summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old
diff options
context:
space:
mode:
authorRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 05:16:20 -0700
committerRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 05:16:20 -0700
commit5e0cdd0b51c36fab63ba21c0733eecdd0e143031 (patch)
tree2eb67a20756d660b38327d2ad08ef758e1f09fb8 /old
initial commit of ebook 1012HEADmain
Diffstat (limited to 'old')
-rw-r--r--old/1012-0.txt20023
-rw-r--r--old/1012-0.zipbin0 -> 235433 bytes
-rw-r--r--old/1012-h.zipbin0 -> 248558 bytes
-rw-r--r--old/1012-h/1012-h.htm30001
-rw-r--r--old/old/0ddc809a.txt19936
-rw-r--r--old/old/0ddc809a.zipbin0 -> 226286 bytes
-rw-r--r--old/old/0ddcd09.txt20063
-rw-r--r--old/old/0ddcd09.zipbin0 -> 232145 bytes
8 files changed, 90023 insertions, 0 deletions
diff --git a/old/1012-0.txt b/old/1012-0.txt
new file mode 100644
index 0000000..712e470
--- /dev/null
+++ b/old/1012-0.txt
@@ -0,0 +1,20023 @@
+Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
+other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
+the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
+www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
+to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Posting Date: November 7, 2015 [EBook #1012]
+Release Date: August, 1997
+First Posted: September 4, 1997
+Last Updated: December 8, 2014
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ***
+
+
+
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ INFERNO
+
+
+
+
+ Inferno • Canto I
+
+
+ Nel mezzo del cammin di nostra vita
+ mi ritrovai per una selva oscura,
+ ché la diritta via era smarrita.
+
+ Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
+ esta selva selvaggia e aspra e forte
+ che nel pensier rinova la paura!
+
+ Tant’ è amara che poco è più morte;
+ ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
+ dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
+
+ Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
+ tant’ era pien di sonno a quel punto
+ che la verace via abbandonai.
+
+ Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
+ là dove terminava quella valle
+ che m’avea di paura il cor compunto,
+
+ guardai in alto e vidi le sue spalle
+ vestite già de’ raggi del pianeta
+ che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+ Allor fu la paura un poco queta,
+ che nel lago del cor m’era durata
+ la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
+
+ E come quei che con lena affannata,
+ uscito fuor del pelago a la riva,
+ si volge a l’acqua perigliosa e guata,
+
+ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
+ si volse a retro a rimirar lo passo
+ che non lasciò già mai persona viva.
+
+ Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
+ ripresi via per la piaggia diserta,
+ sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
+
+ Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
+ una lonza leggera e presta molto,
+ che di pel macolato era coverta;
+
+ e non mi si partia dinanzi al volto,
+ anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
+ ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
+
+ Temp’ era dal principio del mattino,
+ e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
+ ch’eran con lui quando l’amor divino
+
+ mosse di prima quelle cose belle;
+ sì ch’a bene sperar m’era cagione
+ di quella fiera a la gaetta pelle
+
+ l’ora del tempo e la dolce stagione;
+ ma non sì che paura non mi desse
+ la vista che m’apparve d’un leone.
+
+ Questi parea che contra me venisse
+ con la test’ alta e con rabbiosa fame,
+ sì che parea che l’aere ne tremesse.
+
+ Ed una lupa, che di tutte brame
+ sembiava carca ne la sua magrezza,
+ e molte genti fé già viver grame,
+
+ questa mi porse tanto di gravezza
+ con la paura ch’uscia di sua vista,
+ ch’io perdei la speranza de l’altezza.
+
+ E qual è quei che volontieri acquista,
+ e giugne ’l tempo che perder lo face,
+ che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
+
+ tal mi fece la bestia sanza pace,
+ che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
+ mi ripigneva là dove ’l sol tace.
+
+ Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+ chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+ Quando vidi costui nel gran diserto,
+ «Miserere di me», gridai a lui,
+ «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
+
+ Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
+ e li parenti miei furon lombardi,
+ mantoani per patrïa ambedui.
+
+ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+ e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
+ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
+
+ Poeta fui, e cantai di quel giusto
+ figliuol d’Anchise che venne di Troia,
+ poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
+
+ Ma tu perché ritorni a tanta noia?
+ perché non sali il dilettoso monte
+ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
+
+ «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
+ che spandi di parlar sì largo fiume?»,
+ rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
+
+ «O de li altri poeti onore e lume,
+ vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
+ che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+ Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
+ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
+ lo bello stilo che m’ha fatto onore.
+
+ Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
+ aiutami da lei, famoso saggio,
+ ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
+
+ «A te convien tenere altro vïaggio»,
+ rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+ «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
+
+ ché questa bestia, per la qual tu gride,
+ non lascia altrui passar per la sua via,
+ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
+
+ e ha natura sì malvagia e ria,
+ che mai non empie la bramosa voglia,
+ e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
+
+ Molti son li animali a cui s’ammoglia,
+ e più saranno ancora, infin che ’l veltro
+ verrà, che la farà morir con doglia.
+
+ Questi non ciberà terra né peltro,
+ ma sapïenza, amore e virtute,
+ e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
+
+ Di quella umile Italia fia salute
+ per cui morì la vergine Cammilla,
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+ Questi la caccerà per ogne villa,
+ fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
+ là onde ’nvidia prima dipartilla.
+
+ Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
+ che tu mi segui, e io sarò tua guida,
+ e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ ove udirai le disperate strida,
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ ch’a la seconda morte ciascun grida;
+
+ e vederai color che son contenti
+ nel foco, perché speran di venire
+ quando che sia a le beate genti.
+
+ A le quai poi se tu vorrai salire,
+ anima fia a ciò più di me degna:
+ con lei ti lascerò nel mio partire;
+
+ ché quello imperador che là sù regna,
+ perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
+ non vuol che ’n sua città per me si vegna.
+
+ In tutte parti impera e quivi regge;
+ quivi è la sua città e l’alto seggio:
+ oh felice colui cu’ ivi elegge!».
+
+ E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
+ per quello Dio che tu non conoscesti,
+ acciò ch’io fugga questo male e peggio,
+
+ che tu mi meni là dov’ or dicesti,
+ sì ch’io veggia la porta di san Pietro
+ e color cui tu fai cotanto mesti».
+
+ Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+ Inferno • Canto II
+
+
+ Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
+ toglieva li animai che sono in terra
+ da le fatiche loro; e io sol uno
+
+ m’apparecchiava a sostener la guerra
+ sì del cammino e sì de la pietate,
+ che ritrarrà la mente che non erra.
+
+ O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
+ o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
+ qui si parrà la tua nobilitate.
+
+ Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
+ guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
+ prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
+
+ Tu dici che di Silvïo il parente,
+ corruttibile ancora, ad immortale
+ secolo andò, e fu sensibilmente.
+
+ Però, se l’avversario d’ogne male
+ cortese i fu, pensando l’alto effetto
+ ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
+
+ non pare indegno ad omo d’intelletto;
+ ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
+ ne l’empireo ciel per padre eletto:
+
+ la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
+ fu stabilita per lo loco santo
+ u’ siede il successor del maggior Piero.
+
+ Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
+ intese cose che furon cagione
+ di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+ Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
+ per recarne conforto a quella fede
+ ch’è principio a la via di salvazione.
+
+ Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
+ Io non Enëa, io non Paulo sono;
+ me degno a ciò né io né altri ’l crede.
+
+ Per che, se del venire io m’abbandono,
+ temo che la venuta non sia folle.
+ Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
+
+ E qual è quei che disvuol ciò che volle
+ e per novi pensier cangia proposta,
+ sì che dal cominciar tutto si tolle,
+
+ tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
+ perché, pensando, consumai la ’mpresa
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+ «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
+ rispuose del magnanimo quell’ ombra,
+ «l’anima tua è da viltade offesa;
+
+ la qual molte fïate l’omo ingombra
+ sì che d’onrata impresa lo rivolve,
+ come falso veder bestia quand’ ombra.
+
+ Da questa tema acciò che tu ti solve,
+ dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
+ nel primo punto che di te mi dolve.
+
+ Io era tra color che son sospesi,
+ e donna mi chiamò beata e bella,
+ tal che di comandare io la richiesi.
+
+ Lucevan li occhi suoi più che la stella;
+ e cominciommi a dir soave e piana,
+ con angelica voce, in sua favella:
+
+ “O anima cortese mantoana,
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,
+ e durerà quanto ’l mondo lontana,
+
+ l’amico mio, e non de la ventura,
+ ne la diserta piaggia è impedito
+ sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
+
+ e temo che non sia già sì smarrito,
+ ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
+ per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
+
+ Or movi, e con la tua parola ornata
+ e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
+ l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
+
+ I’ son Beatrice che ti faccio andare;
+ vegno del loco ove tornar disio;
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+ Quando sarò dinanzi al segnor mio,
+ di te mi loderò sovente a lui”.
+ Tacette allora, e poi comincia’ io:
+
+ “O donna di virtù sola per cui
+ l’umana spezie eccede ogne contento
+ di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
+
+ tanto m’aggrada il tuo comandamento,
+ che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
+ più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
+
+ Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+ de lo scender qua giuso in questo centro
+ de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
+
+ “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
+ dirotti brievemente”, mi rispuose,
+ “perch’ i’ non temo di venir qua entro.
+
+ Temer si dee di sole quelle cose
+ c’hanno potenza di fare altrui male;
+ de l’altre no, ché non son paurose.
+
+ I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
+ che la vostra miseria non mi tange,
+ né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
+
+ Donna è gentil nel ciel che si compiange
+ di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
+ sì che duro giudicio là sù frange.
+
+ Questa chiese Lucia in suo dimando
+ e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
+ di te, e io a te lo raccomando—.
+
+ Lucia, nimica di ciascun crudele,
+ si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
+ che mi sedea con l’antica Rachele.
+
+ Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,
+ ché non soccorri quei che t’amò tanto,
+ ch’uscì per te de la volgare schiera?
+
+ Non odi tu la pieta del suo pianto,
+ non vedi tu la morte che ’l combatte
+ su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
+
+ Al mondo non fur mai persone ratte
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,
+ com’ io, dopo cotai parole fatte,
+
+ venni qua giù del mio beato scanno,
+ fidandomi del tuo parlare onesto,
+ ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
+
+ Poscia che m’ebbe ragionato questo,
+ li occhi lucenti lagrimando volse,
+ per che mi fece del venir più presto.
+
+ E venni a te così com’ ella volse:
+ d’inanzi a quella fiera ti levai
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+ Dunque: che è? perché, perché restai,
+ perché tanta viltà nel core allette,
+ perché ardire e franchezza non hai,
+
+ poscia che tai tre donne benedette
+ curan di te ne la corte del cielo,
+ e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
+
+ Quali fioretti dal notturno gelo
+ chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+ tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ ch’i’ cominciai come persona franca:
+
+ «Oh pietosa colei che mi soccorse!
+ e te cortese ch’ubidisti tosto
+ a le vere parole che ti porse!
+
+ Tu m’hai con disiderio il cor disposto
+ sì al venir con le parole tue,
+ ch’i’ son tornato nel primo proposto.
+
+ Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
+ tu duca, tu segnore e tu maestro».
+ Così li dissi; e poi che mosso fue,
+
+ intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+ Inferno • Canto III
+
+
+ ‘Per me si va ne la città dolente,
+ per me si va ne l’etterno dolore,
+ per me si va tra la perduta gente.
+
+ Giustizia mosse il mio alto fattore;
+ fecemi la divina podestate,
+ la somma sapïenza e ’l primo amore.
+
+ Dinanzi a me non fuor cose create
+ se non etterne, e io etterno duro.
+ Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
+
+ Queste parole di colore oscuro
+ vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
+ per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
+
+ Ed elli a me, come persona accorta:
+ «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ ogne viltà convien che qui sia morta.
+
+ Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
+ che tu vedrai le genti dolorose
+ c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
+
+ E poi che la sua mano a la mia puose
+ con lieto volto, ond’ io mi confortai,
+ mi mise dentro a le segrete cose.
+
+ Quivi sospiri, pianti e alti guai
+ risonavan per l’aere sanza stelle,
+ per ch’io al cominciar ne lagrimai.
+
+ Diverse lingue, orribili favelle,
+ parole di dolore, accenti d’ira,
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+ facevano un tumulto, il qual s’aggira
+ sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
+ come la rena quando turbo spira.
+
+ E io ch’avea d’error la testa cinta,
+ dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
+ e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
+
+ Ed elli a me: «Questo misero modo
+ tegnon l’anime triste di coloro
+ che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
+
+ Mischiate sono a quel cattivo coro
+ de li angeli che non furon ribelli
+ né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
+
+ Caccianli i ciel per non esser men belli,
+ né lo profondo inferno li riceve,
+ ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
+
+ E io: «Maestro, che è tanto greve
+ a lor che lamentar li fa sì forte?».
+ Rispuose: «Dicerolti molto breve.
+
+ Questi non hanno speranza di morte,
+ e la lor cieca vita è tanto bassa,
+ che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
+
+ Fama di loro il mondo esser non lassa;
+ misericordia e giustizia li sdegna:
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
+
+ E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
+ che girando correva tanto ratta,
+ che d’ogne posa mi parea indegna;
+
+ e dietro le venìa sì lunga tratta
+ di gente, ch’i’ non averei creduto
+ che morte tanta n’avesse disfatta.
+
+ Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
+ vidi e conobbi l’ombra di colui
+ che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+ Incontanente intesi e certo fui
+ che questa era la setta d’i cattivi,
+ a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
+
+ Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+ erano ignudi e stimolati molto
+ da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
+
+ Elle rigavan lor di sangue il volto,
+ che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
+ da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+ E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
+ vidi genti a la riva d’un gran fiume;
+ per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
+
+ ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
+ le fa di trapassar parer sì pronte,
+ com’ i’ discerno per lo fioco lume».
+
+ Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
+ quando noi fermerem li nostri passi
+ su la trista riviera d’Acheronte».
+
+ Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+ temendo no ’l mio dir li fosse grave,
+ infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+ Ed ecco verso noi venir per nave
+ un vecchio, bianco per antico pelo,
+ gridando: «Guai a voi, anime prave!
+
+ Non isperate mai veder lo cielo:
+ i’ vegno per menarvi a l’altra riva
+ ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
+
+ E tu che se’ costì, anima viva,
+ pàrtiti da cotesti che son morti».
+ Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
+
+ disse: «Per altra via, per altri porti
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:
+ più lieve legno convien che ti porti».
+
+ E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
+ vuolsi così colà dove si puote
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+ Quinci fuor quete le lanose gote
+ al nocchier de la livida palude,
+ che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+ Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
+ cangiar colore e dibattero i denti,
+ ratto che ’nteser le parole crude.
+
+ Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+ l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
+ di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+ Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+ forte piangendo, a la riva malvagia
+ ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+ Caron dimonio, con occhi di bragia
+ loro accennando, tutte le raccoglie;
+ batte col remo qualunque s’adagia.
+
+ Come d’autunno si levan le foglie
+ l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+ similemente il mal seme d’Adamo
+ gittansi di quel lito ad una ad una,
+ per cenni come augel per suo richiamo.
+
+ Così sen vanno su per l’onda bruna,
+ e avanti che sien di là discese,
+ anche di qua nuova schiera s’auna.
+
+ «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
+ «quelli che muoion ne l’ira di Dio
+ tutti convegnon qui d’ogne paese;
+
+ e pronti sono a trapassar lo rio,
+ ché la divina giustizia li sprona,
+ sì che la tema si volve in disio.
+
+ Quinci non passa mai anima buona;
+ e però, se Caron di te si lagna,
+ ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
+
+ Finito questo, la buia campagna
+ tremò sì forte, che de lo spavento
+ la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+ La terra lagrimosa diede vento,
+ che balenò una luce vermiglia
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+ e caddi come l’uom cui sonno piglia.
+
+
+
+ Inferno • Canto IV
+
+
+ Ruppemi l’alto sonno ne la testa
+ un greve truono, sì ch’io mi riscossi
+ come persona ch’è per forza desta;
+
+ e l’occhio riposato intorno mossi,
+ dritto levato, e fiso riguardai
+ per conoscer lo loco dov’ io fossi.
+
+ Vero è che ’n su la proda mi trovai
+ de la valle d’abisso dolorosa
+ che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
+
+ Oscura e profonda era e nebulosa
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+ io non vi discernea alcuna cosa.
+
+ «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
+ cominciò il poeta tutto smorto.
+ «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
+
+ E io, che del color mi fui accorto,
+ dissi: «Come verrò, se tu paventi
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
+
+ Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
+ che son qua giù, nel viso mi dipigne
+ quella pietà che tu per tema senti.
+
+ Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
+ Così si mise e così mi fé intrare
+ nel primo cerchio che l’abisso cigne.
+
+ Quivi, secondo che per ascoltare,
+ non avea pianto mai che di sospiri
+ che l’aura etterna facevan tremare;
+
+ ciò avvenia di duol sanza martìri,
+ ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
+ d’infanti e di femmine e di viri.
+
+ Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
+ che spiriti son questi che tu vedi?
+ Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
+
+ ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
+ non basta, perché non ebber battesmo,
+ ch’è porta de la fede che tu credi;
+
+ e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
+ non adorar debitamente a Dio:
+ e di questi cotai son io medesmo.
+
+ Per tai difetti, non per altro rio,
+ semo perduti, e sol di tanto offesi
+ che sanza speme vivemo in disio».
+
+ Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
+ però che gente di molto valore
+ conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
+
+ «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
+ comincia’ io per voler esser certo
+ di quella fede che vince ogne errore:
+
+ «uscicci mai alcuno, o per suo merto
+ o per altrui, che poi fosse beato?».
+ E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
+
+ rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
+ quando ci vidi venire un possente,
+ con segno di vittoria coronato.
+
+ Trasseci l’ombra del primo parente,
+ d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
+ di Moïsè legista e ubidente;
+
+ Abraàm patrïarca e Davìd re,
+ Israèl con lo padre e co’ suoi nati
+ e con Rachele, per cui tanto fé,
+
+ e altri molti, e feceli beati.
+ E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
+ spiriti umani non eran salvati».
+
+ Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
+ ma passavam la selva tuttavia,
+ la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+ Non era lunga ancor la nostra via
+ di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
+ ch’emisperio di tenebre vincia.
+
+ Di lungi n’eravamo ancora un poco,
+ ma non sì ch’io non discernessi in parte
+ ch’orrevol gente possedea quel loco.
+
+ «O tu ch’onori scïenzïa e arte,
+ questi chi son c’hanno cotanta onranza,
+ che dal modo de li altri li diparte?».
+
+ E quelli a me: «L’onrata nominanza
+ che di lor suona sù ne la tua vita,
+ grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
+
+ Intanto voce fu per me udita:
+ «Onorate l’altissimo poeta;
+ l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
+
+ Poi che la voce fu restata e queta,
+ vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
+ sembianz’ avevan né trista né lieta.
+
+ Lo buon maestro cominciò a dire:
+ «Mira colui con quella spada in mano,
+ che vien dinanzi ai tre sì come sire:
+
+ quelli è Omero poeta sovrano;
+ l’altro è Orazio satiro che vene;
+ Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
+
+ Però che ciascun meco si convene
+ nel nome che sonò la voce sola,
+ fannomi onore, e di ciò fanno bene».
+
+ Così vid’ i’ adunar la bella scola
+ di quel segnor de l’altissimo canto
+ che sovra li altri com’ aquila vola.
+
+ Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
+ volsersi a me con salutevol cenno,
+ e ’l mio maestro sorrise di tanto;
+
+ e più d’onore ancora assai mi fenno,
+ ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
+ sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
+
+ Così andammo infino a la lumera,
+ parlando cose che ’l tacere è bello,
+ sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
+
+ Venimmo al piè d’un nobile castello,
+ sette volte cerchiato d’alte mura,
+ difeso intorno d’un bel fiumicello.
+
+ Questo passammo come terra dura;
+ per sette porte intrai con questi savi:
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+ Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
+ di grande autorità ne’ lor sembianti:
+ parlavan rado, con voci soavi.
+
+ Traemmoci così da l’un de’ canti,
+ in loco aperto, luminoso e alto,
+ sì che veder si potien tutti quanti.
+
+ Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,
+ che del vedere in me stesso m’essalto.
+
+ I’ vidi Eletra con molti compagni,
+ tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
+ Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+ Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+ da l’altra parte vidi ’l re Latino
+ che con Lavina sua figlia sedea.
+
+ Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
+ Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
+ e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
+
+ Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
+ vidi ’l maestro di color che sanno
+ seder tra filosofica famiglia.
+
+ Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+ quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
+ che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
+
+ Democrito che ’l mondo a caso pone,
+ Dïogenès, Anassagora e Tale,
+ Empedoclès, Eraclito e Zenone;
+
+ e vidi il buono accoglitor del quale,
+ Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
+ Tulïo e Lino e Seneca morale;
+
+ Euclide geomètra e Tolomeo,
+ Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
+ Averoìs, che ’l gran comento feo.
+
+ Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+ però che sì mi caccia il lungo tema,
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+ La sesta compagnia in due si scema:
+ per altra via mi mena il savio duca,
+ fuor de la queta, ne l’aura che trema.
+
+ E vegno in parte ove non è che luca.
+
+
+
+ Inferno • Canto V
+
+
+ Così discesi del cerchio primaio
+ giù nel secondo, che men loco cinghia
+ e tanto più dolor, che punge a guaio.
+
+ Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
+ essamina le colpe ne l’intrata;
+ giudica e manda secondo ch’avvinghia.
+
+ Dico che quando l’anima mal nata
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;
+ e quel conoscitor de le peccata
+
+ vede qual loco d’inferno è da essa;
+ cignesi con la coda tante volte
+ quantunque gradi vuol che giù sia messa.
+
+ Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+ dicono e odono e poi son giù volte.
+
+ «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
+ disse Minòs a me quando mi vide,
+ lasciando l’atto di cotanto offizio,
+
+ «guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
+ non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
+ E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
+
+ Non impedir lo suo fatale andare:
+ vuolsi così colà dove si puote
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+ Or incomincian le dolenti note
+ a farmisi sentire; or son venuto
+ là dove molto pianto mi percuote.
+
+ Io venni in loco d’ogne luce muto,
+ che mugghia come fa mar per tempesta,
+ se da contrari venti è combattuto.
+
+ La bufera infernal, che mai non resta,
+ mena li spirti con la sua rapina;
+ voltando e percotendo li molesta.
+
+ Quando giungon davanti a la ruina,
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;
+ bestemmian quivi la virtù divina.
+
+ Intesi ch’a così fatto tormento
+ enno dannati i peccator carnali,
+ che la ragion sommettono al talento.
+
+ E come li stornei ne portan l’ali
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+ così quel fiato li spiriti mali
+
+ di qua, di là, di giù, di sù li mena;
+ nulla speranza li conforta mai,
+ non che di posa, ma di minor pena.
+
+ E come i gru van cantando lor lai,
+ faccendo in aere di sé lunga riga,
+ così vid’ io venir, traendo guai,
+
+ ombre portate da la detta briga;
+ per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
+ genti che l’aura nera sì gastiga?».
+
+ «La prima di color di cui novelle
+ tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
+ «fu imperadrice di molte favelle.
+
+ A vizio di lussuria fu sì rotta,
+ che libito fé licito in sua legge,
+ per tòrre il biasmo in che era condotta.
+
+ Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:
+ tenne la terra che ’l Soldan corregge.
+
+ L’altra è colei che s’ancise amorosa,
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;
+ poi è Cleopatràs lussurïosa.
+
+ Elena vedi, per cui tanto reo
+ tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
+ che con amore al fine combatteo.
+
+ Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ ch’amor di nostra vita dipartille.
+
+ Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
+ nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
+ pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+ I’ cominciai: «Poeta, volontieri
+ parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
+ e paion sì al vento esser leggeri».
+
+ Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
+ più presso a noi; e tu allor li priega
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno».
+
+ Sì tosto come il vento a noi li piega,
+ mossi la voce: «O anime affannate,
+ venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
+
+ Quali colombe dal disio chiamate
+ con l’ali alzate e ferme al dolce nido
+ vegnon per l’aere, dal voler portate;
+
+ cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
+ a noi venendo per l’aere maligno,
+ sì forte fu l’affettüoso grido.
+
+ «O animal grazïoso e benigno
+ che visitando vai per l’aere perso
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+ se fosse amico il re de l’universo,
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,
+ poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
+
+ Di quel che udire e che parlar vi piace,
+ noi udiremo e parleremo a voi,
+ mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
+
+ Siede la terra dove nata fui
+ su la marina dove ’l Po discende
+ per aver pace co’ seguaci sui.
+
+ Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
+ prese costui de la bella persona
+ che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
+
+ Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
+ mi prese del costui piacer sì forte,
+ che, come vedi, ancor non m’abbandona.
+
+ Amor condusse noi ad una morte.
+ Caina attende chi a vita ci spense».
+ Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+ Quand’ io intesi quell’ anime offense,
+ china’ il viso, e tanto il tenni basso,
+ fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
+
+ Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
+ quanti dolci pensier, quanto disio
+ menò costoro al doloroso passo!».
+
+ Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
+ e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+ Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
+ a che e come concedette amore
+ che conosceste i dubbiosi disiri?».
+
+ E quella a me: «Nessun maggior dolore
+ che ricordarsi del tempo felice
+ ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
+
+ Ma s’a conoscer la prima radice
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+ dirò come colui che piange e dice.
+
+ Noi leggiavamo un giorno per diletto
+ di Lancialotto come amor lo strinse;
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+ Per più fïate li occhi ci sospinse
+ quella lettura, e scolorocci il viso;
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+ Quando leggemmo il disïato riso
+ esser basciato da cotanto amante,
+ questi, che mai da me non fia diviso,
+
+ la bocca mi basciò tutto tremante.
+ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
+ quel giorno più non vi leggemmo avante».
+
+ Mentre che l’uno spirto questo disse,
+ l’altro piangëa; sì che di pietade
+ io venni men così com’ io morisse.
+
+ E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+ Inferno • Canto VI
+
+
+ Al tornar de la mente, che si chiuse
+ dinanzi a la pietà d’i due cognati,
+ che di trestizia tutto mi confuse,
+
+ novi tormenti e novi tormentati
+ mi veggio intorno, come ch’io mi mova
+ e ch’io mi volga, e come che io guati.
+
+ Io sono al terzo cerchio, de la piova
+ etterna, maladetta, fredda e greve;
+ regola e qualità mai non l’è nova.
+
+ Grandine grossa, acqua tinta e neve
+ per l’aere tenebroso si riversa;
+ pute la terra che questo riceve.
+
+ Cerbero, fiera crudele e diversa,
+ con tre gole caninamente latra
+ sovra la gente che quivi è sommersa.
+
+ Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+ e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
+ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+ Urlar li fa la pioggia come cani;
+ de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
+ volgonsi spesso i miseri profani.
+
+ Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+ non avea membro che tenesse fermo.
+
+ E ’l duca mio distese le sue spanne,
+ prese la terra, e con piene le pugna
+ la gittò dentro a le bramose canne.
+
+ Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
+ e si racqueta poi che ’l pasto morde,
+ ché solo a divorarlo intende e pugna,
+
+ cotai si fecer quelle facce lorde
+ de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
+ l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
+
+ Noi passavam su per l’ombre che adona
+ la greve pioggia, e ponavam le piante
+ sovra lor vanità che par persona.
+
+ Elle giacean per terra tutte quante,
+ fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
+ ch’ella ci vide passarsi davante.
+
+ «O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
+ mi disse, «riconoscimi, se sai:
+ tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
+
+ E io a lui: «L’angoscia che tu hai
+ forse ti tira fuor de la mia mente,
+ sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
+
+ Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
+ loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
+ che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
+
+ Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
+ d’invidia sì che già trabocca il sacco,
+ seco mi tenne in la vita serena.
+
+ Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+ per la dannosa colpa de la gola,
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+ E io anima trista non son sola,
+ ché tutte queste a simil pena stanno
+ per simil colpa». E più non fé parola.
+
+ Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
+ mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+ li cittadin de la città partita;
+ s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
+ per che l’ha tanta discordia assalita».
+
+ E quelli a me: «Dopo lunga tencione
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia
+ caccerà l’altra con molta offensione.
+
+ Poi appresso convien che questa caggia
+ infra tre soli, e che l’altra sormonti
+ con la forza di tal che testé piaggia.
+
+ Alte terrà lungo tempo le fronti,
+ tenendo l’altra sotto gravi pesi,
+ come che di ciò pianga o che n’aonti.
+
+ Giusti son due, e non vi sono intesi;
+ superbia, invidia e avarizia sono
+ le tre faville c’hanno i cuori accesi».
+
+ Qui puose fine al lagrimabil suono.
+ E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
+ e che di più parlar mi facci dono.
+
+ Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
+ e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
+
+ dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
+ ché gran disio mi stringe di savere
+ se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
+
+ E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
+ diverse colpe giù li grava al fondo:
+ se tanto scendi, là i potrai vedere.
+
+ Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+ priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
+ più non ti dico e più non ti rispondo».
+
+ Li diritti occhi torse allora in biechi;
+ guardommi un poco e poi chinò la testa:
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+ E ’l duca disse a me: «Più non si desta
+ di qua dal suon de l’angelica tromba,
+ quando verrà la nimica podesta:
+
+ ciascun rivederà la trista tomba,
+ ripiglierà sua carne e sua figura,
+ udirà quel ch’in etterno rimbomba».
+
+ Sì trapassammo per sozza mistura
+ de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+ toccando un poco la vita futura;
+
+ per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
+ crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
+ o fier minori, o saran sì cocenti?».
+
+ Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
+ che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
+ più senta il bene, e così la doglienza.
+
+ Tutto che questa gente maladetta
+ in vera perfezion già mai non vada,
+ di là più che di qua essere aspetta».
+
+ Noi aggirammo a tondo quella strada,
+ parlando più assai ch’i’ non ridico;
+ venimmo al punto dove si digrada:
+
+ quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+ Inferno • Canto VII
+
+
+ «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
+ cominciò Pluto con la voce chioccia;
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+ disse per confortarmi: «Non ti noccia
+ la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
+ non ci torrà lo scender questa roccia».
+
+ Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
+ e disse: «Taci, maladetto lupo!
+ consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+ Non è sanza cagion l’andare al cupo:
+ vuolsi ne l’alto, là dove Michele
+ fé la vendetta del superbo strupo».
+
+ Quali dal vento le gonfiate vele
+ caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
+ tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+ Così scendemmo ne la quarta lacca,
+ pigliando più de la dolente ripa
+ che ’l mal de l’universo tutto insacca.
+
+ Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+ nove travaglie e pene quant’ io viddi?
+ e perché nostra colpa sì ne scipa?
+
+ Come fa l’onda là sovra Cariddi,
+ che si frange con quella in cui s’intoppa,
+ così convien che qui la gente riddi.
+
+ Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
+ e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
+ voltando pesi per forza di poppa.
+
+ Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+ gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
+
+ Così tornavan per lo cerchio tetro
+ da ogne mano a l’opposito punto,
+ gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+ poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
+ per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
+ E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
+
+ dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
+ che gente è questa, e se tutti fuor cherci
+ questi chercuti a la sinistra nostra».
+
+ Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
+ sì de la mente in la vita primaia,
+ che con misura nullo spendio ferci.
+
+ Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
+ quando vegnono a’ due punti del cerchio
+ dove colpa contraria li dispaia.
+
+ Questi fuor cherci, che non han coperchio
+ piloso al capo, e papi e cardinali,
+ in cui usa avarizia il suo soperchio».
+
+ E io: «Maestro, tra questi cotali
+ dovre’ io ben riconoscere alcuni
+ che furo immondi di cotesti mali».
+
+ Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
+ la sconoscente vita che i fé sozzi,
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+ In etterno verranno a li due cozzi:
+ questi resurgeranno del sepulcro
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+ Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+ Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+ d’i ben che son commessi a la fortuna,
+ per che l’umana gente si rabbuffa;
+
+ ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
+ e che già fu, di quest’ anime stanche
+ non poterebbe farne posare una».
+
+ «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
+ questa fortuna di che tu mi tocche,
+ che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
+
+ E quelli a me: «Oh creature sciocche,
+ quanta ignoranza è quella che v’offende!
+ Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
+
+ Colui lo cui saver tutto trascende,
+ fece li cieli e diè lor chi conduce
+ sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
+
+ distribuendo igualmente la luce.
+ Similemente a li splendor mondani
+ ordinò general ministra e duce
+
+ che permutasse a tempo li ben vani
+ di gente in gente e d’uno in altro sangue,
+ oltre la difension d’i senni umani;
+
+ per ch’una gente impera e l’altra langue,
+ seguendo lo giudicio di costei,
+ che è occulto come in erba l’angue.
+
+ Vostro saver non ha contasto a lei:
+ questa provede, giudica, e persegue
+ suo regno come il loro li altri dèi.
+
+ Le sue permutazion non hanno triegue:
+ necessità la fa esser veloce;
+ sì spesso vien chi vicenda consegue.
+
+ Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
+ pur da color che le dovrien dar lode,
+ dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ ma ella s’è beata e ciò non ode:
+ con l’altre prime creature lieta
+ volve sua spera e beata si gode.
+
+ Or discendiamo omai a maggior pieta;
+ già ogne stella cade che saliva
+ quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
+
+ Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
+ sovr’ una fonte che bolle e riversa
+ per un fossato che da lei deriva.
+
+ L’acqua era buia assai più che persa;
+ e noi, in compagnia de l’onde bige,
+ intrammo giù per una via diversa.
+
+ In la palude va c’ha nome Stige
+ questo tristo ruscel, quand’ è disceso
+ al piè de le maligne piagge grige.
+
+ E io, che di mirare stava inteso,
+ vidi genti fangose in quel pantano,
+ ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+ Queste si percotean non pur con mano,
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,
+ troncandosi co’ denti a brano a brano.
+
+ Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
+ l’anime di color cui vinse l’ira;
+ e anche vo’ che tu per certo credi
+
+ che sotto l’acqua è gente che sospira,
+ e fanno pullular quest’ acqua al summo,
+ come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
+
+ Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
+ ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
+ portando dentro accidïoso fummo:
+
+ or ci attristiam ne la belletta negra”.
+ Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
+ ché dir nol posson con parola integra».
+
+ Così girammo de la lorda pozza
+ grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
+ con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
+
+ Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto VIII
+
+
+ Io dico, seguitando, ch’assai prima
+ che noi fossimo al piè de l’alta torre,
+ li occhi nostri n’andar suso a la cima
+
+ per due fiammette che i vedemmo porre,
+ e un’altra da lungi render cenno,
+ tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
+
+ E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
+ dissi: «Questo che dice? e che risponde
+ quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
+
+ Ed elli a me: «Su per le sucide onde
+ già scorgere puoi quello che s’aspetta,
+ se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
+
+ Corda non pinse mai da sé saetta
+ che sì corresse via per l’aere snella,
+ com’ io vidi una nave piccioletta
+
+ venir per l’acqua verso noi in quella,
+ sotto ’l governo d’un sol galeoto,
+ che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
+
+ «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
+ disse lo mio segnore, «a questa volta:
+ più non ci avrai che sol passando il loto».
+
+ Qual è colui che grande inganno ascolta
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+ fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
+
+ Lo duca mio discese ne la barca,
+ e poi mi fece intrare appresso lui;
+ e sol quand’ io fui dentro parve carca.
+
+ Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
+ segando se ne va l’antica prora
+ de l’acqua più che non suol con altrui.
+
+ Mentre noi corravam la morta gora,
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,
+ e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
+
+ E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
+ ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
+ Rispuose: «Vedi che son un che piango».
+
+ E io a lui: «Con piangere e con lutto,
+ spirito maladetto, ti rimani;
+ ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
+
+ Allor distese al legno ambo le mani;
+ per che ’l maestro accorto lo sospinse,
+ dicendo: «Via costà con li altri cani!».
+
+ Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+ basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
+ benedetta colei che ’n te s’incinse!
+
+ Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+ bontà non è che sua memoria fregi:
+ così s’è l’ombra sua qui furïosa.
+
+ Quanti si tegnon or là sù gran regi
+ che qui staranno come porci in brago,
+ di sé lasciando orribili dispregi!».
+
+ E io: «Maestro, molto sarei vago
+ di vederlo attuffare in questa broda
+ prima che noi uscissimo del lago».
+
+ Ed elli a me: «Avante che la proda
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+ di tal disïo convien che tu goda».
+
+ Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
+ far di costui a le fangose genti,
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+ Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
+ e ’l fiorentino spirito bizzarro
+ in sé medesmo si volvea co’ denti.
+
+ Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
+ ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
+ per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
+
+ Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
+ s’appressa la città c’ha nome Dite,
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo».
+
+ E io: «Maestro, già le sue meschite
+ là entro certe ne la valle cerno,
+ vermiglie come se di foco uscite
+
+ fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
+ ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
+ come tu vedi in questo basso inferno».
+
+ Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
+ che vallan quella terra sconsolata:
+ le mura mi parean che ferro fosse.
+
+ Non sanza prima far grande aggirata,
+ venimmo in parte dove il nocchier forte
+ «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
+
+ Io vidi più di mille in su le porte
+ da ciel piovuti, che stizzosamente
+ dicean: «Chi è costui che sanza morte
+
+ va per lo regno de la morta gente?».
+ E ’l savio mio maestro fece segno
+ di voler lor parlar segretamente.
+
+ Allor chiusero un poco il gran disdegno
+ e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
+ che sì ardito intrò per questo regno.
+
+ Sol si ritorni per la folle strada:
+ pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
+ che li ha’ iscorta sì buia contrada».
+
+ Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+ nel suon de le parole maladette,
+ ché non credetti ritornarci mai.
+
+ «O caro duca mio, che più di sette
+ volte m’hai sicurtà renduta e tratto
+ d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
+
+ non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
+ e se ’l passar più oltre ci è negato,
+ ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
+
+ E quel segnor che lì m’avea menato,
+ mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
+ non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
+
+ Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
+ conforta e ciba di speranza buona,
+ ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
+
+ Così sen va, e quivi m’abbandona
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+ che sì e no nel capo mi tenciona.
+
+ Udir non potti quello ch’a lor porse;
+ ma ei non stette là con essi guari,
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+ Chiuser le porte que’ nostri avversari
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+ e rivolsesi a me con passi rari.
+
+ Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+ d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
+ «Chi m’ha negate le dolenti case!».
+
+ E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
+ non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
+ qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
+
+ Questa lor tracotanza non è nova;
+ ché già l’usaro a men segreta porta,
+ la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+ Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
+ e già di qua da lei discende l’erta,
+ passando per li cerchi sanza scorta,
+
+ tal che per lui ne fia la terra aperta».
+
+
+
+ Inferno • Canto IX
+
+
+ Quel color che viltà di fuor mi pinse
+ veggendo il duca mio tornare in volta,
+ più tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+ Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
+ ché l’occhio nol potea menare a lunga
+ per l’aere nero e per la nebbia folta.
+
+ «Pur a noi converrà vincer la punga»,
+ cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
+ Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
+
+ I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
+ lo cominciar con l’altro che poi venne,
+ che fur parole a le prime diverse;
+
+ ma nondimen paura il suo dir dienne,
+ perch’ io traeva la parola tronca
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+ «In questo fondo de la trista conca
+ discende mai alcun del primo grado,
+ che sol per pena ha la speranza cionca?».
+
+ Questa question fec’ io; e quei «Di rado
+ incontra», mi rispuose, «che di noi
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+ Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
+ congiurato da quella Eritón cruda
+ che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
+
+ Di poco era di me la carne nuda,
+ ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+ Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
+ e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
+ ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
+
+ Questa palude che ’l gran puzzo spira
+ cigne dintorno la città dolente,
+ u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
+
+ E altro disse, ma non l’ho a mente;
+ però che l’occhio m’avea tutto tratto
+ ver’ l’alta torre a la cima rovente,
+
+ dove in un punto furon dritte ratto
+ tre furïe infernal di sangue tinte,
+ che membra feminine avieno e atto,
+
+ e con idre verdissime eran cinte;
+ serpentelli e ceraste avien per crine,
+ onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+ E quei, che ben conobbe le meschine
+ de la regina de l’etterno pianto,
+ «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
+
+ Quest’ è Megera dal sinistro canto;
+ quella che piange dal destro è Aletto;
+ Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
+
+ Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
+ battiensi a palme e gridavan sì alto,
+ ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+ «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
+ dicevan tutte riguardando in giuso;
+ «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
+
+ «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
+ ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
+ nulla sarebbe di tornar mai suso».
+
+ Così disse ’l maestro; ed elli stessi
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+ O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
+ mirate la dottrina che s’asconde
+ sotto ’l velame de li versi strani.
+
+ E già venìa su per le torbide onde
+ un fracasso d’un suon, pien di spavento,
+ per cui tremavano amendue le sponde,
+
+ non altrimenti fatto che d’un vento
+ impetüoso per li avversi ardori,
+ che fier la selva e sanz’ alcun rattento
+
+ li rami schianta, abbatte e porta fori;
+ dinanzi polveroso va superbo,
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+ Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
+ del viso su per quella schiuma antica
+ per indi ove quel fummo è più acerbo».
+
+ Come le rane innanzi a la nimica
+ biscia per l’acqua si dileguan tutte,
+ fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
+
+ vid’ io più di mille anime distrutte
+ fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
+ passava Stige con le piante asciutte.
+
+ Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
+ menando la sinistra innanzi spesso;
+ e sol di quell’ angoscia parea lasso.
+
+ Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
+ e volsimi al maestro; e quei fé segno
+ ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+ Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+ Venne a la porta e con una verghetta
+ l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
+
+ «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
+ cominciò elli in su l’orribil soglia,
+ «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
+
+ Perché recalcitrate a quella voglia
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+ e che più volte v’ha cresciuta doglia?
+
+ Che giova ne le fata dar di cozzo?
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
+
+ Poi si rivolse per la strada lorda,
+ e non fé motto a noi, ma fé sembiante
+ d’omo cui altra cura stringa e morda
+
+ che quella di colui che li è davante;
+ e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
+ sicuri appresso le parole sante.
+
+ Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
+ e io, ch’avea di riguardar disio
+ la condizion che tal fortezza serra,
+
+ com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
+ e veggio ad ogne man grande campagna,
+ piena di duolo e di tormento rio.
+
+ Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
+ sì com’ a Pola, presso del Carnaro
+ ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+ fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
+ così facevan quivi d’ogne parte,
+ salvo che ’l modo v’era più amaro;
+
+ ché tra li avelli fiamme erano sparte,
+ per le quali eran sì del tutto accesi,
+ che ferro più non chiede verun’ arte.
+
+ Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+ e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
+ che ben parean di miseri e d’offesi.
+
+ E io: «Maestro, quai son quelle genti
+ che, seppellite dentro da quell’ arche,
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?».
+
+ E quelli a me: «Qui son li eresïarche
+ con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
+ più che non credi son le tombe carche.
+
+ Simile qui con simile è sepolto,
+ e i monimenti son più e men caldi».
+ E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
+
+ passammo tra i martìri e li alti spaldi.
+
+
+
+ Inferno • Canto X
+
+
+ Ora sen va per un secreto calle,
+ tra ’l muro de la terra e li martìri,
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+ «O virtù somma, che per li empi giri
+ mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
+ parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
+
+ La gente che per li sepolcri giace
+ potrebbesi veder? già son levati
+ tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
+
+ E quelli a me: «Tutti saran serrati
+ quando di Iosafàt qui torneranno
+ coi corpi che là sù hanno lasciati.
+
+ Suo cimitero da questa parte hanno
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,
+ che l’anima col corpo morta fanno.
+
+ Però a la dimanda che mi faci
+ quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
+ e al disio ancor che tu mi taci».
+
+ E io: «Buon duca, non tegno riposto
+ a te mio cuor se non per dicer poco,
+ e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
+
+ «O Tosco che per la città del foco
+ vivo ten vai così parlando onesto,
+ piacciati di restare in questo loco.
+
+ La tua loquela ti fa manifesto
+ di quella nobil patrïa natio,
+ a la qual forse fui troppo molesto».
+
+ Subitamente questo suono uscìo
+ d’una de l’arche; però m’accostai,
+ temendo, un poco più al duca mio.
+
+ Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
+ Vedi là Farinata che s’è dritto:
+ da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
+
+ Io avea già il mio viso nel suo fitto;
+ ed el s’ergea col petto e con la fronte
+ com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
+
+ E l’animose man del duca e pronte
+ mi pinser tra le sepulture a lui,
+ dicendo: «Le parole tue sien conte».
+
+ Com’ io al piè de la sua tomba fui,
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+ mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
+
+ Io ch’era d’ubidir disideroso,
+ non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
+ ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
+
+ poi disse: «Fieramente furo avversi
+ a me e a miei primi e a mia parte,
+ sì che per due fïate li dispersi».
+
+ «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
+ rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
+ ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
+
+ Allor surse a la vista scoperchiata
+ un’ombra, lungo questa, infino al mento:
+ credo che s’era in ginocchie levata.
+
+ Dintorno mi guardò, come talento
+ avesse di veder s’altri era meco;
+ e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
+
+ piangendo disse: «Se per questo cieco
+ carcere vai per altezza d’ingegno,
+ mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
+
+ E io a lui: «Da me stesso non vegno:
+ colui ch’attende là, per qui mi mena
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
+
+ Le sue parole e ’l modo de la pena
+ m’avean di costui già letto il nome;
+ però fu la risposta così piena.
+
+ Di sùbito drizzato gridò: «Come?
+ dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
+
+ Quando s’accorse d’alcuna dimora
+ ch’io facëa dinanzi a la risposta,
+ supin ricadde e più non parve fora.
+
+ Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
+ restato m’era, non mutò aspetto,
+ né mosse collo, né piegò sua costa;
+
+ e sé continüando al primo detto,
+ «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
+ ciò mi tormenta più che questo letto.
+
+ Ma non cinquanta volte fia raccesa
+ la faccia de la donna che qui regge,
+ che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
+
+ E se tu mai nel dolce mondo regge,
+ dimmi: perché quel popolo è sì empio
+ incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
+
+ Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
+ che fece l’Arbia colorata in rosso,
+ tal orazion fa far nel nostro tempio».
+
+ Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
+ «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+ Ma fu’ io solo, là dove sofferto
+ fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
+ colui che la difesi a viso aperto».
+
+ «Deh, se riposi mai vostra semenza»,
+ prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
+ che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
+
+ El par che voi veggiate, se ben odo,
+ dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
+ e nel presente tenete altro modo».
+
+ «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
+ le cose», disse, «che ne son lontano;
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+ Quando s’appressano o son, tutto è vano
+ nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
+ nulla sapem di vostro stato umano.
+
+ Però comprender puoi che tutta morta
+ fia nostra conoscenza da quel punto
+ che del futuro fia chiusa la porta».
+
+ Allor, come di mia colpa compunto,
+ dissi: «Or direte dunque a quel caduto
+ che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
+
+ e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
+ fate i saper che ’l fei perché pensava
+ già ne l’error che m’avete soluto».
+
+ E già ’l maestro mio mi richiamava;
+ per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
+ che mi dicesse chi con lu’ istava.
+
+ Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
+ qua dentro è ’l secondo Federico
+ e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
+
+ Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
+ poeta volsi i passi, ripensando
+ a quel parlar che mi parea nemico.
+
+ Elli si mosse; e poi, così andando,
+ mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
+ E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+ «La mente tua conservi quel ch’udito
+ hai contra te», mi comandò quel saggio;
+ «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
+
+ «quando sarai dinanzi al dolce raggio
+ di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
+ da lei saprai di tua vita il vïaggio».
+
+ Appresso mosse a man sinistra il piede:
+ lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
+ per un sentier ch’a una valle fiede,
+
+ che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto XI
+
+
+ In su l’estremità d’un’alta ripa
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+ venimmo sopra più crudele stipa;
+
+ e quivi, per l’orribile soperchio
+ del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+ d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
+ che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
+
+ «Lo nostro scender conviene esser tardo,
+ sì che s’ausi un poco in prima il senso
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
+
+ Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
+ dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
+ perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
+
+ «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
+ cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
+ di grado in grado, come que’ che lassi.
+
+ Tutti son pien di spirti maladetti;
+ ma perché poi ti basti pur la vista,
+ intendi come e perché son costretti.
+
+ D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
+ ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
+ o con forza o con frode altrui contrista.
+
+ Ma perché frode è de l’uom proprio male,
+ più spiace a Dio; e però stan di sotto
+ li frodolenti, e più dolor li assale.
+
+ Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
+ ma perché si fa forza a tre persone,
+ in tre gironi è distinto e costrutto.
+
+ A Dio, a sé, al prossimo si pòne
+ far forza, dico in loro e in lor cose,
+ come udirai con aperta ragione.
+
+ Morte per forza e ferute dogliose
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ ruine, incendi e tollette dannose;
+
+ onde omicide e ciascun che mal fiere,
+ guastatori e predon, tutti tormenta
+ lo giron primo per diverse schiere.
+
+ Puote omo avere in sé man vïolenta
+ e ne’ suoi beni; e però nel secondo
+ giron convien che sanza pro si penta
+
+ qualunque priva sé del vostro mondo,
+ biscazza e fonde la sua facultade,
+ e piange là dov’ esser de’ giocondo.
+
+ Puossi far forza ne la deïtade,
+ col cor negando e bestemmiando quella,
+ e spregiando natura e sua bontade;
+
+ e però lo minor giron suggella
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+ La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
+ può l’omo usare in colui che ’n lui fida
+ e in quel che fidanza non imborsa.
+
+ Questo modo di retro par ch’incida
+ pur lo vinco d’amor che fa natura;
+ onde nel cerchio secondo s’annida
+
+ ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+ falsità, ladroneccio e simonia,
+ ruffian, baratti e simile lordura.
+
+ Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
+ che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
+ di che la fede spezïal si cria;
+
+ onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
+ de l’universo in su che Dite siede,
+ qualunque trade in etterno è consunto».
+
+ E io: «Maestro, assai chiara procede
+ la tua ragione, e assai ben distingue
+ questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
+
+ Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,
+ e che s’incontran con sì aspre lingue,
+
+ perché non dentro da la città roggia
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+ e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
+
+ Ed elli a me «Perché tanto delira»,
+ disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
+ o ver la mente dove altrove mira?
+
+ Non ti rimembra di quelle parole
+ con le quai la tua Etica pertratta
+ le tre disposizion che ’l ciel non vole,
+
+ incontenenza, malizia e la matta
+ bestialitade? e come incontenenza
+ men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+ Se tu riguardi ben questa sentenza,
+ e rechiti a la mente chi son quelli
+ che sù di fuor sostegnon penitenza,
+
+ tu vedrai ben perché da questi felli
+ sien dipartiti, e perché men crucciata
+ la divina vendetta li martelli».
+
+ «O sol che sani ogne vista turbata,
+ tu mi contenti sì quando tu solvi,
+ che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
+
+ Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
+ diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
+ la divina bontade, e ’l groppo solvi».
+
+ «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
+ nota, non pure in una sola parte,
+ come natura lo suo corso prende
+
+ dal divino ’ntelletto e da sua arte;
+ e se tu ben la tua Fisica note,
+ tu troverai, non dopo molte carte,
+
+ che l’arte vostra quella, quanto pote,
+ segue, come ’l maestro fa ’l discente;
+ sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
+
+ Da queste due, se tu ti rechi a mente
+ lo Genesì dal principio, convene
+ prender sua vita e avanzar la gente;
+
+ e perché l’usuriere altra via tene,
+ per sé natura e per la sua seguace
+ dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
+
+ Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
+ ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
+ e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
+
+ e ’l balzo via là oltra si dismonta».
+
+
+
+ Inferno • Canto XII
+
+
+ Era lo loco ov’ a scender la riva
+ venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
+ tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+ Qual è quella ruina che nel fianco
+ di qua da Trento l’Adice percosse,
+ o per tremoto o per sostegno manco,
+
+ che da cima del monte, onde si mosse,
+ al piano è sì la roccia discoscesa,
+ ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
+
+ cotal di quel burrato era la scesa;
+ e ’n su la punta de la rotta lacca
+ l’infamïa di Creti era distesa
+
+ che fu concetta ne la falsa vacca;
+ e quando vide noi, sé stesso morse,
+ sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
+
+ Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
+ tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
+ che sù nel mondo la morte ti porse?
+
+ Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
+ ammaestrato da la tua sorella,
+ ma vassi per veder le vostre pene».
+
+ Qual è quel toro che si slaccia in quella
+ c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
+ che gir non sa, ma qua e là saltella,
+
+ vid’ io lo Minotauro far cotale;
+ e quello accorto gridò: «Corri al varco;
+ mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
+
+ Così prendemmo via giù per lo scarco
+ di quelle pietre, che spesso moviensi
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+ Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
+ forse a questa ruina, ch’è guardata
+ da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
+
+ Or vo’ che sappi che l’altra fïata
+ ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
+ questa roccia non era ancor cascata.
+
+ Ma certo poco pria, se ben discerno,
+ che venisse colui che la gran preda
+ levò a Dite del cerchio superno,
+
+ da tutte parti l’alta valle feda
+ tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
+ sentisse amor, per lo qual è chi creda
+
+ più volte il mondo in caòsso converso;
+ e in quel punto questa vecchia roccia,
+ qui e altrove, tal fece riverso.
+
+ Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
+ la riviera del sangue in la qual bolle
+ qual che per vïolenza in altrui noccia».
+
+ Oh cieca cupidigia e ira folle,
+ che sì ci sproni ne la vita corta,
+ e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
+
+ Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
+ come quella che tutto ’l piano abbraccia,
+ secondo ch’avea detto la mia scorta;
+
+ e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
+ corrien centauri, armati di saette,
+ come solien nel mondo andare a caccia.
+
+ Veggendoci calar, ciascun ristette,
+ e de la schiera tre si dipartiro
+ con archi e asticciuole prima elette;
+
+ e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
+ venite voi che scendete la costa?
+ Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
+
+ Lo mio maestro disse: «La risposta
+ farem noi a Chirón costà di presso:
+ mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
+
+ Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
+ che morì per la bella Deianira,
+ e fé di sé la vendetta elli stesso.
+
+ E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
+ è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
+ quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
+
+ Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+ saettando qual anima si svelle
+ del sangue più che sua colpa sortille».
+
+ Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+ Chirón prese uno strale, e con la cocca
+ fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+ Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
+ disse a’ compagni: «Siete voi accorti
+ che quel di retro move ciò ch’el tocca?
+
+ Così non soglion far li piè d’i morti».
+ E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
+ dove le due nature son consorti,
+
+ rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
+ mostrar li mi convien la valle buia;
+ necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
+
+ Tal si partì da cantare alleluia
+ che mi commise quest’ officio novo:
+ non è ladron, né io anima fuia.
+
+ Ma per quella virtù per cu’ io movo
+ li passi miei per sì selvaggia strada,
+ danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+ e che ne mostri là dove si guada,
+ e che porti costui in su la groppa,
+ ché non è spirto che per l’aere vada».
+
+ Chirón si volse in su la destra poppa,
+ e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
+ e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
+
+ Or ci movemmo con la scorta fida
+ lungo la proda del bollor vermiglio,
+ dove i bolliti facieno alte strida.
+
+ Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+ e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
+ che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
+
+ Quivi si piangon li spietati danni;
+ quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
+ che fé Cicilia aver dolorosi anni.
+
+ E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
+ è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
+ è Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+ fu spento dal figliastro sù nel mondo».
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+ «Questi ti sia or primo, e io secondo».
+
+ Poco più oltre il centauro s’affisse
+ sovr’ una gente che ’nfino a la gola
+ parea che di quel bulicame uscisse.
+
+ Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
+ dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
+ lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
+
+ Poi vidi gente che di fuor del rio
+ tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
+ e di costoro assai riconobb’ io.
+
+ Così a più a più si facea basso
+ quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+ «Sì come tu da questa parte vedi
+ lo bulicame che sempre si scema»,
+ disse ’l centauro, «voglio che tu credi
+
+ che da quest’ altra a più a più giù prema
+ lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
+ ove la tirannia convien che gema.
+
+ La divina giustizia di qua punge
+ quell’ Attila che fu flagello in terra,
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+ le lagrime, che col bollor diserra,
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+ che fecero a le strade tanta guerra».
+
+ Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto XIII
+
+
+ Non era ancor di là Nesso arrivato,
+ quando noi ci mettemmo per un bosco
+ che da neun sentiero era segnato.
+
+ Non fronda verde, ma di color fosco;
+ non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
+ non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
+
+ Non han sì aspri sterpi né sì folti
+ quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
+ tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
+
+ Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+ che cacciar de le Strofade i Troiani
+ con tristo annunzio di futuro danno.
+
+ Ali hanno late, e colli e visi umani,
+ piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
+ fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+ E ’l buon maestro «Prima che più entre,
+ sappi che se’ nel secondo girone»,
+ mi cominciò a dire, «e sarai mentre
+
+ che tu verrai ne l’orribil sabbione.
+ Però riguarda ben; sì vederai
+ cose che torrien fede al mio sermone».
+
+ Io sentia d’ogne parte trarre guai
+ e non vedea persona che ’l facesse;
+ per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
+
+ Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+ da gente che per noi si nascondesse.
+
+ Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
+ qualche fraschetta d’una d’este piante,
+ li pensier c’hai si faran tutti monchi».
+
+ Allor porsi la mano un poco avante
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;
+ e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
+
+ Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+ Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
+ se state fossimo anime di serpi».
+
+ Come d’un stizzo verde ch’arso sia
+ da l’un de’ capi, che da l’altro geme
+ e cigola per vento che va via,
+
+ sì de la scheggia rotta usciva insieme
+ parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
+ cadere, e stetti come l’uom che teme.
+
+ «S’elli avesse potuto creder prima»,
+ rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
+ ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
+
+ non averebbe in te la man distesa;
+ ma la cosa incredibile mi fece
+ indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
+
+ Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
+ d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
+ nel mondo sù, dove tornar li lece».
+
+ E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
+ ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
+ perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
+
+ Io son colui che tenni ambo le chiavi
+ del cor di Federigo, e che le volsi,
+ serrando e diserrando, sì soavi,
+
+ che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
+ fede portai al glorïoso offizio,
+ tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
+
+ La meretrice che mai da l’ospizio
+ di Cesare non torse li occhi putti,
+ morte comune e de le corti vizio,
+
+ infiammò contra me li animi tutti;
+ e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
+ che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+ L’animo mio, per disdegnoso gusto,
+ credendo col morir fuggir disdegno,
+ ingiusto fece me contra me giusto.
+
+ Per le nove radici d’esto legno
+ vi giuro che già mai non ruppi fede
+ al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
+
+ E se di voi alcun nel mondo riede,
+ conforti la memoria mia, che giace
+ ancor del colpo che ’nvidia le diede».
+
+ Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
+ disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
+ ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
+
+ Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
+ di quel che credi ch’a me satisfaccia;
+ ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
+
+ Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
+ liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+ di dirne come l’anima si lega
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+ s’alcuna mai di tai membra si spiega».
+
+ Allor soffiò il tronco forte, e poi
+ si convertì quel vento in cotal voce:
+ «Brievemente sarà risposto a voi.
+
+ Quando si parte l’anima feroce
+ dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
+ Minòs la manda a la settima foce.
+
+ Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
+ ma là dove fortuna la balestra,
+ quivi germoglia come gran di spelta.
+
+ Surge in vermena e in pianta silvestra:
+ l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+ Come l’altre verrem per nostre spoglie,
+ ma non però ch’alcuna sen rivesta,
+ ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
+
+ Qui le strascineremo, e per la mesta
+ selva saranno i nostri corpi appesi,
+ ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
+
+ Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+ credendo ch’altro ne volesse dire,
+ quando noi fummo d’un romor sorpresi,
+
+ similemente a colui che venire
+ sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
+ ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+ Ed ecco due da la sinistra costa,
+ nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
+ che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+ Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
+ E l’altro, cui pareva tardar troppo,
+ gridava: «Lano, sì non furo accorte
+
+ le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
+ E poi che forse li fallia la lena,
+ di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
+
+ Di rietro a loro era la selva piena
+ di nere cagne, bramose e correnti
+ come veltri ch’uscisser di catena.
+
+ In quel che s’appiattò miser li denti,
+ e quel dilaceraro a brano a brano;
+ poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+ Presemi allor la mia scorta per mano,
+ e menommi al cespuglio che piangea
+ per le rotture sanguinenti in vano.
+
+ «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
+ che t’è giovato di me fare schermo?
+ che colpa ho io de la tua vita rea?».
+
+ Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
+ disse: «Chi fosti, che per tante punte
+ soffi con sangue doloroso sermo?».
+
+ Ed elli a noi: «O anime che giunte
+ siete a veder lo strazio disonesto
+ c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
+
+ raccoglietele al piè del tristo cesto.
+ I’ fui de la città che nel Batista
+ mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
+
+ sempre con l’arte sua la farà trista;
+ e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
+ rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+ que’ cittadin che poi la rifondarno
+ sovra ’l cener che d’Attila rimase,
+ avrebber fatto lavorare indarno.
+
+ Io fei gibetto a me de le mie case».
+
+
+
+ Inferno • Canto XIV
+
+
+ Poi che la carità del natio loco
+ mi strinse, raunai le fronde sparte
+ e rende’le a colui, ch’era già fioco.
+
+ Indi venimmo al fine ove si parte
+ lo secondo giron dal terzo, e dove
+ si vede di giustizia orribil arte.
+
+ A ben manifestar le cose nove,
+ dico che arrivammo ad una landa
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+ La dolorosa selva l’è ghirlanda
+ intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+ Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+ non d’altra foggia fatta che colei
+ che fu da’ piè di Caton già soppressa.
+
+ O vendetta di Dio, quanto tu dei
+ esser temuta da ciascun che legge
+ ciò che fu manifesto a li occhi mei!
+
+ D’anime nude vidi molte gregge
+ che piangean tutte assai miseramente,
+ e parea posta lor diversa legge.
+
+ Supin giacea in terra alcuna gente,
+ alcuna si sedea tutta raccolta,
+ e altra andava continüamente.
+
+ Quella che giva ’ntorno era più molta,
+ e quella men che giacëa al tormento,
+ ma più al duolo avea la lingua sciolta.
+
+ Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
+ piovean di foco dilatate falde,
+ come di neve in alpe sanza vento.
+
+ Quali Alessandro in quelle parti calde
+ d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
+ fiamme cadere infino a terra salde,
+
+ per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
+ con le sue schiere, acciò che lo vapore
+ mei si stingueva mentre ch’era solo:
+
+ tale scendeva l’etternale ardore;
+ onde la rena s’accendea, com’ esca
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+ Sanza riposo mai era la tresca
+ de le misere mani, or quindi or quinci
+ escotendo da sé l’arsura fresca.
+
+ I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
+ tutte le cose, fuor che ’ demon duri
+ ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
+
+ chi è quel grande che non par che curi
+ lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
+ sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
+
+ E quel medesmo, che si fu accorto
+ ch’io domandava il mio duca di lui,
+ gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+ Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
+ crucciato prese la folgore aguta
+ onde l’ultimo dì percosso fui;
+
+ o s’elli stanchi li altri a muta a muta
+ in Mongibello a la focina negra,
+ chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
+
+ sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
+ e me saetti con tutta sua forza:
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra».
+
+ Allora il duca mio parlò di forza
+ tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
+ «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
+
+ la tua superbia, se’ tu più punito;
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+ sarebbe al tuo furor dolor compito».
+
+ Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+ dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
+ ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
+
+ Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
+ ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
+ sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+ Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
+
+ Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+ Quale del Bulicame esce ruscello
+ che parton poi tra lor le peccatrici,
+ tal per la rena giù sen giva quello.
+
+ Lo fondo suo e ambo le pendici
+ fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
+ per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
+
+ «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
+ poscia che noi intrammo per la porta
+ lo cui sogliare a nessuno è negato,
+
+ cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+ notabile com’ è ’l presente rio,
+ che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
+
+ Queste parole fuor del duca mio;
+ per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
+ di cui largito m’avëa il disio.
+
+ «In mezzo mar siede un paese guasto»,
+ diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
+ sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
+
+ Una montagna v’è che già fu lieta
+ d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
+ or è diserta come cosa vieta.
+
+ Rëa la scelse già per cuna fida
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+ quando piangea, vi facea far le grida.
+
+ Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+ che tien volte le spalle inver’ Dammiata
+ e Roma guarda come süo speglio.
+
+ La sua testa è di fin oro formata,
+ e puro argento son le braccia e ’l petto,
+ poi è di rame infino a la forcata;
+
+ da indi in giuso è tutto ferro eletto,
+ salvo che ’l destro piede è terra cotta;
+ e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
+
+ Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
+ d’una fessura che lagrime goccia,
+ le quali, accolte, fóran quella grotta.
+
+ Lor corso in questa valle si diroccia;
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+ poi sen van giù per questa stretta doccia,
+
+ infin, là ove più non si dismonta,
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+ tu lo vedrai, però qui non si conta».
+
+ E io a lui: «Se ’l presente rigagno
+ si diriva così dal nostro mondo,
+ perché ci appar pur a questo vivagno?».
+
+ Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
+ e tutto che tu sie venuto molto,
+ pur a sinistra, giù calando al fondo,
+
+ non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
+ per che, se cosa n’apparisce nova,
+ non de’ addur maraviglia al tuo volto».
+
+ E io ancor: «Maestro, ove si trova
+ Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
+ e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
+
+ «In tutte tue question certo mi piaci»,
+ rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
+ dovea ben solver l’una che tu faci.
+
+ Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
+ là dove vanno l’anime a lavarsi
+ quando la colpa pentuta è rimossa».
+
+ Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+ li margini fan via, che non son arsi,
+
+ e sopra loro ogne vapor si spegne».
+
+
+
+ Inferno • Canto XV
+
+
+ Ora cen porta l’un de’ duri margini;
+ e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+ sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
+
+ Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+ temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
+ fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
+
+ e quali Padoan lungo la Brenta,
+ per difender lor ville e lor castelli,
+ anzi che Carentana il caldo senta:
+
+ a tale imagine eran fatti quelli,
+ tutto che né sì alti né sì grossi,
+ qual che si fosse, lo maestro félli.
+
+ Già eravam da la selva rimossi
+ tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
+ perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
+
+ quando incontrammo d’anime una schiera
+ che venian lungo l’argine, e ciascuna
+ ci riguardava come suol da sera
+
+ guardare uno altro sotto nuova luna;
+ e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
+ come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+ Così adocchiato da cotal famiglia,
+ fui conosciuto da un, che mi prese
+ per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
+
+ E io, quando ’l suo braccio a me distese,
+ ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
+ sì che ’l viso abbrusciato non difese
+
+ la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
+ e chinando la mano a la sua faccia,
+ rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
+
+ E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
+ se Brunetto Latino un poco teco
+ ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
+
+ I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
+ e se volete che con voi m’asseggia,
+ faròl, se piace a costui che vo seco».
+
+ «O figliuol», disse, «qual di questa greggia
+ s’arresta punto, giace poi cent’ anni
+ sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
+
+ Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
+ e poi rigiugnerò la mia masnada,
+ che va piangendo i suoi etterni danni».
+
+ Io non osava scender de la strada
+ per andar par di lui; ma ’l capo chino
+ tenea com’ uom che reverente vada.
+
+ El cominciò: «Qual fortuna o destino
+ anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
+ e chi è questi che mostra ’l cammino?».
+
+ «Là sù di sopra, in la vita serena»,
+ rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
+ avanti che l’età mia fosse piena.
+
+ Pur ier mattina le volsi le spalle:
+ questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
+ e reducemi a ca per questo calle».
+
+ Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
+ non puoi fallire a glorïoso porto,
+ se ben m’accorsi ne la vita bella;
+
+ e s’io non fossi sì per tempo morto,
+ veggendo il cielo a te così benigno,
+ dato t’avrei a l’opera conforto.
+
+ Ma quello ingrato popolo maligno
+ che discese di Fiesole ab antico,
+ e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ ti si farà, per tuo ben far, nimico;
+ ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
+ si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+ Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+ gent’ è avara, invidiosa e superba:
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+ La tua fortuna tanto onor ti serba,
+ che l’una parte e l’altra avranno fame
+ di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
+
+ Faccian le bestie fiesolane strame
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+ s’alcuna surge ancora in lor letame,
+
+ in cui riviva la sementa santa
+ di que’ Roman che vi rimaser quando
+ fu fatto il nido di malizia tanta».
+
+ «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
+ rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
+ de l’umana natura posto in bando;
+
+ ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
+ la cara e buona imagine paterna
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+ m’insegnavate come l’uom s’etterna:
+ e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
+ convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+ Ciò che narrate di mio corso scrivo,
+ e serbolo a chiosar con altro testo
+ a donna che saprà, s’a lei arrivo.
+
+ Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
+ pur che mia coscïenza non mi garra,
+ ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+ Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
+ però giri Fortuna la sua rota
+ come le piace, e ’l villan la sua marra».
+
+ Lo mio maestro allora in su la gota
+ destra si volse in dietro e riguardommi;
+ poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
+
+ Né per tanto di men parlando vommi
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono
+ li suoi compagni più noti e più sommi.
+
+ Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
+ de li altri fia laudabile tacerci,
+ ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
+
+ In somma sappi che tutti fur cherci
+ e litterati grandi e di gran fama,
+ d’un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+ Priscian sen va con quella turba grama,
+ e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
+ s’avessi avuto di tal tigna brama,
+
+ colui potei che dal servo de’ servi
+ fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
+ dove lasciò li mal protesi nervi.
+
+ Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
+ più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
+ là surger nuovo fummo del sabbione.
+
+ Gente vien con la quale esser non deggio.
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+ nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
+
+ Poi si rivolse, e parve di coloro
+ che corrono a Verona il drappo verde
+ per la campagna; e parve di costoro
+
+ quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVI
+
+
+ Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
+ de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
+ simile a quel che l’arnie fanno rombo,
+
+ quando tre ombre insieme si partiro,
+ correndo, d’una torma che passava
+ sotto la pioggia de l’aspro martiro.
+
+ Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
+ «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
+ esser alcun di nostra terra prava».
+
+ Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+ Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
+
+ A le lor grida il mio dottor s’attese;
+ volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
+ disse, «a costor si vuole esser cortese.
+
+ E se non fosse il foco che saetta
+ la natura del loco, i’ dicerei
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta».
+
+ Ricominciar, come noi restammo, ei
+ l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+ fenno una rota di sé tutti e trei.
+
+ Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,
+ prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+ così rotando, ciascuno il visaggio
+ drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
+ faceva ai piè continüo vïaggio.
+
+ E «Se miseria d’esto loco sollo
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
+ cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
+
+ la fama nostra il tuo animo pieghi
+ a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
+ così sicuro per lo ’nferno freghi.
+
+ Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
+ tutto che nudo e dipelato vada,
+ fu di grado maggior che tu non credi:
+
+ nepote fu de la buona Gualdrada;
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+ fece col senno assai e con la spada.
+
+ L’altro, ch’appresso me la rena trita,
+ è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+ nel mondo sù dovria esser gradita.
+
+ E io, che posto son con loro in croce,
+ Iacopo Rusticucci fui, e certo
+ la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
+
+ S’i’ fossi stato dal foco coperto,
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,
+ e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
+
+ ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
+ vinse paura la mia buona voglia
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+ Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
+ la vostra condizion dentro mi fisse,
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+ tosto che questo mio segnor mi disse
+ parole per le quali i’ mi pensai
+ che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+ Di vostra terra sono, e sempre mai
+ l’ovra di voi e li onorati nomi
+ con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+ Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+ promessi a me per lo verace duca;
+ ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
+
+ «Se lungamente l’anima conduca
+ le membra tue», rispuose quelli ancora,
+ «e se la fama tua dopo te luca,
+
+ cortesia e valor dì se dimora
+ ne la nostra città sì come suole,
+ o se del tutto se n’è gita fora;
+
+ ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+ con noi per poco e va là coi compagni,
+ assai ne cruccia con le sue parole».
+
+ «La gente nuova e i sùbiti guadagni
+ orgoglio e dismisura han generata,
+ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
+
+ Così gridai con la faccia levata;
+ e i tre, che ciò inteser per risposta,
+ guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
+
+ «Se l’altre volte sì poco ti costa»,
+ rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
+ felice te se sì parli a tua posta!
+
+ Però, se campi d’esti luoghi bui
+ e torni a riveder le belle stelle,
+ quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
+
+ fa che di noi a la gente favelle».
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+ Un amen non saria possuto dirsi
+ tosto così com’ e’ fuoro spariti;
+ per ch’al maestro parve di partirsi.
+
+ Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+ che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
+ che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+ Come quel fiume c’ha proprio cammino
+ prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
+ da la sinistra costa d’Apennino,
+
+ che si chiama Acquacheta suso, avante
+ che si divalli giù nel basso letto,
+ e a Forlì di quel nome è vacante,
+
+ rimbomba là sovra San Benedetto
+ de l’Alpe per cadere ad una scesa
+ ove dovea per mille esser recetto;
+
+ così, giù d’una ripa discoscesa,
+ trovammo risonar quell’ acqua tinta,
+ sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
+
+ Io avea una corda intorno cinta,
+ e con essa pensai alcuna volta
+ prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+ Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
+ sì come ’l duca m’avea comandato,
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+ Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
+ e alquanto di lunge da la sponda
+ la gittò giuso in quell’ alto burrato.
+
+ ‘E’ pur convien che novità risponda’,
+ dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
+ che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
+
+ Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+ presso a color che non veggion pur l’ovra,
+ ma per entro i pensier miran col senno!
+
+ El disse a me: «Tosto verrà di sovra
+ ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
+ tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
+
+ Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
+ de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
+ però che sanza colpa fa vergogna;
+
+ ma qui tacer nol posso; e per le note
+ di questa comedìa, lettor, ti giuro,
+ s’elle non sien di lunga grazia vòte,
+
+ ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
+ venir notando una figura in suso,
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+ sì come torna colui che va giuso
+ talora a solver l’àncora ch’aggrappa
+ o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
+
+ che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVII
+
+
+ «Ecco la fiera con la coda aguzza,
+ che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
+ Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
+
+ Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
+ e accennolle che venisse a proda,
+ vicino al fin d’i passeggiati marmi.
+
+ E quella sozza imagine di froda
+ sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
+ ma ’n su la riva non trasse la coda.
+
+ La faccia sua era faccia d’uom giusto,
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,
+ e d’un serpente tutto l’altro fusto;
+
+ due branche avea pilose insin l’ascelle;
+ lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+ Con più color, sommesse e sovraposte
+ non fer mai drappi Tartari né Turchi,
+ né fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+ Come talvolta stanno a riva i burchi,
+ che parte sono in acqua e parte in terra,
+ e come là tra li Tedeschi lurchi
+
+ lo bivero s’assetta a far sua guerra,
+ così la fiera pessima si stava
+ su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
+
+ Nel vano tutta sua coda guizzava,
+ torcendo in sù la venenosa forca
+ ch’a guisa di scorpion la punta armava.
+
+ Lo duca disse: «Or convien che si torca
+ la nostra via un poco insino a quella
+ bestia malvagia che colà si corca».
+
+ Però scendemmo a la destra mammella,
+ e diece passi femmo in su lo stremo,
+ per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+ E quando noi a lei venuti semo,
+ poco più oltre veggio in su la rena
+ gente seder propinqua al loco scemo.
+
+ Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
+ esperïenza d’esto giron porti»,
+ mi disse, «va, e vedi la lor mena.
+
+ Li tuoi ragionamenti sian là corti;
+ mentre che torni, parlerò con questa,
+ che ne conceda i suoi omeri forti».
+
+ Così ancor su per la strema testa
+ di quel settimo cerchio tutto solo
+ andai, dove sedea la gente mesta.
+
+ Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+ di qua, di là soccorrien con le mani
+ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
+
+ non altrimenti fan di state i cani
+ or col ceffo or col piè, quando son morsi
+ o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+ Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ ne’ quali ’l doloroso foco casca,
+ non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
+
+ che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ ch’avea certo colore e certo segno,
+ e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
+
+ E com’ io riguardando tra lor vegno,
+ in una borsa gialla vidi azzurro
+ che d’un leone avea faccia e contegno.
+
+ Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+ vidine un’altra come sangue rossa,
+ mostrando un’oca bianca più che burro.
+
+ E un che d’una scrofa azzurra e grossa
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+ mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
+
+ Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
+ sappi che ’l mio vicin Vitalïano
+ sederà qui dal mio sinistro fianco.
+
+ Con questi Fiorentin son padoano:
+ spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
+ gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
+
+ che recherà la tasca con tre becchi!”».
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+ la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
+
+ E io, temendo no ’l più star crucciasse
+ lui che di poco star m’avea ’mmonito,
+ torna’mi in dietro da l’anime lasse.
+
+ Trova’ il duca mio ch’era salito
+ già su la groppa del fiero animale,
+ e disse a me: «Or sie forte e ardito.
+
+ Omai si scende per sì fatte scale;
+ monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
+ sì che la coda non possa far male».
+
+ Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
+ de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
+ e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
+
+ tal divenn’ io a le parole porte;
+ ma vergogna mi fé le sue minacce,
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+ I’ m’assettai in su quelle spallacce;
+ sì volli dir, ma la voce non venne
+ com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
+
+ Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
+ ad altro forse, tosto ch’i’ montai
+ con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
+
+ e disse: «Gerïon, moviti omai:
+ le rote larghe, e lo scender sia poco;
+ pensa la nova soma che tu hai».
+
+ Come la navicella esce di loco
+ in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
+ e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
+
+ là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,
+ e con le branche l’aere a sé raccolse.
+
+ Maggior paura non credo che fosse
+ quando Fetonte abbandonò li freni,
+ per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+ né quando Icaro misero le reni
+ sentì spennar per la scaldata cera,
+ gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
+
+ che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
+ ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
+ ogne veduta fuor che de la fera.
+
+ Ella sen va notando lenta lenta;
+ rota e discende, ma non me n’accorgo
+ se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+ Io sentia già da la man destra il gorgo
+ far sotto noi un orribile scroscio,
+ per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
+
+ Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
+ però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
+ ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
+
+ E vidi poi, ché nol vedea davanti,
+ lo scendere e ’l girar per li gran mali
+ che s’appressavan da diversi canti.
+
+ Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
+ che sanza veder logoro o uccello
+ fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
+
+ discende lasso onde si move isnello,
+ per cento rote, e da lunge si pone
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+ così ne puose al fondo Gerïone
+ al piè al piè de la stagliata rocca,
+ e, discarcate le nostre persone,
+
+ si dileguò come da corda cocca.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVIII
+
+
+ Luogo è in inferno detto Malebolge,
+ tutto di pietra di color ferrigno,
+ come la cerchia che dintorno il volge.
+
+ Nel dritto mezzo del campo maligno
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+ di cui suo loco dicerò l’ordigno.
+
+ Quel cinghio che rimane adunque è tondo
+ tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+ Quale, dove per guardia de le mura
+ più e più fossi cingon li castelli,
+ la parte dove son rende figura,
+
+ tale imagine quivi facean quelli;
+ e come a tai fortezze da’ lor sogli
+ a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+ così da imo de la roccia scogli
+ movien che ricidien li argini e ’ fossi
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+ In questo luogo, de la schiena scossi
+ di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+ A la man destra vidi nova pieta,
+ novo tormento e novi frustatori,
+ di che la prima bolgia era repleta.
+
+ Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+ dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
+ di là con noi, ma con passi maggiori,
+
+ come i Roman per l’essercito molto,
+ l’anno del giubileo, su per lo ponte
+ hanno a passar la gente modo colto,
+
+ che da l’un lato tutti hanno la fronte
+ verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
+ da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
+
+ Di qua, di là, su per lo sasso tetro
+ vidi demon cornuti con gran ferze,
+ che li battien crudelmente di retro.
+
+ Ahi come facean lor levar le berze
+ a le prime percosse! già nessuno
+ le seconde aspettava né le terze.
+
+ Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
+ furo scontrati; e io sì tosto dissi:
+ «Già di veder costui non son digiuno».
+
+ Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
+ e ’l dolce duca meco si ristette,
+ e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
+
+ E quel frustato celar si credette
+ bassando ’l viso; ma poco li valse,
+ ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
+
+ se le fazion che porti non son false,
+ Venedico se’ tu Caccianemico.
+ Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
+
+ Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;
+ ma sforzami la tua chiara favella,
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+ I’ fui colui che la Ghisolabella
+ condussi a far la voglia del marchese,
+ come che suoni la sconcia novella.
+
+ E non pur io qui piango bolognese;
+ anzi n’è questo loco tanto pieno,
+ che tante lingue non son ora apprese
+
+ a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
+ e se di ciò vuoi fede o testimonio,
+ rècati a mente il nostro avaro seno».
+
+ Così parlando il percosse un demonio
+ de la sua scurïada, e disse: «Via,
+ ruffian! qui non son femmine da conio».
+
+ I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
+ poscia con pochi passi divenimmo
+ là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
+
+ Assai leggeramente quel salimmo;
+ e vòlti a destra su per la sua scheggia,
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+ Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
+ di sotto per dar passo a li sferzati,
+ lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
+
+ lo viso in te di quest’ altri mal nati,
+ ai quali ancor non vedesti la faccia
+ però che son con noi insieme andati».
+
+ Del vecchio ponte guardavam la traccia
+ che venìa verso noi da l’altra banda,
+ e che la ferza similmente scaccia.
+
+ E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
+ mi disse: «Guarda quel grande che vene,
+ e per dolor non par lagrime spanda:
+
+ quanto aspetto reale ancor ritene!
+ Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
+ li Colchi del monton privati féne.
+
+ Ello passò per l’isola di Lenno
+ poi che l’ardite femmine spietate
+ tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+ Ivi con segni e con parole ornate
+ Isifile ingannò, la giovinetta
+ che prima avea tutte l’altre ingannate.
+
+ Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;
+ e anche di Medea si fa vendetta.
+
+ Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+ e questo basti de la prima valle
+ sapere e di color che ’n sé assanna».
+
+ Già eravam là ’ve lo stretto calle
+ con l’argine secondo s’incrocicchia,
+ e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
+
+ Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
+ e sé medesma con le palme picchia.
+
+ Le ripe eran grommate d’una muffa,
+ per l’alito di giù che vi s’appasta,
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+ Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
+ loco a veder sanza montare al dosso
+ de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
+
+ Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
+ vidi gente attuffata in uno sterco
+ che da li uman privadi parea mosso.
+
+ E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
+ vidi un col capo sì di merda lordo,
+ che non parëa s’era laico o cherco.
+
+ Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
+ di riguardar più me che li altri brutti?».
+ E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
+
+ già t’ho veduto coi capelli asciutti,
+ e se’ Alessio Interminei da Lucca:
+ però t’adocchio più che li altri tutti».
+
+ Ed elli allor, battendosi la zucca:
+ «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
+ ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
+
+ Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
+ mi disse, «il viso un poco più avante,
+ sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
+
+ di quella sozza e scapigliata fante
+ che là si graffia con l’unghie merdose,
+ e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
+
+ Taïde è, la puttana che rispuose
+ al drudo suo quando disse “Ho io grazie
+ grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
+
+ E quinci sian le nostre viste sazie».
+
+
+
+ Inferno • Canto XIX
+
+
+ O Simon mago, o miseri seguaci
+ che le cose di Dio, che di bontate
+ deon essere spose, e voi rapaci
+
+ per oro e per argento avolterate,
+ or convien che per voi suoni la tromba,
+ però che ne la terza bolgia state.
+
+ Già eravamo, a la seguente tomba,
+ montati de lo scoglio in quella parte
+ ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
+
+ O somma sapïenza, quanta è l’arte
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+ e quanto giusto tua virtù comparte!
+
+ Io vidi per le coste e per lo fondo
+ piena la pietra livida di fóri,
+ d’un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+ Non mi parean men ampi né maggiori
+ che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
+ fatti per loco d’i battezzatori;
+
+ l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
+ rupp’ io per un che dentro v’annegava:
+ e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
+
+ Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+ d’un peccator li piedi e de le gambe
+ infino al grosso, e l’altro dentro stava.
+
+ Le piante erano a tutti accese intrambe;
+ per che sì forte guizzavan le giunte,
+ che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+ Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+ muoversi pur su per la strema buccia,
+ tal era lì dai calcagni a le punte.
+
+ «Chi è colui, maestro, che si cruccia
+ guizzando più che li altri suoi consorti»,
+ diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
+
+ Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
+ là giù per quella ripa che più giace,
+ da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
+
+ E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
+ tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace».
+
+ Allor venimmo in su l’argine quarto;
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca
+ là giù nel fondo foracchiato e arto.
+
+ Lo buon maestro ancor de la sua anca
+ non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
+ di quel che si piangeva con la zanca.
+
+ «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
+ anima trista come pal commessa»,
+ comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
+
+ Io stava come ’l frate che confessa
+ lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
+ richiama lui per che la morte cessa.
+
+ Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
+ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
+ Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
+
+ Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
+ per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
+ la bella donna, e poi di farne strazio?».
+
+ Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
+ per non intender ciò ch’è lor risposto,
+ quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+ Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
+ “Non son colui, non son colui che credi”»;
+ e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+ Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+ poi, sospirando e con voce di pianto,
+ mi disse: «Dunque che a me richiedi?
+
+ Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
+ che tu abbi però la ripa corsa,
+ sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
+
+ e veramente fui figliuol de l’orsa,
+ cupido sì per avanzar li orsatti,
+ che sù l’avere e qui me misi in borsa.
+
+ Di sotto al capo mio son li altri tratti
+ che precedetter me simoneggiando,
+ per le fessure de la pietra piatti.
+
+ Là giù cascherò io altresì quando
+ verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
+ allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
+
+ Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
+ e ch’i’ son stato così sottosopra,
+ ch’el non starà piantato coi piè rossi:
+
+ ché dopo lui verrà di più laida opra,
+ di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
+ tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+ Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
+ ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
+ suo re, così fia lui chi Francia regge».
+
+ Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
+ ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
+ «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
+
+ Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
+ Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
+
+ Né Pier né li altri tolsero a Matia
+ oro od argento, quando fu sortito
+ al loco che perdé l’anima ria.
+
+ Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
+ e guarda ben la mal tolta moneta
+ ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+ E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
+ la reverenza de le somme chiavi
+ che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+ io userei parole ancor più gravi;
+ ché la vostra avarizia il mondo attrista,
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+ Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
+ quando colei che siede sopra l’acque
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+ quella che con le sette teste nacque,
+ e da le diece corna ebbe argomento,
+ fin che virtute al suo marito piacque.
+
+ Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
+ e che altro è da voi a l’idolatre,
+ se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
+
+ Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+ non la tua conversion, ma quella dote
+ che da te prese il primo ricco patre!».
+
+ E mentr’ io li cantava cotai note,
+ o ira o coscïenza che ’l mordesse,
+ forte spingava con ambo le piote.
+
+ I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
+ con sì contenta labbia sempre attese
+ lo suon de le parole vere espresse.
+
+ Però con ambo le braccia mi prese;
+ e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
+ rimontò per la via onde discese.
+
+ Né si stancò d’avermi a sé distretto,
+ sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
+ che dal quarto al quinto argine è tragetto.
+
+ Quivi soavemente spuose il carco,
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto
+ che sarebbe a le capre duro varco.
+
+ Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+ Inferno • Canto XX
+
+
+ Di nova pena mi conven far versi
+ e dar matera al ventesimo canto
+ de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
+
+ Io era già disposto tutto quanto
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,
+ che si bagnava d’angoscioso pianto;
+
+ e vidi gente per lo vallon tondo
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo
+ che fanno le letane in questo mondo.
+
+ Come ’l viso mi scese in lor più basso,
+ mirabilmente apparve esser travolto
+ ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
+
+ ché da le reni era tornato ’l volto,
+ e in dietro venir li convenia,
+ perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
+
+ Forse per forza già di parlasia
+ si travolse così alcun del tutto;
+ ma io nol vidi, né credo che sia.
+
+ Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+ di tua lezione, or pensa per te stesso
+ com’ io potea tener lo viso asciutto,
+
+ quando la nostra imagine di presso
+ vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
+ le natiche bagnava per lo fesso.
+
+ Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
+ del duro scoglio, sì che la mia scorta
+ mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
+
+ Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
+ chi è più scellerato che colui
+ che al giudicio divin passion comporta?
+
+ Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+ s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
+ per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
+
+ Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
+ E non restò di ruinare a valle
+ fino a Minòs che ciascheduno afferra.
+
+ Mira c’ha fatto petto de le spalle;
+ perché volle veder troppo davante,
+ di retro guarda e fa retroso calle.
+
+ Vedi Tiresia, che mutò sembiante
+ quando di maschio femmina divenne,
+ cangiandosi le membra tutte quante;
+
+ e prima, poi, ribatter li convenne
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,
+ che rïavesse le maschili penne.
+
+ Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
+ che ne’ monti di Luni, dove ronca
+ lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle
+ e ’l mar non li era la veduta tronca.
+
+ E quella che ricuopre le mammelle,
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+ e ha di là ogne pilosa pelle,
+
+ Manto fu, che cercò per terre molte;
+ poscia si puose là dove nacqu’ io;
+ onde un poco mi piace che m’ascolte.
+
+ Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
+ e venne serva la città di Baco,
+ questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+ Suso in Italia bella giace un laco,
+ a piè de l’Alpe che serra Lamagna
+ sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
+
+ Per mille fonti, credo, e più si bagna
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino
+ de l’acqua che nel detto laco stagna.
+
+ Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
+ pastore e quel di Brescia e ’l veronese
+ segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
+
+ Siede Peschiera, bello e forte arnese
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ ove la riva ’ntorno più discese.
+
+ Ivi convien che tutto quanto caschi
+ ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
+ e fassi fiume giù per verdi paschi.
+
+ Tosto che l’acqua a correr mette co,
+ non più Benaco, ma Mencio si chiama
+ fino a Governol, dove cade in Po.
+
+ Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
+ ne la qual si distende e la ’mpaluda;
+ e suol di state talor essere grama.
+
+ Quindi passando la vergine cruda
+ vide terra, nel mezzo del pantano,
+ sanza coltura e d’abitanti nuda.
+
+ Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
+ ristette con suoi servi a far sue arti,
+ e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
+
+ Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
+ s’accolsero a quel loco, ch’era forte
+ per lo pantan ch’avea da tutte parti.
+
+ Fer la città sovra quell’ ossa morte;
+ e per colei che ’l loco prima elesse,
+ Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
+
+ Già fuor le genti sue dentro più spesse,
+ prima che la mattia da Casalodi
+ da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+ Però t’assenno che, se tu mai odi
+ originar la mia terra altrimenti,
+ la verità nulla menzogna frodi».
+
+ E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
+ mi son sì certi e prendon sì mia fede,
+ che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+ Ma dimmi, de la gente che procede,
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ ché solo a ciò la mia mente rifiede».
+
+ Allor mi disse: «Quel che da la gota
+ porge la barba in su le spalle brune,
+ fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
+
+ sì ch’a pena rimaser per le cune—
+ augure, e diede ’l punto con Calcanta
+ in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+ Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
+ l’alta mia tragedìa in alcun loco:
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+ Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
+ Michele Scotto fu, che veramente
+ de le magiche frode seppe ’l gioco.
+
+ Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+ Vedi le triste che lasciaron l’ago,
+ la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
+ fecer malie con erbe e con imago.
+
+ Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
+ d’amendue li emisperi e tocca l’onda
+ sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+ e già iernotte fu la luna tonda:
+ ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
+ alcuna volta per la selva fonda».
+
+ Sì mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXI
+
+
+ Così di ponte in ponte, altro parlando
+ che la mia comedìa cantar non cura,
+ venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
+
+ restammo per veder l’altra fessura
+ di Malebolge e li altri pianti vani;
+ e vidila mirabilmente oscura.
+
+ Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
+ bolle l’inverno la tenace pece
+ a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ ché navicar non ponno—in quella vece
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+ le coste a quel che più vïaggi fece;
+
+ chi ribatte da proda e chi da poppa;
+ altri fa remi e altri volge sarte;
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
+
+ tal, non per foco ma per divin’ arte,
+ bollia là giuso una pegola spessa,
+ che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
+
+ I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
+ mai che le bolle che ’l bollor levava,
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+ Mentr’ io là giù fisamente mirava,
+ lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
+ mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
+
+ Allor mi volsi come l’uom cui tarda
+ di veder quel che li convien fuggire
+ e cui paura sùbita sgagliarda,
+
+ che, per veder, non indugia ’l partire:
+ e vidi dietro a noi un diavol nero
+ correndo su per lo scoglio venire.
+
+ Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
+ e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
+ con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
+
+ L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
+ carcava un peccator con ambo l’anche,
+ e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
+
+ Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
+ ecco un de li anzïan di Santa Zita!
+ Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
+
+ a quella terra, che n’è ben fornita:
+ ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
+ del no, per li denar, vi si fa ita».
+
+ Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+ Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,
+ gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+ Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
+ non far sopra la pegola soverchio».
+
+ Poi l’addentar con più di cento raffi,
+ disser: «Coverto convien che qui balli,
+ sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
+
+ Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia
+ la carne con li uncin, perché non galli.
+
+ Lo buon maestro «Acciò che non si paia
+ che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
+ dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
+
+ e per nulla offension che mi sia fatta,
+ non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
+ perch’ altra volta fui a tal baratta».
+
+ Poscia passò di là dal co del ponte;
+ e com’ el giunse in su la ripa sesta,
+ mestier li fu d’aver sicura fronte.
+
+ Con quel furore e con quella tempesta
+ ch’escono i cani a dosso al poverello
+ che di sùbito chiede ove s’arresta,
+
+ usciron quei di sotto al ponticello,
+ e volser contra lui tutt’ i runcigli;
+ ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
+
+ Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
+ traggasi avante l’un di voi che m’oda,
+ e poi d’arruncigliarmi si consigli».
+
+ Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
+ per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
+ e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
+
+ «Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+ esser venuto», disse ’l mio maestro,
+ «sicuro già da tutti vostri schermi,
+
+ sanza voler divino e fato destro?
+ Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
+ ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
+
+ Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
+ ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
+ e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
+
+ E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+ sicuramente omai a me ti riedi».
+
+ Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,
+ sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
+
+ così vid’ ïo già temer li fanti
+ ch’uscivan patteggiati di Caprona,
+ veggendo sé tra nemici cotanti.
+
+ I’ m’accostai con tutta la persona
+ lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
+ da la sembianza lor ch’era non buona.
+
+ Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
+ diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
+ E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
+
+ Ma quel demonio che tenea sermone
+ col duca mio, si volse tutto presto
+ e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
+
+ Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
+ iscoglio non si può, però che giace
+ tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
+
+ E se l’andare avante pur vi piace,
+ andatevene su per questa grotta;
+ presso è un altro scoglio che via face.
+
+ Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
+ mille dugento con sessanta sei
+ anni compié che qui la via fu rotta.
+
+ Io mando verso là di questi miei
+ a riguardar s’alcun se ne sciorina;
+ gite con lor, che non saranno rei».
+
+ «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
+ cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
+ e Barbariccia guidi la decina.
+
+ Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
+ Cirïatto sannuto e Graffiacane
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+ Cercate ’ntorno le boglienti pane;
+ costor sian salvi infino a l’altro scheggio
+ che tutto intero va sovra le tane».
+
+ «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
+ diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
+ se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
+
+ Se tu se’ sì accorto come suoli,
+ non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?».
+
+ Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
+ lasciali digrignar pur a lor senno,
+ ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
+
+ Per l’argine sinistro volta dienno;
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXII
+
+
+ Io vidi già cavalier muover campo,
+ e cominciare stormo e far lor mostra,
+ e talvolta partir per loro scampo;
+
+ corridor vidi per la terra vostra,
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,
+ fedir torneamenti e correr giostra;
+
+ quando con trombe, e quando con campane,
+ con tamburi e con cenni di castella,
+ e con cose nostrali e con istrane;
+
+ né già con sì diversa cennamella
+ cavalier vidi muover né pedoni,
+ né nave a segno di terra o di stella.
+
+ Noi andavam con li diece demoni.
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+ Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
+ per veder de la bolgia ogne contegno
+ e de la gente ch’entro v’era incesa.
+
+ Come i dalfini, quando fanno segno
+ a’ marinar con l’arco de la schiena
+ che s’argomentin di campar lor legno,
+
+ talor così, ad alleggiar la pena,
+ mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
+ e nascondea in men che non balena.
+
+ E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+ sì che celano i piedi e l’altro grosso,
+
+ sì stavan d’ogne parte i peccatori;
+ ma come s’appressava Barbariccia,
+ così si ritraén sotto i bollori.
+
+ I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
+ uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
+ ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
+
+ e Graffiacan, che li era più di contra,
+ li arruncigliò le ’mpegolate chiome
+ e trassel sù, che mi parve una lontra.
+
+ I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
+ sì li notai quando fuorono eletti,
+ e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
+
+ «O Rubicante, fa che tu li metti
+ li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
+ gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+ E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
+ che tu sappi chi è lo sciagurato
+ venuto a man de li avversari suoi».
+
+ Lo duca mio li s’accostò allato;
+ domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
+ «I’ fui del regno di Navarra nato.
+
+ Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
+ che m’avea generato d’un ribaldo,
+ distruggitor di sé e di sue cose.
+
+ Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+ quivi mi misi a far baratteria,
+ di ch’io rendo ragione in questo caldo».
+
+ E Cirïatto, a cui di bocca uscia
+ d’ogne parte una sanna come a porco,
+ li fé sentir come l’una sdruscia.
+
+ Tra male gatte era venuto ’l sorco;
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+ e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
+
+ E al maestro mio volse la faccia;
+ «Domanda», disse, «ancor, se più disii
+ saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
+
+ Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
+ conosci tu alcun che sia latino
+ sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
+
+ poco è, da un che fu di là vicino.
+ Così foss’ io ancor con lui coperto,
+ ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
+
+ E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
+ disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
+ sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
+
+ Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+ giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
+ si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+ Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
+ a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
+ domandò ’l duca mio sanza dimoro:
+
+ «Chi fu colui da cui mala partita
+ di’ che facesti per venire a proda?».
+ Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
+
+ quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
+ ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
+ e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
+
+ Danar si tolse e lasciolli di piano,
+ sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+ Usa con esso donno Michel Zanche
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna
+ le lingue lor non si sentono stanche.
+
+ Omè, vedete l’altro che digrigna;
+ i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
+ non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
+
+ E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
+ che stralunava li occhi per fedire,
+ disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
+
+ «Se voi volete vedere o udire»,
+ ricominciò lo spaürato appresso,
+ «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
+
+ ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+ sì ch’ei non teman de le lor vendette;
+ e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+ per un ch’io son, ne farò venir sette
+ quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
+ di fare allor che fori alcun si mette».
+
+ Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
+ crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
+ ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
+
+ Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
+ rispuose: «Malizioso son io troppo,
+ quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
+
+ Alichin non si tenne e, di rintoppo
+ a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
+ io non ti verrò dietro di gualoppo,
+
+ ma batterò sovra la pece l’ali.
+ Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
+ a veder se tu sol più di noi vali».
+
+ O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ ciascun da l’altra costa li occhi volse,
+ quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
+
+ Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ fermò le piante a terra, e in un punto
+ saltò e dal proposto lor si sciolse.
+
+ Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ ma quei più che cagion fu del difetto;
+ però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
+
+ Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
+ non potero avanzar; quelli andò sotto,
+ e quei drizzò volando suso il petto:
+
+ non altrimenti l’anitra di botto,
+ quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
+ ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
+
+ Irato Calcabrina de la buffa,
+ volando dietro li tenne, invaghito
+ che quei campasse per aver la zuffa;
+
+ e come ’l barattier fu disparito,
+ così volse li artigli al suo compagno,
+ e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
+
+ Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
+ ad artigliar ben lui, e amendue
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+ Lo caldo sghermitor sùbito fue;
+ ma però di levarsi era neente,
+ sì avieno inviscate l’ali sue.
+
+ Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+ quattro ne fé volar da l’altra costa
+ con tutt’ i raffi, e assai prestamente
+
+ di qua, di là discesero a la posta;
+ porser li uncini verso li ’mpaniati,
+ ch’eran già cotti dentro da la crosta.
+
+ E noi lasciammo lor così ’mpacciati.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIII
+
+
+ Taciti, soli, sanza compagnia
+ n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
+ come frati minor vanno per via.
+
+ Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
+ lo mio pensier per la presente rissa,
+ dov’ el parlò de la rana e del topo;
+
+ ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
+ che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
+ principio e fine con la mente fissa.
+
+ E come l’un pensier de l’altro scoppia,
+ così nacque di quello un altro poi,
+ che la prima paura mi fé doppia.
+
+ Io pensava così: ‘Questi per noi
+ sono scherniti con danno e con beffa
+ sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
+
+ Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
+ ei ne verranno dietro più crudeli
+ che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
+
+ Già mi sentia tutti arricciar li peli
+ de la paura e stava in dietro intento,
+ quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
+
+ te e me tostamente, i’ ho pavento
+ d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
+ io li ’magino sì, che già li sento».
+
+ E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
+ l’imagine di fuor tua non trarrei
+ più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
+
+ Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
+ con simile atto e con simile faccia,
+ sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
+
+ S’elli è che sì la destra costa giaccia,
+ che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
+ noi fuggirem l’imaginata caccia».
+
+ Già non compié di tal consiglio rendere,
+ ch’io li vidi venir con l’ali tese
+ non molto lungi, per volerne prendere.
+
+ Lo duca mio di sùbito mi prese,
+ come la madre ch’al romore è desta
+ e vede presso a sé le fiamme accese,
+
+ che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
+ avendo più di lui che di sé cura,
+ tanto che solo una camiscia vesta;
+
+ e giù dal collo de la ripa dura
+ supin si diede a la pendente roccia,
+ che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
+
+ Non corse mai sì tosto acqua per doccia
+ a volger ruota di molin terragno,
+ quand’ ella più verso le pale approccia,
+
+ come ’l maestro mio per quel vivagno,
+ portandosene me sovra ’l suo petto,
+ come suo figlio, non come compagno.
+
+ A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
+ del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
+ sovresso noi; ma non lì era sospetto:
+
+ ché l’alta provedenza che lor volle
+ porre ministri de la fossa quinta,
+ poder di partirs’ indi a tutti tolle.
+
+ Là giù trovammo una gente dipinta
+ che giva intorno assai con lenti passi,
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+ Elli avean cappe con cappucci bassi
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+ che in Clugnì per li monaci fassi.
+
+ Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+ che Federigo le mettea di paglia.
+
+ Oh in etterno faticoso manto!
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ ma per lo peso quella gente stanca
+ venìa sì pian, che noi eravam nuovi
+ di compagnia ad ogne mover d’anca.
+
+ Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
+ alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
+ e li occhi, sì andando, intorno movi».
+
+ E un che ’ntese la parola tosca,
+ di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
+ voi che correte sì per l’aura fosca!
+
+ Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
+ Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
+ e poi secondo il suo passo procedi».
+
+ Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+ de l’animo, col viso, d’esser meco;
+ ma tardavali ’l carco e la via stretta.
+
+ Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
+ mi rimiraron sanza far parola;
+ poi si volsero in sé, e dicean seco:
+
+ «Costui par vivo a l’atto de la gola;
+ e s’e’ son morti, per qual privilegio
+ vanno scoperti de la grave stola?».
+
+ Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
+ de l’ipocriti tristi se’ venuto,
+ dir chi tu se’ non avere in dispregio».
+
+ E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
+ sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
+ e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
+
+ Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+ quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
+ e che pena è in voi che sì sfavilla?».
+
+ E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
+ son di piombo sì grosse, che li pesi
+ fan così cigolar le lor bilance.
+
+ Frati godenti fummo, e bolognesi;
+ io Catalano e questi Loderingo
+ nomati, e da tua terra insieme presi
+
+ come suole esser tolto un uom solingo,
+ per conservar sua pace; e fummo tali,
+ ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
+
+ Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;
+ ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
+ un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+ Quando mi vide, tutto si distorse,
+ soffiando ne la barba con sospiri;
+ e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
+
+ mi disse: «Quel confitto che tu miri,
+ consigliò i Farisei che convenia
+ porre un uom per lo popolo a’ martìri.
+
+ Attraversato è, nudo, ne la via,
+ come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
+ qualunque passa, come pesa, pria.
+
+ E a tal modo il socero si stenta
+ in questa fossa, e li altri dal concilio
+ che fu per li Giudei mala sementa».
+
+ Allor vid’ io maravigliar Virgilio
+ sovra colui ch’era disteso in croce
+ tanto vilmente ne l’etterno essilio.
+
+ Poscia drizzò al frate cotal voce:
+ «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+ s’a la man destra giace alcuna foce
+
+ onde noi amendue possiamo uscirci,
+ sanza costrigner de li angeli neri
+ che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
+
+ Rispuose adunque: «Più che tu non speri
+ s’appressa un sasso che da la gran cerchia
+ si move e varca tutt’ i vallon feri,
+
+ salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
+ montar potrete su per la ruina,
+ che giace in costa e nel fondo soperchia».
+
+ Lo duca stette un poco a testa china;
+ poi disse: «Mal contava la bisogna
+ colui che i peccator di qua uncina».
+
+ E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
+ del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
+ ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
+
+ Appresso il duca a gran passi sen gì,
+ turbato un poco d’ira nel sembiante;
+ ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
+
+ dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIV
+
+
+ In quella parte del giovanetto anno
+ che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
+ e già le notti al mezzo dì sen vanno,
+
+ quando la brina in su la terra assempra
+ l’imagine di sua sorella bianca,
+ ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+ lo villanello a cui la roba manca,
+ si leva, e guarda, e vede la campagna
+ biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
+
+ ritorna in casa, e qua e là si lagna,
+ come ’l tapin che non sa che si faccia;
+ poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+ veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
+ in poco d’ora, e prende suo vincastro
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+ Così mi fece sbigottir lo mastro
+ quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
+ e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
+
+ ché, come noi venimmo al guasto ponte,
+ lo duca a me si volse con quel piglio
+ dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
+
+ Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+ eletto seco riguardando prima
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+ E come quei ch’adopera ed estima,
+ che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
+ così, levando me sù ver’ la cima
+
+ d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
+ dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
+ ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
+
+ Non era via da vestito di cappa,
+ ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+ potavam sù montar di chiappa in chiappa.
+
+ E se non fosse che da quel precinto
+ più che da l’altro era la costa corta,
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+ Ma perché Malebolge inver’ la porta
+ del bassissimo pozzo tutta pende,
+ lo sito di ciascuna valle porta
+
+ che l’una costa surge e l’altra scende;
+ noi pur venimmo al fine in su la punta
+ onde l’ultima pietra si scoscende.
+
+ La lena m’era del polmon sì munta
+ quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
+ anzi m’assisi ne la prima giunta.
+
+ «Omai convien che tu così ti spoltre»,
+ disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
+ in fama non si vien, né sotto coltre;
+
+ sanza la qual chi sua vita consuma,
+ cotal vestigio in terra di sé lascia,
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+ E però leva sù; vinci l’ambascia
+ con l’animo che vince ogne battaglia,
+ se col suo grave corpo non s’accascia.
+
+ Più lunga scala convien che si saglia;
+ non basta da costoro esser partito.
+ Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
+
+ Leva’mi allor, mostrandomi fornito
+ meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
+ e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
+
+ Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
+ ed erto più assai che quel di pria.
+
+ Parlando andava per non parer fievole;
+ onde una voce uscì de l’altro fosso,
+ a parole formar disconvenevole.
+
+ Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
+ fossi de l’arco già che varca quivi;
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+ Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;
+ per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
+
+ da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
+ così giù veggio e neente affiguro».
+
+ «Altra risposta», disse, «non ti rendo
+ se non lo far; ché la dimanda onesta
+ si de’ seguir con l’opera tacendo».
+
+ Noi discendemmo il ponte da la testa
+ dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+ e vidivi entro terribile stipa
+ di serpenti, e di sì diversa mena
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+ Più non si vanti Libia con sua rena;
+ ché se chelidri, iaculi e faree
+ produce, e cencri con anfisibena,
+
+ né tante pestilenzie né sì ree
+ mostrò già mai con tutta l’Etïopia
+ né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
+
+ Tra questa cruda e tristissima copia
+ corrëan genti nude e spaventate,
+ sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+ con serpi le man dietro avean legate;
+ quelle ficcavan per le ren la coda
+ e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+ Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
+ s’avventò un serpente che ’l trafisse
+ là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
+
+ Né O sì tosto mai né I si scrisse,
+ com’ el s’accese e arse, e cener tutto
+ convenne che cascando divenisse;
+
+ e poi che fu a terra sì distrutto,
+ la polver si raccolse per sé stessa
+ e ’n quel medesmo ritornò di butto.
+
+ Così per li gran savi si confessa
+ che la fenice more e poi rinasce,
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+ erba né biado in sua vita non pasce,
+ ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
+ e nardo e mirra son l’ultime fasce.
+
+ E qual è quel che cade, e non sa como,
+ per forza di demon ch’a terra il tira,
+ o d’altra oppilazion che lega l’omo,
+
+ quando si leva, che ’ntorno si mira
+ tutto smarrito de la grande angoscia
+ ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+ tal era ’l peccator levato poscia.
+ Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
+ che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+ Lo duca il domandò poi chi ello era;
+ per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
+ poco tempo è, in questa gola fiera.
+
+ Vita bestial mi piacque e non umana,
+ sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
+
+ E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
+ e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
+ ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
+
+ E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
+ ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
+ e di trista vergogna si dipinse;
+
+ poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
+ ne la miseria dove tu mi vedi,
+ che quando fui de l’altra vita tolto.
+
+ Io non posso negar quel che tu chiedi;
+ in giù son messo tanto perch’ io fui
+ ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
+
+ e falsamente già fu apposto altrui.
+ Ma perché di tal vista tu non godi,
+ se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
+
+ apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+ Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+ Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ ch’è di torbidi nuvoli involuto;
+ e con tempesta impetüosa e agra
+
+ sovra Campo Picen fia combattuto;
+ ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
+ sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
+
+ E detto l’ho perché doler ti debbia!».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXV
+
+
+ Al fine de le sue parole il ladro
+ le mani alzò con amendue le fiche,
+ gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
+
+ Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+ perch’ una li s’avvolse allora al collo,
+ come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
+
+ e un’altra a le braccia, e rilegollo,
+ ribadendo sé stessa sì dinanzi,
+ che non potea con esse dare un crollo.
+
+ Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
+ d’incenerarti sì che più non duri,
+ poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+ Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+ non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
+
+ El si fuggì che non parlò più verbo;
+ e io vidi un centauro pien di rabbia
+ venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
+
+ Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
+ quante bisce elli avea su per la groppa
+ infin ove comincia nostra labbia.
+
+ Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+ con l’ali aperte li giacea un draco;
+ e quello affuoca qualunque s’intoppa.
+
+ Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
+ che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
+ di sangue fece spesse volte laco.
+
+ Non va co’ suoi fratei per un cammino,
+ per lo furto che frodolente fece
+ del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
+
+ onde cessar le sue opere biece
+ sotto la mazza d’Ercule, che forse
+ gliene diè cento, e non sentì le diece».
+
+ Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
+ e tre spiriti venner sotto noi,
+ de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
+
+ se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
+ per che nostra novella si ristette,
+ e intendemmo pur ad essi poi.
+
+ Io non li conoscea; ma ei seguette,
+ come suol seguitar per alcun caso,
+ che l’un nomar un altro convenette,
+
+ dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
+ per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
+ mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
+
+ Se tu se’ or, lettore, a creder lento
+ ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
+ ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
+
+ Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
+ e un serpente con sei piè si lancia
+ dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
+
+ Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
+ e con li anterïor le braccia prese;
+ poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
+
+ li diretani a le cosce distese,
+ e miseli la coda tra ’mbedue
+ e dietro per le ren sù la ritese.
+
+ Ellera abbarbicata mai non fue
+ ad alber sì, come l’orribil fiera
+ per l’altrui membra avviticchiò le sue.
+
+ Poi s’appiccar, come di calda cera
+ fossero stati, e mischiar lor colore,
+ né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
+
+ come procede innanzi da l’ardore,
+ per lo papiro suso, un color bruno
+ che non è nero ancora e ’l bianco more.
+
+ Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
+ gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
+ Vedi che già non se’ né due né uno».
+
+ Già eran li due capi un divenuti,
+ quando n’apparver due figure miste
+ in una faccia, ov’ eran due perduti.
+
+ Fersi le braccia due di quattro liste;
+ le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
+ divenner membra che non fuor mai viste.
+
+ Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+ due e nessun l’imagine perversa
+ parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+ Come ’l ramarro sotto la gran fersa
+ dei dì canicular, cangiando sepe,
+ folgore par se la via attraversa,
+
+ sì pareva, venendo verso l’epe
+ de li altri due, un serpentello acceso,
+ livido e nero come gran di pepe;
+
+ e quella parte onde prima è preso
+ nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+ Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
+ anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
+ pur come sonno o febbre l’assalisse.
+
+ Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
+ l’un per la piaga e l’altro per la bocca
+ fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
+
+ Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
+ del misero Sabello e di Nasidio,
+ e attenda a udir quel ch’or si scocca.
+
+ Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
+ ché se quello in serpente e quella in fonte
+ converte poetando, io non lo ’nvidio;
+
+ ché due nature mai a fronte a fronte
+ non trasmutò sì ch’amendue le forme
+ a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+ Insieme si rispuosero a tai norme,
+ che ’l serpente la coda in forca fesse,
+ e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
+
+ Le gambe con le cosce seco stesse
+ s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
+ non facea segno alcun che si paresse.
+
+ Togliea la coda fessa la figura
+ che si perdeva là, e la sua pelle
+ si facea molle, e quella di là dura.
+
+ Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
+ e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+ Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
+ diventaron lo membro che l’uom cela,
+ e ’l misero del suo n’avea due porti.
+
+ Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
+ di color novo, e genera ’l pel suso
+ per l’una parte e da l’altra il dipela,
+
+ l’un si levò e l’altro cadde giuso,
+ non torcendo però le lucerne empie,
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+ Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
+ e di troppa matera ch’in là venne
+ uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ ciò che non corse in dietro e si ritenne
+ di quel soverchio, fé naso a la faccia
+ e le labbra ingrossò quanto convenne.
+
+ Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
+ e li orecchi ritira per la testa
+ come face le corna la lumaccia;
+
+ e la lingua, ch’avëa unita e presta
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
+
+ L’anima ch’era fiera divenuta,
+ suffolando si fugge per la valle,
+ e l’altro dietro a lui parlando sputa.
+
+ Poscia li volse le novelle spalle,
+ e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
+ com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
+
+ Così vid’ io la settima zavorra
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+ la novità se fior la penna abborra.
+
+ E avvegna che li occhi miei confusi
+ fossero alquanto e l’animo smagato,
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ ed era quel che sol, di tre compagni
+ che venner prima, non era mutato;
+
+ l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVI
+
+
+ Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
+ che per mare e per terra batti l’ali,
+ e per lo ’nferno tuo nome si spande!
+
+ Tra li ladron trovai cinque cotali
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+ e tu in grande orranza non ne sali.
+
+ Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+ tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+ di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
+
+ E se già fosse, non saria per tempo.
+ Così foss’ ei, da che pur esser dee!
+ ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
+
+ Noi ci partimmo, e su per le scalee
+ che n’avea fatto iborni a scender pria,
+ rimontò ’l duca mio e trasse mee;
+
+ e proseguendo la solinga via,
+ tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
+ lo piè sanza la man non si spedia.
+
+ Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
+ e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
+
+ perché non corra che virtù nol guidi;
+ sì che, se stella bona o miglior cosa
+ m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
+
+ Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
+ nel tempo che colui che ’l mondo schiara
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+ come la mosca cede a la zanzara,
+ vede lucciole giù per la vallea,
+ forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
+
+ di tante fiamme tutta risplendea
+ l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
+ tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
+
+ E qual colui che si vengiò con li orsi
+ vide ’l carro d’Elia al dipartire,
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+ che nol potea sì con li occhi seguire,
+ ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
+ sì come nuvoletta, in sù salire:
+
+ tal si move ciascuna per la gola
+ del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
+ e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+ Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
+ sì che s’io non avessi un ronchion preso,
+ caduto sarei giù sanz’ esser urto.
+
+ E ’l duca che mi vide tanto atteso,
+ disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
+ catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
+
+ «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
+ son io più certo; ma già m’era avviso
+ che così fosse, e già voleva dirti:
+
+ chi è ’n quel foco che vien sì diviso
+ di sopra, che par surger de la pira
+ dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
+
+ Rispuose a me: «Là dentro si martira
+ Ulisse e Dïomede, e così insieme
+ a la vendetta vanno come a l’ira;
+
+ e dentro da la lor fiamma si geme
+ l’agguato del caval che fé la porta
+ onde uscì de’ Romani il gentil seme.
+
+ Piangevisi entro l’arte per che, morta,
+ Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
+ e del Palladio pena vi si porta».
+
+ «S’ei posson dentro da quelle faville
+ parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
+ e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
+
+ che non mi facci de l’attender niego
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+ vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
+
+ Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
+ di molta loda, e io però l’accetto;
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+ Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
+ ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
+ perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
+
+ Poi che la fiamma fu venuta quivi
+ dove parve al mio duca tempo e loco,
+ in questa forma lui parlare audivi:
+
+ «O voi che siete due dentro ad un foco,
+ s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
+ s’io meritai di voi assai o poco
+
+ quando nel mondo li alti versi scrissi,
+ non vi movete; ma l’un di voi dica
+ dove, per lui, perduto a morir gissi».
+
+ Lo maggior corno de la fiamma antica
+ cominciò a crollarsi mormorando,
+ pur come quella cui vento affatica;
+
+ indi la cima qua e là menando,
+ come fosse la lingua che parlasse,
+ gittò voce di fuori e disse: «Quando
+
+ mi diparti’ da Circe, che sottrasse
+ me più d’un anno là presso a Gaeta,
+ prima che sì Enëa la nomasse,
+
+ né dolcezza di figlio, né la pieta
+ del vecchio padre, né ’l debito amore
+ lo qual dovea Penelopè far lieta,
+
+ vincer potero dentro a me l’ardore
+ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
+ e de li vizi umani e del valore;
+
+ ma misi me per l’alto mare aperto
+ sol con un legno e con quella compagna
+ picciola da la qual non fui diserto.
+
+ L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
+ fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
+ e l’altre che quel mare intorno bagna.
+
+ Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
+ quando venimmo a quella foce stretta
+ dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
+
+ acciò che l’uom più oltre non si metta;
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,
+ da l’altra già m’avea lasciata Setta.
+
+ “O frati”, dissi “che per cento milia
+ perigli siete giunti a l’occidente,
+ a questa tanto picciola vigilia
+
+ d’i nostri sensi ch’è del rimanente
+ non vogliate negar l’esperïenza,
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+ Considerate la vostra semenza:
+ fatti non foste a viver come bruti,
+ ma per seguir virtute e canoscenza”.
+
+ Li miei compagni fec’ io sì aguti,
+ con questa orazion picciola, al cammino,
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+ e volta nostra poppa nel mattino,
+ de’ remi facemmo ali al folle volo,
+ sempre acquistando dal lato mancino.
+
+ Tutte le stelle già de l’altro polo
+ vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
+ che non surgëa fuor del marin suolo.
+
+ Cinque volte racceso e tante casso
+ lo lume era di sotto da la luna,
+ poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
+
+ quando n’apparve una montagna, bruna
+ per la distanza, e parvemi alta tanto
+ quanto veduta non avëa alcuna.
+
+ Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
+ ché de la nova terra un turbo nacque
+ e percosse del legno il primo canto.
+
+ Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
+ a la quarta levar la poppa in suso
+ e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
+
+ infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVII
+
+
+ Già era dritta in sù la fiamma e queta
+ per non dir più, e già da noi sen gia
+ con la licenza del dolce poeta,
+
+ quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
+ ne fece volger li occhi a la sua cima
+ per un confuso suon che fuor n’uscia.
+
+ Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
+ col pianto di colui, e ciò fu dritto,
+ che l’avea temperato con sua lima,
+
+ mugghiava con la voce de l’afflitto,
+ sì che, con tutto che fosse di rame,
+ pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+ così, per non aver via né forame
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio
+ si convertïan le parole grame.
+
+ Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
+ su per la punta, dandole quel guizzo
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+ udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
+ la voce e che parlavi mo lombardo,
+ dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
+
+ perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
+ non t’incresca restare a parlar meco;
+ vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+ Se tu pur mo in questo mondo cieco
+ caduto se’ di quella dolce terra
+ latina ond’ io mia colpa tutta reco,
+
+ dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ ch’io fui d’i monti là intra Orbino
+ e ’l giogo di che Tever si diserra».
+
+ Io era in giuso ancora attento e chino,
+ quando il mio duca mi tentò di costa,
+ dicendo: «Parla tu; questi è latino».
+
+ E io, ch’avea già pronta la risposta,
+ sanza indugio a parlare incominciai:
+ «O anima che se’ là giù nascosta,
+
+ Romagna tua non è, e non fu mai,
+ sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
+ ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
+
+ Ravenna sta come stata è molt’ anni:
+ l’aguglia da Polenta la si cova,
+ sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
+
+ La terra che fé già la lunga prova
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+ sotto le branche verdi si ritrova.
+
+ E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
+ che fecer di Montagna il mal governo,
+ là dove soglion fan d’i denti succhio.
+
+ Le città di Lamone e di Santerno
+ conduce il lïoncel dal nido bianco,
+ che muta parte da la state al verno.
+
+ E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
+ così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
+ tra tirannia si vive e stato franco.
+
+ Ora chi se’, ti priego che ne conte;
+ non esser duro più ch’altri sia stato,
+ se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
+
+ Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
+ al modo suo, l’aguta punta mosse
+ di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
+
+ «S’i’ credesse che mia risposta fosse
+ a persona che mai tornasse al mondo,
+ questa fiamma staria sanza più scosse;
+
+ ma però che già mai di questo fondo
+ non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
+ sanza tema d’infamia ti rispondo.
+
+ Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
+ credendomi, sì cinto, fare ammenda;
+ e certo il creder mio venìa intero,
+
+ se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+ che mi rimise ne le prime colpe;
+ e come e quare, voglio che m’intenda.
+
+ Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
+ che la madre mi diè, l’opere mie
+ non furon leonine, ma di volpe.
+
+ Li accorgimenti e le coperte vie
+ io seppi tutte, e sì menai lor arte,
+ ch’al fine de la terra il suono uscie.
+
+ Quando mi vidi giunto in quella parte
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe
+ calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
+ e pentuto e confesso mi rendei;
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+ Lo principe d’i novi Farisei,
+ avendo guerra presso a Laterano,
+ e non con Saracin né con Giudei,
+
+ ché ciascun suo nimico era cristiano,
+ e nessun era stato a vincer Acri
+ né mercatante in terra di Soldano,
+
+ né sommo officio né ordini sacri
+ guardò in sé, né in me quel capestro
+ che solea fare i suoi cinti più macri.
+
+ Ma come Costantin chiese Silvestro
+ d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
+ così mi chiese questi per maestro
+
+ a guerir de la sua superba febbre;
+ domandommi consiglio, e io tacetti
+ perché le sue parole parver ebbre.
+
+ E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
+ finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
+ sì come Penestrino in terra getti.
+
+ Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
+ come tu sai; però son due le chiavi
+ che ’l mio antecessor non ebbe care”.
+
+ Allor mi pinser li argomenti gravi
+ là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
+ e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
+
+ di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
+ lunga promessa con l’attender corto
+ ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
+
+ Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
+ per me; ma un d’i neri cherubini
+ li disse: “Non portar: non mi far torto.
+
+ Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
+ perché diede ’l consiglio frodolente,
+ dal quale in qua stato li sono a’ crini;
+
+ ch’assolver non si può chi non si pente,
+ né pentere e volere insieme puossi
+ per la contradizion che nol consente”.
+
+ Oh me dolente! come mi riscossi
+ quando mi prese dicendomi: “Forse
+ tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
+
+ A Minòs mi portò; e quelli attorse
+ otto volte la coda al dosso duro;
+ e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+ disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
+ per ch’io là dove vedi son perduto,
+ e sì vestito, andando, mi rancuro».
+
+ Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
+ la fiamma dolorando si partio,
+ torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
+
+ Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
+ su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
+ che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
+
+ a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVIII
+
+
+ Chi poria mai pur con parole sciolte
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
+
+ Ogne lingua per certo verria meno
+ per lo nostro sermone e per la mente
+ c’hanno a tanto comprender poco seno.
+
+ S’el s’aunasse ancor tutta la gente
+ che già, in su la fortunata terra
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+ per li Troiani e per la lunga guerra
+ che de l’anella fé sì alte spoglie,
+ come Livïo scrive, che non erra,
+
+ con quella che sentio di colpi doglie
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;
+ e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
+
+ a Ceperan, là dove fu bugiardo
+ ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
+ dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
+
+ e qual forato suo membro e qual mozzo
+ mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
+ il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+ Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
+ com’ io vidi un, così non si pertugia,
+ rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+ Tra le gambe pendevan le minugia;
+ la corata pareva e ’l tristo sacco
+ che merda fa di quel che si trangugia.
+
+ Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
+ guardommi e con le man s’aperse il petto,
+ dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
+
+ vedi come storpiato è Mäometto!
+ Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+ E tutti li altri che tu vedi qui,
+ seminator di scandalo e di scisma
+ fuor vivi, e però son fessi così.
+
+ Un diavolo è qua dietro che n’accisma
+ sì crudelmente, al taglio de la spada
+ rimettendo ciascun di questa risma,
+
+ quand’ avem volta la dolente strada;
+ però che le ferite son richiuse
+ prima ch’altri dinanzi li rivada.
+
+ Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
+ forse per indugiar d’ire a la pena
+ ch’è giudicata in su le tue accuse?».
+
+ «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
+ rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
+ ma per dar lui esperïenza piena,
+
+ a me, che morto son, convien menarlo
+ per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
+ e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
+
+ Più fuor di cento che, quando l’udiro,
+ s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
+ per maraviglia, oblïando il martiro.
+
+ «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
+ tu che forse vedra’ il sole in breve,
+ s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+ sì di vivanda, che stretta di neve
+ non rechi la vittoria al Noarese,
+ ch’altrimenti acquistar non saria leve».
+
+ Poi che l’un piè per girsene sospese,
+ Mäometto mi disse esta parola;
+ indi a partirsi in terra lo distese.
+
+ Un altro, che forata avea la gola
+ e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
+ e non avea mai ch’una orecchia sola,
+
+ ristato a riguardar per maraviglia
+ con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
+ ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
+
+ e disse: «O tu cui colpa non condanna
+ e cu’ io vidi su in terra latina,
+ se troppa simiglianza non m’inganna,
+
+ rimembriti di Pier da Medicina,
+ se mai torni a veder lo dolce piano
+ che da Vercelli a Marcabò dichina.
+
+ E fa saper a’ due miglior da Fano,
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,
+ che, se l’antiveder qui non è vano,
+
+ gittati saran fuor di lor vasello
+ e mazzerati presso a la Cattolica
+ per tradimento d’un tiranno fello.
+
+ Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
+ non vide mai sì gran fallo Nettuno,
+ non da pirate, non da gente argolica.
+
+ Quel traditor che vede pur con l’uno,
+ e tien la terra che tale qui meco
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+ farà venirli a parlamento seco;
+ poi farà sì, ch’al vento di Focara
+ non sarà lor mestier voto né preco».
+
+ E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
+ se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
+ chi è colui da la veduta amara».
+
+ Allor puose la mano a la mascella
+ d’un suo compagno e la bocca li aperse,
+ gridando: «Questi è desso, e non favella.
+
+ Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+ in Cesare, affermando che ’l fornito
+ sempre con danno l’attender sofferse».
+
+ Oh quanto mi pareva sbigottito
+ con la lingua tagliata ne la strozza
+ Curïo, ch’a dir fu così ardito!
+
+ E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
+ levando i moncherin per l’aura fosca,
+ sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
+
+ gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
+ che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
+ che fu mal seme per la gente tosca».
+
+ E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
+ per ch’elli, accumulando duol con duolo,
+ sen gio come persona trista e matta.
+
+ Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+ e vidi cosa ch’io avrei paura,
+ sanza più prova, di contarla solo;
+
+ se non che coscïenza m’assicura,
+ la buona compagnia che l’uom francheggia
+ sotto l’asbergo del sentirsi pura.
+
+ Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
+ un busto sanza capo andar sì come
+ andavan li altri de la trista greggia;
+
+ e ’l capo tronco tenea per le chiome,
+ pesol con mano a guisa di lanterna:
+ e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
+
+ Di sé facea a sé stesso lucerna,
+ ed eran due in uno e uno in due;
+ com’ esser può, quei sa che sì governa.
+
+ Quando diritto al piè del ponte fue,
+ levò ’l braccio alto con tutta la testa
+ per appressarne le parole sue,
+
+ che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+ vedi s’alcuna è grande come questa.
+
+ E perché tu di me novella porti,
+ sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
+ che diedi al re giovane i ma’ conforti.
+
+ Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
+ Achitofèl non fé più d’Absalone
+ e di Davìd coi malvagi punzelli.
+
+ Perch’ io parti’ così giunte persone,
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,
+ dal suo principio ch’è in questo troncone.
+
+ Così s’osserva in me lo contrapasso».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIX
+
+
+ La molta gente e le diverse piaghe
+ avean le luci mie sì inebrïate,
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+ Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
+ perché la vista tua pur si soffolge
+ là giù tra l’ombre triste smozzicate?
+
+ Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
+ pensa, se tu annoverar le credi,
+ che miglia ventidue la valle volge.
+
+ E già la luna è sotto i nostri piedi;
+ lo tempo è poco omai che n’è concesso,
+ e altro è da veder che tu non vedi».
+
+ «Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
+ «atteso a la cagion per ch’io guardava,
+ forse m’avresti ancor lo star dimesso».
+
+ Parte sen giva, e io retro li andava,
+ lo duca, già faccendo la risposta,
+ e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
+
+ dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
+ credo ch’un spirto del mio sangue pianga
+ la colpa che là giù cotanto costa».
+
+ Allor disse ’l maestro: «Non si franga
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
+ Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
+
+ ch’io vidi lui a piè del ponticello
+ mostrarti e minacciar forte col dito,
+ e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
+
+ Tu eri allor sì del tutto impedito
+ sovra colui che già tenne Altaforte,
+ che non guardasti in là, sì fu partito».
+
+ «O duca mio, la vïolenta morte
+ che non li è vendicata ancor», diss’ io,
+ «per alcun che de l’onta sia consorte,
+
+ fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
+ sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
+ e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
+
+ Così parlammo infino al loco primo
+ che de lo scoglio l’altra valle mostra,
+ se più lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+ Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
+ di Malebolge, sì che i suoi conversi
+ potean parere a la veduta nostra,
+
+ lamenti saettaron me diversi,
+ che di pietà ferrati avean li strali;
+ ond’ io li orecchi con le man copersi.
+
+ Qual dolor fora, se de li spedali
+ di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
+ e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+ fossero in una fossa tutti ’nsembre,
+ tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
+ qual suol venir de le marcite membre.
+
+ Noi discendemmo in su l’ultima riva
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+ e allor fu la mia vista più viva
+
+ giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
+ de l’alto Sire infallibil giustizia
+ punisce i falsador che qui registra.
+
+ Non credo ch’a veder maggior tristizia
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,
+ quando fu l’aere sì pien di malizia,
+
+ che li animali, infino al picciol vermo,
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+ secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+ si ristorar di seme di formiche;
+ ch’era a veder per quella oscura valle
+ languir li spirti per diverse biche.
+
+ Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
+ l’un de l’altro giacea, e qual carpone
+ si trasmutava per lo tristo calle.
+
+ Passo passo andavam sanza sermone,
+ guardando e ascoltando li ammalati,
+ che non potean levar le lor persone.
+
+ Io vidi due sedere a sé poggiati,
+ com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+ dal capo al piè di schianze macolati;
+
+ e non vidi già mai menare stregghia
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,
+ né a colui che mal volontier vegghia,
+
+ come ciascun menava spesso il morso
+ de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
+ del pizzicor, che non ha più soccorso;
+
+ e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
+ come coltel di scardova le scaglie
+ o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
+
+ «O tu che con le dita ti dismaglie»,
+ cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
+ «e che fai d’esse talvolta tanaglie,
+
+ dinne s’alcun Latino è tra costoro
+ che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
+ etternalmente a cotesto lavoro».
+
+ «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
+ qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
+ «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
+
+ E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
+ con questo vivo giù di balzo in balzo,
+ e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
+
+ Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+ e tremando ciascuno a me si volse
+ con altri che l’udiron di rimbalzo.
+
+ Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
+ dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
+ e io incominciai, poscia ch’ei volse:
+
+ «Se la vostra memoria non s’imboli
+ nel primo mondo da l’umane menti,
+ ma s’ella viva sotto molti soli,
+
+ ditemi chi voi siete e di che genti;
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena
+ di palesarvi a me non vi spaventi».
+
+ «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
+ rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
+ ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
+
+ Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
+ “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
+ e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
+
+ volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
+ perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
+ ardere a tal che l’avea per figliuolo.
+
+ Ma ne l’ultima bolgia de le diece
+ me per l’alchìmia che nel mondo usai
+ dannò Minòs, a cui fallar non lece».
+
+ E io dissi al poeta: «Or fu già mai
+ gente sì vana come la sanese?
+ Certo non la francesca sì d’assai!».
+
+ Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
+ rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
+ che seppe far le temperate spese,
+
+ e Niccolò che la costuma ricca
+ del garofano prima discoverse
+ ne l’orto dove tal seme s’appicca;
+
+ e tra’ne la brigata in che disperse
+ Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
+ e l’Abbagliato suo senno proferse.
+
+ Ma perché sappi chi sì ti seconda
+ contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
+ sì che la faccia mia ben ti risponda:
+
+ sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
+ che falsai li metalli con l’alchìmia;
+ e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
+
+ com’ io fui di natura buona scimia».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXX
+
+
+ Nel tempo che Iunone era crucciata
+ per Semelè contra ’l sangue tebano,
+ come mostrò una e altra fïata,
+
+ Atamante divenne tanto insano,
+ che veggendo la moglie con due figli
+ andar carcata da ciascuna mano,
+
+ gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
+ la leonessa e ’ leoncini al varco»;
+ e poi distese i dispietati artigli,
+
+ prendendo l’un ch’avea nome Learco,
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;
+ e quella s’annegò con l’altro carco.
+
+ E quando la fortuna volse in basso
+ l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
+ sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
+
+ Ecuba trista, misera e cattiva,
+ poscia che vide Polissena morta,
+ e del suo Polidoro in su la riva
+
+ del mar si fu la dolorosa accorta,
+ forsennata latrò sì come cane;
+ tanto il dolor le fé la mente torta.
+
+ Ma né di Tebe furie né troiane
+ si vider mäi in alcun tanto crude,
+ non punger bestie, nonché membra umane,
+
+ quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
+ che mordendo correvan di quel modo
+ che ’l porco quando del porcil si schiude.
+
+ L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+ del collo l’assannò, sì che, tirando,
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+ E l’Aretin che rimase, tremando
+ mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
+ e va rabbioso altrui così conciando».
+
+ «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
+ li denti a dosso, non ti sia fatica
+ a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
+
+ Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
+ di Mirra scellerata, che divenne
+ al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+ Questa a peccar con esso così venne,
+ falsificando sé in altrui forma,
+ come l’altro che là sen va, sostenne,
+
+ per guadagnar la donna de la torma,
+ falsificare in sé Buoso Donati,
+ testando e dando al testamento norma».
+
+ E poi che i due rabbiosi fuor passati
+ sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+ Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
+ pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
+ tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
+
+ La grave idropesì, che sì dispaia
+ le membra con l’omor che mal converte,
+ che ’l viso non risponde a la ventraia,
+
+ faceva lui tener le labbra aperte
+ come l’etico fa, che per la sete
+ l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
+
+ «O voi che sanz’ alcuna pena siete,
+ e non so io perché, nel mondo gramo»,
+ diss’ elli a noi, «guardate e attendete
+
+ a la miseria del maestro Adamo;
+ io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
+ e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
+
+ Li ruscelletti che d’i verdi colli
+ del Casentin discendon giuso in Arno,
+ faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+ sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ ché l’imagine lor vie più m’asciuga
+ che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
+
+ La rigida giustizia che mi fruga
+ tragge cagion del loco ov’ io peccai
+ a metter più li miei sospiri in fuga.
+
+ Ivi è Romena, là dov’ io falsai
+ la lega suggellata del Batista;
+ per ch’io il corpo sù arso lasciai.
+
+ Ma s’io vedessi qui l’anima trista
+ di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
+ per Fonte Branda non darei la vista.
+
+ Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
+ ombre che vanno intorno dicon vero;
+ ma che mi val, c’ho le membra legate?
+
+ S’io fossi pur di tanto ancor leggero
+ ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
+ io sarei messo già per lo sentiero,
+
+ cercando lui tra questa gente sconcia,
+ con tutto ch’ella volge undici miglia,
+ e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
+
+ Io son per lor tra sì fatta famiglia;
+ e’ m’indussero a batter li fiorini
+ ch’avevan tre carati di mondiglia».
+
+ E io a lui: «Chi son li due tapini
+ che fumman come man bagnate ’l verno,
+ giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
+
+ «Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
+ rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
+ e non credo che dieno in sempiterno.
+
+ L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
+ l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
+ per febbre aguta gittan tanto leppo».
+
+ E l’un di lor, che si recò a noia
+ forse d’esser nomato sì oscuro,
+ col pugno li percosse l’epa croia.
+
+ Quella sonò come fosse un tamburo;
+ e mastro Adamo li percosse il volto
+ col braccio suo, che non parve men duro,
+
+ dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
+ lo muover per le membra che son gravi,
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
+
+ Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
+ al fuoco, non l’avei tu così presto;
+ ma sì e più l’avei quando coniavi».
+
+ E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
+ ma tu non fosti sì ver testimonio
+ là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
+
+ «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
+ disse Sinon; «e son qui per un fallo,
+ e tu per più ch’alcun altro demonio!».
+
+ «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
+ rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
+ «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
+
+ «E te sia rea la sete onde ti crepa»,
+ disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
+ che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
+
+ Allora il monetier: «Così si squarcia
+ la bocca tua per tuo mal come suole;
+ ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+ tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,
+ non vorresti a ’nvitar molte parole».
+
+ Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
+ quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
+ che per poco che teco non mi risso!».
+
+ Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
+ volsimi verso lui con tal vergogna,
+ ch’ancor per la memoria mi si gira.
+
+ Qual è colui che suo dannaggio sogna,
+ che sognando desidera sognare,
+ sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
+
+ tal mi fec’ io, non possendo parlare,
+ che disïava scusarmi, e scusava
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+ «Maggior difetto men vergogna lava»,
+ disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
+ però d’ogne trestizia ti disgrava.
+
+ E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
+ se più avvien che fortuna t’accoglia
+ dove sien genti in simigliante piato:
+
+ ché voler ciò udire è bassa voglia».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXI
+
+
+ Una medesma lingua pria mi morse,
+ sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
+ e poi la medicina mi riporse;
+
+ così od’ io che solea far la lancia
+ d’Achille e del suo padre esser cagione
+ prima di trista e poi di buona mancia.
+
+ Noi demmo il dosso al misero vallone
+ su per la ripa che ’l cinge dintorno,
+ attraversando sanza alcun sermone.
+
+ Quiv’ era men che notte e men che giorno,
+ sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
+ ma io senti’ sonare un alto corno,
+
+ tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+ che, contra sé la sua via seguitando,
+ dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
+
+ Dopo la dolorosa rotta, quando
+ Carlo Magno perdé la santa gesta,
+ non sonò sì terribilmente Orlando.
+
+ Poco portäi in là volta la testa,
+ che me parve veder molte alte torri;
+ ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu trascorri
+ per le tenebre troppo da la lungi,
+ avvien che poi nel maginare abborri.
+
+ Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
+ quanto ’l senso s’inganna di lontano;
+ però alquanto più te stesso pungi».
+
+ Poi caramente mi prese per mano
+ e disse: «Pria che noi siam più avanti,
+ acciò che ’l fatto men ti paia strano,
+
+ sappi che non son torri, ma giganti,
+ e son nel pozzo intorno da la ripa
+ da l’umbilico in giuso tutti quanti».
+
+ Come quando la nebbia si dissipa,
+ lo sguardo a poco a poco raffigura
+ ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
+
+ così forando l’aura grossa e scura,
+ più e più appressando ver’ la sponda,
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+ però che, come su la cerchia tonda
+ Montereggion di torri si corona,
+ così la proda che ’l pozzo circonda
+
+ torreggiavan di mezza la persona
+ li orribili giganti, cui minaccia
+ Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+ E io scorgeva già d’alcun la faccia,
+ le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
+ e per le coste giù ambo le braccia.
+
+ Natura certo, quando lasciò l’arte
+ di sì fatti animali, assai fé bene
+ per tòrre tali essecutori a Marte.
+
+ E s’ella d’elefanti e di balene
+ non si pente, chi guarda sottilmente,
+ più giusta e più discreta la ne tene;
+
+ ché dove l’argomento de la mente
+ s’aggiugne al mal volere e a la possa,
+ nessun riparo vi può far la gente.
+
+ La faccia sua mi parea lunga e grossa
+ come la pina di San Pietro a Roma,
+ e a sua proporzione eran l’altre ossa;
+
+ sì che la ripa, ch’era perizoma
+ dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
+ di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+ tre Frison s’averien dato mal vanto;
+ però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
+ dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
+
+ «Raphèl maì amècche zabì almi»,
+ cominciò a gridar la fiera bocca,
+ cui non si convenia più dolci salmi.
+
+ E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga
+ quand’ ira o altra passïon ti tocca!
+
+ Cércati al collo, e troverai la soga
+ che ’l tien legato, o anima confusa,
+ e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
+
+ Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
+ questi è Nembrotto per lo cui mal coto
+ pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
+
+ Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
+ ché così è a lui ciascun linguaggio
+ come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
+
+ Facemmo adunque più lungo vïaggio,
+ vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
+ trovammo l’altro assai più fero e maggio.
+
+ A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
+ non so io dir, ma el tenea soccinto
+ dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
+
+ d’una catena che ’l tenea avvinto
+ dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
+ si ravvolgëa infino al giro quinto.
+
+ «Questo superbo volle esser esperto
+ di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
+ disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
+
+ Fïalte ha nome, e fece le gran prove
+ quando i giganti fer paura a’ dèi;
+ le braccia ch’el menò, già mai non move».
+
+ E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
+ che de lo smisurato Brïareo
+ esperïenza avesser li occhi mei».
+
+ Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
+ presso di qui che parla ed è disciolto,
+ che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
+
+ Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
+ ed è legato e fatto come questo,
+ salvo che più feroce par nel volto».
+
+ Non fu tremoto già tanto rubesto,
+ che scotesse una torre così forte,
+ come Fïalte a scuotersi fu presto.
+
+ Allor temett’ io più che mai la morte,
+ e non v’era mestier più che la dotta,
+ s’io non avessi viste le ritorte.
+
+ Noi procedemmo più avante allotta,
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+ «O tu che ne la fortunata valle
+ che fece Scipïon di gloria reda,
+ quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
+
+ recasti già mille leon per preda,
+ e che, se fossi stato a l’alta guerra
+ de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ ch’avrebber vinto i figli de la terra:
+ mettine giù, e non ten vegna schifo,
+ dove Cocito la freddura serra.
+
+ Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
+ questi può dar di quel che qui si brama;
+ però ti china e non torcer lo grifo.
+
+ Ancor ti può nel mondo render fama,
+ ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
+ se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
+
+ Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
+ le man distese, e prese ’l duca mio,
+ ond’ Ercule sentì già grande stretta.
+
+ Virgilio, quando prender si sentio,
+ disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
+ poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
+
+ Qual pare a riguardar la Carisenda
+ sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
+ sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
+
+ tal parve Antëo a me che stava a bada
+ di vederlo chinare, e fu tal ora
+ ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
+
+ Ma lievemente al fondo che divora
+ Lucifero con Giuda, ci sposò;
+ né, sì chinato, lì fece dimora,
+
+ e come albero in nave si levò.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXII
+
+
+ S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
+ come si converrebbe al tristo buco
+ sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
+
+ io premerei di mio concetto il suco
+ più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
+ non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ ché non è impresa da pigliare a gabbo
+ discriver fondo a tutto l’universo,
+ né da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+ Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
+ sì che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+ Oh sovra tutte mal creata plebe
+ che stai nel loco onde parlare è duro,
+ mei foste state qui pecore o zebe!
+
+ Come noi fummo giù nel pozzo scuro
+ sotto i piè del gigante assai più bassi,
+ e io mirava ancora a l’alto muro,
+
+ dicere udi’mi: «Guarda come passi:
+ va sì, che tu non calchi con le piante
+ le teste de’ fratei miseri lassi».
+
+ Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
+ e sotto i piedi un lago che per gelo
+ avea di vetro e non d’acqua sembiante.
+
+ Non fece al corso suo sì grosso velo
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,
+ né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
+
+ com’ era quivi; che se Tambernicchi
+ vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
+ non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
+
+ E come a gracidar si sta la rana
+ col muso fuor de l’acqua, quando sogna
+ di spigolar sovente la villana,
+
+ livide, insin là dove appar vergogna
+ eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
+ mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+ Ognuna in giù tenea volta la faccia;
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+ tra lor testimonianza si procaccia.
+
+ Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
+ volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
+ che ’l pel del capo avieno insieme misto.
+
+ «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
+ diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
+ e poi ch’ebber li visi a me eretti,
+
+ li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
+ gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
+ le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+ Con legno legno spranga mai non cinse
+ forte così; ond’ ei come due becchi
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+ E un ch’avea perduti ambo li orecchi
+ per la freddura, pur col viso in giùe,
+ disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
+
+ Se vuoi saper chi son cotesti due,
+ la valle onde Bisenzo si dichina
+ del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+ D’un corpo usciro; e tutta la Caina
+ potrai cercare, e non troverai ombra
+ degna più d’esser fitta in gelatina:
+
+ non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
+ con esso un colpo per la man d’Artù;
+ non Focaccia; non questi che m’ingombra
+
+ col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;
+ se tosco se’, ben sai omai chi fu.
+
+ E perché non mi metti in più sermoni,
+ sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
+ e aspetto Carlin che mi scagioni».
+
+ Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+ e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
+
+ E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
+ al quale ogne gravezza si rauna,
+ e io tremava ne l’etterno rezzo;
+
+ se voler fu o destino o fortuna,
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,
+ forte percossi ’l piè nel viso ad una.
+
+ Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
+ se tu non vieni a crescer la vendetta
+ di Montaperti, perché mi moleste?».
+
+ E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
+ sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
+
+ Lo duca stette, e io dissi a colui
+ che bestemmiava duramente ancora:
+ «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
+
+ «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
+ percotendo», rispuose, «altrui le gote,
+ sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
+
+ «Vivo son io, e caro esser ti puote»,
+ fu mia risposta, «se dimandi fama,
+ ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
+
+ Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
+ Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
+ ché mal sai lusingar per questa lama!».
+
+ Allor lo presi per la cuticagna
+ e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
+ o che capel qui sù non ti rimagna».
+
+ Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
+ né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
+ se mille fiate in sul capo mi tomi».
+
+ Io avea già i capelli in mano avvolti,
+ e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
+ latrando lui con li occhi in giù raccolti,
+
+ quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
+ non ti basta sonar con le mascelle,
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
+
+ «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
+ malvagio traditor; ch’a la tua onta
+ io porterò di te vere novelle».
+
+ «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+ di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
+
+ El piange qui l’argento de’ Franceschi:
+ “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
+ là dove i peccatori stanno freschi”.
+
+ Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
+ tu hai dallato quel di Beccheria
+ di cui segò Fiorenza la gorgiera.
+
+ Gianni de’ Soldanier credo che sia
+ più là con Ganellone e Tebaldello,
+ ch’aprì Faenza quando si dormia».
+
+ Noi eravam partiti già da ello,
+ ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
+ sì che l’un capo a l’altro era cappello;
+
+ e come ’l pan per fame si manduca,
+ così ’l sovran li denti a l’altro pose
+ là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
+
+ non altrimenti Tidëo si rose
+ le tempie a Menalippo per disdegno,
+ che quei faceva il teschio e l’altre cose.
+
+ «O tu che mostri per sì bestial segno
+ odio sovra colui che tu ti mangi,
+ dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
+
+ che se tu a ragion di lui ti piangi,
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+ se quella con ch’io parlo non si secca».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXIII
+
+
+ La bocca sollevò dal fiero pasto
+ quel peccator, forbendola a’ capelli
+ del capo ch’elli avea di retro guasto.
+
+ Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
+ disperato dolor che ’l cor mi preme
+ già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
+
+ Ma se le mie parole esser dien seme
+ che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+ Io non so chi tu se’ né per che modo
+ venuto se’ qua giù; ma fiorentino
+ mi sembri veramente quand’ io t’odo.
+
+ Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
+ e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
+ or ti dirò perché i son tal vicino.
+
+ Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
+ fidandomi di lui, io fossi preso
+ e poscia morto, dir non è mestieri;
+
+ però quel che non puoi avere inteso,
+ cioè come la morte mia fu cruda,
+ udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
+
+ Breve pertugio dentro da la Muda,
+ la qual per me ha ’l titol de la fame,
+ e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
+
+ m’avea mostrato per lo suo forame
+ più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
+ che del futuro mi squarciò ’l velame.
+
+ Questi pareva a me maestro e donno,
+ cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+ Con cagne magre, studïose e conte
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+ s’avea messi dinanzi da la fronte.
+
+ In picciol corso mi parieno stanchi
+ lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
+ mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+ Quando fui desto innanzi la dimane,
+ pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
+ ch’eran con meco, e dimandar del pane.
+
+ Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
+ pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
+ e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+ Già eran desti, e l’ora s’appressava
+ che ’l cibo ne solëa essere addotto,
+ e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+ e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
+ a l’orribile torre; ond’ io guardai
+ nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
+
+ Io non piangëa, sì dentro impetrai:
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio
+ disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
+
+ Perciò non lagrimai né rispuos’ io
+ tutto quel giorno né la notte appresso,
+ infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
+
+ Come un poco di raggio si fu messo
+ nel doloroso carcere, e io scorsi
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
+ di manicar, di sùbito levorsi
+
+ e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+ queste misere carni, e tu le spoglia”.
+
+ Queta’mi allor per non farli più tristi;
+ lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
+ ahi dura terra, perché non t’apristi?
+
+ Poscia che fummo al quarto dì venuti,
+ Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
+ dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
+
+ Quivi morì; e come tu mi vedi,
+ vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
+ tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
+
+ già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+ e due dì li chiamai, poi che fur morti.
+ Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
+
+ Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
+ riprese ’l teschio misero co’ denti,
+ che furo a l’osso, come d’un can, forti.
+
+ Ahi Pisa, vituperio de le genti
+ del bel paese là dove ’l sì suona,
+ poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+ muovasi la Capraia e la Gorgona,
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+ sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
+
+ Che se ’l conte Ugolino aveva voce
+ d’aver tradita te de le castella,
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+ Innocenti facea l’età novella,
+ novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
+ e li altri due che ’l canto suso appella.
+
+ Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
+ ruvidamente un’altra gente fascia,
+ non volta in giù, ma tutta riversata.
+
+ Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
+ e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+ si volge in entro a far crescer l’ambascia;
+
+ ché le lagrime prime fanno groppo,
+ e sì come visiere di cristallo,
+ rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
+
+ E avvegna che, sì come d’un callo,
+ per la freddura ciascun sentimento
+ cessato avesse del mio viso stallo,
+
+ già mi parea sentire alquanto vento;
+ per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
+ non è qua giù ogne vapore spento?».
+
+ Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
+ di ciò ti farà l’occhio la risposta,
+ veggendo la cagion che ’l fiato piove».
+
+ E un de’ tristi de la fredda crosta
+ gridò a noi: «O anime crudeli
+ tanto che data v’è l’ultima posta,
+
+ levatemi dal viso i duri veli,
+ sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
+ un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
+ dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
+
+ Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
+ i’ son quel da le frutta del mal orto,
+ che qui riprendo dattero per figo».
+
+ «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
+ Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
+ nel mondo sù, nulla scïenza porto.
+
+ Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+ che spesse volte l’anima ci cade
+ innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
+
+ E perché tu più volentier mi rade
+ le ’nvetrïate lagrime dal volto,
+ sappie che, tosto che l’anima trade
+
+ come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
+ da un demonio, che poscia il governa
+ mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
+
+ Ella ruina in sì fatta cisterna;
+ e forse pare ancor lo corpo suso
+ de l’ombra che di qua dietro mi verna.
+
+ Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+ elli è ser Branca Doria, e son più anni
+ poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
+
+ «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
+ ché Branca Doria non morì unquanche,
+ e mangia e bee e dorme e veste panni».
+
+ «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
+ là dove bolle la tenace pece,
+ non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+ che questi lasciò il diavolo in sua vece
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano
+ che ’l tradimento insieme con lui fece.
+
+ Ma distendi oggimai in qua la mano;
+ aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
+ e cortesia fu lui esser villano.
+
+ Ahi Genovesi, uomini diversi
+ d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
+ perché non siete voi del mondo spersi?
+
+ Ché col peggiore spirto di Romagna
+ trovai di voi un tal, che per sua opra
+ in anima in Cocito già si bagna,
+
+ e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXIV
+
+
+ «Vexilla regis prodeunt inferni
+ verso di noi; però dinanzi mira»,
+ disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
+
+ Come quando una grossa nebbia spira,
+ o quando l’emisperio nostro annotta,
+ par di lungi un molin che ’l vento gira,
+
+ veder mi parve un tal dificio allotta;
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro
+ al duca mio, ché non lì era altra grotta.
+
+ Già era, e con paura il metto in metro,
+ là dove l’ombre tutte eran coperte,
+ e trasparien come festuca in vetro.
+
+ Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+ quella col capo e quella con le piante;
+ altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
+
+ Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
+ la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
+
+ d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
+ «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
+ ove convien che di fortezza t’armi».
+
+ Com’ io divenni allor gelato e fioco,
+ nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
+ però ch’ogne parlar sarebbe poco.
+
+ Io non mori’ e non rimasi vivo;
+ pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
+ qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
+
+ Lo ’mperador del doloroso regno
+ da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+ e più con un gigante io mi convegno,
+
+ che i giganti non fan con le sue braccia:
+ vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
+ ch’a così fatta parte si confaccia.
+
+ S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
+ e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
+ ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+ Oh quanto parve a me gran maraviglia
+ quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
+ L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+ l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
+ sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
+ e sé giugnieno al loco de la cresta:
+
+ e la destra parea tra bianca e gialla;
+ la sinistra a vedere era tal, quali
+ vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
+
+ Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
+ quanto si convenia a tanto uccello:
+ vele di mar non vid’ io mai cotali.
+
+ Non avean penne, ma di vispistrello
+ era lor modo; e quelle svolazzava,
+ sì che tre venti si movean da ello:
+
+ quindi Cocito tutto s’aggelava.
+ Con sei occhi piangëa, e per tre menti
+ gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
+
+ Da ogne bocca dirompea co’ denti
+ un peccatore, a guisa di maciulla,
+ sì che tre ne facea così dolenti.
+
+ A quel dinanzi il mordere era nulla
+ verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
+ rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+ «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
+ disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
+ che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+ De li altri due c’hanno il capo di sotto,
+ quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
+ vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+ e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
+ Ma la notte risurge, e oramai
+ è da partir, ché tutto avem veduto».
+
+ Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ ed el prese di tempo e loco poste,
+ e quando l’ali fuoro aperte assai,
+
+ appigliò sé a le vellute coste;
+ di vello in vello giù discese poscia
+ tra ’l folto pelo e le gelate croste.
+
+ Quando noi fummo là dove la coscia
+ si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
+ lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+ volse la testa ov’ elli avea le zanche,
+ e aggrappossi al pel com’ om che sale,
+ sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
+
+ «Attienti ben, ché per cotali scale»,
+ disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
+ «conviensi dipartir da tanto male».
+
+ Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
+ e puose me in su l’orlo a sedere;
+ appresso porse a me l’accorto passo.
+
+ Io levai li occhi e credetti vedere
+ Lucifero com’ io l’avea lasciato,
+ e vidili le gambe in sù tenere;
+
+ e s’io divenni allora travagliato,
+ la gente grossa il pensi, che non vede
+ qual è quel punto ch’io avea passato.
+
+ «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
+ la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
+ e già il sole a mezza terza riede».
+
+ Non era camminata di palagio
+ là ’v’ eravam, ma natural burella
+ ch’avea mal suolo e di lume disagio.
+
+ «Prima ch’io de l’abisso mi divella,
+ maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
+ «a trarmi d’erro un poco mi favella:
+
+ ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
+ sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
+
+ Ed elli a me: «Tu imagini ancora
+ d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
+ al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
+
+ Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
+ quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
+ al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
+
+ E se’ or sotto l’emisperio giunto
+ ch’è contraposto a quel che la gran secca
+ coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
+
+ fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
+ tu haï i piedi in su picciola spera
+ che l’altra faccia fa de la Giudecca.
+
+ Qui è da man, quando di là è sera;
+ e questi, che ne fé scala col pelo,
+ fitto è ancora sì come prim’ era.
+
+ Da questa parte cadde giù dal cielo;
+ e la terra, che pria di qua si sporse,
+ per paura di lui fé del mar velo,
+
+ e venne a l’emisperio nostro; e forse
+ per fuggir lui lasciò qui loco vòto
+ quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
+
+ Luogo è là giù da Belzebù remoto
+ tanto quanto la tomba si distende,
+ che non per vista, ma per suono è noto
+
+ d’un ruscelletto che quivi discende
+ per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
+ col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
+
+ Lo duca e io per quel cammino ascoso
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+ e sanza cura aver d’alcun riposo,
+
+ salimmo sù, el primo e io secondo,
+ tanto ch’i’ vidi de le cose belle
+ che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
+
+ E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+
+ PURGATORIO
+
+
+
+
+ Purgatorio • Canto I
+
+
+ Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+ e canterò di quel secondo regno
+ dove l’umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+ Ma qui la morta poesì resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Calïopè alquanto surga,
+
+ seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+ Dolce color d’orïental zaffiro,
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+ a li occhi miei ricominciò diletto,
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta
+ faceva tutto rider l’orïente,
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrïonal vedovo sito,
+ poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,
+ là onde ’l Carro già era sparito,
+
+ vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+ Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+ Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?»,
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+ Son le leggi d’abisso così rotte?
+ o è mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+ Questi non vide mai l’ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu sì presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non lì era altra via
+ che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+ Non son li editti etterni per noi guasti,
+ ché questi vive e Minòs me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riporterò di te a lei,
+ se d’esser mentovato là giù degni».
+
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+ «che quante grazie volse da me, fei.
+
+ Or che di là dal mal fiume dimora,
+ più muover non mi può, per quella legge
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ là giù colà dove la batte l’onda,
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+ null’ altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ però ch’a le percosse non seconda.
+
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+ prendere il monte a più lieve salita».
+
+ Così sparì; e io sù mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+ L’alba vinceva l’ora mattutina
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+ Noi andavam per lo solingo piano
+ com’ om che torna a la perduta strada,
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte
+ soavemente ’l mio maestro pose:
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l’inferno mi nascose.
+
+ Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse
+ l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+ subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto II
+
+
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+ lo cui meridïan cerchio coverchia
+ Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir sì ratto,
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+ l’occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil più lucente e maggior fatto.
+
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ sì che remo non vuol, né altro velo
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+ trattando l’aere con l’etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo».
+
+ Poi, come più e più verso noi venne
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e più di cento spirti entro sediero.
+
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+ Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+ La turba che rimase lì, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+ Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch’avea con le saette conte
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+ quando la nova gente alzò la fronte
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte».
+
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete
+ forse che siamo esperti d’esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+ L’anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+ E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+ così al viso mio s’affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+ Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+ Soavemente disse ch’io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+ «Casella mio, per tornar altra volta
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ ché di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,
+ benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+ però che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala».
+
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l’amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto
+ l’anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, è affannata tanto!».
+
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+ cominciò elli allor sì dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+ Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+ Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+ qual negligenza, quale stare è questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l’esca,
+ perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+ così vid’ io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+ né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto III
+
+
+ Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare’ io sanza lui corso?
+ chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+ El mi parea da sé stesso rimorso:
+ o dignitosa coscïenza e netta,
+ come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m’era dinanzi a la figura,
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+ Io mi volsi dallato con paura
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+ non ti maravigliar più che d’i cieli
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+ A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtù dispone
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+ Matto è chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+ State contenti, umana gente, al quia;
+ ché, se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+ e disïar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+ io dico d’Aristotile e di Plato
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+ e più non disse, e rimase turbato.
+
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+ quivi trovammo la roccia sì erta,
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+ la più rotta ruina è una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+ da man sinistra m’apparì una gente
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+ e non pareva, sì venïan lente.
+
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+ Guardò allora, e con libero piglio
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+ Ancora era quel popol di lontano,
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+ quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+ Virgilio incominciò, «per quella pace
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ ditene dove la montagna giace,
+ sì che possibil sia l’andare in suso;
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+ Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+ sì vid’ io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+ Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo è corpo uman che voi vedete;
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+ Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtù che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete».
+
+ Così ’l maestro; e quella gente degna
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+ E un di loro incominciò: «Chiunque
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+ pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+ vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+ Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+ che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+ Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+ Per lor maladizion sì non si perde,
+ che non possa tornar, l’etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+ Vero è che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+ in sua presunzïon, se tal decreto
+ più corto per buon prieghi non diventa.
+
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IV
+
+
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtù nostra comprenda,
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+ par ch’a nulla potenza più intenda;
+ e questo è contra quello error che crede
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+ E però, quando s’ode cosa o vede
+ che tegna forte a sé l’anima volta,
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ ché ben cinquanta gradi salito era
+
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando
+ venimmo ove quell’ anime ad una
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+ Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+ che non era la calla onde salìne
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partìne.
+
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+ dico con l’ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+ e la costa superba più assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+ Io era lasso, quando cominciai:
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com’ io rimango sol, se non restai».
+
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+ additandomi un balzo poco in sùe
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+ Sì mi spronaron le parole sue,
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n’eravam feriti.
+
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che sù e giù del suo lume conduce,
+
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sïòn
+ con questo monte in su la terra stare
+
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+ vedrai come a costui convien che vada
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+ là dove mio ingegno parea manco,
+
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+ per la ragion che di’, quinci si parte
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+ Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+ più che salir non posson li occhi miei».
+
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+ Però, quand’ ella ti parrà soave
+ tanto, che sù andar ti fia leggero
+ com’ a seconda giù andar per nave,
+
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.
+ Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sonò: «Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+ come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+ colui che mostra sé più negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+ Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+ da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+ Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+ se orazïone in prima non m’aita
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+ E già il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+ meridïan dal sole e a la riva
+
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto V
+
+
+ Io era già da quell’ ombre partito,
+ e seguitava l’orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!».
+
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+ E ’ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+ e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+ «Di vostra condizion fatene saggi».
+
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+ Se per veder la sua ombra restaro,
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+ che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+ «Questa gente che preme a noi è molta,
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+ «però pur va, e in andando ascolta».
+
+ «O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti»,
+ venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+ sì che di lui di là novella porti:
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+ Noi fummo tutti già per forza morti,
+ e peccatori infino a l’ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+ sì che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di sé veder n’accora».
+
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+ voi dite, e io farò per quella pace
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+ di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, sì che ben per me s’adori
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+ là dov’ io più sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+ assai più là che dritto non volea.
+
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ ancor sarei di là dove si spira.
+
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+ de le mie vene farsi in terra laco».
+
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,
+ con buona pïetate aiuta il mio!
+
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+ arriva’ io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+ Quivi perdei la vista e la parola;
+ nel nome di Maria fini’, e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+ Tu te ne porti di costui l’etterno
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+ per la virtù che sua natura diede.
+
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+ di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+ e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver’ lo fiume real tanto veloce
+ si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+ Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+ e riposato de la lunga via»,
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+ «ricorditi di me, che son la Pia;
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+ salsi colui che ’nnanellata pria
+
+ disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VI
+
+
+ Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+ con l’altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, più non fa pressa;
+ e così da la calca si difende.
+
+ Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+ Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+ sì che però non sia di peggior greggia.
+
+ Come libero fui da tutte quante
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+ sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+ e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+ ché cima di giudicio non s’avvalla
+ perché foco d’amor compia in un punto
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+ Veramente a così alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice».
+
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ ché già non m’affatico come dianzi,
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+ rispuose, «quanto più potremo omai;
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai
+ colui che già si cuopre de la costa,
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+ Ma vedi là un’anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ ma di nostro paese e de la vita
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+ Quell’ anima gentil fu così presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+ e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+ Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+ Che val perché ti racconciasse il freno
+ Iustinïano, se la sella è vòta?
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+ Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+ guarda come esta fiera è fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+ giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costà distretti,
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color già tristi, e questi con sospetti!
+
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+ e se nulla di noi pietà ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+ E se licito m’è, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+ O è preparazion che ne l’abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+ Ché le città d’Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+ Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+ Atene e Lacedemona, che fenno
+ l’antiche leggi e furon sì civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+ verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+ Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non può trovar posa in su le piume,
+
+ ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VII
+
+
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+ «Anzi che a questo monte fosser volte
+ l’anime degne di salire a Dio,
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fé».
+ Così rispuose allora il duca mio.
+
+ Qual è colui che cosa innanzi sé
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+ e umilmente ritornò ver’ lui,
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S’io son d’udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+ Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l’alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+ quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ dà noi per che venir possiam più tosto
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+ licito m’è andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+ Ma vedi già come dichina il giorno,
+ e andar sù di notte non si puote;
+ però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+ Anime sono a destra qua remote;
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note».
+
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+ non però ch’altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+ Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ ch’aver si può diletto dimorando».
+
+ Poco allungati c’eravam di lici,
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+ dove la costa face di sé grembo;
+ e là il novo giorno attenderemo».
+
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+ Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavità di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+ Colui che più siede alto e fa sembianti
+ d’aver negletto ciò che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+ Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+ sì che tardi per altri si ricrea.
+
+ L’altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l’acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+ E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+ guardate là come si batte il petto!
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+ Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+ e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+ che non si puote dir de l’altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+ Rade volte risurge per li rami
+ l’umana probitate; e questo vole
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+ Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+ Vedete il re de la semplice vita
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+ fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VIII
+
+
+ Era già l’ora che volge il disio
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+ e che lo novo peregrin d’amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+ quand’ io incominciai a render vano
+ l’udire e a mirare una de l’alme
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+ Ella giunse e levò ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l’orïente,
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+ e l’altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+ Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sùe,
+ quasi aspettando, palido e umìle;
+
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+ Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+ L’un poco sovra noi a star si venne,
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,
+ sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+ come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verrà vie via».
+
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+ a piè del monte per le lontane acque?».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+ E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di sùbito smarrita.
+
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che sì nasconde
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+ quando sarai di là da le larghe onde,
+ dì a Giovanna mia che per me chiami
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+ Non credo che la sua madre più m’ami,
+ poscia che trasmutò le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+ Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d’amor dura,
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+ Non le farà sì bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+ Così dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur là dove le stelle son più tarde,
+ sì come rota più presso a lo stelo.
+
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+ E io a lui: «A quelle tre facelle
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di là basse,
+ e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+ Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+ Io non vidi, e però dicer non posso,
+ come mosser li astor celestïali;
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta
+ quando chiamò, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+ «Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+ cominciò ella, «se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+ Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l’antico, ma di lui discesi;
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+ già mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+ La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+ Uso e natura sì la privilegia,
+ che, perché il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che ’l Montone
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+ che cotesta cortese oppinïone
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+ se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IX
+
+
+ La concubina di Titone antico
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+ di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+ e la notte, de’ passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+ e che la mente nostra, peregrina
+ più da la carne e men da’ pensier presa,
+ a le sue visïon quasi è divina,
+
+ in sogno mi parea veder sospesa
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+ con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ ed esser mi parea là dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede’.
+
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+ Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+ Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo là dove si fosse,
+
+ quando la madre da Chirón a Schiro
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+ là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+ Dallato m’era solo il mio conforto,
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+ e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+ quando l’anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verità li è discoperta,
+
+ mi cambia’ io; e come sanza cura
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+ la mia matera, e però con più arte
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+ che là dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+ E come l’occhio più e più v’apersi,
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+ e una spada nuda avëa in mano,
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+ «Dite costinci: che volete voi?»,
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ ricominciò il cortese portinaio:
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era sì pulito e terso,
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+ Era il secondo tinto più che perso,
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+ Sovra questo tenëa ambo le piante
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+ Per li tre gradi sù di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+ umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+ Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+ Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d’un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa»,
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+ E quando fuor ne’ cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+ Tale imagine a punto mi rendea
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto X
+
+
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,
+ perché fa parer dritta la via torta,
+
+ sonando la senti’ esser richiusa;
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+ Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+ E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ ïo stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo più che strade per diserti.
+
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+ esser di marmo candido e addorno
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+ L’angel che venne in terra col decreto
+ de la molt’ anni lagrimata pace,
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+ dinanzi a noi pareva sì verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+ perché iv’ era imaginata quella
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+ e avea in atto impressa esta favella
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m’era colui che mi movea,
+
+ un’altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+ Era intagliato lì nel marmo stesso
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+ Similemente al fummo de li ’ncensi
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+ e al sì e al no discordi fensi.
+
+ Lì precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l’umile salmista,
+ e più e men che re era in quel caso.
+
+ Di contra, effigïata ad una vista
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+ sì come donna dispettosa e trista.
+
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+ per avvisar da presso un’altra istoria,
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+ i’ dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+ Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+ La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+ come persona in cui dolor s’affretta,
+
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+ Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perché qui non si trova.
+
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare
+ l’imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+ mormorava il poeta, «molte genti:
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+ Non attender la forma del martìre:
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio
+ oltre la gran sentenza non può ire.
+
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+ Ed elli a me: «La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+ O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l’angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+ Di che l’animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ sì come vermo in cui formazion falla?
+
+ Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+ la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere ’n chi la vede; così fatti
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+ Vero è che più e meno eran contratti
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XI
+
+
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+ non circunscritto, ma per più amore
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+ da ogne creatura, com’ è degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ ché noi ad essa non potem da noi,
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+ Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ così facciano li uomini de’ suoi.
+
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+ Nostra virtù che di legger s’adona,
+ non spermentar con l’antico avversaro,
+ ma libera da lui che sì la sprona.
+
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro».
+
+ Così a sé e noi buona ramogna
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+ simile a quel che talvolta si sogna,
+
+ disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+ Se di là sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+ Ben si de’ loro atar lavar le note
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+ mostrate da qual mano inver’ la scala
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+ de la carne d’Adamo onde si veste,
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+ Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ ma fu detto: «A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+ E s’io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, ché tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+ E qui convien ch’io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+ e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+ Ben non sare’ io stato sì cortese
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+ de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+ Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+ Oh vana gloria de l’umane posse!
+ com’ poco verde in su la cima dura,
+ se non è giunta da l’etati grosse!
+
+ Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ sì che la fama di colui è scura.
+
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse è nato
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perché muta lato.
+
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+ Colui che del cammin sì poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ ond’ era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+ La vostra nominanza è color d’erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba».
+
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ ed è qui perché fu presuntüoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+ Ito è così e va, sanza riposo,
+ poi che morì; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+ se buona orazïon lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?».
+
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,
+ «liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+ Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XII
+
+
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m’andava io con quell’ anima carca,
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue».
+
+ Come, perché di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+ onde lì molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+ secondo l’artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+ Vedea colui che fu nobil creato
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo
+ celestïal giacer, da l’altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+ O Nïobè, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+ O Saùl, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboè,
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+ O folle Aragne, sì vedea io te
+ già mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l’opera che mal per te si fé.
+
+ O Roboàm, già non par che minacci
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+ Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fé caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+ Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+ Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilïón, come te basso e vile
+ mostrava il segno che lì si discerne!
+
+ Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+ Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+ Più era già per noi del monte vòlto
+ e del cammin del sole assai più speso
+ che non stimava l’animo non sciolto,
+
+ quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;
+ non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+ Vedi colà un angel che s’appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+ Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+ A noi venìa la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+ A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar sù nata,
+ perché a poco vento così cadi?».
+
+ Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l’andata.
+
+ Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+ si rompe del montar l’ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+ così s’allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l’altro girone;
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+ cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+ Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l’infernali! ché quivi per canti
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+ Già montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo più lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+ levata s’è da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?».
+
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+ Allor fec’ io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si può fornir per la veduta;
+
+ e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+ a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIII
+
+
+ Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+ Ivi così una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+ Ombra non lì è né segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ ragionava il poeta, «io temo forse
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di sé torse.
+
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+ s’altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di là eravam noi già iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+ e verso noi volar furon sentiti,
+ non però visti, spiriti parlando
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+ La prima voce che passò volando
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,
+ e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+ E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+ passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+ E com’ io domandai, ecco la terza
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e però sono
+ tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l’udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+ Allora più che prima li occhi apersi;
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+ E poi che fummo un poco più avanti,
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+ Non credo che per terra vada ancoi
+ omo sì duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+ Così li ciechi a cui la roba falla,
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+ E come a li orbi non approda il sole,
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+ luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+ si fa però che queto non dimora.
+
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+ e però non attese mia dimanda,
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+ Virgilio mi venìa da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+ da l’altra parte m’eran le divote
+ ombre, che per l’orribile costura
+ premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+ incominciai, «di veder l’alto lume
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+ se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscïenza sì che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+ che vivesse in Italia peregrina».
+
+ Questo mi parve per risposta udire
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ più lieta assai che di ventura mia.
+
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+ Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co’ loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+ Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+ fatta per esser con invidia vòlti.
+
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+ l’anima mia del tormento di sotto,
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+ E vivo sono; e però mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+ di là per te ancor li mortai piedi».
+
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+ però col priego tuo talor mi giova.
+
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+ Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIV
+
+
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+ domandal tu che più li t’avvicini,
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+ e disse l’uno: «O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+ per carità ne consola e ne ditta
+
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+ E l’ombra che di ciò domandata era,
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+ infin là ’ve si rende per ristoro
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+ vertù così per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ ond’ hanno sì mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+ Tra brutti porci, più degni di galle
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+ Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+ tanto più trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,
+ trova le volpi sì piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occùpi.
+
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+ Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+ Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e sé di pregio priva.
+
+ Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,
+ da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+ per che lo spirto che di pria parlòmi
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m’avresti di livore sparso.
+
+ Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perché poni ’l core
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ ché dentro a questi termini è ripieno
+ di venenosi sterpi, sì che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+ quando rimembro, con Guido da Prata,
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+ Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,
+ poi che gita se n’è la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+ lor sen girà; ma non però che puro
+ già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+ troppo di pianger più che di parlare,
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+ Noi sapavam che quell’ anime care
+ ci sentivano andar; però, tacendo,
+ facëan noi del cammin confidare.
+
+ Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l’aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+ e fuggì come tuon che si dilegua,
+ se sùbito la nuvola scoscende.
+
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+ che somigliò tonar che tosto segua:
+
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;
+ e però poco val freno o richiamo.
+
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+ onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XV
+
+
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+ e ’l principio del dì par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+ tanto pareva già inver’ la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero là, e qui mezza notte era.
+
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+ perché per noi girato era sì ’l monte,
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai più che di prima,
+ e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l’opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+ a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ sì come mostra esperïenza e arte;
+
+ così mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+ Noi montavam, già partiti di linci,
+ e ‘Beati misericordes!’ fue
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+ Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e però non s’ammiri
+ se ne riprende perché men si piagna.
+
+ Perché s’appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+ Ma se l’amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+ tanto possiede più di ben ciascuno,
+ e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+ e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+ in più posseditor, faccia più ricchi
+ di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+ Quello infinito e ineffabil bene
+ che là sù è, così corre ad amore
+ com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+ sì che, quantunque carità si stende,
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+ E quanta gente più là sù s’intende,
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+ E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son già le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente».
+
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+ vidimi giunto in su l’altro girone,
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+ Ivi mi parve in una visïone
+ estatica di sùbito esser tratto,
+ e vedere in un tempio più persone;
+
+ e una donna, in su l’entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+ perché hai tu così verso noi fatto?
+
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ ciò che pareva prima, dispario.
+
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+ giù per le gote che ’l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+ e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+ vendica te di quelle braccia ardite
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+ risponder lei con viso temperato:
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+ E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pietà diserra.
+
+ Quando l’anima mia tornò di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+ Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ ma se’ venuto più che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+ quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace
+ che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ ma dimandai per darti forza al piede:
+ così frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede».
+
+ Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ né da quello era loco da cansarsi.
+
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVI
+
+
+ Buio d’inferno e di notte privata
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+ non fece al viso mio sì grosso velo
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+ né a sentir di così aspro pelo,
+
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+ Sì come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+ Così per una voce detto fue;
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sùe».
+
+ E io: «O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+ Allora incominciai: «Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte».
+
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+ Per montar sù dirittamente vai».
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+ che per me prieghi quando sù sarai».
+
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+ Lo mondo è ben così tutto diserto
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ ma priego che m’addite la cagione,
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+ Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+ Se così fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+ lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+ e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+ A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+ Però, se ’l mondo presente disvia,
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne sarò or vera spia.
+
+ Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+ l’anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+ Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+ Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver, che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+ per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+ Ben puoi veder che la mala condotta
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+ or può sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l’antica età la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma,
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in sé due reggimenti,
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+ e or discerno perché dal retaggio
+ li figli di Levì furono essenti.
+
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+ Per altro sopranome io nol conosco,
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia
+ già biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+ Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVII
+
+
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+ come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+ e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com’ io rividi
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+ O imaginativa che ne rube
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+ perché dintorno suonin mille tube,
+
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,
+ per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+ De l’empiezza di lei che mutò forma
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+ e qui fu la mia mente sì ristretta
+ dentro da sé, che di fuor non venìa
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+ un crucifisso, dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+ intorno ad esso era il grande Assüero,
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far così intero.
+
+ E come questa imagine rompeo
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+ surse in mia visïone una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,
+ perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+ Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+ così l’imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+ quando una voce disse «Qui si monta»,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+ e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+ Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ così la mia virtù quivi mancava.
+
+ «Questo è divino spirito, che ne la
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume sé medesmo cela.
+
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+ malignamente già si mette al nego.
+
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s’abbui,
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+ Così disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+ Già eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da più lati.
+
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+ Noi eravam dove più non saliva
+ la scala sù, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+ E io attesi un poco, s’io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+ Ma perché più aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+ «Né creator né creatura mai»,
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+ Lo naturale è sempre sanza errore,
+ ma l’altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+ e ne’ secondi sé stesso misura,
+ esser non può cagion di mal diletto;
+
+ ma quando al mal si torce, o con più cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene
+ amor sementa in voi d’ogne virtute
+ e d’ogne operazion che merta pene.
+
+ Or, perché mai non può da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l’odio proprio son le cose tute;
+
+ e perché intender non si può diviso,
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+ Resta, se dividendo bene stimo,
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ è chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch’ altri sormonti,
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+ Questo triforme amor qua giù di sotto
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+ Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l’animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+ Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;
+ non è felicità, non è la buona
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVIII
+
+
+ Posto avea fine al suo ragionamento
+ l’alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s’io parea contento;
+
+ e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+ Ma quel padre verace, che s’accorse
+ del timido voler che non s’apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+ Però ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa è mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+ Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ sì che l’animo ad essa volger face;
+
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+ quel piegare è amor, quell’ è natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+ Poi, come ’l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch’è nata a salire
+ là dove più in sua matera dura,
+
+ così l’animo preso entra in disire,
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+ la veritate a la gente ch’avvera
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+ però che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+ e l’anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+ Ogne forma sustanzïal, che setta
+ è da matera ed è con lei unita,
+ specifica vertute ha in sé colletta,
+
+ la qual sanza operar non è sentita,
+ né si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+ che sono in voi sì come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+ innata v’è la virtù che consiglia,
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+ Color che ragionando andaro al fondo,
+ s’accorser d’esta innata libertate;
+ però moralità lasciaro al mondo.
+
+ Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+ di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+ La nobile virtù Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e però guarda
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer più rade,
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma
+ Pietola più che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com’ om che sonnolento vana.
+
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era già volta.
+
+ E quale Ismeno già vide e Asopo
+ lungo di sè di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+ cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+ «Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,
+ «che studio di ben far grazia rinverda».
+
+ «O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+ Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+ che restar non potem; però perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+ Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+ che tosto piangerà quel monastero,
+ e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+ tant’ era già di là da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+ disse: «Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l’accidïa di morso».
+
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+ E quella che l’affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+ Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+ del qual più altri nacquero e diversi;
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIX
+
+
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+ intepidar più ’l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+ surger per via che poco le sta bruna—,
+
+ mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ così lo sguardo mio le facea scorta
+
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+ com’ amor vuol, così le colorava.
+
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+ cominciava a cantar sì, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+ Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand’ una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+ fieramente dicea; ed el venìa
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+ Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l’ha di pensier carca,
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in sù colui che sì parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+ Mosse le penne poi e ventilonne,
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+ la guida mia incominciò a dirmi,
+ poco amendue da l’angel sormontati.
+
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visïon ch’a sé mi piega,
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+ vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne».
+
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che là il tira,
+
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,
+ che la parola a pena s’intendea.
+
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri».
+
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via più tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori».
+
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ ciò che chiedea la vista del disio.
+
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+ Un mese e poco più prova’ io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ così scopersi la vita bugiarda.
+
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,
+ né più salir potiesi in quella vita;
+ per che di questa in me s’accese amore.
+
+ Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l’anime converse;
+ e nulla pena il monte ha più amara.
+
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ così giustizia qui a terra il merse.
+
+ Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdési,
+ così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi».
+
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+ E io a lui: «Per vostra dignitate
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+ rispuose; «non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+ Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+ buona da sé, pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+ e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XX
+
+
+ Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+ Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+ O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,
+ quando verrà per cui questa disceda?
+
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,
+ quanto veder si può per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo».
+
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+ con povertà volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+ Queste parole m’eran sì piaciute,
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+ Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolò a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+ «O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+ Non fia sanza mercé la tua parola,
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+ di quella vita ch’al termine vola».
+
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+ Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente è Francia retta.
+
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+ trova’mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ ch’a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+ Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+ Lì cominciò con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fé di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+ Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,
+ quanto più lieve simil danno conta.
+
+ L’altro, che già uscì preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+ O avarizia, che puoi tu più farne,
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+ tanto è risposto a tutte nostre prece
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+ e la miseria de l’avaro Mida,
+ che seguì a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+ come furò le spoglie, sì che l’ira
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+ Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+ e in infamia tutto ’l monte gira
+
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona».
+
+ Noi eravam partiti già da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+ Poi cominciò da tutte parti un grido
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+ No’ istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l’ombre che giacean per terra,
+ tornate già in su l’usato pianto.
+
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fé desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in ciò non erra,
+
+ quanta pareami allor, pensando, avere;
+ né per la fretta dimandare er’ oso,
+ né per me lì potea cosa vedere:
+
+ così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXI
+
+
+ La sete natural che mai non sazia
+ se non con l’acqua onde la femminetta
+ samaritana domandò la grazia,
+
+ mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+ già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+ dal piè guardando la turba che giace;
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+ che questi porta e che l’angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+ Ma perché lei che dì e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+ venendo sù, non potea venir sola,
+ però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ ordine senta la religïone
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+ Libero è qui da ogne alterazione:
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina più sù cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+ nuvole spesse non paion né rade,
+ né coruscar, né figlia di Taumante,
+ che di là cangia sovente contrade;
+
+ secco vapor non surge più avante
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+ Trema forse più giù poco o assai;
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,
+ non so come, qua sù non tremò mai.
+
+ Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, sì che surga o che si mova
+ per salir sù; e tal grido seconda.
+
+ De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+ E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+ libera volontà di miglior soglia:
+
+ però sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+ Così ne disse; e però ch’el si gode
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+ perché ci trema e di che congaudete.
+
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+ e perché tanti secoli giaciuto
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+ del sommo rege, vendicò le fóra
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+ col nome che più dura e più onora
+ era io di là», rispuose quello spirto,
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+ Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati più di mille;
+
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+ E per esser vivuto di là quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+ Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ ché riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,
+ disse, «perché la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch’io fei;
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+ Questi che guida in alto li occhi miei,
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+ Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti».
+
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+ quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+ trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXII
+
+
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+ detto n’avea beati, e le sue voci
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+ E io più lieve che per l’altre foci
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+ seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,
+ acceso di virtù, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+ onde da l’ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fé palese,
+
+ mia benvoglienza inverso te fu quale
+ più strinse mai di non vista persona,
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+ come poté trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+ Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+ Veramente più volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+ forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+ Or sappi ch’avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l’umana natura:
+
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+ potean le mani a spendere, e pente’mi
+ così di quel come de li altri mali.
+
+ Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+ E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+ però, s’io son tra quella gente stato
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+ «Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+ Se così è, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?».
+
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+ Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e sé non giova,
+ ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenïe scende da ciel nova’.
+
+ Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+ a colorare stenderò la mano.
+
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l’etterno regno;
+
+ e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a’ nuovi predicanti;
+ ond’ io a visitarli presi usata.
+
+ Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+ e mentre che di là per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+ lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+ nel primo cinghio del carcere cieco;
+ spesse fïate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piùe
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+ Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deïfile e Argia,
+ e Ismene sì trista come fue.
+
+ Védeisi quella che mostrò Langia;
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+ e con le suore sue Deïdamia».
+
+ Tacevansi ambedue già li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+ e già le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo».
+
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+ Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+ e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,
+ cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+ E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d’acqua; e Danïello
+ dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+ fé savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+ Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIII
+
+
+ Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava ïo sì come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+ più utilmente compartir si vuole».
+
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sìe,
+ che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+ tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+ così di retro a noi, più tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d’anime turba tacita e devota.
+
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema
+ che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+ Non credo che così a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+ la gente che perdé Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+ sì governasse, generando brama,
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+ Già era in ammirar che sì li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+ Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,
+ né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+ due anime che là ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+ Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+ Di bere e di mangiar n’accende cura
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+ E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ ché quella voglia a li alberi ci mena
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+ quando ne liberò con la sua vena».
+
+ E io a lui: «Forese, da quel dì
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+ Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,
+ dove tempo per tempo si ristora».
+
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+ e liberato m’ha de li altri giri.
+
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare è più soletta;
+
+ ché la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue più è pudica
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+ nel qual sarà in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+ Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+ già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+ Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+ vi si mostrò la suora di colui»,
+
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+ notte menato m’ha d’i veri morti
+ con questa vera carne che ’l seconda.
+
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+ Tanto dice di farmi sua compagna
+ che io sarò là dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+ Virgilio è questi che così mi dice»,
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIV
+
+
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ sì come nave pinta da buon vento;
+
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+ E io, continüando al mio sermone,
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+ dimmi s’io veggio da notar persona
+ tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+ «La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+ nostra sembianza via per la dïeta.
+
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+ Vidi per fame a vòto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturò col rocco molte genti.
+
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+ già di bere a Forlì con men secchezza,
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+ che più parea di me aver contezza.
+
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+ de la giustizia che sì li pilucca.
+
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga».
+
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+ cominciò el, «che ti farà piacere
+ la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+ Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+ e qual più a gradire oltre si mette,
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+ così tutta la gente che lì era,
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+ E come l’uom che di trottare è lasso,
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+ sì lasciò trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto».
+
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+ venendo teco sì a paro a paro».
+
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+ tal si partì da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+ E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+ parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d’un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora vòlto in laci.
+
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani
+
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+ Poi si partì sì come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno è più sù che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levò da esso».
+
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite già da miseri guadagni.
+
+ Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e più ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e già mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+ montare in sù, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+ E quale, annunziatrice de li albori,
+ l’aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXV
+
+
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+ così intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+ E quale il cicognin che leva l’ala
+ per voglia di volare, e non s’attenta
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+ tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l’atto
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+ Allor sicuramente apri’ la bocca
+ e cominciai: «Come si può far magro
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+ «Se t’ammentassi come Meleagro
+ si consumò al consumar d’un stizzo,
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage».
+
+ «Se la veduta etterna li dislego»,
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+ discolpi me non potert’ io far nego».
+
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+ Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l’assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+ prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+ e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ ciò che per sua matera fé constare.
+
+ Anima fatta la virtute attiva
+ qual d’una pianta, in tanto differente,
+ che questa è in via e quella è già a riva,
+
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond’ è semente.
+
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtù ch’è dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+ Ma come d’animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+ che più savio di te fé già errante,
+
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto
+ da l’anima il possibile intelletto,
+ perché da lui non vide organo assunto.
+
+ Apri a la verità che viene il petto;
+ e sappi che, sì tosto come al feto
+ l’articular del cerebro è perfetto,
+
+ lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant’ arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertù repleto,
+
+ che ciò che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+ che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+ E perché meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+ Quando Làchesis non ha più del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+ l’altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto più che prima agute.
+
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade
+ mirabilmente a l’una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+ Tosto che loco lì la circunscrive,
+ la virtù formativa raggia intorno
+ così e quanto ne le membra vive.
+
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+ così l’aere vicin quivi si mette
+ e in quella forma ch’è in lui suggella
+ virtüalmente l’alma che ristette;
+
+ e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco là ’vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+ Secondo che ci affliggono i disiri
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+ E già venuto a l’ultima tortura
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+ al grande ardore allora udi’ cantando,
+ che di volger mi fé caler non meno;
+
+ e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+ indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+ Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+ E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVI
+
+
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+ feriami il sole in su l’omero destro,
+ che già, raggiando, tutto l’occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+ e io facea con l’ombra più rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+ Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+ poi verso me, quanto potëan farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+ Dinne com’ è che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete».
+
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+ già manifesto, s’io non fossi atteso
+ ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ ché per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+ così per entro loro schiera bruna
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,
+ sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+ e al gridar che più lor si convene;
+
+ e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m’avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+ Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: «O anime sicure
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+ non son rimase acerbe né mature
+ le membra mie di là, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi è quella turba
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+ Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+ «Beato te, che de le nostre marche»,
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+ La gente che non vien con noi, offese
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+ però si parton “Soddoma” gridando,
+ rimproverando a sé com’ hai udito,
+ e aiutan l’arsura vergognando.
+
+ Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perché non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l’appetito,
+
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+ tempo non è di dire, e non saprei.
+
+ Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+ e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fïata rimirando lui,
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio
+ con l’affermar che fa credere altrui.
+
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che è cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durerà l’uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri».
+
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+ col dito», e additò un spirto innanzi,
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+ Versi d’amore e prose di romanzi
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+ e così ferman sua oppinïone
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+ Così fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,
+ che licito ti sia l’andare al chiostro
+ nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+ falli per me un dir d’un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non è più nostro».
+
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazïoso loco.
+
+ El cominciò liberamente a dire:
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+ Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l’escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVII
+
+
+ Sì come quando i primi raggi vibra
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’
+ in voce assai più che la nostra viva.
+
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+ qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+ In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi già veduti accesi.
+
+ Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+ qui può esser tormento, ma non morte.
+
+ Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+ che farò ora presso più a Dio?
+
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+ E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+ tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+ così, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+ volenci star di qua?»; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+ Guidavaci una voce che cantava
+ di là; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor là ove si montava.
+
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,
+ sonò dentro a un lume che lì era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l’occidente non si annera».
+
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ ché la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir più e ’l diletto.
+
+ Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga
+ poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+ e quale il mandrïan che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perché fiera non lo sperga;
+
+ tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+ Poco parer potea lì del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+ prima raggiò nel monte Citerea,
+ che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+ giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+ E già per li splendori antelucani,
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+ le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+ veggendo i gran maestri già levati.
+
+ «Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de’ mortali,
+ oggi porrà in pace le tue fami».
+
+ Virgilio inverso me queste cotali
+ parole usò; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+ Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+ Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+ dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da sé produce.
+
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVIII
+
+
+ Vago già di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+ Un’aura dolce, sanza mutamento
+ avere in sé, mi feria per la fronte
+ non di più colpo che soave vento;
+
+ per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+ non però dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ ma con piena letizia l’ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+ Già m’avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,
+ parrieno avere in sé mistura alcuna
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+ avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai
+ di là dal fiumicello, per mirare
+ la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+ una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera».
+
+ Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra sé, donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+ e fece i prieghi miei esser contenti,
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+ Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,
+ trattando più color con le sue mani,
+ che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+ più odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto
+ a l’umana natura per suo nido,
+
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti».
+
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+ Per sua difalta qui dimorò poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+ e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+ Or perché in circuito tutto quanto
+ l’aere si volge con la prima volta,
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+ e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l’aura impregna
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtù diverse legna.
+
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+ E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+ L’acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+ Da questa parte con virtù discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+ Quinci Letè; così da l’altro lato
+ Eünoè si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+ darotti un corollario ancor per grazia;
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+ Quelli ch’anticamente poetaro
+ l’età de l’oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+ Qui fu innocente l’umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare è questo di che ciascun dice».
+
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+ poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIX
+
+
+ Cantando come donna innamorata,
+ continüò col fin di sue parole:
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+ E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disïando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch’a levante mi rendei.
+
+ Né ancor fu così nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, più e più splendeva,
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+ E una melodia dolce correva
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+ femmina, sola e pur testé formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e più lunga fïata.
+
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,
+ e disïoso ancora a più letizie,
+
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+ O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+ Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ più chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+ sì ne l’affetto de le vive luci,
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+ e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+ sì che lì sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l’altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+ sì come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+ Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+ A descriver lor forme più non spargo
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+ e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, trïunfale,
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+ Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+ Non che Roma di carro così bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto
+ per l’orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+ Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l’una tanto rossa
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve testé mossa;
+
+ e or parëan da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+ Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+ Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+ di quel sommo Ipocràte che natura
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+ mostrava l’altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+ Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+ E questi sette col primaio stuolo
+ erano abitüati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facëan brolo,
+
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne
+ parvero aver l’andar più interdetto,
+
+ fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXX
+
+
+ Quando il settentrïon del primo cielo,
+ che né occaso mai seppe né orto
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+ e che faceva lì ciascun accorto
+ di suo dover, come ’l più basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+ fermo s’affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+ al carro volse sé come a sua pace;
+
+ e un di loro, quasi da ciel messo,
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+ Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+ cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+ Io vidi già nel cominciar del giorno
+ la parte orïental tutta rosata,
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+ e la faccia del sol nascere ombrata,
+ sì che per temperanza di vapori
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+ così dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+ sovra candido vel cinta d’uliva
+ donna m’apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+ E lo spirito mio, che già cotanto
+ tempo era stato ch’a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,
+ per occulta virtù che da lei mosse,
+ d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+ Tosto che ne la vista mi percosse
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+ volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+ né quantunque perdeo l’antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non piangere ancora;
+ ché pianger ti conven per altra spada».
+
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+ in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessità qui si registra,
+
+ vidi la donna che pria m’appario
+ velata sotto l’angelica festa,
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+ regalmente ne l’atto ancor proterva
+ continüò come colui che dice
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d’accedere al monte?
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+ Così la madre al figlio par superba,
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+ Sì come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d’Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ sì che par foco fonder la candela;
+
+ così fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole così poscia:
+
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,
+ sì che notte né sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+ onde la mia risposta è con più cura
+ che m’intenda colui che di là piagne,
+ perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+ Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ ma per larghezza di grazie divine,
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste là non van vicine,
+
+ questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+ Ma tanto più maligno e più silvestro
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+ Sì tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+ Quando di carne a spirto era salita,
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+ e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran già corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Letè si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+ di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXI
+
+
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta».
+
+ Era la mia virtù tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+ Rispondi a me; ché le memorie triste
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+ Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+ Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+ e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allentò per lo suo varco.
+
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+ quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti così spogliar la spene?
+
+ E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ ciò che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+ Ma quando scoppia de la propria gota
+ l’accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perché altra volta,
+ udendo le serene, sie più forte,
+
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:
+ sì udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+ Mai non t’appresentò natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era più tale.
+
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta
+ o altra novità con sì breve uso.
+
+ Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta».
+
+ Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+ per udir se’ dolente, alza la barba,
+ e prenderai più doglia riguardando».
+
+ Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ ch’io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+ E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+ e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch’è sola una persona in due nature.
+
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi più sé stessa antica,
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+ la donna ch’io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+ Quando fui presso a la beata riva,
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+ La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di là, che miran più profondo».
+
+ Così cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+ Mille disiri più che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in sé star queta,
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+ Mentre che piena di stupore e lieta
+ l’anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+ sé dimostrando di più alto tribo
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+ era la sua canzone, «al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+ Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, sì che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele».
+
+ O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l’ombra
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+ che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXII
+
+
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+ Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler—così lo santo riso
+ a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+ quando per forza mi fu vòlto il viso
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+ e la disposizion ch’a veder èe
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+ Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+ quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+ Indi a le rote si tornar le donne,
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco
+ sì, che però nulla penna crollonne.
+
+ La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+ colpa di quella ch’al serpente crese,
+ temprava i passi un’angelica nota.
+
+ Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+ La coma sua, che tanto si dilata
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+ «Beato se’, grifon, che non discindi
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+ Così dintorno a l’albero robusto
+ gridaron li altri; e l’animal binato:
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+ trasselo al piè de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+ Come le nostre piante, quando casca
+ giù la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+ turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+ men che di rose e più che di vïole
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,
+ che prima avea le ramora sì sole.
+
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+ l’inno che quella gente allor cantaro,
+ né la nota soffersi tutta quanta.
+
+ S’io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+ come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com’ io m’addormentai;
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+ Però trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+ Quali a veder de’ fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+ e videro scemata loro scuola
+ così di Moïsè come d’Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+ tal torna’ io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+ Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+ con più dolce canzone e più profonda».
+
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, però che già ne li occhi m’era
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+ Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata lì del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+ In cerchio le facevan di sé claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+ Però, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d’i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+ Non scese mai con sì veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che più va remoto,
+
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del trïunfal veiculo una volpe
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+ e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro sù la coda fisse;
+
+ e come vespa che ritragge l’ago,
+ a sé traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+ Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+ si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+ Trasformato così ’l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+ Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+ e come perché non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagellò dal capo infin le piante;
+
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+ a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXIII
+
+
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco
+ più a la croce si cambiò Maria.
+
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pè,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+ ‘Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me’.
+
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo sé, solo accennando, mosse
+ me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+ Così sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?».
+
+ Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti,
+
+ avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+ Non sarà tutto tempo sanza reda
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,
+ a darne tempo già stelle propinque,
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, anciderà la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+ E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+ Tu nota; e sì come da me son porte,
+ così queste parole segna a’ vivi
+ del viver ch’è un correre a la morte.
+
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+ Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e più l’anima prima
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+ per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+ conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto».
+
+ E io: «Sì come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+ Ma perché tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disïata vola,
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come può seguitar la mia parola;
+
+ e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che più alto festina».
+
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+ né honne coscïenza che rimorda».
+
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+ come bevesti di Letè ancoi;
+
+ e se dal fummo foco s’argomenta,
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+ Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+ E più corusco e con più lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+ quando s’affisser, sì come s’affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+ veder mi parve uscir d’una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+ «O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua è questa che qui si dispiega
+ da un principio e sé da sé lontana?».
+
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+ la bella donna: «Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+ la tramortita sua virtù ravviva».
+
+ Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+ così, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ ma perché piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+ Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto sì come piante novelle
+ rinovellate di novella fronda,
+
+ puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+
+ PARADISO
+
+
+
+
+ Paradiso • Canto I
+
+
+ La gloria di colui che tutto move
+ per l’universo penetra, e risplende
+ in una parte più e meno altrove.
+
+ Nel ciel che più de la sua luce prende
+ fu’ io, e vidi cose che ridire
+ né sa né può chi di là sù discende;
+
+ perché appressando sé al suo disire,
+ nostro intelletto si profonda tanto,
+ che dietro la memoria non può ire.
+
+ Veramente quant’ io del regno santo
+ ne la mia mente potei far tesoro,
+ sarà ora materia del mio canto.
+
+ O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
+ fammi del tuo valor sì fatto vaso,
+ come dimandi a dar l’amato alloro.
+
+ Infino a qui l’un giogo di Parnaso
+ assai mi fu; ma or con amendue
+ m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
+
+ Entra nel petto mio, e spira tue
+ sì come quando Marsïa traesti
+ de la vagina de le membra sue.
+
+ O divina virtù, se mi ti presti
+ tanto che l’ombra del beato regno
+ segnata nel mio capo io manifesti,
+
+ vedra’mi al piè del tuo diletto legno
+ venire, e coronarmi de le foglie
+ che la materia e tu mi farai degno.
+
+ Sì rade volte, padre, se ne coglie
+ per trïunfare o cesare o poeta,
+ colpa e vergogna de l’umane voglie,
+
+ che parturir letizia in su la lieta
+ delfica deïtà dovria la fronda
+ peneia, quando alcun di sé asseta.
+
+ Poca favilla gran fiamma seconda:
+ forse di retro a me con miglior voci
+ si pregherà perché Cirra risponda.
+
+ Surge ai mortali per diverse foci
+ la lucerna del mondo; ma da quella
+ che quattro cerchi giugne con tre croci,
+
+ con miglior corso e con migliore stella
+ esce congiunta, e la mondana cera
+ più a suo modo tempera e suggella.
+
+ Fatto avea di là mane e di qua sera
+ tal foce, e quasi tutto era là bianco
+ quello emisperio, e l’altra parte nera,
+
+ quando Beatrice in sul sinistro fianco
+ vidi rivolta e riguardar nel sole:
+ aguglia sì non li s’affisse unquanco.
+
+ E sì come secondo raggio suole
+ uscir del primo e risalire in suso,
+ pur come pelegrin che tornar vuole,
+
+ così de l’atto suo, per li occhi infuso
+ ne l’imagine mia, il mio si fece,
+ e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
+
+ Molto è licito là, che qui non lece
+ a le nostre virtù, mercé del loco
+ fatto per proprio de l’umana spece.
+
+ Io nol soffersi molto, né sì poco,
+ ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
+ com’ ferro che bogliente esce del foco;
+
+ e di sùbito parve giorno a giorno
+ essere aggiunto, come quei che puote
+ avesse il ciel d’un altro sole addorno.
+
+ Beatrice tutta ne l’etterne rote
+ fissa con li occhi stava; e io in lei
+ le luci fissi, di là sù rimote.
+
+ Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
+ qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
+ che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
+
+ Trasumanar significar per verba
+ non si poria; però l’essemplo basti
+ a cui esperïenza grazia serba.
+
+ S’i’ era sol di me quel che creasti
+ novellamente, amor che ’l ciel governi,
+ tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
+
+ Quando la rota che tu sempiterni
+ desiderato, a sé mi fece atteso
+ con l’armonia che temperi e discerni,
+
+ parvemi tanto allor del cielo acceso
+ de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
+ lago non fece alcun tanto disteso.
+
+ La novità del suono e ’l grande lume
+ di lor cagion m’accesero un disio
+ mai non sentito di cotanto acume.
+
+ Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
+ a quïetarmi l’animo commosso,
+ pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
+
+ e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
+ col falso imaginar, sì che non vedi
+ ciò che vedresti se l’avessi scosso.
+
+ Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
+ ma folgore, fuggendo il proprio sito,
+ non corse come tu ch’ad esso riedi».
+
+ S’io fui del primo dubbio disvestito
+ per le sorrise parolette brevi,
+ dentro ad un nuovo più fu’ inretito
+
+ e dissi: «Già contento requïevi
+ di grande ammirazion; ma ora ammiro
+ com’ io trascenda questi corpi levi».
+
+ Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
+ li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
+ che madre fa sovra figlio deliro,
+
+ e cominciò: «Le cose tutte quante
+ hanno ordine tra loro, e questo è forma
+ che l’universo a Dio fa simigliante.
+
+ Qui veggion l’alte creature l’orma
+ de l’etterno valore, il qual è fine
+ al quale è fatta la toccata norma.
+
+ Ne l’ordine ch’io dico sono accline
+ tutte nature, per diverse sorti,
+ più al principio loro e men vicine;
+
+ onde si muovono a diversi porti
+ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
+ con istinto a lei dato che la porti.
+
+ Questi ne porta il foco inver’ la luna;
+ questi ne’ cor mortali è permotore;
+ questi la terra in sé stringe e aduna;
+
+ né pur le creature che son fore
+ d’intelligenza quest’ arco saetta,
+ ma quelle c’hanno intelletto e amore.
+
+ La provedenza, che cotanto assetta,
+ del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
+ nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
+
+ e ora lì, come a sito decreto,
+ cen porta la virtù di quella corda
+ che ciò che scocca drizza in segno lieto.
+
+ Vero è che, come forma non s’accorda
+ molte fïate a l’intenzion de l’arte,
+ perch’ a risponder la materia è sorda,
+
+ così da questo corso si diparte
+ talor la creatura, c’ha podere
+ di piegar, così pinta, in altra parte;
+
+ e sì come veder si può cadere
+ foco di nube, sì l’impeto primo
+ l’atterra torto da falso piacere.
+
+ Non dei più ammirar, se bene stimo,
+ lo tuo salir, se non come d’un rivo
+ se d’alto monte scende giuso ad imo.
+
+ Maraviglia sarebbe in te se, privo
+ d’impedimento, giù ti fossi assiso,
+ com’ a terra quïete in foco vivo».
+
+ Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.
+
+
+
+ Paradiso • Canto II
+
+
+ O voi che siete in piccioletta barca,
+ desiderosi d’ascoltar, seguiti
+ dietro al mio legno che cantando varca,
+
+ tornate a riveder li vostri liti:
+ non vi mettete in pelago, ché forse,
+ perdendo me, rimarreste smarriti.
+
+ L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
+ Minerva spira, e conducemi Appollo,
+ e nove Muse mi dimostran l’Orse.
+
+ Voialtri pochi che drizzaste il collo
+ per tempo al pan de li angeli, del quale
+ vivesi qui ma non sen vien satollo,
+
+ metter potete ben per l’alto sale
+ vostro navigio, servando mio solco
+ dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
+
+ Que’ glorïosi che passaro al Colco
+ non s’ammiraron come voi farete,
+ quando Iasón vider fatto bifolco.
+
+ La concreata e perpetüa sete
+ del deïforme regno cen portava
+ veloci quasi come ’l ciel vedete.
+
+ Beatrice in suso, e io in lei guardava;
+ e forse in tanto in quanto un quadrel posa
+ e vola e da la noce si dischiava,
+
+ giunto mi vidi ove mirabil cosa
+ mi torse il viso a sé; e però quella
+ cui non potea mia cura essere ascosa,
+
+ volta ver’ me, sì lieta come bella,
+ «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
+ «che n’ha congiunti con la prima stella».
+
+ Parev’ a me che nube ne coprisse
+ lucida, spessa, solida e pulita,
+ quasi adamante che lo sol ferisse.
+
+ Per entro sé l’etterna margarita
+ ne ricevette, com’ acqua recepe
+ raggio di luce permanendo unita.
+
+ S’io era corpo, e qui non si concepe
+ com’ una dimensione altra patio,
+ ch’esser convien se corpo in corpo repe,
+
+ accender ne dovria più il disio
+ di veder quella essenza in che si vede
+ come nostra natura e Dio s’unio.
+
+ Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
+ non dimostrato, ma fia per sé noto
+ a guisa del ver primo che l’uom crede.
+
+ Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
+ com’ esser posso più, ringrazio lui
+ lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
+
+ Ma ditemi: che son li segni bui
+ di questo corpo, che là giuso in terra
+ fan di Cain favoleggiare altrui?».
+
+ Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
+ l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
+ dove chiave di senso non diserra,
+
+ certo non ti dovrien punger li strali
+ d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
+ vedi che la ragione ha corte l’ali.
+
+ Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
+ E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
+ credo che fanno i corpi rari e densi».
+
+ Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
+ nel falso il creder tuo, se bene ascolti
+ l’argomentar ch’io li farò avverso.
+
+ La spera ottava vi dimostra molti
+ lumi, li quali e nel quale e nel quanto
+ notar si posson di diversi volti.
+
+ Se raro e denso ciò facesser tanto,
+ una sola virtù sarebbe in tutti,
+ più e men distributa e altrettanto.
+
+ Virtù diverse esser convegnon frutti
+ di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
+ seguiterieno a tua ragion distrutti.
+
+ Ancor, se raro fosse di quel bruno
+ cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
+ fora di sua materia sì digiuno
+
+ esto pianeto, o, sì come comparte
+ lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
+ nel suo volume cangerebbe carte.
+
+ Se ’l primo fosse, fora manifesto
+ ne l’eclissi del sol, per trasparere
+ lo lume come in altro raro ingesto.
+
+ Questo non è: però è da vedere
+ de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
+ falsificato fia lo tuo parere.
+
+ S’elli è che questo raro non trapassi,
+ esser conviene un termine da onde
+ lo suo contrario più passar non lassi;
+
+ e indi l’altrui raggio si rifonde
+ così come color torna per vetro
+ lo qual di retro a sé piombo nasconde.
+
+ Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
+ ivi lo raggio più che in altre parti,
+ per esser lì refratto più a retro.
+
+ Da questa instanza può deliberarti
+ esperïenza, se già mai la provi,
+ ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
+
+ Tre specchi prenderai; e i due rimovi
+ da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
+ tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
+
+ Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
+ ti stea un lume che i tre specchi accenda
+ e torni a te da tutti ripercosso.
+
+ Ben che nel quanto tanto non si stenda
+ la vista più lontana, lì vedrai
+ come convien ch’igualmente risplenda.
+
+ Or, come ai colpi de li caldi rai
+ de la neve riman nudo il suggetto
+ e dal colore e dal freddo primai,
+
+ così rimaso te ne l’intelletto
+ voglio informar di luce sì vivace,
+ che ti tremolerà nel suo aspetto.
+
+ Dentro dal ciel de la divina pace
+ si gira un corpo ne la cui virtute
+ l’esser di tutto suo contento giace.
+
+ Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
+ quell’ esser parte per diverse essenze,
+ da lui distratte e da lui contenute.
+
+ Li altri giron per varie differenze
+ le distinzion che dentro da sé hanno
+ dispongono a lor fini e lor semenze.
+
+ Questi organi del mondo così vanno,
+ come tu vedi omai, di grado in grado,
+ che di sù prendono e di sotto fanno.
+
+ Riguarda bene omai sì com’ io vado
+ per questo loco al vero che disiri,
+ sì che poi sappi sol tener lo guado.
+
+ Lo moto e la virtù d’i santi giri,
+ come dal fabbro l’arte del martello,
+ da’ beati motor convien che spiri;
+
+ e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
+ de la mente profonda che lui volve
+ prende l’image e fassene suggello.
+
+ E come l’alma dentro a vostra polve
+ per differenti membra e conformate
+ a diverse potenze si risolve,
+
+ così l’intelligenza sua bontate
+ multiplicata per le stelle spiega,
+ girando sé sovra sua unitate.
+
+ Virtù diversa fa diversa lega
+ col prezïoso corpo ch’ella avviva,
+ nel qual, sì come vita in voi, si lega.
+
+ Per la natura lieta onde deriva,
+ la virtù mista per lo corpo luce
+ come letizia per pupilla viva.
+
+ Da essa vien ciò che da luce a luce
+ par differente, non da denso e raro;
+ essa è formal principio che produce,
+
+ conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».
+
+
+
+ Paradiso • Canto III
+
+
+ Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
+ di bella verità m’avea scoverto,
+ provando e riprovando, il dolce aspetto;
+
+ e io, per confessar corretto e certo
+ me stesso, tanto quanto si convenne
+ leva’ il capo a proferer più erto;
+
+ ma visïone apparve che ritenne
+ a sé me tanto stretto, per vedersi,
+ che di mia confession non mi sovvenne.
+
+ Quali per vetri trasparenti e tersi,
+ o ver per acque nitide e tranquille,
+ non sì profonde che i fondi sien persi,
+
+ tornan d’i nostri visi le postille
+ debili sì, che perla in bianca fronte
+ non vien men forte a le nostre pupille;
+
+ tali vid’ io più facce a parlar pronte;
+ per ch’io dentro a l’error contrario corsi
+ a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
+
+ Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,
+ quelle stimando specchiati sembianti,
+ per veder di cui fosser, li occhi torsi;
+
+ e nulla vidi, e ritorsili avanti
+ dritti nel lume de la dolce guida,
+ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
+
+ «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,
+ mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
+ poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
+
+ ma te rivolve, come suole, a vòto:
+ vere sustanze son ciò che tu vedi,
+ qui rilegate per manco di voto.
+
+ Però parla con esse e odi e credi;
+ ché la verace luce che le appaga
+ da sé non lascia lor torcer li piedi».
+
+ E io a l’ombra che parea più vaga
+ di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
+ quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
+
+ «O ben creato spirito, che a’ rai
+ di vita etterna la dolcezza senti
+ che, non gustata, non s’intende mai,
+
+ grazïoso mi fia se mi contenti
+ del nome tuo e de la vostra sorte».
+ Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
+
+ «La nostra carità non serra porte
+ a giusta voglia, se non come quella
+ che vuol simile a sé tutta sua corte.
+
+ I’ fui nel mondo vergine sorella;
+ e se la mente tua ben sé riguarda,
+ non mi ti celerà l’esser più bella,
+
+ ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
+ che, posta qui con questi altri beati,
+ beata sono in la spera più tarda.
+
+ Li nostri affetti, che solo infiammati
+ son nel piacer de lo Spirito Santo,
+ letizian del suo ordine formati.
+
+ E questa sorte che par giù cotanto,
+ però n’è data, perché fuor negletti
+ li nostri voti, e vòti in alcun canto».
+
+ Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
+ vostri risplende non so che divino
+ che vi trasmuta da’ primi concetti:
+
+ però non fui a rimembrar festino;
+ ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
+ sì che raffigurar m’è più latino.
+
+ Ma dimmi: voi che siete qui felici,
+ disiderate voi più alto loco
+ per più vedere e per più farvi amici?».
+
+ Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
+ da indi mi rispuose tanto lieta,
+ ch’arder parea d’amor nel primo foco:
+
+ «Frate, la nostra volontà quïeta
+ virtù di carità, che fa volerne
+ sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
+
+ Se disïassimo esser più superne,
+ foran discordi li nostri disiri
+ dal voler di colui che qui ne cerne;
+
+ che vedrai non capere in questi giri,
+ s’essere in carità è qui necesse,
+ e se la sua natura ben rimiri.
+
+ Anzi è formale ad esto beato esse
+ tenersi dentro a la divina voglia,
+ per ch’una fansi nostre voglie stesse;
+
+ sì che, come noi sem di soglia in soglia
+ per questo regno, a tutto il regno piace
+ com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
+
+ E ’n la sua volontade è nostra pace:
+ ell’ è quel mare al qual tutto si move
+ ciò ch’ella crïa o che natura face».
+
+ Chiaro mi fu allor come ogne dove
+ in cielo è paradiso, etsi la grazia
+ del sommo ben d’un modo non vi piove.
+
+ Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
+ e d’un altro rimane ancor la gola,
+ che quel si chere e di quel si ringrazia,
+
+ così fec’ io con atto e con parola,
+ per apprender da lei qual fu la tela
+ onde non trasse infino a co la spuola.
+
+ «Perfetta vita e alto merto inciela
+ donna più sù», mi disse, «a la cui norma
+ nel vostro mondo giù si veste e vela,
+
+ perché fino al morir si vegghi e dorma
+ con quello sposo ch’ogne voto accetta
+ che caritate a suo piacer conforma.
+
+ Dal mondo, per seguirla, giovinetta
+ fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
+ e promisi la via de la sua setta.
+
+ Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
+ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
+ Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
+
+ E quest’ altro splendor che ti si mostra
+ da la mia destra parte e che s’accende
+ di tutto il lume de la spera nostra,
+
+ ciò ch’io dico di me, di sé intende;
+ sorella fu, e così le fu tolta
+ di capo l’ombra de le sacre bende.
+
+ Ma poi che pur al mondo fu rivolta
+ contra suo grado e contra buona usanza,
+ non fu dal vel del cor già mai disciolta.
+
+ Quest’ è la luce de la gran Costanza
+ che del secondo vento di Soave
+ generò ’l terzo e l’ultima possanza».
+
+ Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
+ Maria’ cantando, e cantando vanio
+ come per acqua cupa cosa grave.
+
+ La vista mia, che tanto lei seguio
+ quanto possibil fu, poi che la perse,
+ volsesi al segno di maggior disio,
+
+ e a Beatrice tutta si converse;
+ ma quella folgorò nel mïo sguardo
+ sì che da prima il viso non sofferse;
+
+ e ciò mi fece a dimandar più tardo.
+
+
+
+ Paradiso • Canto IV
+
+
+ Intra due cibi, distanti e moventi
+ d’un modo, prima si morria di fame,
+ che liber’ omo l’un recasse ai denti;
+
+ sì si starebbe un agno intra due brame
+ di fieri lupi, igualmente temendo;
+ sì si starebbe un cane intra due dame:
+
+ per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
+ da li miei dubbi d’un modo sospinto,
+ poi ch’era necessario, né commendo.
+
+ Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
+ m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
+ più caldo assai che per parlar distinto.
+
+ Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
+ Nabuccodonosor levando d’ira,
+ che l’avea fatto ingiustamente fello;
+
+ e disse: «Io veggio ben come ti tira
+ uno e altro disio, sì che tua cura
+ sé stessa lega sì che fuor non spira.
+
+ Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,
+ la vïolenza altrui per qual ragione
+ di meritar mi scema la misura?”.
+
+ Ancor di dubitar ti dà cagione
+ parer tornarsi l’anime a le stelle,
+ secondo la sentenza di Platone.
+
+ Queste son le question che nel tuo velle
+ pontano igualmente; e però pria
+ tratterò quella che più ha di felle.
+
+ D’i Serafin colui che più s’india,
+ Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
+ che prender vuoli, io dico, non Maria,
+
+ non hanno in altro cielo i loro scanni
+ che questi spirti che mo t’appariro,
+ né hanno a l’esser lor più o meno anni;
+
+ ma tutti fanno bello il primo giro,
+ e differentemente han dolce vita
+ per sentir più e men l’etterno spiro.
+
+ Qui si mostraro, non perché sortita
+ sia questa spera lor, ma per far segno
+ de la celestïal c’ha men salita.
+
+ Così parlar conviensi al vostro ingegno,
+ però che solo da sensato apprende
+ ciò che fa poscia d’intelletto degno.
+
+ Per questo la Scrittura condescende
+ a vostra facultate, e piedi e mano
+ attribuisce a Dio e altro intende;
+
+ e Santa Chiesa con aspetto umano
+ Gabrïel e Michel vi rappresenta,
+ e l’altro che Tobia rifece sano.
+
+ Quel che Timeo de l’anime argomenta
+ non è simile a ciò che qui si vede,
+ però che, come dice, par che senta.
+
+ Dice che l’alma a la sua stella riede,
+ credendo quella quindi esser decisa
+ quando natura per forma la diede;
+
+ e forse sua sentenza è d’altra guisa
+ che la voce non suona, ed esser puote
+ con intenzion da non esser derisa.
+
+ S’elli intende tornare a queste ruote
+ l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
+ in alcun vero suo arco percuote.
+
+ Questo principio, male inteso, torse
+ già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
+ Mercurio e Marte a nominar trascorse.
+
+ L’altra dubitazion che ti commove
+ ha men velen, però che sua malizia
+ non ti poria menar da me altrove.
+
+ Parere ingiusta la nostra giustizia
+ ne li occhi d’i mortali, è argomento
+ di fede e non d’eretica nequizia.
+
+ Ma perché puote vostro accorgimento
+ ben penetrare a questa veritate,
+ come disiri, ti farò contento.
+
+ Se vïolenza è quando quel che pate
+ nïente conferisce a quel che sforza,
+ non fuor quest’ alme per essa scusate:
+
+ ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
+ ma fa come natura face in foco,
+ se mille volte vïolenza il torza.
+
+ Per che, s’ella si piega assai o poco,
+ segue la forza; e così queste fero
+ possendo rifuggir nel santo loco.
+
+ Se fosse stato lor volere intero,
+ come tenne Lorenzo in su la grada,
+ e fece Muzio a la sua man severo,
+
+ così l’avria ripinte per la strada
+ ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
+ ma così salda voglia è troppo rada.
+
+ E per queste parole, se ricolte
+ l’hai come dei, è l’argomento casso
+ che t’avria fatto noia ancor più volte.
+
+ Ma or ti s’attraversa un altro passo
+ dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
+ non usciresti: pria saresti lasso.
+
+ Io t’ho per certo ne la mente messo
+ ch’alma beata non poria mentire,
+ però ch’è sempre al primo vero appresso;
+
+ e poi potesti da Piccarda udire
+ che l’affezion del vel Costanza tenne;
+ sì ch’ella par qui meco contradire.
+
+ Molte fïate già, frate, addivenne
+ che, per fuggir periglio, contra grato
+ si fé di quel che far non si convenne;
+
+ come Almeone, che, di ciò pregato
+ dal padre suo, la propria madre spense,
+ per non perder pietà si fé spietato.
+
+ A questo punto voglio che tu pense
+ che la forza al voler si mischia, e fanno
+ sì che scusar non si posson l’offense.
+
+ Voglia assoluta non consente al danno;
+ ma consentevi in tanto in quanto teme,
+ se si ritrae, cadere in più affanno.
+
+ Però, quando Piccarda quello spreme,
+ de la voglia assoluta intende, e io
+ de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
+
+ Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
+ ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
+ tal puose in pace uno e altro disio.
+
+ «O amanza del primo amante, o diva»,
+ diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
+ e scalda sì, che più e più m’avviva,
+
+ non è l’affezion mia tanto profonda,
+ che basti a render voi grazia per grazia;
+ ma quei che vede e puote a ciò risponda.
+
+ Io veggio ben che già mai non si sazia
+ nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
+ di fuor dal qual nessun vero si spazia.
+
+ Posasi in esso, come fera in lustra,
+ tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
+ se non, ciascun disio sarebbe frustra.
+
+ Nasce per quello, a guisa di rampollo,
+ a piè del vero il dubbio; ed è natura
+ ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
+
+ Questo m’invita, questo m’assicura
+ con reverenza, donna, a dimandarvi
+ d’un’altra verità che m’è oscura.
+
+ Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
+ ai voti manchi sì con altri beni,
+ ch’a la vostra statera non sien parvi».
+
+ Beatrice mi guardò con li occhi pieni
+ di faville d’amor così divini,
+ che, vinta, mia virtute diè le reni,
+
+ e quasi mi perdei con li occhi chini.
+
+
+
+ Paradiso • Canto V
+
+
+ «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
+ di là dal modo che ’n terra si vede,
+ sì che del viso tuo vinco il valore,
+
+ non ti maravigliar, ché ciò procede
+ da perfetto veder, che, come apprende,
+ così nel bene appreso move il piede.
+
+ Io veggio ben sì come già resplende
+ ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
+ che, vista, sola e sempre amore accende;
+
+ e s’altra cosa vostro amor seduce,
+ non è se non di quella alcun vestigio,
+ mal conosciuto, che quivi traluce.
+
+ Tu vuo’ saper se con altro servigio,
+ per manco voto, si può render tanto
+ che l’anima sicuri di letigio».
+
+ Sì cominciò Beatrice questo canto;
+ e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
+ continüò così ’l processo santo:
+
+ «Lo maggior don che Dio per sua larghezza
+ fesse creando, e a la sua bontate
+ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
+
+ fu de la volontà la libertate;
+ di che le creature intelligenti,
+ e tutte e sole, fuoro e son dotate.
+
+ Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
+ l’alto valor del voto, s’è sì fatto
+ che Dio consenta quando tu consenti;
+
+ ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
+ vittima fassi di questo tesoro,
+ tal quale io dico; e fassi col suo atto.
+
+ Dunque che render puossi per ristoro?
+ Se credi bene usar quel c’hai offerto,
+ di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
+
+ Tu se’ omai del maggior punto certo;
+ ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
+ che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
+
+ convienti ancor sedere un poco a mensa,
+ però che ’l cibo rigido c’hai preso,
+ richiede ancora aiuto a tua dispensa.
+
+ Apri la mente a quel ch’io ti paleso
+ e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
+ sanza lo ritenere, avere inteso.
+
+ Due cose si convegnono a l’essenza
+ di questo sacrificio: l’una è quella
+ di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
+
+ Quest’ ultima già mai non si cancella
+ se non servata; e intorno di lei
+ sì preciso di sopra si favella:
+
+ però necessitato fu a li Ebrei
+ pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
+ sì permutasse, come saver dei.
+
+ L’altra, che per materia t’è aperta,
+ puote ben esser tal, che non si falla
+ se con altra materia si converta.
+
+ Ma non trasmuti carco a la sua spalla
+ per suo arbitrio alcun, sanza la volta
+ e de la chiave bianca e de la gialla;
+
+ e ogne permutanza credi stolta,
+ se la cosa dimessa in la sorpresa
+ come ’l quattro nel sei non è raccolta.
+
+ Però qualunque cosa tanto pesa
+ per suo valor che tragga ogne bilancia,
+ sodisfar non si può con altra spesa.
+
+ Non prendan li mortali il voto a ciancia;
+ siate fedeli, e a ciò far non bieci,
+ come Ieptè a la sua prima mancia;
+
+ cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
+ che, servando, far peggio; e così stolto
+ ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
+
+ onde pianse Efigènia il suo bel volto,
+ e fé pianger di sé i folli e i savi
+ ch’udir parlar di così fatto cólto.
+
+ Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
+ non siate come penna ad ogne vento,
+ e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
+
+ Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
+ e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
+ questo vi basti a vostro salvamento.
+
+ Se mala cupidigia altro vi grida,
+ uomini siate, e non pecore matte,
+ sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
+
+ Non fate com’ agnel che lascia il latte
+ de la sua madre, e semplice e lascivo
+ seco medesmo a suo piacer combatte!».
+
+ Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
+ poi si rivolse tutta disïante
+ a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
+
+ Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
+ puoser silenzio al mio cupido ingegno,
+ che già nuove questioni avea davante;
+
+ e sì come saetta che nel segno
+ percuote pria che sia la corda queta,
+ così corremmo nel secondo regno.
+
+ Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
+ come nel lume di quel ciel si mise,
+ che più lucente se ne fé ’l pianeta.
+
+ E se la stella si cambiò e rise,
+ qual mi fec’ io che pur da mia natura
+ trasmutabile son per tutte guise!
+
+ Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
+ traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
+ per modo che lo stimin lor pastura,
+
+ sì vid’ io ben più di mille splendori
+ trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
+ «Ecco chi crescerà li nostri amori».
+
+ E sì come ciascuno a noi venìa,
+ vedeasi l’ombra piena di letizia
+ nel folgór chiaro che di lei uscia.
+
+ Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
+ non procedesse, come tu avresti
+ di più savere angosciosa carizia;
+
+ e per te vederai come da questi
+ m’era in disio d’udir lor condizioni,
+ sì come a li occhi mi fur manifesti.
+
+ «O bene nato a cui veder li troni
+ del trïunfo etternal concede grazia
+ prima che la milizia s’abbandoni,
+
+ del lume che per tutto il ciel si spazia
+ noi semo accesi; e però, se disii
+ di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
+
+ Così da un di quelli spirti pii
+ detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
+ sicuramente, e credi come a dii».
+
+ «Io veggio ben sì come tu t’annidi
+ nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
+ perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
+
+ ma non so chi tu se’, né perché aggi,
+ anima degna, il grado de la spera
+ che si vela a’ mortai con altrui raggi».
+
+ Questo diss’ io diritto a la lumera
+ che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
+ lucente più assai di quel ch’ell’ era.
+
+ Sì come il sol che si cela elli stessi
+ per troppa luce, come ’l caldo ha róse
+ le temperanze d’i vapori spessi,
+
+ per più letizia sì mi si nascose
+ dentro al suo raggio la figura santa;
+ e così chiusa chiusa mi rispuose
+
+ nel modo che ’l seguente canto canta.
+
+
+
+ Paradiso • Canto VI
+
+
+ «Poscia che Costantin l’aquila volse
+ contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
+ dietro a l’antico che Lavina tolse,
+
+ cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
+ ne lo stremo d’Europa si ritenne,
+ vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
+
+ e sotto l’ombra de le sacre penne
+ governò ’l mondo lì di mano in mano,
+ e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
+
+ Cesare fui e son Iustinïano,
+ che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
+ d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
+
+ E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
+ una natura in Cristo esser, non piùe,
+ credea, e di tal fede era contento;
+
+ ma ’l benedetto Agapito, che fue
+ sommo pastore, a la fede sincera
+ mi dirizzò con le parole sue.
+
+ Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
+ vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
+ ogni contradizione e falsa e vera.
+
+ Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
+ a Dio per grazia piacque di spirarmi
+ l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
+
+ e al mio Belisar commendai l’armi,
+ cui la destra del ciel fu sì congiunta,
+ che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
+
+ Or qui a la question prima s’appunta
+ la mia risposta; ma sua condizione
+ mi stringe a seguitare alcuna giunta,
+
+ perché tu veggi con quanta ragione
+ si move contr’ al sacrosanto segno
+ e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
+
+ Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
+ di reverenza; e cominciò da l’ora
+ che Pallante morì per darli regno.
+
+ Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
+ per trecento anni e oltre, infino al fine
+ che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
+
+ E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
+ al dolor di Lucrezia in sette regi,
+ vincendo intorno le genti vicine.
+
+ Sai quel ch’el fé portato da li egregi
+ Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
+ incontro a li altri principi e collegi;
+
+ onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
+ negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
+ ebber la fama che volontier mirro.
+
+ Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
+ che di retro ad Anibale passaro
+ l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
+
+ Sott’ esso giovanetti trïunfaro
+ Scipïone e Pompeo; e a quel colle
+ sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
+
+ Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
+ redur lo mondo a suo modo sereno,
+ Cesare per voler di Roma il tolle.
+
+ E quel che fé da Varo infino a Reno,
+ Isara vide ed Era e vide Senna
+ e ogne valle onde Rodano è pieno.
+
+ Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
+ e saltò Rubicon, fu di tal volo,
+ che nol seguiteria lingua né penna.
+
+ Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
+ poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
+ sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
+
+ Antandro e Simeonta, onde si mosse,
+ rivide e là dov’ Ettore si cuba;
+ e mal per Tolomeo poscia si scosse.
+
+ Da indi scese folgorando a Iuba;
+ onde si volse nel vostro occidente,
+ ove sentia la pompeana tuba.
+
+ Di quel che fé col baiulo seguente,
+ Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
+ e Modena e Perugia fu dolente.
+
+ Piangene ancor la trista Cleopatra,
+ che, fuggendoli innanzi, dal colubro
+ la morte prese subitana e atra.
+
+ Con costui corse infino al lito rubro;
+ con costui puose il mondo in tanta pace,
+ che fu serrato a Giano il suo delubro.
+
+ Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
+ fatto avea prima e poi era fatturo
+ per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
+
+ diventa in apparenza poco e scuro,
+ se in mano al terzo Cesare si mira
+ con occhio chiaro e con affetto puro;
+
+ ché la viva giustizia che mi spira,
+ li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
+ gloria di far vendetta a la sua ira.
+
+ Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
+ poscia con Tito a far vendetta corse
+ de la vendetta del peccato antico.
+
+ E quando il dente longobardo morse
+ la Santa Chiesa, sotto le sue ali
+ Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
+
+ Omai puoi giudicar di quei cotali
+ ch’io accusai di sopra e di lor falli,
+ che son cagion di tutti vostri mali.
+
+ L’uno al pubblico segno i gigli gialli
+ oppone, e l’altro appropria quello a parte,
+ sì ch’è forte a veder chi più si falli.
+
+ Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
+ sott’ altro segno, ché mal segue quello
+ sempre chi la giustizia e lui diparte;
+
+ e non l’abbatta esto Carlo novello
+ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
+ ch’a più alto leon trasser lo vello.
+
+ Molte fïate già pianser li figli
+ per la colpa del padre, e non si creda
+ che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
+
+ Questa picciola stella si correda
+ d’i buoni spirti che son stati attivi
+ perché onore e fama li succeda:
+
+ e quando li disiri poggian quivi,
+ sì disvïando, pur convien che i raggi
+ del vero amore in sù poggin men vivi.
+
+ Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
+ col merto è parte di nostra letizia,
+ perché non li vedem minor né maggi.
+
+ Quindi addolcisce la viva giustizia
+ in noi l’affetto sì, che non si puote
+ torcer già mai ad alcuna nequizia.
+
+ Diverse voci fanno dolci note;
+ così diversi scanni in nostra vita
+ rendon dolce armonia tra queste rote.
+
+ E dentro a la presente margarita
+ luce la luce di Romeo, di cui
+ fu l’ovra grande e bella mal gradita.
+
+ Ma i Provenzai che fecer contra lui
+ non hanno riso; e però mal cammina
+ qual si fa danno del ben fare altrui.
+
+ Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
+ Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
+ Romeo, persona umìle e peregrina.
+
+ E poi il mosser le parole biece
+ a dimandar ragione a questo giusto,
+ che li assegnò sette e cinque per diece,
+
+ indi partissi povero e vetusto;
+ e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
+ mendicando sua vita a frusto a frusto,
+
+ assai lo loda, e più lo loderebbe».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VII
+
+
+ «Osanna, sanctus Deus sabaòth,
+ superillustrans claritate tua
+ felices ignes horum malacòth!».
+
+ Così, volgendosi a la nota sua,
+ fu viso a me cantare essa sustanza,
+ sopra la qual doppio lume s’addua;
+
+ ed essa e l’altre mossero a sua danza,
+ e quasi velocissime faville
+ mi si velar di sùbita distanza.
+
+ Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’
+ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
+ che mi diseta con le dolci stille’.
+
+ Ma quella reverenza che s’indonna
+ di tutto me, pur per Be e per ice,
+ mi richinava come l’uom ch’assonna.
+
+ Poco sofferse me cotal Beatrice
+ e cominciò, raggiandomi d’un riso
+ tal, che nel foco faria l’uom felice:
+
+ «Secondo mio infallibile avviso,
+ come giusta vendetta giustamente
+ punita fosse, t’ha in pensier miso;
+
+ ma io ti solverò tosto la mente;
+ e tu ascolta, ché le mie parole
+ di gran sentenza ti faran presente.
+
+ Per non soffrire a la virtù che vole
+ freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
+ dannando sé, dannò tutta sua prole;
+
+ onde l’umana specie inferma giacque
+ giù per secoli molti in grande errore,
+ fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
+
+ u’ la natura, che dal suo fattore
+ s’era allungata, unì a sé in persona
+ con l’atto sol del suo etterno amore.
+
+ Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
+ questa natura al suo fattore unita,
+ qual fu creata, fu sincera e buona;
+
+ ma per sé stessa pur fu ella sbandita
+ di paradiso, però che si torse
+ da via di verità e da sua vita.
+
+ La pena dunque che la croce porse
+ s’a la natura assunta si misura,
+ nulla già mai sì giustamente morse;
+
+ e così nulla fu di tanta ingiura,
+ guardando a la persona che sofferse,
+ in che era contratta tal natura.
+
+ Però d’un atto uscir cose diverse:
+ ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
+ per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
+
+ Non ti dee oramai parer più forte,
+ quando si dice che giusta vendetta
+ poscia vengiata fu da giusta corte.
+
+ Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
+ di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
+ del qual con gran disio solver s’aspetta.
+
+ Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
+ ma perché Dio volesse, m’è occulto,
+ a nostra redenzion pur questo modo”.
+
+ Questo decreto, frate, sta sepulto
+ a li occhi di ciascuno il cui ingegno
+ ne la fiamma d’amor non è adulto.
+
+ Veramente, però ch’a questo segno
+ molto si mira e poco si discerne,
+ dirò perché tal modo fu più degno.
+
+ La divina bontà, che da sé sperne
+ ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
+ sì che dispiega le bellezze etterne.
+
+ Ciò che da lei sanza mezzo distilla
+ non ha poi fine, perché non si move
+ la sua imprenta quand’ ella sigilla.
+
+ Ciò che da essa sanza mezzo piove
+ libero è tutto, perché non soggiace
+ a la virtute de le cose nove.
+
+ Più l’è conforme, e però più le piace;
+ ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
+ ne la più somigliante è più vivace.
+
+ Di tutte queste dote s’avvantaggia
+ l’umana creatura, e s’una manca,
+ di sua nobilità convien che caggia.
+
+ Solo il peccato è quel che la disfranca
+ e falla dissimìle al sommo bene,
+ per che del lume suo poco s’imbianca;
+
+ e in sua dignità mai non rivene,
+ se non rïempie, dove colpa vòta,
+ contra mal dilettar con giuste pene.
+
+ Vostra natura, quando peccò tota
+ nel seme suo, da queste dignitadi,
+ come di paradiso, fu remota;
+
+ né ricovrar potiensi, se tu badi
+ ben sottilmente, per alcuna via,
+ sanza passar per un di questi guadi:
+
+ o che Dio solo per sua cortesia
+ dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
+ avesse sodisfatto a sua follia.
+
+ Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
+ de l’etterno consiglio, quanto puoi
+ al mio parlar distrettamente fisso.
+
+ Non potea l’uomo ne’ termini suoi
+ mai sodisfar, per non potere ir giuso
+ con umiltate obedïendo poi,
+
+ quanto disobediendo intese ir suso;
+ e questa è la cagion per che l’uom fue
+ da poter sodisfar per sé dischiuso.
+
+ Dunque a Dio convenia con le vie sue
+ riparar l’omo a sua intera vita,
+ dico con l’una, o ver con amendue.
+
+ Ma perché l’ovra tanto è più gradita
+ da l’operante, quanto più appresenta
+ de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
+
+ la divina bontà che ’l mondo imprenta,
+ di proceder per tutte le sue vie,
+ a rilevarvi suso, fu contenta.
+
+ Né tra l’ultima notte e ’l primo die
+ sì alto o sì magnifico processo,
+ o per l’una o per l’altra, fu o fie:
+
+ ché più largo fu Dio a dar sé stesso
+ per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
+ che s’elli avesse sol da sé dimesso;
+
+ e tutti li altri modi erano scarsi
+ a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
+ non fosse umilïato ad incarnarsi.
+
+ Or per empierti bene ogne disio,
+ ritorno a dichiararti in alcun loco,
+ perché tu veggi lì così com’ io.
+
+ Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
+ l’aere e la terra e tutte lor misture
+ venire a corruzione, e durar poco;
+
+ e queste cose pur furon creature;
+ per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
+ esser dovrien da corruzion sicure”.
+
+ Li angeli, frate, e ’l paese sincero
+ nel qual tu se’, dir si posson creati,
+ sì come sono, in loro essere intero;
+
+ ma li alimenti che tu hai nomati
+ e quelle cose che di lor si fanno
+ da creata virtù sono informati.
+
+ Creata fu la materia ch’elli hanno;
+ creata fu la virtù informante
+ in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
+
+ L’anima d’ogne bruto e de le piante
+ di complession potenzïata tira
+ lo raggio e ’l moto de le luci sante;
+
+ ma vostra vita sanza mezzo spira
+ la somma beninanza, e la innamora
+ di sé sì che poi sempre la disira.
+
+ E quinci puoi argomentare ancora
+ vostra resurrezion, se tu ripensi
+ come l’umana carne fessi allora
+
+ che li primi parenti intrambo fensi».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VIII
+
+
+ Solea creder lo mondo in suo periclo
+ che la bella Ciprigna il folle amore
+ raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
+
+ per che non pur a lei faceano onore
+ di sacrificio e di votivo grido
+ le genti antiche ne l’antico errore;
+
+ ma Dïone onoravano e Cupido,
+ quella per madre sua, questo per figlio,
+ e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
+
+ e da costei ond’ io principio piglio
+ pigliavano il vocabol de la stella
+ che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
+
+ Io non m’accorsi del salire in ella;
+ ma d’esservi entro mi fé assai fede
+ la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
+
+ E come in fiamma favilla si vede,
+ e come in voce voce si discerne,
+ quand’ una è ferma e altra va e riede,
+
+ vid’ io in essa luce altre lucerne
+ muoversi in giro più e men correnti,
+ al modo, credo, di lor viste interne.
+
+ Di fredda nube non disceser venti,
+ o visibili o no, tanto festini,
+ che non paressero impediti e lenti
+
+ a chi avesse quei lumi divini
+ veduti a noi venir, lasciando il giro
+ pria cominciato in li alti Serafini;
+
+ e dentro a quei che più innanzi appariro
+ sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
+ di rïudir non fui sanza disiro.
+
+ Indi si fece l’un più presso a noi
+ e solo incominciò: «Tutti sem presti
+ al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
+
+ Noi ci volgiam coi principi celesti
+ d’un giro e d’un girare e d’una sete,
+ ai quali tu del mondo già dicesti:
+
+ ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
+ e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
+ non fia men dolce un poco di quïete».
+
+ Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
+ a la mia donna reverenti, ed essa
+ fatti li avea di sé contenti e certi,
+
+ rivolsersi a la luce che promessa
+ tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
+ la voce mia di grande affetto impressa.
+
+ E quanta e quale vid’ io lei far piùe
+ per allegrezza nova che s’accrebbe,
+ quando parlai, a l’allegrezze sue!
+
+ Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
+ giù poco tempo; e se più fosse stato,
+ molto sarà di mal, che non sarebbe.
+
+ La mia letizia mi ti tien celato
+ che mi raggia dintorno e mi nasconde
+ quasi animal di sua seta fasciato.
+
+ Assai m’amasti, e avesti ben onde;
+ che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
+ di mio amor più oltre che le fronde.
+
+ Quella sinistra riva che si lava
+ di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
+ per suo segnore a tempo m’aspettava,
+
+ e quel corno d’Ausonia che s’imborga
+ di Bari e di Gaeta e di Catona,
+ da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
+
+ Fulgeami già in fronte la corona
+ di quella terra che ’l Danubio riga
+ poi che le ripe tedesche abbandona.
+
+ E la bella Trinacria, che caliga
+ tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
+ che riceve da Euro maggior briga,
+
+ non per Tifeo ma per nascente solfo,
+ attesi avrebbe li suoi regi ancora,
+ nati per me di Carlo e di Ridolfo,
+
+ se mala segnoria, che sempre accora
+ li popoli suggetti, non avesse
+ mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
+
+ E se mio frate questo antivedesse,
+ l’avara povertà di Catalogna
+ già fuggeria, perché non li offendesse;
+
+ ché veramente proveder bisogna
+ per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
+ carcata più d’incarco non si pogna.
+
+ La sua natura, che di larga parca
+ discese, avria mestier di tal milizia
+ che non curasse di mettere in arca».
+
+ «Però ch’i’ credo che l’alta letizia
+ che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
+ là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
+
+ per te si veggia come la vegg’ io,
+ grata m’è più; e anco quest’ ho caro
+ perché ’l discerni rimirando in Dio.
+
+ Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
+ poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
+ com’ esser può, di dolce seme, amaro».
+
+ Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
+ mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
+ terrai lo viso come tien lo dosso.
+
+ Lo ben che tutto il regno che tu scandi
+ volge e contenta, fa esser virtute
+ sua provedenza in questi corpi grandi.
+
+ E non pur le nature provedute
+ sono in la mente ch’è da sé perfetta,
+ ma esse insieme con la lor salute:
+
+ per che quantunque quest’ arco saetta
+ disposto cade a proveduto fine,
+ sì come cosa in suo segno diretta.
+
+ Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
+ producerebbe sì li suoi effetti,
+ che non sarebbero arti, ma ruine;
+
+ e ciò esser non può, se li ’ntelletti
+ che muovon queste stelle non son manchi,
+ e manco il primo, che non li ha perfetti.
+
+ Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
+ E io: «Non già; ché impossibil veggio
+ che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
+
+ Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
+ per l’omo in terra, se non fosse cive?».
+ «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
+
+ «E puot’ elli esser, se giù non si vive
+ diversamente per diversi offici?
+ Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
+
+ Sì venne deducendo infino a quici;
+ poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
+ convien di vostri effetti le radici:
+
+ per ch’un nasce Solone e altro Serse,
+ altro Melchisedèch e altro quello
+ che, volando per l’aere, il figlio perse.
+
+ La circular natura, ch’è suggello
+ a la cera mortal, fa ben sua arte,
+ ma non distingue l’un da l’altro ostello.
+
+ Quinci addivien ch’Esaù si diparte
+ per seme da Iacòb; e vien Quirino
+ da sì vil padre, che si rende a Marte.
+
+ Natura generata il suo cammino
+ simil farebbe sempre a’ generanti,
+ se non vincesse il proveder divino.
+
+ Or quel che t’era dietro t’è davanti:
+ ma perché sappi che di te mi giova,
+ un corollario voglio che t’ammanti.
+
+ Sempre natura, se fortuna trova
+ discorde a sé, com’ ogne altra semente
+ fuor di sua regïon, fa mala prova.
+
+ E se ’l mondo là giù ponesse mente
+ al fondamento che natura pone,
+ seguendo lui, avria buona la gente.
+
+ Ma voi torcete a la religïone
+ tal che fia nato a cignersi la spada,
+ e fate re di tal ch’è da sermone;
+
+ onde la traccia vostra è fuor di strada».
+
+
+
+ Paradiso • Canto IX
+
+
+ Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
+ m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
+ che ricever dovea la sua semenza;
+
+ ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
+ sì ch’io non posso dir se non che pianto
+ giusto verrà di retro ai vostri danni.
+
+ E già la vita di quel lume santo
+ rivolta s’era al Sol che la rïempie
+ come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
+
+ Ahi anime ingannate e fatture empie,
+ che da sì fatto ben torcete i cuori,
+ drizzando in vanità le vostre tempie!
+
+ Ed ecco un altro di quelli splendori
+ ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
+ significava nel chiarir di fori.
+
+ Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
+ sovra me, come pria, di caro assenso
+ al mio disio certificato fermi.
+
+ «Deh, metti al mio voler tosto compenso,
+ beato spirto», dissi, «e fammi prova
+ ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
+
+ Onde la luce che m’era ancor nova,
+ del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
+ seguette come a cui di ben far giova:
+
+ «In quella parte de la terra prava
+ italica che siede tra Rïalto
+ e le fontane di Brenta e di Piava,
+
+ si leva un colle, e non surge molt’ alto,
+ là onde scese già una facella
+ che fece a la contrada un grande assalto.
+
+ D’una radice nacqui e io ed ella:
+ Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
+ perché mi vinse il lume d’esta stella;
+
+ ma lietamente a me medesma indulgo
+ la cagion di mia sorte, e non mi noia;
+ che parria forse forte al vostro vulgo.
+
+ Di questa luculenta e cara gioia
+ del nostro cielo che più m’è propinqua,
+ grande fama rimase; e pria che moia,
+
+ questo centesimo anno ancor s’incinqua:
+ vedi se far si dee l’omo eccellente,
+ sì ch’altra vita la prima relinqua.
+
+ E ciò non pensa la turba presente
+ che Tagliamento e Adice richiude,
+ né per esser battuta ancor si pente;
+
+ ma tosto fia che Padova al palude
+ cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
+ per essere al dover le genti crude;
+
+ e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
+ tal signoreggia e va con la testa alta,
+ che già per lui carpir si fa la ragna.
+
+ Piangerà Feltro ancora la difalta
+ de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
+ sì, che per simil non s’entrò in malta.
+
+ Troppo sarebbe larga la bigoncia
+ che ricevesse il sangue ferrarese,
+ e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
+
+ che donerà questo prete cortese
+ per mostrarsi di parte; e cotai doni
+ conformi fieno al viver del paese.
+
+ Sù sono specchi, voi dicete Troni,
+ onde refulge a noi Dio giudicante;
+ sì che questi parlar ne paion buoni».
+
+ Qui si tacette; e fecemi sembiante
+ che fosse ad altro volta, per la rota
+ in che si mise com’ era davante.
+
+ L’altra letizia, che m’era già nota
+ per cara cosa, mi si fece in vista
+ qual fin balasso in che lo sol percuota.
+
+ Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
+ sì come riso qui; ma giù s’abbuia
+ l’ombra di fuor, come la mente è trista.
+
+ «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
+ diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
+ voglia di sé a te puot’ esser fuia.
+
+ Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
+ sempre col canto di quei fuochi pii
+ che di sei ali facen la coculla,
+
+ perché non satisface a’ miei disii?
+ Già non attendere’ io tua dimanda,
+ s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
+
+ «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
+ incominciaro allor le sue parole,
+ «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
+
+ tra ’ discordanti liti contra ’l sole
+ tanto sen va, che fa meridïano
+ là dove l’orizzonte pria far suole.
+
+ Di quella valle fu’ io litorano
+ tra Ebro e Macra, che per cammin corto
+ parte lo Genovese dal Toscano.
+
+ Ad un occaso quasi e ad un orto
+ Buggea siede e la terra ond’ io fui,
+ che fé del sangue suo già caldo il porto.
+
+ Folco mi disse quella gente a cui
+ fu noto il nome mio; e questo cielo
+ di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
+
+ ché più non arse la figlia di Belo,
+ noiando e a Sicheo e a Creusa,
+ di me, infin che si convenne al pelo;
+
+ né quella Rodopëa che delusa
+ fu da Demofoonte, né Alcide
+ quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
+
+ Non però qui si pente, ma si ride,
+ non de la colpa, ch’a mente non torna,
+ ma del valor ch’ordinò e provide.
+
+ Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
+ cotanto affetto, e discernesi ’l bene
+ per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
+
+ Ma perché tutte le tue voglie piene
+ ten porti che son nate in questa spera,
+ proceder ancor oltre mi convene.
+
+ Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
+ che qui appresso me così scintilla
+ come raggio di sole in acqua mera.
+
+ Or sappi che là entro si tranquilla
+ Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
+ di lei nel sommo grado si sigilla.
+
+ Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
+ che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
+ del trïunfo di Cristo fu assunta.
+
+ Ben si convenne lei lasciar per palma
+ in alcun cielo de l’alta vittoria
+ che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
+
+ perch’ ella favorò la prima gloria
+ di Iosüè in su la Terra Santa,
+ che poco tocca al papa la memoria.
+
+ La tua città, che di colui è pianta
+ che pria volse le spalle al suo fattore
+ e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
+
+ produce e spande il maladetto fiore
+ c’ha disvïate le pecore e li agni,
+ però che fatto ha lupo del pastore.
+
+ Per questo l’Evangelio e i dottor magni
+ son derelitti, e solo ai Decretali
+ si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
+
+ A questo intende il papa e ’ cardinali;
+ non vanno i lor pensieri a Nazarette,
+ là dove Gabrïello aperse l’ali.
+
+ Ma Vaticano e l’altre parti elette
+ di Roma che son state cimitero
+ a la milizia che Pietro seguette,
+
+ tosto libere fien de l’avoltero».
+
+
+
+ Paradiso • Canto X
+
+
+ Guardando nel suo Figlio con l’Amore
+ che l’uno e l’altro etternalmente spira,
+ lo primo e ineffabile Valore
+
+ quanto per mente e per loco si gira
+ con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
+ sanza gustar di lui chi ciò rimira.
+
+ Leva dunque, lettore, a l’alte rote
+ meco la vista, dritto a quella parte
+ dove l’un moto e l’altro si percuote;
+
+ e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
+ di quel maestro che dentro a sé l’ama,
+ tanto che mai da lei l’occhio non parte.
+
+ Vedi come da indi si dirama
+ l’oblico cerchio che i pianeti porta,
+ per sodisfare al mondo che li chiama.
+
+ Che se la strada lor non fosse torta,
+ molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
+ e quasi ogne potenza qua giù morta;
+
+ e se dal dritto più o men lontano
+ fosse ’l partire, assai sarebbe manco
+ e giù e sù de l’ordine mondano.
+
+ Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
+ dietro pensando a ciò che si preliba,
+ s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
+
+ Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
+ ché a sé torce tutta la mia cura
+ quella materia ond’ io son fatto scriba.
+
+ Lo ministro maggior de la natura,
+ che del valor del ciel lo mondo imprenta
+ e col suo lume il tempo ne misura,
+
+ con quella parte che sù si rammenta
+ congiunto, si girava per le spire
+ in che più tosto ognora s’appresenta;
+
+ e io era con lui; ma del salire
+ non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
+ anzi ’l primo pensier, del suo venire.
+
+ È Bëatrice quella che sì scorge
+ di bene in meglio, sì subitamente
+ che l’atto suo per tempo non si sporge.
+
+ Quant’ esser convenia da sé lucente
+ quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
+ non per color, ma per lume parvente!
+
+ Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
+ sì nol direi che mai s’imaginasse;
+ ma creder puossi e di veder si brami.
+
+ E se le fantasie nostre son basse
+ a tanta altezza, non è maraviglia;
+ ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
+
+ Tal era quivi la quarta famiglia
+ de l’alto Padre, che sempre la sazia,
+ mostrando come spira e come figlia.
+
+ E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
+ ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
+ sensibil t’ha levato per sua grazia».
+
+ Cor di mortal non fu mai sì digesto
+ a divozione e a rendersi a Dio
+ con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
+
+ come a quelle parole mi fec’ io;
+ e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
+ che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
+
+ Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
+ che lo splendor de li occhi suoi ridenti
+ mia mente unita in più cose divise.
+
+ Io vidi più folgór vivi e vincenti
+ far di noi centro e di sé far corona,
+ più dolci in voce che in vista lucenti:
+
+ così cinger la figlia di Latona
+ vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
+ sì che ritenga il fil che fa la zona.
+
+ Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
+ si trovan molte gioie care e belle
+ tanto che non si posson trar del regno;
+
+ e ’l canto di quei lumi era di quelle;
+ chi non s’impenna sì che là sù voli,
+ dal muto aspetti quindi le novelle.
+
+ Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
+ si fuor girati intorno a noi tre volte,
+ come stelle vicine a’ fermi poli,
+
+ donne mi parver, non da ballo sciolte,
+ ma che s’arrestin tacite, ascoltando
+ fin che le nove note hanno ricolte.
+
+ E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
+ lo raggio de la grazia, onde s’accende
+ verace amore e che poi cresce amando,
+
+ multiplicato in te tanto resplende,
+ che ti conduce su per quella scala
+ u’ sanza risalir nessun discende;
+
+ qual ti negasse il vin de la sua fiala
+ per la tua sete, in libertà non fora
+ se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
+
+ Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
+ questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
+ la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
+
+ Io fui de li agni de la santa greggia
+ che Domenico mena per cammino
+ u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
+
+ Questi che m’è a destra più vicino,
+ frate e maestro fummi, ed esso Alberto
+ è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
+
+ Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
+ di retro al mio parlar ten vien col viso
+ girando su per lo beato serto.
+
+ Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
+ di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
+ aiutò sì che piace in paradiso.
+
+ L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
+ quel Pietro fu che con la poverella
+ offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
+
+ La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
+ spira di tale amor, che tutto ’l mondo
+ là giù ne gola di saper novella:
+
+ entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
+ saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
+ a veder tanto non surse il secondo.
+
+ Appresso vedi il lume di quel cero
+ che giù in carne più a dentro vide
+ l’angelica natura e ’l ministero.
+
+ Ne l’altra piccioletta luce ride
+ quello avvocato de’ tempi cristiani
+ del cui latino Augustin si provide.
+
+ Or se tu l’occhio de la mente trani
+ di luce in luce dietro a le mie lode,
+ già de l’ottava con sete rimani.
+
+ Per vedere ogne ben dentro vi gode
+ l’anima santa che ’l mondo fallace
+ fa manifesto a chi di lei ben ode.
+
+ Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
+ giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
+ e da essilio venne a questa pace.
+
+ Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
+ d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
+ che a considerar fu più che viro.
+
+ Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
+ è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
+ gravi a morir li parve venir tardo:
+
+ essa è la luce etterna di Sigieri,
+ che, leggendo nel Vico de li Strami,
+ silogizzò invidïosi veri».
+
+ Indi, come orologio che ne chiami
+ ne l’ora che la sposa di Dio surge
+ a mattinar lo sposo perché l’ami,
+
+ che l’una parte e l’altra tira e urge,
+ tin tin sonando con sì dolce nota,
+ che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
+
+ così vid’ ïo la gloriosa rota
+ muoversi e render voce a voce in tempra
+ e in dolcezza ch’esser non pò nota
+
+ se non colà dove gioir s’insempra.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XI
+
+
+ O insensata cura de’ mortali,
+ quanto son difettivi silogismi
+ quei che ti fanno in basso batter l’ali!
+
+ Chi dietro a iura e chi ad amforismi
+ sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
+ e chi regnar per forza o per sofismi,
+
+ e chi rubare e chi civil negozio,
+ chi nel diletto de la carne involto
+ s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
+
+ quando, da tutte queste cose sciolto,
+ con Bëatrice m’era suso in cielo
+ cotanto glorïosamente accolto.
+
+ Poi che ciascuno fu tornato ne lo
+ punto del cerchio in che avanti s’era,
+ fermossi, come a candellier candelo.
+
+ E io senti’ dentro a quella lumera
+ che pria m’avea parlato, sorridendo
+ incominciar, faccendosi più mera:
+
+ «Così com’ io del suo raggio resplendo,
+ sì, riguardando ne la luce etterna,
+ li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
+
+ Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
+ in sì aperta e ’n sì distesa lingua
+ lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
+
+ ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
+ e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
+ e qui è uopo che ben si distingua.
+
+ La provedenza, che governa il mondo
+ con quel consiglio nel quale ogne aspetto
+ creato è vinto pria che vada al fondo,
+
+ però che andasse ver’ lo suo diletto
+ la sposa di colui ch’ad alte grida
+ disposò lei col sangue benedetto,
+
+ in sé sicura e anche a lui più fida,
+ due principi ordinò in suo favore,
+ che quinci e quindi le fosser per guida.
+
+ L’un fu tutto serafico in ardore;
+ l’altro per sapïenza in terra fue
+ di cherubica luce uno splendore.
+
+ De l’un dirò, però che d’amendue
+ si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
+ perch’ ad un fine fur l’opere sue.
+
+ Intra Tupino e l’acqua che discende
+ del colle eletto dal beato Ubaldo,
+ fertile costa d’alto monte pende,
+
+ onde Perugia sente freddo e caldo
+ da Porta Sole; e di rietro le piange
+ per grave giogo Nocera con Gualdo.
+
+ Di questa costa, là dov’ ella frange
+ più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
+ come fa questo talvolta di Gange.
+
+ Però chi d’esso loco fa parole,
+ non dica Ascesi, ché direbbe corto,
+ ma Orïente, se proprio dir vuole.
+
+ Non era ancor molto lontan da l’orto,
+ ch’el cominciò a far sentir la terra
+ de la sua gran virtute alcun conforto;
+
+ ché per tal donna, giovinetto, in guerra
+ del padre corse, a cui, come a la morte,
+ la porta del piacer nessun diserra;
+
+ e dinanzi a la sua spirital corte
+ et coram patre le si fece unito;
+ poscia di dì in dì l’amò più forte.
+
+ Questa, privata del primo marito,
+ millecent’ anni e più dispetta e scura
+ fino a costui si stette sanza invito;
+
+ né valse udir che la trovò sicura
+ con Amiclate, al suon de la sua voce,
+ colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
+
+ né valse esser costante né feroce,
+ sì che, dove Maria rimase giuso,
+ ella con Cristo pianse in su la croce.
+
+ Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
+ Francesco e Povertà per questi amanti
+ prendi oramai nel mio parlar diffuso.
+
+ La lor concordia e i lor lieti sembianti,
+ amore e maraviglia e dolce sguardo
+ facieno esser cagion di pensier santi;
+
+ tanto che ’l venerabile Bernardo
+ si scalzò prima, e dietro a tanta pace
+ corse e, correndo, li parve esser tardo.
+
+ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
+ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
+ dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
+
+ Indi sen va quel padre e quel maestro
+ con la sua donna e con quella famiglia
+ che già legava l’umile capestro.
+
+ Né li gravò viltà di cuor le ciglia
+ per esser fi’ di Pietro Bernardone,
+ né per parer dispetto a maraviglia;
+
+ ma regalmente sua dura intenzione
+ ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
+ primo sigillo a sua religïone.
+
+ Poi che la gente poverella crebbe
+ dietro a costui, la cui mirabil vita
+ meglio in gloria del ciel si canterebbe,
+
+ di seconda corona redimita
+ fu per Onorio da l’Etterno Spiro
+ la santa voglia d’esto archimandrita.
+
+ E poi che, per la sete del martiro,
+ ne la presenza del Soldan superba
+ predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
+
+ e per trovare a conversione acerba
+ troppo la gente e per non stare indarno,
+ redissi al frutto de l’italica erba,
+
+ nel crudo sasso intra Tevero e Arno
+ da Cristo prese l’ultimo sigillo,
+ che le sue membra due anni portarno.
+
+ Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
+ piacque di trarlo suso a la mercede
+ ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
+
+ a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
+ raccomandò la donna sua più cara,
+ e comandò che l’amassero a fede;
+
+ e del suo grembo l’anima preclara
+ mover si volle, tornando al suo regno,
+ e al suo corpo non volle altra bara.
+
+ Pensa oramai qual fu colui che degno
+ collega fu a mantener la barca
+ di Pietro in alto mar per dritto segno;
+
+ e questo fu il nostro patrïarca;
+ per che qual segue lui, com’ el comanda,
+ discerner puoi che buone merce carca.
+
+ Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
+ è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
+ che per diversi salti non si spanda;
+
+ e quanto le sue pecore remote
+ e vagabunde più da esso vanno,
+ più tornano a l’ovil di latte vòte.
+
+ Ben son di quelle che temono ’l danno
+ e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
+ che le cappe fornisce poco panno.
+
+ Or, se le mie parole non son fioche,
+ se la tua audïenza è stata attenta,
+ se ciò ch’è detto a la mente revoche,
+
+ in parte fia la tua voglia contenta,
+ perché vedrai la pianta onde si scheggia,
+ e vedra’ il corrègger che argomenta
+
+ “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XII
+
+
+ Sì tosto come l’ultima parola
+ la benedetta fiamma per dir tolse,
+ a rotar cominciò la santa mola;
+
+ e nel suo giro tutta non si volse
+ prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
+ e moto a moto e canto a canto colse;
+
+ canto che tanto vince nostre muse,
+ nostre serene in quelle dolci tube,
+ quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
+
+ Come si volgon per tenera nube
+ due archi paralelli e concolori,
+ quando Iunone a sua ancella iube,
+
+ nascendo di quel d’entro quel di fori,
+ a guisa del parlar di quella vaga
+ ch’amor consunse come sol vapori,
+
+ e fanno qui la gente esser presaga,
+ per lo patto che Dio con Noè puose,
+ del mondo che già mai più non s’allaga:
+
+ così di quelle sempiterne rose
+ volgiensi circa noi le due ghirlande,
+ e sì l’estrema a l’intima rispuose.
+
+ Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
+ sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
+ luce con luce gaudïose e blande,
+
+ insieme a punto e a voler quetarsi,
+ pur come li occhi ch’al piacer che i move
+ conviene insieme chiudere e levarsi;
+
+ del cor de l’una de le luci nove
+ si mosse voce, che l’ago a la stella
+ parer mi fece in volgermi al suo dove;
+
+ e cominciò: «L’amor che mi fa bella
+ mi tragge a ragionar de l’altro duca
+ per cui del mio sì ben ci si favella.
+
+ Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
+ sì che, com’ elli ad una militaro,
+ così la gloria loro insieme luca.
+
+ L’essercito di Cristo, che sì caro
+ costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
+ si movea tardo, sospeccioso e raro,
+
+ quando lo ’mperador che sempre regna
+ provide a la milizia, ch’era in forse,
+ per sola grazia, non per esser degna;
+
+ e, come è detto, a sua sposa soccorse
+ con due campioni, al cui fare, al cui dire
+ lo popol disvïato si raccorse.
+
+ In quella parte ove surge ad aprire
+ Zefiro dolce le novelle fronde
+ di che si vede Europa rivestire,
+
+ non molto lungi al percuoter de l’onde
+ dietro a le quali, per la lunga foga,
+ lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
+
+ siede la fortunata Calaroga
+ sotto la protezion del grande scudo
+ in che soggiace il leone e soggioga:
+
+ dentro vi nacque l’amoroso drudo
+ de la fede cristiana, il santo atleta
+ benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
+
+ e come fu creata, fu repleta
+ sì la sua mente di viva vertute
+ che, ne la madre, lei fece profeta.
+
+ Poi che le sponsalizie fuor compiute
+ al sacro fonte intra lui e la Fede,
+ u’ si dotar di mutüa salute,
+
+ la donna che per lui l’assenso diede,
+ vide nel sonno il mirabile frutto
+ ch’uscir dovea di lui e de le rede;
+
+ e perché fosse qual era in costrutto,
+ quinci si mosse spirito a nomarlo
+ del possessivo di cui era tutto.
+
+ Domenico fu detto; e io ne parlo
+ sì come de l’agricola che Cristo
+ elesse a l’orto suo per aiutarlo.
+
+ Ben parve messo e famigliar di Cristo:
+ che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
+ fu al primo consiglio che diè Cristo.
+
+ Spesse fïate fu tacito e desto
+ trovato in terra da la sua nutrice,
+ come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
+
+ Oh padre suo veramente Felice!
+ oh madre sua veramente Giovanna,
+ se, interpretata, val come si dice!
+
+ Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
+ di retro ad Ostïense e a Taddeo,
+ ma per amor de la verace manna
+
+ in picciol tempo gran dottor si feo;
+ tal che si mise a circüir la vigna
+ che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
+
+ E a la sedia che fu già benigna
+ più a’ poveri giusti, non per lei,
+ ma per colui che siede, che traligna,
+
+ non dispensare o due o tre per sei,
+ non la fortuna di prima vacante,
+ non decimas, quae sunt pauperum Dei,
+
+ addimandò, ma contro al mondo errante
+ licenza di combatter per lo seme
+ del qual ti fascian ventiquattro piante.
+
+ Poi, con dottrina e con volere insieme,
+ con l’officio appostolico si mosse
+ quasi torrente ch’alta vena preme;
+
+ e ne li sterpi eretici percosse
+ l’impeto suo, più vivamente quivi
+ dove le resistenze eran più grosse.
+
+ Di lui si fecer poi diversi rivi
+ onde l’orto catolico si riga,
+ sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
+
+ Se tal fu l’una rota de la biga
+ in che la Santa Chiesa si difese
+ e vinse in campo la sua civil briga,
+
+ ben ti dovrebbe assai esser palese
+ l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
+ dinanzi al mio venir fu sì cortese.
+
+ Ma l’orbita che fé la parte somma
+ di sua circunferenza, è derelitta,
+ sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
+
+ La sua famiglia, che si mosse dritta
+ coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
+ che quel dinanzi a quel di retro gitta;
+
+ e tosto si vedrà de la ricolta
+ de la mala coltura, quando il loglio
+ si lagnerà che l’arca li sia tolta.
+
+ Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
+ nostro volume, ancor troveria carta
+ u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
+
+ ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
+ là onde vegnon tali a la scrittura,
+ ch’uno la fugge e altro la coarta.
+
+ Io son la vita di Bonaventura
+ da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
+ sempre pospuosi la sinistra cura.
+
+ Illuminato e Augustin son quici,
+ che fuor de’ primi scalzi poverelli
+ che nel capestro a Dio si fero amici.
+
+ Ugo da San Vittore è qui con elli,
+ e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
+ lo qual giù luce in dodici libelli;
+
+ Natàn profeta e ’l metropolitano
+ Crisostomo e Anselmo e quel Donato
+ ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
+
+ Rabano è qui, e lucemi dallato
+ il calavrese abate Giovacchino
+ di spirito profetico dotato.
+
+ Ad inveggiar cotanto paladino
+ mi mosse l’infiammata cortesia
+ di fra Tommaso e ’l discreto latino;
+
+ e mosse meco questa compagnia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIII
+
+
+ Imagini, chi bene intender cupe
+ quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
+ mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
+
+ quindici stelle che ’n diverse plage
+ lo ciel avvivan di tanto sereno
+ che soperchia de l’aere ogne compage;
+
+ imagini quel carro a cu’ il seno
+ basta del nostro cielo e notte e giorno,
+ sì ch’al volger del temo non vien meno;
+
+ imagini la bocca di quel corno
+ che si comincia in punta de lo stelo
+ a cui la prima rota va dintorno,
+
+ aver fatto di sé due segni in cielo,
+ qual fece la figliuola di Minoi
+ allora che sentì di morte il gelo;
+
+ e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
+ e amendue girarsi per maniera
+ che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
+
+ e avrà quasi l’ombra de la vera
+ costellazione e de la doppia danza
+ che circulava il punto dov’ io era:
+
+ poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
+ quanto di là dal mover de la Chiana
+ si move il ciel che tutti li altri avanza.
+
+ Lì si cantò non Bacco, non Peana,
+ ma tre persone in divina natura,
+ e in una persona essa e l’umana.
+
+ Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
+ e attesersi a noi quei santi lumi,
+ felicitando sé di cura in cura.
+
+ Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
+ poscia la luce in che mirabil vita
+ del poverel di Dio narrata fumi,
+
+ e disse: «Quando l’una paglia è trita,
+ quando la sua semenza è già riposta,
+ a batter l’altra dolce amor m’invita.
+
+ Tu credi che nel petto onde la costa
+ si trasse per formar la bella guancia
+ il cui palato a tutto ’l mondo costa,
+
+ e in quel che, forato da la lancia,
+ e prima e poscia tanto sodisfece,
+ che d’ogne colpa vince la bilancia,
+
+ quantunque a la natura umana lece
+ aver di lume, tutto fosse infuso
+ da quel valor che l’uno e l’altro fece;
+
+ e però miri a ciò ch’io dissi suso,
+ quando narrai che non ebbe ’l secondo
+ lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
+
+ Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
+ e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
+ nel vero farsi come centro in tondo.
+
+ Ciò che non more e ciò che può morire
+ non è se non splendor di quella idea
+ che partorisce, amando, il nostro Sire;
+
+ ché quella viva luce che sì mea
+ dal suo lucente, che non si disuna
+ da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
+
+ per sua bontate il suo raggiare aduna,
+ quasi specchiato, in nove sussistenze,
+ etternalmente rimanendosi una.
+
+ Quindi discende a l’ultime potenze
+ giù d’atto in atto, tanto divenendo,
+ che più non fa che brevi contingenze;
+
+ e queste contingenze essere intendo
+ le cose generate, che produce
+ con seme e sanza seme il ciel movendo.
+
+ La cera di costoro e chi la duce
+ non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
+ idëale poi più e men traluce.
+
+ Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
+ secondo specie, meglio e peggio frutta;
+ e voi nascete con diverso ingegno.
+
+ Se fosse a punto la cera dedutta
+ e fosse il cielo in sua virtù supprema,
+ la luce del suggel parrebbe tutta;
+
+ ma la natura la dà sempre scema,
+ similemente operando a l’artista
+ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
+
+ Però se ’l caldo amor la chiara vista
+ de la prima virtù dispone e segna,
+ tutta la perfezion quivi s’acquista.
+
+ Così fu fatta già la terra degna
+ di tutta l’animal perfezïone;
+ così fu fatta la Vergine pregna;
+
+ sì ch’io commendo tua oppinïone,
+ che l’umana natura mai non fue
+ né fia qual fu in quelle due persone.
+
+ Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
+ ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
+ comincerebber le parole tue.
+
+ Ma perché paia ben ciò che non pare,
+ pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
+ quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
+
+ Non ho parlato sì, che tu non posse
+ ben veder ch’el fu re, che chiese senno
+ acciò che re sufficïente fosse;
+
+ non per sapere il numero in che enno
+ li motor di qua sù, o se necesse
+ con contingente mai necesse fenno;
+
+ non si est dare primum motum esse,
+ o se del mezzo cerchio far si puote
+ trïangol sì ch’un retto non avesse.
+
+ Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
+ regal prudenza è quel vedere impari
+ in che lo stral di mia intenzion percuote;
+
+ e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
+ vedrai aver solamente respetto
+ ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
+
+ Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
+ e così puote star con quel che credi
+ del primo padre e del nostro Diletto.
+
+ E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
+ per farti mover lento com’ uom lasso
+ e al sì e al no che tu non vedi:
+
+ ché quelli è tra li stolti bene a basso,
+ che sanza distinzione afferma e nega
+ ne l’un così come ne l’altro passo;
+
+ perch’ elli ’ncontra che più volte piega
+ l’oppinïon corrente in falsa parte,
+ e poi l’affetto l’intelletto lega.
+
+ Vie più che ’ndarno da riva si parte,
+ perché non torna tal qual e’ si move,
+ chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
+
+ E di ciò sono al mondo aperte prove
+ Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
+ li quali andaro e non sapëan dove;
+
+ sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
+ che furon come spade a le Scritture
+ in render torti li diritti volti.
+
+ Non sien le genti, ancor, troppo sicure
+ a giudicar, sì come quei che stima
+ le biade in campo pria che sien mature;
+
+ ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
+ lo prun mostrarsi rigido e feroce,
+ poscia portar la rosa in su la cima;
+
+ e legno vidi già dritto e veloce
+ correr lo mar per tutto suo cammino,
+ perire al fine a l’intrar de la foce.
+
+ Non creda donna Berta e ser Martino,
+ per vedere un furare, altro offerere,
+ vederli dentro al consiglio divino;
+
+ ché quel può surgere, e quel può cadere».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIV
+
+
+ Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
+ movesi l’acqua in un ritondo vaso,
+ secondo ch’è percosso fuori o dentro:
+
+ ne la mia mente fé sùbito caso
+ questo ch’io dico, sì come si tacque
+ la glorïosa vita di Tommaso,
+
+ per la similitudine che nacque
+ del suo parlare e di quel di Beatrice,
+ a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
+
+ «A costui fa mestieri, e nol vi dice
+ né con la voce né pensando ancora,
+ d’un altro vero andare a la radice.
+
+ Diteli se la luce onde s’infiora
+ vostra sustanza, rimarrà con voi
+ etternalmente sì com’ ell’ è ora;
+
+ e se rimane, dite come, poi
+ che sarete visibili rifatti,
+ esser porà ch’al veder non vi nòi».
+
+ Come, da più letizia pinti e tratti,
+ a la fïata quei che vanno a rota
+ levan la voce e rallegrano li atti,
+
+ così, a l’orazion pronta e divota,
+ li santi cerchi mostrar nova gioia
+ nel torneare e ne la mira nota.
+
+ Qual si lamenta perché qui si moia
+ per viver colà sù, non vide quive
+ lo refrigerio de l’etterna ploia.
+
+ Quell’ uno e due e tre che sempre vive
+ e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
+ non circunscritto, e tutto circunscrive,
+
+ tre volte era cantato da ciascuno
+ di quelli spirti con tal melodia,
+ ch’ad ogne merto saria giusto muno.
+
+ E io udi’ ne la luce più dia
+ del minor cerchio una voce modesta,
+ forse qual fu da l’angelo a Maria,
+
+ risponder: «Quanto fia lunga la festa
+ di paradiso, tanto il nostro amore
+ si raggerà dintorno cotal vesta.
+
+ La sua chiarezza séguita l’ardore;
+ l’ardor la visïone, e quella è tanta,
+ quant’ ha di grazia sovra suo valore.
+
+ Come la carne glorïosa e santa
+ fia rivestita, la nostra persona
+ più grata fia per esser tutta quanta;
+
+ per che s’accrescerà ciò che ne dona
+ di gratüito lume il sommo bene,
+ lume ch’a lui veder ne condiziona;
+
+ onde la visïon crescer convene,
+ crescer l’ardor che di quella s’accende,
+ crescer lo raggio che da esso vene.
+
+ Ma sì come carbon che fiamma rende,
+ e per vivo candor quella soverchia,
+ sì che la sua parvenza si difende;
+
+ così questo folgór che già ne cerchia
+ fia vinto in apparenza da la carne
+ che tutto dì la terra ricoperchia;
+
+ né potrà tanta luce affaticarne:
+ ché li organi del corpo saran forti
+ a tutto ciò che potrà dilettarne».
+
+ Tanto mi parver sùbiti e accorti
+ e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
+ che ben mostrar disio d’i corpi morti:
+
+ forse non pur per lor, ma per le mamme,
+ per li padri e per li altri che fuor cari
+ anzi che fosser sempiterne fiamme.
+
+ Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
+ nascere un lustro sopra quel che v’era,
+ per guisa d’orizzonte che rischiari.
+
+ E sì come al salir di prima sera
+ comincian per lo ciel nove parvenze,
+ sì che la vista pare e non par vera,
+
+ parvemi lì novelle sussistenze
+ cominciare a vedere, e fare un giro
+ di fuor da l’altre due circunferenze.
+
+ Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
+ come si fece sùbito e candente
+ a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
+
+ Ma Bëatrice sì bella e ridente
+ mi si mostrò, che tra quelle vedute
+ si vuol lasciar che non seguir la mente.
+
+ Quindi ripreser li occhi miei virtute
+ a rilevarsi; e vidimi translato
+ sol con mia donna in più alta salute.
+
+ Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
+ per l’affocato riso de la stella,
+ che mi parea più roggio che l’usato.
+
+ Con tutto ’l core e con quella favella
+ ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
+ qual conveniesi a la grazia novella.
+
+ E non er’ anco del mio petto essausto
+ l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
+ esso litare stato accetto e fausto;
+
+ ché con tanto lucore e tanto robbi
+ m’apparvero splendor dentro a due raggi,
+ ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
+
+ Come distinta da minori e maggi
+ lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
+ Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
+
+ sì costellati facean nel profondo
+ Marte quei raggi il venerabil segno
+ che fan giunture di quadranti in tondo.
+
+ Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
+ ché quella croce lampeggiava Cristo,
+ sì ch’io non so trovare essempro degno;
+
+ ma chi prende sua croce e segue Cristo,
+ ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
+ vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
+
+ Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
+ si movien lumi, scintillando forte
+ nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
+
+ così si veggion qui diritte e torte,
+ veloci e tarde, rinovando vista,
+ le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
+
+ moversi per lo raggio onde si lista
+ talvolta l’ombra che, per sua difesa,
+ la gente con ingegno e arte acquista.
+
+ E come giga e arpa, in tempra tesa
+ di molte corde, fa dolce tintinno
+ a tal da cui la nota non è intesa,
+
+ così da’ lumi che lì m’apparinno
+ s’accogliea per la croce una melode
+ che mi rapiva, sanza intender l’inno.
+
+ Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,
+ però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
+ come a colui che non intende e ode.
+
+ Ïo m’innamorava tanto quinci,
+ che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
+ che mi legasse con sì dolci vinci.
+
+ Forse la mia parola par troppo osa,
+ posponendo il piacer de li occhi belli,
+ ne’ quai mirando mio disio ha posa;
+
+ ma chi s’avvede che i vivi suggelli
+ d’ogne bellezza più fanno più suso,
+ e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
+
+ escusar puommi di quel ch’io m’accuso
+ per escusarmi, e vedermi dir vero:
+ ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
+
+ perché si fa, montando, più sincero.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XV
+
+
+ Benigna volontade in che si liqua
+ sempre l’amor che drittamente spira,
+ come cupidità fa ne la iniqua,
+
+ silenzio puose a quella dolce lira,
+ e fece quïetar le sante corde
+ che la destra del cielo allenta e tira.
+
+ Come saranno a’ giusti preghi sorde
+ quelle sustanze che, per darmi voglia
+ ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
+
+ Bene è che sanza termine si doglia
+ chi, per amor di cosa che non duri
+ etternalmente, quello amor si spoglia.
+
+ Quale per li seren tranquilli e puri
+ discorre ad ora ad or sùbito foco,
+ movendo li occhi che stavan sicuri,
+
+ e pare stella che tramuti loco,
+ se non che da la parte ond’ e’ s’accende
+ nulla sen perde, ed esso dura poco:
+
+ tale dal corno che ’n destro si stende
+ a piè di quella croce corse un astro
+ de la costellazion che lì resplende;
+
+ né si partì la gemma dal suo nastro,
+ ma per la lista radïal trascorse,
+ che parve foco dietro ad alabastro.
+
+ Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
+ se fede merta nostra maggior musa,
+ quando in Eliso del figlio s’accorse.
+
+ «O sanguis meus, o superinfusa
+ gratïa Deï, sicut tibi cui
+ bis unquam celi ianüa reclusa?».
+
+ Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
+ poscia rivolsi a la mia donna il viso,
+ e quinci e quindi stupefatto fui;
+
+ ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
+ tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
+ de la mia gloria e del mio paradiso.
+
+ Indi, a udire e a veder giocondo,
+ giunse lo spirto al suo principio cose,
+ ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
+
+ né per elezïon mi si nascose,
+ ma per necessità, ché ’l suo concetto
+ al segno d’i mortal si soprapuose.
+
+ E quando l’arco de l’ardente affetto
+ fu sì sfogato, che ’l parlar discese
+ inver’ lo segno del nostro intelletto,
+
+ la prima cosa che per me s’intese,
+ «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
+ che nel mio seme se’ tanto cortese!».
+
+ E seguì: «Grato e lontano digiuno,
+ tratto leggendo del magno volume
+ du’ non si muta mai bianco né bruno,
+
+ solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
+ in ch’io ti parlo, mercè di colei
+ ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
+
+ Tu credi che a me tuo pensier mei
+ da quel ch’è primo, così come raia
+ da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
+
+ e però ch’io mi sia e perch’ io paia
+ più gaudïoso a te, non mi domandi,
+ che alcun altro in questa turba gaia.
+
+ Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
+ di questa vita miran ne lo speglio
+ in che, prima che pensi, il pensier pandi;
+
+ ma perché ’l sacro amore in che io veglio
+ con perpetüa vista e che m’asseta
+ di dolce disïar, s’adempia meglio,
+
+ la voce tua sicura, balda e lieta
+ suoni la volontà, suoni ’l disio,
+ a che la mia risposta è già decreta!».
+
+ Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
+ pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
+ che fece crescer l’ali al voler mio.
+
+ Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
+ come la prima equalità v’apparse,
+ d’un peso per ciascun di voi si fenno,
+
+ però che ’l sol che v’allumò e arse,
+ col caldo e con la luce è sì iguali,
+ che tutte simiglianze sono scarse.
+
+ Ma voglia e argomento ne’ mortali,
+ per la cagion ch’a voi è manifesta,
+ diversamente son pennuti in ali;
+
+ ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
+ disagguaglianza, e però non ringrazio
+ se non col core a la paterna festa.
+
+ Ben supplico io a te, vivo topazio
+ che questa gioia prezïosa ingemmi,
+ perché mi facci del tuo nome sazio».
+
+ «O fronda mia in che io compiacemmi
+ pur aspettando, io fui la tua radice»:
+ cotal principio, rispondendo, femmi.
+
+ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
+ tua cognazione e che cent’ anni e piùe
+ girato ha ’l monte in la prima cornice,
+
+ mio figlio fu e tuo bisavol fue:
+ ben si convien che la lunga fatica
+ tu li raccorci con l’opere tue.
+
+ Fiorenza dentro da la cerchia antica,
+ ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
+ si stava in pace, sobria e pudica.
+
+ Non avea catenella, non corona,
+ non gonne contigiate, non cintura
+ che fosse a veder più che la persona.
+
+ Non faceva, nascendo, ancor paura
+ la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
+ non fuggien quinci e quindi la misura.
+
+ Non avea case di famiglia vòte;
+ non v’era giunto ancor Sardanapalo
+ a mostrar ciò che ’n camera si puote.
+
+ Non era vinto ancora Montemalo
+ dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
+ nel montar sù, così sarà nel calo.
+
+ Bellincion Berti vid’ io andar cinto
+ di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
+ la donna sua sanza ’l viso dipinto;
+
+ e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
+ esser contenti a la pelle scoperta,
+ e le sue donne al fuso e al pennecchio.
+
+ Oh fortunate! ciascuna era certa
+ de la sua sepultura, e ancor nulla
+ era per Francia nel letto diserta.
+
+ L’una vegghiava a studio de la culla,
+ e, consolando, usava l’idïoma
+ che prima i padri e le madri trastulla;
+
+ l’altra, traendo a la rocca la chioma,
+ favoleggiava con la sua famiglia
+ d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
+
+ Saria tenuta allor tal maraviglia
+ una Cianghella, un Lapo Salterello,
+ qual or saria Cincinnato e Corniglia.
+
+ A così riposato, a così bello
+ viver di cittadini, a così fida
+ cittadinanza, a così dolce ostello,
+
+ Maria mi diè, chiamata in alte grida;
+ e ne l’antico vostro Batisteo
+ insieme fui cristiano e Cacciaguida.
+
+ Moronto fu mio frate ed Eliseo;
+ mia donna venne a me di val di Pado,
+ e quindi il sopranome tuo si feo.
+
+ Poi seguitai lo ’mperador Currado;
+ ed el mi cinse de la sua milizia,
+ tanto per bene ovrar li venni in grado.
+
+ Dietro li andai incontro a la nequizia
+ di quella legge il cui popolo usurpa,
+ per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
+
+ Quivi fu’ io da quella gente turpa
+ disviluppato dal mondo fallace,
+ lo cui amor molt’ anime deturpa;
+
+ e venni dal martiro a questa pace».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVI
+
+
+ O poca nostra nobiltà di sangue,
+ se glorïar di te la gente fai
+ qua giù dove l’affetto nostro langue,
+
+ mirabil cosa non mi sarà mai:
+ ché là dove appetito non si torce,
+ dico nel cielo, io me ne gloriai.
+
+ Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
+ sì che, se non s’appon di dì in die,
+ lo tempo va dintorno con le force.
+
+ Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
+ in che la sua famiglia men persevra,
+ ricominciaron le parole mie;
+
+ onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
+ ridendo, parve quella che tossio
+ al primo fallo scritto di Ginevra.
+
+ Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
+ voi mi date a parlar tutta baldezza;
+ voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
+
+ Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
+ la mente mia, che di sé fa letizia
+ perché può sostener che non si spezza.
+
+ Ditemi dunque, cara mia primizia,
+ quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
+ che si segnaro in vostra püerizia;
+
+ ditemi de l’ovil di San Giovanni
+ quanto era allora, e chi eran le genti
+ tra esso degne di più alti scanni».
+
+ Come s’avviva a lo spirar d’i venti
+ carbone in fiamma, così vid’ io quella
+ luce risplendere a’ miei blandimenti;
+
+ e come a li occhi miei si fé più bella,
+ così con voce più dolce e soave,
+ ma non con questa moderna favella,
+
+ dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
+ al parto in che mia madre, ch’è or santa,
+ s’allevïò di me ond’ era grave,
+
+ al suo Leon cinquecento cinquanta
+ e trenta fiate venne questo foco
+ a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
+
+ Li antichi miei e io nacqui nel loco
+ dove si truova pria l’ultimo sesto
+ da quei che corre il vostro annüal gioco.
+
+ Basti d’i miei maggiori udirne questo:
+ chi ei si fosser e onde venner quivi,
+ più è tacer che ragionare onesto.
+
+ Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
+ da poter arme tra Marte e ’l Batista,
+ eran il quinto di quei ch’or son vivi.
+
+ Ma la cittadinanza, ch’è or mista
+ di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
+ pura vediesi ne l’ultimo artista.
+
+ Oh quanto fora meglio esser vicine
+ quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
+ e a Trespiano aver vostro confine,
+
+ che averle dentro e sostener lo puzzo
+ del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
+ che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
+
+ Se la gente ch’al mondo più traligna
+ non fosse stata a Cesare noverca,
+ ma come madre a suo figlio benigna,
+
+ tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
+ che si sarebbe vòlto a Simifonti,
+ là dove andava l’avolo a la cerca;
+
+ sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
+ sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
+ e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
+
+ Sempre la confusion de le persone
+ principio fu del mal de la cittade,
+ come del vostro il cibo che s’appone;
+
+ e cieco toro più avaccio cade
+ che cieco agnello; e molte volte taglia
+ più e meglio una che le cinque spade.
+
+ Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
+ come sono ite, e come se ne vanno
+ di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
+
+ udir come le schiatte si disfanno
+ non ti parrà nova cosa né forte,
+ poscia che le cittadi termine hanno.
+
+ Le vostre cose tutte hanno lor morte,
+ sì come voi; ma celasi in alcuna
+ che dura molto, e le vite son corte.
+
+ E come ’l volger del ciel de la luna
+ cuopre e discuopre i liti sanza posa,
+ così fa di Fiorenza la Fortuna:
+
+ per che non dee parer mirabil cosa
+ ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
+ onde è la fama nel tempo nascosa.
+
+ Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
+ Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
+ già nel calare, illustri cittadini;
+
+ e vidi così grandi come antichi,
+ con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
+ e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
+
+ Sovra la porta ch’al presente è carca
+ di nova fellonia di tanto peso
+ che tosto fia iattura de la barca,
+
+ erano i Ravignani, ond’ è disceso
+ il conte Guido e qualunque del nome
+ de l’alto Bellincione ha poscia preso.
+
+ Quel de la Pressa sapeva già come
+ regger si vuole, e avea Galigaio
+ dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
+
+ Grand’ era già la colonna del Vaio,
+ Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
+ e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
+
+ Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
+ era già grande, e già eran tratti
+ a le curule Sizii e Arrigucci.
+
+ Oh quali io vidi quei che son disfatti
+ per lor superbia! e le palle de l’oro
+ fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
+
+ Così facieno i padri di coloro
+ che, sempre che la vostra chiesa vaca,
+ si fanno grassi stando a consistoro.
+
+ L’oltracotata schiatta che s’indraca
+ dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
+ o ver la borsa, com’ agnel si placa,
+
+ già venìa sù, ma di picciola gente;
+ sì che non piacque ad Ubertin Donato
+ che poï il suocero il fé lor parente.
+
+ Già era ’l Caponsacco nel mercato
+ disceso giù da Fiesole, e già era
+ buon cittadino Giuda e Infangato.
+
+ Io dirò cosa incredibile e vera:
+ nel picciol cerchio s’entrava per porta
+ che si nomava da quei de la Pera.
+
+ Ciascun che de la bella insegna porta
+ del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
+ la festa di Tommaso riconforta,
+
+ da esso ebbe milizia e privilegio;
+ avvegna che con popol si rauni
+ oggi colui che la fascia col fregio.
+
+ Già eran Gualterotti e Importuni;
+ e ancor saria Borgo più quïeto,
+ se di novi vicin fosser digiuni.
+
+ La casa di che nacque il vostro fleto,
+ per lo giusto disdegno che v’ha morti
+ e puose fine al vostro viver lieto,
+
+ era onorata, essa e suoi consorti:
+ o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
+ le nozze süe per li altrui conforti!
+
+ Molti sarebber lieti, che son tristi,
+ se Dio t’avesse conceduto ad Ema
+ la prima volta ch’a città venisti.
+
+ Ma conveniesi a quella pietra scema
+ che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
+ vittima ne la sua pace postrema.
+
+ Con queste genti, e con altre con esse,
+ vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
+ che non avea cagione onde piangesse.
+
+ Con queste genti vid’io glorïoso
+ e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
+ non era ad asta mai posto a ritroso,
+
+ né per divisïon fatto vermiglio».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVII
+
+
+ Qual venne a Climenè, per accertarsi
+ di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
+ quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
+
+ tal era io, e tal era sentito
+ e da Beatrice e da la santa lampa
+ che pria per me avea mutato sito.
+
+ Per che mia donna «Manda fuor la vampa
+ del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
+ segnata bene de la interna stampa:
+
+ non perché nostra conoscenza cresca
+ per tuo parlare, ma perché t’ausi
+ a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
+
+ «O cara piota mia che sì t’insusi,
+ che, come veggion le terrene menti
+ non capere in trïangol due ottusi,
+
+ così vedi le cose contingenti
+ anzi che sieno in sé, mirando il punto
+ a cui tutti li tempi son presenti;
+
+ mentre ch’io era a Virgilio congiunto
+ su per lo monte che l’anime cura
+ e discendendo nel mondo defunto,
+
+ dette mi fuor di mia vita futura
+ parole gravi, avvegna ch’io mi senta
+ ben tetragono ai colpi di ventura;
+
+ per che la voglia mia saria contenta
+ d’intender qual fortuna mi s’appressa:
+ ché saetta previsa vien più lenta».
+
+ Così diss’ io a quella luce stessa
+ che pria m’avea parlato; e come volle
+ Beatrice, fu la mia voglia confessa.
+
+ Né per ambage, in che la gente folle
+ già s’inviscava pria che fosse anciso
+ l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
+
+ ma per chiare parole e con preciso
+ latin rispuose quello amor paterno,
+ chiuso e parvente del suo proprio riso:
+
+ «La contingenza, che fuor del quaderno
+ de la vostra matera non si stende,
+ tutta è dipinta nel cospetto etterno;
+
+ necessità però quindi non prende
+ se non come dal viso in che si specchia
+ nave che per torrente giù discende.
+
+ Da indi, sì come viene ad orecchia
+ dolce armonia da organo, mi viene
+ a vista il tempo che ti s’apparecchia.
+
+ Qual si partio Ipolito d’Atene
+ per la spietata e perfida noverca,
+ tal di Fiorenza partir ti convene.
+
+ Questo si vuole e questo già si cerca,
+ e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
+ là dove Cristo tutto dì si merca.
+
+ La colpa seguirà la parte offensa
+ in grido, come suol; ma la vendetta
+ fia testimonio al ver che la dispensa.
+
+ Tu lascerai ogne cosa diletta
+ più caramente; e questo è quello strale
+ che l’arco de lo essilio pria saetta.
+
+ Tu proverai sì come sa di sale
+ lo pane altrui, e come è duro calle
+ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
+
+ E quel che più ti graverà le spalle,
+ sarà la compagnia malvagia e scempia
+ con la qual tu cadrai in questa valle;
+
+ che tutta ingrata, tutta matta ed empia
+ si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
+ ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
+
+ Di sua bestialitate il suo processo
+ farà la prova; sì ch’a te fia bello
+ averti fatta parte per te stesso.
+
+ Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
+ sarà la cortesia del gran Lombardo
+ che ’n su la scala porta il santo uccello;
+
+ ch’in te avrà sì benigno riguardo,
+ che del fare e del chieder, tra voi due,
+ fia primo quel che tra li altri è più tardo.
+
+ Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
+ nascendo, sì da questa stella forte,
+ che notabili fier l’opere sue.
+
+ Non se ne son le genti ancora accorte
+ per la novella età, ché pur nove anni
+ son queste rote intorno di lui torte;
+
+ ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
+ parran faville de la sua virtute
+ in non curar d’argento né d’affanni.
+
+ Le sue magnificenze conosciute
+ saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
+ non ne potran tener le lingue mute.
+
+ A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
+ per lui fia trasmutata molta gente,
+ cambiando condizion ricchi e mendici;
+
+ e portera’ne scritto ne la mente
+ di lui, e nol dirai»; e disse cose
+ incredibili a quei che fier presente.
+
+ Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
+ di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
+ che dietro a pochi giri son nascose.
+
+ Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
+ poscia che s’infutura la tua vita
+ vie più là che ’l punir di lor perfidie».
+
+ Poi che, tacendo, si mostrò spedita
+ l’anima santa di metter la trama
+ in quella tela ch’io le porsi ordita,
+
+ io cominciai, come colui che brama,
+ dubitando, consiglio da persona
+ che vede e vuol dirittamente e ama:
+
+ «Ben veggio, padre mio, sì come sprona
+ lo tempo verso me, per colpo darmi
+ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
+
+ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
+ sì che, se loco m’è tolto più caro,
+ io non perdessi li altri per miei carmi.
+
+ Giù per lo mondo sanza fine amaro,
+ e per lo monte del cui bel cacume
+ li occhi de la mia donna mi levaro,
+
+ e poscia per lo ciel, di lume in lume,
+ ho io appreso quel che s’io ridico,
+ a molti fia sapor di forte agrume;
+
+ e s’io al vero son timido amico,
+ temo di perder viver tra coloro
+ che questo tempo chiameranno antico».
+
+ La luce in che rideva il mio tesoro
+ ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
+ quale a raggio di sole specchio d’oro;
+
+ indi rispuose: «Coscïenza fusca
+ o de la propria o de l’altrui vergogna
+ pur sentirà la tua parola brusca.
+
+ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
+ tutta tua visïon fa manifesta;
+ e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
+
+ Ché se la voce tua sarà molesta
+ nel primo gusto, vital nodrimento
+ lascerà poi, quando sarà digesta.
+
+ Questo tuo grido farà come vento,
+ che le più alte cime più percuote;
+ e ciò non fa d’onor poco argomento.
+
+ Però ti son mostrate in queste rote,
+ nel monte e ne la valle dolorosa
+ pur l’anime che son di fama note,
+
+ che l’animo di quel ch’ode, non posa
+ né ferma fede per essempro ch’aia
+ la sua radice incognita e ascosa,
+
+ né per altro argomento che non paia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVIII
+
+
+ Già si godeva solo del suo verbo
+ quello specchio beato, e io gustava
+ lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
+
+ e quella donna ch’a Dio mi menava
+ disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
+ presso a colui ch’ogne torto disgrava».
+
+ Io mi rivolsi a l’amoroso suono
+ del mio conforto; e qual io allor vidi
+ ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
+
+ non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
+ ma per la mente che non può redire
+ sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
+
+ Tanto poss’ io di quel punto ridire,
+ che, rimirando lei, lo mio affetto
+ libero fu da ogne altro disire,
+
+ fin che ’l piacere etterno, che diretto
+ raggiava in Bëatrice, dal bel viso
+ mi contentava col secondo aspetto.
+
+ Vincendo me col lume d’un sorriso,
+ ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
+ ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
+
+ Come si vede qui alcuna volta
+ l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
+ che da lui sia tutta l’anima tolta,
+
+ così nel fiammeggiar del folgór santo,
+ a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
+ in lui di ragionarmi ancora alquanto.
+
+ El cominciò: «In questa quinta soglia
+ de l’albero che vive de la cima
+ e frutta sempre e mai non perde foglia,
+
+ spiriti son beati, che giù, prima
+ che venissero al ciel, fuor di gran voce,
+ sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
+
+ Però mira ne’ corni de la croce:
+ quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
+ che fa in nube il suo foco veloce».
+
+ Io vidi per la croce un lume tratto
+ dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
+ né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
+
+ E al nome de l’alto Macabeo
+ vidi moversi un altro roteando,
+ e letizia era ferza del paleo.
+
+ Così per Carlo Magno e per Orlando
+ due ne seguì lo mio attento sguardo,
+ com’ occhio segue suo falcon volando.
+
+ Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
+ e ’l duca Gottifredi la mia vista
+ per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
+
+ Indi, tra l’altre luci mota e mista,
+ mostrommi l’alma che m’avea parlato
+ qual era tra i cantor del cielo artista.
+
+ Io mi rivolsi dal mio destro lato
+ per vedere in Beatrice il mio dovere,
+ o per parlare o per atto, segnato;
+
+ e vidi le sue luci tanto mere,
+ tanto gioconde, che la sua sembianza
+ vinceva li altri e l’ultimo solere.
+
+ E come, per sentir più dilettanza
+ bene operando, l’uom di giorno in giorno
+ s’accorge che la sua virtute avanza,
+
+ sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
+ col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
+ veggendo quel miracol più addorno.
+
+ E qual è ’l trasmutare in picciol varco
+ di tempo in bianca donna, quando ’l volto
+ suo si discarchi di vergogna il carco,
+
+ tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
+ per lo candor de la temprata stella
+ sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
+
+ Io vidi in quella giovïal facella
+ lo sfavillar de l’amor che lì era
+ segnare a li occhi miei nostra favella.
+
+ E come augelli surti di rivera,
+ quasi congratulando a lor pasture,
+ fanno di sé or tonda or altra schiera,
+
+ sì dentro ai lumi sante creature
+ volitando cantavano, e faciensi
+ or D, or I, or L in sue figure.
+
+ Prima, cantando, a sua nota moviensi;
+ poi, diventando l’un di questi segni,
+ un poco s’arrestavano e taciensi.
+
+ O diva Pegasëa che li ’ngegni
+ fai glorïosi e rendili longevi,
+ ed essi teco le cittadi e ’ regni,
+
+ illustrami di te, sì ch’io rilevi
+ le lor figure com’ io l’ho concette:
+ paia tua possa in questi versi brevi!
+
+ Mostrarsi dunque in cinque volte sette
+ vocali e consonanti; e io notai
+ le parti sì, come mi parver dette.
+
+ ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
+ fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
+ ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
+
+ Poscia ne l’emme del vocabol quinto
+ rimasero ordinate; sì che Giove
+ pareva argento lì d’oro distinto.
+
+ E vidi scendere altre luci dove
+ era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
+ cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
+
+ Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
+ surgono innumerabili faville,
+ onde li stolti sogliono agurarsi,
+
+ resurger parver quindi più di mille
+ luci e salir, qual assai e qual poco,
+ sì come ’l sol che l’accende sortille;
+
+ e quïetata ciascuna in suo loco,
+ la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
+ rappresentare a quel distinto foco.
+
+ Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
+ ma esso guida, e da lui si rammenta
+ quella virtù ch’è forma per li nidi.
+
+ L’altra bëatitudo, che contenta
+ pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
+ con poco moto seguitò la ’mprenta.
+
+ O dolce stella, quali e quante gemme
+ mi dimostraro che nostra giustizia
+ effetto sia del ciel che tu ingemme!
+
+ Per ch’io prego la mente in che s’inizia
+ tuo moto e tua virtute, che rimiri
+ ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
+
+ sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
+ del comperare e vender dentro al templo
+ che si murò di segni e di martìri.
+
+ O milizia del ciel cu’ io contemplo,
+ adora per color che sono in terra
+ tutti svïati dietro al malo essemplo!
+
+ Già si solea con le spade far guerra;
+ ma or si fa togliendo or qui or quivi
+ lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
+
+ Ma tu che sol per cancellare scrivi,
+ pensa che Pietro e Paulo, che moriro
+ per la vigna che guasti, ancor son vivi.
+
+ Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
+ sì a colui che volle viver solo
+ e che per salti fu tratto al martiro,
+
+ ch’io non conosco il pescator né Polo».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIX
+
+
+ Parea dinanzi a me con l’ali aperte
+ la bella image che nel dolce frui
+ liete facevan l’anime conserte;
+
+ parea ciascuna rubinetto in cui
+ raggio di sole ardesse sì acceso,
+ che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
+
+ E quel che mi convien ritrar testeso,
+ non portò voce mai, né scrisse incostro,
+ né fu per fantasia già mai compreso;
+
+ ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,
+ e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
+ quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
+
+ E cominciò: «Per esser giusto e pio
+ son io qui essaltato a quella gloria
+ che non si lascia vincere a disio;
+
+ e in terra lasciai la mia memoria
+ sì fatta, che le genti lì malvage
+ commendan lei, ma non seguon la storia».
+
+ Così un sol calor di molte brage
+ si fa sentir, come di molti amori
+ usciva solo un suon di quella image.
+
+ Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori
+ de l’etterna letizia, che pur uno
+ parer mi fate tutti vostri odori,
+
+ solvetemi, spirando, il gran digiuno
+ che lungamente m’ha tenuto in fame,
+ non trovandoli in terra cibo alcuno.
+
+ Ben so io che, se ’n cielo altro reame
+ la divina giustizia fa suo specchio,
+ che ’l vostro non l’apprende con velame.
+
+ Sapete come attento io m’apparecchio
+ ad ascoltar; sapete qual è quello
+ dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
+
+ Quasi falcone ch’esce del cappello,
+ move la testa e con l’ali si plaude,
+ voglia mostrando e faccendosi bello,
+
+ vid’ io farsi quel segno, che di laude
+ de la divina grazia era contesto,
+ con canti quai si sa chi là sù gaude.
+
+ Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
+ a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
+ distinse tanto occulto e manifesto,
+
+ non poté suo valor sì fare impresso
+ in tutto l’universo, che ’l suo verbo
+ non rimanesse in infinito eccesso.
+
+ E ciò fa certo che ’l primo superbo,
+ che fu la somma d’ogne creatura,
+ per non aspettar lume, cadde acerbo;
+
+ e quinci appar ch’ogne minor natura
+ è corto recettacolo a quel bene
+ che non ha fine e sé con sé misura.
+
+ Dunque vostra veduta, che convene
+ esser alcun de’ raggi de la mente
+ di che tutte le cose son ripiene,
+
+ non pò da sua natura esser possente
+ tanto, che suo principio discerna
+ molto di là da quel che l’è parvente.
+
+ Però ne la giustizia sempiterna
+ la vista che riceve il vostro mondo,
+ com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
+
+ che, ben che da la proda veggia il fondo,
+ in pelago nol vede; e nondimeno
+ èli, ma cela lui l’esser profondo.
+
+ Lume non è, se non vien dal sereno
+ che non si turba mai; anzi è tenèbra
+ od ombra de la carne o suo veleno.
+
+ Assai t’è mo aperta la latebra
+ che t’ascondeva la giustizia viva,
+ di che facei question cotanto crebra;
+
+ ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
+ de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
+ di Cristo né chi legga né chi scriva;
+
+ e tutti suoi voleri e atti buoni
+ sono, quanto ragione umana vede,
+ sanza peccato in vita o in sermoni.
+
+ Muore non battezzato e sanza fede:
+ ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
+ ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
+
+ Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
+ per giudicar di lungi mille miglia
+ con la veduta corta d’una spanna?
+
+ Certo a colui che meco s’assottiglia,
+ se la Scrittura sovra voi non fosse,
+ da dubitar sarebbe a maraviglia.
+
+ Oh terreni animali! oh menti grosse!
+ La prima volontà, ch’è da sé buona,
+ da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
+
+ Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
+ nullo creato bene a sé la tira,
+ ma essa, radïando, lui cagiona».
+
+ Quale sovresso il nido si rigira
+ poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
+ e come quel ch’è pasto la rimira;
+
+ cotal si fece, e sì leväi i cigli,
+ la benedetta imagine, che l’ali
+ movea sospinte da tanti consigli.
+
+ Roteando cantava, e dicea: «Quali
+ son le mie note a te, che non le ’ntendi,
+ tal è il giudicio etterno a voi mortali».
+
+ Poi si quetaro quei lucenti incendi
+ de lo Spirito Santo ancor nel segno
+ che fé i Romani al mondo reverendi,
+
+ esso ricominciò: «A questo regno
+ non salì mai chi non credette ’n Cristo,
+ né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
+
+ Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
+ che saranno in giudicio assai men prope
+ a lui, che tal che non conosce Cristo;
+
+ e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
+ quando si partiranno i due collegi,
+ l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
+
+ Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
+ come vedranno quel volume aperto
+ nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
+
+ Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
+ quella che tosto moverà la penna,
+ per che ’l regno di Praga fia diserto.
+
+ Lì si vedrà il duol che sovra Senna
+ induce, falseggiando la moneta,
+ quel che morrà di colpo di cotenna.
+
+ Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
+ che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
+ sì che non può soffrir dentro a sua meta.
+
+ Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
+ di quel di Spagna e di quel di Boemme,
+ che mai valor non conobbe né volle.
+
+ Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
+ segnata con un i la sua bontate,
+ quando ’l contrario segnerà un emme.
+
+ Vedrassi l’avarizia e la viltate
+ di quei che guarda l’isola del foco,
+ ove Anchise finì la lunga etate;
+
+ e a dare ad intender quanto è poco,
+ la sua scrittura fian lettere mozze,
+ che noteranno molto in parvo loco.
+
+ E parranno a ciascun l’opere sozze
+ del barba e del fratel, che tanto egregia
+ nazione e due corone han fatte bozze.
+
+ E quel di Portogallo e di Norvegia
+ lì si conosceranno, e quel di Rascia
+ che male ha visto il conio di Vinegia.
+
+ Oh beata Ungheria, se non si lascia
+ più malmenare! e beata Navarra,
+ se s’armasse del monte che la fascia!
+
+ E creder de’ ciascun che già, per arra
+ di questo, Niccosïa e Famagosta
+ per la lor bestia si lamenti e garra,
+
+ che dal fianco de l’altre non si scosta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XX
+
+
+ Quando colui che tutto ’l mondo alluma
+ de l’emisperio nostro sì discende,
+ che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
+
+ lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
+ subitamente si rifà parvente
+ per molte luci, in che una risplende;
+
+ e questo atto del ciel mi venne a mente,
+ come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
+ nel benedetto rostro fu tacente;
+
+ però che tutte quelle vive luci,
+ vie più lucendo, cominciaron canti
+ da mia memoria labili e caduci.
+
+ O dolce amor che di riso t’ammanti,
+ quanto parevi ardente in que’ flailli,
+ ch’avieno spirto sol di pensier santi!
+
+ Poscia che i cari e lucidi lapilli
+ ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
+ puoser silenzio a li angelici squilli,
+
+ udir mi parve un mormorar di fiume
+ che scende chiaro giù di pietra in pietra,
+ mostrando l’ubertà del suo cacume.
+
+ E come suono al collo de la cetra
+ prende sua forma, e sì com’ al pertugio
+ de la sampogna vento che penètra,
+
+ così, rimosso d’aspettare indugio,
+ quel mormorar de l’aguglia salissi
+ su per lo collo, come fosse bugio.
+
+ Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
+ per lo suo becco in forma di parole,
+ quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
+
+ «La parte in me che vede e pate il sole
+ ne l’aguglie mortali», incominciommi,
+ «or fisamente riguardar si vole,
+
+ perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
+ quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
+ e’ di tutti lor gradi son li sommi.
+
+ Colui che luce in mezzo per pupilla,
+ fu il cantor de lo Spirito Santo,
+ che l’arca traslatò di villa in villa:
+
+ ora conosce il merto del suo canto,
+ in quanto effetto fu del suo consiglio,
+ per lo remunerar ch’è altrettanto.
+
+ Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
+ colui che più al becco mi s’accosta,
+ la vedovella consolò del figlio:
+
+ ora conosce quanto caro costa
+ non seguir Cristo, per l’esperïenza
+ di questa dolce vita e de l’opposta.
+
+ E quel che segue in la circunferenza
+ di che ragiono, per l’arco superno,
+ morte indugiò per vera penitenza:
+
+ ora conosce che ’l giudicio etterno
+ non si trasmuta, quando degno preco
+ fa crastino là giù de l’odïerno.
+
+ L’altro che segue, con le leggi e meco,
+ sotto buona intenzion che fé mal frutto,
+ per cedere al pastor si fece greco:
+
+ ora conosce come il mal dedutto
+ dal suo bene operar non li è nocivo,
+ avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
+
+ E quel che vedi ne l’arco declivo,
+ Guiglielmo fu, cui quella terra plora
+ che piagne Carlo e Federigo vivo:
+
+ ora conosce come s’innamora
+ lo ciel del giusto rege, e al sembiante
+ del suo fulgore il fa vedere ancora.
+
+ Chi crederebbe giù nel mondo errante
+ che Rifëo Troiano in questo tondo
+ fosse la quinta de le luci sante?
+
+ Ora conosce assai di quel che ’l mondo
+ veder non può de la divina grazia,
+ ben che sua vista non discerna il fondo».
+
+ Quale allodetta che ’n aere si spazia
+ prima cantando, e poi tace contenta
+ de l’ultima dolcezza che la sazia,
+
+ tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
+ de l’etterno piacere, al cui disio
+ ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
+
+ E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
+ lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
+ tempo aspettar tacendo non patio,
+
+ ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
+ mi pinse con la forza del suo peso:
+ per ch’io di coruscar vidi gran feste.
+
+ Poi appresso, con l’occhio più acceso,
+ lo benedetto segno mi rispuose
+ per non tenermi in ammirar sospeso:
+
+ «Io veggio che tu credi queste cose
+ perch’ io le dico, ma non vedi come;
+ sì che, se son credute, sono ascose.
+
+ Fai come quei che la cosa per nome
+ apprende ben, ma la sua quiditate
+ veder non può se altri non la prome.
+
+ Regnum celorum vïolenza pate
+ da caldo amore e da viva speranza,
+ che vince la divina volontate:
+
+ non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
+ ma vince lei perché vuole esser vinta,
+ e, vinta, vince con sua beninanza.
+
+ La prima vita del ciglio e la quinta
+ ti fa maravigliar, perché ne vedi
+ la regïon de li angeli dipinta.
+
+ D’i corpi suoi non uscir, come credi,
+ Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
+ quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
+
+ Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
+ già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
+ e ciò di viva spene fu mercede:
+
+ di viva spene, che mise la possa
+ ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
+ sì che potesse sua voglia esser mossa.
+
+ L’anima glorïosa onde si parla,
+ tornata ne la carne, in che fu poco,
+ credette in lui che potëa aiutarla;
+
+ e credendo s’accese in tanto foco
+ di vero amor, ch’a la morte seconda
+ fu degna di venire a questo gioco.
+
+ L’altra, per grazia che da sì profonda
+ fontana stilla, che mai creatura
+ non pinse l’occhio infino a la prima onda,
+
+ tutto suo amor là giù pose a drittura:
+ per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
+ l’occhio a la nostra redenzion futura;
+
+ ond’ ei credette in quella, e non sofferse
+ da indi il puzzo più del paganesmo;
+ e riprendiene le genti perverse.
+
+ Quelle tre donne li fur per battesmo
+ che tu vedesti da la destra rota,
+ dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
+
+ O predestinazion, quanto remota
+ è la radice tua da quelli aspetti
+ che la prima cagion non veggion tota!
+
+ E voi, mortali, tenetevi stretti
+ a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
+ non conosciamo ancor tutti li eletti;
+
+ ed ènne dolce così fatto scemo,
+ perché il ben nostro in questo ben s’affina,
+ che quel che vole Iddio, e noi volemo».
+
+ Così da quella imagine divina,
+ per farmi chiara la mia corta vista,
+ data mi fu soave medicina.
+
+ E come a buon cantor buon citarista
+ fa seguitar lo guizzo de la corda,
+ in che più di piacer lo canto acquista,
+
+ sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
+ ch’io vidi le due luci benedette,
+ pur come batter d’occhi si concorda,
+
+ con le parole mover le fiammette.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXI
+
+
+ Già eran li occhi miei rifissi al volto
+ de la mia donna, e l’animo con essi,
+ e da ogne altro intento s’era tolto.
+
+ E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
+ mi cominciò, «tu ti faresti quale
+ fu Semelè quando di cener fessi:
+
+ ché la bellezza mia, che per le scale
+ de l’etterno palazzo più s’accende,
+ com’ hai veduto, quanto più si sale,
+
+ se non si temperasse, tanto splende,
+ che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
+ sarebbe fronda che trono scoscende.
+
+ Noi sem levati al settimo splendore,
+ che sotto ’l petto del Leone ardente
+ raggia mo misto giù del suo valore.
+
+ Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
+ e fa di quelli specchi a la figura
+ che ’n questo specchio ti sarà parvente».
+
+ Qual savesse qual era la pastura
+ del viso mio ne l’aspetto beato
+ quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
+
+ conoscerebbe quanto m’era a grato
+ ubidire a la mia celeste scorta,
+ contrapesando l’un con l’altro lato.
+
+ Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
+ cerchiando il mondo, del suo caro duce
+ sotto cui giacque ogne malizia morta,
+
+ di color d’oro in che raggio traluce
+ vid’ io uno scaleo eretto in suso
+ tanto, che nol seguiva la mia luce.
+
+ Vidi anche per li gradi scender giuso
+ tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
+ che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
+
+ E come, per lo natural costume,
+ le pole insieme, al cominciar del giorno,
+ si movono a scaldar le fredde piume;
+
+ poi altre vanno via sanza ritorno,
+ altre rivolgon sé onde son mosse,
+ e altre roteando fan soggiorno;
+
+ tal modo parve me che quivi fosse
+ in quello sfavillar che ’nsieme venne,
+ sì come in certo grado si percosse.
+
+ E quel che presso più ci si ritenne,
+ si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
+ ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
+
+ Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
+ del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
+ contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
+
+ Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
+ nel veder di colui che tutto vede,
+ mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
+
+ E io incominciai: «La mia mercede
+ non mi fa degno de la tua risposta;
+ ma per colei che ’l chieder mi concede,
+
+ vita beata che ti stai nascosta
+ dentro a la tua letizia, fammi nota
+ la cagion che sì presso mi t’ha posta;
+
+ e dì perché si tace in questa rota
+ la dolce sinfonia di paradiso,
+ che giù per l’altre suona sì divota».
+
+ «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
+ rispuose a me; «onde qui non si canta
+ per quel che Bëatrice non ha riso.
+
+ Giù per li gradi de la scala santa
+ discesi tanto sol per farti festa
+ col dire e con la luce che mi ammanta;
+
+ né più amor mi fece esser più presta,
+ ché più e tanto amor quinci sù ferve,
+ sì come il fiammeggiar ti manifesta.
+
+ Ma l’alta carità, che ci fa serve
+ pronte al consiglio che ’l mondo governa,
+ sorteggia qui sì come tu osserve».
+
+ «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
+ come libero amore in questa corte
+ basta a seguir la provedenza etterna;
+
+ ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
+ perché predestinata fosti sola
+ a questo officio tra le tue consorte».
+
+ Né venni prima a l’ultima parola,
+ che del suo mezzo fece il lume centro,
+ girando sé come veloce mola;
+
+ poi rispuose l’amor che v’era dentro:
+ «Luce divina sopra me s’appunta,
+ penetrando per questa in ch’io m’inventro,
+
+ la cui virtù, col mio veder congiunta,
+ mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
+ la somma essenza de la quale è munta.
+
+ Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
+ per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
+ la chiarità de la fiamma pareggio.
+
+ Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
+ quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
+ a la dimanda tua non satisfara,
+
+ però che sì s’innoltra ne lo abisso
+ de l’etterno statuto quel che chiedi,
+ che da ogne creata vista è scisso.
+
+ E al mondo mortal, quando tu riedi,
+ questo rapporta, sì che non presumma
+ a tanto segno più mover li piedi.
+
+ La mente, che qui luce, in terra fumma;
+ onde riguarda come può là giùe
+ quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
+
+ Sì mi prescrisser le parole sue,
+ ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
+ a dimandarla umilmente chi fue.
+
+ «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
+ e non molto distanti a la tua patria,
+ tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
+
+ e fanno un gibbo che si chiama Catria,
+ di sotto al quale è consecrato un ermo,
+ che suole esser disposto a sola latria».
+
+ Così ricominciommi il terzo sermo;
+ e poi, continüando, disse: «Quivi
+ al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
+
+ che pur con cibi di liquor d’ulivi
+ lievemente passava caldi e geli,
+ contento ne’ pensier contemplativi.
+
+ Render solea quel chiostro a questi cieli
+ fertilemente; e ora è fatto vano,
+ sì che tosto convien che si riveli.
+
+ In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
+ e Pietro Peccator fu’ ne la casa
+ di Nostra Donna in sul lito adriano.
+
+ Poca vita mortal m’era rimasa,
+ quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
+ che pur di male in peggio si travasa.
+
+ Venne Cefàs e venne il gran vasello
+ de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
+ prendendo il cibo da qualunque ostello.
+
+ Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
+ li moderni pastori e chi li meni,
+ tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
+
+ Cuopron d’i manti loro i palafreni,
+ sì che due bestie van sott’ una pelle:
+ oh pazïenza che tanto sostieni!».
+
+ A questa voce vid’ io più fiammelle
+ di grado in grado scendere e girarsi,
+ e ogne giro le facea più belle.
+
+ Dintorno a questa vennero e fermarsi,
+ e fero un grido di sì alto suono,
+ che non potrebbe qui assomigliarsi;
+
+ né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXII
+
+
+ Oppresso di stupore, a la mia guida
+ mi volsi, come parvol che ricorre
+ sempre colà dove più si confida;
+
+ e quella, come madre che soccorre
+ sùbito al figlio palido e anelo
+ con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
+
+ mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
+ e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
+ e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
+
+ Come t’avrebbe trasmutato il canto,
+ e io ridendo, mo pensar lo puoi,
+ poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
+
+ nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
+ già ti sarebbe nota la vendetta
+ che tu vedrai innanzi che tu muoi.
+
+ La spada di qua sù non taglia in fretta
+ né tardo, ma’ ch’al parer di colui
+ che disïando o temendo l’aspetta.
+
+ Ma rivolgiti omai inverso altrui;
+ ch’assai illustri spiriti vedrai,
+ se com’ io dico l’aspetto redui».
+
+ Come a lei piacque, li occhi ritornai,
+ e vidi cento sperule che ’nsieme
+ più s’abbellivan con mutüi rai.
+
+ Io stava come quei che ’n sé repreme
+ la punta del disio, e non s’attenta
+ di domandar, sì del troppo si teme;
+
+ e la maggiore e la più luculenta
+ di quelle margherite innanzi fessi,
+ per far di sé la mia voglia contenta.
+
+ Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
+ com’ io la carità che tra noi arde,
+ li tuoi concetti sarebbero espressi.
+
+ Ma perché tu, aspettando, non tarde
+ a l’alto fine, io ti farò risposta
+ pur al pensier, da che sì ti riguarde.
+
+ Quel monte a cui Cassino è ne la costa
+ fu frequentato già in su la cima
+ da la gente ingannata e mal disposta;
+
+ e quel son io che sù vi portai prima
+ lo nome di colui che ’n terra addusse
+ la verità che tanto ci soblima;
+
+ e tanta grazia sopra me relusse,
+ ch’io ritrassi le ville circunstanti
+ da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
+
+ Questi altri fuochi tutti contemplanti
+ uomini fuoro, accesi di quel caldo
+ che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
+
+ Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
+ qui son li frati miei che dentro ai chiostri
+ fermar li piedi e tennero il cor saldo».
+
+ E io a lui: «L’affetto che dimostri
+ meco parlando, e la buona sembianza
+ ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
+
+ così m’ha dilatata mia fidanza,
+ come ’l sol fa la rosa quando aperta
+ tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
+
+ Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
+ s’io posso prender tanta grazia, ch’io
+ ti veggia con imagine scoverta».
+
+ Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
+ s’adempierà in su l’ultima spera,
+ ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
+
+ Ivi è perfetta, matura e intera
+ ciascuna disïanza; in quella sola
+ è ogne parte là ove sempr’ era,
+
+ perché non è in loco e non s’impola;
+ e nostra scala infino ad essa varca,
+ onde così dal viso ti s’invola.
+
+ Infin là sù la vide il patriarca
+ Iacobbe porger la superna parte,
+ quando li apparve d’angeli sì carca.
+
+ Ma, per salirla, mo nessun diparte
+ da terra i piedi, e la regola mia
+ rimasa è per danno de le carte.
+
+ Le mura che solieno esser badia
+ fatte sono spelonche, e le cocolle
+ sacca son piene di farina ria.
+
+ Ma grave usura tanto non si tolle
+ contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
+ che fa il cor de’ monaci sì folle;
+
+ ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
+ è de la gente che per Dio dimanda;
+ non di parenti né d’altro più brutto.
+
+ La carne d’i mortali è tanto blanda,
+ che giù non basta buon cominciamento
+ dal nascer de la quercia al far la ghianda.
+
+ Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
+ e io con orazione e con digiuno,
+ e Francesco umilmente il suo convento;
+
+ e se guardi ’l principio di ciascuno,
+ poscia riguardi là dov’ è trascorso,
+ tu vederai del bianco fatto bruno.
+
+ Veramente Iordan vòlto retrorso
+ più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
+ mirabile a veder che qui ’l soccorso».
+
+ Così mi disse, e indi si raccolse
+ al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
+ poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
+
+ La dolce donna dietro a lor mi pinse
+ con un sol cenno su per quella scala,
+ sì sua virtù la mia natura vinse;
+
+ né mai qua giù dove si monta e cala
+ naturalmente, fu sì ratto moto
+ ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
+
+ S’io torni mai, lettore, a quel divoto
+ trïunfo per lo quale io piango spesso
+ le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
+
+ tu non avresti in tanto tratto e messo
+ nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
+ che segue il Tauro e fui dentro da esso.
+
+ O glorïose stelle, o lume pregno
+ di gran virtù, dal quale io riconosco
+ tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
+
+ con voi nasceva e s’ascondeva vosco
+ quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
+ quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
+
+ e poi, quando mi fu grazia largita
+ d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
+ la vostra regïon mi fu sortita.
+
+ A voi divotamente ora sospira
+ l’anima mia, per acquistar virtute
+ al passo forte che a sé la tira.
+
+ «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
+ cominciò Bëatrice, «che tu dei
+ aver le luci tue chiare e acute;
+
+ e però, prima che tu più t’inlei,
+ rimira in giù, e vedi quanto mondo
+ sotto li piedi già esser ti fei;
+
+ sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
+ s’appresenti a la turba trïunfante
+ che lieta vien per questo etera tondo».
+
+ Col viso ritornai per tutte quante
+ le sette spere, e vidi questo globo
+ tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
+
+ e quel consiglio per migliore approbo
+ che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
+ chiamar si puote veramente probo.
+
+ Vidi la figlia di Latona incensa
+ sanza quell’ ombra che mi fu cagione
+ per che già la credetti rara e densa.
+
+ L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
+ quivi sostenni, e vidi com’ si move
+ circa e vicino a lui Maia e Dïone.
+
+ Quindi m’apparve il temperar di Giove
+ tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
+ il varïar che fanno di lor dove;
+
+ e tutti e sette mi si dimostraro
+ quanto son grandi e quanto son veloci
+ e come sono in distante riparo.
+
+ L’aiuola che ci fa tanto feroci,
+ volgendom’ io con li etterni Gemelli,
+ tutta m’apparve da’ colli a le foci;
+
+ poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIII
+
+
+ Come l’augello, intra l’amate fronde,
+ posato al nido de’ suoi dolci nati
+ la notte che le cose ci nasconde,
+
+ che, per veder li aspetti disïati
+ e per trovar lo cibo onde li pasca,
+ in che gravi labor li sono aggrati,
+
+ previene il tempo in su aperta frasca,
+ e con ardente affetto il sole aspetta,
+ fiso guardando pur che l’alba nasca;
+
+ così la donna mïa stava eretta
+ e attenta, rivolta inver’ la plaga
+ sotto la quale il sol mostra men fretta:
+
+ sì che, veggendola io sospesa e vaga,
+ fecimi qual è quei che disïando
+ altro vorria, e sperando s’appaga.
+
+ Ma poco fu tra uno e altro quando,
+ del mio attender, dico, e del vedere
+ lo ciel venir più e più rischiarando;
+
+ e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
+ del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
+ ricolto del girar di queste spere!».
+
+ Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
+ e li occhi avea di letizia sì pieni,
+ che passarmen convien sanza costrutto.
+
+ Quale ne’ plenilunïi sereni
+ Trivïa ride tra le ninfe etterne
+ che dipingon lo ciel per tutti i seni,
+
+ vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
+ un sol che tutte quante l’accendea,
+ come fa ’l nostro le viste superne;
+
+ e per la viva luce trasparea
+ la lucente sustanza tanto chiara
+ nel viso mio, che non la sostenea.
+
+ Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
+ Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
+ è virtù da cui nulla si ripara.
+
+ Quivi è la sapïenza e la possanza
+ ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
+ onde fu già sì lunga disïanza».
+
+ Come foco di nube si diserra
+ per dilatarsi sì che non vi cape,
+ e fuor di sua natura in giù s’atterra,
+
+ la mente mia così, tra quelle dape
+ fatta più grande, di sé stessa uscìo,
+ e che si fesse rimembrar non sape.
+
+ «Apri li occhi e riguarda qual son io;
+ tu hai vedute cose, che possente
+ se’ fatto a sostener lo riso mio».
+
+ Io era come quei che si risente
+ di visïone oblita e che s’ingegna
+ indarno di ridurlasi a la mente,
+
+ quand’ io udi’ questa proferta, degna
+ di tanto grato, che mai non si stingue
+ del libro che ’l preterito rassegna.
+
+ Se mo sonasser tutte quelle lingue
+ che Polimnïa con le suore fero
+ del latte lor dolcissimo più pingue,
+
+ per aiutarmi, al millesmo del vero
+ non si verria, cantando il santo riso
+ e quanto il santo aspetto facea mero;
+
+ e così, figurando il paradiso,
+ convien saltar lo sacrato poema,
+ come chi trova suo cammin riciso.
+
+ Ma chi pensasse il ponderoso tema
+ e l’omero mortal che se ne carca,
+ nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
+
+ non è pareggio da picciola barca
+ quel che fendendo va l’ardita prora,
+ né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
+
+ «Perché la faccia mia sì t’innamora,
+ che tu non ti rivolgi al bel giardino
+ che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
+
+ Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
+ carne si fece; quivi son li gigli
+ al cui odor si prese il buon cammino».
+
+ Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
+ tutto era pronto, ancora mi rendei
+ a la battaglia de’ debili cigli.
+
+ Come a raggio di sol, che puro mei
+ per fratta nube, già prato di fiori
+ vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
+
+ vid’ io così più turbe di splendori,
+ folgorate di sù da raggi ardenti,
+ sanza veder principio di folgóri.
+
+ O benigna vertù che sì li ’mprenti,
+ sù t’essaltasti, per largirmi loco
+ a li occhi lì che non t’eran possenti.
+
+ Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
+ e mane e sera, tutto mi ristrinse
+ l’animo ad avvisar lo maggior foco;
+
+ e come ambo le luci mi dipinse
+ il quale e il quanto de la viva stella
+ che là sù vince come qua giù vinse,
+
+ per entro il cielo scese una facella,
+ formata in cerchio a guisa di corona,
+ e cinsela e girossi intorno ad ella.
+
+ Qualunque melodia più dolce suona
+ qua giù e più a sé l’anima tira,
+ parrebbe nube che squarciata tona,
+
+ comparata al sonar di quella lira
+ onde si coronava il bel zaffiro
+ del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
+
+ «Io sono amore angelico, che giro
+ l’alta letizia che spira del ventre
+ che fu albergo del nostro disiro;
+
+ e girerommi, donna del ciel, mentre
+ che seguirai tuo figlio, e farai dia
+ più la spera suprema perché lì entre».
+
+ Così la circulata melodia
+ si sigillava, e tutti li altri lumi
+ facean sonare il nome di Maria.
+
+ Lo real manto di tutti i volumi
+ del mondo, che più ferve e più s’avviva
+ ne l’alito di Dio e nei costumi,
+
+ avea sopra di noi l’interna riva
+ tanto distante, che la sua parvenza,
+ là dov’ io era, ancor non appariva:
+
+ però non ebber li occhi miei potenza
+ di seguitar la coronata fiamma
+ che si levò appresso sua semenza.
+
+ E come fantolin che ’nver’ la mamma
+ tende le braccia, poi che ’l latte prese,
+ per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
+
+ ciascun di quei candori in sù si stese
+ con la sua cima, sì che l’alto affetto
+ ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
+
+ Indi rimaser lì nel mio cospetto,
+ ‘Regina celi’ cantando sì dolce,
+ che mai da me non si partì ’l diletto.
+
+ Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
+ in quelle arche ricchissime che fuoro
+ a seminar qua giù buone bobolce!
+
+ Quivi si vive e gode del tesoro
+ che s’acquistò piangendo ne lo essilio
+ di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
+
+ Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
+ di Dio e di Maria, di sua vittoria,
+ e con l’antico e col novo concilio,
+
+ colui che tien le chiavi di tal gloria.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIV
+
+
+ «O sodalizio eletto a la gran cena
+ del benedetto Agnello, il qual vi ciba
+ sì, che la vostra voglia è sempre piena,
+
+ se per grazia di Dio questi preliba
+ di quel che cade de la vostra mensa,
+ prima che morte tempo li prescriba,
+
+ ponete mente a l’affezione immensa
+ e roratelo alquanto: voi bevete
+ sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
+
+ Così Beatrice; e quelle anime liete
+ si fero spere sopra fissi poli,
+ fiammando, a volte, a guisa di comete.
+
+ E come cerchi in tempra d’orïuoli
+ si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
+ quïeto pare, e l’ultimo che voli;
+
+ così quelle carole, differente-
+ mente danzando, de la sua ricchezza
+ mi facieno stimar, veloci e lente.
+
+ Di quella ch’io notai di più carezza
+ vid’ ïo uscire un foco sì felice,
+ che nullo vi lasciò di più chiarezza;
+
+ e tre fïate intorno di Beatrice
+ si volse con un canto tanto divo,
+ che la mia fantasia nol mi ridice.
+
+ Però salta la penna e non lo scrivo:
+ ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
+ non che ’l parlare, è troppo color vivo.
+
+ «O santa suora mia che sì ne prieghe
+ divota, per lo tuo ardente affetto
+ da quella bella spera mi disleghe».
+
+ Poscia fermato, il foco benedetto
+ a la mia donna dirizzò lo spiro,
+ che favellò così com’ i’ ho detto.
+
+ Ed ella: «O luce etterna del gran viro
+ a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
+ ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
+
+ tenta costui di punti lievi e gravi,
+ come ti piace, intorno de la fede,
+ per la qual tu su per lo mare andavi.
+
+ S’elli ama bene e bene spera e crede,
+ non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
+ dov’ ogne cosa dipinta si vede;
+
+ ma perché questo regno ha fatto civi
+ per la verace fede, a glorïarla,
+ di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
+
+ Sì come il baccialier s’arma e non parla
+ fin che ’l maestro la question propone,
+ per approvarla, non per terminarla,
+
+ così m’armava io d’ogne ragione
+ mentre ch’ella dicea, per esser presto
+ a tal querente e a tal professione.
+
+ «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
+ fede che è?». Ond’ io levai la fronte
+ in quella luce onde spirava questo;
+
+ poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
+ sembianze femmi perch’ ïo spandessi
+ l’acqua di fuor del mio interno fonte.
+
+ «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
+ comincia’ io, «da l’alto primipilo,
+ faccia li miei concetti bene espressi».
+
+ E seguitai: «Come ’l verace stilo
+ ne scrisse, padre, del tuo caro frate
+ che mise teco Roma nel buon filo,
+
+ fede è sustanza di cose sperate
+ e argomento de le non parventi;
+ e questa pare a me sua quiditate».
+
+ Allora udi’: «Dirittamente senti,
+ se bene intendi perché la ripuose
+ tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
+
+ E io appresso: «Le profonde cose
+ che mi largiscon qui la lor parvenza,
+ a li occhi di là giù son sì ascose,
+
+ che l’esser loro v’è in sola credenza,
+ sopra la qual si fonda l’alta spene;
+ e però di sustanza prende intenza.
+
+ E da questa credenza ci convene
+ silogizzar, sanz’ avere altra vista:
+ però intenza d’argomento tene».
+
+ Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
+ giù per dottrina, fosse così ’nteso,
+ non lì avria loco ingegno di sofista».
+
+ Così spirò di quello amore acceso;
+ indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
+ d’esta moneta già la lega e ’l peso;
+
+ ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
+ Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
+ che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
+
+ Appresso uscì de la luce profonda
+ che lì splendeva: «Questa cara gioia
+ sopra la quale ogne virtù si fonda,
+
+ onde ti venne?». E io: «La larga ploia
+ de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
+ in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
+
+ è silogismo che la m’ha conchiusa
+ acutamente sì, che ’nverso d’ella
+ ogne dimostrazion mi pare ottusa».
+
+ Io udi’ poi: «L’antica e la novella
+ proposizion che così ti conchiude,
+ perché l’hai tu per divina favella?».
+
+ E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
+ son l’opere seguite, a che natura
+ non scalda ferro mai né batte incude».
+
+ Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
+ che quell’ opere fosser? Quel medesmo
+ che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
+
+ «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
+ diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
+ è tal, che li altri non sono il centesmo:
+
+ ché tu intrasti povero e digiuno
+ in campo, a seminar la buona pianta
+ che fu già vite e ora è fatta pruno».
+
+ Finito questo, l’alta corte santa
+ risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
+ ne la melode che là sù si canta.
+
+ E quel baron che sì di ramo in ramo,
+ essaminando, già tratto m’avea,
+ che a l’ultime fronde appressavamo,
+
+ ricominciò: «La Grazia, che donnea
+ con la tua mente, la bocca t’aperse
+ infino a qui come aprir si dovea,
+
+ sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
+ ma or convien espremer quel che credi,
+ e onde a la credenza tua s’offerse».
+
+ «O santo padre, e spirito che vedi
+ ciò che credesti sì, che tu vincesti
+ ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
+
+ comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
+ la forma qui del pronto creder mio,
+ e anche la cagion di lui chiedesti.
+
+ E io rispondo: Io credo in uno Dio
+ solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
+ non moto, con amore e con disio;
+
+ e a tal creder non ho io pur prove
+ fisice e metafisice, ma dalmi
+ anche la verità che quinci piove
+
+ per Moïsè, per profeti e per salmi,
+ per l’Evangelio e per voi che scriveste
+ poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
+
+ e credo in tre persone etterne, e queste
+ credo una essenza sì una e sì trina,
+ che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
+
+ De la profonda condizion divina
+ ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
+ più volte l’evangelica dottrina.
+
+ Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
+ che si dilata in fiamma poi vivace,
+ e come stella in cielo in me scintilla».
+
+ Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
+ da indi abbraccia il servo, gratulando
+ per la novella, tosto ch’el si tace;
+
+ così, benedicendomi cantando,
+ tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
+ l’appostolico lume al cui comando
+
+ io avea detto: sì nel dir li piacqui!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXV
+
+
+ Se mai continga che ’l poema sacro
+ al quale ha posto mano e cielo e terra,
+ sì che m’ha fatto per molti anni macro,
+
+ vinca la crudeltà che fuor mi serra
+ del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
+ nimico ai lupi che li danno guerra;
+
+ con altra voce omai, con altro vello
+ ritornerò poeta, e in sul fonte
+ del mio battesmo prenderò ’l cappello;
+
+ però che ne la fede, che fa conte
+ l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
+ Pietro per lei sì mi girò la fronte.
+
+ Indi si mosse un lume verso noi
+ di quella spera ond’ uscì la primizia
+ che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
+
+ e la mia donna, piena di letizia,
+ mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
+ per cui là giù si vicita Galizia».
+
+ Sì come quando il colombo si pone
+ presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
+ girando e mormorando, l’affezione;
+
+ così vid’ ïo l’un da l’altro grande
+ principe glorïoso essere accolto,
+ laudando il cibo che là sù li prande.
+
+ Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
+ tacito coram me ciascun s’affisse,
+ ignito sì che vincëa ’l mio volto.
+
+ Ridendo allora Bëatrice disse:
+ «Inclita vita per cui la larghezza
+ de la nostra basilica si scrisse,
+
+ fa risonar la spene in questa altezza:
+ tu sai, che tante fiate la figuri,
+ quante Iesù ai tre fé più carezza».
+
+ «Leva la testa e fa che t’assicuri:
+ che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
+ convien ch’ai nostri raggi si maturi».
+
+ Questo conforto del foco secondo
+ mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
+ che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
+
+ «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
+ lo nostro Imperadore, anzi la morte,
+ ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
+
+ sì che, veduto il ver di questa corte,
+ la spene, che là giù bene innamora,
+ in te e in altrui di ciò conforte,
+
+ di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora
+ la mente tua, e dì onde a te venne».
+ Così seguì ’l secondo lume ancora.
+
+ E quella pïa che guidò le penne
+ de le mie ali a così alto volo,
+ a la risposta così mi prevenne:
+
+ «La Chiesa militante alcun figliuolo
+ non ha con più speranza, com’ è scritto
+ nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
+
+ però li è conceduto che d’Egitto
+ vegna in Ierusalemme per vedere,
+ anzi che ’l militar li sia prescritto.
+
+ Li altri due punti, che non per sapere
+ son dimandati, ma perch’ ei rapporti
+ quanto questa virtù t’è in piacere,
+
+ a lui lasc’ io, ché non li saran forti
+ né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
+ e la grazia di Dio ciò li comporti».
+
+ Come discente ch’a dottor seconda
+ pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
+ perché la sua bontà si disasconda,
+
+ «Spene», diss’ io, «è uno attender certo
+ de la gloria futura, il qual produce
+ grazia divina e precedente merto.
+
+ Da molte stelle mi vien questa luce;
+ ma quei la distillò nel mio cor pria
+ che fu sommo cantor del sommo duce.
+
+ ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
+ dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
+ e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
+
+ Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
+ ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
+ e in altrui vostra pioggia repluo».
+
+ Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
+ di quello incendio tremolava un lampo
+ sùbito e spesso a guisa di baleno.
+
+ Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo
+ ancor ver’ la virtù che mi seguette
+ infin la palma e a l’uscir del campo,
+
+ vuol ch’io respiri a te che ti dilette
+ di lei; ed emmi a grato che tu diche
+ quello che la speranza ti ’mpromette».
+
+ E io: «Le nove e le scritture antiche
+ pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
+ de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
+
+ Dice Isaia che ciascuna vestita
+ ne la sua terra fia di doppia vesta:
+ e la sua terra è questa dolce vita;
+
+ e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
+ là dove tratta de le bianche stole,
+ questa revelazion ci manifesta».
+
+ E prima, appresso al fin d’este parole,
+ ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
+ a che rispuoser tutte le carole.
+
+ Poscia tra esse un lume si schiarì
+ sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
+ l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
+
+ E come surge e va ed entra in ballo
+ vergine lieta, sol per fare onore
+ a la novizia, non per alcun fallo,
+
+ così vid’ io lo schiarato splendore
+ venire a’ due che si volgieno a nota
+ qual conveniesi al loro ardente amore.
+
+ Misesi lì nel canto e ne la rota;
+ e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
+ pur come sposa tacita e immota.
+
+ «Questi è colui che giacque sopra ’l petto
+ del nostro pellicano, e questi fue
+ di su la croce al grande officio eletto».
+
+ La donna mia così; né però piùe
+ mosser la vista sua di stare attenta
+ poscia che prima le parole sue.
+
+ Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
+ di vedere eclissar lo sole un poco,
+ che, per veder, non vedente diventa;
+
+ tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
+ mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
+ per veder cosa che qui non ha loco?
+
+ In terra è terra il mio corpo, e saragli
+ tanto con li altri, che ’l numero nostro
+ con l’etterno proposito s’agguagli.
+
+ Con le due stole nel beato chiostro
+ son le due luci sole che saliro;
+ e questo apporterai nel mondo vostro».
+
+ A questa voce l’infiammato giro
+ si quïetò con esso il dolce mischio
+ che si facea nel suon del trino spiro,
+
+ sì come, per cessar fatica o rischio,
+ li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
+ tutti si posano al sonar d’un fischio.
+
+ Ahi quanto ne la mente mi commossi,
+ quando mi volsi per veder Beatrice,
+ per non poter veder, benché io fossi
+
+ presso di lei, e nel mondo felice!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVI
+
+
+ Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
+ de la fulgida fiamma che lo spense
+ uscì un spiro che mi fece attento,
+
+ dicendo: «Intanto che tu ti risense
+ de la vista che haï in me consunta,
+ ben è che ragionando la compense.
+
+ Comincia dunque; e dì ove s’appunta
+ l’anima tua, e fa ragion che sia
+ la vista in te smarrita e non defunta:
+
+ perché la donna che per questa dia
+ regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
+ la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
+
+ Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
+ vegna remedio a li occhi, che fuor porte
+ quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
+
+ Lo ben che fa contenta questa corte,
+ Alfa e O è di quanta scrittura
+ mi legge Amore o lievemente o forte».
+
+ Quella medesma voce che paura
+ tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
+ di ragionare ancor mi mise in cura;
+
+ e disse: «Certo a più angusto vaglio
+ ti conviene schiarar: dicer convienti
+ chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
+
+ E io: «Per filosofici argomenti
+ e per autorità che quinci scende
+ cotale amor convien che in me si ’mprenti:
+
+ ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
+ così accende amore, e tanto maggio
+ quanto più di bontate in sé comprende.
+
+ Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
+ che ciascun ben che fuor di lei si trova
+ altro non è ch’un lume di suo raggio,
+
+ più che in altra convien che si mova
+ la mente, amando, di ciascun che cerne
+ il vero in che si fonda questa prova.
+
+ Tal vero a l’intelletto mïo sterne
+ colui che mi dimostra il primo amore
+ di tutte le sustanze sempiterne.
+
+ Sternel la voce del verace autore,
+ che dice a Moïsè, di sé parlando:
+ ‘Io ti farò vedere ogne valore’.
+
+ Sternilmi tu ancora, incominciando
+ l’alto preconio che grida l’arcano
+ di qui là giù sovra ogne altro bando».
+
+ E io udi’: «Per intelletto umano
+ e per autoritadi a lui concorde
+ d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
+
+ Ma dì ancor se tu senti altre corde
+ tirarti verso lui, sì che tu suone
+ con quanti denti questo amor ti morde».
+
+ Non fu latente la santa intenzione
+ de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
+ dove volea menar mia professione.
+
+ Però ricominciai: «Tutti quei morsi
+ che posson far lo cor volgere a Dio,
+ a la mia caritate son concorsi:
+
+ ché l’essere del mondo e l’esser mio,
+ la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
+ e quel che spera ogne fedel com’ io,
+
+ con la predetta conoscenza viva,
+ tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
+ e del diritto m’han posto a la riva.
+
+ Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
+ de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
+ quanto da lui a lor di bene è porto».
+
+ Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
+ risonò per lo cielo, e la mia donna
+ dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
+
+ E come a lume acuto si disonna
+ per lo spirto visivo che ricorre
+ a lo splendor che va di gonna in gonna,
+
+ e lo svegliato ciò che vede aborre,
+ sì nescïa è la sùbita vigilia
+ fin che la stimativa non soccorre;
+
+ così de li occhi miei ogne quisquilia
+ fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
+ che rifulgea da più di mille milia:
+
+ onde mei che dinanzi vidi poi;
+ e quasi stupefatto domandai
+ d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
+
+ E la mia donna: «Dentro da quei rai
+ vagheggia il suo fattor l’anima prima
+ che la prima virtù creasse mai».
+
+ Come la fronda che flette la cima
+ nel transito del vento, e poi si leva
+ per la propria virtù che la soblima,
+
+ fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
+ stupendo, e poi mi rifece sicuro
+ un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
+
+ E cominciai: «O pomo che maturo
+ solo prodotto fosti, o padre antico
+ a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
+
+ divoto quanto posso a te supplìco
+ perché mi parli: tu vedi mia voglia,
+ e per udirti tosto non la dico».
+
+ Talvolta un animal coverto broglia,
+ sì che l’affetto convien che si paia
+ per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
+
+ e similmente l’anima primaia
+ mi facea trasparer per la coverta
+ quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
+
+ Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
+ da te, la voglia tua discerno meglio
+ che tu qualunque cosa t’è più certa;
+
+ perch’ io la veggio nel verace speglio
+ che fa di sé pareglio a l’altre cose,
+ e nulla face lui di sé pareglio.
+
+ Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
+ ne l’eccelso giardino, ove costei
+ a così lunga scala ti dispuose,
+
+ e quanto fu diletto a li occhi miei,
+ e la propria cagion del gran disdegno,
+ e l’idïoma ch’usai e che fei.
+
+ Or, figluol mio, non il gustar del legno
+ fu per sé la cagion di tanto essilio,
+ ma solamente il trapassar del segno.
+
+ Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
+ quattromilia trecento e due volumi
+ di sol desiderai questo concilio;
+
+ e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
+ de la sua strada novecento trenta
+ fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
+
+ La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
+ innanzi che a l’ovra inconsummabile
+ fosse la gente di Nembròt attenta:
+
+ ché nullo effetto mai razïonabile,
+ per lo piacere uman che rinovella
+ seguendo il cielo, sempre fu durabile.
+
+ Opera naturale è ch’uom favella;
+ ma così o così, natura lascia
+ poi fare a voi secondo che v’abbella.
+
+ Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
+ I s’appellava in terra il sommo bene
+ onde vien la letizia che mi fascia;
+
+ e El si chiamò poi: e ciò convene,
+ ché l’uso d’i mortali è come fronda
+ in ramo, che sen va e altra vene.
+
+ Nel monte che si leva più da l’onda,
+ fu’ io, con vita pura e disonesta,
+ da la prim’ ora a quella che seconda,
+
+ come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVII
+
+
+ ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
+ cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
+ sì che m’inebrïava il dolce canto.
+
+ Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
+ de l’universo; per che mia ebbrezza
+ intrava per l’udire e per lo viso.
+
+ Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
+ oh vita intègra d’amore e di pace!
+ oh sanza brama sicura ricchezza!
+
+ Dinanzi a li occhi miei le quattro face
+ stavano accese, e quella che pria venne
+ incominciò a farsi più vivace,
+
+ e tal ne la sembianza sua divenne,
+ qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
+ fossero augelli e cambiassersi penne.
+
+ La provedenza, che quivi comparte
+ vice e officio, nel beato coro
+ silenzio posto avea da ogne parte,
+
+ quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,
+ non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
+ vedrai trascolorar tutti costoro.
+
+ Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
+ il luogo mio, il luogo mio, che vaca
+ ne la presenza del Figliuol di Dio,
+
+ fatt’ ha del cimitero mio cloaca
+ del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
+ che cadde di qua sù, là giù si placa».
+
+ Di quel color che per lo sole avverso
+ nube dipigne da sera e da mane,
+ vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
+
+ E come donna onesta che permane
+ di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
+ pur ascoltando, timida si fane,
+
+ così Beatrice trasmutò sembianza;
+ e tale eclissi credo che ’n ciel fue
+ quando patì la supprema possanza.
+
+ Poi procedetter le parole sue
+ con voce tanto da sé trasmutata,
+ che la sembianza non si mutò piùe:
+
+ «Non fu la sposa di Cristo allevata
+ del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
+ per essere ad acquisto d’oro usata;
+
+ ma per acquisto d’esto viver lieto
+ e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
+ sparser lo sangue dopo molto fleto.
+
+ Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
+ d’i nostri successor parte sedesse,
+ parte da l’altra del popol cristiano;
+
+ né che le chiavi che mi fuor concesse,
+ divenisser signaculo in vessillo
+ che contra battezzati combattesse;
+
+ né ch’io fossi figura di sigillo
+ a privilegi venduti e mendaci,
+ ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
+
+ In vesta di pastor lupi rapaci
+ si veggion di qua sù per tutti i paschi:
+ o difesa di Dio, perché pur giaci?
+
+ Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
+ s’apparecchian di bere: o buon principio,
+ a che vil fine convien che tu caschi!
+
+ Ma l’alta provedenza, che con Scipio
+ difese a Roma la gloria del mondo,
+ soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
+
+ e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
+ ancor giù tornerai, apri la bocca,
+ e non asconder quel ch’io non ascondo».
+
+ Sì come di vapor gelati fiocca
+ in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
+ de la capra del ciel col sol si tocca,
+
+ in sù vid’ io così l’etera addorno
+ farsi e fioccar di vapor trïunfanti
+ che fatto avien con noi quivi soggiorno.
+
+ Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
+ e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
+ li tolse il trapassar del più avanti.
+
+ Onde la donna, che mi vide assolto
+ de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
+ il viso e guarda come tu se’ vòlto».
+
+ Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
+ i’ vidi mosso me per tutto l’arco
+ che fa dal mezzo al fine il primo clima;
+
+ sì ch’io vedea di là da Gade il varco
+ folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
+ nel qual si fece Europa dolce carco.
+
+ E più mi fora discoverto il sito
+ di questa aiuola; ma ’l sol procedea
+ sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
+
+ La mente innamorata, che donnea
+ con la mia donna sempre, di ridure
+ ad essa li occhi più che mai ardea;
+
+ e se natura o arte fé pasture
+ da pigliare occhi, per aver la mente,
+ in carne umana o ne le sue pitture,
+
+ tutte adunate, parrebber nïente
+ ver’ lo piacer divin che mi refulse,
+ quando mi volsi al suo viso ridente.
+
+ E la virtù che lo sguardo m’indulse,
+ del bel nido di Leda mi divelse,
+ e nel ciel velocissimo m’impulse.
+
+ Le parti sue vivissime ed eccelse
+ sì uniforme son, ch’i’ non so dire
+ qual Bëatrice per loco mi scelse.
+
+ Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
+ incominciò, ridendo tanto lieta,
+ che Dio parea nel suo volto gioire:
+
+ «La natura del mondo, che quïeta
+ il mezzo e tutto l’altro intorno move,
+ quinci comincia come da sua meta;
+
+ e questo cielo non ha altro dove
+ che la mente divina, in che s’accende
+ l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
+
+ Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
+ sì come questo li altri; e quel precinto
+ colui che ’l cinge solamente intende.
+
+ Non è suo moto per altro distinto,
+ ma li altri son mensurati da questo,
+ sì come diece da mezzo e da quinto;
+
+ e come il tempo tegna in cotal testo
+ le sue radici e ne li altri le fronde,
+ omai a te può esser manifesto.
+
+ Oh cupidigia che i mortali affonde
+ sì sotto te, che nessuno ha podere
+ di trarre li occhi fuor de le tue onde!
+
+ Ben fiorisce ne li uomini il volere;
+ ma la pioggia continüa converte
+ in bozzacchioni le sosine vere.
+
+ Fede e innocenza son reperte
+ solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
+ pria fugge che le guance sian coperte.
+
+ Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
+ che poi divora, con la lingua sciolta,
+ qualunque cibo per qualunque luna;
+
+ e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
+ la madre sua, che, con loquela intera,
+ disïa poi di vederla sepolta.
+
+ Così si fa la pelle bianca nera
+ nel primo aspetto de la bella figlia
+ di quel ch’apporta mane e lascia sera.
+
+ Tu, perché non ti facci maraviglia,
+ pensa che ’n terra non è chi governi;
+ onde sì svïa l’umana famiglia.
+
+ Ma prima che gennaio tutto si sverni
+ per la centesma ch’è là giù negletta,
+ raggeran sì questi cerchi superni,
+
+ che la fortuna che tanto s’aspetta,
+ le poppe volgerà u’ son le prore,
+ sì che la classe correrà diretta;
+
+ e vero frutto verrà dopo ’l fiore».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVIII
+
+
+ Poscia che ’ncontro a la vita presente
+ d’i miseri mortali aperse ’l vero
+ quella che ’mparadisa la mia mente,
+
+ come in lo specchio fiamma di doppiero
+ vede colui che se n’alluma retro,
+ prima che l’abbia in vista o in pensiero,
+
+ e sé rivolge per veder se ’l vetro
+ li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
+ con esso come nota con suo metro;
+
+ così la mia memoria si ricorda
+ ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
+ onde a pigliarmi fece Amor la corda.
+
+ E com’ io mi rivolsi e furon tocchi
+ li miei da ciò che pare in quel volume,
+ quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
+
+ un punto vidi che raggiava lume
+ acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
+ chiuder conviensi per lo forte acume;
+
+ e quale stella par quinci più poca,
+ parrebbe luna, locata con esso
+ come stella con stella si collòca.
+
+ Forse cotanto quanto pare appresso
+ alo cigner la luce che ’l dipigne
+ quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
+
+ distante intorno al punto un cerchio d’igne
+ si girava sì ratto, ch’avria vinto
+ quel moto che più tosto il mondo cigne;
+
+ e questo era d’un altro circumcinto,
+ e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
+ dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
+
+ Sopra seguiva il settimo sì sparto
+ già di larghezza, che ’l messo di Iuno
+ intero a contenerlo sarebbe arto.
+
+ Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno
+ più tardo si movea, secondo ch’era
+ in numero distante più da l’uno;
+
+ e quello avea la fiamma più sincera
+ cui men distava la favilla pura,
+ credo, però che più di lei s’invera.
+
+ La donna mia, che mi vedëa in cura
+ forte sospeso, disse: «Da quel punto
+ depende il cielo e tutta la natura.
+
+ Mira quel cerchio che più li è congiunto;
+ e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
+ per l’affocato amore ond’ elli è punto».
+
+ E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto
+ con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
+ sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
+
+ ma nel mondo sensibile si puote
+ veder le volte tanto più divine,
+ quant’ elle son dal centro più remote.
+
+ Onde, se ’l mio disir dee aver fine
+ in questo miro e angelico templo
+ che solo amore e luce ha per confine,
+
+ udir convienmi ancor come l’essemplo
+ e l’essemplare non vanno d’un modo,
+ ché io per me indarno a ciò contemplo».
+
+ «Se li tuoi diti non sono a tal nodo
+ sufficïenti, non è maraviglia:
+ tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
+
+ Così la donna mia; poi disse: «Piglia
+ quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
+ e intorno da esso t’assottiglia.
+
+ Li cerchi corporai sono ampi e arti
+ secondo il più e ’l men de la virtute
+ che si distende per tutte lor parti.
+
+ Maggior bontà vuol far maggior salute;
+ maggior salute maggior corpo cape,
+ s’elli ha le parti igualmente compiute.
+
+ Dunque costui che tutto quanto rape
+ l’altro universo seco, corrisponde
+ al cerchio che più ama e che più sape:
+
+ per che, se tu a la virtù circonde
+ la tua misura, non a la parvenza
+ de le sustanze che t’appaion tonde,
+
+ tu vederai mirabil consequenza
+ di maggio a più e di minore a meno,
+ in ciascun cielo, a süa intelligenza».
+
+ Come rimane splendido e sereno
+ l’emisperio de l’aere, quando soffia
+ Borea da quella guancia ond’ è più leno,
+
+ per che si purga e risolve la roffia
+ che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
+ con le bellezze d’ogne sua paroffia;
+
+ così fec’ïo, poi che mi provide
+ la donna mia del suo risponder chiaro,
+ e come stella in cielo il ver si vide.
+
+ E poi che le parole sue restaro,
+ non altrimenti ferro disfavilla
+ che bolle, come i cerchi sfavillaro.
+
+ L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
+ ed eran tante, che ’l numero loro
+ più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
+
+ Io sentiva osannar di coro in coro
+ al punto fisso che li tiene a li ubi,
+ e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
+
+ E quella che vedëa i pensier dubi
+ ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
+ t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
+
+ Così veloci seguono i suoi vimi,
+ per somigliarsi al punto quanto ponno;
+ e posson quanto a veder son soblimi.
+
+ Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
+ si chiaman Troni del divino aspetto,
+ per che ’l primo ternaro terminonno;
+
+ e dei saper che tutti hanno diletto
+ quanto la sua veduta si profonda
+ nel vero in che si queta ogne intelletto.
+
+ Quinci si può veder come si fonda
+ l’esser beato ne l’atto che vede,
+ non in quel ch’ama, che poscia seconda;
+
+ e del vedere è misura mercede,
+ che grazia partorisce e buona voglia:
+ così di grado in grado si procede.
+
+ L’altro ternaro, che così germoglia
+ in questa primavera sempiterna
+ che notturno Arïete non dispoglia,
+
+ perpetüalemente ‘Osanna’ sberna
+ con tre melode, che suonano in tree
+ ordini di letizia onde s’interna.
+
+ In essa gerarcia son l’altre dee:
+ prima Dominazioni, e poi Virtudi;
+ l’ordine terzo di Podestadi èe.
+
+ Poscia ne’ due penultimi tripudi
+ Principati e Arcangeli si girano;
+ l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
+
+ Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
+ e di giù vincon sì, che verso Dio
+ tutti tirati sono e tutti tirano.
+
+ E Dïonisio con tanto disio
+ a contemplar questi ordini si mise,
+ che li nomò e distinse com’ io.
+
+ Ma Gregorio da lui poi si divise;
+ onde, sì tosto come li occhi aperse
+ in questo ciel, di sé medesmo rise.
+
+ E se tanto secreto ver proferse
+ mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
+ ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
+
+ con altro assai del ver di questi giri».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIX
+
+
+ Quando ambedue li figli di Latona,
+ coperti del Montone e de la Libra,
+ fanno de l’orizzonte insieme zona,
+
+ quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
+ infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
+ cambiando l’emisperio, si dilibra,
+
+ tanto, col volto di riso dipinto,
+ si tacque Bëatrice, riguardando
+ fiso nel punto che m’avëa vinto.
+
+ Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
+ quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
+ là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
+
+ Non per aver a sé di bene acquisto,
+ ch’esser non può, ma perché suo splendore
+ potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
+
+ in sua etternità di tempo fore,
+ fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
+ s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
+
+ Né prima quasi torpente si giacque;
+ ché né prima né poscia procedette
+ lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
+
+ Forma e materia, congiunte e purette,
+ usciro ad esser che non avia fallo,
+ come d’arco tricordo tre saette.
+
+ E come in vetro, in ambra o in cristallo
+ raggio resplende sì, che dal venire
+ a l’esser tutto non è intervallo,
+
+ così ’l triforme effetto del suo sire
+ ne l’esser suo raggiò insieme tutto
+ sanza distinzïone in essordire.
+
+ Concreato fu ordine e costrutto
+ a le sustanze; e quelle furon cima
+ nel mondo in che puro atto fu produtto;
+
+ pura potenza tenne la parte ima;
+ nel mezzo strinse potenza con atto
+ tal vime, che già mai non si divima.
+
+ Ieronimo vi scrisse lungo tratto
+ di secoli de li angeli creati
+ anzi che l’altro mondo fosse fatto;
+
+ ma questo vero è scritto in molti lati
+ da li scrittor de lo Spirito Santo,
+ e tu te n’avvedrai se bene agguati;
+
+ e anche la ragione il vede alquanto,
+ che non concederebbe che ’ motori
+ sanza sua perfezion fosser cotanto.
+
+ Or sai tu dove e quando questi amori
+ furon creati e come: sì che spenti
+ nel tuo disïo già son tre ardori.
+
+ Né giugneriesi, numerando, al venti
+ sì tosto, come de li angeli parte
+ turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
+
+ L’altra rimase, e cominciò quest’ arte
+ che tu discerni, con tanto diletto,
+ che mai da circüir non si diparte.
+
+ Principio del cader fu il maladetto
+ superbir di colui che tu vedesti
+ da tutti i pesi del mondo costretto.
+
+ Quelli che vedi qui furon modesti
+ a riconoscer sé da la bontate
+ che li avea fatti a tanto intender presti:
+
+ per che le viste lor furo essaltate
+ con grazia illuminante e con lor merto,
+ si c’hanno ferma e piena volontate;
+
+ e non voglio che dubbi, ma sia certo,
+ che ricever la grazia è meritorio
+ secondo che l’affetto l’è aperto.
+
+ Omai dintorno a questo consistorio
+ puoi contemplare assai, se le parole
+ mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
+
+ Ma perché ’n terra per le vostre scole
+ si legge che l’angelica natura
+ è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
+
+ ancor dirò, perché tu veggi pura
+ la verità che là giù si confonde,
+ equivocando in sì fatta lettura.
+
+ Queste sustanze, poi che fur gioconde
+ de la faccia di Dio, non volser viso
+ da essa, da cui nulla si nasconde:
+
+ però non hanno vedere interciso
+ da novo obietto, e però non bisogna
+ rememorar per concetto diviso;
+
+ sì che là giù, non dormendo, si sogna,
+ credendo e non credendo dicer vero;
+ ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
+
+ Voi non andate giù per un sentiero
+ filosofando: tanto vi trasporta
+ l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
+
+ E ancor questo qua sù si comporta
+ con men disdegno che quando è posposta
+ la divina Scrittura o quando è torta.
+
+ Non vi si pensa quanto sangue costa
+ seminarla nel mondo e quanto piace
+ chi umilmente con essa s’accosta.
+
+ Per apparer ciascun s’ingegna e face
+ sue invenzioni; e quelle son trascorse
+ da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
+
+ Un dice che la luna si ritorse
+ ne la passion di Cristo e s’interpuose,
+ per che ’l lume del sol giù non si porse;
+
+ e mente, ché la luce si nascose
+ da sé: però a li Spani e a l’Indi
+ come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
+
+ Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
+ quante sì fatte favole per anno
+ in pergamo si gridan quinci e quindi:
+
+ sì che le pecorelle, che non sanno,
+ tornan del pasco pasciute di vento,
+ e non le scusa non veder lo danno.
+
+ Non disse Cristo al suo primo convento:
+ ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
+ ma diede lor verace fondamento;
+
+ e quel tanto sonò ne le sue guance,
+ sì ch’a pugnar per accender la fede
+ de l’Evangelio fero scudo e lance.
+
+ Ora si va con motti e con iscede
+ a predicare, e pur che ben si rida,
+ gonfia il cappuccio e più non si richiede.
+
+ Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
+ che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
+ la perdonanza di ch’el si confida:
+
+ per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
+ che, sanza prova d’alcun testimonio,
+ ad ogne promession si correrebbe.
+
+ Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
+ e altri assai che sono ancor più porci,
+ pagando di moneta sanza conio.
+
+ Ma perché siam digressi assai, ritorci
+ li occhi oramai verso la dritta strada,
+ sì che la via col tempo si raccorci.
+
+ Questa natura sì oltre s’ingrada
+ in numero, che mai non fu loquela
+ né concetto mortal che tanto vada;
+
+ e se tu guardi quel che si revela
+ per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
+ determinato numero si cela.
+
+ La prima luce, che tutta la raia,
+ per tanti modi in essa si recepe,
+ quanti son li splendori a chi s’appaia.
+
+ Onde, però che a l’atto che concepe
+ segue l’affetto, d’amar la dolcezza
+ diversamente in essa ferve e tepe.
+
+ Vedi l’eccelso omai e la larghezza
+ de l’etterno valor, poscia che tanti
+ speculi fatti s’ha in che si spezza,
+
+ uno manendo in sé come davanti».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXX
+
+
+ Forse semilia miglia di lontano
+ ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
+ china già l’ombra quasi al letto piano,
+
+ quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
+ comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
+ perde il parere infino a questo fondo;
+
+ e come vien la chiarissima ancella
+ del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
+ di vista in vista infino a la più bella.
+
+ Non altrimenti il trïunfo che lude
+ sempre dintorno al punto che mi vinse,
+ parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
+
+ a poco a poco al mio veder si stinse:
+ per che tornar con li occhi a Bëatrice
+ nulla vedere e amor mi costrinse.
+
+ Se quanto infino a qui di lei si dice
+ fosse conchiuso tutto in una loda,
+ poca sarebbe a fornir questa vice.
+
+ La bellezza ch’io vidi si trasmoda
+ non pur di là da noi, ma certo io credo
+ che solo il suo fattor tutta la goda.
+
+ Da questo passo vinto mi concedo
+ più che già mai da punto di suo tema
+ soprato fosse comico o tragedo:
+
+ ché, come sole in viso che più trema,
+ così lo rimembrar del dolce riso
+ la mente mia da me medesmo scema.
+
+ Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
+ in questa vita, infino a questa vista,
+ non m’è il seguire al mio cantar preciso;
+
+ ma or convien che mio seguir desista
+ più dietro a sua bellezza, poetando,
+ come a l’ultimo suo ciascuno artista.
+
+ Cotal qual io lascio a maggior bando
+ che quel de la mia tuba, che deduce
+ l’ardüa sua matera terminando,
+
+ con atto e voce di spedito duce
+ ricominciò: «Noi siamo usciti fore
+ del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
+
+ luce intellettüal, piena d’amore;
+ amor di vero ben, pien di letizia;
+ letizia che trascende ogne dolzore.
+
+ Qui vederai l’una e l’altra milizia
+ di paradiso, e l’una in quelli aspetti
+ che tu vedrai a l’ultima giustizia».
+
+ Come sùbito lampo che discetti
+ li spiriti visivi, sì che priva
+ da l’atto l’occhio di più forti obietti,
+
+ così mi circunfulse luce viva,
+ e lasciommi fasciato di tal velo
+ del suo fulgor, che nulla m’appariva.
+
+ «Sempre l’amor che queta questo cielo
+ accoglie in sé con sì fatta salute,
+ per far disposto a sua fiamma il candelo».
+
+ Non fur più tosto dentro a me venute
+ queste parole brievi, ch’io compresi
+ me sormontar di sopr’ a mia virtute;
+
+ e di novella vista mi raccesi
+ tale, che nulla luce è tanto mera,
+ che li occhi miei non si fosser difesi;
+
+ e vidi lume in forma di rivera
+ fulvido di fulgore, intra due rive
+ dipinte di mirabil primavera.
+
+ Di tal fiumana uscian faville vive,
+ e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
+ quasi rubin che oro circunscrive;
+
+ poi, come inebrïate da li odori,
+ riprofondavan sé nel miro gurge,
+ e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
+
+ «L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
+ d’aver notizia di ciò che tu vei,
+ tanto mi piace più quanto più turge;
+
+ ma di quest’ acqua convien che tu bei
+ prima che tanta sete in te si sazi»:
+ così mi disse il sol de li occhi miei.
+
+ Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
+ ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
+ son di lor vero umbriferi prefazi.
+
+ Non che da sé sian queste cose acerbe;
+ ma è difetto da la parte tua,
+ che non hai viste ancor tanto superbe».
+
+ Non è fantin che sì sùbito rua
+ col volto verso il latte, se si svegli
+ molto tardato da l’usanza sua,
+
+ come fec’ io, per far migliori spegli
+ ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
+ che si deriva perché vi s’immegli;
+
+ e sì come di lei bevve la gronda
+ de le palpebre mie, così mi parve
+ di sua lunghezza divenuta tonda.
+
+ Poi, come gente stata sotto larve,
+ che pare altro che prima, se si sveste
+ la sembianza non süa in che disparve,
+
+ così mi si cambiaro in maggior feste
+ li fiori e le faville, sì ch’io vidi
+ ambo le corti del ciel manifeste.
+
+ O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
+ l’alto trïunfo del regno verace,
+ dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
+
+ Lume è là sù che visibile face
+ lo creatore a quella creatura
+ che solo in lui vedere ha la sua pace.
+
+ E’ si distende in circular figura,
+ in tanto che la sua circunferenza
+ sarebbe al sol troppo larga cintura.
+
+ Fassi di raggio tutta sua parvenza
+ reflesso al sommo del mobile primo,
+ che prende quindi vivere e potenza.
+
+ E come clivo in acqua di suo imo
+ si specchia, quasi per vedersi addorno,
+ quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
+
+ sì, soprastando al lume intorno intorno,
+ vidi specchiarsi in più di mille soglie
+ quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
+
+ E se l’infimo grado in sé raccoglie
+ sì grande lume, quanta è la larghezza
+ di questa rosa ne l’estreme foglie!
+
+ La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
+ non si smarriva, ma tutto prendeva
+ il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
+
+ Presso e lontano, lì, né pon né leva:
+ ché dove Dio sanza mezzo governa,
+ la legge natural nulla rileva.
+
+ Nel giallo de la rosa sempiterna,
+ che si digrada e dilata e redole
+ odor di lode al sol che sempre verna,
+
+ qual è colui che tace e dicer vole,
+ mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
+ quanto è ’l convento de le bianche stole!
+
+ Vedi nostra città quant’ ella gira;
+ vedi li nostri scanni sì ripieni,
+ che poca gente più ci si disira.
+
+ E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
+ per la corona che già v’è sù posta,
+ prima che tu a queste nozze ceni,
+
+ sederà l’alma, che fia giù agosta,
+ de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
+ verrà in prima ch’ella sia disposta.
+
+ La cieca cupidigia che v’ammalia
+ simili fatti v’ha al fantolino
+ che muor per fame e caccia via la balia.
+
+ E fia prefetto nel foro divino
+ allora tal, che palese e coverto
+ non anderà con lui per un cammino.
+
+ Ma poco poi sarà da Dio sofferto
+ nel santo officio; ch’el sarà detruso
+ là dove Simon mago è per suo merto,
+
+ e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXI
+
+
+ In forma dunque di candida rosa
+ mi si mostrava la milizia santa
+ che nel suo sangue Cristo fece sposa;
+
+ ma l’altra, che volando vede e canta
+ la gloria di colui che la ’nnamora
+ e la bontà che la fece cotanta,
+
+ sì come schiera d’ape che s’infiora
+ una fïata e una si ritorna
+ là dove suo laboro s’insapora,
+
+ nel gran fior discendeva che s’addorna
+ di tante foglie, e quindi risaliva
+ là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
+
+ Le facce tutte avean di fiamma viva
+ e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
+ che nulla neve a quel termine arriva.
+
+ Quando scendean nel fior, di banco in banco
+ porgevan de la pace e de l’ardore
+ ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
+
+ Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore
+ di tanta moltitudine volante
+ impediva la vista e lo splendore:
+
+ ché la luce divina è penetrante
+ per l’universo secondo ch’è degno,
+ sì che nulla le puote essere ostante.
+
+ Questo sicuro e gaudïoso regno,
+ frequente in gente antica e in novella,
+ viso e amore avea tutto ad un segno.
+
+ O trina luce che ’n unica stella
+ scintillando a lor vista, sì li appaga!
+ guarda qua giuso a la nostra procella!
+
+ Se i barbari, venendo da tal plaga
+ che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
+ rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
+
+ veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
+ stupefaciensi, quando Laterano
+ a le cose mortali andò di sopra;
+
+ ïo, che al divino da l’umano,
+ a l’etterno dal tempo era venuto,
+ e di Fiorenza in popol giusto e sano,
+
+ di che stupor dovea esser compiuto!
+ Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
+ libito non udire e starmi muto.
+
+ E quasi peregrin che si ricrea
+ nel tempio del suo voto riguardando,
+ e spera già ridir com’ ello stea,
+
+ su per la viva luce passeggiando,
+ menava ïo li occhi per li gradi,
+ mo sù, mo giù e mo recirculando.
+
+ Vedëa visi a carità süadi,
+ d’altrui lume fregiati e di suo riso,
+ e atti ornati di tutte onestadi.
+
+ La forma general di paradiso
+ già tutta mïo sguardo avea compresa,
+ in nulla parte ancor fermato fiso;
+
+ e volgeami con voglia rïaccesa
+ per domandar la mia donna di cose
+ di che la mente mia era sospesa.
+
+ Uno intendëa, e altro mi rispuose:
+ credea veder Beatrice e vidi un sene
+ vestito con le genti glorïose.
+
+ Diffuso era per li occhi e per le gene
+ di benigna letizia, in atto pio
+ quale a tenero padre si convene.
+
+ E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.
+ Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
+ mosse Beatrice me del loco mio;
+
+ e se riguardi sù nel terzo giro
+ dal sommo grado, tu la rivedrai
+ nel trono che suoi merti le sortiro».
+
+ Sanza risponder, li occhi sù levai,
+ e vidi lei che si facea corona
+ reflettendo da sé li etterni rai.
+
+ Da quella regïon che più sù tona
+ occhio mortale alcun tanto non dista,
+ qualunque in mare più giù s’abbandona,
+
+ quanto lì da Beatrice la mia vista;
+ ma nulla mi facea, ché süa effige
+ non discendëa a me per mezzo mista.
+
+ «O donna in cui la mia speranza vige,
+ e che soffristi per la mia salute
+ in inferno lasciar le tue vestige,
+
+ di tante cose quant’ i’ ho vedute,
+ dal tuo podere e da la tua bontate
+ riconosco la grazia e la virtute.
+
+ Tu m’hai di servo tratto a libertate
+ per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
+ che di ciò fare avei la potestate.
+
+ La tua magnificenza in me custodi,
+ sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
+ piacente a te dal corpo si disnodi».
+
+ Così orai; e quella, sì lontana
+ come parea, sorrise e riguardommi;
+ poi si tornò a l’etterna fontana.
+
+ E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi
+ perfettamente», disse, «il tuo cammino,
+ a che priego e amor santo mandommi,
+
+ vola con li occhi per questo giardino;
+ ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
+ più al montar per lo raggio divino.
+
+ E la regina del cielo, ond’ ïo ardo
+ tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
+ però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
+
+ Qual è colui che forse di Croazia
+ viene a veder la Veronica nostra,
+ che per l’antica fame non sen sazia,
+
+ ma dice nel pensier, fin che si mostra:
+ ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
+ or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
+
+ tal era io mirando la vivace
+ carità di colui che ’n questo mondo,
+ contemplando, gustò di quella pace.
+
+ «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,
+ cominciò elli, «non ti sarà noto,
+ tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
+
+ ma guarda i cerchi infino al più remoto,
+ tanto che veggi seder la regina
+ cui questo regno è suddito e devoto».
+
+ Io levai li occhi; e come da mattina
+ la parte orïental de l’orizzonte
+ soverchia quella dove ’l sol declina,
+
+ così, quasi di valle andando a monte
+ con li occhi, vidi parte ne lo stremo
+ vincer di lume tutta l’altra fronte.
+
+ E come quivi ove s’aspetta il temo
+ che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
+ e quinci e quindi il lume si fa scemo,
+
+ così quella pacifica oriafiamma
+ nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
+ per igual modo allentava la fiamma;
+
+ e a quel mezzo, con le penne sparte,
+ vid’ io più di mille angeli festanti,
+ ciascun distinto di fulgore e d’arte.
+
+ Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
+ ridere una bellezza, che letizia
+ era ne li occhi a tutti li altri santi;
+
+ e s’io avessi in dir tanta divizia
+ quanta ad imaginar, non ardirei
+ lo minimo tentar di sua delizia.
+
+ Bernardo, come vide li occhi miei
+ nel caldo suo caler fissi e attenti,
+ li suoi con tanto affetto volse a lei,
+
+ che ’ miei di rimirar fé più ardenti.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXII
+
+
+ Affetto al suo piacer, quel contemplante
+ libero officio di dottore assunse,
+ e cominciò queste parole sante:
+
+ «La piaga che Maria richiuse e unse,
+ quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
+ è colei che l’aperse e che la punse.
+
+ Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,
+ siede Rachel di sotto da costei
+ con Bëatrice, sì come tu vedi.
+
+ Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
+ che fu bisava al cantor che per doglia
+ del fallo disse ‘Miserere mei’,
+
+ puoi tu veder così di soglia in soglia
+ giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
+ vo per la rosa giù di foglia in foglia.
+
+ E dal settimo grado in giù, sì come
+ infino ad esso, succedono Ebree,
+ dirimendo del fior tutte le chiome;
+
+ perché, secondo lo sguardo che fée
+ la fede in Cristo, queste sono il muro
+ a che si parton le sacre scalee.
+
+ Da questa parte onde ’l fiore è maturo
+ di tutte le sue foglie, sono assisi
+ quei che credettero in Cristo venturo;
+
+ da l’altra parte onde sono intercisi
+ di vòti i semicirculi, si stanno
+ quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
+
+ E come quinci il glorïoso scanno
+ de la donna del cielo e li altri scanni
+ di sotto lui cotanta cerna fanno,
+
+ così di contra quel del gran Giovanni,
+ che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
+ sofferse, e poi l’inferno da due anni;
+
+ e sotto lui così cerner sortiro
+ Francesco, Benedetto e Augustino
+ e altri fin qua giù di giro in giro.
+
+ Or mira l’alto proveder divino:
+ ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
+ igualmente empierà questo giardino.
+
+ E sappi che dal grado in giù che fiede
+ a mezzo il tratto le due discrezioni,
+ per nullo proprio merito si siede,
+
+ ma per l’altrui, con certe condizioni:
+ ché tutti questi son spiriti ascolti
+ prima ch’avesser vere elezïoni.
+
+ Ben te ne puoi accorger per li volti
+ e anche per le voci püerili,
+ se tu li guardi bene e se li ascolti.
+
+ Or dubbi tu e dubitando sili;
+ ma io discioglierò ’l forte legame
+ in che ti stringon li pensier sottili.
+
+ Dentro a l’ampiezza di questo reame
+ casüal punto non puote aver sito,
+ se non come tristizia o sete o fame:
+
+ ché per etterna legge è stabilito
+ quantunque vedi, sì che giustamente
+ ci si risponde da l’anello al dito;
+
+ e però questa festinata gente
+ a vera vita non è sine causa
+ intra sé qui più e meno eccellente.
+
+ Lo rege per cui questo regno pausa
+ in tanto amore e in tanto diletto,
+ che nulla volontà è di più ausa,
+
+ le menti tutte nel suo lieto aspetto
+ creando, a suo piacer di grazia dota
+ diversamente; e qui basti l’effetto.
+
+ E ciò espresso e chiaro vi si nota
+ ne la Scrittura santa in quei gemelli
+ che ne la madre ebber l’ira commota.
+
+ Però, secondo il color d’i capelli,
+ di cotal grazia l’altissimo lume
+ degnamente convien che s’incappelli.
+
+ Dunque, sanza mercé di lor costume,
+ locati son per gradi differenti,
+ sol differendo nel primiero acume.
+
+ Bastavasi ne’ secoli recenti
+ con l’innocenza, per aver salute,
+ solamente la fede d’i parenti;
+
+ poi che le prime etadi fuor compiute,
+ convenne ai maschi a l’innocenti penne
+ per circuncidere acquistar virtute;
+
+ ma poi che ’l tempo de la grazia venne,
+ sanza battesmo perfetto di Cristo
+ tale innocenza là giù si ritenne.
+
+ Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
+ più si somiglia, ché la sua chiarezza
+ sola ti può disporre a veder Cristo».
+
+ Io vidi sopra lei tanta allegrezza
+ piover, portata ne le menti sante
+ create a trasvolar per quella altezza,
+
+ che quantunque io avea visto davante,
+ di tanta ammirazion non mi sospese,
+ né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
+
+ e quello amor che primo lì discese,
+ cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
+ dinanzi a lei le sue ali distese.
+
+ Rispuose a la divina cantilena
+ da tutte parti la beata corte,
+ sì ch’ogne vista sen fé più serena.
+
+ «O santo padre, che per me comporte
+ l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
+ nel qual tu siedi per etterna sorte,
+
+ qual è quell’ angel che con tanto gioco
+ guarda ne li occhi la nostra regina,
+ innamorato sì che par di foco?».
+
+ Così ricorsi ancora a la dottrina
+ di colui ch’abbelliva di Maria,
+ come del sole stella mattutina.
+
+ Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
+ quant’ esser puote in angelo e in alma,
+ tutta è in lui; e sì volem che sia,
+
+ perch’ elli è quelli che portò la palma
+ giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
+ carcar si volse de la nostra salma.
+
+ Ma vieni omai con li occhi sì com’ io
+ andrò parlando, e nota i gran patrici
+ di questo imperio giustissimo e pio.
+
+ Quei due che seggon là sù più felici
+ per esser propinquissimi ad Agusta,
+ son d’esta rosa quasi due radici:
+
+ colui che da sinistra le s’aggiusta
+ è il padre per lo cui ardito gusto
+ l’umana specie tanto amaro gusta;
+
+ dal destro vedi quel padre vetusto
+ di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
+ raccomandò di questo fior venusto.
+
+ E quei che vide tutti i tempi gravi,
+ pria che morisse, de la bella sposa
+ che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
+
+ siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
+ quel duca sotto cui visse di manna
+ la gente ingrata, mobile e retrosa.
+
+ Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,
+ tanto contenta di mirar sua figlia,
+ che non move occhio per cantare osanna;
+
+ e contro al maggior padre di famiglia
+ siede Lucia, che mosse la tua donna
+ quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
+
+ Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
+ qui farem punto, come buon sartore
+ che com’ elli ha del panno fa la gonna;
+
+ e drizzeremo li occhi al primo amore,
+ sì che, guardando verso lui, penètri
+ quant’ è possibil per lo suo fulgore.
+
+ Veramente, ne forse tu t’arretri
+ movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
+ orando grazia conven che s’impetri
+
+ grazia da quella che puote aiutarti;
+ e tu mi seguirai con l’affezione,
+ sì che dal dicer mio lo cor non parti».
+
+ E cominciò questa santa orazione:
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXIII
+
+
+ «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
+ umile e alta più che creatura,
+ termine fisso d’etterno consiglio,
+
+ tu se’ colei che l’umana natura
+ nobilitasti sì, che ’l suo fattore
+ non disdegnò di farsi sua fattura.
+
+ Nel ventre tuo si raccese l’amore,
+ per lo cui caldo ne l’etterna pace
+ così è germinato questo fiore.
+
+ Qui se’ a noi meridïana face
+ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
+ se’ di speranza fontana vivace.
+
+ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
+ che qual vuol grazia e a te non ricorre,
+ sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
+
+ La tua benignità non pur soccorre
+ a chi domanda, ma molte fïate
+ liberamente al dimandar precorre.
+
+ In te misericordia, in te pietate,
+ in te magnificenza, in te s’aduna
+ quantunque in creatura è di bontate.
+
+ Or questi, che da l’infima lacuna
+ de l’universo infin qui ha vedute
+ le vite spiritali ad una ad una,
+
+ supplica a te, per grazia, di virtute
+ tanto, che possa con li occhi levarsi
+ più alto verso l’ultima salute.
+
+ E io, che mai per mio veder non arsi
+ più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
+ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
+
+ perché tu ogne nube li disleghi
+ di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
+ sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
+
+ Ancor ti priego, regina, che puoi
+ ciò che tu vuoli, che conservi sani,
+ dopo tanto veder, li affetti suoi.
+
+ Vinca tua guardia i movimenti umani:
+ vedi Beatrice con quanti beati
+ per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
+
+ Li occhi da Dio diletti e venerati,
+ fissi ne l’orator, ne dimostraro
+ quanto i devoti prieghi le son grati;
+
+ indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
+ nel qual non si dee creder che s’invii
+ per creatura l’occhio tanto chiaro.
+
+ E io ch’al fine di tutt’ i disii
+ appropinquava, sì com’ io dovea,
+ l’ardor del desiderio in me finii.
+
+ Bernardo m’accennava, e sorridea,
+ perch’ io guardassi suso; ma io era
+ già per me stesso tal qual ei volea:
+
+ ché la mia vista, venendo sincera,
+ e più e più intrava per lo raggio
+ de l’alta luce che da sé è vera.
+
+ Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
+ che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
+ e cede la memoria a tanto oltraggio.
+
+ Qual è colüi che sognando vede,
+ che dopo ’l sogno la passione impressa
+ rimane, e l’altro a la mente non riede,
+
+ cotal son io, ché quasi tutta cessa
+ mia visïone, e ancor mi distilla
+ nel core il dolce che nacque da essa.
+
+ Così la neve al sol si disigilla;
+ così al vento ne le foglie levi
+ si perdea la sentenza di Sibilla.
+
+ O somma luce che tanto ti levi
+ da’ concetti mortali, a la mia mente
+ ripresta un poco di quel che parevi,
+
+ e fa la lingua mia tanto possente,
+ ch’una favilla sol de la tua gloria
+ possa lasciare a la futura gente;
+
+ ché, per tornare alquanto a mia memoria
+ e per sonare un poco in questi versi,
+ più si conceperà di tua vittoria.
+
+ Io credo, per l’acume ch’io soffersi
+ del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
+ se li occhi miei da lui fossero aversi.
+
+ E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
+ per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
+ l’aspetto mio col valore infinito.
+
+ Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
+ ficcar lo viso per la luce etterna,
+ tanto che la veduta vi consunsi!
+
+ Nel suo profondo vidi che s’interna,
+ legato con amore in un volume,
+ ciò che per l’universo si squaderna:
+
+ sustanze e accidenti e lor costume
+ quasi conflati insieme, per tal modo
+ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
+
+ La forma universal di questo nodo
+ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
+ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
+
+ Un punto solo m’è maggior letargo
+ che venticinque secoli a la ’mpresa
+ che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
+
+ Così la mente mia, tutta sospesa,
+ mirava fissa, immobile e attenta,
+ e sempre di mirar faceasi accesa.
+
+ A quella luce cotal si diventa,
+ che volgersi da lei per altro aspetto
+ è impossibil che mai si consenta;
+
+ però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
+ tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
+ è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
+
+ Omai sarà più corta mia favella,
+ pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
+ che bagni ancor la lingua a la mammella.
+
+ Non perché più ch’un semplice sembiante
+ fosse nel vivo lume ch’io mirava,
+ che tal è sempre qual s’era davante;
+
+ ma per la vista che s’avvalorava
+ in me guardando, una sola parvenza,
+ mutandom’ io, a me si travagliava.
+
+ Ne la profonda e chiara sussistenza
+ de l’alto lume parvermi tre giri
+ di tre colori e d’una contenenza;
+
+ e l’un da l’altro come iri da iri
+ parea reflesso, e ’l terzo parea foco
+ che quinci e quindi igualmente si spiri.
+
+ Oh quanto è corto il dire e come fioco
+ al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
+ è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
+
+ O luce etterna che sola in te sidi,
+ sola t’intendi, e da te intelletta
+ e intendente te ami e arridi!
+
+ Quella circulazion che sì concetta
+ pareva in te come lume reflesso,
+ da li occhi miei alquanto circunspetta,
+
+ dentro da sé, del suo colore stesso,
+ mi parve pinta de la nostra effige:
+ per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
+
+ Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
+ per misurar lo cerchio, e non ritrova,
+ pensando, quel principio ond’ elli indige,
+
+ tal era io a quella vista nova:
+ veder voleva come si convenne
+ l’imago al cerchio e come vi s’indova;
+
+ ma non eran da ciò le proprie penne:
+ se non che la mia mente fu percossa
+ da un fulgore in che sua voglia venne.
+
+ A l’alta fantasia qui mancò possa;
+ ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
+ sì come rota ch’igualmente è mossa,
+
+ l’amor che move il sole e l’altre stelle.
+
+
+
+
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ à = a grave
+ è = e grave
+ ì = i grave
+ ò = o grave
+ ù = u grave
+
+ é = e acute
+ ó = o acute
+
+ ä = a uml
+ ë = e uml
+ ï = i uml
+ ö = o uml
+ ü = u uml
+
+ È = E grave
+ Ë = E uml
+ Ï = I uml
+
+ « = left angle quotation mark
+ » = right angle quotation mark
+
+ “ = left double quotation mark
+ ” = right double quotation mark
+
+ ‘ = left single quotation mark
+ ’ = right single quotation mark
+
+ — = em dash
+
+ • = middot
+
+ . . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ***
+
+***** This file should be named 1012-0.txt or 1012-0.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/1/0/1/1012/
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions will
+be renamed.
+
+Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
+law means that no one owns a United States copyright in these works,
+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
+States without permission and without paying copyright
+royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
+of this license, apply to copying and distributing Project
+Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
+concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
+and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive
+specific permission. If you do not charge anything for copies of this
+eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook
+for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
+performances and research. They may be modified and printed and given
+away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks
+not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the
+trademark license, especially commercial redistribution.
+
+START: FULL LICENSE
+
+THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
+PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
+
+To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
+distribution of electronic works, by using or distributing this work
+(or any other work associated in any way with the phrase "Project
+Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
+Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
+www.gutenberg.org/license.
+
+Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
+Gutenberg-tm electronic works
+
+1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
+electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
+and accept all the terms of this license and intellectual property
+(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
+the terms of this agreement, you must cease using and return or
+destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
+possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
+Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
+by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
+person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
+1.E.8.
+
+1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
+used on or associated in any way with an electronic work by people who
+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
+agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
+electronic works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
+Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
+of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
+works in the collection are in the public domain in the United
+States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
+United States and you are located in the United States, we do not
+claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
+displaying or creating derivative works based on the work as long as
+all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
+that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
+free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
+works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
+Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
+comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
+same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
+you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
+in a constant state of change. If you are outside the United States,
+check the laws of your country in addition to the terms of this
+agreement before downloading, copying, displaying, performing,
+distributing or creating derivative works based on this work or any
+other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
+representations concerning the copyright status of any work in any
+country outside the United States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
+immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
+prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
+on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
+phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
+performed, viewed, copied or distributed:
+
+ This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
+ most other parts of the world at no cost and with almost no
+ restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
+ under the terms of the Project Gutenberg License included with this
+ eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
+ United States, you'll have to check the laws of the country where you
+ are located before using this ebook.
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
+derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
+contain a notice indicating that it is posted with permission of the
+copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
+the United States without paying any fees or charges. If you are
+redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
+Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
+either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
+obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
+trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
+additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
+will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
+posted with the permission of the copyright holder found at the
+beginning of this work.
+
+1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
+
+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
+any word processing or hypertext form. However, if you provide access
+to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
+other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
+version posted on the official Project Gutenberg-tm web site
+(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
+to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
+of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
+Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
+full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
+provided that
+
+* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
+ to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
+ agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
+ within 60 days following each date on which you prepare (or are
+ legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
+ payments should be clearly marked as such and sent to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
+ Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
+ Literary Archive Foundation."
+
+* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or destroy all
+ copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
+ all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
+ works.
+
+* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
+ any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
+ receipt of the work.
+
+* You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
+Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
+are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
+from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The
+Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm
+trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
+Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
+electronic works, and the medium on which they may be stored, may
+contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
+or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
+other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
+cannot be read by your equipment.
+
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium
+with your written explanation. The person or entity that provided you
+with the defective work may elect to provide a replacement copy in
+lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
+or entity providing it to you may choose to give you a second
+opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
+OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of
+damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
+violates the law of the state applicable to this agreement, the
+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
+production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
+Defect you cause.
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
+mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
+volunteers and employees are scattered throughout numerous
+locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
+Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
+date contact information can be found at the Foundation's web site and
+official page at www.gutenberg.org/contact
+
+For additional contact information:
+
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
diff --git a/old/1012-0.zip b/old/1012-0.zip
new file mode 100644
index 0000000..17899bd
--- /dev/null
+++ b/old/1012-0.zip
Binary files differ
diff --git a/old/1012-h.zip b/old/1012-h.zip
new file mode 100644
index 0000000..474efeb
--- /dev/null
+++ b/old/1012-h.zip
Binary files differ
diff --git a/old/1012-h/1012-h.htm b/old/1012-h/1012-h.htm
new file mode 100644
index 0000000..8fe3644
--- /dev/null
+++ b/old/1012-h/1012-h.htm
@@ -0,0 +1,30001 @@
+<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN"
+ "http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd">
+
+<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="en">
+
+<head>
+
+<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" />
+
+<title>
+The Project Gutenberg E-text of La Divina Commedia de Dante,
+by Dante Alighieri
+</title>
+
+<style type="text/css">
+body { color: black;
+ background: white;
+ margin-right: 10%;
+ margin-left: 10%;
+ font-family: "Times New Roman", serif;
+ text-align: justify }
+
+p {text-indent: 0% }
+
+p.noindent {text-indent: 0% }
+
+p.t1 {text-indent: 0% ;
+ font-size: 200%;
+ text-align: center }
+
+p.t2 {text-indent: 0% ;
+ font-size: 150%;
+ text-align: center }
+
+p.t3 {text-indent: 0% ;
+ font-size: 100%;
+ text-align: center }
+
+p.t3b {text-indent: 0% ;
+ font-size: 100%;
+ font-weight: bold;
+ text-align: center }
+
+p.t4 {text-indent: 0% ;
+ font-size: 80%;
+ text-align: center }
+
+p.t4b {text-indent: 0% ;
+ font-size: 80%;
+ font-weight: bold;
+ text-align: center }
+
+p.t5 {text-indent: 0% ;
+ font-size: 60%;
+ text-align: center }
+
+h1 { text-align: center }
+h2 { text-align: center }
+h3 { text-align: center }
+h4 { text-align: center }
+h5 { text-align: center }
+
+p.poem {text-indent: 0%;
+ margin-left: 10%; }
+
+p.contents {text-indent: -3%;
+ margin-left: 5% }
+
+p.thought {text-indent: 0% ;
+ letter-spacing: 4em ;
+ text-align: center }
+
+p.letter {text-indent: 0%;
+ margin-left: 10% ;
+ margin-right: 10% }
+
+p.footnote {text-indent: 0% ;
+ font-size: 80%;
+ margin-left: 10% ;
+ margin-right: 10% }
+
+p.transnote {text-indent: 0% ;
+ margin-left: 0% ;
+ margin-right: 0% }
+
+p.intro {font-size: 90% ;
+ text-indent: -5% ;
+ margin-left: 5% ;
+ margin-right: 0% }
+
+p.quote {text-indent: 4% ;
+ margin-left: 0% ;
+ margin-right: 0% }
+
+p.finis { font-size: larger ;
+ text-align: center ;
+ text-indent: 0% ;
+ margin-left: 0% ;
+ margin-right: 0% }
+
+</style>
+
+</head>
+
+<body>
+
+
+<pre>
+
+Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
+other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
+the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
+www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
+to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Posting Date: November 7, 2015 [EBook #1012]
+Release Date: August, 1997
+First Posted: September 4, 1997
+Last Updated: December 8, 2014
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ***
+
+
+
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+
+
+
+
+
+</pre>
+
+
+<h1>
+<br /><br /><br />
+ LA DIVINA COMMEDIA<br />
+ di Dante Alighieri<br />
+</h1>
+
+<p class="t3b">
+<br />
+<a href="#inferno">INFERNO</a><br />
+<a href="#purgatorio">PURGATORIO</a><br />
+<a href="#paradiso">PARADISO</a><br />
+</p>
+
+
+<h2>
+<a id="inferno"></a>
+<br /><br />
+ INFERNO<br />
+</h2>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0101"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto I
+</h3>
+
+<p>
+ Nel mezzo del cammin di nostra vita<br />
+ mi ritrovai per una selva oscura,<br />
+ ché la diritta via era smarrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto a dir qual era è cosa dura<br />
+ esta selva selvaggia e aspra e forte<br />
+ che nel pensier rinova la paura!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tant’ è amara che poco è più morte;<br />
+ ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,<br />
+ dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,<br />
+ tant’ era pien di sonno a quel punto<br />
+ che la verace via abbandonai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,<br />
+ là dove terminava quella valle<br />
+ che m’avea di paura il cor compunto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ guardai in alto e vidi le sue spalle<br />
+ vestite già de’ raggi del pianeta<br />
+ che mena dritto altrui per ogne calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor fu la paura un poco queta,<br />
+ che nel lago del cor m’era durata<br />
+ la notte ch’i’ passai con tanta pieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come quei che con lena affannata,<br />
+ uscito fuor del pelago a la riva,<br />
+ si volge a l’acqua perigliosa e guata,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,<br />
+ si volse a retro a rimirar lo passo<br />
+ che non lasciò già mai persona viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,<br />
+ ripresi via per la piaggia diserta,<br />
+ sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,<br />
+ una lonza leggera e presta molto,<br />
+ che di pel macolato era coverta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e non mi si partia dinanzi al volto,<br />
+ anzi ’mpediva tanto il mio cammino,<br />
+ ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Temp’ era dal principio del mattino,<br />
+ e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle<br />
+ ch’eran con lui quando l’amor divino<br />
+</p>
+
+<p>
+ mosse di prima quelle cose belle;<br />
+ sì ch’a bene sperar m’era cagione<br />
+ di quella fiera a la gaetta pelle<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’ora del tempo e la dolce stagione;<br />
+ ma non sì che paura non mi desse<br />
+ la vista che m’apparve d’un leone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi parea che contra me venisse<br />
+ con la test’ alta e con rabbiosa fame,<br />
+ sì che parea che l’aere ne tremesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed una lupa, che di tutte brame<br />
+ sembiava carca ne la sua magrezza,<br />
+ e molte genti fé già viver grame,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questa mi porse tanto di gravezza<br />
+ con la paura ch’uscia di sua vista,<br />
+ ch’io perdei la speranza de l’altezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qual è quei che volontieri acquista,<br />
+ e giugne ’l tempo che perder lo face,<br />
+ che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fece la bestia sanza pace,<br />
+ che, venendomi ’ncontro, a poco a poco<br />
+ mi ripigneva là dove ’l sol tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,<br />
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto<br />
+ chi per lungo silenzio parea fioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando vidi costui nel gran diserto,<br />
+ «Miserere di me», gridai a lui,<br />
+ «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,<br />
+ e li parenti miei furon lombardi,<br />
+ mantoani per patrïa ambedui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,<br />
+ e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto<br />
+ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poeta fui, e cantai di quel giusto<br />
+ figliuol d’Anchise che venne di Troia,<br />
+ poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu perché ritorni a tanta noia?<br />
+ perché non sali il dilettoso monte<br />
+ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte<br />
+ che spandi di parlar sì largo fiume?»,<br />
+ rispuos’ io lui con vergognosa fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O de li altri poeti onore e lume,<br />
+ vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore<br />
+ che m’ha fatto cercar lo tuo volume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,<br />
+ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi<br />
+ lo bello stilo che m’ha fatto onore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;<br />
+ aiutami da lei, famoso saggio,<br />
+ ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «A te convien tenere altro vïaggio»,<br />
+ rispuose, poi che lagrimar mi vide,<br />
+ «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché questa bestia, per la qual tu gride,<br />
+ non lascia altrui passar per la sua via,<br />
+ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ha natura sì malvagia e ria,<br />
+ che mai non empie la bramosa voglia,<br />
+ e dopo ’l pasto ha più fame che pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti son li animali a cui s’ammoglia,<br />
+ e più saranno ancora, infin che ’l veltro<br />
+ verrà, che la farà morir con doglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi non ciberà terra né peltro,<br />
+ ma sapïenza, amore e virtute,<br />
+ e sua nazion sarà tra feltro e feltro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella umile Italia fia salute<br />
+ per cui morì la vergine Cammilla,<br />
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi la caccerà per ogne villa,<br />
+ fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,<br />
+ là onde ’nvidia prima dipartilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno<br />
+ che tu mi segui, e io sarò tua guida,<br />
+ e trarrotti di qui per loco etterno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ove udirai le disperate strida,<br />
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,<br />
+ ch’a la seconda morte ciascun grida;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vederai color che son contenti<br />
+ nel foco, perché speran di venire<br />
+ quando che sia a le beate genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A le quai poi se tu vorrai salire,<br />
+ anima fia a ciò più di me degna:<br />
+ con lei ti lascerò nel mio partire;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quello imperador che là sù regna,<br />
+ perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,<br />
+ non vuol che ’n sua città per me si vegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In tutte parti impera e quivi regge;<br />
+ quivi è la sua città e l’alto seggio:<br />
+ oh felice colui cu’ ivi elegge!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Poeta, io ti richeggio<br />
+ per quello Dio che tu non conoscesti,<br />
+ acciò ch’io fugga questo male e peggio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tu mi meni là dov’ or dicesti,<br />
+ sì ch’io veggia la porta di san Pietro<br />
+ e color cui tu fai cotanto mesti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor si mosse, e io li tenni dietro.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0102"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto II
+</h3>
+
+<p>
+ Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno<br />
+ toglieva li animai che sono in terra<br />
+ da le fatiche loro; e io sol uno<br />
+</p>
+
+<p>
+ m’apparecchiava a sostener la guerra<br />
+ sì del cammino e sì de la pietate,<br />
+ che ritrarrà la mente che non erra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;<br />
+ o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,<br />
+ qui si parrà la tua nobilitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: «Poeta che mi guidi,<br />
+ guarda la mia virtù s’ell’ è possente,<br />
+ prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dici che di Silvïo il parente,<br />
+ corruttibile ancora, ad immortale<br />
+ secolo andò, e fu sensibilmente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, se l’avversario d’ogne male<br />
+ cortese i fu, pensando l’alto effetto<br />
+ ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale<br />
+</p>
+
+<p>
+ non pare indegno ad omo d’intelletto;<br />
+ ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero<br />
+ ne l’empireo ciel per padre eletto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,<br />
+ fu stabilita per lo loco santo<br />
+ u’ siede il successor del maggior Piero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per quest’ andata onde li dai tu vanto,<br />
+ intese cose che furon cagione<br />
+ di sua vittoria e del papale ammanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Andovvi poi lo Vas d’elezïone,<br />
+ per recarne conforto a quella fede<br />
+ ch’è principio a la via di salvazione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?<br />
+ Io non Enëa, io non Paulo sono;<br />
+ me degno a ciò né io né altri ’l crede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che, se del venire io m’abbandono,<br />
+ temo che la venuta non sia folle.<br />
+ Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qual è quei che disvuol ciò che volle<br />
+ e per novi pensier cangia proposta,<br />
+ sì che dal cominciar tutto si tolle,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,<br />
+ perché, pensando, consumai la ’mpresa<br />
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,<br />
+ rispuose del magnanimo quell’ ombra,<br />
+ «l’anima tua è da viltade offesa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual molte fïate l’omo ingombra<br />
+ sì che d’onrata impresa lo rivolve,<br />
+ come falso veder bestia quand’ ombra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa tema acciò che tu ti solve,<br />
+ dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi<br />
+ nel primo punto che di te mi dolve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era tra color che son sospesi,<br />
+ e donna mi chiamò beata e bella,<br />
+ tal che di comandare io la richiesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lucevan li occhi suoi più che la stella;<br />
+ e cominciommi a dir soave e piana,<br />
+ con angelica voce, in sua favella:<br />
+</p>
+
+<p>
+ “O anima cortese mantoana,<br />
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,<br />
+ e durerà quanto ’l mondo lontana,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’amico mio, e non de la ventura,<br />
+ ne la diserta piaggia è impedito<br />
+ sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e temo che non sia già sì smarrito,<br />
+ ch’io mi sia tardi al soccorso levata,<br />
+ per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or movi, e con la tua parola ornata<br />
+ e con ciò c’ha mestieri al suo campare,<br />
+ l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ son Beatrice che ti faccio andare;<br />
+ vegno del loco ove tornar disio;<br />
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando sarò dinanzi al segnor mio,<br />
+ di te mi loderò sovente a lui”.<br />
+ Tacette allora, e poi comincia’ io:<br />
+</p>
+
+<p>
+ “O donna di virtù sola per cui<br />
+ l’umana spezie eccede ogne contento<br />
+ di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto m’aggrada il tuo comandamento,<br />
+ che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;<br />
+ più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi la cagion che non ti guardi<br />
+ de lo scender qua giuso in questo centro<br />
+ de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,<br />
+ dirotti brievemente”, mi rispuose,<br />
+ “perch’ i’ non temo di venir qua entro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Temer si dee di sole quelle cose<br />
+ c’hanno potenza di fare altrui male;<br />
+ de l’altre no, ché non son paurose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,<br />
+ che la vostra miseria non mi tange,<br />
+ né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Donna è gentil nel ciel che si compiange<br />
+ di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,<br />
+ sì che duro giudicio là sù frange.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa chiese Lucia in suo dimando<br />
+ e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele<br />
+ di te, e io a te lo raccomando—.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lucia, nimica di ciascun crudele,<br />
+ si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,<br />
+ che mi sedea con l’antica Rachele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,<br />
+ ché non soccorri quei che t’amò tanto,<br />
+ ch’uscì per te de la volgare schiera?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non odi tu la pieta del suo pianto,<br />
+ non vedi tu la morte che ’l combatte<br />
+ su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al mondo non fur mai persone ratte<br />
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,<br />
+ com’ io, dopo cotai parole fatte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ venni qua giù del mio beato scanno,<br />
+ fidandomi del tuo parlare onesto,<br />
+ ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che m’ebbe ragionato questo,<br />
+ li occhi lucenti lagrimando volse,<br />
+ per che mi fece del venir più presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E venni a te così com’ ella volse:<br />
+ d’inanzi a quella fiera ti levai<br />
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque: che è? perché, perché restai,<br />
+ perché tanta viltà nel core allette,<br />
+ perché ardire e franchezza non hai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ poscia che tai tre donne benedette<br />
+ curan di te ne la corte del cielo,<br />
+ e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali fioretti dal notturno gelo<br />
+ chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,<br />
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ io di mia virtude stanca,<br />
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,<br />
+ ch’i’ cominciai come persona franca:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh pietosa colei che mi soccorse!<br />
+ e te cortese ch’ubidisti tosto<br />
+ a le vere parole che ti porse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu m’hai con disiderio il cor disposto<br />
+ sì al venir con le parole tue,<br />
+ ch’i’ son tornato nel primo proposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:<br />
+ tu duca, tu segnore e tu maestro».<br />
+ Così li dissi; e poi che mosso fue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ intrai per lo cammino alto e silvestro.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0103"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto III
+</h3>
+
+<p>
+ ‘Per me si va ne la città dolente,<br />
+ per me si va ne l’etterno dolore,<br />
+ per me si va tra la perduta gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giustizia mosse il mio alto fattore;<br />
+ fecemi la divina podestate,<br />
+ la somma sapïenza e ’l primo amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi a me non fuor cose create<br />
+ se non etterne, e io etterno duro.<br />
+ Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole di colore oscuro<br />
+ vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;<br />
+ per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me, come persona accorta:<br />
+ «Qui si convien lasciare ogne sospetto;<br />
+ ogne viltà convien che qui sia morta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto<br />
+ che tu vedrai le genti dolorose<br />
+ c’hanno perduto il ben de l’intelletto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che la sua mano a la mia puose<br />
+ con lieto volto, ond’ io mi confortai,<br />
+ mi mise dentro a le segrete cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi sospiri, pianti e alti guai<br />
+ risonavan per l’aere sanza stelle,<br />
+ per ch’io al cominciar ne lagrimai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Diverse lingue, orribili favelle,<br />
+ parole di dolore, accenti d’ira,<br />
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle<br />
+</p>
+
+<p>
+ facevano un tumulto, il qual s’aggira<br />
+ sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,<br />
+ come la rena quando turbo spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io ch’avea d’error la testa cinta,<br />
+ dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?<br />
+ e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Questo misero modo<br />
+ tegnon l’anime triste di coloro<br />
+ che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mischiate sono a quel cattivo coro<br />
+ de li angeli che non furon ribelli<br />
+ né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Caccianli i ciel per non esser men belli,<br />
+ né lo profondo inferno li riceve,<br />
+ ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, che è tanto greve<br />
+ a lor che lamentar li fa sì forte?».<br />
+ Rispuose: «Dicerolti molto breve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi non hanno speranza di morte,<br />
+ e la lor cieca vita è tanto bassa,<br />
+ che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fama di loro il mondo esser non lassa;<br />
+ misericordia e giustizia li sdegna:<br />
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che riguardai, vidi una ’nsegna<br />
+ che girando correva tanto ratta,<br />
+ che d’ogne posa mi parea indegna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dietro le venìa sì lunga tratta<br />
+ di gente, ch’i’ non averei creduto<br />
+ che morte tanta n’avesse disfatta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,<br />
+ vidi e conobbi l’ombra di colui<br />
+ che fece per viltade il gran rifiuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Incontanente intesi e certo fui<br />
+ che questa era la setta d’i cattivi,<br />
+ a Dio spiacenti e a’ nemici sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi sciaurati, che mai non fur vivi,<br />
+ erano ignudi e stimolati molto<br />
+ da mosconi e da vespe ch’eran ivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elle rigavan lor di sangue il volto,<br />
+ che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi<br />
+ da fastidiosi vermi era ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,<br />
+ vidi genti a la riva d’un gran fiume;<br />
+ per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ sappia quali sono, e qual costume<br />
+ le fa di trapassar parer sì pronte,<br />
+ com’ i’ discerno per lo fioco lume».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Le cose ti fier conte<br />
+ quando noi fermerem li nostri passi<br />
+ su la trista riviera d’Acheronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor con li occhi vergognosi e bassi,<br />
+ temendo no ’l mio dir li fosse grave,<br />
+ infino al fiume del parlar mi trassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco verso noi venir per nave<br />
+ un vecchio, bianco per antico pelo,<br />
+ gridando: «Guai a voi, anime prave!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non isperate mai veder lo cielo:<br />
+ i’ vegno per menarvi a l’altra riva<br />
+ ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tu che se’ costì, anima viva,<br />
+ pàrtiti da cotesti che son morti».<br />
+ Ma poi che vide ch’io non mi partiva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disse: «Per altra via, per altri porti<br />
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:<br />
+ più lieve legno convien che ti porti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:<br />
+ vuolsi così colà dove si puote<br />
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci fuor quete le lanose gote<br />
+ al nocchier de la livida palude,<br />
+ che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,<br />
+ cangiar colore e dibattero i denti,<br />
+ ratto che ’nteser le parole crude.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bestemmiavano Dio e lor parenti,<br />
+ l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme<br />
+ di lor semenza e di lor nascimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si ritrasser tutte quante insieme,<br />
+ forte piangendo, a la riva malvagia<br />
+ ch’attende ciascun uom che Dio non teme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Caron dimonio, con occhi di bragia<br />
+ loro accennando, tutte le raccoglie;<br />
+ batte col remo qualunque s’adagia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come d’autunno si levan le foglie<br />
+ l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo<br />
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ similemente il mal seme d’Adamo<br />
+ gittansi di quel lito ad una ad una,<br />
+ per cenni come augel per suo richiamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sen vanno su per l’onda bruna,<br />
+ e avanti che sien di là discese,<br />
+ anche di qua nuova schiera s’auna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,<br />
+ «quelli che muoion ne l’ira di Dio<br />
+ tutti convegnon qui d’ogne paese;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e pronti sono a trapassar lo rio,<br />
+ ché la divina giustizia li sprona,<br />
+ sì che la tema si volve in disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci non passa mai anima buona;<br />
+ e però, se Caron di te si lagna,<br />
+ ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Finito questo, la buia campagna<br />
+ tremò sì forte, che de lo spavento<br />
+ la mente di sudore ancor mi bagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La terra lagrimosa diede vento,<br />
+ che balenò una luce vermiglia<br />
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e caddi come l’uom cui sonno piglia.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0104"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto IV
+</h3>
+
+<p>
+ Ruppemi l’alto sonno ne la testa<br />
+ un greve truono, sì ch’io mi riscossi<br />
+ come persona ch’è per forza desta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’occhio riposato intorno mossi,<br />
+ dritto levato, e fiso riguardai<br />
+ per conoscer lo loco dov’ io fossi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che ’n su la proda mi trovai<br />
+ de la valle d’abisso dolorosa<br />
+ che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oscura e profonda era e nebulosa<br />
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,<br />
+ io non vi discernea alcuna cosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,<br />
+ cominciò il poeta tutto smorto.<br />
+ «Io sarò primo, e tu sarai secondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che del color mi fui accorto,<br />
+ dissi: «Come verrò, se tu paventi<br />
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «L’angoscia de le genti<br />
+ che son qua giù, nel viso mi dipigne<br />
+ quella pietà che tu per tema senti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Andiam, ché la via lunga ne sospigne».<br />
+ Così si mise e così mi fé intrare<br />
+ nel primo cerchio che l’abisso cigne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi, secondo che per ascoltare,<br />
+ non avea pianto mai che di sospiri<br />
+ che l’aura etterna facevan tremare;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciò avvenia di duol sanza martìri,<br />
+ ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,<br />
+ d’infanti e di femmine e di viri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi<br />
+ che spiriti son questi che tu vedi?<br />
+ Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,<br />
+ non basta, perché non ebber battesmo,<br />
+ ch’è porta de la fede che tu credi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,<br />
+ non adorar debitamente a Dio:<br />
+ e di questi cotai son io medesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per tai difetti, non per altro rio,<br />
+ semo perduti, e sol di tanto offesi<br />
+ che sanza speme vivemo in disio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,<br />
+ però che gente di molto valore<br />
+ conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,<br />
+ comincia’ io per voler esser certo<br />
+ di quella fede che vince ogne errore:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «uscicci mai alcuno, o per suo merto<br />
+ o per altrui, che poi fosse beato?».<br />
+ E quei che ’ntese il mio parlar coverto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ rispuose: «Io era nuovo in questo stato,<br />
+ quando ci vidi venire un possente,<br />
+ con segno di vittoria coronato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trasseci l’ombra del primo parente,<br />
+ d’Abèl suo figlio e quella di Noè,<br />
+ di Moïsè legista e ubidente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Abraàm patrïarca e Davìd re,<br />
+ Israèl con lo padre e co’ suoi nati<br />
+ e con Rachele, per cui tanto fé,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e altri molti, e feceli beati.<br />
+ E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,<br />
+ spiriti umani non eran salvati».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,<br />
+ ma passavam la selva tuttavia,<br />
+ la selva, dico, di spiriti spessi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non era lunga ancor la nostra via<br />
+ di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco<br />
+ ch’emisperio di tenebre vincia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di lungi n’eravamo ancora un poco,<br />
+ ma non sì ch’io non discernessi in parte<br />
+ ch’orrevol gente possedea quel loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu ch’onori scïenzïa e arte,<br />
+ questi chi son c’hanno cotanta onranza,<br />
+ che dal modo de li altri li diparte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli a me: «L’onrata nominanza<br />
+ che di lor suona sù ne la tua vita,<br />
+ grazïa acquista in ciel che sì li avanza».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intanto voce fu per me udita:<br />
+ «Onorate l’altissimo poeta;<br />
+ l’ombra sua torna, ch’era dipartita».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che la voce fu restata e queta,<br />
+ vidi quattro grand’ ombre a noi venire:<br />
+ sembianz’ avevan né trista né lieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro cominciò a dire:<br />
+ «Mira colui con quella spada in mano,<br />
+ che vien dinanzi ai tre sì come sire:<br />
+</p>
+
+<p>
+ quelli è Omero poeta sovrano;<br />
+ l’altro è Orazio satiro che vene;<br />
+ Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però che ciascun meco si convene<br />
+ nel nome che sonò la voce sola,<br />
+ fannomi onore, e di ciò fanno bene».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così vid’ i’ adunar la bella scola<br />
+ di quel segnor de l’altissimo canto<br />
+ che sovra li altri com’ aquila vola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,<br />
+ volsersi a me con salutevol cenno,<br />
+ e ’l mio maestro sorrise di tanto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e più d’onore ancora assai mi fenno,<br />
+ ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,<br />
+ sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così andammo infino a la lumera,<br />
+ parlando cose che ’l tacere è bello,<br />
+ sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo al piè d’un nobile castello,<br />
+ sette volte cerchiato d’alte mura,<br />
+ difeso intorno d’un bel fiumicello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo passammo come terra dura;<br />
+ per sette porte intrai con questi savi:<br />
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Genti v’eran con occhi tardi e gravi,<br />
+ di grande autorità ne’ lor sembianti:<br />
+ parlavan rado, con voci soavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Traemmoci così da l’un de’ canti,<br />
+ in loco aperto, luminoso e alto,<br />
+ sì che veder si potien tutti quanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colà diritto, sovra ’l verde smalto,<br />
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,<br />
+ che del vedere in me stesso m’essalto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ vidi Eletra con molti compagni,<br />
+ tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,<br />
+ Cesare armato con li occhi grifagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi Cammilla e la Pantasilea;<br />
+ da l’altra parte vidi ’l re Latino<br />
+ che con Lavina sua figlia sedea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,<br />
+ Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;<br />
+ e solo, in parte, vidi ’l Saladino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,<br />
+ vidi ’l maestro di color che sanno<br />
+ seder tra filosofica famiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti lo miran, tutti onor li fanno:<br />
+ quivi vid’ ïo Socrate e Platone,<br />
+ che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Democrito che ’l mondo a caso pone,<br />
+ Dïogenès, Anassagora e Tale,<br />
+ Empedoclès, Eraclito e Zenone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi il buono accoglitor del quale,<br />
+ Dïascoride dico; e vidi Orfeo,<br />
+ Tulïo e Lino e Seneca morale;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Euclide geomètra e Tolomeo,<br />
+ Ipocràte, Avicenna e Galïeno,<br />
+ Averoìs, che ’l gran comento feo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non posso ritrar di tutti a pieno,<br />
+ però che sì mi caccia il lungo tema,<br />
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La sesta compagnia in due si scema:<br />
+ per altra via mi mena il savio duca,<br />
+ fuor de la queta, ne l’aura che trema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vegno in parte ove non è che luca.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0105"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto V
+</h3>
+
+<p>
+ Così discesi del cerchio primaio<br />
+ giù nel secondo, che men loco cinghia<br />
+ e tanto più dolor, che punge a guaio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:<br />
+ essamina le colpe ne l’intrata;<br />
+ giudica e manda secondo ch’avvinghia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dico che quando l’anima mal nata<br />
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;<br />
+ e quel conoscitor de le peccata<br />
+</p>
+
+<p>
+ vede qual loco d’inferno è da essa;<br />
+ cignesi con la coda tante volte<br />
+ quantunque gradi vuol che giù sia messa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:<br />
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio,<br />
+ dicono e odono e poi son giù volte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che vieni al doloroso ospizio»,<br />
+ disse Minòs a me quando mi vide,<br />
+ lasciando l’atto di cotanto offizio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «guarda com’ entri e di cui tu ti fide;<br />
+ non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».<br />
+ E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non impedir lo suo fatale andare:<br />
+ vuolsi così colà dove si puote<br />
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or incomincian le dolenti note<br />
+ a farmisi sentire; or son venuto<br />
+ là dove molto pianto mi percuote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io venni in loco d’ogne luce muto,<br />
+ che mugghia come fa mar per tempesta,<br />
+ se da contrari venti è combattuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bufera infernal, che mai non resta,<br />
+ mena li spirti con la sua rapina;<br />
+ voltando e percotendo li molesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando giungon davanti a la ruina,<br />
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;<br />
+ bestemmian quivi la virtù divina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intesi ch’a così fatto tormento<br />
+ enno dannati i peccator carnali,<br />
+ che la ragion sommettono al talento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come li stornei ne portan l’ali<br />
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,<br />
+ così quel fiato li spiriti mali<br />
+</p>
+
+<p>
+ di qua, di là, di giù, di sù li mena;<br />
+ nulla speranza li conforta mai,<br />
+ non che di posa, ma di minor pena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come i gru van cantando lor lai,<br />
+ faccendo in aere di sé lunga riga,<br />
+ così vid’ io venir, traendo guai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ombre portate da la detta briga;<br />
+ per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle<br />
+ genti che l’aura nera sì gastiga?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La prima di color di cui novelle<br />
+ tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,<br />
+ «fu imperadrice di molte favelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A vizio di lussuria fu sì rotta,<br />
+ che libito fé licito in sua legge,<br />
+ per tòrre il biasmo in che era condotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ell’ è Semiramìs, di cui si legge<br />
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:<br />
+ tenne la terra che ’l Soldan corregge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra è colei che s’ancise amorosa,<br />
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;<br />
+ poi è Cleopatràs lussurïosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elena vedi, per cui tanto reo<br />
+ tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,<br />
+ che con amore al fine combatteo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille<br />
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,<br />
+ ch’amor di nostra vita dipartille.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito<br />
+ nomar le donne antiche e ’ cavalieri,<br />
+ pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ cominciai: «Poeta, volontieri<br />
+ parlerei a quei due che ’nsieme vanno,<br />
+ e paion sì al vento esser leggeri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Vedrai quando saranno<br />
+ più presso a noi; e tu allor li priega<br />
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì tosto come il vento a noi li piega,<br />
+ mossi la voce: «O anime affannate,<br />
+ venite a noi parlar, s’altri nol niega!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali colombe dal disio chiamate<br />
+ con l’ali alzate e ferme al dolce nido<br />
+ vegnon per l’aere, dal voler portate;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,<br />
+ a noi venendo per l’aere maligno,<br />
+ sì forte fu l’affettüoso grido.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O animal grazïoso e benigno<br />
+ che visitando vai per l’aere perso<br />
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se fosse amico il re de l’universo,<br />
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,<br />
+ poi c’hai pietà del nostro mal perverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quel che udire e che parlar vi piace,<br />
+ noi udiremo e parleremo a voi,<br />
+ mentre che ’l vento, come fa, ci tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Siede la terra dove nata fui<br />
+ su la marina dove ’l Po discende<br />
+ per aver pace co’ seguaci sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,<br />
+ prese costui de la bella persona<br />
+ che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Amor, ch’a nullo amato amar perdona,<br />
+ mi prese del costui piacer sì forte,<br />
+ che, come vedi, ancor non m’abbandona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Amor condusse noi ad una morte.<br />
+ Caina attende chi a vita ci spense».<br />
+ Queste parole da lor ci fuor porte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io intesi quell’ anime offense,<br />
+ china’ il viso, e tanto il tenni basso,<br />
+ fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,<br />
+ quanti dolci pensier, quanto disio<br />
+ menò costoro al doloroso passo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,<br />
+ e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri<br />
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,<br />
+ a che e come concedette amore<br />
+ che conosceste i dubbiosi disiri?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella a me: «Nessun maggior dolore<br />
+ che ricordarsi del tempo felice<br />
+ ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma s’a conoscer la prima radice<br />
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,<br />
+ dirò come colui che piange e dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi leggiavamo un giorno per diletto<br />
+ di Lancialotto come amor lo strinse;<br />
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per più fïate li occhi ci sospinse<br />
+ quella lettura, e scolorocci il viso;<br />
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando leggemmo il disïato riso<br />
+ esser basciato da cotanto amante,<br />
+ questi, che mai da me non fia diviso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la bocca mi basciò tutto tremante.<br />
+ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:<br />
+ quel giorno più non vi leggemmo avante».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che l’uno spirto questo disse,<br />
+ l’altro piangëa; sì che di pietade<br />
+ io venni men così com’ io morisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E caddi come corpo morto cade.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0106"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto VI
+</h3>
+
+<p>
+ Al tornar de la mente, che si chiuse<br />
+ dinanzi a la pietà d’i due cognati,<br />
+ che di trestizia tutto mi confuse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ novi tormenti e novi tormentati<br />
+ mi veggio intorno, come ch’io mi mova<br />
+ e ch’io mi volga, e come che io guati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sono al terzo cerchio, de la piova<br />
+ etterna, maladetta, fredda e greve;<br />
+ regola e qualità mai non l’è nova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Grandine grossa, acqua tinta e neve<br />
+ per l’aere tenebroso si riversa;<br />
+ pute la terra che questo riceve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cerbero, fiera crudele e diversa,<br />
+ con tre gole caninamente latra<br />
+ sovra la gente che quivi è sommersa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,<br />
+ e ’l ventre largo, e unghiate le mani;<br />
+ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Urlar li fa la pioggia come cani;<br />
+ de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;<br />
+ volgonsi spesso i miseri profani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,<br />
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;<br />
+ non avea membro che tenesse fermo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca mio distese le sue spanne,<br />
+ prese la terra, e con piene le pugna<br />
+ la gittò dentro a le bramose canne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,<br />
+ e si racqueta poi che ’l pasto morde,<br />
+ ché solo a divorarlo intende e pugna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotai si fecer quelle facce lorde<br />
+ de lo demonio Cerbero, che ’ntrona<br />
+ l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi passavam su per l’ombre che adona<br />
+ la greve pioggia, e ponavam le piante<br />
+ sovra lor vanità che par persona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elle giacean per terra tutte quante,<br />
+ fuor d’una ch’a seder si levò, ratto<br />
+ ch’ella ci vide passarsi davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,<br />
+ mi disse, «riconoscimi, se sai:<br />
+ tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «L’angoscia che tu hai<br />
+ forse ti tira fuor de la mia mente,<br />
+ sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente<br />
+ loco se’ messo, e hai sì fatta pena,<br />
+ che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena<br />
+ d’invidia sì che già trabocca il sacco,<br />
+ seco mi tenne in la vita serena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:<br />
+ per la dannosa colpa de la gola,<br />
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io anima trista non son sola,<br />
+ ché tutte queste a simil pena stanno<br />
+ per simil colpa». E più non fé parola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno<br />
+ mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;<br />
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno<br />
+</p>
+
+<p>
+ li cittadin de la città partita;<br />
+ s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione<br />
+ per che l’ha tanta discordia assalita».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli a me: «Dopo lunga tencione<br />
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia<br />
+ caccerà l’altra con molta offensione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi appresso convien che questa caggia<br />
+ infra tre soli, e che l’altra sormonti<br />
+ con la forza di tal che testé piaggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alte terrà lungo tempo le fronti,<br />
+ tenendo l’altra sotto gravi pesi,<br />
+ come che di ciò pianga o che n’aonti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giusti son due, e non vi sono intesi;<br />
+ superbia, invidia e avarizia sono<br />
+ le tre faville c’hanno i cuori accesi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui puose fine al lagrimabil suono.<br />
+ E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni<br />
+ e che di più parlar mi facci dono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,<br />
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca<br />
+ e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;<br />
+ ché gran disio mi stringe di savere<br />
+ se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;<br />
+ diverse colpe giù li grava al fondo:<br />
+ se tanto scendi, là i potrai vedere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando tu sarai nel dolce mondo,<br />
+ priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:<br />
+ più non ti dico e più non ti rispondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li diritti occhi torse allora in biechi;<br />
+ guardommi un poco e poi chinò la testa:<br />
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca disse a me: «Più non si desta<br />
+ di qua dal suon de l’angelica tromba,<br />
+ quando verrà la nimica podesta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciascun rivederà la trista tomba,<br />
+ ripiglierà sua carne e sua figura,<br />
+ udirà quel ch’in etterno rimbomba».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì trapassammo per sozza mistura<br />
+ de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,<br />
+ toccando un poco la vita futura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti<br />
+ crescerann’ ei dopo la gran sentenza,<br />
+ o fier minori, o saran sì cocenti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,<br />
+ che vuol, quanto la cosa è più perfetta,<br />
+ più senta il bene, e così la doglienza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutto che questa gente maladetta<br />
+ in vera perfezion già mai non vada,<br />
+ di là più che di qua essere aspetta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi aggirammo a tondo quella strada,<br />
+ parlando più assai ch’i’ non ridico;<br />
+ venimmo al punto dove si digrada:<br />
+</p>
+
+<p>
+ quivi trovammo Pluto, il gran nemico.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0107"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto VII
+</h3>
+
+<p>
+ «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,<br />
+ cominciò Pluto con la voce chioccia;<br />
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disse per confortarmi: «Non ti noccia<br />
+ la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,<br />
+ non ci torrà lo scender questa roccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,<br />
+ e disse: «Taci, maladetto lupo!<br />
+ consuma dentro te con la tua rabbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è sanza cagion l’andare al cupo:<br />
+ vuolsi ne l’alto, là dove Michele<br />
+ fé la vendetta del superbo strupo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali dal vento le gonfiate vele<br />
+ caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,<br />
+ tal cadde a terra la fiera crudele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così scendemmo ne la quarta lacca,<br />
+ pigliando più de la dolente ripa<br />
+ che ’l mal de l’universo tutto insacca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa<br />
+ nove travaglie e pene quant’ io viddi?<br />
+ e perché nostra colpa sì ne scipa?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come fa l’onda là sovra Cariddi,<br />
+ che si frange con quella in cui s’intoppa,<br />
+ così convien che qui la gente riddi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,<br />
+ e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,<br />
+ voltando pesi per forza di poppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì<br />
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,<br />
+ gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così tornavan per lo cerchio tetro<br />
+ da ogne mano a l’opposito punto,<br />
+ gridandosi anche loro ontoso metro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,<br />
+ per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.<br />
+ E io, ch’avea lo cor quasi compunto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dissi: «Maestro mio, or mi dimostra<br />
+ che gente è questa, e se tutti fuor cherci<br />
+ questi chercuti a la sinistra nostra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci<br />
+ sì de la mente in la vita primaia,<br />
+ che con misura nullo spendio ferci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Assai la voce lor chiaro l’abbaia,<br />
+ quando vegnono a’ due punti del cerchio<br />
+ dove colpa contraria li dispaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi fuor cherci, che non han coperchio<br />
+ piloso al capo, e papi e cardinali,<br />
+ in cui usa avarizia il suo soperchio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, tra questi cotali<br />
+ dovre’ io ben riconoscere alcuni<br />
+ che furo immondi di cotesti mali».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:<br />
+ la sconoscente vita che i fé sozzi,<br />
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In etterno verranno a li due cozzi:<br />
+ questi resurgeranno del sepulcro<br />
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mal dare e mal tener lo mondo pulcro<br />
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:<br />
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or puoi, figliuol, veder la corta buffa<br />
+ d’i ben che son commessi a la fortuna,<br />
+ per che l’umana gente si rabbuffa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché tutto l’oro ch’è sotto la luna<br />
+ e che già fu, di quest’ anime stanche<br />
+ non poterebbe farne posare una».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:<br />
+ questa fortuna di che tu mi tocche,<br />
+ che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli a me: «Oh creature sciocche,<br />
+ quanta ignoranza è quella che v’offende!<br />
+ Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui lo cui saver tutto trascende,<br />
+ fece li cieli e diè lor chi conduce<br />
+ sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,<br />
+</p>
+
+<p>
+ distribuendo igualmente la luce.<br />
+ Similemente a li splendor mondani<br />
+ ordinò general ministra e duce<br />
+</p>
+
+<p>
+ che permutasse a tempo li ben vani<br />
+ di gente in gente e d’uno in altro sangue,<br />
+ oltre la difension d’i senni umani;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’una gente impera e l’altra langue,<br />
+ seguendo lo giudicio di costei,<br />
+ che è occulto come in erba l’angue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vostro saver non ha contasto a lei:<br />
+ questa provede, giudica, e persegue<br />
+ suo regno come il loro li altri dèi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le sue permutazion non hanno triegue:<br />
+ necessità la fa esser veloce;<br />
+ sì spesso vien chi vicenda consegue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce<br />
+ pur da color che le dovrien dar lode,<br />
+ dandole biasmo a torto e mala voce;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma ella s’è beata e ciò non ode:<br />
+ con l’altre prime creature lieta<br />
+ volve sua spera e beata si gode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or discendiamo omai a maggior pieta;<br />
+ già ogne stella cade che saliva<br />
+ quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva<br />
+ sovr’ una fonte che bolle e riversa<br />
+ per un fossato che da lei deriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua era buia assai più che persa;<br />
+ e noi, in compagnia de l’onde bige,<br />
+ intrammo giù per una via diversa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In la palude va c’ha nome Stige<br />
+ questo tristo ruscel, quand’ è disceso<br />
+ al piè de le maligne piagge grige.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che di mirare stava inteso,<br />
+ vidi genti fangose in quel pantano,<br />
+ ignude tutte, con sembiante offeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste si percotean non pur con mano,<br />
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,<br />
+ troncandosi co’ denti a brano a brano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi<br />
+ l’anime di color cui vinse l’ira;<br />
+ e anche vo’ che tu per certo credi<br />
+</p>
+
+<p>
+ che sotto l’acqua è gente che sospira,<br />
+ e fanno pullular quest’ acqua al summo,<br />
+ come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo<br />
+ ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,<br />
+ portando dentro accidïoso fummo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ or ci attristiam ne la belletta negra”.<br />
+ Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,<br />
+ ché dir nol posson con parola integra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così girammo de la lorda pozza<br />
+ grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,<br />
+ con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0108"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto VIII
+</h3>
+
+<p>
+ Io dico, seguitando, ch’assai prima<br />
+ che noi fossimo al piè de l’alta torre,<br />
+ li occhi nostri n’andar suso a la cima<br />
+</p>
+
+<p>
+ per due fiammette che i vedemmo porre,<br />
+ e un’altra da lungi render cenno,<br />
+ tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;<br />
+ dissi: «Questo che dice? e che risponde<br />
+ quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Su per le sucide onde<br />
+ già scorgere puoi quello che s’aspetta,<br />
+ se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Corda non pinse mai da sé saetta<br />
+ che sì corresse via per l’aere snella,<br />
+ com’ io vidi una nave piccioletta<br />
+</p>
+
+<p>
+ venir per l’acqua verso noi in quella,<br />
+ sotto ’l governo d’un sol galeoto,<br />
+ che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,<br />
+ disse lo mio segnore, «a questa volta:<br />
+ più non ci avrai che sol passando il loto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che grande inganno ascolta<br />
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,<br />
+ fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio discese ne la barca,<br />
+ e poi mi fece intrare appresso lui;<br />
+ e sol quand’ io fui dentro parve carca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che ’l duca e io nel legno fui,<br />
+ segando se ne va l’antica prora<br />
+ de l’acqua più che non suol con altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre noi corravam la morta gora,<br />
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,<br />
+ e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;<br />
+ ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».<br />
+ Rispuose: «Vedi che son un che piango».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Con piangere e con lutto,<br />
+ spirito maladetto, ti rimani;<br />
+ ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor distese al legno ambo le mani;<br />
+ per che ’l maestro accorto lo sospinse,<br />
+ dicendo: «Via costà con li altri cani!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo collo poi con le braccia mi cinse;<br />
+ basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,<br />
+ benedetta colei che ’n te s’incinse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei fu al mondo persona orgogliosa;<br />
+ bontà non è che sua memoria fregi:<br />
+ così s’è l’ombra sua qui furïosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanti si tegnon or là sù gran regi<br />
+ che qui staranno come porci in brago,<br />
+ di sé lasciando orribili dispregi!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, molto sarei vago<br />
+ di vederlo attuffare in questa broda<br />
+ prima che noi uscissimo del lago».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Avante che la proda<br />
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:<br />
+ di tal disïo convien che tu goda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dopo ciò poco vid’ io quello strazio<br />
+ far di costui a le fangose genti,<br />
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;<br />
+ e ’l fiorentino spirito bizzarro<br />
+ in sé medesmo si volvea co’ denti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi il lasciammo, che più non ne narro;<br />
+ ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,<br />
+ per ch’io avante l’occhio intento sbarro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,<br />
+ s’appressa la città c’ha nome Dite,<br />
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, già le sue meschite<br />
+ là entro certe ne la valle cerno,<br />
+ vermiglie come se di foco uscite<br />
+</p>
+
+<p>
+ fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno<br />
+ ch’entro l’affoca le dimostra rosse,<br />
+ come tu vedi in questo basso inferno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse<br />
+ che vallan quella terra sconsolata:<br />
+ le mura mi parean che ferro fosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non sanza prima far grande aggirata,<br />
+ venimmo in parte dove il nocchier forte<br />
+ «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi più di mille in su le porte<br />
+ da ciel piovuti, che stizzosamente<br />
+ dicean: «Chi è costui che sanza morte<br />
+</p>
+
+<p>
+ va per lo regno de la morta gente?».<br />
+ E ’l savio mio maestro fece segno<br />
+ di voler lor parlar segretamente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor chiusero un poco il gran disdegno<br />
+ e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada<br />
+ che sì ardito intrò per questo regno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sol si ritorni per la folle strada:<br />
+ pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,<br />
+ che li ha’ iscorta sì buia contrada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa, lettor, se io mi sconfortai<br />
+ nel suon de le parole maladette,<br />
+ ché non credetti ritornarci mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O caro duca mio, che più di sette<br />
+ volte m’hai sicurtà renduta e tratto<br />
+ d’alto periglio che ’ncontra mi stette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;<br />
+ e se ’l passar più oltre ci è negato,<br />
+ ritroviam l’orme nostre insieme ratto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel segnor che lì m’avea menato,<br />
+ mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo<br />
+ non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso<br />
+ conforta e ciba di speranza buona,<br />
+ ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sen va, e quivi m’abbandona<br />
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,<br />
+ che sì e no nel capo mi tenciona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Udir non potti quello ch’a lor porse;<br />
+ ma ei non stette là con essi guari,<br />
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiuser le porte que’ nostri avversari<br />
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase<br />
+ e rivolsesi a me con passi rari.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi a la terra e le ciglia avea rase<br />
+ d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:<br />
+ «Chi m’ha negate le dolenti case!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,<br />
+ non sbigottir, ch’io vincerò la prova,<br />
+ qual ch’a la difension dentro s’aggiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa lor tracotanza non è nova;<br />
+ ché già l’usaro a men segreta porta,<br />
+ la qual sanza serrame ancor si trova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovr’ essa vedestù la scritta morta:<br />
+ e già di qua da lei discende l’erta,<br />
+ passando per li cerchi sanza scorta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal che per lui ne fia la terra aperta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0109"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto IX
+</h3>
+
+<p>
+ Quel color che viltà di fuor mi pinse<br />
+ veggendo il duca mio tornare in volta,<br />
+ più tosto dentro il suo novo ristrinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;<br />
+ ché l’occhio nol potea menare a lunga<br />
+ per l’aere nero e per la nebbia folta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Pur a noi converrà vincer la punga»,<br />
+ cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.<br />
+ Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse<br />
+ lo cominciar con l’altro che poi venne,<br />
+ che fur parole a le prime diverse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma nondimen paura il suo dir dienne,<br />
+ perch’ io traeva la parola tronca<br />
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «In questo fondo de la trista conca<br />
+ discende mai alcun del primo grado,<br />
+ che sol per pena ha la speranza cionca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa question fec’ io; e quei «Di rado<br />
+ incontra», mi rispuose, «che di noi<br />
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ver è ch’altra fïata qua giù fui,<br />
+ congiurato da quella Eritón cruda<br />
+ che richiamava l’ombre a’ corpi sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di poco era di me la carne nuda,<br />
+ ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,<br />
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,<br />
+ e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:<br />
+ ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa palude che ’l gran puzzo spira<br />
+ cigne dintorno la città dolente,<br />
+ u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E altro disse, ma non l’ho a mente;<br />
+ però che l’occhio m’avea tutto tratto<br />
+ ver’ l’alta torre a la cima rovente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dove in un punto furon dritte ratto<br />
+ tre furïe infernal di sangue tinte,<br />
+ che membra feminine avieno e atto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con idre verdissime eran cinte;<br />
+ serpentelli e ceraste avien per crine,<br />
+ onde le fiere tempie erano avvinte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei, che ben conobbe le meschine<br />
+ de la regina de l’etterno pianto,<br />
+ «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è Megera dal sinistro canto;<br />
+ quella che piange dal destro è Aletto;<br />
+ Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;<br />
+ battiensi a palme e gridavan sì alto,<br />
+ ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,<br />
+ dicevan tutte riguardando in giuso;<br />
+ «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;<br />
+ ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,<br />
+ nulla sarebbe di tornar mai suso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così disse ’l maestro; ed elli stessi<br />
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,<br />
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O voi ch’avete li ’ntelletti sani,<br />
+ mirate la dottrina che s’asconde<br />
+ sotto ’l velame de li versi strani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già venìa su per le torbide onde<br />
+ un fracasso d’un suon, pien di spavento,<br />
+ per cui tremavano amendue le sponde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non altrimenti fatto che d’un vento<br />
+ impetüoso per li avversi ardori,<br />
+ che fier la selva e sanz’ alcun rattento<br />
+</p>
+
+<p>
+ li rami schianta, abbatte e porta fori;<br />
+ dinanzi polveroso va superbo,<br />
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo<br />
+ del viso su per quella schiuma antica<br />
+ per indi ove quel fummo è più acerbo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le rane innanzi a la nimica<br />
+ biscia per l’acqua si dileguan tutte,<br />
+ fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ io più di mille anime distrutte<br />
+ fuggir così dinanzi ad un ch’al passo<br />
+ passava Stige con le piante asciutte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal volto rimovea quell’ aere grasso,<br />
+ menando la sinistra innanzi spesso;<br />
+ e sol di quell’ angoscia parea lasso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,<br />
+ e volsimi al maestro; e quei fé segno<br />
+ ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto mi parea pien di disdegno!<br />
+ Venne a la porta e con una verghetta<br />
+ l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O cacciati del ciel, gente dispetta»,<br />
+ cominciò elli in su l’orribil soglia,<br />
+ «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché recalcitrate a quella voglia<br />
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,<br />
+ e che più volte v’ha cresciuta doglia?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che giova ne le fata dar di cozzo?<br />
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,<br />
+ ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si rivolse per la strada lorda,<br />
+ e non fé motto a noi, ma fé sembiante<br />
+ d’omo cui altra cura stringa e morda<br />
+</p>
+
+<p>
+ che quella di colui che li è davante;<br />
+ e noi movemmo i piedi inver’ la terra,<br />
+ sicuri appresso le parole sante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;<br />
+ e io, ch’avea di riguardar disio<br />
+ la condizion che tal fortezza serra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:<br />
+ e veggio ad ogne man grande campagna,<br />
+ piena di duolo e di tormento rio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,<br />
+ sì com’ a Pola, presso del Carnaro<br />
+ ch’Italia chiude e suoi termini bagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,<br />
+ così facevan quivi d’ogne parte,<br />
+ salvo che ’l modo v’era più amaro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché tra li avelli fiamme erano sparte,<br />
+ per le quali eran sì del tutto accesi,<br />
+ che ferro più non chiede verun’ arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti li lor coperchi eran sospesi,<br />
+ e fuor n’uscivan sì duri lamenti,<br />
+ che ben parean di miseri e d’offesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, quai son quelle genti<br />
+ che, seppellite dentro da quell’ arche,<br />
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli a me: «Qui son li eresïarche<br />
+ con lor seguaci, d’ogne setta, e molto<br />
+ più che non credi son le tombe carche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Simile qui con simile è sepolto,<br />
+ e i monimenti son più e men caldi».<br />
+ E poi ch’a la man destra si fu vòlto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ passammo tra i martìri e li alti spaldi.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0110"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto X
+</h3>
+
+<p>
+ Ora sen va per un secreto calle,<br />
+ tra ’l muro de la terra e li martìri,<br />
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O virtù somma, che per li empi giri<br />
+ mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,<br />
+ parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La gente che per li sepolcri giace<br />
+ potrebbesi veder? già son levati<br />
+ tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli a me: «Tutti saran serrati<br />
+ quando di Iosafàt qui torneranno<br />
+ coi corpi che là sù hanno lasciati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Suo cimitero da questa parte hanno<br />
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,<br />
+ che l’anima col corpo morta fanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però a la dimanda che mi faci<br />
+ quinc’ entro satisfatto sarà tosto,<br />
+ e al disio ancor che tu mi taci».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Buon duca, non tegno riposto<br />
+ a te mio cuor se non per dicer poco,<br />
+ e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Tosco che per la città del foco<br />
+ vivo ten vai così parlando onesto,<br />
+ piacciati di restare in questo loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua loquela ti fa manifesto<br />
+ di quella nobil patrïa natio,<br />
+ a la qual forse fui troppo molesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Subitamente questo suono uscìo<br />
+ d’una de l’arche; però m’accostai,<br />
+ temendo, un poco più al duca mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?<br />
+ Vedi là Farinata che s’è dritto:<br />
+ da la cintola in sù tutto ’l vedrai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io avea già il mio viso nel suo fitto;<br />
+ ed el s’ergea col petto e con la fronte<br />
+ com’ avesse l’inferno a gran dispitto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’animose man del duca e pronte<br />
+ mi pinser tra le sepulture a lui,<br />
+ dicendo: «Le parole tue sien conte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io al piè de la sua tomba fui,<br />
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,<br />
+ mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io ch’era d’ubidir disideroso,<br />
+ non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;<br />
+ ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi disse: «Fieramente furo avversi<br />
+ a me e a miei primi e a mia parte,<br />
+ sì che per due fïate li dispersi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,<br />
+ rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;<br />
+ ma i vostri non appreser ben quell’ arte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor surse a la vista scoperchiata<br />
+ un’ombra, lungo questa, infino al mento:<br />
+ credo che s’era in ginocchie levata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dintorno mi guardò, come talento<br />
+ avesse di veder s’altri era meco;<br />
+ e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,<br />
+</p>
+
+<p>
+ piangendo disse: «Se per questo cieco<br />
+ carcere vai per altezza d’ingegno,<br />
+ mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Da me stesso non vegno:<br />
+ colui ch’attende là, per qui mi mena<br />
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le sue parole e ’l modo de la pena<br />
+ m’avean di costui già letto il nome;<br />
+ però fu la risposta così piena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sùbito drizzato gridò: «Come?<br />
+ dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?<br />
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando s’accorse d’alcuna dimora<br />
+ ch’io facëa dinanzi a la risposta,<br />
+ supin ricadde e più non parve fora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta<br />
+ restato m’era, non mutò aspetto,<br />
+ né mosse collo, né piegò sua costa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sé continüando al primo detto,<br />
+ «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,<br />
+ ciò mi tormenta più che questo letto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma non cinquanta volte fia raccesa<br />
+ la faccia de la donna che qui regge,<br />
+ che tu saprai quanto quell’ arte pesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tu mai nel dolce mondo regge,<br />
+ dimmi: perché quel popolo è sì empio<br />
+ incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio<br />
+ che fece l’Arbia colorata in rosso,<br />
+ tal orazion fa far nel nostro tempio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,<br />
+ «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo<br />
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma fu’ io solo, là dove sofferto<br />
+ fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,<br />
+ colui che la difesi a viso aperto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, se riposi mai vostra semenza»,<br />
+ prega’ io lui, «solvetemi quel nodo<br />
+ che qui ha ’nviluppata mia sentenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El par che voi veggiate, se ben odo,<br />
+ dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,<br />
+ e nel presente tenete altro modo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,<br />
+ le cose», disse, «che ne son lontano;<br />
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando s’appressano o son, tutto è vano<br />
+ nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,<br />
+ nulla sapem di vostro stato umano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però comprender puoi che tutta morta<br />
+ fia nostra conoscenza da quel punto<br />
+ che del futuro fia chiusa la porta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor, come di mia colpa compunto,<br />
+ dissi: «Or direte dunque a quel caduto<br />
+ che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,<br />
+ fate i saper che ’l fei perché pensava<br />
+ già ne l’error che m’avete soluto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già ’l maestro mio mi richiamava;<br />
+ per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio<br />
+ che mi dicesse chi con lu’ istava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:<br />
+ qua dentro è ’l secondo Federico<br />
+ e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi s’ascose; e io inver’ l’antico<br />
+ poeta volsi i passi, ripensando<br />
+ a quel parlar che mi parea nemico.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli si mosse; e poi, così andando,<br />
+ mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».<br />
+ E io li sodisfeci al suo dimando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La mente tua conservi quel ch’udito<br />
+ hai contra te», mi comandò quel saggio;<br />
+ «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «quando sarai dinanzi al dolce raggio<br />
+ di quella il cui bell’ occhio tutto vede,<br />
+ da lei saprai di tua vita il vïaggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso mosse a man sinistra il piede:<br />
+ lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo<br />
+ per un sentier ch’a una valle fiede,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0111"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XI
+</h3>
+
+<p>
+ In su l’estremità d’un’alta ripa<br />
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio,<br />
+ venimmo sopra più crudele stipa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quivi, per l’orribile soperchio<br />
+ del puzzo che ’l profondo abisso gitta,<br />
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta<br />
+ che dicea: ‘Anastasio papa guardo,<br />
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lo nostro scender conviene esser tardo,<br />
+ sì che s’ausi un poco in prima il senso<br />
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,<br />
+ dissi lui, «trova che ’l tempo non passi<br />
+ perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,<br />
+ cominciò poi a dir, «son tre cerchietti<br />
+ di grado in grado, come que’ che lassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti son pien di spirti maladetti;<br />
+ ma perché poi ti basti pur la vista,<br />
+ intendi come e perché son costretti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,<br />
+ ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale<br />
+ o con forza o con frode altrui contrista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché frode è de l’uom proprio male,<br />
+ più spiace a Dio; e però stan di sotto<br />
+ li frodolenti, e più dolor li assale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di vïolenti il primo cerchio è tutto;<br />
+ ma perché si fa forza a tre persone,<br />
+ in tre gironi è distinto e costrutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A Dio, a sé, al prossimo si pòne<br />
+ far forza, dico in loro e in lor cose,<br />
+ come udirai con aperta ragione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Morte per forza e ferute dogliose<br />
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere<br />
+ ruine, incendi e tollette dannose;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde omicide e ciascun che mal fiere,<br />
+ guastatori e predon, tutti tormenta<br />
+ lo giron primo per diverse schiere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Puote omo avere in sé man vïolenta<br />
+ e ne’ suoi beni; e però nel secondo<br />
+ giron convien che sanza pro si penta<br />
+</p>
+
+<p>
+ qualunque priva sé del vostro mondo,<br />
+ biscazza e fonde la sua facultade,<br />
+ e piange là dov’ esser de’ giocondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Puossi far forza ne la deïtade,<br />
+ col cor negando e bestemmiando quella,<br />
+ e spregiando natura e sua bontade;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e però lo minor giron suggella<br />
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa<br />
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,<br />
+ può l’omo usare in colui che ’n lui fida<br />
+ e in quel che fidanza non imborsa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo modo di retro par ch’incida<br />
+ pur lo vinco d’amor che fa natura;<br />
+ onde nel cerchio secondo s’annida<br />
+</p>
+
+<p>
+ ipocresia, lusinghe e chi affattura,<br />
+ falsità, ladroneccio e simonia,<br />
+ ruffian, baratti e simile lordura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per l’altro modo quell’ amor s’oblia<br />
+ che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,<br />
+ di che la fede spezïal si cria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto<br />
+ de l’universo in su che Dite siede,<br />
+ qualunque trade in etterno è consunto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, assai chiara procede<br />
+ la tua ragione, e assai ben distingue<br />
+ questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi: quei de la palude pingue,<br />
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,<br />
+ e che s’incontran con sì aspre lingue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché non dentro da la città roggia<br />
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?<br />
+ e se non li ha, perché sono a tal foggia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me «Perché tanto delira»,<br />
+ disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?<br />
+ o ver la mente dove altrove mira?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti rimembra di quelle parole<br />
+ con le quai la tua Etica pertratta<br />
+ le tre disposizion che ’l ciel non vole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ incontenenza, malizia e la matta<br />
+ bestialitade? e come incontenenza<br />
+ men Dio offende e men biasimo accatta?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tu riguardi ben questa sentenza,<br />
+ e rechiti a la mente chi son quelli<br />
+ che sù di fuor sostegnon penitenza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu vedrai ben perché da questi felli<br />
+ sien dipartiti, e perché men crucciata<br />
+ la divina vendetta li martelli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O sol che sani ogne vista turbata,<br />
+ tu mi contenti sì quando tu solvi,<br />
+ che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,<br />
+ diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende<br />
+ la divina bontade, e ’l groppo solvi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,<br />
+ nota, non pure in una sola parte,<br />
+ come natura lo suo corso prende<br />
+</p>
+
+<p>
+ dal divino ’ntelletto e da sua arte;<br />
+ e se tu ben la tua Fisica note,<br />
+ tu troverai, non dopo molte carte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’arte vostra quella, quanto pote,<br />
+ segue, come ’l maestro fa ’l discente;<br />
+ sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da queste due, se tu ti rechi a mente<br />
+ lo Genesì dal principio, convene<br />
+ prender sua vita e avanzar la gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e perché l’usuriere altra via tene,<br />
+ per sé natura e per la sua seguace<br />
+ dispregia, poi ch’in altro pon la spene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;<br />
+ ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,<br />
+ e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l balzo via là oltra si dismonta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0112"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XII
+</h3>
+
+<p>
+ Era lo loco ov’ a scender la riva<br />
+ venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,<br />
+ tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è quella ruina che nel fianco<br />
+ di qua da Trento l’Adice percosse,<br />
+ o per tremoto o per sostegno manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che da cima del monte, onde si mosse,<br />
+ al piano è sì la roccia discoscesa,<br />
+ ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal di quel burrato era la scesa;<br />
+ e ’n su la punta de la rotta lacca<br />
+ l’infamïa di Creti era distesa<br />
+</p>
+
+<p>
+ che fu concetta ne la falsa vacca;<br />
+ e quando vide noi, sé stesso morse,<br />
+ sì come quei cui l’ira dentro fiacca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse<br />
+ tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,<br />
+ che sù nel mondo la morte ti porse?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pàrtiti, bestia, ché questi non vene<br />
+ ammaestrato da la tua sorella,<br />
+ ma vassi per veder le vostre pene».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è quel toro che si slaccia in quella<br />
+ c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,<br />
+ che gir non sa, ma qua e là saltella,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ io lo Minotauro far cotale;<br />
+ e quello accorto gridò: «Corri al varco;<br />
+ mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così prendemmo via giù per lo scarco<br />
+ di quelle pietre, che spesso moviensi<br />
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi<br />
+ forse a questa ruina, ch’è guardata<br />
+ da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or vo’ che sappi che l’altra fïata<br />
+ ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,<br />
+ questa roccia non era ancor cascata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma certo poco pria, se ben discerno,<br />
+ che venisse colui che la gran preda<br />
+ levò a Dite del cerchio superno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da tutte parti l’alta valle feda<br />
+ tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo<br />
+ sentisse amor, per lo qual è chi creda<br />
+</p>
+
+<p>
+ più volte il mondo in caòsso converso;<br />
+ e in quel punto questa vecchia roccia,<br />
+ qui e altrove, tal fece riverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia<br />
+ la riviera del sangue in la qual bolle<br />
+ qual che per vïolenza in altrui noccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh cieca cupidigia e ira folle,<br />
+ che sì ci sproni ne la vita corta,<br />
+ e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi un’ampia fossa in arco torta,<br />
+ come quella che tutto ’l piano abbraccia,<br />
+ secondo ch’avea detto la mia scorta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia<br />
+ corrien centauri, armati di saette,<br />
+ come solien nel mondo andare a caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggendoci calar, ciascun ristette,<br />
+ e de la schiera tre si dipartiro<br />
+ con archi e asticciuole prima elette;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’un gridò da lungi: «A qual martiro<br />
+ venite voi che scendete la costa?<br />
+ Ditel costinci; se non, l’arco tiro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro disse: «La risposta<br />
+ farem noi a Chirón costà di presso:<br />
+ mal fu la voglia tua sempre sì tosta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,<br />
+ che morì per la bella Deianira,<br />
+ e fé di sé la vendetta elli stesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel di mezzo, ch’al petto si mira,<br />
+ è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;<br />
+ quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dintorno al fosso vanno a mille a mille,<br />
+ saettando qual anima si svelle<br />
+ del sangue più che sua colpa sortille».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:<br />
+ Chirón prese uno strale, e con la cocca<br />
+ fece la barba in dietro a le mascelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,<br />
+ disse a’ compagni: «Siete voi accorti<br />
+ che quel di retro move ciò ch’el tocca?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così non soglion far li piè d’i morti».<br />
+ E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,<br />
+ dove le due nature son consorti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto<br />
+ mostrar li mi convien la valle buia;<br />
+ necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal si partì da cantare alleluia<br />
+ che mi commise quest’ officio novo:<br />
+ non è ladron, né io anima fuia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma per quella virtù per cu’ io movo<br />
+ li passi miei per sì selvaggia strada,<br />
+ danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che ne mostri là dove si guada,<br />
+ e che porti costui in su la groppa,<br />
+ ché non è spirto che per l’aere vada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chirón si volse in su la destra poppa,<br />
+ e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,<br />
+ e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ci movemmo con la scorta fida<br />
+ lungo la proda del bollor vermiglio,<br />
+ dove i bolliti facieno alte strida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi gente sotto infino al ciglio;<br />
+ e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni<br />
+ che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi si piangon li spietati danni;<br />
+ quivi è Alessandro, e Dïonisio fero<br />
+ che fé Cicilia aver dolorosi anni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella fronte c’ha ’l pel così nero,<br />
+ è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,<br />
+ è Opizzo da Esti, il qual per vero<br />
+</p>
+
+<p>
+ fu spento dal figliastro sù nel mondo».<br />
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:<br />
+ «Questi ti sia or primo, e io secondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco più oltre il centauro s’affisse<br />
+ sovr’ una gente che ’nfino a la gola<br />
+ parea che di quel bulicame uscisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,<br />
+ dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio<br />
+ lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi gente che di fuor del rio<br />
+ tenean la testa e ancor tutto ’l casso;<br />
+ e di costoro assai riconobb’ io.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così a più a più si facea basso<br />
+ quel sangue, sì che cocea pur li piedi;<br />
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sì come tu da questa parte vedi<br />
+ lo bulicame che sempre si scema»,<br />
+ disse ’l centauro, «voglio che tu credi<br />
+</p>
+
+<p>
+ che da quest’ altra a più a più giù prema<br />
+ lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge<br />
+ ove la tirannia convien che gema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La divina giustizia di qua punge<br />
+ quell’ Attila che fu flagello in terra,<br />
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge<br />
+</p>
+
+<p>
+ le lagrime, che col bollor diserra,<br />
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,<br />
+ che fecero a le strade tanta guerra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0113"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XIII
+</h3>
+
+<p>
+ Non era ancor di là Nesso arrivato,<br />
+ quando noi ci mettemmo per un bosco<br />
+ che da neun sentiero era segnato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fronda verde, ma di color fosco;<br />
+ non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;<br />
+ non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non han sì aspri sterpi né sì folti<br />
+ quelle fiere selvagge che ’n odio hanno<br />
+ tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,<br />
+ che cacciar de le Strofade i Troiani<br />
+ con tristo annunzio di futuro danno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ali hanno late, e colli e visi umani,<br />
+ piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;<br />
+ fanno lamenti in su li alberi strani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon maestro «Prima che più entre,<br />
+ sappi che se’ nel secondo girone»,<br />
+ mi cominciò a dire, «e sarai mentre<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tu verrai ne l’orribil sabbione.<br />
+ Però riguarda ben; sì vederai<br />
+ cose che torrien fede al mio sermone».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentia d’ogne parte trarre guai<br />
+ e non vedea persona che ’l facesse;<br />
+ per ch’io tutto smarrito m’arrestai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse<br />
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi,<br />
+ da gente che per noi si nascondesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi<br />
+ qualche fraschetta d’una d’este piante,<br />
+ li pensier c’hai si faran tutti monchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor porsi la mano un poco avante<br />
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;<br />
+ e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da che fatto fu poi di sangue bruno,<br />
+ ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?<br />
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:<br />
+ ben dovrebb’ esser la tua man più pia,<br />
+ se state fossimo anime di serpi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come d’un stizzo verde ch’arso sia<br />
+ da l’un de’ capi, che da l’altro geme<br />
+ e cigola per vento che va via,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì de la scheggia rotta usciva insieme<br />
+ parole e sangue; ond’ io lasciai la cima<br />
+ cadere, e stetti come l’uom che teme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’elli avesse potuto creder prima»,<br />
+ rispuose ’l savio mio, «anima lesa,<br />
+ ciò c’ha veduto pur con la mia rima,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non averebbe in te la man distesa;<br />
+ ma la cosa incredibile mi fece<br />
+ indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece<br />
+ d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi<br />
+ nel mondo sù, dove tornar li lece».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,<br />
+ ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi<br />
+ perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son colui che tenni ambo le chiavi<br />
+ del cor di Federigo, e che le volsi,<br />
+ serrando e diserrando, sì soavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;<br />
+ fede portai al glorïoso offizio,<br />
+ tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La meretrice che mai da l’ospizio<br />
+ di Cesare non torse li occhi putti,<br />
+ morte comune e de le corti vizio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infiammò contra me li animi tutti;<br />
+ e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,<br />
+ che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’animo mio, per disdegnoso gusto,<br />
+ credendo col morir fuggir disdegno,<br />
+ ingiusto fece me contra me giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per le nove radici d’esto legno<br />
+ vi giuro che già mai non ruppi fede<br />
+ al mio segnor, che fu d’onor sì degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se di voi alcun nel mondo riede,<br />
+ conforti la memoria mia, che giace<br />
+ ancor del colpo che ’nvidia le diede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,<br />
+ disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;<br />
+ ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora<br />
+ di quel che credi ch’a me satisfaccia;<br />
+ ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia<br />
+ liberamente ciò che ’l tuo dir priega,<br />
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia<br />
+</p>
+
+<p>
+ di dirne come l’anima si lega<br />
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,<br />
+ s’alcuna mai di tai membra si spiega».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor soffiò il tronco forte, e poi<br />
+ si convertì quel vento in cotal voce:<br />
+ «Brievemente sarà risposto a voi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando si parte l’anima feroce<br />
+ dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,<br />
+ Minòs la manda a la settima foce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cade in la selva, e non l’è parte scelta;<br />
+ ma là dove fortuna la balestra,<br />
+ quivi germoglia come gran di spelta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Surge in vermena e in pianta silvestra:<br />
+ l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,<br />
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come l’altre verrem per nostre spoglie,<br />
+ ma non però ch’alcuna sen rivesta,<br />
+ ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui le strascineremo, e per la mesta<br />
+ selva saranno i nostri corpi appesi,<br />
+ ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravamo ancora al tronco attesi,<br />
+ credendo ch’altro ne volesse dire,<br />
+ quando noi fummo d’un romor sorpresi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ similemente a colui che venire<br />
+ sente ’l porco e la caccia a la sua posta,<br />
+ ch’ode le bestie, e le frasche stormire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco due da la sinistra costa,<br />
+ nudi e graffiati, fuggendo sì forte,<br />
+ che de la selva rompieno ogne rosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».<br />
+ E l’altro, cui pareva tardar troppo,<br />
+ gridava: «Lano, sì non furo accorte<br />
+</p>
+
+<p>
+ le gambe tue a le giostre dal Toppo!».<br />
+ E poi che forse li fallia la lena,<br />
+ di sé e d’un cespuglio fece un groppo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di rietro a loro era la selva piena<br />
+ di nere cagne, bramose e correnti<br />
+ come veltri ch’uscisser di catena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In quel che s’appiattò miser li denti,<br />
+ e quel dilaceraro a brano a brano;<br />
+ poi sen portar quelle membra dolenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Presemi allor la mia scorta per mano,<br />
+ e menommi al cespuglio che piangea<br />
+ per le rotture sanguinenti in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,<br />
+ che t’è giovato di me fare schermo?<br />
+ che colpa ho io de la tua vita rea?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,<br />
+ disse: «Chi fosti, che per tante punte<br />
+ soffi con sangue doloroso sermo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a noi: «O anime che giunte<br />
+ siete a veder lo strazio disonesto<br />
+ c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ raccoglietele al piè del tristo cesto.<br />
+ I’ fui de la città che nel Batista<br />
+ mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo<br />
+</p>
+
+<p>
+ sempre con l’arte sua la farà trista;<br />
+ e se non fosse che ’n sul passo d’Arno<br />
+ rimane ancor di lui alcuna vista,<br />
+</p>
+
+<p>
+ que’ cittadin che poi la rifondarno<br />
+ sovra ’l cener che d’Attila rimase,<br />
+ avrebber fatto lavorare indarno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fei gibetto a me de le mie case».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0114"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XIV
+</h3>
+
+<p>
+ Poi che la carità del natio loco<br />
+ mi strinse, raunai le fronde sparte<br />
+ e rende’le a colui, ch’era già fioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi venimmo al fine ove si parte<br />
+ lo secondo giron dal terzo, e dove<br />
+ si vede di giustizia orribil arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A ben manifestar le cose nove,<br />
+ dico che arrivammo ad una landa<br />
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La dolorosa selva l’è ghirlanda<br />
+ intorno, come ’l fosso tristo ad essa;<br />
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo spazzo era una rena arida e spessa,<br />
+ non d’altra foggia fatta che colei<br />
+ che fu da’ piè di Caton già soppressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O vendetta di Dio, quanto tu dei<br />
+ esser temuta da ciascun che legge<br />
+ ciò che fu manifesto a li occhi mei!<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’anime nude vidi molte gregge<br />
+ che piangean tutte assai miseramente,<br />
+ e parea posta lor diversa legge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Supin giacea in terra alcuna gente,<br />
+ alcuna si sedea tutta raccolta,<br />
+ e altra andava continüamente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quella che giva ’ntorno era più molta,<br />
+ e quella men che giacëa al tormento,<br />
+ ma più al duolo avea la lingua sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,<br />
+ piovean di foco dilatate falde,<br />
+ come di neve in alpe sanza vento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali Alessandro in quelle parti calde<br />
+ d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo<br />
+ fiamme cadere infino a terra salde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’ei provide a scalpitar lo suolo<br />
+ con le sue schiere, acciò che lo vapore<br />
+ mei si stingueva mentre ch’era solo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tale scendeva l’etternale ardore;<br />
+ onde la rena s’accendea, com’ esca<br />
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza riposo mai era la tresca<br />
+ de le misere mani, or quindi or quinci<br />
+ escotendo da sé l’arsura fresca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci<br />
+ tutte le cose, fuor che ’ demon duri<br />
+ ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi è quel grande che non par che curi<br />
+ lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,<br />
+ sì che la pioggia non par che ’l marturi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel medesmo, che si fu accorto<br />
+ ch’io domandava il mio duca di lui,<br />
+ gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui<br />
+ crucciato prese la folgore aguta<br />
+ onde l’ultimo dì percosso fui;<br />
+</p>
+
+<p>
+ o s’elli stanchi li altri a muta a muta<br />
+ in Mongibello a la focina negra,<br />
+ chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì com’ el fece a la pugna di Flegra,<br />
+ e me saetti con tutta sua forza:<br />
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora il duca mio parlò di forza<br />
+ tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:<br />
+ «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza<br />
+</p>
+
+<p>
+ la tua superbia, se’ tu più punito;<br />
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,<br />
+ sarebbe al tuo furor dolor compito».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si rivolse a me con miglior labbia,<br />
+ dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi<br />
+ ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;<br />
+ ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti<br />
+ sono al suo petto assai debiti fregi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or mi vien dietro, e guarda che non metti,<br />
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;<br />
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tacendo divenimmo là ’ve spiccia<br />
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,<br />
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale del Bulicame esce ruscello<br />
+ che parton poi tra lor le peccatrici,<br />
+ tal per la rena giù sen giva quello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo fondo suo e ambo le pendici<br />
+ fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;<br />
+ per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,<br />
+ poscia che noi intrammo per la porta<br />
+ lo cui sogliare a nessuno è negato,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cosa non fu da li tuoi occhi scorta<br />
+ notabile com’ è ’l presente rio,<br />
+ che sovra sé tutte fiammelle ammorta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole fuor del duca mio;<br />
+ per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto<br />
+ di cui largito m’avëa il disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «In mezzo mar siede un paese guasto»,<br />
+ diss’ elli allora, «che s’appella Creta,<br />
+ sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Una montagna v’è che già fu lieta<br />
+ d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;<br />
+ or è diserta come cosa vieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rëa la scelse già per cuna fida<br />
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,<br />
+ quando piangea, vi facea far le grida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,<br />
+ che tien volte le spalle inver’ Dammiata<br />
+ e Roma guarda come süo speglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La sua testa è di fin oro formata,<br />
+ e puro argento son le braccia e ’l petto,<br />
+ poi è di rame infino a la forcata;<br />
+</p>
+
+<p>
+ da indi in giuso è tutto ferro eletto,<br />
+ salvo che ’l destro piede è terra cotta;<br />
+ e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta<br />
+ d’una fessura che lagrime goccia,<br />
+ le quali, accolte, fóran quella grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lor corso in questa valle si diroccia;<br />
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;<br />
+ poi sen van giù per questa stretta doccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infin, là ove più non si dismonta,<br />
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno<br />
+ tu lo vedrai, però qui non si conta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Se ’l presente rigagno<br />
+ si diriva così dal nostro mondo,<br />
+ perché ci appar pur a questo vivagno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;<br />
+ e tutto che tu sie venuto molto,<br />
+ pur a sinistra, giù calando al fondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;<br />
+ per che, se cosa n’apparisce nova,<br />
+ non de’ addur maraviglia al tuo volto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io ancor: «Maestro, ove si trova<br />
+ Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,<br />
+ e l’altro di’ che si fa d’esta piova».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «In tutte tue question certo mi piaci»,<br />
+ rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa<br />
+ dovea ben solver l’una che tu faci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,<br />
+ là dove vanno l’anime a lavarsi<br />
+ quando la colpa pentuta è rimossa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi<br />
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:<br />
+ li margini fan via, che non son arsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sopra loro ogne vapor si spegne».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0115"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XV
+</h3>
+
+<p>
+ Ora cen porta l’un de’ duri margini;<br />
+ e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,<br />
+ sì che dal foco salva l’acqua e li argini.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,<br />
+ temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,<br />
+ fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quali Padoan lungo la Brenta,<br />
+ per difender lor ville e lor castelli,<br />
+ anzi che Carentana il caldo senta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a tale imagine eran fatti quelli,<br />
+ tutto che né sì alti né sì grossi,<br />
+ qual che si fosse, lo maestro félli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eravam da la selva rimossi<br />
+ tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,<br />
+ perch’ io in dietro rivolto mi fossi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando incontrammo d’anime una schiera<br />
+ che venian lungo l’argine, e ciascuna<br />
+ ci riguardava come suol da sera<br />
+</p>
+
+<p>
+ guardare uno altro sotto nuova luna;<br />
+ e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia<br />
+ come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così adocchiato da cotal famiglia,<br />
+ fui conosciuto da un, che mi prese<br />
+ per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, quando ’l suo braccio a me distese,<br />
+ ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,<br />
+ sì che ’l viso abbrusciato non difese<br />
+</p>
+
+<p>
+ la conoscenza süa al mio ’ntelletto;<br />
+ e chinando la mano a la sua faccia,<br />
+ rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia<br />
+ se Brunetto Latino un poco teco<br />
+ ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;<br />
+ e se volete che con voi m’asseggia,<br />
+ faròl, se piace a costui che vo seco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O figliuol», disse, «qual di questa greggia<br />
+ s’arresta punto, giace poi cent’ anni<br />
+ sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;<br />
+ e poi rigiugnerò la mia masnada,<br />
+ che va piangendo i suoi etterni danni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non osava scender de la strada<br />
+ per andar par di lui; ma ’l capo chino<br />
+ tenea com’ uom che reverente vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò: «Qual fortuna o destino<br />
+ anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?<br />
+ e chi è questi che mostra ’l cammino?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Là sù di sopra, in la vita serena»,<br />
+ rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,<br />
+ avanti che l’età mia fosse piena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur ier mattina le volsi le spalle:<br />
+ questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,<br />
+ e reducemi a ca per questo calle».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,<br />
+ non puoi fallire a glorïoso porto,<br />
+ se ben m’accorsi ne la vita bella;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’io non fossi sì per tempo morto,<br />
+ veggendo il cielo a te così benigno,<br />
+ dato t’avrei a l’opera conforto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quello ingrato popolo maligno<br />
+ che discese di Fiesole ab antico,<br />
+ e tiene ancor del monte e del macigno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ti si farà, per tuo ben far, nimico;<br />
+ ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi<br />
+ si disconvien fruttare al dolce fico.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;<br />
+ gent’ è avara, invidiosa e superba:<br />
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua fortuna tanto onor ti serba,<br />
+ che l’una parte e l’altra avranno fame<br />
+ di te; ma lungi fia dal becco l’erba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Faccian le bestie fiesolane strame<br />
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,<br />
+ s’alcuna surge ancora in lor letame,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in cui riviva la sementa santa<br />
+ di que’ Roman che vi rimaser quando<br />
+ fu fatto il nido di malizia tanta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,<br />
+ rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora<br />
+ de l’umana natura posto in bando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,<br />
+ la cara e buona imagine paterna<br />
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora<br />
+</p>
+
+<p>
+ m’insegnavate come l’uom s’etterna:<br />
+ e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo<br />
+ convien che ne la mia lingua si scerna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che narrate di mio corso scrivo,<br />
+ e serbolo a chiosar con altro testo<br />
+ a donna che saprà, s’a lei arrivo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,<br />
+ pur che mia coscïenza non mi garra,<br />
+ ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è nuova a li orecchi miei tal arra:<br />
+ però giri Fortuna la sua rota<br />
+ come le piace, e ’l villan la sua marra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro allora in su la gota<br />
+ destra si volse in dietro e riguardommi;<br />
+ poi disse: «Bene ascolta chi la nota».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né per tanto di men parlando vommi<br />
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono<br />
+ li suoi compagni più noti e più sommi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;<br />
+ de li altri fia laudabile tacerci,<br />
+ ché ’l tempo saria corto a tanto suono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In somma sappi che tutti fur cherci<br />
+ e litterati grandi e di gran fama,<br />
+ d’un peccato medesmo al mondo lerci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Priscian sen va con quella turba grama,<br />
+ e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,<br />
+ s’avessi avuto di tal tigna brama,<br />
+</p>
+
+<p>
+ colui potei che dal servo de’ servi<br />
+ fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,<br />
+ dove lasciò li mal protesi nervi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone<br />
+ più lungo esser non può, però ch’i’ veggio<br />
+ là surger nuovo fummo del sabbione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gente vien con la quale esser non deggio.<br />
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro,<br />
+ nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si rivolse, e parve di coloro<br />
+ che corrono a Verona il drappo verde<br />
+ per la campagna; e parve di costoro<br />
+</p>
+
+<p>
+ quelli che vince, non colui che perde.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0116"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XVI
+</h3>
+
+<p>
+ Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo<br />
+ de l’acqua che cadea ne l’altro giro,<br />
+ simile a quel che l’arnie fanno rombo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando tre ombre insieme si partiro,<br />
+ correndo, d’una torma che passava<br />
+ sotto la pioggia de l’aspro martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:<br />
+ «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri<br />
+ esser alcun di nostra terra prava».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,<br />
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!<br />
+ Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A le lor grida il mio dottor s’attese;<br />
+ volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,<br />
+ disse, «a costor si vuole esser cortese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse il foco che saetta<br />
+ la natura del loco, i’ dicerei<br />
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ricominciar, come noi restammo, ei<br />
+ l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,<br />
+ fenno una rota di sé tutti e trei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual sogliono i campion far nudi e unti,<br />
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,<br />
+ prima che sien tra lor battuti e punti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così rotando, ciascuno il visaggio<br />
+ drizzava a me, sì che ’n contraro il collo<br />
+ faceva ai piè continüo vïaggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E «Se miseria d’esto loco sollo<br />
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi»,<br />
+ cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la fama nostra il tuo animo pieghi<br />
+ a dirne chi tu se’, che i vivi piedi<br />
+ così sicuro per lo ’nferno freghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,<br />
+ tutto che nudo e dipelato vada,<br />
+ fu di grado maggior che tu non credi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ nepote fu de la buona Gualdrada;<br />
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita<br />
+ fece col senno assai e con la spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro, ch’appresso me la rena trita,<br />
+ è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce<br />
+ nel mondo sù dovria esser gradita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che posto son con loro in croce,<br />
+ Iacopo Rusticucci fui, e certo<br />
+ la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’i’ fossi stato dal foco coperto,<br />
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,<br />
+ e credo che ’l dottor l’avria sofferto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,<br />
+ vinse paura la mia buona voglia<br />
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia<br />
+ la vostra condizion dentro mi fisse,<br />
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tosto che questo mio segnor mi disse<br />
+ parole per le quali i’ mi pensai<br />
+ che qual voi siete, tal gente venisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di vostra terra sono, e sempre mai<br />
+ l’ovra di voi e li onorati nomi<br />
+ con affezion ritrassi e ascoltai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lascio lo fele e vo per dolci pomi<br />
+ promessi a me per lo verace duca;<br />
+ ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se lungamente l’anima conduca<br />
+ le membra tue», rispuose quelli ancora,<br />
+ «e se la fama tua dopo te luca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cortesia e valor dì se dimora<br />
+ ne la nostra città sì come suole,<br />
+ o se del tutto se n’è gita fora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole<br />
+ con noi per poco e va là coi compagni,<br />
+ assai ne cruccia con le sue parole».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La gente nuova e i sùbiti guadagni<br />
+ orgoglio e dismisura han generata,<br />
+ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così gridai con la faccia levata;<br />
+ e i tre, che ciò inteser per risposta,<br />
+ guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se l’altre volte sì poco ti costa»,<br />
+ rispuoser tutti, «il satisfare altrui,<br />
+ felice te se sì parli a tua posta!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, se campi d’esti luoghi bui<br />
+ e torni a riveder le belle stelle,<br />
+ quando ti gioverà dicere “I’ fui”,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fa che di noi a la gente favelle».<br />
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi<br />
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un amen non saria possuto dirsi<br />
+ tosto così com’ e’ fuoro spariti;<br />
+ per ch’al maestro parve di partirsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io lo seguiva, e poco eravam iti,<br />
+ che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,<br />
+ che per parlar saremmo a pena uditi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quel fiume c’ha proprio cammino<br />
+ prima dal Monte Viso ’nver’ levante,<br />
+ da la sinistra costa d’Apennino,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che si chiama Acquacheta suso, avante<br />
+ che si divalli giù nel basso letto,<br />
+ e a Forlì di quel nome è vacante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ rimbomba là sovra San Benedetto<br />
+ de l’Alpe per cadere ad una scesa<br />
+ ove dovea per mille esser recetto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, giù d’una ripa discoscesa,<br />
+ trovammo risonar quell’ acqua tinta,<br />
+ sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io avea una corda intorno cinta,<br />
+ e con essa pensai alcuna volta<br />
+ prender la lonza a la pelle dipinta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,<br />
+ sì come ’l duca m’avea comandato,<br />
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,<br />
+ e alquanto di lunge da la sponda<br />
+ la gittò giuso in quell’ alto burrato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘E’ pur convien che novità risponda’,<br />
+ dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno<br />
+ che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto cauti li uomini esser dienno<br />
+ presso a color che non veggion pur l’ovra,<br />
+ ma per entro i pensier miran col senno!<br />
+</p>
+
+<p>
+ El disse a me: «Tosto verrà di sovra<br />
+ ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;<br />
+ tosto convien ch’al tuo viso si scovra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna<br />
+ de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,<br />
+ però che sanza colpa fa vergogna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma qui tacer nol posso; e per le note<br />
+ di questa comedìa, lettor, ti giuro,<br />
+ s’elle non sien di lunga grazia vòte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro<br />
+ venir notando una figura in suso,<br />
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì come torna colui che va giuso<br />
+ talora a solver l’àncora ch’aggrappa<br />
+ o scoglio o altro che nel mare è chiuso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0117"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XVII
+</h3>
+
+<p>
+ «Ecco la fiera con la coda aguzza,<br />
+ che passa i monti e rompe i muri e l’armi!<br />
+ Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;<br />
+ e accennolle che venisse a proda,<br />
+ vicino al fin d’i passeggiati marmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella sozza imagine di froda<br />
+ sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,<br />
+ ma ’n su la riva non trasse la coda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La faccia sua era faccia d’uom giusto,<br />
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,<br />
+ e d’un serpente tutto l’altro fusto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ due branche avea pilose insin l’ascelle;<br />
+ lo dosso e ’l petto e ambedue le coste<br />
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con più color, sommesse e sovraposte<br />
+ non fer mai drappi Tartari né Turchi,<br />
+ né fuor tai tele per Aragne imposte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come talvolta stanno a riva i burchi,<br />
+ che parte sono in acqua e parte in terra,<br />
+ e come là tra li Tedeschi lurchi<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo bivero s’assetta a far sua guerra,<br />
+ così la fiera pessima si stava<br />
+ su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel vano tutta sua coda guizzava,<br />
+ torcendo in sù la venenosa forca<br />
+ ch’a guisa di scorpion la punta armava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca disse: «Or convien che si torca<br />
+ la nostra via un poco insino a quella<br />
+ bestia malvagia che colà si corca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però scendemmo a la destra mammella,<br />
+ e diece passi femmo in su lo stremo,<br />
+ per ben cessar la rena e la fiammella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando noi a lei venuti semo,<br />
+ poco più oltre veggio in su la rena<br />
+ gente seder propinqua al loco scemo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena<br />
+ esperïenza d’esto giron porti»,<br />
+ mi disse, «va, e vedi la lor mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li tuoi ragionamenti sian là corti;<br />
+ mentre che torni, parlerò con questa,<br />
+ che ne conceda i suoi omeri forti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ancor su per la strema testa<br />
+ di quel settimo cerchio tutto solo<br />
+ andai, dove sedea la gente mesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per li occhi fora scoppiava lor duolo;<br />
+ di qua, di là soccorrien con le mani<br />
+ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non altrimenti fan di state i cani<br />
+ or col ceffo or col piè, quando son morsi<br />
+ o da pulci o da mosche o da tafani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che nel viso a certi li occhi porsi,<br />
+ ne’ quali ’l doloroso foco casca,<br />
+ non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi<br />
+</p>
+
+<p>
+ che dal collo a ciascun pendea una tasca<br />
+ ch’avea certo colore e certo segno,<br />
+ e quindi par che ’l loro occhio si pasca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E com’ io riguardando tra lor vegno,<br />
+ in una borsa gialla vidi azzurro<br />
+ che d’un leone avea faccia e contegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, procedendo di mio sguardo il curro,<br />
+ vidine un’altra come sangue rossa,<br />
+ mostrando un’oca bianca più che burro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un che d’una scrofa azzurra e grossa<br />
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,<br />
+ mi disse: «Che fai tu in questa fossa?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or te ne va; e perché se’ vivo anco,<br />
+ sappi che ’l mio vicin Vitalïano<br />
+ sederà qui dal mio sinistro fianco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con questi Fiorentin son padoano:<br />
+ spesse fïate mi ’ntronan li orecchi<br />
+ gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che recherà la tasca con tre becchi!”».<br />
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse<br />
+ la lingua, come bue che ’l naso lecchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, temendo no ’l più star crucciasse<br />
+ lui che di poco star m’avea ’mmonito,<br />
+ torna’mi in dietro da l’anime lasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trova’ il duca mio ch’era salito<br />
+ già su la groppa del fiero animale,<br />
+ e disse a me: «Or sie forte e ardito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Omai si scende per sì fatte scale;<br />
+ monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,<br />
+ sì che la coda non possa far male».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo<br />
+ de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,<br />
+ e triema tutto pur guardando ’l rezzo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal divenn’ io a le parole porte;<br />
+ ma vergogna mi fé le sue minacce,<br />
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ m’assettai in su quelle spallacce;<br />
+ sì volli dir, ma la voce non venne<br />
+ com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne<br />
+ ad altro forse, tosto ch’i’ montai<br />
+ con le braccia m’avvinse e mi sostenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Gerïon, moviti omai:<br />
+ le rote larghe, e lo scender sia poco;<br />
+ pensa la nova soma che tu hai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la navicella esce di loco<br />
+ in dietro in dietro, sì quindi si tolse;<br />
+ e poi ch’al tutto si sentì a gioco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,<br />
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,<br />
+ e con le branche l’aere a sé raccolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maggior paura non credo che fosse<br />
+ quando Fetonte abbandonò li freni,<br />
+ per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né quando Icaro misero le reni<br />
+ sentì spennar per la scaldata cera,<br />
+ gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che fu la mia, quando vidi ch’i’ era<br />
+ ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta<br />
+ ogne veduta fuor che de la fera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella sen va notando lenta lenta;<br />
+ rota e discende, ma non me n’accorgo<br />
+ se non che al viso e di sotto mi venta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentia già da la man destra il gorgo<br />
+ far sotto noi un orribile scroscio,<br />
+ per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor fu’ io più timido a lo stoscio,<br />
+ però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;<br />
+ ond’ io tremando tutto mi raccoscio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vidi poi, ché nol vedea davanti,<br />
+ lo scendere e ’l girar per li gran mali<br />
+ che s’appressavan da diversi canti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,<br />
+ che sanza veder logoro o uccello<br />
+ fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ discende lasso onde si move isnello,<br />
+ per cento rote, e da lunge si pone<br />
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così ne puose al fondo Gerïone<br />
+ al piè al piè de la stagliata rocca,<br />
+ e, discarcate le nostre persone,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si dileguò come da corda cocca.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0118"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Luogo è in inferno detto Malebolge,<br />
+ tutto di pietra di color ferrigno,<br />
+ come la cerchia che dintorno il volge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel dritto mezzo del campo maligno<br />
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,<br />
+ di cui suo loco dicerò l’ordigno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel cinghio che rimane adunque è tondo<br />
+ tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,<br />
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale, dove per guardia de le mura<br />
+ più e più fossi cingon li castelli,<br />
+ la parte dove son rende figura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tale imagine quivi facean quelli;<br />
+ e come a tai fortezze da’ lor sogli<br />
+ a la ripa di fuor son ponticelli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così da imo de la roccia scogli<br />
+ movien che ricidien li argini e ’ fossi<br />
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In questo luogo, de la schiena scossi<br />
+ di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta<br />
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A la man destra vidi nova pieta,<br />
+ novo tormento e novi frustatori,<br />
+ di che la prima bolgia era repleta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel fondo erano ignudi i peccatori;<br />
+ dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,<br />
+ di là con noi, ma con passi maggiori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come i Roman per l’essercito molto,<br />
+ l’anno del giubileo, su per lo ponte<br />
+ hanno a passar la gente modo colto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che da l’un lato tutti hanno la fronte<br />
+ verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,<br />
+ da l’altra sponda vanno verso ’l monte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di qua, di là, su per lo sasso tetro<br />
+ vidi demon cornuti con gran ferze,<br />
+ che li battien crudelmente di retro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi come facean lor levar le berze<br />
+ a le prime percosse! già nessuno<br />
+ le seconde aspettava né le terze.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io andava, li occhi miei in uno<br />
+ furo scontrati; e io sì tosto dissi:<br />
+ «Già di veder costui non son digiuno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;<br />
+ e ’l dolce duca meco si ristette,<br />
+ e assentio ch’alquanto in dietro gissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel frustato celar si credette<br />
+ bassando ’l viso; ma poco li valse,<br />
+ ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se le fazion che porti non son false,<br />
+ Venedico se’ tu Caccianemico.<br />
+ Ma che ti mena a sì pungenti salse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;<br />
+ ma sforzami la tua chiara favella,<br />
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ fui colui che la Ghisolabella<br />
+ condussi a far la voglia del marchese,<br />
+ come che suoni la sconcia novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur io qui piango bolognese;<br />
+ anzi n’è questo loco tanto pieno,<br />
+ che tante lingue non son ora apprese<br />
+</p>
+
+<p>
+ a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;<br />
+ e se di ciò vuoi fede o testimonio,<br />
+ rècati a mente il nostro avaro seno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così parlando il percosse un demonio<br />
+ de la sua scurïada, e disse: «Via,<br />
+ ruffian! qui non son femmine da conio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mi raggiunsi con la scorta mia;<br />
+ poscia con pochi passi divenimmo<br />
+ là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Assai leggeramente quel salimmo;<br />
+ e vòlti a destra su per la sua scheggia,<br />
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo là dov’ el vaneggia<br />
+ di sotto per dar passo a li sferzati,<br />
+ lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo viso in te di quest’ altri mal nati,<br />
+ ai quali ancor non vedesti la faccia<br />
+ però che son con noi insieme andati».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del vecchio ponte guardavam la traccia<br />
+ che venìa verso noi da l’altra banda,<br />
+ e che la ferza similmente scaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,<br />
+ mi disse: «Guarda quel grande che vene,<br />
+ e per dolor non par lagrime spanda:<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto aspetto reale ancor ritene!<br />
+ Quelli è Iasón, che per cuore e per senno<br />
+ li Colchi del monton privati féne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ello passò per l’isola di Lenno<br />
+ poi che l’ardite femmine spietate<br />
+ tutti li maschi loro a morte dienno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi con segni e con parole ornate<br />
+ Isifile ingannò, la giovinetta<br />
+ che prima avea tutte l’altre ingannate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lasciolla quivi, gravida, soletta;<br />
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;<br />
+ e anche di Medea si fa vendetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con lui sen va chi da tal parte inganna;<br />
+ e questo basti de la prima valle<br />
+ sapere e di color che ’n sé assanna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eravam là ’ve lo stretto calle<br />
+ con l’argine secondo s’incrocicchia,<br />
+ e fa di quello ad un altr’ arco spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi sentimmo gente che si nicchia<br />
+ ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,<br />
+ e sé medesma con le palme picchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le ripe eran grommate d’una muffa,<br />
+ per l’alito di giù che vi s’appasta,<br />
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo fondo è cupo sì, che non ci basta<br />
+ loco a veder sanza montare al dosso<br />
+ de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso<br />
+ vidi gente attuffata in uno sterco<br />
+ che da li uman privadi parea mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,<br />
+ vidi un col capo sì di merda lordo,<br />
+ che non parëa s’era laico o cherco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo<br />
+ di riguardar più me che li altri brutti?».<br />
+ E io a lui: «Perché, se ben ricordo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ già t’ho veduto coi capelli asciutti,<br />
+ e se’ Alessio Interminei da Lucca:<br />
+ però t’adocchio più che li altri tutti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli allor, battendosi la zucca:<br />
+ «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe<br />
+ ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,<br />
+ mi disse, «il viso un poco più avante,<br />
+ sì che la faccia ben con l’occhio attinghe<br />
+</p>
+
+<p>
+ di quella sozza e scapigliata fante<br />
+ che là si graffia con l’unghie merdose,<br />
+ e or s’accoscia e ora è in piedi stante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Taïde è, la puttana che rispuose<br />
+ al drudo suo quando disse “Ho io grazie<br />
+ grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quinci sian le nostre viste sazie».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0119"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XIX
+</h3>
+
+<p>
+ O Simon mago, o miseri seguaci<br />
+ che le cose di Dio, che di bontate<br />
+ deon essere spose, e voi rapaci<br />
+</p>
+
+<p>
+ per oro e per argento avolterate,<br />
+ or convien che per voi suoni la tromba,<br />
+ però che ne la terza bolgia state.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eravamo, a la seguente tomba,<br />
+ montati de lo scoglio in quella parte<br />
+ ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O somma sapïenza, quanta è l’arte<br />
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,<br />
+ e quanto giusto tua virtù comparte!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi per le coste e per lo fondo<br />
+ piena la pietra livida di fóri,<br />
+ d’un largo tutti e ciascun era tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non mi parean men ampi né maggiori<br />
+ che que’ che son nel mio bel San Giovanni,<br />
+ fatti per loco d’i battezzatori;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,<br />
+ rupp’ io per un che dentro v’annegava:<br />
+ e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fuor de la bocca a ciascun soperchiava<br />
+ d’un peccator li piedi e de le gambe<br />
+ infino al grosso, e l’altro dentro stava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le piante erano a tutti accese intrambe;<br />
+ per che sì forte guizzavan le giunte,<br />
+ che spezzate averien ritorte e strambe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual suole il fiammeggiar de le cose unte<br />
+ muoversi pur su per la strema buccia,<br />
+ tal era lì dai calcagni a le punte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi è colui, maestro, che si cruccia<br />
+ guizzando più che li altri suoi consorti»,<br />
+ diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti<br />
+ là giù per quella ripa che più giace,<br />
+ da lui saprai di sé e de’ suoi torti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:<br />
+ tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto<br />
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor venimmo in su l’argine quarto;<br />
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca<br />
+ là giù nel fondo foracchiato e arto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro ancor de la sua anca<br />
+ non mi dipuose, sì mi giunse al rotto<br />
+ di quel che si piangeva con la zanca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,<br />
+ anima trista come pal commessa»,<br />
+ comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io stava come ’l frate che confessa<br />
+ lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,<br />
+ richiama lui per che la morte cessa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,<br />
+ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?<br />
+ Di parecchi anni mi mentì lo scritto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio<br />
+ per lo qual non temesti tòrre a ’nganno<br />
+ la bella donna, e poi di farne strazio?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,<br />
+ per non intender ciò ch’è lor risposto,<br />
+ quasi scornati, e risponder non sanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:<br />
+ “Non son colui, non son colui che credi”»;<br />
+ e io rispuosi come a me fu imposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che lo spirto tutti storse i piedi;<br />
+ poi, sospirando e con voce di pianto,<br />
+ mi disse: «Dunque che a me richiedi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,<br />
+ che tu abbi però la ripa corsa,<br />
+ sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e veramente fui figliuol de l’orsa,<br />
+ cupido sì per avanzar li orsatti,<br />
+ che sù l’avere e qui me misi in borsa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sotto al capo mio son li altri tratti<br />
+ che precedetter me simoneggiando,<br />
+ per le fessure de la pietra piatti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là giù cascherò io altresì quando<br />
+ verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,<br />
+ allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi<br />
+ e ch’i’ son stato così sottosopra,<br />
+ ch’el non starà piantato coi piè rossi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dopo lui verrà di più laida opra,<br />
+ di ver’ ponente, un pastor sanza legge,<br />
+ tal che convien che lui e me ricuopra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nuovo Iasón sarà, di cui si legge<br />
+ ne’ Maccabei; e come a quel fu molle<br />
+ suo re, così fia lui chi Francia regge».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,<br />
+ ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:<br />
+ «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostro Segnore in prima da san Pietro<br />
+ ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?<br />
+ Certo non chiese se non “Viemmi retro”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né Pier né li altri tolsero a Matia<br />
+ oro od argento, quando fu sortito<br />
+ al loco che perdé l’anima ria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ti sta, ché tu se’ ben punito;<br />
+ e guarda ben la mal tolta moneta<br />
+ ch’esser ti fece contra Carlo ardito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse ch’ancor lo mi vieta<br />
+ la reverenza de le somme chiavi<br />
+ che tu tenesti ne la vita lieta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io userei parole ancor più gravi;<br />
+ ché la vostra avarizia il mondo attrista,<br />
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di voi pastor s’accorse il Vangelista,<br />
+ quando colei che siede sopra l’acque<br />
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quella che con le sette teste nacque,<br />
+ e da le diece corna ebbe argomento,<br />
+ fin che virtute al suo marito piacque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;<br />
+ e che altro è da voi a l’idolatre,<br />
+ se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,<br />
+ non la tua conversion, ma quella dote<br />
+ che da te prese il primo ricco patre!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentr’ io li cantava cotai note,<br />
+ o ira o coscïenza che ’l mordesse,<br />
+ forte spingava con ambo le piote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,<br />
+ con sì contenta labbia sempre attese<br />
+ lo suon de le parole vere espresse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però con ambo le braccia mi prese;<br />
+ e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,<br />
+ rimontò per la via onde discese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né si stancò d’avermi a sé distretto,<br />
+ sì men portò sovra ’l colmo de l’arco<br />
+ che dal quarto al quinto argine è tragetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi soavemente spuose il carco,<br />
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto<br />
+ che sarebbe a le capre duro varco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi un altro vallon mi fu scoperto.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0120"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XX
+</h3>
+
+<p>
+ Di nova pena mi conven far versi<br />
+ e dar matera al ventesimo canto<br />
+ de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era già disposto tutto quanto<br />
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,<br />
+ che si bagnava d’angoscioso pianto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi gente per lo vallon tondo<br />
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo<br />
+ che fanno le letane in questo mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’l viso mi scese in lor più basso,<br />
+ mirabilmente apparve esser travolto<br />
+ ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché da le reni era tornato ’l volto,<br />
+ e in dietro venir li convenia,<br />
+ perché ’l veder dinanzi era lor tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse per forza già di parlasia<br />
+ si travolse così alcun del tutto;<br />
+ ma io nol vidi, né credo che sia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto<br />
+ di tua lezione, or pensa per te stesso<br />
+ com’ io potea tener lo viso asciutto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la nostra imagine di presso<br />
+ vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi<br />
+ le natiche bagnava per lo fesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi<br />
+ del duro scoglio, sì che la mia scorta<br />
+ mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui vive la pietà quand’ è ben morta;<br />
+ chi è più scellerato che colui<br />
+ che al giudicio divin passion comporta?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizza la testa, drizza, e vedi a cui<br />
+ s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;<br />
+ per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anfïarao? perché lasci la guerra?”.<br />
+ E non restò di ruinare a valle<br />
+ fino a Minòs che ciascheduno afferra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mira c’ha fatto petto de le spalle;<br />
+ perché volle veder troppo davante,<br />
+ di retro guarda e fa retroso calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi Tiresia, che mutò sembiante<br />
+ quando di maschio femmina divenne,<br />
+ cangiandosi le membra tutte quante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e prima, poi, ribatter li convenne<br />
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,<br />
+ che rïavesse le maschili penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,<br />
+ che ne’ monti di Luni, dove ronca<br />
+ lo Carrarese che di sotto alberga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca<br />
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle<br />
+ e ’l mar non li era la veduta tronca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella che ricuopre le mammelle,<br />
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,<br />
+ e ha di là ogne pilosa pelle,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Manto fu, che cercò per terre molte;<br />
+ poscia si puose là dove nacqu’ io;<br />
+ onde un poco mi piace che m’ascolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che ’l padre suo di vita uscìo<br />
+ e venne serva la città di Baco,<br />
+ questa gran tempo per lo mondo gio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Suso in Italia bella giace un laco,<br />
+ a piè de l’Alpe che serra Lamagna<br />
+ sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per mille fonti, credo, e più si bagna<br />
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino<br />
+ de l’acqua che nel detto laco stagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Loco è nel mezzo là dove ’l trentino<br />
+ pastore e quel di Brescia e ’l veronese<br />
+ segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Siede Peschiera, bello e forte arnese<br />
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,<br />
+ ove la riva ’ntorno più discese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi convien che tutto quanto caschi<br />
+ ciò che ’n grembo a Benaco star non può,<br />
+ e fassi fiume giù per verdi paschi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che l’acqua a correr mette co,<br />
+ non più Benaco, ma Mencio si chiama<br />
+ fino a Governol, dove cade in Po.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non molto ha corso, ch’el trova una lama,<br />
+ ne la qual si distende e la ’mpaluda;<br />
+ e suol di state talor essere grama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi passando la vergine cruda<br />
+ vide terra, nel mezzo del pantano,<br />
+ sanza coltura e d’abitanti nuda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì, per fuggire ogne consorzio umano,<br />
+ ristette con suoi servi a far sue arti,<br />
+ e visse, e vi lasciò suo corpo vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li uomini poi che ’ntorno erano sparti<br />
+ s’accolsero a quel loco, ch’era forte<br />
+ per lo pantan ch’avea da tutte parti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fer la città sovra quell’ ossa morte;<br />
+ e per colei che ’l loco prima elesse,<br />
+ Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già fuor le genti sue dentro più spesse,<br />
+ prima che la mattia da Casalodi<br />
+ da Pinamonte inganno ricevesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però t’assenno che, se tu mai odi<br />
+ originar la mia terra altrimenti,<br />
+ la verità nulla menzogna frodi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti<br />
+ mi son sì certi e prendon sì mia fede,<br />
+ che li altri mi sarien carboni spenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, de la gente che procede,<br />
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;<br />
+ ché solo a ciò la mia mente rifiede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor mi disse: «Quel che da la gota<br />
+ porge la barba in su le spalle brune,<br />
+ fu—quando Grecia fu di maschi vòta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì ch’a pena rimaser per le cune—<br />
+ augure, e diede ’l punto con Calcanta<br />
+ in Aulide a tagliar la prima fune.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Euripilo ebbe nome, e così ’l canta<br />
+ l’alta mia tragedìa in alcun loco:<br />
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,<br />
+ Michele Scotto fu, che veramente<br />
+ de le magiche frode seppe ’l gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,<br />
+ ch’avere inteso al cuoio e a lo spago<br />
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi le triste che lasciaron l’ago,<br />
+ la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;<br />
+ fecer malie con erbe e con imago.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine<br />
+ d’amendue li emisperi e tocca l’onda<br />
+ sotto Sobilia Caino e le spine;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e già iernotte fu la luna tonda:<br />
+ ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque<br />
+ alcuna volta per la selva fonda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi parlava, e andavamo introcque.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0121"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXI
+</h3>
+
+<p>
+ Così di ponte in ponte, altro parlando<br />
+ che la mia comedìa cantar non cura,<br />
+ venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando<br />
+</p>
+
+<p>
+ restammo per veder l’altra fessura<br />
+ di Malebolge e li altri pianti vani;<br />
+ e vidila mirabilmente oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale ne l’arzanà de’ Viniziani<br />
+ bolle l’inverno la tenace pece<br />
+ a rimpalmare i legni lor non sani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché navicar non ponno—in quella vece<br />
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa<br />
+ le coste a quel che più vïaggi fece;<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi ribatte da proda e chi da poppa;<br />
+ altri fa remi e altri volge sarte;<br />
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa—:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal, non per foco ma per divin’ arte,<br />
+ bollia là giuso una pegola spessa,<br />
+ che ’nviscava la ripa d’ogne parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ vedea lei, ma non vedëa in essa<br />
+ mai che le bolle che ’l bollor levava,<br />
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io là giù fisamente mirava,<br />
+ lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,<br />
+ mi trasse a sé del loco dov’ io stava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor mi volsi come l’uom cui tarda<br />
+ di veder quel che li convien fuggire<br />
+ e cui paura sùbita sgagliarda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che, per veder, non indugia ’l partire:<br />
+ e vidi dietro a noi un diavol nero<br />
+ correndo su per lo scoglio venire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!<br />
+ e quanto mi parea ne l’atto acerbo,<br />
+ con l’ali aperte e sovra i piè leggero!<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’omero suo, ch’era aguto e superbo,<br />
+ carcava un peccator con ambo l’anche,<br />
+ e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del nostro ponte disse: «O Malebranche,<br />
+ ecco un de li anzïan di Santa Zita!<br />
+ Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche<br />
+</p>
+
+<p>
+ a quella terra, che n’è ben fornita:<br />
+ ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;<br />
+ del no, per li denar, vi si fa ita».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro<br />
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto<br />
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;<br />
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,<br />
+ gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!<br />
+</p>
+
+<p>
+ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!<br />
+ Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,<br />
+ non far sopra la pegola soverchio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi l’addentar con più di cento raffi,<br />
+ disser: «Coverto convien che qui balli,<br />
+ sì che, se puoi, nascosamente accaffi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli<br />
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia<br />
+ la carne con li uncin, perché non galli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro «Acciò che non si paia<br />
+ che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta<br />
+ dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per nulla offension che mi sia fatta,<br />
+ non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,<br />
+ perch’ altra volta fui a tal baratta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia passò di là dal co del ponte;<br />
+ e com’ el giunse in su la ripa sesta,<br />
+ mestier li fu d’aver sicura fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con quel furore e con quella tempesta<br />
+ ch’escono i cani a dosso al poverello<br />
+ che di sùbito chiede ove s’arresta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ usciron quei di sotto al ponticello,<br />
+ e volser contra lui tutt’ i runcigli;<br />
+ ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,<br />
+ traggasi avante l’un di voi che m’oda,<br />
+ e poi d’arruncigliarmi si consigli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;<br />
+ per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—<br />
+ e venne a lui dicendo: «Che li approda?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Credi tu, Malacoda, qui vedermi<br />
+ esser venuto», disse ’l mio maestro,<br />
+ «sicuro già da tutti vostri schermi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza voler divino e fato destro?<br />
+ Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto<br />
+ ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor li fu l’orgoglio sì caduto,<br />
+ ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,<br />
+ e disse a li altri: «Omai non sia feruto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca mio a me: «O tu che siedi<br />
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,<br />
+ sicuramente omai a me ti riedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;<br />
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,<br />
+ sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ ïo già temer li fanti<br />
+ ch’uscivan patteggiati di Caprona,<br />
+ veggendo sé tra nemici cotanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ m’accostai con tutta la persona<br />
+ lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi<br />
+ da la sembianza lor ch’era non buona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,<br />
+ diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».<br />
+ E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quel demonio che tenea sermone<br />
+ col duca mio, si volse tutto presto<br />
+ e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo<br />
+ iscoglio non si può, però che giace<br />
+ tutto spezzato al fondo l’arco sesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se l’andare avante pur vi piace,<br />
+ andatevene su per questa grotta;<br />
+ presso è un altro scoglio che via face.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,<br />
+ mille dugento con sessanta sei<br />
+ anni compié che qui la via fu rotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mando verso là di questi miei<br />
+ a riguardar s’alcun se ne sciorina;<br />
+ gite con lor, che non saranno rei».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,<br />
+ cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;<br />
+ e Barbariccia guidi la decina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,<br />
+ Cirïatto sannuto e Graffiacane<br />
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cercate ’ntorno le boglienti pane;<br />
+ costor sian salvi infino a l’altro scheggio<br />
+ che tutto intero va sovra le tane».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,<br />
+ diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,<br />
+ se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tu se’ sì accorto come suoli,<br />
+ non vedi tu ch’e’ digrignan li denti<br />
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;<br />
+ lasciali digrignar pur a lor senno,<br />
+ ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per l’argine sinistro volta dienno;<br />
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta<br />
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed elli avea del cul fatto trombetta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0122"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXII
+</h3>
+
+<p>
+ Io vidi già cavalier muover campo,<br />
+ e cominciare stormo e far lor mostra,<br />
+ e talvolta partir per loro scampo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ corridor vidi per la terra vostra,<br />
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,<br />
+ fedir torneamenti e correr giostra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando con trombe, e quando con campane,<br />
+ con tamburi e con cenni di castella,<br />
+ e con cose nostrali e con istrane;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né già con sì diversa cennamella<br />
+ cavalier vidi muover né pedoni,<br />
+ né nave a segno di terra o di stella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam con li diece demoni.<br />
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa<br />
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur a la pegola era la mia ’ntesa,<br />
+ per veder de la bolgia ogne contegno<br />
+ e de la gente ch’entro v’era incesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come i dalfini, quando fanno segno<br />
+ a’ marinar con l’arco de la schiena<br />
+ che s’argomentin di campar lor legno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ talor così, ad alleggiar la pena,<br />
+ mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso<br />
+ e nascondea in men che non balena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso<br />
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,<br />
+ sì che celano i piedi e l’altro grosso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì stavan d’ogne parte i peccatori;<br />
+ ma come s’appressava Barbariccia,<br />
+ così si ritraén sotto i bollori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,<br />
+ uno aspettar così, com’ elli ’ncontra<br />
+ ch’una rana rimane e l’altra spiccia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Graffiacan, che li era più di contra,<br />
+ li arruncigliò le ’mpegolate chiome<br />
+ e trassel sù, che mi parve una lontra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,<br />
+ sì li notai quando fuorono eletti,<br />
+ e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Rubicante, fa che tu li metti<br />
+ li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,<br />
+ gridavan tutti insieme i maladetti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,<br />
+ che tu sappi chi è lo sciagurato<br />
+ venuto a man de li avversari suoi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio li s’accostò allato;<br />
+ domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:<br />
+ «I’ fui del regno di Navarra nato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mia madre a servo d’un segnor mi puose,<br />
+ che m’avea generato d’un ribaldo,<br />
+ distruggitor di sé e di sue cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;<br />
+ quivi mi misi a far baratteria,<br />
+ di ch’io rendo ragione in questo caldo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Cirïatto, a cui di bocca uscia<br />
+ d’ogne parte una sanna come a porco,<br />
+ li fé sentir come l’una sdruscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra male gatte era venuto ’l sorco;<br />
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia<br />
+ e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E al maestro mio volse la faccia;<br />
+ «Domanda», disse, «ancor, se più disii<br />
+ saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii<br />
+ conosci tu alcun che sia latino<br />
+ sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,<br />
+</p>
+
+<p>
+ poco è, da un che fu di là vicino.<br />
+ Così foss’ io ancor con lui coperto,<br />
+ ch’i’ non temerei unghia né uncino!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Libicocco «Troppo avem sofferto»,<br />
+ disse; e preseli ’l braccio col runciglio,<br />
+ sì che, stracciando, ne portò un lacerto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Draghignazzo anco i volle dar di piglio<br />
+ giuso a le gambe; onde ’l decurio loro<br />
+ si volse intorno intorno con mal piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,<br />
+ a lui, ch’ancor mirava sua ferita,<br />
+ domandò ’l duca mio sanza dimoro:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi fu colui da cui mala partita<br />
+ di’ che facesti per venire a proda?».<br />
+ Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quel di Gallura, vasel d’ogne froda,<br />
+ ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,<br />
+ e fé sì lor, che ciascun se ne loda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Danar si tolse e lasciolli di piano,<br />
+ sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche<br />
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Usa con esso donno Michel Zanche<br />
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna<br />
+ le lingue lor non si sentono stanche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Omè, vedete l’altro che digrigna;<br />
+ i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello<br />
+ non s’apparecchi a grattarmi la tigna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello<br />
+ che stralunava li occhi per fedire,<br />
+ disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se voi volete vedere o udire»,<br />
+ ricominciò lo spaürato appresso,<br />
+ «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma stieno i Malebranche un poco in cesso,<br />
+ sì ch’ei non teman de le lor vendette;<br />
+ e io, seggendo in questo loco stesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per un ch’io son, ne farò venir sette<br />
+ quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso<br />
+ di fare allor che fori alcun si mette».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,<br />
+ crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia<br />
+ ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,<br />
+ rispuose: «Malizioso son io troppo,<br />
+ quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alichin non si tenne e, di rintoppo<br />
+ a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,<br />
+ io non ti verrò dietro di gualoppo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma batterò sovra la pece l’ali.<br />
+ Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,<br />
+ a veder se tu sol più di noi vali».<br />
+</p>
+
+<p>
+ O tu che leggi, udirai nuovo ludo:<br />
+ ciascun da l’altra costa li occhi volse,<br />
+ quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo Navarrese ben suo tempo colse;<br />
+ fermò le piante a terra, e in un punto<br />
+ saltò e dal proposto lor si sciolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di che ciascun di colpa fu compunto,<br />
+ ma quei più che cagion fu del difetto;<br />
+ però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto<br />
+ non potero avanzar; quelli andò sotto,<br />
+ e quei drizzò volando suso il petto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non altrimenti l’anitra di botto,<br />
+ quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,<br />
+ ed ei ritorna sù crucciato e rotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Irato Calcabrina de la buffa,<br />
+ volando dietro li tenne, invaghito<br />
+ che quei campasse per aver la zuffa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ’l barattier fu disparito,<br />
+ così volse li artigli al suo compagno,<br />
+ e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma l’altro fu bene sparvier grifagno<br />
+ ad artigliar ben lui, e amendue<br />
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo caldo sghermitor sùbito fue;<br />
+ ma però di levarsi era neente,<br />
+ sì avieno inviscate l’ali sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Barbariccia, con li altri suoi dolente,<br />
+ quattro ne fé volar da l’altra costa<br />
+ con tutt’ i raffi, e assai prestamente<br />
+</p>
+
+<p>
+ di qua, di là discesero a la posta;<br />
+ porser li uncini verso li ’mpaniati,<br />
+ ch’eran già cotti dentro da la crosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E noi lasciammo lor così ’mpacciati.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0123"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Taciti, soli, sanza compagnia<br />
+ n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,<br />
+ come frati minor vanno per via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vòlt’ era in su la favola d’Isopo<br />
+ lo mio pensier per la presente rissa,<br />
+ dov’ el parlò de la rana e del topo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’<br />
+ che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia<br />
+ principio e fine con la mente fissa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’un pensier de l’altro scoppia,<br />
+ così nacque di quello un altro poi,<br />
+ che la prima paura mi fé doppia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io pensava così: ‘Questi per noi<br />
+ sono scherniti con danno e con beffa<br />
+ sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,<br />
+ ei ne verranno dietro più crudeli<br />
+ che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già mi sentia tutti arricciar li peli<br />
+ de la paura e stava in dietro intento,<br />
+ quand’ io dissi: «Maestro, se non celi<br />
+</p>
+
+<p>
+ te e me tostamente, i’ ho pavento<br />
+ d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;<br />
+ io li ’magino sì, che già li sento».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,<br />
+ l’imagine di fuor tua non trarrei<br />
+ più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,<br />
+ con simile atto e con simile faccia,<br />
+ sì che d’intrambi un sol consiglio fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’elli è che sì la destra costa giaccia,<br />
+ che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,<br />
+ noi fuggirem l’imaginata caccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già non compié di tal consiglio rendere,<br />
+ ch’io li vidi venir con l’ali tese<br />
+ non molto lungi, per volerne prendere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio di sùbito mi prese,<br />
+ come la madre ch’al romore è desta<br />
+ e vede presso a sé le fiamme accese,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che prende il figlio e fugge e non s’arresta,<br />
+ avendo più di lui che di sé cura,<br />
+ tanto che solo una camiscia vesta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e giù dal collo de la ripa dura<br />
+ supin si diede a la pendente roccia,<br />
+ che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non corse mai sì tosto acqua per doccia<br />
+ a volger ruota di molin terragno,<br />
+ quand’ ella più verso le pale approccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come ’l maestro mio per quel vivagno,<br />
+ portandosene me sovra ’l suo petto,<br />
+ come suo figlio, non come compagno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A pena fuoro i piè suoi giunti al letto<br />
+ del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle<br />
+ sovresso noi; ma non lì era sospetto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché l’alta provedenza che lor volle<br />
+ porre ministri de la fossa quinta,<br />
+ poder di partirs’ indi a tutti tolle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là giù trovammo una gente dipinta<br />
+ che giva intorno assai con lenti passi,<br />
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli avean cappe con cappucci bassi<br />
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia<br />
+ che in Clugnì per li monaci fassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;<br />
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,<br />
+ che Federigo le mettea di paglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh in etterno faticoso manto!<br />
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca<br />
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per lo peso quella gente stanca<br />
+ venìa sì pian, che noi eravam nuovi<br />
+ di compagnia ad ogne mover d’anca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi<br />
+ alcun ch’al fatto o al nome si conosca,<br />
+ e li occhi, sì andando, intorno movi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un che ’ntese la parola tosca,<br />
+ di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,<br />
+ voi che correte sì per l’aura fosca!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».<br />
+ Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,<br />
+ e poi secondo il suo passo procedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta<br />
+ de l’animo, col viso, d’esser meco;<br />
+ ma tardavali ’l carco e la via stretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco<br />
+ mi rimiraron sanza far parola;<br />
+ poi si volsero in sé, e dicean seco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Costui par vivo a l’atto de la gola;<br />
+ e s’e’ son morti, per qual privilegio<br />
+ vanno scoperti de la grave stola?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio<br />
+ de l’ipocriti tristi se’ venuto,<br />
+ dir chi tu se’ non avere in dispregio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto<br />
+ sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,<br />
+ e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voi chi siete, a cui tanto distilla<br />
+ quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?<br />
+ e che pena è in voi che sì sfavilla?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’un rispuose a me: «Le cappe rance<br />
+ son di piombo sì grosse, che li pesi<br />
+ fan così cigolar le lor bilance.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Frati godenti fummo, e bolognesi;<br />
+ io Catalano e questi Loderingo<br />
+ nomati, e da tua terra insieme presi<br />
+</p>
+
+<p>
+ come suole esser tolto un uom solingo,<br />
+ per conservar sua pace; e fummo tali,<br />
+ ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;<br />
+ ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse<br />
+ un, crucifisso in terra con tre pali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando mi vide, tutto si distorse,<br />
+ soffiando ne la barba con sospiri;<br />
+ e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi disse: «Quel confitto che tu miri,<br />
+ consigliò i Farisei che convenia<br />
+ porre un uom per lo popolo a’ martìri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Attraversato è, nudo, ne la via,<br />
+ come tu vedi, ed è mestier ch’el senta<br />
+ qualunque passa, come pesa, pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E a tal modo il socero si stenta<br />
+ in questa fossa, e li altri dal concilio<br />
+ che fu per li Giudei mala sementa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor vid’ io maravigliar Virgilio<br />
+ sovra colui ch’era disteso in croce<br />
+ tanto vilmente ne l’etterno essilio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia drizzò al frate cotal voce:<br />
+ «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci<br />
+ s’a la man destra giace alcuna foce<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde noi amendue possiamo uscirci,<br />
+ sanza costrigner de li angeli neri<br />
+ che vegnan d’esto fondo a dipartirci».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose adunque: «Più che tu non speri<br />
+ s’appressa un sasso che da la gran cerchia<br />
+ si move e varca tutt’ i vallon feri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;<br />
+ montar potrete su per la ruina,<br />
+ che giace in costa e nel fondo soperchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca stette un poco a testa china;<br />
+ poi disse: «Mal contava la bisogna<br />
+ colui che i peccator di qua uncina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna<br />
+ del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’<br />
+ ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso il duca a gran passi sen gì,<br />
+ turbato un poco d’ira nel sembiante;<br />
+ ond’ io da li ’ncarcati mi parti’<br />
+</p>
+
+<p>
+ dietro a le poste de le care piante.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0124"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXIV
+</h3>
+
+<p>
+ In quella parte del giovanetto anno<br />
+ che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra<br />
+ e già le notti al mezzo dì sen vanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la brina in su la terra assempra<br />
+ l’imagine di sua sorella bianca,<br />
+ ma poco dura a la sua penna tempra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo villanello a cui la roba manca,<br />
+ si leva, e guarda, e vede la campagna<br />
+ biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ritorna in casa, e qua e là si lagna,<br />
+ come ’l tapin che non sa che si faccia;<br />
+ poi riede, e la speranza ringavagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ veggendo ’l mondo aver cangiata faccia<br />
+ in poco d’ora, e prende suo vincastro<br />
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così mi fece sbigottir lo mastro<br />
+ quand’ io li vidi sì turbar la fronte,<br />
+ e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, come noi venimmo al guasto ponte,<br />
+ lo duca a me si volse con quel piglio<br />
+ dolce ch’io vidi prima a piè del monte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le braccia aperse, dopo alcun consiglio<br />
+ eletto seco riguardando prima<br />
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come quei ch’adopera ed estima,<br />
+ che sempre par che ’nnanzi si proveggia,<br />
+ così, levando me sù ver’ la cima<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia<br />
+ dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;<br />
+ ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non era via da vestito di cappa,<br />
+ ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,<br />
+ potavam sù montar di chiappa in chiappa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse che da quel precinto<br />
+ più che da l’altro era la costa corta,<br />
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché Malebolge inver’ la porta<br />
+ del bassissimo pozzo tutta pende,<br />
+ lo sito di ciascuna valle porta<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’una costa surge e l’altra scende;<br />
+ noi pur venimmo al fine in su la punta<br />
+ onde l’ultima pietra si scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La lena m’era del polmon sì munta<br />
+ quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,<br />
+ anzi m’assisi ne la prima giunta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Omai convien che tu così ti spoltre»,<br />
+ disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,<br />
+ in fama non si vien, né sotto coltre;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza la qual chi sua vita consuma,<br />
+ cotal vestigio in terra di sé lascia,<br />
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E però leva sù; vinci l’ambascia<br />
+ con l’animo che vince ogne battaglia,<br />
+ se col suo grave corpo non s’accascia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più lunga scala convien che si saglia;<br />
+ non basta da costoro esser partito.<br />
+ Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Leva’mi allor, mostrandomi fornito<br />
+ meglio di lena ch’i’ non mi sentia,<br />
+ e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Su per lo scoglio prendemmo la via,<br />
+ ch’era ronchioso, stretto e malagevole,<br />
+ ed erto più assai che quel di pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parlando andava per non parer fievole;<br />
+ onde una voce uscì de l’altro fosso,<br />
+ a parole formar disconvenevole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso<br />
+ fossi de l’arco già che varca quivi;<br />
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi<br />
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;<br />
+ per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;<br />
+ ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,<br />
+ così giù veggio e neente affiguro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Altra risposta», disse, «non ti rendo<br />
+ se non lo far; ché la dimanda onesta<br />
+ si de’ seguir con l’opera tacendo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi discendemmo il ponte da la testa<br />
+ dove s’aggiugne con l’ottava ripa,<br />
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidivi entro terribile stipa<br />
+ di serpenti, e di sì diversa mena<br />
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più non si vanti Libia con sua rena;<br />
+ ché se chelidri, iaculi e faree<br />
+ produce, e cencri con anfisibena,<br />
+</p>
+
+<p>
+ né tante pestilenzie né sì ree<br />
+ mostrò già mai con tutta l’Etïopia<br />
+ né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra questa cruda e tristissima copia<br />
+ corrëan genti nude e spaventate,<br />
+ sanza sperar pertugio o elitropia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ con serpi le man dietro avean legate;<br />
+ quelle ficcavan per le ren la coda<br />
+ e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco a un ch’era da nostra proda,<br />
+ s’avventò un serpente che ’l trafisse<br />
+ là dove ’l collo a le spalle s’annoda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né O sì tosto mai né I si scrisse,<br />
+ com’ el s’accese e arse, e cener tutto<br />
+ convenne che cascando divenisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e poi che fu a terra sì distrutto,<br />
+ la polver si raccolse per sé stessa<br />
+ e ’n quel medesmo ritornò di butto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così per li gran savi si confessa<br />
+ che la fenice more e poi rinasce,<br />
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ erba né biado in sua vita non pasce,<br />
+ ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,<br />
+ e nardo e mirra son l’ultime fasce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qual è quel che cade, e non sa como,<br />
+ per forza di demon ch’a terra il tira,<br />
+ o d’altra oppilazion che lega l’omo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando si leva, che ’ntorno si mira<br />
+ tutto smarrito de la grande angoscia<br />
+ ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era ’l peccator levato poscia.<br />
+ Oh potenza di Dio, quant’ è severa,<br />
+ che cotai colpi per vendetta croscia!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca il domandò poi chi ello era;<br />
+ per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,<br />
+ poco tempo è, in questa gola fiera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vita bestial mi piacque e non umana,<br />
+ sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci<br />
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ïo al duca: «Dilli che non mucci,<br />
+ e domanda che colpa qua giù ’l pinse;<br />
+ ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,<br />
+ ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,<br />
+ e di trista vergogna si dipinse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto<br />
+ ne la miseria dove tu mi vedi,<br />
+ che quando fui de l’altra vita tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non posso negar quel che tu chiedi;<br />
+ in giù son messo tanto perch’ io fui<br />
+ ladro a la sagrestia d’i belli arredi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e falsamente già fu apposto altrui.<br />
+ Ma perché di tal vista tu non godi,<br />
+ se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ apri li orecchi al mio annunzio, e odi.<br />
+ Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;<br />
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tragge Marte vapor di Val di Magra<br />
+ ch’è di torbidi nuvoli involuto;<br />
+ e con tempesta impetüosa e agra<br />
+</p>
+
+<p>
+ sovra Campo Picen fia combattuto;<br />
+ ond’ ei repente spezzerà la nebbia,<br />
+ sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E detto l’ho perché doler ti debbia!».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0125"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXV
+</h3>
+
+<p>
+ Al fine de le sue parole il ladro<br />
+ le mani alzò con amendue le fiche,<br />
+ gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,<br />
+ perch’ una li s’avvolse allora al collo,<br />
+ come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e un’altra a le braccia, e rilegollo,<br />
+ ribadendo sé stessa sì dinanzi,<br />
+ che non potea con esse dare un crollo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi<br />
+ d’incenerarti sì che più non duri,<br />
+ poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri<br />
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,<br />
+ non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El si fuggì che non parlò più verbo;<br />
+ e io vidi un centauro pien di rabbia<br />
+ venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maremma non cred’ io che tante n’abbia,<br />
+ quante bisce elli avea su per la groppa<br />
+ infin ove comincia nostra labbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra le spalle, dietro da la coppa,<br />
+ con l’ali aperte li giacea un draco;<br />
+ e quello affuoca qualunque s’intoppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,<br />
+ che, sotto ’l sasso di monte Aventino,<br />
+ di sangue fece spesse volte laco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non va co’ suoi fratei per un cammino,<br />
+ per lo furto che frodolente fece<br />
+ del grande armento ch’elli ebbe a vicino;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde cessar le sue opere biece<br />
+ sotto la mazza d’Ercule, che forse<br />
+ gliene diè cento, e non sentì le diece».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che sì parlava, ed el trascorse,<br />
+ e tre spiriti venner sotto noi,<br />
+ de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se non quando gridar: «Chi siete voi?»;<br />
+ per che nostra novella si ristette,<br />
+ e intendemmo pur ad essi poi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non li conoscea; ma ei seguette,<br />
+ come suol seguitar per alcun caso,<br />
+ che l’un nomar un altro convenette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;<br />
+ per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,<br />
+ mi puosi ’l dito su dal mento al naso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tu se’ or, lettore, a creder lento<br />
+ ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,<br />
+ ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io tenea levate in lor le ciglia,<br />
+ e un serpente con sei piè si lancia<br />
+ dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia<br />
+ e con li anterïor le braccia prese;<br />
+ poi li addentò e l’una e l’altra guancia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ li diretani a le cosce distese,<br />
+ e miseli la coda tra ’mbedue<br />
+ e dietro per le ren sù la ritese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ellera abbarbicata mai non fue<br />
+ ad alber sì, come l’orribil fiera<br />
+ per l’altrui membra avviticchiò le sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi s’appiccar, come di calda cera<br />
+ fossero stati, e mischiar lor colore,<br />
+ né l’un né l’altro già parea quel ch’era:<br />
+</p>
+
+<p>
+ come procede innanzi da l’ardore,<br />
+ per lo papiro suso, un color bruno<br />
+ che non è nero ancora e ’l bianco more.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno<br />
+ gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!<br />
+ Vedi che già non se’ né due né uno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eran li due capi un divenuti,<br />
+ quando n’apparver due figure miste<br />
+ in una faccia, ov’ eran due perduti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fersi le braccia due di quattro liste;<br />
+ le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso<br />
+ divenner membra che non fuor mai viste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ogne primaio aspetto ivi era casso:<br />
+ due e nessun l’imagine perversa<br />
+ parea; e tal sen gio con lento passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’l ramarro sotto la gran fersa<br />
+ dei dì canicular, cangiando sepe,<br />
+ folgore par se la via attraversa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì pareva, venendo verso l’epe<br />
+ de li altri due, un serpentello acceso,<br />
+ livido e nero come gran di pepe;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quella parte onde prima è preso<br />
+ nostro alimento, a l’un di lor trafisse;<br />
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;<br />
+ anzi, co’ piè fermati, sbadigliava<br />
+ pur come sonno o febbre l’assalisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli ’l serpente e quei lui riguardava;<br />
+ l’un per la piaga e l’altro per la bocca<br />
+ fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca<br />
+ del misero Sabello e di Nasidio,<br />
+ e attenda a udir quel ch’or si scocca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,<br />
+ ché se quello in serpente e quella in fonte<br />
+ converte poetando, io non lo ’nvidio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché due nature mai a fronte a fronte<br />
+ non trasmutò sì ch’amendue le forme<br />
+ a cambiar lor matera fosser pronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Insieme si rispuosero a tai norme,<br />
+ che ’l serpente la coda in forca fesse,<br />
+ e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le gambe con le cosce seco stesse<br />
+ s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura<br />
+ non facea segno alcun che si paresse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Togliea la coda fessa la figura<br />
+ che si perdeva là, e la sua pelle<br />
+ si facea molle, e quella di là dura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,<br />
+ e i due piè de la fiera, ch’eran corti,<br />
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia li piè di rietro, insieme attorti,<br />
+ diventaron lo membro che l’uom cela,<br />
+ e ’l misero del suo n’avea due porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela<br />
+ di color novo, e genera ’l pel suso<br />
+ per l’una parte e da l’altra il dipela,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’un si levò e l’altro cadde giuso,<br />
+ non torcendo però le lucerne empie,<br />
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,<br />
+ e di troppa matera ch’in là venne<br />
+ uscir li orecchi de le gote scempie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciò che non corse in dietro e si ritenne<br />
+ di quel soverchio, fé naso a la faccia<br />
+ e le labbra ingrossò quanto convenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,<br />
+ e li orecchi ritira per la testa<br />
+ come face le corna la lumaccia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la lingua, ch’avëa unita e presta<br />
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta<br />
+ ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’anima ch’era fiera divenuta,<br />
+ suffolando si fugge per la valle,<br />
+ e l’altro dietro a lui parlando sputa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia li volse le novelle spalle,<br />
+ e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,<br />
+ com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così vid’ io la settima zavorra<br />
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi<br />
+ la novità se fior la penna abborra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E avvegna che li occhi miei confusi<br />
+ fossero alquanto e l’animo smagato,<br />
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;<br />
+ ed era quel che sol, di tre compagni<br />
+ che venner prima, non era mutato;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0126"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXVI
+</h3>
+
+<p>
+ Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande<br />
+ che per mare e per terra batti l’ali,<br />
+ e per lo ’nferno tuo nome si spande!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra li ladron trovai cinque cotali<br />
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,<br />
+ e tu in grande orranza non ne sali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se presso al mattin del ver si sogna,<br />
+ tu sentirai, di qua da picciol tempo,<br />
+ di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se già fosse, non saria per tempo.<br />
+ Così foss’ ei, da che pur esser dee!<br />
+ ché più mi graverà, com’ più m’attempo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci partimmo, e su per le scalee<br />
+ che n’avea fatto iborni a scender pria,<br />
+ rimontò ’l duca mio e trasse mee;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e proseguendo la solinga via,<br />
+ tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio<br />
+ lo piè sanza la man non si spedia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio<br />
+ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,<br />
+ e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché non corra che virtù nol guidi;<br />
+ sì che, se stella bona o miglior cosa<br />
+ m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,<br />
+ nel tempo che colui che ’l mondo schiara<br />
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come la mosca cede a la zanzara,<br />
+ vede lucciole giù per la vallea,<br />
+ forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:<br />
+</p>
+
+<p>
+ di tante fiamme tutta risplendea<br />
+ l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi<br />
+ tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qual colui che si vengiò con li orsi<br />
+ vide ’l carro d’Elia al dipartire,<br />
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che nol potea sì con li occhi seguire,<br />
+ ch’el vedesse altro che la fiamma sola,<br />
+ sì come nuvoletta, in sù salire:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal si move ciascuna per la gola<br />
+ del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,<br />
+ e ogne fiamma un peccatore invola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io stava sovra ’l ponte a veder surto,<br />
+ sì che s’io non avessi un ronchion preso,<br />
+ caduto sarei giù sanz’ esser urto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca che mi vide tanto atteso,<br />
+ disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;<br />
+ catun si fascia di quel ch’elli è inceso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti<br />
+ son io più certo; ma già m’era avviso<br />
+ che così fosse, e già voleva dirti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi è ’n quel foco che vien sì diviso<br />
+ di sopra, che par surger de la pira<br />
+ dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose a me: «Là dentro si martira<br />
+ Ulisse e Dïomede, e così insieme<br />
+ a la vendetta vanno come a l’ira;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dentro da la lor fiamma si geme<br />
+ l’agguato del caval che fé la porta<br />
+ onde uscì de’ Romani il gentil seme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangevisi entro l’arte per che, morta,<br />
+ Deïdamìa ancor si duol d’Achille,<br />
+ e del Palladio pena vi si porta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’ei posson dentro da quelle faville<br />
+ parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego<br />
+ e ripriego, che ’l priego vaglia mille,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non mi facci de l’attender niego<br />
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;<br />
+ vedi che del disio ver’ lei mi piego!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La tua preghiera è degna<br />
+ di molta loda, e io però l’accetto;<br />
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto<br />
+ ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,<br />
+ perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che la fiamma fu venuta quivi<br />
+ dove parve al mio duca tempo e loco,<br />
+ in questa forma lui parlare audivi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O voi che siete due dentro ad un foco,<br />
+ s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,<br />
+ s’io meritai di voi assai o poco<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando nel mondo li alti versi scrissi,<br />
+ non vi movete; ma l’un di voi dica<br />
+ dove, per lui, perduto a morir gissi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo maggior corno de la fiamma antica<br />
+ cominciò a crollarsi mormorando,<br />
+ pur come quella cui vento affatica;<br />
+</p>
+
+<p>
+ indi la cima qua e là menando,<br />
+ come fosse la lingua che parlasse,<br />
+ gittò voce di fuori e disse: «Quando<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi diparti’ da Circe, che sottrasse<br />
+ me più d’un anno là presso a Gaeta,<br />
+ prima che sì Enëa la nomasse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ né dolcezza di figlio, né la pieta<br />
+ del vecchio padre, né ’l debito amore<br />
+ lo qual dovea Penelopè far lieta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vincer potero dentro a me l’ardore<br />
+ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto<br />
+ e de li vizi umani e del valore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma misi me per l’alto mare aperto<br />
+ sol con un legno e con quella compagna<br />
+ picciola da la qual non fui diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,<br />
+ fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,<br />
+ e l’altre che quel mare intorno bagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi<br />
+ quando venimmo a quella foce stretta<br />
+ dov’ Ercule segnò li suoi riguardi<br />
+</p>
+
+<p>
+ acciò che l’uom più oltre non si metta;<br />
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,<br />
+ da l’altra già m’avea lasciata Setta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ “O frati”, dissi “che per cento milia<br />
+ perigli siete giunti a l’occidente,<br />
+ a questa tanto picciola vigilia<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’i nostri sensi ch’è del rimanente<br />
+ non vogliate negar l’esperïenza,<br />
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Considerate la vostra semenza:<br />
+ fatti non foste a viver come bruti,<br />
+ ma per seguir virtute e canoscenza”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li miei compagni fec’ io sì aguti,<br />
+ con questa orazion picciola, al cammino,<br />
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volta nostra poppa nel mattino,<br />
+ de’ remi facemmo ali al folle volo,<br />
+ sempre acquistando dal lato mancino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutte le stelle già de l’altro polo<br />
+ vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,<br />
+ che non surgëa fuor del marin suolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cinque volte racceso e tante casso<br />
+ lo lume era di sotto da la luna,<br />
+ poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando n’apparve una montagna, bruna<br />
+ per la distanza, e parvemi alta tanto<br />
+ quanto veduta non avëa alcuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;<br />
+ ché de la nova terra un turbo nacque<br />
+ e percosse del legno il primo canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre volte il fé girar con tutte l’acque;<br />
+ a la quarta levar la poppa in suso<br />
+ e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0127"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXVII
+</h3>
+
+<p>
+ Già era dritta in sù la fiamma e queta<br />
+ per non dir più, e già da noi sen gia<br />
+ con la licenza del dolce poeta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,<br />
+ ne fece volger li occhi a la sua cima<br />
+ per un confuso suon che fuor n’uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’l bue cicilian che mugghiò prima<br />
+ col pianto di colui, e ciò fu dritto,<br />
+ che l’avea temperato con sua lima,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mugghiava con la voce de l’afflitto,<br />
+ sì che, con tutto che fosse di rame,<br />
+ pur el pareva dal dolor trafitto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, per non aver via né forame<br />
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio<br />
+ si convertïan le parole grame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio<br />
+ su per la punta, dandole quel guizzo<br />
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo<br />
+ la voce e che parlavi mo lombardo,<br />
+ dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,<br />
+ non t’incresca restare a parlar meco;<br />
+ vedi che non incresce a me, e ardo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tu pur mo in questo mondo cieco<br />
+ caduto se’ di quella dolce terra<br />
+ latina ond’ io mia colpa tutta reco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;<br />
+ ch’io fui d’i monti là intra Orbino<br />
+ e ’l giogo di che Tever si diserra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era in giuso ancora attento e chino,<br />
+ quando il mio duca mi tentò di costa,<br />
+ dicendo: «Parla tu; questi è latino».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, ch’avea già pronta la risposta,<br />
+ sanza indugio a parlare incominciai:<br />
+ «O anima che se’ là giù nascosta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Romagna tua non è, e non fu mai,<br />
+ sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;<br />
+ ma ’n palese nessuna or vi lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ravenna sta come stata è molt’ anni:<br />
+ l’aguglia da Polenta la si cova,<br />
+ sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La terra che fé già la lunga prova<br />
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,<br />
+ sotto le branche verdi si ritrova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,<br />
+ che fecer di Montagna il mal governo,<br />
+ là dove soglion fan d’i denti succhio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le città di Lamone e di Santerno<br />
+ conduce il lïoncel dal nido bianco,<br />
+ che muta parte da la state al verno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella cu’ il Savio bagna il fianco,<br />
+ così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,<br />
+ tra tirannia si vive e stato franco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora chi se’, ti priego che ne conte;<br />
+ non esser duro più ch’altri sia stato,<br />
+ se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato<br />
+ al modo suo, l’aguta punta mosse<br />
+ di qua, di là, e poi diè cotal fiato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’i’ credesse che mia risposta fosse<br />
+ a persona che mai tornasse al mondo,<br />
+ questa fiamma staria sanza più scosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma però che già mai di questo fondo<br />
+ non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,<br />
+ sanza tema d’infamia ti rispondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,<br />
+ credendomi, sì cinto, fare ammenda;<br />
+ e certo il creder mio venìa intero,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,<br />
+ che mi rimise ne le prime colpe;<br />
+ e come e quare, voglio che m’intenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe<br />
+ che la madre mi diè, l’opere mie<br />
+ non furon leonine, ma di volpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li accorgimenti e le coperte vie<br />
+ io seppi tutte, e sì menai lor arte,<br />
+ ch’al fine de la terra il suono uscie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando mi vidi giunto in quella parte<br />
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe<br />
+ calar le vele e raccoglier le sarte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,<br />
+ e pentuto e confesso mi rendei;<br />
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo principe d’i novi Farisei,<br />
+ avendo guerra presso a Laterano,<br />
+ e non con Saracin né con Giudei,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché ciascun suo nimico era cristiano,<br />
+ e nessun era stato a vincer Acri<br />
+ né mercatante in terra di Soldano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ né sommo officio né ordini sacri<br />
+ guardò in sé, né in me quel capestro<br />
+ che solea fare i suoi cinti più macri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come Costantin chiese Silvestro<br />
+ d’entro Siratti a guerir de la lebbre,<br />
+ così mi chiese questi per maestro<br />
+</p>
+
+<p>
+ a guerir de la sua superba febbre;<br />
+ domandommi consiglio, e io tacetti<br />
+ perché le sue parole parver ebbre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;<br />
+ finor t’assolvo, e tu m’insegna fare<br />
+ sì come Penestrino in terra getti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,<br />
+ come tu sai; però son due le chiavi<br />
+ che ’l mio antecessor non ebbe care”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor mi pinser li argomenti gravi<br />
+ là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,<br />
+ e dissi: “Padre, da che tu mi lavi<br />
+</p>
+
+<p>
+ di quel peccato ov’ io mo cader deggio,<br />
+ lunga promessa con l’attender corto<br />
+ ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,<br />
+ per me; ma un d’i neri cherubini<br />
+ li disse: “Non portar: non mi far torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini<br />
+ perché diede ’l consiglio frodolente,<br />
+ dal quale in qua stato li sono a’ crini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’assolver non si può chi non si pente,<br />
+ né pentere e volere insieme puossi<br />
+ per la contradizion che nol consente”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh me dolente! come mi riscossi<br />
+ quando mi prese dicendomi: “Forse<br />
+ tu non pensavi ch’io löico fossi!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A Minòs mi portò; e quelli attorse<br />
+ otto volte la coda al dosso duro;<br />
+ e poi che per gran rabbia la si morse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;<br />
+ per ch’io là dove vedi son perduto,<br />
+ e sì vestito, andando, mi rancuro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,<br />
+ la fiamma dolorando si partio,<br />
+ torcendo e dibattendo ’l corno aguto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,<br />
+ su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco<br />
+ che cuopre ’l fosso in che si paga il fio<br />
+</p>
+
+<p>
+ a quei che scommettendo acquistan carco.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0128"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Chi poria mai pur con parole sciolte<br />
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno<br />
+ ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ogne lingua per certo verria meno<br />
+ per lo nostro sermone e per la mente<br />
+ c’hanno a tanto comprender poco seno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’el s’aunasse ancor tutta la gente<br />
+ che già, in su la fortunata terra<br />
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente<br />
+</p>
+
+<p>
+ per li Troiani e per la lunga guerra<br />
+ che de l’anella fé sì alte spoglie,<br />
+ come Livïo scrive, che non erra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con quella che sentio di colpi doglie<br />
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;<br />
+ e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie<br />
+</p>
+
+<p>
+ a Ceperan, là dove fu bugiardo<br />
+ ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,<br />
+ dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual forato suo membro e qual mozzo<br />
+ mostrasse, d’aequar sarebbe nulla<br />
+ il modo de la nona bolgia sozzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già veggia, per mezzul perdere o lulla,<br />
+ com’ io vidi un, così non si pertugia,<br />
+ rotto dal mento infin dove si trulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra le gambe pendevan le minugia;<br />
+ la corata pareva e ’l tristo sacco<br />
+ che merda fa di quel che si trangugia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che tutto in lui veder m’attacco,<br />
+ guardommi e con le man s’aperse il petto,<br />
+ dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!<br />
+</p>
+
+<p>
+ vedi come storpiato è Mäometto!<br />
+ Dinanzi a me sen va piangendo Alì,<br />
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tutti li altri che tu vedi qui,<br />
+ seminator di scandalo e di scisma<br />
+ fuor vivi, e però son fessi così.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un diavolo è qua dietro che n’accisma<br />
+ sì crudelmente, al taglio de la spada<br />
+ rimettendo ciascun di questa risma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ avem volta la dolente strada;<br />
+ però che le ferite son richiuse<br />
+ prima ch’altri dinanzi li rivada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,<br />
+ forse per indugiar d’ire a la pena<br />
+ ch’è giudicata in su le tue accuse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,<br />
+ rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;<br />
+ ma per dar lui esperïenza piena,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a me, che morto son, convien menarlo<br />
+ per lo ’nferno qua giù di giro in giro;<br />
+ e quest’ è ver così com’ io ti parlo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più fuor di cento che, quando l’udiro,<br />
+ s’arrestaron nel fosso a riguardarmi<br />
+ per maraviglia, oblïando il martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,<br />
+ tu che forse vedra’ il sole in breve,<br />
+ s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì di vivanda, che stretta di neve<br />
+ non rechi la vittoria al Noarese,<br />
+ ch’altrimenti acquistar non saria leve».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che l’un piè per girsene sospese,<br />
+ Mäometto mi disse esta parola;<br />
+ indi a partirsi in terra lo distese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un altro, che forata avea la gola<br />
+ e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,<br />
+ e non avea mai ch’una orecchia sola,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ristato a riguardar per maraviglia<br />
+ con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,<br />
+ ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «O tu cui colpa non condanna<br />
+ e cu’ io vidi su in terra latina,<br />
+ se troppa simiglianza non m’inganna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ rimembriti di Pier da Medicina,<br />
+ se mai torni a veder lo dolce piano<br />
+ che da Vercelli a Marcabò dichina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E fa saper a’ due miglior da Fano,<br />
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,<br />
+ che, se l’antiveder qui non è vano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ gittati saran fuor di lor vasello<br />
+ e mazzerati presso a la Cattolica<br />
+ per tradimento d’un tiranno fello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra l’isola di Cipri e di Maiolica<br />
+ non vide mai sì gran fallo Nettuno,<br />
+ non da pirate, non da gente argolica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel traditor che vede pur con l’uno,<br />
+ e tien la terra che tale qui meco<br />
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ farà venirli a parlamento seco;<br />
+ poi farà sì, ch’al vento di Focara<br />
+ non sarà lor mestier voto né preco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Dimostrami e dichiara,<br />
+ se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,<br />
+ chi è colui da la veduta amara».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor puose la mano a la mascella<br />
+ d’un suo compagno e la bocca li aperse,<br />
+ gridando: «Questi è desso, e non favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi, scacciato, il dubitar sommerse<br />
+ in Cesare, affermando che ’l fornito<br />
+ sempre con danno l’attender sofferse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quanto mi pareva sbigottito<br />
+ con la lingua tagliata ne la strozza<br />
+ Curïo, ch’a dir fu così ardito!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,<br />
+ levando i moncherin per l’aura fosca,<br />
+ sì che ’l sangue facea la faccia sozza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,<br />
+ che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,<br />
+ che fu mal seme per la gente tosca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;<br />
+ per ch’elli, accumulando duol con duolo,<br />
+ sen gio come persona trista e matta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,<br />
+ e vidi cosa ch’io avrei paura,<br />
+ sanza più prova, di contarla solo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ se non che coscïenza m’assicura,<br />
+ la buona compagnia che l’uom francheggia<br />
+ sotto l’asbergo del sentirsi pura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,<br />
+ un busto sanza capo andar sì come<br />
+ andavan li altri de la trista greggia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l capo tronco tenea per le chiome,<br />
+ pesol con mano a guisa di lanterna:<br />
+ e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sé facea a sé stesso lucerna,<br />
+ ed eran due in uno e uno in due;<br />
+ com’ esser può, quei sa che sì governa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando diritto al piè del ponte fue,<br />
+ levò ’l braccio alto con tutta la testa<br />
+ per appressarne le parole sue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che fuoro: «Or vedi la pena molesta,<br />
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:<br />
+ vedi s’alcuna è grande come questa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché tu di me novella porti,<br />
+ sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli<br />
+ che diedi al re giovane i ma’ conforti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;<br />
+ Achitofèl non fé più d’Absalone<br />
+ e di Davìd coi malvagi punzelli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch’ io parti’ così giunte persone,<br />
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,<br />
+ dal suo principio ch’è in questo troncone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così s’osserva in me lo contrapasso».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0129"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXIX
+</h3>
+
+<p>
+ La molta gente e le diverse piaghe<br />
+ avean le luci mie sì inebrïate,<br />
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?<br />
+ perché la vista tua pur si soffolge<br />
+ là giù tra l’ombre triste smozzicate?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;<br />
+ pensa, se tu annoverar le credi,<br />
+ che miglia ventidue la valle volge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già la luna è sotto i nostri piedi;<br />
+ lo tempo è poco omai che n’è concesso,<br />
+ e altro è da veder che tu non vedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se tu avessi», rispuos’ io appresso,<br />
+ «atteso a la cagion per ch’io guardava,<br />
+ forse m’avresti ancor lo star dimesso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parte sen giva, e io retro li andava,<br />
+ lo duca, già faccendo la risposta,<br />
+ e soggiugnendo: «Dentro a quella cava<br />
+</p>
+
+<p>
+ dov’ io tenea or li occhi sì a posta,<br />
+ credo ch’un spirto del mio sangue pianga<br />
+ la colpa che là giù cotanto costa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor disse ’l maestro: «Non si franga<br />
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.<br />
+ Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io vidi lui a piè del ponticello<br />
+ mostrarti e minacciar forte col dito,<br />
+ e udi’ ’l nominar Geri del Bello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu eri allor sì del tutto impedito<br />
+ sovra colui che già tenne Altaforte,<br />
+ che non guardasti in là, sì fu partito».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O duca mio, la vïolenta morte<br />
+ che non li è vendicata ancor», diss’ io,<br />
+ «per alcun che de l’onta sia consorte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio<br />
+ sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:<br />
+ e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così parlammo infino al loco primo<br />
+ che de lo scoglio l’altra valle mostra,<br />
+ se più lume vi fosse, tutto ad imo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo sor l’ultima chiostra<br />
+ di Malebolge, sì che i suoi conversi<br />
+ potean parere a la veduta nostra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lamenti saettaron me diversi,<br />
+ che di pietà ferrati avean li strali;<br />
+ ond’ io li orecchi con le man copersi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual dolor fora, se de li spedali<br />
+ di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre<br />
+ e di Maremma e di Sardigna i mali<br />
+</p>
+
+<p>
+ fossero in una fossa tutti ’nsembre,<br />
+ tal era quivi, e tal puzzo n’usciva<br />
+ qual suol venir de le marcite membre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi discendemmo in su l’ultima riva<br />
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;<br />
+ e allor fu la mia vista più viva<br />
+</p>
+
+<p>
+ giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra<br />
+ de l’alto Sire infallibil giustizia<br />
+ punisce i falsador che qui registra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo ch’a veder maggior tristizia<br />
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,<br />
+ quando fu l’aere sì pien di malizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che li animali, infino al picciol vermo,<br />
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,<br />
+ secondo che i poeti hanno per fermo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si ristorar di seme di formiche;<br />
+ ch’era a veder per quella oscura valle<br />
+ languir li spirti per diverse biche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle<br />
+ l’un de l’altro giacea, e qual carpone<br />
+ si trasmutava per lo tristo calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Passo passo andavam sanza sermone,<br />
+ guardando e ascoltando li ammalati,<br />
+ che non potean levar le lor persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi due sedere a sé poggiati,<br />
+ com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,<br />
+ dal capo al piè di schianze macolati;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e non vidi già mai menare stregghia<br />
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,<br />
+ né a colui che mal volontier vegghia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come ciascun menava spesso il morso<br />
+ de l’unghie sopra sé per la gran rabbia<br />
+ del pizzicor, che non ha più soccorso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sì traevan giù l’unghie la scabbia,<br />
+ come coltel di scardova le scaglie<br />
+ o d’altro pesce che più larghe l’abbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che con le dita ti dismaglie»,<br />
+ cominciò ’l duca mio a l’un di loro,<br />
+ «e che fai d’esse talvolta tanaglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinne s’alcun Latino è tra costoro<br />
+ che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti<br />
+ etternalmente a cotesto lavoro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti<br />
+ qui ambedue», rispuose l’un piangendo;<br />
+ «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca disse: «I’ son un che discendo<br />
+ con questo vivo giù di balzo in balzo,<br />
+ e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor si ruppe lo comun rincalzo;<br />
+ e tremando ciascuno a me si volse<br />
+ con altri che l’udiron di rimbalzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo buon maestro a me tutto s’accolse,<br />
+ dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;<br />
+ e io incominciai, poscia ch’ei volse:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se la vostra memoria non s’imboli<br />
+ nel primo mondo da l’umane menti,<br />
+ ma s’ella viva sotto molti soli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi chi voi siete e di che genti;<br />
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena<br />
+ di palesarvi a me non vi spaventi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,<br />
+ rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;<br />
+ ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:<br />
+ “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;<br />
+ e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo<br />
+ perch’ io nol feci Dedalo, mi fece<br />
+ ardere a tal che l’avea per figliuolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ne l’ultima bolgia de le diece<br />
+ me per l’alchìmia che nel mondo usai<br />
+ dannò Minòs, a cui fallar non lece».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io dissi al poeta: «Or fu già mai<br />
+ gente sì vana come la sanese?<br />
+ Certo non la francesca sì d’assai!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde l’altro lebbroso, che m’intese,<br />
+ rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca<br />
+ che seppe far le temperate spese,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Niccolò che la costuma ricca<br />
+ del garofano prima discoverse<br />
+ ne l’orto dove tal seme s’appicca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tra’ne la brigata in che disperse<br />
+ Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,<br />
+ e l’Abbagliato suo senno proferse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché sappi chi sì ti seconda<br />
+ contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,<br />
+ sì che la faccia mia ben ti risponda:<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,<br />
+ che falsai li metalli con l’alchìmia;<br />
+ e te dee ricordar, se ben t’adocchio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io fui di natura buona scimia».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0130"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXX
+</h3>
+
+<p>
+ Nel tempo che Iunone era crucciata<br />
+ per Semelè contra ’l sangue tebano,<br />
+ come mostrò una e altra fïata,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Atamante divenne tanto insano,<br />
+ che veggendo la moglie con due figli<br />
+ andar carcata da ciascuna mano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli<br />
+ la leonessa e ’ leoncini al varco»;<br />
+ e poi distese i dispietati artigli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ prendendo l’un ch’avea nome Learco,<br />
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;<br />
+ e quella s’annegò con l’altro carco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando la fortuna volse in basso<br />
+ l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,<br />
+ sì che ’nsieme col regno il re fu casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ecuba trista, misera e cattiva,<br />
+ poscia che vide Polissena morta,<br />
+ e del suo Polidoro in su la riva<br />
+</p>
+
+<p>
+ del mar si fu la dolorosa accorta,<br />
+ forsennata latrò sì come cane;<br />
+ tanto il dolor le fé la mente torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma né di Tebe furie né troiane<br />
+ si vider mäi in alcun tanto crude,<br />
+ non punger bestie, nonché membra umane,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,<br />
+ che mordendo correvan di quel modo<br />
+ che ’l porco quando del porcil si schiude.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo<br />
+ del collo l’assannò, sì che, tirando,<br />
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’Aretin che rimase, tremando<br />
+ mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,<br />
+ e va rabbioso altrui così conciando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi<br />
+ li denti a dosso, non ti sia fatica<br />
+ a dir chi è, pria che di qui si spicchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica<br />
+ di Mirra scellerata, che divenne<br />
+ al padre, fuor del dritto amore, amica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa a peccar con esso così venne,<br />
+ falsificando sé in altrui forma,<br />
+ come l’altro che là sen va, sostenne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per guadagnar la donna de la torma,<br />
+ falsificare in sé Buoso Donati,<br />
+ testando e dando al testamento norma».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che i due rabbiosi fuor passati<br />
+ sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,<br />
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,<br />
+ pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia<br />
+ tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La grave idropesì, che sì dispaia<br />
+ le membra con l’omor che mal converte,<br />
+ che ’l viso non risponde a la ventraia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ faceva lui tener le labbra aperte<br />
+ come l’etico fa, che per la sete<br />
+ l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O voi che sanz’ alcuna pena siete,<br />
+ e non so io perché, nel mondo gramo»,<br />
+ diss’ elli a noi, «guardate e attendete<br />
+</p>
+
+<p>
+ a la miseria del maestro Adamo;<br />
+ io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,<br />
+ e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li ruscelletti che d’i verdi colli<br />
+ del Casentin discendon giuso in Arno,<br />
+ faccendo i lor canali freddi e molli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sempre mi stanno innanzi, e non indarno,<br />
+ ché l’imagine lor vie più m’asciuga<br />
+ che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La rigida giustizia che mi fruga<br />
+ tragge cagion del loco ov’ io peccai<br />
+ a metter più li miei sospiri in fuga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi è Romena, là dov’ io falsai<br />
+ la lega suggellata del Batista;<br />
+ per ch’io il corpo sù arso lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma s’io vedessi qui l’anima trista<br />
+ di Guido o d’Alessandro o di lor frate,<br />
+ per Fonte Branda non darei la vista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate<br />
+ ombre che vanno intorno dicon vero;<br />
+ ma che mi val, c’ho le membra legate?<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io fossi pur di tanto ancor leggero<br />
+ ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,<br />
+ io sarei messo già per lo sentiero,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cercando lui tra questa gente sconcia,<br />
+ con tutto ch’ella volge undici miglia,<br />
+ e men d’un mezzo di traverso non ci ha.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son per lor tra sì fatta famiglia;<br />
+ e’ m’indussero a batter li fiorini<br />
+ ch’avevan tre carati di mondiglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Chi son li due tapini<br />
+ che fumman come man bagnate ’l verno,<br />
+ giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,<br />
+ rispuose, «quando piovvi in questo greppo,<br />
+ e non credo che dieno in sempiterno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;<br />
+ l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:<br />
+ per febbre aguta gittan tanto leppo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’un di lor, che si recò a noia<br />
+ forse d’esser nomato sì oscuro,<br />
+ col pugno li percosse l’epa croia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quella sonò come fosse un tamburo;<br />
+ e mastro Adamo li percosse il volto<br />
+ col braccio suo, che non parve men duro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto<br />
+ lo muover per le membra che son gravi,<br />
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi<br />
+ al fuoco, non l’avei tu così presto;<br />
+ ma sì e più l’avei quando coniavi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:<br />
+ ma tu non fosti sì ver testimonio<br />
+ là ’ve del ver fosti a Troia richesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,<br />
+ disse Sinon; «e son qui per un fallo,<br />
+ e tu per più ch’alcun altro demonio!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,<br />
+ rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;<br />
+ «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «E te sia rea la sete onde ti crepa»,<br />
+ disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia<br />
+ che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora il monetier: «Così si squarcia<br />
+ la bocca tua per tuo mal come suole;<br />
+ ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,<br />
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,<br />
+ non vorresti a ’nvitar molte parole».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,<br />
+ quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,<br />
+ che per poco che teco non mi risso!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,<br />
+ volsimi verso lui con tal vergogna,<br />
+ ch’ancor per la memoria mi si gira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che suo dannaggio sogna,<br />
+ che sognando desidera sognare,<br />
+ sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ io, non possendo parlare,<br />
+ che disïava scusarmi, e scusava<br />
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Maggior difetto men vergogna lava»,<br />
+ disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;<br />
+ però d’ogne trestizia ti disgrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,<br />
+ se più avvien che fortuna t’accoglia<br />
+ dove sien genti in simigliante piato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché voler ciò udire è bassa voglia».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0131"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXXI
+</h3>
+
+<p>
+ Una medesma lingua pria mi morse,<br />
+ sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,<br />
+ e poi la medicina mi riporse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così od’ io che solea far la lancia<br />
+ d’Achille e del suo padre esser cagione<br />
+ prima di trista e poi di buona mancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi demmo il dosso al misero vallone<br />
+ su per la ripa che ’l cinge dintorno,<br />
+ attraversando sanza alcun sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv’ era men che notte e men che giorno,<br />
+ sì che ’l viso m’andava innanzi poco;<br />
+ ma io senti’ sonare un alto corno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,<br />
+ che, contra sé la sua via seguitando,<br />
+ dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dopo la dolorosa rotta, quando<br />
+ Carlo Magno perdé la santa gesta,<br />
+ non sonò sì terribilmente Orlando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco portäi in là volta la testa,<br />
+ che me parve veder molte alte torri;<br />
+ ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Però che tu trascorri<br />
+ per le tenebre troppo da la lungi,<br />
+ avvien che poi nel maginare abborri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,<br />
+ quanto ’l senso s’inganna di lontano;<br />
+ però alquanto più te stesso pungi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi caramente mi prese per mano<br />
+ e disse: «Pria che noi siam più avanti,<br />
+ acciò che ’l fatto men ti paia strano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sappi che non son torri, ma giganti,<br />
+ e son nel pozzo intorno da la ripa<br />
+ da l’umbilico in giuso tutti quanti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando la nebbia si dissipa,<br />
+ lo sguardo a poco a poco raffigura<br />
+ ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così forando l’aura grossa e scura,<br />
+ più e più appressando ver’ la sponda,<br />
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che, come su la cerchia tonda<br />
+ Montereggion di torri si corona,<br />
+ così la proda che ’l pozzo circonda<br />
+</p>
+
+<p>
+ torreggiavan di mezza la persona<br />
+ li orribili giganti, cui minaccia<br />
+ Giove del cielo ancora quando tuona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io scorgeva già d’alcun la faccia,<br />
+ le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,<br />
+ e per le coste giù ambo le braccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Natura certo, quando lasciò l’arte<br />
+ di sì fatti animali, assai fé bene<br />
+ per tòrre tali essecutori a Marte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E s’ella d’elefanti e di balene<br />
+ non si pente, chi guarda sottilmente,<br />
+ più giusta e più discreta la ne tene;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dove l’argomento de la mente<br />
+ s’aggiugne al mal volere e a la possa,<br />
+ nessun riparo vi può far la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La faccia sua mi parea lunga e grossa<br />
+ come la pina di San Pietro a Roma,<br />
+ e a sua proporzione eran l’altre ossa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che la ripa, ch’era perizoma<br />
+ dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto<br />
+ di sovra, che di giugnere a la chioma<br />
+</p>
+
+<p>
+ tre Frison s’averien dato mal vanto;<br />
+ però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi<br />
+ dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Raphèl maì amècche zabì almi»,<br />
+ cominciò a gridar la fiera bocca,<br />
+ cui non si convenia più dolci salmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,<br />
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga<br />
+ quand’ ira o altra passïon ti tocca!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cércati al collo, e troverai la soga<br />
+ che ’l tien legato, o anima confusa,<br />
+ e vedi lui che ’l gran petto ti doga».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;<br />
+ questi è Nembrotto per lo cui mal coto<br />
+ pur un linguaggio nel mondo non s’usa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;<br />
+ ché così è a lui ciascun linguaggio<br />
+ come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Facemmo adunque più lungo vïaggio,<br />
+ vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro<br />
+ trovammo l’altro assai più fero e maggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A cigner lui qual che fosse ’l maestro,<br />
+ non so io dir, ma el tenea soccinto<br />
+ dinanzi l’altro e dietro il braccio destro<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’una catena che ’l tenea avvinto<br />
+ dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto<br />
+ si ravvolgëa infino al giro quinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questo superbo volle esser esperto<br />
+ di sua potenza contra ’l sommo Giove»,<br />
+ disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fïalte ha nome, e fece le gran prove<br />
+ quando i giganti fer paura a’ dèi;<br />
+ le braccia ch’el menò, già mai non move».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «S’esser puote, io vorrei<br />
+ che de lo smisurato Brïareo<br />
+ esperïenza avesser li occhi mei».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo<br />
+ presso di qui che parla ed è disciolto,<br />
+ che ne porrà nel fondo d’ogne reo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che tu vuo’ veder, più là è molto<br />
+ ed è legato e fatto come questo,<br />
+ salvo che più feroce par nel volto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fu tremoto già tanto rubesto,<br />
+ che scotesse una torre così forte,<br />
+ come Fïalte a scuotersi fu presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor temett’ io più che mai la morte,<br />
+ e non v’era mestier più che la dotta,<br />
+ s’io non avessi viste le ritorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi procedemmo più avante allotta,<br />
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,<br />
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che ne la fortunata valle<br />
+ che fece Scipïon di gloria reda,<br />
+ quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,<br />
+</p>
+
+<p>
+ recasti già mille leon per preda,<br />
+ e che, se fossi stato a l’alta guerra<br />
+ de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’avrebber vinto i figli de la terra:<br />
+ mettine giù, e non ten vegna schifo,<br />
+ dove Cocito la freddura serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:<br />
+ questi può dar di quel che qui si brama;<br />
+ però ti china e non torcer lo grifo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor ti può nel mondo render fama,<br />
+ ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta<br />
+ se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così disse ’l maestro; e quelli in fretta<br />
+ le man distese, e prese ’l duca mio,<br />
+ ond’ Ercule sentì già grande stretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio, quando prender si sentio,<br />
+ disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;<br />
+ poi fece sì ch’un fascio era elli e io.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual pare a riguardar la Carisenda<br />
+ sotto ’l chinato, quando un nuvol vada<br />
+ sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal parve Antëo a me che stava a bada<br />
+ di vederlo chinare, e fu tal ora<br />
+ ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma lievemente al fondo che divora<br />
+ Lucifero con Giuda, ci sposò;<br />
+ né, sì chinato, lì fece dimora,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come albero in nave si levò.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0132"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXXII
+</h3>
+
+<p>
+ S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,<br />
+ come si converrebbe al tristo buco<br />
+ sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io premerei di mio concetto il suco<br />
+ più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,<br />
+ non sanza tema a dicer mi conduco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché non è impresa da pigliare a gabbo<br />
+ discriver fondo a tutto l’universo,<br />
+ né da lingua che chiami mamma o babbo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quelle donne aiutino il mio verso<br />
+ ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,<br />
+ sì che dal fatto il dir non sia diverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh sovra tutte mal creata plebe<br />
+ che stai nel loco onde parlare è duro,<br />
+ mei foste state qui pecore o zebe!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come noi fummo giù nel pozzo scuro<br />
+ sotto i piè del gigante assai più bassi,<br />
+ e io mirava ancora a l’alto muro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicere udi’mi: «Guarda come passi:<br />
+ va sì, che tu non calchi con le piante<br />
+ le teste de’ fratei miseri lassi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io mi volsi, e vidimi davante<br />
+ e sotto i piedi un lago che per gelo<br />
+ avea di vetro e non d’acqua sembiante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fece al corso suo sì grosso velo<br />
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,<br />
+ né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ era quivi; che se Tambernicchi<br />
+ vi fosse sù caduto, o Pietrapana,<br />
+ non avria pur da l’orlo fatto cricchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a gracidar si sta la rana<br />
+ col muso fuor de l’acqua, quando sogna<br />
+ di spigolar sovente la villana,<br />
+</p>
+
+<p>
+ livide, insin là dove appar vergogna<br />
+ eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,<br />
+ mettendo i denti in nota di cicogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ognuna in giù tenea volta la faccia;<br />
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo<br />
+ tra lor testimonianza si procaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,<br />
+ volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,<br />
+ che ’l pel del capo avieno insieme misto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,<br />
+ diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;<br />
+ e poi ch’ebber li visi a me eretti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,<br />
+ gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse<br />
+ le lagrime tra essi e riserrolli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con legno legno spranga mai non cinse<br />
+ forte così; ond’ ei come due becchi<br />
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un ch’avea perduti ambo li orecchi<br />
+ per la freddura, pur col viso in giùe,<br />
+ disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se vuoi saper chi son cotesti due,<br />
+ la valle onde Bisenzo si dichina<br />
+ del padre loro Alberto e di lor fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’un corpo usciro; e tutta la Caina<br />
+ potrai cercare, e non troverai ombra<br />
+ degna più d’esser fitta in gelatina:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra<br />
+ con esso un colpo per la man d’Artù;<br />
+ non Focaccia; non questi che m’ingombra<br />
+</p>
+
+<p>
+ col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,<br />
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;<br />
+ se tosco se’, ben sai omai chi fu.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché non mi metti in più sermoni,<br />
+ sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;<br />
+ e aspetto Carlin che mi scagioni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia vid’ io mille visi cagnazzi<br />
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,<br />
+ e verrà sempre, de’ gelati guazzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo<br />
+ al quale ogne gravezza si rauna,<br />
+ e io tremava ne l’etterno rezzo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ se voler fu o destino o fortuna,<br />
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,<br />
+ forte percossi ’l piè nel viso ad una.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?<br />
+ se tu non vieni a crescer la vendetta<br />
+ di Montaperti, perché mi moleste?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,<br />
+ sì ch’io esca d’un dubbio per costui;<br />
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca stette, e io dissi a colui<br />
+ che bestemmiava duramente ancora:<br />
+ «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,<br />
+ percotendo», rispuose, «altrui le gote,<br />
+ sì che, se fossi vivo, troppo fora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Vivo son io, e caro esser ti puote»,<br />
+ fu mia risposta, «se dimandi fama,<br />
+ ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.<br />
+ Lèvati quinci e non mi dar più lagna,<br />
+ ché mal sai lusingar per questa lama!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor lo presi per la cuticagna<br />
+ e dissi: «El converrà che tu ti nomi,<br />
+ o che capel qui sù non ti rimagna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,<br />
+ né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,<br />
+ se mille fiate in sul capo mi tomi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io avea già i capelli in mano avvolti,<br />
+ e tratti glien’ avea più d’una ciocca,<br />
+ latrando lui con li occhi in giù raccolti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?<br />
+ non ti basta sonar con le mascelle,<br />
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,<br />
+ malvagio traditor; ch’a la tua onta<br />
+ io porterò di te vere novelle».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;<br />
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,<br />
+ di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El piange qui l’argento de’ Franceschi:<br />
+ “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera<br />
+ là dove i peccatori stanno freschi”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,<br />
+ tu hai dallato quel di Beccheria<br />
+ di cui segò Fiorenza la gorgiera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Gianni de’ Soldanier credo che sia<br />
+ più là con Ganellone e Tebaldello,<br />
+ ch’aprì Faenza quando si dormia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam partiti già da ello,<br />
+ ch’io vidi due ghiacciati in una buca,<br />
+ sì che l’un capo a l’altro era cappello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ’l pan per fame si manduca,<br />
+ così ’l sovran li denti a l’altro pose<br />
+ là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non altrimenti Tidëo si rose<br />
+ le tempie a Menalippo per disdegno,<br />
+ che quei faceva il teschio e l’altre cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che mostri per sì bestial segno<br />
+ odio sovra colui che tu ti mangi,<br />
+ dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che se tu a ragion di lui ti piangi,<br />
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,<br />
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se quella con ch’io parlo non si secca».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0133"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXXIII
+</h3>
+
+<p>
+ La bocca sollevò dal fiero pasto<br />
+ quel peccator, forbendola a’ capelli<br />
+ del capo ch’elli avea di retro guasto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli<br />
+ disperato dolor che ’l cor mi preme<br />
+ già pur pensando, pria ch’io ne favelli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le mie parole esser dien seme<br />
+ che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,<br />
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so chi tu se’ né per che modo<br />
+ venuto se’ qua giù; ma fiorentino<br />
+ mi sembri veramente quand’ io t’odo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,<br />
+ e questi è l’arcivescovo Ruggieri:<br />
+ or ti dirò perché i son tal vicino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,<br />
+ fidandomi di lui, io fossi preso<br />
+ e poscia morto, dir non è mestieri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però quel che non puoi avere inteso,<br />
+ cioè come la morte mia fu cruda,<br />
+ udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Breve pertugio dentro da la Muda,<br />
+ la qual per me ha ’l titol de la fame,<br />
+ e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ m’avea mostrato per lo suo forame<br />
+ più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno<br />
+ che del futuro mi squarciò ’l velame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi pareva a me maestro e donno,<br />
+ cacciando il lupo e ’ lupicini al monte<br />
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con cagne magre, studïose e conte<br />
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi<br />
+ s’avea messi dinanzi da la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In picciol corso mi parieno stanchi<br />
+ lo padre e ’ figli, e con l’agute scane<br />
+ mi parea lor veder fender li fianchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando fui desto innanzi la dimane,<br />
+ pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli<br />
+ ch’eran con meco, e dimandar del pane.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli<br />
+ pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;<br />
+ e se non piangi, di che pianger suoli?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eran desti, e l’ora s’appressava<br />
+ che ’l cibo ne solëa essere addotto,<br />
+ e per suo sogno ciascun dubitava;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io senti’ chiavar l’uscio di sotto<br />
+ a l’orribile torre; ond’ io guardai<br />
+ nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non piangëa, sì dentro impetrai:<br />
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio<br />
+ disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perciò non lagrimai né rispuos’ io<br />
+ tutto quel giorno né la notte appresso,<br />
+ infin che l’altro sol nel mondo uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come un poco di raggio si fu messo<br />
+ nel doloroso carcere, e io scorsi<br />
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ambo le man per lo dolor mi morsi;<br />
+ ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia<br />
+ di manicar, di sùbito levorsi<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disser: “Padre, assai ci fia men doglia<br />
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti<br />
+ queste misere carni, e tu le spoglia”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queta’mi allor per non farli più tristi;<br />
+ lo dì e l’altro stemmo tutti muti;<br />
+ ahi dura terra, perché non t’apristi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che fummo al quarto dì venuti,<br />
+ Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,<br />
+ dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi morì; e come tu mi vedi,<br />
+ vid’ io cascar li tre ad uno ad uno<br />
+ tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ già cieco, a brancolar sovra ciascuno,<br />
+ e due dì li chiamai, poi che fur morti.<br />
+ Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti<br />
+ riprese ’l teschio misero co’ denti,<br />
+ che furo a l’osso, come d’un can, forti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi Pisa, vituperio de le genti<br />
+ del bel paese là dove ’l sì suona,<br />
+ poi che i vicini a te punir son lenti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ muovasi la Capraia e la Gorgona,<br />
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,<br />
+ sì ch’elli annieghi in te ogne persona!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che se ’l conte Ugolino aveva voce<br />
+ d’aver tradita te de le castella,<br />
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Innocenti facea l’età novella,<br />
+ novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata<br />
+ e li altri due che ’l canto suso appella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi passammo oltre, là ’ve la gelata<br />
+ ruvidamente un’altra gente fascia,<br />
+ non volta in giù, ma tutta riversata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo pianto stesso lì pianger non lascia,<br />
+ e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,<br />
+ si volge in entro a far crescer l’ambascia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché le lagrime prime fanno groppo,<br />
+ e sì come visiere di cristallo,<br />
+ rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E avvegna che, sì come d’un callo,<br />
+ per la freddura ciascun sentimento<br />
+ cessato avesse del mio viso stallo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ già mi parea sentire alquanto vento;<br />
+ per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?<br />
+ non è qua giù ogne vapore spento?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove<br />
+ di ciò ti farà l’occhio la risposta,<br />
+ veggendo la cagion che ’l fiato piove».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un de’ tristi de la fredda crosta<br />
+ gridò a noi: «O anime crudeli<br />
+ tanto che data v’è l’ultima posta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ levatemi dal viso i duri veli,<br />
+ sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,<br />
+ un poco, pria che ’l pianto si raggeli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,<br />
+ dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,<br />
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;<br />
+ i’ son quel da le frutta del mal orto,<br />
+ che qui riprendo dattero per figo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».<br />
+ Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea<br />
+ nel mondo sù, nulla scïenza porto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cotal vantaggio ha questa Tolomea,<br />
+ che spesse volte l’anima ci cade<br />
+ innanzi ch’Atropòs mossa le dea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché tu più volentier mi rade<br />
+ le ’nvetrïate lagrime dal volto,<br />
+ sappie che, tosto che l’anima trade<br />
+</p>
+
+<p>
+ come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto<br />
+ da un demonio, che poscia il governa<br />
+ mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella ruina in sì fatta cisterna;<br />
+ e forse pare ancor lo corpo suso<br />
+ de l’ombra che di qua dietro mi verna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:<br />
+ elli è ser Branca Doria, e son più anni<br />
+ poscia passati ch’el fu sì racchiuso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;<br />
+ ché Branca Doria non morì unquanche,<br />
+ e mangia e bee e dorme e veste panni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,<br />
+ là dove bolle la tenace pece,<br />
+ non era ancora giunto Michel Zanche,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che questi lasciò il diavolo in sua vece<br />
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano<br />
+ che ’l tradimento insieme con lui fece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma distendi oggimai in qua la mano;<br />
+ aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;<br />
+ e cortesia fu lui esser villano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi Genovesi, uomini diversi<br />
+ d’ogne costume e pien d’ogne magagna,<br />
+ perché non siete voi del mondo spersi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ché col peggiore spirto di Romagna<br />
+ trovai di voi un tal, che per sua opra<br />
+ in anima in Cocito già si bagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e in corpo par vivo ancor di sopra.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0134"></a></p>
+<h3>
+Inferno • Canto XXXIV
+</h3>
+
+<p>
+ «Vexilla regis prodeunt inferni<br />
+ verso di noi; però dinanzi mira»,<br />
+ disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando una grossa nebbia spira,<br />
+ o quando l’emisperio nostro annotta,<br />
+ par di lungi un molin che ’l vento gira,<br />
+</p>
+
+<p>
+ veder mi parve un tal dificio allotta;<br />
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro<br />
+ al duca mio, ché non lì era altra grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era, e con paura il metto in metro,<br />
+ là dove l’ombre tutte eran coperte,<br />
+ e trasparien come festuca in vetro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Altre sono a giacere; altre stanno erte,<br />
+ quella col capo e quella con le piante;<br />
+ altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo fatti tanto avante,<br />
+ ch’al mio maestro piacque di mostrarmi<br />
+ la creatura ch’ebbe il bel sembiante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,<br />
+ «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco<br />
+ ove convien che di fortezza t’armi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io divenni allor gelato e fioco,<br />
+ nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,<br />
+ però ch’ogne parlar sarebbe poco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non mori’ e non rimasi vivo;<br />
+ pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,<br />
+ qual io divenni, d’uno e d’altro privo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ’mperador del doloroso regno<br />
+ da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;<br />
+ e più con un gigante io mi convegno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che i giganti non fan con le sue braccia:<br />
+ vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto<br />
+ ch’a così fatta parte si confaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,<br />
+ e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,<br />
+ ben dee da lui procedere ogne lutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quanto parve a me gran maraviglia<br />
+ quand’ io vidi tre facce a la sua testa!<br />
+ L’una dinanzi, e quella era vermiglia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa<br />
+ sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,<br />
+ e sé giugnieno al loco de la cresta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la destra parea tra bianca e gialla;<br />
+ la sinistra a vedere era tal, quali<br />
+ vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,<br />
+ quanto si convenia a tanto uccello:<br />
+ vele di mar non vid’ io mai cotali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avean penne, ma di vispistrello<br />
+ era lor modo; e quelle svolazzava,<br />
+ sì che tre venti si movean da ello:<br />
+</p>
+
+<p>
+ quindi Cocito tutto s’aggelava.<br />
+ Con sei occhi piangëa, e per tre menti<br />
+ gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da ogne bocca dirompea co’ denti<br />
+ un peccatore, a guisa di maciulla,<br />
+ sì che tre ne facea così dolenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A quel dinanzi il mordere era nulla<br />
+ verso ’l graffiar, che talvolta la schiena<br />
+ rimanea de la pelle tutta brulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,<br />
+ disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,<br />
+ che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De li altri due c’hanno il capo di sotto,<br />
+ quel che pende dal nero ceffo è Bruto:<br />
+ vedi come si storce, e non fa motto!;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’altro è Cassio, che par sì membruto.<br />
+ Ma la notte risurge, e oramai<br />
+ è da partir, ché tutto avem veduto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;<br />
+ ed el prese di tempo e loco poste,<br />
+ e quando l’ali fuoro aperte assai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ appigliò sé a le vellute coste;<br />
+ di vello in vello giù discese poscia<br />
+ tra ’l folto pelo e le gelate croste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo là dove la coscia<br />
+ si volge, a punto in sul grosso de l’anche,<br />
+ lo duca, con fatica e con angoscia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volse la testa ov’ elli avea le zanche,<br />
+ e aggrappossi al pel com’ om che sale,<br />
+ sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Attienti ben, ché per cotali scale»,<br />
+ disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,<br />
+ «conviensi dipartir da tanto male».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso<br />
+ e puose me in su l’orlo a sedere;<br />
+ appresso porse a me l’accorto passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io levai li occhi e credetti vedere<br />
+ Lucifero com’ io l’avea lasciato,<br />
+ e vidili le gambe in sù tenere;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’io divenni allora travagliato,<br />
+ la gente grossa il pensi, che non vede<br />
+ qual è quel punto ch’io avea passato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:<br />
+ la via è lunga e ’l cammino è malvagio,<br />
+ e già il sole a mezza terza riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non era camminata di palagio<br />
+ là ’v’ eravam, ma natural burella<br />
+ ch’avea mal suolo e di lume disagio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Prima ch’io de l’abisso mi divella,<br />
+ maestro mio», diss’ io quando fui dritto,<br />
+ «a trarmi d’erro un poco mi favella:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto<br />
+ sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,<br />
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Tu imagini ancora<br />
+ d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi<br />
+ al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di là fosti cotanto quant’ io scesi;<br />
+ quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto<br />
+ al qual si traggon d’ogne parte i pesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se’ or sotto l’emisperio giunto<br />
+ ch’è contraposto a quel che la gran secca<br />
+ coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto<br />
+</p>
+
+<p>
+ fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;<br />
+ tu haï i piedi in su picciola spera<br />
+ che l’altra faccia fa de la Giudecca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui è da man, quando di là è sera;<br />
+ e questi, che ne fé scala col pelo,<br />
+ fitto è ancora sì come prim’ era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa parte cadde giù dal cielo;<br />
+ e la terra, che pria di qua si sporse,<br />
+ per paura di lui fé del mar velo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e venne a l’emisperio nostro; e forse<br />
+ per fuggir lui lasciò qui loco vòto<br />
+ quella ch’appar di qua, e sù ricorse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luogo è là giù da Belzebù remoto<br />
+ tanto quanto la tomba si distende,<br />
+ che non per vista, ma per suono è noto<br />
+</p>
+
+<p>
+ d’un ruscelletto che quivi discende<br />
+ per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,<br />
+ col corso ch’elli avvolge, e poco pende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca e io per quel cammino ascoso<br />
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;<br />
+ e sanza cura aver d’alcun riposo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ salimmo sù, el primo e io secondo,<br />
+ tanto ch’i’ vidi de le cose belle<br />
+ che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quindi uscimmo a riveder le stelle.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /><br /></p>
+
+<h2>
+<a id="purgatorio"></a>
+<br /><br />
+ PURGATORIO<br />
+</h2>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0201"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto I
+</h3>
+
+<p>
+ Per correr miglior acque alza le vele<br />
+ omai la navicella del mio ingegno,<br />
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e canterò di quel secondo regno<br />
+ dove l’umano spirito si purga<br />
+ e di salire al ciel diventa degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qui la morta poesì resurga,<br />
+ o sante Muse, poi che vostro sono;<br />
+ e qui Calïopè alquanto surga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ seguitando il mio canto con quel suono<br />
+ di cui le Piche misere sentiro<br />
+ lo colpo tal, che disperar perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dolce color d’orïental zaffiro,<br />
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto<br />
+ del mezzo, puro infino al primo giro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a li occhi miei ricominciò diletto,<br />
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta<br />
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta<br />
+ faceva tutto rider l’orïente,<br />
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle<br />
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:<br />
+ oh settentrïonal vedovo sito,<br />
+ poi che privato se’ di mirar quelle!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,<br />
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,<br />
+ là onde ’l Carro già era sparito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi presso di me un veglio solo,<br />
+ degno di tanta reverenza in vista,<br />
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lunga la barba e di pel bianco mista<br />
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,<br />
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li raggi de le quattro luci sante<br />
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,<br />
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume<br />
+ fuggita avete la pregione etterna?»,<br />
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,<br />
+ uscendo fuor de la profonda notte<br />
+ che sempre nera fa la valle inferna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Son le leggi d’abisso così rotte?<br />
+ o è mutato in ciel novo consiglio,<br />
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br />
+ e con parole e con mani e con cenni<br />
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br />
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi<br />
+ de la mia compagnia costui sovvenni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi<br />
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,<br />
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi non vide mai l’ultima sera;<br />
+ ma per la sua follia le fu sì presso,<br />
+ che molto poco tempo a volger era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso<br />
+ per lui campare; e non lì era altra via<br />
+ che questa per la quale i’ mi son messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br />
+ e ora intendo mostrar quelli spirti<br />
+ che purgan sé sotto la tua balìa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;<br />
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta<br />
+ conducerlo a vederti e a udirti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br />
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,<br />
+ come sa chi per lei vita rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara<br />
+ in Utica la morte, ove lasciasti<br />
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non son li editti etterni per noi guasti,<br />
+ ché questi vive e Minòs me non lega;<br />
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti<br />
+</p>
+
+<p>
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,<br />
+ o santo petto, che per tua la tegni:<br />
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br />
+ grazie riporterò di te a lei,<br />
+ se d’esser mentovato là giù degni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br />
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,<br />
+ «che quante grazie volse da me, fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or che di là dal mal fiume dimora,<br />
+ più muover non mi può, per quella legge<br />
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,<br />
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:<br />
+ bastisi ben che per lei mi richegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br />
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,<br />
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso<br />
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br />
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br />
+ là giù colà dove la batte l’onda,<br />
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ null’ altra pianta che facesse fronda<br />
+ o indurasse, vi puote aver vita,<br />
+ però ch’a le percosse non seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;<br />
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br />
+ prendere il monte a più lieve salita».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sparì; e io sù mi levai<br />
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br />
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br />
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina<br />
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’alba vinceva l’ora mattutina<br />
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano<br />
+ conobbi il tremolar de la marina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo solingo piano<br />
+ com’ om che torna a la perduta strada,<br />
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada<br />
+ pugna col sole, per essere in parte<br />
+ dove, ad orezza, poco si dirada,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte<br />
+ soavemente ’l mio maestro pose:<br />
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;<br />
+ ivi mi fece tutto discoverto<br />
+ quel color che l’inferno mi nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo poi in sul lito diserto,<br />
+ che mai non vide navicar sue acque<br />
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:<br />
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse<br />
+ l’umile pianta, cotal si rinacque<br />
+</p>
+
+<p>
+ subitamente là onde l’avelse.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0202"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto II
+</h3>
+
+<p>
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto<br />
+ lo cui meridïan cerchio coverchia<br />
+ Ierusalèm col suo più alto punto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,<br />
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,<br />
+ che le caggion di man quando soverchia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,<br />
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora<br />
+ per troppa etate divenivan rance.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,<br />
+ come gente che pensa a suo cammino,<br />
+ che va col cuore e col corpo dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br />
+ per li grossi vapor Marte rosseggia<br />
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,<br />
+ un lume per lo mar venir sì ratto,<br />
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto<br />
+ l’occhio per domandar lo duca mio,<br />
+ rividil più lucente e maggior fatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario<br />
+ un non sapeva che bianco, e di sotto<br />
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,<br />
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;<br />
+ allor che ben conobbe il galeotto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br />
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;<br />
+ omai vedrai di sì fatti officiali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,<br />
+ sì che remo non vuol, né altro velo<br />
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,<br />
+ trattando l’aere con l’etterne penne,<br />
+ che non si mutan come mortal pelo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come più e più verso noi venne<br />
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:<br />
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br />
+ con un vasello snelletto e leggero,<br />
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,<br />
+ tal che faria beato pur descripto;<br />
+ e più di cento spirti entro sediero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’<br />
+ cantavan tutti insieme ad una voce<br />
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fece il segno lor di santa croce;<br />
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:<br />
+ ed el sen gì, come venne, veloce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La turba che rimase lì, selvaggia<br />
+ parea del loco, rimirando intorno<br />
+ come colui che nove cose assaggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da tutte parti saettava il giorno<br />
+ lo sol, ch’avea con le saette conte<br />
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la nova gente alzò la fronte<br />
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br />
+ mostratene la via di gire al monte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete<br />
+ forse che siamo esperti d’esto loco;<br />
+ ma noi siam peregrin come voi siete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br />
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,<br />
+ che lo salire omai ne parrà gioco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’anime, che si fuor di me accorte,<br />
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,<br />
+ maravigliando diventaro smorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a messagger che porta ulivo<br />
+ tragge la gente per udir novelle,<br />
+ e di calcar nessun si mostra schivo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così al viso mio s’affisar quelle<br />
+ anime fortunate tutte quante,<br />
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi una di lor trarresi avante<br />
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,<br />
+ che mosse me a far lo somigliante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!<br />
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br />
+ e tante mi tornai con esse al petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br />
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,<br />
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soavemente disse ch’io posasse;<br />
+ allor conobbi chi era, e pregai<br />
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai<br />
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:<br />
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Casella mio, per tornar altra volta<br />
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,<br />
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,<br />
+ se quei che leva quando e cui li piace,<br />
+ più volte m’ha negato esto passaggio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché di giusto voler lo suo si face:<br />
+ veramente da tre mesi elli ha tolto<br />
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto<br />
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,<br />
+ benignamente fu’ da lui ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,<br />
+ però che sempre quivi si ricoglie<br />
+ qual verso Acheronte non si cala».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie<br />
+ memoria o uso a l’amoroso canto<br />
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto<br />
+ l’anima mia, che, con la sua persona<br />
+ venendo qui, è affannata tanto!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’<br />
+ cominciò elli allor sì dolcemente,<br />
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io e quella gente<br />
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,<br />
+ come a nessun toccasse altro la mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam tutti fissi e attenti<br />
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br />
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual negligenza, quale stare è questo?<br />
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br />
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,<br />
+ li colombi adunati a la pastura,<br />
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,<br />
+ subitamente lasciano star l’esca,<br />
+ perch’ assaliti son da maggior cura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ io quella masnada fresca<br />
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,<br />
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né la nostra partita fu men tosta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0203"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto III
+</h3>
+
+<p>
+ Avvegna che la subitana fuga<br />
+ dispergesse color per la campagna,<br />
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:<br />
+ e come sare’ io sanza lui corso?<br />
+ chi m’avria tratto su per la montagna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mi parea da sé stesso rimorso:<br />
+ o dignitosa coscïenza e netta,<br />
+ come t’è picciol fallo amaro morso!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br />
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,<br />
+ la mente mia, che prima era ristretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,<br />
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio<br />
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br />
+ rotto m’era dinanzi a la figura,<br />
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi dallato con paura<br />
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi<br />
+ solo dinanzi a me la terra oscura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br />
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;<br />
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto<br />
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br />
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,<br />
+ non ti maravigliar più che d’i cieli<br />
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A sofferir tormenti, caldi e geli<br />
+ simili corpi la Virtù dispone<br />
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Matto è chi spera che nostra ragione<br />
+ possa trascorrer la infinita via<br />
+ che tiene una sustanza in tre persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ State contenti, umana gente, al quia;<br />
+ ché, se potuto aveste veder tutto,<br />
+ mestier non era parturir Maria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disïar vedeste sanza frutto<br />
+ tai che sarebbe lor disio quetato,<br />
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ io dico d’Aristotile e di Plato<br />
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,<br />
+ e più non disse, e rimase turbato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br />
+ quivi trovammo la roccia sì erta,<br />
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br />
+ la più rotta ruina è una scala,<br />
+ verso di quella, agevole e aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,<br />
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,<br />
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso<br />
+ essaminava del cammin la mente,<br />
+ e io mirava suso intorno al sasso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da man sinistra m’apparì una gente<br />
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,<br />
+ e non pareva, sì venïan lente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:<br />
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,<br />
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guardò allora, e con libero piglio<br />
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;<br />
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancora era quel popol di lontano,<br />
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,<br />
+ quanto un buon gittator trarria con mano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando si strinser tutti ai duri massi<br />
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti<br />
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br />
+ Virgilio incominciò, «per quella pace<br />
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditene dove la montagna giace,<br />
+ sì che possibil sia l’andare in suso;<br />
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le pecorelle escon del chiuso<br />
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno<br />
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,<br />
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,<br />
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vid’ io muovere a venir la testa<br />
+ di quella mandra fortunata allotta,<br />
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come color dinanzi vider rotta<br />
+ la luce in terra dal mio destro canto,<br />
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br />
+ e tutti li altri che venieno appresso,<br />
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso<br />
+ che questo è corpo uman che voi vedete;<br />
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vi maravigliate, ma credete<br />
+ che non sanza virtù che da ciel vegna<br />
+ cerchi di soverchiar questa parete».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ’l maestro; e quella gente degna<br />
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br />
+ coi dossi de le man faccendo insegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di loro incominciò: «Chiunque<br />
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:<br />
+ pon mente se di là mi vedesti unque».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:<br />
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,<br />
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto<br />
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br />
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br />
+ nepote di Costanza imperadrice;<br />
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vadi a mia bella figlia, genitrice<br />
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,<br />
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona<br />
+ di due punte mortali, io mi rendei,<br />
+ piangendo, a quei che volontier perdona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Orribil furon li peccati miei;<br />
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br />
+ che prende ciò che si rivolge a lei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia<br />
+ di me fu messo per Clemente allora,<br />
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora<br />
+ in co del ponte presso a Benevento,<br />
+ sotto la guardia de la grave mora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or le bagna la pioggia e move il vento<br />
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,<br />
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lor maladizion sì non si perde,<br />
+ che non possa tornar, l’etterno amore,<br />
+ mentre che la speranza ha fior del verde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che quale in contumacia more<br />
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,<br />
+ star li convien da questa ripa in fore,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,<br />
+ in sua presunzïon, se tal decreto<br />
+ più corto per buon prieghi non diventa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br />
+ revelando a la mia buona Costanza<br />
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0204"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto IV
+</h3>
+
+<p>
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,<br />
+ che alcuna virtù nostra comprenda,<br />
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ par ch’a nulla potenza più intenda;<br />
+ e questo è contra quello error che crede<br />
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E però, quando s’ode cosa o vede<br />
+ che tegna forte a sé l’anima volta,<br />
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,<br />
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:<br />
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,<br />
+ udendo quello spirto e ammirando;<br />
+ ché ben cinquanta gradi salito era<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando<br />
+ venimmo ove quell’ anime ad una<br />
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maggiore aperta molte volte impruna<br />
+ con una forcatella di sue spine<br />
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non era la calla onde salìne<br />
+ lo duca mio, e io appresso, soli,<br />
+ come da noi la schiera si partìne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br />
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume<br />
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dico con l’ale snelle e con le piume<br />
+ del gran disio, di retro a quel condotto<br />
+ che speranza mi dava e facea lume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,<br />
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,<br />
+ e piedi e man volea il suol di sotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo<br />
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,<br />
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br />
+ pur su al monte dietro a me acquista,<br />
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,<br />
+ e la costa superba più assai<br />
+ che da mezzo quadrante a centro lista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era lasso, quando cominciai:<br />
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira<br />
+ com’ io rimango sol, se non restai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br />
+ additandomi un balzo poco in sùe<br />
+ che da quel lato il poggio tutto gira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi spronaron le parole sue,<br />
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,<br />
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui<br />
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,<br />
+ che suole a riguardar giovare altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br />
+ poscia li alzai al sole, e ammirava<br />
+ che da sinistra n’eravam feriti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava<br />
+ stupido tutto al carro de la luce,<br />
+ ove tra noi e Aquilone intrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce<br />
+ fossero in compagnia di quello specchio<br />
+ che sù e giù del suo lume conduce,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br />
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,<br />
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,<br />
+ dentro raccolto, imagina Sïòn<br />
+ con questo monte in su la terra stare<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn<br />
+ e diversi emisperi; onde la strada<br />
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vedrai come a costui convien che vada<br />
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,<br />
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco<br />
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno<br />
+ là dove mio ingegno parea manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,<br />
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,<br />
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per la ragion che di’, quinci si parte<br />
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei<br />
+ vedevan lui verso la calda parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se a te piace, volontier saprei<br />
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale<br />
+ più che salir non posson li occhi miei».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br />
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;<br />
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, quand’ ella ti parrà soave<br />
+ tanto, che sù andar ti fia leggero<br />
+ com’ a seconda giù andar per nave,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;<br />
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.<br />
+ Più non rispondo, e questo so per vero».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,<br />
+ una voce di presso sonò: «Forse<br />
+ che di sedere in pria avrai distretta!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br />
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,<br />
+ del qual né io né ei prima s’accorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone<br />
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso<br />
+ come l’uom per negghienza a star si pone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,<br />
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,<br />
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia<br />
+ colui che mostra sé più negligente<br />
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor si volse a noi e puose mente,<br />
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,<br />
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br />
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,<br />
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,<br />
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole<br />
+ da l’omero sinistro il carro mena?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li atti suoi pigri e le corte parole<br />
+ mosser le labbra mie un poco a riso;<br />
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole<br />
+</p>
+
+<p>
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso<br />
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,<br />
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br />
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri<br />
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri<br />
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,<br />
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se orazïone in prima non m’aita<br />
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;<br />
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già il poeta innanzi mi saliva,<br />
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco<br />
+ meridïan dal sole e a la riva<br />
+</p>
+
+<p>
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0205"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto V
+</h3>
+
+<p>
+ Io era già da quell’ ombre partito,<br />
+ e seguitava l’orme del mio duca,<br />
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca<br />
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br />
+ e come vivo par che si conduca!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br />
+ e vidile guardar per maraviglia<br />
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,<br />
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?<br />
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br />
+ sta come torre ferma, che non crolla<br />
+ già mai la cima per soffiar di venti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla<br />
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br />
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br />
+ Dissilo, alquanto del color consperso<br />
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’ntanto per la costa di traverso<br />
+ venivan genti innanzi a noi un poco,<br />
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco<br />
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,<br />
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e due di loro, in forma di messaggi,<br />
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:<br />
+ «Di vostra condizion fatene saggi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne<br />
+ e ritrarre a color che vi mandaro<br />
+ che ’l corpo di costui è vera carne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se per veder la sua ombra restaro,<br />
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:<br />
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto<br />
+ di prima notte mai fender sereno,<br />
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che color non tornasser suso in meno;<br />
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br />
+ come schiera che scorre sanza freno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questa gente che preme a noi è molta,<br />
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:<br />
+ «però pur va, e in andando ascolta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima che vai per esser lieta<br />
+ con quelle membra con le quai nascesti»,<br />
+ venian gridando, «un poco il passo queta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,<br />
+ sì che di lui di là novella porti:<br />
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi fummo tutti già per forza morti,<br />
+ e peccatori infino a l’ultima ora;<br />
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che, pentendo e perdonando, fora<br />
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,<br />
+ che del disio di sé veder n’accora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,<br />
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace<br />
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voi dite, e io farò per quella pace<br />
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,<br />
+ di mondo in mondo cercar mi si face».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida<br />
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,<br />
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,<br />
+ ti priego, se mai vedi quel paese<br />
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br />
+ in Fano, sì che ben per me s’adori<br />
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri<br />
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,<br />
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ là dov’ io più sicuro esser credea:<br />
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira<br />
+ assai più là che dritto non volea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,<br />
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,<br />
+ ancor sarei di là dove si spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco<br />
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io<br />
+ de le mie vene farsi in terra laco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br />
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,<br />
+ con buona pïetate aiuta il mio!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br />
+ Giovanna o altri non ha di me cura;<br />
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br />
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,<br />
+ che non si seppe mai tua sepultura?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino<br />
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,<br />
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,<br />
+ arriva’ io forato ne la gola,<br />
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi perdei la vista e la parola;<br />
+ nel nome di Maria fini’, e quivi<br />
+ caddi, e rimase la mia carne sola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:<br />
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno<br />
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te ne porti di costui l’etterno<br />
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;<br />
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie<br />
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,<br />
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br />
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento<br />
+ per la virtù che sua natura diede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,<br />
+ da Pratomagno al gran giogo coperse<br />
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;<br />
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne<br />
+ di lei ciò che la terra non sofferse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ai rivi grandi si convenne,<br />
+ ver’ lo fiume real tanto veloce<br />
+ si ruinò, che nulla la ritenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo corpo mio gelato in su la foce<br />
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse<br />
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;<br />
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br />
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br />
+ e riposato de la lunga via»,<br />
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «ricorditi di me, che son la Pia;<br />
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br />
+ salsi colui che ’nnanellata pria<br />
+</p>
+
+<p>
+ disposando m’avea con la sua gemma».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0206"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VI
+</h3>
+
+<p>
+ Quando si parte il gioco de la zara,<br />
+ colui che perde si riman dolente,<br />
+ repetendo le volte, e tristo impara;<br />
+</p>
+
+<p>
+ con l’altro se ne va tutta la gente;<br />
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br />
+ e qual dallato li si reca a mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;<br />
+ a cui porge la man, più non fa pressa;<br />
+ e così da la calca si difende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal era io in quella turba spessa,<br />
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br />
+ e promettendo mi sciogliea da essa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia<br />
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br />
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi pregava con le mani sporte<br />
+ Federigo Novello, e quel da Pisa<br />
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa<br />
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,<br />
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br />
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,<br />
+ sì che però non sia di peggior greggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come libero fui da tutte quante<br />
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,<br />
+ sì che s’avacci lor divenir sante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br />
+ o luce mia, espresso in alcun testo<br />
+ che decreto del cielo orazion pieghi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa gente prega pur di questo:<br />
+ sarebbe dunque loro speme vana,<br />
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br />
+ e la speranza di costor non falla,<br />
+ se ben si guarda con la mente sana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché cima di giudicio non s’avvalla<br />
+ perché foco d’amor compia in un punto<br />
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,<br />
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,<br />
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente a così alto sospetto<br />
+ non ti fermar, se quella nol ti dice<br />
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;<br />
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br />
+ di questo monte, ridere e felice».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br />
+ ché già non m’affatico come dianzi,<br />
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br />
+ rispuose, «quanto più potremo omai;<br />
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai<br />
+ colui che già si cuopre de la costa,<br />
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi là un’anima che, posta<br />
+ sola soletta, inverso noi riguarda:<br />
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,<br />
+ come ti stavi altera e disdegnosa<br />
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br />
+ ma lasciavane gir, solo sguardando<br />
+ a guisa di leon quando si posa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br />
+ che ne mostrasse la miglior salita;<br />
+ e quella non rispuose al suo dimando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma di nostro paese e de la vita<br />
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava<br />
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,<br />
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br />
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br />
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br />
+ non donna di province, ma bordello!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ anima gentil fu così presta,<br />
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,<br />
+ di fare al cittadin suo quivi festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ora in te non stanno sanza guerra<br />
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode<br />
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cerca, misera, intorno da le prode<br />
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br />
+ s’alcuna parte in te di pace gode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che val perché ti racconciasse il freno<br />
+ Iustinïano, se la sella è vòta?<br />
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi gente che dovresti esser devota,<br />
+ e lasciar seder Cesare in la sella,<br />
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,<br />
+</p>
+
+<p>
+ guarda come esta fiera è fatta fella<br />
+ per non esser corretta da li sproni,<br />
+ poi che ponesti mano a la predella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni<br />
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,<br />
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giusto giudicio da le stelle caggia<br />
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br />
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,<br />
+ per cupidigia di costà distretti,<br />
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br />
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br />
+ color già tristi, e questi con sospetti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br />
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;<br />
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne<br />
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:<br />
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!<br />
+ e se nulla di noi pietà ti move,<br />
+ a vergognar ti vien de la tua fama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se licito m’è, o sommo Giove<br />
+ che fosti in terra per noi crucifisso,<br />
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?<br />
+</p>
+
+<p>
+ O è preparazion che ne l’abisso<br />
+ del tuo consiglio fai per alcun bene<br />
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ché le città d’Italia tutte piene<br />
+ son di tiranni, e un Marcel diventa<br />
+ ogne villan che parteggiando viene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br />
+ di questa digression che non ti tocca,<br />
+ mercé del popol tuo che si argomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br />
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;<br />
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti rifiutan lo comune incarco;<br />
+ ma il popol tuo solicito risponde<br />
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br />
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br />
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Atene e Lacedemona, che fenno<br />
+ l’antiche leggi e furon sì civili,<br />
+ fecero al viver bene un picciol cenno<br />
+</p>
+
+<p>
+ verso di te, che fai tanto sottili<br />
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre<br />
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quante volte, del tempo che rimembre,<br />
+ legge, moneta, officio e costume<br />
+ hai tu mutato, e rinovate membre!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,<br />
+ vedrai te somigliante a quella inferma<br />
+ che non può trovar posa in su le piume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con dar volta suo dolore scherma.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0207"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VII
+</h3>
+
+<p>
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete<br />
+ furo iterate tre e quattro volte,<br />
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Anzi che a questo monte fosser volte<br />
+ l’anime degne di salire a Dio,<br />
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio<br />
+ lo ciel perdei che per non aver fé».<br />
+ Così rispuose allora il duca mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che cosa innanzi sé<br />
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,<br />
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br />
+ e umilmente ritornò ver’ lui,<br />
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui<br />
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br />
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br />
+ S’io son d’udir le tue parole degno,<br />
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,<br />
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;<br />
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non per far, ma per non fare ho perduto<br />
+ a veder l’alto Sol che tu disiri<br />
+ e che fu tardi per me conosciuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,<br />
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti<br />
+ non suonan come guai, ma son sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti<br />
+ dai denti morsi de la morte avante<br />
+ che fosser da l’umana colpa essenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quivi sto io con quei che le tre sante<br />
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio<br />
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br />
+ dà noi per che venir possiam più tosto<br />
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;<br />
+ licito m’è andar suso e intorno;<br />
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi già come dichina il giorno,<br />
+ e andar sù di notte non si puote;<br />
+ però è buon pensar di bel soggiorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anime sono a destra qua remote;<br />
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br />
+ e non sanza diletto ti fier note».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br />
+ salir di notte, fora elli impedito<br />
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,<br />
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga<br />
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non però ch’altra cosa desse briga,<br />
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;<br />
+ quella col nonpoder la voglia intriga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si poria con lei tornare in giuso<br />
+ e passeggiar la costa intorno errando,<br />
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br />
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici<br />
+ ch’aver si può diletto dimorando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco allungati c’eravam di lici,<br />
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,<br />
+ a guisa che i vallon li sceman quici.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo<br />
+ dove la costa face di sé grembo;<br />
+ e là il novo giorno attenderemo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br />
+ che ne condusse in fianco de la lacca,<br />
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,<br />
+ indaco, legno lucido e sereno,<br />
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno<br />
+ posti, ciascun saria di color vinto,<br />
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avea pur natura ivi dipinto,<br />
+ ma di soavità di mille odori<br />
+ vi facea uno incognito e indistinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori<br />
+ quindi seder cantando anime vidi,<br />
+ che per la valle non parean di fuori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,<br />
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,<br />
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti<br />
+ conoscerete voi di tutti quanti,<br />
+ che ne la lama giù tra essi accolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che più siede alto e fa sembianti<br />
+ d’aver negletto ciò che far dovea,<br />
+ e che non move bocca a li altrui canti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rodolfo imperador fu, che potea<br />
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,<br />
+ sì che tardi per altri si ricrea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro che ne la vista lui conforta,<br />
+ resse la terra dove l’acqua nasce<br />
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br />
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br />
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel nasetto che stretto a consiglio<br />
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,<br />
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ guardate là come si batte il petto!<br />
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia<br />
+ de la sua palma, sospirando, letto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Padre e suocero son del mal di Francia:<br />
+ sanno la vita sua viziata e lorda,<br />
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,<br />
+ cantando, con colui dal maschio naso,<br />
+ d’ogne valor portò cinta la corda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se re dopo lui fosse rimaso<br />
+ lo giovanetto che retro a lui siede,<br />
+ ben andava il valor di vaso in vaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non si puote dir de l’altre rede;<br />
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;<br />
+ del retaggio miglior nessun possiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rade volte risurge per li rami<br />
+ l’umana probitate; e questo vole<br />
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anche al nasuto vanno mie parole<br />
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,<br />
+ onde Puglia e Proenza già si dole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,<br />
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,<br />
+ Costanza di marito ancor si vanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedete il re de la semplice vita<br />
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:<br />
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,<br />
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br />
+ per cui e Alessandria e la sua guerra<br />
+</p>
+
+<p>
+ fa pianger Monferrato e Canavese».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0208"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto VIII
+</h3>
+
+<p>
+ Era già l’ora che volge il disio<br />
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core<br />
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che lo novo peregrin d’amore<br />
+ punge, se ode squilla di lontano<br />
+ che paia il giorno pianger che si more;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io incominciai a render vano<br />
+ l’udire e a mirare una de l’alme<br />
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella giunse e levò ambo le palme,<br />
+ ficcando li occhi verso l’orïente,<br />
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente<br />
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br />
+ che fece me a me uscir di mente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’altre poi dolcemente e devote<br />
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,<br />
+ avendo li occhi a le superne rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br />
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,<br />
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi quello essercito gentile<br />
+ tacito poscia riguardare in sùe,<br />
+ quasi aspettando, palido e umìle;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe<br />
+ due angeli con due spade affocate,<br />
+ tronche e private de le punte sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Verdi come fogliette pur mo nate<br />
+ erano in veste, che da verdi penne<br />
+ percosse traean dietro e ventilate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un poco sovra noi a star si venne,<br />
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,<br />
+ sì che la gente in mezzo si contenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;<br />
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,<br />
+ come virtù ch’a troppo si confonda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br />
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,<br />
+ per lo serpente che verrà vie via».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,<br />
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,<br />
+ tutto gelato, a le fidate spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br />
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br />
+ grazïoso fia lor vedervi assai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,<br />
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava<br />
+ pur me, come conoscer mi volesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,<br />
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei<br />
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:<br />
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br />
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br />
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti<br />
+ a piè del monte per le lontane acque?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi<br />
+ venni stamane, e sono in prima vita,<br />
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come fu la mia risposta udita,<br />
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse<br />
+ come gente di sùbito smarrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse<br />
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br />
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br />
+ che tu dei a colui che sì nasconde<br />
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando sarai di là da le larghe onde,<br />
+ dì a Giovanna mia che per me chiami<br />
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che la sua madre più m’ami,<br />
+ poscia che trasmutò le bianche bende,<br />
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per lei assai di lieve si comprende<br />
+ quanto in femmina foco d’amor dura,<br />
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non le farà sì bella sepultura<br />
+ la vipera che Melanesi accampa,<br />
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così dicea, segnato de la stampa,<br />
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br />
+ che misuratamente in core avvampa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br />
+ pur là dove le stelle son più tarde,<br />
+ sì come rota più presso a lo stelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br />
+ E io a lui: «A quelle tre facelle<br />
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle<br />
+ che vedevi staman, son di là basse,<br />
+ e queste son salite ov’ eran quelle».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br />
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;<br />
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da quella parte onde non ha riparo<br />
+ la picciola vallea, era una biscia,<br />
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,<br />
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso<br />
+ leccando come bestia che si liscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non vidi, e però dicer non posso,<br />
+ come mosser li astor celestïali;<br />
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,<br />
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,<br />
+ suso a le poste rivolando iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta<br />
+ quando chiamò, per tutto quello assalto<br />
+ punto non fu da me guardare sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se la lucerna che ti mena in alto<br />
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br />
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cominciò ella, «se novella vera<br />
+ di Val di Magra o di parte vicina<br />
+ sai, dillo a me, che già grande là era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fui chiamato Currado Malaspina;<br />
+ non son l’antico, ma di lui discesi;<br />
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi<br />
+ già mai non fui; ma dove si dimora<br />
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ La fama che la vostra casa onora,<br />
+ grida i segnori e grida la contrada,<br />
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,<br />
+ che vostra gente onrata non si sfregia<br />
+ del pregio de la borsa e de la spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uso e natura sì la privilegia,<br />
+ che, perché il capo reo il mondo torca,<br />
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca<br />
+ sette volte nel letto che ’l Montone<br />
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che cotesta cortese oppinïone<br />
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa<br />
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se corso di giudicio non s’arresta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0209"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto IX
+</h3>
+
+<p>
+ La concubina di Titone antico<br />
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,<br />
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;<br />
+</p>
+
+<p>
+ di gemme la sua fronte era lucente,<br />
+ poste in figura del freddo animale<br />
+ che con la coda percuote la gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la notte, de’ passi con che sale,<br />
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,<br />
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,<br />
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai<br />
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai<br />
+ la rondinella presso a la mattina,<br />
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che la mente nostra, peregrina<br />
+ più da la carne e men da’ pensier presa,<br />
+ a le sue visïon quasi è divina,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sogno mi parea veder sospesa<br />
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,<br />
+ con l’ali aperte e a calare intesa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed esser mi parea là dove fuoro<br />
+ abbandonati i suoi da Ganimede,<br />
+ quando fu ratto al sommo consistoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede<br />
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco<br />
+ disdegna di portarne suso in piede’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br />
+ terribil come folgor discendesse,<br />
+ e me rapisse suso infino al foco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi parea che ella e io ardesse;<br />
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,<br />
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti Achille si riscosse,<br />
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro<br />
+ e non sappiendo là dove si fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando la madre da Chirón a Schiro<br />
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br />
+ là onde poi li Greci il dipartiro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia<br />
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,<br />
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dallato m’era solo il mio conforto,<br />
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,<br />
+ e ’l viso m’era a la marina torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;<br />
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br />
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:<br />
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;<br />
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,<br />
+ quando l’anima tua dentro dormia,<br />
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno<br />
+</p>
+
+<p>
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;<br />
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;<br />
+ sì l’agevolerò per la sua via”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;<br />
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,<br />
+ sen venne suso; e io per le sue orme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br />
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br />
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta<br />
+ e che muta in conforto sua paura,<br />
+ poi che la verità li è discoperta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi cambia’ io; e come sanza cura<br />
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo<br />
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo<br />
+ la mia matera, e però con più arte<br />
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br />
+ che là dove pareami prima rotto,<br />
+ pur come un fesso che muro diparte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto<br />
+ per gire ad essa, di color diversi,<br />
+ e un portier ch’ancor non facea motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’occhio più e più v’apersi,<br />
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,<br />
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una spada nuda avëa in mano,<br />
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,<br />
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dite costinci: che volete voi?»,<br />
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?<br />
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br />
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi<br />
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br />
+ ricominciò il cortese portinaio:<br />
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br />
+ bianco marmo era sì pulito e terso,<br />
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era il secondo tinto più che perso,<br />
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,<br />
+ crepata per lo lungo e per traverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,<br />
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante<br />
+ come sangue che fuor di vena spiccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra questo tenëa ambo le piante<br />
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia<br />
+ che mi sembiava pietra di diamante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per li tre gradi sù di buona voglia<br />
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br />
+ umilemente che ’l serrame scioglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;<br />
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,<br />
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sette P ne la fronte mi descrisse<br />
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br />
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cenere, o terra che secca si cavi,<br />
+ d’un color fora col suo vestimento;<br />
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;<br />
+ pria con la bianca e poscia con la gialla<br />
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,<br />
+ che non si volga dritta per la toppa»,<br />
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa<br />
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,<br />
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri<br />
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,<br />
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,<br />
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br />
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando fuor ne’ cardini distorti<br />
+ li spigoli di quella regge sacra,<br />
+ che di metallo son sonanti e forti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br />
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono<br />
+ Metello, per che poi rimase macra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br />
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea<br />
+ udire in voce mista al dolce suono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tale imagine a punto mi rendea<br />
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole<br />
+ quando a cantar con organi si stea;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0210"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto X
+</h3>
+
+<p>
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta<br />
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,<br />
+ perché fa parer dritta la via torta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sonando la senti’ esser richiusa;<br />
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,<br />
+ qual fora stata al fallo degna scusa?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi salavam per una pietra fessa,<br />
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,<br />
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,<br />
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi<br />
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo fece i nostri passi scarsi,<br />
+ tanto che pria lo scemo de la luna<br />
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;<br />
+ ma quando fummo liberi e aperti<br />
+ sù dove il monte in dietro si rauna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ïo stancato e amendue incerti<br />
+ di nostra via, restammo in su un piano<br />
+ solingo più che strade per diserti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,<br />
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,<br />
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,<br />
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,<br />
+ questa cornice mi parea cotale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br />
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno<br />
+ che dritto di salita aveva manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esser di marmo candido e addorno<br />
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,<br />
+ ma la natura lì avrebbe scorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’angel che venne in terra col decreto<br />
+ de la molt’ anni lagrimata pace,<br />
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi pareva sì verace<br />
+ quivi intagliato in un atto soave,<br />
+ che non sembiava imagine che tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;<br />
+ perché iv’ era imaginata quella<br />
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e avea in atto impressa esta favella<br />
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente<br />
+ come figura in cera si suggella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,<br />
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea<br />
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea<br />
+ di retro da Maria, da quella costa<br />
+ onde m’era colui che mi movea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ un’altra storia ne la roccia imposta;<br />
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,<br />
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era intagliato lì nel marmo stesso<br />
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,<br />
+ per che si teme officio non commesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br />
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi<br />
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Similemente al fummo de li ’ncensi<br />
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso<br />
+ e al sì e al no discordi fensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì precedeva al benedetto vaso,<br />
+ trescando alzato, l’umile salmista,<br />
+ e più e men che re era in quel caso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di contra, effigïata ad una vista<br />
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava<br />
+ sì come donna dispettosa e trista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,<br />
+ per avvisar da presso un’altra istoria,<br />
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria<br />
+ del roman principato, il cui valore<br />
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ i’ dico di Traiano imperadore;<br />
+ e una vedovella li era al freno,<br />
+ di lagrime atteggiata e di dolore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intorno a lui parea calcato e pieno<br />
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro<br />
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La miserella intra tutti costoro<br />
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br />
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br />
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,<br />
+ come persona in cui dolor s’affretta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,<br />
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene<br />
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene<br />
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:<br />
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che mai non vide cosa nova<br />
+ produsse esto visibile parlare,<br />
+ novello a noi perché qui non si trova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare<br />
+ l’imagini di tante umilitadi,<br />
+ e per lo fabbro loro a veder care,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br />
+ mormorava il poeta, «molte genti:<br />
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti<br />
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,<br />
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi<br />
+ di buon proponimento per udire<br />
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non attender la forma del martìre:<br />
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio<br />
+ oltre la gran sentenza non può ire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio<br />
+ muovere a noi, non mi sembian persone,<br />
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «La grave condizione<br />
+ di lor tormento a terra li rannicchia,<br />
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia<br />
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br />
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ O superbi cristian, miseri lassi,<br />
+ che, de la vista de la mente infermi,<br />
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi<br />
+ nati a formar l’angelica farfalla,<br />
+ che vola a la giustizia sanza schermi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di che l’animo vostro in alto galla,<br />
+ poi siete quasi antomata in difetto,<br />
+ sì come vermo in cui formazion falla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come per sostentar solaio o tetto,<br />
+ per mensola talvolta una figura<br />
+ si vede giugner le ginocchia al petto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual fa del non ver vera rancura<br />
+ nascere ’n chi la vede; così fatti<br />
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che più e meno eran contratti<br />
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;<br />
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0211"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XI
+</h3>
+
+<p>
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,<br />
+ non circunscritto, ma per più amore<br />
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore<br />
+ da ogne creatura, com’ è degno<br />
+ di render grazie al tuo dolce vapore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,<br />
+ ché noi ad essa non potem da noi,<br />
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come del suo voler li angeli tuoi<br />
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,<br />
+ così facciano li uomini de’ suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br />
+ sanza la qual per questo aspro diserto<br />
+ a retro va chi più di gir s’affanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto<br />
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br />
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostra virtù che di legger s’adona,<br />
+ non spermentar con l’antico avversaro,<br />
+ ma libera da lui che sì la sprona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,<br />
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,<br />
+ ma per color che dietro a noi restaro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così a sé e noi buona ramogna<br />
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,<br />
+ simile a quel che talvolta si sogna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ disparmente angosciate tutte a tondo<br />
+ e lasse su per la prima cornice,<br />
+ purgando la caligine del mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se di là sempre ben per noi si dice,<br />
+ di qua che dire e far per lor si puote<br />
+ da quei c’hanno al voler buona radice?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si de’ loro atar lavar le note<br />
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br />
+ possano uscire a le stellate ruote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br />
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,<br />
+ che secondo il disio vostro vi lievi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrate da qual mano inver’ la scala<br />
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,<br />
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco<br />
+ de la carne d’Adamo onde si veste,<br />
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le lor parole, che rendero a queste<br />
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,<br />
+ non fur da cui venisser manifeste;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma fu detto: «A man destra per la riva<br />
+ con noi venite, e troverete il passo<br />
+ possibile a salir persona viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E s’io non fossi impedito dal sasso<br />
+ che la cervice mia superba doma,<br />
+ onde portar convienmi il viso basso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,<br />
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,<br />
+ e per farlo pietoso a questa soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:<br />
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br />
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre<br />
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,<br />
+ che, non pensando a la comune madre,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,<br />
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,<br />
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno<br />
+ superbia fa, ché tutti miei consorti<br />
+ ha ella tratti seco nel malanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qui convien ch’io questo peso porti<br />
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br />
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;<br />
+ e un di lor, non questi che parlava,<br />
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videmi e conobbemi e chiamava,<br />
+ tenendo li occhi con fatica fisi<br />
+ a me che tutto chin con loro andava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,<br />
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte<br />
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte<br />
+ che pennelleggia Franco Bolognese;<br />
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben non sare’ io stato sì cortese<br />
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio<br />
+ de l’eccellenza ove mio core intese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di tal superbia qui si paga il fio;<br />
+ e ancor non sarei qui, se non fosse<br />
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh vana gloria de l’umane posse!<br />
+ com’ poco verde in su la cima dura,<br />
+ se non è giunta da l’etati grosse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credette Cimabue ne la pittura<br />
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br />
+ sì che la fama di colui è scura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido<br />
+ la gloria de la lingua; e forse è nato<br />
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato<br />
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,<br />
+ e muta nome perché muta lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br />
+ da te la carne, che se fossi morto<br />
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto<br />
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia<br />
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che del cammin sì poco piglia<br />
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br />
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ era sire quando fu distrutta<br />
+ la rabbia fiorentina, che superba<br />
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La vostra nominanza è color d’erba,<br />
+ che viene e va, e quei la discolora<br />
+ per cui ella esce de la terra acerba».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora<br />
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;<br />
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br />
+ ed è qui perché fu presuntüoso<br />
+ a recar Siena tutta a le sue mani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ito è così e va, sanza riposo,<br />
+ poi che morì; cotal moneta rende<br />
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,<br />
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,<br />
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se buona orazïon lui non aita,<br />
+ prima che passi tempo quanto visse,<br />
+ come fu la venuta lui largita?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,<br />
+ «liberamente nel Campo di Siena,<br />
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,<br />
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,<br />
+ si condusse a tremar per ogne vena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;<br />
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini<br />
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ opera li tolse quei confini».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0212"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XII
+</h3>
+
+<p>
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br />
+ m’andava io con quell’ anima carca,<br />
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br />
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,<br />
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi<br />
+ con la persona, avvegna che i pensieri<br />
+ mi rimanessero e chinati e scemi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri<br />
+ del mio maestro i passi, e amendue<br />
+ già mostravam com’ eravam leggeri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br />
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,<br />
+ veder lo letto de le piante tue».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come, perché di lor memoria sia,<br />
+ sovra i sepolti le tombe terragne<br />
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde lì molte volte si ripiagne<br />
+ per la puntura de la rimembranza,<br />
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza<br />
+ secondo l’artificio, figurato<br />
+ quanto per via di fuor del monte avanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea colui che fu nobil creato<br />
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo<br />
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo<br />
+ celestïal giacer, da l’altra parte,<br />
+ grave a la terra per lo mortal gelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br />
+ armati ancora, intorno al padre loro,<br />
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br />
+ quasi smarrito, e riguardar le genti<br />
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Nïobè, con che occhi dolenti<br />
+ vedea io te segnata in su la strada,<br />
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Saùl, come in su la propria spada<br />
+ quivi parevi morto in Gelboè,<br />
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O folle Aragne, sì vedea io te<br />
+ già mezza ragna, trista in su li stracci<br />
+ de l’opera che mal per te si fé.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Roboàm, già non par che minacci<br />
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento<br />
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava ancor lo duro pavimento<br />
+ come Almeon a sua madre fé caro<br />
+ parer lo sventurato addornamento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come i figli si gittaro<br />
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br />
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio<br />
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br />
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrava come in rotta si fuggiro<br />
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br />
+ e anche le reliquie del martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br />
+ o Ilïón, come te basso e vile<br />
+ mostrava il segno che lì si discerne!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual di pennel fu maestro o di stile<br />
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi<br />
+ mirar farieno uno ingegno sottile?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:<br />
+ non vide mei di me chi vide il vero,<br />
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or superbite, e via col viso altero,<br />
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto<br />
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più era già per noi del monte vòlto<br />
+ e del cammin del sole assai più speso<br />
+ che non stimava l’animo non sciolto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando colui che sempre innanzi atteso<br />
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;<br />
+ non è più tempo di gir sì sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi colà un angel che s’appresta<br />
+ per venir verso noi; vedi che torna<br />
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,<br />
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;<br />
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era ben del suo ammonir uso<br />
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella<br />
+ materia non potea parlarmi chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A noi venìa la creatura bella,<br />
+ biancovestito e ne la faccia quale<br />
+ par tremolando mattutina stella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;<br />
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br />
+ e agevolemente omai si sale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questo invito vegnon molto radi:<br />
+ o gente umana, per volar sù nata,<br />
+ perché a poco vento così cadi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Menocci ove la roccia era tagliata;<br />
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;<br />
+ poi mi promise sicura l’andata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a man destra, per salire al monte<br />
+ dove siede la chiesa che soggioga<br />
+ la ben guidata sopra Rubaconte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si rompe del montar l’ardita foga<br />
+ per le scalee che si fero ad etade<br />
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così s’allenta la ripa che cade<br />
+ quivi ben ratta da l’altro girone;<br />
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,<br />
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci<br />
+ cantaron sì, che nol diria sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto son diverse quelle foci<br />
+ da l’infernali! ché quivi per canti<br />
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già montavam su per li scaglion santi,<br />
+ ed esser mi parea troppo più lieve<br />
+ che per lo pian non mi parea davanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br />
+ levata s’è da me, che nulla quasi<br />
+ per me fatica, andando, si riceve?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br />
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,<br />
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br />
+ che non pur non fatica sentiranno,<br />
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor fec’ io come color che vanno<br />
+ con cosa in capo non da lor saputa,<br />
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,<br />
+ e cerca e truova e quello officio adempie<br />
+ che non si può fornir per la veduta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con le dita de la destra scempie<br />
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise<br />
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a che guardando, il mio duca sorrise.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0213"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIII
+</h3>
+
+<p>
+ Noi eravamo al sommo de la scala,<br />
+ dove secondamente si risega<br />
+ lo monte che salendo altrui dismala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi così una cornice lega<br />
+ dintorno il poggio, come la primaia;<br />
+ se non che l’arco suo più tosto piega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ombra non lì è né segno che si paia:<br />
+ parsi la ripa e parsi la via schietta<br />
+ col livido color de la petraia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,<br />
+ ragionava il poeta, «io temo forse<br />
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;<br />
+ fece del destro lato a muover centro,<br />
+ e la sinistra parte di sé torse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro<br />
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br />
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;<br />
+ s’altra ragione in contrario non ponta,<br />
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,<br />
+ tanto di là eravam noi già iti,<br />
+ con poco tempo, per la voglia pronta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e verso noi volar furon sentiti,<br />
+ non però visti, spiriti parlando<br />
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La prima voce che passò volando<br />
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,<br />
+ e dietro a noi l’andò reïterando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E prima che del tutto non si udisse<br />
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’<br />
+ passò gridando, e anco non s’affisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».<br />
+ E com’ io domandai, ecco la terza<br />
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br />
+ la colpa de la invidia, e però sono<br />
+ tratte d’amor le corde de la ferza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;<br />
+ credo che l’udirai, per mio avviso,<br />
+ prima che giunghi al passo del perdono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,<br />
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br />
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora più che prima li occhi apersi;<br />
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti<br />
+ al color de la pietra non diversi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che fummo un poco più avanti,<br />
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:<br />
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che per terra vada ancoi<br />
+ omo sì duro, che non fosse punto<br />
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br />
+ che li atti loro a me venivan certi,<br />
+ per li occhi fui di grave dolor munto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,<br />
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,<br />
+ e tutti da la ripa eran sofferti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così li ciechi a cui la roba falla,<br />
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,<br />
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,<br />
+ non pur per lo sonar de le parole,<br />
+ ma per la vista che non meno agogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a li orbi non approda il sole,<br />
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,<br />
+ luce del ciel di sé largir non vole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br />
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br />
+ si fa però che queto non dimora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,<br />
+ veggendo altrui, non essendo veduto:<br />
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;<br />
+ e però non attese mia dimanda,<br />
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio mi venìa da quella banda<br />
+ de la cornice onde cader si puote,<br />
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’altra parte m’eran le divote<br />
+ ombre, che per l’orribile costura<br />
+ premevan sì, che bagnavan le gote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br />
+ incominciai, «di veder l’alto lume<br />
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se tosto grazia resolva le schiume<br />
+ di vostra coscïenza sì che chiaro<br />
+ per essa scenda de la mente il fiume,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br />
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;<br />
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina<br />
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire<br />
+ che vivesse in Italia peregrina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo mi parve per risposta udire<br />
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,<br />
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava<br />
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,<br />
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,<br />
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,<br />
+ fammiti conto o per luogo o per nome».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br />
+ altri rimendo qui la vita ria,<br />
+ lagrimando a colui che sé ne presti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa<br />
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br />
+ più lieta assai che di ventura mia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,<br />
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,<br />
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Eran li cittadin miei presso a Colle<br />
+ in campo giunti co’ loro avversari,<br />
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br />
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,<br />
+ letizia presi a tutte altre dispari,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,<br />
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,<br />
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pace volli con Dio in su lo stremo<br />
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe<br />
+ lo mio dover per penitenza scemo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe<br />
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br />
+ a cui di me per caritate increbbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni<br />
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br />
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,<br />
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa<br />
+ fatta per esser con invidia vòlti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa<br />
+ l’anima mia del tormento di sotto,<br />
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto<br />
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br />
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vivo sono; e però mi richiedi,<br />
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova<br />
+ di là per te ancor li mortai piedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br />
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;<br />
+ però col priego tuo talor mi giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,<br />
+ se mai calchi la terra di Toscana,<br />
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu li vedrai tra quella gente vana<br />
+ che spera in Talamone, e perderagli<br />
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma più vi perderanno li ammiragli».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0214"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIV
+</h3>
+
+<p>
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia<br />
+ prima che morte li abbia dato il volo,<br />
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;<br />
+ domandal tu che più li t’avvicini,<br />
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,<br />
+ ragionavan di me ivi a man dritta;<br />
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse l’uno: «O anima che fitta<br />
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,<br />
+ per carità ne consola e ne ditta<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai<br />
+ tanto maravigliar de la tua grazia,<br />
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia<br />
+ un fiumicel che nasce in Falterona,<br />
+ e cento miglia di corso nol sazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:<br />
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,<br />
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno<br />
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose<br />
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose<br />
+ questi il vocabol di quella riviera,<br />
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E l’ombra che di ciò domandata era,<br />
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno<br />
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno<br />
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,<br />
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ infin là ’ve si rende per ristoro<br />
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,<br />
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vertù così per nimica si fuga<br />
+ da tutti come biscia, o per sventura<br />
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ hanno sì mutata lor natura<br />
+ li abitator de la misera valle,<br />
+ che par che Circe li avesse in pastura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tra brutti porci, più degni di galle<br />
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,<br />
+ dirizza prima il suo povero calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Botoli trova poi, venendo giuso,<br />
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,<br />
+ e da lor disdegnosa torce il muso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,<br />
+ tanto più trova di can farsi lupi<br />
+ la maladetta e sventurata fossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,<br />
+ trova le volpi sì piene di froda,<br />
+ che non temono ingegno che le occùpi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;<br />
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta<br />
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio tuo nepote che diventa<br />
+ cacciator di quei lupi in su la riva<br />
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vende la carne loro essendo viva;<br />
+ poscia li ancide come antica belva;<br />
+ molti di vita e sé di pregio priva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanguinoso esce de la trista selva;<br />
+ lasciala tal, che di qui a mille anni<br />
+ ne lo stato primaio non si rinselva».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni<br />
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,<br />
+ da qual che parte il periglio l’assanni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta<br />
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br />
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista<br />
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,<br />
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che lo spirto che di pria parlòmi<br />
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca<br />
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca<br />
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br />
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,<br />
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,<br />
+ visto m’avresti di livore sparso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di mia semente cotal paglia mieto;<br />
+ o gente umana, perché poni ’l core<br />
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore<br />
+ de la casa da Calboli, ove nullo<br />
+ fatto s’è reda poi del suo valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br />
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,<br />
+ del ben richesto al vero e al trastullo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dentro a questi termini è ripieno<br />
+ di venenosi sterpi, sì che tardi<br />
+ per coltivare omai verrebber meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br />
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br />
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br />
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br />
+ verga gentil di picciola gramigna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,<br />
+ quando rimembro, con Guido da Prata,<br />
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Federigo Tignoso e sua brigata,<br />
+ la casa Traversara e li Anastagi<br />
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),<br />
+</p>
+
+<p>
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi<br />
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia<br />
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,<br />
+ poi che gita se n’è la tua famiglia<br />
+ e molta gente per non esser ria?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br />
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br />
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio<br />
+ lor sen girà; ma non però che puro<br />
+ già mai rimagna d’essi testimonio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro<br />
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta<br />
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta<br />
+ troppo di pianger più che di parlare,<br />
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi sapavam che quell’ anime care<br />
+ ci sentivano andar; però, tacendo,<br />
+ facëan noi del cammin confidare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi fummo fatti soli procedendo,<br />
+ folgore parve quando l’aere fende,<br />
+ voce che giunse di contra dicendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;<br />
+ e fuggì come tuon che si dilegua,<br />
+ se sùbito la nuvola scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,<br />
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,<br />
+ che somigliò tonar che tosto segua:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br />
+ e allor, per ristrignermi al poeta,<br />
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;<br />
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo<br />
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo<br />
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;<br />
+ e però poco val freno o richiamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,<br />
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,<br />
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde vi batte chi tutto discerne».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0215"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XV
+</h3>
+
+<p>
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza<br />
+ e ’l principio del dì par de la spera<br />
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto pareva già inver’ la sera<br />
+ essere al sol del suo corso rimaso;<br />
+ vespero là, e qui mezza notte era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,<br />
+ perché per noi girato era sì ’l monte,<br />
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte<br />
+ a lo splendore assai più che di prima,<br />
+ e stupor m’eran le cose non conte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima<br />
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,<br />
+ che del soverchio visibile lima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio<br />
+ salta lo raggio a l’opposita parte,<br />
+ salendo su per lo modo parecchio<br />
+</p>
+
+<p>
+ a quel che scende, e tanto si diparte<br />
+ dal cader de la pietra in igual tratta,<br />
+ sì come mostra esperïenza e arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così mi parve da luce rifratta<br />
+ quivi dinanzi a me esser percosso;<br />
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso<br />
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br />
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia<br />
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:<br />
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose<br />
+ non ti fia grave, ma fieti diletto<br />
+ quanto natura a sentir ti dispuose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,<br />
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci<br />
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi montavam, già partiti di linci,<br />
+ e ‘Beati misericordes!’ fue<br />
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mio maestro e io soli amendue<br />
+ suso andavamo; e io pensai, andando,<br />
+ prode acquistar ne le parole sue;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:<br />
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,<br />
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna<br />
+ conosce il danno; e però non s’ammiri<br />
+ se ne riprende perché men si piagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché s’appuntano i vostri disiri<br />
+ dove per compagnia parte si scema,<br />
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se l’amor de la spera supprema<br />
+ torcesse in suso il disiderio vostro,<br />
+ non vi sarebbe al petto quella tema;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,<br />
+ tanto possiede più di ben ciascuno,<br />
+ e più di caritate arde in quel chiostro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,<br />
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,<br />
+ e più di dubbio ne la mente aduno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo<br />
+ in più posseditor, faccia più ricchi<br />
+ di sé che se da pochi è posseduto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br />
+ la mente pur a le cose terrene,<br />
+ di vera luce tenebre dispicchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quello infinito e ineffabil bene<br />
+ che là sù è, così corre ad amore<br />
+ com’ a lucido corpo raggio vene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;<br />
+ sì che, quantunque carità si stende,<br />
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quanta gente più là sù s’intende,<br />
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,<br />
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se la mia ragion non ti disfama,<br />
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br />
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,<br />
+ come son già le due, le cinque piaghe,<br />
+ che si richiudon per esser dolente».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,<br />
+ vidimi giunto in su l’altro girone,<br />
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi mi parve in una visïone<br />
+ estatica di sùbito esser tratto,<br />
+ e vedere in un tempio più persone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e una donna, in su l’entrar, con atto<br />
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br />
+ perché hai tu così verso noi fatto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br />
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,<br />
+ ciò che pareva prima, dispario.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque<br />
+ giù per le gote che ’l dolor distilla<br />
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa<br />
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,<br />
+ e onde ogne scïenza disfavilla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vendica te di quelle braccia ardite<br />
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br />
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,<br />
+</p>
+
+<p>
+ risponder lei con viso temperato:<br />
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,<br />
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira<br />
+ con pietre un giovinetto ancider, forte<br />
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lui vedea chinarsi, per la morte<br />
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,<br />
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,<br />
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,<br />
+ con quello aspetto che pietà diserra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando l’anima mia tornò di fori<br />
+ a le cose che son fuor di lei vere,<br />
+ io riconobbi i miei non falsi errori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio, che mi potea vedere<br />
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,<br />
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma se’ venuto più che mezza lega<br />
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,<br />
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,<br />
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve<br />
+ quando le gambe mi furon sì tolte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br />
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br />
+ le tue cogitazion, quantunque parve.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse<br />
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace<br />
+ che da l’etterno fonte son diffuse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face<br />
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,<br />
+ quando disanimato il corpo giace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimandai per darti forza al piede:<br />
+ così frugar conviensi i pigri, lenti<br />
+ ad usar lor vigilia quando riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam per lo vespero, attenti<br />
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi<br />
+ contra i raggi serotini e lucenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br />
+ verso di noi come la notte oscuro;<br />
+ né da quello era loco da cansarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0216"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVI
+</h3>
+
+<p>
+ Buio d’inferno e di notte privata<br />
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,<br />
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non fece al viso mio sì grosso velo<br />
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,<br />
+ né a sentir di così aspro pelo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;<br />
+ onde la scorta mia saputa e fida<br />
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come cieco va dietro a sua guida<br />
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br />
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,<br />
+</p>
+
+<p>
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,<br />
+ ascoltando il mio duca che diceva<br />
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva<br />
+ pregar per pace e per misericordia<br />
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;<br />
+ una parola in tutte era e un modo,<br />
+ sì che parea tra esse ogne concordia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,<br />
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br />
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,<br />
+ e di noi parli pur come se tue<br />
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così per una voce detto fue;<br />
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,<br />
+ e domanda se quinci si va sùe».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «O creatura che ti mondi<br />
+ per tornar bella a colui che ti fece,<br />
+ maraviglia udirai, se mi secondi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br />
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br />
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora incominciai: «Con quella fascia<br />
+ che la morte dissolve men vo suso,<br />
+ e venni qui per l’infernale ambascia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,<br />
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte<br />
+ per modo tutto fuor del moderno uso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,<br />
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;<br />
+ e tue parole fier le nostre scorte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;<br />
+ del mondo seppi, e quel valore amai<br />
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per montar sù dirittamente vai».<br />
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego<br />
+ che per me prieghi quando sù sarai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego<br />
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br />
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br />
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo<br />
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo mondo è ben così tutto diserto<br />
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,<br />
+ e di malizia gravido e coverto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma priego che m’addite la cagione,<br />
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;<br />
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br />
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br />
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi che vivete ogne cagion recate<br />
+ pur suso al cielo, pur come se tutto<br />
+ movesse seco di necessitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se così fosse, in voi fora distrutto<br />
+ libero arbitrio, e non fora giustizia<br />
+ per ben letizia, e per male aver lutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br />
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,<br />
+ lume v’è dato a bene e a malizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e libero voler; che, se fatica<br />
+ ne le prime battaglie col ciel dura,<br />
+ poi vince tutto, se ben si notrica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A maggior forza e a miglior natura<br />
+ liberi soggiacete; e quella cria<br />
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, se ’l mondo presente disvia,<br />
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br />
+ e io te ne sarò or vera spia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esce di mano a lui che la vagheggia<br />
+ prima che sia, a guisa di fanciulla<br />
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’anima semplicetta che sa nulla,<br />
+ salvo che, mossa da lieto fattore,<br />
+ volontier torna a ciò che la trastulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di picciol bene in pria sente sapore;<br />
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,<br />
+ se guida o fren non torce suo amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde convenne legge per fren porre;<br />
+ convenne rege aver, che discernesse<br />
+ de la vera cittade almen la torre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br />
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,<br />
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la gente, che sua guida vede<br />
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,<br />
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben puoi veder che la mala condotta<br />
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,<br />
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,<br />
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada<br />
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada<br />
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme<br />
+ per viva forza mal convien che vada;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:<br />
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,<br />
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,<br />
+ solea valore e cortesia trovarsi,<br />
+ prima che Federigo avesse briga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ or può sicuramente indi passarsi<br />
+ per qualunque lasciasse, per vergogna<br />
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna<br />
+ l’antica età la nova, e par lor tardo<br />
+ che Dio a miglior vita li ripogna:<br />
+</p>
+
+<p>
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo<br />
+ e Guido da Castel, che mei si noma,<br />
+ francescamente, il semplice Lombardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br />
+ per confondere in sé due reggimenti,<br />
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;<br />
+ e or discerno perché dal retaggio<br />
+ li figli di Levì furono essenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br />
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,<br />
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,<br />
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br />
+ par che del buon Gherardo nulla senta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per altro sopranome io nol conosco,<br />
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.<br />
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia<br />
+ già biancheggiare, e me convien partirmi<br />
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così tornò, e più non volle udirmi.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0217"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVII
+</h3>
+
+<p>
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe<br />
+ ti colse nebbia per la qual vedessi<br />
+ non altrimenti che per pelle talpe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come, quando i vapori umidi e spessi<br />
+ a diradar cominciansi, la spera<br />
+ del sol debilemente entra per essi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fia la tua imagine leggera<br />
+ in giugnere a veder com’ io rividi<br />
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi<br />
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube<br />
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O imaginativa che ne rube<br />
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge<br />
+ perché dintorno suonin mille tube,<br />
+</p>
+
+<p>
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?<br />
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,<br />
+ per sé o per voler che giù lo scorge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De l’empiezza di lei che mutò forma<br />
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,<br />
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qui fu la mia mente sì ristretta<br />
+ dentro da sé, che di fuor non venìa<br />
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia<br />
+ un crucifisso, dispettoso e fero<br />
+ ne la sua vista, e cotal si moria;<br />
+</p>
+
+<p>
+ intorno ad esso era il grande Assüero,<br />
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,<br />
+ che fu al dire e al far così intero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come questa imagine rompeo<br />
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla<br />
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ surse in mia visïone una fanciulla<br />
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,<br />
+ perché per ira hai voluto esser nulla?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;<br />
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,<br />
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si frange il sonno ove di butto<br />
+ nova luce percuote il viso chiuso,<br />
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’imaginar mio cadde giuso<br />
+ tosto che lume il volto mi percosse,<br />
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,<br />
+ quando una voce disse «Qui si monta»,<br />
+ che da ogne altro intento mi rimosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece la mia voglia tanto pronta<br />
+ di riguardar chi era che parlava,<br />
+ che mai non posa, se non si raffronta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come al sol che nostra vista grava<br />
+ e per soverchio sua figura vela,<br />
+ così la mia virtù quivi mancava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questo è divino spirito, che ne la<br />
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,<br />
+ e col suo lume sé medesmo cela.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;<br />
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,<br />
+ malignamente già si mette al nego.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;<br />
+ procacciam di salir pria che s’abbui,<br />
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così disse il mio duca, e io con lui<br />
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;<br />
+ e tosto ch’io al primo grado fui,<br />
+</p>
+
+<p>
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala<br />
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati<br />
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eran sovra noi tanto levati<br />
+ li ultimi raggi che la notte segue,<br />
+ che le stelle apparivan da più lati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,<br />
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br />
+ la possa de le gambe posta in triegue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam dove più non saliva<br />
+ la scala sù, ed eravamo affissi,<br />
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io attesi un poco, s’io udissi<br />
+ alcuna cosa nel novo girone;<br />
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione<br />
+ si purga qui nel giro dove semo?<br />
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo<br />
+ del suo dover, quiritta si ristora;<br />
+ qui si ribatte il mal tardato remo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché più aperto intendi ancora,<br />
+ volgi la mente a me, e prenderai<br />
+ alcun buon frutto di nostra dimora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Né creator né creatura mai»,<br />
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br />
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo naturale è sempre sanza errore,<br />
+ ma l’altro puote errar per malo obietto<br />
+ o per troppo o per poco di vigore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,<br />
+ e ne’ secondi sé stesso misura,<br />
+ esser non può cagion di mal diletto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quando al mal si torce, o con più cura<br />
+ o con men che non dee corre nel bene,<br />
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene<br />
+ amor sementa in voi d’ogne virtute<br />
+ e d’ogne operazion che merta pene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, perché mai non può da la salute<br />
+ amor del suo subietto volger viso,<br />
+ da l’odio proprio son le cose tute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e perché intender non si può diviso,<br />
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br />
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Resta, se dividendo bene stimo,<br />
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso<br />
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,<br />
+ spera eccellenza, e sol per questo brama<br />
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ è chi podere, grazia, onore e fama<br />
+ teme di perder perch’ altri sormonti,<br />
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,<br />
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br />
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo triforme amor qua giù di sotto<br />
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,<br />
+ che corre al ben con ordine corrotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciascun confusamente un bene apprende<br />
+ nel qual si queti l’animo, e disira;<br />
+ per che di giugner lui ciascun contende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se lento amore a lui veder vi tira<br />
+ o a lui acquistar, questa cornice,<br />
+ dopo giusto penter, ve ne martira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;<br />
+ non è felicità, non è la buona<br />
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,<br />
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;<br />
+ ma come tripartito si ragiona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0218"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Posto avea fine al suo ragionamento<br />
+ l’alto dottore, e attento guardava<br />
+ ne la mia vista s’io parea contento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io, cui nova sete ancor frugava,<br />
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse<br />
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quel padre verace, che s’accorse<br />
+ del timido voler che non s’apriva,<br />
+ parlando, di parlare ardir mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva<br />
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro<br />
+ quanto la tua ragion parta o descriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ti prego, dolce padre caro,<br />
+ che mi dimostri amore, a cui reduci<br />
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci<br />
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto<br />
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,<br />
+ ad ogne cosa è mobile che piace,<br />
+ tosto che dal piacere in atto è desto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vostra apprensiva da esser verace<br />
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br />
+ sì che l’animo ad essa volger face;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,<br />
+ quel piegare è amor, quell’ è natura<br />
+ che per piacer di novo in voi si lega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come ’l foco movesi in altura<br />
+ per la sua forma ch’è nata a salire<br />
+ là dove più in sua matera dura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’animo preso entra in disire,<br />
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa<br />
+ fin che la cosa amata il fa gioire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa<br />
+ la veritate a la gente ch’avvera<br />
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che forse appar la sua matera<br />
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno<br />
+ è buono, ancor che buona sia la cera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,<br />
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,<br />
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto<br />
+ e l’anima non va con altro piede,<br />
+ se dritta o torta va, non è suo merto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br />
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta<br />
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ogne forma sustanzïal, che setta<br />
+ è da matera ed è con lei unita,<br />
+ specifica vertute ha in sé colletta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la qual sanza operar non è sentita,<br />
+ né si dimostra mai che per effetto,<br />
+ come per verdi fronde in pianta vita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto<br />
+ de le prime notizie, omo non sape,<br />
+ e de’ primi appetibili l’affetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che sono in voi sì come studio in ape<br />
+ di far lo mele; e questa prima voglia<br />
+ merto di lode o di biasmo non cape.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,<br />
+ innata v’è la virtù che consiglia,<br />
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia<br />
+ ragion di meritare in voi, secondo<br />
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Color che ragionando andaro al fondo,<br />
+ s’accorser d’esta innata libertate;<br />
+ però moralità lasciaro al mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, poniam che di necessitate<br />
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,<br />
+ di ritenerlo è in voi la podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La nobile virtù Beatrice intende<br />
+ per lo libero arbitrio, e però guarda<br />
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».<br />
+</p>
+
+<p>
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,<br />
+ facea le stelle a noi parer più rade,<br />
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade<br />
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma<br />
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma<br />
+ Pietola più che villa mantoana,<br />
+ del mio carcar diposta avea la soma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana<br />
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,<br />
+ stava com’ om che sonnolento vana.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br />
+ subitamente da gente che dopo<br />
+ le nostre spalle a noi era già volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale Ismeno già vide e Asopo<br />
+ lungo di sè di notte furia e calca,<br />
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal per quel giron suo passo falca,<br />
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,<br />
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo<br />
+ si movea tutta quella turba magna;<br />
+ e due dinanzi gridavan piangendo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Maria corse con fretta a la montagna;<br />
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br />
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda<br />
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,<br />
+ «che studio di ben far grazia rinverda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O gente in cui fervore aguto adesso<br />
+ ricompie forse negligenza e indugio<br />
+ da voi per tepidezza in ben far messo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,<br />
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;<br />
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parole furon queste del mio duca;<br />
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni<br />
+ di retro a noi, e troverai la buca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br />
+ che restar non potem; però perdona,<br />
+ se villania nostra giustizia tieni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui abate in San Zeno a Verona<br />
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,<br />
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,<br />
+ che tosto piangerà quel monastero,<br />
+ e tristo fia d’avere avuta possa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,<br />
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,<br />
+ ha posto in loco di suo pastor vero».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,<br />
+ tant’ era già di là da noi trascorso;<br />
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso<br />
+ disse: «Volgiti qua: vedine due<br />
+ venir dando a l’accidïa di morso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br />
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,<br />
+ che vedesse Iordan le rede sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella che l’affanno non sofferse<br />
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,<br />
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi quando fuor da noi tanto divise<br />
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,<br />
+ novo pensiero dentro a me si mise,<br />
+</p>
+
+<p>
+ del qual più altri nacquero e diversi;<br />
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,<br />
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0219"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XIX
+</h3>
+
+<p>
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno<br />
+ intepidar più ’l freddo de la luna,<br />
+ vinto da terra, e talor da Saturno<br />
+</p>
+
+<p>
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br />
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,<br />
+ surger per via che poco le sta bruna—,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi venne in sogno una femmina balba,<br />
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br />
+ con le man monche, e di colore scialba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta<br />
+ le fredde membra che la notte aggrava,<br />
+ così lo sguardo mio le facea scorta<br />
+</p>
+
+<p>
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava<br />
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,<br />
+ com’ amor vuol, così le colorava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,<br />
+ cominciava a cantar sì, che con pena<br />
+ da lei avrei mio intento rivolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,<br />
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;<br />
+ tanto son di piacere a sentir piena!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br />
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,<br />
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor non era sua bocca richiusa,<br />
+ quand’ una donna apparve santa e presta<br />
+ lunghesso me per far colei confusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br />
+ fieramente dicea; ed el venìa<br />
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria<br />
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;<br />
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre<br />
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br />
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br />
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,<br />
+ e andavam col sol novo a le reni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguendo lui, portava la mia fronte<br />
+ come colui che l’ha di pensier carca,<br />
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»<br />
+ parlare in modo soave e benigno,<br />
+ qual non si sente in questa mortal marca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,<br />
+ volseci in sù colui che sì parlonne<br />
+ tra due pareti del duro macigno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mosse le penne poi e ventilonne,<br />
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,<br />
+ ch’avran di consolar l’anime donne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,<br />
+ la guida mia incominciò a dirmi,<br />
+ poco amendue da l’angel sormontati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br />
+ novella visïon ch’a sé mi piega,<br />
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega<br />
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;<br />
+ vedesti come l’uom da lei si slega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br />
+ li occhi rivolgi al logoro che gira<br />
+ lo rege etterno con le rote magne».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,<br />
+ indi si volge al grido e si protende<br />
+ per lo disio del pasto che là il tira,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende<br />
+ la roccia per dar via a chi va suso,<br />
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,<br />
+ vidi gente per esso che piangea,<br />
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’<br />
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,<br />
+ che la parola a pena s’intendea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri<br />
+ e giustizia e speranza fa men duri,<br />
+ drizzate noi verso li alti saliri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,<br />
+ e volete trovar la via più tosto,<br />
+ le vostre destre sien sempre di fori».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto<br />
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io<br />
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br />
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno<br />
+ ciò che chiedea la vista del disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,<br />
+ trassimi sovra quella creatura<br />
+ le cui parole pria notar mi fenno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br />
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,<br />
+ sosta un poco per me tua maggior cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br />
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri<br />
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br />
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br />
+ scias quod ego fui successor Petri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima<br />
+ una fiumana bella, e del suo nome<br />
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un mese e poco più prova’ io come<br />
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br />
+ che piuma sembran tutte l’altre some.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br />
+ ma, come fatto fui roman pastore,<br />
+ così scopersi la vita bugiarda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,<br />
+ né più salir potiesi in quella vita;<br />
+ per che di questa in me s’accese amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fino a quel punto misera e partita<br />
+ da Dio anima fui, del tutto avara;<br />
+ or, come vedi, qui ne son punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara<br />
+ in purgazion de l’anime converse;<br />
+ e nulla pena il monte ha più amara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse<br />
+ in alto, fisso a le cose terrene,<br />
+ così giustizia qui a terra il merse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come avarizia spense a ciascun bene<br />
+ lo nostro amore, onde operar perdési,<br />
+ così giustizia qui stretti ne tene,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;<br />
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,<br />
+ tanto staremo immobili e distesi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;<br />
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,<br />
+ solo ascoltando, del mio reverire,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br />
+ E io a lui: «Per vostra dignitate<br />
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br />
+ rispuose; «non errar: conservo sono<br />
+ teco e con li altri ad una podestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se mai quel santo evangelico suono<br />
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,<br />
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;<br />
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,<br />
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,<br />
+ buona da sé, pur che la nostra casa<br />
+ non faccia lei per essempro malvagia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questa sola di là m’è rimasa».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0220"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XX
+</h3>
+
+<p>
+ Contra miglior voler voler mal pugna;<br />
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,<br />
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li<br />
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,<br />
+ come si va per muro stretto a’ merli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia<br />
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,<br />
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maladetta sie tu, antica lupa,<br />
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda<br />
+ per la tua fame sanza fine cupa!<br />
+</p>
+
+<p>
+ O ciel, nel cui girar par che si creda<br />
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,<br />
+ quando verrà per cui questa disceda?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br />
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia<br />
+ pietosamente piangere e lagnarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»<br />
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br />
+ come fa donna che in parturir sia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,<br />
+ quanto veder si può per quello ospizio<br />
+ dove sponesti il tuo portato santo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br />
+ con povertà volesti anzi virtute<br />
+ che gran ricchezza posseder con vizio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole m’eran sì piaciute,<br />
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza<br />
+ di quello spirto onde parean venute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso parlava ancor de la larghezza<br />
+ che fece Niccolò a le pulcelle,<br />
+ per condurre ad onor lor giovinezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima che tanto ben favelle,<br />
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br />
+ tu queste degne lode rinovelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fia sanza mercé la tua parola,<br />
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto<br />
+ di quella vita ch’al termine vola».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br />
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta<br />
+ grazia in te luce prima che sie morto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui radice de la mala pianta<br />
+ che la terra cristiana tutta aduggia,<br />
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br />
+ potesser, tosto ne saria vendetta;<br />
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br />
+ di me son nati i Filippi e i Luigi<br />
+ per cui novellamente è Francia retta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:<br />
+ quando li regi antichi venner meno<br />
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trova’mi stretto ne le mani il freno<br />
+ del governo del regno, e tanta possa<br />
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’a la corona vedova promossa<br />
+ la testa di mio figlio fu, dal quale<br />
+ cominciar di costor le sacrate ossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che la gran dota provenzale<br />
+ al sangue mio non tolse la vergogna,<br />
+ poco valea, ma pur non facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì cominciò con forza e con menzogna<br />
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br />
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br />
+ vittima fé di Curradino; e poi<br />
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,<br />
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br />
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia<br />
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br />
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi non terra, ma peccato e onta<br />
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,<br />
+ quanto più lieve simil danno conta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro, che già uscì preso di nave,<br />
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne<br />
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O avarizia, che puoi tu più farne,<br />
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,<br />
+ che non si cura de la propria carne?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,<br />
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br />
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;<br />
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,<br />
+ e tra vivi ladroni esser anciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,<br />
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br />
+ portar nel Tempio le cupide vele.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto<br />
+ a veder la vendetta che, nascosa,<br />
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa<br />
+ de lo Spirito Santo e che ti fece<br />
+ verso me volger per alcuna chiosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto è risposto a tutte nostre prece<br />
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,<br />
+ contrario suon prendemo in quella vece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br />
+ cui traditore e ladro e paricida<br />
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la miseria de l’avaro Mida,<br />
+ che seguì a la sua dimanda gorda,<br />
+ per la qual sempre convien che si rida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br />
+ come furò le spoglie, sì che l’ira<br />
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi accusiam col marito Saffira;<br />
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;<br />
+ e in infamia tutto ’l monte gira<br />
+</p>
+
+<p>
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;<br />
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,<br />
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,<br />
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona<br />
+ ora a maggiore e ora a minor passo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,<br />
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso<br />
+ non alzava la voce altra persona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi eravam partiti già da esso,<br />
+ e brigavam di soverchiar la strada<br />
+ tanto quanto al poder n’era permesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,<br />
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br />
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,<br />
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido<br />
+ a parturir li due occhi del cielo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò da tutte parti un grido<br />
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,<br />
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’<br />
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,<br />
+ onde intender lo grido si poteo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ No’ istavamo immobili e sospesi<br />
+ come i pastor che prima udir quel canto,<br />
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br />
+ guardando l’ombre che giacean per terra,<br />
+ tornate già in su l’usato pianto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br />
+ mi fé desideroso di sapere,<br />
+ se la memoria mia in ciò non erra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanta pareami allor, pensando, avere;<br />
+ né per la fretta dimandare er’ oso,<br />
+ né per me lì potea cosa vedere:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così m’andava timido e pensoso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0221"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXI
+</h3>
+
+<p>
+ La sete natural che mai non sazia<br />
+ se non con l’acqua onde la femminetta<br />
+ samaritana domandò la grazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi travagliava, e pungeami la fretta<br />
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,<br />
+ e condoleami a la giusta vendetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br />
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,<br />
+ già surto fuor de la sepulcral buca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,<br />
+ dal piè guardando la turba che giace;<br />
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br />
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br />
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio<br />
+ ti ponga in pace la verace corte<br />
+ che me rilega ne l’etterno essilio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:<br />
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br />
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni<br />
+ che questi porta e che l’angel profila,<br />
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché lei che dì e notte fila<br />
+ non li avea tratta ancora la conocchia<br />
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,<br />
+ venendo sù, non potea venir sola,<br />
+ però ch’al nostro modo non adocchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola<br />
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli<br />
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br />
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una<br />
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br />
+ del mio disio, che pur con la speranza<br />
+ si fece la mia sete men digiuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br />
+ ordine senta la religïone<br />
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Libero è qui da ogne alterazione:<br />
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve<br />
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,<br />
+ non rugiada, non brina più sù cade<br />
+ che la scaletta di tre gradi breve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ nuvole spesse non paion né rade,<br />
+ né coruscar, né figlia di Taumante,<br />
+ che di là cangia sovente contrade;<br />
+</p>
+
+<p>
+ secco vapor non surge più avante<br />
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,<br />
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trema forse più giù poco o assai;<br />
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,<br />
+ non so come, qua sù non tremò mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tremaci quando alcuna anima monda<br />
+ sentesi, sì che surga o che si mova<br />
+ per salir sù; e tal grido seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De la mondizia sol voler fa prova,<br />
+ che, tutto libero a mutar convento,<br />
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br />
+ che divina giustizia, contra voglia,<br />
+ come fu al peccar, pone al tormento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che son giaciuto a questa doglia<br />
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii<br />
+ libera volontà di miglior soglia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però sentisti il tremoto e li pii<br />
+ spiriti per lo monte render lode<br />
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ne disse; e però ch’el si gode<br />
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,<br />
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete<br />
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,<br />
+ perché ci trema e di che congaudete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,<br />
+ e perché tanti secoli giaciuto<br />
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto<br />
+ del sommo rege, vendicò le fóra<br />
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ col nome che più dura e più onora<br />
+ era io di là», rispuose quello spirto,<br />
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br />
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br />
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:<br />
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br />
+ ma caddi in via con la seconda soma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Al mio ardor fuor seme le faville,<br />
+ che mi scaldar, de la divina fiamma<br />
+ onde sono allumati più di mille;<br />
+</p>
+
+<p>
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma<br />
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:<br />
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E per esser vivuto di là quando<br />
+ visse Virgilio, assentirei un sole<br />
+ più che non deggio al mio uscir di bando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volser Virgilio a me queste parole<br />
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;<br />
+ ma non può tutto la virtù che vuole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché riso e pianto son tanto seguaci<br />
+ a la passion di che ciascun si spicca,<br />
+ che men seguon voler ne’ più veraci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;<br />
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi<br />
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,<br />
+ disse, «perché la tua faccia testeso<br />
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:<br />
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura<br />
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso<br />
+</p>
+
+<p>
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br />
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br />
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,<br />
+ antico spirto, del rider ch’io fei;<br />
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi che guida in alto li occhi miei,<br />
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br />
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se cagion altra al mio rider credesti,<br />
+ lasciala per non vera, ed esser credi<br />
+ quelle parole che di lui dicesti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi<br />
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br />
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br />
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,<br />
+ quand’ io dismento nostra vanitate,<br />
+</p>
+
+<p>
+ trattando l’ombre come cosa salda».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0222"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXII
+</h3>
+
+<p>
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,<br />
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,<br />
+ avendomi dal viso un colpo raso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro<br />
+ detto n’avea beati, e le sue voci<br />
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io più lieve che per l’altre foci<br />
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore<br />
+ seguiva in sù li spiriti veloci;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,<br />
+ acceso di virtù, sempre altro accese,<br />
+ pur che la fiamma sua paresse fore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde da l’ora che tra noi discese<br />
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,<br />
+ che la tua affezion mi fé palese,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mia benvoglienza inverso te fu quale<br />
+ più strinse mai di non vista persona,<br />
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona<br />
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,<br />
+ e come amico omai meco ragiona:<br />
+</p>
+
+<p>
+ come poté trovar dentro al tuo seno<br />
+ loco avarizia, tra cotanto senno<br />
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste parole Stazio mover fenno<br />
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:<br />
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente più volte appaion cose<br />
+ che danno a dubitar falsa matera<br />
+ per le vere ragion che son nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera<br />
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,<br />
+ forse per quella cerchia dov’ io era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sappi ch’avarizia fu partita<br />
+ troppo da me, e questa dismisura<br />
+ migliaia di lunari hanno punita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,<br />
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,<br />
+ crucciato quasi a l’umana natura:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame<br />
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,<br />
+ voltando sentirei le giostre grame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali<br />
+ potean le mani a spendere, e pente’mi<br />
+ così di quel come de li altri mali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quanti risurgeran coi crini scemi<br />
+ per ignoranza, che di questa pecca<br />
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sappie che la colpa che rimbecca<br />
+ per dritta opposizione alcun peccato,<br />
+ con esso insieme qui suo verde secca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però, s’io son tra quella gente stato<br />
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,<br />
+ per lo contrario suo m’è incontrato».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or quando tu cantasti le crude armi<br />
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,<br />
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,<br />
+ non par che ti facesse ancor fedele<br />
+ la fede, sanza qual ben far non basta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se così è, qual sole o quai candele<br />
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br />
+ poscia di retro al pescator le vele?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti<br />
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br />
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Facesti come quei che va di notte,<br />
+ che porta il lume dietro e sé non giova,<br />
+ ma dopo sé fa le persone dotte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;<br />
+ torna giustizia e primo tempo umano,<br />
+ e progenïe scende da ciel nova’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per te poeta fui, per te cristiano:<br />
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,<br />
+ a colorare stenderò la mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno<br />
+ de la vera credenza, seminata<br />
+ per li messaggi de l’etterno regno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la parola tua sopra toccata<br />
+ si consonava a’ nuovi predicanti;<br />
+ ond’ io a visitarli presi usata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vennermi poi parendo tanto santi,<br />
+ che, quando Domizian li perseguette,<br />
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e mentre che di là per me si stette,<br />
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br />
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi<br />
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;<br />
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lungamente mostrando paganesmo;<br />
+ e questa tepidezza il quarto cerchio<br />
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio<br />
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,<br />
+ mentre che del salire avem soverchio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,<br />
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br />
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,<br />
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br />
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel primo cinghio del carcere cieco;<br />
+ spesse fïate ragioniam del monte<br />
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,<br />
+ Simonide, Agatone e altri piùe<br />
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi si veggion de le genti tue<br />
+ Antigone, Deïfile e Argia,<br />
+ e Ismene sì trista come fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Védeisi quella che mostrò Langia;<br />
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br />
+ e con le suore sue Deïdamia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tacevansi ambedue già li poeti,<br />
+ di novo attenti a riguardar dintorno,<br />
+ liberi da saliri e da pareti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e già le quattro ancelle eran del giorno<br />
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br />
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo<br />
+ le destre spalle volger ne convegna,<br />
+ girando il monte come far solemo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,<br />
+ e prendemmo la via con men sospetto<br />
+ per l’assentir di quell’ anima degna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Elli givan dinanzi, e io soletto<br />
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br />
+ ch’a poetar mi davano intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br />
+ un alber che trovammo in mezza strada,<br />
+ con pomi a odorar soavi e buoni;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come abete in alto si digrada<br />
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,<br />
+ cred’ io, perché persona sù non vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,<br />
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro<br />
+ e si spandeva per le foglie suso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;<br />
+ e una voce per entro le fronde<br />
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde<br />
+ fosser le nozze orrevoli e intere,<br />
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E le Romane antiche, per lor bere,<br />
+ contente furon d’acqua; e Danïello<br />
+ dispregiò cibo e acquistò savere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,<br />
+ fé savorose con fame le ghiande,<br />
+ e nettare con sete ogne ruscello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mele e locuste furon le vivande<br />
+ che nodriro il Batista nel diserto;<br />
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0223"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che li occhi per la fronda verde<br />
+ ficcava ïo sì come far suole<br />
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br />
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto<br />
+ più utilmente compartir si vuole».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,<br />
+ appresso i savi, che parlavan sìe,<br />
+ che l’andar mi facean di nullo costo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe<br />
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo<br />
+ tal, che diletto e doglia parturìe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,<br />
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno<br />
+ forse di lor dover solvendo il nodo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,<br />
+ giugnendo per cammin gente non nota,<br />
+ che si volgono ad essa e non restanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così di retro a noi, più tosto mota,<br />
+ venendo e trapassando ci ammirava<br />
+ d’anime turba tacita e devota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br />
+ palida ne la faccia, e tanto scema<br />
+ che da l’ossa la pelle s’informava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che così a buccia strema<br />
+ Erisittone fosse fatto secco,<br />
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco<br />
+ la gente che perdé Ierusalemme,<br />
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:<br />
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’<br />
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo<br />
+ sì governasse, generando brama,<br />
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era in ammirar che sì li affama,<br />
+ per la cagione ancor non manifesta<br />
+ di lor magrezza e di lor trista squama,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco del profondo de la testa<br />
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;<br />
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;<br />
+ ma ne la voce sua mi fu palese<br />
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa favilla tutta mi raccese<br />
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,<br />
+ e ravvisai la faccia di Forese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia<br />
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,<br />
+ né a difetto di carne ch’io abbia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br />
+ due anime che là ti fanno scorta;<br />
+ non rimaner che tu non mi favelle!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,<br />
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br />
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br />
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,<br />
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio<br />
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta<br />
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutta esta gente che piangendo canta<br />
+ per seguitar la gola oltra misura,<br />
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di bere e di mangiar n’accende cura<br />
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo<br />
+ che si distende su per sua verdura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur una volta, questo spazzo<br />
+ girando, si rinfresca nostra pena:<br />
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quella voglia a li alberi ci mena<br />
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,<br />
+ quando ne liberò con la sua vena».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Forese, da quel dì<br />
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br />
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se prima fu la possa in te finita<br />
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora<br />
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?<br />
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,<br />
+ dove tempo per tempo si ristora».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto<br />
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri<br />
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br />
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,<br />
+ e liberato m’ha de li altri giri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta<br />
+ la vedovella mia, che molto amai,<br />
+ quanto in bene operare è più soletta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la Barbagia di Sardigna assai<br />
+ ne le femmine sue più è pudica<br />
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?<br />
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,<br />
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel qual sarà in pergamo interdetto<br />
+ a le sfacciate donne fiorentine<br />
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br />
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,<br />
+ o spiritali o altre discipline?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le svergognate fosser certe<br />
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,<br />
+ già per urlare avrian le bocche aperte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,<br />
+ prima fien triste che le guance impeli<br />
+ colui che mo si consola con nanna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br />
+ vedi che non pur io, ma questa gente<br />
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente<br />
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,<br />
+ ancor fia grave il memorar presente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella vita mi volse costui<br />
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda<br />
+ vi si mostrò la suora di colui»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda<br />
+ notte menato m’ha d’i veri morti<br />
+ con questa vera carne che ’l seconda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,<br />
+ salendo e rigirando la montagna<br />
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto dice di farmi sua compagna<br />
+ che io sarò là dove fia Beatrice;<br />
+ quivi convien che sanza lui rimagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio è questi che così mi dice»,<br />
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra<br />
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0224"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIV
+</h3>
+
+<p>
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento<br />
+ facea, ma ragionando andavam forte,<br />
+ sì come nave pinta da buon vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,<br />
+ per le fosse de li occhi ammirazione<br />
+ traean di me, di mio vivere accorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, continüando al mio sermone,<br />
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br />
+ che non farebbe, per altrui cagione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;<br />
+ dimmi s’io veggio da notar persona<br />
+ tra questa gente che sì mi riguarda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La mia sorella, che tra bella e buona<br />
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta<br />
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br />
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta<br />
+ nostra sembianza via per la dïeta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br />
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br />
+ di là da lui più che l’altre trapunta<br />
+</p>
+
+<p>
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br />
+ dal Torso fu, e purga per digiuno<br />
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br />
+ e del nomar parean tutti contenti,<br />
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi per fame a vòto usar li denti<br />
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br />
+ che pasturò col rocco molte genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio<br />
+ già di bere a Forlì con men secchezza,<br />
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza<br />
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,<br />
+ che più parea di me aver contezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»<br />
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga<br />
+ de la giustizia che sì li pilucca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga<br />
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,<br />
+ e te e me col tuo parlare appaga».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br />
+ cominciò el, «che ti farà piacere<br />
+ la mia città, come ch’om la riprenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:<br />
+ se nel mio mormorar prendesti errore,<br />
+ dichiareranti ancor le cose vere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore<br />
+ trasse le nove rime, cominciando<br />
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando<br />
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo<br />
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo<br />
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne<br />
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio ben come le vostre penne<br />
+ di retro al dittator sen vanno strette,<br />
+ che de le nostre certo non avvenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual più a gradire oltre si mette,<br />
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;<br />
+ e, quasi contentato, si tacette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,<br />
+ alcuna volta in aere fanno schiera,<br />
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così tutta la gente che lì era,<br />
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,<br />
+ e per magrezza e per voler leggera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’uom che di trottare è lasso,<br />
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia<br />
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì lasciò trapassar la santa greggia<br />
+ Forese, e dietro meco sen veniva,<br />
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;<br />
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br />
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,<br />
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br />
+ e a trista ruina par disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,<br />
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto<br />
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,<br />
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,<br />
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br />
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br />
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro<br />
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo<br />
+ venendo teco sì a paro a paro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo<br />
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,<br />
+ e va per farsi onor del primo intoppo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal si partì da noi con maggior valchi;<br />
+ e io rimasi in via con esso i due<br />
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando innanzi a noi intrato fue,<br />
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br />
+ come la mente a le parole sue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ parvermi i rami gravidi e vivaci<br />
+ d’un altro pomo, e non molto lontani<br />
+ per esser pur allora vòlto in laci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani<br />
+ e gridar non so che verso le fronde,<br />
+ quasi bramosi fantolini e vani<br />
+</p>
+
+<p>
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,<br />
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br />
+ tien alto lor disio e nol nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si partì sì come ricreduta;<br />
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,<br />
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:<br />
+ legno è più sù che fu morso da Eva,<br />
+ e questa pianta si levò da esso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;<br />
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br />
+ oltre andavam dal lato che si leva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti<br />
+ nei nuvoli formati, che, satolli,<br />
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,<br />
+ per che no i volle Gedeon compagni,<br />
+ quando inver’ Madïan discese i colli».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni<br />
+ passammo, udendo colpe de la gola<br />
+ seguite già da miseri guadagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, rallargati per la strada sola,<br />
+ ben mille passi e più ci portar oltre,<br />
+ contemplando ciascun sanza parola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».<br />
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi<br />
+ come fan bestie spaventate e poltre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;<br />
+ e già mai non si videro in fornace<br />
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace<br />
+ montare in sù, qui si convien dar volta;<br />
+ quinci si va chi vuole andar per pace».<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;<br />
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,<br />
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale, annunziatrice de li albori,<br />
+ l’aura di maggio movesi e olezza,<br />
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza<br />
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,<br />
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma<br />
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto<br />
+ nel petto lor troppo disir non fuma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0225"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXV
+</h3>
+
+<p>
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;<br />
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge<br />
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge<br />
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br />
+ se di bisogno stimolo il trafigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così intrammo noi per la callaia,<br />
+ uno innanzi altro prendendo la scala<br />
+ che per artezza i salitor dispaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quale il cicognin che leva l’ala<br />
+ per voglia di volare, e non s’attenta<br />
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io con voglia accesa e spenta<br />
+ di dimandar, venendo infino a l’atto<br />
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,<br />
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br />
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allor sicuramente apri’ la bocca<br />
+ e cominciai: «Come si può far magro<br />
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se t’ammentassi come Meleagro<br />
+ si consumò al consumar d’un stizzo,<br />
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,<br />
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,<br />
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,<br />
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br />
+ che sia or sanator de le tue piage».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se la veduta etterna li dislego»,<br />
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br />
+ discolpi me non potert’ io far nego».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,<br />
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,<br />
+ lume ti fiero al come che tu die.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sangue perfetto, che poi non si beve<br />
+ da l’assetate vene, e si rimane<br />
+ quasi alimento che di mensa leve,<br />
+</p>
+
+<p>
+ prende nel core a tutte membra umane<br />
+ virtute informativa, come quello<br />
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello<br />
+ tacer che dire; e quindi poscia geme<br />
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,<br />
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare<br />
+ per lo perfetto loco onde si preme;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e, giunto lui, comincia ad operare<br />
+ coagulando prima, e poi avviva<br />
+ ciò che per sua matera fé constare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anima fatta la virtute attiva<br />
+ qual d’una pianta, in tanto differente,<br />
+ che questa è in via e quella è già a riva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,<br />
+ come spungo marino; e indi imprende<br />
+ ad organar le posse ond’ è semente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende<br />
+ la virtù ch’è dal cor del generante,<br />
+ dove natura a tutte membra intende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma come d’animal divegna fante,<br />
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,<br />
+ che più savio di te fé già errante,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto<br />
+ da l’anima il possibile intelletto,<br />
+ perché da lui non vide organo assunto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Apri a la verità che viene il petto;<br />
+ e sappi che, sì tosto come al feto<br />
+ l’articular del cerebro è perfetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo motor primo a lui si volge lieto<br />
+ sovra tant’ arte di natura, e spira<br />
+ spirito novo, di vertù repleto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ciò che trova attivo quivi, tira<br />
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,<br />
+ che vive e sente e sé in sé rigira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E perché meno ammiri la parola,<br />
+ guarda il calor del sole che si fa vino,<br />
+ giunto a l’omor che de la vite cola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando Làchesis non ha più del lino,<br />
+ solvesi da la carne, e in virtute<br />
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altre potenze tutte quante mute;<br />
+ memoria, intelligenza e volontade<br />
+ in atto molto più che prima agute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade<br />
+ mirabilmente a l’una de le rive;<br />
+ quivi conosce prima le sue strade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che loco lì la circunscrive,<br />
+ la virtù formativa raggia intorno<br />
+ così e quanto ne le membra vive.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,<br />
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,<br />
+ di diversi color diventa addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’aere vicin quivi si mette<br />
+ e in quella forma ch’è in lui suggella<br />
+ virtüalmente l’alma che ristette;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e simigliante poi a la fiammella<br />
+ che segue il foco là ’vunque si muta,<br />
+ segue lo spirto sua forma novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,<br />
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi<br />
+ ciascun sentire infino a la veduta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br />
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri<br />
+ che per lo monte aver sentiti puoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Secondo che ci affliggono i disiri<br />
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;<br />
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già venuto a l’ultima tortura<br />
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,<br />
+ ed eravamo attenti ad altra cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br />
+ e la cornice spira fiato in suso<br />
+ che la reflette e via da lei sequestra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso<br />
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco<br />
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br />
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br />
+ però ch’errar potrebbesi per poco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno<br />
+ al grande ardore allora udi’ cantando,<br />
+ che di volger mi fé caler non meno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi spirti per la fiamma andando;<br />
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi<br />
+ compartendo la vista a quando a quando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,<br />
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;<br />
+ indi ricominciavan l’inno bassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br />
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne<br />
+ che di Venere avea sentito il tòsco».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi al cantar tornavano; indi donne<br />
+ gridavano e mariti che fuor casti<br />
+ come virtute e matrimonio imponne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo modo credo che lor basti<br />
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:<br />
+ con tal cura conviene e con tai pasti<br />
+</p>
+
+<p>
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0226"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVI
+</h3>
+
+<p>
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,<br />
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro<br />
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ feriami il sole in su l’omero destro,<br />
+ che già, raggiando, tutto l’occidente<br />
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io facea con l’ombra più rovente<br />
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br />
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa fu la cagion che diede inizio<br />
+ loro a parlar di me; e cominciarsi<br />
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi verso me, quanto potëan farsi,<br />
+ certi si fero, sempre con riguardo<br />
+ di non uscir dove non fosser arsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,<br />
+ ma forse reverente, a li altri dopo,<br />
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;<br />
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete<br />
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinne com’ è che fai di te parete<br />
+ al sol, pur come tu non fossi ancora<br />
+ di morte intrato dentro da la rete».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora<br />
+ già manifesto, s’io non fossi atteso<br />
+ ad altra novità ch’apparve allora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché per lo mezzo del cammino acceso<br />
+ venne gente col viso incontro a questa,<br />
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta<br />
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una<br />
+ sanza restar, contente a brieve festa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così per entro loro schiera bruna<br />
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,<br />
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,<br />
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,<br />
+ sopragridar ciascuna s’affatica:<br />
+</p>
+
+<p>
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br />
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,<br />
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife<br />
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,<br />
+ queste del gel, quelle del sole schife,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;<br />
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti<br />
+ e al gridar che più lor si convene;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e raccostansi a me, come davanti,<br />
+ essi medesmi che m’avean pregato,<br />
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io, che due volte avea visto lor grato,<br />
+ incominciai: «O anime sicure<br />
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non son rimase acerbe né mature<br />
+ le membra mie di là, ma son qui meco<br />
+ col sangue suo e con le sue giunture.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;<br />
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,<br />
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia<br />
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi<br />
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,<br />
+ chi siete voi, e chi è quella turba<br />
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti stupido si turba<br />
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,<br />
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;<br />
+ ma poi che furon di stupore scarche,<br />
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Beato te, che de le nostre marche»,<br />
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,<br />
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!<br />
+</p>
+
+<p>
+ La gente che non vien con noi, offese<br />
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br />
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però si parton “Soddoma” gridando,<br />
+ rimproverando a sé com’ hai udito,<br />
+ e aiutan l’arsura vergognando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nostro peccato fu ermafrodito;<br />
+ ma perché non servammo umana legge,<br />
+ seguendo come bestie l’appetito,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br />
+ quando partinci, il nome di colei<br />
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br />
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,<br />
+ tempo non è di dire, e non saprei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Farotti ben di me volere scemo:<br />
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br />
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo<br />
+ si fer due figli a riveder la madre,<br />
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre<br />
+ mio e de li altri miei miglior che mai<br />
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sanza udire e dir pensoso andai<br />
+ lunga fïata rimirando lui,<br />
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,<br />
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio<br />
+ con l’affermar che fa credere altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br />
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,<br />
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,<br />
+ dimmi che è cagion per che dimostri<br />
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br />
+ che, quanto durerà l’uso moderno,<br />
+ faranno cari ancora i loro incostri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno<br />
+ col dito», e additò un spirto innanzi,<br />
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Versi d’amore e prose di romanzi<br />
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br />
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,<br />
+ e così ferman sua oppinïone<br />
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così fer molti antichi di Guittone,<br />
+ di grido in grido pur lui dando pregio,<br />
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,<br />
+ che licito ti sia l’andare al chiostro<br />
+ nel quale è Cristo abate del collegio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ falli per me un dir d’un paternostro,<br />
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,<br />
+ dove poter peccar non è più nostro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br />
+ che presso avea, disparve per lo foco,<br />
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br />
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire<br />
+ apparecchiava grazïoso loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò liberamente a dire:<br />
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,<br />
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br />
+ consiros vei la passada folor,<br />
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ara vos prec, per aquella valor<br />
+ que vos guida al som de l’escalina,<br />
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0227"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVII
+</h3>
+
+<p>
+ Sì come quando i primi raggi vibra<br />
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br />
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,<br />
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,<br />
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br />
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’<br />
+ in voce assai più che la nostra viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br />
+ anime sante, il foco: intrate in esso,<br />
+ e al cantar di là non siate sorde»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ci disse come noi li fummo presso;<br />
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,<br />
+ qual è colui che ne la fossa è messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In su le man commesse mi protesi,<br />
+ guardando il foco e imaginando forte<br />
+ umani corpi già veduti accesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Volsersi verso me le buone scorte;<br />
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br />
+ qui può esser tormento, ma non morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ricorditi, ricorditi! E se io<br />
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br />
+ che farò ora presso più a Dio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo<br />
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,<br />
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,<br />
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza<br />
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br />
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br />
+ E io pur fermo e contra coscïenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,<br />
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br />
+ tra Bëatrice e te è questo muro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br />
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,<br />
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, la mia durezza fatta solla,<br />
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome<br />
+ che ne la mente sempre mi rampolla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!<br />
+ volenci star di qua?»; indi sorrise<br />
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br />
+ pregando Stazio che venisse retro,<br />
+ che pria per lunga strada ci divise.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro<br />
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br />
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br />
+ pur di Beatrice ragionando andava,<br />
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Guidavaci una voce che cantava<br />
+ di là; e noi, attenti pur a lei,<br />
+ venimmo fuor là ove si montava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,<br />
+ sonò dentro a un lume che lì era,<br />
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br />
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,<br />
+ mentre che l’occidente non si annera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso<br />
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi<br />
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,<br />
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,<br />
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense<br />
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,<br />
+ e notte avesse tutte sue dispense,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;<br />
+ ché la natura del monte ci affranse<br />
+ la possa del salir più e ’l diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali si stanno ruminando manse<br />
+ le capre, state rapide e proterve<br />
+ sovra le cime avante che sien pranse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,<br />
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga<br />
+ poggiato s’è e lor di posa serve;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quale il mandrïan che fori alberga,<br />
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br />
+ guardando perché fiera non lo sperga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tali eravamo tutti e tre allotta,<br />
+ io come capra, ed ei come pastori,<br />
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco parer potea lì del di fori;<br />
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle<br />
+ di lor solere e più chiare e maggiori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br />
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br />
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente<br />
+ prima raggiò nel monte Citerea,<br />
+ che di foco d’amor par sempre ardente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giovane e bella in sogno mi parea<br />
+ donna vedere andar per una landa<br />
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda<br />
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno<br />
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;<br />
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga<br />
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga<br />
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;<br />
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già per li splendori antelucani,<br />
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,<br />
+ quanto, tornando, albergan men lontani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le tenebre fuggian da tutti lati,<br />
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,<br />
+ veggendo i gran maestri già levati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Quel dolce pome che per tanti rami<br />
+ cercando va la cura de’ mortali,<br />
+ oggi porrà in pace le tue fami».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virgilio inverso me queste cotali<br />
+ parole usò; e mai non furo strenne<br />
+ che fosser di piacere a queste iguali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto voler sopra voler mi venne<br />
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi<br />
+ al volo mi sentia crescer le penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la scala tutta sotto noi<br />
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,<br />
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno<br />
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte<br />
+ dov’ io per me più oltre non discerno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;<br />
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;<br />
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;<br />
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli<br />
+ che qui la terra sol da sé produce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br />
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br />
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br />
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br />
+ e fallo fora non fare a suo senno:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0228"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Vago già di cercar dentro e dintorno<br />
+ la divina foresta spessa e viva,<br />
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,<br />
+ prendendo la campagna lento lento<br />
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un’aura dolce, sanza mutamento<br />
+ avere in sé, mi feria per la fronte<br />
+ non di più colpo che soave vento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per cui le fronde, tremolando, pronte<br />
+ tutte quante piegavano a la parte<br />
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ non però dal loro esser dritto sparte<br />
+ tanto, che li augelletti per le cime<br />
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma con piena letizia l’ore prime,<br />
+ cantando, ricevieno intra le foglie,<br />
+ che tenevan bordone a le sue rime,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br />
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,<br />
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già m’avean trasportato i lenti passi<br />
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io<br />
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,<br />
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde<br />
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,<br />
+ parrieno avere in sé mistura alcuna<br />
+ verso di quella, che nulla nasconde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvegna che si mova bruna bruna<br />
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai<br />
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai<br />
+ di là dal fiumicello, per mirare<br />
+ la gran varïazion d’i freschi mai;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare<br />
+ subitamente cosa che disvia<br />
+ per maraviglia tutto altro pensare,<br />
+</p>
+
+<p>
+ una donna soletta che si gia<br />
+ e cantando e scegliendo fior da fiore<br />
+ ond’ era pinta tutta la sua via.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore<br />
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti<br />
+ che soglion esser testimon del core,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br />
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,<br />
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br />
+ Proserpina nel tempo che perdette<br />
+ la madre lei, ed ella primavera».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si volge, con le piante strette<br />
+ a terra e intra sé, donna che balli,<br />
+ e piede innanzi piede a pena mette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br />
+ fioretti verso me, non altrimenti<br />
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fece i prieghi miei esser contenti,<br />
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono<br />
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono<br />
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,<br />
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non credo che splendesse tanto lume<br />
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta<br />
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,<br />
+ trattando più color con le sue mani,<br />
+ che l’alta terra sanza seme gitta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;<br />
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,<br />
+ ancora freno a tutti orgogli umani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ più odio da Leandro non sofferse<br />
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,<br />
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,<br />
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto<br />
+ a l’umana natura per suo nido,<br />
+</p>
+
+<p>
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;<br />
+ ma luce rende il salmo Delectasti,<br />
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,<br />
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta<br />
+ ad ogne tua question tanto che basti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta<br />
+ impugnan dentro a me novella fede<br />
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede<br />
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,<br />
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br />
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco<br />
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per sua difalta qui dimorò poco;<br />
+ per sua difalta in pianto e in affanno<br />
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno<br />
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,<br />
+ che quanto posson dietro al calor vanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,<br />
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,<br />
+ e libero n’è d’indi ove si serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or perché in circuito tutto quanto<br />
+ l’aere si volge con la prima volta,<br />
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta<br />
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,<br />
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la percossa pianta tanto puote,<br />
+ che de la sua virtute l’aura impregna<br />
+ e quella poi, girando, intorno scuote;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna<br />
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br />
+ di diverse virtù diverse legna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,<br />
+ udito questo, quando alcuna pianta<br />
+ sanza seme palese vi s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E saper dei che la campagna santa<br />
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,<br />
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua che vedi non surge di vena<br />
+ che ristori vapor che gel converta,<br />
+ come fiume ch’acquista e perde lena;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma esce di fontana salda e certa,<br />
+ che tanto dal voler di Dio riprende,<br />
+ quant’ ella versa da due parti aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa parte con virtù discende<br />
+ che toglie altrui memoria del peccato;<br />
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci Letè; così da l’altro lato<br />
+ Eünoè si chiama, e non adopra<br />
+ se quinci e quindi pria non è gustato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.<br />
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia<br />
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ darotti un corollario ancor per grazia;<br />
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,<br />
+ se oltre promession teco si spazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli ch’anticamente poetaro<br />
+ l’età de l’oro e suo stato felice,<br />
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui fu innocente l’umana radice;<br />
+ qui primavera sempre e ogne frutto;<br />
+ nettare è questo di che ciascun dice».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto<br />
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso<br />
+ udito avëan l’ultimo costrutto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi a la bella donna torna’ il viso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0229"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXIX
+</h3>
+
+<p>
+ Cantando come donna innamorata,<br />
+ continüò col fin di sue parole:<br />
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come ninfe che si givan sole<br />
+ per le salvatiche ombre, disïando<br />
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando<br />
+ su per la riva; e io pari di lei,<br />
+ picciol passo con picciol seguitando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,<br />
+ quando le ripe igualmente dier volta,<br />
+ per modo ch’a levante mi rendei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né ancor fu così nostra via molta,<br />
+ quando la donna tutta a me si torse,<br />
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br />
+ da tutte parti per la gran foresta,<br />
+ tal che di balenar mi mise in forse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,<br />
+ e quel, durando, più e più splendeva,<br />
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E una melodia dolce correva<br />
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo<br />
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,<br />
+ femmina, sola e pur testé formata,<br />
+ non sofferse di star sotto alcun velo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,<br />
+ avrei quelle ineffabili delizie<br />
+ sentite prima e più lunga fïata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie<br />
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,<br />
+ e disïoso ancora a più letizie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br />
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;<br />
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O sacrosante Vergini, se fami,<br />
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br />
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or convien che Elicona per me versi,<br />
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro<br />
+ forti cose a pensar mettere in versi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro<br />
+ falsava nel parere il lungo tratto<br />
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,<br />
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,<br />
+ non perdea per distanza alcun suo atto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,<br />
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,<br />
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br />
+ più chiaro assai che luna per sereno<br />
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno<br />
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br />
+ con vista carca di stupor non meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose<br />
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,<br />
+ che foran vinte da novelle spose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br />
+ sì ne l’affetto de le vive luci,<br />
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,<br />
+ venire appresso, vestite di bianco;<br />
+ e tal candor di qua già mai non fuci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,<br />
+ e rendea me la mia sinistra costa,<br />
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,<br />
+ che solo il fiume mi facea distante,<br />
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi le fiammelle andar davante,<br />
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,<br />
+ e di tratti pennelli avean sembiante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che lì sopra rimanea distinto<br />
+ di sette liste, tutte in quei colori<br />
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori<br />
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br />
+ diece passi distavan quei di fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,<br />
+ ventiquattro seniori, a due a due,<br />
+ coronati venien di fiordaliso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue<br />
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette<br />
+ sieno in etterno le bellezze tue!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette<br />
+ a rimpetto di me da l’altra sponda<br />
+ libere fuor da quelle genti elette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì come luce luce in ciel seconda,<br />
+ vennero appresso lor quattro animali,<br />
+ coronati ciascun di verde fronda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ognuno era pennuto di sei ali;<br />
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,<br />
+ se fosser vivi, sarebber cotali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A descriver lor forme più non spargo<br />
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,<br />
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br />
+ come li vide da la fredda parte<br />
+ venir con vento e con nube e con igne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quali i troverai ne le sue carte,<br />
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne<br />
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br />
+ un carro, in su due rote, trïunfale,<br />
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale<br />
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,<br />
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto salivan che non eran viste;<br />
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,<br />
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non che Roma di carro così bello<br />
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br />
+ ma quel del Sol saria pover con ello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto<br />
+ per l’orazion de la Terra devota,<br />
+ quando fu Giove arcanamente giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre donne in giro da la destra rota<br />
+ venian danzando; l’una tanto rossa<br />
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa<br />
+ fossero state di smeraldo fatte;<br />
+ la terza parea neve testé mossa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e or parëan da la bianca tratte,<br />
+ or da la rossa; e dal canto di questa<br />
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da la sinistra quattro facean festa,<br />
+ in porpore vestite, dietro al modo<br />
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso tutto il pertrattato nodo<br />
+ vidi due vecchi in abito dispari,<br />
+ ma pari in atto e onesto e sodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari<br />
+ di quel sommo Ipocràte che natura<br />
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;<br />
+</p>
+
+<p>
+ mostrava l’altro la contraria cura<br />
+ con una spada lucida e aguta,<br />
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi vidi quattro in umile paruta;<br />
+ e di retro da tutti un vecchio solo<br />
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questi sette col primaio stuolo<br />
+ erano abitüati, ma di gigli<br />
+ dintorno al capo non facëan brolo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;<br />
+ giurato avria poco lontano aspetto<br />
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,<br />
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne<br />
+ parvero aver l’andar più interdetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermandosi ivi con le prime insegne.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0230"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXX
+</h3>
+
+<p>
+ Quando il settentrïon del primo cielo,<br />
+ che né occaso mai seppe né orto<br />
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e che faceva lì ciascun accorto<br />
+ di suo dover, come ’l più basso face<br />
+ qual temon gira per venire a porto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fermo s’affisse: la gente verace,<br />
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,<br />
+ al carro volse sé come a sua pace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e un di loro, quasi da ciel messo,<br />
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando<br />
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali i beati al novissimo bando<br />
+ surgeran presti ognun di sua caverna,<br />
+ la revestita voce alleluiando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotali in su la divina basterna<br />
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,<br />
+ ministri e messaggier di vita etterna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,<br />
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,<br />
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi già nel cominciar del giorno<br />
+ la parte orïental tutta rosata,<br />
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la faccia del sol nascere ombrata,<br />
+ sì che per temperanza di vapori<br />
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così dentro una nuvola di fiori<br />
+ che da le mani angeliche saliva<br />
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sovra candido vel cinta d’uliva<br />
+ donna m’apparve, sotto verde manto<br />
+ vestita di color di fiamma viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E lo spirito mio, che già cotanto<br />
+ tempo era stato ch’a la sua presenza<br />
+ non era di stupor, tremando, affranto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,<br />
+ per occulta virtù che da lei mosse,<br />
+ d’antico amor sentì la gran potenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che ne la vista mi percosse<br />
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto<br />
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volsimi a la sinistra col respitto<br />
+ col quale il fantolin corre a la mamma<br />
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma<br />
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:<br />
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi<br />
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br />
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né quantunque perdeo l’antica matre,<br />
+ valse a le guance nette di rugiada,<br />
+ che, lagrimando, non tornasser atre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,<br />
+ non pianger anco, non piangere ancora;<br />
+ ché pianger ti conven per altra spada».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br />
+ viene a veder la gente che ministra<br />
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ in su la sponda del carro sinistra,<br />
+ quando mi volsi al suon del nome mio,<br />
+ che di necessità qui si registra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi la donna che pria m’appario<br />
+ velata sotto l’angelica festa,<br />
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,<br />
+ cerchiato de le fronde di Minerva,<br />
+ non la lasciasse parer manifesta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ regalmente ne l’atto ancor proterva<br />
+ continüò come colui che dice<br />
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br />
+ Come degnasti d’accedere al monte?<br />
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br />
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,<br />
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la madre al figlio par superba,<br />
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro<br />
+ sente il sapor de la pietade acerba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro<br />
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;<br />
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come neve tra le vive travi<br />
+ per lo dosso d’Italia si congela,<br />
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br />
+ pur che la terra che perde ombra spiri,<br />
+ sì che par foco fonder la candela;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così fui sanza lagrime e sospiri<br />
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre<br />
+ dietro a le note de li etterni giri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre<br />
+ lor compatire a me, par che se detto<br />
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,<br />
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia<br />
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia<br />
+ del carro stando, a le sustanze pie<br />
+ volse le sue parole così poscia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,<br />
+ sì che notte né sonno a voi non fura<br />
+ passo che faccia il secol per sue vie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde la mia risposta è con più cura<br />
+ che m’intenda colui che di là piagne,<br />
+ perché sia colpa e duol d’una misura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non pur per ovra de le rote magne,<br />
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br />
+ secondo che le stelle son compagne,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per larghezza di grazie divine,<br />
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,<br />
+ che nostre viste là non van vicine,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questi fu tal ne la sua vita nova<br />
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro<br />
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tanto più maligno e più silvestro<br />
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,<br />
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br />
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,<br />
+ meco il menava in dritta parte vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì tosto come in su la soglia fui<br />
+ di mia seconda etade e mutai vita,<br />
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando di carne a spirto era salita,<br />
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,<br />
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volse i passi suoi per via non vera,<br />
+ imagini di ben seguendo false,<br />
+ che nulla promession rendono intera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,<br />
+ con le quali e in sogno e altrimenti<br />
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br />
+ a la salute sua eran già corti,<br />
+ fuor che mostrarli le perdute genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,<br />
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,<br />
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br />
+ se Letè si passasse e tal vivanda<br />
+ fosse gustata sanza alcuno scotto<br />
+</p>
+
+<p>
+ di pentimento che lagrime spanda».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0231"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXI
+</h3>
+
+<p>
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,<br />
+ volgendo suo parlare a me per punta,<br />
+ che pur per taglio m’era paruto acro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,<br />
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br />
+ tua confession conviene esser congiunta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Era la mia virtù tanto confusa,<br />
+ che la voce si mosse, e pria si spense<br />
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br />
+ Rispondi a me; ché le memorie triste<br />
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Confusione e paura insieme miste<br />
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br />
+ al quale intender fuor mestier le viste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come balestro frange, quando scocca<br />
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,<br />
+ e con men foga l’asta il segno tocca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,<br />
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br />
+ e la voce allentò per lo suo varco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,<br />
+ che ti menavano ad amar lo bene<br />
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quai fossi attraversati o quai catene<br />
+ trovasti, per che del passare innanzi<br />
+ dovessiti così spogliar la spene?<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quali agevolezze o quali avanzi<br />
+ ne la fronte de li altri si mostraro,<br />
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,<br />
+ a pena ebbi la voce che rispuose,<br />
+ e le labbra a fatica la formaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose<br />
+ col falso lor piacer volser miei passi,<br />
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br />
+ ciò che confessi, non fora men nota<br />
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quando scoppia de la propria gota<br />
+ l’accusa del peccato, in nostra corte<br />
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte<br />
+ del tuo errore, e perché altra volta,<br />
+ udendo le serene, sie più forte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:<br />
+ sì udirai come in contraria parte<br />
+ mover dovieti mia carne sepolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mai non t’appresentò natura o arte<br />
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io<br />
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio<br />
+ per la mia morte, qual cosa mortale<br />
+ dovea poi trarre te nel suo disio?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale<br />
+ de le cose fallaci, levar suso<br />
+ di retro a me che non era più tale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br />
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta<br />
+ o altra novità con sì breve uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Novo augelletto due o tre aspetta;<br />
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti<br />
+ rete si spiega indarno o si saetta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali fanciulli, vergognando, muti<br />
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br />
+ e sé riconoscendo e ripentuti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando<br />
+ per udir se’ dolente, alza la barba,<br />
+ e prenderai più doglia riguardando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con men di resistenza si dibarba<br />
+ robusto cerro, o vero al nostral vento<br />
+ o vero a quel de la terra di Iarba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io non levai al suo comando il mento;<br />
+ e quando per la barba il viso chiese,<br />
+ ben conobbi il velen de l’argomento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come la mia faccia si distese,<br />
+ posarsi quelle prime creature<br />
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e le mie luci, ancor poco sicure,<br />
+ vider Beatrice volta in su la fiera<br />
+ ch’è sola una persona in due nature.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera<br />
+ vincer pariemi più sé stessa antica,<br />
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,<br />
+ che di tutte altre cose qual mi torse<br />
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br />
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,<br />
+ salsi colei che la cagion mi porse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br />
+ la donna ch’io avea trovata sola<br />
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,<br />
+ e tirandosi me dietro sen giva<br />
+ sovresso l’acqua lieve come scola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando fui presso a la beata riva,<br />
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,<br />
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna ne le braccia aprissi;<br />
+ abbracciommi la testa e mi sommerse<br />
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse<br />
+ dentro a la danza de le quattro belle;<br />
+ e ciascuna del braccio mi coperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br />
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,<br />
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br />
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi<br />
+ le tre di là, che miran più profondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così cantando cominciaro; e poi<br />
+ al petto del grifon seco menarmi,<br />
+ ove Beatrice stava volta a noi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br />
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi<br />
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mille disiri più che fiamma caldi<br />
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br />
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br />
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,<br />
+ or con altri, or con altri reggimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,<br />
+ quando vedea la cosa in sé star queta,<br />
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentre che piena di stupore e lieta<br />
+ l’anima mia gustava di quel cibo<br />
+ che, saziando di sé, di sé asseta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sé dimostrando di più alto tribo<br />
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,<br />
+ danzando al loro angelico caribo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br />
+ era la sua canzone, «al tuo fedele<br />
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per grazia fa noi grazia che disvele<br />
+ a lui la bocca tua, sì che discerna<br />
+ la seconda bellezza che tu cele».<br />
+</p>
+
+<p>
+ O isplendor di viva luce etterna,<br />
+ chi palido si fece sotto l’ombra<br />
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che non paresse aver la mente ingombra,<br />
+ tentando a render te qual tu paresti<br />
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0232"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXII
+</h3>
+
+<p>
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti<br />
+ a disbramarsi la decenne sete,<br />
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed essi quinci e quindi avien parete<br />
+ di non caler—così lo santo riso<br />
+ a sé traéli con l’antica rete!—;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando per forza mi fu vòlto il viso<br />
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,<br />
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la disposizion ch’a veder èe<br />
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br />
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi<br />
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto<br />
+ sensibile onde a forza mi rimossi),<br />
+</p>
+
+<p>
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto<br />
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi<br />
+ col sole e con le sette fiamme al volto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come sotto li scudi per salvarsi<br />
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,<br />
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ quella milizia del celeste regno<br />
+ che procedeva, tutta trapassonne<br />
+ pria che piegasse il carro il primo legno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi a le rote si tornar le donne,<br />
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco<br />
+ sì, che però nulla penna crollonne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bella donna che mi trasse al varco<br />
+ e Stazio e io seguitavam la rota<br />
+ che fé l’orbita sua con minore arco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,<br />
+ colpa di quella ch’al serpente crese,<br />
+ temprava i passi un’angelica nota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse in tre voli tanto spazio prese<br />
+ disfrenata saetta, quanto eramo<br />
+ rimossi, quando Bëatrice scese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;<br />
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata<br />
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La coma sua, che tanto si dilata<br />
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi<br />
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Beato se’, grifon, che non discindi<br />
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,<br />
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così dintorno a l’albero robusto<br />
+ gridaron li altri; e l’animal binato:<br />
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,<br />
+ trasselo al piè de la vedova frasca,<br />
+ e quel di lei a lei lasciò legato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come le nostre piante, quando casca<br />
+ giù la gran luce mischiata con quella<br />
+ che raggia dietro a la celeste lasca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ turgide fansi, e poi si rinovella<br />
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole<br />
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;<br />
+</p>
+
+<p>
+ men che di rose e più che di vïole<br />
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,<br />
+ che prima avea le ramora sì sole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta<br />
+ l’inno che quella gente allor cantaro,<br />
+ né la nota soffersi tutta quanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io potessi ritrar come assonnaro<br />
+ li occhi spietati udendo di Siringa,<br />
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ come pintor che con essempro pinga,<br />
+ disegnerei com’ io m’addormentai;<br />
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però trascorro a quando mi svegliai,<br />
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo<br />
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali a veder de’ fioretti del melo<br />
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti<br />
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br />
+ e vinti, ritornaro a la parola<br />
+ da la qual furon maggior sonni rotti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e videro scemata loro scuola<br />
+ così di Moïsè come d’Elia,<br />
+ e al maestro suo cangiata stola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal torna’ io, e vidi quella pia<br />
+ sovra me starsi che conducitrice<br />
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».<br />
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda<br />
+ nova sedere in su la sua radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi la compagnia che la circonda:<br />
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso<br />
+ con più dolce canzone e più profonda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,<br />
+ non so, però che già ne li occhi m’era<br />
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sola sedeasi in su la terra vera,<br />
+ come guardia lasciata lì del plaustro<br />
+ che legar vidi a la biforme fera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In cerchio le facevan di sé claustro<br />
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano<br />
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;<br />
+ e sarai meco sanza fine cive<br />
+ di quella Roma onde Cristo è romano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, in pro del mondo che mal vive,<br />
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br />
+ ritornato di là, fa che tu scrive».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br />
+ d’i suoi comandamenti era divoto,<br />
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non scese mai con sì veloce moto<br />
+ foco di spessa nube, quando piove<br />
+ da quel confine che più va remoto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove<br />
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,<br />
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;<br />
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,<br />
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br />
+ del trïunfal veiculo una volpe<br />
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,<br />
+ la donna mia la volse in tanta futa<br />
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,<br />
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca<br />
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e qual esce di cuor che si rammarca,<br />
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br />
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse<br />
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br />
+ che per lo carro sù la coda fisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come vespa che ritragge l’ago,<br />
+ a sé traendo la coda maligna,<br />
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che rimase, come da gramigna<br />
+ vivace terra, da la piuma, offerta<br />
+ forse con intenzion sana e benigna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si ricoperse, e funne ricoperta<br />
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto<br />
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trasformato così ’l dificio santo<br />
+ mise fuor teste per le parti sue,<br />
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le prime eran cornute come bue,<br />
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br />
+ simile mostro visto ancor non fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,<br />
+ seder sovresso una puttana sciolta<br />
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come perché non li fosse tolta,<br />
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;<br />
+ e basciavansi insieme alcuna volta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante<br />
+ a me rivolse, quel feroce drudo<br />
+ la flagellò dal capo infin le piante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,<br />
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br />
+ tanto che sol di lei mi fece scudo<br />
+</p>
+
+<p>
+ a la puttana e a la nova belva.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0233"></a></p>
+<h3>
+Purgatorio • Canto XXXIII
+</h3>
+
+<p>
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando<br />
+ or tre or quattro dolce salmodia,<br />
+ le donne incominciaro, e lagrimando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,<br />
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco<br />
+ più a la croce si cambiò Maria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco<br />
+ a lei di dir, levata dritta in pè,<br />
+ rispuose, colorata come foco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Modicum, et non videbitis me;<br />
+ et iterum, sorelle mie dilette,<br />
+ modicum, et vos videbitis me’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br />
+ e dopo sé, solo accennando, mosse<br />
+ me e la donna e ’l savio che ristette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così sen giva; e non credo che fosse<br />
+ lo decimo suo passo in terra posto,<br />
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br />
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,<br />
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,<br />
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti<br />
+ a domandarmi omai venendo meco?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a color che troppo reverenti<br />
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,<br />
+ che non traggon la voce viva ai denti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avvenne a me, che sanza intero suono<br />
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna<br />
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br />
+ voglio che tu omai ti disviluppe,<br />
+ sì che non parli più com’ om che sogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,<br />
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda<br />
+ che vendetta di Dio non teme suppe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non sarà tutto tempo sanza reda<br />
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,<br />
+ per che divenne mostro e poscia preda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,<br />
+ a darne tempo già stelle propinque,<br />
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,<br />
+ messo di Dio, anciderà la fuia<br />
+ con quel gigante che con lei delinque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E forse che la mia narrazion buia,<br />
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br />
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,<br />
+ che solveranno questo enigma forte<br />
+ sanza danno di pecore o di biade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu nota; e sì come da me son porte,<br />
+ così queste parole segna a’ vivi<br />
+ del viver ch’è un correre a la morte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br />
+ di non celar qual hai vista la pianta<br />
+ ch’è or due volte dirubata quivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,<br />
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,<br />
+ che solo a l’uso suo la creò santa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per morder quella, in pena e in disio<br />
+ cinquemilia anni e più l’anima prima<br />
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima<br />
+ per singular cagione esser eccelsa<br />
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa<br />
+ li pensier vani intorno a la tua mente,<br />
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per tante circostanze solamente<br />
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,<br />
+ conosceresti a l’arbor moralmente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto<br />
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br />
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br />
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello<br />
+ che si reca il bordon di palma cinto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Sì come cera da suggello,<br />
+ che la figura impressa non trasmuta,<br />
+ segnato è or da voi lo mio cervello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché tanto sovra mia veduta<br />
+ vostra parola disïata vola,<br />
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola<br />
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina<br />
+ come può seguitar la mia parola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e veggi vostra via da la divina<br />
+ distar cotanto, quanto si discorda<br />
+ da terra il ciel che più alto festina».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br />
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,<br />
+ né honne coscïenza che rimorda».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,<br />
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br />
+ come bevesti di Letè ancoi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se dal fummo foco s’argomenta,<br />
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude<br />
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente oramai saranno nude<br />
+ le mie parole, quanto converrassi<br />
+ quelle scovrire a la tua vista rude».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E più corusco e con più lenti passi<br />
+ teneva il sole il cerchio di merigge,<br />
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando s’affisser, sì come s’affigge<br />
+ chi va dinanzi a gente per iscorta<br />
+ se trova novitate o sue vestigge,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,<br />
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri<br />
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br />
+ veder mi parve uscir d’una fontana,<br />
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O luce, o gloria de la gente umana,<br />
+ che acqua è questa che qui si dispiega<br />
+ da un principio e sé da sé lontana?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br />
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,<br />
+ come fa chi da colpa si dislega,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la bella donna: «Questo e altre cose<br />
+ dette li son per me; e son sicura<br />
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br />
+ che spesse volte la memoria priva,<br />
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:<br />
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,<br />
+ la tramortita sua virtù ravviva».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come anima gentil, che non fa scusa,<br />
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui<br />
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, poi che da essa preso fui,<br />
+ la bella donna mossesi, e a Stazio<br />
+ donnescamente disse: «Vien con lui».<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio<br />
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte<br />
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perché piene son tutte le carte<br />
+ ordite a questa cantica seconda,<br />
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io ritornai da la santissima onda<br />
+ rifatto sì come piante novelle<br />
+ rinovellate di novella fronda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ puro e disposto a salire a le stelle.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<h2>
+<a id="paradiso"></a>
+<br /><br />
+ PARADISO<br />
+</h2>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0301"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto I
+</h3>
+
+<p>
+ La gloria di colui che tutto move<br />
+ per l’universo penetra, e risplende<br />
+ in una parte più e meno altrove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel ciel che più de la sua luce prende<br />
+ fu’ io, e vidi cose che ridire<br />
+ né sa né può chi di là sù discende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché appressando sé al suo disire,<br />
+ nostro intelletto si profonda tanto,<br />
+ che dietro la memoria non può ire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente quant’ io del regno santo<br />
+ ne la mia mente potei far tesoro,<br />
+ sarà ora materia del mio canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O buono Appollo, a l’ultimo lavoro<br />
+ fammi del tuo valor sì fatto vaso,<br />
+ come dimandi a dar l’amato alloro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Infino a qui l’un giogo di Parnaso<br />
+ assai mi fu; ma or con amendue<br />
+ m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Entra nel petto mio, e spira tue<br />
+ sì come quando Marsïa traesti<br />
+ de la vagina de le membra sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O divina virtù, se mi ti presti<br />
+ tanto che l’ombra del beato regno<br />
+ segnata nel mio capo io manifesti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vedra’mi al piè del tuo diletto legno<br />
+ venire, e coronarmi de le foglie<br />
+ che la materia e tu mi farai degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì rade volte, padre, se ne coglie<br />
+ per trïunfare o cesare o poeta,<br />
+ colpa e vergogna de l’umane voglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che parturir letizia in su la lieta<br />
+ delfica deïtà dovria la fronda<br />
+ peneia, quando alcun di sé asseta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poca favilla gran fiamma seconda:<br />
+ forse di retro a me con miglior voci<br />
+ si pregherà perché Cirra risponda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Surge ai mortali per diverse foci<br />
+ la lucerna del mondo; ma da quella<br />
+ che quattro cerchi giugne con tre croci,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con miglior corso e con migliore stella<br />
+ esce congiunta, e la mondana cera<br />
+ più a suo modo tempera e suggella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fatto avea di là mane e di qua sera<br />
+ tal foce, e quasi tutto era là bianco<br />
+ quello emisperio, e l’altra parte nera,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando Beatrice in sul sinistro fianco<br />
+ vidi rivolta e riguardar nel sole:<br />
+ aguglia sì non li s’affisse unquanco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sì come secondo raggio suole<br />
+ uscir del primo e risalire in suso,<br />
+ pur come pelegrin che tornar vuole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così de l’atto suo, per li occhi infuso<br />
+ ne l’imagine mia, il mio si fece,<br />
+ e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molto è licito là, che qui non lece<br />
+ a le nostre virtù, mercé del loco<br />
+ fatto per proprio de l’umana spece.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io nol soffersi molto, né sì poco,<br />
+ ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,<br />
+ com’ ferro che bogliente esce del foco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e di sùbito parve giorno a giorno<br />
+ essere aggiunto, come quei che puote<br />
+ avesse il ciel d’un altro sole addorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Beatrice tutta ne l’etterne rote<br />
+ fissa con li occhi stava; e io in lei<br />
+ le luci fissi, di là sù rimote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel suo aspetto tal dentro mi fei,<br />
+ qual si fé Glauco nel gustar de l’erba<br />
+ che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Trasumanar significar per verba<br />
+ non si poria; però l’essemplo basti<br />
+ a cui esperïenza grazia serba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’i’ era sol di me quel che creasti<br />
+ novellamente, amor che ’l ciel governi,<br />
+ tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando la rota che tu sempiterni<br />
+ desiderato, a sé mi fece atteso<br />
+ con l’armonia che temperi e discerni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ parvemi tanto allor del cielo acceso<br />
+ de la fiamma del sol, che pioggia o fiume<br />
+ lago non fece alcun tanto disteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La novità del suono e ’l grande lume<br />
+ di lor cagion m’accesero un disio<br />
+ mai non sentito di cotanto acume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,<br />
+ a quïetarmi l’animo commosso,<br />
+ pria ch’io a dimandar, la bocca aprio<br />
+</p>
+
+<p>
+ e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso<br />
+ col falso imaginar, sì che non vedi<br />
+ ciò che vedresti se l’avessi scosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu non se’ in terra, sì come tu credi;<br />
+ ma folgore, fuggendo il proprio sito,<br />
+ non corse come tu ch’ad esso riedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io fui del primo dubbio disvestito<br />
+ per le sorrise parolette brevi,<br />
+ dentro ad un nuovo più fu’ inretito<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dissi: «Già contento requïevi<br />
+ di grande ammirazion; ma ora ammiro<br />
+ com’ io trascenda questi corpi levi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,<br />
+ li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante<br />
+ che madre fa sovra figlio deliro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e cominciò: «Le cose tutte quante<br />
+ hanno ordine tra loro, e questo è forma<br />
+ che l’universo a Dio fa simigliante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui veggion l’alte creature l’orma<br />
+ de l’etterno valore, il qual è fine<br />
+ al quale è fatta la toccata norma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ordine ch’io dico sono accline<br />
+ tutte nature, per diverse sorti,<br />
+ più al principio loro e men vicine;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde si muovono a diversi porti<br />
+ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna<br />
+ con istinto a lei dato che la porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi ne porta il foco inver’ la luna;<br />
+ questi ne’ cor mortali è permotore;<br />
+ questi la terra in sé stringe e aduna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né pur le creature che son fore<br />
+ d’intelligenza quest’ arco saetta,<br />
+ ma quelle c’hanno intelletto e amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La provedenza, che cotanto assetta,<br />
+ del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto<br />
+ nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ora lì, come a sito decreto,<br />
+ cen porta la virtù di quella corda<br />
+ che ciò che scocca drizza in segno lieto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vero è che, come forma non s’accorda<br />
+ molte fïate a l’intenzion de l’arte,<br />
+ perch’ a risponder la materia è sorda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così da questo corso si diparte<br />
+ talor la creatura, c’ha podere<br />
+ di piegar, così pinta, in altra parte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sì come veder si può cadere<br />
+ foco di nube, sì l’impeto primo<br />
+ l’atterra torto da falso piacere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non dei più ammirar, se bene stimo,<br />
+ lo tuo salir, se non come d’un rivo<br />
+ se d’alto monte scende giuso ad imo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maraviglia sarebbe in te se, privo<br />
+ d’impedimento, giù ti fossi assiso,<br />
+ com’ a terra quïete in foco vivo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0302"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto II
+</h3>
+
+<p>
+ O voi che siete in piccioletta barca,<br />
+ desiderosi d’ascoltar, seguiti<br />
+ dietro al mio legno che cantando varca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tornate a riveder li vostri liti:<br />
+ non vi mettete in pelago, ché forse,<br />
+ perdendo me, rimarreste smarriti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;<br />
+ Minerva spira, e conducemi Appollo,<br />
+ e nove Muse mi dimostran l’Orse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voialtri pochi che drizzaste il collo<br />
+ per tempo al pan de li angeli, del quale<br />
+ vivesi qui ma non sen vien satollo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ metter potete ben per l’alto sale<br />
+ vostro navigio, servando mio solco<br />
+ dinanzi a l’acqua che ritorna equale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Que’ glorïosi che passaro al Colco<br />
+ non s’ammiraron come voi farete,<br />
+ quando Iasón vider fatto bifolco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La concreata e perpetüa sete<br />
+ del deïforme regno cen portava<br />
+ veloci quasi come ’l ciel vedete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Beatrice in suso, e io in lei guardava;<br />
+ e forse in tanto in quanto un quadrel posa<br />
+ e vola e da la noce si dischiava,<br />
+</p>
+
+<p>
+ giunto mi vidi ove mirabil cosa<br />
+ mi torse il viso a sé; e però quella<br />
+ cui non potea mia cura essere ascosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ volta ver’ me, sì lieta come bella,<br />
+ «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,<br />
+ «che n’ha congiunti con la prima stella».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parev’ a me che nube ne coprisse<br />
+ lucida, spessa, solida e pulita,<br />
+ quasi adamante che lo sol ferisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per entro sé l’etterna margarita<br />
+ ne ricevette, com’ acqua recepe<br />
+ raggio di luce permanendo unita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io era corpo, e qui non si concepe<br />
+ com’ una dimensione altra patio,<br />
+ ch’esser convien se corpo in corpo repe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ accender ne dovria più il disio<br />
+ di veder quella essenza in che si vede<br />
+ come nostra natura e Dio s’unio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì si vedrà ciò che tenem per fede,<br />
+ non dimostrato, ma fia per sé noto<br />
+ a guisa del ver primo che l’uom crede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io rispuosi: «Madonna, sì devoto<br />
+ com’ esser posso più, ringrazio lui<br />
+ lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ditemi: che son li segni bui<br />
+ di questo corpo, che là giuso in terra<br />
+ fan di Cain favoleggiare altrui?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra<br />
+ l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali<br />
+ dove chiave di senso non diserra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ certo non ti dovrien punger li strali<br />
+ d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi<br />
+ vedi che la ragione ha corte l’ali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».<br />
+ E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso<br />
+ credo che fanno i corpi rari e densi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso<br />
+ nel falso il creder tuo, se bene ascolti<br />
+ l’argomentar ch’io li farò avverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La spera ottava vi dimostra molti<br />
+ lumi, li quali e nel quale e nel quanto<br />
+ notar si posson di diversi volti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se raro e denso ciò facesser tanto,<br />
+ una sola virtù sarebbe in tutti,<br />
+ più e men distributa e altrettanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virtù diverse esser convegnon frutti<br />
+ di princìpi formali, e quei, for ch’uno,<br />
+ seguiterieno a tua ragion distrutti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor, se raro fosse di quel bruno<br />
+ cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte<br />
+ fora di sua materia sì digiuno<br />
+</p>
+
+<p>
+ esto pianeto, o, sì come comparte<br />
+ lo grasso e ’l magro un corpo, così questo<br />
+ nel suo volume cangerebbe carte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se ’l primo fosse, fora manifesto<br />
+ ne l’eclissi del sol, per trasparere<br />
+ lo lume come in altro raro ingesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo non è: però è da vedere<br />
+ de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,<br />
+ falsificato fia lo tuo parere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’elli è che questo raro non trapassi,<br />
+ esser conviene un termine da onde<br />
+ lo suo contrario più passar non lassi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e indi l’altrui raggio si rifonde<br />
+ così come color torna per vetro<br />
+ lo qual di retro a sé piombo nasconde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or dirai tu ch’el si dimostra tetro<br />
+ ivi lo raggio più che in altre parti,<br />
+ per esser lì refratto più a retro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa instanza può deliberarti<br />
+ esperïenza, se già mai la provi,<br />
+ ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tre specchi prenderai; e i due rimovi<br />
+ da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,<br />
+ tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso<br />
+ ti stea un lume che i tre specchi accenda<br />
+ e torni a te da tutti ripercosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben che nel quanto tanto non si stenda<br />
+ la vista più lontana, lì vedrai<br />
+ come convien ch’igualmente risplenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, come ai colpi de li caldi rai<br />
+ de la neve riman nudo il suggetto<br />
+ e dal colore e dal freddo primai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così rimaso te ne l’intelletto<br />
+ voglio informar di luce sì vivace,<br />
+ che ti tremolerà nel suo aspetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro dal ciel de la divina pace<br />
+ si gira un corpo ne la cui virtute<br />
+ l’esser di tutto suo contento giace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,<br />
+ quell’ esser parte per diverse essenze,<br />
+ da lui distratte e da lui contenute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li altri giron per varie differenze<br />
+ le distinzion che dentro da sé hanno<br />
+ dispongono a lor fini e lor semenze.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi organi del mondo così vanno,<br />
+ come tu vedi omai, di grado in grado,<br />
+ che di sù prendono e di sotto fanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Riguarda bene omai sì com’ io vado<br />
+ per questo loco al vero che disiri,<br />
+ sì che poi sappi sol tener lo guado.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo moto e la virtù d’i santi giri,<br />
+ come dal fabbro l’arte del martello,<br />
+ da’ beati motor convien che spiri;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,<br />
+ de la mente profonda che lui volve<br />
+ prende l’image e fassene suggello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come l’alma dentro a vostra polve<br />
+ per differenti membra e conformate<br />
+ a diverse potenze si risolve,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’intelligenza sua bontate<br />
+ multiplicata per le stelle spiega,<br />
+ girando sé sovra sua unitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Virtù diversa fa diversa lega<br />
+ col prezïoso corpo ch’ella avviva,<br />
+ nel qual, sì come vita in voi, si lega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per la natura lieta onde deriva,<br />
+ la virtù mista per lo corpo luce<br />
+ come letizia per pupilla viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da essa vien ciò che da luce a luce<br />
+ par differente, non da denso e raro;<br />
+ essa è formal principio che produce,<br />
+</p>
+
+<p>
+ conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0303"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto III
+</h3>
+
+<p>
+ Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,<br />
+ di bella verità m’avea scoverto,<br />
+ provando e riprovando, il dolce aspetto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io, per confessar corretto e certo<br />
+ me stesso, tanto quanto si convenne<br />
+ leva’ il capo a proferer più erto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma visïone apparve che ritenne<br />
+ a sé me tanto stretto, per vedersi,<br />
+ che di mia confession non mi sovvenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quali per vetri trasparenti e tersi,<br />
+ o ver per acque nitide e tranquille,<br />
+ non sì profonde che i fondi sien persi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tornan d’i nostri visi le postille<br />
+ debili sì, che perla in bianca fronte<br />
+ non vien men forte a le nostre pupille;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tali vid’ io più facce a parlar pronte;<br />
+ per ch’io dentro a l’error contrario corsi<br />
+ a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,<br />
+ quelle stimando specchiati sembianti,<br />
+ per veder di cui fosser, li occhi torsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e nulla vidi, e ritorsili avanti<br />
+ dritti nel lume de la dolce guida,<br />
+ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,<br />
+ mi disse, «appresso il tuo püeril coto,<br />
+ poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma te rivolve, come suole, a vòto:<br />
+ vere sustanze son ciò che tu vedi,<br />
+ qui rilegate per manco di voto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però parla con esse e odi e credi;<br />
+ ché la verace luce che le appaga<br />
+ da sé non lascia lor torcer li piedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a l’ombra che parea più vaga<br />
+ di ragionar, drizza’mi, e cominciai,<br />
+ quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O ben creato spirito, che a’ rai<br />
+ di vita etterna la dolcezza senti<br />
+ che, non gustata, non s’intende mai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ grazïoso mi fia se mi contenti<br />
+ del nome tuo e de la vostra sorte».<br />
+ Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La nostra carità non serra porte<br />
+ a giusta voglia, se non come quella<br />
+ che vuol simile a sé tutta sua corte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ I’ fui nel mondo vergine sorella;<br />
+ e se la mente tua ben sé riguarda,<br />
+ non mi ti celerà l’esser più bella,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,<br />
+ che, posta qui con questi altri beati,<br />
+ beata sono in la spera più tarda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li nostri affetti, che solo infiammati<br />
+ son nel piacer de lo Spirito Santo,<br />
+ letizian del suo ordine formati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questa sorte che par giù cotanto,<br />
+ però n’è data, perché fuor negletti<br />
+ li nostri voti, e vòti in alcun canto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti<br />
+ vostri risplende non so che divino<br />
+ che vi trasmuta da’ primi concetti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però non fui a rimembrar festino;<br />
+ ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,<br />
+ sì che raffigurar m’è più latino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dimmi: voi che siete qui felici,<br />
+ disiderate voi più alto loco<br />
+ per più vedere e per più farvi amici?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;<br />
+ da indi mi rispuose tanto lieta,<br />
+ ch’arder parea d’amor nel primo foco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Frate, la nostra volontà quïeta<br />
+ virtù di carità, che fa volerne<br />
+ sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se disïassimo esser più superne,<br />
+ foran discordi li nostri disiri<br />
+ dal voler di colui che qui ne cerne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che vedrai non capere in questi giri,<br />
+ s’essere in carità è qui necesse,<br />
+ e se la sua natura ben rimiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anzi è formale ad esto beato esse<br />
+ tenersi dentro a la divina voglia,<br />
+ per ch’una fansi nostre voglie stesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che, come noi sem di soglia in soglia<br />
+ per questo regno, a tutto il regno piace<br />
+ com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’n la sua volontade è nostra pace:<br />
+ ell’ è quel mare al qual tutto si move<br />
+ ciò ch’ella crïa o che natura face».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chiaro mi fu allor come ogne dove<br />
+ in cielo è paradiso, etsi la grazia<br />
+ del sommo ben d’un modo non vi piove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia<br />
+ e d’un altro rimane ancor la gola,<br />
+ che quel si chere e di quel si ringrazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così fec’ io con atto e con parola,<br />
+ per apprender da lei qual fu la tela<br />
+ onde non trasse infino a co la spuola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perfetta vita e alto merto inciela<br />
+ donna più sù», mi disse, «a la cui norma<br />
+ nel vostro mondo giù si veste e vela,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché fino al morir si vegghi e dorma<br />
+ con quello sposo ch’ogne voto accetta<br />
+ che caritate a suo piacer conforma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal mondo, per seguirla, giovinetta<br />
+ fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi<br />
+ e promisi la via de la sua setta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,<br />
+ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:<br />
+ Iddio si sa qual poi mia vita fusi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quest’ altro splendor che ti si mostra<br />
+ da la mia destra parte e che s’accende<br />
+ di tutto il lume de la spera nostra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciò ch’io dico di me, di sé intende;<br />
+ sorella fu, e così le fu tolta<br />
+ di capo l’ombra de le sacre bende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi che pur al mondo fu rivolta<br />
+ contra suo grado e contra buona usanza,<br />
+ non fu dal vel del cor già mai disciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è la luce de la gran Costanza<br />
+ che del secondo vento di Soave<br />
+ generò ’l terzo e l’ultima possanza».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,<br />
+ Maria’ cantando, e cantando vanio<br />
+ come per acqua cupa cosa grave.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La vista mia, che tanto lei seguio<br />
+ quanto possibil fu, poi che la perse,<br />
+ volsesi al segno di maggior disio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e a Beatrice tutta si converse;<br />
+ ma quella folgorò nel mïo sguardo<br />
+ sì che da prima il viso non sofferse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ciò mi fece a dimandar più tardo.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0304"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto IV
+</h3>
+
+<p>
+ Intra due cibi, distanti e moventi<br />
+ d’un modo, prima si morria di fame,<br />
+ che liber’ omo l’un recasse ai denti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì si starebbe un agno intra due brame<br />
+ di fieri lupi, igualmente temendo;<br />
+ sì si starebbe un cane intra due dame:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,<br />
+ da li miei dubbi d’un modo sospinto,<br />
+ poi ch’era necessario, né commendo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto<br />
+ m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,<br />
+ più caldo assai che per parlar distinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fé sì Beatrice qual fé Danïello,<br />
+ Nabuccodonosor levando d’ira,<br />
+ che l’avea fatto ingiustamente fello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Io veggio ben come ti tira<br />
+ uno e altro disio, sì che tua cura<br />
+ sé stessa lega sì che fuor non spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,<br />
+ la vïolenza altrui per qual ragione<br />
+ di meritar mi scema la misura?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor di dubitar ti dà cagione<br />
+ parer tornarsi l’anime a le stelle,<br />
+ secondo la sentenza di Platone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste son le question che nel tuo velle<br />
+ pontano igualmente; e però pria<br />
+ tratterò quella che più ha di felle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’i Serafin colui che più s’india,<br />
+ Moïsè, Samuel, e quel Giovanni<br />
+ che prender vuoli, io dico, non Maria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non hanno in altro cielo i loro scanni<br />
+ che questi spirti che mo t’appariro,<br />
+ né hanno a l’esser lor più o meno anni;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma tutti fanno bello il primo giro,<br />
+ e differentemente han dolce vita<br />
+ per sentir più e men l’etterno spiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui si mostraro, non perché sortita<br />
+ sia questa spera lor, ma per far segno<br />
+ de la celestïal c’ha men salita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così parlar conviensi al vostro ingegno,<br />
+ però che solo da sensato apprende<br />
+ ciò che fa poscia d’intelletto degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per questo la Scrittura condescende<br />
+ a vostra facultate, e piedi e mano<br />
+ attribuisce a Dio e altro intende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Santa Chiesa con aspetto umano<br />
+ Gabrïel e Michel vi rappresenta,<br />
+ e l’altro che Tobia rifece sano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che Timeo de l’anime argomenta<br />
+ non è simile a ciò che qui si vede,<br />
+ però che, come dice, par che senta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dice che l’alma a la sua stella riede,<br />
+ credendo quella quindi esser decisa<br />
+ quando natura per forma la diede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e forse sua sentenza è d’altra guisa<br />
+ che la voce non suona, ed esser puote<br />
+ con intenzion da non esser derisa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’elli intende tornare a queste ruote<br />
+ l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse<br />
+ in alcun vero suo arco percuote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo principio, male inteso, torse<br />
+ già tutto il mondo quasi, sì che Giove,<br />
+ Mercurio e Marte a nominar trascorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra dubitazion che ti commove<br />
+ ha men velen, però che sua malizia<br />
+ non ti poria menar da me altrove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Parere ingiusta la nostra giustizia<br />
+ ne li occhi d’i mortali, è argomento<br />
+ di fede e non d’eretica nequizia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché puote vostro accorgimento<br />
+ ben penetrare a questa veritate,<br />
+ come disiri, ti farò contento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se vïolenza è quando quel che pate<br />
+ nïente conferisce a quel che sforza,<br />
+ non fuor quest’ alme per essa scusate:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,<br />
+ ma fa come natura face in foco,<br />
+ se mille volte vïolenza il torza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che, s’ella si piega assai o poco,<br />
+ segue la forza; e così queste fero<br />
+ possendo rifuggir nel santo loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se fosse stato lor volere intero,<br />
+ come tenne Lorenzo in su la grada,<br />
+ e fece Muzio a la sua man severo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così l’avria ripinte per la strada<br />
+ ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;<br />
+ ma così salda voglia è troppo rada.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E per queste parole, se ricolte<br />
+ l’hai come dei, è l’argomento casso<br />
+ che t’avria fatto noia ancor più volte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma or ti s’attraversa un altro passo<br />
+ dinanzi a li occhi, tal che per te stesso<br />
+ non usciresti: pria saresti lasso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io t’ho per certo ne la mente messo<br />
+ ch’alma beata non poria mentire,<br />
+ però ch’è sempre al primo vero appresso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e poi potesti da Piccarda udire<br />
+ che l’affezion del vel Costanza tenne;<br />
+ sì ch’ella par qui meco contradire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molte fïate già, frate, addivenne<br />
+ che, per fuggir periglio, contra grato<br />
+ si fé di quel che far non si convenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ come Almeone, che, di ciò pregato<br />
+ dal padre suo, la propria madre spense,<br />
+ per non perder pietà si fé spietato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questo punto voglio che tu pense<br />
+ che la forza al voler si mischia, e fanno<br />
+ sì che scusar non si posson l’offense.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voglia assoluta non consente al danno;<br />
+ ma consentevi in tanto in quanto teme,<br />
+ se si ritrae, cadere in più affanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, quando Piccarda quello spreme,<br />
+ de la voglia assoluta intende, e io<br />
+ de l’altra; sì che ver diciamo insieme».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cotal fu l’ondeggiar del santo rio<br />
+ ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;<br />
+ tal puose in pace uno e altro disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O amanza del primo amante, o diva»,<br />
+ diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda<br />
+ e scalda sì, che più e più m’avviva,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non è l’affezion mia tanto profonda,<br />
+ che basti a render voi grazia per grazia;<br />
+ ma quei che vede e puote a ciò risponda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio ben che già mai non si sazia<br />
+ nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra<br />
+ di fuor dal qual nessun vero si spazia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Posasi in esso, come fera in lustra,<br />
+ tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:<br />
+ se non, ciascun disio sarebbe frustra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nasce per quello, a guisa di rampollo,<br />
+ a piè del vero il dubbio; ed è natura<br />
+ ch’al sommo pinge noi di collo in collo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo m’invita, questo m’assicura<br />
+ con reverenza, donna, a dimandarvi<br />
+ d’un’altra verità che m’è oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi<br />
+ ai voti manchi sì con altri beni,<br />
+ ch’a la vostra statera non sien parvi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Beatrice mi guardò con li occhi pieni<br />
+ di faville d’amor così divini,<br />
+ che, vinta, mia virtute diè le reni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quasi mi perdei con li occhi chini.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0305"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto V
+</h3>
+
+<p>
+ «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore<br />
+ di là dal modo che ’n terra si vede,<br />
+ sì che del viso tuo vinco il valore,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non ti maravigliar, ché ciò procede<br />
+ da perfetto veder, che, come apprende,<br />
+ così nel bene appreso move il piede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io veggio ben sì come già resplende<br />
+ ne l’intelletto tuo l’etterna luce,<br />
+ che, vista, sola e sempre amore accende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’altra cosa vostro amor seduce,<br />
+ non è se non di quella alcun vestigio,<br />
+ mal conosciuto, che quivi traluce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu vuo’ saper se con altro servigio,<br />
+ per manco voto, si può render tanto<br />
+ che l’anima sicuri di letigio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì cominciò Beatrice questo canto;<br />
+ e sì com’ uom che suo parlar non spezza,<br />
+ continüò così ’l processo santo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Lo maggior don che Dio per sua larghezza<br />
+ fesse creando, e a la sua bontate<br />
+ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fu de la volontà la libertate;<br />
+ di che le creature intelligenti,<br />
+ e tutte e sole, fuoro e son dotate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti parrà, se tu quinci argomenti,<br />
+ l’alto valor del voto, s’è sì fatto<br />
+ che Dio consenta quando tu consenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,<br />
+ vittima fassi di questo tesoro,<br />
+ tal quale io dico; e fassi col suo atto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque che render puossi per ristoro?<br />
+ Se credi bene usar quel c’hai offerto,<br />
+ di maltolletto vuo’ far buon lavoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu se’ omai del maggior punto certo;<br />
+ ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,<br />
+ che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ convienti ancor sedere un poco a mensa,<br />
+ però che ’l cibo rigido c’hai preso,<br />
+ richiede ancora aiuto a tua dispensa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Apri la mente a quel ch’io ti paleso<br />
+ e fermalvi entro; ché non fa scïenza,<br />
+ sanza lo ritenere, avere inteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Due cose si convegnono a l’essenza<br />
+ di questo sacrificio: l’una è quella<br />
+ di che si fa; l’altr’ è la convenenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ ultima già mai non si cancella<br />
+ se non servata; e intorno di lei<br />
+ sì preciso di sopra si favella:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però necessitato fu a li Ebrei<br />
+ pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta<br />
+ sì permutasse, come saver dei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra, che per materia t’è aperta,<br />
+ puote ben esser tal, che non si falla<br />
+ se con altra materia si converta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma non trasmuti carco a la sua spalla<br />
+ per suo arbitrio alcun, sanza la volta<br />
+ e de la chiave bianca e de la gialla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ogne permutanza credi stolta,<br />
+ se la cosa dimessa in la sorpresa<br />
+ come ’l quattro nel sei non è raccolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però qualunque cosa tanto pesa<br />
+ per suo valor che tragga ogne bilancia,<br />
+ sodisfar non si può con altra spesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non prendan li mortali il voto a ciancia;<br />
+ siate fedeli, e a ciò far non bieci,<br />
+ come Ieptè a la sua prima mancia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,<br />
+ che, servando, far peggio; e così stolto<br />
+ ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde pianse Efigènia il suo bel volto,<br />
+ e fé pianger di sé i folli e i savi<br />
+ ch’udir parlar di così fatto cólto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:<br />
+ non siate come penna ad ogne vento,<br />
+ e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Avete il novo e ’l vecchio Testamento,<br />
+ e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;<br />
+ questo vi basti a vostro salvamento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se mala cupidigia altro vi grida,<br />
+ uomini siate, e non pecore matte,<br />
+ sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fate com’ agnel che lascia il latte<br />
+ de la sua madre, e semplice e lascivo<br />
+ seco medesmo a suo piacer combatte!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;<br />
+ poi si rivolse tutta disïante<br />
+ a quella parte ove ’l mondo è più vivo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante<br />
+ puoser silenzio al mio cupido ingegno,<br />
+ che già nuove questioni avea davante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sì come saetta che nel segno<br />
+ percuote pria che sia la corda queta,<br />
+ così corremmo nel secondo regno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,<br />
+ come nel lume di quel ciel si mise,<br />
+ che più lucente se ne fé ’l pianeta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se la stella si cambiò e rise,<br />
+ qual mi fec’ io che pur da mia natura<br />
+ trasmutabile son per tutte guise!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura<br />
+ traggonsi i pesci a ciò che vien di fori<br />
+ per modo che lo stimin lor pastura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì vid’ io ben più di mille splendori<br />
+ trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:<br />
+ «Ecco chi crescerà li nostri amori».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sì come ciascuno a noi venìa,<br />
+ vedeasi l’ombra piena di letizia<br />
+ nel folgór chiaro che di lei uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia<br />
+ non procedesse, come tu avresti<br />
+ di più savere angosciosa carizia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per te vederai come da questi<br />
+ m’era in disio d’udir lor condizioni,<br />
+ sì come a li occhi mi fur manifesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O bene nato a cui veder li troni<br />
+ del trïunfo etternal concede grazia<br />
+ prima che la milizia s’abbandoni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ del lume che per tutto il ciel si spazia<br />
+ noi semo accesi; e però, se disii<br />
+ di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così da un di quelli spirti pii<br />
+ detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì<br />
+ sicuramente, e credi come a dii».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io veggio ben sì come tu t’annidi<br />
+ nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,<br />
+ perch’ e’ corusca sì come tu ridi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma non so chi tu se’, né perché aggi,<br />
+ anima degna, il grado de la spera<br />
+ che si vela a’ mortai con altrui raggi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo diss’ io diritto a la lumera<br />
+ che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi<br />
+ lucente più assai di quel ch’ell’ era.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come il sol che si cela elli stessi<br />
+ per troppa luce, come ’l caldo ha róse<br />
+ le temperanze d’i vapori spessi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per più letizia sì mi si nascose<br />
+ dentro al suo raggio la figura santa;<br />
+ e così chiusa chiusa mi rispuose<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel modo che ’l seguente canto canta.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0306"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto VI
+</h3>
+
+<p>
+ «Poscia che Costantin l’aquila volse<br />
+ contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio<br />
+ dietro a l’antico che Lavina tolse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio<br />
+ ne lo stremo d’Europa si ritenne,<br />
+ vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sotto l’ombra de le sacre penne<br />
+ governò ’l mondo lì di mano in mano,<br />
+ e, sì cangiando, in su la mia pervenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cesare fui e son Iustinïano,<br />
+ che, per voler del primo amor ch’i’ sento,<br />
+ d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E prima ch’io a l’ovra fossi attento,<br />
+ una natura in Cristo esser, non piùe,<br />
+ credea, e di tal fede era contento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma ’l benedetto Agapito, che fue<br />
+ sommo pastore, a la fede sincera<br />
+ mi dirizzò con le parole sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,<br />
+ vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi<br />
+ ogni contradizione e falsa e vera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,<br />
+ a Dio per grazia piacque di spirarmi<br />
+ l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e al mio Belisar commendai l’armi,<br />
+ cui la destra del ciel fu sì congiunta,<br />
+ che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or qui a la question prima s’appunta<br />
+ la mia risposta; ma sua condizione<br />
+ mi stringe a seguitare alcuna giunta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché tu veggi con quanta ragione<br />
+ si move contr’ al sacrosanto segno<br />
+ e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi quanta virtù l’ha fatto degno<br />
+ di reverenza; e cominciò da l’ora<br />
+ che Pallante morì per darli regno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora<br />
+ per trecento anni e oltre, infino al fine<br />
+ che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sai ch’el fé dal mal de le Sabine<br />
+ al dolor di Lucrezia in sette regi,<br />
+ vincendo intorno le genti vicine.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sai quel ch’el fé portato da li egregi<br />
+ Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,<br />
+ incontro a li altri principi e collegi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde Torquato e Quinzio, che dal cirro<br />
+ negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi<br />
+ ebber la fama che volontier mirro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi<br />
+ che di retro ad Anibale passaro<br />
+ l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sott’ esso giovanetti trïunfaro<br />
+ Scipïone e Pompeo; e a quel colle<br />
+ sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle<br />
+ redur lo mondo a suo modo sereno,<br />
+ Cesare per voler di Roma il tolle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che fé da Varo infino a Reno,<br />
+ Isara vide ed Era e vide Senna<br />
+ e ogne valle onde Rodano è pieno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna<br />
+ e saltò Rubicon, fu di tal volo,<br />
+ che nol seguiteria lingua né penna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,<br />
+ poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse<br />
+ sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Antandro e Simeonta, onde si mosse,<br />
+ rivide e là dov’ Ettore si cuba;<br />
+ e mal per Tolomeo poscia si scosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da indi scese folgorando a Iuba;<br />
+ onde si volse nel vostro occidente,<br />
+ ove sentia la pompeana tuba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quel che fé col baiulo seguente,<br />
+ Bruto con Cassio ne l’inferno latra,<br />
+ e Modena e Perugia fu dolente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangene ancor la trista Cleopatra,<br />
+ che, fuggendoli innanzi, dal colubro<br />
+ la morte prese subitana e atra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con costui corse infino al lito rubro;<br />
+ con costui puose il mondo in tanta pace,<br />
+ che fu serrato a Giano il suo delubro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ciò che ’l segno che parlar mi face<br />
+ fatto avea prima e poi era fatturo<br />
+ per lo regno mortal ch’a lui soggiace,<br />
+</p>
+
+<p>
+ diventa in apparenza poco e scuro,<br />
+ se in mano al terzo Cesare si mira<br />
+ con occhio chiaro e con affetto puro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la viva giustizia che mi spira,<br />
+ li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,<br />
+ gloria di far vendetta a la sua ira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:<br />
+ poscia con Tito a far vendetta corse<br />
+ de la vendetta del peccato antico.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando il dente longobardo morse<br />
+ la Santa Chiesa, sotto le sue ali<br />
+ Carlo Magno, vincendo, la soccorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Omai puoi giudicar di quei cotali<br />
+ ch’io accusai di sopra e di lor falli,<br />
+ che son cagion di tutti vostri mali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’uno al pubblico segno i gigli gialli<br />
+ oppone, e l’altro appropria quello a parte,<br />
+ sì ch’è forte a veder chi più si falli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Faccian li Ghibellin, faccian lor arte<br />
+ sott’ altro segno, ché mal segue quello<br />
+ sempre chi la giustizia e lui diparte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e non l’abbatta esto Carlo novello<br />
+ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli<br />
+ ch’a più alto leon trasser lo vello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molte fïate già pianser li figli<br />
+ per la colpa del padre, e non si creda<br />
+ che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa picciola stella si correda<br />
+ d’i buoni spirti che son stati attivi<br />
+ perché onore e fama li succeda:<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quando li disiri poggian quivi,<br />
+ sì disvïando, pur convien che i raggi<br />
+ del vero amore in sù poggin men vivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma nel commensurar d’i nostri gaggi<br />
+ col merto è parte di nostra letizia,<br />
+ perché non li vedem minor né maggi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi addolcisce la viva giustizia<br />
+ in noi l’affetto sì, che non si puote<br />
+ torcer già mai ad alcuna nequizia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Diverse voci fanno dolci note;<br />
+ così diversi scanni in nostra vita<br />
+ rendon dolce armonia tra queste rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E dentro a la presente margarita<br />
+ luce la luce di Romeo, di cui<br />
+ fu l’ovra grande e bella mal gradita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma i Provenzai che fecer contra lui<br />
+ non hanno riso; e però mal cammina<br />
+ qual si fa danno del ben fare altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,<br />
+ Ramondo Beringhiere, e ciò li fece<br />
+ Romeo, persona umìle e peregrina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi il mosser le parole biece<br />
+ a dimandar ragione a questo giusto,<br />
+ che li assegnò sette e cinque per diece,<br />
+</p>
+
+<p>
+ indi partissi povero e vetusto;<br />
+ e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe<br />
+ mendicando sua vita a frusto a frusto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ assai lo loda, e più lo loderebbe».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0307"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto VII
+</h3>
+
+<p>
+ «Osanna, sanctus Deus sabaòth,<br />
+ superillustrans claritate tua<br />
+ felices ignes horum malacòth!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così, volgendosi a la nota sua,<br />
+ fu viso a me cantare essa sustanza,<br />
+ sopra la qual doppio lume s’addua;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed essa e l’altre mossero a sua danza,<br />
+ e quasi velocissime faville<br />
+ mi si velar di sùbita distanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’<br />
+ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna<br />
+ che mi diseta con le dolci stille’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quella reverenza che s’indonna<br />
+ di tutto me, pur per Be e per ice,<br />
+ mi richinava come l’uom ch’assonna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poco sofferse me cotal Beatrice<br />
+ e cominciò, raggiandomi d’un riso<br />
+ tal, che nel foco faria l’uom felice:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Secondo mio infallibile avviso,<br />
+ come giusta vendetta giustamente<br />
+ punita fosse, t’ha in pensier miso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma io ti solverò tosto la mente;<br />
+ e tu ascolta, ché le mie parole<br />
+ di gran sentenza ti faran presente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per non soffrire a la virtù che vole<br />
+ freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,<br />
+ dannando sé, dannò tutta sua prole;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde l’umana specie inferma giacque<br />
+ giù per secoli molti in grande errore,<br />
+ fin ch’al Verbo di Dio discender piacque<br />
+</p>
+
+<p>
+ u’ la natura, che dal suo fattore<br />
+ s’era allungata, unì a sé in persona<br />
+ con l’atto sol del suo etterno amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:<br />
+ questa natura al suo fattore unita,<br />
+ qual fu creata, fu sincera e buona;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per sé stessa pur fu ella sbandita<br />
+ di paradiso, però che si torse<br />
+ da via di verità e da sua vita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La pena dunque che la croce porse<br />
+ s’a la natura assunta si misura,<br />
+ nulla già mai sì giustamente morse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e così nulla fu di tanta ingiura,<br />
+ guardando a la persona che sofferse,<br />
+ in che era contratta tal natura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però d’un atto uscir cose diverse:<br />
+ ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;<br />
+ per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ti dee oramai parer più forte,<br />
+ quando si dice che giusta vendetta<br />
+ poscia vengiata fu da giusta corte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma io veggi’ or la tua mente ristretta<br />
+ di pensiero in pensier dentro ad un nodo,<br />
+ del qual con gran disio solver s’aspetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;<br />
+ ma perché Dio volesse, m’è occulto,<br />
+ a nostra redenzion pur questo modo”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo decreto, frate, sta sepulto<br />
+ a li occhi di ciascuno il cui ingegno<br />
+ ne la fiamma d’amor non è adulto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente, però ch’a questo segno<br />
+ molto si mira e poco si discerne,<br />
+ dirò perché tal modo fu più degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La divina bontà, che da sé sperne<br />
+ ogne livore, ardendo in sé, sfavilla<br />
+ sì che dispiega le bellezze etterne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che da lei sanza mezzo distilla<br />
+ non ha poi fine, perché non si move<br />
+ la sua imprenta quand’ ella sigilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che da essa sanza mezzo piove<br />
+ libero è tutto, perché non soggiace<br />
+ a la virtute de le cose nove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Più l’è conforme, e però più le piace;<br />
+ ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,<br />
+ ne la più somigliante è più vivace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di tutte queste dote s’avvantaggia<br />
+ l’umana creatura, e s’una manca,<br />
+ di sua nobilità convien che caggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Solo il peccato è quel che la disfranca<br />
+ e falla dissimìle al sommo bene,<br />
+ per che del lume suo poco s’imbianca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e in sua dignità mai non rivene,<br />
+ se non rïempie, dove colpa vòta,<br />
+ contra mal dilettar con giuste pene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vostra natura, quando peccò tota<br />
+ nel seme suo, da queste dignitadi,<br />
+ come di paradiso, fu remota;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né ricovrar potiensi, se tu badi<br />
+ ben sottilmente, per alcuna via,<br />
+ sanza passar per un di questi guadi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ o che Dio solo per sua cortesia<br />
+ dimesso avesse, o che l’uom per sé isso<br />
+ avesse sodisfatto a sua follia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ficca mo l’occhio per entro l’abisso<br />
+ de l’etterno consiglio, quanto puoi<br />
+ al mio parlar distrettamente fisso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non potea l’uomo ne’ termini suoi<br />
+ mai sodisfar, per non potere ir giuso<br />
+ con umiltate obedïendo poi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto disobediendo intese ir suso;<br />
+ e questa è la cagion per che l’uom fue<br />
+ da poter sodisfar per sé dischiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque a Dio convenia con le vie sue<br />
+ riparar l’omo a sua intera vita,<br />
+ dico con l’una, o ver con amendue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché l’ovra tanto è più gradita<br />
+ da l’operante, quanto più appresenta<br />
+ de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la divina bontà che ’l mondo imprenta,<br />
+ di proceder per tutte le sue vie,<br />
+ a rilevarvi suso, fu contenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né tra l’ultima notte e ’l primo die<br />
+ sì alto o sì magnifico processo,<br />
+ o per l’una o per l’altra, fu o fie:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché più largo fu Dio a dar sé stesso<br />
+ per far l’uom sufficiente a rilevarsi,<br />
+ che s’elli avesse sol da sé dimesso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tutti li altri modi erano scarsi<br />
+ a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio<br />
+ non fosse umilïato ad incarnarsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or per empierti bene ogne disio,<br />
+ ritorno a dichiararti in alcun loco,<br />
+ perché tu veggi lì così com’ io.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,<br />
+ l’aere e la terra e tutte lor misture<br />
+ venire a corruzione, e durar poco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e queste cose pur furon creature;<br />
+ per che, se ciò ch’è detto è stato vero,<br />
+ esser dovrien da corruzion sicure”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li angeli, frate, e ’l paese sincero<br />
+ nel qual tu se’, dir si posson creati,<br />
+ sì come sono, in loro essere intero;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma li alimenti che tu hai nomati<br />
+ e quelle cose che di lor si fanno<br />
+ da creata virtù sono informati.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Creata fu la materia ch’elli hanno;<br />
+ creata fu la virtù informante<br />
+ in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’anima d’ogne bruto e de le piante<br />
+ di complession potenzïata tira<br />
+ lo raggio e ’l moto de le luci sante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma vostra vita sanza mezzo spira<br />
+ la somma beninanza, e la innamora<br />
+ di sé sì che poi sempre la disira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quinci puoi argomentare ancora<br />
+ vostra resurrezion, se tu ripensi<br />
+ come l’umana carne fessi allora<br />
+</p>
+
+<p>
+ che li primi parenti intrambo fensi».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0308"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto VIII
+</h3>
+
+<p>
+ Solea creder lo mondo in suo periclo<br />
+ che la bella Ciprigna il folle amore<br />
+ raggiasse, volta nel terzo epiciclo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che non pur a lei faceano onore<br />
+ di sacrificio e di votivo grido<br />
+ le genti antiche ne l’antico errore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma Dïone onoravano e Cupido,<br />
+ quella per madre sua, questo per figlio,<br />
+ e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e da costei ond’ io principio piglio<br />
+ pigliavano il vocabol de la stella<br />
+ che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io non m’accorsi del salire in ella;<br />
+ ma d’esservi entro mi fé assai fede<br />
+ la donna mia ch’i’ vidi far più bella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come in fiamma favilla si vede,<br />
+ e come in voce voce si discerne,<br />
+ quand’ una è ferma e altra va e riede,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ io in essa luce altre lucerne<br />
+ muoversi in giro più e men correnti,<br />
+ al modo, credo, di lor viste interne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di fredda nube non disceser venti,<br />
+ o visibili o no, tanto festini,<br />
+ che non paressero impediti e lenti<br />
+</p>
+
+<p>
+ a chi avesse quei lumi divini<br />
+ veduti a noi venir, lasciando il giro<br />
+ pria cominciato in li alti Serafini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dentro a quei che più innanzi appariro<br />
+ sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi<br />
+ di rïudir non fui sanza disiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi si fece l’un più presso a noi<br />
+ e solo incominciò: «Tutti sem presti<br />
+ al tuo piacer, perché di noi ti gioi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi ci volgiam coi principi celesti<br />
+ d’un giro e d’un girare e d’una sete,<br />
+ ai quali tu del mondo già dicesti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;<br />
+ e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,<br />
+ non fia men dolce un poco di quïete».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che li occhi miei si fuoro offerti<br />
+ a la mia donna reverenti, ed essa<br />
+ fatti li avea di sé contenti e certi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ rivolsersi a la luce che promessa<br />
+ tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue<br />
+ la voce mia di grande affetto impressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quanta e quale vid’ io lei far piùe<br />
+ per allegrezza nova che s’accrebbe,<br />
+ quando parlai, a l’allegrezze sue!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe<br />
+ giù poco tempo; e se più fosse stato,<br />
+ molto sarà di mal, che non sarebbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mia letizia mi ti tien celato<br />
+ che mi raggia dintorno e mi nasconde<br />
+ quasi animal di sua seta fasciato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Assai m’amasti, e avesti ben onde;<br />
+ che s’io fossi giù stato, io ti mostrava<br />
+ di mio amor più oltre che le fronde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quella sinistra riva che si lava<br />
+ di Rodano poi ch’è misto con Sorga,<br />
+ per suo segnore a tempo m’aspettava,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quel corno d’Ausonia che s’imborga<br />
+ di Bari e di Gaeta e di Catona,<br />
+ da ove Tronto e Verde in mare sgorga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fulgeami già in fronte la corona<br />
+ di quella terra che ’l Danubio riga<br />
+ poi che le ripe tedesche abbandona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E la bella Trinacria, che caliga<br />
+ tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo<br />
+ che riceve da Euro maggior briga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non per Tifeo ma per nascente solfo,<br />
+ attesi avrebbe li suoi regi ancora,<br />
+ nati per me di Carlo e di Ridolfo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se mala segnoria, che sempre accora<br />
+ li popoli suggetti, non avesse<br />
+ mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se mio frate questo antivedesse,<br />
+ l’avara povertà di Catalogna<br />
+ già fuggeria, perché non li offendesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché veramente proveder bisogna<br />
+ per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca<br />
+ carcata più d’incarco non si pogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La sua natura, che di larga parca<br />
+ discese, avria mestier di tal milizia<br />
+ che non curasse di mettere in arca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Però ch’i’ credo che l’alta letizia<br />
+ che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,<br />
+ là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per te si veggia come la vegg’ io,<br />
+ grata m’è più; e anco quest’ ho caro<br />
+ perché ’l discerni rimirando in Dio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,<br />
+ poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso<br />
+ com’ esser può, di dolce seme, amaro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso<br />
+ mostrarti un vero, a quel che tu dimandi<br />
+ terrai lo viso come tien lo dosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ben che tutto il regno che tu scandi<br />
+ volge e contenta, fa esser virtute<br />
+ sua provedenza in questi corpi grandi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non pur le nature provedute<br />
+ sono in la mente ch’è da sé perfetta,<br />
+ ma esse insieme con la lor salute:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che quantunque quest’ arco saetta<br />
+ disposto cade a proveduto fine,<br />
+ sì come cosa in suo segno diretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine<br />
+ producerebbe sì li suoi effetti,<br />
+ che non sarebbero arti, ma ruine;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ciò esser non può, se li ’ntelletti<br />
+ che muovon queste stelle non son manchi,<br />
+ e manco il primo, che non li ha perfetti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».<br />
+ E io: «Non già; ché impossibil veggio<br />
+ che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio<br />
+ per l’omo in terra, se non fosse cive?».<br />
+ «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «E puot’ elli esser, se giù non si vive<br />
+ diversamente per diversi offici?<br />
+ Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì venne deducendo infino a quici;<br />
+ poscia conchiuse: «Dunque esser diverse<br />
+ convien di vostri effetti le radici:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per ch’un nasce Solone e altro Serse,<br />
+ altro Melchisedèch e altro quello<br />
+ che, volando per l’aere, il figlio perse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La circular natura, ch’è suggello<br />
+ a la cera mortal, fa ben sua arte,<br />
+ ma non distingue l’un da l’altro ostello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci addivien ch’Esaù si diparte<br />
+ per seme da Iacòb; e vien Quirino<br />
+ da sì vil padre, che si rende a Marte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Natura generata il suo cammino<br />
+ simil farebbe sempre a’ generanti,<br />
+ se non vincesse il proveder divino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or quel che t’era dietro t’è davanti:<br />
+ ma perché sappi che di te mi giova,<br />
+ un corollario voglio che t’ammanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sempre natura, se fortuna trova<br />
+ discorde a sé, com’ ogne altra semente<br />
+ fuor di sua regïon, fa mala prova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se ’l mondo là giù ponesse mente<br />
+ al fondamento che natura pone,<br />
+ seguendo lui, avria buona la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voi torcete a la religïone<br />
+ tal che fia nato a cignersi la spada,<br />
+ e fate re di tal ch’è da sermone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde la traccia vostra è fuor di strada».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0309"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto IX
+</h3>
+
+<p>
+ Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,<br />
+ m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni<br />
+ che ricever dovea la sua semenza;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;<br />
+ sì ch’io non posso dir se non che pianto<br />
+ giusto verrà di retro ai vostri danni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E già la vita di quel lume santo<br />
+ rivolta s’era al Sol che la rïempie<br />
+ come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi anime ingannate e fatture empie,<br />
+ che da sì fatto ben torcete i cuori,<br />
+ drizzando in vanità le vostre tempie!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco un altro di quelli splendori<br />
+ ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi<br />
+ significava nel chiarir di fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi<br />
+ sovra me, come pria, di caro assenso<br />
+ al mio disio certificato fermi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Deh, metti al mio voler tosto compenso,<br />
+ beato spirto», dissi, «e fammi prova<br />
+ ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde la luce che m’era ancor nova,<br />
+ del suo profondo, ond’ ella pria cantava,<br />
+ seguette come a cui di ben far giova:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «In quella parte de la terra prava<br />
+ italica che siede tra Rïalto<br />
+ e le fontane di Brenta e di Piava,<br />
+</p>
+
+<p>
+ si leva un colle, e non surge molt’ alto,<br />
+ là onde scese già una facella<br />
+ che fece a la contrada un grande assalto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’una radice nacqui e io ed ella:<br />
+ Cunizza fui chiamata, e qui refulgo<br />
+ perché mi vinse il lume d’esta stella;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma lietamente a me medesma indulgo<br />
+ la cagion di mia sorte, e non mi noia;<br />
+ che parria forse forte al vostro vulgo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questa luculenta e cara gioia<br />
+ del nostro cielo che più m’è propinqua,<br />
+ grande fama rimase; e pria che moia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ questo centesimo anno ancor s’incinqua:<br />
+ vedi se far si dee l’omo eccellente,<br />
+ sì ch’altra vita la prima relinqua.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ciò non pensa la turba presente<br />
+ che Tagliamento e Adice richiude,<br />
+ né per esser battuta ancor si pente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma tosto fia che Padova al palude<br />
+ cangerà l’acqua che Vincenza bagna,<br />
+ per essere al dover le genti crude;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dove Sile e Cagnan s’accompagna,<br />
+ tal signoreggia e va con la testa alta,<br />
+ che già per lui carpir si fa la ragna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Piangerà Feltro ancora la difalta<br />
+ de l’empio suo pastor, che sarà sconcia<br />
+ sì, che per simil non s’entrò in malta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Troppo sarebbe larga la bigoncia<br />
+ che ricevesse il sangue ferrarese,<br />
+ e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che donerà questo prete cortese<br />
+ per mostrarsi di parte; e cotai doni<br />
+ conformi fieno al viver del paese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sù sono specchi, voi dicete Troni,<br />
+ onde refulge a noi Dio giudicante;<br />
+ sì che questi parlar ne paion buoni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui si tacette; e fecemi sembiante<br />
+ che fosse ad altro volta, per la rota<br />
+ in che si mise com’ era davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra letizia, che m’era già nota<br />
+ per cara cosa, mi si fece in vista<br />
+ qual fin balasso in che lo sol percuota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per letiziar là sù fulgor s’acquista,<br />
+ sì come riso qui; ma giù s’abbuia<br />
+ l’ombra di fuor, come la mente è trista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,<br />
+ diss’ io, «beato spirto, sì che nulla<br />
+ voglia di sé a te puot’ esser fuia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla<br />
+ sempre col canto di quei fuochi pii<br />
+ che di sei ali facen la coculla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché non satisface a’ miei disii?<br />
+ Già non attendere’ io tua dimanda,<br />
+ s’io m’intuassi, come tu t’inmii».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,<br />
+ incominciaro allor le sue parole,<br />
+ «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tra ’ discordanti liti contra ’l sole<br />
+ tanto sen va, che fa meridïano<br />
+ là dove l’orizzonte pria far suole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella valle fu’ io litorano<br />
+ tra Ebro e Macra, che per cammin corto<br />
+ parte lo Genovese dal Toscano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ad un occaso quasi e ad un orto<br />
+ Buggea siede e la terra ond’ io fui,<br />
+ che fé del sangue suo già caldo il porto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Folco mi disse quella gente a cui<br />
+ fu noto il nome mio; e questo cielo<br />
+ di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché più non arse la figlia di Belo,<br />
+ noiando e a Sicheo e a Creusa,<br />
+ di me, infin che si convenne al pelo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né quella Rodopëa che delusa<br />
+ fu da Demofoonte, né Alcide<br />
+ quando Iole nel core ebbe rinchiusa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non però qui si pente, ma si ride,<br />
+ non de la colpa, ch’a mente non torna,<br />
+ ma del valor ch’ordinò e provide.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui si rimira ne l’arte ch’addorna<br />
+ cotanto affetto, e discernesi ’l bene<br />
+ per che ’l mondo di sù quel di giù torna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché tutte le tue voglie piene<br />
+ ten porti che son nate in questa spera,<br />
+ proceder ancor oltre mi convene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu vuo’ saper chi è in questa lumera<br />
+ che qui appresso me così scintilla<br />
+ come raggio di sole in acqua mera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sappi che là entro si tranquilla<br />
+ Raab; e a nostr’ ordine congiunta,<br />
+ di lei nel sommo grado si sigilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta<br />
+ che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma<br />
+ del trïunfo di Cristo fu assunta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben si convenne lei lasciar per palma<br />
+ in alcun cielo de l’alta vittoria<br />
+ che s’acquistò con l’una e l’altra palma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch’ ella favorò la prima gloria<br />
+ di Iosüè in su la Terra Santa,<br />
+ che poco tocca al papa la memoria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua città, che di colui è pianta<br />
+ che pria volse le spalle al suo fattore<br />
+ e di cui è la ’nvidia tanto pianta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ produce e spande il maladetto fiore<br />
+ c’ha disvïate le pecore e li agni,<br />
+ però che fatto ha lupo del pastore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per questo l’Evangelio e i dottor magni<br />
+ son derelitti, e solo ai Decretali<br />
+ si studia, sì che pare a’ lor vivagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questo intende il papa e ’ cardinali;<br />
+ non vanno i lor pensieri a Nazarette,<br />
+ là dove Gabrïello aperse l’ali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Vaticano e l’altre parti elette<br />
+ di Roma che son state cimitero<br />
+ a la milizia che Pietro seguette,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tosto libere fien de l’avoltero».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0310"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto X
+</h3>
+
+<p>
+ Guardando nel suo Figlio con l’Amore<br />
+ che l’uno e l’altro etternalmente spira,<br />
+ lo primo e ineffabile Valore<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto per mente e per loco si gira<br />
+ con tant’ ordine fé, ch’esser non puote<br />
+ sanza gustar di lui chi ciò rimira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Leva dunque, lettore, a l’alte rote<br />
+ meco la vista, dritto a quella parte<br />
+ dove l’un moto e l’altro si percuote;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e lì comincia a vagheggiar ne l’arte<br />
+ di quel maestro che dentro a sé l’ama,<br />
+ tanto che mai da lei l’occhio non parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi come da indi si dirama<br />
+ l’oblico cerchio che i pianeti porta,<br />
+ per sodisfare al mondo che li chiama.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che se la strada lor non fosse torta,<br />
+ molta virtù nel ciel sarebbe in vano,<br />
+ e quasi ogne potenza qua giù morta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se dal dritto più o men lontano<br />
+ fosse ’l partire, assai sarebbe manco<br />
+ e giù e sù de l’ordine mondano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,<br />
+ dietro pensando a ciò che si preliba,<br />
+ s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;<br />
+ ché a sé torce tutta la mia cura<br />
+ quella materia ond’ io son fatto scriba.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ministro maggior de la natura,<br />
+ che del valor del ciel lo mondo imprenta<br />
+ e col suo lume il tempo ne misura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con quella parte che sù si rammenta<br />
+ congiunto, si girava per le spire<br />
+ in che più tosto ognora s’appresenta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e io era con lui; ma del salire<br />
+ non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,<br />
+ anzi ’l primo pensier, del suo venire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ È Bëatrice quella che sì scorge<br />
+ di bene in meglio, sì subitamente<br />
+ che l’atto suo per tempo non si sporge.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quant’ esser convenia da sé lucente<br />
+ quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,<br />
+ non per color, ma per lume parvente!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,<br />
+ sì nol direi che mai s’imaginasse;<br />
+ ma creder puossi e di veder si brami.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se le fantasie nostre son basse<br />
+ a tanta altezza, non è maraviglia;<br />
+ ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal era quivi la quarta famiglia<br />
+ de l’alto Padre, che sempre la sazia,<br />
+ mostrando come spira e come figlia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,<br />
+ ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo<br />
+ sensibil t’ha levato per sua grazia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cor di mortal non fu mai sì digesto<br />
+ a divozione e a rendersi a Dio<br />
+ con tutto ’l suo gradir cotanto presto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come a quelle parole mi fec’ io;<br />
+ e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,<br />
+ che Bëatrice eclissò ne l’oblio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non le dispiacque; ma sì se ne rise,<br />
+ che lo splendor de li occhi suoi ridenti<br />
+ mia mente unita in più cose divise.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi più folgór vivi e vincenti<br />
+ far di noi centro e di sé far corona,<br />
+ più dolci in voce che in vista lucenti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così cinger la figlia di Latona<br />
+ vedem talvolta, quando l’aere è pregno,<br />
+ sì che ritenga il fil che fa la zona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,<br />
+ si trovan molte gioie care e belle<br />
+ tanto che non si posson trar del regno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l canto di quei lumi era di quelle;<br />
+ chi non s’impenna sì che là sù voli,<br />
+ dal muto aspetti quindi le novelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, sì cantando, quelli ardenti soli<br />
+ si fuor girati intorno a noi tre volte,<br />
+ come stelle vicine a’ fermi poli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ donne mi parver, non da ballo sciolte,<br />
+ ma che s’arrestin tacite, ascoltando<br />
+ fin che le nove note hanno ricolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando<br />
+ lo raggio de la grazia, onde s’accende<br />
+ verace amore e che poi cresce amando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ multiplicato in te tanto resplende,<br />
+ che ti conduce su per quella scala<br />
+ u’ sanza risalir nessun discende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual ti negasse il vin de la sua fiala<br />
+ per la tua sete, in libertà non fora<br />
+ se non com’ acqua ch’al mar non si cala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora<br />
+ questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia<br />
+ la bella donna ch’al ciel t’avvalora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io fui de li agni de la santa greggia<br />
+ che Domenico mena per cammino<br />
+ u’ ben s’impingua se non si vaneggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi che m’è a destra più vicino,<br />
+ frate e maestro fummi, ed esso Alberto<br />
+ è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,<br />
+ di retro al mio parlar ten vien col viso<br />
+ girando su per lo beato serto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ altro fiammeggiare esce del riso<br />
+ di Grazïan, che l’uno e l’altro foro<br />
+ aiutò sì che piace in paradiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,<br />
+ quel Pietro fu che con la poverella<br />
+ offerse a Santa Chiesa suo tesoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La quinta luce, ch’è tra noi più bella,<br />
+ spira di tale amor, che tutto ’l mondo<br />
+ là giù ne gola di saper novella:<br />
+</p>
+
+<p>
+ entro v’è l’alta mente u’ sì profondo<br />
+ saver fu messo, che, se ’l vero è vero,<br />
+ a veder tanto non surse il secondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso vedi il lume di quel cero<br />
+ che giù in carne più a dentro vide<br />
+ l’angelica natura e ’l ministero.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’altra piccioletta luce ride<br />
+ quello avvocato de’ tempi cristiani<br />
+ del cui latino Augustin si provide.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or se tu l’occhio de la mente trani<br />
+ di luce in luce dietro a le mie lode,<br />
+ già de l’ottava con sete rimani.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per vedere ogne ben dentro vi gode<br />
+ l’anima santa che ’l mondo fallace<br />
+ fa manifesto a chi di lei ben ode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace<br />
+ giuso in Cieldauro; ed essa da martiro<br />
+ e da essilio venne a questa pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro<br />
+ d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,<br />
+ che a considerar fu più che viro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,<br />
+ è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri<br />
+ gravi a morir li parve venir tardo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ essa è la luce etterna di Sigieri,<br />
+ che, leggendo nel Vico de li Strami,<br />
+ silogizzò invidïosi veri».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi, come orologio che ne chiami<br />
+ ne l’ora che la sposa di Dio surge<br />
+ a mattinar lo sposo perché l’ami,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’una parte e l’altra tira e urge,<br />
+ tin tin sonando con sì dolce nota,<br />
+ che ’l ben disposto spirto d’amor turge;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ ïo la gloriosa rota<br />
+ muoversi e render voce a voce in tempra<br />
+ e in dolcezza ch’esser non pò nota<br />
+</p>
+
+<p>
+ se non colà dove gioir s’insempra.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0311"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XI
+</h3>
+
+<p>
+ O insensata cura de’ mortali,<br />
+ quanto son difettivi silogismi<br />
+ quei che ti fanno in basso batter l’ali!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi dietro a iura e chi ad amforismi<br />
+ sen giva, e chi seguendo sacerdozio,<br />
+ e chi regnar per forza o per sofismi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e chi rubare e chi civil negozio,<br />
+ chi nel diletto de la carne involto<br />
+ s’affaticava e chi si dava a l’ozio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando, da tutte queste cose sciolto,<br />
+ con Bëatrice m’era suso in cielo<br />
+ cotanto glorïosamente accolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che ciascuno fu tornato ne lo<br />
+ punto del cerchio in che avanti s’era,<br />
+ fermossi, come a candellier candelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io senti’ dentro a quella lumera<br />
+ che pria m’avea parlato, sorridendo<br />
+ incominciar, faccendosi più mera:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Così com’ io del suo raggio resplendo,<br />
+ sì, riguardando ne la luce etterna,<br />
+ li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu dubbi, e hai voler che si ricerna<br />
+ in sì aperta e ’n sì distesa lingua<br />
+ lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,<br />
+ e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;<br />
+ e qui è uopo che ben si distingua.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La provedenza, che governa il mondo<br />
+ con quel consiglio nel quale ogne aspetto<br />
+ creato è vinto pria che vada al fondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che andasse ver’ lo suo diletto<br />
+ la sposa di colui ch’ad alte grida<br />
+ disposò lei col sangue benedetto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sé sicura e anche a lui più fida,<br />
+ due principi ordinò in suo favore,<br />
+ che quinci e quindi le fosser per guida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’un fu tutto serafico in ardore;<br />
+ l’altro per sapïenza in terra fue<br />
+ di cherubica luce uno splendore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De l’un dirò, però che d’amendue<br />
+ si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,<br />
+ perch’ ad un fine fur l’opere sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Intra Tupino e l’acqua che discende<br />
+ del colle eletto dal beato Ubaldo,<br />
+ fertile costa d’alto monte pende,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde Perugia sente freddo e caldo<br />
+ da Porta Sole; e di rietro le piange<br />
+ per grave giogo Nocera con Gualdo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questa costa, là dov’ ella frange<br />
+ più sua rattezza, nacque al mondo un sole,<br />
+ come fa questo talvolta di Gange.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però chi d’esso loco fa parole,<br />
+ non dica Ascesi, ché direbbe corto,<br />
+ ma Orïente, se proprio dir vuole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non era ancor molto lontan da l’orto,<br />
+ ch’el cominciò a far sentir la terra<br />
+ de la sua gran virtute alcun conforto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché per tal donna, giovinetto, in guerra<br />
+ del padre corse, a cui, come a la morte,<br />
+ la porta del piacer nessun diserra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dinanzi a la sua spirital corte<br />
+ et coram patre le si fece unito;<br />
+ poscia di dì in dì l’amò più forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa, privata del primo marito,<br />
+ millecent’ anni e più dispetta e scura<br />
+ fino a costui si stette sanza invito;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né valse udir che la trovò sicura<br />
+ con Amiclate, al suon de la sua voce,<br />
+ colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né valse esser costante né feroce,<br />
+ sì che, dove Maria rimase giuso,<br />
+ ella con Cristo pianse in su la croce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,<br />
+ Francesco e Povertà per questi amanti<br />
+ prendi oramai nel mio parlar diffuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La lor concordia e i lor lieti sembianti,<br />
+ amore e maraviglia e dolce sguardo<br />
+ facieno esser cagion di pensier santi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto che ’l venerabile Bernardo<br />
+ si scalzò prima, e dietro a tanta pace<br />
+ corse e, correndo, li parve esser tardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!<br />
+ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro<br />
+ dietro a lo sposo, sì la sposa piace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi sen va quel padre e quel maestro<br />
+ con la sua donna e con quella famiglia<br />
+ che già legava l’umile capestro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né li gravò viltà di cuor le ciglia<br />
+ per esser fi’ di Pietro Bernardone,<br />
+ né per parer dispetto a maraviglia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma regalmente sua dura intenzione<br />
+ ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe<br />
+ primo sigillo a sua religïone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che la gente poverella crebbe<br />
+ dietro a costui, la cui mirabil vita<br />
+ meglio in gloria del ciel si canterebbe,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di seconda corona redimita<br />
+ fu per Onorio da l’Etterno Spiro<br />
+ la santa voglia d’esto archimandrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che, per la sete del martiro,<br />
+ ne la presenza del Soldan superba<br />
+ predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per trovare a conversione acerba<br />
+ troppo la gente e per non stare indarno,<br />
+ redissi al frutto de l’italica erba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel crudo sasso intra Tevero e Arno<br />
+ da Cristo prese l’ultimo sigillo,<br />
+ che le sue membra due anni portarno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando a colui ch’a tanto ben sortillo<br />
+ piacque di trarlo suso a la mercede<br />
+ ch’el meritò nel suo farsi pusillo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,<br />
+ raccomandò la donna sua più cara,<br />
+ e comandò che l’amassero a fede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e del suo grembo l’anima preclara<br />
+ mover si volle, tornando al suo regno,<br />
+ e al suo corpo non volle altra bara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pensa oramai qual fu colui che degno<br />
+ collega fu a mantener la barca<br />
+ di Pietro in alto mar per dritto segno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questo fu il nostro patrïarca;<br />
+ per che qual segue lui, com’ el comanda,<br />
+ discerner puoi che buone merce carca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda<br />
+ è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote<br />
+ che per diversi salti non si spanda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quanto le sue pecore remote<br />
+ e vagabunde più da esso vanno,<br />
+ più tornano a l’ovil di latte vòte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben son di quelle che temono ’l danno<br />
+ e stringonsi al pastor; ma son sì poche,<br />
+ che le cappe fornisce poco panno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, se le mie parole non son fioche,<br />
+ se la tua audïenza è stata attenta,<br />
+ se ciò ch’è detto a la mente revoche,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in parte fia la tua voglia contenta,<br />
+ perché vedrai la pianta onde si scheggia,<br />
+ e vedra’ il corrègger che argomenta<br />
+</p>
+
+<p>
+ “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0312"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XII
+</h3>
+
+<p>
+ Sì tosto come l’ultima parola<br />
+ la benedetta fiamma per dir tolse,<br />
+ a rotar cominciò la santa mola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e nel suo giro tutta non si volse<br />
+ prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,<br />
+ e moto a moto e canto a canto colse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ canto che tanto vince nostre muse,<br />
+ nostre serene in quelle dolci tube,<br />
+ quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si volgon per tenera nube<br />
+ due archi paralelli e concolori,<br />
+ quando Iunone a sua ancella iube,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nascendo di quel d’entro quel di fori,<br />
+ a guisa del parlar di quella vaga<br />
+ ch’amor consunse come sol vapori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fanno qui la gente esser presaga,<br />
+ per lo patto che Dio con Noè puose,<br />
+ del mondo che già mai più non s’allaga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così di quelle sempiterne rose<br />
+ volgiensi circa noi le due ghirlande,<br />
+ e sì l’estrema a l’intima rispuose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,<br />
+ sì del cantare e sì del fiammeggiarsi<br />
+ luce con luce gaudïose e blande,<br />
+</p>
+
+<p>
+ insieme a punto e a voler quetarsi,<br />
+ pur come li occhi ch’al piacer che i move<br />
+ conviene insieme chiudere e levarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ del cor de l’una de le luci nove<br />
+ si mosse voce, che l’ago a la stella<br />
+ parer mi fece in volgermi al suo dove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e cominciò: «L’amor che mi fa bella<br />
+ mi tragge a ragionar de l’altro duca<br />
+ per cui del mio sì ben ci si favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:<br />
+ sì che, com’ elli ad una militaro,<br />
+ così la gloria loro insieme luca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’essercito di Cristo, che sì caro<br />
+ costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna<br />
+ si movea tardo, sospeccioso e raro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando lo ’mperador che sempre regna<br />
+ provide a la milizia, ch’era in forse,<br />
+ per sola grazia, non per esser degna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e, come è detto, a sua sposa soccorse<br />
+ con due campioni, al cui fare, al cui dire<br />
+ lo popol disvïato si raccorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In quella parte ove surge ad aprire<br />
+ Zefiro dolce le novelle fronde<br />
+ di che si vede Europa rivestire,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non molto lungi al percuoter de l’onde<br />
+ dietro a le quali, per la lunga foga,<br />
+ lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ siede la fortunata Calaroga<br />
+ sotto la protezion del grande scudo<br />
+ in che soggiace il leone e soggioga:<br />
+</p>
+
+<p>
+ dentro vi nacque l’amoroso drudo<br />
+ de la fede cristiana, il santo atleta<br />
+ benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come fu creata, fu repleta<br />
+ sì la sua mente di viva vertute<br />
+ che, ne la madre, lei fece profeta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che le sponsalizie fuor compiute<br />
+ al sacro fonte intra lui e la Fede,<br />
+ u’ si dotar di mutüa salute,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la donna che per lui l’assenso diede,<br />
+ vide nel sonno il mirabile frutto<br />
+ ch’uscir dovea di lui e de le rede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e perché fosse qual era in costrutto,<br />
+ quinci si mosse spirito a nomarlo<br />
+ del possessivo di cui era tutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Domenico fu detto; e io ne parlo<br />
+ sì come de l’agricola che Cristo<br />
+ elesse a l’orto suo per aiutarlo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben parve messo e famigliar di Cristo:<br />
+ che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,<br />
+ fu al primo consiglio che diè Cristo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Spesse fïate fu tacito e desto<br />
+ trovato in terra da la sua nutrice,<br />
+ come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh padre suo veramente Felice!<br />
+ oh madre sua veramente Giovanna,<br />
+ se, interpretata, val come si dice!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non per lo mondo, per cui mo s’affanna<br />
+ di retro ad Ostïense e a Taddeo,<br />
+ ma per amor de la verace manna<br />
+</p>
+
+<p>
+ in picciol tempo gran dottor si feo;<br />
+ tal che si mise a circüir la vigna<br />
+ che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E a la sedia che fu già benigna<br />
+ più a’ poveri giusti, non per lei,<br />
+ ma per colui che siede, che traligna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non dispensare o due o tre per sei,<br />
+ non la fortuna di prima vacante,<br />
+ non decimas, quae sunt pauperum Dei,<br />
+</p>
+
+<p>
+ addimandò, ma contro al mondo errante<br />
+ licenza di combatter per lo seme<br />
+ del qual ti fascian ventiquattro piante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, con dottrina e con volere insieme,<br />
+ con l’officio appostolico si mosse<br />
+ quasi torrente ch’alta vena preme;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ne li sterpi eretici percosse<br />
+ l’impeto suo, più vivamente quivi<br />
+ dove le resistenze eran più grosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di lui si fecer poi diversi rivi<br />
+ onde l’orto catolico si riga,<br />
+ sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tal fu l’una rota de la biga<br />
+ in che la Santa Chiesa si difese<br />
+ e vinse in campo la sua civil briga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ben ti dovrebbe assai esser palese<br />
+ l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma<br />
+ dinanzi al mio venir fu sì cortese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma l’orbita che fé la parte somma<br />
+ di sua circunferenza, è derelitta,<br />
+ sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La sua famiglia, che si mosse dritta<br />
+ coi piedi a le sue orme, è tanto volta,<br />
+ che quel dinanzi a quel di retro gitta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tosto si vedrà de la ricolta<br />
+ de la mala coltura, quando il loglio<br />
+ si lagnerà che l’arca li sia tolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio<br />
+ nostro volume, ancor troveria carta<br />
+ u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma non fia da Casal né d’Acquasparta,<br />
+ là onde vegnon tali a la scrittura,<br />
+ ch’uno la fugge e altro la coarta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io son la vita di Bonaventura<br />
+ da Bagnoregio, che ne’ grandi offici<br />
+ sempre pospuosi la sinistra cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Illuminato e Augustin son quici,<br />
+ che fuor de’ primi scalzi poverelli<br />
+ che nel capestro a Dio si fero amici.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ugo da San Vittore è qui con elli,<br />
+ e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,<br />
+ lo qual giù luce in dodici libelli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ Natàn profeta e ’l metropolitano<br />
+ Crisostomo e Anselmo e quel Donato<br />
+ ch’a la prim’ arte degnò porre mano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rabano è qui, e lucemi dallato<br />
+ il calavrese abate Giovacchino<br />
+ di spirito profetico dotato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ad inveggiar cotanto paladino<br />
+ mi mosse l’infiammata cortesia<br />
+ di fra Tommaso e ’l discreto latino;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e mosse meco questa compagnia».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0313"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XIII
+</h3>
+
+<p>
+ Imagini, chi bene intender cupe<br />
+ quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,<br />
+ mentre ch’io dico, come ferma rupe—,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quindici stelle che ’n diverse plage<br />
+ lo ciel avvivan di tanto sereno<br />
+ che soperchia de l’aere ogne compage;<br />
+</p>
+
+<p>
+ imagini quel carro a cu’ il seno<br />
+ basta del nostro cielo e notte e giorno,<br />
+ sì ch’al volger del temo non vien meno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ imagini la bocca di quel corno<br />
+ che si comincia in punta de lo stelo<br />
+ a cui la prima rota va dintorno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ aver fatto di sé due segni in cielo,<br />
+ qual fece la figliuola di Minoi<br />
+ allora che sentì di morte il gelo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,<br />
+ e amendue girarsi per maniera<br />
+ che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e avrà quasi l’ombra de la vera<br />
+ costellazione e de la doppia danza<br />
+ che circulava il punto dov’ io era:<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi ch’è tanto di là da nostra usanza,<br />
+ quanto di là dal mover de la Chiana<br />
+ si move il ciel che tutti li altri avanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì si cantò non Bacco, non Peana,<br />
+ ma tre persone in divina natura,<br />
+ e in una persona essa e l’umana.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;<br />
+ e attesersi a noi quei santi lumi,<br />
+ felicitando sé di cura in cura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ruppe il silenzio ne’ concordi numi<br />
+ poscia la luce in che mirabil vita<br />
+ del poverel di Dio narrata fumi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Quando l’una paglia è trita,<br />
+ quando la sua semenza è già riposta,<br />
+ a batter l’altra dolce amor m’invita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu credi che nel petto onde la costa<br />
+ si trasse per formar la bella guancia<br />
+ il cui palato a tutto ’l mondo costa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e in quel che, forato da la lancia,<br />
+ e prima e poscia tanto sodisfece,<br />
+ che d’ogne colpa vince la bilancia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quantunque a la natura umana lece<br />
+ aver di lume, tutto fosse infuso<br />
+ da quel valor che l’uno e l’altro fece;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e però miri a ciò ch’io dissi suso,<br />
+ quando narrai che non ebbe ’l secondo<br />
+ lo ben che ne la quinta luce è chiuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,<br />
+ e vedräi il tuo credere e ’l mio dire<br />
+ nel vero farsi come centro in tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò che non more e ciò che può morire<br />
+ non è se non splendor di quella idea<br />
+ che partorisce, amando, il nostro Sire;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quella viva luce che sì mea<br />
+ dal suo lucente, che non si disuna<br />
+ da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per sua bontate il suo raggiare aduna,<br />
+ quasi specchiato, in nove sussistenze,<br />
+ etternalmente rimanendosi una.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi discende a l’ultime potenze<br />
+ giù d’atto in atto, tanto divenendo,<br />
+ che più non fa che brevi contingenze;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e queste contingenze essere intendo<br />
+ le cose generate, che produce<br />
+ con seme e sanza seme il ciel movendo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La cera di costoro e chi la duce<br />
+ non sta d’un modo; e però sotto ’l segno<br />
+ idëale poi più e men traluce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,<br />
+ secondo specie, meglio e peggio frutta;<br />
+ e voi nascete con diverso ingegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se fosse a punto la cera dedutta<br />
+ e fosse il cielo in sua virtù supprema,<br />
+ la luce del suggel parrebbe tutta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma la natura la dà sempre scema,<br />
+ similemente operando a l’artista<br />
+ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però se ’l caldo amor la chiara vista<br />
+ de la prima virtù dispone e segna,<br />
+ tutta la perfezion quivi s’acquista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così fu fatta già la terra degna<br />
+ di tutta l’animal perfezïone;<br />
+ così fu fatta la Vergine pregna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì ch’io commendo tua oppinïone,<br />
+ che l’umana natura mai non fue<br />
+ né fia qual fu in quelle due persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or s’i’ non procedesse avanti piùe,<br />
+ ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’<br />
+ comincerebber le parole tue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché paia ben ciò che non pare,<br />
+ pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,<br />
+ quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ho parlato sì, che tu non posse<br />
+ ben veder ch’el fu re, che chiese senno<br />
+ acciò che re sufficïente fosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ non per sapere il numero in che enno<br />
+ li motor di qua sù, o se necesse<br />
+ con contingente mai necesse fenno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ non si est dare primum motum esse,<br />
+ o se del mezzo cerchio far si puote<br />
+ trïangol sì ch’un retto non avesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,<br />
+ regal prudenza è quel vedere impari<br />
+ in che lo stral di mia intenzion percuote;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se al “surse” drizzi li occhi chiari,<br />
+ vedrai aver solamente respetto<br />
+ ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con questa distinzion prendi ’l mio detto;<br />
+ e così puote star con quel che credi<br />
+ del primo padre e del nostro Diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,<br />
+ per farti mover lento com’ uom lasso<br />
+ e al sì e al no che tu non vedi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quelli è tra li stolti bene a basso,<br />
+ che sanza distinzione afferma e nega<br />
+ ne l’un così come ne l’altro passo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch’ elli ’ncontra che più volte piega<br />
+ l’oppinïon corrente in falsa parte,<br />
+ e poi l’affetto l’intelletto lega.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vie più che ’ndarno da riva si parte,<br />
+ perché non torna tal qual e’ si move,<br />
+ chi pesca per lo vero e non ha l’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E di ciò sono al mondo aperte prove<br />
+ Parmenide, Melisso e Brisso e molti,<br />
+ li quali andaro e non sapëan dove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti<br />
+ che furon come spade a le Scritture<br />
+ in render torti li diritti volti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non sien le genti, ancor, troppo sicure<br />
+ a giudicar, sì come quei che stima<br />
+ le biade in campo pria che sien mature;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima<br />
+ lo prun mostrarsi rigido e feroce,<br />
+ poscia portar la rosa in su la cima;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e legno vidi già dritto e veloce<br />
+ correr lo mar per tutto suo cammino,<br />
+ perire al fine a l’intrar de la foce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non creda donna Berta e ser Martino,<br />
+ per vedere un furare, altro offerere,<br />
+ vederli dentro al consiglio divino;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quel può surgere, e quel può cadere».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0314"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XIV
+</h3>
+
+<p>
+ Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro<br />
+ movesi l’acqua in un ritondo vaso,<br />
+ secondo ch’è percosso fuori o dentro:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ne la mia mente fé sùbito caso<br />
+ questo ch’io dico, sì come si tacque<br />
+ la glorïosa vita di Tommaso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per la similitudine che nacque<br />
+ del suo parlare e di quel di Beatrice,<br />
+ a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «A costui fa mestieri, e nol vi dice<br />
+ né con la voce né pensando ancora,<br />
+ d’un altro vero andare a la radice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Diteli se la luce onde s’infiora<br />
+ vostra sustanza, rimarrà con voi<br />
+ etternalmente sì com’ ell’ è ora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se rimane, dite come, poi<br />
+ che sarete visibili rifatti,<br />
+ esser porà ch’al veder non vi nòi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come, da più letizia pinti e tratti,<br />
+ a la fïata quei che vanno a rota<br />
+ levan la voce e rallegrano li atti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, a l’orazion pronta e divota,<br />
+ li santi cerchi mostrar nova gioia<br />
+ nel torneare e ne la mira nota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual si lamenta perché qui si moia<br />
+ per viver colà sù, non vide quive<br />
+ lo refrigerio de l’etterna ploia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quell’ uno e due e tre che sempre vive<br />
+ e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,<br />
+ non circunscritto, e tutto circunscrive,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tre volte era cantato da ciascuno<br />
+ di quelli spirti con tal melodia,<br />
+ ch’ad ogne merto saria giusto muno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io udi’ ne la luce più dia<br />
+ del minor cerchio una voce modesta,<br />
+ forse qual fu da l’angelo a Maria,<br />
+</p>
+
+<p>
+ risponder: «Quanto fia lunga la festa<br />
+ di paradiso, tanto il nostro amore<br />
+ si raggerà dintorno cotal vesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La sua chiarezza séguita l’ardore;<br />
+ l’ardor la visïone, e quella è tanta,<br />
+ quant’ ha di grazia sovra suo valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la carne glorïosa e santa<br />
+ fia rivestita, la nostra persona<br />
+ più grata fia per esser tutta quanta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che s’accrescerà ciò che ne dona<br />
+ di gratüito lume il sommo bene,<br />
+ lume ch’a lui veder ne condiziona;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde la visïon crescer convene,<br />
+ crescer l’ardor che di quella s’accende,<br />
+ crescer lo raggio che da esso vene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma sì come carbon che fiamma rende,<br />
+ e per vivo candor quella soverchia,<br />
+ sì che la sua parvenza si difende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così questo folgór che già ne cerchia<br />
+ fia vinto in apparenza da la carne<br />
+ che tutto dì la terra ricoperchia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né potrà tanta luce affaticarne:<br />
+ ché li organi del corpo saran forti<br />
+ a tutto ciò che potrà dilettarne».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto mi parver sùbiti e accorti<br />
+ e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,<br />
+ che ben mostrar disio d’i corpi morti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ forse non pur per lor, ma per le mamme,<br />
+ per li padri e per li altri che fuor cari<br />
+ anzi che fosser sempiterne fiamme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ecco intorno, di chiarezza pari,<br />
+ nascere un lustro sopra quel che v’era,<br />
+ per guisa d’orizzonte che rischiari.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sì come al salir di prima sera<br />
+ comincian per lo ciel nove parvenze,<br />
+ sì che la vista pare e non par vera,<br />
+</p>
+
+<p>
+ parvemi lì novelle sussistenze<br />
+ cominciare a vedere, e fare un giro<br />
+ di fuor da l’altre due circunferenze.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh vero sfavillar del Santo Spiro!<br />
+ come si fece sùbito e candente<br />
+ a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Bëatrice sì bella e ridente<br />
+ mi si mostrò, che tra quelle vedute<br />
+ si vuol lasciar che non seguir la mente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi ripreser li occhi miei virtute<br />
+ a rilevarsi; e vidimi translato<br />
+ sol con mia donna in più alta salute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben m’accors’ io ch’io era più levato,<br />
+ per l’affocato riso de la stella,<br />
+ che mi parea più roggio che l’usato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con tutto ’l core e con quella favella<br />
+ ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,<br />
+ qual conveniesi a la grazia novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E non er’ anco del mio petto essausto<br />
+ l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi<br />
+ esso litare stato accetto e fausto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché con tanto lucore e tanto robbi<br />
+ m’apparvero splendor dentro a due raggi,<br />
+ ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come distinta da minori e maggi<br />
+ lumi biancheggia tra ’ poli del mondo<br />
+ Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì costellati facean nel profondo<br />
+ Marte quei raggi il venerabil segno<br />
+ che fan giunture di quadranti in tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;<br />
+ ché quella croce lampeggiava Cristo,<br />
+ sì ch’io non so trovare essempro degno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma chi prende sua croce e segue Cristo,<br />
+ ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,<br />
+ vedendo in quell’ albor balenar Cristo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di corno in corno e tra la cima e ’l basso<br />
+ si movien lumi, scintillando forte<br />
+ nel congiugnersi insieme e nel trapasso:<br />
+</p>
+
+<p>
+ così si veggion qui diritte e torte,<br />
+ veloci e tarde, rinovando vista,<br />
+ le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ moversi per lo raggio onde si lista<br />
+ talvolta l’ombra che, per sua difesa,<br />
+ la gente con ingegno e arte acquista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come giga e arpa, in tempra tesa<br />
+ di molte corde, fa dolce tintinno<br />
+ a tal da cui la nota non è intesa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così da’ lumi che lì m’apparinno<br />
+ s’accogliea per la croce una melode<br />
+ che mi rapiva, sanza intender l’inno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,<br />
+ però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»<br />
+ come a colui che non intende e ode.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ïo m’innamorava tanto quinci,<br />
+ che ’nfino a lì non fu alcuna cosa<br />
+ che mi legasse con sì dolci vinci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse la mia parola par troppo osa,<br />
+ posponendo il piacer de li occhi belli,<br />
+ ne’ quai mirando mio disio ha posa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma chi s’avvede che i vivi suggelli<br />
+ d’ogne bellezza più fanno più suso,<br />
+ e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ escusar puommi di quel ch’io m’accuso<br />
+ per escusarmi, e vedermi dir vero:<br />
+ ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché si fa, montando, più sincero.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0315"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XV
+</h3>
+
+<p>
+ Benigna volontade in che si liqua<br />
+ sempre l’amor che drittamente spira,<br />
+ come cupidità fa ne la iniqua,<br />
+</p>
+
+<p>
+ silenzio puose a quella dolce lira,<br />
+ e fece quïetar le sante corde<br />
+ che la destra del cielo allenta e tira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come saranno a’ giusti preghi sorde<br />
+ quelle sustanze che, per darmi voglia<br />
+ ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bene è che sanza termine si doglia<br />
+ chi, per amor di cosa che non duri<br />
+ etternalmente, quello amor si spoglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale per li seren tranquilli e puri<br />
+ discorre ad ora ad or sùbito foco,<br />
+ movendo li occhi che stavan sicuri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e pare stella che tramuti loco,<br />
+ se non che da la parte ond’ e’ s’accende<br />
+ nulla sen perde, ed esso dura poco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ tale dal corno che ’n destro si stende<br />
+ a piè di quella croce corse un astro<br />
+ de la costellazion che lì resplende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né si partì la gemma dal suo nastro,<br />
+ ma per la lista radïal trascorse,<br />
+ che parve foco dietro ad alabastro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,<br />
+ se fede merta nostra maggior musa,<br />
+ quando in Eliso del figlio s’accorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O sanguis meus, o superinfusa<br />
+ gratïa Deï, sicut tibi cui<br />
+ bis unquam celi ianüa reclusa?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;<br />
+ poscia rivolsi a la mia donna il viso,<br />
+ e quinci e quindi stupefatto fui;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso<br />
+ tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo<br />
+ de la mia gloria e del mio paradiso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi, a udire e a veder giocondo,<br />
+ giunse lo spirto al suo principio cose,<br />
+ ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né per elezïon mi si nascose,<br />
+ ma per necessità, ché ’l suo concetto<br />
+ al segno d’i mortal si soprapuose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quando l’arco de l’ardente affetto<br />
+ fu sì sfogato, che ’l parlar discese<br />
+ inver’ lo segno del nostro intelletto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la prima cosa che per me s’intese,<br />
+ «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,<br />
+ che nel mio seme se’ tanto cortese!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E seguì: «Grato e lontano digiuno,<br />
+ tratto leggendo del magno volume<br />
+ du’ non si muta mai bianco né bruno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ solvuto hai, figlio, dentro a questo lume<br />
+ in ch’io ti parlo, mercè di colei<br />
+ ch’a l’alto volo ti vestì le piume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu credi che a me tuo pensier mei<br />
+ da quel ch’è primo, così come raia<br />
+ da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e però ch’io mi sia e perch’ io paia<br />
+ più gaudïoso a te, non mi domandi,<br />
+ che alcun altro in questa turba gaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi<br />
+ di questa vita miran ne lo speglio<br />
+ in che, prima che pensi, il pensier pandi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perché ’l sacro amore in che io veglio<br />
+ con perpetüa vista e che m’asseta<br />
+ di dolce disïar, s’adempia meglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la voce tua sicura, balda e lieta<br />
+ suoni la volontà, suoni ’l disio,<br />
+ a che la mia risposta è già decreta!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi volsi a Beatrice, e quella udio<br />
+ pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno<br />
+ che fece crescer l’ali al voler mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,<br />
+ come la prima equalità v’apparse,<br />
+ d’un peso per ciascun di voi si fenno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che ’l sol che v’allumò e arse,<br />
+ col caldo e con la luce è sì iguali,<br />
+ che tutte simiglianze sono scarse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma voglia e argomento ne’ mortali,<br />
+ per la cagion ch’a voi è manifesta,<br />
+ diversamente son pennuti in ali;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ io, che son mortal, mi sento in questa<br />
+ disagguaglianza, e però non ringrazio<br />
+ se non col core a la paterna festa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben supplico io a te, vivo topazio<br />
+ che questa gioia prezïosa ingemmi,<br />
+ perché mi facci del tuo nome sazio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O fronda mia in che io compiacemmi<br />
+ pur aspettando, io fui la tua radice»:<br />
+ cotal principio, rispondendo, femmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice<br />
+ tua cognazione e che cent’ anni e piùe<br />
+ girato ha ’l monte in la prima cornice,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mio figlio fu e tuo bisavol fue:<br />
+ ben si convien che la lunga fatica<br />
+ tu li raccorci con l’opere tue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fiorenza dentro da la cerchia antica,<br />
+ ond’ ella toglie ancora e terza e nona,<br />
+ si stava in pace, sobria e pudica.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avea catenella, non corona,<br />
+ non gonne contigiate, non cintura<br />
+ che fosse a veder più che la persona.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non faceva, nascendo, ancor paura<br />
+ la figlia al padre, che ’l tempo e la dote<br />
+ non fuggien quinci e quindi la misura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non avea case di famiglia vòte;<br />
+ non v’era giunto ancor Sardanapalo<br />
+ a mostrar ciò che ’n camera si puote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non era vinto ancora Montemalo<br />
+ dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto<br />
+ nel montar sù, così sarà nel calo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bellincion Berti vid’ io andar cinto<br />
+ di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio<br />
+ la donna sua sanza ’l viso dipinto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio<br />
+ esser contenti a la pelle scoperta,<br />
+ e le sue donne al fuso e al pennecchio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh fortunate! ciascuna era certa<br />
+ de la sua sepultura, e ancor nulla<br />
+ era per Francia nel letto diserta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’una vegghiava a studio de la culla,<br />
+ e, consolando, usava l’idïoma<br />
+ che prima i padri e le madri trastulla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’altra, traendo a la rocca la chioma,<br />
+ favoleggiava con la sua famiglia<br />
+ d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Saria tenuta allor tal maraviglia<br />
+ una Cianghella, un Lapo Salterello,<br />
+ qual or saria Cincinnato e Corniglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A così riposato, a così bello<br />
+ viver di cittadini, a così fida<br />
+ cittadinanza, a così dolce ostello,<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maria mi diè, chiamata in alte grida;<br />
+ e ne l’antico vostro Batisteo<br />
+ insieme fui cristiano e Cacciaguida.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Moronto fu mio frate ed Eliseo;<br />
+ mia donna venne a me di val di Pado,<br />
+ e quindi il sopranome tuo si feo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi seguitai lo ’mperador Currado;<br />
+ ed el mi cinse de la sua milizia,<br />
+ tanto per bene ovrar li venni in grado.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dietro li andai incontro a la nequizia<br />
+ di quella legge il cui popolo usurpa,<br />
+ per colpa d’i pastor, vostra giustizia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi fu’ io da quella gente turpa<br />
+ disviluppato dal mondo fallace,<br />
+ lo cui amor molt’ anime deturpa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e venni dal martiro a questa pace».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0316"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XVI
+</h3>
+
+<p>
+ O poca nostra nobiltà di sangue,<br />
+ se glorïar di te la gente fai<br />
+ qua giù dove l’affetto nostro langue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mirabil cosa non mi sarà mai:<br />
+ ché là dove appetito non si torce,<br />
+ dico nel cielo, io me ne gloriai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben se’ tu manto che tosto raccorce:<br />
+ sì che, se non s’appon di dì in die,<br />
+ lo tempo va dintorno con le force.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,<br />
+ in che la sua famiglia men persevra,<br />
+ ricominciaron le parole mie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde Beatrice, ch’era un poco scevra,<br />
+ ridendo, parve quella che tossio<br />
+ al primo fallo scritto di Ginevra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io cominciai: «Voi siete il padre mio;<br />
+ voi mi date a parlar tutta baldezza;<br />
+ voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per tanti rivi s’empie d’allegrezza<br />
+ la mente mia, che di sé fa letizia<br />
+ perché può sostener che non si spezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ditemi dunque, cara mia primizia,<br />
+ quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni<br />
+ che si segnaro in vostra püerizia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ditemi de l’ovil di San Giovanni<br />
+ quanto era allora, e chi eran le genti<br />
+ tra esso degne di più alti scanni».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come s’avviva a lo spirar d’i venti<br />
+ carbone in fiamma, così vid’ io quella<br />
+ luce risplendere a’ miei blandimenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come a li occhi miei si fé più bella,<br />
+ così con voce più dolce e soave,<br />
+ ma non con questa moderna favella,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’<br />
+ al parto in che mia madre, ch’è or santa,<br />
+ s’allevïò di me ond’ era grave,<br />
+</p>
+
+<p>
+ al suo Leon cinquecento cinquanta<br />
+ e trenta fiate venne questo foco<br />
+ a rinfiammarsi sotto la sua pianta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li antichi miei e io nacqui nel loco<br />
+ dove si truova pria l’ultimo sesto<br />
+ da quei che corre il vostro annüal gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Basti d’i miei maggiori udirne questo:<br />
+ chi ei si fosser e onde venner quivi,<br />
+ più è tacer che ragionare onesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tutti color ch’a quel tempo eran ivi<br />
+ da poter arme tra Marte e ’l Batista,<br />
+ eran il quinto di quei ch’or son vivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma la cittadinanza, ch’è or mista<br />
+ di Campi, di Certaldo e di Fegghine,<br />
+ pura vediesi ne l’ultimo artista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quanto fora meglio esser vicine<br />
+ quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo<br />
+ e a Trespiano aver vostro confine,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che averle dentro e sostener lo puzzo<br />
+ del villan d’Aguglion, di quel da Signa,<br />
+ che già per barattare ha l’occhio aguzzo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se la gente ch’al mondo più traligna<br />
+ non fosse stata a Cesare noverca,<br />
+ ma come madre a suo figlio benigna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal fatto è fiorentino e cambia e merca,<br />
+ che si sarebbe vòlto a Simifonti,<br />
+ là dove andava l’avolo a la cerca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;<br />
+ sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,<br />
+ e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sempre la confusion de le persone<br />
+ principio fu del mal de la cittade,<br />
+ come del vostro il cibo che s’appone;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e cieco toro più avaccio cade<br />
+ che cieco agnello; e molte volte taglia<br />
+ più e meglio una che le cinque spade.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se tu riguardi Luni e Orbisaglia<br />
+ come sono ite, e come se ne vanno<br />
+ di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ udir come le schiatte si disfanno<br />
+ non ti parrà nova cosa né forte,<br />
+ poscia che le cittadi termine hanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le vostre cose tutte hanno lor morte,<br />
+ sì come voi; ma celasi in alcuna<br />
+ che dura molto, e le vite son corte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come ’l volger del ciel de la luna<br />
+ cuopre e discuopre i liti sanza posa,<br />
+ così fa di Fiorenza la Fortuna:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che non dee parer mirabil cosa<br />
+ ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini<br />
+ onde è la fama nel tempo nascosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,<br />
+ Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,<br />
+ già nel calare, illustri cittadini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi così grandi come antichi,<br />
+ con quel de la Sannella, quel de l’Arca,<br />
+ e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sovra la porta ch’al presente è carca<br />
+ di nova fellonia di tanto peso<br />
+ che tosto fia iattura de la barca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ erano i Ravignani, ond’ è disceso<br />
+ il conte Guido e qualunque del nome<br />
+ de l’alto Bellincione ha poscia preso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel de la Pressa sapeva già come<br />
+ regger si vuole, e avea Galigaio<br />
+ dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Grand’ era già la colonna del Vaio,<br />
+ Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci<br />
+ e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ceppo di che nacquero i Calfucci<br />
+ era già grande, e già eran tratti<br />
+ a le curule Sizii e Arrigucci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quali io vidi quei che son disfatti<br />
+ per lor superbia! e le palle de l’oro<br />
+ fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così facieno i padri di coloro<br />
+ che, sempre che la vostra chiesa vaca,<br />
+ si fanno grassi stando a consistoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’oltracotata schiatta che s’indraca<br />
+ dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente<br />
+ o ver la borsa, com’ agnel si placa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ già venìa sù, ma di picciola gente;<br />
+ sì che non piacque ad Ubertin Donato<br />
+ che poï il suocero il fé lor parente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già era ’l Caponsacco nel mercato<br />
+ disceso giù da Fiesole, e già era<br />
+ buon cittadino Giuda e Infangato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dirò cosa incredibile e vera:<br />
+ nel picciol cerchio s’entrava per porta<br />
+ che si nomava da quei de la Pera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciascun che de la bella insegna porta<br />
+ del gran barone il cui nome e ’l cui pregio<br />
+ la festa di Tommaso riconforta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ da esso ebbe milizia e privilegio;<br />
+ avvegna che con popol si rauni<br />
+ oggi colui che la fascia col fregio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già eran Gualterotti e Importuni;<br />
+ e ancor saria Borgo più quïeto,<br />
+ se di novi vicin fosser digiuni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La casa di che nacque il vostro fleto,<br />
+ per lo giusto disdegno che v’ha morti<br />
+ e puose fine al vostro viver lieto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ era onorata, essa e suoi consorti:<br />
+ o Buondelmonte, quanto mal fuggisti<br />
+ le nozze süe per li altrui conforti!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Molti sarebber lieti, che son tristi,<br />
+ se Dio t’avesse conceduto ad Ema<br />
+ la prima volta ch’a città venisti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma conveniesi a quella pietra scema<br />
+ che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse<br />
+ vittima ne la sua pace postrema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con queste genti, e con altre con esse,<br />
+ vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,<br />
+ che non avea cagione onde piangesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con queste genti vid’io glorïoso<br />
+ e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio<br />
+ non era ad asta mai posto a ritroso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ né per divisïon fatto vermiglio».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0317"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XVII
+</h3>
+
+<p>
+ Qual venne a Climenè, per accertarsi<br />
+ di ciò ch’avëa incontro a sé udito,<br />
+ quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io, e tal era sentito<br />
+ e da Beatrice e da la santa lampa<br />
+ che pria per me avea mutato sito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per che mia donna «Manda fuor la vampa<br />
+ del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca<br />
+ segnata bene de la interna stampa:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non perché nostra conoscenza cresca<br />
+ per tuo parlare, ma perché t’ausi<br />
+ a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O cara piota mia che sì t’insusi,<br />
+ che, come veggion le terrene menti<br />
+ non capere in trïangol due ottusi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vedi le cose contingenti<br />
+ anzi che sieno in sé, mirando il punto<br />
+ a cui tutti li tempi son presenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ mentre ch’io era a Virgilio congiunto<br />
+ su per lo monte che l’anime cura<br />
+ e discendendo nel mondo defunto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dette mi fuor di mia vita futura<br />
+ parole gravi, avvegna ch’io mi senta<br />
+ ben tetragono ai colpi di ventura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che la voglia mia saria contenta<br />
+ d’intender qual fortuna mi s’appressa:<br />
+ ché saetta previsa vien più lenta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così diss’ io a quella luce stessa<br />
+ che pria m’avea parlato; e come volle<br />
+ Beatrice, fu la mia voglia confessa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né per ambage, in che la gente folle<br />
+ già s’inviscava pria che fosse anciso<br />
+ l’Agnel di Dio che le peccata tolle,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per chiare parole e con preciso<br />
+ latin rispuose quello amor paterno,<br />
+ chiuso e parvente del suo proprio riso:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La contingenza, che fuor del quaderno<br />
+ de la vostra matera non si stende,<br />
+ tutta è dipinta nel cospetto etterno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ necessità però quindi non prende<br />
+ se non come dal viso in che si specchia<br />
+ nave che per torrente giù discende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da indi, sì come viene ad orecchia<br />
+ dolce armonia da organo, mi viene<br />
+ a vista il tempo che ti s’apparecchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual si partio Ipolito d’Atene<br />
+ per la spietata e perfida noverca,<br />
+ tal di Fiorenza partir ti convene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo si vuole e questo già si cerca,<br />
+ e tosto verrà fatto a chi ciò pensa<br />
+ là dove Cristo tutto dì si merca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La colpa seguirà la parte offensa<br />
+ in grido, come suol; ma la vendetta<br />
+ fia testimonio al ver che la dispensa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu lascerai ogne cosa diletta<br />
+ più caramente; e questo è quello strale<br />
+ che l’arco de lo essilio pria saetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu proverai sì come sa di sale<br />
+ lo pane altrui, e come è duro calle<br />
+ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che più ti graverà le spalle,<br />
+ sarà la compagnia malvagia e scempia<br />
+ con la qual tu cadrai in questa valle;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che tutta ingrata, tutta matta ed empia<br />
+ si farà contr’ a te; ma, poco appresso,<br />
+ ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di sua bestialitate il suo processo<br />
+ farà la prova; sì ch’a te fia bello<br />
+ averti fatta parte per te stesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello<br />
+ sarà la cortesia del gran Lombardo<br />
+ che ’n su la scala porta il santo uccello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’in te avrà sì benigno riguardo,<br />
+ che del fare e del chieder, tra voi due,<br />
+ fia primo quel che tra li altri è più tardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,<br />
+ nascendo, sì da questa stella forte,<br />
+ che notabili fier l’opere sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non se ne son le genti ancora accorte<br />
+ per la novella età, ché pur nove anni<br />
+ son queste rote intorno di lui torte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,<br />
+ parran faville de la sua virtute<br />
+ in non curar d’argento né d’affanni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le sue magnificenze conosciute<br />
+ saranno ancora, sì che ’ suoi nemici<br />
+ non ne potran tener le lingue mute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;<br />
+ per lui fia trasmutata molta gente,<br />
+ cambiando condizion ricchi e mendici;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e portera’ne scritto ne la mente<br />
+ di lui, e nol dirai»; e disse cose<br />
+ incredibili a quei che fier presente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose<br />
+ di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie<br />
+ che dietro a pochi giri son nascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,<br />
+ poscia che s’infutura la tua vita<br />
+ vie più là che ’l punir di lor perfidie».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi che, tacendo, si mostrò spedita<br />
+ l’anima santa di metter la trama<br />
+ in quella tela ch’io le porsi ordita,<br />
+</p>
+
+<p>
+ io cominciai, come colui che brama,<br />
+ dubitando, consiglio da persona<br />
+ che vede e vuol dirittamente e ama:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Ben veggio, padre mio, sì come sprona<br />
+ lo tempo verso me, per colpo darmi<br />
+ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,<br />
+ sì che, se loco m’è tolto più caro,<br />
+ io non perdessi li altri per miei carmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giù per lo mondo sanza fine amaro,<br />
+ e per lo monte del cui bel cacume<br />
+ li occhi de la mia donna mi levaro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e poscia per lo ciel, di lume in lume,<br />
+ ho io appreso quel che s’io ridico,<br />
+ a molti fia sapor di forte agrume;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’io al vero son timido amico,<br />
+ temo di perder viver tra coloro<br />
+ che questo tempo chiameranno antico».<br />
+</p>
+
+<p>
+ La luce in che rideva il mio tesoro<br />
+ ch’io trovai lì, si fé prima corusca,<br />
+ quale a raggio di sole specchio d’oro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ indi rispuose: «Coscïenza fusca<br />
+ o de la propria o de l’altrui vergogna<br />
+ pur sentirà la tua parola brusca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,<br />
+ tutta tua visïon fa manifesta;<br />
+ e lascia pur grattar dov’ è la rogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ché se la voce tua sarà molesta<br />
+ nel primo gusto, vital nodrimento<br />
+ lascerà poi, quando sarà digesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo tuo grido farà come vento,<br />
+ che le più alte cime più percuote;<br />
+ e ciò non fa d’onor poco argomento.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ti son mostrate in queste rote,<br />
+ nel monte e ne la valle dolorosa<br />
+ pur l’anime che son di fama note,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’animo di quel ch’ode, non posa<br />
+ né ferma fede per essempro ch’aia<br />
+ la sua radice incognita e ascosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ né per altro argomento che non paia».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0318"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Già si godeva solo del suo verbo<br />
+ quello specchio beato, e io gustava<br />
+ lo mio, temprando col dolce l’acerbo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quella donna ch’a Dio mi menava<br />
+ disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono<br />
+ presso a colui ch’ogne torto disgrava».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi a l’amoroso suono<br />
+ del mio conforto; e qual io allor vidi<br />
+ ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non perch’ io pur del mio parlar diffidi,<br />
+ ma per la mente che non può redire<br />
+ sovra sé tanto, s’altri non la guidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tanto poss’ io di quel punto ridire,<br />
+ che, rimirando lei, lo mio affetto<br />
+ libero fu da ogne altro disire,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fin che ’l piacere etterno, che diretto<br />
+ raggiava in Bëatrice, dal bel viso<br />
+ mi contentava col secondo aspetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vincendo me col lume d’un sorriso,<br />
+ ella mi disse: «Volgiti e ascolta;<br />
+ ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come si vede qui alcuna volta<br />
+ l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,<br />
+ che da lui sia tutta l’anima tolta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così nel fiammeggiar del folgór santo,<br />
+ a ch’io mi volsi, conobbi la voglia<br />
+ in lui di ragionarmi ancora alquanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ El cominciò: «In questa quinta soglia<br />
+ de l’albero che vive de la cima<br />
+ e frutta sempre e mai non perde foglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ spiriti son beati, che giù, prima<br />
+ che venissero al ciel, fuor di gran voce,<br />
+ sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però mira ne’ corni de la croce:<br />
+ quello ch’io nomerò, lì farà l’atto<br />
+ che fa in nube il suo foco veloce».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi per la croce un lume tratto<br />
+ dal nomar Iosuè, com’ el si feo;<br />
+ né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E al nome de l’alto Macabeo<br />
+ vidi moversi un altro roteando,<br />
+ e letizia era ferza del paleo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così per Carlo Magno e per Orlando<br />
+ due ne seguì lo mio attento sguardo,<br />
+ com’ occhio segue suo falcon volando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo<br />
+ e ’l duca Gottifredi la mia vista<br />
+ per quella croce, e Ruberto Guiscardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi, tra l’altre luci mota e mista,<br />
+ mostrommi l’alma che m’avea parlato<br />
+ qual era tra i cantor del cielo artista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io mi rivolsi dal mio destro lato<br />
+ per vedere in Beatrice il mio dovere,<br />
+ o per parlare o per atto, segnato;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi le sue luci tanto mere,<br />
+ tanto gioconde, che la sua sembianza<br />
+ vinceva li altri e l’ultimo solere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come, per sentir più dilettanza<br />
+ bene operando, l’uom di giorno in giorno<br />
+ s’accorge che la sua virtute avanza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno<br />
+ col cielo insieme avea cresciuto l’arco,<br />
+ veggendo quel miracol più addorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E qual è ’l trasmutare in picciol varco<br />
+ di tempo in bianca donna, quando ’l volto<br />
+ suo si discarchi di vergogna il carco,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,<br />
+ per lo candor de la temprata stella<br />
+ sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi in quella giovïal facella<br />
+ lo sfavillar de l’amor che lì era<br />
+ segnare a li occhi miei nostra favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come augelli surti di rivera,<br />
+ quasi congratulando a lor pasture,<br />
+ fanno di sé or tonda or altra schiera,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì dentro ai lumi sante creature<br />
+ volitando cantavano, e faciensi<br />
+ or D, or I, or L in sue figure.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Prima, cantando, a sua nota moviensi;<br />
+ poi, diventando l’un di questi segni,<br />
+ un poco s’arrestavano e taciensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O diva Pegasëa che li ’ngegni<br />
+ fai glorïosi e rendili longevi,<br />
+ ed essi teco le cittadi e ’ regni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ illustrami di te, sì ch’io rilevi<br />
+ le lor figure com’ io l’ho concette:<br />
+ paia tua possa in questi versi brevi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mostrarsi dunque in cinque volte sette<br />
+ vocali e consonanti; e io notai<br />
+ le parti sì, come mi parver dette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai<br />
+ fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;<br />
+ ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ne l’emme del vocabol quinto<br />
+ rimasero ordinate; sì che Giove<br />
+ pareva argento lì d’oro distinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E vidi scendere altre luci dove<br />
+ era il colmo de l’emme, e lì quetarsi<br />
+ cantando, credo, il ben ch’a sé le move.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi<br />
+ surgono innumerabili faville,<br />
+ onde li stolti sogliono agurarsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ resurger parver quindi più di mille<br />
+ luci e salir, qual assai e qual poco,<br />
+ sì come ’l sol che l’accende sortille;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quïetata ciascuna in suo loco,<br />
+ la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi<br />
+ rappresentare a quel distinto foco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;<br />
+ ma esso guida, e da lui si rammenta<br />
+ quella virtù ch’è forma per li nidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra bëatitudo, che contenta<br />
+ pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,<br />
+ con poco moto seguitò la ’mprenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce stella, quali e quante gemme<br />
+ mi dimostraro che nostra giustizia<br />
+ effetto sia del ciel che tu ingemme!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’io prego la mente in che s’inizia<br />
+ tuo moto e tua virtute, che rimiri<br />
+ ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì ch’un’altra fïata omai s’adiri<br />
+ del comperare e vender dentro al templo<br />
+ che si murò di segni e di martìri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O milizia del ciel cu’ io contemplo,<br />
+ adora per color che sono in terra<br />
+ tutti svïati dietro al malo essemplo!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Già si solea con le spade far guerra;<br />
+ ma or si fa togliendo or qui or quivi<br />
+ lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tu che sol per cancellare scrivi,<br />
+ pensa che Pietro e Paulo, che moriro<br />
+ per la vigna che guasti, ancor son vivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro<br />
+ sì a colui che volle viver solo<br />
+ e che per salti fu tratto al martiro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io non conosco il pescator né Polo».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0319"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XIX
+</h3>
+
+<p>
+ Parea dinanzi a me con l’ali aperte<br />
+ la bella image che nel dolce frui<br />
+ liete facevan l’anime conserte;<br />
+</p>
+
+<p>
+ parea ciascuna rubinetto in cui<br />
+ raggio di sole ardesse sì acceso,<br />
+ che ne’ miei occhi rifrangesse lui.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che mi convien ritrar testeso,<br />
+ non portò voce mai, né scrisse incostro,<br />
+ né fu per fantasia già mai compreso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,<br />
+ e sonar ne la voce e «io» e «mio»,<br />
+ quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cominciò: «Per esser giusto e pio<br />
+ son io qui essaltato a quella gloria<br />
+ che non si lascia vincere a disio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e in terra lasciai la mia memoria<br />
+ sì fatta, che le genti lì malvage<br />
+ commendan lei, ma non seguon la storia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così un sol calor di molte brage<br />
+ si fa sentir, come di molti amori<br />
+ usciva solo un suon di quella image.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori<br />
+ de l’etterna letizia, che pur uno<br />
+ parer mi fate tutti vostri odori,<br />
+</p>
+
+<p>
+ solvetemi, spirando, il gran digiuno<br />
+ che lungamente m’ha tenuto in fame,<br />
+ non trovandoli in terra cibo alcuno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben so io che, se ’n cielo altro reame<br />
+ la divina giustizia fa suo specchio,<br />
+ che ’l vostro non l’apprende con velame.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sapete come attento io m’apparecchio<br />
+ ad ascoltar; sapete qual è quello<br />
+ dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quasi falcone ch’esce del cappello,<br />
+ move la testa e con l’ali si plaude,<br />
+ voglia mostrando e faccendosi bello,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ io farsi quel segno, che di laude<br />
+ de la divina grazia era contesto,<br />
+ con canti quai si sa chi là sù gaude.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Colui che volse il sesto<br />
+ a lo stremo del mondo, e dentro ad esso<br />
+ distinse tanto occulto e manifesto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non poté suo valor sì fare impresso<br />
+ in tutto l’universo, che ’l suo verbo<br />
+ non rimanesse in infinito eccesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ciò fa certo che ’l primo superbo,<br />
+ che fu la somma d’ogne creatura,<br />
+ per non aspettar lume, cadde acerbo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quinci appar ch’ogne minor natura<br />
+ è corto recettacolo a quel bene<br />
+ che non ha fine e sé con sé misura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque vostra veduta, che convene<br />
+ esser alcun de’ raggi de la mente<br />
+ di che tutte le cose son ripiene,<br />
+</p>
+
+<p>
+ non pò da sua natura esser possente<br />
+ tanto, che suo principio discerna<br />
+ molto di là da quel che l’è parvente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ne la giustizia sempiterna<br />
+ la vista che riceve il vostro mondo,<br />
+ com’ occhio per lo mare, entro s’interna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ che, ben che da la proda veggia il fondo,<br />
+ in pelago nol vede; e nondimeno<br />
+ èli, ma cela lui l’esser profondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lume non è, se non vien dal sereno<br />
+ che non si turba mai; anzi è tenèbra<br />
+ od ombra de la carne o suo veleno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Assai t’è mo aperta la latebra<br />
+ che t’ascondeva la giustizia viva,<br />
+ di che facei question cotanto crebra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva<br />
+ de l’Indo, e quivi non è chi ragioni<br />
+ di Cristo né chi legga né chi scriva;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tutti suoi voleri e atti buoni<br />
+ sono, quanto ragione umana vede,<br />
+ sanza peccato in vita o in sermoni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Muore non battezzato e sanza fede:<br />
+ ov’ è questa giustizia che ’l condanna?<br />
+ ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,<br />
+ per giudicar di lungi mille miglia<br />
+ con la veduta corta d’una spanna?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Certo a colui che meco s’assottiglia,<br />
+ se la Scrittura sovra voi non fosse,<br />
+ da dubitar sarebbe a maraviglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh terreni animali! oh menti grosse!<br />
+ La prima volontà, ch’è da sé buona,<br />
+ da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cotanto è giusto quanto a lei consuona:<br />
+ nullo creato bene a sé la tira,<br />
+ ma essa, radïando, lui cagiona».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale sovresso il nido si rigira<br />
+ poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,<br />
+ e come quel ch’è pasto la rimira;<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal si fece, e sì leväi i cigli,<br />
+ la benedetta imagine, che l’ali<br />
+ movea sospinte da tanti consigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Roteando cantava, e dicea: «Quali<br />
+ son le mie note a te, che non le ’ntendi,<br />
+ tal è il giudicio etterno a voi mortali».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi si quetaro quei lucenti incendi<br />
+ de lo Spirito Santo ancor nel segno<br />
+ che fé i Romani al mondo reverendi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ esso ricominciò: «A questo regno<br />
+ non salì mai chi non credette ’n Cristo,<br />
+ né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,<br />
+ che saranno in giudicio assai men prope<br />
+ a lui, che tal che non conosce Cristo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,<br />
+ quando si partiranno i due collegi,<br />
+ l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Che poran dir li Perse a’ vostri regi,<br />
+ come vedranno quel volume aperto<br />
+ nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,<br />
+ quella che tosto moverà la penna,<br />
+ per che ’l regno di Praga fia diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì si vedrà il duol che sovra Senna<br />
+ induce, falseggiando la moneta,<br />
+ quel che morrà di colpo di cotenna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lì si vedrà la superbia ch’asseta,<br />
+ che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,<br />
+ sì che non può soffrir dentro a sua meta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedrassi la lussuria e ’l viver molle<br />
+ di quel di Spagna e di quel di Boemme,<br />
+ che mai valor non conobbe né volle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme<br />
+ segnata con un i la sua bontate,<br />
+ quando ’l contrario segnerà un emme.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedrassi l’avarizia e la viltate<br />
+ di quei che guarda l’isola del foco,<br />
+ ove Anchise finì la lunga etate;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e a dare ad intender quanto è poco,<br />
+ la sua scrittura fian lettere mozze,<br />
+ che noteranno molto in parvo loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E parranno a ciascun l’opere sozze<br />
+ del barba e del fratel, che tanto egregia<br />
+ nazione e due corone han fatte bozze.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel di Portogallo e di Norvegia<br />
+ lì si conosceranno, e quel di Rascia<br />
+ che male ha visto il conio di Vinegia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh beata Ungheria, se non si lascia<br />
+ più malmenare! e beata Navarra,<br />
+ se s’armasse del monte che la fascia!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E creder de’ ciascun che già, per arra<br />
+ di questo, Niccosïa e Famagosta<br />
+ per la lor bestia si lamenti e garra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che dal fianco de l’altre non si scosta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0320"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XX
+</h3>
+
+<p>
+ Quando colui che tutto ’l mondo alluma<br />
+ de l’emisperio nostro sì discende,<br />
+ che ’l giorno d’ogne parte si consuma,<br />
+</p>
+
+<p>
+ lo ciel, che sol di lui prima s’accende,<br />
+ subitamente si rifà parvente<br />
+ per molte luci, in che una risplende;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questo atto del ciel mi venne a mente,<br />
+ come ’l segno del mondo e de’ suoi duci<br />
+ nel benedetto rostro fu tacente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che tutte quelle vive luci,<br />
+ vie più lucendo, cominciaron canti<br />
+ da mia memoria labili e caduci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O dolce amor che di riso t’ammanti,<br />
+ quanto parevi ardente in que’ flailli,<br />
+ ch’avieno spirto sol di pensier santi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia che i cari e lucidi lapilli<br />
+ ond’ io vidi ingemmato il sesto lume<br />
+ puoser silenzio a li angelici squilli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ udir mi parve un mormorar di fiume<br />
+ che scende chiaro giù di pietra in pietra,<br />
+ mostrando l’ubertà del suo cacume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come suono al collo de la cetra<br />
+ prende sua forma, e sì com’ al pertugio<br />
+ de la sampogna vento che penètra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, rimosso d’aspettare indugio,<br />
+ quel mormorar de l’aguglia salissi<br />
+ su per lo collo, come fosse bugio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fecesi voce quivi, e quindi uscissi<br />
+ per lo suo becco in forma di parole,<br />
+ quali aspettava il core ov’ io le scrissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La parte in me che vede e pate il sole<br />
+ ne l’aguglie mortali», incominciommi,<br />
+ «or fisamente riguardar si vole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,<br />
+ quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,<br />
+ e’ di tutti lor gradi son li sommi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Colui che luce in mezzo per pupilla,<br />
+ fu il cantor de lo Spirito Santo,<br />
+ che l’arca traslatò di villa in villa:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ora conosce il merto del suo canto,<br />
+ in quanto effetto fu del suo consiglio,<br />
+ per lo remunerar ch’è altrettanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,<br />
+ colui che più al becco mi s’accosta,<br />
+ la vedovella consolò del figlio:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ora conosce quanto caro costa<br />
+ non seguir Cristo, per l’esperïenza<br />
+ di questa dolce vita e de l’opposta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che segue in la circunferenza<br />
+ di che ragiono, per l’arco superno,<br />
+ morte indugiò per vera penitenza:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ora conosce che ’l giudicio etterno<br />
+ non si trasmuta, quando degno preco<br />
+ fa crastino là giù de l’odïerno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro che segue, con le leggi e meco,<br />
+ sotto buona intenzion che fé mal frutto,<br />
+ per cedere al pastor si fece greco:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ora conosce come il mal dedutto<br />
+ dal suo bene operar non li è nocivo,<br />
+ avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che vedi ne l’arco declivo,<br />
+ Guiglielmo fu, cui quella terra plora<br />
+ che piagne Carlo e Federigo vivo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ora conosce come s’innamora<br />
+ lo ciel del giusto rege, e al sembiante<br />
+ del suo fulgore il fa vedere ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Chi crederebbe giù nel mondo errante<br />
+ che Rifëo Troiano in questo tondo<br />
+ fosse la quinta de le luci sante?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora conosce assai di quel che ’l mondo<br />
+ veder non può de la divina grazia,<br />
+ ben che sua vista non discerna il fondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale allodetta che ’n aere si spazia<br />
+ prima cantando, e poi tace contenta<br />
+ de l’ultima dolcezza che la sazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta<br />
+ de l’etterno piacere, al cui disio<br />
+ ciascuna cosa qual ell’ è diventa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio<br />
+ lì quasi vetro a lo color ch’el veste,<br />
+ tempo aspettar tacendo non patio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma de la bocca, «Che cose son queste?»,<br />
+ mi pinse con la forza del suo peso:<br />
+ per ch’io di coruscar vidi gran feste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi appresso, con l’occhio più acceso,<br />
+ lo benedetto segno mi rispuose<br />
+ per non tenermi in ammirar sospeso:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io veggio che tu credi queste cose<br />
+ perch’ io le dico, ma non vedi come;<br />
+ sì che, se son credute, sono ascose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fai come quei che la cosa per nome<br />
+ apprende ben, ma la sua quiditate<br />
+ veder non può se altri non la prome.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Regnum celorum vïolenza pate<br />
+ da caldo amore e da viva speranza,<br />
+ che vince la divina volontate:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non a guisa che l’omo a l’om sobranza,<br />
+ ma vince lei perché vuole esser vinta,<br />
+ e, vinta, vince con sua beninanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La prima vita del ciglio e la quinta<br />
+ ti fa maravigliar, perché ne vedi<br />
+ la regïon de li angeli dipinta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ D’i corpi suoi non uscir, come credi,<br />
+ Gentili, ma Cristiani, in ferma fede<br />
+ quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede<br />
+ già mai a buon voler, tornò a l’ossa;<br />
+ e ciò di viva spene fu mercede:<br />
+</p>
+
+<p>
+ di viva spene, che mise la possa<br />
+ ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,<br />
+ sì che potesse sua voglia esser mossa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’anima glorïosa onde si parla,<br />
+ tornata ne la carne, in che fu poco,<br />
+ credette in lui che potëa aiutarla;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e credendo s’accese in tanto foco<br />
+ di vero amor, ch’a la morte seconda<br />
+ fu degna di venire a questo gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra, per grazia che da sì profonda<br />
+ fontana stilla, che mai creatura<br />
+ non pinse l’occhio infino a la prima onda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tutto suo amor là giù pose a drittura:<br />
+ per che, di grazia in grazia, Dio li aperse<br />
+ l’occhio a la nostra redenzion futura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ond’ ei credette in quella, e non sofferse<br />
+ da indi il puzzo più del paganesmo;<br />
+ e riprendiene le genti perverse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelle tre donne li fur per battesmo<br />
+ che tu vedesti da la destra rota,<br />
+ dinanzi al battezzar più d’un millesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O predestinazion, quanto remota<br />
+ è la radice tua da quelli aspetti<br />
+ che la prima cagion non veggion tota!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E voi, mortali, tenetevi stretti<br />
+ a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,<br />
+ non conosciamo ancor tutti li eletti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ed ènne dolce così fatto scemo,<br />
+ perché il ben nostro in questo ben s’affina,<br />
+ che quel che vole Iddio, e noi volemo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così da quella imagine divina,<br />
+ per farmi chiara la mia corta vista,<br />
+ data mi fu soave medicina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a buon cantor buon citarista<br />
+ fa seguitar lo guizzo de la corda,<br />
+ in che più di piacer lo canto acquista,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda<br />
+ ch’io vidi le due luci benedette,<br />
+ pur come batter d’occhi si concorda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con le parole mover le fiammette.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0321"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXI
+</h3>
+
+<p>
+ Già eran li occhi miei rifissi al volto<br />
+ de la mia donna, e l’animo con essi,<br />
+ e da ogne altro intento s’era tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,<br />
+ mi cominciò, «tu ti faresti quale<br />
+ fu Semelè quando di cener fessi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la bellezza mia, che per le scale<br />
+ de l’etterno palazzo più s’accende,<br />
+ com’ hai veduto, quanto più si sale,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se non si temperasse, tanto splende,<br />
+ che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,<br />
+ sarebbe fronda che trono scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Noi sem levati al settimo splendore,<br />
+ che sotto ’l petto del Leone ardente<br />
+ raggia mo misto giù del suo valore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,<br />
+ e fa di quelli specchi a la figura<br />
+ che ’n questo specchio ti sarà parvente».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual savesse qual era la pastura<br />
+ del viso mio ne l’aspetto beato<br />
+ quand’ io mi trasmutai ad altra cura,<br />
+</p>
+
+<p>
+ conoscerebbe quanto m’era a grato<br />
+ ubidire a la mia celeste scorta,<br />
+ contrapesando l’un con l’altro lato.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,<br />
+ cerchiando il mondo, del suo caro duce<br />
+ sotto cui giacque ogne malizia morta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di color d’oro in che raggio traluce<br />
+ vid’ io uno scaleo eretto in suso<br />
+ tanto, che nol seguiva la mia luce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi anche per li gradi scender giuso<br />
+ tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume<br />
+ che par nel ciel, quindi fosse diffuso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come, per lo natural costume,<br />
+ le pole insieme, al cominciar del giorno,<br />
+ si movono a scaldar le fredde piume;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi altre vanno via sanza ritorno,<br />
+ altre rivolgon sé onde son mosse,<br />
+ e altre roteando fan soggiorno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal modo parve me che quivi fosse<br />
+ in quello sfavillar che ’nsieme venne,<br />
+ sì come in certo grado si percosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel che presso più ci si ritenne,<br />
+ si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:<br />
+ ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando<br />
+ del dire e del tacer, si sta; ond’ io,<br />
+ contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per ch’ella, che vedëa il tacer mio<br />
+ nel veder di colui che tutto vede,<br />
+ mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io incominciai: «La mia mercede<br />
+ non mi fa degno de la tua risposta;<br />
+ ma per colei che ’l chieder mi concede,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vita beata che ti stai nascosta<br />
+ dentro a la tua letizia, fammi nota<br />
+ la cagion che sì presso mi t’ha posta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dì perché si tace in questa rota<br />
+ la dolce sinfonia di paradiso,<br />
+ che giù per l’altre suona sì divota».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,<br />
+ rispuose a me; «onde qui non si canta<br />
+ per quel che Bëatrice non ha riso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Giù per li gradi de la scala santa<br />
+ discesi tanto sol per farti festa<br />
+ col dire e con la luce che mi ammanta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né più amor mi fece esser più presta,<br />
+ ché più e tanto amor quinci sù ferve,<br />
+ sì come il fiammeggiar ti manifesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma l’alta carità, che ci fa serve<br />
+ pronte al consiglio che ’l mondo governa,<br />
+ sorteggia qui sì come tu osserve».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,<br />
+ come libero amore in questa corte<br />
+ basta a seguir la provedenza etterna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,<br />
+ perché predestinata fosti sola<br />
+ a questo officio tra le tue consorte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né venni prima a l’ultima parola,<br />
+ che del suo mezzo fece il lume centro,<br />
+ girando sé come veloce mola;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi rispuose l’amor che v’era dentro:<br />
+ «Luce divina sopra me s’appunta,<br />
+ penetrando per questa in ch’io m’inventro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la cui virtù, col mio veder congiunta,<br />
+ mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio<br />
+ la somma essenza de la quale è munta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;<br />
+ per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,<br />
+ la chiarità de la fiamma pareggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,<br />
+ quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,<br />
+ a la dimanda tua non satisfara,<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che sì s’innoltra ne lo abisso<br />
+ de l’etterno statuto quel che chiedi,<br />
+ che da ogne creata vista è scisso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E al mondo mortal, quando tu riedi,<br />
+ questo rapporta, sì che non presumma<br />
+ a tanto segno più mover li piedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mente, che qui luce, in terra fumma;<br />
+ onde riguarda come può là giùe<br />
+ quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì mi prescrisser le parole sue,<br />
+ ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi<br />
+ a dimandarla umilmente chi fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,<br />
+ e non molto distanti a la tua patria,<br />
+ tanto che ’ troni assai suonan più bassi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fanno un gibbo che si chiama Catria,<br />
+ di sotto al quale è consecrato un ermo,<br />
+ che suole esser disposto a sola latria».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ricominciommi il terzo sermo;<br />
+ e poi, continüando, disse: «Quivi<br />
+ al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che pur con cibi di liquor d’ulivi<br />
+ lievemente passava caldi e geli,<br />
+ contento ne’ pensier contemplativi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Render solea quel chiostro a questi cieli<br />
+ fertilemente; e ora è fatto vano,<br />
+ sì che tosto convien che si riveli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In quel loco fu’ io Pietro Damiano,<br />
+ e Pietro Peccator fu’ ne la casa<br />
+ di Nostra Donna in sul lito adriano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poca vita mortal m’era rimasa,<br />
+ quando fui chiesto e tratto a quel cappello,<br />
+ che pur di male in peggio si travasa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Venne Cefàs e venne il gran vasello<br />
+ de lo Spirito Santo, magri e scalzi,<br />
+ prendendo il cibo da qualunque ostello.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or voglion quinci e quindi chi rincalzi<br />
+ li moderni pastori e chi li meni,<br />
+ tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cuopron d’i manti loro i palafreni,<br />
+ sì che due bestie van sott’ una pelle:<br />
+ oh pazïenza che tanto sostieni!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questa voce vid’ io più fiammelle<br />
+ di grado in grado scendere e girarsi,<br />
+ e ogne giro le facea più belle.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dintorno a questa vennero e fermarsi,<br />
+ e fero un grido di sì alto suono,<br />
+ che non potrebbe qui assomigliarsi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0322"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXII
+</h3>
+
+<p>
+ Oppresso di stupore, a la mia guida<br />
+ mi volsi, come parvol che ricorre<br />
+ sempre colà dove più si confida;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quella, come madre che soccorre<br />
+ sùbito al figlio palido e anelo<br />
+ con la sua voce, che ’l suol ben disporre,<br />
+</p>
+
+<p>
+ mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?<br />
+ e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,<br />
+ e ciò che ci si fa vien da buon zelo?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come t’avrebbe trasmutato il canto,<br />
+ e io ridendo, mo pensar lo puoi,<br />
+ poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,<br />
+ già ti sarebbe nota la vendetta<br />
+ che tu vedrai innanzi che tu muoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La spada di qua sù non taglia in fretta<br />
+ né tardo, ma’ ch’al parer di colui<br />
+ che disïando o temendo l’aspetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma rivolgiti omai inverso altrui;<br />
+ ch’assai illustri spiriti vedrai,<br />
+ se com’ io dico l’aspetto redui».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a lei piacque, li occhi ritornai,<br />
+ e vidi cento sperule che ’nsieme<br />
+ più s’abbellivan con mutüi rai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io stava come quei che ’n sé repreme<br />
+ la punta del disio, e non s’attenta<br />
+ di domandar, sì del troppo si teme;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la maggiore e la più luculenta<br />
+ di quelle margherite innanzi fessi,<br />
+ per far di sé la mia voglia contenta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi<br />
+ com’ io la carità che tra noi arde,<br />
+ li tuoi concetti sarebbero espressi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché tu, aspettando, non tarde<br />
+ a l’alto fine, io ti farò risposta<br />
+ pur al pensier, da che sì ti riguarde.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quel monte a cui Cassino è ne la costa<br />
+ fu frequentato già in su la cima<br />
+ da la gente ingannata e mal disposta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quel son io che sù vi portai prima<br />
+ lo nome di colui che ’n terra addusse<br />
+ la verità che tanto ci soblima;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tanta grazia sopra me relusse,<br />
+ ch’io ritrassi le ville circunstanti<br />
+ da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi altri fuochi tutti contemplanti<br />
+ uomini fuoro, accesi di quel caldo<br />
+ che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui è Maccario, qui è Romoaldo,<br />
+ qui son li frati miei che dentro ai chiostri<br />
+ fermar li piedi e tennero il cor saldo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lui: «L’affetto che dimostri<br />
+ meco parlando, e la buona sembianza<br />
+ ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così m’ha dilatata mia fidanza,<br />
+ come ’l sol fa la rosa quando aperta<br />
+ tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ti priego, e tu, padre, m’accerta<br />
+ s’io posso prender tanta grazia, ch’io<br />
+ ti veggia con imagine scoverta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio<br />
+ s’adempierà in su l’ultima spera,<br />
+ ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ivi è perfetta, matura e intera<br />
+ ciascuna disïanza; in quella sola<br />
+ è ogne parte là ove sempr’ era,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché non è in loco e non s’impola;<br />
+ e nostra scala infino ad essa varca,<br />
+ onde così dal viso ti s’invola.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Infin là sù la vide il patriarca<br />
+ Iacobbe porger la superna parte,<br />
+ quando li apparve d’angeli sì carca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma, per salirla, mo nessun diparte<br />
+ da terra i piedi, e la regola mia<br />
+ rimasa è per danno de le carte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le mura che solieno esser badia<br />
+ fatte sono spelonche, e le cocolle<br />
+ sacca son piene di farina ria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma grave usura tanto non si tolle<br />
+ contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto<br />
+ che fa il cor de’ monaci sì folle;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché quantunque la Chiesa guarda, tutto<br />
+ è de la gente che per Dio dimanda;<br />
+ non di parenti né d’altro più brutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La carne d’i mortali è tanto blanda,<br />
+ che giù non basta buon cominciamento<br />
+ dal nascer de la quercia al far la ghianda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,<br />
+ e io con orazione e con digiuno,<br />
+ e Francesco umilmente il suo convento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se guardi ’l principio di ciascuno,<br />
+ poscia riguardi là dov’ è trascorso,<br />
+ tu vederai del bianco fatto bruno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente Iordan vòlto retrorso<br />
+ più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,<br />
+ mirabile a veder che qui ’l soccorso».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così mi disse, e indi si raccolse<br />
+ al suo collegio, e ’l collegio si strinse;<br />
+ poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La dolce donna dietro a lor mi pinse<br />
+ con un sol cenno su per quella scala,<br />
+ sì sua virtù la mia natura vinse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né mai qua giù dove si monta e cala<br />
+ naturalmente, fu sì ratto moto<br />
+ ch’agguagliar si potesse a la mia ala.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’io torni mai, lettore, a quel divoto<br />
+ trïunfo per lo quale io piango spesso<br />
+ le mie peccata e ’l petto mi percuoto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu non avresti in tanto tratto e messo<br />
+ nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno<br />
+ che segue il Tauro e fui dentro da esso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O glorïose stelle, o lume pregno<br />
+ di gran virtù, dal quale io riconosco<br />
+ tutto, qual che si sia, il mio ingegno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con voi nasceva e s’ascondeva vosco<br />
+ quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,<br />
+ quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e poi, quando mi fu grazia largita<br />
+ d’entrar ne l’alta rota che vi gira,<br />
+ la vostra regïon mi fu sortita.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A voi divotamente ora sospira<br />
+ l’anima mia, per acquistar virtute<br />
+ al passo forte che a sé la tira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,<br />
+ cominciò Bëatrice, «che tu dei<br />
+ aver le luci tue chiare e acute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e però, prima che tu più t’inlei,<br />
+ rimira in giù, e vedi quanto mondo<br />
+ sotto li piedi già esser ti fei;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo<br />
+ s’appresenti a la turba trïunfante<br />
+ che lieta vien per questo etera tondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Col viso ritornai per tutte quante<br />
+ le sette spere, e vidi questo globo<br />
+ tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quel consiglio per migliore approbo<br />
+ che l’ha per meno; e chi ad altro pensa<br />
+ chiamar si puote veramente probo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi la figlia di Latona incensa<br />
+ sanza quell’ ombra che mi fu cagione<br />
+ per che già la credetti rara e densa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’aspetto del tuo nato, Iperïone,<br />
+ quivi sostenni, e vidi com’ si move<br />
+ circa e vicino a lui Maia e Dïone.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi m’apparve il temperar di Giove<br />
+ tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro<br />
+ il varïar che fanno di lor dove;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tutti e sette mi si dimostraro<br />
+ quanto son grandi e quanto son veloci<br />
+ e come sono in distante riparo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’aiuola che ci fa tanto feroci,<br />
+ volgendom’ io con li etterni Gemelli,<br />
+ tutta m’apparve da’ colli a le foci;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0323"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXIII
+</h3>
+
+<p>
+ Come l’augello, intra l’amate fronde,<br />
+ posato al nido de’ suoi dolci nati<br />
+ la notte che le cose ci nasconde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che, per veder li aspetti disïati<br />
+ e per trovar lo cibo onde li pasca,<br />
+ in che gravi labor li sono aggrati,<br />
+</p>
+
+<p>
+ previene il tempo in su aperta frasca,<br />
+ e con ardente affetto il sole aspetta,<br />
+ fiso guardando pur che l’alba nasca;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così la donna mïa stava eretta<br />
+ e attenta, rivolta inver’ la plaga<br />
+ sotto la quale il sol mostra men fretta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che, veggendola io sospesa e vaga,<br />
+ fecimi qual è quei che disïando<br />
+ altro vorria, e sperando s’appaga.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poco fu tra uno e altro quando,<br />
+ del mio attender, dico, e del vedere<br />
+ lo ciel venir più e più rischiarando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e Bëatrice disse: «Ecco le schiere<br />
+ del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto<br />
+ ricolto del girar di queste spere!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,<br />
+ e li occhi avea di letizia sì pieni,<br />
+ che passarmen convien sanza costrutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quale ne’ plenilunïi sereni<br />
+ Trivïa ride tra le ninfe etterne<br />
+ che dipingon lo ciel per tutti i seni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ i’ sopra migliaia di lucerne<br />
+ un sol che tutte quante l’accendea,<br />
+ come fa ’l nostro le viste superne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e per la viva luce trasparea<br />
+ la lucente sustanza tanto chiara<br />
+ nel viso mio, che non la sostenea.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh Bëatrice, dolce guida e cara!<br />
+ Ella mi disse: «Quel che ti sobranza<br />
+ è virtù da cui nulla si ripara.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi è la sapïenza e la possanza<br />
+ ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,<br />
+ onde fu già sì lunga disïanza».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come foco di nube si diserra<br />
+ per dilatarsi sì che non vi cape,<br />
+ e fuor di sua natura in giù s’atterra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ la mente mia così, tra quelle dape<br />
+ fatta più grande, di sé stessa uscìo,<br />
+ e che si fesse rimembrar non sape.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Apri li occhi e riguarda qual son io;<br />
+ tu hai vedute cose, che possente<br />
+ se’ fatto a sostener lo riso mio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io era come quei che si risente<br />
+ di visïone oblita e che s’ingegna<br />
+ indarno di ridurlasi a la mente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ io udi’ questa proferta, degna<br />
+ di tanto grato, che mai non si stingue<br />
+ del libro che ’l preterito rassegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se mo sonasser tutte quelle lingue<br />
+ che Polimnïa con le suore fero<br />
+ del latte lor dolcissimo più pingue,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per aiutarmi, al millesmo del vero<br />
+ non si verria, cantando il santo riso<br />
+ e quanto il santo aspetto facea mero;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e così, figurando il paradiso,<br />
+ convien saltar lo sacrato poema,<br />
+ come chi trova suo cammin riciso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma chi pensasse il ponderoso tema<br />
+ e l’omero mortal che se ne carca,<br />
+ nol biasmerebbe se sott’ esso trema:<br />
+</p>
+
+<p>
+ non è pareggio da picciola barca<br />
+ quel che fendendo va l’ardita prora,<br />
+ né da nocchier ch’a sé medesmo parca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Perché la faccia mia sì t’innamora,<br />
+ che tu non ti rivolgi al bel giardino<br />
+ che sotto i raggi di Cristo s’infiora?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi è la rosa in che ’l verbo divino<br />
+ carne si fece; quivi son li gigli<br />
+ al cui odor si prese il buon cammino».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli<br />
+ tutto era pronto, ancora mi rendei<br />
+ a la battaglia de’ debili cigli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come a raggio di sol, che puro mei<br />
+ per fratta nube, già prato di fiori<br />
+ vider, coverti d’ombra, li occhi miei;<br />
+</p>
+
+<p>
+ vid’ io così più turbe di splendori,<br />
+ folgorate di sù da raggi ardenti,<br />
+ sanza veder principio di folgóri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O benigna vertù che sì li ’mprenti,<br />
+ sù t’essaltasti, per largirmi loco<br />
+ a li occhi lì che non t’eran possenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Il nome del bel fior ch’io sempre invoco<br />
+ e mane e sera, tutto mi ristrinse<br />
+ l’animo ad avvisar lo maggior foco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come ambo le luci mi dipinse<br />
+ il quale e il quanto de la viva stella<br />
+ che là sù vince come qua giù vinse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per entro il cielo scese una facella,<br />
+ formata in cerchio a guisa di corona,<br />
+ e cinsela e girossi intorno ad ella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qualunque melodia più dolce suona<br />
+ qua giù e più a sé l’anima tira,<br />
+ parrebbe nube che squarciata tona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ comparata al sonar di quella lira<br />
+ onde si coronava il bel zaffiro<br />
+ del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Io sono amore angelico, che giro<br />
+ l’alta letizia che spira del ventre<br />
+ che fu albergo del nostro disiro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e girerommi, donna del ciel, mentre<br />
+ che seguirai tuo figlio, e farai dia<br />
+ più la spera suprema perché lì entre».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la circulata melodia<br />
+ si sigillava, e tutti li altri lumi<br />
+ facean sonare il nome di Maria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo real manto di tutti i volumi<br />
+ del mondo, che più ferve e più s’avviva<br />
+ ne l’alito di Dio e nei costumi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ avea sopra di noi l’interna riva<br />
+ tanto distante, che la sua parvenza,<br />
+ là dov’ io era, ancor non appariva:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però non ebber li occhi miei potenza<br />
+ di seguitar la coronata fiamma<br />
+ che si levò appresso sua semenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come fantolin che ’nver’ la mamma<br />
+ tende le braccia, poi che ’l latte prese,<br />
+ per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ciascun di quei candori in sù si stese<br />
+ con la sua cima, sì che l’alto affetto<br />
+ ch’elli avieno a Maria mi fu palese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi rimaser lì nel mio cospetto,<br />
+ ‘Regina celi’ cantando sì dolce,<br />
+ che mai da me non si partì ’l diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quanta è l’ubertà che si soffolce<br />
+ in quelle arche ricchissime che fuoro<br />
+ a seminar qua giù buone bobolce!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi si vive e gode del tesoro<br />
+ che s’acquistò piangendo ne lo essilio<br />
+ di Babillòn, ove si lasciò l’oro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio<br />
+ di Dio e di Maria, di sua vittoria,<br />
+ e con l’antico e col novo concilio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ colui che tien le chiavi di tal gloria.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0324"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXIV
+</h3>
+
+<p>
+ «O sodalizio eletto a la gran cena<br />
+ del benedetto Agnello, il qual vi ciba<br />
+ sì, che la vostra voglia è sempre piena,<br />
+</p>
+
+<p>
+ se per grazia di Dio questi preliba<br />
+ di quel che cade de la vostra mensa,<br />
+ prima che morte tempo li prescriba,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ponete mente a l’affezione immensa<br />
+ e roratelo alquanto: voi bevete<br />
+ sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così Beatrice; e quelle anime liete<br />
+ si fero spere sopra fissi poli,<br />
+ fiammando, a volte, a guisa di comete.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come cerchi in tempra d’orïuoli<br />
+ si giran sì, che ’l primo a chi pon mente<br />
+ quïeto pare, e l’ultimo che voli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così quelle carole, differente-<br />
+ mente danzando, de la sua ricchezza<br />
+ mi facieno stimar, veloci e lente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quella ch’io notai di più carezza<br />
+ vid’ ïo uscire un foco sì felice,<br />
+ che nullo vi lasciò di più chiarezza;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tre fïate intorno di Beatrice<br />
+ si volse con un canto tanto divo,<br />
+ che la mia fantasia nol mi ridice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però salta la penna e non lo scrivo:<br />
+ ché l’imagine nostra a cotai pieghe,<br />
+ non che ’l parlare, è troppo color vivo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O santa suora mia che sì ne prieghe<br />
+ divota, per lo tuo ardente affetto<br />
+ da quella bella spera mi disleghe».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia fermato, il foco benedetto<br />
+ a la mia donna dirizzò lo spiro,<br />
+ che favellò così com’ i’ ho detto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed ella: «O luce etterna del gran viro<br />
+ a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,<br />
+ ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tenta costui di punti lievi e gravi,<br />
+ come ti piace, intorno de la fede,<br />
+ per la qual tu su per lo mare andavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ S’elli ama bene e bene spera e crede,<br />
+ non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi<br />
+ dov’ ogne cosa dipinta si vede;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma perché questo regno ha fatto civi<br />
+ per la verace fede, a glorïarla,<br />
+ di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come il baccialier s’arma e non parla<br />
+ fin che ’l maestro la question propone,<br />
+ per approvarla, non per terminarla,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così m’armava io d’ogne ragione<br />
+ mentre ch’ella dicea, per esser presto<br />
+ a tal querente e a tal professione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:<br />
+ fede che è?». Ond’ io levai la fronte<br />
+ in quella luce onde spirava questo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte<br />
+ sembianze femmi perch’ ïo spandessi<br />
+ l’acqua di fuor del mio interno fonte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,<br />
+ comincia’ io, «da l’alto primipilo,<br />
+ faccia li miei concetti bene espressi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E seguitai: «Come ’l verace stilo<br />
+ ne scrisse, padre, del tuo caro frate<br />
+ che mise teco Roma nel buon filo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fede è sustanza di cose sperate<br />
+ e argomento de le non parventi;<br />
+ e questa pare a me sua quiditate».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora udi’: «Dirittamente senti,<br />
+ se bene intendi perché la ripuose<br />
+ tra le sustanze, e poi tra li argomenti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io appresso: «Le profonde cose<br />
+ che mi largiscon qui la lor parvenza,<br />
+ a li occhi di là giù son sì ascose,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che l’esser loro v’è in sola credenza,<br />
+ sopra la qual si fonda l’alta spene;<br />
+ e però di sustanza prende intenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E da questa credenza ci convene<br />
+ silogizzar, sanz’ avere altra vista:<br />
+ però intenza d’argomento tene».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Allora udi’: «Se quantunque s’acquista<br />
+ giù per dottrina, fosse così ’nteso,<br />
+ non lì avria loco ingegno di sofista».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così spirò di quello amore acceso;<br />
+ indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa<br />
+ d’esta moneta già la lega e ’l peso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».<br />
+ Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,<br />
+ che nel suo conio nulla mi s’inforsa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Appresso uscì de la luce profonda<br />
+ che lì splendeva: «Questa cara gioia<br />
+ sopra la quale ogne virtù si fonda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde ti venne?». E io: «La larga ploia<br />
+ de lo Spirito Santo, ch’è diffusa<br />
+ in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ è silogismo che la m’ha conchiusa<br />
+ acutamente sì, che ’nverso d’ella<br />
+ ogne dimostrazion mi pare ottusa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io udi’ poi: «L’antica e la novella<br />
+ proposizion che così ti conchiude,<br />
+ perché l’hai tu per divina favella?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,<br />
+ son l’opere seguite, a che natura<br />
+ non scalda ferro mai né batte incude».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura<br />
+ che quell’ opere fosser? Quel medesmo<br />
+ che vuol provarsi, non altri, il ti giura».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,<br />
+ diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno<br />
+ è tal, che li altri non sono il centesmo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché tu intrasti povero e digiuno<br />
+ in campo, a seminar la buona pianta<br />
+ che fu già vite e ora è fatta pruno».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Finito questo, l’alta corte santa<br />
+ risonò per le spere un ‘Dio laudamo’<br />
+ ne la melode che là sù si canta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quel baron che sì di ramo in ramo,<br />
+ essaminando, già tratto m’avea,<br />
+ che a l’ultime fronde appressavamo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ricominciò: «La Grazia, che donnea<br />
+ con la tua mente, la bocca t’aperse<br />
+ infino a qui come aprir si dovea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;<br />
+ ma or convien espremer quel che credi,<br />
+ e onde a la credenza tua s’offerse».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O santo padre, e spirito che vedi<br />
+ ciò che credesti sì, che tu vincesti<br />
+ ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,<br />
+</p>
+
+<p>
+ comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti<br />
+ la forma qui del pronto creder mio,<br />
+ e anche la cagion di lui chiedesti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io rispondo: Io credo in uno Dio<br />
+ solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,<br />
+ non moto, con amore e con disio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e a tal creder non ho io pur prove<br />
+ fisice e metafisice, ma dalmi<br />
+ anche la verità che quinci piove<br />
+</p>
+
+<p>
+ per Moïsè, per profeti e per salmi,<br />
+ per l’Evangelio e per voi che scriveste<br />
+ poi che l’ardente Spirto vi fé almi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e credo in tre persone etterne, e queste<br />
+ credo una essenza sì una e sì trina,<br />
+ che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ De la profonda condizion divina<br />
+ ch’io tocco mo, la mente mi sigilla<br />
+ più volte l’evangelica dottrina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla<br />
+ che si dilata in fiamma poi vivace,<br />
+ e come stella in cielo in me scintilla».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,<br />
+ da indi abbraccia il servo, gratulando<br />
+ per la novella, tosto ch’el si tace;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, benedicendomi cantando,<br />
+ tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,<br />
+ l’appostolico lume al cui comando<br />
+</p>
+
+<p>
+ io avea detto: sì nel dir li piacqui!<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0325"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXV
+</h3>
+
+<p>
+ Se mai continga che ’l poema sacro<br />
+ al quale ha posto mano e cielo e terra,<br />
+ sì che m’ha fatto per molti anni macro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vinca la crudeltà che fuor mi serra<br />
+ del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,<br />
+ nimico ai lupi che li danno guerra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ con altra voce omai, con altro vello<br />
+ ritornerò poeta, e in sul fonte<br />
+ del mio battesmo prenderò ’l cappello;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che ne la fede, che fa conte<br />
+ l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi<br />
+ Pietro per lei sì mi girò la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi si mosse un lume verso noi<br />
+ di quella spera ond’ uscì la primizia<br />
+ che lasciò Cristo d’i vicari suoi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e la mia donna, piena di letizia,<br />
+ mi disse: «Mira, mira: ecco il barone<br />
+ per cui là giù si vicita Galizia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come quando il colombo si pone<br />
+ presso al compagno, l’uno a l’altro pande,<br />
+ girando e mormorando, l’affezione;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ ïo l’un da l’altro grande<br />
+ principe glorïoso essere accolto,<br />
+ laudando il cibo che là sù li prande.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poi che ’l gratular si fu assolto,<br />
+ tacito coram me ciascun s’affisse,<br />
+ ignito sì che vincëa ’l mio volto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ridendo allora Bëatrice disse:<br />
+ «Inclita vita per cui la larghezza<br />
+ de la nostra basilica si scrisse,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fa risonar la spene in questa altezza:<br />
+ tu sai, che tante fiate la figuri,<br />
+ quante Iesù ai tre fé più carezza».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Leva la testa e fa che t’assicuri:<br />
+ che ciò che vien qua sù del mortal mondo,<br />
+ convien ch’ai nostri raggi si maturi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo conforto del foco secondo<br />
+ mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti<br />
+ che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti<br />
+ lo nostro Imperadore, anzi la morte,<br />
+ ne l’aula più secreta co’ suoi conti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che, veduto il ver di questa corte,<br />
+ la spene, che là giù bene innamora,<br />
+ in te e in altrui di ciò conforte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora<br />
+ la mente tua, e dì onde a te venne».<br />
+ Così seguì ’l secondo lume ancora.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella pïa che guidò le penne<br />
+ de le mie ali a così alto volo,<br />
+ a la risposta così mi prevenne:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La Chiesa militante alcun figliuolo<br />
+ non ha con più speranza, com’ è scritto<br />
+ nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però li è conceduto che d’Egitto<br />
+ vegna in Ierusalemme per vedere,<br />
+ anzi che ’l militar li sia prescritto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li altri due punti, che non per sapere<br />
+ son dimandati, ma perch’ ei rapporti<br />
+ quanto questa virtù t’è in piacere,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a lui lasc’ io, ché non li saran forti<br />
+ né di iattanza; ed elli a ciò risponda,<br />
+ e la grazia di Dio ciò li comporti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come discente ch’a dottor seconda<br />
+ pronto e libente in quel ch’elli è esperto,<br />
+ perché la sua bontà si disasconda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Spene», diss’ io, «è uno attender certo<br />
+ de la gloria futura, il qual produce<br />
+ grazia divina e precedente merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da molte stelle mi vien questa luce;<br />
+ ma quei la distillò nel mio cor pria<br />
+ che fu sommo cantor del sommo duce.<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia<br />
+ dice, ‘color che sanno il nome tuo’:<br />
+ e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu mi stillasti, con lo stillar suo,<br />
+ ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,<br />
+ e in altrui vostra pioggia repluo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno<br />
+ di quello incendio tremolava un lampo<br />
+ sùbito e spesso a guisa di baleno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo<br />
+ ancor ver’ la virtù che mi seguette<br />
+ infin la palma e a l’uscir del campo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vuol ch’io respiri a te che ti dilette<br />
+ di lei; ed emmi a grato che tu diche<br />
+ quello che la speranza ti ’mpromette».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Le nove e le scritture antiche<br />
+ pongon lo segno, ed esso lo mi addita,<br />
+ de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dice Isaia che ciascuna vestita<br />
+ ne la sua terra fia di doppia vesta:<br />
+ e la sua terra è questa dolce vita;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e ’l tuo fratello assai vie più digesta,<br />
+ là dove tratta de le bianche stole,<br />
+ questa revelazion ci manifesta».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E prima, appresso al fin d’este parole,<br />
+ ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;<br />
+ a che rispuoser tutte le carole.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia tra esse un lume si schiarì<br />
+ sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,<br />
+ l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come surge e va ed entra in ballo<br />
+ vergine lieta, sol per fare onore<br />
+ a la novizia, non per alcun fallo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così vid’ io lo schiarato splendore<br />
+ venire a’ due che si volgieno a nota<br />
+ qual conveniesi al loro ardente amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Misesi lì nel canto e ne la rota;<br />
+ e la mia donna in lor tenea l’aspetto,<br />
+ pur come sposa tacita e immota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Questi è colui che giacque sopra ’l petto<br />
+ del nostro pellicano, e questi fue<br />
+ di su la croce al grande officio eletto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ La donna mia così; né però piùe<br />
+ mosser la vista sua di stare attenta<br />
+ poscia che prima le parole sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta<br />
+ di vedere eclissar lo sole un poco,<br />
+ che, per veder, non vedente diventa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco<br />
+ mentre che detto fu: «Perché t’abbagli<br />
+ per veder cosa che qui non ha loco?<br />
+</p>
+
+<p>
+ In terra è terra il mio corpo, e saragli<br />
+ tanto con li altri, che ’l numero nostro<br />
+ con l’etterno proposito s’agguagli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Con le due stole nel beato chiostro<br />
+ son le due luci sole che saliro;<br />
+ e questo apporterai nel mondo vostro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ A questa voce l’infiammato giro<br />
+ si quïetò con esso il dolce mischio<br />
+ che si facea nel suon del trino spiro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì come, per cessar fatica o rischio,<br />
+ li remi, pria ne l’acqua ripercossi,<br />
+ tutti si posano al sonar d’un fischio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ahi quanto ne la mente mi commossi,<br />
+ quando mi volsi per veder Beatrice,<br />
+ per non poter veder, benché io fossi<br />
+</p>
+
+<p>
+ presso di lei, e nel mondo felice!<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0326"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXVI
+</h3>
+
+<p>
+ Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,<br />
+ de la fulgida fiamma che lo spense<br />
+ uscì un spiro che mi fece attento,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dicendo: «Intanto che tu ti risense<br />
+ de la vista che haï in me consunta,<br />
+ ben è che ragionando la compense.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Comincia dunque; e dì ove s’appunta<br />
+ l’anima tua, e fa ragion che sia<br />
+ la vista in te smarrita e non defunta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché la donna che per questa dia<br />
+ regïon ti conduce, ha ne lo sguardo<br />
+ la virtù ch’ebbe la man d’Anania».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo<br />
+ vegna remedio a li occhi, che fuor porte<br />
+ quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo ben che fa contenta questa corte,<br />
+ Alfa e O è di quanta scrittura<br />
+ mi legge Amore o lievemente o forte».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quella medesma voce che paura<br />
+ tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,<br />
+ di ragionare ancor mi mise in cura;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e disse: «Certo a più angusto vaglio<br />
+ ti conviene schiarar: dicer convienti<br />
+ chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io: «Per filosofici argomenti<br />
+ e per autorità che quinci scende<br />
+ cotale amor convien che in me si ’mprenti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,<br />
+ così accende amore, e tanto maggio<br />
+ quanto più di bontate in sé comprende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,<br />
+ che ciascun ben che fuor di lei si trova<br />
+ altro non è ch’un lume di suo raggio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ più che in altra convien che si mova<br />
+ la mente, amando, di ciascun che cerne<br />
+ il vero in che si fonda questa prova.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tal vero a l’intelletto mïo sterne<br />
+ colui che mi dimostra il primo amore<br />
+ di tutte le sustanze sempiterne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sternel la voce del verace autore,<br />
+ che dice a Moïsè, di sé parlando:<br />
+ ‘Io ti farò vedere ogne valore’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sternilmi tu ancora, incominciando<br />
+ l’alto preconio che grida l’arcano<br />
+ di qui là giù sovra ogne altro bando».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io udi’: «Per intelletto umano<br />
+ e per autoritadi a lui concorde<br />
+ d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma dì ancor se tu senti altre corde<br />
+ tirarti verso lui, sì che tu suone<br />
+ con quanti denti questo amor ti morde».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fu latente la santa intenzione<br />
+ de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi<br />
+ dove volea menar mia professione.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però ricominciai: «Tutti quei morsi<br />
+ che posson far lo cor volgere a Dio,<br />
+ a la mia caritate son concorsi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché l’essere del mondo e l’esser mio,<br />
+ la morte ch’el sostenne perch’ io viva,<br />
+ e quel che spera ogne fedel com’ io,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con la predetta conoscenza viva,<br />
+ tratto m’hanno del mar de l’amor torto,<br />
+ e del diritto m’han posto a la riva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le fronde onde s’infronda tutto l’orto<br />
+ de l’ortolano etterno, am’ io cotanto<br />
+ quanto da lui a lor di bene è porto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto<br />
+ risonò per lo cielo, e la mia donna<br />
+ dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come a lume acuto si disonna<br />
+ per lo spirto visivo che ricorre<br />
+ a lo splendor che va di gonna in gonna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e lo svegliato ciò che vede aborre,<br />
+ sì nescïa è la sùbita vigilia<br />
+ fin che la stimativa non soccorre;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così de li occhi miei ogne quisquilia<br />
+ fugò Beatrice col raggio d’i suoi,<br />
+ che rifulgea da più di mille milia:<br />
+</p>
+
+<p>
+ onde mei che dinanzi vidi poi;<br />
+ e quasi stupefatto domandai<br />
+ d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E la mia donna: «Dentro da quei rai<br />
+ vagheggia il suo fattor l’anima prima<br />
+ che la prima virtù creasse mai».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come la fronda che flette la cima<br />
+ nel transito del vento, e poi si leva<br />
+ per la propria virtù che la soblima,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,<br />
+ stupendo, e poi mi rifece sicuro<br />
+ un disio di parlare ond’ ïo ardeva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cominciai: «O pomo che maturo<br />
+ solo prodotto fosti, o padre antico<br />
+ a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,<br />
+</p>
+
+<p>
+ divoto quanto posso a te supplìco<br />
+ perché mi parli: tu vedi mia voglia,<br />
+ e per udirti tosto non la dico».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Talvolta un animal coverto broglia,<br />
+ sì che l’affetto convien che si paia<br />
+ per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e similmente l’anima primaia<br />
+ mi facea trasparer per la coverta<br />
+ quant’ ella a compiacermi venìa gaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta<br />
+ da te, la voglia tua discerno meglio<br />
+ che tu qualunque cosa t’è più certa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch’ io la veggio nel verace speglio<br />
+ che fa di sé pareglio a l’altre cose,<br />
+ e nulla face lui di sé pareglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose<br />
+ ne l’eccelso giardino, ove costei<br />
+ a così lunga scala ti dispuose,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quanto fu diletto a li occhi miei,<br />
+ e la propria cagion del gran disdegno,<br />
+ e l’idïoma ch’usai e che fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or, figluol mio, non il gustar del legno<br />
+ fu per sé la cagion di tanto essilio,<br />
+ ma solamente il trapassar del segno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quindi onde mosse tua donna Virgilio,<br />
+ quattromilia trecento e due volumi<br />
+ di sol desiderai questo concilio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi lui tornare a tutt’ i lumi<br />
+ de la sua strada novecento trenta<br />
+ fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La lingua ch’io parlai fu tutta spenta<br />
+ innanzi che a l’ovra inconsummabile<br />
+ fosse la gente di Nembròt attenta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché nullo effetto mai razïonabile,<br />
+ per lo piacere uman che rinovella<br />
+ seguendo il cielo, sempre fu durabile.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Opera naturale è ch’uom favella;<br />
+ ma così o così, natura lascia<br />
+ poi fare a voi secondo che v’abbella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,<br />
+ I s’appellava in terra il sommo bene<br />
+ onde vien la letizia che mi fascia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e El si chiamò poi: e ciò convene,<br />
+ ché l’uso d’i mortali è come fronda<br />
+ in ramo, che sen va e altra vene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel monte che si leva più da l’onda,<br />
+ fu’ io, con vita pura e disonesta,<br />
+ da la prim’ ora a quella che seconda,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0327"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXVII
+</h3>
+
+<p>
+ ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,<br />
+ cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,<br />
+ sì che m’inebrïava il dolce canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso<br />
+ de l’universo; per che mia ebbrezza<br />
+ intrava per l’udire e per lo viso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!<br />
+ oh vita intègra d’amore e di pace!<br />
+ oh sanza brama sicura ricchezza!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dinanzi a li occhi miei le quattro face<br />
+ stavano accese, e quella che pria venne<br />
+ incominciò a farsi più vivace,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tal ne la sembianza sua divenne,<br />
+ qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte<br />
+ fossero augelli e cambiassersi penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La provedenza, che quivi comparte<br />
+ vice e officio, nel beato coro<br />
+ silenzio posto avea da ogne parte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,<br />
+ non ti maravigliar, ché, dicend’ io,<br />
+ vedrai trascolorar tutti costoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,<br />
+ il luogo mio, il luogo mio, che vaca<br />
+ ne la presenza del Figliuol di Dio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ fatt’ ha del cimitero mio cloaca<br />
+ del sangue e de la puzza; onde ’l perverso<br />
+ che cadde di qua sù, là giù si placa».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di quel color che per lo sole avverso<br />
+ nube dipigne da sera e da mane,<br />
+ vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come donna onesta che permane<br />
+ di sé sicura, e per l’altrui fallanza,<br />
+ pur ascoltando, timida si fane,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così Beatrice trasmutò sembianza;<br />
+ e tale eclissi credo che ’n ciel fue<br />
+ quando patì la supprema possanza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi procedetter le parole sue<br />
+ con voce tanto da sé trasmutata,<br />
+ che la sembianza non si mutò piùe:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Non fu la sposa di Cristo allevata<br />
+ del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,<br />
+ per essere ad acquisto d’oro usata;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per acquisto d’esto viver lieto<br />
+ e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano<br />
+ sparser lo sangue dopo molto fleto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fu nostra intenzion ch’a destra mano<br />
+ d’i nostri successor parte sedesse,<br />
+ parte da l’altra del popol cristiano;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né che le chiavi che mi fuor concesse,<br />
+ divenisser signaculo in vessillo<br />
+ che contra battezzati combattesse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ né ch’io fossi figura di sigillo<br />
+ a privilegi venduti e mendaci,<br />
+ ond’ io sovente arrosso e disfavillo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In vesta di pastor lupi rapaci<br />
+ si veggion di qua sù per tutti i paschi:<br />
+ o difesa di Dio, perché pur giaci?<br />
+</p>
+
+<p>
+ Del sangue nostro Caorsini e Guaschi<br />
+ s’apparecchian di bere: o buon principio,<br />
+ a che vil fine convien che tu caschi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma l’alta provedenza, che con Scipio<br />
+ difese a Roma la gloria del mondo,<br />
+ soccorrà tosto, sì com’ io concipio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tu, figliuol, che per lo mortal pondo<br />
+ ancor giù tornerai, apri la bocca,<br />
+ e non asconder quel ch’io non ascondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sì come di vapor gelati fiocca<br />
+ in giuso l’aere nostro, quando ’l corno<br />
+ de la capra del ciel col sol si tocca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sù vid’ io così l’etera addorno<br />
+ farsi e fioccar di vapor trïunfanti<br />
+ che fatto avien con noi quivi soggiorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,<br />
+ e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,<br />
+ li tolse il trapassar del più avanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde la donna, che mi vide assolto<br />
+ de l’attendere in sù, mi disse: «Adima<br />
+ il viso e guarda come tu se’ vòlto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da l’ora ch’ïo avea guardato prima<br />
+ i’ vidi mosso me per tutto l’arco<br />
+ che fa dal mezzo al fine il primo clima;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì ch’io vedea di là da Gade il varco<br />
+ folle d’Ulisse, e di qua presso il lito<br />
+ nel qual si fece Europa dolce carco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E più mi fora discoverto il sito<br />
+ di questa aiuola; ma ’l sol procedea<br />
+ sotto i mie’ piedi un segno e più partito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La mente innamorata, che donnea<br />
+ con la mia donna sempre, di ridure<br />
+ ad essa li occhi più che mai ardea;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se natura o arte fé pasture<br />
+ da pigliare occhi, per aver la mente,<br />
+ in carne umana o ne le sue pitture,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tutte adunate, parrebber nïente<br />
+ ver’ lo piacer divin che mi refulse,<br />
+ quando mi volsi al suo viso ridente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E la virtù che lo sguardo m’indulse,<br />
+ del bel nido di Leda mi divelse,<br />
+ e nel ciel velocissimo m’impulse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le parti sue vivissime ed eccelse<br />
+ sì uniforme son, ch’i’ non so dire<br />
+ qual Bëatrice per loco mi scelse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma ella, che vedëa ’l mio disire,<br />
+ incominciò, ridendo tanto lieta,<br />
+ che Dio parea nel suo volto gioire:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La natura del mondo, che quïeta<br />
+ il mezzo e tutto l’altro intorno move,<br />
+ quinci comincia come da sua meta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questo cielo non ha altro dove<br />
+ che la mente divina, in che s’accende<br />
+ l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Luce e amor d’un cerchio lui comprende,<br />
+ sì come questo li altri; e quel precinto<br />
+ colui che ’l cinge solamente intende.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è suo moto per altro distinto,<br />
+ ma li altri son mensurati da questo,<br />
+ sì come diece da mezzo e da quinto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come il tempo tegna in cotal testo<br />
+ le sue radici e ne li altri le fronde,<br />
+ omai a te può esser manifesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh cupidigia che i mortali affonde<br />
+ sì sotto te, che nessuno ha podere<br />
+ di trarre li occhi fuor de le tue onde!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben fiorisce ne li uomini il volere;<br />
+ ma la pioggia continüa converte<br />
+ in bozzacchioni le sosine vere.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fede e innocenza son reperte<br />
+ solo ne’ parvoletti; poi ciascuna<br />
+ pria fugge che le guance sian coperte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,<br />
+ che poi divora, con la lingua sciolta,<br />
+ qualunque cibo per qualunque luna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e tal, balbuzïendo, ama e ascolta<br />
+ la madre sua, che, con loquela intera,<br />
+ disïa poi di vederla sepolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così si fa la pelle bianca nera<br />
+ nel primo aspetto de la bella figlia<br />
+ di quel ch’apporta mane e lascia sera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu, perché non ti facci maraviglia,<br />
+ pensa che ’n terra non è chi governi;<br />
+ onde sì svïa l’umana famiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma prima che gennaio tutto si sverni<br />
+ per la centesma ch’è là giù negletta,<br />
+ raggeran sì questi cerchi superni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che la fortuna che tanto s’aspetta,<br />
+ le poppe volgerà u’ son le prore,<br />
+ sì che la classe correrà diretta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vero frutto verrà dopo ’l fiore».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0328"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXVIII
+</h3>
+
+<p>
+ Poscia che ’ncontro a la vita presente<br />
+ d’i miseri mortali aperse ’l vero<br />
+ quella che ’mparadisa la mia mente,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come in lo specchio fiamma di doppiero<br />
+ vede colui che se n’alluma retro,<br />
+ prima che l’abbia in vista o in pensiero,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sé rivolge per veder se ’l vetro<br />
+ li dice il vero, e vede ch’el s’accorda<br />
+ con esso come nota con suo metro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così la mia memoria si ricorda<br />
+ ch’io feci riguardando ne’ belli occhi<br />
+ onde a pigliarmi fece Amor la corda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E com’ io mi rivolsi e furon tocchi<br />
+ li miei da ciò che pare in quel volume,<br />
+ quandunque nel suo giro ben s’adocchi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ un punto vidi che raggiava lume<br />
+ acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca<br />
+ chiuder conviensi per lo forte acume;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quale stella par quinci più poca,<br />
+ parrebbe luna, locata con esso<br />
+ come stella con stella si collòca.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forse cotanto quanto pare appresso<br />
+ alo cigner la luce che ’l dipigne<br />
+ quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ distante intorno al punto un cerchio d’igne<br />
+ si girava sì ratto, ch’avria vinto<br />
+ quel moto che più tosto il mondo cigne;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e questo era d’un altro circumcinto,<br />
+ e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,<br />
+ dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sopra seguiva il settimo sì sparto<br />
+ già di larghezza, che ’l messo di Iuno<br />
+ intero a contenerlo sarebbe arto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno<br />
+ più tardo si movea, secondo ch’era<br />
+ in numero distante più da l’uno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quello avea la fiamma più sincera<br />
+ cui men distava la favilla pura,<br />
+ credo, però che più di lei s’invera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La donna mia, che mi vedëa in cura<br />
+ forte sospeso, disse: «Da quel punto<br />
+ depende il cielo e tutta la natura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Mira quel cerchio che più li è congiunto;<br />
+ e sappi che ’l suo muovere è sì tosto<br />
+ per l’affocato amore ond’ elli è punto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto<br />
+ con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,<br />
+ sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma nel mondo sensibile si puote<br />
+ veder le volte tanto più divine,<br />
+ quant’ elle son dal centro più remote.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, se ’l mio disir dee aver fine<br />
+ in questo miro e angelico templo<br />
+ che solo amore e luce ha per confine,<br />
+</p>
+
+<p>
+ udir convienmi ancor come l’essemplo<br />
+ e l’essemplare non vanno d’un modo,<br />
+ ché io per me indarno a ciò contemplo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Se li tuoi diti non sono a tal nodo<br />
+ sufficïenti, non è maraviglia:<br />
+ tanto, per non tentare, è fatto sodo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la donna mia; poi disse: «Piglia<br />
+ quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;<br />
+ e intorno da esso t’assottiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li cerchi corporai sono ampi e arti<br />
+ secondo il più e ’l men de la virtute<br />
+ che si distende per tutte lor parti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Maggior bontà vuol far maggior salute;<br />
+ maggior salute maggior corpo cape,<br />
+ s’elli ha le parti igualmente compiute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque costui che tutto quanto rape<br />
+ l’altro universo seco, corrisponde<br />
+ al cerchio che più ama e che più sape:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che, se tu a la virtù circonde<br />
+ la tua misura, non a la parvenza<br />
+ de le sustanze che t’appaion tonde,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu vederai mirabil consequenza<br />
+ di maggio a più e di minore a meno,<br />
+ in ciascun cielo, a süa intelligenza».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come rimane splendido e sereno<br />
+ l’emisperio de l’aere, quando soffia<br />
+ Borea da quella guancia ond’ è più leno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che si purga e risolve la roffia<br />
+ che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride<br />
+ con le bellezze d’ogne sua paroffia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ così fec’ïo, poi che mi provide<br />
+ la donna mia del suo risponder chiaro,<br />
+ e come stella in cielo il ver si vide.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E poi che le parole sue restaro,<br />
+ non altrimenti ferro disfavilla<br />
+ che bolle, come i cerchi sfavillaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’incendio suo seguiva ogne scintilla;<br />
+ ed eran tante, che ’l numero loro<br />
+ più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io sentiva osannar di coro in coro<br />
+ al punto fisso che li tiene a li ubi,<br />
+ e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quella che vedëa i pensier dubi<br />
+ ne la mia mente, disse: «I cerchi primi<br />
+ t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così veloci seguono i suoi vimi,<br />
+ per somigliarsi al punto quanto ponno;<br />
+ e posson quanto a veder son soblimi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,<br />
+ si chiaman Troni del divino aspetto,<br />
+ per che ’l primo ternaro terminonno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e dei saper che tutti hanno diletto<br />
+ quanto la sua veduta si profonda<br />
+ nel vero in che si queta ogne intelletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quinci si può veder come si fonda<br />
+ l’esser beato ne l’atto che vede,<br />
+ non in quel ch’ama, che poscia seconda;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e del vedere è misura mercede,<br />
+ che grazia partorisce e buona voglia:<br />
+ così di grado in grado si procede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altro ternaro, che così germoglia<br />
+ in questa primavera sempiterna<br />
+ che notturno Arïete non dispoglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perpetüalemente ‘Osanna’ sberna<br />
+ con tre melode, che suonano in tree<br />
+ ordini di letizia onde s’interna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In essa gerarcia son l’altre dee:<br />
+ prima Dominazioni, e poi Virtudi;<br />
+ l’ordine terzo di Podestadi èe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poscia ne’ due penultimi tripudi<br />
+ Principati e Arcangeli si girano;<br />
+ l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questi ordini di sù tutti s’ammirano,<br />
+ e di giù vincon sì, che verso Dio<br />
+ tutti tirati sono e tutti tirano.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E Dïonisio con tanto disio<br />
+ a contemplar questi ordini si mise,<br />
+ che li nomò e distinse com’ io.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma Gregorio da lui poi si divise;<br />
+ onde, sì tosto come li occhi aperse<br />
+ in questo ciel, di sé medesmo rise.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se tanto secreto ver proferse<br />
+ mortale in terra, non voglio ch’ammiri:<br />
+ ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse<br />
+</p>
+
+<p>
+ con altro assai del ver di questi giri».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0329"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXIX
+</h3>
+
+<p>
+ Quando ambedue li figli di Latona,<br />
+ coperti del Montone e de la Libra,<br />
+ fanno de l’orizzonte insieme zona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra<br />
+ infin che l’uno e l’altro da quel cinto,<br />
+ cambiando l’emisperio, si dilibra,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tanto, col volto di riso dipinto,<br />
+ si tacque Bëatrice, riguardando<br />
+ fiso nel punto che m’avëa vinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,<br />
+ quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto<br />
+ là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non per aver a sé di bene acquisto,<br />
+ ch’esser non può, ma perché suo splendore<br />
+ potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,<br />
+</p>
+
+<p>
+ in sua etternità di tempo fore,<br />
+ fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,<br />
+ s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né prima quasi torpente si giacque;<br />
+ ché né prima né poscia procedette<br />
+ lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Forma e materia, congiunte e purette,<br />
+ usciro ad esser che non avia fallo,<br />
+ come d’arco tricordo tre saette.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come in vetro, in ambra o in cristallo<br />
+ raggio resplende sì, che dal venire<br />
+ a l’esser tutto non è intervallo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così ’l triforme effetto del suo sire<br />
+ ne l’esser suo raggiò insieme tutto<br />
+ sanza distinzïone in essordire.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Concreato fu ordine e costrutto<br />
+ a le sustanze; e quelle furon cima<br />
+ nel mondo in che puro atto fu produtto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ pura potenza tenne la parte ima;<br />
+ nel mezzo strinse potenza con atto<br />
+ tal vime, che già mai non si divima.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ieronimo vi scrisse lungo tratto<br />
+ di secoli de li angeli creati<br />
+ anzi che l’altro mondo fosse fatto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma questo vero è scritto in molti lati<br />
+ da li scrittor de lo Spirito Santo,<br />
+ e tu te n’avvedrai se bene agguati;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e anche la ragione il vede alquanto,<br />
+ che non concederebbe che ’ motori<br />
+ sanza sua perfezion fosser cotanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or sai tu dove e quando questi amori<br />
+ furon creati e come: sì che spenti<br />
+ nel tuo disïo già son tre ardori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né giugneriesi, numerando, al venti<br />
+ sì tosto, come de li angeli parte<br />
+ turbò il suggetto d’i vostri alimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ L’altra rimase, e cominciò quest’ arte<br />
+ che tu discerni, con tanto diletto,<br />
+ che mai da circüir non si diparte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Principio del cader fu il maladetto<br />
+ superbir di colui che tu vedesti<br />
+ da tutti i pesi del mondo costretto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quelli che vedi qui furon modesti<br />
+ a riconoscer sé da la bontate<br />
+ che li avea fatti a tanto intender presti:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per che le viste lor furo essaltate<br />
+ con grazia illuminante e con lor merto,<br />
+ si c’hanno ferma e piena volontate;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e non voglio che dubbi, ma sia certo,<br />
+ che ricever la grazia è meritorio<br />
+ secondo che l’affetto l’è aperto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Omai dintorno a questo consistorio<br />
+ puoi contemplare assai, se le parole<br />
+ mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché ’n terra per le vostre scole<br />
+ si legge che l’angelica natura<br />
+ è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ancor dirò, perché tu veggi pura<br />
+ la verità che là giù si confonde,<br />
+ equivocando in sì fatta lettura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Queste sustanze, poi che fur gioconde<br />
+ de la faccia di Dio, non volser viso<br />
+ da essa, da cui nulla si nasconde:<br />
+</p>
+
+<p>
+ però non hanno vedere interciso<br />
+ da novo obietto, e però non bisogna<br />
+ rememorar per concetto diviso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che là giù, non dormendo, si sogna,<br />
+ credendo e non credendo dicer vero;<br />
+ ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Voi non andate giù per un sentiero<br />
+ filosofando: tanto vi trasporta<br />
+ l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ancor questo qua sù si comporta<br />
+ con men disdegno che quando è posposta<br />
+ la divina Scrittura o quando è torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non vi si pensa quanto sangue costa<br />
+ seminarla nel mondo e quanto piace<br />
+ chi umilmente con essa s’accosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Per apparer ciascun s’ingegna e face<br />
+ sue invenzioni; e quelle son trascorse<br />
+ da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un dice che la luna si ritorse<br />
+ ne la passion di Cristo e s’interpuose,<br />
+ per che ’l lume del sol giù non si porse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e mente, ché la luce si nascose<br />
+ da sé: però a li Spani e a l’Indi<br />
+ come a’ Giudei tale eclissi rispuose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi<br />
+ quante sì fatte favole per anno<br />
+ in pergamo si gridan quinci e quindi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì che le pecorelle, che non sanno,<br />
+ tornan del pasco pasciute di vento,<br />
+ e non le scusa non veder lo danno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non disse Cristo al suo primo convento:<br />
+ ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;<br />
+ ma diede lor verace fondamento;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quel tanto sonò ne le sue guance,<br />
+ sì ch’a pugnar per accender la fede<br />
+ de l’Evangelio fero scudo e lance.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ora si va con motti e con iscede<br />
+ a predicare, e pur che ben si rida,<br />
+ gonfia il cappuccio e più non si richiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma tale uccel nel becchetto s’annida,<br />
+ che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe<br />
+ la perdonanza di ch’el si confida:<br />
+</p>
+
+<p>
+ per cui tanta stoltezza in terra crebbe,<br />
+ che, sanza prova d’alcun testimonio,<br />
+ ad ogne promession si correrebbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,<br />
+ e altri assai che sono ancor più porci,<br />
+ pagando di moneta sanza conio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché siam digressi assai, ritorci<br />
+ li occhi oramai verso la dritta strada,<br />
+ sì che la via col tempo si raccorci.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questa natura sì oltre s’ingrada<br />
+ in numero, che mai non fu loquela<br />
+ né concetto mortal che tanto vada;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se tu guardi quel che si revela<br />
+ per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia<br />
+ determinato numero si cela.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La prima luce, che tutta la raia,<br />
+ per tanti modi in essa si recepe,<br />
+ quanti son li splendori a chi s’appaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Onde, però che a l’atto che concepe<br />
+ segue l’affetto, d’amar la dolcezza<br />
+ diversamente in essa ferve e tepe.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi l’eccelso omai e la larghezza<br />
+ de l’etterno valor, poscia che tanti<br />
+ speculi fatti s’ha in che si spezza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ uno manendo in sé come davanti».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0330"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXX
+</h3>
+
+<p>
+ Forse semilia miglia di lontano<br />
+ ci ferve l’ora sesta, e questo mondo<br />
+ china già l’ombra quasi al letto piano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,<br />
+ comincia a farsi tal, ch’alcuna stella<br />
+ perde il parere infino a questo fondo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e come vien la chiarissima ancella<br />
+ del sol più oltre, così ’l ciel si chiude<br />
+ di vista in vista infino a la più bella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non altrimenti il trïunfo che lude<br />
+ sempre dintorno al punto che mi vinse,<br />
+ parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,<br />
+</p>
+
+<p>
+ a poco a poco al mio veder si stinse:<br />
+ per che tornar con li occhi a Bëatrice<br />
+ nulla vedere e amor mi costrinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se quanto infino a qui di lei si dice<br />
+ fosse conchiuso tutto in una loda,<br />
+ poca sarebbe a fornir questa vice.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La bellezza ch’io vidi si trasmoda<br />
+ non pur di là da noi, ma certo io credo<br />
+ che solo il suo fattor tutta la goda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questo passo vinto mi concedo<br />
+ più che già mai da punto di suo tema<br />
+ soprato fosse comico o tragedo:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, come sole in viso che più trema,<br />
+ così lo rimembrar del dolce riso<br />
+ la mente mia da me medesmo scema.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso<br />
+ in questa vita, infino a questa vista,<br />
+ non m’è il seguire al mio cantar preciso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma or convien che mio seguir desista<br />
+ più dietro a sua bellezza, poetando,<br />
+ come a l’ultimo suo ciascuno artista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Cotal qual io lascio a maggior bando<br />
+ che quel de la mia tuba, che deduce<br />
+ l’ardüa sua matera terminando,<br />
+</p>
+
+<p>
+ con atto e voce di spedito duce<br />
+ ricominciò: «Noi siamo usciti fore<br />
+ del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:<br />
+</p>
+
+<p>
+ luce intellettüal, piena d’amore;<br />
+ amor di vero ben, pien di letizia;<br />
+ letizia che trascende ogne dolzore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui vederai l’una e l’altra milizia<br />
+ di paradiso, e l’una in quelli aspetti<br />
+ che tu vedrai a l’ultima giustizia».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Come sùbito lampo che discetti<br />
+ li spiriti visivi, sì che priva<br />
+ da l’atto l’occhio di più forti obietti,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così mi circunfulse luce viva,<br />
+ e lasciommi fasciato di tal velo<br />
+ del suo fulgor, che nulla m’appariva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Sempre l’amor che queta questo cielo<br />
+ accoglie in sé con sì fatta salute,<br />
+ per far disposto a sua fiamma il candelo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non fur più tosto dentro a me venute<br />
+ queste parole brievi, ch’io compresi<br />
+ me sormontar di sopr’ a mia virtute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e di novella vista mi raccesi<br />
+ tale, che nulla luce è tanto mera,<br />
+ che li occhi miei non si fosser difesi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e vidi lume in forma di rivera<br />
+ fulvido di fulgore, intra due rive<br />
+ dipinte di mirabil primavera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di tal fiumana uscian faville vive,<br />
+ e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,<br />
+ quasi rubin che oro circunscrive;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi, come inebrïate da li odori,<br />
+ riprofondavan sé nel miro gurge,<br />
+ e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «L’alto disio che mo t’infiamma e urge,<br />
+ d’aver notizia di ciò che tu vei,<br />
+ tanto mi piace più quanto più turge;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma di quest’ acqua convien che tu bei<br />
+ prima che tanta sete in te si sazi»:<br />
+ così mi disse il sol de li occhi miei.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi<br />
+ ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe<br />
+ son di lor vero umbriferi prefazi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non che da sé sian queste cose acerbe;<br />
+ ma è difetto da la parte tua,<br />
+ che non hai viste ancor tanto superbe».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non è fantin che sì sùbito rua<br />
+ col volto verso il latte, se si svegli<br />
+ molto tardato da l’usanza sua,<br />
+</p>
+
+<p>
+ come fec’ io, per far migliori spegli<br />
+ ancor de li occhi, chinandomi a l’onda<br />
+ che si deriva perché vi s’immegli;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sì come di lei bevve la gronda<br />
+ de le palpebre mie, così mi parve<br />
+ di sua lunghezza divenuta tonda.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Poi, come gente stata sotto larve,<br />
+ che pare altro che prima, se si sveste<br />
+ la sembianza non süa in che disparve,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così mi si cambiaro in maggior feste<br />
+ li fiori e le faville, sì ch’io vidi<br />
+ ambo le corti del ciel manifeste.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O isplendor di Dio, per cu’ io vidi<br />
+ l’alto trïunfo del regno verace,<br />
+ dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lume è là sù che visibile face<br />
+ lo creatore a quella creatura<br />
+ che solo in lui vedere ha la sua pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E’ si distende in circular figura,<br />
+ in tanto che la sua circunferenza<br />
+ sarebbe al sol troppo larga cintura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Fassi di raggio tutta sua parvenza<br />
+ reflesso al sommo del mobile primo,<br />
+ che prende quindi vivere e potenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come clivo in acqua di suo imo<br />
+ si specchia, quasi per vedersi addorno,<br />
+ quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì, soprastando al lume intorno intorno,<br />
+ vidi specchiarsi in più di mille soglie<br />
+ quanto di noi là sù fatto ha ritorno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E se l’infimo grado in sé raccoglie<br />
+ sì grande lume, quanta è la larghezza<br />
+ di questa rosa ne l’estreme foglie!<br />
+</p>
+
+<p>
+ La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza<br />
+ non si smarriva, ma tutto prendeva<br />
+ il quanto e ’l quale di quella allegrezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Presso e lontano, lì, né pon né leva:<br />
+ ché dove Dio sanza mezzo governa,<br />
+ la legge natural nulla rileva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel giallo de la rosa sempiterna,<br />
+ che si digrada e dilata e redole<br />
+ odor di lode al sol che sempre verna,<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual è colui che tace e dicer vole,<br />
+ mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira<br />
+ quanto è ’l convento de le bianche stole!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedi nostra città quant’ ella gira;<br />
+ vedi li nostri scanni sì ripieni,<br />
+ che poca gente più ci si disira.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni<br />
+ per la corona che già v’è sù posta,<br />
+ prima che tu a queste nozze ceni,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sederà l’alma, che fia giù agosta,<br />
+ de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia<br />
+ verrà in prima ch’ella sia disposta.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La cieca cupidigia che v’ammalia<br />
+ simili fatti v’ha al fantolino<br />
+ che muor per fame e caccia via la balia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E fia prefetto nel foro divino<br />
+ allora tal, che palese e coverto<br />
+ non anderà con lui per un cammino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma poco poi sarà da Dio sofferto<br />
+ nel santo officio; ch’el sarà detruso<br />
+ là dove Simon mago è per suo merto,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e farà quel d’Alagna intrar più giuso».<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0331"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXXI
+</h3>
+
+<p>
+ In forma dunque di candida rosa<br />
+ mi si mostrava la milizia santa<br />
+ che nel suo sangue Cristo fece sposa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma l’altra, che volando vede e canta<br />
+ la gloria di colui che la ’nnamora<br />
+ e la bontà che la fece cotanta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ sì come schiera d’ape che s’infiora<br />
+ una fïata e una si ritorna<br />
+ là dove suo laboro s’insapora,<br />
+</p>
+
+<p>
+ nel gran fior discendeva che s’addorna<br />
+ di tante foglie, e quindi risaliva<br />
+ là dove ’l süo amor sempre soggiorna.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Le facce tutte avean di fiamma viva<br />
+ e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,<br />
+ che nulla neve a quel termine arriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quando scendean nel fior, di banco in banco<br />
+ porgevan de la pace e de l’ardore<br />
+ ch’elli acquistavan ventilando il fianco.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore<br />
+ di tanta moltitudine volante<br />
+ impediva la vista e lo splendore:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la luce divina è penetrante<br />
+ per l’universo secondo ch’è degno,<br />
+ sì che nulla le puote essere ostante.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Questo sicuro e gaudïoso regno,<br />
+ frequente in gente antica e in novella,<br />
+ viso e amore avea tutto ad un segno.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O trina luce che ’n unica stella<br />
+ scintillando a lor vista, sì li appaga!<br />
+ guarda qua giuso a la nostra procella!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Se i barbari, venendo da tal plaga<br />
+ che ciascun giorno d’Elice si cuopra,<br />
+ rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ veggendo Roma e l’ardüa sua opra,<br />
+ stupefaciensi, quando Laterano<br />
+ a le cose mortali andò di sopra;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ïo, che al divino da l’umano,<br />
+ a l’etterno dal tempo era venuto,<br />
+ e di Fiorenza in popol giusto e sano,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di che stupor dovea esser compiuto!<br />
+ Certo tra esso e ’l gaudio mi facea<br />
+ libito non udire e starmi muto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quasi peregrin che si ricrea<br />
+ nel tempio del suo voto riguardando,<br />
+ e spera già ridir com’ ello stea,<br />
+</p>
+
+<p>
+ su per la viva luce passeggiando,<br />
+ menava ïo li occhi per li gradi,<br />
+ mo sù, mo giù e mo recirculando.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vedëa visi a carità süadi,<br />
+ d’altrui lume fregiati e di suo riso,<br />
+ e atti ornati di tutte onestadi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La forma general di paradiso<br />
+ già tutta mïo sguardo avea compresa,<br />
+ in nulla parte ancor fermato fiso;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e volgeami con voglia rïaccesa<br />
+ per domandar la mia donna di cose<br />
+ di che la mente mia era sospesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Uno intendëa, e altro mi rispuose:<br />
+ credea veder Beatrice e vidi un sene<br />
+ vestito con le genti glorïose.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Diffuso era per li occhi e per le gene<br />
+ di benigna letizia, in atto pio<br />
+ quale a tenero padre si convene.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.<br />
+ Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro<br />
+ mosse Beatrice me del loco mio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e se riguardi sù nel terzo giro<br />
+ dal sommo grado, tu la rivedrai<br />
+ nel trono che suoi merti le sortiro».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sanza risponder, li occhi sù levai,<br />
+ e vidi lei che si facea corona<br />
+ reflettendo da sé li etterni rai.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da quella regïon che più sù tona<br />
+ occhio mortale alcun tanto non dista,<br />
+ qualunque in mare più giù s’abbandona,<br />
+</p>
+
+<p>
+ quanto lì da Beatrice la mia vista;<br />
+ ma nulla mi facea, ché süa effige<br />
+ non discendëa a me per mezzo mista.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O donna in cui la mia speranza vige,<br />
+ e che soffristi per la mia salute<br />
+ in inferno lasciar le tue vestige,<br />
+</p>
+
+<p>
+ di tante cose quant’ i’ ho vedute,<br />
+ dal tuo podere e da la tua bontate<br />
+ riconosco la grazia e la virtute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Tu m’hai di servo tratto a libertate<br />
+ per tutte quelle vie, per tutt’ i modi<br />
+ che di ciò fare avei la potestate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua magnificenza in me custodi,<br />
+ sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,<br />
+ piacente a te dal corpo si disnodi».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così orai; e quella, sì lontana<br />
+ come parea, sorrise e riguardommi;<br />
+ poi si tornò a l’etterna fontana.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi<br />
+ perfettamente», disse, «il tuo cammino,<br />
+ a che priego e amor santo mandommi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ vola con li occhi per questo giardino;<br />
+ ché veder lui t’acconcerà lo sguardo<br />
+ più al montar per lo raggio divino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E la regina del cielo, ond’ ïo ardo<br />
+ tutto d’amor, ne farà ogne grazia,<br />
+ però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colui che forse di Croazia<br />
+ viene a veder la Veronica nostra,<br />
+ che per l’antica fame non sen sazia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma dice nel pensier, fin che si mostra:<br />
+ ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,<br />
+ or fu sì fatta la sembianza vostra?’;<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io mirando la vivace<br />
+ carità di colui che ’n questo mondo,<br />
+ contemplando, gustò di quella pace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,<br />
+ cominciò elli, «non ti sarà noto,<br />
+ tenendo li occhi pur qua giù al fondo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma guarda i cerchi infino al più remoto,<br />
+ tanto che veggi seder la regina<br />
+ cui questo regno è suddito e devoto».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io levai li occhi; e come da mattina<br />
+ la parte orïental de l’orizzonte<br />
+ soverchia quella dove ’l sol declina,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così, quasi di valle andando a monte<br />
+ con li occhi, vidi parte ne lo stremo<br />
+ vincer di lume tutta l’altra fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come quivi ove s’aspetta il temo<br />
+ che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,<br />
+ e quinci e quindi il lume si fa scemo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così quella pacifica oriafiamma<br />
+ nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte<br />
+ per igual modo allentava la fiamma;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e a quel mezzo, con le penne sparte,<br />
+ vid’ io più di mille angeli festanti,<br />
+ ciascun distinto di fulgore e d’arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vidi a lor giochi quivi e a lor canti<br />
+ ridere una bellezza, che letizia<br />
+ era ne li occhi a tutti li altri santi;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e s’io avessi in dir tanta divizia<br />
+ quanta ad imaginar, non ardirei<br />
+ lo minimo tentar di sua delizia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bernardo, come vide li occhi miei<br />
+ nel caldo suo caler fissi e attenti,<br />
+ li suoi con tanto affetto volse a lei,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che ’ miei di rimirar fé più ardenti.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0332"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXXII
+</h3>
+
+<p>
+ Affetto al suo piacer, quel contemplante<br />
+ libero officio di dottore assunse,<br />
+ e cominciò queste parole sante:<br />
+</p>
+
+<p>
+ «La piaga che Maria richiuse e unse,<br />
+ quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi<br />
+ è colei che l’aperse e che la punse.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,<br />
+ siede Rachel di sotto da costei<br />
+ con Bëatrice, sì come tu vedi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Sarra e Rebecca, Iudìt e colei<br />
+ che fu bisava al cantor che per doglia<br />
+ del fallo disse ‘Miserere mei’,<br />
+</p>
+
+<p>
+ puoi tu veder così di soglia in soglia<br />
+ giù digradar, com’ io ch’a proprio nome<br />
+ vo per la rosa giù di foglia in foglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E dal settimo grado in giù, sì come<br />
+ infino ad esso, succedono Ebree,<br />
+ dirimendo del fior tutte le chiome;<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché, secondo lo sguardo che fée<br />
+ la fede in Cristo, queste sono il muro<br />
+ a che si parton le sacre scalee.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da questa parte onde ’l fiore è maturo<br />
+ di tutte le sue foglie, sono assisi<br />
+ quei che credettero in Cristo venturo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ da l’altra parte onde sono intercisi<br />
+ di vòti i semicirculi, si stanno<br />
+ quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E come quinci il glorïoso scanno<br />
+ de la donna del cielo e li altri scanni<br />
+ di sotto lui cotanta cerna fanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ così di contra quel del gran Giovanni,<br />
+ che sempre santo ’l diserto e ’l martiro<br />
+ sofferse, e poi l’inferno da due anni;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e sotto lui così cerner sortiro<br />
+ Francesco, Benedetto e Augustino<br />
+ e altri fin qua giù di giro in giro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or mira l’alto proveder divino:<br />
+ ché l’uno e l’altro aspetto de la fede<br />
+ igualmente empierà questo giardino.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E sappi che dal grado in giù che fiede<br />
+ a mezzo il tratto le due discrezioni,<br />
+ per nullo proprio merito si siede,<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per l’altrui, con certe condizioni:<br />
+ ché tutti questi son spiriti ascolti<br />
+ prima ch’avesser vere elezïoni.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ben te ne puoi accorger per li volti<br />
+ e anche per le voci püerili,<br />
+ se tu li guardi bene e se li ascolti.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or dubbi tu e dubitando sili;<br />
+ ma io discioglierò ’l forte legame<br />
+ in che ti stringon li pensier sottili.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dentro a l’ampiezza di questo reame<br />
+ casüal punto non puote aver sito,<br />
+ se non come tristizia o sete o fame:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché per etterna legge è stabilito<br />
+ quantunque vedi, sì che giustamente<br />
+ ci si risponde da l’anello al dito;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e però questa festinata gente<br />
+ a vera vita non è sine causa<br />
+ intra sé qui più e meno eccellente.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Lo rege per cui questo regno pausa<br />
+ in tanto amore e in tanto diletto,<br />
+ che nulla volontà è di più ausa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ le menti tutte nel suo lieto aspetto<br />
+ creando, a suo piacer di grazia dota<br />
+ diversamente; e qui basti l’effetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E ciò espresso e chiaro vi si nota<br />
+ ne la Scrittura santa in quei gemelli<br />
+ che ne la madre ebber l’ira commota.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Però, secondo il color d’i capelli,<br />
+ di cotal grazia l’altissimo lume<br />
+ degnamente convien che s’incappelli.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Dunque, sanza mercé di lor costume,<br />
+ locati son per gradi differenti,<br />
+ sol differendo nel primiero acume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bastavasi ne’ secoli recenti<br />
+ con l’innocenza, per aver salute,<br />
+ solamente la fede d’i parenti;<br />
+</p>
+
+<p>
+ poi che le prime etadi fuor compiute,<br />
+ convenne ai maschi a l’innocenti penne<br />
+ per circuncidere acquistar virtute;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma poi che ’l tempo de la grazia venne,<br />
+ sanza battesmo perfetto di Cristo<br />
+ tale innocenza là giù si ritenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Riguarda omai ne la faccia che a Cristo<br />
+ più si somiglia, ché la sua chiarezza<br />
+ sola ti può disporre a veder Cristo».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io vidi sopra lei tanta allegrezza<br />
+ piover, portata ne le menti sante<br />
+ create a trasvolar per quella altezza,<br />
+</p>
+
+<p>
+ che quantunque io avea visto davante,<br />
+ di tanta ammirazion non mi sospese,<br />
+ né mi mostrò di Dio tanto sembiante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e quello amor che primo lì discese,<br />
+ cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,<br />
+ dinanzi a lei le sue ali distese.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Rispuose a la divina cantilena<br />
+ da tutte parti la beata corte,<br />
+ sì ch’ogne vista sen fé più serena.<br />
+</p>
+
+<p>
+ «O santo padre, che per me comporte<br />
+ l’esser qua giù, lasciando il dolce loco<br />
+ nel qual tu siedi per etterna sorte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ qual è quell’ angel che con tanto gioco<br />
+ guarda ne li occhi la nostra regina,<br />
+ innamorato sì che par di foco?».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così ricorsi ancora a la dottrina<br />
+ di colui ch’abbelliva di Maria,<br />
+ come del sole stella mattutina.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria<br />
+ quant’ esser puote in angelo e in alma,<br />
+ tutta è in lui; e sì volem che sia,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perch’ elli è quelli che portò la palma<br />
+ giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio<br />
+ carcar si volse de la nostra salma.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma vieni omai con li occhi sì com’ io<br />
+ andrò parlando, e nota i gran patrici<br />
+ di questo imperio giustissimo e pio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quei due che seggon là sù più felici<br />
+ per esser propinquissimi ad Agusta,<br />
+ son d’esta rosa quasi due radici:<br />
+</p>
+
+<p>
+ colui che da sinistra le s’aggiusta<br />
+ è il padre per lo cui ardito gusto<br />
+ l’umana specie tanto amaro gusta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ dal destro vedi quel padre vetusto<br />
+ di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi<br />
+ raccomandò di questo fior venusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E quei che vide tutti i tempi gravi,<br />
+ pria che morisse, de la bella sposa<br />
+ che s’acquistò con la lancia e coi clavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa<br />
+ quel duca sotto cui visse di manna<br />
+ la gente ingrata, mobile e retrosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,<br />
+ tanto contenta di mirar sua figlia,<br />
+ che non move occhio per cantare osanna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e contro al maggior padre di famiglia<br />
+ siede Lucia, che mosse la tua donna<br />
+ quando chinavi, a rovinar, le ciglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,<br />
+ qui farem punto, come buon sartore<br />
+ che com’ elli ha del panno fa la gonna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e drizzeremo li occhi al primo amore,<br />
+ sì che, guardando verso lui, penètri<br />
+ quant’ è possibil per lo suo fulgore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Veramente, ne forse tu t’arretri<br />
+ movendo l’ali tue, credendo oltrarti,<br />
+ orando grazia conven che s’impetri<br />
+</p>
+
+<p>
+ grazia da quella che puote aiutarti;<br />
+ e tu mi seguirai con l’affezione,<br />
+ sì che dal dicer mio lo cor non parti».<br />
+</p>
+
+<p>
+ E cominciò questa santa orazione:<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p><a id="chap0333"></a></p>
+<h3>
+Paradiso • Canto XXXIII
+</h3>
+
+<p>
+ «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,<br />
+ umile e alta più che creatura,<br />
+ termine fisso d’etterno consiglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tu se’ colei che l’umana natura<br />
+ nobilitasti sì, che ’l suo fattore<br />
+ non disdegnò di farsi sua fattura.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel ventre tuo si raccese l’amore,<br />
+ per lo cui caldo ne l’etterna pace<br />
+ così è germinato questo fiore.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qui se’ a noi meridïana face<br />
+ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,<br />
+ se’ di speranza fontana vivace.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,<br />
+ che qual vuol grazia e a te non ricorre,<br />
+ sua disïanza vuol volar sanz’ ali.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La tua benignità non pur soccorre<br />
+ a chi domanda, ma molte fïate<br />
+ liberamente al dimandar precorre.<br />
+</p>
+
+<p>
+ In te misericordia, in te pietate,<br />
+ in te magnificenza, in te s’aduna<br />
+ quantunque in creatura è di bontate.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Or questi, che da l’infima lacuna<br />
+ de l’universo infin qui ha vedute<br />
+ le vite spiritali ad una ad una,<br />
+</p>
+
+<p>
+ supplica a te, per grazia, di virtute<br />
+ tanto, che possa con li occhi levarsi<br />
+ più alto verso l’ultima salute.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io, che mai per mio veder non arsi<br />
+ più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi<br />
+ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ perché tu ogne nube li disleghi<br />
+ di sua mortalità co’ prieghi tuoi,<br />
+ sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ancor ti priego, regina, che puoi<br />
+ ciò che tu vuoli, che conservi sani,<br />
+ dopo tanto veder, li affetti suoi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Vinca tua guardia i movimenti umani:<br />
+ vedi Beatrice con quanti beati<br />
+ per li miei prieghi ti chiudon le mani!».<br />
+</p>
+
+<p>
+ Li occhi da Dio diletti e venerati,<br />
+ fissi ne l’orator, ne dimostraro<br />
+ quanto i devoti prieghi le son grati;<br />
+</p>
+
+<p>
+ indi a l’etterno lume s’addrizzaro,<br />
+ nel qual non si dee creder che s’invii<br />
+ per creatura l’occhio tanto chiaro.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E io ch’al fine di tutt’ i disii<br />
+ appropinquava, sì com’ io dovea,<br />
+ l’ardor del desiderio in me finii.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Bernardo m’accennava, e sorridea,<br />
+ perch’ io guardassi suso; ma io era<br />
+ già per me stesso tal qual ei volea:<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché la mia vista, venendo sincera,<br />
+ e più e più intrava per lo raggio<br />
+ de l’alta luce che da sé è vera.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Da quinci innanzi il mio veder fu maggio<br />
+ che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,<br />
+ e cede la memoria a tanto oltraggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è colüi che sognando vede,<br />
+ che dopo ’l sogno la passione impressa<br />
+ rimane, e l’altro a la mente non riede,<br />
+</p>
+
+<p>
+ cotal son io, ché quasi tutta cessa<br />
+ mia visïone, e ancor mi distilla<br />
+ nel core il dolce che nacque da essa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la neve al sol si disigilla;<br />
+ così al vento ne le foglie levi<br />
+ si perdea la sentenza di Sibilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O somma luce che tanto ti levi<br />
+ da’ concetti mortali, a la mia mente<br />
+ ripresta un poco di quel che parevi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ e fa la lingua mia tanto possente,<br />
+ ch’una favilla sol de la tua gloria<br />
+ possa lasciare a la futura gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ché, per tornare alquanto a mia memoria<br />
+ e per sonare un poco in questi versi,<br />
+ più si conceperà di tua vittoria.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Io credo, per l’acume ch’io soffersi<br />
+ del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,<br />
+ se li occhi miei da lui fossero aversi.<br />
+</p>
+
+<p>
+ E’ mi ricorda ch’io fui più ardito<br />
+ per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi<br />
+ l’aspetto mio col valore infinito.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh abbondante grazia ond’ io presunsi<br />
+ ficcar lo viso per la luce etterna,<br />
+ tanto che la veduta vi consunsi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Nel suo profondo vidi che s’interna,<br />
+ legato con amore in un volume,<br />
+ ciò che per l’universo si squaderna:<br />
+</p>
+
+<p>
+ sustanze e accidenti e lor costume<br />
+ quasi conflati insieme, per tal modo<br />
+ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.<br />
+</p>
+
+<p>
+ La forma universal di questo nodo<br />
+ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,<br />
+ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Un punto solo m’è maggior letargo<br />
+ che venticinque secoli a la ’mpresa<br />
+ che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Così la mente mia, tutta sospesa,<br />
+ mirava fissa, immobile e attenta,<br />
+ e sempre di mirar faceasi accesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A quella luce cotal si diventa,<br />
+ che volgersi da lei per altro aspetto<br />
+ è impossibil che mai si consenta;<br />
+</p>
+
+<p>
+ però che ’l ben, ch’è del volere obietto,<br />
+ tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella<br />
+ è defettivo ciò ch’è lì perfetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Omai sarà più corta mia favella,<br />
+ pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante<br />
+ che bagni ancor la lingua a la mammella.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Non perché più ch’un semplice sembiante<br />
+ fosse nel vivo lume ch’io mirava,<br />
+ che tal è sempre qual s’era davante;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma per la vista che s’avvalorava<br />
+ in me guardando, una sola parvenza,<br />
+ mutandom’ io, a me si travagliava.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Ne la profonda e chiara sussistenza<br />
+ de l’alto lume parvermi tre giri<br />
+ di tre colori e d’una contenenza;<br />
+</p>
+
+<p>
+ e l’un da l’altro come iri da iri<br />
+ parea reflesso, e ’l terzo parea foco<br />
+ che quinci e quindi igualmente si spiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Oh quanto è corto il dire e come fioco<br />
+ al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,<br />
+ è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.<br />
+</p>
+
+<p>
+ O luce etterna che sola in te sidi,<br />
+ sola t’intendi, e da te intelletta<br />
+ e intendente te ami e arridi!<br />
+</p>
+
+<p>
+ Quella circulazion che sì concetta<br />
+ pareva in te come lume reflesso,<br />
+ da li occhi miei alquanto circunspetta,<br />
+</p>
+
+<p>
+ dentro da sé, del suo colore stesso,<br />
+ mi parve pinta de la nostra effige:<br />
+ per che ’l mio viso in lei tutto era messo.<br />
+</p>
+
+<p>
+ Qual è ’l geomètra che tutto s’affige<br />
+ per misurar lo cerchio, e non ritrova,<br />
+ pensando, quel principio ond’ elli indige,<br />
+</p>
+
+<p>
+ tal era io a quella vista nova:<br />
+ veder voleva come si convenne<br />
+ l’imago al cerchio e come vi s’indova;<br />
+</p>
+
+<p>
+ ma non eran da ciò le proprie penne:<br />
+ se non che la mia mente fu percossa<br />
+ da un fulgore in che sua voglia venne.<br />
+</p>
+
+<p>
+ A l’alta fantasia qui mancò possa;<br />
+ ma già volgeva il mio disio e ’l velle,<br />
+ sì come rota ch’igualmente è mossa,<br />
+</p>
+
+<p>
+ l’amor che move il sole e l’altre stelle.<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /></p>
+
+<p>
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -<br />
+</p>
+
+<p>
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI<br />
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS<br />
+</p>
+
+<p>
+ à = a grave<br />
+ è = e grave<br />
+ ì = i grave<br />
+ ò = o grave<br />
+ ù = u grave<br />
+</p>
+
+<p>
+ é = e acute<br />
+ ó = o acute<br />
+</p>
+
+<p>
+ ä = a uml<br />
+ ë = e uml<br />
+ ï = i uml<br />
+ ö = o uml<br />
+ ü = u uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ È = E grave<br />
+ Ë = E uml<br />
+ Ï = I uml<br />
+</p>
+
+<p>
+ « = left angle quotation mark<br />
+ » = right angle quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ “ = left double quotation mark<br />
+ ” = right double quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ ‘ = left single quotation mark<br />
+ ’ = right single quotation mark<br />
+</p>
+
+<p>
+ — = em dash<br />
+</p>
+
+<p>
+ • = middot<br />
+</p>
+
+<p>
+ . . . = ellipsis<br />
+</p>
+
+<p><br /><br /><br /><br /></p>
+
+
+
+
+
+
+
+
+<pre>
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ***
+
+***** This file should be named 1012-h.htm or 1012-h.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/1/0/1/1012/
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions will
+be renamed.
+
+Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
+law means that no one owns a United States copyright in these works,
+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
+States without permission and without paying copyright
+royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
+of this license, apply to copying and distributing Project
+Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
+concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
+and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive
+specific permission. If you do not charge anything for copies of this
+eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook
+for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
+performances and research. They may be modified and printed and given
+away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks
+not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the
+trademark license, especially commercial redistribution.
+
+START: FULL LICENSE
+
+THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
+PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
+
+To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
+distribution of electronic works, by using or distributing this work
+(or any other work associated in any way with the phrase "Project
+Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
+Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
+www.gutenberg.org/license.
+
+Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
+Gutenberg-tm electronic works
+
+1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
+electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
+and accept all the terms of this license and intellectual property
+(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
+the terms of this agreement, you must cease using and return or
+destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
+possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
+Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
+by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
+person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
+1.E.8.
+
+1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
+used on or associated in any way with an electronic work by people who
+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
+agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
+electronic works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
+Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
+of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
+works in the collection are in the public domain in the United
+States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
+United States and you are located in the United States, we do not
+claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
+displaying or creating derivative works based on the work as long as
+all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
+that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
+free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
+works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
+Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
+comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
+same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
+you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
+in a constant state of change. If you are outside the United States,
+check the laws of your country in addition to the terms of this
+agreement before downloading, copying, displaying, performing,
+distributing or creating derivative works based on this work or any
+other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
+representations concerning the copyright status of any work in any
+country outside the United States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
+immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
+prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
+on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
+phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
+performed, viewed, copied or distributed:
+
+ This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
+ most other parts of the world at no cost and with almost no
+ restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
+ under the terms of the Project Gutenberg License included with this
+ eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
+ United States, you'll have to check the laws of the country where you
+ are located before using this ebook.
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
+derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
+contain a notice indicating that it is posted with permission of the
+copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
+the United States without paying any fees or charges. If you are
+redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
+Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
+either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
+obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
+trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
+additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
+will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
+posted with the permission of the copyright holder found at the
+beginning of this work.
+
+1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
+
+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
+any word processing or hypertext form. However, if you provide access
+to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
+other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
+version posted on the official Project Gutenberg-tm web site
+(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
+to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
+of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
+Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
+full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
+provided that
+
+* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
+ to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
+ agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
+ within 60 days following each date on which you prepare (or are
+ legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
+ payments should be clearly marked as such and sent to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
+ Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
+ Literary Archive Foundation."
+
+* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or destroy all
+ copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
+ all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
+ works.
+
+* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
+ any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
+ receipt of the work.
+
+* You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
+Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
+are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
+from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The
+Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm
+trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
+Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
+electronic works, and the medium on which they may be stored, may
+contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
+or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
+other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
+cannot be read by your equipment.
+
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium
+with your written explanation. The person or entity that provided you
+with the defective work may elect to provide a replacement copy in
+lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
+or entity providing it to you may choose to give you a second
+opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
+OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of
+damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
+violates the law of the state applicable to this agreement, the
+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
+production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
+Defect you cause.
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
+mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
+volunteers and employees are scattered throughout numerous
+locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
+Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
+date contact information can be found at the Foundation's web site and
+official page at www.gutenberg.org/contact
+
+For additional contact information:
+
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
+
+
+</pre>
+
+</body>
+
+</html>
+
diff --git a/old/old/0ddc809a.txt b/old/old/0ddc809a.txt
new file mode 100644
index 0000000..a589068
--- /dev/null
+++ b/old/old/0ddc809a.txt
@@ -0,0 +1,19936 @@
+*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante"*****
+In Italian with accents [8-bit text]
+Please see notes about various versions beneath this header.
+
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #1012]
+
+
+*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante"*****
+*****This file should be named 0ddc809a.txt or 0ddc809a.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 0ddc810.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 0ddc810a.txt.
+
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
+a refund of the money (if any) you paid for this etext by
+sending a request within 30 days of receiving it to the person
+you got it from. If you received this etext on a physical
+medium (such as a disk), you must return it with your request.
+
+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
+This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG-
+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
+Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at
+Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other
+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
+distribute it in the United States without permission and
+without paying copyright royalties. Special rules, set forth
+below, apply if you wish to copy and distribute this etext
+under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark.
+
+To create these etexts, the Project expends considerable
+efforts to identify, transcribe and proofread public domain
+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
+medium they may be on may contain "Defects". Among other
+things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged
+disk or other etext medium, a computer virus, or computer
+codes that damage or cannot be read by your equipment.
+
+LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES
+But for the "Right of Replacement or Refund" described below,
+[1] the Project (and any other party you may receive this
+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
+liability to you for damages, costs and expenses, including
+legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR
+UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT,
+INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE
+OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE
+POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES.
+
+If you discover a Defect in this etext within 90 days of
+receiving it, you can receive a refund of the money (if any)
+you paid for it by sending an explanatory note within that
+time to the person you received it from. If you received it
+on a physical medium, you must return it with your note, and
+such person may choose to alternatively give you a replacement
+copy. If you received it electronically, such person may
+choose to alternatively give you a second opportunity to
+receive it electronically.
+
+THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS
+TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A
+PARTICULAR PURPOSE.
+
+Some states do not allow disclaimers of implied warranties or
+the exclusion or limitation of consequential damages, so the
+above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you
+may have other legal rights.
+
+INDEMNITY
+You will indemnify and hold the Project, its directors,
+officers, members and agents harmless from all liability, cost
+and expense, including legal fees, that arise directly or
+indirectly from any of the following that you do or cause:
+[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification,
+or addition to the etext, or [3] any Defect.
+
+DISTRIBUTION UNDER "PROJECT GUTENBERG-tm"
+You may distribute copies of this etext electronically, or by
+disk, book or any other medium if you either delete this
+"Small Print!" and all other references to Project Gutenberg,
+or:
+
+[1] Only give exact copies of it. Among other things, this
+ requires that you do not remove, alter or modify the
+ etext or this "small print!" statement. You may however,
+ if you wish, distribute this etext in machine readable
+ binary, compressed, mark-up, or proprietary form,
+ including any form resulting from conversion by word pro-
+ cessing or hypertext software, but only so long as
+ *EITHER*:
+
+ [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and
+ does *not* contain characters other than those
+ intended by the author of the work, although tilde
+ (~), asterisk (*) and underline (_) characters may
+ be used to convey punctuation intended by the
+ author, and additional characters may be used to
+ indicate hypertext links; OR
+
+ [*] The etext may be readily converted by the reader at
+ no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent
+ form by the program that displays the etext (as is
+ the case, for instance, with most word processors);
+ OR
+
+ [*] You provide, or agree to also provide on request at
+ no additional cost, fee or expense, a copy of the
+ etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC
+ or other equivalent proprietary form).
+
+[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this
+ "Small Print!" statement.
+
+[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the
+ net profits you derive calculated using the method you
+ already use to calculate your applicable taxes. If you
+ don't derive profits, no royalty is due. Royalties are
+ payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon
+ University" within the 60 days following each
+ date you prepare (or were legally required to prepare)
+ your annual (or equivalent periodic) tax return.
+
+WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO?
+The Project gratefully accepts contributions in money, time,
+scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty
+free copyright licenses, and every other sort of contribution
+you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg
+Association / Carnegie-Mellon University".
+
+*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END*
+
+
+
+
+
+Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext.
+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
+both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
+
+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
+
+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the persons working on the files in them as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 997
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 999
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1009
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1011
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's Translation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1005
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragtory [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1007
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1001
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1003
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month[s] of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+INFERNO
+
+
+
+
+Inferno Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+mi ritrovai per una selva oscura,
+ch la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era cosa dura
+esta selva selvaggia e aspra e forte
+che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant amara che poco pi morte;
+ma per trattar del ben chi vi trovai,
+dir de laltre cose chi vho scorte.
+
+Io non so ben ridir com i vintrai,
+tant era pien di sonno a quel punto
+che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi chi fui al pi dun colle giunto,
+l dove terminava quella valle
+che mavea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto e vidi le sue spalle
+vestite gi de raggi del pianeta
+che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta,
+che nel lago del cor mera durata
+la notte chi passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata,
+uscito fuor del pelago a la riva,
+si volge a lacqua perigliosa e guata,
+
+cos lanimo mio, chancor fuggiva,
+si volse a retro a rimirar lo passo
+che non lasci gi mai persona viva.
+
+Poi chi posato un poco il corpo lasso,
+ripresi via per la piaggia diserta,
+s che l pi fermo sempre era l pi basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de lerta,
+una lonza leggera e presta molto,
+che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+anzi mpediva tanto il mio cammino,
+chi fui per ritornar pi volte vlto.
+
+Temp era dal principio del mattino,
+e l sol montava n s con quelle stelle
+cheran con lui quando lamor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+s cha bene sperar mera cagione
+di quella fiera a la gaetta pelle
+
+lora del tempo e la dolce stagione;
+ma non s che paura non mi desse
+la vista che mapparve dun leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+con la test alta e con rabbiosa fame,
+s che parea che laere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+sembiava carca ne la sua magrezza,
+e molte genti f gi viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+con la paura chuscia di sua vista,
+chio perdei la speranza de laltezza.
+
+E qual quei che volontieri acquista,
+e giugne l tempo che perder lo face,
+che n tutti suoi pensier piange e sattrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+che, venendomi ncontro, a poco a poco
+mi ripigneva l dove l sol tace.
+
+Mentre chi rovinava in basso loco,
+dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+Miserere di me, gridai a lui,
+qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
+
+Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
+e li parenti miei furon lombardi,
+mantoani per patra ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+e vissi a Roma sotto l buono Augusto
+nel tempo de li di falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+figliuol dAnchise che venne di Troia,
+poi che l superbo Iln fu combusto.
+
+Ma tu perch ritorni a tanta noia?
+perch non sali il dilettoso monte
+ch principio e cagion di tutta gioia?.
+
+Or se tu quel Virgilio e quella fonte
+che spandi di parlar s largo fiume?,
+rispuos io lui con vergognosa fronte.
+
+O de li altri poeti onore e lume,
+vagliami l lungo studio e l grande amore
+che mha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se lo mio maestro e l mio autore,
+tu se solo colui da cu io tolsi
+lo bello stilo che mha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu io mi volsi;
+aiutami da lei, famoso saggio,
+chella mi fa tremar le vene e i polsi.
+
+A te convien tenere altro vaggio,
+rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+se vuo campar desto loco selvaggio;
+
+ch questa bestia, per la qual tu gride,
+non lascia altrui passar per la sua via,
+ma tanto lo mpedisce che luccide;
+
+e ha natura s malvagia e ria,
+che mai non empie la bramosa voglia,
+e dopo l pasto ha pi fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui sammoglia,
+e pi saranno ancora, infin che l veltro
+verr, che la far morir con doglia.
+
+Questi non ciber terra n peltro,
+ma sapenza, amore e virtute,
+e sua nazion sar tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+per cui mor la vergine Cammilla,
+Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccer per ogne villa,
+fin che lavr rimessa ne lo nferno,
+l onde nvidia prima dipartilla.
+
+Ond io per lo tuo me penso e discerno
+che tu mi segui, e io sar tua guida,
+e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ove udirai le disperate strida,
+vedrai li antichi spiriti dolenti,
+cha la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+nel foco, perch speran di venire
+quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+anima fia a ci pi di me degna:
+con lei ti lascer nel mio partire;
+
+ch quello imperador che l s regna,
+perch i fu ribellante a la sua legge,
+non vuol che n sua citt per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+quivi la sua citt e lalto seggio:
+oh felice colui cu ivi elegge!.
+
+E io a lui: Poeta, io ti richeggio
+per quello Dio che tu non conoscesti,
+acci chio fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni l dov or dicesti,
+s chio veggia la porta di san Pietro
+e color cui tu fai cotanto mesti.
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+Inferno Canto II
+
+
+Lo giorno se nandava, e laere bruno
+toglieva li animai che sono in terra
+da le fatiche loro; e io sol uno
+
+mapparecchiava a sostener la guerra
+s del cammino e s de la pietate,
+che ritrarr la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or maiutate;
+o mente che scrivesti ci chio vidi,
+qui si parr la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: Poeta che mi guidi,
+guarda la mia virt sell possente,
+prima cha lalto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvo il parente,
+corruttibile ancora, ad immortale
+secolo and, e fu sensibilmente.
+
+Per, se lavversario dogne male
+cortese i fu, pensando lalto effetto
+chuscir dovea di lui, e l chi e l quale
+
+non pare indegno ad omo dintelletto;
+che fu de lalma Roma e di suo impero
+ne lempireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e l quale, a voler dir lo vero,
+fu stabilita per lo loco santo
+u siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest andata onde li dai tu vanto,
+intese cose che furon cagione
+di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas delezone,
+per recarne conforto a quella fede
+ch principio a la via di salvazione.
+
+Ma io, perch venirvi? o chi l concede?
+Io non Ena, io non Paulo sono;
+me degno a ci n io n altri l crede.
+
+Per che, se del venire io mabbandono,
+temo che la venuta non sia folle.
+Se savio; intendi me chi non ragiono.
+
+E qual quei che disvuol ci che volle
+e per novi pensier cangia proposta,
+s che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec o n quella oscura costa,
+perch, pensando, consumai la mpresa
+che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+Si ho ben la parola tua intesa,
+rispuose del magnanimo quell ombra,
+lanima tua da viltade offesa;
+
+la qual molte fate lomo ingombra
+s che donrata impresa lo rivolve,
+come falso veder bestia quand ombra.
+
+Da questa tema acci che tu ti solve,
+dirotti perch io venni e quel chio ntesi
+nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+e donna mi chiam beata e bella,
+tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
+e cominciommi a dir soave e piana,
+con angelica voce, in sua favella:
+
+O anima cortese mantoana,
+di cui la fama ancor nel mondo dura,
+e durer quanto l mondo lontana,
+
+lamico mio, e non de la ventura,
+ne la diserta piaggia impedito
+s nel cammin, che vlt per paura;
+
+e temo che non sia gi s smarrito,
+chio mi sia tardi al soccorso levata,
+per quel chi ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+e con ci cha mestieri al suo campare,
+laiuta s chi ne sia consolata.
+
+I son Beatrice che ti faccio andare;
+vegno del loco ove tornar disio;
+amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando sar dinanzi al segnor mio,
+di te mi loder sovente a lui.
+Tacette allora, e poi comincia io:
+
+O donna di virt sola per cui
+lumana spezie eccede ogne contento
+di quel ciel cha minor li cerchi sui,
+
+tanto maggrada il tuo comandamento,
+che lubidir, se gi fosse, m tardi;
+pi non t uo chaprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+de lo scender qua giuso in questo centro
+de lampio loco ove tornar tu ardi.
+
+Da che tu vuo saver cotanto a dentro,
+dirotti brievemente, mi rispuose,
+perch i non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+channo potenza di fare altrui male;
+de laltre no, ch non son paurose.
+
+I son fatta da Dio, sua merc, tale,
+che la vostra miseria non mi tange,
+n fiamma desto ncendio non massale.
+
+Donna gentil nel ciel che si compiange
+di questo mpedimento ov io ti mando,
+s che duro giudicio l s frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+e disse:Or ha bisogno il tuo fedele
+di te, e io a te lo raccomando.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+si mosse, e venne al loco dov i era,
+che mi sedea con lantica Rachele.
+
+Disse:Beatrice, loda di Dio vera,
+ch non soccorri quei che tam tanto,
+chusc per te de la volgare schiera?
+
+Non odi tu la pieta del suo pianto,
+non vedi tu la morte che l combatte
+su la fiumana ove l mar non ha vanto?.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+a far lor pro o a fuggir lor danno,
+com io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua gi del mio beato scanno,
+fidandomi del tuo parlare onesto,
+chonora te e quei chudito lhanno.
+
+Poscia che mebbe ragionato questo,
+li occhi lucenti lagrimando volse,
+per che mi fece del venir pi presto.
+
+E venni a te cos com ella volse:
+dinanzi a quella fiera ti levai
+che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che ? perch, perch restai,
+perch tanta vilt nel core allette,
+perch ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+curan di te ne la corte del cielo,
+e l mio parlar tanto ben ti promette?.
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca,
+si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec io di mia virtude stanca,
+e tanto buono ardire al cor mi corse,
+chi cominciai come persona franca:
+
+Oh pietosa colei che mi soccorse!
+e te cortese chubidisti tosto
+a le vere parole che ti porse!
+
+Tu mhai con disiderio il cor disposto
+s al venir con le parole tue,
+chi son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, chun sol volere dambedue:
+tu duca, tu segnore e tu maestro.
+Cos li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+Inferno Canto III
+
+
+Per me si va ne la citt dolente,
+per me si va ne letterno dolore,
+per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore;
+fecemi la divina podestate,
+la somma sapenza e l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+se non etterne, e io etterno duro.
+Lasciate ogne speranza, voi chintrate.
+
+Queste parole di colore oscuro
+vid o scritte al sommo duna porta;
+per chio: Maestro, il senso lor m duro.
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ogne vilt convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov i tho detto
+che tu vedrai le genti dolorose
+channo perduto il ben de lintelletto.
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+con lieto volto, ond io mi confortai,
+mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+risonavan per laere sanza stelle,
+per chio al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+parole di dolore, accenti dira,
+voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual saggira
+sempre in quell aura sanza tempo tinta,
+come la rena quando turbo spira.
+
+E io chavea derror la testa cinta,
+dissi: Maestro, che quel chi odo?
+e che gent che par nel duol s vinta?.
+
+Ed elli a me: Questo misero modo
+tegnon lanime triste di coloro
+che visser sanza nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+de li angeli che non furon ribelli
+n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+n lo profondo inferno li riceve,
+chalcuna gloria i rei avrebber delli.
+
+E io: Maestro, che tanto greve
+a lor che lamentar li fa s forte?.
+Rispuose: Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte,
+e la lor cieca vita tanto bassa,
+che nvidosi son dogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+misericordia e giustizia li sdegna:
+non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
+
+E io, che riguardai, vidi una nsegna
+che girando correva tanto ratta,
+che dogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le vena s lunga tratta
+di gente, chi non averei creduto
+che morte tanta navesse disfatta.
+
+Poscia chio vebbi alcun riconosciuto,
+vidi e conobbi lombra di colui
+che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+che questa era la setta di cattivi,
+a Dio spiacenti e a nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+erano ignudi e stimolati molto
+da mosconi e da vespe cheran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+che, mischiato di lagrime, a lor piedi
+da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi cha riguardar oltre mi diedi,
+vidi genti a la riva dun gran fiume;
+per chio dissi: Maestro, or mi concedi
+
+chi sappia quali sono, e qual costume
+le fa di trapassar parer s pronte,
+com i discerno per lo fioco lume.
+
+Ed elli a me: Le cose ti fier conte
+quando noi fermerem li nostri passi
+su la trista riviera dAcheronte.
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+temendo no l mio dir li fosse grave,
+infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+un vecchio, bianco per antico pelo,
+gridando: Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+i vegno per menarvi a laltra riva
+ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
+
+E tu che se cost, anima viva,
+prtiti da cotesti che son morti.
+Ma poi che vide chio non mi partiva,
+
+disse: Per altra via, per altri porti
+verrai a piaggia, non qui, per passare:
+pi lieve legno convien che ti porti.
+
+E l duca lui: Caron, non ti crucciare:
+vuolsi cos col dove si puote
+ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+al nocchier de la livida palude,
+che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell anime, cheran lasse e nude,
+cangiar colore e dibattero i denti,
+ratto che nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+lumana spezie e l loco e l tempo e l seme
+di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+forte piangendo, a la riva malvagia
+chattende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia
+loro accennando, tutte le raccoglie;
+batte col remo qualunque sadagia.
+
+Come dautunno si levan le foglie
+luna appresso de laltra, fin che l ramo
+vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme dAdamo
+gittansi di quel lito ad una ad una,
+per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Cos sen vanno su per londa bruna,
+e avanti che sien di l discese,
+anche di qua nuova schiera sauna.
+
+Figliuol mio, disse l maestro cortese,
+quelli che muoion ne lira di Dio
+tutti convegnon qui dogne paese;
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ch la divina giustizia li sprona,
+s che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+e per, se Caron di te si lagna,
+ben puoi sapere omai che l suo dir suona.
+
+Finito questo, la buia campagna
+trem s forte, che de lo spavento
+la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+che balen una luce vermiglia
+la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come luom cui sonno piglia.
+
+
+
+Inferno Canto IV
+
+
+Ruppemi lalto sonno ne la testa
+un greve truono, s chio mi riscossi
+come persona ch per forza desta;
+
+e locchio riposato intorno mossi,
+dritto levato, e fiso riguardai
+per conoscer lo loco dov io fossi.
+
+Vero che n su la proda mi trovai
+de la valle dabisso dolorosa
+che ntrono accoglie dinfiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+io non vi discernea alcuna cosa.
+
+Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
+cominci il poeta tutto smorto.
+Io sar primo, e tu sarai secondo.
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+dissi: Come verr, se tu paventi
+che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
+
+Ed elli a me: Langoscia de le genti
+che son qua gi, nel viso mi dipigne
+quella piet che tu per tema senti.
+
+Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
+Cos si mise e cos mi f intrare
+nel primo cerchio che labisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+non avea pianto mai che di sospiri
+che laura etterna facevan tremare;
+
+ci avvenia di duol sanza martri,
+chavean le turbe, cheran molte e grandi,
+dinfanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
+che spiriti son questi che tu vedi?
+Or vo che sappi, innanzi che pi andi,
+
+chei non peccaro; e selli hanno mercedi,
+non basta, perch non ebber battesmo,
+ch porta de la fede che tu credi;
+
+e se furon dinanzi al cristianesmo,
+non adorar debitamente a Dio:
+e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+semo perduti, e sol di tanto offesi
+che sanza speme vivemo in disio.
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi,
+per che gente di molto valore
+conobbi che n quel limbo eran sospesi.
+
+Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
+comincia io per voler esser certo
+di quella fede che vince ogne errore:
+
+uscicci mai alcuno, o per suo merto
+o per altrui, che poi fosse beato?.
+E quei che ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: Io era nuovo in questo stato,
+quando ci vidi venire un possente,
+con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci lombra del primo parente,
+dAbl suo figlio e quella di No,
+di Mos legista e ubidente;
+
+Abram patrarca e Davd re,
+Isral con lo padre e co suoi nati
+e con Rachele, per cui tanto f,
+
+e altri molti, e feceli beati.
+E vo che sappi che, dinanzi ad essi,
+spiriti umani non eran salvati.
+
+Non lasciavam landar perch ei dicessi,
+ma passavam la selva tuttavia,
+la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+di qua dal sonno, quand io vidi un foco
+chemisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi neravamo ancora un poco,
+ma non s chio non discernessi in parte
+chorrevol gente possedea quel loco.
+
+O tu chonori scenza e arte,
+questi chi son channo cotanta onranza,
+che dal modo de li altri li diparte?.
+
+E quelli a me: Lonrata nominanza
+che di lor suona s ne la tua vita,
+graza acquista in ciel che s li avanza.
+
+Intanto voce fu per me udita:
+Onorate laltissimo poeta;
+lombra sua torna, chera dipartita.
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+vidi quattro grand ombre a noi venire:
+sembianz avevan n trista n lieta.
+
+Lo buon maestro cominci a dire:
+Mira colui con quella spada in mano,
+che vien dinanzi ai tre s come sire:
+
+quelli Omero poeta sovrano;
+laltro Orazio satiro che vene;
+Ovidio l terzo, e lultimo Lucano.
+
+Per che ciascun meco si convene
+nel nome che son la voce sola,
+fannomi onore, e di ci fanno bene.
+
+Cos vid i adunar la bella scola
+di quel segnor de laltissimo canto
+che sovra li altri com aquila vola.
+
+Da chebber ragionato insieme alquanto,
+volsersi a me con salutevol cenno,
+e l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e pi donore ancora assai mi fenno,
+che s mi fecer de la loro schiera,
+s chio fui sesto tra cotanto senno.
+
+Cos andammo infino a la lumera,
+parlando cose che l tacere bello,
+s com era l parlar col dov era.
+
+Venimmo al pi dun nobile castello,
+sette volte cerchiato dalte mura,
+difeso intorno dun bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+per sette porte intrai con questi savi:
+giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti veran con occhi tardi e gravi,
+di grande autorit ne lor sembianti:
+parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci cos da lun de canti,
+in loco aperto, luminoso e alto,
+s che veder si potien tutti quanti.
+
+Col diritto, sovra l verde smalto,
+mi fuor mostrati li spiriti magni,
+che del vedere in me stesso messalto.
+
+I vidi Eletra con molti compagni,
+tra quai conobbi Ettr ed Enea,
+Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+da laltra parte vidi l re Latino
+che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
+Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia;
+e solo, in parte, vidi l Saladino.
+
+Poi chinnalzai un poco pi le ciglia,
+vidi l maestro di color che sanno
+seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+quivi vid o Socrate e Platone,
+che nnanzi a li altri pi presso li stanno;
+
+Democrito che l mondo a caso pone,
+Dogens, Anassagora e Tale,
+Empedocls, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+Dascoride dico; e vidi Orfeo,
+Tulo e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geomtra e Tolomeo,
+Ipocrte, Avicenna e Galeno,
+Averos, che l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+per che s mi caccia il lungo tema,
+che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+per altra via mi mena il savio duca,
+fuor de la queta, ne laura che trema.
+
+E vegno in parte ove non che luca.
+
+
+
+Inferno Canto V
+
+
+Cos discesi del cerchio primaio
+gi nel secondo, che men loco cinghia
+e tanto pi dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
+essamina le colpe ne lintrata;
+giudica e manda secondo chavvinghia.
+
+Dico che quando lanima mal nata
+li vien dinanzi, tutta si confessa;
+e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco dinferno da essa;
+cignesi con la coda tante volte
+quantunque gradi vuol che gi sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+dicono e odono e poi son gi volte.
+
+O tu che vieni al doloroso ospizio,
+disse Mins a me quando mi vide,
+lasciando latto di cotanto offizio,
+
+guarda com entri e di cui tu ti fide;
+non tinganni lampiezza de lintrare!.
+E l duca mio a lui: Perch pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+vuolsi cos col dove si puote
+ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+Or incomincian le dolenti note
+a farmisi sentire; or son venuto
+l dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco dogne luce muto,
+che mugghia come fa mar per tempesta,
+se da contrari venti combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+mena li spirti con la sua rapina;
+voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+quivi le strida, il compianto, il lamento;
+bestemmian quivi la virt divina.
+
+Intesi cha cos fatto tormento
+enno dannati i peccator carnali,
+che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan lali
+nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+cos quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di l, di gi, di s li mena;
+nulla speranza li conforta mai,
+non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+faccendo in aere di s lunga riga,
+cos vid io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+per chi dissi: Maestro, chi son quelle
+genti che laura nera s gastiga?.
+
+La prima di color di cui novelle
+tu vuo saper, mi disse quelli allotta,
+fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu s rotta,
+che libito f licito in sua legge,
+per trre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell Semirams, di cui si legge
+che succedette a Nino e fu sua sposa:
+tenne la terra che l Soldan corregge.
+
+Laltra colei che sancise amorosa,
+e ruppe fede al cener di Sicheo;
+poi Cleopatrs lussurosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+tempo si volse, e vedi l grande Achille,
+che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
+ombre mostrommi e nominommi a dito,
+chamor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia chio ebbi l mio dottore udito
+nomar le donne antiche e cavalieri,
+piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I cominciai: Poeta, volontieri
+parlerei a quei due che nsieme vanno,
+e paion s al vento esser leggeri.
+
+Ed elli a me: Vedrai quando saranno
+pi presso a noi; e tu allor li priega
+per quello amor che i mena, ed ei verranno.
+
+S tosto come il vento a noi li piega,
+mossi la voce: O anime affannate,
+venite a noi parlar, saltri nol niega!.
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+con lali alzate e ferme al dolce nido
+vegnon per laere, dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov Dido,
+a noi venendo per laere maligno,
+s forte fu laffettoso grido.
+
+O animal grazoso e benigno
+che visitando vai per laere perso
+noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de luniverso,
+noi pregheremmo lui de la tua pace,
+poi chai piet del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+noi udiremo e parleremo a voi,
+mentre che l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+su la marina dove l Po discende
+per aver pace co seguaci sui.
+
+Amor, chal cor gentil ratto sapprende,
+prese costui de la bella persona
+che mi fu tolta; e l modo ancor moffende.
+
+Amor, cha nullo amato amar perdona,
+mi prese del costui piacer s forte,
+che, come vedi, ancor non mabbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte.
+Caina attende chi a vita ci spense.
+Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand io intesi quell anime offense,
+china il viso, e tanto il tenni basso,
+fin che l poeta mi disse: Che pense?.
+
+Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
+quanti dolci pensier, quanto disio
+men costoro al doloroso passo!.
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla io,
+e cominciai: Francesca, i tuoi martri
+a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri,
+a che e come concedette amore
+che conosceste i dubbiosi disiri?.
+
+E quella a me: Nessun maggior dolore
+che ricordarsi del tempo felice
+ne la miseria; e ci sa l tuo dottore.
+
+Ma sa conoscer la prima radice
+del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+dir come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+di Lancialotto come amor lo strinse;
+soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per pi fate li occhi ci sospinse
+quella lettura, e scolorocci il viso;
+ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disato riso
+esser basciato da cotanto amante,
+questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi basci tutto tremante.
+Galeotto fu l libro e chi lo scrisse:
+quel giorno pi non vi leggemmo avante.
+
+Mentre che luno spirto questo disse,
+laltro pianga; s che di pietade
+io venni men cos com io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+Inferno Canto VI
+
+
+Al tornar de la mente, che si chiuse
+dinanzi a la piet di due cognati,
+che di trestizia tutto mi confuse,
+
+novi tormenti e novi tormentati
+mi veggio intorno, come chio mi mova
+e chio mi volga, e come che io guati.
+
+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+etterna, maladetta, fredda e greve;
+regola e qualit mai non l nova.
+
+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+per laere tenebroso si riversa;
+pute la terra che questo riceve.
+
+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+con tre gole caninamente latra
+sovra la gente che quivi sommersa.
+
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+e l ventre largo, e unghiate le mani;
+graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+de lun de lati fanno a laltro schermo;
+volgonsi spesso i miseri profani.
+
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+non avea membro che tenesse fermo.
+
+E l duca mio distese le sue spanne,
+prese la terra, e con piene le pugna
+la gitt dentro a le bramose canne.
+
+Qual quel cane chabbaiando agogna,
+e si racqueta poi che l pasto morde,
+ch solo a divorarlo intende e pugna,
+
+cotai si fecer quelle facce lorde
+de lo demonio Cerbero, che ntrona
+lanime s, chesser vorrebber sorde.
+
+Noi passavam su per lombre che adona
+la greve pioggia, e ponavam le piante
+sovra lor vanit che par persona.
+
+Elle giacean per terra tutte quante,
+fuor duna cha seder si lev, ratto
+chella ci vide passarsi davante.
+
+O tu che se per questo nferno tratto,
+mi disse, riconoscimi, se sai:
+tu fosti, prima chio disfatto, fatto.
+
+E io a lui: Langoscia che tu hai
+forse ti tira fuor de la mia mente,
+s che non par chi ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se che n s dolente
+loco se messo, e hai s fatta pena,
+che, saltra maggio, nulla s spiacente.
+
+Ed elli a me: La tua citt, ch piena
+dinvidia s che gi trabocca il sacco,
+seco mi tenne in la vita serena.
+
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+per la dannosa colpa de la gola,
+come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ch tutte queste a simil pena stanno
+per simil colpa. E pi non f parola.
+
+Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
+mi pesa s, cha lagrimar mi nvita;
+ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la citt partita;
+salcun v giusto; e dimmi la cagione
+per che lha tanta discordia assalita.
+
+E quelli a me: Dopo lunga tencione
+verranno al sangue, e la parte selvaggia
+caccer laltra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+infra tre soli, e che laltra sormonti
+con la forza di tal che test piaggia.
+
+Alte terr lungo tempo le fronti,
+tenendo laltra sotto gravi pesi,
+come che di ci pianga o che naonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+superbia, invidia e avarizia sono
+le tre faville channo i cuori accesi.
+
+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+E io a lui: Ancor vo che mi nsegni
+e che di pi parlar mi facci dono.
+
+Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni,
+Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca
+e li altri cha ben far puoser li ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa chio li conosca;
+ch gran disio mi stringe di savere
+se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
+
+E quelli: Ei son tra lanime pi nere;
+diverse colpe gi li grava al fondo:
+se tanto scendi, l i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+priegoti cha la mente altrui mi rechi:
+pi non ti dico e pi non ti rispondo.
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+guardommi un poco e poi chin la testa:
+cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+E l duca disse a me: Pi non si desta
+di qua dal suon de langelica tromba,
+quando verr la nimica podesta:
+
+ciascun riveder la trista tomba,
+ripiglier sua carne e sua figura,
+udir quel chin etterno rimbomba.
+
+S trapassammo per sozza mistura
+de lombre e de la pioggia, a passi lenti,
+toccando un poco la vita futura;
+
+per chio dissi: Maestro, esti tormenti
+crescerann ei dopo la gran sentenza,
+o fier minori, o saran s cocenti?.
+
+Ed elli a me: Ritorna a tua scenza,
+che vuol, quanto la cosa pi perfetta,
+pi senta il bene, e cos la doglienza.
+
+Tutto che questa gente maladetta
+in vera perfezion gi mai non vada,
+di l pi che di qua essere aspetta.
+
+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+parlando pi assai chi non ridico;
+venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+Inferno Canto VII
+
+
+Pape Satn, pape Satn aleppe!,
+cominci Pluto con la voce chioccia;
+e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: Non ti noccia
+la tua paura; ch, poder chelli abbia,
+non ci torr lo scender questa roccia.
+
+Poi si rivolse a quella nfiata labbia,
+e disse: Taci, maladetto lupo!
+consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+Non sanza cagion landare al cupo:
+vuolsi ne lalto, l dove Michele
+f la vendetta del superbo strupo.
+
+Quali dal vento le gonfiate vele
+caggiono avvolte, poi che lalber fiacca,
+tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+Cos scendemmo ne la quarta lacca,
+pigliando pi de la dolente ripa
+che l mal de luniverso tutto insacca.
+
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+nove travaglie e pene quant io viddi?
+e perch nostra colpa s ne scipa?
+
+Come fa londa l sovra Cariddi,
+che si frange con quella in cui sintoppa,
+cos convien che qui la gente riddi.
+
+Qui vid i gente pi chaltrove troppa,
+e duna parte e daltra, con grand urli,
+voltando pesi per forza di poppa.
+
+Percotansi ncontro; e poscia pur l
+si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
+
+Cos tornavan per lo cerchio tetro
+da ogne mano a lopposito punto,
+gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+poi si volgea ciascun, quand era giunto,
+per lo suo mezzo cerchio a laltra giostra.
+E io, chavea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: Maestro mio, or mi dimostra
+che gente questa, e se tutti fuor cherci
+questi chercuti a la sinistra nostra.
+
+Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
+s de la mente in la vita primaia,
+che con misura nullo spendio ferci.
+
+Assai la voce lor chiaro labbaia,
+quando vegnono a due punti del cerchio
+dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+piloso al capo, e papi e cardinali,
+in cui usa avarizia il suo soperchio.
+
+E io: Maestro, tra questi cotali
+dovre io ben riconoscere alcuni
+che furo immondi di cotesti mali.
+
+Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
+la sconoscente vita che i f sozzi,
+ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+In etterno verranno a li due cozzi:
+questi resurgeranno del sepulcro
+col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+di ben che son commessi a la fortuna,
+per che lumana gente si rabbuffa;
+
+ch tutto loro ch sotto la luna
+e che gi fu, di quest anime stanche
+non poterebbe farne posare una.
+
+Maestro mio, diss io, or mi d anche:
+questa fortuna di che tu mi tocche,
+che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
+
+E quelli a me: Oh creature sciocche,
+quanta ignoranza quella che voffende!
+Or vo che tu mia sentenza ne mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+fece li cieli e di lor chi conduce
+s, chogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+Similemente a li splendor mondani
+ordin general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+di gente in gente e duno in altro sangue,
+oltre la difension di senni umani;
+
+per chuna gente impera e laltra langue,
+seguendo lo giudicio di costei,
+che occulto come in erba langue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+questa provede, giudica, e persegue
+suo regno come il loro li altri di.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue:
+necessit la fa esser veloce;
+s spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest colei ch tanto posta in croce
+pur da color che le dovrien dar lode,
+dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s beata e ci non ode:
+con laltre prime creature lieta
+volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+gi ogne stella cade che saliva
+quand io mi mossi, e l troppo star si vieta.
+
+Noi ricidemmo il cerchio a laltra riva
+sovr una fonte che bolle e riversa
+per un fossato che da lei deriva.
+
+Lacqua era buia assai pi che persa;
+e noi, in compagnia de londe bige,
+intrammo gi per una via diversa.
+
+In la palude va cha nome Stige
+questo tristo ruscel, quand disceso
+al pi de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+vidi genti fangose in quel pantano,
+ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ma con la testa e col petto e coi piedi,
+troncandosi co denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
+lanime di color cui vinse lira;
+e anche vo che tu per certo credi
+
+che sotto lacqua gente che sospira,
+e fanno pullular quest acqua al summo,
+come locchio ti dice, u che saggira.
+
+Fitti nel limo dicon: Tristi fummo
+ne laere dolce che dal sol sallegra,
+portando dentro accidoso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra.
+Quest inno si gorgoglian ne la strozza,
+ch dir nol posson con parola integra.
+
+Cos girammo de la lorda pozza
+grand arco tra la ripa secca e l mzzo,
+con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al pi duna torre al da sezzo.
+
+
+
+Inferno Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, chassai prima
+che noi fossimo al pi de lalta torre,
+li occhi nostri nandar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre,
+e unaltra da lungi render cenno,
+tanto cha pena il potea locchio trre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto l senno;
+dissi: Questo che dice? e che risponde
+quell altro foco? e chi son quei che l fenno?.
+
+Ed elli a me: Su per le sucide onde
+gi scorgere puoi quello che saspetta,
+se l fummo del pantan nol ti nasconde.
+
+Corda non pinse mai da s saetta
+che s corresse via per laere snella,
+com io vidi una nave piccioletta
+
+venir per lacqua verso noi in quella,
+sotto l governo dun sol galeoto,
+che gridava: Or se giunta, anima fella!.
+
+Flegs, Flegs, tu gridi a vto,
+disse lo mio segnore, a questa volta:
+pi non ci avrai che sol passando il loto.
+
+Qual colui che grande inganno ascolta
+che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+fecesi Flegs ne lira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+e poi mi fece intrare appresso lui;
+e sol quand io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che l duca e io nel legno fui,
+segando se ne va lantica prora
+de lacqua pi che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+dinanzi mi si fece un pien di fango,
+e disse: Chi se tu che vieni anzi ora?.
+
+E io a lui: Si vegno, non rimango;
+ma tu chi se, che s se fatto brutto?.
+Rispuose: Vedi che son un che piango.
+
+E io a lui: Con piangere e con lutto,
+spirito maladetto, ti rimani;
+chi ti conosco, ancor sie lordo tutto.
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+per che l maestro accorto lo sospinse,
+dicendo: Via cost con li altri cani!.
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+basciommi l volto e disse: Alma sdegnosa,
+benedetta colei che n te sincinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+bont non che sua memoria fregi:
+cos s lombra sua qui furosa.
+
+Quanti si tegnon or l s gran regi
+che qui staranno come porci in brago,
+di s lasciando orribili dispregi!.
+
+E io: Maestro, molto sarei vago
+di vederlo attuffare in questa broda
+prima che noi uscissimo del lago.
+
+Ed elli a me: Avante che la proda
+ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+di tal diso convien che tu goda.
+
+Dopo ci poco vid io quello strazio
+far di costui a le fangose genti,
+che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
+e l fiorentino spirito bizzarro
+in s medesmo si volvea co denti.
+
+Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
+ma ne lorecchie mi percosse un duolo,
+per chio avante locchio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
+sappressa la citt cha nome Dite,
+coi gravi cittadin, col grande stuolo.
+
+E io: Maestro, gi le sue meschite
+l entro certe ne la valle cerno,
+vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
+chentro laffoca le dimostra rosse,
+come tu vedi in questo basso inferno.
+
+Noi pur giugnemmo dentro a lalte fosse
+che vallan quella terra sconsolata:
+le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+venimmo in parte dove il nocchier forte
+Usciteci, grid: qui lintrata.
+
+Io vidi pi di mille in su le porte
+da ciel piovuti, che stizzosamente
+dicean: Chi costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?.
+E l savio mio maestro fece segno
+di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno
+e disser: Vien tu solo, e quei sen vada
+che s ardito intr per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai,
+che li ha iscorta s buia contrada.
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+nel suon de le parole maladette,
+ch non credetti ritornarci mai.
+
+O caro duca mio, che pi di sette
+volte mhai sicurt renduta e tratto
+dalto periglio che ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar, diss io, cos disfatto;
+e se l passar pi oltre ci negato,
+ritroviam lorme nostre insieme ratto.
+
+E quel segnor che l mavea menato,
+mi disse: Non temer; ch l nostro passo
+non ci pu trre alcun: da tal n dato.
+
+Ma qui mattendi, e lo spirito lasso
+conforta e ciba di speranza buona,
+chi non ti lascer nel mondo basso.
+
+Cos sen va, e quivi mabbandona
+lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+che s e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello cha lor porse;
+ma ei non stette l con essi guari,
+che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que nostri avversari
+nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+dogne baldanza, e dicea ne sospiri:
+Chi mha negate le dolenti case!.
+
+E a me disse: Tu, perch io madiri,
+non sbigottir, chio vincer la prova,
+qual cha la difension dentro saggiri.
+
+Questa lor tracotanza non nova;
+ch gi lusaro a men segreta porta,
+la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr essa vedest la scritta morta:
+e gi di qua da lei discende lerta,
+passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta.
+
+
+
+Inferno Canto IX
+
+
+Quel color che vilt di fuor mi pinse
+veggendo il duca mio tornare in volta,
+pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si ferm com uom chascolta;
+ch locchio nol potea menare a lunga
+per laere nero e per la nebbia folta.
+
+Pur a noi converr vincer la punga,
+cominci el, se non . . . Tal ne sofferse.
+Oh quanto tarda a me chaltri qui giunga!.
+
+I vidi ben s com ei ricoperse
+lo cominciar con laltro che poi venne,
+che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+perch io traeva la parola tronca
+forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+In questo fondo de la trista conca
+discende mai alcun del primo grado,
+che sol per pena ha la speranza cionca?.
+
+Questa question fec io; e quei Di rado
+incontra, mi rispuose, che di noi
+faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver chaltra fata qua gi fui,
+congiurato da quella Eritn cruda
+che richiamava lombre a corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+chella mi fece intrar dentr a quel muro,
+per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell l pi basso loco e l pi oscuro,
+e l pi lontan dal ciel che tutto gira:
+ben so l cammin; per ti fa sicuro.
+
+Questa palude che l gran puzzo spira
+cigne dintorno la citt dolente,
+u non potemo intrare omai sanz ira.
+
+E altro disse, ma non lho a mente;
+per che locchio mavea tutto tratto
+ver lalta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+tre fure infernal di sangue tinte,
+che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+serpentelli e ceraste avien per crine,
+onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+de la regina de letterno pianto,
+Guarda, mi disse, le feroci Erine.
+
+Quest Megera dal sinistro canto;
+quella che piange dal destro Aletto;
+Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto.
+
+Con lunghie si fendea ciascuna il petto;
+battiensi a palme e gridavan s alto,
+chi mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+Vegna Medusa: s l farem di smalto,
+dicevan tutte riguardando in giuso;
+mal non vengiammo in Teso lassalto.
+
+Volgiti n dietro e tien lo viso chiuso;
+ch se l Gorgn si mostra e tu l vedessi,
+nulla sarebbe di tornar mai suso.
+
+Cos disse l maestro; ed elli stessi
+mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi chavete li ntelletti sani,
+mirate la dottrina che sasconde
+sotto l velame de li versi strani.
+
+E gi vena su per le torbide onde
+un fracasso dun suon, pien di spavento,
+per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che dun vento
+impetoso per li avversi ardori,
+che fier la selva e sanz alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+dinanzi polveroso va superbo,
+e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
+del viso su per quella schiuma antica
+per indi ove quel fummo pi acerbo.
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+biscia per lacqua si dileguan tutte,
+fin cha la terra ciascuna sabbica,
+
+vid io pi di mille anime distrutte
+fuggir cos dinanzi ad un chal passo
+passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell aere grasso,
+menando la sinistra innanzi spesso;
+e sol di quell angoscia parea lasso.
+
+Ben maccorsi chelli era da ciel messo,
+e volsimi al maestro; e quei f segno
+chi stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+Venne a la porta e con una verghetta
+laperse, che non vebbe alcun ritegno.
+
+O cacciati del ciel, gente dispetta,
+cominci elli in su lorribil soglia,
+ond esta oltracotanza in voi salletta?
+
+Perch recalcitrate a quella voglia
+a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+e che pi volte vha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ne porta ancor pelato il mento e l gozzo.
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+e non f motto a noi, ma f sembiante
+domo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li davante;
+e noi movemmo i piedi inver la terra,
+sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li ntrammo sanz alcuna guerra;
+e io, chavea di riguardar disio
+la condizion che tal fortezza serra,
+
+com io fui dentro, locchio intorno invio:
+e veggio ad ogne man grande campagna,
+piena di duolo e di tormento rio.
+
+S come ad Arli, ove Rodano stagna,
+s com a Pola, presso del Carnaro
+chItalia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt il loco varo,
+cos facevan quivi dogne parte,
+salvo che l modo vera pi amaro;
+
+ch tra li avelli fiamme erano sparte,
+per le quali eran s del tutto accesi,
+che ferro pi non chiede verun arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+e fuor nuscivan s duri lamenti,
+che ben parean di miseri e doffesi.
+
+E io: Maestro, quai son quelle genti
+che, seppellite dentro da quell arche,
+si fan sentir coi sospiri dolenti?.
+
+E quelli a me: Qui son li eresarche
+con lor seguaci, dogne setta, e molto
+pi che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile sepolto,
+e i monimenti son pi e men caldi.
+E poi cha la man destra si fu vlto,
+
+passammo tra i martri e li alti spaldi.
+
+
+
+Inferno Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+tra l muro de la terra e li martri,
+lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+O virt somma, che per li empi giri
+mi volvi, cominciai, com a te piace,
+parlami, e sodisfammi a miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+potrebbesi veder? gi son levati
+tutt i coperchi, e nessun guardia face.
+
+E quelli a me: Tutti saran serrati
+quando di Iosaft qui torneranno
+coi corpi che l s hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+con Epicuro tutti suoi seguaci,
+che lanima col corpo morta fanno.
+
+Per a la dimanda che mi faci
+quinc entro satisfatto sar tosto,
+e al disio ancor che tu mi taci.
+
+E io: Buon duca, non tegno riposto
+a te mio cuor se non per dicer poco,
+e tu mhai non pur mo a ci disposto.
+
+O Tosco che per la citt del foco
+vivo ten vai cos parlando onesto,
+piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+di quella nobil patra natio,
+a la qual forse fui troppo molesto.
+
+Subitamente questo suono usco
+duna de larche; per maccostai,
+temendo, un poco pi al duca mio.
+
+Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
+Vedi l Farinata che s dritto:
+da la cintola in s tutto l vedrai.
+
+Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
+ed el sergea col petto e con la fronte
+com avesse linferno a gran dispitto.
+
+E lanimose man del duca e pronte
+mi pinser tra le sepulture a lui,
+dicendo: Le parole tue sien conte.
+
+Com io al pi de la sua tomba fui,
+guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
+
+Io chera dubidir disideroso,
+non gliel celai, ma tutto gliel apersi;
+ond ei lev le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: Fieramente furo avversi
+a me e a miei primi e a mia parte,
+s che per due fate li dispersi.
+
+Sei fur cacciati, ei tornar dogne parte,
+rispuos io lui, luna e laltra fata;
+ma i vostri non appreser ben quell arte.
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+unombra, lungo questa, infino al mento:
+credo che sera in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guard, come talento
+avesse di veder saltri era meco;
+e poi che l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: Se per questo cieco
+carcere vai per altezza dingegno,
+mio figlio ov ? e perch non teco?.
+
+E io a lui: Da me stesso non vegno:
+colui chattende l, per qui mi mena
+forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
+
+Le sue parole e l modo de la pena
+mavean di costui gi letto il nome;
+per fu la risposta cos piena.
+
+Di sbito drizzato grid: Come?
+dicesti elli ebbe? non viv elli ancora?
+non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
+
+Quando saccorse dalcuna dimora
+chio faca dinanzi a la risposta,
+supin ricadde e pi non parve fora.
+
+Ma quell altro magnanimo, a cui posta
+restato mera, non mut aspetto,
+n mosse collo, n pieg sua costa;
+
+e s continando al primo detto,
+Selli han quell arte, disse, male appresa,
+ci mi tormenta pi che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+la faccia de la donna che qui regge,
+che tu saprai quanto quell arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+dimmi: perch quel popolo s empio
+incontr a miei in ciascuna sua legge?.
+
+Ond io a lui: Lo strazio e l grande scempio
+che fece lArbia colorata in rosso,
+tal orazion fa far nel nostro tempio.
+
+Poi chebbe sospirando il capo mosso,
+A ci non fu io sol, disse, n certo
+sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu io solo, l dove sofferto
+fu per ciascun di trre via Fiorenza,
+colui che la difesi a viso aperto.
+
+Deh, se riposi mai vostra semenza,
+prega io lui, solvetemi quel nodo
+che qui ha nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+dinanzi quel che l tempo seco adduce,
+e nel presente tenete altro modo.
+
+Noi veggiam, come quei cha mala luce,
+le cose, disse, che ne son lontano;
+cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando sappressano o son, tutto vano
+nostro intelletto; e saltri non ci apporta,
+nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Per comprender puoi che tutta morta
+fia nostra conoscenza da quel punto
+che del futuro fia chiusa la porta.
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+dissi: Or direte dunque a quel caduto
+che l suo nato co vivi ancor congiunto;
+
+e si fui, dianzi, a la risposta muto,
+fate i saper che l fei perch pensava
+gi ne lerror che mavete soluto.
+
+E gi l maestro mio mi richiamava;
+per chi pregai lo spirto pi avaccio
+che mi dicesse chi con lu istava.
+
+Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
+qua dentro l secondo Federico
+e l Cardinale; e de li altri mi taccio.
+
+Indi sascose; e io inver lantico
+poeta volsi i passi, ripensando
+a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, cos andando,
+mi disse: Perch se tu s smarrito?.
+E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+La mente tua conservi quel chudito
+hai contra te, mi comand quel saggio;
+e ora attendi qui, e drizz l dito:
+
+quando sarai dinanzi al dolce raggio
+di quella il cui bell occhio tutto vede,
+da lei saprai di tua vita il vaggio.
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzo
+per un sentier cha una valle fiede,
+
+che nfin l s facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+Inferno Canto XI
+
+
+In su lestremit dunalta ripa
+che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+venimmo sopra pi crudele stipa;
+
+e quivi, per lorribile soperchio
+del puzzo che l profondo abisso gitta,
+ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+dun grand avello, ov io vidi una scritta
+che dicea: Anastasio papa guardo,
+lo qual trasse Fotin de la via dritta.
+
+Lo nostro scender conviene esser tardo,
+s che sausi un poco in prima il senso
+al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
+
+Cos l maestro; e io Alcun compenso,
+dissi lui, trova che l tempo non passi
+perduto. Ed elli: Vedi cha ci penso.
+
+Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
+cominci poi a dir, son tre cerchietti
+di grado in grado, come que che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ma perch poi ti basti pur la vista,
+intendi come e perch son costretti.
+
+Dogne malizia, chodio in cielo acquista,
+ingiuria l fine, ed ogne fin cotale
+o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perch frode de luom proprio male,
+pi spiace a Dio; e per stan di sotto
+li frodolenti, e pi dolor li assale.
+
+Di volenti il primo cerchio tutto;
+ma perch si fa forza a tre persone,
+in tre gironi distinto e costrutto.
+
+A Dio, a s, al prossimo si pne
+far forza, dico in loro e in lor cose,
+come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+guastatori e predon, tutti tormenta
+lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in s man volenta
+e ne suoi beni; e per nel secondo
+giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva s del vostro mondo,
+biscazza e fonde la sua facultade,
+e piange l dov esser de giocondo.
+
+Puossi far forza ne la detade,
+col cor negando e bestemmiando quella,
+e spregiando natura e sua bontade;
+
+e per lo minor giron suggella
+del segno suo e Soddoma e Caorsa
+e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond ogne coscenza morsa,
+pu lomo usare in colui che n lui fida
+e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par chincida
+pur lo vinco damor che fa natura;
+onde nel cerchio secondo sannida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+falsit, ladroneccio e simonia,
+ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per laltro modo quell amor soblia
+che fa natura, e quel ch poi aggiunto,
+di che la fede spezal si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov l punto
+de luniverso in su che Dite siede,
+qualunque trade in etterno consunto.
+
+E io: Maestro, assai chiara procede
+la tua ragione, e assai ben distingue
+questo bartro e l popol che possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+che mena il vento, e che batte la pioggia,
+e che sincontran con s aspre lingue,
+
+perch non dentro da la citt roggia
+sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
+
+Ed elli a me Perch tanto delira,
+disse, lo ngegno tuo da quel che sle?
+o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+con le quai la tua Etica pertratta
+le tre disposizion che l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+bestialitade? e come incontenenza
+men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+e rechiti a la mente chi son quelli
+che s di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perch da questi felli
+sien dipartiti, e perch men crucciata
+la divina vendetta li martelli.
+
+O sol che sani ogne vista turbata,
+tu mi contenti s quando tu solvi,
+che, non men che saver, dubbiar maggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
+diss io, l dove di chusura offende
+la divina bontade, e l groppo solvi.
+
+Filosofia, mi disse, a chi la ntende,
+nota, non pure in una sola parte,
+come natura lo suo corso prende
+
+dal divino ntelletto e da sua arte;
+e se tu ben la tua Fisica note,
+tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che larte vostra quella, quanto pote,
+segue, come l maestro fa l discente;
+s che vostr arte a Dio quasi nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+lo Genes dal principio, convene
+prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perch lusuriere altra via tene,
+per s natura e per la sua seguace
+dispregia, poi chin altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai che l gir mi piace;
+ch i Pesci guizzan su per lorizzonta,
+e l Carro tutto sovra l Coro giace,
+
+e l balzo via l oltra si dismonta.
+
+
+
+Inferno Canto XII
+
+
+Era lo loco ov a scender la riva
+venimmo, alpestro e, per quel che ver anco,
+tal, chogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual quella ruina che nel fianco
+di qua da Trento lAdice percosse,
+o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+al piano s la roccia discoscesa,
+chalcuna via darebbe a chi s fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+e n su la punta de la rotta lacca
+linfama di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+e quando vide noi, s stesso morse,
+s come quei cui lira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver lui grid: Forse
+tu credi che qui sia l duca dAtene,
+che s nel mondo la morte ti porse?
+
+Prtiti, bestia, ch questi non vene
+ammaestrato da la tua sorella,
+ma vassi per veder le vostre pene.
+
+Qual quel toro che si slaccia in quella
+cha ricevuto gi l colpo mortale,
+che gir non sa, ma qua e l saltella,
+
+vid io lo Minotauro far cotale;
+e quello accorto grid: Corri al varco;
+mentre che nfuria, buon che tu ti cale.
+
+Cos prendemmo via gi per lo scarco
+di quelle pietre, che spesso moviensi
+sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
+forse a questa ruina, ch guardata
+da quell ira bestial chi ora spensi.
+
+Or vo che sappi che laltra fata
+chi discesi qua gi nel basso inferno,
+questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+che venisse colui che la gran preda
+lev a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti lalta valle feda
+trem s, chi pensai che luniverso
+sentisse amor, per lo qual chi creda
+
+pi volte il mondo in casso converso;
+e in quel punto questa vecchia roccia,
+qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, ch sapproccia
+la riviera del sangue in la qual bolle
+qual che per volenza in altrui noccia.
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+che s ci sproni ne la vita corta,
+e ne letterna poi s mal cimmolle!
+
+Io vidi unampia fossa in arco torta,
+come quella che tutto l piano abbraccia,
+secondo chavea detto la mia scorta;
+
+e tra l pi de la ripa ed essa, in traccia
+corrien centauri, armati di saette,
+come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+e de la schiera tre si dipartiro
+con archi e asticciuole prima elette;
+
+e lun grid da lungi: A qual martiro
+venite voi che scendete la costa?
+Ditel costinci; se non, larco tiro.
+
+Lo mio maestro disse: La risposta
+farem noi a Chirn cost di presso:
+mal fu la voglia tua sempre s tosta.
+
+Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso,
+che mor per la bella Deianira,
+e f di s la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, chal petto si mira,
+ il gran Chirn, il qual nodr Achille;
+quell altro Folo, che fu s pien dira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+saettando qual anima si svelle
+del sangue pi che sua colpa sortille.
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+Chirn prese uno strale, e con la cocca
+fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando sebbe scoperta la gran bocca,
+disse a compagni: Siete voi accorti
+che quel di retro move ci chel tocca?
+
+Cos non soglion far li pi di morti.
+E l mio buon duca, che gi li er al petto,
+dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: Ben vivo, e s soletto
+mostrar li mi convien la valle buia;
+necessit l ci nduce, e non diletto.
+
+Tal si part da cantare alleluia
+che mi commise quest officio novo:
+non ladron, n io anima fuia.
+
+Ma per quella virt per cu io movo
+li passi miei per s selvaggia strada,
+danne un de tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri l dove si guada,
+e che porti costui in su la groppa,
+ch non spirto che per laere vada.
+
+Chirn si volse in su la destra poppa,
+e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
+e fa cansar saltra schiera vintoppa.
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+lungo la proda del bollor vermiglio,
+dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+e l gran centauro disse: E son tiranni
+che dier nel sangue e ne laver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+quivi Alessandro, e Donisio fero
+che f Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte cha l pel cos nero,
+ Azzolino; e quell altro ch biondo,
+ Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro s nel mondo.
+Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+Questi ti sia or primo, e io secondo.
+
+Poco pi oltre il centauro saffisse
+sovr una gente che nfino a la gola
+parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci unombra da lun canto sola,
+dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
+lo cor che n su Tamisi ancor si cola.
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+tenean la testa e ancor tutto l casso;
+e di costoro assai riconobb io.
+
+Cos a pi a pi si facea basso
+quel sangue, s che cocea pur li piedi;
+e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+S come tu da questa parte vedi
+lo bulicame che sempre si scema,
+disse l centauro, voglio che tu credi
+
+che da quest altra a pi a pi gi prema
+lo fondo suo, infin chel si raggiunge
+ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+quell Attila che fu flagello in terra,
+e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+che fecero a le strade tanta guerra.
+
+Poi si rivolse e ripassossi l guazzo.
+
+
+
+Inferno Canto XIII
+
+
+Non era ancor di l Nesso arrivato,
+quando noi ci mettemmo per un bosco
+che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+non rami schietti, ma nodosi e nvolti;
+non pomi veran, ma stecchi con tsco.
+
+Non han s aspri sterpi n s folti
+quelle fiere selvagge che n odio hanno
+tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+che cacciar de le Strofade i Troiani
+con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+pi con artigli, e pennuto l gran ventre;
+fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E l buon maestro Prima che pi entre,
+sappi che se nel secondo girone,
+mi cominci a dire, e sarai mentre
+
+che tu verrai ne lorribil sabbione.
+Per riguarda ben; s vederai
+cose che torrien fede al mio sermone.
+
+Io sentia dogne parte trarre guai
+e non vedea persona che l facesse;
+per chio tutto smarrito marrestai.
+
+Cred o chei credette chio credesse
+che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+da gente che per noi si nascondesse.
+
+Per disse l maestro: Se tu tronchi
+qualche fraschetta duna deste piante,
+li pensier chai si faran tutti monchi.
+
+Allor porsi la mano un poco avante
+e colsi un ramicel da un gran pruno;
+e l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ricominci a dir: Perch mi scerpi?
+non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ben dovrebb esser la tua man pi pia,
+se state fossimo anime di serpi.
+
+Come dun stizzo verde charso sia
+da lun de capi, che da laltro geme
+e cigola per vento che va via,
+
+s de la scheggia rotta usciva insieme
+parole e sangue; ond io lasciai la cima
+cadere, e stetti come luom che teme.
+
+Selli avesse potuto creder prima,
+rispuose l savio mio, anima lesa,
+ci cha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ma la cosa incredibile mi fece
+indurlo ad ovra cha me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, s che n vece
+dalcun ammenda tua fama rinfreschi
+nel mondo s, dove tornar li lece.
+
+E l tronco: S col dolce dir madeschi,
+chi non posso tacere; e voi non gravi
+perch o un poco a ragionar minveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+del cor di Federigo, e che le volsi,
+serrando e diserrando, s soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn uom tolsi;
+fede portai al gloroso offizio,
+tanto chi ne perde li sonni e polsi.
+
+La meretrice che mai da lospizio
+di Cesare non torse li occhi putti,
+morte comune e de le corti vizio,
+
+infiamm contra me li animi tutti;
+e li nfiammati infiammar s Augusto,
+che lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+Lanimo mio, per disdegnoso gusto,
+credendo col morir fuggir disdegno,
+ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici desto legno
+vi giuro che gi mai non ruppi fede
+al mio segnor, che fu donor s degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+conforti la memoria mia, che giace
+ancor del colpo che nvidia le diede.
+
+Un poco attese, e poi Da chel si tace,
+disse l poeta a me, non perder lora;
+ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
+
+Ond o a lui: Domandal tu ancora
+di quel che credi cha me satisfaccia;
+chi non potrei, tanta piet maccora.
+
+Perci ricominci: Se lom ti faccia
+liberamente ci che l tuo dir priega,
+spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come lanima si lega
+in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+salcuna mai di tai membra si spiega.
+
+Allor soffi il tronco forte, e poi
+si convert quel vento in cotal voce:
+Brievemente sar risposto a voi.
+
+Quando si parte lanima feroce
+dal corpo ond ella stessa s disvelta,
+Mins la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l parte scelta;
+ma l dove fortuna la balestra,
+quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+lArpie, pascendo poi de le sue foglie,
+fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come laltre verrem per nostre spoglie,
+ma non per chalcuna sen rivesta,
+ch non giusto aver ci chom si toglie.
+
+Qui le strascineremo, e per la mesta
+selva saranno i nostri corpi appesi,
+ciascuno al prun de lombra sua molesta.
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+credendo chaltro ne volesse dire,
+quando noi fummo dun romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+sente l porco e la caccia a la sua posta,
+chode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+nudi e graffiati, fuggendo s forte,
+che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
+E laltro, cui pareva tardar troppo,
+gridava: Lano, s non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
+E poi che forse li fallia la lena,
+di s e dun cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+di nere cagne, bramose e correnti
+come veltri chuscisser di catena.
+
+In quel che sappiatt miser li denti,
+e quel dilaceraro a brano a brano;
+poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+e menommi al cespuglio che piangea
+per le rotture sanguinenti in vano.
+
+O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
+che t giovato di me fare schermo?
+che colpa ho io de la tua vita rea?.
+
+Quando l maestro fu sovr esso fermo,
+disse: Chi fosti, che per tante punte
+soffi con sangue doloroso sermo?.
+
+Ed elli a noi: O anime che giunte
+siete a veder lo strazio disonesto
+cha le mie fronde s da me disgiunte,
+
+raccoglietele al pi del tristo cesto.
+I fui de la citt che nel Batista
+mut l primo padrone; ond ei per questo
+
+sempre con larte sua la far trista;
+e se non fosse che n sul passo dArno
+rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que cittadin che poi la rifondarno
+sovra l cener che dAttila rimase,
+avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibetto a me de le mie case.
+
+
+
+Inferno Canto XIV
+
+
+Poi che la carit del natio loco
+mi strinse, raunai le fronde sparte
+e rendele a colui, chera gi fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+lo secondo giron dal terzo, e dove
+si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+dico che arrivammo ad una landa
+che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l ghirlanda
+intorno, come l fosso tristo ad essa;
+quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+non daltra foggia fatta che colei
+che fu da pi di Caton gi soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+esser temuta da ciascun che legge
+ci che fu manifesto a li occhi mei!
+
+Danime nude vidi molte gregge
+che piangean tutte assai miseramente,
+e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+alcuna si sedea tutta raccolta,
+e altra andava continamente.
+
+Quella che giva ntorno era pi molta,
+e quella men che giaca al tormento,
+ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto l sabbion, dun cader lento,
+piovean di foco dilatate falde,
+come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+dInda vide sopra l so stuolo
+fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per chei provide a scalpitar lo suolo
+con le sue schiere, acci che lo vapore
+mei si stingueva mentre chera solo:
+
+tale scendeva letternale ardore;
+onde la rena saccendea, com esca
+sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+de le misere mani, or quindi or quinci
+escotendo da s larsura fresca.
+
+I cominciai: Maestro, tu che vinci
+tutte le cose, fuor che demon duri
+cha lintrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi quel grande che non par che curi
+lo ncendio e giace dispettoso e torto,
+s che la pioggia non par che l marturi?.
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+chio domandava il mio duca di lui,
+grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi l suo fabbro da cui
+crucciato prese la folgore aguta
+onde lultimo d percosso fui;
+
+o selli stanchi li altri a muta a muta
+in Mongibello a la focina negra,
+chiamando Buon Vulcano, aiuta, aiuta!,
+
+s com el fece a la pugna di Flegra,
+e me saetti con tutta sua forza:
+non ne potrebbe aver vendetta allegra.
+
+Allora il duca mio parl di forza
+tanto, chi non lavea s forte udito:
+O Capaneo, in ci che non sammorza
+
+la tua superbia, se tu pi punito;
+nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+sarebbe al tuo furor dolor compito.
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+dicendo: Quei fu lun di sette regi
+chassiser Tebe; ed ebbe e par chelli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che l pregi;
+ma, com io dissi lui, li suoi dispetti
+sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
+
+Tacendo divenimmo l ve spiccia
+fuor de la selva un picciol fiumicello,
+lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+che parton poi tra lor le peccatrici,
+tal per la rena gi sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+fatt era n pietra, e margini dallato;
+per chio maccorsi che l passo era lici.
+
+Tra tutto laltro chi tho dimostrato,
+poscia che noi intrammo per la porta
+lo cui sogliare a nessuno negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+notabile com l presente rio,
+che sovra s tutte fiammelle ammorta.
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+per chio l pregai che mi largisse l pasto
+di cui largito mava il disio.
+
+In mezzo mar siede un paese guasto,
+diss elli allora, che sappella Creta,
+sotto l cui rege fu gi l mondo casto.
+
+Una montagna v che gi fu lieta
+dacqua e di fronde, che si chiam Ida;
+or diserta come cosa vieta.
+
+Ra la scelse gi per cuna fida
+del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+che tien volte le spalle inver Dammiata
+e Roma guarda come so speglio.
+
+La sua testa di fin oro formata,
+e puro argento son le braccia e l petto,
+poi di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso tutto ferro eletto,
+salvo che l destro piede terra cotta;
+e sta n su quel, pi che n su laltro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che loro, rotta
+duna fessura che lagrime goccia,
+le quali, accolte, fran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia;
+fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+poi sen van gi per questa stretta doccia,
+
+infin, l ove pi non si dismonta,
+fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+tu lo vedrai, per qui non si conta.
+
+E io a lui: Se l presente rigagno
+si diriva cos dal nostro mondo,
+perch ci appar pur a questo vivagno?.
+
+Ed elli a me: Tu sai che l loco tondo;
+e tutto che tu sie venuto molto,
+pur a sinistra, gi calando al fondo,
+
+non se ancor per tutto l cerchio vlto;
+per che, se cosa napparisce nova,
+non de addur maraviglia al tuo volto.
+
+E io ancor: Maestro, ove si trova
+Flegetonta e Let? ch de lun taci,
+e laltro di che si fa desta piova.
+
+In tutte tue question certo mi piaci,
+rispuose, ma l bollor de lacqua rossa
+dovea ben solver luna che tu faci.
+
+Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
+l dove vanno lanime a lavarsi
+quando la colpa pentuta rimossa.
+
+Poi disse: Omai tempo da scostarsi
+dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne.
+
+
+
+Inferno Canto XV
+
+
+Ora cen porta lun de duri margini;
+e l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+s che dal foco salva lacqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+temendo l fiotto che nver lor savventa,
+fanno lo schermo perch l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+per difender lor ville e lor castelli,
+anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+tutto che n s alti n s grossi,
+qual che si fosse, lo maestro flli.
+
+Gi eravam da la selva rimossi
+tanto, chi non avrei visto dov era,
+perch io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo danime una schiera
+che venian lungo largine, e ciascuna
+ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+e s ver noi aguzzavan le ciglia
+come l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Cos adocchiato da cotal famiglia,
+fui conosciuto da un, che mi prese
+per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
+
+E io, quando l suo braccio a me distese,
+ficca li occhi per lo cotto aspetto,
+s che l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza sa al mio ntelletto;
+e chinando la mano a la sua faccia,
+rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
+
+E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
+se Brunetto Latino un poco teco
+ritorna n dietro e lascia andar la traccia.
+
+I dissi lui: Quanto posso, ven preco;
+e se volete che con voi masseggia,
+farl, se piace a costui che vo seco.
+
+O figliuol, disse, qual di questa greggia
+sarresta punto, giace poi cent anni
+sanz arrostarsi quando l foco il feggia.
+
+Per va oltre: i ti verr a panni;
+e poi rigiugner la mia masnada,
+che va piangendo i suoi etterni danni.
+
+Io non osava scender de la strada
+per andar par di lui; ma l capo chino
+tenea com uom che reverente vada.
+
+El cominci: Qual fortuna o destino
+anzi lultimo d qua gi ti mena?
+e chi questi che mostra l cammino?.
+
+L s di sopra, in la vita serena,
+rispuos io lui, mi smarri in una valle,
+avanti che let mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+questi mapparve, tornand o in quella,
+e reducemi a ca per questo calle.
+
+Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
+non puoi fallire a gloroso porto,
+se ben maccorsi ne la vita bella;
+
+e sio non fossi s per tempo morto,
+veggendo il cielo a te cos benigno,
+dato tavrei a lopera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+che discese di Fiesole ab antico,
+e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si far, per tuo ben far, nimico;
+ed ragion, ch tra li lazzi sorbi
+si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+gent avara, invidiosa e superba:
+dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+che luna parte e laltra avranno fame
+di te; ma lungi fia dal becco lerba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+salcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+di que Roman che vi rimaser quando
+fu fatto il nido di malizia tanta.
+
+Se fosse tutto pieno il mio dimando,
+rispuos io lui, voi non sareste ancora
+de lumana natura posto in bando;
+
+ch n la mente m fitta, e or maccora,
+la cara e buona imagine paterna
+di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+minsegnavate come luom setterna:
+e quant io labbia in grado, mentr io vivo
+convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Ci che narrate di mio corso scrivo,
+e serbolo a chiosar con altro testo
+a donna che sapr, sa lei arrivo.
+
+Tanto vogl io che vi sia manifesto,
+pur che mia coscenza non mi garra,
+cha la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non nuova a li orecchi miei tal arra:
+per giri Fortuna la sua rota
+come le piace, e l villan la sua marra.
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+destra si volse in dietro e riguardommi;
+poi disse: Bene ascolta chi la nota.
+
+N per tanto di men parlando vommi
+con ser Brunetto, e dimando chi sono
+li suoi compagni pi noti e pi sommi.
+
+Ed elli a me: Saper dalcuno buono;
+de li altri fia laudabile tacerci,
+ch l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+e litterati grandi e di gran fama,
+dun peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+e Francesco dAccorso anche; e vedervi,
+savessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de servi
+fu trasmutato dArno in Bacchiglione,
+dove lasci li mal protesi nervi.
+
+Di pi direi; ma l venire e l sermone
+pi lungo esser non pu, per chi veggio
+l surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+che corrono a Verona il drappo verde
+per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+Inferno Canto XVI
+
+
+Gi era in loco onde sudia l rimbombo
+de lacqua che cadea ne laltro giro,
+simile a quel che larnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+correndo, duna torma che passava
+sotto la pioggia de laspro martiro.
+
+Venian ver noi, e ciascuna gridava:
+Sstati tu cha labito ne sembri
+esser alcun di nostra terra prava.
+
+Ahim, che piaghe vidi ne lor membri,
+ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+Ancor men duol pur chi me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor sattese;
+volse l viso ver me, e Or aspetta,
+disse, a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+la natura del loco, i dicerei
+che meglio stesse a te che a lor la fretta.
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+lantico verso; e quando a noi fuor giunti,
+fenno una rota di s tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+avvisando lor presa e lor vantaggio,
+prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+cos rotando, ciascuno il visaggio
+drizzava a me, s che n contraro il collo
+faceva ai pi contino vaggio.
+
+E Se miseria desto loco sollo
+rende in dispetto noi e nostri prieghi,
+cominci luno, e l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+a dirne chi tu se, che i vivi piedi
+cos sicuro per lo nferno freghi.
+
+Questi, lorme di cui pestar mi vedi,
+tutto che nudo e dipelato vada,
+fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+fece col senno assai e con la spada.
+
+Laltro, chappresso me la rena trita,
+ Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+nel mondo s dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+Iacopo Rusticucci fui, e certo
+la fiera moglie pi chaltro mi nuoce.
+
+Si fossi stato dal foco coperto,
+gittato mi sarei tra lor di sotto,
+e credo che l dottor lavria sofferto;
+
+ma perch io mi sarei brusciato e cotto,
+vinse paura la mia buona voglia
+che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
+la vostra condizion dentro mi fisse,
+tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+parole per le quali i mi pensai
+che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+lovra di voi e li onorati nomi
+con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+promessi a me per lo verace duca;
+ma nfino al centro pria convien chi tomi.
+
+Se lungamente lanima conduca
+le membra tue, rispuose quelli ancora,
+e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor d se dimora
+ne la nostra citt s come suole,
+o se del tutto se n gita fora;
+
+ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+con noi per poco e va l coi compagni,
+assai ne cruccia con le sue parole.
+
+La gente nuova e i sbiti guadagni
+orgoglio e dismisura han generata,
+Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
+
+Cos gridai con la faccia levata;
+e i tre, che ci inteser per risposta,
+guardar lun laltro com al ver si guata.
+
+Se laltre volte s poco ti costa,
+rispuoser tutti, il satisfare altrui,
+felice te se s parli a tua posta!
+
+Per, se campi desti luoghi bui
+e torni a riveder le belle stelle,
+quando ti giover dicere I fui,
+
+fa che di noi a la gente favelle.
+Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria possuto dirsi
+tosto cos com e fuoro spariti;
+per chal maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+che l suon de lacqua nera s vicino,
+che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume cha proprio cammino
+prima dal Monte Viso nver levante,
+da la sinistra costa dApennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+che si divalli gi nel basso letto,
+e a Forl di quel nome vacante,
+
+rimbomba l sovra San Benedetto
+de lAlpe per cadere ad una scesa
+ove dovea per mille esser recetto;
+
+cos, gi duna ripa discoscesa,
+trovammo risonar quell acqua tinta,
+s che n poc ora avria lorecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+e con essa pensai alcuna volta
+prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia chio lebbi tutta da me sciolta,
+s come l duca mavea comandato,
+porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond ei si volse inver lo destro lato,
+e alquanto di lunge da la sponda
+la gitt giuso in quell alto burrato.
+
+E pur convien che novit risponda,
+dicea fra me medesmo, al novo cenno
+che l maestro con locchio s seconda.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+presso a color che non veggion pur lovra,
+ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: Tosto verr di sovra
+ci chio attendo e che il tuo pensier sogna;
+tosto convien chal tuo viso si scovra.
+
+Sempre a quel ver cha faccia di menzogna
+de luom chiuder le labbra fin chel puote,
+per che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+di questa comeda, lettor, ti giuro,
+selle non sien di lunga grazia vte,
+
+chi vidi per quell aere grosso e scuro
+venir notando una figura in suso,
+maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+s come torna colui che va giuso
+talora a solver lncora chaggrappa
+o scoglio o altro che nel mare chiuso,
+
+che n s si stende e da pi si rattrappa.
+
+
+
+Inferno Canto XVII
+
+
+Ecco la fiera con la coda aguzza,
+che passa i monti e rompe i muri e larmi!
+Ecco colei che tutto l mondo appuzza!.
+
+S cominci lo mio duca a parlarmi;
+e accennolle che venisse a proda,
+vicino al fin di passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+sen venne, e arriv la testa e l busto,
+ma n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia duom giusto,
+tanto benigna avea di fuor la pelle,
+e dun serpente tutto laltro fusto;
+
+due branche avea pilose insin lascelle;
+lo dosso e l petto e ambedue le coste
+dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con pi color, sommesse e sovraposte
+non fer mai drappi Tartari n Turchi,
+n fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come talvolta stanno a riva i burchi,
+che parte sono in acqua e parte in terra,
+e come l tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero sassetta a far sua guerra,
+cos la fiera pessima si stava
+su lorlo ch di pietra e l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+torcendo in s la venenosa forca
+cha guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: Or convien che si torca
+la nostra via un poco insino a quella
+bestia malvagia che col si corca.
+
+Per scendemmo a la destra mammella,
+e diece passi femmo in su lo stremo,
+per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+poco pi oltre veggio in su la rena
+gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi l maestro Acci che tutta piena
+esperenza desto giron porti,
+mi disse, va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian l corti;
+mentre che torni, parler con questa,
+che ne conceda i suoi omeri forti.
+
+Cos ancor su per la strema testa
+di quel settimo cerchio tutto solo
+andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+di qua, di l soccorrien con le mani
+quando a vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+or col ceffo or col pi, quando son morsi
+o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ne quali l doloroso foco casca,
+non ne conobbi alcun; ma io maccorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+chavea certo colore e certo segno,
+e quindi par che l loro occhio si pasca.
+
+E com io riguardando tra lor vegno,
+in una borsa gialla vidi azzurro
+che dun leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+vidine unaltra come sangue rossa,
+mostrando unoca bianca pi che burro.
+
+E un che duna scrofa azzurra e grossa
+segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+mi disse: Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perch se vivo anco,
+sappi che l mio vicin Vitalano
+seder qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+spesse fate mi ntronan li orecchi
+gridando: Vegna l cavalier sovrano,
+
+che recher la tasca con tre becchi!.
+Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+la lingua, come bue che l naso lecchi.
+
+E io, temendo no l pi star crucciasse
+lui che di poco star mavea mmonito,
+tornami in dietro da lanime lasse.
+
+Trova il duca mio chera salito
+gi su la groppa del fiero animale,
+e disse a me: Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per s fatte scale;
+monta dinanzi, chi voglio esser mezzo,
+s che la coda non possa far male.
+
+Qual colui che s presso ha l riprezzo
+de la quartana, cha gi lunghie smorte,
+e triema tutto pur guardando l rezzo,
+
+tal divenn io a le parole porte;
+ma vergogna mi f le sue minacce,
+che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I massettai in su quelle spallacce;
+s volli dir, ma la voce non venne
+com io credetti: Fa che tu mabbracce.
+
+Ma esso, chaltra volta mi sovvenne
+ad altro forse, tosto chi montai
+con le braccia mavvinse e mi sostenne;
+
+e disse: Geron, moviti omai:
+le rote larghe, e lo scender sia poco;
+pensa la nova soma che tu hai.
+
+Come la navicella esce di loco
+in dietro in dietro, s quindi si tolse;
+e poi chal tutto si sent a gioco,
+
+l v era l petto, la coda rivolse,
+e quella tesa, come anguilla, mosse,
+e con le branche laere a s raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+quando Fetonte abbandon li freni,
+per che l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+n quando Icaro misero le reni
+sent spennar per la scaldata cera,
+gridando il padre a lui Mala via tieni!,
+
+che fu la mia, quando vidi chi era
+ne laere dogne parte, e vidi spenta
+ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta;
+rota e discende, ma non me naccorgo
+se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia gi da la man destra il gorgo
+far sotto noi un orribile scroscio,
+per che con li occhi n gi la testa sporgo.
+
+Allor fu io pi timido a lo stoscio,
+per chi vidi fuochi e senti pianti;
+ond io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, ch nol vedea davanti,
+lo scendere e l girar per li gran mali
+che sappressavan da diversi canti.
+
+Come l falcon ch stato assai su lali,
+che sanza veder logoro o uccello
+fa dire al falconiere Om, tu cali!,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+per cento rote, e da lunge si pone
+dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+cos ne puose al fondo Gerone
+al pi al pi de la stagliata rocca,
+e, discarcate le nostre persone,
+
+si dilegu come da corda cocca.
+
+
+
+Inferno Canto XVIII
+
+
+Luogo in inferno detto Malebolge,
+tutto di pietra di color ferrigno,
+come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+di cui suo loco dicer lordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque tondo
+tra l pozzo e l pi de lalta ripa dura,
+e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+pi e pi fossi cingon li castelli,
+la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+e come a tai fortezze da lor sogli
+a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+cos da imo de la roccia scogli
+movien che ricidien li argini e fossi
+infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+di Geron, trovammoci; e l poeta
+tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+novo tormento e novi frustatori,
+di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+dal mezzo in qua ci venien verso l volto,
+di l con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per lessercito molto,
+lanno del giubileo, su per lo ponte
+hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da lun lato tutti hanno la fronte
+verso l castello e vanno a Santo Pietro,
+da laltra sponda vanno verso l monte.
+
+Di qua, di l, su per lo sasso tetro
+vidi demon cornuti con gran ferze,
+che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+a le prime percosse! gi nessuno
+le seconde aspettava n le terze.
+
+Mentr io andava, li occhi miei in uno
+furo scontrati; e io s tosto dissi:
+Gi di veder costui non son digiuno.
+
+Per cho a figurarlo i piedi affissi;
+e l dolce duca meco si ristette,
+e assentio chalquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+bassando l viso; ma poco li valse,
+chio dissi: O tu che locchio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+Venedico se tu Caccianemico.
+Ma che ti mena a s pungenti salse?.
+
+Ed elli a me: Mal volontier lo dico;
+ma sforzami la tua chiara favella,
+che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I fui colui che la Ghisolabella
+condussi a far la voglia del marchese,
+come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+anzi n questo loco tanto pieno,
+che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer sipa tra Svena e Reno;
+e se di ci vuoi fede o testimonio,
+rcati a mente il nostro avaro seno.
+
+Cos parlando il percosse un demonio
+de la sua scurada, e disse: Via,
+ruffian! qui non son femmine da conio.
+
+I mi raggiunsi con la scorta mia;
+poscia con pochi passi divenimmo
+l v uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+e vlti a destra su per la sua scheggia,
+da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo l dov el vaneggia
+di sotto per dar passo a li sferzati,
+lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest altri mal nati,
+ai quali ancor non vedesti la faccia
+per che son con noi insieme andati.
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+che vena verso noi da laltra banda,
+e che la ferza similmente scaccia.
+
+E l buon maestro, sanza mia dimanda,
+mi disse: Guarda quel grande che vene,
+e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+Quelli Iasn, che per cuore e per senno
+li Colchi del monton privati fne.
+
+Ello pass per lisola di Lenno
+poi che lardite femmine spietate
+tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+Isifile ingann, la giovinetta
+che prima avea tutte laltre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+tal colpa a tal martiro lui condanna;
+e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+e questo basti de la prima valle
+sapere e di color che n s assanna.
+
+Gi eravam l ve lo stretto calle
+con largine secondo sincrocicchia,
+e fa di quello ad un altr arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ne laltra bolgia e che col muso scuffa,
+e s medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate duna muffa,
+per lalito di gi che vi sappasta,
+che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo cupo s, che non ci basta
+loco a veder sanza montare al dosso
+de larco, ove lo scoglio pi sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
+vidi gente attuffata in uno sterco
+che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre chio l gi con locchio cerco,
+vidi un col capo s di merda lordo,
+che non para sera laico o cherco.
+
+Quei mi sgrid: Perch se tu s gordo
+di riguardar pi me che li altri brutti?.
+E io a lui: Perch, se ben ricordo,
+
+gi tho veduto coi capelli asciutti,
+e se Alessio Interminei da Lucca:
+per tadocchio pi che li altri tutti.
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+Qua gi mhanno sommerso le lusinghe
+ond io non ebbi mai la lingua stucca.
+
+Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
+mi disse, il viso un poco pi avante,
+s che la faccia ben con locchio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+che l si graffia con lunghie merdose,
+e or saccoscia e ora in piedi stante.
+
+Tade , la puttana che rispuose
+al drudo suo quando disse Ho io grazie
+grandi apo te?: Anzi maravigliose!.
+
+E quinci sian le nostre viste sazie.
+
+
+
+Inferno Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+che le cose di Dio, che di bontate
+deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+or convien che per voi suoni la tromba,
+per che ne la terza bolgia state.
+
+Gi eravamo, a la seguente tomba,
+montati de lo scoglio in quella parte
+cha punto sovra mezzo l fosso piomba.
+
+O somma sapenza, quanta larte
+che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+e quanto giusto tua virt comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+piena la pietra livida di fri,
+dun largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi n maggiori
+che que che son nel mio bel San Giovanni,
+fatti per loco di battezzatori;
+
+lun de li quali, ancor non molt anni,
+rupp io per un che dentro vannegava:
+e questo sia suggel chogn omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+dun peccator li piedi e de le gambe
+infino al grosso, e laltro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+per che s forte guizzavan le giunte,
+che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+muoversi pur su per la strema buccia,
+tal era l dai calcagni a le punte.
+
+Chi colui, maestro, che si cruccia
+guizzando pi che li altri suoi consorti,
+diss io, e cui pi roggia fiamma succia?.
+
+Ed elli a me: Se tu vuo chi ti porti
+l gi per quella ripa che pi giace,
+da lui saprai di s e de suoi torti.
+
+E io: Tanto m bel, quanto a te piace:
+tu se segnore, e sai chi non mi parto
+dal tuo volere, e sai quel che si tace.
+
+Allor venimmo in su largine quarto;
+volgemmo e discendemmo a mano stanca
+l gi nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+non mi dipuose, s mi giunse al rotto
+di quel che si piangeva con la zanca.
+
+O qual che se che l di s tien di sotto,
+anima trista come pal commessa,
+comincia io a dir, se puoi, fa motto.
+
+Io stava come l frate che confessa
+lo perfido assessin, che, poi ch fitto,
+richiama lui per che la morte cessa.
+
+Ed el grid: Se tu gi cost ritto,
+se tu gi cost ritto, Bonifazio?
+Di parecchi anni mi ment lo scritto.
+
+Se tu s tosto di quell aver sazio
+per lo qual non temesti trre a nganno
+la bella donna, e poi di farne strazio?.
+
+Tal mi fec io, quai son color che stanno,
+per non intender ci ch lor risposto,
+quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
+Non son colui, non son colui che credi;
+e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+poi, sospirando e con voce di pianto,
+mi disse: Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper chi sia ti cal cotanto,
+che tu abbi per la ripa corsa,
+sappi chi fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de lorsa,
+cupido s per avanzar li orsatti,
+che s lavere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+che precedetter me simoneggiando,
+per le fessure de la pietra piatti.
+
+L gi cascher io altres quando
+verr colui chi credea che tu fossi,
+allor chi feci l sbito dimando.
+
+Ma pi l tempo gi che i pi mi cossi
+e chi son stato cos sottosopra,
+chel non star piantato coi pi rossi:
+
+ch dopo lui verr di pi laida opra,
+di ver ponente, un pastor sanza legge,
+tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Nuovo Iasn sar, di cui si legge
+ne Maccabei; e come a quel fu molle
+suo re, cos fia lui chi Francia regge.
+
+Io non so si mi fui qui troppo folle,
+chi pur rispuosi lui a questo metro:
+Deh, or mi d: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+chei ponesse le chiavi in sua bala?
+Certo non chiese se non Viemmi retro.
+
+N Pier n li altri tolsero a Matia
+oro od argento, quando fu sortito
+al loco che perd lanima ria.
+
+Per ti sta, ch tu se ben punito;
+e guarda ben la mal tolta moneta
+chesser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse chancor lo mi vieta
+la reverenza de le somme chiavi
+che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor pi gravi;
+ch la vostra avarizia il mondo attrista,
+calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor saccorse il Vangelista,
+quando colei che siede sopra lacque
+puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+e da le diece corna ebbe argomento,
+fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto vavete dio doro e dargento;
+e che altro da voi a lidolatre,
+se non chelli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+non la tua conversion, ma quella dote
+che da te prese il primo ricco patre!.
+
+E mentr io li cantava cotai note,
+o ira o coscenza che l mordesse,
+forte spingava con ambo le piote.
+
+I credo ben chal mio duca piacesse,
+con s contenta labbia sempre attese
+lo suon de le parole vere espresse.
+
+Per con ambo le braccia mi prese;
+e poi che tutto su mi sebbe al petto,
+rimont per la via onde discese.
+
+N si stanc davermi a s distretto,
+s men port sovra l colmo de larco
+che dal quarto al quinto argine tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+soave per lo scoglio sconcio ed erto
+che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+Inferno Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+e dar matera al ventesimo canto
+de la prima canzon, ch di sommersi.
+
+Io era gi disposto tutto quanto
+a riguardar ne lo scoperto fondo,
+che si bagnava dangoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+venir, tacendo e lagrimando, al passo
+che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come l viso mi scese in lor pi basso,
+mirabilmente apparve esser travolto
+ciascun tra l mento e l principio del casso,
+
+ch da le reni era tornato l volto,
+e in dietro venir li convenia,
+perch l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza gi di parlasia
+si travolse cos alcun del tutto;
+ma io nol vidi, n credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+di tua lezione, or pensa per te stesso
+com io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+vidi s torta, che l pianto de li occhi
+le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de rocchi
+del duro scoglio, s che la mia scorta
+mi disse: Ancor se tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la piet quand ben morta;
+chi pi scellerato che colui
+che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+saperse a li occhi di Teban la terra;
+per chei gridavan tutti: Dove rui,
+
+Anfarao? perch lasci la guerra?.
+E non rest di ruinare a valle
+fino a Mins che ciascheduno afferra.
+
+Mira cha fatto petto de le spalle;
+perch volle veder troppo davante,
+di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che mut sembiante
+quando di maschio femmina divenne,
+cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+li duo serpenti avvolti, con la verga,
+che ravesse le maschili penne.
+
+Aronta quel chal ventre li satterga,
+che ne monti di Luni, dove ronca
+lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra bianchi marmi la spelonca
+per sua dimora; onde a guardar le stelle
+e l mar non li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+e ha di l ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cerc per terre molte;
+poscia si puose l dove nacqu io;
+onde un poco mi piace che mascolte.
+
+Poscia che l padre suo di vita usco
+e venne serva la citt di Baco,
+questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+a pi de lAlpe che serra Lamagna
+sovra Tiralli, cha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e pi si bagna
+tra Garda e Val Camonica e Pennino
+de lacqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco nel mezzo l dove l trentino
+pastore e quel di Brescia e l veronese
+segnar poria, se fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ove la riva ntorno pi discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ci che n grembo a Benaco star non pu,
+e fassi fiume gi per verdi paschi.
+
+Tosto che lacqua a correr mette co,
+non pi Benaco, ma Mencio si chiama
+fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, chel trova una lama,
+ne la qual si distende e la mpaluda;
+e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+vide terra, nel mezzo del pantano,
+sanza coltura e dabitanti nuda.
+
+L, per fuggire ogne consorzio umano,
+ristette con suoi servi a far sue arti,
+e visse, e vi lasci suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che ntorno erano sparti
+saccolsero a quel loco, chera forte
+per lo pantan chavea da tutte parti.
+
+Fer la citt sovra quell ossa morte;
+e per colei che l loco prima elesse,
+Manta lappellar sanz altra sorte.
+
+Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
+prima che la mattia da Casalodi
+da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Per tassenno che, se tu mai odi
+originar la mia terra altrimenti,
+la verit nulla menzogna frodi.
+
+E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
+mi son s certi e prendon s mia fede,
+che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ch solo a ci la mia mente rifiede.
+
+Allor mi disse: Quel che da la gota
+porge la barba in su le spalle brune,
+fuquando Grecia fu di maschi vta,
+
+s cha pena rimaser per le cune
+augure, e diede l punto con Calcanta
+in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e cos l canta
+lalta mia trageda in alcun loco:
+ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell altro che ne fianchi cos poco,
+Michele Scotto fu, che veramente
+de le magiche frode seppe l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+chavere inteso al cuoio e a lo spago
+ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron lago,
+la spuola e l fuso, e fecersi ndivine;
+fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, ch gi tiene l confine
+damendue li emisperi e tocca londa
+sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e gi iernotte fu la luna tonda:
+ben ten de ricordar, ch non ti nocque
+alcuna volta per la selva fonda.
+
+S mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+Inferno Canto XXI
+
+
+Cos di ponte in ponte, altro parlando
+che la mia comeda cantar non cura,
+venimmo; e tenavamo l colmo, quando
+
+restammo per veder laltra fessura
+di Malebolge e li altri pianti vani;
+e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne larzan de Viniziani
+bolle linverno la tenace pece
+a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ch navicar non ponnoin quella vece
+chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+le coste a quel che pi vaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+altri fa remi e altri volge sarte;
+chi terzeruolo e artimon rintoppa:
+
+tal, non per foco ma per divin arte,
+bollia l giuso una pegola spessa,
+che nviscava la ripa dogne parte.
+
+I vedea lei, ma non veda in essa
+mai che le bolle che l bollor levava,
+e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr io l gi fisamente mirava,
+lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
+mi trasse a s del loco dov io stava.
+
+Allor mi volsi come luom cui tarda
+di veder quel che li convien fuggire
+e cui paura sbita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia l partire:
+e vidi dietro a noi un diavol nero
+correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant elli era ne laspetto fero!
+e quanto mi parea ne latto acerbo,
+con lali aperte e sovra i pi leggero!
+
+Lomero suo, chera aguto e superbo,
+carcava un peccator con ambo lanche,
+e quei tenea de pi ghermito l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: O Malebranche,
+ecco un de li anzan di Santa Zita!
+Mettetel sotto, chi torno per anche
+
+a quella terra, che n ben fornita:
+ogn uom v barattier, fuor che Bonturo;
+del no, per li denar, vi si fa ita.
+
+L gi l butt, e per lo scoglio duro
+si volse; e mai non fu mastino sciolto
+con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel sattuff, e torn s convolto;
+ma i demon che del ponte avean coperchio,
+gridar: Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+Per, se tu non vuo di nostri graffi,
+non far sopra la pegola soverchio.
+
+Poi laddentar con pi di cento raffi,
+disser: Coverto convien che qui balli,
+s che, se puoi, nascosamente accaffi.
+
+Non altrimenti i cuoci a lor vassalli
+fanno attuffare in mezzo la caldaia
+la carne con li uncin, perch non galli.
+
+Lo buon maestro Acci che non si paia
+che tu ci sia, mi disse, gi tacquatta
+dopo uno scheggio, chalcun schermo taia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+non temer tu, chi ho le cose conte,
+perch altra volta fui a tal baratta.
+
+Poscia pass di l dal co del ponte;
+e com el giunse in su la ripa sesta,
+mestier li fu daver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+chescono i cani a dosso al poverello
+che di sbito chiede ove sarresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+e volser contra lui tutt i runcigli;
+ma el grid: Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che luncin vostro mi pigli,
+traggasi avante lun di voi che moda,
+e poi darruncigliarmi si consigli.
+
+Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
+per chun si mossee li altri stetter fermi
+e venne a lui dicendo: Che li approda?.
+
+Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+esser venuto, disse l mio maestro,
+sicuro gi da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+Lascian andar, ch nel cielo voluto
+chi mostri altrui questo cammin silvestro.
+
+Allor li fu lorgoglio s caduto,
+che si lasci cascar luncino a piedi,
+e disse a li altri: Omai non sia feruto.
+
+E l duca mio a me: O tu che siedi
+tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+sicuramente omai a me ti riedi.
+
+Per chio mi mossi e a lui venni ratto;
+e i diavoli si fecer tutti avanti,
+s chio temetti chei tenesser patto;
+
+cos vid o gi temer li fanti
+chuscivan patteggiati di Caprona,
+veggendo s tra nemici cotanti.
+
+I maccostai con tutta la persona
+lungo l mio duca, e non torceva li occhi
+da la sembianza lor chera non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e Vuo che l tocchi,
+diceva lun con laltro, in sul groppone?.
+E rispondien: S, fa che gliel accocchi.
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+col duca mio, si volse tutto presto
+e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
+
+Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
+iscoglio non si pu, per che giace
+tutto spezzato al fondo larco sesto.
+
+E se landare avante pur vi piace,
+andatevene su per questa grotta;
+presso un altro scoglio che via face.
+
+Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta,
+mille dugento con sessanta sei
+anni compi che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso l di questi miei
+a riguardar salcun se ne sciorina;
+gite con lor, che non saranno rei.
+
+Trati avante, Alichino, e Calcabrina,
+cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
+e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn oltre e Draghignazzo,
+Ciratto sannuto e Graffiacane
+e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate ntorno le boglienti pane;
+costor sian salvi infino a laltro scheggio
+che tutto intero va sovra le tane.
+
+Om, maestro, che quel chi veggio?,
+diss io, deh, sanza scorta andianci soli,
+se tu sa ir; chi per me non la cheggio.
+
+Se tu se s accorto come suoli,
+non vedi tu che digrignan li denti
+e con le ciglia ne minaccian duoli?.
+
+Ed elli a me: Non vo che tu paventi;
+lasciali digrignar pur a lor senno,
+che fanno ci per li lessi dolenti.
+
+Per largine sinistro volta dienno;
+ma prima avea ciascun la lingua stretta
+coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+Inferno Canto XXII
+
+
+Io vidi gi cavalier muover campo,
+e cominciare stormo e far lor mostra,
+e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+o Aretini, e vidi gir gualdane,
+fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+con tamburi e con cenni di castella,
+e con cose nostrali e con istrane;
+
+n gi con s diversa cennamella
+cavalier vidi muover n pedoni,
+n nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia ntesa,
+per veder de la bolgia ogne contegno
+e de la gente chentro vera incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+a marinar con larco de la schiena
+che sargomentin di campar lor legno,
+
+talor cos, ad alleggiar la pena,
+mostrav alcun de peccatori l dosso
+e nascondea in men che non balena.
+
+E come a lorlo de lacqua dun fosso
+stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+s che celano i piedi e laltro grosso,
+
+s stavan dogne parte i peccatori;
+ma come sappressava Barbariccia,
+cos si ritran sotto i bollori.
+
+I vidi, e anco il cor me naccapriccia,
+uno aspettar cos, com elli ncontra
+chuna rana rimane e laltra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era pi di contra,
+li arruncigli le mpegolate chiome
+e trassel s, che mi parve una lontra.
+
+I sapea gi di tutti quanti l nome,
+s li notai quando fuorono eletti,
+e poi che si chiamaro, attesi come.
+
+O Rubicante, fa che tu li metti
+li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
+gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
+che tu sappi chi lo sciagurato
+venuto a man de li avversari suoi.
+
+Lo duca mio li saccost allato;
+domandollo ond ei fosse, e quei rispuose:
+I fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo dun segnor mi puose,
+che mavea generato dun ribaldo,
+distruggitor di s e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+quivi mi misi a far baratteria,
+di chio rendo ragione in questo caldo.
+
+E Ciratto, a cui di bocca uscia
+dogne parte una sanna come a porco,
+li f sentir come luna sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto l sorco;
+ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+e disse: State in l, mentr io lo nforco.
+
+E al maestro mio volse la faccia;
+Domanda, disse, ancor, se pi disii
+saper da lui, prima chaltri l disfaccia.
+
+Lo duca dunque: Or d: de li altri rii
+conosci tu alcun che sia latino
+sotto la pece?. E quelli: I mi partii,
+
+poco , da un che fu di l vicino.
+Cos foss io ancor con lui coperto,
+chi non temerei unghia n uncino!.
+
+E Libicocco Troppo avem sofferto,
+disse; e preseli l braccio col runciglio,
+s che, stracciando, ne port un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+giuso a le gambe; onde l decurio loro
+si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand elli un poco rappaciati fuoro,
+a lui, chancor mirava sua ferita,
+domand l duca mio sanza dimoro:
+
+Chi fu colui da cui mala partita
+di che facesti per venire a proda?.
+Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel dogne froda,
+chebbe i nemici di suo donno in mano,
+e f s lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse e lasciolli di piano,
+s com e dice; e ne li altri offici anche
+barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+di Logodoro; e a dir di Sardigna
+le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Om, vedete laltro che digrigna;
+i direi anche, ma i temo chello
+non sapparecchi a grattarmi la tigna.
+
+E l gran proposto, vlto a Farfarello
+che stralunava li occhi per fedire,
+disse: Fatti n cost, malvagio uccello!.
+
+Se voi volete vedere o udire,
+ricominci lo sparato appresso,
+Toschi o Lombardi, io ne far venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+s chei non teman de le lor vendette;
+e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un chio son, ne far venir sette
+quand io suffoler, com nostro uso
+di fare allor che fori alcun si mette.
+
+Cagnazzo a cotal motto lev l muso,
+crollando l capo, e disse: Odi malizia
+chelli ha pensata per gittarsi giuso!.
+
+Ond ei, chavea lacciuoli a gran divizia,
+rispuose: Malizioso son io troppo,
+quand io procuro a mia maggior trestizia.
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
+io non ti verr dietro di gualoppo,
+
+ma batter sovra la pece lali.
+Lascisi l collo, e sia la ripa scudo,
+a veder se tu sol pi di noi vali.
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ciascun da laltra costa li occhi volse,
+quel prima, cha ci fare era pi crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ferm le piante a terra, e in un punto
+salt e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ma quei pi che cagion fu del difetto;
+per si mosse e grid: Tu se giunto!.
+
+Ma poco i valse: ch lali al sospetto
+non potero avanzar; quelli and sotto,
+e quei drizz volando suso il petto:
+
+non altrimenti lanitra di botto,
+quando l falcon sappressa, gi sattuffa,
+ed ei ritorna s crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+volando dietro li tenne, invaghito
+che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come l barattier fu disparito,
+cos volse li artigli al suo compagno,
+e fu con lui sopra l fosso ghermito.
+
+Ma laltro fu bene sparvier grifagno
+ad artigliar ben lui, e amendue
+cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor sbito fue;
+ma per di levarsi era neente,
+s avieno inviscate lali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+quattro ne f volar da laltra costa
+con tutt i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di l discesero a la posta;
+porser li uncini verso li mpaniati,
+cheran gi cotti dentro da la crosta.
+
+E noi lasciammo lor cos mpacciati.
+
+
+
+Inferno Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+nandavam lun dinanzi e laltro dopo,
+come frati minor vanno per via.
+
+Vlt era in su la favola dIsopo
+lo mio pensier per la presente rissa,
+dov el parl de la rana e del topo;
+
+ch pi non si pareggia mo e issa
+che lun con laltro fa, se ben saccoppia
+principio e fine con la mente fissa.
+
+E come lun pensier de laltro scoppia,
+cos nacque di quello un altro poi,
+che la prima paura mi f doppia.
+
+Io pensava cos: Questi per noi
+sono scherniti con danno e con beffa
+s fatta, chassai credo che lor ni.
+
+Se lira sovra l mal voler saggueffa,
+ei ne verranno dietro pi crudeli
+che l cane a quella lievre chelli acceffa.
+
+Gi mi sentia tutti arricciar li peli
+de la paura e stava in dietro intento,
+quand io dissi: Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i ho pavento
+di Malebranche. Noi li avem gi dietro;
+io li magino s, che gi li sento.
+
+E quei: Si fossi di piombato vetro,
+limagine di fuor tua non trarrei
+pi tosto a me, che quella dentro mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo pensier tra miei,
+con simile atto e con simile faccia,
+s che dintrambi un sol consiglio fei.
+
+Selli che s la destra costa giaccia,
+che noi possiam ne laltra bolgia scendere,
+noi fuggirem limaginata caccia.
+
+Gi non compi di tal consiglio rendere,
+chio li vidi venir con lali tese
+non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di sbito mi prese,
+come la madre chal romore desta
+e vede presso a s le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non sarresta,
+avendo pi di lui che di s cura,
+tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e gi dal collo de la ripa dura
+supin si diede a la pendente roccia,
+che lun de lati a laltra bolgia tura.
+
+Non corse mai s tosto acqua per doccia
+a volger ruota di molin terragno,
+quand ella pi verso le pale approccia,
+
+come l maestro mio per quel vivagno,
+portandosene me sovra l suo petto,
+come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
+del fondo gi, che furon in sul colle
+sovresso noi; ma non l era sospetto:
+
+ch lalta provedenza che lor volle
+porre ministri de la fossa quinta,
+poder di partirs indi a tutti tolle.
+
+L gi trovammo una gente dipinta
+che giva intorno assai con lenti passi,
+piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+che in Clugn per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, s chelli abbaglia;
+ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+vena s pian, che noi eravam nuovi
+di compagnia ad ogne mover danca.
+
+Per chio al duca mio: Fa che tu trovi
+alcun chal fatto o al nome si conosca,
+e li occhi, s andando, intorno movi.
+
+E un che ntese la parola tosca,
+di retro a noi grid: Tenete i piedi,
+voi che correte s per laura fosca!
+
+Forse chavrai da me quel che tu chiedi.
+Onde l duca si volse e disse: Aspetta,
+e poi secondo il suo passo procedi.
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+de lanimo, col viso, desser meco;
+ma tardavali l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con locchio bieco
+mi rimiraron sanza far parola;
+poi si volsero in s, e dicean seco:
+
+Costui par vivo a latto de la gola;
+e se son morti, per qual privilegio
+vanno scoperti de la grave stola?.
+
+Poi disser me: O Tosco, chal collegio
+de lipocriti tristi se venuto,
+dir chi tu se non avere in dispregio.
+
+E io a loro: I fui nato e cresciuto
+sovra l bel fiume dArno a la gran villa,
+e son col corpo chi ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+quant i veggio dolor gi per le guance?
+e che pena in voi che s sfavilla?.
+
+E lun rispuose a me: Le cappe rance
+son di piombo s grosse, che li pesi
+fan cos cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+io Catalano e questi Loderingo
+nomati, e da tua terra insieme presi
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+per conservar sua pace; e fummo tali,
+chancor si pare intorno dal Gardingo.
+
+Io cominciai: O frati, i vostri mali . . . ;
+ma pi non dissi, cha locchio mi corse
+un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+soffiando ne la barba con sospiri;
+e l frate Catalan, cha ci saccorse,
+
+mi disse: Quel confitto che tu miri,
+consigli i Farisei che convenia
+porre un uom per lo popolo a martri.
+
+Attraversato , nudo, ne la via,
+come tu vedi, ed mestier chel senta
+qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+in questa fossa, e li altri dal concilio
+che fu per li Giudei mala sementa.
+
+Allor vid io maravigliar Virgilio
+sovra colui chera disteso in croce
+tanto vilmente ne letterno essilio.
+
+Poscia drizz al frate cotal voce:
+Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+sa la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+sanza costrigner de li angeli neri
+che vegnan desto fondo a dipartirci.
+
+Rispuose adunque: Pi che tu non speri
+sappressa un sasso che da la gran cerchia
+si move e varca tutt i vallon feri,
+
+salvo che n questo rotto e nol coperchia;
+montar potrete su per la ruina,
+che giace in costa e nel fondo soperchia.
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+poi disse: Mal contava la bisogna
+colui che i peccator di qua uncina.
+
+E l frate: Io udi gi dire a Bologna
+del diavol vizi assai, tra quali udi
+chelli bugiardo, e padre di menzogna.
+
+Appresso il duca a gran passi sen g,
+turbato un poco dira nel sembiante;
+ond io da li ncarcati mi parti
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+Inferno Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+che l sole i crin sotto lAquario tempra
+e gi le notti al mezzo d sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+limagine di sua sorella bianca,
+ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+si leva, e guarda, e vede la campagna
+biancheggiar tutta; ond ei si batte lanca,
+
+ritorna in casa, e qua e l si lagna,
+come l tapin che non sa che si faccia;
+poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo l mondo aver cangiata faccia
+in poco dora, e prende suo vincastro
+e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Cos mi fece sbigottir lo mastro
+quand io li vidi s turbar la fronte,
+e cos tosto al mal giunse lo mpiastro;
+
+ch, come noi venimmo al guasto ponte,
+lo duca a me si volse con quel piglio
+dolce chio vidi prima a pi del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+eletto seco riguardando prima
+ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei chadopera ed estima,
+che sempre par che nnanzi si proveggia,
+cos, levando me s ver la cima
+
+dun ronchione, avvisava unaltra scheggia
+dicendo: Sovra quella poi taggrappa;
+ma tenta pria s tal chella ti reggia.
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+potavam s montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+pi che da laltro era la costa corta,
+non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perch Malebolge inver la porta
+del bassissimo pozzo tutta pende,
+lo sito di ciascuna valle porta
+
+che luna costa surge e laltra scende;
+noi pur venimmo al fine in su la punta
+onde lultima pietra si scoscende.
+
+La lena mera del polmon s munta
+quand io fui s, chi non potea pi oltre,
+anzi massisi ne la prima giunta.
+
+Omai convien che tu cos ti spoltre,
+disse l maestro; ch, seggendo in piuma,
+in fama non si vien, n sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+cotal vestigio in terra di s lascia,
+qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E per leva s; vinci lambascia
+con lanimo che vince ogne battaglia,
+se col suo grave corpo non saccascia.
+
+Pi lunga scala convien che si saglia;
+non basta da costoro esser partito.
+Se tu mi ntendi, or fa s che ti vaglia.
+
+Levami allor, mostrandomi fornito
+meglio di lena chi non mi sentia,
+e dissi: Va, chi son forte e ardito.
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+chera ronchioso, stretto e malagevole,
+ed erto pi assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+onde una voce usc de laltro fosso,
+a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra l dosso
+fossi de larco gi che varca quivi;
+ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
+non poteano ire al fondo per lo scuro;
+per chio: Maestro, fa che tu arrivi
+
+da laltro cinghio e dismontiam lo muro;
+ch, com i odo quinci e non intendo,
+cos gi veggio e neente affiguro.
+
+Altra risposta, disse, non ti rendo
+se non lo far; ch la dimanda onesta
+si de seguir con lopera tacendo.
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+dove saggiugne con lottava ripa,
+e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+di serpenti, e di s diversa mena
+che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Pi non si vanti Libia con sua rena;
+ch se chelidri, iaculi e faree
+produce, e cencri con anfisibena,
+
+n tante pestilenzie n s ree
+mostr gi mai con tutta lEtopia
+n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+corran genti nude e spaventate,
+sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+quelle ficcavan per le ren la coda
+e l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un chera da nostra proda,
+savvent un serpente che l trafisse
+l dove l collo a le spalle sannoda.
+
+N O s tosto mai n I si scrisse,
+com el saccese e arse, e cener tutto
+convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra s distrutto,
+la polver si raccolse per s stessa
+e n quel medesmo ritorn di butto.
+
+Cos per li gran savi si confessa
+che la fenice more e poi rinasce,
+quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba n biado in sua vita non pasce,
+ma sol dincenso lagrime e damomo,
+e nardo e mirra son lultime fasce.
+
+E qual quel che cade, e non sa como,
+per forza di demon cha terra il tira,
+o daltra oppilazion che lega lomo,
+
+quando si leva, che ntorno si mira
+tutto smarrito de la grande angoscia
+chelli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era l peccator levato poscia.
+Oh potenza di Dio, quant severa,
+che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domand poi chi ello era;
+per chei rispuose: Io piovvi di Toscana,
+poco tempo , in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+s come a mul chi fui; son Vanni Fucci
+bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
+
+E o al duca: Dilli che non mucci,
+e domanda che colpa qua gi l pinse;
+chio l vidi uomo di sangue e di crucci.
+
+E l peccator, che ntese, non sinfinse,
+ma drizz verso me lanimo e l volto,
+e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: Pi mi duol che tu mhai colto
+ne la miseria dove tu mi vedi,
+che quando fui de laltra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+in gi son messo tanto perch io fui
+ladro a la sagrestia di belli arredi,
+
+e falsamente gi fu apposto altrui.
+Ma perch di tal vista tu non godi,
+se mai sarai di fuor da luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+Pistoia in pria di Neri si dimagra;
+poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ch di torbidi nuvoli involuto;
+e con tempesta impetosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ond ei repente spezzer la nebbia,
+s chogne Bianco ne sar feruto.
+
+E detto lho perch doler ti debbia!.
+
+
+
+Inferno Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+le mani alz con amendue le fiche,
+gridando: Togli, Dio, cha te le squadro!.
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+perch una li savvolse allora al collo,
+come dicesse Non vo che pi diche;
+
+e unaltra a le braccia, e rilegollo,
+ribadendo s stessa s dinanzi,
+che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
+dincenerarti s che pi non duri,
+poi che n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt i cerchi de lo nferno scuri
+non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+non quel che cadde a Tebe gi da muri.
+
+El si fugg che non parl pi verbo;
+e io vidi un centauro pien di rabbia
+venir chiamando: Ov , ov lacerbo?.
+
+Maremma non cred io che tante nabbia,
+quante bisce elli avea su per la groppa
+infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+con lali aperte li giacea un draco;
+e quello affuoca qualunque sintoppa.
+
+Lo mio maestro disse: Questi Caco,
+che, sotto l sasso di monte Aventino,
+di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co suoi fratei per un cammino,
+per lo furto che frodolente fece
+del grande armento chelli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+sotto la mazza dErcule, che forse
+gliene di cento, e non sent le diece.
+
+Mentre che s parlava, ed el trascorse,
+e tre spiriti venner sotto noi,
+de quai n io n l duca mio saccorse,
+
+se non quando gridar: Chi siete voi?;
+per che nostra novella si ristette,
+e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+come suol seguitar per alcun caso,
+che lun nomar un altro convenette,
+
+dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
+per chio, acci che l duca stesse attento,
+mi puosi l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se or, lettore, a creder lento
+ci chio dir, non sar maraviglia,
+ch io che l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com io tenea levate in lor le ciglia,
+e un serpente con sei pi si lancia
+dinanzi a luno, e tutto a lui sappiglia.
+
+Co pi di mezzo li avvinse la pancia
+e con li anteror le braccia prese;
+poi li addent e luna e laltra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+e miseli la coda tra mbedue
+e dietro per le ren s la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ad alber s, come lorribil fiera
+per laltrui membra avviticchi le sue.
+
+Poi sappiccar, come di calda cera
+fossero stati, e mischiar lor colore,
+n lun n laltro gi parea quel chera:
+
+come procede innanzi da lardore,
+per lo papiro suso, un color bruno
+che non nero ancora e l bianco more.
+
+Li altri due l riguardavano, e ciascuno
+gridava: Om, Agnel, come ti muti!
+Vedi che gi non se n due n uno.
+
+Gi eran li due capi un divenuti,
+quando napparver due figure miste
+in una faccia, ov eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+le cosce con le gambe e l ventre e l casso
+divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+due e nessun limagine perversa
+parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come l ramarro sotto la gran fersa
+dei d canicular, cangiando sepe,
+folgore par se la via attraversa,
+
+s pareva, venendo verso lepe
+de li altri due, un serpentello acceso,
+livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima preso
+nostro alimento, a lun di lor trafisse;
+poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto l mir, ma nulla disse;
+anzi, co pi fermati, sbadigliava
+pur come sonno o febbre lassalisse.
+
+Elli l serpente e quei lui riguardava;
+lun per la piaga e laltro per la bocca
+fummavan forte, e l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai l dov e tocca
+del misero Sabello e di Nasidio,
+e attenda a udir quel chor si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e dAretusa Ovidio,
+ch se quello in serpente e quella in fonte
+converte poetando, io non lo nvidio;
+
+ch due nature mai a fronte a fronte
+non trasmut s chamendue le forme
+a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+che l serpente la coda in forca fesse,
+e l feruto ristrinse insieme lorme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+sappiccar s, che n poco la giuntura
+non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+che si perdeva l, e la sua pelle
+si facea molle, e quella di l dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per lascelle,
+e i due pi de la fiera, cheran corti,
+tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li pi di rietro, insieme attorti,
+diventaron lo membro che luom cela,
+e l misero del suo navea due porti.
+
+Mentre che l fummo luno e laltro vela
+di color novo, e genera l pel suso
+per luna parte e da laltra il dipela,
+
+lun si lev e laltro cadde giuso,
+non torcendo per le lucerne empie,
+sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel chera dritto, il trasse ver le tempie,
+e di troppa matera chin l venne
+uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ci che non corse in dietro e si ritenne
+di quel soverchio, f naso a la faccia
+e le labbra ingross quanto convenne.
+
+Quel che giaca, il muso innanzi caccia,
+e li orecchi ritira per la testa
+come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, chava unita e presta
+prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ne laltro si richiude; e l fummo resta.
+
+Lanima chera fiera divenuta,
+suffolando si fugge per la valle,
+e laltro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+e disse a laltro: I vo che Buoso corra,
+com ho fatt io, carpon per questo calle.
+
+Cos vid io la settima zavorra
+mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+la novit se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+fossero alquanto e lanimo smagato,
+non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+chi non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ed era quel che sol, di tre compagni
+che venner prima, non era mutato;
+
+laltr era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+Inferno Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se s grande
+che per mare e per terra batti lali,
+e per lo nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+di quel che Prato, non chaltri, tagogna.
+
+E se gi fosse, non saria per tempo.
+Cos foss ei, da che pur esser dee!
+ch pi mi graver, com pi mattempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+che navea fatto iborni a scender pria,
+rimont l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio
+lo pi sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+quando drizzo la mente a ci chio vidi,
+e pi lo ngegno affreno chi non soglio,
+
+perch non corra che virt nol guidi;
+s che, se stella bona o miglior cosa
+mha dato l ben, chio stessi nol minvidi.
+
+Quante l villan chal poggio si riposa,
+nel tempo che colui che l mondo schiara
+la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede a la zanzara,
+vede lucciole gi per la vallea,
+forse col dov e vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+lottava bolgia, s com io maccorsi
+tosto che fui l ve l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengi con li orsi
+vide l carro dElia al dipartire,
+quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea s con li occhi seguire,
+chel vedesse altro che la fiamma sola,
+s come nuvoletta, in s salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+del fosso, ch nessuna mostra l furto,
+e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra l ponte a veder surto,
+s che sio non avessi un ronchion preso,
+caduto sarei gi sanz esser urto.
+
+E l duca che mi vide tanto atteso,
+disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
+catun si fascia di quel chelli inceso.
+
+Maestro mio, rispuos io, per udirti
+son io pi certo; ma gi mera avviso
+che cos fosse, e gi voleva dirti:
+
+chi n quel foco che vien s diviso
+di sopra, che par surger de la pira
+dov Etecle col fratel fu miso?.
+
+Rispuose a me: L dentro si martira
+Ulisse e Domede, e cos insieme
+a la vendetta vanno come a lira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+lagguato del caval che f la porta
+onde usc de Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro larte per che, morta,
+Dedama ancor si duol dAchille,
+e del Palladio pena vi si porta.
+
+Sei posson dentro da quelle faville
+parlar, diss io, maestro, assai ten priego
+e ripriego, che l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de lattender niego
+fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+vedi che del disio ver lei mi piego!.
+
+Ed elli a me: La tua preghiera degna
+di molta loda, e io per laccetto;
+ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, chi ho concetto
+ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi,
+perch e fuor greci, forse del tuo detto.
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+dove parve al mio duca tempo e loco,
+in questa forma lui parlare audivi:
+
+O voi che siete due dentro ad un foco,
+sio meritai di voi mentre chio vissi,
+sio meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+non vi movete; ma lun di voi dica
+dove, per lui, perduto a morir gissi.
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+cominci a crollarsi mormorando,
+pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e l menando,
+come fosse la lingua che parlasse,
+gitt voce di fuori e disse: Quando
+
+mi diparti da Circe, che sottrasse
+me pi dun anno l presso a Gaeta,
+prima che s Ena la nomasse,
+
+n dolcezza di figlio, n la pieta
+del vecchio padre, n l debito amore
+lo qual dovea Penelop far lieta,
+
+vincer potero dentro a me lardore
+chi ebbi a divenir del mondo esperto
+e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per lalto mare aperto
+sol con un legno e con quella compagna
+picciola da la qual non fui diserto.
+
+Lun lito e laltro vidi infin la Spagna,
+fin nel Morrocco, e lisola di Sardi,
+e laltre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e compagni eravam vecchi e tardi
+quando venimmo a quella foce stretta
+dov Ercule segn li suoi riguardi
+
+acci che luom pi oltre non si metta;
+da la man destra mi lasciai Sibilia,
+da laltra gi mavea lasciata Setta.
+
+O frati, dissi che per cento milia
+perigli siete giunti a loccidente,
+a questa tanto picciola vigilia
+
+di nostri sensi ch del rimanente
+non vogliate negar lesperenza,
+di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+fatti non foste a viver come bruti,
+ma per seguir virtute e canoscenza.
+
+Li miei compagni fec io s aguti,
+con questa orazion picciola, al cammino,
+che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+de remi facemmo ali al folle volo,
+sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle gi de laltro polo
+vedea la notte, e l nostro tanto basso,
+che non surga fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+lo lume era di sotto da la luna,
+poi che ntrati eravam ne lalto passo,
+
+quando napparve una montagna, bruna
+per la distanza, e parvemi alta tanto
+quanto veduta non ava alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto;
+ch de la nova terra un turbo nacque
+e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il f girar con tutte lacque;
+a la quarta levar la poppa in suso
+e la prora ire in gi, com altrui piacque,
+
+infin che l mar fu sovra noi richiuso.
+
+
+
+Inferno Canto XXVII
+
+
+Gi era dritta in s la fiamma e queta
+per non dir pi, e gi da noi sen gia
+con la licenza del dolce poeta,
+
+quand unaltra, che dietro a lei vena,
+ne fece volger li occhi a la sua cima
+per un confuso suon che fuor nuscia.
+
+Come l bue cicilian che mugghi prima
+col pianto di colui, e ci fu dritto,
+che lavea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de lafflitto,
+s che, con tutto che fosse di rame,
+pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+cos, per non aver via n forame
+dal principio nel foco, in suo linguaggio
+si convertan le parole grame.
+
+Ma poscia chebber colto lor vaggio
+su per la punta, dandole quel guizzo
+che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: O tu a cu io drizzo
+la voce e che parlavi mo lombardo,
+dicendo Istra ten va, pi non tadizzo,
+
+perch io sia giunto forse alquanto tardo,
+non tincresca restare a parlar meco;
+vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+caduto se di quella dolce terra
+latina ond io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+chio fui di monti l intra Orbino
+e l giogo di che Tever si diserra.
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+quando il mio duca mi tent di costa,
+dicendo: Parla tu; questi latino.
+
+E io, chavea gi pronta la risposta,
+sanza indugio a parlare incominciai:
+O anima che se l gi nascosta,
+
+Romagna tua non , e non fu mai,
+sanza guerra ne cuor de suoi tiranni;
+ma n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata molt anni:
+laguglia da Polenta la si cova,
+s che Cervia ricuopre co suoi vanni.
+
+La terra che f gi la lunga prova
+e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E l mastin vecchio e l nuovo da Verrucchio,
+che fecer di Montagna il mal governo,
+l dove soglion fan di denti succhio.
+
+Le citt di Lamone e di Santerno
+conduce il loncel dal nido bianco,
+che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu il Savio bagna il fianco,
+cos com ella sie tra l piano e l monte,
+tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se, ti priego che ne conte;
+non esser duro pi chaltri sia stato,
+se l nome tuo nel mondo tegna fronte.
+
+Poscia che l foco alquanto ebbe rugghiato
+al modo suo, laguta punta mosse
+di qua, di l, e poi di cotal fiato:
+
+Si credesse che mia risposta fosse
+a persona che mai tornasse al mondo,
+questa fiamma staria sanza pi scosse;
+
+ma per che gi mai di questo fondo
+non torn vivo alcun, si odo il vero,
+sanza tema dinfamia ti rispondo.
+
+Io fui uom darme, e poi fui cordigliero,
+credendomi, s cinto, fare ammenda;
+e certo il creder mio vena intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+che mi rimise ne le prime colpe;
+e come e quare, voglio che mintenda.
+
+Mentre chio forma fui dossa e di polpe
+che la madre mi di, lopere mie
+non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+io seppi tutte, e s menai lor arte,
+chal fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+di mia etade ove ciascun dovrebbe
+calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ci che pria mi piaca, allor mincrebbe,
+e pentuto e confesso mi rendei;
+ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe di novi Farisei,
+avendo guerra presso a Laterano,
+e non con Saracin n con Giudei,
+
+ch ciascun suo nimico era cristiano,
+e nessun era stato a vincer Acri
+n mercatante in terra di Soldano,
+
+n sommo officio n ordini sacri
+guard in s, n in me quel capestro
+che solea fare i suoi cinti pi macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+dentro Siratti a guerir de la lebbre,
+cos mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre;
+domandommi consiglio, e io tacetti
+perch le sue parole parver ebbre.
+
+E poi ridisse: Tuo cuor non sospetti;
+finor tassolvo, e tu minsegna fare
+s come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss io serrare e diserrare,
+come tu sai; per son due le chiavi
+che l mio antecessor non ebbe care.
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+l ve l tacer mi fu avviso l peggio,
+e dissi: Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov io mo cader deggio,
+lunga promessa con lattender corto
+ti far trunfar ne lalto seggio.
+
+Francesco venne poi, com io fu morto,
+per me; ma un di neri cherubini
+li disse: Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee gi tra miei meschini
+perch diede l consiglio frodolente,
+dal quale in qua stato li sono a crini;
+
+chassolver non si pu chi non si pente,
+n pentere e volere insieme puossi
+per la contradizion che nol consente.
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+quando mi prese dicendomi: Forse
+tu non pensavi chio lico fossi!.
+
+A Mins mi port; e quelli attorse
+otto volte la coda al dosso duro;
+e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: Questi di rei del foco furo;
+per chio l dove vedi son perduto,
+e s vestito, andando, mi rancuro.
+
+Quand elli ebbe l suo dir cos compiuto,
+la fiamma dolorando si partio,
+torcendo e dibattendo l corno aguto.
+
+Noi passamm oltre, e io e l duca mio,
+su per lo scoglio infino in su laltr arco
+che cuopre l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+Inferno Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+chi ora vidi, per narrar pi volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+per lo nostro sermone e per la mente
+channo a tanto comprender poco seno.
+
+Sel saunasse ancor tutta la gente
+che gi, in su la fortunata terra
+di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+che de lanella f s alte spoglie,
+come Livo scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+per contastare a Ruberto Guiscardo;
+e laltra il cui ossame ancor saccoglie
+
+a Ceperan, l dove fu bugiardo
+ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
+dove sanz arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+mostrasse, daequar sarebbe nulla
+il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
+com io vidi un, cos non si pertugia,
+rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+la corata pareva e l tristo sacco
+che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder mattacco,
+guardommi e con le man saperse il petto,
+dicendo: Or vedi com io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato Mometto!
+Dinanzi a me sen va piangendo Al,
+fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+seminator di scandalo e di scisma
+fuor vivi, e per son fessi cos.
+
+Un diavolo qua dietro che naccisma
+s crudelmente, al taglio de la spada
+rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand avem volta la dolente strada;
+per che le ferite son richiuse
+prima chaltri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se che n su lo scoglio muse,
+forse per indugiar dire a la pena
+ch giudicata in su le tue accuse?.
+
+N morte l giunse ancor, n colpa l mena,
+rispuose l mio maestro, a tormentarlo;
+ma per dar lui esperenza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+per lo nferno qua gi di giro in giro;
+e quest ver cos com io ti parlo.
+
+Pi fuor di cento che, quando ludiro,
+sarrestaron nel fosso a riguardarmi
+per maraviglia, oblando il martiro.
+
+Or d a fra Dolcin dunque che sarmi,
+tu che forse vedra il sole in breve,
+sello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+s di vivanda, che stretta di neve
+non rechi la vittoria al Noarese,
+chaltrimenti acquistar non saria leve.
+
+Poi che lun pi per girsene sospese,
+Mometto mi disse esta parola;
+indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+e tronco l naso infin sotto le ciglia,
+e non avea mai chuna orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
+chera di fuor dogne parte vermiglia,
+
+e disse: O tu cui colpa non condanna
+e cu io vidi su in terra latina,
+se troppa simiglianza non minganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+se mai torni a veder lo dolce piano
+che da Vercelli a Marcab dichina.
+
+E fa saper a due miglior da Fano,
+a messer Guido e anco ad Angiolello,
+che, se lantiveder qui non vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+e mazzerati presso a la Cattolica
+per tradimento dun tiranno fello.
+
+Tra lisola di Cipri e di Maiolica
+non vide mai s gran fallo Nettuno,
+non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con luno,
+e tien la terra che tale qui meco
+vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+far venirli a parlamento seco;
+poi far s, chal vento di Focara
+non sar lor mestier voto n preco.
+
+E io a lui: Dimostrami e dichiara,
+se vuo chi porti s di te novella,
+chi colui da la veduta amara.
+
+Allor puose la mano a la mascella
+dun suo compagno e la bocca li aperse,
+gridando: Questi desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+in Cesare, affermando che l fornito
+sempre con danno lattender sofferse.
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+con la lingua tagliata ne la strozza
+Curo, cha dir fu cos ardito!
+
+E un chavea luna e laltra man mozza,
+levando i moncherin per laura fosca,
+s che l sangue facea la faccia sozza,
+
+grid: Ricorderati anche del Mosca,
+che disse, lasso!, Capo ha cosa fatta,
+che fu mal seme per la gente tosca.
+
+E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
+per chelli, accumulando duol con duolo,
+sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+e vidi cosa chio avrei paura,
+sanza pi prova, di contarla solo;
+
+se non che coscenza massicura,
+la buona compagnia che luom francheggia
+sotto lasbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par chio l veggia,
+un busto sanza capo andar s come
+andavan li altri de la trista greggia;
+
+e l capo tronco tenea per le chiome,
+pesol con mano a guisa di lanterna:
+e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
+
+Di s facea a s stesso lucerna,
+ed eran due in uno e uno in due;
+com esser pu, quei sa che s governa.
+
+Quando diritto al pi del ponte fue,
+lev l braccio alto con tutta la testa
+per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: Or vedi la pena molesta,
+tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+vedi salcuna grande come questa.
+
+E perch tu di me novella porti,
+sappi chi son Bertram dal Bornio, quelli
+che diedi al re giovane i ma conforti.
+
+Io feci il padre e l figlio in s ribelli;
+Achitofl non f pi dAbsalone
+e di Davd coi malvagi punzelli.
+
+Perch io parti cos giunte persone,
+partito porto il mio cerebro, lasso!,
+dal suo principio ch in questo troncone.
+
+Cos sosserva in me lo contrapasso.
+
+
+
+Inferno Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+avean le luci mie s inebrate,
+che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
+perch la vista tua pur si soffolge
+l gi tra lombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto s a laltre bolge;
+pensa, se tu annoverar le credi,
+che miglia ventidue la valle volge.
+
+E gi la luna sotto i nostri piedi;
+lo tempo poco omai che n concesso,
+e altro da veder che tu non vedi.
+
+Se tu avessi, rispuos io appresso,
+atteso a la cagion per chio guardava,
+forse mavresti ancor lo star dimesso.
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+lo duca, gi faccendo la risposta,
+e soggiugnendo: Dentro a quella cava
+
+dov io tenea or li occhi s a posta,
+credo chun spirto del mio sangue pianga
+la colpa che l gi cotanto costa.
+
+Allor disse l maestro: Non si franga
+lo tuo pensier da qui innanzi sovr ello.
+Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
+
+chio vidi lui a pi del ponticello
+mostrarti e minacciar forte col dito,
+e udi l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor s del tutto impedito
+sovra colui che gi tenne Altaforte,
+che non guardasti in l, s fu partito.
+
+O duca mio, la volenta morte
+che non li vendicata ancor, diss io,
+per alcun che de lonta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond el sen gio
+sanza parlarmi, s com o estimo:
+e in ci mha el fatto a s pi pio.
+
+Cos parlammo infino al loco primo
+che de lo scoglio laltra valle mostra,
+se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor lultima chiostra
+di Malebolge, s che i suoi conversi
+potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+che di piet ferrati avean li strali;
+ond io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali
+di Valdichiana tra l luglio e l settembre
+e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti nsembre,
+tal era quivi, e tal puzzo nusciva
+qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su lultima riva
+del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+e allor fu la mia vista pi viva
+
+gi ver lo fondo, la ve la ministra
+de lalto Sire infallibil giustizia
+punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo cha veder maggior tristizia
+fosse in Egina il popol tutto infermo,
+quando fu laere s pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+chera a veder per quella oscura valle
+languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra l ventre e qual sovra le spalle
+lun de laltro giacea, e qual carpone
+si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+guardando e ascoltando li ammalati,
+che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a s poggiati,
+com a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+dal capo al pi di schianze macolati;
+
+e non vidi gi mai menare stregghia
+a ragazzo aspettato dal segnorso,
+n a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+de lunghie sopra s per la gran rabbia
+del pizzicor, che non ha pi soccorso;
+
+e s traevan gi lunghie la scabbia,
+come coltel di scardova le scaglie
+o daltro pesce che pi larghe labbia.
+
+O tu che con le dita ti dismaglie,
+cominci l duca mio a lun di loro,
+e che fai desse talvolta tanaglie,
+
+dinne salcun Latino tra costoro
+che son quinc entro, se lunghia ti basti
+etternalmente a cotesto lavoro.
+
+Latin siam noi, che tu vedi s guasti
+qui ambedue, rispuose lun piangendo;
+ma tu chi se che di noi dimandasti?.
+
+E l duca disse: I son un che discendo
+con questo vivo gi di balzo in balzo,
+e di mostrar lo nferno a lui intendo.
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+e tremando ciascuno a me si volse
+con altri che ludiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto saccolse,
+dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
+e io incominciai, poscia chei volse:
+
+Se la vostra memoria non simboli
+nel primo mondo da lumane menti,
+ma sella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+la vostra sconcia e fastidiosa pena
+di palesarvi a me non vi spaventi.
+
+Io fui dArezzo, e Albero da Siena,
+rispuose lun, mi f mettere al foco;
+ma quel per chio mori qui non mi mena.
+
+Vero chi dissi lui, parlando a gioco:
+I mi saprei levar per laere a volo;
+e quei, chavea vaghezza e senno poco,
+
+volle chi li mostrassi larte; e solo
+perch io nol feci Dedalo, mi fece
+ardere a tal che lavea per figliuolo.
+
+Ma ne lultima bolgia de le diece
+me per lalchmia che nel mondo usai
+dann Mins, a cui fallar non lece.
+
+E io dissi al poeta: Or fu gi mai
+gente s vana come la sanese?
+Certo non la francesca s dassai!.
+
+Onde laltro lebbroso, che mintese,
+rispuose al detto mio: Tramene Stricca
+che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccol che la costuma ricca
+del garofano prima discoverse
+ne lorto dove tal seme sappicca;
+
+e trane la brigata in che disperse
+Caccia dAscian la vigna e la gran fonda,
+e lAbbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perch sappi chi s ti seconda
+contra i Sanesi, aguzza ver me locchio,
+s che la faccia mia ben ti risponda:
+
+s vedrai chio son lombra di Capocchio,
+che falsai li metalli con lalchmia;
+e te dee ricordar, se ben tadocchio,
+
+com io fui di natura buona scimia.
+
+
+
+Inferno Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+per Semel contra l sangue tebano,
+come mostr una e altra fata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+che veggendo la moglie con due figli
+andar carcata da ciascuna mano,
+
+grid: Tendiam le reti, s chio pigli
+la leonessa e leoncini al varco;
+e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo lun chavea nome Learco,
+e rotollo e percosselo ad un sasso;
+e quella sanneg con laltro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+laltezza de Troian che tutto ardiva,
+s che nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+poscia che vide Polissena morta,
+e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+forsennata latr s come cane;
+tanto il dolor le f la mente torta.
+
+Ma n di Tebe furie n troiane
+si vider mi in alcun tanto crude,
+non punger bestie, nonch membra umane,
+
+quant io vidi in due ombre smorte e nude,
+che mordendo correvan di quel modo
+che l porco quando del porcil si schiude.
+
+Luna giunse a Capocchio, e in sul nodo
+del collo lassann, s che, tirando,
+grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E lAretin che rimase, tremando
+mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi,
+e va rabbioso altrui cos conciando.
+
+Oh, diss io lui, se laltro non ti ficchi
+li denti a dosso, non ti sia fatica
+a dir chi , pria che di qui si spicchi.
+
+Ed elli a me: Quell lanima antica
+di Mirra scellerata, che divenne
+al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+Questa a peccar con esso cos venne,
+falsificando s in altrui forma,
+come laltro che l sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+falsificare in s Buoso Donati,
+testando e dando al testamento norma.
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+sovra cu io avea locchio tenuto,
+rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di luto,
+pur chelli avesse avuta languinaia
+tronca da laltro che luomo ha forcuto.
+
+La grave idropes, che s dispaia
+le membra con lomor che mal converte,
+che l viso non risponde a la ventraia,
+
+faceva lui tener le labbra aperte
+come letico fa, che per la sete
+lun verso l mento e laltro in s rinverte.
+
+O voi che sanz alcuna pena siete,
+e non so io perch, nel mondo gramo,
+diss elli a noi, guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo;
+io ebbi, vivo, assai di quel chi volli,
+e ora, lasso!, un gocciol dacqua bramo.
+
+Li ruscelletti che di verdi colli
+del Casentin discendon giuso in Arno,
+faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ch limagine lor vie pi masciuga
+che l male ond io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+tragge cagion del loco ov io peccai
+a metter pi li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi Romena, l dov io falsai
+la lega suggellata del Batista;
+per chio il corpo s arso lasciai.
+
+Ma sio vedessi qui lanima trista
+di Guido o dAlessandro o di lor frate,
+per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c luna gi, se larrabbiate
+ombre che vanno intorno dicon vero;
+ma che mi val, cho le membra legate?
+
+Sio fossi pur di tanto ancor leggero
+chi potessi in cent anni andare unoncia,
+io sarei messo gi per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+con tutto chella volge undici miglia,
+e men dun mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra s fatta famiglia;
+e mindussero a batter li fiorini
+chavevan tre carati di mondiglia.
+
+E io a lui: Chi son li due tapini
+che fumman come man bagnate l verno,
+giacendo stretti a tuoi destri confini?.
+
+Qui li trovaie poi volta non dierno,
+rispuose, quando piovvi in questo greppo,
+e non credo che dieno in sempiterno.
+
+Luna la falsa chaccus Gioseppo;
+laltr l falso Sinon greco di Troia:
+per febbre aguta gittan tanto leppo.
+
+E lun di lor, che si rec a noia
+forse desser nomato s oscuro,
+col pugno li percosse lepa croia.
+
+Quella son come fosse un tamburo;
+e mastro Adamo li percosse il volto
+col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
+lo muover per le membra che son gravi,
+ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
+
+Ond ei rispuose: Quando tu andavi
+al fuoco, non lavei tu cos presto;
+ma s e pi lavei quando coniavi.
+
+E lidropico: Tu di ver di questo:
+ma tu non fosti s ver testimonio
+l ve del ver fosti a Troia richesto.
+
+Sio dissi falso, e tu falsasti il conio,
+disse Sinon; e son qui per un fallo,
+e tu per pi chalcun altro demonio!.
+
+Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
+rispuose quel chava infiata lepa;
+e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
+
+E te sia rea la sete onde ti crepa,
+disse l Greco, la lingua, e lacqua marcia
+che l ventre innanzi a li occhi s tassiepa!.
+
+Allora il monetier: Cos si squarcia
+la bocca tua per tuo mal come suole;
+ch, si ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai larsura e l capo che ti duole,
+e per leccar lo specchio di Narcisso,
+non vorresti a nvitar molte parole.
+
+Ad ascoltarli er io del tutto fisso,
+quando l maestro mi disse: Or pur mira,
+che per poco che teco non mi risso!.
+
+Quand io l senti a me parlar con ira,
+volsimi verso lui con tal vergogna,
+chancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual colui che suo dannaggio sogna,
+che sognando desidera sognare,
+s che quel ch, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec io, non possendo parlare,
+che disava scusarmi, e scusava
+me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+Maggior difetto men vergogna lava,
+disse l maestro, che l tuo non stato;
+per dogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion chio ti sia sempre allato,
+se pi avvien che fortuna taccoglia
+dove sien genti in simigliante piato:
+
+ch voler ci udire bassa voglia.
+
+
+
+Inferno Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+s che mi tinse luna e laltra guancia,
+e poi la medicina mi riporse;
+
+cos od io che solea far la lancia
+dAchille e del suo padre esser cagione
+prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+su per la ripa che l cinge dintorno,
+attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv era men che notte e men che giorno,
+s che l viso mandava innanzi poco;
+ma io senti sonare un alto corno,
+
+tanto chavrebbe ogne tuon fatto fioco,
+che, contra s la sua via seguitando,
+dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+Carlo Magno perd la santa gesta,
+non son s terribilmente Orlando.
+
+Poco porti in l volta la testa,
+che me parve veder molte alte torri;
+ond io: Maestro, d, che terra questa?.
+
+Ed elli a me: Per che tu trascorri
+per le tenebre troppo da la lungi,
+avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
+quanto l senso singanna di lontano;
+per alquanto pi te stesso pungi.
+
+Poi caramente mi prese per mano
+e disse: Pria che noi siam pi avanti,
+acci che l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+e son nel pozzo intorno da la ripa
+da lumbilico in giuso tutti quanti.
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+lo sguardo a poco a poco raffigura
+ci che cela l vapor che laere stipa,
+
+cos forando laura grossa e scura,
+pi e pi appressando ver la sponda,
+fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+per che, come su la cerchia tonda
+Montereggion di torri si corona,
+cos la proda che l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+li orribili giganti, cui minaccia
+Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva gi dalcun la faccia,
+le spalle e l petto e del ventre gran parte,
+e per le coste gi ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lasci larte
+di s fatti animali, assai f bene
+per trre tali essecutori a Marte.
+
+E sella delefanti e di balene
+non si pente, chi guarda sottilmente,
+pi giusta e pi discreta la ne tene;
+
+ch dove largomento de la mente
+saggiugne al mal volere e a la possa,
+nessun riparo vi pu far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+come la pina di San Pietro a Roma,
+e a sua proporzione eran laltre ossa;
+
+s che la ripa, chera perizoma
+dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
+di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison saverien dato mal vanto;
+per chi ne vedea trenta gran palmi
+dal loco in gi dov omo affibbia l manto.
+
+Raphl ma amcche zab almi,
+cominci a gridar la fiera bocca,
+cui non si convenia pi dolci salmi.
+
+E l duca mio ver lui: Anima sciocca,
+tienti col corno, e con quel ti disfoga
+quand ira o altra passon ti tocca!
+
+Crcati al collo, e troverai la soga
+che l tien legato, o anima confusa,
+e vedi lui che l gran petto ti doga.
+
+Poi disse a me: Elli stessi saccusa;
+questi Nembrotto per lo cui mal coto
+pur un linguaggio nel mondo non susa.
+
+Lascinlo stare e non parliamo a vto;
+ch cos a lui ciascun linguaggio
+come l suo ad altrui, cha nullo noto.
+
+Facemmo adunque pi lungo vaggio,
+vlti a sinistra; e al trar dun balestro
+trovammo laltro assai pi fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse l maestro,
+non so io dir, ma el tenea soccinto
+dinanzi laltro e dietro il braccio destro
+
+duna catena che l tenea avvinto
+dal collo in gi, s che n su lo scoperto
+si ravvolga infino al giro quinto.
+
+Questo superbo volle esser esperto
+di sua potenza contra l sommo Giove,
+disse l mio duca, ond elli ha cotal merto.
+
+Falte ha nome, e fece le gran prove
+quando i giganti fer paura a di;
+le braccia chel men, gi mai non move.
+
+E io a lui: Sesser puote, io vorrei
+che de lo smisurato Brareo
+esperenza avesser li occhi mei.
+
+Ond ei rispuose: Tu vedrai Anteo
+presso di qui che parla ed disciolto,
+che ne porr nel fondo dogne reo.
+
+Quel che tu vuo veder, pi l molto
+ed legato e fatto come questo,
+salvo che pi feroce par nel volto.
+
+Non fu tremoto gi tanto rubesto,
+che scotesse una torre cos forte,
+come Falte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett io pi che mai la morte,
+e non vera mestier pi che la dotta,
+sio non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo pi avante allotta,
+e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+O tu che ne la fortunata valle
+che fece Scipon di gloria reda,
+quand Anibl co suoi diede le spalle,
+
+recasti gi mille leon per preda,
+e che, se fossi stato a lalta guerra
+de tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+chavrebber vinto i figli de la terra:
+mettine gi, e non ten vegna schifo,
+dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
+questi pu dar di quel che qui si brama;
+per ti china e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti pu nel mondo render fama,
+chel vive, e lunga vita ancor aspetta
+se nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
+
+Cos disse l maestro; e quelli in fretta
+le man distese, e prese l duca mio,
+ond Ercule sent gi grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+disse a me: Fatti qua, s chio ti prenda;
+poi fece s chun fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+sotto l chinato, quando un nuvol vada
+sovr essa s, ched ella incontro penda:
+
+tal parve Anto a me che stava a bada
+di vederlo chinare, e fu tal ora
+chi avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+Lucifero con Giuda, ci spos;
+n, s chinato, l fece dimora,
+
+e come albero in nave si lev.
+
+
+
+Inferno Canto XXXII
+
+
+So avessi le rime aspre e chiocce,
+come si converrebbe al tristo buco
+sovra l qual pontan tutte laltre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+pi pienamente; ma perch io non labbo,
+non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ch non impresa da pigliare a gabbo
+discriver fondo a tutto luniverso,
+n da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+chaiutaro Anfone a chiuder Tebe,
+s che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+che stai nel loco onde parlare duro,
+mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo gi nel pozzo scuro
+sotto i pi del gigante assai pi bassi,
+e io mirava ancora a lalto muro,
+
+dicere udimi: Guarda come passi:
+va s, che tu non calchi con le piante
+le teste de fratei miseri lassi.
+
+Per chio mi volsi, e vidimi davante
+e sotto i piedi un lago che per gelo
+avea di vetro e non dacqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo s grosso velo
+di verno la Danoia in Osterlicchi,
+n Tana l sotto l freddo cielo,
+
+com era quivi; che se Tambernicchi
+vi fosse s caduto, o Pietrapana,
+non avria pur da lorlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+col muso fuor de lacqua, quando sogna
+di spigolar sovente la villana,
+
+livide, insin l dove appar vergogna
+eran lombre dolenti ne la ghiaccia,
+mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in gi tenea volta la faccia;
+da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand io mebbi dintorno alquanto visto,
+volsimi a piedi, e vidi due s stretti,
+che l pel del capo avieno insieme misto.
+
+Ditemi, voi che s strignete i petti,
+diss io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
+e poi chebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, cheran pria pur dentro molli,
+gocciar su per le labbra, e l gelo strinse
+le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+forte cos; ond ei come due becchi
+cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un chavea perduti ambo li orecchi
+per la freddura, pur col viso in gie,
+disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+la valle onde Bisenzo si dichina
+del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+Dun corpo usciro; e tutta la Caina
+potrai cercare, e non troverai ombra
+degna pi desser fitta in gelatina:
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e lombra
+con esso un colpo per la man dArt;
+non Focaccia; non questi che mingombra
+
+col capo s, chi non veggio oltre pi,
+e fu nomato Sassol Mascheroni;
+se tosco se, ben sai omai chi fu.
+
+E perch non mi metti in pi sermoni,
+sappi chi fu il Camiscion de Pazzi;
+e aspetto Carlin che mi scagioni.
+
+Poscia vid io mille visi cagnazzi
+fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+e verr sempre, de gelati guazzi.
+
+E mentre chandavamo inver lo mezzo
+al quale ogne gravezza si rauna,
+e io tremava ne letterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+non so; ma, passeggiando tra le teste,
+forte percossi l pi nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
+se tu non vieni a crescer la vendetta
+di Montaperti, perch mi moleste?.
+
+E io: Maestro mio, or qui maspetta,
+s chio esca dun dubbio per costui;
+poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+che bestemmiava duramente ancora:
+Qual se tu che cos rampogni altrui?.
+
+Or tu chi se che vai per lAntenora,
+percotendo, rispuose, altrui le gote,
+s che, se fossi vivo, troppo fora?.
+
+Vivo son io, e caro esser ti puote,
+fu mia risposta, se dimandi fama,
+chio metta il nome tuo tra laltre note.
+
+Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
+Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
+ch mal sai lusingar per questa lama!.
+
+Allor lo presi per la cuticagna
+e dissi: El converr che tu ti nomi,
+o che capel qui s non ti rimagna.
+
+Ond elli a me: Perch tu mi dischiomi,
+n ti dir chio sia, n mosterrolti,
+se mille fiate in sul capo mi tomi.
+
+Io avea gi i capelli in mano avvolti,
+e tratti glien avea pi duna ciocca,
+latrando lui con li occhi in gi raccolti,
+
+quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
+non ti basta sonar con le mascelle,
+se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
+
+Omai, diss io, non vo che pi favelle,
+malvagio traditor; cha la tua onta
+io porter di te vere novelle.
+
+Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
+ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+di quel chebbe or cos la lingua pronta.
+
+El piange qui largento de Franceschi:
+Io vidi, potrai dir, quel da Duera
+l dove i peccatori stanno freschi.
+
+Se fossi domandato Altri chi vera?,
+tu hai dallato quel di Beccheria
+di cui seg Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de Soldanier credo che sia
+pi l con Ganellone e Tebaldello,
+chapr Faenza quando si dormia.
+
+Noi eravam partiti gi da ello,
+chio vidi due ghiacciati in una buca,
+s che lun capo a laltro era cappello;
+
+e come l pan per fame si manduca,
+cos l sovran li denti a laltro pose
+l ve l cervel saggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tido si rose
+le tempie a Menalippo per disdegno,
+che quei faceva il teschio e laltre cose.
+
+O tu che mostri per s bestial segno
+odio sovra colui che tu ti mangi,
+dimmi l perch, diss io, per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con chio parlo non si secca.
+
+
+
+Inferno Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollev dal fiero pasto
+quel peccator, forbendola a capelli
+del capo chelli avea di retro guasto.
+
+Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli
+disperato dolor che l cor mi preme
+gi pur pensando, pria chio ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+che frutti infamia al traditor chi rodo,
+parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se n per che modo
+venuto se qua gi; ma fiorentino
+mi sembri veramente quand io todo.
+
+Tu dei saper chi fui conte Ugolino,
+e questi larcivescovo Ruggieri:
+or ti dir perch i son tal vicino.
+
+Che per leffetto de suo mai pensieri,
+fidandomi di lui, io fossi preso
+e poscia morto, dir non mestieri;
+
+per quel che non puoi avere inteso,
+cio come la morte mia fu cruda,
+udirai, e saprai se mha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda,
+la qual per me ha l titol de la fame,
+e che conviene ancor chaltrui si chiuda,
+
+mavea mostrato per lo suo forame
+pi lune gi, quand io feci l mal sonno
+che del futuro mi squarci l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+cacciando il lupo e lupicini al monte
+per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studose e conte
+Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+savea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+lo padre e figli, e con lagute scane
+mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+pianger senti fra l sonno i miei figliuoli
+cheran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se crudel, se tu gi non ti duoli
+pensando ci che l mio cor sannunziava;
+e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Gi eran desti, e lora sappressava
+che l cibo ne sola essere addotto,
+e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti chiavar luscio di sotto
+a lorribile torre; ond io guardai
+nel viso a mie figliuoi sanza far motto.
+
+Io non pianga, s dentro impetrai:
+piangevan elli; e Anselmuccio mio
+disse: Tu guardi s, padre! che hai?.
+
+Perci non lagrimai n rispuos io
+tutto quel giorno n la notte appresso,
+infin che laltro sol nel mondo usco.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+nel doloroso carcere, e io scorsi
+per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ed ei, pensando chio l fessi per voglia
+di manicar, di sbito levorsi
+
+e disser: Padre, assai ci fia men doglia
+se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+queste misere carni, e tu le spoglia.
+
+Quetami allor per non farli pi tristi;
+lo d e laltro stemmo tutti muti;
+ahi dura terra, perch non tapristi?
+
+Poscia che fummo al quarto d venuti,
+Gaddo mi si gitt disteso a piedi,
+dicendo: Padre mio, ch non maiuti?.
+
+Quivi mor; e come tu mi vedi,
+vid io cascar li tre ad uno ad uno
+tra l quinto d e l sesto; ond io mi diedi,
+
+gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+e due d li chiamai, poi che fur morti.
+Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno.
+
+Quand ebbe detto ci, con li occhi torti
+riprese l teschio misero co denti,
+che furo a losso, come dun can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+del bel paese l dove l s suona,
+poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+s chelli annieghi in te ogne persona!
+
+Che se l conte Ugolino aveva voce
+daver tradita te de le castella,
+non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea let novella,
+novella Tebe, Uguiccione e l Brigata
+e li altri due che l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, l ve la gelata
+ruvidamente unaltra gente fascia,
+non volta in gi, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso l pianger non lascia,
+e l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+si volge in entro a far crescer lambascia;
+
+ch le lagrime prime fanno groppo,
+e s come visiere di cristallo,
+rempion sotto l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, s come dun callo,
+per la freddura ciascun sentimento
+cessato avesse del mio viso stallo,
+
+gi mi parea sentire alquanto vento;
+per chio: Maestro mio, questo chi move?
+non qua gi ogne vapore spento?.
+
+Ond elli a me: Avaccio sarai dove
+di ci ti far locchio la risposta,
+veggendo la cagion che l fiato piove.
+
+E un de tristi de la fredda crosta
+grid a noi: O anime crudeli
+tanto che data v lultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+s cho sfoghi l duol che l cor mimpregna,
+un poco, pria che l pianto si raggeli.
+
+Per chio a lui: Se vuo chi ti sovvegna,
+dimmi chi se, e sio non ti disbrigo,
+al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
+
+Rispuose adunque: I son frate Alberigo;
+i son quel da le frutta del mal orto,
+che qui riprendo dattero per figo.
+
+Oh, diss io lui, or se tu ancor morto?.
+Ed elli a me: Come l mio corpo stea
+nel mondo s, nulla scenza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+che spesse volte lanima ci cade
+innanzi chAtrops mossa le dea.
+
+E perch tu pi volentier mi rade
+le nvetrate lagrime dal volto,
+sappie che, tosto che lanima trade
+
+come fec o, il corpo suo l tolto
+da un demonio, che poscia il governa
+mentre che l tempo suo tutto sia vlto.
+
+Ella ruina in s fatta cisterna;
+e forse pare ancor lo corpo suso
+de lombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+elli ser Branca Doria, e son pi anni
+poscia passati chel fu s racchiuso.
+
+Io credo, diss io lui, che tu minganni;
+ch Branca Doria non mor unquanche,
+e mangia e bee e dorme e veste panni.
+
+Nel fosso s, diss el, de Malebranche,
+l dove bolle la tenace pece,
+non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+che questi lasci il diavolo in sua vece
+nel corpo suo, ed un suo prossimano
+che l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+aprimi li occhi. E io non gliel apersi;
+e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+dogne costume e pien dogne magagna,
+perch non siete voi del mondo spersi?
+
+Ch col peggiore spirto di Romagna
+trovai di voi un tal, che per sua opra
+in anima in Cocito gi si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+Inferno Canto XXXIV
+
+
+Vexilla regis prodeunt inferni
+verso di noi; per dinanzi mira,
+disse l maestro mio, se tu l discerni.
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+o quando lemisperio nostro annotta,
+par di lungi un molin che l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+poi per lo vento mi ristrinsi retro
+al duca mio, ch non l era altra grotta.
+
+Gi era, e con paura il metto in metro,
+l dove lombre tutte eran coperte,
+e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+quella col capo e quella con le piante;
+altra, com arco, il volto a pi rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+chal mio maestro piacque di mostrarmi
+la creatura chebbe il bel sembiante,
+
+dinnanzi mi si tolse e f restarmi,
+Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
+ove convien che di fortezza tarmi.
+
+Com io divenni allor gelato e fioco,
+nol dimandar, lettor, chi non lo scrivo,
+per chogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori e non rimasi vivo;
+pensa oggimai per te, shai fior dingegno,
+qual io divenni, duno e daltro privo.
+
+Lo mperador del doloroso regno
+da mezzo l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+e pi con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+vedi oggimai quant esser dee quel tutto
+cha cos fatta parte si confaccia.
+
+Sel fu s bel com elli ora brutto,
+e contra l suo fattore alz le ciglia,
+ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+quand io vidi tre facce a la sua testa!
+Luna dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+laltr eran due, che saggiugnieno a questa
+sovresso l mezzo di ciascuna spalla,
+e s giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+la sinistra a vedere era tal, quali
+vegnon di l onde l Nilo savvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand ali,
+quanto si convenia a tanto uccello:
+vele di mar non vid io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+era lor modo; e quelle svolazzava,
+s che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto saggelava.
+Con sei occhi pianga, e per tre menti
+gocciava l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co denti
+un peccatore, a guisa di maciulla,
+s che tre ne facea cos dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+verso l graffiar, che talvolta la schiena
+rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+Quell anima l s cha maggior pena,
+disse l maestro, Giuda Scarotto,
+che l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due channo il capo di sotto,
+quel che pende dal nero ceffo Bruto:
+vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e laltro Cassio, che par s membruto.
+Ma la notte risurge, e oramai
+ da partir, ch tutto avem veduto.
+
+Com a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ed el prese di tempo e loco poste,
+e quando lali fuoro aperte assai,
+
+appigli s a le vellute coste;
+di vello in vello gi discese poscia
+tra l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo l dove la coscia
+si volge, a punto in sul grosso de lanche,
+lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov elli avea le zanche,
+e aggrappossi al pel com om che sale,
+s che n inferno i credea tornar anche.
+
+Attienti ben, ch per cotali scale,
+disse l maestro, ansando com uom lasso,
+conviensi dipartir da tanto male.
+
+Poi usc fuor per lo fro dun sasso
+e puose me in su lorlo a sedere;
+appresso porse a me laccorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+Lucifero com io lavea lasciato,
+e vidili le gambe in s tenere;
+
+e sio divenni allora travagliato,
+la gente grossa il pensi, che non vede
+qual quel punto chio avea passato.
+
+Lvati s, disse l maestro, in piede:
+la via lunga e l cammino malvagio,
+e gi il sole a mezza terza riede.
+
+Non era camminata di palagio
+l v eravam, ma natural burella
+chavea mal suolo e di lume disagio.
+
+Prima chio de labisso mi divella,
+maestro mio, diss io quando fui dritto,
+a trarmi derro un poco mi favella:
+
+ov la ghiaccia? e questi com fitto
+s sottosopra? e come, in s poc ora,
+da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
+
+Ed elli a me: Tu imagini ancora
+desser di l dal centro, ov io mi presi
+al pel del vermo reo che l mondo fra.
+
+Di l fosti cotanto quant io scesi;
+quand io mi volsi, tu passasti l punto
+al qual si traggon dogne parte i pesi.
+
+E se or sotto lemisperio giunto
+ch contraposto a quel che la gran secca
+coverchia, e sotto l cui colmo consunto
+
+fu luom che nacque e visse sanza pecca;
+tu ha i piedi in su picciola spera
+che laltra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui da man, quando di l sera;
+e questi, che ne f scala col pelo,
+fitto ancora s come prim era.
+
+Da questa parte cadde gi dal cielo;
+e la terra, che pria di qua si sporse,
+per paura di lui f del mar velo,
+
+e venne a lemisperio nostro; e forse
+per fuggir lui lasci qui loco vto
+quella chappar di qua, e s ricorse.
+
+Luogo l gi da Belzeb remoto
+tanto quanto la tomba si distende,
+che non per vista, ma per suono noto
+
+dun ruscelletto che quivi discende
+per la buca dun sasso, chelli ha roso,
+col corso chelli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+e sanza cura aver dalcun riposo,
+
+salimmo s, el primo e io secondo,
+tanto chi vidi de le cose belle
+che porta l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+
+Purgatorio Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+omai la navicella del mio ingegno,
+che lascia dietro a s mar s crudele;
+
+e canter di quel secondo regno
+dove lumano spirito si purga
+e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poes resurga,
+o sante Muse, poi che vostro sono;
+e qui Calop alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+di cui le Piche misere sentiro
+lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color dorental zaffiro,
+che saccoglieva nel sereno aspetto
+del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricominci diletto,
+tosto chio usci fuor de laura morta
+che mavea contristati li occhi e l petto.
+
+Lo bel pianeto che damar conforta
+faceva tutto rider lorente,
+velando i Pesci cherano in sua scorta.
+
+I mi volsi a man destra, e puosi mente
+a laltro polo, e vidi quattro stelle
+non viste mai fuor cha la prima gente.
+
+Goder pareva l ciel di lor fiammelle:
+oh settentronal vedovo sito,
+poi che privato se di mirar quelle!
+
+Com io da loro sguardo fui partito,
+un poco me volgendo a l altro polo,
+l onde l Carro gi era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+degno di tanta reverenza in vista,
+che pi non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+portava, a suoi capelli simigliante,
+de quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+fregiavan s la sua faccia di lume,
+chi l vedea come l sol fosse davante.
+
+Chi siete voi che contro al cieco fiume
+fuggita avete la pregione etterna?,
+diss el, movendo quelle oneste piume.
+
+Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,
+uscendo fuor de la profonda notte
+che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi dabisso cos rotte?
+o mutato in ciel novo consiglio,
+che, dannati, venite a le mie grotte?.
+
+Lo duca mio allor mi di di piglio,
+e con parole e con mani e con cenni
+reverenti mi f le gambe e l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: Da me non venni:
+donna scese del ciel, per li cui prieghi
+de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch tuo voler che pi si spieghi
+di nostra condizion com ell vera,
+esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai lultima sera;
+ma per la sua follia le fu s presso,
+che molto poco tempo a volger era.
+
+S com io dissi, fui mandato ad esso
+per lui campare; e non l era altra via
+che questa per la quale i mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+e ora intendo mostrar quelli spirti
+che purgan s sotto la tua bala.
+
+Com io lho tratto, saria lungo a dirti;
+de lalto scende virt che maiuta
+conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+libert va cercando, ch s cara,
+come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu l sai, ch non ti fu per lei amara
+in Utica la morte, ove lasciasti
+la vesta chal gran d sar s chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ch questi vive e Mins me non lega;
+ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,
+o santo petto, che per tua la tegni:
+per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+grazie riporter di te a lei,
+se desser mentovato l gi degni.
+
+Marza piacque tanto a li occhi miei
+mentre chi fu di l, diss elli allora,
+che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di l dal mal fiume dimora,
+pi muover non mi pu, per quella legge
+che fatta fu quando me nusci fora.
+
+Ma se donna del ciel ti move e regge,
+come tu di, non c mestier lusinghe:
+bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+dun giunco schietto e che li lavi l viso,
+s chogne sucidume quindi stinghe;
+
+ch non si converria, locchio sorpriso
+dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ministro, ch di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+l gi col dove la batte londa,
+porta di giunchi sovra l molle limo:
+
+null altra pianta che facesse fronda
+o indurasse, vi puote aver vita,
+per cha le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+lo sol vi mosterr, che surge omai,
+prendere il monte a pi lieve salita.
+
+Cos spar; e io s mi levai
+sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
+volgianci in dietro, ch di qua dichina
+questa pianura a suoi termini bassi.
+
+Lalba vinceva lora mattutina
+che fuggia innanzi, s che di lontano
+conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+com om che torna a la perduta strada,
+che nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo l ve la rugiada
+pugna col sole, per essere in parte
+dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su lerbetta sparte
+soavemente l mio maestro pose:
+ond io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver lui le guance lagrimose;
+ivi mi fece tutto discoverto
+quel color che linferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+che mai non vide navicar sue acque
+omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse s com altrui piacque:
+oh maraviglia! ch qual elli scelse
+lumile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente l onde lavelse.
+
+
+
+Purgatorio Canto II
+
+
+Gi era l sole a lorizzonte giunto
+lo cui meridan cerchio coverchia
+Ierusalm col suo pi alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+uscia di Gange fuor con le Bilance,
+che le caggion di man quando soverchia;
+
+s che le bianche e le vermiglie guance,
+l dov i era, de la bella Aurora
+per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+come gente che pensa a suo cammino,
+che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+per li grossi vapor Marte rosseggia
+gi nel ponente sovra l suol marino,
+
+cotal mapparve, sio ancor lo veggia,
+un lume per lo mar venir s ratto,
+che l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com io un poco ebbi ritratto
+locchio per domandar lo duca mio,
+rividil pi lucente e maggior fatto.
+
+Poi dogne lato ad esso mappario
+un non sapeva che bianco, e di sotto
+a poco a poco un altro a lui usco.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+mentre che i primi bianchi apparver ali;
+allor che ben conobbe il galeotto,
+
+grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
+Ecco langel di Dio: piega le mani;
+omai vedrai di s fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+s che remo non vuol, n altro velo
+che lali sue, tra liti s lontani.
+
+Vedi come lha dritte verso l cielo,
+trattando laere con letterne penne,
+che non si mutan come mortal pelo.
+
+Poi, come pi e pi verso noi venne
+luccel divino, pi chiaro appariva:
+per che locchio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+con un vasello snelletto e leggero,
+tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+tal che faria beato pur descripto;
+e pi di cento spirti entro sediero.
+
+In exitu Isrel de Aegypto
+cantavan tutti insieme ad una voce
+con quanto di quel salmo poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ond ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ed el sen g, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase l, selvaggia
+parea del loco, rimirando intorno
+come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+lo sol, chavea con le saette conte
+di mezzo l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alz la fronte
+ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
+mostratene la via di gire al monte.
+
+E Virgilio rispuose: Voi credete
+forse che siamo esperti desto loco;
+ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+per altra via, che fu s aspra e forte,
+che lo salire omai ne parr gioco.
+
+Lanime, che si fuor di me accorte,
+per lo spirare, chi era ancor vivo,
+maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+tragge la gente per udir novelle,
+e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+cos al viso mio saffisar quelle
+anime fortunate tutte quante,
+quasi oblando dire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+per abbracciarmi con s grande affetto,
+che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!
+tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+per che lombra sorrise e si ritrasse,
+e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse chio posasse;
+allor conobbi chi era, e pregai
+che, per parlarmi, un poco sarrestasse.
+
+Rispuosemi: Cos com io tamai
+nel mortal corpo, cos tamo sciolta:
+per marresto; ma tu perch vai?.
+
+Casella mio, per tornar altra volta
+l dov io son, fo io questo vaggio,
+diss io; ma a te com tanta ora tolta?.
+
+Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,
+se quei che leva quando e cui li piace,
+pi volte mha negato esto passaggio;
+
+ch di giusto voler lo suo si face:
+veramente da tre mesi elli ha tolto
+chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond io, chera ora a la marina vlto
+dove lacqua di Tevero sinsala,
+benignamente fu da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta lala,
+per che sempre quivi si ricoglie
+qual verso Acheronte non si cala.
+
+E io: Se nuova legge non ti toglie
+memoria o uso a lamoroso canto
+che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di ci ti piaccia consolare alquanto
+lanima mia, che, con la sua persona
+venendo qui, affannata tanto!.
+
+Amor che ne la mente mi ragiona
+cominci elli allor s dolcemente,
+che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+cheran con lui parevan s contenti,
+come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+gridando: Che ci, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare questo?
+Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+chesser non lascia a voi Dio manifesto.
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+li colombi adunati a la pastura,
+queti, sanza mostrar lusato orgoglio,
+
+se cosa appare ond elli abbian paura,
+subitamente lasciano star lesca,
+perch assaliti son da maggior cura;
+
+cos vid io quella masnada fresca
+lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,
+com om che va, n sa dove resca;
+
+n la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+Purgatorio Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+dispergesse color per la campagna,
+rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i mi ristrinsi a la fida compagna:
+e come sare io sanza lui corso?
+chi mavria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da s stesso rimorso:
+o dignitosa coscenza e netta,
+come t picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+che lonestade ad ogn atto dismaga,
+la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo ntento rallarg, s come vaga,
+e diedi l viso mio incontr al poggio
+che nverso l ciel pi alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+rotto mera dinanzi a la figura,
+chava in me de suoi raggi lappoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+dessere abbandonato, quand io vidi
+solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e l mio conforto: Perch pur diffidi?,
+a dir mi cominci tutto rivolto;
+non credi tu me teco e chio ti guidi?
+
+Vespero gi col dov sepolto
+lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+Napoli lha, e da Brandizio tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla saombra,
+non ti maravigliar pi che di cieli
+che luno a laltro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+simili corpi la Virt dispone
+che, come fa, non vuol cha noi si sveli.
+
+Matto chi spera che nostra ragione
+possa trascorrer la infinita via
+che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ch, se potuto aveste veder tutto,
+mestier non era parturir Maria;
+
+e disar vedeste sanza frutto
+tai che sarebbe lor disio quetato,
+chetternalmente dato lor per lutto:
+
+io dico dAristotile e di Plato
+e di molt altri; e qui chin la fronte,
+e pi non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a pi del monte;
+quivi trovammo la roccia s erta,
+che ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turba la pi diserta,
+la pi rotta ruina una scala,
+verso di quella, agevole e aperta.
+
+Or chi sa da qual man la costa cala,
+disse l maestro mio fermando l passo,
+s che possa salir chi va sanz ala?.
+
+E mentre che tenendo l viso basso
+essaminava del cammin la mente,
+e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra mappar una gente
+danime, che movieno i pi ver noi,
+e non pareva, s venan lente.
+
+Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:
+ecco di qua chi ne dar consiglio,
+se tu da te medesmo aver nol puoi.
+
+Guard allora, e con libero piglio
+rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;
+e tu ferma la spene, dolce figlio.
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+i dico dopo i nostri mille passi,
+quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+de lalta ripa, e stetter fermi e stretti
+com a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+O ben finiti, o gi spiriti eletti,
+Virgilio incominci, per quella pace
+chi credo che per voi tutti saspetti,
+
+ditene dove la montagna giace,
+s che possibil sia landare in suso;
+ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+a una, a due, a tre, e laltre stanno
+timidette atterrando locchio e l muso;
+
+e ci che fa la prima, e laltre fanno,
+addossandosi a lei, sella sarresta,
+semplici e quete, e lo mperch non sanno;
+
+s vid io muovere a venir la testa
+di quella mandra fortunata allotta,
+pudica in faccia e ne landare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+la luce in terra dal mio destro canto,
+s che lombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser s in dietro alquanto,
+e tutti li altri che venieno appresso,
+non sappiendo l perch, fenno altrettanto.
+
+Sanza vostra domanda io vi confesso
+che questo corpo uman che voi vedete;
+per che l lume del sole in terra fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+che non sanza virt che da ciel vegna
+cerchi di soverchiar questa parete.
+
+Cos l maestro; e quella gente degna
+Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
+coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incominci: Chiunque
+tu se, cos andando, volgi l viso:
+pon mente se di l mi vedesti unque.
+
+Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ma lun de cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand io mi fui umilmente disdetto
+daverlo visto mai, el disse: Or vedi;
+e mostrommi una piaga a sommo l petto.
+
+Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
+nepote di Costanza imperadrice;
+ond io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+de lonor di Cicilia e dAragona,
+e dichi l vero a lei, saltro si dice.
+
+Poscia chio ebbi rotta la persona
+di due punte mortali, io mi rendei,
+piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ma la bont infinita ha s gran braccia,
+che prende ci che si rivolge a lei.
+
+Se l pastor di Cosenza, che a la caccia
+di me fu messo per Clemente allora,
+avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+lossa del corpo mio sarieno ancora
+in co del ponte presso a Benevento,
+sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,
+dov e le trasmut a lume spento.
+
+Per lor maladizion s non si perde,
+che non possa tornar, letterno amore,
+mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero che quale in contumacia more
+di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,
+star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo chelli stato, trenta,
+in sua presunzon, se tal decreto
+pi corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+revelando a la mia buona Costanza
+come mhai visto, e anco esto divieto;
+
+ch qui per quei di l molto savanza.
+
+
+
+Purgatorio Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+che alcuna virt nostra comprenda,
+lanima bene ad essa si raccoglie,
+
+par cha nulla potenza pi intenda;
+e questo contra quello error che crede
+chunanima sovr altra in noi saccenda.
+
+E per, quando sode cosa o vede
+che tegna forte a s lanima volta,
+vassene l tempo e luom non se navvede;
+
+chaltra potenza quella che lascolta,
+e altra quella cha lanima intera:
+questa quasi legata e quella sciolta.
+
+Di ci ebb io esperenza vera,
+udendo quello spirto e ammirando;
+ch ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non mera accorto, quando
+venimmo ove quell anime ad una
+gridaro a noi: Qui vostro dimando.
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+con una forcatella di sue spine
+luom de la villa quando luva imbruna,
+
+che non era la calla onde salne
+lo duca mio, e io appresso, soli,
+come da noi la schiera si partne.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+montasi su in Bismantova e n Cacume
+con esso i pi; ma qui convien chom voli;
+
+dico con lale snelle e con le piume
+del gran disio, di retro a quel condotto
+che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro l sasso rotto,
+e dogne lato ne stringea lo stremo,
+e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su lorlo suppremo
+de lalta ripa, a la scoperta piaggia,
+Maestro mio, diss io, che via faremo?.
+
+Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
+pur su al monte dietro a me acquista,
+fin che nappaia alcuna scorta saggia.
+
+Lo sommo er alto che vincea la vista,
+e la costa superba pi assai
+che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+O dolce padre, volgiti, e rimira
+com io rimango sol, se non restai.
+
+Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
+additandomi un balzo poco in se
+che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+S mi spronaron le parole sue,
+chi mi sforzai carpando appresso lui,
+tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+vlti a levante ond eravam saliti,
+che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+poscia li alzai al sole, e ammirava
+che da sinistra neravam feriti.
+
+Ben savvide il poeta cho stava
+stupido tutto al carro de la luce,
+ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond elli a me: Se Castore e Poluce
+fossero in compagnia di quello specchio
+che s e gi del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodaco rubecchio
+ancora a lOrse pi stretto rotare,
+se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come ci sia, se l vuoi poter pensare,
+dentro raccolto, imagina Sn
+con questo monte in su la terra stare
+
+s, chamendue hanno un solo orizzn
+e diversi emisperi; onde la strada
+che mal non seppe carreggiar Fetn,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+da lun, quando a colui da laltro fianco,
+se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.
+
+Certo, maestro mio, diss io, unquanco
+non vid io chiaro s com io discerno
+l dove mio ingegno parea manco,
+
+che l mezzo cerchio del moto superno,
+che si chiama Equatore in alcun arte,
+e che sempre riman tra l sole e l verno,
+
+per la ragion che di, quinci si parte
+verso settentron, quanto li Ebrei
+vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+quanto avemo ad andar; ch l poggio sale
+pi che salir non posson li occhi miei.
+
+Ed elli a me: Questa montagna tale,
+che sempre al cominciar di sotto grave;
+e quant om pi va s, e men fa male.
+
+Per, quand ella ti parr soave
+tanto, che s andar ti fia leggero
+com a seconda gi andar per nave,
+
+allor sarai al fin desto sentiero;
+quivi di riposar laffanno aspetta.
+Pi non rispondo, e questo so per vero.
+
+E com elli ebbe sua parola detta,
+una voce di presso son: Forse
+che di sedere in pria avrai distretta!.
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+e vedemmo a mancina un gran petrone,
+del qual n io n ei prima saccorse.
+
+L ci traemmo; e ivi eran persone
+che si stavano a lombra dietro al sasso
+come luom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+sedeva e abbracciava le ginocchia,
+tenendo l viso gi tra esse basso.
+
+O dolce segnor mio, diss io, adocchia
+colui che mostra s pi negligente
+che se pigrizia fosse sua serocchia.
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+movendo l viso pur su per la coscia,
+e disse: Or va tu s, che se valente!.
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+che mavacciava un poco ancor la lena,
+non mimped landare a lui; e poscia
+
+cha lui fu giunto, alz la testa a pena,
+dicendo: Hai ben veduto come l sole
+da lomero sinistro il carro mena?.
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+mosser le labbra mie un poco a riso;
+poi cominciai: Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perch assiso
+quiritto se? attendi tu iscorta,
+o pur lo modo usato tha ripriso?.
+
+Ed elli: O frate, andar in s che porta?
+ch non mi lascerebbe ire a martri
+langel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel maggiri
+di fuor da essa, quanto fece in vita,
+per chio ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazone in prima non maita
+che surga s di cuor che in grazia viva;
+laltra che val, che n ciel non udita?.
+
+E gi il poeta innanzi mi saliva,
+e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco
+meridan dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte gi col pi Morrocco.
+
+
+
+Purgatorio Canto V
+
+
+Io era gi da quell ombre partito,
+e seguitava lorme del mio duca,
+quando di retro a me, drizzando l dito,
+
+una grid: Ve che non par che luca
+lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+e come vivo par che si conduca!.
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+e vidile guardar per maraviglia
+pur me, pur me, e l lume chera rotto.
+
+Perch lanimo tuo tanto simpiglia,
+disse l maestro, che landare allenti?
+che ti fa ci che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+sta come torre ferma, che non crolla
+gi mai la cima per soffiar di venti;
+
+ch sempre lomo in cui pensier rampolla
+sovra pensier, da s dilunga il segno,
+perch la foga lun de laltro insolla.
+
+Che potea io ridir, se non Io vegno?
+Dissilo, alquanto del color consperso
+che fa luom di perdon talvolta degno.
+
+E ntanto per la costa di traverso
+venivan genti innanzi a noi un poco,
+cantando Miserere a verso a verso.
+
+Quando saccorser chi non dava loco
+per lo mio corpo al trapassar di raggi,
+mutar lor canto in un oh! lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+corsero incontr a noi e dimandarne:
+Di vostra condizion fatene saggi.
+
+E l mio maestro: Voi potete andarne
+e ritrarre a color che vi mandaro
+che l corpo di costui vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+com io avviso, assai lor risposto:
+fccianli onore, ed esser pu lor caro.
+
+Vapori accesi non vid io s tosto
+di prima notte mai fender sereno,
+n, sol calando, nuvole dagosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+e, giunti l, con li altri a noi dier volta,
+come schiera che scorre sanza freno.
+
+Questa gente che preme a noi molta,
+e vegnonti a pregar, disse l poeta:
+per pur va, e in andando ascolta.
+
+O anima che vai per esser lieta
+con quelle membra con le quai nascesti,
+venian gridando, un poco il passo queta.
+
+Guarda salcun di noi unqua vedesti,
+s che di lui di l novella porti:
+deh, perch vai? deh, perch non tarresti?
+
+Noi fummo tutti gi per forza morti,
+e peccatori infino a lultima ora;
+quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+s che, pentendo e perdonando, fora
+di vita uscimmo a Dio pacificati,
+che del disio di s veder naccora.
+
+E io: Perch ne vostri visi guati,
+non riconosco alcun; ma sa voi piace
+cosa chio possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io far per quella pace
+che, dietro a piedi di s fatta guida,
+di mondo in mondo cercar mi si face.
+
+E uno incominci: Ciascun si fida
+del beneficio tuo sanza giurarlo,
+pur che l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ti priego, se mai vedi quel paese
+che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+in Fano, s che ben per me sadori
+pur chi possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu io; ma li profondi fri
+ond usc l sangue in sul quale io sedea,
+fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+l dov io pi sicuro esser credea:
+quel da Esti il f far, che mavea in ira
+assai pi l che dritto non volea.
+
+Ma sio fosse fuggito inver la Mira,
+quando fu sovragiunto ad Oraco,
+ancor sarei di l dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e l braco
+mimpigliar s chi caddi; e l vid io
+de le mie vene farsi in terra laco.
+
+Poi disse un altro: Deh, se quel disio
+si compia che ti tragge a lalto monte,
+con buona petate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+Giovanna o altri non ha di me cura;
+per chio vo tra costor con bassa fronte.
+
+E io a lui: Qual forza o qual ventura
+ti trav s fuor di Campaldino,
+che non si seppe mai tua sepultura?.
+
+Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino
+traversa unacqua cha nome lArchiano,
+che sovra lErmo nasce in Apennino.
+
+L ve l vocabol suo diventa vano,
+arriva io forato ne la gola,
+fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola;
+nel nome di Maria fini, e quivi
+caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io dir vero, e tu l rid tra vivi:
+langel di Dio mi prese, e quel dinferno
+gridava: O tu del ciel, perch mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui letterno
+per una lagrimetta che l mi toglie;
+ma io far de laltro altro governo!.
+
+Ben sai come ne laere si raccoglie
+quell umido vapor che in acqua riede,
+tosto che sale dove l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento
+per la virt che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come l d fu spento,
+da Pratomagno al gran giogo coperse
+di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,
+
+s che l pregno aere in acqua si converse;
+la pioggia cadde, e a fossati venne
+di lei ci che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ver lo fiume real tanto veloce
+si ruin, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+trov lArchian rubesto; e quel sospinse
+ne lArno, e sciolse al mio petto la croce
+
+chi fe di me quando l dolor mi vinse;
+voltmmi per le ripe e per lo fondo,
+poi di sua preda mi coperse e cinse.
+
+Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+e riposato de la lunga via,
+seguit l terzo spirito al secondo,
+
+ricorditi di me, che son la Pia;
+Siena mi f, disfecemi Maremma:
+salsi colui che nnanellata pria
+
+disposando mavea con la sua gemma.
+
+
+
+Purgatorio Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+colui che perde si riman dolente,
+repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con laltro se ne va tutta la gente;
+qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non sarresta, e questo e quello intende;
+a cui porge la man, pi non fa pressa;
+e cos da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
+e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv era lAretin che da le braccia
+fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+e laltro channeg correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+Federigo Novello, e quel da Pisa
+che f parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e lanima divisa
+dal corpo suo per astio e per inveggia,
+com e dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+mentr di qua, la donna di Brabante,
+s che per non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,
+s che savacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: El par che tu mi nieghi,
+o luce mia, espresso in alcun testo
+che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+sarebbe dunque loro speme vana,
+o non m l detto tuo ben manifesto?.
+
+Ed elli a me: La mia scrittura piana;
+e la speranza di costor non falla,
+se ben si guarda con la mente sana;
+
+ch cima di giudicio non savvalla
+perch foco damor compia in un punto
+ci che de sodisfar chi qui sastalla;
+
+e l dov io fermai cotesto punto,
+non sammendava, per pregar, difetto,
+perch l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a cos alto sospetto
+non ti fermar, se quella nol ti dice
+che lume fia tra l vero e lo ntelletto.
+
+Non so se ntendi: io dico di Beatrice;
+tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+di questo monte, ridere e felice.
+
+E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ch gi non maffatico come dianzi,
+e vedi omai che l poggio lombra getta.
+
+Noi anderem con questo giorno innanzi,
+rispuose, quanto pi potremo omai;
+ma l fatto daltra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie l s, tornar vedrai
+colui che gi si cuopre de la costa,
+s che suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi l unanima che, posta
+sola soletta, inverso noi riguarda:
+quella ne nsegner la via pi tosta.
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+come ti stavi altera e disdegnosa
+e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dica alcuna cosa,
+ma lasciavane gir, solo sguardando
+a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+che ne mostrasse la miglior salita;
+e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ci nchiese; e l dolce duca incominciava
+Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,
+
+surse ver lui del loco ove pria stava,
+dicendo: O Mantoano, io son Sordello
+de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+non donna di province, ma bordello!
+
+Quell anima gentil fu cos presta,
+sol per lo dolce suon de la sua terra,
+di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+li vivi tuoi, e lun laltro si rode
+di quei chun muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+salcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perch ti racconciasse il freno
+Iustinano, se la sella vta?
+Sanz esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+e lasciar seder Cesare in la sella,
+se bene intendi ci che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera fatta fella
+per non esser corretta da li sproni,
+poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco chabbandoni
+costei ch fatta indomita e selvaggia,
+e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+tal che l tuo successor temenza naggia!
+
+Chavete tu e l tuo padre sofferto,
+per cupidigia di cost distretti,
+che l giardin de lo mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+color gi tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+di tuoi gentili, e cura lor magagne;
+e vedrai Santafior com oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+vedova e sola, e d e notte chiama:
+Cesare mio, perch non maccompagne?.
+
+Vieni a veder la gente quanto sama!
+e se nulla di noi piet ti move,
+a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m, o sommo Giove
+che fosti in terra per noi crucifisso,
+son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O preparazion che ne labisso
+del tuo consiglio fai per alcun bene
+in tutto de laccorger nostro scisso?
+
+Ch le citt dItalia tutte piene
+son di tiranni, e un Marcel diventa
+ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+di questa digression che non ti tocca,
+merc del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+per non venir sanza consiglio a larco;
+ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ma il popol tuo solicito risponde
+sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.
+
+Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
+tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+lantiche leggi e furon s civili,
+fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+provedimenti, cha mezzo novembre
+non giugne quel che tu dottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+legge, moneta, officio e costume
+hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+vedrai te somigliante a quella inferma
+che non pu trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+Purgatorio Canto VII
+
+
+Poscia che laccoglienze oneste e liete
+furo iterate tre e quattro volte,
+Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.
+
+Anzi che a questo monte fosser volte
+lanime degne di salire a Dio,
+fur lossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null altro rio
+lo ciel perdei che per non aver f.
+Cos rispuose allora il duca mio.
+
+Qual colui che cosa innanzi s
+sbita vede ond e si maraviglia,
+che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . ,
+
+tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
+e umilmente ritorn ver lui,
+e abbraccil l ve l minor sappiglia.
+
+O gloria di Latin, disse, per cui
+mostr ci che potea la lingua nostra,
+o pregio etterno del loco ond io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+Sio son dudir le tue parole degno,
+dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.
+
+Per tutt i cerchi del dolente regno,
+rispuose lui, son io di qua venuto;
+virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+a veder lalto Sol che tu disiri
+e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo l gi non tristo di martri,
+ma di tenebre solo, ove i lamenti
+non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+dai denti morsi de la morte avante
+che fosser da lumana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+virt non si vestiro, e sanza vizio
+conobber laltre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+d noi per che venir possiam pi tosto
+l dove purgatorio ha dritto inizio.
+
+Rispuose: Loco certo non c posto;
+licito m andar suso e intorno;
+per quanto ir posso, a guida mi taccosto.
+
+Ma vedi gi come dichina il giorno,
+e andar s di notte non si puote;
+per buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote;
+se mi consenti, io ti merr ad esse,
+e non sanza diletto ti fier note.
+
+Com ci?, fu risposto. Chi volesse
+salir di notte, fora elli impedito
+daltrui, o non sarria ch non potesse?.
+
+E l buon Sordello in terra freg l dito,
+dicendo: Vedi? sola questa riga
+non varcheresti dopo l sol partito:
+
+non per chaltra cosa desse briga,
+che la notturna tenebra, ad ir suso;
+quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+e passeggiar la costa intorno errando,
+mentre che lorizzonte il d tien chiuso.
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+Menane, disse, dunque l ve dici
+chaver si pu diletto dimorando.
+
+Poco allungati ceravam di lici,
+quand io maccorsi che l monte era scemo,
+a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+Col, disse quell ombra, nanderemo
+dove la costa face di s grembo;
+e l il novo giorno attenderemo.
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+che ne condusse in fianco de la lacca,
+l dove pi cha mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+indaco, legno lucido e sereno,
+fresco smeraldo in lora che si fiacca,
+
+da lerba e da li fior, dentr a quel seno
+posti, ciascun saria di color vinto,
+come dal suo maggiore vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ma di soavit di mille odori
+vi facea uno incognito e indistinto.
+
+Salve, Regina in sul verde e n su fiori
+quindi seder cantando anime vidi,
+che per la valle non parean di fuori.
+
+Prima che l poco sole omai sannidi,
+cominci l Mantoan che ci avea vlti,
+tra color non vogliate chio vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e volti
+conoscerete voi di tutti quanti,
+che ne la lama gi tra essi accolti.
+
+Colui che pi siede alto e fa sembianti
+daver negletto ci che far dovea,
+e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+sanar le piaghe channo Italia morta,
+s che tardi per altri si ricrea.
+
+Laltro che ne la vista lui conforta,
+resse la terra dove lacqua nasce
+che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+par con colui cha s benigno aspetto,
+mor fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate l come si batte il petto!
+Laltro vedete cha fatto a la guancia
+de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+sanno la vita sua viziata e lorda,
+e quindi viene il duol che s li lancia.
+
+Quel che par s membruto e che saccorda,
+cantando, con colui dal maschio naso,
+dogne valor port cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+lo giovanetto che retro a lui siede,
+ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de laltre rede;
+Iacomo e Federigo hanno i reami;
+del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+lumana probitate; e questo vole
+quei che la d, perch da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+non men cha laltro, Pier, che con lui canta,
+onde Puglia e Proenza gi si dole.
+
+Tant del seme suo minor la pianta,
+quanto, pi che Beatrice e Margherita,
+Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+seder l solo, Arrigo dInghilterra:
+questi ha ne rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che pi basso tra costor satterra,
+guardando in suso, Guiglielmo marchese,
+per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese.
+
+
+
+Purgatorio Canto VIII
+
+
+Era gi lora che volge il disio
+ai navicanti e ntenerisce il core
+lo d chan detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin damore
+punge, se ode squilla di lontano
+che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand io incominciai a render vano
+ludire e a mirare una de lalme
+surta, che lascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e lev ambo le palme,
+ficcando li occhi verso lorente,
+come dicesse a Dio: Daltro non calme.
+
+Te lucis ante s devotamente
+le usco di bocca e con s dolci note,
+che fece me a me uscir di mente;
+
+e laltre poi dolcemente e devote
+seguitar lei per tutto linno intero,
+avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ch l velo ora ben tanto sottile,
+certo che l trapassar dentro leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+tacito poscia riguardare in se,
+quasi aspettando, palido e umle;
+
+e vidi uscir de lalto e scender gie
+due angeli con due spade affocate,
+tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+erano in veste, che da verdi penne
+percosse traean dietro e ventilate.
+
+Lun poco sovra noi a star si venne,
+e laltro scese in lopposita sponda,
+s che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discerna in lor la testa bionda;
+ma ne la faccia locchio si smarria,
+come virt cha troppo si confonda.
+
+Ambo vegnon del grembo di Maria,
+disse Sordello, a guardia de la valle,
+per lo serpente che verr vie via.
+
+Ond io, che non sapeva per qual calle,
+mi volsi intorno, e stretto maccostai,
+tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: Or avvalliamo omai
+tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+grazoso fia lor vedervi assai.
+
+Solo tre passi credo chi scendesse,
+e fui di sotto, e vidi un che mirava
+pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp era gi che laere sannerava,
+ma non s che tra li occhi suoi e miei
+non dichiarisse ci che pria serrava.
+
+Ver me si fece, e io ver lui mi fei:
+giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+quando ti vidi non esser tra rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+poi dimand: Quant che tu venisti
+a pi del monte per le lontane acque?.
+
+Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi
+venni stamane, e sono in prima vita,
+ancor che laltra, s andando, acquisti.
+
+E come fu la mia risposta udita,
+Sordello ed elli in dietro si raccolse
+come gente di sbito smarrita.
+
+Luno a Virgilio e laltro a un si volse
+che sedea l, gridando: S, Currado!
+vieni a veder che Dio per grazia volse.
+
+Poi, vlto a me: Per quel singular grado
+che tu dei a colui che s nasconde
+lo suo primo perch, che non l guado,
+
+quando sarai di l da le larghe onde,
+d a Giovanna mia che per me chiami
+l dove a li nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre pi mami,
+poscia che trasmut le bianche bende,
+le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+quanto in femmina foco damor dura,
+se locchio o l tatto spesso non laccende.
+
+Non le far s bella sepultura
+la vipera che Melanesi accampa,
+com avria fatto il gallo di Gallura.
+
+Cos dicea, segnato de la stampa,
+nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+pur l dove le stelle son pi tarde,
+s come rota pi presso a lo stelo.
+
+E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
+E io a lui: A quelle tre facelle
+di che l polo di qua tutto quanto arde.
+
+Ond elli a me: Le quattro chiare stelle
+che vedevi staman, son di l basse,
+e queste son salite ov eran quelle.
+
+Com ei parlava, e Sordello a s il trasse
+dicendo: Vedi l l nostro avversaro;
+e drizz il dito perch n l guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+la picciola vallea, era una biscia,
+forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra lerba e fior vena la mala striscia,
+volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso
+leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e per dicer non posso,
+come mosser li astor celestali;
+ma vidi bene e luno e laltro mosso.
+
+Sentendo fender laere a le verdi ali,
+fugg l serpente, e li angeli dier volta,
+suso a le poste rivolando iguali.
+
+Lombra che sera al giudice raccolta
+quando chiam, per tutto quello assalto
+punto non fu da me guardare sciolta.
+
+Se la lucerna che ti mena in alto
+truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+quant mestiere infino al sommo smalto,
+
+cominci ella, se novella vera
+di Val di Magra o di parte vicina
+sai, dillo a me, che gi grande l era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+non son lantico, ma di lui discesi;
+a miei portai lamor che qui raffina.
+
+Oh!, diss io lui, per li vostri paesi
+gi mai non fui; ma dove si dimora
+per tutta Europa chei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+grida i segnori e grida la contrada,
+s che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, sio di sopra vada,
+che vostra gente onrata non si sfregia
+del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura s la privilegia,
+che, perch il capo reo il mondo torca,
+sola va dritta e l mal cammin dispregia.
+
+Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca
+sette volte nel letto che l Montone
+con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinone
+ti fia chiavata in mezzo de la testa
+con maggior chiovi che daltrui sermone,
+
+se corso di giudicio non sarresta.
+
+
+
+Purgatorio Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+gi simbiancava al balco dorente,
+fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+poste in figura del freddo animale
+che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de passi con che sale,
+fatti avea due nel loco ov eravamo,
+e l terzo gi chinava in giuso lale;
+
+quand io, che meco avea di quel dAdamo,
+vinto dal sonno, in su lerba inchinai
+l ve gi tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne lora che comincia i tristi lai
+la rondinella presso a la mattina,
+forse a memoria de suo primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+pi da la carne e men da pensier presa,
+a le sue vison quasi divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+unaguglia nel ciel con penne doro,
+con lali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea l dove fuoro
+abbandonati i suoi da Ganimede,
+quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: Forse questa fiede
+pur qui per uso, e forse daltro loco
+disdegna di portarne suso in piede.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+terribil come folgor discendesse,
+e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+e s lo ncendio imaginato cosse,
+che convenne che l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+li occhi svegliati rivolgendo in giro
+e non sappiendo l dove si fosse,
+
+quando la madre da Chirn a Schiro
+trafugg lui dormendo in le sue braccia,
+l onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss io, s come da la faccia
+mi fugg l sonno, e diventa ismorto,
+come fa luom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato mera solo il mio conforto,
+e l sole er alto gi pi che due ore,
+e l viso mera a la marina torto.
+
+Non aver tema, disse il mio segnore;
+fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
+non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se omai al purgatorio giunto:
+vedi l il balzo che l chiude dintorno;
+vedi lentrata l ve par digiunto.
+
+Dianzi, ne lalba che procede al giorno,
+quando lanima tua dentro dormia,
+sovra li fiori ond l gi addorno
+
+venne una donna, e disse: I son Lucia;
+lasciatemi pigliar costui che dorme;
+s lagevoler per la sua via.
+
+Sordel rimase e laltre genti forme;
+ella ti tolse, e come l d fu chiaro,
+sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
+li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+poi ella e l sonno ad una se nandaro.
+
+A guisa duom che n dubbio si raccerta
+e che muta in conforto sua paura,
+poi che la verit li discoperta,
+
+mi cambia io; e come sanza cura
+vide me l duca mio, su per lo balzo
+si mosse, e io di rietro inver laltura.
+
+Lettor, tu vedi ben com io innalzo
+la mia matera, e per con pi arte
+non ti maravigliar sio la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+che l dove pareami prima rotto,
+pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+per gire ad essa, di color diversi,
+e un portier chancor non facea motto.
+
+E come locchio pi e pi vapersi,
+vidil seder sovra l grado sovrano,
+tal ne la faccia chio non lo soffersi;
+
+e una spada nuda ava in mano,
+che refletta i raggi s ver noi,
+chio drizzava spesso il viso in vano.
+
+Dite costinci: che volete voi?,
+cominci elli a dire, ov la scorta?
+Guardate che l venir s non vi ni.
+
+Donna del ciel, di queste cose accorta,
+rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi
+ne disse: Andate l: quivi la porta.
+
+Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
+ricominci il cortese portinaio:
+Venite dunque a nostri gradi innanzi.
+
+L ne venimmo; e lo scaglion primaio
+bianco marmo era s pulito e terso,
+chio mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto pi che perso,
+duna petrina ruvida e arsiccia,
+crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra sammassiccia,
+porfido mi parea, s fiammeggiante
+come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tena ambo le piante
+langel di Dio sedendo in su la soglia
+che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi s di buona voglia
+mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
+umilemente che l serrame scioglia.
+
+Divoto mi gittai a santi piedi;
+misericordia chiesi e chel maprisse,
+ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+col punton de la spada, e Fa che lavi,
+quando se dentro, queste piaghe disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+dun color fora col suo vestimento;
+e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+Luna era doro e laltra era dargento;
+pria con la bianca e poscia con la gialla
+fece a la porta s, chi fu contento.
+
+Quandunque luna deste chiavi falla,
+che non si volga dritta per la toppa,
+diss elli a noi, non sapre questa calla.
+
+Pi cara luna; ma laltra vuol troppa
+darte e dingegno avanti che diserri,
+perch ella quella che l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi chi erri
+anzi ad aprir cha tenerla serrata,
+pur che la gente a piedi mi satterri.
+
+Poi pinse luscio a la porta sacrata,
+dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
+che di fuor torna chi n dietro si guata.
+
+E quando fuor ne cardini distorti
+li spigoli di quella regge sacra,
+che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghi s n si mostr s acra
+Tarpa, come tolto le fu il buono
+Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+e Te Deum laudamus mi parea
+udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ci chio udiva, qual prender si suole
+quando a cantar con organi si stea;
+
+chor s or no sintendon le parole.
+
+
+
+Purgatorio Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+che l mal amor de lanime disusa,
+perch fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti esser richiusa;
+e sio avesse li occhi vlti ad essa,
+qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+che si moveva e duna e daltra parte,
+s come londa che fugge e sappressa.
+
+Qui si conviene usare un poco darte,
+cominci l duca mio, in accostarsi
+or quinci, or quindi al lato che si parte.
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+tanto che pria lo scemo de la luna
+rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ma quando fummo liberi e aperti
+s dove il monte in dietro si rauna,
+
+o stancato e amendue incerti
+di nostra via, restammo in su un piano
+solingo pi che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+al pi de lalta ripa che pur sale,
+misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto locchio mio potea trar dale,
+or dal sinistro e or dal destro fianco,
+questa cornice mi parea cotale.
+
+L s non eran mossi i pi nostri anco,
+quand io conobbi quella ripa intorno
+che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+dintagli s, che non pur Policleto,
+ma la natura l avrebbe scorno.
+
+Langel che venne in terra col decreto
+de la molt anni lagrimata pace,
+chaperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva s verace
+quivi intagliato in un atto soave,
+che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria chel dicesse Ave!;
+perch iv era imaginata quella
+chad aprir lalto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+Ecce ancilla De, propriamente
+come figura in cera si suggella.
+
+Non tener pur ad un loco la mente,
+disse l dolce maestro, che mavea
+da quella parte onde l cuore ha la gente.
+
+Per chi mi mossi col viso, e vedea
+di retro da Maria, da quella costa
+onde mera colui che mi movea,
+
+unaltra storia ne la roccia imposta;
+per chio varcai Virgilio, e femi presso,
+acci che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato l nel marmo stesso
+lo carro e buoi, traendo larca santa,
+per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+partita in sette cori, a due mie sensi
+faceva dir lun No, laltro S, canta.
+
+Similemente al fummo de li ncensi
+che vera imaginato, li occhi e l naso
+e al s e al no discordi fensi.
+
+L precedeva al benedetto vaso,
+trescando alzato, lumile salmista,
+e pi e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigata ad una vista
+dun gran palazzo, Micl ammirava
+s come donna dispettosa e trista.
+
+I mossi i pi del loco dov io stava,
+per avvisar da presso unaltra istoria,
+che di dietro a Micl mi biancheggiava.
+
+Quiv era storata lalta gloria
+del roman principato, il cui valore
+mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i dico di Traiano imperadore;
+e una vedovella li era al freno,
+di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+di cavalieri, e laguglie ne loro
+sovr essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+pareva dir: Segnor, fammi vendetta
+di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;
+
+ed elli a lei rispondere: Or aspetta
+tanto chi torni; e quella: Segnor mio,
+come persona in cui dolor saffretta,
+
+se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,
+la ti far; ed ella: Laltrui bene
+a te che fia, se l tuo metti in oblio?;
+
+ond elli: Or ti conforta; chei convene
+chi solva il mio dovere anzi chi mova:
+giustizia vuole e piet mi ritene.
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+produsse esto visibile parlare,
+novello a noi perch qui non si trova.
+
+Mentr io mi dilettava di guardare
+limagini di tante umilitadi,
+e per lo fabbro loro a veder care,
+
+Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
+mormorava il poeta, molte genti:
+questi ne nveranno a li alti gradi.
+
+Li occhi miei, cha mirare eran contenti
+per veder novitadi ond e son vaghi,
+volgendosi ver lui non furon lenti.
+
+Non vo per, lettor, che tu ti smaghi
+di buon proponimento per udire
+come Dio vuol che l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martre:
+pensa la succession; pensa chal peggio
+oltre la gran sentenza non pu ire.
+
+Io cominciai: Maestro, quel chio veggio
+muovere a noi, non mi sembian persone,
+e non so che, s nel veder vaneggio.
+
+Ed elli a me: La grave condizione
+di lor tormento a terra li rannicchia,
+s che miei occhi pria nebber tencione.
+
+Ma guarda fiso l, e disviticchia
+col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+gi scorger puoi come ciascun si picchia.
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+che, de la vista de la mente infermi,
+fidanza avete ne retrosi passi,
+
+non vaccorgete voi che noi siam vermi
+nati a formar langelica farfalla,
+che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che lanimo vostro in alto galla,
+poi siete quasi antomata in difetto,
+s come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+per mensola talvolta una figura
+si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+nascere n chi la vede; cos fatti
+vid io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero che pi e meno eran contratti
+secondo chavien pi e meno a dosso;
+e qual pi pazenza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: Pi non posso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XI
+
+
+O Padre nostro, che ne cieli stai,
+non circunscritto, ma per pi amore
+chai primi effetti di l s tu hai,
+
+laudato sia l tuo nome e l tuo valore
+da ogne creatura, com degno
+di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver noi la pace del tuo regno,
+ch noi ad essa non potem da noi,
+sella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+fan sacrificio a te, cantando osanna,
+cos facciano li uomini de suoi.
+
+D oggi a noi la cotidiana manna,
+sanza la qual per questo aspro diserto
+a retro va chi pi di gir saffanna.
+
+E come noi lo mal chavem sofferto
+perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virt che di legger sadona,
+non spermentar con lantico avversaro,
+ma libera da lui che s la sprona.
+
+Quest ultima preghiera, segnor caro,
+gi non si fa per noi, ch non bisogna,
+ma per color che dietro a noi restaro.
+
+Cos a s e noi buona ramogna
+quell ombre orando, andavan sotto l pondo,
+simile a quel che talvolta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+e lasse su per la prima cornice,
+purgando la caligine del mondo.
+
+Se di l sempre ben per noi si dice,
+di qua che dire e far per lor si puote
+da quei channo al voler buona radice?
+
+Ben si de loro atar lavar le note
+che portar quinci, s che, mondi e lievi,
+possano uscire a le stellate ruote.
+
+Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
+tosto, s che possiate muover lala,
+che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver la scala
+si va pi corto; e se c pi dun varco,
+quel ne nsegnate che men erto cala;
+
+ch questi che vien meco, per lo ncarco
+de la carne dAdamo onde si veste,
+al montar s, contra sua voglia, parco.
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+che dette avea colui cu io seguiva,
+non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: A man destra per la riva
+con noi venite, e troverete il passo
+possibile a salir persona viva.
+
+E sio non fossi impedito dal sasso
+che la cervice mia superba doma,
+onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, chancor vive e non si noma,
+guardere io, per veder si l conosco,
+e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato dun gran Tosco:
+Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+non so se l nome suo gi mai fu vosco.
+
+Lantico sangue e lopere leggiadre
+di miei maggior mi fer s arrogante,
+che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,
+chio ne mori, come i Sanesi sanno,
+e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+superbia fa, ch tutti miei consorti
+ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien chio questo peso porti
+per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti.
+
+Ascoltando chinai in gi la faccia;
+e un di lor, non questi che parlava,
+si torse sotto il peso che li mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+tenendo li occhi con fatica fisi
+a me che tutto chin con loro andava.
+
+Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,
+lonor dAgobbio e lonor di quell arte
+challuminar chiamata in Parisi?.
+
+Frate, diss elli, pi ridon le carte
+che pennelleggia Franco Bolognese;
+lonore tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare io stato s cortese
+mentre chio vissi, per lo gran disio
+de leccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+e ancor non sarei qui, se non fosse
+che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de lumane posse!
+com poco verde in su la cima dura,
+se non giunta da letati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+s che la fama di colui scura.
+
+Cos ha tolto luno a laltro Guido
+la gloria de la lingua; e forse nato
+chi luno e laltro caccer del nido.
+
+Non il mondan romore altro chun fiato
+di vento, chor vien quinci e or vien quindi,
+e muta nome perch muta lato.
+
+Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
+da te la carne, che se fossi morto
+anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,
+
+pria che passin mill anni? ch pi corto
+spazio a letterno, chun muover di ciglia
+al cerchio che pi tardi in cielo torto.
+
+Colui che del cammin s poco piglia
+dinanzi a me, Toscana son tutta;
+e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond era sire quando fu distrutta
+la rabbia fiorentina, che superba
+fu a quel tempo s com ora putta.
+
+La vostra nominanza color derba,
+che viene e va, e quei la discolora
+per cui ella esce de la terra acerba.
+
+E io a lui: Tuo vero dir mincora
+bona umilt, e gran tumor mappiani;
+ma chi quei di cui tu parlavi ora?.
+
+Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
+ed qui perch fu presuntoso
+a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito cos e va, sanza riposo,
+poi che mor; cotal moneta rende
+a sodisfar chi di l troppo oso.
+
+E io: Se quello spirito chattende,
+pria che si penta, lorlo de la vita,
+qua gi dimora e qua s non ascende,
+
+se buona orazon lui non aita,
+prima che passi tempo quanto visse,
+come fu la venuta lui largita?.
+
+Quando vivea pi gloroso, disse,
+liberamente nel Campo di Siena,
+ogne vergogna diposta, saffisse;
+
+e l, per trar lamico suo di pena,
+che sostenea ne la prigion di Carlo,
+si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Pi non dir, e scuro so che parlo;
+ma poco tempo andr, che tuoi vicini
+faranno s che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest opera li tolse quei confini.
+
+
+
+Purgatorio Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+mandava io con quell anima carca,
+fin che l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: Lascia lui e varca;
+ch qui buono con lali e coi remi,
+quantunque pu, ciascun pinger sua barca;
+
+dritto s come andar vuolsi rifemi
+con la persona, avvegna che i pensieri
+mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io mera mosso, e seguia volontieri
+del mio maestro i passi, e amendue
+gi mostravam com eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
+buon ti sar, per tranquillar la via,
+veder lo letto de le piante tue.
+
+Come, perch di lor memoria sia,
+sovra i sepolti le tombe terragne
+portan segnato quel chelli eran pria,
+
+onde l molte volte si ripiagne
+per la puntura de la rimembranza,
+che solo a pi d de le calcagne;
+
+s vid io l, ma di miglior sembianza
+secondo lartificio, figurato
+quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+pi chaltra creatura, gi dal cielo
+folgoreggiando scender, da lun lato.
+
+Veda Brareo fitto dal telo
+celestal giacer, da laltra parte,
+grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+armati ancora, intorno al padre loro,
+mirar le membra di Giganti sparte.
+
+Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
+quasi smarrito, e riguardar le genti
+che n Sennar con lui superbi fuoro.
+
+O Nob, con che occhi dolenti
+vedea io te segnata in su la strada,
+tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Sal, come in su la propria spada
+quivi parevi morto in Gelbo,
+che poi non sent pioggia n rugiada!
+
+O folle Aragne, s vedea io te
+gi mezza ragna, trista in su li stracci
+de lopera che mal per te si f.
+
+O Robom, gi non par che minacci
+quivi l tuo segno; ma pien di spavento
+nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+come Almeon a sua madre f caro
+parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+sovra Sennacherb dentro dal tempio,
+e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e l crudo scempio
+che f Tamiri, quando disse a Ciro:
+Sangue sitisti, e io di sangue tempio.
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+o Iln, come te basso e vile
+mostrava il segno che l si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+che ritraesse lombre e tratti chivi
+mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+non vide mei di me chi vide il vero,
+quant io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+figliuoli dEva, e non chinate il volto
+s che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Pi era gi per noi del monte vlto
+e del cammin del sole assai pi speso
+che non stimava lanimo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+andava, cominci: Drizza la testa;
+non pi tempo di gir s sospeso.
+
+Vedi col un angel che sappresta
+per venir verso noi; vedi che torna
+dal servigio del d lancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+s che i diletti lo nvarci in suso;
+pensa che questo d mai non raggiorna!.
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+pur di non perder tempo, s che n quella
+materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi vena la creatura bella,
+biancovestito e ne la faccia quale
+par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse lale;
+disse: Venite: qui son presso i gradi,
+e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+o gente umana, per volar s nata,
+perch a poco vento cos cadi?.
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+quivi mi batt lali per la fronte;
+poi mi promise sicura landata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+dove siede la chiesa che soggioga
+la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar lardita foga
+per le scalee che si fero ad etade
+chera sicuro il quaderno e la doga;
+
+cos sallenta la ripa che cade
+quivi ben ratta da laltro girone;
+ma quinci e quindi lalta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+Beati pauperes spiritu! voci
+cantaron s, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+da linfernali! ch quivi per canti
+sentra, e l gi per lamenti feroci.
+
+Gi montavam su per li scaglion santi,
+ed esser mi parea troppo pi lieve
+che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond io: Maestro, d, qual cosa greve
+levata s da me, che nulla quasi
+per me fatica, andando, si riceve?.
+
+Rispuose: Quando i P che son rimasi
+ancor nel volto tuo presso che stinti,
+saranno, com lun, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
+che non pur non fatica sentiranno,
+ma fia diletto loro esser s pinti.
+
+Allor fec io come color che vanno
+con cosa in capo non da lor saputa,
+se non che cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar saiuta,
+e cerca e truova e quello officio adempie
+che non si pu fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+trovai pur sei le lettere che ncise
+quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+dove secondamente si risega
+lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi cos una cornice lega
+dintorno il poggio, come la primaia;
+se non che larco suo pi tosto piega.
+
+Ombra non l n segno che si paia:
+parsi la ripa e parsi la via schietta
+col livido color de la petraia.
+
+Se qui per dimandar gente saspetta,
+ragionava il poeta, io temo forse
+che troppo avr dindugio nostra eletta.
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+fece del destro lato a muover centro,
+e la sinistra parte di s torse.
+
+O dolce lume a cui fidanza i entro
+per lo novo cammin, tu ne conduci,
+dicea, come condur si vuol quinc entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;
+saltra ragione in contrario non ponta,
+esser dien sempre li tuoi raggi duci.
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+tanto di l eravam noi gi iti,
+con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+non per visti, spiriti parlando
+a la mensa damor cortesi inviti.
+
+La prima voce che pass volando
+Vinum non habent altamente disse,
+e dietro a noi land reterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+per allungarsi, unaltra I sono Oreste
+pass gridando, e anco non saffisse.
+
+Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.
+E com io domandai, ecco la terza
+dicendo: Amate da cui male aveste.
+
+E l buon maestro: Questo cinghio sferza
+la colpa de la invidia, e per sono
+tratte damor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+credo che ludirai, per mio avviso,
+prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per laere ben fiso,
+e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+e ciascun lungo la grotta assiso.
+
+Allora pi che prima li occhi apersi;
+guardami innanzi, e vidi ombre con manti
+al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco pi avanti,
+udia gridar: Maria, ra per noi:
+gridar Michele e Pietro e Tutti santi.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+omo s duro, che non fosse punto
+per compassion di quel chi vidi poi;
+
+ch, quando fui s presso di lor giunto,
+che li atti loro a me venivan certi,
+per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+e lun sofferia laltro con la spalla,
+e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Cos li ciechi a cui la roba falla,
+stanno a perdoni a chieder lor bisogna,
+e luno il capo sopra laltro avvalla,
+
+perch n altrui piet tosto si pogna,
+non pur per lo sonar de le parole,
+ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+cos a lombre quivi, ond io parlo ora,
+luce del ciel di s largir non vole;
+
+ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
+e cusce s, come a sparvier selvaggio
+si fa per che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+veggendo altrui, non essendo veduto:
+per chio mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev ei che volea dir lo muto;
+e per non attese mia dimanda,
+ma disse: Parla, e sie breve e arguto.
+
+Virgilio mi vena da quella banda
+de la cornice onde cader si puote,
+perch da nulla sponda singhirlanda;
+
+da laltra parte meran le divote
+ombre, che per lorribile costura
+premevan s, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e: O gente sicura,
+incominciai, di veder lalto lume
+che l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+di vostra coscenza s che chiaro
+per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
+sanima qui tra voi che sia latina;
+e forse lei sar buon si lapparo.
+
+O frate mio, ciascuna cittadina
+duna vera citt; ma tu vuo dire
+che vivesse in Italia peregrina.
+
+Questo mi parve per risposta udire
+pi innanzi alquanto che l dov io stava,
+ond io mi feci ancor pi l sentire.
+
+Tra laltre vidi unombra chaspettava
+in vista; e se volesse alcun dir Come?,
+lo mento a guisa dorbo in s levava.
+
+Spirto, diss io, che per salir ti dome,
+se tu se quelli che mi rispondesti,
+fammiti conto o per luogo o per nome.
+
+Io fui sanese, rispuose, e con questi
+altri rimendo qui la vita ria,
+lagrimando a colui che s ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapa
+fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+pi lieta assai che di ventura mia.
+
+E perch tu non creda chio tinganni,
+odi si fui, com io ti dico, folle,
+gi discendendo larco di miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+in campo giunti co loro avversari,
+e io pregava Iddio di quel che volle.
+
+Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
+passi di fuga; e veggendo la caccia,
+letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto chio volsi in s lardita faccia,
+gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,
+come f l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+de la mia vita; e ancor non sarebbe
+lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se ci non fosse, cha memoria mebbe
+Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se, che nostre condizioni
+vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+s com io credo, e spirando ragioni?.
+
+Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,
+ma picciol tempo, ch poca loffesa
+fatta per esser con invidia vlti.
+
+Troppa pi la paura ond sospesa
+lanima mia del tormento di sotto,
+che gi lo ncarco di l gi mi pesa.
+
+Ed ella a me: Chi tha dunque condotto
+qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
+E io: Costui ch meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e per mi richiedi,
+spirito eletto, se tu vuo chi mova
+di l per te ancor li mortai piedi.
+
+Oh, questa a udir s cosa nuova,
+rispuose, che gran segno che Dio tami;
+per col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu pi brami,
+se mai calchi la terra di Toscana,
+che a miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+che spera in Talamone, e perderagli
+pi di speranza cha trovar la Diana;
+
+ma pi vi perderanno li ammiragli.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIV
+
+
+Chi costui che l nostro monte cerchia
+prima che morte li abbia dato il volo,
+e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.
+
+Non so chi sia, ma so che non solo;
+domandal tu che pi li tavvicini,
+e dolcemente, s che parli, accolo.
+
+Cos due spirti, luno a laltro chini,
+ragionavan di me ivi a man dritta;
+poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse luno: O anima che fitta
+nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,
+per carit ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se; ch tu ne fai
+tanto maravigliar de la tua grazia,
+quanto vuol cosa che non fu pi mai.
+
+E io: Per mezza Toscana si spazia
+un fiumicel che nasce in Falterona,
+e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr esso rech io questa persona:
+dirvi chi sia, saria parlare indarno,
+ch l nome mio ancor molto non suona.
+
+Se ben lo ntendimento tuo accarno
+con lo ntelletto, allora mi rispuose
+quei che diceva pria, tu parli dArno.
+
+E laltro disse lui: Perch nascose
+questi il vocabol di quella riviera,
+pur com om fa de lorribili cose?.
+
+E lombra che di ci domandata era,
+si sdebit cos: Non so; ma degno
+ben che l nome di tal valle pra;
+
+ch dal principio suo, ov s pregno
+lalpestro monte ond tronco Peloro,
+che n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin l ve si rende per ristoro
+di quel che l ciel de la marina asciuga,
+ond hanno i fiumi ci che va con loro,
+
+vert cos per nimica si fuga
+da tutti come biscia, o per sventura
+del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond hanno s mutata lor natura
+li abitator de la misera valle,
+che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, pi degni di galle
+che daltro cibo fatto in uman uso,
+dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ringhiosi pi che non chiede lor possa,
+e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,
+tanto pi trova di can farsi lupi
+la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per pi pelaghi cupi,
+trova le volpi s piene di froda,
+che non temono ingegno che le occpi.
+
+N lascer di dir perch altri moda;
+e buon sar costui, sancor sammenta
+di ci che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+cacciator di quei lupi in su la riva
+del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+poscia li ancide come antica belva;
+molti di vita e s di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+lasciala tal, che di qui a mille anni
+ne lo stato primaio non si rinselva.
+
+Com a lannunzio di dogliosi danni
+si turba il viso di colui chascolta,
+da qual che parte il periglio lassanni,
+
+cos vid io laltr anima, che volta
+stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+poi chebbe la parola a s raccolta.
+
+Lo dir de luna e de laltra la vista
+mi fer voglioso di saper lor nomi,
+e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlmi
+ricominci: Tu vuo chio mi deduca
+nel fare a te ci che tu far non vuomi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+tanto sua grazia, non ti sar scarso;
+per sappi chio fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio dinvidia s rarso,
+che se veduto avesse uom farsi lieto,
+visto mavresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+o gente umana, perch poni l core
+l v mestier di consorte divieto?
+
+Questi Rinier; questi l pregio e lonore
+de la casa da Calboli, ove nullo
+fatto s reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue fatto brullo,
+tra l Po e l monte e la marina e l Reno,
+del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ch dentro a questi termini ripieno
+di venenosi sterpi, s che tardi
+per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar sio piango, Tosco,
+quando rimembro, con Guido da Prata,
+Ugolin dAzzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+la casa Traversara e li Anastagi
+(e luna gente e laltra diretata),
+
+le donne e cavalier, li affanni e li agi
+che ne nvogliava amore e cortesia
+l dove i cuor son fatti s malvagi.
+
+O Bretinoro, ch non fuggi via,
+poi che gita se n la tua famiglia
+e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+che di figliar tai conti pi simpiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che l demonio
+lor sen gir; ma non per che puro
+gi mai rimagna dessi testimonio.
+
+O Ugolin de Fantolin, sicuro
+ l nome tuo, da che pi non saspetta
+chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta
+troppo di pianger pi che di parlare,
+s mha nostra ragion la mente stretta.
+
+Noi sapavam che quell anime care
+ci sentivano andar; per, tacendo,
+facan noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+folgore parve quando laere fende,
+voce che giunse di contra dicendo:
+
+Anciderammi qualunque mapprende;
+e fugg come tuon che si dilegua,
+se sbito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei ludir nostro ebbe triegua,
+ed ecco laltra con s gran fracasso,
+che somigli tonar che tosto segua:
+
+Io sono Aglauro che divenni sasso;
+e allor, per ristrignermi al poeta,
+in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+Gi era laura dogne parte queta;
+ed el mi disse: Quel fu l duro camo
+che dovria luom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete lesca, s che lamo
+de lantico avversaro a s vi tira;
+e per poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,
+mostrandovi le sue bellezze etterne,
+e locchio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne.
+
+
+
+Purgatorio Canto XV
+
+
+Quanto tra lultimar de lora terza
+e l principio del d par de la spera
+che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva gi inver la sera
+essere al sol del suo corso rimaso;
+vespero l, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo l naso,
+perch per noi girato era s l monte,
+che gi dritti andavamo inver loccaso,
+
+quand io senti a me gravar la fronte
+a lo splendore assai pi che di prima,
+e stupor meran le cose non conte;
+
+ond io levai le mani inver la cima
+de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,
+che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da lacqua o da lo specchio
+salta lo raggio a lopposita parte,
+salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+dal cader de la pietra in igual tratta,
+s come mostra esperenza e arte;
+
+cos mi parve da luce rifratta
+quivi dinanzi a me esser percosso;
+per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+Che quel, dolce padre, a che non posso
+schermar lo viso tanto che mi vaglia,
+diss io, e pare inver noi esser mosso?.
+
+Non ti maravigliar sancor tabbaglia
+la famiglia del cielo, a me rispuose:
+messo che viene ad invitar chom saglia.
+
+Tosto sar cha veder queste cose
+non ti fia grave, ma fieti diletto
+quanto natura a sentir ti dispuose.
+
+Poi giunti fummo a langel benedetto,
+con lieta voce disse: Intrate quinci
+ad un scaleo vie men che li altri eretto.
+
+Noi montavam, gi partiti di linci,
+e Beati misericordes! fue
+cantato retro, e Godi tu che vinci!.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+suso andavamo; e io pensai, andando,
+prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizzami a lui s dimandando:
+Che volse dir lo spirto di Romagna,
+e divieto e consorte menzionando?.
+
+Per chelli a me: Di sua maggior magagna
+conosce il danno; e per non sammiri
+se ne riprende perch men si piagna.
+
+Perch sappuntano i vostri disiri
+dove per compagnia parte si scema,
+invidia move il mantaco a sospiri.
+
+Ma se lamor de la spera supprema
+torcesse in suso il disiderio vostro,
+non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ch, per quanti si dice pi l nostro,
+tanto possiede pi di ben ciascuno,
+e pi di caritate arde in quel chiostro.
+
+Io son desser contento pi digiuno,
+diss io, che se mi fosse pria taciuto,
+e pi di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com esser puote chun ben, distributo
+in pi posseditor, faccia pi ricchi
+di s che se da pochi posseduto?.
+
+Ed elli a me: Per che tu rificchi
+la mente pur a le cose terrene,
+di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+che l s , cos corre ad amore
+com a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si d quanto trova dardore;
+s che, quantunque carit si stende,
+cresce sovr essa letterno valore.
+
+E quanta gente pi l s sintende,
+pi v da bene amare, e pi vi sama,
+e come specchio luno a laltro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ti torr questa e ciascun altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+come son gi le due, le cinque piaghe,
+che si richiudon per esser dolente.
+
+Com io voleva dicer Tu mappaghe,
+vidimi giunto in su laltro girone,
+s che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visone
+estatica di sbito esser tratto,
+e vedere in un tempio pi persone;
+
+e una donna, in su lentrar, con atto
+dolce di madre dicer: Figliuol mio,
+perch hai tu cos verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ti cercavamo. E come qui si tacque,
+ci che pareva prima, dispario.
+
+Indi mapparve unaltra con quell acque
+gi per le gote che l dolor distilla
+quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: Se tu se sire de la villa
+del cui nome ne di fu tanta lite,
+e onde ogne scenza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
+E l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+Che farem noi a chi mal ne disira,
+se quei che ci ama per noi condannato?,
+
+Poi vidi genti accese in foco dira
+con pietre un giovinetto ancider, forte
+gridando a s pur: Martira, martira!.
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+che laggravava gi, inver la terra,
+ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a lalto Sire, in tanta guerra,
+che perdonasse a suoi persecutori,
+con quello aspetto che piet diserra.
+
+Quando lanima mia torn di fori
+a le cose che son fuor di lei vere,
+io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+far s com om che dal sonno si slega,
+disse: Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se venuto pi che mezza lega
+velando li occhi e con le gambe avvolte,
+a guisa di cui vino o sonno piega?.
+
+O dolce padre mio, se tu mascolte,
+io ti dir, diss io, ci che mapparve
+quando le gambe mi furon s tolte.
+
+Ed ei: Se tu avessi cento larve
+sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Ci che vedesti fu perch non scuse
+daprir lo core a lacque de la pace
+che da letterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai Che hai? per quel che face
+chi guarda pur con locchio che non vede,
+quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+cos frugar conviensi i pigri, lenti
+ad usar lor vigilia quando riede.
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+oltre quanto potean li occhi allungarsi
+contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+verso di noi come la notte oscuro;
+n da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e laere puro.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVI
+
+
+Buio dinferno e di notte privata
+dogne pianeto, sotto pover cielo,
+quant esser pu di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio s grosso velo
+come quel fummo chivi ci coperse,
+n a sentir di cos aspro pelo,
+
+che locchio stare aperto non sofferse;
+onde la scorta mia saputa e fida
+mi saccost e lomero mofferse.
+
+S come cieco va dietro a sua guida
+per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+in cosa che l molesti, o forse ancida,
+
+mandava io per laere amaro e sozzo,
+ascoltando il mio duca che diceva
+pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+pregar per pace e per misericordia
+lAgnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur Agnus Dei eran le loro essordia;
+una parola in tutte era e un modo,
+s che parea tra esse ogne concordia.
+
+Quei sono spirti, maestro, chi odo?,
+diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
+e diracundia van solvendo il nodo.
+
+Or tu chi se che l nostro fummo fendi,
+e di noi parli pur come se tue
+partissi ancor lo tempo per calendi?.
+
+Cos per una voce detto fue;
+onde l maestro mio disse: Rispondi,
+e domanda se quinci si va se.
+
+E io: O creatura che ti mondi
+per tornar bella a colui che ti fece,
+maraviglia udirai, se mi secondi.
+
+Io ti seguiter quanto mi lece,
+rispuose; e se veder fummo non lascia,
+ludir ci terr giunti in quella vece.
+
+Allora incominciai: Con quella fascia
+che la morte dissolve men vo suso,
+e venni qui per linfernale ambascia.
+
+E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,
+tanto che vuol chi veggia la sua corte
+per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;
+e tue parole fier le nostre scorte.
+
+Lombardo fui, e fu chiamato Marco;
+del mondo seppi, e quel valore amai
+al quale ha or ciascun disteso larco.
+
+Per montar s dirittamente vai.
+Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego
+che per me prieghi quando s sarai.
+
+E io a lui: Per fede mi ti lego
+di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
+dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora fatto doppio
+ne la sentenza tua, che mi fa certo
+qui, e altrove, quello ov io laccoppio.
+
+Lo mondo ben cos tutto diserto
+dogne virtute, come tu mi sone,
+e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che maddite la cagione,
+s chi la veggia e chi la mostri altrui;
+ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.
+
+Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
+mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
+lo mondo cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+pur suso al cielo, pur come se tutto
+movesse seco di necessitate.
+
+Se cos fosse, in voi fora distrutto
+libero arbitrio, e non fora giustizia
+per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+non dico tutti, ma, posto chi l dica,
+lume v dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ne le prime battaglie col ciel dura,
+poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+liberi soggiacete; e quella cria
+la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.
+
+Per, se l mondo presente disvia,
+in voi la cagione, in voi si cheggia;
+e io te ne sar or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+prima che sia, a guisa di fanciulla
+che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+lanima semplicetta che sa nulla,
+salvo che, mossa da lieto fattore,
+volontier torna a ci che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+quivi singanna, e dietro ad esso corre,
+se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+convenne rege aver, che discernesse
+de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+Nullo, per che l pastor che procede,
+rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+pur a quel ben fedire ond ella ghiotta,
+di quel si pasce, e pi oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+ la cagion che l mondo ha fatto reo,
+e non natura che n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che l buon mondo feo,
+due soli aver, che luna e laltra strada
+facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+Lun laltro ha spento; ed giunta la spada
+col pasturale, e lun con laltro insieme
+per viva forza mal convien che vada;
+
+per che, giunti, lun laltro non teme:
+se non mi credi, pon mente a la spiga,
+chogn erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese chAdice e Po riga,
+solea valore e cortesia trovarsi,
+prima che Federigo avesse briga;
+
+or pu sicuramente indi passarsi
+per qualunque lasciasse, per vergogna
+di ragionar coi buoni o dappressarsi.
+
+Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna
+lantica et la nova, e par lor tardo
+che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e l buon Gherardo
+e Guido da Castel, che mei si noma,
+francescamente, il semplice Lombardo.
+
+D oggimai che la Chiesa di Roma,
+per confondere in s due reggimenti,
+cade nel fango, e s brutta e la soma.
+
+O Marco mio, diss io, bene argomenti;
+e or discerno perch dal retaggio
+li figli di Lev furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo quel che tu per saggio
+di ch rimaso de la gente spenta,
+in rimprovro del secol selvaggio?.
+
+O tuo parlar minganna, o el mi tenta,
+rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
+par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+sio nol togliessi da sua figlia Gaia.
+Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.
+
+Vedi lalbor che per lo fummo raia
+gi biancheggiare, e me convien partirmi
+(langelo ivi) prima chio li paia.
+
+Cos torn, e pi non volle udirmi.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe
+ti colse nebbia per la qual vedessi
+non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+a diradar cominciansi, la spera
+del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+in giugnere a veder com io rividi
+lo sole in pria, che gi nel corcar era.
+
+S, pareggiando i miei co passi fidi
+del mio maestro, usci fuor di tal nube
+ai raggi morti gi ne bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+talvolta s di fuor, chom non saccorge
+perch dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se l senso non ti porge?
+Moveti lume che nel ciel sinforma,
+per s o per voler che gi lo scorge.
+
+De lempiezza di lei che mut forma
+ne luccel cha cantar pi si diletta,
+ne limagine mia apparve lorma;
+
+e qui fu la mia mente s ristretta
+dentro da s, che di fuor non vena
+cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a lalta fantasia
+un crucifisso, dispettoso e fero
+ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assero,
+Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,
+che fu al dire e al far cos intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+s per s stessa, a guisa duna bulla
+cui manca lacqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visone una fanciulla
+piangendo forte, e dicea: O regina,
+perch per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa thai per non perder Lavina;
+or mhai perduta! Io son essa che lutto,
+madre, a la tua pria cha laltrui ruina.
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+nova luce percuote il viso chiuso,
+che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+cos limaginar mio cadde giuso
+tosto che lume il volto mi percosse,
+maggior assai che quel ch in nostro uso.
+
+I mi volgea per veder ov io fosse,
+quando una voce disse Qui si monta,
+che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+di riguardar chi era che parlava,
+che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+e per soverchio sua figura vela,
+cos la mia virt quivi mancava.
+
+Questo divino spirito, che ne la
+via da ir s ne drizza sanza prego,
+e col suo lume s medesmo cela.
+
+S fa con noi, come luom si fa sego;
+ch quale aspetta prego e luopo vede,
+malignamente gi si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+procacciam di salir pria che sabbui,
+ch poi non si poria, se l d non riede.
+
+Cos disse il mio duca, e io con lui
+volgemmo i nostri passi ad una scala;
+e tosto chio al primo grado fui,
+
+sentimi presso quasi un muover dala
+e ventarmi nel viso e dir: Beati
+pacifici, che son sanz ira mala!.
+
+Gi eran sovra noi tanto levati
+li ultimi raggi che la notte segue,
+che le stelle apparivan da pi lati.
+
+O virt mia, perch s ti dilegue?,
+fra me stesso dicea, ch mi sentiva
+la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove pi non saliva
+la scala s, ed eravamo affissi,
+pur come nave cha la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, sio udissi
+alcuna cosa nel novo girone;
+poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+Dolce mio padre, d, quale offensione
+si purga qui nel giro dove semo?
+Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.
+
+Ed elli a me: Lamor del bene, scemo
+del suo dover, quiritta si ristora;
+qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perch pi aperto intendi ancora,
+volgi la mente a me, e prenderai
+alcun buon frutto di nostra dimora.
+
+N creator n creatura mai,
+cominci el, figliuol, fu sanza amore,
+o naturale o danimo; e tu l sai.
+
+Lo naturale sempre sanza errore,
+ma laltro puote errar per malo obietto
+o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre chelli nel primo ben diretto,
+e ne secondi s stesso misura,
+esser non pu cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con pi cura
+o con men che non dee corre nel bene,
+contra l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi chesser convene
+amor sementa in voi dogne virtute
+e dogne operazion che merta pene.
+
+Or, perch mai non pu da la salute
+amor del suo subietto volger viso,
+da lodio proprio son le cose tute;
+
+e perch intender non si pu diviso,
+e per s stante, alcuno esser dal primo,
+da quello odiare ogne effetto deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+che l mal che sama del prossimo; ed esso
+amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ chi, per esser suo vicin soppresso,
+spera eccellenza, e sol per questo brama
+chel sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ chi podere, grazia, onore e fama
+teme di perder perch altri sormonti,
+onde sattrista s che l contrario ama;
+
+ed chi per ingiuria par chaonti,
+s che si fa de la vendetta ghiotto,
+e tal convien che l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua gi di sotto
+si piange: or vo che tu de laltro intende,
+che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+nel qual si queti lanimo, e disira;
+per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+o a lui acquistar, questa cornice,
+dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben che non fa luom felice;
+non felicit, non la buona
+essenza, dogne ben frutto e radice.
+
+Lamor chad esso troppo sabbandona,
+di sovr a noi si piange per tre cerchi;
+ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.
+
+
+
+Purgatorio Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+lalto dottore, e attento guardava
+ne la mia vista sio parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+di fuor tacea, e dentro dicea: Forse
+lo troppo dimandar chio fo li grava.
+
+Ma quel padre verace, che saccorse
+del timido voler che non sapriva,
+parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond io: Maestro, il mio veder savviva
+s nel tuo lume, chio discerno chiaro
+quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Per ti prego, dolce padre caro,
+che mi dimostri amore, a cui reduci
+ogne buono operare e l suo contraro.
+
+Drizza, disse, ver me lagute luci
+de lo ntelletto, e fieti manifesto
+lerror de ciechi che si fanno duci.
+
+Lanimo, ch creato ad amar presto,
+ad ogne cosa mobile che piace,
+tosto che dal piacere in atto desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+s che lanimo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver di lei si piega,
+quel piegare amor, quell natura
+che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come l foco movesi in altura
+per la sua forma ch nata a salire
+l dove pi in sua matera dura,
+
+cos lanimo preso entra in disire,
+ch moto spiritale, e mai non posa
+fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant nascosa
+la veritate a la gente chavvera
+ciascun amore in s laudabil cosa;
+
+per che forse appar la sua matera
+sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ buono, ancor che buona sia la cera.
+
+Le tue parole e l mio seguace ingegno,
+rispuos io lui, mhanno amor discoverto,
+ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;
+
+ch, samore di fuori a noi offerto
+e lanima non va con altro piede,
+se dritta o torta va, non suo merto.
+
+Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
+dir ti poss io; da indi in l taspetta
+pur a Beatrice, ch opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzal, che setta
+ da matera ed con lei unita,
+specifica vertute ha in s colletta,
+
+la qual sanza operar non sentita,
+n si dimostra mai che per effetto,
+come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Per, l onde vegna lo ntelletto
+de le prime notizie, omo non sape,
+e de primi appetibili laffetto,
+
+che sono in voi s come studio in ape
+di far lo mele; e questa prima voglia
+merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perch a questa ogn altra si raccoglia,
+innata v la virt che consiglia,
+e de lassenso de tener la soglia.
+
+Quest l principio l onde si piglia
+ragion di meritare in voi, secondo
+che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+saccorser desta innata libertate;
+per moralit lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+surga ogne amor che dentro a voi saccende,
+di ritenerlo in voi la podestate.
+
+La nobile virt Beatrice intende
+per lo libero arbitrio, e per guarda
+che labbi a mente, sa parlar ten prende.
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+facea le stelle a noi parer pi rade,
+fatta com un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro l ciel per quelle strade
+che l sole infiamma allor che quel da Roma
+tra Sardi e Corsi il vede quando cade.
+
+E quell ombra gentil per cui si noma
+Pietola pi che villa mantoana,
+del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per chio, che la ragione aperta e piana
+sovra le mie quistioni avea ricolta,
+stava com om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+subitamente da gente che dopo
+le nostre spalle a noi era gi volta.
+
+E quale Ismeno gi vide e Asopo
+lungo di s di notte furia e calca,
+pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+per quel chio vidi di color, venendo,
+cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr a noi, perch correndo
+si movea tutta quella turba magna;
+e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+Maria corse con fretta a la montagna;
+e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+punse Marsilia e poi corse in Ispagna.
+
+Ratto, ratto, che l tempo non si perda
+per poco amor, gridavan li altri appresso,
+che studio di ben far grazia rinverda.
+
+O gente in cui fervore aguto adesso
+ricompie forse negligenza e indugio
+da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i non vi bugio,
+vuole andar s, pur che l sol ne riluca;
+per ne dite ond presso il pertugio.
+
+Parole furon queste del mio duca;
+e un di quelli spirti disse: Vieni
+di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
+che restar non potem; per perdona,
+se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+sotto lo mperio del buon Barbarossa,
+di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha gi lun pi dentro la fossa,
+che tosto pianger quel monastero,
+e tristo fia davere avuta possa;
+
+perch suo figlio, mal del corpo intero,
+e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ha posto in loco di suo pastor vero.
+
+Io non so se pi disse o sei si tacque,
+tant era gi di l da noi trascorso;
+ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che mera ad ogne uopo soccorso
+disse: Volgiti qua: vedine due
+venir dando a laccida di morso.
+
+Di retro a tutti dicean: Prima fue
+morta la gente a cui il mar saperse,
+che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che laffanno non sofferse
+fino a la fine col figlio dAnchise,
+s stessa a vita sanza gloria offerse.
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+quell ombre, che veder pi non potiersi,
+novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual pi altri nacquero e diversi;
+e tanto duno in altro vaneggiai,
+che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+Purgatorio Canto XIX
+
+
+Ne lora che non pu l calor durno
+intepidar pi l freddo de la luna,
+vinto da terra, e talor da Saturno
+
+quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+veggiono in orente, innanzi a lalba,
+surger per via che poco le sta bruna,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
+con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come l sol conforta
+le fredde membra che la notte aggrava,
+cos lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+in poco dora, e lo smarrito volto,
+com amor vuol, cos le colorava.
+
+Poi chell avea l parlar cos disciolto,
+cominciava a cantar s, che con pena
+da lei avrei mio intento rivolto.
+
+Io son, cantava, io son dolce serena,
+che marinari in mezzo mar dismago;
+tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+al canto mio; e qual meco sausa,
+rado sen parte; s tutto lappago!.
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+quand una donna apparve santa e presta
+lunghesso me per far colei confusa.
+
+O Virgilio, Virgilio, chi questa?,
+fieramente dicea; ed el vena
+con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+Laltra prendea, e dinanzi lapria
+fendendo i drappi, e mostravami l ventre;
+quel mi svegli col puzzo che nuscia.
+
+Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre
+voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;
+troviam laperta per la qual tu entre.
+
+S mi levai, e tutti eran gi pieni
+de lalto d i giron del sacro monte,
+e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+come colui che lha di pensier carca,
+che fa di s un mezzo arco di ponte;
+
+quand io udi Venite; qui si varca
+parlare in modo soave e benigno,
+qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con lali aperte, che parean di cigno,
+volseci in s colui che s parlonne
+tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+Qui lugent affermando esser beati,
+chavran di consolar lanime donne.
+
+Che hai che pur inver la terra guati?,
+la guida mia incominci a dirmi,
+poco amendue da langel sormontati.
+
+E io: Con tanta sospeccion fa irmi
+novella vison cha s mi piega,
+s chio non posso dal pensar partirmi.
+
+Vedesti, disse, quellantica strega
+che sola sovr a noi omai si piagne;
+vedesti come luom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+li occhi rivolgi al logoro che gira
+lo rege etterno con le rote magne.
+
+Quale l falcon, che prima a pi si mira,
+indi si volge al grido e si protende
+per lo disio del pasto che l il tira,
+
+tal mi fec io; e tal, quanto si fende
+la roccia per dar via a chi va suso,
+nandai infin dove l cerchiar si prende.
+
+Com io nel quinto giro fui dischiuso,
+vidi gente per esso che piangea,
+giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+Adhaesit pavimento anima mea
+sentia dir lor con s alti sospiri,
+che la parola a pena sintendea.
+
+O eletti di Dio, li cui soffriri
+e giustizia e speranza fa men duri,
+drizzate noi verso li alti saliri.
+
+Se voi venite dal giacer sicuri,
+e volete trovar la via pi tosto,
+le vostre destre sien sempre di fori.
+
+Cos preg l poeta, e s risposto
+poco dinanzi a noi ne fu; per chio
+nel parlare avvisai laltro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ond elli massent con lieto cenno
+ci che chiedea la vista del disio.
+
+Poi chio potei di me fare a mio senno,
+trassimi sovra quella creatura
+le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: Spirto in cui pianger matura
+quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,
+sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perch vlti avete i dossi
+al s, mi d, e se vuo chio timpetri
+cosa di l ond io vivendo mossi.
+
+Ed elli a me: Perch i nostri diretri
+rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
+scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Sestri e Chiaveri sadima
+una fiumana bella, e del suo nome
+lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e poco pi prova io come
+pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+che piuma sembran tutte laltre some.
+
+La mia conversone, om!, fu tarda;
+ma, come fatto fui roman pastore,
+cos scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che l non sacquetava il core,
+n pi salir potiesi in quella vita;
+per che di questa in me saccese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+da Dio anima fui, del tutto avara;
+or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel chavarizia fa, qui si dichiara
+in purgazion de lanime converse;
+e nulla pena il monte ha pi amara.
+
+S come locchio nostro non saderse
+in alto, fisso a le cose terrene,
+cos giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+lo nostro amore, onde operar perdsi,
+cos giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne piedi e ne le man legati e presi;
+e quanto fia piacer del giusto Sire,
+tanto staremo immobili e distesi.
+
+Io mera inginocchiato e volea dire;
+ma com io cominciai ed el saccorse,
+solo ascoltando, del mio reverire,
+
+Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
+E io a lui: Per vostra dignitate
+mia coscenza dritto mi rimorse.
+
+Drizza le gambe, lvati s, frate!,
+rispuose; non errar: conservo sono
+teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+che dice Neque nubent intendesti,
+ben puoi veder perch io cos ragiono.
+
+Vattene omai: non vo che pi tarresti;
+ch la tua stanza mio pianger disagia,
+col qual maturo ci che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di l cha nome Alagia,
+buona da s, pur che la nostra casa
+non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di l m rimasa.
+
+
+
+Purgatorio Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+onde contra l piacer mio, per piacerli,
+trassi de lacqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e l duca mio si mosse per li
+luoghi spediti pur lungo la roccia,
+come si va per muro stretto a merli;
+
+ch la gente che fonde a goccia a goccia
+per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,
+da laltra parte in fuor troppo sapproccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+che pi che tutte laltre bestie hai preda
+per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+le condizion di qua gi trasmutarsi,
+quando verr per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+e io attento a lombre, chi sentia
+pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi Dolce Maria!
+dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
+come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: Povera fosti tanto,
+quanto veder si pu per quello ospizio
+dove sponesti il tuo portato santo.
+
+Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
+con povert volesti anzi virtute
+che gran ricchezza posseder con vizio.
+
+Queste parole meran s piaciute,
+chio mi trassi oltre per aver contezza
+di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+che fece Niccol a le pulcelle,
+per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+O anima che tanto ben favelle,
+dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
+tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza merc la tua parola,
+sio ritorno a compir lo cammin corto
+di quella vita chal termine vola.
+
+Ed elli: Io ti dir, non per conforto
+chio attenda di l, ma perch tanta
+grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+che la terra cristiana tutta aduggia,
+s che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+potesser, tosto ne saria vendetta;
+e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
+di me son nati i Filippi e i Luigi
+per cui novellamente Francia retta.
+
+Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:
+quando li regi antichi venner meno
+tutti, fuor chun renduto in panni bigi,
+
+trovami stretto ne le mani il freno
+del governo del regno, e tanta possa
+di nuovo acquisto, e s damici pieno,
+
+cha la corona vedova promossa
+la testa di mio figlio fu, dal quale
+cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+al sangue mio non tolse la vergogna,
+poco valea, ma pur non facea male.
+
+L cominci con forza e con menzogna
+la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+Pont e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+vittima f di Curradino; e poi
+ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,
+che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+per far conoscer meglio e s e suoi.
+
+Sanz arme nesce e solo con la lancia
+con la qual giostr Giuda, e quella ponta
+s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+guadagner, per s tanto pi grave,
+quanto pi lieve simil danno conta.
+
+Laltro, che gi usc preso di nave,
+veggio vender sua figlia e patteggiarne
+come fanno i corsar de laltre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu pi farne,
+poscia cha il mio sangue a te s tratto,
+che non si cura de la propria carne?
+
+Perch men paia il mal futuro e l fatto,
+veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo unaltra volta esser deriso;
+veggio rinovellar laceto e l fiele,
+e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato s crudele,
+che ci nol sazia, ma sanza decreto
+portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando sar io lieto
+a veder la vendetta che, nascosa,
+fa dolce lira tua nel tuo secreto?
+
+Ci chio dicea di quell unica sposa
+de lo Spirito Santo e che ti fece
+verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto risposto a tutte nostre prece
+quanto l d dura; ma com el sannotta,
+contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalon allotta,
+cui traditore e ladro e paricida
+fece la voglia sua de loro ghiotta;
+
+e la miseria de lavaro Mida,
+che segu a la sua dimanda gorda,
+per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
+come fur le spoglie, s che lira
+di Ios qui par chancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+lodiam i calci chebbe Elodoro;
+e in infamia tutto l monte gira
+
+Polinestr chancise Polidoro;
+ultimamente ci si grida: Crasso,
+dilci, che l sai: di che sapore loro?.
+
+Talor parla luno alto e laltro basso,
+secondo laffezion chad ir ci sprona
+ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+per al ben che l d ci si ragiona,
+dianzi non era io sol; ma qui da presso
+non alzava la voce altra persona.
+
+Noi eravam partiti gi da esso,
+e brigavam di soverchiar la strada
+tanto quanto al poder nera permesso,
+
+quand io senti, come cosa che cada,
+tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+qual prender suol colui cha morte vada.
+
+Certo non si scoteo s forte Delo,
+pria che Latona in lei facesse l nido
+a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi cominci da tutte parti un grido
+tal, che l maestro inverso me si feo,
+dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.
+
+Glora in excelsis tutti Deo
+dicean, per quel chio da vicin compresi,
+onde intender lo grido si poteo.
+
+No istavamo immobili e sospesi
+come i pastor che prima udir quel canto,
+fin che l tremar cess ed el compisi.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+guardando lombre che giacean per terra,
+tornate gi in su lusato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+mi f desideroso di sapere,
+se la memoria mia in ci non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+n per la fretta dimandare er oso,
+n per me l potea cosa vedere:
+
+cos mandava timido e pensoso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXI
+
+
+La sete natural che mai non sazia
+se non con lacqua onde la femminetta
+samaritana domand la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+per la mpacciata via dietro al mio duca,
+e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, s come ne scrive Luca
+che Cristo apparve a due cherano in via,
+gi surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve unombra, e dietro a noi vena,
+dal pi guardando la turba che giace;
+n ci addemmo di lei, s parl pria,
+
+dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.
+Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
+rendli l cenno cha ci si conface.
+
+Poi cominci: Nel beato concilio
+ti ponga in pace la verace corte
+che me rilega ne letterno essilio.
+
+Come!, diss elli, e parte andavam forte:
+se voi siete ombre che Dio s non degni,
+chi vha per la sua scala tanto scorte?.
+
+E l dottor mio: Se tu riguardi a segni
+che questi porta e che langel profila,
+ben vedrai che coi buon convien che regni.
+
+Ma perch lei che d e notte fila
+non li avea tratta ancora la conocchia
+che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+lanima sua, ch tua e mia serocchia,
+venendo s, non potea venir sola,
+per chal nostro modo non adocchia.
+
+Ond io fui tratto fuor de lampia gola
+dinferno per mostrarli, e mosterrolli
+oltre, quanto l potr menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
+di dianzi l monte, e perch tutto ad una
+parve gridare infino a suoi pi molli.
+
+S mi di, dimandando, per la cruna
+del mio disio, che pur con la speranza
+si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei cominci: Cosa non che sanza
+ordine senta la religone
+de la montagna, o che sia fuor dusanza.
+
+Libero qui da ogne alterazione:
+di quel che l ciel da s in s riceve
+esser ci puote, e non daltro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+non rugiada, non brina pi s cade
+che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion n rade,
+n coruscar, n figlia di Taumante,
+che di l cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge pi avante
+chal sommo di tre gradi chio parlai,
+dov ha l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse pi gi poco o assai;
+ma per vento che n terra si nasconda,
+non so come, qua s non trem mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+sentesi, s che surga o che si mova
+per salir s; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+che, tutto libero a mutar convento,
+lalma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+che divina giustizia, contra voglia,
+come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+cinquecent anni e pi, pur mo sentii
+libera volont di miglior soglia:
+
+per sentisti il tremoto e li pii
+spiriti per lo monte render lode
+a quel Segnor, che tosto s li nvii.
+
+Cos ne disse; e per chel si gode
+tanto del ber quant grande la sete,
+non saprei dir quant el mi fece prode.
+
+E l savio duca: Omai veggio la rete
+che qui vi mpiglia e come si scalappia,
+perch ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati chio sappia,
+e perch tanti secoli giaciuto
+qui se, ne le parole tue mi cappia.
+
+Nel tempo che l buon Tito, con laiuto
+del sommo rege, vendic le fra
+ond usc l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che pi dura e pi onora
+era io di l, rispuose quello spirto,
+famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+che, tolosano, a s mi trasse Roma,
+dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di l mi noma:
+cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+che mi scaldar, de la divina fiamma
+onde sono allumati pi di mille;
+
+de lEneda dico, la qual mamma
+fummi, e fummi nutrice, poetando:
+sanz essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di l quando
+visse Virgilio, assentirei un sole
+pi che non deggio al mio uscir di bando.
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+con viso che, tacendo, disse Taci;
+ma non pu tutto la virt che vuole;
+
+ch riso e pianto son tanto seguaci
+a la passion di che ciascun si spicca,
+che men seguon voler ne pi veraci.
+
+Io pur sorrisi come luom chammicca;
+per che lombra si tacque, e riguardommi
+ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;
+
+e Se tanto labore in bene assommi,
+disse, perch la tua faccia testeso
+un lampeggiar di riso dimostrommi?.
+
+Or son io duna parte e daltra preso:
+luna mi fa tacer, laltra scongiura
+chio dica; ond io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e Non aver paura,
+mi dice, di parlar; ma parla e digli
+quel che dimanda con cotanta cura.
+
+Ond io: Forse che tu ti maravigli,
+antico spirto, del rider chio fei;
+ma pi dammirazion vo che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+ quel Virgilio dal qual tu togliesti
+forte a cantar de li uomini e di di.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+lasciala per non vera, ed esser credi
+quelle parole che di lui dicesti.
+
+Gi sinchinava ad abbracciar li piedi
+al mio dottor, ma el li disse: Frate,
+non far, ch tu se ombra e ombra vedi.
+
+Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
+comprender de lamor cha te mi scalda,
+quand io dismento nostra vanitate,
+
+trattando lombre come cosa salda.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXII
+
+
+Gi era langel dietro a noi rimaso,
+langel che navea vlti al sesto giro,
+avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei channo a giustizia lor disiro
+detto navea beati, e le sue voci
+con sitiunt, sanz altro, ci forniro.
+
+E io pi lieve che per laltre foci
+mandava, s che sanz alcun labore
+seguiva in s li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incominci: Amore,
+acceso di virt, sempre altro accese,
+pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da lora che tra noi discese
+nel limbo de lo nferno Giovenale,
+che la tua affezion mi f palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+pi strinse mai di non vista persona,
+s chor mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+se troppa sicurt mallarga il freno,
+e come amico omai meco ragiona:
+
+come pot trovar dentro al tuo seno
+loco avarizia, tra cotanto senno
+di quanto per tua cura fosti pieno?.
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+un poco a riso pria; poscia rispuose:
+Ogne tuo dir damor m caro cenno.
+
+Veramente pi volte appaion cose
+che danno a dubitar falsa matera
+per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder mavvera
+esser chi fossi avaro in laltra vita,
+forse per quella cerchia dov io era.
+
+Or sappi chavarizia fu partita
+troppo da me, e questa dismisura
+migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse chio drizzai mia cura,
+quand io intesi l dove tu chiame,
+crucciato quasi a lumana natura:
+
+Per che non reggi tu, o sacra fame
+de loro, lappetito de mortali?,
+voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor maccorsi che troppo aprir lali
+potean le mani a spendere, e pentemi
+cos di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+per ignoranza, che di questa pecca
+toglie l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+per dritta opposizione alcun peccato,
+con esso insieme qui suo verde secca;
+
+per, sio son tra quella gente stato
+che piange lavarizia, per purgarmi,
+per lo contrario suo m incontrato.
+
+Or quando tu cantasti le crude armi
+de la doppia trestizia di Giocasta,
+disse l cantor de buccolici carmi,
+
+per quello che Cl teco l tasta,
+non par che ti facesse ancor fedele
+la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se cos , qual sole o quai candele
+ti stenebraron s, che tu drizzasti
+poscia di retro al pescator le vele?.
+
+Ed elli a lui: Tu prima minvasti
+verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+e prima appresso Dio malluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+che porta il lume dietro e s non giova,
+ma dopo s fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: Secol si rinova;
+torna giustizia e primo tempo umano,
+e progene scende da ciel nova.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ma perch veggi mei ci chio disegno,
+a colorare stender la mano.
+
+Gi era l mondo tutto quanto pregno
+de la vera credenza, seminata
+per li messaggi de letterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+si consonava a nuovi predicanti;
+ond io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+che, quando Domizian li perseguette,
+sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di l per me si stette,
+io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria chio conducessi i Greci a fiumi
+di Tebe poetando, ebb io battesmo;
+ma per paura chiuso cristian fumi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+e questa tepidezza il quarto cerchio
+cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+che mascondeva quanto bene io dico,
+mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov Terrenzio nostro antico,
+Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+dimmi se son dannati, e in qual vico.
+
+Costoro e Persio e io e altri assai,
+rispuose il duca mio, siam con quel Greco
+che le Muse lattar pi chaltri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco;
+spesse fate ragioniam del monte
+che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v nosco e Antifonte,
+Simonide, Agatone e altri pie
+Greci che gi di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+Antigone, Defile e Argia,
+e Ismene s trista come fue.
+
+Vdeisi quella che mostr Langia;
+vvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+e con le suore sue Dedamia.
+
+Tacevansi ambedue gi li poeti,
+di novo attenti a riguardar dintorno,
+liberi da saliri e da pareti;
+
+e gi le quattro ancelle eran del giorno
+rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+drizzando pur in s lardente corno,
+
+quando il mio duca: Io credo cha lo stremo
+le destre spalle volger ne convegna,
+girando il monte come far solemo.
+
+Cos lusanza fu l nostra insegna,
+e prendemmo la via con men sospetto
+per lassentir di quell anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+cha poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+un alber che trovammo in mezza strada,
+con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+di ramo in ramo, cos quello in giuso,
+cred io, perch persona s non vada.
+
+Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,
+cadea de lalta roccia un liquor chiaro
+e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a lalber sappressaro;
+e una voce per entro le fronde
+grid: Di questo cibo avrete caro.
+
+Poi disse: Pi pensava Maria onde
+fosser le nozze orrevoli e intere,
+cha la sua bocca, chor per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+contente furon dacqua; e Danello
+dispregi cibo e acquist savere.
+
+Lo secol primo, quant oro fu bello,
+f savorose con fame le ghiande,
+e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+che nodriro il Batista nel diserto;
+per chelli gloroso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v aperto.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ficcava o s come far suole
+chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
+vienne oramai, ch l tempo che n imposto
+pi utilmente compartir si vuole.
+
+Io volsi l viso, e l passo non men tosto,
+appresso i savi, che parlavan se,
+che landar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar sude
+Laba ma, Domine per modo
+tal, che diletto e doglia parture.
+
+O dolce padre, che quel chi odo?,
+comincia io; ed elli: Ombre che vanno
+forse di lor dover solvendo il nodo.
+
+S come i peregrin pensosi fanno,
+giugnendo per cammin gente non nota,
+che si volgono ad essa e non restanno,
+
+cos di retro a noi, pi tosto mota,
+venendo e trapassando ci ammirava
+danime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+palida ne la faccia, e tanto scema
+che da lossa la pelle sinformava.
+
+Non credo che cos a buccia strema
+Erisittone fosse fatto secco,
+per digiunar, quando pi nebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: Ecco
+la gente che perd Ierusalemme,
+quando Maria nel figlio di di becco!
+
+Parean locchiaie anella sanza gemme:
+chi nel viso de li uomini legge omo
+ben avria quivi conosciuta lemme.
+
+Chi crederebbe che lodor dun pomo
+s governasse, generando brama,
+e quel dunacqua, non sappiendo como?
+
+Gi era in ammirar che s li affama,
+per la cagione ancor non manifesta
+di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+volse a me li occhi unombra e guard fiso;
+poi grid forte: Qual grazia m questa?.
+
+Mai non lavrei riconosciuto al viso;
+ma ne la voce sua mi fu palese
+ci che laspetto in s avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+mia conoscenza a la cangiata labbia,
+e ravvisai la faccia di Forese.
+
+Deh, non contendere a lasciutta scabbia
+che mi scolora, pregava, la pelle,
+n a difetto di carne chio abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, d chi son quelle
+due anime che l ti fanno scorta;
+non rimaner che tu non mi favelle!.
+
+La faccia tua, chio lagrimai gi morta,
+mi d di pianger mo non minor doglia,
+rispuos io lui, veggendola s torta.
+
+Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
+non mi far dir mentr io mi maraviglio,
+ch mal pu dir chi pien daltra voglia.
+
+Ed elli a me: De letterno consiglio
+cade vert ne lacqua e ne la pianta
+rimasa dietro ond io s massottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+per seguitar la gola oltra misura,
+in fame e n sete qui si rif santa.
+
+Di bere e di mangiar naccende cura
+lodor chesce del pomo e de lo sprazzo
+che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+girando, si rinfresca nostra pena:
+io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ch quella voglia a li alberi ci mena
+che men Cristo lieto a dire El,
+quando ne liber con la sua vena.
+
+E io a lui: Forese, da quel d
+nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+cinqu anni non son vlti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+di peccar pi, che sovvenisse lora
+del buon dolor cha Dio ne rimarita,
+
+come se tu qua s venuto ancora?
+Io ti credea trovar l gi di sotto,
+dove tempo per tempo si ristora.
+
+Ond elli a me: S tosto mha condotto
+a ber lo dolce assenzo di martri
+la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+tratto mha de la costa ove saspetta,
+e liberato mha de li altri giri.
+
+Tanto a Dio pi cara e pi diletta
+la vedovella mia, che molto amai,
+quanto in bene operare pi soletta;
+
+ch la Barbagia di Sardigna assai
+ne le femmine sue pi pudica
+che la Barbagia dov io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo tu chio dica?
+Tempo futuro m gi nel cospetto,
+cui non sar quest ora molto antica,
+
+nel qual sar in pergamo interdetto
+a le sfacciate donne fiorentine
+landar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+cui bisognasse, per farle ir coperte,
+o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+di quel che l ciel veloce loro ammanna,
+gi per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ch, se lantiveder qui non minganna,
+prima fien triste che le guance impeli
+colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
+vedi che non pur io, ma questa gente
+tutta rimira l dove l sol veli.
+
+Per chio a lui: Se tu riduci a mente
+qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda
+vi si mostr la suora di colui,
+
+e l sol mostrai; costui per la profonda
+notte menato mha di veri morti
+con questa vera carne che l seconda.
+
+Indi mhan tratto s li suoi conforti,
+salendo e rigirando la montagna
+che drizza voi che l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna
+che io sar l dove fia Beatrice;
+quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio questi che cos mi dice,
+e additalo; e quest altro quell ombra
+per cu scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da s lo sgombra.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIV
+
+
+N l dir landar, n landar lui pi lento
+facea, ma ragionando andavam forte,
+s come nave pinta da buon vento;
+
+e lombre, che parean cose rimorte,
+per le fosse de li occhi ammirazione
+traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continando al mio sermone,
+dissi: Ella sen va s forse pi tarda
+che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda;
+dimmi sio veggio da notar persona
+tra questa gente che s mi riguarda.
+
+La mia sorella, che tra bella e buona
+non so qual fosse pi, trunfa lieta
+ne lalto Olimpo gi di sua corona.
+
+S disse prima; e poi: Qui non si vieta
+di nominar ciascun, da ch s munta
+nostra sembianza via per la deta.
+
+Questi, e mostr col dito, Bonagiunta,
+Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+di l da lui pi che laltre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+dal Torso fu, e purga per digiuno
+languille di Bolsena e la vernaccia.
+
+Molti altri mi nom ad uno ad uno;
+e del nomar parean tutti contenti,
+s chio per non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a vto usar li denti
+Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+che pastur col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, chebbe spazio
+gi di bere a Forl con men secchezza,
+e s fu tal, che non si sent sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi sapprezza
+pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,
+che pi parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che Gentucca
+sentiv io l, ov el sentia la piaga
+de la giustizia che s li pilucca.
+
+O anima, diss io, che par s vaga
+di parlar meco, fa s chio tintenda,
+e te e me col tuo parlare appaga.
+
+Femmina nata, e non porta ancor benda,
+cominci el, che ti far piacere
+la mia citt, come chom la riprenda.
+
+Tu te nandrai con questo antivedere:
+se nel mio mormorar prendesti errore,
+dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma d si veggio qui colui che fore
+trasse le nove rime, cominciando
+Donne chavete intelletto damore.
+
+E io a lui: I mi son un che, quando
+Amor mi spira, noto, e a quel modo
+che ditta dentro vo significando.
+
+O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo
+che l Notaro e Guittone e me ritenne
+di qua dal dolce stil novo chi odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+di retro al dittator sen vanno strette,
+che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual pi a gradire oltre si mette,
+non vede pi da luno a laltro stilo;
+e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo l Nilo,
+alcuna volta in aere fanno schiera,
+poi volan pi a fretta e vanno in filo,
+
+cos tutta la gente che l era,
+volgendo l viso, raffrett suo passo,
+e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come luom che di trottare lasso,
+lascia andar li compagni, e s passeggia
+fin che si sfoghi laffollar del casso,
+
+s lasci trapassar la santa greggia
+Forese, e dietro meco sen veniva,
+dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.
+
+Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;
+ma gi non fa il tornar mio tantosto,
+chio non sia col voler prima a la riva;
+
+per che l loco u fui a viver posto,
+di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
+e a trista ruina par disposto.
+
+Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,
+vegg o a coda duna bestia tratto
+inver la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va pi ratto,
+crescendo sempre, fin chella il percuote,
+e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote,
+e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro
+ci che l mio dir pi dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; ch l tempo caro
+in questo regno, s chio perdo troppo
+venendo teco s a paro a paro.
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+lo cavalier di schiera che cavalchi,
+e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si part da noi con maggior valchi;
+e io rimasi in via con esso i due
+che fuor del mondo s gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+dun altro pomo, e non molto lontani
+per esser pur allora vlto in laci.
+
+Vidi gente sott esso alzar le mani
+e gridar non so che verso le fronde,
+quasi bramosi fantolini e vani
+
+che pregano, e l pregato non risponde,
+ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si part s come ricreduta;
+e noi venimmo al grande arbore adesso,
+che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+Trapassate oltre sanza farvi presso:
+legno pi s che fu morso da Eva,
+e questa pianta si lev da esso.
+
+S tra le frasche non so chi diceva;
+per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+oltre andavam dal lato che si leva.
+
+Ricordivi, dicea, di maladetti
+nei nuvoli formati, che, satolli,
+Teso combatter co doppi petti;
+
+e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,
+per che no i volle Gedeon compagni,
+quando inver Madan discese i colli.
+
+S accostati a lun di due vivagni
+passammo, udendo colpe de la gola
+seguite gi da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ben mille passi e pi ci portar oltre,
+contemplando ciascun sanza parola.
+
+Che andate pensando s voi sol tre?.
+sbita voce disse; ond io mi scossi
+come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+e gi mai non si videro in fornace
+vetri o metalli s lucenti e rossi,
+
+com io vidi un che dicea: Sa voi piace
+montare in s, qui si convien dar volta;
+quinci si va chi vuole andar per pace.
+
+Laspetto suo mavea la vista tolta;
+per chio mi volsi dietro a miei dottori,
+com om che va secondo chelli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+laura di maggio movesi e olezza,
+tutta impregnata da lerba e da fiori;
+
+tal mi senti un vento dar per mezza
+la fronte, e ben senti mover la piuma,
+che f sentir dambrosa lorezza.
+
+E senti dir: Beati cui alluma
+tanto di grazia, che lamor del gusto
+nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esurendo sempre quanto giusto!.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXV
+
+
+Ora era onde l salir non volea storpio;
+ch l sole ava il cerchio di merigge
+lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa luom che non saffigge
+ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+cos intrammo noi per la callaia,
+uno innanzi altro prendendo la scala
+che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva lala
+per voglia di volare, e non sattenta
+dabbandonar lo nido, e gi la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+di dimandar, venendo infino a latto
+che fa colui cha dicer sargomenta.
+
+Non lasci, per landar che fosse ratto,
+lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
+larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.
+
+Allor sicuramente apri la bocca
+e cominciai: Come si pu far magro
+l dove luopo di nodrir non tocca?.
+
+Se tammentassi come Meleagro
+si consum al consumar dun stizzo,
+non fora, disse, a te questo s agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ci che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perch dentro a tuo voler tadage,
+ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+che sia or sanator de le tue piage.
+
+Se la veduta etterna li dislego,
+rispuose Stazio, l dove tu sie,
+discolpi me non potert io far nego.
+
+Poi cominci: Se le parole mie,
+figlio, la mente tua guarda e riceve,
+lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+da lassetate vene, e si rimane
+quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+virtute informativa, come quello
+cha farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov pi bello
+tacer che dire; e quindi poscia geme
+sovr altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi saccoglie luno e laltro insieme,
+lun disposto a patire, e laltro a fare
+per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+coagulando prima, e poi avviva
+ci che per sua matera f constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+qual duna pianta, in tanto differente,
+che questa in via e quella gi a riva,
+
+tanto ovra poi, che gi si move e sente,
+come spungo marino; e indi imprende
+ad organar le posse ond semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+la virt ch dal cor del generante,
+dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come danimal divegna fante,
+non vedi tu ancor: quest tal punto,
+che pi savio di te f gi errante,
+
+s che per sua dottrina f disgiunto
+da lanima il possibile intelletto,
+perch da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verit che viene il petto;
+e sappi che, s tosto come al feto
+larticular del cerebro perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+sovra tant arte di natura, e spira
+spirito novo, di vert repleto,
+
+che ci che trova attivo quivi, tira
+in sua sustanzia, e fassi unalma sola,
+che vive e sente e s in s rigira.
+
+E perch meno ammiri la parola,
+guarda il calor del sole che si fa vino,
+giunto a lomor che de la vite cola.
+
+Quando Lchesis non ha pi del lino,
+solvesi da la carne, e in virtute
+ne porta seco e lumano e l divino:
+
+laltre potenze tutte quante mute;
+memoria, intelligenza e volontade
+in atto molto pi che prima agute.
+
+Sanza restarsi, per s stessa cade
+mirabilmente a luna de le rive;
+quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco l la circunscrive,
+la virt formativa raggia intorno
+cos e quanto ne le membra vive.
+
+E come laere, quand ben porno,
+per laltrui raggio che n s si reflette,
+di diversi color diventa addorno;
+
+cos laere vicin quivi si mette
+e in quella forma ch in lui suggella
+virtalmente lalma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+che segue il foco l vunque si muta,
+segue lo spirto sua forma novella.
+
+Per che quindi ha poscia sua paruta,
+ chiamata ombra; e quindi organa poi
+ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+quindi facciam le lagrime e sospiri
+che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affliggono i disiri
+e li altri affetti, lombra si figura;
+e quest la cagion di che tu miri.
+
+E gi venuto a lultima tortura
+sera per noi, e vlto a la man destra,
+ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+e la cornice spira fiato in suso
+che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond ir ne convenia dal lato schiuso
+ad uno ad uno; e io tema l foco
+quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: Per questo loco
+si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+per cherrar potrebbesi per poco.
+
+Summae Deus clementae nel seno
+al grande ardore allora udi cantando,
+che di volger mi f caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+per chio guardava a loro e a miei passi
+compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine cha quell inno fassi,
+gridavano alto: Virum non cognosco;
+indi ricominciavan linno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: Al bosco
+si tenne Diana, ed Elice caccionne
+che di Venere avea sentito il tsco.
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+gridavano e mariti che fuor casti
+come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+per tutto il tempo che l foco li abbruscia:
+con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVI
+
+
+Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,
+ce nandavamo, e spesso il buon maestro
+diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;
+
+feriami il sole in su lomero destro,
+che gi, raggiando, tutto loccidente
+mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con lombra pi rovente
+parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+vidi molt ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+loro a parlar di me; e cominciarsi
+a dir: Colui non par corpo fittizio;
+
+poi verso me, quanto potan farsi,
+certi si fero, sempre con riguardo
+di non uscir dove non fosser arsi.
+
+O tu che vai, non per esser pi tardo,
+ma forse reverente, a li altri dopo,
+rispondi a me che n sete e n foco ardo.
+
+N solo a me la tua risposta uopo;
+ch tutti questi nhanno maggior sete
+che dacqua fredda Indo o Etopo.
+
+Dinne com che fai di te parete
+al sol, pur come tu non fossi ancora
+di morte intrato dentro da la rete.
+
+S mi parlava un dessi; e io mi fora
+gi manifesto, sio non fossi atteso
+ad altra novit chapparve allora;
+
+ch per lo mezzo del cammino acceso
+venne gente col viso incontro a questa,
+la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+L veggio dogne parte farsi presta
+ciascun ombra e basciarsi una con una
+sanza restar, contente a brieve festa;
+
+cos per entro loro schiera bruna
+sammusa luna con laltra formica,
+forse a spar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton laccoglienza amica,
+prima che l primo passo l trascorra,
+sopragridar ciascuna saffatica:
+
+la nova gente: Soddoma e Gomorra;
+e laltra: Ne la vacca entra Pasife,
+perch l torello a sua lussuria corra.
+
+Poi, come grue cha le montagne Rife
+volasser parte, e parte inver larene,
+queste del gel, quelle del sole schife,
+
+luna gente sen va, laltra sen vene;
+e tornan, lagrimando, a primi canti
+e al gridar che pi lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+essi medesmi che mavean pregato,
+attenti ad ascoltar ne lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+incominciai: O anime sicure
+daver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe n mature
+le membra mie di l, ma son qui meco
+col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci s vo per non esser pi cieco;
+donna di sopra che macquista grazia,
+per che l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+tosto divegna, s che l ciel valberghi
+ch pien damore e pi ampio si spazia,
+
+ditemi, acci chancor carte ne verghi,
+chi siete voi, e chi quella turba
+che se ne va di retro a vostri terghi.
+
+Non altrimenti stupido si turba
+lo montanaro, e rimirando ammuta,
+quando rozzo e salvatico sinurba,
+
+che ciascun ombra fece in sua paruta;
+ma poi che furon di stupore scarche,
+lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,
+
+Beato te, che de le nostre marche,
+ricominci colei che pria minchiese,
+per morir meglio, esperenza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+di ci per che gi Cesar, trunfando,
+Regina contra s chiamar sintese:
+
+per si parton Soddoma gridando,
+rimproverando a s com hai udito,
+e aiutan larsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ma perch non servammo umana legge,
+seguendo come bestie lappetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+quando partinci, il nome di colei
+che simbesti ne le mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+se forse a nome vuo saper chi semo,
+tempo non di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo
+per ben dolermi prima cha lo stremo.
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+si fer due figli a riveder la madre,
+tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand io odo nomar s stesso il padre
+mio e de li altri miei miglior che mai
+rime damore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+lunga fata rimirando lui,
+n, per lo foco, in l pi mappressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+tutto moffersi pronto al suo servigio
+con laffermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
+per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,
+che Let nol pu trre n far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+dimmi che cagion per che dimostri
+nel dire e nel guardar davermi caro.
+
+E io a lui: Li dolci detti vostri,
+che, quanto durer luso moderno,
+faranno cari ancora i loro incostri.
+
+O frate, disse, questi chio ti cerno
+col dito, e addit un spirto innanzi,
+fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi damore e prose di romanzi
+soverchi tutti; e lascia dir li stolti
+che quel di Lemos credon chavanzi.
+
+A voce pi chal ver drizzan li volti,
+e cos ferman sua oppinone
+prima charte o ragion per lor sascolti.
+
+Cos fer molti antichi di Guittone,
+di grido in grido pur lui dando pregio,
+fin che lha vinto il ver con pi persone.
+
+Or se tu hai s ampio privilegio,
+che licito ti sia landare al chiostro
+nel quale Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir dun paternostro,
+quanto bisogna a noi di questo mondo,
+dove poter peccar non pi nostro.
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+che presso avea, disparve per lo foco,
+come per lacqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+e dissi chal suo nome il mio disire
+apparecchiava grazoso loco.
+
+El cominci liberamente a dire:
+Tan mabellis vostre cortes deman,
+quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+consiros vei la passada folor,
+e vei jausen lo joi quesper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+que vos guida al som de lescalina,
+sovenha vos a temps de ma dolor!.
+
+Poi sascose nel foco che li affina.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVII
+
+
+S come quando i primi raggi vibra
+l dove il suo fattor lo sangue sparse,
+cadendo Ibero sotto lalta Libra,
+
+e londe in Gange da nona rarse,
+s stava il sole; onde l giorno sen giva,
+come langel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+e cantava Beati mundo corde!
+in voce assai pi che la nostra viva.
+
+Poscia Pi non si va, se pria non morde,
+anime sante, il foco: intrate in esso,
+e al cantar di l non siate sorde,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+per chio divenni tal, quando lo ntesi,
+qual colui che ne la fossa messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+guardando il foco e imaginando forte
+umani corpi gi veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
+qui pu esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+sovresso Geron ti guidai salvo,
+che far ora presso pi a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a lalvo
+di questa fiamma stessi ben mille anni,
+non ti potrebbe far dun capel calvo.
+
+E se tu forse credi chio tinganni,
+fatti ver lei, e fatti far credenza
+con le tue mani al lembo di tuoi panni.
+
+Pon gi omai, pon gi ogne temenza;
+volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
+E io pur fermo e contra coscenza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
+tra Batrice e te questo muro.
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+Piramo in su la morte, e riguardolla,
+allor che l gelso divent vermiglio;
+
+cos, la mia durezza fatta solla,
+mi volsi al savio duca, udendo il nome
+che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond ei croll la fronte e disse: Come!
+volenci star di qua?; indi sorrise
+come al fanciul si fa ch vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+pregando Stazio che venisse retro,
+che pria per lunga strada ci divise.
+
+S com fui dentro, in un bogliente vetro
+gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+tant era ivi lo ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+pur di Beatrice ragionando andava,
+dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.
+
+Guidavaci una voce che cantava
+di l; e noi, attenti pur a lei,
+venimmo fuor l ove si montava.
+
+Venite, benedicti Patris mei,
+son dentro a un lume che l era,
+tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
+non varrestate, ma studiate il passo,
+mentre che loccidente non si annera.
+
+Dritta salia la via per entro l sasso
+verso tal parte chio toglieva i raggi
+dinanzi a me del sol chera gi basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+che l sol corcar, per lombra che si spense,
+sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che n tutte le sue parti immense
+fosse orizzonte fatto duno aspetto,
+e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi dun grado fece letto;
+ch la natura del monte ci affranse
+la possa del salir pi e l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+le capre, state rapide e proterve
+sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a lombra, mentre che l sol ferve,
+guardate dal pastor, che n su la verga
+poggiato s e lor di posa serve;
+
+e quale il mandran che fori alberga,
+lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+guardando perch fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+io come capra, ed ei come pastori,
+fasciati quinci e quindi dalta grotta.
+
+Poco parer potea l del di fori;
+ma, per quel poco, vedea io le stelle
+di lor solere e pi chiare e maggiori.
+
+S ruminando e s mirando in quelle,
+mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+anzi che l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne lora, credo, che de lorente
+prima raggi nel monte Citerea,
+che di foco damor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+donna vedere andar per una landa
+cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+Sappia qualunque il mio nome dimanda
+chi mi son Lia, e vo movendo intorno
+le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;
+ma mia suora Rachel mai non si smaga
+dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell di suoi belli occhi veder vaga
+com io de laddornarmi con le mani;
+lei lo vedere, e me lovrare appaga.
+
+E gi per li splendori antelucani,
+che tanto a pellegrin surgon pi grati,
+quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+e l sonno mio con esse; ond io levami,
+veggendo i gran maestri gi levati.
+
+Quel dolce pome che per tanti rami
+cercando va la cura de mortali,
+oggi porr in pace le tue fami.
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+parole us; e mai non furo strenne
+che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+de lesser s, chad ogne passo poi
+al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+fu corsa e fummo in su l grado superno,
+in me ficc Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: Il temporal foco e letterno
+veduto hai, figlio; e se venuto in parte
+dov io per me pi oltre non discerno.
+
+Tratto tho qui con ingegno e con arte;
+lo tuo piacere omai prendi per duce;
+fuor se de lerte vie, fuor se de larte.
+
+Vedi lo sol che n fronte ti riluce;
+vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli
+che qui la terra sol da s produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
+libero, dritto e sano tuo arbitrio,
+e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per chio te sovra te corono e mitrio.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXVIII
+
+
+Vago gi di cercar dentro e dintorno
+la divina foresta spessa e viva,
+cha li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza pi aspettar, lasciai la riva,
+prendendo la campagna lento lento
+su per lo suol che dogne parte auliva.
+
+Unaura dolce, sanza mutamento
+avere in s, mi feria per la fronte
+non di pi colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+tutte quante piegavano a la parte
+u la prim ombra gitta il santo monte;
+
+non per dal loro esser dritto sparte
+tanto, che li augelletti per le cime
+lasciasser doperare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia lore prime,
+cantando, ricevieno intra le foglie,
+che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+per la pineta in su l lito di Chiassi,
+quand olo scilocco fuor discioglie.
+
+Gi mavean trasportato i lenti passi
+dentro a la selva antica tanto, chio
+non potea rivedere ond io mi ntrassi;
+
+ed ecco pi andar mi tolse un rio,
+che nver sinistra con sue picciole onde
+piegava lerba che n sua ripa usco.
+
+Tutte lacque che son di qua pi monde,
+parrieno avere in s mistura alcuna
+verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+sotto lombra perpeta, che mai
+raggiar non lascia sole ivi n luna.
+
+Coi pi ristetti e con li occhi passai
+di l dal fiumicello, per mirare
+la gran varazion di freschi mai;
+
+e l mapparve, s com elli appare
+subitamente cosa che disvia
+per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+e cantando e scegliendo fior da fiore
+ond era pinta tutta la sua via.
+
+Deh, bella donna, che a raggi damore
+ti scaldi, si vo credere a sembianti
+che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti,
+diss io a lei, verso questa rivera,
+tanto chio possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+Proserpina nel tempo che perdette
+la madre lei, ed ella primavera.
+
+Come si volge, con le piante strette
+a terra e intra s, donna che balli,
+e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+fioretti verso me, non altrimenti
+che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+s appressando s, che l dolce suono
+veniva a me co suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu l dove lerbe sono
+bagnate gi da londe del bel fiume,
+di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+sotto le ciglia a Venere, trafitta
+dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da laltra riva dritta,
+trattando pi color con le sue mani,
+che lalta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ma Elesponto, l ve pass Serse,
+ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+pi odio da Leandro non sofferse
+per mareggiare intra Sesto e Abido,
+che quel da me perch allor non saperse.
+
+Voi siete nuovi, e forse perch io rido,
+cominci ella, in questo luogo eletto
+a lumana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ma luce rende il salmo Delectasti,
+che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se dinanzi e mi pregasti,
+d saltro vuoli udir; chi venni presta
+ad ogne tua question tanto che basti.
+
+Lacqua, diss io, e l suon de la foresta
+impugnan dentro a me novella fede
+di cosa chio udi contraria a questa.
+
+Ond ella: Io dicer come procede
+per sua cagion ci chammirar ti face,
+e purgher la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
+f luom buono e a bene, e questo loco
+diede per arr a lui detterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimor poco;
+per sua difalta in pianto e in affanno
+cambi onesto riso e dolce gioco.
+
+Perch l turbar che sotto da s fanno
+lessalazion de lacqua e de la terra,
+che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a luomo non facesse alcuna guerra,
+questo monte salo verso l ciel tanto,
+e libero n dindi ove si serra.
+
+Or perch in circuito tutto quanto
+laere si volge con la prima volta,
+se non li rotto il cerchio dalcun canto,
+
+in questa altezza ch tutta disciolta
+ne laere vivo, tal moto percuote,
+e fa sonar la selva perch folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+che de la sua virtute laura impregna
+e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e laltra terra, secondo ch degna
+per s e per suo ciel, concepe e figlia
+di diverse virt diverse legna.
+
+Non parrebbe di l poi maraviglia,
+udito questo, quando alcuna pianta
+sanza seme palese vi sappiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+dove tu se, dogne semenza piena,
+e frutto ha in s che di l non si schianta.
+
+Lacqua che vedi non surge di vena
+che ristori vapor che gel converta,
+come fiume chacquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+che tanto dal voler di Dio riprende,
+quant ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virt discende
+che toglie altrui memoria del peccato;
+da laltra dogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Let; cos da laltro lato
+Eno si chiama, e non adopra
+se quinci e quindi pria non gustato:
+
+a tutti altri sapori esto di sopra.
+E avvegna chassai possa esser sazia
+la sete tua perch io pi non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+n credo che l mio dir ti sia men caro,
+se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli chanticamente poetaro
+let de loro e suo stato felice,
+forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente lumana radice;
+qui primavera sempre e ogne frutto;
+nettare questo di che ciascun dice.
+
+Io mi rivolsi n dietro allora tutto
+a miei poeti, e vidi che con riso
+udito avan lultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna il viso.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+contin col fin di sue parole:
+Beati quorum tecta sunt peccata!.
+
+E come ninfe che si givan sole
+per le salvatiche ombre, disando
+qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra l fiume, andando
+su per la riva; e io pari di lei,
+picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra suoi passi e miei,
+quando le ripe igualmente dier volta,
+per modo cha levante mi rendei.
+
+N ancor fu cos nostra via molta,
+quando la donna tutta a me si torse,
+dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.
+
+Ed ecco un lustro sbito trascorse
+da tutte parti per la gran foresta,
+tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perch l balenar, come vien, resta,
+e quel, durando, pi e pi splendeva,
+nel mio pensier dicea: Che cosa questa?.
+
+E una melodia dolce correva
+per laere luminoso; onde buon zelo
+mi f riprender lardimento dEva,
+
+che l dove ubidia la terra e l cielo,
+femmina, sola e pur test formata,
+non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto l qual se divota fosse stata,
+avrei quelle ineffabili delizie
+sentite prima e pi lunga fata.
+
+Mentr io mandava tra tante primizie
+de letterno piacer tutto sospeso,
+e disoso ancora a pi letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ci si f laere sotto i verdi rami;
+e l dolce suon per canti era gi inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+cagion mi sprona chio merc vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+e Urane maiuti col suo coro
+forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco pi oltre, sette alberi doro
+falsava nel parere il lungo tratto
+del mezzo chera ancor tra noi e loro;
+
+ma quand i fui s presso di lor fatto,
+che lobietto comun, che l senso inganna,
+non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virt cha ragion discorso ammanna,
+s com elli eran candelabri apprese,
+e ne le voci del cantare Osanna.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+pi chiaro assai che luna per sereno
+di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi dammirazion pieno
+al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei laspetto a lalte cose
+che si movieno incontr a noi s tardi,
+che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgrid: Perch pur ardi
+s ne laffetto de le vive luci,
+e ci che vien di retro a lor non guardi?.
+
+Genti vid io allor, come a lor duci,
+venire appresso, vestite di bianco;
+e tal candor di qua gi mai non fuci.
+
+Lacqua imprenda dal sinistro fianco,
+e rendea me la mia sinistra costa,
+sio riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand io da la mia riva ebbi tal posta,
+che solo il fiume mi facea distante,
+per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+lasciando dietro a s laere dipinto,
+e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+s che l sopra rimanea distinto
+di sette liste, tutte in quei colori
+onde fa larco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto cos bel ciel com io diviso,
+ventiquattro seniori, a due a due,
+coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: Benedicta tue
+ne le figlie dAdamo, e benedette
+sieno in etterno le bellezze tue!.
+
+Poscia che i fiori e laltre fresche erbette
+a rimpetto di me da laltra sponda
+libere fuor da quelle genti elette,
+
+s come luce luce in ciel seconda,
+vennero appresso lor quattro animali,
+coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+le penne piene docchi; e li occhi dArgo,
+se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme pi non spargo
+rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,
+tanto cha questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechel, che li dipigne
+come li vide da la fredda parte
+venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+tali eran quivi, salvo cha le penne
+Giovanni meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+un carro, in su due rote, trunfale,
+chal collo dun grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in s luna e laltra ale
+tra la mezzana e le tre e tre liste,
+s cha nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+le membra doro avea quant era uccello,
+e bianche laltre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro cos bello
+rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, svando, fu combusto
+per lorazion de la Terra devota,
+quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+venian danzando; luna tanto rossa
+cha pena fora dentro al foco nota;
+
+laltr era come se le carni e lossa
+fossero state di smeraldo fatte;
+la terza parea neve test mossa;
+
+e or paran da la bianca tratte,
+or da la rossa; e dal canto di questa
+laltre toglien landare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+in porpore vestite, dietro al modo
+duna di lor chavea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+vidi due vecchi in abito dispari,
+ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+Lun si mostrava alcun de famigliari
+di quel sommo Ipocrte che natura
+a li animali f chell ha pi cari;
+
+mostrava laltro la contraria cura
+con una spada lucida e aguta,
+tal che di qua dal rio mi f paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+e di retro da tutti un vecchio solo
+venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+erano abitati, ma di gigli
+dintorno al capo non facan brolo,
+
+anzi di rose e daltri fior vermigli;
+giurato avria poco lontano aspetto
+che tutti ardesser di sopra da cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+un tuon sud, e quelle genti degne
+parvero aver landar pi interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXX
+
+
+Quando il settentron del primo cielo,
+che n occaso mai seppe n orto
+n daltra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva l ciascun accorto
+di suo dover, come l pi basso face
+qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo saffisse: la gente verace,
+venuta prima tra l grifone ed esso,
+al carro volse s come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+Veni, sponsa, de Libano cantando
+grid tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+surgeran presti ognun di sua caverna,
+la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: Benedictus qui venis!,
+e fior gittando e di sopra e dintorno,
+Manibus, oh, date lila plenis!.
+
+Io vidi gi nel cominciar del giorno
+la parte orental tutta rosata,
+e laltro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+s che per temperanza di vapori
+locchio la sostenea lunga fata:
+
+cos dentro una nuvola di fiori
+che da le mani angeliche saliva
+e ricadeva in gi dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta duliva
+donna mapparve, sotto verde manto
+vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che gi cotanto
+tempo era stato cha la sua presenza
+non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver pi conoscenza,
+per occulta virt che da lei mosse,
+dantico amor sent la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+lalta virt che gi mavea trafitto
+prima chio fuor di perizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+col quale il fantolin corre a la mamma
+quando ha paura o quando elli afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: Men che dramma
+di sangue m rimaso che non tremi:
+conosco i segni de lantica fiamma.
+
+Ma Virgilio navea lasciati scemi
+di s, Virgilio dolcissimo patre,
+Virgilio a cui per mia salute diemi;
+
+n quantunque perdeo lantica matre,
+valse a le guance nette di rugiada,
+che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+Dante, perch Virgilio se ne vada,
+non pianger anco, non piangere ancora;
+ch pianger ti conven per altra spada.
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+viene a veder la gente che ministra
+per li altri legni, e a ben far lincora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+quando mi volsi al suon del nome mio,
+che di necessit qui si registra,
+
+vidi la donna che pria mappario
+velata sotto langelica festa,
+drizzar li occhi ver me di qua dal rio.
+
+Tutto che l vel che le scendea di testa,
+cerchiato de le fronde di Minerva,
+non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne latto ancor proterva
+contin come colui che dice
+e l pi caldo parlar dietro reserva:
+
+Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+Come degnasti daccedere al monte?
+non sapei tu che qui luom felice?.
+
+Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
+ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,
+tanta vergogna mi grav la fronte.
+
+Cos la madre al figlio par superba,
+com ella parve a me; perch damaro
+sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+di sbito In te, Domine, speravi;
+ma oltre pedes meos non passaro.
+
+S come neve tra le vive travi
+per lo dosso dItalia si congela,
+soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in s stessa trapela,
+pur che la terra che perde ombra spiri,
+s che par foco fonder la candela;
+
+cos fui sanza lagrime e sospiri
+anzi l cantar di quei che notan sempre
+dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che ntesi ne le dolci tempre
+lor compatire a me, par che se detto
+avesser: Donna, perch s lo stempre?,
+
+lo gel che mera intorno al cor ristretto,
+spirito e acqua fessi, e con angoscia
+de la bocca e de li occhi usc del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+del carro stando, a le sustanze pie
+volse le sue parole cos poscia:
+
+Voi vigilate ne letterno die,
+s che notte n sonno a voi non fura
+passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta con pi cura
+che mintenda colui che di l piagne,
+perch sia colpa e duol duna misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+che s alti vapori hanno a lor piova,
+che nostre viste l non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+virtalmente, chogne abito destro
+fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto pi maligno e pi silvestro
+si fa l terren col mal seme e non clto,
+quant elli ha pi di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+mostrando li occhi giovanetti a lui,
+meco il menava in dritta parte vlto.
+
+S tosto come in su la soglia fui
+di mia seconda etade e mutai vita,
+questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita,
+e bellezza e virt cresciuta mera,
+fu io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+imagini di ben seguendo false,
+che nulla promession rendono intera.
+
+N limpetrare ispirazion mi valse,
+con le quali e in sogno e altrimenti
+lo rivocai: s poco a lui ne calse!
+
+Tanto gi cadde, che tutti argomenti
+a la salute sua eran gi corti,
+fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai luscio di morti,
+e a colui che lha qua s condotto,
+li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+se Let si passasse e tal vivanda
+fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXI
+
+
+O tu che se di l dal fiume sacro,
+volgendo suo parlare a me per punta,
+che pur per taglio mera paruto acro,
+
+ricominci, seguendo sanza cunta,
+d, d se questo vero: a tanta accusa
+tua confession conviene esser congiunta.
+
+Era la mia virt tanto confusa,
+che la voce si mosse, e pria si spense
+che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: Che pense?
+Rispondi a me; ch le memorie triste
+in te non sono ancor da lacqua offense.
+
+Confusione e paura insieme miste
+mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
+al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+da troppa tesa, la sua corda e larco,
+e con men foga lasta il segno tocca,
+
+s scoppia io sottesso grave carco,
+fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+e la voce allent per lo suo varco.
+
+Ond ella a me: Per entro i mie disiri,
+che ti menavano ad amar lo bene
+di l dal qual non a che saspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+trovasti, per che del passare innanzi
+dovessiti cos spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ne la fronte de li altri si mostraro,
+per che dovessi lor passeggiare anzi?.
+
+Dopo la tratta dun sospiro amaro,
+a pena ebbi la voce che rispuose,
+e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: Le presenti cose
+col falso lor piacer volser miei passi,
+tosto che l vostro viso si nascose.
+
+Ed ella: Se tacessi o se negassi
+ci che confessi, non fora men nota
+la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+laccusa del peccato, in nostra corte
+rivolge s contra l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perch mo vergogna porte
+del tuo errore, e perch altra volta,
+udendo le serene, sie pi forte,
+
+pon gi il seme del piangere e ascolta:
+s udirai come in contraria parte
+mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non tappresent natura o arte
+piacer, quanto le belle membra in chio
+rinchiusa fui, e che so n terra sparte;
+
+e se l sommo piacer s ti fallio
+per la mia morte, qual cosa mortale
+dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+de le cose fallaci, levar suso
+di retro a me che non era pi tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ad aspettar pi colpo, o pargoletta
+o altra novit con s breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ma dinanzi da li occhi di pennuti
+rete si spiega indarno o si saetta.
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+e s riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav io; ed ella disse: Quando
+per udir se dolente, alza la barba,
+e prenderai pi doglia riguardando.
+
+Con men di resistenza si dibarba
+robusto cerro, o vero al nostral vento
+o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+chio non levai al suo comando il mento;
+e quando per la barba il viso chiese,
+ben conobbi il velen de largomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+posarsi quelle prime creature
+da loro asperson locchio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+vider Beatrice volta in su la fiera
+ch sola una persona in due nature.
+
+Sotto l suo velo e oltre la rivera
+vincer pariemi pi s stessa antica,
+vincer che laltre qui, quand ella cera.
+
+Di penter s mi punse ivi lortica,
+che di tutte altre cose qual mi torse
+pi nel suo amor, pi mi si f nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+chio caddi vinto; e quale allora femmi,
+salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
+la donna chio avea trovata sola
+sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.
+
+Tratto mavea nel fiume infin la gola,
+e tirandosi me dietro sen giva
+sovresso lacqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+Asperges me s dolcemente udissi,
+che nol so rimembrar, non chio lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+abbracciommi la testa e mi sommerse
+ove convenne chio lacqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato mofferse
+dentro a la danza de le quattro belle;
+e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+pria che Beatrice discendesse al mondo,
+fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+lume ch dentro aguzzeranno i tuoi
+le tre di l, che miran pi profondo.
+
+Cos cantando cominciaro; e poi
+al petto del grifon seco menarmi,
+ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: Fa che le viste non risparmi;
+posto tavem dinanzi a li smeraldi
+ond Amor gi ti trasse le sue armi.
+
+Mille disiri pi che fiamma caldi
+strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+che pur sopra l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+la doppia fiera dentro vi raggiava,
+or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, sio mi maravigliava,
+quando vedea la cosa in s star queta,
+e ne lidolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+lanima mia gustava di quel cibo
+che, saziando di s, di s asseta,
+
+s dimostrando di pi alto tribo
+ne li atti, laltre tre si fero avanti,
+danzando al loro angelico caribo.
+
+Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
+era la sua canzone, al tuo fedele
+che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+a lui la bocca tua, s che discerna
+la seconda bellezza che tu cele.
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+chi palido si fece sotto lombra
+s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+tentando a render te qual tu paresti
+l dove armonizzando il ciel tadombra,
+
+quando ne laere aperto ti solvesti?
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXII
+
+
+Tant eran li occhi miei fissi e attenti
+a disbramarsi la decenne sete,
+che li altri sensi meran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+di non calercos lo santo riso
+a s trali con lantica rete!;
+
+quando per forza mi fu vlto il viso
+ver la sinistra mia da quelle dee,
+perch io udi da loro un Troppo fiso!;
+
+e la disposizion cha veder e
+ne li occhi pur test dal sol percossi,
+sanza la vista alquanto esser mi fe.
+
+Ma poi chal poco il viso riformossi
+(e dico al poco per rispetto al molto
+sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi n sul braccio destro esser rivolto
+lo gloroso essercito, e tornarsi
+col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+volgesi schiera, e s gira col segno,
+prima che possa tutta in s mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+che procedeva, tutta trapassonne
+pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+e l grifon mosse il benedetto carco
+s, che per nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+e Stazio e io seguitavam la rota
+che f lorbita sua con minore arco.
+
+S passeggiando lalta selva vta,
+colpa di quella chal serpente crese,
+temprava i passi unangelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+disfrenata saetta, quanto eramo
+rimossi, quando Batrice scese.
+
+Io senti mormorare a tutti Adamo;
+poi cerchiaro una pianta dispogliata
+di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+pi quanto pi s, fora da lIndi
+ne boschi lor per altezza ammirata.
+
+Beato se, grifon, che non discindi
+col becco desto legno dolce al gusto,
+poscia che mal si torce il ventre quindi.
+
+Cos dintorno a lalbero robusto
+gridaron li altri; e lanimal binato:
+S si conserva il seme dogne giusto.
+
+E vlto al temo chelli avea tirato,
+trasselo al pi de la vedova frasca,
+e quel di lei a lei lasci legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+gi la gran luce mischiata con quella
+che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+di suo color ciascuna, pria che l sole
+giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e pi che di vole
+colore aprendo, sinnov la pianta,
+che prima avea le ramora s sole.
+
+Io non lo ntesi, n qui non si canta
+linno che quella gente allor cantaro,
+n la nota soffersi tutta quanta.
+
+Sio potessi ritrar come assonnaro
+li occhi spietati udendo di Siringa,
+li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+disegnerei com io maddormentai;
+ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.
+
+Per trascorro a quando mi svegliai,
+e dico chun splendor mi squarci l velo
+del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.
+
+Quali a veder de fioretti del melo
+che del suo pome li angeli fa ghiotti
+e perpete nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+e vinti, ritornaro a la parola
+da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+cos di Mos come dElia,
+e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna io, e vidi quella pia
+sovra me starsi che conducitrice
+fu de miei passi lungo l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: Ov Beatrice?.
+Ond ella: Vedi lei sotto la fronda
+nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+li altri dopo l grifon sen vanno suso
+con pi dolce canzone e pi profonda.
+
+E se pi fu lo suo parlar diffuso,
+non so, per che gi ne li occhi mera
+quella chad altro intender mavea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+come guardia lasciata l del plaustro
+che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facevan di s claustro
+le sette ninfe, con quei lumi in mano
+che son sicuri dAquilone e dAustro.
+
+Qui sarai tu poco tempo silvano;
+e sarai meco sanza fine cive
+di quella Roma onde Cristo romano.
+
+Per, in pro del mondo che mal vive,
+al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ritornato di l, fa che tu scrive.
+
+Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+di suoi comandamenti era divoto,
+la mente e li occhi ov ella volle diedi.
+
+Non scese mai con s veloce moto
+foco di spessa nube, quando piove
+da quel confine che pi va remoto,
+
+com io vidi calar luccel di Giove
+per lalber gi, rompendo de la scorza,
+non che di fiori e de le foglie nove;
+
+e fer l carro di tutta sua forza;
+ond el pieg come nave in fortuna,
+vinta da londa, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+del trunfal veiculo una volpe
+che dogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+la donna mia la volse in tanta futa
+quanto sofferser lossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond era pria venuta,
+laguglia vidi scender gi ne larca
+del carro e lasciar lei di s pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+tal voce usc del cielo e cotal disse:
+O navicella mia, com mal se carca!.
+
+Poi parve a me che la terra saprisse
+trambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+che per lo carro s la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge lago,
+a s traendo la coda maligna,
+trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+vivace terra, da la piuma, offerta
+forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+e luna e laltra rota e l temo, in tanto
+che pi tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato cos l dificio santo
+mise fuor teste per le parti sue,
+tre sovra l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+seder sovresso una puttana sciolta
+mapparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perch non li fosse tolta,
+vidi di costa a lei dritto un gigante;
+e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perch locchio cupido e vagante
+a me rivolse, quel feroce drudo
+la flagell dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e dira crudo,
+disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+Purgatorio Canto XXXIII
+
+
+Deus, venerunt gentes, alternando
+or tre or quattro dolce salmodia,
+le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Batrice, sospirosa e pia,
+quelle ascoltava s fatta, che poco
+pi a la croce si cambi Maria.
+
+Ma poi che laltre vergini dier loco
+a lei di dir, levata dritta in p,
+rispuose, colorata come foco:
+
+Modicum, et non videbitis me;
+et iterum, sorelle mie dilette,
+modicum, et vos videbitis me.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+e dopo s, solo accennando, mosse
+me e la donna e l savio che ristette.
+
+Cos sen giva; e non credo che fosse
+lo decimo suo passo in terra posto,
+quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
+mi disse, tanto che, sio parlo teco,
+ad ascoltarmi tu sie ben disposto.
+
+S com io fui, com io dova, seco,
+dissemi: Frate, perch non tattenti
+a domandarmi omai venendo meco?.
+
+Come a color che troppo reverenti
+dinanzi a suo maggior parlando sono,
+che non traggon la voce viva ai denti,
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+incominciai: Madonna, mia bisogna
+voi conoscete, e ci chad essa buono.
+
+Ed ella a me: Da tema e da vergogna
+voglio che tu omai ti disviluppe,
+s che non parli pi com om che sogna.
+
+Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
+fu e non ; ma chi nha colpa, creda
+che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sar tutto tempo sanza reda
+laguglia che lasci le penne al carro,
+per che divenne mostro e poscia preda;
+
+chio veggio certamente, e per il narro,
+a darne tempo gi stelle propinque,
+secure dogn intoppo e dogne sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+messo di Dio, ancider la fuia
+con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+perch a lor modo lo ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+che solveranno questo enigma forte
+sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e s come da me son porte,
+cos queste parole segna a vivi
+del viver ch un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+di non celar qual hai vista la pianta
+ch or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+con bestemmia di fatto offende a Dio,
+che solo a luso suo la cre santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+cinquemilia anni e pi lanima prima
+bram colui che l morso in s punio.
+
+Dorme lo ngegno tuo, se non estima
+per singular cagione esser eccelsa
+lei tanto e s travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua dElsa
+li pensier vani intorno a la tua mente,
+e l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+la giustizia di Dio, ne linterdetto,
+conosceresti a larbor moralmente.
+
+Ma perch io veggio te ne lo ntelletto
+fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+s che tabbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+che l te ne porti dentro a te per quello
+che si reca il bordon di palma cinto.
+
+E io: S come cera da suggello,
+che la figura impressa non trasmuta,
+segnato or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perch tanto sovra mia veduta
+vostra parola disata vola,
+che pi la perde quanto pi saiuta?.
+
+Perch conoschi, disse, quella scuola
+chai seguitata, e veggi sua dottrina
+come pu seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+distar cotanto, quanto si discorda
+da terra il ciel che pi alto festina.
+
+Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda
+chi stranasse me gi mai da voi,
+n honne coscenza che rimorda.
+
+E se tu ricordar non te ne puoi,
+sorridendo rispuose, or ti rammenta
+come bevesti di Let ancoi;
+
+e se dal fummo foco sargomenta,
+cotesta oblivon chiaro conchiude
+colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+le mie parole, quanto converrassi
+quelle scovrire a la tua vista rude.
+
+E pi corusco e con pi lenti passi
+teneva il sole il cerchio di merigge,
+che qua e l, come li aspetti, fassi,
+
+quando saffisser, s come saffigge
+chi va dinanzi a gente per iscorta
+se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin dunombra smorta,
+qual sotto foglie verdi e rami nigri
+sovra suoi freddi rivi lalpe porta.
+
+Dinanzi ad esse ufrats e Tigri
+veder mi parve uscir duna fontana,
+e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+O luce, o gloria de la gente umana,
+che acqua questa che qui si dispiega
+da un principio e s da s lontana?.
+
+Per cotal priego detto mi fu: Priega
+Matelda che l ti dica. E qui rispuose,
+come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: Questo e altre cose
+dette li son per me; e son sicura
+che lacqua di Let non gliel nascose.
+
+E Batrice: Forse maggior cura,
+che spesse volte la memoria priva,
+fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eno che l diriva:
+menalo ad esso, e come tu se usa,
+la tramortita sua virt ravviva.
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ma fa sua voglia de la voglia altrui
+tosto che per segno fuor dischiusa;
+
+cos, poi che da essa preso fui,
+la bella donna mossesi, e a Stazio
+donnescamente disse: Vien con lui.
+
+Sio avessi, lettor, pi lungo spazio
+da scrivere, i pur cantere in parte
+lo dolce ber che mai non mavria sazio;
+
+ma perch piene son tutte le carte
+ordite a questa cantica seconda,
+non mi lascia pi ir lo fren de larte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+rifatto s come piante novelle
+rinovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+
+PARADISO
+
+
+
+
+Paradiso Canto I
+
+
+La gloria di colui che tutto move
+per luniverso penetra, e risplende
+in una parte pi e meno altrove.
+
+Nel ciel che pi de la sua luce prende
+fu io, e vidi cose che ridire
+n sa n pu chi di l s discende;
+
+perch appressando s al suo disire,
+nostro intelletto si profonda tanto,
+che dietro la memoria non pu ire.
+
+Veramente quant io del regno santo
+ne la mia mente potei far tesoro,
+sar ora materia del mio canto.
+
+O buono Appollo, a lultimo lavoro
+fammi del tuo valor s fatto vaso,
+come dimandi a dar lamato alloro.
+
+Infino a qui lun giogo di Parnaso
+assai mi fu; ma or con amendue
+m uopo intrar ne laringo rimaso.
+
+Entra nel petto mio, e spira tue
+s come quando Marsa traesti
+de la vagina de le membra sue.
+
+O divina virt, se mi ti presti
+tanto che lombra del beato regno
+segnata nel mio capo io manifesti,
+
+vedrami al pi del tuo diletto legno
+venire, e coronarmi de le foglie
+che la materia e tu mi farai degno.
+
+S rade volte, padre, se ne coglie
+per trunfare o cesare o poeta,
+colpa e vergogna de lumane voglie,
+
+che parturir letizia in su la lieta
+delfica det dovria la fronda
+peneia, quando alcun di s asseta.
+
+Poca favilla gran fiamma seconda:
+forse di retro a me con miglior voci
+si pregher perch Cirra risponda.
+
+Surge ai mortali per diverse foci
+la lucerna del mondo; ma da quella
+che quattro cerchi giugne con tre croci,
+
+con miglior corso e con migliore stella
+esce congiunta, e la mondana cera
+pi a suo modo tempera e suggella.
+
+Fatto avea di l mane e di qua sera
+tal foce, e quasi tutto era l bianco
+quello emisperio, e laltra parte nera,
+
+quando Beatrice in sul sinistro fianco
+vidi rivolta e riguardar nel sole:
+aguglia s non li saffisse unquanco.
+
+E s come secondo raggio suole
+uscir del primo e risalire in suso,
+pur come pelegrin che tornar vuole,
+
+cos de latto suo, per li occhi infuso
+ne limagine mia, il mio si fece,
+e fissi li occhi al sole oltre nostr uso.
+
+Molto licito l, che qui non lece
+a le nostre virt, merc del loco
+fatto per proprio de lumana spece.
+
+Io nol soffersi molto, n s poco,
+chio nol vedessi sfavillar dintorno,
+com ferro che bogliente esce del foco;
+
+e di sbito parve giorno a giorno
+essere aggiunto, come quei che puote
+avesse il ciel dun altro sole addorno.
+
+Beatrice tutta ne letterne rote
+fissa con li occhi stava; e io in lei
+le luci fissi, di l s rimote.
+
+Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
+qual si f Glauco nel gustar de lerba
+che l f consorto in mar de li altri di.
+
+Trasumanar significar per verba
+non si poria; per lessemplo basti
+a cui esperenza grazia serba.
+
+Si era sol di me quel che creasti
+novellamente, amor che l ciel governi,
+tu l sai, che col tuo lume mi levasti.
+
+Quando la rota che tu sempiterni
+desiderato, a s mi fece atteso
+con larmonia che temperi e discerni,
+
+parvemi tanto allor del cielo acceso
+de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
+lago non fece alcun tanto disteso.
+
+La novit del suono e l grande lume
+di lor cagion maccesero un disio
+mai non sentito di cotanto acume.
+
+Ond ella, che vedea me s com io,
+a quetarmi lanimo commosso,
+pria chio a dimandar, la bocca aprio
+
+e cominci: Tu stesso ti fai grosso
+col falso imaginar, s che non vedi
+ci che vedresti se lavessi scosso.
+
+Tu non se in terra, s come tu credi;
+ma folgore, fuggendo il proprio sito,
+non corse come tu chad esso riedi.
+
+Sio fui del primo dubbio disvestito
+per le sorrise parolette brevi,
+dentro ad un nuovo pi fu inretito
+
+e dissi: Gi contento requevi
+di grande ammirazion; ma ora ammiro
+com io trascenda questi corpi levi.
+
+Ond ella, appresso dun po sospiro,
+li occhi drizz ver me con quel sembiante
+che madre fa sovra figlio deliro,
+
+e cominci: Le cose tutte quante
+hanno ordine tra loro, e questo forma
+che luniverso a Dio fa simigliante.
+
+Qui veggion lalte creature lorma
+de letterno valore, il qual fine
+al quale fatta la toccata norma.
+
+Ne lordine chio dico sono accline
+tutte nature, per diverse sorti,
+pi al principio loro e men vicine;
+
+onde si muovono a diversi porti
+per lo gran mar de lessere, e ciascuna
+con istinto a lei dato che la porti.
+
+Questi ne porta il foco inver la luna;
+questi ne cor mortali permotore;
+questi la terra in s stringe e aduna;
+
+n pur le creature che son fore
+dintelligenza quest arco saetta,
+ma quelle channo intelletto e amore.
+
+La provedenza, che cotanto assetta,
+del suo lume fa l ciel sempre queto
+nel qual si volge quel cha maggior fretta;
+
+e ora l, come a sito decreto,
+cen porta la virt di quella corda
+che ci che scocca drizza in segno lieto.
+
+Vero che, come forma non saccorda
+molte fate a lintenzion de larte,
+perch a risponder la materia sorda,
+
+cos da questo corso si diparte
+talor la creatura, cha podere
+di piegar, cos pinta, in altra parte;
+
+e s come veder si pu cadere
+foco di nube, s limpeto primo
+latterra torto da falso piacere.
+
+Non dei pi ammirar, se bene stimo,
+lo tuo salir, se non come dun rivo
+se dalto monte scende giuso ad imo.
+
+Maraviglia sarebbe in te se, privo
+dimpedimento, gi ti fossi assiso,
+com a terra quete in foco vivo.
+
+Quinci rivolse inver lo cielo il viso.
+
+
+
+Paradiso Canto II
+
+
+O voi che siete in piccioletta barca,
+desiderosi dascoltar, seguiti
+dietro al mio legno che cantando varca,
+
+tornate a riveder li vostri liti:
+non vi mettete in pelago, ch forse,
+perdendo me, rimarreste smarriti.
+
+Lacqua chio prendo gi mai non si corse;
+Minerva spira, e conducemi Appollo,
+e nove Muse mi dimostran lOrse.
+
+Voialtri pochi che drizzaste il collo
+per tempo al pan de li angeli, del quale
+vivesi qui ma non sen vien satollo,
+
+metter potete ben per lalto sale
+vostro navigio, servando mio solco
+dinanzi a lacqua che ritorna equale.
+
+Que glorosi che passaro al Colco
+non sammiraron come voi farete,
+quando Iasn vider fatto bifolco.
+
+La concreata e perpeta sete
+del deforme regno cen portava
+veloci quasi come l ciel vedete.
+
+Beatrice in suso, e io in lei guardava;
+e forse in tanto in quanto un quadrel posa
+e vola e da la noce si dischiava,
+
+giunto mi vidi ove mirabil cosa
+mi torse il viso a s; e per quella
+cui non potea mia cura essere ascosa,
+
+volta ver me, s lieta come bella,
+Drizza la mente in Dio grata, mi disse,
+che nha congiunti con la prima stella.
+
+Parev a me che nube ne coprisse
+lucida, spessa, solida e pulita,
+quasi adamante che lo sol ferisse.
+
+Per entro s letterna margarita
+ne ricevette, com acqua recepe
+raggio di luce permanendo unita.
+
+Sio era corpo, e qui non si concepe
+com una dimensione altra patio,
+chesser convien se corpo in corpo repe,
+
+accender ne dovria pi il disio
+di veder quella essenza in che si vede
+come nostra natura e Dio sunio.
+
+L si vedr ci che tenem per fede,
+non dimostrato, ma fia per s noto
+a guisa del ver primo che luom crede.
+
+Io rispuosi: Madonna, s devoto
+com esser posso pi, ringrazio lui
+lo qual dal mortal mondo mha remoto.
+
+Ma ditemi: che son li segni bui
+di questo corpo, che l giuso in terra
+fan di Cain favoleggiare altrui?.
+
+Ella sorrise alquanto, e poi Selli erra
+loppinon, mi disse, di mortali
+dove chiave di senso non diserra,
+
+certo non ti dovrien punger li strali
+dammirazione omai, poi dietro ai sensi
+vedi che la ragione ha corte lali.
+
+Ma dimmi quel che tu da te ne pensi.
+E io: Ci che nappar qua s diverso
+credo che fanno i corpi rari e densi.
+
+Ed ella: Certo assai vedrai sommerso
+nel falso il creder tuo, se bene ascolti
+largomentar chio li far avverso.
+
+La spera ottava vi dimostra molti
+lumi, li quali e nel quale e nel quanto
+notar si posson di diversi volti.
+
+Se raro e denso ci facesser tanto,
+una sola virt sarebbe in tutti,
+pi e men distributa e altrettanto.
+
+Virt diverse esser convegnon frutti
+di princpi formali, e quei, for chuno,
+seguiterieno a tua ragion distrutti.
+
+Ancor, se raro fosse di quel bruno
+cagion che tu dimandi, o doltre in parte
+fora di sua materia s digiuno
+
+esto pianeto, o, s come comparte
+lo grasso e l magro un corpo, cos questo
+nel suo volume cangerebbe carte.
+
+Se l primo fosse, fora manifesto
+ne leclissi del sol, per trasparere
+lo lume come in altro raro ingesto.
+
+Questo non : per da vedere
+de laltro; e selli avvien chio laltro cassi,
+falsificato fia lo tuo parere.
+
+Selli che questo raro non trapassi,
+esser conviene un termine da onde
+lo suo contrario pi passar non lassi;
+
+e indi laltrui raggio si rifonde
+cos come color torna per vetro
+lo qual di retro a s piombo nasconde.
+
+Or dirai tu chel si dimostra tetro
+ivi lo raggio pi che in altre parti,
+per esser l refratto pi a retro.
+
+Da questa instanza pu deliberarti
+esperenza, se gi mai la provi,
+chesser suol fonte ai rivi di vostr arti.
+
+Tre specchi prenderai; e i due rimovi
+da te dun modo, e laltro, pi rimosso,
+trambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
+
+Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
+ti stea un lume che i tre specchi accenda
+e torni a te da tutti ripercosso.
+
+Ben che nel quanto tanto non si stenda
+la vista pi lontana, l vedrai
+come convien chigualmente risplenda.
+
+Or, come ai colpi de li caldi rai
+de la neve riman nudo il suggetto
+e dal colore e dal freddo primai,
+
+cos rimaso te ne lintelletto
+voglio informar di luce s vivace,
+che ti tremoler nel suo aspetto.
+
+Dentro dal ciel de la divina pace
+si gira un corpo ne la cui virtute
+lesser di tutto suo contento giace.
+
+Lo ciel seguente, cha tante vedute,
+quell esser parte per diverse essenze,
+da lui distratte e da lui contenute.
+
+Li altri giron per varie differenze
+le distinzion che dentro da s hanno
+dispongono a lor fini e lor semenze.
+
+Questi organi del mondo cos vanno,
+come tu vedi omai, di grado in grado,
+che di s prendono e di sotto fanno.
+
+Riguarda bene omai s com io vado
+per questo loco al vero che disiri,
+s che poi sappi sol tener lo guado.
+
+Lo moto e la virt di santi giri,
+come dal fabbro larte del martello,
+da beati motor convien che spiri;
+
+e l ciel cui tanti lumi fanno bello,
+de la mente profonda che lui volve
+prende limage e fassene suggello.
+
+E come lalma dentro a vostra polve
+per differenti membra e conformate
+a diverse potenze si risolve,
+
+cos lintelligenza sua bontate
+multiplicata per le stelle spiega,
+girando s sovra sua unitate.
+
+Virt diversa fa diversa lega
+col prezoso corpo chella avviva,
+nel qual, s come vita in voi, si lega.
+
+Per la natura lieta onde deriva,
+la virt mista per lo corpo luce
+come letizia per pupilla viva.
+
+Da essa vien ci che da luce a luce
+par differente, non da denso e raro;
+essa formal principio che produce,
+
+conforme a sua bont, lo turbo e l chiaro.
+
+
+
+Paradiso Canto III
+
+
+Quel sol che pria damor mi scald l petto,
+di bella verit mavea scoverto,
+provando e riprovando, il dolce aspetto;
+
+e io, per confessar corretto e certo
+me stesso, tanto quanto si convenne
+leva il capo a proferer pi erto;
+
+ma visone apparve che ritenne
+a s me tanto stretto, per vedersi,
+che di mia confession non mi sovvenne.
+
+Quali per vetri trasparenti e tersi,
+o ver per acque nitide e tranquille,
+non s profonde che i fondi sien persi,
+
+tornan di nostri visi le postille
+debili s, che perla in bianca fronte
+non vien men forte a le nostre pupille;
+
+tali vid io pi facce a parlar pronte;
+per chio dentro a lerror contrario corsi
+a quel chaccese amor tra lomo e l fonte.
+
+Sbito s com io di lor maccorsi,
+quelle stimando specchiati sembianti,
+per veder di cui fosser, li occhi torsi;
+
+e nulla vidi, e ritorsili avanti
+dritti nel lume de la dolce guida,
+che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
+
+Non ti maravigliar perch io sorrida,
+mi disse, appresso il tuo peril coto,
+poi sopra l vero ancor lo pi non fida,
+
+ma te rivolve, come suole, a vto:
+vere sustanze son ci che tu vedi,
+qui rilegate per manco di voto.
+
+Per parla con esse e odi e credi;
+ch la verace luce che le appaga
+da s non lascia lor torcer li piedi.
+
+E io a lombra che parea pi vaga
+di ragionar, drizzami, e cominciai,
+quasi com uom cui troppa voglia smaga:
+
+O ben creato spirito, che a rai
+di vita etterna la dolcezza senti
+che, non gustata, non sintende mai,
+
+grazoso mi fia se mi contenti
+del nome tuo e de la vostra sorte.
+Ond ella, pronta e con occhi ridenti:
+
+La nostra carit non serra porte
+a giusta voglia, se non come quella
+che vuol simile a s tutta sua corte.
+
+I fui nel mondo vergine sorella;
+e se la mente tua ben s riguarda,
+non mi ti celer lesser pi bella,
+
+ma riconoscerai chi son Piccarda,
+che, posta qui con questi altri beati,
+beata sono in la spera pi tarda.
+
+Li nostri affetti, che solo infiammati
+son nel piacer de lo Spirito Santo,
+letizian del suo ordine formati.
+
+E questa sorte che par gi cotanto,
+per n data, perch fuor negletti
+li nostri voti, e vti in alcun canto.
+
+Ond io a lei: Ne mirabili aspetti
+vostri risplende non so che divino
+che vi trasmuta da primi concetti:
+
+per non fui a rimembrar festino;
+ma or maiuta ci che tu mi dici,
+s che raffigurar m pi latino.
+
+Ma dimmi: voi che siete qui felici,
+disiderate voi pi alto loco
+per pi vedere e per pi farvi amici?.
+
+Con quelle altr ombre pria sorrise un poco;
+da indi mi rispuose tanto lieta,
+charder parea damor nel primo foco:
+
+Frate, la nostra volont queta
+virt di carit, che fa volerne
+sol quel chavemo, e daltro non ci asseta.
+
+Se disassimo esser pi superne,
+foran discordi li nostri disiri
+dal voler di colui che qui ne cerne;
+
+che vedrai non capere in questi giri,
+sessere in carit qui necesse,
+e se la sua natura ben rimiri.
+
+Anzi formale ad esto beato esse
+tenersi dentro a la divina voglia,
+per chuna fansi nostre voglie stesse;
+
+s che, come noi sem di soglia in soglia
+per questo regno, a tutto il regno piace
+com a lo re che n suo voler ne nvoglia.
+
+E n la sua volontade nostra pace:
+ell quel mare al qual tutto si move
+ci chella cra o che natura face.
+
+Chiaro mi fu allor come ogne dove
+in cielo paradiso, etsi la grazia
+del sommo ben dun modo non vi piove.
+
+Ma s com elli avvien, sun cibo sazia
+e dun altro rimane ancor la gola,
+che quel si chere e di quel si ringrazia,
+
+cos fec io con atto e con parola,
+per apprender da lei qual fu la tela
+onde non trasse infino a co la spuola.
+
+Perfetta vita e alto merto inciela
+donna pi s, mi disse, a la cui norma
+nel vostro mondo gi si veste e vela,
+
+perch fino al morir si vegghi e dorma
+con quello sposo chogne voto accetta
+che caritate a suo piacer conforma.
+
+Dal mondo, per seguirla, giovinetta
+fuggimi, e nel suo abito mi chiusi
+e promisi la via de la sua setta.
+
+Uomini poi, a mal pi cha bene usi,
+fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
+Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
+
+E quest altro splendor che ti si mostra
+da la mia destra parte e che saccende
+di tutto il lume de la spera nostra,
+
+ci chio dico di me, di s intende;
+sorella fu, e cos le fu tolta
+di capo lombra de le sacre bende.
+
+Ma poi che pur al mondo fu rivolta
+contra suo grado e contra buona usanza,
+non fu dal vel del cor gi mai disciolta.
+
+Quest la luce de la gran Costanza
+che del secondo vento di Soave
+gener l terzo e lultima possanza.
+
+Cos parlommi, e poi cominci Ave,
+Maria cantando, e cantando vanio
+come per acqua cupa cosa grave.
+
+La vista mia, che tanto lei seguio
+quanto possibil fu, poi che la perse,
+volsesi al segno di maggior disio,
+
+e a Beatrice tutta si converse;
+ma quella folgor nel mo sguardo
+s che da prima il viso non sofferse;
+
+e ci mi fece a dimandar pi tardo.
+
+
+
+Paradiso Canto IV
+
+
+Intra due cibi, distanti e moventi
+dun modo, prima si morria di fame,
+che liber omo lun recasse ai denti;
+
+s si starebbe un agno intra due brame
+di fieri lupi, igualmente temendo;
+s si starebbe un cane intra due dame:
+
+per che, si mi tacea, me non riprendo,
+da li miei dubbi dun modo sospinto,
+poi chera necessario, n commendo.
+
+Io mi tacea, ma l mio disir dipinto
+mera nel viso, e l dimandar con ello,
+pi caldo assai che per parlar distinto.
+
+F s Beatrice qual f Danello,
+Nabuccodonosor levando dira,
+che lavea fatto ingiustamente fello;
+
+e disse: Io veggio ben come ti tira
+uno e altro disio, s che tua cura
+s stessa lega s che fuor non spira.
+
+Tu argomenti: Se l buon voler dura,
+la volenza altrui per qual ragione
+di meritar mi scema la misura?.
+
+Ancor di dubitar ti d cagione
+parer tornarsi lanime a le stelle,
+secondo la sentenza di Platone.
+
+Queste son le question che nel tuo velle
+pontano igualmente; e per pria
+tratter quella che pi ha di felle.
+
+Di Serafin colui che pi sindia,
+Mos, Samuel, e quel Giovanni
+che prender vuoli, io dico, non Maria,
+
+non hanno in altro cielo i loro scanni
+che questi spirti che mo tappariro,
+n hanno a lesser lor pi o meno anni;
+
+ma tutti fanno bello il primo giro,
+e differentemente han dolce vita
+per sentir pi e men letterno spiro.
+
+Qui si mostraro, non perch sortita
+sia questa spera lor, ma per far segno
+de la celestal cha men salita.
+
+Cos parlar conviensi al vostro ingegno,
+per che solo da sensato apprende
+ci che fa poscia dintelletto degno.
+
+Per questo la Scrittura condescende
+a vostra facultate, e piedi e mano
+attribuisce a Dio e altro intende;
+
+e Santa Chiesa con aspetto umano
+Gabrel e Michel vi rappresenta,
+e laltro che Tobia rifece sano.
+
+Quel che Timeo de lanime argomenta
+non simile a ci che qui si vede,
+per che, come dice, par che senta.
+
+Dice che lalma a la sua stella riede,
+credendo quella quindi esser decisa
+quando natura per forma la diede;
+
+e forse sua sentenza daltra guisa
+che la voce non suona, ed esser puote
+con intenzion da non esser derisa.
+
+Selli intende tornare a queste ruote
+lonor de la influenza e l biasmo, forse
+in alcun vero suo arco percuote.
+
+Questo principio, male inteso, torse
+gi tutto il mondo quasi, s che Giove,
+Mercurio e Marte a nominar trascorse.
+
+Laltra dubitazion che ti commove
+ha men velen, per che sua malizia
+non ti poria menar da me altrove.
+
+Parere ingiusta la nostra giustizia
+ne li occhi di mortali, argomento
+di fede e non deretica nequizia.
+
+Ma perch puote vostro accorgimento
+ben penetrare a questa veritate,
+come disiri, ti far contento.
+
+Se volenza quando quel che pate
+nente conferisce a quel che sforza,
+non fuor quest alme per essa scusate:
+
+ch volont, se non vuol, non sammorza,
+ma fa come natura face in foco,
+se mille volte volenza il torza.
+
+Per che, sella si piega assai o poco,
+segue la forza; e cos queste fero
+possendo rifuggir nel santo loco.
+
+Se fosse stato lor volere intero,
+come tenne Lorenzo in su la grada,
+e fece Muzio a la sua man severo,
+
+cos lavria ripinte per la strada
+ond eran tratte, come fuoro sciolte;
+ma cos salda voglia troppo rada.
+
+E per queste parole, se ricolte
+lhai come dei, largomento casso
+che tavria fatto noia ancor pi volte.
+
+Ma or ti sattraversa un altro passo
+dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
+non usciresti: pria saresti lasso.
+
+Io tho per certo ne la mente messo
+chalma beata non poria mentire,
+per ch sempre al primo vero appresso;
+
+e poi potesti da Piccarda udire
+che laffezion del vel Costanza tenne;
+s chella par qui meco contradire.
+
+Molte fate gi, frate, addivenne
+che, per fuggir periglio, contra grato
+si f di quel che far non si convenne;
+
+come Almeone, che, di ci pregato
+dal padre suo, la propria madre spense,
+per non perder piet si f spietato.
+
+A questo punto voglio che tu pense
+che la forza al voler si mischia, e fanno
+s che scusar non si posson loffense.
+
+Voglia assoluta non consente al danno;
+ma consentevi in tanto in quanto teme,
+se si ritrae, cadere in pi affanno.
+
+Per, quando Piccarda quello spreme,
+de la voglia assoluta intende, e io
+de laltra; s che ver diciamo insieme.
+
+Cotal fu londeggiar del santo rio
+chusc del fonte ond ogne ver deriva;
+tal puose in pace uno e altro disio.
+
+O amanza del primo amante, o diva,
+diss io appresso, il cui parlar minonda
+e scalda s, che pi e pi mavviva,
+
+non laffezion mia tanto profonda,
+che basti a render voi grazia per grazia;
+ma quei che vede e puote a ci risponda.
+
+Io veggio ben che gi mai non si sazia
+nostro intelletto, se l ver non lo illustra
+di fuor dal qual nessun vero si spazia.
+
+Posasi in esso, come fera in lustra,
+tosto che giunto lha; e giugner puollo:
+se non, ciascun disio sarebbe frustra.
+
+Nasce per quello, a guisa di rampollo,
+a pi del vero il dubbio; ed natura
+chal sommo pinge noi di collo in collo.
+
+Questo minvita, questo massicura
+con reverenza, donna, a dimandarvi
+dunaltra verit che m oscura.
+
+Io vo saper se luom pu sodisfarvi
+ai voti manchi s con altri beni,
+cha la vostra statera non sien parvi.
+
+Beatrice mi guard con li occhi pieni
+di faville damor cos divini,
+che, vinta, mia virtute di le reni,
+
+e quasi mi perdei con li occhi chini.
+
+
+
+Paradiso Canto V
+
+
+Sio ti fiammeggio nel caldo damore
+di l dal modo che n terra si vede,
+s che del viso tuo vinco il valore,
+
+non ti maravigliar, ch ci procede
+da perfetto veder, che, come apprende,
+cos nel bene appreso move il piede.
+
+Io veggio ben s come gi resplende
+ne lintelletto tuo letterna luce,
+che, vista, sola e sempre amore accende;
+
+e saltra cosa vostro amor seduce,
+non se non di quella alcun vestigio,
+mal conosciuto, che quivi traluce.
+
+Tu vuo saper se con altro servigio,
+per manco voto, si pu render tanto
+che lanima sicuri di letigio.
+
+S cominci Beatrice questo canto;
+e s com uom che suo parlar non spezza,
+contin cos l processo santo:
+
+Lo maggior don che Dio per sua larghezza
+fesse creando, e a la sua bontate
+pi conformato, e quel che pi apprezza,
+
+fu de la volont la libertate;
+di che le creature intelligenti,
+e tutte e sole, fuoro e son dotate.
+
+Or ti parr, se tu quinci argomenti,
+lalto valor del voto, s s fatto
+che Dio consenta quando tu consenti;
+
+ch, nel fermar tra Dio e lomo il patto,
+vittima fassi di questo tesoro,
+tal quale io dico; e fassi col suo atto.
+
+Dunque che render puossi per ristoro?
+Se credi bene usar quel chai offerto,
+di maltolletto vuo far buon lavoro.
+
+Tu se omai del maggior punto certo;
+ma perch Santa Chiesa in ci dispensa,
+che par contra lo ver chi tho scoverto,
+
+convienti ancor sedere un poco a mensa,
+per che l cibo rigido chai preso,
+richiede ancora aiuto a tua dispensa.
+
+Apri la mente a quel chio ti paleso
+e fermalvi entro; ch non fa scenza,
+sanza lo ritenere, avere inteso.
+
+Due cose si convegnono a lessenza
+di questo sacrificio: luna quella
+di che si fa; laltr la convenenza.
+
+Quest ultima gi mai non si cancella
+se non servata; e intorno di lei
+s preciso di sopra si favella:
+
+per necessitato fu a li Ebrei
+pur lofferere, ancor chalcuna offerta
+s permutasse, come saver dei.
+
+Laltra, che per materia t aperta,
+puote ben esser tal, che non si falla
+se con altra materia si converta.
+
+Ma non trasmuti carco a la sua spalla
+per suo arbitrio alcun, sanza la volta
+e de la chiave bianca e de la gialla;
+
+e ogne permutanza credi stolta,
+se la cosa dimessa in la sorpresa
+come l quattro nel sei non raccolta.
+
+Per qualunque cosa tanto pesa
+per suo valor che tragga ogne bilancia,
+sodisfar non si pu con altra spesa.
+
+Non prendan li mortali il voto a ciancia;
+siate fedeli, e a ci far non bieci,
+come Iept a la sua prima mancia;
+
+cui pi si convenia dicer Mal feci,
+che, servando, far peggio; e cos stolto
+ritrovar puoi il gran duca de Greci,
+
+onde pianse Efignia il suo bel volto,
+e f pianger di s i folli e i savi
+chudir parlar di cos fatto clto.
+
+Siate, Cristiani, a muovervi pi gravi:
+non siate come penna ad ogne vento,
+e non crediate chogne acqua vi lavi.
+
+Avete il novo e l vecchio Testamento,
+e l pastor de la Chiesa che vi guida;
+questo vi basti a vostro salvamento.
+
+Se mala cupidigia altro vi grida,
+uomini siate, e non pecore matte,
+s che l Giudeo di voi tra voi non rida!
+
+Non fate com agnel che lascia il latte
+de la sua madre, e semplice e lascivo
+seco medesmo a suo piacer combatte!.
+
+Cos Beatrice a me com o scrivo;
+poi si rivolse tutta disante
+a quella parte ove l mondo pi vivo.
+
+Lo suo tacere e l trasmutar sembiante
+puoser silenzio al mio cupido ingegno,
+che gi nuove questioni avea davante;
+
+e s come saetta che nel segno
+percuote pria che sia la corda queta,
+cos corremmo nel secondo regno.
+
+Quivi la donna mia vid io s lieta,
+come nel lume di quel ciel si mise,
+che pi lucente se ne f l pianeta.
+
+E se la stella si cambi e rise,
+qual mi fec io che pur da mia natura
+trasmutabile son per tutte guise!
+
+Come n peschiera ch tranquilla e pura
+traggonsi i pesci a ci che vien di fori
+per modo che lo stimin lor pastura,
+
+s vid io ben pi di mille splendori
+trarsi ver noi, e in ciascun sudia:
+Ecco chi crescer li nostri amori.
+
+E s come ciascuno a noi vena,
+vedeasi lombra piena di letizia
+nel folgr chiaro che di lei uscia.
+
+Pensa, lettor, se quel che qui sinizia
+non procedesse, come tu avresti
+di pi savere angosciosa carizia;
+
+e per te vederai come da questi
+mera in disio dudir lor condizioni,
+s come a li occhi mi fur manifesti.
+
+O bene nato a cui veder li troni
+del trunfo etternal concede grazia
+prima che la milizia sabbandoni,
+
+del lume che per tutto il ciel si spazia
+noi semo accesi; e per, se disii
+di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia.
+
+Cos da un di quelli spirti pii
+detto mi fu; e da Beatrice: D, d
+sicuramente, e credi come a dii.
+
+Io veggio ben s come tu tannidi
+nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
+perch e corusca s come tu ridi;
+
+ma non so chi tu se, n perch aggi,
+anima degna, il grado de la spera
+che si vela a mortai con altrui raggi.
+
+Questo diss io diritto a la lumera
+che pria mavea parlato; ond ella fessi
+lucente pi assai di quel chell era.
+
+S come il sol che si cela elli stessi
+per troppa luce, come l caldo ha rse
+le temperanze di vapori spessi,
+
+per pi letizia s mi si nascose
+dentro al suo raggio la figura santa;
+e cos chiusa chiusa mi rispuose
+
+nel modo che l seguente canto canta.
+
+
+
+Paradiso Canto VI
+
+
+Poscia che Costantin laquila volse
+contr al corso del ciel, chella seguio
+dietro a lantico che Lavina tolse,
+
+cento e cent anni e pi luccel di Dio
+ne lo stremo dEuropa si ritenne,
+vicino a monti de quai prima usco;
+
+e sotto lombra de le sacre penne
+govern l mondo l di mano in mano,
+e, s cangiando, in su la mia pervenne.
+
+Cesare fui e son Iustinano,
+che, per voler del primo amor chi sento,
+dentro le leggi trassi il troppo e l vano.
+
+E prima chio a lovra fossi attento,
+una natura in Cristo esser, non pie,
+credea, e di tal fede era contento;
+
+ma l benedetto Agapito, che fue
+sommo pastore, a la fede sincera
+mi dirizz con le parole sue.
+
+Io li credetti; e ci che n sua fede era,
+vegg io or chiaro s, come tu vedi
+ogni contradizione e falsa e vera.
+
+Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
+a Dio per grazia piacque di spirarmi
+lalto lavoro, e tutto n lui mi diedi;
+
+e al mio Belisar commendai larmi,
+cui la destra del ciel fu s congiunta,
+che segno fu chi dovessi posarmi.
+
+Or qui a la question prima sappunta
+la mia risposta; ma sua condizione
+mi stringe a seguitare alcuna giunta,
+
+perch tu veggi con quanta ragione
+si move contr al sacrosanto segno
+e chi l sappropria e chi a lui soppone.
+
+Vedi quanta virt lha fatto degno
+di reverenza; e cominci da lora
+che Pallante mor per darli regno.
+
+Tu sai chel fece in Alba sua dimora
+per trecento anni e oltre, infino al fine
+che i tre a tre pugnar per lui ancora.
+
+E sai chel f dal mal de le Sabine
+al dolor di Lucrezia in sette regi,
+vincendo intorno le genti vicine.
+
+Sai quel chel f portato da li egregi
+Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
+incontro a li altri principi e collegi;
+
+onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
+negletto fu nomato, i Deci e Fabi
+ebber la fama che volontier mirro.
+
+Esso atterr lorgoglio de li Arbi
+che di retro ad Anibale passaro
+lalpestre rocce, Po, di che tu labi.
+
+Sott esso giovanetti trunfaro
+Scipone e Pompeo; e a quel colle
+sotto l qual tu nascesti parve amaro.
+
+Poi, presso al tempo che tutto l ciel volle
+redur lo mondo a suo modo sereno,
+Cesare per voler di Roma il tolle.
+
+E quel che f da Varo infino a Reno,
+Isara vide ed Era e vide Senna
+e ogne valle onde Rodano pieno.
+
+Quel che f poi chelli usc di Ravenna
+e salt Rubicon, fu di tal volo,
+che nol seguiteria lingua n penna.
+
+Inver la Spagna rivolse lo stuolo,
+poi ver Durazzo, e Farsalia percosse
+s chal Nil caldo si sent del duolo.
+
+Antandro e Simeonta, onde si mosse,
+rivide e l dov Ettore si cuba;
+e mal per Tolomeo poscia si scosse.
+
+Da indi scese folgorando a Iuba;
+onde si volse nel vostro occidente,
+ove sentia la pompeana tuba.
+
+Di quel che f col baiulo seguente,
+Bruto con Cassio ne linferno latra,
+e Modena e Perugia fu dolente.
+
+Piangene ancor la trista Cleopatra,
+che, fuggendoli innanzi, dal colubro
+la morte prese subitana e atra.
+
+Con costui corse infino al lito rubro;
+con costui puose il mondo in tanta pace,
+che fu serrato a Giano il suo delubro.
+
+Ma ci che l segno che parlar mi face
+fatto avea prima e poi era fatturo
+per lo regno mortal cha lui soggiace,
+
+diventa in apparenza poco e scuro,
+se in mano al terzo Cesare si mira
+con occhio chiaro e con affetto puro;
+
+ch la viva giustizia che mi spira,
+li concedette, in mano a quel chi dico,
+gloria di far vendetta a la sua ira.
+
+Or qui tammira in ci chio ti replco:
+poscia con Tito a far vendetta corse
+de la vendetta del peccato antico.
+
+E quando il dente longobardo morse
+la Santa Chiesa, sotto le sue ali
+Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
+
+Omai puoi giudicar di quei cotali
+chio accusai di sopra e di lor falli,
+che son cagion di tutti vostri mali.
+
+Luno al pubblico segno i gigli gialli
+oppone, e laltro appropria quello a parte,
+s ch forte a veder chi pi si falli.
+
+Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
+sott altro segno, ch mal segue quello
+sempre chi la giustizia e lui diparte;
+
+e non labbatta esto Carlo novello
+coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
+cha pi alto leon trasser lo vello.
+
+Molte fate gi pianser li figli
+per la colpa del padre, e non si creda
+che Dio trasmuti larmi per suoi gigli!
+
+Questa picciola stella si correda
+di buoni spirti che son stati attivi
+perch onore e fama li succeda:
+
+e quando li disiri poggian quivi,
+s disvando, pur convien che i raggi
+del vero amore in s poggin men vivi.
+
+Ma nel commensurar di nostri gaggi
+col merto parte di nostra letizia,
+perch non li vedem minor n maggi.
+
+Quindi addolcisce la viva giustizia
+in noi laffetto s, che non si puote
+torcer gi mai ad alcuna nequizia.
+
+Diverse voci fanno dolci note;
+cos diversi scanni in nostra vita
+rendon dolce armonia tra queste rote.
+
+E dentro a la presente margarita
+luce la luce di Romeo, di cui
+fu lovra grande e bella mal gradita.
+
+Ma i Provenzai che fecer contra lui
+non hanno riso; e per mal cammina
+qual si fa danno del ben fare altrui.
+
+Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
+Ramondo Beringhiere, e ci li fece
+Romeo, persona umle e peregrina.
+
+E poi il mosser le parole biece
+a dimandar ragione a questo giusto,
+che li assegn sette e cinque per diece,
+
+indi partissi povero e vetusto;
+e se l mondo sapesse il cor chelli ebbe
+mendicando sua vita a frusto a frusto,
+
+assai lo loda, e pi lo loderebbe.
+
+
+
+Paradiso Canto VII
+
+
+Osanna, sanctus Deus sabath,
+superillustrans claritate tua
+felices ignes horum malacth!.
+
+Cos, volgendosi a la nota sua,
+fu viso a me cantare essa sustanza,
+sopra la qual doppio lume saddua;
+
+ed essa e laltre mossero a sua danza,
+e quasi velocissime faville
+mi si velar di sbita distanza.
+
+Io dubitava e dicea Dille, dille!
+fra me, dille dicea, a la mia donna
+che mi diseta con le dolci stille.
+
+Ma quella reverenza che sindonna
+di tutto me, pur per Be e per ice,
+mi richinava come luom chassonna.
+
+Poco sofferse me cotal Beatrice
+e cominci, raggiandomi dun riso
+tal, che nel foco faria luom felice:
+
+Secondo mio infallibile avviso,
+come giusta vendetta giustamente
+punita fosse, tha in pensier miso;
+
+ma io ti solver tosto la mente;
+e tu ascolta, ch le mie parole
+di gran sentenza ti faran presente.
+
+Per non soffrire a la virt che vole
+freno a suo prode, quell uom che non nacque,
+dannando s, dann tutta sua prole;
+
+onde lumana specie inferma giacque
+gi per secoli molti in grande errore,
+fin chal Verbo di Dio discender piacque
+
+u la natura, che dal suo fattore
+sera allungata, un a s in persona
+con latto sol del suo etterno amore.
+
+Or drizza il viso a quel chor si ragiona:
+questa natura al suo fattore unita,
+qual fu creata, fu sincera e buona;
+
+ma per s stessa pur fu ella sbandita
+di paradiso, per che si torse
+da via di verit e da sua vita.
+
+La pena dunque che la croce porse
+sa la natura assunta si misura,
+nulla gi mai s giustamente morse;
+
+e cos nulla fu di tanta ingiura,
+guardando a la persona che sofferse,
+in che era contratta tal natura.
+
+Per dun atto uscir cose diverse:
+cha Dio e a Giudei piacque una morte;
+per lei trem la terra e l ciel saperse.
+
+Non ti dee oramai parer pi forte,
+quando si dice che giusta vendetta
+poscia vengiata fu da giusta corte.
+
+Ma io veggi or la tua mente ristretta
+di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
+del qual con gran disio solver saspetta.
+
+Tu dici: Ben discerno ci chi odo;
+ma perch Dio volesse, m occulto,
+a nostra redenzion pur questo modo.
+
+Questo decreto, frate, sta sepulto
+a li occhi di ciascuno il cui ingegno
+ne la fiamma damor non adulto.
+
+Veramente, per cha questo segno
+molto si mira e poco si discerne,
+dir perch tal modo fu pi degno.
+
+La divina bont, che da s sperne
+ogne livore, ardendo in s, sfavilla
+s che dispiega le bellezze etterne.
+
+Ci che da lei sanza mezzo distilla
+non ha poi fine, perch non si move
+la sua imprenta quand ella sigilla.
+
+Ci che da essa sanza mezzo piove
+libero tutto, perch non soggiace
+a la virtute de le cose nove.
+
+Pi l conforme, e per pi le piace;
+ch lardor santo chogne cosa raggia,
+ne la pi somigliante pi vivace.
+
+Di tutte queste dote savvantaggia
+lumana creatura, e suna manca,
+di sua nobilit convien che caggia.
+
+Solo il peccato quel che la disfranca
+e falla dissimle al sommo bene,
+per che del lume suo poco simbianca;
+
+e in sua dignit mai non rivene,
+se non rempie, dove colpa vta,
+contra mal dilettar con giuste pene.
+
+Vostra natura, quando pecc tota
+nel seme suo, da queste dignitadi,
+come di paradiso, fu remota;
+
+n ricovrar potiensi, se tu badi
+ben sottilmente, per alcuna via,
+sanza passar per un di questi guadi:
+
+o che Dio solo per sua cortesia
+dimesso avesse, o che luom per s isso
+avesse sodisfatto a sua follia.
+
+Ficca mo locchio per entro labisso
+de letterno consiglio, quanto puoi
+al mio parlar distrettamente fisso.
+
+Non potea luomo ne termini suoi
+mai sodisfar, per non potere ir giuso
+con umiltate obedendo poi,
+
+quanto disobediendo intese ir suso;
+e questa la cagion per che luom fue
+da poter sodisfar per s dischiuso.
+
+Dunque a Dio convenia con le vie sue
+riparar lomo a sua intera vita,
+dico con luna, o ver con amendue.
+
+Ma perch lovra tanto pi gradita
+da loperante, quanto pi appresenta
+de la bont del core ond ell uscita,
+
+la divina bont che l mondo imprenta,
+di proceder per tutte le sue vie,
+a rilevarvi suso, fu contenta.
+
+N tra lultima notte e l primo die
+s alto o s magnifico processo,
+o per luna o per laltra, fu o fie:
+
+ch pi largo fu Dio a dar s stesso
+per far luom sufficiente a rilevarsi,
+che selli avesse sol da s dimesso;
+
+e tutti li altri modi erano scarsi
+a la giustizia, se l Figliuol di Dio
+non fosse umilato ad incarnarsi.
+
+Or per empierti bene ogne disio,
+ritorno a dichiararti in alcun loco,
+perch tu veggi l cos com io.
+
+Tu dici: Io veggio lacqua, io veggio il foco,
+laere e la terra e tutte lor misture
+venire a corruzione, e durar poco;
+
+e queste cose pur furon creature;
+per che, se ci ch detto stato vero,
+esser dovrien da corruzion sicure.
+
+Li angeli, frate, e l paese sincero
+nel qual tu se, dir si posson creati,
+s come sono, in loro essere intero;
+
+ma li alimenti che tu hai nomati
+e quelle cose che di lor si fanno
+da creata virt sono informati.
+
+Creata fu la materia chelli hanno;
+creata fu la virt informante
+in queste stelle che ntorno a lor vanno.
+
+Lanima dogne bruto e de le piante
+di complession potenzata tira
+lo raggio e l moto de le luci sante;
+
+ma vostra vita sanza mezzo spira
+la somma beninanza, e la innamora
+di s s che poi sempre la disira.
+
+E quinci puoi argomentare ancora
+vostra resurrezion, se tu ripensi
+come lumana carne fessi allora
+
+che li primi parenti intrambo fensi.
+
+
+
+Paradiso Canto VIII
+
+
+Solea creder lo mondo in suo periclo
+che la bella Ciprigna il folle amore
+raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
+
+per che non pur a lei faceano onore
+di sacrificio e di votivo grido
+le genti antiche ne lantico errore;
+
+ma Done onoravano e Cupido,
+quella per madre sua, questo per figlio,
+e dicean chel sedette in grembo a Dido;
+
+e da costei ond io principio piglio
+pigliavano il vocabol de la stella
+che l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
+
+Io non maccorsi del salire in ella;
+ma desservi entro mi f assai fede
+la donna mia chi vidi far pi bella.
+
+E come in fiamma favilla si vede,
+e come in voce voce si discerne,
+quand una ferma e altra va e riede,
+
+vid io in essa luce altre lucerne
+muoversi in giro pi e men correnti,
+al modo, credo, di lor viste interne.
+
+Di fredda nube non disceser venti,
+o visibili o no, tanto festini,
+che non paressero impediti e lenti
+
+a chi avesse quei lumi divini
+veduti a noi venir, lasciando il giro
+pria cominciato in li alti Serafini;
+
+e dentro a quei che pi innanzi appariro
+sonava Osanna s, che unque poi
+di rudir non fui sanza disiro.
+
+Indi si fece lun pi presso a noi
+e solo incominci: Tutti sem presti
+al tuo piacer, perch di noi ti gioi.
+
+Noi ci volgiam coi principi celesti
+dun giro e dun girare e duna sete,
+ai quali tu del mondo gi dicesti:
+
+Voi che ntendendo il terzo ciel movete;
+e sem s pien damor, che, per piacerti,
+non fia men dolce un poco di quete.
+
+Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
+a la mia donna reverenti, ed essa
+fatti li avea di s contenti e certi,
+
+rivolsersi a la luce che promessa
+tanto savea, e Deh, chi siete? fue
+la voce mia di grande affetto impressa.
+
+E quanta e quale vid io lei far pie
+per allegrezza nova che saccrebbe,
+quando parlai, a lallegrezze sue!
+
+Cos fatta, mi disse: Il mondo mebbe
+gi poco tempo; e se pi fosse stato,
+molto sar di mal, che non sarebbe.
+
+La mia letizia mi ti tien celato
+che mi raggia dintorno e mi nasconde
+quasi animal di sua seta fasciato.
+
+Assai mamasti, e avesti ben onde;
+che sio fossi gi stato, io ti mostrava
+di mio amor pi oltre che le fronde.
+
+Quella sinistra riva che si lava
+di Rodano poi ch misto con Sorga,
+per suo segnore a tempo maspettava,
+
+e quel corno dAusonia che simborga
+di Bari e di Gaeta e di Catona,
+da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
+
+Fulgeami gi in fronte la corona
+di quella terra che l Danubio riga
+poi che le ripe tedesche abbandona.
+
+E la bella Trinacria, che caliga
+tra Pachino e Peloro, sopra l golfo
+che riceve da Euro maggior briga,
+
+non per Tifeo ma per nascente solfo,
+attesi avrebbe li suoi regi ancora,
+nati per me di Carlo e di Ridolfo,
+
+se mala segnoria, che sempre accora
+li popoli suggetti, non avesse
+mosso Palermo a gridar: Mora, mora!.
+
+E se mio frate questo antivedesse,
+lavara povert di Catalogna
+gi fuggeria, perch non li offendesse;
+
+ch veramente proveder bisogna
+per lui, o per altrui, s cha sua barca
+carcata pi dincarco non si pogna.
+
+La sua natura, che di larga parca
+discese, avria mestier di tal milizia
+che non curasse di mettere in arca.
+
+Per chi credo che lalta letizia
+che l tuo parlar minfonde, segnor mio,
+l ve ogne ben si termina e sinizia,
+
+per te si veggia come la vegg io,
+grata m pi; e anco quest ho caro
+perch l discerni rimirando in Dio.
+
+Fatto mhai lieto, e cos mi fa chiaro,
+poi che, parlando, a dubitar mhai mosso
+com esser pu, di dolce seme, amaro.
+
+Questo io a lui; ed elli a me: Sio posso
+mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
+terrai lo viso come tien lo dosso.
+
+Lo ben che tutto il regno che tu scandi
+volge e contenta, fa esser virtute
+sua provedenza in questi corpi grandi.
+
+E non pur le nature provedute
+sono in la mente ch da s perfetta,
+ma esse insieme con la lor salute:
+
+per che quantunque quest arco saetta
+disposto cade a proveduto fine,
+s come cosa in suo segno diretta.
+
+Se ci non fosse, il ciel che tu cammine
+producerebbe s li suoi effetti,
+che non sarebbero arti, ma ruine;
+
+e ci esser non pu, se li ntelletti
+che muovon queste stelle non son manchi,
+e manco il primo, che non li ha perfetti.
+
+Vuo tu che questo ver pi ti simbianchi?.
+E io: Non gi; ch impossibil veggio
+che la natura, in quel ch uopo, stanchi.
+
+Ond elli ancora: Or d: sarebbe il peggio
+per lomo in terra, se non fosse cive?.
+S, rispuos io; e qui ragion non cheggio.
+
+E puot elli esser, se gi non si vive
+diversamente per diversi offici?
+Non, se l maestro vostro ben vi scrive.
+
+S venne deducendo infino a quici;
+poscia conchiuse: Dunque esser diverse
+convien di vostri effetti le radici:
+
+per chun nasce Solone e altro Serse,
+altro Melchisedch e altro quello
+che, volando per laere, il figlio perse.
+
+La circular natura, ch suggello
+a la cera mortal, fa ben sua arte,
+ma non distingue lun da laltro ostello.
+
+Quinci addivien chEsa si diparte
+per seme da Iacb; e vien Quirino
+da s vil padre, che si rende a Marte.
+
+Natura generata il suo cammino
+simil farebbe sempre a generanti,
+se non vincesse il proveder divino.
+
+Or quel che tera dietro t davanti:
+ma perch sappi che di te mi giova,
+un corollario voglio che tammanti.
+
+Sempre natura, se fortuna trova
+discorde a s, com ogne altra semente
+fuor di sua regon, fa mala prova.
+
+E se l mondo l gi ponesse mente
+al fondamento che natura pone,
+seguendo lui, avria buona la gente.
+
+Ma voi torcete a la religone
+tal che fia nato a cignersi la spada,
+e fate re di tal ch da sermone;
+
+onde la traccia vostra fuor di strada.
+
+
+
+Paradiso Canto IX
+
+
+Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
+mebbe chiarito, mi narr li nganni
+che ricever dovea la sua semenza;
+
+ma disse: Taci e lascia muover li anni;
+s chio non posso dir se non che pianto
+giusto verr di retro ai vostri danni.
+
+E gi la vita di quel lume santo
+rivolta sera al Sol che la rempie
+come quel ben cha ogne cosa tanto.
+
+Ahi anime ingannate e fatture empie,
+che da s fatto ben torcete i cuori,
+drizzando in vanit le vostre tempie!
+
+Ed ecco un altro di quelli splendori
+ver me si fece, e l suo voler piacermi
+significava nel chiarir di fori.
+
+Li occhi di Batrice, cheran fermi
+sovra me, come pria, di caro assenso
+al mio disio certificato fermi.
+
+Deh, metti al mio voler tosto compenso,
+beato spirto, dissi, e fammi prova
+chi possa in te refletter quel chio penso!.
+
+Onde la luce che mera ancor nova,
+del suo profondo, ond ella pria cantava,
+seguette come a cui di ben far giova:
+
+In quella parte de la terra prava
+italica che siede tra Ralto
+e le fontane di Brenta e di Piava,
+
+si leva un colle, e non surge molt alto,
+l onde scese gi una facella
+che fece a la contrada un grande assalto.
+
+Duna radice nacqui e io ed ella:
+Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
+perch mi vinse il lume desta stella;
+
+ma lietamente a me medesma indulgo
+la cagion di mia sorte, e non mi noia;
+che parria forse forte al vostro vulgo.
+
+Di questa luculenta e cara gioia
+del nostro cielo che pi m propinqua,
+grande fama rimase; e pria che moia,
+
+questo centesimo anno ancor sincinqua:
+vedi se far si dee lomo eccellente,
+s chaltra vita la prima relinqua.
+
+E ci non pensa la turba presente
+che Tagliamento e Adice richiude,
+n per esser battuta ancor si pente;
+
+ma tosto fia che Padova al palude
+canger lacqua che Vincenza bagna,
+per essere al dover le genti crude;
+
+e dove Sile e Cagnan saccompagna,
+tal signoreggia e va con la testa alta,
+che gi per lui carpir si fa la ragna.
+
+Pianger Feltro ancora la difalta
+de lempio suo pastor, che sar sconcia
+s, che per simil non sentr in malta.
+
+Troppo sarebbe larga la bigoncia
+che ricevesse il sangue ferrarese,
+e stanco chi l pesasse a oncia a oncia,
+
+che doner questo prete cortese
+per mostrarsi di parte; e cotai doni
+conformi fieno al viver del paese.
+
+S sono specchi, voi dicete Troni,
+onde refulge a noi Dio giudicante;
+s che questi parlar ne paion buoni.
+
+Qui si tacette; e fecemi sembiante
+che fosse ad altro volta, per la rota
+in che si mise com era davante.
+
+Laltra letizia, che mera gi nota
+per cara cosa, mi si fece in vista
+qual fin balasso in che lo sol percuota.
+
+Per letiziar l s fulgor sacquista,
+s come riso qui; ma gi sabbuia
+lombra di fuor, come la mente trista.
+
+Dio vede tutto, e tuo veder sinluia,
+diss io, beato spirto, s che nulla
+voglia di s a te puot esser fuia.
+
+Dunque la voce tua, che l ciel trastulla
+sempre col canto di quei fuochi pii
+che di sei ali facen la coculla,
+
+perch non satisface a miei disii?
+Gi non attendere io tua dimanda,
+sio mintuassi, come tu tinmii.
+
+La maggior valle in che lacqua si spanda,
+incominciaro allor le sue parole,
+fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
+
+tra discordanti liti contra l sole
+tanto sen va, che fa meridano
+l dove lorizzonte pria far suole.
+
+Di quella valle fu io litorano
+tra Ebro e Macra, che per cammin corto
+parte lo Genovese dal Toscano.
+
+Ad un occaso quasi e ad un orto
+Buggea siede e la terra ond io fui,
+che f del sangue suo gi caldo il porto.
+
+Folco mi disse quella gente a cui
+fu noto il nome mio; e questo cielo
+di me simprenta, com io fe di lui;
+
+ch pi non arse la figlia di Belo,
+noiando e a Sicheo e a Creusa,
+di me, infin che si convenne al pelo;
+
+n quella Rodopa che delusa
+fu da Demofoonte, n Alcide
+quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
+
+Non per qui si pente, ma si ride,
+non de la colpa, cha mente non torna,
+ma del valor chordin e provide.
+
+Qui si rimira ne larte chaddorna
+cotanto affetto, e discernesi l bene
+per che l mondo di s quel di gi torna.
+
+Ma perch tutte le tue voglie piene
+ten porti che son nate in questa spera,
+proceder ancor oltre mi convene.
+
+Tu vuo saper chi in questa lumera
+che qui appresso me cos scintilla
+come raggio di sole in acqua mera.
+
+Or sappi che l entro si tranquilla
+Raab; e a nostr ordine congiunta,
+di lei nel sommo grado si sigilla.
+
+Da questo cielo, in cui lombra sappunta
+che l vostro mondo face, pria chaltr alma
+del trunfo di Cristo fu assunta.
+
+Ben si convenne lei lasciar per palma
+in alcun cielo de lalta vittoria
+che sacquist con luna e laltra palma,
+
+perch ella favor la prima gloria
+di Ios in su la Terra Santa,
+che poco tocca al papa la memoria.
+
+La tua citt, che di colui pianta
+che pria volse le spalle al suo fattore
+e di cui la nvidia tanto pianta,
+
+produce e spande il maladetto fiore
+cha disvate le pecore e li agni,
+per che fatto ha lupo del pastore.
+
+Per questo lEvangelio e i dottor magni
+son derelitti, e solo ai Decretali
+si studia, s che pare a lor vivagni.
+
+A questo intende il papa e cardinali;
+non vanno i lor pensieri a Nazarette,
+l dove Gabrello aperse lali.
+
+Ma Vaticano e laltre parti elette
+di Roma che son state cimitero
+a la milizia che Pietro seguette,
+
+tosto libere fien de lavoltero.
+
+
+
+Paradiso Canto X
+
+
+Guardando nel suo Figlio con lAmore
+che luno e laltro etternalmente spira,
+lo primo e ineffabile Valore
+
+quanto per mente e per loco si gira
+con tant ordine f, chesser non puote
+sanza gustar di lui chi ci rimira.
+
+Leva dunque, lettore, a lalte rote
+meco la vista, dritto a quella parte
+dove lun moto e laltro si percuote;
+
+e l comincia a vagheggiar ne larte
+di quel maestro che dentro a s lama,
+tanto che mai da lei locchio non parte.
+
+Vedi come da indi si dirama
+loblico cerchio che i pianeti porta,
+per sodisfare al mondo che li chiama.
+
+Che se la strada lor non fosse torta,
+molta virt nel ciel sarebbe in vano,
+e quasi ogne potenza qua gi morta;
+
+e se dal dritto pi o men lontano
+fosse l partire, assai sarebbe manco
+e gi e s de lordine mondano.
+
+Or ti riman, lettor, sovra l tuo banco,
+dietro pensando a ci che si preliba,
+sesser vuoi lieto assai prima che stanco.
+
+Messo tho innanzi: omai per te ti ciba;
+ch a s torce tutta la mia cura
+quella materia ond io son fatto scriba.
+
+Lo ministro maggior de la natura,
+che del valor del ciel lo mondo imprenta
+e col suo lume il tempo ne misura,
+
+con quella parte che s si rammenta
+congiunto, si girava per le spire
+in che pi tosto ognora sappresenta;
+
+e io era con lui; ma del salire
+non maccors io, se non com uom saccorge,
+anzi l primo pensier, del suo venire.
+
+ Batrice quella che s scorge
+di bene in meglio, s subitamente
+che latto suo per tempo non si sporge.
+
+Quant esser convenia da s lucente
+quel chera dentro al sol dov io entrami,
+non per color, ma per lume parvente!
+
+Perch io lo ngegno e larte e luso chiami,
+s nol direi che mai simaginasse;
+ma creder puossi e di veder si brami.
+
+E se le fantasie nostre son basse
+a tanta altezza, non maraviglia;
+ch sopra l sol non fu occhio chandasse.
+
+Tal era quivi la quarta famiglia
+de lalto Padre, che sempre la sazia,
+mostrando come spira e come figlia.
+
+E Batrice cominci: Ringrazia,
+ringrazia il Sol de li angeli, cha questo
+sensibil tha levato per sua grazia.
+
+Cor di mortal non fu mai s digesto
+a divozione e a rendersi a Dio
+con tutto l suo gradir cotanto presto,
+
+come a quelle parole mi fec io;
+e s tutto l mio amore in lui si mise,
+che Batrice ecliss ne loblio.
+
+Non le dispiacque; ma s se ne rise,
+che lo splendor de li occhi suoi ridenti
+mia mente unita in pi cose divise.
+
+Io vidi pi folgr vivi e vincenti
+far di noi centro e di s far corona,
+pi dolci in voce che in vista lucenti:
+
+cos cinger la figlia di Latona
+vedem talvolta, quando laere pregno,
+s che ritenga il fil che fa la zona.
+
+Ne la corte del cielo, ond io rivegno,
+si trovan molte gioie care e belle
+tanto che non si posson trar del regno;
+
+e l canto di quei lumi era di quelle;
+chi non simpenna s che l s voli,
+dal muto aspetti quindi le novelle.
+
+Poi, s cantando, quelli ardenti soli
+si fuor girati intorno a noi tre volte,
+come stelle vicine a fermi poli,
+
+donne mi parver, non da ballo sciolte,
+ma che sarrestin tacite, ascoltando
+fin che le nove note hanno ricolte.
+
+E dentro a lun senti cominciar: Quando
+lo raggio de la grazia, onde saccende
+verace amore e che poi cresce amando,
+
+multiplicato in te tanto resplende,
+che ti conduce su per quella scala
+u sanza risalir nessun discende;
+
+qual ti negasse il vin de la sua fiala
+per la tua sete, in libert non fora
+se non com acqua chal mar non si cala.
+
+Tu vuo saper di quai piante sinfiora
+questa ghirlanda che ntorno vagheggia
+la bella donna chal ciel tavvalora.
+
+Io fui de li agni de la santa greggia
+che Domenico mena per cammino
+u ben simpingua se non si vaneggia.
+
+Questi che m a destra pi vicino,
+frate e maestro fummi, ed esso Alberto
+ di Cologna, e io Thomas dAquino.
+
+Se s di tutti li altri esser vuo certo,
+di retro al mio parlar ten vien col viso
+girando su per lo beato serto.
+
+Quell altro fiammeggiare esce del riso
+di Grazan, che luno e laltro foro
+aiut s che piace in paradiso.
+
+Laltro chappresso addorna il nostro coro,
+quel Pietro fu che con la poverella
+offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
+
+La quinta luce, ch tra noi pi bella,
+spira di tale amor, che tutto l mondo
+l gi ne gola di saper novella:
+
+entro v lalta mente u s profondo
+saver fu messo, che, se l vero vero,
+a veder tanto non surse il secondo.
+
+Appresso vedi il lume di quel cero
+che gi in carne pi a dentro vide
+langelica natura e l ministero.
+
+Ne laltra piccioletta luce ride
+quello avvocato de tempi cristiani
+del cui latino Augustin si provide.
+
+Or se tu locchio de la mente trani
+di luce in luce dietro a le mie lode,
+gi de lottava con sete rimani.
+
+Per vedere ogne ben dentro vi gode
+lanima santa che l mondo fallace
+fa manifesto a chi di lei ben ode.
+
+Lo corpo ond ella fu cacciata giace
+giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
+e da essilio venne a questa pace.
+
+Vedi oltre fiammeggiar lardente spiro
+dIsidoro, di Beda e di Riccardo,
+che a considerar fu pi che viro.
+
+Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
+ l lume duno spirto che n pensieri
+gravi a morir li parve venir tardo:
+
+essa la luce etterna di Sigieri,
+che, leggendo nel Vico de li Strami,
+silogizz invidosi veri.
+
+Indi, come orologio che ne chiami
+ne lora che la sposa di Dio surge
+a mattinar lo sposo perch lami,
+
+che luna parte e laltra tira e urge,
+tin tin sonando con s dolce nota,
+che l ben disposto spirto damor turge;
+
+cos vid o la gloriosa rota
+muoversi e render voce a voce in tempra
+e in dolcezza chesser non p nota
+
+se non col dove gioir sinsempra.
+
+
+
+Paradiso Canto XI
+
+
+O insensata cura de mortali,
+quanto son difettivi silogismi
+quei che ti fanno in basso batter lali!
+
+Chi dietro a iura e chi ad amforismi
+sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
+e chi regnar per forza o per sofismi,
+
+e chi rubare e chi civil negozio,
+chi nel diletto de la carne involto
+saffaticava e chi si dava a lozio,
+
+quando, da tutte queste cose sciolto,
+con Batrice mera suso in cielo
+cotanto glorosamente accolto.
+
+Poi che ciascuno fu tornato ne lo
+punto del cerchio in che avanti sera,
+fermossi, come a candellier candelo.
+
+E io senti dentro a quella lumera
+che pria mavea parlato, sorridendo
+incominciar, faccendosi pi mera:
+
+Cos com io del suo raggio resplendo,
+s, riguardando ne la luce etterna,
+li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
+
+Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
+in s aperta e n s distesa lingua
+lo dicer mio, chal tuo sentir si sterna,
+
+ove dinanzi dissi: U ben simpingua,
+e l u dissi: Non nacque il secondo;
+e qui uopo che ben si distingua.
+
+La provedenza, che governa il mondo
+con quel consiglio nel quale ogne aspetto
+creato vinto pria che vada al fondo,
+
+per che andasse ver lo suo diletto
+la sposa di colui chad alte grida
+dispos lei col sangue benedetto,
+
+in s sicura e anche a lui pi fida,
+due principi ordin in suo favore,
+che quinci e quindi le fosser per guida.
+
+Lun fu tutto serafico in ardore;
+laltro per sapenza in terra fue
+di cherubica luce uno splendore.
+
+De lun dir, per che damendue
+si dice lun pregiando, qual chom prende,
+perch ad un fine fur lopere sue.
+
+Intra Tupino e lacqua che discende
+del colle eletto dal beato Ubaldo,
+fertile costa dalto monte pende,
+
+onde Perugia sente freddo e caldo
+da Porta Sole; e di rietro le piange
+per grave giogo Nocera con Gualdo.
+
+Di questa costa, l dov ella frange
+pi sua rattezza, nacque al mondo un sole,
+come fa questo talvolta di Gange.
+
+Per chi desso loco fa parole,
+non dica Ascesi, ch direbbe corto,
+ma Orente, se proprio dir vuole.
+
+Non era ancor molto lontan da lorto,
+chel cominci a far sentir la terra
+de la sua gran virtute alcun conforto;
+
+ch per tal donna, giovinetto, in guerra
+del padre corse, a cui, come a la morte,
+la porta del piacer nessun diserra;
+
+e dinanzi a la sua spirital corte
+et coram patre le si fece unito;
+poscia di d in d lam pi forte.
+
+Questa, privata del primo marito,
+millecent anni e pi dispetta e scura
+fino a costui si stette sanza invito;
+
+n valse udir che la trov sicura
+con Amiclate, al suon de la sua voce,
+colui cha tutto l mondo f paura;
+
+n valse esser costante n feroce,
+s che, dove Maria rimase giuso,
+ella con Cristo pianse in su la croce.
+
+Ma perch io non proceda troppo chiuso,
+Francesco e Povert per questi amanti
+prendi oramai nel mio parlar diffuso.
+
+La lor concordia e i lor lieti sembianti,
+amore e maraviglia e dolce sguardo
+facieno esser cagion di pensier santi;
+
+tanto che l venerabile Bernardo
+si scalz prima, e dietro a tanta pace
+corse e, correndo, li parve esser tardo.
+
+Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
+Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
+dietro a lo sposo, s la sposa piace.
+
+Indi sen va quel padre e quel maestro
+con la sua donna e con quella famiglia
+che gi legava lumile capestro.
+
+N li grav vilt di cuor le ciglia
+per esser fi di Pietro Bernardone,
+n per parer dispetto a maraviglia;
+
+ma regalmente sua dura intenzione
+ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
+primo sigillo a sua religone.
+
+Poi che la gente poverella crebbe
+dietro a costui, la cui mirabil vita
+meglio in gloria del ciel si canterebbe,
+
+di seconda corona redimita
+fu per Onorio da lEtterno Spiro
+la santa voglia desto archimandrita.
+
+E poi che, per la sete del martiro,
+ne la presenza del Soldan superba
+predic Cristo e li altri che l seguiro,
+
+e per trovare a conversione acerba
+troppo la gente e per non stare indarno,
+redissi al frutto de litalica erba,
+
+nel crudo sasso intra Tevero e Arno
+da Cristo prese lultimo sigillo,
+che le sue membra due anni portarno.
+
+Quando a colui cha tanto ben sortillo
+piacque di trarlo suso a la mercede
+chel merit nel suo farsi pusillo,
+
+a frati suoi, s com a giuste rede,
+raccomand la donna sua pi cara,
+e comand che lamassero a fede;
+
+e del suo grembo lanima preclara
+mover si volle, tornando al suo regno,
+e al suo corpo non volle altra bara.
+
+Pensa oramai qual fu colui che degno
+collega fu a mantener la barca
+di Pietro in alto mar per dritto segno;
+
+e questo fu il nostro patrarca;
+per che qual segue lui, com el comanda,
+discerner puoi che buone merce carca.
+
+Ma l suo pecuglio di nova vivanda
+ fatto ghiotto, s chesser non puote
+che per diversi salti non si spanda;
+
+e quanto le sue pecore remote
+e vagabunde pi da esso vanno,
+pi tornano a lovil di latte vte.
+
+Ben son di quelle che temono l danno
+e stringonsi al pastor; ma son s poche,
+che le cappe fornisce poco panno.
+
+Or, se le mie parole non son fioche,
+se la tua audenza stata attenta,
+se ci ch detto a la mente revoche,
+
+in parte fia la tua voglia contenta,
+perch vedrai la pianta onde si scheggia,
+e vedra il corrgger che argomenta
+
+U ben simpingua, se non si vaneggia.
+
+
+
+Paradiso Canto XII
+
+
+S tosto come lultima parola
+la benedetta fiamma per dir tolse,
+a rotar cominci la santa mola;
+
+e nel suo giro tutta non si volse
+prima chunaltra di cerchio la chiuse,
+e moto a moto e canto a canto colse;
+
+canto che tanto vince nostre muse,
+nostre serene in quelle dolci tube,
+quanto primo splendor quel che refuse.
+
+Come si volgon per tenera nube
+due archi paralelli e concolori,
+quando Iunone a sua ancella iube,
+
+nascendo di quel dentro quel di fori,
+a guisa del parlar di quella vaga
+chamor consunse come sol vapori,
+
+e fanno qui la gente esser presaga,
+per lo patto che Dio con No puose,
+del mondo che gi mai pi non sallaga:
+
+cos di quelle sempiterne rose
+volgiensi circa noi le due ghirlande,
+e s lestrema a lintima rispuose.
+
+Poi che l tripudio e laltra festa grande,
+s del cantare e s del fiammeggiarsi
+luce con luce gaudose e blande,
+
+insieme a punto e a voler quetarsi,
+pur come li occhi chal piacer che i move
+conviene insieme chiudere e levarsi;
+
+del cor de luna de le luci nove
+si mosse voce, che lago a la stella
+parer mi fece in volgermi al suo dove;
+
+e cominci: Lamor che mi fa bella
+mi tragge a ragionar de laltro duca
+per cui del mio s ben ci si favella.
+
+Degno che, dov lun, laltro sinduca:
+s che, com elli ad una militaro,
+cos la gloria loro insieme luca.
+
+Lessercito di Cristo, che s caro
+cost a rarmar, dietro a la nsegna
+si movea tardo, sospeccioso e raro,
+
+quando lo mperador che sempre regna
+provide a la milizia, chera in forse,
+per sola grazia, non per esser degna;
+
+e, come detto, a sua sposa soccorse
+con due campioni, al cui fare, al cui dire
+lo popol disvato si raccorse.
+
+In quella parte ove surge ad aprire
+Zefiro dolce le novelle fronde
+di che si vede Europa rivestire,
+
+non molto lungi al percuoter de londe
+dietro a le quali, per la lunga foga,
+lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
+
+siede la fortunata Calaroga
+sotto la protezion del grande scudo
+in che soggiace il leone e soggioga:
+
+dentro vi nacque lamoroso drudo
+de la fede cristiana, il santo atleta
+benigno a suoi e a nemici crudo;
+
+e come fu creata, fu repleta
+s la sua mente di viva vertute
+che, ne la madre, lei fece profeta.
+
+Poi che le sponsalizie fuor compiute
+al sacro fonte intra lui e la Fede,
+u si dotar di muta salute,
+
+la donna che per lui lassenso diede,
+vide nel sonno il mirabile frutto
+chuscir dovea di lui e de le rede;
+
+e perch fosse qual era in costrutto,
+quinci si mosse spirito a nomarlo
+del possessivo di cui era tutto.
+
+Domenico fu detto; e io ne parlo
+s come de lagricola che Cristo
+elesse a lorto suo per aiutarlo.
+
+Ben parve messo e famigliar di Cristo:
+che l primo amor che n lui fu manifesto,
+fu al primo consiglio che di Cristo.
+
+Spesse fate fu tacito e desto
+trovato in terra da la sua nutrice,
+come dicesse: Io son venuto a questo.
+
+Oh padre suo veramente Felice!
+oh madre sua veramente Giovanna,
+se, interpretata, val come si dice!
+
+Non per lo mondo, per cui mo saffanna
+di retro ad Ostense e a Taddeo,
+ma per amor de la verace manna
+
+in picciol tempo gran dottor si feo;
+tal che si mise a circir la vigna
+che tosto imbianca, se l vignaio reo.
+
+E a la sedia che fu gi benigna
+pi a poveri giusti, non per lei,
+ma per colui che siede, che traligna,
+
+non dispensare o due o tre per sei,
+non la fortuna di prima vacante,
+non decimas, quae sunt pauperum Dei,
+
+addimand, ma contro al mondo errante
+licenza di combatter per lo seme
+del qual ti fascian ventiquattro piante.
+
+Poi, con dottrina e con volere insieme,
+con lofficio appostolico si mosse
+quasi torrente chalta vena preme;
+
+e ne li sterpi eretici percosse
+limpeto suo, pi vivamente quivi
+dove le resistenze eran pi grosse.
+
+Di lui si fecer poi diversi rivi
+onde lorto catolico si riga,
+s che i suoi arbuscelli stan pi vivi.
+
+Se tal fu luna rota de la biga
+in che la Santa Chiesa si difese
+e vinse in campo la sua civil briga,
+
+ben ti dovrebbe assai esser palese
+leccellenza de laltra, di cui Tomma
+dinanzi al mio venir fu s cortese.
+
+Ma lorbita che f la parte somma
+di sua circunferenza, derelitta,
+s ch la muffa dov era la gromma.
+
+La sua famiglia, che si mosse dritta
+coi piedi a le sue orme, tanto volta,
+che quel dinanzi a quel di retro gitta;
+
+e tosto si vedr de la ricolta
+de la mala coltura, quando il loglio
+si lagner che larca li sia tolta.
+
+Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
+nostro volume, ancor troveria carta
+u leggerebbe I mi son quel chi soglio;
+
+ma non fia da Casal n dAcquasparta,
+l onde vegnon tali a la scrittura,
+chuno la fugge e altro la coarta.
+
+Io son la vita di Bonaventura
+da Bagnoregio, che ne grandi offici
+sempre pospuosi la sinistra cura.
+
+Illuminato e Augustin son quici,
+che fuor de primi scalzi poverelli
+che nel capestro a Dio si fero amici.
+
+Ugo da San Vittore qui con elli,
+e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
+lo qual gi luce in dodici libelli;
+
+Natn profeta e l metropolitano
+Crisostomo e Anselmo e quel Donato
+cha la prim arte degn porre mano.
+
+Rabano qui, e lucemi dallato
+il calavrese abate Giovacchino
+di spirito profetico dotato.
+
+Ad inveggiar cotanto paladino
+mi mosse linfiammata cortesia
+di fra Tommaso e l discreto latino;
+
+e mosse meco questa compagnia.
+
+
+
+Paradiso Canto XIII
+
+
+Imagini, chi bene intender cupe
+quel chi or vidie ritegna limage,
+mentre chio dico, come ferma rupe,
+
+quindici stelle che n diverse plage
+lo ciel avvivan di tanto sereno
+che soperchia de laere ogne compage;
+
+imagini quel carro a cu il seno
+basta del nostro cielo e notte e giorno,
+s chal volger del temo non vien meno;
+
+imagini la bocca di quel corno
+che si comincia in punta de lo stelo
+a cui la prima rota va dintorno,
+
+aver fatto di s due segni in cielo,
+qual fece la figliuola di Minoi
+allora che sent di morte il gelo;
+
+e lun ne laltro aver li raggi suoi,
+e amendue girarsi per maniera
+che luno andasse al primo e laltro al poi;
+
+e avr quasi lombra de la vera
+costellazione e de la doppia danza
+che circulava il punto dov io era:
+
+poi ch tanto di l da nostra usanza,
+quanto di l dal mover de la Chiana
+si move il ciel che tutti li altri avanza.
+
+L si cant non Bacco, non Peana,
+ma tre persone in divina natura,
+e in una persona essa e lumana.
+
+Compi l cantare e l volger sua misura;
+e attesersi a noi quei santi lumi,
+felicitando s di cura in cura.
+
+Ruppe il silenzio ne concordi numi
+poscia la luce in che mirabil vita
+del poverel di Dio narrata fumi,
+
+e disse: Quando luna paglia trita,
+quando la sua semenza gi riposta,
+a batter laltra dolce amor minvita.
+
+Tu credi che nel petto onde la costa
+si trasse per formar la bella guancia
+il cui palato a tutto l mondo costa,
+
+e in quel che, forato da la lancia,
+e prima e poscia tanto sodisfece,
+che dogne colpa vince la bilancia,
+
+quantunque a la natura umana lece
+aver di lume, tutto fosse infuso
+da quel valor che luno e laltro fece;
+
+e per miri a ci chio dissi suso,
+quando narrai che non ebbe l secondo
+lo ben che ne la quinta luce chiuso.
+
+Or apri li occhi a quel chio ti rispondo,
+e vedri il tuo credere e l mio dire
+nel vero farsi come centro in tondo.
+
+Ci che non more e ci che pu morire
+non se non splendor di quella idea
+che partorisce, amando, il nostro Sire;
+
+ch quella viva luce che s mea
+dal suo lucente, che non si disuna
+da lui n da lamor cha lor sintrea,
+
+per sua bontate il suo raggiare aduna,
+quasi specchiato, in nove sussistenze,
+etternalmente rimanendosi una.
+
+Quindi discende a lultime potenze
+gi datto in atto, tanto divenendo,
+che pi non fa che brevi contingenze;
+
+e queste contingenze essere intendo
+le cose generate, che produce
+con seme e sanza seme il ciel movendo.
+
+La cera di costoro e chi la duce
+non sta dun modo; e per sotto l segno
+idale poi pi e men traluce.
+
+Ond elli avvien chun medesimo legno,
+secondo specie, meglio e peggio frutta;
+e voi nascete con diverso ingegno.
+
+Se fosse a punto la cera dedutta
+e fosse il cielo in sua virt supprema,
+la luce del suggel parrebbe tutta;
+
+ma la natura la d sempre scema,
+similemente operando a lartista
+cha labito de larte ha man che trema.
+
+Per se l caldo amor la chiara vista
+de la prima virt dispone e segna,
+tutta la perfezion quivi sacquista.
+
+Cos fu fatta gi la terra degna
+di tutta lanimal perfezone;
+cos fu fatta la Vergine pregna;
+
+s chio commendo tua oppinone,
+che lumana natura mai non fue
+n fia qual fu in quelle due persone.
+
+Or si non procedesse avanti pie,
+Dunque, come costui fu sanza pare?
+comincerebber le parole tue.
+
+Ma perch paia ben ci che non pare,
+pensa chi era, e la cagion che l mosse,
+quando fu detto Chiedi, a dimandare.
+
+Non ho parlato s, che tu non posse
+ben veder chel fu re, che chiese senno
+acci che re sufficente fosse;
+
+non per sapere il numero in che enno
+li motor di qua s, o se necesse
+con contingente mai necesse fenno;
+
+non si est dare primum motum esse,
+o se del mezzo cerchio far si puote
+trangol s chun retto non avesse.
+
+Onde, se ci chio dissi e questo note,
+regal prudenza quel vedere impari
+in che lo stral di mia intenzion percuote;
+
+e se al surse drizzi li occhi chiari,
+vedrai aver solamente respetto
+ai regi, che son molti, e buon son rari.
+
+Con questa distinzion prendi l mio detto;
+e cos puote star con quel che credi
+del primo padre e del nostro Diletto.
+
+E questo ti sia sempre piombo a piedi,
+per farti mover lento com uom lasso
+e al s e al no che tu non vedi:
+
+ch quelli tra li stolti bene a basso,
+che sanza distinzione afferma e nega
+ne lun cos come ne laltro passo;
+
+perch elli ncontra che pi volte piega
+loppinon corrente in falsa parte,
+e poi laffetto lintelletto lega.
+
+Vie pi che ndarno da riva si parte,
+perch non torna tal qual e si move,
+chi pesca per lo vero e non ha larte.
+
+E di ci sono al mondo aperte prove
+Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
+li quali andaro e non sapan dove;
+
+s f Sabellio e Arrio e quelli stolti
+che furon come spade a le Scritture
+in render torti li diritti volti.
+
+Non sien le genti, ancor, troppo sicure
+a giudicar, s come quei che stima
+le biade in campo pria che sien mature;
+
+chi ho veduto tutto l verno prima
+lo prun mostrarsi rigido e feroce,
+poscia portar la rosa in su la cima;
+
+e legno vidi gi dritto e veloce
+correr lo mar per tutto suo cammino,
+perire al fine a lintrar de la foce.
+
+Non creda donna Berta e ser Martino,
+per vedere un furare, altro offerere,
+vederli dentro al consiglio divino;
+
+ch quel pu surgere, e quel pu cadere.
+
+
+
+Paradiso Canto XIV
+
+
+Dal centro al cerchio, e s dal cerchio al centro
+movesi lacqua in un ritondo vaso,
+secondo ch percosso fuori o dentro:
+
+ne la mia mente f sbito caso
+questo chio dico, s come si tacque
+la glorosa vita di Tommaso,
+
+per la similitudine che nacque
+del suo parlare e di quel di Beatrice,
+a cui s cominciar, dopo lui, piacque:
+
+A costui fa mestieri, e nol vi dice
+n con la voce n pensando ancora,
+dun altro vero andare a la radice.
+
+Diteli se la luce onde sinfiora
+vostra sustanza, rimarr con voi
+etternalmente s com ell ora;
+
+e se rimane, dite come, poi
+che sarete visibili rifatti,
+esser por chal veder non vi ni.
+
+Come, da pi letizia pinti e tratti,
+a la fata quei che vanno a rota
+levan la voce e rallegrano li atti,
+
+cos, a lorazion pronta e divota,
+li santi cerchi mostrar nova gioia
+nel torneare e ne la mira nota.
+
+Qual si lamenta perch qui si moia
+per viver col s, non vide quive
+lo refrigerio de letterna ploia.
+
+Quell uno e due e tre che sempre vive
+e regna sempre in tre e n due e n uno,
+non circunscritto, e tutto circunscrive,
+
+tre volte era cantato da ciascuno
+di quelli spirti con tal melodia,
+chad ogne merto saria giusto muno.
+
+E io udi ne la luce pi dia
+del minor cerchio una voce modesta,
+forse qual fu da langelo a Maria,
+
+risponder: Quanto fia lunga la festa
+di paradiso, tanto il nostro amore
+si ragger dintorno cotal vesta.
+
+La sua chiarezza sguita lardore;
+lardor la visone, e quella tanta,
+quant ha di grazia sovra suo valore.
+
+Come la carne glorosa e santa
+fia rivestita, la nostra persona
+pi grata fia per esser tutta quanta;
+
+per che saccrescer ci che ne dona
+di gratito lume il sommo bene,
+lume cha lui veder ne condiziona;
+
+onde la vison crescer convene,
+crescer lardor che di quella saccende,
+crescer lo raggio che da esso vene.
+
+Ma s come carbon che fiamma rende,
+e per vivo candor quella soverchia,
+s che la sua parvenza si difende;
+
+cos questo folgr che gi ne cerchia
+fia vinto in apparenza da la carne
+che tutto d la terra ricoperchia;
+
+n potr tanta luce affaticarne:
+ch li organi del corpo saran forti
+a tutto ci che potr dilettarne.
+
+Tanto mi parver sbiti e accorti
+e luno e laltro coro a dicer Amme!,
+che ben mostrar disio di corpi morti:
+
+forse non pur per lor, ma per le mamme,
+per li padri e per li altri che fuor cari
+anzi che fosser sempiterne fiamme.
+
+Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
+nascere un lustro sopra quel che vera,
+per guisa dorizzonte che rischiari.
+
+E s come al salir di prima sera
+comincian per lo ciel nove parvenze,
+s che la vista pare e non par vera,
+
+parvemi l novelle sussistenze
+cominciare a vedere, e fare un giro
+di fuor da laltre due circunferenze.
+
+Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
+come si fece sbito e candente
+a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
+
+Ma Batrice s bella e ridente
+mi si mostr, che tra quelle vedute
+si vuol lasciar che non seguir la mente.
+
+Quindi ripreser li occhi miei virtute
+a rilevarsi; e vidimi translato
+sol con mia donna in pi alta salute.
+
+Ben maccors io chio era pi levato,
+per laffocato riso de la stella,
+che mi parea pi roggio che lusato.
+
+Con tutto l core e con quella favella
+ch una in tutti, a Dio feci olocausto,
+qual conveniesi a la grazia novella.
+
+E non er anco del mio petto essausto
+lardor del sacrificio, chio conobbi
+esso litare stato accetto e fausto;
+
+ch con tanto lucore e tanto robbi
+mapparvero splendor dentro a due raggi,
+chio dissi: O Els che s li addobbi!.
+
+Come distinta da minori e maggi
+lumi biancheggia tra poli del mondo
+Galassia s, che fa dubbiar ben saggi;
+
+s costellati facean nel profondo
+Marte quei raggi il venerabil segno
+che fan giunture di quadranti in tondo.
+
+Qui vince la memoria mia lo ngegno;
+ch quella croce lampeggiava Cristo,
+s chio non so trovare essempro degno;
+
+ma chi prende sua croce e segue Cristo,
+ancor mi scuser di quel chio lasso,
+vedendo in quell albor balenar Cristo.
+
+Di corno in corno e tra la cima e l basso
+si movien lumi, scintillando forte
+nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
+
+cos si veggion qui diritte e torte,
+veloci e tarde, rinovando vista,
+le minuzie di corpi, lunghe e corte,
+
+moversi per lo raggio onde si lista
+talvolta lombra che, per sua difesa,
+la gente con ingegno e arte acquista.
+
+E come giga e arpa, in tempra tesa
+di molte corde, fa dolce tintinno
+a tal da cui la nota non intesa,
+
+cos da lumi che l mapparinno
+saccogliea per la croce una melode
+che mi rapiva, sanza intender linno.
+
+Ben maccors io chelli era dalte lode,
+per cha me vena Resurgi e Vinci
+come a colui che non intende e ode.
+
+o minnamorava tanto quinci,
+che nfino a l non fu alcuna cosa
+che mi legasse con s dolci vinci.
+
+Forse la mia parola par troppo osa,
+posponendo il piacer de li occhi belli,
+ne quai mirando mio disio ha posa;
+
+ma chi savvede che i vivi suggelli
+dogne bellezza pi fanno pi suso,
+e chio non mera l rivolto a quelli,
+
+escusar puommi di quel chio maccuso
+per escusarmi, e vedermi dir vero:
+ch l piacer santo non qui dischiuso,
+
+perch si fa, montando, pi sincero.
+
+
+
+Paradiso Canto XV
+
+
+Benigna volontade in che si liqua
+sempre lamor che drittamente spira,
+come cupidit fa ne la iniqua,
+
+silenzio puose a quella dolce lira,
+e fece quetar le sante corde
+che la destra del cielo allenta e tira.
+
+Come saranno a giusti preghi sorde
+quelle sustanze che, per darmi voglia
+chio le pregassi, a tacer fur concorde?
+
+Bene che sanza termine si doglia
+chi, per amor di cosa che non duri
+etternalmente, quello amor si spoglia.
+
+Quale per li seren tranquilli e puri
+discorre ad ora ad or sbito foco,
+movendo li occhi che stavan sicuri,
+
+e pare stella che tramuti loco,
+se non che da la parte ond e saccende
+nulla sen perde, ed esso dura poco:
+
+tale dal corno che n destro si stende
+a pi di quella croce corse un astro
+de la costellazion che l resplende;
+
+n si part la gemma dal suo nastro,
+ma per la lista radal trascorse,
+che parve foco dietro ad alabastro.
+
+S pa lombra dAnchise si porse,
+se fede merta nostra maggior musa,
+quando in Eliso del figlio saccorse.
+
+O sanguis meus, o superinfusa
+grata De, sicut tibi cui
+bis unquam celi iana reclusa?.
+
+Cos quel lume: ond io mattesi a lui;
+poscia rivolsi a la mia donna il viso,
+e quinci e quindi stupefatto fui;
+
+ch dentro a li occhi suoi ardeva un riso
+tal, chio pensai co miei toccar lo fondo
+de la mia gloria e del mio paradiso.
+
+Indi, a udire e a veder giocondo,
+giunse lo spirto al suo principio cose,
+chio non lo ntesi, s parl profondo;
+
+n per elezon mi si nascose,
+ma per necessit, ch l suo concetto
+al segno di mortal si soprapuose.
+
+E quando larco de lardente affetto
+fu s sfogato, che l parlar discese
+inver lo segno del nostro intelletto,
+
+la prima cosa che per me sintese,
+Benedetto sia tu, fu, trino e uno,
+che nel mio seme se tanto cortese!.
+
+E segu: Grato e lontano digiuno,
+tratto leggendo del magno volume
+du non si muta mai bianco n bruno,
+
+solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
+in chio ti parlo, merc di colei
+cha lalto volo ti vest le piume.
+
+Tu credi che a me tuo pensier mei
+da quel ch primo, cos come raia
+da lun, se si conosce, il cinque e l sei;
+
+e per chio mi sia e perch io paia
+pi gaudoso a te, non mi domandi,
+che alcun altro in questa turba gaia.
+
+Tu credi l vero; ch i minori e grandi
+di questa vita miran ne lo speglio
+in che, prima che pensi, il pensier pandi;
+
+ma perch l sacro amore in che io veglio
+con perpeta vista e che masseta
+di dolce disar, sadempia meglio,
+
+la voce tua sicura, balda e lieta
+suoni la volont, suoni l disio,
+a che la mia risposta gi decreta!.
+
+Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
+pria chio parlassi, e arrisemi un cenno
+che fece crescer lali al voler mio.
+
+Poi cominciai cos: Laffetto e l senno,
+come la prima equalit vapparse,
+dun peso per ciascun di voi si fenno,
+
+per che l sol che vallum e arse,
+col caldo e con la luce s iguali,
+che tutte simiglianze sono scarse.
+
+Ma voglia e argomento ne mortali,
+per la cagion cha voi manifesta,
+diversamente son pennuti in ali;
+
+ond io, che son mortal, mi sento in questa
+disagguaglianza, e per non ringrazio
+se non col core a la paterna festa.
+
+Ben supplico io a te, vivo topazio
+che questa gioia prezosa ingemmi,
+perch mi facci del tuo nome sazio.
+
+O fronda mia in che io compiacemmi
+pur aspettando, io fui la tua radice:
+cotal principio, rispondendo, femmi.
+
+Poscia mi disse: Quel da cui si dice
+tua cognazione e che cent anni e pie
+girato ha l monte in la prima cornice,
+
+mio figlio fu e tuo bisavol fue:
+ben si convien che la lunga fatica
+tu li raccorci con lopere tue.
+
+Fiorenza dentro da la cerchia antica,
+ond ella toglie ancora e terza e nona,
+si stava in pace, sobria e pudica.
+
+Non avea catenella, non corona,
+non gonne contigiate, non cintura
+che fosse a veder pi che la persona.
+
+Non faceva, nascendo, ancor paura
+la figlia al padre, che l tempo e la dote
+non fuggien quinci e quindi la misura.
+
+Non avea case di famiglia vte;
+non vera giunto ancor Sardanapalo
+a mostrar ci che n camera si puote.
+
+Non era vinto ancora Montemalo
+dal vostro Uccellatoio, che, com vinto
+nel montar s, cos sar nel calo.
+
+Bellincion Berti vid io andar cinto
+di cuoio e dosso, e venir da lo specchio
+la donna sua sanza l viso dipinto;
+
+e vidi quel di Nerli e quel del Vecchio
+esser contenti a la pelle scoperta,
+e le sue donne al fuso e al pennecchio.
+
+Oh fortunate! ciascuna era certa
+de la sua sepultura, e ancor nulla
+era per Francia nel letto diserta.
+
+Luna vegghiava a studio de la culla,
+e, consolando, usava lidoma
+che prima i padri e le madri trastulla;
+
+laltra, traendo a la rocca la chioma,
+favoleggiava con la sua famiglia
+di Troiani, di Fiesole e di Roma.
+
+Saria tenuta allor tal maraviglia
+una Cianghella, un Lapo Salterello,
+qual or saria Cincinnato e Corniglia.
+
+A cos riposato, a cos bello
+viver di cittadini, a cos fida
+cittadinanza, a cos dolce ostello,
+
+Maria mi di, chiamata in alte grida;
+e ne lantico vostro Batisteo
+insieme fui cristiano e Cacciaguida.
+
+Moronto fu mio frate ed Eliseo;
+mia donna venne a me di val di Pado,
+e quindi il sopranome tuo si feo.
+
+Poi seguitai lo mperador Currado;
+ed el mi cinse de la sua milizia,
+tanto per bene ovrar li venni in grado.
+
+Dietro li andai incontro a la nequizia
+di quella legge il cui popolo usurpa,
+per colpa di pastor, vostra giustizia.
+
+Quivi fu io da quella gente turpa
+disviluppato dal mondo fallace,
+lo cui amor molt anime deturpa;
+
+e venni dal martiro a questa pace.
+
+
+
+Paradiso Canto XVI
+
+
+O poca nostra nobilt di sangue,
+se glorar di te la gente fai
+qua gi dove laffetto nostro langue,
+
+mirabil cosa non mi sar mai:
+ch l dove appetito non si torce,
+dico nel cielo, io me ne gloriai.
+
+Ben se tu manto che tosto raccorce:
+s che, se non sappon di d in die,
+lo tempo va dintorno con le force.
+
+Dal voi che prima a Roma sofferie,
+in che la sua famiglia men persevra,
+ricominciaron le parole mie;
+
+onde Beatrice, chera un poco scevra,
+ridendo, parve quella che tossio
+al primo fallo scritto di Ginevra.
+
+Io cominciai: Voi siete il padre mio;
+voi mi date a parlar tutta baldezza;
+voi mi levate s, chi son pi chio.
+
+Per tanti rivi sempie dallegrezza
+la mente mia, che di s fa letizia
+perch pu sostener che non si spezza.
+
+Ditemi dunque, cara mia primizia,
+quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
+che si segnaro in vostra perizia;
+
+ditemi de lovil di San Giovanni
+quanto era allora, e chi eran le genti
+tra esso degne di pi alti scanni.
+
+Come savviva a lo spirar di venti
+carbone in fiamma, cos vid io quella
+luce risplendere a miei blandimenti;
+
+e come a li occhi miei si f pi bella,
+cos con voce pi dolce e soave,
+ma non con questa moderna favella,
+
+dissemi: Da quel d che fu detto Ave
+al parto in che mia madre, ch or santa,
+sallev di me ond era grave,
+
+al suo Leon cinquecento cinquanta
+e trenta fiate venne questo foco
+a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
+
+Li antichi miei e io nacqui nel loco
+dove si truova pria lultimo sesto
+da quei che corre il vostro annal gioco.
+
+Basti di miei maggiori udirne questo:
+chi ei si fosser e onde venner quivi,
+pi tacer che ragionare onesto.
+
+Tutti color cha quel tempo eran ivi
+da poter arme tra Marte e l Batista,
+eran il quinto di quei chor son vivi.
+
+Ma la cittadinanza, ch or mista
+di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
+pura vediesi ne lultimo artista.
+
+Oh quanto fora meglio esser vicine
+quelle genti chio dico, e al Galluzzo
+e a Trespiano aver vostro confine,
+
+che averle dentro e sostener lo puzzo
+del villan dAguglion, di quel da Signa,
+che gi per barattare ha locchio aguzzo!
+
+Se la gente chal mondo pi traligna
+non fosse stata a Cesare noverca,
+ma come madre a suo figlio benigna,
+
+tal fatto fiorentino e cambia e merca,
+che si sarebbe vlto a Simifonti,
+l dove andava lavolo a la cerca;
+
+sariesi Montemurlo ancor de Conti;
+sarieno i Cerchi nel piovier dAcone,
+e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
+
+Sempre la confusion de le persone
+principio fu del mal de la cittade,
+come del vostro il cibo che sappone;
+
+e cieco toro pi avaccio cade
+che cieco agnello; e molte volte taglia
+pi e meglio una che le cinque spade.
+
+Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
+come sono ite, e come se ne vanno
+di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
+
+udir come le schiatte si disfanno
+non ti parr nova cosa n forte,
+poscia che le cittadi termine hanno.
+
+Le vostre cose tutte hanno lor morte,
+s come voi; ma celasi in alcuna
+che dura molto, e le vite son corte.
+
+E come l volger del ciel de la luna
+cuopre e discuopre i liti sanza posa,
+cos fa di Fiorenza la Fortuna:
+
+per che non dee parer mirabil cosa
+ci chio dir de li alti Fiorentini
+onde la fama nel tempo nascosa.
+
+Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
+Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
+gi nel calare, illustri cittadini;
+
+e vidi cos grandi come antichi,
+con quel de la Sannella, quel de lArca,
+e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
+
+Sovra la porta chal presente carca
+di nova fellonia di tanto peso
+che tosto fia iattura de la barca,
+
+erano i Ravignani, ond disceso
+il conte Guido e qualunque del nome
+de lalto Bellincione ha poscia preso.
+
+Quel de la Pressa sapeva gi come
+regger si vuole, e avea Galigaio
+dorata in casa sua gi lelsa e l pome.
+
+Grand era gi la colonna del Vaio,
+Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
+e Galli e quei charrossan per lo staio.
+
+Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
+era gi grande, e gi eran tratti
+a le curule Sizii e Arrigucci.
+
+Oh quali io vidi quei che son disfatti
+per lor superbia! e le palle de loro
+fiorian Fiorenza in tutt i suoi gran fatti.
+
+Cos facieno i padri di coloro
+che, sempre che la vostra chiesa vaca,
+si fanno grassi stando a consistoro.
+
+Loltracotata schiatta che sindraca
+dietro a chi fugge, e a chi mostra l dente
+o ver la borsa, com agnel si placa,
+
+gi vena s, ma di picciola gente;
+s che non piacque ad Ubertin Donato
+che po il suocero il f lor parente.
+
+Gi era l Caponsacco nel mercato
+disceso gi da Fiesole, e gi era
+buon cittadino Giuda e Infangato.
+
+Io dir cosa incredibile e vera:
+nel picciol cerchio sentrava per porta
+che si nomava da quei de la Pera.
+
+Ciascun che de la bella insegna porta
+del gran barone il cui nome e l cui pregio
+la festa di Tommaso riconforta,
+
+da esso ebbe milizia e privilegio;
+avvegna che con popol si rauni
+oggi colui che la fascia col fregio.
+
+Gi eran Gualterotti e Importuni;
+e ancor saria Borgo pi queto,
+se di novi vicin fosser digiuni.
+
+La casa di che nacque il vostro fleto,
+per lo giusto disdegno che vha morti
+e puose fine al vostro viver lieto,
+
+era onorata, essa e suoi consorti:
+o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
+le nozze se per li altrui conforti!
+
+Molti sarebber lieti, che son tristi,
+se Dio tavesse conceduto ad Ema
+la prima volta cha citt venisti.
+
+Ma conveniesi a quella pietra scema
+che guarda l ponte, che Fiorenza fesse
+vittima ne la sua pace postrema.
+
+Con queste genti, e con altre con esse,
+vid io Fiorenza in s fatto riposo,
+che non avea cagione onde piangesse.
+
+Con queste genti vidio gloroso
+e giusto il popol suo, tanto che l giglio
+non era ad asta mai posto a ritroso,
+
+n per divison fatto vermiglio.
+
+
+
+Paradiso Canto XVII
+
+
+Qual venne a Climen, per accertarsi
+di ci chava incontro a s udito,
+quei chancor fa li padri ai figli scarsi;
+
+tal era io, e tal era sentito
+e da Beatrice e da la santa lampa
+che pria per me avea mutato sito.
+
+Per che mia donna Manda fuor la vampa
+del tuo disio, mi disse, s chella esca
+segnata bene de la interna stampa:
+
+non perch nostra conoscenza cresca
+per tuo parlare, ma perch tausi
+a dir la sete, s che luom ti mesca.
+
+O cara piota mia che s tinsusi,
+che, come veggion le terrene menti
+non capere in trangol due ottusi,
+
+cos vedi le cose contingenti
+anzi che sieno in s, mirando il punto
+a cui tutti li tempi son presenti;
+
+mentre chio era a Virgilio congiunto
+su per lo monte che lanime cura
+e discendendo nel mondo defunto,
+
+dette mi fuor di mia vita futura
+parole gravi, avvegna chio mi senta
+ben tetragono ai colpi di ventura;
+
+per che la voglia mia saria contenta
+dintender qual fortuna mi sappressa:
+ch saetta previsa vien pi lenta.
+
+Cos diss io a quella luce stessa
+che pria mavea parlato; e come volle
+Beatrice, fu la mia voglia confessa.
+
+N per ambage, in che la gente folle
+gi sinviscava pria che fosse anciso
+lAgnel di Dio che le peccata tolle,
+
+ma per chiare parole e con preciso
+latin rispuose quello amor paterno,
+chiuso e parvente del suo proprio riso:
+
+La contingenza, che fuor del quaderno
+de la vostra matera non si stende,
+tutta dipinta nel cospetto etterno;
+
+necessit per quindi non prende
+se non come dal viso in che si specchia
+nave che per torrente gi discende.
+
+Da indi, s come viene ad orecchia
+dolce armonia da organo, mi viene
+a vista il tempo che ti sapparecchia.
+
+Qual si partio Ipolito dAtene
+per la spietata e perfida noverca,
+tal di Fiorenza partir ti convene.
+
+Questo si vuole e questo gi si cerca,
+e tosto verr fatto a chi ci pensa
+l dove Cristo tutto d si merca.
+
+La colpa seguir la parte offensa
+in grido, come suol; ma la vendetta
+fia testimonio al ver che la dispensa.
+
+Tu lascerai ogne cosa diletta
+pi caramente; e questo quello strale
+che larco de lo essilio pria saetta.
+
+Tu proverai s come sa di sale
+lo pane altrui, e come duro calle
+lo scendere e l salir per laltrui scale.
+
+E quel che pi ti graver le spalle,
+sar la compagnia malvagia e scempia
+con la qual tu cadrai in questa valle;
+
+che tutta ingrata, tutta matta ed empia
+si far contr a te; ma, poco appresso,
+ella, non tu, navr rossa la tempia.
+
+Di sua bestialitate il suo processo
+far la prova; s cha te fia bello
+averti fatta parte per te stesso.
+
+Lo primo tuo refugio e l primo ostello
+sar la cortesia del gran Lombardo
+che n su la scala porta il santo uccello;
+
+chin te avr s benigno riguardo,
+che del fare e del chieder, tra voi due,
+fia primo quel che tra li altri pi tardo.
+
+Con lui vedrai colui che mpresso fue,
+nascendo, s da questa stella forte,
+che notabili fier lopere sue.
+
+Non se ne son le genti ancora accorte
+per la novella et, ch pur nove anni
+son queste rote intorno di lui torte;
+
+ma pria che l Guasco lalto Arrigo inganni,
+parran faville de la sua virtute
+in non curar dargento n daffanni.
+
+Le sue magnificenze conosciute
+saranno ancora, s che suoi nemici
+non ne potran tener le lingue mute.
+
+A lui taspetta e a suoi benefici;
+per lui fia trasmutata molta gente,
+cambiando condizion ricchi e mendici;
+
+e porterane scritto ne la mente
+di lui, e nol dirai; e disse cose
+incredibili a quei che fier presente.
+
+Poi giunse: Figlio, queste son le chiose
+di quel che ti fu detto; ecco le nsidie
+che dietro a pochi giri son nascose.
+
+Non vo per cha tuoi vicini invidie,
+poscia che sinfutura la tua vita
+vie pi l che l punir di lor perfidie.
+
+Poi che, tacendo, si mostr spedita
+lanima santa di metter la trama
+in quella tela chio le porsi ordita,
+
+io cominciai, come colui che brama,
+dubitando, consiglio da persona
+che vede e vuol dirittamente e ama:
+
+Ben veggio, padre mio, s come sprona
+lo tempo verso me, per colpo darmi
+tal, ch pi grave a chi pi sabbandona;
+
+per che di provedenza buon chio marmi,
+s che, se loco m tolto pi caro,
+io non perdessi li altri per miei carmi.
+
+Gi per lo mondo sanza fine amaro,
+e per lo monte del cui bel cacume
+li occhi de la mia donna mi levaro,
+
+e poscia per lo ciel, di lume in lume,
+ho io appreso quel che sio ridico,
+a molti fia sapor di forte agrume;
+
+e sio al vero son timido amico,
+temo di perder viver tra coloro
+che questo tempo chiameranno antico.
+
+La luce in che rideva il mio tesoro
+chio trovai l, si f prima corusca,
+quale a raggio di sole specchio doro;
+
+indi rispuose: Coscenza fusca
+o de la propria o de laltrui vergogna
+pur sentir la tua parola brusca.
+
+Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
+tutta tua vison fa manifesta;
+e lascia pur grattar dov la rogna.
+
+Ch se la voce tua sar molesta
+nel primo gusto, vital nodrimento
+lascer poi, quando sar digesta.
+
+Questo tuo grido far come vento,
+che le pi alte cime pi percuote;
+e ci non fa donor poco argomento.
+
+Per ti son mostrate in queste rote,
+nel monte e ne la valle dolorosa
+pur lanime che son di fama note,
+
+che lanimo di quel chode, non posa
+n ferma fede per essempro chaia
+la sua radice incognita e ascosa,
+
+n per altro argomento che non paia.
+
+
+
+Paradiso Canto XVIII
+
+
+Gi si godeva solo del suo verbo
+quello specchio beato, e io gustava
+lo mio, temprando col dolce lacerbo;
+
+e quella donna cha Dio mi menava
+disse: Muta pensier; pensa chi sono
+presso a colui chogne torto disgrava.
+
+Io mi rivolsi a lamoroso suono
+del mio conforto; e qual io allor vidi
+ne li occhi santi amor, qui labbandono:
+
+non perch io pur del mio parlar diffidi,
+ma per la mente che non pu redire
+sovra s tanto, saltri non la guidi.
+
+Tanto poss io di quel punto ridire,
+che, rimirando lei, lo mio affetto
+libero fu da ogne altro disire,
+
+fin che l piacere etterno, che diretto
+raggiava in Batrice, dal bel viso
+mi contentava col secondo aspetto.
+
+Vincendo me col lume dun sorriso,
+ella mi disse: Volgiti e ascolta;
+ch non pur ne miei occhi paradiso.
+
+Come si vede qui alcuna volta
+laffetto ne la vista, selli tanto,
+che da lui sia tutta lanima tolta,
+
+cos nel fiammeggiar del folgr santo,
+a chio mi volsi, conobbi la voglia
+in lui di ragionarmi ancora alquanto.
+
+El cominci: In questa quinta soglia
+de lalbero che vive de la cima
+e frutta sempre e mai non perde foglia,
+
+spiriti son beati, che gi, prima
+che venissero al ciel, fuor di gran voce,
+s chogne musa ne sarebbe opima.
+
+Per mira ne corni de la croce:
+quello chio nomer, l far latto
+che fa in nube il suo foco veloce.
+
+Io vidi per la croce un lume tratto
+dal nomar Iosu, com el si feo;
+n mi fu noto il dir prima che l fatto.
+
+E al nome de lalto Macabeo
+vidi moversi un altro roteando,
+e letizia era ferza del paleo.
+
+Cos per Carlo Magno e per Orlando
+due ne segu lo mio attento sguardo,
+com occhio segue suo falcon volando.
+
+Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
+e l duca Gottifredi la mia vista
+per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
+
+Indi, tra laltre luci mota e mista,
+mostrommi lalma che mavea parlato
+qual era tra i cantor del cielo artista.
+
+Io mi rivolsi dal mio destro lato
+per vedere in Beatrice il mio dovere,
+o per parlare o per atto, segnato;
+
+e vidi le sue luci tanto mere,
+tanto gioconde, che la sua sembianza
+vinceva li altri e lultimo solere.
+
+E come, per sentir pi dilettanza
+bene operando, luom di giorno in giorno
+saccorge che la sua virtute avanza,
+
+s maccors io che l mio girare intorno
+col cielo insieme avea cresciuto larco,
+veggendo quel miracol pi addorno.
+
+E qual l trasmutare in picciol varco
+di tempo in bianca donna, quando l volto
+suo si discarchi di vergogna il carco,
+
+tal fu ne li occhi miei, quando fui vlto,
+per lo candor de la temprata stella
+sesta, che dentro a s mavea ricolto.
+
+Io vidi in quella gioval facella
+lo sfavillar de lamor che l era
+segnare a li occhi miei nostra favella.
+
+E come augelli surti di rivera,
+quasi congratulando a lor pasture,
+fanno di s or tonda or altra schiera,
+
+s dentro ai lumi sante creature
+volitando cantavano, e faciensi
+or D, or I, or L in sue figure.
+
+Prima, cantando, a sua nota moviensi;
+poi, diventando lun di questi segni,
+un poco sarrestavano e taciensi.
+
+O diva Pegasa che li ngegni
+fai glorosi e rendili longevi,
+ed essi teco le cittadi e regni,
+
+illustrami di te, s chio rilevi
+le lor figure com io lho concette:
+paia tua possa in questi versi brevi!
+
+Mostrarsi dunque in cinque volte sette
+vocali e consonanti; e io notai
+le parti s, come mi parver dette.
+
+DILIGITE IUSTITIAM, primai
+fur verbo e nome di tutto l dipinto;
+QUI IUDICATIS TERRAM, fur sezzai.
+
+Poscia ne lemme del vocabol quinto
+rimasero ordinate; s che Giove
+pareva argento l doro distinto.
+
+E vidi scendere altre luci dove
+era il colmo de lemme, e l quetarsi
+cantando, credo, il ben cha s le move.
+
+Poi, come nel percuoter di ciocchi arsi
+surgono innumerabili faville,
+onde li stolti sogliono agurarsi,
+
+resurger parver quindi pi di mille
+luci e salir, qual assai e qual poco,
+s come l sol che laccende sortille;
+
+e quetata ciascuna in suo loco,
+la testa e l collo dunaguglia vidi
+rappresentare a quel distinto foco.
+
+Quei che dipinge l, non ha chi l guidi;
+ma esso guida, e da lui si rammenta
+quella virt ch forma per li nidi.
+
+Laltra batitudo, che contenta
+pareva prima dingigliarsi a lemme,
+con poco moto seguit la mprenta.
+
+O dolce stella, quali e quante gemme
+mi dimostraro che nostra giustizia
+effetto sia del ciel che tu ingemme!
+
+Per chio prego la mente in che sinizia
+tuo moto e tua virtute, che rimiri
+ond esce il fummo che l tuo raggio vizia;
+
+s chunaltra fata omai sadiri
+del comperare e vender dentro al templo
+che si mur di segni e di martri.
+
+O milizia del ciel cu io contemplo,
+adora per color che sono in terra
+tutti svati dietro al malo essemplo!
+
+Gi si solea con le spade far guerra;
+ma or si fa togliendo or qui or quivi
+lo pan che l po Padre a nessun serra.
+
+Ma tu che sol per cancellare scrivi,
+pensa che Pietro e Paulo, che moriro
+per la vigna che guasti, ancor son vivi.
+
+Ben puoi tu dire: I ho fermo l disiro
+s a colui che volle viver solo
+e che per salti fu tratto al martiro,
+
+chio non conosco il pescator n Polo.
+
+
+
+Paradiso Canto XIX
+
+
+Parea dinanzi a me con lali aperte
+la bella image che nel dolce frui
+liete facevan lanime conserte;
+
+parea ciascuna rubinetto in cui
+raggio di sole ardesse s acceso,
+che ne miei occhi rifrangesse lui.
+
+E quel che mi convien ritrar testeso,
+non port voce mai, n scrisse incostro,
+n fu per fantasia gi mai compreso;
+
+chio vidi e anche udi parlar lo rostro,
+e sonar ne la voce e io e mio,
+quand era nel concetto e noi e nostro.
+
+E cominci: Per esser giusto e pio
+son io qui essaltato a quella gloria
+che non si lascia vincere a disio;
+
+e in terra lasciai la mia memoria
+s fatta, che le genti l malvage
+commendan lei, ma non seguon la storia.
+
+Cos un sol calor di molte brage
+si fa sentir, come di molti amori
+usciva solo un suon di quella image.
+
+Ond io appresso: O perpeti fiori
+de letterna letizia, che pur uno
+parer mi fate tutti vostri odori,
+
+solvetemi, spirando, il gran digiuno
+che lungamente mha tenuto in fame,
+non trovandoli in terra cibo alcuno.
+
+Ben so io che, se n cielo altro reame
+la divina giustizia fa suo specchio,
+che l vostro non lapprende con velame.
+
+Sapete come attento io mapparecchio
+ad ascoltar; sapete qual quello
+dubbio che m digiun cotanto vecchio.
+
+Quasi falcone chesce del cappello,
+move la testa e con lali si plaude,
+voglia mostrando e faccendosi bello,
+
+vid io farsi quel segno, che di laude
+de la divina grazia era contesto,
+con canti quai si sa chi l s gaude.
+
+Poi cominci: Colui che volse il sesto
+a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
+distinse tanto occulto e manifesto,
+
+non pot suo valor s fare impresso
+in tutto luniverso, che l suo verbo
+non rimanesse in infinito eccesso.
+
+E ci fa certo che l primo superbo,
+che fu la somma dogne creatura,
+per non aspettar lume, cadde acerbo;
+
+e quinci appar chogne minor natura
+ corto recettacolo a quel bene
+che non ha fine e s con s misura.
+
+Dunque vostra veduta, che convene
+esser alcun de raggi de la mente
+di che tutte le cose son ripiene,
+
+non p da sua natura esser possente
+tanto, che suo principio discerna
+molto di l da quel che l parvente.
+
+Per ne la giustizia sempiterna
+la vista che riceve il vostro mondo,
+com occhio per lo mare, entro sinterna;
+
+che, ben che da la proda veggia il fondo,
+in pelago nol vede; e nondimeno
+li, ma cela lui lesser profondo.
+
+Lume non , se non vien dal sereno
+che non si turba mai; anzi tenbra
+od ombra de la carne o suo veleno.
+
+Assai t mo aperta la latebra
+che tascondeva la giustizia viva,
+di che facei question cotanto crebra;
+
+ch tu dicevi: Un uom nasce a la riva
+de lIndo, e quivi non chi ragioni
+di Cristo n chi legga n chi scriva;
+
+e tutti suoi voleri e atti buoni
+sono, quanto ragione umana vede,
+sanza peccato in vita o in sermoni.
+
+Muore non battezzato e sanza fede:
+ov questa giustizia che l condanna?
+ov la colpa sua, se ei non crede?.
+
+Or tu chi se, che vuo sedere a scranna,
+per giudicar di lungi mille miglia
+con la veduta corta duna spanna?
+
+Certo a colui che meco sassottiglia,
+se la Scrittura sovra voi non fosse,
+da dubitar sarebbe a maraviglia.
+
+Oh terreni animali! oh menti grosse!
+La prima volont, ch da s buona,
+da s, ch sommo ben, mai non si mosse.
+
+Cotanto giusto quanto a lei consuona:
+nullo creato bene a s la tira,
+ma essa, radando, lui cagiona.
+
+Quale sovresso il nido si rigira
+poi cha pasciuti la cicogna i figli,
+e come quel ch pasto la rimira;
+
+cotal si fece, e s levi i cigli,
+la benedetta imagine, che lali
+movea sospinte da tanti consigli.
+
+Roteando cantava, e dicea: Quali
+son le mie note a te, che non le ntendi,
+tal il giudicio etterno a voi mortali.
+
+Poi si quetaro quei lucenti incendi
+de lo Spirito Santo ancor nel segno
+che f i Romani al mondo reverendi,
+
+esso ricominci: A questo regno
+non sal mai chi non credette n Cristo,
+n pria n poi chel si chiavasse al legno.
+
+Ma vedi: molti gridan Cristo, Cristo!,
+che saranno in giudicio assai men prope
+a lui, che tal che non conosce Cristo;
+
+e tai Cristian danner lEtpe,
+quando si partiranno i due collegi,
+luno in etterno ricco e laltro inpe.
+
+Che poran dir li Perse a vostri regi,
+come vedranno quel volume aperto
+nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
+
+L si vedr, tra lopere dAlberto,
+quella che tosto mover la penna,
+per che l regno di Praga fia diserto.
+
+L si vedr il duol che sovra Senna
+induce, falseggiando la moneta,
+quel che morr di colpo di cotenna.
+
+L si vedr la superbia chasseta,
+che fa lo Scotto e lInghilese folle,
+s che non pu soffrir dentro a sua meta.
+
+Vedrassi la lussuria e l viver molle
+di quel di Spagna e di quel di Boemme,
+che mai valor non conobbe n volle.
+
+Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
+segnata con un i la sua bontate,
+quando l contrario segner un emme.
+
+Vedrassi lavarizia e la viltate
+di quei che guarda lisola del foco,
+ove Anchise fin la lunga etate;
+
+e a dare ad intender quanto poco,
+la sua scrittura fian lettere mozze,
+che noteranno molto in parvo loco.
+
+E parranno a ciascun lopere sozze
+del barba e del fratel, che tanto egregia
+nazione e due corone han fatte bozze.
+
+E quel di Portogallo e di Norvegia
+l si conosceranno, e quel di Rascia
+che male ha visto il conio di Vinegia.
+
+Oh beata Ungheria, se non si lascia
+pi malmenare! e beata Navarra,
+se sarmasse del monte che la fascia!
+
+E creder de ciascun che gi, per arra
+di questo, Niccosa e Famagosta
+per la lor bestia si lamenti e garra,
+
+che dal fianco de laltre non si scosta.
+
+
+
+Paradiso Canto XX
+
+
+Quando colui che tutto l mondo alluma
+de lemisperio nostro s discende,
+che l giorno dogne parte si consuma,
+
+lo ciel, che sol di lui prima saccende,
+subitamente si rif parvente
+per molte luci, in che una risplende;
+
+e questo atto del ciel mi venne a mente,
+come l segno del mondo e de suoi duci
+nel benedetto rostro fu tacente;
+
+per che tutte quelle vive luci,
+vie pi lucendo, cominciaron canti
+da mia memoria labili e caduci.
+
+O dolce amor che di riso tammanti,
+quanto parevi ardente in que flailli,
+chavieno spirto sol di pensier santi!
+
+Poscia che i cari e lucidi lapilli
+ond io vidi ingemmato il sesto lume
+puoser silenzio a li angelici squilli,
+
+udir mi parve un mormorar di fiume
+che scende chiaro gi di pietra in pietra,
+mostrando lubert del suo cacume.
+
+E come suono al collo de la cetra
+prende sua forma, e s com al pertugio
+de la sampogna vento che pentra,
+
+cos, rimosso daspettare indugio,
+quel mormorar de laguglia salissi
+su per lo collo, come fosse bugio.
+
+Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
+per lo suo becco in forma di parole,
+quali aspettava il core ov io le scrissi.
+
+La parte in me che vede e pate il sole
+ne laguglie mortali, incominciommi,
+or fisamente riguardar si vole,
+
+perch di fuochi ond io figura fommi,
+quelli onde locchio in testa mi scintilla,
+e di tutti lor gradi son li sommi.
+
+Colui che luce in mezzo per pupilla,
+fu il cantor de lo Spirito Santo,
+che larca traslat di villa in villa:
+
+ora conosce il merto del suo canto,
+in quanto effetto fu del suo consiglio,
+per lo remunerar ch altrettanto.
+
+Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
+colui che pi al becco mi saccosta,
+la vedovella consol del figlio:
+
+ora conosce quanto caro costa
+non seguir Cristo, per lesperenza
+di questa dolce vita e de lopposta.
+
+E quel che segue in la circunferenza
+di che ragiono, per larco superno,
+morte indugi per vera penitenza:
+
+ora conosce che l giudicio etterno
+non si trasmuta, quando degno preco
+fa crastino l gi de loderno.
+
+Laltro che segue, con le leggi e meco,
+sotto buona intenzion che f mal frutto,
+per cedere al pastor si fece greco:
+
+ora conosce come il mal dedutto
+dal suo bene operar non li nocivo,
+avvegna che sia l mondo indi distrutto.
+
+E quel che vedi ne larco declivo,
+Guiglielmo fu, cui quella terra plora
+che piagne Carlo e Federigo vivo:
+
+ora conosce come sinnamora
+lo ciel del giusto rege, e al sembiante
+del suo fulgore il fa vedere ancora.
+
+Chi crederebbe gi nel mondo errante
+che Rifo Troiano in questo tondo
+fosse la quinta de le luci sante?
+
+Ora conosce assai di quel che l mondo
+veder non pu de la divina grazia,
+ben che sua vista non discerna il fondo.
+
+Quale allodetta che n aere si spazia
+prima cantando, e poi tace contenta
+de lultima dolcezza che la sazia,
+
+tal mi sembi limago de la mprenta
+de letterno piacere, al cui disio
+ciascuna cosa qual ell diventa.
+
+E avvegna chio fossi al dubbiar mio
+l quasi vetro a lo color chel veste,
+tempo aspettar tacendo non patio,
+
+ma de la bocca, Che cose son queste?,
+mi pinse con la forza del suo peso:
+per chio di coruscar vidi gran feste.
+
+Poi appresso, con locchio pi acceso,
+lo benedetto segno mi rispuose
+per non tenermi in ammirar sospeso:
+
+Io veggio che tu credi queste cose
+perch io le dico, ma non vedi come;
+s che, se son credute, sono ascose.
+
+Fai come quei che la cosa per nome
+apprende ben, ma la sua quiditate
+veder non pu se altri non la prome.
+
+Regnum celorum volenza pate
+da caldo amore e da viva speranza,
+che vince la divina volontate:
+
+non a guisa che lomo a lom sobranza,
+ma vince lei perch vuole esser vinta,
+e, vinta, vince con sua beninanza.
+
+La prima vita del ciglio e la quinta
+ti fa maravigliar, perch ne vedi
+la regon de li angeli dipinta.
+
+Di corpi suoi non uscir, come credi,
+Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
+quel di passuri e quel di passi piedi.
+
+Ch luna de lo nferno, u non si riede
+gi mai a buon voler, torn a lossa;
+e ci di viva spene fu mercede:
+
+di viva spene, che mise la possa
+ne prieghi fatti a Dio per suscitarla,
+s che potesse sua voglia esser mossa.
+
+Lanima glorosa onde si parla,
+tornata ne la carne, in che fu poco,
+credette in lui che pota aiutarla;
+
+e credendo saccese in tanto foco
+di vero amor, cha la morte seconda
+fu degna di venire a questo gioco.
+
+Laltra, per grazia che da s profonda
+fontana stilla, che mai creatura
+non pinse locchio infino a la prima onda,
+
+tutto suo amor l gi pose a drittura:
+per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
+locchio a la nostra redenzion futura;
+
+ond ei credette in quella, e non sofferse
+da indi il puzzo pi del paganesmo;
+e riprendiene le genti perverse.
+
+Quelle tre donne li fur per battesmo
+che tu vedesti da la destra rota,
+dinanzi al battezzar pi dun millesmo.
+
+O predestinazion, quanto remota
+ la radice tua da quelli aspetti
+che la prima cagion non veggion tota!
+
+E voi, mortali, tenetevi stretti
+a giudicar: ch noi, che Dio vedemo,
+non conosciamo ancor tutti li eletti;
+
+ed nne dolce cos fatto scemo,
+perch il ben nostro in questo ben saffina,
+che quel che vole Iddio, e noi volemo.
+
+Cos da quella imagine divina,
+per farmi chiara la mia corta vista,
+data mi fu soave medicina.
+
+E come a buon cantor buon citarista
+fa seguitar lo guizzo de la corda,
+in che pi di piacer lo canto acquista,
+
+s, mentre che parl, s mi ricorda
+chio vidi le due luci benedette,
+pur come batter docchi si concorda,
+
+con le parole mover le fiammette.
+
+
+
+Paradiso Canto XXI
+
+
+Gi eran li occhi miei rifissi al volto
+de la mia donna, e lanimo con essi,
+e da ogne altro intento sera tolto.
+
+E quella non ridea; ma Sio ridessi,
+mi cominci, tu ti faresti quale
+fu Semel quando di cener fessi:
+
+ch la bellezza mia, che per le scale
+de letterno palazzo pi saccende,
+com hai veduto, quanto pi si sale,
+
+se non si temperasse, tanto splende,
+che l tuo mortal podere, al suo fulgore,
+sarebbe fronda che trono scoscende.
+
+Noi sem levati al settimo splendore,
+che sotto l petto del Leone ardente
+raggia mo misto gi del suo valore.
+
+Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
+e fa di quelli specchi a la figura
+che n questo specchio ti sar parvente.
+
+Qual savesse qual era la pastura
+del viso mio ne laspetto beato
+quand io mi trasmutai ad altra cura,
+
+conoscerebbe quanto mera a grato
+ubidire a la mia celeste scorta,
+contrapesando lun con laltro lato.
+
+Dentro al cristallo che l vocabol porta,
+cerchiando il mondo, del suo caro duce
+sotto cui giacque ogne malizia morta,
+
+di color doro in che raggio traluce
+vid io uno scaleo eretto in suso
+tanto, che nol seguiva la mia luce.
+
+Vidi anche per li gradi scender giuso
+tanti splendor, chio pensai chogne lume
+che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
+
+E come, per lo natural costume,
+le pole insieme, al cominciar del giorno,
+si movono a scaldar le fredde piume;
+
+poi altre vanno via sanza ritorno,
+altre rivolgon s onde son mosse,
+e altre roteando fan soggiorno;
+
+tal modo parve me che quivi fosse
+in quello sfavillar che nsieme venne,
+s come in certo grado si percosse.
+
+E quel che presso pi ci si ritenne,
+si f s chiaro, chio dicea pensando:
+Io veggio ben lamor che tu maccenne.
+
+Ma quella ond io aspetto il come e l quando
+del dire e del tacer, si sta; ond io,
+contra l disio, fo ben chio non dimando.
+
+Per chella, che veda il tacer mio
+nel veder di colui che tutto vede,
+mi disse: Solvi il tuo caldo disio.
+
+E io incominciai: La mia mercede
+non mi fa degno de la tua risposta;
+ma per colei che l chieder mi concede,
+
+vita beata che ti stai nascosta
+dentro a la tua letizia, fammi nota
+la cagion che s presso mi tha posta;
+
+e d perch si tace in questa rota
+la dolce sinfonia di paradiso,
+che gi per laltre suona s divota.
+
+Tu hai ludir mortal s come il viso,
+rispuose a me; onde qui non si canta
+per quel che Batrice non ha riso.
+
+Gi per li gradi de la scala santa
+discesi tanto sol per farti festa
+col dire e con la luce che mi ammanta;
+
+n pi amor mi fece esser pi presta,
+ch pi e tanto amor quinci s ferve,
+s come il fiammeggiar ti manifesta.
+
+Ma lalta carit, che ci fa serve
+pronte al consiglio che l mondo governa,
+sorteggia qui s come tu osserve.
+
+Io veggio ben, diss io, sacra lucerna,
+come libero amore in questa corte
+basta a seguir la provedenza etterna;
+
+ma questo quel cha cerner mi par forte,
+perch predestinata fosti sola
+a questo officio tra le tue consorte.
+
+N venni prima a lultima parola,
+che del suo mezzo fece il lume centro,
+girando s come veloce mola;
+
+poi rispuose lamor che vera dentro:
+Luce divina sopra me sappunta,
+penetrando per questa in chio minventro,
+
+la cui virt, col mio veder congiunta,
+mi leva sopra me tanto, chi veggio
+la somma essenza de la quale munta.
+
+Quinci vien lallegrezza ond io fiammeggio;
+per cha la vista mia, quant ella chiara,
+la chiarit de la fiamma pareggio.
+
+Ma quell alma nel ciel che pi si schiara,
+quel serafin che n Dio pi locchio ha fisso,
+a la dimanda tua non satisfara,
+
+per che s sinnoltra ne lo abisso
+de letterno statuto quel che chiedi,
+che da ogne creata vista scisso.
+
+E al mondo mortal, quando tu riedi,
+questo rapporta, s che non presumma
+a tanto segno pi mover li piedi.
+
+La mente, che qui luce, in terra fumma;
+onde riguarda come pu l gie
+quel che non pote perch l ciel lassumma.
+
+S mi prescrisser le parole sue,
+chio lasciai la quistione e mi ritrassi
+a dimandarla umilmente chi fue.
+
+Tra due liti dItalia surgon sassi,
+e non molto distanti a la tua patria,
+tanto che troni assai suonan pi bassi,
+
+e fanno un gibbo che si chiama Catria,
+di sotto al quale consecrato un ermo,
+che suole esser disposto a sola latria.
+
+Cos ricominciommi il terzo sermo;
+e poi, continando, disse: Quivi
+al servigio di Dio mi fe s fermo,
+
+che pur con cibi di liquor dulivi
+lievemente passava caldi e geli,
+contento ne pensier contemplativi.
+
+Render solea quel chiostro a questi cieli
+fertilemente; e ora fatto vano,
+s che tosto convien che si riveli.
+
+In quel loco fu io Pietro Damiano,
+e Pietro Peccator fu ne la casa
+di Nostra Donna in sul lito adriano.
+
+Poca vita mortal mera rimasa,
+quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
+che pur di male in peggio si travasa.
+
+Venne Cefs e venne il gran vasello
+de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
+prendendo il cibo da qualunque ostello.
+
+Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
+li moderni pastori e chi li meni,
+tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
+
+Cuopron di manti loro i palafreni,
+s che due bestie van sott una pelle:
+oh pazenza che tanto sostieni!.
+
+A questa voce vid io pi fiammelle
+di grado in grado scendere e girarsi,
+e ogne giro le facea pi belle.
+
+Dintorno a questa vennero e fermarsi,
+e fero un grido di s alto suono,
+che non potrebbe qui assomigliarsi;
+
+n io lo ntesi, s mi vinse il tuono.
+
+
+
+Paradiso Canto XXII
+
+
+Oppresso di stupore, a la mia guida
+mi volsi, come parvol che ricorre
+sempre col dove pi si confida;
+
+e quella, come madre che soccorre
+sbito al figlio palido e anelo
+con la sua voce, che l suol ben disporre,
+
+mi disse: Non sai tu che tu se in cielo?
+e non sai tu che l cielo tutto santo,
+e ci che ci si fa vien da buon zelo?
+
+Come tavrebbe trasmutato il canto,
+e io ridendo, mo pensar lo puoi,
+poscia che l grido tha mosso cotanto;
+
+nel qual, se nteso avessi i prieghi suoi,
+gi ti sarebbe nota la vendetta
+che tu vedrai innanzi che tu muoi.
+
+La spada di qua s non taglia in fretta
+n tardo, ma chal parer di colui
+che disando o temendo laspetta.
+
+Ma rivolgiti omai inverso altrui;
+chassai illustri spiriti vedrai,
+se com io dico laspetto redui.
+
+Come a lei piacque, li occhi ritornai,
+e vidi cento sperule che nsieme
+pi sabbellivan con muti rai.
+
+Io stava come quei che n s repreme
+la punta del disio, e non sattenta
+di domandar, s del troppo si teme;
+
+e la maggiore e la pi luculenta
+di quelle margherite innanzi fessi,
+per far di s la mia voglia contenta.
+
+Poi dentro a lei udi: Se tu vedessi
+com io la carit che tra noi arde,
+li tuoi concetti sarebbero espressi.
+
+Ma perch tu, aspettando, non tarde
+a lalto fine, io ti far risposta
+pur al pensier, da che s ti riguarde.
+
+Quel monte a cui Cassino ne la costa
+fu frequentato gi in su la cima
+da la gente ingannata e mal disposta;
+
+e quel son io che s vi portai prima
+lo nome di colui che n terra addusse
+la verit che tanto ci soblima;
+
+e tanta grazia sopra me relusse,
+chio ritrassi le ville circunstanti
+da lempio clto che l mondo sedusse.
+
+Questi altri fuochi tutti contemplanti
+uomini fuoro, accesi di quel caldo
+che fa nascere i fiori e frutti santi.
+
+Qui Maccario, qui Romoaldo,
+qui son li frati miei che dentro ai chiostri
+fermar li piedi e tennero il cor saldo.
+
+E io a lui: Laffetto che dimostri
+meco parlando, e la buona sembianza
+chio veggio e noto in tutti li ardor vostri,
+
+cos mha dilatata mia fidanza,
+come l sol fa la rosa quando aperta
+tanto divien quant ell ha di possanza.
+
+Per ti priego, e tu, padre, maccerta
+sio posso prender tanta grazia, chio
+ti veggia con imagine scoverta.
+
+Ond elli: Frate, il tuo alto disio
+sadempier in su lultima spera,
+ove sadempion tutti li altri e l mio.
+
+Ivi perfetta, matura e intera
+ciascuna disanza; in quella sola
+ ogne parte l ove sempr era,
+
+perch non in loco e non simpola;
+e nostra scala infino ad essa varca,
+onde cos dal viso ti sinvola.
+
+Infin l s la vide il patriarca
+Iacobbe porger la superna parte,
+quando li apparve dangeli s carca.
+
+Ma, per salirla, mo nessun diparte
+da terra i piedi, e la regola mia
+rimasa per danno de le carte.
+
+Le mura che solieno esser badia
+fatte sono spelonche, e le cocolle
+sacca son piene di farina ria.
+
+Ma grave usura tanto non si tolle
+contra l piacer di Dio, quanto quel frutto
+che fa il cor de monaci s folle;
+
+ch quantunque la Chiesa guarda, tutto
+ de la gente che per Dio dimanda;
+non di parenti n daltro pi brutto.
+
+La carne di mortali tanto blanda,
+che gi non basta buon cominciamento
+dal nascer de la quercia al far la ghianda.
+
+Pier cominci sanz oro e sanz argento,
+e io con orazione e con digiuno,
+e Francesco umilmente il suo convento;
+
+e se guardi l principio di ciascuno,
+poscia riguardi l dov trascorso,
+tu vederai del bianco fatto bruno.
+
+Veramente Iordan vlto retrorso
+pi fu, e l mar fuggir, quando Dio volse,
+mirabile a veder che qui l soccorso.
+
+Cos mi disse, e indi si raccolse
+al suo collegio, e l collegio si strinse;
+poi, come turbo, in s tutto savvolse.
+
+La dolce donna dietro a lor mi pinse
+con un sol cenno su per quella scala,
+s sua virt la mia natura vinse;
+
+n mai qua gi dove si monta e cala
+naturalmente, fu s ratto moto
+chagguagliar si potesse a la mia ala.
+
+Sio torni mai, lettore, a quel divoto
+trunfo per lo quale io piango spesso
+le mie peccata e l petto mi percuoto,
+
+tu non avresti in tanto tratto e messo
+nel foco il dito, in quant io vidi l segno
+che segue il Tauro e fui dentro da esso.
+
+O glorose stelle, o lume pregno
+di gran virt, dal quale io riconosco
+tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
+
+con voi nasceva e sascondeva vosco
+quelli ch padre dogne mortal vita,
+quand io senti di prima laere tosco;
+
+e poi, quando mi fu grazia largita
+dentrar ne lalta rota che vi gira,
+la vostra regon mi fu sortita.
+
+A voi divotamente ora sospira
+lanima mia, per acquistar virtute
+al passo forte che a s la tira.
+
+Tu se s presso a lultima salute,
+cominci Batrice, che tu dei
+aver le luci tue chiare e acute;
+
+e per, prima che tu pi tinlei,
+rimira in gi, e vedi quanto mondo
+sotto li piedi gi esser ti fei;
+
+s che l tuo cor, quantunque pu, giocondo
+sappresenti a la turba trunfante
+che lieta vien per questo etera tondo.
+
+Col viso ritornai per tutte quante
+le sette spere, e vidi questo globo
+tal, chio sorrisi del suo vil sembiante;
+
+e quel consiglio per migliore approbo
+che lha per meno; e chi ad altro pensa
+chiamar si puote veramente probo.
+
+Vidi la figlia di Latona incensa
+sanza quell ombra che mi fu cagione
+per che gi la credetti rara e densa.
+
+Laspetto del tuo nato, Iperone,
+quivi sostenni, e vidi com si move
+circa e vicino a lui Maia e Done.
+
+Quindi mapparve il temperar di Giove
+tra l padre e l figlio; e quindi mi fu chiaro
+il varar che fanno di lor dove;
+
+e tutti e sette mi si dimostraro
+quanto son grandi e quanto son veloci
+e come sono in distante riparo.
+
+Laiuola che ci fa tanto feroci,
+volgendom io con li etterni Gemelli,
+tutta mapparve da colli a le foci;
+
+poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
+
+
+
+Paradiso Canto XXIII
+
+
+Come laugello, intra lamate fronde,
+posato al nido de suoi dolci nati
+la notte che le cose ci nasconde,
+
+che, per veder li aspetti disati
+e per trovar lo cibo onde li pasca,
+in che gravi labor li sono aggrati,
+
+previene il tempo in su aperta frasca,
+e con ardente affetto il sole aspetta,
+fiso guardando pur che lalba nasca;
+
+cos la donna ma stava eretta
+e attenta, rivolta inver la plaga
+sotto la quale il sol mostra men fretta:
+
+s che, veggendola io sospesa e vaga,
+fecimi qual quei che disando
+altro vorria, e sperando sappaga.
+
+Ma poco fu tra uno e altro quando,
+del mio attender, dico, e del vedere
+lo ciel venir pi e pi rischiarando;
+
+e Batrice disse: Ecco le schiere
+del trunfo di Cristo e tutto l frutto
+ricolto del girar di queste spere!.
+
+Pariemi che l suo viso ardesse tutto,
+e li occhi avea di letizia s pieni,
+che passarmen convien sanza costrutto.
+
+Quale ne pleniluni sereni
+Triva ride tra le ninfe etterne
+che dipingon lo ciel per tutti i seni,
+
+vid i sopra migliaia di lucerne
+un sol che tutte quante laccendea,
+come fa l nostro le viste superne;
+
+e per la viva luce trasparea
+la lucente sustanza tanto chiara
+nel viso mio, che non la sostenea.
+
+Oh Batrice, dolce guida e cara!
+Ella mi disse: Quel che ti sobranza
+ virt da cui nulla si ripara.
+
+Quivi la sapenza e la possanza
+chapr le strade tra l cielo e la terra,
+onde fu gi s lunga disanza.
+
+Come foco di nube si diserra
+per dilatarsi s che non vi cape,
+e fuor di sua natura in gi satterra,
+
+la mente mia cos, tra quelle dape
+fatta pi grande, di s stessa usco,
+e che si fesse rimembrar non sape.
+
+Apri li occhi e riguarda qual son io;
+tu hai vedute cose, che possente
+se fatto a sostener lo riso mio.
+
+Io era come quei che si risente
+di visone oblita e che singegna
+indarno di ridurlasi a la mente,
+
+quand io udi questa proferta, degna
+di tanto grato, che mai non si stingue
+del libro che l preterito rassegna.
+
+Se mo sonasser tutte quelle lingue
+che Polimna con le suore fero
+del latte lor dolcissimo pi pingue,
+
+per aiutarmi, al millesmo del vero
+non si verria, cantando il santo riso
+e quanto il santo aspetto facea mero;
+
+e cos, figurando il paradiso,
+convien saltar lo sacrato poema,
+come chi trova suo cammin riciso.
+
+Ma chi pensasse il ponderoso tema
+e lomero mortal che se ne carca,
+nol biasmerebbe se sott esso trema:
+
+non pareggio da picciola barca
+quel che fendendo va lardita prora,
+n da nocchier cha s medesmo parca.
+
+Perch la faccia mia s tinnamora,
+che tu non ti rivolgi al bel giardino
+che sotto i raggi di Cristo sinfiora?
+
+Quivi la rosa in che l verbo divino
+carne si fece; quivi son li gigli
+al cui odor si prese il buon cammino.
+
+Cos Beatrice; e io, che a suoi consigli
+tutto era pronto, ancora mi rendei
+a la battaglia de debili cigli.
+
+Come a raggio di sol, che puro mei
+per fratta nube, gi prato di fiori
+vider, coverti dombra, li occhi miei;
+
+vid io cos pi turbe di splendori,
+folgorate di s da raggi ardenti,
+sanza veder principio di folgri.
+
+O benigna vert che s li mprenti,
+s tessaltasti, per largirmi loco
+a li occhi l che non teran possenti.
+
+Il nome del bel fior chio sempre invoco
+e mane e sera, tutto mi ristrinse
+lanimo ad avvisar lo maggior foco;
+
+e come ambo le luci mi dipinse
+il quale e il quanto de la viva stella
+che l s vince come qua gi vinse,
+
+per entro il cielo scese una facella,
+formata in cerchio a guisa di corona,
+e cinsela e girossi intorno ad ella.
+
+Qualunque melodia pi dolce suona
+qua gi e pi a s lanima tira,
+parrebbe nube che squarciata tona,
+
+comparata al sonar di quella lira
+onde si coronava il bel zaffiro
+del quale il ciel pi chiaro sinzaffira.
+
+Io sono amore angelico, che giro
+lalta letizia che spira del ventre
+che fu albergo del nostro disiro;
+
+e girerommi, donna del ciel, mentre
+che seguirai tuo figlio, e farai dia
+pi la spera suprema perch l entre.
+
+Cos la circulata melodia
+si sigillava, e tutti li altri lumi
+facean sonare il nome di Maria.
+
+Lo real manto di tutti i volumi
+del mondo, che pi ferve e pi savviva
+ne lalito di Dio e nei costumi,
+
+avea sopra di noi linterna riva
+tanto distante, che la sua parvenza,
+l dov io era, ancor non appariva:
+
+per non ebber li occhi miei potenza
+di seguitar la coronata fiamma
+che si lev appresso sua semenza.
+
+E come fantolin che nver la mamma
+tende le braccia, poi che l latte prese,
+per lanimo che nfin di fuor sinfiamma;
+
+ciascun di quei candori in s si stese
+con la sua cima, s che lalto affetto
+chelli avieno a Maria mi fu palese.
+
+Indi rimaser l nel mio cospetto,
+Regina celi cantando s dolce,
+che mai da me non si part l diletto.
+
+Oh quanta lubert che si soffolce
+in quelle arche ricchissime che fuoro
+a seminar qua gi buone bobolce!
+
+Quivi si vive e gode del tesoro
+che sacquist piangendo ne lo essilio
+di Babilln, ove si lasci loro.
+
+Quivi trunfa, sotto lalto Filio
+di Dio e di Maria, di sua vittoria,
+e con lantico e col novo concilio,
+
+colui che tien le chiavi di tal gloria.
+
+
+
+Paradiso Canto XXIV
+
+
+O sodalizio eletto a la gran cena
+del benedetto Agnello, il qual vi ciba
+s, che la vostra voglia sempre piena,
+
+se per grazia di Dio questi preliba
+di quel che cade de la vostra mensa,
+prima che morte tempo li prescriba,
+
+ponete mente a laffezione immensa
+e roratelo alquanto: voi bevete
+sempre del fonte onde vien quel chei pensa.
+
+Cos Beatrice; e quelle anime liete
+si fero spere sopra fissi poli,
+fiammando, a volte, a guisa di comete.
+
+E come cerchi in tempra doruoli
+si giran s, che l primo a chi pon mente
+queto pare, e lultimo che voli;
+
+cos quelle carole, differente-
+mente danzando, de la sua ricchezza
+mi facieno stimar, veloci e lente.
+
+Di quella chio notai di pi carezza
+vid o uscire un foco s felice,
+che nullo vi lasci di pi chiarezza;
+
+e tre fate intorno di Beatrice
+si volse con un canto tanto divo,
+che la mia fantasia nol mi ridice.
+
+Per salta la penna e non lo scrivo:
+ch limagine nostra a cotai pieghe,
+non che l parlare, troppo color vivo.
+
+O santa suora mia che s ne prieghe
+divota, per lo tuo ardente affetto
+da quella bella spera mi disleghe.
+
+Poscia fermato, il foco benedetto
+a la mia donna dirizz lo spiro,
+che favell cos com i ho detto.
+
+Ed ella: O luce etterna del gran viro
+a cui Nostro Segnor lasci le chiavi,
+chei port gi, di questo gaudio miro,
+
+tenta costui di punti lievi e gravi,
+come ti piace, intorno de la fede,
+per la qual tu su per lo mare andavi.
+
+Selli ama bene e bene spera e crede,
+non t occulto, perch l viso hai quivi
+dov ogne cosa dipinta si vede;
+
+ma perch questo regno ha fatto civi
+per la verace fede, a glorarla,
+di lei parlare ben cha lui arrivi.
+
+S come il baccialier sarma e non parla
+fin che l maestro la question propone,
+per approvarla, non per terminarla,
+
+cos marmava io dogne ragione
+mentre chella dicea, per esser presto
+a tal querente e a tal professione.
+
+D, buon Cristiano, fatti manifesto:
+fede che ?. Ond io levai la fronte
+in quella luce onde spirava questo;
+
+poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
+sembianze femmi perch o spandessi
+lacqua di fuor del mio interno fonte.
+
+La Grazia che mi d chio mi confessi,
+comincia io, da lalto primipilo,
+faccia li miei concetti bene espressi.
+
+E seguitai: Come l verace stilo
+ne scrisse, padre, del tuo caro frate
+che mise teco Roma nel buon filo,
+
+fede sustanza di cose sperate
+e argomento de le non parventi;
+e questa pare a me sua quiditate.
+
+Allora udi: Dirittamente senti,
+se bene intendi perch la ripuose
+tra le sustanze, e poi tra li argomenti.
+
+E io appresso: Le profonde cose
+che mi largiscon qui la lor parvenza,
+a li occhi di l gi son s ascose,
+
+che lesser loro v in sola credenza,
+sopra la qual si fonda lalta spene;
+e per di sustanza prende intenza.
+
+E da questa credenza ci convene
+silogizzar, sanz avere altra vista:
+per intenza dargomento tene.
+
+Allora udi: Se quantunque sacquista
+gi per dottrina, fosse cos nteso,
+non l avria loco ingegno di sofista.
+
+Cos spir di quello amore acceso;
+indi soggiunse: Assai bene trascorsa
+desta moneta gi la lega e l peso;
+
+ma dimmi se tu lhai ne la tua borsa.
+Ond io: S ho, s lucida e s tonda,
+che nel suo conio nulla mi sinforsa.
+
+Appresso usc de la luce profonda
+che l splendeva: Questa cara gioia
+sopra la quale ogne virt si fonda,
+
+onde ti venne?. E io: La larga ploia
+de lo Spirito Santo, ch diffusa
+in su le vecchie e n su le nuove cuoia,
+
+ silogismo che la mha conchiusa
+acutamente s, che nverso della
+ogne dimostrazion mi pare ottusa.
+
+Io udi poi: Lantica e la novella
+proposizion che cos ti conchiude,
+perch lhai tu per divina favella?.
+
+E io: La prova che l ver mi dischiude,
+son lopere seguite, a che natura
+non scalda ferro mai n batte incude.
+
+Risposto fummi: D, chi tassicura
+che quell opere fosser? Quel medesmo
+che vuol provarsi, non altri, il ti giura.
+
+Se l mondo si rivolse al cristianesmo,
+diss io, sanza miracoli, quest uno
+ tal, che li altri non sono il centesmo:
+
+ch tu intrasti povero e digiuno
+in campo, a seminar la buona pianta
+che fu gi vite e ora fatta pruno.
+
+Finito questo, lalta corte santa
+rison per le spere un Dio laudamo
+ne la melode che l s si canta.
+
+E quel baron che s di ramo in ramo,
+essaminando, gi tratto mavea,
+che a lultime fronde appressavamo,
+
+ricominci: La Grazia, che donnea
+con la tua mente, la bocca taperse
+infino a qui come aprir si dovea,
+
+s chio approvo ci che fuori emerse;
+ma or convien espremer quel che credi,
+e onde a la credenza tua sofferse.
+
+O santo padre, e spirito che vedi
+ci che credesti s, che tu vincesti
+ver lo sepulcro pi giovani piedi,
+
+comincia io, tu vuo chio manifesti
+la forma qui del pronto creder mio,
+e anche la cagion di lui chiedesti.
+
+E io rispondo: Io credo in uno Dio
+solo ed etterno, che tutto l ciel move,
+non moto, con amore e con disio;
+
+e a tal creder non ho io pur prove
+fisice e metafisice, ma dalmi
+anche la verit che quinci piove
+
+per Mos, per profeti e per salmi,
+per lEvangelio e per voi che scriveste
+poi che lardente Spirto vi f almi;
+
+e credo in tre persone etterne, e queste
+credo una essenza s una e s trina,
+che soffera congiunto sono ed este.
+
+De la profonda condizion divina
+chio tocco mo, la mente mi sigilla
+pi volte levangelica dottrina.
+
+Quest l principio, quest la favilla
+che si dilata in fiamma poi vivace,
+e come stella in cielo in me scintilla.
+
+Come l segnor chascolta quel che i piace,
+da indi abbraccia il servo, gratulando
+per la novella, tosto chel si tace;
+
+cos, benedicendomi cantando,
+tre volte cinse me, s com io tacqui,
+lappostolico lume al cui comando
+
+io avea detto: s nel dir li piacqui!
+
+
+
+Paradiso Canto XXV
+
+
+Se mai continga che l poema sacro
+al quale ha posto mano e cielo e terra,
+s che mha fatto per molti anni macro,
+
+vinca la crudelt che fuor mi serra
+del bello ovile ov io dormi agnello,
+nimico ai lupi che li danno guerra;
+
+con altra voce omai, con altro vello
+ritorner poeta, e in sul fonte
+del mio battesmo prender l cappello;
+
+per che ne la fede, che fa conte
+lanime a Dio, quivi intra io, e poi
+Pietro per lei s mi gir la fronte.
+
+Indi si mosse un lume verso noi
+di quella spera ond usc la primizia
+che lasci Cristo di vicari suoi;
+
+e la mia donna, piena di letizia,
+mi disse: Mira, mira: ecco il barone
+per cui l gi si vicita Galizia.
+
+S come quando il colombo si pone
+presso al compagno, luno a laltro pande,
+girando e mormorando, laffezione;
+
+cos vid o lun da laltro grande
+principe gloroso essere accolto,
+laudando il cibo che l s li prande.
+
+Ma poi che l gratular si fu assolto,
+tacito coram me ciascun saffisse,
+ignito s che vinca l mio volto.
+
+Ridendo allora Batrice disse:
+Inclita vita per cui la larghezza
+de la nostra basilica si scrisse,
+
+fa risonar la spene in questa altezza:
+tu sai, che tante fiate la figuri,
+quante Ies ai tre f pi carezza.
+
+Leva la testa e fa che tassicuri:
+che ci che vien qua s del mortal mondo,
+convien chai nostri raggi si maturi.
+
+Questo conforto del foco secondo
+mi venne; ond io levi li occhi a monti
+che li ncurvaron pria col troppo pondo.
+
+Poi che per grazia vuol che tu taffronti
+lo nostro Imperadore, anzi la morte,
+ne laula pi secreta co suoi conti,
+
+s che, veduto il ver di questa corte,
+la spene, che l gi bene innamora,
+in te e in altrui di ci conforte,
+
+di quel chell , di come se ne nfiora
+la mente tua, e d onde a te venne.
+Cos segu l secondo lume ancora.
+
+E quella pa che guid le penne
+de le mie ali a cos alto volo,
+a la risposta cos mi prevenne:
+
+La Chiesa militante alcun figliuolo
+non ha con pi speranza, com scritto
+nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
+
+per li conceduto che dEgitto
+vegna in Ierusalemme per vedere,
+anzi che l militar li sia prescritto.
+
+Li altri due punti, che non per sapere
+son dimandati, ma perch ei rapporti
+quanto questa virt t in piacere,
+
+a lui lasc io, ch non li saran forti
+n di iattanza; ed elli a ci risponda,
+e la grazia di Dio ci li comporti.
+
+Come discente cha dottor seconda
+pronto e libente in quel chelli esperto,
+perch la sua bont si disasconda,
+
+Spene, diss io, uno attender certo
+de la gloria futura, il qual produce
+grazia divina e precedente merto.
+
+Da molte stelle mi vien questa luce;
+ma quei la distill nel mio cor pria
+che fu sommo cantor del sommo duce.
+
+Sperino in te, ne la sua todia
+dice, color che sanno il nome tuo:
+e chi nol sa, selli ha la fede mia?
+
+Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
+ne la pistola poi; s chio son pieno,
+e in altrui vostra pioggia repluo.
+
+Mentr io diceva, dentro al vivo seno
+di quello incendio tremolava un lampo
+sbito e spesso a guisa di baleno.
+
+Indi spir: Lamore ond o avvampo
+ancor ver la virt che mi seguette
+infin la palma e a luscir del campo,
+
+vuol chio respiri a te che ti dilette
+di lei; ed emmi a grato che tu diche
+quello che la speranza ti mpromette.
+
+E io: Le nove e le scritture antiche
+pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
+de lanime che Dio sha fatte amiche.
+
+Dice Isaia che ciascuna vestita
+ne la sua terra fia di doppia vesta:
+e la sua terra questa dolce vita;
+
+e l tuo fratello assai vie pi digesta,
+l dove tratta de le bianche stole,
+questa revelazion ci manifesta.
+
+E prima, appresso al fin deste parole,
+Sperent in te di sopr a noi sud;
+a che rispuoser tutte le carole.
+
+Poscia tra esse un lume si schiar
+s che, se l Cancro avesse un tal cristallo,
+linverno avrebbe un mese dun sol d.
+
+E come surge e va ed entra in ballo
+vergine lieta, sol per fare onore
+a la novizia, non per alcun fallo,
+
+cos vid io lo schiarato splendore
+venire a due che si volgieno a nota
+qual conveniesi al loro ardente amore.
+
+Misesi l nel canto e ne la rota;
+e la mia donna in lor tenea laspetto,
+pur come sposa tacita e immota.
+
+Questi colui che giacque sopra l petto
+del nostro pellicano, e questi fue
+di su la croce al grande officio eletto.
+
+La donna mia cos; n per pie
+mosser la vista sua di stare attenta
+poscia che prima le parole sue.
+
+Qual colui chadocchia e sargomenta
+di vedere eclissar lo sole un poco,
+che, per veder, non vedente diventa;
+
+tal mi fec o a quell ultimo foco
+mentre che detto fu: Perch tabbagli
+per veder cosa che qui non ha loco?
+
+In terra terra il mio corpo, e saragli
+tanto con li altri, che l numero nostro
+con letterno proposito sagguagli.
+
+Con le due stole nel beato chiostro
+son le due luci sole che saliro;
+e questo apporterai nel mondo vostro.
+
+A questa voce linfiammato giro
+si quet con esso il dolce mischio
+che si facea nel suon del trino spiro,
+
+s come, per cessar fatica o rischio,
+li remi, pria ne lacqua ripercossi,
+tutti si posano al sonar dun fischio.
+
+Ahi quanto ne la mente mi commossi,
+quando mi volsi per veder Beatrice,
+per non poter veder, bench io fossi
+
+presso di lei, e nel mondo felice!
+
+
+
+Paradiso Canto XXVI
+
+
+Mentr io dubbiava per lo viso spento,
+de la fulgida fiamma che lo spense
+usc un spiro che mi fece attento,
+
+dicendo: Intanto che tu ti risense
+de la vista che ha in me consunta,
+ben che ragionando la compense.
+
+Comincia dunque; e d ove sappunta
+lanima tua, e fa ragion che sia
+la vista in te smarrita e non defunta:
+
+perch la donna che per questa dia
+regon ti conduce, ha ne lo sguardo
+la virt chebbe la man dAnania.
+
+Io dissi: Al suo piacere e tosto e tardo
+vegna remedio a li occhi, che fuor porte
+quand ella entr col foco ond io sempr ardo.
+
+Lo ben che fa contenta questa corte,
+Alfa e O di quanta scrittura
+mi legge Amore o lievemente o forte.
+
+Quella medesma voce che paura
+tolta mavea del sbito abbarbaglio,
+di ragionare ancor mi mise in cura;
+
+e disse: Certo a pi angusto vaglio
+ti conviene schiarar: dicer convienti
+chi drizz larco tuo a tal berzaglio.
+
+E io: Per filosofici argomenti
+e per autorit che quinci scende
+cotale amor convien che in me si mprenti:
+
+ch l bene, in quanto ben, come sintende,
+cos accende amore, e tanto maggio
+quanto pi di bontate in s comprende.
+
+Dunque a lessenza ov tanto avvantaggio,
+che ciascun ben che fuor di lei si trova
+altro non chun lume di suo raggio,
+
+pi che in altra convien che si mova
+la mente, amando, di ciascun che cerne
+il vero in che si fonda questa prova.
+
+Tal vero a lintelletto mo sterne
+colui che mi dimostra il primo amore
+di tutte le sustanze sempiterne.
+
+Sternel la voce del verace autore,
+che dice a Mos, di s parlando:
+Io ti far vedere ogne valore.
+
+Sternilmi tu ancora, incominciando
+lalto preconio che grida larcano
+di qui l gi sovra ogne altro bando.
+
+E io udi: Per intelletto umano
+e per autoritadi a lui concorde
+di tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
+
+Ma d ancor se tu senti altre corde
+tirarti verso lui, s che tu suone
+con quanti denti questo amor ti morde.
+
+Non fu latente la santa intenzione
+de laguglia di Cristo, anzi maccorsi
+dove volea menar mia professione.
+
+Per ricominciai: Tutti quei morsi
+che posson far lo cor volgere a Dio,
+a la mia caritate son concorsi:
+
+ch lessere del mondo e lesser mio,
+la morte chel sostenne perch io viva,
+e quel che spera ogne fedel com io,
+
+con la predetta conoscenza viva,
+tratto mhanno del mar de lamor torto,
+e del diritto mhan posto a la riva.
+
+Le fronde onde sinfronda tutto lorto
+de lortolano etterno, am io cotanto
+quanto da lui a lor di bene porto.
+
+S com io tacqui, un dolcissimo canto
+rison per lo cielo, e la mia donna
+dicea con li altri: Santo, santo, santo!.
+
+E come a lume acuto si disonna
+per lo spirto visivo che ricorre
+a lo splendor che va di gonna in gonna,
+
+e lo svegliato ci che vede aborre,
+s nesca la sbita vigilia
+fin che la stimativa non soccorre;
+
+cos de li occhi miei ogne quisquilia
+fug Beatrice col raggio di suoi,
+che rifulgea da pi di mille milia:
+
+onde mei che dinanzi vidi poi;
+e quasi stupefatto domandai
+dun quarto lume chio vidi tra noi.
+
+E la mia donna: Dentro da quei rai
+vagheggia il suo fattor lanima prima
+che la prima virt creasse mai.
+
+Come la fronda che flette la cima
+nel transito del vento, e poi si leva
+per la propria virt che la soblima,
+
+fec io in tanto in quant ella diceva,
+stupendo, e poi mi rifece sicuro
+un disio di parlare ond o ardeva.
+
+E cominciai: O pomo che maturo
+solo prodotto fosti, o padre antico
+a cui ciascuna sposa figlia e nuro,
+
+divoto quanto posso a te supplco
+perch mi parli: tu vedi mia voglia,
+e per udirti tosto non la dico.
+
+Talvolta un animal coverto broglia,
+s che laffetto convien che si paia
+per lo seguir che face a lui la nvoglia;
+
+e similmente lanima primaia
+mi facea trasparer per la coverta
+quant ella a compiacermi vena gaia.
+
+Indi spir: Sanz essermi proferta
+da te, la voglia tua discerno meglio
+che tu qualunque cosa t pi certa;
+
+perch io la veggio nel verace speglio
+che fa di s pareglio a laltre cose,
+e nulla face lui di s pareglio.
+
+Tu vuogli udir quant che Dio mi puose
+ne leccelso giardino, ove costei
+a cos lunga scala ti dispuose,
+
+e quanto fu diletto a li occhi miei,
+e la propria cagion del gran disdegno,
+e lidoma chusai e che fei.
+
+Or, figluol mio, non il gustar del legno
+fu per s la cagion di tanto essilio,
+ma solamente il trapassar del segno.
+
+Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
+quattromilia trecento e due volumi
+di sol desiderai questo concilio;
+
+e vidi lui tornare a tutt i lumi
+de la sua strada novecento trenta
+fate, mentre cho in terra fumi.
+
+La lingua chio parlai fu tutta spenta
+innanzi che a lovra inconsummabile
+fosse la gente di Nembrt attenta:
+
+ch nullo effetto mai razonabile,
+per lo piacere uman che rinovella
+seguendo il cielo, sempre fu durabile.
+
+Opera naturale chuom favella;
+ma cos o cos, natura lascia
+poi fare a voi secondo che vabbella.
+
+Pria chi scendessi a linfernale ambascia,
+I sappellava in terra il sommo bene
+onde vien la letizia che mi fascia;
+
+e El si chiam poi: e ci convene,
+ch luso di mortali come fronda
+in ramo, che sen va e altra vene.
+
+Nel monte che si leva pi da londa,
+fu io, con vita pura e disonesta,
+da la prim ora a quella che seconda,
+
+come l sol muta quadra, lora sesta.
+
+
+
+Paradiso Canto XXVII
+
+
+Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo,
+cominci, gloria!, tutto l paradiso,
+s che minebrava il dolce canto.
+
+Ci chio vedeva mi sembiava un riso
+de luniverso; per che mia ebbrezza
+intrava per ludire e per lo viso.
+
+Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
+oh vita intgra damore e di pace!
+oh sanza brama sicura ricchezza!
+
+Dinanzi a li occhi miei le quattro face
+stavano accese, e quella che pria venne
+incominci a farsi pi vivace,
+
+e tal ne la sembianza sua divenne,
+qual diverrebbe Iove, selli e Marte
+fossero augelli e cambiassersi penne.
+
+La provedenza, che quivi comparte
+vice e officio, nel beato coro
+silenzio posto avea da ogne parte,
+
+quand o udi: Se io mi trascoloro,
+non ti maravigliar, ch, dicend io,
+vedrai trascolorar tutti costoro.
+
+Quelli chusurpa in terra il luogo mio,
+il luogo mio, il luogo mio, che vaca
+ne la presenza del Figliuol di Dio,
+
+fatt ha del cimitero mio cloaca
+del sangue e de la puzza; onde l perverso
+che cadde di qua s, l gi si placa.
+
+Di quel color che per lo sole avverso
+nube dipigne da sera e da mane,
+vid o allora tutto l ciel cosperso.
+
+E come donna onesta che permane
+di s sicura, e per laltrui fallanza,
+pur ascoltando, timida si fane,
+
+cos Beatrice trasmut sembianza;
+e tale eclissi credo che n ciel fue
+quando pat la supprema possanza.
+
+Poi procedetter le parole sue
+con voce tanto da s trasmutata,
+che la sembianza non si mut pie:
+
+Non fu la sposa di Cristo allevata
+del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
+per essere ad acquisto doro usata;
+
+ma per acquisto desto viver lieto
+e Sisto e Po e Calisto e Urbano
+sparser lo sangue dopo molto fleto.
+
+Non fu nostra intenzion cha destra mano
+di nostri successor parte sedesse,
+parte da laltra del popol cristiano;
+
+n che le chiavi che mi fuor concesse,
+divenisser signaculo in vessillo
+che contra battezzati combattesse;
+
+n chio fossi figura di sigillo
+a privilegi venduti e mendaci,
+ond io sovente arrosso e disfavillo.
+
+In vesta di pastor lupi rapaci
+si veggion di qua s per tutti i paschi:
+o difesa di Dio, perch pur giaci?
+
+Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
+sapparecchian di bere: o buon principio,
+a che vil fine convien che tu caschi!
+
+Ma lalta provedenza, che con Scipio
+difese a Roma la gloria del mondo,
+soccorr tosto, s com io concipio;
+
+e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
+ancor gi tornerai, apri la bocca,
+e non asconder quel chio non ascondo.
+
+S come di vapor gelati fiocca
+in giuso laere nostro, quando l corno
+de la capra del ciel col sol si tocca,
+
+in s vid io cos letera addorno
+farsi e fioccar di vapor trunfanti
+che fatto avien con noi quivi soggiorno.
+
+Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
+e segu fin che l mezzo, per lo molto,
+li tolse il trapassar del pi avanti.
+
+Onde la donna, che mi vide assolto
+de lattendere in s, mi disse: Adima
+il viso e guarda come tu se vlto.
+
+Da lora cho avea guardato prima
+i vidi mosso me per tutto larco
+che fa dal mezzo al fine il primo clima;
+
+s chio vedea di l da Gade il varco
+folle dUlisse, e di qua presso il lito
+nel qual si fece Europa dolce carco.
+
+E pi mi fora discoverto il sito
+di questa aiuola; ma l sol procedea
+sotto i mie piedi un segno e pi partito.
+
+La mente innamorata, che donnea
+con la mia donna sempre, di ridure
+ad essa li occhi pi che mai ardea;
+
+e se natura o arte f pasture
+da pigliare occhi, per aver la mente,
+in carne umana o ne le sue pitture,
+
+tutte adunate, parrebber nente
+ver lo piacer divin che mi refulse,
+quando mi volsi al suo viso ridente.
+
+E la virt che lo sguardo mindulse,
+del bel nido di Leda mi divelse,
+e nel ciel velocissimo mimpulse.
+
+Le parti sue vivissime ed eccelse
+s uniforme son, chi non so dire
+qual Batrice per loco mi scelse.
+
+Ma ella, che veda l mio disire,
+incominci, ridendo tanto lieta,
+che Dio parea nel suo volto gioire:
+
+La natura del mondo, che queta
+il mezzo e tutto laltro intorno move,
+quinci comincia come da sua meta;
+
+e questo cielo non ha altro dove
+che la mente divina, in che saccende
+lamor che l volge e la virt chei piove.
+
+Luce e amor dun cerchio lui comprende,
+s come questo li altri; e quel precinto
+colui che l cinge solamente intende.
+
+Non suo moto per altro distinto,
+ma li altri son mensurati da questo,
+s come diece da mezzo e da quinto;
+
+e come il tempo tegna in cotal testo
+le sue radici e ne li altri le fronde,
+omai a te pu esser manifesto.
+
+Oh cupidigia che i mortali affonde
+s sotto te, che nessuno ha podere
+di trarre li occhi fuor de le tue onde!
+
+Ben fiorisce ne li uomini il volere;
+ma la pioggia contina converte
+in bozzacchioni le sosine vere.
+
+Fede e innocenza son reperte
+solo ne parvoletti; poi ciascuna
+pria fugge che le guance sian coperte.
+
+Tale, balbuzendo ancor, digiuna,
+che poi divora, con la lingua sciolta,
+qualunque cibo per qualunque luna;
+
+e tal, balbuzendo, ama e ascolta
+la madre sua, che, con loquela intera,
+disa poi di vederla sepolta.
+
+Cos si fa la pelle bianca nera
+nel primo aspetto de la bella figlia
+di quel chapporta mane e lascia sera.
+
+Tu, perch non ti facci maraviglia,
+pensa che n terra non chi governi;
+onde s sva lumana famiglia.
+
+Ma prima che gennaio tutto si sverni
+per la centesma ch l gi negletta,
+raggeran s questi cerchi superni,
+
+che la fortuna che tanto saspetta,
+le poppe volger u son le prore,
+s che la classe correr diretta;
+
+e vero frutto verr dopo l fiore.
+
+
+
+Paradiso Canto XXVIII
+
+
+Poscia che ncontro a la vita presente
+di miseri mortali aperse l vero
+quella che mparadisa la mia mente,
+
+come in lo specchio fiamma di doppiero
+vede colui che se nalluma retro,
+prima che labbia in vista o in pensiero,
+
+e s rivolge per veder se l vetro
+li dice il vero, e vede chel saccorda
+con esso come nota con suo metro;
+
+cos la mia memoria si ricorda
+chio feci riguardando ne belli occhi
+onde a pigliarmi fece Amor la corda.
+
+E com io mi rivolsi e furon tocchi
+li miei da ci che pare in quel volume,
+quandunque nel suo giro ben sadocchi,
+
+un punto vidi che raggiava lume
+acuto s, che l viso chelli affoca
+chiuder conviensi per lo forte acume;
+
+e quale stella par quinci pi poca,
+parrebbe luna, locata con esso
+come stella con stella si collca.
+
+Forse cotanto quanto pare appresso
+alo cigner la luce che l dipigne
+quando l vapor che l porta pi spesso,
+
+distante intorno al punto un cerchio digne
+si girava s ratto, chavria vinto
+quel moto che pi tosto il mondo cigne;
+
+e questo era dun altro circumcinto,
+e quel dal terzo, e l terzo poi dal quarto,
+dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
+
+Sopra seguiva il settimo s sparto
+gi di larghezza, che l messo di Iuno
+intero a contenerlo sarebbe arto.
+
+Cos lottavo e l nono; e chiascheduno
+pi tardo si movea, secondo chera
+in numero distante pi da luno;
+
+e quello avea la fiamma pi sincera
+cui men distava la favilla pura,
+credo, per che pi di lei sinvera.
+
+La donna mia, che mi veda in cura
+forte sospeso, disse: Da quel punto
+depende il cielo e tutta la natura.
+
+Mira quel cerchio che pi li congiunto;
+e sappi che l suo muovere s tosto
+per laffocato amore ond elli punto.
+
+E io a lei: Se l mondo fosse posto
+con lordine chio veggio in quelle rote,
+sazio mavrebbe ci che m proposto;
+
+ma nel mondo sensibile si puote
+veder le volte tanto pi divine,
+quant elle son dal centro pi remote.
+
+Onde, se l mio disir dee aver fine
+in questo miro e angelico templo
+che solo amore e luce ha per confine,
+
+udir convienmi ancor come lessemplo
+e lessemplare non vanno dun modo,
+ch io per me indarno a ci contemplo.
+
+Se li tuoi diti non sono a tal nodo
+sufficenti, non maraviglia:
+tanto, per non tentare, fatto sodo!.
+
+Cos la donna mia; poi disse: Piglia
+quel chio ti dicer, se vuo saziarti;
+e intorno da esso tassottiglia.
+
+Li cerchi corporai sono ampi e arti
+secondo il pi e l men de la virtute
+che si distende per tutte lor parti.
+
+Maggior bont vuol far maggior salute;
+maggior salute maggior corpo cape,
+selli ha le parti igualmente compiute.
+
+Dunque costui che tutto quanto rape
+laltro universo seco, corrisponde
+al cerchio che pi ama e che pi sape:
+
+per che, se tu a la virt circonde
+la tua misura, non a la parvenza
+de le sustanze che tappaion tonde,
+
+tu vederai mirabil consequenza
+di maggio a pi e di minore a meno,
+in ciascun cielo, a sa intelligenza.
+
+Come rimane splendido e sereno
+lemisperio de laere, quando soffia
+Borea da quella guancia ond pi leno,
+
+per che si purga e risolve la roffia
+che pria turbava, s che l ciel ne ride
+con le bellezze dogne sua paroffia;
+
+cos feco, poi che mi provide
+la donna mia del suo risponder chiaro,
+e come stella in cielo il ver si vide.
+
+E poi che le parole sue restaro,
+non altrimenti ferro disfavilla
+che bolle, come i cerchi sfavillaro.
+
+Lincendio suo seguiva ogne scintilla;
+ed eran tante, che l numero loro
+pi che l doppiar de li scacchi sinmilla.
+
+Io sentiva osannar di coro in coro
+al punto fisso che li tiene a li ubi,
+e terr sempre, ne quai sempre fuoro.
+
+E quella che veda i pensier dubi
+ne la mia mente, disse: I cerchi primi
+thanno mostrato Serafi e Cherubi.
+
+Cos veloci seguono i suoi vimi,
+per somigliarsi al punto quanto ponno;
+e posson quanto a veder son soblimi.
+
+Quelli altri amori che ntorno li vonno,
+si chiaman Troni del divino aspetto,
+per che l primo ternaro terminonno;
+
+e dei saper che tutti hanno diletto
+quanto la sua veduta si profonda
+nel vero in che si queta ogne intelletto.
+
+Quinci si pu veder come si fonda
+lesser beato ne latto che vede,
+non in quel chama, che poscia seconda;
+
+e del vedere misura mercede,
+che grazia partorisce e buona voglia:
+cos di grado in grado si procede.
+
+Laltro ternaro, che cos germoglia
+in questa primavera sempiterna
+che notturno Arete non dispoglia,
+
+perpetalemente Osanna sberna
+con tre melode, che suonano in tree
+ordini di letizia onde sinterna.
+
+In essa gerarcia son laltre dee:
+prima Dominazioni, e poi Virtudi;
+lordine terzo di Podestadi e.
+
+Poscia ne due penultimi tripudi
+Principati e Arcangeli si girano;
+lultimo tutto dAngelici ludi.
+
+Questi ordini di s tutti sammirano,
+e di gi vincon s, che verso Dio
+tutti tirati sono e tutti tirano.
+
+E Donisio con tanto disio
+a contemplar questi ordini si mise,
+che li nom e distinse com io.
+
+Ma Gregorio da lui poi si divise;
+onde, s tosto come li occhi aperse
+in questo ciel, di s medesmo rise.
+
+E se tanto secreto ver proferse
+mortale in terra, non voglio chammiri:
+ch chi l vide qua s gliel discoperse
+
+con altro assai del ver di questi giri.
+
+
+
+Paradiso Canto XXIX
+
+
+Quando ambedue li figli di Latona,
+coperti del Montone e de la Libra,
+fanno de lorizzonte insieme zona,
+
+quant dal punto che l cent inlibra
+infin che luno e laltro da quel cinto,
+cambiando lemisperio, si dilibra,
+
+tanto, col volto di riso dipinto,
+si tacque Batrice, riguardando
+fiso nel punto che mava vinto.
+
+Poi cominci: Io dico, e non dimando,
+quel che tu vuoli udir, perch io lho visto
+l ve sappunta ogne ubi e ogne quando.
+
+Non per aver a s di bene acquisto,
+chesser non pu, ma perch suo splendore
+potesse, risplendendo, dir Subsisto,
+
+in sua etternit di tempo fore,
+fuor dogne altro comprender, come i piacque,
+saperse in nuovi amor letterno amore.
+
+N prima quasi torpente si giacque;
+ch n prima n poscia procedette
+lo discorrer di Dio sovra quest acque.
+
+Forma e materia, congiunte e purette,
+usciro ad esser che non avia fallo,
+come darco tricordo tre saette.
+
+E come in vetro, in ambra o in cristallo
+raggio resplende s, che dal venire
+a lesser tutto non intervallo,
+
+cos l triforme effetto del suo sire
+ne lesser suo raggi insieme tutto
+sanza distinzone in essordire.
+
+Concreato fu ordine e costrutto
+a le sustanze; e quelle furon cima
+nel mondo in che puro atto fu produtto;
+
+pura potenza tenne la parte ima;
+nel mezzo strinse potenza con atto
+tal vime, che gi mai non si divima.
+
+Ieronimo vi scrisse lungo tratto
+di secoli de li angeli creati
+anzi che laltro mondo fosse fatto;
+
+ma questo vero scritto in molti lati
+da li scrittor de lo Spirito Santo,
+e tu te navvedrai se bene agguati;
+
+e anche la ragione il vede alquanto,
+che non concederebbe che motori
+sanza sua perfezion fosser cotanto.
+
+Or sai tu dove e quando questi amori
+furon creati e come: s che spenti
+nel tuo diso gi son tre ardori.
+
+N giugneriesi, numerando, al venti
+s tosto, come de li angeli parte
+turb il suggetto di vostri alimenti.
+
+Laltra rimase, e cominci quest arte
+che tu discerni, con tanto diletto,
+che mai da circir non si diparte.
+
+Principio del cader fu il maladetto
+superbir di colui che tu vedesti
+da tutti i pesi del mondo costretto.
+
+Quelli che vedi qui furon modesti
+a riconoscer s da la bontate
+che li avea fatti a tanto intender presti:
+
+per che le viste lor furo essaltate
+con grazia illuminante e con lor merto,
+si channo ferma e piena volontate;
+
+e non voglio che dubbi, ma sia certo,
+che ricever la grazia meritorio
+secondo che laffetto l aperto.
+
+Omai dintorno a questo consistorio
+puoi contemplare assai, se le parole
+mie son ricolte, sanz altro aiutorio.
+
+Ma perch n terra per le vostre scole
+si legge che langelica natura
+ tal, che ntende e si ricorda e vole,
+
+ancor dir, perch tu veggi pura
+la verit che l gi si confonde,
+equivocando in s fatta lettura.
+
+Queste sustanze, poi che fur gioconde
+de la faccia di Dio, non volser viso
+da essa, da cui nulla si nasconde:
+
+per non hanno vedere interciso
+da novo obietto, e per non bisogna
+rememorar per concetto diviso;
+
+s che l gi, non dormendo, si sogna,
+credendo e non credendo dicer vero;
+ma ne luno pi colpa e pi vergogna.
+
+Voi non andate gi per un sentiero
+filosofando: tanto vi trasporta
+lamor de lapparenza e l suo pensiero!
+
+E ancor questo qua s si comporta
+con men disdegno che quando posposta
+la divina Scrittura o quando torta.
+
+Non vi si pensa quanto sangue costa
+seminarla nel mondo e quanto piace
+chi umilmente con essa saccosta.
+
+Per apparer ciascun singegna e face
+sue invenzioni; e quelle son trascorse
+da predicanti e l Vangelio si tace.
+
+Un dice che la luna si ritorse
+ne la passion di Cristo e sinterpuose,
+per che l lume del sol gi non si porse;
+
+e mente, ch la luce si nascose
+da s: per a li Spani e a lIndi
+come a Giudei tale eclissi rispuose.
+
+Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
+quante s fatte favole per anno
+in pergamo si gridan quinci e quindi:
+
+s che le pecorelle, che non sanno,
+tornan del pasco pasciute di vento,
+e non le scusa non veder lo danno.
+
+Non disse Cristo al suo primo convento:
+Andate, e predicate al mondo ciance;
+ma diede lor verace fondamento;
+
+e quel tanto son ne le sue guance,
+s cha pugnar per accender la fede
+de lEvangelio fero scudo e lance.
+
+Ora si va con motti e con iscede
+a predicare, e pur che ben si rida,
+gonfia il cappuccio e pi non si richiede.
+
+Ma tale uccel nel becchetto sannida,
+che se l vulgo il vedesse, vederebbe
+la perdonanza di chel si confida:
+
+per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
+che, sanza prova dalcun testimonio,
+ad ogne promession si correrebbe.
+
+Di questo ingrassa il porco sant Antonio,
+e altri assai che sono ancor pi porci,
+pagando di moneta sanza conio.
+
+Ma perch siam digressi assai, ritorci
+li occhi oramai verso la dritta strada,
+s che la via col tempo si raccorci.
+
+Questa natura s oltre singrada
+in numero, che mai non fu loquela
+n concetto mortal che tanto vada;
+
+e se tu guardi quel che si revela
+per Danel, vedrai che n sue migliaia
+determinato numero si cela.
+
+La prima luce, che tutta la raia,
+per tanti modi in essa si recepe,
+quanti son li splendori a chi sappaia.
+
+Onde, per che a latto che concepe
+segue laffetto, damar la dolcezza
+diversamente in essa ferve e tepe.
+
+Vedi leccelso omai e la larghezza
+de letterno valor, poscia che tanti
+speculi fatti sha in che si spezza,
+
+uno manendo in s come davanti.
+
+
+
+Paradiso Canto XXX
+
+
+Forse semilia miglia di lontano
+ci ferve lora sesta, e questo mondo
+china gi lombra quasi al letto piano,
+
+quando l mezzo del cielo, a noi profondo,
+comincia a farsi tal, chalcuna stella
+perde il parere infino a questo fondo;
+
+e come vien la chiarissima ancella
+del sol pi oltre, cos l ciel si chiude
+di vista in vista infino a la pi bella.
+
+Non altrimenti il trunfo che lude
+sempre dintorno al punto che mi vinse,
+parendo inchiuso da quel chelli nchiude,
+
+a poco a poco al mio veder si stinse:
+per che tornar con li occhi a Batrice
+nulla vedere e amor mi costrinse.
+
+Se quanto infino a qui di lei si dice
+fosse conchiuso tutto in una loda,
+poca sarebbe a fornir questa vice.
+
+La bellezza chio vidi si trasmoda
+non pur di l da noi, ma certo io credo
+che solo il suo fattor tutta la goda.
+
+Da questo passo vinto mi concedo
+pi che gi mai da punto di suo tema
+soprato fosse comico o tragedo:
+
+ch, come sole in viso che pi trema,
+cos lo rimembrar del dolce riso
+la mente mia da me medesmo scema.
+
+Dal primo giorno chi vidi il suo viso
+in questa vita, infino a questa vista,
+non m il seguire al mio cantar preciso;
+
+ma or convien che mio seguir desista
+pi dietro a sua bellezza, poetando,
+come a lultimo suo ciascuno artista.
+
+Cotal qual io lascio a maggior bando
+che quel de la mia tuba, che deduce
+larda sua matera terminando,
+
+con atto e voce di spedito duce
+ricominci: Noi siamo usciti fore
+del maggior corpo al ciel ch pura luce:
+
+luce intellettal, piena damore;
+amor di vero ben, pien di letizia;
+letizia che trascende ogne dolzore.
+
+Qui vederai luna e laltra milizia
+di paradiso, e luna in quelli aspetti
+che tu vedrai a lultima giustizia.
+
+Come sbito lampo che discetti
+li spiriti visivi, s che priva
+da latto locchio di pi forti obietti,
+
+cos mi circunfulse luce viva,
+e lasciommi fasciato di tal velo
+del suo fulgor, che nulla mappariva.
+
+Sempre lamor che queta questo cielo
+accoglie in s con s fatta salute,
+per far disposto a sua fiamma il candelo.
+
+Non fur pi tosto dentro a me venute
+queste parole brievi, chio compresi
+me sormontar di sopr a mia virtute;
+
+e di novella vista mi raccesi
+tale, che nulla luce tanto mera,
+che li occhi miei non si fosser difesi;
+
+e vidi lume in forma di rivera
+fulvido di fulgore, intra due rive
+dipinte di mirabil primavera.
+
+Di tal fiumana uscian faville vive,
+e dogne parte si mettien ne fiori,
+quasi rubin che oro circunscrive;
+
+poi, come inebrate da li odori,
+riprofondavan s nel miro gurge,
+e suna intrava, unaltra nuscia fori.
+
+Lalto disio che mo tinfiamma e urge,
+daver notizia di ci che tu vei,
+tanto mi piace pi quanto pi turge;
+
+ma di quest acqua convien che tu bei
+prima che tanta sete in te si sazi:
+cos mi disse il sol de li occhi miei.
+
+Anche soggiunse: Il fiume e li topazi
+chentrano ed escono e l rider de lerbe
+son di lor vero umbriferi prefazi.
+
+Non che da s sian queste cose acerbe;
+ma difetto da la parte tua,
+che non hai viste ancor tanto superbe.
+
+Non fantin che s sbito rua
+col volto verso il latte, se si svegli
+molto tardato da lusanza sua,
+
+come fec io, per far migliori spegli
+ancor de li occhi, chinandomi a londa
+che si deriva perch vi simmegli;
+
+e s come di lei bevve la gronda
+de le palpebre mie, cos mi parve
+di sua lunghezza divenuta tonda.
+
+Poi, come gente stata sotto larve,
+che pare altro che prima, se si sveste
+la sembianza non sa in che disparve,
+
+cos mi si cambiaro in maggior feste
+li fiori e le faville, s chio vidi
+ambo le corti del ciel manifeste.
+
+O isplendor di Dio, per cu io vidi
+lalto trunfo del regno verace,
+dammi virt a dir com o il vidi!
+
+Lume l s che visibile face
+lo creatore a quella creatura
+che solo in lui vedere ha la sua pace.
+
+E si distende in circular figura,
+in tanto che la sua circunferenza
+sarebbe al sol troppo larga cintura.
+
+Fassi di raggio tutta sua parvenza
+reflesso al sommo del mobile primo,
+che prende quindi vivere e potenza.
+
+E come clivo in acqua di suo imo
+si specchia, quasi per vedersi addorno,
+quando nel verde e ne fioretti opimo,
+
+s, soprastando al lume intorno intorno,
+vidi specchiarsi in pi di mille soglie
+quanto di noi l s fatto ha ritorno.
+
+E se linfimo grado in s raccoglie
+s grande lume, quanta la larghezza
+di questa rosa ne lestreme foglie!
+
+La vista mia ne lampio e ne laltezza
+non si smarriva, ma tutto prendeva
+il quanto e l quale di quella allegrezza.
+
+Presso e lontano, l, n pon n leva:
+ch dove Dio sanza mezzo governa,
+la legge natural nulla rileva.
+
+Nel giallo de la rosa sempiterna,
+che si digrada e dilata e redole
+odor di lode al sol che sempre verna,
+
+qual colui che tace e dicer vole,
+mi trasse Batrice, e disse: Mira
+quanto l convento de le bianche stole!
+
+Vedi nostra citt quant ella gira;
+vedi li nostri scanni s ripieni,
+che poca gente pi ci si disira.
+
+E n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
+per la corona che gi v s posta,
+prima che tu a queste nozze ceni,
+
+seder lalma, che fia gi agosta,
+de lalto Arrigo, cha drizzare Italia
+verr in prima chella sia disposta.
+
+La cieca cupidigia che vammalia
+simili fatti vha al fantolino
+che muor per fame e caccia via la balia.
+
+E fia prefetto nel foro divino
+allora tal, che palese e coverto
+non ander con lui per un cammino.
+
+Ma poco poi sar da Dio sofferto
+nel santo officio; chel sar detruso
+l dove Simon mago per suo merto,
+
+e far quel dAlagna intrar pi giuso.
+
+
+
+Paradiso Canto XXXI
+
+
+In forma dunque di candida rosa
+mi si mostrava la milizia santa
+che nel suo sangue Cristo fece sposa;
+
+ma laltra, che volando vede e canta
+la gloria di colui che la nnamora
+e la bont che la fece cotanta,
+
+s come schiera dape che sinfiora
+una fata e una si ritorna
+l dove suo laboro sinsapora,
+
+nel gran fior discendeva che saddorna
+di tante foglie, e quindi risaliva
+l dove l so amor sempre soggiorna.
+
+Le facce tutte avean di fiamma viva
+e lali doro, e laltro tanto bianco,
+che nulla neve a quel termine arriva.
+
+Quando scendean nel fior, di banco in banco
+porgevan de la pace e de lardore
+chelli acquistavan ventilando il fianco.
+
+N linterporsi tra l disopra e l fiore
+di tanta moltitudine volante
+impediva la vista e lo splendore:
+
+ch la luce divina penetrante
+per luniverso secondo ch degno,
+s che nulla le puote essere ostante.
+
+Questo sicuro e gaudoso regno,
+frequente in gente antica e in novella,
+viso e amore avea tutto ad un segno.
+
+O trina luce che n unica stella
+scintillando a lor vista, s li appaga!
+guarda qua giuso a la nostra procella!
+
+Se i barbari, venendo da tal plaga
+che ciascun giorno dElice si cuopra,
+rotante col suo figlio ond ella vaga,
+
+veggendo Roma e larda sua opra,
+stupefaciensi, quando Laterano
+a le cose mortali and di sopra;
+
+o, che al divino da lumano,
+a letterno dal tempo era venuto,
+e di Fiorenza in popol giusto e sano,
+
+di che stupor dovea esser compiuto!
+Certo tra esso e l gaudio mi facea
+libito non udire e starmi muto.
+
+E quasi peregrin che si ricrea
+nel tempio del suo voto riguardando,
+e spera gi ridir com ello stea,
+
+su per la viva luce passeggiando,
+menava o li occhi per li gradi,
+mo s, mo gi e mo recirculando.
+
+Veda visi a carit sadi,
+daltrui lume fregiati e di suo riso,
+e atti ornati di tutte onestadi.
+
+La forma general di paradiso
+gi tutta mo sguardo avea compresa,
+in nulla parte ancor fermato fiso;
+
+e volgeami con voglia raccesa
+per domandar la mia donna di cose
+di che la mente mia era sospesa.
+
+Uno intenda, e altro mi rispuose:
+credea veder Beatrice e vidi un sene
+vestito con le genti glorose.
+
+Diffuso era per li occhi e per le gene
+di benigna letizia, in atto pio
+quale a tenero padre si convene.
+
+E Ov ella?, sbito diss io.
+Ond elli: A terminar lo tuo disiro
+mosse Beatrice me del loco mio;
+
+e se riguardi s nel terzo giro
+dal sommo grado, tu la rivedrai
+nel trono che suoi merti le sortiro.
+
+Sanza risponder, li occhi s levai,
+e vidi lei che si facea corona
+reflettendo da s li etterni rai.
+
+Da quella regon che pi s tona
+occhio mortale alcun tanto non dista,
+qualunque in mare pi gi sabbandona,
+
+quanto l da Beatrice la mia vista;
+ma nulla mi facea, ch sa effige
+non discenda a me per mezzo mista.
+
+O donna in cui la mia speranza vige,
+e che soffristi per la mia salute
+in inferno lasciar le tue vestige,
+
+di tante cose quant i ho vedute,
+dal tuo podere e da la tua bontate
+riconosco la grazia e la virtute.
+
+Tu mhai di servo tratto a libertate
+per tutte quelle vie, per tutt i modi
+che di ci fare avei la potestate.
+
+La tua magnificenza in me custodi,
+s che lanima mia, che fatt hai sana,
+piacente a te dal corpo si disnodi.
+
+Cos orai; e quella, s lontana
+come parea, sorrise e riguardommi;
+poi si torn a letterna fontana.
+
+E l santo sene: Acci che tu assommi
+perfettamente, disse, il tuo cammino,
+a che priego e amor santo mandommi,
+
+vola con li occhi per questo giardino;
+ch veder lui tacconcer lo sguardo
+pi al montar per lo raggio divino.
+
+E la regina del cielo, ond o ardo
+tutto damor, ne far ogne grazia,
+per chi sono il suo fedel Bernardo.
+
+Qual colui che forse di Croazia
+viene a veder la Veronica nostra,
+che per lantica fame non sen sazia,
+
+ma dice nel pensier, fin che si mostra:
+Segnor mio Ies Cristo, Dio verace,
+or fu s fatta la sembianza vostra?;
+
+tal era io mirando la vivace
+carit di colui che n questo mondo,
+contemplando, gust di quella pace.
+
+Figliuol di grazia, quest esser giocondo,
+cominci elli, non ti sar noto,
+tenendo li occhi pur qua gi al fondo;
+
+ma guarda i cerchi infino al pi remoto,
+tanto che veggi seder la regina
+cui questo regno suddito e devoto.
+
+Io levai li occhi; e come da mattina
+la parte orental de lorizzonte
+soverchia quella dove l sol declina,
+
+cos, quasi di valle andando a monte
+con li occhi, vidi parte ne lo stremo
+vincer di lume tutta laltra fronte.
+
+E come quivi ove saspetta il temo
+che mal guid Fetonte, pi sinfiamma,
+e quinci e quindi il lume si fa scemo,
+
+cos quella pacifica oriafiamma
+nel mezzo savvivava, e dogne parte
+per igual modo allentava la fiamma;
+
+e a quel mezzo, con le penne sparte,
+vid io pi di mille angeli festanti,
+ciascun distinto di fulgore e darte.
+
+Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
+ridere una bellezza, che letizia
+era ne li occhi a tutti li altri santi;
+
+e sio avessi in dir tanta divizia
+quanta ad imaginar, non ardirei
+lo minimo tentar di sua delizia.
+
+Bernardo, come vide li occhi miei
+nel caldo suo caler fissi e attenti,
+li suoi con tanto affetto volse a lei,
+
+che miei di rimirar f pi ardenti.
+
+
+
+Paradiso Canto XXXII
+
+
+Affetto al suo piacer, quel contemplante
+libero officio di dottore assunse,
+e cominci queste parole sante:
+
+La piaga che Maria richiuse e unse,
+quella ch tanto bella da suoi piedi
+ colei che laperse e che la punse.
+
+Ne lordine che fanno i terzi sedi,
+siede Rachel di sotto da costei
+con Batrice, s come tu vedi.
+
+Sarra e Rebecca, Iudt e colei
+che fu bisava al cantor che per doglia
+del fallo disse Miserere mei,
+
+puoi tu veder cos di soglia in soglia
+gi digradar, com io cha proprio nome
+vo per la rosa gi di foglia in foglia.
+
+E dal settimo grado in gi, s come
+infino ad esso, succedono Ebree,
+dirimendo del fior tutte le chiome;
+
+perch, secondo lo sguardo che fe
+la fede in Cristo, queste sono il muro
+a che si parton le sacre scalee.
+
+Da questa parte onde l fiore maturo
+di tutte le sue foglie, sono assisi
+quei che credettero in Cristo venturo;
+
+da laltra parte onde sono intercisi
+di vti i semicirculi, si stanno
+quei cha Cristo venuto ebber li visi.
+
+E come quinci il gloroso scanno
+de la donna del cielo e li altri scanni
+di sotto lui cotanta cerna fanno,
+
+cos di contra quel del gran Giovanni,
+che sempre santo l diserto e l martiro
+sofferse, e poi linferno da due anni;
+
+e sotto lui cos cerner sortiro
+Francesco, Benedetto e Augustino
+e altri fin qua gi di giro in giro.
+
+Or mira lalto proveder divino:
+ch luno e laltro aspetto de la fede
+igualmente empier questo giardino.
+
+E sappi che dal grado in gi che fiede
+a mezzo il tratto le due discrezioni,
+per nullo proprio merito si siede,
+
+ma per laltrui, con certe condizioni:
+ch tutti questi son spiriti ascolti
+prima chavesser vere elezoni.
+
+Ben te ne puoi accorger per li volti
+e anche per le voci perili,
+se tu li guardi bene e se li ascolti.
+
+Or dubbi tu e dubitando sili;
+ma io discioglier l forte legame
+in che ti stringon li pensier sottili.
+
+Dentro a lampiezza di questo reame
+casal punto non puote aver sito,
+se non come tristizia o sete o fame:
+
+ch per etterna legge stabilito
+quantunque vedi, s che giustamente
+ci si risponde da lanello al dito;
+
+e per questa festinata gente
+a vera vita non sine causa
+intra s qui pi e meno eccellente.
+
+Lo rege per cui questo regno pausa
+in tanto amore e in tanto diletto,
+che nulla volont di pi ausa,
+
+le menti tutte nel suo lieto aspetto
+creando, a suo piacer di grazia dota
+diversamente; e qui basti leffetto.
+
+E ci espresso e chiaro vi si nota
+ne la Scrittura santa in quei gemelli
+che ne la madre ebber lira commota.
+
+Per, secondo il color di capelli,
+di cotal grazia laltissimo lume
+degnamente convien che sincappelli.
+
+Dunque, sanza merc di lor costume,
+locati son per gradi differenti,
+sol differendo nel primiero acume.
+
+Bastavasi ne secoli recenti
+con linnocenza, per aver salute,
+solamente la fede di parenti;
+
+poi che le prime etadi fuor compiute,
+convenne ai maschi a linnocenti penne
+per circuncidere acquistar virtute;
+
+ma poi che l tempo de la grazia venne,
+sanza battesmo perfetto di Cristo
+tale innocenza l gi si ritenne.
+
+Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
+pi si somiglia, ch la sua chiarezza
+sola ti pu disporre a veder Cristo.
+
+Io vidi sopra lei tanta allegrezza
+piover, portata ne le menti sante
+create a trasvolar per quella altezza,
+
+che quantunque io avea visto davante,
+di tanta ammirazion non mi sospese,
+n mi mostr di Dio tanto sembiante;
+
+e quello amor che primo l discese,
+cantando Ave, Maria, grata plena,
+dinanzi a lei le sue ali distese.
+
+Rispuose a la divina cantilena
+da tutte parti la beata corte,
+s chogne vista sen f pi serena.
+
+O santo padre, che per me comporte
+lesser qua gi, lasciando il dolce loco
+nel qual tu siedi per etterna sorte,
+
+qual quell angel che con tanto gioco
+guarda ne li occhi la nostra regina,
+innamorato s che par di foco?.
+
+Cos ricorsi ancora a la dottrina
+di colui chabbelliva di Maria,
+come del sole stella mattutina.
+
+Ed elli a me: Baldezza e leggiadria
+quant esser puote in angelo e in alma,
+tutta in lui; e s volem che sia,
+
+perch elli quelli che port la palma
+giuso a Maria, quando l Figliuol di Dio
+carcar si volse de la nostra salma.
+
+Ma vieni omai con li occhi s com io
+andr parlando, e nota i gran patrici
+di questo imperio giustissimo e pio.
+
+Quei due che seggon l s pi felici
+per esser propinquissimi ad Agusta,
+son desta rosa quasi due radici:
+
+colui che da sinistra le saggiusta
+ il padre per lo cui ardito gusto
+lumana specie tanto amaro gusta;
+
+dal destro vedi quel padre vetusto
+di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
+raccomand di questo fior venusto.
+
+E quei che vide tutti i tempi gravi,
+pria che morisse, de la bella sposa
+che sacquist con la lancia e coi clavi,
+
+siede lungh esso, e lungo laltro posa
+quel duca sotto cui visse di manna
+la gente ingrata, mobile e retrosa.
+
+Di contr a Pietro vedi sedere Anna,
+tanto contenta di mirar sua figlia,
+che non move occhio per cantare osanna;
+
+e contro al maggior padre di famiglia
+siede Lucia, che mosse la tua donna
+quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
+
+Ma perch l tempo fugge che tassonna,
+qui farem punto, come buon sartore
+che com elli ha del panno fa la gonna;
+
+e drizzeremo li occhi al primo amore,
+s che, guardando verso lui, pentri
+quant possibil per lo suo fulgore.
+
+Veramente, ne forse tu tarretri
+movendo lali tue, credendo oltrarti,
+orando grazia conven che simpetri
+
+grazia da quella che puote aiutarti;
+e tu mi seguirai con laffezione,
+s che dal dicer mio lo cor non parti.
+
+E cominci questa santa orazione:
+
+
+
+Paradiso Canto XXXIII
+
+
+Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
+umile e alta pi che creatura,
+termine fisso detterno consiglio,
+
+tu se colei che lumana natura
+nobilitasti s, che l suo fattore
+non disdegn di farsi sua fattura.
+
+Nel ventre tuo si raccese lamore,
+per lo cui caldo ne letterna pace
+cos germinato questo fiore.
+
+Qui se a noi meridana face
+di caritate, e giuso, intra mortali,
+se di speranza fontana vivace.
+
+Donna, se tanto grande e tanto vali,
+che qual vuol grazia e a te non ricorre,
+sua disanza vuol volar sanz ali.
+
+La tua benignit non pur soccorre
+a chi domanda, ma molte fate
+liberamente al dimandar precorre.
+
+In te misericordia, in te pietate,
+in te magnificenza, in te saduna
+quantunque in creatura di bontate.
+
+Or questi, che da linfima lacuna
+de luniverso infin qui ha vedute
+le vite spiritali ad una ad una,
+
+supplica a te, per grazia, di virtute
+tanto, che possa con li occhi levarsi
+pi alto verso lultima salute.
+
+E io, che mai per mio veder non arsi
+pi chi fo per lo suo, tutti miei prieghi
+ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
+
+perch tu ogne nube li disleghi
+di sua mortalit co prieghi tuoi,
+s che l sommo piacer li si dispieghi.
+
+Ancor ti priego, regina, che puoi
+ci che tu vuoli, che conservi sani,
+dopo tanto veder, li affetti suoi.
+
+Vinca tua guardia i movimenti umani:
+vedi Beatrice con quanti beati
+per li miei prieghi ti chiudon le mani!.
+
+Li occhi da Dio diletti e venerati,
+fissi ne lorator, ne dimostraro
+quanto i devoti prieghi le son grati;
+
+indi a letterno lume saddrizzaro,
+nel qual non si dee creder che sinvii
+per creatura locchio tanto chiaro.
+
+E io chal fine di tutt i disii
+appropinquava, s com io dovea,
+lardor del desiderio in me finii.
+
+Bernardo maccennava, e sorridea,
+perch io guardassi suso; ma io era
+gi per me stesso tal qual ei volea:
+
+ch la mia vista, venendo sincera,
+e pi e pi intrava per lo raggio
+de lalta luce che da s vera.
+
+Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
+che l parlar mostra, cha tal vista cede,
+e cede la memoria a tanto oltraggio.
+
+Qual coli che sognando vede,
+che dopo l sogno la passione impressa
+rimane, e laltro a la mente non riede,
+
+cotal son io, ch quasi tutta cessa
+mia visone, e ancor mi distilla
+nel core il dolce che nacque da essa.
+
+Cos la neve al sol si disigilla;
+cos al vento ne le foglie levi
+si perdea la sentenza di Sibilla.
+
+O somma luce che tanto ti levi
+da concetti mortali, a la mia mente
+ripresta un poco di quel che parevi,
+
+e fa la lingua mia tanto possente,
+chuna favilla sol de la tua gloria
+possa lasciare a la futura gente;
+
+ch, per tornare alquanto a mia memoria
+e per sonare un poco in questi versi,
+pi si conceper di tua vittoria.
+
+Io credo, per lacume chio soffersi
+del vivo raggio, chi sarei smarrito,
+se li occhi miei da lui fossero aversi.
+
+E mi ricorda chio fui pi ardito
+per questo a sostener, tanto chi giunsi
+laspetto mio col valore infinito.
+
+Oh abbondante grazia ond io presunsi
+ficcar lo viso per la luce etterna,
+tanto che la veduta vi consunsi!
+
+Nel suo profondo vidi che sinterna,
+legato con amore in un volume,
+ci che per luniverso si squaderna:
+
+sustanze e accidenti e lor costume
+quasi conflati insieme, per tal modo
+che ci chi dico un semplice lume.
+
+La forma universal di questo nodo
+credo chi vidi, perch pi di largo,
+dicendo questo, mi sento chi godo.
+
+Un punto solo m maggior letargo
+che venticinque secoli a la mpresa
+che f Nettuno ammirar lombra dArgo.
+
+Cos la mente mia, tutta sospesa,
+mirava fissa, immobile e attenta,
+e sempre di mirar faceasi accesa.
+
+A quella luce cotal si diventa,
+che volgersi da lei per altro aspetto
+ impossibil che mai si consenta;
+
+per che l ben, ch del volere obietto,
+tutto saccoglie in lei, e fuor di quella
+ defettivo ci ch l perfetto.
+
+Omai sar pi corta mia favella,
+pur a quel chio ricordo, che dun fante
+che bagni ancor la lingua a la mammella.
+
+Non perch pi chun semplice sembiante
+fosse nel vivo lume chio mirava,
+che tal sempre qual sera davante;
+
+ma per la vista che savvalorava
+in me guardando, una sola parvenza,
+mutandom io, a me si travagliava.
+
+Ne la profonda e chiara sussistenza
+de lalto lume parvermi tre giri
+di tre colori e duna contenenza;
+
+e lun da laltro come iri da iri
+parea reflesso, e l terzo parea foco
+che quinci e quindi igualmente si spiri.
+
+Oh quanto corto il dire e come fioco
+al mio concetto! e questo, a quel chi vidi,
+ tanto, che non basta a dicer poco.
+
+O luce etterna che sola in te sidi,
+sola tintendi, e da te intelletta
+e intendente te ami e arridi!
+
+Quella circulazion che s concetta
+pareva in te come lume reflesso,
+da li occhi miei alquanto circunspetta,
+
+dentro da s, del suo colore stesso,
+mi parve pinta de la nostra effige:
+per che l mio viso in lei tutto era messo.
+
+Qual l geomtra che tutto saffige
+per misurar lo cerchio, e non ritrova,
+pensando, quel principio ond elli indige,
+
+tal era io a quella vista nova:
+veder voleva come si convenne
+limago al cerchio e come vi sindova;
+
+ma non eran da ci le proprie penne:
+se non che la mia mente fu percossa
+da un fulgore in che sua voglia venne.
+
+A lalta fantasia qui manc possa;
+ma gi volgeva il mio disio e l velle,
+s come rota chigualmente mossa,
+
+lamor che move il sole e laltre stelle.
+
+
+
+
+- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ = a grave
+ = e grave
+ = i grave
+ = o grave
+ = u grave
+
+ = e acute
+ = o acute
+
+ = a uml
+ = e uml
+ = i uml
+ = o uml
+ = u uml
+
+ = E grave
+ = E uml
+ = I uml
+
+ = left angle quotation mark
+ = right angle quotation mark
+
+ = left double quotation mark
+ = right double quotation mark
+
+ = left single quotation mark
+ = right single quotation mark
+
+ = em dash
+
+ = middot
+
+. . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+End of The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante"
+In Italian with accents [8-bit text]
+
diff --git a/old/old/0ddc809a.zip b/old/old/0ddc809a.zip
new file mode 100644
index 0000000..9f4100c
--- /dev/null
+++ b/old/old/0ddc809a.zip
Binary files differ
diff --git a/old/old/0ddcd09.txt b/old/old/0ddcd09.txt
new file mode 100644
index 0000000..ba7774f
--- /dev/null
+++ b/old/old/0ddcd09.txt
@@ -0,0 +1,20063 @@
+*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante*****"
+In Italian with no accents[7-bit text]
+Please see my notes about various versions beneath this header.
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #1000]
+
+
+*****The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante*****"
+*****This file should be named 0ddcd09.txt or 0ddcd09.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 0ddcd10.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 0ddcd10a.txt.
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
+a refund of the money (if any) you paid for this etext by
+sending a request within 30 days of receiving it to the person
+you got it from. If you received this etext on a physical
+medium (such as a disk), you must return it with your request.
+
+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
+This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG-
+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
+Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at
+Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other
+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
+distribute it in the United States without permission and
+without paying copyright royalties. Special rules, set forth
+below, apply if you wish to copy and distribute this etext
+under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark.
+
+To create these etexts, the Project expends considerable
+efforts to identify, transcribe and proofread public domain
+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
+medium they may be on may contain "Defects". Among other
+things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged
+disk or other etext medium, a computer virus, or computer
+codes that damage or cannot be read by your equipment.
+
+LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES
+But for the "Right of Replacement or Refund" described below,
+[1] the Project (and any other party you may receive this
+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
+liability to you for damages, costs and expenses, including
+legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR
+UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT,
+INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE
+OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE
+POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES.
+
+If you discover a Defect in this etext within 90 days of
+receiving it, you can receive a refund of the money (if any)
+you paid for it by sending an explanatory note within that
+time to the person you received it from. If you received it
+on a physical medium, you must return it with your note, and
+such person may choose to alternatively give you a replacement
+copy. If you received it electronically, such person may
+choose to alternatively give you a second opportunity to
+receive it electronically.
+
+THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS
+TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A
+PARTICULAR PURPOSE.
+
+Some states do not allow disclaimers of implied warranties or
+the exclusion or limitation of consequential damages, so the
+above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you
+may have other legal rights.
+
+INDEMNITY
+You will indemnify and hold the Project, its directors,
+officers, members and agents harmless from all liability, cost
+and expense, including legal fees, that arise directly or
+indirectly from any of the following that you do or cause:
+[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification,
+or addition to the etext, or [3] any Defect.
+
+DISTRIBUTION UNDER "PROJECT GUTENBERG-tm"
+You may distribute copies of this etext electronically, or by
+disk, book or any other medium if you either delete this
+"Small Print!" and all other references to Project Gutenberg,
+or:
+
+[1] Only give exact copies of it. Among other things, this
+ requires that you do not remove, alter or modify the
+ etext or this "small print!" statement. You may however,
+ if you wish, distribute this etext in machine readable
+ binary, compressed, mark-up, or proprietary form,
+ including any form resulting from conversion by word pro-
+ cessing or hypertext software, but only so long as
+ *EITHER*:
+
+ [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and
+ does *not* contain characters other than those
+ intended by the author of the work, although tilde
+ (~), asterisk (*) and underline (_) characters may
+ be used to convey punctuation intended by the
+ author, and additional characters may be used to
+ indicate hypertext links; OR
+
+ [*] The etext may be readily converted by the reader at
+ no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent
+ form by the program that displays the etext (as is
+ the case, for instance, with most word processors);
+ OR
+
+ [*] You provide, or agree to also provide on request at
+ no additional cost, fee or expense, a copy of the
+ etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC
+ or other equivalent proprietary form).
+
+[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this
+ "Small Print!" statement.
+
+[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the
+ net profits you derive calculated using the method you
+ already use to calculate your applicable taxes. If you
+ don't derive profits, no royalty is due. Royalties are
+ payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon
+ University" within the 60 days following each
+ date you prepare (or were legally required to prepare)
+ your annual (or equivalent periodic) tax return.
+
+WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO?
+The Project gratefully accepts contributions in money, time,
+scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty
+free copyright licenses, and every other sort of contribution
+you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg
+Association / Carnegie-Mellon University".
+
+*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END*
+
+
+
+
+
+Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext.
+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
+both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
+
+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
+
+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the person working on the files in them, as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+
+DI DANTE ALIGHIERI
+
+
+
+
+
+Incipit Comoedia Dantis Alagherii,
+Florentini natione, non moribus.
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+INFERNO
+
+
+
+Inferno: Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+ mi ritrovai per una selva oscura
+ che' la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era e` cosa dura
+ esta selva selvaggia e aspra e forte
+ che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant'e` amara che poco e` piu` morte;
+ ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
+ diro` de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
+
+Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
+ tant'era pien di sonno a quel punto
+ che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi ch'i' fui al pie` d'un colle giunto,
+ la` dove terminava quella valle
+ che m'avea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto, e vidi le sue spalle
+ vestite gia` de' raggi del pianeta
+ che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta
+ che nel lago del cor m'era durata
+ la notte ch'i' passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata
+ uscito fuor del pelago a la riva
+ si volge a l'acqua perigliosa e guata,
+
+cosi` l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
+ si volse a retro a rimirar lo passo
+ che non lascio` gia` mai persona viva.
+
+Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,
+ ripresi via per la piaggia diserta,
+ si` che 'l pie` fermo sempre era 'l piu` basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
+ una lonza leggera e presta molto,
+ che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+ anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
+ ch'i' fui per ritornar piu` volte volto.
+
+Temp'era dal principio del mattino,
+ e 'l sol montava 'n su` con quelle stelle
+ ch'eran con lui quando l'amor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+ si` ch'a bene sperar m'era cagione
+ di quella fiera a la gaetta pelle
+
+l'ora del tempo e la dolce stagione;
+ ma non si` che paura non mi desse
+ la vista che m'apparve d'un leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+ con la test'alta e con rabbiosa fame,
+ si` che parea che l'aere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+ sembiava carca ne la sua magrezza,
+ e molte genti fe' gia` viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+ con la paura ch'uscia di sua vista,
+ ch'io perdei la speranza de l'altezza.
+
+E qual e` quei che volontieri acquista,
+ e giugne 'l tempo che perder lo face,
+ che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+ che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
+ mi ripigneva la` dove 'l sol tace.
+
+Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+ chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+ <<Miserere di me>>, gridai a lui,
+ <<qual che tu sii, od ombra od omo certo!>>.
+
+Rispuosemi: <<Non omo, omo gia` fui,
+ e li parenti miei furon lombardi,
+ mantoani per patria ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+ e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
+ nel tempo de li dei falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+ figliuol d'Anchise che venne di Troia,
+ poi che 'l superbo Ilion fu combusto.
+
+Ma tu perche' ritorni a tanta noia?
+ perche' non sali il dilettoso monte
+ ch'e` principio e cagion di tutta gioia?>>.
+
+<<Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
+ che spandi di parlar si` largo fiume?>>,
+ rispuos'io lui con vergognosa fronte.
+
+<<O de li altri poeti onore e lume
+ vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
+ che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
+ tu se' solo colui da cu' io tolsi
+ lo bello stilo che m'ha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
+ aiutami da lei, famoso saggio,
+ ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi>>.
+
+<<A te convien tenere altro viaggio>>,
+ rispuose poi che lagrimar mi vide,
+ <<se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
+
+che' questa bestia, per la qual tu gride,
+ non lascia altrui passar per la sua via,
+ ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
+
+e ha natura si` malvagia e ria,
+ che mai non empie la bramosa voglia,
+ e dopo 'l pasto ha piu` fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui s'ammoglia,
+ e piu` saranno ancora, infin che 'l veltro
+ verra`, che la fara` morir con doglia.
+
+Questi non cibera` terra ne' peltro,
+ ma sapienza, amore e virtute,
+ e sua nazion sara` tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+ per cui mori` la vergine Cammilla,
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccera` per ogne villa,
+ fin che l'avra` rimessa ne lo 'nferno,
+ la` onde 'nvidia prima dipartilla.
+
+Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
+ che tu mi segui, e io saro` tua guida,
+ e trarrotti di qui per loco etterno,
+
+ove udirai le disperate strida,
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ ch'a la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+ nel foco, perche' speran di venire
+ quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+ anima fia a cio` piu` di me degna:
+ con lei ti lascero` nel mio partire;
+
+che' quello imperador che la` su` regna,
+ perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
+ non vuol che 'n sua citta` per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+ quivi e` la sua citta` e l'alto seggio:
+ oh felice colui cu' ivi elegge!>>.
+
+E io a lui: <<Poeta, io ti richeggio
+ per quello Dio che tu non conoscesti,
+ accio` ch'io fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni la` dov'or dicesti,
+ si` ch'io veggia la porta di san Pietro
+ e color cui tu fai cotanto mesti>>.
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+Inferno: Canto II
+
+
+Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
+ toglieva li animai che sono in terra
+ da le fatiche loro; e io sol uno
+
+m'apparecchiava a sostener la guerra
+ si` del cammino e si` de la pietate,
+ che ritrarra` la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
+ o mente che scrivesti cio` ch'io vidi,
+ qui si parra` la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: <<Poeta che mi guidi,
+ guarda la mia virtu` s'ell'e` possente,
+ prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvio il parente,
+ corruttibile ancora, ad immortale
+ secolo ando`, e fu sensibilmente.
+
+Pero`, se l'avversario d'ogne male
+ cortese i fu, pensando l'alto effetto
+ ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
+
+non pare indegno ad omo d'intelletto;
+ ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
+ ne l'empireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
+ fu stabilita per lo loco santo
+ u' siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest'andata onde li dai tu vanto,
+ intese cose che furon cagione
+ di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas d'elezione,
+ per recarne conforto a quella fede
+ ch'e` principio a la via di salvazione.
+
+Ma io perche' venirvi? o chi 'l concede?
+ Io non Enea, io non Paulo sono:
+ me degno a cio` ne' io ne' altri 'l crede.
+
+Per che, se del venire io m'abbandono,
+ temo che la venuta non sia folle.
+ Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono>>.
+
+E qual e` quei che disvuol cio` che volle
+ e per novi pensier cangia proposta,
+ si` che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
+ perche', pensando, consumai la 'mpresa
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+<<S'i' ho ben la parola tua intesa>>,
+ rispuose del magnanimo quell'ombra;
+ <<l'anima tua e` da viltade offesa;
+
+la qual molte fiate l'omo ingombra
+ si` che d'onrata impresa lo rivolve,
+ come falso veder bestia quand'ombra.
+
+Da questa tema accio` che tu ti solve,
+ dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
+ nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+ e donna mi chiamo` beata e bella,
+ tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi piu` che la stella;
+ e cominciommi a dir soave e piana,
+ con angelica voce, in sua favella:
+
+"O anima cortese mantoana,
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,
+ e durera` quanto 'l mondo lontana,
+
+l'amico mio, e non de la ventura,
+ ne la diserta piaggia e` impedito
+ si` nel cammin, che volt'e` per paura;
+
+e temo che non sia gia` si` smarrito,
+ ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
+ per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+ e con cio` c'ha mestieri al suo campare
+ l'aiuta, si` ch'i' ne sia consolata.
+
+I' son Beatrice che ti faccio andare;
+ vegno del loco ove tornar disio;
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando saro` dinanzi al segnor mio,
+ di te mi lodero` sovente a lui".
+ Tacette allora, e poi comincia' io:
+
+"O donna di virtu`, sola per cui
+ l'umana spezie eccede ogne contento
+ di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
+
+tanto m'aggrada il tuo comandamento,
+ che l'ubidir, se gia` fosse, m'e` tardi;
+ piu` non t'e` uo' ch'aprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+ de lo scender qua giuso in questo centro
+ de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
+
+"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
+ dirotti brievemente", mi rispuose,
+ "perch'io non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+ c'hanno potenza di fare altrui male;
+ de l'altre no, che' non son paurose.
+
+I' son fatta da Dio, sua merce', tale,
+ che la vostra miseria non mi tange,
+ ne' fiamma d'esto incendio non m'assale.
+
+Donna e` gentil nel ciel che si compiange
+ di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
+ si` che duro giudicio la` su` frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+ e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
+ di te, e io a te lo raccomando -.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+ si mosse, e venne al loco dov'i' era,
+ che mi sedea con l'antica Rachele.
+
+Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
+ che' non soccorri quei che t'amo` tanto,
+ ch'usci` per te de la volgare schiera?
+
+non odi tu la pieta del suo pianto?
+ non vedi tu la morte che 'l combatte
+ su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,
+ com'io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua giu` del mio beato scanno,
+ fidandomi del tuo parlare onesto,
+ ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
+
+Poscia che m'ebbe ragionato questo,
+ li occhi lucenti lagrimando volse;
+ per che mi fece del venir piu` presto;
+
+e venni a te cosi` com'ella volse;
+ d'inanzi a quella fiera ti levai
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che e`? perche', perche' restai?
+ perche' tanta vilta` nel core allette?
+ perche' ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+ curan di te ne la corte del cielo,
+ e 'l mio parlar tanto ben ti promette?>>.
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+ chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec'io di mia virtude stanca,
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ ch'i' cominciai come persona franca:
+
+<<Oh pietosa colei che mi soccorse!
+ e te cortese ch'ubidisti tosto
+ a le vere parole che ti porse!
+
+Tu m'hai con disiderio il cor disposto
+ si` al venir con le parole tue,
+ ch'i' son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, ch'un sol volere e` d'ambedue:
+ tu duca, tu segnore, e tu maestro>>.
+ Cosi` li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+Inferno: Canto III
+
+
+Per me si va ne la citta` dolente,
+ per me si va ne l'etterno dolore,
+ per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore:
+ fecemi la divina podestate,
+ la somma sapienza e 'l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+ se non etterne, e io etterno duro.
+ Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
+
+Queste parole di colore oscuro
+ vid'io scritte al sommo d'una porta;
+ per ch'io: <<Maestro, il senso lor m'e` duro>>.
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+ <<Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ ogne vilta` convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
+ che tu vedrai le genti dolorose
+ c'hanno perduto il ben de l'intelletto>>.
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+ con lieto volto, ond'io mi confortai,
+ mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+ risonavan per l'aere sanza stelle,
+ per ch'io al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+ parole di dolore, accenti d'ira,
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual s'aggira
+ sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
+ come la rena quando turbo spira.
+
+E io ch'avea d'error la testa cinta,
+ dissi: <<Maestro, che e` quel ch'i' odo?
+ e che gent'e` che par nel duol si` vinta?>>.
+
+Ed elli a me: <<Questo misero modo
+ tegnon l'anime triste di coloro
+ che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+ de li angeli che non furon ribelli
+ ne' fur fedeli a Dio, ma per se' fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+ ne' lo profondo inferno li riceve,
+ ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli>>.
+
+E io: <<Maestro, che e` tanto greve
+ a lor, che lamentar li fa si` forte?>>.
+ Rispuose: <<Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte
+ e la lor cieca vita e` tanto bassa,
+ che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+ misericordia e giustizia li sdegna:
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa>>.
+
+E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
+ che girando correva tanto ratta,
+ che d'ogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le venia si` lunga tratta
+ di gente, ch'i' non averei creduto
+ che morte tanta n'avesse disfatta.
+
+Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
+ vidi e conobbi l'ombra di colui
+ che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+ che questa era la setta d'i cattivi,
+ a Dio spiacenti e a' nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+ erano ignudi e stimolati molto
+ da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+ che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
+ da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
+ vidi genti a la riva d'un gran fiume;
+ per ch'io dissi: <<Maestro, or mi concedi
+
+ch'i' sappia quali sono, e qual costume
+ le fa di trapassar parer si` pronte,
+ com'io discerno per lo fioco lume>>.
+
+Ed elli a me: <<Le cose ti fier conte
+ quando noi fermerem li nostri passi
+ su la trista riviera d'Acheronte>>.
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+ temendo no 'l mio dir li fosse grave,
+ infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+ un vecchio, bianco per antico pelo,
+ gridando: <<Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+ i' vegno per menarvi a l'altra riva
+ ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
+
+E tu che se' costi`, anima viva,
+ partiti da cotesti che son morti>>.
+ Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
+
+disse: <<Per altra via, per altri porti
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:
+ piu` lieve legno convien che ti porti>>.
+
+E 'l duca lui: <<Caron, non ti crucciare:
+ vuolsi cosi` cola` dove si puote
+ cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+ al nocchier de la livida palude,
+ che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
+ cangiar colore e dibattero i denti,
+ ratto che 'nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+ l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
+ di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+ forte piangendo, a la riva malvagia
+ ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia,
+ loro accennando, tutte le raccoglie;
+ batte col remo qualunque s'adagia.
+
+Come d'autunno si levan le foglie
+ l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme d'Adamo
+ gittansi di quel lito ad una ad una,
+ per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Cosi` sen vanno su per l'onda bruna,
+ e avanti che sien di la` discese,
+ anche di qua nuova schiera s'auna.
+
+<<Figliuol mio>>, disse 'l maestro cortese,
+ <<quelli che muoion ne l'ira di Dio
+ tutti convegnon qui d'ogne paese:
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ che' la divina giustizia li sprona,
+ si` che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+ e pero`, se Caron di te si lagna,
+ ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona>>.
+
+Finito questo, la buia campagna
+ tremo` si` forte, che de lo spavento
+ la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+ che baleno` una luce vermiglia
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come l'uom cui sonno piglia.
+
+
+
+Inferno: Canto IV
+
+
+Ruppemi l'alto sonno ne la testa
+ un greve truono, si` ch'io mi riscossi
+ come persona ch'e` per forza desta;
+
+e l'occhio riposato intorno mossi,
+ dritto levato, e fiso riguardai
+ per conoscer lo loco dov'io fossi.
+
+Vero e` che 'n su la proda mi trovai
+ de la valle d'abisso dolorosa
+ che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+ io non vi discernea alcuna cosa.
+
+<<Or discendiam qua giu` nel cieco mondo>>,
+ comincio` il poeta tutto smorto.
+ <<Io saro` primo, e tu sarai secondo>>.
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+ dissi: <<Come verro`, se tu paventi
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?>>.
+
+Ed elli a me: <<L'angoscia de le genti
+ che son qua giu`, nel viso mi dipigne
+ quella pieta` che tu per tema senti.
+
+Andiam, che' la via lunga ne sospigne>>.
+ Cosi` si mise e cosi` mi fe' intrare
+ nel primo cerchio che l'abisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+ non avea pianto mai che di sospiri,
+ che l'aura etterna facevan tremare;
+
+cio` avvenia di duol sanza martiri
+ ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
+ d'infanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: <<Tu non dimandi
+ che spiriti son questi che tu vedi?
+ Or vo' che sappi, innanzi che piu` andi,
+
+ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
+ non basta, perche' non ebber battesmo,
+ ch'e` porta de la fede che tu credi;
+
+e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
+ non adorar debitamente a Dio:
+ e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+ semo perduti, e sol di tanto offesi,
+ che sanza speme vivemo in disio>>.
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
+ pero` che gente di molto valore
+ conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
+
+<<Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore>>,
+ comincia' io per voler esser certo
+ di quella fede che vince ogne errore:
+
+<<uscicci mai alcuno, o per suo merto
+ o per altrui, che poi fosse beato?>>.
+ E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: <<Io era nuovo in questo stato,
+ quando ci vidi venire un possente,
+ con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci l'ombra del primo parente,
+ d'Abel suo figlio e quella di Noe`,
+ di Moise` legista e ubidente;
+
+Abraam patriarca e David re,
+ Israel con lo padre e co' suoi nati
+ e con Rachele, per cui tanto fe';
+
+e altri molti, e feceli beati.
+ E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
+ spiriti umani non eran salvati>>.
+
+Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
+ ma passavam la selva tuttavia,
+ la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+ di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
+ ch'emisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi n'eravamo ancora un poco,
+ ma non si` ch'io non discernessi in parte
+ ch'orrevol gente possedea quel loco.
+
+<<O tu ch'onori scienzia e arte,
+ questi chi son c'hanno cotanta onranza,
+ che dal modo de li altri li diparte?>>.
+
+E quelli a me: <<L'onrata nominanza
+ che di lor suona su` ne la tua vita,
+ grazia acquista in ciel che si` li avanza>>.
+
+Intanto voce fu per me udita:
+ <<Onorate l'altissimo poeta:
+ l'ombra sua torna, ch'era dipartita>>.
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+ vidi quattro grand'ombre a noi venire:
+ sembianz'avevan ne' trista ne' lieta.
+
+Lo buon maestro comincio` a dire:
+ <<Mira colui con quella spada in mano,
+ che vien dinanzi ai tre si` come sire:
+
+quelli e` Omero poeta sovrano;
+ l'altro e` Orazio satiro che vene;
+ Ovidio e` 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
+
+Pero` che ciascun meco si convene
+ nel nome che sono` la voce sola,
+ fannomi onore, e di cio` fanno bene>>.
+
+Cosi` vid'i' adunar la bella scola
+ di quel segnor de l'altissimo canto
+ che sovra li altri com'aquila vola.
+
+Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
+ volsersi a me con salutevol cenno,
+ e 'l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e piu` d'onore ancora assai mi fenno,
+ ch'e' si` mi fecer de la loro schiera,
+ si` ch'io fui sesto tra cotanto senno.
+
+Cosi` andammo infino a la lumera,
+ parlando cose che 'l tacere e` bello,
+ si` com'era 'l parlar cola` dov'era.
+
+Venimmo al pie` d'un nobile castello,
+ sette volte cerchiato d'alte mura,
+ difeso intorno d'un bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+ per sette porte intrai con questi savi:
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
+ di grande autorita` ne' lor sembianti:
+ parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci cosi` da l'un de' canti,
+ in loco aperto, luminoso e alto,
+ si` che veder si potien tutti quanti.
+
+Cola` diritto, sovra 'l verde smalto,
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,
+ che del vedere in me stesso m'essalto.
+
+I' vidi Eletra con molti compagni,
+ tra ' quai conobbi Ettor ed Enea,
+ Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+ da l'altra parte, vidi 'l re Latino
+ che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che caccio` Tarquino,
+ Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
+ e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
+
+Poi ch'innalzai un poco piu` le ciglia,
+ vidi 'l maestro di color che sanno
+ seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+ quivi vid'io Socrate e Platone,
+ che 'nnanzi a li altri piu` presso li stanno;
+
+Democrito, che 'l mondo a caso pone,
+ Diogenes, Anassagora e Tale,
+ Empedocles, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+ Diascoride dico; e vidi Orfeo,
+ Tulio e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geometra e Tolomeo,
+ Ipocrate, Avicenna e Galieno,
+ Averois, che 'l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+ pero` che si` mi caccia il lungo tema,
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+ per altra via mi mena il savio duca,
+ fuor de la queta, ne l'aura che trema.
+
+E vegno in parte ove non e` che luca.
+
+
+
+Inferno: Canto V
+
+
+Cosi` discesi del cerchio primaio
+ giu` nel secondo, che men loco cinghia,
+ e tanto piu` dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:
+ essamina le colpe ne l'intrata;
+ giudica e manda secondo ch'avvinghia.
+
+Dico che quando l'anima mal nata
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;
+ e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco d'inferno e` da essa;
+ cignesi con la coda tante volte
+ quantunque gradi vuol che giu` sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
+ dicono e odono, e poi son giu` volte.
+
+<<O tu che vieni al doloroso ospizio>>,
+ disse Minos a me quando mi vide,
+ lasciando l'atto di cotanto offizio,
+
+<<guarda com'entri e di cui tu ti fide;
+ non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!>>.
+ E 'l duca mio a lui: <<Perche' pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+ vuolsi cosi` cola` dove si puote
+ cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.
+
+Or incomincian le dolenti note
+ a farmisi sentire; or son venuto
+ la` dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco d'ogne luce muto,
+ che mugghia come fa mar per tempesta,
+ se da contrari venti e` combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+ mena li spirti con la sua rapina;
+ voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;
+ bestemmian quivi la virtu` divina.
+
+Intesi ch'a cosi` fatto tormento
+ enno dannati i peccator carnali,
+ che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan l'ali
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+ cosi` quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di la`, di giu`, di su` li mena;
+ nulla speranza li conforta mai,
+ non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+ faccendo in aere di se' lunga riga,
+ cosi` vid'io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+ per ch'i' dissi: <<Maestro, chi son quelle
+ genti che l'aura nera si` gastiga?>>.
+
+<<La prima di color di cui novelle
+ tu vuo' saper>>, mi disse quelli allotta,
+ <<fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu si` rotta,
+ che libito fe' licito in sua legge,
+ per torre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell'e` Semiramis, di cui si legge
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:
+ tenne la terra che 'l Soldan corregge.
+
+L'altra e` colei che s'ancise amorosa,
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;
+ poi e` Cleopatras lussuriosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+ tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
+ che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Paris, Tristano>>; e piu` di mille
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ ch'amor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
+ nomar le donne antiche e ' cavalieri,
+ pieta` mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I' cominciai: <<Poeta, volontieri
+ parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
+ e paion si` al vento esser leggeri>>.
+
+Ed elli a me: <<Vedrai quando saranno
+ piu` presso a noi; e tu allor li priega
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno>>.
+
+Si` tosto come il vento a noi li piega,
+ mossi la voce: <<O anime affannate,
+ venite a noi parlar, s'altri nol niega!>>.
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+ con l'ali alzate e ferme al dolce nido
+ vegnon per l'aere dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov'e` Dido,
+ a noi venendo per l'aere maligno,
+ si` forte fu l'affettuoso grido.
+
+<<O animal grazioso e benigno
+ che visitando vai per l'aere perso
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de l'universo,
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,
+ poi c'hai pieta` del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+ noi udiremo e parleremo a voi,
+ mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+ su la marina dove 'l Po discende
+ per aver pace co' seguaci sui.
+
+Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
+ prese costui de la bella persona
+ che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
+
+Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
+ mi prese del costui piacer si` forte,
+ che, come vedi, ancor non m'abbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte:
+ Caina attende chi a vita ci spense>>.
+ Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand'io intesi quell'anime offense,
+ china' il viso e tanto il tenni basso,
+ fin che 'l poeta mi disse: <<Che pense?>>.
+
+Quando rispuosi, cominciai: <<Oh lasso,
+ quanti dolci pensier, quanto disio
+ meno` costoro al doloroso passo!>>.
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
+ e cominciai: <<Francesca, i tuoi martiri
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
+ a che e come concedette Amore
+ che conosceste i dubbiosi disiri?>>.
+
+E quella a me: <<Nessun maggior dolore
+ che ricordarsi del tempo felice
+ ne la miseria; e cio` sa 'l tuo dottore.
+
+Ma s'a conoscer la prima radice
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+ diro` come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+ di Lancialotto come amor lo strinse;
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per piu` fiate li occhi ci sospinse
+ quella lettura, e scolorocci il viso;
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disiato riso
+ esser basciato da cotanto amante,
+ questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi bascio` tutto tremante.
+ Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
+ quel giorno piu` non vi leggemmo avante>>.
+
+Mentre che l'uno spirto questo disse,
+ l'altro piangea; si` che di pietade
+ io venni men cosi` com'io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+Inferno: Canto VI
+
+
+Al tornar de la mente, che si chiuse
+ dinanzi a la pieta` d'i due cognati,
+ che di trestizia tutto mi confuse,
+
+novi tormenti e novi tormentati
+ mi veggio intorno, come ch'io mi mova
+ e ch'io mi volga, e come che io guati.
+
+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+ etterna, maladetta, fredda e greve;
+ regola e qualita` mai non l'e` nova.
+
+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+ per l'aere tenebroso si riversa;
+ pute la terra che questo riceve.
+
+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+ con tre gole caninamente latra
+ sovra la gente che quivi e` sommersa.
+
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+ e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
+ graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+ de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
+ volgonsi spesso i miseri profani.
+
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+ non avea membro che tenesse fermo.
+
+E 'l duca mio distese le sue spanne,
+ prese la terra, e con piene le pugna
+ la gitto` dentro a le bramose canne.
+
+Qual e` quel cane ch'abbaiando agogna,
+ e si racqueta poi che 'l pasto morde,
+ che' solo a divorarlo intende e pugna,
+
+cotai si fecer quelle facce lorde
+ de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
+ l'anime si`, ch'esser vorrebber sorde.
+
+Noi passavam su per l'ombre che adona
+ la greve pioggia, e ponavam le piante
+ sovra lor vanita` che par persona.
+
+Elle giacean per terra tutte quante,
+ fuor d'una ch'a seder si levo`, ratto
+ ch'ella ci vide passarsi davante.
+
+<<O tu che se' per questo 'nferno tratto>>,
+ mi disse, <<riconoscimi, se sai:
+ tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto>>.
+
+E io a lui: <<L'angoscia che tu hai
+ forse ti tira fuor de la mia mente,
+ si` che non par ch'i' ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se' che 'n si` dolente
+ loco se' messo e hai si` fatta pena,
+ che, s'altra e` maggio, nulla e` si` spiacente>>.
+
+Ed elli a me: <<La tua citta`, ch'e` piena
+ d'invidia si` che gia` trabocca il sacco,
+ seco mi tenne in la vita serena.
+
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+ per la dannosa colpa de la gola,
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ che' tutte queste a simil pena stanno
+ per simil colpa>>. E piu` non fe' parola.
+
+Io li rispuosi: <<Ciacco, il tuo affanno
+ mi pesa si`, ch'a lagrimar mi 'nvita;
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la citta` partita;
+ s'alcun v'e` giusto; e dimmi la cagione
+ per che l'ha tanta discordia assalita>>.
+
+E quelli a me: <<Dopo lunga tencione
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia
+ caccera` l'altra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+ infra tre soli, e che l'altra sormonti
+ con la forza di tal che teste' piaggia.
+
+Alte terra` lungo tempo le fronti,
+ tenendo l'altra sotto gravi pesi,
+ come che di cio` pianga o che n'aonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+ superbia, invidia e avarizia sono
+ le tre faville c'hanno i cuori accesi>>.
+
+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+ E io a lui: <<Ancor vo' che mi 'nsegni,
+ e che di piu` parlar mi facci dono.
+
+Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor si` degni,
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
+ e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
+ che' gran disio mi stringe di savere
+ se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca>>.
+
+E quelli: <<Ei son tra l'anime piu` nere:
+ diverse colpe giu` li grava al fondo:
+ se tanto scendi, la` i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+ priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
+ piu` non ti dico e piu` non ti rispondo>>.
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+ guardommi un poco, e poi chino` la testa:
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+E 'l duca disse a me: <<Piu` non si desta
+ di qua dal suon de l'angelica tromba,
+ quando verra` la nimica podesta:
+
+ciascun rivedera` la trista tomba,
+ ripigliera` sua carne e sua figura,
+ udira` quel ch'in etterno rimbomba>>.
+
+Si` trapassammo per sozza mistura
+ de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+ toccando un poco la vita futura;
+
+per ch'io dissi: <<Maestro, esti tormenti
+ crescerann'ei dopo la gran sentenza,
+ o fier minori, o saran si` cocenti?>>.
+
+Ed elli a me: <<Ritorna a tua scienza,
+ che vuol, quanto la cosa e` piu` perfetta,
+ piu` senta il bene, e cosi` la doglienza.
+
+Tutto che questa gente maladetta
+ in vera perfezion gia` mai non vada,
+ di la` piu` che di qua essere aspetta>>.
+
+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+ parlando piu` assai ch'i' non ridico;
+ venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+Inferno: Canto VII
+
+
+<<Pape Satan, pape Satan aleppe!>>,
+ comincio` Pluto con la voce chioccia;
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: <<Non ti noccia
+ la tua paura; che', poder ch'elli abbia,
+ non ci torra` lo scender questa roccia>>.
+
+Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
+ e disse: <<Taci, maladetto lupo!
+ consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+Non e` sanza cagion l'andare al cupo:
+ vuolsi ne l'alto, la` dove Michele
+ fe' la vendetta del superbo strupo>>.
+
+Quali dal vento le gonfiate vele
+ caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
+ tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+Cosi` scendemmo ne la quarta lacca
+ pigliando piu` de la dolente ripa
+ che 'l mal de l'universo tutto insacca.
+
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+ nove travaglie e pene quant'io viddi?
+ e perche' nostra colpa si` ne scipa?
+
+Come fa l'onda la` sovra Cariddi,
+ che si frange con quella in cui s'intoppa,
+ cosi` convien che qui la gente riddi.
+
+Qui vid'i' gente piu` ch'altrove troppa,
+ e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
+ voltando pesi per forza di poppa.
+
+Percoteansi 'ncontro; e poscia pur li`
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+ gridando: <<Perche' tieni?>> e <<Perche' burli?>>.
+
+Cosi` tornavan per lo cerchio tetro
+ da ogne mano a l'opposito punto,
+ gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
+ per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
+ E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: <<Maestro mio, or mi dimostra
+ che gente e` questa, e se tutti fuor cherci
+ questi chercuti a la sinistra nostra>>.
+
+Ed elli a me: <<Tutti quanti fuor guerci
+ si` de la mente in la vita primaia,
+ che con misura nullo spendio ferci.
+
+Assai la voce lor chiaro l'abbaia
+ quando vegnono a' due punti del cerchio
+ dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+ piloso al capo, e papi e cardinali,
+ in cui usa avarizia il suo soperchio>>.
+
+E io: <<Maestro, tra questi cotali
+ dovre' io ben riconoscere alcuni
+ che furo immondi di cotesti mali>>.
+
+Ed elli a me: <<Vano pensiero aduni:
+ la sconoscente vita che i fe' sozzi
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+In etterno verranno a li due cozzi:
+ questi resurgeranno del sepulcro
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+ d'i ben che son commessi a la fortuna,
+ per che l'umana gente si rabbuffa;
+
+che' tutto l'oro ch'e` sotto la luna
+ e che gia` fu, di quest'anime stanche
+ non poterebbe farne posare una>>.
+
+<<Maestro mio>>, diss'io, <<or mi di` anche:
+ questa fortuna di che tu mi tocche,
+ che e`, che i ben del mondo ha si` tra branche?>>.
+
+E quelli a me: <<Oh creature sciocche,
+ quanta ignoranza e` quella che v'offende!
+ Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+ fece li cieli e die` lor chi conduce
+ si` ch'ogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+ Similemente a li splendor mondani
+ ordino` general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+ di gente in gente e d'uno in altro sangue,
+ oltre la difension d'i senni umani;
+
+per ch'una gente impera e l'altra langue,
+ seguendo lo giudicio di costei,
+ che e` occulto come in erba l'angue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+ questa provede, giudica, e persegue
+ suo regno come il loro li altri dei.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue;
+ necessita` la fa esser veloce;
+ si` spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest'e` colei ch'e` tanto posta in croce
+ pur da color che le dovrien dar lode,
+ dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s'e` beata e cio` non ode:
+ con l'altre prime creature lieta
+ volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+ gia` ogne stella cade che saliva
+ quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta>>.
+
+Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
+ sovr'una fonte che bolle e riversa
+ per un fossato che da lei deriva.
+
+L'acqua era buia assai piu` che persa;
+ e noi, in compagnia de l'onde bige,
+ intrammo giu` per una via diversa.
+
+In la palude va c'ha nome Stige
+ questo tristo ruscel, quand'e` disceso
+ al pie` de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+ vidi genti fangose in quel pantano,
+ ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,
+ troncandosi co' denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: <<Figlio, or vedi
+ l'anime di color cui vinse l'ira;
+ e anche vo' che tu per certo credi
+
+che sotto l'acqua e` gente che sospira,
+ e fanno pullular quest'acqua al summo,
+ come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
+
+Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
+ ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
+ portando dentro accidioso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra".
+ Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
+ che' dir nol posson con parola integra>>.
+
+Cosi` girammo de la lorda pozza
+ grand'arco tra la ripa secca e 'l mezzo,
+ con li occhi volti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al pie` d'una torre al da sezzo.
+
+
+
+Inferno: Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, ch'assai prima
+ che noi fossimo al pie` de l'alta torre,
+ li occhi nostri n'andar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre
+ e un'altra da lungi render cenno
+ tanto ch'a pena il potea l'occhio torre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
+ dissi: <<Questo che dice? e che risponde
+ quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?>>.
+
+Ed elli a me: <<Su per le sucide onde
+ gia` scorgere puoi quello che s'aspetta,
+ se 'l fummo del pantan nol ti nasconde>>.
+
+Corda non pinse mai da se' saetta
+ che si` corresse via per l'aere snella,
+ com'io vidi una nave piccioletta
+
+venir per l'acqua verso noi in quella,
+ sotto 'l governo d'un sol galeoto,
+ che gridava: <<Or se' giunta, anima fella!>>.
+
+<<Flegias, Flegias, tu gridi a voto>>,
+ disse lo mio segnore <<a questa volta:
+ piu` non ci avrai che sol passando il loto>>.
+
+Qual e` colui che grande inganno ascolta
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+ fecesi Flegias ne l'ira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+ e poi mi fece intrare appresso lui;
+ e sol quand'io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
+ segando se ne va l'antica prora
+ de l'acqua piu` che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,
+ e disse: <<Chi se' tu che vieni anzi ora?>>.
+
+E io a lui: <<S'i' vegno, non rimango;
+ ma tu chi se', che si` se' fatto brutto?>>.
+ Rispuose: <<Vedi che son un che piango>>.
+
+E io a lui: <<Con piangere e con lutto,
+ spirito maladetto, ti rimani;
+ ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto>>.
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+ per che 'l maestro accorto lo sospinse,
+ dicendo: <<Via costa` con li altri cani!>>.
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+ basciommi 'l volto, e disse: <<Alma sdegnosa,
+ benedetta colei che 'n te s'incinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+ bonta` non e` che sua memoria fregi:
+ cosi` s'e` l'ombra sua qui furiosa.
+
+Quanti si tegnon or la` su` gran regi
+ che qui staranno come porci in brago,
+ di se' lasciando orribili dispregi!>>.
+
+E io: <<Maestro, molto sarei vago
+ di vederlo attuffare in questa broda
+ prima che noi uscissimo del lago>>.
+
+Ed elli a me: <<Avante che la proda
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+ di tal disio convien che tu goda>>.
+
+Dopo cio` poco vid'io quello strazio
+ far di costui a le fangose genti,
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: <<A Filippo Argenti!>>;
+ e 'l fiorentino spirito bizzarro
+ in se' medesmo si volvea co' denti.
+
+Quivi il lasciammo, che piu` non ne narro;
+ ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
+ per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: <<Omai, figliuolo,
+ s'appressa la citta` c'ha nome Dite,
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo>>.
+
+E io: <<Maestro, gia` le sue meschite
+ la` entro certe ne la valle cerno,
+ vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero>>. Ed ei mi disse: <<Il foco etterno
+ ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
+ come tu vedi in questo basso inferno>>.
+
+Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
+ che vallan quella terra sconsolata:
+ le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+ venimmo in parte dove il nocchier forte
+ <<Usciteci>>, grido`: <<qui e` l'intrata>>.
+
+Io vidi piu` di mille in su le porte
+ da ciel piovuti, che stizzosamente
+ dicean: <<Chi e` costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?>>.
+ E 'l savio mio maestro fece segno
+ di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno,
+ e disser: <<Vien tu solo, e quei sen vada,
+ che si` ardito intro` per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+ pruovi, se sa; che' tu qui rimarrai
+ che li ha' iscorta si` buia contrada>>.
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+ nel suon de le parole maladette,
+ che' non credetti ritornarci mai.
+
+<<O caro duca mio, che piu` di sette
+ volte m'hai sicurta` renduta e tratto
+ d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar>>, diss'io, <<cosi` disfatto;
+ e se 'l passar piu` oltre ci e` negato,
+ ritroviam l'orme nostre insieme ratto>>.
+
+E quel segnor che li` m'avea menato,
+ mi disse: <<Non temer; che' 'l nostro passo
+ non ci puo` torre alcun: da tal n'e` dato.
+
+Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
+ conforta e ciba di speranza buona,
+ ch'i' non ti lascero` nel mondo basso>>.
+
+Cosi` sen va, e quivi m'abbandona
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+ che si` e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello ch'a lor porse;
+ ma ei non stette la` con essi guari,
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que' nostri avversari
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
+ e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+ d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
+ <<Chi m'ha negate le dolenti case!>>.
+
+E a me disse: <<Tu, perch'io m'adiri,
+ non sbigottir, ch'io vincero` la prova,
+ qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
+
+Questa lor tracotanza non e` nova;
+ che' gia` l'usaro a men segreta porta,
+ la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr'essa vedestu` la scritta morta:
+ e gia` di qua da lei discende l'erta,
+ passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta>>.
+
+
+
+Inferno: Canto IX
+
+
+Quel color che vilta` di fuor mi pinse
+ veggendo il duca mio tornare in volta,
+ piu` tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si fermo` com'uom ch'ascolta;
+ che' l'occhio nol potea menare a lunga
+ per l'aere nero e per la nebbia folta.
+
+<<Pur a noi converra` vincer la punga>>,
+ comincio` el, <<se non... Tal ne s'offerse.
+ Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!>>.
+
+I' vidi ben si` com'ei ricoperse
+ lo cominciar con l'altro che poi venne,
+ che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+ perch'io traeva la parola tronca
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+<<In questo fondo de la trista conca
+ discende mai alcun del primo grado,
+ che sol per pena ha la speranza cionca?>>.
+
+Questa question fec'io; e quei <<Di rado
+ incontra>>, mi rispuose, <<che di noi
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver e` ch'altra fiata qua giu` fui,
+ congiurato da quella Eriton cruda
+ che richiamava l'ombre a' corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+ ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell'e` 'l piu` basso loco e 'l piu` oscuro,
+ e 'l piu` lontan dal ciel che tutto gira:
+ ben so 'l cammin; pero` ti fa sicuro.
+
+Questa palude che 'l gran puzzo spira
+ cigne dintorno la citta` dolente,
+ u' non potemo intrare omai sanz'ira>>.
+
+E altro disse, ma non l'ho a mente;
+ pero` che l'occhio m'avea tutto tratto
+ ver' l'alta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+ tre furie infernal di sangue tinte,
+ che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+ serpentelli e ceraste avien per crine,
+ onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+ de la regina de l'etterno pianto,
+ <<Guarda>>, mi disse, <<le feroci Erine.
+
+Quest'e` Megera dal sinistro canto;
+ quella che piange dal destro e` Aletto;
+ Tesifon e` nel mezzo>>; e tacque a tanto.
+
+Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
+ battiensi a palme, e gridavan si` alto,
+ ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+<<Vegna Medusa: si` 'l farem di smalto>>,
+ dicevan tutte riguardando in giuso;
+ <<mal non vengiammo in Teseo l'assalto>>.
+
+<<Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
+ che' se 'l Gorgon si mostra e tu 'l vedessi,
+ nulla sarebbe di tornar mai suso>>.
+
+Cosi` disse 'l maestro; ed elli stessi
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
+ mirate la dottrina che s'asconde
+ sotto 'l velame de li versi strani.
+
+E gia` venia su per le torbide onde
+ un fracasso d'un suon, pien di spavento,
+ per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che d'un vento
+ impetuoso per li avversi ardori,
+ che fier la selva e sanz'alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+ dinanzi polveroso va superbo,
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Gli occhi mi sciolse e disse: <<Or drizza il nerbo
+ del viso su per quella schiuma antica
+ per indi ove quel fummo e` piu` acerbo>>.
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+ biscia per l'acqua si dileguan tutte,
+ fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
+
+vid'io piu` di mille anime distrutte
+ fuggir cosi` dinanzi ad un ch'al passo
+ passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell'aere grasso,
+ menando la sinistra innanzi spesso;
+ e sol di quell'angoscia parea lasso.
+
+Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
+ e volsimi al maestro; e quei fe' segno
+ ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+ Venne a la porta, e con una verghetta
+ l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
+
+<<O cacciati del ciel, gente dispetta>>,
+ comincio` elli in su l'orribil soglia,
+ <<ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
+
+Perche' recalcitrate a quella voglia
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+ e che piu` volte v'ha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo>>.
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+ e non fe' motto a noi, ma fe' sembiante
+ d'omo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li e` davante;
+ e noi movemmo i piedi inver' la terra,
+ sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
+ e io, ch'avea di riguardar disio
+ la condizion che tal fortezza serra,
+
+com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
+ e veggio ad ogne man grande campagna
+ piena di duolo e di tormento rio.
+
+Si` come ad Arli, ove Rodano stagna,
+ si` com'a Pola, presso del Carnaro
+ ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
+ cosi` facevan quivi d'ogne parte,
+ salvo che 'l modo v'era piu` amaro;
+
+che' tra gli avelli fiamme erano sparte,
+ per le quali eran si` del tutto accesi,
+ che ferro piu` non chiede verun'arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+ e fuor n'uscivan si` duri lamenti,
+ che ben parean di miseri e d'offesi.
+
+E io: <<Maestro, quai son quelle genti
+ che, seppellite dentro da quell'arche,
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?>>.
+
+Ed elli a me: <<Qui son li eresiarche
+ con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
+ piu` che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile e` sepolto,
+ e i monimenti son piu` e men caldi>>.
+ E poi ch'a la man destra si fu volto,
+
+passammo tra i martiri e li alti spaldi.
+
+
+
+Inferno: Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+ tra 'l muro de la terra e li martiri,
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+<<O virtu` somma, che per li empi giri
+ mi volvi>>, cominciai, <<com'a te piace,
+ parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+ potrebbesi veder? gia` son levati
+ tutt'i coperchi, e nessun guardia face>>.
+
+E quelli a me: <<Tutti saran serrati
+ quando di Iosafat qui torneranno
+ coi corpi che la` su` hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,
+ che l'anima col corpo morta fanno.
+
+Pero` a la dimanda che mi faci
+ quinc'entro satisfatto sara` tosto,
+ e al disio ancor che tu mi taci>>.
+
+E io: <<Buon duca, non tegno riposto
+ a te mio cuor se non per dicer poco,
+ e tu m'hai non pur mo a cio` disposto>>.
+
+<<O Tosco che per la citta` del foco
+ vivo ten vai cosi` parlando onesto,
+ piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+ di quella nobil patria natio
+ a la qual forse fui troppo molesto>>.
+
+Subitamente questo suono uscio
+ d'una de l'arche; pero` m'accostai,
+ temendo, un poco piu` al duca mio.
+
+Ed el mi disse: <<Volgiti! Che fai?
+ Vedi la` Farinata che s'e` dritto:
+ da la cintola in su` tutto 'l vedrai>>.
+
+Io avea gia` il mio viso nel suo fitto;
+ ed el s'ergea col petto e con la fronte
+ com'avesse l'inferno a gran dispitto.
+
+E l'animose man del duca e pronte
+ mi pinser tra le sepulture a lui,
+ dicendo: <<Le parole tue sien conte>>.
+
+Com'io al pie` de la sua tomba fui,
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+ mi dimando`: <<Chi fuor li maggior tui?>>.
+
+Io ch'era d'ubidir disideroso,
+ non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
+ ond'ei levo` le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: <<Fieramente furo avversi
+ a me e a miei primi e a mia parte,
+ si` che per due fiate li dispersi>>.
+
+<<S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte>>,
+ rispuos'io lui, <<l'una e l'altra fiata;
+ ma i vostri non appreser ben quell'arte>>.
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+ un'ombra, lungo questa, infino al mento:
+ credo che s'era in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guardo`, come talento
+ avesse di veder s'altri era meco;
+ e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: <<Se per questo cieco
+ carcere vai per altezza d'ingegno,
+ mio figlio ov'e`? e perche' non e` teco?>>.
+
+E io a lui: <<Da me stesso non vegno:
+ colui ch'attende la`, per qui mi mena
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno>>.
+
+Le sue parole e 'l modo de la pena
+ m'avean di costui gia` letto il nome;
+ pero` fu la risposta cosi` piena.
+
+Di subito drizzato grido`: <<Come?
+ dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?>>.
+
+Quando s'accorse d'alcuna dimora
+ ch'io facea dinanzi a la risposta,
+ supin ricadde e piu` non parve fora.
+
+Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
+ restato m'era, non muto` aspetto,
+ ne' mosse collo, ne' piego` sua costa:
+
+e se' continuando al primo detto,
+ <<S'elli han quell'arte>>, disse, <<male appresa,
+ cio` mi tormenta piu` che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+ la faccia de la donna che qui regge,
+ che tu saprai quanto quell'arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+ dimmi: perche' quel popolo e` si` empio
+ incontr'a' miei in ciascuna sua legge?>>.
+
+Ond'io a lui: <<Lo strazio e 'l grande scempio
+ che fece l'Arbia colorata in rosso,
+ tal orazion fa far nel nostro tempio>>.
+
+Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
+ <<A cio` non fu' io sol>>, disse, <<ne' certo
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu' io solo, la` dove sofferto
+ fu per ciascun di torre via Fiorenza,
+ colui che la difesi a viso aperto>>.
+
+<<Deh, se riposi mai vostra semenza>>,
+ prega' io lui, <<solvetemi quel nodo
+ che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+ dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
+ e nel presente tenete altro modo>>.
+
+<<Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
+ le cose>>, disse, <<che ne son lontano;
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando s'appressano o son, tutto e` vano
+ nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
+ nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Pero` comprender puoi che tutta morta
+ fia nostra conoscenza da quel punto
+ che del futuro fia chiusa la porta>>.
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+ dissi: <<Or direte dunque a quel caduto
+ che 'l suo nato e` co'vivi ancor congiunto;
+
+e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
+ fate i saper che 'l fei perche' pensava
+ gia` ne l'error che m'avete soluto>>.
+
+E gia` 'l maestro mio mi richiamava;
+ per ch'i' pregai lo spirto piu` avaccio
+ che mi dicesse chi con lu' istava.
+
+Dissemi: <<Qui con piu` di mille giaccio:
+ qua dentro e` 'l secondo Federico,
+ e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio>>.
+
+Indi s'ascose; e io inver' l'antico
+ poeta volsi i passi, ripensando
+ a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, cosi` andando,
+ mi disse: <<Perche' se' tu si` smarrito?>>.
+ E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+<<La mente tua conservi quel ch'udito
+ hai contra te>>, mi comando` quel saggio.
+ <<E ora attendi qui>>, e drizzo` 'l dito:
+
+<<quando sarai dinanzi al dolce raggio
+ di quella il cui bell'occhio tutto vede,
+ da lei saprai di tua vita il viaggio>>.
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+ lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
+ per un sentier ch'a una valle fiede,
+
+che 'nfin la` su` facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+Inferno: Canto XI
+
+
+In su l'estremita` d'un'alta ripa
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio
+ venimmo sopra piu` crudele stipa;
+
+e quivi, per l'orribile soperchio
+ del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
+ che dicea: "Anastasio papa guardo,
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta".
+
+<<Lo nostro scender conviene esser tardo,
+ si` che s'ausi un poco in prima il senso
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo>>.
+
+Cosi` 'l maestro; e io <<Alcun compenso>>,
+ dissi lui, <<trova che 'l tempo non passi
+ perduto>>. Ed elli: <<Vedi ch'a cio` penso>>.
+
+<<Figliuol mio, dentro da cotesti sassi>>,
+ comincio` poi a dir, <<son tre cerchietti
+ di grado in grado, come que' che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ ma perche' poi ti basti pur la vista,
+ intendi come e perche' son costretti.
+
+D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
+ ingiuria e` 'l fine, ed ogne fin cotale
+ o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perche' frode e` de l'uom proprio male,
+ piu` spiace a Dio; e pero` stan di sotto
+ li frodolenti, e piu` dolor li assale.
+
+Di violenti il primo cerchio e` tutto;
+ ma perche' si fa forza a tre persone,
+ in tre gironi e` distinto e costrutto.
+
+A Dio, a se', al prossimo si pone
+ far forza, dico in loro e in lor cose,
+ come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+ guastatori e predon, tutti tormenta
+ lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in se' man violenta
+ e ne' suoi beni; e pero` nel secondo
+ giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva se' del vostro mondo,
+ biscazza e fonde la sua facultade,
+ e piange la` dov'esser de' giocondo.
+
+Puossi far forza nella deitade,
+ col cor negando e bestemmiando quella,
+ e spregiando natura e sua bontade;
+
+e pero` lo minor giron suggella
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond'ogne coscienza e` morsa,
+ puo` l'omo usare in colui che 'n lui fida
+ e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par ch'incida
+ pur lo vinco d'amor che fa natura;
+ onde nel cerchio secondo s'annida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+ falsita`, ladroneccio e simonia,
+ ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per l'altro modo quell'amor s'oblia
+ che fa natura, e quel ch'e` poi aggiunto,
+ di che la fede spezial si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov'e` 'l punto
+ de l'universo in su che Dite siede,
+ qualunque trade in etterno e` consunto>>.
+
+E io: <<Maestro, assai chiara procede
+ la tua ragione, e assai ben distingue
+ questo baratro e 'l popol ch'e' possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,
+ e che s'incontran con si` aspre lingue,
+
+perche' non dentro da la citta` roggia
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+ e se non li ha, perche' sono a tal foggia?>>.
+
+Ed elli a me <<Perche' tanto delira>>,
+ disse <<lo 'ngegno tuo da quel che sole?
+ o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+ con le quai la tua Etica pertratta
+ le tre disposizion che 'l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+ bestialitade? e come incontenenza
+ men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+ e rechiti a la mente chi son quelli
+ che su` di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perche' da questi felli
+ sien dipartiti, e perche' men crucciata
+ la divina vendetta li martelli>>.
+
+<<O sol che sani ogni vista turbata,
+ tu mi contenti si` quando tu solvi,
+ che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi>>,
+ diss'io, <<la` dove di' ch'usura offende
+ la divina bontade, e 'l groppo solvi>>.
+
+<<Filosofia>>, mi disse, <<a chi la 'ntende,
+ nota, non pure in una sola parte,
+ come natura lo suo corso prende
+
+dal divino 'ntelletto e da sua arte;
+ e se tu ben la tua Fisica note,
+ tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che l'arte vostra quella, quanto pote,
+ segue, come 'l maestro fa 'l discente;
+ si` che vostr'arte a Dio quasi e` nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+ lo Genesi` dal principio, convene
+ prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perche' l'usuriere altra via tene,
+ per se' natura e per la sua seguace
+ dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
+ che' i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
+ e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
+
+e 'l balzo via la` oltra si dismonta>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XII
+
+
+Era lo loco ov'a scender la riva
+ venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
+ tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual e` quella ruina che nel fianco
+ di qua da Trento l'Adice percosse,
+ o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+ al piano e` si` la roccia discoscesa,
+ ch'alcuna via darebbe a chi su` fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+ e 'n su la punta de la rotta lacca
+ l'infamia di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+ e quando vide noi, se' stesso morse,
+ si` come quei cui l'ira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver' lui grido`: <<Forse
+ tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
+ che su` nel mondo la morte ti porse?
+
+Partiti, bestia: che' questi non vene
+ ammaestrato da la tua sorella,
+ ma vassi per veder le vostre pene>>.
+
+Qual e` quel toro che si slaccia in quella
+ c'ha ricevuto gia` 'l colpo mortale,
+ che gir non sa, ma qua e la` saltella,
+
+vid'io lo Minotauro far cotale;
+ e quello accorto grido`: <<Corri al varco:
+ mentre ch'e' 'nfuria, e` buon che tu ti cale>>.
+
+Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco
+ di quelle pietre, che spesso moviensi
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: <<Tu pensi
+ forse a questa ruina ch'e` guardata
+ da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
+
+Or vo' che sappi che l'altra fiata
+ ch'i' discesi qua giu` nel basso inferno,
+ questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+ che venisse colui che la gran preda
+ levo` a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti l'alta valle feda
+ tremo` si`, ch'i' pensai che l'universo
+ sentisse amor, per lo qual e` chi creda
+
+piu` volte il mondo in caosso converso;
+ e in quel punto questa vecchia roccia
+ qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, che' s'approccia
+ la riviera del sangue in la qual bolle
+ qual che per violenza in altrui noccia>>.
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+ che si` ci sproni ne la vita corta,
+ e ne l'etterna poi si` mal c'immolle!
+
+Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
+ come quella che tutto 'l piano abbraccia,
+ secondo ch'avea detto la mia scorta;
+
+e tra 'l pie` de la ripa ed essa, in traccia
+ corrien centauri, armati di saette,
+ come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+ e de la schiera tre si dipartiro
+ con archi e asticciuole prima elette;
+
+e l'un grido` da lungi: <<A qual martiro
+ venite voi che scendete la costa?
+ Ditel costinci; se non, l'arco tiro>>.
+
+Lo mio maestro disse: <<La risposta
+ farem noi a Chiron costa` di presso:
+ mal fu la voglia tua sempre si` tosta>>.
+
+Poi mi tento`, e disse: <<Quelli e` Nesso,
+ che mori` per la bella Deianira
+ e fe' di se' la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
+ e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille;
+ quell'altro e` Folo, che fu si` pien d'ira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+ saettando qual anima si svelle
+ del sangue piu` che sua colpa sortille>>.
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+ Chiron prese uno strale, e con la cocca
+ fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
+ disse a' compagni: <<Siete voi accorti
+ che quel di retro move cio` ch'el tocca?
+
+Cosi` non soglion far li pie` d'i morti>>.
+ E 'l mio buon duca, che gia` li er'al petto,
+ dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: <<Ben e` vivo, e si` soletto
+ mostrar li mi convien la valle buia;
+ necessita` 'l ci 'nduce, e non diletto.
+
+Tal si parti` da cantare alleluia
+ che mi commise quest'officio novo:
+ non e` ladron, ne' io anima fuia.
+
+Ma per quella virtu` per cu' io movo
+ li passi miei per si` selvaggia strada,
+ danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri la` dove si guada
+ e che porti costui in su la groppa,
+ che' non e` spirto che per l'aere vada>>.
+
+Chiron si volse in su la destra poppa,
+ e disse a Nesso: <<Torna, e si` li guida,
+ e fa cansar s'altra schiera v'intoppa>>.
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+ lungo la proda del bollor vermiglio,
+ dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+ e 'l gran centauro disse: <<E' son tiranni
+ che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+ quivi e` Alessandro, e Dionisio fero,
+ che fe' Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte c'ha 'l pel cosi` nero,
+ e` Azzolino; e quell'altro ch'e` biondo,
+ e` Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro su` nel mondo>>.
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+ <<Questi ti sia or primo, e io secondo>>.
+
+Poco piu` oltre il centauro s'affisse
+ sovr'una gente che 'nfino a la gola
+ parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
+ dicendo: <<Colui fesse in grembo a Dio
+ lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola>>.
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+ tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
+ e di costoro assai riconobb'io.
+
+Cosi` a piu` a piu` si facea basso
+ quel sangue, si` che cocea pur li piedi;
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+<<Si` come tu da questa parte vedi
+ lo bulicame che sempre si scema>>,
+ disse 'l centauro, <<voglio che tu credi
+
+che da quest'altra a piu` a piu` giu` prema
+ lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
+ ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+ quell'Attila che fu flagello in terra
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+ che fecero a le strade tanta guerra>>.
+
+Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.
+
+
+
+Inferno: Canto XIII
+
+
+Non era ancor di la` Nesso arrivato,
+ quando noi ci mettemmo per un bosco
+ che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+ non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
+ non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:
+
+non han si` aspri sterpi ne' si` folti
+ quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
+ tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+ che cacciar de le Strofade i Troiani
+ con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+ pie` con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
+ fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E 'l buon maestro <<Prima che piu` entre,
+ sappi che se' nel secondo girone>>,
+ mi comincio` a dire, <<e sarai mentre
+
+che tu verrai ne l'orribil sabbione.
+ Pero` riguarda ben; si` vederai
+ cose che torrien fede al mio sermone>>.
+
+Io sentia d'ogne parte trarre guai,
+ e non vedea persona che 'l facesse;
+ per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
+
+Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi
+ da gente che per noi si nascondesse.
+
+Pero` disse 'l maestro: <<Se tu tronchi
+ qualche fraschetta d'una d'este piante,
+ li pensier c'hai si faran tutti monchi>>.
+
+Allor porsi la mano un poco avante,
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;
+ e 'l tronco suo grido`: <<Perche' mi schiante?>>.
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ ricomincio` a dir: <<Perche' mi scerpi?
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ ben dovrebb'esser la tua man piu` pia,
+ se state fossimo anime di serpi>>.
+
+Come d'un stizzo verde ch'arso sia
+ da l'un de'capi, che da l'altro geme
+ e cigola per vento che va via,
+
+si` de la scheggia rotta usciva insieme
+ parole e sangue; ond'io lasciai la cima
+ cadere, e stetti come l'uom che teme.
+
+<<S'elli avesse potuto creder prima>>,
+ rispuose 'l savio mio, <<anima lesa,
+ cio` c'ha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ ma la cosa incredibile mi fece
+ indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, si` che 'n vece
+ d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
+ nel mondo su`, dove tornar li lece>>.
+
+E 'l tronco: <<Si` col dolce dir m'adeschi,
+ ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
+ perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+ del cor di Federigo, e che le volsi,
+ serrando e diserrando, si` soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
+ fede portai al glorioso offizio,
+ tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
+
+La meretrice che mai da l'ospizio
+ di Cesare non torse li occhi putti,
+ morte comune e de le corti vizio,
+
+infiammo` contra me li animi tutti;
+ e li 'nfiammati infiammar si` Augusto,
+ che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+L'animo mio, per disdegnoso gusto,
+ credendo col morir fuggir disdegno,
+ ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici d'esto legno
+ vi giuro che gia` mai non ruppi fede
+ al mio segnor, che fu d'onor si` degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+ conforti la memoria mia, che giace
+ ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.
+
+Un poco attese, e poi <<Da ch'el si tace>>,
+ disse 'l poeta a me, <<non perder l'ora;
+ ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace>>.
+
+Ond'io a lui: <<Domandal tu ancora
+ di quel che credi ch'a me satisfaccia;
+ ch'i' non potrei, tanta pieta` m'accora>>.
+
+Percio` ricomincio`: <<Se l'om ti faccia
+ liberamente cio` che 'l tuo dir priega,
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come l'anima si lega
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+ s'alcuna mai di tai membra si spiega>>.
+
+Allor soffio` il tronco forte, e poi
+ si converti` quel vento in cotal voce:
+ <<Brievemente sara` risposto a voi.
+
+Quando si parte l'anima feroce
+ dal corpo ond'ella stessa s'e` disvelta,
+ Minos la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l'e` parte scelta;
+ ma la` dove fortuna la balestra,
+ quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+ l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come l'altre verrem per nostre spoglie,
+ ma non pero` ch'alcuna sen rivesta,
+ che' non e` giusto aver cio` ch'om si toglie.
+
+Qui le trascineremo, e per la mesta
+ selva saranno i nostri corpi appesi,
+ ciascuno al prun de l'ombra sua molesta>>.
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+ credendo ch'altro ne volesse dire,
+ quando noi fummo d'un romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+ sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
+ ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+ nudi e graffiati, fuggendo si` forte,
+ che de la selva rompieno ogni rosta.
+
+Quel dinanzi: <<Or accorri, accorri, morte!>>.
+ E l'altro, cui pareva tardar troppo,
+ gridava: <<Lano, si` non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!>>.
+ E poi che forse li fallia la lena,
+ di se' e d'un cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+ di nere cagne, bramose e correnti
+ come veltri ch'uscisser di catena.
+
+In quel che s'appiatto` miser li denti,
+ e quel dilaceraro a brano a brano;
+ poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+ e menommi al cespuglio che piangea,
+ per le rotture sanguinenti in vano.
+
+<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea,
+ che t'e` giovato di me fare schermo?
+ che colpa ho io de la tua vita rea?>>.
+
+Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
+ disse <<Chi fosti, che per tante punte
+ soffi con sangue doloroso sermo?>>.
+
+Ed elli a noi: <<O anime che giunte
+ siete a veder lo strazio disonesto
+ c'ha le mie fronde si` da me disgiunte,
+
+raccoglietele al pie` del tristo cesto.
+ I' fui de la citta` che nel Batista
+ muto` il primo padrone; ond'ei per questo
+
+sempre con l'arte sua la fara` trista;
+ e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
+ rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que' cittadin che poi la rifondarno
+ sovra 'l cener che d'Attila rimase,
+ avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibbetto a me de le mie case>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XIV
+
+
+Poi che la carita` del natio loco
+ mi strinse, raunai le fronde sparte,
+ e rende'le a colui, ch'era gia` fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+ lo secondo giron dal terzo, e dove
+ si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+ dico che arrivammo ad una landa
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l'e` ghirlanda
+ intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+ non d'altra foggia fatta che colei
+ che fu da' pie` di Caton gia` soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+ esser temuta da ciascun che legge
+ cio` che fu manifesto a li occhi miei!
+
+D'anime nude vidi molte gregge
+ che piangean tutte assai miseramente,
+ e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+ alcuna si sedea tutta raccolta,
+ e altra andava continuamente.
+
+Quella che giva intorno era piu` molta,
+ e quella men che giacea al tormento,
+ ma piu` al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
+ piovean di foco dilatate falde,
+ come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+ d'India vide sopra 'l suo stuolo
+ fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
+ con le sue schiere, accio` che lo vapore
+ mei si stingueva mentre ch'era solo:
+
+tale scendeva l'etternale ardore;
+ onde la rena s'accendea, com'esca
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+ de le misere mani, or quindi or quinci
+ escotendo da se' l'arsura fresca.
+
+I' cominciai: <<Maestro, tu che vinci
+ tutte le cose, fuor che ' demon duri
+ ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi e` quel grande che non par che curi
+ lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
+ si` che la pioggia non par che 'l marturi?>>.
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+ ch'io domandava il mio duca di lui,
+ grido`: <<Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
+ crucciato prese la folgore aguta
+ onde l'ultimo di` percosso fui;
+
+o s'elli stanchi li altri a muta a muta
+ in Mongibello a la focina negra,
+ chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
+
+si` com'el fece a la pugna di Flegra,
+ e me saetti con tutta sua forza,
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.
+
+Allora il duca mio parlo` di forza
+ tanto, ch'i' non l'avea si` forte udito:
+ <<O Capaneo, in cio` che non s'ammorza
+
+la tua superbia, se' tu piu` punito:
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+ sarebbe al tuo furor dolor compito>>.
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia
+ dicendo: <<Quei fu l'un d'i sette regi
+ ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
+ ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
+ sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti>>.
+
+Tacendo divenimmo la` 've spiccia
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+ che parton poi tra lor le peccatrici,
+ tal per la rena giu` sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+ fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
+ per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
+
+<<Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
+ poscia che noi intrammo per la porta
+ lo cui sogliare a nessuno e` negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+ notabile com'e` 'l presente rio,
+ che sovra se' tutte fiammelle ammorta>>.
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+ per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
+ di cui largito m'avea il disio.
+
+<<In mezzo mar siede un paese guasto>>,
+ diss'elli allora, <<che s'appella Creta,
+ sotto 'l cui rege fu gia` 'l mondo casto.
+
+Una montagna v'e` che gia` fu lieta
+ d'acqua e di fronde, che si chiamo` Ida:
+ or e` diserta come cosa vieta.
+
+Rea la scelse gia` per cuna fida
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+ quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+ che tien volte le spalle inver' Dammiata
+ e Roma guarda come suo speglio.
+
+La sua testa e` di fin oro formata,
+ e puro argento son le braccia e 'l petto,
+ poi e` di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso e` tutto ferro eletto,
+ salvo che 'l destro piede e` terra cotta;
+ e sta 'n su quel piu` che 'n su l'altro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che l'oro, e` rotta
+ d'una fessura che lagrime goccia,
+ le quali, accolte, foran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia:
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+ poi sen van giu` per questa stretta doccia
+
+infin, la` ove piu` non si dismonta
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+ tu lo vedrai, pero` qui non si conta>>.
+
+E io a lui: <<Se 'l presente rigagno
+ si diriva cosi` dal nostro mondo,
+ perche' ci appar pur a questo vivagno?>>.
+
+Ed elli a me: <<Tu sai che 'l loco e` tondo;
+ e tutto che tu sie venuto molto,
+ pur a sinistra, giu` calando al fondo,
+
+non se' ancor per tutto il cerchio volto:
+ per che, se cosa n'apparisce nova,
+ non de' addur maraviglia al tuo volto>>.
+
+E io ancor: <<Maestro, ove si trova
+ Flegetonta e Lete`? che' de l'un taci,
+ e l'altro di' che si fa d'esta piova>>.
+
+<<In tutte tue question certo mi piaci>>,
+ rispuose; <<ma 'l bollor de l'acqua rossa
+ dovea ben solver l'una che tu faci.
+
+Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa,
+ la` dove vanno l'anime a lavarsi
+ quando la colpa pentuta e` rimossa>>.
+
+Poi disse: <<Omai e` tempo da scostarsi
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+ li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XV
+
+
+Ora cen porta l'un de' duri margini;
+ e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+ si` che dal foco salva l'acqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+ temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
+ fanno lo schermo perche' 'l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+ per difender lor ville e lor castelli,
+ anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+ tutto che ne' si` alti ne' si` grossi,
+ qual che si fosse, lo maestro felli.
+
+Gia` eravam da la selva rimossi
+ tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
+ perch'io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo d'anime una schiera
+ che venian lungo l'argine, e ciascuna
+ ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+ e si` ver' noi aguzzavan le ciglia
+ come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Cosi` adocchiato da cotal famiglia,
+ fui conosciuto da un, che mi prese
+ per lo lembo e grido`: <<Qual maraviglia!>>.
+
+E io, quando 'l suo braccio a me distese,
+ ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
+ si` che 'l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
+ e chinando la mano a la sua faccia,
+ rispuosi: <<Siete voi qui, ser Brunetto?>>.
+
+E quelli: <<O figliuol mio, non ti dispiaccia
+ se Brunetto Latino un poco teco
+ ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia>>.
+
+I' dissi lui: <<Quanto posso, ven preco;
+ e se volete che con voi m'asseggia,
+ farol, se piace a costui che vo seco>>.
+
+<<O figliuol>>, disse, <<qual di questa greggia
+ s'arresta punto, giace poi cent'anni
+ sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
+
+Pero` va oltre: i' ti verro` a' panni;
+ e poi rigiugnero` la mia masnada,
+ che va piangendo i suoi etterni danni>>.
+
+I' non osava scender de la strada
+ per andar par di lui; ma 'l capo chino
+ tenea com'uom che reverente vada.
+
+El comincio`: <<Qual fortuna o destino
+ anzi l'ultimo di` qua giu` ti mena?
+ e chi e` questi che mostra 'l cammino?>>.
+
+<<La` su` di sopra, in la vita serena>>,
+ rispuos'io lui, <<mi smarri' in una valle,
+ avanti che l'eta` mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+ questi m'apparve, tornand'io in quella,
+ e reducemi a ca per questo calle>>.
+
+Ed elli a me: <<Se tu segui tua stella,
+ non puoi fallire a glorioso porto,
+ se ben m'accorsi ne la vita bella;
+
+e s'io non fossi si` per tempo morto,
+ veggendo il cielo a te cosi` benigno,
+ dato t'avrei a l'opera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+ che discese di Fiesole ab antico,
+ e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si fara`, per tuo ben far, nimico:
+ ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi
+ si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+ gent'e` avara, invidiosa e superba:
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+ che l'una parte e l'altra avranno fame
+ di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+ s'alcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+ di que' Roman che vi rimaser quando
+ fu fatto il nido di malizia tanta>>.
+
+<<Se fosse tutto pieno il mio dimando>>,
+ rispuos'io lui, <<voi non sareste ancora
+ de l'umana natura posto in bando;
+
+che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora,
+ la cara e buona imagine paterna
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+m'insegnavate come l'uom s'etterna:
+ e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
+ convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Cio` che narrate di mio corso scrivo,
+ e serbolo a chiosar con altro testo
+ a donna che sapra`, s'a lei arrivo.
+
+Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
+ pur che mia coscienza non mi garra,
+ che a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non e` nuova a li orecchi miei tal arra:
+ pero` giri Fortuna la sua rota
+ come le piace, e 'l villan la sua marra>>.
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+ destra si volse in dietro, e riguardommi;
+ poi disse: <<Bene ascolta chi la nota>>.
+
+Ne' per tanto di men parlando vommi
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono
+ li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.
+
+Ed elli a me: <<Saper d'alcuno e` buono;
+ de li altri fia laudabile tacerci,
+ che' 'l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+ e litterati grandi e di gran fama,
+ d'un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+ e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
+ s'avessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de' servi
+ fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
+ dove lascio` li mal protesi nervi.
+
+Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone
+ piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio
+ la` surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro
+ nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio>>.
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+ che corrono a Verona il drappo verde
+ per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+Inferno: Canto XVI
+
+
+Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo
+ de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
+ simile a quel che l'arnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+ correndo, d'una torma che passava
+ sotto la pioggia de l'aspro martiro.
+
+Venian ver noi, e ciascuna gridava:
+ <<Sostati tu ch'a l'abito ne sembri
+ esser alcun di nostra terra prava>>.
+
+Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+ Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor s'attese;
+ volse 'l viso ver me, e: <<Or aspetta>>,
+ disse <<a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+ la natura del loco, i' dicerei
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta>>.
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+ l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+ fenno una rota di se' tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,
+ prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+cosi` rotando, ciascuno il visaggio
+ drizzava a me, si` che 'n contraro il collo
+ faceva ai pie` continuo viaggio.
+
+E <<Se miseria d'esto loco sollo
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi>>,
+ comincio` l'uno <<e 'l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+ a dirne chi tu se', che i vivi piedi
+ cosi` sicuro per lo 'nferno freghi.
+
+Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
+ tutto che nudo e dipelato vada,
+ fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+ fece col senno assai e con la spada.
+
+L'altro, ch'appresso me la rena trita,
+ e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+ nel mondo su` dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+ Iacopo Rusticucci fui; e certo
+ la fiera moglie piu` ch'altro mi nuoce>>.
+
+S'i' fossi stato dal foco coperto,
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,
+ e credo che 'l dottor l'avria sofferto;
+
+ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
+ vinse paura la mia buona voglia
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: <<Non dispetto, ma doglia
+ la vostra condizion dentro mi fisse,
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+ parole per le quali i' mi pensai
+ che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+ l'ovra di voi e li onorati nomi
+ con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+ promessi a me per lo verace duca;
+ ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi>>.
+
+<<Se lungamente l'anima conduca
+ le membra tue>>, rispuose quelli ancora,
+ <<e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor di` se dimora
+ ne la nostra citta` si` come suole,
+ o se del tutto se n'e` gita fora;
+
+che' Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+ con noi per poco e va la` coi compagni,
+ assai ne cruccia con le sue parole>>.
+
+<<La gente nuova e i subiti guadagni
+ orgoglio e dismisura han generata,
+ Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni>>.
+
+Cosi` gridai con la faccia levata;
+ e i tre, che cio` inteser per risposta,
+ guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
+
+<<Se l'altre volte si` poco ti costa>>,
+ rispuoser tutti <<il satisfare altrui,
+ felice te se si` parli a tua posta!
+
+Pero`, se campi d'esti luoghi bui
+ e torni a riveder le belle stelle,
+ quando ti giovera` dicere "I' fui",
+
+fa che di noi a la gente favelle>>.
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria potuto dirsi
+ tosto cosi` com'e' fuoro spariti;
+ per ch'al maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+ che 'l suon de l'acqua n'era si` vicino,
+ che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume c'ha proprio cammino
+ prima dal Monte Viso 'nver' levante,
+ da la sinistra costa d'Apennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+ che si divalli giu` nel basso letto,
+ e a Forli` di quel nome e` vacante,
+
+rimbomba la` sovra San Benedetto
+ de l'Alpe per cadere ad una scesa
+ ove dovea per mille esser recetto;
+
+cosi`, giu` d'una ripa discoscesa,
+ trovammo risonar quell'acqua tinta,
+ si` che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+ e con essa pensai alcuna volta
+ prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
+ si` come 'l duca m'avea comandato,
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
+ e alquanto di lunge da la sponda
+ la gitto` giuso in quell'alto burrato.
+
+'E' pur convien che novita` risponda'
+ dicea fra me medesmo 'al novo cenno
+ che 'l maestro con l'occhio si` seconda'.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+ presso a color che non veggion pur l'ovra,
+ ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: <<Tosto verra` di sovra
+ cio` ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
+ tosto convien ch'al tuo viso si scovra>>.
+
+Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
+ de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
+ pero` che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+ di questa comedia, lettor, ti giuro,
+ s'elle non sien di lunga grazia vote,
+
+ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
+ venir notando una figura in suso,
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+si` come torna colui che va giuso
+ talora a solver l'ancora ch'aggrappa
+ o scoglio o altro che nel mare e` chiuso,
+
+che 'n su` si stende, e da pie` si rattrappa.
+
+
+
+Inferno: Canto XVII
+
+
+<<Ecco la fiera con la coda aguzza,
+ che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
+ Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!>>.
+
+Si` comincio` lo mio duca a parlarmi;
+ e accennolle che venisse a proda
+ vicino al fin d'i passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+ sen venne, e arrivo` la testa e 'l busto,
+ ma 'n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia d'uom giusto,
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,
+ e d'un serpente tutto l'altro fusto;
+
+due branche avea pilose insin l'ascelle;
+ lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con piu` color, sommesse e sovraposte
+ non fer mai drappi Tartari ne' Turchi,
+ ne' fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come tal volta stanno a riva i burchi,
+ che parte sono in acqua e parte in terra,
+ e come la` tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero s'assetta a far sua guerra,
+ cosi` la fiera pessima si stava
+ su l'orlo ch'e` di pietra e 'l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+ torcendo in su` la venenosa forca
+ ch'a guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: <<Or convien che si torca
+ la nostra via un poco insino a quella
+ bestia malvagia che cola` si corca>>.
+
+Pero` scendemmo a la destra mammella,
+ e diece passi femmo in su lo stremo,
+ per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+ poco piu` oltre veggio in su la rena
+ gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi 'l maestro <<Accio` che tutta piena
+ esperienza d'esto giron porti>>,
+ mi disse, <<va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian la` corti:
+ mentre che torni, parlero` con questa,
+ che ne conceda i suoi omeri forti>>.
+
+Cosi` ancor su per la strema testa
+ di quel settimo cerchio tutto solo
+ andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+ e` di qua, di la` soccorrien con le mani
+ quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+ or col ceffo, or col pie`, quando son morsi
+ o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ ne' quali 'l doloroso foco casca,
+ non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ ch'avea certo colore e certo segno,
+ e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
+
+E com'io riguardando tra lor vegno,
+ in una borsa gialla vidi azzurro
+ che d'un leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+ vidine un'altra come sangue rossa,
+ mostrando un'oca bianca piu` che burro.
+
+E un che d'una scrofa azzurra e grossa
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+ mi disse: <<Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perche' se' vivo anco,
+ sappi che 'l mio vicin Vitaliano
+ sedera` qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+ spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
+ gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
+
+che rechera` la tasca con tre becchi!">>.
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+ la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
+
+E io, temendo no 'l piu` star crucciasse
+ lui che di poco star m'avea 'mmonito,
+ torna'mi in dietro da l'anime lasse.
+
+Trova' il duca mio ch'era salito
+ gia` su la groppa del fiero animale,
+ e disse a me: <<Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per si` fatte scale:
+ monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
+ si` che la coda non possa far male>>.
+
+Qual e` colui che si` presso ha 'l riprezzo
+ de la quartana, c'ha gia` l'unghie smorte,
+ e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
+
+tal divenn'io a le parole porte;
+ ma vergogna mi fe' le sue minacce,
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I' m'assettai in su quelle spallacce;
+ si` volli dir, ma la voce non venne
+ com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
+
+Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
+ ad altro forse, tosto ch'i' montai
+ con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
+
+e disse: <<Gerion, moviti omai:
+ le rote larghe e lo scender sia poco:
+ pensa la nova soma che tu hai>>.
+
+Come la navicella esce di loco
+ in dietro in dietro, si` quindi si tolse;
+ e poi ch'al tutto si senti` a gioco,
+
+la` 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,
+ e con le branche l'aere a se' raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+ quando Fetonte abbandono` li freni,
+ per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+ne' quando Icaro misero le reni
+ senti` spennar per la scaldata cera,
+ gridando il padre a lui <<Mala via tieni!>>,
+
+che fu la mia, quando vidi ch'i' era
+ ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
+ ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta:
+ rota e discende, ma non me n'accorgo
+ se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia gia` da la man destra il gorgo
+ far sotto noi un orribile scroscio,
+ per che con li occhi 'n giu` la testa sporgo.
+
+Allor fu' io piu` timido a lo stoscio,
+ pero` ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
+ ond'io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, che' nol vedea davanti,
+ lo scendere e 'l girar per li gran mali
+ che s'appressavan da diversi canti.
+
+Come 'l falcon ch'e` stato assai su l'ali,
+ che sanza veder logoro o uccello
+ fa dire al falconiere <<Ome`, tu cali!>>,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+ per cento rote, e da lunge si pone
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+cosi` ne puose al fondo Gerione
+ al pie` al pie` de la stagliata rocca
+ e, discarcate le nostre persone,
+
+si dileguo` come da corda cocca.
+
+
+
+Inferno: Canto XVIII
+
+
+Luogo e` in inferno detto Malebolge,
+ tutto di pietra di color ferrigno,
+ come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+ di cui suo loco dicero` l'ordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque e` tondo
+ tra 'l pozzo e 'l pie` de l'alta ripa dura,
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+ piu` e piu` fossi cingon li castelli,
+ la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+ e come a tai fortezze da' lor sogli
+ a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+cosi` da imo de la roccia scogli
+ movien che ricidien li argini e ' fossi
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+ di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+ novo tormento e novi frustatori,
+ di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+ dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
+ di la` con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per l'essercito molto,
+ l'anno del giubileo, su per lo ponte
+ hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da l'un lato tutti hanno la fronte
+ verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
+ da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
+
+Di qua, di la`, su per lo sasso tetro
+ vidi demon cornuti con gran ferze,
+ che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+ a le prime percosse! gia` nessuno
+ le seconde aspettava ne' le terze.
+
+Mentr'io andava, li occhi miei in uno
+ furo scontrati; e io si` tosto dissi:
+ <<Gia` di veder costui non son digiuno>>.
+
+Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
+ e 'l dolce duca meco si ristette,
+ e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+ bassando 'l viso; ma poco li valse,
+ ch'io dissi: <<O tu che l'occhio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+ Venedico se' tu Caccianemico.
+ Ma che ti mena a si` pungenti salse?>>.
+
+Ed elli a me: <<Mal volentier lo dico;
+ ma sforzami la tua chiara favella,
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I' fui colui che la Ghisolabella
+ condussi a far la voglia del marchese,
+ come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+ anzi n'e` questo luogo tanto pieno,
+ che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer 'sipa' tra Savena e Reno;
+ e se di cio` vuoi fede o testimonio,
+ recati a mente il nostro avaro seno>>.
+
+Cosi` parlando il percosse un demonio
+ de la sua scuriada, e disse: <<Via,
+ ruffian! qui non son femmine da conio>>.
+
+I' mi raggiunsi con la scorta mia;
+ poscia con pochi passi divenimmo
+ la` 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+ e volti a destra su per la sua scheggia,
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo la` dov'el vaneggia
+ di sotto per dar passo a li sferzati,
+ lo duca disse: <<Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest'altri mal nati,
+ ai quali ancor non vedesti la faccia
+ pero` che son con noi insieme andati>>.
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+ che venia verso noi da l'altra banda,
+ e che la ferza similmente scaccia.
+
+E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
+ mi disse: <<Guarda quel grande che vene,
+ e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+ Quelli e` Iason, che per cuore e per senno
+ li Colchi del monton privati fene.
+
+Ello passo` per l'isola di Lenno,
+ poi che l'ardite femmine spietate
+ tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+ Isifile inganno`, la giovinetta
+ che prima avea tutte l'altre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;
+ e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna:
+ e questo basti de la prima valle
+ sapere e di color che 'n se' assanna>>.
+
+Gia` eravam la` 've lo stretto calle
+ con l'argine secondo s'incrocicchia,
+ e fa di quello ad un altr'arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
+ e se' medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate d'una muffa,
+ per l'alito di giu` che vi s'appasta,
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta
+ loco a veder sanza montare al dosso
+ de l'arco, ove lo scoglio piu` sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso
+ vidi gente attuffata in uno sterco
+ che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre ch'io la` giu` con l'occhio cerco,
+ vidi un col capo si` di merda lordo,
+ che non parea s'era laico o cherco.
+
+Quei mi sgrido`: <<Perche' se' tu si` gordo
+ di riguardar piu` me che li altri brutti?>>.
+ E io a lui: <<Perche', se ben ricordo,
+
+gia` t'ho veduto coi capelli asciutti,
+ e se' Alessio Interminei da Lucca:
+ pero` t'adocchio piu` che li altri tutti>>.
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+ <<Qua giu` m'hanno sommerso le lusinghe
+ ond'io non ebbi mai la lingua stucca>>.
+
+Appresso cio` lo duca <<Fa che pinghe>>,
+ mi disse <<il viso un poco piu` avante,
+ si` che la faccia ben con l'occhio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+ che la` si graffia con l'unghie merdose,
+ e or s'accoscia e ora e` in piedi stante.
+
+Taide e`, la puttana che rispuose
+ al drudo suo quando disse "Ho io grazie
+ grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
+
+E quinci sien le nostre viste sazie>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+ che le cose di Dio, che di bontate
+ deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+ or convien che per voi suoni la tromba,
+ pero` che ne la terza bolgia state.
+
+Gia` eravamo, a la seguente tomba,
+ montati de lo scoglio in quella parte
+ ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
+
+O somma sapienza, quanta e` l'arte
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+ e quanto giusto tua virtu` comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+ piena la pietra livida di fori,
+ d'un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi ne' maggiori
+ che que' che son nel mio bel San Giovanni,
+ fatti per loco d'i battezzatori;
+
+l'un de li quali, ancor non e` molt'anni,
+ rupp'io per un che dentro v'annegava:
+ e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+ d'un peccator li piedi e de le gambe
+ infino al grosso, e l'altro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+ per che si` forte guizzavan le giunte,
+ che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+ muoversi pur su per la strema buccia,
+ tal era li` dai calcagni a le punte.
+
+<<Chi e` colui, maestro, che si cruccia
+ guizzando piu` che li altri suoi consorti>>,
+ diss'io, <<e cui piu` roggia fiamma succia?>>.
+
+Ed elli a me: <<Se tu vuo' ch'i' ti porti
+ la` giu` per quella ripa che piu` giace,
+ da lui saprai di se' e de' suoi torti>>.
+
+E io: <<Tanto m'e` bel, quanto a te piace:
+ tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace>>.
+
+Allor venimmo in su l'argine quarto:
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca
+ la` giu` nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+ non mi dipuose, si` mi giunse al rotto
+ di quel che si piangeva con la zanca.
+
+<<O qual che se' che 'l di su` tien di sotto,
+ anima trista come pal commessa>>,
+ comincia' io a dir, <<se puoi, fa motto>>.
+
+Io stava come 'l frate che confessa
+ lo perfido assessin, che, poi ch'e` fitto,
+ richiama lui, per che la morte cessa.
+
+Ed el grido`: <<Se' tu gia` costi` ritto,
+ se' tu gia` costi` ritto, Bonifazio?
+ Di parecchi anni mi menti` lo scritto.
+
+Se' tu si` tosto di quell'aver sazio
+ per lo qual non temesti torre a 'nganno
+ la bella donna, e poi di farne strazio?>>.
+
+Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
+ per non intender cio` ch'e` lor risposto,
+ quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: <<Dilli tosto:
+ "Non son colui, non son colui che credi">>;
+ e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+ poi, sospirando e con voce di pianto,
+ mi disse: <<Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
+ che tu abbi pero` la ripa corsa,
+ sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de l'orsa,
+ cupido si` per avanzar li orsatti,
+ che su` l'avere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+ che precedetter me simoneggiando,
+ per le fessure de la pietra piatti.
+
+La` giu` caschero` io altresi` quando
+ verra` colui ch'i' credea che tu fossi
+ allor ch'i' feci 'l subito dimando.
+
+Ma piu` e` 'l tempo gia` che i pie` mi cossi
+ e ch'i' son stato cosi` sottosopra,
+ ch'el non stara` piantato coi pie` rossi:
+
+che' dopo lui verra` di piu` laida opra
+ di ver' ponente, un pastor sanza legge,
+ tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Novo Iason sara`, di cui si legge
+ ne' Maccabei; e come a quel fu molle
+ suo re, cosi` fia lui chi Francia regge>>.
+
+Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
+ ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
+ <<Deh, or mi di`: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ ch'ei ponesse le chiavi in sua balia?
+ Certo non chiese se non "Viemmi retro".
+
+Ne' Pier ne' li altri tolsero a Matia
+ oro od argento, quando fu sortito
+ al loco che perde' l'anima ria.
+
+Pero` ti sta, che' tu se' ben punito;
+ e guarda ben la mal tolta moneta
+ ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
+ la reverenza delle somme chiavi
+ che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor piu` gravi;
+ che' la vostra avarizia il mondo attrista,
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
+ quando colei che siede sopra l'acque
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+ e da le diece corna ebbe argomento,
+ fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
+ e che altro e` da voi a l'idolatre,
+ se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+ non la tua conversion, ma quella dote
+ che da te prese il primo ricco patre!>>.
+
+E mentr'io li cantava cotai note,
+ o ira o coscienza che 'l mordesse,
+ forte spingava con ambo le piote.
+
+I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
+ con si` contenta labbia sempre attese
+ lo suon de le parole vere espresse.
+
+Pero` con ambo le braccia mi prese;
+ e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
+ rimonto` per la via onde discese.
+
+Ne' si stanco` d'avermi a se' distretto,
+ si` men porto` sovra 'l colmo de l'arco
+ che dal quarto al quinto argine e` tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto
+ che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+Inferno: Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+ e dar matera al ventesimo canto
+ de la prima canzon ch'e` d'i sommersi.
+
+Io era gia` disposto tutto quanto
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,
+ che si bagnava d'angoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo
+ che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come 'l viso mi scese in lor piu` basso,
+ mirabilmente apparve esser travolto
+ ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
+
+che' da le reni era tornato 'l volto,
+ e in dietro venir li convenia,
+ perche' 'l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza gia` di parlasia
+ si travolse cosi` alcun del tutto;
+ ma io nol vidi, ne' credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+ di tua lezione, or pensa per te stesso
+ com'io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+ vidi si` torta, che 'l pianto de li occhi
+ le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
+ del duro scoglio, si` che la mia scorta
+ mi disse: <<Ancor se' tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la pieta` quand'e` ben morta;
+ chi e` piu` scellerato che colui
+ che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+ s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
+ per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
+
+Anfiarao? perche' lasci la guerra?".
+ E non resto` di ruinare a valle
+ fino a Minos che ciascheduno afferra.
+
+Mira c'ha fatto petto de le spalle:
+ perche' volle veder troppo davante,
+ di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che muto` sembiante
+ quando di maschio femmina divenne
+ cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,
+ che riavesse le maschili penne.
+
+Aronta e` quel ch'al ventre li s'atterga,
+ che ne' monti di Luni, dove ronca
+ lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle
+ e 'l mar no li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+ e ha di la` ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cerco` per terre molte;
+ poscia si puose la` dove nacqu'io;
+ onde un poco mi piace che m'ascolte.
+
+Poscia che 'l padre suo di vita uscio,
+ e venne serva la citta` di Baco,
+ questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+ a pie` de l'Alpe che serra Lamagna
+ sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e piu` si bagna
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino
+ de l'acqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco e` nel mezzo la` dove 'l trentino
+ pastore e quel di Brescia e 'l veronese
+ segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ ove la riva 'ntorno piu` discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ cio` che 'n grembo a Benaco star non puo`,
+ e fassi fiume giu` per verdi paschi.
+
+Tosto che l'acqua a correr mette co,
+ non piu` Benaco, ma Mencio si chiama
+ fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
+ ne la qual si distende e la 'mpaluda;
+ e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+ vide terra, nel mezzo del pantano,
+ sanza coltura e d'abitanti nuda.
+
+Li`, per fuggire ogne consorzio umano,
+ ristette con suoi servi a far sue arti,
+ e visse, e vi lascio` suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
+ s'accolsero a quel loco, ch'era forte
+ per lo pantan ch'avea da tutte parti.
+
+Fer la citta` sovra quell'ossa morte;
+ e per colei che 'l loco prima elesse,
+ Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
+
+Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse,
+ prima che la mattia da Casalodi
+ da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Pero` t'assenno che, se tu mai odi
+ originar la mia terra altrimenti,
+ la verita` nulla menzogna frodi>>.
+
+E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti
+ mi son si` certi e prendon si` mia fede,
+ che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ che' solo a cio` la mia mente rifiede>>.
+
+Allor mi disse: <<Quel che da la gota
+ porge la barba in su le spalle brune,
+ fu - quando Grecia fu di maschi vota,
+
+si` ch'a pena rimaser per le cune -
+ augure, e diede 'l punto con Calcanta
+ in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e cosi` 'l canta
+ l'alta mia tragedia in alcun loco:
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell'altro che ne' fianchi e` cosi` poco,
+ Michele Scotto fu, che veramente
+ de le magiche frode seppe 'l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron l'ago,
+ la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
+ fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, che' gia` tiene 'l confine
+ d'amendue li emisperi e tocca l'onda
+ sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e gia` iernotte fu la luna tonda:
+ ben ten de' ricordar, che' non ti nocque
+ alcuna volta per la selva fonda>>.
+
+Si` mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+Inferno: Canto XXI
+
+
+Cosi` di ponte in ponte, altro parlando
+ che la mia comedia cantar non cura,
+ venimmo; e tenavamo il colmo, quando
+
+restammo per veder l'altra fessura
+ di Malebolge e li altri pianti vani;
+ e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne l'arzana` de' Viniziani
+ bolle l'inverno la tenace pece
+ a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+che' navicar non ponno - in quella vece
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+ le coste a quel che piu` viaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+ altri fa remi e altri volge sarte;
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
+
+tal, non per foco, ma per divin'arte,
+ bollia la` giuso una pegola spessa,
+ che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
+
+I' vedea lei, ma non vedea in essa
+ mai che le bolle che 'l bollor levava,
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr'io la` giu` fisamente mirava,
+ lo duca mio, dicendo <<Guarda, guarda!>>,
+ mi trasse a se' del loco dov'io stava.
+
+Allor mi volsi come l'uom cui tarda
+ di veder quel che li convien fuggire
+ e cui paura subita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia 'l partire:
+ e vidi dietro a noi un diavol nero
+ correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
+ e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
+ con l'ali aperte e sovra i pie` leggero!
+
+L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
+ carcava un peccator con ambo l'anche,
+ e quei tenea de' pie` ghermito 'l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: <<O Malebranche,
+ ecco un de li anzian di Santa Zita!
+ Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
+
+a quella terra che n'e` ben fornita:
+ ogn'uom v'e` barattier, fuor che Bonturo;
+ del no, per li denar vi si fa ita>>.
+
+La` giu` 'l butto`, e per lo scoglio duro
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel s'attuffo`, e torno` su` convolto;
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,
+ gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto:
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+ Pero`, se tu non vuo' di nostri graffi,
+ non far sopra la pegola soverchio>>.
+
+Poi l'addentar con piu` di cento raffi,
+ disser: <<Coverto convien che qui balli,
+ si` che, se puoi, nascosamente accaffi>>.
+
+Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia
+ la carne con li uncin, perche' non galli.
+
+Lo buon maestro <<Accio` che non si paia
+ che tu ci sia>>, mi disse, <<giu` t'acquatta
+ dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+ non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
+ perch'altra volta fui a tal baratta>>.
+
+Poscia passo` di la` dal co del ponte;
+ e com'el giunse in su la ripa sesta,
+ mestier li fu d'aver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+ ch'escono i cani a dosso al poverello
+ che di subito chiede ove s'arresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+ e volser contra lui tutt'i runcigli;
+ ma el grido`: <<Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
+ traggasi avante l'un di voi che m'oda,
+ e poi d'arruncigliarmi si consigli>>.
+
+Tutti gridaron: <<Vada Malacoda!>>;
+ per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
+ e venne a lui dicendo: <<Che li approda?>>.
+
+<<Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+ esser venuto>>, disse 'l mio maestro,
+ <<sicuro gia` da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+ Lascian'andar, che' nel cielo e` voluto
+ ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro>>.
+
+Allor li fu l'orgoglio si` caduto,
+ ch'e' si lascio` cascar l'uncino a' piedi,
+ e disse a li altri: <<Omai non sia feruto>>.
+
+E 'l duca mio a me: <<O tu che siedi
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+ sicuramente omai a me ti riedi>>.
+
+Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,
+ si` ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
+
+cosi` vid'io gia` temer li fanti
+ ch'uscivan patteggiati di Caprona,
+ veggendo se' tra nemici cotanti.
+
+I' m'accostai con tutta la persona
+ lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
+ da la sembianza lor ch'era non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e <<Vuo' che 'l tocchi>>,
+ diceva l'un con l'altro, <<in sul groppone?>>.
+ E rispondien: <<Si`, fa che gliel'accocchi!>>.
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+ col duca mio, si volse tutto presto,
+ e disse: <<Posa, posa, Scarmiglione!>>.
+
+Poi disse a noi: <<Piu` oltre andar per questo
+ iscoglio non si puo`, pero` che giace
+ tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
+
+E se l'andare avante pur vi piace,
+ andatevene su per questa grotta;
+ presso e` un altro scoglio che via face.
+
+Ier, piu` oltre cinqu'ore che quest'otta,
+ mille dugento con sessanta sei
+ anni compie' che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso la` di questi miei
+ a riguardar s'alcun se ne sciorina;
+ gite con lor, che non saranno rei>>.
+
+<<Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina>>,
+ comincio` elli a dire, <<e tu, Cagnazzo;
+ e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
+ Ciriatto sannuto e Graffiacane
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate 'ntorno le boglienti pane;
+ costor sian salvi infino a l'altro scheggio
+ che tutto intero va sovra le tane>>.
+
+<<Ome`, maestro, che e` quel ch'i' veggio?>>,
+ diss'io, <<deh, sanza scorta andianci soli,
+ se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
+
+Se tu se' si` accorto come suoli,
+ non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?>>.
+
+Ed elli a me: <<Non vo' che tu paventi;
+ lasciali digrignar pur a lor senno,
+ ch'e' fanno cio` per li lessi dolenti>>.
+
+Per l'argine sinistro volta dienno;
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+Inferno: Canto XXII
+
+
+Io vidi gia` cavalier muover campo,
+ e cominciare stormo e far lor mostra,
+ e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,
+ fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+ con tamburi e con cenni di castella,
+ e con cose nostrali e con istrane;
+
+ne' gia` con si` diversa cennamella
+ cavalier vidi muover ne' pedoni,
+ ne' nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
+ per veder de la bolgia ogne contegno
+ e de la gente ch'entro v'era incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+ a' marinar con l'arco de la schiena,
+ che s'argomentin di campar lor legno,
+
+talor cosi`, ad alleggiar la pena,
+ mostrav'alcun de' peccatori il dosso
+ e nascondea in men che non balena.
+
+E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+ si` che celano i piedi e l'altro grosso,
+
+si` stavan d'ogne parte i peccatori;
+ ma come s'appressava Barbariccia,
+ cosi` si ritraen sotto i bollori.
+
+I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
+ uno aspettar cosi`, com'elli 'ncontra
+ ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era piu` di contra,
+ li arrunciglio` le 'mpegolate chiome
+ e trassel su`, che mi parve una lontra.
+
+I' sapea gia` di tutti quanti 'l nome,
+ si` li notai quando fuorono eletti,
+ e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
+
+<<O Rubicante, fa che tu li metti
+ li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!>>,
+ gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: <<Maestro mio, fa, se tu puoi,
+ che tu sappi chi e` lo sciagurato
+ venuto a man de li avversari suoi>>.
+
+Lo duca mio li s'accosto` allato;
+ domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
+ <<I' fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
+ che m'avea generato d'un ribaldo,
+ distruggitor di se' e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
+ quivi mi misi a far baratteria;
+ di ch'io rendo ragione in questo caldo>>.
+
+E Ciriatto, a cui di bocca uscia
+ d'ogne parte una sanna come a porco,
+ li fe' sentir come l'una sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto 'l sorco;
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
+ e disse: <<State in la`, mentr'io lo 'nforco>>.
+
+E al maestro mio volse la faccia:
+ <<Domanda>>, disse, <<ancor, se piu` disii
+ saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia>>.
+
+Lo duca dunque: <<Or di`: de li altri rii
+ conosci tu alcun che sia latino
+ sotto la pece?>>. E quelli: <<I' mi partii,
+
+poco e`, da un che fu di la` vicino.
+ Cosi` foss'io ancor con lui coperto,
+ ch'i' non temerei unghia ne' uncino!>>.
+
+E Libicocco <<Troppo avem sofferto>>,
+ disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
+ si` che, stracciando, ne porto` un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+ giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
+ si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
+ a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
+ domando` 'l duca mio sanza dimoro:
+
+<<Chi fu colui da cui mala partita
+ di' che facesti per venire a proda?>>.
+ Ed ei rispuose: <<Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
+ ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
+ e fe' si` lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse, e lasciolli di piano,
+ si` com'e' dice; e ne li altri offici anche
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna
+ le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Ome`, vedete l'altro che digrigna:
+ i' direi anche, ma i' temo ch'ello
+ non s'apparecchi a grattarmi la tigna>>.
+
+E 'l gran proposto, volto a Farfarello
+ che stralunava li occhi per fedire,
+ disse: <<Fatti 'n costa`, malvagio uccello!>>.
+
+<<Se voi volete vedere o udire>>,
+ ricomincio` lo spaurato appresso
+ <<Toschi o Lombardi, io ne faro` venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+ si` ch'ei non teman de le lor vendette;
+ e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un ch'io son, ne faro` venir sette
+ quand'io suffolero`, com'e` nostro uso
+ di fare allor che fori alcun si mette>>.
+
+Cagnazzo a cotal motto levo` 'l muso,
+ crollando 'l capo, e disse: <<Odi malizia
+ ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!>>.
+
+Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
+ rispuose: <<Malizioso son io troppo,
+ quand'io procuro a' mia maggior trestizia>>.
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+ a li altri, disse a lui: <<Se tu ti cali,
+ io non ti verro` dietro di gualoppo,
+
+ma battero` sovra la pece l'ali.
+ Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
+ a veder se tu sol piu` di noi vali>>.
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ ciascun da l'altra costa li occhi volse;
+ quel prima, ch'a cio` fare era piu` crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ fermo` le piante a terra, e in un punto
+ salto` e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ ma quei piu` che cagion fu del difetto;
+ pero` si mosse e grido`: <<Tu se' giunto!>>.
+
+Ma poco i valse: che' l'ali al sospetto
+ non potero avanzar: quelli ando` sotto,
+ e quei drizzo` volando suso il petto:
+
+non altrimenti l'anitra di botto,
+ quando 'l falcon s'appressa, giu` s'attuffa,
+ ed ei ritorna su` crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+ volando dietro li tenne, invaghito
+ che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come 'l barattier fu disparito,
+ cosi` volse li artigli al suo compagno,
+ e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
+
+Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
+ ad artigliar ben lui, e amendue
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor subito fue;
+ ma pero` di levarsi era neente,
+ si` avieno inviscate l'ali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+ quattro ne fe' volar da l'altra costa
+ con tutt'i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di la` discesero a la posta;
+ porser li uncini verso li 'mpaniati,
+ ch'eran gia` cotti dentro da la crosta;
+
+e noi lasciammo lor cosi` 'mpacciati.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+ n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
+ come frati minor vanno per via.
+
+Volt'era in su la favola d'Isopo
+ lo mio pensier per la presente rissa,
+ dov'el parlo` de la rana e del topo;
+
+che' piu` non si pareggia 'mo' e 'issa'
+ che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
+ principio e fine con la mente fissa.
+
+E come l'un pensier de l'altro scoppia,
+ cosi` nacque di quello un altro poi,
+ che la prima paura mi fe' doppia.
+
+Io pensava cosi`: 'Questi per noi
+ sono scherniti con danno e con beffa
+ si` fatta, ch'assai credo che lor noi.
+
+Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
+ ei ne verranno dietro piu` crudeli
+ che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
+
+Gia` mi sentia tutti arricciar li peli
+ de la paura e stava in dietro intento,
+ quand'io dissi: <<Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i' ho pavento
+ d'i Malebranche. Noi li avem gia` dietro;
+ io li 'magino si`, che gia` li sento>>.
+
+E quei: <<S'i' fossi di piombato vetro,
+ l'imagine di fuor tua non trarrei
+ piu` tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
+ con simile atto e con simile faccia,
+ si` che d'intrambi un sol consiglio fei.
+
+S'elli e` che si` la destra costa giaccia,
+ che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
+ noi fuggirem l'imaginata caccia>>.
+
+Gia` non compie' di tal consiglio rendere,
+ ch'io li vidi venir con l'ali tese
+ non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di subito mi prese,
+ come la madre ch'al romore e` desta
+ e vede presso a se' le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
+ avendo piu` di lui che di se' cura,
+ tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e giu` dal collo de la ripa dura
+ supin si diede a la pendente roccia,
+ che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
+
+Non corse mai si` tosto acqua per doccia
+ a volger ruota di molin terragno,
+ quand'ella piu` verso le pale approccia,
+
+come 'l maestro mio per quel vivagno,
+ portandosene me sovra 'l suo petto,
+ come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i pie` suoi giunti al letto
+ del fondo giu`, ch'e' furon in sul colle
+ sovresso noi; ma non li` era sospetto;
+
+che' l'alta provedenza che lor volle
+ porre ministri de la fossa quinta,
+ poder di partirs'indi a tutti tolle.
+
+La` giu` trovammo una gente dipinta
+ che giva intorno assai con lenti passi,
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+ che in Clugni` per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, si` ch'elli abbaglia;
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+ che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+ venia si` pian, che noi eravam nuovi
+ di compagnia ad ogne mover d'anca.
+
+Per ch'io al duca mio: <<Fa che tu trovi
+ alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
+ e li occhi, si` andando, intorno movi>>.
+
+E un che 'ntese la parola tosca,
+ di retro a noi grido`: <<Tenete i piedi,
+ voi che correte si` per l'aura fosca!
+
+Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi>>.
+ Onde 'l duca si volse e disse: <<Aspetta
+ e poi secondo il suo passo procedi>>.
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+ de l'animo, col viso, d'esser meco;
+ ma tardavali 'l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
+ mi rimiraron sanza far parola;
+ poi si volsero in se', e dicean seco:
+
+<<Costui par vivo a l'atto de la gola;
+ e s'e' son morti, per qual privilegio
+ vanno scoperti de la grave stola?>>.
+
+Poi disser me: <<O Tosco, ch'al collegio
+ de l'ipocriti tristi se' venuto,
+ dir chi tu se' non avere in dispregio>>.
+
+E io a loro: <<I' fui nato e cresciuto
+ sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
+ e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+ quant'i' veggio dolor giu` per le guance?
+ e che pena e` in voi che si` sfavilla?>>.
+
+E l'un rispuose a me: <<Le cappe rance
+ son di piombo si` grosse, che li pesi
+ fan cosi` cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+ io Catalano e questi Loderingo
+ nomati, e da tua terra insieme presi,
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+ per conservar sua pace; e fummo tali,
+ ch'ancor si pare intorno dal Gardingo>>.
+
+Io cominciai: <<O frati, i vostri mali...>>;
+ ma piu` non dissi, ch'a l'occhio mi corse
+ un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+ soffiando ne la barba con sospiri;
+ e 'l frate Catalan, ch'a cio` s'accorse,
+
+mi disse: <<Quel confitto che tu miri,
+ consiglio` i Farisei che convenia
+ porre un uom per lo popolo a' martiri.
+
+Attraversato e`, nudo, ne la via,
+ come tu vedi, ed e` mestier ch'el senta
+ qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+ in questa fossa, e li altri dal concilio
+ che fu per li Giudei mala sementa>>.
+
+Allor vid'io maravigliar Virgilio
+ sovra colui ch'era disteso in croce
+ tanto vilmente ne l'etterno essilio.
+
+Poscia drizzo` al frate cotal voce:
+ <<Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+ s'a la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+ sanza costrigner de li angeli neri
+ che vegnan d'esto fondo a dipartirci>>.
+
+Rispuose adunque: <<Piu` che tu non speri
+ s'appressa un sasso che de la gran cerchia
+ si move e varca tutt'i vallon feri,
+
+salvo che 'n questo e` rotto e nol coperchia:
+ montar potrete su per la ruina,
+ che giace in costa e nel fondo soperchia>>.
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+ poi disse: <<Mal contava la bisogna
+ colui che i peccator di qua uncina>>.
+
+E 'l frate: <<Io udi' gia` dire a Bologna
+ del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
+ ch'elli e` bugiardo, e padre di menzogna>>.
+
+Appresso il duca a gran passi sen gi`,
+ turbato un poco d'ira nel sembiante;
+ ond'io da li 'ncarcati mi parti'
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+ che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
+ e gia` le notti al mezzo di` sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+ l'imagine di sua sorella bianca,
+ ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+ si leva, e guarda, e vede la campagna
+ biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
+
+ritorna in casa, e qua e la` si lagna,
+ come 'l tapin che non sa che si faccia;
+ poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
+ in poco d'ora, e prende suo vincastro,
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Cosi` mi fece sbigottir lo mastro
+ quand'io li vidi si` turbar la fronte,
+ e cosi` tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
+
+che', come noi venimmo al guasto ponte,
+ lo duca a me si volse con quel piglio
+ dolce ch'io vidi prima a pie` del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+ eletto seco riguardando prima
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei ch'adopera ed estima,
+ che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
+ cosi`, levando me su` ver la cima
+
+d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
+ dicendo: <<Sovra quella poi t'aggrappa;
+ ma tenta pria s'e` tal ch'ella ti reggia>>.
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ che' noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+ potavam su` montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+ piu` che da l'altro era la costa corta,
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perche' Malebolge inver' la porta
+ del bassissimo pozzo tutta pende,
+ lo sito di ciascuna valle porta
+
+che l'una costa surge e l'altra scende;
+ noi pur venimmo al fine in su la punta
+ onde l'ultima pietra si scoscende.
+
+La lena m'era del polmon si` munta
+ quand'io fui su`, ch'i' non potea piu` oltre,
+ anzi m'assisi ne la prima giunta.
+
+<<Omai convien che tu cosi` ti spoltre>>,
+ disse 'l maestro; <<che', seggendo in piuma,
+ in fama non si vien, ne' sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+ cotal vestigio in terra di se' lascia,
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E pero` leva su`: vinci l'ambascia
+ con l'animo che vince ogne battaglia,
+ se col suo grave corpo non s'accascia.
+
+Piu` lunga scala convien che si saglia;
+ non basta da costoro esser partito.
+ Se tu mi 'ntendi, or fa si` che ti vaglia>>.
+
+Leva'mi allor, mostrandomi fornito
+ meglio di lena ch'i' non mi sentia;
+ e dissi: <<Va, ch'i' son forte e ardito>>.
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
+ ed erto piu` assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+ onde una voce usci` de l'altro fosso,
+ a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
+ fossi de l'arco gia` che varca quivi;
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era volto in giu`, ma li occhi vivi
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;
+ per ch'io: <<Maestro, fa che tu arrivi
+
+da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ che', com'i' odo quinci e non intendo,
+ cosi` giu` veggio e neente affiguro>>.
+
+<<Altra risposta>>, disse, <<non ti rendo
+ se non lo far; che' la dimanda onesta
+ si de' seguir con l'opera tacendo>>.
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+ dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+ di serpenti, e di si` diversa mena
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Piu` non si vanti Libia con sua rena;
+ che' se chelidri, iaculi e faree
+ produce, e cencri con anfisibena,
+
+ne' tante pestilenzie ne' si` ree
+ mostro` gia` mai con tutta l'Etiopia
+ ne' con cio` che di sopra al Mar Rosso ee.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+ correan genti nude e spaventate,
+ sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+ quelle ficcavan per le ren la coda
+ e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
+ s'avvento` un serpente che 'l trafisse
+ la` dove 'l collo a le spalle s'annoda.
+
+Ne' O si` tosto mai ne' I si scrisse,
+ com'el s'accese e arse, e cener tutto
+ convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra si` distrutto,
+ la polver si raccolse per se' stessa,
+ e 'n quel medesmo ritorno` di butto.
+
+Cosi` per li gran savi si confessa
+ che la fenice more e poi rinasce,
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba ne' biado in sua vita non pasce,
+ ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
+ e nardo e mirra son l'ultime fasce.
+
+E qual e` quel che cade, e non sa como,
+ per forza di demon ch'a terra il tira,
+ o d'altra oppilazion che lega l'omo,
+
+quando si leva, che 'ntorno si mira
+ tutto smarrito de la grande angoscia
+ ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era il peccator levato poscia.
+ Oh potenza di Dio, quant'e` severa,
+ che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domando` poi chi ello era;
+ per ch'ei rispuose: <<Io piovvi di Toscana,
+ poco tempo e`, in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+ si` come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana>>.
+
+E io al duca: <<Dilli che non mucci,
+ e domanda che colpa qua giu` 'l pinse;
+ ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci>>.
+
+E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
+ ma drizzo` verso me l'animo e 'l volto,
+ e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: <<Piu` mi duol che tu m'hai colto
+ ne la miseria dove tu mi vedi,
+ che quando fui de l'altra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+ in giu` son messo tanto perch'io fui
+ ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
+
+e falsamente gia` fu apposto altrui.
+ Ma perche' di tal vista tu non godi,
+ se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
+ Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ ch'e` di torbidi nuvoli involuto;
+ e con tempesta impetuosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ ond'ei repente spezzera` la nebbia,
+ si` ch'ogne Bianco ne sara` feruto.
+
+E detto l'ho perche' doler ti debbia!>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+ le mani alzo` con amendue le fiche,
+ gridando: <<Togli, Dio, ch'a te le squadro!>>.
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+ perch'una li s'avvolse allora al collo,
+ come dicesse 'Non vo' che piu` diche';
+
+e un'altra a le braccia, e rilegollo,
+ ribadendo se' stessa si` dinanzi,
+ che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, che' non stanzi
+ d'incenerarti si` che piu` non duri,
+ poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+ non quel che cadde a Tebe giu` da' muri.
+
+El si fuggi` che non parlo` piu` verbo;
+ e io vidi un centauro pien di rabbia
+ venir chiamando: <<Ov'e`, ov'e` l'acerbo?>>.
+
+Maremma non cred'io che tante n'abbia,
+ quante bisce elli avea su per la groppa
+ infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+ con l'ali aperte li giacea un draco;
+ e quello affuoca qualunque s'intoppa.
+
+Lo mio maestro disse: <<Questi e` Caco,
+ che sotto 'l sasso di monte Aventino
+ di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co' suoi fratei per un cammino,
+ per lo furto che frodolente fece
+ del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+ sotto la mazza d'Ercule, che forse
+ gliene die` cento, e non senti` le diece>>.
+
+Mentre che si` parlava, ed el trascorse
+ e tre spiriti venner sotto noi,
+ de' quali ne' io ne' 'l duca mio s'accorse,
+
+se non quando gridar: <<Chi siete voi?>>;
+ per che nostra novella si ristette,
+ e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+ come suol seguitar per alcun caso,
+ che l'un nomar un altro convenette,
+
+dicendo: <<Cianfa dove fia rimaso?>>;
+ per ch'io, accio` che 'l duca stesse attento,
+ mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se' or, lettore, a creder lento
+ cio` ch'io diro`, non sara` maraviglia,
+ che' io che 'l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com'io tenea levate in lor le ciglia,
+ e un serpente con sei pie` si lancia
+ dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
+
+Co' pie` di mezzo li avvinse la pancia,
+ e con li anterior le braccia prese;
+ poi li addento` e l'una e l'altra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+ e miseli la coda tra 'mbedue,
+ e dietro per le ren su` la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ ad alber si`, come l'orribil fiera
+ per l'altrui membra avviticchio` le sue.
+
+Poi s'appiccar, come di calda cera
+ fossero stati, e mischiar lor colore,
+ ne' l'un ne' l'altro gia` parea quel ch'era:
+
+come procede innanzi da l'ardore,
+ per lo papiro suso, un color bruno
+ che non e` nero ancora e 'l bianco more.
+
+Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
+ gridava: <<Ome`, Agnel, come ti muti!
+ Vedi che gia` non se' ne' due ne' uno>>.
+
+Gia` eran li due capi un divenuti,
+ quando n'apparver due figure miste
+ in una faccia, ov'eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+ le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
+ divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+ due e nessun l'imagine perversa
+ parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come 'l ramarro sotto la gran fersa
+ dei di` canicular, cangiando sepe,
+ folgore par se la via attraversa,
+
+si` pareva, venendo verso l'epe
+ de li altri due, un serpentello acceso,
+ livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima e` preso
+ nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto 'l miro`, ma nulla disse;
+ anzi, co' pie` fermati, sbadigliava
+ pur come sonno o febbre l'assalisse.
+
+Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
+ l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
+ fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai la` dove tocca
+ del misero Sabello e di Nasidio,
+ e attenda a udir quel ch'or si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
+ che' se quello in serpente e quella in fonte
+ converte poetando, io non lo 'nvidio;
+
+che' due nature mai a fronte a fronte
+ non trasmuto` si` ch'amendue le forme
+ a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+ che 'l serpente la coda in forca fesse,
+ e il feruto ristrinse insieme l'orme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+ s'appiccar si`, che 'n poco la giuntura
+ non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+ che si perdeva la`, e la sua pelle
+ si facea molle, e quella di la` dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
+ e i due pie` de la fiera, ch'eran corti,
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li pie` di retro, insieme attorti,
+ diventaron lo membro che l'uom cela,
+ e 'l misero del suo n'avea due porti.
+
+Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
+ di color novo, e genera 'l pel suso
+ per l'una parte e da l'altra il dipela,
+
+l'un si levo` e l'altro cadde giuso,
+ non torcendo pero` le lucerne empie,
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
+ e di troppa matera ch'in la` venne
+ uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+cio` che non corse in dietro e si ritenne
+ di quel soverchio, fe' naso a la faccia
+ e le labbra ingrosso` quanto convenne.
+
+Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
+ e li orecchi ritira per la testa
+ come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, ch'avea unita e presta
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
+
+L'anima ch'era fiera divenuta,
+ suffolando si fugge per la valle,
+ e l'altro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+ e disse a l'altro: <<I' vo' che Buoso corra,
+ com'ho fatt'io, carpon per questo calle>>.
+
+Cosi` vid'io la settima zavorra
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+ la novita` se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+ fossero alquanto e l'animo smagato,
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ ed era quel che sol, di tre compagni
+ che venner prima, non era mutato;
+
+l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se' si` grande,
+ che per mare e per terra batti l'ali,
+ e per lo 'nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+ e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+ tu sentirai di qua da picciol tempo
+ di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
+
+E se gia` fosse, non saria per tempo.
+ Cosi` foss'ei, da che pur esser dee!
+ che' piu` mi gravera`, com'piu` m'attempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+ che n'avea fatto iborni a scender pria,
+ rimonto` 'l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+ tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
+ lo pie` sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+ quando drizzo la mente a cio` ch'io vidi,
+ e piu` lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
+
+perche' non corra che virtu` nol guidi;
+ si` che, se stella bona o miglior cosa
+ m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
+
+Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
+ nel tempo che colui che 'l mondo schiara
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede alla zanzara,
+ vede lucciole giu` per la vallea,
+ forse cola` dov'e' vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+ l'ottava bolgia, si` com'io m'accorsi
+ tosto che fui la` 've 'l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengio` con li orsi
+ vide 'l carro d'Elia al dipartire,
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea si` con li occhi seguire,
+ ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
+ si` come nuvoletta, in su` salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+ del fosso, che' nessuna mostra 'l furto,
+ e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
+ si` che s'io non avessi un ronchion preso,
+ caduto sarei giu` sanz'esser urto.
+
+E 'l duca che mi vide tanto atteso,
+ disse: <<Dentro dai fuochi son li spirti;
+ catun si fascia di quel ch'elli e` inceso>>.
+
+<<Maestro mio>>, rispuos'io, <<per udirti
+ son io piu` certo; ma gia` m'era avviso
+ che cosi` fosse, e gia` voleva dirti:
+
+chi e` 'n quel foco che vien si` diviso
+ di sopra, che par surger de la pira
+ dov'Eteocle col fratel fu miso?>>.
+
+Rispuose a me: <<La` dentro si martira
+ Ulisse e Diomede, e cosi` insieme
+ a la vendetta vanno come a l'ira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+ l'agguato del caval che fe' la porta
+ onde usci` de' Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro l'arte per che, morta,
+ Deidamia ancor si duol d'Achille,
+ e del Palladio pena vi si porta>>.
+
+<<S'ei posson dentro da quelle faville
+ parlar>>, diss'io, <<maestro, assai ten priego
+ e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de l'attender niego
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+ vedi che del disio ver' lei mi piego!>>.
+
+Ed elli a me: <<La tua preghiera e` degna
+ di molta loda, e io pero` l'accetto;
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
+ cio` che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
+ perch'e' fuor greci, forse del tuo detto>>.
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+ dove parve al mio duca tempo e loco,
+ in questa forma lui parlare audivi:
+
+<<O voi che siete due dentro ad un foco,
+ s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
+ s'io meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+ non vi movete; ma l'un di voi dica
+ dove, per lui, perduto a morir gissi>>.
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+ comincio` a crollarsi mormorando
+ pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e la` menando,
+ come fosse la lingua che parlasse,
+ gitto` voce di fuori, e disse: <<Quando
+
+mi diparti' da Circe, che sottrasse
+ me piu` d'un anno la` presso a Gaeta,
+ prima che si` Enea la nomasse,
+
+ne' dolcezza di figlio, ne' la pieta
+ del vecchio padre, ne' 'l debito amore
+ lo qual dovea Penelope' far lieta,
+
+vincer potero dentro a me l'ardore
+ ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
+ e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per l'alto mare aperto
+ sol con un legno e con quella compagna
+ picciola da la qual non fui diserto.
+
+L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
+ fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
+ e l'altre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
+ quando venimmo a quella foce stretta
+ dov'Ercule segno` li suoi riguardi,
+
+accio` che l'uom piu` oltre non si metta:
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,
+ da l'altra gia` m'avea lasciata Setta.
+
+"O frati", dissi "che per cento milia
+ perigli siete giunti a l'occidente,
+ a questa tanto picciola vigilia
+
+d'i nostri sensi ch'e` del rimanente,
+ non vogliate negar l'esperienza,
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+ fatti non foste a viver come bruti,
+ ma per seguir virtute e canoscenza".
+
+Li miei compagni fec'io si` aguti,
+ con questa orazion picciola, al cammino,
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+ de' remi facemmo ali al folle volo,
+ sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle gia` de l'altro polo
+ vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
+ che non surgea fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+ lo lume era di sotto da la luna,
+ poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
+
+quando n'apparve una montagna, bruna
+ per la distanza, e parvemi alta tanto
+ quanto veduta non avea alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto torno` in pianto,
+ che' de la nova terra un turbo nacque,
+ e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il fe' girar con tutte l'acque;
+ a la quarta levar la poppa in suso
+ e la prora ire in giu`, com'altrui piacque,
+
+infin che 'l mar fu sovra noi richiuso>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVII
+
+
+Gia` era dritta in su` la fiamma e queta
+ per non dir piu`, e gia` da noi sen gia
+ con la licenza del dolce poeta,
+
+quand'un'altra, che dietro a lei venia,
+ ne fece volger li occhi a la sua cima
+ per un confuso suon che fuor n'uscia.
+
+Come 'l bue cicilian che mugghio` prima
+ col pianto di colui, e cio` fu dritto,
+ che l'avea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de l'afflitto,
+ si` che, con tutto che fosse di rame,
+ pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+cosi`, per non aver via ne' forame
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio
+ si convertian le parole grame.
+
+Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
+ su per la punta, dandole quel guizzo
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: <<O tu a cu' io drizzo
+ la voce e che parlavi mo lombardo,
+ dicendo "Istra ten va, piu` non t'adizzo",
+
+perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
+ non t'incresca restare a parlar meco;
+ vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+ caduto se' di quella dolce terra
+ latina ond'io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ ch'io fui d'i monti la` intra Orbino
+ e 'l giogo di che Tever si diserra>>.
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+ quando il mio duca mi tento` di costa,
+ dicendo: <<Parla tu; questi e` latino>>.
+
+E io, ch'avea gia` pronta la risposta,
+ sanza indugio a parlare incominciai:
+ <<O anima che se' la` giu` nascosta,
+
+Romagna tua non e`, e non fu mai,
+ sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
+ ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata e` molt'anni:
+ l'aguglia da Polenta la si cova,
+ si` che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
+
+La terra che fe' gia` la lunga prova
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+ sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
+ che fecer di Montagna il mal governo,
+ la` dove soglion fan d'i denti succhio.
+
+Le citta` di Lamone e di Santerno
+ conduce il lioncel dal nido bianco,
+ che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu' il Savio bagna il fianco,
+ cosi` com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
+ tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se', ti priego che ne conte;
+ non esser duro piu` ch'altri sia stato,
+ se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte>>.
+
+Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
+ al modo suo, l'aguta punta mosse
+ di qua, di la`, e poi die` cotal fiato:
+
+<<S'i' credesse che mia risposta fosse
+ a persona che mai tornasse al mondo,
+ questa fiamma staria sanza piu` scosse;
+
+ma pero` che gia` mai di questo fondo
+ non torno` vivo alcun, s'i' odo il vero,
+ sanza tema d'infamia ti rispondo.
+
+Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
+ credendomi, si` cinto, fare ammenda;
+ e certo il creder mio venia intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+ che mi rimise ne le prime colpe;
+ e come e quare, voglio che m'intenda.
+
+Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
+ che la madre mi die`, l'opere mie
+ non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+ io seppi tutte, e si` menai lor arte,
+ ch'al fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe
+ calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+cio` che pria mi piacea, allor m'increbbe,
+ e pentuto e confesso mi rendei;
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe d'i novi Farisei,
+ avendo guerra presso a Laterano,
+ e non con Saracin ne' con Giudei,
+
+che' ciascun suo nimico era cristiano,
+ e nessun era stato a vincer Acri
+ ne' mercatante in terra di Soldano;
+
+ne' sommo officio ne' ordini sacri
+ guardo` in se', ne' in me quel capestro
+ che solea fare i suoi cinti piu` macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+ d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
+ cosi` mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre:
+ domandommi consiglio, e io tacetti
+ perche' le sue parole parver ebbre.
+
+E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
+ finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
+ si` come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
+ come tu sai; pero` son due le chiavi
+ che 'l mio antecessor non ebbe care".
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+ la` 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
+ e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov'io mo cader deggio,
+ lunga promessa con l'attender corto
+ ti fara` triunfar ne l'alto seggio".
+
+Francesco venne poi com'io fu' morto,
+ per me; ma un d'i neri cherubini
+ li disse: "Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee giu` tra ' miei meschini
+ perche' diede 'l consiglio frodolente,
+ dal quale in qua stato li sono a' crini;
+
+ch'assolver non si puo` chi non si pente,
+ ne' pentere e volere insieme puossi
+ per la contradizion che nol consente".
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+ quando mi prese dicendomi: "Forse
+ tu non pensavi ch'io loico fossi!".
+
+A Minos mi porto`; e quelli attorse
+ otto volte la coda al dosso duro;
+ e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: "Questi e` d'i rei del foco furo";
+ per ch'io la` dove vedi son perduto,
+ e si` vestito, andando, mi rancuro>>.
+
+Quand'elli ebbe 'l suo dir cosi` compiuto,
+ la fiamma dolorando si partio,
+ torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
+
+Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
+ su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
+ che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ ch'i' ora vidi, per narrar piu` volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+ per lo nostro sermone e per la mente
+ c'hanno a tanto comprender poco seno.
+
+S'el s'aunasse ancor tutta la gente
+ che gia` in su la fortunata terra
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+ che de l'anella fe' si` alte spoglie,
+ come Livio scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;
+ e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
+
+a Ceperan, la` dove fu bugiardo
+ ciascun Pugliese, e la` da Tagliacozzo,
+ dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+ mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
+ il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Gia` veggia, per mezzul perdere o lulla,
+ com'io vidi un, cosi` non si pertugia,
+ rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+ la corata pareva e 'l tristo sacco
+ che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
+ guardommi, e con le man s'aperse il petto,
+ dicendo: <<Or vedi com'io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato e` Maometto!
+ Dinanzi a me sen va piangendo Ali`,
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+ seminator di scandalo e di scisma
+ fuor vivi, e pero` son fessi cosi`.
+
+Un diavolo e` qua dietro che n'accisma
+ si` crudelmente, al taglio de la spada
+ rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand'avem volta la dolente strada;
+ pero` che le ferite son richiuse
+ prima ch'altri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
+ forse per indugiar d'ire a la pena
+ ch'e` giudicata in su le tue accuse?>>.
+
+<<Ne' morte 'l giunse ancor, ne' colpa 'l mena>>,
+ rispuose 'l mio maestro <<a tormentarlo;
+ ma per dar lui esperienza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+ per lo 'nferno qua giu` di giro in giro;
+ e quest'e` ver cosi` com'io ti parlo>>.
+
+Piu` fuor di cento che, quando l'udiro,
+ s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
+ per maraviglia obliando il martiro.
+
+<<Or di` a fra Dolcin dunque che s'armi,
+ tu che forse vedra' il sole in breve,
+ s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+si` di vivanda, che stretta di neve
+ non rechi la vittoria al Noarese,
+ ch'altrimenti acquistar non saria leve>>.
+
+Poi che l'un pie` per girsene sospese,
+ Maometto mi disse esta parola;
+ indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+ e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
+ e non avea mai ch'una orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+ con li altri, innanzi a li altri apri` la canna,
+ ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
+
+e disse: <<O tu cui colpa non condanna
+ e cu' io vidi su in terra latina,
+ se troppa simiglianza non m'inganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+ se mai torni a veder lo dolce piano
+ che da Vercelli a Marcabo` dichina.
+
+E fa saper a' due miglior da Fano,
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,
+ che, se l'antiveder qui non e` vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+ e mazzerati presso a la Cattolica
+ per tradimento d'un tiranno fello.
+
+Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
+ non vide mai si` gran fallo Nettuno,
+ non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con l'uno,
+ e tien la terra che tale qui meco
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+fara` venirli a parlamento seco;
+ poi fara` si`, ch'al vento di Focara
+ non sara` lor mestier voto ne' preco>>.
+
+E io a lui: <<Dimostrami e dichiara,
+ se vuo' ch'i' porti su` di te novella,
+ chi e` colui da la veduta amara>>.
+
+Allor puose la mano a la mascella
+ d'un suo compagno e la bocca li aperse,
+ gridando: <<Questi e` desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+ in Cesare, affermando che 'l fornito
+ sempre con danno l'attender sofferse>>.
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+ con la lingua tagliata ne la strozza
+ Curio, ch'a dir fu cosi` ardito!
+
+E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
+ levando i moncherin per l'aura fosca,
+ si` che 'l sangue facea la faccia sozza,
+
+grido`: <<Ricordera'ti anche del Mosca,
+ che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
+ che fu mal seme per la gente tosca>>.
+
+E io li aggiunsi: <<E morte di tua schiatta>>;
+ per ch'elli, accumulando duol con duolo,
+ sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+ e vidi cosa, ch'io avrei paura,
+ sanza piu` prova, di contarla solo;
+
+se non che coscienza m'assicura,
+ la buona compagnia che l'uom francheggia
+ sotto l'asbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
+ un busto sanza capo andar si` come
+ andavan li altri de la trista greggia;
+
+e 'l capo tronco tenea per le chiome,
+ pesol con mano a guisa di lanterna;
+ e quel mirava noi e dicea: <<Oh me!>>.
+
+Di se' facea a se' stesso lucerna,
+ ed eran due in uno e uno in due:
+ com'esser puo`, quei sa che si` governa.
+
+Quando diritto al pie` del ponte fue,
+ levo` 'l braccio alto con tutta la testa,
+ per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: <<Or vedi la pena molesta
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+ vedi s'alcuna e` grande come questa.
+
+E perche' tu di me novella porti,
+ sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
+ che diedi al re giovane i ma' conforti.
+
+Io feci il padre e 'l figlio in se' ribelli:
+ Achitofel non fe' piu` d'Absalone
+ e di David coi malvagi punzelli.
+
+Perch'io parti' cosi` giunte persone,
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,
+ dal suo principio ch'e` in questo troncone.
+
+Cosi` s'osserva in me lo contrapasso>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+ avean le luci mie si` inebriate,
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: <<Che pur guate?
+ perche' la vista tua pur si soffolge
+ la` giu` tra l'ombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto si` a l'altre bolge;
+ pensa, se tu annoverar le credi,
+ che miglia ventidue la valle volge.
+
+E gia` la luna e` sotto i nostri piedi:
+ lo tempo e` poco omai che n'e` concesso,
+ e altro e` da veder che tu non vedi>>.
+
+<<Se tu avessi>>, rispuos'io appresso,
+ <<atteso a la cagion perch'io guardava,
+ forse m'avresti ancor lo star dimesso>>.
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+ lo duca, gia` faccendo la risposta,
+ e soggiugnendo: <<Dentro a quella cava
+
+dov'io tenea or li occhi si` a posta,
+ credo ch'un spirto del mio sangue pianga
+ la colpa che la` giu` cotanto costa>>.
+
+Allor disse 'l maestro: <<Non si franga
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
+ Attendi ad altro, ed ei la` si rimanga;
+
+ch'io vidi lui a pie` del ponticello
+ mostrarti, e minacciar forte, col dito,
+ e udi' 'l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor si` del tutto impedito
+ sovra colui che gia` tenne Altaforte,
+ che non guardasti in la`, si` fu partito>>.
+
+<<O duca mio, la violenta morte
+ che non li e` vendicata ancor>>, diss'io,
+ <<per alcun che de l'onta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
+ sanza parlarmi, si` com'io estimo:
+ e in cio` m'ha el fatto a se' piu` pio>>.
+
+Cosi` parlammo infino al loco primo
+ che de lo scoglio l'altra valle mostra,
+ se piu` lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
+ di Malebolge, si` che i suoi conversi
+ potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+ che di pieta` ferrati avean li strali;
+ ond'io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali,
+ di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
+ e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti 'nsembre,
+ tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
+ qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su l'ultima riva
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+ e allor fu la mia vista piu` viva
+
+giu` ver lo fondo, la 've la ministra
+ de l'alto Sire infallibil giustizia
+ punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo ch'a veder maggior tristizia
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,
+ quando fu l'aere si` pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+ secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+ ch'era a veder per quella oscura valle
+ languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
+ l'un de l'altro giacea, e qual carpone
+ si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+ guardando e ascoltando li ammalati,
+ che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a se' poggiati,
+ com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+ dal capo al pie` di schianze macolati;
+
+e non vidi gia` mai menare stregghia
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,
+ ne' a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+ de l'unghie sopra se' per la gran rabbia
+ del pizzicor, che non ha piu` soccorso;
+
+e si` traevan giu` l'unghie la scabbia,
+ come coltel di scardova le scaglie
+ o d'altro pesce che piu` larghe l'abbia.
+
+<<O tu che con le dita ti dismaglie>>,
+ comincio` 'l duca mio a l'un di loro,
+ <<e che fai d'esse talvolta tanaglie,
+
+dinne s'alcun Latino e` tra costoro
+ che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
+ etternalmente a cotesto lavoro>>.
+
+<<Latin siam noi, che tu vedi si` guasti
+ qui ambedue>>, rispuose l'un piangendo;
+ <<ma tu chi se' che di noi dimandasti?>>.
+
+E 'l duca disse: <<I' son un che discendo
+ con questo vivo giu` di balzo in balzo,
+ e di mostrar lo 'nferno a lui intendo>>.
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+ e tremando ciascuno a me si volse
+ con altri che l'udiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
+ dicendo: <<Di` a lor cio` che tu vuoli>>;
+ e io incominciai, poscia ch'ei volse:
+
+<<Se la vostra memoria non s'imboli
+ nel primo mondo da l'umane menti,
+ ma s'ella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena
+ di palesarvi a me non vi spaventi>>.
+
+<<Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena>>,
+ rispuose l'un, <<mi fe' mettere al foco;
+ ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
+
+Vero e` ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
+ "I' mi saprei levar per l'aere a volo";
+ e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
+
+volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
+ perch'io nol feci Dedalo, mi fece
+ ardere a tal che l'avea per figliuolo.
+
+Ma nell 'ultima bolgia de le diece
+ me per l'alchimia che nel mondo usai
+ danno` Minos, a cui fallar non lece>>.
+
+E io dissi al poeta: <<Or fu gia` mai
+ gente si` vana come la sanese?
+ Certo non la francesca si` d'assai!>>.
+
+Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
+ rispuose al detto mio: <<Tra'mene Stricca
+ che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccolo` che la costuma ricca
+ del garofano prima discoverse
+ ne l'orto dove tal seme s'appicca;
+
+e tra'ne la brigata in che disperse
+ Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
+ e l'Abbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perche' sappi chi si` ti seconda
+ contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
+ si` che la faccia mia ben ti risponda:
+
+si` vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
+ che falsai li metalli con l'alchimia;
+ e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
+
+com'io fui di natura buona scimia>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+ per Semele` contra 'l sangue tebano,
+ come mostro` una e altra fiata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+ che veggendo la moglie con due figli
+ andar carcata da ciascuna mano,
+
+grido`: <<Tendiam le reti, si` ch'io pigli
+ la leonessa e ' leoncini al varco>>;
+ e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo l'un ch'avea nome Learco,
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;
+ e quella s'annego` con l'altro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+ l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
+ si` che 'nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+ poscia che vide Polissena morta,
+ e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+ forsennata latro` si` come cane;
+ tanto il dolor le fe' la mente torta.
+
+Ma ne' di Tebe furie ne' troiane
+ si vider mai in alcun tanto crude,
+ non punger bestie, nonche' membra umane,
+
+quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
+ che mordendo correvan di quel modo
+ che 'l porco quando del porcil si schiude.
+
+L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+ del collo l'assanno`, si` che, tirando,
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E l'Aretin che rimase, tremando
+ mi disse: <<Quel folletto e` Gianni Schicchi,
+ e va rabbioso altrui cosi` conciando>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<se l'altro non ti ficchi
+ li denti a dosso, non ti sia fatica
+ a dir chi e`, pria che di qui si spicchi>>.
+
+Ed elli a me: <<Quell'e` l'anima antica
+ di Mirra scellerata, che divenne
+ al padre fuor del dritto amore amica.
+
+Questa a peccar con esso cosi` venne,
+ falsificando se' in altrui forma,
+ come l'altro che la` sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+ falsificare in se' Buoso Donati,
+ testando e dando al testamento norma>>.
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+ sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
+ pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
+ tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
+
+La grave idropesi`, che si` dispaia
+ le membra con l'omor che mal converte,
+ che 'l viso non risponde a la ventraia,
+
+facea lui tener le labbra aperte
+ come l'etico fa, che per la sete
+ l'un verso 'l mento e l'altro in su` rinverte.
+
+<<O voi che sanz'alcuna pena siete,
+ e non so io perche', nel mondo gramo>>,
+ diss'elli a noi, <<guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo:
+ io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
+ e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
+
+Li ruscelletti che d'i verdi colli
+ del Casentin discendon giuso in Arno,
+ faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ che' l'imagine lor vie piu` m'asciuga
+ che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+ tragge cagion del loco ov'io peccai
+ a metter piu` li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi e` Romena, la` dov'io falsai
+ la lega suggellata del Batista;
+ per ch'io il corpo su` arso lasciai.
+
+Ma s'io vedessi qui l'anima trista
+ di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
+ per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c'e` l'una gia`, se l'arrabbiate
+ ombre che vanno intorno dicon vero;
+ ma che mi val, c'ho le membra legate?
+
+S'io fossi pur di tanto ancor leggero
+ ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
+ io sarei messo gia` per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+ con tutto ch'ella volge undici miglia,
+ e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra si` fatta famiglia:
+ e' m'indussero a batter li fiorini
+ ch'avevan tre carati di mondiglia>>.
+
+E io a lui: <<Chi son li due tapini
+ che fumman come man bagnate 'l verno,
+ giacendo stretti a' tuoi destri confini?>>.
+
+<<Qui li trovai - e poi volta non dierno - >>,
+ rispuose, <<quando piovvi in questo greppo,
+ e non credo che dieno in sempiterno.
+
+L'una e` la falsa ch'accuso` Gioseppo;
+ l'altr'e` 'l falso Sinon greco di Troia:
+ per febbre aguta gittan tanto leppo>>.
+
+E l'un di lor, che si reco` a noia
+ forse d'esser nomato si` oscuro,
+ col pugno li percosse l'epa croia.
+
+Quella sono` come fosse un tamburo;
+ e mastro Adamo li percosse il volto
+ col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: <<Ancor che mi sia tolto
+ lo muover per le membra che son gravi,
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto>>.
+
+Ond'ei rispuose: <<Quando tu andavi
+ al fuoco, non l'avei tu cosi` presto;
+ ma si` e piu` l'avei quando coniavi>>.
+
+E l'idropico: <<Tu di' ver di questo:
+ ma tu non fosti si` ver testimonio
+ la` 've del ver fosti a Troia richesto>>.
+
+<<S'io dissi falso, e tu falsasti il conio>>,
+ disse Sinon; <<e son qui per un fallo,
+ e tu per piu` ch'alcun altro demonio!>>.
+
+<<Ricorditi, spergiuro, del cavallo>>,
+ rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
+ <<e sieti reo che tutto il mondo sallo!>>.
+
+<<E te sia rea la sete onde ti crepa>>,
+ disse 'l Greco, <<la lingua, e l'acqua marcia
+ che 'l ventre innanzi a li occhi si` t'assiepa!>>.
+
+Allora il monetier: <<Cosi` si squarcia
+ la bocca tua per tuo mal come suole;
+ che' s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,
+ non vorresti a 'nvitar molte parole>>.
+
+Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
+ quando 'l maestro mi disse: <<Or pur mira,
+ che per poco che teco non mi risso!>>.
+
+Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
+ volsimi verso lui con tal vergogna,
+ ch'ancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual e` colui che suo dannaggio sogna,
+ che sognando desidera sognare,
+ si` che quel ch'e`, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec'io, non possendo parlare,
+ che disiava scusarmi, e scusava
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+<<Maggior difetto men vergogna lava>>,
+ disse 'l maestro, <<che 'l tuo non e` stato;
+ pero` d'ogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
+ se piu` avvien che fortuna t'accoglia
+ dove sien genti in simigliante piato:
+
+che' voler cio` udire e` bassa voglia>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+ si` che mi tinse l'una e l'altra guancia,
+ e poi la medicina mi riporse;
+
+cosi` od'io che solea far la lancia
+ d'Achille e del suo padre esser cagione
+ prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+ su per la ripa che 'l cinge dintorno,
+ attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv'era men che notte e men che giorno,
+ si` che 'l viso m'andava innanzi poco;
+ ma io senti' sonare un alto corno,
+
+tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+ che, contra se' la sua via seguitando,
+ dirizzo` li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+ Carlo Magno perde' la santa gesta,
+ non sono` si` terribilmente Orlando.
+
+Poco portai in la` volta la testa,
+ che me parve veder molte alte torri;
+ ond'io: <<Maestro, di', che terra e` questa?>>.
+
+Ed elli a me: <<Pero` che tu trascorri
+ per le tenebre troppo da la lungi,
+ avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu la` ti congiungi,
+ quanto 'l senso s'inganna di lontano;
+ pero` alquanto piu` te stesso pungi>>.
+
+Poi caramente mi prese per mano,
+ e disse: <<Pria che noi siamo piu` avanti,
+ accio` che 'l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+ e son nel pozzo intorno da la ripa
+ da l'umbilico in giuso tutti quanti>>.
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+ lo sguardo a poco a poco raffigura
+ cio` che cela 'l vapor che l'aere stipa,
+
+cosi` forando l'aura grossa e scura,
+ piu` e piu` appressando ver' la sponda,
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+pero` che come su la cerchia tonda
+ Montereggion di torri si corona,
+ cosi` la proda che 'l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+ li orribili giganti, cui minaccia
+ Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva gia` d'alcun la faccia,
+ le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
+ e per le coste giu` ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lascio` l'arte
+ di si` fatti animali, assai fe' bene
+ per torre tali essecutori a Marte.
+
+E s'ella d'elefanti e di balene
+ non si pente, chi guarda sottilmente,
+ piu` giusta e piu` discreta la ne tene;
+
+che' dove l'argomento de la mente
+ s'aggiugne al mal volere e a la possa,
+ nessun riparo vi puo` far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+ come la pina di San Pietro a Roma,
+ e a sua proporzione eran l'altre ossa;
+
+si` che la ripa, ch'era perizoma
+ dal mezzo in giu`, ne mostrava ben tanto
+ di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison s'averien dato mal vanto;
+ pero` ch'i' ne vedea trenta gran palmi
+ dal loco in giu` dov'omo affibbia 'l manto.
+
+<<Raphel mai` ameche zabi` almi>>,
+ comincio` a gridar la fiera bocca,
+ cui non si convenia piu` dolci salmi.
+
+E 'l duca mio ver lui: <<Anima sciocca,
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga
+ quand'ira o altra passion ti tocca!
+
+Cercati al collo, e troverai la soga
+ che 'l tien legato, o anima confusa,
+ e vedi lui che 'l gran petto ti doga>>.
+
+Poi disse a me: <<Elli stessi s'accusa;
+ questi e` Nembrotto per lo cui mal coto
+ pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
+
+Lascianlo stare e non parliamo a voto;
+ che' cosi` e` a lui ciascun linguaggio
+ come 'l suo ad altrui, ch'a nullo e` noto>>.
+
+Facemmo adunque piu` lungo viaggio,
+ volti a sinistra; e al trar d'un balestro,
+ trovammo l'altro assai piu` fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
+ non so io dir, ma el tenea soccinto
+ dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
+
+d'una catena che 'l tenea avvinto
+ dal collo in giu`, si` che 'n su lo scoperto
+ si ravvolgea infino al giro quinto.
+
+<<Questo superbo volle esser esperto
+ di sua potenza contra 'l sommo Giove>>,
+ disse 'l mio duca, <<ond'elli ha cotal merto.
+
+Fialte ha nome, e fece le gran prove
+ quando i giganti fer paura a' dei;
+ le braccia ch'el meno`, gia` mai non move>>.
+
+E io a lui: <<S'esser puote, io vorrei
+ che de lo smisurato Briareo
+ esperienza avesser li occhi miei>>.
+
+Ond'ei rispuose: <<Tu vedrai Anteo
+ presso di qui che parla ed e` disciolto,
+ che ne porra` nel fondo d'ogne reo.
+
+Quel che tu vuo' veder, piu` la` e` molto,
+ ed e` legato e fatto come questo,
+ salvo che piu` feroce par nel volto>>.
+
+Non fu tremoto gia` tanto rubesto,
+ che scotesse una torre cosi` forte,
+ come Fialte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett'io piu` che mai la morte,
+ e non v'era mestier piu` che la dotta,
+ s'io non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo piu` avante allotta,
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+<<O tu che ne la fortunata valle
+ che fece Scipion di gloria reda,
+ quand'Anibal co' suoi diede le spalle,
+
+recasti gia` mille leon per preda,
+ e che, se fossi stato a l'alta guerra
+ de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ch'avrebber vinto i figli de la terra;
+ mettine giu`, e non ten vegna schifo,
+ dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio ne' a Tifo:
+ questi puo` dar di quel che qui si brama;
+ pero` ti china, e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti puo` nel mondo render fama,
+ ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
+ se 'nnanzi tempo grazia a se' nol chiama>>.
+
+Cosi` disse 'l maestro; e quelli in fretta
+ le man distese, e prese 'l duca mio,
+ ond'Ercule senti` gia` grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+ disse a me: <<Fatti qua, si` ch'io ti prenda>>;
+ poi fece si` ch'un fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+ sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
+ sovr'essa si`, ched ella incontro penda;
+
+tal parve Anteo a me che stava a bada
+ di vederlo chinare, e fu tal ora
+ ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+ Lucifero con Giuda, ci sposo`;
+ ne' si` chinato, li` fece dimora,
+
+e come albero in nave si levo`.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXII
+
+
+S'io avessi le rime aspre e chiocce,
+ come si converrebbe al tristo buco
+ sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+ piu` pienamente; ma perch'io non l'abbo,
+ non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+che' non e` impresa da pigliare a gabbo
+ discriver fondo a tutto l'universo,
+ ne' da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
+ si` che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+ che stai nel loco onde parlare e` duro,
+ mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo giu` nel pozzo scuro
+ sotto i pie` del gigante assai piu` bassi,
+ e io mirava ancora a l'alto muro,
+
+dicere udi'mi: <<Guarda come passi:
+ va si`, che tu non calchi con le piante
+ le teste de' fratei miseri lassi>>.
+
+Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
+ e sotto i piedi un lago che per gelo
+ avea di vetro e non d'acqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo si` grosso velo
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,
+ ne' Tanai la` sotto 'l freddo cielo,
+
+com'era quivi; che se Tambernicchi
+ vi fosse su` caduto, o Pietrapana,
+ non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+ col muso fuor de l'acqua, quando sogna
+ di spigolar sovente la villana;
+
+livide, insin la` dove appar vergogna
+ eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
+ mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in giu` tenea volta la faccia;
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+ tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
+ volsimi a' piedi, e vidi due si` stretti,
+ che 'l pel del capo avieno insieme misto.
+
+<<Ditemi, voi che si` strignete i petti>>,
+ diss'io, <<chi siete?>>. E quei piegaro i colli;
+ e poi ch'ebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
+ gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
+ le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+ forte cosi`; ond'ei come due becchi
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un ch'avea perduti ambo li orecchi
+ per la freddura, pur col viso in giue,
+ disse: <<Perche' cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+ la valle onde Bisenzo si dichina
+ del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+D'un corpo usciro; e tutta la Caina
+ potrai cercare, e non troverai ombra
+ degna piu` d'esser fitta in gelatina;
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
+ con esso un colpo per la man d'Artu`;
+ non Focaccia; non questi che m'ingombra
+
+col capo si`, ch'i' non veggio oltre piu`,
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;
+ se tosco se', ben sai omai chi fu.
+
+E perche' non mi metti in piu` sermoni,
+ sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
+ e aspetto Carlin che mi scagioni>>.
+
+Poscia vid'io mille visi cagnazzi
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+ e verra` sempre, de' gelati guazzi.
+
+E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
+ al quale ogne gravezza si rauna,
+ e io tremava ne l'etterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,
+ forte percossi 'l pie` nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgrido`: <<Perche' mi peste?
+ se tu non vieni a crescer la vendetta
+ di Montaperti, perche' mi moleste?>>.
+
+E io: <<Maestro mio, or qui m'aspetta,
+ si ch'io esca d'un dubbio per costui;
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta>>.
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+ che bestemmiava duramente ancora:
+ <<Qual se' tu che cosi` rampogni altrui?>>.
+
+<<Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
+ percotendo>>, rispuose, <<altrui le gote,
+ si` che, se fossi vivo, troppo fora?>>.
+
+<<Vivo son io, e caro esser ti puote>>,
+ fu mia risposta, <<se dimandi fama,
+ ch'io metta il nome tuo tra l'altre note>>.
+
+Ed elli a me: <<Del contrario ho io brama.
+ Levati quinci e non mi dar piu` lagna,
+ che' mal sai lusingar per questa lama!>>.
+
+Allor lo presi per la cuticagna,
+ e dissi: <<El converra` che tu ti nomi,
+ o che capel qui su` non ti rimagna>>.
+
+Ond'elli a me: <<Perche' tu mi dischiomi,
+ ne' ti diro` ch'io sia, ne' mosterrolti,
+ se mille fiate in sul capo mi tomi>>.
+
+Io avea gia` i capelli in mano avvolti,
+ e tratto glien'avea piu` d'una ciocca,
+ latrando lui con li occhi in giu` raccolti,
+
+quando un altro grido`: <<Che hai tu, Bocca?
+ non ti basta sonar con le mascelle,
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?>>.
+
+<<Omai>>, diss'io, <<non vo' che piu` favelle,
+ malvagio traditor; ch'a la tua onta
+ io portero` di te vere novelle>>.
+
+<<Va via>>, rispuose, <<e cio` che tu vuoi conta;
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+ di quel ch'ebbe or cosi` la lingua pronta.
+
+El piange qui l'argento de' Franceschi:
+ "Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
+ la` dove i peccatori stanno freschi".
+
+Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
+ tu hai dallato quel di Beccheria
+ di cui sego` Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de' Soldanier credo che sia
+ piu` la` con Ganellone e Tebaldello,
+ ch'apri` Faenza quando si dormia>>.
+
+Noi eravam partiti gia` da ello,
+ ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
+ si` che l'un capo a l'altro era cappello;
+
+e come 'l pan per fame si manduca,
+ cosi` 'l sovran li denti a l'altro pose
+ la` 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tideo si rose
+ le tempie a Menalippo per disdegno,
+ che quei faceva il teschio e l'altre cose.
+
+<<O tu che mostri per si` bestial segno
+ odio sovra colui che tu ti mangi,
+ dimmi 'l perche'>>, diss'io, <<per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con ch'io parlo non si secca>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollevo` dal fiero pasto
+ quel peccator, forbendola a'capelli
+ del capo ch'elli avea di retro guasto.
+
+Poi comincio`: <<Tu vuo' ch'io rinovelli
+ disperato dolor che 'l cor mi preme
+ gia` pur pensando, pria ch'io ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+ che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se' ne' per che modo
+ venuto se' qua giu`; ma fiorentino
+ mi sembri veramente quand'io t'odo.
+
+Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
+ e questi e` l'arcivescovo Ruggieri:
+ or ti diro` perche' i son tal vicino.
+
+Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
+ fidandomi di lui, io fossi preso
+ e poscia morto, dir non e` mestieri;
+
+pero` quel che non puoi avere inteso,
+ cioe` come la morte mia fu cruda,
+ udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda
+ la qual per me ha 'l titol de la fame,
+ e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
+
+m'avea mostrato per lo suo forame
+ piu` lune gia`, quand'io feci 'l mal sonno
+ che del futuro mi squarcio` 'l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+ cacciando il lupo e ' lupicini al monte
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studiose e conte
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+ s'avea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+ lo padre e ' figli, e con l'agute scane
+ mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+ pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
+ ch'eran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se' crudel, se tu gia` non ti duoli
+ pensando cio` che 'l mio cor s'annunziava;
+ e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Gia` eran desti, e l'ora s'appressava
+ che 'l cibo ne solea essere addotto,
+ e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti' chiavar l'uscio di sotto
+ a l'orribile torre; ond'io guardai
+ nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
+
+Io non piangea, si` dentro impetrai:
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio
+ disse: "Tu guardi si`, padre! che hai?".
+
+Percio` non lacrimai ne' rispuos'io
+ tutto quel giorno ne' la notte appresso,
+ infin che l'altro sol nel mondo uscio.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+ nel doloroso carcere, e io scorsi
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
+ di manicar, di subito levorsi
+
+e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+ queste misere carni, e tu le spoglia".
+
+Queta'mi allor per non farli piu` tristi;
+ lo di` e l'altro stemmo tutti muti;
+ ahi dura terra, perche' non t'apristi?
+
+Poscia che fummo al quarto di` venuti,
+ Gaddo mi si gitto` disteso a' piedi,
+ dicendo: "Padre mio, che' non mi aiuti?".
+
+Quivi mori`; e come tu mi vedi,
+ vid'io cascar li tre ad uno ad uno
+ tra 'l quinto di` e 'l sesto; ond'io mi diedi,
+
+gia` cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+ e due di` li chiamai, poi che fur morti.
+ Poscia, piu` che 'l dolor, pote' 'l digiuno>>.
+
+Quand'ebbe detto cio`, con li occhi torti
+ riprese 'l teschio misero co'denti,
+ che furo a l'osso, come d'un can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+ del bel paese la` dove 'l si` suona,
+ poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+ si` ch'elli annieghi in te ogne persona!
+
+Che' se 'l conte Ugolino aveva voce
+ d'aver tradita te de le castella,
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea l'eta` novella,
+ novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
+ e li altri due che 'l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, la` 've la gelata
+ ruvidamente un'altra gente fascia,
+ non volta in giu`, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso li` pianger non lascia,
+ e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+ si volge in entro a far crescer l'ambascia;
+
+che' le lagrime prime fanno groppo,
+ e si` come visiere di cristallo,
+ riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, si` come d'un callo,
+ per la freddura ciascun sentimento
+ cessato avesse del mio viso stallo,
+
+gia` mi parea sentire alquanto vento:
+ per ch'io: <<Maestro mio, questo chi move?
+ non e` qua giu` ogne vapore spento?>>.
+
+Ond'elli a me: <<Avaccio sarai dove
+ di cio` ti fara` l'occhio la risposta,
+ veggendo la cagion che 'l fiato piove>>.
+
+E un de' tristi de la fredda crosta
+ grido` a noi: <<O anime crudeli,
+ tanto che data v'e` l'ultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+ si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
+ un poco, pria che 'l pianto si raggeli>>.
+
+Per ch'io a lui: <<Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
+ dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna>>.
+
+Rispuose adunque: <<I' son frate Alberigo;
+ i' son quel da le frutta del mal orto,
+ che qui riprendo dattero per figo>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<or se' tu ancor morto?>>.
+ Ed elli a me: <<Come 'l mio corpo stea
+ nel mondo su`, nulla scienza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+ che spesse volte l'anima ci cade
+ innanzi ch'Atropos mossa le dea.
+
+E perche' tu piu` volentier mi rade
+ le 'nvetriate lagrime dal volto,
+ sappie che, tosto che l'anima trade
+
+come fec'io, il corpo suo l'e` tolto
+ da un demonio, che poscia il governa
+ mentre che 'l tempo suo tutto sia volto.
+
+Ella ruina in si` fatta cisterna;
+ e forse pare ancor lo corpo suso
+ de l'ombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+ elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni
+ poscia passati ch'el fu si` racchiuso>>.
+
+<<Io credo>>, diss'io lui, <<che tu m'inganni;
+ che' Branca Doria non mori` unquanche,
+ e mangia e bee e dorme e veste panni>>.
+
+<<Nel fosso su`>>, diss'el, <<de' Malebranche,
+ la` dove bolle la tenace pece,
+ non era ancor giunto Michel Zanche,
+
+che questi lascio` il diavolo in sua vece
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano
+ che 'l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+ aprimi li occhi>>. E io non gliel'apersi;
+ e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+ d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
+ perche' non siete voi del mondo spersi?
+
+Che' col peggiore spirto di Romagna
+ trovai di voi un tal, che per sua opra
+ in anima in Cocito gia` si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXIV
+
+
+<<Vexilla regis prodeunt inferni
+ verso di noi; pero` dinanzi mira>>,
+ disse 'l maestro mio <<se tu 'l discerni>>.
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+ o quando l'emisperio nostro annotta,
+ par di lungi un molin che 'l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro
+ al duca mio; che' non li` era altra grotta.
+
+Gia` era, e con paura il metto in metro,
+ la` dove l'ombre tutte eran coperte,
+ e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+ quella col capo e quella con le piante;
+ altra, com'arco, il volto a' pie` rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
+ la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
+
+d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi,
+ <<Ecco Dite>>, dicendo, <<ed ecco il loco
+ ove convien che di fortezza t'armi>>.
+
+Com'io divenni allor gelato e fioco,
+ nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
+ pero` ch'ogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori' e non rimasi vivo:
+ pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
+ qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
+
+Lo 'mperador del doloroso regno
+ da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+ e piu` con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+ vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
+ ch'a cosi` fatta parte si confaccia.
+
+S'el fu si` bel com'elli e` ora brutto,
+ e contra 'l suo fattore alzo` le ciglia,
+ ben dee da lui proceder ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+ quand'io vidi tre facce a la sua testa!
+ L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
+ sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
+ e se' giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+ la sinistra a vedere era tal, quali
+ vegnon di la` onde 'l Nilo s'avvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
+ quanto si convenia a tanto uccello:
+ vele di mar non vid'io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+ era lor modo; e quelle svolazzava,
+ si` che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto s'aggelava.
+ Con sei occhi piangea, e per tre menti
+ gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co' denti
+ un peccatore, a guisa di maciulla,
+ si` che tre ne facea cosi` dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+ verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
+ rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+<<Quell'anima la` su` c'ha maggior pena>>,
+ disse 'l maestro, <<e` Giuda Scariotto,
+ che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due c'hanno il capo di sotto,
+ quel che pende dal nero ceffo e` Bruto:
+ vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e l'altro e` Cassio che par si` membruto.
+ Ma la notte risurge, e oramai
+ e` da partir, che' tutto avem veduto>>.
+
+Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ ed el prese di tempo e loco poste,
+ e quando l'ali fuoro aperte assai,
+
+appiglio` se' a le vellute coste;
+ di vello in vello giu` discese poscia
+ tra 'l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo la` dove la coscia
+ si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
+ lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov'elli avea le zanche,
+ e aggrappossi al pel com'om che sale,
+ si` che 'n inferno i' credea tornar anche.
+
+<<Attienti ben, che' per cotali scale>>,
+ disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
+ <<conviensi dipartir da tanto male>>.
+
+Poi usci` fuor per lo foro d'un sasso,
+ e puose me in su l'orlo a sedere;
+ appresso porse a me l'accorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+ Lucifero com'io l'avea lasciato,
+ e vidili le gambe in su` tenere;
+
+e s'io divenni allora travagliato,
+ la gente grossa il pensi, che non vede
+ qual e` quel punto ch'io avea passato.
+
+<<Levati su`>>, disse 'l maestro, <<in piede:
+ la via e` lunga e 'l cammino e` malvagio,
+ e gia` il sole a mezza terza riede>>.
+
+Non era camminata di palagio
+ la` 'v'eravam, ma natural burella
+ ch'avea mal suolo e di lume disagio.
+
+<<Prima ch'io de l'abisso mi divella,
+ maestro mio>>, diss'io quando fui dritto,
+ <<a trarmi d'erro un poco mi favella:
+
+ov'e` la ghiaccia? e questi com'e` fitto
+ si` sottosopra? e come, in si` poc'ora,
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?>>.
+
+Ed elli a me: <<Tu imagini ancora
+ d'esser di la` dal centro, ov'io mi presi
+ al pel del vermo reo che 'l mondo fora.
+
+Di la` fosti cotanto quant'io scesi;
+ quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
+ al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
+
+E se' or sotto l'emisperio giunto
+ ch'e` contraposto a quel che la gran secca
+ coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
+
+fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
+ tu hai i piedi in su picciola spera
+ che l'altra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui e` da man, quando di la` e` sera;
+ e questi, che ne fe' scala col pelo,
+ fitto e` ancora si` come prim'era.
+
+Da questa parte cadde giu` dal cielo;
+ e la terra, che pria di qua si sporse,
+ per paura di lui fe' del mar velo,
+
+e venne a l'emisperio nostro; e forse
+ per fuggir lui lascio` qui loco voto
+ quella ch'appar di qua, e su` ricorse>>.
+
+Luogo e` la` giu` da Belzebu` remoto
+ tanto quanto la tomba si distende,
+ che non per vista, ma per suono e` noto
+
+d'un ruscelletto che quivi discende
+ per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
+ col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+ e sanza cura aver d'alcun riposo,
+
+salimmo su`, el primo e io secondo,
+ tanto ch'i' vidi de le cose belle
+ che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+(e-text courtesy Progetto Manuzio)
+
+PURGATORIO
+
+
+
+Purgatorio: Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a se' mar si` crudele;
+
+e cantero` di quel secondo regno
+ dove l'umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poesi` resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Caliope` alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color d'oriental zaffiro,
+ che s'accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricomincio` diletto,
+ tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
+ che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
+
+Lo bel pianeto che d'amar conforta
+ faceva tutto rider l'oriente,
+ velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
+
+I' mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l'altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch'a la prima gente.
+
+Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrional vedovo sito,
+ poi che privato se' di mirar quelle!
+
+Com'io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l 'altro polo,
+ la` onde il Carro gia` era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che piu` non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a' suoi capelli simigliante,
+ de' quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan si` la sua faccia di lume,
+ ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
+
+<<Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?>>,
+ diss'el, movendo quelle oneste piume.
+
+<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi d'abisso cosi` rotte?
+ o e` mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?>>.
+
+Lo duca mio allor mi die` di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: <<Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi
+ di nostra condizion com'ell'e` vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai l'ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu si` presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+Si` com'io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non li` era altra via
+ che questa per la quale i' mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan se' sotto la tua balia.
+
+Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l'alto scende virtu` che m'aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ liberta` va cercando, ch'e` si` cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ che' questi vive, e Minos me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riportero` di te a lei,
+ se d'esser mentovato la` giu` degni>>.
+
+<<Marzia piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora,
+ <<che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di la` dal mal fiume dimora,
+ piu` muover non mi puo`, per quella legge
+ che fatta fu quando me n'usci' fora.
+
+Ma se donna del ciel ti muove e regge,
+ come tu di', non c'e` mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
+ si` ch'ogne sucidume quindi stinghe;
+
+che' non si converria, l'occhio sorpriso
+ d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch'e` di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ la` giu` cola` dove la batte l'onda,
+ porta di giunchi sovra 'l molle limo;
+
+null'altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ pero` ch'a le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterra`, che surge omai,
+ prendere il monte a piu` lieve salita>>.
+
+Cosi` spari`; e io su` mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, che' di qua dichina
+ questa pianura a' suoi termini bassi>>.
+
+L'alba vinceva l'ora mattutina
+ che fuggia innanzi, si` che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+ com'om che torna a la perduta strada,
+ che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo la` 've la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su l'erbetta sparte
+ soavemente 'l mio maestro pose:
+ ond'io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver' lui le guance lagrimose:
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l'inferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:
+ oh maraviglia! che' qual elli scelse
+ l'umile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente la` onde l'avelse.
+
+
+
+Purgatorio: Canto II
+
+
+Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto
+ lo cui meridian cerchio coverchia
+ Ierusalem col suo piu` alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+si` che le bianche e le vermiglie guance,
+ la` dov'i' era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giu` nel ponente sovra 'l suol marino,
+
+cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir si` ratto,
+ che 'l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
+ l'occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil piu` lucente e maggior fatto.
+
+Poi d'ogne lato ad esso m'appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscio.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di si` fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ si` che remo non vuol, ne' altro velo
+ che l'ali sue, tra liti si` lontani.
+
+Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
+ trattando l'aere con l'etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo>>.
+
+Poi, come piu` e piu` verso noi venne
+ l'uccel divino, piu` chiaro appariva:
+ per che l'occhio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e piu` di cento spirti entro sediero.
+
+'In exitu Israel de Aegypto'
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo e` poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
+ ed el sen gi`, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase li`, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch'avea con le saette conte
+ di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alzo` la fronte
+ ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte>>.
+
+E Virgilio rispuose: <<Voi credete
+ forse che siamo esperti d'esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu si` aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parra` gioco>>.
+
+L'anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+cosi` al viso mio s'affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi obliando d'ire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con si` grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse ch'io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
+
+Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai
+ nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta:
+ pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>.
+
+<<Casella mio, per tornar altra volta
+ la` dov'io son, fo io questo viaggio>>,
+ diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ piu` volte m'ha negato esto passaggio;
+
+che' di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond'io, ch'era ora a la marina volto
+ dove l'acqua di Tevero s'insala,
+ benignamente fu' da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta l'ala,
+ pero` che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala>>.
+
+E io: <<Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l'amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di cio` ti piaccia consolare alquanto
+ l'anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, e` affannata tanto!>>.
+
+'Amor che ne la mente mi ragiona'
+ comincio` elli allor si` dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch'eran con lui parevan si` contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare e` questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>.
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
+
+se cosa appare ond'elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l'esca,
+ perch'assaliti son da maggior cura;
+
+cosi` vid'io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
+ com'om che va, ne' sa dove riesca:
+
+ne' la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+Purgatorio: Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i' mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare' io sanza lui corso?
+ chi m'avria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da se' stesso rimorso:
+ o dignitosa coscienza e netta,
+ come t'e` picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,
+ e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
+ che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m'era dinanzi a la figura,
+ ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+ d'essere abbandonato, quand'io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>,
+ a dir mi comincio` tutto rivolto;
+ <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
+
+Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra:
+ Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
+ non ti maravigliar piu` che d'i cieli
+ che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtu` dispone
+ che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
+
+Matto e` chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ che' se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+e disiar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch'etternalmente e` dato lor per lutto:
+
+io dico d'Aristotile e di Plato
+ e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte,
+ e piu` non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a pie` del monte;
+ quivi trovammo la roccia si` erta,
+ che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,
+ la piu` rotta ruina e` una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+<<Or chi sa da qual man la costa cala>>,
+ disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
+ <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>.
+
+E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra m'appari` una gente
+ d'anime, che movieno i pie` ver' noi,
+ e non pareva, si` venian lente.
+
+<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne dara` consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi>>.
+
+Guardo` allora, e con libero piglio
+ rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio>>.
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+ i' dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>,
+ Virgilio incomincio`, <<per quella pace
+ ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
+
+ditene dove la montagna giace
+ si` che possibil sia l'andare in suso;
+ che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>.
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l'altre stanno
+ timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
+
+e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,
+ addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
+ semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;
+
+si` vid'io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l'andare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ si` che l'ombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser se' in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.
+
+<<Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo e` corpo uman che voi vedete;
+ per che 'l lume del sole in terra e` fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtu` che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete>>.
+
+Cosi` 'l maestro; e quella gente degna
+ <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incomincio`: <<Chiunque
+ tu se', cosi` andando, volgi 'l viso:
+ pon mente se di la` mi vedesti unque>>.
+
+Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand'io mi fui umilmente disdetto
+ d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>;
+ e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
+
+Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond'io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
+ e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
+
+Poscia ch'io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,
+ che prende cio` che si rivolge a lei.
+
+Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+l'ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
+ dov'e' le trasmuto` a lume spento.
+
+Per lor maladizion si` non si perde,
+ che non possa tornar, l'etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero e` che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta,
+ in sua presunzion, se tal decreto
+ piu` corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m'hai visto, e anco esto divieto;
+
+che' qui per quei di la` molto s'avanza>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtu` nostra comprenda
+ l'anima bene ad essa si raccoglie,
+
+par ch'a nulla potenza piu` intenda;
+ e questo e` contra quello error che crede
+ ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
+
+E pero`, quando s'ode cosa o vede
+ che tegna forte a se' l'anima volta,
+ vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
+
+ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,
+ e altra e` quella c'ha l'anima intera:
+ questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.
+
+Di cio` ebb'io esperienza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ che' ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non m'era accorto, quando
+ venimmo ove quell'anime ad una
+ gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>.
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
+
+che non era la calla onde saline
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partine.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova 'n Cacume
+ con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;
+
+dico con l'ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
+ e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
+ de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>.
+
+Lo sommo er'alto che vincea la vista,
+ e la costa superba piu` assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+ <<O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com'io rimango sol, se non restai>>.
+
+<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>,
+ additandomi un balzo poco in sue
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+Si` mi spronaron le parole sue,
+ ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ volti a levante ond'eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n'eravam feriti.
+
+Ben s'avvide il poeta ch'io stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che su` e giu` del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodiaco rubecchio
+ ancora a l'Orse piu` stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sion
+ con questo monte in su la terra stare
+
+si`, ch'amendue hanno un solo orizzon
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Feton,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+ da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
+ se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>.
+
+<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco
+ non vid'io chiaro si` com'io discerno
+ la` dove mio ingegno parea manco,
+
+che 'l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun'arte,
+ e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
+
+per la ragion che di', quinci si parte
+ verso settentrion, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale
+ piu` che salir non posson li occhi miei>>.
+
+Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale,
+ che sempre al cominciar di sotto e` grave;
+ e quant'om piu` va su`, e men fa male.
+
+Pero`, quand'ella ti parra` soave
+ tanto, che su` andar ti fia leggero
+ com'a seconda giu` andar per nave,
+
+allor sarai al fin d'esto sentiero;
+ quivi di riposar l'affanno aspetta.
+ Piu` non rispondo, e questo so per vero>>.
+
+E com'elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sono`: <<Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!>>.
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.
+
+La` ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l'ombra dietro al sasso
+ come l'uom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo 'l viso giu` tra esse basso.
+
+<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia
+ colui che mostra se' piu` negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia>>.
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo 'l viso pur su per la coscia,
+ e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>.
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m'avacciava un poco ancor la lena,
+ non m'impedi` l'andare a lui; e poscia
+
+ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,
+ dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole
+ da l'omero sinistro il carro mena?>>.
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perche' assiso
+ quiritto se'? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>.
+
+Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta?
+ che' non mi lascerebbe ire a' martiri
+ l'angel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazione in prima non m'aita
+ che surga su` di cuor che in grazia viva;
+ l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>.
+
+E gia` il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco
+ meridian dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto V
+
+
+Io era gia` da quell'ombre partito,
+ e seguitava l'orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando 'l dito,
+
+una grido`: <<Ve' che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!>>.
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
+
+<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>,
+ disse 'l maestro, <<che l'andare allenti?
+ che ti fa cio` che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ gia` mai la cima per soffiar di venti;
+
+che' sempre l'omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da se' dilunga il segno,
+ perche' la foga l'un de l'altro insolla>>.
+
+Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l'uom di perdon talvolta degno.
+
+E 'ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando 'Miserere' a verso a verso.
+
+Quando s'accorser ch'i' non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
+ mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr'a noi e dimandarne:
+ <<Di vostra condizion fatene saggi>>.
+
+E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che 'l corpo di costui e` vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+ com'io avviso, assai e` lor risposto:
+ faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>.
+
+Vapori accesi non vid'io si` tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ ne', sol calando, nuvole d'agosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti la`, con li altri a noi dier volta
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+<<Questa gente che preme a noi e` molta,
+ e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta:
+ <<pero` pur va, e in andando ascolta>>.
+
+<<O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti>>,
+ venian gridando, <<un poco il passo queta.
+
+Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
+ si` che di lui di la` novella porti:
+ deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti?
+
+Noi fummo tutti gia` per forza morti,
+ e peccatori infino a l'ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+si` che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di se' veder n'accora>>.
+
+E io: <<Perche' ne' vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s'a voi piace
+ cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io faro` per quella pace
+ che, dietro a' piedi di si` fatta guida
+ di mondo in mondo cercar mi si face>>.
+
+E uno incomincio`: <<Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che 'l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, si` che ben per me s'adori
+ pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu' io; ma li profondi fori
+ ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+la` dov'io piu` sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira
+ assai piu` la` che dritto non volea.
+
+Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
+ quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
+ ancor sarei di la` dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
+ m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io
+ de le mie vene farsi in terra laco>>.
+
+Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l'alto monte,
+ con buona pietate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>.
+
+E io a lui: <<Qual forza o qual ventura
+ ti travio` si` fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?>>.
+
+<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino
+ traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
+ che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
+
+La` 've 'l vocabol suo diventa vano,
+ arriva' io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola
+ nel nome di Maria fini', e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi:
+ l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
+ gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui l'etterno
+ per una lagrimetta che 'l mi toglie;
+ ma io faro` de l'altro altro governo!".
+
+Ben sai come ne l'aere si raccoglie
+ quell'umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
+ per la virtu` che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come 'l di` fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
+
+si` che 'l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde e a' fossati venne
+ di lei cio` che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver' lo fiume real tanto veloce
+ si ruino`, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
+ voltommi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse>>.
+
+<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
+ e riposato de la lunga via>>,
+ seguito` 'l terzo spirito al secondo,
+
+<<ricorditi di me, che son la Pia:
+ Siena mi fe', disfecemi Maremma:
+ salsi colui che 'nnanellata pria
+
+disposando m'avea con la sua gemma>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con l'altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non s'arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, piu` non fa pressa;
+ e cosi` da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv'era l'Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l'altro ch'annego` correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fe' parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e l'anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com'e' dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr'e` di qua, la donna di Brabante,
+ si` che pero` non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+ quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
+ si` che s'avacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: <<El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>.
+
+Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+che' cima di giudicio non s'avvalla
+ perche' foco d'amor compia in un punto
+ cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla;
+
+e la` dov'io fermai cotesto punto,
+ non s'ammendava, per pregar, difetto,
+ perche' 'l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a cosi` alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
+
+Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice>>.
+
+E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ che' gia` non m'affatico come dianzi,
+ e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>.
+
+<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>,
+ rispuose, <<quanto piu` potremo omai;
+ ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie la` su`, tornar vedrai
+ colui che gia` si cuopre de la costa,
+ si` che ' suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi la` un'anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>.
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dicea alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
+ <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita,
+
+surse ver' lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+Quell'anima gentil fu cosi` presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
+ di quei ch'un muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s'alcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perche' ti racconciasse il freno
+ Iustiniano, se la sella e` vota?
+ Sanz'esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi cio` che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera e` fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco ch'abbandoni
+ costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
+
+Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costa` distretti,
+ che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color gia` tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com'e` oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e di` e notte chiama:
+ <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>.
+
+Vieni a veder la gente quanto s'ama!
+ e se nulla di noi pieta` ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m'e`, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O e` preparazion che ne l'abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l'accorger nostro scisso?
+
+Che' le citta` d'Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ merce' del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l'arco;
+ ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>.
+
+Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
+ S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+ l'antiche leggi e furon si` civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch'a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d'ottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non puo` trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VII
+
+
+Poscia che l'accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>.
+
+<<Anzi che a questo monte fosser volte
+ l'anime degne di salire a Dio,
+ fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null'altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fe'>>.
+ Cosi` rispuose allora il duca mio.
+
+Qual e` colui che cosa innanzi se'
+ subita vede ond'e' si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>,
+
+tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,
+ e umilmente ritorno` ver' lui,
+ e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.
+
+<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui
+ mostro` cio` che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond'io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S'io son d'udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>.
+
+<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>,
+ rispuose lui, <<son io di qua venuto;
+ virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l'alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l'umana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtu` non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l'altre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ da` noi per che venir possiam piu` tosto
+ la` dove purgatorio ha dritto inizio>>.
+
+Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto;
+ licito m'e` andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
+
+Ma vedi gia` come dichina il giorno,
+ e andar su` di notte non si puote;
+ pero` e` buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote:
+ se mi consenti, io ti merro` ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note>>.
+
+<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>.
+
+E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,
+ dicendo: <<Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo 'l sol partito:
+
+non pero` ch'altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>.
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici
+ ch'aver si puo` diletto dimorando>>.
+
+Poco allungati c'eravam di lici,
+ quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo
+ dove la costa face di se' grembo;
+ e la` il novo giorno attenderemo>>.
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
+
+da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore e` vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavita` di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>,
+ comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,
+ <<tra color non vogliate ch'io vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e ' volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giu` tra essi accolti.
+
+Colui che piu` siede alto e fa sembianti
+ d'aver negletto cio` che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
+ si` che tardi per altri si ricrea.
+
+L'altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l'acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c'ha si` benigno aspetto,
+ mori` fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate la` come si batte il petto!
+ L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che si` li lancia.
+
+Quel che par si` membruto e che s'accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d'ogne valor porto` cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de l'altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+ l'umana probitate; e questo vole
+ quei che la da`, perche' da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza gia` si dole.
+
+Tant'e` del seme suo minor la pianta,
+ quanto piu` che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+ seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra:
+ questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che piu` basso tra costor s'atterra,
+ guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VIII
+
+
+Era gia` l'ora che volge il disio
+ ai navicanti e 'ntenerisce il core
+ lo di` c'han detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin d'amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand'io incominciai a render vano
+ l'udire e a mirare una de l'alme
+ surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e levo` ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l'oriente,
+ come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
+
+'Te lucis ante' si` devotamente
+ le uscio di bocca e con si` dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+e l'altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l'inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,
+ certo che 'l trapassar dentro e` leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sue
+ quasi aspettando, palido e umile;
+
+e vidi uscir de l'alto e scender giue
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+L'un poco sovra noi a star si venne,
+ e l'altro scese in l'opposita sponda,
+ si` che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discernea in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l'occhio si smarria,
+ come virtu` ch'a troppo si confonda.
+
+<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>,
+ disse Sordello, <<a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verra` vie via>>.
+
+Ond'io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazioso fia lor vedervi assai>>.
+
+Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp'era gia` che l'aere s'annerava,
+ ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei
+ non dichiarisse cio` che pria serrava.
+
+Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ' rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti
+ a pie` del monte per le lontane acque?>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>.
+
+E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di subito smarrita.
+
+L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
+ che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse>>.
+
+Poi, volto a me: <<Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che si` nasconde
+ lo suo primo perche', che non li` e` guado,
+
+quando sarai di la` da le larghe onde,
+ di` a Giovanna mia che per me chiami
+ la` dove a li 'nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre piu` m'ami,
+ poscia che trasmuto` le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d'amor dura,
+ se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
+
+Non le fara` si` bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com'avria fatto il gallo di Gallura>>.
+
+Cosi` dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur la` dove le stelle son piu` tarde,
+ si` come rota piu` presso a lo stelo.
+
+E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>.
+ E io a lui: <<A quelle tre facelle
+ di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>.
+
+Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di la` basse,
+ e queste son salite ov'eran quelle>>.
+
+Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse
+ dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>;
+ e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e pero` dicer non posso,
+ come mosser li astor celestiali;
+ ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
+
+Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
+ fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+L'ombra che s'era al giudice raccolta
+ quando chiamo`, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+<<Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>,
+
+comincio` ella, <<se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che gia` grande la` era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l'antico, ma di lui discesi;
+ a' miei portai l'amor che qui raffina>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi
+ gia` mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ si` che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, s'io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura si` la privilegia,
+ che, perche' il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>.
+
+Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che 'l Montone
+ con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinione
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d'altrui sermone,
+
+se corso di giudicio non s'arresta>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+ gia` s'imbiancava al balco d'oriente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de' passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov'eravamo,
+ e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;
+
+quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
+ la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne l'ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de' suo' primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+ piu` da la carne e men da' pensier presa,
+ a le sue vision quasi e` divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+ un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
+ con l'ali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea la` dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: 'Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d'altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede'.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e si` lo 'ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che 'l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo la` dove si fosse,
+
+quando la madre da Chiron a Schiro
+ trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,
+ la` onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss'io, si` come da la faccia
+ mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,
+ come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato m'era solo il mio conforto,
+ e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,
+ e 'l viso m'era a la marina torto.
+
+<<Non aver tema>>, disse il mio segnore;
+ <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se' omai al purgatorio giunto:
+ vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno;
+ vedi l'entrata la` 've par digiunto.
+
+Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
+ quando l'anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno
+
+venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ si` l'agevolero` per la sua via".
+
+Sordel rimase e l'altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>.
+
+A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verita` li e` discoperta,
+
+mi cambia' io; e come sanza cura
+ vide me 'l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
+
+Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
+ la mia matera, e pero` con piu` arte
+ non ti maravigliar s'io la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
+ che la` dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch'ancor non facea motto.
+
+E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,
+ vidil seder sovra 'l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
+
+e una spada nuda avea in mano,
+ che reflettea i raggi si` ver' noi,
+ ch'io drizzava spesso il viso in vano.
+
+<<Dite costinci: che volete voi?>>,
+ comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta?
+ Guardate che 'l venir su` non vi noi>>.
+
+<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>,
+ rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi
+ ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>.
+
+<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>,
+ ricomincio` il cortese portinaio:
+ <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>.
+
+La` ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era si` pulito e terso,
+ ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto piu` che perso,
+ d'una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
+ porfido mi parea, si` fiammeggiante,
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tenea ambo le piante
+ l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi su` di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi
+ umilemente che 'l serrame scioglia>>.
+
+Divoto mi gittai a' santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e <<Fa che lavi,
+ quando se' dentro, queste piaghe>>, disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d'un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.
+
+<<Quandunque l'una d'este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa>>,
+ diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla.
+
+Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa
+ d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
+ perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
+ anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
+ pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>.
+
+Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>.
+
+E quando fuor ne' cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra
+ Tarpea, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e 'Te Deum laudamus' mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ cio` ch'io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ch'or si` or no s'intendon le parole.
+
+
+
+Purgatorio: Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che 'l mal amor de l'anime disusa,
+ perche' fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti' esser richiusa;
+ e s'io avesse li occhi volti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d'una e d'altra parte,
+ si` come l'onda che fugge e s'appressa.
+
+<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>,
+ comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte>>.
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ su` dove il monte in dietro si rauna,
+
+io stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo piu` che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al pie` de l'alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,
+ quand'io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+ d'intagli si`, che non pur Policleto,
+ ma la natura li` avrebbe scorno.
+
+L'angel che venne in terra col decreto
+ de la molt'anni lagrimata pace,
+ ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva si` verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
+ perche' iv'era imaginata quella
+ ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+ 'Ecce ancilla Dei', propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+<<Non tener pur ad un loco la mente>>,
+ disse 'l dolce maestro, che m'avea
+ da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
+
+Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m'era colui che mi movea,
+
+un'altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
+ accio` che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato li` nel marmo stesso
+ lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a' due mie' sensi
+ faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>.
+
+Similemente al fummo de li 'ncensi
+ che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
+ e al si` e al no discordi fensi.
+
+Li` precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l'umile salmista,
+ e piu` e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigiata ad una vista
+ d'un gran palazzo, Micol ammirava
+ si` come donna dispettosa e trista.
+
+I' mossi i pie` del loco dov'io stava,
+ per avvisar da presso un'altra istoria,
+ che di dietro a Micol mi biancheggiava.
+
+Quiv'era storiata l'alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i' dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
+ sovr'essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>;
+
+ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta
+ tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>,
+ come persona in cui dolor s'affretta,
+
+<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io,
+ la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene
+ a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>;
+
+ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene
+ ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
+ giustizia vuole e pieta` mi ritene>>.
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perche' qui non si trova.
+
+Mentr'io mi dilettava di guardare
+ l'imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>,
+ mormorava il poeta, <<molte genti:
+ questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>.
+
+Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond'e' son vaghi,
+ volgendosi ver' lui non furon lenti.
+
+Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che 'l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martire:
+ pensa la succession; pensa ch'al peggio,
+ oltre la gran sentenza non puo` ire.
+
+Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, si` nel veder vaneggio>>.
+
+Ed elli a me: <<La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
+
+Ma guarda fiso la`, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>.
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne' retrosi passi,
+
+non v'accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l'angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che l'animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ si` come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere 'n chi la vede; cosi` fatti
+ vid'io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero e` che piu` e meno eran contratti
+ secondo ch'avien piu` e meno a dosso;
+ e qual piu` pazienza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XI
+
+
+<<O Padre nostro, che ne' cieli stai,
+ non circunscritto, ma per piu` amore
+ ch'ai primi effetti di la` su` tu hai,
+
+laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
+ da ogni creatura, com'e` degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
+ che' noi ad essa non potem da noi,
+ s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ cosi` facciano li uomini de' suoi.
+
+Da` oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi piu` di gir s'affanna.
+
+E come noi lo mal ch'avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virtu` che di legger s'adona,
+ non spermentar con l'antico avversaro,
+ ma libera da lui che si` la sprona.
+
+Quest'ultima preghiera, segnor caro,
+ gia` non si fa per noi, che' non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro>>.
+
+Cosi` a se' e noi buona ramogna
+ quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
+ simile a quel che tal volta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+Se di la` sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei ch'hanno al voler buona radice?
+
+Ben si de' loro atar lavar le note
+ che portar quinci, si` che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi
+ tosto, si` che possiate muover l'ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver' la scala
+ si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco,
+ quel ne 'nsegnate che men erto cala;
+
+che' questi che vien meco, per lo 'ncarco
+ de la carne d'Adamo onde si veste,
+ al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>.
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu' io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: <<A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+E s'io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
+ guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco.
+
+L'antico sangue e l'opere leggiadre
+ d'i miei maggior mi fer si` arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, che' tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien ch'io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>.
+
+Ascoltando chinai in giu` la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi,
+ l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
+ ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>.
+
+<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l'onore e` tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare' io stato si` cortese
+ mentre ch'io vissi, per lo gran disio
+ de l'eccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de l'umane posse!
+ com'poco verde in su la cima dura,
+ se non e` giunta da l'etati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ si` che la fama di colui e` scura:
+
+cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse e` nato
+ chi l'uno e l'altro caccera` del nido.
+
+Non e` il mondan romore altro ch'un fiato
+ di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perche' muta lato.
+
+Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
+
+pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto
+ spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
+ al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto.
+
+Colui che del cammin si` poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sono` tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond'era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo si` com'ora e` putta.
+
+La vostra nominanza e` color d'erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba>>.
+
+E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora
+ bona umilta`, e gran tumor m'appiani;
+ ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>.
+
+<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani;
+ ed e` qui perche' fu presuntuoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito e` cosi` e va, sanza riposo,
+ poi che mori`; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>.
+
+E io: <<Se quello spirito ch'attende,
+ pria che si penta, l'orlo de la vita,
+ qua giu` dimora e qua su` non ascende,
+
+se buona orazion lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?>>.
+
+<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse,
+ <<liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s'affisse;
+
+e li`, per trar l'amico suo di pena
+ ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Piu` non diro`, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini
+ faranno si` che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest'opera li tolse quei confini>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m'andava io con quell'anima carca,
+ fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: <<Lascia lui e varca;
+ che' qui e` buono con l'ali e coi remi,
+ quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>;
+
+dritto si` come andar vuolsi rife'mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io m'era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ gia` mostravam com'eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue:
+ buon ti sara`, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue>>.
+
+Come, perche' di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch'elli eran pria,
+
+onde li` molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a' pii da` de le calcagne;
+
+si` vid'io li`, ma di miglior sembianza
+ secondo l'artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+ piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l'un lato.
+
+Vedea Briareo, fitto dal telo
+ celestial giacer, da l'altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d'i Giganti sparte.
+
+Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che 'n Sennaar con lui superbi fuoro.
+
+O Niobe`, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Saul, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboe`,
+ che poi non senti` pioggia ne' rugiada!
+
+O folle Aragne, si` vedea io te
+ gia` mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l'opera che mal per te si fe'.
+
+O Roboam, gia` non par che minacci
+ quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fe' caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherib dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
+ che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:
+ <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>.
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilion, come te basso e vile
+ mostrava il segno che li` si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant'io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
+ si` che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Piu` era gia` per noi del monte volto
+ e del cammin del sole assai piu` speso
+ che non stimava l'animo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, comincio`: <<Drizza la testa;
+ non e` piu` tempo di gir si` sospeso.
+
+Vedi cola` un angel che s'appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del di` l'ancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ si` che i diletti lo 'nviarci in suso;
+ pensa che questo di` mai non raggiorna!>>.
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, si` che 'n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi venia la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
+ disse: <<Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar su` nata,
+ perche' a poco vento cosi` cadi?>>.
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batte' l'ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l'andata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar l'ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch'era sicuro il quaderno e la doga;
+
+cosi` s'allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l'altro girone;
+ ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ 'Beati pauperes spiritu!' voci
+ cantaron si`, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l'infernali! che' quivi per canti
+ s'entra, e la` giu` per lamenti feroci.
+
+Gia` montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo piu` lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve
+ levata s'e` da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?>>.
+
+Rispuose: <<Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com'e` l'un, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser su` pinti>>.
+
+Allor fec'io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar s'aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si puo` fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che 'ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi cosi` una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l'arco suo piu` tosto piega.
+
+Ombra non li` e` ne' segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>,
+ ragionava il poeta, <<io temo forse
+ che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>.
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di se' torse.
+
+<<O dolce lume a cui fidanza i' entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci>>,
+ dicea, <<come condur si vuol quinc'entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
+ s'altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci>>.
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di la` eravam noi gia` iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+ non pero` visti, spiriti parlando
+ a la mensa d'amor cortesi inviti.
+
+La prima voce che passo` volando
+ 'Vinum non habent' altamente disse,
+ e dietro a noi l'ando` reiterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
+ passo` gridando, e anco non s'affisse.
+
+<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>.
+ E com'io domandai, ecco la terza
+ dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
+
+E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e pero` sono
+ tratte d'amor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l'udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun e` lungo la grotta assiso>>.
+
+Allora piu` che prima li occhi apersi;
+ guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco piu` avanti,
+ udia gridar: 'Maria, ora per noi':
+ gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+ omo si` duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch'i' vidi poi;
+
+che', quando fui si` presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l'un sofferia l'altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Cosi` li ciechi a cui la roba falla
+ stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
+
+perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+ cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
+ luce del ciel di se' largir non vole;
+
+che' a tutti un fil di ferro i cigli fora
+ e cusce si`, come a sparvier selvaggio
+ si fa pero` che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
+ e pero` non attese mia dimanda,
+ ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>.
+
+Virgilio mi venia da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perche' da nulla sponda s'inghirlanda;
+
+da l'altra parte m'eran le divote
+ ombre, che per l'orribile costura
+ premevan si`, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e <<O gente sicura>>,
+ incominciai, <<di veder l'alto lume
+ che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscienza si` che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, che' mi fia grazioso e caro,
+ s'anima e` qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>.
+
+<<O frate mio, ciascuna e` cittadina
+ d'una vera citta`; ma tu vuo' dire
+ che vivesse in Italia peregrina>>.
+
+Questo mi parve per risposta udire
+ piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava,
+ ond'io mi feci ancor piu` la` sentire.
+
+Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
+ lo mento a guisa d'orbo in su` levava.
+
+<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome,
+ se tu se' quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome>>.
+
+<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che se' ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapia
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ piu` lieta assai che di ventura mia.
+
+E perche' tu non creda ch'io t'inganni,
+ odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
+ gia` discendendo l'arco d'i miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co' loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
+
+Rotti fuor quivi e volti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia,
+ gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!",
+ come fe' 'l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se', che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ si` com'io credo, e spirando ragioni?>>.
+
+<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa
+ fatta per esser con invidia volti.
+
+Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa
+ l'anima mia del tormento di sotto,
+ che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>.
+
+Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto
+ qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>.
+ E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e pero` mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
+ di la` per te ancor li mortai piedi>>.
+
+<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>,
+ rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami;
+ pero` col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu piu` brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ piu` di speranza ch'a trovar la Diana;
+
+ma piu` vi perderanno li ammiragli>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIV
+
+
+<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>.
+
+<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo:
+ domandal tu che piu` li t'avvicini,
+ e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>.
+
+Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse l'uno: <<O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
+ per carita` ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se'; che' tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>.
+
+E io: <<Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr'esso rech'io questa persona:
+ dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
+ che' 'l nome mio ancor molto non suona>>.
+
+<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
+ con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>.
+
+E l'altro disse lui: <<Perche' nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com'om fa de l'orribili cose?>>.
+
+E l'ombra che di cio` domandata era,
+ si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno
+ ben e` che 'l nome di tal valle pera;
+
+che' dal principio suo, ov'e` si` pregno
+ l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro,
+ che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin la` 've si rende per ristoro
+ di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
+ ond'hanno i fiumi cio` che va con loro,
+
+vertu` cosi` per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond'hanno si` mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, piu` degni di galle
+ che d'altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi piu` che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa,
+ tanto piu` trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per piu` pelaghi cupi,
+ trova le volpi si` piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occupi.
+
+Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda;
+ e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta
+ di cio` che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e se' di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva>>.
+
+Com'a l'annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch'ascolta,
+ da qual che parte il periglio l'assanni,
+
+cosi` vid'io l'altr'anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch'ebbe la parola a se' raccolta.
+
+Lo dir de l'una e de l'altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlomi
+ ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca
+ nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti saro` scarso;
+ pero` sappi ch'io fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio d'invidia si` riarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m'avresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perche' poni 'l core
+ la` 'v'e` mestier di consorte divieto?
+
+Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s'e` reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue e` fatto brullo,
+ tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+che' dentro a questi termini e` ripieno
+ di venenosi sterpi, si` che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
+ quando rimembro con Guido da Prata,
+ Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l'una gente e l'altra e` diretata),
+
+le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
+ che ne 'nvogliava amore e cortesia
+ la` dove i cuor son fatti si` malvagi.
+
+O Bretinoro, che' non fuggi via,
+ poi che gita se n'e` la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti piu` s'impiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
+ lor sen gira`; ma non pero` che puro
+ gia` mai rimagna d'essi testimonio.
+
+O Ugolin de' Fantolin, sicuro
+ e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
+ troppo di pianger piu` che di parlare,
+ si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>.
+
+Noi sapavam che quell'anime care
+ ci sentivano andar; pero`, tacendo,
+ facean noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l'aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+'Anciderammi qualunque m'apprende';
+ e fuggi` come tuon che si dilegua,
+ se subito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l'altra con si` gran fracasso,
+ che somiglio` tonar che tosto segua:
+
+<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci e non innanzi il passo.
+
+Gia` era l'aura d'ogne parte queta;
+ ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo
+ che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo
+ de l'antico avversaro a se' vi tira;
+ e pero` poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l'occhio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XV
+
+
+Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
+ e 'l principio del di` par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva gia` inver' la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero la`, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
+ perche' per noi girato era si` 'l monte,
+ che gia` dritti andavamo inver' l'occaso,
+
+quand'io senti' a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai piu` che di prima,
+ e stupor m'eran le cose non conte;
+
+ond'io levai le mani inver' la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da l'acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l'opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ si` come mostra esperienza e arte;
+
+cosi` mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia>>,
+ diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>.
+
+<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
+ la famiglia del cielo>>, a me rispuose:
+ <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia.
+
+Tosto sara` ch'a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose>>.
+
+Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
+ con lieta voce disse: <<Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto>>.
+
+Noi montavam, gia` partiti di linci,
+ e 'Beati misericordes!' fue
+ cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizza'mi a lui si` dimandando:
+ <<Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>.
+
+Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e pero` non s'ammiri
+ se ne riprende perche' men si piagna.
+
+Perche' s'appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a' sospiri.
+
+Ma se l'amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+che', per quanti si dice piu` li` 'nostro',
+ tanto possiede piu` di ben ciascuno,
+ e piu` di caritate arde in quel chiostro>>.
+
+<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>,
+ diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto,
+ e piu` di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com'esser puote ch'un ben, distributo
+ in piu` posseditor, faccia piu` ricchi
+ di se', che se da pochi e` posseduto?>>.
+
+Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+ che la` su` e`, cosi` corre ad amore
+ com'a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si da` quanto trova d'ardore;
+ si` che, quantunque carita` si stende,
+ cresce sovr'essa l'etterno valore.
+
+E quanta gente piu` la` su` s'intende,
+ piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama,
+ e come specchio l'uno a l'altro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torra` questa e ciascun'altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son gia` le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente>>.
+
+Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
+ vidimi giunto in su l'altro girone,
+ si` che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visione
+ estatica di subito esser tratto,
+ e vedere in un tempio piu` persone;
+
+e una donna, in su l'entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: <<Figliuol mio
+ perche' hai tu cosi` verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo>>. E come qui si tacque,
+ cio` che pareva prima, dispario.
+
+Indi m'apparve un'altra con quell'acque
+ giu` per le gote che 'l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: <<Se tu se' sire de la villa
+ del cui nome ne' dei fu tanta lite,
+ e onde ogni scienza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+ ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>.
+ E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+ <<Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama e` per noi condannato?>>,
+
+Poi vidi genti accese in foco d'ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>.
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l'aggravava gia`, inver' la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a' suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pieta` diserra.
+
+Quando l'anima mia torno` di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far si` com'om che dal sonno si slega,
+ disse: <<Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se' venuto piu` che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?>>.
+
+<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
+ io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve
+ quando le gambe mi furon si` tolte>>.
+
+Ed ei: <<Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Cio` che vedesti fu perche' non scuse
+ d'aprir lo core a l'acque de la pace
+ che da l'etterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai "Che hai?" per quel che face
+ chi guarda pur con l'occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+ cosi` frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede>>.
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ ne' da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVI
+
+
+Buio d'inferno e di notte privata
+ d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant'esser puo` di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio si` grosso velo
+ come quel fummo ch'ivi ci coperse,
+ ne' a sentir di cosi` aspro pelo,
+
+che l'occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s'accosto` e l'omero m'offerse.
+
+Si` come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
+
+m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>.
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l'Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ si` che parea tra esse ogne concordia.
+
+<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>,
+ diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi,
+ e d'iracundia van solvendo il nodo>>.
+
+<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?>>.
+
+Cosi` per una voce detto fue;
+ onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sue>>.
+
+E io: <<O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi>>.
+
+<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>,
+ rispuose; <<e se veder fummo non lascia,
+ l'udir ci terra` giunti in quella vece>>.
+
+Allora incominciai: <<Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l'infernale ambascia.
+
+E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte>>.
+
+<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l'arco.
+
+Per montar su` dirittamente vai>>.
+ Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego
+ che per me prieghi quando su` sarai>>.
+
+E io a lui: <<Per fede mi ti lego
+ di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora e` fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
+
+Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto
+ d'ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che m'addite la cagione,
+ si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
+ che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>.
+
+Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>,
+ mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate,
+ lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+Se cosi` fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
+ lume v'e` dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
+
+Pero`, se 'l mondo presente disvia,
+ in voi e` la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne saro` or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+l'anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a cio` che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, pero` che 'l pastor che procede,
+ rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta,
+ di quel si pasce, e piu` oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+ e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che 'n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l'una e l'altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada
+ col pasturale, e l'un con l'altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+pero` che, giunti, l'un l'altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese ch'Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+or puo` sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
+
+Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l'antica eta` la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+Di` oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in se' due reggimenti,
+ cade nel fango e se' brutta e la soma>>.
+
+<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti;
+ e or discerno perche' dal retaggio
+ li figli di Levi` furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio
+ di' ch'e` rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovero del secol selvaggio?>>.
+
+<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>,
+ rispuose a me; <<che', parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+ s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco.
+
+Vedi l'albor che per lo fummo raia
+ gia` biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>.
+
+Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com'io rividi
+ lo sole in pria, che gia` nel corcar era.
+
+Si`, pareggiando i miei co' passi fidi
+ del mio maestro, usci' fuor di tal nube
+ ai raggi morti gia` ne' bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+ talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge
+ perche' dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se 'l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s'informa,
+ per se' o per voler che giu` lo scorge.
+
+De l'empiezza di lei che muto` forma
+ ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta,
+ ne l'imagine mia apparve l'orma;
+
+e qui fu la mia mente si` ristretta
+ dentro da se', che di fuor non venia
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a l'alta fantasia
+ un crucifisso dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assuero,
+ Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far cosi` intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+ se' per se' stessa, a guisa d'una bulla
+ cui manca l'acqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visione una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: <<O regina,
+ perche' per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa t'hai per non perder Lavina;
+ or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>.
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+cosi` l'imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch'e` in nostro uso.
+
+I' mi volgea per veder ov'io fosse,
+ quando una voce disse <<Qui si monta>>,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ cosi` la mia virtu` quivi mancava.
+
+<<Questo e` divino spirito, che ne la
+ via da ir su` ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume se' medesmo cela.
+
+Si` fa con noi, come l'uom si fa sego;
+ che' quale aspetta prego e l'uopo vede,
+ malignamente gia` si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s'abbui,
+ che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>.
+
+Cosi` disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch'io al primo grado fui,
+
+senti'mi presso quasi un muover d'ala
+ e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
+ pacifici, che son sanz'ira mala!'.
+
+Gia` eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da piu` lati.
+
+'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?',
+ fra me stesso dicea, che' mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove piu` non saliva
+ la scala su`, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch'a la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, s'io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+<<Dolce mio padre, di`, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>.
+
+Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perche' piu` aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora>>.
+
+<<Ne' creator ne' creatura mai>>,
+ comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
+
+Lo naturale e` sempre sanza errore,
+ ma l'altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto,
+ e ne' secondi se' stesso misura,
+ esser non puo` cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con piu` cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra 'l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi ch'esser convene
+ amor sementa in voi d'ogne virtute
+ e d'ogne operazion che merta pene.
+
+Or, perche' mai non puo` da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l'odio proprio son le cose tute;
+
+e perche' intender non si puo` diviso,
+ e per se' stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto e` deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+ che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+E' chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+e` chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch'altri sormonti,
+ onde s'attrista si` che 'l contrario ama;
+
+ed e` chi per ingiuria par ch'aonti,
+ si` che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che 'l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua giu` di sotto
+ si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l'animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben e` che non fa l'uom felice;
+ non e` felicita`, non e` la buona
+ essenza, d'ogne ben frutto e radice.
+
+L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
+ di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+ l'alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s'io parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
+ lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
+
+Ma quel padre verace, che s'accorse
+ del timido voler che non s'apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva
+ si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Pero` ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e 'l suo contraro>>.
+
+<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci
+ de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
+ l'error de' ciechi che si fanno duci.
+
+L'animo, ch'e` creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa e` mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto e` desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ si` che l'animo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver' di lei si piega,
+ quel piegare e` amor, quell'e` natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come 'l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch'e` nata a salire
+ la` dove piu` in sua matera dura,
+
+cosi` l'animo preso entra in disire,
+ ch'e` moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant'e` nascosa
+ la veritate a la gente ch'avvera
+ ciascun amore in se' laudabil cosa;
+
+pero` che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ e` buono, ancor che buona sia la cera>>.
+
+<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>,
+ rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto,
+ ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno;
+
+che', s'amore e` di fuori a noi offerto,
+ e l'anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non e` suo merto>>.
+
+Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta
+ pur a Beatrice, ch'e` opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzial, che setta
+ e` da matera ed e` con lei unita,
+ specifica vertute ha in se' colletta,
+
+la qual sanza operar non e` sentita,
+ ne' si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de' primi appetibili l'affetto,
+
+che sono in voi si` come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia,
+ innata v'e` la virtu` che consiglia,
+ e de l'assenso de' tener la soglia.
+
+Quest'e` 'l principio la` onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+ s'accorser d'esta innata libertate;
+ pero` moralita` lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
+ di ritenerlo e` in voi la podestate.
+
+La nobile virtu` Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e pero` guarda
+ che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>.
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer piu` rade,
+ fatta com'un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro 'l ciel per quelle strade
+ che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
+
+E quell'ombra gentil per cui si noma
+ Pietola piu` che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per ch'io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com'om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era gia` volta.
+
+E quale Ismeno gia` vide e Asopo
+ lungo di se` di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch'io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+<<Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>.
+
+<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
+ per poco amor>>, gridavan li altri appresso,
+ <<che studio di ben far grazia rinverda>>.
+
+<<O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i' non vi bugio,
+ vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca;
+ pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>.
+
+Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: <<Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci si` pieni,
+ che restar non potem; pero` perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa,
+ che tosto piangera` quel monastero,
+ e tristo fia d'avere avuta possa;
+
+perche' suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero>>.
+
+Io non so se piu` disse o s'ei si tacque,
+ tant'era gia` di la` da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
+ disse: <<Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l'accidia di morso>>.
+
+Di retro a tutti dicean: <<Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s'aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che l'affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d'Anchise,
+ se' stessa a vita sanza gloria offerse>>.
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell'ombre, che veder piu` non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual piu` altri nacquero e diversi;
+ e tanto d'uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e 'l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIX
+
+
+Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno
+ intepidar piu` 'l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+- quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in oriiente, innanzi a l'alba,
+ surger per via che poco le sta bruna -,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come 'l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ cosi` lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d'ora, e lo smarrito volto,
+ com' amor vuol, cosi` le colorava.
+
+Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto,
+ cominciava a cantar si`, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena,
+ che' marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s'ausa,
+ rado sen parte; si` tutto l'appago!>>.
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand' una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>,
+ fieramente dicea; ed el venia
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+L'altra prendea, e dinanzi l'apria
+ fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
+ quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia.
+
+Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre
+ voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni;
+ troviam l'aperta per la qual tu entre>>.
+
+Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni
+ de l'alto di` i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l'ha di pensier carca,
+ che fa di se' un mezzo arco di ponte;
+
+quand' io udi' <<Venite; qui si varca>>
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con l'ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in su` colui che si` parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+ 'Qui lugent' affermando esser beati,
+ ch'avran di consolar l'anime donne.
+
+<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>,
+ la guida mia incomincio` a dirmi,
+ poco amendue da l'angel sormontati.
+
+E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visiion ch'a se' mi piega,
+ si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>.
+
+<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega
+ che sola sovr' a noi omai si piagne;
+ vedesti come l'uom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne>>.
+
+Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che la` il tira,
+
+tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
+
+Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+'Adhaesit pavimento anima mea'
+ sentia dir lor con si` alti sospiri,
+ che la parola a pena s'intendea.
+
+<<O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri>>.
+
+<<Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via piu` tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori>>.
+
+Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
+ nel parlare avvisai l'altro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond' elli m'assenti` con lieto cenno
+ cio` che chiedea la vista del disio.
+
+Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: <<Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perche' volti avete i dossi
+ al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri
+ cosa di la` ond' io vivendo mossi>>.
+
+Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri
+ rivolga il cielo a se', saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Siiestri e Chiaveri s'adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e` poco piu` prova' io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l'altre some.
+
+La mia conversiione, ome`!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ cosi` scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che li` non s'acquetava il core,
+ ne' piu` salir potiesi in quella vita;
+ er che di questa in me s'accese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l'anime converse;
+ e nulla pena il monte ha piu` amara.
+
+Si` come l'occhio nostro non s'aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ cosi` giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdesi,
+ cosi` giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne' piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi>>.
+
+Io m'era inginocchiato e volea dire;
+ ma com' io cominciai ed el s'accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>.
+ E io a lui: <<Per vostra dignitate
+ mia cosciienza dritto mi rimorse>>.
+
+<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>,
+ rispuose; <<non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice 'Neque nubent' intendesti,
+ ben puoi veder perch'io cosi` ragiono.
+
+Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti;
+ che' la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo cio` che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia,
+ buona da se', pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di la` m'e` rimasa>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l'acqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a' merli;
+
+che' la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
+ da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che piu` che tutte l'altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giu` trasmutarsi,
+ quando verra` per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi' <<Dolce Maria!>>
+ dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: <<Povera fosti tanto,
+ quanto veder si puo` per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo>>.
+
+Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio,
+ con poverta` volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio>>.
+
+Queste parole m'eran si` piaciute,
+ ch'io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolo` a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+<<O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza merce' la tua parola,
+ s'io ritorno a compier lo cammin corto
+ di quella vita ch'al termine vola>>.
+
+Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto
+ ch'io attenda di la`, ma perche' tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ si` che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente e` Francia retta.
+
+Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
+
+trova'mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno,
+
+ch'a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+Li` comincio` con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Ponti` e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fe' di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e se' e ' suoi.
+
+Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
+ con la qual giostro` Giuda, e quella ponta
+ si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnera`, per se' tanto piu` grave,
+ quanto piu` lieve simil danno conta.
+
+L'altro, che gia` usci` preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l'altre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu piu` farne,
+ poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo un'altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato si` crudele,
+ che cio` nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando saro` io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
+
+Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto e` risposto a tutte nostre prece
+ quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalion allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
+
+e la miseria de l'avaro Mida,
+ che segui` a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acan ciascun poi si ricorda,
+ come furo` le spoglie, si` che l'ira
+ di Iosue` qui par ch'ancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
+ e in infamia tutto 'l monte gira
+
+Polinestor ch'ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: "Crasso,
+ dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?".
+
+Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
+ secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+pero` al ben che 'l di` ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona>>.
+
+Noi eravam partiti gia` da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n'era permesso,
+
+quand'io senti', come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch'a morte vada.
+
+Certo non si scoteo si` forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse 'l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi comincio` da tutte parti un grido
+ tal, che 'l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>.
+
+'Gloria in excelsis' tutti 'Deo'
+ dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+No' istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l'ombre che giacean per terra,
+ tornate gia` in su l'usato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fe' desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in cio` non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+ ne' per la fretta dimandare er'oso,
+ ne' per me li` potea cosa vedere:
+
+cosi` m'andava timido e pensoso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXI
+
+
+a sete natural che mai non sazia
+ se non con l'acqua onde la femminetta
+ samaritana domando` la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, si` come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
+ gia` surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia,
+ dal pie` guardando la turba che giace;
+ ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria,
+
+dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>.
+ Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio
+ rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface.
+
+Poi comincio`: <<Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l'etterno essilio>>.
+
+<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte:
+ <<se voi siete ombre che Dio su` non degni,
+ chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>.
+
+E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni
+ che questi porta e che l'angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
+
+Ma perche' lei che di` e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia,
+ venendo su`, non potea venir sola,
+ pero` ch'al nostro modo non adocchia.
+
+Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
+ d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto 'l potra` menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli
+ die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una
+ parve gridare infino a' suoi pie` molli>>.
+
+Si` mi die`, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza
+ ordine senta la religione
+ de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
+
+Libero e` qui da ogne alterazione:
+ di quel che 'l ciel da se' in se' riceve
+ esser ci puote, e non d'altro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina piu` su` cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion ne' rade,
+ ne' coruscar, ne' figlia di Taumante,
+ che di la` cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge piu` avante
+ ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
+ dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse piu` giu` poco o assai;
+ ma per vento che 'n terra si nasconda,
+ non so come, qua su` non tremo` mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, si` che surga o che si mova
+ per salir su`; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l'alma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii
+ libera volonta` di miglior soglia:
+
+pero` sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>.
+
+Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode
+ tanto del ber quant'e` grande la sete.
+ non saprei dir quant'el mi fece prode.
+
+E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete
+ che qui v'impiglia e come si scalappia,
+ perche' ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
+ e perche' tanti secoli giaciuto
+ qui se', ne le parole tue mi cappia>>.
+
+<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
+ del sommo rege, vendico` le fora
+ ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che piu` dura e piu` onora
+ era io di la`>>, rispuose quello spirto,
+ <<famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a se' mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di la` mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati piu` di mille;
+
+de l'Eneida dico, la qual mamma
+ fummi e fummi nutrice poetando:
+ sanz'essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di la` quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ piu` che non deggio al mio uscir di bando>>.
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse 'Taci';
+ ma non puo` tutto la virtu` che vuole;
+
+che' riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne' piu` veraci.
+
+Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
+ per che l'ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca;
+
+e <<Se tanto labore in bene assommi>>,
+ disse, <<perche' la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?>>.
+
+Or son io d'una parte e d'altra preso:
+ l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
+ ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e <<Non aver paura>>,
+ mi dice, <<di parlar; ma parla e digli
+ quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>.
+
+Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch'io fei;
+ ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+ e` quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forza a cantar de li uomini e d'i dei.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti>>.
+
+Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: <<Frate,
+ non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>.
+
+Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate
+ comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
+ quand'io dismento nostra vanitate,
+
+trattando l'ombre come cosa salda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXII
+
+
+Gia` era l'angel dietro a noi rimaso,
+ l'angel che n'avea volti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei c'hanno a giustizia lor disiro
+ detto n'avea beati, e le sue voci
+ con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro.
+
+E io piu` lieve che per l'altre foci
+ m'andava, si` che sanz'alcun labore
+ seguiva in su` li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incomincio`: <<Amore,
+ acceso di virtu`, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da l'ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fe' palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+ piu` strinse mai di non vista persona,
+ si` ch'or mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurta` m'allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+come pote' trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?>>.
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno.
+
+Veramente piu` volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder m'avvera
+ esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
+ forse per quella cerchia dov'io era.
+
+Or sappi ch'avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
+ quand'io intesi la` dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l'umana natura:
+
+'Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l'oro, l'appetito de' mortali?',
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
+ potean le mani a spendere, e pente'mi
+ cosi` di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+pero`, s'io son tra quella gente stato
+ che piange l'avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m'e` incontrato>>.
+
+<<Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta>>,
+ disse 'l cantor de' buccolici carmi,
+
+<<per quello che Clio` teco li` tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se cosi` e`, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron si`, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?>>.
+
+Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m'alluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e se' non giova,
+ ma dopo se' fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: 'Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenie scende da ciel nova'.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno,
+ a colorare stendero` la mano:
+
+Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l'etterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a' nuovi predicanti;
+ ond'io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di la` per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
+ di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu'mi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m'ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico>>.
+
+<<Costoro e Persio e io e altri assai>>,
+ rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco
+ che le Muse lattar piu` ch'altri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco:
+ spesse fiate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v'e` nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piue
+ Greci che gia` di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deifile e Argia,
+ e Ismene si` trista come fue.
+
+Vedeisi quella che mostro` Langia;
+ evvi la figlia di Tiresia, e Teti
+ e con le suore sue Deidamia>>.
+
+Tacevansi ambedue gia` li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+e gia` le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in su` l'ardente corno,
+
+quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo>>.
+
+Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l'assentir di quell'anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch'a poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, cosi` quello in giuso,
+ cred'io, perche' persona su` non vada.
+
+Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a l'alber s'appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>.
+
+Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d'acqua; e Daniello
+ dispregio` cibo e acquisto` savere.
+
+Lo secol primo, quant'oro fu bello,
+ fe' savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch'elli e` glorioso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava io si` come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole,
+ vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto
+ piu` utilmente compartir si vuole>>.
+
+Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sie,
+ che l'andar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar s'udie
+ 'Labia mea, Domine' per modo
+ tal, che diletto e doglia parturie.
+
+<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>,
+ comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo>>.
+
+Si` come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+cosi` di retro a noi, piu` tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d'anime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema,
+ che da l'ossa la pelle s'informava.
+
+Non credo che cosi` a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando piu` n'ebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
+ la gente che perde' Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio die` di becco!'
+
+Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge 'omo'
+ ben avria quivi conosciuta l'emme.
+
+Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
+ si` governasse, generando brama,
+ e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
+
+Gia` era in ammirar che si` li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso;
+ poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>.
+
+Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ cio` che l'aspetto in se' avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
+ che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,
+ ne' a difetto di carne ch'io abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
+ due anime che la` ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!>>.
+
+<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta,
+ mi da` di pianger mo non minor doglia>>,
+ rispuos'io lui, <<veggendola si` torta.
+
+Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
+ che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>.
+
+Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio
+ cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e 'n sete qui si rifa` santa.
+
+Di bere e di mangiar n'accende cura
+ l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+che' quella voglia a li alberi ci mena
+ che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`',
+ quando ne libero` con la sua vena>>.
+
+E io a lui: <<Forese, da quel di`
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinq'anni non son volti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar piu`, che sovvenisse l'ora
+ del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
+
+come se' tu qua su` venuto ancora?
+ Io ti credea trovar la` giu` di sotto
+ dove tempo per tempo si ristora>>.
+
+Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d'i martiri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
+ e liberato m'ha de li altri giri.
+
+Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare e` piu` soletta;
+
+che' la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue piu` e` pudica
+ che la Barbagia dov'io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
+ Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto,
+ cui non sara` quest'ora molto antica,
+
+nel qual sara` in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l'andar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
+ gia` per urlare avrian le bocche aperte;
+
+che' se l'antiveder qui non m'inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira la` dove 'l sol veli>>.
+
+Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
+ vi si mostro` la suora di colui>>,
+
+e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda
+ notte menato m'ha d'i veri morti
+ con questa vera carne che 'l seconda.
+
+Indi m'han tratto su` li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che 'l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna,
+ che io saro` la` dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>,
+ e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra
+ per cui scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIV
+
+
+Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ si` come nave pinta da buon vento;
+
+e l'ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continuando al mio sermone,
+ dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda;
+ dimmi s'io veggio da notar persona
+ tra questa gente che si` mi riguarda>>.
+
+<<La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse piu`, triunfa lieta
+ ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>.
+
+Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch'e` si` munta
+ nostra sembianza via per la dieta.
+
+Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di la` da lui piu` che l'altre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>.
+
+Molti altri mi nomo` ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ si` ch'io pero` non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a voto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturo` col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
+ gia` di bere a Forli` con men secchezza,
+ e si` fu tal, che non si senti` sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
+ piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
+ che piu` parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che <<Gentucca>>
+ sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga
+ de la giustizia che si` li pilucca.
+
+<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga
+ di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga>>.
+
+<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>,
+ comincio` el, <<che ti fara` piacere
+ la mia citta`, come ch'om la riprenda.
+
+Tu te n'andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma di` s'i' veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>.
+
+E io a lui: <<I' mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch'e' ditta dentro vo significando>>.
+
+<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo
+ che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual piu` a gradire oltre si mette,
+ non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan piu` a fretta e vanno in filo,
+
+cosi` tutta la gente che li` era,
+ volgendo 'l viso, raffretto` suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come l'uom che di trottare e` lasso,
+ lascia andar li compagni, e si` passeggia
+ fin che si sfoghi l'affollar del casso,
+
+si` lascio` trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>.
+
+<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva;
+ ma gia` non fia il tornar mio tantosto,
+ ch'io non sia col voler prima a la riva;
+
+pero` che 'l loco u' fui a viver posto,
+ di giorno in giorno piu` di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto>>.
+
+<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa,
+ vegg'io a coda d'una bestia tratto
+ inver' la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va piu` ratto,
+ crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote>>,
+ e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro
+ cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro
+ in questo regno, si` ch'io perdo troppo
+ venendo teco si` a paro a paro>>.
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si parti` da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo si` gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d'un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora volto in laci.
+
+Vidi gente sott'esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani,
+
+che pregano, e 'l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si parti` si` come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+<<Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno e` piu` su` che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levo` da esso>>.
+
+Si` tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Teseo combatter co' doppi petti;
+
+e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver' Madian discese i colli>>.
+
+Si` accostati a l'un d'i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite gia` da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e piu` ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>.
+ subita voce disse; ond'io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e gia` mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli si` lucenti e rossi,
+
+com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace
+ montare in su`, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace>>.
+
+L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
+ per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
+ com'om che va secondo ch'elli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+ l'aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
+
+tal mi senti' un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti' mover la piuma,
+ che fe' sentir d'ambrosia l'orezza.
+
+E senti' dir: <<Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l'amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esuriendo sempre quanto e` giusto!>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXV
+
+
+Ora era onde 'l salir non volea storpio;
+ che' 'l sole avea il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa l'uom che non s'affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+cosi` intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva l'ala
+ per voglia di volare, e non s'attenta
+ d'abbandonar lo nido, e giu` la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l'atto
+ che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
+
+Non lascio`, per l'andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca
+ l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>.
+
+Allor sicuramente apri' la bocca
+ e cominciai: <<Come si puo` far magro
+ la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>.
+
+<<Se t'ammentassi come Meleagro
+ si consumo` al consumar d'un stizzo,
+ non fora>>, disse, <<a te questo si` agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ cio` che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perche' dentro a tuo voler t'adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage>>.
+
+<<Se la veduta etterna li dislego>>,
+ rispuose Stazio, <<la` dove tu sie,
+ discolpi me non potert'io far nego>>.
+
+Poi comincio`: <<Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l'assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch'a farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr'altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
+ l'un disposto a patire, e l'altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ cio` che per sua matera fe' constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+ qual d'una pianta, in tanto differente,
+ che questa e` in via e quella e` gia` a riva,
+
+tanto ovra poi, che gia` si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond'e` semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtu` ch'e` dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come d'animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest'e` tal punto,
+ che piu` savio di te fe' gia` errante,
+
+si` che per sua dottrina fe' disgiunto
+ da l'anima il possibile intelletto,
+ perche' da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verita` che viene il petto;
+ e sappi che, si` tosto come al feto
+ l'articular del cerebro e` perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant'arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertu` repleto,
+
+che cio` che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
+ che vive e sente e se' in se' rigira.
+
+E perche' meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l'omor che de la vite cola.
+
+Quando Lachesis non ha piu` del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l'umano e 'l divino:
+
+l'altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto piu` che prima agute.
+
+Sanza restarsi per se' stessa cade
+ mirabilmente a l'una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco li` la circunscrive,
+ la virtu` formativa raggia intorno
+ cosi` e quanto ne le membra vive.
+
+E come l'aere, quand'e` ben piorno,
+ per l'altrui raggio che 'n se' si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+cosi` l'aere vicin quivi si mette
+ in quella forma ch'e` in lui suggella
+ virtualmente l'alma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco la` 'vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+Pero` che quindi ha poscia sua paruta,
+ e` chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ' sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affiggono i disiri
+ e li altri affetti, l'ombra si figura;
+ e quest'e` la cagion di che tu miri>>.
+
+E gia` venuto a l'ultima tortura
+ s'era per noi, e volto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond'ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temea 'l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: <<Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ pero` ch'errar potrebbesi per poco>>.
+
+'Summae Deus clementiae' nel seno
+ al grande ardore allora udi' cantando,
+ che di volger mi fe' caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch'io guardava a loro e a' miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
+ gridavano alto: 'Virum non cognosco';
+ indi ricominciavan l'inno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tosco>>.
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVI
+
+
+Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro,
+ ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>;
+
+feriami il sole in su l'omero destro,
+ che gia`, raggiando, tutto l'occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con l'ombra piu` rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt'ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>;
+
+poi verso me, quanto potean farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+<<O tu che vai, non per esser piu` tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
+
+Ne' solo a me la tua risposta e` uopo;
+ che' tutti questi n'hanno maggior sete
+ che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
+
+Dinne com'e` che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete>>.
+
+Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora
+ gia` manifesto, s'io non fossi atteso
+ ad altra novita` ch'apparve allora;
+
+che' per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+Li` veggio d'ogne parte farsi presta
+ ciascun'ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+cosi` per entro loro schiera bruna
+ s'ammusa l'una con l'altra formica,
+ forse a spiar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton l'accoglienza amica,
+ prima che 'l primo passo li` trascorra,
+ sopragridar ciascuna s'affatica:
+
+la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>;
+ e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife,
+ perche' 'l torello a sua lussuria corra>>.
+
+Poi, come grue ch'a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver' l'arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+l'una gente sen va, l'altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a' primi canti
+ e al gridar che piu` lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m'avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: <<O anime sicure
+ d'aver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe ne' mature
+ le membra mie di la`, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci su` vo per non esser piu` cieco;
+ donna e` di sopra che m'acquista grazia,
+ per che 'l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi
+ ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia,
+
+ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi e` quella turba
+ che se ne va di retro a' vostri terghi>>.
+
+Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s'inurba,
+
+che ciascun'ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
+
+<<Beato te, che de le nostre marche>>,
+ ricomincio` colei che pria m'inchiese,
+ <<per morir meglio, esperienza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+ di cio` per che gia` Cesar, triunfando,
+ "Regina" contra se' chiamar s'intese:
+
+pero` si parton 'Soddoma' gridando,
+ rimproverando a se', com'hai udito,
+ e aiutan l'arsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perche' non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l'appetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo' saper chi semo,
+ tempo non e` di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo
+ per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>.
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand'io odo nomar se' stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d'amore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fiata rimirando lui,
+ ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m'offersi pronto al suo servigio
+ con l'affermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Lete' nol puo` torre ne' far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che e` cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d'avermi caro>>.
+
+E io a lui: <<Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durera` l'uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri>>.
+
+<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno
+ col dito>>, e addito` un spirto innanzi,
+ <<fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi d'amore e prose di romanzi
+ soverchio` tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosi` credon ch'avanzi.
+
+A voce piu` ch'al ver drizzan li volti,
+ e cosi` ferman sua oppinione
+ prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
+
+Cosi` fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l'ha vinto il ver con piu` persone.
+
+Or se tu hai si` ampio privilegio,
+ che licito ti sia l'andare al chiostro
+ nel quale e` Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir d'un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non e` piu` nostro>>.
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l'acqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch'al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazioso loco.
+
+El comincio` liberamente a dire:
+ <<Tan m'abellis vostre cortes deman,
+ qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l'escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!>>.
+
+Poi s'ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVII
+
+
+Si` come quando i primi raggi vibra
+ la` dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
+
+e l'onde in Gange da nona riarse,
+ si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
+ come l'angel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava 'Beati mundo corde!'.
+ in voce assai piu` che la nostra viva.
+
+Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di la` non siate sorde>>,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
+ qual e` colui che ne la fossa e` messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi gia` veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio,
+ qui puo` esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerion ti guidai salvo,
+ che faro` ora presso piu` a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a l'alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d'un capel calvo.
+
+E se tu forse credi ch'io t'inganni,
+ fatti ver lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
+
+Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>.
+ E io pur fermo e contra coscienza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio:
+ tra Beatrice e te e` questo muro>>.
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che 'l gelso divento` vermiglio;
+
+cosi`, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come!
+ volenci star di qua?>>; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>.
+
+Guidavaci una voce che cantava
+ di la`; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor la` ove si montava.
+
+'Venite, benedicti Patris mei',
+ sono` dentro a un lume che li` era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera;
+ non v'arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l'occidente non si annera>>.
+
+Dritta salia la via per entro 'l sasso
+ verso tal parte ch'io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch'era gia` basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che 'n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi d'un grado fece letto;
+ che' la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir piu` e 'l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che 'n su la verga
+ poggiato s'e` e lor di posa serve;
+
+e quale il mandrian che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perche' fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
+
+Poco parer potea li` del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e piu` chiare e maggiori.
+
+Si` ruminando e si` mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
+ prima raggio` nel monte Citerea,
+ che di foco d'amor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+<<Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga
+ com'io de l'addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>.
+
+E gia` per li splendori antelucani,
+ che tanto a' pellegrin surgon piu` grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
+ veggendo i gran maestri gia` levati.
+
+<<Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de' mortali,
+ oggi porra` in pace le tue fami>>.
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+ parole uso`; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
+ in me ficco` Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: <<Il temporal foco e l'etterno
+ veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
+ dov'io per me piu` oltre non discerno.
+
+Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
+
+Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
+ vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da se' produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno;
+ libero, dritto e sano e` tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per ch'io te sovra te corono e mitrio>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVIII
+
+
+Vago gia` di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch'a li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza piu` aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d'ogne parte auliva.
+
+Un'aura dolce, sanza mutamento
+ avere in se', mi feria per la fronte
+ non di piu` colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u' la prim'ombra gitta il santo monte;
+
+non pero` dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d'operare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia l'ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
+ quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
+
+Gia` m'avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch'io
+ non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
+
+ed ecco piu` andar mi tolse un rio,
+ che 'nver' sinistra con sue picciole onde
+ piegava l'erba che 'n sua ripa uscio.
+
+Tutte l'acque che son di qua piu` monde,
+ parrieno avere in se' mistura alcuna,
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l'ombra perpetua, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi ne' luna.
+
+Coi pie` ristretti e con li occhi passai
+ di la` dal fiumicello, per mirare
+ la gran variazion d'i freschi mai;
+
+e la` m'apparve, si` com'elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond'era pinta tutta la sua via.
+
+<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
+ ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti>>,
+ diss'io a lei, <<verso questa rivera,
+ tanto ch'io possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera>>.
+
+Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra se', donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+ si` appressando se', che 'l dolce suono
+ veniva a me co' suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu la` dove l'erbe sono
+ bagnate gia` da l'onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da l'altra riva dritta,
+ trattando piu` color con le sue mani,
+ che l'alta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, la` 've passo` Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+piu` odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch'allor non s'aperse.
+
+<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>,
+ comincio` ella, <<in questo luogo eletto
+ a l'umana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
+ di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti>>.
+
+<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch'io udi' contraria a questa>>.
+
+Ond'ella: <<Io dicero` come procede
+ per sua cagion cio` ch'ammirar ti face,
+ e purghero` la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace,
+ fe' l'uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr'a lui d'etterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimoro` poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambio` onesto riso e dolce gioco.
+
+Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno
+ l'essalazion de l'acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a l'uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salio verso 'l ciel tanto,
+ e libero n'e` d'indi ove si serra.
+
+Or perche' in circuito tutto quanto
+ l'aere si volge con la prima volta,
+ se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto,
+
+in questa altezza ch'e` tutta disciolta
+ ne l'aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch'e` folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l'aura impregna,
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e l'altra terra, secondo ch'e` degna
+ per se' e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtu` diverse legna.
+
+Non parrebbe di la` poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s'appiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se', d'ogne semenza e` piena,
+ e frutto ha in se' che di la` non si schianta.
+
+L'acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch'acquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant'ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virtu` discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato
+ Eunoe` si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non e` gustato:
+
+a tutti altri sapori esto e` di sopra.
+ E avvegna ch'assai possa esser sazia
+ la sete tua perch'io piu` non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+ ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli ch'anticamente poetaro
+ l'eta` de l'oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente l'umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare e` questo di che ciascun dice>>.
+
+Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
+ a' miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avean l'ultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna' il viso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+ continuo` col fin di sue parole:
+ 'Beati quorum tecta sunt peccata!'.
+
+E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disiando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra 'l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch'a levante mi rendei.
+
+Ne' ancor fu cosi` nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>.
+
+Ed ecco un lustro subito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perche' 'l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, piu` e piu` splendeva,
+ nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'.
+
+E una melodia dolce correva
+ per l'aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fe' riprender l'ardimento d'Eva,
+
+che la` dove ubidia la terra e 'l cielo,
+ femmina, sola e pur teste' formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto 'l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e piu` lunga fiata.
+
+Mentr'io m'andava tra tante primizie
+ de l'etterno piacer tutto sospeso,
+ e disioso ancora a piu` letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fe' l'aere sotto i verdi rami;
+ e 'l dolce suon per canti era gia` inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranie m'aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco piu` oltre, sette alberi d'oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
+
+ma quand'i' fui si` presso di lor fatto,
+ che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virtu` ch'a ragion discorso ammanna,
+ si` com'elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare 'Osanna'.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ piu` chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
+ che si movieno incontr'a noi si` tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi
+ si` ne l'affetto de le vive luci,
+ e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>.
+
+Genti vid'io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua gia` mai non fuci.
+
+L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s'io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a se' l'aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+si` che li` sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto cosi` bel ciel com'io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: <<Benedicta tue
+ ne le figlie d'Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!>>.
+
+Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l'altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+si` come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme piu` non spargo
+ rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
+ tanto ch'a questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechiel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch'a le penne
+ Giovanni e` meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, triunfale,
+ ch'al collo d'un grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ si` ch'a nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d'oro avea quant'era uccello,
+ e bianche l'altre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro cosi` bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, sviando, fu combusto
+ per l'orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l'una tanto rossa
+ ch'a pena fora dentro al foco nota;
+
+l'altr'era come se le carni e l'ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve teste' mossa;
+
+e or parean da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+L'un si mostrava alcun de' famigliari
+ di quel sommo Ipocrate che natura
+ a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari;
+
+mostrava l'altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fe' paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+ erano abituati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facean brolo,
+
+anzi di rose e d'altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da' cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s'udi`, e quelle genti degne
+ parvero aver l'andar piu` interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXX
+
+
+Quando il settentrion del primo cielo,
+ che ne' occaso mai seppe ne' orto
+ ne' d'altra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva li` ciascun accorto
+ di suo dover, come 'l piu` basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo s'affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra 'l grifone ed esso,
+ al carro volse se' come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+ 'Veni, sponsa, de Libano' cantando
+ grido` tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ 'Manibus, oh, date lilia plenis!'.
+
+Io vidi gia` nel cominciar del giorno
+ la parte oriental tutta rosata,
+ e l'altro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+ si` che per temperanza di vapori
+ l'occhio la sostenea lunga fiata:
+
+cosi` dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giu` dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta d'uliva
+ donna m'apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che gia` cotanto
+ tempo era stato ch'a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver piu` conoscenza,
+ per occulta virtu` che da lei mosse,
+ d'antico amor senti` la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+ l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto
+ prima ch'io fuor di puerizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli e` afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
+ di sangue m'e` rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l'antica fiamma'.
+
+Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
+ di se', Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die'mi;
+
+ne' quantunque perdeo l'antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+<<Dante, perche' Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non pianger ancora;
+ che' pianger ti conven per altra spada>>.
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l'incora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessita` qui si registra,
+
+vidi la donna che pria m'appario
+ velata sotto l'angelica festa,
+ drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
+
+Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne l'atto ancor proterva
+ continuo` come colui che dice
+ e 'l piu` caldo parlar dietro reserva:
+
+<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d'accedere al monte?
+ non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>.
+
+Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
+ tanta vergogna mi gravo` la fronte.
+
+Cosi` la madre al figlio par superba,
+ com'ella parve a me; perche' d'amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di subito 'In te, Domine, speravi';
+ ma oltre 'pedes meos' non passaro.
+
+Si` come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d'Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in se' stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ si` che par foco fonder la candela;
+
+cosi` fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi 'l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?',
+
+lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi usci` del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole cosi` poscia:
+
+<<Voi vigilate ne l'etterno die,
+ si` che notte ne' sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta e` con piu` cura
+ che m'intenda colui che di la` piagne,
+ perche' sia colpa e duol d'una misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+ che si` alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste la` non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtualmente, ch'ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro
+ si fa 'l terren col mal seme e non colto,
+ quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte volto.
+
+Si` tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita
+ e bellezza e virtu` cresciuta m'era,
+ fu' io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+Ne' l'impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai; si` poco a lui ne calse!
+
+Tanto giu` cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran gia` corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai l'uscio d'i morti
+ e a colui che l'ha qua su` condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Lete' si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXI
+
+
+<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m'era paruto acro,
+
+ricomincio`, seguendo sanza cunta,
+ <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta>>.
+
+Era la mia virtu` tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: <<Che pense?
+ Rispondi a me; che' le memorie triste
+ in te non sono ancor da l'acqua offense>>.
+
+Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa la sua corda e l'arco,
+ e con men foga l'asta il segno tocca,
+
+si` scoppia' io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allento` per lo suo varco.
+
+Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di la` dal qual non e` a che s'aspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti cosi` spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?>>.
+
+Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: <<Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che 'l vostro viso si nascose>>.
+
+Ed ella: <<Se tacessi o se negassi
+ cio` che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+ l'accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge se' contra 'l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perche' mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perche' altra volta,
+ udendo le serene, sie piu` forte,
+
+pon giu` il seme del piangere e ascolta:
+ si` udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non t'appresento` natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch'io
+ rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
+
+e se 'l sommo piacer si` ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era piu` tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar piu` colpo, o pargoletta
+ o altra vanita` con si` breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta>>.
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e se' riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando
+ per udir se' dolente, alza la barba,
+ e prenderai piu` doglia riguardando>>.
+
+Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ch'io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l'argomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersion l'occhio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch'e` sola una persona in due nature.
+
+Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi piu` se' stessa antica,
+ vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
+
+Di penter si` mi punse ivi l'ortica
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi,
+ la donna ch'io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>.
+
+Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l'acqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+ 'Asperges me' si` dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di la`, che miran piu` profondo>>.
+
+Cosi` cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: <<Fa che le viste non risparmi;
+ posto t'avem dinanzi a li smeraldi
+ ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>.
+
+Mille disiri piu` che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in se' star queta,
+ e ne l'idolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+ l'anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di se', di se' asseta,
+
+se' dimostrando di piu` alto tribo
+ ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>,
+ era la sua canzone, <<al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, si` che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele>>.
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l'ombra
+ si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ la` dove armonizzando il ciel t'adombra,
+
+quando ne l'aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXII
+
+
+Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m'eran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler - cosi` lo santo riso
+ a se' traeli con l'antica rete! -;
+
+quando per forza mi fu volto il viso
+ ver' la sinistra mia da quelle dee,
+ perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>;
+
+e la disposizion ch'a veder ee
+ ne li occhi pur teste' dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fee.
+
+Ma poi ch'al poco il viso riformossi
+ (e dico 'al poco' per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorioso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e se' gira col segno,
+ prima che possa tutta in se' mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+ e 'l grifon mosse il benedetto carco
+ si`, che pero` nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fe' l'orbita sua con minore arco.
+
+Si` passeggiando l'alta selva vota,
+ colpa di quella ch'al serpente crese,
+ temprava i passi un'angelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Beatrice scese.
+
+Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+ piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi
+ ne' boschi lor per altezza ammirata.
+
+<<Beato se', grifon, che non discindi
+ col becco d'esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi>>.
+
+Cosi` dintorno a l'albero robusto
+ gridaron li altri; e l'animal binato:
+ <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>.
+
+E volto al temo ch'elli avea tirato,
+ trasselo al pie` de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lascio` legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+ giu` la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che 'l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e piu` che di viole
+ colore aprendo, s'innovo` la pianta,
+ che prima avea le ramora si` sole.
+
+Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta
+ l'inno che quella gente allor cantaro,
+ ne' la nota soffersi tutta quanta.
+
+S'io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com'io m'addormentai;
+ ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
+
+Pero` trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo
+ del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>.
+
+Quali a veder de' fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetue nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+ cosi` di Moise` come d'Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna' io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>.
+ Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
+ con piu` dolce canzone e piu` profonda>>.
+
+E se piu` fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, pero` che gia` ne li occhi m'era
+ quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata li` del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facean di se' claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
+
+<<Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo e` romano.
+
+Pero`, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di la`, fa che tu scrive>>.
+
+Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d'i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
+
+Non scese mai con si` veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che piu` va remoto,
+
+com'io vidi calar l'uccel di Giove
+ per l'alber giu`, rompendo de la scorza,
+ non che d'i fiori e de le foglie nove;
+
+e feri` 'l carro di tutta sua forza;
+ ond'el piego` come nave in fortuna,
+ vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del triunfal veiculo una volpe
+ che d'ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond'era pria venuta,
+ l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca
+ del carro e lasciar lei di se' pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce usci` del cielo e cotal disse:
+ <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>.
+
+Poi parve a me che la terra s'aprisse
+ tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro su` la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge l'ago,
+ a se' traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
+ che piu` tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato cosi` 'l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m'apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perche' non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e baciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perche' l'occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagello` dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXIII
+
+
+'Deus, venerunt gentes', alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Beatrice sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava si` fatta, che poco
+ piu` a la croce si cambio` Maria.
+
+Ma poi che l'altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pe`,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+'Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me'.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo se', solo accennando, mosse
+ me e la donna e 'l savio che ristette.
+
+Cosi` sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>,
+ mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>.
+
+Si` com'io fui, com'io dovea, seco,
+ dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?>>.
+
+Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti.
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: <<Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>.
+
+Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ si` che non parli piu` com'om che sogna.
+
+Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
+ fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sara` tutto tempo sanza reda
+ l'aguglia che lascio` le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ch'io veggio certamente, e pero` il narro,
+ a darne tempo gia` stelle propinque,
+ secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, ancidera` la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e si` come da me son porte,
+ cosi` queste parole segna a' vivi
+ del viver ch'e` un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch'e` or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l'uso suo la creo` santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e piu` l'anima prima
+ bramo` colui che 'l morso in se' punio.
+
+Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e si` travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua d'Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
+ conosceresti a l'arbor moralmente.
+
+Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ si` che t'abbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che 'l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto>>.
+
+E io: <<Si` come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato e` or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perche' tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disiata vola,
+ che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>.
+
+<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola
+ c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come puo` seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che piu` alto festina>>.
+
+Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda
+ ch'i' straniasse me gia` mai da voi,
+ ne' honne coscienza che rimorda>>.
+
+<<E se tu ricordar non te ne puoi>>,
+ sorridendo rispuose, <<or ti rammenta
+ come bevesti di Lete` ancoi;
+
+e se dal fummo foco s'argomenta,
+ cotesta oblivion chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude>>.
+
+E piu` corusco e con piu` lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e la`, come li aspetti, fassi
+
+quando s'affisser, si` come s'affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
+
+Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri
+ veder mi parve uscir d'una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+<<O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua e` questa che qui si dispiega
+ da un principio e se' da se' lontana?>>.
+
+Per cotal priego detto mi fu: <<Priega
+ Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: <<Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>.
+
+E Beatrice: <<Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eunoe` che la` diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se' usa,
+ la tramortita sua virtu` ravviva>>.
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che e` per segno fuor dischiusa;
+
+cosi`, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: <<Vien con lui>>.
+
+S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio
+ da scrivere, i' pur cantere' in parte
+ lo dolce ber che mai non m'avria sazio;
+
+ma perche' piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto si` come piante novelle
+ rinnovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire alle stelle.
+
+
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+(e-text courtesy Progetto Manuzio)
+
+PARADISO
+
+
+
+Paradiso: Canto I
+
+
+La gloria di colui che tutto move
+ per l'universo penetra, e risplende
+ in una parte piu` e meno altrove.
+
+Nel ciel che piu` de la sua luce prende
+ fu' io, e vidi cose che ridire
+ ne' sa ne' puo` chi di la` su` discende;
+
+perche' appressando se' al suo disire,
+ nostro intelletto si profonda tanto,
+ che dietro la memoria non puo` ire.
+
+Veramente quant'io del regno santo
+ ne la mia mente potei far tesoro,
+ sara` ora materia del mio canto.
+
+O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
+ fammi del tuo valor si` fatto vaso,
+ come dimandi a dar l'amato alloro.
+
+Infino a qui l'un giogo di Parnaso
+ assai mi fu; ma or con amendue
+ m'e` uopo intrar ne l'aringo rimaso.
+
+Entra nel petto mio, e spira tue
+ si` come quando Marsia traesti
+ de la vagina de le membra sue.
+
+O divina virtu`, se mi ti presti
+ tanto che l'ombra del beato regno
+ segnata nel mio capo io manifesti,
+
+vedra'mi al pie` del tuo diletto legno
+ venire, e coronarmi de le foglie
+ che la materia e tu mi farai degno.
+
+Si` rade volte, padre, se ne coglie
+ per triunfare o cesare o poeta,
+ colpa e vergogna de l'umane voglie,
+
+che parturir letizia in su la lieta
+ delfica deita` dovria la fronda
+ peneia, quando alcun di se' asseta.
+
+Poca favilla gran fiamma seconda:
+ forse di retro a me con miglior voci
+ si preghera` perche' Cirra risponda.
+
+Surge ai mortali per diverse foci
+ la lucerna del mondo; ma da quella
+ che quattro cerchi giugne con tre croci,
+
+con miglior corso e con migliore stella
+ esce congiunta, e la mondana cera
+ piu` a suo modo tempera e suggella.
+
+Fatto avea di la` mane e di qua sera
+ tal foce, e quasi tutto era la` bianco
+ quello emisperio, e l'altra parte nera,
+
+quando Beatrice in sul sinistro fianco
+ vidi rivolta e riguardar nel sole:
+ aquila si` non li s'affisse unquanco.
+
+E si` come secondo raggio suole
+ uscir del primo e risalire in suso,
+ pur come pelegrin che tornar vuole,
+
+cosi` de l'atto suo, per li occhi infuso
+ ne l'imagine mia, il mio si fece,
+ e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
+
+Molto e` licito la`, che qui non lece
+ a le nostre virtu`, merce' del loco
+ fatto per proprio de l'umana spece.
+
+Io nol soffersi molto, ne' si` poco,
+ ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
+ com'ferro che bogliente esce del foco;
+
+e di subito parve giorno a giorno
+ essere aggiunto, come quei che puote
+ avesse il ciel d'un altro sole addorno.
+
+Beatrice tutta ne l'etterne rote
+ fissa con li occhi stava; e io in lei
+ le luci fissi, di la` su` rimote.
+
+Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
+ qual si fe' Glauco nel gustar de l'erba
+ che 'l fe' consorto in mar de li altri dei.
+
+Trasumanar significar per verba
+ non si poria; pero` l'essemplo basti
+ a cui esperienza grazia serba.
+
+S'i' era sol di me quel che creasti
+ novellamente, amor che 'l ciel governi,
+ tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
+
+Quando la rota che tu sempiterni
+ desiderato, a se' mi fece atteso
+ con l'armonia che temperi e discerni,
+
+parvemi tanto allor del cielo acceso
+ de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
+ lago non fece alcun tanto disteso.
+
+La novita` del suono e 'l grande lume
+ di lor cagion m'accesero un disio
+ mai non sentito di cotanto acume.
+
+Ond'ella, che vedea me si` com'io,
+ a quietarmi l'animo commosso,
+ pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,
+
+e comincio`: <<Tu stesso ti fai grosso
+ col falso imaginar, si` che non vedi
+ cio` che vedresti se l'avessi scosso.
+
+Tu non se' in terra, si` come tu credi;
+ ma folgore, fuggendo il proprio sito,
+ non corse come tu ch'ad esso riedi>>.
+
+S'io fui del primo dubbio disvestito
+ per le sorrise parolette brevi,
+ dentro ad un nuovo piu` fu' inretito,
+
+e dissi: <<Gia` contento requievi
+ di grande ammirazion; ma ora ammiro
+ com'io trascenda questi corpi levi>>.
+
+Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,
+ li occhi drizzo` ver' me con quel sembiante
+ che madre fa sovra figlio deliro,
+
+e comincio`: <<Le cose tutte quante
+ hanno ordine tra loro, e questo e` forma
+ che l'universo a Dio fa simigliante.
+
+Qui veggion l'alte creature l'orma
+ de l'etterno valore, il qual e` fine
+ al quale e` fatta la toccata norma.
+
+Ne l'ordine ch'io dico sono accline
+ tutte nature, per diverse sorti,
+ piu` al principio loro e men vicine;
+
+onde si muovono a diversi porti
+ per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
+ con istinto a lei dato che la porti.
+
+Questi ne porta il foco inver' la luna;
+ questi ne' cor mortali e` permotore;
+ questi la terra in se' stringe e aduna;
+
+ne' pur le creature che son fore
+ d'intelligenza quest'arco saetta
+ ma quelle c'hanno intelletto e amore.
+
+La provedenza, che cotanto assetta,
+ del suo lume fa 'l ciel sempre quieto
+ nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
+
+e ora li`, come a sito decreto,
+ cen porta la virtu` di quella corda
+ che cio` che scocca drizza in segno lieto.
+
+Vero e` che, come forma non s'accorda
+ molte fiate a l'intenzion de l'arte,
+ perch'a risponder la materia e` sorda,
+
+cosi` da questo corso si diparte
+ talor la creatura, c'ha podere
+ di piegar, cosi` pinta, in altra parte;
+
+e si` come veder si puo` cadere
+ foco di nube, si` l'impeto primo
+ l'atterra torto da falso piacere.
+
+Non dei piu` ammirar, se bene stimo,
+ lo tuo salir, se non come d'un rivo
+ se d'alto monte scende giuso ad imo.
+
+Maraviglia sarebbe in te se, privo
+ d'impedimento, giu` ti fossi assiso,
+ com'a terra quiete in foco vivo>>.
+
+Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
+
+
+
+Paradiso: Canto II
+
+
+O voi che siete in piccioletta barca,
+ desiderosi d'ascoltar, seguiti
+ dietro al mio legno che cantando varca,
+
+tornate a riveder li vostri liti:
+ non vi mettete in pelago, che' forse,
+ perdendo me, rimarreste smarriti.
+
+L'acqua ch'io prendo gia` mai non si corse;
+ Minerva spira, e conducemi Appollo,
+ e nove Muse mi dimostran l'Orse.
+
+Voialtri pochi che drizzaste il collo
+ per tempo al pan de li angeli, del quale
+ vivesi qui ma non sen vien satollo,
+
+metter potete ben per l'alto sale
+ vostro navigio, servando mio solco
+ dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
+
+Que' gloriosi che passaro al Colco
+ non s'ammiraron come voi farete,
+ quando Iason vider fatto bifolco.
+
+La concreata e perpetua sete
+ del deiforme regno cen portava
+ veloci quasi come 'l ciel vedete.
+
+Beatrice in suso, e io in lei guardava;
+ e forse in tanto in quanto un quadrel posa
+ e vola e da la noce si dischiava,
+
+giunto mi vidi ove mirabil cosa
+ mi torse il viso a se'; e pero` quella
+ cui non potea mia cura essere ascosa,
+
+volta ver' me, si` lieta come bella,
+ <<Drizza la mente in Dio grata>>, mi disse,
+ <<che n'ha congiunti con la prima stella>>.
+
+Parev'a me che nube ne coprisse
+ lucida, spessa, solida e pulita,
+ quasi adamante che lo sol ferisse.
+
+Per entro se' l'etterna margarita
+ ne ricevette, com'acqua recepe
+ raggio di luce permanendo unita.
+
+S'io era corpo, e qui non si concepe
+ com'una dimensione altra patio,
+ ch'esser convien se corpo in corpo repe,
+
+accender ne dovria piu` il disio
+ di veder quella essenza in che si vede
+ come nostra natura e Dio s'unio.
+
+Li` si vedra` cio` che tenem per fede,
+ non dimostrato, ma fia per se' noto
+ a guisa del ver primo che l'uom crede.
+
+Io rispuosi: <<Madonna, si` devoto
+ com'esser posso piu`, ringrazio lui
+ lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
+
+Ma ditemi: che son li segni bui
+ di questo corpo, che la` giuso in terra
+ fan di Cain favoleggiare altrui?>>.
+
+Ella sorrise alquanto, e poi <<S'elli erra
+ l'oppinion>>, mi disse, <<d'i mortali
+ dove chiave di senso non diserra,
+
+certo non ti dovrien punger li strali
+ d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
+ vedi che la ragione ha corte l'ali.
+
+Ma dimmi quel che tu da te ne pensi>>.
+ E io: <<Cio` che n'appar qua su` diverso
+ credo che fanno i corpi rari e densi>>.
+
+Ed ella: <<Certo assai vedrai sommerso
+ nel falso il creder tuo, se bene ascolti
+ l'argomentar ch'io li faro` avverso.
+
+La spera ottava vi dimostra molti
+ lumi, li quali e nel quale e nel quanto
+ notar si posson di diversi volti.
+
+Se raro e denso cio` facesser tanto,
+ una sola virtu` sarebbe in tutti,
+ piu` e men distributa e altrettanto.
+
+Virtu` diverse esser convegnon frutti
+ di principi formali, e quei, for ch'uno,
+ seguiterieno a tua ragion distrutti.
+
+Ancor, se raro fosse di quel bruno
+ cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
+ fora di sua materia si` digiuno
+
+esto pianeto, o, si` come comparte
+ lo grasso e 'l magro un corpo, cosi` questo
+ nel suo volume cangerebbe carte.
+
+Se 'l primo fosse, fora manifesto
+ ne l'eclissi del sol per trasparere
+ lo lume come in altro raro ingesto.
+
+Questo non e`: pero` e` da vedere
+ de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
+ falsificato fia lo tuo parere.
+
+S'elli e` che questo raro non trapassi,
+ esser conviene un termine da onde
+ lo suo contrario piu` passar non lassi;
+
+e indi l'altrui raggio si rifonde
+ cosi` come color torna per vetro
+ lo qual di retro a se' piombo nasconde.
+
+Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
+ ivi lo raggio piu` che in altre parti,
+ per esser li` refratto piu` a retro.
+
+Da questa instanza puo` deliberarti
+ esperienza, se gia` mai la provi,
+ ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.
+
+Tre specchi prenderai; e i due rimovi
+ da te d'un modo, e l'altro, piu` rimosso,
+ tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
+
+Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
+ ti stea un lume che i tre specchi accenda
+ e torni a te da tutti ripercosso.
+
+Ben che nel quanto tanto non si stenda
+ la vista piu` lontana, li` vedrai
+ come convien ch'igualmente risplenda.
+
+Or, come ai colpi de li caldi rai
+ de la neve riman nudo il suggetto
+ e dal colore e dal freddo primai,
+
+cosi` rimaso te ne l'intelletto
+ voglio informar di luce si` vivace,
+ che ti tremolera` nel suo aspetto.
+
+Dentro dal ciel de la divina pace
+ si gira un corpo ne la cui virtute
+ l'esser di tutto suo contento giace.
+
+Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
+ quell'esser parte per diverse essenze,
+ da lui distratte e da lui contenute.
+
+Li altri giron per varie differenze
+ le distinzion che dentro da se' hanno
+ dispongono a lor fini e lor semenze.
+
+Questi organi del mondo cosi` vanno,
+ come tu vedi omai, di grado in grado,
+ che di su` prendono e di sotto fanno.
+
+Riguarda bene omai si` com'io vado
+ per questo loco al vero che disiri,
+ si` che poi sappi sol tener lo guado.
+
+Lo moto e la virtu` d'i santi giri,
+ come dal fabbro l'arte del martello,
+ da' beati motor convien che spiri;
+
+e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
+ de la mente profonda che lui volve
+ prende l'image e fassene suggello.
+
+E come l'alma dentro a vostra polve
+ per differenti membra e conformate
+ a diverse potenze si risolve,
+
+cosi` l'intelligenza sua bontate
+ multiplicata per le stelle spiega,
+ girando se' sovra sua unitate.
+
+Virtu` diversa fa diversa lega
+ col prezioso corpo ch'ella avviva,
+ nel qual, si` come vita in voi, si lega.
+
+Per la natura lieta onde deriva,
+ la virtu` mista per lo corpo luce
+ come letizia per pupilla viva.
+
+Da essa vien cio` che da luce a luce
+ par differente, non da denso e raro;
+ essa e` formal principio che produce,
+
+conforme a sua bonta`, lo turbo e 'l chiaro>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto III
+
+
+Quel sol che pria d'amor mi scaldo` 'l petto,
+ di bella verita` m'avea scoverto,
+ provando e riprovando, il dolce aspetto;
+
+e io, per confessar corretto e certo
+ me stesso, tanto quanto si convenne
+ leva' il capo a proferer piu` erto;
+
+ma visione apparve che ritenne
+ a se' me tanto stretto, per vedersi,
+ che di mia confession non mi sovvenne.
+
+Quali per vetri trasparenti e tersi,
+ o ver per acque nitide e tranquille,
+ non si` profonde che i fondi sien persi,
+
+tornan d'i nostri visi le postille
+ debili si`, che perla in bianca fronte
+ non vien men forte a le nostre pupille;
+
+tali vid'io piu` facce a parlar pronte;
+ per ch'io dentro a l'error contrario corsi
+ a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
+
+Subito si` com'io di lor m'accorsi,
+ quelle stimando specchiati sembianti,
+ per veder di cui fosser, li occhi torsi;
+
+e nulla vidi, e ritorsili avanti
+ dritti nel lume de la dolce guida,
+ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
+
+<<Non ti maravigliar perch'io sorrida>>,
+ mi disse, <<appresso il tuo pueril coto,
+ poi sopra 'l vero ancor lo pie` non fida,
+
+ma te rivolve, come suole, a voto:
+ vere sustanze son cio` che tu vedi,
+ qui rilegate per manco di voto.
+
+Pero` parla con esse e odi e credi;
+ che' la verace luce che li appaga
+ da se' non lascia lor torcer li piedi>>.
+
+E io a l'ombra che parea piu` vaga
+ di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
+ quasi com'uom cui troppa voglia smaga:
+
+<<O ben creato spirito, che a' rai
+ di vita etterna la dolcezza senti
+ che, non gustata, non s'intende mai,
+
+grazioso mi fia se mi contenti
+ del nome tuo e de la vostra sorte>>.
+ Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:
+
+<<La nostra carita` non serra porte
+ a giusta voglia, se non come quella
+ che vuol simile a se' tutta sua corte.
+
+I' fui nel mondo vergine sorella;
+ e se la mente tua ben se' riguarda,
+ non mi ti celera` l'esser piu` bella,
+
+ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
+ che, posta qui con questi altri beati,
+ beata sono in la spera piu` tarda.
+
+Li nostri affetti, che solo infiammati
+ son nel piacer de lo Spirito Santo,
+ letizian del suo ordine formati.
+
+E questa sorte che par giu` cotanto,
+ pero` n'e` data, perche' fuor negletti
+ li nostri voti, e voti in alcun canto>>.
+
+Ond'io a lei: <<Ne' mirabili aspetti
+ vostri risplende non so che divino
+ che vi trasmuta da' primi concetti:
+
+pero` non fui a rimembrar festino;
+ ma or m'aiuta cio` che tu mi dici,
+ si` che raffigurar m'e` piu` latino.
+
+Ma dimmi: voi che siete qui felici,
+ disiderate voi piu` alto loco
+ per piu` vedere e per piu` farvi amici?>>.
+
+Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
+ da indi mi rispuose tanto lieta,
+ ch'arder parea d'amor nel primo foco:
+
+<<Frate, la nostra volonta` quieta
+ virtu` di carita`, che fa volerne
+ sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
+
+Se disiassimo esser piu` superne,
+ foran discordi li nostri disiri
+ dal voler di colui che qui ne cerne;
+
+che vedrai non capere in questi giri,
+ s'essere in carita` e` qui necesse,
+ e se la sua natura ben rimiri.
+
+Anzi e` formale ad esto beato esse
+ tenersi dentro a la divina voglia,
+ per ch'una fansi nostre voglie stesse;
+
+si` che, come noi sem di soglia in soglia
+ per questo regno, a tutto il regno piace
+ com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
+
+E 'n la sua volontade e` nostra pace:
+ ell'e` quel mare al qual tutto si move
+ cio` ch'ella cria o che natura face>>.
+
+Chiaro mi fu allor come ogne dove
+ in cielo e` paradiso, etsi la grazia
+ del sommo ben d'un modo non vi piove.
+
+Ma si` com'elli avvien, s'un cibo sazia
+ e d'un altro rimane ancor la gola,
+ che quel si chere e di quel si ringrazia,
+
+cosi` fec'io con atto e con parola,
+ per apprender da lei qual fu la tela
+ onde non trasse infino a co la spuola.
+
+<<Perfetta vita e alto merto inciela
+ donna piu` su`>>, mi disse, <<a la cui norma
+ nel vostro mondo giu` si veste e vela,
+
+perche' fino al morir si vegghi e dorma
+ con quello sposo ch'ogne voto accetta
+ che caritate a suo piacer conforma.
+
+Dal mondo, per seguirla, giovinetta
+ fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
+ e promisi la via de la sua setta.
+
+Uomini poi, a mal piu` ch'a bene usi,
+ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
+ Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
+
+E quest'altro splendor che ti si mostra
+ da la mia destra parte e che s'accende
+ di tutto il lume de la spera nostra,
+
+cio` ch'io dico di me, di se' intende;
+ sorella fu, e cosi` le fu tolta
+ di capo l'ombra de le sacre bende.
+
+Ma poi che pur al mondo fu rivolta
+ contra suo grado e contra buona usanza,
+ non fu dal vel del cor gia` mai disciolta.
+
+Quest'e` la luce de la gran Costanza
+ che del secondo vento di Soave
+ genero` 'l terzo e l'ultima possanza>>.
+
+Cosi` parlommi, e poi comincio` 'Ave,
+ Maria' cantando, e cantando vanio
+ come per acqua cupa cosa grave.
+
+La vista mia, che tanto lei seguio
+ quanto possibil fu, poi che la perse,
+ volsesi al segno di maggior disio,
+
+e a Beatrice tutta si converse;
+ ma quella folgoro` nel mio sguardo
+ si` che da prima il viso non sofferse;
+
+e cio` mi fece a dimandar piu` tardo.
+
+
+
+Paradiso: Canto IV
+
+
+Intra due cibi, distanti e moventi
+ d'un modo, prima si morria di fame,
+ che liber'omo l'un recasse ai denti;
+
+si` si starebbe un agno intra due brame
+ di fieri lupi, igualmente temendo;
+ si` si starebbe un cane intra due dame:
+
+per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
+ da li miei dubbi d'un modo sospinto,
+ poi ch'era necessario, ne' commendo.
+
+Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
+ m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
+ piu` caldo assai che per parlar distinto.
+
+Fe' si` Beatrice qual fe' Daniello,
+ Nabuccodonosor levando d'ira,
+ che l'avea fatto ingiustamente fello;
+
+e disse: <<Io veggio ben come ti tira
+ uno e altro disio, si` che tua cura
+ se' stessa lega si` che fuor non spira.
+
+Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,
+ la violenza altrui per qual ragione
+ di meritar mi scema la misura?".
+
+Ancor di dubitar ti da` cagione
+ parer tornarsi l'anime a le stelle,
+ secondo la sentenza di Platone.
+
+Queste son le question che nel tuo velle
+ pontano igualmente; e pero` pria
+ trattero` quella che piu` ha di felle.
+
+D'i Serafin colui che piu` s'india,
+ Moise`, Samuel, e quel Giovanni
+ che prender vuoli, io dico, non Maria,
+
+non hanno in altro cielo i loro scanni
+ che questi spirti che mo t'appariro,
+ ne' hanno a l'esser lor piu` o meno anni;
+
+ma tutti fanno bello il primo giro,
+ e differentemente han dolce vita
+ per sentir piu` e men l'etterno spiro.
+
+Qui si mostraro, non perche' sortita
+ sia questa spera lor, ma per far segno
+ de la celestial c'ha men salita.
+
+Cosi` parlar conviensi al vostro ingegno,
+ pero` che solo da sensato apprende
+ cio` che fa poscia d'intelletto degno.
+
+Per questo la Scrittura condescende
+ a vostra facultate, e piedi e mano
+ attribuisce a Dio, e altro intende;
+
+e Santa Chiesa con aspetto umano
+ Gabriel e Michel vi rappresenta,
+ e l'altro che Tobia rifece sano.
+
+Quel che Timeo de l'anime argomenta
+ non e` simile a cio` che qui si vede,
+ pero` che, come dice, par che senta.
+
+Dice che l'alma a la sua stella riede,
+ credendo quella quindi esser decisa
+ quando natura per forma la diede;
+
+e forse sua sentenza e` d'altra guisa
+ che la voce non suona, ed esser puote
+ con intenzion da non esser derisa.
+
+S'elli intende tornare a queste ruote
+ l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
+ in alcun vero suo arco percuote.
+
+Questo principio, male inteso, torse
+ gia` tutto il mondo quasi, si` che Giove,
+ Mercurio e Marte a nominar trascorse.
+
+L'altra dubitazion che ti commove
+ ha men velen, pero` che sua malizia
+ non ti poria menar da me altrove.
+
+Parere ingiusta la nostra giustizia
+ ne li occhi d'i mortali, e` argomento
+ di fede e non d'eretica nequizia.
+
+Ma perche' puote vostro accorgimento
+ ben penetrare a questa veritate,
+ come disiri, ti faro` contento.
+
+Se violenza e` quando quel che pate
+ niente conferisce a quel che sforza,
+ non fuor quest'alme per essa scusate;
+
+che' volonta`, se non vuol, non s'ammorza,
+ ma fa come natura face in foco,
+ se mille volte violenza il torza.
+
+Per che, s'ella si piega assai o poco,
+ segue la forza; e cosi` queste fero
+ possendo rifuggir nel santo loco.
+
+Se fosse stato lor volere intero,
+ come tenne Lorenzo in su la grada,
+ e fece Muzio a la sua man severo,
+
+cosi` l'avria ripinte per la strada
+ ond'eran tratte, come fuoro sciolte;
+ ma cosi` salda voglia e` troppo rada.
+
+E per queste parole, se ricolte
+ l'hai come dei, e` l'argomento casso
+ che t'avria fatto noia ancor piu` volte.
+
+Ma or ti s'attraversa un altro passo
+ dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
+ non usciresti: pria saresti lasso.
+
+Io t'ho per certo ne la mente messo
+ ch'alma beata non poria mentire,
+ pero` ch'e` sempre al primo vero appresso;
+
+e poi potesti da Piccarda udire
+ che l'affezion del vel Costanza tenne;
+ si` ch'ella par qui meco contradire.
+
+Molte fiate gia`, frate, addivenne
+ che, per fuggir periglio, contra grato
+ si fe' di quel che far non si convenne;
+
+come Almeone, che, di cio` pregato
+ dal padre suo, la propria madre spense,
+ per non perder pieta`, si fe' spietato.
+
+A questo punto voglio che tu pense
+ che la forza al voler si mischia, e fanno
+ si` che scusar non si posson l'offense.
+
+Voglia assoluta non consente al danno;
+ ma consentevi in tanto in quanto teme,
+ se si ritrae, cadere in piu` affanno.
+
+Pero`, quando Piccarda quello spreme,
+ de la voglia assoluta intende, e io
+ de l'altra; si` che ver diciamo insieme>>.
+
+Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
+ ch'usci` del fonte ond'ogne ver deriva;
+ tal puose in pace uno e altro disio.
+
+<<O amanza del primo amante, o diva>>,
+ diss'io appresso, <<il cui parlar m'inonda
+ e scalda si`, che piu` e piu` m'avviva,
+
+non e` l'affezion mia tanto profonda,
+ che basti a render voi grazia per grazia;
+ ma quei che vede e puote a cio` risponda.
+
+Io veggio ben che gia` mai non si sazia
+ nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
+ di fuor dal qual nessun vero si spazia.
+
+Posasi in esso, come fera in lustra,
+ tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
+ se non, ciascun disio sarebbe frustra.
+
+Nasce per quello, a guisa di rampollo,
+ a pie` del vero il dubbio; ed e` natura
+ ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
+
+Questo m'invita, questo m'assicura
+ con reverenza, donna, a dimandarvi
+ d'un'altra verita` che m'e` oscura.
+
+Io vo' saper se l'uom puo` sodisfarvi
+ ai voti manchi si` con altri beni,
+ ch'a la vostra statera non sien parvi>>.
+
+Beatrice mi guardo` con li occhi pieni
+ di faville d'amor cosi` divini,
+ che, vinta, mia virtute die` le reni,
+
+e quasi mi perdei con li occhi chini.
+
+
+
+Paradiso: Canto V
+
+
+<<S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore
+ di la` dal modo che 'n terra si vede,
+ si` che del viso tuo vinco il valore,
+
+non ti maravigliar; che' cio` procede
+ da perfetto veder, che, come apprende,
+ cosi` nel bene appreso move il piede.
+
+Io veggio ben si` come gia` resplende
+ ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
+ che, vista, sola e sempre amore accende;
+
+e s'altra cosa vostro amor seduce,
+ non e` se non di quella alcun vestigio,
+ mal conosciuto, che quivi traluce.
+
+Tu vuo' saper se con altro servigio,
+ per manco voto, si puo` render tanto
+ che l'anima sicuri di letigio>>.
+
+Si` comincio` Beatrice questo canto;
+ e si` com'uom che suo parlar non spezza,
+ continuo` cosi` 'l processo santo:
+
+<<Lo maggior don che Dio per sua larghezza
+ fesse creando, e a la sua bontate
+ piu` conformato, e quel ch'e' piu` apprezza,
+
+fu de la volonta` la libertate;
+ di che le creature intelligenti,
+ e tutte e sole, fuoro e son dotate.
+
+Or ti parra`, se tu quinci argomenti,
+ l'alto valor del voto, s'e` si` fatto
+ che Dio consenta quando tu consenti;
+
+che', nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
+ vittima fassi di questo tesoro,
+ tal quale io dico; e fassi col suo atto.
+
+Dunque che render puossi per ristoro?
+ Se credi bene usar quel c'hai offerto,
+ di maltolletto vuo' far buon lavoro.
+
+Tu se' omai del maggior punto certo;
+ ma perche' Santa Chiesa in cio` dispensa,
+ che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,
+
+convienti ancor sedere un poco a mensa,
+ pero` che 'l cibo rigido c'hai preso,
+ richiede ancora aiuto a tua dispensa.
+
+Apri la mente a quel ch'io ti paleso
+ e fermalvi entro; che' non fa scienza,
+ sanza lo ritenere, avere inteso.
+
+Due cose si convegnono a l'essenza
+ di questo sacrificio: l'una e` quella
+ di che si fa; l'altr'e` la convenenza.
+
+Quest'ultima gia` mai non si cancella
+ se non servata; e intorno di lei
+ si` preciso di sopra si favella:
+
+pero` necessitato fu a li Ebrei
+ pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
+ si` permutasse, come saver dei.
+
+L'altra, che per materia t'e` aperta,
+ puote ben esser tal, che non si falla
+ se con altra materia si converta.
+
+Ma non trasmuti carco a la sua spalla
+ per suo arbitrio alcun, sanza la volta
+ e de la chiave bianca e de la gialla;
+
+e ogne permutanza credi stolta,
+ se la cosa dimessa in la sorpresa
+ come 'l quattro nel sei non e` raccolta.
+
+Pero` qualunque cosa tanto pesa
+ per suo valor che tragga ogne bilancia,
+ sodisfar non si puo` con altra spesa.
+
+Non prendan li mortali il voto a ciancia;
+ siate fedeli, e a cio` far non bieci,
+ come Iepte` a la sua prima mancia;
+
+cui piu` si convenia dicer 'Mal feci',
+ che, servando, far peggio; e cosi` stolto
+ ritrovar puoi il gran duca de' Greci,
+
+onde pianse Efigenia il suo bel volto,
+ e fe' pianger di se' i folli e i savi
+ ch'udir parlar di cosi` fatto colto.
+
+Siate, Cristiani, a muovervi piu` gravi:
+ non siate come penna ad ogne vento,
+ e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
+
+Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
+ e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
+ questo vi basti a vostro salvamento.
+
+Se mala cupidigia altro vi grida,
+ uomini siate, e non pecore matte,
+ si` che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
+
+Non fate com'agnel che lascia il latte
+ de la sua madre, e semplice e lascivo
+ seco medesmo a suo piacer combatte!>>.
+
+Cosi` Beatrice a me com'io scrivo;
+ poi si rivolse tutta disiante
+ a quella parte ove 'l mondo e` piu` vivo.
+
+Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
+ puoser silenzio al mio cupido ingegno,
+ che gia` nuove questioni avea davante;
+
+e si` come saetta che nel segno
+ percuote pria che sia la corda queta,
+ cosi` corremmo nel secondo regno.
+
+Quivi la donna mia vid'io si` lieta,
+ come nel lume di quel ciel si mise,
+ che piu` lucente se ne fe' 'l pianeta.
+
+E se la stella si cambio` e rise,
+ qual mi fec'io che pur da mia natura
+ trasmutabile son per tutte guise!
+
+Come 'n peschiera ch'e` tranquilla e pura
+ traggonsi i pesci a cio` che vien di fori
+ per modo che lo stimin lor pastura,
+
+si` vid'io ben piu` di mille splendori
+ trarsi ver' noi, e in ciascun s'udia:
+ <<Ecco chi crescera` li nostri amori>>.
+
+E si` come ciascuno a noi venia,
+ vedeasi l'ombra piena di letizia
+ nel folgor chiaro che di lei uscia.
+
+Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
+ non procedesse, come tu avresti
+ di piu` savere angosciosa carizia;
+
+e per te vederai come da questi
+ m'era in disio d'udir lor condizioni,
+ si` come a li occhi mi fur manifesti.
+
+<<O bene nato a cui veder li troni
+ del triunfo etternal concede grazia
+ prima che la milizia s'abbandoni,
+
+del lume che per tutto il ciel si spazia
+ noi semo accesi; e pero`, se disii
+ di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia>>.
+
+Cosi` da un di quelli spirti pii
+ detto mi fu; e da Beatrice: <<Di`, di`
+ sicuramente, e credi come a dii>>.
+
+<<Io veggio ben si` come tu t'annidi
+ nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
+ perch'e' corusca si` come tu ridi;
+
+ma non so chi tu se', ne' perche' aggi,
+ anima degna, il grado de la spera
+ che si vela a' mortai con altrui raggi>>.
+
+Questo diss'io diritto alla lumera
+ che pria m'avea parlato; ond'ella fessi
+ lucente piu` assai di quel ch'ell'era.
+
+Si` come il sol che si cela elli stessi
+ per troppa luce, come 'l caldo ha rose
+ le temperanze d'i vapori spessi,
+
+per piu` letizia si` mi si nascose
+ dentro al suo raggio la figura santa;
+ e cosi` chiusa chiusa mi rispuose
+
+nel modo che 'l seguente canto canta.
+
+
+
+Paradiso: Canto VI
+
+
+<<Poscia che Costantin l'aquila volse
+ contr'al corso del ciel, ch'ella seguio
+ dietro a l'antico che Lavina tolse,
+
+cento e cent'anni e piu` l'uccel di Dio
+ ne lo stremo d'Europa si ritenne,
+ vicino a' monti de' quai prima uscio;
+
+e sotto l'ombra de le sacre penne
+ governo` 'l mondo li` di mano in mano,
+ e, si` cangiando, in su la mia pervenne.
+
+Cesare fui e son Iustiniano,
+ che, per voler del primo amor ch'i' sento,
+ d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.
+
+E prima ch'io a l'ovra fossi attento,
+ una natura in Cristo esser, non piue,
+ credea, e di tal fede era contento;
+
+ma 'l benedetto Agapito, che fue
+ sommo pastore, a la fede sincera
+ mi dirizzo` con le parole sue.
+
+Io li credetti; e cio` che 'n sua fede era,
+ vegg'io or chiaro si`, come tu vedi
+ ogni contradizione e falsa e vera.
+
+Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
+ a Dio per grazia piacque di spirarmi
+ l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;
+
+e al mio Belisar commendai l'armi,
+ cui la destra del ciel fu si` congiunta,
+ che segno fu ch'i' dovessi posarmi.
+
+Or qui a la question prima s'appunta
+ la mia risposta; ma sua condizione
+ mi stringe a seguitare alcuna giunta,
+
+perche' tu veggi con quanta ragione
+ si move contr'al sacrosanto segno
+ e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.
+
+Vedi quanta virtu` l'ha fatto degno
+ di reverenza; e comincio` da l'ora
+ che Pallante mori` per darli regno.
+
+Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora
+ per trecento anni e oltre, infino al fine
+ che i tre a' tre pugnar per lui ancora.
+
+E sai ch'el fe' dal mal de le Sabine
+ al dolor di Lucrezia in sette regi,
+ vincendo intorno le genti vicine.
+
+Sai quel ch'el fe' portato da li egregi
+ Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
+ incontro a li altri principi e collegi;
+
+onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
+ negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
+ ebber la fama che volontier mirro.
+
+Esso atterro` l'orgoglio de li Arabi
+ che di retro ad Annibale passaro
+ l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.
+
+Sott'esso giovanetti triunfaro
+ Scipione e Pompeo; e a quel colle
+ sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.
+
+Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle
+ redur lo mondo a suo modo sereno,
+ Cesare per voler di Roma il tolle.
+
+E quel che fe' da Varo infino a Reno,
+ Isara vide ed Era e vide Senna
+ e ogne valle onde Rodano e` pieno.
+
+Quel che fe' poi ch'elli usci` di Ravenna
+ e salto` Rubicon, fu di tal volo,
+ che nol seguiteria lingua ne' penna.
+
+Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,
+ poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse
+ si` ch'al Nil caldo si senti` del duolo.
+
+Antandro e Simeonta, onde si mosse,
+ rivide e la` dov'Ettore si cuba;
+ e mal per Tolomeo poscia si scosse.
+
+Da indi scese folgorando a Iuba;
+ onde si volse nel vostro occidente,
+ ove sentia la pompeana tuba.
+
+Di quel che fe' col baiulo seguente,
+ Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
+ e Modena e Perugia fu dolente.
+
+Piangene ancor la trista Cleopatra,
+ che, fuggendoli innanzi, dal colubro
+ la morte prese subitana e atra.
+
+Con costui corse infino al lito rubro;
+ con costui puose il mondo in tanta pace,
+ che fu serrato a Giano il suo delubro.
+
+Ma cio` che 'l segno che parlar mi face
+ fatto avea prima e poi era fatturo
+ per lo regno mortal ch'a lui soggiace,
+
+diventa in apparenza poco e scuro,
+ se in mano al terzo Cesare si mira
+ con occhio chiaro e con affetto puro;
+
+che' la viva giustizia che mi spira,
+ li concedette, in mano a quel ch'i' dico,
+ gloria di far vendetta a la sua ira.
+
+Or qui t'ammira in cio` ch'io ti replico:
+ poscia con Tito a far vendetta corse
+ de la vendetta del peccato antico.
+
+E quando il dente longobardo morse
+ la Santa Chiesa, sotto le sue ali
+ Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
+
+Omai puoi giudicar di quei cotali
+ ch'io accusai di sopra e di lor falli,
+ che son cagion di tutti vostri mali.
+
+L'uno al pubblico segno i gigli gialli
+ oppone, e l'altro appropria quello a parte,
+ si` ch'e` forte a veder chi piu` si falli.
+
+Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
+ sott'altro segno; che' mal segue quello
+ sempre chi la giustizia e lui diparte;
+
+e non l'abbatta esto Carlo novello
+ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
+ ch'a piu` alto leon trasser lo vello.
+
+Molte fiate gia` pianser li figli
+ per la colpa del padre, e non si creda
+ che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!
+
+Questa picciola stella si correda
+ di buoni spirti che son stati attivi
+ perche' onore e fama li succeda:
+
+e quando li disiri poggian quivi,
+ si` disviando, pur convien che i raggi
+ del vero amore in su` poggin men vivi.
+
+Ma nel commensurar d'i nostri gaggi
+ col merto e` parte di nostra letizia,
+ perche' non li vedem minor ne' maggi.
+
+Quindi addolcisce la viva giustizia
+ in noi l'affetto si`, che non si puote
+ torcer gia` mai ad alcuna nequizia.
+
+Diverse voci fanno dolci note;
+ cosi` diversi scanni in nostra vita
+ rendon dolce armonia tra queste rote.
+
+E dentro a la presente margarita
+ luce la luce di Romeo, di cui
+ fu l'ovra grande e bella mal gradita.
+
+Ma i Provenzai che fecer contra lui
+ non hanno riso; e pero` mal cammina
+ qual si fa danno del ben fare altrui.
+
+Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
+ Ramondo Beringhiere, e cio` li fece
+ Romeo, persona umile e peregrina.
+
+E poi il mosser le parole biece
+ a dimandar ragione a questo giusto,
+ che li assegno` sette e cinque per diece,
+
+indi partissi povero e vetusto;
+ e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
+ mendicando sua vita a frusto a frusto,
+
+assai lo loda, e piu` lo loderebbe>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto VII
+
+
+<<Osanna, sanctus Deus sabaoth,
+ superillustrans claritate tua
+ felices ignes horum malacoth!>>.
+
+Cosi`, volgendosi a la nota sua,
+ fu viso a me cantare essa sustanza,
+ sopra la qual doppio lume s'addua:
+
+ed essa e l'altre mossero a sua danza,
+ e quasi velocissime faville,
+ mi si velar di subita distanza.
+
+Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'
+ fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna
+ che mi diseta con le dolci stille'.
+
+Ma quella reverenza che s'indonna
+ di tutto me, pur per Be e per ice,
+ mi richinava come l'uom ch'assonna.
+
+Poco sofferse me cotal Beatrice
+ e comincio`, raggiandomi d'un riso
+ tal, che nel foco faria l'uom felice:
+
+<<Secondo mio infallibile avviso,
+ come giusta vendetta giustamente
+ punita fosse, t'ha in pensier miso;
+
+ma io ti solvero` tosto la mente;
+ e tu ascolta, che' le mie parole
+ di gran sentenza ti faran presente.
+
+Per non soffrire a la virtu` che vole
+ freno a suo prode, quell'uom che non nacque,
+ dannando se', danno` tutta sua prole;
+
+onde l'umana specie inferma giacque
+ giu` per secoli molti in grande errore,
+ fin ch'al Verbo di Dio discender piacque
+
+u' la natura, che dal suo fattore
+ s'era allungata, uni` a se' in persona
+ con l'atto sol del suo etterno amore.
+
+Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:
+ questa natura al suo fattore unita,
+ qual fu creata, fu sincera e buona;
+
+ma per se' stessa pur fu ella sbandita
+ di paradiso, pero` che si torse
+ da via di verita` e da sua vita.
+
+La pena dunque che la croce porse
+ s'a la natura assunta si misura,
+ nulla gia` mai si` giustamente morse;
+
+e cosi` nulla fu di tanta ingiura,
+ guardando a la persona che sofferse,
+ in che era contratta tal natura.
+
+Pero` d'un atto uscir cose diverse:
+ ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;
+ per lei tremo` la terra e 'l ciel s'aperse.
+
+Non ti dee oramai parer piu` forte,
+ quando si dice che giusta vendetta
+ poscia vengiata fu da giusta corte.
+
+Ma io veggi' or la tua mente ristretta
+ di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
+ del qual con gran disio solver s'aspetta.
+
+Tu dici: "Ben discerno cio` ch'i' odo;
+ ma perche' Dio volesse, m'e` occulto,
+ a nostra redenzion pur questo modo".
+
+Questo decreto, frate, sta sepulto
+ a li occhi di ciascuno il cui ingegno
+ ne la fiamma d'amor non e` adulto.
+
+Veramente, pero` ch'a questo segno
+ molto si mira e poco si discerne,
+ diro` perche' tal modo fu piu` degno.
+
+La divina bonta`, che da se' sperne
+ ogne livore, ardendo in se', sfavilla
+ si` che dispiega le bellezze etterne.
+
+Cio` che da lei sanza mezzo distilla
+ non ha poi fine, perche' non si move
+ la sua imprenta quand'ella sigilla.
+
+Cio` che da essa sanza mezzo piove
+ libero e` tutto, perche' non soggiace
+ a la virtute de le cose nove.
+
+Piu` l'e` conforme, e pero` piu` le piace;
+ che' l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,
+ ne la piu` somigliante e` piu` vivace.
+
+Di tutte queste dote s'avvantaggia
+ l'umana creatura; e s'una manca,
+ di sua nobilita` convien che caggia.
+
+Solo il peccato e` quel che la disfranca
+ e falla dissimile al sommo bene,
+ per che del lume suo poco s'imbianca;
+
+e in sua dignita` mai non rivene,
+ se non riempie, dove colpa vota,
+ contra mal dilettar con giuste pene.
+
+Vostra natura, quando pecco` tota
+ nel seme suo, da queste dignitadi,
+ come di paradiso, fu remota;
+
+ne' ricovrar potiensi, se tu badi
+ ben sottilmente, per alcuna via,
+ sanza passar per un di questi guadi:
+
+o che Dio solo per sua cortesia
+ dimesso avesse, o che l'uom per se' isso
+ avesse sodisfatto a sua follia.
+
+Ficca mo l'occhio per entro l'abisso
+ de l'etterno consiglio, quanto puoi
+ al mio parlar distrettamente fisso.
+
+Non potea l'uomo ne' termini suoi
+ mai sodisfar, per non potere ir giuso
+ con umiltate obediendo poi,
+
+quanto disobediendo intese ir suso;
+ e questa e` la cagion per che l'uom fue
+ da poter sodisfar per se' dischiuso.
+
+Dunque a Dio convenia con le vie sue
+ riparar l'omo a sua intera vita,
+ dico con l'una, o ver con amendue.
+
+Ma perche' l'ovra tanto e` piu` gradita
+ da l'operante, quanto piu` appresenta
+ de la bonta` del core ond'ell'e` uscita,
+
+la divina bonta` che 'l mondo imprenta,
+ di proceder per tutte le sue vie,
+ a rilevarvi suso, fu contenta.
+
+Ne' tra l'ultima notte e 'l primo die
+ si` alto o si` magnifico processo,
+ o per l'una o per l'altra, fu o fie:
+
+che' piu` largo fu Dio a dar se' stesso
+ per far l'uom sufficiente a rilevarsi,
+ che s'elli avesse sol da se' dimesso;
+
+e tutti li altri modi erano scarsi
+ a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio
+ non fosse umiliato ad incarnarsi.
+
+Or per empierti bene ogni disio,
+ ritorno a dichiararti in alcun loco,
+ perche' tu veggi li` cosi` com'io.
+
+Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,
+ l'aere e la terra e tutte lor misture
+ venire a corruzione, e durar poco;
+
+e queste cose pur furon creature;
+ per che, se cio` ch'e` detto e` stato vero,
+ esser dovrien da corruzion sicure".
+
+Li angeli, frate, e 'l paese sincero
+ nel qual tu se', dir si posson creati,
+ si` come sono, in loro essere intero;
+
+ma li elementi che tu hai nomati
+ e quelle cose che di lor si fanno
+ da creata virtu` sono informati.
+
+Creata fu la materia ch'elli hanno;
+ creata fu la virtu` informante
+ in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.
+
+L'anima d'ogne bruto e de le piante
+ di complession potenziata tira
+ lo raggio e 'l moto de le luci sante;
+
+ma vostra vita sanza mezzo spira
+ la somma beninanza, e la innamora
+ di se' si` che poi sempre la disira.
+
+E quinci puoi argomentare ancora
+ vostra resurrezion, se tu ripensi
+ come l'umana carne fessi allora
+
+che li primi parenti intrambo fensi>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto VIII
+
+
+Solea creder lo mondo in suo periclo
+ che la bella Ciprigna il folle amore
+ raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
+
+per che non pur a lei faceano onore
+ di sacrificio e di votivo grido
+ le genti antiche ne l'antico errore;
+
+ma Dione onoravano e Cupido,
+ quella per madre sua, questo per figlio,
+ e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
+
+e da costei ond'io principio piglio
+ pigliavano il vocabol de la stella
+ che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
+
+Io non m'accorsi del salire in ella;
+ ma d'esservi entro mi fe' assai fede
+ la donna mia ch'i' vidi far piu` bella.
+
+E come in fiamma favilla si vede,
+ e come in voce voce si discerne,
+ quand'una e` ferma e altra va e riede,
+
+vid'io in essa luce altre lucerne
+ muoversi in giro piu` e men correnti,
+ al modo, credo, di lor viste interne.
+
+Di fredda nube non disceser venti,
+ o visibili o no, tanto festini,
+ che non paressero impediti e lenti
+
+a chi avesse quei lumi divini
+ veduti a noi venir, lasciando il giro
+ pria cominciato in li alti Serafini;
+
+e dentro a quei che piu` innanzi appariro
+ sonava 'Osanna' si`, che unque poi
+ di riudir non fui sanza disiro.
+
+Indi si fece l'un piu` presso a noi
+ e solo incomincio`: <<Tutti sem presti
+ al tuo piacer, perche' di noi ti gioi.
+
+Noi ci volgiam coi principi celesti
+ d'un giro e d'un girare e d'una sete,
+ ai quali tu del mondo gia` dicesti:
+
+'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';
+ e sem si` pien d'amor, che, per piacerti,
+ non fia men dolce un poco di quiete>>.
+
+Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
+ a la mia donna reverenti, ed essa
+ fatti li avea di se' contenti e certi,
+
+rivolsersi a la luce che promessa
+ tanto s'avea, e <<Deh, chi siete?>> fue
+ la voce mia di grande affetto impressa.
+
+E quanta e quale vid'io lei far piue
+ per allegrezza nova che s'accrebbe,
+ quando parlai, a l'allegrezze sue!
+
+Cosi` fatta, mi disse: <<Il mondo m'ebbe
+ giu` poco tempo; e se piu` fosse stato,
+ molto sara` di mal, che non sarebbe.
+
+La mia letizia mi ti tien celato
+ che mi raggia dintorno e mi nasconde
+ quasi animal di sua seta fasciato.
+
+Assai m'amasti, e avesti ben onde;
+ che s'io fossi giu` stato, io ti mostrava
+ di mio amor piu` oltre che le fronde.
+
+Quella sinistra riva che si lava
+ di Rodano poi ch'e` misto con Sorga,
+ per suo segnore a tempo m'aspettava,
+
+e quel corno d'Ausonia che s'imborga
+ di Bari e di Gaeta e di Catona
+ da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
+
+Fulgeami gia` in fronte la corona
+ di quella terra che 'l Danubio riga
+ poi che le ripe tedesche abbandona.
+
+E la bella Trinacria, che caliga
+ tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
+ che riceve da Euro maggior briga,
+
+non per Tifeo ma per nascente solfo,
+ attesi avrebbe li suoi regi ancora,
+ nati per me di Carlo e di Ridolfo,
+
+se mala segnoria, che sempre accora
+ li popoli suggetti, non avesse
+ mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
+
+E se mio frate questo antivedesse,
+ l'avara poverta` di Catalogna
+ gia` fuggeria, perche' non li offendesse;
+
+che' veramente proveder bisogna
+ per lui, o per altrui, si` ch'a sua barca
+ carcata piu` d'incarco non si pogna.
+
+La sua natura, che di larga parca
+ discese, avria mestier di tal milizia
+ che non curasse di mettere in arca>>.
+
+<<Pero` ch'i' credo che l'alta letizia
+ che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
+ la` 've ogne ben si termina e s'inizia,
+
+per te si veggia come la vegg'io,
+ grata m'e` piu`; e anco quest'ho caro
+ perche' 'l discerni rimirando in Dio.
+
+Fatto m'hai lieto, e cosi` mi fa chiaro,
+ poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
+ com'esser puo`, di dolce seme, amaro>>.
+
+Questo io a lui; ed elli a me: <<S'io posso
+ mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
+ terrai lo viso come tien lo dosso.
+
+Lo ben che tutto il regno che tu scandi
+ volge e contenta, fa esser virtute
+ sua provedenza in questi corpi grandi.
+
+E non pur le nature provedute
+ sono in la mente ch'e` da se' perfetta,
+ ma esse insieme con la lor salute:
+
+per che quantunque quest'arco saetta
+ disposto cade a proveduto fine,
+ si` come cosa in suo segno diretta.
+
+Se cio` non fosse, il ciel che tu cammine
+ producerebbe si` li suoi effetti,
+ che non sarebbero arti, ma ruine;
+
+e cio` esser non puo`, se li 'ntelletti
+ che muovon queste stelle non son manchi,
+ e manco il primo, che non li ha perfetti.
+
+Vuo' tu che questo ver piu` ti s'imbianchi?>>.
+ E io: <<Non gia`; che' impossibil veggio
+ che la natura, in quel ch'e` uopo, stanchi>>.
+
+Ond'elli ancora: <<Or di': sarebbe il peggio
+ per l'omo in terra, se non fosse cive?>>.
+ <<Si`>>, rispuos'io; <<e qui ragion non cheggio>>.
+
+<<E puot'elli esser, se giu` non si vive
+ diversamente per diversi offici?
+ Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive>>.
+
+Si` venne deducendo infino a quici;
+ poscia conchiuse: <<Dunque esser diverse
+ convien di vostri effetti le radici:
+
+per ch'un nasce Solone e altro Serse,
+ altro Melchisedech e altro quello
+ che, volando per l'aere, il figlio perse.
+
+La circular natura, ch'e` suggello
+ a la cera mortal, fa ben sua arte,
+ ma non distingue l'un da l'altro ostello.
+
+Quinci addivien ch'Esau` si diparte
+ per seme da Iacob; e vien Quirino
+ da si` vil padre, che si rende a Marte.
+
+Natura generata il suo cammino
+ simil farebbe sempre a' generanti,
+ se non vincesse il proveder divino.
+
+Or quel che t'era dietro t'e` davanti:
+ ma perche' sappi che di te mi giova,
+ un corollario voglio che t'ammanti.
+
+Sempre natura, se fortuna trova
+ discorde a se', com'ogne altra semente
+ fuor di sua region, fa mala prova.
+
+E se 'l mondo la` giu` ponesse mente
+ al fondamento che natura pone,
+ seguendo lui, avria buona la gente.
+
+Ma voi torcete a la religione
+ tal che fia nato a cignersi la spada,
+ e fate re di tal ch'e` da sermone;
+
+onde la traccia vostra e` fuor di strada>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto IX
+
+
+Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
+ m'ebbe chiarito, mi narro` li 'nganni
+ che ricever dovea la sua semenza;
+
+ma disse: <<Taci e lascia muover li anni>>;
+ si` ch'io non posso dir se non che pianto
+ giusto verra` di retro ai vostri danni.
+
+E gia` la vita di quel lume santo
+ rivolta s'era al Sol che la riempie
+ come quel ben ch'a ogne cosa e` tanto.
+
+Ahi anime ingannate e fatture empie,
+ che da si` fatto ben torcete i cuori,
+ drizzando in vanita` le vostre tempie!
+
+Ed ecco un altro di quelli splendori
+ ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi
+ significava nel chiarir di fori.
+
+Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi
+ sovra me, come pria, di caro assenso
+ al mio disio certificato fermi.
+
+<<Deh, metti al mio voler tosto compenso,
+ beato spirto>>, dissi, <<e fammi prova
+ ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!>>.
+
+Onde la luce che m'era ancor nova,
+ del suo profondo, ond'ella pria cantava,
+ seguette come a cui di ben far giova:
+
+<<In quella parte de la terra prava
+ italica che siede tra Rialto
+ e le fontane di Brenta e di Piava,
+
+si leva un colle, e non surge molt'alto,
+ la` onde scese gia` una facella
+ che fece a la contrada un grande assalto.
+
+D'una radice nacqui e io ed ella:
+ Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
+ perche' mi vinse il lume d'esta stella;
+
+ma lietamente a me medesma indulgo
+ la cagion di mia sorte, e non mi noia;
+ che parria forse forte al vostro vulgo.
+
+Di questa luculenta e cara gioia
+ del nostro cielo che piu` m'e` propinqua,
+ grande fama rimase; e pria che moia,
+
+questo centesimo anno ancor s'incinqua:
+ vedi se far si dee l'omo eccellente,
+ si` ch'altra vita la prima relinqua.
+
+E cio` non pensa la turba presente
+ che Tagliamento e Adice richiude,
+ ne' per esser battuta ancor si pente;
+
+ma tosto fia che Padova al palude
+ cangera` l'acqua che Vincenza bagna,
+ per essere al dover le genti crude;
+
+e dove Sile e Cagnan s'accompagna,
+ tal signoreggia e va con la testa alta,
+ che gia` per lui carpir si fa la ragna.
+
+Piangera` Feltro ancora la difalta
+ de l'empio suo pastor, che sara` sconcia
+ si`, che per simil non s'entro` in malta.
+
+Troppo sarebbe larga la bigoncia
+ che ricevesse il sangue ferrarese,
+ e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,
+
+che donera` questo prete cortese
+ per mostrarsi di parte; e cotai doni
+ conformi fieno al viver del paese.
+
+Su` sono specchi, voi dicete Troni,
+ onde refulge a noi Dio giudicante;
+ si` che questi parlar ne paion buoni>>.
+
+Qui si tacette; e fecemi sembiante
+ che fosse ad altro volta, per la rota
+ in che si mise com'era davante.
+
+L'altra letizia, che m'era gia` nota
+ per cara cosa, mi si fece in vista
+ qual fin balasso in che lo sol percuota.
+
+Per letiziar la` su` fulgor s'acquista,
+ si` come riso qui; ma giu` s'abbuia
+ l'ombra di fuor, come la mente e` trista.
+
+<<Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia>>,
+ diss'io, <<beato spirto, si` che nulla
+ voglia di se' a te puot'esser fuia.
+
+Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla
+ sempre col canto di quei fuochi pii
+ che di sei ali facen la coculla,
+
+perche' non satisface a' miei disii?
+ Gia` non attendere' io tua dimanda,
+ s'io m'intuassi, come tu t'inmii>>.
+
+<<La maggior valle in che l'acqua si spanda>>,
+ incominciaro allor le sue parole,
+ <<fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
+
+tra ' discordanti liti contra 'l sole
+ tanto sen va, che fa meridiano
+ la` dove l'orizzonte pria far suole.
+
+Di quella valle fu' io litorano
+ tra Ebro e Macra, che per cammin corto
+ parte lo Genovese dal Toscano.
+
+Ad un occaso quasi e ad un orto
+ Buggea siede e la terra ond'io fui,
+ che fe' del sangue suo gia` caldo il porto.
+
+Folco mi disse quella gente a cui
+ fu noto il nome mio; e questo cielo
+ di me s'imprenta, com'io fe' di lui;
+
+che' piu` non arse la figlia di Belo,
+ noiando e a Sicheo e a Creusa,
+ di me, infin che si convenne al pelo;
+
+ne' quella Rodopea che delusa
+ fu da Demofoonte, ne' Alcide
+ quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
+
+Non pero` qui si pente, ma si ride,
+ non de la colpa, ch'a mente non torna,
+ ma del valor ch'ordino` e provide.
+
+Qui si rimira ne l'arte ch'addorna
+ cotanto affetto, e discernesi 'l bene
+ per che 'l mondo di su` quel di giu` torna.
+
+Ma perche' tutte le tue voglie piene
+ ten porti che son nate in questa spera,
+ proceder ancor oltre mi convene.
+
+Tu vuo' saper chi e` in questa lumera
+ che qui appresso me cosi` scintilla,
+ come raggio di sole in acqua mera.
+
+Or sappi che la` entro si tranquilla
+ Raab; e a nostr'ordine congiunta,
+ di lei nel sommo grado si sigilla.
+
+Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta
+ che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma
+ del triunfo di Cristo fu assunta.
+
+Ben si convenne lei lasciar per palma
+ in alcun cielo de l'alta vittoria
+ che s'acquisto` con l'una e l'altra palma,
+
+perch'ella favoro` la prima gloria
+ di Iosue` in su la Terra Santa,
+ che poco tocca al papa la memoria.
+
+La tua citta`, che di colui e` pianta
+ che pria volse le spalle al suo fattore
+ e di cui e` la 'nvidia tanto pianta,
+
+produce e spande il maladetto fiore
+ c'ha disviate le pecore e li agni,
+ pero` che fatto ha lupo del pastore.
+
+Per questo l'Evangelio e i dottor magni
+ son derelitti, e solo ai Decretali
+ si studia, si` che pare a' lor vivagni.
+
+A questo intende il papa e ' cardinali;
+ non vanno i lor pensieri a Nazarette,
+ la` dove Gabriello aperse l'ali.
+
+Ma Vaticano e l'altre parti elette
+ di Roma che son state cimitero
+ a la milizia che Pietro seguette,
+
+tosto libere fien de l'avoltero>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto X
+
+
+Guardando nel suo Figlio con l'Amore
+ che l'uno e l'altro etternalmente spira,
+ lo primo e ineffabile Valore
+
+quanto per mente e per loco si gira
+ con tant'ordine fe', ch'esser non puote
+ sanza gustar di lui chi cio` rimira.
+
+Leva dunque, lettore, a l'alte rote
+ meco la vista, dritto a quella parte
+ dove l'un moto e l'altro si percuote;
+
+e li` comincia a vagheggiar ne l'arte
+ di quel maestro che dentro a se' l'ama,
+ tanto che mai da lei l'occhio non parte.
+
+Vedi come da indi si dirama
+ l'oblico cerchio che i pianeti porta,
+ per sodisfare al mondo che li chiama.
+
+Che se la strada lor non fosse torta,
+ molta virtu` nel ciel sarebbe in vano,
+ e quasi ogne potenza qua giu` morta;
+
+e se dal dritto piu` o men lontano
+ fosse 'l partire, assai sarebbe manco
+ e giu` e su` de l'ordine mondano.
+
+Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,
+ dietro pensando a cio` che si preliba,
+ s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.
+
+Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;
+ che' a se' torce tutta la mia cura
+ quella materia ond'io son fatto scriba.
+
+Lo ministro maggior de la natura,
+ che del valor del ciel lo mondo imprenta
+ e col suo lume il tempo ne misura,
+
+con quella parte che su` si rammenta
+ congiunto, si girava per le spire
+ in che piu` tosto ognora s'appresenta;
+
+e io era con lui; ma del salire
+ non m'accors'io, se non com'uom s'accorge,
+ anzi 'l primo pensier, del suo venire.
+
+E' Beatrice quella che si` scorge
+ di bene in meglio, si` subitamente
+ che l'atto suo per tempo non si sporge.
+
+Quant'esser convenia da se' lucente
+ quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,
+ non per color, ma per lume parvente!
+
+Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,
+ si` nol direi che mai s'imaginasse;
+ ma creder puossi e di veder si brami.
+
+E se le fantasie nostre son basse
+ a tanta altezza, non e` maraviglia;
+ che' sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.
+
+Tal era quivi la quarta famiglia
+ de l'alto Padre, che sempre la sazia,
+ mostrando come spira e come figlia.
+
+E Beatrice comincio`: <<Ringrazia,
+ ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo
+ sensibil t'ha levato per sua grazia>>.
+
+Cor di mortal non fu mai si` digesto
+ a divozione e a rendersi a Dio
+ con tutto 'l suo gradir cotanto presto,
+
+come a quelle parole mi fec'io;
+ e si` tutto 'l mio amore in lui si mise,
+ che Beatrice eclisso` ne l'oblio.
+
+Non le dispiacque; ma si` se ne rise,
+ che lo splendor de li occhi suoi ridenti
+ mia mente unita in piu` cose divise.
+
+Io vidi piu` folgor vivi e vincenti
+ far di noi centro e di se' far corona,
+ piu` dolci in voce che in vista lucenti:
+
+cosi` cinger la figlia di Latona
+ vedem talvolta, quando l'aere e` pregno,
+ si` che ritenga il fil che fa la zona.
+
+Ne la corte del cielo, ond'io rivegno,
+ si trovan molte gioie care e belle
+ tanto che non si posson trar del regno;
+
+e 'l canto di quei lumi era di quelle;
+ chi non s'impenna si` che la` su` voli,
+ dal muto aspetti quindi le novelle.
+
+Poi, si` cantando, quelli ardenti soli
+ si fuor girati intorno a noi tre volte,
+ come stelle vicine a' fermi poli,
+
+donne mi parver, non da ballo sciolte,
+ ma che s'arrestin tacite, ascoltando
+ fin che le nove note hanno ricolte.
+
+E dentro a l'un senti' cominciar: <<Quando
+ lo raggio de la grazia, onde s'accende
+ verace amore e che poi cresce amando,
+
+multiplicato in te tanto resplende,
+ che ti conduce su per quella scala
+ u' sanza risalir nessun discende;
+
+qual ti negasse il vin de la sua fiala
+ per la tua sete, in liberta` non fora
+ se non com'acqua ch'al mar non si cala.
+
+Tu vuo' saper di quai piante s'infiora
+ questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia
+ la bella donna ch'al ciel t'avvalora.
+
+Io fui de li agni de la santa greggia
+ che Domenico mena per cammino
+ u' ben s'impingua se non si vaneggia.
+
+Questi che m'e` a destra piu` vicino,
+ frate e maestro fummi, ed esso Alberto
+ e` di Cologna, e io Thomas d'Aquino.
+
+Se si` di tutti li altri esser vuo' certo,
+ di retro al mio parlar ten vien col viso
+ girando su per lo beato serto.
+
+Quell'altro fiammeggiare esce del riso
+ di Grazian, che l'uno e l'altro foro
+ aiuto` si` che piace in paradiso.
+
+L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,
+ quel Pietro fu che con la poverella
+ offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
+
+La quinta luce, ch'e` tra noi piu` bella,
+ spira di tal amor, che tutto 'l mondo
+ la` giu` ne gola di saper novella:
+
+entro v'e` l'alta mente u' si` profondo
+ saver fu messo, che, se 'l vero e` vero
+ a veder tanto non surse il secondo.
+
+Appresso vedi il lume di quel cero
+ che giu` in carne piu` a dentro vide
+ l'angelica natura e 'l ministero.
+
+Ne l'altra piccioletta luce ride
+ quello avvocato de' tempi cristiani
+ del cui latino Augustin si provide.
+
+Or se tu l'occhio de la mente trani
+ di luce in luce dietro a le mie lode,
+ gia` de l'ottava con sete rimani.
+
+Per vedere ogni ben dentro vi gode
+ l'anima santa che 'l mondo fallace
+ fa manifesto a chi di lei ben ode.
+
+Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
+ giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
+ e da essilio venne a questa pace.
+
+Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro
+ d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,
+ che a considerar fu piu` che viro.
+
+Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
+ e` 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri
+ gravi a morir li parve venir tardo:
+
+essa e` la luce etterna di Sigieri,
+ che, leggendo nel Vico de li Strami,
+ silogizzo` invidiosi veri>>.
+
+Indi, come orologio che ne chiami
+ ne l'ora che la sposa di Dio surge
+ a mattinar lo sposo perche' l'ami,
+
+che l'una parte e l'altra tira e urge,
+ tin tin sonando con si` dolce nota,
+ che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
+
+cosi` vid'io la gloriosa rota
+ muoversi e render voce a voce in tempra
+ e in dolcezza ch'esser non po` nota
+
+se non cola` dove gioir s'insempra.
+
+
+
+Paradiso: Canto XI
+
+
+O insensata cura de' mortali,
+ quanto son difettivi silogismi
+ quei che ti fanno in basso batter l'ali!
+
+Chi dietro a iura, e chi ad amforismi
+ sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
+ e chi regnar per forza o per sofismi,
+
+e chi rubare, e chi civil negozio,
+ chi nel diletto de la carne involto
+ s'affaticava e chi si dava a l'ozio,
+
+quando, da tutte queste cose sciolto,
+ con Beatrice m'era suso in cielo
+ cotanto gloriosamente accolto.
+
+Poi che ciascuno fu tornato ne lo
+ punto del cerchio in che avanti s'era,
+ fermossi, come a candellier candelo.
+
+E io senti' dentro a quella lumera
+ che pria m'avea parlato, sorridendo
+ incominciar, faccendosi piu` mera:
+
+<<Cosi` com'io del suo raggio resplendo,
+ si`, riguardando ne la luce etterna,
+ li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
+
+Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
+ in si` aperta e 'n si` distesa lingua
+ lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,
+
+ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua",
+ e la` u' dissi "Non nacque il secondo";
+ e qui e` uopo che ben si distingua.
+
+La provedenza, che governa il mondo
+ con quel consiglio nel quale ogne aspetto
+ creato e` vinto pria che vada al fondo,
+
+pero` che andasse ver' lo suo diletto
+ la sposa di colui ch'ad alte grida
+ disposo` lei col sangue benedetto,
+
+in se' sicura e anche a lui piu` fida,
+ due principi ordino` in suo favore,
+ che quinci e quindi le fosser per guida.
+
+L'un fu tutto serafico in ardore;
+ l'altro per sapienza in terra fue
+ di cherubica luce uno splendore.
+
+De l'un diro`, pero` che d'amendue
+ si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,
+ perch'ad un fine fur l'opere sue.
+
+Intra Tupino e l'acqua che discende
+ del colle eletto dal beato Ubaldo,
+ fertile costa d'alto monte pende,
+
+onde Perugia sente freddo e caldo
+ da Porta Sole; e di rietro le piange
+ per grave giogo Nocera con Gualdo.
+
+Di questa costa, la` dov'ella frange
+ piu` sua rattezza, nacque al mondo un sole,
+ come fa questo tal volta di Gange.
+
+Pero` chi d'esso loco fa parole,
+ non dica Ascesi, che' direbbe corto,
+ ma Oriente, se proprio dir vuole.
+
+Non era ancor molto lontan da l'orto,
+ ch'el comincio` a far sentir la terra
+ de la sua gran virtute alcun conforto;
+
+che' per tal donna, giovinetto, in guerra
+ del padre corse, a cui, come a la morte,
+ la porta del piacer nessun diserra;
+
+e dinanzi a la sua spirital corte
+ et coram patre le si fece unito;
+ poscia di di` in di` l'amo` piu` forte.
+
+Questa, privata del primo marito,
+ millecent'anni e piu` dispetta e scura
+ fino a costui si stette sanza invito;
+
+ne' valse udir che la trovo` sicura
+ con Amiclate, al suon de la sua voce,
+ colui ch'a tutto 'l mondo fe' paura;
+
+ne' valse esser costante ne' feroce,
+ si` che, dove Maria rimase giuso,
+ ella con Cristo pianse in su la croce.
+
+Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
+ Francesco e Poverta` per questi amanti
+ prendi oramai nel mio parlar diffuso.
+
+La lor concordia e i lor lieti sembianti,
+ amore e maraviglia e dolce sguardo
+ facieno esser cagion di pensier santi;
+
+tanto che 'l venerabile Bernardo
+ si scalzo` prima, e dietro a tanta pace
+ corse e, correndo, li parve esser tardo.
+
+Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
+ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
+ dietro a lo sposo, si` la sposa piace.
+
+Indi sen va quel padre e quel maestro
+ con la sua donna e con quella famiglia
+ che gia` legava l'umile capestro.
+
+Ne' li gravo` vilta` di cuor le ciglia
+ per esser fi' di Pietro Bernardone,
+ ne' per parer dispetto a maraviglia;
+
+ma regalmente sua dura intenzione
+ ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
+ primo sigillo a sua religione.
+
+Poi che la gente poverella crebbe
+ dietro a costui, la cui mirabil vita
+ meglio in gloria del ciel si canterebbe,
+
+di seconda corona redimita
+ fu per Onorio da l'Etterno Spiro
+ la santa voglia d'esto archimandrita.
+
+E poi che, per la sete del martiro,
+ ne la presenza del Soldan superba
+ predico` Cristo e li altri che 'l seguiro,
+
+e per trovare a conversione acerba
+ troppo la gente e per non stare indarno,
+ redissi al frutto de l'italica erba,
+
+nel crudo sasso intra Tevero e Arno
+ da Cristo prese l'ultimo sigillo,
+ che le sue membra due anni portarno.
+
+Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
+ piacque di trarlo suso a la mercede
+ ch'el merito` nel suo farsi pusillo,
+
+a' frati suoi, si` com'a giuste rede,
+ raccomando` la donna sua piu` cara,
+ e comando` che l'amassero a fede;
+
+e del suo grembo l'anima preclara
+ mover si volle, tornando al suo regno,
+ e al suo corpo non volle altra bara.
+
+Pensa oramai qual fu colui che degno
+ collega fu a mantener la barca
+ di Pietro in alto mar per dritto segno;
+
+e questo fu il nostro patriarca;
+ per che qual segue lui, com'el comanda,
+ discerner puoi che buone merce carca.
+
+Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda
+ e` fatto ghiotto, si` ch'esser non puote
+ che per diversi salti non si spanda;
+
+e quanto le sue pecore remote
+ e vagabunde piu` da esso vanno,
+ piu` tornano a l'ovil di latte vote.
+
+Ben son di quelle che temono 'l danno
+ e stringonsi al pastor; ma son si` poche,
+ che le cappe fornisce poco panno.
+
+Or, se le mie parole non son fioche,
+ se la tua audienza e` stata attenta,
+ se cio` ch'e` detto a la mente revoche,
+
+in parte fia la tua voglia contenta,
+ perche' vedrai la pianta onde si scheggia,
+ e vedra' il corregger che argomenta
+
+"U' ben s'impingua, se non si vaneggia">>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XII
+
+
+Si` tosto come l'ultima parola
+ la benedetta fiamma per dir tolse,
+ a rotar comincio` la santa mola;
+
+e nel suo giro tutta non si volse
+ prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,
+ e moto a moto e canto a canto colse;
+
+canto che tanto vince nostre muse,
+ nostre serene in quelle dolci tube,
+ quanto primo splendor quel ch'e' refuse.
+
+Come si volgon per tenera nube
+ due archi paralelli e concolori,
+ quando Iunone a sua ancella iube,
+
+nascendo di quel d'entro quel di fori,
+ a guisa del parlar di quella vaga
+ ch'amor consunse come sol vapori;
+
+e fanno qui la gente esser presaga,
+ per lo patto che Dio con Noe` puose,
+ del mondo che gia` mai piu` non s'allaga:
+
+cosi` di quelle sempiterne rose
+ volgiensi circa noi le due ghirlande,
+ e si` l'estrema a l'intima rispuose.
+
+Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,
+ si` del cantare e si` del fiammeggiarsi
+ luce con luce gaudiose e blande,
+
+insieme a punto e a voler quetarsi,
+ pur come li occhi ch'al piacer che i move
+ conviene insieme chiudere e levarsi;
+
+del cor de l'una de le luci nove
+ si mosse voce, che l'ago a la stella
+ parer mi fece in volgermi al suo dove;
+
+e comincio`: <<L'amor che mi fa bella
+ mi tragge a ragionar de l'altro duca
+ per cui del mio si` ben ci si favella.
+
+Degno e` che, dov'e` l'un, l'altro s'induca:
+ si` che, com'elli ad una militaro,
+ cosi` la gloria loro insieme luca.
+
+L'essercito di Cristo, che si` caro
+ costo` a riarmar, dietro a la 'nsegna
+ si movea tardo, sospeccioso e raro,
+
+quando lo 'mperador che sempre regna
+ provide a la milizia, ch'era in forse,
+ per sola grazia, non per esser degna;
+
+e, come e` detto, a sua sposa soccorse
+ con due campioni, al cui fare, al cui dire
+ lo popol disviato si raccorse.
+
+In quella parte ove surge ad aprire
+ Zefiro dolce le novelle fronde
+ di che si vede Europa rivestire,
+
+non molto lungi al percuoter de l'onde
+ dietro a le quali, per la lunga foga,
+ lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
+
+siede la fortunata Calaroga
+ sotto la protezion del grande scudo
+ in che soggiace il leone e soggioga:
+
+dentro vi nacque l'amoroso drudo
+ de la fede cristiana, il santo atleta
+ benigno a' suoi e a' nemici crudo;
+
+e come fu creata, fu repleta
+ si` la sua mente di viva vertute,
+ che, ne la madre, lei fece profeta.
+
+Poi che le sponsalizie fuor compiute
+ al sacro fonte intra lui e la Fede,
+ u' si dotar di mutua salute,
+
+la donna che per lui l'assenso diede,
+ vide nel sonno il mirabile frutto
+ ch'uscir dovea di lui e de le rede;
+
+e perche' fosse qual era in costrutto,
+ quinci si mosse spirito a nomarlo
+ del possessivo di cui era tutto.
+
+Domenico fu detto; e io ne parlo
+ si` come de l'agricola che Cristo
+ elesse a l'orto suo per aiutarlo.
+
+Ben parve messo e famigliar di Cristo:
+ che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,
+ fu al primo consiglio che die` Cristo.
+
+Spesse fiate fu tacito e desto
+ trovato in terra da la sua nutrice,
+ come dicesse: 'Io son venuto a questo'.
+
+Oh padre suo veramente Felice!
+ oh madre sua veramente Giovanna,
+ se, interpretata, val come si dice!
+
+Non per lo mondo, per cui mo s'affanna
+ di retro ad Ostiense e a Taddeo,
+ ma per amor de la verace manna
+
+in picciol tempo gran dottor si feo;
+ tal che si mise a circuir la vigna
+ che tosto imbianca, se 'l vignaio e` reo.
+
+E a la sedia che fu gia` benigna
+ piu` a' poveri giusti, non per lei,
+ ma per colui che siede, che traligna,
+
+non dispensare o due o tre per sei,
+ non la fortuna di prima vacante,
+ non decimas, quae sunt pauperum Dei,
+
+addimando`, ma contro al mondo errante
+ licenza di combatter per lo seme
+ del qual ti fascian ventiquattro piante.
+
+Poi, con dottrina e con volere insieme,
+ con l'officio appostolico si mosse
+ quasi torrente ch'alta vena preme;
+
+e ne li sterpi eretici percosse
+ l'impeto suo, piu` vivamente quivi
+ dove le resistenze eran piu` grosse.
+
+Di lui si fecer poi diversi rivi
+ onde l'orto catolico si riga,
+ si` che i suoi arbuscelli stan piu` vivi.
+
+Se tal fu l'una rota de la biga
+ in che la Santa Chiesa si difese
+ e vinse in campo la sua civil briga,
+
+ben ti dovrebbe assai esser palese
+ l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma
+ dinanzi al mio venir fu si` cortese.
+
+Ma l'orbita che fe' la parte somma
+ di sua circunferenza, e` derelitta,
+ si` ch'e` la muffa dov'era la gromma.
+
+La sua famiglia, che si mosse dritta
+ coi piedi a le sue orme, e` tanto volta,
+ che quel dinanzi a quel di retro gitta;
+
+e tosto si vedra` de la ricolta
+ de la mala coltura, quando il loglio
+ si lagnera` che l'arca li sia tolta.
+
+Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
+ nostro volume, ancor troveria carta
+ u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";
+
+ma non fia da Casal ne' d'Acquasparta,
+ la` onde vegnon tali a la scrittura,
+ ch'uno la fugge e altro la coarta.
+
+Io son la vita di Bonaventura
+ da Bagnoregio, che ne' grandi offici
+ sempre pospuosi la sinistra cura.
+
+Illuminato e Augustin son quici,
+ che fuor de' primi scalzi poverelli
+ che nel capestro a Dio si fero amici.
+
+Ugo da San Vittore e` qui con elli,
+ e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
+ lo qual giu` luce in dodici libelli;
+
+Natan profeta e 'l metropolitano
+ Crisostomo e Anselmo e quel Donato
+ ch'a la prim'arte degno` porre mano.
+
+Rabano e` qui, e lucemi dallato
+ il calavrese abate Giovacchino,
+ di spirito profetico dotato.
+
+Ad inveggiar cotanto paladino
+ mi mosse l'infiammata cortesia
+ di fra Tommaso e 'l discreto latino;
+
+e mosse meco questa compagnia>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XIII
+
+
+Imagini, chi bene intender cupe
+ quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,
+ mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
+
+quindici stelle che 'n diverse plage
+ lo ciel avvivan di tanto sereno
+ che soperchia de l'aere ogne compage;
+
+imagini quel carro a cu' il seno
+ basta del nostro cielo e notte e giorno,
+ si` ch'al volger del temo non vien meno;
+
+imagini la bocca di quel corno
+ che si comincia in punta de lo stelo
+ a cui la prima rota va dintorno,
+
+aver fatto di se' due segni in cielo,
+ qual fece la figliuola di Minoi
+ allora che senti` di morte il gelo;
+
+e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,
+ e amendue girarsi per maniera
+ che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;
+
+e avra` quasi l'ombra de la vera
+ costellazione e de la doppia danza
+ che circulava il punto dov'io era:
+
+poi ch'e` tanto di la` da nostra usanza,
+ quanto di la` dal mover de la Chiana
+ si move il ciel che tutti li altri avanza.
+
+Li` si canto` non Bacco, non Peana,
+ ma tre persone in divina natura,
+ e in una persona essa e l'umana.
+
+Compie' 'l cantare e 'l volger sua misura;
+ e attesersi a noi quei santi lumi,
+ felicitando se' di cura in cura.
+
+Ruppe il silenzio ne' concordi numi
+ poscia la luce in che mirabil vita
+ del poverel di Dio narrata fumi,
+
+e disse: <<Quando l'una paglia e` trita,
+ quando la sua semenza e` gia` riposta,
+ a batter l'altra dolce amor m'invita.
+
+Tu credi che nel petto onde la costa
+ si trasse per formar la bella guancia
+ il cui palato a tutto 'l mondo costa,
+
+e in quel che, forato da la lancia,
+ e prima e poscia tanto sodisfece,
+ che d'ogne colpa vince la bilancia,
+
+quantunque a la natura umana lece
+ aver di lume, tutto fosse infuso
+ da quel valor che l'uno e l'altro fece;
+
+e pero` miri a cio` ch'io dissi suso,
+ quando narrai che non ebbe 'l secondo
+ lo ben che ne la quinta luce e` chiuso.
+
+Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,
+ e vedrai il tuo credere e 'l mio dire
+ nel vero farsi come centro in tondo.
+
+Cio` che non more e cio` che puo` morire
+ non e` se non splendor di quella idea
+ che partorisce, amando, il nostro Sire;
+
+che' quella viva luce che si` mea
+ dal suo lucente, che non si disuna
+ da lui ne' da l'amor ch'a lor s'intrea,
+
+per sua bontate il suo raggiare aduna,
+ quasi specchiato, in nove sussistenze,
+ etternalmente rimanendosi una.
+
+Quindi discende a l'ultime potenze
+ giu` d'atto in atto, tanto divenendo,
+ che piu` non fa che brevi contingenze;
+
+e queste contingenze essere intendo
+ le cose generate, che produce
+ con seme e sanza seme il ciel movendo.
+
+La cera di costoro e chi la duce
+ non sta d'un modo; e pero` sotto 'l segno
+ ideale poi piu` e men traluce.
+
+Ond'elli avvien ch'un medesimo legno,
+ secondo specie, meglio e peggio frutta;
+ e voi nascete con diverso ingegno.
+
+Se fosse a punto la cera dedutta
+ e fosse il cielo in sua virtu` supprema,
+ la luce del suggel parrebbe tutta;
+
+ma la natura la da` sempre scema,
+ similemente operando a l'artista
+ ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.
+
+Pero` se 'l caldo amor la chiara vista
+ de la prima virtu` dispone e segna,
+ tutta la perfezion quivi s'acquista.
+
+Cosi` fu fatta gia` la terra degna
+ di tutta l'animal perfezione;
+ cosi` fu fatta la Vergine pregna;
+
+si` ch'io commendo tua oppinione,
+ che l'umana natura mai non fue
+ ne' fia qual fu in quelle due persone.
+
+Or s'i' non procedesse avanti piue,
+ 'Dunque, come costui fu sanza pare?'
+ comincerebber le parole tue.
+
+Ma perche' paia ben cio` che non pare,
+ pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
+ quando fu detto "Chiedi", a dimandare.
+
+Non ho parlato si`, che tu non posse
+ ben veder ch'el fu re, che chiese senno
+ accio` che re sufficiente fosse;
+
+non per sapere il numero in che enno
+ li motor di qua su`, o se necesse
+ con contingente mai necesse fenno;
+
+non si est dare primum motum esse,
+ o se del mezzo cerchio far si puote
+ triangol si` ch'un retto non avesse.
+
+Onde, se cio` ch'io dissi e questo note,
+ regal prudenza e` quel vedere impari
+ in che lo stral di mia intenzion percuote;
+
+e se al "surse" drizzi li occhi chiari,
+ vedrai aver solamente respetto
+ ai regi, che son molti, e ' buon son rari.
+
+Con questa distinzion prendi 'l mio detto;
+ e cosi` puote star con quel che credi
+ del primo padre e del nostro Diletto.
+
+E questo ti sia sempre piombo a' piedi,
+ per farti mover lento com'uom lasso
+ e al si` e al no che tu non vedi:
+
+che' quelli e` tra li stolti bene a basso,
+ che sanza distinzione afferma e nega
+ ne l'un cosi` come ne l'altro passo;
+
+perch'elli 'ncontra che piu` volte piega
+ l'oppinion corrente in falsa parte,
+ e poi l'affetto l'intelletto lega.
+
+Vie piu` che 'ndarno da riva si parte,
+ perche' non torna tal qual e' si move,
+ chi pesca per lo vero e non ha l'arte.
+
+E di cio` sono al mondo aperte prove
+ Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
+ li quali andaro e non sapean dove;
+
+si` fe' Sabellio e Arrio e quelli stolti
+ che furon come spade a le Scritture
+ in render torti li diritti volti.
+
+Non sien le genti, ancor, troppo sicure
+ a giudicar, si` come quei che stima
+ le biade in campo pria che sien mature;
+
+ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima
+ lo prun mostrarsi rigido e feroce;
+ poscia portar la rosa in su la cima;
+
+e legno vidi gia` dritto e veloce
+ correr lo mar per tutto suo cammino,
+ perire al fine a l'intrar de la foce.
+
+Non creda donna Berta e ser Martino,
+ per vedere un furare, altro offerere,
+ vederli dentro al consiglio divino;
+
+che' quel puo` surgere, e quel puo` cadere>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XIV
+
+
+Dal centro al cerchio, e si` dal cerchio al centro
+ movesi l'acqua in un ritondo vaso,
+ secondo ch'e` percosso fuori o dentro:
+
+ne la mia mente fe' subito caso
+ questo ch'io dico, si` come si tacque
+ la gloriosa vita di Tommaso,
+
+per la similitudine che nacque
+ del suo parlare e di quel di Beatrice,
+ a cui si` cominciar, dopo lui, piacque:
+
+<<A costui fa mestieri, e nol vi dice
+ ne' con la voce ne' pensando ancora,
+ d'un altro vero andare a la radice.
+
+Diteli se la luce onde s'infiora
+ vostra sustanza, rimarra` con voi
+ etternalmente si` com'ell'e` ora;
+
+e se rimane, dite come, poi
+ che sarete visibili rifatti,
+ esser pora` ch'al veder non vi noi>>.
+
+Come, da piu` letizia pinti e tratti,
+ a la fiata quei che vanno a rota
+ levan la voce e rallegrano li atti,
+
+cosi`, a l'orazion pronta e divota,
+ li santi cerchi mostrar nova gioia
+ nel torneare e ne la mira nota.
+
+Qual si lamenta perche' qui si moia
+ per viver cola` su`, non vide quive
+ lo refrigerio de l'etterna ploia.
+
+Quell'uno e due e tre che sempre vive
+ e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,
+ non circunscritto, e tutto circunscrive,
+
+tre volte era cantato da ciascuno
+ di quelli spirti con tal melodia,
+ ch'ad ogne merto saria giusto muno.
+
+E io udi' ne la luce piu` dia
+ del minor cerchio una voce modesta,
+ forse qual fu da l'angelo a Maria,
+
+risponder: <<Quanto fia lunga la festa
+ di paradiso, tanto il nostro amore
+ si raggera` dintorno cotal vesta.
+
+La sua chiarezza seguita l'ardore;
+ l'ardor la visione, e quella e` tanta,
+ quant'ha di grazia sovra suo valore.
+
+Come la carne gloriosa e santa
+ fia rivestita, la nostra persona
+ piu` grata fia per esser tutta quanta;
+
+per che s'accrescera` cio` che ne dona
+ di gratuito lume il sommo bene,
+ lume ch'a lui veder ne condiziona;
+
+onde la vision crescer convene,
+ crescer l'ardor che di quella s'accende,
+ crescer lo raggio che da esso vene.
+
+Ma si` come carbon che fiamma rende,
+ e per vivo candor quella soverchia,
+ si` che la sua parvenza si difende;
+
+cosi` questo folgor che gia` ne cerchia
+ fia vinto in apparenza da la carne
+ che tutto di` la terra ricoperchia;
+
+ne' potra` tanta luce affaticarne:
+ che' li organi del corpo saran forti
+ a tutto cio` che potra` dilettarne>>.
+
+Tanto mi parver subiti e accorti
+ e l'uno e l'altro coro a dicer <<Amme!>>,
+ che ben mostrar disio d'i corpi morti:
+
+forse non pur per lor, ma per le mamme,
+ per li padri e per li altri che fuor cari
+ anzi che fosser sempiterne fiamme.
+
+Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
+ nascere un lustro sopra quel che v'era,
+ per guisa d'orizzonte che rischiari.
+
+E si` come al salir di prima sera
+ comincian per lo ciel nove parvenze,
+ si` che la vista pare e non par vera,
+
+parvemi li` novelle sussistenze
+ cominciare a vedere, e fare un giro
+ di fuor da l'altre due circunferenze.
+
+Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
+ come si fece subito e candente
+ a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
+
+Ma Beatrice si` bella e ridente
+ mi si mostro`, che tra quelle vedute
+ si vuol lasciar che non seguir la mente.
+
+Quindi ripreser li occhi miei virtute
+ a rilevarsi; e vidimi translato
+ sol con mia donna in piu` alta salute.
+
+Ben m'accors'io ch'io era piu` levato,
+ per l'affocato riso de la stella,
+ che mi parea piu` roggio che l'usato.
+
+Con tutto 'l core e con quella favella
+ ch'e` una in tutti, a Dio feci olocausto,
+ qual conveniesi a la grazia novella.
+
+E non er'anco del mio petto essausto
+ l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi
+ esso litare stato accetto e fausto;
+
+che' con tanto lucore e tanto robbi
+ m'apparvero splendor dentro a due raggi,
+ ch'io dissi: <<O Elios che si` li addobbi!>>.
+
+Come distinta da minori e maggi
+ lumi biancheggia tra ' poli del mondo
+ Galassia si`, che fa dubbiar ben saggi;
+
+si` costellati facean nel profondo
+ Marte quei raggi il venerabil segno
+ che fan giunture di quadranti in tondo.
+
+Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;
+ che' quella croce lampeggiava Cristo,
+ si` ch'io non so trovare essempro degno;
+
+ma chi prende sua croce e segue Cristo,
+ ancor mi scusera` di quel ch'io lasso,
+ vedendo in quell'albor balenar Cristo.
+
+Di corno in corno e tra la cima e 'l basso
+ si movien lumi, scintillando forte
+ nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
+
+cosi` si veggion qui diritte e torte,
+ veloci e tarde, rinovando vista,
+ le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,
+
+moversi per lo raggio onde si lista
+ talvolta l'ombra che, per sua difesa,
+ la gente con ingegno e arte acquista.
+
+E come giga e arpa, in tempra tesa
+ di molte corde, fa dolce tintinno
+ a tal da cui la nota non e` intesa,
+
+cosi` da' lumi che li` m'apparinno
+ s'accogliea per la croce una melode
+ che mi rapiva, sanza intender l'inno.
+
+Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,
+ pero` ch'a me venia <<Resurgi>> e <<Vinci>>
+ come a colui che non intende e ode.
+
+Io m'innamorava tanto quinci,
+ che 'nfino a li` non fu alcuna cosa
+ che mi legasse con si` dolci vinci.
+
+Forse la mia parola par troppo osa,
+ posponendo il piacer de li occhi belli,
+ ne' quai mirando mio disio ha posa;
+
+ma chi s'avvede che i vivi suggelli
+ d'ogne bellezza piu` fanno piu` suso,
+ e ch'io non m'era li` rivolto a quelli,
+
+escusar puommi di quel ch'io m'accuso
+ per escusarmi, e vedermi dir vero:
+ che' 'l piacer santo non e` qui dischiuso,
+
+perche' si fa, montando, piu` sincero.
+
+
+
+Paradiso: Canto XV
+
+
+Benigna volontade in che si liqua
+ sempre l'amor che drittamente spira,
+ come cupidita` fa ne la iniqua,
+
+silenzio puose a quella dolce lira,
+ e fece quietar le sante corde
+ che la destra del cielo allenta e tira.
+
+Come saranno a' giusti preghi sorde
+ quelle sustanze che, per darmi voglia
+ ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?
+
+Bene e` che sanza termine si doglia
+ chi, per amor di cosa che non duri,
+ etternalmente quello amor si spoglia.
+
+Quale per li seren tranquilli e puri
+ discorre ad ora ad or subito foco,
+ movendo li occhi che stavan sicuri,
+
+e pare stella che tramuti loco,
+ se non che da la parte ond'e' s'accende
+ nulla sen perde, ed esso dura poco:
+
+tale dal corno che 'n destro si stende
+ a pie` di quella croce corse un astro
+ de la costellazion che li` resplende;
+
+ne' si parti` la gemma dal suo nastro,
+ ma per la lista radial trascorse,
+ che parve foco dietro ad alabastro.
+
+Si` pia l'ombra d'Anchise si porse,
+ se fede merta nostra maggior musa,
+ quando in Eliso del figlio s'accorse.
+
+<<O sanguis meus, o superinfusa
+ gratia Dei, sicut tibi cui
+ bis unquam celi ianua reclusa?>>.
+
+Cosi` quel lume: ond'io m'attesi a lui;
+ poscia rivolsi a la mia donna il viso,
+ e quinci e quindi stupefatto fui;
+
+che' dentro a li occhi suoi ardeva un riso
+ tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
+ de la mia gloria e del mio paradiso.
+
+Indi, a udire e a veder giocondo,
+ giunse lo spirto al suo principio cose,
+ ch'io non lo 'ntesi, si` parlo` profondo;
+
+ne' per elezion mi si nascose,
+ ma per necessita`, che' 'l suo concetto
+ al segno d'i mortal si soprapuose.
+
+E quando l'arco de l'ardente affetto
+ fu si` sfogato, che 'l parlar discese
+ inver' lo segno del nostro intelletto,
+
+la prima cosa che per me s'intese,
+ <<Benedetto sia tu>>, fu, <<trino e uno,
+ che nel mio seme se' tanto cortese!>>.
+
+E segui`: <<Grato e lontano digiuno,
+ tratto leggendo del magno volume
+ du' non si muta mai bianco ne' bruno,
+
+solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
+ in ch'io ti parlo, merce` di colei
+ ch'a l'alto volo ti vesti` le piume.
+
+Tu credi che a me tuo pensier mei
+ da quel ch'e` primo, cosi` come raia
+ da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;
+
+e pero` ch'io mi sia e perch'io paia
+ piu` gaudioso a te, non mi domandi,
+ che alcun altro in questa turba gaia.
+
+Tu credi 'l vero; che' i minori e ' grandi
+ di questa vita miran ne lo speglio
+ in che, prima che pensi, il pensier pandi;
+
+ma perche' 'l sacro amore in che io veglio
+ con perpetua vista e che m'asseta
+ di dolce disiar, s'adempia meglio,
+
+la voce tua sicura, balda e lieta
+ suoni la volonta`, suoni 'l disio,
+ a che la mia risposta e` gia` decreta!>>.
+
+Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
+ pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
+ che fece crescer l'ali al voler mio.
+
+Poi cominciai cosi`: <<L'affetto e 'l senno,
+ come la prima equalita` v'apparse,
+ d'un peso per ciascun di voi si fenno,
+
+pero` che 'l sol che v'allumo` e arse,
+ col caldo e con la luce e` si` iguali,
+ che tutte simiglianze sono scarse.
+
+Ma voglia e argomento ne' mortali,
+ per la cagion ch'a voi e` manifesta,
+ diversamente son pennuti in ali;
+
+ond'io, che son mortal, mi sento in questa
+ disagguaglianza, e pero` non ringrazio
+ se non col core a la paterna festa.
+
+Ben supplico io a te, vivo topazio
+ che questa gioia preziosa ingemmi,
+ perche' mi facci del tuo nome sazio>>.
+
+<<O fronda mia in che io compiacemmi
+ pur aspettando, io fui la tua radice>>:
+ cotal principio, rispondendo, femmi.
+
+Poscia mi disse: <<Quel da cui si dice
+ tua cognazione e che cent'anni e piue
+ girato ha 'l monte in la prima cornice,
+
+mio figlio fu e tuo bisavol fue:
+ ben si convien che la lunga fatica
+ tu li raccorci con l'opere tue.
+
+Fiorenza dentro da la cerchia antica,
+ ond'ella toglie ancora e terza e nona,
+ si stava in pace, sobria e pudica.
+
+Non avea catenella, non corona,
+ non gonne contigiate, non cintura
+ che fosse a veder piu` che la persona.
+
+Non faceva, nascendo, ancor paura
+ la figlia al padre, che 'l tempo e la dote
+ non fuggien quinci e quindi la misura.
+
+Non avea case di famiglia vote;
+ non v'era giunto ancor Sardanapalo
+ a mostrar cio` che 'n camera si puote.
+
+Non era vinto ancora Montemalo
+ dal vostro Uccellatoio, che, com'e` vinto
+ nel montar su`, cosi` sara` nel calo.
+
+Bellincion Berti vid'io andar cinto
+ di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
+ la donna sua sanza 'l viso dipinto;
+
+e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio
+ esser contenti a la pelle scoperta,
+ e le sue donne al fuso e al pennecchio.
+
+Oh fortunate! ciascuna era certa
+ de la sua sepultura, e ancor nulla
+ era per Francia nel letto diserta.
+
+L'una vegghiava a studio de la culla,
+ e, consolando, usava l'idioma
+ che prima i padri e le madri trastulla;
+
+l'altra, traendo a la rocca la chioma,
+ favoleggiava con la sua famiglia
+ d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
+
+Saria tenuta allor tal maraviglia
+ una Cianghella, un Lapo Salterello,
+ qual or saria Cincinnato e Corniglia.
+
+A cosi` riposato, a cosi` bello
+ viver di cittadini, a cosi` fida
+ cittadinanza, a cosi` dolce ostello,
+
+Maria mi die`, chiamata in alte grida;
+ e ne l'antico vostro Batisteo
+ insieme fui cristiano e Cacciaguida.
+
+Moronto fu mio frate ed Eliseo;
+ mia donna venne a me di val di Pado,
+ e quindi il sopranome tuo si feo.
+
+Poi seguitai lo 'mperador Currado;
+ ed el mi cinse de la sua milizia,
+ tanto per bene ovrar li venni in grado.
+
+Dietro li andai incontro a la nequizia
+ di quella legge il cui popolo usurpa,
+ per colpa d'i pastor, vostra giustizia.
+
+Quivi fu' io da quella gente turpa
+ disviluppato dal mondo fallace,
+ lo cui amor molt'anime deturpa;
+
+e venni dal martiro a questa pace>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XVI
+
+
+O poca nostra nobilta` di sangue,
+ se gloriar di te la gente fai
+ qua giu` dove l'affetto nostro langue,
+
+mirabil cosa non mi sara` mai:
+ che' la` dove appetito non si torce,
+ dico nel cielo, io me ne gloriai.
+
+Ben se' tu manto che tosto raccorce:
+ si` che, se non s'appon di di` in die,
+ lo tempo va dintorno con le force.
+
+Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,
+ in che la sua famiglia men persevra,
+ ricominciaron le parole mie;
+
+onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
+ ridendo, parve quella che tossio
+ al primo fallo scritto di Ginevra.
+
+Io cominciai: <<Voi siete il padre mio;
+ voi mi date a parlar tutta baldezza;
+ voi mi levate si`, ch'i' son piu` ch'io.
+
+Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
+ la mente mia, che di se' fa letizia
+ perche' puo` sostener che non si spezza.
+
+Ditemi dunque, cara mia primizia,
+ quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
+ che si segnaro in vostra puerizia;
+
+ditemi de l'ovil di San Giovanni
+ quanto era allora, e chi eran le genti
+ tra esso degne di piu` alti scanni>>.
+
+Come s'avviva a lo spirar d'i venti
+ carbone in fiamma, cosi` vid'io quella
+ luce risplendere a' miei blandimenti;
+
+e come a li occhi miei si fe' piu` bella,
+ cosi` con voce piu` dolce e soave,
+ ma non con questa moderna favella,
+
+dissemi: <<Da quel di` che fu detto 'Ave'
+ al parto in che mia madre, ch'e` or santa,
+ s'allevio` di me ond'era grave,
+
+al suo Leon cinquecento cinquanta
+ e trenta fiate venne questo foco
+ a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
+
+Li antichi miei e io nacqui nel loco
+ dove si truova pria l'ultimo sesto
+ da quei che corre il vostro annual gioco.
+
+Basti d'i miei maggiori udirne questo:
+ chi ei si fosser e onde venner quivi,
+ piu` e` tacer che ragionare onesto.
+
+Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
+ da poter arme tra Marte e 'l Batista,
+ eran il quinto di quei ch'or son vivi.
+
+Ma la cittadinanza, ch'e` or mista
+ di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
+ pura vediesi ne l'ultimo artista.
+
+Oh quanto fora meglio esser vicine
+ quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
+ e a Trespiano aver vostro confine,
+
+che averle dentro e sostener lo puzzo
+ del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
+ che gia` per barattare ha l'occhio aguzzo!
+
+Se la gente ch'al mondo piu` traligna
+ non fosse stata a Cesare noverca,
+ ma come madre a suo figlio benigna,
+
+tal fatto e` fiorentino e cambia e merca,
+ che si sarebbe volto a Simifonti,
+ la` dove andava l'avolo a la cerca;
+
+sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
+ sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
+ e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
+
+Sempre la confusion de le persone
+ principio fu del mal de la cittade,
+ come del vostro il cibo che s'appone;
+
+e cieco toro piu` avaccio cade
+ che cieco agnello; e molte volte taglia
+ piu` e meglio una che le cinque spade.
+
+Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
+ come sono ite, e come se ne vanno
+ di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
+
+udir come le schiatte si disfanno
+ non ti parra` nova cosa ne' forte,
+ poscia che le cittadi termine hanno.
+
+Le vostre cose tutte hanno lor morte,
+ si` come voi; ma celasi in alcuna
+ che dura molto, e le vite son corte.
+
+E come 'l volger del ciel de la luna
+ cuopre e discuopre i liti sanza posa,
+ cosi` fa di Fiorenza la Fortuna:
+
+per che non dee parer mirabil cosa
+ cio` ch'io diro` de li alti Fiorentini
+ onde e` la fama nel tempo nascosa.
+
+Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
+ Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
+ gia` nel calare, illustri cittadini;
+
+e vidi cosi` grandi come antichi,
+ con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
+ e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
+
+Sovra la porta ch'al presente e` carca
+ di nova fellonia di tanto peso
+ che tosto fia iattura de la barca,
+
+erano i Ravignani, ond'e` disceso
+ il conte Guido e qualunque del nome
+ de l'alto Bellincione ha poscia preso.
+
+Quel de la Pressa sapeva gia` come
+ regger si vuole, e avea Galigaio
+ dorata in casa sua gia` l'elsa e 'l pome.
+
+Grand'era gia` la colonna del Vaio,
+ Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
+ e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.
+
+Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
+ era gia` grande, e gia` eran tratti
+ a le curule Sizii e Arrigucci.
+
+Oh quali io vidi quei che son disfatti
+ per lor superbia! e le palle de l'oro
+ fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.
+
+Cosi` facieno i padri di coloro
+ che, sempre che la vostra chiesa vaca,
+ si fanno grassi stando a consistoro.
+
+L'oltracotata schiatta che s'indraca
+ dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
+ o ver la borsa, com'agnel si placa,
+
+gia` venia su`, ma di picciola gente;
+ si` che non piacque ad Ubertin Donato
+ che poi il suocero il fe' lor parente.
+
+Gia` era 'l Caponsacco nel mercato
+ disceso giu` da Fiesole, e gia` era
+ buon cittadino Giuda e Infangato.
+
+Io diro` cosa incredibile e vera:
+ nel picciol cerchio s'entrava per porta
+ che si nomava da quei de la Pera.
+
+Ciascun che de la bella insegna porta
+ del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
+ la festa di Tommaso riconforta,
+
+da esso ebbe milizia e privilegio;
+ avvegna che con popol si rauni
+ oggi colui che la fascia col fregio.
+
+Gia` eran Gualterotti e Importuni;
+ e ancor saria Borgo piu` quieto,
+ se di novi vicin fosser digiuni.
+
+La casa di che nacque il vostro fleto,
+ per lo giusto disdegno che v'ha morti,
+ e puose fine al vostro viver lieto,
+
+era onorata, essa e suoi consorti:
+ o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
+ le nozze sue per li altrui conforti!
+
+Molti sarebber lieti, che son tristi,
+ se Dio t'avesse conceduto ad Ema
+ la prima volta ch'a citta` venisti.
+
+Ma conveniesi a quella pietra scema
+ che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
+ vittima ne la sua pace postrema.
+
+Con queste genti, e con altre con esse,
+ vid'io Fiorenza in si` fatto riposo,
+ che non avea cagione onde piangesse:
+
+con queste genti vid'io glorioso
+ e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
+ non era ad asta mai posto a ritroso,
+
+ne' per division fatto vermiglio>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XVII
+
+
+Qual venne a Climene', per accertarsi
+ di cio` ch'avea incontro a se' udito,
+ quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
+
+tal era io, e tal era sentito
+ e da Beatrice e da la santa lampa
+ che pria per me avea mutato sito.
+
+Per che mia donna <<Manda fuor la vampa
+ del tuo disio>>, mi disse, <<si` ch'ella esca
+ segnata bene de la interna stampa;
+
+non perche' nostra conoscenza cresca
+ per tuo parlare, ma perche' t'ausi
+ a dir la sete, si` che l'uom ti mesca>>.
+
+<<O cara piota mia che si` t'insusi,
+ che, come veggion le terrene menti
+ non capere in triangol due ottusi,
+
+cosi` vedi le cose contingenti
+ anzi che sieno in se', mirando il punto
+ a cui tutti li tempi son presenti;
+
+mentre ch'io era a Virgilio congiunto
+ su per lo monte che l'anime cura
+ e discendendo nel mondo defunto,
+
+dette mi fuor di mia vita futura
+ parole gravi, avvegna ch'io mi senta
+ ben tetragono ai colpi di ventura;
+
+per che la voglia mia saria contenta
+ d'intender qual fortuna mi s'appressa;
+ che' saetta previsa vien piu` lenta>>.
+
+Cosi` diss'io a quella luce stessa
+ che pria m'avea parlato; e come volle
+ Beatrice, fu la mia voglia confessa.
+
+Ne' per ambage, in che la gente folle
+ gia` s'inviscava pria che fosse anciso
+ l'Agnel di Dio che le peccata tolle,
+
+ma per chiare parole e con preciso
+ latin rispuose quello amor paterno,
+ chiuso e parvente del suo proprio riso:
+
+<<La contingenza, che fuor del quaderno
+ de la vostra matera non si stende,
+ tutta e` dipinta nel cospetto etterno:
+
+necessita` pero` quindi non prende
+ se non come dal viso in che si specchia
+ nave che per torrente giu` discende.
+
+Da indi, si` come viene ad orecchia
+ dolce armonia da organo, mi viene
+ a vista il tempo che ti s'apparecchia.
+
+Qual si partio Ipolito d'Atene
+ per la spietata e perfida noverca,
+ tal di Fiorenza partir ti convene.
+
+Questo si vuole e questo gia` si cerca,
+ e tosto verra` fatto a chi cio` pensa
+ la` dove Cristo tutto di` si merca.
+
+La colpa seguira` la parte offensa
+ in grido, come suol; ma la vendetta
+ fia testimonio al ver che la dispensa.
+
+Tu lascerai ogne cosa diletta
+ piu` caramente; e questo e` quello strale
+ che l'arco de lo essilio pria saetta.
+
+Tu proverai si` come sa di sale
+ lo pane altrui, e come e` duro calle
+ lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
+
+E quel che piu` ti gravera` le spalle,
+ sara` la compagnia malvagia e scempia
+ con la qual tu cadrai in questa valle;
+
+che tutta ingrata, tutta matta ed empia
+ si fara` contr'a te; ma, poco appresso,
+ ella, non tu, n'avra` rossa la tempia.
+
+Di sua bestialitate il suo processo
+ fara` la prova; si` ch'a te fia bello
+ averti fatta parte per te stesso.
+
+Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
+ sara` la cortesia del gran Lombardo
+ che 'n su la scala porta il santo uccello;
+
+ch'in te avra` si` benigno riguardo,
+ che del fare e del chieder, tra voi due,
+ fia primo quel che tra li altri e` piu` tardo.
+
+Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,
+ nascendo, si` da questa stella forte,
+ che notabili fier l'opere sue.
+
+Non se ne son le genti ancora accorte
+ per la novella eta`, che' pur nove anni
+ son queste rote intorno di lui torte;
+
+ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,
+ parran faville de la sua virtute
+ in non curar d'argento ne' d'affanni.
+
+Le sue magnificenze conosciute
+ saranno ancora, si` che ' suoi nemici
+ non ne potran tener le lingue mute.
+
+A lui t'aspetta e a' suoi benefici;
+ per lui fia trasmutata molta gente,
+ cambiando condizion ricchi e mendici;
+
+e portera'ne scritto ne la mente
+ di lui, e nol dirai>>; e disse cose
+ incredibili a quei che fier presente.
+
+Poi giunse: <<Figlio, queste son le chiose
+ di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie
+ che dietro a pochi giri son nascose.
+
+Non vo' pero` ch'a' tuoi vicini invidie,
+ poscia che s'infutura la tua vita
+ vie piu` la` che 'l punir di lor perfidie>>.
+
+Poi che, tacendo, si mostro` spedita
+ l'anima santa di metter la trama
+ in quella tela ch'io le porsi ordita,
+
+io cominciai, come colui che brama,
+ dubitando, consiglio da persona
+ che vede e vuol dirittamente e ama:
+
+<<Ben veggio, padre mio, si` come sprona
+ lo tempo verso me, per colpo darmi
+ tal, ch'e` piu` grave a chi piu` s'abbandona;
+
+per che di provedenza e` buon ch'io m'armi,
+ si` che, se loco m'e` tolto piu` caro,
+ io non perdessi li altri per miei carmi.
+
+Giu` per lo mondo sanza fine amaro,
+ e per lo monte del cui bel cacume
+ li occhi de la mia donna mi levaro,
+
+e poscia per lo ciel, di lume in lume,
+ ho io appreso quel che s'io ridico,
+ a molti fia sapor di forte agrume;
+
+e s'io al vero son timido amico,
+ temo di perder viver tra coloro
+ che questo tempo chiameranno antico>>.
+
+La luce in che rideva il mio tesoro
+ ch'io trovai li`, si fe' prima corusca,
+ quale a raggio di sole specchio d'oro;
+
+indi rispuose: <<Coscienza fusca
+ o de la propria o de l'altrui vergogna
+ pur sentira` la tua parola brusca.
+
+Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
+ tutta tua vision fa manifesta;
+ e lascia pur grattar dov'e` la rogna.
+
+Che' se la voce tua sara` molesta
+ nel primo gusto, vital nodrimento
+ lascera` poi, quando sara` digesta.
+
+Questo tuo grido fara` come vento,
+ che le piu` alte cime piu` percuote;
+ e cio` non fa d'onor poco argomento.
+
+Pero` ti son mostrate in queste rote,
+ nel monte e ne la valle dolorosa
+ pur l'anime che son di fama note,
+
+che l'animo di quel ch'ode, non posa
+ ne' ferma fede per essempro ch'aia
+ la sua radice incognita e ascosa,
+
+ne' per altro argomento che non paia>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XVIII
+
+
+Gia` si godeva solo del suo verbo
+ quello specchio beato, e io gustava
+ lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
+
+e quella donna ch'a Dio mi menava
+ disse: <<Muta pensier; pensa ch'i' sono
+ presso a colui ch'ogne torto disgrava>>.
+
+Io mi rivolsi a l'amoroso suono
+ del mio conforto; e qual io allor vidi
+ ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:
+
+non perch'io pur del mio parlar diffidi,
+ ma per la mente che non puo` redire
+ sovra se' tanto, s'altri non la guidi.
+
+Tanto poss'io di quel punto ridire,
+ che, rimirando lei, lo mio affetto
+ libero fu da ogne altro disire,
+
+fin che 'l piacere etterno, che diretto
+ raggiava in Beatrice, dal bel viso
+ mi contentava col secondo aspetto.
+
+Vincendo me col lume d'un sorriso,
+ ella mi disse: <<Volgiti e ascolta;
+ che' non pur ne' miei occhi e` paradiso>>.
+
+Come si vede qui alcuna volta
+ l'affetto ne la vista, s'elli e` tanto,
+ che da lui sia tutta l'anima tolta,
+
+cosi` nel fiammeggiar del folgor santo,
+ a ch'io mi volsi, conobbi la voglia
+ in lui di ragionarmi ancora alquanto.
+
+El comincio`: <<In questa quinta soglia
+ de l'albero che vive de la cima
+ e frutta sempre e mai non perde foglia,
+
+spiriti son beati, che giu`, prima
+ che venissero al ciel, fuor di gran voce,
+ si` ch'ogne musa ne sarebbe opima.
+
+Pero` mira ne' corni de la croce:
+ quello ch'io nomero`, li` fara` l'atto
+ che fa in nube il suo foco veloce>>.
+
+Io vidi per la croce un lume tratto
+ dal nomar Iosue`, com'el si feo;
+ ne' mi fu noto il dir prima che 'l fatto.
+
+E al nome de l'alto Macabeo
+ vidi moversi un altro roteando,
+ e letizia era ferza del paleo.
+
+Cosi` per Carlo Magno e per Orlando
+ due ne segui` lo mio attento sguardo,
+ com'occhio segue suo falcon volando.
+
+Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
+ e 'l duca Gottifredi la mia vista
+ per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
+
+Indi, tra l'altre luci mota e mista,
+ mostrommi l'alma che m'avea parlato
+ qual era tra i cantor del cielo artista.
+
+Io mi rivolsi dal mio destro lato
+ per vedere in Beatrice il mio dovere,
+ o per parlare o per atto, segnato;
+
+e vidi le sue luci tanto mere,
+ tanto gioconde, che la sua sembianza
+ vinceva li altri e l'ultimo solere.
+
+E come, per sentir piu` dilettanza
+ bene operando, l'uom di giorno in giorno
+ s'accorge che la sua virtute avanza,
+
+si` m'accors'io che 'l mio girare intorno
+ col cielo insieme avea cresciuto l'arco,
+ veggendo quel miracol piu` addorno.
+
+E qual e` 'l trasmutare in picciol varco
+ di tempo in bianca donna, quando 'l volto
+ suo si discarchi di vergogna il carco,
+
+tal fu ne li occhi miei, quando fui volto,
+ per lo candor de la temprata stella
+ sesta, che dentro a se' m'avea ricolto.
+
+Io vidi in quella giovial facella
+ lo sfavillar de l'amor che li` era,
+ segnare a li occhi miei nostra favella.
+
+E come augelli surti di rivera,
+ quasi congratulando a lor pasture,
+ fanno di se' or tonda or altra schiera,
+
+si` dentro ai lumi sante creature
+ volitando cantavano, e faciensi
+ or D, or I, or L in sue figure.
+
+Prima, cantando, a sua nota moviensi;
+ poi, diventando l'un di questi segni,
+ un poco s'arrestavano e taciensi.
+
+O diva Pegasea che li 'ngegni
+ fai gloriosi e rendili longevi,
+ ed essi teco le cittadi e ' regni,
+
+illustrami di te, si` ch'io rilevi
+ le lor figure com'io l'ho concette:
+ paia tua possa in questi versi brevi!
+
+Mostrarsi dunque in cinque volte sette
+ vocali e consonanti; e io notai
+ le parti si`, come mi parver dette.
+
+'DILIGITE IUSTITIAM', primai
+ fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;
+ 'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.
+
+Poscia ne l'emme del vocabol quinto
+ rimasero ordinate; si` che Giove
+ pareva argento li` d'oro distinto.
+
+E vidi scendere altre luci dove
+ era il colmo de l'emme, e li` quetarsi
+ cantando, credo, il ben ch'a se' le move.
+
+Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi
+ surgono innumerabili faville,
+ onde li stolti sogliono agurarsi,
+
+resurger parver quindi piu` di mille
+ luci e salir, qual assai e qual poco,
+ si` come 'l sol che l'accende sortille;
+
+e quietata ciascuna in suo loco,
+ la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi
+ rappresentare a quel distinto foco.
+
+Quei che dipinge li`, non ha chi 'l guidi;
+ ma esso guida, e da lui si rammenta
+ quella virtu` ch'e` forma per li nidi.
+
+L'altra beatitudo, che contenta
+ pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,
+ con poco moto seguito` la 'mprenta.
+
+O dolce stella, quali e quante gemme
+ mi dimostraro che nostra giustizia
+ effetto sia del ciel che tu ingemme!
+
+Per ch'io prego la mente in che s'inizia
+ tuo moto e tua virtute, che rimiri
+ ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;
+
+si` ch'un'altra fiata omai s'adiri
+ del comperare e vender dentro al templo
+ che si muro` di segni e di martiri.
+
+O milizia del ciel cu' io contemplo,
+ adora per color che sono in terra
+ tutti sviati dietro al malo essemplo!
+
+Gia` si solea con le spade far guerra;
+ ma or si fa togliendo or qui or quivi
+ lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.
+
+Ma tu che sol per cancellare scrivi,
+ pensa che Pietro e Paulo, che moriro
+ per la vigna che guasti, ancor son vivi.
+
+Ben puoi tu dire: <<I' ho fermo 'l disiro
+ si` a colui che volle viver solo
+ e che per salti fu tratto al martiro,
+
+ch'io non conosco il pescator ne' Polo>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XIX
+
+
+Parea dinanzi a me con l'ali aperte
+ la bella image che nel dolce frui
+ liete facevan l'anime conserte;
+
+parea ciascuna rubinetto in cui
+ raggio di sole ardesse si` acceso,
+ che ne' miei occhi rifrangesse lui.
+
+E quel che mi convien ritrar testeso,
+ non porto` voce mai, ne' scrisse incostro,
+ ne' fu per fantasia gia` mai compreso;
+
+ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
+ e sonar ne la voce e <<io>> e <<mio>>,
+ quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
+
+E comincio`: <<Per esser giusto e pio
+ son io qui essaltato a quella gloria
+ che non si lascia vincere a disio;
+
+e in terra lasciai la mia memoria
+ si` fatta, che le genti li` malvage
+ commendan lei, ma non seguon la storia>>.
+
+Cosi` un sol calor di molte brage
+ si fa sentir, come di molti amori
+ usciva solo un suon di quella image.
+
+Ond'io appresso: <<O perpetui fiori
+ de l'etterna letizia, che pur uno
+ parer mi fate tutti vostri odori,
+
+solvetemi, spirando, il gran digiuno
+ che lungamente m'ha tenuto in fame,
+ non trovandoli in terra cibo alcuno.
+
+Ben so io che, se 'n cielo altro reame
+ la divina giustizia fa suo specchio,
+ che 'l vostro non l'apprende con velame.
+
+Sapete come attento io m'apparecchio
+ ad ascoltar; sapete qual e` quello
+ dubbio che m'e` digiun cotanto vecchio>>.
+
+Quasi falcone ch'esce del cappello,
+ move la testa e con l'ali si plaude,
+ voglia mostrando e faccendosi bello,
+
+vid'io farsi quel segno, che di laude
+ de la divina grazia era contesto,
+ con canti quai si sa chi la` su` gaude.
+
+Poi comincio`: <<Colui che volse il sesto
+ a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
+ distinse tanto occulto e manifesto,
+
+non pote' suo valor si` fare impresso
+ in tutto l'universo, che 'l suo verbo
+ non rimanesse in infinito eccesso.
+
+E cio` fa certo che 'l primo superbo,
+ che fu la somma d'ogne creatura,
+ per non aspettar lume, cadde acerbo;
+
+e quinci appar ch'ogne minor natura
+ e` corto recettacolo a quel bene
+ che non ha fine e se' con se' misura.
+
+Dunque vostra veduta, che convene
+ esser alcun de' raggi de la mente
+ di che tutte le cose son ripiene,
+
+non po` da sua natura esser possente
+ tanto, che suo principio discerna
+ molto di la` da quel che l'e` parvente.
+
+Pero` ne la giustizia sempiterna
+ la vista che riceve il vostro mondo,
+ com'occhio per lo mare, entro s'interna;
+
+che, ben che da la proda veggia il fondo,
+ in pelago nol vede; e nondimeno
+ eli, ma cela lui l'esser profondo.
+
+Lume non e`, se non vien dal sereno
+ che non si turba mai; anzi e` tenebra
+ od ombra de la carne o suo veleno.
+
+Assai t'e` mo aperta la latebra
+ che t'ascondeva la giustizia viva,
+ di che facei question cotanto crebra;
+
+che' tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
+ de l'Indo, e quivi non e` chi ragioni
+ di Cristo ne' chi legga ne' chi scriva;
+
+e tutti suoi voleri e atti buoni
+ sono, quanto ragione umana vede,
+ sanza peccato in vita o in sermoni.
+
+Muore non battezzato e sanza fede:
+ ov'e` questa giustizia che 'l condanna?
+ ov'e` la colpa sua, se ei non crede?"
+
+Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
+ per giudicar di lungi mille miglia
+ con la veduta corta d'una spanna?
+
+Certo a colui che meco s'assottiglia,
+ se la Scrittura sovra voi non fosse,
+ da dubitar sarebbe a maraviglia.
+
+Oh terreni animali! oh menti grosse!
+ La prima volonta`, ch'e` da se' buona,
+ da se', ch'e` sommo ben, mai non si mosse.
+
+Cotanto e` giusto quanto a lei consuona:
+ nullo creato bene a se' la tira,
+ ma essa, radiando, lui cagiona>>.
+
+Quale sovresso il nido si rigira
+ poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
+ e come quel ch'e` pasto la rimira;
+
+cotal si fece, e si` levai i cigli,
+ la benedetta imagine, che l'ali
+ movea sospinte da tanti consigli.
+
+Roteando cantava, e dicea: <<Quali
+ son le mie note a te, che non le 'ntendi,
+ tal e` il giudicio etterno a voi mortali>>.
+
+Poi si quetaro quei lucenti incendi
+ de lo Spirito Santo ancor nel segno
+ che fe' i Romani al mondo reverendi,
+
+esso ricomincio`: <<A questo regno
+ non sali` mai chi non credette 'n Cristo,
+ ne' pria ne' poi ch'el si chiavasse al legno.
+
+Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",
+ che saranno in giudicio assai men prope
+ a lui, che tal che non conosce Cristo;
+
+e tai Cristian dannera` l'Etiope,
+ quando si partiranno i due collegi,
+ l'uno in etterno ricco e l'altro inope.
+
+Che poran dir li Perse a' vostri regi,
+ come vedranno quel volume aperto
+ nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
+
+Li` si vedra`, tra l'opere d'Alberto,
+ quella che tosto movera` la penna,
+ per che 'l regno di Praga fia diserto.
+
+Li` si vedra` il duol che sovra Senna
+ induce, falseggiando la moneta,
+ quel che morra` di colpo di cotenna.
+
+Li` si vedra` la superbia ch'asseta,
+ che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
+ si` che non puo` soffrir dentro a sua meta.
+
+Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
+ di quel di Spagna e di quel di Boemme,
+ che mai valor non conobbe ne' volle.
+
+Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
+ segnata con un i la sua bontate,
+ quando 'l contrario segnera` un emme.
+
+Vedrassi l'avarizia e la viltate
+ di quei che guarda l'isola del foco,
+ ove Anchise fini` la lunga etate;
+
+e a dare ad intender quanto e` poco,
+ la sua scrittura fian lettere mozze,
+ che noteranno molto in parvo loco.
+
+E parranno a ciascun l'opere sozze
+ del barba e del fratel, che tanto egregia
+ nazione e due corone han fatte bozze.
+
+E quel di Portogallo e di Norvegia
+ li` si conosceranno, e quel di Rascia
+ che male ha visto il conio di Vinegia.
+
+Oh beata Ungheria, se non si lascia
+ piu` malmenare! e beata Navarra,
+ se s'armasse del monte che la fascia!
+
+E creder de' ciascun che gia`, per arra
+ di questo, Niccosia e Famagosta
+ per la lor bestia si lamenti e garra,
+
+che dal fianco de l'altre non si scosta>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XX
+
+
+Quando colui che tutto 'l mondo alluma
+ de l'emisperio nostro si` discende,
+ che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
+
+lo ciel, che sol di lui prima s'accende,
+ subitamente si rifa` parvente
+ per molte luci, in che una risplende;
+
+e questo atto del ciel mi venne a mente,
+ come 'l segno del mondo e de' suoi duci
+ nel benedetto rostro fu tacente;
+
+pero` che tutte quelle vive luci,
+ vie piu` lucendo, cominciaron canti
+ da mia memoria labili e caduci.
+
+O dolce amor che di riso t'ammanti,
+ quanto parevi ardente in que' flailli,
+ ch'avieno spirto sol di pensier santi!
+
+Poscia che i cari e lucidi lapilli
+ ond'io vidi ingemmato il sesto lume
+ puoser silenzio a li angelici squilli,
+
+udir mi parve un mormorar di fiume
+ che scende chiaro giu` di pietra in pietra,
+ mostrando l'uberta` del suo cacume.
+
+E come suono al collo de la cetra
+ prende sua forma, e si` com'al pertugio
+ de la sampogna vento che penetra,
+
+cosi`, rimosso d'aspettare indugio,
+ quel mormorar de l'aguglia salissi
+ su per lo collo, come fosse bugio.
+
+Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
+ per lo suo becco in forma di parole,
+ quali aspettava il core ov'io le scrissi.
+
+<<La parte in me che vede e pate il sole
+ ne l'aguglie mortali>>, incominciommi,
+ <<or fisamente riguardar si vole,
+
+perche' d'i fuochi ond'io figura fommi,
+ quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,
+ e' di tutti lor gradi son li sommi.
+
+Colui che luce in mezzo per pupilla,
+ fu il cantor de lo Spirito Santo,
+ che l'arca traslato` di villa in villa:
+
+ora conosce il merto del suo canto,
+ in quanto effetto fu del suo consiglio,
+ per lo remunerar ch'e` altrettanto.
+
+Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
+ colui che piu` al becco mi s'accosta,
+ la vedovella consolo` del figlio:
+
+ora conosce quanto caro costa
+ non seguir Cristo, per l'esperienza
+ di questa dolce vita e de l'opposta.
+
+E quel che segue in la circunferenza
+ di che ragiono, per l'arco superno,
+ morte indugio` per vera penitenza:
+
+ora conosce che 'l giudicio etterno
+ non si trasmuta, quando degno preco
+ fa crastino la` giu` de l'odierno.
+
+L'altro che segue, con le leggi e meco,
+ sotto buona intenzion che fe' mal frutto,
+ per cedere al pastor si fece greco:
+
+ora conosce come il mal dedutto
+ dal suo bene operar non li e` nocivo,
+ avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.
+
+E quel che vedi ne l'arco declivo,
+ Guiglielmo fu, cui quella terra plora
+ che piagne Carlo e Federigo vivo:
+
+ora conosce come s'innamora
+ lo ciel del giusto rege, e al sembiante
+ del suo fulgore il fa vedere ancora.
+
+Chi crederebbe giu` nel mondo errante,
+ che Rifeo Troiano in questo tondo
+ fosse la quinta de le luci sante?
+
+Ora conosce assai di quel che 'l mondo
+ veder non puo` de la divina grazia,
+ ben che sua vista non discerna il fondo>>.
+
+Quale allodetta che 'n aere si spazia
+ prima cantando, e poi tace contenta
+ de l'ultima dolcezza che la sazia,
+
+tal mi sembio` l'imago de la 'mprenta
+ de l'etterno piacere, al cui disio
+ ciascuna cosa qual ell'e` diventa.
+
+E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio
+ li` quasi vetro a lo color ch'el veste,
+ tempo aspettar tacendo non patio,
+
+ma de la bocca, <<Che cose son queste?>>,
+ mi pinse con la forza del suo peso:
+ per ch'io di coruscar vidi gran feste.
+
+Poi appresso, con l'occhio piu` acceso,
+ lo benedetto segno mi rispuose
+ per non tenermi in ammirar sospeso:
+
+<<Io veggio che tu credi queste cose
+ perch'io le dico, ma non vedi come;
+ si` che, se son credute, sono ascose.
+
+Fai come quei che la cosa per nome
+ apprende ben, ma la sua quiditate
+ veder non puo` se altri non la prome.
+
+Regnum celorum violenza pate
+ da caldo amore e da viva speranza,
+ che vince la divina volontate:
+
+non a guisa che l'omo a l'om sobranza,
+ ma vince lei perche' vuole esser vinta,
+ e, vinta, vince con sua beninanza.
+
+La prima vita del ciglio e la quinta
+ ti fa maravigliar, perche' ne vedi
+ la region de li angeli dipinta.
+
+D'i corpi suoi non uscir, come credi,
+ Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
+ quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.
+
+Che' l'una de lo 'nferno, u' non si riede
+ gia` mai a buon voler, torno` a l'ossa;
+ e cio` di viva spene fu mercede:
+
+di viva spene, che mise la possa
+ ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,
+ si` che potesse sua voglia esser mossa.
+
+L'anima gloriosa onde si parla,
+ tornata ne la carne, in che fu poco,
+ credette in lui che potea aiutarla;
+
+e credendo s'accese in tanto foco
+ di vero amor, ch'a la morte seconda
+ fu degna di venire a questo gioco.
+
+L'altra, per grazia che da si` profonda
+ fontana stilla, che mai creatura
+ non pinse l'occhio infino a la prima onda,
+
+tutto suo amor la` giu` pose a drittura:
+ per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
+ l'occhio a la nostra redenzion futura;
+
+ond'ei credette in quella, e non sofferse
+ da indi il puzzo piu` del paganesmo;
+ e riprendiene le genti perverse.
+
+Quelle tre donne li fur per battesmo
+ che tu vedesti da la destra rota,
+ dinanzi al battezzar piu` d'un millesmo.
+
+O predestinazion, quanto remota
+ e` la radice tua da quelli aspetti
+ che la prima cagion non veggion tota!
+
+E voi, mortali, tenetevi stretti
+ a giudicar; che' noi, che Dio vedemo,
+ non conosciamo ancor tutti li eletti;
+
+ed enne dolce cosi` fatto scemo,
+ perche' il ben nostro in questo ben s'affina,
+ che quel che vole Iddio, e noi volemo>>.
+
+Cosi` da quella imagine divina,
+ per farmi chiara la mia corta vista,
+ data mi fu soave medicina.
+
+E come a buon cantor buon citarista
+ fa seguitar lo guizzo de la corda,
+ in che piu` di piacer lo canto acquista,
+
+si`, mentre ch'e' parlo`, si` mi ricorda
+ ch'io vidi le due luci benedette,
+ pur come batter d'occhi si concorda,
+
+con le parole mover le fiammette.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXI
+
+
+Gia` eran li occhi miei rifissi al volto
+ de la mia donna, e l'animo con essi,
+ e da ogne altro intento s'era tolto.
+
+E quella non ridea; ma <<S'io ridessi>>,
+ mi comincio`, <<tu ti faresti quale
+ fu Semele` quando di cener fessi;
+
+che' la bellezza mia, che per le scale
+ de l'etterno palazzo piu` s'accende,
+ com'hai veduto, quanto piu` si sale,
+
+se non si temperasse, tanto splende,
+ che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,
+ sarebbe fronda che trono scoscende.
+
+Noi sem levati al settimo splendore,
+ che sotto 'l petto del Leone ardente
+ raggia mo misto giu` del suo valore.
+
+Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
+ e fa di quelli specchi a la figura
+ che 'n questo specchio ti sara` parvente>>.
+
+Qual savesse qual era la pastura
+ del viso mio ne l'aspetto beato
+ quand'io mi trasmutai ad altra cura,
+
+conoscerebbe quanto m'era a grato
+ ubidire a la mia celeste scorta,
+ contrapesando l'un con l'altro lato.
+
+Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,
+ cerchiando il mondo, del suo caro duce
+ sotto cui giacque ogne malizia morta,
+
+di color d'oro in che raggio traluce
+ vid'io uno scaleo eretto in suso
+ tanto, che nol seguiva la mia luce.
+
+Vidi anche per li gradi scender giuso
+ tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume
+ che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
+
+E come, per lo natural costume,
+ le pole insieme, al cominciar del giorno,
+ si movono a scaldar le fredde piume;
+
+poi altre vanno via sanza ritorno,
+ altre rivolgon se' onde son mosse,
+ e altre roteando fan soggiorno;
+
+tal modo parve me che quivi fosse
+ in quello sfavillar che 'nsieme venne,
+ si` come in certo grado si percosse.
+
+E quel che presso piu` ci si ritenne,
+ si fe' si` chiaro, ch'io dicea pensando:
+ 'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.
+
+Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando
+ del dire e del tacer, si sta; ond'io,
+ contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.
+
+Per ch'ella, che vedea il tacer mio
+ nel veder di colui che tutto vede,
+ mi disse: <<Solvi il tuo caldo disio>>.
+
+E io incominciai: <<La mia mercede
+ non mi fa degno de la tua risposta;
+ ma per colei che 'l chieder mi concede,
+
+vita beata che ti stai nascosta
+ dentro a la tua letizia, fammi nota
+ la cagion che si` presso mi t'ha posta;
+
+e di' perche' si tace in questa rota
+ la dolce sinfonia di paradiso,
+ che giu` per l'altre suona si` divota>>.
+
+<<Tu hai l'udir mortal si` come il viso>>,
+ rispuose a me; <<onde qui non si canta
+ per quel che Beatrice non ha riso.
+
+Giu` per li gradi de la scala santa
+ discesi tanto sol per farti festa
+ col dire e con la luce che mi ammanta;
+
+ne' piu` amor mi fece esser piu` presta;
+ che' piu` e tanto amor quinci su` ferve,
+ si` come il fiammeggiar ti manifesta.
+
+Ma l'alta carita`, che ci fa serve
+ pronte al consiglio che 'l mondo governa,
+ sorteggia qui si` come tu osserve>>.
+
+<<Io veggio ben>>, diss'io, <<sacra lucerna,
+ come libero amore in questa corte
+ basta a seguir la provedenza etterna;
+
+ma questo e` quel ch'a cerner mi par forte,
+ perche' predestinata fosti sola
+ a questo officio tra le tue consorte>>.
+
+Ne' venni prima a l'ultima parola,
+ che del suo mezzo fece il lume centro,
+ girando se' come veloce mola;
+
+poi rispuose l'amor che v'era dentro:
+ <<Luce divina sopra me s'appunta,
+ penetrando per questa in ch'io m'inventro,
+
+la cui virtu`, col mio veder congiunta,
+ mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio
+ la somma essenza de la quale e` munta.
+
+Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;
+ per ch'a la vista mia, quant'ella e` chiara,
+ la chiarita` de la fiamma pareggio.
+
+Ma quell'alma nel ciel che piu` si schiara,
+ quel serafin che 'n Dio piu` l'occhio ha fisso,
+ a la dimanda tua non satisfara,
+
+pero` che si` s'innoltra ne lo abisso
+ de l'etterno statuto quel che chiedi,
+ che da ogne creata vista e` scisso.
+
+E al mondo mortal, quando tu riedi,
+ questo rapporta, si` che non presumma
+ a tanto segno piu` mover li piedi.
+
+La mente, che qui luce, in terra fumma;
+ onde riguarda come puo` la` giue
+ quel che non pote perche' 'l ciel l'assumma>>.
+
+Si` mi prescrisser le parole sue,
+ ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi
+ a dimandarla umilmente chi fue.
+
+<<Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,
+ e non molto distanti a la tua patria,
+ tanto che ' troni assai suonan piu` bassi,
+
+e fanno un gibbo che si chiama Catria,
+ di sotto al quale e` consecrato un ermo,
+ che suole esser disposto a sola latria>>.
+
+Cosi` ricominciommi il terzo sermo;
+ e poi, continuando, disse: <<Quivi
+ al servigio di Dio mi fe' si` fermo,
+
+che pur con cibi di liquor d'ulivi
+ lievemente passava caldi e geli,
+ contento ne' pensier contemplativi.
+
+Render solea quel chiostro a questi cieli
+ fertilemente; e ora e` fatto vano,
+ si` che tosto convien che si riveli.
+
+In quel loco fu' io Pietro Damiano,
+ e Pietro Peccator fu' ne la casa
+ di Nostra Donna in sul lito adriano.
+
+Poca vita mortal m'era rimasa,
+ quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
+ che pur di male in peggio si travasa.
+
+Venne Cefas e venne il gran vasello
+ de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
+ prendendo il cibo da qualunque ostello.
+
+Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
+ li moderni pastori e chi li meni,
+ tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
+
+Cuopron d'i manti loro i palafreni,
+ si` che due bestie van sott'una pelle:
+ oh pazienza che tanto sostieni!>>.
+
+A questa voce vid'io piu` fiammelle
+ di grado in grado scendere e girarsi,
+ e ogne giro le facea piu` belle.
+
+Dintorno a questa vennero e fermarsi,
+ e fero un grido di si` alto suono,
+ che non potrebbe qui assomigliarsi;
+
+ne' io lo 'ntesi, si` mi vinse il tuono.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXII
+
+
+Oppresso di stupore, a la mia guida
+ mi volsi, come parvol che ricorre
+ sempre cola` dove piu` si confida;
+
+e quella, come madre che soccorre
+ subito al figlio palido e anelo
+ con la sua voce, che 'l suol ben disporre,
+
+mi disse: <<Non sai tu che tu se' in cielo?
+ e non sai tu che 'l cielo e` tutto santo,
+ e cio` che ci si fa vien da buon zelo?
+
+Come t'avrebbe trasmutato il canto,
+ e io ridendo, mo pensar lo puoi,
+ poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;
+
+nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,
+ gia` ti sarebbe nota la vendetta
+ che tu vedrai innanzi che tu muoi.
+
+La spada di qua su` non taglia in fretta
+ ne' tardo, ma' ch'al parer di colui
+ che disiando o temendo l'aspetta.
+
+Ma rivolgiti omai inverso altrui;
+ ch'assai illustri spiriti vedrai,
+ se com'io dico l'aspetto redui>>.
+
+Come a lei piacque, li occhi ritornai,
+ e vidi cento sperule che 'nsieme
+ piu` s'abbellivan con mutui rai.
+
+Io stava come quei che 'n se' repreme
+ la punta del disio, e non s'attenta
+ di domandar, si` del troppo si teme;
+
+e la maggiore e la piu` luculenta
+ di quelle margherite innanzi fessi,
+ per far di se' la mia voglia contenta.
+
+Poi dentro a lei udi': <<Se tu vedessi
+ com'io la carita` che tra noi arde,
+ li tuoi concetti sarebbero espressi.
+
+Ma perche' tu, aspettando, non tarde
+ a l'alto fine, io ti faro` risposta
+ pur al pensier, da che si` ti riguarde.
+
+Quel monte a cui Cassino e` ne la costa
+ fu frequentato gia` in su la cima
+ da la gente ingannata e mal disposta;
+
+e quel son io che su` vi portai prima
+ lo nome di colui che 'n terra addusse
+ la verita` che tanto ci soblima;
+
+e tanta grazia sopra me relusse,
+ ch'io ritrassi le ville circunstanti
+ da l'empio colto che 'l mondo sedusse.
+
+Questi altri fuochi tutti contemplanti
+ uomini fuoro, accesi di quel caldo
+ che fa nascere i fiori e ' frutti santi.
+
+Qui e` Maccario, qui e` Romoaldo,
+ qui son li frati miei che dentro ai chiostri
+ fermar li piedi e tennero il cor saldo>>.
+
+E io a lui: <<L'affetto che dimostri
+ meco parlando, e la buona sembianza
+ ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
+
+cosi` m'ha dilatata mia fidanza,
+ come 'l sol fa la rosa quando aperta
+ tanto divien quant'ell'ha di possanza.
+
+Pero` ti priego, e tu, padre, m'accerta
+ s'io posso prender tanta grazia, ch'io
+ ti veggia con imagine scoverta>>.
+
+Ond'elli: <<Frate, il tuo alto disio
+ s'adempiera` in su l'ultima spera,
+ ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.
+
+Ivi e` perfetta, matura e intera
+ ciascuna disianza; in quella sola
+ e` ogne parte la` ove sempr'era,
+
+perche' non e` in loco e non s'impola;
+ e nostra scala infino ad essa varca,
+ onde cosi` dal viso ti s'invola.
+
+Infin la` su` la vide il patriarca
+ Iacobbe porger la superna parte,
+ quando li apparve d'angeli si` carca.
+
+Ma, per salirla, mo nessun diparte
+ da terra i piedi, e la regola mia
+ rimasa e` per danno de le carte.
+
+Le mura che solieno esser badia
+ fatte sono spelonche, e le cocolle
+ sacca son piene di farina ria.
+
+Ma grave usura tanto non si tolle
+ contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
+ che fa il cor de' monaci si` folle;
+
+che' quantunque la Chiesa guarda, tutto
+ e` de la gente che per Dio dimanda;
+ non di parenti ne' d'altro piu` brutto.
+
+La carne d'i mortali e` tanto blanda,
+ che giu` non basta buon cominciamento
+ dal nascer de la quercia al far la ghianda.
+
+Pier comincio` sanz'oro e sanz'argento,
+ e io con orazione e con digiuno,
+ e Francesco umilmente il suo convento;
+
+e se guardi 'l principio di ciascuno,
+ poscia riguardi la` dov'e` trascorso,
+ tu vederai del bianco fatto bruno.
+
+Veramente Iordan volto retrorso
+ piu` fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
+ mirabile a veder che qui 'l soccorso>>.
+
+Cosi` mi disse, e indi si raccolse
+ al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
+ poi, come turbo, in su` tutto s'avvolse.
+
+La dolce donna dietro a lor mi pinse
+ con un sol cenno su per quella scala,
+ si` sua virtu` la mia natura vinse;
+
+ne' mai qua giu` dove si monta e cala
+ naturalmente, fu si` ratto moto
+ ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
+
+S'io torni mai, lettore, a quel divoto
+ triunfo per lo quale io piango spesso
+ le mie peccata e 'l petto mi percuoto,
+
+tu non avresti in tanto tratto e messo
+ nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno
+ che segue il Tauro e fui dentro da esso.
+
+O gloriose stelle, o lume pregno
+ di gran virtu`, dal quale io riconosco
+ tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
+
+con voi nasceva e s'ascondeva vosco
+ quelli ch'e` padre d'ogne mortal vita,
+ quand'io senti' di prima l'aere tosco;
+
+e poi, quando mi fu grazia largita
+ d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
+ la vostra region mi fu sortita.
+
+A voi divotamente ora sospira
+ l'anima mia, per acquistar virtute
+ al passo forte che a se' la tira.
+
+<<Tu se' si` presso a l'ultima salute>>,
+ comincio` Beatrice, <<che tu dei
+ aver le luci tue chiare e acute;
+
+e pero`, prima che tu piu` t'inlei,
+ rimira in giu`, e vedi quanto mondo
+ sotto li piedi gia` esser ti fei;
+
+si` che 'l tuo cor, quantunque puo`, giocondo
+ s'appresenti a la turba triunfante
+ che lieta vien per questo etera tondo>>.
+
+Col viso ritornai per tutte quante
+ le sette spere, e vidi questo globo
+ tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;
+
+e quel consiglio per migliore approbo
+ che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
+ chiamar si puote veramente probo.
+
+Vidi la figlia di Latona incensa
+ sanza quell'ombra che mi fu cagione
+ per che gia` la credetti rara e densa.
+
+L'aspetto del tuo nato, Iperione,
+ quivi sostenni, e vidi com'si move
+ circa e vicino a lui Maia e Dione.
+
+Quindi m'apparve il temperar di Giove
+ tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro
+ il variar che fanno di lor dove;
+
+e tutti e sette mi si dimostraro
+ quanto son grandi e quanto son veloci
+ e come sono in distante riparo.
+
+L'aiuola che ci fa tanto feroci,
+ volgendom'io con li etterni Gemelli,
+ tutta m'apparve da' colli a le foci;
+
+poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXIII
+
+
+Come l'augello, intra l'amate fronde,
+ posato al nido de' suoi dolci nati
+ la notte che le cose ci nasconde,
+
+che, per veder li aspetti disiati
+ e per trovar lo cibo onde li pasca,
+ in che gravi labor li sono aggrati,
+
+previene il tempo in su aperta frasca,
+ e con ardente affetto il sole aspetta,
+ fiso guardando pur che l'alba nasca;
+
+cosi` la donna mia stava eretta
+ e attenta, rivolta inver' la plaga
+ sotto la quale il sol mostra men fretta:
+
+si` che, veggendola io sospesa e vaga,
+ fecimi qual e` quei che disiando
+ altro vorria, e sperando s'appaga.
+
+Ma poco fu tra uno e altro quando,
+ del mio attender, dico, e del vedere
+ lo ciel venir piu` e piu` rischiarando;
+
+e Beatrice disse: <<Ecco le schiere
+ del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto
+ ricolto del girar di queste spere!>>.
+
+Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
+ e li occhi avea di letizia si` pieni,
+ che passarmen convien sanza costrutto.
+
+Quale ne' plenilunii sereni
+ Trivia ride tra le ninfe etterne
+ che dipingon lo ciel per tutti i seni,
+
+vid'i' sopra migliaia di lucerne
+ un sol che tutte quante l'accendea,
+ come fa 'l nostro le viste superne;
+
+e per la viva luce trasparea
+ la lucente sustanza tanto chiara
+ nel viso mio, che non la sostenea.
+
+Oh Beatrice, dolce guida e cara!
+ Ella mi disse: <<Quel che ti sobranza
+ e` virtu` da cui nulla si ripara.
+
+Quivi e` la sapienza e la possanza
+ ch'apri` le strade tra 'l cielo e la terra,
+ onde fu gia` si` lunga disianza>>.
+
+Come foco di nube si diserra
+ per dilatarsi si` che non vi cape,
+ e fuor di sua natura in giu` s'atterra,
+
+la mente mia cosi`, tra quelle dape
+ fatta piu` grande, di se' stessa uscio,
+ e che si fesse rimembrar non sape.
+
+<<Apri li occhi e riguarda qual son io;
+ tu hai vedute cose, che possente
+ se' fatto a sostener lo riso mio>>.
+
+Io era come quei che si risente
+ di visione oblita e che s'ingegna
+ indarno di ridurlasi a la mente,
+
+quand'io udi' questa proferta, degna
+ di tanto grato, che mai non si stingue
+ del libro che 'l preterito rassegna.
+
+Se mo sonasser tutte quelle lingue
+ che Polimnia con le suore fero
+ del latte lor dolcissimo piu` pingue,
+
+per aiutarmi, al millesmo del vero
+ non si verria, cantando il santo riso
+ e quanto il santo aspetto facea mero;
+
+e cosi`, figurando il paradiso,
+ convien saltar lo sacrato poema,
+ come chi trova suo cammin riciso.
+
+Ma chi pensasse il ponderoso tema
+ e l'omero mortal che se ne carca,
+ nol biasmerebbe se sott'esso trema:
+
+non e` pareggio da picciola barca
+ quel che fendendo va l'ardita prora,
+ ne' da nocchier ch'a se' medesmo parca.
+
+<<Perche' la faccia mia si` t'innamora,
+ che tu non ti rivolgi al bel giardino
+ che sotto i raggi di Cristo s'infiora?
+
+Quivi e` la rosa in che 'l verbo divino
+ carne si fece; quivi son li gigli
+ al cui odor si prese il buon cammino>>.
+
+Cosi` Beatrice; e io, che a' suoi consigli
+ tutto era pronto, ancora mi rendei
+ a la battaglia de' debili cigli.
+
+Come a raggio di sol che puro mei
+ per fratta nube, gia` prato di fiori
+ vider, coverti d'ombra, li occhi miei;
+
+vid'io cosi` piu` turbe di splendori,
+ folgorate di su` da raggi ardenti,
+ sanza veder principio di folgori.
+
+O benigna vertu` che si` li 'mprenti,
+ su` t'essaltasti, per largirmi loco
+ a li occhi li` che non t'eran possenti.
+
+Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
+ e mane e sera, tutto mi ristrinse
+ l'animo ad avvisar lo maggior foco;
+
+e come ambo le luci mi dipinse
+ il quale e il quanto de la viva stella
+ che la` su` vince come qua giu` vinse,
+
+per entro il cielo scese una facella,
+ formata in cerchio a guisa di corona,
+ e cinsela e girossi intorno ad ella.
+
+Qualunque melodia piu` dolce suona
+ qua giu` e piu` a se' l'anima tira,
+ parrebbe nube che squarciata tona,
+
+comparata al sonar di quella lira
+ onde si coronava il bel zaffiro
+ del quale il ciel piu` chiaro s'inzaffira.
+
+<<Io sono amore angelico, che giro
+ l'alta letizia che spira del ventre
+ che fu albergo del nostro disiro;
+
+e girerommi, donna del ciel, mentre
+ che seguirai tuo figlio, e farai dia
+ piu` la spera suprema perche' li` entre>>.
+
+Cosi` la circulata melodia
+ si sigillava, e tutti li altri lumi
+ facean sonare il nome di Maria.
+
+Lo real manto di tutti i volumi
+ del mondo, che piu` ferve e piu` s'avviva
+ ne l'alito di Dio e nei costumi,
+
+avea sopra di noi l'interna riva
+ tanto distante, che la sua parvenza,
+ la` dov'io era, ancor non appariva:
+
+pero` non ebber li occhi miei potenza
+ di seguitar la coronata fiamma
+ che si levo` appresso sua semenza.
+
+E come fantolin che 'nver' la mamma
+ tende le braccia, poi che 'l latte prese,
+ per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;
+
+ciascun di quei candori in su` si stese
+ con la sua cima, si` che l'alto affetto
+ ch'elli avieno a Maria mi fu palese.
+
+Indi rimaser li` nel mio cospetto,
+ 'Regina celi' cantando si` dolce,
+ che mai da me non si parti` 'l diletto.
+
+Oh quanta e` l'uberta` che si soffolce
+ in quelle arche ricchissime che fuoro
+ a seminar qua giu` buone bobolce!
+
+Quivi si vive e gode del tesoro
+ che s'acquisto` piangendo ne lo essilio
+ di Babillon, ove si lascio` l'oro.
+
+Quivi triunfa, sotto l'alto Filio
+ di Dio e di Maria, di sua vittoria,
+ e con l'antico e col novo concilio,
+
+colui che tien le chiavi di tal gloria.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXIV
+
+
+<<O sodalizio eletto a la gran cena
+ del benedetto Agnello, il qual vi ciba
+ si`, che la vostra voglia e` sempre piena,
+
+se per grazia di Dio questi preliba
+ di quel che cade de la vostra mensa,
+ prima che morte tempo li prescriba,
+
+ponete mente a l'affezione immensa
+ e roratelo alquanto: voi bevete
+ sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa>>.
+
+Cosi` Beatrice; e quelle anime liete
+ si fero spere sopra fissi poli,
+ fiammando, a volte, a guisa di comete.
+
+E come cerchi in tempra d'oriuoli
+ si giran si`, che 'l primo a chi pon mente
+ quieto pare, e l'ultimo che voli;
+
+cosi` quelle carole, differente-
+ mente danzando, de la sua ricchezza
+ mi facieno stimar, veloci e lente.
+
+Di quella ch'io notai di piu` carezza
+ vid'io uscire un foco si` felice,
+ che nullo vi lascio` di piu` chiarezza;
+
+e tre fiate intorno di Beatrice
+ si volse con un canto tanto divo,
+ che la mia fantasia nol mi ridice.
+
+Pero` salta la penna e non lo scrivo:
+ che' l'imagine nostra a cotai pieghe,
+ non che 'l parlare, e` troppo color vivo.
+
+<<O santa suora mia che si` ne prieghe
+ divota, per lo tuo ardente affetto
+ da quella bella spera mi disleghe>>.
+
+Poscia fermato, il foco benedetto
+ a la mia donna dirizzo` lo spiro,
+ che favello` cosi` com'i' ho detto.
+
+Ed ella: <<O luce etterna del gran viro
+ a cui Nostro Segnor lascio` le chiavi,
+ ch'ei porto` giu`, di questo gaudio miro,
+
+tenta costui di punti lievi e gravi,
+ come ti piace, intorno de la fede,
+ per la qual tu su per lo mare andavi.
+
+S'elli ama bene e bene spera e crede,
+ non t'e` occulto, perche' 'l viso hai quivi
+ dov'ogne cosa dipinta si vede;
+
+ma perche' questo regno ha fatto civi
+ per la verace fede, a gloriarla,
+ di lei parlare e` ben ch'a lui arrivi>>.
+
+Si` come il baccialier s'arma e non parla
+ fin che 'l maestro la question propone,
+ per approvarla, non per terminarla,
+
+cosi` m'armava io d'ogne ragione
+ mentre ch'ella dicea, per esser presto
+ a tal querente e a tal professione.
+
+<<Di', buon Cristiano, fatti manifesto:
+ fede che e`?>>. Ond'io levai la fronte
+ in quella luce onde spirava questo;
+
+poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
+ sembianze femmi perch'io spandessi
+ l'acqua di fuor del mio interno fonte.
+
+<<La Grazia che mi da` ch'io mi confessi>>,
+ comincia' io, <<da l'alto primipilo,
+ faccia li miei concetti bene espressi>>.
+
+E seguitai: <<Come 'l verace stilo
+ ne scrisse, padre, del tuo caro frate
+ che mise teco Roma nel buon filo,
+
+fede e` sustanza di cose sperate
+ e argomento de le non parventi;
+ e questa pare a me sua quiditate>>.
+
+Allora udi': <<Dirittamente senti,
+ se bene intendi perche' la ripuose
+ tra le sustanze, e poi tra li argomenti>>.
+
+E io appresso: <<Le profonde cose
+ che mi largiscon qui la lor parvenza,
+ a li occhi di la` giu` son si` ascose,
+
+che l'esser loro v'e` in sola credenza,
+ sopra la qual si fonda l'alta spene;
+ e pero` di sustanza prende intenza.
+
+E da questa credenza ci convene
+ silogizzar, sanz'avere altra vista:
+ pero` intenza d'argomento tene>>.
+
+Allora udi': <<Se quantunque s'acquista
+ giu` per dottrina, fosse cosi` 'nteso,
+ non li` avria loco ingegno di sofista>>.
+
+Cosi` spiro` di quello amore acceso;
+ indi soggiunse: <<Assai bene e` trascorsa
+ d'esta moneta gia` la lega e 'l peso;
+
+ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa>>.
+ Ond'io: <<Si` ho, si` lucida e si` tonda,
+ che nel suo conio nulla mi s'inforsa>>.
+
+Appresso usci` de la luce profonda
+ che li` splendeva: <<Questa cara gioia
+ sopra la quale ogne virtu` si fonda,
+
+onde ti venne?>>. E io: <<La larga ploia
+ de lo Spirito Santo, ch'e` diffusa
+ in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,
+
+e` silogismo che la m'ha conchiusa
+ acutamente si`, che 'nverso d'ella
+ ogne dimostrazion mi pare ottusa>>.
+
+Io udi' poi: <<L'antica e la novella
+ proposizion che cosi` ti conchiude,
+ perche' l'hai tu per divina favella?>>.
+
+E io: <<La prova che 'l ver mi dischiude,
+ son l'opere seguite, a che natura
+ non scalda ferro mai ne' batte incude>>.
+
+Risposto fummi: <<Di', chi t'assicura
+ che quell'opere fosser? Quel medesmo
+ che vuol provarsi, non altri, il ti giura>>.
+
+<<Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo>>,
+ diss'io, <<sanza miracoli, quest'uno
+ e` tal, che li altri non sono il centesmo:
+
+che' tu intrasti povero e digiuno
+ in campo, a seminar la buona pianta
+ che fu gia` vite e ora e` fatta pruno>>.
+
+Finito questo, l'alta corte santa
+ risono` per le spere un 'Dio laudamo'
+ ne la melode che la` su` si canta.
+
+E quel baron che si` di ramo in ramo,
+ essaminando, gia` tratto m'avea,
+ che a l'ultime fronde appressavamo,
+
+ricomincio`: <<La Grazia, che donnea
+ con la tua mente, la bocca t'aperse
+ infino a qui come aprir si dovea,
+
+si` ch'io approvo cio` che fuori emerse;
+ ma or conviene espremer quel che credi,
+ e onde a la credenza tua s'offerse>>.
+
+<<O santo padre, e spirito che vedi
+ cio` che credesti si`, che tu vincesti
+ ver' lo sepulcro piu` giovani piedi>>,
+
+comincia' io, <<tu vuo' ch'io manifesti
+ la forma qui del pronto creder mio,
+ e anche la cagion di lui chiedesti.
+
+E io rispondo: Io credo in uno Dio
+ solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
+ non moto, con amore e con disio;
+
+e a tal creder non ho io pur prove
+ fisice e metafisice, ma dalmi
+ anche la verita` che quinci piove
+
+per Moise`, per profeti e per salmi,
+ per l'Evangelio e per voi che scriveste
+ poi che l'ardente Spirto vi fe' almi;
+
+e credo in tre persone etterne, e queste
+ credo una essenza si` una e si` trina,
+ che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.
+
+De la profonda condizion divina
+ ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
+ piu` volte l'evangelica dottrina.
+
+Quest'e` 'l principio, quest'e` la favilla
+ che si dilata in fiamma poi vivace,
+ e come stella in cielo in me scintilla>>.
+
+Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,
+ da indi abbraccia il servo, gratulando
+ per la novella, tosto ch'el si tace;
+
+cosi`, benedicendomi cantando,
+ tre volte cinse me, si` com'io tacqui,
+ l'appostolico lume al cui comando
+
+io avea detto: si` nel dir li piacqui!
+
+
+
+Paradiso: Canto XXV
+
+
+Se mai continga che 'l poema sacro
+ al quale ha posto mano e cielo e terra,
+ si` che m'ha fatto per molti anni macro,
+
+vinca la crudelta` che fuor mi serra
+ del bello ovile ov'io dormi' agnello,
+ nimico ai lupi che li danno guerra;
+
+con altra voce omai, con altro vello
+ ritornero` poeta, e in sul fonte
+ del mio battesmo prendero` 'l cappello;
+
+pero` che ne la fede, che fa conte
+ l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi
+ Pietro per lei si` mi giro` la fronte.
+
+Indi si mosse un lume verso noi
+ di quella spera ond'usci` la primizia
+ che lascio` Cristo d'i vicari suoi;
+
+e la mia donna, piena di letizia,
+ mi disse: <<Mira, mira: ecco il barone
+ per cui la` giu` si vicita Galizia>>.
+
+Si` come quando il colombo si pone
+ presso al compagno, l'uno a l'altro pande,
+ girando e mormorando, l'affezione;
+
+cosi` vid'io l'un da l'altro grande
+ principe glorioso essere accolto,
+ laudando il cibo che la` su` li prande.
+
+Ma poi che 'l gratular si fu assolto,
+ tacito coram me ciascun s'affisse,
+ ignito si` che vincea 'l mio volto.
+
+Ridendo allora Beatrice disse:
+ <<Inclita vita per cui la larghezza
+ de la nostra basilica si scrisse,
+
+fa risonar la spene in questa altezza:
+ tu sai, che tante fiate la figuri,
+ quante Iesu` ai tre fe' piu` carezza>>.
+
+<<Leva la testa e fa che t'assicuri:
+ che cio` che vien qua su` del mortal mondo,
+ convien ch'ai nostri raggi si maturi>>.
+
+Questo conforto del foco secondo
+ mi venne; ond'io levai li occhi a' monti
+ che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.
+
+<<Poi che per grazia vuol che tu t'affronti
+ lo nostro Imperadore, anzi la morte,
+ ne l'aula piu` secreta co' suoi conti,
+
+si` che, veduto il ver di questa corte,
+ la spene, che la` giu` bene innamora,
+ in te e in altrui di cio` conforte,
+
+di' quel ch'ell'e`, di' come se ne 'nfiora
+ la mente tua, e di` onde a te venne>>.
+ Cosi` segui` 'l secondo lume ancora.
+
+E quella pia che guido` le penne
+ de le mie ali a cosi` alto volo,
+ a la risposta cosi` mi prevenne:
+
+<<La Chiesa militante alcun figliuolo
+ non ha con piu` speranza, com'e` scritto
+ nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
+
+pero` li e` conceduto che d'Egitto
+ vegna in Ierusalemme per vedere,
+ anzi che 'l militar li sia prescritto.
+
+Li altri due punti, che non per sapere
+ son dimandati, ma perch'ei rapporti
+ quanto questa virtu` t'e` in piacere,
+
+a lui lasc'io, che' non li saran forti
+ ne' di iattanza; ed elli a cio` risponda,
+ e la grazia di Dio cio` li comporti>>.
+
+Come discente ch'a dottor seconda
+ pronto e libente in quel ch'elli e` esperto,
+ perche' la sua bonta` si disasconda,
+
+<<Spene>>, diss'io, <<e` uno attender certo
+ de la gloria futura, il qual produce
+ grazia divina e precedente merto.
+
+Da molte stelle mi vien questa luce;
+ ma quei la distillo` nel mio cor pria
+ che fu sommo cantor del sommo duce.
+
+'Sperino in te', ne la sua teodia
+ dice, 'color che sanno il nome tuo':
+ e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?
+
+Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
+ ne la pistola poi; si` ch'io son pieno,
+ e in altrui vostra pioggia repluo>>.
+
+Mentr' io diceva, dentro al vivo seno
+ di quello incendio tremolava un lampo
+ subito e spesso a guisa di baleno.
+
+Indi spiro`: <<L'amore ond'io avvampo
+ ancor ver' la virtu` che mi seguette
+ infin la palma e a l'uscir del campo,
+
+vuol ch'io respiri a te che ti dilette
+ di lei; ed emmi a grato che tu diche
+ quello che la speranza ti 'mpromette>>.
+
+E io: <<Le nove e le scritture antiche
+ pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
+ de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.
+
+Dice Isaia che ciascuna vestita
+ ne la sua terra fia di doppia vesta:
+ e la sua terra e` questa dolce vita;
+
+e 'l tuo fratello assai vie piu` digesta,
+ la` dove tratta de le bianche stole,
+ questa revelazion ci manifesta>>.
+
+E prima, appresso al fin d'este parole,
+ 'Sperent in te' di sopr'a noi s'udi`;
+ a che rispuoser tutte le carole.
+
+Poscia tra esse un lume si schiari`
+ si` che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,
+ l'inverno avrebbe un mese d'un sol di`.
+
+E come surge e va ed entra in ballo
+ vergine lieta, sol per fare onore
+ a la novizia, non per alcun fallo,
+
+cosi` vid'io lo schiarato splendore
+ venire a' due che si volgieno a nota
+ qual conveniesi al loro ardente amore.
+
+Misesi li` nel canto e ne la rota;
+ e la mia donna in lor tenea l'aspetto,
+ pur come sposa tacita e immota.
+
+<<Questi e` colui che giacque sopra 'l petto
+ del nostro pellicano, e questi fue
+ di su la croce al grande officio eletto>>.
+
+La donna mia cosi`; ne' pero` piue
+ mosser la vista sua di stare attenta
+ poscia che prima le parole sue.
+
+Qual e` colui ch'adocchia e s'argomenta
+ di vedere eclissar lo sole un poco,
+ che, per veder, non vedente diventa;
+
+tal mi fec'io a quell'ultimo foco
+ mentre che detto fu: <<Perche' t'abbagli
+ per veder cosa che qui non ha loco?
+
+In terra e` terra il mio corpo, e saragli
+ tanto con li altri, che 'l numero nostro
+ con l'etterno proposito s'agguagli.
+
+Con le due stole nel beato chiostro
+ son le due luci sole che saliro;
+ e questo apporterai nel mondo vostro>>.
+
+A questa voce l'infiammato giro
+ si quieto` con esso il dolce mischio
+ che si facea nel suon del trino spiro,
+
+si` come, per cessar fatica o rischio,
+ li remi, pria ne l'acqua ripercossi,
+ tutti si posano al sonar d'un fischio.
+
+Ahi quanto ne la mente mi commossi,
+ quando mi volsi per veder Beatrice,
+ per non poter veder, benche' io fossi
+
+presso di lei, e nel mondo felice!
+
+
+
+Paradiso: Canto XXVI
+
+
+Mentr'io dubbiava per lo viso spento,
+ de la fulgida fiamma che lo spense
+ usci` un spiro che mi fece attento,
+
+dicendo: <<Intanto che tu ti risense
+ de la vista che hai in me consunta,
+ ben e` che ragionando la compense.
+
+Comincia dunque; e di' ove s'appunta
+ l'anima tua, e fa' ragion che sia
+ la vista in te smarrita e non defunta:
+
+perche' la donna che per questa dia
+ region ti conduce, ha ne lo sguardo
+ la virtu` ch'ebbe la man d'Anania>>.
+
+Io dissi: <<Al suo piacere e tosto e tardo
+ vegna remedio a li occhi, che fuor porte
+ quand'ella entro` col foco ond'io sempr'ardo.
+
+Lo ben che fa contenta questa corte,
+ Alfa e O e` di quanta scrittura
+ mi legge Amore o lievemente o forte>>.
+
+Quella medesma voce che paura
+ tolta m'avea del subito abbarbaglio,
+ di ragionare ancor mi mise in cura;
+
+e disse: <<Certo a piu` angusto vaglio
+ ti conviene schiarar: dicer convienti
+ chi drizzo` l'arco tuo a tal berzaglio>>.
+
+E io: <<Per filosofici argomenti
+ e per autorita` che quinci scende
+ cotale amor convien che in me si 'mprenti:
+
+che' 'l bene, in quanto ben, come s'intende,
+ cosi` accende amore, e tanto maggio
+ quanto piu` di bontate in se' comprende.
+
+Dunque a l'essenza ov'e` tanto avvantaggio,
+ che ciascun ben che fuor di lei si trova
+ altro non e` ch'un lume di suo raggio,
+
+piu` che in altra convien che si mova
+ la mente, amando, di ciascun che cerne
+ il vero in che si fonda questa prova.
+
+Tal vero a l'intelletto mio sterne
+ colui che mi dimostra il primo amore
+ di tutte le sustanze sempiterne.
+
+Sternel la voce del verace autore,
+ che dice a Moise`, di se' parlando:
+ 'Io ti faro` vedere ogne valore'.
+
+Sternilmi tu ancora, incominciando
+ l'alto preconio che grida l'arcano
+ di qui la` giu` sovra ogne altro bando>>.
+
+E io udi': <<Per intelletto umano
+ e per autoritadi a lui concorde
+ d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
+
+Ma di' ancor se tu senti altre corde
+ tirarti verso lui, si` che tu suone
+ con quanti denti questo amor ti morde>>.
+
+Non fu latente la santa intenzione
+ de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
+ dove volea menar mia professione.
+
+Pero` ricominciai: <<Tutti quei morsi
+ che posson far lo cor volgere a Dio,
+ a la mia caritate son concorsi:
+
+che' l'essere del mondo e l'esser mio,
+ la morte ch'el sostenne perch'io viva,
+ e quel che spera ogne fedel com'io,
+
+con la predetta conoscenza viva,
+ tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
+ e del diritto m'han posto a la riva.
+
+Le fronde onde s'infronda tutto l'orto
+ de l'ortolano etterno, am'io cotanto
+ quanto da lui a lor di bene e` porto>>.
+
+Si` com'io tacqui, un dolcissimo canto
+ risono` per lo cielo, e la mia donna
+ dicea con li altri: <<Santo, santo, santo!>>.
+
+E come a lume acuto si disonna
+ per lo spirto visivo che ricorre
+ a lo splendor che va di gonna in gonna,
+
+e lo svegliato cio` che vede aborre,
+ si` nescia e` la subita vigilia
+ fin che la stimativa non soccorre;
+
+cosi` de li occhi miei ogni quisquilia
+ fugo` Beatrice col raggio d'i suoi,
+ che rifulgea da piu` di mille milia:
+
+onde mei che dinanzi vidi poi;
+ e quasi stupefatto domandai
+ d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
+
+E la mia donna: <<Dentro da quei rai
+ vagheggia il suo fattor l'anima prima
+ che la prima virtu` creasse mai>>.
+
+Come la fronda che flette la cima
+ nel transito del vento, e poi si leva
+ per la propria virtu` che la soblima,
+
+fec'io in tanto in quant'ella diceva,
+ stupendo, e poi mi rifece sicuro
+ un disio di parlare ond'io ardeva.
+
+E cominciai: <<O pomo che maturo
+ solo prodotto fosti, o padre antico
+ a cui ciascuna sposa e` figlia e nuro,
+
+divoto quanto posso a te supplico
+ perche' mi parli: tu vedi mia voglia,
+ e per udirti tosto non la dico>>.
+
+Talvolta un animal coverto broglia,
+ si` che l'affetto convien che si paia
+ per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
+
+e similmente l'anima primaia
+ mi facea trasparer per la coverta
+ quant'ella a compiacermi venia gaia.
+
+Indi spiro`: <<Sanz'essermi proferta
+ da te, la voglia tua discerno meglio
+ che tu qualunque cosa t'e` piu` certa;
+
+perch'io la veggio nel verace speglio
+ che fa di se' pareglio a l'altre cose,
+ e nulla face lui di se' pareglio.
+
+Tu vuogli udir quant'e` che Dio mi puose
+ ne l'eccelso giardino, ove costei
+ a cosi` lunga scala ti dispuose,
+
+e quanto fu diletto a li occhi miei,
+ e la propria cagion del gran disdegno,
+ e l'idioma ch'usai e che fei.
+
+Or, figluol mio, non il gustar del legno
+ fu per se' la cagion di tanto essilio,
+ ma solamente il trapassar del segno.
+
+Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
+ quattromilia trecento e due volumi
+ di sol desiderai questo concilio;
+
+e vidi lui tornare a tutt'i lumi
+ de la sua strada novecento trenta
+ fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.
+
+La lingua ch'io parlai fu tutta spenta
+ innanzi che a l'ovra inconsummabile
+ fosse la gente di Nembrot attenta:
+
+che' nullo effetto mai razionabile,
+ per lo piacere uman che rinovella
+ seguendo il cielo, sempre fu durabile.
+
+Opera naturale e` ch'uom favella;
+ ma cosi` o cosi`, natura lascia
+ poi fare a voi secondo che v'abbella.
+
+Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,
+ I s'appellava in terra il sommo bene
+ onde vien la letizia che mi fascia;
+
+e El si chiamo` poi: e cio` convene,
+ che' l'uso d'i mortali e` come fronda
+ in ramo, che sen va e altra vene.
+
+Nel monte che si leva piu` da l'onda,
+ fu' io, con vita pura e disonesta,
+ da la prim'ora a quella che seconda,
+
+come 'l sol muta quadra, l'ora sesta>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXVII
+
+
+'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',
+ comincio`, 'gloria!', tutto 'l paradiso,
+ si` che m'inebriava il dolce canto.
+
+Cio` ch'io vedeva mi sembiava un riso
+ de l'universo; per che mia ebbrezza
+ intrava per l'udire e per lo viso.
+
+Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
+ oh vita integra d'amore e di pace!
+ oh sanza brama sicura ricchezza!
+
+Dinanzi a li occhi miei le quattro face
+ stavano accese, e quella che pria venne
+ incomincio` a farsi piu` vivace,
+
+e tal ne la sembianza sua divenne,
+ qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte
+ fossero augelli e cambiassersi penne.
+
+La provedenza, che quivi comparte
+ vice e officio, nel beato coro
+ silenzio posto avea da ogne parte,
+
+quand'io udi': <<Se io mi trascoloro,
+ non ti maravigliar, che', dicend'io,
+ vedrai trascolorar tutti costoro.
+
+Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
+ il luogo mio, il luogo mio, che vaca
+ ne la presenza del Figliuol di Dio,
+
+fatt'ha del cimitero mio cloaca
+ del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
+ che cadde di qua su`, la` giu` si placa>>.
+
+Di quel color che per lo sole avverso
+ nube dipigne da sera e da mane,
+ vid'io allora tutto 'l ciel cosperso.
+
+E come donna onesta che permane
+ di se' sicura, e per l'altrui fallanza,
+ pur ascoltando, timida si fane,
+
+cosi` Beatrice trasmuto` sembianza;
+ e tale eclissi credo che 'n ciel fue,
+ quando pati` la supprema possanza.
+
+Poi procedetter le parole sue
+ con voce tanto da se' trasmutata,
+ che la sembianza non si muto` piue:
+
+<<Non fu la sposa di Cristo allevata
+ del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
+ per essere ad acquisto d'oro usata;
+
+ma per acquisto d'esto viver lieto
+ e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
+ sparser lo sangue dopo molto fleto.
+
+Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
+ d'i nostri successor parte sedesse,
+ parte da l'altra del popol cristiano;
+
+ne' che le chiavi che mi fuor concesse,
+ divenisser signaculo in vessillo
+ che contra battezzati combattesse;
+
+ne' ch'io fossi figura di sigillo
+ a privilegi venduti e mendaci,
+ ond'io sovente arrosso e disfavillo.
+
+In vesta di pastor lupi rapaci
+ si veggion di qua su` per tutti i paschi:
+ o difesa di Dio, perche' pur giaci?
+
+Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
+ s'apparecchian di bere: o buon principio,
+ a che vil fine convien che tu caschi!
+
+Ma l'alta provedenza, che con Scipio
+ difese a Roma la gloria del mondo,
+ soccorra` tosto, si` com'io concipio;
+
+e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
+ ancor giu` tornerai, apri la bocca,
+ e non asconder quel ch'io non ascondo>>.
+
+Si` come di vapor gelati fiocca
+ in giuso l'aere nostro, quando 'l corno
+ de la capra del ciel col sol si tocca,
+
+in su` vid'io cosi` l'etera addorno
+ farsi e fioccar di vapor triunfanti
+ che fatto avien con noi quivi soggiorno.
+
+Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
+ e segui` fin che 'l mezzo, per lo molto,
+ li tolse il trapassar del piu` avanti.
+
+Onde la donna, che mi vide assolto
+ de l'attendere in su`, mi disse: <<Adima
+ il viso e guarda come tu se' volto>>.
+
+Da l'ora ch'io avea guardato prima
+ i' vidi mosso me per tutto l'arco
+ che fa dal mezzo al fine il primo clima;
+
+si` ch'io vedea di la` da Gade il varco
+ folle d'Ulisse, e di qua presso il lito
+ nel qual si fece Europa dolce carco.
+
+E piu` mi fora discoverto il sito
+ di questa aiuola; ma 'l sol procedea
+ sotto i mie' piedi un segno e piu` partito.
+
+La mente innamorata, che donnea
+ con la mia donna sempre, di ridure
+ ad essa li occhi piu` che mai ardea;
+
+e se natura o arte fe' pasture
+ da pigliare occhi, per aver la mente,
+ in carne umana o ne le sue pitture,
+
+tutte adunate, parrebber niente
+ ver' lo piacer divin che mi refulse,
+ quando mi volsi al suo viso ridente.
+
+E la virtu` che lo sguardo m'indulse,
+ del bel nido di Leda mi divelse,
+ e nel ciel velocissimo m'impulse.
+
+Le parti sue vivissime ed eccelse
+ si` uniforme son, ch'i' non so dire
+ qual Beatrice per loco mi scelse.
+
+Ma ella, che vedea 'l mio disire,
+ incomincio`, ridendo tanto lieta,
+ che Dio parea nel suo volto gioire:
+
+<<La natura del mondo, che quieta
+ il mezzo e tutto l'altro intorno move,
+ quinci comincia come da sua meta;
+
+e questo cielo non ha altro dove
+ che la mente divina, in che s'accende
+ l'amor che 'l volge e la virtu` ch'ei piove.
+
+Luce e amor d'un cerchio lui comprende,
+ si` come questo li altri; e quel precinto
+ colui che 'l cinge solamente intende.
+
+Non e` suo moto per altro distinto,
+ ma li altri son mensurati da questo,
+ si` come diece da mezzo e da quinto;
+
+e come il tempo tegna in cotal testo
+ le sue radici e ne li altri le fronde,
+ omai a te puo` esser manifesto.
+
+Oh cupidigia che i mortali affonde
+ si` sotto te, che nessuno ha podere
+ di trarre li occhi fuor de le tue onde!
+
+Ben fiorisce ne li uomini il volere;
+ ma la pioggia continua converte
+ in bozzacchioni le sosine vere.
+
+Fede e innocenza son reperte
+ solo ne' parvoletti; poi ciascuna
+ pria fugge che le guance sian coperte.
+
+Tale, balbuziendo ancor, digiuna,
+ che poi divora, con la lingua sciolta,
+ qualunque cibo per qualunque luna;
+
+e tal, balbuziendo, ama e ascolta
+ la madre sua, che, con loquela intera,
+ disia poi di vederla sepolta.
+
+Cosi` si fa la pelle bianca nera
+ nel primo aspetto de la bella figlia
+ di quel ch'apporta mane e lascia sera.
+
+Tu, perche' non ti facci maraviglia,
+ pensa che 'n terra non e` chi governi;
+ onde si` svia l'umana famiglia.
+
+Ma prima che gennaio tutto si sverni
+ per la centesma ch'e` la` giu` negletta,
+ raggeran si` questi cerchi superni,
+
+che la fortuna che tanto s'aspetta,
+ le poppe volgera` u' son le prore,
+ si` che la classe correra` diretta;
+
+e vero frutto verra` dopo 'l fiore>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXVIII
+
+
+Poscia che 'ncontro a la vita presente
+ d'i miseri mortali aperse 'l vero
+ quella che 'mparadisa la mia mente,
+
+come in lo specchio fiamma di doppiero
+ vede colui che se n'alluma retro,
+ prima che l'abbia in vista o in pensiero,
+
+e se' rivolge per veder se 'l vetro
+ li dice il vero, e vede ch'el s'accorda
+ con esso come nota con suo metro;
+
+cosi` la mia memoria si ricorda
+ ch'io feci riguardando ne' belli occhi
+ onde a pigliarmi fece Amor la corda.
+
+E com'io mi rivolsi e furon tocchi
+ li miei da cio` che pare in quel volume,
+ quandunque nel suo giro ben s'adocchi,
+
+un punto vidi che raggiava lume
+ acuto si`, che 'l viso ch'elli affoca
+ chiuder conviensi per lo forte acume;
+
+e quale stella par quinci piu` poca,
+ parrebbe luna, locata con esso
+ come stella con stella si colloca.
+
+Forse cotanto quanto pare appresso
+ alo cigner la luce che 'l dipigne
+ quando 'l vapor che 'l porta piu` e` spesso,
+
+distante intorno al punto un cerchio d'igne
+ si girava si` ratto, ch'avria vinto
+ quel moto che piu` tosto il mondo cigne;
+
+e questo era d'un altro circumcinto,
+ e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,
+ dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
+
+Sopra seguiva il settimo si` sparto
+ gia` di larghezza, che 'l messo di Iuno
+ intero a contenerlo sarebbe arto.
+
+Cosi` l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno
+ piu` tardo si movea, secondo ch'era
+ in numero distante piu` da l'uno;
+
+e quello avea la fiamma piu` sincera
+ cui men distava la favilla pura,
+ credo, pero` che piu` di lei s'invera.
+
+La donna mia, che mi vedea in cura
+ forte sospeso, disse: <<Da quel punto
+ depende il cielo e tutta la natura.
+
+Mira quel cerchio che piu` li e` congiunto;
+ e sappi che 'l suo muovere e` si` tosto
+ per l'affocato amore ond'elli e` punto>>.
+
+E io a lei: <<Se 'l mondo fosse posto
+ con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,
+ sazio m'avrebbe cio` che m'e` proposto;
+
+ma nel mondo sensibile si puote
+ veder le volte tanto piu` divine,
+ quant'elle son dal centro piu` remote.
+
+Onde, se 'l mio disir dee aver fine
+ in questo miro e angelico templo
+ che solo amore e luce ha per confine,
+
+udir convienmi ancor come l'essemplo
+ e l'essemplare non vanno d'un modo,
+ che' io per me indarno a cio` contemplo>>.
+
+<<Se li tuoi diti non sono a tal nodo
+ sufficienti, non e` maraviglia:
+ tanto, per non tentare, e` fatto sodo!>>.
+
+Cosi` la donna mia; poi disse: <<Piglia
+ quel ch'io ti dicero`, se vuo' saziarti;
+ e intorno da esso t'assottiglia.
+
+Li cerchi corporai sono ampi e arti
+ secondo il piu` e 'l men de la virtute
+ che si distende per tutte lor parti.
+
+Maggior bonta` vuol far maggior salute;
+ maggior salute maggior corpo cape,
+ s'elli ha le parti igualmente compiute.
+
+Dunque costui che tutto quanto rape
+ l'altro universo seco, corrisponde
+ al cerchio che piu` ama e che piu` sape:
+
+per che, se tu a la virtu` circonde
+ la tua misura, non a la parvenza
+ de le sustanze che t'appaion tonde,
+
+tu vederai mirabil consequenza
+ di maggio a piu` e di minore a meno,
+ in ciascun cielo, a sua intelligenza>>.
+
+Come rimane splendido e sereno
+ l'emisperio de l'aere, quando soffia
+ Borea da quella guancia ond'e` piu` leno,
+
+per che si purga e risolve la roffia
+ che pria turbava, si` che 'l ciel ne ride
+ con le bellezze d'ogne sua paroffia;
+
+cosi` fec'io, poi che mi provide
+ la donna mia del suo risponder chiaro,
+ e come stella in cielo il ver si vide.
+
+E poi che le parole sue restaro,
+ non altrimenti ferro disfavilla
+ che bolle, come i cerchi sfavillaro.
+
+L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
+ ed eran tante, che 'l numero loro
+ piu` che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
+
+Io sentiva osannar di coro in coro
+ al punto fisso che li tiene a li ubi,
+ e terra` sempre, ne' quai sempre fuoro.
+
+E quella che vedea i pensier dubi
+ ne la mia mente, disse: <<I cerchi primi
+ t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.
+
+Cosi` veloci seguono i suoi vimi,
+ per somigliarsi al punto quanto ponno;
+ e posson quanto a veder son soblimi.
+
+Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,
+ si chiaman Troni del divino aspetto,
+ per che 'l primo ternaro terminonno;
+
+e dei saper che tutti hanno diletto
+ quanto la sua veduta si profonda
+ nel vero in che si queta ogne intelletto.
+
+Quinci si puo` veder come si fonda
+ l'essere beato ne l'atto che vede,
+ non in quel ch'ama, che poscia seconda;
+
+e del vedere e` misura mercede,
+ che grazia partorisce e buona voglia:
+ cosi` di grado in grado si procede.
+
+L'altro ternaro, che cosi` germoglia
+ in questa primavera sempiterna
+ che notturno Ariete non dispoglia,
+
+perpetualemente 'Osanna' sberna
+ con tre melode, che suonano in tree
+ ordini di letizia onde s'interna.
+
+In essa gerarcia son l'altre dee:
+ prima Dominazioni, e poi Virtudi;
+ l'ordine terzo di Podestadi ee.
+
+Poscia ne' due penultimi tripudi
+ Principati e Arcangeli si girano;
+ l'ultimo e` tutto d'Angelici ludi.
+
+Questi ordini di su` tutti s'ammirano,
+ e di giu` vincon si`, che verso Dio
+ tutti tirati sono e tutti tirano.
+
+E Dionisio con tanto disio
+ a contemplar questi ordini si mise,
+ che li nomo` e distinse com'io.
+
+Ma Gregorio da lui poi si divise;
+ onde, si` tosto come li occhi aperse
+ in questo ciel, di se' medesmo rise.
+
+E se tanto secreto ver proferse
+ mortale in terra, non voglio ch'ammiri;
+ che' chi 'l vide qua su` gliel discoperse
+
+con altro assai del ver di questi giri>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXIX
+
+
+Quando ambedue li figli di Latona,
+ coperti del Montone e de la Libra,
+ fanno de l'orizzonte insieme zona,
+
+quant'e` dal punto che 'l cenit inlibra
+ infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
+ cambiando l'emisperio, si dilibra,
+
+tanto, col volto di riso dipinto,
+ si tacque Beatrice, riguardando
+ fiso nel punto che m'avea vinto.
+
+Poi comincio`: <<Io dico, e non dimando,
+ quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto
+ la` 've s'appunta ogne ubi e ogne quando.
+
+Non per aver a se' di bene acquisto,
+ ch'esser non puo`, ma perche' suo splendore
+ potesse, risplendendo, dir "Subsisto",
+
+in sua etternita` di tempo fore,
+ fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,
+ s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.
+
+Ne' prima quasi torpente si giacque;
+ che' ne' prima ne' poscia procedette
+ lo discorrer di Dio sovra quest'acque.
+
+Forma e materia, congiunte e purette,
+ usciro ad esser che non avia fallo,
+ come d'arco tricordo tre saette.
+
+E come in vetro, in ambra o in cristallo
+ raggio resplende si`, che dal venire
+ a l'esser tutto non e` intervallo,
+
+cosi` 'l triforme effetto del suo sire
+ ne l'esser suo raggio` insieme tutto
+ sanza distinzione in essordire.
+
+Concreato fu ordine e costrutto
+ a le sustanze; e quelle furon cima
+ nel mondo in che puro atto fu produtto;
+
+pura potenza tenne la parte ima;
+ nel mezzo strinse potenza con atto
+ tal vime, che gia` mai non si divima.
+
+Ieronimo vi scrisse lungo tratto
+ di secoli de li angeli creati
+ anzi che l'altro mondo fosse fatto;
+
+ma questo vero e` scritto in molti lati
+ da li scrittor de lo Spirito Santo,
+ e tu te n'avvedrai se bene agguati;
+
+e anche la ragione il vede alquanto,
+ che non concederebbe che ' motori
+ sanza sua perfezion fosser cotanto.
+
+Or sai tu dove e quando questi amori
+ furon creati e come: si` che spenti
+ nel tuo disio gia` son tre ardori.
+
+Ne' giugneriesi, numerando, al venti
+ si` tosto, come de li angeli parte
+ turbo` il suggetto d'i vostri alementi.
+
+L'altra rimase, e comincio` quest'arte
+ che tu discerni, con tanto diletto,
+ che mai da circuir non si diparte.
+
+Principio del cader fu il maladetto
+ superbir di colui che tu vedesti
+ da tutti i pesi del mondo costretto.
+
+Quelli che vedi qui furon modesti
+ a riconoscer se' da la bontate
+ che li avea fatti a tanto intender presti:
+
+per che le viste lor furo essaltate
+ con grazia illuminante e con lor merto,
+ si c'hanno ferma e piena volontate;
+
+e non voglio che dubbi, ma sia certo,
+ che ricever la grazia e` meritorio
+ secondo che l'affetto l'e` aperto.
+
+Omai dintorno a questo consistorio
+ puoi contemplare assai, se le parole
+ mie son ricolte, sanz'altro aiutorio.
+
+Ma perche' 'n terra per le vostre scole
+ si legge che l'angelica natura
+ e` tal, che 'ntende e si ricorda e vole,
+
+ancor diro`, perche' tu veggi pura
+ la verita` che la` giu` si confonde,
+ equivocando in si` fatta lettura.
+
+Queste sustanze, poi che fur gioconde
+ de la faccia di Dio, non volser viso
+ da essa, da cui nulla si nasconde:
+
+pero` non hanno vedere interciso
+ da novo obietto, e pero` non bisogna
+ rememorar per concetto diviso;
+
+si` che la` giu`, non dormendo, si sogna,
+ credendo e non credendo dicer vero;
+ ma ne l'uno e` piu` colpa e piu` vergogna.
+
+Voi non andate giu` per un sentiero
+ filosofando: tanto vi trasporta
+ l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!
+
+E ancor questo qua su` si comporta
+ con men disdegno che quando e` posposta
+ la divina Scrittura o quando e` torta.
+
+Non vi si pensa quanto sangue costa
+ seminarla nel mondo e quanto piace
+ chi umilmente con essa s'accosta.
+
+Per apparer ciascun s'ingegna e face
+ sue invenzioni; e quelle son trascorse
+ da' predicanti e 'l Vangelio si tace.
+
+Un dice che la luna si ritorse
+ ne la passion di Cristo e s'interpuose,
+ per che 'l lume del sol giu` non si porse;
+
+e mente, che' la luce si nascose
+ da se': pero` a li Spani e a l'Indi
+ come a' Giudei tale eclissi rispuose.
+
+Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
+ quante si` fatte favole per anno
+ in pergamo si gridan quinci e quindi;
+
+si` che le pecorelle, che non sanno,
+ tornan del pasco pasciute di vento,
+ e non le scusa non veder lo danno.
+
+Non disse Cristo al suo primo convento:
+ 'Andate, e predicate al mondo ciance';
+ ma diede lor verace fondamento;
+
+e quel tanto sono` ne le sue guance,
+ si` ch'a pugnar per accender la fede
+ de l'Evangelio fero scudo e lance.
+
+Ora si va con motti e con iscede
+ a predicare, e pur che ben si rida,
+ gonfia il cappuccio e piu` non si richiede.
+
+Ma tale uccel nel becchetto s'annida,
+ che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe
+ la perdonanza di ch'el si confida;
+
+per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
+ che, sanza prova d'alcun testimonio,
+ ad ogne promession si correrebbe.
+
+Di questo ingrassa il porco sant'Antonio,
+ e altri assai che sono ancor piu` porci,
+ pagando di moneta sanza conio.
+
+Ma perche' siam digressi assai, ritorci
+ li occhi oramai verso la dritta strada,
+ si` che la via col tempo si raccorci.
+
+Questa natura si` oltre s'ingrada
+ in numero, che mai non fu loquela
+ ne' concetto mortal che tanto vada;
+
+e se tu guardi quel che si revela
+ per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia
+ determinato numero si cela.
+
+La prima luce, che tutta la raia,
+ per tanti modi in essa si recepe,
+ quanti son li splendori a chi s'appaia.
+
+Onde, pero` che a l'atto che concepe
+ segue l'affetto, d'amar la dolcezza
+ diversamente in essa ferve e tepe.
+
+Vedi l'eccelso omai e la larghezza
+ de l'etterno valor, poscia che tanti
+ speculi fatti s'ha in che si spezza,
+
+uno manendo in se' come davanti>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXX
+
+
+Forse semilia miglia di lontano
+ ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
+ china gia` l'ombra quasi al letto piano,
+
+quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,
+ comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
+ perde il parere infino a questo fondo;
+
+e come vien la chiarissima ancella
+ del sol piu` oltre, cosi` 'l ciel si chiude
+ di vista in vista infino a la piu` bella.
+
+Non altrimenti il triunfo che lude
+ sempre dintorno al punto che mi vinse,
+ parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,
+
+a poco a poco al mio veder si stinse:
+ per che tornar con li occhi a Beatrice
+ nulla vedere e amor mi costrinse.
+
+Se quanto infino a qui di lei si dice
+ fosse conchiuso tutto in una loda,
+ poca sarebbe a fornir questa vice.
+
+La bellezza ch'io vidi si trasmoda
+ non pur di la` da noi, ma certo io credo
+ che solo il suo fattor tutta la goda.
+
+Da questo passo vinto mi concedo
+ piu` che gia` mai da punto di suo tema
+ soprato fosse comico o tragedo:
+
+che', come sole in viso che piu` trema,
+ cosi` lo rimembrar del dolce riso
+ la mente mia da me medesmo scema.
+
+Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso
+ in questa vita, infino a questa vista,
+ non m'e` il seguire al mio cantar preciso;
+
+ma or convien che mio seguir desista
+ piu` dietro a sua bellezza, poetando,
+ come a l'ultimo suo ciascuno artista.
+
+Cotal qual io lascio a maggior bando
+ che quel de la mia tuba, che deduce
+ l'ardua sua matera terminando,
+
+con atto e voce di spedito duce
+ ricomincio`: <<Noi siamo usciti fore
+ del maggior corpo al ciel ch'e` pura luce:
+
+luce intellettual, piena d'amore;
+ amor di vero ben, pien di letizia;
+ letizia che trascende ogne dolzore.
+
+Qui vederai l'una e l'altra milizia
+ di paradiso, e l'una in quelli aspetti
+ che tu vedrai a l'ultima giustizia>>.
+
+Come subito lampo che discetti
+ li spiriti visivi, si` che priva
+ da l'atto l'occhio di piu` forti obietti,
+
+cosi` mi circunfulse luce viva,
+ e lasciommi fasciato di tal velo
+ del suo fulgor, che nulla m'appariva.
+
+<<Sempre l'amor che queta questo cielo
+ accoglie in se' con si` fatta salute,
+ per far disposto a sua fiamma il candelo>>.
+
+Non fur piu` tosto dentro a me venute
+ queste parole brievi, ch'io compresi
+ me sormontar di sopr'a mia virtute;
+
+e di novella vista mi raccesi
+ tale, che nulla luce e` tanto mera,
+ che li occhi miei non si fosser difesi;
+
+e vidi lume in forma di rivera
+ fulvido di fulgore, intra due rive
+ dipinte di mirabil primavera.
+
+Di tal fiumana uscian faville vive,
+ e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
+ quasi rubin che oro circunscrive;
+
+poi, come inebriate da li odori,
+ riprofondavan se' nel miro gurge;
+ e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.
+
+<<L'alto disio che mo t'infiamma e urge,
+ d'aver notizia di cio` che tu vei,
+ tanto mi piace piu` quanto piu` turge;
+
+ma di quest'acqua convien che tu bei
+ prima che tanta sete in te si sazi>>:
+ cosi` mi disse il sol de li occhi miei.
+
+Anche soggiunse: <<Il fiume e li topazi
+ ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
+ son di lor vero umbriferi prefazi.
+
+Non che da se' sian queste cose acerbe;
+ ma e` difetto da la parte tua,
+ che non hai viste ancor tanto superbe>>.
+
+Non e` fantin che si` subito rua
+ col volto verso il latte, se si svegli
+ molto tardato da l'usanza sua,
+
+come fec'io, per far migliori spegli
+ ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
+ che si deriva perche' vi s'immegli;
+
+e si` come di lei bevve la gronda
+ de le palpebre mie, cosi` mi parve
+ di sua lunghezza divenuta tonda.
+
+Poi, come gente stata sotto larve,
+ che pare altro che prima, se si sveste
+ la sembianza non sua in che disparve,
+
+cosi` mi si cambiaro in maggior feste
+ li fiori e le faville, si` ch'io vidi
+ ambo le corti del ciel manifeste.
+
+O isplendor di Dio, per cu' io vidi
+ l'alto triunfo del regno verace,
+ dammi virtu` a dir com'io il vidi!
+
+Lume e` la` su` che visibile face
+ lo creatore a quella creatura
+ che solo in lui vedere ha la sua pace.
+
+E' si distende in circular figura,
+ in tanto che la sua circunferenza
+ sarebbe al sol troppo larga cintura.
+
+Fassi di raggio tutta sua parvenza
+ reflesso al sommo del mobile primo,
+ che prende quindi vivere e potenza.
+
+E come clivo in acqua di suo imo
+ si specchia, quasi per vedersi addorno,
+ quando e` nel verde e ne' fioretti opimo,
+
+si`, soprastando al lume intorno intorno,
+ vidi specchiarsi in piu` di mille soglie
+ quanto di noi la` su` fatto ha ritorno.
+
+E se l'infimo grado in se' raccoglie
+ si` grande lume, quanta e` la larghezza
+ di questa rosa ne l'estreme foglie!
+
+La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza
+ non si smarriva, ma tutto prendeva
+ il quanto e 'l quale di quella allegrezza.
+
+Presso e lontano, li`, ne' pon ne' leva:
+ che' dove Dio sanza mezzo governa,
+ la legge natural nulla rileva.
+
+Nel giallo de la rosa sempiterna,
+ che si digrada e dilata e redole
+ odor di lode al sol che sempre verna,
+
+qual e` colui che tace e dicer vole,
+ mi trasse Beatrice, e disse: <<Mira
+ quanto e` 'l convento de le bianche stole!
+
+Vedi nostra citta` quant'ella gira;
+ vedi li nostri scanni si` ripieni,
+ che poca gente piu` ci si disira.
+
+E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
+ per la corona che gia` v'e` su` posta,
+ prima che tu a queste nozze ceni,
+
+sedera` l'alma, che fia giu` agosta,
+ de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
+ verra` in prima ch'ella sia disposta.
+
+La cieca cupidigia che v'ammalia
+ simili fatti v'ha al fantolino
+ che muor per fame e caccia via la balia.
+
+E fia prefetto nel foro divino
+ allora tal, che palese e coverto
+ non andera` con lui per un cammino.
+
+Ma poco poi sara` da Dio sofferto
+ nel santo officio; ch'el sara` detruso
+ la` dove Simon mago e` per suo merto,
+
+e fara` quel d'Alagna intrar piu` giuso>>.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXXI
+
+
+In forma dunque di candida rosa
+ mi si mostrava la milizia santa
+ che nel suo sangue Cristo fece sposa;
+
+ma l'altra, che volando vede e canta
+ la gloria di colui che la 'nnamora
+ e la bonta` che la fece cotanta,
+
+si` come schiera d'ape, che s'infiora
+ una fiata e una si ritorna
+ la` dove suo laboro s'insapora,
+
+nel gran fior discendeva che s'addorna
+ di tante foglie, e quindi risaliva
+ la` dove 'l suo amor sempre soggiorna.
+
+Le facce tutte avean di fiamma viva,
+ e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
+ che nulla neve a quel termine arriva.
+
+Quando scendean nel fior, di banco in banco
+ porgevan de la pace e de l'ardore
+ ch'elli acquistavan ventilando il fianco.
+
+Ne' l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore
+ di tanta moltitudine volante
+ impediva la vista e lo splendore:
+
+che' la luce divina e` penetrante
+ per l'universo secondo ch'e` degno,
+ si` che nulla le puote essere ostante.
+
+Questo sicuro e gaudioso regno,
+ frequente in gente antica e in novella,
+ viso e amore avea tutto ad un segno.
+
+O trina luce, che 'n unica stella
+ scintillando a lor vista, si` li appaga!
+ guarda qua giuso a la nostra procella!
+
+Se i barbari, venendo da tal plaga
+ che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
+ rotante col suo figlio ond'ella e` vaga,
+
+veggendo Roma e l'ardua sua opra,
+ stupefaciensi, quando Laterano
+ a le cose mortali ando` di sopra;
+
+io, che al divino da l'umano,
+ a l'etterno dal tempo era venuto,
+ e di Fiorenza in popol giusto e sano
+
+di che stupor dovea esser compiuto!
+ Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
+ libito non udire e starmi muto.
+
+E quasi peregrin che si ricrea
+ nel tempio del suo voto riguardando,
+ e spera gia` ridir com'ello stea,
+
+su per la viva luce passeggiando,
+ menava io li occhi per li gradi,
+ mo su`, mo giu` e mo recirculando.
+
+Vedea visi a carita` suadi,
+ d'altrui lume fregiati e di suo riso,
+ e atti ornati di tutte onestadi.
+
+La forma general di paradiso
+ gia` tutta mio sguardo avea compresa,
+ in nulla parte ancor fermato fiso;
+
+e volgeami con voglia riaccesa
+ per domandar la mia donna di cose
+ di che la mente mia era sospesa.
+
+Uno intendea, e altro mi rispuose:
+ credea veder Beatrice e vidi un sene
+ vestito con le genti gloriose.
+
+Diffuso era per li occhi e per le gene
+ di benigna letizia, in atto pio
+ quale a tenero padre si convene.
+
+E <<Ov'e` ella?>>, subito diss'io.
+ Ond'elli: <<A terminar lo tuo disiro
+ mosse Beatrice me del loco mio;
+
+e se riguardi su` nel terzo giro
+ dal sommo grado, tu la rivedrai
+ nel trono che suoi merti le sortiro>>.
+
+Sanza risponder, li occhi su` levai,
+ e vidi lei che si facea corona
+ reflettendo da se' li etterni rai.
+
+Da quella region che piu` su` tona
+ occhio mortale alcun tanto non dista,
+ qualunque in mare piu` giu` s'abbandona,
+
+quanto li` da Beatrice la mia vista;
+ ma nulla mi facea, che' sua effige
+ non discendea a me per mezzo mista.
+
+<<O donna in cui la mia speranza vige,
+ e che soffristi per la mia salute
+ in inferno lasciar le tue vestige,
+
+di tante cose quant'i' ho vedute,
+ dal tuo podere e da la tua bontate
+ riconosco la grazia e la virtute.
+
+Tu m'hai di servo tratto a libertate
+ per tutte quelle vie, per tutt'i modi
+ che di cio` fare avei la potestate.
+
+La tua magnificenza in me custodi,
+ si` che l'anima mia, che fatt'hai sana,
+ piacente a te dal corpo si disnodi>>.
+
+Cosi` orai; e quella, si` lontana
+ come parea, sorrise e riguardommi;
+ poi si torno` a l'etterna fontana.
+
+E 'l santo sene: <<Accio` che tu assommi
+ perfettamente>>, disse, <<il tuo cammino,
+ a che priego e amor santo mandommi,
+
+vola con li occhi per questo giardino;
+ che' veder lui t'acconcera` lo sguardo
+ piu` al montar per lo raggio divino.
+
+E la regina del cielo, ond'io ardo
+ tutto d'amor, ne fara` ogne grazia,
+ pero` ch'i' sono il suo fedel Bernardo>>.
+
+Qual e` colui che forse di Croazia
+ viene a veder la Veronica nostra,
+ che per l'antica fame non sen sazia,
+
+ma dice nel pensier, fin che si mostra:
+ 'Segnor mio Iesu` Cristo, Dio verace,
+ or fu si` fatta la sembianza vostra?';
+
+tal era io mirando la vivace
+ carita` di colui che 'n questo mondo,
+ contemplando, gusto` di quella pace.
+
+<<Figliuol di grazia, quest'esser giocondo>>,
+ comincio` elli, <<non ti sara` noto,
+ tenendo li occhi pur qua giu` al fondo;
+
+ma guarda i cerchi infino al piu` remoto,
+ tanto che veggi seder la regina
+ cui questo regno e` suddito e devoto>>.
+
+Io levai li occhi; e come da mattina
+ la parte oriental de l'orizzonte
+ soverchia quella dove 'l sol declina,
+
+cosi`, quasi di valle andando a monte
+ con li occhi, vidi parte ne lo stremo
+ vincer di lume tutta l'altra fronte.
+
+E come quivi ove s'aspetta il temo
+ che mal guido` Fetonte, piu` s'infiamma,
+ e quinci e quindi il lume si fa scemo,
+
+cosi` quella pacifica oriafiamma
+ nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
+ per igual modo allentava la fiamma;
+
+e a quel mezzo, con le penne sparte,
+ vid'io piu` di mille angeli festanti,
+ ciascun distinto di fulgore e d'arte.
+
+Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
+ ridere una bellezza, che letizia
+ era ne li occhi a tutti li altri santi;
+
+e s'io avessi in dir tanta divizia
+ quanta ad imaginar, non ardirei
+ lo minimo tentar di sua delizia.
+
+Bernardo, come vide li occhi miei
+ nel caldo suo caler fissi e attenti,
+ li suoi con tanto affetto volse a lei,
+
+che ' miei di rimirar fe' piu` ardenti.
+
+
+
+Paradiso: Canto XXXII
+
+
+Affetto al suo piacer, quel contemplante
+ libero officio di dottore assunse,
+ e comincio` queste parole sante:
+
+<<La piaga che Maria richiuse e unse,
+ quella ch'e` tanto bella da' suoi piedi
+ e` colei che l'aperse e che la punse.
+
+Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,
+ siede Rachel di sotto da costei
+ con Beatrice, si` come tu vedi.
+
+Sarra e Rebecca, Iudit e colei
+ che fu bisava al cantor che per doglia
+ del fallo disse 'Miserere mei',
+
+puoi tu veder cosi` di soglia in soglia
+ giu` digradar, com'io ch'a proprio nome
+ vo per la rosa giu` di foglia in foglia.
+
+E dal settimo grado in giu`, si` come
+ infino ad esso, succedono Ebree,
+ dirimendo del fior tutte le chiome;
+
+perche', secondo lo sguardo che fee
+ la fede in Cristo, queste sono il muro
+ a che si parton le sacre scalee.
+
+Da questa parte onde 'l fiore e` maturo
+ di tutte le sue foglie, sono assisi
+ quei che credettero in Cristo venturo;
+
+da l'altra parte onde sono intercisi
+ di voti i semicirculi, si stanno
+ quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.
+
+E come quinci il glorioso scanno
+ de la donna del cielo e li altri scanni
+ di sotto lui cotanta cerna fanno,
+
+cosi` di contra quel del gran Giovanni,
+ che sempre santo 'l diserto e 'l martiro
+ sofferse, e poi l'inferno da due anni;
+
+e sotto lui cosi` cerner sortiro
+ Francesco, Benedetto e Augustino
+ e altri fin qua giu` di giro in giro.
+
+Or mira l'alto proveder divino:
+ che' l'uno e l'altro aspetto de la fede
+ igualmente empiera` questo giardino.
+
+E sappi che dal grado in giu` che fiede
+ a mezzo il tratto le due discrezioni,
+ per nullo proprio merito si siede,
+
+ma per l'altrui, con certe condizioni:
+ che' tutti questi son spiriti ascolti
+ prima ch'avesser vere elezioni.
+
+Ben te ne puoi accorger per li volti
+ e anche per le voci puerili,
+ se tu li guardi bene e se li ascolti.
+
+Or dubbi tu e dubitando sili;
+ ma io disciogliero` 'l forte legame
+ in che ti stringon li pensier sottili.
+
+Dentro a l'ampiezza di questo reame
+ casual punto non puote aver sito,
+ se non come tristizia o sete o fame:
+
+che' per etterna legge e` stabilito
+ quantunque vedi, si` che giustamente
+ ci si risponde da l'anello al dito;
+
+e pero` questa festinata gente
+ a vera vita non e` sine causa
+ intra se' qui piu` e meno eccellente.
+
+Lo rege per cui questo regno pausa
+ in tanto amore e in tanto diletto,
+ che nulla volonta` e` di piu` ausa,
+
+le menti tutte nel suo lieto aspetto
+ creando, a suo piacer di grazia dota
+ diversamente; e qui basti l'effetto.
+
+E cio` espresso e chiaro vi si nota
+ ne la Scrittura santa in quei gemelli
+ che ne la madre ebber l'ira commota.
+
+Pero`, secondo il color d'i capelli,
+ di cotal grazia l'altissimo lume
+ degnamente convien che s'incappelli.
+
+Dunque, sanza merce' di lor costume,
+ locati son per gradi differenti,
+ sol differendo nel primiero acume.
+
+Bastavasi ne' secoli recenti
+ con l'innocenza, per aver salute,
+ solamente la fede d'i parenti;
+
+poi che le prime etadi fuor compiute,
+ convenne ai maschi a l'innocenti penne
+ per circuncidere acquistar virtute;
+
+ma poi che 'l tempo de la grazia venne,
+ sanza battesmo perfetto di Cristo
+ tale innocenza la` giu` si ritenne.
+
+Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
+ piu` si somiglia, che' la sua chiarezza
+ sola ti puo` disporre a veder Cristo>>.
+
+Io vidi sopra lei tanta allegrezza
+ piover, portata ne le menti sante
+ create a trasvolar per quella altezza,
+
+che quantunque io avea visto davante,
+ di tanta ammirazion non mi sospese,
+ ne' mi mostro` di Dio tanto sembiante;
+
+e quello amor che primo li` discese,
+ cantando 'Ave, Maria, gratia plena',
+ dinanzi a lei le sue ali distese.
+
+Rispuose a la divina cantilena
+ da tutte parti la beata corte,
+ si` ch'ogne vista sen fe' piu` serena.
+
+<<O santo padre, che per me comporte
+ l'esser qua giu`, lasciando il dolce loco
+ nel qual tu siedi per etterna sorte,
+
+qual e` quell'angel che con tanto gioco
+ guarda ne li occhi la nostra regina,
+ innamorato si` che par di foco?>>.
+
+Cosi` ricorsi ancora a la dottrina
+ di colui ch'abbelliva di Maria,
+ come del sole stella mattutina.
+
+Ed elli a me: <<Baldezza e leggiadria
+ quant'esser puote in angelo e in alma,
+ tutta e` in lui; e si` volem che sia,
+
+perch'elli e` quelli che porto` la palma
+ giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio
+ carcar si volse de la nostra salma.
+
+Ma vieni omai con li occhi si` com'io
+ andro` parlando, e nota i gran patrici
+ di questo imperio giustissimo e pio.
+
+Quei due che seggon la` su` piu` felici
+ per esser propinquissimi ad Augusta,
+ son d'esta rosa quasi due radici:
+
+colui che da sinistra le s'aggiusta
+ e` il padre per lo cui ardito gusto
+ l'umana specie tanto amaro gusta;
+
+dal destro vedi quel padre vetusto
+ di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi
+ raccomando` di questo fior venusto.
+
+E quei che vide tutti i tempi gravi,
+ pria che morisse, de la bella sposa
+ che s'acquisto` con la lancia e coi clavi,
+
+siede lungh'esso, e lungo l'altro posa
+ quel duca sotto cui visse di manna
+ la gente ingrata, mobile e retrosa.
+
+Di contr'a Pietro vedi sedere Anna,
+ tanto contenta di mirar sua figlia,
+ che non move occhio per cantare osanna;
+
+e contro al maggior padre di famiglia
+ siede Lucia, che mosse la tua donna,
+ quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
+
+Ma perche' 'l tempo fugge che t'assonna,
+ qui farem punto, come buon sartore
+ che com'elli ha del panno fa la gonna;
+
+e drizzeremo li occhi al primo amore,
+ si` che, guardando verso lui, penetri
+ quant'e` possibil per lo suo fulgore.
+
+Veramente, ne forse tu t'arretri
+ movendo l'ali tue, credendo oltrarti,
+ orando grazia conven che s'impetri
+
+grazia da quella che puote aiutarti;
+ e tu mi seguirai con l'affezione,
+ si` che dal dicer mio lo cor non parti>>.
+
+E comincio` questa santa orazione:
+
+
+
+Paradiso: Canto XXXIII
+
+
+<<Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
+ umile e alta piu` che creatura,
+ termine fisso d'etterno consiglio,
+
+tu se' colei che l'umana natura
+ nobilitasti si`, che 'l suo fattore
+ non disdegno` di farsi sua fattura.
+
+Nel ventre tuo si raccese l'amore,
+ per lo cui caldo ne l'etterna pace
+ cosi` e` germinato questo fiore.
+
+Qui se' a noi meridiana face
+ di caritate, e giuso, intra ' mortali,
+ se' di speranza fontana vivace.
+
+Donna, se' tanto grande e tanto vali,
+ che qual vuol grazia e a te non ricorre
+ sua disianza vuol volar sanz'ali.
+
+La tua benignita` non pur soccorre
+ a chi domanda, ma molte fiate
+ liberamente al dimandar precorre.
+
+In te misericordia, in te pietate,
+ in te magnificenza, in te s'aduna
+ quantunque in creatura e` di bontate.
+
+Or questi, che da l'infima lacuna
+ de l'universo infin qui ha vedute
+ le vite spiritali ad una ad una,
+
+supplica a te, per grazia, di virtute
+ tanto, che possa con li occhi levarsi
+ piu` alto verso l'ultima salute.
+
+E io, che mai per mio veder non arsi
+ piu` ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
+ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
+
+perche' tu ogne nube li disleghi
+ di sua mortalita` co' prieghi tuoi,
+ si` che 'l sommo piacer li si dispieghi.
+
+Ancor ti priego, regina, che puoi
+ cio` che tu vuoli, che conservi sani,
+ dopo tanto veder, li affetti suoi.
+
+Vinca tua guardia i movimenti umani:
+ vedi Beatrice con quanti beati
+ per li miei prieghi ti chiudon le mani!>>.
+
+Li occhi da Dio diletti e venerati,
+ fissi ne l'orator, ne dimostraro
+ quanto i devoti prieghi le son grati;
+
+indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
+ nel qual non si dee creder che s'invii
+ per creatura l'occhio tanto chiaro.
+
+E io ch'al fine di tutt'i disii
+ appropinquava, si` com'io dovea,
+ l'ardor del desiderio in me finii.
+
+Bernardo m'accennava, e sorridea,
+ perch'io guardassi suso; ma io era
+ gia` per me stesso tal qual ei volea:
+
+che' la mia vista, venendo sincera,
+ e piu` e piu` intrava per lo raggio
+ de l'alta luce che da se' e` vera.
+
+Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
+ che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
+ e cede la memoria a tanto oltraggio.
+
+Qual e` colui che sognando vede,
+ che dopo 'l sogno la passione impressa
+ rimane, e l'altro a la mente non riede,
+
+cotal son io, che' quasi tutta cessa
+ mia visione, e ancor mi distilla
+ nel core il dolce che nacque da essa.
+
+Cosi` la neve al sol si disigilla;
+ cosi` al vento ne le foglie levi
+ si perdea la sentenza di Sibilla.
+
+O somma luce che tanto ti levi
+ da' concetti mortali, a la mia mente
+ ripresta un poco di quel che parevi,
+
+e fa la lingua mia tanto possente,
+ ch'una favilla sol de la tua gloria
+ possa lasciare a la futura gente;
+
+che', per tornare alquanto a mia memoria
+ e per sonare un poco in questi versi,
+ piu` si concepera` di tua vittoria.
+
+Io credo, per l'acume ch'io soffersi
+ del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
+ se li occhi miei da lui fossero aversi.
+
+E' mi ricorda ch'io fui piu` ardito
+ per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
+ l'aspetto mio col valore infinito.
+
+Oh abbondante grazia ond'io presunsi
+ ficcar lo viso per la luce etterna,
+ tanto che la veduta vi consunsi!
+
+Nel suo profondo vidi che s'interna
+ legato con amore in un volume,
+ cio` che per l'universo si squaderna:
+
+sustanze e accidenti e lor costume,
+ quasi conflati insieme, per tal modo
+ che cio` ch'i' dico e` un semplice lume.
+
+La forma universal di questo nodo
+ credo ch'i' vidi, perche' piu` di largo,
+ dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
+
+Un punto solo m'e` maggior letargo
+ che venticinque secoli a la 'mpresa,
+ che fe' Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
+
+Cosi` la mente mia, tutta sospesa,
+ mirava fissa, immobile e attenta,
+ e sempre di mirar faceasi accesa.
+
+A quella luce cotal si diventa,
+ che volgersi da lei per altro aspetto
+ e` impossibil che mai si consenta;
+
+pero` che 'l ben, ch'e` del volere obietto,
+ tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
+ e` defettivo cio` ch'e` li` perfetto.
+
+Omai sara` piu` corta mia favella,
+ pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
+ che bagni ancor la lingua a la mammella.
+
+Non perche' piu` ch'un semplice sembiante
+ fosse nel vivo lume ch'io mirava,
+ che tal e` sempre qual s'era davante;
+
+ma per la vista che s'avvalorava
+ in me guardando, una sola parvenza,
+ mutandom'io, a me si travagliava.
+
+Ne la profonda e chiara sussistenza
+ de l'alto lume parvermi tre giri
+ di tre colori e d'una contenenza;
+
+e l'un da l'altro come iri da iri
+ parea reflesso, e 'l terzo parea foco
+ che quinci e quindi igualmente si spiri.
+
+Oh quanto e` corto il dire e come fioco
+ al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
+ e` tanto, che non basta a dicer 'poco'.
+
+O luce etterna che sola in te sidi,
+ sola t'intendi, e da te intelletta
+ e intendente te ami e arridi!
+
+Quella circulazion che si` concetta
+ pareva in te come lume reflesso,
+ da li occhi miei alquanto circunspetta,
+
+dentro da se', del suo colore stesso,
+ mi parve pinta de la nostra effige:
+ per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
+
+Qual e` 'l geometra che tutto s'affige
+ per misurar lo cerchio, e non ritrova,
+ pensando, quel principio ond'elli indige,
+
+tal era io a quella vista nova:
+ veder voleva come si convenne
+ l'imago al cerchio e come vi s'indova;
+
+ma non eran da cio` le proprie penne:
+ se non che la mia mente fu percossa
+ da un fulgore in che sua voglia venne.
+
+A l'alta fantasia qui manco` possa;
+ ma gia` volgeva il mio disio e 'l velle,
+ si` come rota ch'igualmente e` mossa,
+
+l'amor che move il sole e l'altre stelle.
+
+
+
+
+POSTSCRIPT
+
+
+ 'Ich habe unter meinen Papieren ein Blatt gefunden,
+ wo ich die Baukunst eine erstarrte Musik nenne.'
+ (Johann Wolfgang Goethe, 1829 March 23)
+
+I found Dante in a bar. The Poet had indeed lost the True Way to be found
+reduced to party chatter in a Capitol Hill basement, but I had found him at
+last. I must have been drinking in the Dark Tavern of Error, for I did not
+even realize I had begun the dolorous path followed by many since the
+Poet's journey of A.D. 1300. Actually no one spoke a word about Dante or
+his Divine Comedy, rather I heard a second-hand Goethe call architecture
+"frozen music." Soon I took my second step through the gate to a people
+lost; this time on a more respectable occasion--a lecture at the Catholic
+University of America. Clio, the muse of history, must have been aiding
+Prof. Schumacher that evening, because it sustained my full three-hour
+attention, even after I had just presented an all-night project. There I
+heard of a most astonishing Italian translation of 'la Divina Commedia' di
+Dante Alighieri. An Italian architect, Giuseppi Terragni, had translated
+the Comedy into the 'Danteum,' a projected stone and glass monument to Poet
+and Poem near the Basilica of Maxentius in Rome.
+
+Do not look for the Danteum in the Eternal City. In true Dantean form,
+politics stood in the way of its construction in 1938. Ironically this
+literature-inspired building can itself most easily be found in book form.
+Reading this book I remembered Goethe's quote about frozen music. Did
+Terragni try to freeze Dante's medieval miracle of song? Certainly a
+cold-poem seems artistically repulsive. Unflattering comparisons to the
+lake of Cocytus spring to mind too. While I cannot read Italian, I can read
+some German. After locating the original quotation I discovered that
+'frozen' is a problematic (though common) translation of Goethe's original
+'erstarrte.' The verb 'erstarren' more properly means 'to solidify' or 'to
+stiffen.' This suggests a chemical reaction in which the art does not
+necessarily chill in the transformation. Nor can simple thawing yield the
+original work. Like a chemical reaction it requires an artistic catalyst, a
+muse. Indeed the Danteum is not a physical translation of the Poem.
+Terragni thought it inappropriate to translate the Comedy literally into a
+non-literary work. The Danteum would not be a stage set, rather Terragni
+generated his design from the Comedy's structure, not its finishes.
+
+ The poem is divided into three canticles of thirty-three cantos
+ each, plus one extra in the first, the Inferno, making a total of
+ one hundred cantos. Each canto is composed of three-line tercets,
+ the first and third lines rhyme, the second line rhymes with the
+ beginning of the next tercet, establishing a kind of overlap,
+ reflected in the overlapping motif of the Danteum design. Dante's
+ realms are further subdivided: the Inferno is composed of nine
+ levels, the vestibule makes a tenth. Purgatory has seven
+ terraces, plus two ledges in an ante-purgatory; adding these to
+ the Earthly Paradise yields ten zones. Paradise is composed of
+ nine heavens; Empyrean makes the tenth. In the Inferno, sinners
+ are organized by three vices--Incontinence, Violence, and
+ Fraud--and further subdivided by the seven deadly sins. In
+ Purgatory, penance is ordered on the basis of three types of
+ natural love. Paradise is organized on the basis of three types
+ of Divine Love, and further subdivided according to the three
+ theological and four cardinal virtues.
+ (Thomas Schumacher, "The Danteum,"
+ Princeton Architectural Press, 1993)
+
+By translating the structure, Terragni could then layer the literal and the
+spiritual meanings of the Poem without allowing either to dominate. These
+layers of meaning are native to the Divine Comedy as they are native to
+much medieval literature, although modern readers and tourists may not be
+so familiar with them. They are literal, allegorical, moral, and
+anagogical. I offer you St. Thomas of Aquinas' definition of these last
+three as they relate to Sacred Scripture:
+
+ . . .this spiritual sense has a threefold division. . .so far as
+ the things of the Old Law signify the things of the New Law,
+ there is the allegorical sense; so far as the things done in
+ Christ, or so far as the things which signify Christ, are types
+ of what we ought to do, there is the moral sense. But so far as
+ they signify what relates to eternal glory, there is the
+ anagogical sense. (Summa Theologica I, 1, 10)
+
+Within the Danteum the Poet's meanings lurk in solid form. An example: the
+Danteum design does have spaces literally associated with the Comedy--the
+Dark Wood of Error, Inferno, Purgatorio, and the Paradiso--but these spaces
+also relate among themselves spiritually. Dante often highlights a virtue
+by first condemning its corruption. Within Dante's system Justice is the
+greatest of the cardinal virtues; its corruption, Fraud, is the most
+contemptible of vices. Because Dante saw the papacy as the most precious of
+sacred institutions, corrupt popes figure prominently among the damned in
+the Poet's Inferno. In the Danteum the materiality of the worldly Dark Wood
+directly opposes the transcendence of the Paradiso. In the realm of error
+every thought is lost and secular, while in heaven every soul's intent is
+directed toward God. The shadowy Inferno of the Danteum mirrors the
+Purgatorio's illuminated ascent to heaven. Purgatory embodies hope and
+growth where hell chases its own dark inertia. Such is the cosmography
+shared by Terragni and Dante.
+
+In this postscript I intend neither to fully examine the meaning nor the
+plan of the Danteum, but rather to evince the power that art has acted as a
+catalyst to other artists. The Danteum, a modern design inspired by a
+medieval poem, is but one example. Dante's poem is filled with characters
+epitomizing the full range of vices and virtues of human personalities.
+Dante's characters come from his present and literature's past; they are
+mythological, biblical, classical, ancient, and medieval. They, rather than
+Calliope and her sisters, were Dante's muses.
+
+'La Divina Commedia' seems a natural candidate to complete Project
+Gutenberg's first milleditio and to begin its second thousand e-texts.
+Although distinctly medieval, its continuum of influence spans the
+Renaissance and modernity. Terragni saw his place within the Comedy as
+surely as Dante saw his own. We too fit within Dante's understanding of the
+human condition; we differ less from our past than we might like to
+believe. T. S. Eliot understood this when he wrote "Dante and Shakespeare
+divide the modern world between them, there is no third." So now Dante
+joins Shakespeare (e-text #100) in the Project Gutenberg collection. Two
+works that influenced Dante are also part of the collection: The Bible
+(#10) and Virgil's Aeneid (#227). Other major influences--St. Thomas of
+Aquinas' Summa Theologica, The Metamorphoses of Ovid, and Aristotle's
+Nicomachean Ethics--are available in electronic form at other Internet
+sites. If one searches enough he may even find a computer rendering of the
+Danteum on the Internet. By presenting this electronic text to Project
+Gutenberg it is my hope that in will not rest in a computer unknown and
+unread; it is my hope that artists will see themselves in the Divine Comedy
+and be inspired, just as Dante ran the paths left by Virgil and St. Thomas
+that lead him to the stars.
+
+Dennis McCarthy, July 1997
+Atlanta, Georgia USA
+imprimatur@juno.com
+
+
+
+
+TECHNICAL NOTES
+
+
+This edition has been rendered in 7-bit ASCII. Special Italian characters
+that require an 8-bit format have been transcribed into multiple characters.
+Below is a chart with the 8-bit character (which may not display properly),
+its written description, and how it has been rendered in this 7-bit version.
+
+ guillemot left <<
+ guillemot right >>
+ a grave accent a` (at the end of a word, otherwise: a)
+ e grave accent e` (at the end of a word, otherwise: e)
+ e acute accent e' (at the end of a word, otherwise: e)
+ i grave accent i` (at the end of a word, otherwise: i)
+ i diaresis/umlaut ii
+ o grave accent o` (at the end of a word, otherwise: o)
+ o acute accent o' (at the end of a word, otherwise: o)
+ u grave accent u` (at the end of a word, otherwise: u)
+
+Italic text, displayed with mark-up tags (<I>italic</I>) in the 8-bit
+version, has has not been rendered here. To view the italics and
+special characters please refer to the 8-bit or HTML version of this
+e-text.
+
+
+
+
+
+End of this Project Gutenberg E-text of
+La Divina Commedia di Dante Alighieri [7-bit text]
+
diff --git a/old/old/0ddcd09.zip b/old/old/0ddcd09.zip
new file mode 100644
index 0000000..c994c42
--- /dev/null
+++ b/old/old/0ddcd09.zip
Binary files differ