<p> + Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio<br /> + su per la punta, dandole quel guizzo<br /> + che dato avea la lingua in lor passaggio,<br /> +</p> + +<p> + udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo<br /> + la voce e che parlavi mo lombardo,<br /> + dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,<br /> +</p> + +<p> + perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,<br /> + non t’incresca restare a parlar meco;<br /> + vedi che non incresce a me, e ardo!<br /> +</p> + +<p> + Se tu pur mo in questo mondo cieco<br /> + caduto se’ di quella dolce terra<br /> + latina ond’ io mia colpa tutta reco,<br /> +</p> + +<p> + dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;<br /> + ch’io fui d’i monti là intra Orbino<br /> + e ’l giogo di che Tever si diserra».<br /> +</p> + +<p> + Io era in giuso ancora attento e chino,<br /> + quando il mio duca mi tentò di costa,<br /> + dicendo: «Parla tu; questi è latino».<br /> +</p> + +<p> + E io, ch’avea già pronta la risposta,<br /> + sanza indugio a parlare incominciai:<br /> + «O anima che se’ là giù nascosta,<br /> +</p> + +<p> + Romagna tua non è, e non fu mai,<br /> + sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;<br /> + ma ’n palese nessuna or vi lasciai.<br /> +</p> + +<p> + Ravenna sta come stata è molt’ anni:<br /> + l’aguglia da Polenta la si cova,<br /> + sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.<br /> +</p> + +<p> + La terra che fé già la lunga prova<br /> + e di Franceschi sanguinoso mucchio,<br /> + sotto le branche verdi si ritrova.<br /> +</p> + +<p> + E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,<br /> + che fecer di Montagna il mal governo,<br /> + là dove soglion fan d’i denti succhio.<br /> +</p> + +<p> + Le città di Lamone e di Santerno<br /> + conduce il lïoncel dal nido bianco,<br /> + che muta parte da la state al verno.<br /> +</p> + +<p> + E quella cu’ il Savio bagna il fianco,<br /> + così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,<br /> + tra tirannia si vive e stato franco.<br /> +</p> + +<p> + Ora chi se’, ti priego che ne conte;<br /> + non esser duro più ch’altri sia stato,<br /> + se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».<br /> +</p> + +<p> + Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato<br /> + al modo suo, l’aguta punta mosse<br /> + di qua, di là, e poi diè cotal fiato:<br /> +</p> + +<p> + «S’i’ credesse che mia risposta fosse<br /> + a persona che mai tornasse al mondo,<br /> + questa fiamma staria sanza più scosse;<br /> +</p> + +<p> + ma però che già mai di questo fondo<br /> + non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,<br /> + sanza tema d’infamia ti rispondo.<br /> +</p> + +<p> + Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,<br /> + credendomi, sì cinto, fare ammenda;<br /> + e certo il creder mio venìa intero,<br /> +</p> + +<p> + se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,<br /> + che mi rimise ne le prime colpe;<br /> + e come e quare, voglio che m’intenda.<br /> +</p> + +<p> + Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe<br /> + che la madre mi diè, l’opere mie<br /> + non furon leonine, ma di volpe.<br /> +</p> + +<p> + Li accorgimenti e le coperte vie<br /> + io seppi tutte, e sì menai lor arte,<br /> + ch’al fine de la terra il suono uscie.<br /> +</p> + +<p> + Quando mi vidi giunto in quella parte<br /> + di mia etade ove ciascun dovrebbe<br /> + calar le vele e raccoglier le sarte,<br /> +</p> + +<p> + ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,<br /> + e pentuto e confesso mi rendei;<br /> + ahi miser lasso! e giovato sarebbe.<br /> +</p> + +<p> + Lo principe d’i novi Farisei,<br /> + avendo guerra presso a Laterano,<br /> + e non con Saracin né con Giudei,<br /> +</p> + +<p> + ché ciascun suo nimico era cristiano,<br /> + e nessun era stato a vincer Acri<br /> + né mercatante in terra di Soldano,<br /> +</p> + +<p> + né sommo officio né ordini sacri<br /> + guardò in sé, né in me quel capestro<br /> + che solea fare i suoi cinti più macri.<br /> +</p> + +<p> + Ma come Costantin chiese Silvestro<br /> + d’entro Siratti a guerir de la lebbre,<br /> + così mi chiese questi per maestro<br /> +</p> + +<p> + a guerir de la sua superba febbre;<br /> + domandommi consiglio, e io tacetti<br /> + perché le sue parole parver ebbre.<br /> +</p> + +<p> + E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;<br /> + finor t’assolvo, e tu m’insegna fare<br /> + sì come Penestrino in terra getti.<br /> +</p> + +<p> + Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,<br /> + come tu sai; però son due le chiavi<br /> + che ’l mio antecessor non ebbe care”.<br /> +</p> + +<p> + Allor mi pinser li argomenti gravi<br /> + là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,<br /> + e dissi: “Padre, da che tu mi lavi<br /> +</p> + +<p> + di quel peccato ov’ io mo cader deggio,<br /> + lunga promessa con l’attender corto<br /> + ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.<br /> +</p> + +<p> + Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,<br /> + per me; ma un d’i neri cherubini<br /> + li disse: “Non portar: non mi far torto.<br /> +</p> + +<p> + Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini<br /> + perché diede ’l consiglio frodolente,<br /> + dal quale in qua stato li sono a’ crini;<br /> +</p> + +<p> + ch’assolver non si può chi non si pente,<br /> + né pentere e volere insieme puossi<br /> + per la contradizion che nol consente”.<br /> +</p> + +<p> + Oh me dolente! come mi riscossi<br /> + quando mi prese dicendomi: “Forse<br /> + tu non pensavi ch’io löico fossi!”.<br /> +</p> + +<p> + A Minòs mi portò; e quelli attorse<br /> + otto volte la coda al dosso duro;<br /> + e poi che per gran rabbia la si morse,<br /> +</p> + +<p> + disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;<br /> + per ch’io là dove vedi son perduto,<br /> + e sì vestito, andando, mi rancuro».<br /> +</p> + +<p> + Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,<br /> + la fiamma dolorando si partio,<br /> + torcendo e dibattendo ’l corno aguto.<br /> +</p> + +<p> + Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,<br /> + su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco<br /> + che cuopre ’l fosso in che si paga il fio<br /> +</p> + +<p> + a quei che scommettendo acquistan carco.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0128"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXVIII +</h3> + +<p> + Chi poria mai pur con parole sciolte<br /> + dicer del sangue e de le piaghe a pieno<br /> + ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?<br /> +</p> + +<p> + Ogne lingua per certo verria meno<br /> + per lo nostro sermone e per la mente<br /> + c’hanno a tanto comprender poco seno.<br /> +</p> + +<p> + S’el s’aunasse ancor tutta la gente<br /> + che già, in su la fortunata terra<br /> + di Puglia, fu del suo sangue dolente<br /> +</p> + +<p> + per li Troiani e per la lunga guerra<br /> + che de l’anella fé sì alte spoglie,<br /> + come Livïo scrive, che non erra,<br /> +</p> + +<p> + con quella che sentio di colpi doglie<br /> + per contastare a Ruberto Guiscardo;<br /> + e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie<br /> +</p> + +<p> + a Ceperan, là dove fu bugiardo<br /> + ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,<br /> + dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;<br /> +</p> + +<p> + e qual forato suo membro e qual mozzo<br /> + mostrasse, d’aequar sarebbe nulla<br /> + il modo de la nona bolgia sozzo.<br /> +</p> + +<p> + Già veggia, per mezzul perdere o lulla,<br /> + com’ io vidi un, così non si pertugia,<br /> + rotto dal mento infin dove si trulla.<br /> +</p> + +<p> + Tra le gambe pendevan le minugia;<br /> + la corata pareva e ’l tristo sacco<br /> + che merda fa di quel che si trangugia.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che tutto in lui veder m’attacco,<br /> + guardommi e con le man s’aperse il petto,<br /> + dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!<br /> +</p> + +<p> + vedi come storpiato è Mäometto!<br /> + Dinanzi a me sen va piangendo Alì,<br /> + fesso nel volto dal mento al ciuffetto.<br /> +</p> + +<p> + E tutti li altri che tu vedi qui,<br /> + seminator di scandalo e di scisma<br /> + fuor vivi, e però son fessi così.<br /> +</p> + +<p> + Un diavolo è qua dietro che n’accisma<br /> + sì crudelmente, al taglio de la spada<br /> + rimettendo ciascun di questa risma,<br /> +</p> + +<p> + quand’ avem volta la dolente strada;<br /> + però che le ferite son richiuse<br /> + prima ch’altri dinanzi li rivada.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,<br /> + forse per indugiar d’ire a la pena<br /> + ch’è giudicata in su le tue accuse?».<br /> +</p> + +<p> + «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,<br /> + rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;<br /> + ma per dar lui esperïenza piena,<br /> +</p> + +<p> + a me, che morto son, convien menarlo<br /> + per lo ’nferno qua giù di giro in giro;<br /> + e quest’ è ver così com’ io ti parlo».<br /> +</p> + +<p> + Più fuor di cento che, quando l’udiro,<br /> + s’arrestaron nel fosso a riguardarmi<br /> + per maraviglia, oblïando il martiro.<br /> +</p> + +<p> + «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,<br /> + tu che forse vedra’ il sole in breve,<br /> + s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,<br /> +</p> + +<p> + sì di vivanda, che stretta di neve<br /> + non rechi la vittoria al Noarese,<br /> + ch’altrimenti acquistar non saria leve».<br /> +</p> + +<p> + Poi che l’un piè per girsene sospese,<br /> + Mäometto mi disse esta parola;<br /> + indi a partirsi in terra lo distese.<br /> +</p> + +<p> + Un altro, che forata avea la gola<br /> + e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,<br /> + e non avea mai ch’una orecchia sola,<br /> +</p> + +<p> + ristato a riguardar per maraviglia<br /> + con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,<br /> + ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,<br /> +</p> + +<p> + e disse: «O tu cui colpa non condanna<br /> + e cu’ io vidi su in terra latina,<br /> + se troppa simiglianza non m’inganna,<br /> +</p> + +<p> + rimembriti di Pier da Medicina,<br /> + se mai torni a veder lo dolce piano<br /> + che da Vercelli a Marcabò dichina.<br /> +</p> + +<p> + E fa saper a’ due miglior da Fano,<br /> + a messer Guido e anco ad Angiolello,<br /> + che, se l’antiveder qui non è vano,<br /> +</p> + +<p> + gittati saran fuor di lor vasello<br /> + e mazzerati presso a la Cattolica<br /> + per tradimento d’un tiranno fello.<br /> +</p> + +<p> + Tra l’isola di Cipri e di Maiolica<br /> + non vide mai sì gran fallo Nettuno,<br /> + non da pirate, non da gente argolica.<br /> +</p> + +<p> + Quel traditor che vede pur con l’uno,<br /> + e tien la terra che tale qui meco<br /> + vorrebbe di vedere esser digiuno,<br /> +</p> + +<p> + farà venirli a parlamento seco;<br /> + poi farà sì, ch’al vento di Focara<br /> + non sarà lor mestier voto né preco».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Dimostrami e dichiara,<br /> + se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,<br /> + chi è colui da la veduta amara».<br /> +</p> + +<p> + Allor puose la mano a la mascella<br /> + d’un suo compagno e la bocca li aperse,<br /> + gridando: «Questi è desso, e non favella.<br /> +</p> + +<p> + Questi, scacciato, il dubitar sommerse<br /> + in Cesare, affermando che ’l fornito<br /> + sempre con danno l’attender sofferse».<br /> +</p> + +<p> + Oh quanto mi pareva sbigottito<br /> + con la lingua tagliata ne la strozza<br /> + Curïo, ch’a dir fu così ardito!<br /> +</p> + +<p> + E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,<br /> + levando i moncherin per l’aura fosca,<br /> + sì che ’l sangue facea la faccia sozza,<br /> +</p> + +<p> + gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,<br /> + che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,<br /> + che fu mal seme per la gente tosca».<br /> +</p> + +<p> + E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;<br /> + per ch’elli, accumulando duol con duolo,<br /> + sen gio come persona trista e matta.<br /> +</p> + +<p> + Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,<br /> + e vidi cosa ch’io avrei paura,<br /> + sanza più prova, di contarla solo;<br /> +</p> + +<p> + se non che coscïenza m’assicura,<br /> + la buona compagnia che l’uom francheggia<br /> + sotto l’asbergo del sentirsi pura.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,<br /> + un busto sanza capo andar sì come<br /> + andavan li altri de la trista greggia;<br /> +</p> + +<p> + e ’l capo tronco tenea per le chiome,<br /> + pesol con mano a guisa di lanterna:<br /> + e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».<br /> +</p> + +<p> + Di sé facea a sé stesso lucerna,<br /> + ed eran due in uno e uno in due;<br /> + com’ esser può, quei sa che sì governa.<br /> +</p> + +<p> + Quando diritto al piè del ponte fue,<br /> + levò ’l braccio alto con tutta la testa<br /> + per appressarne le parole sue,<br /> +</p> + +<p> + che fuoro: «Or vedi la pena molesta,<br /> + tu che, spirando, vai veggendo i morti:<br /> + vedi s’alcuna è grande come questa.<br /> +</p> + +<p> + E perché tu di me novella porti,<br /> + sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli<br /> + che diedi al re giovane i ma’ conforti.<br /> +</p> + +<p> + Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;<br /> + Achitofèl non fé più d’Absalone<br /> + e di Davìd coi malvagi punzelli.<br /> +</p> + +<p> + Perch’ io parti’ così giunte persone,<br /> + partito porto il mio cerebro, lasso!,<br /> + dal suo principio ch’è in questo troncone.<br /> +</p> + +<p> + Così s’osserva in me lo contrapasso».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0129"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXIX +</h3> + +<p> + La molta gente e le diverse piaghe<br /> + avean le luci mie sì inebrïate,<br /> + che de lo stare a piangere eran vaghe.<br /> +</p> + +<p> + Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?<br /> + perché la vista tua pur si soffolge<br /> + là giù tra l’ombre triste smozzicate?<br /> +</p> + +<p> + Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;<br /> + pensa, se tu annoverar le credi,<br /> + che miglia ventidue la valle volge.<br /> +</p> + +<p> + E già la luna è sotto i nostri piedi;<br /> + lo tempo è poco omai che n’è concesso,<br /> + e altro è da veder che tu non vedi».<br /> +</p> + +<p> + «Se tu avessi», rispuos’ io appresso,<br /> + «atteso a la cagion per ch’io guardava,<br /> + forse m’avresti ancor lo star dimesso».<br /> +</p> + +<p> + Parte sen giva, e io retro li andava,<br /> + lo duca, già faccendo la risposta,<br /> + e soggiugnendo: «Dentro a quella cava<br /> +</p> + +<p> + dov’ io tenea or li occhi sì a posta,<br /> + credo ch’un spirto del mio sangue pianga<br /> + la colpa che là giù cotanto costa».<br /> +</p> + +<p> + Allor disse ’l maestro: «Non si franga<br /> + lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.<br /> + Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;<br /> +</p> + +<p> + ch’io vidi lui a piè del ponticello<br /> + mostrarti e minacciar forte col dito,<br /> + e udi’ ’l nominar Geri del Bello.<br /> +</p> + +<p> + Tu eri allor sì del tutto impedito<br /> + sovra colui che già tenne Altaforte,<br /> + che non guardasti in là, sì fu partito».<br /> +</p> + +<p> + «O duca mio, la vïolenta morte<br /> + che non li è vendicata ancor», diss’ io,<br /> + «per alcun che de l’onta sia consorte,<br /> +</p> + +<p> + fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio<br /> + sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:<br /> + e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».<br /> +</p> + +<p> + Così parlammo infino al loco primo<br /> + che de lo scoglio l’altra valle mostra,<br /> + se più lume vi fosse, tutto ad imo.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo sor l’ultima chiostra<br /> + di Malebolge, sì che i suoi conversi<br /> + potean parere a la veduta nostra,<br /> +</p> + +<p> + lamenti saettaron me diversi,<br /> + che di pietà ferrati avean li strali;<br /> + ond’ io li orecchi con le man copersi.<br /> +</p> + +<p> + Qual dolor fora, se de li spedali<br /> + di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre<br /> + e di Maremma e di Sardigna i mali<br /> +</p> + +<p> + fossero in una fossa tutti ’nsembre,<br /> + tal era quivi, e tal puzzo n’usciva<br /> + qual suol venir de le marcite membre.<br /> +</p> + +<p> + Noi discendemmo in su l’ultima riva<br /> + del lungo scoglio, pur da man sinistra;<br /> + e allor fu la mia vista più viva<br /> +</p> + +<p> + giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra<br /> + de l’alto Sire infallibil giustizia<br /> + punisce i falsador che qui registra.<br /> +</p> + +<p> + Non credo ch’a veder maggior tristizia<br /> + fosse in Egina il popol tutto infermo,<br /> + quando fu l’aere sì pien di malizia,<br /> +</p> + +<p> + che li animali, infino al picciol vermo,<br /> + cascaron tutti, e poi le genti antiche,<br /> + secondo che i poeti hanno per fermo,<br /> +</p> + +<p> + si ristorar di seme di formiche;<br /> + ch’era a veder per quella oscura valle<br /> + languir li spirti per diverse biche.<br /> +</p> + +<p> + Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle<br /> + l’un de l’altro giacea, e qual carpone<br /> + si trasmutava per lo tristo calle.<br /> +</p> + +<p> + Passo passo andavam sanza sermone,<br /> + guardando e ascoltando li ammalati,<br /> + che non potean levar le lor persone.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi due sedere a sé poggiati,<br /> + com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,<br /> + dal capo al piè di schianze macolati;<br /> +</p> + +<p> + e non vidi già mai menare stregghia<br /> + a ragazzo aspettato dal segnorso,<br /> + né a colui che mal volontier vegghia,<br /> +</p> + +<p> + come ciascun menava spesso il morso<br /> + de l’unghie sopra sé per la gran rabbia<br /> + del pizzicor, che non ha più soccorso;<br /> +</p> + +<p> + e sì traevan giù l’unghie la scabbia,<br /> + come coltel di scardova le scaglie<br /> + o d’altro pesce che più larghe l’abbia.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che con le dita ti dismaglie»,<br /> + cominciò ’l duca mio a l’un di loro,<br /> + «e che fai d’esse talvolta tanaglie,<br /> +</p> + +<p> + dinne s’alcun Latino è tra costoro<br /> + che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti<br /> + etternalmente a cotesto lavoro».<br /> +</p> + +<p> + «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti<br /> + qui ambedue», rispuose l’un piangendo;<br /> + «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca disse: «I’ son un che discendo<br /> + con questo vivo giù di balzo in balzo,<br /> + e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».<br /> +</p> + +<p> + Allor si ruppe lo comun rincalzo;<br /> + e tremando ciascuno a me si volse<br /> + con altri che l’udiron di rimbalzo.<br /> +</p> + +<p> + Lo buon maestro a me tutto s’accolse,<br /> + dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;<br /> + e io incominciai, poscia ch’ei volse:<br /> +</p> + +<p> + «Se la vostra memoria non s’imboli<br /> + nel primo mondo da l’umane menti,<br /> + ma s’ella viva sotto molti soli,<br /> +</p> + +<p> + ditemi chi voi siete e di che genti;<br /> + la vostra sconcia e fastidiosa pena<br /> + di palesarvi a me non vi spaventi».<br /> +</p> + +<p> + «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,<br /> + rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;<br /> + ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.<br /> +</p> + +<p> + Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:<br /> + “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;<br /> + e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,<br /> +</p> + +<p> + volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo<br /> + perch’ io nol feci Dedalo, mi fece<br /> + ardere a tal che l’avea per figliuolo.<br /> +</p> + +<p> + Ma ne l’ultima bolgia de le diece<br /> + me per l’alchìmia che nel mondo usai<br /> + dannò Minòs, a cui fallar non lece».<br /> +</p> + +<p> + E io dissi al poeta: «Or fu già mai<br /> + gente sì vana come la sanese?<br /> + Certo non la francesca sì d’assai!».<br /> +</p> + +<p> + Onde l’altro lebbroso, che m’intese,<br /> + rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca<br /> + che seppe far le temperate spese,<br /> +</p> + +<p> + e Niccolò che la costuma ricca<br /> + del garofano prima discoverse<br /> + ne l’orto dove tal seme s’appicca;<br /> +</p> + +<p> + e tra’ne la brigata in che disperse<br /> + Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,<br /> + e l’Abbagliato suo senno proferse.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché sappi chi sì ti seconda<br /> + contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,<br /> + sì che la faccia mia ben ti risponda:<br /> +</p> + +<p> + sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,<br /> + che falsai li metalli con l’alchìmia;<br /> + e te dee ricordar, se ben t’adocchio,<br /> +</p> + +<p> + com’ io fui di natura buona scimia».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0130"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXX +</h3> + +<p> + Nel tempo che Iunone era crucciata<br /> + per Semelè contra ’l sangue tebano,<br /> + come mostrò una e altra fïata,<br /> +</p> + +<p> + Atamante divenne tanto insano,<br /> + che veggendo la moglie con due figli<br /> + andar carcata da ciascuna mano,<br /> +</p> + +<p> + gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli<br /> + la leonessa e ’ leoncini al varco»;<br /> + e poi distese i dispietati artigli,<br /> +</p> + +<p> + prendendo l’un ch’avea nome Learco,<br /> + e rotollo e percosselo ad un sasso;<br /> + e quella s’annegò con l’altro carco.<br /> +</p> + +<p> + E quando la fortuna volse in basso<br /> + l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,<br /> + sì che ’nsieme col regno il re fu casso,<br /> +</p> + +<p> + Ecuba trista, misera e cattiva,<br /> + poscia che vide Polissena morta,<br /> + e del suo Polidoro in su la riva<br /> +</p> + +<p> + del mar si fu la dolorosa accorta,<br /> + forsennata latrò sì come cane;<br /> + tanto il dolor le fé la mente torta.<br /> +</p> + +<p> + Ma né di Tebe furie né troiane<br /> + si vider mäi in alcun tanto crude,<br /> + non punger bestie, nonché membra umane,<br /> +</p> + +<p> + quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,<br /> + che mordendo correvan di quel modo<br /> + che ’l porco quando del porcil si schiude.<br /> +</p> + +<p> + L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo<br /> + del collo l’assannò, sì che, tirando,<br /> + grattar li fece il ventre al fondo sodo.<br /> +</p> + +<p> + E l’Aretin che rimase, tremando<br /> + mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,<br /> + e va rabbioso altrui così conciando».<br /> +</p> + +<p> + «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi<br /> + li denti a dosso, non ti sia fatica<br /> + a dir chi è, pria che di qui si spicchi».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica<br /> + di Mirra scellerata, che divenne<br /> + al padre, fuor del dritto amore, amica.<br /> +</p> + +<p> + Questa a peccar con esso così venne,<br /> + falsificando sé in altrui forma,<br /> + come l’altro che là sen va, sostenne,<br /> +</p> + +<p> + per guadagnar la donna de la torma,<br /> + falsificare in sé Buoso Donati,<br /> + testando e dando al testamento norma».<br /> +</p> + +<p> + E poi che i due rabbiosi fuor passati<br /> + sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,<br /> + rivolsilo a guardar li altri mal nati.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,<br /> + pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia<br /> + tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.<br /> +</p> + +<p> + La grave idropesì, che sì dispaia<br /> + le membra con l’omor che mal converte,<br /> + che ’l viso non risponde a la ventraia,<br /> +</p> + +<p> + faceva lui tener le labbra aperte<br /> + come l’etico fa, che per la sete<br /> + l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.<br /> +</p> + +<p> + «O voi che sanz’ alcuna pena siete,<br /> + e non so io perché, nel mondo gramo»,<br /> + diss’ elli a noi, «guardate e attendete<br /> +</p> + +<p> + a la miseria del maestro Adamo;<br /> + io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,<br /> + e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.<br /> +</p> + +<p> + Li ruscelletti che d’i verdi colli<br /> + del Casentin discendon giuso in Arno,<br /> + faccendo i lor canali freddi e molli,<br /> +</p> + +<p> + sempre mi stanno innanzi, e non indarno,<br /> + ché l’imagine lor vie più m’asciuga<br /> + che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.<br /> +</p> + +<p> + La rigida giustizia che mi fruga<br /> + tragge cagion del loco ov’ io peccai<br /> + a metter più li miei sospiri in fuga.<br /> +</p> + +<p> + Ivi è Romena, là dov’ io falsai<br /> + la lega suggellata del Batista;<br /> + per ch’io il corpo sù arso lasciai.<br /> +</p> + +<p> + Ma s’io vedessi qui l’anima trista<br /> + di Guido o d’Alessandro o di lor frate,<br /> + per Fonte Branda non darei la vista.<br /> +</p> + +<p> + Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate<br /> + ombre che vanno intorno dicon vero;<br /> + ma che mi val, c’ho le membra legate?<br /> +</p> + +<p> + S’io fossi pur di tanto ancor leggero<br /> + ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,<br /> + io sarei messo già per lo sentiero,<br /> +</p> + +<p> + cercando lui tra questa gente sconcia,<br /> + con tutto ch’ella volge undici miglia,<br /> + e men d’un mezzo di traverso non ci ha.<br /> +</p> + +<p> + Io son per lor tra sì fatta famiglia;<br /> + e’ m’indussero a batter li fiorini<br /> + ch’avevan tre carati di mondiglia».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Chi son li due tapini<br /> + che fumman come man bagnate ’l verno,<br /> + giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».<br /> +</p> + +<p> + «Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,<br /> + rispuose, «quando piovvi in questo greppo,<br /> + e non credo che dieno in sempiterno.<br /> +</p> + +<p> + L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;<br /> + l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:<br /> + per febbre aguta gittan tanto leppo».<br /> +</p> + +<p> + E l’un di lor, che si recò a noia<br /> + forse d’esser nomato sì oscuro,<br /> + col pugno li percosse l’epa croia.<br /> +</p> + +<p> + Quella sonò come fosse un tamburo;<br /> + e mastro Adamo li percosse il volto<br /> + col braccio suo, che non parve men duro,<br /> +</p> + +<p> + dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto<br /> + lo muover per le membra che son gravi,<br /> + ho io il braccio a tal mestiere sciolto».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi<br /> + al fuoco, non l’avei tu così presto;<br /> + ma sì e più l’avei quando coniavi».<br /> +</p> + +<p> + E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:<br /> + ma tu non fosti sì ver testimonio<br /> + là ’ve del ver fosti a Troia richesto».<br /> +</p> + +<p> + «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,<br /> + disse Sinon; «e son qui per un fallo,<br /> + e tu per più ch’alcun altro demonio!».<br /> +</p> + +<p> + «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,<br /> + rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;<br /> + «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».<br /> +</p> + +<p> + «E te sia rea la sete onde ti crepa»,<br /> + disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia<br /> + che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».<br /> +</p> + +<p> + Allora il monetier: «Così si squarcia<br /> + la bocca tua per tuo mal come suole;<br /> + ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,<br /> +</p> + +<p> + tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,<br /> + e per leccar lo specchio di Narcisso,<br /> + non vorresti a ’nvitar molte parole».<br /> +</p> + +<p> + Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,<br /> + quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,<br /> + che per poco che teco non mi risso!».<br /> +</p> + +<p> + Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,<br /> + volsimi verso lui con tal vergogna,<br /> + ch’ancor per la memoria mi si gira.<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che suo dannaggio sogna,<br /> + che sognando desidera sognare,<br /> + sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec’ io, non possendo parlare,<br /> + che disïava scusarmi, e scusava<br /> + me tuttavia, e nol mi credea fare.<br /> +</p> + +<p> + «Maggior difetto men vergogna lava»,<br /> + disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;<br /> + però d’ogne trestizia ti disgrava.<br /> +</p> + +<p> + E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,<br /> + se più avvien che fortuna t’accoglia<br /> + dove sien genti in simigliante piato:<br /> +</p> + +<p> + ché voler ciò udire è bassa voglia».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0131"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXXI +</h3> + +<p> + Una medesma lingua pria mi morse,<br /> + sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,<br /> + e poi la medicina mi riporse;<br /> +</p> + +<p> + così od’ io che solea far la lancia<br /> + d’Achille e del suo padre esser cagione<br /> + prima di trista e poi di buona mancia.<br /> +</p> + +<p> + Noi demmo il dosso al misero vallone<br /> + su per la ripa che ’l cinge dintorno,<br /> + attraversando sanza alcun sermone.<br /> +</p> + +<p> + Quiv’ era men che notte e men che giorno,<br /> + sì che ’l viso m’andava innanzi poco;<br /> + ma io senti’ sonare un alto corno,<br /> +</p> + +<p> + tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,<br /> + che, contra sé la sua via seguitando,<br /> + dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.<br /> +</p> + +<p> + Dopo la dolorosa rotta, quando<br /> + Carlo Magno perdé la santa gesta,<br /> + non sonò sì terribilmente Orlando.<br /> +</p> + +<p> + Poco portäi in là volta la testa,<br /> + che me parve veder molte alte torri;<br /> + ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Però che tu trascorri<br /> + per le tenebre troppo da la lungi,<br /> + avvien che poi nel maginare abborri.<br /> +</p> + +<p> + Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,<br /> + quanto ’l senso s’inganna di lontano;<br /> + però alquanto più te stesso pungi».<br /> +</p> + +<p> + Poi caramente mi prese per mano<br /> + e disse: «Pria che noi siam più avanti,<br /> + acciò che ’l fatto men ti paia strano,<br /> +</p> + +<p> + sappi che non son torri, ma giganti,<br /> + e son nel pozzo intorno da la ripa<br /> + da l’umbilico in giuso tutti quanti».<br /> +</p> + +<p> + Come quando la nebbia si dissipa,<br /> + lo sguardo a poco a poco raffigura<br /> + ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,<br /> +</p> + +<p> + così forando l’aura grossa e scura,<br /> + più e più appressando ver’ la sponda,<br /> + fuggiemi errore e cresciemi paura;<br /> +</p> + +<p> + però che, come su la cerchia tonda<br /> + Montereggion di torri si corona,<br /> + così la proda che ’l pozzo circonda<br /> +</p> + +<p> + torreggiavan di mezza la persona<br /> + li orribili giganti, cui minaccia<br /> + Giove del cielo ancora quando tuona.<br /> +</p> + +<p> + E io scorgeva già d’alcun la faccia,<br /> + le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,<br /> + e per le coste giù ambo le braccia.<br /> +</p> + +<p> + Natura certo, quando lasciò l’arte<br /> + di sì fatti animali, assai fé bene<br /> + per tòrre tali essecutori a Marte.<br /> +</p> + +<p> + E s’ella d’elefanti e di balene<br /> + non si pente, chi guarda sottilmente,<br /> + più giusta e più discreta la ne tene;<br /> +</p> + +<p> + ché dove l’argomento de la mente<br /> + s’aggiugne al mal volere e a la possa,<br /> + nessun riparo vi può far la gente.<br /> +</p> + +<p> + La faccia sua mi parea lunga e grossa<br /> + come la pina di San Pietro a Roma,<br /> + e a sua proporzione eran l’altre ossa;<br /> +</p> + +<p> + sì che la ripa, ch’era perizoma<br /> + dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto<br /> + di sovra, che di giugnere a la chioma<br /> +</p> + +<p> + tre Frison s’averien dato mal vanto;<br /> + però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi<br /> + dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.<br /> +</p> + +<p> + «Raphèl maì amècche zabì almi»,<br /> + cominciò a gridar la fiera bocca,<br /> + cui non si convenia più dolci salmi.<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,<br /> + tienti col corno, e con quel ti disfoga<br /> + quand’ ira o altra passïon ti tocca!<br /> +</p> + +<p> + Cércati al collo, e troverai la soga<br /> + che ’l tien legato, o anima confusa,<br /> + e vedi lui che ’l gran petto ti doga».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;<br /> + questi è Nembrotto per lo cui mal coto<br /> + pur un linguaggio nel mondo non s’usa.<br /> +</p> + +<p> + Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;<br /> + ché così è a lui ciascun linguaggio<br /> + come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».<br /> +</p> + +<p> + Facemmo adunque più lungo vïaggio,<br /> + vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro<br /> + trovammo l’altro assai più fero e maggio.<br /> +</p> + +<p> + A cigner lui qual che fosse ’l maestro,<br /> + non so io dir, ma el tenea soccinto<br /> + dinanzi l’altro e dietro il braccio destro<br /> +</p> + +<p> + d’una catena che ’l tenea avvinto<br /> + dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto<br /> + si ravvolgëa infino al giro quinto.<br /> +</p> + +<p> + «Questo superbo volle esser esperto<br /> + di sua potenza contra ’l sommo Giove»,<br /> + disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.<br /> +</p> + +<p> + Fïalte ha nome, e fece le gran prove<br /> + quando i giganti fer paura a’ dèi;<br /> + le braccia ch’el menò, già mai non move».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «S’esser puote, io vorrei<br /> + che de lo smisurato Brïareo<br /> + esperïenza avesser li occhi mei».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo<br /> + presso di qui che parla ed è disciolto,<br /> + che ne porrà nel fondo d’ogne reo.<br /> +</p> + +<p> + Quel che tu vuo’ veder, più là è molto<br /> + ed è legato e fatto come questo,<br /> + salvo che più feroce par nel volto».<br /> +</p> + +<p> + Non fu tremoto già tanto rubesto,<br /> + che scotesse una torre così forte,<br /> + come Fïalte a scuotersi fu presto.<br /> +</p> + +<p> + Allor temett’ io più che mai la morte,<br /> + e non v’era mestier più che la dotta,<br /> + s’io non avessi viste le ritorte.<br /> +</p> + +<p> + Noi procedemmo più avante allotta,<br /> + e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,<br /> + sanza la testa, uscia fuor de la grotta.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che ne la fortunata valle<br /> + che fece Scipïon di gloria reda,<br /> + quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,<br /> +</p> + +<p> + recasti già mille leon per preda,<br /> + e che, se fossi stato a l’alta guerra<br /> + de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda<br /> +</p> + +<p> + ch’avrebber vinto i figli de la terra:<br /> + mettine giù, e non ten vegna schifo,<br /> + dove Cocito la freddura serra.<br /> +</p> + +<p> + Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:<br /> + questi può dar di quel che qui si brama;<br /> + però ti china e non torcer lo grifo.<br /> +</p> + +<p> + Ancor ti può nel mondo render fama,<br /> + ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta<br /> + se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».<br /> +</p> + +<p> + Così disse ’l maestro; e quelli in fretta<br /> + le man distese, e prese ’l duca mio,<br /> + ond’ Ercule sentì già grande stretta.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio, quando prender si sentio,<br /> + disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;<br /> + poi fece sì ch’un fascio era elli e io.<br /> +</p> + +<p> + Qual pare a riguardar la Carisenda<br /> + sotto ’l chinato, quando un nuvol vada<br /> + sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:<br /> +</p> + +<p> + tal parve Antëo a me che stava a bada<br /> + di vederlo chinare, e fu tal ora<br /> + ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.<br /> +</p> + +<p> + Ma lievemente al fondo che divora<br /> + Lucifero con Giuda, ci sposò;<br /> + né, sì chinato, lì fece dimora,<br /> +</p> + +<p> + e come albero in nave si levò.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0132"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXXII +</h3> + +<p> + S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,<br /> + come si converrebbe al tristo buco<br /> + sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,<br /> +</p> + +<p> + io premerei di mio concetto il suco<br /> + più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,<br /> + non sanza tema a dicer mi conduco;<br /> +</p> + +<p> + ché non è impresa da pigliare a gabbo<br /> + discriver fondo a tutto l’universo,<br /> + né da lingua che chiami mamma o babbo.<br /> +</p> + +<p> + Ma quelle donne aiutino il mio verso<br /> + ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,<br /> + sì che dal fatto il dir non sia diverso.<br /> +</p> + +<p> + Oh sovra tutte mal creata plebe<br /> + che stai nel loco onde parlare è duro,<br /> + mei foste state qui pecore o zebe!<br /> +</p> + +<p> + Come noi fummo giù nel pozzo scuro<br /> + sotto i piè del gigante assai più bassi,<br /> + e io mirava ancora a l’alto muro,<br /> +</p> + +<p> + dicere udi’mi: «Guarda come passi:<br /> + va sì, che tu non calchi con le piante<br /> + le teste de’ fratei miseri lassi».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io mi volsi, e vidimi davante<br /> + e sotto i piedi un lago che per gelo<br /> + avea di vetro e non d’acqua sembiante.<br /> +</p> + +<p> + Non fece al corso suo sì grosso velo<br /> + di verno la Danoia in Osterlicchi,<br /> + né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,<br /> +</p> + +<p> + com’ era quivi; che se Tambernicchi<br /> + vi fosse sù caduto, o Pietrapana,<br /> + non avria pur da l’orlo fatto cricchi.<br /> +</p> + +<p> + E come a gracidar si sta la rana<br /> + col muso fuor de l’acqua, quando sogna<br /> + di spigolar sovente la villana,<br /> +</p> + +<p> + livide, insin là dove appar vergogna<br /> + eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,<br /> + mettendo i denti in nota di cicogna.<br /> +</p> + +<p> + Ognuna in giù tenea volta la faccia;<br /> + da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo<br /> + tra lor testimonianza si procaccia.<br /> +</p> + +<p> + Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,<br /> + volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,<br /> + che ’l pel del capo avieno insieme misto.<br /> +</p> + +<p> + «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,<br /> + diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;<br /> + e poi ch’ebber li visi a me eretti,<br /> +</p> + +<p> + li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,<br /> + gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse<br /> + le lagrime tra essi e riserrolli.<br /> +</p> + +<p> + Con legno legno spranga mai non cinse<br /> + forte così; ond’ ei come due becchi<br /> + cozzaro insieme, tanta ira li vinse.<br /> +</p> + +<p> + E un ch’avea perduti ambo li orecchi<br /> + per la freddura, pur col viso in giùe,<br /> + disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?<br /> +</p> + +<p> + Se vuoi saper chi son cotesti due,<br /> + la valle onde Bisenzo si dichina<br /> + del padre loro Alberto e di lor fue.<br /> +</p> + +<p> + D’un corpo usciro; e tutta la Caina<br /> + potrai cercare, e non troverai ombra<br /> + degna più d’esser fitta in gelatina:<br /> +</p> + +<p> + non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra<br /> + con esso un colpo per la man d’Artù;<br /> + non Focaccia; non questi che m’ingombra<br /> +</p> + +<p> + col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,<br /> + e fu nomato Sassol Mascheroni;<br /> + se tosco se’, ben sai omai chi fu.<br /> +</p> + +<p> + E perché non mi metti in più sermoni,<br /> + sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;<br /> + e aspetto Carlin che mi scagioni».<br /> +</p> + +<p> + Poscia vid’ io mille visi cagnazzi<br /> + fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,<br /> + e verrà sempre, de’ gelati guazzi.<br /> +</p> + +<p> + E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo<br /> + al quale ogne gravezza si rauna,<br /> + e io tremava ne l’etterno rezzo;<br /> +</p> + +<p> + se voler fu o destino o fortuna,<br /> + non so; ma, passeggiando tra le teste,<br /> + forte percossi ’l piè nel viso ad una.<br /> +</p> + +<p> + Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?<br /> + se tu non vieni a crescer la vendetta<br /> + di Montaperti, perché mi moleste?».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,<br /> + sì ch’io esca d’un dubbio per costui;<br /> + poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca stette, e io dissi a colui<br /> + che bestemmiava duramente ancora:<br /> + «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».<br /> +</p> + +<p> + «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,<br /> + percotendo», rispuose, «altrui le gote,<br /> + sì che, se fossi vivo, troppo fora?».<br /> +</p> + +<p> + «Vivo son io, e caro esser ti puote»,<br /> + fu mia risposta, «se dimandi fama,<br /> + ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.<br /> + Lèvati quinci e non mi dar più lagna,<br /> + ché mal sai lusingar per questa lama!».<br /> +</p> + +<p> + Allor lo presi per la cuticagna<br /> + e dissi: «El converrà che tu ti nomi,<br /> + o che capel qui sù non ti rimagna».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,<br /> + né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,<br /> + se mille fiate in sul capo mi tomi».<br /> +</p> + +<p> + Io avea già i capelli in mano avvolti,<br /> + e tratti glien’ avea più d’una ciocca,<br /> + latrando lui con li occhi in giù raccolti,<br /> +</p> + +<p> + quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?<br /> + non ti basta sonar con le mascelle,<br /> + se tu non latri? qual diavol ti tocca?».<br /> +</p> + +<p> + «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,<br /> + malvagio traditor; ch’a la tua onta<br /> + io porterò di te vere novelle».<br /> +</p> + +<p> + «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;<br /> + ma non tacer, se tu di qua entro eschi,<br /> + di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.<br /> +</p> + +<p> + El piange qui l’argento de’ Franceschi:<br /> + “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera<br /> + là dove i peccatori stanno freschi”.<br /> +</p> + +<p> + Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,<br /> + tu hai dallato quel di Beccheria<br /> + di cui segò Fiorenza la gorgiera.<br /> +</p> + +<p> + Gianni de’ Soldanier credo che sia<br /> + più là con Ganellone e Tebaldello,<br /> + ch’aprì Faenza quando si dormia».<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam partiti già da ello,<br /> + ch’io vidi due ghiacciati in una buca,<br /> + sì che l’un capo a l’altro era cappello;<br /> +</p> + +<p> + e come ’l pan per fame si manduca,<br /> + così ’l sovran li denti a l’altro pose<br /> + là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:<br /> +</p> + +<p> + non altrimenti Tidëo si rose<br /> + le tempie a Menalippo per disdegno,<br /> + che quei faceva il teschio e l’altre cose.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che mostri per sì bestial segno<br /> + odio sovra colui che tu ti mangi,<br /> + dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,<br /> +</p> + +<p> + che se tu a ragion di lui ti piangi,<br /> + sappiendo chi voi siete e la sua pecca,<br /> + nel mondo suso ancora io te ne cangi,<br /> +</p> + +<p> + se quella con ch’io parlo non si secca».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0133"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXXIII +</h3> + +<p> + La bocca sollevò dal fiero pasto<br /> + quel peccator, forbendola a’ capelli<br /> + del capo ch’elli avea di retro guasto.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli<br /> + disperato dolor che ’l cor mi preme<br /> + già pur pensando, pria ch’io ne favelli.<br /> +</p> + +<p> + Ma se le mie parole esser dien seme<br /> + che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,<br /> + parlar e lagrimar vedrai insieme.<br /> +</p> + +<p> + Io non so chi tu se’ né per che modo<br /> + venuto se’ qua giù; ma fiorentino<br /> + mi sembri veramente quand’ io t’odo.<br /> +</p> + +<p> + Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,<br /> + e questi è l’arcivescovo Ruggieri:<br /> + or ti dirò perché i son tal vicino.<br /> +</p> + +<p> + Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,<br /> + fidandomi di lui, io fossi preso<br /> + e poscia morto, dir non è mestieri;<br /> +</p> + +<p> + però quel che non puoi avere inteso,<br /> + cioè come la morte mia fu cruda,<br /> + udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.<br /> +</p> + +<p> + Breve pertugio dentro da la Muda,<br /> + la qual per me ha ’l titol de la fame,<br /> + e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,<br /> +</p> + +<p> + m’avea mostrato per lo suo forame<br /> + più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno<br /> + che del futuro mi squarciò ’l velame.<br /> +</p> + +<p> + Questi pareva a me maestro e donno,<br /> + cacciando il lupo e ’ lupicini al monte<br /> + per che i Pisan veder Lucca non ponno.<br /> +</p> + +<p> + Con cagne magre, studïose e conte<br /> + Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi<br /> + s’avea messi dinanzi da la fronte.<br /> +</p> + +<p> + In picciol corso mi parieno stanchi<br /> + lo padre e ’ figli, e con l’agute scane<br /> + mi parea lor veder fender li fianchi.<br /> +</p> + +<p> + Quando fui desto innanzi la dimane,<br /> + pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli<br /> + ch’eran con meco, e dimandar del pane.<br /> +</p> + +<p> + Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli<br /> + pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;<br /> + e se non piangi, di che pianger suoli?<br /> +</p> + +<p> + Già eran desti, e l’ora s’appressava<br /> + che ’l cibo ne solëa essere addotto,<br /> + e per suo sogno ciascun dubitava;<br /> +</p> + +<p> + e io senti’ chiavar l’uscio di sotto<br /> + a l’orribile torre; ond’ io guardai<br /> + nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.<br /> +</p> + +<p> + Io non piangëa, sì dentro impetrai:<br /> + piangevan elli; e Anselmuccio mio<br /> + disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.<br /> +</p> + +<p> + Perciò non lagrimai né rispuos’ io<br /> + tutto quel giorno né la notte appresso,<br /> + infin che l’altro sol nel mondo uscìo.<br /> +</p> + +<p> + Come un poco di raggio si fu messo<br /> + nel doloroso carcere, e io scorsi<br /> + per quattro visi il mio aspetto stesso,<br /> +</p> + +<p> + ambo le man per lo dolor mi morsi;<br /> + ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia<br /> + di manicar, di sùbito levorsi<br /> +</p> + +<p> + e disser: “Padre, assai ci fia men doglia<br /> + se tu mangi di noi: tu ne vestisti<br /> + queste misere carni, e tu le spoglia”.<br /> +</p> + +<p> + Queta’mi allor per non farli più tristi;<br /> + lo dì e l’altro stemmo tutti muti;<br /> + ahi dura terra, perché non t’apristi?<br /> +</p> + +<p> + Poscia che fummo al quarto dì venuti,<br /> + Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,<br /> + dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.<br /> +</p> + +<p> + Quivi morì; e come tu mi vedi,<br /> + vid’ io cascar li tre ad uno ad uno<br /> + tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,<br /> +</p> + +<p> + già cieco, a brancolar sovra ciascuno,<br /> + e due dì li chiamai, poi che fur morti.<br /> + Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».<br /> +</p> + +<p> + Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti<br /> + riprese ’l teschio misero co’ denti,<br /> + che furo a l’osso, come d’un can, forti.<br /> +</p> + +<p> + Ahi Pisa, vituperio de le genti<br /> + del bel paese là dove ’l sì suona,<br /> + poi che i vicini a te punir son lenti,<br /> +</p> + +<p> + muovasi la Capraia e la Gorgona,<br /> + e faccian siepe ad Arno in su la foce,<br /> + sì ch’elli annieghi in te ogne persona!<br /> +</p> + +<p> + Che se ’l conte Ugolino aveva voce<br /> + d’aver tradita te de le castella,<br /> + non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.<br /> +</p> + +<p> + Innocenti facea l’età novella,<br /> + novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata<br /> + e li altri due che ’l canto suso appella.<br /> +</p> + +<p> + Noi passammo oltre, là ’ve la gelata<br /> + ruvidamente un’altra gente fascia,<br /> + non volta in giù, ma tutta riversata.<br /> +</p> + +<p> + Lo pianto stesso lì pianger non lascia,<br /> + e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,<br /> + si volge in entro a far crescer l’ambascia;<br /> +</p> + +<p> + ché le lagrime prime fanno groppo,<br /> + e sì come visiere di cristallo,<br /> + rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.<br /> +</p> + +<p> + E avvegna che, sì come d’un callo,<br /> + per la freddura ciascun sentimento<br /> + cessato avesse del mio viso stallo,<br /> +</p> + +<p> + già mi parea sentire alquanto vento;<br /> + per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?<br /> + non è qua giù ogne vapore spento?».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove<br /> + di ciò ti farà l’occhio la risposta,<br /> + veggendo la cagion che ’l fiato piove».<br /> +</p> + +<p> + E un de’ tristi de la fredda crosta<br /> + gridò a noi: «O anime crudeli<br /> + tanto che data v’è l’ultima posta,<br /> +</p> + +<p> + levatemi dal viso i duri veli,<br /> + sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,<br /> + un poco, pria che ’l pianto si raggeli».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,<br /> + dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,<br /> + al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;<br /> + i’ son quel da le frutta del mal orto,<br /> + che qui riprendo dattero per figo».<br /> +</p> + +<p> + «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».<br /> + Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea<br /> + nel mondo sù, nulla scïenza porto.<br /> +</p> + +<p> + Cotal vantaggio ha questa Tolomea,<br /> + che spesse volte l’anima ci cade<br /> + innanzi ch’Atropòs mossa le dea.<br /> +</p> + +<p> + E perché tu più volentier mi rade<br /> + le ’nvetrïate lagrime dal volto,<br /> + sappie che, tosto che l’anima trade<br /> +</p> + +<p> + come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto<br /> + da un demonio, che poscia il governa<br /> + mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.<br /> +</p> + +<p> + Ella ruina in sì fatta cisterna;<br /> + e forse pare ancor lo corpo suso<br /> + de l’ombra che di qua dietro mi verna.<br /> +</p> + +<p> + Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:<br /> + elli è ser Branca Doria, e son più anni<br /> + poscia passati ch’el fu sì racchiuso».<br /> +</p> + +<p> + «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;<br /> + ché Branca Doria non morì unquanche,<br /> + e mangia e bee e dorme e veste panni».<br /> +</p> + +<p> + «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,<br /> + là dove bolle la tenace pece,<br /> + non era ancora giunto Michel Zanche,<br /> +</p> + +<p> + che questi lasciò il diavolo in sua vece<br /> + nel corpo suo, ed un suo prossimano<br /> + che ’l tradimento insieme con lui fece.<br /> +</p> + +<p> + Ma distendi oggimai in qua la mano;<br /> + aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;<br /> + e cortesia fu lui esser villano.<br /> +</p> + +<p> + Ahi Genovesi, uomini diversi<br /> + d’ogne costume e pien d’ogne magagna,<br /> + perché non siete voi del mondo spersi?<br /> +</p> + +<p> + Ché col peggiore spirto di Romagna<br /> + trovai di voi un tal, che per sua opra<br /> + in anima in Cocito già si bagna,<br /> +</p> + +<p> + e in corpo par vivo ancor di sopra.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0134"></a></p> +<h3> +Inferno • Canto XXXIV +</h3> + +<p> + «Vexilla regis prodeunt inferni<br /> + verso di noi; però dinanzi mira»,<br /> + disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».<br /> +</p> + +<p> + Come quando una grossa nebbia spira,<br /> + o quando l’emisperio nostro annotta,<br /> + par di lungi un molin che ’l vento gira,<br /> +</p> + +<p> + veder mi parve un tal dificio allotta;<br /> + poi per lo vento mi ristrinsi retro<br /> + al duca mio, ché non lì era altra grotta.<br /> +</p> + +<p> + Già era, e con paura il metto in metro,<br /> + là dove l’ombre tutte eran coperte,<br /> + e trasparien come festuca in vetro.<br /> +</p> + +<p> + Altre sono a giacere; altre stanno erte,<br /> + quella col capo e quella con le piante;<br /> + altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo fatti tanto avante,<br /> + ch’al mio maestro piacque di mostrarmi<br /> + la creatura ch’ebbe il bel sembiante,<br /> +</p> + +<p> + d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,<br /> + «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco<br /> + ove convien che di fortezza t’armi».<br /> +</p> + +<p> + Com’ io divenni allor gelato e fioco,<br /> + nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,<br /> + però ch’ogne parlar sarebbe poco.<br /> +</p> + +<p> + Io non mori’ e non rimasi vivo;<br /> + pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,<br /> + qual io divenni, d’uno e d’altro privo.<br /> +</p> + +<p> + Lo ’mperador del doloroso regno<br /> + da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;<br /> + e più con un gigante io mi convegno,<br /> +</p> + +<p> + che i giganti non fan con le sue braccia:<br /> + vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto<br /> + ch’a così fatta parte si confaccia.<br /> +</p> + +<p> + S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,<br /> + e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,<br /> + ben dee da lui procedere ogne lutto.<br /> +</p> + +<p> + Oh quanto parve a me gran maraviglia<br /> + quand’ io vidi tre facce a la sua testa!<br /> + L’una dinanzi, e quella era vermiglia;<br /> +</p> + +<p> + l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa<br /> + sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,<br /> + e sé giugnieno al loco de la cresta:<br /> +</p> + +<p> + e la destra parea tra bianca e gialla;<br /> + la sinistra a vedere era tal, quali<br /> + vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.<br /> +</p> + +<p> + Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,<br /> + quanto si convenia a tanto uccello:<br /> + vele di mar non vid’ io mai cotali.<br /> +</p> + +<p> + Non avean penne, ma di vispistrello<br /> + era lor modo; e quelle svolazzava,<br /> + sì che tre venti si movean da ello:<br /> +</p> + +<p> + quindi Cocito tutto s’aggelava.<br /> + Con sei occhi piangëa, e per tre menti<br /> + gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.<br /> +</p> + +<p> + Da ogne bocca dirompea co’ denti<br /> + un peccatore, a guisa di maciulla,<br /> + sì che tre ne facea così dolenti.<br /> +</p> + +<p> + A quel dinanzi il mordere era nulla<br /> + verso ’l graffiar, che talvolta la schiena<br /> + rimanea de la pelle tutta brulla.<br /> +</p> + +<p> + «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,<br /> + disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,<br /> + che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.<br /> +</p> + +<p> + De li altri due c’hanno il capo di sotto,<br /> + quel che pende dal nero ceffo è Bruto:<br /> + vedi come si storce, e non fa motto!;<br /> +</p> + +<p> + e l’altro è Cassio, che par sì membruto.<br /> + Ma la notte risurge, e oramai<br /> + è da partir, ché tutto avem veduto».<br /> +</p> + +<p> + Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;<br /> + ed el prese di tempo e loco poste,<br /> + e quando l’ali fuoro aperte assai,<br /> +</p> + +<p> + appigliò sé a le vellute coste;<br /> + di vello in vello giù discese poscia<br /> + tra ’l folto pelo e le gelate croste.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo là dove la coscia<br /> + si volge, a punto in sul grosso de l’anche,<br /> + lo duca, con fatica e con angoscia,<br /> +</p> + +<p> + volse la testa ov’ elli avea le zanche,<br /> + e aggrappossi al pel com’ om che sale,<br /> + sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.<br /> +</p> + +<p> + «Attienti ben, ché per cotali scale»,<br /> + disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,<br /> + «conviensi dipartir da tanto male».<br /> +</p> + +<p> + Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso<br /> + e puose me in su l’orlo a sedere;<br /> + appresso porse a me l’accorto passo.<br /> +</p> + +<p> + Io levai li occhi e credetti vedere<br /> + Lucifero com’ io l’avea lasciato,<br /> + e vidili le gambe in sù tenere;<br /> +</p> + +<p> + e s’io divenni allora travagliato,<br /> + la gente grossa il pensi, che non vede<br /> + qual è quel punto ch’io avea passato.<br /> +</p> + +<p> + «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:<br /> + la via è lunga e ’l cammino è malvagio,<br /> + e già il sole a mezza terza riede».<br /> +</p> + +<p> + Non era camminata di palagio<br /> + là ’v’ eravam, ma natural burella<br /> + ch’avea mal suolo e di lume disagio.<br /> +</p> + +<p> + «Prima ch’io de l’abisso mi divella,<br /> + maestro mio», diss’ io quando fui dritto,<br /> + «a trarmi d’erro un poco mi favella:<br /> +</p> + +<p> + ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto<br /> + sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,<br /> + da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Tu imagini ancora<br /> + d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi<br /> + al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.<br /> +</p> + +<p> + Di là fosti cotanto quant’ io scesi;<br /> + quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto<br /> + al qual si traggon d’ogne parte i pesi.<br /> +</p> + +<p> + E se’ or sotto l’emisperio giunto<br /> + ch’è contraposto a quel che la gran secca<br /> + coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto<br /> +</p> + +<p> + fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;<br /> + tu haï i piedi in su picciola spera<br /> + che l’altra faccia fa de la Giudecca.<br /> +</p> + +<p> + Qui è da man, quando di là è sera;<br /> + e questi, che ne fé scala col pelo,<br /> + fitto è ancora sì come prim’ era.<br /> +</p> + +<p> + Da questa parte cadde giù dal cielo;<br /> + e la terra, che pria di qua si sporse,<br /> + per paura di lui fé del mar velo,<br /> +</p> + +<p> + e venne a l’emisperio nostro; e forse<br /> + per fuggir lui lasciò qui loco vòto<br /> + quella ch’appar di qua, e sù ricorse».<br /> +</p> + +<p> + Luogo è là giù da Belzebù remoto<br /> + tanto quanto la tomba si distende,<br /> + che non per vista, ma per suono è noto<br /> +</p> + +<p> + d’un ruscelletto che quivi discende<br /> + per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,<br /> + col corso ch’elli avvolge, e poco pende.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca e io per quel cammino ascoso<br /> + intrammo a ritornar nel chiaro mondo;<br /> + e sanza cura aver d’alcun riposo,<br /> +</p> + +<p> + salimmo sù, el primo e io secondo,<br /> + tanto ch’i’ vidi de le cose belle<br /> + che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.<br /> +</p> + +<p> + E quindi uscimmo a riveder le stelle.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /><br /></p> + +<h2> +<a id="purgatorio"></a> +<br /><br /> + PURGATORIO<br /> +</h2> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0201"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto I +</h3> + +<p> + Per correr miglior acque alza le vele<br /> + omai la navicella del mio ingegno,<br /> + che lascia dietro a sé mar sì crudele;<br /> +</p> + +<p> + e canterò di quel secondo regno<br /> + dove l’umano spirito si purga<br /> + e di salire al ciel diventa degno.<br /> +</p> + +<p> + Ma qui la morta poesì resurga,<br /> + o sante Muse, poi che vostro sono;<br /> + e qui Calïopè alquanto surga,<br /> +</p> + +<p> + seguitando il mio canto con quel suono<br /> + di cui le Piche misere sentiro<br /> + lo colpo tal, che disperar perdono.<br /> +</p> + +<p> + Dolce color d’orïental zaffiro,<br /> + che s’accoglieva nel sereno aspetto<br /> + del mezzo, puro infino al primo giro,<br /> +</p> + +<p> + a li occhi miei ricominciò diletto,<br /> + tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta<br /> + che m’avea contristati li occhi e ’l petto.<br /> +</p> + +<p> + Lo bel pianeto che d’amar conforta<br /> + faceva tutto rider l’orïente,<br /> + velando i Pesci ch’erano in sua scorta.<br /> +</p> + +<p> + I’ mi volsi a man destra, e puosi mente<br /> + a l’altro polo, e vidi quattro stelle<br /> + non viste mai fuor ch’a la prima gente.<br /> +</p> + +<p> + Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:<br /> + oh settentrïonal vedovo sito,<br /> + poi che privato se’ di mirar quelle!<br /> +</p> + +<p> + Com’ io da loro sguardo fui partito,<br /> + un poco me volgendo a l ’altro polo,<br /> + là onde ’l Carro già era sparito,<br /> +</p> + +<p> + vidi presso di me un veglio solo,<br /> + degno di tanta reverenza in vista,<br /> + che più non dee a padre alcun figliuolo.<br /> +</p> + +<p> + Lunga la barba e di pel bianco mista<br /> + portava, a’ suoi capelli simigliante,<br /> + de’ quai cadeva al petto doppia lista.<br /> +</p> + +<p> + Li raggi de le quattro luci sante<br /> + fregiavan sì la sua faccia di lume,<br /> + ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.<br /> +</p> + +<p> + «Chi siete voi che contro al cieco fiume<br /> + fuggita avete la pregione etterna?»,<br /> + diss’ el, movendo quelle oneste piume.<br /> +</p> + +<p> + «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,<br /> + uscendo fuor de la profonda notte<br /> + che sempre nera fa la valle inferna?<br /> +</p> + +<p> + Son le leggi d’abisso così rotte?<br /> + o è mutato in ciel novo consiglio,<br /> + che, dannati, venite a le mie grotte?».<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br /> + e con parole e con mani e con cenni<br /> + reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.<br /> +</p> + +<p> + Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br /> + donna scese del ciel, per li cui prieghi<br /> + de la mia compagnia costui sovvenni.<br /> +</p> + +<p> + Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi<br /> + di nostra condizion com’ ell’ è vera,<br /> + esser non puote il mio che a te si nieghi.<br /> +</p> + +<p> + Questi non vide mai l’ultima sera;<br /> + ma per la sua follia le fu sì presso,<br /> + che molto poco tempo a volger era.<br /> +</p> + +<p> + Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso<br /> + per lui campare; e non lì era altra via<br /> + che questa per la quale i’ mi son messo.<br /> +</p> + +<p> + Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br /> + e ora intendo mostrar quelli spirti<br /> + che purgan sé sotto la tua balìa.<br /> +</p> + +<p> + Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;<br /> + de l’alto scende virtù che m’aiuta<br /> + conducerlo a vederti e a udirti.<br /> +</p> + +<p> + Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br /> + libertà va cercando, ch’è sì cara,<br /> + come sa chi per lei vita rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara<br /> + in Utica la morte, ove lasciasti<br /> + la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.<br /> +</p> + +<p> + Non son li editti etterni per noi guasti,<br /> + ché questi vive e Minòs me non lega;<br /> + ma son del cerchio ove son li occhi casti<br /> +</p> + +<p> + di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,<br /> + o santo petto, che per tua la tegni:<br /> + per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br /> +</p> + +<p> + Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br /> + grazie riporterò di te a lei,<br /> + se d’esser mentovato là giù degni».<br /> +</p> + +<p> + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br /> + mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,<br /> + «che quante grazie volse da me, fei.<br /> +</p> + +<p> + Or che di là dal mal fiume dimora,<br /> + più muover non mi può, per quella legge<br /> + che fatta fu quando me n’usci’ fora.<br /> +</p> + +<p> + Ma se donna del ciel ti move e regge,<br /> + come tu di’, non c’è mestier lusinghe:<br /> + bastisi ben che per lei mi richegge.<br /> +</p> + +<p> + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br /> + d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,<br /> + sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;<br /> +</p> + +<p> + ché non si converria, l’occhio sorpriso<br /> + d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br /> + ministro, ch’è di quei di paradiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br /> + là giù colà dove la batte l’onda,<br /> + porta di giunchi sovra ’l molle limo:<br /> +</p> + +<p> + null’ altra pianta che facesse fronda<br /> + o indurasse, vi puote aver vita,<br /> + però ch’a le percosse non seconda.<br /> +</p> + +<p> + Poscia non sia di qua vostra reddita;<br /> + lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br /> + prendere il monte a più lieve salita».<br /> +</p> + +<p> + Così sparì; e io sù mi levai<br /> + sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br /> + al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br /> + volgianci in dietro, ché di qua dichina<br /> + questa pianura a’ suoi termini bassi».<br /> +</p> + +<p> + L’alba vinceva l’ora mattutina<br /> + che fuggia innanzi, sì che di lontano<br /> + conobbi il tremolar de la marina.<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo solingo piano<br /> + com’ om che torna a la perduta strada,<br /> + che ’nfino ad essa li pare ire in vano.<br /> +</p> + +<p> + Quando noi fummo là ’ve la rugiada<br /> + pugna col sole, per essere in parte<br /> + dove, ad orezza, poco si dirada,<br /> +</p> + +<p> + ambo le mani in su l’erbetta sparte<br /> + soavemente ’l mio maestro pose:<br /> + ond’ io, che fui accorto di sua arte,<br /> +</p> + +<p> + porsi ver’ lui le guance lagrimose;<br /> + ivi mi fece tutto discoverto<br /> + quel color che l’inferno mi nascose.<br /> +</p> + +<p> + Venimmo poi in sul lito diserto,<br /> + che mai non vide navicar sue acque<br /> + omo, che di tornar sia poscia esperto.<br /> +</p> + +<p> + Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:<br /> + oh maraviglia! ché qual elli scelse<br /> + l’umile pianta, cotal si rinacque<br /> +</p> + +<p> + subitamente là onde l’avelse.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0202"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto II +</h3> + +<p> + Già era ’l sole a l’orizzonte giunto<br /> + lo cui meridïan cerchio coverchia<br /> + Ierusalèm col suo più alto punto;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, che opposita a lui cerchia,<br /> + uscia di Gange fuor con le Bilance,<br /> + che le caggion di man quando soverchia;<br /> +</p> + +<p> + sì che le bianche e le vermiglie guance,<br /> + là dov’ i’ era, de la bella Aurora<br /> + per troppa etate divenivan rance.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam lunghesso mare ancora,<br /> + come gente che pensa a suo cammino,<br /> + che va col cuore e col corpo dimora.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br /> + per li grossi vapor Marte rosseggia<br /> + giù nel ponente sovra ’l suol marino,<br /> +</p> + +<p> + cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,<br /> + un lume per lo mar venir sì ratto,<br /> + che ’l muover suo nessun volar pareggia.<br /> +</p> + +<p> + Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto<br /> + l’occhio per domandar lo duca mio,<br /> + rividil più lucente e maggior fatto.<br /> +</p> + +<p> + Poi d’ogne lato ad esso m’appario<br /> + un non sapeva che bianco, e di sotto<br /> + a poco a poco un altro a lui uscìo.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro ancor non facea motto,<br /> + mentre che i primi bianchi apparver ali;<br /> + allor che ben conobbe il galeotto,<br /> +</p> + +<p> + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br /> + Ecco l’angel di Dio: piega le mani;<br /> + omai vedrai di sì fatti officiali.<br /> +</p> + +<p> + Vedi che sdegna li argomenti umani,<br /> + sì che remo non vuol, né altro velo<br /> + che l’ali sue, tra liti sì lontani.<br /> +</p> + +<p> + Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,<br /> + trattando l’aere con l’etterne penne,<br /> + che non si mutan come mortal pelo».<br /> +</p> + +<p> + Poi, come più e più verso noi venne<br /> + l’uccel divino, più chiaro appariva:<br /> + per che l’occhio da presso nol sostenne,<br /> +</p> + +<p> + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br /> + con un vasello snelletto e leggero,<br /> + tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.<br /> +</p> + +<p> + Da poppa stava il celestial nocchiero,<br /> + tal che faria beato pur descripto;<br /> + e più di cento spirti entro sediero.<br /> +</p> + +<p> + ‘In exitu Isräel de Aegypto’<br /> + cantavan tutti insieme ad una voce<br /> + con quanto di quel salmo è poscia scripto.<br /> +</p> + +<p> + Poi fece il segno lor di santa croce;<br /> + ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:<br /> + ed el sen gì, come venne, veloce.<br /> +</p> + +<p> + La turba che rimase lì, selvaggia<br /> + parea del loco, rimirando intorno<br /> + come colui che nove cose assaggia.<br /> +</p> + +<p> + Da tutte parti saettava il giorno<br /> + lo sol, ch’avea con le saette conte<br /> + di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,<br /> +</p> + +<p> + quando la nova gente alzò la fronte<br /> + ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br /> + mostratene la via di gire al monte».<br /> +</p> + +<p> + E Virgilio rispuose: «Voi credete<br /> + forse che siamo esperti d’esto loco;<br /> + ma noi siam peregrin come voi siete.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br /> + per altra via, che fu sì aspra e forte,<br /> + che lo salire omai ne parrà gioco».<br /> +</p> + +<p> + L’anime, che si fuor di me accorte,<br /> + per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,<br /> + maravigliando diventaro smorte.<br /> +</p> + +<p> + E come a messagger che porta ulivo<br /> + tragge la gente per udir novelle,<br /> + e di calcar nessun si mostra schivo,<br /> +</p> + +<p> + così al viso mio s’affisar quelle<br /> + anime fortunate tutte quante,<br /> + quasi oblïando d’ire a farsi belle.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi una di lor trarresi avante<br /> + per abbracciarmi con sì grande affetto,<br /> + che mosse me a far lo somigliante.<br /> +</p> + +<p> + Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!<br /> + tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br /> + e tante mi tornai con esse al petto.<br /> +</p> + +<p> + Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br /> + per che l’ombra sorrise e si ritrasse,<br /> + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br /> +</p> + +<p> + Soavemente disse ch’io posasse;<br /> + allor conobbi chi era, e pregai<br /> + che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.<br /> +</p> + +<p> + Rispuosemi: «Così com’ io t’amai<br /> + nel mortal corpo, così t’amo sciolta:<br /> + però m’arresto; ma tu perché vai?».<br /> +</p> + +<p> + «Casella mio, per tornar altra volta<br /> + là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,<br /> + diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,<br /> + se quei che leva quando e cui li piace,<br /> + più volte m’ha negato esto passaggio;<br /> +</p> + +<p> + ché di giusto voler lo suo si face:<br /> + veramente da tre mesi elli ha tolto<br /> + chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto<br /> + dove l’acqua di Tevero s’insala,<br /> + benignamente fu’ da lui ricolto.<br /> +</p> + +<p> + A quella foce ha elli or dritta l’ala,<br /> + però che sempre quivi si ricoglie<br /> + qual verso Acheronte non si cala».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Se nuova legge non ti toglie<br /> + memoria o uso a l’amoroso canto<br /> + che mi solea quetar tutte mie doglie,<br /> +</p> + +<p> + di ciò ti piaccia consolare alquanto<br /> + l’anima mia, che, con la sua persona<br /> + venendo qui, è affannata tanto!».<br /> +</p> + +<p> + ‘Amor che ne la mente mi ragiona’<br /> + cominciò elli allor sì dolcemente,<br /> + che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io e quella gente<br /> + ch’eran con lui parevan sì contenti,<br /> + come a nessun toccasse altro la mente.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam tutti fissi e attenti<br /> + a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br /> + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?<br /> +</p> + +<p> + qual negligenza, quale stare è questo?<br /> + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br /> + ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».<br /> +</p> + +<p> + Come quando, cogliendo biado o loglio,<br /> + li colombi adunati a la pastura,<br /> + queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,<br /> +</p> + +<p> + se cosa appare ond’ elli abbian paura,<br /> + subitamente lasciano star l’esca,<br /> + perch’ assaliti son da maggior cura;<br /> +</p> + +<p> + così vid’ io quella masnada fresca<br /> + lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,<br /> + com’ om che va, né sa dove rïesca;<br /> +</p> + +<p> + né la nostra partita fu men tosta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0203"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto III +</h3> + +<p> + Avvegna che la subitana fuga<br /> + dispergesse color per la campagna,<br /> + rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br /> +</p> + +<p> + i’ mi ristrinsi a la fida compagna:<br /> + e come sare’ io sanza lui corso?<br /> + chi m’avria tratto su per la montagna?<br /> +</p> + +<p> + El mi parea da sé stesso rimorso:<br /> + o dignitosa coscïenza e netta,<br /> + come t’è picciol fallo amaro morso!<br /> +</p> + +<p> + Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br /> + che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,<br /> + la mente mia, che prima era ristretta,<br /> +</p> + +<p> + lo ’ntento rallargò, sì come vaga,<br /> + e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio<br /> + che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.<br /> +</p> + +<p> + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br /> + rotto m’era dinanzi a la figura,<br /> + ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi dallato con paura<br /> + d’essere abbandonato, quand’ io vidi<br /> + solo dinanzi a me la terra oscura;<br /> +</p> + +<p> + e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br /> + a dir mi cominciò tutto rivolto;<br /> + «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?<br /> +</p> + +<p> + Vespero è già colà dov’ è sepolto<br /> + lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br /> + Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.<br /> +</p> + +<p> + Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,<br /> + non ti maravigliar più che d’i cieli<br /> + che l’uno a l’altro raggio non ingombra.<br /> +</p> + +<p> + A sofferir tormenti, caldi e geli<br /> + simili corpi la Virtù dispone<br /> + che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.<br /> +</p> + +<p> + Matto è chi spera che nostra ragione<br /> + possa trascorrer la infinita via<br /> + che tiene una sustanza in tre persone.<br /> +</p> + +<p> + State contenti, umana gente, al quia;<br /> + ché, se potuto aveste veder tutto,<br /> + mestier non era parturir Maria;<br /> +</p> + +<p> + e disïar vedeste sanza frutto<br /> + tai che sarebbe lor disio quetato,<br /> + ch’etternalmente è dato lor per lutto:<br /> +</p> + +<p> + io dico d’Aristotile e di Plato<br /> + e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,<br /> + e più non disse, e rimase turbato.<br /> +</p> + +<p> + Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br /> + quivi trovammo la roccia sì erta,<br /> + che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.<br /> +</p> + +<p> + Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br /> + la più rotta ruina è una scala,<br /> + verso di quella, agevole e aperta.<br /> +</p> + +<p> + «Or chi sa da qual man la costa cala»,<br /> + disse ’l maestro mio fermando ’l passo,<br /> + «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».<br /> +</p> + +<p> + E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso<br /> + essaminava del cammin la mente,<br /> + e io mirava suso intorno al sasso,<br /> +</p> + +<p> + da man sinistra m’apparì una gente<br /> + d’anime, che movieno i piè ver’ noi,<br /> + e non pareva, sì venïan lente.<br /> +</p> + +<p> + «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:<br /> + ecco di qua chi ne darà consiglio,<br /> + se tu da te medesmo aver nol puoi».<br /> +</p> + +<p> + Guardò allora, e con libero piglio<br /> + rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;<br /> + e tu ferma la spene, dolce figlio».<br /> +</p> + +<p> + Ancora era quel popol di lontano,<br /> + i’ dico dopo i nostri mille passi,<br /> + quanto un buon gittator trarria con mano,<br /> +</p> + +<p> + quando si strinser tutti ai duri massi<br /> + de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti<br /> + com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br /> +</p> + +<p> + «O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br /> + Virgilio incominciò, «per quella pace<br /> + ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,<br /> +</p> + +<p> + ditene dove la montagna giace,<br /> + sì che possibil sia l’andare in suso;<br /> + ché perder tempo a chi più sa più spiace».<br /> +</p> + +<p> + Come le pecorelle escon del chiuso<br /> + a una, a due, a tre, e l’altre stanno<br /> + timidette atterrando l’occhio e ’l muso;<br /> +</p> + +<p> + e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,<br /> + addossandosi a lei, s’ella s’arresta,<br /> + semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;<br /> +</p> + +<p> + sì vid’ io muovere a venir la testa<br /> + di quella mandra fortunata allotta,<br /> + pudica in faccia e ne l’andare onesta.<br /> +</p> + +<p> + Come color dinanzi vider rotta<br /> + la luce in terra dal mio destro canto,<br /> + sì che l’ombra era da me a la grotta,<br /> +</p> + +<p> + restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br /> + e tutti li altri che venieno appresso,<br /> + non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.<br /> +</p> + +<p> + «Sanza vostra domanda io vi confesso<br /> + che questo è corpo uman che voi vedete;<br /> + per che ’l lume del sole in terra è fesso.<br /> +</p> + +<p> + Non vi maravigliate, ma credete<br /> + che non sanza virtù che da ciel vegna<br /> + cerchi di soverchiar questa parete».<br /> +</p> + +<p> + Così ’l maestro; e quella gente degna<br /> + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br /> + coi dossi de le man faccendo insegna.<br /> +</p> + +<p> + E un di loro incominciò: «Chiunque<br /> + tu se’, così andando, volgi ’l viso:<br /> + pon mente se di là mi vedesti unque».<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:<br /> + biondo era e bello e di gentile aspetto,<br /> + ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.<br /> +</p> + +<p> + Quand’ io mi fui umilmente disdetto<br /> + d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br /> + e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.<br /> +</p> + +<p> + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br /> + nepote di Costanza imperadrice;<br /> + ond’ io ti priego che, quando tu riedi,<br /> +</p> + +<p> + vadi a mia bella figlia, genitrice<br /> + de l’onor di Cicilia e d’Aragona,<br /> + e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ch’io ebbi rotta la persona<br /> + di due punte mortali, io mi rendei,<br /> + piangendo, a quei che volontier perdona.<br /> +</p> + +<p> + Orribil furon li peccati miei;<br /> + ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br /> + che prende ciò che si rivolge a lei.<br /> +</p> + +<p> + Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia<br /> + di me fu messo per Clemente allora,<br /> + avesse in Dio ben letta questa faccia,<br /> +</p> + +<p> + l’ossa del corpo mio sarieno ancora<br /> + in co del ponte presso a Benevento,<br /> + sotto la guardia de la grave mora.<br /> +</p> + +<p> + Or le bagna la pioggia e move il vento<br /> + di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,<br /> + dov’ e’ le trasmutò a lume spento.<br /> +</p> + +<p> + Per lor maladizion sì non si perde,<br /> + che non possa tornar, l’etterno amore,<br /> + mentre che la speranza ha fior del verde.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che quale in contumacia more<br /> + di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,<br /> + star li convien da questa ripa in fore,<br /> +</p> + +<p> + per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,<br /> + in sua presunzïon, se tal decreto<br /> + più corto per buon prieghi non diventa.<br /> +</p> + +<p> + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br /> + revelando a la mia buona Costanza<br /> + come m’hai visto, e anco esto divieto;<br /> +</p> + +<p> + ché qui per quei di là molto s’avanza».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0204"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto IV +</h3> + +<p> + Quando per dilettanze o ver per doglie,<br /> + che alcuna virtù nostra comprenda,<br /> + l’anima bene ad essa si raccoglie,<br /> +</p> + +<p> + par ch’a nulla potenza più intenda;<br /> + e questo è contra quello error che crede<br /> + ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.<br /> +</p> + +<p> + E però, quando s’ode cosa o vede<br /> + che tegna forte a sé l’anima volta,<br /> + vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;<br /> +</p> + +<p> + ch’altra potenza è quella che l’ascolta,<br /> + e altra è quella c’ha l’anima intera:<br /> + questa è quasi legata e quella è sciolta.<br /> +</p> + +<p> + Di ciò ebb’ io esperïenza vera,<br /> + udendo quello spirto e ammirando;<br /> + ché ben cinquanta gradi salito era<br /> +</p> + +<p> + lo sole, e io non m’era accorto, quando<br /> + venimmo ove quell’ anime ad una<br /> + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».<br /> +</p> + +<p> + Maggiore aperta molte volte impruna<br /> + con una forcatella di sue spine<br /> + l’uom de la villa quando l’uva imbruna,<br /> +</p> + +<p> + che non era la calla onde salìne<br /> + lo duca mio, e io appresso, soli,<br /> + come da noi la schiera si partìne.<br /> +</p> + +<p> + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br /> + montasi su in Bismantova e ’n Cacume<br /> + con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;<br /> +</p> + +<p> + dico con l’ale snelle e con le piume<br /> + del gran disio, di retro a quel condotto<br /> + che speranza mi dava e facea lume.<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per entro ’l sasso rotto,<br /> + e d’ogne lato ne stringea lo stremo,<br /> + e piedi e man volea il suol di sotto.<br /> +</p> + +<p> + Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo<br /> + de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,<br /> + «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br /> + pur su al monte dietro a me acquista,<br /> + fin che n’appaia alcuna scorta saggia».<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo er’ alto che vincea la vista,<br /> + e la costa superba più assai<br /> + che da mezzo quadrante a centro lista.<br /> +</p> + +<p> + Io era lasso, quando cominciai:<br /> + «O dolce padre, volgiti, e rimira<br /> + com’ io rimango sol, se non restai».<br /> +</p> + +<p> + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br /> + additandomi un balzo poco in sùe<br /> + che da quel lato il poggio tutto gira.<br /> +</p> + +<p> + Sì mi spronaron le parole sue,<br /> + ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,<br /> + tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.<br /> +</p> + +<p> + A seder ci ponemmo ivi ambedui<br /> + vòlti a levante ond’ eravam saliti,<br /> + che suole a riguardar giovare altrui.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br /> + poscia li alzai al sole, e ammirava<br /> + che da sinistra n’eravam feriti.<br /> +</p> + +<p> + Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava<br /> + stupido tutto al carro de la luce,<br /> + ove tra noi e Aquilone intrava.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce<br /> + fossero in compagnia di quello specchio<br /> + che sù e giù del suo lume conduce,<br /> +</p> + +<p> + tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br /> + ancora a l’Orse più stretto rotare,<br /> + se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br /> +</p> + +<p> + Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,<br /> + dentro raccolto, imagina Sïòn<br /> + con questo monte in su la terra stare<br /> +</p> + +<p> + sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn<br /> + e diversi emisperi; onde la strada<br /> + che mal non seppe carreggiar Fetòn,<br /> +</p> + +<p> + vedrai come a costui convien che vada<br /> + da l’un, quando a colui da l’altro fianco,<br /> + se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».<br /> +</p> + +<p> + «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco<br /> + non vid’ io chiaro sì com’ io discerno<br /> + là dove mio ingegno parea manco,<br /> +</p> + +<p> + che ’l mezzo cerchio del moto superno,<br /> + che si chiama Equatore in alcun’ arte,<br /> + e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,<br /> +</p> + +<p> + per la ragion che di’, quinci si parte<br /> + verso settentrïon, quanto li Ebrei<br /> + vedevan lui verso la calda parte.<br /> +</p> + +<p> + Ma se a te piace, volontier saprei<br /> + quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale<br /> + più che salir non posson li occhi miei».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br /> + che sempre al cominciar di sotto è grave;<br /> + e quant’ om più va sù, e men fa male.<br /> +</p> + +<p> + Però, quand’ ella ti parrà soave<br /> + tanto, che sù andar ti fia leggero<br /> + com’ a seconda giù andar per nave,<br /> +</p> + +<p> + allor sarai al fin d’esto sentiero;<br /> + quivi di riposar l’affanno aspetta.<br /> + Più non rispondo, e questo so per vero».<br /> +</p> + +<p> + E com’ elli ebbe sua parola detta,<br /> + una voce di presso sonò: «Forse<br /> + che di sedere in pria avrai distretta!».<br /> +</p> + +<p> + Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br /> + e vedemmo a mancina un gran petrone,<br /> + del qual né io né ei prima s’accorse.<br /> +</p> + +<p> + Là ci traemmo; e ivi eran persone<br /> + che si stavano a l’ombra dietro al sasso<br /> + come l’uom per negghienza a star si pone.<br /> +</p> + +<p> + E un di lor, che mi sembiava lasso,<br /> + sedeva e abbracciava le ginocchia,<br /> + tenendo ’l viso giù tra esse basso.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia<br /> + colui che mostra sé più negligente<br /> + che se pigrizia fosse sua serocchia».<br /> +</p> + +<p> + Allor si volse a noi e puose mente,<br /> + movendo ’l viso pur su per la coscia,<br /> + e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».<br /> +</p> + +<p> + Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br /> + che m’avacciava un poco ancor la lena,<br /> + non m’impedì l’andare a lui; e poscia<br /> +</p> + +<p> + ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,<br /> + dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole<br /> + da l’omero sinistro il carro mena?».<br /> +</p> + +<p> + Li atti suoi pigri e le corte parole<br /> + mosser le labbra mie un poco a riso;<br /> + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole<br /> +</p> + +<p> + di te omai; ma dimmi: perché assiso<br /> + quiritto se’? attendi tu iscorta,<br /> + o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br /> + ché non mi lascerebbe ire a’ martìri<br /> + l’angel di Dio che siede in su la porta.<br /> +</p> + +<p> + Prima convien che tanto il ciel m’aggiri<br /> + di fuor da essa, quanto fece in vita,<br /> + per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,<br /> +</p> + +<p> + se orazïone in prima non m’aita<br /> + che surga sù di cuor che in grazia viva;<br /> + l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».<br /> +</p> + +<p> + E già il poeta innanzi mi saliva,<br /> + e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco<br /> + meridïan dal sole e a la riva<br /> +</p> + +<p> + cuopre la notte già col piè Morrocco».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0205"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto V +</h3> + +<p> + Io era già da quell’ ombre partito,<br /> + e seguitava l’orme del mio duca,<br /> + quando di retro a me, drizzando ’l dito,<br /> +</p> + +<p> + una gridò: «Ve’ che non par che luca<br /> + lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br /> + e come vivo par che si conduca!».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br /> + e vidile guardar per maraviglia<br /> + pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.<br /> +</p> + +<p> + «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,<br /> + disse ’l maestro, «che l’andare allenti?<br /> + che ti fa ciò che quivi si pispiglia?<br /> +</p> + +<p> + Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br /> + sta come torre ferma, che non crolla<br /> + già mai la cima per soffiar di venti;<br /> +</p> + +<p> + ché sempre l’omo in cui pensier rampolla<br /> + sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br /> + perché la foga l’un de l’altro insolla».<br /> +</p> + +<p> + Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br /> + Dissilo, alquanto del color consperso<br /> + che fa l’uom di perdon talvolta degno.<br /> +</p> + +<p> + E ’ntanto per la costa di traverso<br /> + venivan genti innanzi a noi un poco,<br /> + cantando ‘Miserere’ a verso a verso.<br /> +</p> + +<p> + Quando s’accorser ch’i’ non dava loco<br /> + per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,<br /> + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;<br /> +</p> + +<p> + e due di loro, in forma di messaggi,<br /> + corsero incontr’ a noi e dimandarne:<br /> + «Di vostra condizion fatene saggi».<br /> +</p> + +<p> + E ’l mio maestro: «Voi potete andarne<br /> + e ritrarre a color che vi mandaro<br /> + che ’l corpo di costui è vera carne.<br /> +</p> + +<p> + Se per veder la sua ombra restaro,<br /> + com’ io avviso, assai è lor risposto:<br /> + fàccianli onore, ed esser può lor caro».<br /> +</p> + +<p> + Vapori accesi non vid’ io sì tosto<br /> + di prima notte mai fender sereno,<br /> + né, sol calando, nuvole d’agosto,<br /> +</p> + +<p> + che color non tornasser suso in meno;<br /> + e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br /> + come schiera che scorre sanza freno.<br /> +</p> + +<p> + «Questa gente che preme a noi è molta,<br /> + e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:<br /> + «però pur va, e in andando ascolta».<br /> +</p> + +<p> + «O anima che vai per esser lieta<br /> + con quelle membra con le quai nascesti»,<br /> + venian gridando, «un poco il passo queta.<br /> +</p> + +<p> + Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,<br /> + sì che di lui di là novella porti:<br /> + deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?<br /> +</p> + +<p> + Noi fummo tutti già per forza morti,<br /> + e peccatori infino a l’ultima ora;<br /> + quivi lume del ciel ne fece accorti,<br /> +</p> + +<p> + sì che, pentendo e perdonando, fora<br /> + di vita uscimmo a Dio pacificati,<br /> + che del disio di sé veder n’accora».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Perché ne’ vostri visi guati,<br /> + non riconosco alcun; ma s’a voi piace<br /> + cosa ch’io possa, spiriti ben nati,<br /> +</p> + +<p> + voi dite, e io farò per quella pace<br /> + che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,<br /> + di mondo in mondo cercar mi si face».<br /> +</p> + +<p> + E uno incominciò: «Ciascun si fida<br /> + del beneficio tuo sanza giurarlo,<br /> + pur che ’l voler nonpossa non ricida.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,<br /> + ti priego, se mai vedi quel paese<br /> + che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br /> +</p> + +<p> + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br /> + in Fano, sì che ben per me s’adori<br /> + pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.<br /> +</p> + +<p> + Quindi fu’ io; ma li profondi fóri<br /> + ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,<br /> + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br /> +</p> + +<p> + là dov’ io più sicuro esser credea:<br /> + quel da Esti il fé far, che m’avea in ira<br /> + assai più là che dritto non volea.<br /> +</p> + +<p> + Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,<br /> + quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,<br /> + ancor sarei di là dove si spira.<br /> +</p> + +<p> + Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco<br /> + m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io<br /> + de le mie vene farsi in terra laco».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br /> + si compia che ti tragge a l’alto monte,<br /> + con buona pïetate aiuta il mio!<br /> +</p> + +<p> + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br /> + Giovanna o altri non ha di me cura;<br /> + per ch’io vo tra costor con bassa fronte».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br /> + ti travïò sì fuor di Campaldino,<br /> + che non si seppe mai tua sepultura?».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino<br /> + traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,<br /> + che sovra l’Ermo nasce in Apennino.<br /> +</p> + +<p> + Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,<br /> + arriva’ io forato ne la gola,<br /> + fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br /> +</p> + +<p> + Quivi perdei la vista e la parola;<br /> + nel nome di Maria fini’, e quivi<br /> + caddi, e rimase la mia carne sola.<br /> +</p> + +<p> + Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:<br /> + l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno<br /> + gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?<br /> +</p> + +<p> + Tu te ne porti di costui l’etterno<br /> + per una lagrimetta che ’l mi toglie;<br /> + ma io farò de l’altro altro governo!”.<br /> +</p> + +<p> + Ben sai come ne l’aere si raccoglie<br /> + quell’ umido vapor che in acqua riede,<br /> + tosto che sale dove ’l freddo il coglie.<br /> +</p> + +<p> + Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br /> + con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento<br /> + per la virtù che sua natura diede.<br /> +</p> + +<p> + Indi la valle, come ’l dì fu spento,<br /> + da Pratomagno al gran giogo coperse<br /> + di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,<br /> +</p> + +<p> + sì che ’l pregno aere in acqua si converse;<br /> + la pioggia cadde, e a’ fossati venne<br /> + di lei ciò che la terra non sofferse;<br /> +</p> + +<p> + e come ai rivi grandi si convenne,<br /> + ver’ lo fiume real tanto veloce<br /> + si ruinò, che nulla la ritenne.<br /> +</p> + +<p> + Lo corpo mio gelato in su la foce<br /> + trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse<br /> + ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce<br /> +</p> + +<p> + ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;<br /> + voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br /> + poi di sua preda mi coperse e cinse».<br /> +</p> + +<p> + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br /> + e riposato de la lunga via»,<br /> + seguitò ’l terzo spirito al secondo,<br /> +</p> + +<p> + «ricorditi di me, che son la Pia;<br /> + Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br /> + salsi colui che ’nnanellata pria<br /> +</p> + +<p> + disposando m’avea con la sua gemma».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0206"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto VI +</h3> + +<p> + Quando si parte il gioco de la zara,<br /> + colui che perde si riman dolente,<br /> + repetendo le volte, e tristo impara;<br /> +</p> + +<p> + con l’altro se ne va tutta la gente;<br /> + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br /> + e qual dallato li si reca a mente;<br /> +</p> + +<p> + el non s’arresta, e questo e quello intende;<br /> + a cui porge la man, più non fa pressa;<br /> + e così da la calca si difende.<br /> +</p> + +<p> + Tal era io in quella turba spessa,<br /> + volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br /> + e promettendo mi sciogliea da essa.<br /> +</p> + +<p> + Quiv’ era l’Aretin che da le braccia<br /> + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br /> + e l’altro ch’annegò correndo in caccia.<br /> +</p> + +<p> + Quivi pregava con le mani sporte<br /> + Federigo Novello, e quel da Pisa<br /> + che fé parer lo buon Marzucco forte.<br /> +</p> + +<p> + Vidi conte Orso e l’anima divisa<br /> + dal corpo suo per astio e per inveggia,<br /> + com’ e’ dicea, non per colpa commisa;<br /> +</p> + +<p> + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br /> + mentr’ è di qua, la donna di Brabante,<br /> + sì che però non sia di peggior greggia.<br /> +</p> + +<p> + Come libero fui da tutte quante<br /> + quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,<br /> + sì che s’avacci lor divenir sante,<br /> +</p> + +<p> + io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br /> + o luce mia, espresso in alcun testo<br /> + che decreto del cielo orazion pieghi;<br /> +</p> + +<p> + e questa gente prega pur di questo:<br /> + sarebbe dunque loro speme vana,<br /> + o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br /> + e la speranza di costor non falla,<br /> + se ben si guarda con la mente sana;<br /> +</p> + +<p> + ché cima di giudicio non s’avvalla<br /> + perché foco d’amor compia in un punto<br /> + ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;<br /> +</p> + +<p> + e là dov’ io fermai cotesto punto,<br /> + non s’ammendava, per pregar, difetto,<br /> + perché ’l priego da Dio era disgiunto.<br /> +</p> + +<p> + Veramente a così alto sospetto<br /> + non ti fermar, se quella nol ti dice<br /> + che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.<br /> +</p> + +<p> + Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;<br /> + tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br /> + di questo monte, ridere e felice».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br /> + ché già non m’affatico come dianzi,<br /> + e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».<br /> +</p> + +<p> + «Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br /> + rispuose, «quanto più potremo omai;<br /> + ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.<br /> +</p> + +<p> + Prima che sie là sù, tornar vedrai<br /> + colui che già si cuopre de la costa,<br /> + sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi là un’anima che, posta<br /> + sola soletta, inverso noi riguarda:<br /> + quella ne ’nsegnerà la via più tosta».<br /> +</p> + +<p> + Venimmo a lei: o anima lombarda,<br /> + come ti stavi altera e disdegnosa<br /> + e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br /> +</p> + +<p> + Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br /> + ma lasciavane gir, solo sguardando<br /> + a guisa di leon quando si posa.<br /> +</p> + +<p> + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br /> + che ne mostrasse la miglior salita;<br /> + e quella non rispuose al suo dimando,<br /> +</p> + +<p> + ma di nostro paese e de la vita<br /> + ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava<br /> + «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,<br /> +</p> + +<p> + surse ver’ lui del loco ove pria stava,<br /> + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br /> + de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.<br /> +</p> + +<p> + Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br /> + nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br /> + non donna di province, ma bordello!<br /> +</p> + +<p> + Quell’ anima gentil fu così presta,<br /> + sol per lo dolce suon de la sua terra,<br /> + di fare al cittadin suo quivi festa;<br /> +</p> + +<p> + e ora in te non stanno sanza guerra<br /> + li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode<br /> + di quei ch’un muro e una fossa serra.<br /> +</p> + +<p> + Cerca, misera, intorno da le prode<br /> + le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br /> + s’alcuna parte in te di pace gode.<br /> +</p> + +<p> + Che val perché ti racconciasse il freno<br /> + Iustinïano, se la sella è vòta?<br /> + Sanz’ esso fora la vergogna meno.<br /> +</p> + +<p> + Ahi gente che dovresti esser devota,<br /> + e lasciar seder Cesare in la sella,<br /> + se bene intendi ciò che Dio ti nota,<br /> +</p> + +<p> + guarda come esta fiera è fatta fella<br /> + per non esser corretta da li sproni,<br /> + poi che ponesti mano a la predella.<br /> +</p> + +<p> + O Alberto tedesco ch’abbandoni<br /> + costei ch’è fatta indomita e selvaggia,<br /> + e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br /> +</p> + +<p> + giusto giudicio da le stelle caggia<br /> + sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br /> + tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!<br /> +</p> + +<p> + Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,<br /> + per cupidigia di costà distretti,<br /> + che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br /> + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br /> + color già tristi, e questi con sospetti!<br /> +</p> + +<p> + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br /> + d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;<br /> + e vedrai Santafior com’ è oscura!<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la tua Roma che piagne<br /> + vedova e sola, e dì e notte chiama:<br /> + «Cesare mio, perché non m’accompagne?».<br /> +</p> + +<p> + Vieni a veder la gente quanto s’ama!<br /> + e se nulla di noi pietà ti move,<br /> + a vergognar ti vien de la tua fama.<br /> +</p> + +<p> + E se licito m’è, o sommo Giove<br /> + che fosti in terra per noi crucifisso,<br /> + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br /> +</p> + +<p> + O è preparazion che ne l’abisso<br /> + del tuo consiglio fai per alcun bene<br /> + in tutto de l’accorger nostro scisso?<br /> +</p> + +<p> + Ché le città d’Italia tutte piene<br /> + son di tiranni, e un Marcel diventa<br /> + ogne villan che parteggiando viene.<br /> +</p> + +<p> + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br /> + di questa digression che non ti tocca,<br /> + mercé del popol tuo che si argomenta.<br /> +</p> + +<p> + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br /> + per non venir sanza consiglio a l’arco;<br /> + ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.<br /> +</p> + +<p> + Molti rifiutan lo comune incarco;<br /> + ma il popol tuo solicito risponde<br /> + sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».<br /> +</p> + +<p> + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br /> + tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br /> + S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Atene e Lacedemona, che fenno<br /> + l’antiche leggi e furon sì civili,<br /> + fecero al viver bene un picciol cenno<br /> +</p> + +<p> + verso di te, che fai tanto sottili<br /> + provedimenti, ch’a mezzo novembre<br /> + non giugne quel che tu d’ottobre fili.<br /> +</p> + +<p> + Quante volte, del tempo che rimembre,<br /> + legge, moneta, officio e costume<br /> + hai tu mutato, e rinovate membre!<br /> +</p> + +<p> + E se ben ti ricordi e vedi lume,<br /> + vedrai te somigliante a quella inferma<br /> + che non può trovar posa in su le piume,<br /> +</p> + +<p> + ma con dar volta suo dolore scherma.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0207"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto VII +</h3> + +<p> + Poscia che l’accoglienze oneste e liete<br /> + furo iterate tre e quattro volte,<br /> + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».<br /> +</p> + +<p> + «Anzi che a questo monte fosser volte<br /> + l’anime degne di salire a Dio,<br /> + fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.<br /> +</p> + +<p> + Io son Virgilio; e per null’ altro rio<br /> + lo ciel perdei che per non aver fé».<br /> + Così rispuose allora il duca mio.<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che cosa innanzi sé<br /> + sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,<br /> + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,<br /> +</p> + +<p> + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br /> + e umilmente ritornò ver’ lui,<br /> + e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.<br /> +</p> + +<p> + «O gloria di Latin», disse, «per cui<br /> + mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br /> + o pregio etterno del loco ond’ io fui,<br /> +</p> + +<p> + qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br /> + S’io son d’udir le tue parole degno,<br /> + dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».<br /> +</p> + +<p> + «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,<br /> + rispuose lui, «son io di qua venuto;<br /> + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br /> +</p> + +<p> + Non per far, ma per non fare ho perduto<br /> + a veder l’alto Sol che tu disiri<br /> + e che fu tardi per me conosciuto.<br /> +</p> + +<p> + Luogo è là giù non tristo di martìri,<br /> + ma di tenebre solo, ove i lamenti<br /> + non suonan come guai, ma son sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Quivi sto io coi pargoli innocenti<br /> + dai denti morsi de la morte avante<br /> + che fosser da l’umana colpa essenti;<br /> +</p> + +<p> + quivi sto io con quei che le tre sante<br /> + virtù non si vestiro, e sanza vizio<br /> + conobber l’altre e seguir tutte quante.<br /> +</p> + +<p> + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br /> + dà noi per che venir possiam più tosto<br /> + là dove purgatorio ha dritto inizio».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: «Loco certo non c’è posto;<br /> + licito m’è andar suso e intorno;<br /> + per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi già come dichina il giorno,<br /> + e andar sù di notte non si puote;<br /> + però è buon pensar di bel soggiorno.<br /> +</p> + +<p> + Anime sono a destra qua remote;<br /> + se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br /> + e non sanza diletto ti fier note».<br /> +</p> + +<p> + «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br /> + salir di notte, fora elli impedito<br /> + d’altrui, o non sarria ché non potesse?».<br /> +</p> + +<p> + E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,<br /> + dicendo: «Vedi? sola questa riga<br /> + non varcheresti dopo ’l sol partito:<br /> +</p> + +<p> + non però ch’altra cosa desse briga,<br /> + che la notturna tenebra, ad ir suso;<br /> + quella col nonpoder la voglia intriga.<br /> +</p> + +<p> + Ben si poria con lei tornare in giuso<br /> + e passeggiar la costa intorno errando,<br /> + mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».<br /> +</p> + +<p> + Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br /> + «Menane», disse, «dunque là ’ve dici<br /> + ch’aver si può diletto dimorando».<br /> +</p> + +<p> + Poco allungati c’eravam di lici,<br /> + quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,<br /> + a guisa che i vallon li sceman quici.<br /> +</p> + +<p> + «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo<br /> + dove la costa face di sé grembo;<br /> + e là il novo giorno attenderemo».<br /> +</p> + +<p> + Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br /> + che ne condusse in fianco de la lacca,<br /> + là dove più ch’a mezzo muore il lembo.<br /> +</p> + +<p> + Oro e argento fine, cocco e biacca,<br /> + indaco, legno lucido e sereno,<br /> + fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,<br /> +</p> + +<p> + da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno<br /> + posti, ciascun saria di color vinto,<br /> + come dal suo maggiore è vinto il meno.<br /> +</p> + +<p> + Non avea pur natura ivi dipinto,<br /> + ma di soavità di mille odori<br /> + vi facea uno incognito e indistinto.<br /> +</p> + +<p> + ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori<br /> + quindi seder cantando anime vidi,<br /> + che per la valle non parean di fuori.<br /> +</p> + +<p> + «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,<br /> + cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,<br /> + «tra color non vogliate ch’io vi guidi.<br /> +</p> + +<p> + Di questo balzo meglio li atti e ’ volti<br /> + conoscerete voi di tutti quanti,<br /> + che ne la lama giù tra essi accolti.<br /> +</p> + +<p> + Colui che più siede alto e fa sembianti<br /> + d’aver negletto ciò che far dovea,<br /> + e che non move bocca a li altrui canti,<br /> +</p> + +<p> + Rodolfo imperador fu, che potea<br /> + sanar le piaghe c’hanno Italia morta,<br /> + sì che tardi per altri si ricrea.<br /> +</p> + +<p> + L’altro che ne la vista lui conforta,<br /> + resse la terra dove l’acqua nasce<br /> + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br /> +</p> + +<p> + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br /> + fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br /> + barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br /> +</p> + +<p> + E quel nasetto che stretto a consiglio<br /> + par con colui c’ha sì benigno aspetto,<br /> + morì fuggendo e disfiorando il giglio:<br /> +</p> + +<p> + guardate là come si batte il petto!<br /> + L’altro vedete c’ha fatto a la guancia<br /> + de la sua palma, sospirando, letto.<br /> +</p> + +<p> + Padre e suocero son del mal di Francia:<br /> + sanno la vita sua viziata e lorda,<br /> + e quindi viene il duol che sì li lancia.<br /> +</p> + +<p> + Quel che par sì membruto e che s’accorda,<br /> + cantando, con colui dal maschio naso,<br /> + d’ogne valor portò cinta la corda;<br /> +</p> + +<p> + e se re dopo lui fosse rimaso<br /> + lo giovanetto che retro a lui siede,<br /> + ben andava il valor di vaso in vaso,<br /> +</p> + +<p> + che non si puote dir de l’altre rede;<br /> + Iacomo e Federigo hanno i reami;<br /> + del retaggio miglior nessun possiede.<br /> +</p> + +<p> + Rade volte risurge per li rami<br /> + l’umana probitate; e questo vole<br /> + quei che la dà, perché da lui si chiami.<br /> +</p> + +<p> + Anche al nasuto vanno mie parole<br /> + non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,<br /> + onde Puglia e Proenza già si dole.<br /> +</p> + +<p> + Tant’ è del seme suo minor la pianta,<br /> + quanto, più che Beatrice e Margherita,<br /> + Costanza di marito ancor si vanta.<br /> +</p> + +<p> + Vedete il re de la semplice vita<br /> + seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:<br /> + questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.<br /> +</p> + +<p> + Quel che più basso tra costor s’atterra,<br /> + guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br /> + per cui e Alessandria e la sua guerra<br /> +</p> + +<p> + fa pianger Monferrato e Canavese».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0208"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto VIII +</h3> + +<p> + Era già l’ora che volge il disio<br /> + ai navicanti e ’ntenerisce il core<br /> + lo dì c’han detto ai dolci amici addio;<br /> +</p> + +<p> + e che lo novo peregrin d’amore<br /> + punge, se ode squilla di lontano<br /> + che paia il giorno pianger che si more;<br /> +</p> + +<p> + quand’ io incominciai a render vano<br /> + l’udire e a mirare una de l’alme<br /> + surta, che l’ascoltar chiedea con mano.<br /> +</p> + +<p> + Ella giunse e levò ambo le palme,<br /> + ficcando li occhi verso l’orïente,<br /> + come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.<br /> +</p> + +<p> + ‘Te lucis ante’ sì devotamente<br /> + le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br /> + che fece me a me uscir di mente;<br /> +</p> + +<p> + e l’altre poi dolcemente e devote<br /> + seguitar lei per tutto l’inno intero,<br /> + avendo li occhi a le superne rote.<br /> +</p> + +<p> + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br /> + ché ’l velo è ora ben tanto sottile,<br /> + certo che ’l trapassar dentro è leggero.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi quello essercito gentile<br /> + tacito poscia riguardare in sùe,<br /> + quasi aspettando, palido e umìle;<br /> +</p> + +<p> + e vidi uscir de l’alto e scender giùe<br /> + due angeli con due spade affocate,<br /> + tronche e private de le punte sue.<br /> +</p> + +<p> + Verdi come fogliette pur mo nate<br /> + erano in veste, che da verdi penne<br /> + percosse traean dietro e ventilate.<br /> +</p> + +<p> + L’un poco sovra noi a star si venne,<br /> + e l’altro scese in l’opposita sponda,<br /> + sì che la gente in mezzo si contenne.<br /> +</p> + +<p> + Ben discernëa in lor la testa bionda;<br /> + ma ne la faccia l’occhio si smarria,<br /> + come virtù ch’a troppo si confonda.<br /> +</p> + +<p> + «Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br /> + disse Sordello, «a guardia de la valle,<br /> + per lo serpente che verrà vie via».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io, che non sapeva per qual calle,<br /> + mi volsi intorno, e stretto m’accostai,<br /> + tutto gelato, a le fidate spalle.<br /> +</p> + +<p> + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br /> + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br /> + grazïoso fia lor vedervi assai».<br /> +</p> + +<p> + Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,<br /> + e fui di sotto, e vidi un che mirava<br /> + pur me, come conoscer mi volesse.<br /> +</p> + +<p> + Temp’ era già che l’aere s’annerava,<br /> + ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei<br /> + non dichiarisse ciò che pria serrava.<br /> +</p> + +<p> + Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:<br /> + giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br /> + quando ti vidi non esser tra ’ rei!<br /> +</p> + +<p> + Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br /> + poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti<br /> + a piè del monte per le lontane acque?».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi<br /> + venni stamane, e sono in prima vita,<br /> + ancor che l’altra, sì andando, acquisti».<br /> +</p> + +<p> + E come fu la mia risposta udita,<br /> + Sordello ed elli in dietro si raccolse<br /> + come gente di sùbito smarrita.<br /> +</p> + +<p> + L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse<br /> + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br /> + vieni a veder che Dio per grazia volse».<br /> +</p> + +<p> + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br /> + che tu dei a colui che sì nasconde<br /> + lo suo primo perché, che non lì è guado,<br /> +</p> + +<p> + quando sarai di là da le larghe onde,<br /> + dì a Giovanna mia che per me chiami<br /> + là dove a li ’nnocenti si risponde.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che la sua madre più m’ami,<br /> + poscia che trasmutò le bianche bende,<br /> + le quai convien che, misera!, ancor brami.<br /> +</p> + +<p> + Per lei assai di lieve si comprende<br /> + quanto in femmina foco d’amor dura,<br /> + se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.<br /> +</p> + +<p> + Non le farà sì bella sepultura<br /> + la vipera che Melanesi accampa,<br /> + com’ avria fatto il gallo di Gallura».<br /> +</p> + +<p> + Così dicea, segnato de la stampa,<br /> + nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br /> + che misuratamente in core avvampa.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br /> + pur là dove le stelle son più tarde,<br /> + sì come rota più presso a lo stelo.<br /> +</p> + +<p> + E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br /> + E io a lui: «A quelle tre facelle<br /> + di che ’l polo di qua tutto quanto arde».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle<br /> + che vedevi staman, son di là basse,<br /> + e queste son salite ov’ eran quelle».<br /> +</p> + +<p> + Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br /> + dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;<br /> + e drizzò il dito perché ’n là guardasse.<br /> +</p> + +<p> + Da quella parte onde non ha riparo<br /> + la picciola vallea, era una biscia,<br /> + forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br /> +</p> + +<p> + Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,<br /> + volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso<br /> + leccando come bestia che si liscia.<br /> +</p> + +<p> + Io non vidi, e però dicer non posso,<br /> + come mosser li astor celestïali;<br /> + ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.<br /> +</p> + +<p> + Sentendo fender l’aere a le verdi ali,<br /> + fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,<br /> + suso a le poste rivolando iguali.<br /> +</p> + +<p> + L’ombra che s’era al giudice raccolta<br /> + quando chiamò, per tutto quello assalto<br /> + punto non fu da me guardare sciolta.<br /> +</p> + +<p> + «Se la lucerna che ti mena in alto<br /> + truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br /> + quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,<br /> +</p> + +<p> + cominciò ella, «se novella vera<br /> + di Val di Magra o di parte vicina<br /> + sai, dillo a me, che già grande là era.<br /> +</p> + +<p> + Fui chiamato Currado Malaspina;<br /> + non son l’antico, ma di lui discesi;<br /> + a’ miei portai l’amor che qui raffina».<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi<br /> + già mai non fui; ma dove si dimora<br /> + per tutta Europa ch’ei non sien palesi?<br /> +</p> + +<p> + La fama che la vostra casa onora,<br /> + grida i segnori e grida la contrada,<br /> + sì che ne sa chi non vi fu ancora;<br /> +</p> + +<p> + e io vi giuro, s’io di sopra vada,<br /> + che vostra gente onrata non si sfregia<br /> + del pregio de la borsa e de la spada.<br /> +</p> + +<p> + Uso e natura sì la privilegia,<br /> + che, perché il capo reo il mondo torca,<br /> + sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca<br /> + sette volte nel letto che ’l Montone<br /> + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,<br /> +</p> + +<p> + che cotesta cortese oppinïone<br /> + ti fia chiavata in mezzo de la testa<br /> + con maggior chiovi che d’altrui sermone,<br /> +</p> + +<p> + se corso di giudicio non s’arresta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0209"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto IX +</h3> + +<p> + La concubina di Titone antico<br /> + già s’imbiancava al balco d’orïente,<br /> + fuor de le braccia del suo dolce amico;<br /> +</p> + +<p> + di gemme la sua fronte era lucente,<br /> + poste in figura del freddo animale<br /> + che con la coda percuote la gente;<br /> +</p> + +<p> + e la notte, de’ passi con che sale,<br /> + fatti avea due nel loco ov’ eravamo,<br /> + e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;<br /> +</p> + +<p> + quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,<br /> + vinto dal sonno, in su l’erba inchinai<br /> + là ’ve già tutti e cinque sedavamo.<br /> +</p> + +<p> + Ne l’ora che comincia i tristi lai<br /> + la rondinella presso a la mattina,<br /> + forse a memoria de’ suo’ primi guai,<br /> +</p> + +<p> + e che la mente nostra, peregrina<br /> + più da la carne e men da’ pensier presa,<br /> + a le sue visïon quasi è divina,<br /> +</p> + +<p> + in sogno mi parea veder sospesa<br /> + un’aguglia nel ciel con penne d’oro,<br /> + con l’ali aperte e a calare intesa;<br /> +</p> + +<p> + ed esser mi parea là dove fuoro<br /> + abbandonati i suoi da Ganimede,<br /> + quando fu ratto al sommo consistoro.<br /> +</p> + +<p> + Fra me pensava: ‘Forse questa fiede<br /> + pur qui per uso, e forse d’altro loco<br /> + disdegna di portarne suso in piede’.<br /> +</p> + +<p> + Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br /> + terribil come folgor discendesse,<br /> + e me rapisse suso infino al foco.<br /> +</p> + +<p> + Ivi parea che ella e io ardesse;<br /> + e sì lo ’ncendio imaginato cosse,<br /> + che convenne che ’l sonno si rompesse.<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti Achille si riscosse,<br /> + li occhi svegliati rivolgendo in giro<br /> + e non sappiendo là dove si fosse,<br /> +</p> + +<p> + quando la madre da Chirón a Schiro<br /> + trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br /> + là onde poi li Greci il dipartiro;<br /> +</p> + +<p> + che mi scoss’ io, sì come da la faccia<br /> + mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,<br /> + come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.<br /> +</p> + +<p> + Dallato m’era solo il mio conforto,<br /> + e ’l sole er’ alto già più che due ore,<br /> + e ’l viso m’era a la marina torto.<br /> +</p> + +<p> + «Non aver tema», disse il mio segnore;<br /> + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br /> + non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br /> +</p> + +<p> + Tu se’ omai al purgatorio giunto:<br /> + vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;<br /> + vedi l’entrata là ’ve par digiunto.<br /> +</p> + +<p> + Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,<br /> + quando l’anima tua dentro dormia,<br /> + sovra li fiori ond’ è là giù addorno<br /> +</p> + +<p> + venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;<br /> + lasciatemi pigliar costui che dorme;<br /> + sì l’agevolerò per la sua via”.<br /> +</p> + +<p> + Sordel rimase e l’altre genti forme;<br /> + ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,<br /> + sen venne suso; e io per le sue orme.<br /> +</p> + +<p> + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br /> + li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br /> + poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».<br /> +</p> + +<p> + A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta<br /> + e che muta in conforto sua paura,<br /> + poi che la verità li è discoperta,<br /> +</p> + +<p> + mi cambia’ io; e come sanza cura<br /> + vide me ’l duca mio, su per lo balzo<br /> + si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.<br /> +</p> + +<p> + Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo<br /> + la mia matera, e però con più arte<br /> + non ti maravigliar s’io la rincalzo.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br /> + che là dove pareami prima rotto,<br /> + pur come un fesso che muro diparte,<br /> +</p> + +<p> + vidi una porta, e tre gradi di sotto<br /> + per gire ad essa, di color diversi,<br /> + e un portier ch’ancor non facea motto.<br /> +</p> + +<p> + E come l’occhio più e più v’apersi,<br /> + vidil seder sovra ’l grado sovrano,<br /> + tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;<br /> +</p> + +<p> + e una spada nuda avëa in mano,<br /> + che reflettëa i raggi sì ver’ noi,<br /> + ch’io drizzava spesso il viso in vano.<br /> +</p> + +<p> + «Dite costinci: che volete voi?»,<br /> + cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?<br /> + Guardate che ’l venir sù non vi nòi».<br /> +</p> + +<p> + «Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br /> + rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi<br /> + ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».<br /> +</p> + +<p> + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br /> + ricominciò il cortese portinaio:<br /> + «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».<br /> +</p> + +<p> + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br /> + bianco marmo era sì pulito e terso,<br /> + ch’io mi specchiai in esso qual io paio.<br /> +</p> + +<p> + Era il secondo tinto più che perso,<br /> + d’una petrina ruvida e arsiccia,<br /> + crepata per lo lungo e per traverso.<br /> +</p> + +<p> + Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,<br /> + porfido mi parea, sì fiammeggiante<br /> + come sangue che fuor di vena spiccia.<br /> +</p> + +<p> + Sovra questo tenëa ambo le piante<br /> + l’angel di Dio sedendo in su la soglia<br /> + che mi sembiava pietra di diamante.<br /> +</p> + +<p> + Per li tre gradi sù di buona voglia<br /> + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br /> + umilemente che ’l serrame scioglia».<br /> +</p> + +<p> + Divoto mi gittai a’ santi piedi;<br /> + misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,<br /> + ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br /> +</p> + +<p> + Sette P ne la fronte mi descrisse<br /> + col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br /> + quando se’ dentro, queste piaghe» disse.<br /> +</p> + +<p> + Cenere, o terra che secca si cavi,<br /> + d’un color fora col suo vestimento;<br /> + e di sotto da quel trasse due chiavi.<br /> +</p> + +<p> + L’una era d’oro e l’altra era d’argento;<br /> + pria con la bianca e poscia con la gialla<br /> + fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.<br /> +</p> + +<p> + «Quandunque l’una d’este chiavi falla,<br /> + che non si volga dritta per la toppa»,<br /> + diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.<br /> +</p> + +<p> + Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa<br /> + d’arte e d’ingegno avanti che diserri,<br /> + perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.<br /> +</p> + +<p> + Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri<br /> + anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,<br /> + pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».<br /> +</p> + +<p> + Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,<br /> + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br /> + che di fuor torna chi ’n dietro si guata».<br /> +</p> + +<p> + E quando fuor ne’ cardini distorti<br /> + li spigoli di quella regge sacra,<br /> + che di metallo son sonanti e forti,<br /> +</p> + +<p> + non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br /> + Tarpëa, come tolto le fu il buono<br /> + Metello, per che poi rimase macra.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br /> + e ‘Te Deum laudamus’ mi parea<br /> + udire in voce mista al dolce suono.<br /> +</p> + +<p> + Tale imagine a punto mi rendea<br /> + ciò ch’io udiva, qual prender si suole<br /> + quando a cantar con organi si stea;<br /> +</p> + +<p> + ch’or sì or no s’intendon le parole.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0210"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto X +</h3> + +<p> + Poi fummo dentro al soglio de la porta<br /> + che ’l mal amor de l’anime disusa,<br /> + perché fa parer dritta la via torta,<br /> +</p> + +<p> + sonando la senti’ esser richiusa;<br /> + e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,<br /> + qual fora stata al fallo degna scusa?<br /> +</p> + +<p> + Noi salavam per una pietra fessa,<br /> + che si moveva e d’una e d’altra parte,<br /> + sì come l’onda che fugge e s’appressa.<br /> +</p> + +<p> + «Qui si conviene usare un poco d’arte»,<br /> + cominciò ’l duca mio, «in accostarsi<br /> + or quinci, or quindi al lato che si parte».<br /> +</p> + +<p> + E questo fece i nostri passi scarsi,<br /> + tanto che pria lo scemo de la luna<br /> + rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br /> +</p> + +<p> + che noi fossimo fuor di quella cruna;<br /> + ma quando fummo liberi e aperti<br /> + sù dove il monte in dietro si rauna,<br /> +</p> + +<p> + ïo stancato e amendue incerti<br /> + di nostra via, restammo in su un piano<br /> + solingo più che strade per diserti.<br /> +</p> + +<p> + Da la sua sponda, ove confina il vano,<br /> + al piè de l’alta ripa che pur sale,<br /> + misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br /> +</p> + +<p> + e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,<br /> + or dal sinistro e or dal destro fianco,<br /> + questa cornice mi parea cotale.<br /> +</p> + +<p> + Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br /> + quand’ io conobbi quella ripa intorno<br /> + che dritto di salita aveva manco,<br /> +</p> + +<p> + esser di marmo candido e addorno<br /> + d’intagli sì, che non pur Policleto,<br /> + ma la natura lì avrebbe scorno.<br /> +</p> + +<p> + L’angel che venne in terra col decreto<br /> + de la molt’ anni lagrimata pace,<br /> + ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi pareva sì verace<br /> + quivi intagliato in un atto soave,<br /> + che non sembiava imagine che tace.<br /> +</p> + +<p> + Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;<br /> + perché iv’ era imaginata quella<br /> + ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;<br /> +</p> + +<p> + e avea in atto impressa esta favella<br /> + ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente<br /> + come figura in cera si suggella.<br /> +</p> + +<p> + «Non tener pur ad un loco la mente»,<br /> + disse ’l dolce maestro, che m’avea<br /> + da quella parte onde ’l cuore ha la gente.<br /> +</p> + +<p> + Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea<br /> + di retro da Maria, da quella costa<br /> + onde m’era colui che mi movea,<br /> +</p> + +<p> + un’altra storia ne la roccia imposta;<br /> + per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,<br /> + acciò che fosse a li occhi miei disposta.<br /> +</p> + +<p> + Era intagliato lì nel marmo stesso<br /> + lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,<br /> + per che si teme officio non commesso.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br /> + partita in sette cori, a’ due mie’ sensi<br /> + faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.<br /> +</p> + +<p> + Similemente al fummo de li ’ncensi<br /> + che v’era imaginato, li occhi e ’l naso<br /> + e al sì e al no discordi fensi.<br /> +</p> + +<p> + Lì precedeva al benedetto vaso,<br /> + trescando alzato, l’umile salmista,<br /> + e più e men che re era in quel caso.<br /> +</p> + +<p> + Di contra, effigïata ad una vista<br /> + d’un gran palazzo, Micòl ammirava<br /> + sì come donna dispettosa e trista.<br /> +</p> + +<p> + I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,<br /> + per avvisar da presso un’altra istoria,<br /> + che di dietro a Micòl mi biancheggiava.<br /> +</p> + +<p> + Quiv’ era storïata l’alta gloria<br /> + del roman principato, il cui valore<br /> + mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br /> +</p> + +<p> + i’ dico di Traiano imperadore;<br /> + e una vedovella li era al freno,<br /> + di lagrime atteggiata e di dolore.<br /> +</p> + +<p> + Intorno a lui parea calcato e pieno<br /> + di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro<br /> + sovr’ essi in vista al vento si movieno.<br /> +</p> + +<p> + La miserella intra tutti costoro<br /> + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br /> + di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;<br /> +</p> + +<p> + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br /> + tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,<br /> + come persona in cui dolor s’affretta,<br /> +</p> + +<p> + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,<br /> + la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene<br /> + a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;<br /> +</p> + +<p> + ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene<br /> + ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:<br /> + giustizia vuole e pietà mi ritene».<br /> +</p> + +<p> + Colui che mai non vide cosa nova<br /> + produsse esto visibile parlare,<br /> + novello a noi perché qui non si trova.<br /> +</p> + +<p> + Mentr’ io mi dilettava di guardare<br /> + l’imagini di tante umilitadi,<br /> + e per lo fabbro loro a veder care,<br /> +</p> + +<p> + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br /> + mormorava il poeta, «molte genti:<br /> + questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti<br /> + per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,<br /> + volgendosi ver’ lui non furon lenti.<br /> +</p> + +<p> + Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi<br /> + di buon proponimento per udire<br /> + come Dio vuol che ’l debito si paghi.<br /> +</p> + +<p> + Non attender la forma del martìre:<br /> + pensa la succession; pensa ch’al peggio<br /> + oltre la gran sentenza non può ire.<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio<br /> + muovere a noi, non mi sembian persone,<br /> + e non so che, sì nel veder vaneggio».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «La grave condizione<br /> + di lor tormento a terra li rannicchia,<br /> + sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.<br /> +</p> + +<p> + Ma guarda fiso là, e disviticchia<br /> + col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br /> + già scorger puoi come ciascun si picchia».<br /> +</p> + +<p> + O superbi cristian, miseri lassi,<br /> + che, de la vista de la mente infermi,<br /> + fidanza avete ne’ retrosi passi,<br /> +</p> + +<p> + non v’accorgete voi che noi siam vermi<br /> + nati a formar l’angelica farfalla,<br /> + che vola a la giustizia sanza schermi?<br /> +</p> + +<p> + Di che l’animo vostro in alto galla,<br /> + poi siete quasi antomata in difetto,<br /> + sì come vermo in cui formazion falla?<br /> +</p> + +<p> + Come per sostentar solaio o tetto,<br /> + per mensola talvolta una figura<br /> + si vede giugner le ginocchia al petto,<br /> +</p> + +<p> + la qual fa del non ver vera rancura<br /> + nascere ’n chi la vede; così fatti<br /> + vid’ io color, quando puosi ben cura.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che più e meno eran contratti<br /> + secondo ch’avien più e meno a dosso;<br /> + e qual più pazïenza avea ne li atti,<br /> +</p> + +<p> + piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0211"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XI +</h3> + +<p> + «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,<br /> + non circunscritto, ma per più amore<br /> + ch’ai primi effetti di là sù tu hai,<br /> +</p> + +<p> + laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore<br /> + da ogne creatura, com’ è degno<br /> + di render grazie al tuo dolce vapore.<br /> +</p> + +<p> + Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,<br /> + ché noi ad essa non potem da noi,<br /> + s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.<br /> +</p> + +<p> + Come del suo voler li angeli tuoi<br /> + fan sacrificio a te, cantando osanna,<br /> + così facciano li uomini de’ suoi.<br /> +</p> + +<p> + Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br /> + sanza la qual per questo aspro diserto<br /> + a retro va chi più di gir s’affanna.<br /> +</p> + +<p> + E come noi lo mal ch’avem sofferto<br /> + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br /> + benigno, e non guardar lo nostro merto.<br /> +</p> + +<p> + Nostra virtù che di legger s’adona,<br /> + non spermentar con l’antico avversaro,<br /> + ma libera da lui che sì la sprona.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ ultima preghiera, segnor caro,<br /> + già non si fa per noi, ché non bisogna,<br /> + ma per color che dietro a noi restaro».<br /> +</p> + +<p> + Così a sé e noi buona ramogna<br /> + quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,<br /> + simile a quel che talvolta si sogna,<br /> +</p> + +<p> + disparmente angosciate tutte a tondo<br /> + e lasse su per la prima cornice,<br /> + purgando la caligine del mondo.<br /> +</p> + +<p> + Se di là sempre ben per noi si dice,<br /> + di qua che dire e far per lor si puote<br /> + da quei c’hanno al voler buona radice?<br /> +</p> + +<p> + Ben si de’ loro atar lavar le note<br /> + che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br /> + possano uscire a le stellate ruote.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br /> + tosto, sì che possiate muover l’ala,<br /> + che secondo il disio vostro vi lievi,<br /> +</p> + +<p> + mostrate da qual mano inver’ la scala<br /> + si va più corto; e se c’è più d’un varco,<br /> + quel ne ’nsegnate che men erto cala;<br /> +</p> + +<p> + ché questi che vien meco, per lo ’ncarco<br /> + de la carne d’Adamo onde si veste,<br /> + al montar sù, contra sua voglia, è parco».<br /> +</p> + +<p> + Le lor parole, che rendero a queste<br /> + che dette avea colui cu’ io seguiva,<br /> + non fur da cui venisser manifeste;<br /> +</p> + +<p> + ma fu detto: «A man destra per la riva<br /> + con noi venite, e troverete il passo<br /> + possibile a salir persona viva.<br /> +</p> + +<p> + E s’io non fossi impedito dal sasso<br /> + che la cervice mia superba doma,<br /> + onde portar convienmi il viso basso,<br /> +</p> + +<p> + cotesti, ch’ancor vive e non si noma,<br /> + guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,<br /> + e per farlo pietoso a questa soma.<br /> +</p> + +<p> + Io fui latino e nato d’un gran Tosco:<br /> + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br /> + non so se ’l nome suo già mai fu vosco.<br /> +</p> + +<p> + L’antico sangue e l’opere leggiadre<br /> + d’i miei maggior mi fer sì arrogante,<br /> + che, non pensando a la comune madre,<br /> +</p> + +<p> + ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,<br /> + ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,<br /> + e sallo in Campagnatico ogne fante.<br /> +</p> + +<p> + Io sono Omberto; e non pur a me danno<br /> + superbia fa, ché tutti miei consorti<br /> + ha ella tratti seco nel malanno.<br /> +</p> + +<p> + E qui convien ch’io questo peso porti<br /> + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br /> + poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».<br /> +</p> + +<p> + Ascoltando chinai in giù la faccia;<br /> + e un di lor, non questi che parlava,<br /> + si torse sotto il peso che li ’mpaccia,<br /> +</p> + +<p> + e videmi e conobbemi e chiamava,<br /> + tenendo li occhi con fatica fisi<br /> + a me che tutto chin con loro andava.<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,<br /> + l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte<br /> + ch’alluminar chiamata è in Parisi?».<br /> +</p> + +<p> + «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte<br /> + che pennelleggia Franco Bolognese;<br /> + l’onore è tutto or suo, e mio in parte.<br /> +</p> + +<p> + Ben non sare’ io stato sì cortese<br /> + mentre ch’io vissi, per lo gran disio<br /> + de l’eccellenza ove mio core intese.<br /> +</p> + +<p> + Di tal superbia qui si paga il fio;<br /> + e ancor non sarei qui, se non fosse<br /> + che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br /> +</p> + +<p> + Oh vana gloria de l’umane posse!<br /> + com’ poco verde in su la cima dura,<br /> + se non è giunta da l’etati grosse!<br /> +</p> + +<p> + Credette Cimabue ne la pittura<br /> + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br /> + sì che la fama di colui è scura.<br /> +</p> + +<p> + Così ha tolto l’uno a l’altro Guido<br /> + la gloria de la lingua; e forse è nato<br /> + chi l’uno e l’altro caccerà del nido.<br /> +</p> + +<p> + Non è il mondan romore altro ch’un fiato<br /> + di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,<br /> + e muta nome perché muta lato.<br /> +</p> + +<p> + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br /> + da te la carne, che se fossi morto<br /> + anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,<br /> +</p> + +<p> + pria che passin mill’ anni? ch’è più corto<br /> + spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia<br /> + al cerchio che più tardi in cielo è torto.<br /> +</p> + +<p> + Colui che del cammin sì poco piglia<br /> + dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br /> + e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br /> +</p> + +<p> + ond’ era sire quando fu distrutta<br /> + la rabbia fiorentina, che superba<br /> + fu a quel tempo sì com’ ora è putta.<br /> +</p> + +<p> + La vostra nominanza è color d’erba,<br /> + che viene e va, e quei la discolora<br /> + per cui ella esce de la terra acerba».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Tuo vero dir m’incora<br /> + bona umiltà, e gran tumor m’appiani;<br /> + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».<br /> +</p> + +<p> + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br /> + ed è qui perché fu presuntüoso<br /> + a recar Siena tutta a le sue mani.<br /> +</p> + +<p> + Ito è così e va, sanza riposo,<br /> + poi che morì; cotal moneta rende<br /> + a sodisfar chi è di là troppo oso».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Se quello spirito ch’attende,<br /> + pria che si penta, l’orlo de la vita,<br /> + qua giù dimora e qua sù non ascende,<br /> +</p> + +<p> + se buona orazïon lui non aita,<br /> + prima che passi tempo quanto visse,<br /> + come fu la venuta lui largita?».<br /> +</p> + +<p> + «Quando vivea più glorïoso», disse,<br /> + «liberamente nel Campo di Siena,<br /> + ogne vergogna diposta, s’affisse;<br /> +</p> + +<p> + e lì, per trar l’amico suo di pena,<br /> + ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,<br /> + si condusse a tremar per ogne vena.<br /> +</p> + +<p> + Più non dirò, e scuro so che parlo;<br /> + ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini<br /> + faranno sì che tu potrai chiosarlo.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ opera li tolse quei confini».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0212"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XII +</h3> + +<p> + Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br /> + m’andava io con quell’ anima carca,<br /> + fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.<br /> +</p> + +<p> + Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br /> + ché qui è buono con l’ali e coi remi,<br /> + quantunque può, ciascun pinger sua barca»;<br /> +</p> + +<p> + dritto sì come andar vuolsi rife’mi<br /> + con la persona, avvegna che i pensieri<br /> + mi rimanessero e chinati e scemi.<br /> +</p> + +<p> + Io m’era mosso, e seguia volontieri<br /> + del mio maestro i passi, e amendue<br /> + già mostravam com’ eravam leggeri;<br /> +</p> + +<p> + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br /> + buon ti sarà, per tranquillar la via,<br /> + veder lo letto de le piante tue».<br /> +</p> + +<p> + Come, perché di lor memoria sia,<br /> + sovra i sepolti le tombe terragne<br /> + portan segnato quel ch’elli eran pria,<br /> +</p> + +<p> + onde lì molte volte si ripiagne<br /> + per la puntura de la rimembranza,<br /> + che solo a’ pïi dà de le calcagne;<br /> +</p> + +<p> + sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza<br /> + secondo l’artificio, figurato<br /> + quanto per via di fuor del monte avanza.<br /> +</p> + +<p> + Vedea colui che fu nobil creato<br /> + più ch’altra creatura, giù dal cielo<br /> + folgoreggiando scender, da l’un lato.<br /> +</p> + +<p> + Vedëa Brïareo fitto dal telo<br /> + celestïal giacer, da l’altra parte,<br /> + grave a la terra per lo mortal gelo.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br /> + armati ancora, intorno al padre loro,<br /> + mirar le membra d’i Giganti sparte.<br /> +</p> + +<p> + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br /> + quasi smarrito, e riguardar le genti<br /> + che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.<br /> +</p> + +<p> + O Nïobè, con che occhi dolenti<br /> + vedea io te segnata in su la strada,<br /> + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br /> +</p> + +<p> + O Saùl, come in su la propria spada<br /> + quivi parevi morto in Gelboè,<br /> + che poi non sentì pioggia né rugiada!<br /> +</p> + +<p> + O folle Aragne, sì vedea io te<br /> + già mezza ragna, trista in su li stracci<br /> + de l’opera che mal per te si fé.<br /> +</p> + +<p> + O Roboàm, già non par che minacci<br /> + quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento<br /> + nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava ancor lo duro pavimento<br /> + come Almeon a sua madre fé caro<br /> + parer lo sventurato addornamento.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come i figli si gittaro<br /> + sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br /> + e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br /> +</p> + +<p> + Mostrava la ruina e ’l crudo scempio<br /> + che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br /> + «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».<br /> +</p> + +<p> + Mostrava come in rotta si fuggiro<br /> + li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br /> + e anche le reliquie del martiro.<br /> +</p> + +<p> + Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br /> + o Ilïón, come te basso e vile<br /> + mostrava il segno che lì si discerne!<br /> +</p> + +<p> + Qual di pennel fu maestro o di stile<br /> + che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi<br /> + mirar farieno uno ingegno sottile?<br /> +</p> + +<p> + Morti li morti e i vivi parean vivi:<br /> + non vide mei di me chi vide il vero,<br /> + quant’ io calcai, fin che chinato givi.<br /> +</p> + +<p> + Or superbite, e via col viso altero,<br /> + figliuoli d’Eva, e non chinate il volto<br /> + sì che veggiate il vostro mal sentero!<br /> +</p> + +<p> + Più era già per noi del monte vòlto<br /> + e del cammin del sole assai più speso<br /> + che non stimava l’animo non sciolto,<br /> +</p> + +<p> + quando colui che sempre innanzi atteso<br /> + andava, cominciò: «Drizza la testa;<br /> + non è più tempo di gir sì sospeso.<br /> +</p> + +<p> + Vedi colà un angel che s’appresta<br /> + per venir verso noi; vedi che torna<br /> + dal servigio del dì l’ancella sesta.<br /> +</p> + +<p> + Di reverenza il viso e li atti addorna,<br /> + sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;<br /> + pensa che questo dì mai non raggiorna!».<br /> +</p> + +<p> + Io era ben del suo ammonir uso<br /> + pur di non perder tempo, sì che ’n quella<br /> + materia non potea parlarmi chiuso.<br /> +</p> + +<p> + A noi venìa la creatura bella,<br /> + biancovestito e ne la faccia quale<br /> + par tremolando mattutina stella.<br /> +</p> + +<p> + Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;<br /> + disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br /> + e agevolemente omai si sale.<br /> +</p> + +<p> + A questo invito vegnon molto radi:<br /> + o gente umana, per volar sù nata,<br /> + perché a poco vento così cadi?».<br /> +</p> + +<p> + Menocci ove la roccia era tagliata;<br /> + quivi mi batté l’ali per la fronte;<br /> + poi mi promise sicura l’andata.<br /> +</p> + +<p> + Come a man destra, per salire al monte<br /> + dove siede la chiesa che soggioga<br /> + la ben guidata sopra Rubaconte,<br /> +</p> + +<p> + si rompe del montar l’ardita foga<br /> + per le scalee che si fero ad etade<br /> + ch’era sicuro il quaderno e la doga;<br /> +</p> + +<p> + così s’allenta la ripa che cade<br /> + quivi ben ratta da l’altro girone;<br /> + ma quinci e quindi l’alta pietra rade.<br /> +</p> + +<p> + Noi volgendo ivi le nostre persone,<br /> + ‘Beati pauperes spiritu!’ voci<br /> + cantaron sì, che nol diria sermone.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto son diverse quelle foci<br /> + da l’infernali! ché quivi per canti<br /> + s’entra, e là giù per lamenti feroci.<br /> +</p> + +<p> + Già montavam su per li scaglion santi,<br /> + ed esser mi parea troppo più lieve<br /> + che per lo pian non mi parea davanti.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br /> + levata s’è da me, che nulla quasi<br /> + per me fatica, andando, si riceve?».<br /> +</p> + +<p> + Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br /> + ancor nel volto tuo presso che stinti,<br /> + saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,<br /> +</p> + +<p> + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br /> + che non pur non fatica sentiranno,<br /> + ma fia diletto loro esser sù pinti».<br /> +</p> + +<p> + Allor fec’ io come color che vanno<br /> + con cosa in capo non da lor saputa,<br /> + se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;<br /> +</p> + +<p> + per che la mano ad accertar s’aiuta,<br /> + e cerca e truova e quello officio adempie<br /> + che non si può fornir per la veduta;<br /> +</p> + +<p> + e con le dita de la destra scempie<br /> + trovai pur sei le lettere che ’ncise<br /> + quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br /> +</p> + +<p> + a che guardando, il mio duca sorrise.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0213"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XIII +</h3> + +<p> + Noi eravamo al sommo de la scala,<br /> + dove secondamente si risega<br /> + lo monte che salendo altrui dismala.<br /> +</p> + +<p> + Ivi così una cornice lega<br /> + dintorno il poggio, come la primaia;<br /> + se non che l’arco suo più tosto piega.<br /> +</p> + +<p> + Ombra non lì è né segno che si paia:<br /> + parsi la ripa e parsi la via schietta<br /> + col livido color de la petraia.<br /> +</p> + +<p> + «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,<br /> + ragionava il poeta, «io temo forse<br /> + che troppo avrà d’indugio nostra eletta».<br /> +</p> + +<p> + Poi fisamente al sole li occhi porse;<br /> + fece del destro lato a muover centro,<br /> + e la sinistra parte di sé torse.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce lume a cui fidanza i’ entro<br /> + per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br /> + dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.<br /> +</p> + +<p> + Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;<br /> + s’altra ragione in contrario non ponta,<br /> + esser dien sempre li tuoi raggi duci».<br /> +</p> + +<p> + Quanto di qua per un migliaio si conta,<br /> + tanto di là eravam noi già iti,<br /> + con poco tempo, per la voglia pronta;<br /> +</p> + +<p> + e verso noi volar furon sentiti,<br /> + non però visti, spiriti parlando<br /> + a la mensa d’amor cortesi inviti.<br /> +</p> + +<p> + La prima voce che passò volando<br /> + ‘Vinum non habent’ altamente disse,<br /> + e dietro a noi l’andò reïterando.<br /> +</p> + +<p> + E prima che del tutto non si udisse<br /> + per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’<br /> + passò gridando, e anco non s’affisse.<br /> +</p> + +<p> + «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».<br /> + E com’ io domandai, ecco la terza<br /> + dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.<br /> +</p> + +<p> + E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br /> + la colpa de la invidia, e però sono<br /> + tratte d’amor le corde de la ferza.<br /> +</p> + +<p> + Lo fren vuol esser del contrario suono;<br /> + credo che l’udirai, per mio avviso,<br /> + prima che giunghi al passo del perdono.<br /> +</p> + +<p> + Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,<br /> + e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br /> + e ciascun è lungo la grotta assiso».<br /> +</p> + +<p> + Allora più che prima li occhi apersi;<br /> + guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti<br /> + al color de la pietra non diversi.<br /> +</p> + +<p> + E poi che fummo un poco più avanti,<br /> + udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:<br /> + gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che per terra vada ancoi<br /> + omo sì duro, che non fosse punto<br /> + per compassion di quel ch’i’ vidi poi;<br /> +</p> + +<p> + ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br /> + che li atti loro a me venivan certi,<br /> + per li occhi fui di grave dolor munto.<br /> +</p> + +<p> + Di vil ciliccio mi parean coperti,<br /> + e l’un sofferia l’altro con la spalla,<br /> + e tutti da la ripa eran sofferti.<br /> +</p> + +<p> + Così li ciechi a cui la roba falla,<br /> + stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,<br /> + e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,<br /> +</p> + +<p> + perché ’n altrui pietà tosto si pogna,<br /> + non pur per lo sonar de le parole,<br /> + ma per la vista che non meno agogna.<br /> +</p> + +<p> + E come a li orbi non approda il sole,<br /> + così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,<br /> + luce del ciel di sé largir non vole;<br /> +</p> + +<p> + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br /> + e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br /> + si fa però che queto non dimora.<br /> +</p> + +<p> + A me pareva, andando, fare oltraggio,<br /> + veggendo altrui, non essendo veduto:<br /> + per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.<br /> +</p> + +<p> + Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;<br /> + e però non attese mia dimanda,<br /> + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».<br /> +</p> + +<p> + Virgilio mi venìa da quella banda<br /> + de la cornice onde cader si puote,<br /> + perché da nulla sponda s’inghirlanda;<br /> +</p> + +<p> + da l’altra parte m’eran le divote<br /> + ombre, che per l’orribile costura<br /> + premevan sì, che bagnavan le gote.<br /> +</p> + +<p> + Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br /> + incominciai, «di veder l’alto lume<br /> + che ’l disio vostro solo ha in sua cura,<br /> +</p> + +<p> + se tosto grazia resolva le schiume<br /> + di vostra coscïenza sì che chiaro<br /> + per essa scenda de la mente il fiume,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br /> + s’anima è qui tra voi che sia latina;<br /> + e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».<br /> +</p> + +<p> + «O frate mio, ciascuna è cittadina<br /> + d’una vera città; ma tu vuo’ dire<br /> + che vivesse in Italia peregrina».<br /> +</p> + +<p> + Questo mi parve per risposta udire<br /> + più innanzi alquanto che là dov’ io stava,<br /> + ond’ io mi feci ancor più là sentire.<br /> +</p> + +<p> + Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava<br /> + in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,<br /> + lo mento a guisa d’orbo in sù levava.<br /> +</p> + +<p> + «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,<br /> + se tu se’ quelli che mi rispondesti,<br /> + fammiti conto o per luogo o per nome».<br /> +</p> + +<p> + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br /> + altri rimendo qui la vita ria,<br /> + lagrimando a colui che sé ne presti.<br /> +</p> + +<p> + Savia non fui, avvegna che Sapìa<br /> + fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br /> + più lieta assai che di ventura mia.<br /> +</p> + +<p> + E perché tu non creda ch’io t’inganni,<br /> + odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,<br /> + già discendendo l’arco d’i miei anni.<br /> +</p> + +<p> + Eran li cittadin miei presso a Colle<br /> + in campo giunti co’ loro avversari,<br /> + e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.<br /> +</p> + +<p> + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br /> + passi di fuga; e veggendo la caccia,<br /> + letizia presi a tutte altre dispari,<br /> +</p> + +<p> + tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,<br /> + gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,<br /> + come fé ’l merlo per poca bonaccia.<br /> +</p> + +<p> + Pace volli con Dio in su lo stremo<br /> + de la mia vita; e ancor non sarebbe<br /> + lo mio dover per penitenza scemo,<br /> +</p> + +<p> + se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe<br /> + Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br /> + a cui di me per caritate increbbe.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu chi se’, che nostre condizioni<br /> + vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br /> + sì com’ io credo, e spirando ragioni?».<br /> +</p> + +<p> + «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,<br /> + ma picciol tempo, ché poca è l’offesa<br /> + fatta per esser con invidia vòlti.<br /> +</p> + +<p> + Troppa è più la paura ond’ è sospesa<br /> + l’anima mia del tormento di sotto,<br /> + che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto<br /> + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br /> + E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.<br /> +</p> + +<p> + E vivo sono; e però mi richiedi,<br /> + spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova<br /> + di là per te ancor li mortai piedi».<br /> +</p> + +<p> + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br /> + rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;<br /> + però col priego tuo talor mi giova.<br /> +</p> + +<p> + E cheggioti, per quel che tu più brami,<br /> + se mai calchi la terra di Toscana,<br /> + che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.<br /> +</p> + +<p> + Tu li vedrai tra quella gente vana<br /> + che spera in Talamone, e perderagli<br /> + più di speranza ch’a trovar la Diana;<br /> +</p> + +<p> + ma più vi perderanno li ammiragli».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0214"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XIV +</h3> + +<p> + «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia<br /> + prima che morte li abbia dato il volo,<br /> + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».<br /> +</p> + +<p> + «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;<br /> + domandal tu che più li t’avvicini,<br /> + e dolcemente, sì che parli, acco’lo».<br /> +</p> + +<p> + Così due spirti, l’uno a l’altro chini,<br /> + ragionavan di me ivi a man dritta;<br /> + poi fer li visi, per dirmi, supini;<br /> +</p> + +<p> + e disse l’uno: «O anima che fitta<br /> + nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,<br /> + per carità ne consola e ne ditta<br /> +</p> + +<p> + onde vieni e chi se’; ché tu ne fai<br /> + tanto maravigliar de la tua grazia,<br /> + quanto vuol cosa che non fu più mai».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Per mezza Toscana si spazia<br /> + un fiumicel che nasce in Falterona,<br /> + e cento miglia di corso nol sazia.<br /> +</p> + +<p> + Di sovr’ esso rech’ io questa persona:<br /> + dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,<br /> + ché ’l nome mio ancor molto non suona».<br /> +</p> + +<p> + «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno<br /> + con lo ’ntelletto», allora mi rispuose<br /> + quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».<br /> +</p> + +<p> + E l’altro disse lui: «Perché nascose<br /> + questi il vocabol di quella riviera,<br /> + pur com’ om fa de l’orribili cose?».<br /> +</p> + +<p> + E l’ombra che di ciò domandata era,<br /> + si sdebitò così: «Non so; ma degno<br /> + ben è che ’l nome di tal valle pèra;<br /> +</p> + +<p> + ché dal principio suo, ov’ è sì pregno<br /> + l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,<br /> + che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br /> +</p> + +<p> + infin là ’ve si rende per ristoro<br /> + di quel che ’l ciel de la marina asciuga,<br /> + ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,<br /> +</p> + +<p> + vertù così per nimica si fuga<br /> + da tutti come biscia, o per sventura<br /> + del luogo, o per mal uso che li fruga:<br /> +</p> + +<p> + ond’ hanno sì mutata lor natura<br /> + li abitator de la misera valle,<br /> + che par che Circe li avesse in pastura.<br /> +</p> + +<p> + Tra brutti porci, più degni di galle<br /> + che d’altro cibo fatto in uman uso,<br /> + dirizza prima il suo povero calle.<br /> +</p> + +<p> + Botoli trova poi, venendo giuso,<br /> + ringhiosi più che non chiede lor possa,<br /> + e da lor disdegnosa torce il muso.<br /> +</p> + +<p> + Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,<br /> + tanto più trova di can farsi lupi<br /> + la maladetta e sventurata fossa.<br /> +</p> + +<p> + Discesa poi per più pelaghi cupi,<br /> + trova le volpi sì piene di froda,<br /> + che non temono ingegno che le occùpi.<br /> +</p> + +<p> + Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;<br /> + e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta<br /> + di ciò che vero spirto mi disnoda.<br /> +</p> + +<p> + Io veggio tuo nepote che diventa<br /> + cacciator di quei lupi in su la riva<br /> + del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br /> +</p> + +<p> + Vende la carne loro essendo viva;<br /> + poscia li ancide come antica belva;<br /> + molti di vita e sé di pregio priva.<br /> +</p> + +<p> + Sanguinoso esce de la trista selva;<br /> + lasciala tal, che di qui a mille anni<br /> + ne lo stato primaio non si rinselva».<br /> +</p> + +<p> + Com’ a l’annunzio di dogliosi danni<br /> + si turba il viso di colui ch’ascolta,<br /> + da qual che parte il periglio l’assanni,<br /> +</p> + +<p> + così vid’ io l’altr’ anima, che volta<br /> + stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br /> + poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.<br /> +</p> + +<p> + Lo dir de l’una e de l’altra la vista<br /> + mi fer voglioso di saper lor nomi,<br /> + e dimanda ne fei con prieghi mista;<br /> +</p> + +<p> + per che lo spirto che di pria parlòmi<br /> + ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca<br /> + nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.<br /> +</p> + +<p> + Ma da che Dio in te vuol che traluca<br /> + tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br /> + però sappi ch’io fui Guido del Duca.<br /> +</p> + +<p> + Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,<br /> + che se veduto avesse uom farsi lieto,<br /> + visto m’avresti di livore sparso.<br /> +</p> + +<p> + Di mia semente cotal paglia mieto;<br /> + o gente umana, perché poni ’l core<br /> + là ’v’ è mestier di consorte divieto?<br /> +</p> + +<p> + Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore<br /> + de la casa da Calboli, ove nullo<br /> + fatto s’è reda poi del suo valore.<br /> +</p> + +<p> + E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br /> + tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,<br /> + del ben richesto al vero e al trastullo;<br /> +</p> + +<p> + ché dentro a questi termini è ripieno<br /> + di venenosi sterpi, sì che tardi<br /> + per coltivare omai verrebber meno.<br /> +</p> + +<p> + Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br /> + Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br /> + Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br /> +</p> + +<p> + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br /> + quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br /> + verga gentil di picciola gramigna?<br /> +</p> + +<p> + Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,<br /> + quando rimembro, con Guido da Prata,<br /> + Ugolin d’Azzo che vivette nosco,<br /> +</p> + +<p> + Federigo Tignoso e sua brigata,<br /> + la casa Traversara e li Anastagi<br /> + (e l’una gente e l’altra è diretata),<br /> +</p> + +<p> + le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi<br /> + che ne ’nvogliava amore e cortesia<br /> + là dove i cuor son fatti sì malvagi.<br /> +</p> + +<p> + O Bretinoro, ché non fuggi via,<br /> + poi che gita se n’è la tua famiglia<br /> + e molta gente per non esser ria?<br /> +</p> + +<p> + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br /> + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br /> + che di figliar tai conti più s’impiglia.<br /> +</p> + +<p> + Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio<br /> + lor sen girà; ma non però che puro<br /> + già mai rimagna d’essi testimonio.<br /> +</p> + +<p> + O Ugolin de’ Fantolin, sicuro<br /> + è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta<br /> + chi far lo possa, tralignando, scuro.<br /> +</p> + +<p> + Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta<br /> + troppo di pianger più che di parlare,<br /> + sì m’ha nostra ragion la mente stretta».<br /> +</p> + +<p> + Noi sapavam che quell’ anime care<br /> + ci sentivano andar; però, tacendo,<br /> + facëan noi del cammin confidare.<br /> +</p> + +<p> + Poi fummo fatti soli procedendo,<br /> + folgore parve quando l’aere fende,<br /> + voce che giunse di contra dicendo:<br /> +</p> + +<p> + ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;<br /> + e fuggì come tuon che si dilegua,<br /> + se sùbito la nuvola scoscende.<br /> +</p> + +<p> + Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,<br /> + ed ecco l’altra con sì gran fracasso,<br /> + che somigliò tonar che tosto segua:<br /> +</p> + +<p> + «Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br /> + e allor, per ristrignermi al poeta,<br /> + in destro feci, e non innanzi, il passo.<br /> +</p> + +<p> + Già era l’aura d’ogne parte queta;<br /> + ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo<br /> + che dovria l’uom tener dentro a sua meta.<br /> +</p> + +<p> + Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo<br /> + de l’antico avversaro a sé vi tira;<br /> + e però poco val freno o richiamo.<br /> +</p> + +<p> + Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,<br /> + mostrandovi le sue bellezze etterne,<br /> + e l’occhio vostro pur a terra mira;<br /> +</p> + +<p> + onde vi batte chi tutto discerne».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0215"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XV +</h3> + +<p> + Quanto tra l’ultimar de l’ora terza<br /> + e ’l principio del dì par de la spera<br /> + che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br /> +</p> + +<p> + tanto pareva già inver’ la sera<br /> + essere al sol del suo corso rimaso;<br /> + vespero là, e qui mezza notte era.<br /> +</p> + +<p> + E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,<br /> + perché per noi girato era sì ’l monte,<br /> + che già dritti andavamo inver’ l’occaso,<br /> +</p> + +<p> + quand’ io senti’ a me gravar la fronte<br /> + a lo splendore assai più che di prima,<br /> + e stupor m’eran le cose non conte;<br /> +</p> + +<p> + ond’ io levai le mani inver’ la cima<br /> + de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,<br /> + che del soverchio visibile lima.<br /> +</p> + +<p> + Come quando da l’acqua o da lo specchio<br /> + salta lo raggio a l’opposita parte,<br /> + salendo su per lo modo parecchio<br /> +</p> + +<p> + a quel che scende, e tanto si diparte<br /> + dal cader de la pietra in igual tratta,<br /> + sì come mostra esperïenza e arte;<br /> +</p> + +<p> + così mi parve da luce rifratta<br /> + quivi dinanzi a me esser percosso;<br /> + per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br /> +</p> + +<p> + «Che è quel, dolce padre, a che non posso<br /> + schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br /> + diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».<br /> +</p> + +<p> + «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia<br /> + la famiglia del cielo», a me rispuose:<br /> + «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.<br /> +</p> + +<p> + Tosto sarà ch’a veder queste cose<br /> + non ti fia grave, ma fieti diletto<br /> + quanto natura a sentir ti dispuose».<br /> +</p> + +<p> + Poi giunti fummo a l’angel benedetto,<br /> + con lieta voce disse: «Intrate quinci<br /> + ad un scaleo vie men che li altri eretto».<br /> +</p> + +<p> + Noi montavam, già partiti di linci,<br /> + e ‘Beati misericordes!’ fue<br /> + cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.<br /> +</p> + +<p> + Lo mio maestro e io soli amendue<br /> + suso andavamo; e io pensai, andando,<br /> + prode acquistar ne le parole sue;<br /> +</p> + +<p> + e dirizza’mi a lui sì dimandando:<br /> + «Che volse dir lo spirto di Romagna,<br /> + e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna<br /> + conosce il danno; e però non s’ammiri<br /> + se ne riprende perché men si piagna.<br /> +</p> + +<p> + Perché s’appuntano i vostri disiri<br /> + dove per compagnia parte si scema,<br /> + invidia move il mantaco a’ sospiri.<br /> +</p> + +<p> + Ma se l’amor de la spera supprema<br /> + torcesse in suso il disiderio vostro,<br /> + non vi sarebbe al petto quella tema;<br /> +</p> + +<p> + ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,<br /> + tanto possiede più di ben ciascuno,<br /> + e più di caritate arde in quel chiostro».<br /> +</p> + +<p> + «Io son d’esser contento più digiuno»,<br /> + diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,<br /> + e più di dubbio ne la mente aduno.<br /> +</p> + +<p> + Com’ esser puote ch’un ben, distributo<br /> + in più posseditor, faccia più ricchi<br /> + di sé che se da pochi è posseduto?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br /> + la mente pur a le cose terrene,<br /> + di vera luce tenebre dispicchi.<br /> +</p> + +<p> + Quello infinito e ineffabil bene<br /> + che là sù è, così corre ad amore<br /> + com’ a lucido corpo raggio vene.<br /> +</p> + +<p> + Tanto si dà quanto trova d’ardore;<br /> + sì che, quantunque carità si stende,<br /> + cresce sovr’ essa l’etterno valore.<br /> +</p> + +<p> + E quanta gente più là sù s’intende,<br /> + più v’è da bene amare, e più vi s’ama,<br /> + e come specchio l’uno a l’altro rende.<br /> +</p> + +<p> + E se la mia ragion non ti disfama,<br /> + vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br /> + ti torrà questa e ciascun’ altra brama.<br /> +</p> + +<p> + Procaccia pur che tosto sieno spente,<br /> + come son già le due, le cinque piaghe,<br /> + che si richiudon per esser dolente».<br /> +</p> + +<p> + Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,<br /> + vidimi giunto in su l’altro girone,<br /> + sì che tacer mi fer le luci vaghe.<br /> +</p> + +<p> + Ivi mi parve in una visïone<br /> + estatica di sùbito esser tratto,<br /> + e vedere in un tempio più persone;<br /> +</p> + +<p> + e una donna, in su l’entrar, con atto<br /> + dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br /> + perché hai tu così verso noi fatto?<br /> +</p> + +<p> + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br /> + ti cercavamo». E come qui si tacque,<br /> + ciò che pareva prima, dispario.<br /> +</p> + +<p> + Indi m’apparve un’altra con quell’ acque<br /> + giù per le gote che ’l dolor distilla<br /> + quando di gran dispetto in altrui nacque,<br /> +</p> + +<p> + e dir: «Se tu se’ sire de la villa<br /> + del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,<br /> + e onde ogne scïenza disfavilla,<br /> +</p> + +<p> + vendica te di quelle braccia ardite<br /> + ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br /> + E ’l segnor mi parea, benigno e mite,<br /> +</p> + +<p> + risponder lei con viso temperato:<br /> + «Che farem noi a chi mal ne disira,<br /> + se quei che ci ama è per noi condannato?»,<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi genti accese in foco d’ira<br /> + con pietre un giovinetto ancider, forte<br /> + gridando a sé pur: «Martira, martira!».<br /> +</p> + +<p> + E lui vedea chinarsi, per la morte<br /> + che l’aggravava già, inver’ la terra,<br /> + ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br /> +</p> + +<p> + orando a l’alto Sire, in tanta guerra,<br /> + che perdonasse a’ suoi persecutori,<br /> + con quello aspetto che pietà diserra.<br /> +</p> + +<p> + Quando l’anima mia tornò di fori<br /> + a le cose che son fuor di lei vere,<br /> + io riconobbi i miei non falsi errori.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio, che mi potea vedere<br /> + far sì com’ om che dal sonno si slega,<br /> + disse: «Che hai che non ti puoi tenere,<br /> +</p> + +<p> + ma se’ venuto più che mezza lega<br /> + velando li occhi e con le gambe avvolte,<br /> + a guisa di cui vino o sonno piega?».<br /> +</p> + +<p> + «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,<br /> + io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve<br /> + quando le gambe mi furon sì tolte».<br /> +</p> + +<p> + Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br /> + sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br /> + le tue cogitazion, quantunque parve.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che vedesti fu perché non scuse<br /> + d’aprir lo core a l’acque de la pace<br /> + che da l’etterno fonte son diffuse.<br /> +</p> + +<p> + Non dimandai “Che hai?” per quel che face<br /> + chi guarda pur con l’occhio che non vede,<br /> + quando disanimato il corpo giace;<br /> +</p> + +<p> + ma dimandai per darti forza al piede:<br /> + così frugar conviensi i pigri, lenti<br /> + ad usar lor vigilia quando riede».<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam per lo vespero, attenti<br /> + oltre quanto potean li occhi allungarsi<br /> + contra i raggi serotini e lucenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br /> + verso di noi come la notte oscuro;<br /> + né da quello era loco da cansarsi.<br /> +</p> + +<p> + Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0216"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XVI +</h3> + +<p> + Buio d’inferno e di notte privata<br /> + d’ogne pianeto, sotto pover cielo,<br /> + quant’ esser può di nuvol tenebrata,<br /> +</p> + +<p> + non fece al viso mio sì grosso velo<br /> + come quel fummo ch’ivi ci coperse,<br /> + né a sentir di così aspro pelo,<br /> +</p> + +<p> + che l’occhio stare aperto non sofferse;<br /> + onde la scorta mia saputa e fida<br /> + mi s’accostò e l’omero m’offerse.<br /> +</p> + +<p> + Sì come cieco va dietro a sua guida<br /> + per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br /> + in cosa che ’l molesti, o forse ancida,<br /> +</p> + +<p> + m’andava io per l’aere amaro e sozzo,<br /> + ascoltando il mio duca che diceva<br /> + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».<br /> +</p> + +<p> + Io sentia voci, e ciascuna pareva<br /> + pregar per pace e per misericordia<br /> + l’Agnel di Dio che le peccata leva.<br /> +</p> + +<p> + Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;<br /> + una parola in tutte era e un modo,<br /> + sì che parea tra esse ogne concordia.<br /> +</p> + +<p> + «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,<br /> + diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br /> + e d’iracundia van solvendo il nodo».<br /> +</p> + +<p> + «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,<br /> + e di noi parli pur come se tue<br /> + partissi ancor lo tempo per calendi?».<br /> +</p> + +<p> + Così per una voce detto fue;<br /> + onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,<br /> + e domanda se quinci si va sùe».<br /> +</p> + +<p> + E io: «O creatura che ti mondi<br /> + per tornar bella a colui che ti fece,<br /> + maraviglia udirai, se mi secondi».<br /> +</p> + +<p> + «Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br /> + rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br /> + l’udir ci terrà giunti in quella vece».<br /> +</p> + +<p> + Allora incominciai: «Con quella fascia<br /> + che la morte dissolve men vo suso,<br /> + e venni qui per l’infernale ambascia.<br /> +</p> + +<p> + E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,<br /> + tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte<br /> + per modo tutto fuor del moderno uso,<br /> +</p> + +<p> + non mi celar chi fosti anzi la morte,<br /> + ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;<br /> + e tue parole fier le nostre scorte».<br /> +</p> + +<p> + «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;<br /> + del mondo seppi, e quel valore amai<br /> + al quale ha or ciascun disteso l’arco.<br /> +</p> + +<p> + Per montar sù dirittamente vai».<br /> + Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego<br /> + che per me prieghi quando sù sarai».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Per fede mi ti lego<br /> + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br /> + dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.<br /> +</p> + +<p> + Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br /> + ne la sentenza tua, che mi fa certo<br /> + qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.<br /> +</p> + +<p> + Lo mondo è ben così tutto diserto<br /> + d’ogne virtute, come tu mi sone,<br /> + e di malizia gravido e coverto;<br /> +</p> + +<p> + ma priego che m’addite la cagione,<br /> + sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;<br /> + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».<br /> +</p> + +<p> + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br /> + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br /> + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.<br /> +</p> + +<p> + Voi che vivete ogne cagion recate<br /> + pur suso al cielo, pur come se tutto<br /> + movesse seco di necessitate.<br /> +</p> + +<p> + Se così fosse, in voi fora distrutto<br /> + libero arbitrio, e non fora giustizia<br /> + per ben letizia, e per male aver lutto.<br /> +</p> + +<p> + Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br /> + non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,<br /> + lume v’è dato a bene e a malizia,<br /> +</p> + +<p> + e libero voler; che, se fatica<br /> + ne le prime battaglie col ciel dura,<br /> + poi vince tutto, se ben si notrica.<br /> +</p> + +<p> + A maggior forza e a miglior natura<br /> + liberi soggiacete; e quella cria<br /> + la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.<br /> +</p> + +<p> + Però, se ’l mondo presente disvia,<br /> + in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br /> + e io te ne sarò or vera spia.<br /> +</p> + +<p> + Esce di mano a lui che la vagheggia<br /> + prima che sia, a guisa di fanciulla<br /> + che piangendo e ridendo pargoleggia,<br /> +</p> + +<p> + l’anima semplicetta che sa nulla,<br /> + salvo che, mossa da lieto fattore,<br /> + volontier torna a ciò che la trastulla.<br /> +</p> + +<p> + Di picciol bene in pria sente sapore;<br /> + quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,<br /> + se guida o fren non torce suo amore.<br /> +</p> + +<p> + Onde convenne legge per fren porre;<br /> + convenne rege aver, che discernesse<br /> + de la vera cittade almen la torre.<br /> +</p> + +<p> + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br /> + Nullo, però che ’l pastor che procede,<br /> + rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;<br /> +</p> + +<p> + per che la gente, che sua guida vede<br /> + pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,<br /> + di quel si pasce, e più oltre non chiede.<br /> +</p> + +<p> + Ben puoi veder che la mala condotta<br /> + è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,<br /> + e non natura che ’n voi sia corrotta.<br /> +</p> + +<p> + Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,<br /> + due soli aver, che l’una e l’altra strada<br /> + facean vedere, e del mondo e di Deo.<br /> +</p> + +<p> + L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada<br /> + col pasturale, e l’un con l’altro insieme<br /> + per viva forza mal convien che vada;<br /> +</p> + +<p> + però che, giunti, l’un l’altro non teme:<br /> + se non mi credi, pon mente a la spiga,<br /> + ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.<br /> +</p> + +<p> + In sul paese ch’Adice e Po riga,<br /> + solea valore e cortesia trovarsi,<br /> + prima che Federigo avesse briga;<br /> +</p> + +<p> + or può sicuramente indi passarsi<br /> + per qualunque lasciasse, per vergogna<br /> + di ragionar coi buoni o d’appressarsi.<br /> +</p> + +<p> + Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna<br /> + l’antica età la nova, e par lor tardo<br /> + che Dio a miglior vita li ripogna:<br /> +</p> + +<p> + Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo<br /> + e Guido da Castel, che mei si noma,<br /> + francescamente, il semplice Lombardo.<br /> +</p> + +<p> + Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br /> + per confondere in sé due reggimenti,<br /> + cade nel fango, e sé brutta e la soma».<br /> +</p> + +<p> + «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;<br /> + e or discerno perché dal retaggio<br /> + li figli di Levì furono essenti.<br /> +</p> + +<p> + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br /> + di’ ch’è rimaso de la gente spenta,<br /> + in rimprovèro del secol selvaggio?».<br /> +</p> + +<p> + «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,<br /> + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br /> + par che del buon Gherardo nulla senta.<br /> +</p> + +<p> + Per altro sopranome io nol conosco,<br /> + s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.<br /> + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.<br /> +</p> + +<p> + Vedi l’albor che per lo fummo raia<br /> + già biancheggiare, e me convien partirmi<br /> + (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».<br /> +</p> + +<p> + Così tornò, e più non volle udirmi.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0217"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XVII +</h3> + +<p> + Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe<br /> + ti colse nebbia per la qual vedessi<br /> + non altrimenti che per pelle talpe,<br /> +</p> + +<p> + come, quando i vapori umidi e spessi<br /> + a diradar cominciansi, la spera<br /> + del sol debilemente entra per essi;<br /> +</p> + +<p> + e fia la tua imagine leggera<br /> + in giugnere a veder com’ io rividi<br /> + lo sole in pria, che già nel corcar era.<br /> +</p> + +<p> + Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi<br /> + del mio maestro, usci’ fuor di tal nube<br /> + ai raggi morti già ne’ bassi lidi.<br /> +</p> + +<p> + O imaginativa che ne rube<br /> + talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge<br /> + perché dintorno suonin mille tube,<br /> +</p> + +<p> + chi move te, se ’l senso non ti porge?<br /> + Moveti lume che nel ciel s’informa,<br /> + per sé o per voler che giù lo scorge.<br /> +</p> + +<p> + De l’empiezza di lei che mutò forma<br /> + ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,<br /> + ne l’imagine mia apparve l’orma;<br /> +</p> + +<p> + e qui fu la mia mente sì ristretta<br /> + dentro da sé, che di fuor non venìa<br /> + cosa che fosse allor da lei ricetta.<br /> +</p> + +<p> + Poi piovve dentro a l’alta fantasia<br /> + un crucifisso, dispettoso e fero<br /> + ne la sua vista, e cotal si moria;<br /> +</p> + +<p> + intorno ad esso era il grande Assüero,<br /> + Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,<br /> + che fu al dire e al far così intero.<br /> +</p> + +<p> + E come questa imagine rompeo<br /> + sé per sé stessa, a guisa d’una bulla<br /> + cui manca l’acqua sotto qual si feo,<br /> +</p> + +<p> + surse in mia visïone una fanciulla<br /> + piangendo forte, e dicea: «O regina,<br /> + perché per ira hai voluto esser nulla?<br /> +</p> + +<p> + Ancisa t’hai per non perder Lavina;<br /> + or m’hai perduta! Io son essa che lutto,<br /> + madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».<br /> +</p> + +<p> + Come si frange il sonno ove di butto<br /> + nova luce percuote il viso chiuso,<br /> + che fratto guizza pria che muoia tutto;<br /> +</p> + +<p> + così l’imaginar mio cadde giuso<br /> + tosto che lume il volto mi percosse,<br /> + maggior assai che quel ch’è in nostro uso.<br /> +</p> + +<p> + I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,<br /> + quando una voce disse «Qui si monta»,<br /> + che da ogne altro intento mi rimosse;<br /> +</p> + +<p> + e fece la mia voglia tanto pronta<br /> + di riguardar chi era che parlava,<br /> + che mai non posa, se non si raffronta.<br /> +</p> + +<p> + Ma come al sol che nostra vista grava<br /> + e per soverchio sua figura vela,<br /> + così la mia virtù quivi mancava.<br /> +</p> + +<p> + «Questo è divino spirito, che ne la<br /> + via da ir sù ne drizza sanza prego,<br /> + e col suo lume sé medesmo cela.<br /> +</p> + +<p> + Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;<br /> + ché quale aspetta prego e l’uopo vede,<br /> + malignamente già si mette al nego.<br /> +</p> + +<p> + Or accordiamo a tanto invito il piede;<br /> + procacciam di salir pria che s’abbui,<br /> + ché poi non si poria, se ’l dì non riede».<br /> +</p> + +<p> + Così disse il mio duca, e io con lui<br /> + volgemmo i nostri passi ad una scala;<br /> + e tosto ch’io al primo grado fui,<br /> +</p> + +<p> + senti’mi presso quasi un muover d’ala<br /> + e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati<br /> + pacifici, che son sanz’ ira mala!’.<br /> +</p> + +<p> + Già eran sovra noi tanto levati<br /> + li ultimi raggi che la notte segue,<br /> + che le stelle apparivan da più lati.<br /> +</p> + +<p> + ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,<br /> + fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br /> + la possa de le gambe posta in triegue.<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam dove più non saliva<br /> + la scala sù, ed eravamo affissi,<br /> + pur come nave ch’a la piaggia arriva.<br /> +</p> + +<p> + E io attesi un poco, s’io udissi<br /> + alcuna cosa nel novo girone;<br /> + poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br /> +</p> + +<p> + «Dolce mio padre, dì, quale offensione<br /> + si purga qui nel giro dove semo?<br /> + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo<br /> + del suo dover, quiritta si ristora;<br /> + qui si ribatte il mal tardato remo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché più aperto intendi ancora,<br /> + volgi la mente a me, e prenderai<br /> + alcun buon frutto di nostra dimora».<br /> +</p> + +<p> + «Né creator né creatura mai»,<br /> + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br /> + o naturale o d’animo; e tu ’l sai.<br /> +</p> + +<p> + Lo naturale è sempre sanza errore,<br /> + ma l’altro puote errar per malo obietto<br /> + o per troppo o per poco di vigore.<br /> +</p> + +<p> + Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,<br /> + e ne’ secondi sé stesso misura,<br /> + esser non può cagion di mal diletto;<br /> +</p> + +<p> + ma quando al mal si torce, o con più cura<br /> + o con men che non dee corre nel bene,<br /> + contra ’l fattore adovra sua fattura.<br /> +</p> + +<p> + Quinci comprender puoi ch’esser convene<br /> + amor sementa in voi d’ogne virtute<br /> + e d’ogne operazion che merta pene.<br /> +</p> + +<p> + Or, perché mai non può da la salute<br /> + amor del suo subietto volger viso,<br /> + da l’odio proprio son le cose tute;<br /> +</p> + +<p> + e perché intender non si può diviso,<br /> + e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br /> + da quello odiare ogne effetto è deciso.<br /> +</p> + +<p> + Resta, se dividendo bene stimo,<br /> + che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso<br /> + amor nasce in tre modi in vostro limo.<br /> +</p> + +<p> + È chi, per esser suo vicin soppresso,<br /> + spera eccellenza, e sol per questo brama<br /> + ch’el sia di sua grandezza in basso messo;<br /> +</p> + +<p> + è chi podere, grazia, onore e fama<br /> + teme di perder perch’ altri sormonti,<br /> + onde s’attrista sì che ’l contrario ama;<br /> +</p> + +<p> + ed è chi per ingiuria par ch’aonti,<br /> + sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br /> + e tal convien che ’l male altrui impronti.<br /> +</p> + +<p> + Questo triforme amor qua giù di sotto<br /> + si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,<br /> + che corre al ben con ordine corrotto.<br /> +</p> + +<p> + Ciascun confusamente un bene apprende<br /> + nel qual si queti l’animo, e disira;<br /> + per che di giugner lui ciascun contende.<br /> +</p> + +<p> + Se lento amore a lui veder vi tira<br /> + o a lui acquistar, questa cornice,<br /> + dopo giusto penter, ve ne martira.<br /> +</p> + +<p> + Altro ben è che non fa l’uom felice;<br /> + non è felicità, non è la buona<br /> + essenza, d’ogne ben frutto e radice.<br /> +</p> + +<p> + L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,<br /> + di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;<br /> + ma come tripartito si ragiona,<br /> +</p> + +<p> + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0218"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XVIII +</h3> + +<p> + Posto avea fine al suo ragionamento<br /> + l’alto dottore, e attento guardava<br /> + ne la mia vista s’io parea contento;<br /> +</p> + +<p> + e io, cui nova sete ancor frugava,<br /> + di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse<br /> + lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.<br /> +</p> + +<p> + Ma quel padre verace, che s’accorse<br /> + del timido voler che non s’apriva,<br /> + parlando, di parlare ardir mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva<br /> + sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro<br /> + quanto la tua ragion parta o descriva.<br /> +</p> + +<p> + Però ti prego, dolce padre caro,<br /> + che mi dimostri amore, a cui reduci<br /> + ogne buono operare e ’l suo contraro».<br /> +</p> + +<p> + «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci<br /> + de lo ’ntelletto, e fieti manifesto<br /> + l’error de’ ciechi che si fanno duci.<br /> +</p> + +<p> + L’animo, ch’è creato ad amar presto,<br /> + ad ogne cosa è mobile che piace,<br /> + tosto che dal piacere in atto è desto.<br /> +</p> + +<p> + Vostra apprensiva da esser verace<br /> + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br /> + sì che l’animo ad essa volger face;<br /> +</p> + +<p> + e se, rivolto, inver’ di lei si piega,<br /> + quel piegare è amor, quell’ è natura<br /> + che per piacer di novo in voi si lega.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come ’l foco movesi in altura<br /> + per la sua forma ch’è nata a salire<br /> + là dove più in sua matera dura,<br /> +</p> + +<p> + così l’animo preso entra in disire,<br /> + ch’è moto spiritale, e mai non posa<br /> + fin che la cosa amata il fa gioire.<br /> +</p> + +<p> + Or ti puote apparer quant’ è nascosa<br /> + la veritate a la gente ch’avvera<br /> + ciascun amore in sé laudabil cosa;<br /> +</p> + +<p> + però che forse appar la sua matera<br /> + sempre esser buona, ma non ciascun segno<br /> + è buono, ancor che buona sia la cera».<br /> +</p> + +<p> + «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,<br /> + rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,<br /> + ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;<br /> +</p> + +<p> + ché, s’amore è di fuori a noi offerto<br /> + e l’anima non va con altro piede,<br /> + se dritta o torta va, non è suo merto».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br /> + dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta<br /> + pur a Beatrice, ch’è opra di fede.<br /> +</p> + +<p> + Ogne forma sustanzïal, che setta<br /> + è da matera ed è con lei unita,<br /> + specifica vertute ha in sé colletta,<br /> +</p> + +<p> + la qual sanza operar non è sentita,<br /> + né si dimostra mai che per effetto,<br /> + come per verdi fronde in pianta vita.<br /> +</p> + +<p> + Però, là onde vegna lo ’ntelletto<br /> + de le prime notizie, omo non sape,<br /> + e de’ primi appetibili l’affetto,<br /> +</p> + +<p> + che sono in voi sì come studio in ape<br /> + di far lo mele; e questa prima voglia<br /> + merto di lode o di biasmo non cape.<br /> +</p> + +<p> + Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,<br /> + innata v’è la virtù che consiglia,<br /> + e de l’assenso de’ tener la soglia.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ è ’l principio là onde si piglia<br /> + ragion di meritare in voi, secondo<br /> + che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br /> +</p> + +<p> + Color che ragionando andaro al fondo,<br /> + s’accorser d’esta innata libertate;<br /> + però moralità lasciaro al mondo.<br /> +</p> + +<p> + Onde, poniam che di necessitate<br /> + surga ogne amor che dentro a voi s’accende,<br /> + di ritenerlo è in voi la podestate.<br /> +</p> + +<p> + La nobile virtù Beatrice intende<br /> + per lo libero arbitrio, e però guarda<br /> + che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».<br /> +</p> + +<p> + La luna, quasi a mezza notte tarda,<br /> + facea le stelle a noi parer più rade,<br /> + fatta com’ un secchion che tuttor arda;<br /> +</p> + +<p> + e correa contro ’l ciel per quelle strade<br /> + che ’l sole infiamma allor che quel da Roma<br /> + tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.<br /> +</p> + +<p> + E quell’ ombra gentil per cui si noma<br /> + Pietola più che villa mantoana,<br /> + del mio carcar diposta avea la soma;<br /> +</p> + +<p> + per ch’io, che la ragione aperta e piana<br /> + sovra le mie quistioni avea ricolta,<br /> + stava com’ om che sonnolento vana.<br /> +</p> + +<p> + Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br /> + subitamente da gente che dopo<br /> + le nostre spalle a noi era già volta.<br /> +</p> + +<p> + E quale Ismeno già vide e Asopo<br /> + lungo di sè di notte furia e calca,<br /> + pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br /> +</p> + +<p> + cotal per quel giron suo passo falca,<br /> + per quel ch’io vidi di color, venendo,<br /> + cui buon volere e giusto amor cavalca.<br /> +</p> + +<p> + Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo<br /> + si movea tutta quella turba magna;<br /> + e due dinanzi gridavan piangendo:<br /> +</p> + +<p> + «Maria corse con fretta a la montagna;<br /> + e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br /> + punse Marsilia e poi corse in Ispagna».<br /> +</p> + +<p> + «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda<br /> + per poco amor», gridavan li altri appresso,<br /> + «che studio di ben far grazia rinverda».<br /> +</p> + +<p> + «O gente in cui fervore aguto adesso<br /> + ricompie forse negligenza e indugio<br /> + da voi per tepidezza in ben far messo,<br /> +</p> + +<p> + questi che vive, e certo i’ non vi bugio,<br /> + vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;<br /> + però ne dite ond’ è presso il pertugio».<br /> +</p> + +<p> + Parole furon queste del mio duca;<br /> + e un di quelli spirti disse: «Vieni<br /> + di retro a noi, e troverai la buca.<br /> +</p> + +<p> + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br /> + che restar non potem; però perdona,<br /> + se villania nostra giustizia tieni.<br /> +</p> + +<p> + Io fui abate in San Zeno a Verona<br /> + sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,<br /> + di cui dolente ancor Milan ragiona.<br /> +</p> + +<p> + E tale ha già l’un piè dentro la fossa,<br /> + che tosto piangerà quel monastero,<br /> + e tristo fia d’avere avuta possa;<br /> +</p> + +<p> + perché suo figlio, mal del corpo intero,<br /> + e de la mente peggio, e che mal nacque,<br /> + ha posto in loco di suo pastor vero».<br /> +</p> + +<p> + Io non so se più disse o s’ei si tacque,<br /> + tant’ era già di là da noi trascorso;<br /> + ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br /> +</p> + +<p> + E quei che m’era ad ogne uopo soccorso<br /> + disse: «Volgiti qua: vedine due<br /> + venir dando a l’accidïa di morso».<br /> +</p> + +<p> + Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br /> + morta la gente a cui il mar s’aperse,<br /> + che vedesse Iordan le rede sue.<br /> +</p> + +<p> + E quella che l’affanno non sofferse<br /> + fino a la fine col figlio d’Anchise,<br /> + sé stessa a vita sanza gloria offerse».<br /> +</p> + +<p> + Poi quando fuor da noi tanto divise<br /> + quell’ ombre, che veder più non potiersi,<br /> + novo pensiero dentro a me si mise,<br /> +</p> + +<p> + del qual più altri nacquero e diversi;<br /> + e tanto d’uno in altro vaneggiai,<br /> + che li occhi per vaghezza ricopersi,<br /> +</p> + +<p> + e ’l pensamento in sogno trasmutai.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0219"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XIX +</h3> + +<p> + Ne l’ora che non può ’l calor dïurno<br /> + intepidar più ’l freddo de la luna,<br /> + vinto da terra, e talor da Saturno<br /> +</p> + +<p> + —quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br /> + veggiono in orïente, innanzi a l’alba,<br /> + surger per via che poco le sta bruna—,<br /> +</p> + +<p> + mi venne in sogno una femmina balba,<br /> + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br /> + con le man monche, e di colore scialba.<br /> +</p> + +<p> + Io la mirava; e come ’l sol conforta<br /> + le fredde membra che la notte aggrava,<br /> + così lo sguardo mio le facea scorta<br /> +</p> + +<p> + la lingua, e poscia tutta la drizzava<br /> + in poco d’ora, e lo smarrito volto,<br /> + com’ amor vuol, così le colorava.<br /> +</p> + +<p> + Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,<br /> + cominciava a cantar sì, che con pena<br /> + da lei avrei mio intento rivolto.<br /> +</p> + +<p> + «Io son», cantava, «io son dolce serena,<br /> + che ’ marinari in mezzo mar dismago;<br /> + tanto son di piacere a sentir piena!<br /> +</p> + +<p> + Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br /> + al canto mio; e qual meco s’ausa,<br /> + rado sen parte; sì tutto l’appago!».<br /> +</p> + +<p> + Ancor non era sua bocca richiusa,<br /> + quand’ una donna apparve santa e presta<br /> + lunghesso me per far colei confusa.<br /> +</p> + +<p> + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br /> + fieramente dicea; ed el venìa<br /> + con li occhi fitti pur in quella onesta.<br /> +</p> + +<p> + L’altra prendea, e dinanzi l’apria<br /> + fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;<br /> + quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.<br /> +</p> + +<p> + Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre<br /> + voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br /> + troviam l’aperta per la qual tu entre».<br /> +</p> + +<p> + Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br /> + de l’alto dì i giron del sacro monte,<br /> + e andavam col sol novo a le reni.<br /> +</p> + +<p> + Seguendo lui, portava la mia fronte<br /> + come colui che l’ha di pensier carca,<br /> + che fa di sé un mezzo arco di ponte;<br /> +</p> + +<p> + quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»<br /> + parlare in modo soave e benigno,<br /> + qual non si sente in questa mortal marca.<br /> +</p> + +<p> + Con l’ali aperte, che parean di cigno,<br /> + volseci in sù colui che sì parlonne<br /> + tra due pareti del duro macigno.<br /> +</p> + +<p> + Mosse le penne poi e ventilonne,<br /> + ‘Qui lugent’ affermando esser beati,<br /> + ch’avran di consolar l’anime donne.<br /> +</p> + +<p> + «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,<br /> + la guida mia incominciò a dirmi,<br /> + poco amendue da l’angel sormontati.<br /> +</p> + +<p> + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br /> + novella visïon ch’a sé mi piega,<br /> + sì ch’io non posso dal pensar partirmi».<br /> +</p> + +<p> + «Vedesti», disse, «quell’antica strega<br /> + che sola sovr’ a noi omai si piagne;<br /> + vedesti come l’uom da lei si slega.<br /> +</p> + +<p> + Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br /> + li occhi rivolgi al logoro che gira<br /> + lo rege etterno con le rote magne».<br /> +</p> + +<p> + Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,<br /> + indi si volge al grido e si protende<br /> + per lo disio del pasto che là il tira,<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende<br /> + la roccia per dar via a chi va suso,<br /> + n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.<br /> +</p> + +<p> + Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,<br /> + vidi gente per esso che piangea,<br /> + giacendo a terra tutta volta in giuso.<br /> +</p> + +<p> + ‘Adhaesit pavimento anima mea’<br /> + sentia dir lor con sì alti sospiri,<br /> + che la parola a pena s’intendea.<br /> +</p> + +<p> + «O eletti di Dio, li cui soffriri<br /> + e giustizia e speranza fa men duri,<br /> + drizzate noi verso li alti saliri».<br /> +</p> + +<p> + «Se voi venite dal giacer sicuri,<br /> + e volete trovar la via più tosto,<br /> + le vostre destre sien sempre di fori».<br /> +</p> + +<p> + Così pregò ’l poeta, e sì risposto<br /> + poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io<br /> + nel parlare avvisai l’altro nascosto,<br /> +</p> + +<p> + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br /> + ond’ elli m’assentì con lieto cenno<br /> + ciò che chiedea la vista del disio.<br /> +</p> + +<p> + Poi ch’io potei di me fare a mio senno,<br /> + trassimi sovra quella creatura<br /> + le cui parole pria notar mi fenno,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br /> + quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,<br /> + sosta un poco per me tua maggior cura.<br /> +</p> + +<p> + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br /> + al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri<br /> + cosa di là ond’ io vivendo mossi».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br /> + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br /> + scias quod ego fui successor Petri.<br /> +</p> + +<p> + Intra Sïestri e Chiaveri s’adima<br /> + una fiumana bella, e del suo nome<br /> + lo titol del mio sangue fa sua cima.<br /> +</p> + +<p> + Un mese e poco più prova’ io come<br /> + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br /> + che piuma sembran tutte l’altre some.<br /> +</p> + +<p> + La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br /> + ma, come fatto fui roman pastore,<br /> + così scopersi la vita bugiarda.<br /> +</p> + +<p> + Vidi che lì non s’acquetava il core,<br /> + né più salir potiesi in quella vita;<br /> + per che di questa in me s’accese amore.<br /> +</p> + +<p> + Fino a quel punto misera e partita<br /> + da Dio anima fui, del tutto avara;<br /> + or, come vedi, qui ne son punita.<br /> +</p> + +<p> + Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara<br /> + in purgazion de l’anime converse;<br /> + e nulla pena il monte ha più amara.<br /> +</p> + +<p> + Sì come l’occhio nostro non s’aderse<br /> + in alto, fisso a le cose terrene,<br /> + così giustizia qui a terra il merse.<br /> +</p> + +<p> + Come avarizia spense a ciascun bene<br /> + lo nostro amore, onde operar perdési,<br /> + così giustizia qui stretti ne tene,<br /> +</p> + +<p> + ne’ piedi e ne le man legati e presi;<br /> + e quanto fia piacer del giusto Sire,<br /> + tanto staremo immobili e distesi».<br /> +</p> + +<p> + Io m’era inginocchiato e volea dire;<br /> + ma com’ io cominciai ed el s’accorse,<br /> + solo ascoltando, del mio reverire,<br /> +</p> + +<p> + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br /> + E io a lui: «Per vostra dignitate<br /> + mia coscïenza dritto mi rimorse».<br /> +</p> + +<p> + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br /> + rispuose; «non errar: conservo sono<br /> + teco e con li altri ad una podestate.<br /> +</p> + +<p> + Se mai quel santo evangelico suono<br /> + che dice ‘Neque nubent’ intendesti,<br /> + ben puoi veder perch’ io così ragiono.<br /> +</p> + +<p> + Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;<br /> + ché la tua stanza mio pianger disagia,<br /> + col qual maturo ciò che tu dicesti.<br /> +</p> + +<p> + Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,<br /> + buona da sé, pur che la nostra casa<br /> + non faccia lei per essempro malvagia;<br /> +</p> + +<p> + e questa sola di là m’è rimasa».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0220"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XX +</h3> + +<p> + Contra miglior voler voler mal pugna;<br /> + onde contra ’l piacer mio, per piacerli,<br /> + trassi de l’acqua non sazia la spugna.<br /> +</p> + +<p> + Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li<br /> + luoghi spediti pur lungo la roccia,<br /> + come si va per muro stretto a’ merli;<br /> +</p> + +<p> + ché la gente che fonde a goccia a goccia<br /> + per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,<br /> + da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.<br /> +</p> + +<p> + Maladetta sie tu, antica lupa,<br /> + che più che tutte l’altre bestie hai preda<br /> + per la tua fame sanza fine cupa!<br /> +</p> + +<p> + O ciel, nel cui girar par che si creda<br /> + le condizion di qua giù trasmutarsi,<br /> + quando verrà per cui questa disceda?<br /> +</p> + +<p> + Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br /> + e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia<br /> + pietosamente piangere e lagnarsi;<br /> +</p> + +<p> + e per ventura udi’ «Dolce Maria!»<br /> + dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br /> + come fa donna che in parturir sia;<br /> +</p> + +<p> + e seguitar: «Povera fosti tanto,<br /> + quanto veder si può per quello ospizio<br /> + dove sponesti il tuo portato santo».<br /> +</p> + +<p> + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br /> + con povertà volesti anzi virtute<br /> + che gran ricchezza posseder con vizio».<br /> +</p> + +<p> + Queste parole m’eran sì piaciute,<br /> + ch’io mi trassi oltre per aver contezza<br /> + di quello spirto onde parean venute.<br /> +</p> + +<p> + Esso parlava ancor de la larghezza<br /> + che fece Niccolò a le pulcelle,<br /> + per condurre ad onor lor giovinezza.<br /> +</p> + +<p> + «O anima che tanto ben favelle,<br /> + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br /> + tu queste degne lode rinovelle.<br /> +</p> + +<p> + Non fia sanza mercé la tua parola,<br /> + s’io ritorno a compiér lo cammin corto<br /> + di quella vita ch’al termine vola».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br /> + ch’io attenda di là, ma perché tanta<br /> + grazia in te luce prima che sie morto.<br /> +</p> + +<p> + Io fui radice de la mala pianta<br /> + che la terra cristiana tutta aduggia,<br /> + sì che buon frutto rado se ne schianta.<br /> +</p> + +<p> + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br /> + potesser, tosto ne saria vendetta;<br /> + e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br /> +</p> + +<p> + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br /> + di me son nati i Filippi e i Luigi<br /> + per cui novellamente è Francia retta.<br /> +</p> + +<p> + Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:<br /> + quando li regi antichi venner meno<br /> + tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,<br /> +</p> + +<p> + trova’mi stretto ne le mani il freno<br /> + del governo del regno, e tanta possa<br /> + di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,<br /> +</p> + +<p> + ch’a la corona vedova promossa<br /> + la testa di mio figlio fu, dal quale<br /> + cominciar di costor le sacrate ossa.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che la gran dota provenzale<br /> + al sangue mio non tolse la vergogna,<br /> + poco valea, ma pur non facea male.<br /> +</p> + +<p> + Lì cominciò con forza e con menzogna<br /> + la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br /> + Pontì e Normandia prese e Guascogna.<br /> +</p> + +<p> + Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br /> + vittima fé di Curradino; e poi<br /> + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br /> +</p> + +<p> + Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,<br /> + che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br /> + per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.<br /> +</p> + +<p> + Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia<br /> + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br /> + sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br /> +</p> + +<p> + Quindi non terra, ma peccato e onta<br /> + guadagnerà, per sé tanto più grave,<br /> + quanto più lieve simil danno conta.<br /> +</p> + +<p> + L’altro, che già uscì preso di nave,<br /> + veggio vender sua figlia e patteggiarne<br /> + come fanno i corsar de l’altre schiave.<br /> +</p> + +<p> + O avarizia, che puoi tu più farne,<br /> + poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,<br /> + che non si cura de la propria carne?<br /> +</p> + +<p> + Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,<br /> + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br /> + e nel vicario suo Cristo esser catto.<br /> +</p> + +<p> + Veggiolo un’altra volta esser deriso;<br /> + veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,<br /> + e tra vivi ladroni esser anciso.<br /> +</p> + +<p> + Veggio il novo Pilato sì crudele,<br /> + che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br /> + portar nel Tempio le cupide vele.<br /> +</p> + +<p> + O Segnor mio, quando sarò io lieto<br /> + a veder la vendetta che, nascosa,<br /> + fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?<br /> +</p> + +<p> + Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa<br /> + de lo Spirito Santo e che ti fece<br /> + verso me volger per alcuna chiosa,<br /> +</p> + +<p> + tanto è risposto a tutte nostre prece<br /> + quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,<br /> + contrario suon prendemo in quella vece.<br /> +</p> + +<p> + Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br /> + cui traditore e ladro e paricida<br /> + fece la voglia sua de l’oro ghiotta;<br /> +</p> + +<p> + e la miseria de l’avaro Mida,<br /> + che seguì a la sua dimanda gorda,<br /> + per la qual sempre convien che si rida.<br /> +</p> + +<p> + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br /> + come furò le spoglie, sì che l’ira<br /> + di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.<br /> +</p> + +<p> + Indi accusiam col marito Saffira;<br /> + lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;<br /> + e in infamia tutto ’l monte gira<br /> +</p> + +<p> + Polinestòr ch’ancise Polidoro;<br /> + ultimamente ci si grida: “Crasso,<br /> + dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.<br /> +</p> + +<p> + Talor parla l’uno alto e l’altro basso,<br /> + secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona<br /> + ora a maggiore e ora a minor passo:<br /> +</p> + +<p> + però al ben che ’l dì ci si ragiona,<br /> + dianzi non era io sol; ma qui da presso<br /> + non alzava la voce altra persona».<br /> +</p> + +<p> + Noi eravam partiti già da esso,<br /> + e brigavam di soverchiar la strada<br /> + tanto quanto al poder n’era permesso,<br /> +</p> + +<p> + quand’ io senti’, come cosa che cada,<br /> + tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br /> + qual prender suol colui ch’a morte vada.<br /> +</p> + +<p> + Certo non si scoteo sì forte Delo,<br /> + pria che Latona in lei facesse ’l nido<br /> + a parturir li due occhi del cielo.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò da tutte parti un grido<br /> + tal, che ’l maestro inverso me si feo,<br /> + dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».<br /> +</p> + +<p> + ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’<br /> + dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,<br /> + onde intender lo grido si poteo.<br /> +</p> + +<p> + No’ istavamo immobili e sospesi<br /> + come i pastor che prima udir quel canto,<br /> + fin che ’l tremar cessò ed el compiési.<br /> +</p> + +<p> + Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br /> + guardando l’ombre che giacean per terra,<br /> + tornate già in su l’usato pianto.<br /> +</p> + +<p> + Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br /> + mi fé desideroso di sapere,<br /> + se la memoria mia in ciò non erra,<br /> +</p> + +<p> + quanta pareami allor, pensando, avere;<br /> + né per la fretta dimandare er’ oso,<br /> + né per me lì potea cosa vedere:<br /> +</p> + +<p> + così m’andava timido e pensoso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0221"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXI +</h3> + +<p> + La sete natural che mai non sazia<br /> + se non con l’acqua onde la femminetta<br /> + samaritana domandò la grazia,<br /> +</p> + +<p> + mi travagliava, e pungeami la fretta<br /> + per la ’mpacciata via dietro al mio duca,<br /> + e condoleami a la giusta vendetta.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br /> + che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,<br /> + già surto fuor de la sepulcral buca,<br /> +</p> + +<p> + ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,<br /> + dal piè guardando la turba che giace;<br /> + né ci addemmo di lei, sì parlò pria,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br /> + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br /> + rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Nel beato concilio<br /> + ti ponga in pace la verace corte<br /> + che me rilega ne l’etterno essilio».<br /> +</p> + +<p> + «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:<br /> + «se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br /> + chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».<br /> +</p> + +<p> + E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni<br /> + che questi porta e che l’angel profila,<br /> + ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché lei che dì e notte fila<br /> + non li avea tratta ancora la conocchia<br /> + che Cloto impone a ciascuno e compila,<br /> +</p> + +<p> + l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,<br /> + venendo sù, non potea venir sola,<br /> + però ch’al nostro modo non adocchia.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola<br /> + d’inferno per mostrarli, e mosterrolli<br /> + oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br /> + diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una<br /> + parve gridare infino a’ suoi piè molli».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br /> + del mio disio, che pur con la speranza<br /> + si fece la mia sete men digiuna.<br /> +</p> + +<p> + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br /> + ordine senta la religïone<br /> + de la montagna, o che sia fuor d’usanza.<br /> +</p> + +<p> + Libero è qui da ogne alterazione:<br /> + di quel che ’l ciel da sé in sé riceve<br /> + esser ci puote, e non d’altro, cagione.<br /> +</p> + +<p> + Per che non pioggia, non grando, non neve,<br /> + non rugiada, non brina più sù cade<br /> + che la scaletta di tre gradi breve;<br /> +</p> + +<p> + nuvole spesse non paion né rade,<br /> + né coruscar, né figlia di Taumante,<br /> + che di là cangia sovente contrade;<br /> +</p> + +<p> + secco vapor non surge più avante<br /> + ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,<br /> + dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.<br /> +</p> + +<p> + Trema forse più giù poco o assai;<br /> + ma per vento che ’n terra si nasconda,<br /> + non so come, qua sù non tremò mai.<br /> +</p> + +<p> + Tremaci quando alcuna anima monda<br /> + sentesi, sì che surga o che si mova<br /> + per salir sù; e tal grido seconda.<br /> +</p> + +<p> + De la mondizia sol voler fa prova,<br /> + che, tutto libero a mutar convento,<br /> + l’alma sorprende, e di voler le giova.<br /> +</p> + +<p> + Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br /> + che divina giustizia, contra voglia,<br /> + come fu al peccar, pone al tormento.<br /> +</p> + +<p> + E io, che son giaciuto a questa doglia<br /> + cinquecent’ anni e più, pur mo sentii<br /> + libera volontà di miglior soglia:<br /> +</p> + +<p> + però sentisti il tremoto e li pii<br /> + spiriti per lo monte render lode<br /> + a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».<br /> +</p> + +<p> + Così ne disse; e però ch’el si gode<br /> + tanto del ber quant’ è grande la sete,<br /> + non saprei dir quant’ el mi fece prode.<br /> +</p> + +<p> + E ’l savio duca: «Omai veggio la rete<br /> + che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,<br /> + perché ci trema e di che congaudete.<br /> +</p> + +<p> + Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,<br /> + e perché tanti secoli giaciuto<br /> + qui se’, ne le parole tue mi cappia».<br /> +</p> + +<p> + «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto<br /> + del sommo rege, vendicò le fóra<br /> + ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,<br /> +</p> + +<p> + col nome che più dura e più onora<br /> + era io di là», rispuose quello spirto,<br /> + «famoso assai, ma non con fede ancora.<br /> +</p> + +<p> + Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br /> + che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br /> + dove mertai le tempie ornar di mirto.<br /> +</p> + +<p> + Stazio la gente ancor di là mi noma:<br /> + cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br /> + ma caddi in via con la seconda soma.<br /> +</p> + +<p> + Al mio ardor fuor seme le faville,<br /> + che mi scaldar, de la divina fiamma<br /> + onde sono allumati più di mille;<br /> +</p> + +<p> + de l’Eneïda dico, la qual mamma<br /> + fummi, e fummi nutrice, poetando:<br /> + sanz’ essa non fermai peso di dramma.<br /> +</p> + +<p> + E per esser vivuto di là quando<br /> + visse Virgilio, assentirei un sole<br /> + più che non deggio al mio uscir di bando».<br /> +</p> + +<p> + Volser Virgilio a me queste parole<br /> + con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;<br /> + ma non può tutto la virtù che vuole;<br /> +</p> + +<p> + ché riso e pianto son tanto seguaci<br /> + a la passion di che ciascun si spicca,<br /> + che men seguon voler ne’ più veraci.<br /> +</p> + +<p> + Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;<br /> + per che l’ombra si tacque, e riguardommi<br /> + ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;<br /> +</p> + +<p> + e «Se tanto labore in bene assommi»,<br /> + disse, «perché la tua faccia testeso<br /> + un lampeggiar di riso dimostrommi?».<br /> +</p> + +<p> + Or son io d’una parte e d’altra preso:<br /> + l’una mi fa tacer, l’altra scongiura<br /> + ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso<br /> +</p> + +<p> + dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br /> + mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br /> + quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,<br /> + antico spirto, del rider ch’io fei;<br /> + ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.<br /> +</p> + +<p> + Questi che guida in alto li occhi miei,<br /> + è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br /> + forte a cantar de li uomini e d’i dèi.<br /> +</p> + +<p> + Se cagion altra al mio rider credesti,<br /> + lasciala per non vera, ed esser credi<br /> + quelle parole che di lui dicesti».<br /> +</p> + +<p> + Già s’inchinava ad abbracciar li piedi<br /> + al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br /> + non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».<br /> +</p> + +<p> + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br /> + comprender de l’amor ch’a te mi scalda,<br /> + quand’ io dismento nostra vanitate,<br /> +</p> + +<p> + trattando l’ombre come cosa salda».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0222"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXII +</h3> + +<p> + Già era l’angel dietro a noi rimaso,<br /> + l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,<br /> + avendomi dal viso un colpo raso;<br /> +</p> + +<p> + e quei c’hanno a giustizia lor disiro<br /> + detto n’avea beati, e le sue voci<br /> + con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.<br /> +</p> + +<p> + E io più lieve che per l’altre foci<br /> + m’andava, sì che sanz’ alcun labore<br /> + seguiva in sù li spiriti veloci;<br /> +</p> + +<p> + quando Virgilio incominciò: «Amore,<br /> + acceso di virtù, sempre altro accese,<br /> + pur che la fiamma sua paresse fore;<br /> +</p> + +<p> + onde da l’ora che tra noi discese<br /> + nel limbo de lo ’nferno Giovenale,<br /> + che la tua affezion mi fé palese,<br /> +</p> + +<p> + mia benvoglienza inverso te fu quale<br /> + più strinse mai di non vista persona,<br /> + sì ch’or mi parran corte queste scale.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, e come amico mi perdona<br /> + se troppa sicurtà m’allarga il freno,<br /> + e come amico omai meco ragiona:<br /> +</p> + +<p> + come poté trovar dentro al tuo seno<br /> + loco avarizia, tra cotanto senno<br /> + di quanto per tua cura fosti pieno?».<br /> +</p> + +<p> + Queste parole Stazio mover fenno<br /> + un poco a riso pria; poscia rispuose:<br /> + «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.<br /> +</p> + +<p> + Veramente più volte appaion cose<br /> + che danno a dubitar falsa matera<br /> + per le vere ragion che son nascose.<br /> +</p> + +<p> + La tua dimanda tuo creder m’avvera<br /> + esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,<br /> + forse per quella cerchia dov’ io era.<br /> +</p> + +<p> + Or sappi ch’avarizia fu partita<br /> + troppo da me, e questa dismisura<br /> + migliaia di lunari hanno punita.<br /> +</p> + +<p> + E se non fosse ch’io drizzai mia cura,<br /> + quand’ io intesi là dove tu chiame,<br /> + crucciato quasi a l’umana natura:<br /> +</p> + +<p> + ‘Per che non reggi tu, o sacra fame<br /> + de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,<br /> + voltando sentirei le giostre grame.<br /> +</p> + +<p> + Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali<br /> + potean le mani a spendere, e pente’mi<br /> + così di quel come de li altri mali.<br /> +</p> + +<p> + Quanti risurgeran coi crini scemi<br /> + per ignoranza, che di questa pecca<br /> + toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!<br /> +</p> + +<p> + E sappie che la colpa che rimbecca<br /> + per dritta opposizione alcun peccato,<br /> + con esso insieme qui suo verde secca;<br /> +</p> + +<p> + però, s’io son tra quella gente stato<br /> + che piange l’avarizia, per purgarmi,<br /> + per lo contrario suo m’è incontrato».<br /> +</p> + +<p> + «Or quando tu cantasti le crude armi<br /> + de la doppia trestizia di Giocasta»,<br /> + disse ’l cantor de’ buccolici carmi,<br /> +</p> + +<p> + «per quello che Clïò teco lì tasta,<br /> + non par che ti facesse ancor fedele<br /> + la fede, sanza qual ben far non basta.<br /> +</p> + +<p> + Se così è, qual sole o quai candele<br /> + ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br /> + poscia di retro al pescator le vele?».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti<br /> + verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br /> + e prima appresso Dio m’alluminasti.<br /> +</p> + +<p> + Facesti come quei che va di notte,<br /> + che porta il lume dietro e sé non giova,<br /> + ma dopo sé fa le persone dotte,<br /> +</p> + +<p> + quando dicesti: ‘Secol si rinova;<br /> + torna giustizia e primo tempo umano,<br /> + e progenïe scende da ciel nova’.<br /> +</p> + +<p> + Per te poeta fui, per te cristiano:<br /> + ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,<br /> + a colorare stenderò la mano.<br /> +</p> + +<p> + Già era ’l mondo tutto quanto pregno<br /> + de la vera credenza, seminata<br /> + per li messaggi de l’etterno regno;<br /> +</p> + +<p> + e la parola tua sopra toccata<br /> + si consonava a’ nuovi predicanti;<br /> + ond’ io a visitarli presi usata.<br /> +</p> + +<p> + Vennermi poi parendo tanto santi,<br /> + che, quando Domizian li perseguette,<br /> + sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br /> +</p> + +<p> + e mentre che di là per me si stette,<br /> + io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br /> + fer dispregiare a me tutte altre sette.<br /> +</p> + +<p> + E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi<br /> + di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;<br /> + ma per paura chiuso cristian fu’mi,<br /> +</p> + +<p> + lungamente mostrando paganesmo;<br /> + e questa tepidezza il quarto cerchio<br /> + cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.<br /> +</p> + +<p> + Tu dunque, che levato hai il coperchio<br /> + che m’ascondeva quanto bene io dico,<br /> + mentre che del salire avem soverchio,<br /> +</p> + +<p> + dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,<br /> + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br /> + dimmi se son dannati, e in qual vico».<br /> +</p> + +<p> + «Costoro e Persio e io e altri assai»,<br /> + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br /> + che le Muse lattar più ch’altri mai,<br /> +</p> + +<p> + nel primo cinghio del carcere cieco;<br /> + spesse fïate ragioniam del monte<br /> + che sempre ha le nutrice nostre seco.<br /> +</p> + +<p> + Euripide v’è nosco e Antifonte,<br /> + Simonide, Agatone e altri piùe<br /> + Greci che già di lauro ornar la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Quivi si veggion de le genti tue<br /> + Antigone, Deïfile e Argia,<br /> + e Ismene sì trista come fue.<br /> +</p> + +<p> + Védeisi quella che mostrò Langia;<br /> + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br /> + e con le suore sue Deïdamia».<br /> +</p> + +<p> + Tacevansi ambedue già li poeti,<br /> + di novo attenti a riguardar dintorno,<br /> + liberi da saliri e da pareti;<br /> +</p> + +<p> + e già le quattro ancelle eran del giorno<br /> + rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br /> + drizzando pur in sù l’ardente corno,<br /> +</p> + +<p> + quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo<br /> + le destre spalle volger ne convegna,<br /> + girando il monte come far solemo».<br /> +</p> + +<p> + Così l’usanza fu lì nostra insegna,<br /> + e prendemmo la via con men sospetto<br /> + per l’assentir di quell’ anima degna.<br /> +</p> + +<p> + Elli givan dinanzi, e io soletto<br /> + di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br /> + ch’a poetar mi davano intelletto.<br /> +</p> + +<p> + Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br /> + un alber che trovammo in mezza strada,<br /> + con pomi a odorar soavi e buoni;<br /> +</p> + +<p> + e come abete in alto si digrada<br /> + di ramo in ramo, così quello in giuso,<br /> + cred’ io, perché persona sù non vada.<br /> +</p> + +<p> + Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,<br /> + cadea de l’alta roccia un liquor chiaro<br /> + e si spandeva per le foglie suso.<br /> +</p> + +<p> + Li due poeti a l’alber s’appressaro;<br /> + e una voce per entro le fronde<br /> + gridò: «Di questo cibo avrete caro».<br /> +</p> + +<p> + Poi disse: «Più pensava Maria onde<br /> + fosser le nozze orrevoli e intere,<br /> + ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.<br /> +</p> + +<p> + E le Romane antiche, per lor bere,<br /> + contente furon d’acqua; e Danïello<br /> + dispregiò cibo e acquistò savere.<br /> +</p> + +<p> + Lo secol primo, quant’ oro fu bello,<br /> + fé savorose con fame le ghiande,<br /> + e nettare con sete ogne ruscello.<br /> +</p> + +<p> + Mele e locuste furon le vivande<br /> + che nodriro il Batista nel diserto;<br /> + per ch’elli è glorïoso e tanto grande<br /> +</p> + +<p> + quanto per lo Vangelio v’è aperto».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0223"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXIII +</h3> + +<p> + Mentre che li occhi per la fronda verde<br /> + ficcava ïo sì come far suole<br /> + chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br /> +</p> + +<p> + lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br /> + vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto<br /> + più utilmente compartir si vuole».<br /> +</p> + +<p> + Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,<br /> + appresso i savi, che parlavan sìe,<br /> + che l’andar mi facean di nullo costo.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco piangere e cantar s’udìe<br /> + ‘Labïa mëa, Domine’ per modo<br /> + tal, che diletto e doglia parturìe.<br /> +</p> + +<p> + «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,<br /> + comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno<br /> + forse di lor dover solvendo il nodo».<br /> +</p> + +<p> + Sì come i peregrin pensosi fanno,<br /> + giugnendo per cammin gente non nota,<br /> + che si volgono ad essa e non restanno,<br /> +</p> + +<p> + così di retro a noi, più tosto mota,<br /> + venendo e trapassando ci ammirava<br /> + d’anime turba tacita e devota.<br /> +</p> + +<p> + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br /> + palida ne la faccia, e tanto scema<br /> + che da l’ossa la pelle s’informava.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che così a buccia strema<br /> + Erisittone fosse fatto secco,<br /> + per digiunar, quando più n’ebbe tema.<br /> +</p> + +<p> + Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco<br /> + la gente che perdé Ierusalemme,<br /> + quando Maria nel figlio diè di becco!’<br /> +</p> + +<p> + Parean l’occhiaie anella sanza gemme:<br /> + chi nel viso de li uomini legge ‘omo’<br /> + ben avria quivi conosciuta l’emme.<br /> +</p> + +<p> + Chi crederebbe che l’odor d’un pomo<br /> + sì governasse, generando brama,<br /> + e quel d’un’acqua, non sappiendo como?<br /> +</p> + +<p> + Già era in ammirar che sì li affama,<br /> + per la cagione ancor non manifesta<br /> + di lor magrezza e di lor trista squama,<br /> +</p> + +<p> + ed ecco del profondo de la testa<br /> + volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;<br /> + poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».<br /> +</p> + +<p> + Mai non l’avrei riconosciuto al viso;<br /> + ma ne la voce sua mi fu palese<br /> + ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.<br /> +</p> + +<p> + Questa favilla tutta mi raccese<br /> + mia conoscenza a la cangiata labbia,<br /> + e ravvisai la faccia di Forese.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia<br /> + che mi scolora», pregava, «la pelle,<br /> + né a difetto di carne ch’io abbia;<br /> +</p> + +<p> + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br /> + due anime che là ti fanno scorta;<br /> + non rimaner che tu non mi favelle!».<br /> +</p> + +<p> + «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,<br /> + mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br /> + rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.<br /> +</p> + +<p> + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br /> + non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,<br /> + ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «De l’etterno consiglio<br /> + cade vertù ne l’acqua e ne la pianta<br /> + rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.<br /> +</p> + +<p> + Tutta esta gente che piangendo canta<br /> + per seguitar la gola oltra misura,<br /> + in fame e ’n sete qui si rifà santa.<br /> +</p> + +<p> + Di bere e di mangiar n’accende cura<br /> + l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo<br /> + che si distende su per sua verdura.<br /> +</p> + +<p> + E non pur una volta, questo spazzo<br /> + girando, si rinfresca nostra pena:<br /> + io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br /> +</p> + +<p> + ché quella voglia a li alberi ci mena<br /> + che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,<br /> + quando ne liberò con la sua vena».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Forese, da quel dì<br /> + nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br /> + cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.<br /> +</p> + +<p> + Se prima fu la possa in te finita<br /> + di peccar più, che sovvenisse l’ora<br /> + del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,<br /> +</p> + +<p> + come se’ tu qua sù venuto ancora?<br /> + Io ti credea trovar là giù di sotto,<br /> + dove tempo per tempo si ristora».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto<br /> + a ber lo dolce assenzo d’i martìri<br /> + la Nella mia con suo pianger dirotto.<br /> +</p> + +<p> + Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br /> + tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,<br /> + e liberato m’ha de li altri giri.<br /> +</p> + +<p> + Tanto è a Dio più cara e più diletta<br /> + la vedovella mia, che molto amai,<br /> + quanto in bene operare è più soletta;<br /> +</p> + +<p> + ché la Barbagia di Sardigna assai<br /> + ne le femmine sue più è pudica<br /> + che la Barbagia dov’ io la lasciai.<br /> +</p> + +<p> + O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?<br /> + Tempo futuro m’è già nel cospetto,<br /> + cui non sarà quest’ ora molto antica,<br /> +</p> + +<p> + nel qual sarà in pergamo interdetto<br /> + a le sfacciate donne fiorentine<br /> + l’andar mostrando con le poppe il petto.<br /> +</p> + +<p> + Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br /> + cui bisognasse, per farle ir coperte,<br /> + o spiritali o altre discipline?<br /> +</p> + +<p> + Ma se le svergognate fosser certe<br /> + di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,<br /> + già per urlare avrian le bocche aperte;<br /> +</p> + +<p> + ché, se l’antiveder qui non m’inganna,<br /> + prima fien triste che le guance impeli<br /> + colui che mo si consola con nanna.<br /> +</p> + +<p> + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br /> + vedi che non pur io, ma questa gente<br /> + tutta rimira là dove ’l sol veli».<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente<br /> + qual fosti meco, e qual io teco fui,<br /> + ancor fia grave il memorar presente.<br /> +</p> + +<p> + Di quella vita mi volse costui<br /> + che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda<br /> + vi si mostrò la suora di colui»,<br /> +</p> + +<p> + e ’l sol mostrai; «costui per la profonda<br /> + notte menato m’ha d’i veri morti<br /> + con questa vera carne che ’l seconda.<br /> +</p> + +<p> + Indi m’han tratto sù li suoi conforti,<br /> + salendo e rigirando la montagna<br /> + che drizza voi che ’l mondo fece torti.<br /> +</p> + +<p> + Tanto dice di farmi sua compagna<br /> + che io sarò là dove fia Beatrice;<br /> + quivi convien che sanza lui rimagna.<br /> +</p> + +<p> + Virgilio è questi che così mi dice»,<br /> + e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra<br /> + per cuï scosse dianzi ogne pendice<br /> +</p> + +<p> + lo vostro regno, che da sé lo sgombra».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0224"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXIV +</h3> + +<p> + Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento<br /> + facea, ma ragionando andavam forte,<br /> + sì come nave pinta da buon vento;<br /> +</p> + +<p> + e l’ombre, che parean cose rimorte,<br /> + per le fosse de li occhi ammirazione<br /> + traean di me, di mio vivere accorte.<br /> +</p> + +<p> + E io, continüando al mio sermone,<br /> + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br /> + che non farebbe, per altrui cagione.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;<br /> + dimmi s’io veggio da notar persona<br /> + tra questa gente che sì mi riguarda».<br /> +</p> + +<p> + «La mia sorella, che tra bella e buona<br /> + non so qual fosse più, trïunfa lieta<br /> + ne l’alto Olimpo già di sua corona».<br /> +</p> + +<p> + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br /> + di nominar ciascun, da ch’è sì munta<br /> + nostra sembianza via per la dïeta.<br /> +</p> + +<p> + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br /> + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br /> + di là da lui più che l’altre trapunta<br /> +</p> + +<p> + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br /> + dal Torso fu, e purga per digiuno<br /> + l’anguille di Bolsena e la vernaccia».<br /> +</p> + +<p> + Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br /> + e del nomar parean tutti contenti,<br /> + sì ch’io però non vidi un atto bruno.<br /> +</p> + +<p> + Vidi per fame a vòto usar li denti<br /> + Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br /> + che pasturò col rocco molte genti.<br /> +</p> + +<p> + Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio<br /> + già di bere a Forlì con men secchezza,<br /> + e sì fu tal, che non si sentì sazio.<br /> +</p> + +<p> + Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza<br /> + più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,<br /> + che più parea di me aver contezza.<br /> +</p> + +<p> + El mormorava; e non so che «Gentucca»<br /> + sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga<br /> + de la giustizia che sì li pilucca.<br /> +</p> + +<p> + «O anima», diss’ io, «che par sì vaga<br /> + di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,<br /> + e te e me col tuo parlare appaga».<br /> +</p> + +<p> + «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br /> + cominciò el, «che ti farà piacere<br /> + la mia città, come ch’om la riprenda.<br /> +</p> + +<p> + Tu te n’andrai con questo antivedere:<br /> + se nel mio mormorar prendesti errore,<br /> + dichiareranti ancor le cose vere.<br /> +</p> + +<p> + Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore<br /> + trasse le nove rime, cominciando<br /> + ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «I’ mi son un che, quando<br /> + Amor mi spira, noto, e a quel modo<br /> + ch’e’ ditta dentro vo significando».<br /> +</p> + +<p> + «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo<br /> + che ’l Notaro e Guittone e me ritenne<br /> + di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!<br /> +</p> + +<p> + Io veggio ben come le vostre penne<br /> + di retro al dittator sen vanno strette,<br /> + che de le nostre certo non avvenne;<br /> +</p> + +<p> + e qual più a gradire oltre si mette,<br /> + non vede più da l’uno a l’altro stilo»;<br /> + e, quasi contentato, si tacette.<br /> +</p> + +<p> + Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,<br /> + alcuna volta in aere fanno schiera,<br /> + poi volan più a fretta e vanno in filo,<br /> +</p> + +<p> + così tutta la gente che lì era,<br /> + volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,<br /> + e per magrezza e per voler leggera.<br /> +</p> + +<p> + E come l’uom che di trottare è lasso,<br /> + lascia andar li compagni, e sì passeggia<br /> + fin che si sfoghi l’affollar del casso,<br /> +</p> + +<p> + sì lasciò trapassar la santa greggia<br /> + Forese, e dietro meco sen veniva,<br /> + dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».<br /> +</p> + +<p> + «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;<br /> + ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br /> + ch’io non sia col voler prima a la riva;<br /> +</p> + +<p> + però che ’l loco u’ fui a viver posto,<br /> + di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br /> + e a trista ruina par disposto».<br /> +</p> + +<p> + «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,<br /> + vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto<br /> + inver’ la valle ove mai non si scolpa.<br /> +</p> + +<p> + La bestia ad ogne passo va più ratto,<br /> + crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,<br /> + e lascia il corpo vilmente disfatto.<br /> +</p> + +<p> + Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br /> + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br /> + ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.<br /> +</p> + +<p> + Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro<br /> + in questo regno, sì ch’io perdo troppo<br /> + venendo teco sì a paro a paro».<br /> +</p> + +<p> + Qual esce alcuna volta di gualoppo<br /> + lo cavalier di schiera che cavalchi,<br /> + e va per farsi onor del primo intoppo,<br /> +</p> + +<p> + tal si partì da noi con maggior valchi;<br /> + e io rimasi in via con esso i due<br /> + che fuor del mondo sì gran marescalchi.<br /> +</p> + +<p> + E quando innanzi a noi intrato fue,<br /> + che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br /> + come la mente a le parole sue,<br /> +</p> + +<p> + parvermi i rami gravidi e vivaci<br /> + d’un altro pomo, e non molto lontani<br /> + per esser pur allora vòlto in laci.<br /> +</p> + +<p> + Vidi gente sott’ esso alzar le mani<br /> + e gridar non so che verso le fronde,<br /> + quasi bramosi fantolini e vani<br /> +</p> + +<p> + che pregano, e ’l pregato non risponde,<br /> + ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br /> + tien alto lor disio e nol nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Poi si partì sì come ricreduta;<br /> + e noi venimmo al grande arbore adesso,<br /> + che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br /> +</p> + +<p> + «Trapassate oltre sanza farvi presso:<br /> + legno è più sù che fu morso da Eva,<br /> + e questa pianta si levò da esso».<br /> +</p> + +<p> + Sì tra le frasche non so chi diceva;<br /> + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br /> + oltre andavam dal lato che si leva.<br /> +</p> + +<p> + «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti<br /> + nei nuvoli formati, che, satolli,<br /> + Tesëo combatter co’ doppi petti;<br /> +</p> + +<p> + e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,<br /> + per che no i volle Gedeon compagni,<br /> + quando inver’ Madïan discese i colli».<br /> +</p> + +<p> + Sì accostati a l’un d’i due vivagni<br /> + passammo, udendo colpe de la gola<br /> + seguite già da miseri guadagni.<br /> +</p> + +<p> + Poi, rallargati per la strada sola,<br /> + ben mille passi e più ci portar oltre,<br /> + contemplando ciascun sanza parola.<br /> +</p> + +<p> + «Che andate pensando sì voi sol tre?».<br /> + sùbita voce disse; ond’ io mi scossi<br /> + come fan bestie spaventate e poltre.<br /> +</p> + +<p> + Drizzai la testa per veder chi fossi;<br /> + e già mai non si videro in fornace<br /> + vetri o metalli sì lucenti e rossi,<br /> +</p> + +<p> + com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace<br /> + montare in sù, qui si convien dar volta;<br /> + quinci si va chi vuole andar per pace».<br /> +</p> + +<p> + L’aspetto suo m’avea la vista tolta;<br /> + per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,<br /> + com’ om che va secondo ch’elli ascolta.<br /> +</p> + +<p> + E quale, annunziatrice de li albori,<br /> + l’aura di maggio movesi e olezza,<br /> + tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;<br /> +</p> + +<p> + tal mi senti’ un vento dar per mezza<br /> + la fronte, e ben senti’ mover la piuma,<br /> + che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.<br /> +</p> + +<p> + E senti’ dir: «Beati cui alluma<br /> + tanto di grazia, che l’amor del gusto<br /> + nel petto lor troppo disir non fuma,<br /> +</p> + +<p> + esurïendo sempre quanto è giusto!».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0225"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXV +</h3> + +<p> + Ora era onde ’l salir non volea storpio;<br /> + ché ’l sole avëa il cerchio di merigge<br /> + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br /> +</p> + +<p> + per che, come fa l’uom che non s’affigge<br /> + ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br /> + se di bisogno stimolo il trafigge,<br /> +</p> + +<p> + così intrammo noi per la callaia,<br /> + uno innanzi altro prendendo la scala<br /> + che per artezza i salitor dispaia.<br /> +</p> + +<p> + E quale il cicognin che leva l’ala<br /> + per voglia di volare, e non s’attenta<br /> + d’abbandonar lo nido, e giù la cala;<br /> +</p> + +<p> + tal era io con voglia accesa e spenta<br /> + di dimandar, venendo infino a l’atto<br /> + che fa colui ch’a dicer s’argomenta.<br /> +</p> + +<p> + Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,<br /> + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br /> + l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».<br /> +</p> + +<p> + Allor sicuramente apri’ la bocca<br /> + e cominciai: «Come si può far magro<br /> + là dove l’uopo di nodrir non tocca?».<br /> +</p> + +<p> + «Se t’ammentassi come Meleagro<br /> + si consumò al consumar d’un stizzo,<br /> + non fora», disse, «a te questo sì agro;<br /> +</p> + +<p> + e se pensassi come, al vostro guizzo,<br /> + guizza dentro a lo specchio vostra image,<br /> + ciò che par duro ti parrebbe vizzo.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché dentro a tuo voler t’adage,<br /> + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br /> + che sia or sanator de le tue piage».<br /> +</p> + +<p> + «Se la veduta etterna li dislego»,<br /> + rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br /> + discolpi me non potert’ io far nego».<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Se le parole mie,<br /> + figlio, la mente tua guarda e riceve,<br /> + lume ti fiero al come che tu die.<br /> +</p> + +<p> + Sangue perfetto, che poi non si beve<br /> + da l’assetate vene, e si rimane<br /> + quasi alimento che di mensa leve,<br /> +</p> + +<p> + prende nel core a tutte membra umane<br /> + virtute informativa, come quello<br /> + ch’a farsi quelle per le vene vane.<br /> +</p> + +<p> + Ancor digesto, scende ov’ è più bello<br /> + tacer che dire; e quindi poscia geme<br /> + sovr’ altrui sangue in natural vasello.<br /> +</p> + +<p> + Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,<br /> + l’un disposto a patire, e l’altro a fare<br /> + per lo perfetto loco onde si preme;<br /> +</p> + +<p> + e, giunto lui, comincia ad operare<br /> + coagulando prima, e poi avviva<br /> + ciò che per sua matera fé constare.<br /> +</p> + +<p> + Anima fatta la virtute attiva<br /> + qual d’una pianta, in tanto differente,<br /> + che questa è in via e quella è già a riva,<br /> +</p> + +<p> + tanto ovra poi, che già si move e sente,<br /> + come spungo marino; e indi imprende<br /> + ad organar le posse ond’ è semente.<br /> +</p> + +<p> + Or si spiega, figliuolo, or si distende<br /> + la virtù ch’è dal cor del generante,<br /> + dove natura a tutte membra intende.<br /> +</p> + +<p> + Ma come d’animal divegna fante,<br /> + non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,<br /> + che più savio di te fé già errante,<br /> +</p> + +<p> + sì che per sua dottrina fé disgiunto<br /> + da l’anima il possibile intelletto,<br /> + perché da lui non vide organo assunto.<br /> +</p> + +<p> + Apri a la verità che viene il petto;<br /> + e sappi che, sì tosto come al feto<br /> + l’articular del cerebro è perfetto,<br /> +</p> + +<p> + lo motor primo a lui si volge lieto<br /> + sovra tant’ arte di natura, e spira<br /> + spirito novo, di vertù repleto,<br /> +</p> + +<p> + che ciò che trova attivo quivi, tira<br /> + in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,<br /> + che vive e sente e sé in sé rigira.<br /> +</p> + +<p> + E perché meno ammiri la parola,<br /> + guarda il calor del sole che si fa vino,<br /> + giunto a l’omor che de la vite cola.<br /> +</p> + +<p> + Quando Làchesis non ha più del lino,<br /> + solvesi da la carne, e in virtute<br /> + ne porta seco e l’umano e ’l divino:<br /> +</p> + +<p> + l’altre potenze tutte quante mute;<br /> + memoria, intelligenza e volontade<br /> + in atto molto più che prima agute.<br /> +</p> + +<p> + Sanza restarsi, per sé stessa cade<br /> + mirabilmente a l’una de le rive;<br /> + quivi conosce prima le sue strade.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che loco lì la circunscrive,<br /> + la virtù formativa raggia intorno<br /> + così e quanto ne le membra vive.<br /> +</p> + +<p> + E come l’aere, quand’ è ben pïorno,<br /> + per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,<br /> + di diversi color diventa addorno;<br /> +</p> + +<p> + così l’aere vicin quivi si mette<br /> + e in quella forma ch’è in lui suggella<br /> + virtüalmente l’alma che ristette;<br /> +</p> + +<p> + e simigliante poi a la fiammella<br /> + che segue il foco là ’vunque si muta,<br /> + segue lo spirto sua forma novella.<br /> +</p> + +<p> + Però che quindi ha poscia sua paruta,<br /> + è chiamata ombra; e quindi organa poi<br /> + ciascun sentire infino a la veduta.<br /> +</p> + +<p> + Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br /> + quindi facciam le lagrime e ’ sospiri<br /> + che per lo monte aver sentiti puoi.<br /> +</p> + +<p> + Secondo che ci affliggono i disiri<br /> + e li altri affetti, l’ombra si figura;<br /> + e quest’ è la cagion di che tu miri».<br /> +</p> + +<p> + E già venuto a l’ultima tortura<br /> + s’era per noi, e vòlto a la man destra,<br /> + ed eravamo attenti ad altra cura.<br /> +</p> + +<p> + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br /> + e la cornice spira fiato in suso<br /> + che la reflette e via da lei sequestra;<br /> +</p> + +<p> + ond’ ir ne convenia dal lato schiuso<br /> + ad uno ad uno; e io temëa ’l foco<br /> + quinci, e quindi temeva cader giuso.<br /> +</p> + +<p> + Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br /> + si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br /> + però ch’errar potrebbesi per poco».<br /> +</p> + +<p> + ‘Summae Deus clementïae’ nel seno<br /> + al grande ardore allora udi’ cantando,<br /> + che di volger mi fé caler non meno;<br /> +</p> + +<p> + e vidi spirti per la fiamma andando;<br /> + per ch’io guardava a loro e a’ miei passi<br /> + compartendo la vista a quando a quando.<br /> +</p> + +<p> + Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,<br /> + gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;<br /> + indi ricominciavan l’inno bassi.<br /> +</p> + +<p> + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br /> + si tenne Diana, ed Elice caccionne<br /> + che di Venere avea sentito il tòsco».<br /> +</p> + +<p> + Indi al cantar tornavano; indi donne<br /> + gridavano e mariti che fuor casti<br /> + come virtute e matrimonio imponne.<br /> +</p> + +<p> + E questo modo credo che lor basti<br /> + per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:<br /> + con tal cura conviene e con tai pasti<br /> +</p> + +<p> + che la piaga da sezzo si ricuscia.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0226"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXVI +</h3> + +<p> + Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,<br /> + ce n’andavamo, e spesso il buon maestro<br /> + diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;<br /> +</p> + +<p> + feriami il sole in su l’omero destro,<br /> + che già, raggiando, tutto l’occidente<br /> + mutava in bianco aspetto di cilestro;<br /> +</p> + +<p> + e io facea con l’ombra più rovente<br /> + parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br /> + vidi molt’ ombre, andando, poner mente.<br /> +</p> + +<p> + Questa fu la cagion che diede inizio<br /> + loro a parlar di me; e cominciarsi<br /> + a dir: «Colui non par corpo fittizio»;<br /> +</p> + +<p> + poi verso me, quanto potëan farsi,<br /> + certi si fero, sempre con riguardo<br /> + di non uscir dove non fosser arsi.<br /> +</p> + +<p> + «O tu che vai, non per esser più tardo,<br /> + ma forse reverente, a li altri dopo,<br /> + rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.<br /> +</p> + +<p> + Né solo a me la tua risposta è uopo;<br /> + ché tutti questi n’hanno maggior sete<br /> + che d’acqua fredda Indo o Etïopo.<br /> +</p> + +<p> + Dinne com’ è che fai di te parete<br /> + al sol, pur come tu non fossi ancora<br /> + di morte intrato dentro da la rete».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora<br /> + già manifesto, s’io non fossi atteso<br /> + ad altra novità ch’apparve allora;<br /> +</p> + +<p> + ché per lo mezzo del cammino acceso<br /> + venne gente col viso incontro a questa,<br /> + la qual mi fece a rimirar sospeso.<br /> +</p> + +<p> + Lì veggio d’ogne parte farsi presta<br /> + ciascun’ ombra e basciarsi una con una<br /> + sanza restar, contente a brieve festa;<br /> +</p> + +<p> + così per entro loro schiera bruna<br /> + s’ammusa l’una con l’altra formica,<br /> + forse a spïar lor via e lor fortuna.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che parton l’accoglienza amica,<br /> + prima che ’l primo passo lì trascorra,<br /> + sopragridar ciascuna s’affatica:<br /> +</p> + +<p> + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br /> + e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,<br /> + perché ’l torello a sua lussuria corra».<br /> +</p> + +<p> + Poi, come grue ch’a le montagne Rife<br /> + volasser parte, e parte inver’ l’arene,<br /> + queste del gel, quelle del sole schife,<br /> +</p> + +<p> + l’una gente sen va, l’altra sen vene;<br /> + e tornan, lagrimando, a’ primi canti<br /> + e al gridar che più lor si convene;<br /> +</p> + +<p> + e raccostansi a me, come davanti,<br /> + essi medesmi che m’avean pregato,<br /> + attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.<br /> +</p> + +<p> + Io, che due volte avea visto lor grato,<br /> + incominciai: «O anime sicure<br /> + d’aver, quando che sia, di pace stato,<br /> +</p> + +<p> + non son rimase acerbe né mature<br /> + le membra mie di là, ma son qui meco<br /> + col sangue suo e con le sue giunture.<br /> +</p> + +<p> + Quinci sù vo per non esser più cieco;<br /> + donna è di sopra che m’acquista grazia,<br /> + per che ’l mortal per vostro mondo reco.<br /> +</p> + +<p> + Ma se la vostra maggior voglia sazia<br /> + tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi<br /> + ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,<br /> +</p> + +<p> + ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,<br /> + chi siete voi, e chi è quella turba<br /> + che se ne va di retro a’ vostri terghi».<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti stupido si turba<br /> + lo montanaro, e rimirando ammuta,<br /> + quando rozzo e salvatico s’inurba,<br /> +</p> + +<p> + che ciascun’ ombra fece in sua paruta;<br /> + ma poi che furon di stupore scarche,<br /> + lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,<br /> +</p> + +<p> + «Beato te, che de le nostre marche»,<br /> + ricominciò colei che pria m’inchiese,<br /> + «per morir meglio, esperïenza imbarche!<br /> +</p> + +<p> + La gente che non vien con noi, offese<br /> + di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br /> + “Regina” contra sé chiamar s’intese:<br /> +</p> + +<p> + però si parton “Soddoma” gridando,<br /> + rimproverando a sé com’ hai udito,<br /> + e aiutan l’arsura vergognando.<br /> +</p> + +<p> + Nostro peccato fu ermafrodito;<br /> + ma perché non servammo umana legge,<br /> + seguendo come bestie l’appetito,<br /> +</p> + +<p> + in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br /> + quando partinci, il nome di colei<br /> + che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.<br /> +</p> + +<p> + Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br /> + se forse a nome vuo’ saper chi semo,<br /> + tempo non è di dire, e non saprei.<br /> +</p> + +<p> + Farotti ben di me volere scemo:<br /> + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br /> + per ben dolermi prima ch’a lo stremo».<br /> +</p> + +<p> + Quali ne la tristizia di Ligurgo<br /> + si fer due figli a riveder la madre,<br /> + tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,<br /> +</p> + +<p> + quand’ io odo nomar sé stesso il padre<br /> + mio e de li altri miei miglior che mai<br /> + rime d’amore usar dolci e leggiadre;<br /> +</p> + +<p> + e sanza udire e dir pensoso andai<br /> + lunga fïata rimirando lui,<br /> + né, per lo foco, in là più m’appressai.<br /> +</p> + +<p> + Poi che di riguardar pasciuto fui,<br /> + tutto m’offersi pronto al suo servigio<br /> + con l’affermar che fa credere altrui.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br /> + per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,<br /> + che Letè nol può tòrre né far bigio.<br /> +</p> + +<p> + Ma se le tue parole or ver giuraro,<br /> + dimmi che è cagion per che dimostri<br /> + nel dire e nel guardar d’avermi caro».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br /> + che, quanto durerà l’uso moderno,<br /> + faranno cari ancora i loro incostri».<br /> +</p> + +<p> + «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno<br /> + col dito», e additò un spirto innanzi,<br /> + «fu miglior fabbro del parlar materno.<br /> +</p> + +<p> + Versi d’amore e prose di romanzi<br /> + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br /> + che quel di Lemosì credon ch’avanzi.<br /> +</p> + +<p> + A voce più ch’al ver drizzan li volti,<br /> + e così ferman sua oppinïone<br /> + prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.<br /> +</p> + +<p> + Così fer molti antichi di Guittone,<br /> + di grido in grido pur lui dando pregio,<br /> + fin che l’ha vinto il ver con più persone.<br /> +</p> + +<p> + Or se tu hai sì ampio privilegio,<br /> + che licito ti sia l’andare al chiostro<br /> + nel quale è Cristo abate del collegio,<br /> +</p> + +<p> + falli per me un dir d’un paternostro,<br /> + quanto bisogna a noi di questo mondo,<br /> + dove poter peccar non è più nostro».<br /> +</p> + +<p> + Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br /> + che presso avea, disparve per lo foco,<br /> + come per l’acqua il pesce andando al fondo.<br /> +</p> + +<p> + Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br /> + e dissi ch’al suo nome il mio disire<br /> + apparecchiava grazïoso loco.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò liberamente a dire:<br /> + «Tan m’abellis vostre cortes deman,<br /> + qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br /> +</p> + +<p> + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br /> + consiros vei la passada folor,<br /> + e vei jausen lo joi qu’esper, denan.<br /> +</p> + +<p> + Ara vos prec, per aquella valor<br /> + que vos guida al som de l’escalina,<br /> + sovenha vos a temps de ma dolor!».<br /> +</p> + +<p> + Poi s’ascose nel foco che li affina.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0227"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXVII +</h3> + +<p> + Sì come quando i primi raggi vibra<br /> + là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br /> + cadendo Ibero sotto l’alta Libra,<br /> +</p> + +<p> + e l’onde in Gange da nona rïarse,<br /> + sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,<br /> + come l’angel di Dio lieto ci apparse.<br /> +</p> + +<p> + Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br /> + e cantava ‘Beati mundo corde!’<br /> + in voce assai più che la nostra viva.<br /> +</p> + +<p> + Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br /> + anime sante, il foco: intrate in esso,<br /> + e al cantar di là non siate sorde»,<br /> +</p> + +<p> + ci disse come noi li fummo presso;<br /> + per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,<br /> + qual è colui che ne la fossa è messo.<br /> +</p> + +<p> + In su le man commesse mi protesi,<br /> + guardando il foco e imaginando forte<br /> + umani corpi già veduti accesi.<br /> +</p> + +<p> + Volsersi verso me le buone scorte;<br /> + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br /> + qui può esser tormento, ma non morte.<br /> +</p> + +<p> + Ricorditi, ricorditi! E se io<br /> + sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br /> + che farò ora presso più a Dio?<br /> +</p> + +<p> + Credi per certo che se dentro a l’alvo<br /> + di questa fiamma stessi ben mille anni,<br /> + non ti potrebbe far d’un capel calvo.<br /> +</p> + +<p> + E se tu forse credi ch’io t’inganni,<br /> + fatti ver’ lei, e fatti far credenza<br /> + con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.<br /> +</p> + +<p> + Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br /> + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br /> + E io pur fermo e contra coscïenza.<br /> +</p> + +<p> + Quando mi vide star pur fermo e duro,<br /> + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br /> + tra Bëatrice e te è questo muro».<br /> +</p> + +<p> + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br /> + Piramo in su la morte, e riguardolla,<br /> + allor che ’l gelso diventò vermiglio;<br /> +</p> + +<p> + così, la mia durezza fatta solla,<br /> + mi volsi al savio duca, udendo il nome<br /> + che ne la mente sempre mi rampolla.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!<br /> + volenci star di qua?»; indi sorrise<br /> + come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.<br /> +</p> + +<p> + Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br /> + pregando Stazio che venisse retro,<br /> + che pria per lunga strada ci divise.<br /> +</p> + +<p> + Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro<br /> + gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br /> + tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.<br /> +</p> + +<p> + Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br /> + pur di Beatrice ragionando andava,<br /> + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».<br /> +</p> + +<p> + Guidavaci una voce che cantava<br /> + di là; e noi, attenti pur a lei,<br /> + venimmo fuor là ove si montava.<br /> +</p> + +<p> + ‘Venite, benedicti Patris mei’,<br /> + sonò dentro a un lume che lì era,<br /> + tal che mi vinse e guardar nol potei.<br /> +</p> + +<p> + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br /> + non v’arrestate, ma studiate il passo,<br /> + mentre che l’occidente non si annera».<br /> +</p> + +<p> + Dritta salia la via per entro ’l sasso<br /> + verso tal parte ch’io toglieva i raggi<br /> + dinanzi a me del sol ch’era già basso.<br /> +</p> + +<p> + E di pochi scaglion levammo i saggi,<br /> + che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,<br /> + sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br /> +</p> + +<p> + E pria che ’n tutte le sue parti immense<br /> + fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,<br /> + e notte avesse tutte sue dispense,<br /> +</p> + +<p> + ciascun di noi d’un grado fece letto;<br /> + ché la natura del monte ci affranse<br /> + la possa del salir più e ’l diletto.<br /> +</p> + +<p> + Quali si stanno ruminando manse<br /> + le capre, state rapide e proterve<br /> + sovra le cime avante che sien pranse,<br /> +</p> + +<p> + tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,<br /> + guardate dal pastor, che ’n su la verga<br /> + poggiato s’è e lor di posa serve;<br /> +</p> + +<p> + e quale il mandrïan che fori alberga,<br /> + lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br /> + guardando perché fiera non lo sperga;<br /> +</p> + +<p> + tali eravamo tutti e tre allotta,<br /> + io come capra, ed ei come pastori,<br /> + fasciati quinci e quindi d’alta grotta.<br /> +</p> + +<p> + Poco parer potea lì del di fori;<br /> + ma, per quel poco, vedea io le stelle<br /> + di lor solere e più chiare e maggiori.<br /> +</p> + +<p> + Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br /> + mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br /> + anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.<br /> +</p> + +<p> + Ne l’ora, credo, che de l’orïente<br /> + prima raggiò nel monte Citerea,<br /> + che di foco d’amor par sempre ardente,<br /> +</p> + +<p> + giovane e bella in sogno mi parea<br /> + donna vedere andar per una landa<br /> + cogliendo fiori; e cantando dicea:<br /> +</p> + +<p> + «Sappia qualunque il mio nome dimanda<br /> + ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno<br /> + le belle mani a farmi una ghirlanda.<br /> +</p> + +<p> + Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;<br /> + ma mia suora Rachel mai non si smaga<br /> + dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br /> +</p> + +<p> + Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga<br /> + com’ io de l’addornarmi con le mani;<br /> + lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».<br /> +</p> + +<p> + E già per li splendori antelucani,<br /> + che tanto a’ pellegrin surgon più grati,<br /> + quanto, tornando, albergan men lontani,<br /> +</p> + +<p> + le tenebre fuggian da tutti lati,<br /> + e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,<br /> + veggendo i gran maestri già levati.<br /> +</p> + +<p> + «Quel dolce pome che per tanti rami<br /> + cercando va la cura de’ mortali,<br /> + oggi porrà in pace le tue fami».<br /> +</p> + +<p> + Virgilio inverso me queste cotali<br /> + parole usò; e mai non furo strenne<br /> + che fosser di piacere a queste iguali.<br /> +</p> + +<p> + Tanto voler sopra voler mi venne<br /> + de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi<br /> + al volo mi sentia crescer le penne.<br /> +</p> + +<p> + Come la scala tutta sotto noi<br /> + fu corsa e fummo in su ’l grado superno,<br /> + in me ficcò Virgilio li occhi suoi,<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Il temporal foco e l’etterno<br /> + veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte<br /> + dov’ io per me più oltre non discerno.<br /> +</p> + +<p> + Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;<br /> + lo tuo piacere omai prendi per duce;<br /> + fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.<br /> +</p> + +<p> + Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;<br /> + vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli<br /> + che qui la terra sol da sé produce.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br /> + che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br /> + seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br /> +</p> + +<p> + Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br /> + libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br /> + e fallo fora non fare a suo senno:<br /> +</p> + +<p> + per ch’io te sovra te corono e mitrio».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0228"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXVIII +</h3> + +<p> + Vago già di cercar dentro e dintorno<br /> + la divina foresta spessa e viva,<br /> + ch’a li occhi temperava il novo giorno,<br /> +</p> + +<p> + sanza più aspettar, lasciai la riva,<br /> + prendendo la campagna lento lento<br /> + su per lo suol che d’ogne parte auliva.<br /> +</p> + +<p> + Un’aura dolce, sanza mutamento<br /> + avere in sé, mi feria per la fronte<br /> + non di più colpo che soave vento;<br /> +</p> + +<p> + per cui le fronde, tremolando, pronte<br /> + tutte quante piegavano a la parte<br /> + u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;<br /> +</p> + +<p> + non però dal loro esser dritto sparte<br /> + tanto, che li augelletti per le cime<br /> + lasciasser d’operare ogne lor arte;<br /> +</p> + +<p> + ma con piena letizia l’ore prime,<br /> + cantando, ricevieno intra le foglie,<br /> + che tenevan bordone a le sue rime,<br /> +</p> + +<p> + tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br /> + per la pineta in su ’l lito di Chiassi,<br /> + quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.<br /> +</p> + +<p> + Già m’avean trasportato i lenti passi<br /> + dentro a la selva antica tanto, ch’io<br /> + non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;<br /> +</p> + +<p> + ed ecco più andar mi tolse un rio,<br /> + che ’nver’ sinistra con sue picciole onde<br /> + piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.<br /> +</p> + +<p> + Tutte l’acque che son di qua più monde,<br /> + parrieno avere in sé mistura alcuna<br /> + verso di quella, che nulla nasconde,<br /> +</p> + +<p> + avvegna che si mova bruna bruna<br /> + sotto l’ombra perpetüa, che mai<br /> + raggiar non lascia sole ivi né luna.<br /> +</p> + +<p> + Coi piè ristetti e con li occhi passai<br /> + di là dal fiumicello, per mirare<br /> + la gran varïazion d’i freschi mai;<br /> +</p> + +<p> + e là m’apparve, sì com’ elli appare<br /> + subitamente cosa che disvia<br /> + per maraviglia tutto altro pensare,<br /> +</p> + +<p> + una donna soletta che si gia<br /> + e cantando e scegliendo fior da fiore<br /> + ond’ era pinta tutta la sua via.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore<br /> + ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti<br /> + che soglion esser testimon del core,<br /> +</p> + +<p> + vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br /> + diss’ io a lei, «verso questa rivera,<br /> + tanto ch’io possa intender che tu canti.<br /> +</p> + +<p> + Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br /> + Proserpina nel tempo che perdette<br /> + la madre lei, ed ella primavera».<br /> +</p> + +<p> + Come si volge, con le piante strette<br /> + a terra e intra sé, donna che balli,<br /> + e piede innanzi piede a pena mette,<br /> +</p> + +<p> + volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br /> + fioretti verso me, non altrimenti<br /> + che vergine che li occhi onesti avvalli;<br /> +</p> + +<p> + e fece i prieghi miei esser contenti,<br /> + sì appressando sé, che ’l dolce suono<br /> + veniva a me co’ suoi intendimenti.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che fu là dove l’erbe sono<br /> + bagnate già da l’onde del bel fiume,<br /> + di levar li occhi suoi mi fece dono.<br /> +</p> + +<p> + Non credo che splendesse tanto lume<br /> + sotto le ciglia a Venere, trafitta<br /> + dal figlio fuor di tutto suo costume.<br /> +</p> + +<p> + Ella ridea da l’altra riva dritta,<br /> + trattando più color con le sue mani,<br /> + che l’alta terra sanza seme gitta.<br /> +</p> + +<p> + Tre passi ci facea il fiume lontani;<br /> + ma Elesponto, là ’ve passò Serse,<br /> + ancora freno a tutti orgogli umani,<br /> +</p> + +<p> + più odio da Leandro non sofferse<br /> + per mareggiare intra Sesto e Abido,<br /> + che quel da me perch’ allor non s’aperse.<br /> +</p> + +<p> + «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,<br /> + cominciò ella, «in questo luogo eletto<br /> + a l’umana natura per suo nido,<br /> +</p> + +<p> + maravigliando tienvi alcun sospetto;<br /> + ma luce rende il salmo Delectasti,<br /> + che puote disnebbiar vostro intelletto.<br /> +</p> + +<p> + E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,<br /> + dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta<br /> + ad ogne tua question tanto che basti».<br /> +</p> + +<p> + «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta<br /> + impugnan dentro a me novella fede<br /> + di cosa ch’io udi’ contraria a questa».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ella: «Io dicerò come procede<br /> + per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,<br /> + e purgherò la nebbia che ti fiede.<br /> +</p> + +<p> + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br /> + fé l’uom buono e a bene, e questo loco<br /> + diede per arr’ a lui d’etterna pace.<br /> +</p> + +<p> + Per sua difalta qui dimorò poco;<br /> + per sua difalta in pianto e in affanno<br /> + cambiò onesto riso e dolce gioco.<br /> +</p> + +<p> + Perché ’l turbar che sotto da sé fanno<br /> + l’essalazion de l’acqua e de la terra,<br /> + che quanto posson dietro al calor vanno,<br /> +</p> + +<p> + a l’uomo non facesse alcuna guerra,<br /> + questo monte salìo verso ’l ciel tanto,<br /> + e libero n’è d’indi ove si serra.<br /> +</p> + +<p> + Or perché in circuito tutto quanto<br /> + l’aere si volge con la prima volta,<br /> + se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,<br /> +</p> + +<p> + in questa altezza ch’è tutta disciolta<br /> + ne l’aere vivo, tal moto percuote,<br /> + e fa sonar la selva perch’ è folta;<br /> +</p> + +<p> + e la percossa pianta tanto puote,<br /> + che de la sua virtute l’aura impregna<br /> + e quella poi, girando, intorno scuote;<br /> +</p> + +<p> + e l’altra terra, secondo ch’è degna<br /> + per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br /> + di diverse virtù diverse legna.<br /> +</p> + +<p> + Non parrebbe di là poi maraviglia,<br /> + udito questo, quando alcuna pianta<br /> + sanza seme palese vi s’appiglia.<br /> +</p> + +<p> + E saper dei che la campagna santa<br /> + dove tu se’, d’ogne semenza è piena,<br /> + e frutto ha in sé che di là non si schianta.<br /> +</p> + +<p> + L’acqua che vedi non surge di vena<br /> + che ristori vapor che gel converta,<br /> + come fiume ch’acquista e perde lena;<br /> +</p> + +<p> + ma esce di fontana salda e certa,<br /> + che tanto dal voler di Dio riprende,<br /> + quant’ ella versa da due parti aperta.<br /> +</p> + +<p> + Da questa parte con virtù discende<br /> + che toglie altrui memoria del peccato;<br /> + da l’altra d’ogne ben fatto la rende.<br /> +</p> + +<p> + Quinci Letè; così da l’altro lato<br /> + Eünoè si chiama, e non adopra<br /> + se quinci e quindi pria non è gustato:<br /> +</p> + +<p> + a tutti altri sapori esto è di sopra.<br /> + E avvegna ch’assai possa esser sazia<br /> + la sete tua perch’ io più non ti scuopra,<br /> +</p> + +<p> + darotti un corollario ancor per grazia;<br /> + né credo che ’l mio dir ti sia men caro,<br /> + se oltre promession teco si spazia.<br /> +</p> + +<p> + Quelli ch’anticamente poetaro<br /> + l’età de l’oro e suo stato felice,<br /> + forse in Parnaso esto loco sognaro.<br /> +</p> + +<p> + Qui fu innocente l’umana radice;<br /> + qui primavera sempre e ogne frutto;<br /> + nettare è questo di che ciascun dice».<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto<br /> + a’ miei poeti, e vidi che con riso<br /> + udito avëan l’ultimo costrutto;<br /> +</p> + +<p> + poi a la bella donna torna’ il viso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0229"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXIX +</h3> + +<p> + Cantando come donna innamorata,<br /> + continüò col fin di sue parole:<br /> + ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.<br /> +</p> + +<p> + E come ninfe che si givan sole<br /> + per le salvatiche ombre, disïando<br /> + qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br /> +</p> + +<p> + allor si mosse contra ’l fiume, andando<br /> + su per la riva; e io pari di lei,<br /> + picciol passo con picciol seguitando.<br /> +</p> + +<p> + Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,<br /> + quando le ripe igualmente dier volta,<br /> + per modo ch’a levante mi rendei.<br /> +</p> + +<p> + Né ancor fu così nostra via molta,<br /> + quando la donna tutta a me si torse,<br /> + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br /> + da tutte parti per la gran foresta,<br /> + tal che di balenar mi mise in forse.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché ’l balenar, come vien, resta,<br /> + e quel, durando, più e più splendeva,<br /> + nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.<br /> +</p> + +<p> + E una melodia dolce correva<br /> + per l’aere luminoso; onde buon zelo<br /> + mi fé riprender l’ardimento d’Eva,<br /> +</p> + +<p> + che là dove ubidia la terra e ’l cielo,<br /> + femmina, sola e pur testé formata,<br /> + non sofferse di star sotto alcun velo;<br /> +</p> + +<p> + sotto ’l qual se divota fosse stata,<br /> + avrei quelle ineffabili delizie<br /> + sentite prima e più lunga fïata.<br /> +</p> + +<p> + Mentr’ io m’andava tra tante primizie<br /> + de l’etterno piacer tutto sospeso,<br /> + e disïoso ancora a più letizie,<br /> +</p> + +<p> + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br /> + ci si fé l’aere sotto i verdi rami;<br /> + e ’l dolce suon per canti era già inteso.<br /> +</p> + +<p> + O sacrosante Vergini, se fami,<br /> + freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br /> + cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.<br /> +</p> + +<p> + Or convien che Elicona per me versi,<br /> + e Uranìe m’aiuti col suo coro<br /> + forti cose a pensar mettere in versi.<br /> +</p> + +<p> + Poco più oltre, sette alberi d’oro<br /> + falsava nel parere il lungo tratto<br /> + del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;<br /> +</p> + +<p> + ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,<br /> + che l’obietto comun, che ’l senso inganna,<br /> + non perdea per distanza alcun suo atto,<br /> +</p> + +<p> + la virtù ch’a ragion discorso ammanna,<br /> + sì com’ elli eran candelabri apprese,<br /> + e ne le voci del cantare ‘Osanna’.<br /> +</p> + +<p> + Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br /> + più chiaro assai che luna per sereno<br /> + di mezza notte nel suo mezzo mese.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi d’ammirazion pieno<br /> + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br /> + con vista carca di stupor non meno.<br /> +</p> + +<p> + Indi rendei l’aspetto a l’alte cose<br /> + che si movieno incontr’ a noi sì tardi,<br /> + che foran vinte da novelle spose.<br /> +</p> + +<p> + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br /> + sì ne l’affetto de le vive luci,<br /> + e ciò che vien di retro a lor non guardi?».<br /> +</p> + +<p> + Genti vid’ io allor, come a lor duci,<br /> + venire appresso, vestite di bianco;<br /> + e tal candor di qua già mai non fuci.<br /> +</p> + +<p> + L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,<br /> + e rendea me la mia sinistra costa,<br /> + s’io riguardava in lei, come specchio anco.<br /> +</p> + +<p> + Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,<br /> + che solo il fiume mi facea distante,<br /> + per veder meglio ai passi diedi sosta,<br /> +</p> + +<p> + e vidi le fiammelle andar davante,<br /> + lasciando dietro a sé l’aere dipinto,<br /> + e di tratti pennelli avean sembiante;<br /> +</p> + +<p> + sì che lì sopra rimanea distinto<br /> + di sette liste, tutte in quei colori<br /> + onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.<br /> +</p> + +<p> + Questi ostendali in dietro eran maggiori<br /> + che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br /> + diece passi distavan quei di fori.<br /> +</p> + +<p> + Sotto così bel ciel com’ io diviso,<br /> + ventiquattro seniori, a due a due,<br /> + coronati venien di fiordaliso.<br /> +</p> + +<p> + Tutti cantavan: «Benedicta tue<br /> + ne le figlie d’Adamo, e benedette<br /> + sieno in etterno le bellezze tue!».<br /> +</p> + +<p> + Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette<br /> + a rimpetto di me da l’altra sponda<br /> + libere fuor da quelle genti elette,<br /> +</p> + +<p> + sì come luce luce in ciel seconda,<br /> + vennero appresso lor quattro animali,<br /> + coronati ciascun di verde fronda.<br /> +</p> + +<p> + Ognuno era pennuto di sei ali;<br /> + le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,<br /> + se fosser vivi, sarebber cotali.<br /> +</p> + +<p> + A descriver lor forme più non spargo<br /> + rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,<br /> + tanto ch’a questa non posso esser largo;<br /> +</p> + +<p> + ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br /> + come li vide da la fredda parte<br /> + venir con vento e con nube e con igne;<br /> +</p> + +<p> + e quali i troverai ne le sue carte,<br /> + tali eran quivi, salvo ch’a le penne<br /> + Giovanni è meco e da lui si diparte.<br /> +</p> + +<p> + Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br /> + un carro, in su due rote, trïunfale,<br /> + ch’al collo d’un grifon tirato venne.<br /> +</p> + +<p> + Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale<br /> + tra la mezzana e le tre e tre liste,<br /> + sì ch’a nulla, fendendo, facea male.<br /> +</p> + +<p> + Tanto salivan che non eran viste;<br /> + le membra d’oro avea quant’ era uccello,<br /> + e bianche l’altre, di vermiglio miste.<br /> +</p> + +<p> + Non che Roma di carro così bello<br /> + rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br /> + ma quel del Sol saria pover con ello;<br /> +</p> + +<p> + quel del Sol che, svïando, fu combusto<br /> + per l’orazion de la Terra devota,<br /> + quando fu Giove arcanamente giusto.<br /> +</p> + +<p> + Tre donne in giro da la destra rota<br /> + venian danzando; l’una tanto rossa<br /> + ch’a pena fora dentro al foco nota;<br /> +</p> + +<p> + l’altr’ era come se le carni e l’ossa<br /> + fossero state di smeraldo fatte;<br /> + la terza parea neve testé mossa;<br /> +</p> + +<p> + e or parëan da la bianca tratte,<br /> + or da la rossa; e dal canto di questa<br /> + l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.<br /> +</p> + +<p> + Da la sinistra quattro facean festa,<br /> + in porpore vestite, dietro al modo<br /> + d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.<br /> +</p> + +<p> + Appresso tutto il pertrattato nodo<br /> + vidi due vecchi in abito dispari,<br /> + ma pari in atto e onesto e sodo.<br /> +</p> + +<p> + L’un si mostrava alcun de’ famigliari<br /> + di quel sommo Ipocràte che natura<br /> + a li animali fé ch’ell’ ha più cari;<br /> +</p> + +<p> + mostrava l’altro la contraria cura<br /> + con una spada lucida e aguta,<br /> + tal che di qua dal rio mi fé paura.<br /> +</p> + +<p> + Poi vidi quattro in umile paruta;<br /> + e di retro da tutti un vecchio solo<br /> + venir, dormendo, con la faccia arguta.<br /> +</p> + +<p> + E questi sette col primaio stuolo<br /> + erano abitüati, ma di gigli<br /> + dintorno al capo non facëan brolo,<br /> +</p> + +<p> + anzi di rose e d’altri fior vermigli;<br /> + giurato avria poco lontano aspetto<br /> + che tutti ardesser di sopra da’ cigli.<br /> +</p> + +<p> + E quando il carro a me fu a rimpetto,<br /> + un tuon s’udì, e quelle genti degne<br /> + parvero aver l’andar più interdetto,<br /> +</p> + +<p> + fermandosi ivi con le prime insegne.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0230"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXX +</h3> + +<p> + Quando il settentrïon del primo cielo,<br /> + che né occaso mai seppe né orto<br /> + né d’altra nebbia che di colpa velo,<br /> +</p> + +<p> + e che faceva lì ciascun accorto<br /> + di suo dover, come ’l più basso face<br /> + qual temon gira per venire a porto,<br /> +</p> + +<p> + fermo s’affisse: la gente verace,<br /> + venuta prima tra ’l grifone ed esso,<br /> + al carro volse sé come a sua pace;<br /> +</p> + +<p> + e un di loro, quasi da ciel messo,<br /> + ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando<br /> + gridò tre volte, e tutti li altri appresso.<br /> +</p> + +<p> + Quali i beati al novissimo bando<br /> + surgeran presti ognun di sua caverna,<br /> + la revestita voce alleluiando,<br /> +</p> + +<p> + cotali in su la divina basterna<br /> + si levar cento, ad vocem tanti senis,<br /> + ministri e messaggier di vita etterna.<br /> +</p> + +<p> + Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,<br /> + e fior gittando e di sopra e dintorno,<br /> + ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi già nel cominciar del giorno<br /> + la parte orïental tutta rosata,<br /> + e l’altro ciel di bel sereno addorno;<br /> +</p> + +<p> + e la faccia del sol nascere ombrata,<br /> + sì che per temperanza di vapori<br /> + l’occhio la sostenea lunga fïata:<br /> +</p> + +<p> + così dentro una nuvola di fiori<br /> + che da le mani angeliche saliva<br /> + e ricadeva in giù dentro e di fori,<br /> +</p> + +<p> + sovra candido vel cinta d’uliva<br /> + donna m’apparve, sotto verde manto<br /> + vestita di color di fiamma viva.<br /> +</p> + +<p> + E lo spirito mio, che già cotanto<br /> + tempo era stato ch’a la sua presenza<br /> + non era di stupor, tremando, affranto,<br /> +</p> + +<p> + sanza de li occhi aver più conoscenza,<br /> + per occulta virtù che da lei mosse,<br /> + d’antico amor sentì la gran potenza.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che ne la vista mi percosse<br /> + l’alta virtù che già m’avea trafitto<br /> + prima ch’io fuor di püerizia fosse,<br /> +</p> + +<p> + volsimi a la sinistra col respitto<br /> + col quale il fantolin corre a la mamma<br /> + quando ha paura o quando elli è afflitto,<br /> +</p> + +<p> + per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma<br /> + di sangue m’è rimaso che non tremi:<br /> + conosco i segni de l’antica fiamma’.<br /> +</p> + +<p> + Ma Virgilio n’avea lasciati scemi<br /> + di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br /> + Virgilio a cui per mia salute die’mi;<br /> +</p> + +<p> + né quantunque perdeo l’antica matre,<br /> + valse a le guance nette di rugiada,<br /> + che, lagrimando, non tornasser atre.<br /> +</p> + +<p> + «Dante, perché Virgilio se ne vada,<br /> + non pianger anco, non piangere ancora;<br /> + ché pianger ti conven per altra spada».<br /> +</p> + +<p> + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br /> + viene a veder la gente che ministra<br /> + per li altri legni, e a ben far l’incora;<br /> +</p> + +<p> + in su la sponda del carro sinistra,<br /> + quando mi volsi al suon del nome mio,<br /> + che di necessità qui si registra,<br /> +</p> + +<p> + vidi la donna che pria m’appario<br /> + velata sotto l’angelica festa,<br /> + drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.<br /> +</p> + +<p> + Tutto che ’l vel che le scendea di testa,<br /> + cerchiato de le fronde di Minerva,<br /> + non la lasciasse parer manifesta,<br /> +</p> + +<p> + regalmente ne l’atto ancor proterva<br /> + continüò come colui che dice<br /> + e ’l più caldo parlar dietro reserva:<br /> +</p> + +<p> + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br /> + Come degnasti d’accedere al monte?<br /> + non sapei tu che qui è l’uom felice?».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br /> + ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,<br /> + tanta vergogna mi gravò la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Così la madre al figlio par superba,<br /> + com’ ella parve a me; perché d’amaro<br /> + sente il sapor de la pietade acerba.<br /> +</p> + +<p> + Ella si tacque; e li angeli cantaro<br /> + di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;<br /> + ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.<br /> +</p> + +<p> + Sì come neve tra le vive travi<br /> + per lo dosso d’Italia si congela,<br /> + soffiata e stretta da li venti schiavi,<br /> +</p> + +<p> + poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br /> + pur che la terra che perde ombra spiri,<br /> + sì che par foco fonder la candela;<br /> +</p> + +<p> + così fui sanza lagrime e sospiri<br /> + anzi ’l cantar di quei che notan sempre<br /> + dietro a le note de li etterni giri;<br /> +</p> + +<p> + ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre<br /> + lor compatire a me, par che se detto<br /> + avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,<br /> +</p> + +<p> + lo gel che m’era intorno al cor ristretto,<br /> + spirito e acqua fessi, e con angoscia<br /> + de la bocca e de li occhi uscì del petto.<br /> +</p> + +<p> + Ella, pur ferma in su la detta coscia<br /> + del carro stando, a le sustanze pie<br /> + volse le sue parole così poscia:<br /> +</p> + +<p> + «Voi vigilate ne l’etterno die,<br /> + sì che notte né sonno a voi non fura<br /> + passo che faccia il secol per sue vie;<br /> +</p> + +<p> + onde la mia risposta è con più cura<br /> + che m’intenda colui che di là piagne,<br /> + perché sia colpa e duol d’una misura.<br /> +</p> + +<p> + Non pur per ovra de le rote magne,<br /> + che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br /> + secondo che le stelle son compagne,<br /> +</p> + +<p> + ma per larghezza di grazie divine,<br /> + che sì alti vapori hanno a lor piova,<br /> + che nostre viste là non van vicine,<br /> +</p> + +<p> + questi fu tal ne la sua vita nova<br /> + virtüalmente, ch’ogne abito destro<br /> + fatto averebbe in lui mirabil prova.<br /> +</p> + +<p> + Ma tanto più maligno e più silvestro<br /> + si fa ’l terren col mal seme e non cólto,<br /> + quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.<br /> +</p> + +<p> + Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br /> + mostrando li occhi giovanetti a lui,<br /> + meco il menava in dritta parte vòlto.<br /> +</p> + +<p> + Sì tosto come in su la soglia fui<br /> + di mia seconda etade e mutai vita,<br /> + questi si tolse a me, e diessi altrui.<br /> +</p> + +<p> + Quando di carne a spirto era salita,<br /> + e bellezza e virtù cresciuta m’era,<br /> + fu’ io a lui men cara e men gradita;<br /> +</p> + +<p> + e volse i passi suoi per via non vera,<br /> + imagini di ben seguendo false,<br /> + che nulla promession rendono intera.<br /> +</p> + +<p> + Né l’impetrare ispirazion mi valse,<br /> + con le quali e in sogno e altrimenti<br /> + lo rivocai: sì poco a lui ne calse!<br /> +</p> + +<p> + Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br /> + a la salute sua eran già corti,<br /> + fuor che mostrarli le perdute genti.<br /> +</p> + +<p> + Per questo visitai l’uscio d’i morti,<br /> + e a colui che l’ha qua sù condotto,<br /> + li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br /> +</p> + +<p> + Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br /> + se Letè si passasse e tal vivanda<br /> + fosse gustata sanza alcuno scotto<br /> +</p> + +<p> + di pentimento che lagrime spanda».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0231"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXXI +</h3> + +<p> + «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,<br /> + volgendo suo parlare a me per punta,<br /> + che pur per taglio m’era paruto acro,<br /> +</p> + +<p> + ricominciò, seguendo sanza cunta,<br /> + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br /> + tua confession conviene esser congiunta».<br /> +</p> + +<p> + Era la mia virtù tanto confusa,<br /> + che la voce si mosse, e pria si spense<br /> + che da li organi suoi fosse dischiusa.<br /> +</p> + +<p> + Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br /> + Rispondi a me; ché le memorie triste<br /> + in te non sono ancor da l’acqua offense».<br /> +</p> + +<p> + Confusione e paura insieme miste<br /> + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br /> + al quale intender fuor mestier le viste.<br /> +</p> + +<p> + Come balestro frange, quando scocca<br /> + da troppa tesa, la sua corda e l’arco,<br /> + e con men foga l’asta il segno tocca,<br /> +</p> + +<p> + sì scoppia’ io sottesso grave carco,<br /> + fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br /> + e la voce allentò per lo suo varco.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,<br /> + che ti menavano ad amar lo bene<br /> + di là dal qual non è a che s’aspiri,<br /> +</p> + +<p> + quai fossi attraversati o quai catene<br /> + trovasti, per che del passare innanzi<br /> + dovessiti così spogliar la spene?<br /> +</p> + +<p> + E quali agevolezze o quali avanzi<br /> + ne la fronte de li altri si mostraro,<br /> + per che dovessi lor passeggiare anzi?».<br /> +</p> + +<p> + Dopo la tratta d’un sospiro amaro,<br /> + a pena ebbi la voce che rispuose,<br /> + e le labbra a fatica la formaro.<br /> +</p> + +<p> + Piangendo dissi: «Le presenti cose<br /> + col falso lor piacer volser miei passi,<br /> + tosto che ’l vostro viso si nascose».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br /> + ciò che confessi, non fora men nota<br /> + la colpa tua: da tal giudice sassi!<br /> +</p> + +<p> + Ma quando scoppia de la propria gota<br /> + l’accusa del peccato, in nostra corte<br /> + rivolge sé contra ’l taglio la rota.<br /> +</p> + +<p> + Tuttavia, perché mo vergogna porte<br /> + del tuo errore, e perché altra volta,<br /> + udendo le serene, sie più forte,<br /> +</p> + +<p> + pon giù il seme del piangere e ascolta:<br /> + sì udirai come in contraria parte<br /> + mover dovieti mia carne sepolta.<br /> +</p> + +<p> + Mai non t’appresentò natura o arte<br /> + piacer, quanto le belle membra in ch’io<br /> + rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;<br /> +</p> + +<p> + e se ’l sommo piacer sì ti fallio<br /> + per la mia morte, qual cosa mortale<br /> + dovea poi trarre te nel suo disio?<br /> +</p> + +<p> + Ben ti dovevi, per lo primo strale<br /> + de le cose fallaci, levar suso<br /> + di retro a me che non era più tale.<br /> +</p> + +<p> + Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br /> + ad aspettar più colpo, o pargoletta<br /> + o altra novità con sì breve uso.<br /> +</p> + +<p> + Novo augelletto due o tre aspetta;<br /> + ma dinanzi da li occhi d’i pennuti<br /> + rete si spiega indarno o si saetta».<br /> +</p> + +<p> + Quali fanciulli, vergognando, muti<br /> + con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br /> + e sé riconoscendo e ripentuti,<br /> +</p> + +<p> + tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando<br /> + per udir se’ dolente, alza la barba,<br /> + e prenderai più doglia riguardando».<br /> +</p> + +<p> + Con men di resistenza si dibarba<br /> + robusto cerro, o vero al nostral vento<br /> + o vero a quel de la terra di Iarba,<br /> +</p> + +<p> + ch’io non levai al suo comando il mento;<br /> + e quando per la barba il viso chiese,<br /> + ben conobbi il velen de l’argomento.<br /> +</p> + +<p> + E come la mia faccia si distese,<br /> + posarsi quelle prime creature<br /> + da loro aspersïon l’occhio comprese;<br /> +</p> + +<p> + e le mie luci, ancor poco sicure,<br /> + vider Beatrice volta in su la fiera<br /> + ch’è sola una persona in due nature.<br /> +</p> + +<p> + Sotto ’l suo velo e oltre la rivera<br /> + vincer pariemi più sé stessa antica,<br /> + vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.<br /> +</p> + +<p> + Di penter sì mi punse ivi l’ortica,<br /> + che di tutte altre cose qual mi torse<br /> + più nel suo amor, più mi si fé nemica.<br /> +</p> + +<p> + Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br /> + ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,<br /> + salsi colei che la cagion mi porse.<br /> +</p> + +<p> + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br /> + la donna ch’io avea trovata sola<br /> + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».<br /> +</p> + +<p> + Tratto m’avea nel fiume infin la gola,<br /> + e tirandosi me dietro sen giva<br /> + sovresso l’acqua lieve come scola.<br /> +</p> + +<p> + Quando fui presso a la beata riva,<br /> + ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,<br /> + che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna ne le braccia aprissi;<br /> + abbracciommi la testa e mi sommerse<br /> + ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.<br /> +</p> + +<p> + Indi mi tolse, e bagnato m’offerse<br /> + dentro a la danza de le quattro belle;<br /> + e ciascuna del braccio mi coperse.<br /> +</p> + +<p> + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br /> + pria che Beatrice discendesse al mondo,<br /> + fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br /> +</p> + +<p> + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br /> + lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi<br /> + le tre di là, che miran più profondo».<br /> +</p> + +<p> + Così cantando cominciaro; e poi<br /> + al petto del grifon seco menarmi,<br /> + ove Beatrice stava volta a noi.<br /> +</p> + +<p> + Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br /> + posto t’avem dinanzi a li smeraldi<br /> + ond’ Amor già ti trasse le sue armi».<br /> +</p> + +<p> + Mille disiri più che fiamma caldi<br /> + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br /> + che pur sopra ’l grifone stavan saldi.<br /> +</p> + +<p> + Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br /> + la doppia fiera dentro vi raggiava,<br /> + or con altri, or con altri reggimenti.<br /> +</p> + +<p> + Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,<br /> + quando vedea la cosa in sé star queta,<br /> + e ne l’idolo suo si trasmutava.<br /> +</p> + +<p> + Mentre che piena di stupore e lieta<br /> + l’anima mia gustava di quel cibo<br /> + che, saziando di sé, di sé asseta,<br /> +</p> + +<p> + sé dimostrando di più alto tribo<br /> + ne li atti, l’altre tre si fero avanti,<br /> + danzando al loro angelico caribo.<br /> +</p> + +<p> + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br /> + era la sua canzone, «al tuo fedele<br /> + che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br /> +</p> + +<p> + Per grazia fa noi grazia che disvele<br /> + a lui la bocca tua, sì che discerna<br /> + la seconda bellezza che tu cele».<br /> +</p> + +<p> + O isplendor di viva luce etterna,<br /> + chi palido si fece sotto l’ombra<br /> + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br /> +</p> + +<p> + che non paresse aver la mente ingombra,<br /> + tentando a render te qual tu paresti<br /> + là dove armonizzando il ciel t’adombra,<br /> +</p> + +<p> + quando ne l’aere aperto ti solvesti?<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0232"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXXII +</h3> + +<p> + Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti<br /> + a disbramarsi la decenne sete,<br /> + che li altri sensi m’eran tutti spenti.<br /> +</p> + +<p> + Ed essi quinci e quindi avien parete<br /> + di non caler—così lo santo riso<br /> + a sé traéli con l’antica rete!—;<br /> +</p> + +<p> + quando per forza mi fu vòlto il viso<br /> + ver’ la sinistra mia da quelle dee,<br /> + perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;<br /> +</p> + +<p> + e la disposizion ch’a veder èe<br /> + ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br /> + sanza la vista alquanto esser mi fée.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi ch’al poco il viso riformossi<br /> + (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto<br /> + sensibile onde a forza mi rimossi),<br /> +</p> + +<p> + vidi ’n sul braccio destro esser rivolto<br /> + lo glorïoso essercito, e tornarsi<br /> + col sole e con le sette fiamme al volto.<br /> +</p> + +<p> + Come sotto li scudi per salvarsi<br /> + volgesi schiera, e sé gira col segno,<br /> + prima che possa tutta in sé mutarsi;<br /> +</p> + +<p> + quella milizia del celeste regno<br /> + che procedeva, tutta trapassonne<br /> + pria che piegasse il carro il primo legno.<br /> +</p> + +<p> + Indi a le rote si tornar le donne,<br /> + e ’l grifon mosse il benedetto carco<br /> + sì, che però nulla penna crollonne.<br /> +</p> + +<p> + La bella donna che mi trasse al varco<br /> + e Stazio e io seguitavam la rota<br /> + che fé l’orbita sua con minore arco.<br /> +</p> + +<p> + Sì passeggiando l’alta selva vòta,<br /> + colpa di quella ch’al serpente crese,<br /> + temprava i passi un’angelica nota.<br /> +</p> + +<p> + Forse in tre voli tanto spazio prese<br /> + disfrenata saetta, quanto eramo<br /> + rimossi, quando Bëatrice scese.<br /> +</p> + +<p> + Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;<br /> + poi cerchiaro una pianta dispogliata<br /> + di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.<br /> +</p> + +<p> + La coma sua, che tanto si dilata<br /> + più quanto più è sù, fora da l’Indi<br /> + ne’ boschi lor per altezza ammirata.<br /> +</p> + +<p> + «Beato se’, grifon, che non discindi<br /> + col becco d’esto legno dolce al gusto,<br /> + poscia che mal si torce il ventre quindi».<br /> +</p> + +<p> + Così dintorno a l’albero robusto<br /> + gridaron li altri; e l’animal binato:<br /> + «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».<br /> +</p> + +<p> + E vòlto al temo ch’elli avea tirato,<br /> + trasselo al piè de la vedova frasca,<br /> + e quel di lei a lei lasciò legato.<br /> +</p> + +<p> + Come le nostre piante, quando casca<br /> + giù la gran luce mischiata con quella<br /> + che raggia dietro a la celeste lasca,<br /> +</p> + +<p> + turgide fansi, e poi si rinovella<br /> + di suo color ciascuna, pria che ’l sole<br /> + giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br /> +</p> + +<p> + men che di rose e più che di vïole<br /> + colore aprendo, s’innovò la pianta,<br /> + che prima avea le ramora sì sole.<br /> +</p> + +<p> + Io non lo ’ntesi, né qui non si canta<br /> + l’inno che quella gente allor cantaro,<br /> + né la nota soffersi tutta quanta.<br /> +</p> + +<p> + S’io potessi ritrar come assonnaro<br /> + li occhi spietati udendo di Siringa,<br /> + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;<br /> +</p> + +<p> + come pintor che con essempro pinga,<br /> + disegnerei com’ io m’addormentai;<br /> + ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.<br /> +</p> + +<p> + Però trascorro a quando mi svegliai,<br /> + e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo<br /> + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».<br /> +</p> + +<p> + Quali a veder de’ fioretti del melo<br /> + che del suo pome li angeli fa ghiotti<br /> + e perpetüe nozze fa nel cielo,<br /> +</p> + +<p> + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br /> + e vinti, ritornaro a la parola<br /> + da la qual furon maggior sonni rotti,<br /> +</p> + +<p> + e videro scemata loro scuola<br /> + così di Moïsè come d’Elia,<br /> + e al maestro suo cangiata stola;<br /> +</p> + +<p> + tal torna’ io, e vidi quella pia<br /> + sovra me starsi che conducitrice<br /> + fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.<br /> +</p> + +<p> + E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».<br /> + Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda<br /> + nova sedere in su la sua radice.<br /> +</p> + +<p> + Vedi la compagnia che la circonda:<br /> + li altri dopo ’l grifon sen vanno suso<br /> + con più dolce canzone e più profonda».<br /> +</p> + +<p> + E se più fu lo suo parlar diffuso,<br /> + non so, però che già ne li occhi m’era<br /> + quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.<br /> +</p> + +<p> + Sola sedeasi in su la terra vera,<br /> + come guardia lasciata lì del plaustro<br /> + che legar vidi a la biforme fera.<br /> +</p> + +<p> + In cerchio le facevan di sé claustro<br /> + le sette ninfe, con quei lumi in mano<br /> + che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.<br /> +</p> + +<p> + «Qui sarai tu poco tempo silvano;<br /> + e sarai meco sanza fine cive<br /> + di quella Roma onde Cristo è romano.<br /> +</p> + +<p> + Però, in pro del mondo che mal vive,<br /> + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br /> + ritornato di là, fa che tu scrive».<br /> +</p> + +<p> + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br /> + d’i suoi comandamenti era divoto,<br /> + la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.<br /> +</p> + +<p> + Non scese mai con sì veloce moto<br /> + foco di spessa nube, quando piove<br /> + da quel confine che più va remoto,<br /> +</p> + +<p> + com’ io vidi calar l’uccel di Giove<br /> + per l’alber giù, rompendo de la scorza,<br /> + non che d’i fiori e de le foglie nove;<br /> +</p> + +<p> + e ferì ’l carro di tutta sua forza;<br /> + ond’ el piegò come nave in fortuna,<br /> + vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.<br /> +</p> + +<p> + Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br /> + del trïunfal veiculo una volpe<br /> + che d’ogne pasto buon parea digiuna;<br /> +</p> + +<p> + ma, riprendendo lei di laide colpe,<br /> + la donna mia la volse in tanta futa<br /> + quanto sofferser l’ossa sanza polpe.<br /> +</p> + +<p> + Poscia per indi ond’ era pria venuta,<br /> + l’aguglia vidi scender giù ne l’arca<br /> + del carro e lasciar lei di sé pennuta;<br /> +</p> + +<p> + e qual esce di cuor che si rammarca,<br /> + tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br /> + «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».<br /> +</p> + +<p> + Poi parve a me che la terra s’aprisse<br /> + tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br /> + che per lo carro sù la coda fisse;<br /> +</p> + +<p> + e come vespa che ritragge l’ago,<br /> + a sé traendo la coda maligna,<br /> + trasse del fondo, e gissen vago vago.<br /> +</p> + +<p> + Quel che rimase, come da gramigna<br /> + vivace terra, da la piuma, offerta<br /> + forse con intenzion sana e benigna,<br /> +</p> + +<p> + si ricoperse, e funne ricoperta<br /> + e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto<br /> + che più tiene un sospir la bocca aperta.<br /> +</p> + +<p> + Trasformato così ’l dificio santo<br /> + mise fuor teste per le parti sue,<br /> + tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.<br /> +</p> + +<p> + Le prime eran cornute come bue,<br /> + ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br /> + simile mostro visto ancor non fue.<br /> +</p> + +<p> + Sicura, quasi rocca in alto monte,<br /> + seder sovresso una puttana sciolta<br /> + m’apparve con le ciglia intorno pronte;<br /> +</p> + +<p> + e come perché non li fosse tolta,<br /> + vidi di costa a lei dritto un gigante;<br /> + e basciavansi insieme alcuna volta.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché l’occhio cupido e vagante<br /> + a me rivolse, quel feroce drudo<br /> + la flagellò dal capo infin le piante;<br /> +</p> + +<p> + poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,<br /> + disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br /> + tanto che sol di lei mi fece scudo<br /> +</p> + +<p> + a la puttana e a la nova belva.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0233"></a></p> +<h3> +Purgatorio • Canto XXXIII +</h3> + +<p> + ‘Deus, venerunt gentes’, alternando<br /> + or tre or quattro dolce salmodia,<br /> + le donne incominciaro, e lagrimando;<br /> +</p> + +<p> + e Bëatrice, sospirosa e pia,<br /> + quelle ascoltava sì fatta, che poco<br /> + più a la croce si cambiò Maria.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi che l’altre vergini dier loco<br /> + a lei di dir, levata dritta in pè,<br /> + rispuose, colorata come foco:<br /> +</p> + +<p> + ‘Modicum, et non videbitis me;<br /> + et iterum, sorelle mie dilette,<br /> + modicum, et vos videbitis me’.<br /> +</p> + +<p> + Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br /> + e dopo sé, solo accennando, mosse<br /> + me e la donna e ’l savio che ristette.<br /> +</p> + +<p> + Così sen giva; e non credo che fosse<br /> + lo decimo suo passo in terra posto,<br /> + quando con li occhi li occhi mi percosse;<br /> +</p> + +<p> + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br /> + mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,<br /> + ad ascoltarmi tu sie ben disposto».<br /> +</p> + +<p> + Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,<br /> + dissemi: «Frate, perché non t’attenti<br /> + a domandarmi omai venendo meco?».<br /> +</p> + +<p> + Come a color che troppo reverenti<br /> + dinanzi a suo maggior parlando sono,<br /> + che non traggon la voce viva ai denti,<br /> +</p> + +<p> + avvenne a me, che sanza intero suono<br /> + incominciai: «Madonna, mia bisogna<br /> + voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br /> + voglio che tu omai ti disviluppe,<br /> + sì che non parli più com’ om che sogna.<br /> +</p> + +<p> + Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,<br /> + fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda<br /> + che vendetta di Dio non teme suppe.<br /> +</p> + +<p> + Non sarà tutto tempo sanza reda<br /> + l’aguglia che lasciò le penne al carro,<br /> + per che divenne mostro e poscia preda;<br /> +</p> + +<p> + ch’io veggio certamente, e però il narro,<br /> + a darne tempo già stelle propinque,<br /> + secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,<br /> +</p> + +<p> + nel quale un cinquecento diece e cinque,<br /> + messo di Dio, anciderà la fuia<br /> + con quel gigante che con lei delinque.<br /> +</p> + +<p> + E forse che la mia narrazion buia,<br /> + qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br /> + perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;<br /> +</p> + +<p> + ma tosto fier li fatti le Naiade,<br /> + che solveranno questo enigma forte<br /> + sanza danno di pecore o di biade.<br /> +</p> + +<p> + Tu nota; e sì come da me son porte,<br /> + così queste parole segna a’ vivi<br /> + del viver ch’è un correre a la morte.<br /> +</p> + +<p> + E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br /> + di non celar qual hai vista la pianta<br /> + ch’è or due volte dirubata quivi.<br /> +</p> + +<p> + Qualunque ruba quella o quella schianta,<br /> + con bestemmia di fatto offende a Dio,<br /> + che solo a l’uso suo la creò santa.<br /> +</p> + +<p> + Per morder quella, in pena e in disio<br /> + cinquemilia anni e più l’anima prima<br /> + bramò colui che ’l morso in sé punio.<br /> +</p> + +<p> + Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima<br /> + per singular cagione esser eccelsa<br /> + lei tanto e sì travolta ne la cima.<br /> +</p> + +<p> + E se stati non fossero acqua d’Elsa<br /> + li pensier vani intorno a la tua mente,<br /> + e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br /> +</p> + +<p> + per tante circostanze solamente<br /> + la giustizia di Dio, ne l’interdetto,<br /> + conosceresti a l’arbor moralmente.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto<br /> + fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br /> + sì che t’abbaglia il lume del mio detto,<br /> +</p> + +<p> + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br /> + che ’l te ne porti dentro a te per quello<br /> + che si reca il bordon di palma cinto».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Sì come cera da suggello,<br /> + che la figura impressa non trasmuta,<br /> + segnato è or da voi lo mio cervello.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché tanto sovra mia veduta<br /> + vostra parola disïata vola,<br /> + che più la perde quanto più s’aiuta?».<br /> +</p> + +<p> + «Perché conoschi», disse, «quella scuola<br /> + c’hai seguitata, e veggi sua dottrina<br /> + come può seguitar la mia parola;<br /> +</p> + +<p> + e veggi vostra via da la divina<br /> + distar cotanto, quanto si discorda<br /> + da terra il ciel che più alto festina».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br /> + ch’i’ stranïasse me già mai da voi,<br /> + né honne coscïenza che rimorda».<br /> +</p> + +<p> + «E se tu ricordar non te ne puoi»,<br /> + sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br /> + come bevesti di Letè ancoi;<br /> +</p> + +<p> + e se dal fummo foco s’argomenta,<br /> + cotesta oblivïon chiaro conchiude<br /> + colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br /> +</p> + +<p> + Veramente oramai saranno nude<br /> + le mie parole, quanto converrassi<br /> + quelle scovrire a la tua vista rude».<br /> +</p> + +<p> + E più corusco e con più lenti passi<br /> + teneva il sole il cerchio di merigge,<br /> + che qua e là, come li aspetti, fassi,<br /> +</p> + +<p> + quando s’affisser, sì come s’affigge<br /> + chi va dinanzi a gente per iscorta<br /> + se trova novitate o sue vestigge,<br /> +</p> + +<p> + le sette donne al fin d’un’ombra smorta,<br /> + qual sotto foglie verdi e rami nigri<br /> + sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br /> + veder mi parve uscir d’una fontana,<br /> + e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br /> +</p> + +<p> + «O luce, o gloria de la gente umana,<br /> + che acqua è questa che qui si dispiega<br /> + da un principio e sé da sé lontana?».<br /> +</p> + +<p> + Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br /> + Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,<br /> + come fa chi da colpa si dislega,<br /> +</p> + +<p> + la bella donna: «Questo e altre cose<br /> + dette li son per me; e son sicura<br /> + che l’acqua di Letè non gliel nascose».<br /> +</p> + +<p> + E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br /> + che spesse volte la memoria priva,<br /> + fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi Eünoè che là diriva:<br /> + menalo ad esso, e come tu se’ usa,<br /> + la tramortita sua virtù ravviva».<br /> +</p> + +<p> + Come anima gentil, che non fa scusa,<br /> + ma fa sua voglia de la voglia altrui<br /> + tosto che è per segno fuor dischiusa;<br /> +</p> + +<p> + così, poi che da essa preso fui,<br /> + la bella donna mossesi, e a Stazio<br /> + donnescamente disse: «Vien con lui».<br /> +</p> + +<p> + S’io avessi, lettor, più lungo spazio<br /> + da scrivere, i’ pur cantere’ in parte<br /> + lo dolce ber che mai non m’avria sazio;<br /> +</p> + +<p> + ma perché piene son tutte le carte<br /> + ordite a questa cantica seconda,<br /> + non mi lascia più ir lo fren de l’arte.<br /> +</p> + +<p> + Io ritornai da la santissima onda<br /> + rifatto sì come piante novelle<br /> + rinovellate di novella fronda,<br /> +</p> + +<p> + puro e disposto a salire a le stelle.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<h2> +<a id="paradiso"></a> +<br /><br /> + PARADISO<br /> +</h2> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0301"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto I +</h3> + +<p> + La gloria di colui che tutto move<br /> + per l’universo penetra, e risplende<br /> + in una parte più e meno altrove.<br /> +</p> + +<p> + Nel ciel che più de la sua luce prende<br /> + fu’ io, e vidi cose che ridire<br /> + né sa né può chi di là sù discende;<br /> +</p> + +<p> + perché appressando sé al suo disire,<br /> + nostro intelletto si profonda tanto,<br /> + che dietro la memoria non può ire.<br /> +</p> + +<p> + Veramente quant’ io del regno santo<br /> + ne la mia mente potei far tesoro,<br /> + sarà ora materia del mio canto.<br /> +</p> + +<p> + O buono Appollo, a l’ultimo lavoro<br /> + fammi del tuo valor sì fatto vaso,<br /> + come dimandi a dar l’amato alloro.<br /> +</p> + +<p> + Infino a qui l’un giogo di Parnaso<br /> + assai mi fu; ma or con amendue<br /> + m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.<br /> +</p> + +<p> + Entra nel petto mio, e spira tue<br /> + sì come quando Marsïa traesti<br /> + de la vagina de le membra sue.<br /> +</p> + +<p> + O divina virtù, se mi ti presti<br /> + tanto che l’ombra del beato regno<br /> + segnata nel mio capo io manifesti,<br /> +</p> + +<p> + vedra’mi al piè del tuo diletto legno<br /> + venire, e coronarmi de le foglie<br /> + che la materia e tu mi farai degno.<br /> +</p> + +<p> + Sì rade volte, padre, se ne coglie<br /> + per trïunfare o cesare o poeta,<br /> + colpa e vergogna de l’umane voglie,<br /> +</p> + +<p> + che parturir letizia in su la lieta<br /> + delfica deïtà dovria la fronda<br /> + peneia, quando alcun di sé asseta.<br /> +</p> + +<p> + Poca favilla gran fiamma seconda:<br /> + forse di retro a me con miglior voci<br /> + si pregherà perché Cirra risponda.<br /> +</p> + +<p> + Surge ai mortali per diverse foci<br /> + la lucerna del mondo; ma da quella<br /> + che quattro cerchi giugne con tre croci,<br /> +</p> + +<p> + con miglior corso e con migliore stella<br /> + esce congiunta, e la mondana cera<br /> + più a suo modo tempera e suggella.<br /> +</p> + +<p> + Fatto avea di là mane e di qua sera<br /> + tal foce, e quasi tutto era là bianco<br /> + quello emisperio, e l’altra parte nera,<br /> +</p> + +<p> + quando Beatrice in sul sinistro fianco<br /> + vidi rivolta e riguardar nel sole:<br /> + aguglia sì non li s’affisse unquanco.<br /> +</p> + +<p> + E sì come secondo raggio suole<br /> + uscir del primo e risalire in suso,<br /> + pur come pelegrin che tornar vuole,<br /> +</p> + +<p> + così de l’atto suo, per li occhi infuso<br /> + ne l’imagine mia, il mio si fece,<br /> + e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.<br /> +</p> + +<p> + Molto è licito là, che qui non lece<br /> + a le nostre virtù, mercé del loco<br /> + fatto per proprio de l’umana spece.<br /> +</p> + +<p> + Io nol soffersi molto, né sì poco,<br /> + ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,<br /> + com’ ferro che bogliente esce del foco;<br /> +</p> + +<p> + e di sùbito parve giorno a giorno<br /> + essere aggiunto, come quei che puote<br /> + avesse il ciel d’un altro sole addorno.<br /> +</p> + +<p> + Beatrice tutta ne l’etterne rote<br /> + fissa con li occhi stava; e io in lei<br /> + le luci fissi, di là sù rimote.<br /> +</p> + +<p> + Nel suo aspetto tal dentro mi fei,<br /> + qual si fé Glauco nel gustar de l’erba<br /> + che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.<br /> +</p> + +<p> + Trasumanar significar per verba<br /> + non si poria; però l’essemplo basti<br /> + a cui esperïenza grazia serba.<br /> +</p> + +<p> + S’i’ era sol di me quel che creasti<br /> + novellamente, amor che ’l ciel governi,<br /> + tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.<br /> +</p> + +<p> + Quando la rota che tu sempiterni<br /> + desiderato, a sé mi fece atteso<br /> + con l’armonia che temperi e discerni,<br /> +</p> + +<p> + parvemi tanto allor del cielo acceso<br /> + de la fiamma del sol, che pioggia o fiume<br /> + lago non fece alcun tanto disteso.<br /> +</p> + +<p> + La novità del suono e ’l grande lume<br /> + di lor cagion m’accesero un disio<br /> + mai non sentito di cotanto acume.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,<br /> + a quïetarmi l’animo commosso,<br /> + pria ch’io a dimandar, la bocca aprio<br /> +</p> + +<p> + e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso<br /> + col falso imaginar, sì che non vedi<br /> + ciò che vedresti se l’avessi scosso.<br /> +</p> + +<p> + Tu non se’ in terra, sì come tu credi;<br /> + ma folgore, fuggendo il proprio sito,<br /> + non corse come tu ch’ad esso riedi».<br /> +</p> + +<p> + S’io fui del primo dubbio disvestito<br /> + per le sorrise parolette brevi,<br /> + dentro ad un nuovo più fu’ inretito<br /> +</p> + +<p> + e dissi: «Già contento requïevi<br /> + di grande ammirazion; ma ora ammiro<br /> + com’ io trascenda questi corpi levi».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,<br /> + li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante<br /> + che madre fa sovra figlio deliro,<br /> +</p> + +<p> + e cominciò: «Le cose tutte quante<br /> + hanno ordine tra loro, e questo è forma<br /> + che l’universo a Dio fa simigliante.<br /> +</p> + +<p> + Qui veggion l’alte creature l’orma<br /> + de l’etterno valore, il qual è fine<br /> + al quale è fatta la toccata norma.<br /> +</p> + +<p> + Ne l’ordine ch’io dico sono accline<br /> + tutte nature, per diverse sorti,<br /> + più al principio loro e men vicine;<br /> +</p> + +<p> + onde si muovono a diversi porti<br /> + per lo gran mar de l’essere, e ciascuna<br /> + con istinto a lei dato che la porti.<br /> +</p> + +<p> + Questi ne porta il foco inver’ la luna;<br /> + questi ne’ cor mortali è permotore;<br /> + questi la terra in sé stringe e aduna;<br /> +</p> + +<p> + né pur le creature che son fore<br /> + d’intelligenza quest’ arco saetta,<br /> + ma quelle c’hanno intelletto e amore.<br /> +</p> + +<p> + La provedenza, che cotanto assetta,<br /> + del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto<br /> + nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;<br /> +</p> + +<p> + e ora lì, come a sito decreto,<br /> + cen porta la virtù di quella corda<br /> + che ciò che scocca drizza in segno lieto.<br /> +</p> + +<p> + Vero è che, come forma non s’accorda<br /> + molte fïate a l’intenzion de l’arte,<br /> + perch’ a risponder la materia è sorda,<br /> +</p> + +<p> + così da questo corso si diparte<br /> + talor la creatura, c’ha podere<br /> + di piegar, così pinta, in altra parte;<br /> +</p> + +<p> + e sì come veder si può cadere<br /> + foco di nube, sì l’impeto primo<br /> + l’atterra torto da falso piacere.<br /> +</p> + +<p> + Non dei più ammirar, se bene stimo,<br /> + lo tuo salir, se non come d’un rivo<br /> + se d’alto monte scende giuso ad imo.<br /> +</p> + +<p> + Maraviglia sarebbe in te se, privo<br /> + d’impedimento, giù ti fossi assiso,<br /> + com’ a terra quïete in foco vivo».<br /> +</p> + +<p> + Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0302"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto II +</h3> + +<p> + O voi che siete in piccioletta barca,<br /> + desiderosi d’ascoltar, seguiti<br /> + dietro al mio legno che cantando varca,<br /> +</p> + +<p> + tornate a riveder li vostri liti:<br /> + non vi mettete in pelago, ché forse,<br /> + perdendo me, rimarreste smarriti.<br /> +</p> + +<p> + L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;<br /> + Minerva spira, e conducemi Appollo,<br /> + e nove Muse mi dimostran l’Orse.<br /> +</p> + +<p> + Voialtri pochi che drizzaste il collo<br /> + per tempo al pan de li angeli, del quale<br /> + vivesi qui ma non sen vien satollo,<br /> +</p> + +<p> + metter potete ben per l’alto sale<br /> + vostro navigio, servando mio solco<br /> + dinanzi a l’acqua che ritorna equale.<br /> +</p> + +<p> + Que’ glorïosi che passaro al Colco<br /> + non s’ammiraron come voi farete,<br /> + quando Iasón vider fatto bifolco.<br /> +</p> + +<p> + La concreata e perpetüa sete<br /> + del deïforme regno cen portava<br /> + veloci quasi come ’l ciel vedete.<br /> +</p> + +<p> + Beatrice in suso, e io in lei guardava;<br /> + e forse in tanto in quanto un quadrel posa<br /> + e vola e da la noce si dischiava,<br /> +</p> + +<p> + giunto mi vidi ove mirabil cosa<br /> + mi torse il viso a sé; e però quella<br /> + cui non potea mia cura essere ascosa,<br /> +</p> + +<p> + volta ver’ me, sì lieta come bella,<br /> + «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,<br /> + «che n’ha congiunti con la prima stella».<br /> +</p> + +<p> + Parev’ a me che nube ne coprisse<br /> + lucida, spessa, solida e pulita,<br /> + quasi adamante che lo sol ferisse.<br /> +</p> + +<p> + Per entro sé l’etterna margarita<br /> + ne ricevette, com’ acqua recepe<br /> + raggio di luce permanendo unita.<br /> +</p> + +<p> + S’io era corpo, e qui non si concepe<br /> + com’ una dimensione altra patio,<br /> + ch’esser convien se corpo in corpo repe,<br /> +</p> + +<p> + accender ne dovria più il disio<br /> + di veder quella essenza in che si vede<br /> + come nostra natura e Dio s’unio.<br /> +</p> + +<p> + Lì si vedrà ciò che tenem per fede,<br /> + non dimostrato, ma fia per sé noto<br /> + a guisa del ver primo che l’uom crede.<br /> +</p> + +<p> + Io rispuosi: «Madonna, sì devoto<br /> + com’ esser posso più, ringrazio lui<br /> + lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.<br /> +</p> + +<p> + Ma ditemi: che son li segni bui<br /> + di questo corpo, che là giuso in terra<br /> + fan di Cain favoleggiare altrui?».<br /> +</p> + +<p> + Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra<br /> + l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali<br /> + dove chiave di senso non diserra,<br /> +</p> + +<p> + certo non ti dovrien punger li strali<br /> + d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi<br /> + vedi che la ragione ha corte l’ali.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».<br /> + E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso<br /> + credo che fanno i corpi rari e densi».<br /> +</p> + +<p> + Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso<br /> + nel falso il creder tuo, se bene ascolti<br /> + l’argomentar ch’io li farò avverso.<br /> +</p> + +<p> + La spera ottava vi dimostra molti<br /> + lumi, li quali e nel quale e nel quanto<br /> + notar si posson di diversi volti.<br /> +</p> + +<p> + Se raro e denso ciò facesser tanto,<br /> + una sola virtù sarebbe in tutti,<br /> + più e men distributa e altrettanto.<br /> +</p> + +<p> + Virtù diverse esser convegnon frutti<br /> + di princìpi formali, e quei, for ch’uno,<br /> + seguiterieno a tua ragion distrutti.<br /> +</p> + +<p> + Ancor, se raro fosse di quel bruno<br /> + cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte<br /> + fora di sua materia sì digiuno<br /> +</p> + +<p> + esto pianeto, o, sì come comparte<br /> + lo grasso e ’l magro un corpo, così questo<br /> + nel suo volume cangerebbe carte.<br /> +</p> + +<p> + Se ’l primo fosse, fora manifesto<br /> + ne l’eclissi del sol, per trasparere<br /> + lo lume come in altro raro ingesto.<br /> +</p> + +<p> + Questo non è: però è da vedere<br /> + de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,<br /> + falsificato fia lo tuo parere.<br /> +</p> + +<p> + S’elli è che questo raro non trapassi,<br /> + esser conviene un termine da onde<br /> + lo suo contrario più passar non lassi;<br /> +</p> + +<p> + e indi l’altrui raggio si rifonde<br /> + così come color torna per vetro<br /> + lo qual di retro a sé piombo nasconde.<br /> +</p> + +<p> + Or dirai tu ch’el si dimostra tetro<br /> + ivi lo raggio più che in altre parti,<br /> + per esser lì refratto più a retro.<br /> +</p> + +<p> + Da questa instanza può deliberarti<br /> + esperïenza, se già mai la provi,<br /> + ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.<br /> +</p> + +<p> + Tre specchi prenderai; e i due rimovi<br /> + da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,<br /> + tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.<br /> +</p> + +<p> + Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso<br /> + ti stea un lume che i tre specchi accenda<br /> + e torni a te da tutti ripercosso.<br /> +</p> + +<p> + Ben che nel quanto tanto non si stenda<br /> + la vista più lontana, lì vedrai<br /> + come convien ch’igualmente risplenda.<br /> +</p> + +<p> + Or, come ai colpi de li caldi rai<br /> + de la neve riman nudo il suggetto<br /> + e dal colore e dal freddo primai,<br /> +</p> + +<p> + così rimaso te ne l’intelletto<br /> + voglio informar di luce sì vivace,<br /> + che ti tremolerà nel suo aspetto.<br /> +</p> + +<p> + Dentro dal ciel de la divina pace<br /> + si gira un corpo ne la cui virtute<br /> + l’esser di tutto suo contento giace.<br /> +</p> + +<p> + Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,<br /> + quell’ esser parte per diverse essenze,<br /> + da lui distratte e da lui contenute.<br /> +</p> + +<p> + Li altri giron per varie differenze<br /> + le distinzion che dentro da sé hanno<br /> + dispongono a lor fini e lor semenze.<br /> +</p> + +<p> + Questi organi del mondo così vanno,<br /> + come tu vedi omai, di grado in grado,<br /> + che di sù prendono e di sotto fanno.<br /> +</p> + +<p> + Riguarda bene omai sì com’ io vado<br /> + per questo loco al vero che disiri,<br /> + sì che poi sappi sol tener lo guado.<br /> +</p> + +<p> + Lo moto e la virtù d’i santi giri,<br /> + come dal fabbro l’arte del martello,<br /> + da’ beati motor convien che spiri;<br /> +</p> + +<p> + e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,<br /> + de la mente profonda che lui volve<br /> + prende l’image e fassene suggello.<br /> +</p> + +<p> + E come l’alma dentro a vostra polve<br /> + per differenti membra e conformate<br /> + a diverse potenze si risolve,<br /> +</p> + +<p> + così l’intelligenza sua bontate<br /> + multiplicata per le stelle spiega,<br /> + girando sé sovra sua unitate.<br /> +</p> + +<p> + Virtù diversa fa diversa lega<br /> + col prezïoso corpo ch’ella avviva,<br /> + nel qual, sì come vita in voi, si lega.<br /> +</p> + +<p> + Per la natura lieta onde deriva,<br /> + la virtù mista per lo corpo luce<br /> + come letizia per pupilla viva.<br /> +</p> + +<p> + Da essa vien ciò che da luce a luce<br /> + par differente, non da denso e raro;<br /> + essa è formal principio che produce,<br /> +</p> + +<p> + conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0303"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto III +</h3> + +<p> + Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,<br /> + di bella verità m’avea scoverto,<br /> + provando e riprovando, il dolce aspetto;<br /> +</p> + +<p> + e io, per confessar corretto e certo<br /> + me stesso, tanto quanto si convenne<br /> + leva’ il capo a proferer più erto;<br /> +</p> + +<p> + ma visïone apparve che ritenne<br /> + a sé me tanto stretto, per vedersi,<br /> + che di mia confession non mi sovvenne.<br /> +</p> + +<p> + Quali per vetri trasparenti e tersi,<br /> + o ver per acque nitide e tranquille,<br /> + non sì profonde che i fondi sien persi,<br /> +</p> + +<p> + tornan d’i nostri visi le postille<br /> + debili sì, che perla in bianca fronte<br /> + non vien men forte a le nostre pupille;<br /> +</p> + +<p> + tali vid’ io più facce a parlar pronte;<br /> + per ch’io dentro a l’error contrario corsi<br /> + a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.<br /> +</p> + +<p> + Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,<br /> + quelle stimando specchiati sembianti,<br /> + per veder di cui fosser, li occhi torsi;<br /> +</p> + +<p> + e nulla vidi, e ritorsili avanti<br /> + dritti nel lume de la dolce guida,<br /> + che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.<br /> +</p> + +<p> + «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,<br /> + mi disse, «appresso il tuo püeril coto,<br /> + poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,<br /> +</p> + +<p> + ma te rivolve, come suole, a vòto:<br /> + vere sustanze son ciò che tu vedi,<br /> + qui rilegate per manco di voto.<br /> +</p> + +<p> + Però parla con esse e odi e credi;<br /> + ché la verace luce che le appaga<br /> + da sé non lascia lor torcer li piedi».<br /> +</p> + +<p> + E io a l’ombra che parea più vaga<br /> + di ragionar, drizza’mi, e cominciai,<br /> + quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:<br /> +</p> + +<p> + «O ben creato spirito, che a’ rai<br /> + di vita etterna la dolcezza senti<br /> + che, non gustata, non s’intende mai,<br /> +</p> + +<p> + grazïoso mi fia se mi contenti<br /> + del nome tuo e de la vostra sorte».<br /> + Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:<br /> +</p> + +<p> + «La nostra carità non serra porte<br /> + a giusta voglia, se non come quella<br /> + che vuol simile a sé tutta sua corte.<br /> +</p> + +<p> + I’ fui nel mondo vergine sorella;<br /> + e se la mente tua ben sé riguarda,<br /> + non mi ti celerà l’esser più bella,<br /> +</p> + +<p> + ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,<br /> + che, posta qui con questi altri beati,<br /> + beata sono in la spera più tarda.<br /> +</p> + +<p> + Li nostri affetti, che solo infiammati<br /> + son nel piacer de lo Spirito Santo,<br /> + letizian del suo ordine formati.<br /> +</p> + +<p> + E questa sorte che par giù cotanto,<br /> + però n’è data, perché fuor negletti<br /> + li nostri voti, e vòti in alcun canto».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti<br /> + vostri risplende non so che divino<br /> + che vi trasmuta da’ primi concetti:<br /> +</p> + +<p> + però non fui a rimembrar festino;<br /> + ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,<br /> + sì che raffigurar m’è più latino.<br /> +</p> + +<p> + Ma dimmi: voi che siete qui felici,<br /> + disiderate voi più alto loco<br /> + per più vedere e per più farvi amici?».<br /> +</p> + +<p> + Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;<br /> + da indi mi rispuose tanto lieta,<br /> + ch’arder parea d’amor nel primo foco:<br /> +</p> + +<p> + «Frate, la nostra volontà quïeta<br /> + virtù di carità, che fa volerne<br /> + sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.<br /> +</p> + +<p> + Se disïassimo esser più superne,<br /> + foran discordi li nostri disiri<br /> + dal voler di colui che qui ne cerne;<br /> +</p> + +<p> + che vedrai non capere in questi giri,<br /> + s’essere in carità è qui necesse,<br /> + e se la sua natura ben rimiri.<br /> +</p> + +<p> + Anzi è formale ad esto beato esse<br /> + tenersi dentro a la divina voglia,<br /> + per ch’una fansi nostre voglie stesse;<br /> +</p> + +<p> + sì che, come noi sem di soglia in soglia<br /> + per questo regno, a tutto il regno piace<br /> + com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.<br /> +</p> + +<p> + E ’n la sua volontade è nostra pace:<br /> + ell’ è quel mare al qual tutto si move<br /> + ciò ch’ella crïa o che natura face».<br /> +</p> + +<p> + Chiaro mi fu allor come ogne dove<br /> + in cielo è paradiso, etsi la grazia<br /> + del sommo ben d’un modo non vi piove.<br /> +</p> + +<p> + Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia<br /> + e d’un altro rimane ancor la gola,<br /> + che quel si chere e di quel si ringrazia,<br /> +</p> + +<p> + così fec’ io con atto e con parola,<br /> + per apprender da lei qual fu la tela<br /> + onde non trasse infino a co la spuola.<br /> +</p> + +<p> + «Perfetta vita e alto merto inciela<br /> + donna più sù», mi disse, «a la cui norma<br /> + nel vostro mondo giù si veste e vela,<br /> +</p> + +<p> + perché fino al morir si vegghi e dorma<br /> + con quello sposo ch’ogne voto accetta<br /> + che caritate a suo piacer conforma.<br /> +</p> + +<p> + Dal mondo, per seguirla, giovinetta<br /> + fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi<br /> + e promisi la via de la sua setta.<br /> +</p> + +<p> + Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,<br /> + fuor mi rapiron de la dolce chiostra:<br /> + Iddio si sa qual poi mia vita fusi.<br /> +</p> + +<p> + E quest’ altro splendor che ti si mostra<br /> + da la mia destra parte e che s’accende<br /> + di tutto il lume de la spera nostra,<br /> +</p> + +<p> + ciò ch’io dico di me, di sé intende;<br /> + sorella fu, e così le fu tolta<br /> + di capo l’ombra de le sacre bende.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi che pur al mondo fu rivolta<br /> + contra suo grado e contra buona usanza,<br /> + non fu dal vel del cor già mai disciolta.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ è la luce de la gran Costanza<br /> + che del secondo vento di Soave<br /> + generò ’l terzo e l’ultima possanza».<br /> +</p> + +<p> + Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,<br /> + Maria’ cantando, e cantando vanio<br /> + come per acqua cupa cosa grave.<br /> +</p> + +<p> + La vista mia, che tanto lei seguio<br /> + quanto possibil fu, poi che la perse,<br /> + volsesi al segno di maggior disio,<br /> +</p> + +<p> + e a Beatrice tutta si converse;<br /> + ma quella folgorò nel mïo sguardo<br /> + sì che da prima il viso non sofferse;<br /> +</p> + +<p> + e ciò mi fece a dimandar più tardo.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0304"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto IV +</h3> + +<p> + Intra due cibi, distanti e moventi<br /> + d’un modo, prima si morria di fame,<br /> + che liber’ omo l’un recasse ai denti;<br /> +</p> + +<p> + sì si starebbe un agno intra due brame<br /> + di fieri lupi, igualmente temendo;<br /> + sì si starebbe un cane intra due dame:<br /> +</p> + +<p> + per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,<br /> + da li miei dubbi d’un modo sospinto,<br /> + poi ch’era necessario, né commendo.<br /> +</p> + +<p> + Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto<br /> + m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,<br /> + più caldo assai che per parlar distinto.<br /> +</p> + +<p> + Fé sì Beatrice qual fé Danïello,<br /> + Nabuccodonosor levando d’ira,<br /> + che l’avea fatto ingiustamente fello;<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Io veggio ben come ti tira<br /> + uno e altro disio, sì che tua cura<br /> + sé stessa lega sì che fuor non spira.<br /> +</p> + +<p> + Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,<br /> + la vïolenza altrui per qual ragione<br /> + di meritar mi scema la misura?”.<br /> +</p> + +<p> + Ancor di dubitar ti dà cagione<br /> + parer tornarsi l’anime a le stelle,<br /> + secondo la sentenza di Platone.<br /> +</p> + +<p> + Queste son le question che nel tuo velle<br /> + pontano igualmente; e però pria<br /> + tratterò quella che più ha di felle.<br /> +</p> + +<p> + D’i Serafin colui che più s’india,<br /> + Moïsè, Samuel, e quel Giovanni<br /> + che prender vuoli, io dico, non Maria,<br /> +</p> + +<p> + non hanno in altro cielo i loro scanni<br /> + che questi spirti che mo t’appariro,<br /> + né hanno a l’esser lor più o meno anni;<br /> +</p> + +<p> + ma tutti fanno bello il primo giro,<br /> + e differentemente han dolce vita<br /> + per sentir più e men l’etterno spiro.<br /> +</p> + +<p> + Qui si mostraro, non perché sortita<br /> + sia questa spera lor, ma per far segno<br /> + de la celestïal c’ha men salita.<br /> +</p> + +<p> + Così parlar conviensi al vostro ingegno,<br /> + però che solo da sensato apprende<br /> + ciò che fa poscia d’intelletto degno.<br /> +</p> + +<p> + Per questo la Scrittura condescende<br /> + a vostra facultate, e piedi e mano<br /> + attribuisce a Dio e altro intende;<br /> +</p> + +<p> + e Santa Chiesa con aspetto umano<br /> + Gabrïel e Michel vi rappresenta,<br /> + e l’altro che Tobia rifece sano.<br /> +</p> + +<p> + Quel che Timeo de l’anime argomenta<br /> + non è simile a ciò che qui si vede,<br /> + però che, come dice, par che senta.<br /> +</p> + +<p> + Dice che l’alma a la sua stella riede,<br /> + credendo quella quindi esser decisa<br /> + quando natura per forma la diede;<br /> +</p> + +<p> + e forse sua sentenza è d’altra guisa<br /> + che la voce non suona, ed esser puote<br /> + con intenzion da non esser derisa.<br /> +</p> + +<p> + S’elli intende tornare a queste ruote<br /> + l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse<br /> + in alcun vero suo arco percuote.<br /> +</p> + +<p> + Questo principio, male inteso, torse<br /> + già tutto il mondo quasi, sì che Giove,<br /> + Mercurio e Marte a nominar trascorse.<br /> +</p> + +<p> + L’altra dubitazion che ti commove<br /> + ha men velen, però che sua malizia<br /> + non ti poria menar da me altrove.<br /> +</p> + +<p> + Parere ingiusta la nostra giustizia<br /> + ne li occhi d’i mortali, è argomento<br /> + di fede e non d’eretica nequizia.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché puote vostro accorgimento<br /> + ben penetrare a questa veritate,<br /> + come disiri, ti farò contento.<br /> +</p> + +<p> + Se vïolenza è quando quel che pate<br /> + nïente conferisce a quel che sforza,<br /> + non fuor quest’ alme per essa scusate:<br /> +</p> + +<p> + ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,<br /> + ma fa come natura face in foco,<br /> + se mille volte vïolenza il torza.<br /> +</p> + +<p> + Per che, s’ella si piega assai o poco,<br /> + segue la forza; e così queste fero<br /> + possendo rifuggir nel santo loco.<br /> +</p> + +<p> + Se fosse stato lor volere intero,<br /> + come tenne Lorenzo in su la grada,<br /> + e fece Muzio a la sua man severo,<br /> +</p> + +<p> + così l’avria ripinte per la strada<br /> + ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;<br /> + ma così salda voglia è troppo rada.<br /> +</p> + +<p> + E per queste parole, se ricolte<br /> + l’hai come dei, è l’argomento casso<br /> + che t’avria fatto noia ancor più volte.<br /> +</p> + +<p> + Ma or ti s’attraversa un altro passo<br /> + dinanzi a li occhi, tal che per te stesso<br /> + non usciresti: pria saresti lasso.<br /> +</p> + +<p> + Io t’ho per certo ne la mente messo<br /> + ch’alma beata non poria mentire,<br /> + però ch’è sempre al primo vero appresso;<br /> +</p> + +<p> + e poi potesti da Piccarda udire<br /> + che l’affezion del vel Costanza tenne;<br /> + sì ch’ella par qui meco contradire.<br /> +</p> + +<p> + Molte fïate già, frate, addivenne<br /> + che, per fuggir periglio, contra grato<br /> + si fé di quel che far non si convenne;<br /> +</p> + +<p> + come Almeone, che, di ciò pregato<br /> + dal padre suo, la propria madre spense,<br /> + per non perder pietà si fé spietato.<br /> +</p> + +<p> + A questo punto voglio che tu pense<br /> + che la forza al voler si mischia, e fanno<br /> + sì che scusar non si posson l’offense.<br /> +</p> + +<p> + Voglia assoluta non consente al danno;<br /> + ma consentevi in tanto in quanto teme,<br /> + se si ritrae, cadere in più affanno.<br /> +</p> + +<p> + Però, quando Piccarda quello spreme,<br /> + de la voglia assoluta intende, e io<br /> + de l’altra; sì che ver diciamo insieme».<br /> +</p> + +<p> + Cotal fu l’ondeggiar del santo rio<br /> + ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;<br /> + tal puose in pace uno e altro disio.<br /> +</p> + +<p> + «O amanza del primo amante, o diva»,<br /> + diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda<br /> + e scalda sì, che più e più m’avviva,<br /> +</p> + +<p> + non è l’affezion mia tanto profonda,<br /> + che basti a render voi grazia per grazia;<br /> + ma quei che vede e puote a ciò risponda.<br /> +</p> + +<p> + Io veggio ben che già mai non si sazia<br /> + nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra<br /> + di fuor dal qual nessun vero si spazia.<br /> +</p> + +<p> + Posasi in esso, come fera in lustra,<br /> + tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:<br /> + se non, ciascun disio sarebbe frustra.<br /> +</p> + +<p> + Nasce per quello, a guisa di rampollo,<br /> + a piè del vero il dubbio; ed è natura<br /> + ch’al sommo pinge noi di collo in collo.<br /> +</p> + +<p> + Questo m’invita, questo m’assicura<br /> + con reverenza, donna, a dimandarvi<br /> + d’un’altra verità che m’è oscura.<br /> +</p> + +<p> + Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi<br /> + ai voti manchi sì con altri beni,<br /> + ch’a la vostra statera non sien parvi».<br /> +</p> + +<p> + Beatrice mi guardò con li occhi pieni<br /> + di faville d’amor così divini,<br /> + che, vinta, mia virtute diè le reni,<br /> +</p> + +<p> + e quasi mi perdei con li occhi chini.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0305"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto V +</h3> + +<p> + «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore<br /> + di là dal modo che ’n terra si vede,<br /> + sì che del viso tuo vinco il valore,<br /> +</p> + +<p> + non ti maravigliar, ché ciò procede<br /> + da perfetto veder, che, come apprende,<br /> + così nel bene appreso move il piede.<br /> +</p> + +<p> + Io veggio ben sì come già resplende<br /> + ne l’intelletto tuo l’etterna luce,<br /> + che, vista, sola e sempre amore accende;<br /> +</p> + +<p> + e s’altra cosa vostro amor seduce,<br /> + non è se non di quella alcun vestigio,<br /> + mal conosciuto, che quivi traluce.<br /> +</p> + +<p> + Tu vuo’ saper se con altro servigio,<br /> + per manco voto, si può render tanto<br /> + che l’anima sicuri di letigio».<br /> +</p> + +<p> + Sì cominciò Beatrice questo canto;<br /> + e sì com’ uom che suo parlar non spezza,<br /> + continüò così ’l processo santo:<br /> +</p> + +<p> + «Lo maggior don che Dio per sua larghezza<br /> + fesse creando, e a la sua bontate<br /> + più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,<br /> +</p> + +<p> + fu de la volontà la libertate;<br /> + di che le creature intelligenti,<br /> + e tutte e sole, fuoro e son dotate.<br /> +</p> + +<p> + Or ti parrà, se tu quinci argomenti,<br /> + l’alto valor del voto, s’è sì fatto<br /> + che Dio consenta quando tu consenti;<br /> +</p> + +<p> + ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,<br /> + vittima fassi di questo tesoro,<br /> + tal quale io dico; e fassi col suo atto.<br /> +</p> + +<p> + Dunque che render puossi per ristoro?<br /> + Se credi bene usar quel c’hai offerto,<br /> + di maltolletto vuo’ far buon lavoro.<br /> +</p> + +<p> + Tu se’ omai del maggior punto certo;<br /> + ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,<br /> + che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,<br /> +</p> + +<p> + convienti ancor sedere un poco a mensa,<br /> + però che ’l cibo rigido c’hai preso,<br /> + richiede ancora aiuto a tua dispensa.<br /> +</p> + +<p> + Apri la mente a quel ch’io ti paleso<br /> + e fermalvi entro; ché non fa scïenza,<br /> + sanza lo ritenere, avere inteso.<br /> +</p> + +<p> + Due cose si convegnono a l’essenza<br /> + di questo sacrificio: l’una è quella<br /> + di che si fa; l’altr’ è la convenenza.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ ultima già mai non si cancella<br /> + se non servata; e intorno di lei<br /> + sì preciso di sopra si favella:<br /> +</p> + +<p> + però necessitato fu a li Ebrei<br /> + pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta<br /> + sì permutasse, come saver dei.<br /> +</p> + +<p> + L’altra, che per materia t’è aperta,<br /> + puote ben esser tal, che non si falla<br /> + se con altra materia si converta.<br /> +</p> + +<p> + Ma non trasmuti carco a la sua spalla<br /> + per suo arbitrio alcun, sanza la volta<br /> + e de la chiave bianca e de la gialla;<br /> +</p> + +<p> + e ogne permutanza credi stolta,<br /> + se la cosa dimessa in la sorpresa<br /> + come ’l quattro nel sei non è raccolta.<br /> +</p> + +<p> + Però qualunque cosa tanto pesa<br /> + per suo valor che tragga ogne bilancia,<br /> + sodisfar non si può con altra spesa.<br /> +</p> + +<p> + Non prendan li mortali il voto a ciancia;<br /> + siate fedeli, e a ciò far non bieci,<br /> + come Ieptè a la sua prima mancia;<br /> +</p> + +<p> + cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,<br /> + che, servando, far peggio; e così stolto<br /> + ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,<br /> +</p> + +<p> + onde pianse Efigènia il suo bel volto,<br /> + e fé pianger di sé i folli e i savi<br /> + ch’udir parlar di così fatto cólto.<br /> +</p> + +<p> + Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:<br /> + non siate come penna ad ogne vento,<br /> + e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.<br /> +</p> + +<p> + Avete il novo e ’l vecchio Testamento,<br /> + e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;<br /> + questo vi basti a vostro salvamento.<br /> +</p> + +<p> + Se mala cupidigia altro vi grida,<br /> + uomini siate, e non pecore matte,<br /> + sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!<br /> +</p> + +<p> + Non fate com’ agnel che lascia il latte<br /> + de la sua madre, e semplice e lascivo<br /> + seco medesmo a suo piacer combatte!».<br /> +</p> + +<p> + Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;<br /> + poi si rivolse tutta disïante<br /> + a quella parte ove ’l mondo è più vivo.<br /> +</p> + +<p> + Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante<br /> + puoser silenzio al mio cupido ingegno,<br /> + che già nuove questioni avea davante;<br /> +</p> + +<p> + e sì come saetta che nel segno<br /> + percuote pria che sia la corda queta,<br /> + così corremmo nel secondo regno.<br /> +</p> + +<p> + Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,<br /> + come nel lume di quel ciel si mise,<br /> + che più lucente se ne fé ’l pianeta.<br /> +</p> + +<p> + E se la stella si cambiò e rise,<br /> + qual mi fec’ io che pur da mia natura<br /> + trasmutabile son per tutte guise!<br /> +</p> + +<p> + Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura<br /> + traggonsi i pesci a ciò che vien di fori<br /> + per modo che lo stimin lor pastura,<br /> +</p> + +<p> + sì vid’ io ben più di mille splendori<br /> + trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:<br /> + «Ecco chi crescerà li nostri amori».<br /> +</p> + +<p> + E sì come ciascuno a noi venìa,<br /> + vedeasi l’ombra piena di letizia<br /> + nel folgór chiaro che di lei uscia.<br /> +</p> + +<p> + Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia<br /> + non procedesse, come tu avresti<br /> + di più savere angosciosa carizia;<br /> +</p> + +<p> + e per te vederai come da questi<br /> + m’era in disio d’udir lor condizioni,<br /> + sì come a li occhi mi fur manifesti.<br /> +</p> + +<p> + «O bene nato a cui veder li troni<br /> + del trïunfo etternal concede grazia<br /> + prima che la milizia s’abbandoni,<br /> +</p> + +<p> + del lume che per tutto il ciel si spazia<br /> + noi semo accesi; e però, se disii<br /> + di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».<br /> +</p> + +<p> + Così da un di quelli spirti pii<br /> + detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì<br /> + sicuramente, e credi come a dii».<br /> +</p> + +<p> + «Io veggio ben sì come tu t’annidi<br /> + nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,<br /> + perch’ e’ corusca sì come tu ridi;<br /> +</p> + +<p> + ma non so chi tu se’, né perché aggi,<br /> + anima degna, il grado de la spera<br /> + che si vela a’ mortai con altrui raggi».<br /> +</p> + +<p> + Questo diss’ io diritto a la lumera<br /> + che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi<br /> + lucente più assai di quel ch’ell’ era.<br /> +</p> + +<p> + Sì come il sol che si cela elli stessi<br /> + per troppa luce, come ’l caldo ha róse<br /> + le temperanze d’i vapori spessi,<br /> +</p> + +<p> + per più letizia sì mi si nascose<br /> + dentro al suo raggio la figura santa;<br /> + e così chiusa chiusa mi rispuose<br /> +</p> + +<p> + nel modo che ’l seguente canto canta.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0306"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto VI +</h3> + +<p> + «Poscia che Costantin l’aquila volse<br /> + contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio<br /> + dietro a l’antico che Lavina tolse,<br /> +</p> + +<p> + cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio<br /> + ne lo stremo d’Europa si ritenne,<br /> + vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;<br /> +</p> + +<p> + e sotto l’ombra de le sacre penne<br /> + governò ’l mondo lì di mano in mano,<br /> + e, sì cangiando, in su la mia pervenne.<br /> +</p> + +<p> + Cesare fui e son Iustinïano,<br /> + che, per voler del primo amor ch’i’ sento,<br /> + d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.<br /> +</p> + +<p> + E prima ch’io a l’ovra fossi attento,<br /> + una natura in Cristo esser, non piùe,<br /> + credea, e di tal fede era contento;<br /> +</p> + +<p> + ma ’l benedetto Agapito, che fue<br /> + sommo pastore, a la fede sincera<br /> + mi dirizzò con le parole sue.<br /> +</p> + +<p> + Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,<br /> + vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi<br /> + ogni contradizione e falsa e vera.<br /> +</p> + +<p> + Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,<br /> + a Dio per grazia piacque di spirarmi<br /> + l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;<br /> +</p> + +<p> + e al mio Belisar commendai l’armi,<br /> + cui la destra del ciel fu sì congiunta,<br /> + che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.<br /> +</p> + +<p> + Or qui a la question prima s’appunta<br /> + la mia risposta; ma sua condizione<br /> + mi stringe a seguitare alcuna giunta,<br /> +</p> + +<p> + perché tu veggi con quanta ragione<br /> + si move contr’ al sacrosanto segno<br /> + e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.<br /> +</p> + +<p> + Vedi quanta virtù l’ha fatto degno<br /> + di reverenza; e cominciò da l’ora<br /> + che Pallante morì per darli regno.<br /> +</p> + +<p> + Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora<br /> + per trecento anni e oltre, infino al fine<br /> + che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.<br /> +</p> + +<p> + E sai ch’el fé dal mal de le Sabine<br /> + al dolor di Lucrezia in sette regi,<br /> + vincendo intorno le genti vicine.<br /> +</p> + +<p> + Sai quel ch’el fé portato da li egregi<br /> + Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,<br /> + incontro a li altri principi e collegi;<br /> +</p> + +<p> + onde Torquato e Quinzio, che dal cirro<br /> + negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi<br /> + ebber la fama che volontier mirro.<br /> +</p> + +<p> + Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi<br /> + che di retro ad Anibale passaro<br /> + l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.<br /> +</p> + +<p> + Sott’ esso giovanetti trïunfaro<br /> + Scipïone e Pompeo; e a quel colle<br /> + sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.<br /> +</p> + +<p> + Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle<br /> + redur lo mondo a suo modo sereno,<br /> + Cesare per voler di Roma il tolle.<br /> +</p> + +<p> + E quel che fé da Varo infino a Reno,<br /> + Isara vide ed Era e vide Senna<br /> + e ogne valle onde Rodano è pieno.<br /> +</p> + +<p> + Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna<br /> + e saltò Rubicon, fu di tal volo,<br /> + che nol seguiteria lingua né penna.<br /> +</p> + +<p> + Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,<br /> + poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse<br /> + sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.<br /> +</p> + +<p> + Antandro e Simeonta, onde si mosse,<br /> + rivide e là dov’ Ettore si cuba;<br /> + e mal per Tolomeo poscia si scosse.<br /> +</p> + +<p> + Da indi scese folgorando a Iuba;<br /> + onde si volse nel vostro occidente,<br /> + ove sentia la pompeana tuba.<br /> +</p> + +<p> + Di quel che fé col baiulo seguente,<br /> + Bruto con Cassio ne l’inferno latra,<br /> + e Modena e Perugia fu dolente.<br /> +</p> + +<p> + Piangene ancor la trista Cleopatra,<br /> + che, fuggendoli innanzi, dal colubro<br /> + la morte prese subitana e atra.<br /> +</p> + +<p> + Con costui corse infino al lito rubro;<br /> + con costui puose il mondo in tanta pace,<br /> + che fu serrato a Giano il suo delubro.<br /> +</p> + +<p> + Ma ciò che ’l segno che parlar mi face<br /> + fatto avea prima e poi era fatturo<br /> + per lo regno mortal ch’a lui soggiace,<br /> +</p> + +<p> + diventa in apparenza poco e scuro,<br /> + se in mano al terzo Cesare si mira<br /> + con occhio chiaro e con affetto puro;<br /> +</p> + +<p> + ché la viva giustizia che mi spira,<br /> + li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,<br /> + gloria di far vendetta a la sua ira.<br /> +</p> + +<p> + Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:<br /> + poscia con Tito a far vendetta corse<br /> + de la vendetta del peccato antico.<br /> +</p> + +<p> + E quando il dente longobardo morse<br /> + la Santa Chiesa, sotto le sue ali<br /> + Carlo Magno, vincendo, la soccorse.<br /> +</p> + +<p> + Omai puoi giudicar di quei cotali<br /> + ch’io accusai di sopra e di lor falli,<br /> + che son cagion di tutti vostri mali.<br /> +</p> + +<p> + L’uno al pubblico segno i gigli gialli<br /> + oppone, e l’altro appropria quello a parte,<br /> + sì ch’è forte a veder chi più si falli.<br /> +</p> + +<p> + Faccian li Ghibellin, faccian lor arte<br /> + sott’ altro segno, ché mal segue quello<br /> + sempre chi la giustizia e lui diparte;<br /> +</p> + +<p> + e non l’abbatta esto Carlo novello<br /> + coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli<br /> + ch’a più alto leon trasser lo vello.<br /> +</p> + +<p> + Molte fïate già pianser li figli<br /> + per la colpa del padre, e non si creda<br /> + che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!<br /> +</p> + +<p> + Questa picciola stella si correda<br /> + d’i buoni spirti che son stati attivi<br /> + perché onore e fama li succeda:<br /> +</p> + +<p> + e quando li disiri poggian quivi,<br /> + sì disvïando, pur convien che i raggi<br /> + del vero amore in sù poggin men vivi.<br /> +</p> + +<p> + Ma nel commensurar d’i nostri gaggi<br /> + col merto è parte di nostra letizia,<br /> + perché non li vedem minor né maggi.<br /> +</p> + +<p> + Quindi addolcisce la viva giustizia<br /> + in noi l’affetto sì, che non si puote<br /> + torcer già mai ad alcuna nequizia.<br /> +</p> + +<p> + Diverse voci fanno dolci note;<br /> + così diversi scanni in nostra vita<br /> + rendon dolce armonia tra queste rote.<br /> +</p> + +<p> + E dentro a la presente margarita<br /> + luce la luce di Romeo, di cui<br /> + fu l’ovra grande e bella mal gradita.<br /> +</p> + +<p> + Ma i Provenzai che fecer contra lui<br /> + non hanno riso; e però mal cammina<br /> + qual si fa danno del ben fare altrui.<br /> +</p> + +<p> + Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,<br /> + Ramondo Beringhiere, e ciò li fece<br /> + Romeo, persona umìle e peregrina.<br /> +</p> + +<p> + E poi il mosser le parole biece<br /> + a dimandar ragione a questo giusto,<br /> + che li assegnò sette e cinque per diece,<br /> +</p> + +<p> + indi partissi povero e vetusto;<br /> + e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe<br /> + mendicando sua vita a frusto a frusto,<br /> +</p> + +<p> + assai lo loda, e più lo loderebbe».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0307"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto VII +</h3> + +<p> + «Osanna, sanctus Deus sabaòth,<br /> + superillustrans claritate tua<br /> + felices ignes horum malacòth!».<br /> +</p> + +<p> + Così, volgendosi a la nota sua,<br /> + fu viso a me cantare essa sustanza,<br /> + sopra la qual doppio lume s’addua;<br /> +</p> + +<p> + ed essa e l’altre mossero a sua danza,<br /> + e quasi velocissime faville<br /> + mi si velar di sùbita distanza.<br /> +</p> + +<p> + Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’<br /> + fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna<br /> + che mi diseta con le dolci stille’.<br /> +</p> + +<p> + Ma quella reverenza che s’indonna<br /> + di tutto me, pur per Be e per ice,<br /> + mi richinava come l’uom ch’assonna.<br /> +</p> + +<p> + Poco sofferse me cotal Beatrice<br /> + e cominciò, raggiandomi d’un riso<br /> + tal, che nel foco faria l’uom felice:<br /> +</p> + +<p> + «Secondo mio infallibile avviso,<br /> + come giusta vendetta giustamente<br /> + punita fosse, t’ha in pensier miso;<br /> +</p> + +<p> + ma io ti solverò tosto la mente;<br /> + e tu ascolta, ché le mie parole<br /> + di gran sentenza ti faran presente.<br /> +</p> + +<p> + Per non soffrire a la virtù che vole<br /> + freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,<br /> + dannando sé, dannò tutta sua prole;<br /> +</p> + +<p> + onde l’umana specie inferma giacque<br /> + giù per secoli molti in grande errore,<br /> + fin ch’al Verbo di Dio discender piacque<br /> +</p> + +<p> + u’ la natura, che dal suo fattore<br /> + s’era allungata, unì a sé in persona<br /> + con l’atto sol del suo etterno amore.<br /> +</p> + +<p> + Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:<br /> + questa natura al suo fattore unita,<br /> + qual fu creata, fu sincera e buona;<br /> +</p> + +<p> + ma per sé stessa pur fu ella sbandita<br /> + di paradiso, però che si torse<br /> + da via di verità e da sua vita.<br /> +</p> + +<p> + La pena dunque che la croce porse<br /> + s’a la natura assunta si misura,<br /> + nulla già mai sì giustamente morse;<br /> +</p> + +<p> + e così nulla fu di tanta ingiura,<br /> + guardando a la persona che sofferse,<br /> + in che era contratta tal natura.<br /> +</p> + +<p> + Però d’un atto uscir cose diverse:<br /> + ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;<br /> + per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.<br /> +</p> + +<p> + Non ti dee oramai parer più forte,<br /> + quando si dice che giusta vendetta<br /> + poscia vengiata fu da giusta corte.<br /> +</p> + +<p> + Ma io veggi’ or la tua mente ristretta<br /> + di pensiero in pensier dentro ad un nodo,<br /> + del qual con gran disio solver s’aspetta.<br /> +</p> + +<p> + Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;<br /> + ma perché Dio volesse, m’è occulto,<br /> + a nostra redenzion pur questo modo”.<br /> +</p> + +<p> + Questo decreto, frate, sta sepulto<br /> + a li occhi di ciascuno il cui ingegno<br /> + ne la fiamma d’amor non è adulto.<br /> +</p> + +<p> + Veramente, però ch’a questo segno<br /> + molto si mira e poco si discerne,<br /> + dirò perché tal modo fu più degno.<br /> +</p> + +<p> + La divina bontà, che da sé sperne<br /> + ogne livore, ardendo in sé, sfavilla<br /> + sì che dispiega le bellezze etterne.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che da lei sanza mezzo distilla<br /> + non ha poi fine, perché non si move<br /> + la sua imprenta quand’ ella sigilla.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che da essa sanza mezzo piove<br /> + libero è tutto, perché non soggiace<br /> + a la virtute de le cose nove.<br /> +</p> + +<p> + Più l’è conforme, e però più le piace;<br /> + ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,<br /> + ne la più somigliante è più vivace.<br /> +</p> + +<p> + Di tutte queste dote s’avvantaggia<br /> + l’umana creatura, e s’una manca,<br /> + di sua nobilità convien che caggia.<br /> +</p> + +<p> + Solo il peccato è quel che la disfranca<br /> + e falla dissimìle al sommo bene,<br /> + per che del lume suo poco s’imbianca;<br /> +</p> + +<p> + e in sua dignità mai non rivene,<br /> + se non rïempie, dove colpa vòta,<br /> + contra mal dilettar con giuste pene.<br /> +</p> + +<p> + Vostra natura, quando peccò tota<br /> + nel seme suo, da queste dignitadi,<br /> + come di paradiso, fu remota;<br /> +</p> + +<p> + né ricovrar potiensi, se tu badi<br /> + ben sottilmente, per alcuna via,<br /> + sanza passar per un di questi guadi:<br /> +</p> + +<p> + o che Dio solo per sua cortesia<br /> + dimesso avesse, o che l’uom per sé isso<br /> + avesse sodisfatto a sua follia.<br /> +</p> + +<p> + Ficca mo l’occhio per entro l’abisso<br /> + de l’etterno consiglio, quanto puoi<br /> + al mio parlar distrettamente fisso.<br /> +</p> + +<p> + Non potea l’uomo ne’ termini suoi<br /> + mai sodisfar, per non potere ir giuso<br /> + con umiltate obedïendo poi,<br /> +</p> + +<p> + quanto disobediendo intese ir suso;<br /> + e questa è la cagion per che l’uom fue<br /> + da poter sodisfar per sé dischiuso.<br /> +</p> + +<p> + Dunque a Dio convenia con le vie sue<br /> + riparar l’omo a sua intera vita,<br /> + dico con l’una, o ver con amendue.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché l’ovra tanto è più gradita<br /> + da l’operante, quanto più appresenta<br /> + de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,<br /> +</p> + +<p> + la divina bontà che ’l mondo imprenta,<br /> + di proceder per tutte le sue vie,<br /> + a rilevarvi suso, fu contenta.<br /> +</p> + +<p> + Né tra l’ultima notte e ’l primo die<br /> + sì alto o sì magnifico processo,<br /> + o per l’una o per l’altra, fu o fie:<br /> +</p> + +<p> + ché più largo fu Dio a dar sé stesso<br /> + per far l’uom sufficiente a rilevarsi,<br /> + che s’elli avesse sol da sé dimesso;<br /> +</p> + +<p> + e tutti li altri modi erano scarsi<br /> + a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio<br /> + non fosse umilïato ad incarnarsi.<br /> +</p> + +<p> + Or per empierti bene ogne disio,<br /> + ritorno a dichiararti in alcun loco,<br /> + perché tu veggi lì così com’ io.<br /> +</p> + +<p> + Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,<br /> + l’aere e la terra e tutte lor misture<br /> + venire a corruzione, e durar poco;<br /> +</p> + +<p> + e queste cose pur furon creature;<br /> + per che, se ciò ch’è detto è stato vero,<br /> + esser dovrien da corruzion sicure”.<br /> +</p> + +<p> + Li angeli, frate, e ’l paese sincero<br /> + nel qual tu se’, dir si posson creati,<br /> + sì come sono, in loro essere intero;<br /> +</p> + +<p> + ma li alimenti che tu hai nomati<br /> + e quelle cose che di lor si fanno<br /> + da creata virtù sono informati.<br /> +</p> + +<p> + Creata fu la materia ch’elli hanno;<br /> + creata fu la virtù informante<br /> + in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.<br /> +</p> + +<p> + L’anima d’ogne bruto e de le piante<br /> + di complession potenzïata tira<br /> + lo raggio e ’l moto de le luci sante;<br /> +</p> + +<p> + ma vostra vita sanza mezzo spira<br /> + la somma beninanza, e la innamora<br /> + di sé sì che poi sempre la disira.<br /> +</p> + +<p> + E quinci puoi argomentare ancora<br /> + vostra resurrezion, se tu ripensi<br /> + come l’umana carne fessi allora<br /> +</p> + +<p> + che li primi parenti intrambo fensi».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0308"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto VIII +</h3> + +<p> + Solea creder lo mondo in suo periclo<br /> + che la bella Ciprigna il folle amore<br /> + raggiasse, volta nel terzo epiciclo;<br /> +</p> + +<p> + per che non pur a lei faceano onore<br /> + di sacrificio e di votivo grido<br /> + le genti antiche ne l’antico errore;<br /> +</p> + +<p> + ma Dïone onoravano e Cupido,<br /> + quella per madre sua, questo per figlio,<br /> + e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;<br /> +</p> + +<p> + e da costei ond’ io principio piglio<br /> + pigliavano il vocabol de la stella<br /> + che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.<br /> +</p> + +<p> + Io non m’accorsi del salire in ella;<br /> + ma d’esservi entro mi fé assai fede<br /> + la donna mia ch’i’ vidi far più bella.<br /> +</p> + +<p> + E come in fiamma favilla si vede,<br /> + e come in voce voce si discerne,<br /> + quand’ una è ferma e altra va e riede,<br /> +</p> + +<p> + vid’ io in essa luce altre lucerne<br /> + muoversi in giro più e men correnti,<br /> + al modo, credo, di lor viste interne.<br /> +</p> + +<p> + Di fredda nube non disceser venti,<br /> + o visibili o no, tanto festini,<br /> + che non paressero impediti e lenti<br /> +</p> + +<p> + a chi avesse quei lumi divini<br /> + veduti a noi venir, lasciando il giro<br /> + pria cominciato in li alti Serafini;<br /> +</p> + +<p> + e dentro a quei che più innanzi appariro<br /> + sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi<br /> + di rïudir non fui sanza disiro.<br /> +</p> + +<p> + Indi si fece l’un più presso a noi<br /> + e solo incominciò: «Tutti sem presti<br /> + al tuo piacer, perché di noi ti gioi.<br /> +</p> + +<p> + Noi ci volgiam coi principi celesti<br /> + d’un giro e d’un girare e d’una sete,<br /> + ai quali tu del mondo già dicesti:<br /> +</p> + +<p> + ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;<br /> + e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,<br /> + non fia men dolce un poco di quïete».<br /> +</p> + +<p> + Poscia che li occhi miei si fuoro offerti<br /> + a la mia donna reverenti, ed essa<br /> + fatti li avea di sé contenti e certi,<br /> +</p> + +<p> + rivolsersi a la luce che promessa<br /> + tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue<br /> + la voce mia di grande affetto impressa.<br /> +</p> + +<p> + E quanta e quale vid’ io lei far piùe<br /> + per allegrezza nova che s’accrebbe,<br /> + quando parlai, a l’allegrezze sue!<br /> +</p> + +<p> + Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe<br /> + giù poco tempo; e se più fosse stato,<br /> + molto sarà di mal, che non sarebbe.<br /> +</p> + +<p> + La mia letizia mi ti tien celato<br /> + che mi raggia dintorno e mi nasconde<br /> + quasi animal di sua seta fasciato.<br /> +</p> + +<p> + Assai m’amasti, e avesti ben onde;<br /> + che s’io fossi giù stato, io ti mostrava<br /> + di mio amor più oltre che le fronde.<br /> +</p> + +<p> + Quella sinistra riva che si lava<br /> + di Rodano poi ch’è misto con Sorga,<br /> + per suo segnore a tempo m’aspettava,<br /> +</p> + +<p> + e quel corno d’Ausonia che s’imborga<br /> + di Bari e di Gaeta e di Catona,<br /> + da ove Tronto e Verde in mare sgorga.<br /> +</p> + +<p> + Fulgeami già in fronte la corona<br /> + di quella terra che ’l Danubio riga<br /> + poi che le ripe tedesche abbandona.<br /> +</p> + +<p> + E la bella Trinacria, che caliga<br /> + tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo<br /> + che riceve da Euro maggior briga,<br /> +</p> + +<p> + non per Tifeo ma per nascente solfo,<br /> + attesi avrebbe li suoi regi ancora,<br /> + nati per me di Carlo e di Ridolfo,<br /> +</p> + +<p> + se mala segnoria, che sempre accora<br /> + li popoli suggetti, non avesse<br /> + mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.<br /> +</p> + +<p> + E se mio frate questo antivedesse,<br /> + l’avara povertà di Catalogna<br /> + già fuggeria, perché non li offendesse;<br /> +</p> + +<p> + ché veramente proveder bisogna<br /> + per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca<br /> + carcata più d’incarco non si pogna.<br /> +</p> + +<p> + La sua natura, che di larga parca<br /> + discese, avria mestier di tal milizia<br /> + che non curasse di mettere in arca».<br /> +</p> + +<p> + «Però ch’i’ credo che l’alta letizia<br /> + che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,<br /> + là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,<br /> +</p> + +<p> + per te si veggia come la vegg’ io,<br /> + grata m’è più; e anco quest’ ho caro<br /> + perché ’l discerni rimirando in Dio.<br /> +</p> + +<p> + Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,<br /> + poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso<br /> + com’ esser può, di dolce seme, amaro».<br /> +</p> + +<p> + Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso<br /> + mostrarti un vero, a quel che tu dimandi<br /> + terrai lo viso come tien lo dosso.<br /> +</p> + +<p> + Lo ben che tutto il regno che tu scandi<br /> + volge e contenta, fa esser virtute<br /> + sua provedenza in questi corpi grandi.<br /> +</p> + +<p> + E non pur le nature provedute<br /> + sono in la mente ch’è da sé perfetta,<br /> + ma esse insieme con la lor salute:<br /> +</p> + +<p> + per che quantunque quest’ arco saetta<br /> + disposto cade a proveduto fine,<br /> + sì come cosa in suo segno diretta.<br /> +</p> + +<p> + Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine<br /> + producerebbe sì li suoi effetti,<br /> + che non sarebbero arti, ma ruine;<br /> +</p> + +<p> + e ciò esser non può, se li ’ntelletti<br /> + che muovon queste stelle non son manchi,<br /> + e manco il primo, che non li ha perfetti.<br /> +</p> + +<p> + Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».<br /> + E io: «Non già; ché impossibil veggio<br /> + che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio<br /> + per l’omo in terra, se non fosse cive?».<br /> + «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».<br /> +</p> + +<p> + «E puot’ elli esser, se giù non si vive<br /> + diversamente per diversi offici?<br /> + Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».<br /> +</p> + +<p> + Sì venne deducendo infino a quici;<br /> + poscia conchiuse: «Dunque esser diverse<br /> + convien di vostri effetti le radici:<br /> +</p> + +<p> + per ch’un nasce Solone e altro Serse,<br /> + altro Melchisedèch e altro quello<br /> + che, volando per l’aere, il figlio perse.<br /> +</p> + +<p> + La circular natura, ch’è suggello<br /> + a la cera mortal, fa ben sua arte,<br /> + ma non distingue l’un da l’altro ostello.<br /> +</p> + +<p> + Quinci addivien ch’Esaù si diparte<br /> + per seme da Iacòb; e vien Quirino<br /> + da sì vil padre, che si rende a Marte.<br /> +</p> + +<p> + Natura generata il suo cammino<br /> + simil farebbe sempre a’ generanti,<br /> + se non vincesse il proveder divino.<br /> +</p> + +<p> + Or quel che t’era dietro t’è davanti:<br /> + ma perché sappi che di te mi giova,<br /> + un corollario voglio che t’ammanti.<br /> +</p> + +<p> + Sempre natura, se fortuna trova<br /> + discorde a sé, com’ ogne altra semente<br /> + fuor di sua regïon, fa mala prova.<br /> +</p> + +<p> + E se ’l mondo là giù ponesse mente<br /> + al fondamento che natura pone,<br /> + seguendo lui, avria buona la gente.<br /> +</p> + +<p> + Ma voi torcete a la religïone<br /> + tal che fia nato a cignersi la spada,<br /> + e fate re di tal ch’è da sermone;<br /> +</p> + +<p> + onde la traccia vostra è fuor di strada».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0309"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto IX +</h3> + +<p> + Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,<br /> + m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni<br /> + che ricever dovea la sua semenza;<br /> +</p> + +<p> + ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;<br /> + sì ch’io non posso dir se non che pianto<br /> + giusto verrà di retro ai vostri danni.<br /> +</p> + +<p> + E già la vita di quel lume santo<br /> + rivolta s’era al Sol che la rïempie<br /> + come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.<br /> +</p> + +<p> + Ahi anime ingannate e fatture empie,<br /> + che da sì fatto ben torcete i cuori,<br /> + drizzando in vanità le vostre tempie!<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco un altro di quelli splendori<br /> + ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi<br /> + significava nel chiarir di fori.<br /> +</p> + +<p> + Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi<br /> + sovra me, come pria, di caro assenso<br /> + al mio disio certificato fermi.<br /> +</p> + +<p> + «Deh, metti al mio voler tosto compenso,<br /> + beato spirto», dissi, «e fammi prova<br /> + ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».<br /> +</p> + +<p> + Onde la luce che m’era ancor nova,<br /> + del suo profondo, ond’ ella pria cantava,<br /> + seguette come a cui di ben far giova:<br /> +</p> + +<p> + «In quella parte de la terra prava<br /> + italica che siede tra Rïalto<br /> + e le fontane di Brenta e di Piava,<br /> +</p> + +<p> + si leva un colle, e non surge molt’ alto,<br /> + là onde scese già una facella<br /> + che fece a la contrada un grande assalto.<br /> +</p> + +<p> + D’una radice nacqui e io ed ella:<br /> + Cunizza fui chiamata, e qui refulgo<br /> + perché mi vinse il lume d’esta stella;<br /> +</p> + +<p> + ma lietamente a me medesma indulgo<br /> + la cagion di mia sorte, e non mi noia;<br /> + che parria forse forte al vostro vulgo.<br /> +</p> + +<p> + Di questa luculenta e cara gioia<br /> + del nostro cielo che più m’è propinqua,<br /> + grande fama rimase; e pria che moia,<br /> +</p> + +<p> + questo centesimo anno ancor s’incinqua:<br /> + vedi se far si dee l’omo eccellente,<br /> + sì ch’altra vita la prima relinqua.<br /> +</p> + +<p> + E ciò non pensa la turba presente<br /> + che Tagliamento e Adice richiude,<br /> + né per esser battuta ancor si pente;<br /> +</p> + +<p> + ma tosto fia che Padova al palude<br /> + cangerà l’acqua che Vincenza bagna,<br /> + per essere al dover le genti crude;<br /> +</p> + +<p> + e dove Sile e Cagnan s’accompagna,<br /> + tal signoreggia e va con la testa alta,<br /> + che già per lui carpir si fa la ragna.<br /> +</p> + +<p> + Piangerà Feltro ancora la difalta<br /> + de l’empio suo pastor, che sarà sconcia<br /> + sì, che per simil non s’entrò in malta.<br /> +</p> + +<p> + Troppo sarebbe larga la bigoncia<br /> + che ricevesse il sangue ferrarese,<br /> + e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,<br /> +</p> + +<p> + che donerà questo prete cortese<br /> + per mostrarsi di parte; e cotai doni<br /> + conformi fieno al viver del paese.<br /> +</p> + +<p> + Sù sono specchi, voi dicete Troni,<br /> + onde refulge a noi Dio giudicante;<br /> + sì che questi parlar ne paion buoni».<br /> +</p> + +<p> + Qui si tacette; e fecemi sembiante<br /> + che fosse ad altro volta, per la rota<br /> + in che si mise com’ era davante.<br /> +</p> + +<p> + L’altra letizia, che m’era già nota<br /> + per cara cosa, mi si fece in vista<br /> + qual fin balasso in che lo sol percuota.<br /> +</p> + +<p> + Per letiziar là sù fulgor s’acquista,<br /> + sì come riso qui; ma giù s’abbuia<br /> + l’ombra di fuor, come la mente è trista.<br /> +</p> + +<p> + «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,<br /> + diss’ io, «beato spirto, sì che nulla<br /> + voglia di sé a te puot’ esser fuia.<br /> +</p> + +<p> + Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla<br /> + sempre col canto di quei fuochi pii<br /> + che di sei ali facen la coculla,<br /> +</p> + +<p> + perché non satisface a’ miei disii?<br /> + Già non attendere’ io tua dimanda,<br /> + s’io m’intuassi, come tu t’inmii».<br /> +</p> + +<p> + «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,<br /> + incominciaro allor le sue parole,<br /> + «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,<br /> +</p> + +<p> + tra ’ discordanti liti contra ’l sole<br /> + tanto sen va, che fa meridïano<br /> + là dove l’orizzonte pria far suole.<br /> +</p> + +<p> + Di quella valle fu’ io litorano<br /> + tra Ebro e Macra, che per cammin corto<br /> + parte lo Genovese dal Toscano.<br /> +</p> + +<p> + Ad un occaso quasi e ad un orto<br /> + Buggea siede e la terra ond’ io fui,<br /> + che fé del sangue suo già caldo il porto.<br /> +</p> + +<p> + Folco mi disse quella gente a cui<br /> + fu noto il nome mio; e questo cielo<br /> + di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;<br /> +</p> + +<p> + ché più non arse la figlia di Belo,<br /> + noiando e a Sicheo e a Creusa,<br /> + di me, infin che si convenne al pelo;<br /> +</p> + +<p> + né quella Rodopëa che delusa<br /> + fu da Demofoonte, né Alcide<br /> + quando Iole nel core ebbe rinchiusa.<br /> +</p> + +<p> + Non però qui si pente, ma si ride,<br /> + non de la colpa, ch’a mente non torna,<br /> + ma del valor ch’ordinò e provide.<br /> +</p> + +<p> + Qui si rimira ne l’arte ch’addorna<br /> + cotanto affetto, e discernesi ’l bene<br /> + per che ’l mondo di sù quel di giù torna.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché tutte le tue voglie piene<br /> + ten porti che son nate in questa spera,<br /> + proceder ancor oltre mi convene.<br /> +</p> + +<p> + Tu vuo’ saper chi è in questa lumera<br /> + che qui appresso me così scintilla<br /> + come raggio di sole in acqua mera.<br /> +</p> + +<p> + Or sappi che là entro si tranquilla<br /> + Raab; e a nostr’ ordine congiunta,<br /> + di lei nel sommo grado si sigilla.<br /> +</p> + +<p> + Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta<br /> + che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma<br /> + del trïunfo di Cristo fu assunta.<br /> +</p> + +<p> + Ben si convenne lei lasciar per palma<br /> + in alcun cielo de l’alta vittoria<br /> + che s’acquistò con l’una e l’altra palma,<br /> +</p> + +<p> + perch’ ella favorò la prima gloria<br /> + di Iosüè in su la Terra Santa,<br /> + che poco tocca al papa la memoria.<br /> +</p> + +<p> + La tua città, che di colui è pianta<br /> + che pria volse le spalle al suo fattore<br /> + e di cui è la ’nvidia tanto pianta,<br /> +</p> + +<p> + produce e spande il maladetto fiore<br /> + c’ha disvïate le pecore e li agni,<br /> + però che fatto ha lupo del pastore.<br /> +</p> + +<p> + Per questo l’Evangelio e i dottor magni<br /> + son derelitti, e solo ai Decretali<br /> + si studia, sì che pare a’ lor vivagni.<br /> +</p> + +<p> + A questo intende il papa e ’ cardinali;<br /> + non vanno i lor pensieri a Nazarette,<br /> + là dove Gabrïello aperse l’ali.<br /> +</p> + +<p> + Ma Vaticano e l’altre parti elette<br /> + di Roma che son state cimitero<br /> + a la milizia che Pietro seguette,<br /> +</p> + +<p> + tosto libere fien de l’avoltero».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0310"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto X +</h3> + +<p> + Guardando nel suo Figlio con l’Amore<br /> + che l’uno e l’altro etternalmente spira,<br /> + lo primo e ineffabile Valore<br /> +</p> + +<p> + quanto per mente e per loco si gira<br /> + con tant’ ordine fé, ch’esser non puote<br /> + sanza gustar di lui chi ciò rimira.<br /> +</p> + +<p> + Leva dunque, lettore, a l’alte rote<br /> + meco la vista, dritto a quella parte<br /> + dove l’un moto e l’altro si percuote;<br /> +</p> + +<p> + e lì comincia a vagheggiar ne l’arte<br /> + di quel maestro che dentro a sé l’ama,<br /> + tanto che mai da lei l’occhio non parte.<br /> +</p> + +<p> + Vedi come da indi si dirama<br /> + l’oblico cerchio che i pianeti porta,<br /> + per sodisfare al mondo che li chiama.<br /> +</p> + +<p> + Che se la strada lor non fosse torta,<br /> + molta virtù nel ciel sarebbe in vano,<br /> + e quasi ogne potenza qua giù morta;<br /> +</p> + +<p> + e se dal dritto più o men lontano<br /> + fosse ’l partire, assai sarebbe manco<br /> + e giù e sù de l’ordine mondano.<br /> +</p> + +<p> + Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,<br /> + dietro pensando a ciò che si preliba,<br /> + s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.<br /> +</p> + +<p> + Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;<br /> + ché a sé torce tutta la mia cura<br /> + quella materia ond’ io son fatto scriba.<br /> +</p> + +<p> + Lo ministro maggior de la natura,<br /> + che del valor del ciel lo mondo imprenta<br /> + e col suo lume il tempo ne misura,<br /> +</p> + +<p> + con quella parte che sù si rammenta<br /> + congiunto, si girava per le spire<br /> + in che più tosto ognora s’appresenta;<br /> +</p> + +<p> + e io era con lui; ma del salire<br /> + non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,<br /> + anzi ’l primo pensier, del suo venire.<br /> +</p> + +<p> + È Bëatrice quella che sì scorge<br /> + di bene in meglio, sì subitamente<br /> + che l’atto suo per tempo non si sporge.<br /> +</p> + +<p> + Quant’ esser convenia da sé lucente<br /> + quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,<br /> + non per color, ma per lume parvente!<br /> +</p> + +<p> + Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,<br /> + sì nol direi che mai s’imaginasse;<br /> + ma creder puossi e di veder si brami.<br /> +</p> + +<p> + E se le fantasie nostre son basse<br /> + a tanta altezza, non è maraviglia;<br /> + ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.<br /> +</p> + +<p> + Tal era quivi la quarta famiglia<br /> + de l’alto Padre, che sempre la sazia,<br /> + mostrando come spira e come figlia.<br /> +</p> + +<p> + E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,<br /> + ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo<br /> + sensibil t’ha levato per sua grazia».<br /> +</p> + +<p> + Cor di mortal non fu mai sì digesto<br /> + a divozione e a rendersi a Dio<br /> + con tutto ’l suo gradir cotanto presto,<br /> +</p> + +<p> + come a quelle parole mi fec’ io;<br /> + e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,<br /> + che Bëatrice eclissò ne l’oblio.<br /> +</p> + +<p> + Non le dispiacque; ma sì se ne rise,<br /> + che lo splendor de li occhi suoi ridenti<br /> + mia mente unita in più cose divise.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi più folgór vivi e vincenti<br /> + far di noi centro e di sé far corona,<br /> + più dolci in voce che in vista lucenti:<br /> +</p> + +<p> + così cinger la figlia di Latona<br /> + vedem talvolta, quando l’aere è pregno,<br /> + sì che ritenga il fil che fa la zona.<br /> +</p> + +<p> + Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,<br /> + si trovan molte gioie care e belle<br /> + tanto che non si posson trar del regno;<br /> +</p> + +<p> + e ’l canto di quei lumi era di quelle;<br /> + chi non s’impenna sì che là sù voli,<br /> + dal muto aspetti quindi le novelle.<br /> +</p> + +<p> + Poi, sì cantando, quelli ardenti soli<br /> + si fuor girati intorno a noi tre volte,<br /> + come stelle vicine a’ fermi poli,<br /> +</p> + +<p> + donne mi parver, non da ballo sciolte,<br /> + ma che s’arrestin tacite, ascoltando<br /> + fin che le nove note hanno ricolte.<br /> +</p> + +<p> + E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando<br /> + lo raggio de la grazia, onde s’accende<br /> + verace amore e che poi cresce amando,<br /> +</p> + +<p> + multiplicato in te tanto resplende,<br /> + che ti conduce su per quella scala<br /> + u’ sanza risalir nessun discende;<br /> +</p> + +<p> + qual ti negasse il vin de la sua fiala<br /> + per la tua sete, in libertà non fora<br /> + se non com’ acqua ch’al mar non si cala.<br /> +</p> + +<p> + Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora<br /> + questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia<br /> + la bella donna ch’al ciel t’avvalora.<br /> +</p> + +<p> + Io fui de li agni de la santa greggia<br /> + che Domenico mena per cammino<br /> + u’ ben s’impingua se non si vaneggia.<br /> +</p> + +<p> + Questi che m’è a destra più vicino,<br /> + frate e maestro fummi, ed esso Alberto<br /> + è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.<br /> +</p> + +<p> + Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,<br /> + di retro al mio parlar ten vien col viso<br /> + girando su per lo beato serto.<br /> +</p> + +<p> + Quell’ altro fiammeggiare esce del riso<br /> + di Grazïan, che l’uno e l’altro foro<br /> + aiutò sì che piace in paradiso.<br /> +</p> + +<p> + L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,<br /> + quel Pietro fu che con la poverella<br /> + offerse a Santa Chiesa suo tesoro.<br /> +</p> + +<p> + La quinta luce, ch’è tra noi più bella,<br /> + spira di tale amor, che tutto ’l mondo<br /> + là giù ne gola di saper novella:<br /> +</p> + +<p> + entro v’è l’alta mente u’ sì profondo<br /> + saver fu messo, che, se ’l vero è vero,<br /> + a veder tanto non surse il secondo.<br /> +</p> + +<p> + Appresso vedi il lume di quel cero<br /> + che giù in carne più a dentro vide<br /> + l’angelica natura e ’l ministero.<br /> +</p> + +<p> + Ne l’altra piccioletta luce ride<br /> + quello avvocato de’ tempi cristiani<br /> + del cui latino Augustin si provide.<br /> +</p> + +<p> + Or se tu l’occhio de la mente trani<br /> + di luce in luce dietro a le mie lode,<br /> + già de l’ottava con sete rimani.<br /> +</p> + +<p> + Per vedere ogne ben dentro vi gode<br /> + l’anima santa che ’l mondo fallace<br /> + fa manifesto a chi di lei ben ode.<br /> +</p> + +<p> + Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace<br /> + giuso in Cieldauro; ed essa da martiro<br /> + e da essilio venne a questa pace.<br /> +</p> + +<p> + Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro<br /> + d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,<br /> + che a considerar fu più che viro.<br /> +</p> + +<p> + Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,<br /> + è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri<br /> + gravi a morir li parve venir tardo:<br /> +</p> + +<p> + essa è la luce etterna di Sigieri,<br /> + che, leggendo nel Vico de li Strami,<br /> + silogizzò invidïosi veri».<br /> +</p> + +<p> + Indi, come orologio che ne chiami<br /> + ne l’ora che la sposa di Dio surge<br /> + a mattinar lo sposo perché l’ami,<br /> +</p> + +<p> + che l’una parte e l’altra tira e urge,<br /> + tin tin sonando con sì dolce nota,<br /> + che ’l ben disposto spirto d’amor turge;<br /> +</p> + +<p> + così vid’ ïo la gloriosa rota<br /> + muoversi e render voce a voce in tempra<br /> + e in dolcezza ch’esser non pò nota<br /> +</p> + +<p> + se non colà dove gioir s’insempra.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0311"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XI +</h3> + +<p> + O insensata cura de’ mortali,<br /> + quanto son difettivi silogismi<br /> + quei che ti fanno in basso batter l’ali!<br /> +</p> + +<p> + Chi dietro a iura e chi ad amforismi<br /> + sen giva, e chi seguendo sacerdozio,<br /> + e chi regnar per forza o per sofismi,<br /> +</p> + +<p> + e chi rubare e chi civil negozio,<br /> + chi nel diletto de la carne involto<br /> + s’affaticava e chi si dava a l’ozio,<br /> +</p> + +<p> + quando, da tutte queste cose sciolto,<br /> + con Bëatrice m’era suso in cielo<br /> + cotanto glorïosamente accolto.<br /> +</p> + +<p> + Poi che ciascuno fu tornato ne lo<br /> + punto del cerchio in che avanti s’era,<br /> + fermossi, come a candellier candelo.<br /> +</p> + +<p> + E io senti’ dentro a quella lumera<br /> + che pria m’avea parlato, sorridendo<br /> + incominciar, faccendosi più mera:<br /> +</p> + +<p> + «Così com’ io del suo raggio resplendo,<br /> + sì, riguardando ne la luce etterna,<br /> + li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.<br /> +</p> + +<p> + Tu dubbi, e hai voler che si ricerna<br /> + in sì aperta e ’n sì distesa lingua<br /> + lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,<br /> +</p> + +<p> + ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,<br /> + e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;<br /> + e qui è uopo che ben si distingua.<br /> +</p> + +<p> + La provedenza, che governa il mondo<br /> + con quel consiglio nel quale ogne aspetto<br /> + creato è vinto pria che vada al fondo,<br /> +</p> + +<p> + però che andasse ver’ lo suo diletto<br /> + la sposa di colui ch’ad alte grida<br /> + disposò lei col sangue benedetto,<br /> +</p> + +<p> + in sé sicura e anche a lui più fida,<br /> + due principi ordinò in suo favore,<br /> + che quinci e quindi le fosser per guida.<br /> +</p> + +<p> + L’un fu tutto serafico in ardore;<br /> + l’altro per sapïenza in terra fue<br /> + di cherubica luce uno splendore.<br /> +</p> + +<p> + De l’un dirò, però che d’amendue<br /> + si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,<br /> + perch’ ad un fine fur l’opere sue.<br /> +</p> + +<p> + Intra Tupino e l’acqua che discende<br /> + del colle eletto dal beato Ubaldo,<br /> + fertile costa d’alto monte pende,<br /> +</p> + +<p> + onde Perugia sente freddo e caldo<br /> + da Porta Sole; e di rietro le piange<br /> + per grave giogo Nocera con Gualdo.<br /> +</p> + +<p> + Di questa costa, là dov’ ella frange<br /> + più sua rattezza, nacque al mondo un sole,<br /> + come fa questo talvolta di Gange.<br /> +</p> + +<p> + Però chi d’esso loco fa parole,<br /> + non dica Ascesi, ché direbbe corto,<br /> + ma Orïente, se proprio dir vuole.<br /> +</p> + +<p> + Non era ancor molto lontan da l’orto,<br /> + ch’el cominciò a far sentir la terra<br /> + de la sua gran virtute alcun conforto;<br /> +</p> + +<p> + ché per tal donna, giovinetto, in guerra<br /> + del padre corse, a cui, come a la morte,<br /> + la porta del piacer nessun diserra;<br /> +</p> + +<p> + e dinanzi a la sua spirital corte<br /> + et coram patre le si fece unito;<br /> + poscia di dì in dì l’amò più forte.<br /> +</p> + +<p> + Questa, privata del primo marito,<br /> + millecent’ anni e più dispetta e scura<br /> + fino a costui si stette sanza invito;<br /> +</p> + +<p> + né valse udir che la trovò sicura<br /> + con Amiclate, al suon de la sua voce,<br /> + colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;<br /> +</p> + +<p> + né valse esser costante né feroce,<br /> + sì che, dove Maria rimase giuso,<br /> + ella con Cristo pianse in su la croce.<br /> +</p> + +<p> + Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,<br /> + Francesco e Povertà per questi amanti<br /> + prendi oramai nel mio parlar diffuso.<br /> +</p> + +<p> + La lor concordia e i lor lieti sembianti,<br /> + amore e maraviglia e dolce sguardo<br /> + facieno esser cagion di pensier santi;<br /> +</p> + +<p> + tanto che ’l venerabile Bernardo<br /> + si scalzò prima, e dietro a tanta pace<br /> + corse e, correndo, li parve esser tardo.<br /> +</p> + +<p> + Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!<br /> + Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro<br /> + dietro a lo sposo, sì la sposa piace.<br /> +</p> + +<p> + Indi sen va quel padre e quel maestro<br /> + con la sua donna e con quella famiglia<br /> + che già legava l’umile capestro.<br /> +</p> + +<p> + Né li gravò viltà di cuor le ciglia<br /> + per esser fi’ di Pietro Bernardone,<br /> + né per parer dispetto a maraviglia;<br /> +</p> + +<p> + ma regalmente sua dura intenzione<br /> + ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe<br /> + primo sigillo a sua religïone.<br /> +</p> + +<p> + Poi che la gente poverella crebbe<br /> + dietro a costui, la cui mirabil vita<br /> + meglio in gloria del ciel si canterebbe,<br /> +</p> + +<p> + di seconda corona redimita<br /> + fu per Onorio da l’Etterno Spiro<br /> + la santa voglia d’esto archimandrita.<br /> +</p> + +<p> + E poi che, per la sete del martiro,<br /> + ne la presenza del Soldan superba<br /> + predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,<br /> +</p> + +<p> + e per trovare a conversione acerba<br /> + troppo la gente e per non stare indarno,<br /> + redissi al frutto de l’italica erba,<br /> +</p> + +<p> + nel crudo sasso intra Tevero e Arno<br /> + da Cristo prese l’ultimo sigillo,<br /> + che le sue membra due anni portarno.<br /> +</p> + +<p> + Quando a colui ch’a tanto ben sortillo<br /> + piacque di trarlo suso a la mercede<br /> + ch’el meritò nel suo farsi pusillo,<br /> +</p> + +<p> + a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,<br /> + raccomandò la donna sua più cara,<br /> + e comandò che l’amassero a fede;<br /> +</p> + +<p> + e del suo grembo l’anima preclara<br /> + mover si volle, tornando al suo regno,<br /> + e al suo corpo non volle altra bara.<br /> +</p> + +<p> + Pensa oramai qual fu colui che degno<br /> + collega fu a mantener la barca<br /> + di Pietro in alto mar per dritto segno;<br /> +</p> + +<p> + e questo fu il nostro patrïarca;<br /> + per che qual segue lui, com’ el comanda,<br /> + discerner puoi che buone merce carca.<br /> +</p> + +<p> + Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda<br /> + è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote<br /> + che per diversi salti non si spanda;<br /> +</p> + +<p> + e quanto le sue pecore remote<br /> + e vagabunde più da esso vanno,<br /> + più tornano a l’ovil di latte vòte.<br /> +</p> + +<p> + Ben son di quelle che temono ’l danno<br /> + e stringonsi al pastor; ma son sì poche,<br /> + che le cappe fornisce poco panno.<br /> +</p> + +<p> + Or, se le mie parole non son fioche,<br /> + se la tua audïenza è stata attenta,<br /> + se ciò ch’è detto a la mente revoche,<br /> +</p> + +<p> + in parte fia la tua voglia contenta,<br /> + perché vedrai la pianta onde si scheggia,<br /> + e vedra’ il corrègger che argomenta<br /> +</p> + +<p> + “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0312"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XII +</h3> + +<p> + Sì tosto come l’ultima parola<br /> + la benedetta fiamma per dir tolse,<br /> + a rotar cominciò la santa mola;<br /> +</p> + +<p> + e nel suo giro tutta non si volse<br /> + prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,<br /> + e moto a moto e canto a canto colse;<br /> +</p> + +<p> + canto che tanto vince nostre muse,<br /> + nostre serene in quelle dolci tube,<br /> + quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.<br /> +</p> + +<p> + Come si volgon per tenera nube<br /> + due archi paralelli e concolori,<br /> + quando Iunone a sua ancella iube,<br /> +</p> + +<p> + nascendo di quel d’entro quel di fori,<br /> + a guisa del parlar di quella vaga<br /> + ch’amor consunse come sol vapori,<br /> +</p> + +<p> + e fanno qui la gente esser presaga,<br /> + per lo patto che Dio con Noè puose,<br /> + del mondo che già mai più non s’allaga:<br /> +</p> + +<p> + così di quelle sempiterne rose<br /> + volgiensi circa noi le due ghirlande,<br /> + e sì l’estrema a l’intima rispuose.<br /> +</p> + +<p> + Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,<br /> + sì del cantare e sì del fiammeggiarsi<br /> + luce con luce gaudïose e blande,<br /> +</p> + +<p> + insieme a punto e a voler quetarsi,<br /> + pur come li occhi ch’al piacer che i move<br /> + conviene insieme chiudere e levarsi;<br /> +</p> + +<p> + del cor de l’una de le luci nove<br /> + si mosse voce, che l’ago a la stella<br /> + parer mi fece in volgermi al suo dove;<br /> +</p> + +<p> + e cominciò: «L’amor che mi fa bella<br /> + mi tragge a ragionar de l’altro duca<br /> + per cui del mio sì ben ci si favella.<br /> +</p> + +<p> + Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:<br /> + sì che, com’ elli ad una militaro,<br /> + così la gloria loro insieme luca.<br /> +</p> + +<p> + L’essercito di Cristo, che sì caro<br /> + costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna<br /> + si movea tardo, sospeccioso e raro,<br /> +</p> + +<p> + quando lo ’mperador che sempre regna<br /> + provide a la milizia, ch’era in forse,<br /> + per sola grazia, non per esser degna;<br /> +</p> + +<p> + e, come è detto, a sua sposa soccorse<br /> + con due campioni, al cui fare, al cui dire<br /> + lo popol disvïato si raccorse.<br /> +</p> + +<p> + In quella parte ove surge ad aprire<br /> + Zefiro dolce le novelle fronde<br /> + di che si vede Europa rivestire,<br /> +</p> + +<p> + non molto lungi al percuoter de l’onde<br /> + dietro a le quali, per la lunga foga,<br /> + lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,<br /> +</p> + +<p> + siede la fortunata Calaroga<br /> + sotto la protezion del grande scudo<br /> + in che soggiace il leone e soggioga:<br /> +</p> + +<p> + dentro vi nacque l’amoroso drudo<br /> + de la fede cristiana, il santo atleta<br /> + benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;<br /> +</p> + +<p> + e come fu creata, fu repleta<br /> + sì la sua mente di viva vertute<br /> + che, ne la madre, lei fece profeta.<br /> +</p> + +<p> + Poi che le sponsalizie fuor compiute<br /> + al sacro fonte intra lui e la Fede,<br /> + u’ si dotar di mutüa salute,<br /> +</p> + +<p> + la donna che per lui l’assenso diede,<br /> + vide nel sonno il mirabile frutto<br /> + ch’uscir dovea di lui e de le rede;<br /> +</p> + +<p> + e perché fosse qual era in costrutto,<br /> + quinci si mosse spirito a nomarlo<br /> + del possessivo di cui era tutto.<br /> +</p> + +<p> + Domenico fu detto; e io ne parlo<br /> + sì come de l’agricola che Cristo<br /> + elesse a l’orto suo per aiutarlo.<br /> +</p> + +<p> + Ben parve messo e famigliar di Cristo:<br /> + che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,<br /> + fu al primo consiglio che diè Cristo.<br /> +</p> + +<p> + Spesse fïate fu tacito e desto<br /> + trovato in terra da la sua nutrice,<br /> + come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.<br /> +</p> + +<p> + Oh padre suo veramente Felice!<br /> + oh madre sua veramente Giovanna,<br /> + se, interpretata, val come si dice!<br /> +</p> + +<p> + Non per lo mondo, per cui mo s’affanna<br /> + di retro ad Ostïense e a Taddeo,<br /> + ma per amor de la verace manna<br /> +</p> + +<p> + in picciol tempo gran dottor si feo;<br /> + tal che si mise a circüir la vigna<br /> + che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.<br /> +</p> + +<p> + E a la sedia che fu già benigna<br /> + più a’ poveri giusti, non per lei,<br /> + ma per colui che siede, che traligna,<br /> +</p> + +<p> + non dispensare o due o tre per sei,<br /> + non la fortuna di prima vacante,<br /> + non decimas, quae sunt pauperum Dei,<br /> +</p> + +<p> + addimandò, ma contro al mondo errante<br /> + licenza di combatter per lo seme<br /> + del qual ti fascian ventiquattro piante.<br /> +</p> + +<p> + Poi, con dottrina e con volere insieme,<br /> + con l’officio appostolico si mosse<br /> + quasi torrente ch’alta vena preme;<br /> +</p> + +<p> + e ne li sterpi eretici percosse<br /> + l’impeto suo, più vivamente quivi<br /> + dove le resistenze eran più grosse.<br /> +</p> + +<p> + Di lui si fecer poi diversi rivi<br /> + onde l’orto catolico si riga,<br /> + sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.<br /> +</p> + +<p> + Se tal fu l’una rota de la biga<br /> + in che la Santa Chiesa si difese<br /> + e vinse in campo la sua civil briga,<br /> +</p> + +<p> + ben ti dovrebbe assai esser palese<br /> + l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma<br /> + dinanzi al mio venir fu sì cortese.<br /> +</p> + +<p> + Ma l’orbita che fé la parte somma<br /> + di sua circunferenza, è derelitta,<br /> + sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.<br /> +</p> + +<p> + La sua famiglia, che si mosse dritta<br /> + coi piedi a le sue orme, è tanto volta,<br /> + che quel dinanzi a quel di retro gitta;<br /> +</p> + +<p> + e tosto si vedrà de la ricolta<br /> + de la mala coltura, quando il loglio<br /> + si lagnerà che l’arca li sia tolta.<br /> +</p> + +<p> + Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio<br /> + nostro volume, ancor troveria carta<br /> + u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;<br /> +</p> + +<p> + ma non fia da Casal né d’Acquasparta,<br /> + là onde vegnon tali a la scrittura,<br /> + ch’uno la fugge e altro la coarta.<br /> +</p> + +<p> + Io son la vita di Bonaventura<br /> + da Bagnoregio, che ne’ grandi offici<br /> + sempre pospuosi la sinistra cura.<br /> +</p> + +<p> + Illuminato e Augustin son quici,<br /> + che fuor de’ primi scalzi poverelli<br /> + che nel capestro a Dio si fero amici.<br /> +</p> + +<p> + Ugo da San Vittore è qui con elli,<br /> + e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,<br /> + lo qual giù luce in dodici libelli;<br /> +</p> + +<p> + Natàn profeta e ’l metropolitano<br /> + Crisostomo e Anselmo e quel Donato<br /> + ch’a la prim’ arte degnò porre mano.<br /> +</p> + +<p> + Rabano è qui, e lucemi dallato<br /> + il calavrese abate Giovacchino<br /> + di spirito profetico dotato.<br /> +</p> + +<p> + Ad inveggiar cotanto paladino<br /> + mi mosse l’infiammata cortesia<br /> + di fra Tommaso e ’l discreto latino;<br /> +</p> + +<p> + e mosse meco questa compagnia».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0313"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XIII +</h3> + +<p> + Imagini, chi bene intender cupe<br /> + quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,<br /> + mentre ch’io dico, come ferma rupe—,<br /> +</p> + +<p> + quindici stelle che ’n diverse plage<br /> + lo ciel avvivan di tanto sereno<br /> + che soperchia de l’aere ogne compage;<br /> +</p> + +<p> + imagini quel carro a cu’ il seno<br /> + basta del nostro cielo e notte e giorno,<br /> + sì ch’al volger del temo non vien meno;<br /> +</p> + +<p> + imagini la bocca di quel corno<br /> + che si comincia in punta de lo stelo<br /> + a cui la prima rota va dintorno,<br /> +</p> + +<p> + aver fatto di sé due segni in cielo,<br /> + qual fece la figliuola di Minoi<br /> + allora che sentì di morte il gelo;<br /> +</p> + +<p> + e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,<br /> + e amendue girarsi per maniera<br /> + che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;<br /> +</p> + +<p> + e avrà quasi l’ombra de la vera<br /> + costellazione e de la doppia danza<br /> + che circulava il punto dov’ io era:<br /> +</p> + +<p> + poi ch’è tanto di là da nostra usanza,<br /> + quanto di là dal mover de la Chiana<br /> + si move il ciel che tutti li altri avanza.<br /> +</p> + +<p> + Lì si cantò non Bacco, non Peana,<br /> + ma tre persone in divina natura,<br /> + e in una persona essa e l’umana.<br /> +</p> + +<p> + Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;<br /> + e attesersi a noi quei santi lumi,<br /> + felicitando sé di cura in cura.<br /> +</p> + +<p> + Ruppe il silenzio ne’ concordi numi<br /> + poscia la luce in che mirabil vita<br /> + del poverel di Dio narrata fumi,<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Quando l’una paglia è trita,<br /> + quando la sua semenza è già riposta,<br /> + a batter l’altra dolce amor m’invita.<br /> +</p> + +<p> + Tu credi che nel petto onde la costa<br /> + si trasse per formar la bella guancia<br /> + il cui palato a tutto ’l mondo costa,<br /> +</p> + +<p> + e in quel che, forato da la lancia,<br /> + e prima e poscia tanto sodisfece,<br /> + che d’ogne colpa vince la bilancia,<br /> +</p> + +<p> + quantunque a la natura umana lece<br /> + aver di lume, tutto fosse infuso<br /> + da quel valor che l’uno e l’altro fece;<br /> +</p> + +<p> + e però miri a ciò ch’io dissi suso,<br /> + quando narrai che non ebbe ’l secondo<br /> + lo ben che ne la quinta luce è chiuso.<br /> +</p> + +<p> + Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,<br /> + e vedräi il tuo credere e ’l mio dire<br /> + nel vero farsi come centro in tondo.<br /> +</p> + +<p> + Ciò che non more e ciò che può morire<br /> + non è se non splendor di quella idea<br /> + che partorisce, amando, il nostro Sire;<br /> +</p> + +<p> + ché quella viva luce che sì mea<br /> + dal suo lucente, che non si disuna<br /> + da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,<br /> +</p> + +<p> + per sua bontate il suo raggiare aduna,<br /> + quasi specchiato, in nove sussistenze,<br /> + etternalmente rimanendosi una.<br /> +</p> + +<p> + Quindi discende a l’ultime potenze<br /> + giù d’atto in atto, tanto divenendo,<br /> + che più non fa che brevi contingenze;<br /> +</p> + +<p> + e queste contingenze essere intendo<br /> + le cose generate, che produce<br /> + con seme e sanza seme il ciel movendo.<br /> +</p> + +<p> + La cera di costoro e chi la duce<br /> + non sta d’un modo; e però sotto ’l segno<br /> + idëale poi più e men traluce.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,<br /> + secondo specie, meglio e peggio frutta;<br /> + e voi nascete con diverso ingegno.<br /> +</p> + +<p> + Se fosse a punto la cera dedutta<br /> + e fosse il cielo in sua virtù supprema,<br /> + la luce del suggel parrebbe tutta;<br /> +</p> + +<p> + ma la natura la dà sempre scema,<br /> + similemente operando a l’artista<br /> + ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.<br /> +</p> + +<p> + Però se ’l caldo amor la chiara vista<br /> + de la prima virtù dispone e segna,<br /> + tutta la perfezion quivi s’acquista.<br /> +</p> + +<p> + Così fu fatta già la terra degna<br /> + di tutta l’animal perfezïone;<br /> + così fu fatta la Vergine pregna;<br /> +</p> + +<p> + sì ch’io commendo tua oppinïone,<br /> + che l’umana natura mai non fue<br /> + né fia qual fu in quelle due persone.<br /> +</p> + +<p> + Or s’i’ non procedesse avanti piùe,<br /> + ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’<br /> + comincerebber le parole tue.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché paia ben ciò che non pare,<br /> + pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,<br /> + quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.<br /> +</p> + +<p> + Non ho parlato sì, che tu non posse<br /> + ben veder ch’el fu re, che chiese senno<br /> + acciò che re sufficïente fosse;<br /> +</p> + +<p> + non per sapere il numero in che enno<br /> + li motor di qua sù, o se necesse<br /> + con contingente mai necesse fenno;<br /> +</p> + +<p> + non si est dare primum motum esse,<br /> + o se del mezzo cerchio far si puote<br /> + trïangol sì ch’un retto non avesse.<br /> +</p> + +<p> + Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,<br /> + regal prudenza è quel vedere impari<br /> + in che lo stral di mia intenzion percuote;<br /> +</p> + +<p> + e se al “surse” drizzi li occhi chiari,<br /> + vedrai aver solamente respetto<br /> + ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.<br /> +</p> + +<p> + Con questa distinzion prendi ’l mio detto;<br /> + e così puote star con quel che credi<br /> + del primo padre e del nostro Diletto.<br /> +</p> + +<p> + E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,<br /> + per farti mover lento com’ uom lasso<br /> + e al sì e al no che tu non vedi:<br /> +</p> + +<p> + ché quelli è tra li stolti bene a basso,<br /> + che sanza distinzione afferma e nega<br /> + ne l’un così come ne l’altro passo;<br /> +</p> + +<p> + perch’ elli ’ncontra che più volte piega<br /> + l’oppinïon corrente in falsa parte,<br /> + e poi l’affetto l’intelletto lega.<br /> +</p> + +<p> + Vie più che ’ndarno da riva si parte,<br /> + perché non torna tal qual e’ si move,<br /> + chi pesca per lo vero e non ha l’arte.<br /> +</p> + +<p> + E di ciò sono al mondo aperte prove<br /> + Parmenide, Melisso e Brisso e molti,<br /> + li quali andaro e non sapëan dove;<br /> +</p> + +<p> + sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti<br /> + che furon come spade a le Scritture<br /> + in render torti li diritti volti.<br /> +</p> + +<p> + Non sien le genti, ancor, troppo sicure<br /> + a giudicar, sì come quei che stima<br /> + le biade in campo pria che sien mature;<br /> +</p> + +<p> + ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima<br /> + lo prun mostrarsi rigido e feroce,<br /> + poscia portar la rosa in su la cima;<br /> +</p> + +<p> + e legno vidi già dritto e veloce<br /> + correr lo mar per tutto suo cammino,<br /> + perire al fine a l’intrar de la foce.<br /> +</p> + +<p> + Non creda donna Berta e ser Martino,<br /> + per vedere un furare, altro offerere,<br /> + vederli dentro al consiglio divino;<br /> +</p> + +<p> + ché quel può surgere, e quel può cadere».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0314"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XIV +</h3> + +<p> + Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro<br /> + movesi l’acqua in un ritondo vaso,<br /> + secondo ch’è percosso fuori o dentro:<br /> +</p> + +<p> + ne la mia mente fé sùbito caso<br /> + questo ch’io dico, sì come si tacque<br /> + la glorïosa vita di Tommaso,<br /> +</p> + +<p> + per la similitudine che nacque<br /> + del suo parlare e di quel di Beatrice,<br /> + a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:<br /> +</p> + +<p> + «A costui fa mestieri, e nol vi dice<br /> + né con la voce né pensando ancora,<br /> + d’un altro vero andare a la radice.<br /> +</p> + +<p> + Diteli se la luce onde s’infiora<br /> + vostra sustanza, rimarrà con voi<br /> + etternalmente sì com’ ell’ è ora;<br /> +</p> + +<p> + e se rimane, dite come, poi<br /> + che sarete visibili rifatti,<br /> + esser porà ch’al veder non vi nòi».<br /> +</p> + +<p> + Come, da più letizia pinti e tratti,<br /> + a la fïata quei che vanno a rota<br /> + levan la voce e rallegrano li atti,<br /> +</p> + +<p> + così, a l’orazion pronta e divota,<br /> + li santi cerchi mostrar nova gioia<br /> + nel torneare e ne la mira nota.<br /> +</p> + +<p> + Qual si lamenta perché qui si moia<br /> + per viver colà sù, non vide quive<br /> + lo refrigerio de l’etterna ploia.<br /> +</p> + +<p> + Quell’ uno e due e tre che sempre vive<br /> + e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,<br /> + non circunscritto, e tutto circunscrive,<br /> +</p> + +<p> + tre volte era cantato da ciascuno<br /> + di quelli spirti con tal melodia,<br /> + ch’ad ogne merto saria giusto muno.<br /> +</p> + +<p> + E io udi’ ne la luce più dia<br /> + del minor cerchio una voce modesta,<br /> + forse qual fu da l’angelo a Maria,<br /> +</p> + +<p> + risponder: «Quanto fia lunga la festa<br /> + di paradiso, tanto il nostro amore<br /> + si raggerà dintorno cotal vesta.<br /> +</p> + +<p> + La sua chiarezza séguita l’ardore;<br /> + l’ardor la visïone, e quella è tanta,<br /> + quant’ ha di grazia sovra suo valore.<br /> +</p> + +<p> + Come la carne glorïosa e santa<br /> + fia rivestita, la nostra persona<br /> + più grata fia per esser tutta quanta;<br /> +</p> + +<p> + per che s’accrescerà ciò che ne dona<br /> + di gratüito lume il sommo bene,<br /> + lume ch’a lui veder ne condiziona;<br /> +</p> + +<p> + onde la visïon crescer convene,<br /> + crescer l’ardor che di quella s’accende,<br /> + crescer lo raggio che da esso vene.<br /> +</p> + +<p> + Ma sì come carbon che fiamma rende,<br /> + e per vivo candor quella soverchia,<br /> + sì che la sua parvenza si difende;<br /> +</p> + +<p> + così questo folgór che già ne cerchia<br /> + fia vinto in apparenza da la carne<br /> + che tutto dì la terra ricoperchia;<br /> +</p> + +<p> + né potrà tanta luce affaticarne:<br /> + ché li organi del corpo saran forti<br /> + a tutto ciò che potrà dilettarne».<br /> +</p> + +<p> + Tanto mi parver sùbiti e accorti<br /> + e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,<br /> + che ben mostrar disio d’i corpi morti:<br /> +</p> + +<p> + forse non pur per lor, ma per le mamme,<br /> + per li padri e per li altri che fuor cari<br /> + anzi che fosser sempiterne fiamme.<br /> +</p> + +<p> + Ed ecco intorno, di chiarezza pari,<br /> + nascere un lustro sopra quel che v’era,<br /> + per guisa d’orizzonte che rischiari.<br /> +</p> + +<p> + E sì come al salir di prima sera<br /> + comincian per lo ciel nove parvenze,<br /> + sì che la vista pare e non par vera,<br /> +</p> + +<p> + parvemi lì novelle sussistenze<br /> + cominciare a vedere, e fare un giro<br /> + di fuor da l’altre due circunferenze.<br /> +</p> + +<p> + Oh vero sfavillar del Santo Spiro!<br /> + come si fece sùbito e candente<br /> + a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!<br /> +</p> + +<p> + Ma Bëatrice sì bella e ridente<br /> + mi si mostrò, che tra quelle vedute<br /> + si vuol lasciar che non seguir la mente.<br /> +</p> + +<p> + Quindi ripreser li occhi miei virtute<br /> + a rilevarsi; e vidimi translato<br /> + sol con mia donna in più alta salute.<br /> +</p> + +<p> + Ben m’accors’ io ch’io era più levato,<br /> + per l’affocato riso de la stella,<br /> + che mi parea più roggio che l’usato.<br /> +</p> + +<p> + Con tutto ’l core e con quella favella<br /> + ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,<br /> + qual conveniesi a la grazia novella.<br /> +</p> + +<p> + E non er’ anco del mio petto essausto<br /> + l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi<br /> + esso litare stato accetto e fausto;<br /> +</p> + +<p> + ché con tanto lucore e tanto robbi<br /> + m’apparvero splendor dentro a due raggi,<br /> + ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».<br /> +</p> + +<p> + Come distinta da minori e maggi<br /> + lumi biancheggia tra ’ poli del mondo<br /> + Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;<br /> +</p> + +<p> + sì costellati facean nel profondo<br /> + Marte quei raggi il venerabil segno<br /> + che fan giunture di quadranti in tondo.<br /> +</p> + +<p> + Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;<br /> + ché quella croce lampeggiava Cristo,<br /> + sì ch’io non so trovare essempro degno;<br /> +</p> + +<p> + ma chi prende sua croce e segue Cristo,<br /> + ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,<br /> + vedendo in quell’ albor balenar Cristo.<br /> +</p> + +<p> + Di corno in corno e tra la cima e ’l basso<br /> + si movien lumi, scintillando forte<br /> + nel congiugnersi insieme e nel trapasso:<br /> +</p> + +<p> + così si veggion qui diritte e torte,<br /> + veloci e tarde, rinovando vista,<br /> + le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,<br /> +</p> + +<p> + moversi per lo raggio onde si lista<br /> + talvolta l’ombra che, per sua difesa,<br /> + la gente con ingegno e arte acquista.<br /> +</p> + +<p> + E come giga e arpa, in tempra tesa<br /> + di molte corde, fa dolce tintinno<br /> + a tal da cui la nota non è intesa,<br /> +</p> + +<p> + così da’ lumi che lì m’apparinno<br /> + s’accogliea per la croce una melode<br /> + che mi rapiva, sanza intender l’inno.<br /> +</p> + +<p> + Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,<br /> + però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»<br /> + come a colui che non intende e ode.<br /> +</p> + +<p> + Ïo m’innamorava tanto quinci,<br /> + che ’nfino a lì non fu alcuna cosa<br /> + che mi legasse con sì dolci vinci.<br /> +</p> + +<p> + Forse la mia parola par troppo osa,<br /> + posponendo il piacer de li occhi belli,<br /> + ne’ quai mirando mio disio ha posa;<br /> +</p> + +<p> + ma chi s’avvede che i vivi suggelli<br /> + d’ogne bellezza più fanno più suso,<br /> + e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,<br /> +</p> + +<p> + escusar puommi di quel ch’io m’accuso<br /> + per escusarmi, e vedermi dir vero:<br /> + ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,<br /> +</p> + +<p> + perché si fa, montando, più sincero.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0315"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XV +</h3> + +<p> + Benigna volontade in che si liqua<br /> + sempre l’amor che drittamente spira,<br /> + come cupidità fa ne la iniqua,<br /> +</p> + +<p> + silenzio puose a quella dolce lira,<br /> + e fece quïetar le sante corde<br /> + che la destra del cielo allenta e tira.<br /> +</p> + +<p> + Come saranno a’ giusti preghi sorde<br /> + quelle sustanze che, per darmi voglia<br /> + ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?<br /> +</p> + +<p> + Bene è che sanza termine si doglia<br /> + chi, per amor di cosa che non duri<br /> + etternalmente, quello amor si spoglia.<br /> +</p> + +<p> + Quale per li seren tranquilli e puri<br /> + discorre ad ora ad or sùbito foco,<br /> + movendo li occhi che stavan sicuri,<br /> +</p> + +<p> + e pare stella che tramuti loco,<br /> + se non che da la parte ond’ e’ s’accende<br /> + nulla sen perde, ed esso dura poco:<br /> +</p> + +<p> + tale dal corno che ’n destro si stende<br /> + a piè di quella croce corse un astro<br /> + de la costellazion che lì resplende;<br /> +</p> + +<p> + né si partì la gemma dal suo nastro,<br /> + ma per la lista radïal trascorse,<br /> + che parve foco dietro ad alabastro.<br /> +</p> + +<p> + Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,<br /> + se fede merta nostra maggior musa,<br /> + quando in Eliso del figlio s’accorse.<br /> +</p> + +<p> + «O sanguis meus, o superinfusa<br /> + gratïa Deï, sicut tibi cui<br /> + bis unquam celi ianüa reclusa?».<br /> +</p> + +<p> + Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;<br /> + poscia rivolsi a la mia donna il viso,<br /> + e quinci e quindi stupefatto fui;<br /> +</p> + +<p> + ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso<br /> + tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo<br /> + de la mia gloria e del mio paradiso.<br /> +</p> + +<p> + Indi, a udire e a veder giocondo,<br /> + giunse lo spirto al suo principio cose,<br /> + ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;<br /> +</p> + +<p> + né per elezïon mi si nascose,<br /> + ma per necessità, ché ’l suo concetto<br /> + al segno d’i mortal si soprapuose.<br /> +</p> + +<p> + E quando l’arco de l’ardente affetto<br /> + fu sì sfogato, che ’l parlar discese<br /> + inver’ lo segno del nostro intelletto,<br /> +</p> + +<p> + la prima cosa che per me s’intese,<br /> + «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,<br /> + che nel mio seme se’ tanto cortese!».<br /> +</p> + +<p> + E seguì: «Grato e lontano digiuno,<br /> + tratto leggendo del magno volume<br /> + du’ non si muta mai bianco né bruno,<br /> +</p> + +<p> + solvuto hai, figlio, dentro a questo lume<br /> + in ch’io ti parlo, mercè di colei<br /> + ch’a l’alto volo ti vestì le piume.<br /> +</p> + +<p> + Tu credi che a me tuo pensier mei<br /> + da quel ch’è primo, così come raia<br /> + da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;<br /> +</p> + +<p> + e però ch’io mi sia e perch’ io paia<br /> + più gaudïoso a te, non mi domandi,<br /> + che alcun altro in questa turba gaia.<br /> +</p> + +<p> + Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi<br /> + di questa vita miran ne lo speglio<br /> + in che, prima che pensi, il pensier pandi;<br /> +</p> + +<p> + ma perché ’l sacro amore in che io veglio<br /> + con perpetüa vista e che m’asseta<br /> + di dolce disïar, s’adempia meglio,<br /> +</p> + +<p> + la voce tua sicura, balda e lieta<br /> + suoni la volontà, suoni ’l disio,<br /> + a che la mia risposta è già decreta!».<br /> +</p> + +<p> + Io mi volsi a Beatrice, e quella udio<br /> + pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno<br /> + che fece crescer l’ali al voler mio.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,<br /> + come la prima equalità v’apparse,<br /> + d’un peso per ciascun di voi si fenno,<br /> +</p> + +<p> + però che ’l sol che v’allumò e arse,<br /> + col caldo e con la luce è sì iguali,<br /> + che tutte simiglianze sono scarse.<br /> +</p> + +<p> + Ma voglia e argomento ne’ mortali,<br /> + per la cagion ch’a voi è manifesta,<br /> + diversamente son pennuti in ali;<br /> +</p> + +<p> + ond’ io, che son mortal, mi sento in questa<br /> + disagguaglianza, e però non ringrazio<br /> + se non col core a la paterna festa.<br /> +</p> + +<p> + Ben supplico io a te, vivo topazio<br /> + che questa gioia prezïosa ingemmi,<br /> + perché mi facci del tuo nome sazio».<br /> +</p> + +<p> + «O fronda mia in che io compiacemmi<br /> + pur aspettando, io fui la tua radice»:<br /> + cotal principio, rispondendo, femmi.<br /> +</p> + +<p> + Poscia mi disse: «Quel da cui si dice<br /> + tua cognazione e che cent’ anni e piùe<br /> + girato ha ’l monte in la prima cornice,<br /> +</p> + +<p> + mio figlio fu e tuo bisavol fue:<br /> + ben si convien che la lunga fatica<br /> + tu li raccorci con l’opere tue.<br /> +</p> + +<p> + Fiorenza dentro da la cerchia antica,<br /> + ond’ ella toglie ancora e terza e nona,<br /> + si stava in pace, sobria e pudica.<br /> +</p> + +<p> + Non avea catenella, non corona,<br /> + non gonne contigiate, non cintura<br /> + che fosse a veder più che la persona.<br /> +</p> + +<p> + Non faceva, nascendo, ancor paura<br /> + la figlia al padre, che ’l tempo e la dote<br /> + non fuggien quinci e quindi la misura.<br /> +</p> + +<p> + Non avea case di famiglia vòte;<br /> + non v’era giunto ancor Sardanapalo<br /> + a mostrar ciò che ’n camera si puote.<br /> +</p> + +<p> + Non era vinto ancora Montemalo<br /> + dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto<br /> + nel montar sù, così sarà nel calo.<br /> +</p> + +<p> + Bellincion Berti vid’ io andar cinto<br /> + di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio<br /> + la donna sua sanza ’l viso dipinto;<br /> +</p> + +<p> + e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio<br /> + esser contenti a la pelle scoperta,<br /> + e le sue donne al fuso e al pennecchio.<br /> +</p> + +<p> + Oh fortunate! ciascuna era certa<br /> + de la sua sepultura, e ancor nulla<br /> + era per Francia nel letto diserta.<br /> +</p> + +<p> + L’una vegghiava a studio de la culla,<br /> + e, consolando, usava l’idïoma<br /> + che prima i padri e le madri trastulla;<br /> +</p> + +<p> + l’altra, traendo a la rocca la chioma,<br /> + favoleggiava con la sua famiglia<br /> + d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.<br /> +</p> + +<p> + Saria tenuta allor tal maraviglia<br /> + una Cianghella, un Lapo Salterello,<br /> + qual or saria Cincinnato e Corniglia.<br /> +</p> + +<p> + A così riposato, a così bello<br /> + viver di cittadini, a così fida<br /> + cittadinanza, a così dolce ostello,<br /> +</p> + +<p> + Maria mi diè, chiamata in alte grida;<br /> + e ne l’antico vostro Batisteo<br /> + insieme fui cristiano e Cacciaguida.<br /> +</p> + +<p> + Moronto fu mio frate ed Eliseo;<br /> + mia donna venne a me di val di Pado,<br /> + e quindi il sopranome tuo si feo.<br /> +</p> + +<p> + Poi seguitai lo ’mperador Currado;<br /> + ed el mi cinse de la sua milizia,<br /> + tanto per bene ovrar li venni in grado.<br /> +</p> + +<p> + Dietro li andai incontro a la nequizia<br /> + di quella legge il cui popolo usurpa,<br /> + per colpa d’i pastor, vostra giustizia.<br /> +</p> + +<p> + Quivi fu’ io da quella gente turpa<br /> + disviluppato dal mondo fallace,<br /> + lo cui amor molt’ anime deturpa;<br /> +</p> + +<p> + e venni dal martiro a questa pace».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0316"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XVI +</h3> + +<p> + O poca nostra nobiltà di sangue,<br /> + se glorïar di te la gente fai<br /> + qua giù dove l’affetto nostro langue,<br /> +</p> + +<p> + mirabil cosa non mi sarà mai:<br /> + ché là dove appetito non si torce,<br /> + dico nel cielo, io me ne gloriai.<br /> +</p> + +<p> + Ben se’ tu manto che tosto raccorce:<br /> + sì che, se non s’appon di dì in die,<br /> + lo tempo va dintorno con le force.<br /> +</p> + +<p> + Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,<br /> + in che la sua famiglia men persevra,<br /> + ricominciaron le parole mie;<br /> +</p> + +<p> + onde Beatrice, ch’era un poco scevra,<br /> + ridendo, parve quella che tossio<br /> + al primo fallo scritto di Ginevra.<br /> +</p> + +<p> + Io cominciai: «Voi siete il padre mio;<br /> + voi mi date a parlar tutta baldezza;<br /> + voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.<br /> +</p> + +<p> + Per tanti rivi s’empie d’allegrezza<br /> + la mente mia, che di sé fa letizia<br /> + perché può sostener che non si spezza.<br /> +</p> + +<p> + Ditemi dunque, cara mia primizia,<br /> + quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni<br /> + che si segnaro in vostra püerizia;<br /> +</p> + +<p> + ditemi de l’ovil di San Giovanni<br /> + quanto era allora, e chi eran le genti<br /> + tra esso degne di più alti scanni».<br /> +</p> + +<p> + Come s’avviva a lo spirar d’i venti<br /> + carbone in fiamma, così vid’ io quella<br /> + luce risplendere a’ miei blandimenti;<br /> +</p> + +<p> + e come a li occhi miei si fé più bella,<br /> + così con voce più dolce e soave,<br /> + ma non con questa moderna favella,<br /> +</p> + +<p> + dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’<br /> + al parto in che mia madre, ch’è or santa,<br /> + s’allevïò di me ond’ era grave,<br /> +</p> + +<p> + al suo Leon cinquecento cinquanta<br /> + e trenta fiate venne questo foco<br /> + a rinfiammarsi sotto la sua pianta.<br /> +</p> + +<p> + Li antichi miei e io nacqui nel loco<br /> + dove si truova pria l’ultimo sesto<br /> + da quei che corre il vostro annüal gioco.<br /> +</p> + +<p> + Basti d’i miei maggiori udirne questo:<br /> + chi ei si fosser e onde venner quivi,<br /> + più è tacer che ragionare onesto.<br /> +</p> + +<p> + Tutti color ch’a quel tempo eran ivi<br /> + da poter arme tra Marte e ’l Batista,<br /> + eran il quinto di quei ch’or son vivi.<br /> +</p> + +<p> + Ma la cittadinanza, ch’è or mista<br /> + di Campi, di Certaldo e di Fegghine,<br /> + pura vediesi ne l’ultimo artista.<br /> +</p> + +<p> + Oh quanto fora meglio esser vicine<br /> + quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo<br /> + e a Trespiano aver vostro confine,<br /> +</p> + +<p> + che averle dentro e sostener lo puzzo<br /> + del villan d’Aguglion, di quel da Signa,<br /> + che già per barattare ha l’occhio aguzzo!<br /> +</p> + +<p> + Se la gente ch’al mondo più traligna<br /> + non fosse stata a Cesare noverca,<br /> + ma come madre a suo figlio benigna,<br /> +</p> + +<p> + tal fatto è fiorentino e cambia e merca,<br /> + che si sarebbe vòlto a Simifonti,<br /> + là dove andava l’avolo a la cerca;<br /> +</p> + +<p> + sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;<br /> + sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,<br /> + e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.<br /> +</p> + +<p> + Sempre la confusion de le persone<br /> + principio fu del mal de la cittade,<br /> + come del vostro il cibo che s’appone;<br /> +</p> + +<p> + e cieco toro più avaccio cade<br /> + che cieco agnello; e molte volte taglia<br /> + più e meglio una che le cinque spade.<br /> +</p> + +<p> + Se tu riguardi Luni e Orbisaglia<br /> + come sono ite, e come se ne vanno<br /> + di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,<br /> +</p> + +<p> + udir come le schiatte si disfanno<br /> + non ti parrà nova cosa né forte,<br /> + poscia che le cittadi termine hanno.<br /> +</p> + +<p> + Le vostre cose tutte hanno lor morte,<br /> + sì come voi; ma celasi in alcuna<br /> + che dura molto, e le vite son corte.<br /> +</p> + +<p> + E come ’l volger del ciel de la luna<br /> + cuopre e discuopre i liti sanza posa,<br /> + così fa di Fiorenza la Fortuna:<br /> +</p> + +<p> + per che non dee parer mirabil cosa<br /> + ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini<br /> + onde è la fama nel tempo nascosa.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,<br /> + Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,<br /> + già nel calare, illustri cittadini;<br /> +</p> + +<p> + e vidi così grandi come antichi,<br /> + con quel de la Sannella, quel de l’Arca,<br /> + e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.<br /> +</p> + +<p> + Sovra la porta ch’al presente è carca<br /> + di nova fellonia di tanto peso<br /> + che tosto fia iattura de la barca,<br /> +</p> + +<p> + erano i Ravignani, ond’ è disceso<br /> + il conte Guido e qualunque del nome<br /> + de l’alto Bellincione ha poscia preso.<br /> +</p> + +<p> + Quel de la Pressa sapeva già come<br /> + regger si vuole, e avea Galigaio<br /> + dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.<br /> +</p> + +<p> + Grand’ era già la colonna del Vaio,<br /> + Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci<br /> + e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.<br /> +</p> + +<p> + Lo ceppo di che nacquero i Calfucci<br /> + era già grande, e già eran tratti<br /> + a le curule Sizii e Arrigucci.<br /> +</p> + +<p> + Oh quali io vidi quei che son disfatti<br /> + per lor superbia! e le palle de l’oro<br /> + fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.<br /> +</p> + +<p> + Così facieno i padri di coloro<br /> + che, sempre che la vostra chiesa vaca,<br /> + si fanno grassi stando a consistoro.<br /> +</p> + +<p> + L’oltracotata schiatta che s’indraca<br /> + dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente<br /> + o ver la borsa, com’ agnel si placa,<br /> +</p> + +<p> + già venìa sù, ma di picciola gente;<br /> + sì che non piacque ad Ubertin Donato<br /> + che poï il suocero il fé lor parente.<br /> +</p> + +<p> + Già era ’l Caponsacco nel mercato<br /> + disceso giù da Fiesole, e già era<br /> + buon cittadino Giuda e Infangato.<br /> +</p> + +<p> + Io dirò cosa incredibile e vera:<br /> + nel picciol cerchio s’entrava per porta<br /> + che si nomava da quei de la Pera.<br /> +</p> + +<p> + Ciascun che de la bella insegna porta<br /> + del gran barone il cui nome e ’l cui pregio<br /> + la festa di Tommaso riconforta,<br /> +</p> + +<p> + da esso ebbe milizia e privilegio;<br /> + avvegna che con popol si rauni<br /> + oggi colui che la fascia col fregio.<br /> +</p> + +<p> + Già eran Gualterotti e Importuni;<br /> + e ancor saria Borgo più quïeto,<br /> + se di novi vicin fosser digiuni.<br /> +</p> + +<p> + La casa di che nacque il vostro fleto,<br /> + per lo giusto disdegno che v’ha morti<br /> + e puose fine al vostro viver lieto,<br /> +</p> + +<p> + era onorata, essa e suoi consorti:<br /> + o Buondelmonte, quanto mal fuggisti<br /> + le nozze süe per li altrui conforti!<br /> +</p> + +<p> + Molti sarebber lieti, che son tristi,<br /> + se Dio t’avesse conceduto ad Ema<br /> + la prima volta ch’a città venisti.<br /> +</p> + +<p> + Ma conveniesi a quella pietra scema<br /> + che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse<br /> + vittima ne la sua pace postrema.<br /> +</p> + +<p> + Con queste genti, e con altre con esse,<br /> + vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,<br /> + che non avea cagione onde piangesse.<br /> +</p> + +<p> + Con queste genti vid’io glorïoso<br /> + e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio<br /> + non era ad asta mai posto a ritroso,<br /> +</p> + +<p> + né per divisïon fatto vermiglio».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0317"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XVII +</h3> + +<p> + Qual venne a Climenè, per accertarsi<br /> + di ciò ch’avëa incontro a sé udito,<br /> + quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;<br /> +</p> + +<p> + tal era io, e tal era sentito<br /> + e da Beatrice e da la santa lampa<br /> + che pria per me avea mutato sito.<br /> +</p> + +<p> + Per che mia donna «Manda fuor la vampa<br /> + del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca<br /> + segnata bene de la interna stampa:<br /> +</p> + +<p> + non perché nostra conoscenza cresca<br /> + per tuo parlare, ma perché t’ausi<br /> + a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».<br /> +</p> + +<p> + «O cara piota mia che sì t’insusi,<br /> + che, come veggion le terrene menti<br /> + non capere in trïangol due ottusi,<br /> +</p> + +<p> + così vedi le cose contingenti<br /> + anzi che sieno in sé, mirando il punto<br /> + a cui tutti li tempi son presenti;<br /> +</p> + +<p> + mentre ch’io era a Virgilio congiunto<br /> + su per lo monte che l’anime cura<br /> + e discendendo nel mondo defunto,<br /> +</p> + +<p> + dette mi fuor di mia vita futura<br /> + parole gravi, avvegna ch’io mi senta<br /> + ben tetragono ai colpi di ventura;<br /> +</p> + +<p> + per che la voglia mia saria contenta<br /> + d’intender qual fortuna mi s’appressa:<br /> + ché saetta previsa vien più lenta».<br /> +</p> + +<p> + Così diss’ io a quella luce stessa<br /> + che pria m’avea parlato; e come volle<br /> + Beatrice, fu la mia voglia confessa.<br /> +</p> + +<p> + Né per ambage, in che la gente folle<br /> + già s’inviscava pria che fosse anciso<br /> + l’Agnel di Dio che le peccata tolle,<br /> +</p> + +<p> + ma per chiare parole e con preciso<br /> + latin rispuose quello amor paterno,<br /> + chiuso e parvente del suo proprio riso:<br /> +</p> + +<p> + «La contingenza, che fuor del quaderno<br /> + de la vostra matera non si stende,<br /> + tutta è dipinta nel cospetto etterno;<br /> +</p> + +<p> + necessità però quindi non prende<br /> + se non come dal viso in che si specchia<br /> + nave che per torrente giù discende.<br /> +</p> + +<p> + Da indi, sì come viene ad orecchia<br /> + dolce armonia da organo, mi viene<br /> + a vista il tempo che ti s’apparecchia.<br /> +</p> + +<p> + Qual si partio Ipolito d’Atene<br /> + per la spietata e perfida noverca,<br /> + tal di Fiorenza partir ti convene.<br /> +</p> + +<p> + Questo si vuole e questo già si cerca,<br /> + e tosto verrà fatto a chi ciò pensa<br /> + là dove Cristo tutto dì si merca.<br /> +</p> + +<p> + La colpa seguirà la parte offensa<br /> + in grido, come suol; ma la vendetta<br /> + fia testimonio al ver che la dispensa.<br /> +</p> + +<p> + Tu lascerai ogne cosa diletta<br /> + più caramente; e questo è quello strale<br /> + che l’arco de lo essilio pria saetta.<br /> +</p> + +<p> + Tu proverai sì come sa di sale<br /> + lo pane altrui, e come è duro calle<br /> + lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.<br /> +</p> + +<p> + E quel che più ti graverà le spalle,<br /> + sarà la compagnia malvagia e scempia<br /> + con la qual tu cadrai in questa valle;<br /> +</p> + +<p> + che tutta ingrata, tutta matta ed empia<br /> + si farà contr’ a te; ma, poco appresso,<br /> + ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.<br /> +</p> + +<p> + Di sua bestialitate il suo processo<br /> + farà la prova; sì ch’a te fia bello<br /> + averti fatta parte per te stesso.<br /> +</p> + +<p> + Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello<br /> + sarà la cortesia del gran Lombardo<br /> + che ’n su la scala porta il santo uccello;<br /> +</p> + +<p> + ch’in te avrà sì benigno riguardo,<br /> + che del fare e del chieder, tra voi due,<br /> + fia primo quel che tra li altri è più tardo.<br /> +</p> + +<p> + Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,<br /> + nascendo, sì da questa stella forte,<br /> + che notabili fier l’opere sue.<br /> +</p> + +<p> + Non se ne son le genti ancora accorte<br /> + per la novella età, ché pur nove anni<br /> + son queste rote intorno di lui torte;<br /> +</p> + +<p> + ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,<br /> + parran faville de la sua virtute<br /> + in non curar d’argento né d’affanni.<br /> +</p> + +<p> + Le sue magnificenze conosciute<br /> + saranno ancora, sì che ’ suoi nemici<br /> + non ne potran tener le lingue mute.<br /> +</p> + +<p> + A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;<br /> + per lui fia trasmutata molta gente,<br /> + cambiando condizion ricchi e mendici;<br /> +</p> + +<p> + e portera’ne scritto ne la mente<br /> + di lui, e nol dirai»; e disse cose<br /> + incredibili a quei che fier presente.<br /> +</p> + +<p> + Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose<br /> + di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie<br /> + che dietro a pochi giri son nascose.<br /> +</p> + +<p> + Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,<br /> + poscia che s’infutura la tua vita<br /> + vie più là che ’l punir di lor perfidie».<br /> +</p> + +<p> + Poi che, tacendo, si mostrò spedita<br /> + l’anima santa di metter la trama<br /> + in quella tela ch’io le porsi ordita,<br /> +</p> + +<p> + io cominciai, come colui che brama,<br /> + dubitando, consiglio da persona<br /> + che vede e vuol dirittamente e ama:<br /> +</p> + +<p> + «Ben veggio, padre mio, sì come sprona<br /> + lo tempo verso me, per colpo darmi<br /> + tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;<br /> +</p> + +<p> + per che di provedenza è buon ch’io m’armi,<br /> + sì che, se loco m’è tolto più caro,<br /> + io non perdessi li altri per miei carmi.<br /> +</p> + +<p> + Giù per lo mondo sanza fine amaro,<br /> + e per lo monte del cui bel cacume<br /> + li occhi de la mia donna mi levaro,<br /> +</p> + +<p> + e poscia per lo ciel, di lume in lume,<br /> + ho io appreso quel che s’io ridico,<br /> + a molti fia sapor di forte agrume;<br /> +</p> + +<p> + e s’io al vero son timido amico,<br /> + temo di perder viver tra coloro<br /> + che questo tempo chiameranno antico».<br /> +</p> + +<p> + La luce in che rideva il mio tesoro<br /> + ch’io trovai lì, si fé prima corusca,<br /> + quale a raggio di sole specchio d’oro;<br /> +</p> + +<p> + indi rispuose: «Coscïenza fusca<br /> + o de la propria o de l’altrui vergogna<br /> + pur sentirà la tua parola brusca.<br /> +</p> + +<p> + Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,<br /> + tutta tua visïon fa manifesta;<br /> + e lascia pur grattar dov’ è la rogna.<br /> +</p> + +<p> + Ché se la voce tua sarà molesta<br /> + nel primo gusto, vital nodrimento<br /> + lascerà poi, quando sarà digesta.<br /> +</p> + +<p> + Questo tuo grido farà come vento,<br /> + che le più alte cime più percuote;<br /> + e ciò non fa d’onor poco argomento.<br /> +</p> + +<p> + Però ti son mostrate in queste rote,<br /> + nel monte e ne la valle dolorosa<br /> + pur l’anime che son di fama note,<br /> +</p> + +<p> + che l’animo di quel ch’ode, non posa<br /> + né ferma fede per essempro ch’aia<br /> + la sua radice incognita e ascosa,<br /> +</p> + +<p> + né per altro argomento che non paia».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0318"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XVIII +</h3> + +<p> + Già si godeva solo del suo verbo<br /> + quello specchio beato, e io gustava<br /> + lo mio, temprando col dolce l’acerbo;<br /> +</p> + +<p> + e quella donna ch’a Dio mi menava<br /> + disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono<br /> + presso a colui ch’ogne torto disgrava».<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi a l’amoroso suono<br /> + del mio conforto; e qual io allor vidi<br /> + ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:<br /> +</p> + +<p> + non perch’ io pur del mio parlar diffidi,<br /> + ma per la mente che non può redire<br /> + sovra sé tanto, s’altri non la guidi.<br /> +</p> + +<p> + Tanto poss’ io di quel punto ridire,<br /> + che, rimirando lei, lo mio affetto<br /> + libero fu da ogne altro disire,<br /> +</p> + +<p> + fin che ’l piacere etterno, che diretto<br /> + raggiava in Bëatrice, dal bel viso<br /> + mi contentava col secondo aspetto.<br /> +</p> + +<p> + Vincendo me col lume d’un sorriso,<br /> + ella mi disse: «Volgiti e ascolta;<br /> + ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».<br /> +</p> + +<p> + Come si vede qui alcuna volta<br /> + l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,<br /> + che da lui sia tutta l’anima tolta,<br /> +</p> + +<p> + così nel fiammeggiar del folgór santo,<br /> + a ch’io mi volsi, conobbi la voglia<br /> + in lui di ragionarmi ancora alquanto.<br /> +</p> + +<p> + El cominciò: «In questa quinta soglia<br /> + de l’albero che vive de la cima<br /> + e frutta sempre e mai non perde foglia,<br /> +</p> + +<p> + spiriti son beati, che giù, prima<br /> + che venissero al ciel, fuor di gran voce,<br /> + sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.<br /> +</p> + +<p> + Però mira ne’ corni de la croce:<br /> + quello ch’io nomerò, lì farà l’atto<br /> + che fa in nube il suo foco veloce».<br /> +</p> + +<p> + Io vidi per la croce un lume tratto<br /> + dal nomar Iosuè, com’ el si feo;<br /> + né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.<br /> +</p> + +<p> + E al nome de l’alto Macabeo<br /> + vidi moversi un altro roteando,<br /> + e letizia era ferza del paleo.<br /> +</p> + +<p> + Così per Carlo Magno e per Orlando<br /> + due ne seguì lo mio attento sguardo,<br /> + com’ occhio segue suo falcon volando.<br /> +</p> + +<p> + Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo<br /> + e ’l duca Gottifredi la mia vista<br /> + per quella croce, e Ruberto Guiscardo.<br /> +</p> + +<p> + Indi, tra l’altre luci mota e mista,<br /> + mostrommi l’alma che m’avea parlato<br /> + qual era tra i cantor del cielo artista.<br /> +</p> + +<p> + Io mi rivolsi dal mio destro lato<br /> + per vedere in Beatrice il mio dovere,<br /> + o per parlare o per atto, segnato;<br /> +</p> + +<p> + e vidi le sue luci tanto mere,<br /> + tanto gioconde, che la sua sembianza<br /> + vinceva li altri e l’ultimo solere.<br /> +</p> + +<p> + E come, per sentir più dilettanza<br /> + bene operando, l’uom di giorno in giorno<br /> + s’accorge che la sua virtute avanza,<br /> +</p> + +<p> + sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno<br /> + col cielo insieme avea cresciuto l’arco,<br /> + veggendo quel miracol più addorno.<br /> +</p> + +<p> + E qual è ’l trasmutare in picciol varco<br /> + di tempo in bianca donna, quando ’l volto<br /> + suo si discarchi di vergogna il carco,<br /> +</p> + +<p> + tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,<br /> + per lo candor de la temprata stella<br /> + sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.<br /> +</p> + +<p> + Io vidi in quella giovïal facella<br /> + lo sfavillar de l’amor che lì era<br /> + segnare a li occhi miei nostra favella.<br /> +</p> + +<p> + E come augelli surti di rivera,<br /> + quasi congratulando a lor pasture,<br /> + fanno di sé or tonda or altra schiera,<br /> +</p> + +<p> + sì dentro ai lumi sante creature<br /> + volitando cantavano, e faciensi<br /> + or D, or I, or L in sue figure.<br /> +</p> + +<p> + Prima, cantando, a sua nota moviensi;<br /> + poi, diventando l’un di questi segni,<br /> + un poco s’arrestavano e taciensi.<br /> +</p> + +<p> + O diva Pegasëa che li ’ngegni<br /> + fai glorïosi e rendili longevi,<br /> + ed essi teco le cittadi e ’ regni,<br /> +</p> + +<p> + illustrami di te, sì ch’io rilevi<br /> + le lor figure com’ io l’ho concette:<br /> + paia tua possa in questi versi brevi!<br /> +</p> + +<p> + Mostrarsi dunque in cinque volte sette<br /> + vocali e consonanti; e io notai<br /> + le parti sì, come mi parver dette.<br /> +</p> + +<p> + ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai<br /> + fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;<br /> + ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ne l’emme del vocabol quinto<br /> + rimasero ordinate; sì che Giove<br /> + pareva argento lì d’oro distinto.<br /> +</p> + +<p> + E vidi scendere altre luci dove<br /> + era il colmo de l’emme, e lì quetarsi<br /> + cantando, credo, il ben ch’a sé le move.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi<br /> + surgono innumerabili faville,<br /> + onde li stolti sogliono agurarsi,<br /> +</p> + +<p> + resurger parver quindi più di mille<br /> + luci e salir, qual assai e qual poco,<br /> + sì come ’l sol che l’accende sortille;<br /> +</p> + +<p> + e quïetata ciascuna in suo loco,<br /> + la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi<br /> + rappresentare a quel distinto foco.<br /> +</p> + +<p> + Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;<br /> + ma esso guida, e da lui si rammenta<br /> + quella virtù ch’è forma per li nidi.<br /> +</p> + +<p> + L’altra bëatitudo, che contenta<br /> + pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,<br /> + con poco moto seguitò la ’mprenta.<br /> +</p> + +<p> + O dolce stella, quali e quante gemme<br /> + mi dimostraro che nostra giustizia<br /> + effetto sia del ciel che tu ingemme!<br /> +</p> + +<p> + Per ch’io prego la mente in che s’inizia<br /> + tuo moto e tua virtute, che rimiri<br /> + ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;<br /> +</p> + +<p> + sì ch’un’altra fïata omai s’adiri<br /> + del comperare e vender dentro al templo<br /> + che si murò di segni e di martìri.<br /> +</p> + +<p> + O milizia del ciel cu’ io contemplo,<br /> + adora per color che sono in terra<br /> + tutti svïati dietro al malo essemplo!<br /> +</p> + +<p> + Già si solea con le spade far guerra;<br /> + ma or si fa togliendo or qui or quivi<br /> + lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.<br /> +</p> + +<p> + Ma tu che sol per cancellare scrivi,<br /> + pensa che Pietro e Paulo, che moriro<br /> + per la vigna che guasti, ancor son vivi.<br /> +</p> + +<p> + Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro<br /> + sì a colui che volle viver solo<br /> + e che per salti fu tratto al martiro,<br /> +</p> + +<p> + ch’io non conosco il pescator né Polo».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0319"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XIX +</h3> + +<p> + Parea dinanzi a me con l’ali aperte<br /> + la bella image che nel dolce frui<br /> + liete facevan l’anime conserte;<br /> +</p> + +<p> + parea ciascuna rubinetto in cui<br /> + raggio di sole ardesse sì acceso,<br /> + che ne’ miei occhi rifrangesse lui.<br /> +</p> + +<p> + E quel che mi convien ritrar testeso,<br /> + non portò voce mai, né scrisse incostro,<br /> + né fu per fantasia già mai compreso;<br /> +</p> + +<p> + ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,<br /> + e sonar ne la voce e «io» e «mio»,<br /> + quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.<br /> +</p> + +<p> + E cominciò: «Per esser giusto e pio<br /> + son io qui essaltato a quella gloria<br /> + che non si lascia vincere a disio;<br /> +</p> + +<p> + e in terra lasciai la mia memoria<br /> + sì fatta, che le genti lì malvage<br /> + commendan lei, ma non seguon la storia».<br /> +</p> + +<p> + Così un sol calor di molte brage<br /> + si fa sentir, come di molti amori<br /> + usciva solo un suon di quella image.<br /> +</p> + +<p> + Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori<br /> + de l’etterna letizia, che pur uno<br /> + parer mi fate tutti vostri odori,<br /> +</p> + +<p> + solvetemi, spirando, il gran digiuno<br /> + che lungamente m’ha tenuto in fame,<br /> + non trovandoli in terra cibo alcuno.<br /> +</p> + +<p> + Ben so io che, se ’n cielo altro reame<br /> + la divina giustizia fa suo specchio,<br /> + che ’l vostro non l’apprende con velame.<br /> +</p> + +<p> + Sapete come attento io m’apparecchio<br /> + ad ascoltar; sapete qual è quello<br /> + dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».<br /> +</p> + +<p> + Quasi falcone ch’esce del cappello,<br /> + move la testa e con l’ali si plaude,<br /> + voglia mostrando e faccendosi bello,<br /> +</p> + +<p> + vid’ io farsi quel segno, che di laude<br /> + de la divina grazia era contesto,<br /> + con canti quai si sa chi là sù gaude.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Colui che volse il sesto<br /> + a lo stremo del mondo, e dentro ad esso<br /> + distinse tanto occulto e manifesto,<br /> +</p> + +<p> + non poté suo valor sì fare impresso<br /> + in tutto l’universo, che ’l suo verbo<br /> + non rimanesse in infinito eccesso.<br /> +</p> + +<p> + E ciò fa certo che ’l primo superbo,<br /> + che fu la somma d’ogne creatura,<br /> + per non aspettar lume, cadde acerbo;<br /> +</p> + +<p> + e quinci appar ch’ogne minor natura<br /> + è corto recettacolo a quel bene<br /> + che non ha fine e sé con sé misura.<br /> +</p> + +<p> + Dunque vostra veduta, che convene<br /> + esser alcun de’ raggi de la mente<br /> + di che tutte le cose son ripiene,<br /> +</p> + +<p> + non pò da sua natura esser possente<br /> + tanto, che suo principio discerna<br /> + molto di là da quel che l’è parvente.<br /> +</p> + +<p> + Però ne la giustizia sempiterna<br /> + la vista che riceve il vostro mondo,<br /> + com’ occhio per lo mare, entro s’interna;<br /> +</p> + +<p> + che, ben che da la proda veggia il fondo,<br /> + in pelago nol vede; e nondimeno<br /> + èli, ma cela lui l’esser profondo.<br /> +</p> + +<p> + Lume non è, se non vien dal sereno<br /> + che non si turba mai; anzi è tenèbra<br /> + od ombra de la carne o suo veleno.<br /> +</p> + +<p> + Assai t’è mo aperta la latebra<br /> + che t’ascondeva la giustizia viva,<br /> + di che facei question cotanto crebra;<br /> +</p> + +<p> + ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva<br /> + de l’Indo, e quivi non è chi ragioni<br /> + di Cristo né chi legga né chi scriva;<br /> +</p> + +<p> + e tutti suoi voleri e atti buoni<br /> + sono, quanto ragione umana vede,<br /> + sanza peccato in vita o in sermoni.<br /> +</p> + +<p> + Muore non battezzato e sanza fede:<br /> + ov’ è questa giustizia che ’l condanna?<br /> + ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.<br /> +</p> + +<p> + Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,<br /> + per giudicar di lungi mille miglia<br /> + con la veduta corta d’una spanna?<br /> +</p> + +<p> + Certo a colui che meco s’assottiglia,<br /> + se la Scrittura sovra voi non fosse,<br /> + da dubitar sarebbe a maraviglia.<br /> +</p> + +<p> + Oh terreni animali! oh menti grosse!<br /> + La prima volontà, ch’è da sé buona,<br /> + da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.<br /> +</p> + +<p> + Cotanto è giusto quanto a lei consuona:<br /> + nullo creato bene a sé la tira,<br /> + ma essa, radïando, lui cagiona».<br /> +</p> + +<p> + Quale sovresso il nido si rigira<br /> + poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,<br /> + e come quel ch’è pasto la rimira;<br /> +</p> + +<p> + cotal si fece, e sì leväi i cigli,<br /> + la benedetta imagine, che l’ali<br /> + movea sospinte da tanti consigli.<br /> +</p> + +<p> + Roteando cantava, e dicea: «Quali<br /> + son le mie note a te, che non le ’ntendi,<br /> + tal è il giudicio etterno a voi mortali».<br /> +</p> + +<p> + Poi si quetaro quei lucenti incendi<br /> + de lo Spirito Santo ancor nel segno<br /> + che fé i Romani al mondo reverendi,<br /> +</p> + +<p> + esso ricominciò: «A questo regno<br /> + non salì mai chi non credette ’n Cristo,<br /> + né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.<br /> +</p> + +<p> + Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,<br /> + che saranno in giudicio assai men prope<br /> + a lui, che tal che non conosce Cristo;<br /> +</p> + +<p> + e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,<br /> + quando si partiranno i due collegi,<br /> + l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.<br /> +</p> + +<p> + Che poran dir li Perse a’ vostri regi,<br /> + come vedranno quel volume aperto<br /> + nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?<br /> +</p> + +<p> + Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,<br /> + quella che tosto moverà la penna,<br /> + per che ’l regno di Praga fia diserto.<br /> +</p> + +<p> + Lì si vedrà il duol che sovra Senna<br /> + induce, falseggiando la moneta,<br /> + quel che morrà di colpo di cotenna.<br /> +</p> + +<p> + Lì si vedrà la superbia ch’asseta,<br /> + che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,<br /> + sì che non può soffrir dentro a sua meta.<br /> +</p> + +<p> + Vedrassi la lussuria e ’l viver molle<br /> + di quel di Spagna e di quel di Boemme,<br /> + che mai valor non conobbe né volle.<br /> +</p> + +<p> + Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme<br /> + segnata con un i la sua bontate,<br /> + quando ’l contrario segnerà un emme.<br /> +</p> + +<p> + Vedrassi l’avarizia e la viltate<br /> + di quei che guarda l’isola del foco,<br /> + ove Anchise finì la lunga etate;<br /> +</p> + +<p> + e a dare ad intender quanto è poco,<br /> + la sua scrittura fian lettere mozze,<br /> + che noteranno molto in parvo loco.<br /> +</p> + +<p> + E parranno a ciascun l’opere sozze<br /> + del barba e del fratel, che tanto egregia<br /> + nazione e due corone han fatte bozze.<br /> +</p> + +<p> + E quel di Portogallo e di Norvegia<br /> + lì si conosceranno, e quel di Rascia<br /> + che male ha visto il conio di Vinegia.<br /> +</p> + +<p> + Oh beata Ungheria, se non si lascia<br /> + più malmenare! e beata Navarra,<br /> + se s’armasse del monte che la fascia!<br /> +</p> + +<p> + E creder de’ ciascun che già, per arra<br /> + di questo, Niccosïa e Famagosta<br /> + per la lor bestia si lamenti e garra,<br /> +</p> + +<p> + che dal fianco de l’altre non si scosta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0320"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XX +</h3> + +<p> + Quando colui che tutto ’l mondo alluma<br /> + de l’emisperio nostro sì discende,<br /> + che ’l giorno d’ogne parte si consuma,<br /> +</p> + +<p> + lo ciel, che sol di lui prima s’accende,<br /> + subitamente si rifà parvente<br /> + per molte luci, in che una risplende;<br /> +</p> + +<p> + e questo atto del ciel mi venne a mente,<br /> + come ’l segno del mondo e de’ suoi duci<br /> + nel benedetto rostro fu tacente;<br /> +</p> + +<p> + però che tutte quelle vive luci,<br /> + vie più lucendo, cominciaron canti<br /> + da mia memoria labili e caduci.<br /> +</p> + +<p> + O dolce amor che di riso t’ammanti,<br /> + quanto parevi ardente in que’ flailli,<br /> + ch’avieno spirto sol di pensier santi!<br /> +</p> + +<p> + Poscia che i cari e lucidi lapilli<br /> + ond’ io vidi ingemmato il sesto lume<br /> + puoser silenzio a li angelici squilli,<br /> +</p> + +<p> + udir mi parve un mormorar di fiume<br /> + che scende chiaro giù di pietra in pietra,<br /> + mostrando l’ubertà del suo cacume.<br /> +</p> + +<p> + E come suono al collo de la cetra<br /> + prende sua forma, e sì com’ al pertugio<br /> + de la sampogna vento che penètra,<br /> +</p> + +<p> + così, rimosso d’aspettare indugio,<br /> + quel mormorar de l’aguglia salissi<br /> + su per lo collo, come fosse bugio.<br /> +</p> + +<p> + Fecesi voce quivi, e quindi uscissi<br /> + per lo suo becco in forma di parole,<br /> + quali aspettava il core ov’ io le scrissi.<br /> +</p> + +<p> + «La parte in me che vede e pate il sole<br /> + ne l’aguglie mortali», incominciommi,<br /> + «or fisamente riguardar si vole,<br /> +</p> + +<p> + perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,<br /> + quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,<br /> + e’ di tutti lor gradi son li sommi.<br /> +</p> + +<p> + Colui che luce in mezzo per pupilla,<br /> + fu il cantor de lo Spirito Santo,<br /> + che l’arca traslatò di villa in villa:<br /> +</p> + +<p> + ora conosce il merto del suo canto,<br /> + in quanto effetto fu del suo consiglio,<br /> + per lo remunerar ch’è altrettanto.<br /> +</p> + +<p> + Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,<br /> + colui che più al becco mi s’accosta,<br /> + la vedovella consolò del figlio:<br /> +</p> + +<p> + ora conosce quanto caro costa<br /> + non seguir Cristo, per l’esperïenza<br /> + di questa dolce vita e de l’opposta.<br /> +</p> + +<p> + E quel che segue in la circunferenza<br /> + di che ragiono, per l’arco superno,<br /> + morte indugiò per vera penitenza:<br /> +</p> + +<p> + ora conosce che ’l giudicio etterno<br /> + non si trasmuta, quando degno preco<br /> + fa crastino là giù de l’odïerno.<br /> +</p> + +<p> + L’altro che segue, con le leggi e meco,<br /> + sotto buona intenzion che fé mal frutto,<br /> + per cedere al pastor si fece greco:<br /> +</p> + +<p> + ora conosce come il mal dedutto<br /> + dal suo bene operar non li è nocivo,<br /> + avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.<br /> +</p> + +<p> + E quel che vedi ne l’arco declivo,<br /> + Guiglielmo fu, cui quella terra plora<br /> + che piagne Carlo e Federigo vivo:<br /> +</p> + +<p> + ora conosce come s’innamora<br /> + lo ciel del giusto rege, e al sembiante<br /> + del suo fulgore il fa vedere ancora.<br /> +</p> + +<p> + Chi crederebbe giù nel mondo errante<br /> + che Rifëo Troiano in questo tondo<br /> + fosse la quinta de le luci sante?<br /> +</p> + +<p> + Ora conosce assai di quel che ’l mondo<br /> + veder non può de la divina grazia,<br /> + ben che sua vista non discerna il fondo».<br /> +</p> + +<p> + Quale allodetta che ’n aere si spazia<br /> + prima cantando, e poi tace contenta<br /> + de l’ultima dolcezza che la sazia,<br /> +</p> + +<p> + tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta<br /> + de l’etterno piacere, al cui disio<br /> + ciascuna cosa qual ell’ è diventa.<br /> +</p> + +<p> + E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio<br /> + lì quasi vetro a lo color ch’el veste,<br /> + tempo aspettar tacendo non patio,<br /> +</p> + +<p> + ma de la bocca, «Che cose son queste?»,<br /> + mi pinse con la forza del suo peso:<br /> + per ch’io di coruscar vidi gran feste.<br /> +</p> + +<p> + Poi appresso, con l’occhio più acceso,<br /> + lo benedetto segno mi rispuose<br /> + per non tenermi in ammirar sospeso:<br /> +</p> + +<p> + «Io veggio che tu credi queste cose<br /> + perch’ io le dico, ma non vedi come;<br /> + sì che, se son credute, sono ascose.<br /> +</p> + +<p> + Fai come quei che la cosa per nome<br /> + apprende ben, ma la sua quiditate<br /> + veder non può se altri non la prome.<br /> +</p> + +<p> + Regnum celorum vïolenza pate<br /> + da caldo amore e da viva speranza,<br /> + che vince la divina volontate:<br /> +</p> + +<p> + non a guisa che l’omo a l’om sobranza,<br /> + ma vince lei perché vuole esser vinta,<br /> + e, vinta, vince con sua beninanza.<br /> +</p> + +<p> + La prima vita del ciglio e la quinta<br /> + ti fa maravigliar, perché ne vedi<br /> + la regïon de li angeli dipinta.<br /> +</p> + +<p> + D’i corpi suoi non uscir, come credi,<br /> + Gentili, ma Cristiani, in ferma fede<br /> + quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.<br /> +</p> + +<p> + Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede<br /> + già mai a buon voler, tornò a l’ossa;<br /> + e ciò di viva spene fu mercede:<br /> +</p> + +<p> + di viva spene, che mise la possa<br /> + ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,<br /> + sì che potesse sua voglia esser mossa.<br /> +</p> + +<p> + L’anima glorïosa onde si parla,<br /> + tornata ne la carne, in che fu poco,<br /> + credette in lui che potëa aiutarla;<br /> +</p> + +<p> + e credendo s’accese in tanto foco<br /> + di vero amor, ch’a la morte seconda<br /> + fu degna di venire a questo gioco.<br /> +</p> + +<p> + L’altra, per grazia che da sì profonda<br /> + fontana stilla, che mai creatura<br /> + non pinse l’occhio infino a la prima onda,<br /> +</p> + +<p> + tutto suo amor là giù pose a drittura:<br /> + per che, di grazia in grazia, Dio li aperse<br /> + l’occhio a la nostra redenzion futura;<br /> +</p> + +<p> + ond’ ei credette in quella, e non sofferse<br /> + da indi il puzzo più del paganesmo;<br /> + e riprendiene le genti perverse.<br /> +</p> + +<p> + Quelle tre donne li fur per battesmo<br /> + che tu vedesti da la destra rota,<br /> + dinanzi al battezzar più d’un millesmo.<br /> +</p> + +<p> + O predestinazion, quanto remota<br /> + è la radice tua da quelli aspetti<br /> + che la prima cagion non veggion tota!<br /> +</p> + +<p> + E voi, mortali, tenetevi stretti<br /> + a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,<br /> + non conosciamo ancor tutti li eletti;<br /> +</p> + +<p> + ed ènne dolce così fatto scemo,<br /> + perché il ben nostro in questo ben s’affina,<br /> + che quel che vole Iddio, e noi volemo».<br /> +</p> + +<p> + Così da quella imagine divina,<br /> + per farmi chiara la mia corta vista,<br /> + data mi fu soave medicina.<br /> +</p> + +<p> + E come a buon cantor buon citarista<br /> + fa seguitar lo guizzo de la corda,<br /> + in che più di piacer lo canto acquista,<br /> +</p> + +<p> + sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda<br /> + ch’io vidi le due luci benedette,<br /> + pur come batter d’occhi si concorda,<br /> +</p> + +<p> + con le parole mover le fiammette.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0321"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXI +</h3> + +<p> + Già eran li occhi miei rifissi al volto<br /> + de la mia donna, e l’animo con essi,<br /> + e da ogne altro intento s’era tolto.<br /> +</p> + +<p> + E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,<br /> + mi cominciò, «tu ti faresti quale<br /> + fu Semelè quando di cener fessi:<br /> +</p> + +<p> + ché la bellezza mia, che per le scale<br /> + de l’etterno palazzo più s’accende,<br /> + com’ hai veduto, quanto più si sale,<br /> +</p> + +<p> + se non si temperasse, tanto splende,<br /> + che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,<br /> + sarebbe fronda che trono scoscende.<br /> +</p> + +<p> + Noi sem levati al settimo splendore,<br /> + che sotto ’l petto del Leone ardente<br /> + raggia mo misto giù del suo valore.<br /> +</p> + +<p> + Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,<br /> + e fa di quelli specchi a la figura<br /> + che ’n questo specchio ti sarà parvente».<br /> +</p> + +<p> + Qual savesse qual era la pastura<br /> + del viso mio ne l’aspetto beato<br /> + quand’ io mi trasmutai ad altra cura,<br /> +</p> + +<p> + conoscerebbe quanto m’era a grato<br /> + ubidire a la mia celeste scorta,<br /> + contrapesando l’un con l’altro lato.<br /> +</p> + +<p> + Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,<br /> + cerchiando il mondo, del suo caro duce<br /> + sotto cui giacque ogne malizia morta,<br /> +</p> + +<p> + di color d’oro in che raggio traluce<br /> + vid’ io uno scaleo eretto in suso<br /> + tanto, che nol seguiva la mia luce.<br /> +</p> + +<p> + Vidi anche per li gradi scender giuso<br /> + tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume<br /> + che par nel ciel, quindi fosse diffuso.<br /> +</p> + +<p> + E come, per lo natural costume,<br /> + le pole insieme, al cominciar del giorno,<br /> + si movono a scaldar le fredde piume;<br /> +</p> + +<p> + poi altre vanno via sanza ritorno,<br /> + altre rivolgon sé onde son mosse,<br /> + e altre roteando fan soggiorno;<br /> +</p> + +<p> + tal modo parve me che quivi fosse<br /> + in quello sfavillar che ’nsieme venne,<br /> + sì come in certo grado si percosse.<br /> +</p> + +<p> + E quel che presso più ci si ritenne,<br /> + si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:<br /> + ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.<br /> +</p> + +<p> + Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando<br /> + del dire e del tacer, si sta; ond’ io,<br /> + contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.<br /> +</p> + +<p> + Per ch’ella, che vedëa il tacer mio<br /> + nel veder di colui che tutto vede,<br /> + mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».<br /> +</p> + +<p> + E io incominciai: «La mia mercede<br /> + non mi fa degno de la tua risposta;<br /> + ma per colei che ’l chieder mi concede,<br /> +</p> + +<p> + vita beata che ti stai nascosta<br /> + dentro a la tua letizia, fammi nota<br /> + la cagion che sì presso mi t’ha posta;<br /> +</p> + +<p> + e dì perché si tace in questa rota<br /> + la dolce sinfonia di paradiso,<br /> + che giù per l’altre suona sì divota».<br /> +</p> + +<p> + «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,<br /> + rispuose a me; «onde qui non si canta<br /> + per quel che Bëatrice non ha riso.<br /> +</p> + +<p> + Giù per li gradi de la scala santa<br /> + discesi tanto sol per farti festa<br /> + col dire e con la luce che mi ammanta;<br /> +</p> + +<p> + né più amor mi fece esser più presta,<br /> + ché più e tanto amor quinci sù ferve,<br /> + sì come il fiammeggiar ti manifesta.<br /> +</p> + +<p> + Ma l’alta carità, che ci fa serve<br /> + pronte al consiglio che ’l mondo governa,<br /> + sorteggia qui sì come tu osserve».<br /> +</p> + +<p> + «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,<br /> + come libero amore in questa corte<br /> + basta a seguir la provedenza etterna;<br /> +</p> + +<p> + ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,<br /> + perché predestinata fosti sola<br /> + a questo officio tra le tue consorte».<br /> +</p> + +<p> + Né venni prima a l’ultima parola,<br /> + che del suo mezzo fece il lume centro,<br /> + girando sé come veloce mola;<br /> +</p> + +<p> + poi rispuose l’amor che v’era dentro:<br /> + «Luce divina sopra me s’appunta,<br /> + penetrando per questa in ch’io m’inventro,<br /> +</p> + +<p> + la cui virtù, col mio veder congiunta,<br /> + mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio<br /> + la somma essenza de la quale è munta.<br /> +</p> + +<p> + Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;<br /> + per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,<br /> + la chiarità de la fiamma pareggio.<br /> +</p> + +<p> + Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,<br /> + quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,<br /> + a la dimanda tua non satisfara,<br /> +</p> + +<p> + però che sì s’innoltra ne lo abisso<br /> + de l’etterno statuto quel che chiedi,<br /> + che da ogne creata vista è scisso.<br /> +</p> + +<p> + E al mondo mortal, quando tu riedi,<br /> + questo rapporta, sì che non presumma<br /> + a tanto segno più mover li piedi.<br /> +</p> + +<p> + La mente, che qui luce, in terra fumma;<br /> + onde riguarda come può là giùe<br /> + quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».<br /> +</p> + +<p> + Sì mi prescrisser le parole sue,<br /> + ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi<br /> + a dimandarla umilmente chi fue.<br /> +</p> + +<p> + «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,<br /> + e non molto distanti a la tua patria,<br /> + tanto che ’ troni assai suonan più bassi,<br /> +</p> + +<p> + e fanno un gibbo che si chiama Catria,<br /> + di sotto al quale è consecrato un ermo,<br /> + che suole esser disposto a sola latria».<br /> +</p> + +<p> + Così ricominciommi il terzo sermo;<br /> + e poi, continüando, disse: «Quivi<br /> + al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,<br /> +</p> + +<p> + che pur con cibi di liquor d’ulivi<br /> + lievemente passava caldi e geli,<br /> + contento ne’ pensier contemplativi.<br /> +</p> + +<p> + Render solea quel chiostro a questi cieli<br /> + fertilemente; e ora è fatto vano,<br /> + sì che tosto convien che si riveli.<br /> +</p> + +<p> + In quel loco fu’ io Pietro Damiano,<br /> + e Pietro Peccator fu’ ne la casa<br /> + di Nostra Donna in sul lito adriano.<br /> +</p> + +<p> + Poca vita mortal m’era rimasa,<br /> + quando fui chiesto e tratto a quel cappello,<br /> + che pur di male in peggio si travasa.<br /> +</p> + +<p> + Venne Cefàs e venne il gran vasello<br /> + de lo Spirito Santo, magri e scalzi,<br /> + prendendo il cibo da qualunque ostello.<br /> +</p> + +<p> + Or voglion quinci e quindi chi rincalzi<br /> + li moderni pastori e chi li meni,<br /> + tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.<br /> +</p> + +<p> + Cuopron d’i manti loro i palafreni,<br /> + sì che due bestie van sott’ una pelle:<br /> + oh pazïenza che tanto sostieni!».<br /> +</p> + +<p> + A questa voce vid’ io più fiammelle<br /> + di grado in grado scendere e girarsi,<br /> + e ogne giro le facea più belle.<br /> +</p> + +<p> + Dintorno a questa vennero e fermarsi,<br /> + e fero un grido di sì alto suono,<br /> + che non potrebbe qui assomigliarsi;<br /> +</p> + +<p> + né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0322"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXII +</h3> + +<p> + Oppresso di stupore, a la mia guida<br /> + mi volsi, come parvol che ricorre<br /> + sempre colà dove più si confida;<br /> +</p> + +<p> + e quella, come madre che soccorre<br /> + sùbito al figlio palido e anelo<br /> + con la sua voce, che ’l suol ben disporre,<br /> +</p> + +<p> + mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?<br /> + e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,<br /> + e ciò che ci si fa vien da buon zelo?<br /> +</p> + +<p> + Come t’avrebbe trasmutato il canto,<br /> + e io ridendo, mo pensar lo puoi,<br /> + poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;<br /> +</p> + +<p> + nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,<br /> + già ti sarebbe nota la vendetta<br /> + che tu vedrai innanzi che tu muoi.<br /> +</p> + +<p> + La spada di qua sù non taglia in fretta<br /> + né tardo, ma’ ch’al parer di colui<br /> + che disïando o temendo l’aspetta.<br /> +</p> + +<p> + Ma rivolgiti omai inverso altrui;<br /> + ch’assai illustri spiriti vedrai,<br /> + se com’ io dico l’aspetto redui».<br /> +</p> + +<p> + Come a lei piacque, li occhi ritornai,<br /> + e vidi cento sperule che ’nsieme<br /> + più s’abbellivan con mutüi rai.<br /> +</p> + +<p> + Io stava come quei che ’n sé repreme<br /> + la punta del disio, e non s’attenta<br /> + di domandar, sì del troppo si teme;<br /> +</p> + +<p> + e la maggiore e la più luculenta<br /> + di quelle margherite innanzi fessi,<br /> + per far di sé la mia voglia contenta.<br /> +</p> + +<p> + Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi<br /> + com’ io la carità che tra noi arde,<br /> + li tuoi concetti sarebbero espressi.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché tu, aspettando, non tarde<br /> + a l’alto fine, io ti farò risposta<br /> + pur al pensier, da che sì ti riguarde.<br /> +</p> + +<p> + Quel monte a cui Cassino è ne la costa<br /> + fu frequentato già in su la cima<br /> + da la gente ingannata e mal disposta;<br /> +</p> + +<p> + e quel son io che sù vi portai prima<br /> + lo nome di colui che ’n terra addusse<br /> + la verità che tanto ci soblima;<br /> +</p> + +<p> + e tanta grazia sopra me relusse,<br /> + ch’io ritrassi le ville circunstanti<br /> + da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.<br /> +</p> + +<p> + Questi altri fuochi tutti contemplanti<br /> + uomini fuoro, accesi di quel caldo<br /> + che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.<br /> +</p> + +<p> + Qui è Maccario, qui è Romoaldo,<br /> + qui son li frati miei che dentro ai chiostri<br /> + fermar li piedi e tennero il cor saldo».<br /> +</p> + +<p> + E io a lui: «L’affetto che dimostri<br /> + meco parlando, e la buona sembianza<br /> + ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,<br /> +</p> + +<p> + così m’ha dilatata mia fidanza,<br /> + come ’l sol fa la rosa quando aperta<br /> + tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.<br /> +</p> + +<p> + Però ti priego, e tu, padre, m’accerta<br /> + s’io posso prender tanta grazia, ch’io<br /> + ti veggia con imagine scoverta».<br /> +</p> + +<p> + Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio<br /> + s’adempierà in su l’ultima spera,<br /> + ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.<br /> +</p> + +<p> + Ivi è perfetta, matura e intera<br /> + ciascuna disïanza; in quella sola<br /> + è ogne parte là ove sempr’ era,<br /> +</p> + +<p> + perché non è in loco e non s’impola;<br /> + e nostra scala infino ad essa varca,<br /> + onde così dal viso ti s’invola.<br /> +</p> + +<p> + Infin là sù la vide il patriarca<br /> + Iacobbe porger la superna parte,<br /> + quando li apparve d’angeli sì carca.<br /> +</p> + +<p> + Ma, per salirla, mo nessun diparte<br /> + da terra i piedi, e la regola mia<br /> + rimasa è per danno de le carte.<br /> +</p> + +<p> + Le mura che solieno esser badia<br /> + fatte sono spelonche, e le cocolle<br /> + sacca son piene di farina ria.<br /> +</p> + +<p> + Ma grave usura tanto non si tolle<br /> + contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto<br /> + che fa il cor de’ monaci sì folle;<br /> +</p> + +<p> + ché quantunque la Chiesa guarda, tutto<br /> + è de la gente che per Dio dimanda;<br /> + non di parenti né d’altro più brutto.<br /> +</p> + +<p> + La carne d’i mortali è tanto blanda,<br /> + che giù non basta buon cominciamento<br /> + dal nascer de la quercia al far la ghianda.<br /> +</p> + +<p> + Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,<br /> + e io con orazione e con digiuno,<br /> + e Francesco umilmente il suo convento;<br /> +</p> + +<p> + e se guardi ’l principio di ciascuno,<br /> + poscia riguardi là dov’ è trascorso,<br /> + tu vederai del bianco fatto bruno.<br /> +</p> + +<p> + Veramente Iordan vòlto retrorso<br /> + più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,<br /> + mirabile a veder che qui ’l soccorso».<br /> +</p> + +<p> + Così mi disse, e indi si raccolse<br /> + al suo collegio, e ’l collegio si strinse;<br /> + poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.<br /> +</p> + +<p> + La dolce donna dietro a lor mi pinse<br /> + con un sol cenno su per quella scala,<br /> + sì sua virtù la mia natura vinse;<br /> +</p> + +<p> + né mai qua giù dove si monta e cala<br /> + naturalmente, fu sì ratto moto<br /> + ch’agguagliar si potesse a la mia ala.<br /> +</p> + +<p> + S’io torni mai, lettore, a quel divoto<br /> + trïunfo per lo quale io piango spesso<br /> + le mie peccata e ’l petto mi percuoto,<br /> +</p> + +<p> + tu non avresti in tanto tratto e messo<br /> + nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno<br /> + che segue il Tauro e fui dentro da esso.<br /> +</p> + +<p> + O glorïose stelle, o lume pregno<br /> + di gran virtù, dal quale io riconosco<br /> + tutto, qual che si sia, il mio ingegno,<br /> +</p> + +<p> + con voi nasceva e s’ascondeva vosco<br /> + quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,<br /> + quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;<br /> +</p> + +<p> + e poi, quando mi fu grazia largita<br /> + d’entrar ne l’alta rota che vi gira,<br /> + la vostra regïon mi fu sortita.<br /> +</p> + +<p> + A voi divotamente ora sospira<br /> + l’anima mia, per acquistar virtute<br /> + al passo forte che a sé la tira.<br /> +</p> + +<p> + «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,<br /> + cominciò Bëatrice, «che tu dei<br /> + aver le luci tue chiare e acute;<br /> +</p> + +<p> + e però, prima che tu più t’inlei,<br /> + rimira in giù, e vedi quanto mondo<br /> + sotto li piedi già esser ti fei;<br /> +</p> + +<p> + sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo<br /> + s’appresenti a la turba trïunfante<br /> + che lieta vien per questo etera tondo».<br /> +</p> + +<p> + Col viso ritornai per tutte quante<br /> + le sette spere, e vidi questo globo<br /> + tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;<br /> +</p> + +<p> + e quel consiglio per migliore approbo<br /> + che l’ha per meno; e chi ad altro pensa<br /> + chiamar si puote veramente probo.<br /> +</p> + +<p> + Vidi la figlia di Latona incensa<br /> + sanza quell’ ombra che mi fu cagione<br /> + per che già la credetti rara e densa.<br /> +</p> + +<p> + L’aspetto del tuo nato, Iperïone,<br /> + quivi sostenni, e vidi com’ si move<br /> + circa e vicino a lui Maia e Dïone.<br /> +</p> + +<p> + Quindi m’apparve il temperar di Giove<br /> + tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro<br /> + il varïar che fanno di lor dove;<br /> +</p> + +<p> + e tutti e sette mi si dimostraro<br /> + quanto son grandi e quanto son veloci<br /> + e come sono in distante riparo.<br /> +</p> + +<p> + L’aiuola che ci fa tanto feroci,<br /> + volgendom’ io con li etterni Gemelli,<br /> + tutta m’apparve da’ colli a le foci;<br /> +</p> + +<p> + poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0323"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXIII +</h3> + +<p> + Come l’augello, intra l’amate fronde,<br /> + posato al nido de’ suoi dolci nati<br /> + la notte che le cose ci nasconde,<br /> +</p> + +<p> + che, per veder li aspetti disïati<br /> + e per trovar lo cibo onde li pasca,<br /> + in che gravi labor li sono aggrati,<br /> +</p> + +<p> + previene il tempo in su aperta frasca,<br /> + e con ardente affetto il sole aspetta,<br /> + fiso guardando pur che l’alba nasca;<br /> +</p> + +<p> + così la donna mïa stava eretta<br /> + e attenta, rivolta inver’ la plaga<br /> + sotto la quale il sol mostra men fretta:<br /> +</p> + +<p> + sì che, veggendola io sospesa e vaga,<br /> + fecimi qual è quei che disïando<br /> + altro vorria, e sperando s’appaga.<br /> +</p> + +<p> + Ma poco fu tra uno e altro quando,<br /> + del mio attender, dico, e del vedere<br /> + lo ciel venir più e più rischiarando;<br /> +</p> + +<p> + e Bëatrice disse: «Ecco le schiere<br /> + del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto<br /> + ricolto del girar di queste spere!».<br /> +</p> + +<p> + Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,<br /> + e li occhi avea di letizia sì pieni,<br /> + che passarmen convien sanza costrutto.<br /> +</p> + +<p> + Quale ne’ plenilunïi sereni<br /> + Trivïa ride tra le ninfe etterne<br /> + che dipingon lo ciel per tutti i seni,<br /> +</p> + +<p> + vid’ i’ sopra migliaia di lucerne<br /> + un sol che tutte quante l’accendea,<br /> + come fa ’l nostro le viste superne;<br /> +</p> + +<p> + e per la viva luce trasparea<br /> + la lucente sustanza tanto chiara<br /> + nel viso mio, che non la sostenea.<br /> +</p> + +<p> + Oh Bëatrice, dolce guida e cara!<br /> + Ella mi disse: «Quel che ti sobranza<br /> + è virtù da cui nulla si ripara.<br /> +</p> + +<p> + Quivi è la sapïenza e la possanza<br /> + ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,<br /> + onde fu già sì lunga disïanza».<br /> +</p> + +<p> + Come foco di nube si diserra<br /> + per dilatarsi sì che non vi cape,<br /> + e fuor di sua natura in giù s’atterra,<br /> +</p> + +<p> + la mente mia così, tra quelle dape<br /> + fatta più grande, di sé stessa uscìo,<br /> + e che si fesse rimembrar non sape.<br /> +</p> + +<p> + «Apri li occhi e riguarda qual son io;<br /> + tu hai vedute cose, che possente<br /> + se’ fatto a sostener lo riso mio».<br /> +</p> + +<p> + Io era come quei che si risente<br /> + di visïone oblita e che s’ingegna<br /> + indarno di ridurlasi a la mente,<br /> +</p> + +<p> + quand’ io udi’ questa proferta, degna<br /> + di tanto grato, che mai non si stingue<br /> + del libro che ’l preterito rassegna.<br /> +</p> + +<p> + Se mo sonasser tutte quelle lingue<br /> + che Polimnïa con le suore fero<br /> + del latte lor dolcissimo più pingue,<br /> +</p> + +<p> + per aiutarmi, al millesmo del vero<br /> + non si verria, cantando il santo riso<br /> + e quanto il santo aspetto facea mero;<br /> +</p> + +<p> + e così, figurando il paradiso,<br /> + convien saltar lo sacrato poema,<br /> + come chi trova suo cammin riciso.<br /> +</p> + +<p> + Ma chi pensasse il ponderoso tema<br /> + e l’omero mortal che se ne carca,<br /> + nol biasmerebbe se sott’ esso trema:<br /> +</p> + +<p> + non è pareggio da picciola barca<br /> + quel che fendendo va l’ardita prora,<br /> + né da nocchier ch’a sé medesmo parca.<br /> +</p> + +<p> + «Perché la faccia mia sì t’innamora,<br /> + che tu non ti rivolgi al bel giardino<br /> + che sotto i raggi di Cristo s’infiora?<br /> +</p> + +<p> + Quivi è la rosa in che ’l verbo divino<br /> + carne si fece; quivi son li gigli<br /> + al cui odor si prese il buon cammino».<br /> +</p> + +<p> + Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli<br /> + tutto era pronto, ancora mi rendei<br /> + a la battaglia de’ debili cigli.<br /> +</p> + +<p> + Come a raggio di sol, che puro mei<br /> + per fratta nube, già prato di fiori<br /> + vider, coverti d’ombra, li occhi miei;<br /> +</p> + +<p> + vid’ io così più turbe di splendori,<br /> + folgorate di sù da raggi ardenti,<br /> + sanza veder principio di folgóri.<br /> +</p> + +<p> + O benigna vertù che sì li ’mprenti,<br /> + sù t’essaltasti, per largirmi loco<br /> + a li occhi lì che non t’eran possenti.<br /> +</p> + +<p> + Il nome del bel fior ch’io sempre invoco<br /> + e mane e sera, tutto mi ristrinse<br /> + l’animo ad avvisar lo maggior foco;<br /> +</p> + +<p> + e come ambo le luci mi dipinse<br /> + il quale e il quanto de la viva stella<br /> + che là sù vince come qua giù vinse,<br /> +</p> + +<p> + per entro il cielo scese una facella,<br /> + formata in cerchio a guisa di corona,<br /> + e cinsela e girossi intorno ad ella.<br /> +</p> + +<p> + Qualunque melodia più dolce suona<br /> + qua giù e più a sé l’anima tira,<br /> + parrebbe nube che squarciata tona,<br /> +</p> + +<p> + comparata al sonar di quella lira<br /> + onde si coronava il bel zaffiro<br /> + del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.<br /> +</p> + +<p> + «Io sono amore angelico, che giro<br /> + l’alta letizia che spira del ventre<br /> + che fu albergo del nostro disiro;<br /> +</p> + +<p> + e girerommi, donna del ciel, mentre<br /> + che seguirai tuo figlio, e farai dia<br /> + più la spera suprema perché lì entre».<br /> +</p> + +<p> + Così la circulata melodia<br /> + si sigillava, e tutti li altri lumi<br /> + facean sonare il nome di Maria.<br /> +</p> + +<p> + Lo real manto di tutti i volumi<br /> + del mondo, che più ferve e più s’avviva<br /> + ne l’alito di Dio e nei costumi,<br /> +</p> + +<p> + avea sopra di noi l’interna riva<br /> + tanto distante, che la sua parvenza,<br /> + là dov’ io era, ancor non appariva:<br /> +</p> + +<p> + però non ebber li occhi miei potenza<br /> + di seguitar la coronata fiamma<br /> + che si levò appresso sua semenza.<br /> +</p> + +<p> + E come fantolin che ’nver’ la mamma<br /> + tende le braccia, poi che ’l latte prese,<br /> + per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;<br /> +</p> + +<p> + ciascun di quei candori in sù si stese<br /> + con la sua cima, sì che l’alto affetto<br /> + ch’elli avieno a Maria mi fu palese.<br /> +</p> + +<p> + Indi rimaser lì nel mio cospetto,<br /> + ‘Regina celi’ cantando sì dolce,<br /> + che mai da me non si partì ’l diletto.<br /> +</p> + +<p> + Oh quanta è l’ubertà che si soffolce<br /> + in quelle arche ricchissime che fuoro<br /> + a seminar qua giù buone bobolce!<br /> +</p> + +<p> + Quivi si vive e gode del tesoro<br /> + che s’acquistò piangendo ne lo essilio<br /> + di Babillòn, ove si lasciò l’oro.<br /> +</p> + +<p> + Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio<br /> + di Dio e di Maria, di sua vittoria,<br /> + e con l’antico e col novo concilio,<br /> +</p> + +<p> + colui che tien le chiavi di tal gloria.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0324"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXIV +</h3> + +<p> + «O sodalizio eletto a la gran cena<br /> + del benedetto Agnello, il qual vi ciba<br /> + sì, che la vostra voglia è sempre piena,<br /> +</p> + +<p> + se per grazia di Dio questi preliba<br /> + di quel che cade de la vostra mensa,<br /> + prima che morte tempo li prescriba,<br /> +</p> + +<p> + ponete mente a l’affezione immensa<br /> + e roratelo alquanto: voi bevete<br /> + sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».<br /> +</p> + +<p> + Così Beatrice; e quelle anime liete<br /> + si fero spere sopra fissi poli,<br /> + fiammando, a volte, a guisa di comete.<br /> +</p> + +<p> + E come cerchi in tempra d’orïuoli<br /> + si giran sì, che ’l primo a chi pon mente<br /> + quïeto pare, e l’ultimo che voli;<br /> +</p> + +<p> + così quelle carole, differente-<br /> + mente danzando, de la sua ricchezza<br /> + mi facieno stimar, veloci e lente.<br /> +</p> + +<p> + Di quella ch’io notai di più carezza<br /> + vid’ ïo uscire un foco sì felice,<br /> + che nullo vi lasciò di più chiarezza;<br /> +</p> + +<p> + e tre fïate intorno di Beatrice<br /> + si volse con un canto tanto divo,<br /> + che la mia fantasia nol mi ridice.<br /> +</p> + +<p> + Però salta la penna e non lo scrivo:<br /> + ché l’imagine nostra a cotai pieghe,<br /> + non che ’l parlare, è troppo color vivo.<br /> +</p> + +<p> + «O santa suora mia che sì ne prieghe<br /> + divota, per lo tuo ardente affetto<br /> + da quella bella spera mi disleghe».<br /> +</p> + +<p> + Poscia fermato, il foco benedetto<br /> + a la mia donna dirizzò lo spiro,<br /> + che favellò così com’ i’ ho detto.<br /> +</p> + +<p> + Ed ella: «O luce etterna del gran viro<br /> + a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,<br /> + ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,<br /> +</p> + +<p> + tenta costui di punti lievi e gravi,<br /> + come ti piace, intorno de la fede,<br /> + per la qual tu su per lo mare andavi.<br /> +</p> + +<p> + S’elli ama bene e bene spera e crede,<br /> + non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi<br /> + dov’ ogne cosa dipinta si vede;<br /> +</p> + +<p> + ma perché questo regno ha fatto civi<br /> + per la verace fede, a glorïarla,<br /> + di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».<br /> +</p> + +<p> + Sì come il baccialier s’arma e non parla<br /> + fin che ’l maestro la question propone,<br /> + per approvarla, non per terminarla,<br /> +</p> + +<p> + così m’armava io d’ogne ragione<br /> + mentre ch’ella dicea, per esser presto<br /> + a tal querente e a tal professione.<br /> +</p> + +<p> + «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:<br /> + fede che è?». Ond’ io levai la fronte<br /> + in quella luce onde spirava questo;<br /> +</p> + +<p> + poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte<br /> + sembianze femmi perch’ ïo spandessi<br /> + l’acqua di fuor del mio interno fonte.<br /> +</p> + +<p> + «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,<br /> + comincia’ io, «da l’alto primipilo,<br /> + faccia li miei concetti bene espressi».<br /> +</p> + +<p> + E seguitai: «Come ’l verace stilo<br /> + ne scrisse, padre, del tuo caro frate<br /> + che mise teco Roma nel buon filo,<br /> +</p> + +<p> + fede è sustanza di cose sperate<br /> + e argomento de le non parventi;<br /> + e questa pare a me sua quiditate».<br /> +</p> + +<p> + Allora udi’: «Dirittamente senti,<br /> + se bene intendi perché la ripuose<br /> + tra le sustanze, e poi tra li argomenti».<br /> +</p> + +<p> + E io appresso: «Le profonde cose<br /> + che mi largiscon qui la lor parvenza,<br /> + a li occhi di là giù son sì ascose,<br /> +</p> + +<p> + che l’esser loro v’è in sola credenza,<br /> + sopra la qual si fonda l’alta spene;<br /> + e però di sustanza prende intenza.<br /> +</p> + +<p> + E da questa credenza ci convene<br /> + silogizzar, sanz’ avere altra vista:<br /> + però intenza d’argomento tene».<br /> +</p> + +<p> + Allora udi’: «Se quantunque s’acquista<br /> + giù per dottrina, fosse così ’nteso,<br /> + non lì avria loco ingegno di sofista».<br /> +</p> + +<p> + Così spirò di quello amore acceso;<br /> + indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa<br /> + d’esta moneta già la lega e ’l peso;<br /> +</p> + +<p> + ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».<br /> + Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,<br /> + che nel suo conio nulla mi s’inforsa».<br /> +</p> + +<p> + Appresso uscì de la luce profonda<br /> + che lì splendeva: «Questa cara gioia<br /> + sopra la quale ogne virtù si fonda,<br /> +</p> + +<p> + onde ti venne?». E io: «La larga ploia<br /> + de lo Spirito Santo, ch’è diffusa<br /> + in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,<br /> +</p> + +<p> + è silogismo che la m’ha conchiusa<br /> + acutamente sì, che ’nverso d’ella<br /> + ogne dimostrazion mi pare ottusa».<br /> +</p> + +<p> + Io udi’ poi: «L’antica e la novella<br /> + proposizion che così ti conchiude,<br /> + perché l’hai tu per divina favella?».<br /> +</p> + +<p> + E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,<br /> + son l’opere seguite, a che natura<br /> + non scalda ferro mai né batte incude».<br /> +</p> + +<p> + Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura<br /> + che quell’ opere fosser? Quel medesmo<br /> + che vuol provarsi, non altri, il ti giura».<br /> +</p> + +<p> + «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,<br /> + diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno<br /> + è tal, che li altri non sono il centesmo:<br /> +</p> + +<p> + ché tu intrasti povero e digiuno<br /> + in campo, a seminar la buona pianta<br /> + che fu già vite e ora è fatta pruno».<br /> +</p> + +<p> + Finito questo, l’alta corte santa<br /> + risonò per le spere un ‘Dio laudamo’<br /> + ne la melode che là sù si canta.<br /> +</p> + +<p> + E quel baron che sì di ramo in ramo,<br /> + essaminando, già tratto m’avea,<br /> + che a l’ultime fronde appressavamo,<br /> +</p> + +<p> + ricominciò: «La Grazia, che donnea<br /> + con la tua mente, la bocca t’aperse<br /> + infino a qui come aprir si dovea,<br /> +</p> + +<p> + sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;<br /> + ma or convien espremer quel che credi,<br /> + e onde a la credenza tua s’offerse».<br /> +</p> + +<p> + «O santo padre, e spirito che vedi<br /> + ciò che credesti sì, che tu vincesti<br /> + ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,<br /> +</p> + +<p> + comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti<br /> + la forma qui del pronto creder mio,<br /> + e anche la cagion di lui chiedesti.<br /> +</p> + +<p> + E io rispondo: Io credo in uno Dio<br /> + solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,<br /> + non moto, con amore e con disio;<br /> +</p> + +<p> + e a tal creder non ho io pur prove<br /> + fisice e metafisice, ma dalmi<br /> + anche la verità che quinci piove<br /> +</p> + +<p> + per Moïsè, per profeti e per salmi,<br /> + per l’Evangelio e per voi che scriveste<br /> + poi che l’ardente Spirto vi fé almi;<br /> +</p> + +<p> + e credo in tre persone etterne, e queste<br /> + credo una essenza sì una e sì trina,<br /> + che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.<br /> +</p> + +<p> + De la profonda condizion divina<br /> + ch’io tocco mo, la mente mi sigilla<br /> + più volte l’evangelica dottrina.<br /> +</p> + +<p> + Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla<br /> + che si dilata in fiamma poi vivace,<br /> + e come stella in cielo in me scintilla».<br /> +</p> + +<p> + Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,<br /> + da indi abbraccia il servo, gratulando<br /> + per la novella, tosto ch’el si tace;<br /> +</p> + +<p> + così, benedicendomi cantando,<br /> + tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,<br /> + l’appostolico lume al cui comando<br /> +</p> + +<p> + io avea detto: sì nel dir li piacqui!<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0325"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXV +</h3> + +<p> + Se mai continga che ’l poema sacro<br /> + al quale ha posto mano e cielo e terra,<br /> + sì che m’ha fatto per molti anni macro,<br /> +</p> + +<p> + vinca la crudeltà che fuor mi serra<br /> + del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,<br /> + nimico ai lupi che li danno guerra;<br /> +</p> + +<p> + con altra voce omai, con altro vello<br /> + ritornerò poeta, e in sul fonte<br /> + del mio battesmo prenderò ’l cappello;<br /> +</p> + +<p> + però che ne la fede, che fa conte<br /> + l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi<br /> + Pietro per lei sì mi girò la fronte.<br /> +</p> + +<p> + Indi si mosse un lume verso noi<br /> + di quella spera ond’ uscì la primizia<br /> + che lasciò Cristo d’i vicari suoi;<br /> +</p> + +<p> + e la mia donna, piena di letizia,<br /> + mi disse: «Mira, mira: ecco il barone<br /> + per cui là giù si vicita Galizia».<br /> +</p> + +<p> + Sì come quando il colombo si pone<br /> + presso al compagno, l’uno a l’altro pande,<br /> + girando e mormorando, l’affezione;<br /> +</p> + +<p> + così vid’ ïo l’un da l’altro grande<br /> + principe glorïoso essere accolto,<br /> + laudando il cibo che là sù li prande.<br /> +</p> + +<p> + Ma poi che ’l gratular si fu assolto,<br /> + tacito coram me ciascun s’affisse,<br /> + ignito sì che vincëa ’l mio volto.<br /> +</p> + +<p> + Ridendo allora Bëatrice disse:<br /> + «Inclita vita per cui la larghezza<br /> + de la nostra basilica si scrisse,<br /> +</p> + +<p> + fa risonar la spene in questa altezza:<br /> + tu sai, che tante fiate la figuri,<br /> + quante Iesù ai tre fé più carezza».<br /> +</p> + +<p> + «Leva la testa e fa che t’assicuri:<br /> + che ciò che vien qua sù del mortal mondo,<br /> + convien ch’ai nostri raggi si maturi».<br /> +</p> + +<p> + Questo conforto del foco secondo<br /> + mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti<br /> + che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.<br /> +</p> + +<p> + «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti<br /> + lo nostro Imperadore, anzi la morte,<br /> + ne l’aula più secreta co’ suoi conti,<br /> +</p> + +<p> + sì che, veduto il ver di questa corte,<br /> + la spene, che là giù bene innamora,<br /> + in te e in altrui di ciò conforte,<br /> +</p> + +<p> + di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora<br /> + la mente tua, e dì onde a te venne».<br /> + Così seguì ’l secondo lume ancora.<br /> +</p> + +<p> + E quella pïa che guidò le penne<br /> + de le mie ali a così alto volo,<br /> + a la risposta così mi prevenne:<br /> +</p> + +<p> + «La Chiesa militante alcun figliuolo<br /> + non ha con più speranza, com’ è scritto<br /> + nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:<br /> +</p> + +<p> + però li è conceduto che d’Egitto<br /> + vegna in Ierusalemme per vedere,<br /> + anzi che ’l militar li sia prescritto.<br /> +</p> + +<p> + Li altri due punti, che non per sapere<br /> + son dimandati, ma perch’ ei rapporti<br /> + quanto questa virtù t’è in piacere,<br /> +</p> + +<p> + a lui lasc’ io, ché non li saran forti<br /> + né di iattanza; ed elli a ciò risponda,<br /> + e la grazia di Dio ciò li comporti».<br /> +</p> + +<p> + Come discente ch’a dottor seconda<br /> + pronto e libente in quel ch’elli è esperto,<br /> + perché la sua bontà si disasconda,<br /> +</p> + +<p> + «Spene», diss’ io, «è uno attender certo<br /> + de la gloria futura, il qual produce<br /> + grazia divina e precedente merto.<br /> +</p> + +<p> + Da molte stelle mi vien questa luce;<br /> + ma quei la distillò nel mio cor pria<br /> + che fu sommo cantor del sommo duce.<br /> +</p> + +<p> + ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia<br /> + dice, ‘color che sanno il nome tuo’:<br /> + e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?<br /> +</p> + +<p> + Tu mi stillasti, con lo stillar suo,<br /> + ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,<br /> + e in altrui vostra pioggia repluo».<br /> +</p> + +<p> + Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno<br /> + di quello incendio tremolava un lampo<br /> + sùbito e spesso a guisa di baleno.<br /> +</p> + +<p> + Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo<br /> + ancor ver’ la virtù che mi seguette<br /> + infin la palma e a l’uscir del campo,<br /> +</p> + +<p> + vuol ch’io respiri a te che ti dilette<br /> + di lei; ed emmi a grato che tu diche<br /> + quello che la speranza ti ’mpromette».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Le nove e le scritture antiche<br /> + pongon lo segno, ed esso lo mi addita,<br /> + de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.<br /> +</p> + +<p> + Dice Isaia che ciascuna vestita<br /> + ne la sua terra fia di doppia vesta:<br /> + e la sua terra è questa dolce vita;<br /> +</p> + +<p> + e ’l tuo fratello assai vie più digesta,<br /> + là dove tratta de le bianche stole,<br /> + questa revelazion ci manifesta».<br /> +</p> + +<p> + E prima, appresso al fin d’este parole,<br /> + ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;<br /> + a che rispuoser tutte le carole.<br /> +</p> + +<p> + Poscia tra esse un lume si schiarì<br /> + sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,<br /> + l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.<br /> +</p> + +<p> + E come surge e va ed entra in ballo<br /> + vergine lieta, sol per fare onore<br /> + a la novizia, non per alcun fallo,<br /> +</p> + +<p> + così vid’ io lo schiarato splendore<br /> + venire a’ due che si volgieno a nota<br /> + qual conveniesi al loro ardente amore.<br /> +</p> + +<p> + Misesi lì nel canto e ne la rota;<br /> + e la mia donna in lor tenea l’aspetto,<br /> + pur come sposa tacita e immota.<br /> +</p> + +<p> + «Questi è colui che giacque sopra ’l petto<br /> + del nostro pellicano, e questi fue<br /> + di su la croce al grande officio eletto».<br /> +</p> + +<p> + La donna mia così; né però piùe<br /> + mosser la vista sua di stare attenta<br /> + poscia che prima le parole sue.<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta<br /> + di vedere eclissar lo sole un poco,<br /> + che, per veder, non vedente diventa;<br /> +</p> + +<p> + tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco<br /> + mentre che detto fu: «Perché t’abbagli<br /> + per veder cosa che qui non ha loco?<br /> +</p> + +<p> + In terra è terra il mio corpo, e saragli<br /> + tanto con li altri, che ’l numero nostro<br /> + con l’etterno proposito s’agguagli.<br /> +</p> + +<p> + Con le due stole nel beato chiostro<br /> + son le due luci sole che saliro;<br /> + e questo apporterai nel mondo vostro».<br /> +</p> + +<p> + A questa voce l’infiammato giro<br /> + si quïetò con esso il dolce mischio<br /> + che si facea nel suon del trino spiro,<br /> +</p> + +<p> + sì come, per cessar fatica o rischio,<br /> + li remi, pria ne l’acqua ripercossi,<br /> + tutti si posano al sonar d’un fischio.<br /> +</p> + +<p> + Ahi quanto ne la mente mi commossi,<br /> + quando mi volsi per veder Beatrice,<br /> + per non poter veder, benché io fossi<br /> +</p> + +<p> + presso di lei, e nel mondo felice!<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0326"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXVI +</h3> + +<p> + Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,<br /> + de la fulgida fiamma che lo spense<br /> + uscì un spiro che mi fece attento,<br /> +</p> + +<p> + dicendo: «Intanto che tu ti risense<br /> + de la vista che haï in me consunta,<br /> + ben è che ragionando la compense.<br /> +</p> + +<p> + Comincia dunque; e dì ove s’appunta<br /> + l’anima tua, e fa ragion che sia<br /> + la vista in te smarrita e non defunta:<br /> +</p> + +<p> + perché la donna che per questa dia<br /> + regïon ti conduce, ha ne lo sguardo<br /> + la virtù ch’ebbe la man d’Anania».<br /> +</p> + +<p> + Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo<br /> + vegna remedio a li occhi, che fuor porte<br /> + quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.<br /> +</p> + +<p> + Lo ben che fa contenta questa corte,<br /> + Alfa e O è di quanta scrittura<br /> + mi legge Amore o lievemente o forte».<br /> +</p> + +<p> + Quella medesma voce che paura<br /> + tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,<br /> + di ragionare ancor mi mise in cura;<br /> +</p> + +<p> + e disse: «Certo a più angusto vaglio<br /> + ti conviene schiarar: dicer convienti<br /> + chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».<br /> +</p> + +<p> + E io: «Per filosofici argomenti<br /> + e per autorità che quinci scende<br /> + cotale amor convien che in me si ’mprenti:<br /> +</p> + +<p> + ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,<br /> + così accende amore, e tanto maggio<br /> + quanto più di bontate in sé comprende.<br /> +</p> + +<p> + Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,<br /> + che ciascun ben che fuor di lei si trova<br /> + altro non è ch’un lume di suo raggio,<br /> +</p> + +<p> + più che in altra convien che si mova<br /> + la mente, amando, di ciascun che cerne<br /> + il vero in che si fonda questa prova.<br /> +</p> + +<p> + Tal vero a l’intelletto mïo sterne<br /> + colui che mi dimostra il primo amore<br /> + di tutte le sustanze sempiterne.<br /> +</p> + +<p> + Sternel la voce del verace autore,<br /> + che dice a Moïsè, di sé parlando:<br /> + ‘Io ti farò vedere ogne valore’.<br /> +</p> + +<p> + Sternilmi tu ancora, incominciando<br /> + l’alto preconio che grida l’arcano<br /> + di qui là giù sovra ogne altro bando».<br /> +</p> + +<p> + E io udi’: «Per intelletto umano<br /> + e per autoritadi a lui concorde<br /> + d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.<br /> +</p> + +<p> + Ma dì ancor se tu senti altre corde<br /> + tirarti verso lui, sì che tu suone<br /> + con quanti denti questo amor ti morde».<br /> +</p> + +<p> + Non fu latente la santa intenzione<br /> + de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi<br /> + dove volea menar mia professione.<br /> +</p> + +<p> + Però ricominciai: «Tutti quei morsi<br /> + che posson far lo cor volgere a Dio,<br /> + a la mia caritate son concorsi:<br /> +</p> + +<p> + ché l’essere del mondo e l’esser mio,<br /> + la morte ch’el sostenne perch’ io viva,<br /> + e quel che spera ogne fedel com’ io,<br /> +</p> + +<p> + con la predetta conoscenza viva,<br /> + tratto m’hanno del mar de l’amor torto,<br /> + e del diritto m’han posto a la riva.<br /> +</p> + +<p> + Le fronde onde s’infronda tutto l’orto<br /> + de l’ortolano etterno, am’ io cotanto<br /> + quanto da lui a lor di bene è porto».<br /> +</p> + +<p> + Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto<br /> + risonò per lo cielo, e la mia donna<br /> + dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».<br /> +</p> + +<p> + E come a lume acuto si disonna<br /> + per lo spirto visivo che ricorre<br /> + a lo splendor che va di gonna in gonna,<br /> +</p> + +<p> + e lo svegliato ciò che vede aborre,<br /> + sì nescïa è la sùbita vigilia<br /> + fin che la stimativa non soccorre;<br /> +</p> + +<p> + così de li occhi miei ogne quisquilia<br /> + fugò Beatrice col raggio d’i suoi,<br /> + che rifulgea da più di mille milia:<br /> +</p> + +<p> + onde mei che dinanzi vidi poi;<br /> + e quasi stupefatto domandai<br /> + d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.<br /> +</p> + +<p> + E la mia donna: «Dentro da quei rai<br /> + vagheggia il suo fattor l’anima prima<br /> + che la prima virtù creasse mai».<br /> +</p> + +<p> + Come la fronda che flette la cima<br /> + nel transito del vento, e poi si leva<br /> + per la propria virtù che la soblima,<br /> +</p> + +<p> + fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,<br /> + stupendo, e poi mi rifece sicuro<br /> + un disio di parlare ond’ ïo ardeva.<br /> +</p> + +<p> + E cominciai: «O pomo che maturo<br /> + solo prodotto fosti, o padre antico<br /> + a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,<br /> +</p> + +<p> + divoto quanto posso a te supplìco<br /> + perché mi parli: tu vedi mia voglia,<br /> + e per udirti tosto non la dico».<br /> +</p> + +<p> + Talvolta un animal coverto broglia,<br /> + sì che l’affetto convien che si paia<br /> + per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;<br /> +</p> + +<p> + e similmente l’anima primaia<br /> + mi facea trasparer per la coverta<br /> + quant’ ella a compiacermi venìa gaia.<br /> +</p> + +<p> + Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta<br /> + da te, la voglia tua discerno meglio<br /> + che tu qualunque cosa t’è più certa;<br /> +</p> + +<p> + perch’ io la veggio nel verace speglio<br /> + che fa di sé pareglio a l’altre cose,<br /> + e nulla face lui di sé pareglio.<br /> +</p> + +<p> + Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose<br /> + ne l’eccelso giardino, ove costei<br /> + a così lunga scala ti dispuose,<br /> +</p> + +<p> + e quanto fu diletto a li occhi miei,<br /> + e la propria cagion del gran disdegno,<br /> + e l’idïoma ch’usai e che fei.<br /> +</p> + +<p> + Or, figluol mio, non il gustar del legno<br /> + fu per sé la cagion di tanto essilio,<br /> + ma solamente il trapassar del segno.<br /> +</p> + +<p> + Quindi onde mosse tua donna Virgilio,<br /> + quattromilia trecento e due volumi<br /> + di sol desiderai questo concilio;<br /> +</p> + +<p> + e vidi lui tornare a tutt’ i lumi<br /> + de la sua strada novecento trenta<br /> + fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.<br /> +</p> + +<p> + La lingua ch’io parlai fu tutta spenta<br /> + innanzi che a l’ovra inconsummabile<br /> + fosse la gente di Nembròt attenta:<br /> +</p> + +<p> + ché nullo effetto mai razïonabile,<br /> + per lo piacere uman che rinovella<br /> + seguendo il cielo, sempre fu durabile.<br /> +</p> + +<p> + Opera naturale è ch’uom favella;<br /> + ma così o così, natura lascia<br /> + poi fare a voi secondo che v’abbella.<br /> +</p> + +<p> + Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,<br /> + I s’appellava in terra il sommo bene<br /> + onde vien la letizia che mi fascia;<br /> +</p> + +<p> + e El si chiamò poi: e ciò convene,<br /> + ché l’uso d’i mortali è come fronda<br /> + in ramo, che sen va e altra vene.<br /> +</p> + +<p> + Nel monte che si leva più da l’onda,<br /> + fu’ io, con vita pura e disonesta,<br /> + da la prim’ ora a quella che seconda,<br /> +</p> + +<p> + come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0327"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXVII +</h3> + +<p> + ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,<br /> + cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,<br /> + sì che m’inebrïava il dolce canto.<br /> +</p> + +<p> + Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso<br /> + de l’universo; per che mia ebbrezza<br /> + intrava per l’udire e per lo viso.<br /> +</p> + +<p> + Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!<br /> + oh vita intègra d’amore e di pace!<br /> + oh sanza brama sicura ricchezza!<br /> +</p> + +<p> + Dinanzi a li occhi miei le quattro face<br /> + stavano accese, e quella che pria venne<br /> + incominciò a farsi più vivace,<br /> +</p> + +<p> + e tal ne la sembianza sua divenne,<br /> + qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte<br /> + fossero augelli e cambiassersi penne.<br /> +</p> + +<p> + La provedenza, che quivi comparte<br /> + vice e officio, nel beato coro<br /> + silenzio posto avea da ogne parte,<br /> +</p> + +<p> + quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,<br /> + non ti maravigliar, ché, dicend’ io,<br /> + vedrai trascolorar tutti costoro.<br /> +</p> + +<p> + Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,<br /> + il luogo mio, il luogo mio, che vaca<br /> + ne la presenza del Figliuol di Dio,<br /> +</p> + +<p> + fatt’ ha del cimitero mio cloaca<br /> + del sangue e de la puzza; onde ’l perverso<br /> + che cadde di qua sù, là giù si placa».<br /> +</p> + +<p> + Di quel color che per lo sole avverso<br /> + nube dipigne da sera e da mane,<br /> + vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.<br /> +</p> + +<p> + E come donna onesta che permane<br /> + di sé sicura, e per l’altrui fallanza,<br /> + pur ascoltando, timida si fane,<br /> +</p> + +<p> + così Beatrice trasmutò sembianza;<br /> + e tale eclissi credo che ’n ciel fue<br /> + quando patì la supprema possanza.<br /> +</p> + +<p> + Poi procedetter le parole sue<br /> + con voce tanto da sé trasmutata,<br /> + che la sembianza non si mutò piùe:<br /> +</p> + +<p> + «Non fu la sposa di Cristo allevata<br /> + del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,<br /> + per essere ad acquisto d’oro usata;<br /> +</p> + +<p> + ma per acquisto d’esto viver lieto<br /> + e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano<br /> + sparser lo sangue dopo molto fleto.<br /> +</p> + +<p> + Non fu nostra intenzion ch’a destra mano<br /> + d’i nostri successor parte sedesse,<br /> + parte da l’altra del popol cristiano;<br /> +</p> + +<p> + né che le chiavi che mi fuor concesse,<br /> + divenisser signaculo in vessillo<br /> + che contra battezzati combattesse;<br /> +</p> + +<p> + né ch’io fossi figura di sigillo<br /> + a privilegi venduti e mendaci,<br /> + ond’ io sovente arrosso e disfavillo.<br /> +</p> + +<p> + In vesta di pastor lupi rapaci<br /> + si veggion di qua sù per tutti i paschi:<br /> + o difesa di Dio, perché pur giaci?<br /> +</p> + +<p> + Del sangue nostro Caorsini e Guaschi<br /> + s’apparecchian di bere: o buon principio,<br /> + a che vil fine convien che tu caschi!<br /> +</p> + +<p> + Ma l’alta provedenza, che con Scipio<br /> + difese a Roma la gloria del mondo,<br /> + soccorrà tosto, sì com’ io concipio;<br /> +</p> + +<p> + e tu, figliuol, che per lo mortal pondo<br /> + ancor giù tornerai, apri la bocca,<br /> + e non asconder quel ch’io non ascondo».<br /> +</p> + +<p> + Sì come di vapor gelati fiocca<br /> + in giuso l’aere nostro, quando ’l corno<br /> + de la capra del ciel col sol si tocca,<br /> +</p> + +<p> + in sù vid’ io così l’etera addorno<br /> + farsi e fioccar di vapor trïunfanti<br /> + che fatto avien con noi quivi soggiorno.<br /> +</p> + +<p> + Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,<br /> + e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,<br /> + li tolse il trapassar del più avanti.<br /> +</p> + +<p> + Onde la donna, che mi vide assolto<br /> + de l’attendere in sù, mi disse: «Adima<br /> + il viso e guarda come tu se’ vòlto».<br /> +</p> + +<p> + Da l’ora ch’ïo avea guardato prima<br /> + i’ vidi mosso me per tutto l’arco<br /> + che fa dal mezzo al fine il primo clima;<br /> +</p> + +<p> + sì ch’io vedea di là da Gade il varco<br /> + folle d’Ulisse, e di qua presso il lito<br /> + nel qual si fece Europa dolce carco.<br /> +</p> + +<p> + E più mi fora discoverto il sito<br /> + di questa aiuola; ma ’l sol procedea<br /> + sotto i mie’ piedi un segno e più partito.<br /> +</p> + +<p> + La mente innamorata, che donnea<br /> + con la mia donna sempre, di ridure<br /> + ad essa li occhi più che mai ardea;<br /> +</p> + +<p> + e se natura o arte fé pasture<br /> + da pigliare occhi, per aver la mente,<br /> + in carne umana o ne le sue pitture,<br /> +</p> + +<p> + tutte adunate, parrebber nïente<br /> + ver’ lo piacer divin che mi refulse,<br /> + quando mi volsi al suo viso ridente.<br /> +</p> + +<p> + E la virtù che lo sguardo m’indulse,<br /> + del bel nido di Leda mi divelse,<br /> + e nel ciel velocissimo m’impulse.<br /> +</p> + +<p> + Le parti sue vivissime ed eccelse<br /> + sì uniforme son, ch’i’ non so dire<br /> + qual Bëatrice per loco mi scelse.<br /> +</p> + +<p> + Ma ella, che vedëa ’l mio disire,<br /> + incominciò, ridendo tanto lieta,<br /> + che Dio parea nel suo volto gioire:<br /> +</p> + +<p> + «La natura del mondo, che quïeta<br /> + il mezzo e tutto l’altro intorno move,<br /> + quinci comincia come da sua meta;<br /> +</p> + +<p> + e questo cielo non ha altro dove<br /> + che la mente divina, in che s’accende<br /> + l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.<br /> +</p> + +<p> + Luce e amor d’un cerchio lui comprende,<br /> + sì come questo li altri; e quel precinto<br /> + colui che ’l cinge solamente intende.<br /> +</p> + +<p> + Non è suo moto per altro distinto,<br /> + ma li altri son mensurati da questo,<br /> + sì come diece da mezzo e da quinto;<br /> +</p> + +<p> + e come il tempo tegna in cotal testo<br /> + le sue radici e ne li altri le fronde,<br /> + omai a te può esser manifesto.<br /> +</p> + +<p> + Oh cupidigia che i mortali affonde<br /> + sì sotto te, che nessuno ha podere<br /> + di trarre li occhi fuor de le tue onde!<br /> +</p> + +<p> + Ben fiorisce ne li uomini il volere;<br /> + ma la pioggia continüa converte<br /> + in bozzacchioni le sosine vere.<br /> +</p> + +<p> + Fede e innocenza son reperte<br /> + solo ne’ parvoletti; poi ciascuna<br /> + pria fugge che le guance sian coperte.<br /> +</p> + +<p> + Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,<br /> + che poi divora, con la lingua sciolta,<br /> + qualunque cibo per qualunque luna;<br /> +</p> + +<p> + e tal, balbuzïendo, ama e ascolta<br /> + la madre sua, che, con loquela intera,<br /> + disïa poi di vederla sepolta.<br /> +</p> + +<p> + Così si fa la pelle bianca nera<br /> + nel primo aspetto de la bella figlia<br /> + di quel ch’apporta mane e lascia sera.<br /> +</p> + +<p> + Tu, perché non ti facci maraviglia,<br /> + pensa che ’n terra non è chi governi;<br /> + onde sì svïa l’umana famiglia.<br /> +</p> + +<p> + Ma prima che gennaio tutto si sverni<br /> + per la centesma ch’è là giù negletta,<br /> + raggeran sì questi cerchi superni,<br /> +</p> + +<p> + che la fortuna che tanto s’aspetta,<br /> + le poppe volgerà u’ son le prore,<br /> + sì che la classe correrà diretta;<br /> +</p> + +<p> + e vero frutto verrà dopo ’l fiore».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0328"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXVIII +</h3> + +<p> + Poscia che ’ncontro a la vita presente<br /> + d’i miseri mortali aperse ’l vero<br /> + quella che ’mparadisa la mia mente,<br /> +</p> + +<p> + come in lo specchio fiamma di doppiero<br /> + vede colui che se n’alluma retro,<br /> + prima che l’abbia in vista o in pensiero,<br /> +</p> + +<p> + e sé rivolge per veder se ’l vetro<br /> + li dice il vero, e vede ch’el s’accorda<br /> + con esso come nota con suo metro;<br /> +</p> + +<p> + così la mia memoria si ricorda<br /> + ch’io feci riguardando ne’ belli occhi<br /> + onde a pigliarmi fece Amor la corda.<br /> +</p> + +<p> + E com’ io mi rivolsi e furon tocchi<br /> + li miei da ciò che pare in quel volume,<br /> + quandunque nel suo giro ben s’adocchi,<br /> +</p> + +<p> + un punto vidi che raggiava lume<br /> + acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca<br /> + chiuder conviensi per lo forte acume;<br /> +</p> + +<p> + e quale stella par quinci più poca,<br /> + parrebbe luna, locata con esso<br /> + come stella con stella si collòca.<br /> +</p> + +<p> + Forse cotanto quanto pare appresso<br /> + alo cigner la luce che ’l dipigne<br /> + quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,<br /> +</p> + +<p> + distante intorno al punto un cerchio d’igne<br /> + si girava sì ratto, ch’avria vinto<br /> + quel moto che più tosto il mondo cigne;<br /> +</p> + +<p> + e questo era d’un altro circumcinto,<br /> + e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,<br /> + dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.<br /> +</p> + +<p> + Sopra seguiva il settimo sì sparto<br /> + già di larghezza, che ’l messo di Iuno<br /> + intero a contenerlo sarebbe arto.<br /> +</p> + +<p> + Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno<br /> + più tardo si movea, secondo ch’era<br /> + in numero distante più da l’uno;<br /> +</p> + +<p> + e quello avea la fiamma più sincera<br /> + cui men distava la favilla pura,<br /> + credo, però che più di lei s’invera.<br /> +</p> + +<p> + La donna mia, che mi vedëa in cura<br /> + forte sospeso, disse: «Da quel punto<br /> + depende il cielo e tutta la natura.<br /> +</p> + +<p> + Mira quel cerchio che più li è congiunto;<br /> + e sappi che ’l suo muovere è sì tosto<br /> + per l’affocato amore ond’ elli è punto».<br /> +</p> + +<p> + E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto<br /> + con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,<br /> + sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;<br /> +</p> + +<p> + ma nel mondo sensibile si puote<br /> + veder le volte tanto più divine,<br /> + quant’ elle son dal centro più remote.<br /> +</p> + +<p> + Onde, se ’l mio disir dee aver fine<br /> + in questo miro e angelico templo<br /> + che solo amore e luce ha per confine,<br /> +</p> + +<p> + udir convienmi ancor come l’essemplo<br /> + e l’essemplare non vanno d’un modo,<br /> + ché io per me indarno a ciò contemplo».<br /> +</p> + +<p> + «Se li tuoi diti non sono a tal nodo<br /> + sufficïenti, non è maraviglia:<br /> + tanto, per non tentare, è fatto sodo!».<br /> +</p> + +<p> + Così la donna mia; poi disse: «Piglia<br /> + quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;<br /> + e intorno da esso t’assottiglia.<br /> +</p> + +<p> + Li cerchi corporai sono ampi e arti<br /> + secondo il più e ’l men de la virtute<br /> + che si distende per tutte lor parti.<br /> +</p> + +<p> + Maggior bontà vuol far maggior salute;<br /> + maggior salute maggior corpo cape,<br /> + s’elli ha le parti igualmente compiute.<br /> +</p> + +<p> + Dunque costui che tutto quanto rape<br /> + l’altro universo seco, corrisponde<br /> + al cerchio che più ama e che più sape:<br /> +</p> + +<p> + per che, se tu a la virtù circonde<br /> + la tua misura, non a la parvenza<br /> + de le sustanze che t’appaion tonde,<br /> +</p> + +<p> + tu vederai mirabil consequenza<br /> + di maggio a più e di minore a meno,<br /> + in ciascun cielo, a süa intelligenza».<br /> +</p> + +<p> + Come rimane splendido e sereno<br /> + l’emisperio de l’aere, quando soffia<br /> + Borea da quella guancia ond’ è più leno,<br /> +</p> + +<p> + per che si purga e risolve la roffia<br /> + che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride<br /> + con le bellezze d’ogne sua paroffia;<br /> +</p> + +<p> + così fec’ïo, poi che mi provide<br /> + la donna mia del suo risponder chiaro,<br /> + e come stella in cielo il ver si vide.<br /> +</p> + +<p> + E poi che le parole sue restaro,<br /> + non altrimenti ferro disfavilla<br /> + che bolle, come i cerchi sfavillaro.<br /> +</p> + +<p> + L’incendio suo seguiva ogne scintilla;<br /> + ed eran tante, che ’l numero loro<br /> + più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.<br /> +</p> + +<p> + Io sentiva osannar di coro in coro<br /> + al punto fisso che li tiene a li ubi,<br /> + e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.<br /> +</p> + +<p> + E quella che vedëa i pensier dubi<br /> + ne la mia mente, disse: «I cerchi primi<br /> + t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.<br /> +</p> + +<p> + Così veloci seguono i suoi vimi,<br /> + per somigliarsi al punto quanto ponno;<br /> + e posson quanto a veder son soblimi.<br /> +</p> + +<p> + Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,<br /> + si chiaman Troni del divino aspetto,<br /> + per che ’l primo ternaro terminonno;<br /> +</p> + +<p> + e dei saper che tutti hanno diletto<br /> + quanto la sua veduta si profonda<br /> + nel vero in che si queta ogne intelletto.<br /> +</p> + +<p> + Quinci si può veder come si fonda<br /> + l’esser beato ne l’atto che vede,<br /> + non in quel ch’ama, che poscia seconda;<br /> +</p> + +<p> + e del vedere è misura mercede,<br /> + che grazia partorisce e buona voglia:<br /> + così di grado in grado si procede.<br /> +</p> + +<p> + L’altro ternaro, che così germoglia<br /> + in questa primavera sempiterna<br /> + che notturno Arïete non dispoglia,<br /> +</p> + +<p> + perpetüalemente ‘Osanna’ sberna<br /> + con tre melode, che suonano in tree<br /> + ordini di letizia onde s’interna.<br /> +</p> + +<p> + In essa gerarcia son l’altre dee:<br /> + prima Dominazioni, e poi Virtudi;<br /> + l’ordine terzo di Podestadi èe.<br /> +</p> + +<p> + Poscia ne’ due penultimi tripudi<br /> + Principati e Arcangeli si girano;<br /> + l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.<br /> +</p> + +<p> + Questi ordini di sù tutti s’ammirano,<br /> + e di giù vincon sì, che verso Dio<br /> + tutti tirati sono e tutti tirano.<br /> +</p> + +<p> + E Dïonisio con tanto disio<br /> + a contemplar questi ordini si mise,<br /> + che li nomò e distinse com’ io.<br /> +</p> + +<p> + Ma Gregorio da lui poi si divise;<br /> + onde, sì tosto come li occhi aperse<br /> + in questo ciel, di sé medesmo rise.<br /> +</p> + +<p> + E se tanto secreto ver proferse<br /> + mortale in terra, non voglio ch’ammiri:<br /> + ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse<br /> +</p> + +<p> + con altro assai del ver di questi giri».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0329"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXIX +</h3> + +<p> + Quando ambedue li figli di Latona,<br /> + coperti del Montone e de la Libra,<br /> + fanno de l’orizzonte insieme zona,<br /> +</p> + +<p> + quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra<br /> + infin che l’uno e l’altro da quel cinto,<br /> + cambiando l’emisperio, si dilibra,<br /> +</p> + +<p> + tanto, col volto di riso dipinto,<br /> + si tacque Bëatrice, riguardando<br /> + fiso nel punto che m’avëa vinto.<br /> +</p> + +<p> + Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,<br /> + quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto<br /> + là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.<br /> +</p> + +<p> + Non per aver a sé di bene acquisto,<br /> + ch’esser non può, ma perché suo splendore<br /> + potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,<br /> +</p> + +<p> + in sua etternità di tempo fore,<br /> + fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,<br /> + s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.<br /> +</p> + +<p> + Né prima quasi torpente si giacque;<br /> + ché né prima né poscia procedette<br /> + lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.<br /> +</p> + +<p> + Forma e materia, congiunte e purette,<br /> + usciro ad esser che non avia fallo,<br /> + come d’arco tricordo tre saette.<br /> +</p> + +<p> + E come in vetro, in ambra o in cristallo<br /> + raggio resplende sì, che dal venire<br /> + a l’esser tutto non è intervallo,<br /> +</p> + +<p> + così ’l triforme effetto del suo sire<br /> + ne l’esser suo raggiò insieme tutto<br /> + sanza distinzïone in essordire.<br /> +</p> + +<p> + Concreato fu ordine e costrutto<br /> + a le sustanze; e quelle furon cima<br /> + nel mondo in che puro atto fu produtto;<br /> +</p> + +<p> + pura potenza tenne la parte ima;<br /> + nel mezzo strinse potenza con atto<br /> + tal vime, che già mai non si divima.<br /> +</p> + +<p> + Ieronimo vi scrisse lungo tratto<br /> + di secoli de li angeli creati<br /> + anzi che l’altro mondo fosse fatto;<br /> +</p> + +<p> + ma questo vero è scritto in molti lati<br /> + da li scrittor de lo Spirito Santo,<br /> + e tu te n’avvedrai se bene agguati;<br /> +</p> + +<p> + e anche la ragione il vede alquanto,<br /> + che non concederebbe che ’ motori<br /> + sanza sua perfezion fosser cotanto.<br /> +</p> + +<p> + Or sai tu dove e quando questi amori<br /> + furon creati e come: sì che spenti<br /> + nel tuo disïo già son tre ardori.<br /> +</p> + +<p> + Né giugneriesi, numerando, al venti<br /> + sì tosto, come de li angeli parte<br /> + turbò il suggetto d’i vostri alimenti.<br /> +</p> + +<p> + L’altra rimase, e cominciò quest’ arte<br /> + che tu discerni, con tanto diletto,<br /> + che mai da circüir non si diparte.<br /> +</p> + +<p> + Principio del cader fu il maladetto<br /> + superbir di colui che tu vedesti<br /> + da tutti i pesi del mondo costretto.<br /> +</p> + +<p> + Quelli che vedi qui furon modesti<br /> + a riconoscer sé da la bontate<br /> + che li avea fatti a tanto intender presti:<br /> +</p> + +<p> + per che le viste lor furo essaltate<br /> + con grazia illuminante e con lor merto,<br /> + si c’hanno ferma e piena volontate;<br /> +</p> + +<p> + e non voglio che dubbi, ma sia certo,<br /> + che ricever la grazia è meritorio<br /> + secondo che l’affetto l’è aperto.<br /> +</p> + +<p> + Omai dintorno a questo consistorio<br /> + puoi contemplare assai, se le parole<br /> + mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché ’n terra per le vostre scole<br /> + si legge che l’angelica natura<br /> + è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,<br /> +</p> + +<p> + ancor dirò, perché tu veggi pura<br /> + la verità che là giù si confonde,<br /> + equivocando in sì fatta lettura.<br /> +</p> + +<p> + Queste sustanze, poi che fur gioconde<br /> + de la faccia di Dio, non volser viso<br /> + da essa, da cui nulla si nasconde:<br /> +</p> + +<p> + però non hanno vedere interciso<br /> + da novo obietto, e però non bisogna<br /> + rememorar per concetto diviso;<br /> +</p> + +<p> + sì che là giù, non dormendo, si sogna,<br /> + credendo e non credendo dicer vero;<br /> + ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.<br /> +</p> + +<p> + Voi non andate giù per un sentiero<br /> + filosofando: tanto vi trasporta<br /> + l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!<br /> +</p> + +<p> + E ancor questo qua sù si comporta<br /> + con men disdegno che quando è posposta<br /> + la divina Scrittura o quando è torta.<br /> +</p> + +<p> + Non vi si pensa quanto sangue costa<br /> + seminarla nel mondo e quanto piace<br /> + chi umilmente con essa s’accosta.<br /> +</p> + +<p> + Per apparer ciascun s’ingegna e face<br /> + sue invenzioni; e quelle son trascorse<br /> + da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.<br /> +</p> + +<p> + Un dice che la luna si ritorse<br /> + ne la passion di Cristo e s’interpuose,<br /> + per che ’l lume del sol giù non si porse;<br /> +</p> + +<p> + e mente, ché la luce si nascose<br /> + da sé: però a li Spani e a l’Indi<br /> + come a’ Giudei tale eclissi rispuose.<br /> +</p> + +<p> + Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi<br /> + quante sì fatte favole per anno<br /> + in pergamo si gridan quinci e quindi:<br /> +</p> + +<p> + sì che le pecorelle, che non sanno,<br /> + tornan del pasco pasciute di vento,<br /> + e non le scusa non veder lo danno.<br /> +</p> + +<p> + Non disse Cristo al suo primo convento:<br /> + ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;<br /> + ma diede lor verace fondamento;<br /> +</p> + +<p> + e quel tanto sonò ne le sue guance,<br /> + sì ch’a pugnar per accender la fede<br /> + de l’Evangelio fero scudo e lance.<br /> +</p> + +<p> + Ora si va con motti e con iscede<br /> + a predicare, e pur che ben si rida,<br /> + gonfia il cappuccio e più non si richiede.<br /> +</p> + +<p> + Ma tale uccel nel becchetto s’annida,<br /> + che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe<br /> + la perdonanza di ch’el si confida:<br /> +</p> + +<p> + per cui tanta stoltezza in terra crebbe,<br /> + che, sanza prova d’alcun testimonio,<br /> + ad ogne promession si correrebbe.<br /> +</p> + +<p> + Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,<br /> + e altri assai che sono ancor più porci,<br /> + pagando di moneta sanza conio.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché siam digressi assai, ritorci<br /> + li occhi oramai verso la dritta strada,<br /> + sì che la via col tempo si raccorci.<br /> +</p> + +<p> + Questa natura sì oltre s’ingrada<br /> + in numero, che mai non fu loquela<br /> + né concetto mortal che tanto vada;<br /> +</p> + +<p> + e se tu guardi quel che si revela<br /> + per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia<br /> + determinato numero si cela.<br /> +</p> + +<p> + La prima luce, che tutta la raia,<br /> + per tanti modi in essa si recepe,<br /> + quanti son li splendori a chi s’appaia.<br /> +</p> + +<p> + Onde, però che a l’atto che concepe<br /> + segue l’affetto, d’amar la dolcezza<br /> + diversamente in essa ferve e tepe.<br /> +</p> + +<p> + Vedi l’eccelso omai e la larghezza<br /> + de l’etterno valor, poscia che tanti<br /> + speculi fatti s’ha in che si spezza,<br /> +</p> + +<p> + uno manendo in sé come davanti».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0330"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXX +</h3> + +<p> + Forse semilia miglia di lontano<br /> + ci ferve l’ora sesta, e questo mondo<br /> + china già l’ombra quasi al letto piano,<br /> +</p> + +<p> + quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,<br /> + comincia a farsi tal, ch’alcuna stella<br /> + perde il parere infino a questo fondo;<br /> +</p> + +<p> + e come vien la chiarissima ancella<br /> + del sol più oltre, così ’l ciel si chiude<br /> + di vista in vista infino a la più bella.<br /> +</p> + +<p> + Non altrimenti il trïunfo che lude<br /> + sempre dintorno al punto che mi vinse,<br /> + parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,<br /> +</p> + +<p> + a poco a poco al mio veder si stinse:<br /> + per che tornar con li occhi a Bëatrice<br /> + nulla vedere e amor mi costrinse.<br /> +</p> + +<p> + Se quanto infino a qui di lei si dice<br /> + fosse conchiuso tutto in una loda,<br /> + poca sarebbe a fornir questa vice.<br /> +</p> + +<p> + La bellezza ch’io vidi si trasmoda<br /> + non pur di là da noi, ma certo io credo<br /> + che solo il suo fattor tutta la goda.<br /> +</p> + +<p> + Da questo passo vinto mi concedo<br /> + più che già mai da punto di suo tema<br /> + soprato fosse comico o tragedo:<br /> +</p> + +<p> + ché, come sole in viso che più trema,<br /> + così lo rimembrar del dolce riso<br /> + la mente mia da me medesmo scema.<br /> +</p> + +<p> + Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso<br /> + in questa vita, infino a questa vista,<br /> + non m’è il seguire al mio cantar preciso;<br /> +</p> + +<p> + ma or convien che mio seguir desista<br /> + più dietro a sua bellezza, poetando,<br /> + come a l’ultimo suo ciascuno artista.<br /> +</p> + +<p> + Cotal qual io lascio a maggior bando<br /> + che quel de la mia tuba, che deduce<br /> + l’ardüa sua matera terminando,<br /> +</p> + +<p> + con atto e voce di spedito duce<br /> + ricominciò: «Noi siamo usciti fore<br /> + del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:<br /> +</p> + +<p> + luce intellettüal, piena d’amore;<br /> + amor di vero ben, pien di letizia;<br /> + letizia che trascende ogne dolzore.<br /> +</p> + +<p> + Qui vederai l’una e l’altra milizia<br /> + di paradiso, e l’una in quelli aspetti<br /> + che tu vedrai a l’ultima giustizia».<br /> +</p> + +<p> + Come sùbito lampo che discetti<br /> + li spiriti visivi, sì che priva<br /> + da l’atto l’occhio di più forti obietti,<br /> +</p> + +<p> + così mi circunfulse luce viva,<br /> + e lasciommi fasciato di tal velo<br /> + del suo fulgor, che nulla m’appariva.<br /> +</p> + +<p> + «Sempre l’amor che queta questo cielo<br /> + accoglie in sé con sì fatta salute,<br /> + per far disposto a sua fiamma il candelo».<br /> +</p> + +<p> + Non fur più tosto dentro a me venute<br /> + queste parole brievi, ch’io compresi<br /> + me sormontar di sopr’ a mia virtute;<br /> +</p> + +<p> + e di novella vista mi raccesi<br /> + tale, che nulla luce è tanto mera,<br /> + che li occhi miei non si fosser difesi;<br /> +</p> + +<p> + e vidi lume in forma di rivera<br /> + fulvido di fulgore, intra due rive<br /> + dipinte di mirabil primavera.<br /> +</p> + +<p> + Di tal fiumana uscian faville vive,<br /> + e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,<br /> + quasi rubin che oro circunscrive;<br /> +</p> + +<p> + poi, come inebrïate da li odori,<br /> + riprofondavan sé nel miro gurge,<br /> + e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.<br /> +</p> + +<p> + «L’alto disio che mo t’infiamma e urge,<br /> + d’aver notizia di ciò che tu vei,<br /> + tanto mi piace più quanto più turge;<br /> +</p> + +<p> + ma di quest’ acqua convien che tu bei<br /> + prima che tanta sete in te si sazi»:<br /> + così mi disse il sol de li occhi miei.<br /> +</p> + +<p> + Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi<br /> + ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe<br /> + son di lor vero umbriferi prefazi.<br /> +</p> + +<p> + Non che da sé sian queste cose acerbe;<br /> + ma è difetto da la parte tua,<br /> + che non hai viste ancor tanto superbe».<br /> +</p> + +<p> + Non è fantin che sì sùbito rua<br /> + col volto verso il latte, se si svegli<br /> + molto tardato da l’usanza sua,<br /> +</p> + +<p> + come fec’ io, per far migliori spegli<br /> + ancor de li occhi, chinandomi a l’onda<br /> + che si deriva perché vi s’immegli;<br /> +</p> + +<p> + e sì come di lei bevve la gronda<br /> + de le palpebre mie, così mi parve<br /> + di sua lunghezza divenuta tonda.<br /> +</p> + +<p> + Poi, come gente stata sotto larve,<br /> + che pare altro che prima, se si sveste<br /> + la sembianza non süa in che disparve,<br /> +</p> + +<p> + così mi si cambiaro in maggior feste<br /> + li fiori e le faville, sì ch’io vidi<br /> + ambo le corti del ciel manifeste.<br /> +</p> + +<p> + O isplendor di Dio, per cu’ io vidi<br /> + l’alto trïunfo del regno verace,<br /> + dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!<br /> +</p> + +<p> + Lume è là sù che visibile face<br /> + lo creatore a quella creatura<br /> + che solo in lui vedere ha la sua pace.<br /> +</p> + +<p> + E’ si distende in circular figura,<br /> + in tanto che la sua circunferenza<br /> + sarebbe al sol troppo larga cintura.<br /> +</p> + +<p> + Fassi di raggio tutta sua parvenza<br /> + reflesso al sommo del mobile primo,<br /> + che prende quindi vivere e potenza.<br /> +</p> + +<p> + E come clivo in acqua di suo imo<br /> + si specchia, quasi per vedersi addorno,<br /> + quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,<br /> +</p> + +<p> + sì, soprastando al lume intorno intorno,<br /> + vidi specchiarsi in più di mille soglie<br /> + quanto di noi là sù fatto ha ritorno.<br /> +</p> + +<p> + E se l’infimo grado in sé raccoglie<br /> + sì grande lume, quanta è la larghezza<br /> + di questa rosa ne l’estreme foglie!<br /> +</p> + +<p> + La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza<br /> + non si smarriva, ma tutto prendeva<br /> + il quanto e ’l quale di quella allegrezza.<br /> +</p> + +<p> + Presso e lontano, lì, né pon né leva:<br /> + ché dove Dio sanza mezzo governa,<br /> + la legge natural nulla rileva.<br /> +</p> + +<p> + Nel giallo de la rosa sempiterna,<br /> + che si digrada e dilata e redole<br /> + odor di lode al sol che sempre verna,<br /> +</p> + +<p> + qual è colui che tace e dicer vole,<br /> + mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira<br /> + quanto è ’l convento de le bianche stole!<br /> +</p> + +<p> + Vedi nostra città quant’ ella gira;<br /> + vedi li nostri scanni sì ripieni,<br /> + che poca gente più ci si disira.<br /> +</p> + +<p> + E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni<br /> + per la corona che già v’è sù posta,<br /> + prima che tu a queste nozze ceni,<br /> +</p> + +<p> + sederà l’alma, che fia giù agosta,<br /> + de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia<br /> + verrà in prima ch’ella sia disposta.<br /> +</p> + +<p> + La cieca cupidigia che v’ammalia<br /> + simili fatti v’ha al fantolino<br /> + che muor per fame e caccia via la balia.<br /> +</p> + +<p> + E fia prefetto nel foro divino<br /> + allora tal, che palese e coverto<br /> + non anderà con lui per un cammino.<br /> +</p> + +<p> + Ma poco poi sarà da Dio sofferto<br /> + nel santo officio; ch’el sarà detruso<br /> + là dove Simon mago è per suo merto,<br /> +</p> + +<p> + e farà quel d’Alagna intrar più giuso».<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0331"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXXI +</h3> + +<p> + In forma dunque di candida rosa<br /> + mi si mostrava la milizia santa<br /> + che nel suo sangue Cristo fece sposa;<br /> +</p> + +<p> + ma l’altra, che volando vede e canta<br /> + la gloria di colui che la ’nnamora<br /> + e la bontà che la fece cotanta,<br /> +</p> + +<p> + sì come schiera d’ape che s’infiora<br /> + una fïata e una si ritorna<br /> + là dove suo laboro s’insapora,<br /> +</p> + +<p> + nel gran fior discendeva che s’addorna<br /> + di tante foglie, e quindi risaliva<br /> + là dove ’l süo amor sempre soggiorna.<br /> +</p> + +<p> + Le facce tutte avean di fiamma viva<br /> + e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,<br /> + che nulla neve a quel termine arriva.<br /> +</p> + +<p> + Quando scendean nel fior, di banco in banco<br /> + porgevan de la pace e de l’ardore<br /> + ch’elli acquistavan ventilando il fianco.<br /> +</p> + +<p> + Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore<br /> + di tanta moltitudine volante<br /> + impediva la vista e lo splendore:<br /> +</p> + +<p> + ché la luce divina è penetrante<br /> + per l’universo secondo ch’è degno,<br /> + sì che nulla le puote essere ostante.<br /> +</p> + +<p> + Questo sicuro e gaudïoso regno,<br /> + frequente in gente antica e in novella,<br /> + viso e amore avea tutto ad un segno.<br /> +</p> + +<p> + O trina luce che ’n unica stella<br /> + scintillando a lor vista, sì li appaga!<br /> + guarda qua giuso a la nostra procella!<br /> +</p> + +<p> + Se i barbari, venendo da tal plaga<br /> + che ciascun giorno d’Elice si cuopra,<br /> + rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,<br /> +</p> + +<p> + veggendo Roma e l’ardüa sua opra,<br /> + stupefaciensi, quando Laterano<br /> + a le cose mortali andò di sopra;<br /> +</p> + +<p> + ïo, che al divino da l’umano,<br /> + a l’etterno dal tempo era venuto,<br /> + e di Fiorenza in popol giusto e sano,<br /> +</p> + +<p> + di che stupor dovea esser compiuto!<br /> + Certo tra esso e ’l gaudio mi facea<br /> + libito non udire e starmi muto.<br /> +</p> + +<p> + E quasi peregrin che si ricrea<br /> + nel tempio del suo voto riguardando,<br /> + e spera già ridir com’ ello stea,<br /> +</p> + +<p> + su per la viva luce passeggiando,<br /> + menava ïo li occhi per li gradi,<br /> + mo sù, mo giù e mo recirculando.<br /> +</p> + +<p> + Vedëa visi a carità süadi,<br /> + d’altrui lume fregiati e di suo riso,<br /> + e atti ornati di tutte onestadi.<br /> +</p> + +<p> + La forma general di paradiso<br /> + già tutta mïo sguardo avea compresa,<br /> + in nulla parte ancor fermato fiso;<br /> +</p> + +<p> + e volgeami con voglia rïaccesa<br /> + per domandar la mia donna di cose<br /> + di che la mente mia era sospesa.<br /> +</p> + +<p> + Uno intendëa, e altro mi rispuose:<br /> + credea veder Beatrice e vidi un sene<br /> + vestito con le genti glorïose.<br /> +</p> + +<p> + Diffuso era per li occhi e per le gene<br /> + di benigna letizia, in atto pio<br /> + quale a tenero padre si convene.<br /> +</p> + +<p> + E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.<br /> + Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro<br /> + mosse Beatrice me del loco mio;<br /> +</p> + +<p> + e se riguardi sù nel terzo giro<br /> + dal sommo grado, tu la rivedrai<br /> + nel trono che suoi merti le sortiro».<br /> +</p> + +<p> + Sanza risponder, li occhi sù levai,<br /> + e vidi lei che si facea corona<br /> + reflettendo da sé li etterni rai.<br /> +</p> + +<p> + Da quella regïon che più sù tona<br /> + occhio mortale alcun tanto non dista,<br /> + qualunque in mare più giù s’abbandona,<br /> +</p> + +<p> + quanto lì da Beatrice la mia vista;<br /> + ma nulla mi facea, ché süa effige<br /> + non discendëa a me per mezzo mista.<br /> +</p> + +<p> + «O donna in cui la mia speranza vige,<br /> + e che soffristi per la mia salute<br /> + in inferno lasciar le tue vestige,<br /> +</p> + +<p> + di tante cose quant’ i’ ho vedute,<br /> + dal tuo podere e da la tua bontate<br /> + riconosco la grazia e la virtute.<br /> +</p> + +<p> + Tu m’hai di servo tratto a libertate<br /> + per tutte quelle vie, per tutt’ i modi<br /> + che di ciò fare avei la potestate.<br /> +</p> + +<p> + La tua magnificenza in me custodi,<br /> + sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,<br /> + piacente a te dal corpo si disnodi».<br /> +</p> + +<p> + Così orai; e quella, sì lontana<br /> + come parea, sorrise e riguardommi;<br /> + poi si tornò a l’etterna fontana.<br /> +</p> + +<p> + E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi<br /> + perfettamente», disse, «il tuo cammino,<br /> + a che priego e amor santo mandommi,<br /> +</p> + +<p> + vola con li occhi per questo giardino;<br /> + ché veder lui t’acconcerà lo sguardo<br /> + più al montar per lo raggio divino.<br /> +</p> + +<p> + E la regina del cielo, ond’ ïo ardo<br /> + tutto d’amor, ne farà ogne grazia,<br /> + però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».<br /> +</p> + +<p> + Qual è colui che forse di Croazia<br /> + viene a veder la Veronica nostra,<br /> + che per l’antica fame non sen sazia,<br /> +</p> + +<p> + ma dice nel pensier, fin che si mostra:<br /> + ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,<br /> + or fu sì fatta la sembianza vostra?’;<br /> +</p> + +<p> + tal era io mirando la vivace<br /> + carità di colui che ’n questo mondo,<br /> + contemplando, gustò di quella pace.<br /> +</p> + +<p> + «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,<br /> + cominciò elli, «non ti sarà noto,<br /> + tenendo li occhi pur qua giù al fondo;<br /> +</p> + +<p> + ma guarda i cerchi infino al più remoto,<br /> + tanto che veggi seder la regina<br /> + cui questo regno è suddito e devoto».<br /> +</p> + +<p> + Io levai li occhi; e come da mattina<br /> + la parte orïental de l’orizzonte<br /> + soverchia quella dove ’l sol declina,<br /> +</p> + +<p> + così, quasi di valle andando a monte<br /> + con li occhi, vidi parte ne lo stremo<br /> + vincer di lume tutta l’altra fronte.<br /> +</p> + +<p> + E come quivi ove s’aspetta il temo<br /> + che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,<br /> + e quinci e quindi il lume si fa scemo,<br /> +</p> + +<p> + così quella pacifica oriafiamma<br /> + nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte<br /> + per igual modo allentava la fiamma;<br /> +</p> + +<p> + e a quel mezzo, con le penne sparte,<br /> + vid’ io più di mille angeli festanti,<br /> + ciascun distinto di fulgore e d’arte.<br /> +</p> + +<p> + Vidi a lor giochi quivi e a lor canti<br /> + ridere una bellezza, che letizia<br /> + era ne li occhi a tutti li altri santi;<br /> +</p> + +<p> + e s’io avessi in dir tanta divizia<br /> + quanta ad imaginar, non ardirei<br /> + lo minimo tentar di sua delizia.<br /> +</p> + +<p> + Bernardo, come vide li occhi miei<br /> + nel caldo suo caler fissi e attenti,<br /> + li suoi con tanto affetto volse a lei,<br /> +</p> + +<p> + che ’ miei di rimirar fé più ardenti.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0332"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXXII +</h3> + +<p> + Affetto al suo piacer, quel contemplante<br /> + libero officio di dottore assunse,<br /> + e cominciò queste parole sante:<br /> +</p> + +<p> + «La piaga che Maria richiuse e unse,<br /> + quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi<br /> + è colei che l’aperse e che la punse.<br /> +</p> + +<p> + Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,<br /> + siede Rachel di sotto da costei<br /> + con Bëatrice, sì come tu vedi.<br /> +</p> + +<p> + Sarra e Rebecca, Iudìt e colei<br /> + che fu bisava al cantor che per doglia<br /> + del fallo disse ‘Miserere mei’,<br /> +</p> + +<p> + puoi tu veder così di soglia in soglia<br /> + giù digradar, com’ io ch’a proprio nome<br /> + vo per la rosa giù di foglia in foglia.<br /> +</p> + +<p> + E dal settimo grado in giù, sì come<br /> + infino ad esso, succedono Ebree,<br /> + dirimendo del fior tutte le chiome;<br /> +</p> + +<p> + perché, secondo lo sguardo che fée<br /> + la fede in Cristo, queste sono il muro<br /> + a che si parton le sacre scalee.<br /> +</p> + +<p> + Da questa parte onde ’l fiore è maturo<br /> + di tutte le sue foglie, sono assisi<br /> + quei che credettero in Cristo venturo;<br /> +</p> + +<p> + da l’altra parte onde sono intercisi<br /> + di vòti i semicirculi, si stanno<br /> + quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.<br /> +</p> + +<p> + E come quinci il glorïoso scanno<br /> + de la donna del cielo e li altri scanni<br /> + di sotto lui cotanta cerna fanno,<br /> +</p> + +<p> + così di contra quel del gran Giovanni,<br /> + che sempre santo ’l diserto e ’l martiro<br /> + sofferse, e poi l’inferno da due anni;<br /> +</p> + +<p> + e sotto lui così cerner sortiro<br /> + Francesco, Benedetto e Augustino<br /> + e altri fin qua giù di giro in giro.<br /> +</p> + +<p> + Or mira l’alto proveder divino:<br /> + ché l’uno e l’altro aspetto de la fede<br /> + igualmente empierà questo giardino.<br /> +</p> + +<p> + E sappi che dal grado in giù che fiede<br /> + a mezzo il tratto le due discrezioni,<br /> + per nullo proprio merito si siede,<br /> +</p> + +<p> + ma per l’altrui, con certe condizioni:<br /> + ché tutti questi son spiriti ascolti<br /> + prima ch’avesser vere elezïoni.<br /> +</p> + +<p> + Ben te ne puoi accorger per li volti<br /> + e anche per le voci püerili,<br /> + se tu li guardi bene e se li ascolti.<br /> +</p> + +<p> + Or dubbi tu e dubitando sili;<br /> + ma io discioglierò ’l forte legame<br /> + in che ti stringon li pensier sottili.<br /> +</p> + +<p> + Dentro a l’ampiezza di questo reame<br /> + casüal punto non puote aver sito,<br /> + se non come tristizia o sete o fame:<br /> +</p> + +<p> + ché per etterna legge è stabilito<br /> + quantunque vedi, sì che giustamente<br /> + ci si risponde da l’anello al dito;<br /> +</p> + +<p> + e però questa festinata gente<br /> + a vera vita non è sine causa<br /> + intra sé qui più e meno eccellente.<br /> +</p> + +<p> + Lo rege per cui questo regno pausa<br /> + in tanto amore e in tanto diletto,<br /> + che nulla volontà è di più ausa,<br /> +</p> + +<p> + le menti tutte nel suo lieto aspetto<br /> + creando, a suo piacer di grazia dota<br /> + diversamente; e qui basti l’effetto.<br /> +</p> + +<p> + E ciò espresso e chiaro vi si nota<br /> + ne la Scrittura santa in quei gemelli<br /> + che ne la madre ebber l’ira commota.<br /> +</p> + +<p> + Però, secondo il color d’i capelli,<br /> + di cotal grazia l’altissimo lume<br /> + degnamente convien che s’incappelli.<br /> +</p> + +<p> + Dunque, sanza mercé di lor costume,<br /> + locati son per gradi differenti,<br /> + sol differendo nel primiero acume.<br /> +</p> + +<p> + Bastavasi ne’ secoli recenti<br /> + con l’innocenza, per aver salute,<br /> + solamente la fede d’i parenti;<br /> +</p> + +<p> + poi che le prime etadi fuor compiute,<br /> + convenne ai maschi a l’innocenti penne<br /> + per circuncidere acquistar virtute;<br /> +</p> + +<p> + ma poi che ’l tempo de la grazia venne,<br /> + sanza battesmo perfetto di Cristo<br /> + tale innocenza là giù si ritenne.<br /> +</p> + +<p> + Riguarda omai ne la faccia che a Cristo<br /> + più si somiglia, ché la sua chiarezza<br /> + sola ti può disporre a veder Cristo».<br /> +</p> + +<p> + Io vidi sopra lei tanta allegrezza<br /> + piover, portata ne le menti sante<br /> + create a trasvolar per quella altezza,<br /> +</p> + +<p> + che quantunque io avea visto davante,<br /> + di tanta ammirazion non mi sospese,<br /> + né mi mostrò di Dio tanto sembiante;<br /> +</p> + +<p> + e quello amor che primo lì discese,<br /> + cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,<br /> + dinanzi a lei le sue ali distese.<br /> +</p> + +<p> + Rispuose a la divina cantilena<br /> + da tutte parti la beata corte,<br /> + sì ch’ogne vista sen fé più serena.<br /> +</p> + +<p> + «O santo padre, che per me comporte<br /> + l’esser qua giù, lasciando il dolce loco<br /> + nel qual tu siedi per etterna sorte,<br /> +</p> + +<p> + qual è quell’ angel che con tanto gioco<br /> + guarda ne li occhi la nostra regina,<br /> + innamorato sì che par di foco?».<br /> +</p> + +<p> + Così ricorsi ancora a la dottrina<br /> + di colui ch’abbelliva di Maria,<br /> + come del sole stella mattutina.<br /> +</p> + +<p> + Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria<br /> + quant’ esser puote in angelo e in alma,<br /> + tutta è in lui; e sì volem che sia,<br /> +</p> + +<p> + perch’ elli è quelli che portò la palma<br /> + giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio<br /> + carcar si volse de la nostra salma.<br /> +</p> + +<p> + Ma vieni omai con li occhi sì com’ io<br /> + andrò parlando, e nota i gran patrici<br /> + di questo imperio giustissimo e pio.<br /> +</p> + +<p> + Quei due che seggon là sù più felici<br /> + per esser propinquissimi ad Agusta,<br /> + son d’esta rosa quasi due radici:<br /> +</p> + +<p> + colui che da sinistra le s’aggiusta<br /> + è il padre per lo cui ardito gusto<br /> + l’umana specie tanto amaro gusta;<br /> +</p> + +<p> + dal destro vedi quel padre vetusto<br /> + di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi<br /> + raccomandò di questo fior venusto.<br /> +</p> + +<p> + E quei che vide tutti i tempi gravi,<br /> + pria che morisse, de la bella sposa<br /> + che s’acquistò con la lancia e coi clavi,<br /> +</p> + +<p> + siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa<br /> + quel duca sotto cui visse di manna<br /> + la gente ingrata, mobile e retrosa.<br /> +</p> + +<p> + Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,<br /> + tanto contenta di mirar sua figlia,<br /> + che non move occhio per cantare osanna;<br /> +</p> + +<p> + e contro al maggior padre di famiglia<br /> + siede Lucia, che mosse la tua donna<br /> + quando chinavi, a rovinar, le ciglia.<br /> +</p> + +<p> + Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,<br /> + qui farem punto, come buon sartore<br /> + che com’ elli ha del panno fa la gonna;<br /> +</p> + +<p> + e drizzeremo li occhi al primo amore,<br /> + sì che, guardando verso lui, penètri<br /> + quant’ è possibil per lo suo fulgore.<br /> +</p> + +<p> + Veramente, ne forse tu t’arretri<br /> + movendo l’ali tue, credendo oltrarti,<br /> + orando grazia conven che s’impetri<br /> +</p> + +<p> + grazia da quella che puote aiutarti;<br /> + e tu mi seguirai con l’affezione,<br /> + sì che dal dicer mio lo cor non parti».<br /> +</p> + +<p> + E cominciò questa santa orazione:<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p><a id="chap0333"></a></p> +<h3> +Paradiso • Canto XXXIII +</h3> + +<p> + «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,<br /> + umile e alta più che creatura,<br /> + termine fisso d’etterno consiglio,<br /> +</p> + +<p> + tu se’ colei che l’umana natura<br /> + nobilitasti sì, che ’l suo fattore<br /> + non disdegnò di farsi sua fattura.<br /> +</p> + +<p> + Nel ventre tuo si raccese l’amore,<br /> + per lo cui caldo ne l’etterna pace<br /> + così è germinato questo fiore.<br /> +</p> + +<p> + Qui se’ a noi meridïana face<br /> + di caritate, e giuso, intra ’ mortali,<br /> + se’ di speranza fontana vivace.<br /> +</p> + +<p> + Donna, se’ tanto grande e tanto vali,<br /> + che qual vuol grazia e a te non ricorre,<br /> + sua disïanza vuol volar sanz’ ali.<br /> +</p> + +<p> + La tua benignità non pur soccorre<br /> + a chi domanda, ma molte fïate<br /> + liberamente al dimandar precorre.<br /> +</p> + +<p> + In te misericordia, in te pietate,<br /> + in te magnificenza, in te s’aduna<br /> + quantunque in creatura è di bontate.<br /> +</p> + +<p> + Or questi, che da l’infima lacuna<br /> + de l’universo infin qui ha vedute<br /> + le vite spiritali ad una ad una,<br /> +</p> + +<p> + supplica a te, per grazia, di virtute<br /> + tanto, che possa con li occhi levarsi<br /> + più alto verso l’ultima salute.<br /> +</p> + +<p> + E io, che mai per mio veder non arsi<br /> + più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi<br /> + ti porgo, e priego che non sieno scarsi,<br /> +</p> + +<p> + perché tu ogne nube li disleghi<br /> + di sua mortalità co’ prieghi tuoi,<br /> + sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.<br /> +</p> + +<p> + Ancor ti priego, regina, che puoi<br /> + ciò che tu vuoli, che conservi sani,<br /> + dopo tanto veder, li affetti suoi.<br /> +</p> + +<p> + Vinca tua guardia i movimenti umani:<br /> + vedi Beatrice con quanti beati<br /> + per li miei prieghi ti chiudon le mani!».<br /> +</p> + +<p> + Li occhi da Dio diletti e venerati,<br /> + fissi ne l’orator, ne dimostraro<br /> + quanto i devoti prieghi le son grati;<br /> +</p> + +<p> + indi a l’etterno lume s’addrizzaro,<br /> + nel qual non si dee creder che s’invii<br /> + per creatura l’occhio tanto chiaro.<br /> +</p> + +<p> + E io ch’al fine di tutt’ i disii<br /> + appropinquava, sì com’ io dovea,<br /> + l’ardor del desiderio in me finii.<br /> +</p> + +<p> + Bernardo m’accennava, e sorridea,<br /> + perch’ io guardassi suso; ma io era<br /> + già per me stesso tal qual ei volea:<br /> +</p> + +<p> + ché la mia vista, venendo sincera,<br /> + e più e più intrava per lo raggio<br /> + de l’alta luce che da sé è vera.<br /> +</p> + +<p> + Da quinci innanzi il mio veder fu maggio<br /> + che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,<br /> + e cede la memoria a tanto oltraggio.<br /> +</p> + +<p> + Qual è colüi che sognando vede,<br /> + che dopo ’l sogno la passione impressa<br /> + rimane, e l’altro a la mente non riede,<br /> +</p> + +<p> + cotal son io, ché quasi tutta cessa<br /> + mia visïone, e ancor mi distilla<br /> + nel core il dolce che nacque da essa.<br /> +</p> + +<p> + Così la neve al sol si disigilla;<br /> + così al vento ne le foglie levi<br /> + si perdea la sentenza di Sibilla.<br /> +</p> + +<p> + O somma luce che tanto ti levi<br /> + da’ concetti mortali, a la mia mente<br /> + ripresta un poco di quel che parevi,<br /> +</p> + +<p> + e fa la lingua mia tanto possente,<br /> + ch’una favilla sol de la tua gloria<br /> + possa lasciare a la futura gente;<br /> +</p> + +<p> + ché, per tornare alquanto a mia memoria<br /> + e per sonare un poco in questi versi,<br /> + più si conceperà di tua vittoria.<br /> +</p> + +<p> + Io credo, per l’acume ch’io soffersi<br /> + del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,<br /> + se li occhi miei da lui fossero aversi.<br /> +</p> + +<p> + E’ mi ricorda ch’io fui più ardito<br /> + per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi<br /> + l’aspetto mio col valore infinito.<br /> +</p> + +<p> + Oh abbondante grazia ond’ io presunsi<br /> + ficcar lo viso per la luce etterna,<br /> + tanto che la veduta vi consunsi!<br /> +</p> + +<p> + Nel suo profondo vidi che s’interna,<br /> + legato con amore in un volume,<br /> + ciò che per l’universo si squaderna:<br /> +</p> + +<p> + sustanze e accidenti e lor costume<br /> + quasi conflati insieme, per tal modo<br /> + che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.<br /> +</p> + +<p> + La forma universal di questo nodo<br /> + credo ch’i’ vidi, perché più di largo,<br /> + dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.<br /> +</p> + +<p> + Un punto solo m’è maggior letargo<br /> + che venticinque secoli a la ’mpresa<br /> + che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.<br /> +</p> + +<p> + Così la mente mia, tutta sospesa,<br /> + mirava fissa, immobile e attenta,<br /> + e sempre di mirar faceasi accesa.<br /> +</p> + +<p> + A quella luce cotal si diventa,<br /> + che volgersi da lei per altro aspetto<br /> + è impossibil che mai si consenta;<br /> +</p> + +<p> + però che ’l ben, ch’è del volere obietto,<br /> + tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella<br /> + è defettivo ciò ch’è lì perfetto.<br /> +</p> + +<p> + Omai sarà più corta mia favella,<br /> + pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante<br /> + che bagni ancor la lingua a la mammella.<br /> +</p> + +<p> + Non perché più ch’un semplice sembiante<br /> + fosse nel vivo lume ch’io mirava,<br /> + che tal è sempre qual s’era davante;<br /> +</p> + +<p> + ma per la vista che s’avvalorava<br /> + in me guardando, una sola parvenza,<br /> + mutandom’ io, a me si travagliava.<br /> +</p> + +<p> + Ne la profonda e chiara sussistenza<br /> + de l’alto lume parvermi tre giri<br /> + di tre colori e d’una contenenza;<br /> +</p> + +<p> + e l’un da l’altro come iri da iri<br /> + parea reflesso, e ’l terzo parea foco<br /> + che quinci e quindi igualmente si spiri.<br /> +</p> + +<p> + Oh quanto è corto il dire e come fioco<br /> + al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,<br /> + è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.<br /> +</p> + +<p> + O luce etterna che sola in te sidi,<br /> + sola t’intendi, e da te intelletta<br /> + e intendente te ami e arridi!<br /> +</p> + +<p> + Quella circulazion che sì concetta<br /> + pareva in te come lume reflesso,<br /> + da li occhi miei alquanto circunspetta,<br /> +</p> + +<p> + dentro da sé, del suo colore stesso,<br /> + mi parve pinta de la nostra effige:<br /> + per che ’l mio viso in lei tutto era messo.<br /> +</p> + +<p> + Qual è ’l geomètra che tutto s’affige<br /> + per misurar lo cerchio, e non ritrova,<br /> + pensando, quel principio ond’ elli indige,<br /> +</p> + +<p> + tal era io a quella vista nova:<br /> + veder voleva come si convenne<br /> + l’imago al cerchio e come vi s’indova;<br /> +</p> + +<p> + ma non eran da ciò le proprie penne:<br /> + se non che la mia mente fu percossa<br /> + da un fulgore in che sua voglia venne.<br /> +</p> + +<p> + A l’alta fantasia qui mancò possa;<br /> + ma già volgeva il mio disio e ’l velle,<br /> + sì come rota ch’igualmente è mossa,<br /> +</p> + +<p> + l’amor che move il sole e l’altre stelle.<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /></p> + +<p> + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br /> +</p> + +<p> + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br /> + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br /> +</p> + +<p> + à = a grave<br /> + è = e grave<br /> + ì = i grave<br /> + ò = o grave<br /> + ù = u grave<br /> +</p> + +<p> + é = e acute<br /> + ó = o acute<br /> +</p> + +<p> + ä = a uml<br /> + ë = e uml<br /> + ï = i uml<br /> + ö = o uml<br /> + ü = u uml<br /> +</p> + +<p> + È = E grave<br /> + Ë = E uml<br /> + Ï = I uml<br /> +</p> + +<p> + « = left angle quotation mark<br /> + » = right angle quotation mark<br /> +</p> + +<p> + “ = left double quotation mark<br /> + ” = right double quotation mark<br /> +</p> + +<p> + ‘ = left single quotation mark<br /> + ’ = right single quotation mark<br /> +</p> + +<p> + — = em dash<br /> +</p> + +<p> + • = middot<br /> +</p> + +<p> + . . . = ellipsis<br /> +</p> + +<p><br /><br /><br /><br /></p> + + + + + + + + +<pre> + + + + + +End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE *** + +***** This file should be named 1012-h.htm or 1012-h.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/0/1/1012/ + +Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML +version by Al Haines. + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United +States without permission and without paying copyright +royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part +of this license, apply to copying and distributing Project +Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm +concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, +and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive +specific permission. If you do not charge anything for copies of this +eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook +for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, +performances and research. They may be modified and printed and given +away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks +not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the +trademark license, especially commercial redistribution. + +START: FULL LICENSE + +THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE +PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK + +To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free +distribution of electronic works, by using or distributing this work +(or any other work associated in any way with the phrase "Project +Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full +Project Gutenberg-tm License available with this file or online at +www.gutenberg.org/license. + +Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project +Gutenberg-tm electronic works + +1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm +electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to +and accept all the terms of this license and intellectual property +(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all +the terms of this agreement, you must cease using and return or +destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your +possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a +Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound +by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the +person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph +1.E.8. + +1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be +used on or associated in any way with an electronic work by people who +agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few +things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works +even without complying with the full terms of this agreement. See +paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project +Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this +agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm +electronic works. See paragraph 1.E below. + +1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the +Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection +of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual +works in the collection are in the public domain in the United +States. If an individual work is unprotected by copyright law in the +United States and you are located in the United States, we do not +claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, +displaying or creating derivative works based on the work as long as +all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope +that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting +free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm +works in compliance with the terms of this agreement for keeping the +Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily +comply with the terms of this agreement by keeping this work in the +same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when +you share it without charge with others. + +1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern +what you can do with this work. Copyright laws in most countries are +in a constant state of change. If you are outside the United States, +check the laws of your country in addition to the terms of this +agreement before downloading, copying, displaying, performing, +distributing or creating derivative works based on this work or any +other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no +representations concerning the copyright status of any work in any +country outside the United States. + +1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: + +1.E.1. The following sentence, with active links to, or other +immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear +prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work +on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the +phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, +performed, viewed, copied or distributed: + + This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and + most other parts of the world at no cost and with almost no + restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it + under the terms of the Project Gutenberg License included with this + eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the + United States, you'll have to check the laws of the country where you + are located before using this ebook. + +1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is +derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not +contain a notice indicating that it is posted with permission of the +copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in +the United States without paying any fees or charges. If you are +redistributing or providing access to a work with the phrase "Project +Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply +either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or +obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm +trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. + +1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted +with the permission of the copyright holder, your use and distribution +must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any +additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms +will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works +posted with the permission of the copyright holder found at the +beginning of this work. + +1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm +License terms from this work, or any files containing a part of this +work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. + +1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this +electronic work, or any part of this electronic work, without +prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with +active links or immediate access to the full terms of the Project +Gutenberg-tm License. + +1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, +compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including +any word processing or hypertext form. However, if you provide access +to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format +other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official +version posted on the official Project Gutenberg-tm web site +(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense +to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means +of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain +Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the +full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. + +1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, +performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works +unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. + +1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing +access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works +provided that + +* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from + the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method + you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed + to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has + agreed to donate royalties under this paragraph to the Project + Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid + within 60 days following each date on which you prepare (or are + legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty + payments should be clearly marked as such and sent to the Project + Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in + Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg + Literary Archive Foundation." + +* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies + you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he + does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm + License. You must require such a user to return or destroy all + copies of the works possessed in a physical medium and discontinue + all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm + works. + +* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of + any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the + electronic work is discovered and reported to you within 90 days of + receipt of the work. + +* You comply with all other terms of this agreement for free + distribution of Project Gutenberg-tm works. + +1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project +Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than +are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing +from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The +Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm +trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. + +1.F. + +1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable +effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread +works not protected by U.S. copyright law in creating the Project +Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm +electronic works, and the medium on which they may be stored, may +contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate +or corrupt data, transcription errors, a copyright or other +intellectual property infringement, a defective or damaged disk or +other medium, a computer virus, or computer codes that damage or +cannot be read by your equipment. + +1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right +of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project +Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project +Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all +liability to you for damages, costs and expenses, including legal +fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT +LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE +PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE +TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE +LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR +INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH +DAMAGE. + +1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a +defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can +receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a +written explanation to the person you received the work from. If you +received the work on a physical medium, you must return the medium +with your written explanation. The person or entity that provided you +with the defective work may elect to provide a replacement copy in +lieu of a refund. If you received the work electronically, the person +or entity providing it to you may choose to give you a second +opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If +the second copy is also defective, you may demand a refund in writing +without further opportunities to fix the problem. + +1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth +in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO +OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT +LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. + +1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied +warranties or the exclusion or limitation of certain types of +damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement +violates the law of the state applicable to this agreement, the +agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or +limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or +unenforceability of any provision of this agreement shall not void the +remaining provisions. + +1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the +trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone +providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in +accordance with this agreement, and any volunteers associated with the +production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm +electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, +including legal fees, that arise directly or indirectly from any of +the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this +or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or +additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any +Defect you cause. + +Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm + +Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of +electronic works in formats readable by the widest variety of +computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It +exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations +from people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future +generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see +Sections 3 and 4 and the Foundation information page at +www.gutenberg.org + + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by +U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the +mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its +volunteers and employees are scattered throughout numerous +locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt +Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to +date contact information can be found at the Foundation's web site and +official page at www.gutenberg.org/contact + +For additional contact information: + + Dr. Gregory B. Newby + Chief Executive and Director + gbnewby@pglaf.org + +Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation + +Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide +spread public support and donations to carry out its mission of +increasing the number of public domain and licensed works that can be +freely distributed in machine readable form accessible by the widest +array of equipment including outdated equipment. Many small donations +($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt +status with the IRS. + +The Foundation is committed to complying with the laws regulating +charities and charitable donations in all 50 states of the United +States. Compliance requirements are not uniform and it takes a +considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up +with these requirements. We do not solicit donations in locations +where we have not received written confirmation of compliance. To SEND +DONATIONS or determine the status of compliance for any particular +state visit www.gutenberg.org/donate + +While we cannot and do not solicit contributions from states where we +have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition +against accepting unsolicited donations from donors in such states who +approach us with offers to donate. + +International donations are gratefully accepted, but we cannot make +any statements concerning tax treatment of donations received from +outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. + +Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation +methods and addresses. Donations are accepted in a number of other +ways including checks, online payments and credit card donations. To +donate, please visit: www.gutenberg.org/donate + +Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. + +Professor Michael S. Hart was the originator of the Project +Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be +freely shared with anyone. For forty years, he produced and +distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of +volunteer support. + +Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed +editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in +the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not +necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper +edition. + +Most people start at our Web site which has the main PG search +facility: www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. + + + +</pre> + +</body> + +</html> + diff --git a/old/old/0ddc809a.txt b/old/old/0ddc809a.txt new file mode 100644 index 0000000..a589068 --- /dev/null +++ b/old/old/0ddc809a.txt @@ -0,0 +1,19936 @@ +*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante"***** +In Italian with accents [8-bit text] +Please see notes about various versions beneath this header. + + +Copyright laws are changing all over the world, be sure to check +the copyright laws for your country before posting these files!! + +Please take a look at the important information in this header. +We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an +electronic path open for the next readers. Do not remove this. + + +**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts** + +**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971** + +*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations* + +Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and +further information is included below. We need your donations. + + +Divina Commedia di Dante + +by Dante Alighieri + +August, 1997 [Etext #1012] + + +*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante"***** +*****This file should be named 0ddc809a.txt or 0ddc809a.zip***** + +Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 0ddc810.txt. +VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 0ddc810a.txt. + + +We are now trying to release all our books one month in advance +of the official release dates, for time for better editing. + +Please note: neither this list nor its contents are final till +midnight of the last day of the month of any such announcement. +The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at +Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A +preliminary version may often be posted for suggestion, comment +and editing by those who wish to do so. To be sure you have an +up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes +in the first week of the next month. Since our ftp program has +a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a +look at the file size will have to do, but we will try to see a +new copy has at least one byte more or less. + + +Information about Project Gutenberg (one page) + +We produce about two million dollars for each hour we work. The +fifty hours is one conservative estimate for how long it we take +to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright +searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This +projected audience is one hundred million readers. If our value +per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2 +million dollars per hour this year as we release thirty-two text +files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800. +If these reach just 10% of the computerized population, then the +total should reach 80 billion Etexts. + +The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext +Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion] +This is ten thousand titles each to one hundred million readers, +which is only 10% of the present number of computer users. 2001 +should have at least twice as many computer users as that, so it +will require us reaching less than 5% of the users in 2001. + + +We need your donations more than ever! + + +All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are +tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie- +Mellon University). + +For these and other matters, please mail to: + +Project Gutenberg +P. O. Box 2782 +Champaign, IL 61825 + +When all other email fails try our Executive Director: +Michael S. Hart <hart@pobox.com> + +We would prefer to send you this information by email +(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail). + +****** +If you have an FTP program (or emulator), please +FTP directly to the Project Gutenberg archives: +[Mac users, do NOT point and click. . .type] + +ftp uiarchive.cso.uiuc.edu +login: anonymous +password: your@login +cd etext/etext90 through /etext96 +or cd etext/articles [get suggest gut for more information] +dir [to see files] +get or mget [to get files. . .set bin for zip files] +GET INDEX?00.GUT +for a list of books +and +GET NEW GUT for general information +and +MGET GUT* for newsletters. + +**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor** +(Three Pages) + + +***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START*** +Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers. +They tell us you might sue us if there is something wrong with +your copy of this etext, even if you got it for free from +someone other than us, and even if what's wrong is not our +fault. So, among other things, this "Small Print!" statement +disclaims most of our liability to you. It also tells you how +you can distribute copies of this etext if you want to. + +*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT +By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm +etext, you indicate that you understand, agree to and accept +this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive +a refund of the money (if any) you paid for this etext by +sending a request within 30 days of receiving it to the person +you got it from. If you received this etext on a physical +medium (such as a disk), you must return it with your request. + +ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS +This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG- +tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor +Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at +Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other +things, this means that no one owns a United States copyright +on or for this work, so the Project (and you!) can copy and +distribute it in the United States without permission and +without paying copyright royalties. Special rules, set forth +below, apply if you wish to copy and distribute this etext +under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark. + +To create these etexts, the Project expends considerable +efforts to identify, transcribe and proofread public domain +works. Despite these efforts, the Project's etexts and any +medium they may be on may contain "Defects". Among other +things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or +corrupt data, transcription errors, a copyright or other +intellectual property infringement, a defective or damaged +disk or other etext medium, a computer virus, or computer +codes that damage or cannot be read by your equipment. + +LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES +But for the "Right of Replacement or Refund" described below, +[1] the Project (and any other party you may receive this +etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all +liability to you for damages, costs and expenses, including +legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR +UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT, +INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE +OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE +POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES. + +If you discover a Defect in this etext within 90 days of +receiving it, you can receive a refund of the money (if any) +you paid for it by sending an explanatory note within that +time to the person you received it from. If you received it +on a physical medium, you must return it with your note, and +such person may choose to alternatively give you a replacement +copy. If you received it electronically, such person may +choose to alternatively give you a second opportunity to +receive it electronically. + +THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER +WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS +TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT +LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A +PARTICULAR PURPOSE. + +Some states do not allow disclaimers of implied warranties or +the exclusion or limitation of consequential damages, so the +above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you +may have other legal rights. + +INDEMNITY +You will indemnify and hold the Project, its directors, +officers, members and agents harmless from all liability, cost +and expense, including legal fees, that arise directly or +indirectly from any of the following that you do or cause: +[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification, +or addition to the etext, or [3] any Defect. + +DISTRIBUTION UNDER "PROJECT GUTENBERG-tm" +You may distribute copies of this etext electronically, or by +disk, book or any other medium if you either delete this +"Small Print!" and all other references to Project Gutenberg, +or: + +[1] Only give exact copies of it. Among other things, this + requires that you do not remove, alter or modify the + etext or this "small print!" statement. You may however, + if you wish, distribute this etext in machine readable + binary, compressed, mark-up, or proprietary form, + including any form resulting from conversion by word pro- + cessing or hypertext software, but only so long as + *EITHER*: + + [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and + does *not* contain characters other than those + intended by the author of the work, although tilde + (~), asterisk (*) and underline (_) characters may + be used to convey punctuation intended by the + author, and additional characters may be used to + indicate hypertext links; OR + + [*] The etext may be readily converted by the reader at + no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent + form by the program that displays the etext (as is + the case, for instance, with most word processors); + OR + + [*] You provide, or agree to also provide on request at + no additional cost, fee or expense, a copy of the + etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC + or other equivalent proprietary form). + +[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this + "Small Print!" statement. + +[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the + net profits you derive calculated using the method you + already use to calculate your applicable taxes. If you + don't derive profits, no royalty is due. Royalties are + payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon + University" within the 60 days following each + date you prepare (or were legally required to prepare) + your annual (or equivalent periodic) tax return. + +WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO? +The Project gratefully accepts contributions in money, time, +scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty +free copyright licenses, and every other sort of contribution +you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg +Association / Carnegie-Mellon University". + +*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END* + + + + + +Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext. +We will be presenting this work in a wide variety of formats, in +both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary +and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents. + +WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES! + +Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I +think we may have enough proofers for a first run at the Cary. + +We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997 + +Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.* + +Also because they are so preliminary, I have not placed the names +of the persons working on the files in them as I take my complete +repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit +will be completely given when we have the final version ready. + +Michael S. Hart +July 31, 1997 + +The Italian files with no accents appear as follows: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000 +Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 997 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998 +Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 999 + +followed by: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012 +Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1009 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010 +Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1011 + +and + +H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008 +H. F. Cary's Translation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1005 +H. F. Cary's Translation of Dante, Puragtory [2ddccxxx.xxx]1006 +H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1007 + +and + +Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004 +Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1001 +Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002 +Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1003 + +in what I hope will be a timely manner. + +Thank you so much for your cooperation and your patience. +This will be a LONG month[s] of preparation. + +Michael S. Hart +[hart@pobox.com] +Project Gutenberg +Executive Director + + + + + +LA DIVINA COMMEDIA +di Dante Alighieri + + + + + +INFERNO + + + + +Inferno Canto I + + +Nel mezzo del cammin di nostra vita +mi ritrovai per una selva oscura, +ch la diritta via era smarrita. + +Ahi quanto a dir qual era cosa dura +esta selva selvaggia e aspra e forte +che nel pensier rinova la paura! + +Tant amara che poco pi morte; +ma per trattar del ben chi vi trovai, +dir de laltre cose chi vho scorte. + +Io non so ben ridir com i vintrai, +tant era pien di sonno a quel punto +che la verace via abbandonai. + +Ma poi chi fui al pi dun colle giunto, +l dove terminava quella valle +che mavea di paura il cor compunto, + +guardai in alto e vidi le sue spalle +vestite gi de raggi del pianeta +che mena dritto altrui per ogne calle. + +Allor fu la paura un poco queta, +che nel lago del cor mera durata +la notte chi passai con tanta pieta. + +E come quei che con lena affannata, +uscito fuor del pelago a la riva, +si volge a lacqua perigliosa e guata, + +cos lanimo mio, chancor fuggiva, +si volse a retro a rimirar lo passo +che non lasci gi mai persona viva. + +Poi chi posato un poco il corpo lasso, +ripresi via per la piaggia diserta, +s che l pi fermo sempre era l pi basso. + +Ed ecco, quasi al cominciar de lerta, +una lonza leggera e presta molto, +che di pel macolato era coverta; + +e non mi si partia dinanzi al volto, +anzi mpediva tanto il mio cammino, +chi fui per ritornar pi volte vlto. + +Temp era dal principio del mattino, +e l sol montava n s con quelle stelle +cheran con lui quando lamor divino + +mosse di prima quelle cose belle; +s cha bene sperar mera cagione +di quella fiera a la gaetta pelle + +lora del tempo e la dolce stagione; +ma non s che paura non mi desse +la vista che mapparve dun leone. + +Questi parea che contra me venisse +con la test alta e con rabbiosa fame, +s che parea che laere ne tremesse. + +Ed una lupa, che di tutte brame +sembiava carca ne la sua magrezza, +e molte genti f gi viver grame, + +questa mi porse tanto di gravezza +con la paura chuscia di sua vista, +chio perdei la speranza de laltezza. + +E qual quei che volontieri acquista, +e giugne l tempo che perder lo face, +che n tutti suoi pensier piange e sattrista; + +tal mi fece la bestia sanza pace, +che, venendomi ncontro, a poco a poco +mi ripigneva l dove l sol tace. + +Mentre chi rovinava in basso loco, +dinanzi a li occhi mi si fu offerto +chi per lungo silenzio parea fioco. + +Quando vidi costui nel gran diserto, +Miserere di me, gridai a lui, +qual che tu sii, od ombra od omo certo!. + +Rispuosemi: Non omo, omo gi fui, +e li parenti miei furon lombardi, +mantoani per patra ambedui. + +Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, +e vissi a Roma sotto l buono Augusto +nel tempo de li di falsi e bugiardi. + +Poeta fui, e cantai di quel giusto +figliuol dAnchise che venne di Troia, +poi che l superbo Iln fu combusto. + +Ma tu perch ritorni a tanta noia? +perch non sali il dilettoso monte +ch principio e cagion di tutta gioia?. + +Or se tu quel Virgilio e quella fonte +che spandi di parlar s largo fiume?, +rispuos io lui con vergognosa fronte. + +O de li altri poeti onore e lume, +vagliami l lungo studio e l grande amore +che mha fatto cercar lo tuo volume. + +Tu se lo mio maestro e l mio autore, +tu se solo colui da cu io tolsi +lo bello stilo che mha fatto onore. + +Vedi la bestia per cu io mi volsi; +aiutami da lei, famoso saggio, +chella mi fa tremar le vene e i polsi. + +A te convien tenere altro vaggio, +rispuose, poi che lagrimar mi vide, +se vuo campar desto loco selvaggio; + +ch questa bestia, per la qual tu gride, +non lascia altrui passar per la sua via, +ma tanto lo mpedisce che luccide; + +e ha natura s malvagia e ria, +che mai non empie la bramosa voglia, +e dopo l pasto ha pi fame che pria. + +Molti son li animali a cui sammoglia, +e pi saranno ancora, infin che l veltro +verr, che la far morir con doglia. + +Questi non ciber terra n peltro, +ma sapenza, amore e virtute, +e sua nazion sar tra feltro e feltro. + +Di quella umile Italia fia salute +per cui mor la vergine Cammilla, +Eurialo e Turno e Niso di ferute. + +Questi la caccer per ogne villa, +fin che lavr rimessa ne lo nferno, +l onde nvidia prima dipartilla. + +Ond io per lo tuo me penso e discerno +che tu mi segui, e io sar tua guida, +e trarrotti di qui per loco etterno; + +ove udirai le disperate strida, +vedrai li antichi spiriti dolenti, +cha la seconda morte ciascun grida; + +e vederai color che son contenti +nel foco, perch speran di venire +quando che sia a le beate genti. + +A le quai poi se tu vorrai salire, +anima fia a ci pi di me degna: +con lei ti lascer nel mio partire; + +ch quello imperador che l s regna, +perch i fu ribellante a la sua legge, +non vuol che n sua citt per me si vegna. + +In tutte parti impera e quivi regge; +quivi la sua citt e lalto seggio: +oh felice colui cu ivi elegge!. + +E io a lui: Poeta, io ti richeggio +per quello Dio che tu non conoscesti, +acci chio fugga questo male e peggio, + +che tu mi meni l dov or dicesti, +s chio veggia la porta di san Pietro +e color cui tu fai cotanto mesti. + +Allor si mosse, e io li tenni dietro. + + + +Inferno Canto II + + +Lo giorno se nandava, e laere bruno +toglieva li animai che sono in terra +da le fatiche loro; e io sol uno + +mapparecchiava a sostener la guerra +s del cammino e s de la pietate, +che ritrarr la mente che non erra. + +O muse, o alto ingegno, or maiutate; +o mente che scrivesti ci chio vidi, +qui si parr la tua nobilitate. + +Io cominciai: Poeta che mi guidi, +guarda la mia virt sell possente, +prima cha lalto passo tu mi fidi. + +Tu dici che di Silvo il parente, +corruttibile ancora, ad immortale +secolo and, e fu sensibilmente. + +Per, se lavversario dogne male +cortese i fu, pensando lalto effetto +chuscir dovea di lui, e l chi e l quale + +non pare indegno ad omo dintelletto; +che fu de lalma Roma e di suo impero +ne lempireo ciel per padre eletto: + +la quale e l quale, a voler dir lo vero, +fu stabilita per lo loco santo +u siede il successor del maggior Piero. + +Per quest andata onde li dai tu vanto, +intese cose che furon cagione +di sua vittoria e del papale ammanto. + +Andovvi poi lo Vas delezone, +per recarne conforto a quella fede +ch principio a la via di salvazione. + +Ma io, perch venirvi? o chi l concede? +Io non Ena, io non Paulo sono; +me degno a ci n io n altri l crede. + +Per che, se del venire io mabbandono, +temo che la venuta non sia folle. +Se savio; intendi me chi non ragiono. + +E qual quei che disvuol ci che volle +e per novi pensier cangia proposta, +s che dal cominciar tutto si tolle, + +tal mi fec o n quella oscura costa, +perch, pensando, consumai la mpresa +che fu nel cominciar cotanto tosta. + +Si ho ben la parola tua intesa, +rispuose del magnanimo quell ombra, +lanima tua da viltade offesa; + +la qual molte fate lomo ingombra +s che donrata impresa lo rivolve, +come falso veder bestia quand ombra. + +Da questa tema acci che tu ti solve, +dirotti perch io venni e quel chio ntesi +nel primo punto che di te mi dolve. + +Io era tra color che son sospesi, +e donna mi chiam beata e bella, +tal che di comandare io la richiesi. + +Lucevan li occhi suoi pi che la stella; +e cominciommi a dir soave e piana, +con angelica voce, in sua favella: + +O anima cortese mantoana, +di cui la fama ancor nel mondo dura, +e durer quanto l mondo lontana, + +lamico mio, e non de la ventura, +ne la diserta piaggia impedito +s nel cammin, che vlt per paura; + +e temo che non sia gi s smarrito, +chio mi sia tardi al soccorso levata, +per quel chi ho di lui nel cielo udito. + +Or movi, e con la tua parola ornata +e con ci cha mestieri al suo campare, +laiuta s chi ne sia consolata. + +I son Beatrice che ti faccio andare; +vegno del loco ove tornar disio; +amor mi mosse, che mi fa parlare. + +Quando sar dinanzi al segnor mio, +di te mi loder sovente a lui. +Tacette allora, e poi comincia io: + +O donna di virt sola per cui +lumana spezie eccede ogne contento +di quel ciel cha minor li cerchi sui, + +tanto maggrada il tuo comandamento, +che lubidir, se gi fosse, m tardi; +pi non t uo chaprirmi il tuo talento. + +Ma dimmi la cagion che non ti guardi +de lo scender qua giuso in questo centro +de lampio loco ove tornar tu ardi. + +Da che tu vuo saver cotanto a dentro, +dirotti brievemente, mi rispuose, +perch i non temo di venir qua entro. + +Temer si dee di sole quelle cose +channo potenza di fare altrui male; +de laltre no, ch non son paurose. + +I son fatta da Dio, sua merc, tale, +che la vostra miseria non mi tange, +n fiamma desto ncendio non massale. + +Donna gentil nel ciel che si compiange +di questo mpedimento ov io ti mando, +s che duro giudicio l s frange. + +Questa chiese Lucia in suo dimando +e disse:Or ha bisogno il tuo fedele +di te, e io a te lo raccomando. + +Lucia, nimica di ciascun crudele, +si mosse, e venne al loco dov i era, +che mi sedea con lantica Rachele. + +Disse:Beatrice, loda di Dio vera, +ch non soccorri quei che tam tanto, +chusc per te de la volgare schiera? + +Non odi tu la pieta del suo pianto, +non vedi tu la morte che l combatte +su la fiumana ove l mar non ha vanto?. + +Al mondo non fur mai persone ratte +a far lor pro o a fuggir lor danno, +com io, dopo cotai parole fatte, + +venni qua gi del mio beato scanno, +fidandomi del tuo parlare onesto, +chonora te e quei chudito lhanno. + +Poscia che mebbe ragionato questo, +li occhi lucenti lagrimando volse, +per che mi fece del venir pi presto. + +E venni a te cos com ella volse: +dinanzi a quella fiera ti levai +che del bel monte il corto andar ti tolse. + +Dunque: che ? perch, perch restai, +perch tanta vilt nel core allette, +perch ardire e franchezza non hai, + +poscia che tai tre donne benedette +curan di te ne la corte del cielo, +e l mio parlar tanto ben ti promette?. + +Quali fioretti dal notturno gelo +chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca, +si drizzan tutti aperti in loro stelo, + +tal mi fec io di mia virtude stanca, +e tanto buono ardire al cor mi corse, +chi cominciai come persona franca: + +Oh pietosa colei che mi soccorse! +e te cortese chubidisti tosto +a le vere parole che ti porse! + +Tu mhai con disiderio il cor disposto +s al venir con le parole tue, +chi son tornato nel primo proposto. + +Or va, chun sol volere dambedue: +tu duca, tu segnore e tu maestro. +Cos li dissi; e poi che mosso fue, + +intrai per lo cammino alto e silvestro. + + + +Inferno Canto III + + +Per me si va ne la citt dolente, +per me si va ne letterno dolore, +per me si va tra la perduta gente. + +Giustizia mosse il mio alto fattore; +fecemi la divina podestate, +la somma sapenza e l primo amore. + +Dinanzi a me non fuor cose create +se non etterne, e io etterno duro. +Lasciate ogne speranza, voi chintrate. + +Queste parole di colore oscuro +vid o scritte al sommo duna porta; +per chio: Maestro, il senso lor m duro. + +Ed elli a me, come persona accorta: +Qui si convien lasciare ogne sospetto; +ogne vilt convien che qui sia morta. + +Noi siam venuti al loco ov i tho detto +che tu vedrai le genti dolorose +channo perduto il ben de lintelletto. + +E poi che la sua mano a la mia puose +con lieto volto, ond io mi confortai, +mi mise dentro a le segrete cose. + +Quivi sospiri, pianti e alti guai +risonavan per laere sanza stelle, +per chio al cominciar ne lagrimai. + +Diverse lingue, orribili favelle, +parole di dolore, accenti dira, +voci alte e fioche, e suon di man con elle + +facevano un tumulto, il qual saggira +sempre in quell aura sanza tempo tinta, +come la rena quando turbo spira. + +E io chavea derror la testa cinta, +dissi: Maestro, che quel chi odo? +e che gent che par nel duol s vinta?. + +Ed elli a me: Questo misero modo +tegnon lanime triste di coloro +che visser sanza nfamia e sanza lodo. + +Mischiate sono a quel cattivo coro +de li angeli che non furon ribelli +n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro. + +Caccianli i ciel per non esser men belli, +n lo profondo inferno li riceve, +chalcuna gloria i rei avrebber delli. + +E io: Maestro, che tanto greve +a lor che lamentar li fa s forte?. +Rispuose: Dicerolti molto breve. + +Questi non hanno speranza di morte, +e la lor cieca vita tanto bassa, +che nvidosi son dogne altra sorte. + +Fama di loro il mondo esser non lassa; +misericordia e giustizia li sdegna: +non ragioniam di lor, ma guarda e passa. + +E io, che riguardai, vidi una nsegna +che girando correva tanto ratta, +che dogne posa mi parea indegna; + +e dietro le vena s lunga tratta +di gente, chi non averei creduto +che morte tanta navesse disfatta. + +Poscia chio vebbi alcun riconosciuto, +vidi e conobbi lombra di colui +che fece per viltade il gran rifiuto. + +Incontanente intesi e certo fui +che questa era la setta di cattivi, +a Dio spiacenti e a nemici sui. + +Questi sciaurati, che mai non fur vivi, +erano ignudi e stimolati molto +da mosconi e da vespe cheran ivi. + +Elle rigavan lor di sangue il volto, +che, mischiato di lagrime, a lor piedi +da fastidiosi vermi era ricolto. + +E poi cha riguardar oltre mi diedi, +vidi genti a la riva dun gran fiume; +per chio dissi: Maestro, or mi concedi + +chi sappia quali sono, e qual costume +le fa di trapassar parer s pronte, +com i discerno per lo fioco lume. + +Ed elli a me: Le cose ti fier conte +quando noi fermerem li nostri passi +su la trista riviera dAcheronte. + +Allor con li occhi vergognosi e bassi, +temendo no l mio dir li fosse grave, +infino al fiume del parlar mi trassi. + +Ed ecco verso noi venir per nave +un vecchio, bianco per antico pelo, +gridando: Guai a voi, anime prave! + +Non isperate mai veder lo cielo: +i vegno per menarvi a laltra riva +ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo. + +E tu che se cost, anima viva, +prtiti da cotesti che son morti. +Ma poi che vide chio non mi partiva, + +disse: Per altra via, per altri porti +verrai a piaggia, non qui, per passare: +pi lieve legno convien che ti porti. + +E l duca lui: Caron, non ti crucciare: +vuolsi cos col dove si puote +ci che si vuole, e pi non dimandare. + +Quinci fuor quete le lanose gote +al nocchier de la livida palude, +che ntorno a li occhi avea di fiamme rote. + +Ma quell anime, cheran lasse e nude, +cangiar colore e dibattero i denti, +ratto che nteser le parole crude. + +Bestemmiavano Dio e lor parenti, +lumana spezie e l loco e l tempo e l seme +di lor semenza e di lor nascimenti. + +Poi si ritrasser tutte quante insieme, +forte piangendo, a la riva malvagia +chattende ciascun uom che Dio non teme. + +Caron dimonio, con occhi di bragia +loro accennando, tutte le raccoglie; +batte col remo qualunque sadagia. + +Come dautunno si levan le foglie +luna appresso de laltra, fin che l ramo +vede a la terra tutte le sue spoglie, + +similemente il mal seme dAdamo +gittansi di quel lito ad una ad una, +per cenni come augel per suo richiamo. + +Cos sen vanno su per londa bruna, +e avanti che sien di l discese, +anche di qua nuova schiera sauna. + +Figliuol mio, disse l maestro cortese, +quelli che muoion ne lira di Dio +tutti convegnon qui dogne paese; + +e pronti sono a trapassar lo rio, +ch la divina giustizia li sprona, +s che la tema si volve in disio. + +Quinci non passa mai anima buona; +e per, se Caron di te si lagna, +ben puoi sapere omai che l suo dir suona. + +Finito questo, la buia campagna +trem s forte, che de lo spavento +la mente di sudore ancor mi bagna. + +La terra lagrimosa diede vento, +che balen una luce vermiglia +la qual mi vinse ciascun sentimento; + +e caddi come luom cui sonno piglia. + + + +Inferno Canto IV + + +Ruppemi lalto sonno ne la testa +un greve truono, s chio mi riscossi +come persona ch per forza desta; + +e locchio riposato intorno mossi, +dritto levato, e fiso riguardai +per conoscer lo loco dov io fossi. + +Vero che n su la proda mi trovai +de la valle dabisso dolorosa +che ntrono accoglie dinfiniti guai. + +Oscura e profonda era e nebulosa +tanto che, per ficcar lo viso a fondo, +io non vi discernea alcuna cosa. + +Or discendiam qua gi nel cieco mondo, +cominci il poeta tutto smorto. +Io sar primo, e tu sarai secondo. + +E io, che del color mi fui accorto, +dissi: Come verr, se tu paventi +che suoli al mio dubbiare esser conforto?. + +Ed elli a me: Langoscia de le genti +che son qua gi, nel viso mi dipigne +quella piet che tu per tema senti. + +Andiam, ch la via lunga ne sospigne. +Cos si mise e cos mi f intrare +nel primo cerchio che labisso cigne. + +Quivi, secondo che per ascoltare, +non avea pianto mai che di sospiri +che laura etterna facevan tremare; + +ci avvenia di duol sanza martri, +chavean le turbe, cheran molte e grandi, +dinfanti e di femmine e di viri. + +Lo buon maestro a me: Tu non dimandi +che spiriti son questi che tu vedi? +Or vo che sappi, innanzi che pi andi, + +chei non peccaro; e selli hanno mercedi, +non basta, perch non ebber battesmo, +ch porta de la fede che tu credi; + +e se furon dinanzi al cristianesmo, +non adorar debitamente a Dio: +e di questi cotai son io medesmo. + +Per tai difetti, non per altro rio, +semo perduti, e sol di tanto offesi +che sanza speme vivemo in disio. + +Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi, +per che gente di molto valore +conobbi che n quel limbo eran sospesi. + +Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore, +comincia io per voler esser certo +di quella fede che vince ogne errore: + +uscicci mai alcuno, o per suo merto +o per altrui, che poi fosse beato?. +E quei che ntese il mio parlar coverto, + +rispuose: Io era nuovo in questo stato, +quando ci vidi venire un possente, +con segno di vittoria coronato. + +Trasseci lombra del primo parente, +dAbl suo figlio e quella di No, +di Mos legista e ubidente; + +Abram patrarca e Davd re, +Isral con lo padre e co suoi nati +e con Rachele, per cui tanto f, + +e altri molti, e feceli beati. +E vo che sappi che, dinanzi ad essi, +spiriti umani non eran salvati. + +Non lasciavam landar perch ei dicessi, +ma passavam la selva tuttavia, +la selva, dico, di spiriti spessi. + +Non era lunga ancor la nostra via +di qua dal sonno, quand io vidi un foco +chemisperio di tenebre vincia. + +Di lungi neravamo ancora un poco, +ma non s chio non discernessi in parte +chorrevol gente possedea quel loco. + +O tu chonori scenza e arte, +questi chi son channo cotanta onranza, +che dal modo de li altri li diparte?. + +E quelli a me: Lonrata nominanza +che di lor suona s ne la tua vita, +graza acquista in ciel che s li avanza. + +Intanto voce fu per me udita: +Onorate laltissimo poeta; +lombra sua torna, chera dipartita. + +Poi che la voce fu restata e queta, +vidi quattro grand ombre a noi venire: +sembianz avevan n trista n lieta. + +Lo buon maestro cominci a dire: +Mira colui con quella spada in mano, +che vien dinanzi ai tre s come sire: + +quelli Omero poeta sovrano; +laltro Orazio satiro che vene; +Ovidio l terzo, e lultimo Lucano. + +Per che ciascun meco si convene +nel nome che son la voce sola, +fannomi onore, e di ci fanno bene. + +Cos vid i adunar la bella scola +di quel segnor de laltissimo canto +che sovra li altri com aquila vola. + +Da chebber ragionato insieme alquanto, +volsersi a me con salutevol cenno, +e l mio maestro sorrise di tanto; + +e pi donore ancora assai mi fenno, +che s mi fecer de la loro schiera, +s chio fui sesto tra cotanto senno. + +Cos andammo infino a la lumera, +parlando cose che l tacere bello, +s com era l parlar col dov era. + +Venimmo al pi dun nobile castello, +sette volte cerchiato dalte mura, +difeso intorno dun bel fiumicello. + +Questo passammo come terra dura; +per sette porte intrai con questi savi: +giugnemmo in prato di fresca verdura. + +Genti veran con occhi tardi e gravi, +di grande autorit ne lor sembianti: +parlavan rado, con voci soavi. + +Traemmoci cos da lun de canti, +in loco aperto, luminoso e alto, +s che veder si potien tutti quanti. + +Col diritto, sovra l verde smalto, +mi fuor mostrati li spiriti magni, +che del vedere in me stesso messalto. + +I vidi Eletra con molti compagni, +tra quai conobbi Ettr ed Enea, +Cesare armato con li occhi grifagni. + +Vidi Cammilla e la Pantasilea; +da laltra parte vidi l re Latino +che con Lavina sua figlia sedea. + +Vidi quel Bruto che cacci Tarquino, +Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia; +e solo, in parte, vidi l Saladino. + +Poi chinnalzai un poco pi le ciglia, +vidi l maestro di color che sanno +seder tra filosofica famiglia. + +Tutti lo miran, tutti onor li fanno: +quivi vid o Socrate e Platone, +che nnanzi a li altri pi presso li stanno; + +Democrito che l mondo a caso pone, +Dogens, Anassagora e Tale, +Empedocls, Eraclito e Zenone; + +e vidi il buono accoglitor del quale, +Dascoride dico; e vidi Orfeo, +Tulo e Lino e Seneca morale; + +Euclide geomtra e Tolomeo, +Ipocrte, Avicenna e Galeno, +Averos, che l gran comento feo. + +Io non posso ritrar di tutti a pieno, +per che s mi caccia il lungo tema, +che molte volte al fatto il dir vien meno. + +La sesta compagnia in due si scema: +per altra via mi mena il savio duca, +fuor de la queta, ne laura che trema. + +E vegno in parte ove non che luca. + + + +Inferno Canto V + + +Cos discesi del cerchio primaio +gi nel secondo, che men loco cinghia +e tanto pi dolor, che punge a guaio. + +Stavvi Mins orribilmente, e ringhia: +essamina le colpe ne lintrata; +giudica e manda secondo chavvinghia. + +Dico che quando lanima mal nata +li vien dinanzi, tutta si confessa; +e quel conoscitor de le peccata + +vede qual loco dinferno da essa; +cignesi con la coda tante volte +quantunque gradi vuol che gi sia messa. + +Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: +vanno a vicenda ciascuna al giudizio, +dicono e odono e poi son gi volte. + +O tu che vieni al doloroso ospizio, +disse Mins a me quando mi vide, +lasciando latto di cotanto offizio, + +guarda com entri e di cui tu ti fide; +non tinganni lampiezza de lintrare!. +E l duca mio a lui: Perch pur gride? + +Non impedir lo suo fatale andare: +vuolsi cos col dove si puote +ci che si vuole, e pi non dimandare. + +Or incomincian le dolenti note +a farmisi sentire; or son venuto +l dove molto pianto mi percuote. + +Io venni in loco dogne luce muto, +che mugghia come fa mar per tempesta, +se da contrari venti combattuto. + +La bufera infernal, che mai non resta, +mena li spirti con la sua rapina; +voltando e percotendo li molesta. + +Quando giungon davanti a la ruina, +quivi le strida, il compianto, il lamento; +bestemmian quivi la virt divina. + +Intesi cha cos fatto tormento +enno dannati i peccator carnali, +che la ragion sommettono al talento. + +E come li stornei ne portan lali +nel freddo tempo, a schiera larga e piena, +cos quel fiato li spiriti mali + +di qua, di l, di gi, di s li mena; +nulla speranza li conforta mai, +non che di posa, ma di minor pena. + +E come i gru van cantando lor lai, +faccendo in aere di s lunga riga, +cos vid io venir, traendo guai, + +ombre portate da la detta briga; +per chi dissi: Maestro, chi son quelle +genti che laura nera s gastiga?. + +La prima di color di cui novelle +tu vuo saper, mi disse quelli allotta, +fu imperadrice di molte favelle. + +A vizio di lussuria fu s rotta, +che libito f licito in sua legge, +per trre il biasmo in che era condotta. + +Ell Semirams, di cui si legge +che succedette a Nino e fu sua sposa: +tenne la terra che l Soldan corregge. + +Laltra colei che sancise amorosa, +e ruppe fede al cener di Sicheo; +poi Cleopatrs lussurosa. + +Elena vedi, per cui tanto reo +tempo si volse, e vedi l grande Achille, +che con amore al fine combatteo. + +Vedi Pars, Tristano; e pi di mille +ombre mostrommi e nominommi a dito, +chamor di nostra vita dipartille. + +Poscia chio ebbi l mio dottore udito +nomar le donne antiche e cavalieri, +piet mi giunse, e fui quasi smarrito. + +I cominciai: Poeta, volontieri +parlerei a quei due che nsieme vanno, +e paion s al vento esser leggeri. + +Ed elli a me: Vedrai quando saranno +pi presso a noi; e tu allor li priega +per quello amor che i mena, ed ei verranno. + +S tosto come il vento a noi li piega, +mossi la voce: O anime affannate, +venite a noi parlar, saltri nol niega!. + +Quali colombe dal disio chiamate +con lali alzate e ferme al dolce nido +vegnon per laere, dal voler portate; + +cotali uscir de la schiera ov Dido, +a noi venendo per laere maligno, +s forte fu laffettoso grido. + +O animal grazoso e benigno +che visitando vai per laere perso +noi che tignemmo il mondo di sanguigno, + +se fosse amico il re de luniverso, +noi pregheremmo lui de la tua pace, +poi chai piet del nostro mal perverso. + +Di quel che udire e che parlar vi piace, +noi udiremo e parleremo a voi, +mentre che l vento, come fa, ci tace. + +Siede la terra dove nata fui +su la marina dove l Po discende +per aver pace co seguaci sui. + +Amor, chal cor gentil ratto sapprende, +prese costui de la bella persona +che mi fu tolta; e l modo ancor moffende. + +Amor, cha nullo amato amar perdona, +mi prese del costui piacer s forte, +che, come vedi, ancor non mabbandona. + +Amor condusse noi ad una morte. +Caina attende chi a vita ci spense. +Queste parole da lor ci fuor porte. + +Quand io intesi quell anime offense, +china il viso, e tanto il tenni basso, +fin che l poeta mi disse: Che pense?. + +Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso, +quanti dolci pensier, quanto disio +men costoro al doloroso passo!. + +Poi mi rivolsi a loro e parla io, +e cominciai: Francesca, i tuoi martri +a lagrimar mi fanno tristo e pio. + +Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri, +a che e come concedette amore +che conosceste i dubbiosi disiri?. + +E quella a me: Nessun maggior dolore +che ricordarsi del tempo felice +ne la miseria; e ci sa l tuo dottore. + +Ma sa conoscer la prima radice +del nostro amor tu hai cotanto affetto, +dir come colui che piange e dice. + +Noi leggiavamo un giorno per diletto +di Lancialotto come amor lo strinse; +soli eravamo e sanza alcun sospetto. + +Per pi fate li occhi ci sospinse +quella lettura, e scolorocci il viso; +ma solo un punto fu quel che ci vinse. + +Quando leggemmo il disato riso +esser basciato da cotanto amante, +questi, che mai da me non fia diviso, + +la bocca mi basci tutto tremante. +Galeotto fu l libro e chi lo scrisse: +quel giorno pi non vi leggemmo avante. + +Mentre che luno spirto questo disse, +laltro pianga; s che di pietade +io venni men cos com io morisse. + +E caddi come corpo morto cade. + + + +Inferno Canto VI + + +Al tornar de la mente, che si chiuse +dinanzi a la piet di due cognati, +che di trestizia tutto mi confuse, + +novi tormenti e novi tormentati +mi veggio intorno, come chio mi mova +e chio mi volga, e come che io guati. + +Io sono al terzo cerchio, de la piova +etterna, maladetta, fredda e greve; +regola e qualit mai non l nova. + +Grandine grossa, acqua tinta e neve +per laere tenebroso si riversa; +pute la terra che questo riceve. + +Cerbero, fiera crudele e diversa, +con tre gole caninamente latra +sovra la gente che quivi sommersa. + +Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, +e l ventre largo, e unghiate le mani; +graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. + +Urlar li fa la pioggia come cani; +de lun de lati fanno a laltro schermo; +volgonsi spesso i miseri profani. + +Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, +le bocche aperse e mostrocci le sanne; +non avea membro che tenesse fermo. + +E l duca mio distese le sue spanne, +prese la terra, e con piene le pugna +la gitt dentro a le bramose canne. + +Qual quel cane chabbaiando agogna, +e si racqueta poi che l pasto morde, +ch solo a divorarlo intende e pugna, + +cotai si fecer quelle facce lorde +de lo demonio Cerbero, che ntrona +lanime s, chesser vorrebber sorde. + +Noi passavam su per lombre che adona +la greve pioggia, e ponavam le piante +sovra lor vanit che par persona. + +Elle giacean per terra tutte quante, +fuor duna cha seder si lev, ratto +chella ci vide passarsi davante. + +O tu che se per questo nferno tratto, +mi disse, riconoscimi, se sai: +tu fosti, prima chio disfatto, fatto. + +E io a lui: Langoscia che tu hai +forse ti tira fuor de la mia mente, +s che non par chi ti vedessi mai. + +Ma dimmi chi tu se che n s dolente +loco se messo, e hai s fatta pena, +che, saltra maggio, nulla s spiacente. + +Ed elli a me: La tua citt, ch piena +dinvidia s che gi trabocca il sacco, +seco mi tenne in la vita serena. + +Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: +per la dannosa colpa de la gola, +come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. + +E io anima trista non son sola, +ch tutte queste a simil pena stanno +per simil colpa. E pi non f parola. + +Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno +mi pesa s, cha lagrimar mi nvita; +ma dimmi, se tu sai, a che verranno + +li cittadin de la citt partita; +salcun v giusto; e dimmi la cagione +per che lha tanta discordia assalita. + +E quelli a me: Dopo lunga tencione +verranno al sangue, e la parte selvaggia +caccer laltra con molta offensione. + +Poi appresso convien che questa caggia +infra tre soli, e che laltra sormonti +con la forza di tal che test piaggia. + +Alte terr lungo tempo le fronti, +tenendo laltra sotto gravi pesi, +come che di ci pianga o che naonti. + +Giusti son due, e non vi sono intesi; +superbia, invidia e avarizia sono +le tre faville channo i cuori accesi. + +Qui puose fine al lagrimabil suono. +E io a lui: Ancor vo che mi nsegni +e che di pi parlar mi facci dono. + +Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni, +Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca +e li altri cha ben far puoser li ngegni, + +dimmi ove sono e fa chio li conosca; +ch gran disio mi stringe di savere +se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca. + +E quelli: Ei son tra lanime pi nere; +diverse colpe gi li grava al fondo: +se tanto scendi, l i potrai vedere. + +Ma quando tu sarai nel dolce mondo, +priegoti cha la mente altrui mi rechi: +pi non ti dico e pi non ti rispondo. + +Li diritti occhi torse allora in biechi; +guardommi un poco e poi chin la testa: +cadde con essa a par de li altri ciechi. + +E l duca disse a me: Pi non si desta +di qua dal suon de langelica tromba, +quando verr la nimica podesta: + +ciascun riveder la trista tomba, +ripiglier sua carne e sua figura, +udir quel chin etterno rimbomba. + +S trapassammo per sozza mistura +de lombre e de la pioggia, a passi lenti, +toccando un poco la vita futura; + +per chio dissi: Maestro, esti tormenti +crescerann ei dopo la gran sentenza, +o fier minori, o saran s cocenti?. + +Ed elli a me: Ritorna a tua scenza, +che vuol, quanto la cosa pi perfetta, +pi senta il bene, e cos la doglienza. + +Tutto che questa gente maladetta +in vera perfezion gi mai non vada, +di l pi che di qua essere aspetta. + +Noi aggirammo a tondo quella strada, +parlando pi assai chi non ridico; +venimmo al punto dove si digrada: + +quivi trovammo Pluto, il gran nemico. + + + +Inferno Canto VII + + +Pape Satn, pape Satn aleppe!, +cominci Pluto con la voce chioccia; +e quel savio gentil, che tutto seppe, + +disse per confortarmi: Non ti noccia +la tua paura; ch, poder chelli abbia, +non ci torr lo scender questa roccia. + +Poi si rivolse a quella nfiata labbia, +e disse: Taci, maladetto lupo! +consuma dentro te con la tua rabbia. + +Non sanza cagion landare al cupo: +vuolsi ne lalto, l dove Michele +f la vendetta del superbo strupo. + +Quali dal vento le gonfiate vele +caggiono avvolte, poi che lalber fiacca, +tal cadde a terra la fiera crudele. + +Cos scendemmo ne la quarta lacca, +pigliando pi de la dolente ripa +che l mal de luniverso tutto insacca. + +Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa +nove travaglie e pene quant io viddi? +e perch nostra colpa s ne scipa? + +Come fa londa l sovra Cariddi, +che si frange con quella in cui sintoppa, +cos convien che qui la gente riddi. + +Qui vid i gente pi chaltrove troppa, +e duna parte e daltra, con grand urli, +voltando pesi per forza di poppa. + +Percotansi ncontro; e poscia pur l +si rivolgea ciascun, voltando a retro, +gridando: Perch tieni? e Perch burli?. + +Cos tornavan per lo cerchio tetro +da ogne mano a lopposito punto, +gridandosi anche loro ontoso metro; + +poi si volgea ciascun, quand era giunto, +per lo suo mezzo cerchio a laltra giostra. +E io, chavea lo cor quasi compunto, + +dissi: Maestro mio, or mi dimostra +che gente questa, e se tutti fuor cherci +questi chercuti a la sinistra nostra. + +Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci +s de la mente in la vita primaia, +che con misura nullo spendio ferci. + +Assai la voce lor chiaro labbaia, +quando vegnono a due punti del cerchio +dove colpa contraria li dispaia. + +Questi fuor cherci, che non han coperchio +piloso al capo, e papi e cardinali, +in cui usa avarizia il suo soperchio. + +E io: Maestro, tra questi cotali +dovre io ben riconoscere alcuni +che furo immondi di cotesti mali. + +Ed elli a me: Vano pensiero aduni: +la sconoscente vita che i f sozzi, +ad ogne conoscenza or li fa bruni. + +In etterno verranno a li due cozzi: +questi resurgeranno del sepulcro +col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. + +Mal dare e mal tener lo mondo pulcro +ha tolto loro, e posti a questa zuffa: +qual ella sia, parole non ci appulcro. + +Or puoi, figliuol, veder la corta buffa +di ben che son commessi a la fortuna, +per che lumana gente si rabbuffa; + +ch tutto loro ch sotto la luna +e che gi fu, di quest anime stanche +non poterebbe farne posare una. + +Maestro mio, diss io, or mi d anche: +questa fortuna di che tu mi tocche, +che , che i ben del mondo ha s tra branche?. + +E quelli a me: Oh creature sciocche, +quanta ignoranza quella che voffende! +Or vo che tu mia sentenza ne mbocche. + +Colui lo cui saver tutto trascende, +fece li cieli e di lor chi conduce +s, chogne parte ad ogne parte splende, + +distribuendo igualmente la luce. +Similemente a li splendor mondani +ordin general ministra e duce + +che permutasse a tempo li ben vani +di gente in gente e duno in altro sangue, +oltre la difension di senni umani; + +per chuna gente impera e laltra langue, +seguendo lo giudicio di costei, +che occulto come in erba langue. + +Vostro saver non ha contasto a lei: +questa provede, giudica, e persegue +suo regno come il loro li altri di. + +Le sue permutazion non hanno triegue: +necessit la fa esser veloce; +s spesso vien chi vicenda consegue. + +Quest colei ch tanto posta in croce +pur da color che le dovrien dar lode, +dandole biasmo a torto e mala voce; + +ma ella s beata e ci non ode: +con laltre prime creature lieta +volve sua spera e beata si gode. + +Or discendiamo omai a maggior pieta; +gi ogne stella cade che saliva +quand io mi mossi, e l troppo star si vieta. + +Noi ricidemmo il cerchio a laltra riva +sovr una fonte che bolle e riversa +per un fossato che da lei deriva. + +Lacqua era buia assai pi che persa; +e noi, in compagnia de londe bige, +intrammo gi per una via diversa. + +In la palude va cha nome Stige +questo tristo ruscel, quand disceso +al pi de le maligne piagge grige. + +E io, che di mirare stava inteso, +vidi genti fangose in quel pantano, +ignude tutte, con sembiante offeso. + +Queste si percotean non pur con mano, +ma con la testa e col petto e coi piedi, +troncandosi co denti a brano a brano. + +Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi +lanime di color cui vinse lira; +e anche vo che tu per certo credi + +che sotto lacqua gente che sospira, +e fanno pullular quest acqua al summo, +come locchio ti dice, u che saggira. + +Fitti nel limo dicon: Tristi fummo +ne laere dolce che dal sol sallegra, +portando dentro accidoso fummo: + +or ci attristiam ne la belletta negra. +Quest inno si gorgoglian ne la strozza, +ch dir nol posson con parola integra. + +Cos girammo de la lorda pozza +grand arco tra la ripa secca e l mzzo, +con li occhi vlti a chi del fango ingozza. + +Venimmo al pi duna torre al da sezzo. + + + +Inferno Canto VIII + + +Io dico, seguitando, chassai prima +che noi fossimo al pi de lalta torre, +li occhi nostri nandar suso a la cima + +per due fiammette che i vedemmo porre, +e unaltra da lungi render cenno, +tanto cha pena il potea locchio trre. + +E io mi volsi al mar di tutto l senno; +dissi: Questo che dice? e che risponde +quell altro foco? e chi son quei che l fenno?. + +Ed elli a me: Su per le sucide onde +gi scorgere puoi quello che saspetta, +se l fummo del pantan nol ti nasconde. + +Corda non pinse mai da s saetta +che s corresse via per laere snella, +com io vidi una nave piccioletta + +venir per lacqua verso noi in quella, +sotto l governo dun sol galeoto, +che gridava: Or se giunta, anima fella!. + +Flegs, Flegs, tu gridi a vto, +disse lo mio segnore, a questa volta: +pi non ci avrai che sol passando il loto. + +Qual colui che grande inganno ascolta +che li sia fatto, e poi se ne rammarca, +fecesi Flegs ne lira accolta. + +Lo duca mio discese ne la barca, +e poi mi fece intrare appresso lui; +e sol quand io fui dentro parve carca. + +Tosto che l duca e io nel legno fui, +segando se ne va lantica prora +de lacqua pi che non suol con altrui. + +Mentre noi corravam la morta gora, +dinanzi mi si fece un pien di fango, +e disse: Chi se tu che vieni anzi ora?. + +E io a lui: Si vegno, non rimango; +ma tu chi se, che s se fatto brutto?. +Rispuose: Vedi che son un che piango. + +E io a lui: Con piangere e con lutto, +spirito maladetto, ti rimani; +chi ti conosco, ancor sie lordo tutto. + +Allor distese al legno ambo le mani; +per che l maestro accorto lo sospinse, +dicendo: Via cost con li altri cani!. + +Lo collo poi con le braccia mi cinse; +basciommi l volto e disse: Alma sdegnosa, +benedetta colei che n te sincinse! + +Quei fu al mondo persona orgogliosa; +bont non che sua memoria fregi: +cos s lombra sua qui furosa. + +Quanti si tegnon or l s gran regi +che qui staranno come porci in brago, +di s lasciando orribili dispregi!. + +E io: Maestro, molto sarei vago +di vederlo attuffare in questa broda +prima che noi uscissimo del lago. + +Ed elli a me: Avante che la proda +ti si lasci veder, tu sarai sazio: +di tal diso convien che tu goda. + +Dopo ci poco vid io quello strazio +far di costui a le fangose genti, +che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. + +Tutti gridavano: A Filippo Argenti!; +e l fiorentino spirito bizzarro +in s medesmo si volvea co denti. + +Quivi il lasciammo, che pi non ne narro; +ma ne lorecchie mi percosse un duolo, +per chio avante locchio intento sbarro. + +Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo, +sappressa la citt cha nome Dite, +coi gravi cittadin, col grande stuolo. + +E io: Maestro, gi le sue meschite +l entro certe ne la valle cerno, +vermiglie come se di foco uscite + +fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno +chentro laffoca le dimostra rosse, +come tu vedi in questo basso inferno. + +Noi pur giugnemmo dentro a lalte fosse +che vallan quella terra sconsolata: +le mura mi parean che ferro fosse. + +Non sanza prima far grande aggirata, +venimmo in parte dove il nocchier forte +Usciteci, grid: qui lintrata. + +Io vidi pi di mille in su le porte +da ciel piovuti, che stizzosamente +dicean: Chi costui che sanza morte + +va per lo regno de la morta gente?. +E l savio mio maestro fece segno +di voler lor parlar segretamente. + +Allor chiusero un poco il gran disdegno +e disser: Vien tu solo, e quei sen vada +che s ardito intr per questo regno. + +Sol si ritorni per la folle strada: +pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai, +che li ha iscorta s buia contrada. + +Pensa, lettor, se io mi sconfortai +nel suon de le parole maladette, +ch non credetti ritornarci mai. + +O caro duca mio, che pi di sette +volte mhai sicurt renduta e tratto +dalto periglio che ncontra mi stette, + +non mi lasciar, diss io, cos disfatto; +e se l passar pi oltre ci negato, +ritroviam lorme nostre insieme ratto. + +E quel segnor che l mavea menato, +mi disse: Non temer; ch l nostro passo +non ci pu trre alcun: da tal n dato. + +Ma qui mattendi, e lo spirito lasso +conforta e ciba di speranza buona, +chi non ti lascer nel mondo basso. + +Cos sen va, e quivi mabbandona +lo dolce padre, e io rimagno in forse, +che s e no nel capo mi tenciona. + +Udir non potti quello cha lor porse; +ma ei non stette l con essi guari, +che ciascun dentro a pruova si ricorse. + +Chiuser le porte que nostri avversari +nel petto al mio segnor, che fuor rimase +e rivolsesi a me con passi rari. + +Li occhi a la terra e le ciglia avea rase +dogne baldanza, e dicea ne sospiri: +Chi mha negate le dolenti case!. + +E a me disse: Tu, perch io madiri, +non sbigottir, chio vincer la prova, +qual cha la difension dentro saggiri. + +Questa lor tracotanza non nova; +ch gi lusaro a men segreta porta, +la qual sanza serrame ancor si trova. + +Sovr essa vedest la scritta morta: +e gi di qua da lei discende lerta, +passando per li cerchi sanza scorta, + +tal che per lui ne fia la terra aperta. + + + +Inferno Canto IX + + +Quel color che vilt di fuor mi pinse +veggendo il duca mio tornare in volta, +pi tosto dentro il suo novo ristrinse. + +Attento si ferm com uom chascolta; +ch locchio nol potea menare a lunga +per laere nero e per la nebbia folta. + +Pur a noi converr vincer la punga, +cominci el, se non . . . Tal ne sofferse. +Oh quanto tarda a me chaltri qui giunga!. + +I vidi ben s com ei ricoperse +lo cominciar con laltro che poi venne, +che fur parole a le prime diverse; + +ma nondimen paura il suo dir dienne, +perch io traeva la parola tronca +forse a peggior sentenzia che non tenne. + +In questo fondo de la trista conca +discende mai alcun del primo grado, +che sol per pena ha la speranza cionca?. + +Questa question fec io; e quei Di rado +incontra, mi rispuose, che di noi +faccia il cammino alcun per qual io vado. + +Ver chaltra fata qua gi fui, +congiurato da quella Eritn cruda +che richiamava lombre a corpi sui. + +Di poco era di me la carne nuda, +chella mi fece intrar dentr a quel muro, +per trarne un spirto del cerchio di Giuda. + +Quell l pi basso loco e l pi oscuro, +e l pi lontan dal ciel che tutto gira: +ben so l cammin; per ti fa sicuro. + +Questa palude che l gran puzzo spira +cigne dintorno la citt dolente, +u non potemo intrare omai sanz ira. + +E altro disse, ma non lho a mente; +per che locchio mavea tutto tratto +ver lalta torre a la cima rovente, + +dove in un punto furon dritte ratto +tre fure infernal di sangue tinte, +che membra feminine avieno e atto, + +e con idre verdissime eran cinte; +serpentelli e ceraste avien per crine, +onde le fiere tempie erano avvinte. + +E quei, che ben conobbe le meschine +de la regina de letterno pianto, +Guarda, mi disse, le feroci Erine. + +Quest Megera dal sinistro canto; +quella che piange dal destro Aletto; +Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto. + +Con lunghie si fendea ciascuna il petto; +battiensi a palme e gridavan s alto, +chi mi strinsi al poeta per sospetto. + +Vegna Medusa: s l farem di smalto, +dicevan tutte riguardando in giuso; +mal non vengiammo in Teso lassalto. + +Volgiti n dietro e tien lo viso chiuso; +ch se l Gorgn si mostra e tu l vedessi, +nulla sarebbe di tornar mai suso. + +Cos disse l maestro; ed elli stessi +mi volse, e non si tenne a le mie mani, +che con le sue ancor non mi chiudessi. + +O voi chavete li ntelletti sani, +mirate la dottrina che sasconde +sotto l velame de li versi strani. + +E gi vena su per le torbide onde +un fracasso dun suon, pien di spavento, +per cui tremavano amendue le sponde, + +non altrimenti fatto che dun vento +impetoso per li avversi ardori, +che fier la selva e sanz alcun rattento + +li rami schianta, abbatte e porta fori; +dinanzi polveroso va superbo, +e fa fuggir le fiere e li pastori. + +Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo +del viso su per quella schiuma antica +per indi ove quel fummo pi acerbo. + +Come le rane innanzi a la nimica +biscia per lacqua si dileguan tutte, +fin cha la terra ciascuna sabbica, + +vid io pi di mille anime distrutte +fuggir cos dinanzi ad un chal passo +passava Stige con le piante asciutte. + +Dal volto rimovea quell aere grasso, +menando la sinistra innanzi spesso; +e sol di quell angoscia parea lasso. + +Ben maccorsi chelli era da ciel messo, +e volsimi al maestro; e quei f segno +chi stessi queto ed inchinassi ad esso. + +Ahi quanto mi parea pien di disdegno! +Venne a la porta e con una verghetta +laperse, che non vebbe alcun ritegno. + +O cacciati del ciel, gente dispetta, +cominci elli in su lorribil soglia, +ond esta oltracotanza in voi salletta? + +Perch recalcitrate a quella voglia +a cui non puote il fin mai esser mozzo, +e che pi volte vha cresciuta doglia? + +Che giova ne le fata dar di cozzo? +Cerbero vostro, se ben vi ricorda, +ne porta ancor pelato il mento e l gozzo. + +Poi si rivolse per la strada lorda, +e non f motto a noi, ma f sembiante +domo cui altra cura stringa e morda + +che quella di colui che li davante; +e noi movemmo i piedi inver la terra, +sicuri appresso le parole sante. + +Dentro li ntrammo sanz alcuna guerra; +e io, chavea di riguardar disio +la condizion che tal fortezza serra, + +com io fui dentro, locchio intorno invio: +e veggio ad ogne man grande campagna, +piena di duolo e di tormento rio. + +S come ad Arli, ove Rodano stagna, +s com a Pola, presso del Carnaro +chItalia chiude e suoi termini bagna, + +fanno i sepulcri tutt il loco varo, +cos facevan quivi dogne parte, +salvo che l modo vera pi amaro; + +ch tra li avelli fiamme erano sparte, +per le quali eran s del tutto accesi, +che ferro pi non chiede verun arte. + +Tutti li lor coperchi eran sospesi, +e fuor nuscivan s duri lamenti, +che ben parean di miseri e doffesi. + +E io: Maestro, quai son quelle genti +che, seppellite dentro da quell arche, +si fan sentir coi sospiri dolenti?. + +E quelli a me: Qui son li eresarche +con lor seguaci, dogne setta, e molto +pi che non credi son le tombe carche. + +Simile qui con simile sepolto, +e i monimenti son pi e men caldi. +E poi cha la man destra si fu vlto, + +passammo tra i martri e li alti spaldi. + + + +Inferno Canto X + + +Ora sen va per un secreto calle, +tra l muro de la terra e li martri, +lo mio maestro, e io dopo le spalle. + +O virt somma, che per li empi giri +mi volvi, cominciai, com a te piace, +parlami, e sodisfammi a miei disiri. + +La gente che per li sepolcri giace +potrebbesi veder? gi son levati +tutt i coperchi, e nessun guardia face. + +E quelli a me: Tutti saran serrati +quando di Iosaft qui torneranno +coi corpi che l s hanno lasciati. + +Suo cimitero da questa parte hanno +con Epicuro tutti suoi seguaci, +che lanima col corpo morta fanno. + +Per a la dimanda che mi faci +quinc entro satisfatto sar tosto, +e al disio ancor che tu mi taci. + +E io: Buon duca, non tegno riposto +a te mio cuor se non per dicer poco, +e tu mhai non pur mo a ci disposto. + +O Tosco che per la citt del foco +vivo ten vai cos parlando onesto, +piacciati di restare in questo loco. + +La tua loquela ti fa manifesto +di quella nobil patra natio, +a la qual forse fui troppo molesto. + +Subitamente questo suono usco +duna de larche; per maccostai, +temendo, un poco pi al duca mio. + +Ed el mi disse: Volgiti! Che fai? +Vedi l Farinata che s dritto: +da la cintola in s tutto l vedrai. + +Io avea gi il mio viso nel suo fitto; +ed el sergea col petto e con la fronte +com avesse linferno a gran dispitto. + +E lanimose man del duca e pronte +mi pinser tra le sepulture a lui, +dicendo: Le parole tue sien conte. + +Com io al pi de la sua tomba fui, +guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, +mi dimand: Chi fuor li maggior tui?. + +Io chera dubidir disideroso, +non gliel celai, ma tutto gliel apersi; +ond ei lev le ciglia un poco in suso; + +poi disse: Fieramente furo avversi +a me e a miei primi e a mia parte, +s che per due fate li dispersi. + +Sei fur cacciati, ei tornar dogne parte, +rispuos io lui, luna e laltra fata; +ma i vostri non appreser ben quell arte. + +Allor surse a la vista scoperchiata +unombra, lungo questa, infino al mento: +credo che sera in ginocchie levata. + +Dintorno mi guard, come talento +avesse di veder saltri era meco; +e poi che l sospecciar fu tutto spento, + +piangendo disse: Se per questo cieco +carcere vai per altezza dingegno, +mio figlio ov ? e perch non teco?. + +E io a lui: Da me stesso non vegno: +colui chattende l, per qui mi mena +forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. + +Le sue parole e l modo de la pena +mavean di costui gi letto il nome; +per fu la risposta cos piena. + +Di sbito drizzato grid: Come? +dicesti elli ebbe? non viv elli ancora? +non fiere li occhi suoi lo dolce lume?. + +Quando saccorse dalcuna dimora +chio faca dinanzi a la risposta, +supin ricadde e pi non parve fora. + +Ma quell altro magnanimo, a cui posta +restato mera, non mut aspetto, +n mosse collo, n pieg sua costa; + +e s continando al primo detto, +Selli han quell arte, disse, male appresa, +ci mi tormenta pi che questo letto. + +Ma non cinquanta volte fia raccesa +la faccia de la donna che qui regge, +che tu saprai quanto quell arte pesa. + +E se tu mai nel dolce mondo regge, +dimmi: perch quel popolo s empio +incontr a miei in ciascuna sua legge?. + +Ond io a lui: Lo strazio e l grande scempio +che fece lArbia colorata in rosso, +tal orazion fa far nel nostro tempio. + +Poi chebbe sospirando il capo mosso, +A ci non fu io sol, disse, n certo +sanza cagion con li altri sarei mosso. + +Ma fu io solo, l dove sofferto +fu per ciascun di trre via Fiorenza, +colui che la difesi a viso aperto. + +Deh, se riposi mai vostra semenza, +prega io lui, solvetemi quel nodo +che qui ha nviluppata mia sentenza. + +El par che voi veggiate, se ben odo, +dinanzi quel che l tempo seco adduce, +e nel presente tenete altro modo. + +Noi veggiam, come quei cha mala luce, +le cose, disse, che ne son lontano; +cotanto ancor ne splende il sommo duce. + +Quando sappressano o son, tutto vano +nostro intelletto; e saltri non ci apporta, +nulla sapem di vostro stato umano. + +Per comprender puoi che tutta morta +fia nostra conoscenza da quel punto +che del futuro fia chiusa la porta. + +Allor, come di mia colpa compunto, +dissi: Or direte dunque a quel caduto +che l suo nato co vivi ancor congiunto; + +e si fui, dianzi, a la risposta muto, +fate i saper che l fei perch pensava +gi ne lerror che mavete soluto. + +E gi l maestro mio mi richiamava; +per chi pregai lo spirto pi avaccio +che mi dicesse chi con lu istava. + +Dissemi: Qui con pi di mille giaccio: +qua dentro l secondo Federico +e l Cardinale; e de li altri mi taccio. + +Indi sascose; e io inver lantico +poeta volsi i passi, ripensando +a quel parlar che mi parea nemico. + +Elli si mosse; e poi, cos andando, +mi disse: Perch se tu s smarrito?. +E io li sodisfeci al suo dimando. + +La mente tua conservi quel chudito +hai contra te, mi comand quel saggio; +e ora attendi qui, e drizz l dito: + +quando sarai dinanzi al dolce raggio +di quella il cui bell occhio tutto vede, +da lei saprai di tua vita il vaggio. + +Appresso mosse a man sinistra il piede: +lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzo +per un sentier cha una valle fiede, + +che nfin l s facea spiacer suo lezzo. + + + +Inferno Canto XI + + +In su lestremit dunalta ripa +che facevan gran pietre rotte in cerchio, +venimmo sopra pi crudele stipa; + +e quivi, per lorribile soperchio +del puzzo che l profondo abisso gitta, +ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio + +dun grand avello, ov io vidi una scritta +che dicea: Anastasio papa guardo, +lo qual trasse Fotin de la via dritta. + +Lo nostro scender conviene esser tardo, +s che sausi un poco in prima il senso +al tristo fiato; e poi no i fia riguardo. + +Cos l maestro; e io Alcun compenso, +dissi lui, trova che l tempo non passi +perduto. Ed elli: Vedi cha ci penso. + +Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, +cominci poi a dir, son tre cerchietti +di grado in grado, come que che lassi. + +Tutti son pien di spirti maladetti; +ma perch poi ti basti pur la vista, +intendi come e perch son costretti. + +Dogne malizia, chodio in cielo acquista, +ingiuria l fine, ed ogne fin cotale +o con forza o con frode altrui contrista. + +Ma perch frode de luom proprio male, +pi spiace a Dio; e per stan di sotto +li frodolenti, e pi dolor li assale. + +Di volenti il primo cerchio tutto; +ma perch si fa forza a tre persone, +in tre gironi distinto e costrutto. + +A Dio, a s, al prossimo si pne +far forza, dico in loro e in lor cose, +come udirai con aperta ragione. + +Morte per forza e ferute dogliose +nel prossimo si danno, e nel suo avere +ruine, incendi e tollette dannose; + +onde omicide e ciascun che mal fiere, +guastatori e predon, tutti tormenta +lo giron primo per diverse schiere. + +Puote omo avere in s man volenta +e ne suoi beni; e per nel secondo +giron convien che sanza pro si penta + +qualunque priva s del vostro mondo, +biscazza e fonde la sua facultade, +e piange l dov esser de giocondo. + +Puossi far forza ne la detade, +col cor negando e bestemmiando quella, +e spregiando natura e sua bontade; + +e per lo minor giron suggella +del segno suo e Soddoma e Caorsa +e chi, spregiando Dio col cor, favella. + +La frode, ond ogne coscenza morsa, +pu lomo usare in colui che n lui fida +e in quel che fidanza non imborsa. + +Questo modo di retro par chincida +pur lo vinco damor che fa natura; +onde nel cerchio secondo sannida + +ipocresia, lusinghe e chi affattura, +falsit, ladroneccio e simonia, +ruffian, baratti e simile lordura. + +Per laltro modo quell amor soblia +che fa natura, e quel ch poi aggiunto, +di che la fede spezal si cria; + +onde nel cerchio minore, ov l punto +de luniverso in su che Dite siede, +qualunque trade in etterno consunto. + +E io: Maestro, assai chiara procede +la tua ragione, e assai ben distingue +questo bartro e l popol che possiede. + +Ma dimmi: quei de la palude pingue, +che mena il vento, e che batte la pioggia, +e che sincontran con s aspre lingue, + +perch non dentro da la citt roggia +sono ei puniti, se Dio li ha in ira? +e se non li ha, perch sono a tal foggia?. + +Ed elli a me Perch tanto delira, +disse, lo ngegno tuo da quel che sle? +o ver la mente dove altrove mira? + +Non ti rimembra di quelle parole +con le quai la tua Etica pertratta +le tre disposizion che l ciel non vole, + +incontenenza, malizia e la matta +bestialitade? e come incontenenza +men Dio offende e men biasimo accatta? + +Se tu riguardi ben questa sentenza, +e rechiti a la mente chi son quelli +che s di fuor sostegnon penitenza, + +tu vedrai ben perch da questi felli +sien dipartiti, e perch men crucciata +la divina vendetta li martelli. + +O sol che sani ogne vista turbata, +tu mi contenti s quando tu solvi, +che, non men che saver, dubbiar maggrata. + +Ancora in dietro un poco ti rivolvi, +diss io, l dove di chusura offende +la divina bontade, e l groppo solvi. + +Filosofia, mi disse, a chi la ntende, +nota, non pure in una sola parte, +come natura lo suo corso prende + +dal divino ntelletto e da sua arte; +e se tu ben la tua Fisica note, +tu troverai, non dopo molte carte, + +che larte vostra quella, quanto pote, +segue, come l maestro fa l discente; +s che vostr arte a Dio quasi nepote. + +Da queste due, se tu ti rechi a mente +lo Genes dal principio, convene +prender sua vita e avanzar la gente; + +e perch lusuriere altra via tene, +per s natura e per la sua seguace +dispregia, poi chin altro pon la spene. + +Ma seguimi oramai che l gir mi piace; +ch i Pesci guizzan su per lorizzonta, +e l Carro tutto sovra l Coro giace, + +e l balzo via l oltra si dismonta. + + + +Inferno Canto XII + + +Era lo loco ov a scender la riva +venimmo, alpestro e, per quel che ver anco, +tal, chogne vista ne sarebbe schiva. + +Qual quella ruina che nel fianco +di qua da Trento lAdice percosse, +o per tremoto o per sostegno manco, + +che da cima del monte, onde si mosse, +al piano s la roccia discoscesa, +chalcuna via darebbe a chi s fosse: + +cotal di quel burrato era la scesa; +e n su la punta de la rotta lacca +linfama di Creti era distesa + +che fu concetta ne la falsa vacca; +e quando vide noi, s stesso morse, +s come quei cui lira dentro fiacca. + +Lo savio mio inver lui grid: Forse +tu credi che qui sia l duca dAtene, +che s nel mondo la morte ti porse? + +Prtiti, bestia, ch questi non vene +ammaestrato da la tua sorella, +ma vassi per veder le vostre pene. + +Qual quel toro che si slaccia in quella +cha ricevuto gi l colpo mortale, +che gir non sa, ma qua e l saltella, + +vid io lo Minotauro far cotale; +e quello accorto grid: Corri al varco; +mentre che nfuria, buon che tu ti cale. + +Cos prendemmo via gi per lo scarco +di quelle pietre, che spesso moviensi +sotto i miei piedi per lo novo carco. + +Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi +forse a questa ruina, ch guardata +da quell ira bestial chi ora spensi. + +Or vo che sappi che laltra fata +chi discesi qua gi nel basso inferno, +questa roccia non era ancor cascata. + +Ma certo poco pria, se ben discerno, +che venisse colui che la gran preda +lev a Dite del cerchio superno, + +da tutte parti lalta valle feda +trem s, chi pensai che luniverso +sentisse amor, per lo qual chi creda + +pi volte il mondo in casso converso; +e in quel punto questa vecchia roccia, +qui e altrove, tal fece riverso. + +Ma ficca li occhi a valle, ch sapproccia +la riviera del sangue in la qual bolle +qual che per volenza in altrui noccia. + +Oh cieca cupidigia e ira folle, +che s ci sproni ne la vita corta, +e ne letterna poi s mal cimmolle! + +Io vidi unampia fossa in arco torta, +come quella che tutto l piano abbraccia, +secondo chavea detto la mia scorta; + +e tra l pi de la ripa ed essa, in traccia +corrien centauri, armati di saette, +come solien nel mondo andare a caccia. + +Veggendoci calar, ciascun ristette, +e de la schiera tre si dipartiro +con archi e asticciuole prima elette; + +e lun grid da lungi: A qual martiro +venite voi che scendete la costa? +Ditel costinci; se non, larco tiro. + +Lo mio maestro disse: La risposta +farem noi a Chirn cost di presso: +mal fu la voglia tua sempre s tosta. + +Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso, +che mor per la bella Deianira, +e f di s la vendetta elli stesso. + +E quel di mezzo, chal petto si mira, + il gran Chirn, il qual nodr Achille; +quell altro Folo, che fu s pien dira. + +Dintorno al fosso vanno a mille a mille, +saettando qual anima si svelle +del sangue pi che sua colpa sortille. + +Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: +Chirn prese uno strale, e con la cocca +fece la barba in dietro a le mascelle. + +Quando sebbe scoperta la gran bocca, +disse a compagni: Siete voi accorti +che quel di retro move ci chel tocca? + +Cos non soglion far li pi di morti. +E l mio buon duca, che gi li er al petto, +dove le due nature son consorti, + +rispuose: Ben vivo, e s soletto +mostrar li mi convien la valle buia; +necessit l ci nduce, e non diletto. + +Tal si part da cantare alleluia +che mi commise quest officio novo: +non ladron, n io anima fuia. + +Ma per quella virt per cu io movo +li passi miei per s selvaggia strada, +danne un de tuoi, a cui noi siamo a provo, + +e che ne mostri l dove si guada, +e che porti costui in su la groppa, +ch non spirto che per laere vada. + +Chirn si volse in su la destra poppa, +e disse a Nesso: Torna, e s li guida, +e fa cansar saltra schiera vintoppa. + +Or ci movemmo con la scorta fida +lungo la proda del bollor vermiglio, +dove i bolliti facieno alte strida. + +Io vidi gente sotto infino al ciglio; +e l gran centauro disse: E son tiranni +che dier nel sangue e ne laver di piglio. + +Quivi si piangon li spietati danni; +quivi Alessandro, e Donisio fero +che f Cicilia aver dolorosi anni. + +E quella fronte cha l pel cos nero, + Azzolino; e quell altro ch biondo, + Opizzo da Esti, il qual per vero + +fu spento dal figliastro s nel mondo. +Allor mi volsi al poeta, e quei disse: +Questi ti sia or primo, e io secondo. + +Poco pi oltre il centauro saffisse +sovr una gente che nfino a la gola +parea che di quel bulicame uscisse. + +Mostrocci unombra da lun canto sola, +dicendo: Colui fesse in grembo a Dio +lo cor che n su Tamisi ancor si cola. + +Poi vidi gente che di fuor del rio +tenean la testa e ancor tutto l casso; +e di costoro assai riconobb io. + +Cos a pi a pi si facea basso +quel sangue, s che cocea pur li piedi; +e quindi fu del fosso il nostro passo. + +S come tu da questa parte vedi +lo bulicame che sempre si scema, +disse l centauro, voglio che tu credi + +che da quest altra a pi a pi gi prema +lo fondo suo, infin chel si raggiunge +ove la tirannia convien che gema. + +La divina giustizia di qua punge +quell Attila che fu flagello in terra, +e Pirro e Sesto; e in etterno munge + +le lagrime, che col bollor diserra, +a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, +che fecero a le strade tanta guerra. + +Poi si rivolse e ripassossi l guazzo. + + + +Inferno Canto XIII + + +Non era ancor di l Nesso arrivato, +quando noi ci mettemmo per un bosco +che da neun sentiero era segnato. + +Non fronda verde, ma di color fosco; +non rami schietti, ma nodosi e nvolti; +non pomi veran, ma stecchi con tsco. + +Non han s aspri sterpi n s folti +quelle fiere selvagge che n odio hanno +tra Cecina e Corneto i luoghi clti. + +Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, +che cacciar de le Strofade i Troiani +con tristo annunzio di futuro danno. + +Ali hanno late, e colli e visi umani, +pi con artigli, e pennuto l gran ventre; +fanno lamenti in su li alberi strani. + +E l buon maestro Prima che pi entre, +sappi che se nel secondo girone, +mi cominci a dire, e sarai mentre + +che tu verrai ne lorribil sabbione. +Per riguarda ben; s vederai +cose che torrien fede al mio sermone. + +Io sentia dogne parte trarre guai +e non vedea persona che l facesse; +per chio tutto smarrito marrestai. + +Cred o chei credette chio credesse +che tante voci uscisser, tra quei bronchi, +da gente che per noi si nascondesse. + +Per disse l maestro: Se tu tronchi +qualche fraschetta duna deste piante, +li pensier chai si faran tutti monchi. + +Allor porsi la mano un poco avante +e colsi un ramicel da un gran pruno; +e l tronco suo grid: Perch mi schiante?. + +Da che fatto fu poi di sangue bruno, +ricominci a dir: Perch mi scerpi? +non hai tu spirto di pietade alcuno? + +Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: +ben dovrebb esser la tua man pi pia, +se state fossimo anime di serpi. + +Come dun stizzo verde charso sia +da lun de capi, che da laltro geme +e cigola per vento che va via, + +s de la scheggia rotta usciva insieme +parole e sangue; ond io lasciai la cima +cadere, e stetti come luom che teme. + +Selli avesse potuto creder prima, +rispuose l savio mio, anima lesa, +ci cha veduto pur con la mia rima, + +non averebbe in te la man distesa; +ma la cosa incredibile mi fece +indurlo ad ovra cha me stesso pesa. + +Ma dilli chi tu fosti, s che n vece +dalcun ammenda tua fama rinfreschi +nel mondo s, dove tornar li lece. + +E l tronco: S col dolce dir madeschi, +chi non posso tacere; e voi non gravi +perch o un poco a ragionar minveschi. + +Io son colui che tenni ambo le chiavi +del cor di Federigo, e che le volsi, +serrando e diserrando, s soavi, + +che dal secreto suo quasi ogn uom tolsi; +fede portai al gloroso offizio, +tanto chi ne perde li sonni e polsi. + +La meretrice che mai da lospizio +di Cesare non torse li occhi putti, +morte comune e de le corti vizio, + +infiamm contra me li animi tutti; +e li nfiammati infiammar s Augusto, +che lieti onor tornaro in tristi lutti. + +Lanimo mio, per disdegnoso gusto, +credendo col morir fuggir disdegno, +ingiusto fece me contra me giusto. + +Per le nove radici desto legno +vi giuro che gi mai non ruppi fede +al mio segnor, che fu donor s degno. + +E se di voi alcun nel mondo riede, +conforti la memoria mia, che giace +ancor del colpo che nvidia le diede. + +Un poco attese, e poi Da chel si tace, +disse l poeta a me, non perder lora; +ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace. + +Ond o a lui: Domandal tu ancora +di quel che credi cha me satisfaccia; +chi non potrei, tanta piet maccora. + +Perci ricominci: Se lom ti faccia +liberamente ci che l tuo dir priega, +spirito incarcerato, ancor ti piaccia + +di dirne come lanima si lega +in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, +salcuna mai di tai membra si spiega. + +Allor soffi il tronco forte, e poi +si convert quel vento in cotal voce: +Brievemente sar risposto a voi. + +Quando si parte lanima feroce +dal corpo ond ella stessa s disvelta, +Mins la manda a la settima foce. + +Cade in la selva, e non l parte scelta; +ma l dove fortuna la balestra, +quivi germoglia come gran di spelta. + +Surge in vermena e in pianta silvestra: +lArpie, pascendo poi de le sue foglie, +fanno dolore, e al dolor fenestra. + +Come laltre verrem per nostre spoglie, +ma non per chalcuna sen rivesta, +ch non giusto aver ci chom si toglie. + +Qui le strascineremo, e per la mesta +selva saranno i nostri corpi appesi, +ciascuno al prun de lombra sua molesta. + +Noi eravamo ancora al tronco attesi, +credendo chaltro ne volesse dire, +quando noi fummo dun romor sorpresi, + +similemente a colui che venire +sente l porco e la caccia a la sua posta, +chode le bestie, e le frasche stormire. + +Ed ecco due da la sinistra costa, +nudi e graffiati, fuggendo s forte, +che de la selva rompieno ogne rosta. + +Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!. +E laltro, cui pareva tardar troppo, +gridava: Lano, s non furo accorte + +le gambe tue a le giostre dal Toppo!. +E poi che forse li fallia la lena, +di s e dun cespuglio fece un groppo. + +Di rietro a loro era la selva piena +di nere cagne, bramose e correnti +come veltri chuscisser di catena. + +In quel che sappiatt miser li denti, +e quel dilaceraro a brano a brano; +poi sen portar quelle membra dolenti. + +Presemi allor la mia scorta per mano, +e menommi al cespuglio che piangea +per le rotture sanguinenti in vano. + +O Iacopo, dicea, da Santo Andrea, +che t giovato di me fare schermo? +che colpa ho io de la tua vita rea?. + +Quando l maestro fu sovr esso fermo, +disse: Chi fosti, che per tante punte +soffi con sangue doloroso sermo?. + +Ed elli a noi: O anime che giunte +siete a veder lo strazio disonesto +cha le mie fronde s da me disgiunte, + +raccoglietele al pi del tristo cesto. +I fui de la citt che nel Batista +mut l primo padrone; ond ei per questo + +sempre con larte sua la far trista; +e se non fosse che n sul passo dArno +rimane ancor di lui alcuna vista, + +que cittadin che poi la rifondarno +sovra l cener che dAttila rimase, +avrebber fatto lavorare indarno. + +Io fei gibetto a me de le mie case. + + + +Inferno Canto XIV + + +Poi che la carit del natio loco +mi strinse, raunai le fronde sparte +e rendele a colui, chera gi fioco. + +Indi venimmo al fine ove si parte +lo secondo giron dal terzo, e dove +si vede di giustizia orribil arte. + +A ben manifestar le cose nove, +dico che arrivammo ad una landa +che dal suo letto ogne pianta rimove. + +La dolorosa selva l ghirlanda +intorno, come l fosso tristo ad essa; +quivi fermammo i passi a randa a randa. + +Lo spazzo era una rena arida e spessa, +non daltra foggia fatta che colei +che fu da pi di Caton gi soppressa. + +O vendetta di Dio, quanto tu dei +esser temuta da ciascun che legge +ci che fu manifesto a li occhi mei! + +Danime nude vidi molte gregge +che piangean tutte assai miseramente, +e parea posta lor diversa legge. + +Supin giacea in terra alcuna gente, +alcuna si sedea tutta raccolta, +e altra andava continamente. + +Quella che giva ntorno era pi molta, +e quella men che giaca al tormento, +ma pi al duolo avea la lingua sciolta. + +Sovra tutto l sabbion, dun cader lento, +piovean di foco dilatate falde, +come di neve in alpe sanza vento. + +Quali Alessandro in quelle parti calde +dInda vide sopra l so stuolo +fiamme cadere infino a terra salde, + +per chei provide a scalpitar lo suolo +con le sue schiere, acci che lo vapore +mei si stingueva mentre chera solo: + +tale scendeva letternale ardore; +onde la rena saccendea, com esca +sotto focile, a doppiar lo dolore. + +Sanza riposo mai era la tresca +de le misere mani, or quindi or quinci +escotendo da s larsura fresca. + +I cominciai: Maestro, tu che vinci +tutte le cose, fuor che demon duri +cha lintrar de la porta incontra uscinci, + +chi quel grande che non par che curi +lo ncendio e giace dispettoso e torto, +s che la pioggia non par che l marturi?. + +E quel medesmo, che si fu accorto +chio domandava il mio duca di lui, +grid: Qual io fui vivo, tal son morto. + +Se Giove stanchi l suo fabbro da cui +crucciato prese la folgore aguta +onde lultimo d percosso fui; + +o selli stanchi li altri a muta a muta +in Mongibello a la focina negra, +chiamando Buon Vulcano, aiuta, aiuta!, + +s com el fece a la pugna di Flegra, +e me saetti con tutta sua forza: +non ne potrebbe aver vendetta allegra. + +Allora il duca mio parl di forza +tanto, chi non lavea s forte udito: +O Capaneo, in ci che non sammorza + +la tua superbia, se tu pi punito; +nullo martiro, fuor che la tua rabbia, +sarebbe al tuo furor dolor compito. + +Poi si rivolse a me con miglior labbia, +dicendo: Quei fu lun di sette regi +chassiser Tebe; ed ebbe e par chelli abbia + +Dio in disdegno, e poco par che l pregi; +ma, com io dissi lui, li suoi dispetti +sono al suo petto assai debiti fregi. + +Or mi vien dietro, e guarda che non metti, +ancor, li piedi ne la rena arsiccia; +ma sempre al bosco tien li piedi stretti. + +Tacendo divenimmo l ve spiccia +fuor de la selva un picciol fiumicello, +lo cui rossore ancor mi raccapriccia. + +Quale del Bulicame esce ruscello +che parton poi tra lor le peccatrici, +tal per la rena gi sen giva quello. + +Lo fondo suo e ambo le pendici +fatt era n pietra, e margini dallato; +per chio maccorsi che l passo era lici. + +Tra tutto laltro chi tho dimostrato, +poscia che noi intrammo per la porta +lo cui sogliare a nessuno negato, + +cosa non fu da li tuoi occhi scorta +notabile com l presente rio, +che sovra s tutte fiammelle ammorta. + +Queste parole fuor del duca mio; +per chio l pregai che mi largisse l pasto +di cui largito mava il disio. + +In mezzo mar siede un paese guasto, +diss elli allora, che sappella Creta, +sotto l cui rege fu gi l mondo casto. + +Una montagna v che gi fu lieta +dacqua e di fronde, che si chiam Ida; +or diserta come cosa vieta. + +Ra la scelse gi per cuna fida +del suo figliuolo, e per celarlo meglio, +quando piangea, vi facea far le grida. + +Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, +che tien volte le spalle inver Dammiata +e Roma guarda come so speglio. + +La sua testa di fin oro formata, +e puro argento son le braccia e l petto, +poi di rame infino a la forcata; + +da indi in giuso tutto ferro eletto, +salvo che l destro piede terra cotta; +e sta n su quel, pi che n su laltro, eretto. + +Ciascuna parte, fuor che loro, rotta +duna fessura che lagrime goccia, +le quali, accolte, fran quella grotta. + +Lor corso in questa valle si diroccia; +fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; +poi sen van gi per questa stretta doccia, + +infin, l ove pi non si dismonta, +fanno Cocito; e qual sia quello stagno +tu lo vedrai, per qui non si conta. + +E io a lui: Se l presente rigagno +si diriva cos dal nostro mondo, +perch ci appar pur a questo vivagno?. + +Ed elli a me: Tu sai che l loco tondo; +e tutto che tu sie venuto molto, +pur a sinistra, gi calando al fondo, + +non se ancor per tutto l cerchio vlto; +per che, se cosa napparisce nova, +non de addur maraviglia al tuo volto. + +E io ancor: Maestro, ove si trova +Flegetonta e Let? ch de lun taci, +e laltro di che si fa desta piova. + +In tutte tue question certo mi piaci, +rispuose, ma l bollor de lacqua rossa +dovea ben solver luna che tu faci. + +Let vedrai, ma fuor di questa fossa, +l dove vanno lanime a lavarsi +quando la colpa pentuta rimossa. + +Poi disse: Omai tempo da scostarsi +dal bosco; fa che di retro a me vegne: +li margini fan via, che non son arsi, + +e sopra loro ogne vapor si spegne. + + + +Inferno Canto XV + + +Ora cen porta lun de duri margini; +e l fummo del ruscel di sopra aduggia, +s che dal foco salva lacqua e li argini. + +Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, +temendo l fiotto che nver lor savventa, +fanno lo schermo perch l mar si fuggia; + +e quali Padoan lungo la Brenta, +per difender lor ville e lor castelli, +anzi che Carentana il caldo senta: + +a tale imagine eran fatti quelli, +tutto che n s alti n s grossi, +qual che si fosse, lo maestro flli. + +Gi eravam da la selva rimossi +tanto, chi non avrei visto dov era, +perch io in dietro rivolto mi fossi, + +quando incontrammo danime una schiera +che venian lungo largine, e ciascuna +ci riguardava come suol da sera + +guardare uno altro sotto nuova luna; +e s ver noi aguzzavan le ciglia +come l vecchio sartor fa ne la cruna. + +Cos adocchiato da cotal famiglia, +fui conosciuto da un, che mi prese +per lo lembo e grid: Qual maraviglia!. + +E io, quando l suo braccio a me distese, +ficca li occhi per lo cotto aspetto, +s che l viso abbrusciato non difese + +la conoscenza sa al mio ntelletto; +e chinando la mano a la sua faccia, +rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?. + +E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia +se Brunetto Latino un poco teco +ritorna n dietro e lascia andar la traccia. + +I dissi lui: Quanto posso, ven preco; +e se volete che con voi masseggia, +farl, se piace a costui che vo seco. + +O figliuol, disse, qual di questa greggia +sarresta punto, giace poi cent anni +sanz arrostarsi quando l foco il feggia. + +Per va oltre: i ti verr a panni; +e poi rigiugner la mia masnada, +che va piangendo i suoi etterni danni. + +Io non osava scender de la strada +per andar par di lui; ma l capo chino +tenea com uom che reverente vada. + +El cominci: Qual fortuna o destino +anzi lultimo d qua gi ti mena? +e chi questi che mostra l cammino?. + +L s di sopra, in la vita serena, +rispuos io lui, mi smarri in una valle, +avanti che let mia fosse piena. + +Pur ier mattina le volsi le spalle: +questi mapparve, tornand o in quella, +e reducemi a ca per questo calle. + +Ed elli a me: Se tu segui tua stella, +non puoi fallire a gloroso porto, +se ben maccorsi ne la vita bella; + +e sio non fossi s per tempo morto, +veggendo il cielo a te cos benigno, +dato tavrei a lopera conforto. + +Ma quello ingrato popolo maligno +che discese di Fiesole ab antico, +e tiene ancor del monte e del macigno, + +ti si far, per tuo ben far, nimico; +ed ragion, ch tra li lazzi sorbi +si disconvien fruttare al dolce fico. + +Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; +gent avara, invidiosa e superba: +dai lor costumi fa che tu ti forbi. + +La tua fortuna tanto onor ti serba, +che luna parte e laltra avranno fame +di te; ma lungi fia dal becco lerba. + +Faccian le bestie fiesolane strame +di lor medesme, e non tocchin la pianta, +salcuna surge ancora in lor letame, + +in cui riviva la sementa santa +di que Roman che vi rimaser quando +fu fatto il nido di malizia tanta. + +Se fosse tutto pieno il mio dimando, +rispuos io lui, voi non sareste ancora +de lumana natura posto in bando; + +ch n la mente m fitta, e or maccora, +la cara e buona imagine paterna +di voi quando nel mondo ad ora ad ora + +minsegnavate come luom setterna: +e quant io labbia in grado, mentr io vivo +convien che ne la mia lingua si scerna. + +Ci che narrate di mio corso scrivo, +e serbolo a chiosar con altro testo +a donna che sapr, sa lei arrivo. + +Tanto vogl io che vi sia manifesto, +pur che mia coscenza non mi garra, +cha la Fortuna, come vuol, son presto. + +Non nuova a li orecchi miei tal arra: +per giri Fortuna la sua rota +come le piace, e l villan la sua marra. + +Lo mio maestro allora in su la gota +destra si volse in dietro e riguardommi; +poi disse: Bene ascolta chi la nota. + +N per tanto di men parlando vommi +con ser Brunetto, e dimando chi sono +li suoi compagni pi noti e pi sommi. + +Ed elli a me: Saper dalcuno buono; +de li altri fia laudabile tacerci, +ch l tempo saria corto a tanto suono. + +In somma sappi che tutti fur cherci +e litterati grandi e di gran fama, +dun peccato medesmo al mondo lerci. + +Priscian sen va con quella turba grama, +e Francesco dAccorso anche; e vedervi, +savessi avuto di tal tigna brama, + +colui potei che dal servo de servi +fu trasmutato dArno in Bacchiglione, +dove lasci li mal protesi nervi. + +Di pi direi; ma l venire e l sermone +pi lungo esser non pu, per chi veggio +l surger nuovo fummo del sabbione. + +Gente vien con la quale esser non deggio. +Sieti raccomandato il mio Tesoro, +nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio. + +Poi si rivolse, e parve di coloro +che corrono a Verona il drappo verde +per la campagna; e parve di costoro + +quelli che vince, non colui che perde. + + + +Inferno Canto XVI + + +Gi era in loco onde sudia l rimbombo +de lacqua che cadea ne laltro giro, +simile a quel che larnie fanno rombo, + +quando tre ombre insieme si partiro, +correndo, duna torma che passava +sotto la pioggia de laspro martiro. + +Venian ver noi, e ciascuna gridava: +Sstati tu cha labito ne sembri +esser alcun di nostra terra prava. + +Ahim, che piaghe vidi ne lor membri, +ricenti e vecchie, da le fiamme incese! +Ancor men duol pur chi me ne rimembri. + +A le lor grida il mio dottor sattese; +volse l viso ver me, e Or aspetta, +disse, a costor si vuole esser cortese. + +E se non fosse il foco che saetta +la natura del loco, i dicerei +che meglio stesse a te che a lor la fretta. + +Ricominciar, come noi restammo, ei +lantico verso; e quando a noi fuor giunti, +fenno una rota di s tutti e trei. + +Qual sogliono i campion far nudi e unti, +avvisando lor presa e lor vantaggio, +prima che sien tra lor battuti e punti, + +cos rotando, ciascuno il visaggio +drizzava a me, s che n contraro il collo +faceva ai pi contino vaggio. + +E Se miseria desto loco sollo +rende in dispetto noi e nostri prieghi, +cominci luno, e l tinto aspetto e brollo, + +la fama nostra il tuo animo pieghi +a dirne chi tu se, che i vivi piedi +cos sicuro per lo nferno freghi. + +Questi, lorme di cui pestar mi vedi, +tutto che nudo e dipelato vada, +fu di grado maggior che tu non credi: + +nepote fu de la buona Gualdrada; +Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita +fece col senno assai e con la spada. + +Laltro, chappresso me la rena trita, + Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce +nel mondo s dovria esser gradita. + +E io, che posto son con loro in croce, +Iacopo Rusticucci fui, e certo +la fiera moglie pi chaltro mi nuoce. + +Si fossi stato dal foco coperto, +gittato mi sarei tra lor di sotto, +e credo che l dottor lavria sofferto; + +ma perch io mi sarei brusciato e cotto, +vinse paura la mia buona voglia +che di loro abbracciar mi facea ghiotto. + +Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia +la vostra condizion dentro mi fisse, +tanta che tardi tutta si dispoglia, + +tosto che questo mio segnor mi disse +parole per le quali i mi pensai +che qual voi siete, tal gente venisse. + +Di vostra terra sono, e sempre mai +lovra di voi e li onorati nomi +con affezion ritrassi e ascoltai. + +Lascio lo fele e vo per dolci pomi +promessi a me per lo verace duca; +ma nfino al centro pria convien chi tomi. + +Se lungamente lanima conduca +le membra tue, rispuose quelli ancora, +e se la fama tua dopo te luca, + +cortesia e valor d se dimora +ne la nostra citt s come suole, +o se del tutto se n gita fora; + +ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole +con noi per poco e va l coi compagni, +assai ne cruccia con le sue parole. + +La gente nuova e i sbiti guadagni +orgoglio e dismisura han generata, +Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni. + +Cos gridai con la faccia levata; +e i tre, che ci inteser per risposta, +guardar lun laltro com al ver si guata. + +Se laltre volte s poco ti costa, +rispuoser tutti, il satisfare altrui, +felice te se s parli a tua posta! + +Per, se campi desti luoghi bui +e torni a riveder le belle stelle, +quando ti giover dicere I fui, + +fa che di noi a la gente favelle. +Indi rupper la rota, e a fuggirsi +ali sembiar le gambe loro isnelle. + +Un amen non saria possuto dirsi +tosto cos com e fuoro spariti; +per chal maestro parve di partirsi. + +Io lo seguiva, e poco eravam iti, +che l suon de lacqua nera s vicino, +che per parlar saremmo a pena uditi. + +Come quel fiume cha proprio cammino +prima dal Monte Viso nver levante, +da la sinistra costa dApennino, + +che si chiama Acquacheta suso, avante +che si divalli gi nel basso letto, +e a Forl di quel nome vacante, + +rimbomba l sovra San Benedetto +de lAlpe per cadere ad una scesa +ove dovea per mille esser recetto; + +cos, gi duna ripa discoscesa, +trovammo risonar quell acqua tinta, +s che n poc ora avria lorecchia offesa. + +Io avea una corda intorno cinta, +e con essa pensai alcuna volta +prender la lonza a la pelle dipinta. + +Poscia chio lebbi tutta da me sciolta, +s come l duca mavea comandato, +porsila a lui aggroppata e ravvolta. + +Ond ei si volse inver lo destro lato, +e alquanto di lunge da la sponda +la gitt giuso in quell alto burrato. + +E pur convien che novit risponda, +dicea fra me medesmo, al novo cenno +che l maestro con locchio s seconda. + +Ahi quanto cauti li uomini esser dienno +presso a color che non veggion pur lovra, +ma per entro i pensier miran col senno! + +El disse a me: Tosto verr di sovra +ci chio attendo e che il tuo pensier sogna; +tosto convien chal tuo viso si scovra. + +Sempre a quel ver cha faccia di menzogna +de luom chiuder le labbra fin chel puote, +per che sanza colpa fa vergogna; + +ma qui tacer nol posso; e per le note +di questa comeda, lettor, ti giuro, +selle non sien di lunga grazia vte, + +chi vidi per quell aere grosso e scuro +venir notando una figura in suso, +maravigliosa ad ogne cor sicuro, + +s come torna colui che va giuso +talora a solver lncora chaggrappa +o scoglio o altro che nel mare chiuso, + +che n s si stende e da pi si rattrappa. + + + +Inferno Canto XVII + + +Ecco la fiera con la coda aguzza, +che passa i monti e rompe i muri e larmi! +Ecco colei che tutto l mondo appuzza!. + +S cominci lo mio duca a parlarmi; +e accennolle che venisse a proda, +vicino al fin di passeggiati marmi. + +E quella sozza imagine di froda +sen venne, e arriv la testa e l busto, +ma n su la riva non trasse la coda. + +La faccia sua era faccia duom giusto, +tanto benigna avea di fuor la pelle, +e dun serpente tutto laltro fusto; + +due branche avea pilose insin lascelle; +lo dosso e l petto e ambedue le coste +dipinti avea di nodi e di rotelle. + +Con pi color, sommesse e sovraposte +non fer mai drappi Tartari n Turchi, +n fuor tai tele per Aragne imposte. + +Come talvolta stanno a riva i burchi, +che parte sono in acqua e parte in terra, +e come l tra li Tedeschi lurchi + +lo bivero sassetta a far sua guerra, +cos la fiera pessima si stava +su lorlo ch di pietra e l sabbion serra. + +Nel vano tutta sua coda guizzava, +torcendo in s la venenosa forca +cha guisa di scorpion la punta armava. + +Lo duca disse: Or convien che si torca +la nostra via un poco insino a quella +bestia malvagia che col si corca. + +Per scendemmo a la destra mammella, +e diece passi femmo in su lo stremo, +per ben cessar la rena e la fiammella. + +E quando noi a lei venuti semo, +poco pi oltre veggio in su la rena +gente seder propinqua al loco scemo. + +Quivi l maestro Acci che tutta piena +esperenza desto giron porti, +mi disse, va, e vedi la lor mena. + +Li tuoi ragionamenti sian l corti; +mentre che torni, parler con questa, +che ne conceda i suoi omeri forti. + +Cos ancor su per la strema testa +di quel settimo cerchio tutto solo +andai, dove sedea la gente mesta. + +Per li occhi fora scoppiava lor duolo; +di qua, di l soccorrien con le mani +quando a vapori, e quando al caldo suolo: + +non altrimenti fan di state i cani +or col ceffo or col pi, quando son morsi +o da pulci o da mosche o da tafani. + +Poi che nel viso a certi li occhi porsi, +ne quali l doloroso foco casca, +non ne conobbi alcun; ma io maccorsi + +che dal collo a ciascun pendea una tasca +chavea certo colore e certo segno, +e quindi par che l loro occhio si pasca. + +E com io riguardando tra lor vegno, +in una borsa gialla vidi azzurro +che dun leone avea faccia e contegno. + +Poi, procedendo di mio sguardo il curro, +vidine unaltra come sangue rossa, +mostrando unoca bianca pi che burro. + +E un che duna scrofa azzurra e grossa +segnato avea lo suo sacchetto bianco, +mi disse: Che fai tu in questa fossa? + +Or te ne va; e perch se vivo anco, +sappi che l mio vicin Vitalano +seder qui dal mio sinistro fianco. + +Con questi Fiorentin son padoano: +spesse fate mi ntronan li orecchi +gridando: Vegna l cavalier sovrano, + +che recher la tasca con tre becchi!. +Qui distorse la bocca e di fuor trasse +la lingua, come bue che l naso lecchi. + +E io, temendo no l pi star crucciasse +lui che di poco star mavea mmonito, +tornami in dietro da lanime lasse. + +Trova il duca mio chera salito +gi su la groppa del fiero animale, +e disse a me: Or sie forte e ardito. + +Omai si scende per s fatte scale; +monta dinanzi, chi voglio esser mezzo, +s che la coda non possa far male. + +Qual colui che s presso ha l riprezzo +de la quartana, cha gi lunghie smorte, +e triema tutto pur guardando l rezzo, + +tal divenn io a le parole porte; +ma vergogna mi f le sue minacce, +che innanzi a buon segnor fa servo forte. + +I massettai in su quelle spallacce; +s volli dir, ma la voce non venne +com io credetti: Fa che tu mabbracce. + +Ma esso, chaltra volta mi sovvenne +ad altro forse, tosto chi montai +con le braccia mavvinse e mi sostenne; + +e disse: Geron, moviti omai: +le rote larghe, e lo scender sia poco; +pensa la nova soma che tu hai. + +Come la navicella esce di loco +in dietro in dietro, s quindi si tolse; +e poi chal tutto si sent a gioco, + +l v era l petto, la coda rivolse, +e quella tesa, come anguilla, mosse, +e con le branche laere a s raccolse. + +Maggior paura non credo che fosse +quando Fetonte abbandon li freni, +per che l ciel, come pare ancor, si cosse; + +n quando Icaro misero le reni +sent spennar per la scaldata cera, +gridando il padre a lui Mala via tieni!, + +che fu la mia, quando vidi chi era +ne laere dogne parte, e vidi spenta +ogne veduta fuor che de la fera. + +Ella sen va notando lenta lenta; +rota e discende, ma non me naccorgo +se non che al viso e di sotto mi venta. + +Io sentia gi da la man destra il gorgo +far sotto noi un orribile scroscio, +per che con li occhi n gi la testa sporgo. + +Allor fu io pi timido a lo stoscio, +per chi vidi fuochi e senti pianti; +ond io tremando tutto mi raccoscio. + +E vidi poi, ch nol vedea davanti, +lo scendere e l girar per li gran mali +che sappressavan da diversi canti. + +Come l falcon ch stato assai su lali, +che sanza veder logoro o uccello +fa dire al falconiere Om, tu cali!, + +discende lasso onde si move isnello, +per cento rote, e da lunge si pone +dal suo maestro, disdegnoso e fello; + +cos ne puose al fondo Gerone +al pi al pi de la stagliata rocca, +e, discarcate le nostre persone, + +si dilegu come da corda cocca. + + + +Inferno Canto XVIII + + +Luogo in inferno detto Malebolge, +tutto di pietra di color ferrigno, +come la cerchia che dintorno il volge. + +Nel dritto mezzo del campo maligno +vaneggia un pozzo assai largo e profondo, +di cui suo loco dicer lordigno. + +Quel cinghio che rimane adunque tondo +tra l pozzo e l pi de lalta ripa dura, +e ha distinto in dieci valli il fondo. + +Quale, dove per guardia de le mura +pi e pi fossi cingon li castelli, +la parte dove son rende figura, + +tale imagine quivi facean quelli; +e come a tai fortezze da lor sogli +a la ripa di fuor son ponticelli, + +cos da imo de la roccia scogli +movien che ricidien li argini e fossi +infino al pozzo che i tronca e raccogli. + +In questo luogo, de la schiena scossi +di Geron, trovammoci; e l poeta +tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. + +A la man destra vidi nova pieta, +novo tormento e novi frustatori, +di che la prima bolgia era repleta. + +Nel fondo erano ignudi i peccatori; +dal mezzo in qua ci venien verso l volto, +di l con noi, ma con passi maggiori, + +come i Roman per lessercito molto, +lanno del giubileo, su per lo ponte +hanno a passar la gente modo colto, + +che da lun lato tutti hanno la fronte +verso l castello e vanno a Santo Pietro, +da laltra sponda vanno verso l monte. + +Di qua, di l, su per lo sasso tetro +vidi demon cornuti con gran ferze, +che li battien crudelmente di retro. + +Ahi come facean lor levar le berze +a le prime percosse! gi nessuno +le seconde aspettava n le terze. + +Mentr io andava, li occhi miei in uno +furo scontrati; e io s tosto dissi: +Gi di veder costui non son digiuno. + +Per cho a figurarlo i piedi affissi; +e l dolce duca meco si ristette, +e assentio chalquanto in dietro gissi. + +E quel frustato celar si credette +bassando l viso; ma poco li valse, +chio dissi: O tu che locchio a terra gette, + +se le fazion che porti non son false, +Venedico se tu Caccianemico. +Ma che ti mena a s pungenti salse?. + +Ed elli a me: Mal volontier lo dico; +ma sforzami la tua chiara favella, +che mi fa sovvenir del mondo antico. + +I fui colui che la Ghisolabella +condussi a far la voglia del marchese, +come che suoni la sconcia novella. + +E non pur io qui piango bolognese; +anzi n questo loco tanto pieno, +che tante lingue non son ora apprese + +a dicer sipa tra Svena e Reno; +e se di ci vuoi fede o testimonio, +rcati a mente il nostro avaro seno. + +Cos parlando il percosse un demonio +de la sua scurada, e disse: Via, +ruffian! qui non son femmine da conio. + +I mi raggiunsi con la scorta mia; +poscia con pochi passi divenimmo +l v uno scoglio de la ripa uscia. + +Assai leggeramente quel salimmo; +e vlti a destra su per la sua scheggia, +da quelle cerchie etterne ci partimmo. + +Quando noi fummo l dov el vaneggia +di sotto per dar passo a li sferzati, +lo duca disse: Attienti, e fa che feggia + +lo viso in te di quest altri mal nati, +ai quali ancor non vedesti la faccia +per che son con noi insieme andati. + +Del vecchio ponte guardavam la traccia +che vena verso noi da laltra banda, +e che la ferza similmente scaccia. + +E l buon maestro, sanza mia dimanda, +mi disse: Guarda quel grande che vene, +e per dolor non par lagrime spanda: + +quanto aspetto reale ancor ritene! +Quelli Iasn, che per cuore e per senno +li Colchi del monton privati fne. + +Ello pass per lisola di Lenno +poi che lardite femmine spietate +tutti li maschi loro a morte dienno. + +Ivi con segni e con parole ornate +Isifile ingann, la giovinetta +che prima avea tutte laltre ingannate. + +Lasciolla quivi, gravida, soletta; +tal colpa a tal martiro lui condanna; +e anche di Medea si fa vendetta. + +Con lui sen va chi da tal parte inganna; +e questo basti de la prima valle +sapere e di color che n s assanna. + +Gi eravam l ve lo stretto calle +con largine secondo sincrocicchia, +e fa di quello ad un altr arco spalle. + +Quindi sentimmo gente che si nicchia +ne laltra bolgia e che col muso scuffa, +e s medesma con le palme picchia. + +Le ripe eran grommate duna muffa, +per lalito di gi che vi sappasta, +che con li occhi e col naso facea zuffa. + +Lo fondo cupo s, che non ci basta +loco a veder sanza montare al dosso +de larco, ove lo scoglio pi sovrasta. + +Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso +vidi gente attuffata in uno sterco +che da li uman privadi parea mosso. + +E mentre chio l gi con locchio cerco, +vidi un col capo s di merda lordo, +che non para sera laico o cherco. + +Quei mi sgrid: Perch se tu s gordo +di riguardar pi me che li altri brutti?. +E io a lui: Perch, se ben ricordo, + +gi tho veduto coi capelli asciutti, +e se Alessio Interminei da Lucca: +per tadocchio pi che li altri tutti. + +Ed elli allor, battendosi la zucca: +Qua gi mhanno sommerso le lusinghe +ond io non ebbi mai la lingua stucca. + +Appresso ci lo duca Fa che pinghe, +mi disse, il viso un poco pi avante, +s che la faccia ben con locchio attinghe + +di quella sozza e scapigliata fante +che l si graffia con lunghie merdose, +e or saccoscia e ora in piedi stante. + +Tade , la puttana che rispuose +al drudo suo quando disse Ho io grazie +grandi apo te?: Anzi maravigliose!. + +E quinci sian le nostre viste sazie. + + + +Inferno Canto XIX + + +O Simon mago, o miseri seguaci +che le cose di Dio, che di bontate +deon essere spose, e voi rapaci + +per oro e per argento avolterate, +or convien che per voi suoni la tromba, +per che ne la terza bolgia state. + +Gi eravamo, a la seguente tomba, +montati de lo scoglio in quella parte +cha punto sovra mezzo l fosso piomba. + +O somma sapenza, quanta larte +che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, +e quanto giusto tua virt comparte! + +Io vidi per le coste e per lo fondo +piena la pietra livida di fri, +dun largo tutti e ciascun era tondo. + +Non mi parean men ampi n maggiori +che que che son nel mio bel San Giovanni, +fatti per loco di battezzatori; + +lun de li quali, ancor non molt anni, +rupp io per un che dentro vannegava: +e questo sia suggel chogn omo sganni. + +Fuor de la bocca a ciascun soperchiava +dun peccator li piedi e de le gambe +infino al grosso, e laltro dentro stava. + +Le piante erano a tutti accese intrambe; +per che s forte guizzavan le giunte, +che spezzate averien ritorte e strambe. + +Qual suole il fiammeggiar de le cose unte +muoversi pur su per la strema buccia, +tal era l dai calcagni a le punte. + +Chi colui, maestro, che si cruccia +guizzando pi che li altri suoi consorti, +diss io, e cui pi roggia fiamma succia?. + +Ed elli a me: Se tu vuo chi ti porti +l gi per quella ripa che pi giace, +da lui saprai di s e de suoi torti. + +E io: Tanto m bel, quanto a te piace: +tu se segnore, e sai chi non mi parto +dal tuo volere, e sai quel che si tace. + +Allor venimmo in su largine quarto; +volgemmo e discendemmo a mano stanca +l gi nel fondo foracchiato e arto. + +Lo buon maestro ancor de la sua anca +non mi dipuose, s mi giunse al rotto +di quel che si piangeva con la zanca. + +O qual che se che l di s tien di sotto, +anima trista come pal commessa, +comincia io a dir, se puoi, fa motto. + +Io stava come l frate che confessa +lo perfido assessin, che, poi ch fitto, +richiama lui per che la morte cessa. + +Ed el grid: Se tu gi cost ritto, +se tu gi cost ritto, Bonifazio? +Di parecchi anni mi ment lo scritto. + +Se tu s tosto di quell aver sazio +per lo qual non temesti trre a nganno +la bella donna, e poi di farne strazio?. + +Tal mi fec io, quai son color che stanno, +per non intender ci ch lor risposto, +quasi scornati, e risponder non sanno. + +Allor Virgilio disse: Dilli tosto: +Non son colui, non son colui che credi; +e io rispuosi come a me fu imposto. + +Per che lo spirto tutti storse i piedi; +poi, sospirando e con voce di pianto, +mi disse: Dunque che a me richiedi? + +Se di saper chi sia ti cal cotanto, +che tu abbi per la ripa corsa, +sappi chi fui vestito del gran manto; + +e veramente fui figliuol de lorsa, +cupido s per avanzar li orsatti, +che s lavere e qui me misi in borsa. + +Di sotto al capo mio son li altri tratti +che precedetter me simoneggiando, +per le fessure de la pietra piatti. + +L gi cascher io altres quando +verr colui chi credea che tu fossi, +allor chi feci l sbito dimando. + +Ma pi l tempo gi che i pi mi cossi +e chi son stato cos sottosopra, +chel non star piantato coi pi rossi: + +ch dopo lui verr di pi laida opra, +di ver ponente, un pastor sanza legge, +tal che convien che lui e me ricuopra. + +Nuovo Iasn sar, di cui si legge +ne Maccabei; e come a quel fu molle +suo re, cos fia lui chi Francia regge. + +Io non so si mi fui qui troppo folle, +chi pur rispuosi lui a questo metro: +Deh, or mi d: quanto tesoro volle + +Nostro Segnore in prima da san Pietro +chei ponesse le chiavi in sua bala? +Certo non chiese se non Viemmi retro. + +N Pier n li altri tolsero a Matia +oro od argento, quando fu sortito +al loco che perd lanima ria. + +Per ti sta, ch tu se ben punito; +e guarda ben la mal tolta moneta +chesser ti fece contra Carlo ardito. + +E se non fosse chancor lo mi vieta +la reverenza de le somme chiavi +che tu tenesti ne la vita lieta, + +io userei parole ancor pi gravi; +ch la vostra avarizia il mondo attrista, +calcando i buoni e sollevando i pravi. + +Di voi pastor saccorse il Vangelista, +quando colei che siede sopra lacque +puttaneggiar coi regi a lui fu vista; + +quella che con le sette teste nacque, +e da le diece corna ebbe argomento, +fin che virtute al suo marito piacque. + +Fatto vavete dio doro e dargento; +e che altro da voi a lidolatre, +se non chelli uno, e voi ne orate cento? + +Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, +non la tua conversion, ma quella dote +che da te prese il primo ricco patre!. + +E mentr io li cantava cotai note, +o ira o coscenza che l mordesse, +forte spingava con ambo le piote. + +I credo ben chal mio duca piacesse, +con s contenta labbia sempre attese +lo suon de le parole vere espresse. + +Per con ambo le braccia mi prese; +e poi che tutto su mi sebbe al petto, +rimont per la via onde discese. + +N si stanc davermi a s distretto, +s men port sovra l colmo de larco +che dal quarto al quinto argine tragetto. + +Quivi soavemente spuose il carco, +soave per lo scoglio sconcio ed erto +che sarebbe a le capre duro varco. + +Indi un altro vallon mi fu scoperto. + + + +Inferno Canto XX + + +Di nova pena mi conven far versi +e dar matera al ventesimo canto +de la prima canzon, ch di sommersi. + +Io era gi disposto tutto quanto +a riguardar ne lo scoperto fondo, +che si bagnava dangoscioso pianto; + +e vidi gente per lo vallon tondo +venir, tacendo e lagrimando, al passo +che fanno le letane in questo mondo. + +Come l viso mi scese in lor pi basso, +mirabilmente apparve esser travolto +ciascun tra l mento e l principio del casso, + +ch da le reni era tornato l volto, +e in dietro venir li convenia, +perch l veder dinanzi era lor tolto. + +Forse per forza gi di parlasia +si travolse cos alcun del tutto; +ma io nol vidi, n credo che sia. + +Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto +di tua lezione, or pensa per te stesso +com io potea tener lo viso asciutto, + +quando la nostra imagine di presso +vidi s torta, che l pianto de li occhi +le natiche bagnava per lo fesso. + +Certo io piangea, poggiato a un de rocchi +del duro scoglio, s che la mia scorta +mi disse: Ancor se tu de li altri sciocchi? + +Qui vive la piet quand ben morta; +chi pi scellerato che colui +che al giudicio divin passion comporta? + +Drizza la testa, drizza, e vedi a cui +saperse a li occhi di Teban la terra; +per chei gridavan tutti: Dove rui, + +Anfarao? perch lasci la guerra?. +E non rest di ruinare a valle +fino a Mins che ciascheduno afferra. + +Mira cha fatto petto de le spalle; +perch volle veder troppo davante, +di retro guarda e fa retroso calle. + +Vedi Tiresia, che mut sembiante +quando di maschio femmina divenne, +cangiandosi le membra tutte quante; + +e prima, poi, ribatter li convenne +li duo serpenti avvolti, con la verga, +che ravesse le maschili penne. + +Aronta quel chal ventre li satterga, +che ne monti di Luni, dove ronca +lo Carrarese che di sotto alberga, + +ebbe tra bianchi marmi la spelonca +per sua dimora; onde a guardar le stelle +e l mar non li era la veduta tronca. + +E quella che ricuopre le mammelle, +che tu non vedi, con le trecce sciolte, +e ha di l ogne pilosa pelle, + +Manto fu, che cerc per terre molte; +poscia si puose l dove nacqu io; +onde un poco mi piace che mascolte. + +Poscia che l padre suo di vita usco +e venne serva la citt di Baco, +questa gran tempo per lo mondo gio. + +Suso in Italia bella giace un laco, +a pi de lAlpe che serra Lamagna +sovra Tiralli, cha nome Benaco. + +Per mille fonti, credo, e pi si bagna +tra Garda e Val Camonica e Pennino +de lacqua che nel detto laco stagna. + +Loco nel mezzo l dove l trentino +pastore e quel di Brescia e l veronese +segnar poria, se fesse quel cammino. + +Siede Peschiera, bello e forte arnese +da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, +ove la riva ntorno pi discese. + +Ivi convien che tutto quanto caschi +ci che n grembo a Benaco star non pu, +e fassi fiume gi per verdi paschi. + +Tosto che lacqua a correr mette co, +non pi Benaco, ma Mencio si chiama +fino a Governol, dove cade in Po. + +Non molto ha corso, chel trova una lama, +ne la qual si distende e la mpaluda; +e suol di state talor essere grama. + +Quindi passando la vergine cruda +vide terra, nel mezzo del pantano, +sanza coltura e dabitanti nuda. + +L, per fuggire ogne consorzio umano, +ristette con suoi servi a far sue arti, +e visse, e vi lasci suo corpo vano. + +Li uomini poi che ntorno erano sparti +saccolsero a quel loco, chera forte +per lo pantan chavea da tutte parti. + +Fer la citt sovra quell ossa morte; +e per colei che l loco prima elesse, +Manta lappellar sanz altra sorte. + +Gi fuor le genti sue dentro pi spesse, +prima che la mattia da Casalodi +da Pinamonte inganno ricevesse. + +Per tassenno che, se tu mai odi +originar la mia terra altrimenti, +la verit nulla menzogna frodi. + +E io: Maestro, i tuoi ragionamenti +mi son s certi e prendon s mia fede, +che li altri mi sarien carboni spenti. + +Ma dimmi, de la gente che procede, +se tu ne vedi alcun degno di nota; +ch solo a ci la mia mente rifiede. + +Allor mi disse: Quel che da la gota +porge la barba in su le spalle brune, +fuquando Grecia fu di maschi vta, + +s cha pena rimaser per le cune +augure, e diede l punto con Calcanta +in Aulide a tagliar la prima fune. + +Euripilo ebbe nome, e cos l canta +lalta mia trageda in alcun loco: +ben lo sai tu che la sai tutta quanta. + +Quell altro che ne fianchi cos poco, +Michele Scotto fu, che veramente +de le magiche frode seppe l gioco. + +Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, +chavere inteso al cuoio e a lo spago +ora vorrebbe, ma tardi si pente. + +Vedi le triste che lasciaron lago, +la spuola e l fuso, e fecersi ndivine; +fecer malie con erbe e con imago. + +Ma vienne omai, ch gi tiene l confine +damendue li emisperi e tocca londa +sotto Sobilia Caino e le spine; + +e gi iernotte fu la luna tonda: +ben ten de ricordar, ch non ti nocque +alcuna volta per la selva fonda. + +S mi parlava, e andavamo introcque. + + + +Inferno Canto XXI + + +Cos di ponte in ponte, altro parlando +che la mia comeda cantar non cura, +venimmo; e tenavamo l colmo, quando + +restammo per veder laltra fessura +di Malebolge e li altri pianti vani; +e vidila mirabilmente oscura. + +Quale ne larzan de Viniziani +bolle linverno la tenace pece +a rimpalmare i legni lor non sani, + +ch navicar non ponnoin quella vece +chi fa suo legno novo e chi ristoppa +le coste a quel che pi vaggi fece; + +chi ribatte da proda e chi da poppa; +altri fa remi e altri volge sarte; +chi terzeruolo e artimon rintoppa: + +tal, non per foco ma per divin arte, +bollia l giuso una pegola spessa, +che nviscava la ripa dogne parte. + +I vedea lei, ma non veda in essa +mai che le bolle che l bollor levava, +e gonfiar tutta, e riseder compressa. + +Mentr io l gi fisamente mirava, +lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!, +mi trasse a s del loco dov io stava. + +Allor mi volsi come luom cui tarda +di veder quel che li convien fuggire +e cui paura sbita sgagliarda, + +che, per veder, non indugia l partire: +e vidi dietro a noi un diavol nero +correndo su per lo scoglio venire. + +Ahi quant elli era ne laspetto fero! +e quanto mi parea ne latto acerbo, +con lali aperte e sovra i pi leggero! + +Lomero suo, chera aguto e superbo, +carcava un peccator con ambo lanche, +e quei tenea de pi ghermito l nerbo. + +Del nostro ponte disse: O Malebranche, +ecco un de li anzan di Santa Zita! +Mettetel sotto, chi torno per anche + +a quella terra, che n ben fornita: +ogn uom v barattier, fuor che Bonturo; +del no, per li denar, vi si fa ita. + +L gi l butt, e per lo scoglio duro +si volse; e mai non fu mastino sciolto +con tanta fretta a seguitar lo furo. + +Quel sattuff, e torn s convolto; +ma i demon che del ponte avean coperchio, +gridar: Qui non ha loco il Santo Volto! + +qui si nuota altrimenti che nel Serchio! +Per, se tu non vuo di nostri graffi, +non far sopra la pegola soverchio. + +Poi laddentar con pi di cento raffi, +disser: Coverto convien che qui balli, +s che, se puoi, nascosamente accaffi. + +Non altrimenti i cuoci a lor vassalli +fanno attuffare in mezzo la caldaia +la carne con li uncin, perch non galli. + +Lo buon maestro Acci che non si paia +che tu ci sia, mi disse, gi tacquatta +dopo uno scheggio, chalcun schermo taia; + +e per nulla offension che mi sia fatta, +non temer tu, chi ho le cose conte, +perch altra volta fui a tal baratta. + +Poscia pass di l dal co del ponte; +e com el giunse in su la ripa sesta, +mestier li fu daver sicura fronte. + +Con quel furore e con quella tempesta +chescono i cani a dosso al poverello +che di sbito chiede ove sarresta, + +usciron quei di sotto al ponticello, +e volser contra lui tutt i runcigli; +ma el grid: Nessun di voi sia fello! + +Innanzi che luncin vostro mi pigli, +traggasi avante lun di voi che moda, +e poi darruncigliarmi si consigli. + +Tutti gridaron: Vada Malacoda!; +per chun si mossee li altri stetter fermi +e venne a lui dicendo: Che li approda?. + +Credi tu, Malacoda, qui vedermi +esser venuto, disse l mio maestro, +sicuro gi da tutti vostri schermi, + +sanza voler divino e fato destro? +Lascian andar, ch nel cielo voluto +chi mostri altrui questo cammin silvestro. + +Allor li fu lorgoglio s caduto, +che si lasci cascar luncino a piedi, +e disse a li altri: Omai non sia feruto. + +E l duca mio a me: O tu che siedi +tra li scheggion del ponte quatto quatto, +sicuramente omai a me ti riedi. + +Per chio mi mossi e a lui venni ratto; +e i diavoli si fecer tutti avanti, +s chio temetti chei tenesser patto; + +cos vid o gi temer li fanti +chuscivan patteggiati di Caprona, +veggendo s tra nemici cotanti. + +I maccostai con tutta la persona +lungo l mio duca, e non torceva li occhi +da la sembianza lor chera non buona. + +Ei chinavan li raffi e Vuo che l tocchi, +diceva lun con laltro, in sul groppone?. +E rispondien: S, fa che gliel accocchi. + +Ma quel demonio che tenea sermone +col duca mio, si volse tutto presto +e disse: Posa, posa, Scarmiglione!. + +Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo +iscoglio non si pu, per che giace +tutto spezzato al fondo larco sesto. + +E se landare avante pur vi piace, +andatevene su per questa grotta; +presso un altro scoglio che via face. + +Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta, +mille dugento con sessanta sei +anni compi che qui la via fu rotta. + +Io mando verso l di questi miei +a riguardar salcun se ne sciorina; +gite con lor, che non saranno rei. + +Trati avante, Alichino, e Calcabrina, +cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo; +e Barbariccia guidi la decina. + +Libicocco vegn oltre e Draghignazzo, +Ciratto sannuto e Graffiacane +e Farfarello e Rubicante pazzo. + +Cercate ntorno le boglienti pane; +costor sian salvi infino a laltro scheggio +che tutto intero va sovra le tane. + +Om, maestro, che quel chi veggio?, +diss io, deh, sanza scorta andianci soli, +se tu sa ir; chi per me non la cheggio. + +Se tu se s accorto come suoli, +non vedi tu che digrignan li denti +e con le ciglia ne minaccian duoli?. + +Ed elli a me: Non vo che tu paventi; +lasciali digrignar pur a lor senno, +che fanno ci per li lessi dolenti. + +Per largine sinistro volta dienno; +ma prima avea ciascun la lingua stretta +coi denti, verso lor duca, per cenno; + +ed elli avea del cul fatto trombetta. + + + +Inferno Canto XXII + + +Io vidi gi cavalier muover campo, +e cominciare stormo e far lor mostra, +e talvolta partir per loro scampo; + +corridor vidi per la terra vostra, +o Aretini, e vidi gir gualdane, +fedir torneamenti e correr giostra; + +quando con trombe, e quando con campane, +con tamburi e con cenni di castella, +e con cose nostrali e con istrane; + +n gi con s diversa cennamella +cavalier vidi muover n pedoni, +n nave a segno di terra o di stella. + +Noi andavam con li diece demoni. +Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa +coi santi, e in taverna coi ghiottoni. + +Pur a la pegola era la mia ntesa, +per veder de la bolgia ogne contegno +e de la gente chentro vera incesa. + +Come i dalfini, quando fanno segno +a marinar con larco de la schiena +che sargomentin di campar lor legno, + +talor cos, ad alleggiar la pena, +mostrav alcun de peccatori l dosso +e nascondea in men che non balena. + +E come a lorlo de lacqua dun fosso +stanno i ranocchi pur col muso fuori, +s che celano i piedi e laltro grosso, + +s stavan dogne parte i peccatori; +ma come sappressava Barbariccia, +cos si ritran sotto i bollori. + +I vidi, e anco il cor me naccapriccia, +uno aspettar cos, com elli ncontra +chuna rana rimane e laltra spiccia; + +e Graffiacan, che li era pi di contra, +li arruncigli le mpegolate chiome +e trassel s, che mi parve una lontra. + +I sapea gi di tutti quanti l nome, +s li notai quando fuorono eletti, +e poi che si chiamaro, attesi come. + +O Rubicante, fa che tu li metti +li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!, +gridavan tutti insieme i maladetti. + +E io: Maestro mio, fa, se tu puoi, +che tu sappi chi lo sciagurato +venuto a man de li avversari suoi. + +Lo duca mio li saccost allato; +domandollo ond ei fosse, e quei rispuose: +I fui del regno di Navarra nato. + +Mia madre a servo dun segnor mi puose, +che mavea generato dun ribaldo, +distruggitor di s e di sue cose. + +Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; +quivi mi misi a far baratteria, +di chio rendo ragione in questo caldo. + +E Ciratto, a cui di bocca uscia +dogne parte una sanna come a porco, +li f sentir come luna sdruscia. + +Tra male gatte era venuto l sorco; +ma Barbariccia il chiuse con le braccia +e disse: State in l, mentr io lo nforco. + +E al maestro mio volse la faccia; +Domanda, disse, ancor, se pi disii +saper da lui, prima chaltri l disfaccia. + +Lo duca dunque: Or d: de li altri rii +conosci tu alcun che sia latino +sotto la pece?. E quelli: I mi partii, + +poco , da un che fu di l vicino. +Cos foss io ancor con lui coperto, +chi non temerei unghia n uncino!. + +E Libicocco Troppo avem sofferto, +disse; e preseli l braccio col runciglio, +s che, stracciando, ne port un lacerto. + +Draghignazzo anco i volle dar di piglio +giuso a le gambe; onde l decurio loro +si volse intorno intorno con mal piglio. + +Quand elli un poco rappaciati fuoro, +a lui, chancor mirava sua ferita, +domand l duca mio sanza dimoro: + +Chi fu colui da cui mala partita +di che facesti per venire a proda?. +Ed ei rispuose: Fu frate Gomita, + +quel di Gallura, vasel dogne froda, +chebbe i nemici di suo donno in mano, +e f s lor, che ciascun se ne loda. + +Danar si tolse e lasciolli di piano, +s com e dice; e ne li altri offici anche +barattier fu non picciol, ma sovrano. + +Usa con esso donno Michel Zanche +di Logodoro; e a dir di Sardigna +le lingue lor non si sentono stanche. + +Om, vedete laltro che digrigna; +i direi anche, ma i temo chello +non sapparecchi a grattarmi la tigna. + +E l gran proposto, vlto a Farfarello +che stralunava li occhi per fedire, +disse: Fatti n cost, malvagio uccello!. + +Se voi volete vedere o udire, +ricominci lo sparato appresso, +Toschi o Lombardi, io ne far venire; + +ma stieno i Malebranche un poco in cesso, +s chei non teman de le lor vendette; +e io, seggendo in questo loco stesso, + +per un chio son, ne far venir sette +quand io suffoler, com nostro uso +di fare allor che fori alcun si mette. + +Cagnazzo a cotal motto lev l muso, +crollando l capo, e disse: Odi malizia +chelli ha pensata per gittarsi giuso!. + +Ond ei, chavea lacciuoli a gran divizia, +rispuose: Malizioso son io troppo, +quand io procuro a mia maggior trestizia. + +Alichin non si tenne e, di rintoppo +a li altri, disse a lui: Se tu ti cali, +io non ti verr dietro di gualoppo, + +ma batter sovra la pece lali. +Lascisi l collo, e sia la ripa scudo, +a veder se tu sol pi di noi vali. + +O tu che leggi, udirai nuovo ludo: +ciascun da laltra costa li occhi volse, +quel prima, cha ci fare era pi crudo. + +Lo Navarrese ben suo tempo colse; +ferm le piante a terra, e in un punto +salt e dal proposto lor si sciolse. + +Di che ciascun di colpa fu compunto, +ma quei pi che cagion fu del difetto; +per si mosse e grid: Tu se giunto!. + +Ma poco i valse: ch lali al sospetto +non potero avanzar; quelli and sotto, +e quei drizz volando suso il petto: + +non altrimenti lanitra di botto, +quando l falcon sappressa, gi sattuffa, +ed ei ritorna s crucciato e rotto. + +Irato Calcabrina de la buffa, +volando dietro li tenne, invaghito +che quei campasse per aver la zuffa; + +e come l barattier fu disparito, +cos volse li artigli al suo compagno, +e fu con lui sopra l fosso ghermito. + +Ma laltro fu bene sparvier grifagno +ad artigliar ben lui, e amendue +cadder nel mezzo del bogliente stagno. + +Lo caldo sghermitor sbito fue; +ma per di levarsi era neente, +s avieno inviscate lali sue. + +Barbariccia, con li altri suoi dolente, +quattro ne f volar da laltra costa +con tutt i raffi, e assai prestamente + +di qua, di l discesero a la posta; +porser li uncini verso li mpaniati, +cheran gi cotti dentro da la crosta. + +E noi lasciammo lor cos mpacciati. + + + +Inferno Canto XXIII + + +Taciti, soli, sanza compagnia +nandavam lun dinanzi e laltro dopo, +come frati minor vanno per via. + +Vlt era in su la favola dIsopo +lo mio pensier per la presente rissa, +dov el parl de la rana e del topo; + +ch pi non si pareggia mo e issa +che lun con laltro fa, se ben saccoppia +principio e fine con la mente fissa. + +E come lun pensier de laltro scoppia, +cos nacque di quello un altro poi, +che la prima paura mi f doppia. + +Io pensava cos: Questi per noi +sono scherniti con danno e con beffa +s fatta, chassai credo che lor ni. + +Se lira sovra l mal voler saggueffa, +ei ne verranno dietro pi crudeli +che l cane a quella lievre chelli acceffa. + +Gi mi sentia tutti arricciar li peli +de la paura e stava in dietro intento, +quand io dissi: Maestro, se non celi + +te e me tostamente, i ho pavento +di Malebranche. Noi li avem gi dietro; +io li magino s, che gi li sento. + +E quei: Si fossi di piombato vetro, +limagine di fuor tua non trarrei +pi tosto a me, che quella dentro mpetro. + +Pur mo venieno i tuo pensier tra miei, +con simile atto e con simile faccia, +s che dintrambi un sol consiglio fei. + +Selli che s la destra costa giaccia, +che noi possiam ne laltra bolgia scendere, +noi fuggirem limaginata caccia. + +Gi non compi di tal consiglio rendere, +chio li vidi venir con lali tese +non molto lungi, per volerne prendere. + +Lo duca mio di sbito mi prese, +come la madre chal romore desta +e vede presso a s le fiamme accese, + +che prende il figlio e fugge e non sarresta, +avendo pi di lui che di s cura, +tanto che solo una camiscia vesta; + +e gi dal collo de la ripa dura +supin si diede a la pendente roccia, +che lun de lati a laltra bolgia tura. + +Non corse mai s tosto acqua per doccia +a volger ruota di molin terragno, +quand ella pi verso le pale approccia, + +come l maestro mio per quel vivagno, +portandosene me sovra l suo petto, +come suo figlio, non come compagno. + +A pena fuoro i pi suoi giunti al letto +del fondo gi, che furon in sul colle +sovresso noi; ma non l era sospetto: + +ch lalta provedenza che lor volle +porre ministri de la fossa quinta, +poder di partirs indi a tutti tolle. + +L gi trovammo una gente dipinta +che giva intorno assai con lenti passi, +piangendo e nel sembiante stanca e vinta. + +Elli avean cappe con cappucci bassi +dinanzi a li occhi, fatte de la taglia +che in Clugn per li monaci fassi. + +Di fuor dorate son, s chelli abbaglia; +ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, +che Federigo le mettea di paglia. + +Oh in etterno faticoso manto! +Noi ci volgemmo ancor pur a man manca +con loro insieme, intenti al tristo pianto; + +ma per lo peso quella gente stanca +vena s pian, che noi eravam nuovi +di compagnia ad ogne mover danca. + +Per chio al duca mio: Fa che tu trovi +alcun chal fatto o al nome si conosca, +e li occhi, s andando, intorno movi. + +E un che ntese la parola tosca, +di retro a noi grid: Tenete i piedi, +voi che correte s per laura fosca! + +Forse chavrai da me quel che tu chiedi. +Onde l duca si volse e disse: Aspetta, +e poi secondo il suo passo procedi. + +Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta +de lanimo, col viso, desser meco; +ma tardavali l carco e la via stretta. + +Quando fuor giunti, assai con locchio bieco +mi rimiraron sanza far parola; +poi si volsero in s, e dicean seco: + +Costui par vivo a latto de la gola; +e se son morti, per qual privilegio +vanno scoperti de la grave stola?. + +Poi disser me: O Tosco, chal collegio +de lipocriti tristi se venuto, +dir chi tu se non avere in dispregio. + +E io a loro: I fui nato e cresciuto +sovra l bel fiume dArno a la gran villa, +e son col corpo chi ho sempre avuto. + +Ma voi chi siete, a cui tanto distilla +quant i veggio dolor gi per le guance? +e che pena in voi che s sfavilla?. + +E lun rispuose a me: Le cappe rance +son di piombo s grosse, che li pesi +fan cos cigolar le lor bilance. + +Frati godenti fummo, e bolognesi; +io Catalano e questi Loderingo +nomati, e da tua terra insieme presi + +come suole esser tolto un uom solingo, +per conservar sua pace; e fummo tali, +chancor si pare intorno dal Gardingo. + +Io cominciai: O frati, i vostri mali . . . ; +ma pi non dissi, cha locchio mi corse +un, crucifisso in terra con tre pali. + +Quando mi vide, tutto si distorse, +soffiando ne la barba con sospiri; +e l frate Catalan, cha ci saccorse, + +mi disse: Quel confitto che tu miri, +consigli i Farisei che convenia +porre un uom per lo popolo a martri. + +Attraversato , nudo, ne la via, +come tu vedi, ed mestier chel senta +qualunque passa, come pesa, pria. + +E a tal modo il socero si stenta +in questa fossa, e li altri dal concilio +che fu per li Giudei mala sementa. + +Allor vid io maravigliar Virgilio +sovra colui chera disteso in croce +tanto vilmente ne letterno essilio. + +Poscia drizz al frate cotal voce: +Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci +sa la man destra giace alcuna foce + +onde noi amendue possiamo uscirci, +sanza costrigner de li angeli neri +che vegnan desto fondo a dipartirci. + +Rispuose adunque: Pi che tu non speri +sappressa un sasso che da la gran cerchia +si move e varca tutt i vallon feri, + +salvo che n questo rotto e nol coperchia; +montar potrete su per la ruina, +che giace in costa e nel fondo soperchia. + +Lo duca stette un poco a testa china; +poi disse: Mal contava la bisogna +colui che i peccator di qua uncina. + +E l frate: Io udi gi dire a Bologna +del diavol vizi assai, tra quali udi +chelli bugiardo, e padre di menzogna. + +Appresso il duca a gran passi sen g, +turbato un poco dira nel sembiante; +ond io da li ncarcati mi parti + +dietro a le poste de le care piante. + + + +Inferno Canto XXIV + + +In quella parte del giovanetto anno +che l sole i crin sotto lAquario tempra +e gi le notti al mezzo d sen vanno, + +quando la brina in su la terra assempra +limagine di sua sorella bianca, +ma poco dura a la sua penna tempra, + +lo villanello a cui la roba manca, +si leva, e guarda, e vede la campagna +biancheggiar tutta; ond ei si batte lanca, + +ritorna in casa, e qua e l si lagna, +come l tapin che non sa che si faccia; +poi riede, e la speranza ringavagna, + +veggendo l mondo aver cangiata faccia +in poco dora, e prende suo vincastro +e fuor le pecorelle a pascer caccia. + +Cos mi fece sbigottir lo mastro +quand io li vidi s turbar la fronte, +e cos tosto al mal giunse lo mpiastro; + +ch, come noi venimmo al guasto ponte, +lo duca a me si volse con quel piglio +dolce chio vidi prima a pi del monte. + +Le braccia aperse, dopo alcun consiglio +eletto seco riguardando prima +ben la ruina, e diedemi di piglio. + +E come quei chadopera ed estima, +che sempre par che nnanzi si proveggia, +cos, levando me s ver la cima + +dun ronchione, avvisava unaltra scheggia +dicendo: Sovra quella poi taggrappa; +ma tenta pria s tal chella ti reggia. + +Non era via da vestito di cappa, +ch noi a pena, ei lieve e io sospinto, +potavam s montar di chiappa in chiappa. + +E se non fosse che da quel precinto +pi che da laltro era la costa corta, +non so di lui, ma io sarei ben vinto. + +Ma perch Malebolge inver la porta +del bassissimo pozzo tutta pende, +lo sito di ciascuna valle porta + +che luna costa surge e laltra scende; +noi pur venimmo al fine in su la punta +onde lultima pietra si scoscende. + +La lena mera del polmon s munta +quand io fui s, chi non potea pi oltre, +anzi massisi ne la prima giunta. + +Omai convien che tu cos ti spoltre, +disse l maestro; ch, seggendo in piuma, +in fama non si vien, n sotto coltre; + +sanza la qual chi sua vita consuma, +cotal vestigio in terra di s lascia, +qual fummo in aere e in acqua la schiuma. + +E per leva s; vinci lambascia +con lanimo che vince ogne battaglia, +se col suo grave corpo non saccascia. + +Pi lunga scala convien che si saglia; +non basta da costoro esser partito. +Se tu mi ntendi, or fa s che ti vaglia. + +Levami allor, mostrandomi fornito +meglio di lena chi non mi sentia, +e dissi: Va, chi son forte e ardito. + +Su per lo scoglio prendemmo la via, +chera ronchioso, stretto e malagevole, +ed erto pi assai che quel di pria. + +Parlando andava per non parer fievole; +onde una voce usc de laltro fosso, +a parole formar disconvenevole. + +Non so che disse, ancor che sovra l dosso +fossi de larco gi che varca quivi; +ma chi parlava ad ire parea mosso. + +Io era vlto in gi, ma li occhi vivi +non poteano ire al fondo per lo scuro; +per chio: Maestro, fa che tu arrivi + +da laltro cinghio e dismontiam lo muro; +ch, com i odo quinci e non intendo, +cos gi veggio e neente affiguro. + +Altra risposta, disse, non ti rendo +se non lo far; ch la dimanda onesta +si de seguir con lopera tacendo. + +Noi discendemmo il ponte da la testa +dove saggiugne con lottava ripa, +e poi mi fu la bolgia manifesta: + +e vidivi entro terribile stipa +di serpenti, e di s diversa mena +che la memoria il sangue ancor mi scipa. + +Pi non si vanti Libia con sua rena; +ch se chelidri, iaculi e faree +produce, e cencri con anfisibena, + +n tante pestilenzie n s ree +mostr gi mai con tutta lEtopia +n con ci che di sopra al Mar Rosso e. + +Tra questa cruda e tristissima copia +corran genti nude e spaventate, +sanza sperar pertugio o elitropia: + +con serpi le man dietro avean legate; +quelle ficcavan per le ren la coda +e l capo, ed eran dinanzi aggroppate. + +Ed ecco a un chera da nostra proda, +savvent un serpente che l trafisse +l dove l collo a le spalle sannoda. + +N O s tosto mai n I si scrisse, +com el saccese e arse, e cener tutto +convenne che cascando divenisse; + +e poi che fu a terra s distrutto, +la polver si raccolse per s stessa +e n quel medesmo ritorn di butto. + +Cos per li gran savi si confessa +che la fenice more e poi rinasce, +quando al cinquecentesimo anno appressa; + +erba n biado in sua vita non pasce, +ma sol dincenso lagrime e damomo, +e nardo e mirra son lultime fasce. + +E qual quel che cade, e non sa como, +per forza di demon cha terra il tira, +o daltra oppilazion che lega lomo, + +quando si leva, che ntorno si mira +tutto smarrito de la grande angoscia +chelli ha sofferta, e guardando sospira: + +tal era l peccator levato poscia. +Oh potenza di Dio, quant severa, +che cotai colpi per vendetta croscia! + +Lo duca il domand poi chi ello era; +per chei rispuose: Io piovvi di Toscana, +poco tempo , in questa gola fiera. + +Vita bestial mi piacque e non umana, +s come a mul chi fui; son Vanni Fucci +bestia, e Pistoia mi fu degna tana. + +E o al duca: Dilli che non mucci, +e domanda che colpa qua gi l pinse; +chio l vidi uomo di sangue e di crucci. + +E l peccator, che ntese, non sinfinse, +ma drizz verso me lanimo e l volto, +e di trista vergogna si dipinse; + +poi disse: Pi mi duol che tu mhai colto +ne la miseria dove tu mi vedi, +che quando fui de laltra vita tolto. + +Io non posso negar quel che tu chiedi; +in gi son messo tanto perch io fui +ladro a la sagrestia di belli arredi, + +e falsamente gi fu apposto altrui. +Ma perch di tal vista tu non godi, +se mai sarai di fuor da luoghi bui, + +apri li orecchi al mio annunzio, e odi. +Pistoia in pria di Neri si dimagra; +poi Fiorenza rinova gente e modi. + +Tragge Marte vapor di Val di Magra +ch di torbidi nuvoli involuto; +e con tempesta impetosa e agra + +sovra Campo Picen fia combattuto; +ond ei repente spezzer la nebbia, +s chogne Bianco ne sar feruto. + +E detto lho perch doler ti debbia!. + + + +Inferno Canto XXV + + +Al fine de le sue parole il ladro +le mani alz con amendue le fiche, +gridando: Togli, Dio, cha te le squadro!. + +Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, +perch una li savvolse allora al collo, +come dicesse Non vo che pi diche; + +e unaltra a le braccia, e rilegollo, +ribadendo s stessa s dinanzi, +che non potea con esse dare un crollo. + +Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi +dincenerarti s che pi non duri, +poi che n mal fare il seme tuo avanzi? + +Per tutt i cerchi de lo nferno scuri +non vidi spirto in Dio tanto superbo, +non quel che cadde a Tebe gi da muri. + +El si fugg che non parl pi verbo; +e io vidi un centauro pien di rabbia +venir chiamando: Ov , ov lacerbo?. + +Maremma non cred io che tante nabbia, +quante bisce elli avea su per la groppa +infin ove comincia nostra labbia. + +Sovra le spalle, dietro da la coppa, +con lali aperte li giacea un draco; +e quello affuoca qualunque sintoppa. + +Lo mio maestro disse: Questi Caco, +che, sotto l sasso di monte Aventino, +di sangue fece spesse volte laco. + +Non va co suoi fratei per un cammino, +per lo furto che frodolente fece +del grande armento chelli ebbe a vicino; + +onde cessar le sue opere biece +sotto la mazza dErcule, che forse +gliene di cento, e non sent le diece. + +Mentre che s parlava, ed el trascorse, +e tre spiriti venner sotto noi, +de quai n io n l duca mio saccorse, + +se non quando gridar: Chi siete voi?; +per che nostra novella si ristette, +e intendemmo pur ad essi poi. + +Io non li conoscea; ma ei seguette, +come suol seguitar per alcun caso, +che lun nomar un altro convenette, + +dicendo: Cianfa dove fia rimaso?; +per chio, acci che l duca stesse attento, +mi puosi l dito su dal mento al naso. + +Se tu se or, lettore, a creder lento +ci chio dir, non sar maraviglia, +ch io che l vidi, a pena il mi consento. + +Com io tenea levate in lor le ciglia, +e un serpente con sei pi si lancia +dinanzi a luno, e tutto a lui sappiglia. + +Co pi di mezzo li avvinse la pancia +e con li anteror le braccia prese; +poi li addent e luna e laltra guancia; + +li diretani a le cosce distese, +e miseli la coda tra mbedue +e dietro per le ren s la ritese. + +Ellera abbarbicata mai non fue +ad alber s, come lorribil fiera +per laltrui membra avviticchi le sue. + +Poi sappiccar, come di calda cera +fossero stati, e mischiar lor colore, +n lun n laltro gi parea quel chera: + +come procede innanzi da lardore, +per lo papiro suso, un color bruno +che non nero ancora e l bianco more. + +Li altri due l riguardavano, e ciascuno +gridava: Om, Agnel, come ti muti! +Vedi che gi non se n due n uno. + +Gi eran li due capi un divenuti, +quando napparver due figure miste +in una faccia, ov eran due perduti. + +Fersi le braccia due di quattro liste; +le cosce con le gambe e l ventre e l casso +divenner membra che non fuor mai viste. + +Ogne primaio aspetto ivi era casso: +due e nessun limagine perversa +parea; e tal sen gio con lento passo. + +Come l ramarro sotto la gran fersa +dei d canicular, cangiando sepe, +folgore par se la via attraversa, + +s pareva, venendo verso lepe +de li altri due, un serpentello acceso, +livido e nero come gran di pepe; + +e quella parte onde prima preso +nostro alimento, a lun di lor trafisse; +poi cadde giuso innanzi lui disteso. + +Lo trafitto l mir, ma nulla disse; +anzi, co pi fermati, sbadigliava +pur come sonno o febbre lassalisse. + +Elli l serpente e quei lui riguardava; +lun per la piaga e laltro per la bocca +fummavan forte, e l fummo si scontrava. + +Taccia Lucano ormai l dov e tocca +del misero Sabello e di Nasidio, +e attenda a udir quel chor si scocca. + +Taccia di Cadmo e dAretusa Ovidio, +ch se quello in serpente e quella in fonte +converte poetando, io non lo nvidio; + +ch due nature mai a fronte a fronte +non trasmut s chamendue le forme +a cambiar lor matera fosser pronte. + +Insieme si rispuosero a tai norme, +che l serpente la coda in forca fesse, +e l feruto ristrinse insieme lorme. + +Le gambe con le cosce seco stesse +sappiccar s, che n poco la giuntura +non facea segno alcun che si paresse. + +Togliea la coda fessa la figura +che si perdeva l, e la sua pelle +si facea molle, e quella di l dura. + +Io vidi intrar le braccia per lascelle, +e i due pi de la fiera, cheran corti, +tanto allungar quanto accorciavan quelle. + +Poscia li pi di rietro, insieme attorti, +diventaron lo membro che luom cela, +e l misero del suo navea due porti. + +Mentre che l fummo luno e laltro vela +di color novo, e genera l pel suso +per luna parte e da laltra il dipela, + +lun si lev e laltro cadde giuso, +non torcendo per le lucerne empie, +sotto le quai ciascun cambiava muso. + +Quel chera dritto, il trasse ver le tempie, +e di troppa matera chin l venne +uscir li orecchi de le gote scempie; + +ci che non corse in dietro e si ritenne +di quel soverchio, f naso a la faccia +e le labbra ingross quanto convenne. + +Quel che giaca, il muso innanzi caccia, +e li orecchi ritira per la testa +come face le corna la lumaccia; + +e la lingua, chava unita e presta +prima a parlar, si fende, e la forcuta +ne laltro si richiude; e l fummo resta. + +Lanima chera fiera divenuta, +suffolando si fugge per la valle, +e laltro dietro a lui parlando sputa. + +Poscia li volse le novelle spalle, +e disse a laltro: I vo che Buoso corra, +com ho fatt io, carpon per questo calle. + +Cos vid io la settima zavorra +mutare e trasmutare; e qui mi scusi +la novit se fior la penna abborra. + +E avvegna che li occhi miei confusi +fossero alquanto e lanimo smagato, +non poter quei fuggirsi tanto chiusi, + +chi non scorgessi ben Puccio Sciancato; +ed era quel che sol, di tre compagni +che venner prima, non era mutato; + +laltr era quel che tu, Gaville, piagni. + + + +Inferno Canto XXVI + + +Godi, Fiorenza, poi che se s grande +che per mare e per terra batti lali, +e per lo nferno tuo nome si spande! + +Tra li ladron trovai cinque cotali +tuoi cittadini onde mi ven vergogna, +e tu in grande orranza non ne sali. + +Ma se presso al mattin del ver si sogna, +tu sentirai, di qua da picciol tempo, +di quel che Prato, non chaltri, tagogna. + +E se gi fosse, non saria per tempo. +Cos foss ei, da che pur esser dee! +ch pi mi graver, com pi mattempo. + +Noi ci partimmo, e su per le scalee +che navea fatto iborni a scender pria, +rimont l duca mio e trasse mee; + +e proseguendo la solinga via, +tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio +lo pi sanza la man non si spedia. + +Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio +quando drizzo la mente a ci chio vidi, +e pi lo ngegno affreno chi non soglio, + +perch non corra che virt nol guidi; +s che, se stella bona o miglior cosa +mha dato l ben, chio stessi nol minvidi. + +Quante l villan chal poggio si riposa, +nel tempo che colui che l mondo schiara +la faccia sua a noi tien meno ascosa, + +come la mosca cede a la zanzara, +vede lucciole gi per la vallea, +forse col dov e vendemmia e ara: + +di tante fiamme tutta risplendea +lottava bolgia, s com io maccorsi +tosto che fui l ve l fondo parea. + +E qual colui che si vengi con li orsi +vide l carro dElia al dipartire, +quando i cavalli al cielo erti levorsi, + +che nol potea s con li occhi seguire, +chel vedesse altro che la fiamma sola, +s come nuvoletta, in s salire: + +tal si move ciascuna per la gola +del fosso, ch nessuna mostra l furto, +e ogne fiamma un peccatore invola. + +Io stava sovra l ponte a veder surto, +s che sio non avessi un ronchion preso, +caduto sarei gi sanz esser urto. + +E l duca che mi vide tanto atteso, +disse: Dentro dai fuochi son li spirti; +catun si fascia di quel chelli inceso. + +Maestro mio, rispuos io, per udirti +son io pi certo; ma gi mera avviso +che cos fosse, e gi voleva dirti: + +chi n quel foco che vien s diviso +di sopra, che par surger de la pira +dov Etecle col fratel fu miso?. + +Rispuose a me: L dentro si martira +Ulisse e Domede, e cos insieme +a la vendetta vanno come a lira; + +e dentro da la lor fiamma si geme +lagguato del caval che f la porta +onde usc de Romani il gentil seme. + +Piangevisi entro larte per che, morta, +Dedama ancor si duol dAchille, +e del Palladio pena vi si porta. + +Sei posson dentro da quelle faville +parlar, diss io, maestro, assai ten priego +e ripriego, che l priego vaglia mille, + +che non mi facci de lattender niego +fin che la fiamma cornuta qua vegna; +vedi che del disio ver lei mi piego!. + +Ed elli a me: La tua preghiera degna +di molta loda, e io per laccetto; +ma fa che la tua lingua si sostegna. + +Lascia parlare a me, chi ho concetto +ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi, +perch e fuor greci, forse del tuo detto. + +Poi che la fiamma fu venuta quivi +dove parve al mio duca tempo e loco, +in questa forma lui parlare audivi: + +O voi che siete due dentro ad un foco, +sio meritai di voi mentre chio vissi, +sio meritai di voi assai o poco + +quando nel mondo li alti versi scrissi, +non vi movete; ma lun di voi dica +dove, per lui, perduto a morir gissi. + +Lo maggior corno de la fiamma antica +cominci a crollarsi mormorando, +pur come quella cui vento affatica; + +indi la cima qua e l menando, +come fosse la lingua che parlasse, +gitt voce di fuori e disse: Quando + +mi diparti da Circe, che sottrasse +me pi dun anno l presso a Gaeta, +prima che s Ena la nomasse, + +n dolcezza di figlio, n la pieta +del vecchio padre, n l debito amore +lo qual dovea Penelop far lieta, + +vincer potero dentro a me lardore +chi ebbi a divenir del mondo esperto +e de li vizi umani e del valore; + +ma misi me per lalto mare aperto +sol con un legno e con quella compagna +picciola da la qual non fui diserto. + +Lun lito e laltro vidi infin la Spagna, +fin nel Morrocco, e lisola di Sardi, +e laltre che quel mare intorno bagna. + +Io e compagni eravam vecchi e tardi +quando venimmo a quella foce stretta +dov Ercule segn li suoi riguardi + +acci che luom pi oltre non si metta; +da la man destra mi lasciai Sibilia, +da laltra gi mavea lasciata Setta. + +O frati, dissi che per cento milia +perigli siete giunti a loccidente, +a questa tanto picciola vigilia + +di nostri sensi ch del rimanente +non vogliate negar lesperenza, +di retro al sol, del mondo sanza gente. + +Considerate la vostra semenza: +fatti non foste a viver come bruti, +ma per seguir virtute e canoscenza. + +Li miei compagni fec io s aguti, +con questa orazion picciola, al cammino, +che a pena poscia li avrei ritenuti; + +e volta nostra poppa nel mattino, +de remi facemmo ali al folle volo, +sempre acquistando dal lato mancino. + +Tutte le stelle gi de laltro polo +vedea la notte, e l nostro tanto basso, +che non surga fuor del marin suolo. + +Cinque volte racceso e tante casso +lo lume era di sotto da la luna, +poi che ntrati eravam ne lalto passo, + +quando napparve una montagna, bruna +per la distanza, e parvemi alta tanto +quanto veduta non ava alcuna. + +Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto; +ch de la nova terra un turbo nacque +e percosse del legno il primo canto. + +Tre volte il f girar con tutte lacque; +a la quarta levar la poppa in suso +e la prora ire in gi, com altrui piacque, + +infin che l mar fu sovra noi richiuso. + + + +Inferno Canto XXVII + + +Gi era dritta in s la fiamma e queta +per non dir pi, e gi da noi sen gia +con la licenza del dolce poeta, + +quand unaltra, che dietro a lei vena, +ne fece volger li occhi a la sua cima +per un confuso suon che fuor nuscia. + +Come l bue cicilian che mugghi prima +col pianto di colui, e ci fu dritto, +che lavea temperato con sua lima, + +mugghiava con la voce de lafflitto, +s che, con tutto che fosse di rame, +pur el pareva dal dolor trafitto; + +cos, per non aver via n forame +dal principio nel foco, in suo linguaggio +si convertan le parole grame. + +Ma poscia chebber colto lor vaggio +su per la punta, dandole quel guizzo +che dato avea la lingua in lor passaggio, + +udimmo dire: O tu a cu io drizzo +la voce e che parlavi mo lombardo, +dicendo Istra ten va, pi non tadizzo, + +perch io sia giunto forse alquanto tardo, +non tincresca restare a parlar meco; +vedi che non incresce a me, e ardo! + +Se tu pur mo in questo mondo cieco +caduto se di quella dolce terra +latina ond io mia colpa tutta reco, + +dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; +chio fui di monti l intra Orbino +e l giogo di che Tever si diserra. + +Io era in giuso ancora attento e chino, +quando il mio duca mi tent di costa, +dicendo: Parla tu; questi latino. + +E io, chavea gi pronta la risposta, +sanza indugio a parlare incominciai: +O anima che se l gi nascosta, + +Romagna tua non , e non fu mai, +sanza guerra ne cuor de suoi tiranni; +ma n palese nessuna or vi lasciai. + +Ravenna sta come stata molt anni: +laguglia da Polenta la si cova, +s che Cervia ricuopre co suoi vanni. + +La terra che f gi la lunga prova +e di Franceschi sanguinoso mucchio, +sotto le branche verdi si ritrova. + +E l mastin vecchio e l nuovo da Verrucchio, +che fecer di Montagna il mal governo, +l dove soglion fan di denti succhio. + +Le citt di Lamone e di Santerno +conduce il loncel dal nido bianco, +che muta parte da la state al verno. + +E quella cu il Savio bagna il fianco, +cos com ella sie tra l piano e l monte, +tra tirannia si vive e stato franco. + +Ora chi se, ti priego che ne conte; +non esser duro pi chaltri sia stato, +se l nome tuo nel mondo tegna fronte. + +Poscia che l foco alquanto ebbe rugghiato +al modo suo, laguta punta mosse +di qua, di l, e poi di cotal fiato: + +Si credesse che mia risposta fosse +a persona che mai tornasse al mondo, +questa fiamma staria sanza pi scosse; + +ma per che gi mai di questo fondo +non torn vivo alcun, si odo il vero, +sanza tema dinfamia ti rispondo. + +Io fui uom darme, e poi fui cordigliero, +credendomi, s cinto, fare ammenda; +e certo il creder mio vena intero, + +se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, +che mi rimise ne le prime colpe; +e come e quare, voglio che mintenda. + +Mentre chio forma fui dossa e di polpe +che la madre mi di, lopere mie +non furon leonine, ma di volpe. + +Li accorgimenti e le coperte vie +io seppi tutte, e s menai lor arte, +chal fine de la terra il suono uscie. + +Quando mi vidi giunto in quella parte +di mia etade ove ciascun dovrebbe +calar le vele e raccoglier le sarte, + +ci che pria mi piaca, allor mincrebbe, +e pentuto e confesso mi rendei; +ahi miser lasso! e giovato sarebbe. + +Lo principe di novi Farisei, +avendo guerra presso a Laterano, +e non con Saracin n con Giudei, + +ch ciascun suo nimico era cristiano, +e nessun era stato a vincer Acri +n mercatante in terra di Soldano, + +n sommo officio n ordini sacri +guard in s, n in me quel capestro +che solea fare i suoi cinti pi macri. + +Ma come Costantin chiese Silvestro +dentro Siratti a guerir de la lebbre, +cos mi chiese questi per maestro + +a guerir de la sua superba febbre; +domandommi consiglio, e io tacetti +perch le sue parole parver ebbre. + +E poi ridisse: Tuo cuor non sospetti; +finor tassolvo, e tu minsegna fare +s come Penestrino in terra getti. + +Lo ciel poss io serrare e diserrare, +come tu sai; per son due le chiavi +che l mio antecessor non ebbe care. + +Allor mi pinser li argomenti gravi +l ve l tacer mi fu avviso l peggio, +e dissi: Padre, da che tu mi lavi + +di quel peccato ov io mo cader deggio, +lunga promessa con lattender corto +ti far trunfar ne lalto seggio. + +Francesco venne poi, com io fu morto, +per me; ma un di neri cherubini +li disse: Non portar: non mi far torto. + +Venir se ne dee gi tra miei meschini +perch diede l consiglio frodolente, +dal quale in qua stato li sono a crini; + +chassolver non si pu chi non si pente, +n pentere e volere insieme puossi +per la contradizion che nol consente. + +Oh me dolente! come mi riscossi +quando mi prese dicendomi: Forse +tu non pensavi chio lico fossi!. + +A Mins mi port; e quelli attorse +otto volte la coda al dosso duro; +e poi che per gran rabbia la si morse, + +disse: Questi di rei del foco furo; +per chio l dove vedi son perduto, +e s vestito, andando, mi rancuro. + +Quand elli ebbe l suo dir cos compiuto, +la fiamma dolorando si partio, +torcendo e dibattendo l corno aguto. + +Noi passamm oltre, e io e l duca mio, +su per lo scoglio infino in su laltr arco +che cuopre l fosso in che si paga il fio + +a quei che scommettendo acquistan carco. + + + +Inferno Canto XXVIII + + +Chi poria mai pur con parole sciolte +dicer del sangue e de le piaghe a pieno +chi ora vidi, per narrar pi volte? + +Ogne lingua per certo verria meno +per lo nostro sermone e per la mente +channo a tanto comprender poco seno. + +Sel saunasse ancor tutta la gente +che gi, in su la fortunata terra +di Puglia, fu del suo sangue dolente + +per li Troiani e per la lunga guerra +che de lanella f s alte spoglie, +come Livo scrive, che non erra, + +con quella che sentio di colpi doglie +per contastare a Ruberto Guiscardo; +e laltra il cui ossame ancor saccoglie + +a Ceperan, l dove fu bugiardo +ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo, +dove sanz arme vinse il vecchio Alardo; + +e qual forato suo membro e qual mozzo +mostrasse, daequar sarebbe nulla +il modo de la nona bolgia sozzo. + +Gi veggia, per mezzul perdere o lulla, +com io vidi un, cos non si pertugia, +rotto dal mento infin dove si trulla. + +Tra le gambe pendevan le minugia; +la corata pareva e l tristo sacco +che merda fa di quel che si trangugia. + +Mentre che tutto in lui veder mattacco, +guardommi e con le man saperse il petto, +dicendo: Or vedi com io mi dilacco! + +vedi come storpiato Mometto! +Dinanzi a me sen va piangendo Al, +fesso nel volto dal mento al ciuffetto. + +E tutti li altri che tu vedi qui, +seminator di scandalo e di scisma +fuor vivi, e per son fessi cos. + +Un diavolo qua dietro che naccisma +s crudelmente, al taglio de la spada +rimettendo ciascun di questa risma, + +quand avem volta la dolente strada; +per che le ferite son richiuse +prima chaltri dinanzi li rivada. + +Ma tu chi se che n su lo scoglio muse, +forse per indugiar dire a la pena +ch giudicata in su le tue accuse?. + +N morte l giunse ancor, n colpa l mena, +rispuose l mio maestro, a tormentarlo; +ma per dar lui esperenza piena, + +a me, che morto son, convien menarlo +per lo nferno qua gi di giro in giro; +e quest ver cos com io ti parlo. + +Pi fuor di cento che, quando ludiro, +sarrestaron nel fosso a riguardarmi +per maraviglia, oblando il martiro. + +Or d a fra Dolcin dunque che sarmi, +tu che forse vedra il sole in breve, +sello non vuol qui tosto seguitarmi, + +s di vivanda, che stretta di neve +non rechi la vittoria al Noarese, +chaltrimenti acquistar non saria leve. + +Poi che lun pi per girsene sospese, +Mometto mi disse esta parola; +indi a partirsi in terra lo distese. + +Un altro, che forata avea la gola +e tronco l naso infin sotto le ciglia, +e non avea mai chuna orecchia sola, + +ristato a riguardar per maraviglia +con li altri, innanzi a li altri apr la canna, +chera di fuor dogne parte vermiglia, + +e disse: O tu cui colpa non condanna +e cu io vidi su in terra latina, +se troppa simiglianza non minganna, + +rimembriti di Pier da Medicina, +se mai torni a veder lo dolce piano +che da Vercelli a Marcab dichina. + +E fa saper a due miglior da Fano, +a messer Guido e anco ad Angiolello, +che, se lantiveder qui non vano, + +gittati saran fuor di lor vasello +e mazzerati presso a la Cattolica +per tradimento dun tiranno fello. + +Tra lisola di Cipri e di Maiolica +non vide mai s gran fallo Nettuno, +non da pirate, non da gente argolica. + +Quel traditor che vede pur con luno, +e tien la terra che tale qui meco +vorrebbe di vedere esser digiuno, + +far venirli a parlamento seco; +poi far s, chal vento di Focara +non sar lor mestier voto n preco. + +E io a lui: Dimostrami e dichiara, +se vuo chi porti s di te novella, +chi colui da la veduta amara. + +Allor puose la mano a la mascella +dun suo compagno e la bocca li aperse, +gridando: Questi desso, e non favella. + +Questi, scacciato, il dubitar sommerse +in Cesare, affermando che l fornito +sempre con danno lattender sofferse. + +Oh quanto mi pareva sbigottito +con la lingua tagliata ne la strozza +Curo, cha dir fu cos ardito! + +E un chavea luna e laltra man mozza, +levando i moncherin per laura fosca, +s che l sangue facea la faccia sozza, + +grid: Ricorderati anche del Mosca, +che disse, lasso!, Capo ha cosa fatta, +che fu mal seme per la gente tosca. + +E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta; +per chelli, accumulando duol con duolo, +sen gio come persona trista e matta. + +Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, +e vidi cosa chio avrei paura, +sanza pi prova, di contarla solo; + +se non che coscenza massicura, +la buona compagnia che luom francheggia +sotto lasbergo del sentirsi pura. + +Io vidi certo, e ancor par chio l veggia, +un busto sanza capo andar s come +andavan li altri de la trista greggia; + +e l capo tronco tenea per le chiome, +pesol con mano a guisa di lanterna: +e quel mirava noi e dicea: Oh me!. + +Di s facea a s stesso lucerna, +ed eran due in uno e uno in due; +com esser pu, quei sa che s governa. + +Quando diritto al pi del ponte fue, +lev l braccio alto con tutta la testa +per appressarne le parole sue, + +che fuoro: Or vedi la pena molesta, +tu che, spirando, vai veggendo i morti: +vedi salcuna grande come questa. + +E perch tu di me novella porti, +sappi chi son Bertram dal Bornio, quelli +che diedi al re giovane i ma conforti. + +Io feci il padre e l figlio in s ribelli; +Achitofl non f pi dAbsalone +e di Davd coi malvagi punzelli. + +Perch io parti cos giunte persone, +partito porto il mio cerebro, lasso!, +dal suo principio ch in questo troncone. + +Cos sosserva in me lo contrapasso. + + + +Inferno Canto XXIX + + +La molta gente e le diverse piaghe +avean le luci mie s inebrate, +che de lo stare a piangere eran vaghe. + +Ma Virgilio mi disse: Che pur guate? +perch la vista tua pur si soffolge +l gi tra lombre triste smozzicate? + +Tu non hai fatto s a laltre bolge; +pensa, se tu annoverar le credi, +che miglia ventidue la valle volge. + +E gi la luna sotto i nostri piedi; +lo tempo poco omai che n concesso, +e altro da veder che tu non vedi. + +Se tu avessi, rispuos io appresso, +atteso a la cagion per chio guardava, +forse mavresti ancor lo star dimesso. + +Parte sen giva, e io retro li andava, +lo duca, gi faccendo la risposta, +e soggiugnendo: Dentro a quella cava + +dov io tenea or li occhi s a posta, +credo chun spirto del mio sangue pianga +la colpa che l gi cotanto costa. + +Allor disse l maestro: Non si franga +lo tuo pensier da qui innanzi sovr ello. +Attendi ad altro, ed ei l si rimanga; + +chio vidi lui a pi del ponticello +mostrarti e minacciar forte col dito, +e udi l nominar Geri del Bello. + +Tu eri allor s del tutto impedito +sovra colui che gi tenne Altaforte, +che non guardasti in l, s fu partito. + +O duca mio, la volenta morte +che non li vendicata ancor, diss io, +per alcun che de lonta sia consorte, + +fece lui disdegnoso; ond el sen gio +sanza parlarmi, s com o estimo: +e in ci mha el fatto a s pi pio. + +Cos parlammo infino al loco primo +che de lo scoglio laltra valle mostra, +se pi lume vi fosse, tutto ad imo. + +Quando noi fummo sor lultima chiostra +di Malebolge, s che i suoi conversi +potean parere a la veduta nostra, + +lamenti saettaron me diversi, +che di piet ferrati avean li strali; +ond io li orecchi con le man copersi. + +Qual dolor fora, se de li spedali +di Valdichiana tra l luglio e l settembre +e di Maremma e di Sardigna i mali + +fossero in una fossa tutti nsembre, +tal era quivi, e tal puzzo nusciva +qual suol venir de le marcite membre. + +Noi discendemmo in su lultima riva +del lungo scoglio, pur da man sinistra; +e allor fu la mia vista pi viva + +gi ver lo fondo, la ve la ministra +de lalto Sire infallibil giustizia +punisce i falsador che qui registra. + +Non credo cha veder maggior tristizia +fosse in Egina il popol tutto infermo, +quando fu laere s pien di malizia, + +che li animali, infino al picciol vermo, +cascaron tutti, e poi le genti antiche, +secondo che i poeti hanno per fermo, + +si ristorar di seme di formiche; +chera a veder per quella oscura valle +languir li spirti per diverse biche. + +Qual sovra l ventre e qual sovra le spalle +lun de laltro giacea, e qual carpone +si trasmutava per lo tristo calle. + +Passo passo andavam sanza sermone, +guardando e ascoltando li ammalati, +che non potean levar le lor persone. + +Io vidi due sedere a s poggiati, +com a scaldar si poggia tegghia a tegghia, +dal capo al pi di schianze macolati; + +e non vidi gi mai menare stregghia +a ragazzo aspettato dal segnorso, +n a colui che mal volontier vegghia, + +come ciascun menava spesso il morso +de lunghie sopra s per la gran rabbia +del pizzicor, che non ha pi soccorso; + +e s traevan gi lunghie la scabbia, +come coltel di scardova le scaglie +o daltro pesce che pi larghe labbia. + +O tu che con le dita ti dismaglie, +cominci l duca mio a lun di loro, +e che fai desse talvolta tanaglie, + +dinne salcun Latino tra costoro +che son quinc entro, se lunghia ti basti +etternalmente a cotesto lavoro. + +Latin siam noi, che tu vedi s guasti +qui ambedue, rispuose lun piangendo; +ma tu chi se che di noi dimandasti?. + +E l duca disse: I son un che discendo +con questo vivo gi di balzo in balzo, +e di mostrar lo nferno a lui intendo. + +Allor si ruppe lo comun rincalzo; +e tremando ciascuno a me si volse +con altri che ludiron di rimbalzo. + +Lo buon maestro a me tutto saccolse, +dicendo: D a lor ci che tu vuoli; +e io incominciai, poscia chei volse: + +Se la vostra memoria non simboli +nel primo mondo da lumane menti, +ma sella viva sotto molti soli, + +ditemi chi voi siete e di che genti; +la vostra sconcia e fastidiosa pena +di palesarvi a me non vi spaventi. + +Io fui dArezzo, e Albero da Siena, +rispuose lun, mi f mettere al foco; +ma quel per chio mori qui non mi mena. + +Vero chi dissi lui, parlando a gioco: +I mi saprei levar per laere a volo; +e quei, chavea vaghezza e senno poco, + +volle chi li mostrassi larte; e solo +perch io nol feci Dedalo, mi fece +ardere a tal che lavea per figliuolo. + +Ma ne lultima bolgia de le diece +me per lalchmia che nel mondo usai +dann Mins, a cui fallar non lece. + +E io dissi al poeta: Or fu gi mai +gente s vana come la sanese? +Certo non la francesca s dassai!. + +Onde laltro lebbroso, che mintese, +rispuose al detto mio: Tramene Stricca +che seppe far le temperate spese, + +e Niccol che la costuma ricca +del garofano prima discoverse +ne lorto dove tal seme sappicca; + +e trane la brigata in che disperse +Caccia dAscian la vigna e la gran fonda, +e lAbbagliato suo senno proferse. + +Ma perch sappi chi s ti seconda +contra i Sanesi, aguzza ver me locchio, +s che la faccia mia ben ti risponda: + +s vedrai chio son lombra di Capocchio, +che falsai li metalli con lalchmia; +e te dee ricordar, se ben tadocchio, + +com io fui di natura buona scimia. + + + +Inferno Canto XXX + + +Nel tempo che Iunone era crucciata +per Semel contra l sangue tebano, +come mostr una e altra fata, + +Atamante divenne tanto insano, +che veggendo la moglie con due figli +andar carcata da ciascuna mano, + +grid: Tendiam le reti, s chio pigli +la leonessa e leoncini al varco; +e poi distese i dispietati artigli, + +prendendo lun chavea nome Learco, +e rotollo e percosselo ad un sasso; +e quella sanneg con laltro carco. + +E quando la fortuna volse in basso +laltezza de Troian che tutto ardiva, +s che nsieme col regno il re fu casso, + +Ecuba trista, misera e cattiva, +poscia che vide Polissena morta, +e del suo Polidoro in su la riva + +del mar si fu la dolorosa accorta, +forsennata latr s come cane; +tanto il dolor le f la mente torta. + +Ma n di Tebe furie n troiane +si vider mi in alcun tanto crude, +non punger bestie, nonch membra umane, + +quant io vidi in due ombre smorte e nude, +che mordendo correvan di quel modo +che l porco quando del porcil si schiude. + +Luna giunse a Capocchio, e in sul nodo +del collo lassann, s che, tirando, +grattar li fece il ventre al fondo sodo. + +E lAretin che rimase, tremando +mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi, +e va rabbioso altrui cos conciando. + +Oh, diss io lui, se laltro non ti ficchi +li denti a dosso, non ti sia fatica +a dir chi , pria che di qui si spicchi. + +Ed elli a me: Quell lanima antica +di Mirra scellerata, che divenne +al padre, fuor del dritto amore, amica. + +Questa a peccar con esso cos venne, +falsificando s in altrui forma, +come laltro che l sen va, sostenne, + +per guadagnar la donna de la torma, +falsificare in s Buoso Donati, +testando e dando al testamento norma. + +E poi che i due rabbiosi fuor passati +sovra cu io avea locchio tenuto, +rivolsilo a guardar li altri mal nati. + +Io vidi un, fatto a guisa di luto, +pur chelli avesse avuta languinaia +tronca da laltro che luomo ha forcuto. + +La grave idropes, che s dispaia +le membra con lomor che mal converte, +che l viso non risponde a la ventraia, + +faceva lui tener le labbra aperte +come letico fa, che per la sete +lun verso l mento e laltro in s rinverte. + +O voi che sanz alcuna pena siete, +e non so io perch, nel mondo gramo, +diss elli a noi, guardate e attendete + +a la miseria del maestro Adamo; +io ebbi, vivo, assai di quel chi volli, +e ora, lasso!, un gocciol dacqua bramo. + +Li ruscelletti che di verdi colli +del Casentin discendon giuso in Arno, +faccendo i lor canali freddi e molli, + +sempre mi stanno innanzi, e non indarno, +ch limagine lor vie pi masciuga +che l male ond io nel volto mi discarno. + +La rigida giustizia che mi fruga +tragge cagion del loco ov io peccai +a metter pi li miei sospiri in fuga. + +Ivi Romena, l dov io falsai +la lega suggellata del Batista; +per chio il corpo s arso lasciai. + +Ma sio vedessi qui lanima trista +di Guido o dAlessandro o di lor frate, +per Fonte Branda non darei la vista. + +Dentro c luna gi, se larrabbiate +ombre che vanno intorno dicon vero; +ma che mi val, cho le membra legate? + +Sio fossi pur di tanto ancor leggero +chi potessi in cent anni andare unoncia, +io sarei messo gi per lo sentiero, + +cercando lui tra questa gente sconcia, +con tutto chella volge undici miglia, +e men dun mezzo di traverso non ci ha. + +Io son per lor tra s fatta famiglia; +e mindussero a batter li fiorini +chavevan tre carati di mondiglia. + +E io a lui: Chi son li due tapini +che fumman come man bagnate l verno, +giacendo stretti a tuoi destri confini?. + +Qui li trovaie poi volta non dierno, +rispuose, quando piovvi in questo greppo, +e non credo che dieno in sempiterno. + +Luna la falsa chaccus Gioseppo; +laltr l falso Sinon greco di Troia: +per febbre aguta gittan tanto leppo. + +E lun di lor, che si rec a noia +forse desser nomato s oscuro, +col pugno li percosse lepa croia. + +Quella son come fosse un tamburo; +e mastro Adamo li percosse il volto +col braccio suo, che non parve men duro, + +dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto +lo muover per le membra che son gravi, +ho io il braccio a tal mestiere sciolto. + +Ond ei rispuose: Quando tu andavi +al fuoco, non lavei tu cos presto; +ma s e pi lavei quando coniavi. + +E lidropico: Tu di ver di questo: +ma tu non fosti s ver testimonio +l ve del ver fosti a Troia richesto. + +Sio dissi falso, e tu falsasti il conio, +disse Sinon; e son qui per un fallo, +e tu per pi chalcun altro demonio!. + +Ricorditi, spergiuro, del cavallo, +rispuose quel chava infiata lepa; +e sieti reo che tutto il mondo sallo!. + +E te sia rea la sete onde ti crepa, +disse l Greco, la lingua, e lacqua marcia +che l ventre innanzi a li occhi s tassiepa!. + +Allora il monetier: Cos si squarcia +la bocca tua per tuo mal come suole; +ch, si ho sete e omor mi rinfarcia, + +tu hai larsura e l capo che ti duole, +e per leccar lo specchio di Narcisso, +non vorresti a nvitar molte parole. + +Ad ascoltarli er io del tutto fisso, +quando l maestro mi disse: Or pur mira, +che per poco che teco non mi risso!. + +Quand io l senti a me parlar con ira, +volsimi verso lui con tal vergogna, +chancor per la memoria mi si gira. + +Qual colui che suo dannaggio sogna, +che sognando desidera sognare, +s che quel ch, come non fosse, agogna, + +tal mi fec io, non possendo parlare, +che disava scusarmi, e scusava +me tuttavia, e nol mi credea fare. + +Maggior difetto men vergogna lava, +disse l maestro, che l tuo non stato; +per dogne trestizia ti disgrava. + +E fa ragion chio ti sia sempre allato, +se pi avvien che fortuna taccoglia +dove sien genti in simigliante piato: + +ch voler ci udire bassa voglia. + + + +Inferno Canto XXXI + + +Una medesma lingua pria mi morse, +s che mi tinse luna e laltra guancia, +e poi la medicina mi riporse; + +cos od io che solea far la lancia +dAchille e del suo padre esser cagione +prima di trista e poi di buona mancia. + +Noi demmo il dosso al misero vallone +su per la ripa che l cinge dintorno, +attraversando sanza alcun sermone. + +Quiv era men che notte e men che giorno, +s che l viso mandava innanzi poco; +ma io senti sonare un alto corno, + +tanto chavrebbe ogne tuon fatto fioco, +che, contra s la sua via seguitando, +dirizz li occhi miei tutti ad un loco. + +Dopo la dolorosa rotta, quando +Carlo Magno perd la santa gesta, +non son s terribilmente Orlando. + +Poco porti in l volta la testa, +che me parve veder molte alte torri; +ond io: Maestro, d, che terra questa?. + +Ed elli a me: Per che tu trascorri +per le tenebre troppo da la lungi, +avvien che poi nel maginare abborri. + +Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi, +quanto l senso singanna di lontano; +per alquanto pi te stesso pungi. + +Poi caramente mi prese per mano +e disse: Pria che noi siam pi avanti, +acci che l fatto men ti paia strano, + +sappi che non son torri, ma giganti, +e son nel pozzo intorno da la ripa +da lumbilico in giuso tutti quanti. + +Come quando la nebbia si dissipa, +lo sguardo a poco a poco raffigura +ci che cela l vapor che laere stipa, + +cos forando laura grossa e scura, +pi e pi appressando ver la sponda, +fuggiemi errore e cresciemi paura; + +per che, come su la cerchia tonda +Montereggion di torri si corona, +cos la proda che l pozzo circonda + +torreggiavan di mezza la persona +li orribili giganti, cui minaccia +Giove del cielo ancora quando tuona. + +E io scorgeva gi dalcun la faccia, +le spalle e l petto e del ventre gran parte, +e per le coste gi ambo le braccia. + +Natura certo, quando lasci larte +di s fatti animali, assai f bene +per trre tali essecutori a Marte. + +E sella delefanti e di balene +non si pente, chi guarda sottilmente, +pi giusta e pi discreta la ne tene; + +ch dove largomento de la mente +saggiugne al mal volere e a la possa, +nessun riparo vi pu far la gente. + +La faccia sua mi parea lunga e grossa +come la pina di San Pietro a Roma, +e a sua proporzione eran laltre ossa; + +s che la ripa, chera perizoma +dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto +di sovra, che di giugnere a la chioma + +tre Frison saverien dato mal vanto; +per chi ne vedea trenta gran palmi +dal loco in gi dov omo affibbia l manto. + +Raphl ma amcche zab almi, +cominci a gridar la fiera bocca, +cui non si convenia pi dolci salmi. + +E l duca mio ver lui: Anima sciocca, +tienti col corno, e con quel ti disfoga +quand ira o altra passon ti tocca! + +Crcati al collo, e troverai la soga +che l tien legato, o anima confusa, +e vedi lui che l gran petto ti doga. + +Poi disse a me: Elli stessi saccusa; +questi Nembrotto per lo cui mal coto +pur un linguaggio nel mondo non susa. + +Lascinlo stare e non parliamo a vto; +ch cos a lui ciascun linguaggio +come l suo ad altrui, cha nullo noto. + +Facemmo adunque pi lungo vaggio, +vlti a sinistra; e al trar dun balestro +trovammo laltro assai pi fero e maggio. + +A cigner lui qual che fosse l maestro, +non so io dir, ma el tenea soccinto +dinanzi laltro e dietro il braccio destro + +duna catena che l tenea avvinto +dal collo in gi, s che n su lo scoperto +si ravvolga infino al giro quinto. + +Questo superbo volle esser esperto +di sua potenza contra l sommo Giove, +disse l mio duca, ond elli ha cotal merto. + +Falte ha nome, e fece le gran prove +quando i giganti fer paura a di; +le braccia chel men, gi mai non move. + +E io a lui: Sesser puote, io vorrei +che de lo smisurato Brareo +esperenza avesser li occhi mei. + +Ond ei rispuose: Tu vedrai Anteo +presso di qui che parla ed disciolto, +che ne porr nel fondo dogne reo. + +Quel che tu vuo veder, pi l molto +ed legato e fatto come questo, +salvo che pi feroce par nel volto. + +Non fu tremoto gi tanto rubesto, +che scotesse una torre cos forte, +come Falte a scuotersi fu presto. + +Allor temett io pi che mai la morte, +e non vera mestier pi che la dotta, +sio non avessi viste le ritorte. + +Noi procedemmo pi avante allotta, +e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, +sanza la testa, uscia fuor de la grotta. + +O tu che ne la fortunata valle +che fece Scipon di gloria reda, +quand Anibl co suoi diede le spalle, + +recasti gi mille leon per preda, +e che, se fossi stato a lalta guerra +de tuoi fratelli, ancor par che si creda + +chavrebber vinto i figli de la terra: +mettine gi, e non ten vegna schifo, +dove Cocito la freddura serra. + +Non ci fare ire a Tizio n a Tifo: +questi pu dar di quel che qui si brama; +per ti china e non torcer lo grifo. + +Ancor ti pu nel mondo render fama, +chel vive, e lunga vita ancor aspetta +se nnanzi tempo grazia a s nol chiama. + +Cos disse l maestro; e quelli in fretta +le man distese, e prese l duca mio, +ond Ercule sent gi grande stretta. + +Virgilio, quando prender si sentio, +disse a me: Fatti qua, s chio ti prenda; +poi fece s chun fascio era elli e io. + +Qual pare a riguardar la Carisenda +sotto l chinato, quando un nuvol vada +sovr essa s, ched ella incontro penda: + +tal parve Anto a me che stava a bada +di vederlo chinare, e fu tal ora +chi avrei voluto ir per altra strada. + +Ma lievemente al fondo che divora +Lucifero con Giuda, ci spos; +n, s chinato, l fece dimora, + +e come albero in nave si lev. + + + +Inferno Canto XXXII + + +So avessi le rime aspre e chiocce, +come si converrebbe al tristo buco +sovra l qual pontan tutte laltre rocce, + +io premerei di mio concetto il suco +pi pienamente; ma perch io non labbo, +non sanza tema a dicer mi conduco; + +ch non impresa da pigliare a gabbo +discriver fondo a tutto luniverso, +n da lingua che chiami mamma o babbo. + +Ma quelle donne aiutino il mio verso +chaiutaro Anfone a chiuder Tebe, +s che dal fatto il dir non sia diverso. + +Oh sovra tutte mal creata plebe +che stai nel loco onde parlare duro, +mei foste state qui pecore o zebe! + +Come noi fummo gi nel pozzo scuro +sotto i pi del gigante assai pi bassi, +e io mirava ancora a lalto muro, + +dicere udimi: Guarda come passi: +va s, che tu non calchi con le piante +le teste de fratei miseri lassi. + +Per chio mi volsi, e vidimi davante +e sotto i piedi un lago che per gelo +avea di vetro e non dacqua sembiante. + +Non fece al corso suo s grosso velo +di verno la Danoia in Osterlicchi, +n Tana l sotto l freddo cielo, + +com era quivi; che se Tambernicchi +vi fosse s caduto, o Pietrapana, +non avria pur da lorlo fatto cricchi. + +E come a gracidar si sta la rana +col muso fuor de lacqua, quando sogna +di spigolar sovente la villana, + +livide, insin l dove appar vergogna +eran lombre dolenti ne la ghiaccia, +mettendo i denti in nota di cicogna. + +Ognuna in gi tenea volta la faccia; +da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo +tra lor testimonianza si procaccia. + +Quand io mebbi dintorno alquanto visto, +volsimi a piedi, e vidi due s stretti, +che l pel del capo avieno insieme misto. + +Ditemi, voi che s strignete i petti, +diss io, chi siete?. E quei piegaro i colli; +e poi chebber li visi a me eretti, + +li occhi lor, cheran pria pur dentro molli, +gocciar su per le labbra, e l gelo strinse +le lagrime tra essi e riserrolli. + +Con legno legno spranga mai non cinse +forte cos; ond ei come due becchi +cozzaro insieme, tanta ira li vinse. + +E un chavea perduti ambo li orecchi +per la freddura, pur col viso in gie, +disse: Perch cotanto in noi ti specchi? + +Se vuoi saper chi son cotesti due, +la valle onde Bisenzo si dichina +del padre loro Alberto e di lor fue. + +Dun corpo usciro; e tutta la Caina +potrai cercare, e non troverai ombra +degna pi desser fitta in gelatina: + +non quelli a cui fu rotto il petto e lombra +con esso un colpo per la man dArt; +non Focaccia; non questi che mingombra + +col capo s, chi non veggio oltre pi, +e fu nomato Sassol Mascheroni; +se tosco se, ben sai omai chi fu. + +E perch non mi metti in pi sermoni, +sappi chi fu il Camiscion de Pazzi; +e aspetto Carlin che mi scagioni. + +Poscia vid io mille visi cagnazzi +fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, +e verr sempre, de gelati guazzi. + +E mentre chandavamo inver lo mezzo +al quale ogne gravezza si rauna, +e io tremava ne letterno rezzo; + +se voler fu o destino o fortuna, +non so; ma, passeggiando tra le teste, +forte percossi l pi nel viso ad una. + +Piangendo mi sgrid: Perch mi peste? +se tu non vieni a crescer la vendetta +di Montaperti, perch mi moleste?. + +E io: Maestro mio, or qui maspetta, +s chio esca dun dubbio per costui; +poi mi farai, quantunque vorrai, fretta. + +Lo duca stette, e io dissi a colui +che bestemmiava duramente ancora: +Qual se tu che cos rampogni altrui?. + +Or tu chi se che vai per lAntenora, +percotendo, rispuose, altrui le gote, +s che, se fossi vivo, troppo fora?. + +Vivo son io, e caro esser ti puote, +fu mia risposta, se dimandi fama, +chio metta il nome tuo tra laltre note. + +Ed elli a me: Del contrario ho io brama. +Lvati quinci e non mi dar pi lagna, +ch mal sai lusingar per questa lama!. + +Allor lo presi per la cuticagna +e dissi: El converr che tu ti nomi, +o che capel qui s non ti rimagna. + +Ond elli a me: Perch tu mi dischiomi, +n ti dir chio sia, n mosterrolti, +se mille fiate in sul capo mi tomi. + +Io avea gi i capelli in mano avvolti, +e tratti glien avea pi duna ciocca, +latrando lui con li occhi in gi raccolti, + +quando un altro grid: Che hai tu, Bocca? +non ti basta sonar con le mascelle, +se tu non latri? qual diavol ti tocca?. + +Omai, diss io, non vo che pi favelle, +malvagio traditor; cha la tua onta +io porter di te vere novelle. + +Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta; +ma non tacer, se tu di qua entro eschi, +di quel chebbe or cos la lingua pronta. + +El piange qui largento de Franceschi: +Io vidi, potrai dir, quel da Duera +l dove i peccatori stanno freschi. + +Se fossi domandato Altri chi vera?, +tu hai dallato quel di Beccheria +di cui seg Fiorenza la gorgiera. + +Gianni de Soldanier credo che sia +pi l con Ganellone e Tebaldello, +chapr Faenza quando si dormia. + +Noi eravam partiti gi da ello, +chio vidi due ghiacciati in una buca, +s che lun capo a laltro era cappello; + +e come l pan per fame si manduca, +cos l sovran li denti a laltro pose +l ve l cervel saggiugne con la nuca: + +non altrimenti Tido si rose +le tempie a Menalippo per disdegno, +che quei faceva il teschio e laltre cose. + +O tu che mostri per s bestial segno +odio sovra colui che tu ti mangi, +dimmi l perch, diss io, per tal convegno, + +che se tu a ragion di lui ti piangi, +sappiendo chi voi siete e la sua pecca, +nel mondo suso ancora io te ne cangi, + +se quella con chio parlo non si secca. + + + +Inferno Canto XXXIII + + +La bocca sollev dal fiero pasto +quel peccator, forbendola a capelli +del capo chelli avea di retro guasto. + +Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli +disperato dolor che l cor mi preme +gi pur pensando, pria chio ne favelli. + +Ma se le mie parole esser dien seme +che frutti infamia al traditor chi rodo, +parlar e lagrimar vedrai insieme. + +Io non so chi tu se n per che modo +venuto se qua gi; ma fiorentino +mi sembri veramente quand io todo. + +Tu dei saper chi fui conte Ugolino, +e questi larcivescovo Ruggieri: +or ti dir perch i son tal vicino. + +Che per leffetto de suo mai pensieri, +fidandomi di lui, io fossi preso +e poscia morto, dir non mestieri; + +per quel che non puoi avere inteso, +cio come la morte mia fu cruda, +udirai, e saprai se mha offeso. + +Breve pertugio dentro da la Muda, +la qual per me ha l titol de la fame, +e che conviene ancor chaltrui si chiuda, + +mavea mostrato per lo suo forame +pi lune gi, quand io feci l mal sonno +che del futuro mi squarci l velame. + +Questi pareva a me maestro e donno, +cacciando il lupo e lupicini al monte +per che i Pisan veder Lucca non ponno. + +Con cagne magre, studose e conte +Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi +savea messi dinanzi da la fronte. + +In picciol corso mi parieno stanchi +lo padre e figli, e con lagute scane +mi parea lor veder fender li fianchi. + +Quando fui desto innanzi la dimane, +pianger senti fra l sonno i miei figliuoli +cheran con meco, e dimandar del pane. + +Ben se crudel, se tu gi non ti duoli +pensando ci che l mio cor sannunziava; +e se non piangi, di che pianger suoli? + +Gi eran desti, e lora sappressava +che l cibo ne sola essere addotto, +e per suo sogno ciascun dubitava; + +e io senti chiavar luscio di sotto +a lorribile torre; ond io guardai +nel viso a mie figliuoi sanza far motto. + +Io non pianga, s dentro impetrai: +piangevan elli; e Anselmuccio mio +disse: Tu guardi s, padre! che hai?. + +Perci non lagrimai n rispuos io +tutto quel giorno n la notte appresso, +infin che laltro sol nel mondo usco. + +Come un poco di raggio si fu messo +nel doloroso carcere, e io scorsi +per quattro visi il mio aspetto stesso, + +ambo le man per lo dolor mi morsi; +ed ei, pensando chio l fessi per voglia +di manicar, di sbito levorsi + +e disser: Padre, assai ci fia men doglia +se tu mangi di noi: tu ne vestisti +queste misere carni, e tu le spoglia. + +Quetami allor per non farli pi tristi; +lo d e laltro stemmo tutti muti; +ahi dura terra, perch non tapristi? + +Poscia che fummo al quarto d venuti, +Gaddo mi si gitt disteso a piedi, +dicendo: Padre mio, ch non maiuti?. + +Quivi mor; e come tu mi vedi, +vid io cascar li tre ad uno ad uno +tra l quinto d e l sesto; ond io mi diedi, + +gi cieco, a brancolar sovra ciascuno, +e due d li chiamai, poi che fur morti. +Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno. + +Quand ebbe detto ci, con li occhi torti +riprese l teschio misero co denti, +che furo a losso, come dun can, forti. + +Ahi Pisa, vituperio de le genti +del bel paese l dove l s suona, +poi che i vicini a te punir son lenti, + +muovasi la Capraia e la Gorgona, +e faccian siepe ad Arno in su la foce, +s chelli annieghi in te ogne persona! + +Che se l conte Ugolino aveva voce +daver tradita te de le castella, +non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. + +Innocenti facea let novella, +novella Tebe, Uguiccione e l Brigata +e li altri due che l canto suso appella. + +Noi passammo oltre, l ve la gelata +ruvidamente unaltra gente fascia, +non volta in gi, ma tutta riversata. + +Lo pianto stesso l pianger non lascia, +e l duol che truova in su li occhi rintoppo, +si volge in entro a far crescer lambascia; + +ch le lagrime prime fanno groppo, +e s come visiere di cristallo, +rempion sotto l ciglio tutto il coppo. + +E avvegna che, s come dun callo, +per la freddura ciascun sentimento +cessato avesse del mio viso stallo, + +gi mi parea sentire alquanto vento; +per chio: Maestro mio, questo chi move? +non qua gi ogne vapore spento?. + +Ond elli a me: Avaccio sarai dove +di ci ti far locchio la risposta, +veggendo la cagion che l fiato piove. + +E un de tristi de la fredda crosta +grid a noi: O anime crudeli +tanto che data v lultima posta, + +levatemi dal viso i duri veli, +s cho sfoghi l duol che l cor mimpregna, +un poco, pria che l pianto si raggeli. + +Per chio a lui: Se vuo chi ti sovvegna, +dimmi chi se, e sio non ti disbrigo, +al fondo de la ghiaccia ir mi convegna. + +Rispuose adunque: I son frate Alberigo; +i son quel da le frutta del mal orto, +che qui riprendo dattero per figo. + +Oh, diss io lui, or se tu ancor morto?. +Ed elli a me: Come l mio corpo stea +nel mondo s, nulla scenza porto. + +Cotal vantaggio ha questa Tolomea, +che spesse volte lanima ci cade +innanzi chAtrops mossa le dea. + +E perch tu pi volentier mi rade +le nvetrate lagrime dal volto, +sappie che, tosto che lanima trade + +come fec o, il corpo suo l tolto +da un demonio, che poscia il governa +mentre che l tempo suo tutto sia vlto. + +Ella ruina in s fatta cisterna; +e forse pare ancor lo corpo suso +de lombra che di qua dietro mi verna. + +Tu l dei saper, se tu vien pur mo giuso: +elli ser Branca Doria, e son pi anni +poscia passati chel fu s racchiuso. + +Io credo, diss io lui, che tu minganni; +ch Branca Doria non mor unquanche, +e mangia e bee e dorme e veste panni. + +Nel fosso s, diss el, de Malebranche, +l dove bolle la tenace pece, +non era ancora giunto Michel Zanche, + +che questi lasci il diavolo in sua vece +nel corpo suo, ed un suo prossimano +che l tradimento insieme con lui fece. + +Ma distendi oggimai in qua la mano; +aprimi li occhi. E io non gliel apersi; +e cortesia fu lui esser villano. + +Ahi Genovesi, uomini diversi +dogne costume e pien dogne magagna, +perch non siete voi del mondo spersi? + +Ch col peggiore spirto di Romagna +trovai di voi un tal, che per sua opra +in anima in Cocito gi si bagna, + +e in corpo par vivo ancor di sopra. + + + +Inferno Canto XXXIV + + +Vexilla regis prodeunt inferni +verso di noi; per dinanzi mira, +disse l maestro mio, se tu l discerni. + +Come quando una grossa nebbia spira, +o quando lemisperio nostro annotta, +par di lungi un molin che l vento gira, + +veder mi parve un tal dificio allotta; +poi per lo vento mi ristrinsi retro +al duca mio, ch non l era altra grotta. + +Gi era, e con paura il metto in metro, +l dove lombre tutte eran coperte, +e trasparien come festuca in vetro. + +Altre sono a giacere; altre stanno erte, +quella col capo e quella con le piante; +altra, com arco, il volto a pi rinverte. + +Quando noi fummo fatti tanto avante, +chal mio maestro piacque di mostrarmi +la creatura chebbe il bel sembiante, + +dinnanzi mi si tolse e f restarmi, +Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco +ove convien che di fortezza tarmi. + +Com io divenni allor gelato e fioco, +nol dimandar, lettor, chi non lo scrivo, +per chogne parlar sarebbe poco. + +Io non mori e non rimasi vivo; +pensa oggimai per te, shai fior dingegno, +qual io divenni, duno e daltro privo. + +Lo mperador del doloroso regno +da mezzo l petto uscia fuor de la ghiaccia; +e pi con un gigante io mi convegno, + +che i giganti non fan con le sue braccia: +vedi oggimai quant esser dee quel tutto +cha cos fatta parte si confaccia. + +Sel fu s bel com elli ora brutto, +e contra l suo fattore alz le ciglia, +ben dee da lui procedere ogne lutto. + +Oh quanto parve a me gran maraviglia +quand io vidi tre facce a la sua testa! +Luna dinanzi, e quella era vermiglia; + +laltr eran due, che saggiugnieno a questa +sovresso l mezzo di ciascuna spalla, +e s giugnieno al loco de la cresta: + +e la destra parea tra bianca e gialla; +la sinistra a vedere era tal, quali +vegnon di l onde l Nilo savvalla. + +Sotto ciascuna uscivan due grand ali, +quanto si convenia a tanto uccello: +vele di mar non vid io mai cotali. + +Non avean penne, ma di vispistrello +era lor modo; e quelle svolazzava, +s che tre venti si movean da ello: + +quindi Cocito tutto saggelava. +Con sei occhi pianga, e per tre menti +gocciava l pianto e sanguinosa bava. + +Da ogne bocca dirompea co denti +un peccatore, a guisa di maciulla, +s che tre ne facea cos dolenti. + +A quel dinanzi il mordere era nulla +verso l graffiar, che talvolta la schiena +rimanea de la pelle tutta brulla. + +Quell anima l s cha maggior pena, +disse l maestro, Giuda Scarotto, +che l capo ha dentro e fuor le gambe mena. + +De li altri due channo il capo di sotto, +quel che pende dal nero ceffo Bruto: +vedi come si storce, e non fa motto!; + +e laltro Cassio, che par s membruto. +Ma la notte risurge, e oramai + da partir, ch tutto avem veduto. + +Com a lui piacque, il collo li avvinghiai; +ed el prese di tempo e loco poste, +e quando lali fuoro aperte assai, + +appigli s a le vellute coste; +di vello in vello gi discese poscia +tra l folto pelo e le gelate croste. + +Quando noi fummo l dove la coscia +si volge, a punto in sul grosso de lanche, +lo duca, con fatica e con angoscia, + +volse la testa ov elli avea le zanche, +e aggrappossi al pel com om che sale, +s che n inferno i credea tornar anche. + +Attienti ben, ch per cotali scale, +disse l maestro, ansando com uom lasso, +conviensi dipartir da tanto male. + +Poi usc fuor per lo fro dun sasso +e puose me in su lorlo a sedere; +appresso porse a me laccorto passo. + +Io levai li occhi e credetti vedere +Lucifero com io lavea lasciato, +e vidili le gambe in s tenere; + +e sio divenni allora travagliato, +la gente grossa il pensi, che non vede +qual quel punto chio avea passato. + +Lvati s, disse l maestro, in piede: +la via lunga e l cammino malvagio, +e gi il sole a mezza terza riede. + +Non era camminata di palagio +l v eravam, ma natural burella +chavea mal suolo e di lume disagio. + +Prima chio de labisso mi divella, +maestro mio, diss io quando fui dritto, +a trarmi derro un poco mi favella: + +ov la ghiaccia? e questi com fitto +s sottosopra? e come, in s poc ora, +da sera a mane ha fatto il sol tragitto?. + +Ed elli a me: Tu imagini ancora +desser di l dal centro, ov io mi presi +al pel del vermo reo che l mondo fra. + +Di l fosti cotanto quant io scesi; +quand io mi volsi, tu passasti l punto +al qual si traggon dogne parte i pesi. + +E se or sotto lemisperio giunto +ch contraposto a quel che la gran secca +coverchia, e sotto l cui colmo consunto + +fu luom che nacque e visse sanza pecca; +tu ha i piedi in su picciola spera +che laltra faccia fa de la Giudecca. + +Qui da man, quando di l sera; +e questi, che ne f scala col pelo, +fitto ancora s come prim era. + +Da questa parte cadde gi dal cielo; +e la terra, che pria di qua si sporse, +per paura di lui f del mar velo, + +e venne a lemisperio nostro; e forse +per fuggir lui lasci qui loco vto +quella chappar di qua, e s ricorse. + +Luogo l gi da Belzeb remoto +tanto quanto la tomba si distende, +che non per vista, ma per suono noto + +dun ruscelletto che quivi discende +per la buca dun sasso, chelli ha roso, +col corso chelli avvolge, e poco pende. + +Lo duca e io per quel cammino ascoso +intrammo a ritornar nel chiaro mondo; +e sanza cura aver dalcun riposo, + +salimmo s, el primo e io secondo, +tanto chi vidi de le cose belle +che porta l ciel, per un pertugio tondo. + +E quindi uscimmo a riveder le stelle. + + + + + +PURGATORIO + + + + +Purgatorio Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele +omai la navicella del mio ingegno, +che lascia dietro a s mar s crudele; + +e canter di quel secondo regno +dove lumano spirito si purga +e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poes resurga, +o sante Muse, poi che vostro sono; +e qui Calop alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono +di cui le Piche misere sentiro +lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color dorental zaffiro, +che saccoglieva nel sereno aspetto +del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricominci diletto, +tosto chio usci fuor de laura morta +che mavea contristati li occhi e l petto. + +Lo bel pianeto che damar conforta +faceva tutto rider lorente, +velando i Pesci cherano in sua scorta. + +I mi volsi a man destra, e puosi mente +a laltro polo, e vidi quattro stelle +non viste mai fuor cha la prima gente. + +Goder pareva l ciel di lor fiammelle: +oh settentronal vedovo sito, +poi che privato se di mirar quelle! + +Com io da loro sguardo fui partito, +un poco me volgendo a l altro polo, +l onde l Carro gi era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, +degno di tanta reverenza in vista, +che pi non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista +portava, a suoi capelli simigliante, +de quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante +fregiavan s la sua faccia di lume, +chi l vedea come l sol fosse davante. + +Chi siete voi che contro al cieco fiume +fuggita avete la pregione etterna?, +diss el, movendo quelle oneste piume. + +Chi vha guidati, o che vi fu lucerna, +uscendo fuor de la profonda notte +che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi dabisso cos rotte? +o mutato in ciel novo consiglio, +che, dannati, venite a le mie grotte?. + +Lo duca mio allor mi di di piglio, +e con parole e con mani e con cenni +reverenti mi f le gambe e l ciglio. + +Poscia rispuose lui: Da me non venni: +donna scese del ciel, per li cui prieghi +de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch tuo voler che pi si spieghi +di nostra condizion com ell vera, +esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai lultima sera; +ma per la sua follia le fu s presso, +che molto poco tempo a volger era. + +S com io dissi, fui mandato ad esso +per lui campare; e non l era altra via +che questa per la quale i mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; +e ora intendo mostrar quelli spirti +che purgan s sotto la tua bala. + +Com io lho tratto, saria lungo a dirti; +de lalto scende virt che maiuta +conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: +libert va cercando, ch s cara, +come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu l sai, ch non ti fu per lei amara +in Utica la morte, ove lasciasti +la vesta chal gran d sar s chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, +ch questi vive e Mins me non lega; +ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che n vista ancor ti priega, +o santo petto, che per tua la tegni: +per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; +grazie riporter di te a lei, +se desser mentovato l gi degni. + +Marza piacque tanto a li occhi miei +mentre chi fu di l, diss elli allora, +che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di l dal mal fiume dimora, +pi muover non mi pu, per quella legge +che fatta fu quando me nusci fora. + +Ma se donna del ciel ti move e regge, +come tu di, non c mestier lusinghe: +bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe +dun giunco schietto e che li lavi l viso, +s chogne sucidume quindi stinghe; + +ch non si converria, locchio sorpriso +dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo +ministro, ch di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, +l gi col dove la batte londa, +porta di giunchi sovra l molle limo: + +null altra pianta che facesse fronda +o indurasse, vi puote aver vita, +per cha le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; +lo sol vi mosterr, che surge omai, +prendere il monte a pi lieve salita. + +Cos spar; e io s mi levai +sanza parlare, e tutto mi ritrassi +al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El cominci: Figliuol, segui i miei passi: +volgianci in dietro, ch di qua dichina +questa pianura a suoi termini bassi. + +Lalba vinceva lora mattutina +che fuggia innanzi, s che di lontano +conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano +com om che torna a la perduta strada, +che nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo l ve la rugiada +pugna col sole, per essere in parte +dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su lerbetta sparte +soavemente l mio maestro pose: +ond io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver lui le guance lagrimose; +ivi mi fece tutto discoverto +quel color che linferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, +che mai non vide navicar sue acque +omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse s com altrui piacque: +oh maraviglia! ch qual elli scelse +lumile pianta, cotal si rinacque + +subitamente l onde lavelse. + + + +Purgatorio Canto II + + +Gi era l sole a lorizzonte giunto +lo cui meridan cerchio coverchia +Ierusalm col suo pi alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, +uscia di Gange fuor con le Bilance, +che le caggion di man quando soverchia; + +s che le bianche e le vermiglie guance, +l dov i era, de la bella Aurora +per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, +come gente che pensa a suo cammino, +che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, +per li grossi vapor Marte rosseggia +gi nel ponente sovra l suol marino, + +cotal mapparve, sio ancor lo veggia, +un lume per lo mar venir s ratto, +che l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com io un poco ebbi ritratto +locchio per domandar lo duca mio, +rividil pi lucente e maggior fatto. + +Poi dogne lato ad esso mappario +un non sapeva che bianco, e di sotto +a poco a poco un altro a lui usco. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, +mentre che i primi bianchi apparver ali; +allor che ben conobbe il galeotto, + +grid: Fa, fa che le ginocchia cali. +Ecco langel di Dio: piega le mani; +omai vedrai di s fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, +s che remo non vuol, n altro velo +che lali sue, tra liti s lontani. + +Vedi come lha dritte verso l cielo, +trattando laere con letterne penne, +che non si mutan come mortal pelo. + +Poi, come pi e pi verso noi venne +luccel divino, pi chiaro appariva: +per che locchio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva +con un vasello snelletto e leggero, +tanto che lacqua nulla ne nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, +tal che faria beato pur descripto; +e pi di cento spirti entro sediero. + +In exitu Isrel de Aegypto +cantavan tutti insieme ad una voce +con quanto di quel salmo poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; +ond ei si gittar tutti in su la piaggia: +ed el sen g, come venne, veloce. + +La turba che rimase l, selvaggia +parea del loco, rimirando intorno +come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno +lo sol, chavea con le saette conte +di mezzo l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alz la fronte +ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete, +mostratene la via di gire al monte. + +E Virgilio rispuose: Voi credete +forse che siamo esperti desto loco; +ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, +per altra via, che fu s aspra e forte, +che lo salire omai ne parr gioco. + +Lanime, che si fuor di me accorte, +per lo spirare, chi era ancor vivo, +maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo +tragge la gente per udir novelle, +e di calcar nessun si mostra schivo, + +cos al viso mio saffisar quelle +anime fortunate tutte quante, +quasi oblando dire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante +per abbracciarmi con s grande affetto, +che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto! +tre volte dietro a lei le mani avvinsi, +e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; +per che lombra sorrise e si ritrasse, +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse chio posasse; +allor conobbi chi era, e pregai +che, per parlarmi, un poco sarrestasse. + +Rispuosemi: Cos com io tamai +nel mortal corpo, cos tamo sciolta: +per marresto; ma tu perch vai?. + +Casella mio, per tornar altra volta +l dov io son, fo io questo vaggio, +diss io; ma a te com tanta ora tolta?. + +Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio, +se quei che leva quando e cui li piace, +pi volte mha negato esto passaggio; + +ch di giusto voler lo suo si face: +veramente da tre mesi elli ha tolto +chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond io, chera ora a la marina vlto +dove lacqua di Tevero sinsala, +benignamente fu da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta lala, +per che sempre quivi si ricoglie +qual verso Acheronte non si cala. + +E io: Se nuova legge non ti toglie +memoria o uso a lamoroso canto +che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di ci ti piaccia consolare alquanto +lanima mia, che, con la sua persona +venendo qui, affannata tanto!. + +Amor che ne la mente mi ragiona +cominci elli allor s dolcemente, +che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente +cheran con lui parevan s contenti, +come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti +a le sue note; ed ecco il veglio onesto +gridando: Che ci, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare questo? +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio +chesser non lascia a voi Dio manifesto. + +Come quando, cogliendo biado o loglio, +li colombi adunati a la pastura, +queti, sanza mostrar lusato orgoglio, + +se cosa appare ond elli abbian paura, +subitamente lasciano star lesca, +perch assaliti son da maggior cura; + +cos vid io quella masnada fresca +lasciar lo canto, e fuggir ver la costa, +com om che va, n sa dove resca; + +n la nostra partita fu men tosta. + + + +Purgatorio Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga +dispergesse color per la campagna, +rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i mi ristrinsi a la fida compagna: +e come sare io sanza lui corso? +chi mavria tratto su per la montagna? + +El mi parea da s stesso rimorso: +o dignitosa coscenza e netta, +come t picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, +che lonestade ad ogn atto dismaga, +la mente mia, che prima era ristretta, + +lo ntento rallarg, s come vaga, +e diedi l viso mio incontr al poggio +che nverso l ciel pi alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, +rotto mera dinanzi a la figura, +chava in me de suoi raggi lappoggio. + +Io mi volsi dallato con paura +dessere abbandonato, quand io vidi +solo dinanzi a me la terra oscura; + +e l mio conforto: Perch pur diffidi?, +a dir mi cominci tutto rivolto; +non credi tu me teco e chio ti guidi? + +Vespero gi col dov sepolto +lo corpo dentro al quale io facea ombra; +Napoli lha, e da Brandizio tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla saombra, +non ti maravigliar pi che di cieli +che luno a laltro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli +simili corpi la Virt dispone +che, come fa, non vuol cha noi si sveli. + +Matto chi spera che nostra ragione +possa trascorrer la infinita via +che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; +ch, se potuto aveste veder tutto, +mestier non era parturir Maria; + +e disar vedeste sanza frutto +tai che sarebbe lor disio quetato, +chetternalmente dato lor per lutto: + +io dico dAristotile e di Plato +e di molt altri; e qui chin la fronte, +e pi non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a pi del monte; +quivi trovammo la roccia s erta, +che ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turba la pi diserta, +la pi rotta ruina una scala, +verso di quella, agevole e aperta. + +Or chi sa da qual man la costa cala, +disse l maestro mio fermando l passo, +s che possa salir chi va sanz ala?. + +E mentre che tenendo l viso basso +essaminava del cammin la mente, +e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra mappar una gente +danime, che movieno i pi ver noi, +e non pareva, s venan lente. + +Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi: +ecco di qua chi ne dar consiglio, +se tu da te medesmo aver nol puoi. + +Guard allora, e con libero piglio +rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano; +e tu ferma la spene, dolce figlio. + +Ancora era quel popol di lontano, +i dico dopo i nostri mille passi, +quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi +de lalta ripa, e stetter fermi e stretti +com a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +O ben finiti, o gi spiriti eletti, +Virgilio incominci, per quella pace +chi credo che per voi tutti saspetti, + +ditene dove la montagna giace, +s che possibil sia landare in suso; +ch perder tempo a chi pi sa pi spiace. + +Come le pecorelle escon del chiuso +a una, a due, a tre, e laltre stanno +timidette atterrando locchio e l muso; + +e ci che fa la prima, e laltre fanno, +addossandosi a lei, sella sarresta, +semplici e quete, e lo mperch non sanno; + +s vid io muovere a venir la testa +di quella mandra fortunata allotta, +pudica in faccia e ne landare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta +la luce in terra dal mio destro canto, +s che lombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser s in dietro alquanto, +e tutti li altri che venieno appresso, +non sappiendo l perch, fenno altrettanto. + +Sanza vostra domanda io vi confesso +che questo corpo uman che voi vedete; +per che l lume del sole in terra fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete +che non sanza virt che da ciel vegna +cerchi di soverchiar questa parete. + +Cos l maestro; e quella gente degna +Tornate, disse, intrate innanzi dunque, +coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incominci: Chiunque +tu se, cos andando, volgi l viso: +pon mente se di l mi vedesti unque. + +Io mi volsi ver lui e guardail fiso: +biondo era e bello e di gentile aspetto, +ma lun de cigli un colpo avea diviso. + +Quand io mi fui umilmente disdetto +daverlo visto mai, el disse: Or vedi; +e mostrommi una piaga a sommo l petto. + +Poi sorridendo disse: Io son Manfredi, +nepote di Costanza imperadrice; +ond io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice +de lonor di Cicilia e dAragona, +e dichi l vero a lei, saltro si dice. + +Poscia chio ebbi rotta la persona +di due punte mortali, io mi rendei, +piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; +ma la bont infinita ha s gran braccia, +che prende ci che si rivolge a lei. + +Se l pastor di Cosenza, che a la caccia +di me fu messo per Clemente allora, +avesse in Dio ben letta questa faccia, + +lossa del corpo mio sarieno ancora +in co del ponte presso a Benevento, +sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento +di fuor dal regno, quasi lungo l Verde, +dov e le trasmut a lume spento. + +Per lor maladizion s non si perde, +che non possa tornar, letterno amore, +mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero che quale in contumacia more +di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta, +star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo chelli stato, trenta, +in sua presunzon, se tal decreto +pi corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, +revelando a la mia buona Costanza +come mhai visto, e anco esto divieto; + +ch qui per quei di l molto savanza. + + + +Purgatorio Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, +che alcuna virt nostra comprenda, +lanima bene ad essa si raccoglie, + +par cha nulla potenza pi intenda; +e questo contra quello error che crede +chunanima sovr altra in noi saccenda. + +E per, quando sode cosa o vede +che tegna forte a s lanima volta, +vassene l tempo e luom non se navvede; + +chaltra potenza quella che lascolta, +e altra quella cha lanima intera: +questa quasi legata e quella sciolta. + +Di ci ebb io esperenza vera, +udendo quello spirto e ammirando; +ch ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non mera accorto, quando +venimmo ove quell anime ad una +gridaro a noi: Qui vostro dimando. + +Maggiore aperta molte volte impruna +con una forcatella di sue spine +luom de la villa quando luva imbruna, + +che non era la calla onde salne +lo duca mio, e io appresso, soli, +come da noi la schiera si partne. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, +montasi su in Bismantova e n Cacume +con esso i pi; ma qui convien chom voli; + +dico con lale snelle e con le piume +del gran disio, di retro a quel condotto +che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro l sasso rotto, +e dogne lato ne stringea lo stremo, +e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su lorlo suppremo +de lalta ripa, a la scoperta piaggia, +Maestro mio, diss io, che via faremo?. + +Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia; +pur su al monte dietro a me acquista, +fin che nappaia alcuna scorta saggia. + +Lo sommo er alto che vincea la vista, +e la costa superba pi assai +che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: +O dolce padre, volgiti, e rimira +com io rimango sol, se non restai. + +Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira, +additandomi un balzo poco in se +che da quel lato il poggio tutto gira. + +S mi spronaron le parole sue, +chi mi sforzai carpando appresso lui, +tanto che l cinghio sotto i pi mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui +vlti a levante ond eravam saliti, +che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; +poscia li alzai al sole, e ammirava +che da sinistra neravam feriti. + +Ben savvide il poeta cho stava +stupido tutto al carro de la luce, +ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond elli a me: Se Castore e Poluce +fossero in compagnia di quello specchio +che s e gi del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodaco rubecchio +ancora a lOrse pi stretto rotare, +se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come ci sia, se l vuoi poter pensare, +dentro raccolto, imagina Sn +con questo monte in su la terra stare + +s, chamendue hanno un solo orizzn +e diversi emisperi; onde la strada +che mal non seppe carreggiar Fetn, + +vedrai come a costui convien che vada +da lun, quando a colui da laltro fianco, +se lo ntelletto tuo ben chiaro bada. + +Certo, maestro mio, diss io, unquanco +non vid io chiaro s com io discerno +l dove mio ingegno parea manco, + +che l mezzo cerchio del moto superno, +che si chiama Equatore in alcun arte, +e che sempre riman tra l sole e l verno, + +per la ragion che di, quinci si parte +verso settentron, quanto li Ebrei +vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei +quanto avemo ad andar; ch l poggio sale +pi che salir non posson li occhi miei. + +Ed elli a me: Questa montagna tale, +che sempre al cominciar di sotto grave; +e quant om pi va s, e men fa male. + +Per, quand ella ti parr soave +tanto, che s andar ti fia leggero +com a seconda gi andar per nave, + +allor sarai al fin desto sentiero; +quivi di riposar laffanno aspetta. +Pi non rispondo, e questo so per vero. + +E com elli ebbe sua parola detta, +una voce di presso son: Forse +che di sedere in pria avrai distretta!. + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, +e vedemmo a mancina un gran petrone, +del qual n io n ei prima saccorse. + +L ci traemmo; e ivi eran persone +che si stavano a lombra dietro al sasso +come luom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, +sedeva e abbracciava le ginocchia, +tenendo l viso gi tra esse basso. + +O dolce segnor mio, diss io, adocchia +colui che mostra s pi negligente +che se pigrizia fosse sua serocchia. + +Allor si volse a noi e puose mente, +movendo l viso pur su per la coscia, +e disse: Or va tu s, che se valente!. + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia +che mavacciava un poco ancor la lena, +non mimped landare a lui; e poscia + +cha lui fu giunto, alz la testa a pena, +dicendo: Hai ben veduto come l sole +da lomero sinistro il carro mena?. + +Li atti suoi pigri e le corte parole +mosser le labbra mie un poco a riso; +poi cominciai: Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perch assiso +quiritto se? attendi tu iscorta, +o pur lo modo usato tha ripriso?. + +Ed elli: O frate, andar in s che porta? +ch non mi lascerebbe ire a martri +langel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel maggiri +di fuor da essa, quanto fece in vita, +per chio ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazone in prima non maita +che surga s di cuor che in grazia viva; +laltra che val, che n ciel non udita?. + +E gi il poeta innanzi mi saliva, +e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco +meridan dal sole e a la riva + +cuopre la notte gi col pi Morrocco. + + + +Purgatorio Canto V + + +Io era gi da quell ombre partito, +e seguitava lorme del mio duca, +quando di retro a me, drizzando l dito, + +una grid: Ve che non par che luca +lo raggio da sinistra a quel di sotto, +e come vivo par che si conduca!. + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, +e vidile guardar per maraviglia +pur me, pur me, e l lume chera rotto. + +Perch lanimo tuo tanto simpiglia, +disse l maestro, che landare allenti? +che ti fa ci che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: +sta come torre ferma, che non crolla +gi mai la cima per soffiar di venti; + +ch sempre lomo in cui pensier rampolla +sovra pensier, da s dilunga il segno, +perch la foga lun de laltro insolla. + +Che potea io ridir, se non Io vegno? +Dissilo, alquanto del color consperso +che fa luom di perdon talvolta degno. + +E ntanto per la costa di traverso +venivan genti innanzi a noi un poco, +cantando Miserere a verso a verso. + +Quando saccorser chi non dava loco +per lo mio corpo al trapassar di raggi, +mutar lor canto in un oh! lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, +corsero incontr a noi e dimandarne: +Di vostra condizion fatene saggi. + +E l mio maestro: Voi potete andarne +e ritrarre a color che vi mandaro +che l corpo di costui vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, +com io avviso, assai lor risposto: +fccianli onore, ed esser pu lor caro. + +Vapori accesi non vid io s tosto +di prima notte mai fender sereno, +n, sol calando, nuvole dagosto, + +che color non tornasser suso in meno; +e, giunti l, con li altri a noi dier volta, +come schiera che scorre sanza freno. + +Questa gente che preme a noi molta, +e vegnonti a pregar, disse l poeta: +per pur va, e in andando ascolta. + +O anima che vai per esser lieta +con quelle membra con le quai nascesti, +venian gridando, un poco il passo queta. + +Guarda salcun di noi unqua vedesti, +s che di lui di l novella porti: +deh, perch vai? deh, perch non tarresti? + +Noi fummo tutti gi per forza morti, +e peccatori infino a lultima ora; +quivi lume del ciel ne fece accorti, + +s che, pentendo e perdonando, fora +di vita uscimmo a Dio pacificati, +che del disio di s veder naccora. + +E io: Perch ne vostri visi guati, +non riconosco alcun; ma sa voi piace +cosa chio possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io far per quella pace +che, dietro a piedi di s fatta guida, +di mondo in mondo cercar mi si face. + +E uno incominci: Ciascun si fida +del beneficio tuo sanza giurarlo, +pur che l voler nonpossa non ricida. + +Ond io, che solo innanzi a li altri parlo, +ti priego, se mai vedi quel paese +che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese +in Fano, s che ben per me sadori +pur chi possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu io; ma li profondi fri +ond usc l sangue in sul quale io sedea, +fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +l dov io pi sicuro esser credea: +quel da Esti il f far, che mavea in ira +assai pi l che dritto non volea. + +Ma sio fosse fuggito inver la Mira, +quando fu sovragiunto ad Oraco, +ancor sarei di l dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e l braco +mimpigliar s chi caddi; e l vid io +de le mie vene farsi in terra laco. + +Poi disse un altro: Deh, se quel disio +si compia che ti tragge a lalto monte, +con buona petate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; +Giovanna o altri non ha di me cura; +per chio vo tra costor con bassa fronte. + +E io a lui: Qual forza o qual ventura +ti trav s fuor di Campaldino, +che non si seppe mai tua sepultura?. + +Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino +traversa unacqua cha nome lArchiano, +che sovra lErmo nasce in Apennino. + +L ve l vocabol suo diventa vano, +arriva io forato ne la gola, +fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola; +nel nome di Maria fini, e quivi +caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io dir vero, e tu l rid tra vivi: +langel di Dio mi prese, e quel dinferno +gridava: O tu del ciel, perch mi privi? + +Tu te ne porti di costui letterno +per una lagrimetta che l mi toglie; +ma io far de laltro altro governo!. + +Ben sai come ne laere si raccoglie +quell umido vapor che in acqua riede, +tosto che sale dove l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede +con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento +per la virt che sua natura diede. + +Indi la valle, come l d fu spento, +da Pratomagno al gran giogo coperse +di nebbia; e l ciel di sopra fece intento, + +s che l pregno aere in acqua si converse; +la pioggia cadde, e a fossati venne +di lei ci che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, +ver lo fiume real tanto veloce +si ruin, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce +trov lArchian rubesto; e quel sospinse +ne lArno, e sciolse al mio petto la croce + +chi fe di me quando l dolor mi vinse; +voltmmi per le ripe e per lo fondo, +poi di sua preda mi coperse e cinse. + +Deh, quando tu sarai tornato al mondo +e riposato de la lunga via, +seguit l terzo spirito al secondo, + +ricorditi di me, che son la Pia; +Siena mi f, disfecemi Maremma: +salsi colui che nnanellata pria + +disposando mavea con la sua gemma. + + + +Purgatorio Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, +colui che perde si riman dolente, +repetendo le volte, e tristo impara; + +con laltro se ne va tutta la gente; +qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, +e qual dallato li si reca a mente; + +el non sarresta, e questo e quello intende; +a cui porge la man, pi non fa pressa; +e cos da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, +volgendo a loro, e qua e l, la faccia, +e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv era lAretin che da le braccia +fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, +e laltro channeg correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte +Federigo Novello, e quel da Pisa +che f parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e lanima divisa +dal corpo suo per astio e per inveggia, +com e dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, +mentr di qua, la donna di Brabante, +s che per non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante +quell ombre che pregar pur chaltri prieghi, +s che savacci lor divenir sante, + +io cominciai: El par che tu mi nieghi, +o luce mia, espresso in alcun testo +che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: +sarebbe dunque loro speme vana, +o non m l detto tuo ben manifesto?. + +Ed elli a me: La mia scrittura piana; +e la speranza di costor non falla, +se ben si guarda con la mente sana; + +ch cima di giudicio non savvalla +perch foco damor compia in un punto +ci che de sodisfar chi qui sastalla; + +e l dov io fermai cotesto punto, +non sammendava, per pregar, difetto, +perch l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a cos alto sospetto +non ti fermar, se quella nol ti dice +che lume fia tra l vero e lo ntelletto. + +Non so se ntendi: io dico di Beatrice; +tu la vedrai di sopra, in su la vetta +di questo monte, ridere e felice. + +E io: Segnore, andiamo a maggior fretta, +ch gi non maffatico come dianzi, +e vedi omai che l poggio lombra getta. + +Noi anderem con questo giorno innanzi, +rispuose, quanto pi potremo omai; +ma l fatto daltra forma che non stanzi. + +Prima che sie l s, tornar vedrai +colui che gi si cuopre de la costa, +s che suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi l unanima che, posta +sola soletta, inverso noi riguarda: +quella ne nsegner la via pi tosta. + +Venimmo a lei: o anima lombarda, +come ti stavi altera e disdegnosa +e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dica alcuna cosa, +ma lasciavane gir, solo sguardando +a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando +che ne mostrasse la miglior salita; +e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita +ci nchiese; e l dolce duca incominciava +Manta . . . , e lombra, tutta in s romita, + +surse ver lui del loco ove pria stava, +dicendo: O Mantoano, io son Sordello +de la tua terra!; e lun laltro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, +nave sanza nocchiere in gran tempesta, +non donna di province, ma bordello! + +Quell anima gentil fu cos presta, +sol per lo dolce suon de la sua terra, +di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra +li vivi tuoi, e lun laltro si rode +di quei chun muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode +le tue marine, e poi ti guarda in seno, +salcuna parte in te di pace gode. + +Che val perch ti racconciasse il freno +Iustinano, se la sella vta? +Sanz esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, +e lasciar seder Cesare in la sella, +se bene intendi ci che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera fatta fella +per non esser corretta da li sproni, +poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco chabbandoni +costei ch fatta indomita e selvaggia, +e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia +sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto, +tal che l tuo successor temenza naggia! + +Chavete tu e l tuo padre sofferto, +per cupidigia di cost distretti, +che l giardin de lo mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, +Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: +color gi tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura +di tuoi gentili, e cura lor magagne; +e vedrai Santafior com oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne +vedova e sola, e d e notte chiama: +Cesare mio, perch non maccompagne?. + +Vieni a veder la gente quanto sama! +e se nulla di noi piet ti move, +a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m, o sommo Giove +che fosti in terra per noi crucifisso, +son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O preparazion che ne labisso +del tuo consiglio fai per alcun bene +in tutto de laccorger nostro scisso? + +Ch le citt dItalia tutte piene +son di tiranni, e un Marcel diventa +ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta +di questa digression che non ti tocca, +merc del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca +per non venir sanza consiglio a larco; +ma il popol tuo lha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; +ma il popol tuo solicito risponde +sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!. + +Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde: +tu ricca, tu con pace e tu con senno! +Sio dico l ver, leffetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno +lantiche leggi e furon s civili, +fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili +provedimenti, cha mezzo novembre +non giugne quel che tu dottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, +legge, moneta, officio e costume +hai tu mutato, e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, +vedrai te somigliante a quella inferma +che non pu trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + +Purgatorio Canto VII + + +Poscia che laccoglienze oneste e liete +furo iterate tre e quattro volte, +Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?. + +Anzi che a questo monte fosser volte +lanime degne di salire a Dio, +fur lossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null altro rio +lo ciel perdei che per non aver f. +Cos rispuose allora il duca mio. + +Qual colui che cosa innanzi s +sbita vede ond e si maraviglia, +che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . , + +tal parve quelli; e poi chin le ciglia, +e umilmente ritorn ver lui, +e abbraccil l ve l minor sappiglia. + +O gloria di Latin, disse, per cui +mostr ci che potea la lingua nostra, +o pregio etterno del loco ond io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? +Sio son dudir le tue parole degno, +dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra. + +Per tutt i cerchi del dolente regno, +rispuose lui, son io di qua venuto; +virt del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto +a veder lalto Sol che tu disiri +e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo l gi non tristo di martri, +ma di tenebre solo, ove i lamenti +non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti +dai denti morsi de la morte avante +che fosser da lumana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante +virt non si vestiro, e sanza vizio +conobber laltre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio +d noi per che venir possiam pi tosto +l dove purgatorio ha dritto inizio. + +Rispuose: Loco certo non c posto; +licito m andar suso e intorno; +per quanto ir posso, a guida mi taccosto. + +Ma vedi gi come dichina il giorno, +e andar s di notte non si puote; +per buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote; +se mi consenti, io ti merr ad esse, +e non sanza diletto ti fier note. + +Com ci?, fu risposto. Chi volesse +salir di notte, fora elli impedito +daltrui, o non sarria ch non potesse?. + +E l buon Sordello in terra freg l dito, +dicendo: Vedi? sola questa riga +non varcheresti dopo l sol partito: + +non per chaltra cosa desse briga, +che la notturna tenebra, ad ir suso; +quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso +e passeggiar la costa intorno errando, +mentre che lorizzonte il d tien chiuso. + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, +Menane, disse, dunque l ve dici +chaver si pu diletto dimorando. + +Poco allungati ceravam di lici, +quand io maccorsi che l monte era scemo, +a guisa che i vallon li sceman quici. + +Col, disse quell ombra, nanderemo +dove la costa face di s grembo; +e l il novo giorno attenderemo. + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, +che ne condusse in fianco de la lacca, +l dove pi cha mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, +indaco, legno lucido e sereno, +fresco smeraldo in lora che si fiacca, + +da lerba e da li fior, dentr a quel seno +posti, ciascun saria di color vinto, +come dal suo maggiore vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, +ma di soavit di mille odori +vi facea uno incognito e indistinto. + +Salve, Regina in sul verde e n su fiori +quindi seder cantando anime vidi, +che per la valle non parean di fuori. + +Prima che l poco sole omai sannidi, +cominci l Mantoan che ci avea vlti, +tra color non vogliate chio vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e volti +conoscerete voi di tutti quanti, +che ne la lama gi tra essi accolti. + +Colui che pi siede alto e fa sembianti +daver negletto ci che far dovea, +e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea +sanar le piaghe channo Italia morta, +s che tardi per altri si ricrea. + +Laltro che ne la vista lui conforta, +resse la terra dove lacqua nasce +che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce +fu meglio assai che Vincislao suo figlio +barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio +par con colui cha s benigno aspetto, +mor fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate l come si batte il petto! +Laltro vedete cha fatto a la guancia +de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: +sanno la vita sua viziata e lorda, +e quindi viene il duol che s li lancia. + +Quel che par s membruto e che saccorda, +cantando, con colui dal maschio naso, +dogne valor port cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso +lo giovanetto che retro a lui siede, +ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de laltre rede; +Iacomo e Federigo hanno i reami; +del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami +lumana probitate; e questo vole +quei che la d, perch da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole +non men cha laltro, Pier, che con lui canta, +onde Puglia e Proenza gi si dole. + +Tant del seme suo minor la pianta, +quanto, pi che Beatrice e Margherita, +Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita +seder l solo, Arrigo dInghilterra: +questi ha ne rami suoi migliore uscita. + +Quel che pi basso tra costor satterra, +guardando in suso, Guiglielmo marchese, +per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese. + + + +Purgatorio Canto VIII + + +Era gi lora che volge il disio +ai navicanti e ntenerisce il core +lo d chan detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin damore +punge, se ode squilla di lontano +che paia il giorno pianger che si more; + +quand io incominciai a render vano +ludire e a mirare una de lalme +surta, che lascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e lev ambo le palme, +ficcando li occhi verso lorente, +come dicesse a Dio: Daltro non calme. + +Te lucis ante s devotamente +le usco di bocca e con s dolci note, +che fece me a me uscir di mente; + +e laltre poi dolcemente e devote +seguitar lei per tutto linno intero, +avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, +ch l velo ora ben tanto sottile, +certo che l trapassar dentro leggero. + +Io vidi quello essercito gentile +tacito poscia riguardare in se, +quasi aspettando, palido e umle; + +e vidi uscir de lalto e scender gie +due angeli con due spade affocate, +tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate +erano in veste, che da verdi penne +percosse traean dietro e ventilate. + +Lun poco sovra noi a star si venne, +e laltro scese in lopposita sponda, +s che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discerna in lor la testa bionda; +ma ne la faccia locchio si smarria, +come virt cha troppo si confonda. + +Ambo vegnon del grembo di Maria, +disse Sordello, a guardia de la valle, +per lo serpente che verr vie via. + +Ond io, che non sapeva per qual calle, +mi volsi intorno, e stretto maccostai, +tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: Or avvalliamo omai +tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; +grazoso fia lor vedervi assai. + +Solo tre passi credo chi scendesse, +e fui di sotto, e vidi un che mirava +pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp era gi che laere sannerava, +ma non s che tra li occhi suoi e miei +non dichiarisse ci che pria serrava. + +Ver me si fece, e io ver lui mi fei: +giudice Nin gentil, quanto mi piacque +quando ti vidi non esser tra rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; +poi dimand: Quant che tu venisti +a pi del monte per le lontane acque?. + +Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi +venni stamane, e sono in prima vita, +ancor che laltra, s andando, acquisti. + +E come fu la mia risposta udita, +Sordello ed elli in dietro si raccolse +come gente di sbito smarrita. + +Luno a Virgilio e laltro a un si volse +che sedea l, gridando: S, Currado! +vieni a veder che Dio per grazia volse. + +Poi, vlto a me: Per quel singular grado +che tu dei a colui che s nasconde +lo suo primo perch, che non l guado, + +quando sarai di l da le larghe onde, +d a Giovanna mia che per me chiami +l dove a li nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre pi mami, +poscia che trasmut le bianche bende, +le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende +quanto in femmina foco damor dura, +se locchio o l tatto spesso non laccende. + +Non le far s bella sepultura +la vipera che Melanesi accampa, +com avria fatto il gallo di Gallura. + +Cos dicea, segnato de la stampa, +nel suo aspetto, di quel dritto zelo +che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, +pur l dove le stelle son pi tarde, +s come rota pi presso a lo stelo. + +E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?. +E io a lui: A quelle tre facelle +di che l polo di qua tutto quanto arde. + +Ond elli a me: Le quattro chiare stelle +che vedevi staman, son di l basse, +e queste son salite ov eran quelle. + +Com ei parlava, e Sordello a s il trasse +dicendo: Vedi l l nostro avversaro; +e drizz il dito perch n l guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo +la picciola vallea, era una biscia, +forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra lerba e fior vena la mala striscia, +volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso +leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e per dicer non posso, +come mosser li astor celestali; +ma vidi bene e luno e laltro mosso. + +Sentendo fender laere a le verdi ali, +fugg l serpente, e li angeli dier volta, +suso a le poste rivolando iguali. + +Lombra che sera al giudice raccolta +quando chiam, per tutto quello assalto +punto non fu da me guardare sciolta. + +Se la lucerna che ti mena in alto +truovi nel tuo arbitrio tanta cera +quant mestiere infino al sommo smalto, + +cominci ella, se novella vera +di Val di Magra o di parte vicina +sai, dillo a me, che gi grande l era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; +non son lantico, ma di lui discesi; +a miei portai lamor che qui raffina. + +Oh!, diss io lui, per li vostri paesi +gi mai non fui; ma dove si dimora +per tutta Europa chei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, +grida i segnori e grida la contrada, +s che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, sio di sopra vada, +che vostra gente onrata non si sfregia +del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura s la privilegia, +che, perch il capo reo il mondo torca, +sola va dritta e l mal cammin dispregia. + +Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca +sette volte nel letto che l Montone +con tutti e quattro i pi cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinone +ti fia chiavata in mezzo de la testa +con maggior chiovi che daltrui sermone, + +se corso di giudicio non sarresta. + + + +Purgatorio Canto IX + + +La concubina di Titone antico +gi simbiancava al balco dorente, +fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, +poste in figura del freddo animale +che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de passi con che sale, +fatti avea due nel loco ov eravamo, +e l terzo gi chinava in giuso lale; + +quand io, che meco avea di quel dAdamo, +vinto dal sonno, in su lerba inchinai +l ve gi tutti e cinque sedavamo. + +Ne lora che comincia i tristi lai +la rondinella presso a la mattina, +forse a memoria de suo primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina +pi da la carne e men da pensier presa, +a le sue vison quasi divina, + +in sogno mi parea veder sospesa +unaguglia nel ciel con penne doro, +con lali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea l dove fuoro +abbandonati i suoi da Ganimede, +quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: Forse questa fiede +pur qui per uso, e forse daltro loco +disdegna di portarne suso in piede. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, +terribil come folgor discendesse, +e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; +e s lo ncendio imaginato cosse, +che convenne che l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, +li occhi svegliati rivolgendo in giro +e non sappiendo l dove si fosse, + +quando la madre da Chirn a Schiro +trafugg lui dormendo in le sue braccia, +l onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss io, s come da la faccia +mi fugg l sonno, e diventa ismorto, +come fa luom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato mera solo il mio conforto, +e l sole er alto gi pi che due ore, +e l viso mera a la marina torto. + +Non aver tema, disse il mio segnore; +fatti sicur, ch noi semo a buon punto; +non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se omai al purgatorio giunto: +vedi l il balzo che l chiude dintorno; +vedi lentrata l ve par digiunto. + +Dianzi, ne lalba che procede al giorno, +quando lanima tua dentro dormia, +sovra li fiori ond l gi addorno + +venne una donna, e disse: I son Lucia; +lasciatemi pigliar costui che dorme; +s lagevoler per la sua via. + +Sordel rimase e laltre genti forme; +ella ti tolse, e come l d fu chiaro, +sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti pos, ma pria mi dimostraro +li occhi suoi belli quella intrata aperta; +poi ella e l sonno ad una se nandaro. + +A guisa duom che n dubbio si raccerta +e che muta in conforto sua paura, +poi che la verit li discoperta, + +mi cambia io; e come sanza cura +vide me l duca mio, su per lo balzo +si mosse, e io di rietro inver laltura. + +Lettor, tu vedi ben com io innalzo +la mia matera, e per con pi arte +non ti maravigliar sio la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte +che l dove pareami prima rotto, +pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto +per gire ad essa, di color diversi, +e un portier chancor non facea motto. + +E come locchio pi e pi vapersi, +vidil seder sovra l grado sovrano, +tal ne la faccia chio non lo soffersi; + +e una spada nuda ava in mano, +che refletta i raggi s ver noi, +chio drizzava spesso il viso in vano. + +Dite costinci: che volete voi?, +cominci elli a dire, ov la scorta? +Guardate che l venir s non vi ni. + +Donna del ciel, di queste cose accorta, +rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi +ne disse: Andate l: quivi la porta. + +Ed ella i passi vostri in bene avanzi, +ricominci il cortese portinaio: +Venite dunque a nostri gradi innanzi. + +L ne venimmo; e lo scaglion primaio +bianco marmo era s pulito e terso, +chio mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto pi che perso, +duna petrina ruvida e arsiccia, +crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra sammassiccia, +porfido mi parea, s fiammeggiante +come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tena ambo le piante +langel di Dio sedendo in su la soglia +che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi s di buona voglia +mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi +umilemente che l serrame scioglia. + +Divoto mi gittai a santi piedi; +misericordia chiesi e chel maprisse, +ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse +col punton de la spada, e Fa che lavi, +quando se dentro, queste piaghe disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, +dun color fora col suo vestimento; +e di sotto da quel trasse due chiavi. + +Luna era doro e laltra era dargento; +pria con la bianca e poscia con la gialla +fece a la porta s, chi fu contento. + +Quandunque luna deste chiavi falla, +che non si volga dritta per la toppa, +diss elli a noi, non sapre questa calla. + +Pi cara luna; ma laltra vuol troppa +darte e dingegno avanti che diserri, +perch ella quella che l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi chi erri +anzi ad aprir cha tenerla serrata, +pur che la gente a piedi mi satterri. + +Poi pinse luscio a la porta sacrata, +dicendo: Intrate; ma facciovi accorti +che di fuor torna chi n dietro si guata. + +E quando fuor ne cardini distorti +li spigoli di quella regge sacra, +che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghi s n si mostr s acra +Tarpa, come tolto le fu il buono +Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, +e Te Deum laudamus mi parea +udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea +ci chio udiva, qual prender si suole +quando a cantar con organi si stea; + +chor s or no sintendon le parole. + + + +Purgatorio Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta +che l mal amor de lanime disusa, +perch fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti esser richiusa; +e sio avesse li occhi vlti ad essa, +qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, +che si moveva e duna e daltra parte, +s come londa che fugge e sappressa. + +Qui si conviene usare un poco darte, +cominci l duca mio, in accostarsi +or quinci, or quindi al lato che si parte. + +E questo fece i nostri passi scarsi, +tanto che pria lo scemo de la luna +rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; +ma quando fummo liberi e aperti +s dove il monte in dietro si rauna, + +o stancato e amendue incerti +di nostra via, restammo in su un piano +solingo pi che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, +al pi de lalta ripa che pur sale, +misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto locchio mio potea trar dale, +or dal sinistro e or dal destro fianco, +questa cornice mi parea cotale. + +L s non eran mossi i pi nostri anco, +quand io conobbi quella ripa intorno +che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno +dintagli s, che non pur Policleto, +ma la natura l avrebbe scorno. + +Langel che venne in terra col decreto +de la molt anni lagrimata pace, +chaperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva s verace +quivi intagliato in un atto soave, +che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria chel dicesse Ave!; +perch iv era imaginata quella +chad aprir lalto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella +Ecce ancilla De, propriamente +come figura in cera si suggella. + +Non tener pur ad un loco la mente, +disse l dolce maestro, che mavea +da quella parte onde l cuore ha la gente. + +Per chi mi mossi col viso, e vedea +di retro da Maria, da quella costa +onde mera colui che mi movea, + +unaltra storia ne la roccia imposta; +per chio varcai Virgilio, e femi presso, +acci che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato l nel marmo stesso +lo carro e buoi, traendo larca santa, +per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, +partita in sette cori, a due mie sensi +faceva dir lun No, laltro S, canta. + +Similemente al fummo de li ncensi +che vera imaginato, li occhi e l naso +e al s e al no discordi fensi. + +L precedeva al benedetto vaso, +trescando alzato, lumile salmista, +e pi e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigata ad una vista +dun gran palazzo, Micl ammirava +s come donna dispettosa e trista. + +I mossi i pi del loco dov io stava, +per avvisar da presso unaltra istoria, +che di dietro a Micl mi biancheggiava. + +Quiv era storata lalta gloria +del roman principato, il cui valore +mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i dico di Traiano imperadore; +e una vedovella li era al freno, +di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno +di cavalieri, e laguglie ne loro +sovr essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro +pareva dir: Segnor, fammi vendetta +di mio figliuol ch morto, ond io maccoro; + +ed elli a lei rispondere: Or aspetta +tanto chi torni; e quella: Segnor mio, +come persona in cui dolor saffretta, + +se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io, +la ti far; ed ella: Laltrui bene +a te che fia, se l tuo metti in oblio?; + +ond elli: Or ti conforta; chei convene +chi solva il mio dovere anzi chi mova: +giustizia vuole e piet mi ritene. + +Colui che mai non vide cosa nova +produsse esto visibile parlare, +novello a noi perch qui non si trova. + +Mentr io mi dilettava di guardare +limagini di tante umilitadi, +e per lo fabbro loro a veder care, + +Ecco di qua, ma fanno i passi radi, +mormorava il poeta, molte genti: +questi ne nveranno a li alti gradi. + +Li occhi miei, cha mirare eran contenti +per veder novitadi ond e son vaghi, +volgendosi ver lui non furon lenti. + +Non vo per, lettor, che tu ti smaghi +di buon proponimento per udire +come Dio vuol che l debito si paghi. + +Non attender la forma del martre: +pensa la succession; pensa chal peggio +oltre la gran sentenza non pu ire. + +Io cominciai: Maestro, quel chio veggio +muovere a noi, non mi sembian persone, +e non so che, s nel veder vaneggio. + +Ed elli a me: La grave condizione +di lor tormento a terra li rannicchia, +s che miei occhi pria nebber tencione. + +Ma guarda fiso l, e disviticchia +col viso quel che vien sotto a quei sassi: +gi scorger puoi come ciascun si picchia. + +O superbi cristian, miseri lassi, +che, de la vista de la mente infermi, +fidanza avete ne retrosi passi, + +non vaccorgete voi che noi siam vermi +nati a formar langelica farfalla, +che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che lanimo vostro in alto galla, +poi siete quasi antomata in difetto, +s come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, +per mensola talvolta una figura +si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura +nascere n chi la vede; cos fatti +vid io color, quando puosi ben cura. + +Vero che pi e meno eran contratti +secondo chavien pi e meno a dosso; +e qual pi pazenza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: Pi non posso. + + + +Purgatorio Canto XI + + +O Padre nostro, che ne cieli stai, +non circunscritto, ma per pi amore +chai primi effetti di l s tu hai, + +laudato sia l tuo nome e l tuo valore +da ogne creatura, com degno +di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver noi la pace del tuo regno, +ch noi ad essa non potem da noi, +sella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi +fan sacrificio a te, cantando osanna, +cos facciano li uomini de suoi. + +D oggi a noi la cotidiana manna, +sanza la qual per questo aspro diserto +a retro va chi pi di gir saffanna. + +E come noi lo mal chavem sofferto +perdoniamo a ciascuno, e tu perdona +benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virt che di legger sadona, +non spermentar con lantico avversaro, +ma libera da lui che s la sprona. + +Quest ultima preghiera, segnor caro, +gi non si fa per noi, ch non bisogna, +ma per color che dietro a noi restaro. + +Cos a s e noi buona ramogna +quell ombre orando, andavan sotto l pondo, +simile a quel che talvolta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo +e lasse su per la prima cornice, +purgando la caligine del mondo. + +Se di l sempre ben per noi si dice, +di qua che dire e far per lor si puote +da quei channo al voler buona radice? + +Ben si de loro atar lavar le note +che portar quinci, s che, mondi e lievi, +possano uscire a le stellate ruote. + +Deh, se giustizia e piet vi disgrievi +tosto, s che possiate muover lala, +che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver la scala +si va pi corto; e se c pi dun varco, +quel ne nsegnate che men erto cala; + +ch questi che vien meco, per lo ncarco +de la carne dAdamo onde si veste, +al montar s, contra sua voglia, parco. + +Le lor parole, che rendero a queste +che dette avea colui cu io seguiva, +non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: A man destra per la riva +con noi venite, e troverete il passo +possibile a salir persona viva. + +E sio non fossi impedito dal sasso +che la cervice mia superba doma, +onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, chancor vive e non si noma, +guardere io, per veder si l conosco, +e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato dun gran Tosco: +Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; +non so se l nome suo gi mai fu vosco. + +Lantico sangue e lopere leggiadre +di miei maggior mi fer s arrogante, +che, non pensando a la comune madre, + +ogn uomo ebbi in despetto tanto avante, +chio ne mori, come i Sanesi sanno, +e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno +superbia fa, ch tutti miei consorti +ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien chio questo peso porti +per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, +poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti. + +Ascoltando chinai in gi la faccia; +e un di lor, non questi che parlava, +si torse sotto il peso che li mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, +tenendo li occhi con fatica fisi +a me che tutto chin con loro andava. + +Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi, +lonor dAgobbio e lonor di quell arte +challuminar chiamata in Parisi?. + +Frate, diss elli, pi ridon le carte +che pennelleggia Franco Bolognese; +lonore tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare io stato s cortese +mentre chio vissi, per lo gran disio +de leccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; +e ancor non sarei qui, se non fosse +che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de lumane posse! +com poco verde in su la cima dura, +se non giunta da letati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura +tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, +s che la fama di colui scura. + +Cos ha tolto luno a laltro Guido +la gloria de la lingua; e forse nato +chi luno e laltro caccer del nido. + +Non il mondan romore altro chun fiato +di vento, chor vien quinci e or vien quindi, +e muta nome perch muta lato. + +Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi +da te la carne, che se fossi morto +anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi, + +pria che passin mill anni? ch pi corto +spazio a letterno, chun muover di ciglia +al cerchio che pi tardi in cielo torto. + +Colui che del cammin s poco piglia +dinanzi a me, Toscana son tutta; +e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond era sire quando fu distrutta +la rabbia fiorentina, che superba +fu a quel tempo s com ora putta. + +La vostra nominanza color derba, +che viene e va, e quei la discolora +per cui ella esce de la terra acerba. + +E io a lui: Tuo vero dir mincora +bona umilt, e gran tumor mappiani; +ma chi quei di cui tu parlavi ora?. + +Quelli , rispuose, Provenzan Salvani; +ed qui perch fu presuntoso +a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito cos e va, sanza riposo, +poi che mor; cotal moneta rende +a sodisfar chi di l troppo oso. + +E io: Se quello spirito chattende, +pria che si penta, lorlo de la vita, +qua gi dimora e qua s non ascende, + +se buona orazon lui non aita, +prima che passi tempo quanto visse, +come fu la venuta lui largita?. + +Quando vivea pi gloroso, disse, +liberamente nel Campo di Siena, +ogne vergogna diposta, saffisse; + +e l, per trar lamico suo di pena, +che sostenea ne la prigion di Carlo, +si condusse a tremar per ogne vena. + +Pi non dir, e scuro so che parlo; +ma poco tempo andr, che tuoi vicini +faranno s che tu potrai chiosarlo. + +Quest opera li tolse quei confini. + + + +Purgatorio Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, +mandava io con quell anima carca, +fin che l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: Lascia lui e varca; +ch qui buono con lali e coi remi, +quantunque pu, ciascun pinger sua barca; + +dritto s come andar vuolsi rifemi +con la persona, avvegna che i pensieri +mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io mera mosso, e seguia volontieri +del mio maestro i passi, e amendue +gi mostravam com eravam leggeri; + +ed el mi disse: Volgi li occhi in gie: +buon ti sar, per tranquillar la via, +veder lo letto de le piante tue. + +Come, perch di lor memoria sia, +sovra i sepolti le tombe terragne +portan segnato quel chelli eran pria, + +onde l molte volte si ripiagne +per la puntura de la rimembranza, +che solo a pi d de le calcagne; + +s vid io l, ma di miglior sembianza +secondo lartificio, figurato +quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato +pi chaltra creatura, gi dal cielo +folgoreggiando scender, da lun lato. + +Veda Brareo fitto dal telo +celestal giacer, da laltra parte, +grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, +armati ancora, intorno al padre loro, +mirar le membra di Giganti sparte. + +Vedea Nembrt a pi del gran lavoro +quasi smarrito, e riguardar le genti +che n Sennar con lui superbi fuoro. + +O Nob, con che occhi dolenti +vedea io te segnata in su la strada, +tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Sal, come in su la propria spada +quivi parevi morto in Gelbo, +che poi non sent pioggia n rugiada! + +O folle Aragne, s vedea io te +gi mezza ragna, trista in su li stracci +de lopera che mal per te si f. + +O Robom, gi non par che minacci +quivi l tuo segno; ma pien di spavento +nel porta un carro, sanza chaltri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento +come Almeon a sua madre f caro +parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro +sovra Sennacherb dentro dal tempio, +e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e l crudo scempio +che f Tamiri, quando disse a Ciro: +Sangue sitisti, e io di sangue tempio. + +Mostrava come in rotta si fuggiro +li Assiri, poi che fu morto Oloferne, +e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; +o Iln, come te basso e vile +mostrava il segno che l si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile +che ritraesse lombre e tratti chivi +mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: +non vide mei di me chi vide il vero, +quant io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, +figliuoli dEva, e non chinate il volto +s che veggiate il vostro mal sentero! + +Pi era gi per noi del monte vlto +e del cammin del sole assai pi speso +che non stimava lanimo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso +andava, cominci: Drizza la testa; +non pi tempo di gir s sospeso. + +Vedi col un angel che sappresta +per venir verso noi; vedi che torna +dal servigio del d lancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, +s che i diletti lo nvarci in suso; +pensa che questo d mai non raggiorna!. + +Io era ben del suo ammonir uso +pur di non perder tempo, s che n quella +materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi vena la creatura bella, +biancovestito e ne la faccia quale +par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse lale; +disse: Venite: qui son presso i gradi, +e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: +o gente umana, per volar s nata, +perch a poco vento cos cadi?. + +Menocci ove la roccia era tagliata; +quivi mi batt lali per la fronte; +poi mi promise sicura landata. + +Come a man destra, per salire al monte +dove siede la chiesa che soggioga +la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar lardita foga +per le scalee che si fero ad etade +chera sicuro il quaderno e la doga; + +cos sallenta la ripa che cade +quivi ben ratta da laltro girone; +ma quinci e quindi lalta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, +Beati pauperes spiritu! voci +cantaron s, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci +da linfernali! ch quivi per canti +sentra, e l gi per lamenti feroci. + +Gi montavam su per li scaglion santi, +ed esser mi parea troppo pi lieve +che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond io: Maestro, d, qual cosa greve +levata s da me, che nulla quasi +per me fatica, andando, si riceve?. + +Rispuose: Quando i P che son rimasi +ancor nel volto tuo presso che stinti, +saranno, com lun, del tutto rasi, + +fier li tuoi pi dal buon voler s vinti, +che non pur non fatica sentiranno, +ma fia diletto loro esser s pinti. + +Allor fec io come color che vanno +con cosa in capo non da lor saputa, +se non che cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar saiuta, +e cerca e truova e quello officio adempie +che non si pu fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie +trovai pur sei le lettere che ncise +quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + +Purgatorio Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, +dove secondamente si risega +lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi cos una cornice lega +dintorno il poggio, come la primaia; +se non che larco suo pi tosto piega. + +Ombra non l n segno che si paia: +parsi la ripa e parsi la via schietta +col livido color de la petraia. + +Se qui per dimandar gente saspetta, +ragionava il poeta, io temo forse +che troppo avr dindugio nostra eletta. + +Poi fisamente al sole li occhi porse; +fece del destro lato a muover centro, +e la sinistra parte di s torse. + +O dolce lume a cui fidanza i entro +per lo novo cammin, tu ne conduci, +dicea, come condur si vuol quinc entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci; +saltra ragione in contrario non ponta, +esser dien sempre li tuoi raggi duci. + +Quanto di qua per un migliaio si conta, +tanto di l eravam noi gi iti, +con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, +non per visti, spiriti parlando +a la mensa damor cortesi inviti. + +La prima voce che pass volando +Vinum non habent altamente disse, +e dietro a noi land reterando. + +E prima che del tutto non si udisse +per allungarsi, unaltra I sono Oreste +pass gridando, e anco non saffisse. + +Oh!, diss io, padre, che voci son queste?. +E com io domandai, ecco la terza +dicendo: Amate da cui male aveste. + +E l buon maestro: Questo cinghio sferza +la colpa de la invidia, e per sono +tratte damor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; +credo che ludirai, per mio avviso, +prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per laere ben fiso, +e vedrai gente innanzi a noi sedersi, +e ciascun lungo la grotta assiso. + +Allora pi che prima li occhi apersi; +guardami innanzi, e vidi ombre con manti +al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco pi avanti, +udia gridar: Maria, ra per noi: +gridar Michele e Pietro e Tutti santi. + +Non credo che per terra vada ancoi +omo s duro, che non fosse punto +per compassion di quel chi vidi poi; + +ch, quando fui s presso di lor giunto, +che li atti loro a me venivan certi, +per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, +e lun sofferia laltro con la spalla, +e tutti da la ripa eran sofferti. + +Cos li ciechi a cui la roba falla, +stanno a perdoni a chieder lor bisogna, +e luno il capo sopra laltro avvalla, + +perch n altrui piet tosto si pogna, +non pur per lo sonar de le parole, +ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, +cos a lombre quivi, ond io parlo ora, +luce del ciel di s largir non vole; + +ch a tutti un fil di ferro i cigli fra +e cusce s, come a sparvier selvaggio +si fa per che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, +veggendo altrui, non essendo veduto: +per chio mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev ei che volea dir lo muto; +e per non attese mia dimanda, +ma disse: Parla, e sie breve e arguto. + +Virgilio mi vena da quella banda +de la cornice onde cader si puote, +perch da nulla sponda singhirlanda; + +da laltra parte meran le divote +ombre, che per lorribile costura +premevan s, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e: O gente sicura, +incominciai, di veder lalto lume +che l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume +di vostra coscenza s che chiaro +per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, ch mi fia grazioso e caro, +sanima qui tra voi che sia latina; +e forse lei sar buon si lapparo. + +O frate mio, ciascuna cittadina +duna vera citt; ma tu vuo dire +che vivesse in Italia peregrina. + +Questo mi parve per risposta udire +pi innanzi alquanto che l dov io stava, +ond io mi feci ancor pi l sentire. + +Tra laltre vidi unombra chaspettava +in vista; e se volesse alcun dir Come?, +lo mento a guisa dorbo in s levava. + +Spirto, diss io, che per salir ti dome, +se tu se quelli che mi rispondesti, +fammiti conto o per luogo o per nome. + +Io fui sanese, rispuose, e con questi +altri rimendo qui la vita ria, +lagrimando a colui che s ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapa +fossi chiamata, e fui de li altrui danni +pi lieta assai che di ventura mia. + +E perch tu non creda chio tinganni, +odi si fui, com io ti dico, folle, +gi discendendo larco di miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle +in campo giunti co loro avversari, +e io pregava Iddio di quel che volle. + +Rotti fuor quivi e vlti ne li amari +passi di fuga; e veggendo la caccia, +letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto chio volsi in s lardita faccia, +gridando a Dio: Omai pi non ti temo!, +come f l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo +de la mia vita; e ancor non sarebbe +lo mio dover per penitenza scemo, + +se ci non fosse, cha memoria mebbe +Pier Pettinaio in sue sante orazioni, +a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se, che nostre condizioni +vai dimandando, e porti li occhi sciolti, +s com io credo, e spirando ragioni?. + +Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti, +ma picciol tempo, ch poca loffesa +fatta per esser con invidia vlti. + +Troppa pi la paura ond sospesa +lanima mia del tormento di sotto, +che gi lo ncarco di l gi mi pesa. + +Ed ella a me: Chi tha dunque condotto +qua s tra noi, se gi ritornar credi?. +E io: Costui ch meco e non fa motto. + +E vivo sono; e per mi richiedi, +spirito eletto, se tu vuo chi mova +di l per te ancor li mortai piedi. + +Oh, questa a udir s cosa nuova, +rispuose, che gran segno che Dio tami; +per col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu pi brami, +se mai calchi la terra di Toscana, +che a miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana +che spera in Talamone, e perderagli +pi di speranza cha trovar la Diana; + +ma pi vi perderanno li ammiragli. + + + +Purgatorio Canto XIV + + +Chi costui che l nostro monte cerchia +prima che morte li abbia dato il volo, +e apre li occhi a sua voglia e coverchia?. + +Non so chi sia, ma so che non solo; +domandal tu che pi li tavvicini, +e dolcemente, s che parli, accolo. + +Cos due spirti, luno a laltro chini, +ragionavan di me ivi a man dritta; +poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse luno: O anima che fitta +nel corpo ancora inver lo ciel ten vai, +per carit ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se; ch tu ne fai +tanto maravigliar de la tua grazia, +quanto vuol cosa che non fu pi mai. + +E io: Per mezza Toscana si spazia +un fiumicel che nasce in Falterona, +e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr esso rech io questa persona: +dirvi chi sia, saria parlare indarno, +ch l nome mio ancor molto non suona. + +Se ben lo ntendimento tuo accarno +con lo ntelletto, allora mi rispuose +quei che diceva pria, tu parli dArno. + +E laltro disse lui: Perch nascose +questi il vocabol di quella riviera, +pur com om fa de lorribili cose?. + +E lombra che di ci domandata era, +si sdebit cos: Non so; ma degno +ben che l nome di tal valle pra; + +ch dal principio suo, ov s pregno +lalpestro monte ond tronco Peloro, +che n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin l ve si rende per ristoro +di quel che l ciel de la marina asciuga, +ond hanno i fiumi ci che va con loro, + +vert cos per nimica si fuga +da tutti come biscia, o per sventura +del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond hanno s mutata lor natura +li abitator de la misera valle, +che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, pi degni di galle +che daltro cibo fatto in uman uso, +dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, +ringhiosi pi che non chiede lor possa, +e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa, +tanto pi trova di can farsi lupi +la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per pi pelaghi cupi, +trova le volpi s piene di froda, +che non temono ingegno che le occpi. + +N lascer di dir perch altri moda; +e buon sar costui, sancor sammenta +di ci che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa +cacciator di quei lupi in su la riva +del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; +poscia li ancide come antica belva; +molti di vita e s di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; +lasciala tal, che di qui a mille anni +ne lo stato primaio non si rinselva. + +Com a lannunzio di dogliosi danni +si turba il viso di colui chascolta, +da qual che parte il periglio lassanni, + +cos vid io laltr anima, che volta +stava a udir, turbarsi e farsi trista, +poi chebbe la parola a s raccolta. + +Lo dir de luna e de laltra la vista +mi fer voglioso di saper lor nomi, +e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlmi +ricominci: Tu vuo chio mi deduca +nel fare a te ci che tu far non vuomi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca +tanto sua grazia, non ti sar scarso; +per sappi chio fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio dinvidia s rarso, +che se veduto avesse uom farsi lieto, +visto mavresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; +o gente umana, perch poni l core +l v mestier di consorte divieto? + +Questi Rinier; questi l pregio e lonore +de la casa da Calboli, ove nullo +fatto s reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue fatto brullo, +tra l Po e l monte e la marina e l Reno, +del ben richesto al vero e al trastullo; + +ch dentro a questi termini ripieno +di venenosi sterpi, s che tardi +per coltivare omai verrebber meno. + +Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi? +Pier Traversaro e Guido di Carpigna? +Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? +quando in Faenza un Bernardin di Fosco, +verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar sio piango, Tosco, +quando rimembro, con Guido da Prata, +Ugolin dAzzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, +la casa Traversara e li Anastagi +(e luna gente e laltra diretata), + +le donne e cavalier, li affanni e li agi +che ne nvogliava amore e cortesia +l dove i cuor son fatti s malvagi. + +O Bretinoro, ch non fuggi via, +poi che gita se n la tua famiglia +e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; +e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, +che di figliar tai conti pi simpiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che l demonio +lor sen gir; ma non per che puro +gi mai rimagna dessi testimonio. + +O Ugolin de Fantolin, sicuro + l nome tuo, da che pi non saspetta +chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta +troppo di pianger pi che di parlare, +s mha nostra ragion la mente stretta. + +Noi sapavam che quell anime care +ci sentivano andar; per, tacendo, +facan noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, +folgore parve quando laere fende, +voce che giunse di contra dicendo: + +Anciderammi qualunque mapprende; +e fugg come tuon che si dilegua, +se sbito la nuvola scoscende. + +Come da lei ludir nostro ebbe triegua, +ed ecco laltra con s gran fracasso, +che somigli tonar che tosto segua: + +Io sono Aglauro che divenni sasso; +e allor, per ristrignermi al poeta, +in destro feci, e non innanzi, il passo. + +Gi era laura dogne parte queta; +ed el mi disse: Quel fu l duro camo +che dovria luom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete lesca, s che lamo +de lantico avversaro a s vi tira; +e per poco val freno o richiamo. + +Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira, +mostrandovi le sue bellezze etterne, +e locchio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne. + + + +Purgatorio Canto XV + + +Quanto tra lultimar de lora terza +e l principio del d par de la spera +che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva gi inver la sera +essere al sol del suo corso rimaso; +vespero l, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo l naso, +perch per noi girato era s l monte, +che gi dritti andavamo inver loccaso, + +quand io senti a me gravar la fronte +a lo splendore assai pi che di prima, +e stupor meran le cose non conte; + +ond io levai le mani inver la cima +de le mie ciglia, e fecimi l solecchio, +che del soverchio visibile lima. + +Come quando da lacqua o da lo specchio +salta lo raggio a lopposita parte, +salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte +dal cader de la pietra in igual tratta, +s come mostra esperenza e arte; + +cos mi parve da luce rifratta +quivi dinanzi a me esser percosso; +per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +Che quel, dolce padre, a che non posso +schermar lo viso tanto che mi vaglia, +diss io, e pare inver noi esser mosso?. + +Non ti maravigliar sancor tabbaglia +la famiglia del cielo, a me rispuose: +messo che viene ad invitar chom saglia. + +Tosto sar cha veder queste cose +non ti fia grave, ma fieti diletto +quanto natura a sentir ti dispuose. + +Poi giunti fummo a langel benedetto, +con lieta voce disse: Intrate quinci +ad un scaleo vie men che li altri eretto. + +Noi montavam, gi partiti di linci, +e Beati misericordes! fue +cantato retro, e Godi tu che vinci!. + +Lo mio maestro e io soli amendue +suso andavamo; e io pensai, andando, +prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizzami a lui s dimandando: +Che volse dir lo spirto di Romagna, +e divieto e consorte menzionando?. + +Per chelli a me: Di sua maggior magagna +conosce il danno; e per non sammiri +se ne riprende perch men si piagna. + +Perch sappuntano i vostri disiri +dove per compagnia parte si scema, +invidia move il mantaco a sospiri. + +Ma se lamor de la spera supprema +torcesse in suso il disiderio vostro, +non vi sarebbe al petto quella tema; + +ch, per quanti si dice pi l nostro, +tanto possiede pi di ben ciascuno, +e pi di caritate arde in quel chiostro. + +Io son desser contento pi digiuno, +diss io, che se mi fosse pria taciuto, +e pi di dubbio ne la mente aduno. + +Com esser puote chun ben, distributo +in pi posseditor, faccia pi ricchi +di s che se da pochi posseduto?. + +Ed elli a me: Per che tu rificchi +la mente pur a le cose terrene, +di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene +che l s , cos corre ad amore +com a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si d quanto trova dardore; +s che, quantunque carit si stende, +cresce sovr essa letterno valore. + +E quanta gente pi l s sintende, +pi v da bene amare, e pi vi sama, +e come specchio luno a laltro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, +vedrai Beatrice, ed ella pienamente +ti torr questa e ciascun altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, +come son gi le due, le cinque piaghe, +che si richiudon per esser dolente. + +Com io voleva dicer Tu mappaghe, +vidimi giunto in su laltro girone, +s che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visone +estatica di sbito esser tratto, +e vedere in un tempio pi persone; + +e una donna, in su lentrar, con atto +dolce di madre dicer: Figliuol mio, +perch hai tu cos verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io +ti cercavamo. E come qui si tacque, +ci che pareva prima, dispario. + +Indi mapparve unaltra con quell acque +gi per le gote che l dolor distilla +quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: Se tu se sire de la villa +del cui nome ne di fu tanta lite, +e onde ogne scenza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite +chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto. +E l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: +Che farem noi a chi mal ne disira, +se quei che ci ama per noi condannato?, + +Poi vidi genti accese in foco dira +con pietre un giovinetto ancider, forte +gridando a s pur: Martira, martira!. + +E lui vedea chinarsi, per la morte +che laggravava gi, inver la terra, +ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a lalto Sire, in tanta guerra, +che perdonasse a suoi persecutori, +con quello aspetto che piet diserra. + +Quando lanima mia torn di fori +a le cose che son fuor di lei vere, +io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere +far s com om che dal sonno si slega, +disse: Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se venuto pi che mezza lega +velando li occhi e con le gambe avvolte, +a guisa di cui vino o sonno piega?. + +O dolce padre mio, se tu mascolte, +io ti dir, diss io, ci che mapparve +quando le gambe mi furon s tolte. + +Ed ei: Se tu avessi cento larve +sovra la faccia, non mi sarian chiuse +le tue cogitazion, quantunque parve. + +Ci che vedesti fu perch non scuse +daprir lo core a lacque de la pace +che da letterno fonte son diffuse. + +Non dimandai Che hai? per quel che face +chi guarda pur con locchio che non vede, +quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: +cos frugar conviensi i pigri, lenti +ad usar lor vigilia quando riede. + +Noi andavam per lo vespero, attenti +oltre quanto potean li occhi allungarsi +contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi +verso di noi come la notte oscuro; +n da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e laere puro. + + + +Purgatorio Canto XVI + + +Buio dinferno e di notte privata +dogne pianeto, sotto pover cielo, +quant esser pu di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio s grosso velo +come quel fummo chivi ci coperse, +n a sentir di cos aspro pelo, + +che locchio stare aperto non sofferse; +onde la scorta mia saputa e fida +mi saccost e lomero mofferse. + +S come cieco va dietro a sua guida +per non smarrirsi e per non dar di cozzo +in cosa che l molesti, o forse ancida, + +mandava io per laere amaro e sozzo, +ascoltando il mio duca che diceva +pur: Guarda che da me tu non sia mozzo. + +Io sentia voci, e ciascuna pareva +pregar per pace e per misericordia +lAgnel di Dio che le peccata leva. + +Pur Agnus Dei eran le loro essordia; +una parola in tutte era e un modo, +s che parea tra esse ogne concordia. + +Quei sono spirti, maestro, chi odo?, +diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi, +e diracundia van solvendo il nodo. + +Or tu chi se che l nostro fummo fendi, +e di noi parli pur come se tue +partissi ancor lo tempo per calendi?. + +Cos per una voce detto fue; +onde l maestro mio disse: Rispondi, +e domanda se quinci si va se. + +E io: O creatura che ti mondi +per tornar bella a colui che ti fece, +maraviglia udirai, se mi secondi. + +Io ti seguiter quanto mi lece, +rispuose; e se veder fummo non lascia, +ludir ci terr giunti in quella vece. + +Allora incominciai: Con quella fascia +che la morte dissolve men vo suso, +e venni qui per linfernale ambascia. + +E se Dio mha in sua grazia rinchiuso, +tanto che vuol chi veggia la sua corte +per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, +ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco; +e tue parole fier le nostre scorte. + +Lombardo fui, e fu chiamato Marco; +del mondo seppi, e quel valore amai +al quale ha or ciascun disteso larco. + +Per montar s dirittamente vai. +Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego +che per me prieghi quando s sarai. + +E io a lui: Per fede mi ti lego +di far ci che mi chiedi; ma io scoppio +dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora fatto doppio +ne la sentenza tua, che mi fa certo +qui, e altrove, quello ov io laccoppio. + +Lo mondo ben cos tutto diserto +dogne virtute, come tu mi sone, +e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che maddite la cagione, +s chi la veggia e chi la mostri altrui; +ch nel cielo uno, e un qua gi la pone. + +Alto sospir, che duolo strinse in uhi!, +mise fuor prima; e poi cominci: Frate, +lo mondo cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate +pur suso al cielo, pur come se tutto +movesse seco di necessitate. + +Se cos fosse, in voi fora distrutto +libero arbitrio, e non fora giustizia +per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; +non dico tutti, ma, posto chi l dica, +lume v dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica +ne le prime battaglie col ciel dura, +poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura +liberi soggiacete; e quella cria +la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura. + +Per, se l mondo presente disvia, +in voi la cagione, in voi si cheggia; +e io te ne sar or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia +prima che sia, a guisa di fanciulla +che piangendo e ridendo pargoleggia, + +lanima semplicetta che sa nulla, +salvo che, mossa da lieto fattore, +volontier torna a ci che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; +quivi singanna, e dietro ad esso corre, +se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; +convenne rege aver, che discernesse +de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? +Nullo, per che l pastor che procede, +rugumar pu, ma non ha lunghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede +pur a quel ben fedire ond ella ghiotta, +di quel si pasce, e pi oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta + la cagion che l mondo ha fatto reo, +e non natura che n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che l buon mondo feo, +due soli aver, che luna e laltra strada +facean vedere, e del mondo e di Deo. + +Lun laltro ha spento; ed giunta la spada +col pasturale, e lun con laltro insieme +per viva forza mal convien che vada; + +per che, giunti, lun laltro non teme: +se non mi credi, pon mente a la spiga, +chogn erba si conosce per lo seme. + +In sul paese chAdice e Po riga, +solea valore e cortesia trovarsi, +prima che Federigo avesse briga; + +or pu sicuramente indi passarsi +per qualunque lasciasse, per vergogna +di ragionar coi buoni o dappressarsi. + +Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna +lantica et la nova, e par lor tardo +che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e l buon Gherardo +e Guido da Castel, che mei si noma, +francescamente, il semplice Lombardo. + +D oggimai che la Chiesa di Roma, +per confondere in s due reggimenti, +cade nel fango, e s brutta e la soma. + +O Marco mio, diss io, bene argomenti; +e or discerno perch dal retaggio +li figli di Lev furono essenti. + +Ma qual Gherardo quel che tu per saggio +di ch rimaso de la gente spenta, +in rimprovro del secol selvaggio?. + +O tuo parlar minganna, o el mi tenta, +rispuose a me; ch, parlandomi tosco, +par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, +sio nol togliessi da sua figlia Gaia. +Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco. + +Vedi lalbor che per lo fummo raia +gi biancheggiare, e me convien partirmi +(langelo ivi) prima chio li paia. + +Cos torn, e pi non volle udirmi. + + + +Purgatorio Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe +ti colse nebbia per la qual vedessi +non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi +a diradar cominciansi, la spera +del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera +in giugnere a veder com io rividi +lo sole in pria, che gi nel corcar era. + +S, pareggiando i miei co passi fidi +del mio maestro, usci fuor di tal nube +ai raggi morti gi ne bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube +talvolta s di fuor, chom non saccorge +perch dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se l senso non ti porge? +Moveti lume che nel ciel sinforma, +per s o per voler che gi lo scorge. + +De lempiezza di lei che mut forma +ne luccel cha cantar pi si diletta, +ne limagine mia apparve lorma; + +e qui fu la mia mente s ristretta +dentro da s, che di fuor non vena +cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a lalta fantasia +un crucifisso, dispettoso e fero +ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assero, +Estr sua sposa e l giusto Mardoceo, +che fu al dire e al far cos intero. + +E come questa imagine rompeo +s per s stessa, a guisa duna bulla +cui manca lacqua sotto qual si feo, + +surse in mia visone una fanciulla +piangendo forte, e dicea: O regina, +perch per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa thai per non perder Lavina; +or mhai perduta! Io son essa che lutto, +madre, a la tua pria cha laltrui ruina. + +Come si frange il sonno ove di butto +nova luce percuote il viso chiuso, +che fratto guizza pria che muoia tutto; + +cos limaginar mio cadde giuso +tosto che lume il volto mi percosse, +maggior assai che quel ch in nostro uso. + +I mi volgea per veder ov io fosse, +quando una voce disse Qui si monta, +che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta +di riguardar chi era che parlava, +che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava +e per soverchio sua figura vela, +cos la mia virt quivi mancava. + +Questo divino spirito, che ne la +via da ir s ne drizza sanza prego, +e col suo lume s medesmo cela. + +S fa con noi, come luom si fa sego; +ch quale aspetta prego e luopo vede, +malignamente gi si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; +procacciam di salir pria che sabbui, +ch poi non si poria, se l d non riede. + +Cos disse il mio duca, e io con lui +volgemmo i nostri passi ad una scala; +e tosto chio al primo grado fui, + +sentimi presso quasi un muover dala +e ventarmi nel viso e dir: Beati +pacifici, che son sanz ira mala!. + +Gi eran sovra noi tanto levati +li ultimi raggi che la notte segue, +che le stelle apparivan da pi lati. + +O virt mia, perch s ti dilegue?, +fra me stesso dicea, ch mi sentiva +la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove pi non saliva +la scala s, ed eravamo affissi, +pur come nave cha la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, sio udissi +alcuna cosa nel novo girone; +poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +Dolce mio padre, d, quale offensione +si purga qui nel giro dove semo? +Se i pi si stanno, non stea tuo sermone. + +Ed elli a me: Lamor del bene, scemo +del suo dover, quiritta si ristora; +qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perch pi aperto intendi ancora, +volgi la mente a me, e prenderai +alcun buon frutto di nostra dimora. + +N creator n creatura mai, +cominci el, figliuol, fu sanza amore, +o naturale o danimo; e tu l sai. + +Lo naturale sempre sanza errore, +ma laltro puote errar per malo obietto +o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre chelli nel primo ben diretto, +e ne secondi s stesso misura, +esser non pu cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con pi cura +o con men che non dee corre nel bene, +contra l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi chesser convene +amor sementa in voi dogne virtute +e dogne operazion che merta pene. + +Or, perch mai non pu da la salute +amor del suo subietto volger viso, +da lodio proprio son le cose tute; + +e perch intender non si pu diviso, +e per s stante, alcuno esser dal primo, +da quello odiare ogne effetto deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, +che l mal che sama del prossimo; ed esso +amor nasce in tre modi in vostro limo. + + chi, per esser suo vicin soppresso, +spera eccellenza, e sol per questo brama +chel sia di sua grandezza in basso messo; + + chi podere, grazia, onore e fama +teme di perder perch altri sormonti, +onde sattrista s che l contrario ama; + +ed chi per ingiuria par chaonti, +s che si fa de la vendetta ghiotto, +e tal convien che l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua gi di sotto +si piange: or vo che tu de laltro intende, +che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende +nel qual si queti lanimo, e disira; +per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira +o a lui acquistar, questa cornice, +dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben che non fa luom felice; +non felicit, non la buona +essenza, dogne ben frutto e radice. + +Lamor chad esso troppo sabbandona, +di sovr a noi si piange per tre cerchi; +ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, acci che tu per te ne cerchi. + + + +Purgatorio Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento +lalto dottore, e attento guardava +ne la mia vista sio parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, +di fuor tacea, e dentro dicea: Forse +lo troppo dimandar chio fo li grava. + +Ma quel padre verace, che saccorse +del timido voler che non sapriva, +parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond io: Maestro, il mio veder savviva +s nel tuo lume, chio discerno chiaro +quanto la tua ragion parta o descriva. + +Per ti prego, dolce padre caro, +che mi dimostri amore, a cui reduci +ogne buono operare e l suo contraro. + +Drizza, disse, ver me lagute luci +de lo ntelletto, e fieti manifesto +lerror de ciechi che si fanno duci. + +Lanimo, ch creato ad amar presto, +ad ogne cosa mobile che piace, +tosto che dal piacere in atto desto. + +Vostra apprensiva da esser verace +tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, +s che lanimo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver di lei si piega, +quel piegare amor, quell natura +che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come l foco movesi in altura +per la sua forma ch nata a salire +l dove pi in sua matera dura, + +cos lanimo preso entra in disire, +ch moto spiritale, e mai non posa +fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant nascosa +la veritate a la gente chavvera +ciascun amore in s laudabil cosa; + +per che forse appar la sua matera +sempre esser buona, ma non ciascun segno + buono, ancor che buona sia la cera. + +Le tue parole e l mio seguace ingegno, +rispuos io lui, mhanno amor discoverto, +ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno; + +ch, samore di fuori a noi offerto +e lanima non va con altro piede, +se dritta o torta va, non suo merto. + +Ed elli a me: Quanto ragion qui vede, +dir ti poss io; da indi in l taspetta +pur a Beatrice, ch opra di fede. + +Ogne forma sustanzal, che setta + da matera ed con lei unita, +specifica vertute ha in s colletta, + +la qual sanza operar non sentita, +n si dimostra mai che per effetto, +come per verdi fronde in pianta vita. + +Per, l onde vegna lo ntelletto +de le prime notizie, omo non sape, +e de primi appetibili laffetto, + +che sono in voi s come studio in ape +di far lo mele; e questa prima voglia +merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perch a questa ogn altra si raccoglia, +innata v la virt che consiglia, +e de lassenso de tener la soglia. + +Quest l principio l onde si piglia +ragion di meritare in voi, secondo +che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, +saccorser desta innata libertate; +per moralit lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate +surga ogne amor che dentro a voi saccende, +di ritenerlo in voi la podestate. + +La nobile virt Beatrice intende +per lo libero arbitrio, e per guarda +che labbi a mente, sa parlar ten prende. + +La luna, quasi a mezza notte tarda, +facea le stelle a noi parer pi rade, +fatta com un secchion che tuttor arda; + +e correa contro l ciel per quelle strade +che l sole infiamma allor che quel da Roma +tra Sardi e Corsi il vede quando cade. + +E quell ombra gentil per cui si noma +Pietola pi che villa mantoana, +del mio carcar diposta avea la soma; + +per chio, che la ragione aperta e piana +sovra le mie quistioni avea ricolta, +stava com om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta +subitamente da gente che dopo +le nostre spalle a noi era gi volta. + +E quale Ismeno gi vide e Asopo +lungo di s di notte furia e calca, +pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, +per quel chio vidi di color, venendo, +cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr a noi, perch correndo +si movea tutta quella turba magna; +e due dinanzi gridavan piangendo: + +Maria corse con fretta a la montagna; +e Cesare, per soggiogare Ilerda, +punse Marsilia e poi corse in Ispagna. + +Ratto, ratto, che l tempo non si perda +per poco amor, gridavan li altri appresso, +che studio di ben far grazia rinverda. + +O gente in cui fervore aguto adesso +ricompie forse negligenza e indugio +da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i non vi bugio, +vuole andar s, pur che l sol ne riluca; +per ne dite ond presso il pertugio. + +Parole furon queste del mio duca; +e un di quelli spirti disse: Vieni +di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci s pieni, +che restar non potem; per perdona, +se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona +sotto lo mperio del buon Barbarossa, +di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha gi lun pi dentro la fossa, +che tosto pianger quel monastero, +e tristo fia davere avuta possa; + +perch suo figlio, mal del corpo intero, +e de la mente peggio, e che mal nacque, +ha posto in loco di suo pastor vero. + +Io non so se pi disse o sei si tacque, +tant era gi di l da noi trascorso; +ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che mera ad ogne uopo soccorso +disse: Volgiti qua: vedine due +venir dando a laccida di morso. + +Di retro a tutti dicean: Prima fue +morta la gente a cui il mar saperse, +che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che laffanno non sofferse +fino a la fine col figlio dAnchise, +s stessa a vita sanza gloria offerse. + +Poi quando fuor da noi tanto divise +quell ombre, che veder pi non potiersi, +novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual pi altri nacquero e diversi; +e tanto duno in altro vaneggiai, +che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e l pensamento in sogno trasmutai. + + + +Purgatorio Canto XIX + + +Ne lora che non pu l calor durno +intepidar pi l freddo de la luna, +vinto da terra, e talor da Saturno + +quando i geomanti lor Maggior Fortuna +veggiono in orente, innanzi a lalba, +surger per via che poco le sta bruna, + +mi venne in sogno una femmina balba, +ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta, +con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come l sol conforta +le fredde membra che la notte aggrava, +cos lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava +in poco dora, e lo smarrito volto, +com amor vuol, cos le colorava. + +Poi chell avea l parlar cos disciolto, +cominciava a cantar s, che con pena +da lei avrei mio intento rivolto. + +Io son, cantava, io son dolce serena, +che marinari in mezzo mar dismago; +tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago +al canto mio; e qual meco sausa, +rado sen parte; s tutto lappago!. + +Ancor non era sua bocca richiusa, +quand una donna apparve santa e presta +lunghesso me per far colei confusa. + +O Virgilio, Virgilio, chi questa?, +fieramente dicea; ed el vena +con li occhi fitti pur in quella onesta. + +Laltra prendea, e dinanzi lapria +fendendo i drappi, e mostravami l ventre; +quel mi svegli col puzzo che nuscia. + +Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre +voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni; +troviam laperta per la qual tu entre. + +S mi levai, e tutti eran gi pieni +de lalto d i giron del sacro monte, +e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte +come colui che lha di pensier carca, +che fa di s un mezzo arco di ponte; + +quand io udi Venite; qui si varca +parlare in modo soave e benigno, +qual non si sente in questa mortal marca. + +Con lali aperte, che parean di cigno, +volseci in s colui che s parlonne +tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, +Qui lugent affermando esser beati, +chavran di consolar lanime donne. + +Che hai che pur inver la terra guati?, +la guida mia incominci a dirmi, +poco amendue da langel sormontati. + +E io: Con tanta sospeccion fa irmi +novella vison cha s mi piega, +s chio non posso dal pensar partirmi. + +Vedesti, disse, quellantica strega +che sola sovr a noi omai si piagne; +vedesti come luom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; +li occhi rivolgi al logoro che gira +lo rege etterno con le rote magne. + +Quale l falcon, che prima a pi si mira, +indi si volge al grido e si protende +per lo disio del pasto che l il tira, + +tal mi fec io; e tal, quanto si fende +la roccia per dar via a chi va suso, +nandai infin dove l cerchiar si prende. + +Com io nel quinto giro fui dischiuso, +vidi gente per esso che piangea, +giacendo a terra tutta volta in giuso. + +Adhaesit pavimento anima mea +sentia dir lor con s alti sospiri, +che la parola a pena sintendea. + +O eletti di Dio, li cui soffriri +e giustizia e speranza fa men duri, +drizzate noi verso li alti saliri. + +Se voi venite dal giacer sicuri, +e volete trovar la via pi tosto, +le vostre destre sien sempre di fori. + +Cos preg l poeta, e s risposto +poco dinanzi a noi ne fu; per chio +nel parlare avvisai laltro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: +ond elli massent con lieto cenno +ci che chiedea la vista del disio. + +Poi chio potei di me fare a mio senno, +trassimi sovra quella creatura +le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: Spirto in cui pianger matura +quel sanza l quale a Dio tornar non pssi, +sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perch vlti avete i dossi +al s, mi d, e se vuo chio timpetri +cosa di l ond io vivendo mossi. + +Ed elli a me: Perch i nostri diretri +rivolga il cielo a s, saprai; ma prima +scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Sestri e Chiaveri sadima +una fiumana bella, e del suo nome +lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e poco pi prova io come +pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, +che piuma sembran tutte laltre some. + +La mia conversone, om!, fu tarda; +ma, come fatto fui roman pastore, +cos scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che l non sacquetava il core, +n pi salir potiesi in quella vita; +per che di questa in me saccese amore. + +Fino a quel punto misera e partita +da Dio anima fui, del tutto avara; +or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel chavarizia fa, qui si dichiara +in purgazion de lanime converse; +e nulla pena il monte ha pi amara. + +S come locchio nostro non saderse +in alto, fisso a le cose terrene, +cos giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene +lo nostro amore, onde operar perdsi, +cos giustizia qui stretti ne tene, + +ne piedi e ne le man legati e presi; +e quanto fia piacer del giusto Sire, +tanto staremo immobili e distesi. + +Io mera inginocchiato e volea dire; +ma com io cominciai ed el saccorse, +solo ascoltando, del mio reverire, + +Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?. +E io a lui: Per vostra dignitate +mia coscenza dritto mi rimorse. + +Drizza le gambe, lvati s, frate!, +rispuose; non errar: conservo sono +teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono +che dice Neque nubent intendesti, +ben puoi veder perch io cos ragiono. + +Vattene omai: non vo che pi tarresti; +ch la tua stanza mio pianger disagia, +col qual maturo ci che tu dicesti. + +Nepote ho io di l cha nome Alagia, +buona da s, pur che la nostra casa +non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di l m rimasa. + + + +Purgatorio Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; +onde contra l piacer mio, per piacerli, +trassi de lacqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e l duca mio si mosse per li +luoghi spediti pur lungo la roccia, +come si va per muro stretto a merli; + +ch la gente che fonde a goccia a goccia +per li occhi il mal che tutto l mondo occupa, +da laltra parte in fuor troppo sapproccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, +che pi che tutte laltre bestie hai preda +per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda +le condizion di qua gi trasmutarsi, +quando verr per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, +e io attento a lombre, chi sentia +pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi Dolce Maria! +dinanzi a noi chiamar cos nel pianto +come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: Povera fosti tanto, +quanto veder si pu per quello ospizio +dove sponesti il tuo portato santo. + +Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, +con povert volesti anzi virtute +che gran ricchezza posseder con vizio. + +Queste parole meran s piaciute, +chio mi trassi oltre per aver contezza +di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza +che fece Niccol a le pulcelle, +per condurre ad onor lor giovinezza. + +O anima che tanto ben favelle, +dimmi chi fosti, dissi, e perch sola +tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza merc la tua parola, +sio ritorno a compir lo cammin corto +di quella vita chal termine vola. + +Ed elli: Io ti dir, non per conforto +chio attenda di l, ma perch tanta +grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta +che la terra cristiana tutta aduggia, +s che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia +potesser, tosto ne saria vendetta; +e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di l Ugo Ciappetta; +di me son nati i Filippi e i Luigi +per cui novellamente Francia retta. + +Figliuol fu io dun beccaio di Parigi: +quando li regi antichi venner meno +tutti, fuor chun renduto in panni bigi, + +trovami stretto ne le mani il freno +del governo del regno, e tanta possa +di nuovo acquisto, e s damici pieno, + +cha la corona vedova promossa +la testa di mio figlio fu, dal quale +cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale +al sangue mio non tolse la vergogna, +poco valea, ma pur non facea male. + +L cominci con forza e con menzogna +la sua rapina; e poscia, per ammenda, +Pont e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, +vittima f di Curradino; e poi +ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg io, non molto dopo ancoi, +che tragge un altro Carlo fuor di Francia, +per far conoscer meglio e s e suoi. + +Sanz arme nesce e solo con la lancia +con la qual giostr Giuda, e quella ponta +s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta +guadagner, per s tanto pi grave, +quanto pi lieve simil danno conta. + +Laltro, che gi usc preso di nave, +veggio vender sua figlia e patteggiarne +come fanno i corsar de laltre schiave. + +O avarizia, che puoi tu pi farne, +poscia cha il mio sangue a te s tratto, +che non si cura de la propria carne? + +Perch men paia il mal futuro e l fatto, +veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, +e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo unaltra volta esser deriso; +veggio rinovellar laceto e l fiele, +e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato s crudele, +che ci nol sazia, ma sanza decreto +portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando sar io lieto +a veder la vendetta che, nascosa, +fa dolce lira tua nel tuo secreto? + +Ci chio dicea di quell unica sposa +de lo Spirito Santo e che ti fece +verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto risposto a tutte nostre prece +quanto l d dura; ma com el sannotta, +contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalon allotta, +cui traditore e ladro e paricida +fece la voglia sua de loro ghiotta; + +e la miseria de lavaro Mida, +che segu a la sua dimanda gorda, +per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acn ciascun poi si ricorda, +come fur le spoglie, s che lira +di Ios qui par chancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; +lodiam i calci chebbe Elodoro; +e in infamia tutto l monte gira + +Polinestr chancise Polidoro; +ultimamente ci si grida: Crasso, +dilci, che l sai: di che sapore loro?. + +Talor parla luno alto e laltro basso, +secondo laffezion chad ir ci sprona +ora a maggiore e ora a minor passo: + +per al ben che l d ci si ragiona, +dianzi non era io sol; ma qui da presso +non alzava la voce altra persona. + +Noi eravam partiti gi da esso, +e brigavam di soverchiar la strada +tanto quanto al poder nera permesso, + +quand io senti, come cosa che cada, +tremar lo monte; onde mi prese un gelo +qual prender suol colui cha morte vada. + +Certo non si scoteo s forte Delo, +pria che Latona in lei facesse l nido +a parturir li due occhi del cielo. + +Poi cominci da tutte parti un grido +tal, che l maestro inverso me si feo, +dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido. + +Glora in excelsis tutti Deo +dicean, per quel chio da vicin compresi, +onde intender lo grido si poteo. + +No istavamo immobili e sospesi +come i pastor che prima udir quel canto, +fin che l tremar cess ed el compisi. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, +guardando lombre che giacean per terra, +tornate gi in su lusato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra +mi f desideroso di sapere, +se la memoria mia in ci non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; +n per la fretta dimandare er oso, +n per me l potea cosa vedere: + +cos mandava timido e pensoso. + + + +Purgatorio Canto XXI + + +La sete natural che mai non sazia +se non con lacqua onde la femminetta +samaritana domand la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta +per la mpacciata via dietro al mio duca, +e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, s come ne scrive Luca +che Cristo apparve a due cherano in via, +gi surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve unombra, e dietro a noi vena, +dal pi guardando la turba che giace; +n ci addemmo di lei, s parl pria, + +dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace. +Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio +rendli l cenno cha ci si conface. + +Poi cominci: Nel beato concilio +ti ponga in pace la verace corte +che me rilega ne letterno essilio. + +Come!, diss elli, e parte andavam forte: +se voi siete ombre che Dio s non degni, +chi vha per la sua scala tanto scorte?. + +E l dottor mio: Se tu riguardi a segni +che questi porta e che langel profila, +ben vedrai che coi buon convien che regni. + +Ma perch lei che d e notte fila +non li avea tratta ancora la conocchia +che Cloto impone a ciascuno e compila, + +lanima sua, ch tua e mia serocchia, +venendo s, non potea venir sola, +per chal nostro modo non adocchia. + +Ond io fui tratto fuor de lampia gola +dinferno per mostrarli, e mosterrolli +oltre, quanto l potr menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli +di dianzi l monte, e perch tutto ad una +parve gridare infino a suoi pi molli. + +S mi di, dimandando, per la cruna +del mio disio, che pur con la speranza +si fece la mia sete men digiuna. + +Quei cominci: Cosa non che sanza +ordine senta la religone +de la montagna, o che sia fuor dusanza. + +Libero qui da ogne alterazione: +di quel che l ciel da s in s riceve +esser ci puote, e non daltro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, +non rugiada, non brina pi s cade +che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion n rade, +n coruscar, n figlia di Taumante, +che di l cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge pi avante +chal sommo di tre gradi chio parlai, +dov ha l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse pi gi poco o assai; +ma per vento che n terra si nasconda, +non so come, qua s non trem mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda +sentesi, s che surga o che si mova +per salir s; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, +che, tutto libero a mutar convento, +lalma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento +che divina giustizia, contra voglia, +come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia +cinquecent anni e pi, pur mo sentii +libera volont di miglior soglia: + +per sentisti il tremoto e li pii +spiriti per lo monte render lode +a quel Segnor, che tosto s li nvii. + +Cos ne disse; e per chel si gode +tanto del ber quant grande la sete, +non saprei dir quant el mi fece prode. + +E l savio duca: Omai veggio la rete +che qui vi mpiglia e come si scalappia, +perch ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati chio sappia, +e perch tanti secoli giaciuto +qui se, ne le parole tue mi cappia. + +Nel tempo che l buon Tito, con laiuto +del sommo rege, vendic le fra +ond usc l sangue per Giuda venduto, + +col nome che pi dura e pi onora +era io di l, rispuose quello spirto, +famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, +che, tolosano, a s mi trasse Roma, +dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di l mi noma: +cantai di Tebe, e poi del grande Achille; +ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, +che mi scaldar, de la divina fiamma +onde sono allumati pi di mille; + +de lEneda dico, la qual mamma +fummi, e fummi nutrice, poetando: +sanz essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di l quando +visse Virgilio, assentirei un sole +pi che non deggio al mio uscir di bando. + +Volser Virgilio a me queste parole +con viso che, tacendo, disse Taci; +ma non pu tutto la virt che vuole; + +ch riso e pianto son tanto seguaci +a la passion di che ciascun si spicca, +che men seguon voler ne pi veraci. + +Io pur sorrisi come luom chammicca; +per che lombra si tacque, e riguardommi +ne li occhi ove l sembiante pi si ficca; + +e Se tanto labore in bene assommi, +disse, perch la tua faccia testeso +un lampeggiar di riso dimostrommi?. + +Or son io duna parte e daltra preso: +luna mi fa tacer, laltra scongiura +chio dica; ond io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e Non aver paura, +mi dice, di parlar; ma parla e digli +quel che dimanda con cotanta cura. + +Ond io: Forse che tu ti maravigli, +antico spirto, del rider chio fei; +ma pi dammirazion vo che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, + quel Virgilio dal qual tu togliesti +forte a cantar de li uomini e di di. + +Se cagion altra al mio rider credesti, +lasciala per non vera, ed esser credi +quelle parole che di lui dicesti. + +Gi sinchinava ad abbracciar li piedi +al mio dottor, ma el li disse: Frate, +non far, ch tu se ombra e ombra vedi. + +Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate +comprender de lamor cha te mi scalda, +quand io dismento nostra vanitate, + +trattando lombre come cosa salda. + + + +Purgatorio Canto XXII + + +Gi era langel dietro a noi rimaso, +langel che navea vlti al sesto giro, +avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei channo a giustizia lor disiro +detto navea beati, e le sue voci +con sitiunt, sanz altro, ci forniro. + +E io pi lieve che per laltre foci +mandava, s che sanz alcun labore +seguiva in s li spiriti veloci; + +quando Virgilio incominci: Amore, +acceso di virt, sempre altro accese, +pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da lora che tra noi discese +nel limbo de lo nferno Giovenale, +che la tua affezion mi f palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale +pi strinse mai di non vista persona, +s chor mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona +se troppa sicurt mallarga il freno, +e come amico omai meco ragiona: + +come pot trovar dentro al tuo seno +loco avarizia, tra cotanto senno +di quanto per tua cura fosti pieno?. + +Queste parole Stazio mover fenno +un poco a riso pria; poscia rispuose: +Ogne tuo dir damor m caro cenno. + +Veramente pi volte appaion cose +che danno a dubitar falsa matera +per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder mavvera +esser chi fossi avaro in laltra vita, +forse per quella cerchia dov io era. + +Or sappi chavarizia fu partita +troppo da me, e questa dismisura +migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse chio drizzai mia cura, +quand io intesi l dove tu chiame, +crucciato quasi a lumana natura: + +Per che non reggi tu, o sacra fame +de loro, lappetito de mortali?, +voltando sentirei le giostre grame. + +Allor maccorsi che troppo aprir lali +potean le mani a spendere, e pentemi +cos di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi +per ignoranza, che di questa pecca +toglie l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca +per dritta opposizione alcun peccato, +con esso insieme qui suo verde secca; + +per, sio son tra quella gente stato +che piange lavarizia, per purgarmi, +per lo contrario suo m incontrato. + +Or quando tu cantasti le crude armi +de la doppia trestizia di Giocasta, +disse l cantor de buccolici carmi, + +per quello che Cl teco l tasta, +non par che ti facesse ancor fedele +la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se cos , qual sole o quai candele +ti stenebraron s, che tu drizzasti +poscia di retro al pescator le vele?. + +Ed elli a lui: Tu prima minvasti +verso Parnaso a ber ne le sue grotte, +e prima appresso Dio malluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, +che porta il lume dietro e s non giova, +ma dopo s fa le persone dotte, + +quando dicesti: Secol si rinova; +torna giustizia e primo tempo umano, +e progene scende da ciel nova. + +Per te poeta fui, per te cristiano: +ma perch veggi mei ci chio disegno, +a colorare stender la mano. + +Gi era l mondo tutto quanto pregno +de la vera credenza, seminata +per li messaggi de letterno regno; + +e la parola tua sopra toccata +si consonava a nuovi predicanti; +ond io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, +che, quando Domizian li perseguette, +sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di l per me si stette, +io li sovvenni, e i lor dritti costumi +fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria chio conducessi i Greci a fiumi +di Tebe poetando, ebb io battesmo; +ma per paura chiuso cristian fumi, + +lungamente mostrando paganesmo; +e questa tepidezza il quarto cerchio +cerchiar mi f pi che l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio +che mascondeva quanto bene io dico, +mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov Terrenzio nostro antico, +Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: +dimmi se son dannati, e in qual vico. + +Costoro e Persio e io e altri assai, +rispuose il duca mio, siam con quel Greco +che le Muse lattar pi chaltri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco; +spesse fate ragioniam del monte +che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v nosco e Antifonte, +Simonide, Agatone e altri pie +Greci che gi di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue +Antigone, Defile e Argia, +e Ismene s trista come fue. + +Vdeisi quella che mostr Langia; +vvi la figlia di Tiresia, e Teti, +e con le suore sue Dedamia. + +Tacevansi ambedue gi li poeti, +di novo attenti a riguardar dintorno, +liberi da saliri e da pareti; + +e gi le quattro ancelle eran del giorno +rimase a dietro, e la quinta era al temo, +drizzando pur in s lardente corno, + +quando il mio duca: Io credo cha lo stremo +le destre spalle volger ne convegna, +girando il monte come far solemo. + +Cos lusanza fu l nostra insegna, +e prendemmo la via con men sospetto +per lassentir di quell anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto +di retro, e ascoltava i lor sermoni, +cha poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni +un alber che trovammo in mezza strada, +con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada +di ramo in ramo, cos quello in giuso, +cred io, perch persona s non vada. + +Dal lato onde l cammin nostro era chiuso, +cadea de lalta roccia un liquor chiaro +e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a lalber sappressaro; +e una voce per entro le fronde +grid: Di questo cibo avrete caro. + +Poi disse: Pi pensava Maria onde +fosser le nozze orrevoli e intere, +cha la sua bocca, chor per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, +contente furon dacqua; e Danello +dispregi cibo e acquist savere. + +Lo secol primo, quant oro fu bello, +f savorose con fame le ghiande, +e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande +che nodriro il Batista nel diserto; +per chelli gloroso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v aperto. + + + +Purgatorio Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde +ficcava o s come far suole +chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo pi che padre mi dicea: Figliuole, +vienne oramai, ch l tempo che n imposto +pi utilmente compartir si vuole. + +Io volsi l viso, e l passo non men tosto, +appresso i savi, che parlavan se, +che landar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar sude +Laba ma, Domine per modo +tal, che diletto e doglia parture. + +O dolce padre, che quel chi odo?, +comincia io; ed elli: Ombre che vanno +forse di lor dover solvendo il nodo. + +S come i peregrin pensosi fanno, +giugnendo per cammin gente non nota, +che si volgono ad essa e non restanno, + +cos di retro a noi, pi tosto mota, +venendo e trapassando ci ammirava +danime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, +palida ne la faccia, e tanto scema +che da lossa la pelle sinformava. + +Non credo che cos a buccia strema +Erisittone fosse fatto secco, +per digiunar, quando pi nebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: Ecco +la gente che perd Ierusalemme, +quando Maria nel figlio di di becco! + +Parean locchiaie anella sanza gemme: +chi nel viso de li uomini legge omo +ben avria quivi conosciuta lemme. + +Chi crederebbe che lodor dun pomo +s governasse, generando brama, +e quel dunacqua, non sappiendo como? + +Gi era in ammirar che s li affama, +per la cagione ancor non manifesta +di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa +volse a me li occhi unombra e guard fiso; +poi grid forte: Qual grazia m questa?. + +Mai non lavrei riconosciuto al viso; +ma ne la voce sua mi fu palese +ci che laspetto in s avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese +mia conoscenza a la cangiata labbia, +e ravvisai la faccia di Forese. + +Deh, non contendere a lasciutta scabbia +che mi scolora, pregava, la pelle, +n a difetto di carne chio abbia; + +ma dimmi il ver di te, d chi son quelle +due anime che l ti fanno scorta; +non rimaner che tu non mi favelle!. + +La faccia tua, chio lagrimai gi morta, +mi d di pianger mo non minor doglia, +rispuos io lui, veggendola s torta. + +Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia; +non mi far dir mentr io mi maraviglio, +ch mal pu dir chi pien daltra voglia. + +Ed elli a me: De letterno consiglio +cade vert ne lacqua e ne la pianta +rimasa dietro ond io s massottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta +per seguitar la gola oltra misura, +in fame e n sete qui si rif santa. + +Di bere e di mangiar naccende cura +lodor chesce del pomo e de lo sprazzo +che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo +girando, si rinfresca nostra pena: +io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +ch quella voglia a li alberi ci mena +che men Cristo lieto a dire El, +quando ne liber con la sua vena. + +E io a lui: Forese, da quel d +nel qual mutasti mondo a miglior vita, +cinqu anni non son vlti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita +di peccar pi, che sovvenisse lora +del buon dolor cha Dio ne rimarita, + +come se tu qua s venuto ancora? +Io ti credea trovar l gi di sotto, +dove tempo per tempo si ristora. + +Ond elli a me: S tosto mha condotto +a ber lo dolce assenzo di martri +la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri +tratto mha de la costa ove saspetta, +e liberato mha de li altri giri. + +Tanto a Dio pi cara e pi diletta +la vedovella mia, che molto amai, +quanto in bene operare pi soletta; + +ch la Barbagia di Sardigna assai +ne le femmine sue pi pudica +che la Barbagia dov io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo tu chio dica? +Tempo futuro m gi nel cospetto, +cui non sar quest ora molto antica, + +nel qual sar in pergamo interdetto +a le sfacciate donne fiorentine +landar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, +cui bisognasse, per farle ir coperte, +o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe +di quel che l ciel veloce loro ammanna, +gi per urlare avrian le bocche aperte; + +ch, se lantiveder qui non minganna, +prima fien triste che le guance impeli +colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi! +vedi che non pur io, ma questa gente +tutta rimira l dove l sol veli. + +Per chio a lui: Se tu riduci a mente +qual fosti meco, e qual io teco fui, +ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui +che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda +vi si mostr la suora di colui, + +e l sol mostrai; costui per la profonda +notte menato mha di veri morti +con questa vera carne che l seconda. + +Indi mhan tratto s li suoi conforti, +salendo e rigirando la montagna +che drizza voi che l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna +che io sar l dove fia Beatrice; +quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio questi che cos mi dice, +e additalo; e quest altro quell ombra +per cu scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da s lo sgombra. + + + +Purgatorio Canto XXIV + + +N l dir landar, n landar lui pi lento +facea, ma ragionando andavam forte, +s come nave pinta da buon vento; + +e lombre, che parean cose rimorte, +per le fosse de li occhi ammirazione +traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continando al mio sermone, +dissi: Ella sen va s forse pi tarda +che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda; +dimmi sio veggio da notar persona +tra questa gente che s mi riguarda. + +La mia sorella, che tra bella e buona +non so qual fosse pi, trunfa lieta +ne lalto Olimpo gi di sua corona. + +S disse prima; e poi: Qui non si vieta +di nominar ciascun, da ch s munta +nostra sembianza via per la deta. + +Questi, e mostr col dito, Bonagiunta, +Bonagiunta da Lucca; e quella faccia +di l da lui pi che laltre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: +dal Torso fu, e purga per digiuno +languille di Bolsena e la vernaccia. + +Molti altri mi nom ad uno ad uno; +e del nomar parean tutti contenti, +s chio per non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a vto usar li denti +Ubaldin da la Pila e Bonifazio +che pastur col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, chebbe spazio +gi di bere a Forl con men secchezza, +e s fu tal, che non si sent sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi sapprezza +pi dun che daltro, fei a quel da Lucca, +che pi parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che Gentucca +sentiv io l, ov el sentia la piaga +de la giustizia che s li pilucca. + +O anima, diss io, che par s vaga +di parlar meco, fa s chio tintenda, +e te e me col tuo parlare appaga. + +Femmina nata, e non porta ancor benda, +cominci el, che ti far piacere +la mia citt, come chom la riprenda. + +Tu te nandrai con questo antivedere: +se nel mio mormorar prendesti errore, +dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma d si veggio qui colui che fore +trasse le nove rime, cominciando +Donne chavete intelletto damore. + +E io a lui: I mi son un che, quando +Amor mi spira, noto, e a quel modo +che ditta dentro vo significando. + +O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo +che l Notaro e Guittone e me ritenne +di qua dal dolce stil novo chi odo! + +Io veggio ben come le vostre penne +di retro al dittator sen vanno strette, +che de le nostre certo non avvenne; + +e qual pi a gradire oltre si mette, +non vede pi da luno a laltro stilo; +e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo l Nilo, +alcuna volta in aere fanno schiera, +poi volan pi a fretta e vanno in filo, + +cos tutta la gente che l era, +volgendo l viso, raffrett suo passo, +e per magrezza e per voler leggera. + +E come luom che di trottare lasso, +lascia andar li compagni, e s passeggia +fin che si sfoghi laffollar del casso, + +s lasci trapassar la santa greggia +Forese, e dietro meco sen veniva, +dicendo: Quando fia chio ti riveggia?. + +Non so, rispuos io lui, quant io mi viva; +ma gi non fa il tornar mio tantosto, +chio non sia col voler prima a la riva; + +per che l loco u fui a viver posto, +di giorno in giorno pi di ben si spolpa, +e a trista ruina par disposto. + +Or va, diss el; che quei che pi nha colpa, +vegg o a coda duna bestia tratto +inver la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va pi ratto, +crescendo sempre, fin chella il percuote, +e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote, +e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro +ci che l mio dir pi dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; ch l tempo caro +in questo regno, s chio perdo troppo +venendo teco s a paro a paro. + +Qual esce alcuna volta di gualoppo +lo cavalier di schiera che cavalchi, +e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si part da noi con maggior valchi; +e io rimasi in via con esso i due +che fuor del mondo s gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, +che li occhi miei si fero a lui seguaci, +come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci +dun altro pomo, e non molto lontani +per esser pur allora vlto in laci. + +Vidi gente sott esso alzar le mani +e gridar non so che verso le fronde, +quasi bramosi fantolini e vani + +che pregano, e l pregato non risponde, +ma, per fare esser ben la voglia acuta, +tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si part s come ricreduta; +e noi venimmo al grande arbore adesso, +che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +Trapassate oltre sanza farvi presso: +legno pi s che fu morso da Eva, +e questa pianta si lev da esso. + +S tra le frasche non so chi diceva; +per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, +oltre andavam dal lato che si leva. + +Ricordivi, dicea, di maladetti +nei nuvoli formati, che, satolli, +Teso combatter co doppi petti; + +e de li Ebrei chal ber si mostrar molli, +per che no i volle Gedeon compagni, +quando inver Madan discese i colli. + +S accostati a lun di due vivagni +passammo, udendo colpe de la gola +seguite gi da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, +ben mille passi e pi ci portar oltre, +contemplando ciascun sanza parola. + +Che andate pensando s voi sol tre?. +sbita voce disse; ond io mi scossi +come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; +e gi mai non si videro in fornace +vetri o metalli s lucenti e rossi, + +com io vidi un che dicea: Sa voi piace +montare in s, qui si convien dar volta; +quinci si va chi vuole andar per pace. + +Laspetto suo mavea la vista tolta; +per chio mi volsi dietro a miei dottori, +com om che va secondo chelli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, +laura di maggio movesi e olezza, +tutta impregnata da lerba e da fiori; + +tal mi senti un vento dar per mezza +la fronte, e ben senti mover la piuma, +che f sentir dambrosa lorezza. + +E senti dir: Beati cui alluma +tanto di grazia, che lamor del gusto +nel petto lor troppo disir non fuma, + +esurendo sempre quanto giusto!. + + + +Purgatorio Canto XXV + + +Ora era onde l salir non volea storpio; +ch l sole ava il cerchio di merigge +lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa luom che non saffigge +ma vassi a la via sua, che che li appaia, +se di bisogno stimolo il trafigge, + +cos intrammo noi per la callaia, +uno innanzi altro prendendo la scala +che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva lala +per voglia di volare, e non sattenta +dabbandonar lo nido, e gi la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta +di dimandar, venendo infino a latto +che fa colui cha dicer sargomenta. + +Non lasci, per landar che fosse ratto, +lo dolce padre mio, ma disse: Scocca +larco del dir, che nfino al ferro hai tratto. + +Allor sicuramente apri la bocca +e cominciai: Come si pu far magro +l dove luopo di nodrir non tocca?. + +Se tammentassi come Meleagro +si consum al consumar dun stizzo, +non fora, disse, a te questo s agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, +guizza dentro a lo specchio vostra image, +ci che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perch dentro a tuo voler tadage, +ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego +che sia or sanator de le tue piage. + +Se la veduta etterna li dislego, +rispuose Stazio, l dove tu sie, +discolpi me non potert io far nego. + +Poi cominci: Se le parole mie, +figlio, la mente tua guarda e riceve, +lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve +da lassetate vene, e si rimane +quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane +virtute informativa, come quello +cha farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov pi bello +tacer che dire; e quindi poscia geme +sovr altrui sangue in natural vasello. + +Ivi saccoglie luno e laltro insieme, +lun disposto a patire, e laltro a fare +per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare +coagulando prima, e poi avviva +ci che per sua matera f constare. + +Anima fatta la virtute attiva +qual duna pianta, in tanto differente, +che questa in via e quella gi a riva, + +tanto ovra poi, che gi si move e sente, +come spungo marino; e indi imprende +ad organar le posse ond semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende +la virt ch dal cor del generante, +dove natura a tutte membra intende. + +Ma come danimal divegna fante, +non vedi tu ancor: quest tal punto, +che pi savio di te f gi errante, + +s che per sua dottrina f disgiunto +da lanima il possibile intelletto, +perch da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verit che viene il petto; +e sappi che, s tosto come al feto +larticular del cerebro perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto +sovra tant arte di natura, e spira +spirito novo, di vert repleto, + +che ci che trova attivo quivi, tira +in sua sustanzia, e fassi unalma sola, +che vive e sente e s in s rigira. + +E perch meno ammiri la parola, +guarda il calor del sole che si fa vino, +giunto a lomor che de la vite cola. + +Quando Lchesis non ha pi del lino, +solvesi da la carne, e in virtute +ne porta seco e lumano e l divino: + +laltre potenze tutte quante mute; +memoria, intelligenza e volontade +in atto molto pi che prima agute. + +Sanza restarsi, per s stessa cade +mirabilmente a luna de le rive; +quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco l la circunscrive, +la virt formativa raggia intorno +cos e quanto ne le membra vive. + +E come laere, quand ben porno, +per laltrui raggio che n s si reflette, +di diversi color diventa addorno; + +cos laere vicin quivi si mette +e in quella forma ch in lui suggella +virtalmente lalma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella +che segue il foco l vunque si muta, +segue lo spirto sua forma novella. + +Per che quindi ha poscia sua paruta, + chiamata ombra; e quindi organa poi +ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; +quindi facciam le lagrime e sospiri +che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affliggono i disiri +e li altri affetti, lombra si figura; +e quest la cagion di che tu miri. + +E gi venuto a lultima tortura +sera per noi, e vlto a la man destra, +ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, +e la cornice spira fiato in suso +che la reflette e via da lei sequestra; + +ond ir ne convenia dal lato schiuso +ad uno ad uno; e io tema l foco +quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: Per questo loco +si vuol tenere a li occhi stretto il freno, +per cherrar potrebbesi per poco. + +Summae Deus clementae nel seno +al grande ardore allora udi cantando, +che di volger mi f caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; +per chio guardava a loro e a miei passi +compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine cha quell inno fassi, +gridavano alto: Virum non cognosco; +indi ricominciavan linno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: Al bosco +si tenne Diana, ed Elice caccionne +che di Venere avea sentito il tsco. + +Indi al cantar tornavano; indi donne +gridavano e mariti che fuor casti +come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti +per tutto il tempo che l foco li abbruscia: +con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + +Purgatorio Canto XXVI + + +Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro, +ce nandavamo, e spesso il buon maestro +diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro; + +feriami il sole in su lomero destro, +che gi, raggiando, tutto loccidente +mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con lombra pi rovente +parer la fiamma; e pur a tanto indizio +vidi molt ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio +loro a parlar di me; e cominciarsi +a dir: Colui non par corpo fittizio; + +poi verso me, quanto potan farsi, +certi si fero, sempre con riguardo +di non uscir dove non fosser arsi. + +O tu che vai, non per esser pi tardo, +ma forse reverente, a li altri dopo, +rispondi a me che n sete e n foco ardo. + +N solo a me la tua risposta uopo; +ch tutti questi nhanno maggior sete +che dacqua fredda Indo o Etopo. + +Dinne com che fai di te parete +al sol, pur come tu non fossi ancora +di morte intrato dentro da la rete. + +S mi parlava un dessi; e io mi fora +gi manifesto, sio non fossi atteso +ad altra novit chapparve allora; + +ch per lo mezzo del cammino acceso +venne gente col viso incontro a questa, +la qual mi fece a rimirar sospeso. + +L veggio dogne parte farsi presta +ciascun ombra e basciarsi una con una +sanza restar, contente a brieve festa; + +cos per entro loro schiera bruna +sammusa luna con laltra formica, +forse a spar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton laccoglienza amica, +prima che l primo passo l trascorra, +sopragridar ciascuna saffatica: + +la nova gente: Soddoma e Gomorra; +e laltra: Ne la vacca entra Pasife, +perch l torello a sua lussuria corra. + +Poi, come grue cha le montagne Rife +volasser parte, e parte inver larene, +queste del gel, quelle del sole schife, + +luna gente sen va, laltra sen vene; +e tornan, lagrimando, a primi canti +e al gridar che pi lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, +essi medesmi che mavean pregato, +attenti ad ascoltar ne lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, +incominciai: O anime sicure +daver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe n mature +le membra mie di l, ma son qui meco +col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci s vo per non esser pi cieco; +donna di sopra che macquista grazia, +per che l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia +tosto divegna, s che l ciel valberghi +ch pien damore e pi ampio si spazia, + +ditemi, acci chancor carte ne verghi, +chi siete voi, e chi quella turba +che se ne va di retro a vostri terghi. + +Non altrimenti stupido si turba +lo montanaro, e rimirando ammuta, +quando rozzo e salvatico sinurba, + +che ciascun ombra fece in sua paruta; +ma poi che furon di stupore scarche, +lo qual ne li alti cuor tosto sattuta, + +Beato te, che de le nostre marche, +ricominci colei che pria minchiese, +per morir meglio, esperenza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese +di ci per che gi Cesar, trunfando, +Regina contra s chiamar sintese: + +per si parton Soddoma gridando, +rimproverando a s com hai udito, +e aiutan larsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; +ma perch non servammo umana legge, +seguendo come bestie lappetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, +quando partinci, il nome di colei +che simbesti ne le mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: +se forse a nome vuo saper chi semo, +tempo non di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: +son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo +per ben dolermi prima cha lo stremo. + +Quali ne la tristizia di Ligurgo +si fer due figli a riveder la madre, +tal mi fec io, ma non a tanto insurgo, + +quand io odo nomar s stesso il padre +mio e de li altri miei miglior che mai +rime damore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai +lunga fata rimirando lui, +n, per lo foco, in l pi mappressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, +tutto moffersi pronto al suo servigio +con laffermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio, +per quel chi odo, in me, e tanto chiaro, +che Let nol pu trre n far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, +dimmi che cagion per che dimostri +nel dire e nel guardar davermi caro. + +E io a lui: Li dolci detti vostri, +che, quanto durer luso moderno, +faranno cari ancora i loro incostri. + +O frate, disse, questi chio ti cerno +col dito, e addit un spirto innanzi, +fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi damore e prose di romanzi +soverchi tutti; e lascia dir li stolti +che quel di Lemos credon chavanzi. + +A voce pi chal ver drizzan li volti, +e cos ferman sua oppinone +prima charte o ragion per lor sascolti. + +Cos fer molti antichi di Guittone, +di grido in grido pur lui dando pregio, +fin che lha vinto il ver con pi persone. + +Or se tu hai s ampio privilegio, +che licito ti sia landare al chiostro +nel quale Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir dun paternostro, +quanto bisogna a noi di questo mondo, +dove poter peccar non pi nostro. + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo +che presso avea, disparve per lo foco, +come per lacqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, +e dissi chal suo nome il mio disire +apparecchiava grazoso loco. + +El cominci liberamente a dire: +Tan mabellis vostre cortes deman, +quieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; +consiros vei la passada folor, +e vei jausen lo joi quesper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor +que vos guida al som de lescalina, +sovenha vos a temps de ma dolor!. + +Poi sascose nel foco che li affina. + + + +Purgatorio Canto XXVII + + +S come quando i primi raggi vibra +l dove il suo fattor lo sangue sparse, +cadendo Ibero sotto lalta Libra, + +e londe in Gange da nona rarse, +s stava il sole; onde l giorno sen giva, +come langel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, +e cantava Beati mundo corde! +in voce assai pi che la nostra viva. + +Poscia Pi non si va, se pria non morde, +anime sante, il foco: intrate in esso, +e al cantar di l non siate sorde, + +ci disse come noi li fummo presso; +per chio divenni tal, quando lo ntesi, +qual colui che ne la fossa messo. + +In su le man commesse mi protesi, +guardando il foco e imaginando forte +umani corpi gi veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; +e Virgilio mi disse: Figliuol mio, +qui pu esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io +sovresso Geron ti guidai salvo, +che far ora presso pi a Dio? + +Credi per certo che se dentro a lalvo +di questa fiamma stessi ben mille anni, +non ti potrebbe far dun capel calvo. + +E se tu forse credi chio tinganni, +fatti ver lei, e fatti far credenza +con le tue mani al lembo di tuoi panni. + +Pon gi omai, pon gi ogne temenza; +volgiti in qua e vieni: entra sicuro!. +E io pur fermo e contra coscenza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, +turbato un poco disse: Or vedi, figlio: +tra Batrice e te questo muro. + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio +Piramo in su la morte, e riguardolla, +allor che l gelso divent vermiglio; + +cos, la mia durezza fatta solla, +mi volsi al savio duca, udendo il nome +che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond ei croll la fronte e disse: Come! +volenci star di qua?; indi sorrise +come al fanciul si fa ch vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, +pregando Stazio che venisse retro, +che pria per lunga strada ci divise. + +S com fui dentro, in un bogliente vetro +gittato mi sarei per rinfrescarmi, +tant era ivi lo ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, +pur di Beatrice ragionando andava, +dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi. + +Guidavaci una voce che cantava +di l; e noi, attenti pur a lei, +venimmo fuor l ove si montava. + +Venite, benedicti Patris mei, +son dentro a un lume che l era, +tal che mi vinse e guardar nol potei. + +Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera; +non varrestate, ma studiate il passo, +mentre che loccidente non si annera. + +Dritta salia la via per entro l sasso +verso tal parte chio toglieva i raggi +dinanzi a me del sol chera gi basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, +che l sol corcar, per lombra che si spense, +sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che n tutte le sue parti immense +fosse orizzonte fatto duno aspetto, +e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi dun grado fece letto; +ch la natura del monte ci affranse +la possa del salir pi e l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse +le capre, state rapide e proterve +sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a lombra, mentre che l sol ferve, +guardate dal pastor, che n su la verga +poggiato s e lor di posa serve; + +e quale il mandran che fori alberga, +lungo il pecuglio suo queto pernotta, +guardando perch fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, +io come capra, ed ei come pastori, +fasciati quinci e quindi dalta grotta. + +Poco parer potea l del di fori; +ma, per quel poco, vedea io le stelle +di lor solere e pi chiare e maggiori. + +S ruminando e s mirando in quelle, +mi prese il sonno; il sonno che sovente, +anzi che l fatto sia, sa le novelle. + +Ne lora, credo, che de lorente +prima raggi nel monte Citerea, +che di foco damor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea +donna vedere andar per una landa +cogliendo fiori; e cantando dicea: + +Sappia qualunque il mio nome dimanda +chi mi son Lia, e vo movendo intorno +le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui maddorno; +ma mia suora Rachel mai non si smaga +dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell di suoi belli occhi veder vaga +com io de laddornarmi con le mani; +lei lo vedere, e me lovrare appaga. + +E gi per li splendori antelucani, +che tanto a pellegrin surgon pi grati, +quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, +e l sonno mio con esse; ond io levami, +veggendo i gran maestri gi levati. + +Quel dolce pome che per tanti rami +cercando va la cura de mortali, +oggi porr in pace le tue fami. + +Virgilio inverso me queste cotali +parole us; e mai non furo strenne +che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne +de lesser s, chad ogne passo poi +al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi +fu corsa e fummo in su l grado superno, +in me ficc Virgilio li occhi suoi, + +e disse: Il temporal foco e letterno +veduto hai, figlio; e se venuto in parte +dov io per me pi oltre non discerno. + +Tratto tho qui con ingegno e con arte; +lo tuo piacere omai prendi per duce; +fuor se de lerte vie, fuor se de larte. + +Vedi lo sol che n fronte ti riluce; +vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli +che qui la terra sol da s produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli +che, lagrimando, a te venir mi fenno, +seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir pi n mio cenno; +libero, dritto e sano tuo arbitrio, +e fallo fora non fare a suo senno: + +per chio te sovra te corono e mitrio. + + + +Purgatorio Canto XXVIII + + +Vago gi di cercar dentro e dintorno +la divina foresta spessa e viva, +cha li occhi temperava il novo giorno, + +sanza pi aspettar, lasciai la riva, +prendendo la campagna lento lento +su per lo suol che dogne parte auliva. + +Unaura dolce, sanza mutamento +avere in s, mi feria per la fronte +non di pi colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte +tutte quante piegavano a la parte +u la prim ombra gitta il santo monte; + +non per dal loro esser dritto sparte +tanto, che li augelletti per le cime +lasciasser doperare ogne lor arte; + +ma con piena letizia lore prime, +cantando, ricevieno intra le foglie, +che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie +per la pineta in su l lito di Chiassi, +quand olo scilocco fuor discioglie. + +Gi mavean trasportato i lenti passi +dentro a la selva antica tanto, chio +non potea rivedere ond io mi ntrassi; + +ed ecco pi andar mi tolse un rio, +che nver sinistra con sue picciole onde +piegava lerba che n sua ripa usco. + +Tutte lacque che son di qua pi monde, +parrieno avere in s mistura alcuna +verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna +sotto lombra perpeta, che mai +raggiar non lascia sole ivi n luna. + +Coi pi ristetti e con li occhi passai +di l dal fiumicello, per mirare +la gran varazion di freschi mai; + +e l mapparve, s com elli appare +subitamente cosa che disvia +per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia +e cantando e scegliendo fior da fiore +ond era pinta tutta la sua via. + +Deh, bella donna, che a raggi damore +ti scaldi, si vo credere a sembianti +che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti, +diss io a lei, verso questa rivera, +tanto chio possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era +Proserpina nel tempo che perdette +la madre lei, ed ella primavera. + +Come si volge, con le piante strette +a terra e intra s, donna che balli, +e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli +fioretti verso me, non altrimenti +che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, +s appressando s, che l dolce suono +veniva a me co suoi intendimenti. + +Tosto che fu l dove lerbe sono +bagnate gi da londe del bel fiume, +di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume +sotto le ciglia a Venere, trafitta +dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da laltra riva dritta, +trattando pi color con le sue mani, +che lalta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; +ma Elesponto, l ve pass Serse, +ancora freno a tutti orgogli umani, + +pi odio da Leandro non sofferse +per mareggiare intra Sesto e Abido, +che quel da me perch allor non saperse. + +Voi siete nuovi, e forse perch io rido, +cominci ella, in questo luogo eletto +a lumana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; +ma luce rende il salmo Delectasti, +che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se dinanzi e mi pregasti, +d saltro vuoli udir; chi venni presta +ad ogne tua question tanto che basti. + +Lacqua, diss io, e l suon de la foresta +impugnan dentro a me novella fede +di cosa chio udi contraria a questa. + +Ond ella: Io dicer come procede +per sua cagion ci chammirar ti face, +e purgher la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a s piace, +f luom buono e a bene, e questo loco +diede per arr a lui detterna pace. + +Per sua difalta qui dimor poco; +per sua difalta in pianto e in affanno +cambi onesto riso e dolce gioco. + +Perch l turbar che sotto da s fanno +lessalazion de lacqua e de la terra, +che quanto posson dietro al calor vanno, + +a luomo non facesse alcuna guerra, +questo monte salo verso l ciel tanto, +e libero n dindi ove si serra. + +Or perch in circuito tutto quanto +laere si volge con la prima volta, +se non li rotto il cerchio dalcun canto, + +in questa altezza ch tutta disciolta +ne laere vivo, tal moto percuote, +e fa sonar la selva perch folta; + +e la percossa pianta tanto puote, +che de la sua virtute laura impregna +e quella poi, girando, intorno scuote; + +e laltra terra, secondo ch degna +per s e per suo ciel, concepe e figlia +di diverse virt diverse legna. + +Non parrebbe di l poi maraviglia, +udito questo, quando alcuna pianta +sanza seme palese vi sappiglia. + +E saper dei che la campagna santa +dove tu se, dogne semenza piena, +e frutto ha in s che di l non si schianta. + +Lacqua che vedi non surge di vena +che ristori vapor che gel converta, +come fiume chacquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, +che tanto dal voler di Dio riprende, +quant ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virt discende +che toglie altrui memoria del peccato; +da laltra dogne ben fatto la rende. + +Quinci Let; cos da laltro lato +Eno si chiama, e non adopra +se quinci e quindi pria non gustato: + +a tutti altri sapori esto di sopra. +E avvegna chassai possa esser sazia +la sete tua perch io pi non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; +n credo che l mio dir ti sia men caro, +se oltre promession teco si spazia. + +Quelli chanticamente poetaro +let de loro e suo stato felice, +forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente lumana radice; +qui primavera sempre e ogne frutto; +nettare questo di che ciascun dice. + +Io mi rivolsi n dietro allora tutto +a miei poeti, e vidi che con riso +udito avan lultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna il viso. + + + +Purgatorio Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, +contin col fin di sue parole: +Beati quorum tecta sunt peccata!. + +E come ninfe che si givan sole +per le salvatiche ombre, disando +qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra l fiume, andando +su per la riva; e io pari di lei, +picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra suoi passi e miei, +quando le ripe igualmente dier volta, +per modo cha levante mi rendei. + +N ancor fu cos nostra via molta, +quando la donna tutta a me si torse, +dicendo: Frate mio, guarda e ascolta. + +Ed ecco un lustro sbito trascorse +da tutte parti per la gran foresta, +tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perch l balenar, come vien, resta, +e quel, durando, pi e pi splendeva, +nel mio pensier dicea: Che cosa questa?. + +E una melodia dolce correva +per laere luminoso; onde buon zelo +mi f riprender lardimento dEva, + +che l dove ubidia la terra e l cielo, +femmina, sola e pur test formata, +non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto l qual se divota fosse stata, +avrei quelle ineffabili delizie +sentite prima e pi lunga fata. + +Mentr io mandava tra tante primizie +de letterno piacer tutto sospeso, +e disoso ancora a pi letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, +ci si f laere sotto i verdi rami; +e l dolce suon per canti era gi inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, +freddi o vigilie mai per voi soffersi, +cagion mi sprona chio merc vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, +e Urane maiuti col suo coro +forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco pi oltre, sette alberi doro +falsava nel parere il lungo tratto +del mezzo chera ancor tra noi e loro; + +ma quand i fui s presso di lor fatto, +che lobietto comun, che l senso inganna, +non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virt cha ragion discorso ammanna, +s com elli eran candelabri apprese, +e ne le voci del cantare Osanna. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese +pi chiaro assai che luna per sereno +di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi dammirazion pieno +al buon Virgilio, ed esso mi rispuose +con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei laspetto a lalte cose +che si movieno incontr a noi s tardi, +che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgrid: Perch pur ardi +s ne laffetto de le vive luci, +e ci che vien di retro a lor non guardi?. + +Genti vid io allor, come a lor duci, +venire appresso, vestite di bianco; +e tal candor di qua gi mai non fuci. + +Lacqua imprenda dal sinistro fianco, +e rendea me la mia sinistra costa, +sio riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand io da la mia riva ebbi tal posta, +che solo il fiume mi facea distante, +per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, +lasciando dietro a s laere dipinto, +e di tratti pennelli avean sembiante; + +s che l sopra rimanea distinto +di sette liste, tutte in quei colori +onde fa larco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori +che la mia vista; e, quanto a mio avviso, +diece passi distavan quei di fori. + +Sotto cos bel ciel com io diviso, +ventiquattro seniori, a due a due, +coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: Benedicta tue +ne le figlie dAdamo, e benedette +sieno in etterno le bellezze tue!. + +Poscia che i fiori e laltre fresche erbette +a rimpetto di me da laltra sponda +libere fuor da quelle genti elette, + +s come luce luce in ciel seconda, +vennero appresso lor quattro animali, +coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; +le penne piene docchi; e li occhi dArgo, +se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme pi non spargo +rime, lettor; chaltra spesa mi strigne, +tanto cha questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechel, che li dipigne +come li vide da la fredda parte +venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, +tali eran quivi, salvo cha le penne +Giovanni meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne +un carro, in su due rote, trunfale, +chal collo dun grifon tirato venne. + +Esso tendeva in s luna e laltra ale +tra la mezzana e le tre e tre liste, +s cha nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; +le membra doro avea quant era uccello, +e bianche laltre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro cos bello +rallegrasse Affricano, o vero Augusto, +ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, svando, fu combusto +per lorazion de la Terra devota, +quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota +venian danzando; luna tanto rossa +cha pena fora dentro al foco nota; + +laltr era come se le carni e lossa +fossero state di smeraldo fatte; +la terza parea neve test mossa; + +e or paran da la bianca tratte, +or da la rossa; e dal canto di questa +laltre toglien landare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, +in porpore vestite, dietro al modo +duna di lor chavea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo +vidi due vecchi in abito dispari, +ma pari in atto e onesto e sodo. + +Lun si mostrava alcun de famigliari +di quel sommo Ipocrte che natura +a li animali f chell ha pi cari; + +mostrava laltro la contraria cura +con una spada lucida e aguta, +tal che di qua dal rio mi f paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; +e di retro da tutti un vecchio solo +venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo +erano abitati, ma di gigli +dintorno al capo non facan brolo, + +anzi di rose e daltri fior vermigli; +giurato avria poco lontano aspetto +che tutti ardesser di sopra da cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, +un tuon sud, e quelle genti degne +parvero aver landar pi interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + +Purgatorio Canto XXX + + +Quando il settentron del primo cielo, +che n occaso mai seppe n orto +n daltra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva l ciascun accorto +di suo dover, come l pi basso face +qual temon gira per venire a porto, + +fermo saffisse: la gente verace, +venuta prima tra l grifone ed esso, +al carro volse s come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, +Veni, sponsa, de Libano cantando +grid tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando +surgeran presti ognun di sua caverna, +la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna +si levar cento, ad vocem tanti senis, +ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: Benedictus qui venis!, +e fior gittando e di sopra e dintorno, +Manibus, oh, date lila plenis!. + +Io vidi gi nel cominciar del giorno +la parte orental tutta rosata, +e laltro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, +s che per temperanza di vapori +locchio la sostenea lunga fata: + +cos dentro una nuvola di fiori +che da le mani angeliche saliva +e ricadeva in gi dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta duliva +donna mapparve, sotto verde manto +vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che gi cotanto +tempo era stato cha la sua presenza +non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver pi conoscenza, +per occulta virt che da lei mosse, +dantico amor sent la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse +lalta virt che gi mavea trafitto +prima chio fuor di perizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto +col quale il fantolin corre a la mamma +quando ha paura o quando elli afflitto, + +per dicere a Virgilio: Men che dramma +di sangue m rimaso che non tremi: +conosco i segni de lantica fiamma. + +Ma Virgilio navea lasciati scemi +di s, Virgilio dolcissimo patre, +Virgilio a cui per mia salute diemi; + +n quantunque perdeo lantica matre, +valse a le guance nette di rugiada, +che, lagrimando, non tornasser atre. + +Dante, perch Virgilio se ne vada, +non pianger anco, non piangere ancora; +ch pianger ti conven per altra spada. + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora +viene a veder la gente che ministra +per li altri legni, e a ben far lincora; + +in su la sponda del carro sinistra, +quando mi volsi al suon del nome mio, +che di necessit qui si registra, + +vidi la donna che pria mappario +velata sotto langelica festa, +drizzar li occhi ver me di qua dal rio. + +Tutto che l vel che le scendea di testa, +cerchiato de le fronde di Minerva, +non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne latto ancor proterva +contin come colui che dice +e l pi caldo parlar dietro reserva: + +Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. +Come degnasti daccedere al monte? +non sapei tu che qui luom felice?. + +Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte; +ma veggendomi in esso, i trassi a lerba, +tanta vergogna mi grav la fronte. + +Cos la madre al figlio par superba, +com ella parve a me; perch damaro +sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro +di sbito In te, Domine, speravi; +ma oltre pedes meos non passaro. + +S come neve tra le vive travi +per lo dosso dItalia si congela, +soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in s stessa trapela, +pur che la terra che perde ombra spiri, +s che par foco fonder la candela; + +cos fui sanza lagrime e sospiri +anzi l cantar di quei che notan sempre +dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che ntesi ne le dolci tempre +lor compatire a me, par che se detto +avesser: Donna, perch s lo stempre?, + +lo gel che mera intorno al cor ristretto, +spirito e acqua fessi, e con angoscia +de la bocca e de li occhi usc del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia +del carro stando, a le sustanze pie +volse le sue parole cos poscia: + +Voi vigilate ne letterno die, +s che notte n sonno a voi non fura +passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta con pi cura +che mintenda colui che di l piagne, +perch sia colpa e duol duna misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, +che drizzan ciascun seme ad alcun fine +secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, +che s alti vapori hanno a lor piova, +che nostre viste l non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova +virtalmente, chogne abito destro +fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto pi maligno e pi silvestro +si fa l terren col mal seme e non clto, +quant elli ha pi di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: +mostrando li occhi giovanetti a lui, +meco il menava in dritta parte vlto. + +S tosto come in su la soglia fui +di mia seconda etade e mutai vita, +questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita, +e bellezza e virt cresciuta mera, +fu io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, +imagini di ben seguendo false, +che nulla promession rendono intera. + +N limpetrare ispirazion mi valse, +con le quali e in sogno e altrimenti +lo rivocai: s poco a lui ne calse! + +Tanto gi cadde, che tutti argomenti +a la salute sua eran gi corti, +fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai luscio di morti, +e a colui che lha qua s condotto, +li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, +se Let si passasse e tal vivanda +fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda. + + + +Purgatorio Canto XXXI + + +O tu che se di l dal fiume sacro, +volgendo suo parlare a me per punta, +che pur per taglio mera paruto acro, + +ricominci, seguendo sanza cunta, +d, d se questo vero: a tanta accusa +tua confession conviene esser congiunta. + +Era la mia virt tanto confusa, +che la voce si mosse, e pria si spense +che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: Che pense? +Rispondi a me; ch le memorie triste +in te non sono ancor da lacqua offense. + +Confusione e paura insieme miste +mi pinsero un tal s fuor de la bocca, +al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca +da troppa tesa, la sua corda e larco, +e con men foga lasta il segno tocca, + +s scoppia io sottesso grave carco, +fuori sgorgando lagrime e sospiri, +e la voce allent per lo suo varco. + +Ond ella a me: Per entro i mie disiri, +che ti menavano ad amar lo bene +di l dal qual non a che saspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene +trovasti, per che del passare innanzi +dovessiti cos spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi +ne la fronte de li altri si mostraro, +per che dovessi lor passeggiare anzi?. + +Dopo la tratta dun sospiro amaro, +a pena ebbi la voce che rispuose, +e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: Le presenti cose +col falso lor piacer volser miei passi, +tosto che l vostro viso si nascose. + +Ed ella: Se tacessi o se negassi +ci che confessi, non fora men nota +la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota +laccusa del peccato, in nostra corte +rivolge s contra l taglio la rota. + +Tuttavia, perch mo vergogna porte +del tuo errore, e perch altra volta, +udendo le serene, sie pi forte, + +pon gi il seme del piangere e ascolta: +s udirai come in contraria parte +mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non tappresent natura o arte +piacer, quanto le belle membra in chio +rinchiusa fui, e che so n terra sparte; + +e se l sommo piacer s ti fallio +per la mia morte, qual cosa mortale +dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale +de le cose fallaci, levar suso +di retro a me che non era pi tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, +ad aspettar pi colpo, o pargoletta +o altra novit con s breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; +ma dinanzi da li occhi di pennuti +rete si spiega indarno o si saetta. + +Quali fanciulli, vergognando, muti +con li occhi a terra stannosi, ascoltando +e s riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav io; ed ella disse: Quando +per udir se dolente, alza la barba, +e prenderai pi doglia riguardando. + +Con men di resistenza si dibarba +robusto cerro, o vero al nostral vento +o vero a quel de la terra di Iarba, + +chio non levai al suo comando il mento; +e quando per la barba il viso chiese, +ben conobbi il velen de largomento. + +E come la mia faccia si distese, +posarsi quelle prime creature +da loro asperson locchio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, +vider Beatrice volta in su la fiera +ch sola una persona in due nature. + +Sotto l suo velo e oltre la rivera +vincer pariemi pi s stessa antica, +vincer che laltre qui, quand ella cera. + +Di penter s mi punse ivi lortica, +che di tutte altre cose qual mi torse +pi nel suo amor, pi mi si f nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, +chio caddi vinto; e quale allora femmi, +salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi, +la donna chio avea trovata sola +sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!. + +Tratto mavea nel fiume infin la gola, +e tirandosi me dietro sen giva +sovresso lacqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, +Asperges me s dolcemente udissi, +che nol so rimembrar, non chio lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; +abbracciommi la testa e mi sommerse +ove convenne chio lacqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato mofferse +dentro a la danza de le quattro belle; +e ciascuna del braccio mi coperse. + +Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; +pria che Beatrice discendesse al mondo, +fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo +lume ch dentro aguzzeranno i tuoi +le tre di l, che miran pi profondo. + +Cos cantando cominciaro; e poi +al petto del grifon seco menarmi, +ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: Fa che le viste non risparmi; +posto tavem dinanzi a li smeraldi +ond Amor gi ti trasse le sue armi. + +Mille disiri pi che fiamma caldi +strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, +che pur sopra l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti +la doppia fiera dentro vi raggiava, +or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, sio mi maravigliava, +quando vedea la cosa in s star queta, +e ne lidolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta +lanima mia gustava di quel cibo +che, saziando di s, di s asseta, + +s dimostrando di pi alto tribo +ne li atti, laltre tre si fero avanti, +danzando al loro angelico caribo. + +Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi, +era la sua canzone, al tuo fedele +che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele +a lui la bocca tua, s che discerna +la seconda bellezza che tu cele. + +O isplendor di viva luce etterna, +chi palido si fece sotto lombra +s di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, +tentando a render te qual tu paresti +l dove armonizzando il ciel tadombra, + +quando ne laere aperto ti solvesti? + + + +Purgatorio Canto XXXII + + +Tant eran li occhi miei fissi e attenti +a disbramarsi la decenne sete, +che li altri sensi meran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete +di non calercos lo santo riso +a s trali con lantica rete!; + +quando per forza mi fu vlto il viso +ver la sinistra mia da quelle dee, +perch io udi da loro un Troppo fiso!; + +e la disposizion cha veder e +ne li occhi pur test dal sol percossi, +sanza la vista alquanto esser mi fe. + +Ma poi chal poco il viso riformossi +(e dico al poco per rispetto al molto +sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi n sul braccio destro esser rivolto +lo gloroso essercito, e tornarsi +col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi +volgesi schiera, e s gira col segno, +prima che possa tutta in s mutarsi; + +quella milizia del celeste regno +che procedeva, tutta trapassonne +pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, +e l grifon mosse il benedetto carco +s, che per nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco +e Stazio e io seguitavam la rota +che f lorbita sua con minore arco. + +S passeggiando lalta selva vta, +colpa di quella chal serpente crese, +temprava i passi unangelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese +disfrenata saetta, quanto eramo +rimossi, quando Batrice scese. + +Io senti mormorare a tutti Adamo; +poi cerchiaro una pianta dispogliata +di foglie e daltra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata +pi quanto pi s, fora da lIndi +ne boschi lor per altezza ammirata. + +Beato se, grifon, che non discindi +col becco desto legno dolce al gusto, +poscia che mal si torce il ventre quindi. + +Cos dintorno a lalbero robusto +gridaron li altri; e lanimal binato: +S si conserva il seme dogne giusto. + +E vlto al temo chelli avea tirato, +trasselo al pi de la vedova frasca, +e quel di lei a lei lasci legato. + +Come le nostre piante, quando casca +gi la gran luce mischiata con quella +che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella +di suo color ciascuna, pria che l sole +giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e pi che di vole +colore aprendo, sinnov la pianta, +che prima avea le ramora s sole. + +Io non lo ntesi, n qui non si canta +linno che quella gente allor cantaro, +n la nota soffersi tutta quanta. + +Sio potessi ritrar come assonnaro +li occhi spietati udendo di Siringa, +li occhi a cui pur vegghiar cost s caro; + +come pintor che con essempro pinga, +disegnerei com io maddormentai; +ma qual vuol sia che lassonnar ben finga. + +Per trascorro a quando mi svegliai, +e dico chun splendor mi squarci l velo +del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?. + +Quali a veder de fioretti del melo +che del suo pome li angeli fa ghiotti +e perpete nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti +e vinti, ritornaro a la parola +da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola +cos di Mos come dElia, +e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna io, e vidi quella pia +sovra me starsi che conducitrice +fu de miei passi lungo l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?. +Ond ella: Vedi lei sotto la fronda +nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: +li altri dopo l grifon sen vanno suso +con pi dolce canzone e pi profonda. + +E se pi fu lo suo parlar diffuso, +non so, per che gi ne li occhi mera +quella chad altro intender mavea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, +come guardia lasciata l del plaustro +che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facevan di s claustro +le sette ninfe, con quei lumi in mano +che son sicuri dAquilone e dAustro. + +Qui sarai tu poco tempo silvano; +e sarai meco sanza fine cive +di quella Roma onde Cristo romano. + +Per, in pro del mondo che mal vive, +al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, +ritornato di l, fa che tu scrive. + +Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi +di suoi comandamenti era divoto, +la mente e li occhi ov ella volle diedi. + +Non scese mai con s veloce moto +foco di spessa nube, quando piove +da quel confine che pi va remoto, + +com io vidi calar luccel di Giove +per lalber gi, rompendo de la scorza, +non che di fiori e de le foglie nove; + +e fer l carro di tutta sua forza; +ond el pieg come nave in fortuna, +vinta da londa, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna +del trunfal veiculo una volpe +che dogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, +la donna mia la volse in tanta futa +quanto sofferser lossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond era pria venuta, +laguglia vidi scender gi ne larca +del carro e lasciar lei di s pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, +tal voce usc del cielo e cotal disse: +O navicella mia, com mal se carca!. + +Poi parve a me che la terra saprisse +trambo le ruote, e vidi uscirne un drago +che per lo carro s la coda fisse; + +e come vespa che ritragge lago, +a s traendo la coda maligna, +trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna +vivace terra, da la piuma, offerta +forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta +e luna e laltra rota e l temo, in tanto +che pi tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato cos l dificio santo +mise fuor teste per le parti sue, +tre sovra l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, +ma le quattro un sol corno avean per fronte: +simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, +seder sovresso una puttana sciolta +mapparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perch non li fosse tolta, +vidi di costa a lei dritto un gigante; +e basciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perch locchio cupido e vagante +a me rivolse, quel feroce drudo +la flagell dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e dira crudo, +disciolse il mostro, e trassel per la selva, +tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + +Purgatorio Canto XXXIII + + +Deus, venerunt gentes, alternando +or tre or quattro dolce salmodia, +le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Batrice, sospirosa e pia, +quelle ascoltava s fatta, che poco +pi a la croce si cambi Maria. + +Ma poi che laltre vergini dier loco +a lei di dir, levata dritta in p, +rispuose, colorata come foco: + +Modicum, et non videbitis me; +et iterum, sorelle mie dilette, +modicum, et vos videbitis me. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, +e dopo s, solo accennando, mosse +me e la donna e l savio che ristette. + +Cos sen giva; e non credo che fosse +lo decimo suo passo in terra posto, +quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto Vien pi tosto, +mi disse, tanto che, sio parlo teco, +ad ascoltarmi tu sie ben disposto. + +S com io fui, com io dova, seco, +dissemi: Frate, perch non tattenti +a domandarmi omai venendo meco?. + +Come a color che troppo reverenti +dinanzi a suo maggior parlando sono, +che non traggon la voce viva ai denti, + +avvenne a me, che sanza intero suono +incominciai: Madonna, mia bisogna +voi conoscete, e ci chad essa buono. + +Ed ella a me: Da tema e da vergogna +voglio che tu omai ti disviluppe, +s che non parli pi com om che sogna. + +Sappi che l vaso che l serpente ruppe, +fu e non ; ma chi nha colpa, creda +che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sar tutto tempo sanza reda +laguglia che lasci le penne al carro, +per che divenne mostro e poscia preda; + +chio veggio certamente, e per il narro, +a darne tempo gi stelle propinque, +secure dogn intoppo e dogne sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, +messo di Dio, ancider la fuia +con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, +qual Temi e Sfinge, men ti persuade, +perch a lor modo lo ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, +che solveranno questo enigma forte +sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e s come da me son porte, +cos queste parole segna a vivi +del viver ch un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, +di non celar qual hai vista la pianta +ch or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, +con bestemmia di fatto offende a Dio, +che solo a luso suo la cre santa. + +Per morder quella, in pena e in disio +cinquemilia anni e pi lanima prima +bram colui che l morso in s punio. + +Dorme lo ngegno tuo, se non estima +per singular cagione esser eccelsa +lei tanto e s travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua dElsa +li pensier vani intorno a la tua mente, +e l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente +la giustizia di Dio, ne linterdetto, +conosceresti a larbor moralmente. + +Ma perch io veggio te ne lo ntelletto +fatto di pietra e, impetrato, tinto, +s che tabbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, +che l te ne porti dentro a te per quello +che si reca il bordon di palma cinto. + +E io: S come cera da suggello, +che la figura impressa non trasmuta, +segnato or da voi lo mio cervello. + +Ma perch tanto sovra mia veduta +vostra parola disata vola, +che pi la perde quanto pi saiuta?. + +Perch conoschi, disse, quella scuola +chai seguitata, e veggi sua dottrina +come pu seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina +distar cotanto, quanto si discorda +da terra il ciel che pi alto festina. + +Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda +chi stranasse me gi mai da voi, +n honne coscenza che rimorda. + +E se tu ricordar non te ne puoi, +sorridendo rispuose, or ti rammenta +come bevesti di Let ancoi; + +e se dal fummo foco sargomenta, +cotesta oblivon chiaro conchiude +colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude +le mie parole, quanto converrassi +quelle scovrire a la tua vista rude. + +E pi corusco e con pi lenti passi +teneva il sole il cerchio di merigge, +che qua e l, come li aspetti, fassi, + +quando saffisser, s come saffigge +chi va dinanzi a gente per iscorta +se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin dunombra smorta, +qual sotto foglie verdi e rami nigri +sovra suoi freddi rivi lalpe porta. + +Dinanzi ad esse ufrats e Tigri +veder mi parve uscir duna fontana, +e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +O luce, o gloria de la gente umana, +che acqua questa che qui si dispiega +da un principio e s da s lontana?. + +Per cotal priego detto mi fu: Priega +Matelda che l ti dica. E qui rispuose, +come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: Questo e altre cose +dette li son per me; e son sicura +che lacqua di Let non gliel nascose. + +E Batrice: Forse maggior cura, +che spesse volte la memoria priva, +fatt ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eno che l diriva: +menalo ad esso, e come tu se usa, +la tramortita sua virt ravviva. + +Come anima gentil, che non fa scusa, +ma fa sua voglia de la voglia altrui +tosto che per segno fuor dischiusa; + +cos, poi che da essa preso fui, +la bella donna mossesi, e a Stazio +donnescamente disse: Vien con lui. + +Sio avessi, lettor, pi lungo spazio +da scrivere, i pur cantere in parte +lo dolce ber che mai non mavria sazio; + +ma perch piene son tutte le carte +ordite a questa cantica seconda, +non mi lascia pi ir lo fren de larte. + +Io ritornai da la santissima onda +rifatto s come piante novelle +rinovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + +PARADISO + + + + +Paradiso Canto I + + +La gloria di colui che tutto move +per luniverso penetra, e risplende +in una parte pi e meno altrove. + +Nel ciel che pi de la sua luce prende +fu io, e vidi cose che ridire +n sa n pu chi di l s discende; + +perch appressando s al suo disire, +nostro intelletto si profonda tanto, +che dietro la memoria non pu ire. + +Veramente quant io del regno santo +ne la mia mente potei far tesoro, +sar ora materia del mio canto. + +O buono Appollo, a lultimo lavoro +fammi del tuo valor s fatto vaso, +come dimandi a dar lamato alloro. + +Infino a qui lun giogo di Parnaso +assai mi fu; ma or con amendue +m uopo intrar ne laringo rimaso. + +Entra nel petto mio, e spira tue +s come quando Marsa traesti +de la vagina de le membra sue. + +O divina virt, se mi ti presti +tanto che lombra del beato regno +segnata nel mio capo io manifesti, + +vedrami al pi del tuo diletto legno +venire, e coronarmi de le foglie +che la materia e tu mi farai degno. + +S rade volte, padre, se ne coglie +per trunfare o cesare o poeta, +colpa e vergogna de lumane voglie, + +che parturir letizia in su la lieta +delfica det dovria la fronda +peneia, quando alcun di s asseta. + +Poca favilla gran fiamma seconda: +forse di retro a me con miglior voci +si pregher perch Cirra risponda. + +Surge ai mortali per diverse foci +la lucerna del mondo; ma da quella +che quattro cerchi giugne con tre croci, + +con miglior corso e con migliore stella +esce congiunta, e la mondana cera +pi a suo modo tempera e suggella. + +Fatto avea di l mane e di qua sera +tal foce, e quasi tutto era l bianco +quello emisperio, e laltra parte nera, + +quando Beatrice in sul sinistro fianco +vidi rivolta e riguardar nel sole: +aguglia s non li saffisse unquanco. + +E s come secondo raggio suole +uscir del primo e risalire in suso, +pur come pelegrin che tornar vuole, + +cos de latto suo, per li occhi infuso +ne limagine mia, il mio si fece, +e fissi li occhi al sole oltre nostr uso. + +Molto licito l, che qui non lece +a le nostre virt, merc del loco +fatto per proprio de lumana spece. + +Io nol soffersi molto, n s poco, +chio nol vedessi sfavillar dintorno, +com ferro che bogliente esce del foco; + +e di sbito parve giorno a giorno +essere aggiunto, come quei che puote +avesse il ciel dun altro sole addorno. + +Beatrice tutta ne letterne rote +fissa con li occhi stava; e io in lei +le luci fissi, di l s rimote. + +Nel suo aspetto tal dentro mi fei, +qual si f Glauco nel gustar de lerba +che l f consorto in mar de li altri di. + +Trasumanar significar per verba +non si poria; per lessemplo basti +a cui esperenza grazia serba. + +Si era sol di me quel che creasti +novellamente, amor che l ciel governi, +tu l sai, che col tuo lume mi levasti. + +Quando la rota che tu sempiterni +desiderato, a s mi fece atteso +con larmonia che temperi e discerni, + +parvemi tanto allor del cielo acceso +de la fiamma del sol, che pioggia o fiume +lago non fece alcun tanto disteso. + +La novit del suono e l grande lume +di lor cagion maccesero un disio +mai non sentito di cotanto acume. + +Ond ella, che vedea me s com io, +a quetarmi lanimo commosso, +pria chio a dimandar, la bocca aprio + +e cominci: Tu stesso ti fai grosso +col falso imaginar, s che non vedi +ci che vedresti se lavessi scosso. + +Tu non se in terra, s come tu credi; +ma folgore, fuggendo il proprio sito, +non corse come tu chad esso riedi. + +Sio fui del primo dubbio disvestito +per le sorrise parolette brevi, +dentro ad un nuovo pi fu inretito + +e dissi: Gi contento requevi +di grande ammirazion; ma ora ammiro +com io trascenda questi corpi levi. + +Ond ella, appresso dun po sospiro, +li occhi drizz ver me con quel sembiante +che madre fa sovra figlio deliro, + +e cominci: Le cose tutte quante +hanno ordine tra loro, e questo forma +che luniverso a Dio fa simigliante. + +Qui veggion lalte creature lorma +de letterno valore, il qual fine +al quale fatta la toccata norma. + +Ne lordine chio dico sono accline +tutte nature, per diverse sorti, +pi al principio loro e men vicine; + +onde si muovono a diversi porti +per lo gran mar de lessere, e ciascuna +con istinto a lei dato che la porti. + +Questi ne porta il foco inver la luna; +questi ne cor mortali permotore; +questi la terra in s stringe e aduna; + +n pur le creature che son fore +dintelligenza quest arco saetta, +ma quelle channo intelletto e amore. + +La provedenza, che cotanto assetta, +del suo lume fa l ciel sempre queto +nel qual si volge quel cha maggior fretta; + +e ora l, come a sito decreto, +cen porta la virt di quella corda +che ci che scocca drizza in segno lieto. + +Vero che, come forma non saccorda +molte fate a lintenzion de larte, +perch a risponder la materia sorda, + +cos da questo corso si diparte +talor la creatura, cha podere +di piegar, cos pinta, in altra parte; + +e s come veder si pu cadere +foco di nube, s limpeto primo +latterra torto da falso piacere. + +Non dei pi ammirar, se bene stimo, +lo tuo salir, se non come dun rivo +se dalto monte scende giuso ad imo. + +Maraviglia sarebbe in te se, privo +dimpedimento, gi ti fossi assiso, +com a terra quete in foco vivo. + +Quinci rivolse inver lo cielo il viso. + + + +Paradiso Canto II + + +O voi che siete in piccioletta barca, +desiderosi dascoltar, seguiti +dietro al mio legno che cantando varca, + +tornate a riveder li vostri liti: +non vi mettete in pelago, ch forse, +perdendo me, rimarreste smarriti. + +Lacqua chio prendo gi mai non si corse; +Minerva spira, e conducemi Appollo, +e nove Muse mi dimostran lOrse. + +Voialtri pochi che drizzaste il collo +per tempo al pan de li angeli, del quale +vivesi qui ma non sen vien satollo, + +metter potete ben per lalto sale +vostro navigio, servando mio solco +dinanzi a lacqua che ritorna equale. + +Que glorosi che passaro al Colco +non sammiraron come voi farete, +quando Iasn vider fatto bifolco. + +La concreata e perpeta sete +del deforme regno cen portava +veloci quasi come l ciel vedete. + +Beatrice in suso, e io in lei guardava; +e forse in tanto in quanto un quadrel posa +e vola e da la noce si dischiava, + +giunto mi vidi ove mirabil cosa +mi torse il viso a s; e per quella +cui non potea mia cura essere ascosa, + +volta ver me, s lieta come bella, +Drizza la mente in Dio grata, mi disse, +che nha congiunti con la prima stella. + +Parev a me che nube ne coprisse +lucida, spessa, solida e pulita, +quasi adamante che lo sol ferisse. + +Per entro s letterna margarita +ne ricevette, com acqua recepe +raggio di luce permanendo unita. + +Sio era corpo, e qui non si concepe +com una dimensione altra patio, +chesser convien se corpo in corpo repe, + +accender ne dovria pi il disio +di veder quella essenza in che si vede +come nostra natura e Dio sunio. + +L si vedr ci che tenem per fede, +non dimostrato, ma fia per s noto +a guisa del ver primo che luom crede. + +Io rispuosi: Madonna, s devoto +com esser posso pi, ringrazio lui +lo qual dal mortal mondo mha remoto. + +Ma ditemi: che son li segni bui +di questo corpo, che l giuso in terra +fan di Cain favoleggiare altrui?. + +Ella sorrise alquanto, e poi Selli erra +loppinon, mi disse, di mortali +dove chiave di senso non diserra, + +certo non ti dovrien punger li strali +dammirazione omai, poi dietro ai sensi +vedi che la ragione ha corte lali. + +Ma dimmi quel che tu da te ne pensi. +E io: Ci che nappar qua s diverso +credo che fanno i corpi rari e densi. + +Ed ella: Certo assai vedrai sommerso +nel falso il creder tuo, se bene ascolti +largomentar chio li far avverso. + +La spera ottava vi dimostra molti +lumi, li quali e nel quale e nel quanto +notar si posson di diversi volti. + +Se raro e denso ci facesser tanto, +una sola virt sarebbe in tutti, +pi e men distributa e altrettanto. + +Virt diverse esser convegnon frutti +di princpi formali, e quei, for chuno, +seguiterieno a tua ragion distrutti. + +Ancor, se raro fosse di quel bruno +cagion che tu dimandi, o doltre in parte +fora di sua materia s digiuno + +esto pianeto, o, s come comparte +lo grasso e l magro un corpo, cos questo +nel suo volume cangerebbe carte. + +Se l primo fosse, fora manifesto +ne leclissi del sol, per trasparere +lo lume come in altro raro ingesto. + +Questo non : per da vedere +de laltro; e selli avvien chio laltro cassi, +falsificato fia lo tuo parere. + +Selli che questo raro non trapassi, +esser conviene un termine da onde +lo suo contrario pi passar non lassi; + +e indi laltrui raggio si rifonde +cos come color torna per vetro +lo qual di retro a s piombo nasconde. + +Or dirai tu chel si dimostra tetro +ivi lo raggio pi che in altre parti, +per esser l refratto pi a retro. + +Da questa instanza pu deliberarti +esperenza, se gi mai la provi, +chesser suol fonte ai rivi di vostr arti. + +Tre specchi prenderai; e i due rimovi +da te dun modo, e laltro, pi rimosso, +trambo li primi li occhi tuoi ritrovi. + +Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso +ti stea un lume che i tre specchi accenda +e torni a te da tutti ripercosso. + +Ben che nel quanto tanto non si stenda +la vista pi lontana, l vedrai +come convien chigualmente risplenda. + +Or, come ai colpi de li caldi rai +de la neve riman nudo il suggetto +e dal colore e dal freddo primai, + +cos rimaso te ne lintelletto +voglio informar di luce s vivace, +che ti tremoler nel suo aspetto. + +Dentro dal ciel de la divina pace +si gira un corpo ne la cui virtute +lesser di tutto suo contento giace. + +Lo ciel seguente, cha tante vedute, +quell esser parte per diverse essenze, +da lui distratte e da lui contenute. + +Li altri giron per varie differenze +le distinzion che dentro da s hanno +dispongono a lor fini e lor semenze. + +Questi organi del mondo cos vanno, +come tu vedi omai, di grado in grado, +che di s prendono e di sotto fanno. + +Riguarda bene omai s com io vado +per questo loco al vero che disiri, +s che poi sappi sol tener lo guado. + +Lo moto e la virt di santi giri, +come dal fabbro larte del martello, +da beati motor convien che spiri; + +e l ciel cui tanti lumi fanno bello, +de la mente profonda che lui volve +prende limage e fassene suggello. + +E come lalma dentro a vostra polve +per differenti membra e conformate +a diverse potenze si risolve, + +cos lintelligenza sua bontate +multiplicata per le stelle spiega, +girando s sovra sua unitate. + +Virt diversa fa diversa lega +col prezoso corpo chella avviva, +nel qual, s come vita in voi, si lega. + +Per la natura lieta onde deriva, +la virt mista per lo corpo luce +come letizia per pupilla viva. + +Da essa vien ci che da luce a luce +par differente, non da denso e raro; +essa formal principio che produce, + +conforme a sua bont, lo turbo e l chiaro. + + + +Paradiso Canto III + + +Quel sol che pria damor mi scald l petto, +di bella verit mavea scoverto, +provando e riprovando, il dolce aspetto; + +e io, per confessar corretto e certo +me stesso, tanto quanto si convenne +leva il capo a proferer pi erto; + +ma visone apparve che ritenne +a s me tanto stretto, per vedersi, +che di mia confession non mi sovvenne. + +Quali per vetri trasparenti e tersi, +o ver per acque nitide e tranquille, +non s profonde che i fondi sien persi, + +tornan di nostri visi le postille +debili s, che perla in bianca fronte +non vien men forte a le nostre pupille; + +tali vid io pi facce a parlar pronte; +per chio dentro a lerror contrario corsi +a quel chaccese amor tra lomo e l fonte. + +Sbito s com io di lor maccorsi, +quelle stimando specchiati sembianti, +per veder di cui fosser, li occhi torsi; + +e nulla vidi, e ritorsili avanti +dritti nel lume de la dolce guida, +che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. + +Non ti maravigliar perch io sorrida, +mi disse, appresso il tuo peril coto, +poi sopra l vero ancor lo pi non fida, + +ma te rivolve, come suole, a vto: +vere sustanze son ci che tu vedi, +qui rilegate per manco di voto. + +Per parla con esse e odi e credi; +ch la verace luce che le appaga +da s non lascia lor torcer li piedi. + +E io a lombra che parea pi vaga +di ragionar, drizzami, e cominciai, +quasi com uom cui troppa voglia smaga: + +O ben creato spirito, che a rai +di vita etterna la dolcezza senti +che, non gustata, non sintende mai, + +grazoso mi fia se mi contenti +del nome tuo e de la vostra sorte. +Ond ella, pronta e con occhi ridenti: + +La nostra carit non serra porte +a giusta voglia, se non come quella +che vuol simile a s tutta sua corte. + +I fui nel mondo vergine sorella; +e se la mente tua ben s riguarda, +non mi ti celer lesser pi bella, + +ma riconoscerai chi son Piccarda, +che, posta qui con questi altri beati, +beata sono in la spera pi tarda. + +Li nostri affetti, che solo infiammati +son nel piacer de lo Spirito Santo, +letizian del suo ordine formati. + +E questa sorte che par gi cotanto, +per n data, perch fuor negletti +li nostri voti, e vti in alcun canto. + +Ond io a lei: Ne mirabili aspetti +vostri risplende non so che divino +che vi trasmuta da primi concetti: + +per non fui a rimembrar festino; +ma or maiuta ci che tu mi dici, +s che raffigurar m pi latino. + +Ma dimmi: voi che siete qui felici, +disiderate voi pi alto loco +per pi vedere e per pi farvi amici?. + +Con quelle altr ombre pria sorrise un poco; +da indi mi rispuose tanto lieta, +charder parea damor nel primo foco: + +Frate, la nostra volont queta +virt di carit, che fa volerne +sol quel chavemo, e daltro non ci asseta. + +Se disassimo esser pi superne, +foran discordi li nostri disiri +dal voler di colui che qui ne cerne; + +che vedrai non capere in questi giri, +sessere in carit qui necesse, +e se la sua natura ben rimiri. + +Anzi formale ad esto beato esse +tenersi dentro a la divina voglia, +per chuna fansi nostre voglie stesse; + +s che, come noi sem di soglia in soglia +per questo regno, a tutto il regno piace +com a lo re che n suo voler ne nvoglia. + +E n la sua volontade nostra pace: +ell quel mare al qual tutto si move +ci chella cra o che natura face. + +Chiaro mi fu allor come ogne dove +in cielo paradiso, etsi la grazia +del sommo ben dun modo non vi piove. + +Ma s com elli avvien, sun cibo sazia +e dun altro rimane ancor la gola, +che quel si chere e di quel si ringrazia, + +cos fec io con atto e con parola, +per apprender da lei qual fu la tela +onde non trasse infino a co la spuola. + +Perfetta vita e alto merto inciela +donna pi s, mi disse, a la cui norma +nel vostro mondo gi si veste e vela, + +perch fino al morir si vegghi e dorma +con quello sposo chogne voto accetta +che caritate a suo piacer conforma. + +Dal mondo, per seguirla, giovinetta +fuggimi, e nel suo abito mi chiusi +e promisi la via de la sua setta. + +Uomini poi, a mal pi cha bene usi, +fuor mi rapiron de la dolce chiostra: +Iddio si sa qual poi mia vita fusi. + +E quest altro splendor che ti si mostra +da la mia destra parte e che saccende +di tutto il lume de la spera nostra, + +ci chio dico di me, di s intende; +sorella fu, e cos le fu tolta +di capo lombra de le sacre bende. + +Ma poi che pur al mondo fu rivolta +contra suo grado e contra buona usanza, +non fu dal vel del cor gi mai disciolta. + +Quest la luce de la gran Costanza +che del secondo vento di Soave +gener l terzo e lultima possanza. + +Cos parlommi, e poi cominci Ave, +Maria cantando, e cantando vanio +come per acqua cupa cosa grave. + +La vista mia, che tanto lei seguio +quanto possibil fu, poi che la perse, +volsesi al segno di maggior disio, + +e a Beatrice tutta si converse; +ma quella folgor nel mo sguardo +s che da prima il viso non sofferse; + +e ci mi fece a dimandar pi tardo. + + + +Paradiso Canto IV + + +Intra due cibi, distanti e moventi +dun modo, prima si morria di fame, +che liber omo lun recasse ai denti; + +s si starebbe un agno intra due brame +di fieri lupi, igualmente temendo; +s si starebbe un cane intra due dame: + +per che, si mi tacea, me non riprendo, +da li miei dubbi dun modo sospinto, +poi chera necessario, n commendo. + +Io mi tacea, ma l mio disir dipinto +mera nel viso, e l dimandar con ello, +pi caldo assai che per parlar distinto. + +F s Beatrice qual f Danello, +Nabuccodonosor levando dira, +che lavea fatto ingiustamente fello; + +e disse: Io veggio ben come ti tira +uno e altro disio, s che tua cura +s stessa lega s che fuor non spira. + +Tu argomenti: Se l buon voler dura, +la volenza altrui per qual ragione +di meritar mi scema la misura?. + +Ancor di dubitar ti d cagione +parer tornarsi lanime a le stelle, +secondo la sentenza di Platone. + +Queste son le question che nel tuo velle +pontano igualmente; e per pria +tratter quella che pi ha di felle. + +Di Serafin colui che pi sindia, +Mos, Samuel, e quel Giovanni +che prender vuoli, io dico, non Maria, + +non hanno in altro cielo i loro scanni +che questi spirti che mo tappariro, +n hanno a lesser lor pi o meno anni; + +ma tutti fanno bello il primo giro, +e differentemente han dolce vita +per sentir pi e men letterno spiro. + +Qui si mostraro, non perch sortita +sia questa spera lor, ma per far segno +de la celestal cha men salita. + +Cos parlar conviensi al vostro ingegno, +per che solo da sensato apprende +ci che fa poscia dintelletto degno. + +Per questo la Scrittura condescende +a vostra facultate, e piedi e mano +attribuisce a Dio e altro intende; + +e Santa Chiesa con aspetto umano +Gabrel e Michel vi rappresenta, +e laltro che Tobia rifece sano. + +Quel che Timeo de lanime argomenta +non simile a ci che qui si vede, +per che, come dice, par che senta. + +Dice che lalma a la sua stella riede, +credendo quella quindi esser decisa +quando natura per forma la diede; + +e forse sua sentenza daltra guisa +che la voce non suona, ed esser puote +con intenzion da non esser derisa. + +Selli intende tornare a queste ruote +lonor de la influenza e l biasmo, forse +in alcun vero suo arco percuote. + +Questo principio, male inteso, torse +gi tutto il mondo quasi, s che Giove, +Mercurio e Marte a nominar trascorse. + +Laltra dubitazion che ti commove +ha men velen, per che sua malizia +non ti poria menar da me altrove. + +Parere ingiusta la nostra giustizia +ne li occhi di mortali, argomento +di fede e non deretica nequizia. + +Ma perch puote vostro accorgimento +ben penetrare a questa veritate, +come disiri, ti far contento. + +Se volenza quando quel che pate +nente conferisce a quel che sforza, +non fuor quest alme per essa scusate: + +ch volont, se non vuol, non sammorza, +ma fa come natura face in foco, +se mille volte volenza il torza. + +Per che, sella si piega assai o poco, +segue la forza; e cos queste fero +possendo rifuggir nel santo loco. + +Se fosse stato lor volere intero, +come tenne Lorenzo in su la grada, +e fece Muzio a la sua man severo, + +cos lavria ripinte per la strada +ond eran tratte, come fuoro sciolte; +ma cos salda voglia troppo rada. + +E per queste parole, se ricolte +lhai come dei, largomento casso +che tavria fatto noia ancor pi volte. + +Ma or ti sattraversa un altro passo +dinanzi a li occhi, tal che per te stesso +non usciresti: pria saresti lasso. + +Io tho per certo ne la mente messo +chalma beata non poria mentire, +per ch sempre al primo vero appresso; + +e poi potesti da Piccarda udire +che laffezion del vel Costanza tenne; +s chella par qui meco contradire. + +Molte fate gi, frate, addivenne +che, per fuggir periglio, contra grato +si f di quel che far non si convenne; + +come Almeone, che, di ci pregato +dal padre suo, la propria madre spense, +per non perder piet si f spietato. + +A questo punto voglio che tu pense +che la forza al voler si mischia, e fanno +s che scusar non si posson loffense. + +Voglia assoluta non consente al danno; +ma consentevi in tanto in quanto teme, +se si ritrae, cadere in pi affanno. + +Per, quando Piccarda quello spreme, +de la voglia assoluta intende, e io +de laltra; s che ver diciamo insieme. + +Cotal fu londeggiar del santo rio +chusc del fonte ond ogne ver deriva; +tal puose in pace uno e altro disio. + +O amanza del primo amante, o diva, +diss io appresso, il cui parlar minonda +e scalda s, che pi e pi mavviva, + +non laffezion mia tanto profonda, +che basti a render voi grazia per grazia; +ma quei che vede e puote a ci risponda. + +Io veggio ben che gi mai non si sazia +nostro intelletto, se l ver non lo illustra +di fuor dal qual nessun vero si spazia. + +Posasi in esso, come fera in lustra, +tosto che giunto lha; e giugner puollo: +se non, ciascun disio sarebbe frustra. + +Nasce per quello, a guisa di rampollo, +a pi del vero il dubbio; ed natura +chal sommo pinge noi di collo in collo. + +Questo minvita, questo massicura +con reverenza, donna, a dimandarvi +dunaltra verit che m oscura. + +Io vo saper se luom pu sodisfarvi +ai voti manchi s con altri beni, +cha la vostra statera non sien parvi. + +Beatrice mi guard con li occhi pieni +di faville damor cos divini, +che, vinta, mia virtute di le reni, + +e quasi mi perdei con li occhi chini. + + + +Paradiso Canto V + + +Sio ti fiammeggio nel caldo damore +di l dal modo che n terra si vede, +s che del viso tuo vinco il valore, + +non ti maravigliar, ch ci procede +da perfetto veder, che, come apprende, +cos nel bene appreso move il piede. + +Io veggio ben s come gi resplende +ne lintelletto tuo letterna luce, +che, vista, sola e sempre amore accende; + +e saltra cosa vostro amor seduce, +non se non di quella alcun vestigio, +mal conosciuto, che quivi traluce. + +Tu vuo saper se con altro servigio, +per manco voto, si pu render tanto +che lanima sicuri di letigio. + +S cominci Beatrice questo canto; +e s com uom che suo parlar non spezza, +contin cos l processo santo: + +Lo maggior don che Dio per sua larghezza +fesse creando, e a la sua bontate +pi conformato, e quel che pi apprezza, + +fu de la volont la libertate; +di che le creature intelligenti, +e tutte e sole, fuoro e son dotate. + +Or ti parr, se tu quinci argomenti, +lalto valor del voto, s s fatto +che Dio consenta quando tu consenti; + +ch, nel fermar tra Dio e lomo il patto, +vittima fassi di questo tesoro, +tal quale io dico; e fassi col suo atto. + +Dunque che render puossi per ristoro? +Se credi bene usar quel chai offerto, +di maltolletto vuo far buon lavoro. + +Tu se omai del maggior punto certo; +ma perch Santa Chiesa in ci dispensa, +che par contra lo ver chi tho scoverto, + +convienti ancor sedere un poco a mensa, +per che l cibo rigido chai preso, +richiede ancora aiuto a tua dispensa. + +Apri la mente a quel chio ti paleso +e fermalvi entro; ch non fa scenza, +sanza lo ritenere, avere inteso. + +Due cose si convegnono a lessenza +di questo sacrificio: luna quella +di che si fa; laltr la convenenza. + +Quest ultima gi mai non si cancella +se non servata; e intorno di lei +s preciso di sopra si favella: + +per necessitato fu a li Ebrei +pur lofferere, ancor chalcuna offerta +s permutasse, come saver dei. + +Laltra, che per materia t aperta, +puote ben esser tal, che non si falla +se con altra materia si converta. + +Ma non trasmuti carco a la sua spalla +per suo arbitrio alcun, sanza la volta +e de la chiave bianca e de la gialla; + +e ogne permutanza credi stolta, +se la cosa dimessa in la sorpresa +come l quattro nel sei non raccolta. + +Per qualunque cosa tanto pesa +per suo valor che tragga ogne bilancia, +sodisfar non si pu con altra spesa. + +Non prendan li mortali il voto a ciancia; +siate fedeli, e a ci far non bieci, +come Iept a la sua prima mancia; + +cui pi si convenia dicer Mal feci, +che, servando, far peggio; e cos stolto +ritrovar puoi il gran duca de Greci, + +onde pianse Efignia il suo bel volto, +e f pianger di s i folli e i savi +chudir parlar di cos fatto clto. + +Siate, Cristiani, a muovervi pi gravi: +non siate come penna ad ogne vento, +e non crediate chogne acqua vi lavi. + +Avete il novo e l vecchio Testamento, +e l pastor de la Chiesa che vi guida; +questo vi basti a vostro salvamento. + +Se mala cupidigia altro vi grida, +uomini siate, e non pecore matte, +s che l Giudeo di voi tra voi non rida! + +Non fate com agnel che lascia il latte +de la sua madre, e semplice e lascivo +seco medesmo a suo piacer combatte!. + +Cos Beatrice a me com o scrivo; +poi si rivolse tutta disante +a quella parte ove l mondo pi vivo. + +Lo suo tacere e l trasmutar sembiante +puoser silenzio al mio cupido ingegno, +che gi nuove questioni avea davante; + +e s come saetta che nel segno +percuote pria che sia la corda queta, +cos corremmo nel secondo regno. + +Quivi la donna mia vid io s lieta, +come nel lume di quel ciel si mise, +che pi lucente se ne f l pianeta. + +E se la stella si cambi e rise, +qual mi fec io che pur da mia natura +trasmutabile son per tutte guise! + +Come n peschiera ch tranquilla e pura +traggonsi i pesci a ci che vien di fori +per modo che lo stimin lor pastura, + +s vid io ben pi di mille splendori +trarsi ver noi, e in ciascun sudia: +Ecco chi crescer li nostri amori. + +E s come ciascuno a noi vena, +vedeasi lombra piena di letizia +nel folgr chiaro che di lei uscia. + +Pensa, lettor, se quel che qui sinizia +non procedesse, come tu avresti +di pi savere angosciosa carizia; + +e per te vederai come da questi +mera in disio dudir lor condizioni, +s come a li occhi mi fur manifesti. + +O bene nato a cui veder li troni +del trunfo etternal concede grazia +prima che la milizia sabbandoni, + +del lume che per tutto il ciel si spazia +noi semo accesi; e per, se disii +di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia. + +Cos da un di quelli spirti pii +detto mi fu; e da Beatrice: D, d +sicuramente, e credi come a dii. + +Io veggio ben s come tu tannidi +nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, +perch e corusca s come tu ridi; + +ma non so chi tu se, n perch aggi, +anima degna, il grado de la spera +che si vela a mortai con altrui raggi. + +Questo diss io diritto a la lumera +che pria mavea parlato; ond ella fessi +lucente pi assai di quel chell era. + +S come il sol che si cela elli stessi +per troppa luce, come l caldo ha rse +le temperanze di vapori spessi, + +per pi letizia s mi si nascose +dentro al suo raggio la figura santa; +e cos chiusa chiusa mi rispuose + +nel modo che l seguente canto canta. + + + +Paradiso Canto VI + + +Poscia che Costantin laquila volse +contr al corso del ciel, chella seguio +dietro a lantico che Lavina tolse, + +cento e cent anni e pi luccel di Dio +ne lo stremo dEuropa si ritenne, +vicino a monti de quai prima usco; + +e sotto lombra de le sacre penne +govern l mondo l di mano in mano, +e, s cangiando, in su la mia pervenne. + +Cesare fui e son Iustinano, +che, per voler del primo amor chi sento, +dentro le leggi trassi il troppo e l vano. + +E prima chio a lovra fossi attento, +una natura in Cristo esser, non pie, +credea, e di tal fede era contento; + +ma l benedetto Agapito, che fue +sommo pastore, a la fede sincera +mi dirizz con le parole sue. + +Io li credetti; e ci che n sua fede era, +vegg io or chiaro s, come tu vedi +ogni contradizione e falsa e vera. + +Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, +a Dio per grazia piacque di spirarmi +lalto lavoro, e tutto n lui mi diedi; + +e al mio Belisar commendai larmi, +cui la destra del ciel fu s congiunta, +che segno fu chi dovessi posarmi. + +Or qui a la question prima sappunta +la mia risposta; ma sua condizione +mi stringe a seguitare alcuna giunta, + +perch tu veggi con quanta ragione +si move contr al sacrosanto segno +e chi l sappropria e chi a lui soppone. + +Vedi quanta virt lha fatto degno +di reverenza; e cominci da lora +che Pallante mor per darli regno. + +Tu sai chel fece in Alba sua dimora +per trecento anni e oltre, infino al fine +che i tre a tre pugnar per lui ancora. + +E sai chel f dal mal de le Sabine +al dolor di Lucrezia in sette regi, +vincendo intorno le genti vicine. + +Sai quel chel f portato da li egregi +Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, +incontro a li altri principi e collegi; + +onde Torquato e Quinzio, che dal cirro +negletto fu nomato, i Deci e Fabi +ebber la fama che volontier mirro. + +Esso atterr lorgoglio de li Arbi +che di retro ad Anibale passaro +lalpestre rocce, Po, di che tu labi. + +Sott esso giovanetti trunfaro +Scipone e Pompeo; e a quel colle +sotto l qual tu nascesti parve amaro. + +Poi, presso al tempo che tutto l ciel volle +redur lo mondo a suo modo sereno, +Cesare per voler di Roma il tolle. + +E quel che f da Varo infino a Reno, +Isara vide ed Era e vide Senna +e ogne valle onde Rodano pieno. + +Quel che f poi chelli usc di Ravenna +e salt Rubicon, fu di tal volo, +che nol seguiteria lingua n penna. + +Inver la Spagna rivolse lo stuolo, +poi ver Durazzo, e Farsalia percosse +s chal Nil caldo si sent del duolo. + +Antandro e Simeonta, onde si mosse, +rivide e l dov Ettore si cuba; +e mal per Tolomeo poscia si scosse. + +Da indi scese folgorando a Iuba; +onde si volse nel vostro occidente, +ove sentia la pompeana tuba. + +Di quel che f col baiulo seguente, +Bruto con Cassio ne linferno latra, +e Modena e Perugia fu dolente. + +Piangene ancor la trista Cleopatra, +che, fuggendoli innanzi, dal colubro +la morte prese subitana e atra. + +Con costui corse infino al lito rubro; +con costui puose il mondo in tanta pace, +che fu serrato a Giano il suo delubro. + +Ma ci che l segno che parlar mi face +fatto avea prima e poi era fatturo +per lo regno mortal cha lui soggiace, + +diventa in apparenza poco e scuro, +se in mano al terzo Cesare si mira +con occhio chiaro e con affetto puro; + +ch la viva giustizia che mi spira, +li concedette, in mano a quel chi dico, +gloria di far vendetta a la sua ira. + +Or qui tammira in ci chio ti replco: +poscia con Tito a far vendetta corse +de la vendetta del peccato antico. + +E quando il dente longobardo morse +la Santa Chiesa, sotto le sue ali +Carlo Magno, vincendo, la soccorse. + +Omai puoi giudicar di quei cotali +chio accusai di sopra e di lor falli, +che son cagion di tutti vostri mali. + +Luno al pubblico segno i gigli gialli +oppone, e laltro appropria quello a parte, +s ch forte a veder chi pi si falli. + +Faccian li Ghibellin, faccian lor arte +sott altro segno, ch mal segue quello +sempre chi la giustizia e lui diparte; + +e non labbatta esto Carlo novello +coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli +cha pi alto leon trasser lo vello. + +Molte fate gi pianser li figli +per la colpa del padre, e non si creda +che Dio trasmuti larmi per suoi gigli! + +Questa picciola stella si correda +di buoni spirti che son stati attivi +perch onore e fama li succeda: + +e quando li disiri poggian quivi, +s disvando, pur convien che i raggi +del vero amore in s poggin men vivi. + +Ma nel commensurar di nostri gaggi +col merto parte di nostra letizia, +perch non li vedem minor n maggi. + +Quindi addolcisce la viva giustizia +in noi laffetto s, che non si puote +torcer gi mai ad alcuna nequizia. + +Diverse voci fanno dolci note; +cos diversi scanni in nostra vita +rendon dolce armonia tra queste rote. + +E dentro a la presente margarita +luce la luce di Romeo, di cui +fu lovra grande e bella mal gradita. + +Ma i Provenzai che fecer contra lui +non hanno riso; e per mal cammina +qual si fa danno del ben fare altrui. + +Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, +Ramondo Beringhiere, e ci li fece +Romeo, persona umle e peregrina. + +E poi il mosser le parole biece +a dimandar ragione a questo giusto, +che li assegn sette e cinque per diece, + +indi partissi povero e vetusto; +e se l mondo sapesse il cor chelli ebbe +mendicando sua vita a frusto a frusto, + +assai lo loda, e pi lo loderebbe. + + + +Paradiso Canto VII + + +Osanna, sanctus Deus sabath, +superillustrans claritate tua +felices ignes horum malacth!. + +Cos, volgendosi a la nota sua, +fu viso a me cantare essa sustanza, +sopra la qual doppio lume saddua; + +ed essa e laltre mossero a sua danza, +e quasi velocissime faville +mi si velar di sbita distanza. + +Io dubitava e dicea Dille, dille! +fra me, dille dicea, a la mia donna +che mi diseta con le dolci stille. + +Ma quella reverenza che sindonna +di tutto me, pur per Be e per ice, +mi richinava come luom chassonna. + +Poco sofferse me cotal Beatrice +e cominci, raggiandomi dun riso +tal, che nel foco faria luom felice: + +Secondo mio infallibile avviso, +come giusta vendetta giustamente +punita fosse, tha in pensier miso; + +ma io ti solver tosto la mente; +e tu ascolta, ch le mie parole +di gran sentenza ti faran presente. + +Per non soffrire a la virt che vole +freno a suo prode, quell uom che non nacque, +dannando s, dann tutta sua prole; + +onde lumana specie inferma giacque +gi per secoli molti in grande errore, +fin chal Verbo di Dio discender piacque + +u la natura, che dal suo fattore +sera allungata, un a s in persona +con latto sol del suo etterno amore. + +Or drizza il viso a quel chor si ragiona: +questa natura al suo fattore unita, +qual fu creata, fu sincera e buona; + +ma per s stessa pur fu ella sbandita +di paradiso, per che si torse +da via di verit e da sua vita. + +La pena dunque che la croce porse +sa la natura assunta si misura, +nulla gi mai s giustamente morse; + +e cos nulla fu di tanta ingiura, +guardando a la persona che sofferse, +in che era contratta tal natura. + +Per dun atto uscir cose diverse: +cha Dio e a Giudei piacque una morte; +per lei trem la terra e l ciel saperse. + +Non ti dee oramai parer pi forte, +quando si dice che giusta vendetta +poscia vengiata fu da giusta corte. + +Ma io veggi or la tua mente ristretta +di pensiero in pensier dentro ad un nodo, +del qual con gran disio solver saspetta. + +Tu dici: Ben discerno ci chi odo; +ma perch Dio volesse, m occulto, +a nostra redenzion pur questo modo. + +Questo decreto, frate, sta sepulto +a li occhi di ciascuno il cui ingegno +ne la fiamma damor non adulto. + +Veramente, per cha questo segno +molto si mira e poco si discerne, +dir perch tal modo fu pi degno. + +La divina bont, che da s sperne +ogne livore, ardendo in s, sfavilla +s che dispiega le bellezze etterne. + +Ci che da lei sanza mezzo distilla +non ha poi fine, perch non si move +la sua imprenta quand ella sigilla. + +Ci che da essa sanza mezzo piove +libero tutto, perch non soggiace +a la virtute de le cose nove. + +Pi l conforme, e per pi le piace; +ch lardor santo chogne cosa raggia, +ne la pi somigliante pi vivace. + +Di tutte queste dote savvantaggia +lumana creatura, e suna manca, +di sua nobilit convien che caggia. + +Solo il peccato quel che la disfranca +e falla dissimle al sommo bene, +per che del lume suo poco simbianca; + +e in sua dignit mai non rivene, +se non rempie, dove colpa vta, +contra mal dilettar con giuste pene. + +Vostra natura, quando pecc tota +nel seme suo, da queste dignitadi, +come di paradiso, fu remota; + +n ricovrar potiensi, se tu badi +ben sottilmente, per alcuna via, +sanza passar per un di questi guadi: + +o che Dio solo per sua cortesia +dimesso avesse, o che luom per s isso +avesse sodisfatto a sua follia. + +Ficca mo locchio per entro labisso +de letterno consiglio, quanto puoi +al mio parlar distrettamente fisso. + +Non potea luomo ne termini suoi +mai sodisfar, per non potere ir giuso +con umiltate obedendo poi, + +quanto disobediendo intese ir suso; +e questa la cagion per che luom fue +da poter sodisfar per s dischiuso. + +Dunque a Dio convenia con le vie sue +riparar lomo a sua intera vita, +dico con luna, o ver con amendue. + +Ma perch lovra tanto pi gradita +da loperante, quanto pi appresenta +de la bont del core ond ell uscita, + +la divina bont che l mondo imprenta, +di proceder per tutte le sue vie, +a rilevarvi suso, fu contenta. + +N tra lultima notte e l primo die +s alto o s magnifico processo, +o per luna o per laltra, fu o fie: + +ch pi largo fu Dio a dar s stesso +per far luom sufficiente a rilevarsi, +che selli avesse sol da s dimesso; + +e tutti li altri modi erano scarsi +a la giustizia, se l Figliuol di Dio +non fosse umilato ad incarnarsi. + +Or per empierti bene ogne disio, +ritorno a dichiararti in alcun loco, +perch tu veggi l cos com io. + +Tu dici: Io veggio lacqua, io veggio il foco, +laere e la terra e tutte lor misture +venire a corruzione, e durar poco; + +e queste cose pur furon creature; +per che, se ci ch detto stato vero, +esser dovrien da corruzion sicure. + +Li angeli, frate, e l paese sincero +nel qual tu se, dir si posson creati, +s come sono, in loro essere intero; + +ma li alimenti che tu hai nomati +e quelle cose che di lor si fanno +da creata virt sono informati. + +Creata fu la materia chelli hanno; +creata fu la virt informante +in queste stelle che ntorno a lor vanno. + +Lanima dogne bruto e de le piante +di complession potenzata tira +lo raggio e l moto de le luci sante; + +ma vostra vita sanza mezzo spira +la somma beninanza, e la innamora +di s s che poi sempre la disira. + +E quinci puoi argomentare ancora +vostra resurrezion, se tu ripensi +come lumana carne fessi allora + +che li primi parenti intrambo fensi. + + + +Paradiso Canto VIII + + +Solea creder lo mondo in suo periclo +che la bella Ciprigna il folle amore +raggiasse, volta nel terzo epiciclo; + +per che non pur a lei faceano onore +di sacrificio e di votivo grido +le genti antiche ne lantico errore; + +ma Done onoravano e Cupido, +quella per madre sua, questo per figlio, +e dicean chel sedette in grembo a Dido; + +e da costei ond io principio piglio +pigliavano il vocabol de la stella +che l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. + +Io non maccorsi del salire in ella; +ma desservi entro mi f assai fede +la donna mia chi vidi far pi bella. + +E come in fiamma favilla si vede, +e come in voce voce si discerne, +quand una ferma e altra va e riede, + +vid io in essa luce altre lucerne +muoversi in giro pi e men correnti, +al modo, credo, di lor viste interne. + +Di fredda nube non disceser venti, +o visibili o no, tanto festini, +che non paressero impediti e lenti + +a chi avesse quei lumi divini +veduti a noi venir, lasciando il giro +pria cominciato in li alti Serafini; + +e dentro a quei che pi innanzi appariro +sonava Osanna s, che unque poi +di rudir non fui sanza disiro. + +Indi si fece lun pi presso a noi +e solo incominci: Tutti sem presti +al tuo piacer, perch di noi ti gioi. + +Noi ci volgiam coi principi celesti +dun giro e dun girare e duna sete, +ai quali tu del mondo gi dicesti: + +Voi che ntendendo il terzo ciel movete; +e sem s pien damor, che, per piacerti, +non fia men dolce un poco di quete. + +Poscia che li occhi miei si fuoro offerti +a la mia donna reverenti, ed essa +fatti li avea di s contenti e certi, + +rivolsersi a la luce che promessa +tanto savea, e Deh, chi siete? fue +la voce mia di grande affetto impressa. + +E quanta e quale vid io lei far pie +per allegrezza nova che saccrebbe, +quando parlai, a lallegrezze sue! + +Cos fatta, mi disse: Il mondo mebbe +gi poco tempo; e se pi fosse stato, +molto sar di mal, che non sarebbe. + +La mia letizia mi ti tien celato +che mi raggia dintorno e mi nasconde +quasi animal di sua seta fasciato. + +Assai mamasti, e avesti ben onde; +che sio fossi gi stato, io ti mostrava +di mio amor pi oltre che le fronde. + +Quella sinistra riva che si lava +di Rodano poi ch misto con Sorga, +per suo segnore a tempo maspettava, + +e quel corno dAusonia che simborga +di Bari e di Gaeta e di Catona, +da ove Tronto e Verde in mare sgorga. + +Fulgeami gi in fronte la corona +di quella terra che l Danubio riga +poi che le ripe tedesche abbandona. + +E la bella Trinacria, che caliga +tra Pachino e Peloro, sopra l golfo +che riceve da Euro maggior briga, + +non per Tifeo ma per nascente solfo, +attesi avrebbe li suoi regi ancora, +nati per me di Carlo e di Ridolfo, + +se mala segnoria, che sempre accora +li popoli suggetti, non avesse +mosso Palermo a gridar: Mora, mora!. + +E se mio frate questo antivedesse, +lavara povert di Catalogna +gi fuggeria, perch non li offendesse; + +ch veramente proveder bisogna +per lui, o per altrui, s cha sua barca +carcata pi dincarco non si pogna. + +La sua natura, che di larga parca +discese, avria mestier di tal milizia +che non curasse di mettere in arca. + +Per chi credo che lalta letizia +che l tuo parlar minfonde, segnor mio, +l ve ogne ben si termina e sinizia, + +per te si veggia come la vegg io, +grata m pi; e anco quest ho caro +perch l discerni rimirando in Dio. + +Fatto mhai lieto, e cos mi fa chiaro, +poi che, parlando, a dubitar mhai mosso +com esser pu, di dolce seme, amaro. + +Questo io a lui; ed elli a me: Sio posso +mostrarti un vero, a quel che tu dimandi +terrai lo viso come tien lo dosso. + +Lo ben che tutto il regno che tu scandi +volge e contenta, fa esser virtute +sua provedenza in questi corpi grandi. + +E non pur le nature provedute +sono in la mente ch da s perfetta, +ma esse insieme con la lor salute: + +per che quantunque quest arco saetta +disposto cade a proveduto fine, +s come cosa in suo segno diretta. + +Se ci non fosse, il ciel che tu cammine +producerebbe s li suoi effetti, +che non sarebbero arti, ma ruine; + +e ci esser non pu, se li ntelletti +che muovon queste stelle non son manchi, +e manco il primo, che non li ha perfetti. + +Vuo tu che questo ver pi ti simbianchi?. +E io: Non gi; ch impossibil veggio +che la natura, in quel ch uopo, stanchi. + +Ond elli ancora: Or d: sarebbe il peggio +per lomo in terra, se non fosse cive?. +S, rispuos io; e qui ragion non cheggio. + +E puot elli esser, se gi non si vive +diversamente per diversi offici? +Non, se l maestro vostro ben vi scrive. + +S venne deducendo infino a quici; +poscia conchiuse: Dunque esser diverse +convien di vostri effetti le radici: + +per chun nasce Solone e altro Serse, +altro Melchisedch e altro quello +che, volando per laere, il figlio perse. + +La circular natura, ch suggello +a la cera mortal, fa ben sua arte, +ma non distingue lun da laltro ostello. + +Quinci addivien chEsa si diparte +per seme da Iacb; e vien Quirino +da s vil padre, che si rende a Marte. + +Natura generata il suo cammino +simil farebbe sempre a generanti, +se non vincesse il proveder divino. + +Or quel che tera dietro t davanti: +ma perch sappi che di te mi giova, +un corollario voglio che tammanti. + +Sempre natura, se fortuna trova +discorde a s, com ogne altra semente +fuor di sua regon, fa mala prova. + +E se l mondo l gi ponesse mente +al fondamento che natura pone, +seguendo lui, avria buona la gente. + +Ma voi torcete a la religone +tal che fia nato a cignersi la spada, +e fate re di tal ch da sermone; + +onde la traccia vostra fuor di strada. + + + +Paradiso Canto IX + + +Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, +mebbe chiarito, mi narr li nganni +che ricever dovea la sua semenza; + +ma disse: Taci e lascia muover li anni; +s chio non posso dir se non che pianto +giusto verr di retro ai vostri danni. + +E gi la vita di quel lume santo +rivolta sera al Sol che la rempie +come quel ben cha ogne cosa tanto. + +Ahi anime ingannate e fatture empie, +che da s fatto ben torcete i cuori, +drizzando in vanit le vostre tempie! + +Ed ecco un altro di quelli splendori +ver me si fece, e l suo voler piacermi +significava nel chiarir di fori. + +Li occhi di Batrice, cheran fermi +sovra me, come pria, di caro assenso +al mio disio certificato fermi. + +Deh, metti al mio voler tosto compenso, +beato spirto, dissi, e fammi prova +chi possa in te refletter quel chio penso!. + +Onde la luce che mera ancor nova, +del suo profondo, ond ella pria cantava, +seguette come a cui di ben far giova: + +In quella parte de la terra prava +italica che siede tra Ralto +e le fontane di Brenta e di Piava, + +si leva un colle, e non surge molt alto, +l onde scese gi una facella +che fece a la contrada un grande assalto. + +Duna radice nacqui e io ed ella: +Cunizza fui chiamata, e qui refulgo +perch mi vinse il lume desta stella; + +ma lietamente a me medesma indulgo +la cagion di mia sorte, e non mi noia; +che parria forse forte al vostro vulgo. + +Di questa luculenta e cara gioia +del nostro cielo che pi m propinqua, +grande fama rimase; e pria che moia, + +questo centesimo anno ancor sincinqua: +vedi se far si dee lomo eccellente, +s chaltra vita la prima relinqua. + +E ci non pensa la turba presente +che Tagliamento e Adice richiude, +n per esser battuta ancor si pente; + +ma tosto fia che Padova al palude +canger lacqua che Vincenza bagna, +per essere al dover le genti crude; + +e dove Sile e Cagnan saccompagna, +tal signoreggia e va con la testa alta, +che gi per lui carpir si fa la ragna. + +Pianger Feltro ancora la difalta +de lempio suo pastor, che sar sconcia +s, che per simil non sentr in malta. + +Troppo sarebbe larga la bigoncia +che ricevesse il sangue ferrarese, +e stanco chi l pesasse a oncia a oncia, + +che doner questo prete cortese +per mostrarsi di parte; e cotai doni +conformi fieno al viver del paese. + +S sono specchi, voi dicete Troni, +onde refulge a noi Dio giudicante; +s che questi parlar ne paion buoni. + +Qui si tacette; e fecemi sembiante +che fosse ad altro volta, per la rota +in che si mise com era davante. + +Laltra letizia, che mera gi nota +per cara cosa, mi si fece in vista +qual fin balasso in che lo sol percuota. + +Per letiziar l s fulgor sacquista, +s come riso qui; ma gi sabbuia +lombra di fuor, come la mente trista. + +Dio vede tutto, e tuo veder sinluia, +diss io, beato spirto, s che nulla +voglia di s a te puot esser fuia. + +Dunque la voce tua, che l ciel trastulla +sempre col canto di quei fuochi pii +che di sei ali facen la coculla, + +perch non satisface a miei disii? +Gi non attendere io tua dimanda, +sio mintuassi, come tu tinmii. + +La maggior valle in che lacqua si spanda, +incominciaro allor le sue parole, +fuor di quel mar che la terra inghirlanda, + +tra discordanti liti contra l sole +tanto sen va, che fa meridano +l dove lorizzonte pria far suole. + +Di quella valle fu io litorano +tra Ebro e Macra, che per cammin corto +parte lo Genovese dal Toscano. + +Ad un occaso quasi e ad un orto +Buggea siede e la terra ond io fui, +che f del sangue suo gi caldo il porto. + +Folco mi disse quella gente a cui +fu noto il nome mio; e questo cielo +di me simprenta, com io fe di lui; + +ch pi non arse la figlia di Belo, +noiando e a Sicheo e a Creusa, +di me, infin che si convenne al pelo; + +n quella Rodopa che delusa +fu da Demofoonte, n Alcide +quando Iole nel core ebbe rinchiusa. + +Non per qui si pente, ma si ride, +non de la colpa, cha mente non torna, +ma del valor chordin e provide. + +Qui si rimira ne larte chaddorna +cotanto affetto, e discernesi l bene +per che l mondo di s quel di gi torna. + +Ma perch tutte le tue voglie piene +ten porti che son nate in questa spera, +proceder ancor oltre mi convene. + +Tu vuo saper chi in questa lumera +che qui appresso me cos scintilla +come raggio di sole in acqua mera. + +Or sappi che l entro si tranquilla +Raab; e a nostr ordine congiunta, +di lei nel sommo grado si sigilla. + +Da questo cielo, in cui lombra sappunta +che l vostro mondo face, pria chaltr alma +del trunfo di Cristo fu assunta. + +Ben si convenne lei lasciar per palma +in alcun cielo de lalta vittoria +che sacquist con luna e laltra palma, + +perch ella favor la prima gloria +di Ios in su la Terra Santa, +che poco tocca al papa la memoria. + +La tua citt, che di colui pianta +che pria volse le spalle al suo fattore +e di cui la nvidia tanto pianta, + +produce e spande il maladetto fiore +cha disvate le pecore e li agni, +per che fatto ha lupo del pastore. + +Per questo lEvangelio e i dottor magni +son derelitti, e solo ai Decretali +si studia, s che pare a lor vivagni. + +A questo intende il papa e cardinali; +non vanno i lor pensieri a Nazarette, +l dove Gabrello aperse lali. + +Ma Vaticano e laltre parti elette +di Roma che son state cimitero +a la milizia che Pietro seguette, + +tosto libere fien de lavoltero. + + + +Paradiso Canto X + + +Guardando nel suo Figlio con lAmore +che luno e laltro etternalmente spira, +lo primo e ineffabile Valore + +quanto per mente e per loco si gira +con tant ordine f, chesser non puote +sanza gustar di lui chi ci rimira. + +Leva dunque, lettore, a lalte rote +meco la vista, dritto a quella parte +dove lun moto e laltro si percuote; + +e l comincia a vagheggiar ne larte +di quel maestro che dentro a s lama, +tanto che mai da lei locchio non parte. + +Vedi come da indi si dirama +loblico cerchio che i pianeti porta, +per sodisfare al mondo che li chiama. + +Che se la strada lor non fosse torta, +molta virt nel ciel sarebbe in vano, +e quasi ogne potenza qua gi morta; + +e se dal dritto pi o men lontano +fosse l partire, assai sarebbe manco +e gi e s de lordine mondano. + +Or ti riman, lettor, sovra l tuo banco, +dietro pensando a ci che si preliba, +sesser vuoi lieto assai prima che stanco. + +Messo tho innanzi: omai per te ti ciba; +ch a s torce tutta la mia cura +quella materia ond io son fatto scriba. + +Lo ministro maggior de la natura, +che del valor del ciel lo mondo imprenta +e col suo lume il tempo ne misura, + +con quella parte che s si rammenta +congiunto, si girava per le spire +in che pi tosto ognora sappresenta; + +e io era con lui; ma del salire +non maccors io, se non com uom saccorge, +anzi l primo pensier, del suo venire. + + Batrice quella che s scorge +di bene in meglio, s subitamente +che latto suo per tempo non si sporge. + +Quant esser convenia da s lucente +quel chera dentro al sol dov io entrami, +non per color, ma per lume parvente! + +Perch io lo ngegno e larte e luso chiami, +s nol direi che mai simaginasse; +ma creder puossi e di veder si brami. + +E se le fantasie nostre son basse +a tanta altezza, non maraviglia; +ch sopra l sol non fu occhio chandasse. + +Tal era quivi la quarta famiglia +de lalto Padre, che sempre la sazia, +mostrando come spira e come figlia. + +E Batrice cominci: Ringrazia, +ringrazia il Sol de li angeli, cha questo +sensibil tha levato per sua grazia. + +Cor di mortal non fu mai s digesto +a divozione e a rendersi a Dio +con tutto l suo gradir cotanto presto, + +come a quelle parole mi fec io; +e s tutto l mio amore in lui si mise, +che Batrice ecliss ne loblio. + +Non le dispiacque; ma s se ne rise, +che lo splendor de li occhi suoi ridenti +mia mente unita in pi cose divise. + +Io vidi pi folgr vivi e vincenti +far di noi centro e di s far corona, +pi dolci in voce che in vista lucenti: + +cos cinger la figlia di Latona +vedem talvolta, quando laere pregno, +s che ritenga il fil che fa la zona. + +Ne la corte del cielo, ond io rivegno, +si trovan molte gioie care e belle +tanto che non si posson trar del regno; + +e l canto di quei lumi era di quelle; +chi non simpenna s che l s voli, +dal muto aspetti quindi le novelle. + +Poi, s cantando, quelli ardenti soli +si fuor girati intorno a noi tre volte, +come stelle vicine a fermi poli, + +donne mi parver, non da ballo sciolte, +ma che sarrestin tacite, ascoltando +fin che le nove note hanno ricolte. + +E dentro a lun senti cominciar: Quando +lo raggio de la grazia, onde saccende +verace amore e che poi cresce amando, + +multiplicato in te tanto resplende, +che ti conduce su per quella scala +u sanza risalir nessun discende; + +qual ti negasse il vin de la sua fiala +per la tua sete, in libert non fora +se non com acqua chal mar non si cala. + +Tu vuo saper di quai piante sinfiora +questa ghirlanda che ntorno vagheggia +la bella donna chal ciel tavvalora. + +Io fui de li agni de la santa greggia +che Domenico mena per cammino +u ben simpingua se non si vaneggia. + +Questi che m a destra pi vicino, +frate e maestro fummi, ed esso Alberto + di Cologna, e io Thomas dAquino. + +Se s di tutti li altri esser vuo certo, +di retro al mio parlar ten vien col viso +girando su per lo beato serto. + +Quell altro fiammeggiare esce del riso +di Grazan, che luno e laltro foro +aiut s che piace in paradiso. + +Laltro chappresso addorna il nostro coro, +quel Pietro fu che con la poverella +offerse a Santa Chiesa suo tesoro. + +La quinta luce, ch tra noi pi bella, +spira di tale amor, che tutto l mondo +l gi ne gola di saper novella: + +entro v lalta mente u s profondo +saver fu messo, che, se l vero vero, +a veder tanto non surse il secondo. + +Appresso vedi il lume di quel cero +che gi in carne pi a dentro vide +langelica natura e l ministero. + +Ne laltra piccioletta luce ride +quello avvocato de tempi cristiani +del cui latino Augustin si provide. + +Or se tu locchio de la mente trani +di luce in luce dietro a le mie lode, +gi de lottava con sete rimani. + +Per vedere ogne ben dentro vi gode +lanima santa che l mondo fallace +fa manifesto a chi di lei ben ode. + +Lo corpo ond ella fu cacciata giace +giuso in Cieldauro; ed essa da martiro +e da essilio venne a questa pace. + +Vedi oltre fiammeggiar lardente spiro +dIsidoro, di Beda e di Riccardo, +che a considerar fu pi che viro. + +Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, + l lume duno spirto che n pensieri +gravi a morir li parve venir tardo: + +essa la luce etterna di Sigieri, +che, leggendo nel Vico de li Strami, +silogizz invidosi veri. + +Indi, come orologio che ne chiami +ne lora che la sposa di Dio surge +a mattinar lo sposo perch lami, + +che luna parte e laltra tira e urge, +tin tin sonando con s dolce nota, +che l ben disposto spirto damor turge; + +cos vid o la gloriosa rota +muoversi e render voce a voce in tempra +e in dolcezza chesser non p nota + +se non col dove gioir sinsempra. + + + +Paradiso Canto XI + + +O insensata cura de mortali, +quanto son difettivi silogismi +quei che ti fanno in basso batter lali! + +Chi dietro a iura e chi ad amforismi +sen giva, e chi seguendo sacerdozio, +e chi regnar per forza o per sofismi, + +e chi rubare e chi civil negozio, +chi nel diletto de la carne involto +saffaticava e chi si dava a lozio, + +quando, da tutte queste cose sciolto, +con Batrice mera suso in cielo +cotanto glorosamente accolto. + +Poi che ciascuno fu tornato ne lo +punto del cerchio in che avanti sera, +fermossi, come a candellier candelo. + +E io senti dentro a quella lumera +che pria mavea parlato, sorridendo +incominciar, faccendosi pi mera: + +Cos com io del suo raggio resplendo, +s, riguardando ne la luce etterna, +li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. + +Tu dubbi, e hai voler che si ricerna +in s aperta e n s distesa lingua +lo dicer mio, chal tuo sentir si sterna, + +ove dinanzi dissi: U ben simpingua, +e l u dissi: Non nacque il secondo; +e qui uopo che ben si distingua. + +La provedenza, che governa il mondo +con quel consiglio nel quale ogne aspetto +creato vinto pria che vada al fondo, + +per che andasse ver lo suo diletto +la sposa di colui chad alte grida +dispos lei col sangue benedetto, + +in s sicura e anche a lui pi fida, +due principi ordin in suo favore, +che quinci e quindi le fosser per guida. + +Lun fu tutto serafico in ardore; +laltro per sapenza in terra fue +di cherubica luce uno splendore. + +De lun dir, per che damendue +si dice lun pregiando, qual chom prende, +perch ad un fine fur lopere sue. + +Intra Tupino e lacqua che discende +del colle eletto dal beato Ubaldo, +fertile costa dalto monte pende, + +onde Perugia sente freddo e caldo +da Porta Sole; e di rietro le piange +per grave giogo Nocera con Gualdo. + +Di questa costa, l dov ella frange +pi sua rattezza, nacque al mondo un sole, +come fa questo talvolta di Gange. + +Per chi desso loco fa parole, +non dica Ascesi, ch direbbe corto, +ma Orente, se proprio dir vuole. + +Non era ancor molto lontan da lorto, +chel cominci a far sentir la terra +de la sua gran virtute alcun conforto; + +ch per tal donna, giovinetto, in guerra +del padre corse, a cui, come a la morte, +la porta del piacer nessun diserra; + +e dinanzi a la sua spirital corte +et coram patre le si fece unito; +poscia di d in d lam pi forte. + +Questa, privata del primo marito, +millecent anni e pi dispetta e scura +fino a costui si stette sanza invito; + +n valse udir che la trov sicura +con Amiclate, al suon de la sua voce, +colui cha tutto l mondo f paura; + +n valse esser costante n feroce, +s che, dove Maria rimase giuso, +ella con Cristo pianse in su la croce. + +Ma perch io non proceda troppo chiuso, +Francesco e Povert per questi amanti +prendi oramai nel mio parlar diffuso. + +La lor concordia e i lor lieti sembianti, +amore e maraviglia e dolce sguardo +facieno esser cagion di pensier santi; + +tanto che l venerabile Bernardo +si scalz prima, e dietro a tanta pace +corse e, correndo, li parve esser tardo. + +Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! +Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro +dietro a lo sposo, s la sposa piace. + +Indi sen va quel padre e quel maestro +con la sua donna e con quella famiglia +che gi legava lumile capestro. + +N li grav vilt di cuor le ciglia +per esser fi di Pietro Bernardone, +n per parer dispetto a maraviglia; + +ma regalmente sua dura intenzione +ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe +primo sigillo a sua religone. + +Poi che la gente poverella crebbe +dietro a costui, la cui mirabil vita +meglio in gloria del ciel si canterebbe, + +di seconda corona redimita +fu per Onorio da lEtterno Spiro +la santa voglia desto archimandrita. + +E poi che, per la sete del martiro, +ne la presenza del Soldan superba +predic Cristo e li altri che l seguiro, + +e per trovare a conversione acerba +troppo la gente e per non stare indarno, +redissi al frutto de litalica erba, + +nel crudo sasso intra Tevero e Arno +da Cristo prese lultimo sigillo, +che le sue membra due anni portarno. + +Quando a colui cha tanto ben sortillo +piacque di trarlo suso a la mercede +chel merit nel suo farsi pusillo, + +a frati suoi, s com a giuste rede, +raccomand la donna sua pi cara, +e comand che lamassero a fede; + +e del suo grembo lanima preclara +mover si volle, tornando al suo regno, +e al suo corpo non volle altra bara. + +Pensa oramai qual fu colui che degno +collega fu a mantener la barca +di Pietro in alto mar per dritto segno; + +e questo fu il nostro patrarca; +per che qual segue lui, com el comanda, +discerner puoi che buone merce carca. + +Ma l suo pecuglio di nova vivanda + fatto ghiotto, s chesser non puote +che per diversi salti non si spanda; + +e quanto le sue pecore remote +e vagabunde pi da esso vanno, +pi tornano a lovil di latte vte. + +Ben son di quelle che temono l danno +e stringonsi al pastor; ma son s poche, +che le cappe fornisce poco panno. + +Or, se le mie parole non son fioche, +se la tua audenza stata attenta, +se ci ch detto a la mente revoche, + +in parte fia la tua voglia contenta, +perch vedrai la pianta onde si scheggia, +e vedra il corrgger che argomenta + +U ben simpingua, se non si vaneggia. + + + +Paradiso Canto XII + + +S tosto come lultima parola +la benedetta fiamma per dir tolse, +a rotar cominci la santa mola; + +e nel suo giro tutta non si volse +prima chunaltra di cerchio la chiuse, +e moto a moto e canto a canto colse; + +canto che tanto vince nostre muse, +nostre serene in quelle dolci tube, +quanto primo splendor quel che refuse. + +Come si volgon per tenera nube +due archi paralelli e concolori, +quando Iunone a sua ancella iube, + +nascendo di quel dentro quel di fori, +a guisa del parlar di quella vaga +chamor consunse come sol vapori, + +e fanno qui la gente esser presaga, +per lo patto che Dio con No puose, +del mondo che gi mai pi non sallaga: + +cos di quelle sempiterne rose +volgiensi circa noi le due ghirlande, +e s lestrema a lintima rispuose. + +Poi che l tripudio e laltra festa grande, +s del cantare e s del fiammeggiarsi +luce con luce gaudose e blande, + +insieme a punto e a voler quetarsi, +pur come li occhi chal piacer che i move +conviene insieme chiudere e levarsi; + +del cor de luna de le luci nove +si mosse voce, che lago a la stella +parer mi fece in volgermi al suo dove; + +e cominci: Lamor che mi fa bella +mi tragge a ragionar de laltro duca +per cui del mio s ben ci si favella. + +Degno che, dov lun, laltro sinduca: +s che, com elli ad una militaro, +cos la gloria loro insieme luca. + +Lessercito di Cristo, che s caro +cost a rarmar, dietro a la nsegna +si movea tardo, sospeccioso e raro, + +quando lo mperador che sempre regna +provide a la milizia, chera in forse, +per sola grazia, non per esser degna; + +e, come detto, a sua sposa soccorse +con due campioni, al cui fare, al cui dire +lo popol disvato si raccorse. + +In quella parte ove surge ad aprire +Zefiro dolce le novelle fronde +di che si vede Europa rivestire, + +non molto lungi al percuoter de londe +dietro a le quali, per la lunga foga, +lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, + +siede la fortunata Calaroga +sotto la protezion del grande scudo +in che soggiace il leone e soggioga: + +dentro vi nacque lamoroso drudo +de la fede cristiana, il santo atleta +benigno a suoi e a nemici crudo; + +e come fu creata, fu repleta +s la sua mente di viva vertute +che, ne la madre, lei fece profeta. + +Poi che le sponsalizie fuor compiute +al sacro fonte intra lui e la Fede, +u si dotar di muta salute, + +la donna che per lui lassenso diede, +vide nel sonno il mirabile frutto +chuscir dovea di lui e de le rede; + +e perch fosse qual era in costrutto, +quinci si mosse spirito a nomarlo +del possessivo di cui era tutto. + +Domenico fu detto; e io ne parlo +s come de lagricola che Cristo +elesse a lorto suo per aiutarlo. + +Ben parve messo e famigliar di Cristo: +che l primo amor che n lui fu manifesto, +fu al primo consiglio che di Cristo. + +Spesse fate fu tacito e desto +trovato in terra da la sua nutrice, +come dicesse: Io son venuto a questo. + +Oh padre suo veramente Felice! +oh madre sua veramente Giovanna, +se, interpretata, val come si dice! + +Non per lo mondo, per cui mo saffanna +di retro ad Ostense e a Taddeo, +ma per amor de la verace manna + +in picciol tempo gran dottor si feo; +tal che si mise a circir la vigna +che tosto imbianca, se l vignaio reo. + +E a la sedia che fu gi benigna +pi a poveri giusti, non per lei, +ma per colui che siede, che traligna, + +non dispensare o due o tre per sei, +non la fortuna di prima vacante, +non decimas, quae sunt pauperum Dei, + +addimand, ma contro al mondo errante +licenza di combatter per lo seme +del qual ti fascian ventiquattro piante. + +Poi, con dottrina e con volere insieme, +con lofficio appostolico si mosse +quasi torrente chalta vena preme; + +e ne li sterpi eretici percosse +limpeto suo, pi vivamente quivi +dove le resistenze eran pi grosse. + +Di lui si fecer poi diversi rivi +onde lorto catolico si riga, +s che i suoi arbuscelli stan pi vivi. + +Se tal fu luna rota de la biga +in che la Santa Chiesa si difese +e vinse in campo la sua civil briga, + +ben ti dovrebbe assai esser palese +leccellenza de laltra, di cui Tomma +dinanzi al mio venir fu s cortese. + +Ma lorbita che f la parte somma +di sua circunferenza, derelitta, +s ch la muffa dov era la gromma. + +La sua famiglia, che si mosse dritta +coi piedi a le sue orme, tanto volta, +che quel dinanzi a quel di retro gitta; + +e tosto si vedr de la ricolta +de la mala coltura, quando il loglio +si lagner che larca li sia tolta. + +Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio +nostro volume, ancor troveria carta +u leggerebbe I mi son quel chi soglio; + +ma non fia da Casal n dAcquasparta, +l onde vegnon tali a la scrittura, +chuno la fugge e altro la coarta. + +Io son la vita di Bonaventura +da Bagnoregio, che ne grandi offici +sempre pospuosi la sinistra cura. + +Illuminato e Augustin son quici, +che fuor de primi scalzi poverelli +che nel capestro a Dio si fero amici. + +Ugo da San Vittore qui con elli, +e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, +lo qual gi luce in dodici libelli; + +Natn profeta e l metropolitano +Crisostomo e Anselmo e quel Donato +cha la prim arte degn porre mano. + +Rabano qui, e lucemi dallato +il calavrese abate Giovacchino +di spirito profetico dotato. + +Ad inveggiar cotanto paladino +mi mosse linfiammata cortesia +di fra Tommaso e l discreto latino; + +e mosse meco questa compagnia. + + + +Paradiso Canto XIII + + +Imagini, chi bene intender cupe +quel chi or vidie ritegna limage, +mentre chio dico, come ferma rupe, + +quindici stelle che n diverse plage +lo ciel avvivan di tanto sereno +che soperchia de laere ogne compage; + +imagini quel carro a cu il seno +basta del nostro cielo e notte e giorno, +s chal volger del temo non vien meno; + +imagini la bocca di quel corno +che si comincia in punta de lo stelo +a cui la prima rota va dintorno, + +aver fatto di s due segni in cielo, +qual fece la figliuola di Minoi +allora che sent di morte il gelo; + +e lun ne laltro aver li raggi suoi, +e amendue girarsi per maniera +che luno andasse al primo e laltro al poi; + +e avr quasi lombra de la vera +costellazione e de la doppia danza +che circulava il punto dov io era: + +poi ch tanto di l da nostra usanza, +quanto di l dal mover de la Chiana +si move il ciel che tutti li altri avanza. + +L si cant non Bacco, non Peana, +ma tre persone in divina natura, +e in una persona essa e lumana. + +Compi l cantare e l volger sua misura; +e attesersi a noi quei santi lumi, +felicitando s di cura in cura. + +Ruppe il silenzio ne concordi numi +poscia la luce in che mirabil vita +del poverel di Dio narrata fumi, + +e disse: Quando luna paglia trita, +quando la sua semenza gi riposta, +a batter laltra dolce amor minvita. + +Tu credi che nel petto onde la costa +si trasse per formar la bella guancia +il cui palato a tutto l mondo costa, + +e in quel che, forato da la lancia, +e prima e poscia tanto sodisfece, +che dogne colpa vince la bilancia, + +quantunque a la natura umana lece +aver di lume, tutto fosse infuso +da quel valor che luno e laltro fece; + +e per miri a ci chio dissi suso, +quando narrai che non ebbe l secondo +lo ben che ne la quinta luce chiuso. + +Or apri li occhi a quel chio ti rispondo, +e vedri il tuo credere e l mio dire +nel vero farsi come centro in tondo. + +Ci che non more e ci che pu morire +non se non splendor di quella idea +che partorisce, amando, il nostro Sire; + +ch quella viva luce che s mea +dal suo lucente, che non si disuna +da lui n da lamor cha lor sintrea, + +per sua bontate il suo raggiare aduna, +quasi specchiato, in nove sussistenze, +etternalmente rimanendosi una. + +Quindi discende a lultime potenze +gi datto in atto, tanto divenendo, +che pi non fa che brevi contingenze; + +e queste contingenze essere intendo +le cose generate, che produce +con seme e sanza seme il ciel movendo. + +La cera di costoro e chi la duce +non sta dun modo; e per sotto l segno +idale poi pi e men traluce. + +Ond elli avvien chun medesimo legno, +secondo specie, meglio e peggio frutta; +e voi nascete con diverso ingegno. + +Se fosse a punto la cera dedutta +e fosse il cielo in sua virt supprema, +la luce del suggel parrebbe tutta; + +ma la natura la d sempre scema, +similemente operando a lartista +cha labito de larte ha man che trema. + +Per se l caldo amor la chiara vista +de la prima virt dispone e segna, +tutta la perfezion quivi sacquista. + +Cos fu fatta gi la terra degna +di tutta lanimal perfezone; +cos fu fatta la Vergine pregna; + +s chio commendo tua oppinone, +che lumana natura mai non fue +n fia qual fu in quelle due persone. + +Or si non procedesse avanti pie, +Dunque, come costui fu sanza pare? +comincerebber le parole tue. + +Ma perch paia ben ci che non pare, +pensa chi era, e la cagion che l mosse, +quando fu detto Chiedi, a dimandare. + +Non ho parlato s, che tu non posse +ben veder chel fu re, che chiese senno +acci che re sufficente fosse; + +non per sapere il numero in che enno +li motor di qua s, o se necesse +con contingente mai necesse fenno; + +non si est dare primum motum esse, +o se del mezzo cerchio far si puote +trangol s chun retto non avesse. + +Onde, se ci chio dissi e questo note, +regal prudenza quel vedere impari +in che lo stral di mia intenzion percuote; + +e se al surse drizzi li occhi chiari, +vedrai aver solamente respetto +ai regi, che son molti, e buon son rari. + +Con questa distinzion prendi l mio detto; +e cos puote star con quel che credi +del primo padre e del nostro Diletto. + +E questo ti sia sempre piombo a piedi, +per farti mover lento com uom lasso +e al s e al no che tu non vedi: + +ch quelli tra li stolti bene a basso, +che sanza distinzione afferma e nega +ne lun cos come ne laltro passo; + +perch elli ncontra che pi volte piega +loppinon corrente in falsa parte, +e poi laffetto lintelletto lega. + +Vie pi che ndarno da riva si parte, +perch non torna tal qual e si move, +chi pesca per lo vero e non ha larte. + +E di ci sono al mondo aperte prove +Parmenide, Melisso e Brisso e molti, +li quali andaro e non sapan dove; + +s f Sabellio e Arrio e quelli stolti +che furon come spade a le Scritture +in render torti li diritti volti. + +Non sien le genti, ancor, troppo sicure +a giudicar, s come quei che stima +le biade in campo pria che sien mature; + +chi ho veduto tutto l verno prima +lo prun mostrarsi rigido e feroce, +poscia portar la rosa in su la cima; + +e legno vidi gi dritto e veloce +correr lo mar per tutto suo cammino, +perire al fine a lintrar de la foce. + +Non creda donna Berta e ser Martino, +per vedere un furare, altro offerere, +vederli dentro al consiglio divino; + +ch quel pu surgere, e quel pu cadere. + + + +Paradiso Canto XIV + + +Dal centro al cerchio, e s dal cerchio al centro +movesi lacqua in un ritondo vaso, +secondo ch percosso fuori o dentro: + +ne la mia mente f sbito caso +questo chio dico, s come si tacque +la glorosa vita di Tommaso, + +per la similitudine che nacque +del suo parlare e di quel di Beatrice, +a cui s cominciar, dopo lui, piacque: + +A costui fa mestieri, e nol vi dice +n con la voce n pensando ancora, +dun altro vero andare a la radice. + +Diteli se la luce onde sinfiora +vostra sustanza, rimarr con voi +etternalmente s com ell ora; + +e se rimane, dite come, poi +che sarete visibili rifatti, +esser por chal veder non vi ni. + +Come, da pi letizia pinti e tratti, +a la fata quei che vanno a rota +levan la voce e rallegrano li atti, + +cos, a lorazion pronta e divota, +li santi cerchi mostrar nova gioia +nel torneare e ne la mira nota. + +Qual si lamenta perch qui si moia +per viver col s, non vide quive +lo refrigerio de letterna ploia. + +Quell uno e due e tre che sempre vive +e regna sempre in tre e n due e n uno, +non circunscritto, e tutto circunscrive, + +tre volte era cantato da ciascuno +di quelli spirti con tal melodia, +chad ogne merto saria giusto muno. + +E io udi ne la luce pi dia +del minor cerchio una voce modesta, +forse qual fu da langelo a Maria, + +risponder: Quanto fia lunga la festa +di paradiso, tanto il nostro amore +si ragger dintorno cotal vesta. + +La sua chiarezza sguita lardore; +lardor la visone, e quella tanta, +quant ha di grazia sovra suo valore. + +Come la carne glorosa e santa +fia rivestita, la nostra persona +pi grata fia per esser tutta quanta; + +per che saccrescer ci che ne dona +di gratito lume il sommo bene, +lume cha lui veder ne condiziona; + +onde la vison crescer convene, +crescer lardor che di quella saccende, +crescer lo raggio che da esso vene. + +Ma s come carbon che fiamma rende, +e per vivo candor quella soverchia, +s che la sua parvenza si difende; + +cos questo folgr che gi ne cerchia +fia vinto in apparenza da la carne +che tutto d la terra ricoperchia; + +n potr tanta luce affaticarne: +ch li organi del corpo saran forti +a tutto ci che potr dilettarne. + +Tanto mi parver sbiti e accorti +e luno e laltro coro a dicer Amme!, +che ben mostrar disio di corpi morti: + +forse non pur per lor, ma per le mamme, +per li padri e per li altri che fuor cari +anzi che fosser sempiterne fiamme. + +Ed ecco intorno, di chiarezza pari, +nascere un lustro sopra quel che vera, +per guisa dorizzonte che rischiari. + +E s come al salir di prima sera +comincian per lo ciel nove parvenze, +s che la vista pare e non par vera, + +parvemi l novelle sussistenze +cominciare a vedere, e fare un giro +di fuor da laltre due circunferenze. + +Oh vero sfavillar del Santo Spiro! +come si fece sbito e candente +a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! + +Ma Batrice s bella e ridente +mi si mostr, che tra quelle vedute +si vuol lasciar che non seguir la mente. + +Quindi ripreser li occhi miei virtute +a rilevarsi; e vidimi translato +sol con mia donna in pi alta salute. + +Ben maccors io chio era pi levato, +per laffocato riso de la stella, +che mi parea pi roggio che lusato. + +Con tutto l core e con quella favella +ch una in tutti, a Dio feci olocausto, +qual conveniesi a la grazia novella. + +E non er anco del mio petto essausto +lardor del sacrificio, chio conobbi +esso litare stato accetto e fausto; + +ch con tanto lucore e tanto robbi +mapparvero splendor dentro a due raggi, +chio dissi: O Els che s li addobbi!. + +Come distinta da minori e maggi +lumi biancheggia tra poli del mondo +Galassia s, che fa dubbiar ben saggi; + +s costellati facean nel profondo +Marte quei raggi il venerabil segno +che fan giunture di quadranti in tondo. + +Qui vince la memoria mia lo ngegno; +ch quella croce lampeggiava Cristo, +s chio non so trovare essempro degno; + +ma chi prende sua croce e segue Cristo, +ancor mi scuser di quel chio lasso, +vedendo in quell albor balenar Cristo. + +Di corno in corno e tra la cima e l basso +si movien lumi, scintillando forte +nel congiugnersi insieme e nel trapasso: + +cos si veggion qui diritte e torte, +veloci e tarde, rinovando vista, +le minuzie di corpi, lunghe e corte, + +moversi per lo raggio onde si lista +talvolta lombra che, per sua difesa, +la gente con ingegno e arte acquista. + +E come giga e arpa, in tempra tesa +di molte corde, fa dolce tintinno +a tal da cui la nota non intesa, + +cos da lumi che l mapparinno +saccogliea per la croce una melode +che mi rapiva, sanza intender linno. + +Ben maccors io chelli era dalte lode, +per cha me vena Resurgi e Vinci +come a colui che non intende e ode. + +o minnamorava tanto quinci, +che nfino a l non fu alcuna cosa +che mi legasse con s dolci vinci. + +Forse la mia parola par troppo osa, +posponendo il piacer de li occhi belli, +ne quai mirando mio disio ha posa; + +ma chi savvede che i vivi suggelli +dogne bellezza pi fanno pi suso, +e chio non mera l rivolto a quelli, + +escusar puommi di quel chio maccuso +per escusarmi, e vedermi dir vero: +ch l piacer santo non qui dischiuso, + +perch si fa, montando, pi sincero. + + + +Paradiso Canto XV + + +Benigna volontade in che si liqua +sempre lamor che drittamente spira, +come cupidit fa ne la iniqua, + +silenzio puose a quella dolce lira, +e fece quetar le sante corde +che la destra del cielo allenta e tira. + +Come saranno a giusti preghi sorde +quelle sustanze che, per darmi voglia +chio le pregassi, a tacer fur concorde? + +Bene che sanza termine si doglia +chi, per amor di cosa che non duri +etternalmente, quello amor si spoglia. + +Quale per li seren tranquilli e puri +discorre ad ora ad or sbito foco, +movendo li occhi che stavan sicuri, + +e pare stella che tramuti loco, +se non che da la parte ond e saccende +nulla sen perde, ed esso dura poco: + +tale dal corno che n destro si stende +a pi di quella croce corse un astro +de la costellazion che l resplende; + +n si part la gemma dal suo nastro, +ma per la lista radal trascorse, +che parve foco dietro ad alabastro. + +S pa lombra dAnchise si porse, +se fede merta nostra maggior musa, +quando in Eliso del figlio saccorse. + +O sanguis meus, o superinfusa +grata De, sicut tibi cui +bis unquam celi iana reclusa?. + +Cos quel lume: ond io mattesi a lui; +poscia rivolsi a la mia donna il viso, +e quinci e quindi stupefatto fui; + +ch dentro a li occhi suoi ardeva un riso +tal, chio pensai co miei toccar lo fondo +de la mia gloria e del mio paradiso. + +Indi, a udire e a veder giocondo, +giunse lo spirto al suo principio cose, +chio non lo ntesi, s parl profondo; + +n per elezon mi si nascose, +ma per necessit, ch l suo concetto +al segno di mortal si soprapuose. + +E quando larco de lardente affetto +fu s sfogato, che l parlar discese +inver lo segno del nostro intelletto, + +la prima cosa che per me sintese, +Benedetto sia tu, fu, trino e uno, +che nel mio seme se tanto cortese!. + +E segu: Grato e lontano digiuno, +tratto leggendo del magno volume +du non si muta mai bianco n bruno, + +solvuto hai, figlio, dentro a questo lume +in chio ti parlo, merc di colei +cha lalto volo ti vest le piume. + +Tu credi che a me tuo pensier mei +da quel ch primo, cos come raia +da lun, se si conosce, il cinque e l sei; + +e per chio mi sia e perch io paia +pi gaudoso a te, non mi domandi, +che alcun altro in questa turba gaia. + +Tu credi l vero; ch i minori e grandi +di questa vita miran ne lo speglio +in che, prima che pensi, il pensier pandi; + +ma perch l sacro amore in che io veglio +con perpeta vista e che masseta +di dolce disar, sadempia meglio, + +la voce tua sicura, balda e lieta +suoni la volont, suoni l disio, +a che la mia risposta gi decreta!. + +Io mi volsi a Beatrice, e quella udio +pria chio parlassi, e arrisemi un cenno +che fece crescer lali al voler mio. + +Poi cominciai cos: Laffetto e l senno, +come la prima equalit vapparse, +dun peso per ciascun di voi si fenno, + +per che l sol che vallum e arse, +col caldo e con la luce s iguali, +che tutte simiglianze sono scarse. + +Ma voglia e argomento ne mortali, +per la cagion cha voi manifesta, +diversamente son pennuti in ali; + +ond io, che son mortal, mi sento in questa +disagguaglianza, e per non ringrazio +se non col core a la paterna festa. + +Ben supplico io a te, vivo topazio +che questa gioia prezosa ingemmi, +perch mi facci del tuo nome sazio. + +O fronda mia in che io compiacemmi +pur aspettando, io fui la tua radice: +cotal principio, rispondendo, femmi. + +Poscia mi disse: Quel da cui si dice +tua cognazione e che cent anni e pie +girato ha l monte in la prima cornice, + +mio figlio fu e tuo bisavol fue: +ben si convien che la lunga fatica +tu li raccorci con lopere tue. + +Fiorenza dentro da la cerchia antica, +ond ella toglie ancora e terza e nona, +si stava in pace, sobria e pudica. + +Non avea catenella, non corona, +non gonne contigiate, non cintura +che fosse a veder pi che la persona. + +Non faceva, nascendo, ancor paura +la figlia al padre, che l tempo e la dote +non fuggien quinci e quindi la misura. + +Non avea case di famiglia vte; +non vera giunto ancor Sardanapalo +a mostrar ci che n camera si puote. + +Non era vinto ancora Montemalo +dal vostro Uccellatoio, che, com vinto +nel montar s, cos sar nel calo. + +Bellincion Berti vid io andar cinto +di cuoio e dosso, e venir da lo specchio +la donna sua sanza l viso dipinto; + +e vidi quel di Nerli e quel del Vecchio +esser contenti a la pelle scoperta, +e le sue donne al fuso e al pennecchio. + +Oh fortunate! ciascuna era certa +de la sua sepultura, e ancor nulla +era per Francia nel letto diserta. + +Luna vegghiava a studio de la culla, +e, consolando, usava lidoma +che prima i padri e le madri trastulla; + +laltra, traendo a la rocca la chioma, +favoleggiava con la sua famiglia +di Troiani, di Fiesole e di Roma. + +Saria tenuta allor tal maraviglia +una Cianghella, un Lapo Salterello, +qual or saria Cincinnato e Corniglia. + +A cos riposato, a cos bello +viver di cittadini, a cos fida +cittadinanza, a cos dolce ostello, + +Maria mi di, chiamata in alte grida; +e ne lantico vostro Batisteo +insieme fui cristiano e Cacciaguida. + +Moronto fu mio frate ed Eliseo; +mia donna venne a me di val di Pado, +e quindi il sopranome tuo si feo. + +Poi seguitai lo mperador Currado; +ed el mi cinse de la sua milizia, +tanto per bene ovrar li venni in grado. + +Dietro li andai incontro a la nequizia +di quella legge il cui popolo usurpa, +per colpa di pastor, vostra giustizia. + +Quivi fu io da quella gente turpa +disviluppato dal mondo fallace, +lo cui amor molt anime deturpa; + +e venni dal martiro a questa pace. + + + +Paradiso Canto XVI + + +O poca nostra nobilt di sangue, +se glorar di te la gente fai +qua gi dove laffetto nostro langue, + +mirabil cosa non mi sar mai: +ch l dove appetito non si torce, +dico nel cielo, io me ne gloriai. + +Ben se tu manto che tosto raccorce: +s che, se non sappon di d in die, +lo tempo va dintorno con le force. + +Dal voi che prima a Roma sofferie, +in che la sua famiglia men persevra, +ricominciaron le parole mie; + +onde Beatrice, chera un poco scevra, +ridendo, parve quella che tossio +al primo fallo scritto di Ginevra. + +Io cominciai: Voi siete il padre mio; +voi mi date a parlar tutta baldezza; +voi mi levate s, chi son pi chio. + +Per tanti rivi sempie dallegrezza +la mente mia, che di s fa letizia +perch pu sostener che non si spezza. + +Ditemi dunque, cara mia primizia, +quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni +che si segnaro in vostra perizia; + +ditemi de lovil di San Giovanni +quanto era allora, e chi eran le genti +tra esso degne di pi alti scanni. + +Come savviva a lo spirar di venti +carbone in fiamma, cos vid io quella +luce risplendere a miei blandimenti; + +e come a li occhi miei si f pi bella, +cos con voce pi dolce e soave, +ma non con questa moderna favella, + +dissemi: Da quel d che fu detto Ave +al parto in che mia madre, ch or santa, +sallev di me ond era grave, + +al suo Leon cinquecento cinquanta +e trenta fiate venne questo foco +a rinfiammarsi sotto la sua pianta. + +Li antichi miei e io nacqui nel loco +dove si truova pria lultimo sesto +da quei che corre il vostro annal gioco. + +Basti di miei maggiori udirne questo: +chi ei si fosser e onde venner quivi, +pi tacer che ragionare onesto. + +Tutti color cha quel tempo eran ivi +da poter arme tra Marte e l Batista, +eran il quinto di quei chor son vivi. + +Ma la cittadinanza, ch or mista +di Campi, di Certaldo e di Fegghine, +pura vediesi ne lultimo artista. + +Oh quanto fora meglio esser vicine +quelle genti chio dico, e al Galluzzo +e a Trespiano aver vostro confine, + +che averle dentro e sostener lo puzzo +del villan dAguglion, di quel da Signa, +che gi per barattare ha locchio aguzzo! + +Se la gente chal mondo pi traligna +non fosse stata a Cesare noverca, +ma come madre a suo figlio benigna, + +tal fatto fiorentino e cambia e merca, +che si sarebbe vlto a Simifonti, +l dove andava lavolo a la cerca; + +sariesi Montemurlo ancor de Conti; +sarieno i Cerchi nel piovier dAcone, +e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. + +Sempre la confusion de le persone +principio fu del mal de la cittade, +come del vostro il cibo che sappone; + +e cieco toro pi avaccio cade +che cieco agnello; e molte volte taglia +pi e meglio una che le cinque spade. + +Se tu riguardi Luni e Orbisaglia +come sono ite, e come se ne vanno +di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, + +udir come le schiatte si disfanno +non ti parr nova cosa n forte, +poscia che le cittadi termine hanno. + +Le vostre cose tutte hanno lor morte, +s come voi; ma celasi in alcuna +che dura molto, e le vite son corte. + +E come l volger del ciel de la luna +cuopre e discuopre i liti sanza posa, +cos fa di Fiorenza la Fortuna: + +per che non dee parer mirabil cosa +ci chio dir de li alti Fiorentini +onde la fama nel tempo nascosa. + +Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, +Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, +gi nel calare, illustri cittadini; + +e vidi cos grandi come antichi, +con quel de la Sannella, quel de lArca, +e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. + +Sovra la porta chal presente carca +di nova fellonia di tanto peso +che tosto fia iattura de la barca, + +erano i Ravignani, ond disceso +il conte Guido e qualunque del nome +de lalto Bellincione ha poscia preso. + +Quel de la Pressa sapeva gi come +regger si vuole, e avea Galigaio +dorata in casa sua gi lelsa e l pome. + +Grand era gi la colonna del Vaio, +Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci +e Galli e quei charrossan per lo staio. + +Lo ceppo di che nacquero i Calfucci +era gi grande, e gi eran tratti +a le curule Sizii e Arrigucci. + +Oh quali io vidi quei che son disfatti +per lor superbia! e le palle de loro +fiorian Fiorenza in tutt i suoi gran fatti. + +Cos facieno i padri di coloro +che, sempre che la vostra chiesa vaca, +si fanno grassi stando a consistoro. + +Loltracotata schiatta che sindraca +dietro a chi fugge, e a chi mostra l dente +o ver la borsa, com agnel si placa, + +gi vena s, ma di picciola gente; +s che non piacque ad Ubertin Donato +che po il suocero il f lor parente. + +Gi era l Caponsacco nel mercato +disceso gi da Fiesole, e gi era +buon cittadino Giuda e Infangato. + +Io dir cosa incredibile e vera: +nel picciol cerchio sentrava per porta +che si nomava da quei de la Pera. + +Ciascun che de la bella insegna porta +del gran barone il cui nome e l cui pregio +la festa di Tommaso riconforta, + +da esso ebbe milizia e privilegio; +avvegna che con popol si rauni +oggi colui che la fascia col fregio. + +Gi eran Gualterotti e Importuni; +e ancor saria Borgo pi queto, +se di novi vicin fosser digiuni. + +La casa di che nacque il vostro fleto, +per lo giusto disdegno che vha morti +e puose fine al vostro viver lieto, + +era onorata, essa e suoi consorti: +o Buondelmonte, quanto mal fuggisti +le nozze se per li altrui conforti! + +Molti sarebber lieti, che son tristi, +se Dio tavesse conceduto ad Ema +la prima volta cha citt venisti. + +Ma conveniesi a quella pietra scema +che guarda l ponte, che Fiorenza fesse +vittima ne la sua pace postrema. + +Con queste genti, e con altre con esse, +vid io Fiorenza in s fatto riposo, +che non avea cagione onde piangesse. + +Con queste genti vidio gloroso +e giusto il popol suo, tanto che l giglio +non era ad asta mai posto a ritroso, + +n per divison fatto vermiglio. + + + +Paradiso Canto XVII + + +Qual venne a Climen, per accertarsi +di ci chava incontro a s udito, +quei chancor fa li padri ai figli scarsi; + +tal era io, e tal era sentito +e da Beatrice e da la santa lampa +che pria per me avea mutato sito. + +Per che mia donna Manda fuor la vampa +del tuo disio, mi disse, s chella esca +segnata bene de la interna stampa: + +non perch nostra conoscenza cresca +per tuo parlare, ma perch tausi +a dir la sete, s che luom ti mesca. + +O cara piota mia che s tinsusi, +che, come veggion le terrene menti +non capere in trangol due ottusi, + +cos vedi le cose contingenti +anzi che sieno in s, mirando il punto +a cui tutti li tempi son presenti; + +mentre chio era a Virgilio congiunto +su per lo monte che lanime cura +e discendendo nel mondo defunto, + +dette mi fuor di mia vita futura +parole gravi, avvegna chio mi senta +ben tetragono ai colpi di ventura; + +per che la voglia mia saria contenta +dintender qual fortuna mi sappressa: +ch saetta previsa vien pi lenta. + +Cos diss io a quella luce stessa +che pria mavea parlato; e come volle +Beatrice, fu la mia voglia confessa. + +N per ambage, in che la gente folle +gi sinviscava pria che fosse anciso +lAgnel di Dio che le peccata tolle, + +ma per chiare parole e con preciso +latin rispuose quello amor paterno, +chiuso e parvente del suo proprio riso: + +La contingenza, che fuor del quaderno +de la vostra matera non si stende, +tutta dipinta nel cospetto etterno; + +necessit per quindi non prende +se non come dal viso in che si specchia +nave che per torrente gi discende. + +Da indi, s come viene ad orecchia +dolce armonia da organo, mi viene +a vista il tempo che ti sapparecchia. + +Qual si partio Ipolito dAtene +per la spietata e perfida noverca, +tal di Fiorenza partir ti convene. + +Questo si vuole e questo gi si cerca, +e tosto verr fatto a chi ci pensa +l dove Cristo tutto d si merca. + +La colpa seguir la parte offensa +in grido, come suol; ma la vendetta +fia testimonio al ver che la dispensa. + +Tu lascerai ogne cosa diletta +pi caramente; e questo quello strale +che larco de lo essilio pria saetta. + +Tu proverai s come sa di sale +lo pane altrui, e come duro calle +lo scendere e l salir per laltrui scale. + +E quel che pi ti graver le spalle, +sar la compagnia malvagia e scempia +con la qual tu cadrai in questa valle; + +che tutta ingrata, tutta matta ed empia +si far contr a te; ma, poco appresso, +ella, non tu, navr rossa la tempia. + +Di sua bestialitate il suo processo +far la prova; s cha te fia bello +averti fatta parte per te stesso. + +Lo primo tuo refugio e l primo ostello +sar la cortesia del gran Lombardo +che n su la scala porta il santo uccello; + +chin te avr s benigno riguardo, +che del fare e del chieder, tra voi due, +fia primo quel che tra li altri pi tardo. + +Con lui vedrai colui che mpresso fue, +nascendo, s da questa stella forte, +che notabili fier lopere sue. + +Non se ne son le genti ancora accorte +per la novella et, ch pur nove anni +son queste rote intorno di lui torte; + +ma pria che l Guasco lalto Arrigo inganni, +parran faville de la sua virtute +in non curar dargento n daffanni. + +Le sue magnificenze conosciute +saranno ancora, s che suoi nemici +non ne potran tener le lingue mute. + +A lui taspetta e a suoi benefici; +per lui fia trasmutata molta gente, +cambiando condizion ricchi e mendici; + +e porterane scritto ne la mente +di lui, e nol dirai; e disse cose +incredibili a quei che fier presente. + +Poi giunse: Figlio, queste son le chiose +di quel che ti fu detto; ecco le nsidie +che dietro a pochi giri son nascose. + +Non vo per cha tuoi vicini invidie, +poscia che sinfutura la tua vita +vie pi l che l punir di lor perfidie. + +Poi che, tacendo, si mostr spedita +lanima santa di metter la trama +in quella tela chio le porsi ordita, + +io cominciai, come colui che brama, +dubitando, consiglio da persona +che vede e vuol dirittamente e ama: + +Ben veggio, padre mio, s come sprona +lo tempo verso me, per colpo darmi +tal, ch pi grave a chi pi sabbandona; + +per che di provedenza buon chio marmi, +s che, se loco m tolto pi caro, +io non perdessi li altri per miei carmi. + +Gi per lo mondo sanza fine amaro, +e per lo monte del cui bel cacume +li occhi de la mia donna mi levaro, + +e poscia per lo ciel, di lume in lume, +ho io appreso quel che sio ridico, +a molti fia sapor di forte agrume; + +e sio al vero son timido amico, +temo di perder viver tra coloro +che questo tempo chiameranno antico. + +La luce in che rideva il mio tesoro +chio trovai l, si f prima corusca, +quale a raggio di sole specchio doro; + +indi rispuose: Coscenza fusca +o de la propria o de laltrui vergogna +pur sentir la tua parola brusca. + +Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, +tutta tua vison fa manifesta; +e lascia pur grattar dov la rogna. + +Ch se la voce tua sar molesta +nel primo gusto, vital nodrimento +lascer poi, quando sar digesta. + +Questo tuo grido far come vento, +che le pi alte cime pi percuote; +e ci non fa donor poco argomento. + +Per ti son mostrate in queste rote, +nel monte e ne la valle dolorosa +pur lanime che son di fama note, + +che lanimo di quel chode, non posa +n ferma fede per essempro chaia +la sua radice incognita e ascosa, + +n per altro argomento che non paia. + + + +Paradiso Canto XVIII + + +Gi si godeva solo del suo verbo +quello specchio beato, e io gustava +lo mio, temprando col dolce lacerbo; + +e quella donna cha Dio mi menava +disse: Muta pensier; pensa chi sono +presso a colui chogne torto disgrava. + +Io mi rivolsi a lamoroso suono +del mio conforto; e qual io allor vidi +ne li occhi santi amor, qui labbandono: + +non perch io pur del mio parlar diffidi, +ma per la mente che non pu redire +sovra s tanto, saltri non la guidi. + +Tanto poss io di quel punto ridire, +che, rimirando lei, lo mio affetto +libero fu da ogne altro disire, + +fin che l piacere etterno, che diretto +raggiava in Batrice, dal bel viso +mi contentava col secondo aspetto. + +Vincendo me col lume dun sorriso, +ella mi disse: Volgiti e ascolta; +ch non pur ne miei occhi paradiso. + +Come si vede qui alcuna volta +laffetto ne la vista, selli tanto, +che da lui sia tutta lanima tolta, + +cos nel fiammeggiar del folgr santo, +a chio mi volsi, conobbi la voglia +in lui di ragionarmi ancora alquanto. + +El cominci: In questa quinta soglia +de lalbero che vive de la cima +e frutta sempre e mai non perde foglia, + +spiriti son beati, che gi, prima +che venissero al ciel, fuor di gran voce, +s chogne musa ne sarebbe opima. + +Per mira ne corni de la croce: +quello chio nomer, l far latto +che fa in nube il suo foco veloce. + +Io vidi per la croce un lume tratto +dal nomar Iosu, com el si feo; +n mi fu noto il dir prima che l fatto. + +E al nome de lalto Macabeo +vidi moversi un altro roteando, +e letizia era ferza del paleo. + +Cos per Carlo Magno e per Orlando +due ne segu lo mio attento sguardo, +com occhio segue suo falcon volando. + +Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo +e l duca Gottifredi la mia vista +per quella croce, e Ruberto Guiscardo. + +Indi, tra laltre luci mota e mista, +mostrommi lalma che mavea parlato +qual era tra i cantor del cielo artista. + +Io mi rivolsi dal mio destro lato +per vedere in Beatrice il mio dovere, +o per parlare o per atto, segnato; + +e vidi le sue luci tanto mere, +tanto gioconde, che la sua sembianza +vinceva li altri e lultimo solere. + +E come, per sentir pi dilettanza +bene operando, luom di giorno in giorno +saccorge che la sua virtute avanza, + +s maccors io che l mio girare intorno +col cielo insieme avea cresciuto larco, +veggendo quel miracol pi addorno. + +E qual l trasmutare in picciol varco +di tempo in bianca donna, quando l volto +suo si discarchi di vergogna il carco, + +tal fu ne li occhi miei, quando fui vlto, +per lo candor de la temprata stella +sesta, che dentro a s mavea ricolto. + +Io vidi in quella gioval facella +lo sfavillar de lamor che l era +segnare a li occhi miei nostra favella. + +E come augelli surti di rivera, +quasi congratulando a lor pasture, +fanno di s or tonda or altra schiera, + +s dentro ai lumi sante creature +volitando cantavano, e faciensi +or D, or I, or L in sue figure. + +Prima, cantando, a sua nota moviensi; +poi, diventando lun di questi segni, +un poco sarrestavano e taciensi. + +O diva Pegasa che li ngegni +fai glorosi e rendili longevi, +ed essi teco le cittadi e regni, + +illustrami di te, s chio rilevi +le lor figure com io lho concette: +paia tua possa in questi versi brevi! + +Mostrarsi dunque in cinque volte sette +vocali e consonanti; e io notai +le parti s, come mi parver dette. + +DILIGITE IUSTITIAM, primai +fur verbo e nome di tutto l dipinto; +QUI IUDICATIS TERRAM, fur sezzai. + +Poscia ne lemme del vocabol quinto +rimasero ordinate; s che Giove +pareva argento l doro distinto. + +E vidi scendere altre luci dove +era il colmo de lemme, e l quetarsi +cantando, credo, il ben cha s le move. + +Poi, come nel percuoter di ciocchi arsi +surgono innumerabili faville, +onde li stolti sogliono agurarsi, + +resurger parver quindi pi di mille +luci e salir, qual assai e qual poco, +s come l sol che laccende sortille; + +e quetata ciascuna in suo loco, +la testa e l collo dunaguglia vidi +rappresentare a quel distinto foco. + +Quei che dipinge l, non ha chi l guidi; +ma esso guida, e da lui si rammenta +quella virt ch forma per li nidi. + +Laltra batitudo, che contenta +pareva prima dingigliarsi a lemme, +con poco moto seguit la mprenta. + +O dolce stella, quali e quante gemme +mi dimostraro che nostra giustizia +effetto sia del ciel che tu ingemme! + +Per chio prego la mente in che sinizia +tuo moto e tua virtute, che rimiri +ond esce il fummo che l tuo raggio vizia; + +s chunaltra fata omai sadiri +del comperare e vender dentro al templo +che si mur di segni e di martri. + +O milizia del ciel cu io contemplo, +adora per color che sono in terra +tutti svati dietro al malo essemplo! + +Gi si solea con le spade far guerra; +ma or si fa togliendo or qui or quivi +lo pan che l po Padre a nessun serra. + +Ma tu che sol per cancellare scrivi, +pensa che Pietro e Paulo, che moriro +per la vigna che guasti, ancor son vivi. + +Ben puoi tu dire: I ho fermo l disiro +s a colui che volle viver solo +e che per salti fu tratto al martiro, + +chio non conosco il pescator n Polo. + + + +Paradiso Canto XIX + + +Parea dinanzi a me con lali aperte +la bella image che nel dolce frui +liete facevan lanime conserte; + +parea ciascuna rubinetto in cui +raggio di sole ardesse s acceso, +che ne miei occhi rifrangesse lui. + +E quel che mi convien ritrar testeso, +non port voce mai, n scrisse incostro, +n fu per fantasia gi mai compreso; + +chio vidi e anche udi parlar lo rostro, +e sonar ne la voce e io e mio, +quand era nel concetto e noi e nostro. + +E cominci: Per esser giusto e pio +son io qui essaltato a quella gloria +che non si lascia vincere a disio; + +e in terra lasciai la mia memoria +s fatta, che le genti l malvage +commendan lei, ma non seguon la storia. + +Cos un sol calor di molte brage +si fa sentir, come di molti amori +usciva solo un suon di quella image. + +Ond io appresso: O perpeti fiori +de letterna letizia, che pur uno +parer mi fate tutti vostri odori, + +solvetemi, spirando, il gran digiuno +che lungamente mha tenuto in fame, +non trovandoli in terra cibo alcuno. + +Ben so io che, se n cielo altro reame +la divina giustizia fa suo specchio, +che l vostro non lapprende con velame. + +Sapete come attento io mapparecchio +ad ascoltar; sapete qual quello +dubbio che m digiun cotanto vecchio. + +Quasi falcone chesce del cappello, +move la testa e con lali si plaude, +voglia mostrando e faccendosi bello, + +vid io farsi quel segno, che di laude +de la divina grazia era contesto, +con canti quai si sa chi l s gaude. + +Poi cominci: Colui che volse il sesto +a lo stremo del mondo, e dentro ad esso +distinse tanto occulto e manifesto, + +non pot suo valor s fare impresso +in tutto luniverso, che l suo verbo +non rimanesse in infinito eccesso. + +E ci fa certo che l primo superbo, +che fu la somma dogne creatura, +per non aspettar lume, cadde acerbo; + +e quinci appar chogne minor natura + corto recettacolo a quel bene +che non ha fine e s con s misura. + +Dunque vostra veduta, che convene +esser alcun de raggi de la mente +di che tutte le cose son ripiene, + +non p da sua natura esser possente +tanto, che suo principio discerna +molto di l da quel che l parvente. + +Per ne la giustizia sempiterna +la vista che riceve il vostro mondo, +com occhio per lo mare, entro sinterna; + +che, ben che da la proda veggia il fondo, +in pelago nol vede; e nondimeno +li, ma cela lui lesser profondo. + +Lume non , se non vien dal sereno +che non si turba mai; anzi tenbra +od ombra de la carne o suo veleno. + +Assai t mo aperta la latebra +che tascondeva la giustizia viva, +di che facei question cotanto crebra; + +ch tu dicevi: Un uom nasce a la riva +de lIndo, e quivi non chi ragioni +di Cristo n chi legga n chi scriva; + +e tutti suoi voleri e atti buoni +sono, quanto ragione umana vede, +sanza peccato in vita o in sermoni. + +Muore non battezzato e sanza fede: +ov questa giustizia che l condanna? +ov la colpa sua, se ei non crede?. + +Or tu chi se, che vuo sedere a scranna, +per giudicar di lungi mille miglia +con la veduta corta duna spanna? + +Certo a colui che meco sassottiglia, +se la Scrittura sovra voi non fosse, +da dubitar sarebbe a maraviglia. + +Oh terreni animali! oh menti grosse! +La prima volont, ch da s buona, +da s, ch sommo ben, mai non si mosse. + +Cotanto giusto quanto a lei consuona: +nullo creato bene a s la tira, +ma essa, radando, lui cagiona. + +Quale sovresso il nido si rigira +poi cha pasciuti la cicogna i figli, +e come quel ch pasto la rimira; + +cotal si fece, e s levi i cigli, +la benedetta imagine, che lali +movea sospinte da tanti consigli. + +Roteando cantava, e dicea: Quali +son le mie note a te, che non le ntendi, +tal il giudicio etterno a voi mortali. + +Poi si quetaro quei lucenti incendi +de lo Spirito Santo ancor nel segno +che f i Romani al mondo reverendi, + +esso ricominci: A questo regno +non sal mai chi non credette n Cristo, +n pria n poi chel si chiavasse al legno. + +Ma vedi: molti gridan Cristo, Cristo!, +che saranno in giudicio assai men prope +a lui, che tal che non conosce Cristo; + +e tai Cristian danner lEtpe, +quando si partiranno i due collegi, +luno in etterno ricco e laltro inpe. + +Che poran dir li Perse a vostri regi, +come vedranno quel volume aperto +nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? + +L si vedr, tra lopere dAlberto, +quella che tosto mover la penna, +per che l regno di Praga fia diserto. + +L si vedr il duol che sovra Senna +induce, falseggiando la moneta, +quel che morr di colpo di cotenna. + +L si vedr la superbia chasseta, +che fa lo Scotto e lInghilese folle, +s che non pu soffrir dentro a sua meta. + +Vedrassi la lussuria e l viver molle +di quel di Spagna e di quel di Boemme, +che mai valor non conobbe n volle. + +Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme +segnata con un i la sua bontate, +quando l contrario segner un emme. + +Vedrassi lavarizia e la viltate +di quei che guarda lisola del foco, +ove Anchise fin la lunga etate; + +e a dare ad intender quanto poco, +la sua scrittura fian lettere mozze, +che noteranno molto in parvo loco. + +E parranno a ciascun lopere sozze +del barba e del fratel, che tanto egregia +nazione e due corone han fatte bozze. + +E quel di Portogallo e di Norvegia +l si conosceranno, e quel di Rascia +che male ha visto il conio di Vinegia. + +Oh beata Ungheria, se non si lascia +pi malmenare! e beata Navarra, +se sarmasse del monte che la fascia! + +E creder de ciascun che gi, per arra +di questo, Niccosa e Famagosta +per la lor bestia si lamenti e garra, + +che dal fianco de laltre non si scosta. + + + +Paradiso Canto XX + + +Quando colui che tutto l mondo alluma +de lemisperio nostro s discende, +che l giorno dogne parte si consuma, + +lo ciel, che sol di lui prima saccende, +subitamente si rif parvente +per molte luci, in che una risplende; + +e questo atto del ciel mi venne a mente, +come l segno del mondo e de suoi duci +nel benedetto rostro fu tacente; + +per che tutte quelle vive luci, +vie pi lucendo, cominciaron canti +da mia memoria labili e caduci. + +O dolce amor che di riso tammanti, +quanto parevi ardente in que flailli, +chavieno spirto sol di pensier santi! + +Poscia che i cari e lucidi lapilli +ond io vidi ingemmato il sesto lume +puoser silenzio a li angelici squilli, + +udir mi parve un mormorar di fiume +che scende chiaro gi di pietra in pietra, +mostrando lubert del suo cacume. + +E come suono al collo de la cetra +prende sua forma, e s com al pertugio +de la sampogna vento che pentra, + +cos, rimosso daspettare indugio, +quel mormorar de laguglia salissi +su per lo collo, come fosse bugio. + +Fecesi voce quivi, e quindi uscissi +per lo suo becco in forma di parole, +quali aspettava il core ov io le scrissi. + +La parte in me che vede e pate il sole +ne laguglie mortali, incominciommi, +or fisamente riguardar si vole, + +perch di fuochi ond io figura fommi, +quelli onde locchio in testa mi scintilla, +e di tutti lor gradi son li sommi. + +Colui che luce in mezzo per pupilla, +fu il cantor de lo Spirito Santo, +che larca traslat di villa in villa: + +ora conosce il merto del suo canto, +in quanto effetto fu del suo consiglio, +per lo remunerar ch altrettanto. + +Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, +colui che pi al becco mi saccosta, +la vedovella consol del figlio: + +ora conosce quanto caro costa +non seguir Cristo, per lesperenza +di questa dolce vita e de lopposta. + +E quel che segue in la circunferenza +di che ragiono, per larco superno, +morte indugi per vera penitenza: + +ora conosce che l giudicio etterno +non si trasmuta, quando degno preco +fa crastino l gi de loderno. + +Laltro che segue, con le leggi e meco, +sotto buona intenzion che f mal frutto, +per cedere al pastor si fece greco: + +ora conosce come il mal dedutto +dal suo bene operar non li nocivo, +avvegna che sia l mondo indi distrutto. + +E quel che vedi ne larco declivo, +Guiglielmo fu, cui quella terra plora +che piagne Carlo e Federigo vivo: + +ora conosce come sinnamora +lo ciel del giusto rege, e al sembiante +del suo fulgore il fa vedere ancora. + +Chi crederebbe gi nel mondo errante +che Rifo Troiano in questo tondo +fosse la quinta de le luci sante? + +Ora conosce assai di quel che l mondo +veder non pu de la divina grazia, +ben che sua vista non discerna il fondo. + +Quale allodetta che n aere si spazia +prima cantando, e poi tace contenta +de lultima dolcezza che la sazia, + +tal mi sembi limago de la mprenta +de letterno piacere, al cui disio +ciascuna cosa qual ell diventa. + +E avvegna chio fossi al dubbiar mio +l quasi vetro a lo color chel veste, +tempo aspettar tacendo non patio, + +ma de la bocca, Che cose son queste?, +mi pinse con la forza del suo peso: +per chio di coruscar vidi gran feste. + +Poi appresso, con locchio pi acceso, +lo benedetto segno mi rispuose +per non tenermi in ammirar sospeso: + +Io veggio che tu credi queste cose +perch io le dico, ma non vedi come; +s che, se son credute, sono ascose. + +Fai come quei che la cosa per nome +apprende ben, ma la sua quiditate +veder non pu se altri non la prome. + +Regnum celorum volenza pate +da caldo amore e da viva speranza, +che vince la divina volontate: + +non a guisa che lomo a lom sobranza, +ma vince lei perch vuole esser vinta, +e, vinta, vince con sua beninanza. + +La prima vita del ciglio e la quinta +ti fa maravigliar, perch ne vedi +la regon de li angeli dipinta. + +Di corpi suoi non uscir, come credi, +Gentili, ma Cristiani, in ferma fede +quel di passuri e quel di passi piedi. + +Ch luna de lo nferno, u non si riede +gi mai a buon voler, torn a lossa; +e ci di viva spene fu mercede: + +di viva spene, che mise la possa +ne prieghi fatti a Dio per suscitarla, +s che potesse sua voglia esser mossa. + +Lanima glorosa onde si parla, +tornata ne la carne, in che fu poco, +credette in lui che pota aiutarla; + +e credendo saccese in tanto foco +di vero amor, cha la morte seconda +fu degna di venire a questo gioco. + +Laltra, per grazia che da s profonda +fontana stilla, che mai creatura +non pinse locchio infino a la prima onda, + +tutto suo amor l gi pose a drittura: +per che, di grazia in grazia, Dio li aperse +locchio a la nostra redenzion futura; + +ond ei credette in quella, e non sofferse +da indi il puzzo pi del paganesmo; +e riprendiene le genti perverse. + +Quelle tre donne li fur per battesmo +che tu vedesti da la destra rota, +dinanzi al battezzar pi dun millesmo. + +O predestinazion, quanto remota + la radice tua da quelli aspetti +che la prima cagion non veggion tota! + +E voi, mortali, tenetevi stretti +a giudicar: ch noi, che Dio vedemo, +non conosciamo ancor tutti li eletti; + +ed nne dolce cos fatto scemo, +perch il ben nostro in questo ben saffina, +che quel che vole Iddio, e noi volemo. + +Cos da quella imagine divina, +per farmi chiara la mia corta vista, +data mi fu soave medicina. + +E come a buon cantor buon citarista +fa seguitar lo guizzo de la corda, +in che pi di piacer lo canto acquista, + +s, mentre che parl, s mi ricorda +chio vidi le due luci benedette, +pur come batter docchi si concorda, + +con le parole mover le fiammette. + + + +Paradiso Canto XXI + + +Gi eran li occhi miei rifissi al volto +de la mia donna, e lanimo con essi, +e da ogne altro intento sera tolto. + +E quella non ridea; ma Sio ridessi, +mi cominci, tu ti faresti quale +fu Semel quando di cener fessi: + +ch la bellezza mia, che per le scale +de letterno palazzo pi saccende, +com hai veduto, quanto pi si sale, + +se non si temperasse, tanto splende, +che l tuo mortal podere, al suo fulgore, +sarebbe fronda che trono scoscende. + +Noi sem levati al settimo splendore, +che sotto l petto del Leone ardente +raggia mo misto gi del suo valore. + +Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, +e fa di quelli specchi a la figura +che n questo specchio ti sar parvente. + +Qual savesse qual era la pastura +del viso mio ne laspetto beato +quand io mi trasmutai ad altra cura, + +conoscerebbe quanto mera a grato +ubidire a la mia celeste scorta, +contrapesando lun con laltro lato. + +Dentro al cristallo che l vocabol porta, +cerchiando il mondo, del suo caro duce +sotto cui giacque ogne malizia morta, + +di color doro in che raggio traluce +vid io uno scaleo eretto in suso +tanto, che nol seguiva la mia luce. + +Vidi anche per li gradi scender giuso +tanti splendor, chio pensai chogne lume +che par nel ciel, quindi fosse diffuso. + +E come, per lo natural costume, +le pole insieme, al cominciar del giorno, +si movono a scaldar le fredde piume; + +poi altre vanno via sanza ritorno, +altre rivolgon s onde son mosse, +e altre roteando fan soggiorno; + +tal modo parve me che quivi fosse +in quello sfavillar che nsieme venne, +s come in certo grado si percosse. + +E quel che presso pi ci si ritenne, +si f s chiaro, chio dicea pensando: +Io veggio ben lamor che tu maccenne. + +Ma quella ond io aspetto il come e l quando +del dire e del tacer, si sta; ond io, +contra l disio, fo ben chio non dimando. + +Per chella, che veda il tacer mio +nel veder di colui che tutto vede, +mi disse: Solvi il tuo caldo disio. + +E io incominciai: La mia mercede +non mi fa degno de la tua risposta; +ma per colei che l chieder mi concede, + +vita beata che ti stai nascosta +dentro a la tua letizia, fammi nota +la cagion che s presso mi tha posta; + +e d perch si tace in questa rota +la dolce sinfonia di paradiso, +che gi per laltre suona s divota. + +Tu hai ludir mortal s come il viso, +rispuose a me; onde qui non si canta +per quel che Batrice non ha riso. + +Gi per li gradi de la scala santa +discesi tanto sol per farti festa +col dire e con la luce che mi ammanta; + +n pi amor mi fece esser pi presta, +ch pi e tanto amor quinci s ferve, +s come il fiammeggiar ti manifesta. + +Ma lalta carit, che ci fa serve +pronte al consiglio che l mondo governa, +sorteggia qui s come tu osserve. + +Io veggio ben, diss io, sacra lucerna, +come libero amore in questa corte +basta a seguir la provedenza etterna; + +ma questo quel cha cerner mi par forte, +perch predestinata fosti sola +a questo officio tra le tue consorte. + +N venni prima a lultima parola, +che del suo mezzo fece il lume centro, +girando s come veloce mola; + +poi rispuose lamor che vera dentro: +Luce divina sopra me sappunta, +penetrando per questa in chio minventro, + +la cui virt, col mio veder congiunta, +mi leva sopra me tanto, chi veggio +la somma essenza de la quale munta. + +Quinci vien lallegrezza ond io fiammeggio; +per cha la vista mia, quant ella chiara, +la chiarit de la fiamma pareggio. + +Ma quell alma nel ciel che pi si schiara, +quel serafin che n Dio pi locchio ha fisso, +a la dimanda tua non satisfara, + +per che s sinnoltra ne lo abisso +de letterno statuto quel che chiedi, +che da ogne creata vista scisso. + +E al mondo mortal, quando tu riedi, +questo rapporta, s che non presumma +a tanto segno pi mover li piedi. + +La mente, che qui luce, in terra fumma; +onde riguarda come pu l gie +quel che non pote perch l ciel lassumma. + +S mi prescrisser le parole sue, +chio lasciai la quistione e mi ritrassi +a dimandarla umilmente chi fue. + +Tra due liti dItalia surgon sassi, +e non molto distanti a la tua patria, +tanto che troni assai suonan pi bassi, + +e fanno un gibbo che si chiama Catria, +di sotto al quale consecrato un ermo, +che suole esser disposto a sola latria. + +Cos ricominciommi il terzo sermo; +e poi, continando, disse: Quivi +al servigio di Dio mi fe s fermo, + +che pur con cibi di liquor dulivi +lievemente passava caldi e geli, +contento ne pensier contemplativi. + +Render solea quel chiostro a questi cieli +fertilemente; e ora fatto vano, +s che tosto convien che si riveli. + +In quel loco fu io Pietro Damiano, +e Pietro Peccator fu ne la casa +di Nostra Donna in sul lito adriano. + +Poca vita mortal mera rimasa, +quando fui chiesto e tratto a quel cappello, +che pur di male in peggio si travasa. + +Venne Cefs e venne il gran vasello +de lo Spirito Santo, magri e scalzi, +prendendo il cibo da qualunque ostello. + +Or voglion quinci e quindi chi rincalzi +li moderni pastori e chi li meni, +tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. + +Cuopron di manti loro i palafreni, +s che due bestie van sott una pelle: +oh pazenza che tanto sostieni!. + +A questa voce vid io pi fiammelle +di grado in grado scendere e girarsi, +e ogne giro le facea pi belle. + +Dintorno a questa vennero e fermarsi, +e fero un grido di s alto suono, +che non potrebbe qui assomigliarsi; + +n io lo ntesi, s mi vinse il tuono. + + + +Paradiso Canto XXII + + +Oppresso di stupore, a la mia guida +mi volsi, come parvol che ricorre +sempre col dove pi si confida; + +e quella, come madre che soccorre +sbito al figlio palido e anelo +con la sua voce, che l suol ben disporre, + +mi disse: Non sai tu che tu se in cielo? +e non sai tu che l cielo tutto santo, +e ci che ci si fa vien da buon zelo? + +Come tavrebbe trasmutato il canto, +e io ridendo, mo pensar lo puoi, +poscia che l grido tha mosso cotanto; + +nel qual, se nteso avessi i prieghi suoi, +gi ti sarebbe nota la vendetta +che tu vedrai innanzi che tu muoi. + +La spada di qua s non taglia in fretta +n tardo, ma chal parer di colui +che disando o temendo laspetta. + +Ma rivolgiti omai inverso altrui; +chassai illustri spiriti vedrai, +se com io dico laspetto redui. + +Come a lei piacque, li occhi ritornai, +e vidi cento sperule che nsieme +pi sabbellivan con muti rai. + +Io stava come quei che n s repreme +la punta del disio, e non sattenta +di domandar, s del troppo si teme; + +e la maggiore e la pi luculenta +di quelle margherite innanzi fessi, +per far di s la mia voglia contenta. + +Poi dentro a lei udi: Se tu vedessi +com io la carit che tra noi arde, +li tuoi concetti sarebbero espressi. + +Ma perch tu, aspettando, non tarde +a lalto fine, io ti far risposta +pur al pensier, da che s ti riguarde. + +Quel monte a cui Cassino ne la costa +fu frequentato gi in su la cima +da la gente ingannata e mal disposta; + +e quel son io che s vi portai prima +lo nome di colui che n terra addusse +la verit che tanto ci soblima; + +e tanta grazia sopra me relusse, +chio ritrassi le ville circunstanti +da lempio clto che l mondo sedusse. + +Questi altri fuochi tutti contemplanti +uomini fuoro, accesi di quel caldo +che fa nascere i fiori e frutti santi. + +Qui Maccario, qui Romoaldo, +qui son li frati miei che dentro ai chiostri +fermar li piedi e tennero il cor saldo. + +E io a lui: Laffetto che dimostri +meco parlando, e la buona sembianza +chio veggio e noto in tutti li ardor vostri, + +cos mha dilatata mia fidanza, +come l sol fa la rosa quando aperta +tanto divien quant ell ha di possanza. + +Per ti priego, e tu, padre, maccerta +sio posso prender tanta grazia, chio +ti veggia con imagine scoverta. + +Ond elli: Frate, il tuo alto disio +sadempier in su lultima spera, +ove sadempion tutti li altri e l mio. + +Ivi perfetta, matura e intera +ciascuna disanza; in quella sola + ogne parte l ove sempr era, + +perch non in loco e non simpola; +e nostra scala infino ad essa varca, +onde cos dal viso ti sinvola. + +Infin l s la vide il patriarca +Iacobbe porger la superna parte, +quando li apparve dangeli s carca. + +Ma, per salirla, mo nessun diparte +da terra i piedi, e la regola mia +rimasa per danno de le carte. + +Le mura che solieno esser badia +fatte sono spelonche, e le cocolle +sacca son piene di farina ria. + +Ma grave usura tanto non si tolle +contra l piacer di Dio, quanto quel frutto +che fa il cor de monaci s folle; + +ch quantunque la Chiesa guarda, tutto + de la gente che per Dio dimanda; +non di parenti n daltro pi brutto. + +La carne di mortali tanto blanda, +che gi non basta buon cominciamento +dal nascer de la quercia al far la ghianda. + +Pier cominci sanz oro e sanz argento, +e io con orazione e con digiuno, +e Francesco umilmente il suo convento; + +e se guardi l principio di ciascuno, +poscia riguardi l dov trascorso, +tu vederai del bianco fatto bruno. + +Veramente Iordan vlto retrorso +pi fu, e l mar fuggir, quando Dio volse, +mirabile a veder che qui l soccorso. + +Cos mi disse, e indi si raccolse +al suo collegio, e l collegio si strinse; +poi, come turbo, in s tutto savvolse. + +La dolce donna dietro a lor mi pinse +con un sol cenno su per quella scala, +s sua virt la mia natura vinse; + +n mai qua gi dove si monta e cala +naturalmente, fu s ratto moto +chagguagliar si potesse a la mia ala. + +Sio torni mai, lettore, a quel divoto +trunfo per lo quale io piango spesso +le mie peccata e l petto mi percuoto, + +tu non avresti in tanto tratto e messo +nel foco il dito, in quant io vidi l segno +che segue il Tauro e fui dentro da esso. + +O glorose stelle, o lume pregno +di gran virt, dal quale io riconosco +tutto, qual che si sia, il mio ingegno, + +con voi nasceva e sascondeva vosco +quelli ch padre dogne mortal vita, +quand io senti di prima laere tosco; + +e poi, quando mi fu grazia largita +dentrar ne lalta rota che vi gira, +la vostra regon mi fu sortita. + +A voi divotamente ora sospira +lanima mia, per acquistar virtute +al passo forte che a s la tira. + +Tu se s presso a lultima salute, +cominci Batrice, che tu dei +aver le luci tue chiare e acute; + +e per, prima che tu pi tinlei, +rimira in gi, e vedi quanto mondo +sotto li piedi gi esser ti fei; + +s che l tuo cor, quantunque pu, giocondo +sappresenti a la turba trunfante +che lieta vien per questo etera tondo. + +Col viso ritornai per tutte quante +le sette spere, e vidi questo globo +tal, chio sorrisi del suo vil sembiante; + +e quel consiglio per migliore approbo +che lha per meno; e chi ad altro pensa +chiamar si puote veramente probo. + +Vidi la figlia di Latona incensa +sanza quell ombra che mi fu cagione +per che gi la credetti rara e densa. + +Laspetto del tuo nato, Iperone, +quivi sostenni, e vidi com si move +circa e vicino a lui Maia e Done. + +Quindi mapparve il temperar di Giove +tra l padre e l figlio; e quindi mi fu chiaro +il varar che fanno di lor dove; + +e tutti e sette mi si dimostraro +quanto son grandi e quanto son veloci +e come sono in distante riparo. + +Laiuola che ci fa tanto feroci, +volgendom io con li etterni Gemelli, +tutta mapparve da colli a le foci; + +poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. + + + +Paradiso Canto XXIII + + +Come laugello, intra lamate fronde, +posato al nido de suoi dolci nati +la notte che le cose ci nasconde, + +che, per veder li aspetti disati +e per trovar lo cibo onde li pasca, +in che gravi labor li sono aggrati, + +previene il tempo in su aperta frasca, +e con ardente affetto il sole aspetta, +fiso guardando pur che lalba nasca; + +cos la donna ma stava eretta +e attenta, rivolta inver la plaga +sotto la quale il sol mostra men fretta: + +s che, veggendola io sospesa e vaga, +fecimi qual quei che disando +altro vorria, e sperando sappaga. + +Ma poco fu tra uno e altro quando, +del mio attender, dico, e del vedere +lo ciel venir pi e pi rischiarando; + +e Batrice disse: Ecco le schiere +del trunfo di Cristo e tutto l frutto +ricolto del girar di queste spere!. + +Pariemi che l suo viso ardesse tutto, +e li occhi avea di letizia s pieni, +che passarmen convien sanza costrutto. + +Quale ne pleniluni sereni +Triva ride tra le ninfe etterne +che dipingon lo ciel per tutti i seni, + +vid i sopra migliaia di lucerne +un sol che tutte quante laccendea, +come fa l nostro le viste superne; + +e per la viva luce trasparea +la lucente sustanza tanto chiara +nel viso mio, che non la sostenea. + +Oh Batrice, dolce guida e cara! +Ella mi disse: Quel che ti sobranza + virt da cui nulla si ripara. + +Quivi la sapenza e la possanza +chapr le strade tra l cielo e la terra, +onde fu gi s lunga disanza. + +Come foco di nube si diserra +per dilatarsi s che non vi cape, +e fuor di sua natura in gi satterra, + +la mente mia cos, tra quelle dape +fatta pi grande, di s stessa usco, +e che si fesse rimembrar non sape. + +Apri li occhi e riguarda qual son io; +tu hai vedute cose, che possente +se fatto a sostener lo riso mio. + +Io era come quei che si risente +di visone oblita e che singegna +indarno di ridurlasi a la mente, + +quand io udi questa proferta, degna +di tanto grato, che mai non si stingue +del libro che l preterito rassegna. + +Se mo sonasser tutte quelle lingue +che Polimna con le suore fero +del latte lor dolcissimo pi pingue, + +per aiutarmi, al millesmo del vero +non si verria, cantando il santo riso +e quanto il santo aspetto facea mero; + +e cos, figurando il paradiso, +convien saltar lo sacrato poema, +come chi trova suo cammin riciso. + +Ma chi pensasse il ponderoso tema +e lomero mortal che se ne carca, +nol biasmerebbe se sott esso trema: + +non pareggio da picciola barca +quel che fendendo va lardita prora, +n da nocchier cha s medesmo parca. + +Perch la faccia mia s tinnamora, +che tu non ti rivolgi al bel giardino +che sotto i raggi di Cristo sinfiora? + +Quivi la rosa in che l verbo divino +carne si fece; quivi son li gigli +al cui odor si prese il buon cammino. + +Cos Beatrice; e io, che a suoi consigli +tutto era pronto, ancora mi rendei +a la battaglia de debili cigli. + +Come a raggio di sol, che puro mei +per fratta nube, gi prato di fiori +vider, coverti dombra, li occhi miei; + +vid io cos pi turbe di splendori, +folgorate di s da raggi ardenti, +sanza veder principio di folgri. + +O benigna vert che s li mprenti, +s tessaltasti, per largirmi loco +a li occhi l che non teran possenti. + +Il nome del bel fior chio sempre invoco +e mane e sera, tutto mi ristrinse +lanimo ad avvisar lo maggior foco; + +e come ambo le luci mi dipinse +il quale e il quanto de la viva stella +che l s vince come qua gi vinse, + +per entro il cielo scese una facella, +formata in cerchio a guisa di corona, +e cinsela e girossi intorno ad ella. + +Qualunque melodia pi dolce suona +qua gi e pi a s lanima tira, +parrebbe nube che squarciata tona, + +comparata al sonar di quella lira +onde si coronava il bel zaffiro +del quale il ciel pi chiaro sinzaffira. + +Io sono amore angelico, che giro +lalta letizia che spira del ventre +che fu albergo del nostro disiro; + +e girerommi, donna del ciel, mentre +che seguirai tuo figlio, e farai dia +pi la spera suprema perch l entre. + +Cos la circulata melodia +si sigillava, e tutti li altri lumi +facean sonare il nome di Maria. + +Lo real manto di tutti i volumi +del mondo, che pi ferve e pi savviva +ne lalito di Dio e nei costumi, + +avea sopra di noi linterna riva +tanto distante, che la sua parvenza, +l dov io era, ancor non appariva: + +per non ebber li occhi miei potenza +di seguitar la coronata fiamma +che si lev appresso sua semenza. + +E come fantolin che nver la mamma +tende le braccia, poi che l latte prese, +per lanimo che nfin di fuor sinfiamma; + +ciascun di quei candori in s si stese +con la sua cima, s che lalto affetto +chelli avieno a Maria mi fu palese. + +Indi rimaser l nel mio cospetto, +Regina celi cantando s dolce, +che mai da me non si part l diletto. + +Oh quanta lubert che si soffolce +in quelle arche ricchissime che fuoro +a seminar qua gi buone bobolce! + +Quivi si vive e gode del tesoro +che sacquist piangendo ne lo essilio +di Babilln, ove si lasci loro. + +Quivi trunfa, sotto lalto Filio +di Dio e di Maria, di sua vittoria, +e con lantico e col novo concilio, + +colui che tien le chiavi di tal gloria. + + + +Paradiso Canto XXIV + + +O sodalizio eletto a la gran cena +del benedetto Agnello, il qual vi ciba +s, che la vostra voglia sempre piena, + +se per grazia di Dio questi preliba +di quel che cade de la vostra mensa, +prima che morte tempo li prescriba, + +ponete mente a laffezione immensa +e roratelo alquanto: voi bevete +sempre del fonte onde vien quel chei pensa. + +Cos Beatrice; e quelle anime liete +si fero spere sopra fissi poli, +fiammando, a volte, a guisa di comete. + +E come cerchi in tempra doruoli +si giran s, che l primo a chi pon mente +queto pare, e lultimo che voli; + +cos quelle carole, differente- +mente danzando, de la sua ricchezza +mi facieno stimar, veloci e lente. + +Di quella chio notai di pi carezza +vid o uscire un foco s felice, +che nullo vi lasci di pi chiarezza; + +e tre fate intorno di Beatrice +si volse con un canto tanto divo, +che la mia fantasia nol mi ridice. + +Per salta la penna e non lo scrivo: +ch limagine nostra a cotai pieghe, +non che l parlare, troppo color vivo. + +O santa suora mia che s ne prieghe +divota, per lo tuo ardente affetto +da quella bella spera mi disleghe. + +Poscia fermato, il foco benedetto +a la mia donna dirizz lo spiro, +che favell cos com i ho detto. + +Ed ella: O luce etterna del gran viro +a cui Nostro Segnor lasci le chiavi, +chei port gi, di questo gaudio miro, + +tenta costui di punti lievi e gravi, +come ti piace, intorno de la fede, +per la qual tu su per lo mare andavi. + +Selli ama bene e bene spera e crede, +non t occulto, perch l viso hai quivi +dov ogne cosa dipinta si vede; + +ma perch questo regno ha fatto civi +per la verace fede, a glorarla, +di lei parlare ben cha lui arrivi. + +S come il baccialier sarma e non parla +fin che l maestro la question propone, +per approvarla, non per terminarla, + +cos marmava io dogne ragione +mentre chella dicea, per esser presto +a tal querente e a tal professione. + +D, buon Cristiano, fatti manifesto: +fede che ?. Ond io levai la fronte +in quella luce onde spirava questo; + +poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte +sembianze femmi perch o spandessi +lacqua di fuor del mio interno fonte. + +La Grazia che mi d chio mi confessi, +comincia io, da lalto primipilo, +faccia li miei concetti bene espressi. + +E seguitai: Come l verace stilo +ne scrisse, padre, del tuo caro frate +che mise teco Roma nel buon filo, + +fede sustanza di cose sperate +e argomento de le non parventi; +e questa pare a me sua quiditate. + +Allora udi: Dirittamente senti, +se bene intendi perch la ripuose +tra le sustanze, e poi tra li argomenti. + +E io appresso: Le profonde cose +che mi largiscon qui la lor parvenza, +a li occhi di l gi son s ascose, + +che lesser loro v in sola credenza, +sopra la qual si fonda lalta spene; +e per di sustanza prende intenza. + +E da questa credenza ci convene +silogizzar, sanz avere altra vista: +per intenza dargomento tene. + +Allora udi: Se quantunque sacquista +gi per dottrina, fosse cos nteso, +non l avria loco ingegno di sofista. + +Cos spir di quello amore acceso; +indi soggiunse: Assai bene trascorsa +desta moneta gi la lega e l peso; + +ma dimmi se tu lhai ne la tua borsa. +Ond io: S ho, s lucida e s tonda, +che nel suo conio nulla mi sinforsa. + +Appresso usc de la luce profonda +che l splendeva: Questa cara gioia +sopra la quale ogne virt si fonda, + +onde ti venne?. E io: La larga ploia +de lo Spirito Santo, ch diffusa +in su le vecchie e n su le nuove cuoia, + + silogismo che la mha conchiusa +acutamente s, che nverso della +ogne dimostrazion mi pare ottusa. + +Io udi poi: Lantica e la novella +proposizion che cos ti conchiude, +perch lhai tu per divina favella?. + +E io: La prova che l ver mi dischiude, +son lopere seguite, a che natura +non scalda ferro mai n batte incude. + +Risposto fummi: D, chi tassicura +che quell opere fosser? Quel medesmo +che vuol provarsi, non altri, il ti giura. + +Se l mondo si rivolse al cristianesmo, +diss io, sanza miracoli, quest uno + tal, che li altri non sono il centesmo: + +ch tu intrasti povero e digiuno +in campo, a seminar la buona pianta +che fu gi vite e ora fatta pruno. + +Finito questo, lalta corte santa +rison per le spere un Dio laudamo +ne la melode che l s si canta. + +E quel baron che s di ramo in ramo, +essaminando, gi tratto mavea, +che a lultime fronde appressavamo, + +ricominci: La Grazia, che donnea +con la tua mente, la bocca taperse +infino a qui come aprir si dovea, + +s chio approvo ci che fuori emerse; +ma or convien espremer quel che credi, +e onde a la credenza tua sofferse. + +O santo padre, e spirito che vedi +ci che credesti s, che tu vincesti +ver lo sepulcro pi giovani piedi, + +comincia io, tu vuo chio manifesti +la forma qui del pronto creder mio, +e anche la cagion di lui chiedesti. + +E io rispondo: Io credo in uno Dio +solo ed etterno, che tutto l ciel move, +non moto, con amore e con disio; + +e a tal creder non ho io pur prove +fisice e metafisice, ma dalmi +anche la verit che quinci piove + +per Mos, per profeti e per salmi, +per lEvangelio e per voi che scriveste +poi che lardente Spirto vi f almi; + +e credo in tre persone etterne, e queste +credo una essenza s una e s trina, +che soffera congiunto sono ed este. + +De la profonda condizion divina +chio tocco mo, la mente mi sigilla +pi volte levangelica dottrina. + +Quest l principio, quest la favilla +che si dilata in fiamma poi vivace, +e come stella in cielo in me scintilla. + +Come l segnor chascolta quel che i piace, +da indi abbraccia il servo, gratulando +per la novella, tosto chel si tace; + +cos, benedicendomi cantando, +tre volte cinse me, s com io tacqui, +lappostolico lume al cui comando + +io avea detto: s nel dir li piacqui! + + + +Paradiso Canto XXV + + +Se mai continga che l poema sacro +al quale ha posto mano e cielo e terra, +s che mha fatto per molti anni macro, + +vinca la crudelt che fuor mi serra +del bello ovile ov io dormi agnello, +nimico ai lupi che li danno guerra; + +con altra voce omai, con altro vello +ritorner poeta, e in sul fonte +del mio battesmo prender l cappello; + +per che ne la fede, che fa conte +lanime a Dio, quivi intra io, e poi +Pietro per lei s mi gir la fronte. + +Indi si mosse un lume verso noi +di quella spera ond usc la primizia +che lasci Cristo di vicari suoi; + +e la mia donna, piena di letizia, +mi disse: Mira, mira: ecco il barone +per cui l gi si vicita Galizia. + +S come quando il colombo si pone +presso al compagno, luno a laltro pande, +girando e mormorando, laffezione; + +cos vid o lun da laltro grande +principe gloroso essere accolto, +laudando il cibo che l s li prande. + +Ma poi che l gratular si fu assolto, +tacito coram me ciascun saffisse, +ignito s che vinca l mio volto. + +Ridendo allora Batrice disse: +Inclita vita per cui la larghezza +de la nostra basilica si scrisse, + +fa risonar la spene in questa altezza: +tu sai, che tante fiate la figuri, +quante Ies ai tre f pi carezza. + +Leva la testa e fa che tassicuri: +che ci che vien qua s del mortal mondo, +convien chai nostri raggi si maturi. + +Questo conforto del foco secondo +mi venne; ond io levi li occhi a monti +che li ncurvaron pria col troppo pondo. + +Poi che per grazia vuol che tu taffronti +lo nostro Imperadore, anzi la morte, +ne laula pi secreta co suoi conti, + +s che, veduto il ver di questa corte, +la spene, che l gi bene innamora, +in te e in altrui di ci conforte, + +di quel chell , di come se ne nfiora +la mente tua, e d onde a te venne. +Cos segu l secondo lume ancora. + +E quella pa che guid le penne +de le mie ali a cos alto volo, +a la risposta cos mi prevenne: + +La Chiesa militante alcun figliuolo +non ha con pi speranza, com scritto +nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: + +per li conceduto che dEgitto +vegna in Ierusalemme per vedere, +anzi che l militar li sia prescritto. + +Li altri due punti, che non per sapere +son dimandati, ma perch ei rapporti +quanto questa virt t in piacere, + +a lui lasc io, ch non li saran forti +n di iattanza; ed elli a ci risponda, +e la grazia di Dio ci li comporti. + +Come discente cha dottor seconda +pronto e libente in quel chelli esperto, +perch la sua bont si disasconda, + +Spene, diss io, uno attender certo +de la gloria futura, il qual produce +grazia divina e precedente merto. + +Da molte stelle mi vien questa luce; +ma quei la distill nel mio cor pria +che fu sommo cantor del sommo duce. + +Sperino in te, ne la sua todia +dice, color che sanno il nome tuo: +e chi nol sa, selli ha la fede mia? + +Tu mi stillasti, con lo stillar suo, +ne la pistola poi; s chio son pieno, +e in altrui vostra pioggia repluo. + +Mentr io diceva, dentro al vivo seno +di quello incendio tremolava un lampo +sbito e spesso a guisa di baleno. + +Indi spir: Lamore ond o avvampo +ancor ver la virt che mi seguette +infin la palma e a luscir del campo, + +vuol chio respiri a te che ti dilette +di lei; ed emmi a grato che tu diche +quello che la speranza ti mpromette. + +E io: Le nove e le scritture antiche +pongon lo segno, ed esso lo mi addita, +de lanime che Dio sha fatte amiche. + +Dice Isaia che ciascuna vestita +ne la sua terra fia di doppia vesta: +e la sua terra questa dolce vita; + +e l tuo fratello assai vie pi digesta, +l dove tratta de le bianche stole, +questa revelazion ci manifesta. + +E prima, appresso al fin deste parole, +Sperent in te di sopr a noi sud; +a che rispuoser tutte le carole. + +Poscia tra esse un lume si schiar +s che, se l Cancro avesse un tal cristallo, +linverno avrebbe un mese dun sol d. + +E come surge e va ed entra in ballo +vergine lieta, sol per fare onore +a la novizia, non per alcun fallo, + +cos vid io lo schiarato splendore +venire a due che si volgieno a nota +qual conveniesi al loro ardente amore. + +Misesi l nel canto e ne la rota; +e la mia donna in lor tenea laspetto, +pur come sposa tacita e immota. + +Questi colui che giacque sopra l petto +del nostro pellicano, e questi fue +di su la croce al grande officio eletto. + +La donna mia cos; n per pie +mosser la vista sua di stare attenta +poscia che prima le parole sue. + +Qual colui chadocchia e sargomenta +di vedere eclissar lo sole un poco, +che, per veder, non vedente diventa; + +tal mi fec o a quell ultimo foco +mentre che detto fu: Perch tabbagli +per veder cosa che qui non ha loco? + +In terra terra il mio corpo, e saragli +tanto con li altri, che l numero nostro +con letterno proposito sagguagli. + +Con le due stole nel beato chiostro +son le due luci sole che saliro; +e questo apporterai nel mondo vostro. + +A questa voce linfiammato giro +si quet con esso il dolce mischio +che si facea nel suon del trino spiro, + +s come, per cessar fatica o rischio, +li remi, pria ne lacqua ripercossi, +tutti si posano al sonar dun fischio. + +Ahi quanto ne la mente mi commossi, +quando mi volsi per veder Beatrice, +per non poter veder, bench io fossi + +presso di lei, e nel mondo felice! + + + +Paradiso Canto XXVI + + +Mentr io dubbiava per lo viso spento, +de la fulgida fiamma che lo spense +usc un spiro che mi fece attento, + +dicendo: Intanto che tu ti risense +de la vista che ha in me consunta, +ben che ragionando la compense. + +Comincia dunque; e d ove sappunta +lanima tua, e fa ragion che sia +la vista in te smarrita e non defunta: + +perch la donna che per questa dia +regon ti conduce, ha ne lo sguardo +la virt chebbe la man dAnania. + +Io dissi: Al suo piacere e tosto e tardo +vegna remedio a li occhi, che fuor porte +quand ella entr col foco ond io sempr ardo. + +Lo ben che fa contenta questa corte, +Alfa e O di quanta scrittura +mi legge Amore o lievemente o forte. + +Quella medesma voce che paura +tolta mavea del sbito abbarbaglio, +di ragionare ancor mi mise in cura; + +e disse: Certo a pi angusto vaglio +ti conviene schiarar: dicer convienti +chi drizz larco tuo a tal berzaglio. + +E io: Per filosofici argomenti +e per autorit che quinci scende +cotale amor convien che in me si mprenti: + +ch l bene, in quanto ben, come sintende, +cos accende amore, e tanto maggio +quanto pi di bontate in s comprende. + +Dunque a lessenza ov tanto avvantaggio, +che ciascun ben che fuor di lei si trova +altro non chun lume di suo raggio, + +pi che in altra convien che si mova +la mente, amando, di ciascun che cerne +il vero in che si fonda questa prova. + +Tal vero a lintelletto mo sterne +colui che mi dimostra il primo amore +di tutte le sustanze sempiterne. + +Sternel la voce del verace autore, +che dice a Mos, di s parlando: +Io ti far vedere ogne valore. + +Sternilmi tu ancora, incominciando +lalto preconio che grida larcano +di qui l gi sovra ogne altro bando. + +E io udi: Per intelletto umano +e per autoritadi a lui concorde +di tuoi amori a Dio guarda il sovrano. + +Ma d ancor se tu senti altre corde +tirarti verso lui, s che tu suone +con quanti denti questo amor ti morde. + +Non fu latente la santa intenzione +de laguglia di Cristo, anzi maccorsi +dove volea menar mia professione. + +Per ricominciai: Tutti quei morsi +che posson far lo cor volgere a Dio, +a la mia caritate son concorsi: + +ch lessere del mondo e lesser mio, +la morte chel sostenne perch io viva, +e quel che spera ogne fedel com io, + +con la predetta conoscenza viva, +tratto mhanno del mar de lamor torto, +e del diritto mhan posto a la riva. + +Le fronde onde sinfronda tutto lorto +de lortolano etterno, am io cotanto +quanto da lui a lor di bene porto. + +S com io tacqui, un dolcissimo canto +rison per lo cielo, e la mia donna +dicea con li altri: Santo, santo, santo!. + +E come a lume acuto si disonna +per lo spirto visivo che ricorre +a lo splendor che va di gonna in gonna, + +e lo svegliato ci che vede aborre, +s nesca la sbita vigilia +fin che la stimativa non soccorre; + +cos de li occhi miei ogne quisquilia +fug Beatrice col raggio di suoi, +che rifulgea da pi di mille milia: + +onde mei che dinanzi vidi poi; +e quasi stupefatto domandai +dun quarto lume chio vidi tra noi. + +E la mia donna: Dentro da quei rai +vagheggia il suo fattor lanima prima +che la prima virt creasse mai. + +Come la fronda che flette la cima +nel transito del vento, e poi si leva +per la propria virt che la soblima, + +fec io in tanto in quant ella diceva, +stupendo, e poi mi rifece sicuro +un disio di parlare ond o ardeva. + +E cominciai: O pomo che maturo +solo prodotto fosti, o padre antico +a cui ciascuna sposa figlia e nuro, + +divoto quanto posso a te supplco +perch mi parli: tu vedi mia voglia, +e per udirti tosto non la dico. + +Talvolta un animal coverto broglia, +s che laffetto convien che si paia +per lo seguir che face a lui la nvoglia; + +e similmente lanima primaia +mi facea trasparer per la coverta +quant ella a compiacermi vena gaia. + +Indi spir: Sanz essermi proferta +da te, la voglia tua discerno meglio +che tu qualunque cosa t pi certa; + +perch io la veggio nel verace speglio +che fa di s pareglio a laltre cose, +e nulla face lui di s pareglio. + +Tu vuogli udir quant che Dio mi puose +ne leccelso giardino, ove costei +a cos lunga scala ti dispuose, + +e quanto fu diletto a li occhi miei, +e la propria cagion del gran disdegno, +e lidoma chusai e che fei. + +Or, figluol mio, non il gustar del legno +fu per s la cagion di tanto essilio, +ma solamente il trapassar del segno. + +Quindi onde mosse tua donna Virgilio, +quattromilia trecento e due volumi +di sol desiderai questo concilio; + +e vidi lui tornare a tutt i lumi +de la sua strada novecento trenta +fate, mentre cho in terra fumi. + +La lingua chio parlai fu tutta spenta +innanzi che a lovra inconsummabile +fosse la gente di Nembrt attenta: + +ch nullo effetto mai razonabile, +per lo piacere uman che rinovella +seguendo il cielo, sempre fu durabile. + +Opera naturale chuom favella; +ma cos o cos, natura lascia +poi fare a voi secondo che vabbella. + +Pria chi scendessi a linfernale ambascia, +I sappellava in terra il sommo bene +onde vien la letizia che mi fascia; + +e El si chiam poi: e ci convene, +ch luso di mortali come fronda +in ramo, che sen va e altra vene. + +Nel monte che si leva pi da londa, +fu io, con vita pura e disonesta, +da la prim ora a quella che seconda, + +come l sol muta quadra, lora sesta. + + + +Paradiso Canto XXVII + + +Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo, +cominci, gloria!, tutto l paradiso, +s che minebrava il dolce canto. + +Ci chio vedeva mi sembiava un riso +de luniverso; per che mia ebbrezza +intrava per ludire e per lo viso. + +Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! +oh vita intgra damore e di pace! +oh sanza brama sicura ricchezza! + +Dinanzi a li occhi miei le quattro face +stavano accese, e quella che pria venne +incominci a farsi pi vivace, + +e tal ne la sembianza sua divenne, +qual diverrebbe Iove, selli e Marte +fossero augelli e cambiassersi penne. + +La provedenza, che quivi comparte +vice e officio, nel beato coro +silenzio posto avea da ogne parte, + +quand o udi: Se io mi trascoloro, +non ti maravigliar, ch, dicend io, +vedrai trascolorar tutti costoro. + +Quelli chusurpa in terra il luogo mio, +il luogo mio, il luogo mio, che vaca +ne la presenza del Figliuol di Dio, + +fatt ha del cimitero mio cloaca +del sangue e de la puzza; onde l perverso +che cadde di qua s, l gi si placa. + +Di quel color che per lo sole avverso +nube dipigne da sera e da mane, +vid o allora tutto l ciel cosperso. + +E come donna onesta che permane +di s sicura, e per laltrui fallanza, +pur ascoltando, timida si fane, + +cos Beatrice trasmut sembianza; +e tale eclissi credo che n ciel fue +quando pat la supprema possanza. + +Poi procedetter le parole sue +con voce tanto da s trasmutata, +che la sembianza non si mut pie: + +Non fu la sposa di Cristo allevata +del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, +per essere ad acquisto doro usata; + +ma per acquisto desto viver lieto +e Sisto e Po e Calisto e Urbano +sparser lo sangue dopo molto fleto. + +Non fu nostra intenzion cha destra mano +di nostri successor parte sedesse, +parte da laltra del popol cristiano; + +n che le chiavi che mi fuor concesse, +divenisser signaculo in vessillo +che contra battezzati combattesse; + +n chio fossi figura di sigillo +a privilegi venduti e mendaci, +ond io sovente arrosso e disfavillo. + +In vesta di pastor lupi rapaci +si veggion di qua s per tutti i paschi: +o difesa di Dio, perch pur giaci? + +Del sangue nostro Caorsini e Guaschi +sapparecchian di bere: o buon principio, +a che vil fine convien che tu caschi! + +Ma lalta provedenza, che con Scipio +difese a Roma la gloria del mondo, +soccorr tosto, s com io concipio; + +e tu, figliuol, che per lo mortal pondo +ancor gi tornerai, apri la bocca, +e non asconder quel chio non ascondo. + +S come di vapor gelati fiocca +in giuso laere nostro, quando l corno +de la capra del ciel col sol si tocca, + +in s vid io cos letera addorno +farsi e fioccar di vapor trunfanti +che fatto avien con noi quivi soggiorno. + +Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, +e segu fin che l mezzo, per lo molto, +li tolse il trapassar del pi avanti. + +Onde la donna, che mi vide assolto +de lattendere in s, mi disse: Adima +il viso e guarda come tu se vlto. + +Da lora cho avea guardato prima +i vidi mosso me per tutto larco +che fa dal mezzo al fine il primo clima; + +s chio vedea di l da Gade il varco +folle dUlisse, e di qua presso il lito +nel qual si fece Europa dolce carco. + +E pi mi fora discoverto il sito +di questa aiuola; ma l sol procedea +sotto i mie piedi un segno e pi partito. + +La mente innamorata, che donnea +con la mia donna sempre, di ridure +ad essa li occhi pi che mai ardea; + +e se natura o arte f pasture +da pigliare occhi, per aver la mente, +in carne umana o ne le sue pitture, + +tutte adunate, parrebber nente +ver lo piacer divin che mi refulse, +quando mi volsi al suo viso ridente. + +E la virt che lo sguardo mindulse, +del bel nido di Leda mi divelse, +e nel ciel velocissimo mimpulse. + +Le parti sue vivissime ed eccelse +s uniforme son, chi non so dire +qual Batrice per loco mi scelse. + +Ma ella, che veda l mio disire, +incominci, ridendo tanto lieta, +che Dio parea nel suo volto gioire: + +La natura del mondo, che queta +il mezzo e tutto laltro intorno move, +quinci comincia come da sua meta; + +e questo cielo non ha altro dove +che la mente divina, in che saccende +lamor che l volge e la virt chei piove. + +Luce e amor dun cerchio lui comprende, +s come questo li altri; e quel precinto +colui che l cinge solamente intende. + +Non suo moto per altro distinto, +ma li altri son mensurati da questo, +s come diece da mezzo e da quinto; + +e come il tempo tegna in cotal testo +le sue radici e ne li altri le fronde, +omai a te pu esser manifesto. + +Oh cupidigia che i mortali affonde +s sotto te, che nessuno ha podere +di trarre li occhi fuor de le tue onde! + +Ben fiorisce ne li uomini il volere; +ma la pioggia contina converte +in bozzacchioni le sosine vere. + +Fede e innocenza son reperte +solo ne parvoletti; poi ciascuna +pria fugge che le guance sian coperte. + +Tale, balbuzendo ancor, digiuna, +che poi divora, con la lingua sciolta, +qualunque cibo per qualunque luna; + +e tal, balbuzendo, ama e ascolta +la madre sua, che, con loquela intera, +disa poi di vederla sepolta. + +Cos si fa la pelle bianca nera +nel primo aspetto de la bella figlia +di quel chapporta mane e lascia sera. + +Tu, perch non ti facci maraviglia, +pensa che n terra non chi governi; +onde s sva lumana famiglia. + +Ma prima che gennaio tutto si sverni +per la centesma ch l gi negletta, +raggeran s questi cerchi superni, + +che la fortuna che tanto saspetta, +le poppe volger u son le prore, +s che la classe correr diretta; + +e vero frutto verr dopo l fiore. + + + +Paradiso Canto XXVIII + + +Poscia che ncontro a la vita presente +di miseri mortali aperse l vero +quella che mparadisa la mia mente, + +come in lo specchio fiamma di doppiero +vede colui che se nalluma retro, +prima che labbia in vista o in pensiero, + +e s rivolge per veder se l vetro +li dice il vero, e vede chel saccorda +con esso come nota con suo metro; + +cos la mia memoria si ricorda +chio feci riguardando ne belli occhi +onde a pigliarmi fece Amor la corda. + +E com io mi rivolsi e furon tocchi +li miei da ci che pare in quel volume, +quandunque nel suo giro ben sadocchi, + +un punto vidi che raggiava lume +acuto s, che l viso chelli affoca +chiuder conviensi per lo forte acume; + +e quale stella par quinci pi poca, +parrebbe luna, locata con esso +come stella con stella si collca. + +Forse cotanto quanto pare appresso +alo cigner la luce che l dipigne +quando l vapor che l porta pi spesso, + +distante intorno al punto un cerchio digne +si girava s ratto, chavria vinto +quel moto che pi tosto il mondo cigne; + +e questo era dun altro circumcinto, +e quel dal terzo, e l terzo poi dal quarto, +dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. + +Sopra seguiva il settimo s sparto +gi di larghezza, che l messo di Iuno +intero a contenerlo sarebbe arto. + +Cos lottavo e l nono; e chiascheduno +pi tardo si movea, secondo chera +in numero distante pi da luno; + +e quello avea la fiamma pi sincera +cui men distava la favilla pura, +credo, per che pi di lei sinvera. + +La donna mia, che mi veda in cura +forte sospeso, disse: Da quel punto +depende il cielo e tutta la natura. + +Mira quel cerchio che pi li congiunto; +e sappi che l suo muovere s tosto +per laffocato amore ond elli punto. + +E io a lei: Se l mondo fosse posto +con lordine chio veggio in quelle rote, +sazio mavrebbe ci che m proposto; + +ma nel mondo sensibile si puote +veder le volte tanto pi divine, +quant elle son dal centro pi remote. + +Onde, se l mio disir dee aver fine +in questo miro e angelico templo +che solo amore e luce ha per confine, + +udir convienmi ancor come lessemplo +e lessemplare non vanno dun modo, +ch io per me indarno a ci contemplo. + +Se li tuoi diti non sono a tal nodo +sufficenti, non maraviglia: +tanto, per non tentare, fatto sodo!. + +Cos la donna mia; poi disse: Piglia +quel chio ti dicer, se vuo saziarti; +e intorno da esso tassottiglia. + +Li cerchi corporai sono ampi e arti +secondo il pi e l men de la virtute +che si distende per tutte lor parti. + +Maggior bont vuol far maggior salute; +maggior salute maggior corpo cape, +selli ha le parti igualmente compiute. + +Dunque costui che tutto quanto rape +laltro universo seco, corrisponde +al cerchio che pi ama e che pi sape: + +per che, se tu a la virt circonde +la tua misura, non a la parvenza +de le sustanze che tappaion tonde, + +tu vederai mirabil consequenza +di maggio a pi e di minore a meno, +in ciascun cielo, a sa intelligenza. + +Come rimane splendido e sereno +lemisperio de laere, quando soffia +Borea da quella guancia ond pi leno, + +per che si purga e risolve la roffia +che pria turbava, s che l ciel ne ride +con le bellezze dogne sua paroffia; + +cos feco, poi che mi provide +la donna mia del suo risponder chiaro, +e come stella in cielo il ver si vide. + +E poi che le parole sue restaro, +non altrimenti ferro disfavilla +che bolle, come i cerchi sfavillaro. + +Lincendio suo seguiva ogne scintilla; +ed eran tante, che l numero loro +pi che l doppiar de li scacchi sinmilla. + +Io sentiva osannar di coro in coro +al punto fisso che li tiene a li ubi, +e terr sempre, ne quai sempre fuoro. + +E quella che veda i pensier dubi +ne la mia mente, disse: I cerchi primi +thanno mostrato Serafi e Cherubi. + +Cos veloci seguono i suoi vimi, +per somigliarsi al punto quanto ponno; +e posson quanto a veder son soblimi. + +Quelli altri amori che ntorno li vonno, +si chiaman Troni del divino aspetto, +per che l primo ternaro terminonno; + +e dei saper che tutti hanno diletto +quanto la sua veduta si profonda +nel vero in che si queta ogne intelletto. + +Quinci si pu veder come si fonda +lesser beato ne latto che vede, +non in quel chama, che poscia seconda; + +e del vedere misura mercede, +che grazia partorisce e buona voglia: +cos di grado in grado si procede. + +Laltro ternaro, che cos germoglia +in questa primavera sempiterna +che notturno Arete non dispoglia, + +perpetalemente Osanna sberna +con tre melode, che suonano in tree +ordini di letizia onde sinterna. + +In essa gerarcia son laltre dee: +prima Dominazioni, e poi Virtudi; +lordine terzo di Podestadi e. + +Poscia ne due penultimi tripudi +Principati e Arcangeli si girano; +lultimo tutto dAngelici ludi. + +Questi ordini di s tutti sammirano, +e di gi vincon s, che verso Dio +tutti tirati sono e tutti tirano. + +E Donisio con tanto disio +a contemplar questi ordini si mise, +che li nom e distinse com io. + +Ma Gregorio da lui poi si divise; +onde, s tosto come li occhi aperse +in questo ciel, di s medesmo rise. + +E se tanto secreto ver proferse +mortale in terra, non voglio chammiri: +ch chi l vide qua s gliel discoperse + +con altro assai del ver di questi giri. + + + +Paradiso Canto XXIX + + +Quando ambedue li figli di Latona, +coperti del Montone e de la Libra, +fanno de lorizzonte insieme zona, + +quant dal punto che l cent inlibra +infin che luno e laltro da quel cinto, +cambiando lemisperio, si dilibra, + +tanto, col volto di riso dipinto, +si tacque Batrice, riguardando +fiso nel punto che mava vinto. + +Poi cominci: Io dico, e non dimando, +quel che tu vuoli udir, perch io lho visto +l ve sappunta ogne ubi e ogne quando. + +Non per aver a s di bene acquisto, +chesser non pu, ma perch suo splendore +potesse, risplendendo, dir Subsisto, + +in sua etternit di tempo fore, +fuor dogne altro comprender, come i piacque, +saperse in nuovi amor letterno amore. + +N prima quasi torpente si giacque; +ch n prima n poscia procedette +lo discorrer di Dio sovra quest acque. + +Forma e materia, congiunte e purette, +usciro ad esser che non avia fallo, +come darco tricordo tre saette. + +E come in vetro, in ambra o in cristallo +raggio resplende s, che dal venire +a lesser tutto non intervallo, + +cos l triforme effetto del suo sire +ne lesser suo raggi insieme tutto +sanza distinzone in essordire. + +Concreato fu ordine e costrutto +a le sustanze; e quelle furon cima +nel mondo in che puro atto fu produtto; + +pura potenza tenne la parte ima; +nel mezzo strinse potenza con atto +tal vime, che gi mai non si divima. + +Ieronimo vi scrisse lungo tratto +di secoli de li angeli creati +anzi che laltro mondo fosse fatto; + +ma questo vero scritto in molti lati +da li scrittor de lo Spirito Santo, +e tu te navvedrai se bene agguati; + +e anche la ragione il vede alquanto, +che non concederebbe che motori +sanza sua perfezion fosser cotanto. + +Or sai tu dove e quando questi amori +furon creati e come: s che spenti +nel tuo diso gi son tre ardori. + +N giugneriesi, numerando, al venti +s tosto, come de li angeli parte +turb il suggetto di vostri alimenti. + +Laltra rimase, e cominci quest arte +che tu discerni, con tanto diletto, +che mai da circir non si diparte. + +Principio del cader fu il maladetto +superbir di colui che tu vedesti +da tutti i pesi del mondo costretto. + +Quelli che vedi qui furon modesti +a riconoscer s da la bontate +che li avea fatti a tanto intender presti: + +per che le viste lor furo essaltate +con grazia illuminante e con lor merto, +si channo ferma e piena volontate; + +e non voglio che dubbi, ma sia certo, +che ricever la grazia meritorio +secondo che laffetto l aperto. + +Omai dintorno a questo consistorio +puoi contemplare assai, se le parole +mie son ricolte, sanz altro aiutorio. + +Ma perch n terra per le vostre scole +si legge che langelica natura + tal, che ntende e si ricorda e vole, + +ancor dir, perch tu veggi pura +la verit che l gi si confonde, +equivocando in s fatta lettura. + +Queste sustanze, poi che fur gioconde +de la faccia di Dio, non volser viso +da essa, da cui nulla si nasconde: + +per non hanno vedere interciso +da novo obietto, e per non bisogna +rememorar per concetto diviso; + +s che l gi, non dormendo, si sogna, +credendo e non credendo dicer vero; +ma ne luno pi colpa e pi vergogna. + +Voi non andate gi per un sentiero +filosofando: tanto vi trasporta +lamor de lapparenza e l suo pensiero! + +E ancor questo qua s si comporta +con men disdegno che quando posposta +la divina Scrittura o quando torta. + +Non vi si pensa quanto sangue costa +seminarla nel mondo e quanto piace +chi umilmente con essa saccosta. + +Per apparer ciascun singegna e face +sue invenzioni; e quelle son trascorse +da predicanti e l Vangelio si tace. + +Un dice che la luna si ritorse +ne la passion di Cristo e sinterpuose, +per che l lume del sol gi non si porse; + +e mente, ch la luce si nascose +da s: per a li Spani e a lIndi +come a Giudei tale eclissi rispuose. + +Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi +quante s fatte favole per anno +in pergamo si gridan quinci e quindi: + +s che le pecorelle, che non sanno, +tornan del pasco pasciute di vento, +e non le scusa non veder lo danno. + +Non disse Cristo al suo primo convento: +Andate, e predicate al mondo ciance; +ma diede lor verace fondamento; + +e quel tanto son ne le sue guance, +s cha pugnar per accender la fede +de lEvangelio fero scudo e lance. + +Ora si va con motti e con iscede +a predicare, e pur che ben si rida, +gonfia il cappuccio e pi non si richiede. + +Ma tale uccel nel becchetto sannida, +che se l vulgo il vedesse, vederebbe +la perdonanza di chel si confida: + +per cui tanta stoltezza in terra crebbe, +che, sanza prova dalcun testimonio, +ad ogne promession si correrebbe. + +Di questo ingrassa il porco sant Antonio, +e altri assai che sono ancor pi porci, +pagando di moneta sanza conio. + +Ma perch siam digressi assai, ritorci +li occhi oramai verso la dritta strada, +s che la via col tempo si raccorci. + +Questa natura s oltre singrada +in numero, che mai non fu loquela +n concetto mortal che tanto vada; + +e se tu guardi quel che si revela +per Danel, vedrai che n sue migliaia +determinato numero si cela. + +La prima luce, che tutta la raia, +per tanti modi in essa si recepe, +quanti son li splendori a chi sappaia. + +Onde, per che a latto che concepe +segue laffetto, damar la dolcezza +diversamente in essa ferve e tepe. + +Vedi leccelso omai e la larghezza +de letterno valor, poscia che tanti +speculi fatti sha in che si spezza, + +uno manendo in s come davanti. + + + +Paradiso Canto XXX + + +Forse semilia miglia di lontano +ci ferve lora sesta, e questo mondo +china gi lombra quasi al letto piano, + +quando l mezzo del cielo, a noi profondo, +comincia a farsi tal, chalcuna stella +perde il parere infino a questo fondo; + +e come vien la chiarissima ancella +del sol pi oltre, cos l ciel si chiude +di vista in vista infino a la pi bella. + +Non altrimenti il trunfo che lude +sempre dintorno al punto che mi vinse, +parendo inchiuso da quel chelli nchiude, + +a poco a poco al mio veder si stinse: +per che tornar con li occhi a Batrice +nulla vedere e amor mi costrinse. + +Se quanto infino a qui di lei si dice +fosse conchiuso tutto in una loda, +poca sarebbe a fornir questa vice. + +La bellezza chio vidi si trasmoda +non pur di l da noi, ma certo io credo +che solo il suo fattor tutta la goda. + +Da questo passo vinto mi concedo +pi che gi mai da punto di suo tema +soprato fosse comico o tragedo: + +ch, come sole in viso che pi trema, +cos lo rimembrar del dolce riso +la mente mia da me medesmo scema. + +Dal primo giorno chi vidi il suo viso +in questa vita, infino a questa vista, +non m il seguire al mio cantar preciso; + +ma or convien che mio seguir desista +pi dietro a sua bellezza, poetando, +come a lultimo suo ciascuno artista. + +Cotal qual io lascio a maggior bando +che quel de la mia tuba, che deduce +larda sua matera terminando, + +con atto e voce di spedito duce +ricominci: Noi siamo usciti fore +del maggior corpo al ciel ch pura luce: + +luce intellettal, piena damore; +amor di vero ben, pien di letizia; +letizia che trascende ogne dolzore. + +Qui vederai luna e laltra milizia +di paradiso, e luna in quelli aspetti +che tu vedrai a lultima giustizia. + +Come sbito lampo che discetti +li spiriti visivi, s che priva +da latto locchio di pi forti obietti, + +cos mi circunfulse luce viva, +e lasciommi fasciato di tal velo +del suo fulgor, che nulla mappariva. + +Sempre lamor che queta questo cielo +accoglie in s con s fatta salute, +per far disposto a sua fiamma il candelo. + +Non fur pi tosto dentro a me venute +queste parole brievi, chio compresi +me sormontar di sopr a mia virtute; + +e di novella vista mi raccesi +tale, che nulla luce tanto mera, +che li occhi miei non si fosser difesi; + +e vidi lume in forma di rivera +fulvido di fulgore, intra due rive +dipinte di mirabil primavera. + +Di tal fiumana uscian faville vive, +e dogne parte si mettien ne fiori, +quasi rubin che oro circunscrive; + +poi, come inebrate da li odori, +riprofondavan s nel miro gurge, +e suna intrava, unaltra nuscia fori. + +Lalto disio che mo tinfiamma e urge, +daver notizia di ci che tu vei, +tanto mi piace pi quanto pi turge; + +ma di quest acqua convien che tu bei +prima che tanta sete in te si sazi: +cos mi disse il sol de li occhi miei. + +Anche soggiunse: Il fiume e li topazi +chentrano ed escono e l rider de lerbe +son di lor vero umbriferi prefazi. + +Non che da s sian queste cose acerbe; +ma difetto da la parte tua, +che non hai viste ancor tanto superbe. + +Non fantin che s sbito rua +col volto verso il latte, se si svegli +molto tardato da lusanza sua, + +come fec io, per far migliori spegli +ancor de li occhi, chinandomi a londa +che si deriva perch vi simmegli; + +e s come di lei bevve la gronda +de le palpebre mie, cos mi parve +di sua lunghezza divenuta tonda. + +Poi, come gente stata sotto larve, +che pare altro che prima, se si sveste +la sembianza non sa in che disparve, + +cos mi si cambiaro in maggior feste +li fiori e le faville, s chio vidi +ambo le corti del ciel manifeste. + +O isplendor di Dio, per cu io vidi +lalto trunfo del regno verace, +dammi virt a dir com o il vidi! + +Lume l s che visibile face +lo creatore a quella creatura +che solo in lui vedere ha la sua pace. + +E si distende in circular figura, +in tanto che la sua circunferenza +sarebbe al sol troppo larga cintura. + +Fassi di raggio tutta sua parvenza +reflesso al sommo del mobile primo, +che prende quindi vivere e potenza. + +E come clivo in acqua di suo imo +si specchia, quasi per vedersi addorno, +quando nel verde e ne fioretti opimo, + +s, soprastando al lume intorno intorno, +vidi specchiarsi in pi di mille soglie +quanto di noi l s fatto ha ritorno. + +E se linfimo grado in s raccoglie +s grande lume, quanta la larghezza +di questa rosa ne lestreme foglie! + +La vista mia ne lampio e ne laltezza +non si smarriva, ma tutto prendeva +il quanto e l quale di quella allegrezza. + +Presso e lontano, l, n pon n leva: +ch dove Dio sanza mezzo governa, +la legge natural nulla rileva. + +Nel giallo de la rosa sempiterna, +che si digrada e dilata e redole +odor di lode al sol che sempre verna, + +qual colui che tace e dicer vole, +mi trasse Batrice, e disse: Mira +quanto l convento de le bianche stole! + +Vedi nostra citt quant ella gira; +vedi li nostri scanni s ripieni, +che poca gente pi ci si disira. + +E n quel gran seggio a che tu li occhi tieni +per la corona che gi v s posta, +prima che tu a queste nozze ceni, + +seder lalma, che fia gi agosta, +de lalto Arrigo, cha drizzare Italia +verr in prima chella sia disposta. + +La cieca cupidigia che vammalia +simili fatti vha al fantolino +che muor per fame e caccia via la balia. + +E fia prefetto nel foro divino +allora tal, che palese e coverto +non ander con lui per un cammino. + +Ma poco poi sar da Dio sofferto +nel santo officio; chel sar detruso +l dove Simon mago per suo merto, + +e far quel dAlagna intrar pi giuso. + + + +Paradiso Canto XXXI + + +In forma dunque di candida rosa +mi si mostrava la milizia santa +che nel suo sangue Cristo fece sposa; + +ma laltra, che volando vede e canta +la gloria di colui che la nnamora +e la bont che la fece cotanta, + +s come schiera dape che sinfiora +una fata e una si ritorna +l dove suo laboro sinsapora, + +nel gran fior discendeva che saddorna +di tante foglie, e quindi risaliva +l dove l so amor sempre soggiorna. + +Le facce tutte avean di fiamma viva +e lali doro, e laltro tanto bianco, +che nulla neve a quel termine arriva. + +Quando scendean nel fior, di banco in banco +porgevan de la pace e de lardore +chelli acquistavan ventilando il fianco. + +N linterporsi tra l disopra e l fiore +di tanta moltitudine volante +impediva la vista e lo splendore: + +ch la luce divina penetrante +per luniverso secondo ch degno, +s che nulla le puote essere ostante. + +Questo sicuro e gaudoso regno, +frequente in gente antica e in novella, +viso e amore avea tutto ad un segno. + +O trina luce che n unica stella +scintillando a lor vista, s li appaga! +guarda qua giuso a la nostra procella! + +Se i barbari, venendo da tal plaga +che ciascun giorno dElice si cuopra, +rotante col suo figlio ond ella vaga, + +veggendo Roma e larda sua opra, +stupefaciensi, quando Laterano +a le cose mortali and di sopra; + +o, che al divino da lumano, +a letterno dal tempo era venuto, +e di Fiorenza in popol giusto e sano, + +di che stupor dovea esser compiuto! +Certo tra esso e l gaudio mi facea +libito non udire e starmi muto. + +E quasi peregrin che si ricrea +nel tempio del suo voto riguardando, +e spera gi ridir com ello stea, + +su per la viva luce passeggiando, +menava o li occhi per li gradi, +mo s, mo gi e mo recirculando. + +Veda visi a carit sadi, +daltrui lume fregiati e di suo riso, +e atti ornati di tutte onestadi. + +La forma general di paradiso +gi tutta mo sguardo avea compresa, +in nulla parte ancor fermato fiso; + +e volgeami con voglia raccesa +per domandar la mia donna di cose +di che la mente mia era sospesa. + +Uno intenda, e altro mi rispuose: +credea veder Beatrice e vidi un sene +vestito con le genti glorose. + +Diffuso era per li occhi e per le gene +di benigna letizia, in atto pio +quale a tenero padre si convene. + +E Ov ella?, sbito diss io. +Ond elli: A terminar lo tuo disiro +mosse Beatrice me del loco mio; + +e se riguardi s nel terzo giro +dal sommo grado, tu la rivedrai +nel trono che suoi merti le sortiro. + +Sanza risponder, li occhi s levai, +e vidi lei che si facea corona +reflettendo da s li etterni rai. + +Da quella regon che pi s tona +occhio mortale alcun tanto non dista, +qualunque in mare pi gi sabbandona, + +quanto l da Beatrice la mia vista; +ma nulla mi facea, ch sa effige +non discenda a me per mezzo mista. + +O donna in cui la mia speranza vige, +e che soffristi per la mia salute +in inferno lasciar le tue vestige, + +di tante cose quant i ho vedute, +dal tuo podere e da la tua bontate +riconosco la grazia e la virtute. + +Tu mhai di servo tratto a libertate +per tutte quelle vie, per tutt i modi +che di ci fare avei la potestate. + +La tua magnificenza in me custodi, +s che lanima mia, che fatt hai sana, +piacente a te dal corpo si disnodi. + +Cos orai; e quella, s lontana +come parea, sorrise e riguardommi; +poi si torn a letterna fontana. + +E l santo sene: Acci che tu assommi +perfettamente, disse, il tuo cammino, +a che priego e amor santo mandommi, + +vola con li occhi per questo giardino; +ch veder lui tacconcer lo sguardo +pi al montar per lo raggio divino. + +E la regina del cielo, ond o ardo +tutto damor, ne far ogne grazia, +per chi sono il suo fedel Bernardo. + +Qual colui che forse di Croazia +viene a veder la Veronica nostra, +che per lantica fame non sen sazia, + +ma dice nel pensier, fin che si mostra: +Segnor mio Ies Cristo, Dio verace, +or fu s fatta la sembianza vostra?; + +tal era io mirando la vivace +carit di colui che n questo mondo, +contemplando, gust di quella pace. + +Figliuol di grazia, quest esser giocondo, +cominci elli, non ti sar noto, +tenendo li occhi pur qua gi al fondo; + +ma guarda i cerchi infino al pi remoto, +tanto che veggi seder la regina +cui questo regno suddito e devoto. + +Io levai li occhi; e come da mattina +la parte orental de lorizzonte +soverchia quella dove l sol declina, + +cos, quasi di valle andando a monte +con li occhi, vidi parte ne lo stremo +vincer di lume tutta laltra fronte. + +E come quivi ove saspetta il temo +che mal guid Fetonte, pi sinfiamma, +e quinci e quindi il lume si fa scemo, + +cos quella pacifica oriafiamma +nel mezzo savvivava, e dogne parte +per igual modo allentava la fiamma; + +e a quel mezzo, con le penne sparte, +vid io pi di mille angeli festanti, +ciascun distinto di fulgore e darte. + +Vidi a lor giochi quivi e a lor canti +ridere una bellezza, che letizia +era ne li occhi a tutti li altri santi; + +e sio avessi in dir tanta divizia +quanta ad imaginar, non ardirei +lo minimo tentar di sua delizia. + +Bernardo, come vide li occhi miei +nel caldo suo caler fissi e attenti, +li suoi con tanto affetto volse a lei, + +che miei di rimirar f pi ardenti. + + + +Paradiso Canto XXXII + + +Affetto al suo piacer, quel contemplante +libero officio di dottore assunse, +e cominci queste parole sante: + +La piaga che Maria richiuse e unse, +quella ch tanto bella da suoi piedi + colei che laperse e che la punse. + +Ne lordine che fanno i terzi sedi, +siede Rachel di sotto da costei +con Batrice, s come tu vedi. + +Sarra e Rebecca, Iudt e colei +che fu bisava al cantor che per doglia +del fallo disse Miserere mei, + +puoi tu veder cos di soglia in soglia +gi digradar, com io cha proprio nome +vo per la rosa gi di foglia in foglia. + +E dal settimo grado in gi, s come +infino ad esso, succedono Ebree, +dirimendo del fior tutte le chiome; + +perch, secondo lo sguardo che fe +la fede in Cristo, queste sono il muro +a che si parton le sacre scalee. + +Da questa parte onde l fiore maturo +di tutte le sue foglie, sono assisi +quei che credettero in Cristo venturo; + +da laltra parte onde sono intercisi +di vti i semicirculi, si stanno +quei cha Cristo venuto ebber li visi. + +E come quinci il gloroso scanno +de la donna del cielo e li altri scanni +di sotto lui cotanta cerna fanno, + +cos di contra quel del gran Giovanni, +che sempre santo l diserto e l martiro +sofferse, e poi linferno da due anni; + +e sotto lui cos cerner sortiro +Francesco, Benedetto e Augustino +e altri fin qua gi di giro in giro. + +Or mira lalto proveder divino: +ch luno e laltro aspetto de la fede +igualmente empier questo giardino. + +E sappi che dal grado in gi che fiede +a mezzo il tratto le due discrezioni, +per nullo proprio merito si siede, + +ma per laltrui, con certe condizioni: +ch tutti questi son spiriti ascolti +prima chavesser vere elezoni. + +Ben te ne puoi accorger per li volti +e anche per le voci perili, +se tu li guardi bene e se li ascolti. + +Or dubbi tu e dubitando sili; +ma io discioglier l forte legame +in che ti stringon li pensier sottili. + +Dentro a lampiezza di questo reame +casal punto non puote aver sito, +se non come tristizia o sete o fame: + +ch per etterna legge stabilito +quantunque vedi, s che giustamente +ci si risponde da lanello al dito; + +e per questa festinata gente +a vera vita non sine causa +intra s qui pi e meno eccellente. + +Lo rege per cui questo regno pausa +in tanto amore e in tanto diletto, +che nulla volont di pi ausa, + +le menti tutte nel suo lieto aspetto +creando, a suo piacer di grazia dota +diversamente; e qui basti leffetto. + +E ci espresso e chiaro vi si nota +ne la Scrittura santa in quei gemelli +che ne la madre ebber lira commota. + +Per, secondo il color di capelli, +di cotal grazia laltissimo lume +degnamente convien che sincappelli. + +Dunque, sanza merc di lor costume, +locati son per gradi differenti, +sol differendo nel primiero acume. + +Bastavasi ne secoli recenti +con linnocenza, per aver salute, +solamente la fede di parenti; + +poi che le prime etadi fuor compiute, +convenne ai maschi a linnocenti penne +per circuncidere acquistar virtute; + +ma poi che l tempo de la grazia venne, +sanza battesmo perfetto di Cristo +tale innocenza l gi si ritenne. + +Riguarda omai ne la faccia che a Cristo +pi si somiglia, ch la sua chiarezza +sola ti pu disporre a veder Cristo. + +Io vidi sopra lei tanta allegrezza +piover, portata ne le menti sante +create a trasvolar per quella altezza, + +che quantunque io avea visto davante, +di tanta ammirazion non mi sospese, +n mi mostr di Dio tanto sembiante; + +e quello amor che primo l discese, +cantando Ave, Maria, grata plena, +dinanzi a lei le sue ali distese. + +Rispuose a la divina cantilena +da tutte parti la beata corte, +s chogne vista sen f pi serena. + +O santo padre, che per me comporte +lesser qua gi, lasciando il dolce loco +nel qual tu siedi per etterna sorte, + +qual quell angel che con tanto gioco +guarda ne li occhi la nostra regina, +innamorato s che par di foco?. + +Cos ricorsi ancora a la dottrina +di colui chabbelliva di Maria, +come del sole stella mattutina. + +Ed elli a me: Baldezza e leggiadria +quant esser puote in angelo e in alma, +tutta in lui; e s volem che sia, + +perch elli quelli che port la palma +giuso a Maria, quando l Figliuol di Dio +carcar si volse de la nostra salma. + +Ma vieni omai con li occhi s com io +andr parlando, e nota i gran patrici +di questo imperio giustissimo e pio. + +Quei due che seggon l s pi felici +per esser propinquissimi ad Agusta, +son desta rosa quasi due radici: + +colui che da sinistra le saggiusta + il padre per lo cui ardito gusto +lumana specie tanto amaro gusta; + +dal destro vedi quel padre vetusto +di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi +raccomand di questo fior venusto. + +E quei che vide tutti i tempi gravi, +pria che morisse, de la bella sposa +che sacquist con la lancia e coi clavi, + +siede lungh esso, e lungo laltro posa +quel duca sotto cui visse di manna +la gente ingrata, mobile e retrosa. + +Di contr a Pietro vedi sedere Anna, +tanto contenta di mirar sua figlia, +che non move occhio per cantare osanna; + +e contro al maggior padre di famiglia +siede Lucia, che mosse la tua donna +quando chinavi, a rovinar, le ciglia. + +Ma perch l tempo fugge che tassonna, +qui farem punto, come buon sartore +che com elli ha del panno fa la gonna; + +e drizzeremo li occhi al primo amore, +s che, guardando verso lui, pentri +quant possibil per lo suo fulgore. + +Veramente, ne forse tu tarretri +movendo lali tue, credendo oltrarti, +orando grazia conven che simpetri + +grazia da quella che puote aiutarti; +e tu mi seguirai con laffezione, +s che dal dicer mio lo cor non parti. + +E cominci questa santa orazione: + + + +Paradiso Canto XXXIII + + +Vergine Madre, figlia del tuo figlio, +umile e alta pi che creatura, +termine fisso detterno consiglio, + +tu se colei che lumana natura +nobilitasti s, che l suo fattore +non disdegn di farsi sua fattura. + +Nel ventre tuo si raccese lamore, +per lo cui caldo ne letterna pace +cos germinato questo fiore. + +Qui se a noi meridana face +di caritate, e giuso, intra mortali, +se di speranza fontana vivace. + +Donna, se tanto grande e tanto vali, +che qual vuol grazia e a te non ricorre, +sua disanza vuol volar sanz ali. + +La tua benignit non pur soccorre +a chi domanda, ma molte fate +liberamente al dimandar precorre. + +In te misericordia, in te pietate, +in te magnificenza, in te saduna +quantunque in creatura di bontate. + +Or questi, che da linfima lacuna +de luniverso infin qui ha vedute +le vite spiritali ad una ad una, + +supplica a te, per grazia, di virtute +tanto, che possa con li occhi levarsi +pi alto verso lultima salute. + +E io, che mai per mio veder non arsi +pi chi fo per lo suo, tutti miei prieghi +ti porgo, e priego che non sieno scarsi, + +perch tu ogne nube li disleghi +di sua mortalit co prieghi tuoi, +s che l sommo piacer li si dispieghi. + +Ancor ti priego, regina, che puoi +ci che tu vuoli, che conservi sani, +dopo tanto veder, li affetti suoi. + +Vinca tua guardia i movimenti umani: +vedi Beatrice con quanti beati +per li miei prieghi ti chiudon le mani!. + +Li occhi da Dio diletti e venerati, +fissi ne lorator, ne dimostraro +quanto i devoti prieghi le son grati; + +indi a letterno lume saddrizzaro, +nel qual non si dee creder che sinvii +per creatura locchio tanto chiaro. + +E io chal fine di tutt i disii +appropinquava, s com io dovea, +lardor del desiderio in me finii. + +Bernardo maccennava, e sorridea, +perch io guardassi suso; ma io era +gi per me stesso tal qual ei volea: + +ch la mia vista, venendo sincera, +e pi e pi intrava per lo raggio +de lalta luce che da s vera. + +Da quinci innanzi il mio veder fu maggio +che l parlar mostra, cha tal vista cede, +e cede la memoria a tanto oltraggio. + +Qual coli che sognando vede, +che dopo l sogno la passione impressa +rimane, e laltro a la mente non riede, + +cotal son io, ch quasi tutta cessa +mia visone, e ancor mi distilla +nel core il dolce che nacque da essa. + +Cos la neve al sol si disigilla; +cos al vento ne le foglie levi +si perdea la sentenza di Sibilla. + +O somma luce che tanto ti levi +da concetti mortali, a la mia mente +ripresta un poco di quel che parevi, + +e fa la lingua mia tanto possente, +chuna favilla sol de la tua gloria +possa lasciare a la futura gente; + +ch, per tornare alquanto a mia memoria +e per sonare un poco in questi versi, +pi si conceper di tua vittoria. + +Io credo, per lacume chio soffersi +del vivo raggio, chi sarei smarrito, +se li occhi miei da lui fossero aversi. + +E mi ricorda chio fui pi ardito +per questo a sostener, tanto chi giunsi +laspetto mio col valore infinito. + +Oh abbondante grazia ond io presunsi +ficcar lo viso per la luce etterna, +tanto che la veduta vi consunsi! + +Nel suo profondo vidi che sinterna, +legato con amore in un volume, +ci che per luniverso si squaderna: + +sustanze e accidenti e lor costume +quasi conflati insieme, per tal modo +che ci chi dico un semplice lume. + +La forma universal di questo nodo +credo chi vidi, perch pi di largo, +dicendo questo, mi sento chi godo. + +Un punto solo m maggior letargo +che venticinque secoli a la mpresa +che f Nettuno ammirar lombra dArgo. + +Cos la mente mia, tutta sospesa, +mirava fissa, immobile e attenta, +e sempre di mirar faceasi accesa. + +A quella luce cotal si diventa, +che volgersi da lei per altro aspetto + impossibil che mai si consenta; + +per che l ben, ch del volere obietto, +tutto saccoglie in lei, e fuor di quella + defettivo ci ch l perfetto. + +Omai sar pi corta mia favella, +pur a quel chio ricordo, che dun fante +che bagni ancor la lingua a la mammella. + +Non perch pi chun semplice sembiante +fosse nel vivo lume chio mirava, +che tal sempre qual sera davante; + +ma per la vista che savvalorava +in me guardando, una sola parvenza, +mutandom io, a me si travagliava. + +Ne la profonda e chiara sussistenza +de lalto lume parvermi tre giri +di tre colori e duna contenenza; + +e lun da laltro come iri da iri +parea reflesso, e l terzo parea foco +che quinci e quindi igualmente si spiri. + +Oh quanto corto il dire e come fioco +al mio concetto! e questo, a quel chi vidi, + tanto, che non basta a dicer poco. + +O luce etterna che sola in te sidi, +sola tintendi, e da te intelletta +e intendente te ami e arridi! + +Quella circulazion che s concetta +pareva in te come lume reflesso, +da li occhi miei alquanto circunspetta, + +dentro da s, del suo colore stesso, +mi parve pinta de la nostra effige: +per che l mio viso in lei tutto era messo. + +Qual l geomtra che tutto saffige +per misurar lo cerchio, e non ritrova, +pensando, quel principio ond elli indige, + +tal era io a quella vista nova: +veder voleva come si convenne +limago al cerchio e come vi sindova; + +ma non eran da ci le proprie penne: +se non che la mia mente fu percossa +da un fulgore in che sua voglia venne. + +A lalta fantasia qui manc possa; +ma gi volgeva il mio disio e l velle, +s come rota chigualmente mossa, + +lamor che move il sole e laltre stelle. + + + + +- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + +TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI +TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + = a grave + = e grave + = i grave + = o grave + = u grave + + = e acute + = o acute + + = a uml + = e uml + = i uml + = o uml + = u uml + + = E grave + = E uml + = I uml + + = left angle quotation mark + = right angle quotation mark + + = left double quotation mark + = right double quotation mark + + = left single quotation mark + = right single quotation mark + + = em dash + + = middot + +. . . = ellipsis + + + + + +End of The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante" +In Italian with accents [8-bit text] + diff --git a/old/old/0ddc809a.zip b/old/old/0ddc809a.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..9f4100c --- /dev/null +++ b/old/old/0ddc809a.zip diff --git a/old/old/0ddcd09.txt b/old/old/0ddcd09.txt new file mode 100644 index 0000000..ba7774f --- /dev/null +++ b/old/old/0ddcd09.txt @@ -0,0 +1,20063 @@ +*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante*****" +In Italian with no accents[7-bit text] +Please see my notes about various versions beneath this header. + +Copyright laws are changing all over the world, be sure to check +the copyright laws for your country before posting these files!! + +Please take a look at the important information in this header. +We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an +electronic path open for the next readers. Do not remove this. + + +**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts** + +**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971** + +*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations* + +Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and +further information is included below. We need your donations. + + +Divina Commedia di Dante + +by Dante Alighieri + +August, 1997 [Etext #1000] + + +*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante*****" +*****This file should be named 0ddcd09.txt or 0ddcd09.zip***** + +Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 0ddcd10.txt. +VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 0ddcd10a.txt. + +We are now trying to release all our books one month in advance +of the official release dates, for time for better editing. + +Please note: neither this list nor its contents are final till +midnight of the last day of the month of any such announcement. +The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at +Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A +preliminary version may often be posted for suggestion, comment +and editing by those who wish to do so. To be sure you have an +up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes +in the first week of the next month. Since our ftp program has +a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a +look at the file size will have to do, but we will try to see a +new copy has at least one byte more or less. + + +Information about Project Gutenberg (one page) + +We produce about two million dollars for each hour we work. The +fifty hours is one conservative estimate for how long it we take +to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright +searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This +projected audience is one hundred million readers. If our value +per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2 +million dollars per hour this year as we release thirty-two text +files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800. +If these reach just 10% of the computerized population, then the +total should reach 80 billion Etexts. + +The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext +Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion] +This is ten thousand titles each to one hundred million readers, +which is only 10% of the present number of computer users. 2001 +should have at least twice as many computer users as that, so it +will require us reaching less than 5% of the users in 2001. + + +We need your donations more than ever! + + +All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are +tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie- +Mellon University). + +For these and other matters, please mail to: + +Project Gutenberg +P. O. Box 2782 +Champaign, IL 61825 + +When all other email fails try our Executive Director: +Michael S. Hart <hart@pobox.com> + +We would prefer to send you this information by email +(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail). + +****** +If you have an FTP program (or emulator), please +FTP directly to the Project Gutenberg archives: +[Mac users, do NOT point and click. . .type] + +ftp uiarchive.cso.uiuc.edu +login: anonymous +password: your@login +cd etext/etext90 through /etext96 +or cd etext/articles [get suggest gut for more information] +dir [to see files] +get or mget [to get files. . .set bin for zip files] +GET INDEX?00.GUT +for a list of books +and +GET NEW GUT for general information +and +MGET GUT* for newsletters. + +**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor** +(Three Pages) + + +***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START*** +Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers. +They tell us you might sue us if there is something wrong with +your copy of this etext, even if you got it for free from +someone other than us, and even if what's wrong is not our +fault. So, among other things, this "Small Print!" statement +disclaims most of our liability to you. It also tells you how +you can distribute copies of this etext if you want to. + +*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT +By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm +etext, you indicate that you understand, agree to and accept +this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive +a refund of the money (if any) you paid for this etext by +sending a request within 30 days of receiving it to the person +you got it from. If you received this etext on a physical +medium (such as a disk), you must return it with your request. + +ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS +This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG- +tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor +Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at +Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other +things, this means that no one owns a United States copyright +on or for this work, so the Project (and you!) can copy and +distribute it in the United States without permission and +without paying copyright royalties. Special rules, set forth +below, apply if you wish to copy and distribute this etext +under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark. + +To create these etexts, the Project expends considerable +efforts to identify, transcribe and proofread public domain +works. Despite these efforts, the Project's etexts and any +medium they may be on may contain "Defects". Among other +things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or +corrupt data, transcription errors, a copyright or other +intellectual property infringement, a defective or damaged +disk or other etext medium, a computer virus, or computer +codes that damage or cannot be read by your equipment. + +LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES +But for the "Right of Replacement or Refund" described below, +[1] the Project (and any other party you may receive this +etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all +liability to you for damages, costs and expenses, including +legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR +UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT, +INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE +OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE +POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES. + +If you discover a Defect in this etext within 90 days of +receiving it, you can receive a refund of the money (if any) +you paid for it by sending an explanatory note within that +time to the person you received it from. If you received it +on a physical medium, you must return it with your note, and +such person may choose to alternatively give you a replacement +copy. If you received it electronically, such person may +choose to alternatively give you a second opportunity to +receive it electronically. + +THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER +WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS +TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT +LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A +PARTICULAR PURPOSE. + +Some states do not allow disclaimers of implied warranties or +the exclusion or limitation of consequential damages, so the +above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you +may have other legal rights. + +INDEMNITY +You will indemnify and hold the Project, its directors, +officers, members and agents harmless from all liability, cost +and expense, including legal fees, that arise directly or +indirectly from any of the following that you do or cause: +[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification, +or addition to the etext, or [3] any Defect. + +DISTRIBUTION UNDER "PROJECT GUTENBERG-tm" +You may distribute copies of this etext electronically, or by +disk, book or any other medium if you either delete this +"Small Print!" and all other references to Project Gutenberg, +or: + +[1] Only give exact copies of it. Among other things, this + requires that you do not remove, alter or modify the + etext or this "small print!" statement. You may however, + if you wish, distribute this etext in machine readable + binary, compressed, mark-up, or proprietary form, + including any form resulting from conversion by word pro- + cessing or hypertext software, but only so long as + *EITHER*: + + [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and + does *not* contain characters other than those + intended by the author of the work, although tilde + (~), asterisk (*) and underline (_) characters may + be used to convey punctuation intended by the + author, and additional characters may be used to + indicate hypertext links; OR + + [*] The etext may be readily converted by the reader at + no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent + form by the program that displays the etext (as is + the case, for instance, with most word processors); + OR + + [*] You provide, or agree to also provide on request at + no additional cost, fee or expense, a copy of the + etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC + or other equivalent proprietary form). + +[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this + "Small Print!" statement. + +[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the + net profits you derive calculated using the method you + already use to calculate your applicable taxes. If you + don't derive profits, no royalty is due. Royalties are + payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon + University" within the 60 days following each + date you prepare (or were legally required to prepare) + your annual (or equivalent periodic) tax return. + +WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO? +The Project gratefully accepts contributions in money, time, +scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty +free copyright licenses, and every other sort of contribution +you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg +Association / Carnegie-Mellon University". + +*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END* + + + + + +Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext. +We will be presenting this work in a wide variety of formats, in +both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary +and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents. + +WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES! + +Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I +think we may have enough proofers for a first run at the Cary. + +We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997 + +Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.* + +Also because they are so preliminary, I have not placed the names +of the person working on the files in them, as I take my complete +repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit +will be completely given when we have the final version ready. + +Michael S. Hart +July 31, 1997 + +The Italian files with no accents appear as follows: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000 +Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998 +Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997 + +followed by: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012 +Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010 +Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009 + +and + +H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008 +H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007 +H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006 +H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005 + +and + +Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004 +Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003 +Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002 +Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001 + +in what I hope will be a timely manner. + +Thank you so much for your cooperation and your patience. +This will be a LONG month of preparation. + +Michael S. Hart +[hart@pobox.com] +Project Gutenberg +Executive Director + + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + + +DI DANTE ALIGHIERI + + + + + +Incipit Comoedia Dantis Alagherii, +Florentini natione, non moribus. + + +La Divina Commedia +di Dante Alighieri + + + + +INFERNO + + + +Inferno: Canto I + + +Nel mezzo del cammin di nostra vita + mi ritrovai per una selva oscura + che' la diritta via era smarrita. + +Ahi quanto a dir qual era e` cosa dura + esta selva selvaggia e aspra e forte + che nel pensier rinova la paura! + +Tant'e` amara che poco e` piu` morte; + ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, + diro` de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. + +Io non so ben ridir com'i' v'intrai, + tant'era pien di sonno a quel punto + che la verace via abbandonai. + +Ma poi ch'i' fui al pie` d'un colle giunto, + la` dove terminava quella valle + che m'avea di paura il cor compunto, + +guardai in alto, e vidi le sue spalle + vestite gia` de' raggi del pianeta + che mena dritto altrui per ogne calle. + +Allor fu la paura un poco queta + che nel lago del cor m'era durata + la notte ch'i' passai con tanta pieta. + +E come quei che con lena affannata + uscito fuor del pelago a la riva + si volge a l'acqua perigliosa e guata, + +cosi` l'animo mio, ch'ancor fuggiva, + si volse a retro a rimirar lo passo + che non lascio` gia` mai persona viva. + +Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso, + ripresi via per la piaggia diserta, + si` che 'l pie` fermo sempre era 'l piu` basso. + +Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta, + una lonza leggera e presta molto, + che di pel macolato era coverta; + +e non mi si partia dinanzi al volto, + anzi 'mpediva tanto il mio cammino, + ch'i' fui per ritornar piu` volte volto. + +Temp'era dal principio del mattino, + e 'l sol montava 'n su` con quelle stelle + ch'eran con lui quando l'amor divino + +mosse di prima quelle cose belle; + si` ch'a bene sperar m'era cagione + di quella fiera a la gaetta pelle + +l'ora del tempo e la dolce stagione; + ma non si` che paura non mi desse + la vista che m'apparve d'un leone. + +Questi parea che contra me venisse + con la test'alta e con rabbiosa fame, + si` che parea che l'aere ne tremesse. + +Ed una lupa, che di tutte brame + sembiava carca ne la sua magrezza, + e molte genti fe' gia` viver grame, + +questa mi porse tanto di gravezza + con la paura ch'uscia di sua vista, + ch'io perdei la speranza de l'altezza. + +E qual e` quei che volontieri acquista, + e giugne 'l tempo che perder lo face, + che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista; + +tal mi fece la bestia sanza pace, + che, venendomi 'ncontro, a poco a poco + mi ripigneva la` dove 'l sol tace. + +Mentre ch'i' rovinava in basso loco, + dinanzi a li occhi mi si fu offerto + chi per lungo silenzio parea fioco. + +Quando vidi costui nel gran diserto, + <<Miserere di me>>, gridai a lui, + <<qual che tu sii, od ombra od omo certo!>>. + +Rispuosemi: <<Non omo, omo gia` fui, + e li parenti miei furon lombardi, + mantoani per patria ambedui. + +Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, + e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto + nel tempo de li dei falsi e bugiardi. + +Poeta fui, e cantai di quel giusto + figliuol d'Anchise che venne di Troia, + poi che 'l superbo Ilion fu combusto. + +Ma tu perche' ritorni a tanta noia? + perche' non sali il dilettoso monte + ch'e` principio e cagion di tutta gioia?>>. + +<<Or se' tu quel Virgilio e quella fonte + che spandi di parlar si` largo fiume?>>, + rispuos'io lui con vergognosa fronte. + +<<O de li altri poeti onore e lume + vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore + che m'ha fatto cercar lo tuo volume. + +Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore; + tu se' solo colui da cu' io tolsi + lo bello stilo che m'ha fatto onore. + +Vedi la bestia per cu' io mi volsi: + aiutami da lei, famoso saggio, + ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi>>. + +<<A te convien tenere altro viaggio>>, + rispuose poi che lagrimar mi vide, + <<se vuo' campar d'esto loco selvaggio: + +che' questa bestia, per la qual tu gride, + non lascia altrui passar per la sua via, + ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide; + +e ha natura si` malvagia e ria, + che mai non empie la bramosa voglia, + e dopo 'l pasto ha piu` fame che pria. + +Molti son li animali a cui s'ammoglia, + e piu` saranno ancora, infin che 'l veltro + verra`, che la fara` morir con doglia. + +Questi non cibera` terra ne' peltro, + ma sapienza, amore e virtute, + e sua nazion sara` tra feltro e feltro. + +Di quella umile Italia fia salute + per cui mori` la vergine Cammilla, + Eurialo e Turno e Niso di ferute. + +Questi la caccera` per ogne villa, + fin che l'avra` rimessa ne lo 'nferno, + la` onde 'nvidia prima dipartilla. + +Ond'io per lo tuo me' penso e discerno + che tu mi segui, e io saro` tua guida, + e trarrotti di qui per loco etterno, + +ove udirai le disperate strida, + vedrai li antichi spiriti dolenti, + ch'a la seconda morte ciascun grida; + +e vederai color che son contenti + nel foco, perche' speran di venire + quando che sia a le beate genti. + +A le quai poi se tu vorrai salire, + anima fia a cio` piu` di me degna: + con lei ti lascero` nel mio partire; + +che' quello imperador che la` su` regna, + perch'i' fu' ribellante a la sua legge, + non vuol che 'n sua citta` per me si vegna. + +In tutte parti impera e quivi regge; + quivi e` la sua citta` e l'alto seggio: + oh felice colui cu' ivi elegge!>>. + +E io a lui: <<Poeta, io ti richeggio + per quello Dio che tu non conoscesti, + accio` ch'io fugga questo male e peggio, + +che tu mi meni la` dov'or dicesti, + si` ch'io veggia la porta di san Pietro + e color cui tu fai cotanto mesti>>. + +Allor si mosse, e io li tenni dietro. + + + +Inferno: Canto II + + +Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno + toglieva li animai che sono in terra + da le fatiche loro; e io sol uno + +m'apparecchiava a sostener la guerra + si` del cammino e si` de la pietate, + che ritrarra` la mente che non erra. + +O muse, o alto ingegno, or m'aiutate; + o mente che scrivesti cio` ch'io vidi, + qui si parra` la tua nobilitate. + +Io cominciai: <<Poeta che mi guidi, + guarda la mia virtu` s'ell'e` possente, + prima ch'a l'alto passo tu mi fidi. + +Tu dici che di Silvio il parente, + corruttibile ancora, ad immortale + secolo ando`, e fu sensibilmente. + +Pero`, se l'avversario d'ogne male + cortese i fu, pensando l'alto effetto + ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale, + +non pare indegno ad omo d'intelletto; + ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero + ne l'empireo ciel per padre eletto: + +la quale e 'l quale, a voler dir lo vero, + fu stabilita per lo loco santo + u' siede il successor del maggior Piero. + +Per quest'andata onde li dai tu vanto, + intese cose che furon cagione + di sua vittoria e del papale ammanto. + +Andovvi poi lo Vas d'elezione, + per recarne conforto a quella fede + ch'e` principio a la via di salvazione. + +Ma io perche' venirvi? o chi 'l concede? + Io non Enea, io non Paulo sono: + me degno a cio` ne' io ne' altri 'l crede. + +Per che, se del venire io m'abbandono, + temo che la venuta non sia folle. + Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono>>. + +E qual e` quei che disvuol cio` che volle + e per novi pensier cangia proposta, + si` che dal cominciar tutto si tolle, + +tal mi fec'io 'n quella oscura costa, + perche', pensando, consumai la 'mpresa + che fu nel cominciar cotanto tosta. + +<<S'i' ho ben la parola tua intesa>>, + rispuose del magnanimo quell'ombra; + <<l'anima tua e` da viltade offesa; + +la qual molte fiate l'omo ingombra + si` che d'onrata impresa lo rivolve, + come falso veder bestia quand'ombra. + +Da questa tema accio` che tu ti solve, + dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi + nel primo punto che di te mi dolve. + +Io era tra color che son sospesi, + e donna mi chiamo` beata e bella, + tal che di comandare io la richiesi. + +Lucevan li occhi suoi piu` che la stella; + e cominciommi a dir soave e piana, + con angelica voce, in sua favella: + +"O anima cortese mantoana, + di cui la fama ancor nel mondo dura, + e durera` quanto 'l mondo lontana, + +l'amico mio, e non de la ventura, + ne la diserta piaggia e` impedito + si` nel cammin, che volt'e` per paura; + +e temo che non sia gia` si` smarrito, + ch'io mi sia tardi al soccorso levata, + per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito. + +Or movi, e con la tua parola ornata + e con cio` c'ha mestieri al suo campare + l'aiuta, si` ch'i' ne sia consolata. + +I' son Beatrice che ti faccio andare; + vegno del loco ove tornar disio; + amor mi mosse, che mi fa parlare. + +Quando saro` dinanzi al segnor mio, + di te mi lodero` sovente a lui". + Tacette allora, e poi comincia' io: + +"O donna di virtu`, sola per cui + l'umana spezie eccede ogne contento + di quel ciel c'ha minor li cerchi sui, + +tanto m'aggrada il tuo comandamento, + che l'ubidir, se gia` fosse, m'e` tardi; + piu` non t'e` uo' ch'aprirmi il tuo talento. + +Ma dimmi la cagion che non ti guardi + de lo scender qua giuso in questo centro + de l'ampio loco ove tornar tu ardi". + +"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro, + dirotti brievemente", mi rispuose, + "perch'io non temo di venir qua entro. + +Temer si dee di sole quelle cose + c'hanno potenza di fare altrui male; + de l'altre no, che' non son paurose. + +I' son fatta da Dio, sua merce', tale, + che la vostra miseria non mi tange, + ne' fiamma d'esto incendio non m'assale. + +Donna e` gentil nel ciel che si compiange + di questo 'mpedimento ov'io ti mando, + si` che duro giudicio la` su` frange. + +Questa chiese Lucia in suo dimando + e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele + di te, e io a te lo raccomando -. + +Lucia, nimica di ciascun crudele, + si mosse, e venne al loco dov'i' era, + che mi sedea con l'antica Rachele. + +Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, + che' non soccorri quei che t'amo` tanto, + ch'usci` per te de la volgare schiera? + +non odi tu la pieta del suo pianto? + non vedi tu la morte che 'l combatte + su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -. + +Al mondo non fur mai persone ratte + a far lor pro o a fuggir lor danno, + com'io, dopo cotai parole fatte, + +venni qua giu` del mio beato scanno, + fidandomi del tuo parlare onesto, + ch'onora te e quei ch'udito l'hanno". + +Poscia che m'ebbe ragionato questo, + li occhi lucenti lagrimando volse; + per che mi fece del venir piu` presto; + +e venni a te cosi` com'ella volse; + d'inanzi a quella fiera ti levai + che del bel monte il corto andar ti tolse. + +Dunque: che e`? perche', perche' restai? + perche' tanta vilta` nel core allette? + perche' ardire e franchezza non hai, + +poscia che tai tre donne benedette + curan di te ne la corte del cielo, + e 'l mio parlar tanto ben ti promette?>>. + +Quali fioretti dal notturno gelo + chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca + si drizzan tutti aperti in loro stelo, + +tal mi fec'io di mia virtude stanca, + e tanto buono ardire al cor mi corse, + ch'i' cominciai come persona franca: + +<<Oh pietosa colei che mi soccorse! + e te cortese ch'ubidisti tosto + a le vere parole che ti porse! + +Tu m'hai con disiderio il cor disposto + si` al venir con le parole tue, + ch'i' son tornato nel primo proposto. + +Or va, ch'un sol volere e` d'ambedue: + tu duca, tu segnore, e tu maestro>>. + Cosi` li dissi; e poi che mosso fue, + +intrai per lo cammino alto e silvestro. + + + +Inferno: Canto III + + +Per me si va ne la citta` dolente, + per me si va ne l'etterno dolore, + per me si va tra la perduta gente. + +Giustizia mosse il mio alto fattore: + fecemi la divina podestate, + la somma sapienza e 'l primo amore. + +Dinanzi a me non fuor cose create + se non etterne, e io etterno duro. + Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". + +Queste parole di colore oscuro + vid'io scritte al sommo d'una porta; + per ch'io: <<Maestro, il senso lor m'e` duro>>. + +Ed elli a me, come persona accorta: + <<Qui si convien lasciare ogne sospetto; + ogne vilta` convien che qui sia morta. + +Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto + che tu vedrai le genti dolorose + c'hanno perduto il ben de l'intelletto>>. + +E poi che la sua mano a la mia puose + con lieto volto, ond'io mi confortai, + mi mise dentro a le segrete cose. + +Quivi sospiri, pianti e alti guai + risonavan per l'aere sanza stelle, + per ch'io al cominciar ne lagrimai. + +Diverse lingue, orribili favelle, + parole di dolore, accenti d'ira, + voci alte e fioche, e suon di man con elle + +facevano un tumulto, il qual s'aggira + sempre in quell'aura sanza tempo tinta, + come la rena quando turbo spira. + +E io ch'avea d'error la testa cinta, + dissi: <<Maestro, che e` quel ch'i' odo? + e che gent'e` che par nel duol si` vinta?>>. + +Ed elli a me: <<Questo misero modo + tegnon l'anime triste di coloro + che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. + +Mischiate sono a quel cattivo coro + de li angeli che non furon ribelli + ne' fur fedeli a Dio, ma per se' fuoro. + +Caccianli i ciel per non esser men belli, + ne' lo profondo inferno li riceve, + ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli>>. + +E io: <<Maestro, che e` tanto greve + a lor, che lamentar li fa si` forte?>>. + Rispuose: <<Dicerolti molto breve. + +Questi non hanno speranza di morte + e la lor cieca vita e` tanto bassa, + che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte. + +Fama di loro il mondo esser non lassa; + misericordia e giustizia li sdegna: + non ragioniam di lor, ma guarda e passa>>. + +E io, che riguardai, vidi una 'nsegna + che girando correva tanto ratta, + che d'ogne posa mi parea indegna; + +e dietro le venia si` lunga tratta + di gente, ch'i' non averei creduto + che morte tanta n'avesse disfatta. + +Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, + vidi e conobbi l'ombra di colui + che fece per viltade il gran rifiuto. + +Incontanente intesi e certo fui + che questa era la setta d'i cattivi, + a Dio spiacenti e a' nemici sui. + +Questi sciaurati, che mai non fur vivi, + erano ignudi e stimolati molto + da mosconi e da vespe ch'eran ivi. + +Elle rigavan lor di sangue il volto, + che, mischiato di lagrime, a' lor piedi + da fastidiosi vermi era ricolto. + +E poi ch'a riguardar oltre mi diedi, + vidi genti a la riva d'un gran fiume; + per ch'io dissi: <<Maestro, or mi concedi + +ch'i' sappia quali sono, e qual costume + le fa di trapassar parer si` pronte, + com'io discerno per lo fioco lume>>. + +Ed elli a me: <<Le cose ti fier conte + quando noi fermerem li nostri passi + su la trista riviera d'Acheronte>>. + +Allor con li occhi vergognosi e bassi, + temendo no 'l mio dir li fosse grave, + infino al fiume del parlar mi trassi. + +Ed ecco verso noi venir per nave + un vecchio, bianco per antico pelo, + gridando: <<Guai a voi, anime prave! + +Non isperate mai veder lo cielo: + i' vegno per menarvi a l'altra riva + ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. + +E tu che se' costi`, anima viva, + partiti da cotesti che son morti>>. + Ma poi che vide ch'io non mi partiva, + +disse: <<Per altra via, per altri porti + verrai a piaggia, non qui, per passare: + piu` lieve legno convien che ti porti>>. + +E 'l duca lui: <<Caron, non ti crucciare: + vuolsi cosi` cola` dove si puote + cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>. + +Quinci fuor quete le lanose gote + al nocchier de la livida palude, + che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. + +Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, + cangiar colore e dibattero i denti, + ratto che 'nteser le parole crude. + +Bestemmiavano Dio e lor parenti, + l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme + di lor semenza e di lor nascimenti. + +Poi si ritrasser tutte quante insieme, + forte piangendo, a la riva malvagia + ch'attende ciascun uom che Dio non teme. + +Caron dimonio, con occhi di bragia, + loro accennando, tutte le raccoglie; + batte col remo qualunque s'adagia. + +Come d'autunno si levan le foglie + l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo + vede a la terra tutte le sue spoglie, + +similemente il mal seme d'Adamo + gittansi di quel lito ad una ad una, + per cenni come augel per suo richiamo. + +Cosi` sen vanno su per l'onda bruna, + e avanti che sien di la` discese, + anche di qua nuova schiera s'auna. + +<<Figliuol mio>>, disse 'l maestro cortese, + <<quelli che muoion ne l'ira di Dio + tutti convegnon qui d'ogne paese: + +e pronti sono a trapassar lo rio, + che' la divina giustizia li sprona, + si` che la tema si volve in disio. + +Quinci non passa mai anima buona; + e pero`, se Caron di te si lagna, + ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona>>. + +Finito questo, la buia campagna + tremo` si` forte, che de lo spavento + la mente di sudore ancor mi bagna. + +La terra lagrimosa diede vento, + che baleno` una luce vermiglia + la qual mi vinse ciascun sentimento; + +e caddi come l'uom cui sonno piglia. + + + +Inferno: Canto IV + + +Ruppemi l'alto sonno ne la testa + un greve truono, si` ch'io mi riscossi + come persona ch'e` per forza desta; + +e l'occhio riposato intorno mossi, + dritto levato, e fiso riguardai + per conoscer lo loco dov'io fossi. + +Vero e` che 'n su la proda mi trovai + de la valle d'abisso dolorosa + che 'ntrono accoglie d'infiniti guai. + +Oscura e profonda era e nebulosa + tanto che, per ficcar lo viso a fondo, + io non vi discernea alcuna cosa. + +<<Or discendiam qua giu` nel cieco mondo>>, + comincio` il poeta tutto smorto. + <<Io saro` primo, e tu sarai secondo>>. + +E io, che del color mi fui accorto, + dissi: <<Come verro`, se tu paventi + che suoli al mio dubbiare esser conforto?>>. + +Ed elli a me: <<L'angoscia de le genti + che son qua giu`, nel viso mi dipigne + quella pieta` che tu per tema senti. + +Andiam, che' la via lunga ne sospigne>>. + Cosi` si mise e cosi` mi fe' intrare + nel primo cerchio che l'abisso cigne. + +Quivi, secondo che per ascoltare, + non avea pianto mai che di sospiri, + che l'aura etterna facevan tremare; + +cio` avvenia di duol sanza martiri + ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, + d'infanti e di femmine e di viri. + +Lo buon maestro a me: <<Tu non dimandi + che spiriti son questi che tu vedi? + Or vo' che sappi, innanzi che piu` andi, + +ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi, + non basta, perche' non ebber battesmo, + ch'e` porta de la fede che tu credi; + +e s'e' furon dinanzi al cristianesmo, + non adorar debitamente a Dio: + e di questi cotai son io medesmo. + +Per tai difetti, non per altro rio, + semo perduti, e sol di tanto offesi, + che sanza speme vivemo in disio>>. + +Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi, + pero` che gente di molto valore + conobbi che 'n quel limbo eran sospesi. + +<<Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore>>, + comincia' io per voler esser certo + di quella fede che vince ogne errore: + +<<uscicci mai alcuno, o per suo merto + o per altrui, che poi fosse beato?>>. + E quei che 'ntese il mio parlar coverto, + +rispuose: <<Io era nuovo in questo stato, + quando ci vidi venire un possente, + con segno di vittoria coronato. + +Trasseci l'ombra del primo parente, + d'Abel suo figlio e quella di Noe`, + di Moise` legista e ubidente; + +Abraam patriarca e David re, + Israel con lo padre e co' suoi nati + e con Rachele, per cui tanto fe'; + +e altri molti, e feceli beati. + E vo' che sappi che, dinanzi ad essi, + spiriti umani non eran salvati>>. + +Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi, + ma passavam la selva tuttavia, + la selva, dico, di spiriti spessi. + +Non era lunga ancor la nostra via + di qua dal sonno, quand'io vidi un foco + ch'emisperio di tenebre vincia. + +Di lungi n'eravamo ancora un poco, + ma non si` ch'io non discernessi in parte + ch'orrevol gente possedea quel loco. + +<<O tu ch'onori scienzia e arte, + questi chi son c'hanno cotanta onranza, + che dal modo de li altri li diparte?>>. + +E quelli a me: <<L'onrata nominanza + che di lor suona su` ne la tua vita, + grazia acquista in ciel che si` li avanza>>. + +Intanto voce fu per me udita: + <<Onorate l'altissimo poeta: + l'ombra sua torna, ch'era dipartita>>. + +Poi che la voce fu restata e queta, + vidi quattro grand'ombre a noi venire: + sembianz'avevan ne' trista ne' lieta. + +Lo buon maestro comincio` a dire: + <<Mira colui con quella spada in mano, + che vien dinanzi ai tre si` come sire: + +quelli e` Omero poeta sovrano; + l'altro e` Orazio satiro che vene; + Ovidio e` 'l terzo, e l'ultimo Lucano. + +Pero` che ciascun meco si convene + nel nome che sono` la voce sola, + fannomi onore, e di cio` fanno bene>>. + +Cosi` vid'i' adunar la bella scola + di quel segnor de l'altissimo canto + che sovra li altri com'aquila vola. + +Da ch'ebber ragionato insieme alquanto, + volsersi a me con salutevol cenno, + e 'l mio maestro sorrise di tanto; + +e piu` d'onore ancora assai mi fenno, + ch'e' si` mi fecer de la loro schiera, + si` ch'io fui sesto tra cotanto senno. + +Cosi` andammo infino a la lumera, + parlando cose che 'l tacere e` bello, + si` com'era 'l parlar cola` dov'era. + +Venimmo al pie` d'un nobile castello, + sette volte cerchiato d'alte mura, + difeso intorno d'un bel fiumicello. + +Questo passammo come terra dura; + per sette porte intrai con questi savi: + giugnemmo in prato di fresca verdura. + +Genti v'eran con occhi tardi e gravi, + di grande autorita` ne' lor sembianti: + parlavan rado, con voci soavi. + +Traemmoci cosi` da l'un de' canti, + in loco aperto, luminoso e alto, + si` che veder si potien tutti quanti. + +Cola` diritto, sovra 'l verde smalto, + mi fuor mostrati li spiriti magni, + che del vedere in me stesso m'essalto. + +I' vidi Eletra con molti compagni, + tra ' quai conobbi Ettor ed Enea, + Cesare armato con li occhi grifagni. + +Vidi Cammilla e la Pantasilea; + da l'altra parte, vidi 'l re Latino + che con Lavina sua figlia sedea. + +Vidi quel Bruto che caccio` Tarquino, + Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia; + e solo, in parte, vidi 'l Saladino. + +Poi ch'innalzai un poco piu` le ciglia, + vidi 'l maestro di color che sanno + seder tra filosofica famiglia. + +Tutti lo miran, tutti onor li fanno: + quivi vid'io Socrate e Platone, + che 'nnanzi a li altri piu` presso li stanno; + +Democrito, che 'l mondo a caso pone, + Diogenes, Anassagora e Tale, + Empedocles, Eraclito e Zenone; + +e vidi il buono accoglitor del quale, + Diascoride dico; e vidi Orfeo, + Tulio e Lino e Seneca morale; + +Euclide geometra e Tolomeo, + Ipocrate, Avicenna e Galieno, + Averois, che 'l gran comento feo. + +Io non posso ritrar di tutti a pieno, + pero` che si` mi caccia il lungo tema, + che molte volte al fatto il dir vien meno. + +La sesta compagnia in due si scema: + per altra via mi mena il savio duca, + fuor de la queta, ne l'aura che trema. + +E vegno in parte ove non e` che luca. + + + +Inferno: Canto V + + +Cosi` discesi del cerchio primaio + giu` nel secondo, che men loco cinghia, + e tanto piu` dolor, che punge a guaio. + +Stavvi Minos orribilmente, e ringhia: + essamina le colpe ne l'intrata; + giudica e manda secondo ch'avvinghia. + +Dico che quando l'anima mal nata + li vien dinanzi, tutta si confessa; + e quel conoscitor de le peccata + +vede qual loco d'inferno e` da essa; + cignesi con la coda tante volte + quantunque gradi vuol che giu` sia messa. + +Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; + vanno a vicenda ciascuna al giudizio; + dicono e odono, e poi son giu` volte. + +<<O tu che vieni al doloroso ospizio>>, + disse Minos a me quando mi vide, + lasciando l'atto di cotanto offizio, + +<<guarda com'entri e di cui tu ti fide; + non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!>>. + E 'l duca mio a lui: <<Perche' pur gride? + +Non impedir lo suo fatale andare: + vuolsi cosi` cola` dove si puote + cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>. + +Or incomincian le dolenti note + a farmisi sentire; or son venuto + la` dove molto pianto mi percuote. + +Io venni in loco d'ogne luce muto, + che mugghia come fa mar per tempesta, + se da contrari venti e` combattuto. + +La bufera infernal, che mai non resta, + mena li spirti con la sua rapina; + voltando e percotendo li molesta. + +Quando giungon davanti a la ruina, + quivi le strida, il compianto, il lamento; + bestemmian quivi la virtu` divina. + +Intesi ch'a cosi` fatto tormento + enno dannati i peccator carnali, + che la ragion sommettono al talento. + +E come li stornei ne portan l'ali + nel freddo tempo, a schiera larga e piena, + cosi` quel fiato li spiriti mali + +di qua, di la`, di giu`, di su` li mena; + nulla speranza li conforta mai, + non che di posa, ma di minor pena. + +E come i gru van cantando lor lai, + faccendo in aere di se' lunga riga, + cosi` vid'io venir, traendo guai, + +ombre portate da la detta briga; + per ch'i' dissi: <<Maestro, chi son quelle + genti che l'aura nera si` gastiga?>>. + +<<La prima di color di cui novelle + tu vuo' saper>>, mi disse quelli allotta, + <<fu imperadrice di molte favelle. + +A vizio di lussuria fu si` rotta, + che libito fe' licito in sua legge, + per torre il biasmo in che era condotta. + +Ell'e` Semiramis, di cui si legge + che succedette a Nino e fu sua sposa: + tenne la terra che 'l Soldan corregge. + +L'altra e` colei che s'ancise amorosa, + e ruppe fede al cener di Sicheo; + poi e` Cleopatras lussuriosa. + +Elena vedi, per cui tanto reo + tempo si volse, e vedi 'l grande Achille, + che con amore al fine combatteo. + +Vedi Paris, Tristano>>; e piu` di mille + ombre mostrommi e nominommi a dito, + ch'amor di nostra vita dipartille. + +Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito + nomar le donne antiche e ' cavalieri, + pieta` mi giunse, e fui quasi smarrito. + +I' cominciai: <<Poeta, volontieri + parlerei a quei due che 'nsieme vanno, + e paion si` al vento esser leggeri>>. + +Ed elli a me: <<Vedrai quando saranno + piu` presso a noi; e tu allor li priega + per quello amor che i mena, ed ei verranno>>. + +Si` tosto come il vento a noi li piega, + mossi la voce: <<O anime affannate, + venite a noi parlar, s'altri nol niega!>>. + +Quali colombe dal disio chiamate + con l'ali alzate e ferme al dolce nido + vegnon per l'aere dal voler portate; + +cotali uscir de la schiera ov'e` Dido, + a noi venendo per l'aere maligno, + si` forte fu l'affettuoso grido. + +<<O animal grazioso e benigno + che visitando vai per l'aere perso + noi che tignemmo il mondo di sanguigno, + +se fosse amico il re de l'universo, + noi pregheremmo lui de la tua pace, + poi c'hai pieta` del nostro mal perverso. + +Di quel che udire e che parlar vi piace, + noi udiremo e parleremo a voi, + mentre che 'l vento, come fa, ci tace. + +Siede la terra dove nata fui + su la marina dove 'l Po discende + per aver pace co' seguaci sui. + +Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende + prese costui de la bella persona + che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. + +Amor, ch'a nullo amato amar perdona, + mi prese del costui piacer si` forte, + che, come vedi, ancor non m'abbandona. + +Amor condusse noi ad una morte: + Caina attende chi a vita ci spense>>. + Queste parole da lor ci fuor porte. + +Quand'io intesi quell'anime offense, + china' il viso e tanto il tenni basso, + fin che 'l poeta mi disse: <<Che pense?>>. + +Quando rispuosi, cominciai: <<Oh lasso, + quanti dolci pensier, quanto disio + meno` costoro al doloroso passo!>>. + +Poi mi rivolsi a loro e parla' io, + e cominciai: <<Francesca, i tuoi martiri + a lagrimar mi fanno tristo e pio. + +Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri, + a che e come concedette Amore + che conosceste i dubbiosi disiri?>>. + +E quella a me: <<Nessun maggior dolore + che ricordarsi del tempo felice + ne la miseria; e cio` sa 'l tuo dottore. + +Ma s'a conoscer la prima radice + del nostro amor tu hai cotanto affetto, + diro` come colui che piange e dice. + +Noi leggiavamo un giorno per diletto + di Lancialotto come amor lo strinse; + soli eravamo e sanza alcun sospetto. + +Per piu` fiate li occhi ci sospinse + quella lettura, e scolorocci il viso; + ma solo un punto fu quel che ci vinse. + +Quando leggemmo il disiato riso + esser basciato da cotanto amante, + questi, che mai da me non fia diviso, + +la bocca mi bascio` tutto tremante. + Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: + quel giorno piu` non vi leggemmo avante>>. + +Mentre che l'uno spirto questo disse, + l'altro piangea; si` che di pietade + io venni men cosi` com'io morisse. + +E caddi come corpo morto cade. + + + +Inferno: Canto VI + + +Al tornar de la mente, che si chiuse + dinanzi a la pieta` d'i due cognati, + che di trestizia tutto mi confuse, + +novi tormenti e novi tormentati + mi veggio intorno, come ch'io mi mova + e ch'io mi volga, e come che io guati. + +Io sono al terzo cerchio, de la piova + etterna, maladetta, fredda e greve; + regola e qualita` mai non l'e` nova. + +Grandine grossa, acqua tinta e neve + per l'aere tenebroso si riversa; + pute la terra che questo riceve. + +Cerbero, fiera crudele e diversa, + con tre gole caninamente latra + sovra la gente che quivi e` sommersa. + +Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, + e 'l ventre largo, e unghiate le mani; + graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra. + +Urlar li fa la pioggia come cani; + de l'un de' lati fanno a l'altro schermo; + volgonsi spesso i miseri profani. + +Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, + le bocche aperse e mostrocci le sanne; + non avea membro che tenesse fermo. + +E 'l duca mio distese le sue spanne, + prese la terra, e con piene le pugna + la gitto` dentro a le bramose canne. + +Qual e` quel cane ch'abbaiando agogna, + e si racqueta poi che 'l pasto morde, + che' solo a divorarlo intende e pugna, + +cotai si fecer quelle facce lorde + de lo demonio Cerbero, che 'ntrona + l'anime si`, ch'esser vorrebber sorde. + +Noi passavam su per l'ombre che adona + la greve pioggia, e ponavam le piante + sovra lor vanita` che par persona. + +Elle giacean per terra tutte quante, + fuor d'una ch'a seder si levo`, ratto + ch'ella ci vide passarsi davante. + +<<O tu che se' per questo 'nferno tratto>>, + mi disse, <<riconoscimi, se sai: + tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto>>. + +E io a lui: <<L'angoscia che tu hai + forse ti tira fuor de la mia mente, + si` che non par ch'i' ti vedessi mai. + +Ma dimmi chi tu se' che 'n si` dolente + loco se' messo e hai si` fatta pena, + che, s'altra e` maggio, nulla e` si` spiacente>>. + +Ed elli a me: <<La tua citta`, ch'e` piena + d'invidia si` che gia` trabocca il sacco, + seco mi tenne in la vita serena. + +Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: + per la dannosa colpa de la gola, + come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. + +E io anima trista non son sola, + che' tutte queste a simil pena stanno + per simil colpa>>. E piu` non fe' parola. + +Io li rispuosi: <<Ciacco, il tuo affanno + mi pesa si`, ch'a lagrimar mi 'nvita; + ma dimmi, se tu sai, a che verranno + +li cittadin de la citta` partita; + s'alcun v'e` giusto; e dimmi la cagione + per che l'ha tanta discordia assalita>>. + +E quelli a me: <<Dopo lunga tencione + verranno al sangue, e la parte selvaggia + caccera` l'altra con molta offensione. + +Poi appresso convien che questa caggia + infra tre soli, e che l'altra sormonti + con la forza di tal che teste' piaggia. + +Alte terra` lungo tempo le fronti, + tenendo l'altra sotto gravi pesi, + come che di cio` pianga o che n'aonti. + +Giusti son due, e non vi sono intesi; + superbia, invidia e avarizia sono + le tre faville c'hanno i cuori accesi>>. + +Qui puose fine al lagrimabil suono. + E io a lui: <<Ancor vo' che mi 'nsegni, + e che di piu` parlar mi facci dono. + +Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor si` degni, + Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca + e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni, + +dimmi ove sono e fa ch'io li conosca; + che' gran disio mi stringe di savere + se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca>>. + +E quelli: <<Ei son tra l'anime piu` nere: + diverse colpe giu` li grava al fondo: + se tanto scendi, la` i potrai vedere. + +Ma quando tu sarai nel dolce mondo, + priegoti ch'a la mente altrui mi rechi: + piu` non ti dico e piu` non ti rispondo>>. + +Li diritti occhi torse allora in biechi; + guardommi un poco, e poi chino` la testa: + cadde con essa a par de li altri ciechi. + +E 'l duca disse a me: <<Piu` non si desta + di qua dal suon de l'angelica tromba, + quando verra` la nimica podesta: + +ciascun rivedera` la trista tomba, + ripigliera` sua carne e sua figura, + udira` quel ch'in etterno rimbomba>>. + +Si` trapassammo per sozza mistura + de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti, + toccando un poco la vita futura; + +per ch'io dissi: <<Maestro, esti tormenti + crescerann'ei dopo la gran sentenza, + o fier minori, o saran si` cocenti?>>. + +Ed elli a me: <<Ritorna a tua scienza, + che vuol, quanto la cosa e` piu` perfetta, + piu` senta il bene, e cosi` la doglienza. + +Tutto che questa gente maladetta + in vera perfezion gia` mai non vada, + di la` piu` che di qua essere aspetta>>. + +Noi aggirammo a tondo quella strada, + parlando piu` assai ch'i' non ridico; + venimmo al punto dove si digrada: + +quivi trovammo Pluto, il gran nemico. + + + +Inferno: Canto VII + + +<<Pape Satan, pape Satan aleppe!>>, + comincio` Pluto con la voce chioccia; + e quel savio gentil, che tutto seppe, + +disse per confortarmi: <<Non ti noccia + la tua paura; che', poder ch'elli abbia, + non ci torra` lo scender questa roccia>>. + +Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia, + e disse: <<Taci, maladetto lupo! + consuma dentro te con la tua rabbia. + +Non e` sanza cagion l'andare al cupo: + vuolsi ne l'alto, la` dove Michele + fe' la vendetta del superbo strupo>>. + +Quali dal vento le gonfiate vele + caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, + tal cadde a terra la fiera crudele. + +Cosi` scendemmo ne la quarta lacca + pigliando piu` de la dolente ripa + che 'l mal de l'universo tutto insacca. + +Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa + nove travaglie e pene quant'io viddi? + e perche' nostra colpa si` ne scipa? + +Come fa l'onda la` sovra Cariddi, + che si frange con quella in cui s'intoppa, + cosi` convien che qui la gente riddi. + +Qui vid'i' gente piu` ch'altrove troppa, + e d'una parte e d'altra, con grand'urli, + voltando pesi per forza di poppa. + +Percoteansi 'ncontro; e poscia pur li` + si rivolgea ciascun, voltando a retro, + gridando: <<Perche' tieni?>> e <<Perche' burli?>>. + +Cosi` tornavan per lo cerchio tetro + da ogne mano a l'opposito punto, + gridandosi anche loro ontoso metro; + +poi si volgea ciascun, quand'era giunto, + per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra. + E io, ch'avea lo cor quasi compunto, + +dissi: <<Maestro mio, or mi dimostra + che gente e` questa, e se tutti fuor cherci + questi chercuti a la sinistra nostra>>. + +Ed elli a me: <<Tutti quanti fuor guerci + si` de la mente in la vita primaia, + che con misura nullo spendio ferci. + +Assai la voce lor chiaro l'abbaia + quando vegnono a' due punti del cerchio + dove colpa contraria li dispaia. + +Questi fuor cherci, che non han coperchio + piloso al capo, e papi e cardinali, + in cui usa avarizia il suo soperchio>>. + +E io: <<Maestro, tra questi cotali + dovre' io ben riconoscere alcuni + che furo immondi di cotesti mali>>. + +Ed elli a me: <<Vano pensiero aduni: + la sconoscente vita che i fe' sozzi + ad ogne conoscenza or li fa bruni. + +In etterno verranno a li due cozzi: + questi resurgeranno del sepulcro + col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. + +Mal dare e mal tener lo mondo pulcro + ha tolto loro, e posti a questa zuffa: + qual ella sia, parole non ci appulcro. + +Or puoi, figliuol, veder la corta buffa + d'i ben che son commessi a la fortuna, + per che l'umana gente si rabbuffa; + +che' tutto l'oro ch'e` sotto la luna + e che gia` fu, di quest'anime stanche + non poterebbe farne posare una>>. + +<<Maestro mio>>, diss'io, <<or mi di` anche: + questa fortuna di che tu mi tocche, + che e`, che i ben del mondo ha si` tra branche?>>. + +E quelli a me: <<Oh creature sciocche, + quanta ignoranza e` quella che v'offende! + Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche. + +Colui lo cui saver tutto trascende, + fece li cieli e die` lor chi conduce + si` ch'ogne parte ad ogne parte splende, + +distribuendo igualmente la luce. + Similemente a li splendor mondani + ordino` general ministra e duce + +che permutasse a tempo li ben vani + di gente in gente e d'uno in altro sangue, + oltre la difension d'i senni umani; + +per ch'una gente impera e l'altra langue, + seguendo lo giudicio di costei, + che e` occulto come in erba l'angue. + +Vostro saver non ha contasto a lei: + questa provede, giudica, e persegue + suo regno come il loro li altri dei. + +Le sue permutazion non hanno triegue; + necessita` la fa esser veloce; + si` spesso vien chi vicenda consegue. + +Quest'e` colei ch'e` tanto posta in croce + pur da color che le dovrien dar lode, + dandole biasmo a torto e mala voce; + +ma ella s'e` beata e cio` non ode: + con l'altre prime creature lieta + volve sua spera e beata si gode. + +Or discendiamo omai a maggior pieta; + gia` ogne stella cade che saliva + quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta>>. + +Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva + sovr'una fonte che bolle e riversa + per un fossato che da lei deriva. + +L'acqua era buia assai piu` che persa; + e noi, in compagnia de l'onde bige, + intrammo giu` per una via diversa. + +In la palude va c'ha nome Stige + questo tristo ruscel, quand'e` disceso + al pie` de le maligne piagge grige. + +E io, che di mirare stava inteso, + vidi genti fangose in quel pantano, + ignude tutte, con sembiante offeso. + +Queste si percotean non pur con mano, + ma con la testa e col petto e coi piedi, + troncandosi co' denti a brano a brano. + +Lo buon maestro disse: <<Figlio, or vedi + l'anime di color cui vinse l'ira; + e anche vo' che tu per certo credi + +che sotto l'acqua e` gente che sospira, + e fanno pullular quest'acqua al summo, + come l'occhio ti dice, u' che s'aggira. + +Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo + ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, + portando dentro accidioso fummo: + +or ci attristiam ne la belletta negra". + Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, + che' dir nol posson con parola integra>>. + +Cosi` girammo de la lorda pozza + grand'arco tra la ripa secca e 'l mezzo, + con li occhi volti a chi del fango ingozza. + +Venimmo al pie` d'una torre al da sezzo. + + + +Inferno: Canto VIII + + +Io dico, seguitando, ch'assai prima + che noi fossimo al pie` de l'alta torre, + li occhi nostri n'andar suso a la cima + +per due fiammette che i vedemmo porre + e un'altra da lungi render cenno + tanto ch'a pena il potea l'occhio torre. + +E io mi volsi al mar di tutto 'l senno; + dissi: <<Questo che dice? e che risponde + quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?>>. + +Ed elli a me: <<Su per le sucide onde + gia` scorgere puoi quello che s'aspetta, + se 'l fummo del pantan nol ti nasconde>>. + +Corda non pinse mai da se' saetta + che si` corresse via per l'aere snella, + com'io vidi una nave piccioletta + +venir per l'acqua verso noi in quella, + sotto 'l governo d'un sol galeoto, + che gridava: <<Or se' giunta, anima fella!>>. + +<<Flegias, Flegias, tu gridi a voto>>, + disse lo mio segnore <<a questa volta: + piu` non ci avrai che sol passando il loto>>. + +Qual e` colui che grande inganno ascolta + che li sia fatto, e poi se ne rammarca, + fecesi Flegias ne l'ira accolta. + +Lo duca mio discese ne la barca, + e poi mi fece intrare appresso lui; + e sol quand'io fui dentro parve carca. + +Tosto che 'l duca e io nel legno fui, + segando se ne va l'antica prora + de l'acqua piu` che non suol con altrui. + +Mentre noi corravam la morta gora, + dinanzi mi si fece un pien di fango, + e disse: <<Chi se' tu che vieni anzi ora?>>. + +E io a lui: <<S'i' vegno, non rimango; + ma tu chi se', che si` se' fatto brutto?>>. + Rispuose: <<Vedi che son un che piango>>. + +E io a lui: <<Con piangere e con lutto, + spirito maladetto, ti rimani; + ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto>>. + +Allor distese al legno ambo le mani; + per che 'l maestro accorto lo sospinse, + dicendo: <<Via costa` con li altri cani!>>. + +Lo collo poi con le braccia mi cinse; + basciommi 'l volto, e disse: <<Alma sdegnosa, + benedetta colei che 'n te s'incinse! + +Quei fu al mondo persona orgogliosa; + bonta` non e` che sua memoria fregi: + cosi` s'e` l'ombra sua qui furiosa. + +Quanti si tegnon or la` su` gran regi + che qui staranno come porci in brago, + di se' lasciando orribili dispregi!>>. + +E io: <<Maestro, molto sarei vago + di vederlo attuffare in questa broda + prima che noi uscissimo del lago>>. + +Ed elli a me: <<Avante che la proda + ti si lasci veder, tu sarai sazio: + di tal disio convien che tu goda>>. + +Dopo cio` poco vid'io quello strazio + far di costui a le fangose genti, + che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. + +Tutti gridavano: <<A Filippo Argenti!>>; + e 'l fiorentino spirito bizzarro + in se' medesmo si volvea co' denti. + +Quivi il lasciammo, che piu` non ne narro; + ma ne l'orecchie mi percosse un duolo, + per ch'io avante l'occhio intento sbarro. + +Lo buon maestro disse: <<Omai, figliuolo, + s'appressa la citta` c'ha nome Dite, + coi gravi cittadin, col grande stuolo>>. + +E io: <<Maestro, gia` le sue meschite + la` entro certe ne la valle cerno, + vermiglie come se di foco uscite + +fossero>>. Ed ei mi disse: <<Il foco etterno + ch'entro l'affoca le dimostra rosse, + come tu vedi in questo basso inferno>>. + +Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse + che vallan quella terra sconsolata: + le mura mi parean che ferro fosse. + +Non sanza prima far grande aggirata, + venimmo in parte dove il nocchier forte + <<Usciteci>>, grido`: <<qui e` l'intrata>>. + +Io vidi piu` di mille in su le porte + da ciel piovuti, che stizzosamente + dicean: <<Chi e` costui che sanza morte + +va per lo regno de la morta gente?>>. + E 'l savio mio maestro fece segno + di voler lor parlar segretamente. + +Allor chiusero un poco il gran disdegno, + e disser: <<Vien tu solo, e quei sen vada, + che si` ardito intro` per questo regno. + +Sol si ritorni per la folle strada: + pruovi, se sa; che' tu qui rimarrai + che li ha' iscorta si` buia contrada>>. + +Pensa, lettor, se io mi sconfortai + nel suon de le parole maladette, + che' non credetti ritornarci mai. + +<<O caro duca mio, che piu` di sette + volte m'hai sicurta` renduta e tratto + d'alto periglio che 'ncontra mi stette, + +non mi lasciar>>, diss'io, <<cosi` disfatto; + e se 'l passar piu` oltre ci e` negato, + ritroviam l'orme nostre insieme ratto>>. + +E quel segnor che li` m'avea menato, + mi disse: <<Non temer; che' 'l nostro passo + non ci puo` torre alcun: da tal n'e` dato. + +Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso + conforta e ciba di speranza buona, + ch'i' non ti lascero` nel mondo basso>>. + +Cosi` sen va, e quivi m'abbandona + lo dolce padre, e io rimagno in forse, + che si` e no nel capo mi tenciona. + +Udir non potti quello ch'a lor porse; + ma ei non stette la` con essi guari, + che ciascun dentro a pruova si ricorse. + +Chiuser le porte que' nostri avversari + nel petto al mio segnor, che fuor rimase, + e rivolsesi a me con passi rari. + +Li occhi a la terra e le ciglia avea rase + d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri: + <<Chi m'ha negate le dolenti case!>>. + +E a me disse: <<Tu, perch'io m'adiri, + non sbigottir, ch'io vincero` la prova, + qual ch'a la difension dentro s'aggiri. + +Questa lor tracotanza non e` nova; + che' gia` l'usaro a men segreta porta, + la qual sanza serrame ancor si trova. + +Sovr'essa vedestu` la scritta morta: + e gia` di qua da lei discende l'erta, + passando per li cerchi sanza scorta, + +tal che per lui ne fia la terra aperta>>. + + + +Inferno: Canto IX + + +Quel color che vilta` di fuor mi pinse + veggendo il duca mio tornare in volta, + piu` tosto dentro il suo novo ristrinse. + +Attento si fermo` com'uom ch'ascolta; + che' l'occhio nol potea menare a lunga + per l'aere nero e per la nebbia folta. + +<<Pur a noi converra` vincer la punga>>, + comincio` el, <<se non... Tal ne s'offerse. + Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!>>. + +I' vidi ben si` com'ei ricoperse + lo cominciar con l'altro che poi venne, + che fur parole a le prime diverse; + +ma nondimen paura il suo dir dienne, + perch'io traeva la parola tronca + forse a peggior sentenzia che non tenne. + +<<In questo fondo de la trista conca + discende mai alcun del primo grado, + che sol per pena ha la speranza cionca?>>. + +Questa question fec'io; e quei <<Di rado + incontra>>, mi rispuose, <<che di noi + faccia il cammino alcun per qual io vado. + +Ver e` ch'altra fiata qua giu` fui, + congiurato da quella Eriton cruda + che richiamava l'ombre a' corpi sui. + +Di poco era di me la carne nuda, + ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro, + per trarne un spirto del cerchio di Giuda. + +Quell'e` 'l piu` basso loco e 'l piu` oscuro, + e 'l piu` lontan dal ciel che tutto gira: + ben so 'l cammin; pero` ti fa sicuro. + +Questa palude che 'l gran puzzo spira + cigne dintorno la citta` dolente, + u' non potemo intrare omai sanz'ira>>. + +E altro disse, ma non l'ho a mente; + pero` che l'occhio m'avea tutto tratto + ver' l'alta torre a la cima rovente, + +dove in un punto furon dritte ratto + tre furie infernal di sangue tinte, + che membra feminine avieno e atto, + +e con idre verdissime eran cinte; + serpentelli e ceraste avien per crine, + onde le fiere tempie erano avvinte. + +E quei, che ben conobbe le meschine + de la regina de l'etterno pianto, + <<Guarda>>, mi disse, <<le feroci Erine. + +Quest'e` Megera dal sinistro canto; + quella che piange dal destro e` Aletto; + Tesifon e` nel mezzo>>; e tacque a tanto. + +Con l'unghie si fendea ciascuna il petto; + battiensi a palme, e gridavan si` alto, + ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto. + +<<Vegna Medusa: si` 'l farem di smalto>>, + dicevan tutte riguardando in giuso; + <<mal non vengiammo in Teseo l'assalto>>. + +<<Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso; + che' se 'l Gorgon si mostra e tu 'l vedessi, + nulla sarebbe di tornar mai suso>>. + +Cosi` disse 'l maestro; ed elli stessi + mi volse, e non si tenne a le mie mani, + che con le sue ancor non mi chiudessi. + +O voi ch'avete li 'ntelletti sani, + mirate la dottrina che s'asconde + sotto 'l velame de li versi strani. + +E gia` venia su per le torbide onde + un fracasso d'un suon, pien di spavento, + per cui tremavano amendue le sponde, + +non altrimenti fatto che d'un vento + impetuoso per li avversi ardori, + che fier la selva e sanz'alcun rattento + +li rami schianta, abbatte e porta fori; + dinanzi polveroso va superbo, + e fa fuggir le fiere e li pastori. + +Gli occhi mi sciolse e disse: <<Or drizza il nerbo + del viso su per quella schiuma antica + per indi ove quel fummo e` piu` acerbo>>. + +Come le rane innanzi a la nimica + biscia per l'acqua si dileguan tutte, + fin ch'a la terra ciascuna s'abbica, + +vid'io piu` di mille anime distrutte + fuggir cosi` dinanzi ad un ch'al passo + passava Stige con le piante asciutte. + +Dal volto rimovea quell'aere grasso, + menando la sinistra innanzi spesso; + e sol di quell'angoscia parea lasso. + +Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo, + e volsimi al maestro; e quei fe' segno + ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso. + +Ahi quanto mi parea pien di disdegno! + Venne a la porta, e con una verghetta + l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno. + +<<O cacciati del ciel, gente dispetta>>, + comincio` elli in su l'orribil soglia, + <<ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? + +Perche' recalcitrate a quella voglia + a cui non puote il fin mai esser mozzo, + e che piu` volte v'ha cresciuta doglia? + +Che giova ne le fata dar di cozzo? + Cerbero vostro, se ben vi ricorda, + ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo>>. + +Poi si rivolse per la strada lorda, + e non fe' motto a noi, ma fe' sembiante + d'omo cui altra cura stringa e morda + +che quella di colui che li e` davante; + e noi movemmo i piedi inver' la terra, + sicuri appresso le parole sante. + +Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra; + e io, ch'avea di riguardar disio + la condizion che tal fortezza serra, + +com'io fui dentro, l'occhio intorno invio; + e veggio ad ogne man grande campagna + piena di duolo e di tormento rio. + +Si` come ad Arli, ove Rodano stagna, + si` com'a Pola, presso del Carnaro + ch'Italia chiude e suoi termini bagna, + +fanno i sepulcri tutt'il loco varo, + cosi` facevan quivi d'ogne parte, + salvo che 'l modo v'era piu` amaro; + +che' tra gli avelli fiamme erano sparte, + per le quali eran si` del tutto accesi, + che ferro piu` non chiede verun'arte. + +Tutti li lor coperchi eran sospesi, + e fuor n'uscivan si` duri lamenti, + che ben parean di miseri e d'offesi. + +E io: <<Maestro, quai son quelle genti + che, seppellite dentro da quell'arche, + si fan sentir coi sospiri dolenti?>>. + +Ed elli a me: <<Qui son li eresiarche + con lor seguaci, d'ogne setta, e molto + piu` che non credi son le tombe carche. + +Simile qui con simile e` sepolto, + e i monimenti son piu` e men caldi>>. + E poi ch'a la man destra si fu volto, + +passammo tra i martiri e li alti spaldi. + + + +Inferno: Canto X + + +Ora sen va per un secreto calle, + tra 'l muro de la terra e li martiri, + lo mio maestro, e io dopo le spalle. + +<<O virtu` somma, che per li empi giri + mi volvi>>, cominciai, <<com'a te piace, + parlami, e sodisfammi a' miei disiri. + +La gente che per li sepolcri giace + potrebbesi veder? gia` son levati + tutt'i coperchi, e nessun guardia face>>. + +E quelli a me: <<Tutti saran serrati + quando di Iosafat qui torneranno + coi corpi che la` su` hanno lasciati. + +Suo cimitero da questa parte hanno + con Epicuro tutti suoi seguaci, + che l'anima col corpo morta fanno. + +Pero` a la dimanda che mi faci + quinc'entro satisfatto sara` tosto, + e al disio ancor che tu mi taci>>. + +E io: <<Buon duca, non tegno riposto + a te mio cuor se non per dicer poco, + e tu m'hai non pur mo a cio` disposto>>. + +<<O Tosco che per la citta` del foco + vivo ten vai cosi` parlando onesto, + piacciati di restare in questo loco. + +La tua loquela ti fa manifesto + di quella nobil patria natio + a la qual forse fui troppo molesto>>. + +Subitamente questo suono uscio + d'una de l'arche; pero` m'accostai, + temendo, un poco piu` al duca mio. + +Ed el mi disse: <<Volgiti! Che fai? + Vedi la` Farinata che s'e` dritto: + da la cintola in su` tutto 'l vedrai>>. + +Io avea gia` il mio viso nel suo fitto; + ed el s'ergea col petto e con la fronte + com'avesse l'inferno a gran dispitto. + +E l'animose man del duca e pronte + mi pinser tra le sepulture a lui, + dicendo: <<Le parole tue sien conte>>. + +Com'io al pie` de la sua tomba fui, + guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, + mi dimando`: <<Chi fuor li maggior tui?>>. + +Io ch'era d'ubidir disideroso, + non gliel celai, ma tutto gliel'apersi; + ond'ei levo` le ciglia un poco in suso; + +poi disse: <<Fieramente furo avversi + a me e a miei primi e a mia parte, + si` che per due fiate li dispersi>>. + +<<S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte>>, + rispuos'io lui, <<l'una e l'altra fiata; + ma i vostri non appreser ben quell'arte>>. + +Allor surse a la vista scoperchiata + un'ombra, lungo questa, infino al mento: + credo che s'era in ginocchie levata. + +Dintorno mi guardo`, come talento + avesse di veder s'altri era meco; + e poi che 'l sospecciar fu tutto spento, + +piangendo disse: <<Se per questo cieco + carcere vai per altezza d'ingegno, + mio figlio ov'e`? e perche' non e` teco?>>. + +E io a lui: <<Da me stesso non vegno: + colui ch'attende la`, per qui mi mena + forse cui Guido vostro ebbe a disdegno>>. + +Le sue parole e 'l modo de la pena + m'avean di costui gia` letto il nome; + pero` fu la risposta cosi` piena. + +Di subito drizzato grido`: <<Come? + dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora? + non fiere li occhi suoi lo dolce lume?>>. + +Quando s'accorse d'alcuna dimora + ch'io facea dinanzi a la risposta, + supin ricadde e piu` non parve fora. + +Ma quell'altro magnanimo, a cui posta + restato m'era, non muto` aspetto, + ne' mosse collo, ne' piego` sua costa: + +e se' continuando al primo detto, + <<S'elli han quell'arte>>, disse, <<male appresa, + cio` mi tormenta piu` che questo letto. + +Ma non cinquanta volte fia raccesa + la faccia de la donna che qui regge, + che tu saprai quanto quell'arte pesa. + +E se tu mai nel dolce mondo regge, + dimmi: perche' quel popolo e` si` empio + incontr'a' miei in ciascuna sua legge?>>. + +Ond'io a lui: <<Lo strazio e 'l grande scempio + che fece l'Arbia colorata in rosso, + tal orazion fa far nel nostro tempio>>. + +Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso, + <<A cio` non fu' io sol>>, disse, <<ne' certo + sanza cagion con li altri sarei mosso. + +Ma fu' io solo, la` dove sofferto + fu per ciascun di torre via Fiorenza, + colui che la difesi a viso aperto>>. + +<<Deh, se riposi mai vostra semenza>>, + prega' io lui, <<solvetemi quel nodo + che qui ha 'nviluppata mia sentenza. + +El par che voi veggiate, se ben odo, + dinanzi quel che 'l tempo seco adduce, + e nel presente tenete altro modo>>. + +<<Noi veggiam, come quei c'ha mala luce, + le cose>>, disse, <<che ne son lontano; + cotanto ancor ne splende il sommo duce. + +Quando s'appressano o son, tutto e` vano + nostro intelletto; e s'altri non ci apporta, + nulla sapem di vostro stato umano. + +Pero` comprender puoi che tutta morta + fia nostra conoscenza da quel punto + che del futuro fia chiusa la porta>>. + +Allor, come di mia colpa compunto, + dissi: <<Or direte dunque a quel caduto + che 'l suo nato e` co'vivi ancor congiunto; + +e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto, + fate i saper che 'l fei perche' pensava + gia` ne l'error che m'avete soluto>>. + +E gia` 'l maestro mio mi richiamava; + per ch'i' pregai lo spirto piu` avaccio + che mi dicesse chi con lu' istava. + +Dissemi: <<Qui con piu` di mille giaccio: + qua dentro e` 'l secondo Federico, + e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio>>. + +Indi s'ascose; e io inver' l'antico + poeta volsi i passi, ripensando + a quel parlar che mi parea nemico. + +Elli si mosse; e poi, cosi` andando, + mi disse: <<Perche' se' tu si` smarrito?>>. + E io li sodisfeci al suo dimando. + +<<La mente tua conservi quel ch'udito + hai contra te>>, mi comando` quel saggio. + <<E ora attendi qui>>, e drizzo` 'l dito: + +<<quando sarai dinanzi al dolce raggio + di quella il cui bell'occhio tutto vede, + da lei saprai di tua vita il viaggio>>. + +Appresso mosse a man sinistra il piede: + lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo + per un sentier ch'a una valle fiede, + +che 'nfin la` su` facea spiacer suo lezzo. + + + +Inferno: Canto XI + + +In su l'estremita` d'un'alta ripa + che facevan gran pietre rotte in cerchio + venimmo sopra piu` crudele stipa; + +e quivi, per l'orribile soperchio + del puzzo che 'l profondo abisso gitta, + ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio + +d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta + che dicea: "Anastasio papa guardo, + lo qual trasse Fotin de la via dritta". + +<<Lo nostro scender conviene esser tardo, + si` che s'ausi un poco in prima il senso + al tristo fiato; e poi no i fia riguardo>>. + +Cosi` 'l maestro; e io <<Alcun compenso>>, + dissi lui, <<trova che 'l tempo non passi + perduto>>. Ed elli: <<Vedi ch'a cio` penso>>. + +<<Figliuol mio, dentro da cotesti sassi>>, + comincio` poi a dir, <<son tre cerchietti + di grado in grado, come que' che lassi. + +Tutti son pien di spirti maladetti; + ma perche' poi ti basti pur la vista, + intendi come e perche' son costretti. + +D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista, + ingiuria e` 'l fine, ed ogne fin cotale + o con forza o con frode altrui contrista. + +Ma perche' frode e` de l'uom proprio male, + piu` spiace a Dio; e pero` stan di sotto + li frodolenti, e piu` dolor li assale. + +Di violenti il primo cerchio e` tutto; + ma perche' si fa forza a tre persone, + in tre gironi e` distinto e costrutto. + +A Dio, a se', al prossimo si pone + far forza, dico in loro e in lor cose, + come udirai con aperta ragione. + +Morte per forza e ferute dogliose + nel prossimo si danno, e nel suo avere + ruine, incendi e tollette dannose; + +onde omicide e ciascun che mal fiere, + guastatori e predon, tutti tormenta + lo giron primo per diverse schiere. + +Puote omo avere in se' man violenta + e ne' suoi beni; e pero` nel secondo + giron convien che sanza pro si penta + +qualunque priva se' del vostro mondo, + biscazza e fonde la sua facultade, + e piange la` dov'esser de' giocondo. + +Puossi far forza nella deitade, + col cor negando e bestemmiando quella, + e spregiando natura e sua bontade; + +e pero` lo minor giron suggella + del segno suo e Soddoma e Caorsa + e chi, spregiando Dio col cor, favella. + +La frode, ond'ogne coscienza e` morsa, + puo` l'omo usare in colui che 'n lui fida + e in quel che fidanza non imborsa. + +Questo modo di retro par ch'incida + pur lo vinco d'amor che fa natura; + onde nel cerchio secondo s'annida + +ipocresia, lusinghe e chi affattura, + falsita`, ladroneccio e simonia, + ruffian, baratti e simile lordura. + +Per l'altro modo quell'amor s'oblia + che fa natura, e quel ch'e` poi aggiunto, + di che la fede spezial si cria; + +onde nel cerchio minore, ov'e` 'l punto + de l'universo in su che Dite siede, + qualunque trade in etterno e` consunto>>. + +E io: <<Maestro, assai chiara procede + la tua ragione, e assai ben distingue + questo baratro e 'l popol ch'e' possiede. + +Ma dimmi: quei de la palude pingue, + che mena il vento, e che batte la pioggia, + e che s'incontran con si` aspre lingue, + +perche' non dentro da la citta` roggia + sono ei puniti, se Dio li ha in ira? + e se non li ha, perche' sono a tal foggia?>>. + +Ed elli a me <<Perche' tanto delira>>, + disse <<lo 'ngegno tuo da quel che sole? + o ver la mente dove altrove mira? + +Non ti rimembra di quelle parole + con le quai la tua Etica pertratta + le tre disposizion che 'l ciel non vole, + +incontenenza, malizia e la matta + bestialitade? e come incontenenza + men Dio offende e men biasimo accatta? + +Se tu riguardi ben questa sentenza, + e rechiti a la mente chi son quelli + che su` di fuor sostegnon penitenza, + +tu vedrai ben perche' da questi felli + sien dipartiti, e perche' men crucciata + la divina vendetta li martelli>>. + +<<O sol che sani ogni vista turbata, + tu mi contenti si` quando tu solvi, + che, non men che saver, dubbiar m'aggrata. + +Ancora in dietro un poco ti rivolvi>>, + diss'io, <<la` dove di' ch'usura offende + la divina bontade, e 'l groppo solvi>>. + +<<Filosofia>>, mi disse, <<a chi la 'ntende, + nota, non pure in una sola parte, + come natura lo suo corso prende + +dal divino 'ntelletto e da sua arte; + e se tu ben la tua Fisica note, + tu troverai, non dopo molte carte, + +che l'arte vostra quella, quanto pote, + segue, come 'l maestro fa 'l discente; + si` che vostr'arte a Dio quasi e` nepote. + +Da queste due, se tu ti rechi a mente + lo Genesi` dal principio, convene + prender sua vita e avanzar la gente; + +e perche' l'usuriere altra via tene, + per se' natura e per la sua seguace + dispregia, poi ch'in altro pon la spene. + +Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace; + che' i Pesci guizzan su per l'orizzonta, + e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace, + +e 'l balzo via la` oltra si dismonta>>. + + + +Inferno: Canto XII + + +Era lo loco ov'a scender la riva + venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco, + tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva. + +Qual e` quella ruina che nel fianco + di qua da Trento l'Adice percosse, + o per tremoto o per sostegno manco, + +che da cima del monte, onde si mosse, + al piano e` si` la roccia discoscesa, + ch'alcuna via darebbe a chi su` fosse: + +cotal di quel burrato era la scesa; + e 'n su la punta de la rotta lacca + l'infamia di Creti era distesa + +che fu concetta ne la falsa vacca; + e quando vide noi, se' stesso morse, + si` come quei cui l'ira dentro fiacca. + +Lo savio mio inver' lui grido`: <<Forse + tu credi che qui sia 'l duca d'Atene, + che su` nel mondo la morte ti porse? + +Partiti, bestia: che' questi non vene + ammaestrato da la tua sorella, + ma vassi per veder le vostre pene>>. + +Qual e` quel toro che si slaccia in quella + c'ha ricevuto gia` 'l colpo mortale, + che gir non sa, ma qua e la` saltella, + +vid'io lo Minotauro far cotale; + e quello accorto grido`: <<Corri al varco: + mentre ch'e' 'nfuria, e` buon che tu ti cale>>. + +Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco + di quelle pietre, che spesso moviensi + sotto i miei piedi per lo novo carco. + +Io gia pensando; e quei disse: <<Tu pensi + forse a questa ruina ch'e` guardata + da quell'ira bestial ch'i' ora spensi. + +Or vo' che sappi che l'altra fiata + ch'i' discesi qua giu` nel basso inferno, + questa roccia non era ancor cascata. + +Ma certo poco pria, se ben discerno, + che venisse colui che la gran preda + levo` a Dite del cerchio superno, + +da tutte parti l'alta valle feda + tremo` si`, ch'i' pensai che l'universo + sentisse amor, per lo qual e` chi creda + +piu` volte il mondo in caosso converso; + e in quel punto questa vecchia roccia + qui e altrove, tal fece riverso. + +Ma ficca li occhi a valle, che' s'approccia + la riviera del sangue in la qual bolle + qual che per violenza in altrui noccia>>. + +Oh cieca cupidigia e ira folle, + che si` ci sproni ne la vita corta, + e ne l'etterna poi si` mal c'immolle! + +Io vidi un'ampia fossa in arco torta, + come quella che tutto 'l piano abbraccia, + secondo ch'avea detto la mia scorta; + +e tra 'l pie` de la ripa ed essa, in traccia + corrien centauri, armati di saette, + come solien nel mondo andare a caccia. + +Veggendoci calar, ciascun ristette, + e de la schiera tre si dipartiro + con archi e asticciuole prima elette; + +e l'un grido` da lungi: <<A qual martiro + venite voi che scendete la costa? + Ditel costinci; se non, l'arco tiro>>. + +Lo mio maestro disse: <<La risposta + farem noi a Chiron costa` di presso: + mal fu la voglia tua sempre si` tosta>>. + +Poi mi tento`, e disse: <<Quelli e` Nesso, + che mori` per la bella Deianira + e fe' di se' la vendetta elli stesso. + +E quel di mezzo, ch'al petto si mira, + e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille; + quell'altro e` Folo, che fu si` pien d'ira. + +Dintorno al fosso vanno a mille a mille, + saettando qual anima si svelle + del sangue piu` che sua colpa sortille>>. + +Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: + Chiron prese uno strale, e con la cocca + fece la barba in dietro a le mascelle. + +Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, + disse a' compagni: <<Siete voi accorti + che quel di retro move cio` ch'el tocca? + +Cosi` non soglion far li pie` d'i morti>>. + E 'l mio buon duca, che gia` li er'al petto, + dove le due nature son consorti, + +rispuose: <<Ben e` vivo, e si` soletto + mostrar li mi convien la valle buia; + necessita` 'l ci 'nduce, e non diletto. + +Tal si parti` da cantare alleluia + che mi commise quest'officio novo: + non e` ladron, ne' io anima fuia. + +Ma per quella virtu` per cu' io movo + li passi miei per si` selvaggia strada, + danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo, + +e che ne mostri la` dove si guada + e che porti costui in su la groppa, + che' non e` spirto che per l'aere vada>>. + +Chiron si volse in su la destra poppa, + e disse a Nesso: <<Torna, e si` li guida, + e fa cansar s'altra schiera v'intoppa>>. + +Or ci movemmo con la scorta fida + lungo la proda del bollor vermiglio, + dove i bolliti facieno alte strida. + +Io vidi gente sotto infino al ciglio; + e 'l gran centauro disse: <<E' son tiranni + che dier nel sangue e ne l'aver di piglio. + +Quivi si piangon li spietati danni; + quivi e` Alessandro, e Dionisio fero, + che fe' Cicilia aver dolorosi anni. + +E quella fronte c'ha 'l pel cosi` nero, + e` Azzolino; e quell'altro ch'e` biondo, + e` Opizzo da Esti, il qual per vero + +fu spento dal figliastro su` nel mondo>>. + Allor mi volsi al poeta, e quei disse: + <<Questi ti sia or primo, e io secondo>>. + +Poco piu` oltre il centauro s'affisse + sovr'una gente che 'nfino a la gola + parea che di quel bulicame uscisse. + +Mostrocci un'ombra da l'un canto sola, + dicendo: <<Colui fesse in grembo a Dio + lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola>>. + +Poi vidi gente che di fuor del rio + tenean la testa e ancor tutto 'l casso; + e di costoro assai riconobb'io. + +Cosi` a piu` a piu` si facea basso + quel sangue, si` che cocea pur li piedi; + e quindi fu del fosso il nostro passo. + +<<Si` come tu da questa parte vedi + lo bulicame che sempre si scema>>, + disse 'l centauro, <<voglio che tu credi + +che da quest'altra a piu` a piu` giu` prema + lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge + ove la tirannia convien che gema. + +La divina giustizia di qua punge + quell'Attila che fu flagello in terra + e Pirro e Sesto; e in etterno munge + +le lagrime, che col bollor diserra, + a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, + che fecero a le strade tanta guerra>>. + +Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo. + + + +Inferno: Canto XIII + + +Non era ancor di la` Nesso arrivato, + quando noi ci mettemmo per un bosco + che da neun sentiero era segnato. + +Non fronda verde, ma di color fosco; + non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; + non pomi v'eran, ma stecchi con tosco: + +non han si` aspri sterpi ne' si` folti + quelle fiere selvagge che 'n odio hanno + tra Cecina e Corneto i luoghi colti. + +Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, + che cacciar de le Strofade i Troiani + con tristo annunzio di futuro danno. + +Ali hanno late, e colli e visi umani, + pie` con artigli, e pennuto 'l gran ventre; + fanno lamenti in su li alberi strani. + +E 'l buon maestro <<Prima che piu` entre, + sappi che se' nel secondo girone>>, + mi comincio` a dire, <<e sarai mentre + +che tu verrai ne l'orribil sabbione. + Pero` riguarda ben; si` vederai + cose che torrien fede al mio sermone>>. + +Io sentia d'ogne parte trarre guai, + e non vedea persona che 'l facesse; + per ch'io tutto smarrito m'arrestai. + +Cred'io ch'ei credette ch'io credesse + che tante voci uscisser, tra quei bronchi + da gente che per noi si nascondesse. + +Pero` disse 'l maestro: <<Se tu tronchi + qualche fraschetta d'una d'este piante, + li pensier c'hai si faran tutti monchi>>. + +Allor porsi la mano un poco avante, + e colsi un ramicel da un gran pruno; + e 'l tronco suo grido`: <<Perche' mi schiante?>>. + +Da che fatto fu poi di sangue bruno, + ricomincio` a dir: <<Perche' mi scerpi? + non hai tu spirto di pietade alcuno? + +Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: + ben dovrebb'esser la tua man piu` pia, + se state fossimo anime di serpi>>. + +Come d'un stizzo verde ch'arso sia + da l'un de'capi, che da l'altro geme + e cigola per vento che va via, + +si` de la scheggia rotta usciva insieme + parole e sangue; ond'io lasciai la cima + cadere, e stetti come l'uom che teme. + +<<S'elli avesse potuto creder prima>>, + rispuose 'l savio mio, <<anima lesa, + cio` c'ha veduto pur con la mia rima, + +non averebbe in te la man distesa; + ma la cosa incredibile mi fece + indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa. + +Ma dilli chi tu fosti, si` che 'n vece + d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi + nel mondo su`, dove tornar li lece>>. + +E 'l tronco: <<Si` col dolce dir m'adeschi, + ch'i' non posso tacere; e voi non gravi + perch'io un poco a ragionar m'inveschi. + +Io son colui che tenni ambo le chiavi + del cor di Federigo, e che le volsi, + serrando e diserrando, si` soavi, + +che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi: + fede portai al glorioso offizio, + tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi. + +La meretrice che mai da l'ospizio + di Cesare non torse li occhi putti, + morte comune e de le corti vizio, + +infiammo` contra me li animi tutti; + e li 'nfiammati infiammar si` Augusto, + che ' lieti onor tornaro in tristi lutti. + +L'animo mio, per disdegnoso gusto, + credendo col morir fuggir disdegno, + ingiusto fece me contra me giusto. + +Per le nove radici d'esto legno + vi giuro che gia` mai non ruppi fede + al mio segnor, che fu d'onor si` degno. + +E se di voi alcun nel mondo riede, + conforti la memoria mia, che giace + ancor del colpo che 'nvidia le diede>>. + +Un poco attese, e poi <<Da ch'el si tace>>, + disse 'l poeta a me, <<non perder l'ora; + ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace>>. + +Ond'io a lui: <<Domandal tu ancora + di quel che credi ch'a me satisfaccia; + ch'i' non potrei, tanta pieta` m'accora>>. + +Percio` ricomincio`: <<Se l'om ti faccia + liberamente cio` che 'l tuo dir priega, + spirito incarcerato, ancor ti piaccia + +di dirne come l'anima si lega + in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, + s'alcuna mai di tai membra si spiega>>. + +Allor soffio` il tronco forte, e poi + si converti` quel vento in cotal voce: + <<Brievemente sara` risposto a voi. + +Quando si parte l'anima feroce + dal corpo ond'ella stessa s'e` disvelta, + Minos la manda a la settima foce. + +Cade in la selva, e non l'e` parte scelta; + ma la` dove fortuna la balestra, + quivi germoglia come gran di spelta. + +Surge in vermena e in pianta silvestra: + l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie, + fanno dolore, e al dolor fenestra. + +Come l'altre verrem per nostre spoglie, + ma non pero` ch'alcuna sen rivesta, + che' non e` giusto aver cio` ch'om si toglie. + +Qui le trascineremo, e per la mesta + selva saranno i nostri corpi appesi, + ciascuno al prun de l'ombra sua molesta>>. + +Noi eravamo ancora al tronco attesi, + credendo ch'altro ne volesse dire, + quando noi fummo d'un romor sorpresi, + +similemente a colui che venire + sente 'l porco e la caccia a la sua posta, + ch'ode le bestie, e le frasche stormire. + +Ed ecco due da la sinistra costa, + nudi e graffiati, fuggendo si` forte, + che de la selva rompieno ogni rosta. + +Quel dinanzi: <<Or accorri, accorri, morte!>>. + E l'altro, cui pareva tardar troppo, + gridava: <<Lano, si` non furo accorte + +le gambe tue a le giostre dal Toppo!>>. + E poi che forse li fallia la lena, + di se' e d'un cespuglio fece un groppo. + +Di rietro a loro era la selva piena + di nere cagne, bramose e correnti + come veltri ch'uscisser di catena. + +In quel che s'appiatto` miser li denti, + e quel dilaceraro a brano a brano; + poi sen portar quelle membra dolenti. + +Presemi allor la mia scorta per mano, + e menommi al cespuglio che piangea, + per le rotture sanguinenti in vano. + +<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea, + che t'e` giovato di me fare schermo? + che colpa ho io de la tua vita rea?>>. + +Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo, + disse <<Chi fosti, che per tante punte + soffi con sangue doloroso sermo?>>. + +Ed elli a noi: <<O anime che giunte + siete a veder lo strazio disonesto + c'ha le mie fronde si` da me disgiunte, + +raccoglietele al pie` del tristo cesto. + I' fui de la citta` che nel Batista + muto` il primo padrone; ond'ei per questo + +sempre con l'arte sua la fara` trista; + e se non fosse che 'n sul passo d'Arno + rimane ancor di lui alcuna vista, + +que' cittadin che poi la rifondarno + sovra 'l cener che d'Attila rimase, + avrebber fatto lavorare indarno. + +Io fei gibbetto a me de le mie case>>. + + + +Inferno: Canto XIV + + +Poi che la carita` del natio loco + mi strinse, raunai le fronde sparte, + e rende'le a colui, ch'era gia` fioco. + +Indi venimmo al fine ove si parte + lo secondo giron dal terzo, e dove + si vede di giustizia orribil arte. + +A ben manifestar le cose nove, + dico che arrivammo ad una landa + che dal suo letto ogne pianta rimove. + +La dolorosa selva l'e` ghirlanda + intorno, come 'l fosso tristo ad essa: + quivi fermammo i passi a randa a randa. + +Lo spazzo era una rena arida e spessa, + non d'altra foggia fatta che colei + che fu da' pie` di Caton gia` soppressa. + +O vendetta di Dio, quanto tu dei + esser temuta da ciascun che legge + cio` che fu manifesto a li occhi miei! + +D'anime nude vidi molte gregge + che piangean tutte assai miseramente, + e parea posta lor diversa legge. + +Supin giacea in terra alcuna gente, + alcuna si sedea tutta raccolta, + e altra andava continuamente. + +Quella che giva intorno era piu` molta, + e quella men che giacea al tormento, + ma piu` al duolo avea la lingua sciolta. + +Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento, + piovean di foco dilatate falde, + come di neve in alpe sanza vento. + +Quali Alessandro in quelle parti calde + d'India vide sopra 'l suo stuolo + fiamme cadere infino a terra salde, + +per ch'ei provide a scalpitar lo suolo + con le sue schiere, accio` che lo vapore + mei si stingueva mentre ch'era solo: + +tale scendeva l'etternale ardore; + onde la rena s'accendea, com'esca + sotto focile, a doppiar lo dolore. + +Sanza riposo mai era la tresca + de le misere mani, or quindi or quinci + escotendo da se' l'arsura fresca. + +I' cominciai: <<Maestro, tu che vinci + tutte le cose, fuor che ' demon duri + ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci, + +chi e` quel grande che non par che curi + lo 'ncendio e giace dispettoso e torto, + si` che la pioggia non par che 'l marturi?>>. + +E quel medesmo, che si fu accorto + ch'io domandava il mio duca di lui, + grido`: <<Qual io fui vivo, tal son morto. + +Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui + crucciato prese la folgore aguta + onde l'ultimo di` percosso fui; + +o s'elli stanchi li altri a muta a muta + in Mongibello a la focina negra, + chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!", + +si` com'el fece a la pugna di Flegra, + e me saetti con tutta sua forza, + non ne potrebbe aver vendetta allegra>>. + +Allora il duca mio parlo` di forza + tanto, ch'i' non l'avea si` forte udito: + <<O Capaneo, in cio` che non s'ammorza + +la tua superbia, se' tu piu` punito: + nullo martiro, fuor che la tua rabbia, + sarebbe al tuo furor dolor compito>>. + +Poi si rivolse a me con miglior labbia + dicendo: <<Quei fu l'un d'i sette regi + ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia + +Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi; + ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti + sono al suo petto assai debiti fregi. + +Or mi vien dietro, e guarda che non metti, + ancor, li piedi ne la rena arsiccia; + ma sempre al bosco tien li piedi stretti>>. + +Tacendo divenimmo la` 've spiccia + fuor de la selva un picciol fiumicello, + lo cui rossore ancor mi raccapriccia. + +Quale del Bulicame esce ruscello + che parton poi tra lor le peccatrici, + tal per la rena giu` sen giva quello. + +Lo fondo suo e ambo le pendici + fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato; + per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici. + +<<Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato, + poscia che noi intrammo per la porta + lo cui sogliare a nessuno e` negato, + +cosa non fu da li tuoi occhi scorta + notabile com'e` 'l presente rio, + che sovra se' tutte fiammelle ammorta>>. + +Queste parole fuor del duca mio; + per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto + di cui largito m'avea il disio. + +<<In mezzo mar siede un paese guasto>>, + diss'elli allora, <<che s'appella Creta, + sotto 'l cui rege fu gia` 'l mondo casto. + +Una montagna v'e` che gia` fu lieta + d'acqua e di fronde, che si chiamo` Ida: + or e` diserta come cosa vieta. + +Rea la scelse gia` per cuna fida + del suo figliuolo, e per celarlo meglio, + quando piangea, vi facea far le grida. + +Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, + che tien volte le spalle inver' Dammiata + e Roma guarda come suo speglio. + +La sua testa e` di fin oro formata, + e puro argento son le braccia e 'l petto, + poi e` di rame infino a la forcata; + +da indi in giuso e` tutto ferro eletto, + salvo che 'l destro piede e` terra cotta; + e sta 'n su quel piu` che 'n su l'altro, eretto. + +Ciascuna parte, fuor che l'oro, e` rotta + d'una fessura che lagrime goccia, + le quali, accolte, foran quella grotta. + +Lor corso in questa valle si diroccia: + fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; + poi sen van giu` per questa stretta doccia + +infin, la` ove piu` non si dismonta + fanno Cocito; e qual sia quello stagno + tu lo vedrai, pero` qui non si conta>>. + +E io a lui: <<Se 'l presente rigagno + si diriva cosi` dal nostro mondo, + perche' ci appar pur a questo vivagno?>>. + +Ed elli a me: <<Tu sai che 'l loco e` tondo; + e tutto che tu sie venuto molto, + pur a sinistra, giu` calando al fondo, + +non se' ancor per tutto il cerchio volto: + per che, se cosa n'apparisce nova, + non de' addur maraviglia al tuo volto>>. + +E io ancor: <<Maestro, ove si trova + Flegetonta e Lete`? che' de l'un taci, + e l'altro di' che si fa d'esta piova>>. + +<<In tutte tue question certo mi piaci>>, + rispuose; <<ma 'l bollor de l'acqua rossa + dovea ben solver l'una che tu faci. + +Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa, + la` dove vanno l'anime a lavarsi + quando la colpa pentuta e` rimossa>>. + +Poi disse: <<Omai e` tempo da scostarsi + dal bosco; fa che di retro a me vegne: + li margini fan via, che non son arsi, + +e sopra loro ogne vapor si spegne>>. + + + +Inferno: Canto XV + + +Ora cen porta l'un de' duri margini; + e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia, + si` che dal foco salva l'acqua e li argini. + +Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, + temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa, + fanno lo schermo perche' 'l mar si fuggia; + +e quali Padoan lungo la Brenta, + per difender lor ville e lor castelli, + anzi che Carentana il caldo senta: + +a tale imagine eran fatti quelli, + tutto che ne' si` alti ne' si` grossi, + qual che si fosse, lo maestro felli. + +Gia` eravam da la selva rimossi + tanto, ch'i' non avrei visto dov'era, + perch'io in dietro rivolto mi fossi, + +quando incontrammo d'anime una schiera + che venian lungo l'argine, e ciascuna + ci riguardava come suol da sera + +guardare uno altro sotto nuova luna; + e si` ver' noi aguzzavan le ciglia + come 'l vecchio sartor fa ne la cruna. + +Cosi` adocchiato da cotal famiglia, + fui conosciuto da un, che mi prese + per lo lembo e grido`: <<Qual maraviglia!>>. + +E io, quando 'l suo braccio a me distese, + ficcai li occhi per lo cotto aspetto, + si` che 'l viso abbrusciato non difese + +la conoscenza sua al mio 'ntelletto; + e chinando la mano a la sua faccia, + rispuosi: <<Siete voi qui, ser Brunetto?>>. + +E quelli: <<O figliuol mio, non ti dispiaccia + se Brunetto Latino un poco teco + ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia>>. + +I' dissi lui: <<Quanto posso, ven preco; + e se volete che con voi m'asseggia, + farol, se piace a costui che vo seco>>. + +<<O figliuol>>, disse, <<qual di questa greggia + s'arresta punto, giace poi cent'anni + sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia. + +Pero` va oltre: i' ti verro` a' panni; + e poi rigiugnero` la mia masnada, + che va piangendo i suoi etterni danni>>. + +I' non osava scender de la strada + per andar par di lui; ma 'l capo chino + tenea com'uom che reverente vada. + +El comincio`: <<Qual fortuna o destino + anzi l'ultimo di` qua giu` ti mena? + e chi e` questi che mostra 'l cammino?>>. + +<<La` su` di sopra, in la vita serena>>, + rispuos'io lui, <<mi smarri' in una valle, + avanti che l'eta` mia fosse piena. + +Pur ier mattina le volsi le spalle: + questi m'apparve, tornand'io in quella, + e reducemi a ca per questo calle>>. + +Ed elli a me: <<Se tu segui tua stella, + non puoi fallire a glorioso porto, + se ben m'accorsi ne la vita bella; + +e s'io non fossi si` per tempo morto, + veggendo il cielo a te cosi` benigno, + dato t'avrei a l'opera conforto. + +Ma quello ingrato popolo maligno + che discese di Fiesole ab antico, + e tiene ancor del monte e del macigno, + +ti si fara`, per tuo ben far, nimico: + ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi + si disconvien fruttare al dolce fico. + +Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; + gent'e` avara, invidiosa e superba: + dai lor costumi fa che tu ti forbi. + +La tua fortuna tanto onor ti serba, + che l'una parte e l'altra avranno fame + di te; ma lungi fia dal becco l'erba. + +Faccian le bestie fiesolane strame + di lor medesme, e non tocchin la pianta, + s'alcuna surge ancora in lor letame, + +in cui riviva la sementa santa + di que' Roman che vi rimaser quando + fu fatto il nido di malizia tanta>>. + +<<Se fosse tutto pieno il mio dimando>>, + rispuos'io lui, <<voi non sareste ancora + de l'umana natura posto in bando; + +che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora, + la cara e buona imagine paterna + di voi quando nel mondo ad ora ad ora + +m'insegnavate come l'uom s'etterna: + e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo + convien che ne la mia lingua si scerna. + +Cio` che narrate di mio corso scrivo, + e serbolo a chiosar con altro testo + a donna che sapra`, s'a lei arrivo. + +Tanto vogl'io che vi sia manifesto, + pur che mia coscienza non mi garra, + che a la Fortuna, come vuol, son presto. + +Non e` nuova a li orecchi miei tal arra: + pero` giri Fortuna la sua rota + come le piace, e 'l villan la sua marra>>. + +Lo mio maestro allora in su la gota + destra si volse in dietro, e riguardommi; + poi disse: <<Bene ascolta chi la nota>>. + +Ne' per tanto di men parlando vommi + con ser Brunetto, e dimando chi sono + li suoi compagni piu` noti e piu` sommi. + +Ed elli a me: <<Saper d'alcuno e` buono; + de li altri fia laudabile tacerci, + che' 'l tempo saria corto a tanto suono. + +In somma sappi che tutti fur cherci + e litterati grandi e di gran fama, + d'un peccato medesmo al mondo lerci. + +Priscian sen va con quella turba grama, + e Francesco d'Accorso anche; e vedervi, + s'avessi avuto di tal tigna brama, + +colui potei che dal servo de' servi + fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione, + dove lascio` li mal protesi nervi. + +Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone + piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio + la` surger nuovo fummo del sabbione. + +Gente vien con la quale esser non deggio. + Sieti raccomandato il mio Tesoro + nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio>>. + +Poi si rivolse, e parve di coloro + che corrono a Verona il drappo verde + per la campagna; e parve di costoro + +quelli che vince, non colui che perde. + + + +Inferno: Canto XVI + + +Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo + de l'acqua che cadea ne l'altro giro, + simile a quel che l'arnie fanno rombo, + +quando tre ombre insieme si partiro, + correndo, d'una torma che passava + sotto la pioggia de l'aspro martiro. + +Venian ver noi, e ciascuna gridava: + <<Sostati tu ch'a l'abito ne sembri + esser alcun di nostra terra prava>>. + +Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri + ricenti e vecchie, da le fiamme incese! + Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri. + +A le lor grida il mio dottor s'attese; + volse 'l viso ver me, e: <<Or aspetta>>, + disse <<a costor si vuole esser cortese. + +E se non fosse il foco che saetta + la natura del loco, i' dicerei + che meglio stesse a te che a lor la fretta>>. + +Ricominciar, come noi restammo, ei + l'antico verso; e quando a noi fuor giunti, + fenno una rota di se' tutti e trei. + +Qual sogliono i campion far nudi e unti, + avvisando lor presa e lor vantaggio, + prima che sien tra lor battuti e punti, + +cosi` rotando, ciascuno il visaggio + drizzava a me, si` che 'n contraro il collo + faceva ai pie` continuo viaggio. + +E <<Se miseria d'esto loco sollo + rende in dispetto noi e nostri prieghi>>, + comincio` l'uno <<e 'l tinto aspetto e brollo, + +la fama nostra il tuo animo pieghi + a dirne chi tu se', che i vivi piedi + cosi` sicuro per lo 'nferno freghi. + +Questi, l'orme di cui pestar mi vedi, + tutto che nudo e dipelato vada, + fu di grado maggior che tu non credi: + +nepote fu de la buona Gualdrada; + Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita + fece col senno assai e con la spada. + +L'altro, ch'appresso me la rena trita, + e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce + nel mondo su` dovria esser gradita. + +E io, che posto son con loro in croce, + Iacopo Rusticucci fui; e certo + la fiera moglie piu` ch'altro mi nuoce>>. + +S'i' fossi stato dal foco coperto, + gittato mi sarei tra lor di sotto, + e credo che 'l dottor l'avria sofferto; + +ma perch'io mi sarei brusciato e cotto, + vinse paura la mia buona voglia + che di loro abbracciar mi facea ghiotto. + +Poi cominciai: <<Non dispetto, ma doglia + la vostra condizion dentro mi fisse, + tanta che tardi tutta si dispoglia, + +tosto che questo mio segnor mi disse + parole per le quali i' mi pensai + che qual voi siete, tal gente venisse. + +Di vostra terra sono, e sempre mai + l'ovra di voi e li onorati nomi + con affezion ritrassi e ascoltai. + +Lascio lo fele e vo per dolci pomi + promessi a me per lo verace duca; + ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi>>. + +<<Se lungamente l'anima conduca + le membra tue>>, rispuose quelli ancora, + <<e se la fama tua dopo te luca, + +cortesia e valor di` se dimora + ne la nostra citta` si` come suole, + o se del tutto se n'e` gita fora; + +che' Guiglielmo Borsiere, il qual si duole + con noi per poco e va la` coi compagni, + assai ne cruccia con le sue parole>>. + +<<La gente nuova e i subiti guadagni + orgoglio e dismisura han generata, + Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni>>. + +Cosi` gridai con la faccia levata; + e i tre, che cio` inteser per risposta, + guardar l'un l'altro com'al ver si guata. + +<<Se l'altre volte si` poco ti costa>>, + rispuoser tutti <<il satisfare altrui, + felice te se si` parli a tua posta! + +Pero`, se campi d'esti luoghi bui + e torni a riveder le belle stelle, + quando ti giovera` dicere "I' fui", + +fa che di noi a la gente favelle>>. + Indi rupper la rota, e a fuggirsi + ali sembiar le gambe loro isnelle. + +Un amen non saria potuto dirsi + tosto cosi` com'e' fuoro spariti; + per ch'al maestro parve di partirsi. + +Io lo seguiva, e poco eravam iti, + che 'l suon de l'acqua n'era si` vicino, + che per parlar saremmo a pena uditi. + +Come quel fiume c'ha proprio cammino + prima dal Monte Viso 'nver' levante, + da la sinistra costa d'Apennino, + +che si chiama Acquacheta suso, avante + che si divalli giu` nel basso letto, + e a Forli` di quel nome e` vacante, + +rimbomba la` sovra San Benedetto + de l'Alpe per cadere ad una scesa + ove dovea per mille esser recetto; + +cosi`, giu` d'una ripa discoscesa, + trovammo risonar quell'acqua tinta, + si` che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa. + +Io avea una corda intorno cinta, + e con essa pensai alcuna volta + prender la lonza a la pelle dipinta. + +Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta, + si` come 'l duca m'avea comandato, + porsila a lui aggroppata e ravvolta. + +Ond'ei si volse inver' lo destro lato, + e alquanto di lunge da la sponda + la gitto` giuso in quell'alto burrato. + +'E' pur convien che novita` risponda' + dicea fra me medesmo 'al novo cenno + che 'l maestro con l'occhio si` seconda'. + +Ahi quanto cauti li uomini esser dienno + presso a color che non veggion pur l'ovra, + ma per entro i pensier miran col senno! + +El disse a me: <<Tosto verra` di sovra + cio` ch'io attendo e che il tuo pensier sogna: + tosto convien ch'al tuo viso si scovra>>. + +Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna + de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote, + pero` che sanza colpa fa vergogna; + +ma qui tacer nol posso; e per le note + di questa comedia, lettor, ti giuro, + s'elle non sien di lunga grazia vote, + +ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro + venir notando una figura in suso, + maravigliosa ad ogne cor sicuro, + +si` come torna colui che va giuso + talora a solver l'ancora ch'aggrappa + o scoglio o altro che nel mare e` chiuso, + +che 'n su` si stende, e da pie` si rattrappa. + + + +Inferno: Canto XVII + + +<<Ecco la fiera con la coda aguzza, + che passa i monti, e rompe i muri e l'armi! + Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!>>. + +Si` comincio` lo mio duca a parlarmi; + e accennolle che venisse a proda + vicino al fin d'i passeggiati marmi. + +E quella sozza imagine di froda + sen venne, e arrivo` la testa e 'l busto, + ma 'n su la riva non trasse la coda. + +La faccia sua era faccia d'uom giusto, + tanto benigna avea di fuor la pelle, + e d'un serpente tutto l'altro fusto; + +due branche avea pilose insin l'ascelle; + lo dosso e 'l petto e ambedue le coste + dipinti avea di nodi e di rotelle. + +Con piu` color, sommesse e sovraposte + non fer mai drappi Tartari ne' Turchi, + ne' fuor tai tele per Aragne imposte. + +Come tal volta stanno a riva i burchi, + che parte sono in acqua e parte in terra, + e come la` tra li Tedeschi lurchi + +lo bivero s'assetta a far sua guerra, + cosi` la fiera pessima si stava + su l'orlo ch'e` di pietra e 'l sabbion serra. + +Nel vano tutta sua coda guizzava, + torcendo in su` la venenosa forca + ch'a guisa di scorpion la punta armava. + +Lo duca disse: <<Or convien che si torca + la nostra via un poco insino a quella + bestia malvagia che cola` si corca>>. + +Pero` scendemmo a la destra mammella, + e diece passi femmo in su lo stremo, + per ben cessar la rena e la fiammella. + +E quando noi a lei venuti semo, + poco piu` oltre veggio in su la rena + gente seder propinqua al loco scemo. + +Quivi 'l maestro <<Accio` che tutta piena + esperienza d'esto giron porti>>, + mi disse, <<va, e vedi la lor mena. + +Li tuoi ragionamenti sian la` corti: + mentre che torni, parlero` con questa, + che ne conceda i suoi omeri forti>>. + +Cosi` ancor su per la strema testa + di quel settimo cerchio tutto solo + andai, dove sedea la gente mesta. + +Per li occhi fora scoppiava lor duolo; + e` di qua, di la` soccorrien con le mani + quando a' vapori, e quando al caldo suolo: + +non altrimenti fan di state i cani + or col ceffo, or col pie`, quando son morsi + o da pulci o da mosche o da tafani. + +Poi che nel viso a certi li occhi porsi, + ne' quali 'l doloroso foco casca, + non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi + +che dal collo a ciascun pendea una tasca + ch'avea certo colore e certo segno, + e quindi par che 'l loro occhio si pasca. + +E com'io riguardando tra lor vegno, + in una borsa gialla vidi azzurro + che d'un leone avea faccia e contegno. + +Poi, procedendo di mio sguardo il curro, + vidine un'altra come sangue rossa, + mostrando un'oca bianca piu` che burro. + +E un che d'una scrofa azzurra e grossa + segnato avea lo suo sacchetto bianco, + mi disse: <<Che fai tu in questa fossa? + +Or te ne va; e perche' se' vivo anco, + sappi che 'l mio vicin Vitaliano + sedera` qui dal mio sinistro fianco. + +Con questi Fiorentin son padoano: + spesse fiate mi 'ntronan li orecchi + gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano, + +che rechera` la tasca con tre becchi!">>. + Qui distorse la bocca e di fuor trasse + la lingua, come bue che 'l naso lecchi. + +E io, temendo no 'l piu` star crucciasse + lui che di poco star m'avea 'mmonito, + torna'mi in dietro da l'anime lasse. + +Trova' il duca mio ch'era salito + gia` su la groppa del fiero animale, + e disse a me: <<Or sie forte e ardito. + +Omai si scende per si` fatte scale: + monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo, + si` che la coda non possa far male>>. + +Qual e` colui che si` presso ha 'l riprezzo + de la quartana, c'ha gia` l'unghie smorte, + e triema tutto pur guardando 'l rezzo, + +tal divenn'io a le parole porte; + ma vergogna mi fe' le sue minacce, + che innanzi a buon segnor fa servo forte. + +I' m'assettai in su quelle spallacce; + si` volli dir, ma la voce non venne + com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'. + +Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne + ad altro forse, tosto ch'i' montai + con le braccia m'avvinse e mi sostenne; + +e disse: <<Gerion, moviti omai: + le rote larghe e lo scender sia poco: + pensa la nova soma che tu hai>>. + +Come la navicella esce di loco + in dietro in dietro, si` quindi si tolse; + e poi ch'al tutto si senti` a gioco, + +la` 'v'era 'l petto, la coda rivolse, + e quella tesa, come anguilla, mosse, + e con le branche l'aere a se' raccolse. + +Maggior paura non credo che fosse + quando Fetonte abbandono` li freni, + per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse; + +ne' quando Icaro misero le reni + senti` spennar per la scaldata cera, + gridando il padre a lui <<Mala via tieni!>>, + +che fu la mia, quando vidi ch'i' era + ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta + ogne veduta fuor che de la fera. + +Ella sen va notando lenta lenta: + rota e discende, ma non me n'accorgo + se non che al viso e di sotto mi venta. + +Io sentia gia` da la man destra il gorgo + far sotto noi un orribile scroscio, + per che con li occhi 'n giu` la testa sporgo. + +Allor fu' io piu` timido a lo stoscio, + pero` ch'i' vidi fuochi e senti' pianti; + ond'io tremando tutto mi raccoscio. + +E vidi poi, che' nol vedea davanti, + lo scendere e 'l girar per li gran mali + che s'appressavan da diversi canti. + +Come 'l falcon ch'e` stato assai su l'ali, + che sanza veder logoro o uccello + fa dire al falconiere <<Ome`, tu cali!>>, + +discende lasso onde si move isnello, + per cento rote, e da lunge si pone + dal suo maestro, disdegnoso e fello; + +cosi` ne puose al fondo Gerione + al pie` al pie` de la stagliata rocca + e, discarcate le nostre persone, + +si dileguo` come da corda cocca. + + + +Inferno: Canto XVIII + + +Luogo e` in inferno detto Malebolge, + tutto di pietra di color ferrigno, + come la cerchia che dintorno il volge. + +Nel dritto mezzo del campo maligno + vaneggia un pozzo assai largo e profondo, + di cui suo loco dicero` l'ordigno. + +Quel cinghio che rimane adunque e` tondo + tra 'l pozzo e 'l pie` de l'alta ripa dura, + e ha distinto in dieci valli il fondo. + +Quale, dove per guardia de le mura + piu` e piu` fossi cingon li castelli, + la parte dove son rende figura, + +tale imagine quivi facean quelli; + e come a tai fortezze da' lor sogli + a la ripa di fuor son ponticelli, + +cosi` da imo de la roccia scogli + movien che ricidien li argini e ' fossi + infino al pozzo che i tronca e raccogli. + +In questo luogo, de la schiena scossi + di Gerion, trovammoci; e 'l poeta + tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. + +A la man destra vidi nova pieta, + novo tormento e novi frustatori, + di che la prima bolgia era repleta. + +Nel fondo erano ignudi i peccatori; + dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto, + di la` con noi, ma con passi maggiori, + +come i Roman per l'essercito molto, + l'anno del giubileo, su per lo ponte + hanno a passar la gente modo colto, + +che da l'un lato tutti hanno la fronte + verso 'l castello e vanno a Santo Pietro; + da l'altra sponda vanno verso 'l monte. + +Di qua, di la`, su per lo sasso tetro + vidi demon cornuti con gran ferze, + che li battien crudelmente di retro. + +Ahi come facean lor levar le berze + a le prime percosse! gia` nessuno + le seconde aspettava ne' le terze. + +Mentr'io andava, li occhi miei in uno + furo scontrati; e io si` tosto dissi: + <<Gia` di veder costui non son digiuno>>. + +Per ch'io a figurarlo i piedi affissi; + e 'l dolce duca meco si ristette, + e assentio ch'alquanto in dietro gissi. + +E quel frustato celar si credette + bassando 'l viso; ma poco li valse, + ch'io dissi: <<O tu che l'occhio a terra gette, + +se le fazion che porti non son false, + Venedico se' tu Caccianemico. + Ma che ti mena a si` pungenti salse?>>. + +Ed elli a me: <<Mal volentier lo dico; + ma sforzami la tua chiara favella, + che mi fa sovvenir del mondo antico. + +I' fui colui che la Ghisolabella + condussi a far la voglia del marchese, + come che suoni la sconcia novella. + +E non pur io qui piango bolognese; + anzi n'e` questo luogo tanto pieno, + che tante lingue non son ora apprese + +a dicer 'sipa' tra Savena e Reno; + e se di cio` vuoi fede o testimonio, + recati a mente il nostro avaro seno>>. + +Cosi` parlando il percosse un demonio + de la sua scuriada, e disse: <<Via, + ruffian! qui non son femmine da conio>>. + +I' mi raggiunsi con la scorta mia; + poscia con pochi passi divenimmo + la` 'v'uno scoglio de la ripa uscia. + +Assai leggeramente quel salimmo; + e volti a destra su per la sua scheggia, + da quelle cerchie etterne ci partimmo. + +Quando noi fummo la` dov'el vaneggia + di sotto per dar passo a li sferzati, + lo duca disse: <<Attienti, e fa che feggia + +lo viso in te di quest'altri mal nati, + ai quali ancor non vedesti la faccia + pero` che son con noi insieme andati>>. + +Del vecchio ponte guardavam la traccia + che venia verso noi da l'altra banda, + e che la ferza similmente scaccia. + +E 'l buon maestro, sanza mia dimanda, + mi disse: <<Guarda quel grande che vene, + e per dolor non par lagrime spanda: + +quanto aspetto reale ancor ritene! + Quelli e` Iason, che per cuore e per senno + li Colchi del monton privati fene. + +Ello passo` per l'isola di Lenno, + poi che l'ardite femmine spietate + tutti li maschi loro a morte dienno. + +Ivi con segni e con parole ornate + Isifile inganno`, la giovinetta + che prima avea tutte l'altre ingannate. + +Lasciolla quivi, gravida, soletta; + tal colpa a tal martiro lui condanna; + e anche di Medea si fa vendetta. + +Con lui sen va chi da tal parte inganna: + e questo basti de la prima valle + sapere e di color che 'n se' assanna>>. + +Gia` eravam la` 've lo stretto calle + con l'argine secondo s'incrocicchia, + e fa di quello ad un altr'arco spalle. + +Quindi sentimmo gente che si nicchia + ne l'altra bolgia e che col muso scuffa, + e se' medesma con le palme picchia. + +Le ripe eran grommate d'una muffa, + per l'alito di giu` che vi s'appasta, + che con li occhi e col naso facea zuffa. + +Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta + loco a veder sanza montare al dosso + de l'arco, ove lo scoglio piu` sovrasta. + +Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso + vidi gente attuffata in uno sterco + che da li uman privadi parea mosso. + +E mentre ch'io la` giu` con l'occhio cerco, + vidi un col capo si` di merda lordo, + che non parea s'era laico o cherco. + +Quei mi sgrido`: <<Perche' se' tu si` gordo + di riguardar piu` me che li altri brutti?>>. + E io a lui: <<Perche', se ben ricordo, + +gia` t'ho veduto coi capelli asciutti, + e se' Alessio Interminei da Lucca: + pero` t'adocchio piu` che li altri tutti>>. + +Ed elli allor, battendosi la zucca: + <<Qua giu` m'hanno sommerso le lusinghe + ond'io non ebbi mai la lingua stucca>>. + +Appresso cio` lo duca <<Fa che pinghe>>, + mi disse <<il viso un poco piu` avante, + si` che la faccia ben con l'occhio attinghe + +di quella sozza e scapigliata fante + che la` si graffia con l'unghie merdose, + e or s'accoscia e ora e` in piedi stante. + +Taide e`, la puttana che rispuose + al drudo suo quando disse "Ho io grazie + grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". + +E quinci sien le nostre viste sazie>>. + + + +Inferno: Canto XIX + + +O Simon mago, o miseri seguaci + che le cose di Dio, che di bontate + deon essere spose, e voi rapaci + +per oro e per argento avolterate, + or convien che per voi suoni la tromba, + pero` che ne la terza bolgia state. + +Gia` eravamo, a la seguente tomba, + montati de lo scoglio in quella parte + ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba. + +O somma sapienza, quanta e` l'arte + che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, + e quanto giusto tua virtu` comparte! + +Io vidi per le coste e per lo fondo + piena la pietra livida di fori, + d'un largo tutti e ciascun era tondo. + +Non mi parean men ampi ne' maggiori + che que' che son nel mio bel San Giovanni, + fatti per loco d'i battezzatori; + +l'un de li quali, ancor non e` molt'anni, + rupp'io per un che dentro v'annegava: + e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni. + +Fuor de la bocca a ciascun soperchiava + d'un peccator li piedi e de le gambe + infino al grosso, e l'altro dentro stava. + +Le piante erano a tutti accese intrambe; + per che si` forte guizzavan le giunte, + che spezzate averien ritorte e strambe. + +Qual suole il fiammeggiar de le cose unte + muoversi pur su per la strema buccia, + tal era li` dai calcagni a le punte. + +<<Chi e` colui, maestro, che si cruccia + guizzando piu` che li altri suoi consorti>>, + diss'io, <<e cui piu` roggia fiamma succia?>>. + +Ed elli a me: <<Se tu vuo' ch'i' ti porti + la` giu` per quella ripa che piu` giace, + da lui saprai di se' e de' suoi torti>>. + +E io: <<Tanto m'e` bel, quanto a te piace: + tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto + dal tuo volere, e sai quel che si tace>>. + +Allor venimmo in su l'argine quarto: + volgemmo e discendemmo a mano stanca + la` giu` nel fondo foracchiato e arto. + +Lo buon maestro ancor de la sua anca + non mi dipuose, si` mi giunse al rotto + di quel che si piangeva con la zanca. + +<<O qual che se' che 'l di su` tien di sotto, + anima trista come pal commessa>>, + comincia' io a dir, <<se puoi, fa motto>>. + +Io stava come 'l frate che confessa + lo perfido assessin, che, poi ch'e` fitto, + richiama lui, per che la morte cessa. + +Ed el grido`: <<Se' tu gia` costi` ritto, + se' tu gia` costi` ritto, Bonifazio? + Di parecchi anni mi menti` lo scritto. + +Se' tu si` tosto di quell'aver sazio + per lo qual non temesti torre a 'nganno + la bella donna, e poi di farne strazio?>>. + +Tal mi fec'io, quai son color che stanno, + per non intender cio` ch'e` lor risposto, + quasi scornati, e risponder non sanno. + +Allor Virgilio disse: <<Dilli tosto: + "Non son colui, non son colui che credi">>; + e io rispuosi come a me fu imposto. + +Per che lo spirto tutti storse i piedi; + poi, sospirando e con voce di pianto, + mi disse: <<Dunque che a me richiedi? + +Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto, + che tu abbi pero` la ripa corsa, + sappi ch'i' fui vestito del gran manto; + +e veramente fui figliuol de l'orsa, + cupido si` per avanzar li orsatti, + che su` l'avere e qui me misi in borsa. + +Di sotto al capo mio son li altri tratti + che precedetter me simoneggiando, + per le fessure de la pietra piatti. + +La` giu` caschero` io altresi` quando + verra` colui ch'i' credea che tu fossi + allor ch'i' feci 'l subito dimando. + +Ma piu` e` 'l tempo gia` che i pie` mi cossi + e ch'i' son stato cosi` sottosopra, + ch'el non stara` piantato coi pie` rossi: + +che' dopo lui verra` di piu` laida opra + di ver' ponente, un pastor sanza legge, + tal che convien che lui e me ricuopra. + +Novo Iason sara`, di cui si legge + ne' Maccabei; e come a quel fu molle + suo re, cosi` fia lui chi Francia regge>>. + +Io non so s'i' mi fui qui troppo folle, + ch'i' pur rispuosi lui a questo metro: + <<Deh, or mi di`: quanto tesoro volle + +Nostro Segnore in prima da san Pietro + ch'ei ponesse le chiavi in sua balia? + Certo non chiese se non "Viemmi retro". + +Ne' Pier ne' li altri tolsero a Matia + oro od argento, quando fu sortito + al loco che perde' l'anima ria. + +Pero` ti sta, che' tu se' ben punito; + e guarda ben la mal tolta moneta + ch'esser ti fece contra Carlo ardito. + +E se non fosse ch'ancor lo mi vieta + la reverenza delle somme chiavi + che tu tenesti ne la vita lieta, + +io userei parole ancor piu` gravi; + che' la vostra avarizia il mondo attrista, + calcando i buoni e sollevando i pravi. + +Di voi pastor s'accorse il Vangelista, + quando colei che siede sopra l'acque + puttaneggiar coi regi a lui fu vista; + +quella che con le sette teste nacque, + e da le diece corna ebbe argomento, + fin che virtute al suo marito piacque. + +Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento; + e che altro e` da voi a l'idolatre, + se non ch'elli uno, e voi ne orate cento? + +Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, + non la tua conversion, ma quella dote + che da te prese il primo ricco patre!>>. + +E mentr'io li cantava cotai note, + o ira o coscienza che 'l mordesse, + forte spingava con ambo le piote. + +I' credo ben ch'al mio duca piacesse, + con si` contenta labbia sempre attese + lo suon de le parole vere espresse. + +Pero` con ambo le braccia mi prese; + e poi che tutto su mi s'ebbe al petto, + rimonto` per la via onde discese. + +Ne' si stanco` d'avermi a se' distretto, + si` men porto` sovra 'l colmo de l'arco + che dal quarto al quinto argine e` tragetto. + +Quivi soavemente spuose il carco, + soave per lo scoglio sconcio ed erto + che sarebbe a le capre duro varco. + +Indi un altro vallon mi fu scoperto. + + + +Inferno: Canto XX + + +Di nova pena mi conven far versi + e dar matera al ventesimo canto + de la prima canzon ch'e` d'i sommersi. + +Io era gia` disposto tutto quanto + a riguardar ne lo scoperto fondo, + che si bagnava d'angoscioso pianto; + +e vidi gente per lo vallon tondo + venir, tacendo e lagrimando, al passo + che fanno le letane in questo mondo. + +Come 'l viso mi scese in lor piu` basso, + mirabilmente apparve esser travolto + ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso; + +che' da le reni era tornato 'l volto, + e in dietro venir li convenia, + perche' 'l veder dinanzi era lor tolto. + +Forse per forza gia` di parlasia + si travolse cosi` alcun del tutto; + ma io nol vidi, ne' credo che sia. + +Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto + di tua lezione, or pensa per te stesso + com'io potea tener lo viso asciutto, + +quando la nostra imagine di presso + vidi si` torta, che 'l pianto de li occhi + le natiche bagnava per lo fesso. + +Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi + del duro scoglio, si` che la mia scorta + mi disse: <<Ancor se' tu de li altri sciocchi? + +Qui vive la pieta` quand'e` ben morta; + chi e` piu` scellerato che colui + che al giudicio divin passion comporta? + +Drizza la testa, drizza, e vedi a cui + s'aperse a li occhi d'i Teban la terra; + per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui, + +Anfiarao? perche' lasci la guerra?". + E non resto` di ruinare a valle + fino a Minos che ciascheduno afferra. + +Mira c'ha fatto petto de le spalle: + perche' volle veder troppo davante, + di retro guarda e fa retroso calle. + +Vedi Tiresia, che muto` sembiante + quando di maschio femmina divenne + cangiandosi le membra tutte quante; + +e prima, poi, ribatter li convenne + li duo serpenti avvolti, con la verga, + che riavesse le maschili penne. + +Aronta e` quel ch'al ventre li s'atterga, + che ne' monti di Luni, dove ronca + lo Carrarese che di sotto alberga, + +ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca + per sua dimora; onde a guardar le stelle + e 'l mar no li era la veduta tronca. + +E quella che ricuopre le mammelle, + che tu non vedi, con le trecce sciolte, + e ha di la` ogne pilosa pelle, + +Manto fu, che cerco` per terre molte; + poscia si puose la` dove nacqu'io; + onde un poco mi piace che m'ascolte. + +Poscia che 'l padre suo di vita uscio, + e venne serva la citta` di Baco, + questa gran tempo per lo mondo gio. + +Suso in Italia bella giace un laco, + a pie` de l'Alpe che serra Lamagna + sovra Tiralli, c'ha nome Benaco. + +Per mille fonti, credo, e piu` si bagna + tra Garda e Val Camonica e Pennino + de l'acqua che nel detto laco stagna. + +Loco e` nel mezzo la` dove 'l trentino + pastore e quel di Brescia e 'l veronese + segnar poria, s'e' fesse quel cammino. + +Siede Peschiera, bello e forte arnese + da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, + ove la riva 'ntorno piu` discese. + +Ivi convien che tutto quanto caschi + cio` che 'n grembo a Benaco star non puo`, + e fassi fiume giu` per verdi paschi. + +Tosto che l'acqua a correr mette co, + non piu` Benaco, ma Mencio si chiama + fino a Governol, dove cade in Po. + +Non molto ha corso, ch'el trova una lama, + ne la qual si distende e la 'mpaluda; + e suol di state talor essere grama. + +Quindi passando la vergine cruda + vide terra, nel mezzo del pantano, + sanza coltura e d'abitanti nuda. + +Li`, per fuggire ogne consorzio umano, + ristette con suoi servi a far sue arti, + e visse, e vi lascio` suo corpo vano. + +Li uomini poi che 'ntorno erano sparti + s'accolsero a quel loco, ch'era forte + per lo pantan ch'avea da tutte parti. + +Fer la citta` sovra quell'ossa morte; + e per colei che 'l loco prima elesse, + Mantua l'appellar sanz'altra sorte. + +Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse, + prima che la mattia da Casalodi + da Pinamonte inganno ricevesse. + +Pero` t'assenno che, se tu mai odi + originar la mia terra altrimenti, + la verita` nulla menzogna frodi>>. + +E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti + mi son si` certi e prendon si` mia fede, + che li altri mi sarien carboni spenti. + +Ma dimmi, de la gente che procede, + se tu ne vedi alcun degno di nota; + che' solo a cio` la mia mente rifiede>>. + +Allor mi disse: <<Quel che da la gota + porge la barba in su le spalle brune, + fu - quando Grecia fu di maschi vota, + +si` ch'a pena rimaser per le cune - + augure, e diede 'l punto con Calcanta + in Aulide a tagliar la prima fune. + +Euripilo ebbe nome, e cosi` 'l canta + l'alta mia tragedia in alcun loco: + ben lo sai tu che la sai tutta quanta. + +Quell'altro che ne' fianchi e` cosi` poco, + Michele Scotto fu, che veramente + de le magiche frode seppe 'l gioco. + +Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, + ch'avere inteso al cuoio e a lo spago + ora vorrebbe, ma tardi si pente. + +Vedi le triste che lasciaron l'ago, + la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine; + fecer malie con erbe e con imago. + +Ma vienne omai, che' gia` tiene 'l confine + d'amendue li emisperi e tocca l'onda + sotto Sobilia Caino e le spine; + +e gia` iernotte fu la luna tonda: + ben ten de' ricordar, che' non ti nocque + alcuna volta per la selva fonda>>. + +Si` mi parlava, e andavamo introcque. + + + +Inferno: Canto XXI + + +Cosi` di ponte in ponte, altro parlando + che la mia comedia cantar non cura, + venimmo; e tenavamo il colmo, quando + +restammo per veder l'altra fessura + di Malebolge e li altri pianti vani; + e vidila mirabilmente oscura. + +Quale ne l'arzana` de' Viniziani + bolle l'inverno la tenace pece + a rimpalmare i legni lor non sani, + +che' navicar non ponno - in quella vece + chi fa suo legno novo e chi ristoppa + le coste a quel che piu` viaggi fece; + +chi ribatte da proda e chi da poppa; + altri fa remi e altri volge sarte; + chi terzeruolo e artimon rintoppa -; + +tal, non per foco, ma per divin'arte, + bollia la` giuso una pegola spessa, + che 'nviscava la ripa d'ogne parte. + +I' vedea lei, ma non vedea in essa + mai che le bolle che 'l bollor levava, + e gonfiar tutta, e riseder compressa. + +Mentr'io la` giu` fisamente mirava, + lo duca mio, dicendo <<Guarda, guarda!>>, + mi trasse a se' del loco dov'io stava. + +Allor mi volsi come l'uom cui tarda + di veder quel che li convien fuggire + e cui paura subita sgagliarda, + +che, per veder, non indugia 'l partire: + e vidi dietro a noi un diavol nero + correndo su per lo scoglio venire. + +Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero! + e quanto mi parea ne l'atto acerbo, + con l'ali aperte e sovra i pie` leggero! + +L'omero suo, ch'era aguto e superbo, + carcava un peccator con ambo l'anche, + e quei tenea de' pie` ghermito 'l nerbo. + +Del nostro ponte disse: <<O Malebranche, + ecco un de li anzian di Santa Zita! + Mettetel sotto, ch'i' torno per anche + +a quella terra che n'e` ben fornita: + ogn'uom v'e` barattier, fuor che Bonturo; + del no, per li denar vi si fa ita>>. + +La` giu` 'l butto`, e per lo scoglio duro + si volse; e mai non fu mastino sciolto + con tanta fretta a seguitar lo furo. + +Quel s'attuffo`, e torno` su` convolto; + ma i demon che del ponte avean coperchio, + gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto: + +qui si nuota altrimenti che nel Serchio! + Pero`, se tu non vuo' di nostri graffi, + non far sopra la pegola soverchio>>. + +Poi l'addentar con piu` di cento raffi, + disser: <<Coverto convien che qui balli, + si` che, se puoi, nascosamente accaffi>>. + +Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli + fanno attuffare in mezzo la caldaia + la carne con li uncin, perche' non galli. + +Lo buon maestro <<Accio` che non si paia + che tu ci sia>>, mi disse, <<giu` t'acquatta + dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia; + +e per nulla offension che mi sia fatta, + non temer tu, ch'i' ho le cose conte, + perch'altra volta fui a tal baratta>>. + +Poscia passo` di la` dal co del ponte; + e com'el giunse in su la ripa sesta, + mestier li fu d'aver sicura fronte. + +Con quel furore e con quella tempesta + ch'escono i cani a dosso al poverello + che di subito chiede ove s'arresta, + +usciron quei di sotto al ponticello, + e volser contra lui tutt'i runcigli; + ma el grido`: <<Nessun di voi sia fello! + +Innanzi che l'uncin vostro mi pigli, + traggasi avante l'un di voi che m'oda, + e poi d'arruncigliarmi si consigli>>. + +Tutti gridaron: <<Vada Malacoda!>>; + per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -, + e venne a lui dicendo: <<Che li approda?>>. + +<<Credi tu, Malacoda, qui vedermi + esser venuto>>, disse 'l mio maestro, + <<sicuro gia` da tutti vostri schermi, + +sanza voler divino e fato destro? + Lascian'andar, che' nel cielo e` voluto + ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro>>. + +Allor li fu l'orgoglio si` caduto, + ch'e' si lascio` cascar l'uncino a' piedi, + e disse a li altri: <<Omai non sia feruto>>. + +E 'l duca mio a me: <<O tu che siedi + tra li scheggion del ponte quatto quatto, + sicuramente omai a me ti riedi>>. + +Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto; + e i diavoli si fecer tutti avanti, + si` ch'io temetti ch'ei tenesser patto; + +cosi` vid'io gia` temer li fanti + ch'uscivan patteggiati di Caprona, + veggendo se' tra nemici cotanti. + +I' m'accostai con tutta la persona + lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi + da la sembianza lor ch'era non buona. + +Ei chinavan li raffi e <<Vuo' che 'l tocchi>>, + diceva l'un con l'altro, <<in sul groppone?>>. + E rispondien: <<Si`, fa che gliel'accocchi!>>. + +Ma quel demonio che tenea sermone + col duca mio, si volse tutto presto, + e disse: <<Posa, posa, Scarmiglione!>>. + +Poi disse a noi: <<Piu` oltre andar per questo + iscoglio non si puo`, pero` che giace + tutto spezzato al fondo l'arco sesto. + +E se l'andare avante pur vi piace, + andatevene su per questa grotta; + presso e` un altro scoglio che via face. + +Ier, piu` oltre cinqu'ore che quest'otta, + mille dugento con sessanta sei + anni compie' che qui la via fu rotta. + +Io mando verso la` di questi miei + a riguardar s'alcun se ne sciorina; + gite con lor, che non saranno rei>>. + +<<Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina>>, + comincio` elli a dire, <<e tu, Cagnazzo; + e Barbariccia guidi la decina. + +Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo, + Ciriatto sannuto e Graffiacane + e Farfarello e Rubicante pazzo. + +Cercate 'ntorno le boglienti pane; + costor sian salvi infino a l'altro scheggio + che tutto intero va sovra le tane>>. + +<<Ome`, maestro, che e` quel ch'i' veggio?>>, + diss'io, <<deh, sanza scorta andianci soli, + se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio. + +Se tu se' si` accorto come suoli, + non vedi tu ch'e' digrignan li denti, + e con le ciglia ne minaccian duoli?>>. + +Ed elli a me: <<Non vo' che tu paventi; + lasciali digrignar pur a lor senno, + ch'e' fanno cio` per li lessi dolenti>>. + +Per l'argine sinistro volta dienno; + ma prima avea ciascun la lingua stretta + coi denti, verso lor duca, per cenno; + +ed elli avea del cul fatto trombetta. + + + +Inferno: Canto XXII + + +Io vidi gia` cavalier muover campo, + e cominciare stormo e far lor mostra, + e talvolta partir per loro scampo; + +corridor vidi per la terra vostra, + o Aretini, e vidi gir gualdane, + fedir torneamenti e correr giostra; + +quando con trombe, e quando con campane, + con tamburi e con cenni di castella, + e con cose nostrali e con istrane; + +ne' gia` con si` diversa cennamella + cavalier vidi muover ne' pedoni, + ne' nave a segno di terra o di stella. + +Noi andavam con li diece demoni. + Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa + coi santi, e in taverna coi ghiottoni. + +Pur a la pegola era la mia 'ntesa, + per veder de la bolgia ogne contegno + e de la gente ch'entro v'era incesa. + +Come i dalfini, quando fanno segno + a' marinar con l'arco de la schiena, + che s'argomentin di campar lor legno, + +talor cosi`, ad alleggiar la pena, + mostrav'alcun de' peccatori il dosso + e nascondea in men che non balena. + +E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso + stanno i ranocchi pur col muso fuori, + si` che celano i piedi e l'altro grosso, + +si` stavan d'ogne parte i peccatori; + ma come s'appressava Barbariccia, + cosi` si ritraen sotto i bollori. + +I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia, + uno aspettar cosi`, com'elli 'ncontra + ch'una rana rimane e l'altra spiccia; + +e Graffiacan, che li era piu` di contra, + li arrunciglio` le 'mpegolate chiome + e trassel su`, che mi parve una lontra. + +I' sapea gia` di tutti quanti 'l nome, + si` li notai quando fuorono eletti, + e poi ch'e' si chiamaro, attesi come. + +<<O Rubicante, fa che tu li metti + li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!>>, + gridavan tutti insieme i maladetti. + +E io: <<Maestro mio, fa, se tu puoi, + che tu sappi chi e` lo sciagurato + venuto a man de li avversari suoi>>. + +Lo duca mio li s'accosto` allato; + domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose: + <<I' fui del regno di Navarra nato. + +Mia madre a servo d'un segnor mi puose, + che m'avea generato d'un ribaldo, + distruggitor di se' e di sue cose. + +Poi fui famiglia del buon re Tebaldo: + quivi mi misi a far baratteria; + di ch'io rendo ragione in questo caldo>>. + +E Ciriatto, a cui di bocca uscia + d'ogne parte una sanna come a porco, + li fe' sentir come l'una sdruscia. + +Tra male gatte era venuto 'l sorco; + ma Barbariccia il chiuse con le braccia, + e disse: <<State in la`, mentr'io lo 'nforco>>. + +E al maestro mio volse la faccia: + <<Domanda>>, disse, <<ancor, se piu` disii + saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia>>. + +Lo duca dunque: <<Or di`: de li altri rii + conosci tu alcun che sia latino + sotto la pece?>>. E quelli: <<I' mi partii, + +poco e`, da un che fu di la` vicino. + Cosi` foss'io ancor con lui coperto, + ch'i' non temerei unghia ne' uncino!>>. + +E Libicocco <<Troppo avem sofferto>>, + disse; e preseli 'l braccio col runciglio, + si` che, stracciando, ne porto` un lacerto. + +Draghignazzo anco i volle dar di piglio + giuso a le gambe; onde 'l decurio loro + si volse intorno intorno con mal piglio. + +Quand'elli un poco rappaciati fuoro, + a lui, ch'ancor mirava sua ferita, + domando` 'l duca mio sanza dimoro: + +<<Chi fu colui da cui mala partita + di' che facesti per venire a proda?>>. + Ed ei rispuose: <<Fu frate Gomita, + +quel di Gallura, vasel d'ogne froda, + ch'ebbe i nemici di suo donno in mano, + e fe' si` lor, che ciascun se ne loda. + +Danar si tolse, e lasciolli di piano, + si` com'e' dice; e ne li altri offici anche + barattier fu non picciol, ma sovrano. + +Usa con esso donno Michel Zanche + di Logodoro; e a dir di Sardigna + le lingue lor non si sentono stanche. + +Ome`, vedete l'altro che digrigna: + i' direi anche, ma i' temo ch'ello + non s'apparecchi a grattarmi la tigna>>. + +E 'l gran proposto, volto a Farfarello + che stralunava li occhi per fedire, + disse: <<Fatti 'n costa`, malvagio uccello!>>. + +<<Se voi volete vedere o udire>>, + ricomincio` lo spaurato appresso + <<Toschi o Lombardi, io ne faro` venire; + +ma stieno i Malebranche un poco in cesso, + si` ch'ei non teman de le lor vendette; + e io, seggendo in questo loco stesso, + +per un ch'io son, ne faro` venir sette + quand'io suffolero`, com'e` nostro uso + di fare allor che fori alcun si mette>>. + +Cagnazzo a cotal motto levo` 'l muso, + crollando 'l capo, e disse: <<Odi malizia + ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!>>. + +Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia, + rispuose: <<Malizioso son io troppo, + quand'io procuro a' mia maggior trestizia>>. + +Alichin non si tenne e, di rintoppo + a li altri, disse a lui: <<Se tu ti cali, + io non ti verro` dietro di gualoppo, + +ma battero` sovra la pece l'ali. + Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo, + a veder se tu sol piu` di noi vali>>. + +O tu che leggi, udirai nuovo ludo: + ciascun da l'altra costa li occhi volse; + quel prima, ch'a cio` fare era piu` crudo. + +Lo Navarrese ben suo tempo colse; + fermo` le piante a terra, e in un punto + salto` e dal proposto lor si sciolse. + +Di che ciascun di colpa fu compunto, + ma quei piu` che cagion fu del difetto; + pero` si mosse e grido`: <<Tu se' giunto!>>. + +Ma poco i valse: che' l'ali al sospetto + non potero avanzar: quelli ando` sotto, + e quei drizzo` volando suso il petto: + +non altrimenti l'anitra di botto, + quando 'l falcon s'appressa, giu` s'attuffa, + ed ei ritorna su` crucciato e rotto. + +Irato Calcabrina de la buffa, + volando dietro li tenne, invaghito + che quei campasse per aver la zuffa; + +e come 'l barattier fu disparito, + cosi` volse li artigli al suo compagno, + e fu con lui sopra 'l fosso ghermito. + +Ma l'altro fu bene sparvier grifagno + ad artigliar ben lui, e amendue + cadder nel mezzo del bogliente stagno. + +Lo caldo sghermitor subito fue; + ma pero` di levarsi era neente, + si` avieno inviscate l'ali sue. + +Barbariccia, con li altri suoi dolente, + quattro ne fe' volar da l'altra costa + con tutt'i raffi, e assai prestamente + +di qua, di la` discesero a la posta; + porser li uncini verso li 'mpaniati, + ch'eran gia` cotti dentro da la crosta; + +e noi lasciammo lor cosi` 'mpacciati. + + + +Inferno: Canto XXIII + + +Taciti, soli, sanza compagnia + n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo, + come frati minor vanno per via. + +Volt'era in su la favola d'Isopo + lo mio pensier per la presente rissa, + dov'el parlo` de la rana e del topo; + +che' piu` non si pareggia 'mo' e 'issa' + che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia + principio e fine con la mente fissa. + +E come l'un pensier de l'altro scoppia, + cosi` nacque di quello un altro poi, + che la prima paura mi fe' doppia. + +Io pensava cosi`: 'Questi per noi + sono scherniti con danno e con beffa + si` fatta, ch'assai credo che lor noi. + +Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa, + ei ne verranno dietro piu` crudeli + che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'. + +Gia` mi sentia tutti arricciar li peli + de la paura e stava in dietro intento, + quand'io dissi: <<Maestro, se non celi + +te e me tostamente, i' ho pavento + d'i Malebranche. Noi li avem gia` dietro; + io li 'magino si`, che gia` li sento>>. + +E quei: <<S'i' fossi di piombato vetro, + l'imagine di fuor tua non trarrei + piu` tosto a me, che quella dentro 'mpetro. + +Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei, + con simile atto e con simile faccia, + si` che d'intrambi un sol consiglio fei. + +S'elli e` che si` la destra costa giaccia, + che noi possiam ne l'altra bolgia scendere, + noi fuggirem l'imaginata caccia>>. + +Gia` non compie' di tal consiglio rendere, + ch'io li vidi venir con l'ali tese + non molto lungi, per volerne prendere. + +Lo duca mio di subito mi prese, + come la madre ch'al romore e` desta + e vede presso a se' le fiamme accese, + +che prende il figlio e fugge e non s'arresta, + avendo piu` di lui che di se' cura, + tanto che solo una camiscia vesta; + +e giu` dal collo de la ripa dura + supin si diede a la pendente roccia, + che l'un de' lati a l'altra bolgia tura. + +Non corse mai si` tosto acqua per doccia + a volger ruota di molin terragno, + quand'ella piu` verso le pale approccia, + +come 'l maestro mio per quel vivagno, + portandosene me sovra 'l suo petto, + come suo figlio, non come compagno. + +A pena fuoro i pie` suoi giunti al letto + del fondo giu`, ch'e' furon in sul colle + sovresso noi; ma non li` era sospetto; + +che' l'alta provedenza che lor volle + porre ministri de la fossa quinta, + poder di partirs'indi a tutti tolle. + +La` giu` trovammo una gente dipinta + che giva intorno assai con lenti passi, + piangendo e nel sembiante stanca e vinta. + +Elli avean cappe con cappucci bassi + dinanzi a li occhi, fatte de la taglia + che in Clugni` per li monaci fassi. + +Di fuor dorate son, si` ch'elli abbaglia; + ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, + che Federigo le mettea di paglia. + +Oh in etterno faticoso manto! + Noi ci volgemmo ancor pur a man manca + con loro insieme, intenti al tristo pianto; + +ma per lo peso quella gente stanca + venia si` pian, che noi eravam nuovi + di compagnia ad ogne mover d'anca. + +Per ch'io al duca mio: <<Fa che tu trovi + alcun ch'al fatto o al nome si conosca, + e li occhi, si` andando, intorno movi>>. + +E un che 'ntese la parola tosca, + di retro a noi grido`: <<Tenete i piedi, + voi che correte si` per l'aura fosca! + +Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi>>. + Onde 'l duca si volse e disse: <<Aspetta + e poi secondo il suo passo procedi>>. + +Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta + de l'animo, col viso, d'esser meco; + ma tardavali 'l carco e la via stretta. + +Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco + mi rimiraron sanza far parola; + poi si volsero in se', e dicean seco: + +<<Costui par vivo a l'atto de la gola; + e s'e' son morti, per qual privilegio + vanno scoperti de la grave stola?>>. + +Poi disser me: <<O Tosco, ch'al collegio + de l'ipocriti tristi se' venuto, + dir chi tu se' non avere in dispregio>>. + +E io a loro: <<I' fui nato e cresciuto + sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa, + e son col corpo ch'i' ho sempre avuto. + +Ma voi chi siete, a cui tanto distilla + quant'i' veggio dolor giu` per le guance? + e che pena e` in voi che si` sfavilla?>>. + +E l'un rispuose a me: <<Le cappe rance + son di piombo si` grosse, che li pesi + fan cosi` cigolar le lor bilance. + +Frati godenti fummo, e bolognesi; + io Catalano e questi Loderingo + nomati, e da tua terra insieme presi, + +come suole esser tolto un uom solingo, + per conservar sua pace; e fummo tali, + ch'ancor si pare intorno dal Gardingo>>. + +Io cominciai: <<O frati, i vostri mali...>>; + ma piu` non dissi, ch'a l'occhio mi corse + un, crucifisso in terra con tre pali. + +Quando mi vide, tutto si distorse, + soffiando ne la barba con sospiri; + e 'l frate Catalan, ch'a cio` s'accorse, + +mi disse: <<Quel confitto che tu miri, + consiglio` i Farisei che convenia + porre un uom per lo popolo a' martiri. + +Attraversato e`, nudo, ne la via, + come tu vedi, ed e` mestier ch'el senta + qualunque passa, come pesa, pria. + +E a tal modo il socero si stenta + in questa fossa, e li altri dal concilio + che fu per li Giudei mala sementa>>. + +Allor vid'io maravigliar Virgilio + sovra colui ch'era disteso in croce + tanto vilmente ne l'etterno essilio. + +Poscia drizzo` al frate cotal voce: + <<Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci + s'a la man destra giace alcuna foce + +onde noi amendue possiamo uscirci, + sanza costrigner de li angeli neri + che vegnan d'esto fondo a dipartirci>>. + +Rispuose adunque: <<Piu` che tu non speri + s'appressa un sasso che de la gran cerchia + si move e varca tutt'i vallon feri, + +salvo che 'n questo e` rotto e nol coperchia: + montar potrete su per la ruina, + che giace in costa e nel fondo soperchia>>. + +Lo duca stette un poco a testa china; + poi disse: <<Mal contava la bisogna + colui che i peccator di qua uncina>>. + +E 'l frate: <<Io udi' gia` dire a Bologna + del diavol vizi assai, tra ' quali udi' + ch'elli e` bugiardo, e padre di menzogna>>. + +Appresso il duca a gran passi sen gi`, + turbato un poco d'ira nel sembiante; + ond'io da li 'ncarcati mi parti' + +dietro a le poste de le care piante. + + + +Inferno: Canto XXIV + + +In quella parte del giovanetto anno + che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra + e gia` le notti al mezzo di` sen vanno, + +quando la brina in su la terra assempra + l'imagine di sua sorella bianca, + ma poco dura a la sua penna tempra, + +lo villanello a cui la roba manca, + si leva, e guarda, e vede la campagna + biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca, + +ritorna in casa, e qua e la` si lagna, + come 'l tapin che non sa che si faccia; + poi riede, e la speranza ringavagna, + +veggendo 'l mondo aver cangiata faccia + in poco d'ora, e prende suo vincastro, + e fuor le pecorelle a pascer caccia. + +Cosi` mi fece sbigottir lo mastro + quand'io li vidi si` turbar la fronte, + e cosi` tosto al mal giunse lo 'mpiastro; + +che', come noi venimmo al guasto ponte, + lo duca a me si volse con quel piglio + dolce ch'io vidi prima a pie` del monte. + +Le braccia aperse, dopo alcun consiglio + eletto seco riguardando prima + ben la ruina, e diedemi di piglio. + +E come quei ch'adopera ed estima, + che sempre par che 'nnanzi si proveggia, + cosi`, levando me su` ver la cima + +d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia + dicendo: <<Sovra quella poi t'aggrappa; + ma tenta pria s'e` tal ch'ella ti reggia>>. + +Non era via da vestito di cappa, + che' noi a pena, ei lieve e io sospinto, + potavam su` montar di chiappa in chiappa. + +E se non fosse che da quel precinto + piu` che da l'altro era la costa corta, + non so di lui, ma io sarei ben vinto. + +Ma perche' Malebolge inver' la porta + del bassissimo pozzo tutta pende, + lo sito di ciascuna valle porta + +che l'una costa surge e l'altra scende; + noi pur venimmo al fine in su la punta + onde l'ultima pietra si scoscende. + +La lena m'era del polmon si` munta + quand'io fui su`, ch'i' non potea piu` oltre, + anzi m'assisi ne la prima giunta. + +<<Omai convien che tu cosi` ti spoltre>>, + disse 'l maestro; <<che', seggendo in piuma, + in fama non si vien, ne' sotto coltre; + +sanza la qual chi sua vita consuma, + cotal vestigio in terra di se' lascia, + qual fummo in aere e in acqua la schiuma. + +E pero` leva su`: vinci l'ambascia + con l'animo che vince ogne battaglia, + se col suo grave corpo non s'accascia. + +Piu` lunga scala convien che si saglia; + non basta da costoro esser partito. + Se tu mi 'ntendi, or fa si` che ti vaglia>>. + +Leva'mi allor, mostrandomi fornito + meglio di lena ch'i' non mi sentia; + e dissi: <<Va, ch'i' son forte e ardito>>. + +Su per lo scoglio prendemmo la via, + ch'era ronchioso, stretto e malagevole, + ed erto piu` assai che quel di pria. + +Parlando andava per non parer fievole; + onde una voce usci` de l'altro fosso, + a parole formar disconvenevole. + +Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso + fossi de l'arco gia` che varca quivi; + ma chi parlava ad ire parea mosso. + +Io era volto in giu`, ma li occhi vivi + non poteano ire al fondo per lo scuro; + per ch'io: <<Maestro, fa che tu arrivi + +da l'altro cinghio e dismontiam lo muro; + che', com'i' odo quinci e non intendo, + cosi` giu` veggio e neente affiguro>>. + +<<Altra risposta>>, disse, <<non ti rendo + se non lo far; che' la dimanda onesta + si de' seguir con l'opera tacendo>>. + +Noi discendemmo il ponte da la testa + dove s'aggiugne con l'ottava ripa, + e poi mi fu la bolgia manifesta: + +e vidivi entro terribile stipa + di serpenti, e di si` diversa mena + che la memoria il sangue ancor mi scipa. + +Piu` non si vanti Libia con sua rena; + che' se chelidri, iaculi e faree + produce, e cencri con anfisibena, + +ne' tante pestilenzie ne' si` ree + mostro` gia` mai con tutta l'Etiopia + ne' con cio` che di sopra al Mar Rosso ee. + +Tra questa cruda e tristissima copia + correan genti nude e spaventate, + sanza sperar pertugio o elitropia: + +con serpi le man dietro avean legate; + quelle ficcavan per le ren la coda + e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate. + +Ed ecco a un ch'era da nostra proda, + s'avvento` un serpente che 'l trafisse + la` dove 'l collo a le spalle s'annoda. + +Ne' O si` tosto mai ne' I si scrisse, + com'el s'accese e arse, e cener tutto + convenne che cascando divenisse; + +e poi che fu a terra si` distrutto, + la polver si raccolse per se' stessa, + e 'n quel medesmo ritorno` di butto. + +Cosi` per li gran savi si confessa + che la fenice more e poi rinasce, + quando al cinquecentesimo anno appressa; + +erba ne' biado in sua vita non pasce, + ma sol d'incenso lagrime e d'amomo, + e nardo e mirra son l'ultime fasce. + +E qual e` quel che cade, e non sa como, + per forza di demon ch'a terra il tira, + o d'altra oppilazion che lega l'omo, + +quando si leva, che 'ntorno si mira + tutto smarrito de la grande angoscia + ch'elli ha sofferta, e guardando sospira: + +tal era il peccator levato poscia. + Oh potenza di Dio, quant'e` severa, + che cotai colpi per vendetta croscia! + +Lo duca il domando` poi chi ello era; + per ch'ei rispuose: <<Io piovvi di Toscana, + poco tempo e`, in questa gola fiera. + +Vita bestial mi piacque e non umana, + si` come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci + bestia, e Pistoia mi fu degna tana>>. + +E io al duca: <<Dilli che non mucci, + e domanda che colpa qua giu` 'l pinse; + ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci>>. + +E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse, + ma drizzo` verso me l'animo e 'l volto, + e di trista vergogna si dipinse; + +poi disse: <<Piu` mi duol che tu m'hai colto + ne la miseria dove tu mi vedi, + che quando fui de l'altra vita tolto. + +Io non posso negar quel che tu chiedi; + in giu` son messo tanto perch'io fui + ladro a la sagrestia d'i belli arredi, + +e falsamente gia` fu apposto altrui. + Ma perche' di tal vista tu non godi, + se mai sarai di fuor da' luoghi bui, + +apri li orecchi al mio annunzio, e odi: + Pistoia in pria d'i Neri si dimagra; + poi Fiorenza rinova gente e modi. + +Tragge Marte vapor di Val di Magra + ch'e` di torbidi nuvoli involuto; + e con tempesta impetuosa e agra + +sovra Campo Picen fia combattuto; + ond'ei repente spezzera` la nebbia, + si` ch'ogne Bianco ne sara` feruto. + +E detto l'ho perche' doler ti debbia!>>. + + + +Inferno: Canto XXV + + +Al fine de le sue parole il ladro + le mani alzo` con amendue le fiche, + gridando: <<Togli, Dio, ch'a te le squadro!>>. + +Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, + perch'una li s'avvolse allora al collo, + come dicesse 'Non vo' che piu` diche'; + +e un'altra a le braccia, e rilegollo, + ribadendo se' stessa si` dinanzi, + che non potea con esse dare un crollo. + +Ahi Pistoia, Pistoia, che' non stanzi + d'incenerarti si` che piu` non duri, + poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? + +Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri + non vidi spirto in Dio tanto superbo, + non quel che cadde a Tebe giu` da' muri. + +El si fuggi` che non parlo` piu` verbo; + e io vidi un centauro pien di rabbia + venir chiamando: <<Ov'e`, ov'e` l'acerbo?>>. + +Maremma non cred'io che tante n'abbia, + quante bisce elli avea su per la groppa + infin ove comincia nostra labbia. + +Sovra le spalle, dietro da la coppa, + con l'ali aperte li giacea un draco; + e quello affuoca qualunque s'intoppa. + +Lo mio maestro disse: <<Questi e` Caco, + che sotto 'l sasso di monte Aventino + di sangue fece spesse volte laco. + +Non va co' suoi fratei per un cammino, + per lo furto che frodolente fece + del grande armento ch'elli ebbe a vicino; + +onde cessar le sue opere biece + sotto la mazza d'Ercule, che forse + gliene die` cento, e non senti` le diece>>. + +Mentre che si` parlava, ed el trascorse + e tre spiriti venner sotto noi, + de' quali ne' io ne' 'l duca mio s'accorse, + +se non quando gridar: <<Chi siete voi?>>; + per che nostra novella si ristette, + e intendemmo pur ad essi poi. + +Io non li conoscea; ma ei seguette, + come suol seguitar per alcun caso, + che l'un nomar un altro convenette, + +dicendo: <<Cianfa dove fia rimaso?>>; + per ch'io, accio` che 'l duca stesse attento, + mi puosi 'l dito su dal mento al naso. + +Se tu se' or, lettore, a creder lento + cio` ch'io diro`, non sara` maraviglia, + che' io che 'l vidi, a pena il mi consento. + +Com'io tenea levate in lor le ciglia, + e un serpente con sei pie` si lancia + dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia. + +Co' pie` di mezzo li avvinse la pancia, + e con li anterior le braccia prese; + poi li addento` e l'una e l'altra guancia; + +li diretani a le cosce distese, + e miseli la coda tra 'mbedue, + e dietro per le ren su` la ritese. + +Ellera abbarbicata mai non fue + ad alber si`, come l'orribil fiera + per l'altrui membra avviticchio` le sue. + +Poi s'appiccar, come di calda cera + fossero stati, e mischiar lor colore, + ne' l'un ne' l'altro gia` parea quel ch'era: + +come procede innanzi da l'ardore, + per lo papiro suso, un color bruno + che non e` nero ancora e 'l bianco more. + +Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno + gridava: <<Ome`, Agnel, come ti muti! + Vedi che gia` non se' ne' due ne' uno>>. + +Gia` eran li due capi un divenuti, + quando n'apparver due figure miste + in una faccia, ov'eran due perduti. + +Fersi le braccia due di quattro liste; + le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso + divenner membra che non fuor mai viste. + +Ogne primaio aspetto ivi era casso: + due e nessun l'imagine perversa + parea; e tal sen gio con lento passo. + +Come 'l ramarro sotto la gran fersa + dei di` canicular, cangiando sepe, + folgore par se la via attraversa, + +si` pareva, venendo verso l'epe + de li altri due, un serpentello acceso, + livido e nero come gran di pepe; + +e quella parte onde prima e` preso + nostro alimento, a l'un di lor trafisse; + poi cadde giuso innanzi lui disteso. + +Lo trafitto 'l miro`, ma nulla disse; + anzi, co' pie` fermati, sbadigliava + pur come sonno o febbre l'assalisse. + +Elli 'l serpente, e quei lui riguardava; + l'un per la piaga, e l'altro per la bocca + fummavan forte, e 'l fummo si scontrava. + +Taccia Lucano ormai la` dove tocca + del misero Sabello e di Nasidio, + e attenda a udir quel ch'or si scocca. + +Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio; + che' se quello in serpente e quella in fonte + converte poetando, io non lo 'nvidio; + +che' due nature mai a fronte a fronte + non trasmuto` si` ch'amendue le forme + a cambiar lor matera fosser pronte. + +Insieme si rispuosero a tai norme, + che 'l serpente la coda in forca fesse, + e il feruto ristrinse insieme l'orme. + +Le gambe con le cosce seco stesse + s'appiccar si`, che 'n poco la giuntura + non facea segno alcun che si paresse. + +Togliea la coda fessa la figura + che si perdeva la`, e la sua pelle + si facea molle, e quella di la` dura. + +Io vidi intrar le braccia per l'ascelle, + e i due pie` de la fiera, ch'eran corti, + tanto allungar quanto accorciavan quelle. + +Poscia li pie` di retro, insieme attorti, + diventaron lo membro che l'uom cela, + e 'l misero del suo n'avea due porti. + +Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela + di color novo, e genera 'l pel suso + per l'una parte e da l'altra il dipela, + +l'un si levo` e l'altro cadde giuso, + non torcendo pero` le lucerne empie, + sotto le quai ciascun cambiava muso. + +Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie, + e di troppa matera ch'in la` venne + uscir li orecchi de le gote scempie; + +cio` che non corse in dietro e si ritenne + di quel soverchio, fe' naso a la faccia + e le labbra ingrosso` quanto convenne. + +Quel che giacea, il muso innanzi caccia, + e li orecchi ritira per la testa + come face le corna la lumaccia; + +e la lingua, ch'avea unita e presta + prima a parlar, si fende, e la forcuta + ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta. + +L'anima ch'era fiera divenuta, + suffolando si fugge per la valle, + e l'altro dietro a lui parlando sputa. + +Poscia li volse le novelle spalle, + e disse a l'altro: <<I' vo' che Buoso corra, + com'ho fatt'io, carpon per questo calle>>. + +Cosi` vid'io la settima zavorra + mutare e trasmutare; e qui mi scusi + la novita` se fior la penna abborra. + +E avvegna che li occhi miei confusi + fossero alquanto e l'animo smagato, + non poter quei fuggirsi tanto chiusi, + +ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato; + ed era quel che sol, di tre compagni + che venner prima, non era mutato; + +l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni. + + + +Inferno: Canto XXVI + + +Godi, Fiorenza, poi che se' si` grande, + che per mare e per terra batti l'ali, + e per lo 'nferno tuo nome si spande! + +Tra li ladron trovai cinque cotali + tuoi cittadini onde mi ven vergogna, + e tu in grande orranza non ne sali. + +Ma se presso al mattin del ver si sogna, + tu sentirai di qua da picciol tempo + di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna. + +E se gia` fosse, non saria per tempo. + Cosi` foss'ei, da che pur esser dee! + che' piu` mi gravera`, com'piu` m'attempo. + +Noi ci partimmo, e su per le scalee + che n'avea fatto iborni a scender pria, + rimonto` 'l duca mio e trasse mee; + +e proseguendo la solinga via, + tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio + lo pie` sanza la man non si spedia. + +Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio + quando drizzo la mente a cio` ch'io vidi, + e piu` lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio, + +perche' non corra che virtu` nol guidi; + si` che, se stella bona o miglior cosa + m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi. + +Quante 'l villan ch'al poggio si riposa, + nel tempo che colui che 'l mondo schiara + la faccia sua a noi tien meno ascosa, + +come la mosca cede alla zanzara, + vede lucciole giu` per la vallea, + forse cola` dov'e' vendemmia e ara: + +di tante fiamme tutta risplendea + l'ottava bolgia, si` com'io m'accorsi + tosto che fui la` 've 'l fondo parea. + +E qual colui che si vengio` con li orsi + vide 'l carro d'Elia al dipartire, + quando i cavalli al cielo erti levorsi, + +che nol potea si` con li occhi seguire, + ch'el vedesse altro che la fiamma sola, + si` come nuvoletta, in su` salire: + +tal si move ciascuna per la gola + del fosso, che' nessuna mostra 'l furto, + e ogne fiamma un peccatore invola. + +Io stava sovra 'l ponte a veder surto, + si` che s'io non avessi un ronchion preso, + caduto sarei giu` sanz'esser urto. + +E 'l duca che mi vide tanto atteso, + disse: <<Dentro dai fuochi son li spirti; + catun si fascia di quel ch'elli e` inceso>>. + +<<Maestro mio>>, rispuos'io, <<per udirti + son io piu` certo; ma gia` m'era avviso + che cosi` fosse, e gia` voleva dirti: + +chi e` 'n quel foco che vien si` diviso + di sopra, che par surger de la pira + dov'Eteocle col fratel fu miso?>>. + +Rispuose a me: <<La` dentro si martira + Ulisse e Diomede, e cosi` insieme + a la vendetta vanno come a l'ira; + +e dentro da la lor fiamma si geme + l'agguato del caval che fe' la porta + onde usci` de' Romani il gentil seme. + +Piangevisi entro l'arte per che, morta, + Deidamia ancor si duol d'Achille, + e del Palladio pena vi si porta>>. + +<<S'ei posson dentro da quelle faville + parlar>>, diss'io, <<maestro, assai ten priego + e ripriego, che 'l priego vaglia mille, + +che non mi facci de l'attender niego + fin che la fiamma cornuta qua vegna; + vedi che del disio ver' lei mi piego!>>. + +Ed elli a me: <<La tua preghiera e` degna + di molta loda, e io pero` l'accetto; + ma fa che la tua lingua si sostegna. + +Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto + cio` che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi, + perch'e' fuor greci, forse del tuo detto>>. + +Poi che la fiamma fu venuta quivi + dove parve al mio duca tempo e loco, + in questa forma lui parlare audivi: + +<<O voi che siete due dentro ad un foco, + s'io meritai di voi mentre ch'io vissi, + s'io meritai di voi assai o poco + +quando nel mondo li alti versi scrissi, + non vi movete; ma l'un di voi dica + dove, per lui, perduto a morir gissi>>. + +Lo maggior corno de la fiamma antica + comincio` a crollarsi mormorando + pur come quella cui vento affatica; + +indi la cima qua e la` menando, + come fosse la lingua che parlasse, + gitto` voce di fuori, e disse: <<Quando + +mi diparti' da Circe, che sottrasse + me piu` d'un anno la` presso a Gaeta, + prima che si` Enea la nomasse, + +ne' dolcezza di figlio, ne' la pieta + del vecchio padre, ne' 'l debito amore + lo qual dovea Penelope' far lieta, + +vincer potero dentro a me l'ardore + ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, + e de li vizi umani e del valore; + +ma misi me per l'alto mare aperto + sol con un legno e con quella compagna + picciola da la qual non fui diserto. + +L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna, + fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi, + e l'altre che quel mare intorno bagna. + +Io e ' compagni eravam vecchi e tardi + quando venimmo a quella foce stretta + dov'Ercule segno` li suoi riguardi, + +accio` che l'uom piu` oltre non si metta: + da la man destra mi lasciai Sibilia, + da l'altra gia` m'avea lasciata Setta. + +"O frati", dissi "che per cento milia + perigli siete giunti a l'occidente, + a questa tanto picciola vigilia + +d'i nostri sensi ch'e` del rimanente, + non vogliate negar l'esperienza, + di retro al sol, del mondo sanza gente. + +Considerate la vostra semenza: + fatti non foste a viver come bruti, + ma per seguir virtute e canoscenza". + +Li miei compagni fec'io si` aguti, + con questa orazion picciola, al cammino, + che a pena poscia li avrei ritenuti; + +e volta nostra poppa nel mattino, + de' remi facemmo ali al folle volo, + sempre acquistando dal lato mancino. + +Tutte le stelle gia` de l'altro polo + vedea la notte e 'l nostro tanto basso, + che non surgea fuor del marin suolo. + +Cinque volte racceso e tante casso + lo lume era di sotto da la luna, + poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo, + +quando n'apparve una montagna, bruna + per la distanza, e parvemi alta tanto + quanto veduta non avea alcuna. + +Noi ci allegrammo, e tosto torno` in pianto, + che' de la nova terra un turbo nacque, + e percosse del legno il primo canto. + +Tre volte il fe' girar con tutte l'acque; + a la quarta levar la poppa in suso + e la prora ire in giu`, com'altrui piacque, + +infin che 'l mar fu sovra noi richiuso>>. + + + +Inferno: Canto XXVII + + +Gia` era dritta in su` la fiamma e queta + per non dir piu`, e gia` da noi sen gia + con la licenza del dolce poeta, + +quand'un'altra, che dietro a lei venia, + ne fece volger li occhi a la sua cima + per un confuso suon che fuor n'uscia. + +Come 'l bue cicilian che mugghio` prima + col pianto di colui, e cio` fu dritto, + che l'avea temperato con sua lima, + +mugghiava con la voce de l'afflitto, + si` che, con tutto che fosse di rame, + pur el pareva dal dolor trafitto; + +cosi`, per non aver via ne' forame + dal principio nel foco, in suo linguaggio + si convertian le parole grame. + +Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio + su per la punta, dandole quel guizzo + che dato avea la lingua in lor passaggio, + +udimmo dire: <<O tu a cu' io drizzo + la voce e che parlavi mo lombardo, + dicendo "Istra ten va, piu` non t'adizzo", + +perch'io sia giunto forse alquanto tardo, + non t'incresca restare a parlar meco; + vedi che non incresce a me, e ardo! + +Se tu pur mo in questo mondo cieco + caduto se' di quella dolce terra + latina ond'io mia colpa tutta reco, + +dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; + ch'io fui d'i monti la` intra Orbino + e 'l giogo di che Tever si diserra>>. + +Io era in giuso ancora attento e chino, + quando il mio duca mi tento` di costa, + dicendo: <<Parla tu; questi e` latino>>. + +E io, ch'avea gia` pronta la risposta, + sanza indugio a parlare incominciai: + <<O anima che se' la` giu` nascosta, + +Romagna tua non e`, e non fu mai, + sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni; + ma 'n palese nessuna or vi lasciai. + +Ravenna sta come stata e` molt'anni: + l'aguglia da Polenta la si cova, + si` che Cervia ricuopre co' suoi vanni. + +La terra che fe' gia` la lunga prova + e di Franceschi sanguinoso mucchio, + sotto le branche verdi si ritrova. + +E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio, + che fecer di Montagna il mal governo, + la` dove soglion fan d'i denti succhio. + +Le citta` di Lamone e di Santerno + conduce il lioncel dal nido bianco, + che muta parte da la state al verno. + +E quella cu' il Savio bagna il fianco, + cosi` com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte + tra tirannia si vive e stato franco. + +Ora chi se', ti priego che ne conte; + non esser duro piu` ch'altri sia stato, + se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte>>. + +Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato + al modo suo, l'aguta punta mosse + di qua, di la`, e poi die` cotal fiato: + +<<S'i' credesse che mia risposta fosse + a persona che mai tornasse al mondo, + questa fiamma staria sanza piu` scosse; + +ma pero` che gia` mai di questo fondo + non torno` vivo alcun, s'i' odo il vero, + sanza tema d'infamia ti rispondo. + +Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero, + credendomi, si` cinto, fare ammenda; + e certo il creder mio venia intero, + +se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, + che mi rimise ne le prime colpe; + e come e quare, voglio che m'intenda. + +Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe + che la madre mi die`, l'opere mie + non furon leonine, ma di volpe. + +Li accorgimenti e le coperte vie + io seppi tutte, e si` menai lor arte, + ch'al fine de la terra il suono uscie. + +Quando mi vidi giunto in quella parte + di mia etade ove ciascun dovrebbe + calar le vele e raccoglier le sarte, + +cio` che pria mi piacea, allor m'increbbe, + e pentuto e confesso mi rendei; + ahi miser lasso! e giovato sarebbe. + +Lo principe d'i novi Farisei, + avendo guerra presso a Laterano, + e non con Saracin ne' con Giudei, + +che' ciascun suo nimico era cristiano, + e nessun era stato a vincer Acri + ne' mercatante in terra di Soldano; + +ne' sommo officio ne' ordini sacri + guardo` in se', ne' in me quel capestro + che solea fare i suoi cinti piu` macri. + +Ma come Costantin chiese Silvestro + d'entro Siratti a guerir de la lebbre; + cosi` mi chiese questi per maestro + +a guerir de la sua superba febbre: + domandommi consiglio, e io tacetti + perche' le sue parole parver ebbre. + +E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti; + finor t'assolvo, e tu m'insegna fare + si` come Penestrino in terra getti. + +Lo ciel poss'io serrare e diserrare, + come tu sai; pero` son due le chiavi + che 'l mio antecessor non ebbe care". + +Allor mi pinser li argomenti gravi + la` 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio, + e dissi: "Padre, da che tu mi lavi + +di quel peccato ov'io mo cader deggio, + lunga promessa con l'attender corto + ti fara` triunfar ne l'alto seggio". + +Francesco venne poi com'io fu' morto, + per me; ma un d'i neri cherubini + li disse: "Non portar: non mi far torto. + +Venir se ne dee giu` tra ' miei meschini + perche' diede 'l consiglio frodolente, + dal quale in qua stato li sono a' crini; + +ch'assolver non si puo` chi non si pente, + ne' pentere e volere insieme puossi + per la contradizion che nol consente". + +Oh me dolente! come mi riscossi + quando mi prese dicendomi: "Forse + tu non pensavi ch'io loico fossi!". + +A Minos mi porto`; e quelli attorse + otto volte la coda al dosso duro; + e poi che per gran rabbia la si morse, + +disse: "Questi e` d'i rei del foco furo"; + per ch'io la` dove vedi son perduto, + e si` vestito, andando, mi rancuro>>. + +Quand'elli ebbe 'l suo dir cosi` compiuto, + la fiamma dolorando si partio, + torcendo e dibattendo 'l corno aguto. + +Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio, + su per lo scoglio infino in su l'altr'arco + che cuopre 'l fosso in che si paga il fio + +a quei che scommettendo acquistan carco. + + + +Inferno: Canto XXVIII + + +Chi poria mai pur con parole sciolte + dicer del sangue e de le piaghe a pieno + ch'i' ora vidi, per narrar piu` volte? + +Ogne lingua per certo verria meno + per lo nostro sermone e per la mente + c'hanno a tanto comprender poco seno. + +S'el s'aunasse ancor tutta la gente + che gia` in su la fortunata terra + di Puglia, fu del suo sangue dolente + +per li Troiani e per la lunga guerra + che de l'anella fe' si` alte spoglie, + come Livio scrive, che non erra, + +con quella che sentio di colpi doglie + per contastare a Ruberto Guiscardo; + e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie + +a Ceperan, la` dove fu bugiardo + ciascun Pugliese, e la` da Tagliacozzo, + dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo; + +e qual forato suo membro e qual mozzo + mostrasse, d'aequar sarebbe nulla + il modo de la nona bolgia sozzo. + +Gia` veggia, per mezzul perdere o lulla, + com'io vidi un, cosi` non si pertugia, + rotto dal mento infin dove si trulla. + +Tra le gambe pendevan le minugia; + la corata pareva e 'l tristo sacco + che merda fa di quel che si trangugia. + +Mentre che tutto in lui veder m'attacco, + guardommi, e con le man s'aperse il petto, + dicendo: <<Or vedi com'io mi dilacco! + +vedi come storpiato e` Maometto! + Dinanzi a me sen va piangendo Ali`, + fesso nel volto dal mento al ciuffetto. + +E tutti li altri che tu vedi qui, + seminator di scandalo e di scisma + fuor vivi, e pero` son fessi cosi`. + +Un diavolo e` qua dietro che n'accisma + si` crudelmente, al taglio de la spada + rimettendo ciascun di questa risma, + +quand'avem volta la dolente strada; + pero` che le ferite son richiuse + prima ch'altri dinanzi li rivada. + +Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse, + forse per indugiar d'ire a la pena + ch'e` giudicata in su le tue accuse?>>. + +<<Ne' morte 'l giunse ancor, ne' colpa 'l mena>>, + rispuose 'l mio maestro <<a tormentarlo; + ma per dar lui esperienza piena, + +a me, che morto son, convien menarlo + per lo 'nferno qua giu` di giro in giro; + e quest'e` ver cosi` com'io ti parlo>>. + +Piu` fuor di cento che, quando l'udiro, + s'arrestaron nel fosso a riguardarmi + per maraviglia obliando il martiro. + +<<Or di` a fra Dolcin dunque che s'armi, + tu che forse vedra' il sole in breve, + s'ello non vuol qui tosto seguitarmi, + +si` di vivanda, che stretta di neve + non rechi la vittoria al Noarese, + ch'altrimenti acquistar non saria leve>>. + +Poi che l'un pie` per girsene sospese, + Maometto mi disse esta parola; + indi a partirsi in terra lo distese. + +Un altro, che forata avea la gola + e tronco 'l naso infin sotto le ciglia, + e non avea mai ch'una orecchia sola, + +ristato a riguardar per maraviglia + con li altri, innanzi a li altri apri` la canna, + ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia, + +e disse: <<O tu cui colpa non condanna + e cu' io vidi su in terra latina, + se troppa simiglianza non m'inganna, + +rimembriti di Pier da Medicina, + se mai torni a veder lo dolce piano + che da Vercelli a Marcabo` dichina. + +E fa saper a' due miglior da Fano, + a messer Guido e anco ad Angiolello, + che, se l'antiveder qui non e` vano, + +gittati saran fuor di lor vasello + e mazzerati presso a la Cattolica + per tradimento d'un tiranno fello. + +Tra l'isola di Cipri e di Maiolica + non vide mai si` gran fallo Nettuno, + non da pirate, non da gente argolica. + +Quel traditor che vede pur con l'uno, + e tien la terra che tale qui meco + vorrebbe di vedere esser digiuno, + +fara` venirli a parlamento seco; + poi fara` si`, ch'al vento di Focara + non sara` lor mestier voto ne' preco>>. + +E io a lui: <<Dimostrami e dichiara, + se vuo' ch'i' porti su` di te novella, + chi e` colui da la veduta amara>>. + +Allor puose la mano a la mascella + d'un suo compagno e la bocca li aperse, + gridando: <<Questi e` desso, e non favella. + +Questi, scacciato, il dubitar sommerse + in Cesare, affermando che 'l fornito + sempre con danno l'attender sofferse>>. + +Oh quanto mi pareva sbigottito + con la lingua tagliata ne la strozza + Curio, ch'a dir fu cosi` ardito! + +E un ch'avea l'una e l'altra man mozza, + levando i moncherin per l'aura fosca, + si` che 'l sangue facea la faccia sozza, + +grido`: <<Ricordera'ti anche del Mosca, + che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta", + che fu mal seme per la gente tosca>>. + +E io li aggiunsi: <<E morte di tua schiatta>>; + per ch'elli, accumulando duol con duolo, + sen gio come persona trista e matta. + +Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, + e vidi cosa, ch'io avrei paura, + sanza piu` prova, di contarla solo; + +se non che coscienza m'assicura, + la buona compagnia che l'uom francheggia + sotto l'asbergo del sentirsi pura. + +Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia, + un busto sanza capo andar si` come + andavan li altri de la trista greggia; + +e 'l capo tronco tenea per le chiome, + pesol con mano a guisa di lanterna; + e quel mirava noi e dicea: <<Oh me!>>. + +Di se' facea a se' stesso lucerna, + ed eran due in uno e uno in due: + com'esser puo`, quei sa che si` governa. + +Quando diritto al pie` del ponte fue, + levo` 'l braccio alto con tutta la testa, + per appressarne le parole sue, + +che fuoro: <<Or vedi la pena molesta + tu che, spirando, vai veggendo i morti: + vedi s'alcuna e` grande come questa. + +E perche' tu di me novella porti, + sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli + che diedi al re giovane i ma' conforti. + +Io feci il padre e 'l figlio in se' ribelli: + Achitofel non fe' piu` d'Absalone + e di David coi malvagi punzelli. + +Perch'io parti' cosi` giunte persone, + partito porto il mio cerebro, lasso!, + dal suo principio ch'e` in questo troncone. + +Cosi` s'osserva in me lo contrapasso>>. + + + +Inferno: Canto XXIX + + +La molta gente e le diverse piaghe + avean le luci mie si` inebriate, + che de lo stare a piangere eran vaghe. + +Ma Virgilio mi disse: <<Che pur guate? + perche' la vista tua pur si soffolge + la` giu` tra l'ombre triste smozzicate? + +Tu non hai fatto si` a l'altre bolge; + pensa, se tu annoverar le credi, + che miglia ventidue la valle volge. + +E gia` la luna e` sotto i nostri piedi: + lo tempo e` poco omai che n'e` concesso, + e altro e` da veder che tu non vedi>>. + +<<Se tu avessi>>, rispuos'io appresso, + <<atteso a la cagion perch'io guardava, + forse m'avresti ancor lo star dimesso>>. + +Parte sen giva, e io retro li andava, + lo duca, gia` faccendo la risposta, + e soggiugnendo: <<Dentro a quella cava + +dov'io tenea or li occhi si` a posta, + credo ch'un spirto del mio sangue pianga + la colpa che la` giu` cotanto costa>>. + +Allor disse 'l maestro: <<Non si franga + lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello. + Attendi ad altro, ed ei la` si rimanga; + +ch'io vidi lui a pie` del ponticello + mostrarti, e minacciar forte, col dito, + e udi' 'l nominar Geri del Bello. + +Tu eri allor si` del tutto impedito + sovra colui che gia` tenne Altaforte, + che non guardasti in la`, si` fu partito>>. + +<<O duca mio, la violenta morte + che non li e` vendicata ancor>>, diss'io, + <<per alcun che de l'onta sia consorte, + +fece lui disdegnoso; ond'el sen gio + sanza parlarmi, si` com'io estimo: + e in cio` m'ha el fatto a se' piu` pio>>. + +Cosi` parlammo infino al loco primo + che de lo scoglio l'altra valle mostra, + se piu` lume vi fosse, tutto ad imo. + +Quando noi fummo sor l'ultima chiostra + di Malebolge, si` che i suoi conversi + potean parere a la veduta nostra, + +lamenti saettaron me diversi, + che di pieta` ferrati avean li strali; + ond'io li orecchi con le man copersi. + +Qual dolor fora, se de li spedali, + di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre + e di Maremma e di Sardigna i mali + +fossero in una fossa tutti 'nsembre, + tal era quivi, e tal puzzo n'usciva + qual suol venir de le marcite membre. + +Noi discendemmo in su l'ultima riva + del lungo scoglio, pur da man sinistra; + e allor fu la mia vista piu` viva + +giu` ver lo fondo, la 've la ministra + de l'alto Sire infallibil giustizia + punisce i falsador che qui registra. + +Non credo ch'a veder maggior tristizia + fosse in Egina il popol tutto infermo, + quando fu l'aere si` pien di malizia, + +che li animali, infino al picciol vermo, + cascaron tutti, e poi le genti antiche, + secondo che i poeti hanno per fermo, + +si ristorar di seme di formiche; + ch'era a veder per quella oscura valle + languir li spirti per diverse biche. + +Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle + l'un de l'altro giacea, e qual carpone + si trasmutava per lo tristo calle. + +Passo passo andavam sanza sermone, + guardando e ascoltando li ammalati, + che non potean levar le lor persone. + +Io vidi due sedere a se' poggiati, + com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia, + dal capo al pie` di schianze macolati; + +e non vidi gia` mai menare stregghia + a ragazzo aspettato dal segnorso, + ne' a colui che mal volontier vegghia, + +come ciascun menava spesso il morso + de l'unghie sopra se' per la gran rabbia + del pizzicor, che non ha piu` soccorso; + +e si` traevan giu` l'unghie la scabbia, + come coltel di scardova le scaglie + o d'altro pesce che piu` larghe l'abbia. + +<<O tu che con le dita ti dismaglie>>, + comincio` 'l duca mio a l'un di loro, + <<e che fai d'esse talvolta tanaglie, + +dinne s'alcun Latino e` tra costoro + che son quinc'entro, se l'unghia ti basti + etternalmente a cotesto lavoro>>. + +<<Latin siam noi, che tu vedi si` guasti + qui ambedue>>, rispuose l'un piangendo; + <<ma tu chi se' che di noi dimandasti?>>. + +E 'l duca disse: <<I' son un che discendo + con questo vivo giu` di balzo in balzo, + e di mostrar lo 'nferno a lui intendo>>. + +Allor si ruppe lo comun rincalzo; + e tremando ciascuno a me si volse + con altri che l'udiron di rimbalzo. + +Lo buon maestro a me tutto s'accolse, + dicendo: <<Di` a lor cio` che tu vuoli>>; + e io incominciai, poscia ch'ei volse: + +<<Se la vostra memoria non s'imboli + nel primo mondo da l'umane menti, + ma s'ella viva sotto molti soli, + +ditemi chi voi siete e di che genti; + la vostra sconcia e fastidiosa pena + di palesarvi a me non vi spaventi>>. + +<<Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena>>, + rispuose l'un, <<mi fe' mettere al foco; + ma quel per ch'io mori' qui non mi mena. + +Vero e` ch'i' dissi lui, parlando a gioco: + "I' mi saprei levar per l'aere a volo"; + e quei, ch'avea vaghezza e senno poco, + +volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo + perch'io nol feci Dedalo, mi fece + ardere a tal che l'avea per figliuolo. + +Ma nell 'ultima bolgia de le diece + me per l'alchimia che nel mondo usai + danno` Minos, a cui fallar non lece>>. + +E io dissi al poeta: <<Or fu gia` mai + gente si` vana come la sanese? + Certo non la francesca si` d'assai!>>. + +Onde l'altro lebbroso, che m'intese, + rispuose al detto mio: <<Tra'mene Stricca + che seppe far le temperate spese, + +e Niccolo` che la costuma ricca + del garofano prima discoverse + ne l'orto dove tal seme s'appicca; + +e tra'ne la brigata in che disperse + Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda, + e l'Abbagliato suo senno proferse. + +Ma perche' sappi chi si` ti seconda + contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio, + si` che la faccia mia ben ti risponda: + +si` vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, + che falsai li metalli con l'alchimia; + e te dee ricordar, se ben t'adocchio, + +com'io fui di natura buona scimia>>. + + + +Inferno: Canto XXX + + +Nel tempo che Iunone era crucciata + per Semele` contra 'l sangue tebano, + come mostro` una e altra fiata, + +Atamante divenne tanto insano, + che veggendo la moglie con due figli + andar carcata da ciascuna mano, + +grido`: <<Tendiam le reti, si` ch'io pigli + la leonessa e ' leoncini al varco>>; + e poi distese i dispietati artigli, + +prendendo l'un ch'avea nome Learco, + e rotollo e percosselo ad un sasso; + e quella s'annego` con l'altro carco. + +E quando la fortuna volse in basso + l'altezza de' Troian che tutto ardiva, + si` che 'nsieme col regno il re fu casso, + +Ecuba trista, misera e cattiva, + poscia che vide Polissena morta, + e del suo Polidoro in su la riva + +del mar si fu la dolorosa accorta, + forsennata latro` si` come cane; + tanto il dolor le fe' la mente torta. + +Ma ne' di Tebe furie ne' troiane + si vider mai in alcun tanto crude, + non punger bestie, nonche' membra umane, + +quant'io vidi in due ombre smorte e nude, + che mordendo correvan di quel modo + che 'l porco quando del porcil si schiude. + +L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo + del collo l'assanno`, si` che, tirando, + grattar li fece il ventre al fondo sodo. + +E l'Aretin che rimase, tremando + mi disse: <<Quel folletto e` Gianni Schicchi, + e va rabbioso altrui cosi` conciando>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<se l'altro non ti ficchi + li denti a dosso, non ti sia fatica + a dir chi e`, pria che di qui si spicchi>>. + +Ed elli a me: <<Quell'e` l'anima antica + di Mirra scellerata, che divenne + al padre fuor del dritto amore amica. + +Questa a peccar con esso cosi` venne, + falsificando se' in altrui forma, + come l'altro che la` sen va, sostenne, + +per guadagnar la donna de la torma, + falsificare in se' Buoso Donati, + testando e dando al testamento norma>>. + +E poi che i due rabbiosi fuor passati + sovra cu' io avea l'occhio tenuto, + rivolsilo a guardar li altri mal nati. + +Io vidi un, fatto a guisa di leuto, + pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia + tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto. + +La grave idropesi`, che si` dispaia + le membra con l'omor che mal converte, + che 'l viso non risponde a la ventraia, + +facea lui tener le labbra aperte + come l'etico fa, che per la sete + l'un verso 'l mento e l'altro in su` rinverte. + +<<O voi che sanz'alcuna pena siete, + e non so io perche', nel mondo gramo>>, + diss'elli a noi, <<guardate e attendete + +a la miseria del maestro Adamo: + io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli, + e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo. + +Li ruscelletti che d'i verdi colli + del Casentin discendon giuso in Arno, + faccendo i lor canali freddi e molli, + +sempre mi stanno innanzi, e non indarno, + che' l'imagine lor vie piu` m'asciuga + che 'l male ond'io nel volto mi discarno. + +La rigida giustizia che mi fruga + tragge cagion del loco ov'io peccai + a metter piu` li miei sospiri in fuga. + +Ivi e` Romena, la` dov'io falsai + la lega suggellata del Batista; + per ch'io il corpo su` arso lasciai. + +Ma s'io vedessi qui l'anima trista + di Guido o d'Alessandro o di lor frate, + per Fonte Branda non darei la vista. + +Dentro c'e` l'una gia`, se l'arrabbiate + ombre che vanno intorno dicon vero; + ma che mi val, c'ho le membra legate? + +S'io fossi pur di tanto ancor leggero + ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia, + io sarei messo gia` per lo sentiero, + +cercando lui tra questa gente sconcia, + con tutto ch'ella volge undici miglia, + e men d'un mezzo di traverso non ci ha. + +Io son per lor tra si` fatta famiglia: + e' m'indussero a batter li fiorini + ch'avevan tre carati di mondiglia>>. + +E io a lui: <<Chi son li due tapini + che fumman come man bagnate 'l verno, + giacendo stretti a' tuoi destri confini?>>. + +<<Qui li trovai - e poi volta non dierno - >>, + rispuose, <<quando piovvi in questo greppo, + e non credo che dieno in sempiterno. + +L'una e` la falsa ch'accuso` Gioseppo; + l'altr'e` 'l falso Sinon greco di Troia: + per febbre aguta gittan tanto leppo>>. + +E l'un di lor, che si reco` a noia + forse d'esser nomato si` oscuro, + col pugno li percosse l'epa croia. + +Quella sono` come fosse un tamburo; + e mastro Adamo li percosse il volto + col braccio suo, che non parve men duro, + +dicendo a lui: <<Ancor che mi sia tolto + lo muover per le membra che son gravi, + ho io il braccio a tal mestiere sciolto>>. + +Ond'ei rispuose: <<Quando tu andavi + al fuoco, non l'avei tu cosi` presto; + ma si` e piu` l'avei quando coniavi>>. + +E l'idropico: <<Tu di' ver di questo: + ma tu non fosti si` ver testimonio + la` 've del ver fosti a Troia richesto>>. + +<<S'io dissi falso, e tu falsasti il conio>>, + disse Sinon; <<e son qui per un fallo, + e tu per piu` ch'alcun altro demonio!>>. + +<<Ricorditi, spergiuro, del cavallo>>, + rispuose quel ch'avea infiata l'epa; + <<e sieti reo che tutto il mondo sallo!>>. + +<<E te sia rea la sete onde ti crepa>>, + disse 'l Greco, <<la lingua, e l'acqua marcia + che 'l ventre innanzi a li occhi si` t'assiepa!>>. + +Allora il monetier: <<Cosi` si squarcia + la bocca tua per tuo mal come suole; + che' s'i' ho sete e omor mi rinfarcia, + +tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole, + e per leccar lo specchio di Narcisso, + non vorresti a 'nvitar molte parole>>. + +Ad ascoltarli er'io del tutto fisso, + quando 'l maestro mi disse: <<Or pur mira, + che per poco che teco non mi risso!>>. + +Quand'io 'l senti' a me parlar con ira, + volsimi verso lui con tal vergogna, + ch'ancor per la memoria mi si gira. + +Qual e` colui che suo dannaggio sogna, + che sognando desidera sognare, + si` che quel ch'e`, come non fosse, agogna, + +tal mi fec'io, non possendo parlare, + che disiava scusarmi, e scusava + me tuttavia, e nol mi credea fare. + +<<Maggior difetto men vergogna lava>>, + disse 'l maestro, <<che 'l tuo non e` stato; + pero` d'ogne trestizia ti disgrava. + +E fa ragion ch'io ti sia sempre allato, + se piu` avvien che fortuna t'accoglia + dove sien genti in simigliante piato: + +che' voler cio` udire e` bassa voglia>>. + + + +Inferno: Canto XXXI + + +Una medesma lingua pria mi morse, + si` che mi tinse l'una e l'altra guancia, + e poi la medicina mi riporse; + +cosi` od'io che solea far la lancia + d'Achille e del suo padre esser cagione + prima di trista e poi di buona mancia. + +Noi demmo il dosso al misero vallone + su per la ripa che 'l cinge dintorno, + attraversando sanza alcun sermone. + +Quiv'era men che notte e men che giorno, + si` che 'l viso m'andava innanzi poco; + ma io senti' sonare un alto corno, + +tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco, + che, contra se' la sua via seguitando, + dirizzo` li occhi miei tutti ad un loco. + +Dopo la dolorosa rotta, quando + Carlo Magno perde' la santa gesta, + non sono` si` terribilmente Orlando. + +Poco portai in la` volta la testa, + che me parve veder molte alte torri; + ond'io: <<Maestro, di', che terra e` questa?>>. + +Ed elli a me: <<Pero` che tu trascorri + per le tenebre troppo da la lungi, + avvien che poi nel maginare abborri. + +Tu vedrai ben, se tu la` ti congiungi, + quanto 'l senso s'inganna di lontano; + pero` alquanto piu` te stesso pungi>>. + +Poi caramente mi prese per mano, + e disse: <<Pria che noi siamo piu` avanti, + accio` che 'l fatto men ti paia strano, + +sappi che non son torri, ma giganti, + e son nel pozzo intorno da la ripa + da l'umbilico in giuso tutti quanti>>. + +Come quando la nebbia si dissipa, + lo sguardo a poco a poco raffigura + cio` che cela 'l vapor che l'aere stipa, + +cosi` forando l'aura grossa e scura, + piu` e piu` appressando ver' la sponda, + fuggiemi errore e cresciemi paura; + +pero` che come su la cerchia tonda + Montereggion di torri si corona, + cosi` la proda che 'l pozzo circonda + +torreggiavan di mezza la persona + li orribili giganti, cui minaccia + Giove del cielo ancora quando tuona. + +E io scorgeva gia` d'alcun la faccia, + le spalle e 'l petto e del ventre gran parte, + e per le coste giu` ambo le braccia. + +Natura certo, quando lascio` l'arte + di si` fatti animali, assai fe' bene + per torre tali essecutori a Marte. + +E s'ella d'elefanti e di balene + non si pente, chi guarda sottilmente, + piu` giusta e piu` discreta la ne tene; + +che' dove l'argomento de la mente + s'aggiugne al mal volere e a la possa, + nessun riparo vi puo` far la gente. + +La faccia sua mi parea lunga e grossa + come la pina di San Pietro a Roma, + e a sua proporzione eran l'altre ossa; + +si` che la ripa, ch'era perizoma + dal mezzo in giu`, ne mostrava ben tanto + di sovra, che di giugnere a la chioma + +tre Frison s'averien dato mal vanto; + pero` ch'i' ne vedea trenta gran palmi + dal loco in giu` dov'omo affibbia 'l manto. + +<<Raphel mai` ameche zabi` almi>>, + comincio` a gridar la fiera bocca, + cui non si convenia piu` dolci salmi. + +E 'l duca mio ver lui: <<Anima sciocca, + tienti col corno, e con quel ti disfoga + quand'ira o altra passion ti tocca! + +Cercati al collo, e troverai la soga + che 'l tien legato, o anima confusa, + e vedi lui che 'l gran petto ti doga>>. + +Poi disse a me: <<Elli stessi s'accusa; + questi e` Nembrotto per lo cui mal coto + pur un linguaggio nel mondo non s'usa. + +Lascianlo stare e non parliamo a voto; + che' cosi` e` a lui ciascun linguaggio + come 'l suo ad altrui, ch'a nullo e` noto>>. + +Facemmo adunque piu` lungo viaggio, + volti a sinistra; e al trar d'un balestro, + trovammo l'altro assai piu` fero e maggio. + +A cigner lui qual che fosse 'l maestro, + non so io dir, ma el tenea soccinto + dinanzi l'altro e dietro il braccio destro + +d'una catena che 'l tenea avvinto + dal collo in giu`, si` che 'n su lo scoperto + si ravvolgea infino al giro quinto. + +<<Questo superbo volle esser esperto + di sua potenza contra 'l sommo Giove>>, + disse 'l mio duca, <<ond'elli ha cotal merto. + +Fialte ha nome, e fece le gran prove + quando i giganti fer paura a' dei; + le braccia ch'el meno`, gia` mai non move>>. + +E io a lui: <<S'esser puote, io vorrei + che de lo smisurato Briareo + esperienza avesser li occhi miei>>. + +Ond'ei rispuose: <<Tu vedrai Anteo + presso di qui che parla ed e` disciolto, + che ne porra` nel fondo d'ogne reo. + +Quel che tu vuo' veder, piu` la` e` molto, + ed e` legato e fatto come questo, + salvo che piu` feroce par nel volto>>. + +Non fu tremoto gia` tanto rubesto, + che scotesse una torre cosi` forte, + come Fialte a scuotersi fu presto. + +Allor temett'io piu` che mai la morte, + e non v'era mestier piu` che la dotta, + s'io non avessi viste le ritorte. + +Noi procedemmo piu` avante allotta, + e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, + sanza la testa, uscia fuor de la grotta. + +<<O tu che ne la fortunata valle + che fece Scipion di gloria reda, + quand'Anibal co' suoi diede le spalle, + +recasti gia` mille leon per preda, + e che, se fossi stato a l'alta guerra + de'tuoi fratelli, ancor par che si creda + +ch'avrebber vinto i figli de la terra; + mettine giu`, e non ten vegna schifo, + dove Cocito la freddura serra. + +Non ci fare ire a Tizio ne' a Tifo: + questi puo` dar di quel che qui si brama; + pero` ti china, e non torcer lo grifo. + +Ancor ti puo` nel mondo render fama, + ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta + se 'nnanzi tempo grazia a se' nol chiama>>. + +Cosi` disse 'l maestro; e quelli in fretta + le man distese, e prese 'l duca mio, + ond'Ercule senti` gia` grande stretta. + +Virgilio, quando prender si sentio, + disse a me: <<Fatti qua, si` ch'io ti prenda>>; + poi fece si` ch'un fascio era elli e io. + +Qual pare a riguardar la Carisenda + sotto 'l chinato, quando un nuvol vada + sovr'essa si`, ched ella incontro penda; + +tal parve Anteo a me che stava a bada + di vederlo chinare, e fu tal ora + ch'i' avrei voluto ir per altra strada. + +Ma lievemente al fondo che divora + Lucifero con Giuda, ci sposo`; + ne' si` chinato, li` fece dimora, + +e come albero in nave si levo`. + + + +Inferno: Canto XXXII + + +S'io avessi le rime aspre e chiocce, + come si converrebbe al tristo buco + sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce, + +io premerei di mio concetto il suco + piu` pienamente; ma perch'io non l'abbo, + non sanza tema a dicer mi conduco; + +che' non e` impresa da pigliare a gabbo + discriver fondo a tutto l'universo, + ne' da lingua che chiami mamma o babbo. + +Ma quelle donne aiutino il mio verso + ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe, + si` che dal fatto il dir non sia diverso. + +Oh sovra tutte mal creata plebe + che stai nel loco onde parlare e` duro, + mei foste state qui pecore o zebe! + +Come noi fummo giu` nel pozzo scuro + sotto i pie` del gigante assai piu` bassi, + e io mirava ancora a l'alto muro, + +dicere udi'mi: <<Guarda come passi: + va si`, che tu non calchi con le piante + le teste de' fratei miseri lassi>>. + +Per ch'io mi volsi, e vidimi davante + e sotto i piedi un lago che per gelo + avea di vetro e non d'acqua sembiante. + +Non fece al corso suo si` grosso velo + di verno la Danoia in Osterlicchi, + ne' Tanai la` sotto 'l freddo cielo, + +com'era quivi; che se Tambernicchi + vi fosse su` caduto, o Pietrapana, + non avria pur da l'orlo fatto cricchi. + +E come a gracidar si sta la rana + col muso fuor de l'acqua, quando sogna + di spigolar sovente la villana; + +livide, insin la` dove appar vergogna + eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia, + mettendo i denti in nota di cicogna. + +Ognuna in giu` tenea volta la faccia; + da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo + tra lor testimonianza si procaccia. + +Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto, + volsimi a' piedi, e vidi due si` stretti, + che 'l pel del capo avieno insieme misto. + +<<Ditemi, voi che si` strignete i petti>>, + diss'io, <<chi siete?>>. E quei piegaro i colli; + e poi ch'ebber li visi a me eretti, + +li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli, + gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse + le lagrime tra essi e riserrolli. + +Con legno legno spranga mai non cinse + forte cosi`; ond'ei come due becchi + cozzaro insieme, tanta ira li vinse. + +E un ch'avea perduti ambo li orecchi + per la freddura, pur col viso in giue, + disse: <<Perche' cotanto in noi ti specchi? + +Se vuoi saper chi son cotesti due, + la valle onde Bisenzo si dichina + del padre loro Alberto e di lor fue. + +D'un corpo usciro; e tutta la Caina + potrai cercare, e non troverai ombra + degna piu` d'esser fitta in gelatina; + +non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra + con esso un colpo per la man d'Artu`; + non Focaccia; non questi che m'ingombra + +col capo si`, ch'i' non veggio oltre piu`, + e fu nomato Sassol Mascheroni; + se tosco se', ben sai omai chi fu. + +E perche' non mi metti in piu` sermoni, + sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi; + e aspetto Carlin che mi scagioni>>. + +Poscia vid'io mille visi cagnazzi + fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, + e verra` sempre, de' gelati guazzi. + +E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo + al quale ogne gravezza si rauna, + e io tremava ne l'etterno rezzo; + +se voler fu o destino o fortuna, + non so; ma, passeggiando tra le teste, + forte percossi 'l pie` nel viso ad una. + +Piangendo mi sgrido`: <<Perche' mi peste? + se tu non vieni a crescer la vendetta + di Montaperti, perche' mi moleste?>>. + +E io: <<Maestro mio, or qui m'aspetta, + si ch'io esca d'un dubbio per costui; + poi mi farai, quantunque vorrai, fretta>>. + +Lo duca stette, e io dissi a colui + che bestemmiava duramente ancora: + <<Qual se' tu che cosi` rampogni altrui?>>. + +<<Or tu chi se' che vai per l'Antenora, + percotendo>>, rispuose, <<altrui le gote, + si` che, se fossi vivo, troppo fora?>>. + +<<Vivo son io, e caro esser ti puote>>, + fu mia risposta, <<se dimandi fama, + ch'io metta il nome tuo tra l'altre note>>. + +Ed elli a me: <<Del contrario ho io brama. + Levati quinci e non mi dar piu` lagna, + che' mal sai lusingar per questa lama!>>. + +Allor lo presi per la cuticagna, + e dissi: <<El converra` che tu ti nomi, + o che capel qui su` non ti rimagna>>. + +Ond'elli a me: <<Perche' tu mi dischiomi, + ne' ti diro` ch'io sia, ne' mosterrolti, + se mille fiate in sul capo mi tomi>>. + +Io avea gia` i capelli in mano avvolti, + e tratto glien'avea piu` d'una ciocca, + latrando lui con li occhi in giu` raccolti, + +quando un altro grido`: <<Che hai tu, Bocca? + non ti basta sonar con le mascelle, + se tu non latri? qual diavol ti tocca?>>. + +<<Omai>>, diss'io, <<non vo' che piu` favelle, + malvagio traditor; ch'a la tua onta + io portero` di te vere novelle>>. + +<<Va via>>, rispuose, <<e cio` che tu vuoi conta; + ma non tacer, se tu di qua entro eschi, + di quel ch'ebbe or cosi` la lingua pronta. + +El piange qui l'argento de' Franceschi: + "Io vidi", potrai dir, "quel da Duera + la` dove i peccatori stanno freschi". + +Se fossi domandato "Altri chi v'era?", + tu hai dallato quel di Beccheria + di cui sego` Fiorenza la gorgiera. + +Gianni de' Soldanier credo che sia + piu` la` con Ganellone e Tebaldello, + ch'apri` Faenza quando si dormia>>. + +Noi eravam partiti gia` da ello, + ch'io vidi due ghiacciati in una buca, + si` che l'un capo a l'altro era cappello; + +e come 'l pan per fame si manduca, + cosi` 'l sovran li denti a l'altro pose + la` 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca: + +non altrimenti Tideo si rose + le tempie a Menalippo per disdegno, + che quei faceva il teschio e l'altre cose. + +<<O tu che mostri per si` bestial segno + odio sovra colui che tu ti mangi, + dimmi 'l perche'>>, diss'io, <<per tal convegno, + +che se tu a ragion di lui ti piangi, + sappiendo chi voi siete e la sua pecca, + nel mondo suso ancora io te ne cangi, + +se quella con ch'io parlo non si secca>>. + + + +Inferno: Canto XXXIII + + +La bocca sollevo` dal fiero pasto + quel peccator, forbendola a'capelli + del capo ch'elli avea di retro guasto. + +Poi comincio`: <<Tu vuo' ch'io rinovelli + disperato dolor che 'l cor mi preme + gia` pur pensando, pria ch'io ne favelli. + +Ma se le mie parole esser dien seme + che frutti infamia al traditor ch'i' rodo, + parlar e lagrimar vedrai insieme. + +Io non so chi tu se' ne' per che modo + venuto se' qua giu`; ma fiorentino + mi sembri veramente quand'io t'odo. + +Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino, + e questi e` l'arcivescovo Ruggieri: + or ti diro` perche' i son tal vicino. + +Che per l'effetto de' suo' mai pensieri, + fidandomi di lui, io fossi preso + e poscia morto, dir non e` mestieri; + +pero` quel che non puoi avere inteso, + cioe` come la morte mia fu cruda, + udirai, e saprai s'e' m'ha offeso. + +Breve pertugio dentro da la Muda + la qual per me ha 'l titol de la fame, + e che conviene ancor ch'altrui si chiuda, + +m'avea mostrato per lo suo forame + piu` lune gia`, quand'io feci 'l mal sonno + che del futuro mi squarcio` 'l velame. + +Questi pareva a me maestro e donno, + cacciando il lupo e ' lupicini al monte + per che i Pisan veder Lucca non ponno. + +Con cagne magre, studiose e conte + Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi + s'avea messi dinanzi da la fronte. + +In picciol corso mi parieno stanchi + lo padre e ' figli, e con l'agute scane + mi parea lor veder fender li fianchi. + +Quando fui desto innanzi la dimane, + pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli + ch'eran con meco, e dimandar del pane. + +Ben se' crudel, se tu gia` non ti duoli + pensando cio` che 'l mio cor s'annunziava; + e se non piangi, di che pianger suoli? + +Gia` eran desti, e l'ora s'appressava + che 'l cibo ne solea essere addotto, + e per suo sogno ciascun dubitava; + +e io senti' chiavar l'uscio di sotto + a l'orribile torre; ond'io guardai + nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto. + +Io non piangea, si` dentro impetrai: + piangevan elli; e Anselmuccio mio + disse: "Tu guardi si`, padre! che hai?". + +Percio` non lacrimai ne' rispuos'io + tutto quel giorno ne' la notte appresso, + infin che l'altro sol nel mondo uscio. + +Come un poco di raggio si fu messo + nel doloroso carcere, e io scorsi + per quattro visi il mio aspetto stesso, + +ambo le man per lo dolor mi morsi; + ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia + di manicar, di subito levorsi + +e disser: "Padre, assai ci fia men doglia + se tu mangi di noi: tu ne vestisti + queste misere carni, e tu le spoglia". + +Queta'mi allor per non farli piu` tristi; + lo di` e l'altro stemmo tutti muti; + ahi dura terra, perche' non t'apristi? + +Poscia che fummo al quarto di` venuti, + Gaddo mi si gitto` disteso a' piedi, + dicendo: "Padre mio, che' non mi aiuti?". + +Quivi mori`; e come tu mi vedi, + vid'io cascar li tre ad uno ad uno + tra 'l quinto di` e 'l sesto; ond'io mi diedi, + +gia` cieco, a brancolar sovra ciascuno, + e due di` li chiamai, poi che fur morti. + Poscia, piu` che 'l dolor, pote' 'l digiuno>>. + +Quand'ebbe detto cio`, con li occhi torti + riprese 'l teschio misero co'denti, + che furo a l'osso, come d'un can, forti. + +Ahi Pisa, vituperio de le genti + del bel paese la` dove 'l si` suona, + poi che i vicini a te punir son lenti, + +muovasi la Capraia e la Gorgona, + e faccian siepe ad Arno in su la foce, + si` ch'elli annieghi in te ogne persona! + +Che' se 'l conte Ugolino aveva voce + d'aver tradita te de le castella, + non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. + +Innocenti facea l'eta` novella, + novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata + e li altri due che 'l canto suso appella. + +Noi passammo oltre, la` 've la gelata + ruvidamente un'altra gente fascia, + non volta in giu`, ma tutta riversata. + +Lo pianto stesso li` pianger non lascia, + e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo, + si volge in entro a far crescer l'ambascia; + +che' le lagrime prime fanno groppo, + e si` come visiere di cristallo, + riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo. + +E avvegna che, si` come d'un callo, + per la freddura ciascun sentimento + cessato avesse del mio viso stallo, + +gia` mi parea sentire alquanto vento: + per ch'io: <<Maestro mio, questo chi move? + non e` qua giu` ogne vapore spento?>>. + +Ond'elli a me: <<Avaccio sarai dove + di cio` ti fara` l'occhio la risposta, + veggendo la cagion che 'l fiato piove>>. + +E un de' tristi de la fredda crosta + grido` a noi: <<O anime crudeli, + tanto che data v'e` l'ultima posta, + +levatemi dal viso i duri veli, + si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna, + un poco, pria che 'l pianto si raggeli>>. + +Per ch'io a lui: <<Se vuo' ch'i' ti sovvegna, + dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo, + al fondo de la ghiaccia ir mi convegna>>. + +Rispuose adunque: <<I' son frate Alberigo; + i' son quel da le frutta del mal orto, + che qui riprendo dattero per figo>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<or se' tu ancor morto?>>. + Ed elli a me: <<Come 'l mio corpo stea + nel mondo su`, nulla scienza porto. + +Cotal vantaggio ha questa Tolomea, + che spesse volte l'anima ci cade + innanzi ch'Atropos mossa le dea. + +E perche' tu piu` volentier mi rade + le 'nvetriate lagrime dal volto, + sappie che, tosto che l'anima trade + +come fec'io, il corpo suo l'e` tolto + da un demonio, che poscia il governa + mentre che 'l tempo suo tutto sia volto. + +Ella ruina in si` fatta cisterna; + e forse pare ancor lo corpo suso + de l'ombra che di qua dietro mi verna. + +Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso: + elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni + poscia passati ch'el fu si` racchiuso>>. + +<<Io credo>>, diss'io lui, <<che tu m'inganni; + che' Branca Doria non mori` unquanche, + e mangia e bee e dorme e veste panni>>. + +<<Nel fosso su`>>, diss'el, <<de' Malebranche, + la` dove bolle la tenace pece, + non era ancor giunto Michel Zanche, + +che questi lascio` il diavolo in sua vece + nel corpo suo, ed un suo prossimano + che 'l tradimento insieme con lui fece. + +Ma distendi oggimai in qua la mano; + aprimi li occhi>>. E io non gliel'apersi; + e cortesia fu lui esser villano. + +Ahi Genovesi, uomini diversi + d'ogne costume e pien d'ogne magagna, + perche' non siete voi del mondo spersi? + +Che' col peggiore spirto di Romagna + trovai di voi un tal, che per sua opra + in anima in Cocito gia` si bagna, + +e in corpo par vivo ancor di sopra. + + + +Inferno: Canto XXXIV + + +<<Vexilla regis prodeunt inferni + verso di noi; pero` dinanzi mira>>, + disse 'l maestro mio <<se tu 'l discerni>>. + +Come quando una grossa nebbia spira, + o quando l'emisperio nostro annotta, + par di lungi un molin che 'l vento gira, + +veder mi parve un tal dificio allotta; + poi per lo vento mi ristrinsi retro + al duca mio; che' non li` era altra grotta. + +Gia` era, e con paura il metto in metro, + la` dove l'ombre tutte eran coperte, + e trasparien come festuca in vetro. + +Altre sono a giacere; altre stanno erte, + quella col capo e quella con le piante; + altra, com'arco, il volto a' pie` rinverte. + +Quando noi fummo fatti tanto avante, + ch'al mio maestro piacque di mostrarmi + la creatura ch'ebbe il bel sembiante, + +d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi, + <<Ecco Dite>>, dicendo, <<ed ecco il loco + ove convien che di fortezza t'armi>>. + +Com'io divenni allor gelato e fioco, + nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo, + pero` ch'ogne parlar sarebbe poco. + +Io non mori' e non rimasi vivo: + pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno, + qual io divenni, d'uno e d'altro privo. + +Lo 'mperador del doloroso regno + da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia; + e piu` con un gigante io mi convegno, + +che i giganti non fan con le sue braccia: + vedi oggimai quant'esser dee quel tutto + ch'a cosi` fatta parte si confaccia. + +S'el fu si` bel com'elli e` ora brutto, + e contra 'l suo fattore alzo` le ciglia, + ben dee da lui proceder ogne lutto. + +Oh quanto parve a me gran maraviglia + quand'io vidi tre facce a la sua testa! + L'una dinanzi, e quella era vermiglia; + +l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa + sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla, + e se' giugnieno al loco de la cresta: + +e la destra parea tra bianca e gialla; + la sinistra a vedere era tal, quali + vegnon di la` onde 'l Nilo s'avvalla. + +Sotto ciascuna uscivan due grand'ali, + quanto si convenia a tanto uccello: + vele di mar non vid'io mai cotali. + +Non avean penne, ma di vispistrello + era lor modo; e quelle svolazzava, + si` che tre venti si movean da ello: + +quindi Cocito tutto s'aggelava. + Con sei occhi piangea, e per tre menti + gocciava 'l pianto e sanguinosa bava. + +Da ogne bocca dirompea co' denti + un peccatore, a guisa di maciulla, + si` che tre ne facea cosi` dolenti. + +A quel dinanzi il mordere era nulla + verso 'l graffiar, che talvolta la schiena + rimanea de la pelle tutta brulla. + +<<Quell'anima la` su` c'ha maggior pena>>, + disse 'l maestro, <<e` Giuda Scariotto, + che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena. + +De li altri due c'hanno il capo di sotto, + quel che pende dal nero ceffo e` Bruto: + vedi come si storce, e non fa motto!; + +e l'altro e` Cassio che par si` membruto. + Ma la notte risurge, e oramai + e` da partir, che' tutto avem veduto>>. + +Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai; + ed el prese di tempo e loco poste, + e quando l'ali fuoro aperte assai, + +appiglio` se' a le vellute coste; + di vello in vello giu` discese poscia + tra 'l folto pelo e le gelate croste. + +Quando noi fummo la` dove la coscia + si volge, a punto in sul grosso de l'anche, + lo duca, con fatica e con angoscia, + +volse la testa ov'elli avea le zanche, + e aggrappossi al pel com'om che sale, + si` che 'n inferno i' credea tornar anche. + +<<Attienti ben, che' per cotali scale>>, + disse 'l maestro, ansando com'uom lasso, + <<conviensi dipartir da tanto male>>. + +Poi usci` fuor per lo foro d'un sasso, + e puose me in su l'orlo a sedere; + appresso porse a me l'accorto passo. + +Io levai li occhi e credetti vedere + Lucifero com'io l'avea lasciato, + e vidili le gambe in su` tenere; + +e s'io divenni allora travagliato, + la gente grossa il pensi, che non vede + qual e` quel punto ch'io avea passato. + +<<Levati su`>>, disse 'l maestro, <<in piede: + la via e` lunga e 'l cammino e` malvagio, + e gia` il sole a mezza terza riede>>. + +Non era camminata di palagio + la` 'v'eravam, ma natural burella + ch'avea mal suolo e di lume disagio. + +<<Prima ch'io de l'abisso mi divella, + maestro mio>>, diss'io quando fui dritto, + <<a trarmi d'erro un poco mi favella: + +ov'e` la ghiaccia? e questi com'e` fitto + si` sottosopra? e come, in si` poc'ora, + da sera a mane ha fatto il sol tragitto?>>. + +Ed elli a me: <<Tu imagini ancora + d'esser di la` dal centro, ov'io mi presi + al pel del vermo reo che 'l mondo fora. + +Di la` fosti cotanto quant'io scesi; + quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto + al qual si traggon d'ogne parte i pesi. + +E se' or sotto l'emisperio giunto + ch'e` contraposto a quel che la gran secca + coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto + +fu l'uom che nacque e visse sanza pecca: + tu hai i piedi in su picciola spera + che l'altra faccia fa de la Giudecca. + +Qui e` da man, quando di la` e` sera; + e questi, che ne fe' scala col pelo, + fitto e` ancora si` come prim'era. + +Da questa parte cadde giu` dal cielo; + e la terra, che pria di qua si sporse, + per paura di lui fe' del mar velo, + +e venne a l'emisperio nostro; e forse + per fuggir lui lascio` qui loco voto + quella ch'appar di qua, e su` ricorse>>. + +Luogo e` la` giu` da Belzebu` remoto + tanto quanto la tomba si distende, + che non per vista, ma per suono e` noto + +d'un ruscelletto che quivi discende + per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso, + col corso ch'elli avvolge, e poco pende. + +Lo duca e io per quel cammino ascoso + intrammo a ritornar nel chiaro mondo; + e sanza cura aver d'alcun riposo, + +salimmo su`, el primo e io secondo, + tanto ch'i' vidi de le cose belle + che porta 'l ciel, per un pertugio tondo. + +E quindi uscimmo a riveder le stelle. + + + + +La Divina Commedia +di Dante Alighieri +(e-text courtesy Progetto Manuzio) + +PURGATORIO + + + +Purgatorio: Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a se' mar si` crudele; + +e cantero` di quel secondo regno + dove l'umano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poesi` resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Caliope` alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color d'oriental zaffiro, + che s'accoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricomincio` diletto, + tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta + che m'avea contristati li occhi e 'l petto. + +Lo bel pianeto che d'amar conforta + faceva tutto rider l'oriente, + velando i Pesci ch'erano in sua scorta. + +I' mi volsi a man destra, e puosi mente + a l'altro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor ch'a la prima gente. + +Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: + oh settentrional vedovo sito, + poi che privato se' di mirar quelle! + +Com'io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l 'altro polo, + la` onde il Carro gia` era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che piu` non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a' suoi capelli simigliante, + de' quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan si` la sua faccia di lume, + ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. + +<<Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?>>, + diss'el, movendo quelle oneste piume. + +<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi d'abisso cosi` rotte? + o e` mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?>>. + +Lo duca mio allor mi die` di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio. + +Poscia rispuose lui: <<Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi + di nostra condizion com'ell'e` vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai l'ultima sera; + ma per la sua follia le fu si` presso, + che molto poco tempo a volger era. + +Si` com'io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non li` era altra via + che questa per la quale i' mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan se' sotto la tua balia. + +Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti; + de l'alto scende virtu` che m'aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: + liberta` va cercando, ch'e` si` cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, + che' questi vive, e Minos me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riportero` di te a lei, + se d'esser mentovato la` giu` degni>>. + +<<Marzia piacque tanto a li occhi miei + mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora, + <<che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di la` dal mal fiume dimora, + piu` muover non mi puo`, per quella legge + che fatta fu quando me n'usci' fora. + +Ma se donna del ciel ti muove e regge, + come tu di', non c'e` mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, + si` ch'ogne sucidume quindi stinghe; + +che' non si converria, l'occhio sorpriso + d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch'e` di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + la` giu` cola` dove la batte l'onda, + porta di giunchi sovra 'l molle limo; + +null'altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + pero` ch'a le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterra`, che surge omai, + prendere il monte a piu` lieve salita>>. + +Cosi` spari`; e io su` mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, che' di qua dichina + questa pianura a' suoi termini bassi>>. + +L'alba vinceva l'ora mattutina + che fuggia innanzi, si` che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano + com'om che torna a la perduta strada, + che 'nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo la` 've la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su l'erbetta sparte + soavemente 'l mio maestro pose: + ond'io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver' lui le guance lagrimose: + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l'inferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse si` com'altrui piacque: + oh maraviglia! che' qual elli scelse + l'umile pianta, cotal si rinacque + +subitamente la` onde l'avelse. + + + +Purgatorio: Canto II + + +Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto + lo cui meridian cerchio coverchia + Ierusalem col suo piu` alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + +si` che le bianche e le vermiglie guance, + la` dov'i' era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giu` nel ponente sovra 'l suol marino, + +cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir si` ratto, + che 'l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com'io un poco ebbi ritratto + l'occhio per domandar lo duca mio, + rividil piu` lucente e maggior fatto. + +Poi d'ogne lato ad esso m'appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscio. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + +grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l'angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di si` fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, + si` che remo non vuol, ne' altro velo + che l'ali sue, tra liti si` lontani. + +Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, + trattando l'aere con l'etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo>>. + +Poi, come piu` e piu` verso noi venne + l'uccel divino, piu` chiaro appariva: + per che l'occhio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e piu` di cento spirti entro sediero. + +'In exitu Israel de Aegypto' + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo e` poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; + ond'ei si gittar tutti in su la piaggia; + ed el sen gi`, come venne, veloce. + +La turba che rimase li`, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch'avea con le saette conte + di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alzo` la fronte + ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte>>. + +E Virgilio rispuose: <<Voi credete + forse che siamo esperti d'esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu si` aspra e forte, + che lo salire omai ne parra` gioco>>. + +L'anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + +cosi` al viso mio s'affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi obliando d'ire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con si` grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l'ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse ch'io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s'arrestasse. + +Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai + nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta: + pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>. + +<<Casella mio, per tornar altra volta + la` dov'io son, fo io questo viaggio>>, + diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + piu` volte m'ha negato esto passaggio; + +che' di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond'io, ch'era ora a la marina volto + dove l'acqua di Tevero s'insala, + benignamente fu' da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta l'ala, + pero` che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala>>. + +E io: <<Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l'amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di cio` ti piaccia consolare alquanto + l'anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, e` affannata tanto!>>. + +'Amor che ne la mente mi ragiona' + comincio` elli allor si` dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente + ch'eran con lui parevan si` contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare e` questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>. + +Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, + +se cosa appare ond'elli abbian paura, + subitamente lasciano star l'esca, + perch'assaliti son da maggior cura; + +cosi` vid'io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, + com'om che va, ne' sa dove riesca: + +ne' la nostra partita fu men tosta. + + + +Purgatorio: Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i' mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare' io sanza lui corso? + chi m'avria tratto su per la montagna? + +El mi parea da se' stesso rimorso: + o dignitosa coscienza e netta, + come t'e` picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l'onestade ad ogn'atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + +lo 'ntento rallargo`, si` come vaga, + e diedi 'l viso mio incontr'al poggio + che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m'era dinanzi a la figura, + ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio. + +Io mi volsi dallato con paura + d'essere abbandonato, quand'io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + +e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>, + a dir mi comincio` tutto rivolto; + <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi? + +Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra: + Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla s'aombra, + non ti maravigliar piu` che d'i cieli + che l'uno a l'altro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtu` dispone + che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli. + +Matto e` chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; + che' se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + +e disiar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch'etternalmente e` dato lor per lutto: + +io dico d'Aristotile e di Plato + e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte, + e piu` non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a pie` del monte; + quivi trovammo la roccia si` erta, + che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turbia la piu` diserta, + la piu` rotta ruina e` una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + +<<Or chi sa da qual man la costa cala>>, + disse 'l maestro mio fermando 'l passo, + <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>. + +E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra m'appari` una gente + d'anime, che movieno i pie` ver' noi, + e non pareva, si` venian lente. + +<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne dara` consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi>>. + +Guardo` allora, e con libero piglio + rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio>>. + +Ancora era quel popol di lontano, + i' dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi + de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti + com'a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>, + Virgilio incomincio`, <<per quella pace + ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti, + +ditene dove la montagna giace + si` che possibil sia l'andare in suso; + che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>. + +Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l'altre stanno + timidette atterrando l'occhio e 'l muso; + +e cio` che fa la prima, e l'altre fanno, + addossandosi a lei, s'ella s'arresta, + semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno; + +si` vid'io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l'andare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + si` che l'ombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser se' in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto. + +<<Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo e` corpo uman che voi vedete; + per che 'l lume del sole in terra e` fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtu` che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete>>. + +Cosi` 'l maestro; e quella gente degna + <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>, + coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incomincio`: <<Chiunque + tu se', cosi` andando, volgi 'l viso: + pon mente se di la` mi vedesti unque>>. + +Io mi volsi ver lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. + +Quand'io mi fui umilmente disdetto + d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>; + e mostrommi una piaga a sommo 'l petto. + +Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond'io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice + de l'onor di Cicilia e d'Aragona, + e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice. + +Poscia ch'io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; + ma la bonta` infinita ha si` gran braccia, + che prende cio` che si rivolge a lei. + +Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + +l'ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, + dov'e' le trasmuto` a lume spento. + +Per lor maladizion si` non si perde, + che non possa tornar, l'etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero e` che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta, + in sua presunzion, se tal decreto + piu` corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m'hai visto, e anco esto divieto; + +che' qui per quei di la` molto s'avanza>>. + + + +Purgatorio: Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtu` nostra comprenda + l'anima bene ad essa si raccoglie, + +par ch'a nulla potenza piu` intenda; + e questo e` contra quello error che crede + ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda. + +E pero`, quando s'ode cosa o vede + che tegna forte a se' l'anima volta, + vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; + +ch'altra potenza e` quella che l'ascolta, + e altra e` quella c'ha l'anima intera: + questa e` quasi legata, e quella e` sciolta. + +Di cio` ebb'io esperienza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + che' ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non m'era accorto, quando + venimmo ove quell'anime ad una + gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>. + +Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l'uom de la villa quando l'uva imbruna, + +che non era la calla onde saline + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partine. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova 'n Cacume + con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli; + +dico con l'ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro 'l sasso rotto, + e d'ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo + de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, + <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>. + +Lo sommo er'alto che vincea la vista, + e la costa superba piu` assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: + <<O dolce padre, volgiti, e rimira + com'io rimango sol, se non restai>>. + +<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>, + additandomi un balzo poco in sue + che da quel lato il poggio tutto gira. + +Si` mi spronaron le parole sue, + ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui + volti a levante ond'eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n'eravam feriti. + +Ben s'avvide il poeta ch'io stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che su` e giu` del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodiaco rubecchio + ancora a l'Orse piu` stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sion + con questo monte in su la terra stare + +si`, ch'amendue hanno un solo orizzon + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Feton, + +vedrai come a costui convien che vada + da l'un, quando a colui da l'altro fianco, + se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>. + +<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco + non vid'io chiaro si` com'io discerno + la` dove mio ingegno parea manco, + +che 'l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun'arte, + e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, + +per la ragion che di', quinci si parte + verso settentrion, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale + piu` che salir non posson li occhi miei>>. + +Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale, + che sempre al cominciar di sotto e` grave; + e quant'om piu` va su`, e men fa male. + +Pero`, quand'ella ti parra` soave + tanto, che su` andar ti fia leggero + com'a seconda giu` andar per nave, + +allor sarai al fin d'esto sentiero; + quivi di riposar l'affanno aspetta. + Piu` non rispondo, e questo so per vero>>. + +E com'elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sono`: <<Forse + che di sedere in pria avrai distretta!>>. + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual ne' io ne' ei prima s'accorse. + +La` ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l'ombra dietro al sasso + come l'uom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo 'l viso giu` tra esse basso. + +<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia + colui che mostra se' piu` negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia>>. + +Allor si volse a noi e puose mente, + movendo 'l viso pur su per la coscia, + e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>. + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m'avacciava un poco ancor la lena, + non m'impedi` l'andare a lui; e poscia + +ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena, + dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole + da l'omero sinistro il carro mena?>>. + +Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perche' assiso + quiritto se'? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>. + +Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta? + che' non mi lascerebbe ire a' martiri + l'angel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel m'aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazione in prima non m'aita + che surga su` di cuor che in grazia viva; + l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>. + +E gia` il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco + meridian dal sole e a la riva + +cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>. + + + +Purgatorio: Canto V + + +Io era gia` da quell'ombre partito, + e seguitava l'orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando 'l dito, + +una grido`: <<Ve' che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!>>. + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto. + +<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>, + disse 'l maestro, <<che l'andare allenti? + che ti fa cio` che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + gia` mai la cima per soffiar di venti; + +che' sempre l'omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da se' dilunga il segno, + perche' la foga l'un de l'altro insolla>>. + +Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l'uom di perdon talvolta degno. + +E 'ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando 'Miserere' a verso a verso. + +Quando s'accorser ch'i' non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, + mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr'a noi e dimandarne: + <<Di vostra condizion fatene saggi>>. + +E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che 'l corpo di costui e` vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, + com'io avviso, assai e` lor risposto: + faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>. + +Vapori accesi non vid'io si` tosto + di prima notte mai fender sereno, + ne', sol calando, nuvole d'agosto, + +che color non tornasser suso in meno; + e, giunti la`, con li altri a noi dier volta + come schiera che scorre sanza freno. + +<<Questa gente che preme a noi e` molta, + e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta: + <<pero` pur va, e in andando ascolta>>. + +<<O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti>>, + venian gridando, <<un poco il passo queta. + +Guarda s'alcun di noi unqua vedesti, + si` che di lui di la` novella porti: + deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti? + +Noi fummo tutti gia` per forza morti, + e peccatori infino a l'ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + +si` che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di se' veder n'accora>>. + +E io: <<Perche' ne' vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s'a voi piace + cosa ch'io possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io faro` per quella pace + che, dietro a' piedi di si` fatta guida + di mondo in mondo cercar mi si face>>. + +E uno incomincio`: <<Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che 'l voler nonpossa non ricida. + +Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, si` che ben per me s'adori + pur ch'i' possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu' io; ma li profondi fori + ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +la` dov'io piu` sicuro esser credea: + quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira + assai piu` la` che dritto non volea. + +Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, + quando fu' sovragiunto ad Oriaco, + ancor sarei di la` dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco + m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io + de le mie vene farsi in terra laco>>. + +Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l'alto monte, + con buona pietate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>. + +E io a lui: <<Qual forza o qual ventura + ti travio` si` fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?>>. + +<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino + traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano, + che sovra l'Ermo nasce in Apennino. + +La` 've 'l vocabol suo diventa vano, + arriva' io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola + nel nome di Maria fini', e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi: + l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno + gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi? + +Tu te ne porti di costui l'etterno + per una lagrimetta che 'l mi toglie; + ma io faro` de l'altro altro governo!". + +Ben sai come ne l'aere si raccoglie + quell'umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove 'l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento + per la virtu` che sua natura diede. + +Indi la valle, come 'l di` fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento, + +si` che 'l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde e a' fossati venne + di lei cio` che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, + ver' lo fiume real tanto veloce + si ruino`, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce + trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse + ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce + +ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse; + voltommi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse>>. + +<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo, + e riposato de la lunga via>>, + seguito` 'l terzo spirito al secondo, + +<<ricorditi di me, che son la Pia: + Siena mi fe', disfecemi Maremma: + salsi colui che 'nnanellata pria + +disposando m'avea con la sua gemma>>. + + + +Purgatorio: Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + +con l'altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + +el non s'arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, piu` non fa pressa; + e cosi` da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e la`, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv'era l'Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l'altro ch'annego` correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fe' parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e l'anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com'e' dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr'e` di qua, la donna di Brabante, + si` che pero` non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante + quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi, + si` che s'avacci lor divenir sante, + +io cominciai: <<El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>. + +Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + +che' cima di giudicio non s'avvalla + perche' foco d'amor compia in un punto + cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla; + +e la` dov'io fermai cotesto punto, + non s'ammendava, per pregar, difetto, + perche' 'l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a cosi` alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto. + +Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice>>. + +E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta, + che' gia` non m'affatico come dianzi, + e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>. + +<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>, + rispuose, <<quanto piu` potremo omai; + ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi. + +Prima che sie la` su`, tornar vedrai + colui che gia` si cuopre de la costa, + si` che ' suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi la` un'anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>. + +Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dicea alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita + ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava + <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita, + +surse ver' lui del loco ove pria stava, + dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + +Quell'anima gentil fu cosi` presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode + di quei ch'un muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s'alcuna parte in te di pace gode. + +Che val perche' ti racconciasse il freno + Iustiniano, se la sella e` vota? + Sanz'esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi cio` che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera e` fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco ch'abbandoni + costei ch'e` fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia + sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! + +Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costa` distretti, + che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color gia` tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com'e` oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e di` e notte chiama: + <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>. + +Vieni a veder la gente quanto s'ama! + e se nulla di noi pieta` ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m'e`, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O e` preparazion che ne l'abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l'accorger nostro scisso? + +Che' le citta` d'Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + merce' del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l'arco; + ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>. + +Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace, e tu con senno! + S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno + l'antiche leggi e furon si` civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch'a mezzo novembre + non giugne quel che tu d'ottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non puo` trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + +Purgatorio: Canto VII + + +Poscia che l'accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>. + +<<Anzi che a questo monte fosser volte + l'anime degne di salire a Dio, + fur l'ossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null'altro rio + lo ciel perdei che per non aver fe'>>. + Cosi` rispuose allora il duca mio. + +Qual e` colui che cosa innanzi se' + subita vede ond'e' si maraviglia, + che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>, + +tal parve quelli; e poi chino` le ciglia, + e umilmente ritorno` ver' lui, + e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia. + +<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui + mostro` cio` che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond'io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S'io son d'udir le tue parole degno, + dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>. + +<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>, + rispuose lui, <<son io di qua venuto; + virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l'alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo e` la` giu` non tristo di martiri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l'umana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante + virtu` non si vestiro, e sanza vizio + conobber l'altre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + da` noi per che venir possiam piu` tosto + la` dove purgatorio ha dritto inizio>>. + +Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto; + licito m'e` andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t'accosto. + +Ma vedi gia` come dichina il giorno, + e andar su` di notte non si puote; + pero` e` buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote: + se mi consenti, io ti merro` ad esse, + e non sanza diletto ti fier note>>. + +<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>. + +E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito, + dicendo: <<Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo 'l sol partito: + +non pero` ch'altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>. + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, + <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici + ch'aver si puo` diletto dimorando>>. + +Poco allungati c'eravam di lici, + quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + +<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo + dove la costa face di se' grembo; + e la` il novo giorno attenderemo>>. + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, + +da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore e` vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavita` di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + +'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + +<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>, + comincio` 'l Mantoan che ci avea volti, + <<tra color non vogliate ch'io vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e ' volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giu` tra essi accolti. + +Colui che piu` siede alto e fa sembianti + d'aver negletto cio` che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c'hanno Italia morta, + si` che tardi per altri si ricrea. + +L'altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l'acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c'ha si` benigno aspetto, + mori` fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate la` come si batte il petto! + L'altro vedete c'ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che si` li lancia. + +Quel che par si` membruto e che s'accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d'ogne valor porto` cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de l'altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami + l'umana probitate; e questo vole + quei che la da`, perche' da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza gia` si dole. + +Tant'e` del seme suo minor la pianta, + quanto piu` che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita + seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra: + questi ha ne' rami suoi migliore uscita. + +Quel che piu` basso tra costor s'atterra, + guardando in suso, e` Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese>>. + + + +Purgatorio: Canto VIII + + +Era gia` l'ora che volge il disio + ai navicanti e 'ntenerisce il core + lo di` c'han detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin d'amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + +quand'io incominciai a render vano + l'udire e a mirare una de l'alme + surta, che l'ascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e levo` ambo le palme, + ficcando li occhi verso l'oriente, + come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'. + +'Te lucis ante' si` devotamente + le uscio di bocca e con si` dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + +e l'altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l'inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + che' 'l velo e` ora ben tanto sottile, + certo che 'l trapassar dentro e` leggero. + +Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sue + quasi aspettando, palido e umile; + +e vidi uscir de l'alto e scender giue + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + +L'un poco sovra noi a star si venne, + e l'altro scese in l'opposita sponda, + si` che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discernea in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l'occhio si smarria, + come virtu` ch'a troppo si confonda. + +<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>, + disse Sordello, <<a guardia de la valle, + per lo serpente che verra` vie via>>. + +Ond'io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m'accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazioso fia lor vedervi assai>>. + +Solo tre passi credo ch'i' scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp'era gia` che l'aere s'annerava, + ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei + non dichiarisse cio` che pria serrava. + +Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ' rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti + a pie` del monte per le lontane acque?>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>. + +E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di subito smarrita. + +L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse + che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse>>. + +Poi, volto a me: <<Per quel singular grado + che tu dei a colui che si` nasconde + lo suo primo perche', che non li` e` guado, + +quando sarai di la` da le larghe onde, + di` a Giovanna mia che per me chiami + la` dove a li 'nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre piu` m'ami, + poscia che trasmuto` le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d'amor dura, + se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende. + +Non le fara` si` bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com'avria fatto il gallo di Gallura>>. + +Cosi` dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur la` dove le stelle son piu` tarde, + si` come rota piu` presso a lo stelo. + +E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>. + E io a lui: <<A quelle tre facelle + di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>. + +Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di la` basse, + e queste son salite ov'eran quelle>>. + +Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse + dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>; + e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso + leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e pero` dicer non posso, + come mosser li astor celestiali; + ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso. + +Sentendo fender l'aere a le verdi ali, + fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + +L'ombra che s'era al giudice raccolta + quando chiamo`, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + +<<Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>, + +comincio` ella, <<se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che gia` grande la` era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l'antico, ma di lui discesi; + a' miei portai l'amor che qui raffina>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi + gia` mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch'ei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + si` che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, s'io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura si` la privilegia, + che, perche' il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>. + +Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca + sette volte nel letto che 'l Montone + con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinione + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d'altrui sermone, + +se corso di giudicio non s'arresta>>. + + + +Purgatorio: Canto IX + + +La concubina di Titone antico + gia` s'imbiancava al balco d'oriente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de' passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov'eravamo, + e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale; + +quand'io, che meco avea di quel d'Adamo, + vinto dal sonno, in su l'erba inchinai + la` 've gia` tutti e cinque sedavamo. + +Ne l'ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de' suo' primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina + piu` da la carne e men da' pensier presa, + a le sue vision quasi e` divina, + +in sogno mi parea veder sospesa + un'aguglia nel ciel con penne d'oro, + con l'ali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea la` dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: 'Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d'altro loco + disdegna di portarne suso in piede'. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; + e si` lo 'ncendio imaginato cosse, + che convenne che 'l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo la` dove si fosse, + +quando la madre da Chiron a Schiro + trafuggo` lui dormendo in le sue braccia, + la` onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss'io, si` come da la faccia + mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto, + come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato m'era solo il mio conforto, + e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore, + e 'l viso m'era a la marina torto. + +<<Non aver tema>>, disse il mio segnore; + <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se' omai al purgatorio giunto: + vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno; + vedi l'entrata la` 've par digiunto. + +Dianzi, ne l'alba che procede al giorno, + quando l'anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno + +venne una donna, e disse: "I' son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + si` l'agevolero` per la sua via". + +Sordel rimase e l'altre genti forme; + ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>. + +A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verita` li e` discoperta, + +mi cambia' io; e come sanza cura + vide me 'l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver' l'altura. + +Lettor, tu vedi ben com'io innalzo + la mia matera, e pero` con piu` arte + non ti maravigliar s'io la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, + che la` dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch'ancor non facea motto. + +E come l'occhio piu` e piu` v'apersi, + vidil seder sovra 'l grado sovrano, + tal ne la faccia ch'io non lo soffersi; + +e una spada nuda avea in mano, + che reflettea i raggi si` ver' noi, + ch'io drizzava spesso il viso in vano. + +<<Dite costinci: che volete voi?>>, + comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta? + Guardate che 'l venir su` non vi noi>>. + +<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>, + rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi + ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>. + +<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>, + ricomincio` il cortese portinaio: + <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>. + +La` ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era si` pulito e terso, + ch'io mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto piu` che perso, + d'una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, + porfido mi parea, si` fiammeggiante, + come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tenea ambo le piante + l'angel di Dio, sedendo in su la soglia, + che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi su` di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi + umilemente che 'l serrame scioglia>>. + +Divoto mi gittai a' santi piedi; + misericordia chiesi e ch'el m'aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e <<Fa che lavi, + quando se' dentro, queste piaghe>>, disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, + d'un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + +L'una era d'oro e l'altra era d'argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta si`, ch'i' fu' contento. + +<<Quandunque l'una d'este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa>>, + diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla. + +Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa + d'arte e d'ingegno avanti che diserri, + perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri + anzi ad aprir ch'a tenerla serrata, + pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>. + +Poi pinse l'uscio a la porta sacrata, + dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>. + +E quando fuor ne' cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra + Tarpea, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e 'Te Deum laudamus' mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea + cio` ch'io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + +ch'or si` or no s'intendon le parole. + + + +Purgatorio: Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta + che 'l mal amor de l'anime disusa, + perche' fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti' esser richiusa; + e s'io avesse li occhi volti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d'una e d'altra parte, + si` come l'onda che fugge e s'appressa. + +<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>, + comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte>>. + +E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + su` dove il monte in dietro si rauna, + +io stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo piu` che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, + al pie` de l'alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + +La` su` non eran mossi i pie` nostri anco, + quand'io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno + d'intagli si`, che non pur Policleto, + ma la natura li` avrebbe scorno. + +L'angel che venne in terra col decreto + de la molt'anni lagrimata pace, + ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva si` verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!'; + perche' iv'era imaginata quella + ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella + 'Ecce ancilla Dei', propriamente + come figura in cera si suggella. + +<<Non tener pur ad un loco la mente>>, + disse 'l dolce maestro, che m'avea + da quella parte onde 'l cuore ha la gente. + +Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m'era colui che mi movea, + +un'altra storia ne la roccia imposta; + per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, + accio` che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato li` nel marmo stesso + lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, + per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a' due mie' sensi + faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>. + +Similemente al fummo de li 'ncensi + che v'era imaginato, li occhi e 'l naso + e al si` e al no discordi fensi. + +Li` precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l'umile salmista, + e piu` e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigiata ad una vista + d'un gran palazzo, Micol ammirava + si` come donna dispettosa e trista. + +I' mossi i pie` del loco dov'io stava, + per avvisar da presso un'altra istoria, + che di dietro a Micol mi biancheggiava. + +Quiv'era storiata l'alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i' dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro + sovr'essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro + pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>; + +ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta + tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>, + come persona in cui dolor s'affretta, + +<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io, + la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene + a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>; + +ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene + ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: + giustizia vuole e pieta` mi ritene>>. + +Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perche' qui non si trova. + +Mentr'io mi dilettava di guardare + l'imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + +<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>, + mormorava il poeta, <<molte genti: + questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>. + +Li occhi miei ch'a mirare eran contenti + per veder novitadi ond'e' son vaghi, + volgendosi ver' lui non furon lenti. + +Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che 'l debito si paghi. + +Non attender la forma del martire: + pensa la succession; pensa ch'al peggio, + oltre la gran sentenza non puo` ire. + +Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, si` nel veder vaneggio>>. + +Ed elli a me: <<La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione. + +Ma guarda fiso la`, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>. + +O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne' retrosi passi, + +non v'accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l'angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che l'animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + si` come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura + nascere 'n chi la vede; cosi` fatti + vid'io color, quando puosi ben cura. + +Vero e` che piu` e meno eran contratti + secondo ch'avien piu` e meno a dosso; + e qual piu` pazienza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'. + + + +Purgatorio: Canto XI + + +<<O Padre nostro, che ne' cieli stai, + non circunscritto, ma per piu` amore + ch'ai primi effetti di la` su` tu hai, + +laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore + da ogni creatura, com'e` degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver' noi la pace del tuo regno, + che' noi ad essa non potem da noi, + s'ella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + cosi` facciano li uomini de' suoi. + +Da` oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi piu` di gir s'affanna. + +E come noi lo mal ch'avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virtu` che di legger s'adona, + non spermentar con l'antico avversaro, + ma libera da lui che si` la sprona. + +Quest'ultima preghiera, segnor caro, + gia` non si fa per noi, che' non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro>>. + +Cosi` a se' e noi buona ramogna + quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo, + simile a quel che tal volta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + +Se di la` sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei ch'hanno al voler buona radice? + +Ben si de' loro atar lavar le note + che portar quinci, si` che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + +<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi + tosto, si` che possiate muover l'ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver' la scala + si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco, + quel ne 'nsegnate che men erto cala; + +che' questi che vien meco, per lo 'ncarco + de la carne d'Adamo onde si veste, + al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>. + +Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu' io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: <<A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + +E s'io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, ch'ancor vive e non si noma, + guardere' io, per veder s'i' 'l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato d'un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco. + +L'antico sangue e l'opere leggiadre + d'i miei maggior mi fer si` arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + +ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch'io ne mori', come i Sanesi sanno + e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, che' tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien ch'io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>. + +Ascoltando chinai in giu` la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li 'mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi, + l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte + ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>. + +<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l'onore e` tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare' io stato si` cortese + mentre ch'io vissi, per lo gran disio + de l'eccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de l'umane posse! + com'poco verde in su la cima dura, + se non e` giunta da l'etati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + si` che la fama di colui e` scura: + +cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido + la gloria de la lingua; e forse e` nato + chi l'uno e l'altro caccera` del nido. + +Non e` il mondan romore altro ch'un fiato + di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perche' muta lato. + +Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi', + +pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto + spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia + al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto. + +Colui che del cammin si` poco piglia + dinanzi a me, Toscana sono` tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond'era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo si` com'ora e` putta. + +La vostra nominanza e` color d'erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba>>. + +E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora + bona umilta`, e gran tumor m'appiani; + ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>. + +<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani; + ed e` qui perche' fu presuntuoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito e` cosi` e va, sanza riposo, + poi che mori`; cotal moneta rende + a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>. + +E io: <<Se quello spirito ch'attende, + pria che si penta, l'orlo de la vita, + qua giu` dimora e qua su` non ascende, + +se buona orazion lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?>>. + +<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse, + <<liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s'affisse; + +e li`, per trar l'amico suo di pena + ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + +Piu` non diro`, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini + faranno si` che tu potrai chiosarlo. + +Quest'opera li tolse quei confini>>. + + + +Purgatorio: Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m'andava io con quell'anima carca, + fin che 'l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: <<Lascia lui e varca; + che' qui e` buono con l'ali e coi remi, + quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>; + +dritto si` come andar vuolsi rife'mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io m'era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + gia` mostravam com'eravam leggeri; + +ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue: + buon ti sara`, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue>>. + +Come, perche' di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch'elli eran pria, + +onde li` molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a' pii da` de le calcagne; + +si` vid'io li`, ma di miglior sembianza + secondo l'artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato + piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo + folgoreggiando scender, da l'un lato. + +Vedea Briareo, fitto dal telo + celestial giacer, da l'altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d'i Giganti sparte. + +Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che 'n Sennaar con lui superbi fuoro. + +O Niobe`, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Saul, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboe`, + che poi non senti` pioggia ne' rugiada! + +O folle Aragne, si` vedea io te + gia` mezza ragna, trista in su li stracci + de l'opera che mal per te si fe'. + +O Roboam, gia` non par che minacci + quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fe' caro + parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherib dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e 'l crudo scempio + che fe' Tamiri, quando disse a Ciro: + <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>. + +Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilion, come te basso e vile + mostrava il segno che li` si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant'io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d'Eva, e non chinate il volto + si` che veggiate il vostro mal sentero! + +Piu` era gia` per noi del monte volto + e del cammin del sole assai piu` speso + che non stimava l'animo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso + andava, comincio`: <<Drizza la testa; + non e` piu` tempo di gir si` sospeso. + +Vedi cola` un angel che s'appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del di` l'ancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, + si` che i diletti lo 'nviarci in suso; + pensa che questo di` mai non raggiorna!>>. + +Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, si` che 'n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi venia la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; + disse: <<Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar su` nata, + perche' a poco vento cosi` cadi?>>. + +Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batte' l'ali per la fronte; + poi mi promise sicura l'andata. + +Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar l'ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch'era sicuro il quaderno e la doga; + +cosi` s'allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l'altro girone; + ma quinci e quindi l'alta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, + 'Beati pauperes spiritu!' voci + cantaron si`, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci + da l'infernali! che' quivi per canti + s'entra, e la` giu` per lamenti feroci. + +Gia` montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo piu` lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve + levata s'e` da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?>>. + +Rispuose: <<Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com'e` l'un, del tutto rasi, + +fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser su` pinti>>. + +Allor fec'io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ' cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar s'aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si puo` fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che 'ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + +Purgatorio: Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi cosi` una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l'arco suo piu` tosto piega. + +Ombra non li` e` ne' segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + +<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>, + ragionava il poeta, <<io temo forse + che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>. + +Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di se' torse. + +<<O dolce lume a cui fidanza i' entro + per lo novo cammin, tu ne conduci>>, + dicea, <<come condur si vuol quinc'entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci; + s'altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci>>. + +Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di la` eravam noi gia` iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, + non pero` visti, spiriti parlando + a la mensa d'amor cortesi inviti. + +La prima voce che passo` volando + 'Vinum non habent' altamente disse, + e dietro a noi l'ando` reiterando. + +E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste' + passo` gridando, e anco non s'affisse. + +<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>. + E com'io domandai, ecco la terza + dicendo: 'Amate da cui male aveste'. + +E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e pero` sono + tratte d'amor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l'udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun e` lungo la grotta assiso>>. + +Allora piu` che prima li occhi apersi; + guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco piu` avanti, + udia gridar: 'Maria, ora per noi': + gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'. + +Non credo che per terra vada ancoi + omo si` duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch'i' vidi poi; + +che', quando fui si` presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l'un sofferia l'altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + +Cosi` li ciechi a cui la roba falla + stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, + e l'uno il capo sopra l'altro avvalla, + +perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, + cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora, + luce del ciel di se' largir non vole; + +che' a tutti un fil di ferro i cigli fora + e cusce si`, come a sparvier selvaggio + si fa pero` che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev'ei che volea dir lo muto; + e pero` non attese mia dimanda, + ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>. + +Virgilio mi venia da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perche' da nulla sponda s'inghirlanda; + +da l'altra parte m'eran le divote + ombre, che per l'orribile costura + premevan si`, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e <<O gente sicura>>, + incominciai, <<di veder l'alto lume + che 'l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscienza si` che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, che' mi fia grazioso e caro, + s'anima e` qui tra voi che sia latina; + e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>. + +<<O frate mio, ciascuna e` cittadina + d'una vera citta`; ma tu vuo' dire + che vivesse in Italia peregrina>>. + +Questo mi parve per risposta udire + piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava, + ond'io mi feci ancor piu` la` sentire. + +Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava + in vista; e se volesse alcun dir 'Come?', + lo mento a guisa d'orbo in su` levava. + +<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome, + se tu se' quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome>>. + +<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che se' ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapia + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + piu` lieta assai che di ventura mia. + +E perche' tu non creda ch'io t'inganni, + odi s'i' fui, com'io ti dico, folle, + gia` discendendo l'arco d'i miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co' loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch'e' volle. + +Rotti fuor quivi e volti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia, + gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!", + come fe' 'l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + +se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se', che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + si` com'io credo, e spirando ragioni?>>. + +<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa + fatta per esser con invidia volti. + +Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa + l'anima mia del tormento di sotto, + che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>. + +Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto + qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>. + E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto. + +E vivo sono; e pero` mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova + di la` per te ancor li mortai piedi>>. + +<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>, + rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami; + pero` col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu piu` brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a' miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + piu` di speranza ch'a trovar la Diana; + +ma piu` vi perderanno li ammiragli>>. + + + +Purgatorio: Canto XIV + + +<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>. + +<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo: + domandal tu che piu` li t'avvicini, + e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>. + +Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse l'uno: <<O anima che fitta + nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai, + per carita` ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se'; che' tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>. + +E io: <<Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr'esso rech'io questa persona: + dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno, + che' 'l nome mio ancor molto non suona>>. + +<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno + con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose + quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>. + +E l'altro disse lui: <<Perche' nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com'om fa de l'orribili cose?>>. + +E l'ombra che di cio` domandata era, + si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno + ben e` che 'l nome di tal valle pera; + +che' dal principio suo, ov'e` si` pregno + l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro, + che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin la` 've si rende per ristoro + di quel che 'l ciel de la marina asciuga, + ond'hanno i fiumi cio` che va con loro, + +vertu` cosi` per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond'hanno si` mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, piu` degni di galle + che d'altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi piu` che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa, + tanto piu` trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per piu` pelaghi cupi, + trova le volpi si` piene di froda, + che non temono ingegno che le occupi. + +Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda; + e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta + di cio` che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e se' di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva>>. + +Com'a l'annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch'ascolta, + da qual che parte il periglio l'assanni, + +cosi` vid'io l'altr'anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch'ebbe la parola a se' raccolta. + +Lo dir de l'una e de l'altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlomi + ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca + nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti saro` scarso; + pero` sappi ch'io fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio d'invidia si` riarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m'avresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perche' poni 'l core + la` 'v'e` mestier di consorte divieto? + +Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s'e` reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue e` fatto brullo, + tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + +che' dentro a questi termini e` ripieno + di venenosi sterpi, si` che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + +Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar s'io piango, Tosco, + quando rimembro con Guido da Prata, + Ugolin d'Azzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l'una gente e l'altra e` diretata), + +le donne e ' cavalier, li affanni e li agi + che ne 'nvogliava amore e cortesia + la` dove i cuor son fatti si` malvagi. + +O Bretinoro, che' non fuggi via, + poi che gita se n'e` la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti piu` s'impiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio + lor sen gira`; ma non pero` che puro + gia` mai rimagna d'essi testimonio. + +O Ugolin de' Fantolin, sicuro + e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta + troppo di pianger piu` che di parlare, + si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>. + +Noi sapavam che quell'anime care + ci sentivano andar; pero`, tacendo, + facean noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l'aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + +'Anciderammi qualunque m'apprende'; + e fuggi` come tuon che si dilegua, + se subito la nuvola scoscende. + +Come da lei l'udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l'altra con si` gran fracasso, + che somiglio` tonar che tosto segua: + +<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci e non innanzi il passo. + +Gia` era l'aura d'ogne parte queta; + ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo + che dovria l'uom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo + de l'antico avversaro a se' vi tira; + e pero` poco val freno o richiamo. + +Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l'occhio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne>>. + + + +Purgatorio: Canto XV + + +Quanto tra l'ultimar de l'ora terza + e 'l principio del di` par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva gia` inver' la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero la`, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso, + perche' per noi girato era si` 'l monte, + che gia` dritti andavamo inver' l'occaso, + +quand'io senti' a me gravar la fronte + a lo splendore assai piu` che di prima, + e stupor m'eran le cose non conte; + +ond'io levai le mani inver' la cima + de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + +Come quando da l'acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l'opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + si` come mostra esperienza e arte; + +cosi` mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia>>, + diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>. + +<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia + la famiglia del cielo>>, a me rispuose: + <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia. + +Tosto sara` ch'a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose>>. + +Poi giunti fummo a l'angel benedetto, + con lieta voce disse: <<Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto>>. + +Noi montavam, gia` partiti di linci, + e 'Beati misericordes!' fue + cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'. + +Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizza'mi a lui si` dimandando: + <<Che volse dir lo spirto di Romagna, + e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>. + +Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna + conosce il danno; e pero` non s'ammiri + se ne riprende perche' men si piagna. + +Perche' s'appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a' sospiri. + +Ma se l'amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + +che', per quanti si dice piu` li` 'nostro', + tanto possiede piu` di ben ciascuno, + e piu` di caritate arde in quel chiostro>>. + +<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>, + diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto, + e piu` di dubbio ne la mente aduno. + +Com'esser puote ch'un ben, distributo + in piu` posseditor, faccia piu` ricchi + di se', che se da pochi e` posseduto?>>. + +Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene + che la` su` e`, cosi` corre ad amore + com'a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si da` quanto trova d'ardore; + si` che, quantunque carita` si stende, + cresce sovr'essa l'etterno valore. + +E quanta gente piu` la` su` s'intende, + piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama, + e come specchio l'uno a l'altro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torra` questa e ciascun'altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son gia` le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente>>. + +Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe', + vidimi giunto in su l'altro girone, + si` che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visione + estatica di subito esser tratto, + e vedere in un tempio piu` persone; + +e una donna, in su l'entrar, con atto + dolce di madre dicer: <<Figliuol mio + perche' hai tu cosi` verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo>>. E come qui si tacque, + cio` che pareva prima, dispario. + +Indi m'apparve un'altra con quell'acque + giu` per le gote che 'l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: <<Se tu se' sire de la villa + del cui nome ne' dei fu tanta lite, + e onde ogni scienza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite + ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>. + E 'l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: + <<Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama e` per noi condannato?>>, + +Poi vidi genti accese in foco d'ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>. + +E lui vedea chinarsi, per la morte + che l'aggravava gia`, inver' la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a l'alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a' suoi persecutori, + con quello aspetto che pieta` diserra. + +Quando l'anima mia torno` di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere + far si` com'om che dal sonno si slega, + disse: <<Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se' venuto piu` che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?>>. + +<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte, + io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve + quando le gambe mi furon si` tolte>>. + +Ed ei: <<Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + +Cio` che vedesti fu perche' non scuse + d'aprir lo core a l'acque de la pace + che da l'etterno fonte son diffuse. + +Non dimandai "Che hai?" per quel che face + chi guarda pur con l'occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: + cosi` frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede>>. + +Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + ne' da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e l'aere puro. + + + +Purgatorio: Canto XVI + + +Buio d'inferno e di notte privata + d'ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant'esser puo` di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio si` grosso velo + come quel fummo ch'ivi ci coperse, + ne' a sentir di cosi` aspro pelo, + +che l'occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s'accosto` e l'omero m'offerse. + +Si` come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che 'l molesti, o forse ancida, + +m'andava io per l'aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>. + +Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l'Agnel di Dio che le peccata leva. + +Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + si` che parea tra esse ogne concordia. + +<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>, + diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi, + e d'iracundia van solvendo il nodo>>. + +<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?>>. + +Cosi` per una voce detto fue; + onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi, + e domanda se quinci si va sue>>. + +E io: <<O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi>>. + +<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>, + rispuose; <<e se veder fummo non lascia, + l'udir ci terra` giunti in quella vece>>. + +Allora incominciai: <<Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l'infernale ambascia. + +E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte>>. + +<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l'arco. + +Per montar su` dirittamente vai>>. + Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego + che per me prieghi quando su` sarai>>. + +E io a lui: <<Per fede mi ti lego + di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora e` fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio. + +Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto + d'ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che m'addite la cagione, + si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui; + che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>. + +Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>, + mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate, + lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + +Se cosi` fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica, + lume v'e` dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura. + +Pero`, se 'l mondo presente disvia, + in voi e` la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne saro` or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + +l'anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a cio` che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s'inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, pero` che 'l pastor che procede, + rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta, + di quel si pasce, e piu` oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta + e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo, + e non natura che 'n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che 'l buon mondo feo, + due soli aver, che l'una e l'altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + +L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada + col pasturale, e l'un con l'altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + +pero` che, giunti, l'un l'altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch'ogn'erba si conosce per lo seme. + +In sul paese ch'Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + +or puo` sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d'appressarsi. + +Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna + l'antica eta` la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma + francescamente, il semplice Lombardo. + +Di` oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in se' due reggimenti, + cade nel fango e se' brutta e la soma>>. + +<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti; + e or discerno perche' dal retaggio + li figli di Levi` furono essenti. + +Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio + di' ch'e` rimaso de la gente spenta, + in rimprovero del secol selvaggio?>>. + +<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>, + rispuose a me; <<che', parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, + s'io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco. + +Vedi l'albor che per lo fummo raia + gia` biancheggiare, e me convien partirmi + (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>. + +Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi. + + + +Purgatorio: Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com'io rividi + lo sole in pria, che gia` nel corcar era. + +Si`, pareggiando i miei co' passi fidi + del mio maestro, usci' fuor di tal nube + ai raggi morti gia` ne' bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube + talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge + perche' dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se 'l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s'informa, + per se' o per voler che giu` lo scorge. + +De l'empiezza di lei che muto` forma + ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta, + ne l'imagine mia apparve l'orma; + +e qui fu la mia mente si` ristretta + dentro da se', che di fuor non venia + cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a l'alta fantasia + un crucifisso dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assuero, + Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far cosi` intero. + +E come questa imagine rompeo + se' per se' stessa, a guisa d'una bulla + cui manca l'acqua sotto qual si feo, + +surse in mia visione una fanciulla + piangendo forte, e dicea: <<O regina, + perche' per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa t'hai per non perder Lavina; + or m'hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>. + +Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + +cosi` l'imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch'e` in nostro uso. + +I' mi volgea per veder ov'io fosse, + quando una voce disse <<Qui si monta>>, + che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + cosi` la mia virtu` quivi mancava. + +<<Questo e` divino spirito, che ne la + via da ir su` ne drizza sanza prego, + e col suo lume se' medesmo cela. + +Si` fa con noi, come l'uom si fa sego; + che' quale aspetta prego e l'uopo vede, + malignamente gia` si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s'abbui, + che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>. + +Cosi` disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch'io al primo grado fui, + +senti'mi presso quasi un muover d'ala + e ventarmi nel viso e dir: 'Beati + pacifici, che son sanz'ira mala!'. + +Gia` eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da piu` lati. + +'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?', + fra me stesso dicea, che' mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove piu` non saliva + la scala su`, ed eravamo affissi, + pur come nave ch'a la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, s'io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +<<Dolce mio padre, di`, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>. + +Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perche' piu` aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora>>. + +<<Ne' creator ne' creatura mai>>, + comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d'animo; e tu 'l sai. + +Lo naturale e` sempre sanza errore, + ma l'altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto, + e ne' secondi se' stesso misura, + esser non puo` cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con piu` cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra 'l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi ch'esser convene + amor sementa in voi d'ogne virtute + e d'ogne operazion che merta pene. + +Or, perche' mai non puo` da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l'odio proprio son le cose tute; + +e perche' intender non si puo` diviso, + e per se' stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto e` deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, + che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + +E' chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch'el sia di sua grandezza in basso messo; + +e` chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch'altri sormonti, + onde s'attrista si` che 'l contrario ama; + +ed e` chi per ingiuria par ch'aonti, + si` che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che 'l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua giu` di sotto + si piange; or vo' che tu de l'altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l'animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben e` che non fa l'uom felice; + non e` felicita`, non e` la buona + essenza, d'ogne ben frutto e radice. + +L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona, + di sovr'a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>. + + + +Purgatorio: Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento + l'alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s'io parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse + lo troppo dimandar ch'io fo li grava'. + +Ma quel padre verace, che s'accorse + del timido voler che non s'apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva + si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + +Pero` ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e 'l suo contraro>>. + +<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci + de lo 'ntelletto, e fieti manifesto + l'error de' ciechi che si fanno duci. + +L'animo, ch'e` creato ad amar presto, + ad ogne cosa e` mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto e` desto. + +Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + si` che l'animo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver' di lei si piega, + quel piegare e` amor, quell'e` natura + che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come 'l foco movesi in altura + per la sua forma ch'e` nata a salire + la` dove piu` in sua matera dura, + +cosi` l'animo preso entra in disire, + ch'e` moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant'e` nascosa + la veritate a la gente ch'avvera + ciascun amore in se' laudabil cosa; + +pero` che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + e` buono, ancor che buona sia la cera>>. + +<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>, + rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto, + ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno; + +che', s'amore e` di fuori a noi offerto, + e l'anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non e` suo merto>>. + +Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede, + dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta + pur a Beatrice, ch'e` opra di fede. + +Ogne forma sustanzial, che setta + e` da matera ed e` con lei unita, + specifica vertute ha in se' colletta, + +la qual sanza operar non e` sentita, + ne' si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + +Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de' primi appetibili l'affetto, + +che sono in voi si` come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia, + innata v'e` la virtu` che consiglia, + e de l'assenso de' tener la soglia. + +Quest'e` 'l principio la` onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, + s'accorser d'esta innata libertate; + pero` moralita` lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s'accende, + di ritenerlo e` in voi la podestate. + +La nobile virtu` Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e pero` guarda + che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>. + +La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer piu` rade, + fatta com'un secchion che tuttor arda; + +e correa contro 'l ciel per quelle strade + che 'l sole infiamma allor che quel da Roma + tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade. + +E quell'ombra gentil per cui si noma + Pietola piu` che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + +per ch'io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com'om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era gia` volta. + +E quale Ismeno gia` vide e Asopo + lungo di se` di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch'io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + +<<Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>. + +<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda + per poco amor>>, gridavan li altri appresso, + <<che studio di ben far grazia rinverda>>. + +<<O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i' non vi bugio, + vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca; + pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>. + +Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: <<Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci si` pieni, + che restar non potem; pero` perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo 'mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa, + che tosto piangera` quel monastero, + e tristo fia d'avere avuta possa; + +perche' suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero>>. + +Io non so se piu` disse o s'ei si tacque, + tant'era gia` di la` da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che m'era ad ogne uopo soccorso + disse: <<Volgiti qua: vedine due + venir dando a l'accidia di morso>>. + +Di retro a tutti dicean: <<Prima fue + morta la gente a cui il mar s'aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che l'affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d'Anchise, + se' stessa a vita sanza gloria offerse>>. + +Poi quando fuor da noi tanto divise + quell'ombre, che veder piu` non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual piu` altri nacquero e diversi; + e tanto d'uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e 'l pensamento in sogno trasmutai. + + + +Purgatorio: Canto XIX + + +Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno + intepidar piu` 'l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + +- quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in oriiente, innanzi a l'alba, + surger per via che poco le sta bruna -, + +mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come 'l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + cosi` lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d'ora, e lo smarrito volto, + com' amor vuol, cosi` le colorava. + +Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto, + cominciava a cantar si`, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + +<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena, + che' marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s'ausa, + rado sen parte; si` tutto l'appago!>>. + +Ancor non era sua bocca richiusa, + quand' una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + +<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>, + fieramente dicea; ed el venia + con li occhi fitti pur in quella onesta. + +L'altra prendea, e dinanzi l'apria + fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; + quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia. + +Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre + voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni; + troviam l'aperta per la qual tu entre>>. + +Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni + de l'alto di` i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l'ha di pensier carca, + che fa di se' un mezzo arco di ponte; + +quand' io udi' <<Venite; qui si varca>> + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + +Con l'ali aperte, che parean di cigno, + volseci in su` colui che si` parlonne + tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, + 'Qui lugent' affermando esser beati, + ch'avran di consolar l'anime donne. + +<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>, + la guida mia incomincio` a dirmi, + poco amendue da l'angel sormontati. + +E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi + novella visiion ch'a se' mi piega, + si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>. + +<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega + che sola sovr' a noi omai si piagne; + vedesti come l'uom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne>>. + +Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che la` il tira, + +tal mi fec' io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. + +Com'io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + +'Adhaesit pavimento anima mea' + sentia dir lor con si` alti sospiri, + che la parola a pena s'intendea. + +<<O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri>>. + +<<Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via piu` tosto, + le vostre destre sien sempre di fori>>. + +Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io + nel parlare avvisai l'altro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond' elli m'assenti` con lieto cenno + cio` che chiedea la vista del disio. + +Poi ch'io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: <<Spirto in cui pianger matura + quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perche' volti avete i dossi + al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri + cosa di la` ond' io vivendo mossi>>. + +Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri + rivolga il cielo a se', saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Siiestri e Chiaveri s'adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e` poco piu` prova' io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l'altre some. + +La mia conversiione, ome`!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + cosi` scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che li` non s'acquetava il core, + ne' piu` salir potiesi in quella vita; + er che di questa in me s'accese amore. + +Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l'anime converse; + e nulla pena il monte ha piu` amara. + +Si` come l'occhio nostro non s'aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + cosi` giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdesi, + cosi` giustizia qui stretti ne tene, + +ne' piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi>>. + +Io m'era inginocchiato e volea dire; + ma com' io cominciai ed el s'accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + +<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>. + E io a lui: <<Per vostra dignitate + mia cosciienza dritto mi rimorse>>. + +<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>, + rispuose; <<non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono + che dice 'Neque nubent' intendesti, + ben puoi veder perch'io cosi` ragiono. + +Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti; + che' la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo cio` che tu dicesti. + +Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia, + buona da se', pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di la` m'e` rimasa>>. + + + +Purgatorio: Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra 'l piacer mio, per piacerli, + trassi de l'acqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a' merli; + +che' la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, + da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, + che piu` che tutte l'altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giu` trasmutarsi, + quando verra` per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l'ombre, ch'i' sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi' <<Dolce Maria!>> + dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: <<Povera fosti tanto, + quanto veder si puo` per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo>>. + +Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio, + con poverta` volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio>>. + +Queste parole m'eran si` piaciute, + ch'io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolo` a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + +<<O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola + tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza merce' la tua parola, + s'io ritorno a compier lo cammin corto + di quella vita ch'al termine vola>>. + +Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto + ch'io attenda di la`, ma perche' tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + si` che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente e` Francia retta. + +Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi, + +trova'mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno, + +ch'a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + +Li` comincio` con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Ponti` e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fe' di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e se' e ' suoi. + +Sanz'arme n'esce e solo con la lancia + con la qual giostro` Giuda, e quella ponta + si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnera`, per se' tanto piu` grave, + quanto piu` lieve simil danno conta. + +L'altro, che gia` usci` preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l'altre schiave. + +O avarizia, che puoi tu piu` farne, + poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto, + che non si cura de la propria carne? + +Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo un'altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato si` crudele, + che cio` nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando saro` io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l'ira tua nel tuo secreto? + +Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto e` risposto a tutte nostre prece + quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalion allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l'oro ghiotta; + +e la miseria de l'avaro Mida, + che segui` a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acan ciascun poi si ricorda, + come furo` le spoglie, si` che l'ira + di Iosue` qui par ch'ancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro; + e in infamia tutto 'l monte gira + +Polinestor ch'ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: "Crasso, + dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?". + +Talor parla l'uno alto e l'altro basso, + secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + +pero` al ben che 'l di` ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona>>. + +Noi eravam partiti gia` da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n'era permesso, + +quand'io senti', come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch'a morte vada. + +Certo non si scoteo si` forte Delo, + pria che Latona in lei facesse 'l nido + a parturir li due occhi del cielo. + +Poi comincio` da tutte parti un grido + tal, che 'l maestro inverso me si feo, + dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>. + +'Gloria in excelsis' tutti 'Deo' + dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + +No' istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l'ombre che giacean per terra, + tornate gia` in su l'usato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fe' desideroso di sapere, + se la memoria mia in cio` non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; + ne' per la fretta dimandare er'oso, + ne' per me li` potea cosa vedere: + +cosi` m'andava timido e pensoso. + + + +Purgatorio: Canto XXI + + +a sete natural che mai non sazia + se non con l'acqua onde la femminetta + samaritana domando` la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta + per la 'mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, si` come ne scrive Luca + che Cristo apparve a' due ch'erano in via, + gia` surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia, + dal pie` guardando la turba che giace; + ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria, + +dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>. + Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio + rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface. + +Poi comincio`: <<Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l'etterno essilio>>. + +<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte: + <<se voi siete ombre che Dio su` non degni, + chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>. + +E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni + che questi porta e che l'angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni. + +Ma perche' lei che di` e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + +l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia, + venendo su`, non potea venir sola, + pero` ch'al nostro modo non adocchia. + +Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola + d'inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto 'l potra` menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli + die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una + parve gridare infino a' suoi pie` molli>>. + +Si` mi die`, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + +Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza + ordine senta la religione + de la montagna, o che sia fuor d'usanza. + +Libero e` qui da ogne alterazione: + di quel che 'l ciel da se' in se' riceve + esser ci puote, e non d'altro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina piu` su` cade + che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion ne' rade, + ne' coruscar, ne' figlia di Taumante, + che di la` cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge piu` avante + ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai, + dov'ha 'l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse piu` giu` poco o assai; + ma per vento che 'n terra si nasconda, + non so come, qua su` non tremo` mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, si` che surga o che si mova + per salir su`; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l'alma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii + libera volonta` di miglior soglia: + +pero` sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>. + +Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode + tanto del ber quant'e` grande la sete. + non saprei dir quant'el mi fece prode. + +E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete + che qui v'impiglia e come si scalappia, + perche' ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia, + e perche' tanti secoli giaciuto + qui se', ne le parole tue mi cappia>>. + +<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto + del sommo rege, vendico` le fora + ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto, + +col nome che piu` dura e piu` onora + era io di la`>>, rispuose quello spirto, + <<famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a se' mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di la` mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati piu` di mille; + +de l'Eneida dico, la qual mamma + fummi e fummi nutrice poetando: + sanz'essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di la` quando + visse Virgilio, assentirei un sole + piu` che non deggio al mio uscir di bando>>. + +Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse 'Taci'; + ma non puo` tutto la virtu` che vuole; + +che' riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne' piu` veraci. + +Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; + per che l'ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca; + +e <<Se tanto labore in bene assommi>>, + disse, <<perche' la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?>>. + +Or son io d'una parte e d'altra preso: + l'una mi fa tacer, l'altra scongiura + ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e <<Non aver paura>>, + mi dice, <<di parlar; ma parla e digli + quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>. + +Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch'io fei; + ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, + e` quel Virgilio dal qual tu togliesti + forza a cantar de li uomini e d'i dei. + +Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti>>. + +Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: <<Frate, + non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>. + +Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate + comprender de l'amor ch'a te mi scalda, + quand'io dismento nostra vanitate, + +trattando l'ombre come cosa salda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXII + + +Gia` era l'angel dietro a noi rimaso, + l'angel che n'avea volti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei c'hanno a giustizia lor disiro + detto n'avea beati, e le sue voci + con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro. + +E io piu` lieve che per l'altre foci + m'andava, si` che sanz'alcun labore + seguiva in su` li spiriti veloci; + +quando Virgilio incomincio`: <<Amore, + acceso di virtu`, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da l'ora che tra noi discese + nel limbo de lo 'nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fe' palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale + piu` strinse mai di non vista persona, + si` ch'or mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurta` m'allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + +come pote' trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?>>. + +Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno. + +Veramente piu` volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder m'avvera + esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita, + forse per quella cerchia dov'io era. + +Or sappi ch'avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse ch'io drizzai mia cura, + quand'io intesi la` dove tu chiame, + crucciato quasi a l'umana natura: + +'Per che non reggi tu, o sacra fame + de l'oro, l'appetito de' mortali?', + voltando sentirei le giostre grame. + +Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali + potean le mani a spendere, e pente'mi + cosi` di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie 'l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + +pero`, s'io son tra quella gente stato + che piange l'avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m'e` incontrato>>. + +<<Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta>>, + disse 'l cantor de' buccolici carmi, + +<<per quello che Clio` teco li` tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se cosi` e`, qual sole o quai candele + ti stenebraron si`, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?>>. + +Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m'alluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e se' non giova, + ma dopo se' fa le persone dotte, + +quando dicesti: 'Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenie scende da ciel nova'. + +Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno, + a colorare stendero` la mano: + +Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l'etterno regno; + +e la parola tua sopra toccata + si consonava a' nuovi predicanti; + ond'io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di la` per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi + di Tebe poetando, ebb'io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu'mi, + +lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m'ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico>>. + +<<Costoro e Persio e io e altri assai>>, + rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco + che le Muse lattar piu` ch'altri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco: + spesse fiate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v'e` nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piue + Greci che gia` di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deifile e Argia, + e Ismene si` trista come fue. + +Vedeisi quella che mostro` Langia; + evvi la figlia di Tiresia, e Teti + e con le suore sue Deidamia>>. + +Tacevansi ambedue gia` li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + +e gia` le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in su` l'ardente corno, + +quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo>>. + +Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l'assentir di quell'anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch'a poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, cosi` quello in giuso, + cred'io, perche' persona su` non vada. + +Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso, + cadea de l'alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a l'alber s'appressaro; + e una voce per entro le fronde + grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>. + +Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d'acqua; e Daniello + dispregio` cibo e acquisto` savere. + +Lo secol primo, quant'oro fu bello, + fe' savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch'elli e` glorioso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava io si` come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole, + vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto + piu` utilmente compartir si vuole>>. + +Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sie, + che l'andar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar s'udie + 'Labia mea, Domine' per modo + tal, che diletto e doglia parturie. + +<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>, + comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo>>. + +Si` come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + +cosi` di retro a noi, piu` tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d'anime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema, + che da l'ossa la pelle s'informava. + +Non credo che cosi` a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando piu` n'ebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco + la gente che perde' Ierusalemme, + quando Maria nel figlio die` di becco!' + +Parean l'occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge 'omo' + ben avria quivi conosciuta l'emme. + +Chi crederebbe che l'odor d'un pomo + si` governasse, generando brama, + e quel d'un'acqua, non sappiendo como? + +Gia` era in ammirar che si` li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso; + poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>. + +Mai non l'avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + cio` che l'aspetto in se' avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + +<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia + che mi scolora>>, pregava, <<la pelle, + ne' a difetto di carne ch'io abbia; + +ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle + due anime che la` ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!>>. + +<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta, + mi da` di pianger mo non minor doglia>>, + rispuos'io lui, <<veggendola si` torta. + +Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia; + non mi far dir mentr'io mi maraviglio, + che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>. + +Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio + cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e 'n sete qui si rifa` santa. + +Di bere e di mangiar n'accende cura + l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +che' quella voglia a li alberi ci mena + che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`', + quando ne libero` con la sua vena>>. + +E io a lui: <<Forese, da quel di` + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinq'anni non son volti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita + di peccar piu`, che sovvenisse l'ora + del buon dolor ch'a Dio ne rimarita, + +come se' tu qua su` venuto ancora? + Io ti credea trovar la` giu` di sotto + dove tempo per tempo si ristora>>. + +Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto + a ber lo dolce assenzo d'i martiri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m'ha de la costa ove s'aspetta, + e liberato m'ha de li altri giri. + +Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare e` piu` soletta; + +che' la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue piu` e` pudica + che la Barbagia dov'io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica? + Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto, + cui non sara` quest'ora molto antica, + +nel qual sara` in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l'andar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe + di quel che 'l ciel veloce loro ammanna, + gia` per urlare avrian le bocche aperte; + +che' se l'antiveder qui non m'inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira la` dove 'l sol veli>>. + +Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda + vi si mostro` la suora di colui>>, + +e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda + notte menato m'ha d'i veri morti + con questa vera carne che 'l seconda. + +Indi m'han tratto su` li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che 'l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna, + che io saro` la` dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>, + e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra + per cui scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIV + + +Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento + facea, ma ragionando andavam forte, + si` come nave pinta da buon vento; + +e l'ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continuando al mio sermone, + dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda; + dimmi s'io veggio da notar persona + tra questa gente che si` mi riguarda>>. + +<<La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse piu`, triunfa lieta + ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>. + +Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch'e` si` munta + nostra sembianza via per la dieta. + +Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di la` da lui piu` che l'altre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>. + +Molti altri mi nomo` ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + si` ch'io pero` non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a voto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturo` col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio + gia` di bere a Forli` con men secchezza, + e si` fu tal, che non si senti` sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza + piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca, + che piu` parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che <<Gentucca>> + sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga + de la giustizia che si` li pilucca. + +<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga + di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda, + e te e me col tuo parlare appaga>>. + +<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>, + comincio` el, <<che ti fara` piacere + la mia citta`, come ch'om la riprenda. + +Tu te n'andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma di` s'i' veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>. + +E io a lui: <<I' mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch'e' ditta dentro vo significando>>. + +<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo + che 'l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch'i' odo! + +Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + +e qual piu` a gradire oltre si mette, + non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>; + e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan piu` a fretta e vanno in filo, + +cosi` tutta la gente che li` era, + volgendo 'l viso, raffretto` suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + +E come l'uom che di trottare e` lasso, + lascia andar li compagni, e si` passeggia + fin che si sfoghi l'affollar del casso, + +si` lascio` trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>. + +<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva; + ma gia` non fia il tornar mio tantosto, + ch'io non sia col voler prima a la riva; + +pero` che 'l loco u' fui a viver posto, + di giorno in giorno piu` di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto>>. + +<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa, + vegg'io a coda d'una bestia tratto + inver' la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va piu` ratto, + crescendo sempre, fin ch'ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote>>, + e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro + cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro + in questo regno, si` ch'io perdo troppo + venendo teco si` a paro a paro>>. + +Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si parti` da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo si` gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci + d'un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora volto in laci. + +Vidi gente sott'esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani, + +che pregano, e 'l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si parti` si` come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +<<Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno e` piu` su` che fu morso da Eva, + e questa pianta si levo` da esso>>. + +Si` tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + +<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Teseo combatter co' doppi petti; + +e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver' Madian discese i colli>>. + +Si` accostati a l'un d'i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite gia` da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e piu` ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + +<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>. + subita voce disse; ond'io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; + e gia` mai non si videro in fornace + vetri o metalli si` lucenti e rossi, + +com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace + montare in su`, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace>>. + +L'aspetto suo m'avea la vista tolta; + per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori, + com'om che va secondo ch'elli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, + l'aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l'erba e da' fiori; + +tal mi senti' un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti' mover la piuma, + che fe' sentir d'ambrosia l'orezza. + +E senti' dir: <<Beati cui alluma + tanto di grazia, che l'amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + +esuriendo sempre quanto e` giusto!>>. + + + +Purgatorio: Canto XXV + + +Ora era onde 'l salir non volea storpio; + che' 'l sole avea il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa l'uom che non s'affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + +cosi` intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva l'ala + per voglia di volare, e non s'attenta + d'abbandonar lo nido, e giu` la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l'atto + che fa colui ch'a dicer s'argomenta. + +Non lascio`, per l'andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca + l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>. + +Allor sicuramente apri' la bocca + e cominciai: <<Come si puo` far magro + la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>. + +<<Se t'ammentassi come Meleagro + si consumo` al consumar d'un stizzo, + non fora>>, disse, <<a te questo si` agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + cio` che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perche' dentro a tuo voler t'adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage>>. + +<<Se la veduta etterna li dislego>>, + rispuose Stazio, <<la` dove tu sie, + discolpi me non potert'io far nego>>. + +Poi comincio`: <<Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve + da l'assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch'a farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr'altrui sangue in natural vasello. + +Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, + l'un disposto a patire, e l'altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + cio` che per sua matera fe' constare. + +Anima fatta la virtute attiva + qual d'una pianta, in tanto differente, + che questa e` in via e quella e` gia` a riva, + +tanto ovra poi, che gia` si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond'e` semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtu` ch'e` dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + +Ma come d'animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest'e` tal punto, + che piu` savio di te fe' gia` errante, + +si` che per sua dottrina fe' disgiunto + da l'anima il possibile intelletto, + perche' da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verita` che viene il petto; + e sappi che, si` tosto come al feto + l'articular del cerebro e` perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant'arte di natura, e spira + spirito novo, di vertu` repleto, + +che cio` che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, + che vive e sente e se' in se' rigira. + +E perche' meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l'omor che de la vite cola. + +Quando Lachesis non ha piu` del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l'umano e 'l divino: + +l'altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto piu` che prima agute. + +Sanza restarsi per se' stessa cade + mirabilmente a l'una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco li` la circunscrive, + la virtu` formativa raggia intorno + cosi` e quanto ne le membra vive. + +E come l'aere, quand'e` ben piorno, + per l'altrui raggio che 'n se' si reflette, + di diversi color diventa addorno; + +cosi` l'aere vicin quivi si mette + in quella forma ch'e` in lui suggella + virtualmente l'alma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco la` 'vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + +Pero` che quindi ha poscia sua paruta, + e` chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ' sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affiggono i disiri + e li altri affetti, l'ombra si figura; + e quest'e` la cagion di che tu miri>>. + +E gia` venuto a l'ultima tortura + s'era per noi, e volto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + +ond'ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temea 'l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: <<Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + pero` ch'errar potrebbesi per poco>>. + +'Summae Deus clementiae' nel seno + al grande ardore allora udi' cantando, + che di volger mi fe' caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch'io guardava a loro e a' miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, + gridavano alto: 'Virum non cognosco'; + indi ricominciavan l'inno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tosco>>. + +Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + +Purgatorio: Canto XXVI + + +Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro, + ce n'andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>; + +feriami il sole in su l'omero destro, + che gia`, raggiando, tutto l'occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con l'ombra piu` rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt'ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>; + +poi verso me, quanto potean farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + +<<O tu che vai, non per esser piu` tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo. + +Ne' solo a me la tua risposta e` uopo; + che' tutti questi n'hanno maggior sete + che d'acqua fredda Indo o Etiopo. + +Dinne com'e` che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete>>. + +Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora + gia` manifesto, s'io non fossi atteso + ad altra novita` ch'apparve allora; + +che' per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + +Li` veggio d'ogne parte farsi presta + ciascun'ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + +cosi` per entro loro schiera bruna + s'ammusa l'una con l'altra formica, + forse a spiar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton l'accoglienza amica, + prima che 'l primo passo li` trascorra, + sopragridar ciascuna s'affatica: + +la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>; + e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife, + perche' 'l torello a sua lussuria corra>>. + +Poi, come grue ch'a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver' l'arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + +l'una gente sen va, l'altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a' primi canti + e al gridar che piu` lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m'avean pregato, + attenti ad ascoltar ne' lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: <<O anime sicure + d'aver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe ne' mature + le membra mie di la`, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci su` vo per non esser piu` cieco; + donna e` di sopra che m'acquista grazia, + per che 'l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi + ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia, + +ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi e` quella turba + che se ne va di retro a' vostri terghi>>. + +Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s'inurba, + +che ciascun'ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta, + +<<Beato te, che de le nostre marche>>, + ricomincio` colei che pria m'inchiese, + <<per morir meglio, esperienza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese + di cio` per che gia` Cesar, triunfando, + "Regina" contra se' chiamar s'intese: + +pero` si parton 'Soddoma' gridando, + rimproverando a se', com'hai udito, + e aiutan l'arsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perche' non servammo umana legge, + seguendo come bestie l'appetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo' saper chi semo, + tempo non e` di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo + per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>. + +Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo, + +quand'io odo nomar se' stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d'amore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fiata rimirando lui, + ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m'offersi pronto al suo servigio + con l'affermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio, + per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro, + che Lete' nol puo` torre ne' far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che e` cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d'avermi caro>>. + +E io a lui: <<Li dolci detti vostri, + che, quanto durera` l'uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri>>. + +<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno + col dito>>, e addito` un spirto innanzi, + <<fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi d'amore e prose di romanzi + soverchio` tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosi` credon ch'avanzi. + +A voce piu` ch'al ver drizzan li volti, + e cosi` ferman sua oppinione + prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. + +Cosi` fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l'ha vinto il ver con piu` persone. + +Or se tu hai si` ampio privilegio, + che licito ti sia l'andare al chiostro + nel quale e` Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir d'un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non e` piu` nostro>>. + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l'acqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch'al suo nome il mio disire + apparecchiava grazioso loco. + +El comincio` liberamente a dire: + <<Tan m'abellis vostre cortes deman, + qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu'esper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l'escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!>>. + +Poi s'ascose nel foco che li affina. + + + +Purgatorio: Canto XXVII + + +Si` come quando i primi raggi vibra + la` dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l'alta Libra, + +e l'onde in Gange da nona riarse, + si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva, + come l'angel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava 'Beati mundo corde!'. + in voce assai piu` che la nostra viva. + +Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di la` non siate sorde>>, + +ci disse come noi li fummo presso; + per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi, + qual e` colui che ne la fossa e` messo. + +In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi gia` veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio, + qui puo` esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerion ti guidai salvo, + che faro` ora presso piu` a Dio? + +Credi per certo che se dentro a l'alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d'un capel calvo. + +E se tu forse credi ch'io t'inganni, + fatti ver lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d'i tuoi panni. + +Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>. + E io pur fermo e contra coscienza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio: + tra Beatrice e te e` questo muro>>. + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che 'l gelso divento` vermiglio; + +cosi`, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come! + volenci star di qua?>>; indi sorrise + come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + +Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>. + +Guidavaci una voce che cantava + di la`; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor la` ove si montava. + +'Venite, benedicti Patris mei', + sono` dentro a un lume che li` era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + +<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera; + non v'arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l'occidente non si annera>>. + +Dritta salia la via per entro 'l sasso + verso tal parte ch'io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch'era gia` basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, + che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che 'n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d'uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi d'un grado fece letto; + che' la natura del monte ci affranse + la possa del salir piu` e 'l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve, + guardate dal pastor, che 'n su la verga + poggiato s'e` e lor di posa serve; + +e quale il mandrian che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perche' fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d'alta grotta. + +Poco parer potea li` del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e piu` chiare e maggiori. + +Si` ruminando e si` mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che 'l fatto sia, sa le novelle. + +Ne l'ora, credo, che de l'oriente, + prima raggio` nel monte Citerea, + che di foco d'amor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + +<<Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga + com'io de l'addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>. + +E gia` per li splendori antelucani, + che tanto a' pellegrin surgon piu` grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, + e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi, + veggendo i gran maestri gia` levati. + +<<Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de' mortali, + oggi porra` in pace le tue fami>>. + +Virgilio inverso me queste cotali + parole uso`; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne + de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su 'l grado superno, + in me ficco` Virgilio li occhi suoi, + +e disse: <<Il temporal foco e l'etterno + veduto hai, figlio; e se' venuto in parte + dov'io per me piu` oltre non discerno. + +Tratto t'ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte. + +Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce; + vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da se' produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno; + libero, dritto e sano e` tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + +per ch'io te sovra te corono e mitrio>>. + + + +Purgatorio: Canto XXVIII + + +Vago gia` di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch'a li occhi temperava il novo giorno, + +sanza piu` aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d'ogne parte auliva. + +Un'aura dolce, sanza mutamento + avere in se', mi feria per la fronte + non di piu` colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u' la prim'ombra gitta il santo monte; + +non pero` dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d'operare ogne lor arte; + +ma con piena letizia l'ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su 'l lito di Chiassi, + quand'Eolo scilocco fuor discioglie. + +Gia` m'avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch'io + non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; + +ed ecco piu` andar mi tolse un rio, + che 'nver' sinistra con sue picciole onde + piegava l'erba che 'n sua ripa uscio. + +Tutte l'acque che son di qua piu` monde, + parrieno avere in se' mistura alcuna, + verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna + sotto l'ombra perpetua, che mai + raggiar non lascia sole ivi ne' luna. + +Coi pie` ristretti e con li occhi passai + di la` dal fiumicello, per mirare + la gran variazion d'i freschi mai; + +e la` m'apparve, si` com'elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond'era pinta tutta la sua via. + +<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore + ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti + che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti>>, + diss'io a lei, <<verso questa rivera, + tanto ch'io possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera>>. + +Come si volge, con le piante strette + a terra e intra se', donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, + si` appressando se', che 'l dolce suono + veniva a me co' suoi intendimenti. + +Tosto che fu la` dove l'erbe sono + bagnate gia` da l'onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da l'altra riva dritta, + trattando piu` color con le sue mani, + che l'alta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, la` 've passo` Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + +piu` odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch'allor non s'aperse. + +<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>, + comincio` ella, <<in questo luogo eletto + a l'umana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se' dinanzi e mi pregasti, + di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta + ad ogne tua question tanto che basti>>. + +<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch'io udi' contraria a questa>>. + +Ond'ella: <<Io dicero` come procede + per sua cagion cio` ch'ammirar ti face, + e purghero` la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace, + fe' l'uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr'a lui d'etterna pace. + +Per sua difalta qui dimoro` poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambio` onesto riso e dolce gioco. + +Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno + l'essalazion de l'acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + +a l'uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salio verso 'l ciel tanto, + e libero n'e` d'indi ove si serra. + +Or perche' in circuito tutto quanto + l'aere si volge con la prima volta, + se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto, + +in questa altezza ch'e` tutta disciolta + ne l'aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch'e` folta; + +e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l'aura impregna, + e quella poi, girando, intorno scuote; + +e l'altra terra, secondo ch'e` degna + per se' e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtu` diverse legna. + +Non parrebbe di la` poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s'appiglia. + +E saper dei che la campagna santa + dove tu se', d'ogne semenza e` piena, + e frutto ha in se' che di la` non si schianta. + +L'acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch'acquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant'ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virtu` discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l'altra d'ogne ben fatto la rende. + +Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato + Eunoe` si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non e` gustato: + +a tutti altri sapori esto e` di sopra. + E avvegna ch'assai possa esser sazia + la sete tua perch'io piu` non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; + ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + +Quelli ch'anticamente poetaro + l'eta` de l'oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente l'umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare e` questo di che ciascun dice>>. + +Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto + a' miei poeti, e vidi che con riso + udito avean l'ultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna' il viso. + + + +Purgatorio: Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, + continuo` col fin di sue parole: + 'Beati quorum tecta sunt peccata!'. + +E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disiando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra 'l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch'a levante mi rendei. + +Ne' ancor fu cosi` nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>. + +Ed ecco un lustro subito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perche' 'l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, piu` e piu` splendeva, + nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'. + +E una melodia dolce correva + per l'aere luminoso; onde buon zelo + mi fe' riprender l'ardimento d'Eva, + +che la` dove ubidia la terra e 'l cielo, + femmina, sola e pur teste' formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto 'l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e piu` lunga fiata. + +Mentr'io m'andava tra tante primizie + de l'etterno piacer tutto sospeso, + e disioso ancora a piu` letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fe' l'aere sotto i verdi rami; + e 'l dolce suon per canti era gia` inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, + e Uranie m'aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco piu` oltre, sette alberi d'oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch'era ancor tra noi e loro; + +ma quand'i' fui si` presso di lor fatto, + che l'obietto comun, che 'l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virtu` ch'a ragion discorso ammanna, + si` com'elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare 'Osanna'. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese + piu` chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi d'ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei l'aspetto a l'alte cose + che si movieno incontr'a noi si` tardi, + che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi + si` ne l'affetto de le vive luci, + e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>. + +Genti vid'io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua gia` mai non fuci. + +L'acqua imprendea dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s'io riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand'io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a se' l'aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + +si` che li` sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + +Sotto cosi` bel ciel com'io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: <<Benedicta tue + ne le figlie d'Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!>>. + +Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette + a rimpetto di me da l'altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + +si` come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme piu` non spargo + rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne, + tanto ch'a questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechiel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch'a le penne + Giovanni e` meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, triunfale, + ch'al collo d'un grifon tirato venne. + +Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + si` ch'a nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; + le membra d'oro avea quant'era uccello, + e bianche l'altre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro cosi` bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, sviando, fu combusto + per l'orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l'una tanto rossa + ch'a pena fora dentro al foco nota; + +l'altr'era come se le carni e l'ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve teste' mossa; + +e or parean da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l'altre toglien l'andare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d'una di lor ch'avea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + +L'un si mostrava alcun de' famigliari + di quel sommo Ipocrate che natura + a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari; + +mostrava l'altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fe' paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo + erano abituati, ma di gigli + dintorno al capo non facean brolo, + +anzi di rose e d'altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da' cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s'udi`, e quelle genti degne + parvero aver l'andar piu` interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + +Purgatorio: Canto XXX + + +Quando il settentrion del primo cielo, + che ne' occaso mai seppe ne' orto + ne' d'altra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva li` ciascun accorto + di suo dover, come 'l piu` basso face + qual temon gira per venire a porto, + +fermo s'affisse: la gente verace, + venuta prima tra 'l grifone ed esso, + al carro volse se' come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, + 'Veni, sponsa, de Libano' cantando + grido` tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!', + e fior gittando e di sopra e dintorno, + 'Manibus, oh, date lilia plenis!'. + +Io vidi gia` nel cominciar del giorno + la parte oriental tutta rosata, + e l'altro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, + si` che per temperanza di vapori + l'occhio la sostenea lunga fiata: + +cosi` dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giu` dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta d'uliva + donna m'apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che gia` cotanto + tempo era stato ch'a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver piu` conoscenza, + per occulta virtu` che da lei mosse, + d'antico amor senti` la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse + l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto + prima ch'io fuor di puerizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli e` afflitto, + +per dicere a Virgilio: 'Men che dramma + di sangue m'e` rimaso che non tremi: + conosco i segni de l'antica fiamma'. + +Ma Virgilio n'avea lasciati scemi + di se', Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die'mi; + +ne' quantunque perdeo l'antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + +<<Dante, perche' Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non pianger ancora; + che' pianger ti conven per altra spada>>. + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l'incora; + +in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessita` qui si registra, + +vidi la donna che pria m'appario + velata sotto l'angelica festa, + drizzar li occhi ver' me di qua dal rio. + +Tutto che 'l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne l'atto ancor proterva + continuo` come colui che dice + e 'l piu` caldo parlar dietro reserva: + +<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d'accedere al monte? + non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>. + +Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba, + tanta vergogna mi gravo` la fronte. + +Cosi` la madre al figlio par superba, + com'ella parve a me; perche' d'amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro + di subito 'In te, Domine, speravi'; + ma oltre 'pedes meos' non passaro. + +Si` come neve tra le vive travi + per lo dosso d'Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in se' stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + si` che par foco fonder la candela; + +cosi` fui sanza lagrime e sospiri + anzi 'l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?', + +lo gel che m'era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi usci` del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole cosi` poscia: + +<<Voi vigilate ne l'etterno die, + si` che notte ne' sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta e` con piu` cura + che m'intenda colui che di la` piagne, + perche' sia colpa e duol d'una misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, + che si` alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste la` non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova + virtualmente, ch'ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro + si fa 'l terren col mal seme e non colto, + quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte volto. + +Si` tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita + e bellezza e virtu` cresciuta m'era, + fu' io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + +Ne' l'impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai; si` poco a lui ne calse! + +Tanto giu` cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran gia` corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai l'uscio d'i morti + e a colui che l'ha qua su` condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Lete' si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXXI + + +<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>, + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m'era paruto acro, + +ricomincio`, seguendo sanza cunta, + <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta>>. + +Era la mia virtu` tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: <<Che pense? + Rispondi a me; che' le memorie triste + in te non sono ancor da l'acqua offense>>. + +Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa la sua corda e l'arco, + e con men foga l'asta il segno tocca, + +si` scoppia' io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allento` per lo suo varco. + +Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di la` dal qual non e` a che s'aspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti cosi` spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?>>. + +Dopo la tratta d'un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: <<Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che 'l vostro viso si nascose>>. + +Ed ella: <<Se tacessi o se negassi + cio` che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota + l'accusa del peccato, in nostra corte + rivolge se' contra 'l taglio la rota. + +Tuttavia, perche' mo vergogna porte + del tuo errore, e perche' altra volta, + udendo le serene, sie piu` forte, + +pon giu` il seme del piangere e ascolta: + si` udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non t'appresento` natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch'io + rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte; + +e se 'l sommo piacer si` ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era piu` tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar piu` colpo, o pargoletta + o altra vanita` con si` breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d'i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta>>. + +Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e se' riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando + per udir se' dolente, alza la barba, + e prenderai piu` doglia riguardando>>. + +Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + +ch'io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l'argomento. + +E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersion l'occhio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch'e` sola una persona in due nature. + +Sotto 'l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi piu` se' stessa antica, + vincer che l'altre qui, quand'ella c'era. + +Di penter si` mi punse ivi l'ortica + che di tutte altre cose qual mi torse + piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch'io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi, + la donna ch'io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>. + +Tratto m'avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l'acqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, + 'Asperges me' si` dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato m'offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + +<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle: + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di la`, che miran piu` profondo>>. + +Cosi` cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: <<Fa che le viste non risparmi; + posto t'avem dinanzi a li smeraldi + ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>. + +Mille disiri piu` che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra 'l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, s'io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in se' star queta, + e ne l'idolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta + l'anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di se', di se' asseta, + +se' dimostrando di piu` alto tribo + ne li atti, l'altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + +<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>, + era la sua canzone, <<al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, si` che discerna + la seconda bellezza che tu cele>>. + +O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l'ombra + si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + la` dove armonizzando il ciel t'adombra, + +quando ne l'aere aperto ti solvesti? + + + +Purgatorio: Canto XXXII + + +Tant'eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m'eran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler - cosi` lo santo riso + a se' traeli con l'antica rete! -; + +quando per forza mi fu volto il viso + ver' la sinistra mia da quelle dee, + perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>; + +e la disposizion ch'a veder ee + ne li occhi pur teste' dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fee. + +Ma poi ch'al poco il viso riformossi + (e dico 'al poco' per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi 'n sul braccio destro esser rivolto + lo glorioso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e se' gira col segno, + prima che possa tutta in se' mutarsi; + +quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, + e 'l grifon mosse il benedetto carco + si`, che pero` nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fe' l'orbita sua con minore arco. + +Si` passeggiando l'alta selva vota, + colpa di quella ch'al serpente crese, + temprava i passi un'angelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Beatrice scese. + +Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata + piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi + ne' boschi lor per altezza ammirata. + +<<Beato se', grifon, che non discindi + col becco d'esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi>>. + +Cosi` dintorno a l'albero robusto + gridaron li altri; e l'animal binato: + <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>. + +E volto al temo ch'elli avea tirato, + trasselo al pie` de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lascio` legato. + +Come le nostre piante, quando casca + giu` la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che 'l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e piu` che di viole + colore aprendo, s'innovo` la pianta, + che prima avea le ramora si` sole. + +Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta + l'inno che quella gente allor cantaro, + ne' la nota soffersi tutta quanta. + +S'io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro; + +come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com'io m'addormentai; + ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga. + +Pero` trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo + del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>. + +Quali a veder de' fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetue nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola + cosi` di Moise` come d'Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna' io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de' miei passi lungo 'l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>. + Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo 'l grifon sen vanno suso + con piu` dolce canzone e piu` profonda>>. + +E se piu` fu lo suo parlar diffuso, + non so, pero` che gia` ne li occhi m'era + quella ch'ad altro intender m'avea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata li` del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facean di se' claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d'Aquilone e d'Austro. + +<<Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo e` romano. + +Pero`, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di la`, fa che tu scrive>>. + +Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d'i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov'ella volle diedi. + +Non scese mai con si` veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che piu` va remoto, + +com'io vidi calar l'uccel di Giove + per l'alber giu`, rompendo de la scorza, + non che d'i fiori e de le foglie nove; + +e feri` 'l carro di tutta sua forza; + ond'el piego` come nave in fortuna, + vinta da l'onda, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del triunfal veiculo una volpe + che d'ogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l'ossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond'era pria venuta, + l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca + del carro e lasciar lei di se' pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce usci` del cielo e cotal disse: + <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>. + +Poi parve a me che la terra s'aprisse + tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro su` la coda fisse; + +e come vespa che ritragge l'ago, + a se' traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta + e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto + che piu` tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato cosi` 'l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra 'l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m'apparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perche' non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e baciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perche' l'occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagello` dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e d'ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + +Purgatorio: Canto XXXIII + + +'Deus, venerunt gentes', alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Beatrice sospirosa e pia, + quelle ascoltava si` fatta, che poco + piu` a la croce si cambio` Maria. + +Ma poi che l'altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pe`, + rispuose, colorata come foco: + +'Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me'. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo se', solo accennando, mosse + me e la donna e 'l savio che ristette. + +Cosi` sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>, + mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>. + +Si` com'io fui, com'io dovea, seco, + dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti + a domandarmi omai venendo meco?>>. + +Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti. + +avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: <<Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>. + +Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + si` che non parli piu` com'om che sogna. + +Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe + fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sara` tutto tempo sanza reda + l'aguglia che lascio` le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + +ch'io veggio certamente, e pero` il narro, + a darne tempo gia` stelle propinque, + secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, ancidera` la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e si` come da me son porte, + cosi` queste parole segna a' vivi + del viver ch'e` un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch'e` or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l'uso suo la creo` santa. + +Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e piu` l'anima prima + bramo` colui che 'l morso in se' punio. + +Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e si` travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua d'Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l'interdetto, + conosceresti a l'arbor moralmente. + +Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + si` che t'abbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che 'l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto>>. + +E io: <<Si` come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato e` or da voi lo mio cervello. + +Ma perche' tanto sovra mia veduta + vostra parola disiata vola, + che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>. + +<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola + c'hai seguitata, e veggi sua dottrina + come puo` seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che piu` alto festina>>. + +Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda + ch'i' straniasse me gia` mai da voi, + ne' honne coscienza che rimorda>>. + +<<E se tu ricordar non te ne puoi>>, + sorridendo rispuose, <<or ti rammenta + come bevesti di Lete` ancoi; + +e se dal fummo foco s'argomenta, + cotesta oblivion chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude>>. + +E piu` corusco e con piu` lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e la`, come li aspetti, fassi + +quando s'affisser, si` come s'affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin d'un'ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta. + +Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri + veder mi parve uscir d'una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +<<O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua e` questa che qui si dispiega + da un principio e se' da se' lontana?>>. + +Per cotal priego detto mi fu: <<Priega + Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: <<Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>. + +E Beatrice: <<Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eunoe` che la` diriva: + menalo ad esso, e come tu se' usa, + la tramortita sua virtu` ravviva>>. + +Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che e` per segno fuor dischiusa; + +cosi`, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: <<Vien con lui>>. + +S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio + da scrivere, i' pur cantere' in parte + lo dolce ber che mai non m'avria sazio; + +ma perche' piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte. + +Io ritornai da la santissima onda + rifatto si` come piante novelle + rinnovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire alle stelle. + + + + +La Divina Commedia +di Dante Alighieri +(e-text courtesy Progetto Manuzio) + +PARADISO + + + +Paradiso: Canto I + + +La gloria di colui che tutto move + per l'universo penetra, e risplende + in una parte piu` e meno altrove. + +Nel ciel che piu` de la sua luce prende + fu' io, e vidi cose che ridire + ne' sa ne' puo` chi di la` su` discende; + +perche' appressando se' al suo disire, + nostro intelletto si profonda tanto, + che dietro la memoria non puo` ire. + +Veramente quant'io del regno santo + ne la mia mente potei far tesoro, + sara` ora materia del mio canto. + +O buono Appollo, a l'ultimo lavoro + fammi del tuo valor si` fatto vaso, + come dimandi a dar l'amato alloro. + +Infino a qui l'un giogo di Parnaso + assai mi fu; ma or con amendue + m'e` uopo intrar ne l'aringo rimaso. + +Entra nel petto mio, e spira tue + si` come quando Marsia traesti + de la vagina de le membra sue. + +O divina virtu`, se mi ti presti + tanto che l'ombra del beato regno + segnata nel mio capo io manifesti, + +vedra'mi al pie` del tuo diletto legno + venire, e coronarmi de le foglie + che la materia e tu mi farai degno. + +Si` rade volte, padre, se ne coglie + per triunfare o cesare o poeta, + colpa e vergogna de l'umane voglie, + +che parturir letizia in su la lieta + delfica deita` dovria la fronda + peneia, quando alcun di se' asseta. + +Poca favilla gran fiamma seconda: + forse di retro a me con miglior voci + si preghera` perche' Cirra risponda. + +Surge ai mortali per diverse foci + la lucerna del mondo; ma da quella + che quattro cerchi giugne con tre croci, + +con miglior corso e con migliore stella + esce congiunta, e la mondana cera + piu` a suo modo tempera e suggella. + +Fatto avea di la` mane e di qua sera + tal foce, e quasi tutto era la` bianco + quello emisperio, e l'altra parte nera, + +quando Beatrice in sul sinistro fianco + vidi rivolta e riguardar nel sole: + aquila si` non li s'affisse unquanco. + +E si` come secondo raggio suole + uscir del primo e risalire in suso, + pur come pelegrin che tornar vuole, + +cosi` de l'atto suo, per li occhi infuso + ne l'imagine mia, il mio si fece, + e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso. + +Molto e` licito la`, che qui non lece + a le nostre virtu`, merce' del loco + fatto per proprio de l'umana spece. + +Io nol soffersi molto, ne' si` poco, + ch'io nol vedessi sfavillar dintorno, + com'ferro che bogliente esce del foco; + +e di subito parve giorno a giorno + essere aggiunto, come quei che puote + avesse il ciel d'un altro sole addorno. + +Beatrice tutta ne l'etterne rote + fissa con li occhi stava; e io in lei + le luci fissi, di la` su` rimote. + +Nel suo aspetto tal dentro mi fei, + qual si fe' Glauco nel gustar de l'erba + che 'l fe' consorto in mar de li altri dei. + +Trasumanar significar per verba + non si poria; pero` l'essemplo basti + a cui esperienza grazia serba. + +S'i' era sol di me quel che creasti + novellamente, amor che 'l ciel governi, + tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti. + +Quando la rota che tu sempiterni + desiderato, a se' mi fece atteso + con l'armonia che temperi e discerni, + +parvemi tanto allor del cielo acceso + de la fiamma del sol, che pioggia o fiume + lago non fece alcun tanto disteso. + +La novita` del suono e 'l grande lume + di lor cagion m'accesero un disio + mai non sentito di cotanto acume. + +Ond'ella, che vedea me si` com'io, + a quietarmi l'animo commosso, + pria ch'io a dimandar, la bocca aprio, + +e comincio`: <<Tu stesso ti fai grosso + col falso imaginar, si` che non vedi + cio` che vedresti se l'avessi scosso. + +Tu non se' in terra, si` come tu credi; + ma folgore, fuggendo il proprio sito, + non corse come tu ch'ad esso riedi>>. + +S'io fui del primo dubbio disvestito + per le sorrise parolette brevi, + dentro ad un nuovo piu` fu' inretito, + +e dissi: <<Gia` contento requievi + di grande ammirazion; ma ora ammiro + com'io trascenda questi corpi levi>>. + +Ond'ella, appresso d'un pio sospiro, + li occhi drizzo` ver' me con quel sembiante + che madre fa sovra figlio deliro, + +e comincio`: <<Le cose tutte quante + hanno ordine tra loro, e questo e` forma + che l'universo a Dio fa simigliante. + +Qui veggion l'alte creature l'orma + de l'etterno valore, il qual e` fine + al quale e` fatta la toccata norma. + +Ne l'ordine ch'io dico sono accline + tutte nature, per diverse sorti, + piu` al principio loro e men vicine; + +onde si muovono a diversi porti + per lo gran mar de l'essere, e ciascuna + con istinto a lei dato che la porti. + +Questi ne porta il foco inver' la luna; + questi ne' cor mortali e` permotore; + questi la terra in se' stringe e aduna; + +ne' pur le creature che son fore + d'intelligenza quest'arco saetta + ma quelle c'hanno intelletto e amore. + +La provedenza, che cotanto assetta, + del suo lume fa 'l ciel sempre quieto + nel qual si volge quel c'ha maggior fretta; + +e ora li`, come a sito decreto, + cen porta la virtu` di quella corda + che cio` che scocca drizza in segno lieto. + +Vero e` che, come forma non s'accorda + molte fiate a l'intenzion de l'arte, + perch'a risponder la materia e` sorda, + +cosi` da questo corso si diparte + talor la creatura, c'ha podere + di piegar, cosi` pinta, in altra parte; + +e si` come veder si puo` cadere + foco di nube, si` l'impeto primo + l'atterra torto da falso piacere. + +Non dei piu` ammirar, se bene stimo, + lo tuo salir, se non come d'un rivo + se d'alto monte scende giuso ad imo. + +Maraviglia sarebbe in te se, privo + d'impedimento, giu` ti fossi assiso, + com'a terra quiete in foco vivo>>. + +Quinci rivolse inver' lo cielo il viso. + + + +Paradiso: Canto II + + +O voi che siete in piccioletta barca, + desiderosi d'ascoltar, seguiti + dietro al mio legno che cantando varca, + +tornate a riveder li vostri liti: + non vi mettete in pelago, che' forse, + perdendo me, rimarreste smarriti. + +L'acqua ch'io prendo gia` mai non si corse; + Minerva spira, e conducemi Appollo, + e nove Muse mi dimostran l'Orse. + +Voialtri pochi che drizzaste il collo + per tempo al pan de li angeli, del quale + vivesi qui ma non sen vien satollo, + +metter potete ben per l'alto sale + vostro navigio, servando mio solco + dinanzi a l'acqua che ritorna equale. + +Que' gloriosi che passaro al Colco + non s'ammiraron come voi farete, + quando Iason vider fatto bifolco. + +La concreata e perpetua sete + del deiforme regno cen portava + veloci quasi come 'l ciel vedete. + +Beatrice in suso, e io in lei guardava; + e forse in tanto in quanto un quadrel posa + e vola e da la noce si dischiava, + +giunto mi vidi ove mirabil cosa + mi torse il viso a se'; e pero` quella + cui non potea mia cura essere ascosa, + +volta ver' me, si` lieta come bella, + <<Drizza la mente in Dio grata>>, mi disse, + <<che n'ha congiunti con la prima stella>>. + +Parev'a me che nube ne coprisse + lucida, spessa, solida e pulita, + quasi adamante che lo sol ferisse. + +Per entro se' l'etterna margarita + ne ricevette, com'acqua recepe + raggio di luce permanendo unita. + +S'io era corpo, e qui non si concepe + com'una dimensione altra patio, + ch'esser convien se corpo in corpo repe, + +accender ne dovria piu` il disio + di veder quella essenza in che si vede + come nostra natura e Dio s'unio. + +Li` si vedra` cio` che tenem per fede, + non dimostrato, ma fia per se' noto + a guisa del ver primo che l'uom crede. + +Io rispuosi: <<Madonna, si` devoto + com'esser posso piu`, ringrazio lui + lo qual dal mortal mondo m'ha remoto. + +Ma ditemi: che son li segni bui + di questo corpo, che la` giuso in terra + fan di Cain favoleggiare altrui?>>. + +Ella sorrise alquanto, e poi <<S'elli erra + l'oppinion>>, mi disse, <<d'i mortali + dove chiave di senso non diserra, + +certo non ti dovrien punger li strali + d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi + vedi che la ragione ha corte l'ali. + +Ma dimmi quel che tu da te ne pensi>>. + E io: <<Cio` che n'appar qua su` diverso + credo che fanno i corpi rari e densi>>. + +Ed ella: <<Certo assai vedrai sommerso + nel falso il creder tuo, se bene ascolti + l'argomentar ch'io li faro` avverso. + +La spera ottava vi dimostra molti + lumi, li quali e nel quale e nel quanto + notar si posson di diversi volti. + +Se raro e denso cio` facesser tanto, + una sola virtu` sarebbe in tutti, + piu` e men distributa e altrettanto. + +Virtu` diverse esser convegnon frutti + di principi formali, e quei, for ch'uno, + seguiterieno a tua ragion distrutti. + +Ancor, se raro fosse di quel bruno + cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte + fora di sua materia si` digiuno + +esto pianeto, o, si` come comparte + lo grasso e 'l magro un corpo, cosi` questo + nel suo volume cangerebbe carte. + +Se 'l primo fosse, fora manifesto + ne l'eclissi del sol per trasparere + lo lume come in altro raro ingesto. + +Questo non e`: pero` e` da vedere + de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi, + falsificato fia lo tuo parere. + +S'elli e` che questo raro non trapassi, + esser conviene un termine da onde + lo suo contrario piu` passar non lassi; + +e indi l'altrui raggio si rifonde + cosi` come color torna per vetro + lo qual di retro a se' piombo nasconde. + +Or dirai tu ch'el si dimostra tetro + ivi lo raggio piu` che in altre parti, + per esser li` refratto piu` a retro. + +Da questa instanza puo` deliberarti + esperienza, se gia` mai la provi, + ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti. + +Tre specchi prenderai; e i due rimovi + da te d'un modo, e l'altro, piu` rimosso, + tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. + +Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso + ti stea un lume che i tre specchi accenda + e torni a te da tutti ripercosso. + +Ben che nel quanto tanto non si stenda + la vista piu` lontana, li` vedrai + come convien ch'igualmente risplenda. + +Or, come ai colpi de li caldi rai + de la neve riman nudo il suggetto + e dal colore e dal freddo primai, + +cosi` rimaso te ne l'intelletto + voglio informar di luce si` vivace, + che ti tremolera` nel suo aspetto. + +Dentro dal ciel de la divina pace + si gira un corpo ne la cui virtute + l'esser di tutto suo contento giace. + +Lo ciel seguente, c'ha tante vedute, + quell'esser parte per diverse essenze, + da lui distratte e da lui contenute. + +Li altri giron per varie differenze + le distinzion che dentro da se' hanno + dispongono a lor fini e lor semenze. + +Questi organi del mondo cosi` vanno, + come tu vedi omai, di grado in grado, + che di su` prendono e di sotto fanno. + +Riguarda bene omai si` com'io vado + per questo loco al vero che disiri, + si` che poi sappi sol tener lo guado. + +Lo moto e la virtu` d'i santi giri, + come dal fabbro l'arte del martello, + da' beati motor convien che spiri; + +e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello, + de la mente profonda che lui volve + prende l'image e fassene suggello. + +E come l'alma dentro a vostra polve + per differenti membra e conformate + a diverse potenze si risolve, + +cosi` l'intelligenza sua bontate + multiplicata per le stelle spiega, + girando se' sovra sua unitate. + +Virtu` diversa fa diversa lega + col prezioso corpo ch'ella avviva, + nel qual, si` come vita in voi, si lega. + +Per la natura lieta onde deriva, + la virtu` mista per lo corpo luce + come letizia per pupilla viva. + +Da essa vien cio` che da luce a luce + par differente, non da denso e raro; + essa e` formal principio che produce, + +conforme a sua bonta`, lo turbo e 'l chiaro>>. + + + +Paradiso: Canto III + + +Quel sol che pria d'amor mi scaldo` 'l petto, + di bella verita` m'avea scoverto, + provando e riprovando, il dolce aspetto; + +e io, per confessar corretto e certo + me stesso, tanto quanto si convenne + leva' il capo a proferer piu` erto; + +ma visione apparve che ritenne + a se' me tanto stretto, per vedersi, + che di mia confession non mi sovvenne. + +Quali per vetri trasparenti e tersi, + o ver per acque nitide e tranquille, + non si` profonde che i fondi sien persi, + +tornan d'i nostri visi le postille + debili si`, che perla in bianca fronte + non vien men forte a le nostre pupille; + +tali vid'io piu` facce a parlar pronte; + per ch'io dentro a l'error contrario corsi + a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte. + +Subito si` com'io di lor m'accorsi, + quelle stimando specchiati sembianti, + per veder di cui fosser, li occhi torsi; + +e nulla vidi, e ritorsili avanti + dritti nel lume de la dolce guida, + che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. + +<<Non ti maravigliar perch'io sorrida>>, + mi disse, <<appresso il tuo pueril coto, + poi sopra 'l vero ancor lo pie` non fida, + +ma te rivolve, come suole, a voto: + vere sustanze son cio` che tu vedi, + qui rilegate per manco di voto. + +Pero` parla con esse e odi e credi; + che' la verace luce che li appaga + da se' non lascia lor torcer li piedi>>. + +E io a l'ombra che parea piu` vaga + di ragionar, drizza'mi, e cominciai, + quasi com'uom cui troppa voglia smaga: + +<<O ben creato spirito, che a' rai + di vita etterna la dolcezza senti + che, non gustata, non s'intende mai, + +grazioso mi fia se mi contenti + del nome tuo e de la vostra sorte>>. + Ond'ella, pronta e con occhi ridenti: + +<<La nostra carita` non serra porte + a giusta voglia, se non come quella + che vuol simile a se' tutta sua corte. + +I' fui nel mondo vergine sorella; + e se la mente tua ben se' riguarda, + non mi ti celera` l'esser piu` bella, + +ma riconoscerai ch'i' son Piccarda, + che, posta qui con questi altri beati, + beata sono in la spera piu` tarda. + +Li nostri affetti, che solo infiammati + son nel piacer de lo Spirito Santo, + letizian del suo ordine formati. + +E questa sorte che par giu` cotanto, + pero` n'e` data, perche' fuor negletti + li nostri voti, e voti in alcun canto>>. + +Ond'io a lei: <<Ne' mirabili aspetti + vostri risplende non so che divino + che vi trasmuta da' primi concetti: + +pero` non fui a rimembrar festino; + ma or m'aiuta cio` che tu mi dici, + si` che raffigurar m'e` piu` latino. + +Ma dimmi: voi che siete qui felici, + disiderate voi piu` alto loco + per piu` vedere e per piu` farvi amici?>>. + +Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco; + da indi mi rispuose tanto lieta, + ch'arder parea d'amor nel primo foco: + +<<Frate, la nostra volonta` quieta + virtu` di carita`, che fa volerne + sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta. + +Se disiassimo esser piu` superne, + foran discordi li nostri disiri + dal voler di colui che qui ne cerne; + +che vedrai non capere in questi giri, + s'essere in carita` e` qui necesse, + e se la sua natura ben rimiri. + +Anzi e` formale ad esto beato esse + tenersi dentro a la divina voglia, + per ch'una fansi nostre voglie stesse; + +si` che, come noi sem di soglia in soglia + per questo regno, a tutto il regno piace + com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia. + +E 'n la sua volontade e` nostra pace: + ell'e` quel mare al qual tutto si move + cio` ch'ella cria o che natura face>>. + +Chiaro mi fu allor come ogne dove + in cielo e` paradiso, etsi la grazia + del sommo ben d'un modo non vi piove. + +Ma si` com'elli avvien, s'un cibo sazia + e d'un altro rimane ancor la gola, + che quel si chere e di quel si ringrazia, + +cosi` fec'io con atto e con parola, + per apprender da lei qual fu la tela + onde non trasse infino a co la spuola. + +<<Perfetta vita e alto merto inciela + donna piu` su`>>, mi disse, <<a la cui norma + nel vostro mondo giu` si veste e vela, + +perche' fino al morir si vegghi e dorma + con quello sposo ch'ogne voto accetta + che caritate a suo piacer conforma. + +Dal mondo, per seguirla, giovinetta + fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi + e promisi la via de la sua setta. + +Uomini poi, a mal piu` ch'a bene usi, + fuor mi rapiron de la dolce chiostra: + Iddio si sa qual poi mia vita fusi. + +E quest'altro splendor che ti si mostra + da la mia destra parte e che s'accende + di tutto il lume de la spera nostra, + +cio` ch'io dico di me, di se' intende; + sorella fu, e cosi` le fu tolta + di capo l'ombra de le sacre bende. + +Ma poi che pur al mondo fu rivolta + contra suo grado e contra buona usanza, + non fu dal vel del cor gia` mai disciolta. + +Quest'e` la luce de la gran Costanza + che del secondo vento di Soave + genero` 'l terzo e l'ultima possanza>>. + +Cosi` parlommi, e poi comincio` 'Ave, + Maria' cantando, e cantando vanio + come per acqua cupa cosa grave. + +La vista mia, che tanto lei seguio + quanto possibil fu, poi che la perse, + volsesi al segno di maggior disio, + +e a Beatrice tutta si converse; + ma quella folgoro` nel mio sguardo + si` che da prima il viso non sofferse; + +e cio` mi fece a dimandar piu` tardo. + + + +Paradiso: Canto IV + + +Intra due cibi, distanti e moventi + d'un modo, prima si morria di fame, + che liber'omo l'un recasse ai denti; + +si` si starebbe un agno intra due brame + di fieri lupi, igualmente temendo; + si` si starebbe un cane intra due dame: + +per che, s'i' mi tacea, me non riprendo, + da li miei dubbi d'un modo sospinto, + poi ch'era necessario, ne' commendo. + +Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto + m'era nel viso, e 'l dimandar con ello, + piu` caldo assai che per parlar distinto. + +Fe' si` Beatrice qual fe' Daniello, + Nabuccodonosor levando d'ira, + che l'avea fatto ingiustamente fello; + +e disse: <<Io veggio ben come ti tira + uno e altro disio, si` che tua cura + se' stessa lega si` che fuor non spira. + +Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura, + la violenza altrui per qual ragione + di meritar mi scema la misura?". + +Ancor di dubitar ti da` cagione + parer tornarsi l'anime a le stelle, + secondo la sentenza di Platone. + +Queste son le question che nel tuo velle + pontano igualmente; e pero` pria + trattero` quella che piu` ha di felle. + +D'i Serafin colui che piu` s'india, + Moise`, Samuel, e quel Giovanni + che prender vuoli, io dico, non Maria, + +non hanno in altro cielo i loro scanni + che questi spirti che mo t'appariro, + ne' hanno a l'esser lor piu` o meno anni; + +ma tutti fanno bello il primo giro, + e differentemente han dolce vita + per sentir piu` e men l'etterno spiro. + +Qui si mostraro, non perche' sortita + sia questa spera lor, ma per far segno + de la celestial c'ha men salita. + +Cosi` parlar conviensi al vostro ingegno, + pero` che solo da sensato apprende + cio` che fa poscia d'intelletto degno. + +Per questo la Scrittura condescende + a vostra facultate, e piedi e mano + attribuisce a Dio, e altro intende; + +e Santa Chiesa con aspetto umano + Gabriel e Michel vi rappresenta, + e l'altro che Tobia rifece sano. + +Quel che Timeo de l'anime argomenta + non e` simile a cio` che qui si vede, + pero` che, come dice, par che senta. + +Dice che l'alma a la sua stella riede, + credendo quella quindi esser decisa + quando natura per forma la diede; + +e forse sua sentenza e` d'altra guisa + che la voce non suona, ed esser puote + con intenzion da non esser derisa. + +S'elli intende tornare a queste ruote + l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse + in alcun vero suo arco percuote. + +Questo principio, male inteso, torse + gia` tutto il mondo quasi, si` che Giove, + Mercurio e Marte a nominar trascorse. + +L'altra dubitazion che ti commove + ha men velen, pero` che sua malizia + non ti poria menar da me altrove. + +Parere ingiusta la nostra giustizia + ne li occhi d'i mortali, e` argomento + di fede e non d'eretica nequizia. + +Ma perche' puote vostro accorgimento + ben penetrare a questa veritate, + come disiri, ti faro` contento. + +Se violenza e` quando quel che pate + niente conferisce a quel che sforza, + non fuor quest'alme per essa scusate; + +che' volonta`, se non vuol, non s'ammorza, + ma fa come natura face in foco, + se mille volte violenza il torza. + +Per che, s'ella si piega assai o poco, + segue la forza; e cosi` queste fero + possendo rifuggir nel santo loco. + +Se fosse stato lor volere intero, + come tenne Lorenzo in su la grada, + e fece Muzio a la sua man severo, + +cosi` l'avria ripinte per la strada + ond'eran tratte, come fuoro sciolte; + ma cosi` salda voglia e` troppo rada. + +E per queste parole, se ricolte + l'hai come dei, e` l'argomento casso + che t'avria fatto noia ancor piu` volte. + +Ma or ti s'attraversa un altro passo + dinanzi a li occhi, tal che per te stesso + non usciresti: pria saresti lasso. + +Io t'ho per certo ne la mente messo + ch'alma beata non poria mentire, + pero` ch'e` sempre al primo vero appresso; + +e poi potesti da Piccarda udire + che l'affezion del vel Costanza tenne; + si` ch'ella par qui meco contradire. + +Molte fiate gia`, frate, addivenne + che, per fuggir periglio, contra grato + si fe' di quel che far non si convenne; + +come Almeone, che, di cio` pregato + dal padre suo, la propria madre spense, + per non perder pieta`, si fe' spietato. + +A questo punto voglio che tu pense + che la forza al voler si mischia, e fanno + si` che scusar non si posson l'offense. + +Voglia assoluta non consente al danno; + ma consentevi in tanto in quanto teme, + se si ritrae, cadere in piu` affanno. + +Pero`, quando Piccarda quello spreme, + de la voglia assoluta intende, e io + de l'altra; si` che ver diciamo insieme>>. + +Cotal fu l'ondeggiar del santo rio + ch'usci` del fonte ond'ogne ver deriva; + tal puose in pace uno e altro disio. + +<<O amanza del primo amante, o diva>>, + diss'io appresso, <<il cui parlar m'inonda + e scalda si`, che piu` e piu` m'avviva, + +non e` l'affezion mia tanto profonda, + che basti a render voi grazia per grazia; + ma quei che vede e puote a cio` risponda. + +Io veggio ben che gia` mai non si sazia + nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra + di fuor dal qual nessun vero si spazia. + +Posasi in esso, come fera in lustra, + tosto che giunto l'ha; e giugner puollo: + se non, ciascun disio sarebbe frustra. + +Nasce per quello, a guisa di rampollo, + a pie` del vero il dubbio; ed e` natura + ch'al sommo pinge noi di collo in collo. + +Questo m'invita, questo m'assicura + con reverenza, donna, a dimandarvi + d'un'altra verita` che m'e` oscura. + +Io vo' saper se l'uom puo` sodisfarvi + ai voti manchi si` con altri beni, + ch'a la vostra statera non sien parvi>>. + +Beatrice mi guardo` con li occhi pieni + di faville d'amor cosi` divini, + che, vinta, mia virtute die` le reni, + +e quasi mi perdei con li occhi chini. + + + +Paradiso: Canto V + + +<<S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore + di la` dal modo che 'n terra si vede, + si` che del viso tuo vinco il valore, + +non ti maravigliar; che' cio` procede + da perfetto veder, che, come apprende, + cosi` nel bene appreso move il piede. + +Io veggio ben si` come gia` resplende + ne l'intelletto tuo l'etterna luce, + che, vista, sola e sempre amore accende; + +e s'altra cosa vostro amor seduce, + non e` se non di quella alcun vestigio, + mal conosciuto, che quivi traluce. + +Tu vuo' saper se con altro servigio, + per manco voto, si puo` render tanto + che l'anima sicuri di letigio>>. + +Si` comincio` Beatrice questo canto; + e si` com'uom che suo parlar non spezza, + continuo` cosi` 'l processo santo: + +<<Lo maggior don che Dio per sua larghezza + fesse creando, e a la sua bontate + piu` conformato, e quel ch'e' piu` apprezza, + +fu de la volonta` la libertate; + di che le creature intelligenti, + e tutte e sole, fuoro e son dotate. + +Or ti parra`, se tu quinci argomenti, + l'alto valor del voto, s'e` si` fatto + che Dio consenta quando tu consenti; + +che', nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, + vittima fassi di questo tesoro, + tal quale io dico; e fassi col suo atto. + +Dunque che render puossi per ristoro? + Se credi bene usar quel c'hai offerto, + di maltolletto vuo' far buon lavoro. + +Tu se' omai del maggior punto certo; + ma perche' Santa Chiesa in cio` dispensa, + che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto, + +convienti ancor sedere un poco a mensa, + pero` che 'l cibo rigido c'hai preso, + richiede ancora aiuto a tua dispensa. + +Apri la mente a quel ch'io ti paleso + e fermalvi entro; che' non fa scienza, + sanza lo ritenere, avere inteso. + +Due cose si convegnono a l'essenza + di questo sacrificio: l'una e` quella + di che si fa; l'altr'e` la convenenza. + +Quest'ultima gia` mai non si cancella + se non servata; e intorno di lei + si` preciso di sopra si favella: + +pero` necessitato fu a li Ebrei + pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta + si` permutasse, come saver dei. + +L'altra, che per materia t'e` aperta, + puote ben esser tal, che non si falla + se con altra materia si converta. + +Ma non trasmuti carco a la sua spalla + per suo arbitrio alcun, sanza la volta + e de la chiave bianca e de la gialla; + +e ogne permutanza credi stolta, + se la cosa dimessa in la sorpresa + come 'l quattro nel sei non e` raccolta. + +Pero` qualunque cosa tanto pesa + per suo valor che tragga ogne bilancia, + sodisfar non si puo` con altra spesa. + +Non prendan li mortali il voto a ciancia; + siate fedeli, e a cio` far non bieci, + come Iepte` a la sua prima mancia; + +cui piu` si convenia dicer 'Mal feci', + che, servando, far peggio; e cosi` stolto + ritrovar puoi il gran duca de' Greci, + +onde pianse Efigenia il suo bel volto, + e fe' pianger di se' i folli e i savi + ch'udir parlar di cosi` fatto colto. + +Siate, Cristiani, a muovervi piu` gravi: + non siate come penna ad ogne vento, + e non crediate ch'ogne acqua vi lavi. + +Avete il novo e 'l vecchio Testamento, + e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; + questo vi basti a vostro salvamento. + +Se mala cupidigia altro vi grida, + uomini siate, e non pecore matte, + si` che 'l Giudeo di voi tra voi non rida! + +Non fate com'agnel che lascia il latte + de la sua madre, e semplice e lascivo + seco medesmo a suo piacer combatte!>>. + +Cosi` Beatrice a me com'io scrivo; + poi si rivolse tutta disiante + a quella parte ove 'l mondo e` piu` vivo. + +Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante + puoser silenzio al mio cupido ingegno, + che gia` nuove questioni avea davante; + +e si` come saetta che nel segno + percuote pria che sia la corda queta, + cosi` corremmo nel secondo regno. + +Quivi la donna mia vid'io si` lieta, + come nel lume di quel ciel si mise, + che piu` lucente se ne fe' 'l pianeta. + +E se la stella si cambio` e rise, + qual mi fec'io che pur da mia natura + trasmutabile son per tutte guise! + +Come 'n peschiera ch'e` tranquilla e pura + traggonsi i pesci a cio` che vien di fori + per modo che lo stimin lor pastura, + +si` vid'io ben piu` di mille splendori + trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia: + <<Ecco chi crescera` li nostri amori>>. + +E si` come ciascuno a noi venia, + vedeasi l'ombra piena di letizia + nel folgor chiaro che di lei uscia. + +Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia + non procedesse, come tu avresti + di piu` savere angosciosa carizia; + +e per te vederai come da questi + m'era in disio d'udir lor condizioni, + si` come a li occhi mi fur manifesti. + +<<O bene nato a cui veder li troni + del triunfo etternal concede grazia + prima che la milizia s'abbandoni, + +del lume che per tutto il ciel si spazia + noi semo accesi; e pero`, se disii + di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia>>. + +Cosi` da un di quelli spirti pii + detto mi fu; e da Beatrice: <<Di`, di` + sicuramente, e credi come a dii>>. + +<<Io veggio ben si` come tu t'annidi + nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, + perch'e' corusca si` come tu ridi; + +ma non so chi tu se', ne' perche' aggi, + anima degna, il grado de la spera + che si vela a' mortai con altrui raggi>>. + +Questo diss'io diritto alla lumera + che pria m'avea parlato; ond'ella fessi + lucente piu` assai di quel ch'ell'era. + +Si` come il sol che si cela elli stessi + per troppa luce, come 'l caldo ha rose + le temperanze d'i vapori spessi, + +per piu` letizia si` mi si nascose + dentro al suo raggio la figura santa; + e cosi` chiusa chiusa mi rispuose + +nel modo che 'l seguente canto canta. + + + +Paradiso: Canto VI + + +<<Poscia che Costantin l'aquila volse + contr'al corso del ciel, ch'ella seguio + dietro a l'antico che Lavina tolse, + +cento e cent'anni e piu` l'uccel di Dio + ne lo stremo d'Europa si ritenne, + vicino a' monti de' quai prima uscio; + +e sotto l'ombra de le sacre penne + governo` 'l mondo li` di mano in mano, + e, si` cangiando, in su la mia pervenne. + +Cesare fui e son Iustiniano, + che, per voler del primo amor ch'i' sento, + d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano. + +E prima ch'io a l'ovra fossi attento, + una natura in Cristo esser, non piue, + credea, e di tal fede era contento; + +ma 'l benedetto Agapito, che fue + sommo pastore, a la fede sincera + mi dirizzo` con le parole sue. + +Io li credetti; e cio` che 'n sua fede era, + vegg'io or chiaro si`, come tu vedi + ogni contradizione e falsa e vera. + +Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, + a Dio per grazia piacque di spirarmi + l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi; + +e al mio Belisar commendai l'armi, + cui la destra del ciel fu si` congiunta, + che segno fu ch'i' dovessi posarmi. + +Or qui a la question prima s'appunta + la mia risposta; ma sua condizione + mi stringe a seguitare alcuna giunta, + +perche' tu veggi con quanta ragione + si move contr'al sacrosanto segno + e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone. + +Vedi quanta virtu` l'ha fatto degno + di reverenza; e comincio` da l'ora + che Pallante mori` per darli regno. + +Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora + per trecento anni e oltre, infino al fine + che i tre a' tre pugnar per lui ancora. + +E sai ch'el fe' dal mal de le Sabine + al dolor di Lucrezia in sette regi, + vincendo intorno le genti vicine. + +Sai quel ch'el fe' portato da li egregi + Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, + incontro a li altri principi e collegi; + +onde Torquato e Quinzio, che dal cirro + negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi + ebber la fama che volontier mirro. + +Esso atterro` l'orgoglio de li Arabi + che di retro ad Annibale passaro + l'alpestre rocce, Po, di che tu labi. + +Sott'esso giovanetti triunfaro + Scipione e Pompeo; e a quel colle + sotto 'l qual tu nascesti parve amaro. + +Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle + redur lo mondo a suo modo sereno, + Cesare per voler di Roma il tolle. + +E quel che fe' da Varo infino a Reno, + Isara vide ed Era e vide Senna + e ogne valle onde Rodano e` pieno. + +Quel che fe' poi ch'elli usci` di Ravenna + e salto` Rubicon, fu di tal volo, + che nol seguiteria lingua ne' penna. + +Inver' la Spagna rivolse lo stuolo, + poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse + si` ch'al Nil caldo si senti` del duolo. + +Antandro e Simeonta, onde si mosse, + rivide e la` dov'Ettore si cuba; + e mal per Tolomeo poscia si scosse. + +Da indi scese folgorando a Iuba; + onde si volse nel vostro occidente, + ove sentia la pompeana tuba. + +Di quel che fe' col baiulo seguente, + Bruto con Cassio ne l'inferno latra, + e Modena e Perugia fu dolente. + +Piangene ancor la trista Cleopatra, + che, fuggendoli innanzi, dal colubro + la morte prese subitana e atra. + +Con costui corse infino al lito rubro; + con costui puose il mondo in tanta pace, + che fu serrato a Giano il suo delubro. + +Ma cio` che 'l segno che parlar mi face + fatto avea prima e poi era fatturo + per lo regno mortal ch'a lui soggiace, + +diventa in apparenza poco e scuro, + se in mano al terzo Cesare si mira + con occhio chiaro e con affetto puro; + +che' la viva giustizia che mi spira, + li concedette, in mano a quel ch'i' dico, + gloria di far vendetta a la sua ira. + +Or qui t'ammira in cio` ch'io ti replico: + poscia con Tito a far vendetta corse + de la vendetta del peccato antico. + +E quando il dente longobardo morse + la Santa Chiesa, sotto le sue ali + Carlo Magno, vincendo, la soccorse. + +Omai puoi giudicar di quei cotali + ch'io accusai di sopra e di lor falli, + che son cagion di tutti vostri mali. + +L'uno al pubblico segno i gigli gialli + oppone, e l'altro appropria quello a parte, + si` ch'e` forte a veder chi piu` si falli. + +Faccian li Ghibellin, faccian lor arte + sott'altro segno; che' mal segue quello + sempre chi la giustizia e lui diparte; + +e non l'abbatta esto Carlo novello + coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli + ch'a piu` alto leon trasser lo vello. + +Molte fiate gia` pianser li figli + per la colpa del padre, e non si creda + che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli! + +Questa picciola stella si correda + di buoni spirti che son stati attivi + perche' onore e fama li succeda: + +e quando li disiri poggian quivi, + si` disviando, pur convien che i raggi + del vero amore in su` poggin men vivi. + +Ma nel commensurar d'i nostri gaggi + col merto e` parte di nostra letizia, + perche' non li vedem minor ne' maggi. + +Quindi addolcisce la viva giustizia + in noi l'affetto si`, che non si puote + torcer gia` mai ad alcuna nequizia. + +Diverse voci fanno dolci note; + cosi` diversi scanni in nostra vita + rendon dolce armonia tra queste rote. + +E dentro a la presente margarita + luce la luce di Romeo, di cui + fu l'ovra grande e bella mal gradita. + +Ma i Provenzai che fecer contra lui + non hanno riso; e pero` mal cammina + qual si fa danno del ben fare altrui. + +Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, + Ramondo Beringhiere, e cio` li fece + Romeo, persona umile e peregrina. + +E poi il mosser le parole biece + a dimandar ragione a questo giusto, + che li assegno` sette e cinque per diece, + +indi partissi povero e vetusto; + e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe + mendicando sua vita a frusto a frusto, + +assai lo loda, e piu` lo loderebbe>>. + + + +Paradiso: Canto VII + + +<<Osanna, sanctus Deus sabaoth, + superillustrans claritate tua + felices ignes horum malacoth!>>. + +Cosi`, volgendosi a la nota sua, + fu viso a me cantare essa sustanza, + sopra la qual doppio lume s'addua: + +ed essa e l'altre mossero a sua danza, + e quasi velocissime faville, + mi si velar di subita distanza. + +Io dubitava e dicea 'Dille, dille!' + fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna + che mi diseta con le dolci stille'. + +Ma quella reverenza che s'indonna + di tutto me, pur per Be e per ice, + mi richinava come l'uom ch'assonna. + +Poco sofferse me cotal Beatrice + e comincio`, raggiandomi d'un riso + tal, che nel foco faria l'uom felice: + +<<Secondo mio infallibile avviso, + come giusta vendetta giustamente + punita fosse, t'ha in pensier miso; + +ma io ti solvero` tosto la mente; + e tu ascolta, che' le mie parole + di gran sentenza ti faran presente. + +Per non soffrire a la virtu` che vole + freno a suo prode, quell'uom che non nacque, + dannando se', danno` tutta sua prole; + +onde l'umana specie inferma giacque + giu` per secoli molti in grande errore, + fin ch'al Verbo di Dio discender piacque + +u' la natura, che dal suo fattore + s'era allungata, uni` a se' in persona + con l'atto sol del suo etterno amore. + +Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona: + questa natura al suo fattore unita, + qual fu creata, fu sincera e buona; + +ma per se' stessa pur fu ella sbandita + di paradiso, pero` che si torse + da via di verita` e da sua vita. + +La pena dunque che la croce porse + s'a la natura assunta si misura, + nulla gia` mai si` giustamente morse; + +e cosi` nulla fu di tanta ingiura, + guardando a la persona che sofferse, + in che era contratta tal natura. + +Pero` d'un atto uscir cose diverse: + ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte; + per lei tremo` la terra e 'l ciel s'aperse. + +Non ti dee oramai parer piu` forte, + quando si dice che giusta vendetta + poscia vengiata fu da giusta corte. + +Ma io veggi' or la tua mente ristretta + di pensiero in pensier dentro ad un nodo, + del qual con gran disio solver s'aspetta. + +Tu dici: "Ben discerno cio` ch'i' odo; + ma perche' Dio volesse, m'e` occulto, + a nostra redenzion pur questo modo". + +Questo decreto, frate, sta sepulto + a li occhi di ciascuno il cui ingegno + ne la fiamma d'amor non e` adulto. + +Veramente, pero` ch'a questo segno + molto si mira e poco si discerne, + diro` perche' tal modo fu piu` degno. + +La divina bonta`, che da se' sperne + ogne livore, ardendo in se', sfavilla + si` che dispiega le bellezze etterne. + +Cio` che da lei sanza mezzo distilla + non ha poi fine, perche' non si move + la sua imprenta quand'ella sigilla. + +Cio` che da essa sanza mezzo piove + libero e` tutto, perche' non soggiace + a la virtute de le cose nove. + +Piu` l'e` conforme, e pero` piu` le piace; + che' l'ardor santo ch'ogne cosa raggia, + ne la piu` somigliante e` piu` vivace. + +Di tutte queste dote s'avvantaggia + l'umana creatura; e s'una manca, + di sua nobilita` convien che caggia. + +Solo il peccato e` quel che la disfranca + e falla dissimile al sommo bene, + per che del lume suo poco s'imbianca; + +e in sua dignita` mai non rivene, + se non riempie, dove colpa vota, + contra mal dilettar con giuste pene. + +Vostra natura, quando pecco` tota + nel seme suo, da queste dignitadi, + come di paradiso, fu remota; + +ne' ricovrar potiensi, se tu badi + ben sottilmente, per alcuna via, + sanza passar per un di questi guadi: + +o che Dio solo per sua cortesia + dimesso avesse, o che l'uom per se' isso + avesse sodisfatto a sua follia. + +Ficca mo l'occhio per entro l'abisso + de l'etterno consiglio, quanto puoi + al mio parlar distrettamente fisso. + +Non potea l'uomo ne' termini suoi + mai sodisfar, per non potere ir giuso + con umiltate obediendo poi, + +quanto disobediendo intese ir suso; + e questa e` la cagion per che l'uom fue + da poter sodisfar per se' dischiuso. + +Dunque a Dio convenia con le vie sue + riparar l'omo a sua intera vita, + dico con l'una, o ver con amendue. + +Ma perche' l'ovra tanto e` piu` gradita + da l'operante, quanto piu` appresenta + de la bonta` del core ond'ell'e` uscita, + +la divina bonta` che 'l mondo imprenta, + di proceder per tutte le sue vie, + a rilevarvi suso, fu contenta. + +Ne' tra l'ultima notte e 'l primo die + si` alto o si` magnifico processo, + o per l'una o per l'altra, fu o fie: + +che' piu` largo fu Dio a dar se' stesso + per far l'uom sufficiente a rilevarsi, + che s'elli avesse sol da se' dimesso; + +e tutti li altri modi erano scarsi + a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio + non fosse umiliato ad incarnarsi. + +Or per empierti bene ogni disio, + ritorno a dichiararti in alcun loco, + perche' tu veggi li` cosi` com'io. + +Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco, + l'aere e la terra e tutte lor misture + venire a corruzione, e durar poco; + +e queste cose pur furon creature; + per che, se cio` ch'e` detto e` stato vero, + esser dovrien da corruzion sicure". + +Li angeli, frate, e 'l paese sincero + nel qual tu se', dir si posson creati, + si` come sono, in loro essere intero; + +ma li elementi che tu hai nomati + e quelle cose che di lor si fanno + da creata virtu` sono informati. + +Creata fu la materia ch'elli hanno; + creata fu la virtu` informante + in queste stelle che 'ntorno a lor vanno. + +L'anima d'ogne bruto e de le piante + di complession potenziata tira + lo raggio e 'l moto de le luci sante; + +ma vostra vita sanza mezzo spira + la somma beninanza, e la innamora + di se' si` che poi sempre la disira. + +E quinci puoi argomentare ancora + vostra resurrezion, se tu ripensi + come l'umana carne fessi allora + +che li primi parenti intrambo fensi>>. + + + +Paradiso: Canto VIII + + +Solea creder lo mondo in suo periclo + che la bella Ciprigna il folle amore + raggiasse, volta nel terzo epiciclo; + +per che non pur a lei faceano onore + di sacrificio e di votivo grido + le genti antiche ne l'antico errore; + +ma Dione onoravano e Cupido, + quella per madre sua, questo per figlio, + e dicean ch'el sedette in grembo a Dido; + +e da costei ond'io principio piglio + pigliavano il vocabol de la stella + che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. + +Io non m'accorsi del salire in ella; + ma d'esservi entro mi fe' assai fede + la donna mia ch'i' vidi far piu` bella. + +E come in fiamma favilla si vede, + e come in voce voce si discerne, + quand'una e` ferma e altra va e riede, + +vid'io in essa luce altre lucerne + muoversi in giro piu` e men correnti, + al modo, credo, di lor viste interne. + +Di fredda nube non disceser venti, + o visibili o no, tanto festini, + che non paressero impediti e lenti + +a chi avesse quei lumi divini + veduti a noi venir, lasciando il giro + pria cominciato in li alti Serafini; + +e dentro a quei che piu` innanzi appariro + sonava 'Osanna' si`, che unque poi + di riudir non fui sanza disiro. + +Indi si fece l'un piu` presso a noi + e solo incomincio`: <<Tutti sem presti + al tuo piacer, perche' di noi ti gioi. + +Noi ci volgiam coi principi celesti + d'un giro e d'un girare e d'una sete, + ai quali tu del mondo gia` dicesti: + +'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete'; + e sem si` pien d'amor, che, per piacerti, + non fia men dolce un poco di quiete>>. + +Poscia che li occhi miei si fuoro offerti + a la mia donna reverenti, ed essa + fatti li avea di se' contenti e certi, + +rivolsersi a la luce che promessa + tanto s'avea, e <<Deh, chi siete?>> fue + la voce mia di grande affetto impressa. + +E quanta e quale vid'io lei far piue + per allegrezza nova che s'accrebbe, + quando parlai, a l'allegrezze sue! + +Cosi` fatta, mi disse: <<Il mondo m'ebbe + giu` poco tempo; e se piu` fosse stato, + molto sara` di mal, che non sarebbe. + +La mia letizia mi ti tien celato + che mi raggia dintorno e mi nasconde + quasi animal di sua seta fasciato. + +Assai m'amasti, e avesti ben onde; + che s'io fossi giu` stato, io ti mostrava + di mio amor piu` oltre che le fronde. + +Quella sinistra riva che si lava + di Rodano poi ch'e` misto con Sorga, + per suo segnore a tempo m'aspettava, + +e quel corno d'Ausonia che s'imborga + di Bari e di Gaeta e di Catona + da ove Tronto e Verde in mare sgorga. + +Fulgeami gia` in fronte la corona + di quella terra che 'l Danubio riga + poi che le ripe tedesche abbandona. + +E la bella Trinacria, che caliga + tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo + che riceve da Euro maggior briga, + +non per Tifeo ma per nascente solfo, + attesi avrebbe li suoi regi ancora, + nati per me di Carlo e di Ridolfo, + +se mala segnoria, che sempre accora + li popoli suggetti, non avesse + mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!". + +E se mio frate questo antivedesse, + l'avara poverta` di Catalogna + gia` fuggeria, perche' non li offendesse; + +che' veramente proveder bisogna + per lui, o per altrui, si` ch'a sua barca + carcata piu` d'incarco non si pogna. + +La sua natura, che di larga parca + discese, avria mestier di tal milizia + che non curasse di mettere in arca>>. + +<<Pero` ch'i' credo che l'alta letizia + che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio, + la` 've ogne ben si termina e s'inizia, + +per te si veggia come la vegg'io, + grata m'e` piu`; e anco quest'ho caro + perche' 'l discerni rimirando in Dio. + +Fatto m'hai lieto, e cosi` mi fa chiaro, + poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso + com'esser puo`, di dolce seme, amaro>>. + +Questo io a lui; ed elli a me: <<S'io posso + mostrarti un vero, a quel che tu dimandi + terrai lo viso come tien lo dosso. + +Lo ben che tutto il regno che tu scandi + volge e contenta, fa esser virtute + sua provedenza in questi corpi grandi. + +E non pur le nature provedute + sono in la mente ch'e` da se' perfetta, + ma esse insieme con la lor salute: + +per che quantunque quest'arco saetta + disposto cade a proveduto fine, + si` come cosa in suo segno diretta. + +Se cio` non fosse, il ciel che tu cammine + producerebbe si` li suoi effetti, + che non sarebbero arti, ma ruine; + +e cio` esser non puo`, se li 'ntelletti + che muovon queste stelle non son manchi, + e manco il primo, che non li ha perfetti. + +Vuo' tu che questo ver piu` ti s'imbianchi?>>. + E io: <<Non gia`; che' impossibil veggio + che la natura, in quel ch'e` uopo, stanchi>>. + +Ond'elli ancora: <<Or di': sarebbe il peggio + per l'omo in terra, se non fosse cive?>>. + <<Si`>>, rispuos'io; <<e qui ragion non cheggio>>. + +<<E puot'elli esser, se giu` non si vive + diversamente per diversi offici? + Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive>>. + +Si` venne deducendo infino a quici; + poscia conchiuse: <<Dunque esser diverse + convien di vostri effetti le radici: + +per ch'un nasce Solone e altro Serse, + altro Melchisedech e altro quello + che, volando per l'aere, il figlio perse. + +La circular natura, ch'e` suggello + a la cera mortal, fa ben sua arte, + ma non distingue l'un da l'altro ostello. + +Quinci addivien ch'Esau` si diparte + per seme da Iacob; e vien Quirino + da si` vil padre, che si rende a Marte. + +Natura generata il suo cammino + simil farebbe sempre a' generanti, + se non vincesse il proveder divino. + +Or quel che t'era dietro t'e` davanti: + ma perche' sappi che di te mi giova, + un corollario voglio che t'ammanti. + +Sempre natura, se fortuna trova + discorde a se', com'ogne altra semente + fuor di sua region, fa mala prova. + +E se 'l mondo la` giu` ponesse mente + al fondamento che natura pone, + seguendo lui, avria buona la gente. + +Ma voi torcete a la religione + tal che fia nato a cignersi la spada, + e fate re di tal ch'e` da sermone; + +onde la traccia vostra e` fuor di strada>>. + + + +Paradiso: Canto IX + + +Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, + m'ebbe chiarito, mi narro` li 'nganni + che ricever dovea la sua semenza; + +ma disse: <<Taci e lascia muover li anni>>; + si` ch'io non posso dir se non che pianto + giusto verra` di retro ai vostri danni. + +E gia` la vita di quel lume santo + rivolta s'era al Sol che la riempie + come quel ben ch'a ogne cosa e` tanto. + +Ahi anime ingannate e fatture empie, + che da si` fatto ben torcete i cuori, + drizzando in vanita` le vostre tempie! + +Ed ecco un altro di quelli splendori + ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi + significava nel chiarir di fori. + +Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi + sovra me, come pria, di caro assenso + al mio disio certificato fermi. + +<<Deh, metti al mio voler tosto compenso, + beato spirto>>, dissi, <<e fammi prova + ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!>>. + +Onde la luce che m'era ancor nova, + del suo profondo, ond'ella pria cantava, + seguette come a cui di ben far giova: + +<<In quella parte de la terra prava + italica che siede tra Rialto + e le fontane di Brenta e di Piava, + +si leva un colle, e non surge molt'alto, + la` onde scese gia` una facella + che fece a la contrada un grande assalto. + +D'una radice nacqui e io ed ella: + Cunizza fui chiamata, e qui refulgo + perche' mi vinse il lume d'esta stella; + +ma lietamente a me medesma indulgo + la cagion di mia sorte, e non mi noia; + che parria forse forte al vostro vulgo. + +Di questa luculenta e cara gioia + del nostro cielo che piu` m'e` propinqua, + grande fama rimase; e pria che moia, + +questo centesimo anno ancor s'incinqua: + vedi se far si dee l'omo eccellente, + si` ch'altra vita la prima relinqua. + +E cio` non pensa la turba presente + che Tagliamento e Adice richiude, + ne' per esser battuta ancor si pente; + +ma tosto fia che Padova al palude + cangera` l'acqua che Vincenza bagna, + per essere al dover le genti crude; + +e dove Sile e Cagnan s'accompagna, + tal signoreggia e va con la testa alta, + che gia` per lui carpir si fa la ragna. + +Piangera` Feltro ancora la difalta + de l'empio suo pastor, che sara` sconcia + si`, che per simil non s'entro` in malta. + +Troppo sarebbe larga la bigoncia + che ricevesse il sangue ferrarese, + e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia, + +che donera` questo prete cortese + per mostrarsi di parte; e cotai doni + conformi fieno al viver del paese. + +Su` sono specchi, voi dicete Troni, + onde refulge a noi Dio giudicante; + si` che questi parlar ne paion buoni>>. + +Qui si tacette; e fecemi sembiante + che fosse ad altro volta, per la rota + in che si mise com'era davante. + +L'altra letizia, che m'era gia` nota + per cara cosa, mi si fece in vista + qual fin balasso in che lo sol percuota. + +Per letiziar la` su` fulgor s'acquista, + si` come riso qui; ma giu` s'abbuia + l'ombra di fuor, come la mente e` trista. + +<<Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia>>, + diss'io, <<beato spirto, si` che nulla + voglia di se' a te puot'esser fuia. + +Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla + sempre col canto di quei fuochi pii + che di sei ali facen la coculla, + +perche' non satisface a' miei disii? + Gia` non attendere' io tua dimanda, + s'io m'intuassi, come tu t'inmii>>. + +<<La maggior valle in che l'acqua si spanda>>, + incominciaro allor le sue parole, + <<fuor di quel mar che la terra inghirlanda, + +tra ' discordanti liti contra 'l sole + tanto sen va, che fa meridiano + la` dove l'orizzonte pria far suole. + +Di quella valle fu' io litorano + tra Ebro e Macra, che per cammin corto + parte lo Genovese dal Toscano. + +Ad un occaso quasi e ad un orto + Buggea siede e la terra ond'io fui, + che fe' del sangue suo gia` caldo il porto. + +Folco mi disse quella gente a cui + fu noto il nome mio; e questo cielo + di me s'imprenta, com'io fe' di lui; + +che' piu` non arse la figlia di Belo, + noiando e a Sicheo e a Creusa, + di me, infin che si convenne al pelo; + +ne' quella Rodopea che delusa + fu da Demofoonte, ne' Alcide + quando Iole nel core ebbe rinchiusa. + +Non pero` qui si pente, ma si ride, + non de la colpa, ch'a mente non torna, + ma del valor ch'ordino` e provide. + +Qui si rimira ne l'arte ch'addorna + cotanto affetto, e discernesi 'l bene + per che 'l mondo di su` quel di giu` torna. + +Ma perche' tutte le tue voglie piene + ten porti che son nate in questa spera, + proceder ancor oltre mi convene. + +Tu vuo' saper chi e` in questa lumera + che qui appresso me cosi` scintilla, + come raggio di sole in acqua mera. + +Or sappi che la` entro si tranquilla + Raab; e a nostr'ordine congiunta, + di lei nel sommo grado si sigilla. + +Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta + che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma + del triunfo di Cristo fu assunta. + +Ben si convenne lei lasciar per palma + in alcun cielo de l'alta vittoria + che s'acquisto` con l'una e l'altra palma, + +perch'ella favoro` la prima gloria + di Iosue` in su la Terra Santa, + che poco tocca al papa la memoria. + +La tua citta`, che di colui e` pianta + che pria volse le spalle al suo fattore + e di cui e` la 'nvidia tanto pianta, + +produce e spande il maladetto fiore + c'ha disviate le pecore e li agni, + pero` che fatto ha lupo del pastore. + +Per questo l'Evangelio e i dottor magni + son derelitti, e solo ai Decretali + si studia, si` che pare a' lor vivagni. + +A questo intende il papa e ' cardinali; + non vanno i lor pensieri a Nazarette, + la` dove Gabriello aperse l'ali. + +Ma Vaticano e l'altre parti elette + di Roma che son state cimitero + a la milizia che Pietro seguette, + +tosto libere fien de l'avoltero>>. + + + +Paradiso: Canto X + + +Guardando nel suo Figlio con l'Amore + che l'uno e l'altro etternalmente spira, + lo primo e ineffabile Valore + +quanto per mente e per loco si gira + con tant'ordine fe', ch'esser non puote + sanza gustar di lui chi cio` rimira. + +Leva dunque, lettore, a l'alte rote + meco la vista, dritto a quella parte + dove l'un moto e l'altro si percuote; + +e li` comincia a vagheggiar ne l'arte + di quel maestro che dentro a se' l'ama, + tanto che mai da lei l'occhio non parte. + +Vedi come da indi si dirama + l'oblico cerchio che i pianeti porta, + per sodisfare al mondo che li chiama. + +Che se la strada lor non fosse torta, + molta virtu` nel ciel sarebbe in vano, + e quasi ogne potenza qua giu` morta; + +e se dal dritto piu` o men lontano + fosse 'l partire, assai sarebbe manco + e giu` e su` de l'ordine mondano. + +Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco, + dietro pensando a cio` che si preliba, + s'esser vuoi lieto assai prima che stanco. + +Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba; + che' a se' torce tutta la mia cura + quella materia ond'io son fatto scriba. + +Lo ministro maggior de la natura, + che del valor del ciel lo mondo imprenta + e col suo lume il tempo ne misura, + +con quella parte che su` si rammenta + congiunto, si girava per le spire + in che piu` tosto ognora s'appresenta; + +e io era con lui; ma del salire + non m'accors'io, se non com'uom s'accorge, + anzi 'l primo pensier, del suo venire. + +E' Beatrice quella che si` scorge + di bene in meglio, si` subitamente + che l'atto suo per tempo non si sporge. + +Quant'esser convenia da se' lucente + quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi, + non per color, ma per lume parvente! + +Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami, + si` nol direi che mai s'imaginasse; + ma creder puossi e di veder si brami. + +E se le fantasie nostre son basse + a tanta altezza, non e` maraviglia; + che' sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse. + +Tal era quivi la quarta famiglia + de l'alto Padre, che sempre la sazia, + mostrando come spira e come figlia. + +E Beatrice comincio`: <<Ringrazia, + ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo + sensibil t'ha levato per sua grazia>>. + +Cor di mortal non fu mai si` digesto + a divozione e a rendersi a Dio + con tutto 'l suo gradir cotanto presto, + +come a quelle parole mi fec'io; + e si` tutto 'l mio amore in lui si mise, + che Beatrice eclisso` ne l'oblio. + +Non le dispiacque; ma si` se ne rise, + che lo splendor de li occhi suoi ridenti + mia mente unita in piu` cose divise. + +Io vidi piu` folgor vivi e vincenti + far di noi centro e di se' far corona, + piu` dolci in voce che in vista lucenti: + +cosi` cinger la figlia di Latona + vedem talvolta, quando l'aere e` pregno, + si` che ritenga il fil che fa la zona. + +Ne la corte del cielo, ond'io rivegno, + si trovan molte gioie care e belle + tanto che non si posson trar del regno; + +e 'l canto di quei lumi era di quelle; + chi non s'impenna si` che la` su` voli, + dal muto aspetti quindi le novelle. + +Poi, si` cantando, quelli ardenti soli + si fuor girati intorno a noi tre volte, + come stelle vicine a' fermi poli, + +donne mi parver, non da ballo sciolte, + ma che s'arrestin tacite, ascoltando + fin che le nove note hanno ricolte. + +E dentro a l'un senti' cominciar: <<Quando + lo raggio de la grazia, onde s'accende + verace amore e che poi cresce amando, + +multiplicato in te tanto resplende, + che ti conduce su per quella scala + u' sanza risalir nessun discende; + +qual ti negasse il vin de la sua fiala + per la tua sete, in liberta` non fora + se non com'acqua ch'al mar non si cala. + +Tu vuo' saper di quai piante s'infiora + questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia + la bella donna ch'al ciel t'avvalora. + +Io fui de li agni de la santa greggia + che Domenico mena per cammino + u' ben s'impingua se non si vaneggia. + +Questi che m'e` a destra piu` vicino, + frate e maestro fummi, ed esso Alberto + e` di Cologna, e io Thomas d'Aquino. + +Se si` di tutti li altri esser vuo' certo, + di retro al mio parlar ten vien col viso + girando su per lo beato serto. + +Quell'altro fiammeggiare esce del riso + di Grazian, che l'uno e l'altro foro + aiuto` si` che piace in paradiso. + +L'altro ch'appresso addorna il nostro coro, + quel Pietro fu che con la poverella + offerse a Santa Chiesa suo tesoro. + +La quinta luce, ch'e` tra noi piu` bella, + spira di tal amor, che tutto 'l mondo + la` giu` ne gola di saper novella: + +entro v'e` l'alta mente u' si` profondo + saver fu messo, che, se 'l vero e` vero + a veder tanto non surse il secondo. + +Appresso vedi il lume di quel cero + che giu` in carne piu` a dentro vide + l'angelica natura e 'l ministero. + +Ne l'altra piccioletta luce ride + quello avvocato de' tempi cristiani + del cui latino Augustin si provide. + +Or se tu l'occhio de la mente trani + di luce in luce dietro a le mie lode, + gia` de l'ottava con sete rimani. + +Per vedere ogni ben dentro vi gode + l'anima santa che 'l mondo fallace + fa manifesto a chi di lei ben ode. + +Lo corpo ond'ella fu cacciata giace + giuso in Cieldauro; ed essa da martiro + e da essilio venne a questa pace. + +Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro + d'Isidoro, di Beda e di Riccardo, + che a considerar fu piu` che viro. + +Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, + e` 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri + gravi a morir li parve venir tardo: + +essa e` la luce etterna di Sigieri, + che, leggendo nel Vico de li Strami, + silogizzo` invidiosi veri>>. + +Indi, come orologio che ne chiami + ne l'ora che la sposa di Dio surge + a mattinar lo sposo perche' l'ami, + +che l'una parte e l'altra tira e urge, + tin tin sonando con si` dolce nota, + che 'l ben disposto spirto d'amor turge; + +cosi` vid'io la gloriosa rota + muoversi e render voce a voce in tempra + e in dolcezza ch'esser non po` nota + +se non cola` dove gioir s'insempra. + + + +Paradiso: Canto XI + + +O insensata cura de' mortali, + quanto son difettivi silogismi + quei che ti fanno in basso batter l'ali! + +Chi dietro a iura, e chi ad amforismi + sen giva, e chi seguendo sacerdozio, + e chi regnar per forza o per sofismi, + +e chi rubare, e chi civil negozio, + chi nel diletto de la carne involto + s'affaticava e chi si dava a l'ozio, + +quando, da tutte queste cose sciolto, + con Beatrice m'era suso in cielo + cotanto gloriosamente accolto. + +Poi che ciascuno fu tornato ne lo + punto del cerchio in che avanti s'era, + fermossi, come a candellier candelo. + +E io senti' dentro a quella lumera + che pria m'avea parlato, sorridendo + incominciar, faccendosi piu` mera: + +<<Cosi` com'io del suo raggio resplendo, + si`, riguardando ne la luce etterna, + li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. + +Tu dubbi, e hai voler che si ricerna + in si` aperta e 'n si` distesa lingua + lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna, + +ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua", + e la` u' dissi "Non nacque il secondo"; + e qui e` uopo che ben si distingua. + +La provedenza, che governa il mondo + con quel consiglio nel quale ogne aspetto + creato e` vinto pria che vada al fondo, + +pero` che andasse ver' lo suo diletto + la sposa di colui ch'ad alte grida + disposo` lei col sangue benedetto, + +in se' sicura e anche a lui piu` fida, + due principi ordino` in suo favore, + che quinci e quindi le fosser per guida. + +L'un fu tutto serafico in ardore; + l'altro per sapienza in terra fue + di cherubica luce uno splendore. + +De l'un diro`, pero` che d'amendue + si dice l'un pregiando, qual ch'om prende, + perch'ad un fine fur l'opere sue. + +Intra Tupino e l'acqua che discende + del colle eletto dal beato Ubaldo, + fertile costa d'alto monte pende, + +onde Perugia sente freddo e caldo + da Porta Sole; e di rietro le piange + per grave giogo Nocera con Gualdo. + +Di questa costa, la` dov'ella frange + piu` sua rattezza, nacque al mondo un sole, + come fa questo tal volta di Gange. + +Pero` chi d'esso loco fa parole, + non dica Ascesi, che' direbbe corto, + ma Oriente, se proprio dir vuole. + +Non era ancor molto lontan da l'orto, + ch'el comincio` a far sentir la terra + de la sua gran virtute alcun conforto; + +che' per tal donna, giovinetto, in guerra + del padre corse, a cui, come a la morte, + la porta del piacer nessun diserra; + +e dinanzi a la sua spirital corte + et coram patre le si fece unito; + poscia di di` in di` l'amo` piu` forte. + +Questa, privata del primo marito, + millecent'anni e piu` dispetta e scura + fino a costui si stette sanza invito; + +ne' valse udir che la trovo` sicura + con Amiclate, al suon de la sua voce, + colui ch'a tutto 'l mondo fe' paura; + +ne' valse esser costante ne' feroce, + si` che, dove Maria rimase giuso, + ella con Cristo pianse in su la croce. + +Ma perch'io non proceda troppo chiuso, + Francesco e Poverta` per questi amanti + prendi oramai nel mio parlar diffuso. + +La lor concordia e i lor lieti sembianti, + amore e maraviglia e dolce sguardo + facieno esser cagion di pensier santi; + +tanto che 'l venerabile Bernardo + si scalzo` prima, e dietro a tanta pace + corse e, correndo, li parve esser tardo. + +Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! + Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro + dietro a lo sposo, si` la sposa piace. + +Indi sen va quel padre e quel maestro + con la sua donna e con quella famiglia + che gia` legava l'umile capestro. + +Ne' li gravo` vilta` di cuor le ciglia + per esser fi' di Pietro Bernardone, + ne' per parer dispetto a maraviglia; + +ma regalmente sua dura intenzione + ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe + primo sigillo a sua religione. + +Poi che la gente poverella crebbe + dietro a costui, la cui mirabil vita + meglio in gloria del ciel si canterebbe, + +di seconda corona redimita + fu per Onorio da l'Etterno Spiro + la santa voglia d'esto archimandrita. + +E poi che, per la sete del martiro, + ne la presenza del Soldan superba + predico` Cristo e li altri che 'l seguiro, + +e per trovare a conversione acerba + troppo la gente e per non stare indarno, + redissi al frutto de l'italica erba, + +nel crudo sasso intra Tevero e Arno + da Cristo prese l'ultimo sigillo, + che le sue membra due anni portarno. + +Quando a colui ch'a tanto ben sortillo + piacque di trarlo suso a la mercede + ch'el merito` nel suo farsi pusillo, + +a' frati suoi, si` com'a giuste rede, + raccomando` la donna sua piu` cara, + e comando` che l'amassero a fede; + +e del suo grembo l'anima preclara + mover si volle, tornando al suo regno, + e al suo corpo non volle altra bara. + +Pensa oramai qual fu colui che degno + collega fu a mantener la barca + di Pietro in alto mar per dritto segno; + +e questo fu il nostro patriarca; + per che qual segue lui, com'el comanda, + discerner puoi che buone merce carca. + +Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda + e` fatto ghiotto, si` ch'esser non puote + che per diversi salti non si spanda; + +e quanto le sue pecore remote + e vagabunde piu` da esso vanno, + piu` tornano a l'ovil di latte vote. + +Ben son di quelle che temono 'l danno + e stringonsi al pastor; ma son si` poche, + che le cappe fornisce poco panno. + +Or, se le mie parole non son fioche, + se la tua audienza e` stata attenta, + se cio` ch'e` detto a la mente revoche, + +in parte fia la tua voglia contenta, + perche' vedrai la pianta onde si scheggia, + e vedra' il corregger che argomenta + +"U' ben s'impingua, se non si vaneggia">>. + + + +Paradiso: Canto XII + + +Si` tosto come l'ultima parola + la benedetta fiamma per dir tolse, + a rotar comincio` la santa mola; + +e nel suo giro tutta non si volse + prima ch'un'altra di cerchio la chiuse, + e moto a moto e canto a canto colse; + +canto che tanto vince nostre muse, + nostre serene in quelle dolci tube, + quanto primo splendor quel ch'e' refuse. + +Come si volgon per tenera nube + due archi paralelli e concolori, + quando Iunone a sua ancella iube, + +nascendo di quel d'entro quel di fori, + a guisa del parlar di quella vaga + ch'amor consunse come sol vapori; + +e fanno qui la gente esser presaga, + per lo patto che Dio con Noe` puose, + del mondo che gia` mai piu` non s'allaga: + +cosi` di quelle sempiterne rose + volgiensi circa noi le due ghirlande, + e si` l'estrema a l'intima rispuose. + +Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande, + si` del cantare e si` del fiammeggiarsi + luce con luce gaudiose e blande, + +insieme a punto e a voler quetarsi, + pur come li occhi ch'al piacer che i move + conviene insieme chiudere e levarsi; + +del cor de l'una de le luci nove + si mosse voce, che l'ago a la stella + parer mi fece in volgermi al suo dove; + +e comincio`: <<L'amor che mi fa bella + mi tragge a ragionar de l'altro duca + per cui del mio si` ben ci si favella. + +Degno e` che, dov'e` l'un, l'altro s'induca: + si` che, com'elli ad una militaro, + cosi` la gloria loro insieme luca. + +L'essercito di Cristo, che si` caro + costo` a riarmar, dietro a la 'nsegna + si movea tardo, sospeccioso e raro, + +quando lo 'mperador che sempre regna + provide a la milizia, ch'era in forse, + per sola grazia, non per esser degna; + +e, come e` detto, a sua sposa soccorse + con due campioni, al cui fare, al cui dire + lo popol disviato si raccorse. + +In quella parte ove surge ad aprire + Zefiro dolce le novelle fronde + di che si vede Europa rivestire, + +non molto lungi al percuoter de l'onde + dietro a le quali, per la lunga foga, + lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, + +siede la fortunata Calaroga + sotto la protezion del grande scudo + in che soggiace il leone e soggioga: + +dentro vi nacque l'amoroso drudo + de la fede cristiana, il santo atleta + benigno a' suoi e a' nemici crudo; + +e come fu creata, fu repleta + si` la sua mente di viva vertute, + che, ne la madre, lei fece profeta. + +Poi che le sponsalizie fuor compiute + al sacro fonte intra lui e la Fede, + u' si dotar di mutua salute, + +la donna che per lui l'assenso diede, + vide nel sonno il mirabile frutto + ch'uscir dovea di lui e de le rede; + +e perche' fosse qual era in costrutto, + quinci si mosse spirito a nomarlo + del possessivo di cui era tutto. + +Domenico fu detto; e io ne parlo + si` come de l'agricola che Cristo + elesse a l'orto suo per aiutarlo. + +Ben parve messo e famigliar di Cristo: + che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto, + fu al primo consiglio che die` Cristo. + +Spesse fiate fu tacito e desto + trovato in terra da la sua nutrice, + come dicesse: 'Io son venuto a questo'. + +Oh padre suo veramente Felice! + oh madre sua veramente Giovanna, + se, interpretata, val come si dice! + +Non per lo mondo, per cui mo s'affanna + di retro ad Ostiense e a Taddeo, + ma per amor de la verace manna + +in picciol tempo gran dottor si feo; + tal che si mise a circuir la vigna + che tosto imbianca, se 'l vignaio e` reo. + +E a la sedia che fu gia` benigna + piu` a' poveri giusti, non per lei, + ma per colui che siede, che traligna, + +non dispensare o due o tre per sei, + non la fortuna di prima vacante, + non decimas, quae sunt pauperum Dei, + +addimando`, ma contro al mondo errante + licenza di combatter per lo seme + del qual ti fascian ventiquattro piante. + +Poi, con dottrina e con volere insieme, + con l'officio appostolico si mosse + quasi torrente ch'alta vena preme; + +e ne li sterpi eretici percosse + l'impeto suo, piu` vivamente quivi + dove le resistenze eran piu` grosse. + +Di lui si fecer poi diversi rivi + onde l'orto catolico si riga, + si` che i suoi arbuscelli stan piu` vivi. + +Se tal fu l'una rota de la biga + in che la Santa Chiesa si difese + e vinse in campo la sua civil briga, + +ben ti dovrebbe assai esser palese + l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma + dinanzi al mio venir fu si` cortese. + +Ma l'orbita che fe' la parte somma + di sua circunferenza, e` derelitta, + si` ch'e` la muffa dov'era la gromma. + +La sua famiglia, che si mosse dritta + coi piedi a le sue orme, e` tanto volta, + che quel dinanzi a quel di retro gitta; + +e tosto si vedra` de la ricolta + de la mala coltura, quando il loglio + si lagnera` che l'arca li sia tolta. + +Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio + nostro volume, ancor troveria carta + u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio"; + +ma non fia da Casal ne' d'Acquasparta, + la` onde vegnon tali a la scrittura, + ch'uno la fugge e altro la coarta. + +Io son la vita di Bonaventura + da Bagnoregio, che ne' grandi offici + sempre pospuosi la sinistra cura. + +Illuminato e Augustin son quici, + che fuor de' primi scalzi poverelli + che nel capestro a Dio si fero amici. + +Ugo da San Vittore e` qui con elli, + e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, + lo qual giu` luce in dodici libelli; + +Natan profeta e 'l metropolitano + Crisostomo e Anselmo e quel Donato + ch'a la prim'arte degno` porre mano. + +Rabano e` qui, e lucemi dallato + il calavrese abate Giovacchino, + di spirito profetico dotato. + +Ad inveggiar cotanto paladino + mi mosse l'infiammata cortesia + di fra Tommaso e 'l discreto latino; + +e mosse meco questa compagnia>>. + + + +Paradiso: Canto XIII + + +Imagini, chi bene intender cupe + quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image, + mentre ch'io dico, come ferma rupe -, + +quindici stelle che 'n diverse plage + lo ciel avvivan di tanto sereno + che soperchia de l'aere ogne compage; + +imagini quel carro a cu' il seno + basta del nostro cielo e notte e giorno, + si` ch'al volger del temo non vien meno; + +imagini la bocca di quel corno + che si comincia in punta de lo stelo + a cui la prima rota va dintorno, + +aver fatto di se' due segni in cielo, + qual fece la figliuola di Minoi + allora che senti` di morte il gelo; + +e l'un ne l'altro aver li raggi suoi, + e amendue girarsi per maniera + che l'uno andasse al primo e l'altro al poi; + +e avra` quasi l'ombra de la vera + costellazione e de la doppia danza + che circulava il punto dov'io era: + +poi ch'e` tanto di la` da nostra usanza, + quanto di la` dal mover de la Chiana + si move il ciel che tutti li altri avanza. + +Li` si canto` non Bacco, non Peana, + ma tre persone in divina natura, + e in una persona essa e l'umana. + +Compie' 'l cantare e 'l volger sua misura; + e attesersi a noi quei santi lumi, + felicitando se' di cura in cura. + +Ruppe il silenzio ne' concordi numi + poscia la luce in che mirabil vita + del poverel di Dio narrata fumi, + +e disse: <<Quando l'una paglia e` trita, + quando la sua semenza e` gia` riposta, + a batter l'altra dolce amor m'invita. + +Tu credi che nel petto onde la costa + si trasse per formar la bella guancia + il cui palato a tutto 'l mondo costa, + +e in quel che, forato da la lancia, + e prima e poscia tanto sodisfece, + che d'ogne colpa vince la bilancia, + +quantunque a la natura umana lece + aver di lume, tutto fosse infuso + da quel valor che l'uno e l'altro fece; + +e pero` miri a cio` ch'io dissi suso, + quando narrai che non ebbe 'l secondo + lo ben che ne la quinta luce e` chiuso. + +Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo, + e vedrai il tuo credere e 'l mio dire + nel vero farsi come centro in tondo. + +Cio` che non more e cio` che puo` morire + non e` se non splendor di quella idea + che partorisce, amando, il nostro Sire; + +che' quella viva luce che si` mea + dal suo lucente, che non si disuna + da lui ne' da l'amor ch'a lor s'intrea, + +per sua bontate il suo raggiare aduna, + quasi specchiato, in nove sussistenze, + etternalmente rimanendosi una. + +Quindi discende a l'ultime potenze + giu` d'atto in atto, tanto divenendo, + che piu` non fa che brevi contingenze; + +e queste contingenze essere intendo + le cose generate, che produce + con seme e sanza seme il ciel movendo. + +La cera di costoro e chi la duce + non sta d'un modo; e pero` sotto 'l segno + ideale poi piu` e men traluce. + +Ond'elli avvien ch'un medesimo legno, + secondo specie, meglio e peggio frutta; + e voi nascete con diverso ingegno. + +Se fosse a punto la cera dedutta + e fosse il cielo in sua virtu` supprema, + la luce del suggel parrebbe tutta; + +ma la natura la da` sempre scema, + similemente operando a l'artista + ch'a l'abito de l'arte ha man che trema. + +Pero` se 'l caldo amor la chiara vista + de la prima virtu` dispone e segna, + tutta la perfezion quivi s'acquista. + +Cosi` fu fatta gia` la terra degna + di tutta l'animal perfezione; + cosi` fu fatta la Vergine pregna; + +si` ch'io commendo tua oppinione, + che l'umana natura mai non fue + ne' fia qual fu in quelle due persone. + +Or s'i' non procedesse avanti piue, + 'Dunque, come costui fu sanza pare?' + comincerebber le parole tue. + +Ma perche' paia ben cio` che non pare, + pensa chi era, e la cagion che 'l mosse, + quando fu detto "Chiedi", a dimandare. + +Non ho parlato si`, che tu non posse + ben veder ch'el fu re, che chiese senno + accio` che re sufficiente fosse; + +non per sapere il numero in che enno + li motor di qua su`, o se necesse + con contingente mai necesse fenno; + +non si est dare primum motum esse, + o se del mezzo cerchio far si puote + triangol si` ch'un retto non avesse. + +Onde, se cio` ch'io dissi e questo note, + regal prudenza e` quel vedere impari + in che lo stral di mia intenzion percuote; + +e se al "surse" drizzi li occhi chiari, + vedrai aver solamente respetto + ai regi, che son molti, e ' buon son rari. + +Con questa distinzion prendi 'l mio detto; + e cosi` puote star con quel che credi + del primo padre e del nostro Diletto. + +E questo ti sia sempre piombo a' piedi, + per farti mover lento com'uom lasso + e al si` e al no che tu non vedi: + +che' quelli e` tra li stolti bene a basso, + che sanza distinzione afferma e nega + ne l'un cosi` come ne l'altro passo; + +perch'elli 'ncontra che piu` volte piega + l'oppinion corrente in falsa parte, + e poi l'affetto l'intelletto lega. + +Vie piu` che 'ndarno da riva si parte, + perche' non torna tal qual e' si move, + chi pesca per lo vero e non ha l'arte. + +E di cio` sono al mondo aperte prove + Parmenide, Melisso e Brisso e molti, + li quali andaro e non sapean dove; + +si` fe' Sabellio e Arrio e quelli stolti + che furon come spade a le Scritture + in render torti li diritti volti. + +Non sien le genti, ancor, troppo sicure + a giudicar, si` come quei che stima + le biade in campo pria che sien mature; + +ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima + lo prun mostrarsi rigido e feroce; + poscia portar la rosa in su la cima; + +e legno vidi gia` dritto e veloce + correr lo mar per tutto suo cammino, + perire al fine a l'intrar de la foce. + +Non creda donna Berta e ser Martino, + per vedere un furare, altro offerere, + vederli dentro al consiglio divino; + +che' quel puo` surgere, e quel puo` cadere>>. + + + +Paradiso: Canto XIV + + +Dal centro al cerchio, e si` dal cerchio al centro + movesi l'acqua in un ritondo vaso, + secondo ch'e` percosso fuori o dentro: + +ne la mia mente fe' subito caso + questo ch'io dico, si` come si tacque + la gloriosa vita di Tommaso, + +per la similitudine che nacque + del suo parlare e di quel di Beatrice, + a cui si` cominciar, dopo lui, piacque: + +<<A costui fa mestieri, e nol vi dice + ne' con la voce ne' pensando ancora, + d'un altro vero andare a la radice. + +Diteli se la luce onde s'infiora + vostra sustanza, rimarra` con voi + etternalmente si` com'ell'e` ora; + +e se rimane, dite come, poi + che sarete visibili rifatti, + esser pora` ch'al veder non vi noi>>. + +Come, da piu` letizia pinti e tratti, + a la fiata quei che vanno a rota + levan la voce e rallegrano li atti, + +cosi`, a l'orazion pronta e divota, + li santi cerchi mostrar nova gioia + nel torneare e ne la mira nota. + +Qual si lamenta perche' qui si moia + per viver cola` su`, non vide quive + lo refrigerio de l'etterna ploia. + +Quell'uno e due e tre che sempre vive + e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno, + non circunscritto, e tutto circunscrive, + +tre volte era cantato da ciascuno + di quelli spirti con tal melodia, + ch'ad ogne merto saria giusto muno. + +E io udi' ne la luce piu` dia + del minor cerchio una voce modesta, + forse qual fu da l'angelo a Maria, + +risponder: <<Quanto fia lunga la festa + di paradiso, tanto il nostro amore + si raggera` dintorno cotal vesta. + +La sua chiarezza seguita l'ardore; + l'ardor la visione, e quella e` tanta, + quant'ha di grazia sovra suo valore. + +Come la carne gloriosa e santa + fia rivestita, la nostra persona + piu` grata fia per esser tutta quanta; + +per che s'accrescera` cio` che ne dona + di gratuito lume il sommo bene, + lume ch'a lui veder ne condiziona; + +onde la vision crescer convene, + crescer l'ardor che di quella s'accende, + crescer lo raggio che da esso vene. + +Ma si` come carbon che fiamma rende, + e per vivo candor quella soverchia, + si` che la sua parvenza si difende; + +cosi` questo folgor che gia` ne cerchia + fia vinto in apparenza da la carne + che tutto di` la terra ricoperchia; + +ne' potra` tanta luce affaticarne: + che' li organi del corpo saran forti + a tutto cio` che potra` dilettarne>>. + +Tanto mi parver subiti e accorti + e l'uno e l'altro coro a dicer <<Amme!>>, + che ben mostrar disio d'i corpi morti: + +forse non pur per lor, ma per le mamme, + per li padri e per li altri che fuor cari + anzi che fosser sempiterne fiamme. + +Ed ecco intorno, di chiarezza pari, + nascere un lustro sopra quel che v'era, + per guisa d'orizzonte che rischiari. + +E si` come al salir di prima sera + comincian per lo ciel nove parvenze, + si` che la vista pare e non par vera, + +parvemi li` novelle sussistenze + cominciare a vedere, e fare un giro + di fuor da l'altre due circunferenze. + +Oh vero sfavillar del Santo Spiro! + come si fece subito e candente + a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! + +Ma Beatrice si` bella e ridente + mi si mostro`, che tra quelle vedute + si vuol lasciar che non seguir la mente. + +Quindi ripreser li occhi miei virtute + a rilevarsi; e vidimi translato + sol con mia donna in piu` alta salute. + +Ben m'accors'io ch'io era piu` levato, + per l'affocato riso de la stella, + che mi parea piu` roggio che l'usato. + +Con tutto 'l core e con quella favella + ch'e` una in tutti, a Dio feci olocausto, + qual conveniesi a la grazia novella. + +E non er'anco del mio petto essausto + l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi + esso litare stato accetto e fausto; + +che' con tanto lucore e tanto robbi + m'apparvero splendor dentro a due raggi, + ch'io dissi: <<O Elios che si` li addobbi!>>. + +Come distinta da minori e maggi + lumi biancheggia tra ' poli del mondo + Galassia si`, che fa dubbiar ben saggi; + +si` costellati facean nel profondo + Marte quei raggi il venerabil segno + che fan giunture di quadranti in tondo. + +Qui vince la memoria mia lo 'ngegno; + che' quella croce lampeggiava Cristo, + si` ch'io non so trovare essempro degno; + +ma chi prende sua croce e segue Cristo, + ancor mi scusera` di quel ch'io lasso, + vedendo in quell'albor balenar Cristo. + +Di corno in corno e tra la cima e 'l basso + si movien lumi, scintillando forte + nel congiugnersi insieme e nel trapasso: + +cosi` si veggion qui diritte e torte, + veloci e tarde, rinovando vista, + le minuzie d'i corpi, lunghe e corte, + +moversi per lo raggio onde si lista + talvolta l'ombra che, per sua difesa, + la gente con ingegno e arte acquista. + +E come giga e arpa, in tempra tesa + di molte corde, fa dolce tintinno + a tal da cui la nota non e` intesa, + +cosi` da' lumi che li` m'apparinno + s'accogliea per la croce una melode + che mi rapiva, sanza intender l'inno. + +Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode, + pero` ch'a me venia <<Resurgi>> e <<Vinci>> + come a colui che non intende e ode. + +Io m'innamorava tanto quinci, + che 'nfino a li` non fu alcuna cosa + che mi legasse con si` dolci vinci. + +Forse la mia parola par troppo osa, + posponendo il piacer de li occhi belli, + ne' quai mirando mio disio ha posa; + +ma chi s'avvede che i vivi suggelli + d'ogne bellezza piu` fanno piu` suso, + e ch'io non m'era li` rivolto a quelli, + +escusar puommi di quel ch'io m'accuso + per escusarmi, e vedermi dir vero: + che' 'l piacer santo non e` qui dischiuso, + +perche' si fa, montando, piu` sincero. + + + +Paradiso: Canto XV + + +Benigna volontade in che si liqua + sempre l'amor che drittamente spira, + come cupidita` fa ne la iniqua, + +silenzio puose a quella dolce lira, + e fece quietar le sante corde + che la destra del cielo allenta e tira. + +Come saranno a' giusti preghi sorde + quelle sustanze che, per darmi voglia + ch'io le pregassi, a tacer fur concorde? + +Bene e` che sanza termine si doglia + chi, per amor di cosa che non duri, + etternalmente quello amor si spoglia. + +Quale per li seren tranquilli e puri + discorre ad ora ad or subito foco, + movendo li occhi che stavan sicuri, + +e pare stella che tramuti loco, + se non che da la parte ond'e' s'accende + nulla sen perde, ed esso dura poco: + +tale dal corno che 'n destro si stende + a pie` di quella croce corse un astro + de la costellazion che li` resplende; + +ne' si parti` la gemma dal suo nastro, + ma per la lista radial trascorse, + che parve foco dietro ad alabastro. + +Si` pia l'ombra d'Anchise si porse, + se fede merta nostra maggior musa, + quando in Eliso del figlio s'accorse. + +<<O sanguis meus, o superinfusa + gratia Dei, sicut tibi cui + bis unquam celi ianua reclusa?>>. + +Cosi` quel lume: ond'io m'attesi a lui; + poscia rivolsi a la mia donna il viso, + e quinci e quindi stupefatto fui; + +che' dentro a li occhi suoi ardeva un riso + tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo + de la mia gloria e del mio paradiso. + +Indi, a udire e a veder giocondo, + giunse lo spirto al suo principio cose, + ch'io non lo 'ntesi, si` parlo` profondo; + +ne' per elezion mi si nascose, + ma per necessita`, che' 'l suo concetto + al segno d'i mortal si soprapuose. + +E quando l'arco de l'ardente affetto + fu si` sfogato, che 'l parlar discese + inver' lo segno del nostro intelletto, + +la prima cosa che per me s'intese, + <<Benedetto sia tu>>, fu, <<trino e uno, + che nel mio seme se' tanto cortese!>>. + +E segui`: <<Grato e lontano digiuno, + tratto leggendo del magno volume + du' non si muta mai bianco ne' bruno, + +solvuto hai, figlio, dentro a questo lume + in ch'io ti parlo, merce` di colei + ch'a l'alto volo ti vesti` le piume. + +Tu credi che a me tuo pensier mei + da quel ch'e` primo, cosi` come raia + da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei; + +e pero` ch'io mi sia e perch'io paia + piu` gaudioso a te, non mi domandi, + che alcun altro in questa turba gaia. + +Tu credi 'l vero; che' i minori e ' grandi + di questa vita miran ne lo speglio + in che, prima che pensi, il pensier pandi; + +ma perche' 'l sacro amore in che io veglio + con perpetua vista e che m'asseta + di dolce disiar, s'adempia meglio, + +la voce tua sicura, balda e lieta + suoni la volonta`, suoni 'l disio, + a che la mia risposta e` gia` decreta!>>. + +Io mi volsi a Beatrice, e quella udio + pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno + che fece crescer l'ali al voler mio. + +Poi cominciai cosi`: <<L'affetto e 'l senno, + come la prima equalita` v'apparse, + d'un peso per ciascun di voi si fenno, + +pero` che 'l sol che v'allumo` e arse, + col caldo e con la luce e` si` iguali, + che tutte simiglianze sono scarse. + +Ma voglia e argomento ne' mortali, + per la cagion ch'a voi e` manifesta, + diversamente son pennuti in ali; + +ond'io, che son mortal, mi sento in questa + disagguaglianza, e pero` non ringrazio + se non col core a la paterna festa. + +Ben supplico io a te, vivo topazio + che questa gioia preziosa ingemmi, + perche' mi facci del tuo nome sazio>>. + +<<O fronda mia in che io compiacemmi + pur aspettando, io fui la tua radice>>: + cotal principio, rispondendo, femmi. + +Poscia mi disse: <<Quel da cui si dice + tua cognazione e che cent'anni e piue + girato ha 'l monte in la prima cornice, + +mio figlio fu e tuo bisavol fue: + ben si convien che la lunga fatica + tu li raccorci con l'opere tue. + +Fiorenza dentro da la cerchia antica, + ond'ella toglie ancora e terza e nona, + si stava in pace, sobria e pudica. + +Non avea catenella, non corona, + non gonne contigiate, non cintura + che fosse a veder piu` che la persona. + +Non faceva, nascendo, ancor paura + la figlia al padre, che 'l tempo e la dote + non fuggien quinci e quindi la misura. + +Non avea case di famiglia vote; + non v'era giunto ancor Sardanapalo + a mostrar cio` che 'n camera si puote. + +Non era vinto ancora Montemalo + dal vostro Uccellatoio, che, com'e` vinto + nel montar su`, cosi` sara` nel calo. + +Bellincion Berti vid'io andar cinto + di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio + la donna sua sanza 'l viso dipinto; + +e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio + esser contenti a la pelle scoperta, + e le sue donne al fuso e al pennecchio. + +Oh fortunate! ciascuna era certa + de la sua sepultura, e ancor nulla + era per Francia nel letto diserta. + +L'una vegghiava a studio de la culla, + e, consolando, usava l'idioma + che prima i padri e le madri trastulla; + +l'altra, traendo a la rocca la chioma, + favoleggiava con la sua famiglia + d'i Troiani, di Fiesole e di Roma. + +Saria tenuta allor tal maraviglia + una Cianghella, un Lapo Salterello, + qual or saria Cincinnato e Corniglia. + +A cosi` riposato, a cosi` bello + viver di cittadini, a cosi` fida + cittadinanza, a cosi` dolce ostello, + +Maria mi die`, chiamata in alte grida; + e ne l'antico vostro Batisteo + insieme fui cristiano e Cacciaguida. + +Moronto fu mio frate ed Eliseo; + mia donna venne a me di val di Pado, + e quindi il sopranome tuo si feo. + +Poi seguitai lo 'mperador Currado; + ed el mi cinse de la sua milizia, + tanto per bene ovrar li venni in grado. + +Dietro li andai incontro a la nequizia + di quella legge il cui popolo usurpa, + per colpa d'i pastor, vostra giustizia. + +Quivi fu' io da quella gente turpa + disviluppato dal mondo fallace, + lo cui amor molt'anime deturpa; + +e venni dal martiro a questa pace>>. + + + +Paradiso: Canto XVI + + +O poca nostra nobilta` di sangue, + se gloriar di te la gente fai + qua giu` dove l'affetto nostro langue, + +mirabil cosa non mi sara` mai: + che' la` dove appetito non si torce, + dico nel cielo, io me ne gloriai. + +Ben se' tu manto che tosto raccorce: + si` che, se non s'appon di di` in die, + lo tempo va dintorno con le force. + +Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie, + in che la sua famiglia men persevra, + ricominciaron le parole mie; + +onde Beatrice, ch'era un poco scevra, + ridendo, parve quella che tossio + al primo fallo scritto di Ginevra. + +Io cominciai: <<Voi siete il padre mio; + voi mi date a parlar tutta baldezza; + voi mi levate si`, ch'i' son piu` ch'io. + +Per tanti rivi s'empie d'allegrezza + la mente mia, che di se' fa letizia + perche' puo` sostener che non si spezza. + +Ditemi dunque, cara mia primizia, + quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni + che si segnaro in vostra puerizia; + +ditemi de l'ovil di San Giovanni + quanto era allora, e chi eran le genti + tra esso degne di piu` alti scanni>>. + +Come s'avviva a lo spirar d'i venti + carbone in fiamma, cosi` vid'io quella + luce risplendere a' miei blandimenti; + +e come a li occhi miei si fe' piu` bella, + cosi` con voce piu` dolce e soave, + ma non con questa moderna favella, + +dissemi: <<Da quel di` che fu detto 'Ave' + al parto in che mia madre, ch'e` or santa, + s'allevio` di me ond'era grave, + +al suo Leon cinquecento cinquanta + e trenta fiate venne questo foco + a rinfiammarsi sotto la sua pianta. + +Li antichi miei e io nacqui nel loco + dove si truova pria l'ultimo sesto + da quei che corre il vostro annual gioco. + +Basti d'i miei maggiori udirne questo: + chi ei si fosser e onde venner quivi, + piu` e` tacer che ragionare onesto. + +Tutti color ch'a quel tempo eran ivi + da poter arme tra Marte e 'l Batista, + eran il quinto di quei ch'or son vivi. + +Ma la cittadinanza, ch'e` or mista + di Campi, di Certaldo e di Fegghine, + pura vediesi ne l'ultimo artista. + +Oh quanto fora meglio esser vicine + quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo + e a Trespiano aver vostro confine, + +che averle dentro e sostener lo puzzo + del villan d'Aguglion, di quel da Signa, + che gia` per barattare ha l'occhio aguzzo! + +Se la gente ch'al mondo piu` traligna + non fosse stata a Cesare noverca, + ma come madre a suo figlio benigna, + +tal fatto e` fiorentino e cambia e merca, + che si sarebbe volto a Simifonti, + la` dove andava l'avolo a la cerca; + +sariesi Montemurlo ancor de' Conti; + sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone, + e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. + +Sempre la confusion de le persone + principio fu del mal de la cittade, + come del vostro il cibo che s'appone; + +e cieco toro piu` avaccio cade + che cieco agnello; e molte volte taglia + piu` e meglio una che le cinque spade. + +Se tu riguardi Luni e Orbisaglia + come sono ite, e come se ne vanno + di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, + +udir come le schiatte si disfanno + non ti parra` nova cosa ne' forte, + poscia che le cittadi termine hanno. + +Le vostre cose tutte hanno lor morte, + si` come voi; ma celasi in alcuna + che dura molto, e le vite son corte. + +E come 'l volger del ciel de la luna + cuopre e discuopre i liti sanza posa, + cosi` fa di Fiorenza la Fortuna: + +per che non dee parer mirabil cosa + cio` ch'io diro` de li alti Fiorentini + onde e` la fama nel tempo nascosa. + +Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, + Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, + gia` nel calare, illustri cittadini; + +e vidi cosi` grandi come antichi, + con quel de la Sannella, quel de l'Arca, + e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. + +Sovra la porta ch'al presente e` carca + di nova fellonia di tanto peso + che tosto fia iattura de la barca, + +erano i Ravignani, ond'e` disceso + il conte Guido e qualunque del nome + de l'alto Bellincione ha poscia preso. + +Quel de la Pressa sapeva gia` come + regger si vuole, e avea Galigaio + dorata in casa sua gia` l'elsa e 'l pome. + +Grand'era gia` la colonna del Vaio, + Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci + e Galli e quei ch'arrossan per lo staio. + +Lo ceppo di che nacquero i Calfucci + era gia` grande, e gia` eran tratti + a le curule Sizii e Arrigucci. + +Oh quali io vidi quei che son disfatti + per lor superbia! e le palle de l'oro + fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti. + +Cosi` facieno i padri di coloro + che, sempre che la vostra chiesa vaca, + si fanno grassi stando a consistoro. + +L'oltracotata schiatta che s'indraca + dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente + o ver la borsa, com'agnel si placa, + +gia` venia su`, ma di picciola gente; + si` che non piacque ad Ubertin Donato + che poi il suocero il fe' lor parente. + +Gia` era 'l Caponsacco nel mercato + disceso giu` da Fiesole, e gia` era + buon cittadino Giuda e Infangato. + +Io diro` cosa incredibile e vera: + nel picciol cerchio s'entrava per porta + che si nomava da quei de la Pera. + +Ciascun che de la bella insegna porta + del gran barone il cui nome e 'l cui pregio + la festa di Tommaso riconforta, + +da esso ebbe milizia e privilegio; + avvegna che con popol si rauni + oggi colui che la fascia col fregio. + +Gia` eran Gualterotti e Importuni; + e ancor saria Borgo piu` quieto, + se di novi vicin fosser digiuni. + +La casa di che nacque il vostro fleto, + per lo giusto disdegno che v'ha morti, + e puose fine al vostro viver lieto, + +era onorata, essa e suoi consorti: + o Buondelmonte, quanto mal fuggisti + le nozze sue per li altrui conforti! + +Molti sarebber lieti, che son tristi, + se Dio t'avesse conceduto ad Ema + la prima volta ch'a citta` venisti. + +Ma conveniesi a quella pietra scema + che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse + vittima ne la sua pace postrema. + +Con queste genti, e con altre con esse, + vid'io Fiorenza in si` fatto riposo, + che non avea cagione onde piangesse: + +con queste genti vid'io glorioso + e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio + non era ad asta mai posto a ritroso, + +ne' per division fatto vermiglio>>. + + + +Paradiso: Canto XVII + + +Qual venne a Climene', per accertarsi + di cio` ch'avea incontro a se' udito, + quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi; + +tal era io, e tal era sentito + e da Beatrice e da la santa lampa + che pria per me avea mutato sito. + +Per che mia donna <<Manda fuor la vampa + del tuo disio>>, mi disse, <<si` ch'ella esca + segnata bene de la interna stampa; + +non perche' nostra conoscenza cresca + per tuo parlare, ma perche' t'ausi + a dir la sete, si` che l'uom ti mesca>>. + +<<O cara piota mia che si` t'insusi, + che, come veggion le terrene menti + non capere in triangol due ottusi, + +cosi` vedi le cose contingenti + anzi che sieno in se', mirando il punto + a cui tutti li tempi son presenti; + +mentre ch'io era a Virgilio congiunto + su per lo monte che l'anime cura + e discendendo nel mondo defunto, + +dette mi fuor di mia vita futura + parole gravi, avvegna ch'io mi senta + ben tetragono ai colpi di ventura; + +per che la voglia mia saria contenta + d'intender qual fortuna mi s'appressa; + che' saetta previsa vien piu` lenta>>. + +Cosi` diss'io a quella luce stessa + che pria m'avea parlato; e come volle + Beatrice, fu la mia voglia confessa. + +Ne' per ambage, in che la gente folle + gia` s'inviscava pria che fosse anciso + l'Agnel di Dio che le peccata tolle, + +ma per chiare parole e con preciso + latin rispuose quello amor paterno, + chiuso e parvente del suo proprio riso: + +<<La contingenza, che fuor del quaderno + de la vostra matera non si stende, + tutta e` dipinta nel cospetto etterno: + +necessita` pero` quindi non prende + se non come dal viso in che si specchia + nave che per torrente giu` discende. + +Da indi, si` come viene ad orecchia + dolce armonia da organo, mi viene + a vista il tempo che ti s'apparecchia. + +Qual si partio Ipolito d'Atene + per la spietata e perfida noverca, + tal di Fiorenza partir ti convene. + +Questo si vuole e questo gia` si cerca, + e tosto verra` fatto a chi cio` pensa + la` dove Cristo tutto di` si merca. + +La colpa seguira` la parte offensa + in grido, come suol; ma la vendetta + fia testimonio al ver che la dispensa. + +Tu lascerai ogne cosa diletta + piu` caramente; e questo e` quello strale + che l'arco de lo essilio pria saetta. + +Tu proverai si` come sa di sale + lo pane altrui, e come e` duro calle + lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. + +E quel che piu` ti gravera` le spalle, + sara` la compagnia malvagia e scempia + con la qual tu cadrai in questa valle; + +che tutta ingrata, tutta matta ed empia + si fara` contr'a te; ma, poco appresso, + ella, non tu, n'avra` rossa la tempia. + +Di sua bestialitate il suo processo + fara` la prova; si` ch'a te fia bello + averti fatta parte per te stesso. + +Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello + sara` la cortesia del gran Lombardo + che 'n su la scala porta il santo uccello; + +ch'in te avra` si` benigno riguardo, + che del fare e del chieder, tra voi due, + fia primo quel che tra li altri e` piu` tardo. + +Con lui vedrai colui che 'mpresso fue, + nascendo, si` da questa stella forte, + che notabili fier l'opere sue. + +Non se ne son le genti ancora accorte + per la novella eta`, che' pur nove anni + son queste rote intorno di lui torte; + +ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni, + parran faville de la sua virtute + in non curar d'argento ne' d'affanni. + +Le sue magnificenze conosciute + saranno ancora, si` che ' suoi nemici + non ne potran tener le lingue mute. + +A lui t'aspetta e a' suoi benefici; + per lui fia trasmutata molta gente, + cambiando condizion ricchi e mendici; + +e portera'ne scritto ne la mente + di lui, e nol dirai>>; e disse cose + incredibili a quei che fier presente. + +Poi giunse: <<Figlio, queste son le chiose + di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie + che dietro a pochi giri son nascose. + +Non vo' pero` ch'a' tuoi vicini invidie, + poscia che s'infutura la tua vita + vie piu` la` che 'l punir di lor perfidie>>. + +Poi che, tacendo, si mostro` spedita + l'anima santa di metter la trama + in quella tela ch'io le porsi ordita, + +io cominciai, come colui che brama, + dubitando, consiglio da persona + che vede e vuol dirittamente e ama: + +<<Ben veggio, padre mio, si` come sprona + lo tempo verso me, per colpo darmi + tal, ch'e` piu` grave a chi piu` s'abbandona; + +per che di provedenza e` buon ch'io m'armi, + si` che, se loco m'e` tolto piu` caro, + io non perdessi li altri per miei carmi. + +Giu` per lo mondo sanza fine amaro, + e per lo monte del cui bel cacume + li occhi de la mia donna mi levaro, + +e poscia per lo ciel, di lume in lume, + ho io appreso quel che s'io ridico, + a molti fia sapor di forte agrume; + +e s'io al vero son timido amico, + temo di perder viver tra coloro + che questo tempo chiameranno antico>>. + +La luce in che rideva il mio tesoro + ch'io trovai li`, si fe' prima corusca, + quale a raggio di sole specchio d'oro; + +indi rispuose: <<Coscienza fusca + o de la propria o de l'altrui vergogna + pur sentira` la tua parola brusca. + +Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, + tutta tua vision fa manifesta; + e lascia pur grattar dov'e` la rogna. + +Che' se la voce tua sara` molesta + nel primo gusto, vital nodrimento + lascera` poi, quando sara` digesta. + +Questo tuo grido fara` come vento, + che le piu` alte cime piu` percuote; + e cio` non fa d'onor poco argomento. + +Pero` ti son mostrate in queste rote, + nel monte e ne la valle dolorosa + pur l'anime che son di fama note, + +che l'animo di quel ch'ode, non posa + ne' ferma fede per essempro ch'aia + la sua radice incognita e ascosa, + +ne' per altro argomento che non paia>>. + + + +Paradiso: Canto XVIII + + +Gia` si godeva solo del suo verbo + quello specchio beato, e io gustava + lo mio, temprando col dolce l'acerbo; + +e quella donna ch'a Dio mi menava + disse: <<Muta pensier; pensa ch'i' sono + presso a colui ch'ogne torto disgrava>>. + +Io mi rivolsi a l'amoroso suono + del mio conforto; e qual io allor vidi + ne li occhi santi amor, qui l'abbandono: + +non perch'io pur del mio parlar diffidi, + ma per la mente che non puo` redire + sovra se' tanto, s'altri non la guidi. + +Tanto poss'io di quel punto ridire, + che, rimirando lei, lo mio affetto + libero fu da ogne altro disire, + +fin che 'l piacere etterno, che diretto + raggiava in Beatrice, dal bel viso + mi contentava col secondo aspetto. + +Vincendo me col lume d'un sorriso, + ella mi disse: <<Volgiti e ascolta; + che' non pur ne' miei occhi e` paradiso>>. + +Come si vede qui alcuna volta + l'affetto ne la vista, s'elli e` tanto, + che da lui sia tutta l'anima tolta, + +cosi` nel fiammeggiar del folgor santo, + a ch'io mi volsi, conobbi la voglia + in lui di ragionarmi ancora alquanto. + +El comincio`: <<In questa quinta soglia + de l'albero che vive de la cima + e frutta sempre e mai non perde foglia, + +spiriti son beati, che giu`, prima + che venissero al ciel, fuor di gran voce, + si` ch'ogne musa ne sarebbe opima. + +Pero` mira ne' corni de la croce: + quello ch'io nomero`, li` fara` l'atto + che fa in nube il suo foco veloce>>. + +Io vidi per la croce un lume tratto + dal nomar Iosue`, com'el si feo; + ne' mi fu noto il dir prima che 'l fatto. + +E al nome de l'alto Macabeo + vidi moversi un altro roteando, + e letizia era ferza del paleo. + +Cosi` per Carlo Magno e per Orlando + due ne segui` lo mio attento sguardo, + com'occhio segue suo falcon volando. + +Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo + e 'l duca Gottifredi la mia vista + per quella croce, e Ruberto Guiscardo. + +Indi, tra l'altre luci mota e mista, + mostrommi l'alma che m'avea parlato + qual era tra i cantor del cielo artista. + +Io mi rivolsi dal mio destro lato + per vedere in Beatrice il mio dovere, + o per parlare o per atto, segnato; + +e vidi le sue luci tanto mere, + tanto gioconde, che la sua sembianza + vinceva li altri e l'ultimo solere. + +E come, per sentir piu` dilettanza + bene operando, l'uom di giorno in giorno + s'accorge che la sua virtute avanza, + +si` m'accors'io che 'l mio girare intorno + col cielo insieme avea cresciuto l'arco, + veggendo quel miracol piu` addorno. + +E qual e` 'l trasmutare in picciol varco + di tempo in bianca donna, quando 'l volto + suo si discarchi di vergogna il carco, + +tal fu ne li occhi miei, quando fui volto, + per lo candor de la temprata stella + sesta, che dentro a se' m'avea ricolto. + +Io vidi in quella giovial facella + lo sfavillar de l'amor che li` era, + segnare a li occhi miei nostra favella. + +E come augelli surti di rivera, + quasi congratulando a lor pasture, + fanno di se' or tonda or altra schiera, + +si` dentro ai lumi sante creature + volitando cantavano, e faciensi + or D, or I, or L in sue figure. + +Prima, cantando, a sua nota moviensi; + poi, diventando l'un di questi segni, + un poco s'arrestavano e taciensi. + +O diva Pegasea che li 'ngegni + fai gloriosi e rendili longevi, + ed essi teco le cittadi e ' regni, + +illustrami di te, si` ch'io rilevi + le lor figure com'io l'ho concette: + paia tua possa in questi versi brevi! + +Mostrarsi dunque in cinque volte sette + vocali e consonanti; e io notai + le parti si`, come mi parver dette. + +'DILIGITE IUSTITIAM', primai + fur verbo e nome di tutto 'l dipinto; + 'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai. + +Poscia ne l'emme del vocabol quinto + rimasero ordinate; si` che Giove + pareva argento li` d'oro distinto. + +E vidi scendere altre luci dove + era il colmo de l'emme, e li` quetarsi + cantando, credo, il ben ch'a se' le move. + +Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi + surgono innumerabili faville, + onde li stolti sogliono agurarsi, + +resurger parver quindi piu` di mille + luci e salir, qual assai e qual poco, + si` come 'l sol che l'accende sortille; + +e quietata ciascuna in suo loco, + la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi + rappresentare a quel distinto foco. + +Quei che dipinge li`, non ha chi 'l guidi; + ma esso guida, e da lui si rammenta + quella virtu` ch'e` forma per li nidi. + +L'altra beatitudo, che contenta + pareva prima d'ingigliarsi a l'emme, + con poco moto seguito` la 'mprenta. + +O dolce stella, quali e quante gemme + mi dimostraro che nostra giustizia + effetto sia del ciel che tu ingemme! + +Per ch'io prego la mente in che s'inizia + tuo moto e tua virtute, che rimiri + ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia; + +si` ch'un'altra fiata omai s'adiri + del comperare e vender dentro al templo + che si muro` di segni e di martiri. + +O milizia del ciel cu' io contemplo, + adora per color che sono in terra + tutti sviati dietro al malo essemplo! + +Gia` si solea con le spade far guerra; + ma or si fa togliendo or qui or quivi + lo pan che 'l pio Padre a nessun serra. + +Ma tu che sol per cancellare scrivi, + pensa che Pietro e Paulo, che moriro + per la vigna che guasti, ancor son vivi. + +Ben puoi tu dire: <<I' ho fermo 'l disiro + si` a colui che volle viver solo + e che per salti fu tratto al martiro, + +ch'io non conosco il pescator ne' Polo>>. + + + +Paradiso: Canto XIX + + +Parea dinanzi a me con l'ali aperte + la bella image che nel dolce frui + liete facevan l'anime conserte; + +parea ciascuna rubinetto in cui + raggio di sole ardesse si` acceso, + che ne' miei occhi rifrangesse lui. + +E quel che mi convien ritrar testeso, + non porto` voce mai, ne' scrisse incostro, + ne' fu per fantasia gia` mai compreso; + +ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro, + e sonar ne la voce e <<io>> e <<mio>>, + quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'. + +E comincio`: <<Per esser giusto e pio + son io qui essaltato a quella gloria + che non si lascia vincere a disio; + +e in terra lasciai la mia memoria + si` fatta, che le genti li` malvage + commendan lei, ma non seguon la storia>>. + +Cosi` un sol calor di molte brage + si fa sentir, come di molti amori + usciva solo un suon di quella image. + +Ond'io appresso: <<O perpetui fiori + de l'etterna letizia, che pur uno + parer mi fate tutti vostri odori, + +solvetemi, spirando, il gran digiuno + che lungamente m'ha tenuto in fame, + non trovandoli in terra cibo alcuno. + +Ben so io che, se 'n cielo altro reame + la divina giustizia fa suo specchio, + che 'l vostro non l'apprende con velame. + +Sapete come attento io m'apparecchio + ad ascoltar; sapete qual e` quello + dubbio che m'e` digiun cotanto vecchio>>. + +Quasi falcone ch'esce del cappello, + move la testa e con l'ali si plaude, + voglia mostrando e faccendosi bello, + +vid'io farsi quel segno, che di laude + de la divina grazia era contesto, + con canti quai si sa chi la` su` gaude. + +Poi comincio`: <<Colui che volse il sesto + a lo stremo del mondo, e dentro ad esso + distinse tanto occulto e manifesto, + +non pote' suo valor si` fare impresso + in tutto l'universo, che 'l suo verbo + non rimanesse in infinito eccesso. + +E cio` fa certo che 'l primo superbo, + che fu la somma d'ogne creatura, + per non aspettar lume, cadde acerbo; + +e quinci appar ch'ogne minor natura + e` corto recettacolo a quel bene + che non ha fine e se' con se' misura. + +Dunque vostra veduta, che convene + esser alcun de' raggi de la mente + di che tutte le cose son ripiene, + +non po` da sua natura esser possente + tanto, che suo principio discerna + molto di la` da quel che l'e` parvente. + +Pero` ne la giustizia sempiterna + la vista che riceve il vostro mondo, + com'occhio per lo mare, entro s'interna; + +che, ben che da la proda veggia il fondo, + in pelago nol vede; e nondimeno + eli, ma cela lui l'esser profondo. + +Lume non e`, se non vien dal sereno + che non si turba mai; anzi e` tenebra + od ombra de la carne o suo veleno. + +Assai t'e` mo aperta la latebra + che t'ascondeva la giustizia viva, + di che facei question cotanto crebra; + +che' tu dicevi: "Un uom nasce a la riva + de l'Indo, e quivi non e` chi ragioni + di Cristo ne' chi legga ne' chi scriva; + +e tutti suoi voleri e atti buoni + sono, quanto ragione umana vede, + sanza peccato in vita o in sermoni. + +Muore non battezzato e sanza fede: + ov'e` questa giustizia che 'l condanna? + ov'e` la colpa sua, se ei non crede?" + +Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna, + per giudicar di lungi mille miglia + con la veduta corta d'una spanna? + +Certo a colui che meco s'assottiglia, + se la Scrittura sovra voi non fosse, + da dubitar sarebbe a maraviglia. + +Oh terreni animali! oh menti grosse! + La prima volonta`, ch'e` da se' buona, + da se', ch'e` sommo ben, mai non si mosse. + +Cotanto e` giusto quanto a lei consuona: + nullo creato bene a se' la tira, + ma essa, radiando, lui cagiona>>. + +Quale sovresso il nido si rigira + poi c'ha pasciuti la cicogna i figli, + e come quel ch'e` pasto la rimira; + +cotal si fece, e si` levai i cigli, + la benedetta imagine, che l'ali + movea sospinte da tanti consigli. + +Roteando cantava, e dicea: <<Quali + son le mie note a te, che non le 'ntendi, + tal e` il giudicio etterno a voi mortali>>. + +Poi si quetaro quei lucenti incendi + de lo Spirito Santo ancor nel segno + che fe' i Romani al mondo reverendi, + +esso ricomincio`: <<A questo regno + non sali` mai chi non credette 'n Cristo, + ne' pria ne' poi ch'el si chiavasse al legno. + +Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!", + che saranno in giudicio assai men prope + a lui, che tal che non conosce Cristo; + +e tai Cristian dannera` l'Etiope, + quando si partiranno i due collegi, + l'uno in etterno ricco e l'altro inope. + +Che poran dir li Perse a' vostri regi, + come vedranno quel volume aperto + nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? + +Li` si vedra`, tra l'opere d'Alberto, + quella che tosto movera` la penna, + per che 'l regno di Praga fia diserto. + +Li` si vedra` il duol che sovra Senna + induce, falseggiando la moneta, + quel che morra` di colpo di cotenna. + +Li` si vedra` la superbia ch'asseta, + che fa lo Scotto e l'Inghilese folle, + si` che non puo` soffrir dentro a sua meta. + +Vedrassi la lussuria e 'l viver molle + di quel di Spagna e di quel di Boemme, + che mai valor non conobbe ne' volle. + +Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme + segnata con un i la sua bontate, + quando 'l contrario segnera` un emme. + +Vedrassi l'avarizia e la viltate + di quei che guarda l'isola del foco, + ove Anchise fini` la lunga etate; + +e a dare ad intender quanto e` poco, + la sua scrittura fian lettere mozze, + che noteranno molto in parvo loco. + +E parranno a ciascun l'opere sozze + del barba e del fratel, che tanto egregia + nazione e due corone han fatte bozze. + +E quel di Portogallo e di Norvegia + li` si conosceranno, e quel di Rascia + che male ha visto il conio di Vinegia. + +Oh beata Ungheria, se non si lascia + piu` malmenare! e beata Navarra, + se s'armasse del monte che la fascia! + +E creder de' ciascun che gia`, per arra + di questo, Niccosia e Famagosta + per la lor bestia si lamenti e garra, + +che dal fianco de l'altre non si scosta>>. + + + +Paradiso: Canto XX + + +Quando colui che tutto 'l mondo alluma + de l'emisperio nostro si` discende, + che 'l giorno d'ogne parte si consuma, + +lo ciel, che sol di lui prima s'accende, + subitamente si rifa` parvente + per molte luci, in che una risplende; + +e questo atto del ciel mi venne a mente, + come 'l segno del mondo e de' suoi duci + nel benedetto rostro fu tacente; + +pero` che tutte quelle vive luci, + vie piu` lucendo, cominciaron canti + da mia memoria labili e caduci. + +O dolce amor che di riso t'ammanti, + quanto parevi ardente in que' flailli, + ch'avieno spirto sol di pensier santi! + +Poscia che i cari e lucidi lapilli + ond'io vidi ingemmato il sesto lume + puoser silenzio a li angelici squilli, + +udir mi parve un mormorar di fiume + che scende chiaro giu` di pietra in pietra, + mostrando l'uberta` del suo cacume. + +E come suono al collo de la cetra + prende sua forma, e si` com'al pertugio + de la sampogna vento che penetra, + +cosi`, rimosso d'aspettare indugio, + quel mormorar de l'aguglia salissi + su per lo collo, come fosse bugio. + +Fecesi voce quivi, e quindi uscissi + per lo suo becco in forma di parole, + quali aspettava il core ov'io le scrissi. + +<<La parte in me che vede e pate il sole + ne l'aguglie mortali>>, incominciommi, + <<or fisamente riguardar si vole, + +perche' d'i fuochi ond'io figura fommi, + quelli onde l'occhio in testa mi scintilla, + e' di tutti lor gradi son li sommi. + +Colui che luce in mezzo per pupilla, + fu il cantor de lo Spirito Santo, + che l'arca traslato` di villa in villa: + +ora conosce il merto del suo canto, + in quanto effetto fu del suo consiglio, + per lo remunerar ch'e` altrettanto. + +Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, + colui che piu` al becco mi s'accosta, + la vedovella consolo` del figlio: + +ora conosce quanto caro costa + non seguir Cristo, per l'esperienza + di questa dolce vita e de l'opposta. + +E quel che segue in la circunferenza + di che ragiono, per l'arco superno, + morte indugio` per vera penitenza: + +ora conosce che 'l giudicio etterno + non si trasmuta, quando degno preco + fa crastino la` giu` de l'odierno. + +L'altro che segue, con le leggi e meco, + sotto buona intenzion che fe' mal frutto, + per cedere al pastor si fece greco: + +ora conosce come il mal dedutto + dal suo bene operar non li e` nocivo, + avvegna che sia 'l mondo indi distrutto. + +E quel che vedi ne l'arco declivo, + Guiglielmo fu, cui quella terra plora + che piagne Carlo e Federigo vivo: + +ora conosce come s'innamora + lo ciel del giusto rege, e al sembiante + del suo fulgore il fa vedere ancora. + +Chi crederebbe giu` nel mondo errante, + che Rifeo Troiano in questo tondo + fosse la quinta de le luci sante? + +Ora conosce assai di quel che 'l mondo + veder non puo` de la divina grazia, + ben che sua vista non discerna il fondo>>. + +Quale allodetta che 'n aere si spazia + prima cantando, e poi tace contenta + de l'ultima dolcezza che la sazia, + +tal mi sembio` l'imago de la 'mprenta + de l'etterno piacere, al cui disio + ciascuna cosa qual ell'e` diventa. + +E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio + li` quasi vetro a lo color ch'el veste, + tempo aspettar tacendo non patio, + +ma de la bocca, <<Che cose son queste?>>, + mi pinse con la forza del suo peso: + per ch'io di coruscar vidi gran feste. + +Poi appresso, con l'occhio piu` acceso, + lo benedetto segno mi rispuose + per non tenermi in ammirar sospeso: + +<<Io veggio che tu credi queste cose + perch'io le dico, ma non vedi come; + si` che, se son credute, sono ascose. + +Fai come quei che la cosa per nome + apprende ben, ma la sua quiditate + veder non puo` se altri non la prome. + +Regnum celorum violenza pate + da caldo amore e da viva speranza, + che vince la divina volontate: + +non a guisa che l'omo a l'om sobranza, + ma vince lei perche' vuole esser vinta, + e, vinta, vince con sua beninanza. + +La prima vita del ciglio e la quinta + ti fa maravigliar, perche' ne vedi + la region de li angeli dipinta. + +D'i corpi suoi non uscir, come credi, + Gentili, ma Cristiani, in ferma fede + quel d'i passuri e quel d'i passi piedi. + +Che' l'una de lo 'nferno, u' non si riede + gia` mai a buon voler, torno` a l'ossa; + e cio` di viva spene fu mercede: + +di viva spene, che mise la possa + ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla, + si` che potesse sua voglia esser mossa. + +L'anima gloriosa onde si parla, + tornata ne la carne, in che fu poco, + credette in lui che potea aiutarla; + +e credendo s'accese in tanto foco + di vero amor, ch'a la morte seconda + fu degna di venire a questo gioco. + +L'altra, per grazia che da si` profonda + fontana stilla, che mai creatura + non pinse l'occhio infino a la prima onda, + +tutto suo amor la` giu` pose a drittura: + per che, di grazia in grazia, Dio li aperse + l'occhio a la nostra redenzion futura; + +ond'ei credette in quella, e non sofferse + da indi il puzzo piu` del paganesmo; + e riprendiene le genti perverse. + +Quelle tre donne li fur per battesmo + che tu vedesti da la destra rota, + dinanzi al battezzar piu` d'un millesmo. + +O predestinazion, quanto remota + e` la radice tua da quelli aspetti + che la prima cagion non veggion tota! + +E voi, mortali, tenetevi stretti + a giudicar; che' noi, che Dio vedemo, + non conosciamo ancor tutti li eletti; + +ed enne dolce cosi` fatto scemo, + perche' il ben nostro in questo ben s'affina, + che quel che vole Iddio, e noi volemo>>. + +Cosi` da quella imagine divina, + per farmi chiara la mia corta vista, + data mi fu soave medicina. + +E come a buon cantor buon citarista + fa seguitar lo guizzo de la corda, + in che piu` di piacer lo canto acquista, + +si`, mentre ch'e' parlo`, si` mi ricorda + ch'io vidi le due luci benedette, + pur come batter d'occhi si concorda, + +con le parole mover le fiammette. + + + +Paradiso: Canto XXI + + +Gia` eran li occhi miei rifissi al volto + de la mia donna, e l'animo con essi, + e da ogne altro intento s'era tolto. + +E quella non ridea; ma <<S'io ridessi>>, + mi comincio`, <<tu ti faresti quale + fu Semele` quando di cener fessi; + +che' la bellezza mia, che per le scale + de l'etterno palazzo piu` s'accende, + com'hai veduto, quanto piu` si sale, + +se non si temperasse, tanto splende, + che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore, + sarebbe fronda che trono scoscende. + +Noi sem levati al settimo splendore, + che sotto 'l petto del Leone ardente + raggia mo misto giu` del suo valore. + +Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, + e fa di quelli specchi a la figura + che 'n questo specchio ti sara` parvente>>. + +Qual savesse qual era la pastura + del viso mio ne l'aspetto beato + quand'io mi trasmutai ad altra cura, + +conoscerebbe quanto m'era a grato + ubidire a la mia celeste scorta, + contrapesando l'un con l'altro lato. + +Dentro al cristallo che 'l vocabol porta, + cerchiando il mondo, del suo caro duce + sotto cui giacque ogne malizia morta, + +di color d'oro in che raggio traluce + vid'io uno scaleo eretto in suso + tanto, che nol seguiva la mia luce. + +Vidi anche per li gradi scender giuso + tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume + che par nel ciel, quindi fosse diffuso. + +E come, per lo natural costume, + le pole insieme, al cominciar del giorno, + si movono a scaldar le fredde piume; + +poi altre vanno via sanza ritorno, + altre rivolgon se' onde son mosse, + e altre roteando fan soggiorno; + +tal modo parve me che quivi fosse + in quello sfavillar che 'nsieme venne, + si` come in certo grado si percosse. + +E quel che presso piu` ci si ritenne, + si fe' si` chiaro, ch'io dicea pensando: + 'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne. + +Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando + del dire e del tacer, si sta; ond'io, + contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'. + +Per ch'ella, che vedea il tacer mio + nel veder di colui che tutto vede, + mi disse: <<Solvi il tuo caldo disio>>. + +E io incominciai: <<La mia mercede + non mi fa degno de la tua risposta; + ma per colei che 'l chieder mi concede, + +vita beata che ti stai nascosta + dentro a la tua letizia, fammi nota + la cagion che si` presso mi t'ha posta; + +e di' perche' si tace in questa rota + la dolce sinfonia di paradiso, + che giu` per l'altre suona si` divota>>. + +<<Tu hai l'udir mortal si` come il viso>>, + rispuose a me; <<onde qui non si canta + per quel che Beatrice non ha riso. + +Giu` per li gradi de la scala santa + discesi tanto sol per farti festa + col dire e con la luce che mi ammanta; + +ne' piu` amor mi fece esser piu` presta; + che' piu` e tanto amor quinci su` ferve, + si` come il fiammeggiar ti manifesta. + +Ma l'alta carita`, che ci fa serve + pronte al consiglio che 'l mondo governa, + sorteggia qui si` come tu osserve>>. + +<<Io veggio ben>>, diss'io, <<sacra lucerna, + come libero amore in questa corte + basta a seguir la provedenza etterna; + +ma questo e` quel ch'a cerner mi par forte, + perche' predestinata fosti sola + a questo officio tra le tue consorte>>. + +Ne' venni prima a l'ultima parola, + che del suo mezzo fece il lume centro, + girando se' come veloce mola; + +poi rispuose l'amor che v'era dentro: + <<Luce divina sopra me s'appunta, + penetrando per questa in ch'io m'inventro, + +la cui virtu`, col mio veder congiunta, + mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio + la somma essenza de la quale e` munta. + +Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio; + per ch'a la vista mia, quant'ella e` chiara, + la chiarita` de la fiamma pareggio. + +Ma quell'alma nel ciel che piu` si schiara, + quel serafin che 'n Dio piu` l'occhio ha fisso, + a la dimanda tua non satisfara, + +pero` che si` s'innoltra ne lo abisso + de l'etterno statuto quel che chiedi, + che da ogne creata vista e` scisso. + +E al mondo mortal, quando tu riedi, + questo rapporta, si` che non presumma + a tanto segno piu` mover li piedi. + +La mente, che qui luce, in terra fumma; + onde riguarda come puo` la` giue + quel che non pote perche' 'l ciel l'assumma>>. + +Si` mi prescrisser le parole sue, + ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi + a dimandarla umilmente chi fue. + +<<Tra ' due liti d'Italia surgon sassi, + e non molto distanti a la tua patria, + tanto che ' troni assai suonan piu` bassi, + +e fanno un gibbo che si chiama Catria, + di sotto al quale e` consecrato un ermo, + che suole esser disposto a sola latria>>. + +Cosi` ricominciommi il terzo sermo; + e poi, continuando, disse: <<Quivi + al servigio di Dio mi fe' si` fermo, + +che pur con cibi di liquor d'ulivi + lievemente passava caldi e geli, + contento ne' pensier contemplativi. + +Render solea quel chiostro a questi cieli + fertilemente; e ora e` fatto vano, + si` che tosto convien che si riveli. + +In quel loco fu' io Pietro Damiano, + e Pietro Peccator fu' ne la casa + di Nostra Donna in sul lito adriano. + +Poca vita mortal m'era rimasa, + quando fui chiesto e tratto a quel cappello, + che pur di male in peggio si travasa. + +Venne Cefas e venne il gran vasello + de lo Spirito Santo, magri e scalzi, + prendendo il cibo da qualunque ostello. + +Or voglion quinci e quindi chi rincalzi + li moderni pastori e chi li meni, + tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. + +Cuopron d'i manti loro i palafreni, + si` che due bestie van sott'una pelle: + oh pazienza che tanto sostieni!>>. + +A questa voce vid'io piu` fiammelle + di grado in grado scendere e girarsi, + e ogne giro le facea piu` belle. + +Dintorno a questa vennero e fermarsi, + e fero un grido di si` alto suono, + che non potrebbe qui assomigliarsi; + +ne' io lo 'ntesi, si` mi vinse il tuono. + + + +Paradiso: Canto XXII + + +Oppresso di stupore, a la mia guida + mi volsi, come parvol che ricorre + sempre cola` dove piu` si confida; + +e quella, come madre che soccorre + subito al figlio palido e anelo + con la sua voce, che 'l suol ben disporre, + +mi disse: <<Non sai tu che tu se' in cielo? + e non sai tu che 'l cielo e` tutto santo, + e cio` che ci si fa vien da buon zelo? + +Come t'avrebbe trasmutato il canto, + e io ridendo, mo pensar lo puoi, + poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto; + +nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi, + gia` ti sarebbe nota la vendetta + che tu vedrai innanzi che tu muoi. + +La spada di qua su` non taglia in fretta + ne' tardo, ma' ch'al parer di colui + che disiando o temendo l'aspetta. + +Ma rivolgiti omai inverso altrui; + ch'assai illustri spiriti vedrai, + se com'io dico l'aspetto redui>>. + +Come a lei piacque, li occhi ritornai, + e vidi cento sperule che 'nsieme + piu` s'abbellivan con mutui rai. + +Io stava come quei che 'n se' repreme + la punta del disio, e non s'attenta + di domandar, si` del troppo si teme; + +e la maggiore e la piu` luculenta + di quelle margherite innanzi fessi, + per far di se' la mia voglia contenta. + +Poi dentro a lei udi': <<Se tu vedessi + com'io la carita` che tra noi arde, + li tuoi concetti sarebbero espressi. + +Ma perche' tu, aspettando, non tarde + a l'alto fine, io ti faro` risposta + pur al pensier, da che si` ti riguarde. + +Quel monte a cui Cassino e` ne la costa + fu frequentato gia` in su la cima + da la gente ingannata e mal disposta; + +e quel son io che su` vi portai prima + lo nome di colui che 'n terra addusse + la verita` che tanto ci soblima; + +e tanta grazia sopra me relusse, + ch'io ritrassi le ville circunstanti + da l'empio colto che 'l mondo sedusse. + +Questi altri fuochi tutti contemplanti + uomini fuoro, accesi di quel caldo + che fa nascere i fiori e ' frutti santi. + +Qui e` Maccario, qui e` Romoaldo, + qui son li frati miei che dentro ai chiostri + fermar li piedi e tennero il cor saldo>>. + +E io a lui: <<L'affetto che dimostri + meco parlando, e la buona sembianza + ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri, + +cosi` m'ha dilatata mia fidanza, + come 'l sol fa la rosa quando aperta + tanto divien quant'ell'ha di possanza. + +Pero` ti priego, e tu, padre, m'accerta + s'io posso prender tanta grazia, ch'io + ti veggia con imagine scoverta>>. + +Ond'elli: <<Frate, il tuo alto disio + s'adempiera` in su l'ultima spera, + ove s'adempion tutti li altri e 'l mio. + +Ivi e` perfetta, matura e intera + ciascuna disianza; in quella sola + e` ogne parte la` ove sempr'era, + +perche' non e` in loco e non s'impola; + e nostra scala infino ad essa varca, + onde cosi` dal viso ti s'invola. + +Infin la` su` la vide il patriarca + Iacobbe porger la superna parte, + quando li apparve d'angeli si` carca. + +Ma, per salirla, mo nessun diparte + da terra i piedi, e la regola mia + rimasa e` per danno de le carte. + +Le mura che solieno esser badia + fatte sono spelonche, e le cocolle + sacca son piene di farina ria. + +Ma grave usura tanto non si tolle + contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto + che fa il cor de' monaci si` folle; + +che' quantunque la Chiesa guarda, tutto + e` de la gente che per Dio dimanda; + non di parenti ne' d'altro piu` brutto. + +La carne d'i mortali e` tanto blanda, + che giu` non basta buon cominciamento + dal nascer de la quercia al far la ghianda. + +Pier comincio` sanz'oro e sanz'argento, + e io con orazione e con digiuno, + e Francesco umilmente il suo convento; + +e se guardi 'l principio di ciascuno, + poscia riguardi la` dov'e` trascorso, + tu vederai del bianco fatto bruno. + +Veramente Iordan volto retrorso + piu` fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse, + mirabile a veder che qui 'l soccorso>>. + +Cosi` mi disse, e indi si raccolse + al suo collegio, e 'l collegio si strinse; + poi, come turbo, in su` tutto s'avvolse. + +La dolce donna dietro a lor mi pinse + con un sol cenno su per quella scala, + si` sua virtu` la mia natura vinse; + +ne' mai qua giu` dove si monta e cala + naturalmente, fu si` ratto moto + ch'agguagliar si potesse a la mia ala. + +S'io torni mai, lettore, a quel divoto + triunfo per lo quale io piango spesso + le mie peccata e 'l petto mi percuoto, + +tu non avresti in tanto tratto e messo + nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno + che segue il Tauro e fui dentro da esso. + +O gloriose stelle, o lume pregno + di gran virtu`, dal quale io riconosco + tutto, qual che si sia, il mio ingegno, + +con voi nasceva e s'ascondeva vosco + quelli ch'e` padre d'ogne mortal vita, + quand'io senti' di prima l'aere tosco; + +e poi, quando mi fu grazia largita + d'entrar ne l'alta rota che vi gira, + la vostra region mi fu sortita. + +A voi divotamente ora sospira + l'anima mia, per acquistar virtute + al passo forte che a se' la tira. + +<<Tu se' si` presso a l'ultima salute>>, + comincio` Beatrice, <<che tu dei + aver le luci tue chiare e acute; + +e pero`, prima che tu piu` t'inlei, + rimira in giu`, e vedi quanto mondo + sotto li piedi gia` esser ti fei; + +si` che 'l tuo cor, quantunque puo`, giocondo + s'appresenti a la turba triunfante + che lieta vien per questo etera tondo>>. + +Col viso ritornai per tutte quante + le sette spere, e vidi questo globo + tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante; + +e quel consiglio per migliore approbo + che l'ha per meno; e chi ad altro pensa + chiamar si puote veramente probo. + +Vidi la figlia di Latona incensa + sanza quell'ombra che mi fu cagione + per che gia` la credetti rara e densa. + +L'aspetto del tuo nato, Iperione, + quivi sostenni, e vidi com'si move + circa e vicino a lui Maia e Dione. + +Quindi m'apparve il temperar di Giove + tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro + il variar che fanno di lor dove; + +e tutti e sette mi si dimostraro + quanto son grandi e quanto son veloci + e come sono in distante riparo. + +L'aiuola che ci fa tanto feroci, + volgendom'io con li etterni Gemelli, + tutta m'apparve da' colli a le foci; + +poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. + + + +Paradiso: Canto XXIII + + +Come l'augello, intra l'amate fronde, + posato al nido de' suoi dolci nati + la notte che le cose ci nasconde, + +che, per veder li aspetti disiati + e per trovar lo cibo onde li pasca, + in che gravi labor li sono aggrati, + +previene il tempo in su aperta frasca, + e con ardente affetto il sole aspetta, + fiso guardando pur che l'alba nasca; + +cosi` la donna mia stava eretta + e attenta, rivolta inver' la plaga + sotto la quale il sol mostra men fretta: + +si` che, veggendola io sospesa e vaga, + fecimi qual e` quei che disiando + altro vorria, e sperando s'appaga. + +Ma poco fu tra uno e altro quando, + del mio attender, dico, e del vedere + lo ciel venir piu` e piu` rischiarando; + +e Beatrice disse: <<Ecco le schiere + del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto + ricolto del girar di queste spere!>>. + +Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto, + e li occhi avea di letizia si` pieni, + che passarmen convien sanza costrutto. + +Quale ne' plenilunii sereni + Trivia ride tra le ninfe etterne + che dipingon lo ciel per tutti i seni, + +vid'i' sopra migliaia di lucerne + un sol che tutte quante l'accendea, + come fa 'l nostro le viste superne; + +e per la viva luce trasparea + la lucente sustanza tanto chiara + nel viso mio, che non la sostenea. + +Oh Beatrice, dolce guida e cara! + Ella mi disse: <<Quel che ti sobranza + e` virtu` da cui nulla si ripara. + +Quivi e` la sapienza e la possanza + ch'apri` le strade tra 'l cielo e la terra, + onde fu gia` si` lunga disianza>>. + +Come foco di nube si diserra + per dilatarsi si` che non vi cape, + e fuor di sua natura in giu` s'atterra, + +la mente mia cosi`, tra quelle dape + fatta piu` grande, di se' stessa uscio, + e che si fesse rimembrar non sape. + +<<Apri li occhi e riguarda qual son io; + tu hai vedute cose, che possente + se' fatto a sostener lo riso mio>>. + +Io era come quei che si risente + di visione oblita e che s'ingegna + indarno di ridurlasi a la mente, + +quand'io udi' questa proferta, degna + di tanto grato, che mai non si stingue + del libro che 'l preterito rassegna. + +Se mo sonasser tutte quelle lingue + che Polimnia con le suore fero + del latte lor dolcissimo piu` pingue, + +per aiutarmi, al millesmo del vero + non si verria, cantando il santo riso + e quanto il santo aspetto facea mero; + +e cosi`, figurando il paradiso, + convien saltar lo sacrato poema, + come chi trova suo cammin riciso. + +Ma chi pensasse il ponderoso tema + e l'omero mortal che se ne carca, + nol biasmerebbe se sott'esso trema: + +non e` pareggio da picciola barca + quel che fendendo va l'ardita prora, + ne' da nocchier ch'a se' medesmo parca. + +<<Perche' la faccia mia si` t'innamora, + che tu non ti rivolgi al bel giardino + che sotto i raggi di Cristo s'infiora? + +Quivi e` la rosa in che 'l verbo divino + carne si fece; quivi son li gigli + al cui odor si prese il buon cammino>>. + +Cosi` Beatrice; e io, che a' suoi consigli + tutto era pronto, ancora mi rendei + a la battaglia de' debili cigli. + +Come a raggio di sol che puro mei + per fratta nube, gia` prato di fiori + vider, coverti d'ombra, li occhi miei; + +vid'io cosi` piu` turbe di splendori, + folgorate di su` da raggi ardenti, + sanza veder principio di folgori. + +O benigna vertu` che si` li 'mprenti, + su` t'essaltasti, per largirmi loco + a li occhi li` che non t'eran possenti. + +Il nome del bel fior ch'io sempre invoco + e mane e sera, tutto mi ristrinse + l'animo ad avvisar lo maggior foco; + +e come ambo le luci mi dipinse + il quale e il quanto de la viva stella + che la` su` vince come qua giu` vinse, + +per entro il cielo scese una facella, + formata in cerchio a guisa di corona, + e cinsela e girossi intorno ad ella. + +Qualunque melodia piu` dolce suona + qua giu` e piu` a se' l'anima tira, + parrebbe nube che squarciata tona, + +comparata al sonar di quella lira + onde si coronava il bel zaffiro + del quale il ciel piu` chiaro s'inzaffira. + +<<Io sono amore angelico, che giro + l'alta letizia che spira del ventre + che fu albergo del nostro disiro; + +e girerommi, donna del ciel, mentre + che seguirai tuo figlio, e farai dia + piu` la spera suprema perche' li` entre>>. + +Cosi` la circulata melodia + si sigillava, e tutti li altri lumi + facean sonare il nome di Maria. + +Lo real manto di tutti i volumi + del mondo, che piu` ferve e piu` s'avviva + ne l'alito di Dio e nei costumi, + +avea sopra di noi l'interna riva + tanto distante, che la sua parvenza, + la` dov'io era, ancor non appariva: + +pero` non ebber li occhi miei potenza + di seguitar la coronata fiamma + che si levo` appresso sua semenza. + +E come fantolin che 'nver' la mamma + tende le braccia, poi che 'l latte prese, + per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma; + +ciascun di quei candori in su` si stese + con la sua cima, si` che l'alto affetto + ch'elli avieno a Maria mi fu palese. + +Indi rimaser li` nel mio cospetto, + 'Regina celi' cantando si` dolce, + che mai da me non si parti` 'l diletto. + +Oh quanta e` l'uberta` che si soffolce + in quelle arche ricchissime che fuoro + a seminar qua giu` buone bobolce! + +Quivi si vive e gode del tesoro + che s'acquisto` piangendo ne lo essilio + di Babillon, ove si lascio` l'oro. + +Quivi triunfa, sotto l'alto Filio + di Dio e di Maria, di sua vittoria, + e con l'antico e col novo concilio, + +colui che tien le chiavi di tal gloria. + + + +Paradiso: Canto XXIV + + +<<O sodalizio eletto a la gran cena + del benedetto Agnello, il qual vi ciba + si`, che la vostra voglia e` sempre piena, + +se per grazia di Dio questi preliba + di quel che cade de la vostra mensa, + prima che morte tempo li prescriba, + +ponete mente a l'affezione immensa + e roratelo alquanto: voi bevete + sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa>>. + +Cosi` Beatrice; e quelle anime liete + si fero spere sopra fissi poli, + fiammando, a volte, a guisa di comete. + +E come cerchi in tempra d'oriuoli + si giran si`, che 'l primo a chi pon mente + quieto pare, e l'ultimo che voli; + +cosi` quelle carole, differente- + mente danzando, de la sua ricchezza + mi facieno stimar, veloci e lente. + +Di quella ch'io notai di piu` carezza + vid'io uscire un foco si` felice, + che nullo vi lascio` di piu` chiarezza; + +e tre fiate intorno di Beatrice + si volse con un canto tanto divo, + che la mia fantasia nol mi ridice. + +Pero` salta la penna e non lo scrivo: + che' l'imagine nostra a cotai pieghe, + non che 'l parlare, e` troppo color vivo. + +<<O santa suora mia che si` ne prieghe + divota, per lo tuo ardente affetto + da quella bella spera mi disleghe>>. + +Poscia fermato, il foco benedetto + a la mia donna dirizzo` lo spiro, + che favello` cosi` com'i' ho detto. + +Ed ella: <<O luce etterna del gran viro + a cui Nostro Segnor lascio` le chiavi, + ch'ei porto` giu`, di questo gaudio miro, + +tenta costui di punti lievi e gravi, + come ti piace, intorno de la fede, + per la qual tu su per lo mare andavi. + +S'elli ama bene e bene spera e crede, + non t'e` occulto, perche' 'l viso hai quivi + dov'ogne cosa dipinta si vede; + +ma perche' questo regno ha fatto civi + per la verace fede, a gloriarla, + di lei parlare e` ben ch'a lui arrivi>>. + +Si` come il baccialier s'arma e non parla + fin che 'l maestro la question propone, + per approvarla, non per terminarla, + +cosi` m'armava io d'ogne ragione + mentre ch'ella dicea, per esser presto + a tal querente e a tal professione. + +<<Di', buon Cristiano, fatti manifesto: + fede che e`?>>. Ond'io levai la fronte + in quella luce onde spirava questo; + +poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte + sembianze femmi perch'io spandessi + l'acqua di fuor del mio interno fonte. + +<<La Grazia che mi da` ch'io mi confessi>>, + comincia' io, <<da l'alto primipilo, + faccia li miei concetti bene espressi>>. + +E seguitai: <<Come 'l verace stilo + ne scrisse, padre, del tuo caro frate + che mise teco Roma nel buon filo, + +fede e` sustanza di cose sperate + e argomento de le non parventi; + e questa pare a me sua quiditate>>. + +Allora udi': <<Dirittamente senti, + se bene intendi perche' la ripuose + tra le sustanze, e poi tra li argomenti>>. + +E io appresso: <<Le profonde cose + che mi largiscon qui la lor parvenza, + a li occhi di la` giu` son si` ascose, + +che l'esser loro v'e` in sola credenza, + sopra la qual si fonda l'alta spene; + e pero` di sustanza prende intenza. + +E da questa credenza ci convene + silogizzar, sanz'avere altra vista: + pero` intenza d'argomento tene>>. + +Allora udi': <<Se quantunque s'acquista + giu` per dottrina, fosse cosi` 'nteso, + non li` avria loco ingegno di sofista>>. + +Cosi` spiro` di quello amore acceso; + indi soggiunse: <<Assai bene e` trascorsa + d'esta moneta gia` la lega e 'l peso; + +ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa>>. + Ond'io: <<Si` ho, si` lucida e si` tonda, + che nel suo conio nulla mi s'inforsa>>. + +Appresso usci` de la luce profonda + che li` splendeva: <<Questa cara gioia + sopra la quale ogne virtu` si fonda, + +onde ti venne?>>. E io: <<La larga ploia + de lo Spirito Santo, ch'e` diffusa + in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia, + +e` silogismo che la m'ha conchiusa + acutamente si`, che 'nverso d'ella + ogne dimostrazion mi pare ottusa>>. + +Io udi' poi: <<L'antica e la novella + proposizion che cosi` ti conchiude, + perche' l'hai tu per divina favella?>>. + +E io: <<La prova che 'l ver mi dischiude, + son l'opere seguite, a che natura + non scalda ferro mai ne' batte incude>>. + +Risposto fummi: <<Di', chi t'assicura + che quell'opere fosser? Quel medesmo + che vuol provarsi, non altri, il ti giura>>. + +<<Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo>>, + diss'io, <<sanza miracoli, quest'uno + e` tal, che li altri non sono il centesmo: + +che' tu intrasti povero e digiuno + in campo, a seminar la buona pianta + che fu gia` vite e ora e` fatta pruno>>. + +Finito questo, l'alta corte santa + risono` per le spere un 'Dio laudamo' + ne la melode che la` su` si canta. + +E quel baron che si` di ramo in ramo, + essaminando, gia` tratto m'avea, + che a l'ultime fronde appressavamo, + +ricomincio`: <<La Grazia, che donnea + con la tua mente, la bocca t'aperse + infino a qui come aprir si dovea, + +si` ch'io approvo cio` che fuori emerse; + ma or conviene espremer quel che credi, + e onde a la credenza tua s'offerse>>. + +<<O santo padre, e spirito che vedi + cio` che credesti si`, che tu vincesti + ver' lo sepulcro piu` giovani piedi>>, + +comincia' io, <<tu vuo' ch'io manifesti + la forma qui del pronto creder mio, + e anche la cagion di lui chiedesti. + +E io rispondo: Io credo in uno Dio + solo ed etterno, che tutto 'l ciel move, + non moto, con amore e con disio; + +e a tal creder non ho io pur prove + fisice e metafisice, ma dalmi + anche la verita` che quinci piove + +per Moise`, per profeti e per salmi, + per l'Evangelio e per voi che scriveste + poi che l'ardente Spirto vi fe' almi; + +e credo in tre persone etterne, e queste + credo una essenza si` una e si` trina, + che soffera congiunto 'sono' ed 'este'. + +De la profonda condizion divina + ch'io tocco mo, la mente mi sigilla + piu` volte l'evangelica dottrina. + +Quest'e` 'l principio, quest'e` la favilla + che si dilata in fiamma poi vivace, + e come stella in cielo in me scintilla>>. + +Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace, + da indi abbraccia il servo, gratulando + per la novella, tosto ch'el si tace; + +cosi`, benedicendomi cantando, + tre volte cinse me, si` com'io tacqui, + l'appostolico lume al cui comando + +io avea detto: si` nel dir li piacqui! + + + +Paradiso: Canto XXV + + +Se mai continga che 'l poema sacro + al quale ha posto mano e cielo e terra, + si` che m'ha fatto per molti anni macro, + +vinca la crudelta` che fuor mi serra + del bello ovile ov'io dormi' agnello, + nimico ai lupi che li danno guerra; + +con altra voce omai, con altro vello + ritornero` poeta, e in sul fonte + del mio battesmo prendero` 'l cappello; + +pero` che ne la fede, che fa conte + l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi + Pietro per lei si` mi giro` la fronte. + +Indi si mosse un lume verso noi + di quella spera ond'usci` la primizia + che lascio` Cristo d'i vicari suoi; + +e la mia donna, piena di letizia, + mi disse: <<Mira, mira: ecco il barone + per cui la` giu` si vicita Galizia>>. + +Si` come quando il colombo si pone + presso al compagno, l'uno a l'altro pande, + girando e mormorando, l'affezione; + +cosi` vid'io l'un da l'altro grande + principe glorioso essere accolto, + laudando il cibo che la` su` li prande. + +Ma poi che 'l gratular si fu assolto, + tacito coram me ciascun s'affisse, + ignito si` che vincea 'l mio volto. + +Ridendo allora Beatrice disse: + <<Inclita vita per cui la larghezza + de la nostra basilica si scrisse, + +fa risonar la spene in questa altezza: + tu sai, che tante fiate la figuri, + quante Iesu` ai tre fe' piu` carezza>>. + +<<Leva la testa e fa che t'assicuri: + che cio` che vien qua su` del mortal mondo, + convien ch'ai nostri raggi si maturi>>. + +Questo conforto del foco secondo + mi venne; ond'io levai li occhi a' monti + che li 'ncurvaron pria col troppo pondo. + +<<Poi che per grazia vuol che tu t'affronti + lo nostro Imperadore, anzi la morte, + ne l'aula piu` secreta co' suoi conti, + +si` che, veduto il ver di questa corte, + la spene, che la` giu` bene innamora, + in te e in altrui di cio` conforte, + +di' quel ch'ell'e`, di' come se ne 'nfiora + la mente tua, e di` onde a te venne>>. + Cosi` segui` 'l secondo lume ancora. + +E quella pia che guido` le penne + de le mie ali a cosi` alto volo, + a la risposta cosi` mi prevenne: + +<<La Chiesa militante alcun figliuolo + non ha con piu` speranza, com'e` scritto + nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: + +pero` li e` conceduto che d'Egitto + vegna in Ierusalemme per vedere, + anzi che 'l militar li sia prescritto. + +Li altri due punti, che non per sapere + son dimandati, ma perch'ei rapporti + quanto questa virtu` t'e` in piacere, + +a lui lasc'io, che' non li saran forti + ne' di iattanza; ed elli a cio` risponda, + e la grazia di Dio cio` li comporti>>. + +Come discente ch'a dottor seconda + pronto e libente in quel ch'elli e` esperto, + perche' la sua bonta` si disasconda, + +<<Spene>>, diss'io, <<e` uno attender certo + de la gloria futura, il qual produce + grazia divina e precedente merto. + +Da molte stelle mi vien questa luce; + ma quei la distillo` nel mio cor pria + che fu sommo cantor del sommo duce. + +'Sperino in te', ne la sua teodia + dice, 'color che sanno il nome tuo': + e chi nol sa, s'elli ha la fede mia? + +Tu mi stillasti, con lo stillar suo, + ne la pistola poi; si` ch'io son pieno, + e in altrui vostra pioggia repluo>>. + +Mentr' io diceva, dentro al vivo seno + di quello incendio tremolava un lampo + subito e spesso a guisa di baleno. + +Indi spiro`: <<L'amore ond'io avvampo + ancor ver' la virtu` che mi seguette + infin la palma e a l'uscir del campo, + +vuol ch'io respiri a te che ti dilette + di lei; ed emmi a grato che tu diche + quello che la speranza ti 'mpromette>>. + +E io: <<Le nove e le scritture antiche + pongon lo segno, ed esso lo mi addita, + de l'anime che Dio s'ha fatte amiche. + +Dice Isaia che ciascuna vestita + ne la sua terra fia di doppia vesta: + e la sua terra e` questa dolce vita; + +e 'l tuo fratello assai vie piu` digesta, + la` dove tratta de le bianche stole, + questa revelazion ci manifesta>>. + +E prima, appresso al fin d'este parole, + 'Sperent in te' di sopr'a noi s'udi`; + a che rispuoser tutte le carole. + +Poscia tra esse un lume si schiari` + si` che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo, + l'inverno avrebbe un mese d'un sol di`. + +E come surge e va ed entra in ballo + vergine lieta, sol per fare onore + a la novizia, non per alcun fallo, + +cosi` vid'io lo schiarato splendore + venire a' due che si volgieno a nota + qual conveniesi al loro ardente amore. + +Misesi li` nel canto e ne la rota; + e la mia donna in lor tenea l'aspetto, + pur come sposa tacita e immota. + +<<Questi e` colui che giacque sopra 'l petto + del nostro pellicano, e questi fue + di su la croce al grande officio eletto>>. + +La donna mia cosi`; ne' pero` piue + mosser la vista sua di stare attenta + poscia che prima le parole sue. + +Qual e` colui ch'adocchia e s'argomenta + di vedere eclissar lo sole un poco, + che, per veder, non vedente diventa; + +tal mi fec'io a quell'ultimo foco + mentre che detto fu: <<Perche' t'abbagli + per veder cosa che qui non ha loco? + +In terra e` terra il mio corpo, e saragli + tanto con li altri, che 'l numero nostro + con l'etterno proposito s'agguagli. + +Con le due stole nel beato chiostro + son le due luci sole che saliro; + e questo apporterai nel mondo vostro>>. + +A questa voce l'infiammato giro + si quieto` con esso il dolce mischio + che si facea nel suon del trino spiro, + +si` come, per cessar fatica o rischio, + li remi, pria ne l'acqua ripercossi, + tutti si posano al sonar d'un fischio. + +Ahi quanto ne la mente mi commossi, + quando mi volsi per veder Beatrice, + per non poter veder, benche' io fossi + +presso di lei, e nel mondo felice! + + + +Paradiso: Canto XXVI + + +Mentr'io dubbiava per lo viso spento, + de la fulgida fiamma che lo spense + usci` un spiro che mi fece attento, + +dicendo: <<Intanto che tu ti risense + de la vista che hai in me consunta, + ben e` che ragionando la compense. + +Comincia dunque; e di' ove s'appunta + l'anima tua, e fa' ragion che sia + la vista in te smarrita e non defunta: + +perche' la donna che per questa dia + region ti conduce, ha ne lo sguardo + la virtu` ch'ebbe la man d'Anania>>. + +Io dissi: <<Al suo piacere e tosto e tardo + vegna remedio a li occhi, che fuor porte + quand'ella entro` col foco ond'io sempr'ardo. + +Lo ben che fa contenta questa corte, + Alfa e O e` di quanta scrittura + mi legge Amore o lievemente o forte>>. + +Quella medesma voce che paura + tolta m'avea del subito abbarbaglio, + di ragionare ancor mi mise in cura; + +e disse: <<Certo a piu` angusto vaglio + ti conviene schiarar: dicer convienti + chi drizzo` l'arco tuo a tal berzaglio>>. + +E io: <<Per filosofici argomenti + e per autorita` che quinci scende + cotale amor convien che in me si 'mprenti: + +che' 'l bene, in quanto ben, come s'intende, + cosi` accende amore, e tanto maggio + quanto piu` di bontate in se' comprende. + +Dunque a l'essenza ov'e` tanto avvantaggio, + che ciascun ben che fuor di lei si trova + altro non e` ch'un lume di suo raggio, + +piu` che in altra convien che si mova + la mente, amando, di ciascun che cerne + il vero in che si fonda questa prova. + +Tal vero a l'intelletto mio sterne + colui che mi dimostra il primo amore + di tutte le sustanze sempiterne. + +Sternel la voce del verace autore, + che dice a Moise`, di se' parlando: + 'Io ti faro` vedere ogne valore'. + +Sternilmi tu ancora, incominciando + l'alto preconio che grida l'arcano + di qui la` giu` sovra ogne altro bando>>. + +E io udi': <<Per intelletto umano + e per autoritadi a lui concorde + d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. + +Ma di' ancor se tu senti altre corde + tirarti verso lui, si` che tu suone + con quanti denti questo amor ti morde>>. + +Non fu latente la santa intenzione + de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi + dove volea menar mia professione. + +Pero` ricominciai: <<Tutti quei morsi + che posson far lo cor volgere a Dio, + a la mia caritate son concorsi: + +che' l'essere del mondo e l'esser mio, + la morte ch'el sostenne perch'io viva, + e quel che spera ogne fedel com'io, + +con la predetta conoscenza viva, + tratto m'hanno del mar de l'amor torto, + e del diritto m'han posto a la riva. + +Le fronde onde s'infronda tutto l'orto + de l'ortolano etterno, am'io cotanto + quanto da lui a lor di bene e` porto>>. + +Si` com'io tacqui, un dolcissimo canto + risono` per lo cielo, e la mia donna + dicea con li altri: <<Santo, santo, santo!>>. + +E come a lume acuto si disonna + per lo spirto visivo che ricorre + a lo splendor che va di gonna in gonna, + +e lo svegliato cio` che vede aborre, + si` nescia e` la subita vigilia + fin che la stimativa non soccorre; + +cosi` de li occhi miei ogni quisquilia + fugo` Beatrice col raggio d'i suoi, + che rifulgea da piu` di mille milia: + +onde mei che dinanzi vidi poi; + e quasi stupefatto domandai + d'un quarto lume ch'io vidi tra noi. + +E la mia donna: <<Dentro da quei rai + vagheggia il suo fattor l'anima prima + che la prima virtu` creasse mai>>. + +Come la fronda che flette la cima + nel transito del vento, e poi si leva + per la propria virtu` che la soblima, + +fec'io in tanto in quant'ella diceva, + stupendo, e poi mi rifece sicuro + un disio di parlare ond'io ardeva. + +E cominciai: <<O pomo che maturo + solo prodotto fosti, o padre antico + a cui ciascuna sposa e` figlia e nuro, + +divoto quanto posso a te supplico + perche' mi parli: tu vedi mia voglia, + e per udirti tosto non la dico>>. + +Talvolta un animal coverto broglia, + si` che l'affetto convien che si paia + per lo seguir che face a lui la 'nvoglia; + +e similmente l'anima primaia + mi facea trasparer per la coverta + quant'ella a compiacermi venia gaia. + +Indi spiro`: <<Sanz'essermi proferta + da te, la voglia tua discerno meglio + che tu qualunque cosa t'e` piu` certa; + +perch'io la veggio nel verace speglio + che fa di se' pareglio a l'altre cose, + e nulla face lui di se' pareglio. + +Tu vuogli udir quant'e` che Dio mi puose + ne l'eccelso giardino, ove costei + a cosi` lunga scala ti dispuose, + +e quanto fu diletto a li occhi miei, + e la propria cagion del gran disdegno, + e l'idioma ch'usai e che fei. + +Or, figluol mio, non il gustar del legno + fu per se' la cagion di tanto essilio, + ma solamente il trapassar del segno. + +Quindi onde mosse tua donna Virgilio, + quattromilia trecento e due volumi + di sol desiderai questo concilio; + +e vidi lui tornare a tutt'i lumi + de la sua strada novecento trenta + fiate, mentre ch'io in terra fu' mi. + +La lingua ch'io parlai fu tutta spenta + innanzi che a l'ovra inconsummabile + fosse la gente di Nembrot attenta: + +che' nullo effetto mai razionabile, + per lo piacere uman che rinovella + seguendo il cielo, sempre fu durabile. + +Opera naturale e` ch'uom favella; + ma cosi` o cosi`, natura lascia + poi fare a voi secondo che v'abbella. + +Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia, + I s'appellava in terra il sommo bene + onde vien la letizia che mi fascia; + +e El si chiamo` poi: e cio` convene, + che' l'uso d'i mortali e` come fronda + in ramo, che sen va e altra vene. + +Nel monte che si leva piu` da l'onda, + fu' io, con vita pura e disonesta, + da la prim'ora a quella che seconda, + +come 'l sol muta quadra, l'ora sesta>>. + + + +Paradiso: Canto XXVII + + +'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo', + comincio`, 'gloria!', tutto 'l paradiso, + si` che m'inebriava il dolce canto. + +Cio` ch'io vedeva mi sembiava un riso + de l'universo; per che mia ebbrezza + intrava per l'udire e per lo viso. + +Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! + oh vita integra d'amore e di pace! + oh sanza brama sicura ricchezza! + +Dinanzi a li occhi miei le quattro face + stavano accese, e quella che pria venne + incomincio` a farsi piu` vivace, + +e tal ne la sembianza sua divenne, + qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte + fossero augelli e cambiassersi penne. + +La provedenza, che quivi comparte + vice e officio, nel beato coro + silenzio posto avea da ogne parte, + +quand'io udi': <<Se io mi trascoloro, + non ti maravigliar, che', dicend'io, + vedrai trascolorar tutti costoro. + +Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, + il luogo mio, il luogo mio, che vaca + ne la presenza del Figliuol di Dio, + +fatt'ha del cimitero mio cloaca + del sangue e de la puzza; onde 'l perverso + che cadde di qua su`, la` giu` si placa>>. + +Di quel color che per lo sole avverso + nube dipigne da sera e da mane, + vid'io allora tutto 'l ciel cosperso. + +E come donna onesta che permane + di se' sicura, e per l'altrui fallanza, + pur ascoltando, timida si fane, + +cosi` Beatrice trasmuto` sembianza; + e tale eclissi credo che 'n ciel fue, + quando pati` la supprema possanza. + +Poi procedetter le parole sue + con voce tanto da se' trasmutata, + che la sembianza non si muto` piue: + +<<Non fu la sposa di Cristo allevata + del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, + per essere ad acquisto d'oro usata; + +ma per acquisto d'esto viver lieto + e Sisto e Pio e Calisto e Urbano + sparser lo sangue dopo molto fleto. + +Non fu nostra intenzion ch'a destra mano + d'i nostri successor parte sedesse, + parte da l'altra del popol cristiano; + +ne' che le chiavi che mi fuor concesse, + divenisser signaculo in vessillo + che contra battezzati combattesse; + +ne' ch'io fossi figura di sigillo + a privilegi venduti e mendaci, + ond'io sovente arrosso e disfavillo. + +In vesta di pastor lupi rapaci + si veggion di qua su` per tutti i paschi: + o difesa di Dio, perche' pur giaci? + +Del sangue nostro Caorsini e Guaschi + s'apparecchian di bere: o buon principio, + a che vil fine convien che tu caschi! + +Ma l'alta provedenza, che con Scipio + difese a Roma la gloria del mondo, + soccorra` tosto, si` com'io concipio; + +e tu, figliuol, che per lo mortal pondo + ancor giu` tornerai, apri la bocca, + e non asconder quel ch'io non ascondo>>. + +Si` come di vapor gelati fiocca + in giuso l'aere nostro, quando 'l corno + de la capra del ciel col sol si tocca, + +in su` vid'io cosi` l'etera addorno + farsi e fioccar di vapor triunfanti + che fatto avien con noi quivi soggiorno. + +Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, + e segui` fin che 'l mezzo, per lo molto, + li tolse il trapassar del piu` avanti. + +Onde la donna, che mi vide assolto + de l'attendere in su`, mi disse: <<Adima + il viso e guarda come tu se' volto>>. + +Da l'ora ch'io avea guardato prima + i' vidi mosso me per tutto l'arco + che fa dal mezzo al fine il primo clima; + +si` ch'io vedea di la` da Gade il varco + folle d'Ulisse, e di qua presso il lito + nel qual si fece Europa dolce carco. + +E piu` mi fora discoverto il sito + di questa aiuola; ma 'l sol procedea + sotto i mie' piedi un segno e piu` partito. + +La mente innamorata, che donnea + con la mia donna sempre, di ridure + ad essa li occhi piu` che mai ardea; + +e se natura o arte fe' pasture + da pigliare occhi, per aver la mente, + in carne umana o ne le sue pitture, + +tutte adunate, parrebber niente + ver' lo piacer divin che mi refulse, + quando mi volsi al suo viso ridente. + +E la virtu` che lo sguardo m'indulse, + del bel nido di Leda mi divelse, + e nel ciel velocissimo m'impulse. + +Le parti sue vivissime ed eccelse + si` uniforme son, ch'i' non so dire + qual Beatrice per loco mi scelse. + +Ma ella, che vedea 'l mio disire, + incomincio`, ridendo tanto lieta, + che Dio parea nel suo volto gioire: + +<<La natura del mondo, che quieta + il mezzo e tutto l'altro intorno move, + quinci comincia come da sua meta; + +e questo cielo non ha altro dove + che la mente divina, in che s'accende + l'amor che 'l volge e la virtu` ch'ei piove. + +Luce e amor d'un cerchio lui comprende, + si` come questo li altri; e quel precinto + colui che 'l cinge solamente intende. + +Non e` suo moto per altro distinto, + ma li altri son mensurati da questo, + si` come diece da mezzo e da quinto; + +e come il tempo tegna in cotal testo + le sue radici e ne li altri le fronde, + omai a te puo` esser manifesto. + +Oh cupidigia che i mortali affonde + si` sotto te, che nessuno ha podere + di trarre li occhi fuor de le tue onde! + +Ben fiorisce ne li uomini il volere; + ma la pioggia continua converte + in bozzacchioni le sosine vere. + +Fede e innocenza son reperte + solo ne' parvoletti; poi ciascuna + pria fugge che le guance sian coperte. + +Tale, balbuziendo ancor, digiuna, + che poi divora, con la lingua sciolta, + qualunque cibo per qualunque luna; + +e tal, balbuziendo, ama e ascolta + la madre sua, che, con loquela intera, + disia poi di vederla sepolta. + +Cosi` si fa la pelle bianca nera + nel primo aspetto de la bella figlia + di quel ch'apporta mane e lascia sera. + +Tu, perche' non ti facci maraviglia, + pensa che 'n terra non e` chi governi; + onde si` svia l'umana famiglia. + +Ma prima che gennaio tutto si sverni + per la centesma ch'e` la` giu` negletta, + raggeran si` questi cerchi superni, + +che la fortuna che tanto s'aspetta, + le poppe volgera` u' son le prore, + si` che la classe correra` diretta; + +e vero frutto verra` dopo 'l fiore>>. + + + +Paradiso: Canto XXVIII + + +Poscia che 'ncontro a la vita presente + d'i miseri mortali aperse 'l vero + quella che 'mparadisa la mia mente, + +come in lo specchio fiamma di doppiero + vede colui che se n'alluma retro, + prima che l'abbia in vista o in pensiero, + +e se' rivolge per veder se 'l vetro + li dice il vero, e vede ch'el s'accorda + con esso come nota con suo metro; + +cosi` la mia memoria si ricorda + ch'io feci riguardando ne' belli occhi + onde a pigliarmi fece Amor la corda. + +E com'io mi rivolsi e furon tocchi + li miei da cio` che pare in quel volume, + quandunque nel suo giro ben s'adocchi, + +un punto vidi che raggiava lume + acuto si`, che 'l viso ch'elli affoca + chiuder conviensi per lo forte acume; + +e quale stella par quinci piu` poca, + parrebbe luna, locata con esso + come stella con stella si colloca. + +Forse cotanto quanto pare appresso + alo cigner la luce che 'l dipigne + quando 'l vapor che 'l porta piu` e` spesso, + +distante intorno al punto un cerchio d'igne + si girava si` ratto, ch'avria vinto + quel moto che piu` tosto il mondo cigne; + +e questo era d'un altro circumcinto, + e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto, + dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. + +Sopra seguiva il settimo si` sparto + gia` di larghezza, che 'l messo di Iuno + intero a contenerlo sarebbe arto. + +Cosi` l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno + piu` tardo si movea, secondo ch'era + in numero distante piu` da l'uno; + +e quello avea la fiamma piu` sincera + cui men distava la favilla pura, + credo, pero` che piu` di lei s'invera. + +La donna mia, che mi vedea in cura + forte sospeso, disse: <<Da quel punto + depende il cielo e tutta la natura. + +Mira quel cerchio che piu` li e` congiunto; + e sappi che 'l suo muovere e` si` tosto + per l'affocato amore ond'elli e` punto>>. + +E io a lei: <<Se 'l mondo fosse posto + con l'ordine ch'io veggio in quelle rote, + sazio m'avrebbe cio` che m'e` proposto; + +ma nel mondo sensibile si puote + veder le volte tanto piu` divine, + quant'elle son dal centro piu` remote. + +Onde, se 'l mio disir dee aver fine + in questo miro e angelico templo + che solo amore e luce ha per confine, + +udir convienmi ancor come l'essemplo + e l'essemplare non vanno d'un modo, + che' io per me indarno a cio` contemplo>>. + +<<Se li tuoi diti non sono a tal nodo + sufficienti, non e` maraviglia: + tanto, per non tentare, e` fatto sodo!>>. + +Cosi` la donna mia; poi disse: <<Piglia + quel ch'io ti dicero`, se vuo' saziarti; + e intorno da esso t'assottiglia. + +Li cerchi corporai sono ampi e arti + secondo il piu` e 'l men de la virtute + che si distende per tutte lor parti. + +Maggior bonta` vuol far maggior salute; + maggior salute maggior corpo cape, + s'elli ha le parti igualmente compiute. + +Dunque costui che tutto quanto rape + l'altro universo seco, corrisponde + al cerchio che piu` ama e che piu` sape: + +per che, se tu a la virtu` circonde + la tua misura, non a la parvenza + de le sustanze che t'appaion tonde, + +tu vederai mirabil consequenza + di maggio a piu` e di minore a meno, + in ciascun cielo, a sua intelligenza>>. + +Come rimane splendido e sereno + l'emisperio de l'aere, quando soffia + Borea da quella guancia ond'e` piu` leno, + +per che si purga e risolve la roffia + che pria turbava, si` che 'l ciel ne ride + con le bellezze d'ogne sua paroffia; + +cosi` fec'io, poi che mi provide + la donna mia del suo risponder chiaro, + e come stella in cielo il ver si vide. + +E poi che le parole sue restaro, + non altrimenti ferro disfavilla + che bolle, come i cerchi sfavillaro. + +L'incendio suo seguiva ogne scintilla; + ed eran tante, che 'l numero loro + piu` che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla. + +Io sentiva osannar di coro in coro + al punto fisso che li tiene a li ubi, + e terra` sempre, ne' quai sempre fuoro. + +E quella che vedea i pensier dubi + ne la mia mente, disse: <<I cerchi primi + t'hanno mostrato Serafi e Cherubi. + +Cosi` veloci seguono i suoi vimi, + per somigliarsi al punto quanto ponno; + e posson quanto a veder son soblimi. + +Quelli altri amori che 'ntorno li vonno, + si chiaman Troni del divino aspetto, + per che 'l primo ternaro terminonno; + +e dei saper che tutti hanno diletto + quanto la sua veduta si profonda + nel vero in che si queta ogne intelletto. + +Quinci si puo` veder come si fonda + l'essere beato ne l'atto che vede, + non in quel ch'ama, che poscia seconda; + +e del vedere e` misura mercede, + che grazia partorisce e buona voglia: + cosi` di grado in grado si procede. + +L'altro ternaro, che cosi` germoglia + in questa primavera sempiterna + che notturno Ariete non dispoglia, + +perpetualemente 'Osanna' sberna + con tre melode, che suonano in tree + ordini di letizia onde s'interna. + +In essa gerarcia son l'altre dee: + prima Dominazioni, e poi Virtudi; + l'ordine terzo di Podestadi ee. + +Poscia ne' due penultimi tripudi + Principati e Arcangeli si girano; + l'ultimo e` tutto d'Angelici ludi. + +Questi ordini di su` tutti s'ammirano, + e di giu` vincon si`, che verso Dio + tutti tirati sono e tutti tirano. + +E Dionisio con tanto disio + a contemplar questi ordini si mise, + che li nomo` e distinse com'io. + +Ma Gregorio da lui poi si divise; + onde, si` tosto come li occhi aperse + in questo ciel, di se' medesmo rise. + +E se tanto secreto ver proferse + mortale in terra, non voglio ch'ammiri; + che' chi 'l vide qua su` gliel discoperse + +con altro assai del ver di questi giri>>. + + + +Paradiso: Canto XXIX + + +Quando ambedue li figli di Latona, + coperti del Montone e de la Libra, + fanno de l'orizzonte insieme zona, + +quant'e` dal punto che 'l cenit inlibra + infin che l'uno e l'altro da quel cinto, + cambiando l'emisperio, si dilibra, + +tanto, col volto di riso dipinto, + si tacque Beatrice, riguardando + fiso nel punto che m'avea vinto. + +Poi comincio`: <<Io dico, e non dimando, + quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto + la` 've s'appunta ogne ubi e ogne quando. + +Non per aver a se' di bene acquisto, + ch'esser non puo`, ma perche' suo splendore + potesse, risplendendo, dir "Subsisto", + +in sua etternita` di tempo fore, + fuor d'ogne altro comprender, come i piacque, + s'aperse in nuovi amor l'etterno amore. + +Ne' prima quasi torpente si giacque; + che' ne' prima ne' poscia procedette + lo discorrer di Dio sovra quest'acque. + +Forma e materia, congiunte e purette, + usciro ad esser che non avia fallo, + come d'arco tricordo tre saette. + +E come in vetro, in ambra o in cristallo + raggio resplende si`, che dal venire + a l'esser tutto non e` intervallo, + +cosi` 'l triforme effetto del suo sire + ne l'esser suo raggio` insieme tutto + sanza distinzione in essordire. + +Concreato fu ordine e costrutto + a le sustanze; e quelle furon cima + nel mondo in che puro atto fu produtto; + +pura potenza tenne la parte ima; + nel mezzo strinse potenza con atto + tal vime, che gia` mai non si divima. + +Ieronimo vi scrisse lungo tratto + di secoli de li angeli creati + anzi che l'altro mondo fosse fatto; + +ma questo vero e` scritto in molti lati + da li scrittor de lo Spirito Santo, + e tu te n'avvedrai se bene agguati; + +e anche la ragione il vede alquanto, + che non concederebbe che ' motori + sanza sua perfezion fosser cotanto. + +Or sai tu dove e quando questi amori + furon creati e come: si` che spenti + nel tuo disio gia` son tre ardori. + +Ne' giugneriesi, numerando, al venti + si` tosto, come de li angeli parte + turbo` il suggetto d'i vostri alementi. + +L'altra rimase, e comincio` quest'arte + che tu discerni, con tanto diletto, + che mai da circuir non si diparte. + +Principio del cader fu il maladetto + superbir di colui che tu vedesti + da tutti i pesi del mondo costretto. + +Quelli che vedi qui furon modesti + a riconoscer se' da la bontate + che li avea fatti a tanto intender presti: + +per che le viste lor furo essaltate + con grazia illuminante e con lor merto, + si c'hanno ferma e piena volontate; + +e non voglio che dubbi, ma sia certo, + che ricever la grazia e` meritorio + secondo che l'affetto l'e` aperto. + +Omai dintorno a questo consistorio + puoi contemplare assai, se le parole + mie son ricolte, sanz'altro aiutorio. + +Ma perche' 'n terra per le vostre scole + si legge che l'angelica natura + e` tal, che 'ntende e si ricorda e vole, + +ancor diro`, perche' tu veggi pura + la verita` che la` giu` si confonde, + equivocando in si` fatta lettura. + +Queste sustanze, poi che fur gioconde + de la faccia di Dio, non volser viso + da essa, da cui nulla si nasconde: + +pero` non hanno vedere interciso + da novo obietto, e pero` non bisogna + rememorar per concetto diviso; + +si` che la` giu`, non dormendo, si sogna, + credendo e non credendo dicer vero; + ma ne l'uno e` piu` colpa e piu` vergogna. + +Voi non andate giu` per un sentiero + filosofando: tanto vi trasporta + l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero! + +E ancor questo qua su` si comporta + con men disdegno che quando e` posposta + la divina Scrittura o quando e` torta. + +Non vi si pensa quanto sangue costa + seminarla nel mondo e quanto piace + chi umilmente con essa s'accosta. + +Per apparer ciascun s'ingegna e face + sue invenzioni; e quelle son trascorse + da' predicanti e 'l Vangelio si tace. + +Un dice che la luna si ritorse + ne la passion di Cristo e s'interpuose, + per che 'l lume del sol giu` non si porse; + +e mente, che' la luce si nascose + da se': pero` a li Spani e a l'Indi + come a' Giudei tale eclissi rispuose. + +Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi + quante si` fatte favole per anno + in pergamo si gridan quinci e quindi; + +si` che le pecorelle, che non sanno, + tornan del pasco pasciute di vento, + e non le scusa non veder lo danno. + +Non disse Cristo al suo primo convento: + 'Andate, e predicate al mondo ciance'; + ma diede lor verace fondamento; + +e quel tanto sono` ne le sue guance, + si` ch'a pugnar per accender la fede + de l'Evangelio fero scudo e lance. + +Ora si va con motti e con iscede + a predicare, e pur che ben si rida, + gonfia il cappuccio e piu` non si richiede. + +Ma tale uccel nel becchetto s'annida, + che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe + la perdonanza di ch'el si confida; + +per cui tanta stoltezza in terra crebbe, + che, sanza prova d'alcun testimonio, + ad ogne promession si correrebbe. + +Di questo ingrassa il porco sant'Antonio, + e altri assai che sono ancor piu` porci, + pagando di moneta sanza conio. + +Ma perche' siam digressi assai, ritorci + li occhi oramai verso la dritta strada, + si` che la via col tempo si raccorci. + +Questa natura si` oltre s'ingrada + in numero, che mai non fu loquela + ne' concetto mortal che tanto vada; + +e se tu guardi quel che si revela + per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia + determinato numero si cela. + +La prima luce, che tutta la raia, + per tanti modi in essa si recepe, + quanti son li splendori a chi s'appaia. + +Onde, pero` che a l'atto che concepe + segue l'affetto, d'amar la dolcezza + diversamente in essa ferve e tepe. + +Vedi l'eccelso omai e la larghezza + de l'etterno valor, poscia che tanti + speculi fatti s'ha in che si spezza, + +uno manendo in se' come davanti>>. + + + +Paradiso: Canto XXX + + +Forse semilia miglia di lontano + ci ferve l'ora sesta, e questo mondo + china gia` l'ombra quasi al letto piano, + +quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo, + comincia a farsi tal, ch'alcuna stella + perde il parere infino a questo fondo; + +e come vien la chiarissima ancella + del sol piu` oltre, cosi` 'l ciel si chiude + di vista in vista infino a la piu` bella. + +Non altrimenti il triunfo che lude + sempre dintorno al punto che mi vinse, + parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude, + +a poco a poco al mio veder si stinse: + per che tornar con li occhi a Beatrice + nulla vedere e amor mi costrinse. + +Se quanto infino a qui di lei si dice + fosse conchiuso tutto in una loda, + poca sarebbe a fornir questa vice. + +La bellezza ch'io vidi si trasmoda + non pur di la` da noi, ma certo io credo + che solo il suo fattor tutta la goda. + +Da questo passo vinto mi concedo + piu` che gia` mai da punto di suo tema + soprato fosse comico o tragedo: + +che', come sole in viso che piu` trema, + cosi` lo rimembrar del dolce riso + la mente mia da me medesmo scema. + +Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso + in questa vita, infino a questa vista, + non m'e` il seguire al mio cantar preciso; + +ma or convien che mio seguir desista + piu` dietro a sua bellezza, poetando, + come a l'ultimo suo ciascuno artista. + +Cotal qual io lascio a maggior bando + che quel de la mia tuba, che deduce + l'ardua sua matera terminando, + +con atto e voce di spedito duce + ricomincio`: <<Noi siamo usciti fore + del maggior corpo al ciel ch'e` pura luce: + +luce intellettual, piena d'amore; + amor di vero ben, pien di letizia; + letizia che trascende ogne dolzore. + +Qui vederai l'una e l'altra milizia + di paradiso, e l'una in quelli aspetti + che tu vedrai a l'ultima giustizia>>. + +Come subito lampo che discetti + li spiriti visivi, si` che priva + da l'atto l'occhio di piu` forti obietti, + +cosi` mi circunfulse luce viva, + e lasciommi fasciato di tal velo + del suo fulgor, che nulla m'appariva. + +<<Sempre l'amor che queta questo cielo + accoglie in se' con si` fatta salute, + per far disposto a sua fiamma il candelo>>. + +Non fur piu` tosto dentro a me venute + queste parole brievi, ch'io compresi + me sormontar di sopr'a mia virtute; + +e di novella vista mi raccesi + tale, che nulla luce e` tanto mera, + che li occhi miei non si fosser difesi; + +e vidi lume in forma di rivera + fulvido di fulgore, intra due rive + dipinte di mirabil primavera. + +Di tal fiumana uscian faville vive, + e d'ogne parte si mettien ne' fiori, + quasi rubin che oro circunscrive; + +poi, come inebriate da li odori, + riprofondavan se' nel miro gurge; + e s'una intrava, un'altra n'uscia fori. + +<<L'alto disio che mo t'infiamma e urge, + d'aver notizia di cio` che tu vei, + tanto mi piace piu` quanto piu` turge; + +ma di quest'acqua convien che tu bei + prima che tanta sete in te si sazi>>: + cosi` mi disse il sol de li occhi miei. + +Anche soggiunse: <<Il fiume e li topazi + ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe + son di lor vero umbriferi prefazi. + +Non che da se' sian queste cose acerbe; + ma e` difetto da la parte tua, + che non hai viste ancor tanto superbe>>. + +Non e` fantin che si` subito rua + col volto verso il latte, se si svegli + molto tardato da l'usanza sua, + +come fec'io, per far migliori spegli + ancor de li occhi, chinandomi a l'onda + che si deriva perche' vi s'immegli; + +e si` come di lei bevve la gronda + de le palpebre mie, cosi` mi parve + di sua lunghezza divenuta tonda. + +Poi, come gente stata sotto larve, + che pare altro che prima, se si sveste + la sembianza non sua in che disparve, + +cosi` mi si cambiaro in maggior feste + li fiori e le faville, si` ch'io vidi + ambo le corti del ciel manifeste. + +O isplendor di Dio, per cu' io vidi + l'alto triunfo del regno verace, + dammi virtu` a dir com'io il vidi! + +Lume e` la` su` che visibile face + lo creatore a quella creatura + che solo in lui vedere ha la sua pace. + +E' si distende in circular figura, + in tanto che la sua circunferenza + sarebbe al sol troppo larga cintura. + +Fassi di raggio tutta sua parvenza + reflesso al sommo del mobile primo, + che prende quindi vivere e potenza. + +E come clivo in acqua di suo imo + si specchia, quasi per vedersi addorno, + quando e` nel verde e ne' fioretti opimo, + +si`, soprastando al lume intorno intorno, + vidi specchiarsi in piu` di mille soglie + quanto di noi la` su` fatto ha ritorno. + +E se l'infimo grado in se' raccoglie + si` grande lume, quanta e` la larghezza + di questa rosa ne l'estreme foglie! + +La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza + non si smarriva, ma tutto prendeva + il quanto e 'l quale di quella allegrezza. + +Presso e lontano, li`, ne' pon ne' leva: + che' dove Dio sanza mezzo governa, + la legge natural nulla rileva. + +Nel giallo de la rosa sempiterna, + che si digrada e dilata e redole + odor di lode al sol che sempre verna, + +qual e` colui che tace e dicer vole, + mi trasse Beatrice, e disse: <<Mira + quanto e` 'l convento de le bianche stole! + +Vedi nostra citta` quant'ella gira; + vedi li nostri scanni si` ripieni, + che poca gente piu` ci si disira. + +E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni + per la corona che gia` v'e` su` posta, + prima che tu a queste nozze ceni, + +sedera` l'alma, che fia giu` agosta, + de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia + verra` in prima ch'ella sia disposta. + +La cieca cupidigia che v'ammalia + simili fatti v'ha al fantolino + che muor per fame e caccia via la balia. + +E fia prefetto nel foro divino + allora tal, che palese e coverto + non andera` con lui per un cammino. + +Ma poco poi sara` da Dio sofferto + nel santo officio; ch'el sara` detruso + la` dove Simon mago e` per suo merto, + +e fara` quel d'Alagna intrar piu` giuso>>. + + + +Paradiso: Canto XXXI + + +In forma dunque di candida rosa + mi si mostrava la milizia santa + che nel suo sangue Cristo fece sposa; + +ma l'altra, che volando vede e canta + la gloria di colui che la 'nnamora + e la bonta` che la fece cotanta, + +si` come schiera d'ape, che s'infiora + una fiata e una si ritorna + la` dove suo laboro s'insapora, + +nel gran fior discendeva che s'addorna + di tante foglie, e quindi risaliva + la` dove 'l suo amor sempre soggiorna. + +Le facce tutte avean di fiamma viva, + e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco, + che nulla neve a quel termine arriva. + +Quando scendean nel fior, di banco in banco + porgevan de la pace e de l'ardore + ch'elli acquistavan ventilando il fianco. + +Ne' l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore + di tanta moltitudine volante + impediva la vista e lo splendore: + +che' la luce divina e` penetrante + per l'universo secondo ch'e` degno, + si` che nulla le puote essere ostante. + +Questo sicuro e gaudioso regno, + frequente in gente antica e in novella, + viso e amore avea tutto ad un segno. + +O trina luce, che 'n unica stella + scintillando a lor vista, si` li appaga! + guarda qua giuso a la nostra procella! + +Se i barbari, venendo da tal plaga + che ciascun giorno d'Elice si cuopra, + rotante col suo figlio ond'ella e` vaga, + +veggendo Roma e l'ardua sua opra, + stupefaciensi, quando Laterano + a le cose mortali ando` di sopra; + +io, che al divino da l'umano, + a l'etterno dal tempo era venuto, + e di Fiorenza in popol giusto e sano + +di che stupor dovea esser compiuto! + Certo tra esso e 'l gaudio mi facea + libito non udire e starmi muto. + +E quasi peregrin che si ricrea + nel tempio del suo voto riguardando, + e spera gia` ridir com'ello stea, + +su per la viva luce passeggiando, + menava io li occhi per li gradi, + mo su`, mo giu` e mo recirculando. + +Vedea visi a carita` suadi, + d'altrui lume fregiati e di suo riso, + e atti ornati di tutte onestadi. + +La forma general di paradiso + gia` tutta mio sguardo avea compresa, + in nulla parte ancor fermato fiso; + +e volgeami con voglia riaccesa + per domandar la mia donna di cose + di che la mente mia era sospesa. + +Uno intendea, e altro mi rispuose: + credea veder Beatrice e vidi un sene + vestito con le genti gloriose. + +Diffuso era per li occhi e per le gene + di benigna letizia, in atto pio + quale a tenero padre si convene. + +E <<Ov'e` ella?>>, subito diss'io. + Ond'elli: <<A terminar lo tuo disiro + mosse Beatrice me del loco mio; + +e se riguardi su` nel terzo giro + dal sommo grado, tu la rivedrai + nel trono che suoi merti le sortiro>>. + +Sanza risponder, li occhi su` levai, + e vidi lei che si facea corona + reflettendo da se' li etterni rai. + +Da quella region che piu` su` tona + occhio mortale alcun tanto non dista, + qualunque in mare piu` giu` s'abbandona, + +quanto li` da Beatrice la mia vista; + ma nulla mi facea, che' sua effige + non discendea a me per mezzo mista. + +<<O donna in cui la mia speranza vige, + e che soffristi per la mia salute + in inferno lasciar le tue vestige, + +di tante cose quant'i' ho vedute, + dal tuo podere e da la tua bontate + riconosco la grazia e la virtute. + +Tu m'hai di servo tratto a libertate + per tutte quelle vie, per tutt'i modi + che di cio` fare avei la potestate. + +La tua magnificenza in me custodi, + si` che l'anima mia, che fatt'hai sana, + piacente a te dal corpo si disnodi>>. + +Cosi` orai; e quella, si` lontana + come parea, sorrise e riguardommi; + poi si torno` a l'etterna fontana. + +E 'l santo sene: <<Accio` che tu assommi + perfettamente>>, disse, <<il tuo cammino, + a che priego e amor santo mandommi, + +vola con li occhi per questo giardino; + che' veder lui t'acconcera` lo sguardo + piu` al montar per lo raggio divino. + +E la regina del cielo, ond'io ardo + tutto d'amor, ne fara` ogne grazia, + pero` ch'i' sono il suo fedel Bernardo>>. + +Qual e` colui che forse di Croazia + viene a veder la Veronica nostra, + che per l'antica fame non sen sazia, + +ma dice nel pensier, fin che si mostra: + 'Segnor mio Iesu` Cristo, Dio verace, + or fu si` fatta la sembianza vostra?'; + +tal era io mirando la vivace + carita` di colui che 'n questo mondo, + contemplando, gusto` di quella pace. + +<<Figliuol di grazia, quest'esser giocondo>>, + comincio` elli, <<non ti sara` noto, + tenendo li occhi pur qua giu` al fondo; + +ma guarda i cerchi infino al piu` remoto, + tanto che veggi seder la regina + cui questo regno e` suddito e devoto>>. + +Io levai li occhi; e come da mattina + la parte oriental de l'orizzonte + soverchia quella dove 'l sol declina, + +cosi`, quasi di valle andando a monte + con li occhi, vidi parte ne lo stremo + vincer di lume tutta l'altra fronte. + +E come quivi ove s'aspetta il temo + che mal guido` Fetonte, piu` s'infiamma, + e quinci e quindi il lume si fa scemo, + +cosi` quella pacifica oriafiamma + nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte + per igual modo allentava la fiamma; + +e a quel mezzo, con le penne sparte, + vid'io piu` di mille angeli festanti, + ciascun distinto di fulgore e d'arte. + +Vidi a lor giochi quivi e a lor canti + ridere una bellezza, che letizia + era ne li occhi a tutti li altri santi; + +e s'io avessi in dir tanta divizia + quanta ad imaginar, non ardirei + lo minimo tentar di sua delizia. + +Bernardo, come vide li occhi miei + nel caldo suo caler fissi e attenti, + li suoi con tanto affetto volse a lei, + +che ' miei di rimirar fe' piu` ardenti. + + + +Paradiso: Canto XXXII + + +Affetto al suo piacer, quel contemplante + libero officio di dottore assunse, + e comincio` queste parole sante: + +<<La piaga che Maria richiuse e unse, + quella ch'e` tanto bella da' suoi piedi + e` colei che l'aperse e che la punse. + +Ne l'ordine che fanno i terzi sedi, + siede Rachel di sotto da costei + con Beatrice, si` come tu vedi. + +Sarra e Rebecca, Iudit e colei + che fu bisava al cantor che per doglia + del fallo disse 'Miserere mei', + +puoi tu veder cosi` di soglia in soglia + giu` digradar, com'io ch'a proprio nome + vo per la rosa giu` di foglia in foglia. + +E dal settimo grado in giu`, si` come + infino ad esso, succedono Ebree, + dirimendo del fior tutte le chiome; + +perche', secondo lo sguardo che fee + la fede in Cristo, queste sono il muro + a che si parton le sacre scalee. + +Da questa parte onde 'l fiore e` maturo + di tutte le sue foglie, sono assisi + quei che credettero in Cristo venturo; + +da l'altra parte onde sono intercisi + di voti i semicirculi, si stanno + quei ch'a Cristo venuto ebber li visi. + +E come quinci il glorioso scanno + de la donna del cielo e li altri scanni + di sotto lui cotanta cerna fanno, + +cosi` di contra quel del gran Giovanni, + che sempre santo 'l diserto e 'l martiro + sofferse, e poi l'inferno da due anni; + +e sotto lui cosi` cerner sortiro + Francesco, Benedetto e Augustino + e altri fin qua giu` di giro in giro. + +Or mira l'alto proveder divino: + che' l'uno e l'altro aspetto de la fede + igualmente empiera` questo giardino. + +E sappi che dal grado in giu` che fiede + a mezzo il tratto le due discrezioni, + per nullo proprio merito si siede, + +ma per l'altrui, con certe condizioni: + che' tutti questi son spiriti ascolti + prima ch'avesser vere elezioni. + +Ben te ne puoi accorger per li volti + e anche per le voci puerili, + se tu li guardi bene e se li ascolti. + +Or dubbi tu e dubitando sili; + ma io disciogliero` 'l forte legame + in che ti stringon li pensier sottili. + +Dentro a l'ampiezza di questo reame + casual punto non puote aver sito, + se non come tristizia o sete o fame: + +che' per etterna legge e` stabilito + quantunque vedi, si` che giustamente + ci si risponde da l'anello al dito; + +e pero` questa festinata gente + a vera vita non e` sine causa + intra se' qui piu` e meno eccellente. + +Lo rege per cui questo regno pausa + in tanto amore e in tanto diletto, + che nulla volonta` e` di piu` ausa, + +le menti tutte nel suo lieto aspetto + creando, a suo piacer di grazia dota + diversamente; e qui basti l'effetto. + +E cio` espresso e chiaro vi si nota + ne la Scrittura santa in quei gemelli + che ne la madre ebber l'ira commota. + +Pero`, secondo il color d'i capelli, + di cotal grazia l'altissimo lume + degnamente convien che s'incappelli. + +Dunque, sanza merce' di lor costume, + locati son per gradi differenti, + sol differendo nel primiero acume. + +Bastavasi ne' secoli recenti + con l'innocenza, per aver salute, + solamente la fede d'i parenti; + +poi che le prime etadi fuor compiute, + convenne ai maschi a l'innocenti penne + per circuncidere acquistar virtute; + +ma poi che 'l tempo de la grazia venne, + sanza battesmo perfetto di Cristo + tale innocenza la` giu` si ritenne. + +Riguarda omai ne la faccia che a Cristo + piu` si somiglia, che' la sua chiarezza + sola ti puo` disporre a veder Cristo>>. + +Io vidi sopra lei tanta allegrezza + piover, portata ne le menti sante + create a trasvolar per quella altezza, + +che quantunque io avea visto davante, + di tanta ammirazion non mi sospese, + ne' mi mostro` di Dio tanto sembiante; + +e quello amor che primo li` discese, + cantando 'Ave, Maria, gratia plena', + dinanzi a lei le sue ali distese. + +Rispuose a la divina cantilena + da tutte parti la beata corte, + si` ch'ogne vista sen fe' piu` serena. + +<<O santo padre, che per me comporte + l'esser qua giu`, lasciando il dolce loco + nel qual tu siedi per etterna sorte, + +qual e` quell'angel che con tanto gioco + guarda ne li occhi la nostra regina, + innamorato si` che par di foco?>>. + +Cosi` ricorsi ancora a la dottrina + di colui ch'abbelliva di Maria, + come del sole stella mattutina. + +Ed elli a me: <<Baldezza e leggiadria + quant'esser puote in angelo e in alma, + tutta e` in lui; e si` volem che sia, + +perch'elli e` quelli che porto` la palma + giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio + carcar si volse de la nostra salma. + +Ma vieni omai con li occhi si` com'io + andro` parlando, e nota i gran patrici + di questo imperio giustissimo e pio. + +Quei due che seggon la` su` piu` felici + per esser propinquissimi ad Augusta, + son d'esta rosa quasi due radici: + +colui che da sinistra le s'aggiusta + e` il padre per lo cui ardito gusto + l'umana specie tanto amaro gusta; + +dal destro vedi quel padre vetusto + di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi + raccomando` di questo fior venusto. + +E quei che vide tutti i tempi gravi, + pria che morisse, de la bella sposa + che s'acquisto` con la lancia e coi clavi, + +siede lungh'esso, e lungo l'altro posa + quel duca sotto cui visse di manna + la gente ingrata, mobile e retrosa. + +Di contr'a Pietro vedi sedere Anna, + tanto contenta di mirar sua figlia, + che non move occhio per cantare osanna; + +e contro al maggior padre di famiglia + siede Lucia, che mosse la tua donna, + quando chinavi, a rovinar, le ciglia. + +Ma perche' 'l tempo fugge che t'assonna, + qui farem punto, come buon sartore + che com'elli ha del panno fa la gonna; + +e drizzeremo li occhi al primo amore, + si` che, guardando verso lui, penetri + quant'e` possibil per lo suo fulgore. + +Veramente, ne forse tu t'arretri + movendo l'ali tue, credendo oltrarti, + orando grazia conven che s'impetri + +grazia da quella che puote aiutarti; + e tu mi seguirai con l'affezione, + si` che dal dicer mio lo cor non parti>>. + +E comincio` questa santa orazione: + + + +Paradiso: Canto XXXIII + + +<<Vergine Madre, figlia del tuo figlio, + umile e alta piu` che creatura, + termine fisso d'etterno consiglio, + +tu se' colei che l'umana natura + nobilitasti si`, che 'l suo fattore + non disdegno` di farsi sua fattura. + +Nel ventre tuo si raccese l'amore, + per lo cui caldo ne l'etterna pace + cosi` e` germinato questo fiore. + +Qui se' a noi meridiana face + di caritate, e giuso, intra ' mortali, + se' di speranza fontana vivace. + +Donna, se' tanto grande e tanto vali, + che qual vuol grazia e a te non ricorre + sua disianza vuol volar sanz'ali. + +La tua benignita` non pur soccorre + a chi domanda, ma molte fiate + liberamente al dimandar precorre. + +In te misericordia, in te pietate, + in te magnificenza, in te s'aduna + quantunque in creatura e` di bontate. + +Or questi, che da l'infima lacuna + de l'universo infin qui ha vedute + le vite spiritali ad una ad una, + +supplica a te, per grazia, di virtute + tanto, che possa con li occhi levarsi + piu` alto verso l'ultima salute. + +E io, che mai per mio veder non arsi + piu` ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi + ti porgo, e priego che non sieno scarsi, + +perche' tu ogne nube li disleghi + di sua mortalita` co' prieghi tuoi, + si` che 'l sommo piacer li si dispieghi. + +Ancor ti priego, regina, che puoi + cio` che tu vuoli, che conservi sani, + dopo tanto veder, li affetti suoi. + +Vinca tua guardia i movimenti umani: + vedi Beatrice con quanti beati + per li miei prieghi ti chiudon le mani!>>. + +Li occhi da Dio diletti e venerati, + fissi ne l'orator, ne dimostraro + quanto i devoti prieghi le son grati; + +indi a l'etterno lume s'addrizzaro, + nel qual non si dee creder che s'invii + per creatura l'occhio tanto chiaro. + +E io ch'al fine di tutt'i disii + appropinquava, si` com'io dovea, + l'ardor del desiderio in me finii. + +Bernardo m'accennava, e sorridea, + perch'io guardassi suso; ma io era + gia` per me stesso tal qual ei volea: + +che' la mia vista, venendo sincera, + e piu` e piu` intrava per lo raggio + de l'alta luce che da se' e` vera. + +Da quinci innanzi il mio veder fu maggio + che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede, + e cede la memoria a tanto oltraggio. + +Qual e` colui che sognando vede, + che dopo 'l sogno la passione impressa + rimane, e l'altro a la mente non riede, + +cotal son io, che' quasi tutta cessa + mia visione, e ancor mi distilla + nel core il dolce che nacque da essa. + +Cosi` la neve al sol si disigilla; + cosi` al vento ne le foglie levi + si perdea la sentenza di Sibilla. + +O somma luce che tanto ti levi + da' concetti mortali, a la mia mente + ripresta un poco di quel che parevi, + +e fa la lingua mia tanto possente, + ch'una favilla sol de la tua gloria + possa lasciare a la futura gente; + +che', per tornare alquanto a mia memoria + e per sonare un poco in questi versi, + piu` si concepera` di tua vittoria. + +Io credo, per l'acume ch'io soffersi + del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito, + se li occhi miei da lui fossero aversi. + +E' mi ricorda ch'io fui piu` ardito + per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi + l'aspetto mio col valore infinito. + +Oh abbondante grazia ond'io presunsi + ficcar lo viso per la luce etterna, + tanto che la veduta vi consunsi! + +Nel suo profondo vidi che s'interna + legato con amore in un volume, + cio` che per l'universo si squaderna: + +sustanze e accidenti e lor costume, + quasi conflati insieme, per tal modo + che cio` ch'i' dico e` un semplice lume. + +La forma universal di questo nodo + credo ch'i' vidi, perche' piu` di largo, + dicendo questo, mi sento ch'i' godo. + +Un punto solo m'e` maggior letargo + che venticinque secoli a la 'mpresa, + che fe' Nettuno ammirar l'ombra d'Argo. + +Cosi` la mente mia, tutta sospesa, + mirava fissa, immobile e attenta, + e sempre di mirar faceasi accesa. + +A quella luce cotal si diventa, + che volgersi da lei per altro aspetto + e` impossibil che mai si consenta; + +pero` che 'l ben, ch'e` del volere obietto, + tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella + e` defettivo cio` ch'e` li` perfetto. + +Omai sara` piu` corta mia favella, + pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante + che bagni ancor la lingua a la mammella. + +Non perche' piu` ch'un semplice sembiante + fosse nel vivo lume ch'io mirava, + che tal e` sempre qual s'era davante; + +ma per la vista che s'avvalorava + in me guardando, una sola parvenza, + mutandom'io, a me si travagliava. + +Ne la profonda e chiara sussistenza + de l'alto lume parvermi tre giri + di tre colori e d'una contenenza; + +e l'un da l'altro come iri da iri + parea reflesso, e 'l terzo parea foco + che quinci e quindi igualmente si spiri. + +Oh quanto e` corto il dire e come fioco + al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi, + e` tanto, che non basta a dicer 'poco'. + +O luce etterna che sola in te sidi, + sola t'intendi, e da te intelletta + e intendente te ami e arridi! + +Quella circulazion che si` concetta + pareva in te come lume reflesso, + da li occhi miei alquanto circunspetta, + +dentro da se', del suo colore stesso, + mi parve pinta de la nostra effige: + per che 'l mio viso in lei tutto era messo. + +Qual e` 'l geometra che tutto s'affige + per misurar lo cerchio, e non ritrova, + pensando, quel principio ond'elli indige, + +tal era io a quella vista nova: + veder voleva come si convenne + l'imago al cerchio e come vi s'indova; + +ma non eran da cio` le proprie penne: + se non che la mia mente fu percossa + da un fulgore in che sua voglia venne. + +A l'alta fantasia qui manco` possa; + ma gia` volgeva il mio disio e 'l velle, + si` come rota ch'igualmente e` mossa, + +l'amor che move il sole e l'altre stelle. + + + + +POSTSCRIPT + + + 'Ich habe unter meinen Papieren ein Blatt gefunden, + wo ich die Baukunst eine erstarrte Musik nenne.' + (Johann Wolfgang Goethe, 1829 March 23) + +I found Dante in a bar. The Poet had indeed lost the True Way to be found +reduced to party chatter in a Capitol Hill basement, but I had found him at +last. I must have been drinking in the Dark Tavern of Error, for I did not +even realize I had begun the dolorous path followed by many since the +Poet's journey of A.D. 1300. Actually no one spoke a word about Dante or +his Divine Comedy, rather I heard a second-hand Goethe call architecture +"frozen music." Soon I took my second step through the gate to a people +lost; this time on a more respectable occasion--a lecture at the Catholic +University of America. Clio, the muse of history, must have been aiding +Prof. Schumacher that evening, because it sustained my full three-hour +attention, even after I had just presented an all-night project. There I +heard of a most astonishing Italian translation of 'la Divina Commedia' di +Dante Alighieri. An Italian architect, Giuseppi Terragni, had translated +the Comedy into the 'Danteum,' a projected stone and glass monument to Poet +and Poem near the Basilica of Maxentius in Rome. + +Do not look for the Danteum in the Eternal City. In true Dantean form, +politics stood in the way of its construction in 1938. Ironically this +literature-inspired building can itself most easily be found in book form. +Reading this book I remembered Goethe's quote about frozen music. Did +Terragni try to freeze Dante's medieval miracle of song? Certainly a +cold-poem seems artistically repulsive. Unflattering comparisons to the +lake of Cocytus spring to mind too. While I cannot read Italian, I can read +some German. After locating the original quotation I discovered that +'frozen' is a problematic (though common) translation of Goethe's original +'erstarrte.' The verb 'erstarren' more properly means 'to solidify' or 'to +stiffen.' This suggests a chemical reaction in which the art does not +necessarily chill in the transformation. Nor can simple thawing yield the +original work. Like a chemical reaction it requires an artistic catalyst, a +muse. Indeed the Danteum is not a physical translation of the Poem. +Terragni thought it inappropriate to translate the Comedy literally into a +non-literary work. The Danteum would not be a stage set, rather Terragni +generated his design from the Comedy's structure, not its finishes. + + The poem is divided into three canticles of thirty-three cantos + each, plus one extra in the first, the Inferno, making a total of + one hundred cantos. Each canto is composed of three-line tercets, + the first and third lines rhyme, the second line rhymes with the + beginning of the next tercet, establishing a kind of overlap, + reflected in the overlapping motif of the Danteum design. Dante's + realms are further subdivided: the Inferno is composed of nine + levels, the vestibule makes a tenth. Purgatory has seven + terraces, plus two ledges in an ante-purgatory; adding these to + the Earthly Paradise yields ten zones. Paradise is composed of + nine heavens; Empyrean makes the tenth. In the Inferno, sinners + are organized by three vices--Incontinence, Violence, and + Fraud--and further subdivided by the seven deadly sins. In + Purgatory, penance is ordered on the basis of three types of + natural love. Paradise is organized on the basis of three types + of Divine Love, and further subdivided according to the three + theological and four cardinal virtues. + (Thomas Schumacher, "The Danteum," + Princeton Architectural Press, 1993) + +By translating the structure, Terragni could then layer the literal and the +spiritual meanings of the Poem without allowing either to dominate. These +layers of meaning are native to the Divine Comedy as they are native to +much medieval literature, although modern readers and tourists may not be +so familiar with them. They are literal, allegorical, moral, and +anagogical. I offer you St. Thomas of Aquinas' definition of these last +three as they relate to Sacred Scripture: + + . . .this spiritual sense has a threefold division. . .so far as + the things of the Old Law signify the things of the New Law, + there is the allegorical sense; so far as the things done in + Christ, or so far as the things which signify Christ, are types + of what we ought to do, there is the moral sense. But so far as + they signify what relates to eternal glory, there is the + anagogical sense. (Summa Theologica I, 1, 10) + +Within the Danteum the Poet's meanings lurk in solid form. An example: the +Danteum design does have spaces literally associated with the Comedy--the +Dark Wood of Error, Inferno, Purgatorio, and the Paradiso--but these spaces +also relate among themselves spiritually. Dante often highlights a virtue +by first condemning its corruption. Within Dante's system Justice is the +greatest of the cardinal virtues; its corruption, Fraud, is the most +contemptible of vices. Because Dante saw the papacy as the most precious of +sacred institutions, corrupt popes figure prominently among the damned in +the Poet's Inferno. In the Danteum the materiality of the worldly Dark Wood +directly opposes the transcendence of the Paradiso. In the realm of error +every thought is lost and secular, while in heaven every soul's intent is +directed toward God. The shadowy Inferno of the Danteum mirrors the +Purgatorio's illuminated ascent to heaven. Purgatory embodies hope and +growth where hell chases its own dark inertia. Such is the cosmography +shared by Terragni and Dante. + +In this postscript I intend neither to fully examine the meaning nor the +plan of the Danteum, but rather to evince the power that art has acted as a +catalyst to other artists. The Danteum, a modern design inspired by a +medieval poem, is but one example. Dante's poem is filled with characters +epitomizing the full range of vices and virtues of human personalities. +Dante's characters come from his present and literature's past; they are +mythological, biblical, classical, ancient, and medieval. They, rather than +Calliope and her sisters, were Dante's muses. + +'La Divina Commedia' seems a natural candidate to complete Project +Gutenberg's first milleditio and to begin its second thousand e-texts. +Although distinctly medieval, its continuum of influence spans the +Renaissance and modernity. Terragni saw his place within the Comedy as +surely as Dante saw his own. We too fit within Dante's understanding of the +human condition; we differ less from our past than we might like to +believe. T. S. Eliot understood this when he wrote "Dante and Shakespeare +divide the modern world between them, there is no third." So now Dante +joins Shakespeare (e-text #100) in the Project Gutenberg collection. Two +works that influenced Dante are also part of the collection: The Bible +(#10) and Virgil's Aeneid (#227). Other major influences--St. Thomas of +Aquinas' Summa Theologica, The Metamorphoses of Ovid, and Aristotle's +Nicomachean Ethics--are available in electronic form at other Internet +sites. If one searches enough he may even find a computer rendering of the +Danteum on the Internet. By presenting this electronic text to Project +Gutenberg it is my hope that in will not rest in a computer unknown and +unread; it is my hope that artists will see themselves in the Divine Comedy +and be inspired, just as Dante ran the paths left by Virgil and St. Thomas +that lead him to the stars. + +Dennis McCarthy, July 1997 +Atlanta, Georgia USA +imprimatur@juno.com + + + + +TECHNICAL NOTES + + +This edition has been rendered in 7-bit ASCII. Special Italian characters +that require an 8-bit format have been transcribed into multiple characters. +Below is a chart with the 8-bit character (which may not display properly), +its written description, and how it has been rendered in this 7-bit version. + + guillemot left << + guillemot right >> + a grave accent a` (at the end of a word, otherwise: a) + e grave accent e` (at the end of a word, otherwise: e) + e acute accent e' (at the end of a word, otherwise: e) + i grave accent i` (at the end of a word, otherwise: i) + i diaresis/umlaut ii + o grave accent o` (at the end of a word, otherwise: o) + o acute accent o' (at the end of a word, otherwise: o) + u grave accent u` (at the end of a word, otherwise: u) + +Italic text, displayed with mark-up tags (<I>italic</I>) in the 8-bit +version, has has not been rendered here. To view the italics and +special characters please refer to the 8-bit or HTML version of this +e-text. + + + + + +End of this Project Gutenberg E-text of +La Divina Commedia di Dante Alighieri [7-bit text] + diff --git a/old/old/0ddcd09.zip b/old/old/0ddcd09.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..c994c42 --- /dev/null +++ b/old/old/0ddcd09.zip |
