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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1011 ***
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ PARADISO
+
+
+
+
+ Paradiso • Canto I
+
+
+ La gloria di colui che tutto move
+ per l’universo penetra, e risplende
+ in una parte più e meno altrove.
+
+ Nel ciel che più de la sua luce prende
+ fu’ io, e vidi cose che ridire
+ né sa né può chi di là sù discende;
+
+ perché appressando sé al suo disire,
+ nostro intelletto si profonda tanto,
+ che dietro la memoria non può ire.
+
+ Veramente quant’ io del regno santo
+ ne la mia mente potei far tesoro,
+ sarà ora materia del mio canto.
+
+ O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
+ fammi del tuo valor sì fatto vaso,
+ come dimandi a dar l’amato alloro.
+
+ Infino a qui l’un giogo di Parnaso
+ assai mi fu; ma or con amendue
+ m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
+
+ Entra nel petto mio, e spira tue
+ sì come quando Marsïa traesti
+ de la vagina de le membra sue.
+
+ O divina virtù, se mi ti presti
+ tanto che l’ombra del beato regno
+ segnata nel mio capo io manifesti,
+
+ vedra’mi al piè del tuo diletto legno
+ venire, e coronarmi de le foglie
+ che la materia e tu mi farai degno.
+
+ Sì rade volte, padre, se ne coglie
+ per trïunfare o cesare o poeta,
+ colpa e vergogna de l’umane voglie,
+
+ che parturir letizia in su la lieta
+ delfica deïtà dovria la fronda
+ peneia, quando alcun di sé asseta.
+
+ Poca favilla gran fiamma seconda:
+ forse di retro a me con miglior voci
+ si pregherà perché Cirra risponda.
+
+ Surge ai mortali per diverse foci
+ la lucerna del mondo; ma da quella
+ che quattro cerchi giugne con tre croci,
+
+ con miglior corso e con migliore stella
+ esce congiunta, e la mondana cera
+ più a suo modo tempera e suggella.
+
+ Fatto avea di là mane e di qua sera
+ tal foce, e quasi tutto era là bianco
+ quello emisperio, e l’altra parte nera,
+
+ quando Beatrice in sul sinistro fianco
+ vidi rivolta e riguardar nel sole:
+ aguglia sì non li s’affisse unquanco.
+
+ E sì come secondo raggio suole
+ uscir del primo e risalire in suso,
+ pur come pelegrin che tornar vuole,
+
+ così de l’atto suo, per li occhi infuso
+ ne l’imagine mia, il mio si fece,
+ e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
+
+ Molto è licito là, che qui non lece
+ a le nostre virtù, mercé del loco
+ fatto per proprio de l’umana spece.
+
+ Io nol soffersi molto, né sì poco,
+ ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
+ com’ ferro che bogliente esce del foco;
+
+ e di sùbito parve giorno a giorno
+ essere aggiunto, come quei che puote
+ avesse il ciel d’un altro sole addorno.
+
+ Beatrice tutta ne l’etterne rote
+ fissa con li occhi stava; e io in lei
+ le luci fissi, di là sù rimote.
+
+ Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
+ qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
+ che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
+
+ Trasumanar significar per verba
+ non si poria; però l’essemplo basti
+ a cui esperïenza grazia serba.
+
+ S’i’ era sol di me quel che creasti
+ novellamente, amor che ’l ciel governi,
+ tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
+
+ Quando la rota che tu sempiterni
+ desiderato, a sé mi fece atteso
+ con l’armonia che temperi e discerni,
+
+ parvemi tanto allor del cielo acceso
+ de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
+ lago non fece alcun tanto disteso.
+
+ La novità del suono e ’l grande lume
+ di lor cagion m’accesero un disio
+ mai non sentito di cotanto acume.
+
+ Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
+ a quïetarmi l’animo commosso,
+ pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
+
+ e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
+ col falso imaginar, sì che non vedi
+ ciò che vedresti se l’avessi scosso.
+
+ Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
+ ma folgore, fuggendo il proprio sito,
+ non corse come tu ch’ad esso riedi».
+
+ S’io fui del primo dubbio disvestito
+ per le sorrise parolette brevi,
+ dentro ad un nuovo più fu’ inretito
+
+ e dissi: «Già contento requïevi
+ di grande ammirazion; ma ora ammiro
+ com’ io trascenda questi corpi levi».
+
+ Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
+ li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
+ che madre fa sovra figlio deliro,
+
+ e cominciò: «Le cose tutte quante
+ hanno ordine tra loro, e questo è forma
+ che l’universo a Dio fa simigliante.
+
+ Qui veggion l’alte creature l’orma
+ de l’etterno valore, il qual è fine
+ al quale è fatta la toccata norma.
+
+ Ne l’ordine ch’io dico sono accline
+ tutte nature, per diverse sorti,
+ più al principio loro e men vicine;
+
+ onde si muovono a diversi porti
+ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
+ con istinto a lei dato che la porti.
+
+ Questi ne porta il foco inver’ la luna;
+ questi ne’ cor mortali è permotore;
+ questi la terra in sé stringe e aduna;
+
+ né pur le creature che son fore
+ d’intelligenza quest’ arco saetta,
+ ma quelle c’hanno intelletto e amore.
+
+ La provedenza, che cotanto assetta,
+ del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
+ nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
+
+ e ora lì, come a sito decreto,
+ cen porta la virtù di quella corda
+ che ciò che scocca drizza in segno lieto.
+
+ Vero è che, come forma non s’accorda
+ molte fïate a l’intenzion de l’arte,
+ perch’ a risponder la materia è sorda,
+
+ così da questo corso si diparte
+ talor la creatura, c’ha podere
+ di piegar, così pinta, in altra parte;
+
+ e sì come veder si può cadere
+ foco di nube, sì l’impeto primo
+ l’atterra torto da falso piacere.
+
+ Non dei più ammirar, se bene stimo,
+ lo tuo salir, se non come d’un rivo
+ se d’alto monte scende giuso ad imo.
+
+ Maraviglia sarebbe in te se, privo
+ d’impedimento, giù ti fossi assiso,
+ com’ a terra quïete in foco vivo».
+
+ Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.
+
+
+
+ Paradiso • Canto II
+
+
+ O voi che siete in piccioletta barca,
+ desiderosi d’ascoltar, seguiti
+ dietro al mio legno che cantando varca,
+
+ tornate a riveder li vostri liti:
+ non vi mettete in pelago, ché forse,
+ perdendo me, rimarreste smarriti.
+
+ L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
+ Minerva spira, e conducemi Appollo,
+ e nove Muse mi dimostran l’Orse.
+
+ Voialtri pochi che drizzaste il collo
+ per tempo al pan de li angeli, del quale
+ vivesi qui ma non sen vien satollo,
+
+ metter potete ben per l’alto sale
+ vostro navigio, servando mio solco
+ dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
+
+ Que’ glorïosi che passaro al Colco
+ non s’ammiraron come voi farete,
+ quando Iasón vider fatto bifolco.
+
+ La concreata e perpetüa sete
+ del deïforme regno cen portava
+ veloci quasi come ’l ciel vedete.
+
+ Beatrice in suso, e io in lei guardava;
+ e forse in tanto in quanto un quadrel posa
+ e vola e da la noce si dischiava,
+
+ giunto mi vidi ove mirabil cosa
+ mi torse il viso a sé; e però quella
+ cui non potea mia cura essere ascosa,
+
+ volta ver’ me, sì lieta come bella,
+ «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
+ «che n’ha congiunti con la prima stella».
+
+ Parev’ a me che nube ne coprisse
+ lucida, spessa, solida e pulita,
+ quasi adamante che lo sol ferisse.
+
+ Per entro sé l’etterna margarita
+ ne ricevette, com’ acqua recepe
+ raggio di luce permanendo unita.
+
+ S’io era corpo, e qui non si concepe
+ com’ una dimensione altra patio,
+ ch’esser convien se corpo in corpo repe,
+
+ accender ne dovria più il disio
+ di veder quella essenza in che si vede
+ come nostra natura e Dio s’unio.
+
+ Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
+ non dimostrato, ma fia per sé noto
+ a guisa del ver primo che l’uom crede.
+
+ Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
+ com’ esser posso più, ringrazio lui
+ lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
+
+ Ma ditemi: che son li segni bui
+ di questo corpo, che là giuso in terra
+ fan di Cain favoleggiare altrui?».
+
+ Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
+ l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
+ dove chiave di senso non diserra,
+
+ certo non ti dovrien punger li strali
+ d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
+ vedi che la ragione ha corte l’ali.
+
+ Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
+ E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
+ credo che fanno i corpi rari e densi».
+
+ Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
+ nel falso il creder tuo, se bene ascolti
+ l’argomentar ch’io li farò avverso.
+
+ La spera ottava vi dimostra molti
+ lumi, li quali e nel quale e nel quanto
+ notar si posson di diversi volti.
+
+ Se raro e denso ciò facesser tanto,
+ una sola virtù sarebbe in tutti,
+ più e men distributa e altrettanto.
+
+ Virtù diverse esser convegnon frutti
+ di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
+ seguiterieno a tua ragion distrutti.
+
+ Ancor, se raro fosse di quel bruno
+ cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
+ fora di sua materia sì digiuno
+
+ esto pianeto, o, sì come comparte
+ lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
+ nel suo volume cangerebbe carte.
+
+ Se ’l primo fosse, fora manifesto
+ ne l’eclissi del sol, per trasparere
+ lo lume come in altro raro ingesto.
+
+ Questo non è: però è da vedere
+ de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
+ falsificato fia lo tuo parere.
+
+ S’elli è che questo raro non trapassi,
+ esser conviene un termine da onde
+ lo suo contrario più passar non lassi;
+
+ e indi l’altrui raggio si rifonde
+ così come color torna per vetro
+ lo qual di retro a sé piombo nasconde.
+
+ Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
+ ivi lo raggio più che in altre parti,
+ per esser lì refratto più a retro.
+
+ Da questa instanza può deliberarti
+ esperïenza, se già mai la provi,
+ ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
+
+ Tre specchi prenderai; e i due rimovi
+ da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
+ tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
+
+ Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
+ ti stea un lume che i tre specchi accenda
+ e torni a te da tutti ripercosso.
+
+ Ben che nel quanto tanto non si stenda
+ la vista più lontana, lì vedrai
+ come convien ch’igualmente risplenda.
+
+ Or, come ai colpi de li caldi rai
+ de la neve riman nudo il suggetto
+ e dal colore e dal freddo primai,
+
+ così rimaso te ne l’intelletto
+ voglio informar di luce sì vivace,
+ che ti tremolerà nel suo aspetto.
+
+ Dentro dal ciel de la divina pace
+ si gira un corpo ne la cui virtute
+ l’esser di tutto suo contento giace.
+
+ Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
+ quell’ esser parte per diverse essenze,
+ da lui distratte e da lui contenute.
+
+ Li altri giron per varie differenze
+ le distinzion che dentro da sé hanno
+ dispongono a lor fini e lor semenze.
+
+ Questi organi del mondo così vanno,
+ come tu vedi omai, di grado in grado,
+ che di sù prendono e di sotto fanno.
+
+ Riguarda bene omai sì com’ io vado
+ per questo loco al vero che disiri,
+ sì che poi sappi sol tener lo guado.
+
+ Lo moto e la virtù d’i santi giri,
+ come dal fabbro l’arte del martello,
+ da’ beati motor convien che spiri;
+
+ e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
+ de la mente profonda che lui volve
+ prende l’image e fassene suggello.
+
+ E come l’alma dentro a vostra polve
+ per differenti membra e conformate
+ a diverse potenze si risolve,
+
+ così l’intelligenza sua bontate
+ multiplicata per le stelle spiega,
+ girando sé sovra sua unitate.
+
+ Virtù diversa fa diversa lega
+ col prezïoso corpo ch’ella avviva,
+ nel qual, sì come vita in voi, si lega.
+
+ Per la natura lieta onde deriva,
+ la virtù mista per lo corpo luce
+ come letizia per pupilla viva.
+
+ Da essa vien ciò che da luce a luce
+ par differente, non da denso e raro;
+ essa è formal principio che produce,
+
+ conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».
+
+
+
+ Paradiso • Canto III
+
+
+ Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
+ di bella verità m’avea scoverto,
+ provando e riprovando, il dolce aspetto;
+
+ e io, per confessar corretto e certo
+ me stesso, tanto quanto si convenne
+ leva’ il capo a proferer più erto;
+
+ ma visïone apparve che ritenne
+ a sé me tanto stretto, per vedersi,
+ che di mia confession non mi sovvenne.
+
+ Quali per vetri trasparenti e tersi,
+ o ver per acque nitide e tranquille,
+ non sì profonde che i fondi sien persi,
+
+ tornan d’i nostri visi le postille
+ debili sì, che perla in bianca fronte
+ non vien men forte a le nostre pupille;
+
+ tali vid’ io più facce a parlar pronte;
+ per ch’io dentro a l’error contrario corsi
+ a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
+
+ Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,
+ quelle stimando specchiati sembianti,
+ per veder di cui fosser, li occhi torsi;
+
+ e nulla vidi, e ritorsili avanti
+ dritti nel lume de la dolce guida,
+ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
+
+ «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,
+ mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
+ poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
+
+ ma te rivolve, come suole, a vòto:
+ vere sustanze son ciò che tu vedi,
+ qui rilegate per manco di voto.
+
+ Però parla con esse e odi e credi;
+ ché la verace luce che le appaga
+ da sé non lascia lor torcer li piedi».
+
+ E io a l’ombra che parea più vaga
+ di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
+ quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
+
+ «O ben creato spirito, che a’ rai
+ di vita etterna la dolcezza senti
+ che, non gustata, non s’intende mai,
+
+ grazïoso mi fia se mi contenti
+ del nome tuo e de la vostra sorte».
+ Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
+
+ «La nostra carità non serra porte
+ a giusta voglia, se non come quella
+ che vuol simile a sé tutta sua corte.
+
+ I’ fui nel mondo vergine sorella;
+ e se la mente tua ben sé riguarda,
+ non mi ti celerà l’esser più bella,
+
+ ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
+ che, posta qui con questi altri beati,
+ beata sono in la spera più tarda.
+
+ Li nostri affetti, che solo infiammati
+ son nel piacer de lo Spirito Santo,
+ letizian del suo ordine formati.
+
+ E questa sorte che par giù cotanto,
+ però n’è data, perché fuor negletti
+ li nostri voti, e vòti in alcun canto».
+
+ Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
+ vostri risplende non so che divino
+ che vi trasmuta da’ primi concetti:
+
+ però non fui a rimembrar festino;
+ ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
+ sì che raffigurar m’è più latino.
+
+ Ma dimmi: voi che siete qui felici,
+ disiderate voi più alto loco
+ per più vedere e per più farvi amici?».
+
+ Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
+ da indi mi rispuose tanto lieta,
+ ch’arder parea d’amor nel primo foco:
+
+ «Frate, la nostra volontà quïeta
+ virtù di carità, che fa volerne
+ sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
+
+ Se disïassimo esser più superne,
+ foran discordi li nostri disiri
+ dal voler di colui che qui ne cerne;
+
+ che vedrai non capere in questi giri,
+ s’essere in carità è qui necesse,
+ e se la sua natura ben rimiri.
+
+ Anzi è formale ad esto beato esse
+ tenersi dentro a la divina voglia,
+ per ch’una fansi nostre voglie stesse;
+
+ sì che, come noi sem di soglia in soglia
+ per questo regno, a tutto il regno piace
+ com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
+
+ E ’n la sua volontade è nostra pace:
+ ell’ è quel mare al qual tutto si move
+ ciò ch’ella crïa o che natura face».
+
+ Chiaro mi fu allor come ogne dove
+ in cielo è paradiso, etsi la grazia
+ del sommo ben d’un modo non vi piove.
+
+ Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
+ e d’un altro rimane ancor la gola,
+ che quel si chere e di quel si ringrazia,
+
+ così fec’ io con atto e con parola,
+ per apprender da lei qual fu la tela
+ onde non trasse infino a co la spuola.
+
+ «Perfetta vita e alto merto inciela
+ donna più sù», mi disse, «a la cui norma
+ nel vostro mondo giù si veste e vela,
+
+ perché fino al morir si vegghi e dorma
+ con quello sposo ch’ogne voto accetta
+ che caritate a suo piacer conforma.
+
+ Dal mondo, per seguirla, giovinetta
+ fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
+ e promisi la via de la sua setta.
+
+ Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
+ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
+ Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
+
+ E quest’ altro splendor che ti si mostra
+ da la mia destra parte e che s’accende
+ di tutto il lume de la spera nostra,
+
+ ciò ch’io dico di me, di sé intende;
+ sorella fu, e così le fu tolta
+ di capo l’ombra de le sacre bende.
+
+ Ma poi che pur al mondo fu rivolta
+ contra suo grado e contra buona usanza,
+ non fu dal vel del cor già mai disciolta.
+
+ Quest’ è la luce de la gran Costanza
+ che del secondo vento di Soave
+ generò ’l terzo e l’ultima possanza».
+
+ Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
+ Maria’ cantando, e cantando vanio
+ come per acqua cupa cosa grave.
+
+ La vista mia, che tanto lei seguio
+ quanto possibil fu, poi che la perse,
+ volsesi al segno di maggior disio,
+
+ e a Beatrice tutta si converse;
+ ma quella folgorò nel mïo sguardo
+ sì che da prima il viso non sofferse;
+
+ e ciò mi fece a dimandar più tardo.
+
+
+
+ Paradiso • Canto IV
+
+
+ Intra due cibi, distanti e moventi
+ d’un modo, prima si morria di fame,
+ che liber’ omo l’un recasse ai denti;
+
+ sì si starebbe un agno intra due brame
+ di fieri lupi, igualmente temendo;
+ sì si starebbe un cane intra due dame:
+
+ per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
+ da li miei dubbi d’un modo sospinto,
+ poi ch’era necessario, né commendo.
+
+ Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
+ m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
+ più caldo assai che per parlar distinto.
+
+ Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
+ Nabuccodonosor levando d’ira,
+ che l’avea fatto ingiustamente fello;
+
+ e disse: «Io veggio ben come ti tira
+ uno e altro disio, sì che tua cura
+ sé stessa lega sì che fuor non spira.
+
+ Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,
+ la vïolenza altrui per qual ragione
+ di meritar mi scema la misura?”.
+
+ Ancor di dubitar ti dà cagione
+ parer tornarsi l’anime a le stelle,
+ secondo la sentenza di Platone.
+
+ Queste son le question che nel tuo velle
+ pontano igualmente; e però pria
+ tratterò quella che più ha di felle.
+
+ D’i Serafin colui che più s’india,
+ Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
+ che prender vuoli, io dico, non Maria,
+
+ non hanno in altro cielo i loro scanni
+ che questi spirti che mo t’appariro,
+ né hanno a l’esser lor più o meno anni;
+
+ ma tutti fanno bello il primo giro,
+ e differentemente han dolce vita
+ per sentir più e men l’etterno spiro.
+
+ Qui si mostraro, non perché sortita
+ sia questa spera lor, ma per far segno
+ de la celestïal c’ha men salita.
+
+ Così parlar conviensi al vostro ingegno,
+ però che solo da sensato apprende
+ ciò che fa poscia d’intelletto degno.
+
+ Per questo la Scrittura condescende
+ a vostra facultate, e piedi e mano
+ attribuisce a Dio e altro intende;
+
+ e Santa Chiesa con aspetto umano
+ Gabrïel e Michel vi rappresenta,
+ e l’altro che Tobia rifece sano.
+
+ Quel che Timeo de l’anime argomenta
+ non è simile a ciò che qui si vede,
+ però che, come dice, par che senta.
+
+ Dice che l’alma a la sua stella riede,
+ credendo quella quindi esser decisa
+ quando natura per forma la diede;
+
+ e forse sua sentenza è d’altra guisa
+ che la voce non suona, ed esser puote
+ con intenzion da non esser derisa.
+
+ S’elli intende tornare a queste ruote
+ l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
+ in alcun vero suo arco percuote.
+
+ Questo principio, male inteso, torse
+ già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
+ Mercurio e Marte a nominar trascorse.
+
+ L’altra dubitazion che ti commove
+ ha men velen, però che sua malizia
+ non ti poria menar da me altrove.
+
+ Parere ingiusta la nostra giustizia
+ ne li occhi d’i mortali, è argomento
+ di fede e non d’eretica nequizia.
+
+ Ma perché puote vostro accorgimento
+ ben penetrare a questa veritate,
+ come disiri, ti farò contento.
+
+ Se vïolenza è quando quel che pate
+ nïente conferisce a quel che sforza,
+ non fuor quest’ alme per essa scusate:
+
+ ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
+ ma fa come natura face in foco,
+ se mille volte vïolenza il torza.
+
+ Per che, s’ella si piega assai o poco,
+ segue la forza; e così queste fero
+ possendo rifuggir nel santo loco.
+
+ Se fosse stato lor volere intero,
+ come tenne Lorenzo in su la grada,
+ e fece Muzio a la sua man severo,
+
+ così l’avria ripinte per la strada
+ ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
+ ma così salda voglia è troppo rada.
+
+ E per queste parole, se ricolte
+ l’hai come dei, è l’argomento casso
+ che t’avria fatto noia ancor più volte.
+
+ Ma or ti s’attraversa un altro passo
+ dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
+ non usciresti: pria saresti lasso.
+
+ Io t’ho per certo ne la mente messo
+ ch’alma beata non poria mentire,
+ però ch’è sempre al primo vero appresso;
+
+ e poi potesti da Piccarda udire
+ che l’affezion del vel Costanza tenne;
+ sì ch’ella par qui meco contradire.
+
+ Molte fïate già, frate, addivenne
+ che, per fuggir periglio, contra grato
+ si fé di quel che far non si convenne;
+
+ come Almeone, che, di ciò pregato
+ dal padre suo, la propria madre spense,
+ per non perder pietà si fé spietato.
+
+ A questo punto voglio che tu pense
+ che la forza al voler si mischia, e fanno
+ sì che scusar non si posson l’offense.
+
+ Voglia assoluta non consente al danno;
+ ma consentevi in tanto in quanto teme,
+ se si ritrae, cadere in più affanno.
+
+ Però, quando Piccarda quello spreme,
+ de la voglia assoluta intende, e io
+ de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
+
+ Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
+ ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
+ tal puose in pace uno e altro disio.
+
+ «O amanza del primo amante, o diva»,
+ diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
+ e scalda sì, che più e più m’avviva,
+
+ non è l’affezion mia tanto profonda,
+ che basti a render voi grazia per grazia;
+ ma quei che vede e puote a ciò risponda.
+
+ Io veggio ben che già mai non si sazia
+ nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
+ di fuor dal qual nessun vero si spazia.
+
+ Posasi in esso, come fera in lustra,
+ tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
+ se non, ciascun disio sarebbe frustra.
+
+ Nasce per quello, a guisa di rampollo,
+ a piè del vero il dubbio; ed è natura
+ ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
+
+ Questo m’invita, questo m’assicura
+ con reverenza, donna, a dimandarvi
+ d’un’altra verità che m’è oscura.
+
+ Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
+ ai voti manchi sì con altri beni,
+ ch’a la vostra statera non sien parvi».
+
+ Beatrice mi guardò con li occhi pieni
+ di faville d’amor così divini,
+ che, vinta, mia virtute diè le reni,
+
+ e quasi mi perdei con li occhi chini.
+
+
+
+ Paradiso • Canto V
+
+
+ «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
+ di là dal modo che ’n terra si vede,
+ sì che del viso tuo vinco il valore,
+
+ non ti maravigliar, ché ciò procede
+ da perfetto veder, che, come apprende,
+ così nel bene appreso move il piede.
+
+ Io veggio ben sì come già resplende
+ ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
+ che, vista, sola e sempre amore accende;
+
+ e s’altra cosa vostro amor seduce,
+ non è se non di quella alcun vestigio,
+ mal conosciuto, che quivi traluce.
+
+ Tu vuo’ saper se con altro servigio,
+ per manco voto, si può render tanto
+ che l’anima sicuri di letigio».
+
+ Sì cominciò Beatrice questo canto;
+ e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
+ continüò così ’l processo santo:
+
+ «Lo maggior don che Dio per sua larghezza
+ fesse creando, e a la sua bontate
+ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
+
+ fu de la volontà la libertate;
+ di che le creature intelligenti,
+ e tutte e sole, fuoro e son dotate.
+
+ Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
+ l’alto valor del voto, s’è sì fatto
+ che Dio consenta quando tu consenti;
+
+ ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
+ vittima fassi di questo tesoro,
+ tal quale io dico; e fassi col suo atto.
+
+ Dunque che render puossi per ristoro?
+ Se credi bene usar quel c’hai offerto,
+ di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
+
+ Tu se’ omai del maggior punto certo;
+ ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
+ che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
+
+ convienti ancor sedere un poco a mensa,
+ però che ’l cibo rigido c’hai preso,
+ richiede ancora aiuto a tua dispensa.
+
+ Apri la mente a quel ch’io ti paleso
+ e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
+ sanza lo ritenere, avere inteso.
+
+ Due cose si convegnono a l’essenza
+ di questo sacrificio: l’una è quella
+ di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
+
+ Quest’ ultima già mai non si cancella
+ se non servata; e intorno di lei
+ sì preciso di sopra si favella:
+
+ però necessitato fu a li Ebrei
+ pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
+ sì permutasse, come saver dei.
+
+ L’altra, che per materia t’è aperta,
+ puote ben esser tal, che non si falla
+ se con altra materia si converta.
+
+ Ma non trasmuti carco a la sua spalla
+ per suo arbitrio alcun, sanza la volta
+ e de la chiave bianca e de la gialla;
+
+ e ogne permutanza credi stolta,
+ se la cosa dimessa in la sorpresa
+ come ’l quattro nel sei non è raccolta.
+
+ Però qualunque cosa tanto pesa
+ per suo valor che tragga ogne bilancia,
+ sodisfar non si può con altra spesa.
+
+ Non prendan li mortali il voto a ciancia;
+ siate fedeli, e a ciò far non bieci,
+ come Ieptè a la sua prima mancia;
+
+ cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
+ che, servando, far peggio; e così stolto
+ ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
+
+ onde pianse Efigènia il suo bel volto,
+ e fé pianger di sé i folli e i savi
+ ch’udir parlar di così fatto cólto.
+
+ Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
+ non siate come penna ad ogne vento,
+ e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
+
+ Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
+ e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
+ questo vi basti a vostro salvamento.
+
+ Se mala cupidigia altro vi grida,
+ uomini siate, e non pecore matte,
+ sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
+
+ Non fate com’ agnel che lascia il latte
+ de la sua madre, e semplice e lascivo
+ seco medesmo a suo piacer combatte!».
+
+ Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
+ poi si rivolse tutta disïante
+ a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
+
+ Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
+ puoser silenzio al mio cupido ingegno,
+ che già nuove questioni avea davante;
+
+ e sì come saetta che nel segno
+ percuote pria che sia la corda queta,
+ così corremmo nel secondo regno.
+
+ Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
+ come nel lume di quel ciel si mise,
+ che più lucente se ne fé ’l pianeta.
+
+ E se la stella si cambiò e rise,
+ qual mi fec’ io che pur da mia natura
+ trasmutabile son per tutte guise!
+
+ Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
+ traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
+ per modo che lo stimin lor pastura,
+
+ sì vid’ io ben più di mille splendori
+ trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
+ «Ecco chi crescerà li nostri amori».
+
+ E sì come ciascuno a noi venìa,
+ vedeasi l’ombra piena di letizia
+ nel folgór chiaro che di lei uscia.
+
+ Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
+ non procedesse, come tu avresti
+ di più savere angosciosa carizia;
+
+ e per te vederai come da questi
+ m’era in disio d’udir lor condizioni,
+ sì come a li occhi mi fur manifesti.
+
+ «O bene nato a cui veder li troni
+ del trïunfo etternal concede grazia
+ prima che la milizia s’abbandoni,
+
+ del lume che per tutto il ciel si spazia
+ noi semo accesi; e però, se disii
+ di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
+
+ Così da un di quelli spirti pii
+ detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
+ sicuramente, e credi come a dii».
+
+ «Io veggio ben sì come tu t’annidi
+ nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
+ perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
+
+ ma non so chi tu se’, né perché aggi,
+ anima degna, il grado de la spera
+ che si vela a’ mortai con altrui raggi».
+
+ Questo diss’ io diritto a la lumera
+ che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
+ lucente più assai di quel ch’ell’ era.
+
+ Sì come il sol che si cela elli stessi
+ per troppa luce, come ’l caldo ha róse
+ le temperanze d’i vapori spessi,
+
+ per più letizia sì mi si nascose
+ dentro al suo raggio la figura santa;
+ e così chiusa chiusa mi rispuose
+
+ nel modo che ’l seguente canto canta.
+
+
+
+ Paradiso • Canto VI
+
+
+ «Poscia che Costantin l’aquila volse
+ contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
+ dietro a l’antico che Lavina tolse,
+
+ cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
+ ne lo stremo d’Europa si ritenne,
+ vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
+
+ e sotto l’ombra de le sacre penne
+ governò ’l mondo lì di mano in mano,
+ e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
+
+ Cesare fui e son Iustinïano,
+ che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
+ d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
+
+ E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
+ una natura in Cristo esser, non piùe,
+ credea, e di tal fede era contento;
+
+ ma ’l benedetto Agapito, che fue
+ sommo pastore, a la fede sincera
+ mi dirizzò con le parole sue.
+
+ Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
+ vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
+ ogni contradizione e falsa e vera.
+
+ Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
+ a Dio per grazia piacque di spirarmi
+ l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
+
+ e al mio Belisar commendai l’armi,
+ cui la destra del ciel fu sì congiunta,
+ che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
+
+ Or qui a la question prima s’appunta
+ la mia risposta; ma sua condizione
+ mi stringe a seguitare alcuna giunta,
+
+ perché tu veggi con quanta ragione
+ si move contr’ al sacrosanto segno
+ e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
+
+ Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
+ di reverenza; e cominciò da l’ora
+ che Pallante morì per darli regno.
+
+ Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
+ per trecento anni e oltre, infino al fine
+ che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
+
+ E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
+ al dolor di Lucrezia in sette regi,
+ vincendo intorno le genti vicine.
+
+ Sai quel ch’el fé portato da li egregi
+ Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
+ incontro a li altri principi e collegi;
+
+ onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
+ negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
+ ebber la fama che volontier mirro.
+
+ Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
+ che di retro ad Anibale passaro
+ l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
+
+ Sott’ esso giovanetti trïunfaro
+ Scipïone e Pompeo; e a quel colle
+ sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
+
+ Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
+ redur lo mondo a suo modo sereno,
+ Cesare per voler di Roma il tolle.
+
+ E quel che fé da Varo infino a Reno,
+ Isara vide ed Era e vide Senna
+ e ogne valle onde Rodano è pieno.
+
+ Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
+ e saltò Rubicon, fu di tal volo,
+ che nol seguiteria lingua né penna.
+
+ Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
+ poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
+ sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
+
+ Antandro e Simeonta, onde si mosse,
+ rivide e là dov’ Ettore si cuba;
+ e mal per Tolomeo poscia si scosse.
+
+ Da indi scese folgorando a Iuba;
+ onde si volse nel vostro occidente,
+ ove sentia la pompeana tuba.
+
+ Di quel che fé col baiulo seguente,
+ Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
+ e Modena e Perugia fu dolente.
+
+ Piangene ancor la trista Cleopatra,
+ che, fuggendoli innanzi, dal colubro
+ la morte prese subitana e atra.
+
+ Con costui corse infino al lito rubro;
+ con costui puose il mondo in tanta pace,
+ che fu serrato a Giano il suo delubro.
+
+ Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
+ fatto avea prima e poi era fatturo
+ per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
+
+ diventa in apparenza poco e scuro,
+ se in mano al terzo Cesare si mira
+ con occhio chiaro e con affetto puro;
+
+ ché la viva giustizia che mi spira,
+ li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
+ gloria di far vendetta a la sua ira.
+
+ Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
+ poscia con Tito a far vendetta corse
+ de la vendetta del peccato antico.
+
+ E quando il dente longobardo morse
+ la Santa Chiesa, sotto le sue ali
+ Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
+
+ Omai puoi giudicar di quei cotali
+ ch’io accusai di sopra e di lor falli,
+ che son cagion di tutti vostri mali.
+
+ L’uno al pubblico segno i gigli gialli
+ oppone, e l’altro appropria quello a parte,
+ sì ch’è forte a veder chi più si falli.
+
+ Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
+ sott’ altro segno, ché mal segue quello
+ sempre chi la giustizia e lui diparte;
+
+ e non l’abbatta esto Carlo novello
+ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
+ ch’a più alto leon trasser lo vello.
+
+ Molte fïate già pianser li figli
+ per la colpa del padre, e non si creda
+ che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
+
+ Questa picciola stella si correda
+ d’i buoni spirti che son stati attivi
+ perché onore e fama li succeda:
+
+ e quando li disiri poggian quivi,
+ sì disvïando, pur convien che i raggi
+ del vero amore in sù poggin men vivi.
+
+ Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
+ col merto è parte di nostra letizia,
+ perché non li vedem minor né maggi.
+
+ Quindi addolcisce la viva giustizia
+ in noi l’affetto sì, che non si puote
+ torcer già mai ad alcuna nequizia.
+
+ Diverse voci fanno dolci note;
+ così diversi scanni in nostra vita
+ rendon dolce armonia tra queste rote.
+
+ E dentro a la presente margarita
+ luce la luce di Romeo, di cui
+ fu l’ovra grande e bella mal gradita.
+
+ Ma i Provenzai che fecer contra lui
+ non hanno riso; e però mal cammina
+ qual si fa danno del ben fare altrui.
+
+ Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
+ Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
+ Romeo, persona umìle e peregrina.
+
+ E poi il mosser le parole biece
+ a dimandar ragione a questo giusto,
+ che li assegnò sette e cinque per diece,
+
+ indi partissi povero e vetusto;
+ e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
+ mendicando sua vita a frusto a frusto,
+
+ assai lo loda, e più lo loderebbe».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VII
+
+
+ «Osanna, sanctus Deus sabaòth,
+ superillustrans claritate tua
+ felices ignes horum malacòth!».
+
+ Così, volgendosi a la nota sua,
+ fu viso a me cantare essa sustanza,
+ sopra la qual doppio lume s’addua;
+
+ ed essa e l’altre mossero a sua danza,
+ e quasi velocissime faville
+ mi si velar di sùbita distanza.
+
+ Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’
+ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
+ che mi diseta con le dolci stille’.
+
+ Ma quella reverenza che s’indonna
+ di tutto me, pur per Be e per ice,
+ mi richinava come l’uom ch’assonna.
+
+ Poco sofferse me cotal Beatrice
+ e cominciò, raggiandomi d’un riso
+ tal, che nel foco faria l’uom felice:
+
+ «Secondo mio infallibile avviso,
+ come giusta vendetta giustamente
+ punita fosse, t’ha in pensier miso;
+
+ ma io ti solverò tosto la mente;
+ e tu ascolta, ché le mie parole
+ di gran sentenza ti faran presente.
+
+ Per non soffrire a la virtù che vole
+ freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
+ dannando sé, dannò tutta sua prole;
+
+ onde l’umana specie inferma giacque
+ giù per secoli molti in grande errore,
+ fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
+
+ u’ la natura, che dal suo fattore
+ s’era allungata, unì a sé in persona
+ con l’atto sol del suo etterno amore.
+
+ Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
+ questa natura al suo fattore unita,
+ qual fu creata, fu sincera e buona;
+
+ ma per sé stessa pur fu ella sbandita
+ di paradiso, però che si torse
+ da via di verità e da sua vita.
+
+ La pena dunque che la croce porse
+ s’a la natura assunta si misura,
+ nulla già mai sì giustamente morse;
+
+ e così nulla fu di tanta ingiura,
+ guardando a la persona che sofferse,
+ in che era contratta tal natura.
+
+ Però d’un atto uscir cose diverse:
+ ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
+ per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
+
+ Non ti dee oramai parer più forte,
+ quando si dice che giusta vendetta
+ poscia vengiata fu da giusta corte.
+
+ Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
+ di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
+ del qual con gran disio solver s’aspetta.
+
+ Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
+ ma perché Dio volesse, m’è occulto,
+ a nostra redenzion pur questo modo”.
+
+ Questo decreto, frate, sta sepulto
+ a li occhi di ciascuno il cui ingegno
+ ne la fiamma d’amor non è adulto.
+
+ Veramente, però ch’a questo segno
+ molto si mira e poco si discerne,
+ dirò perché tal modo fu più degno.
+
+ La divina bontà, che da sé sperne
+ ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
+ sì che dispiega le bellezze etterne.
+
+ Ciò che da lei sanza mezzo distilla
+ non ha poi fine, perché non si move
+ la sua imprenta quand’ ella sigilla.
+
+ Ciò che da essa sanza mezzo piove
+ libero è tutto, perché non soggiace
+ a la virtute de le cose nove.
+
+ Più l’è conforme, e però più le piace;
+ ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
+ ne la più somigliante è più vivace.
+
+ Di tutte queste dote s’avvantaggia
+ l’umana creatura, e s’una manca,
+ di sua nobilità convien che caggia.
+
+ Solo il peccato è quel che la disfranca
+ e falla dissimìle al sommo bene,
+ per che del lume suo poco s’imbianca;
+
+ e in sua dignità mai non rivene,
+ se non rïempie, dove colpa vòta,
+ contra mal dilettar con giuste pene.
+
+ Vostra natura, quando peccò tota
+ nel seme suo, da queste dignitadi,
+ come di paradiso, fu remota;
+
+ né ricovrar potiensi, se tu badi
+ ben sottilmente, per alcuna via,
+ sanza passar per un di questi guadi:
+
+ o che Dio solo per sua cortesia
+ dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
+ avesse sodisfatto a sua follia.
+
+ Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
+ de l’etterno consiglio, quanto puoi
+ al mio parlar distrettamente fisso.
+
+ Non potea l’uomo ne’ termini suoi
+ mai sodisfar, per non potere ir giuso
+ con umiltate obedïendo poi,
+
+ quanto disobediendo intese ir suso;
+ e questa è la cagion per che l’uom fue
+ da poter sodisfar per sé dischiuso.
+
+ Dunque a Dio convenia con le vie sue
+ riparar l’omo a sua intera vita,
+ dico con l’una, o ver con amendue.
+
+ Ma perché l’ovra tanto è più gradita
+ da l’operante, quanto più appresenta
+ de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
+
+ la divina bontà che ’l mondo imprenta,
+ di proceder per tutte le sue vie,
+ a rilevarvi suso, fu contenta.
+
+ Né tra l’ultima notte e ’l primo die
+ sì alto o sì magnifico processo,
+ o per l’una o per l’altra, fu o fie:
+
+ ché più largo fu Dio a dar sé stesso
+ per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
+ che s’elli avesse sol da sé dimesso;
+
+ e tutti li altri modi erano scarsi
+ a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
+ non fosse umilïato ad incarnarsi.
+
+ Or per empierti bene ogne disio,
+ ritorno a dichiararti in alcun loco,
+ perché tu veggi lì così com’ io.
+
+ Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
+ l’aere e la terra e tutte lor misture
+ venire a corruzione, e durar poco;
+
+ e queste cose pur furon creature;
+ per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
+ esser dovrien da corruzion sicure”.
+
+ Li angeli, frate, e ’l paese sincero
+ nel qual tu se’, dir si posson creati,
+ sì come sono, in loro essere intero;
+
+ ma li alimenti che tu hai nomati
+ e quelle cose che di lor si fanno
+ da creata virtù sono informati.
+
+ Creata fu la materia ch’elli hanno;
+ creata fu la virtù informante
+ in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
+
+ L’anima d’ogne bruto e de le piante
+ di complession potenzïata tira
+ lo raggio e ’l moto de le luci sante;
+
+ ma vostra vita sanza mezzo spira
+ la somma beninanza, e la innamora
+ di sé sì che poi sempre la disira.
+
+ E quinci puoi argomentare ancora
+ vostra resurrezion, se tu ripensi
+ come l’umana carne fessi allora
+
+ che li primi parenti intrambo fensi».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VIII
+
+
+ Solea creder lo mondo in suo periclo
+ che la bella Ciprigna il folle amore
+ raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
+
+ per che non pur a lei faceano onore
+ di sacrificio e di votivo grido
+ le genti antiche ne l’antico errore;
+
+ ma Dïone onoravano e Cupido,
+ quella per madre sua, questo per figlio,
+ e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
+
+ e da costei ond’ io principio piglio
+ pigliavano il vocabol de la stella
+ che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
+
+ Io non m’accorsi del salire in ella;
+ ma d’esservi entro mi fé assai fede
+ la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
+
+ E come in fiamma favilla si vede,
+ e come in voce voce si discerne,
+ quand’ una è ferma e altra va e riede,
+
+ vid’ io in essa luce altre lucerne
+ muoversi in giro più e men correnti,
+ al modo, credo, di lor viste interne.
+
+ Di fredda nube non disceser venti,
+ o visibili o no, tanto festini,
+ che non paressero impediti e lenti
+
+ a chi avesse quei lumi divini
+ veduti a noi venir, lasciando il giro
+ pria cominciato in li alti Serafini;
+
+ e dentro a quei che più innanzi appariro
+ sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
+ di rïudir non fui sanza disiro.
+
+ Indi si fece l’un più presso a noi
+ e solo incominciò: «Tutti sem presti
+ al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
+
+ Noi ci volgiam coi principi celesti
+ d’un giro e d’un girare e d’una sete,
+ ai quali tu del mondo già dicesti:
+
+ ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
+ e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
+ non fia men dolce un poco di quïete».
+
+ Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
+ a la mia donna reverenti, ed essa
+ fatti li avea di sé contenti e certi,
+
+ rivolsersi a la luce che promessa
+ tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
+ la voce mia di grande affetto impressa.
+
+ E quanta e quale vid’ io lei far piùe
+ per allegrezza nova che s’accrebbe,
+ quando parlai, a l’allegrezze sue!
+
+ Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
+ giù poco tempo; e se più fosse stato,
+ molto sarà di mal, che non sarebbe.
+
+ La mia letizia mi ti tien celato
+ che mi raggia dintorno e mi nasconde
+ quasi animal di sua seta fasciato.
+
+ Assai m’amasti, e avesti ben onde;
+ che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
+ di mio amor più oltre che le fronde.
+
+ Quella sinistra riva che si lava
+ di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
+ per suo segnore a tempo m’aspettava,
+
+ e quel corno d’Ausonia che s’imborga
+ di Bari e di Gaeta e di Catona,
+ da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
+
+ Fulgeami già in fronte la corona
+ di quella terra che ’l Danubio riga
+ poi che le ripe tedesche abbandona.
+
+ E la bella Trinacria, che caliga
+ tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
+ che riceve da Euro maggior briga,
+
+ non per Tifeo ma per nascente solfo,
+ attesi avrebbe li suoi regi ancora,
+ nati per me di Carlo e di Ridolfo,
+
+ se mala segnoria, che sempre accora
+ li popoli suggetti, non avesse
+ mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
+
+ E se mio frate questo antivedesse,
+ l’avara povertà di Catalogna
+ già fuggeria, perché non li offendesse;
+
+ ché veramente proveder bisogna
+ per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
+ carcata più d’incarco non si pogna.
+
+ La sua natura, che di larga parca
+ discese, avria mestier di tal milizia
+ che non curasse di mettere in arca».
+
+ «Però ch’i’ credo che l’alta letizia
+ che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
+ là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
+
+ per te si veggia come la vegg’ io,
+ grata m’è più; e anco quest’ ho caro
+ perché ’l discerni rimirando in Dio.
+
+ Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
+ poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
+ com’ esser può, di dolce seme, amaro».
+
+ Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
+ mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
+ terrai lo viso come tien lo dosso.
+
+ Lo ben che tutto il regno che tu scandi
+ volge e contenta, fa esser virtute
+ sua provedenza in questi corpi grandi.
+
+ E non pur le nature provedute
+ sono in la mente ch’è da sé perfetta,
+ ma esse insieme con la lor salute:
+
+ per che quantunque quest’ arco saetta
+ disposto cade a proveduto fine,
+ sì come cosa in suo segno diretta.
+
+ Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
+ producerebbe sì li suoi effetti,
+ che non sarebbero arti, ma ruine;
+
+ e ciò esser non può, se li ’ntelletti
+ che muovon queste stelle non son manchi,
+ e manco il primo, che non li ha perfetti.
+
+ Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
+ E io: «Non già; ché impossibil veggio
+ che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
+
+ Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
+ per l’omo in terra, se non fosse cive?».
+ «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
+
+ «E puot’ elli esser, se giù non si vive
+ diversamente per diversi offici?
+ Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
+
+ Sì venne deducendo infino a quici;
+ poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
+ convien di vostri effetti le radici:
+
+ per ch’un nasce Solone e altro Serse,
+ altro Melchisedèch e altro quello
+ che, volando per l’aere, il figlio perse.
+
+ La circular natura, ch’è suggello
+ a la cera mortal, fa ben sua arte,
+ ma non distingue l’un da l’altro ostello.
+
+ Quinci addivien ch’Esaù si diparte
+ per seme da Iacòb; e vien Quirino
+ da sì vil padre, che si rende a Marte.
+
+ Natura generata il suo cammino
+ simil farebbe sempre a’ generanti,
+ se non vincesse il proveder divino.
+
+ Or quel che t’era dietro t’è davanti:
+ ma perché sappi che di te mi giova,
+ un corollario voglio che t’ammanti.
+
+ Sempre natura, se fortuna trova
+ discorde a sé, com’ ogne altra semente
+ fuor di sua regïon, fa mala prova.
+
+ E se ’l mondo là giù ponesse mente
+ al fondamento che natura pone,
+ seguendo lui, avria buona la gente.
+
+ Ma voi torcete a la religïone
+ tal che fia nato a cignersi la spada,
+ e fate re di tal ch’è da sermone;
+
+ onde la traccia vostra è fuor di strada».
+
+
+
+ Paradiso • Canto IX
+
+
+ Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
+ m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
+ che ricever dovea la sua semenza;
+
+ ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
+ sì ch’io non posso dir se non che pianto
+ giusto verrà di retro ai vostri danni.
+
+ E già la vita di quel lume santo
+ rivolta s’era al Sol che la rïempie
+ come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
+
+ Ahi anime ingannate e fatture empie,
+ che da sì fatto ben torcete i cuori,
+ drizzando in vanità le vostre tempie!
+
+ Ed ecco un altro di quelli splendori
+ ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
+ significava nel chiarir di fori.
+
+ Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
+ sovra me, come pria, di caro assenso
+ al mio disio certificato fermi.
+
+ «Deh, metti al mio voler tosto compenso,
+ beato spirto», dissi, «e fammi prova
+ ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
+
+ Onde la luce che m’era ancor nova,
+ del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
+ seguette come a cui di ben far giova:
+
+ «In quella parte de la terra prava
+ italica che siede tra Rïalto
+ e le fontane di Brenta e di Piava,
+
+ si leva un colle, e non surge molt’ alto,
+ là onde scese già una facella
+ che fece a la contrada un grande assalto.
+
+ D’una radice nacqui e io ed ella:
+ Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
+ perché mi vinse il lume d’esta stella;
+
+ ma lietamente a me medesma indulgo
+ la cagion di mia sorte, e non mi noia;
+ che parria forse forte al vostro vulgo.
+
+ Di questa luculenta e cara gioia
+ del nostro cielo che più m’è propinqua,
+ grande fama rimase; e pria che moia,
+
+ questo centesimo anno ancor s’incinqua:
+ vedi se far si dee l’omo eccellente,
+ sì ch’altra vita la prima relinqua.
+
+ E ciò non pensa la turba presente
+ che Tagliamento e Adice richiude,
+ né per esser battuta ancor si pente;
+
+ ma tosto fia che Padova al palude
+ cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
+ per essere al dover le genti crude;
+
+ e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
+ tal signoreggia e va con la testa alta,
+ che già per lui carpir si fa la ragna.
+
+ Piangerà Feltro ancora la difalta
+ de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
+ sì, che per simil non s’entrò in malta.
+
+ Troppo sarebbe larga la bigoncia
+ che ricevesse il sangue ferrarese,
+ e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
+
+ che donerà questo prete cortese
+ per mostrarsi di parte; e cotai doni
+ conformi fieno al viver del paese.
+
+ Sù sono specchi, voi dicete Troni,
+ onde refulge a noi Dio giudicante;
+ sì che questi parlar ne paion buoni».
+
+ Qui si tacette; e fecemi sembiante
+ che fosse ad altro volta, per la rota
+ in che si mise com’ era davante.
+
+ L’altra letizia, che m’era già nota
+ per cara cosa, mi si fece in vista
+ qual fin balasso in che lo sol percuota.
+
+ Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
+ sì come riso qui; ma giù s’abbuia
+ l’ombra di fuor, come la mente è trista.
+
+ «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
+ diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
+ voglia di sé a te puot’ esser fuia.
+
+ Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
+ sempre col canto di quei fuochi pii
+ che di sei ali facen la coculla,
+
+ perché non satisface a’ miei disii?
+ Già non attendere’ io tua dimanda,
+ s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
+
+ «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
+ incominciaro allor le sue parole,
+ «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
+
+ tra ’ discordanti liti contra ’l sole
+ tanto sen va, che fa meridïano
+ là dove l’orizzonte pria far suole.
+
+ Di quella valle fu’ io litorano
+ tra Ebro e Macra, che per cammin corto
+ parte lo Genovese dal Toscano.
+
+ Ad un occaso quasi e ad un orto
+ Buggea siede e la terra ond’ io fui,
+ che fé del sangue suo già caldo il porto.
+
+ Folco mi disse quella gente a cui
+ fu noto il nome mio; e questo cielo
+ di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
+
+ ché più non arse la figlia di Belo,
+ noiando e a Sicheo e a Creusa,
+ di me, infin che si convenne al pelo;
+
+ né quella Rodopëa che delusa
+ fu da Demofoonte, né Alcide
+ quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
+
+ Non però qui si pente, ma si ride,
+ non de la colpa, ch’a mente non torna,
+ ma del valor ch’ordinò e provide.
+
+ Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
+ cotanto affetto, e discernesi ’l bene
+ per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
+
+ Ma perché tutte le tue voglie piene
+ ten porti che son nate in questa spera,
+ proceder ancor oltre mi convene.
+
+ Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
+ che qui appresso me così scintilla
+ come raggio di sole in acqua mera.
+
+ Or sappi che là entro si tranquilla
+ Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
+ di lei nel sommo grado si sigilla.
+
+ Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
+ che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
+ del trïunfo di Cristo fu assunta.
+
+ Ben si convenne lei lasciar per palma
+ in alcun cielo de l’alta vittoria
+ che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
+
+ perch’ ella favorò la prima gloria
+ di Iosüè in su la Terra Santa,
+ che poco tocca al papa la memoria.
+
+ La tua città, che di colui è pianta
+ che pria volse le spalle al suo fattore
+ e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
+
+ produce e spande il maladetto fiore
+ c’ha disvïate le pecore e li agni,
+ però che fatto ha lupo del pastore.
+
+ Per questo l’Evangelio e i dottor magni
+ son derelitti, e solo ai Decretali
+ si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
+
+ A questo intende il papa e ’ cardinali;
+ non vanno i lor pensieri a Nazarette,
+ là dove Gabrïello aperse l’ali.
+
+ Ma Vaticano e l’altre parti elette
+ di Roma che son state cimitero
+ a la milizia che Pietro seguette,
+
+ tosto libere fien de l’avoltero».
+
+
+
+ Paradiso • Canto X
+
+
+ Guardando nel suo Figlio con l’Amore
+ che l’uno e l’altro etternalmente spira,
+ lo primo e ineffabile Valore
+
+ quanto per mente e per loco si gira
+ con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
+ sanza gustar di lui chi ciò rimira.
+
+ Leva dunque, lettore, a l’alte rote
+ meco la vista, dritto a quella parte
+ dove l’un moto e l’altro si percuote;
+
+ e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
+ di quel maestro che dentro a sé l’ama,
+ tanto che mai da lei l’occhio non parte.
+
+ Vedi come da indi si dirama
+ l’oblico cerchio che i pianeti porta,
+ per sodisfare al mondo che li chiama.
+
+ Che se la strada lor non fosse torta,
+ molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
+ e quasi ogne potenza qua giù morta;
+
+ e se dal dritto più o men lontano
+ fosse ’l partire, assai sarebbe manco
+ e giù e sù de l’ordine mondano.
+
+ Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
+ dietro pensando a ciò che si preliba,
+ s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
+
+ Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
+ ché a sé torce tutta la mia cura
+ quella materia ond’ io son fatto scriba.
+
+ Lo ministro maggior de la natura,
+ che del valor del ciel lo mondo imprenta
+ e col suo lume il tempo ne misura,
+
+ con quella parte che sù si rammenta
+ congiunto, si girava per le spire
+ in che più tosto ognora s’appresenta;
+
+ e io era con lui; ma del salire
+ non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
+ anzi ’l primo pensier, del suo venire.
+
+ È Bëatrice quella che sì scorge
+ di bene in meglio, sì subitamente
+ che l’atto suo per tempo non si sporge.
+
+ Quant’ esser convenia da sé lucente
+ quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
+ non per color, ma per lume parvente!
+
+ Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
+ sì nol direi che mai s’imaginasse;
+ ma creder puossi e di veder si brami.
+
+ E se le fantasie nostre son basse
+ a tanta altezza, non è maraviglia;
+ ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
+
+ Tal era quivi la quarta famiglia
+ de l’alto Padre, che sempre la sazia,
+ mostrando come spira e come figlia.
+
+ E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
+ ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
+ sensibil t’ha levato per sua grazia».
+
+ Cor di mortal non fu mai sì digesto
+ a divozione e a rendersi a Dio
+ con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
+
+ come a quelle parole mi fec’ io;
+ e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
+ che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
+
+ Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
+ che lo splendor de li occhi suoi ridenti
+ mia mente unita in più cose divise.
+
+ Io vidi più folgór vivi e vincenti
+ far di noi centro e di sé far corona,
+ più dolci in voce che in vista lucenti:
+
+ così cinger la figlia di Latona
+ vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
+ sì che ritenga il fil che fa la zona.
+
+ Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
+ si trovan molte gioie care e belle
+ tanto che non si posson trar del regno;
+
+ e ’l canto di quei lumi era di quelle;
+ chi non s’impenna sì che là sù voli,
+ dal muto aspetti quindi le novelle.
+
+ Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
+ si fuor girati intorno a noi tre volte,
+ come stelle vicine a’ fermi poli,
+
+ donne mi parver, non da ballo sciolte,
+ ma che s’arrestin tacite, ascoltando
+ fin che le nove note hanno ricolte.
+
+ E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
+ lo raggio de la grazia, onde s’accende
+ verace amore e che poi cresce amando,
+
+ multiplicato in te tanto resplende,
+ che ti conduce su per quella scala
+ u’ sanza risalir nessun discende;
+
+ qual ti negasse il vin de la sua fiala
+ per la tua sete, in libertà non fora
+ se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
+
+ Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
+ questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
+ la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
+
+ Io fui de li agni de la santa greggia
+ che Domenico mena per cammino
+ u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
+
+ Questi che m’è a destra più vicino,
+ frate e maestro fummi, ed esso Alberto
+ è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
+
+ Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
+ di retro al mio parlar ten vien col viso
+ girando su per lo beato serto.
+
+ Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
+ di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
+ aiutò sì che piace in paradiso.
+
+ L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
+ quel Pietro fu che con la poverella
+ offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
+
+ La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
+ spira di tale amor, che tutto ’l mondo
+ là giù ne gola di saper novella:
+
+ entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
+ saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
+ a veder tanto non surse il secondo.
+
+ Appresso vedi il lume di quel cero
+ che giù in carne più a dentro vide
+ l’angelica natura e ’l ministero.
+
+ Ne l’altra piccioletta luce ride
+ quello avvocato de’ tempi cristiani
+ del cui latino Augustin si provide.
+
+ Or se tu l’occhio de la mente trani
+ di luce in luce dietro a le mie lode,
+ già de l’ottava con sete rimani.
+
+ Per vedere ogne ben dentro vi gode
+ l’anima santa che ’l mondo fallace
+ fa manifesto a chi di lei ben ode.
+
+ Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
+ giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
+ e da essilio venne a questa pace.
+
+ Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
+ d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
+ che a considerar fu più che viro.
+
+ Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
+ è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
+ gravi a morir li parve venir tardo:
+
+ essa è la luce etterna di Sigieri,
+ che, leggendo nel Vico de li Strami,
+ silogizzò invidïosi veri».
+
+ Indi, come orologio che ne chiami
+ ne l’ora che la sposa di Dio surge
+ a mattinar lo sposo perché l’ami,
+
+ che l’una parte e l’altra tira e urge,
+ tin tin sonando con sì dolce nota,
+ che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
+
+ così vid’ ïo la gloriosa rota
+ muoversi e render voce a voce in tempra
+ e in dolcezza ch’esser non pò nota
+
+ se non colà dove gioir s’insempra.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XI
+
+
+ O insensata cura de’ mortali,
+ quanto son difettivi silogismi
+ quei che ti fanno in basso batter l’ali!
+
+ Chi dietro a iura e chi ad amforismi
+ sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
+ e chi regnar per forza o per sofismi,
+
+ e chi rubare e chi civil negozio,
+ chi nel diletto de la carne involto
+ s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
+
+ quando, da tutte queste cose sciolto,
+ con Bëatrice m’era suso in cielo
+ cotanto glorïosamente accolto.
+
+ Poi che ciascuno fu tornato ne lo
+ punto del cerchio in che avanti s’era,
+ fermossi, come a candellier candelo.
+
+ E io senti’ dentro a quella lumera
+ che pria m’avea parlato, sorridendo
+ incominciar, faccendosi più mera:
+
+ «Così com’ io del suo raggio resplendo,
+ sì, riguardando ne la luce etterna,
+ li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
+
+ Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
+ in sì aperta e ’n sì distesa lingua
+ lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
+
+ ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
+ e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
+ e qui è uopo che ben si distingua.
+
+ La provedenza, che governa il mondo
+ con quel consiglio nel quale ogne aspetto
+ creato è vinto pria che vada al fondo,
+
+ però che andasse ver’ lo suo diletto
+ la sposa di colui ch’ad alte grida
+ disposò lei col sangue benedetto,
+
+ in sé sicura e anche a lui più fida,
+ due principi ordinò in suo favore,
+ che quinci e quindi le fosser per guida.
+
+ L’un fu tutto serafico in ardore;
+ l’altro per sapïenza in terra fue
+ di cherubica luce uno splendore.
+
+ De l’un dirò, però che d’amendue
+ si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
+ perch’ ad un fine fur l’opere sue.
+
+ Intra Tupino e l’acqua che discende
+ del colle eletto dal beato Ubaldo,
+ fertile costa d’alto monte pende,
+
+ onde Perugia sente freddo e caldo
+ da Porta Sole; e di rietro le piange
+ per grave giogo Nocera con Gualdo.
+
+ Di questa costa, là dov’ ella frange
+ più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
+ come fa questo talvolta di Gange.
+
+ Però chi d’esso loco fa parole,
+ non dica Ascesi, ché direbbe corto,
+ ma Orïente, se proprio dir vuole.
+
+ Non era ancor molto lontan da l’orto,
+ ch’el cominciò a far sentir la terra
+ de la sua gran virtute alcun conforto;
+
+ ché per tal donna, giovinetto, in guerra
+ del padre corse, a cui, come a la morte,
+ la porta del piacer nessun diserra;
+
+ e dinanzi a la sua spirital corte
+ et coram patre le si fece unito;
+ poscia di dì in dì l’amò più forte.
+
+ Questa, privata del primo marito,
+ millecent’ anni e più dispetta e scura
+ fino a costui si stette sanza invito;
+
+ né valse udir che la trovò sicura
+ con Amiclate, al suon de la sua voce,
+ colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
+
+ né valse esser costante né feroce,
+ sì che, dove Maria rimase giuso,
+ ella con Cristo pianse in su la croce.
+
+ Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
+ Francesco e Povertà per questi amanti
+ prendi oramai nel mio parlar diffuso.
+
+ La lor concordia e i lor lieti sembianti,
+ amore e maraviglia e dolce sguardo
+ facieno esser cagion di pensier santi;
+
+ tanto che ’l venerabile Bernardo
+ si scalzò prima, e dietro a tanta pace
+ corse e, correndo, li parve esser tardo.
+
+ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
+ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
+ dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
+
+ Indi sen va quel padre e quel maestro
+ con la sua donna e con quella famiglia
+ che già legava l’umile capestro.
+
+ Né li gravò viltà di cuor le ciglia
+ per esser fi’ di Pietro Bernardone,
+ né per parer dispetto a maraviglia;
+
+ ma regalmente sua dura intenzione
+ ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
+ primo sigillo a sua religïone.
+
+ Poi che la gente poverella crebbe
+ dietro a costui, la cui mirabil vita
+ meglio in gloria del ciel si canterebbe,
+
+ di seconda corona redimita
+ fu per Onorio da l’Etterno Spiro
+ la santa voglia d’esto archimandrita.
+
+ E poi che, per la sete del martiro,
+ ne la presenza del Soldan superba
+ predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
+
+ e per trovare a conversione acerba
+ troppo la gente e per non stare indarno,
+ redissi al frutto de l’italica erba,
+
+ nel crudo sasso intra Tevero e Arno
+ da Cristo prese l’ultimo sigillo,
+ che le sue membra due anni portarno.
+
+ Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
+ piacque di trarlo suso a la mercede
+ ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
+
+ a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
+ raccomandò la donna sua più cara,
+ e comandò che l’amassero a fede;
+
+ e del suo grembo l’anima preclara
+ mover si volle, tornando al suo regno,
+ e al suo corpo non volle altra bara.
+
+ Pensa oramai qual fu colui che degno
+ collega fu a mantener la barca
+ di Pietro in alto mar per dritto segno;
+
+ e questo fu il nostro patrïarca;
+ per che qual segue lui, com’ el comanda,
+ discerner puoi che buone merce carca.
+
+ Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
+ è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
+ che per diversi salti non si spanda;
+
+ e quanto le sue pecore remote
+ e vagabunde più da esso vanno,
+ più tornano a l’ovil di latte vòte.
+
+ Ben son di quelle che temono ’l danno
+ e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
+ che le cappe fornisce poco panno.
+
+ Or, se le mie parole non son fioche,
+ se la tua audïenza è stata attenta,
+ se ciò ch’è detto a la mente revoche,
+
+ in parte fia la tua voglia contenta,
+ perché vedrai la pianta onde si scheggia,
+ e vedra’ il corrègger che argomenta
+
+ “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XII
+
+
+ Sì tosto come l’ultima parola
+ la benedetta fiamma per dir tolse,
+ a rotar cominciò la santa mola;
+
+ e nel suo giro tutta non si volse
+ prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
+ e moto a moto e canto a canto colse;
+
+ canto che tanto vince nostre muse,
+ nostre serene in quelle dolci tube,
+ quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
+
+ Come si volgon per tenera nube
+ due archi paralelli e concolori,
+ quando Iunone a sua ancella iube,
+
+ nascendo di quel d’entro quel di fori,
+ a guisa del parlar di quella vaga
+ ch’amor consunse come sol vapori,
+
+ e fanno qui la gente esser presaga,
+ per lo patto che Dio con Noè puose,
+ del mondo che già mai più non s’allaga:
+
+ così di quelle sempiterne rose
+ volgiensi circa noi le due ghirlande,
+ e sì l’estrema a l’intima rispuose.
+
+ Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
+ sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
+ luce con luce gaudïose e blande,
+
+ insieme a punto e a voler quetarsi,
+ pur come li occhi ch’al piacer che i move
+ conviene insieme chiudere e levarsi;
+
+ del cor de l’una de le luci nove
+ si mosse voce, che l’ago a la stella
+ parer mi fece in volgermi al suo dove;
+
+ e cominciò: «L’amor che mi fa bella
+ mi tragge a ragionar de l’altro duca
+ per cui del mio sì ben ci si favella.
+
+ Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
+ sì che, com’ elli ad una militaro,
+ così la gloria loro insieme luca.
+
+ L’essercito di Cristo, che sì caro
+ costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
+ si movea tardo, sospeccioso e raro,
+
+ quando lo ’mperador che sempre regna
+ provide a la milizia, ch’era in forse,
+ per sola grazia, non per esser degna;
+
+ e, come è detto, a sua sposa soccorse
+ con due campioni, al cui fare, al cui dire
+ lo popol disvïato si raccorse.
+
+ In quella parte ove surge ad aprire
+ Zefiro dolce le novelle fronde
+ di che si vede Europa rivestire,
+
+ non molto lungi al percuoter de l’onde
+ dietro a le quali, per la lunga foga,
+ lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
+
+ siede la fortunata Calaroga
+ sotto la protezion del grande scudo
+ in che soggiace il leone e soggioga:
+
+ dentro vi nacque l’amoroso drudo
+ de la fede cristiana, il santo atleta
+ benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
+
+ e come fu creata, fu repleta
+ sì la sua mente di viva vertute
+ che, ne la madre, lei fece profeta.
+
+ Poi che le sponsalizie fuor compiute
+ al sacro fonte intra lui e la Fede,
+ u’ si dotar di mutüa salute,
+
+ la donna che per lui l’assenso diede,
+ vide nel sonno il mirabile frutto
+ ch’uscir dovea di lui e de le rede;
+
+ e perché fosse qual era in costrutto,
+ quinci si mosse spirito a nomarlo
+ del possessivo di cui era tutto.
+
+ Domenico fu detto; e io ne parlo
+ sì come de l’agricola che Cristo
+ elesse a l’orto suo per aiutarlo.
+
+ Ben parve messo e famigliar di Cristo:
+ che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
+ fu al primo consiglio che diè Cristo.
+
+ Spesse fïate fu tacito e desto
+ trovato in terra da la sua nutrice,
+ come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
+
+ Oh padre suo veramente Felice!
+ oh madre sua veramente Giovanna,
+ se, interpretata, val come si dice!
+
+ Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
+ di retro ad Ostïense e a Taddeo,
+ ma per amor de la verace manna
+
+ in picciol tempo gran dottor si feo;
+ tal che si mise a circüir la vigna
+ che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
+
+ E a la sedia che fu già benigna
+ più a’ poveri giusti, non per lei,
+ ma per colui che siede, che traligna,
+
+ non dispensare o due o tre per sei,
+ non la fortuna di prima vacante,
+ non decimas, quae sunt pauperum Dei,
+
+ addimandò, ma contro al mondo errante
+ licenza di combatter per lo seme
+ del qual ti fascian ventiquattro piante.
+
+ Poi, con dottrina e con volere insieme,
+ con l’officio appostolico si mosse
+ quasi torrente ch’alta vena preme;
+
+ e ne li sterpi eretici percosse
+ l’impeto suo, più vivamente quivi
+ dove le resistenze eran più grosse.
+
+ Di lui si fecer poi diversi rivi
+ onde l’orto catolico si riga,
+ sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
+
+ Se tal fu l’una rota de la biga
+ in che la Santa Chiesa si difese
+ e vinse in campo la sua civil briga,
+
+ ben ti dovrebbe assai esser palese
+ l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
+ dinanzi al mio venir fu sì cortese.
+
+ Ma l’orbita che fé la parte somma
+ di sua circunferenza, è derelitta,
+ sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
+
+ La sua famiglia, che si mosse dritta
+ coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
+ che quel dinanzi a quel di retro gitta;
+
+ e tosto si vedrà de la ricolta
+ de la mala coltura, quando il loglio
+ si lagnerà che l’arca li sia tolta.
+
+ Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
+ nostro volume, ancor troveria carta
+ u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
+
+ ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
+ là onde vegnon tali a la scrittura,
+ ch’uno la fugge e altro la coarta.
+
+ Io son la vita di Bonaventura
+ da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
+ sempre pospuosi la sinistra cura.
+
+ Illuminato e Augustin son quici,
+ che fuor de’ primi scalzi poverelli
+ che nel capestro a Dio si fero amici.
+
+ Ugo da San Vittore è qui con elli,
+ e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
+ lo qual giù luce in dodici libelli;
+
+ Natàn profeta e ’l metropolitano
+ Crisostomo e Anselmo e quel Donato
+ ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
+
+ Rabano è qui, e lucemi dallato
+ il calavrese abate Giovacchino
+ di spirito profetico dotato.
+
+ Ad inveggiar cotanto paladino
+ mi mosse l’infiammata cortesia
+ di fra Tommaso e ’l discreto latino;
+
+ e mosse meco questa compagnia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIII
+
+
+ Imagini, chi bene intender cupe
+ quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
+ mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
+
+ quindici stelle che ’n diverse plage
+ lo ciel avvivan di tanto sereno
+ che soperchia de l’aere ogne compage;
+
+ imagini quel carro a cu’ il seno
+ basta del nostro cielo e notte e giorno,
+ sì ch’al volger del temo non vien meno;
+
+ imagini la bocca di quel corno
+ che si comincia in punta de lo stelo
+ a cui la prima rota va dintorno,
+
+ aver fatto di sé due segni in cielo,
+ qual fece la figliuola di Minoi
+ allora che sentì di morte il gelo;
+
+ e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
+ e amendue girarsi per maniera
+ che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
+
+ e avrà quasi l’ombra de la vera
+ costellazione e de la doppia danza
+ che circulava il punto dov’ io era:
+
+ poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
+ quanto di là dal mover de la Chiana
+ si move il ciel che tutti li altri avanza.
+
+ Lì si cantò non Bacco, non Peana,
+ ma tre persone in divina natura,
+ e in una persona essa e l’umana.
+
+ Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
+ e attesersi a noi quei santi lumi,
+ felicitando sé di cura in cura.
+
+ Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
+ poscia la luce in che mirabil vita
+ del poverel di Dio narrata fumi,
+
+ e disse: «Quando l’una paglia è trita,
+ quando la sua semenza è già riposta,
+ a batter l’altra dolce amor m’invita.
+
+ Tu credi che nel petto onde la costa
+ si trasse per formar la bella guancia
+ il cui palato a tutto ’l mondo costa,
+
+ e in quel che, forato da la lancia,
+ e prima e poscia tanto sodisfece,
+ che d’ogne colpa vince la bilancia,
+
+ quantunque a la natura umana lece
+ aver di lume, tutto fosse infuso
+ da quel valor che l’uno e l’altro fece;
+
+ e però miri a ciò ch’io dissi suso,
+ quando narrai che non ebbe ’l secondo
+ lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
+
+ Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
+ e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
+ nel vero farsi come centro in tondo.
+
+ Ciò che non more e ciò che può morire
+ non è se non splendor di quella idea
+ che partorisce, amando, il nostro Sire;
+
+ ché quella viva luce che sì mea
+ dal suo lucente, che non si disuna
+ da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
+
+ per sua bontate il suo raggiare aduna,
+ quasi specchiato, in nove sussistenze,
+ etternalmente rimanendosi una.
+
+ Quindi discende a l’ultime potenze
+ giù d’atto in atto, tanto divenendo,
+ che più non fa che brevi contingenze;
+
+ e queste contingenze essere intendo
+ le cose generate, che produce
+ con seme e sanza seme il ciel movendo.
+
+ La cera di costoro e chi la duce
+ non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
+ idëale poi più e men traluce.
+
+ Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
+ secondo specie, meglio e peggio frutta;
+ e voi nascete con diverso ingegno.
+
+ Se fosse a punto la cera dedutta
+ e fosse il cielo in sua virtù supprema,
+ la luce del suggel parrebbe tutta;
+
+ ma la natura la dà sempre scema,
+ similemente operando a l’artista
+ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
+
+ Però se ’l caldo amor la chiara vista
+ de la prima virtù dispone e segna,
+ tutta la perfezion quivi s’acquista.
+
+ Così fu fatta già la terra degna
+ di tutta l’animal perfezïone;
+ così fu fatta la Vergine pregna;
+
+ sì ch’io commendo tua oppinïone,
+ che l’umana natura mai non fue
+ né fia qual fu in quelle due persone.
+
+ Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
+ ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
+ comincerebber le parole tue.
+
+ Ma perché paia ben ciò che non pare,
+ pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
+ quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
+
+ Non ho parlato sì, che tu non posse
+ ben veder ch’el fu re, che chiese senno
+ acciò che re sufficïente fosse;
+
+ non per sapere il numero in che enno
+ li motor di qua sù, o se necesse
+ con contingente mai necesse fenno;
+
+ non si est dare primum motum esse,
+ o se del mezzo cerchio far si puote
+ trïangol sì ch’un retto non avesse.
+
+ Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
+ regal prudenza è quel vedere impari
+ in che lo stral di mia intenzion percuote;
+
+ e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
+ vedrai aver solamente respetto
+ ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
+
+ Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
+ e così puote star con quel che credi
+ del primo padre e del nostro Diletto.
+
+ E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
+ per farti mover lento com’ uom lasso
+ e al sì e al no che tu non vedi:
+
+ ché quelli è tra li stolti bene a basso,
+ che sanza distinzione afferma e nega
+ ne l’un così come ne l’altro passo;
+
+ perch’ elli ’ncontra che più volte piega
+ l’oppinïon corrente in falsa parte,
+ e poi l’affetto l’intelletto lega.
+
+ Vie più che ’ndarno da riva si parte,
+ perché non torna tal qual e’ si move,
+ chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
+
+ E di ciò sono al mondo aperte prove
+ Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
+ li quali andaro e non sapëan dove;
+
+ sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
+ che furon come spade a le Scritture
+ in render torti li diritti volti.
+
+ Non sien le genti, ancor, troppo sicure
+ a giudicar, sì come quei che stima
+ le biade in campo pria che sien mature;
+
+ ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
+ lo prun mostrarsi rigido e feroce,
+ poscia portar la rosa in su la cima;
+
+ e legno vidi già dritto e veloce
+ correr lo mar per tutto suo cammino,
+ perire al fine a l’intrar de la foce.
+
+ Non creda donna Berta e ser Martino,
+ per vedere un furare, altro offerere,
+ vederli dentro al consiglio divino;
+
+ ché quel può surgere, e quel può cadere».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIV
+
+
+ Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
+ movesi l’acqua in un ritondo vaso,
+ secondo ch’è percosso fuori o dentro:
+
+ ne la mia mente fé sùbito caso
+ questo ch’io dico, sì come si tacque
+ la glorïosa vita di Tommaso,
+
+ per la similitudine che nacque
+ del suo parlare e di quel di Beatrice,
+ a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
+
+ «A costui fa mestieri, e nol vi dice
+ né con la voce né pensando ancora,
+ d’un altro vero andare a la radice.
+
+ Diteli se la luce onde s’infiora
+ vostra sustanza, rimarrà con voi
+ etternalmente sì com’ ell’ è ora;
+
+ e se rimane, dite come, poi
+ che sarete visibili rifatti,
+ esser porà ch’al veder non vi nòi».
+
+ Come, da più letizia pinti e tratti,
+ a la fïata quei che vanno a rota
+ levan la voce e rallegrano li atti,
+
+ così, a l’orazion pronta e divota,
+ li santi cerchi mostrar nova gioia
+ nel torneare e ne la mira nota.
+
+ Qual si lamenta perché qui si moia
+ per viver colà sù, non vide quive
+ lo refrigerio de l’etterna ploia.
+
+ Quell’ uno e due e tre che sempre vive
+ e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
+ non circunscritto, e tutto circunscrive,
+
+ tre volte era cantato da ciascuno
+ di quelli spirti con tal melodia,
+ ch’ad ogne merto saria giusto muno.
+
+ E io udi’ ne la luce più dia
+ del minor cerchio una voce modesta,
+ forse qual fu da l’angelo a Maria,
+
+ risponder: «Quanto fia lunga la festa
+ di paradiso, tanto il nostro amore
+ si raggerà dintorno cotal vesta.
+
+ La sua chiarezza séguita l’ardore;
+ l’ardor la visïone, e quella è tanta,
+ quant’ ha di grazia sovra suo valore.
+
+ Come la carne glorïosa e santa
+ fia rivestita, la nostra persona
+ più grata fia per esser tutta quanta;
+
+ per che s’accrescerà ciò che ne dona
+ di gratüito lume il sommo bene,
+ lume ch’a lui veder ne condiziona;
+
+ onde la visïon crescer convene,
+ crescer l’ardor che di quella s’accende,
+ crescer lo raggio che da esso vene.
+
+ Ma sì come carbon che fiamma rende,
+ e per vivo candor quella soverchia,
+ sì che la sua parvenza si difende;
+
+ così questo folgór che già ne cerchia
+ fia vinto in apparenza da la carne
+ che tutto dì la terra ricoperchia;
+
+ né potrà tanta luce affaticarne:
+ ché li organi del corpo saran forti
+ a tutto ciò che potrà dilettarne».
+
+ Tanto mi parver sùbiti e accorti
+ e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
+ che ben mostrar disio d’i corpi morti:
+
+ forse non pur per lor, ma per le mamme,
+ per li padri e per li altri che fuor cari
+ anzi che fosser sempiterne fiamme.
+
+ Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
+ nascere un lustro sopra quel che v’era,
+ per guisa d’orizzonte che rischiari.
+
+ E sì come al salir di prima sera
+ comincian per lo ciel nove parvenze,
+ sì che la vista pare e non par vera,
+
+ parvemi lì novelle sussistenze
+ cominciare a vedere, e fare un giro
+ di fuor da l’altre due circunferenze.
+
+ Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
+ come si fece sùbito e candente
+ a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
+
+ Ma Bëatrice sì bella e ridente
+ mi si mostrò, che tra quelle vedute
+ si vuol lasciar che non seguir la mente.
+
+ Quindi ripreser li occhi miei virtute
+ a rilevarsi; e vidimi translato
+ sol con mia donna in più alta salute.
+
+ Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
+ per l’affocato riso de la stella,
+ che mi parea più roggio che l’usato.
+
+ Con tutto ’l core e con quella favella
+ ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
+ qual conveniesi a la grazia novella.
+
+ E non er’ anco del mio petto essausto
+ l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
+ esso litare stato accetto e fausto;
+
+ ché con tanto lucore e tanto robbi
+ m’apparvero splendor dentro a due raggi,
+ ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
+
+ Come distinta da minori e maggi
+ lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
+ Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
+
+ sì costellati facean nel profondo
+ Marte quei raggi il venerabil segno
+ che fan giunture di quadranti in tondo.
+
+ Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
+ ché quella croce lampeggiava Cristo,
+ sì ch’io non so trovare essempro degno;
+
+ ma chi prende sua croce e segue Cristo,
+ ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
+ vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
+
+ Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
+ si movien lumi, scintillando forte
+ nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
+
+ così si veggion qui diritte e torte,
+ veloci e tarde, rinovando vista,
+ le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
+
+ moversi per lo raggio onde si lista
+ talvolta l’ombra che, per sua difesa,
+ la gente con ingegno e arte acquista.
+
+ E come giga e arpa, in tempra tesa
+ di molte corde, fa dolce tintinno
+ a tal da cui la nota non è intesa,
+
+ così da’ lumi che lì m’apparinno
+ s’accogliea per la croce una melode
+ che mi rapiva, sanza intender l’inno.
+
+ Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,
+ però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
+ come a colui che non intende e ode.
+
+ Ïo m’innamorava tanto quinci,
+ che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
+ che mi legasse con sì dolci vinci.
+
+ Forse la mia parola par troppo osa,
+ posponendo il piacer de li occhi belli,
+ ne’ quai mirando mio disio ha posa;
+
+ ma chi s’avvede che i vivi suggelli
+ d’ogne bellezza più fanno più suso,
+ e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
+
+ escusar puommi di quel ch’io m’accuso
+ per escusarmi, e vedermi dir vero:
+ ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
+
+ perché si fa, montando, più sincero.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XV
+
+
+ Benigna volontade in che si liqua
+ sempre l’amor che drittamente spira,
+ come cupidità fa ne la iniqua,
+
+ silenzio puose a quella dolce lira,
+ e fece quïetar le sante corde
+ che la destra del cielo allenta e tira.
+
+ Come saranno a’ giusti preghi sorde
+ quelle sustanze che, per darmi voglia
+ ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
+
+ Bene è che sanza termine si doglia
+ chi, per amor di cosa che non duri
+ etternalmente, quello amor si spoglia.
+
+ Quale per li seren tranquilli e puri
+ discorre ad ora ad or sùbito foco,
+ movendo li occhi che stavan sicuri,
+
+ e pare stella che tramuti loco,
+ se non che da la parte ond’ e’ s’accende
+ nulla sen perde, ed esso dura poco:
+
+ tale dal corno che ’n destro si stende
+ a piè di quella croce corse un astro
+ de la costellazion che lì resplende;
+
+ né si partì la gemma dal suo nastro,
+ ma per la lista radïal trascorse,
+ che parve foco dietro ad alabastro.
+
+ Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
+ se fede merta nostra maggior musa,
+ quando in Eliso del figlio s’accorse.
+
+ «O sanguis meus, o superinfusa
+ gratïa Deï, sicut tibi cui
+ bis unquam celi ianüa reclusa?».
+
+ Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
+ poscia rivolsi a la mia donna il viso,
+ e quinci e quindi stupefatto fui;
+
+ ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
+ tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
+ de la mia gloria e del mio paradiso.
+
+ Indi, a udire e a veder giocondo,
+ giunse lo spirto al suo principio cose,
+ ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
+
+ né per elezïon mi si nascose,
+ ma per necessità, ché ’l suo concetto
+ al segno d’i mortal si soprapuose.
+
+ E quando l’arco de l’ardente affetto
+ fu sì sfogato, che ’l parlar discese
+ inver’ lo segno del nostro intelletto,
+
+ la prima cosa che per me s’intese,
+ «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
+ che nel mio seme se’ tanto cortese!».
+
+ E seguì: «Grato e lontano digiuno,
+ tratto leggendo del magno volume
+ du’ non si muta mai bianco né bruno,
+
+ solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
+ in ch’io ti parlo, mercè di colei
+ ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
+
+ Tu credi che a me tuo pensier mei
+ da quel ch’è primo, così come raia
+ da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
+
+ e però ch’io mi sia e perch’ io paia
+ più gaudïoso a te, non mi domandi,
+ che alcun altro in questa turba gaia.
+
+ Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
+ di questa vita miran ne lo speglio
+ in che, prima che pensi, il pensier pandi;
+
+ ma perché ’l sacro amore in che io veglio
+ con perpetüa vista e che m’asseta
+ di dolce disïar, s’adempia meglio,
+
+ la voce tua sicura, balda e lieta
+ suoni la volontà, suoni ’l disio,
+ a che la mia risposta è già decreta!».
+
+ Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
+ pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
+ che fece crescer l’ali al voler mio.
+
+ Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
+ come la prima equalità v’apparse,
+ d’un peso per ciascun di voi si fenno,
+
+ però che ’l sol che v’allumò e arse,
+ col caldo e con la luce è sì iguali,
+ che tutte simiglianze sono scarse.
+
+ Ma voglia e argomento ne’ mortali,
+ per la cagion ch’a voi è manifesta,
+ diversamente son pennuti in ali;
+
+ ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
+ disagguaglianza, e però non ringrazio
+ se non col core a la paterna festa.
+
+ Ben supplico io a te, vivo topazio
+ che questa gioia prezïosa ingemmi,
+ perché mi facci del tuo nome sazio».
+
+ «O fronda mia in che io compiacemmi
+ pur aspettando, io fui la tua radice»:
+ cotal principio, rispondendo, femmi.
+
+ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
+ tua cognazione e che cent’ anni e piùe
+ girato ha ’l monte in la prima cornice,
+
+ mio figlio fu e tuo bisavol fue:
+ ben si convien che la lunga fatica
+ tu li raccorci con l’opere tue.
+
+ Fiorenza dentro da la cerchia antica,
+ ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
+ si stava in pace, sobria e pudica.
+
+ Non avea catenella, non corona,
+ non gonne contigiate, non cintura
+ che fosse a veder più che la persona.
+
+ Non faceva, nascendo, ancor paura
+ la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
+ non fuggien quinci e quindi la misura.
+
+ Non avea case di famiglia vòte;
+ non v’era giunto ancor Sardanapalo
+ a mostrar ciò che ’n camera si puote.
+
+ Non era vinto ancora Montemalo
+ dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
+ nel montar sù, così sarà nel calo.
+
+ Bellincion Berti vid’ io andar cinto
+ di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
+ la donna sua sanza ’l viso dipinto;
+
+ e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
+ esser contenti a la pelle scoperta,
+ e le sue donne al fuso e al pennecchio.
+
+ Oh fortunate! ciascuna era certa
+ de la sua sepultura, e ancor nulla
+ era per Francia nel letto diserta.
+
+ L’una vegghiava a studio de la culla,
+ e, consolando, usava l’idïoma
+ che prima i padri e le madri trastulla;
+
+ l’altra, traendo a la rocca la chioma,
+ favoleggiava con la sua famiglia
+ d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
+
+ Saria tenuta allor tal maraviglia
+ una Cianghella, un Lapo Salterello,
+ qual or saria Cincinnato e Corniglia.
+
+ A così riposato, a così bello
+ viver di cittadini, a così fida
+ cittadinanza, a così dolce ostello,
+
+ Maria mi diè, chiamata in alte grida;
+ e ne l’antico vostro Batisteo
+ insieme fui cristiano e Cacciaguida.
+
+ Moronto fu mio frate ed Eliseo;
+ mia donna venne a me di val di Pado,
+ e quindi il sopranome tuo si feo.
+
+ Poi seguitai lo ’mperador Currado;
+ ed el mi cinse de la sua milizia,
+ tanto per bene ovrar li venni in grado.
+
+ Dietro li andai incontro a la nequizia
+ di quella legge il cui popolo usurpa,
+ per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
+
+ Quivi fu’ io da quella gente turpa
+ disviluppato dal mondo fallace,
+ lo cui amor molt’ anime deturpa;
+
+ e venni dal martiro a questa pace».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVI
+
+
+ O poca nostra nobiltà di sangue,
+ se glorïar di te la gente fai
+ qua giù dove l’affetto nostro langue,
+
+ mirabil cosa non mi sarà mai:
+ ché là dove appetito non si torce,
+ dico nel cielo, io me ne gloriai.
+
+ Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
+ sì che, se non s’appon di dì in die,
+ lo tempo va dintorno con le force.
+
+ Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
+ in che la sua famiglia men persevra,
+ ricominciaron le parole mie;
+
+ onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
+ ridendo, parve quella che tossio
+ al primo fallo scritto di Ginevra.
+
+ Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
+ voi mi date a parlar tutta baldezza;
+ voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
+
+ Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
+ la mente mia, che di sé fa letizia
+ perché può sostener che non si spezza.
+
+ Ditemi dunque, cara mia primizia,
+ quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
+ che si segnaro in vostra püerizia;
+
+ ditemi de l’ovil di San Giovanni
+ quanto era allora, e chi eran le genti
+ tra esso degne di più alti scanni».
+
+ Come s’avviva a lo spirar d’i venti
+ carbone in fiamma, così vid’ io quella
+ luce risplendere a’ miei blandimenti;
+
+ e come a li occhi miei si fé più bella,
+ così con voce più dolce e soave,
+ ma non con questa moderna favella,
+
+ dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
+ al parto in che mia madre, ch’è or santa,
+ s’allevïò di me ond’ era grave,
+
+ al suo Leon cinquecento cinquanta
+ e trenta fiate venne questo foco
+ a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
+
+ Li antichi miei e io nacqui nel loco
+ dove si truova pria l’ultimo sesto
+ da quei che corre il vostro annüal gioco.
+
+ Basti d’i miei maggiori udirne questo:
+ chi ei si fosser e onde venner quivi,
+ più è tacer che ragionare onesto.
+
+ Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
+ da poter arme tra Marte e ’l Batista,
+ eran il quinto di quei ch’or son vivi.
+
+ Ma la cittadinanza, ch’è or mista
+ di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
+ pura vediesi ne l’ultimo artista.
+
+ Oh quanto fora meglio esser vicine
+ quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
+ e a Trespiano aver vostro confine,
+
+ che averle dentro e sostener lo puzzo
+ del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
+ che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
+
+ Se la gente ch’al mondo più traligna
+ non fosse stata a Cesare noverca,
+ ma come madre a suo figlio benigna,
+
+ tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
+ che si sarebbe vòlto a Simifonti,
+ là dove andava l’avolo a la cerca;
+
+ sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
+ sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
+ e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
+
+ Sempre la confusion de le persone
+ principio fu del mal de la cittade,
+ come del vostro il cibo che s’appone;
+
+ e cieco toro più avaccio cade
+ che cieco agnello; e molte volte taglia
+ più e meglio una che le cinque spade.
+
+ Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
+ come sono ite, e come se ne vanno
+ di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
+
+ udir come le schiatte si disfanno
+ non ti parrà nova cosa né forte,
+ poscia che le cittadi termine hanno.
+
+ Le vostre cose tutte hanno lor morte,
+ sì come voi; ma celasi in alcuna
+ che dura molto, e le vite son corte.
+
+ E come ’l volger del ciel de la luna
+ cuopre e discuopre i liti sanza posa,
+ così fa di Fiorenza la Fortuna:
+
+ per che non dee parer mirabil cosa
+ ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
+ onde è la fama nel tempo nascosa.
+
+ Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
+ Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
+ già nel calare, illustri cittadini;
+
+ e vidi così grandi come antichi,
+ con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
+ e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
+
+ Sovra la porta ch’al presente è carca
+ di nova fellonia di tanto peso
+ che tosto fia iattura de la barca,
+
+ erano i Ravignani, ond’ è disceso
+ il conte Guido e qualunque del nome
+ de l’alto Bellincione ha poscia preso.
+
+ Quel de la Pressa sapeva già come
+ regger si vuole, e avea Galigaio
+ dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
+
+ Grand’ era già la colonna del Vaio,
+ Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
+ e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
+
+ Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
+ era già grande, e già eran tratti
+ a le curule Sizii e Arrigucci.
+
+ Oh quali io vidi quei che son disfatti
+ per lor superbia! e le palle de l’oro
+ fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
+
+ Così facieno i padri di coloro
+ che, sempre che la vostra chiesa vaca,
+ si fanno grassi stando a consistoro.
+
+ L’oltracotata schiatta che s’indraca
+ dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
+ o ver la borsa, com’ agnel si placa,
+
+ già venìa sù, ma di picciola gente;
+ sì che non piacque ad Ubertin Donato
+ che poï il suocero il fé lor parente.
+
+ Già era ’l Caponsacco nel mercato
+ disceso giù da Fiesole, e già era
+ buon cittadino Giuda e Infangato.
+
+ Io dirò cosa incredibile e vera:
+ nel picciol cerchio s’entrava per porta
+ che si nomava da quei de la Pera.
+
+ Ciascun che de la bella insegna porta
+ del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
+ la festa di Tommaso riconforta,
+
+ da esso ebbe milizia e privilegio;
+ avvegna che con popol si rauni
+ oggi colui che la fascia col fregio.
+
+ Già eran Gualterotti e Importuni;
+ e ancor saria Borgo più quïeto,
+ se di novi vicin fosser digiuni.
+
+ La casa di che nacque il vostro fleto,
+ per lo giusto disdegno che v’ha morti
+ e puose fine al vostro viver lieto,
+
+ era onorata, essa e suoi consorti:
+ o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
+ le nozze süe per li altrui conforti!
+
+ Molti sarebber lieti, che son tristi,
+ se Dio t’avesse conceduto ad Ema
+ la prima volta ch’a città venisti.
+
+ Ma conveniesi a quella pietra scema
+ che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
+ vittima ne la sua pace postrema.
+
+ Con queste genti, e con altre con esse,
+ vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
+ che non avea cagione onde piangesse.
+
+ Con queste genti vid’io glorïoso
+ e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
+ non era ad asta mai posto a ritroso,
+
+ né per divisïon fatto vermiglio».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVII
+
+
+ Qual venne a Climenè, per accertarsi
+ di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
+ quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
+
+ tal era io, e tal era sentito
+ e da Beatrice e da la santa lampa
+ che pria per me avea mutato sito.
+
+ Per che mia donna «Manda fuor la vampa
+ del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
+ segnata bene de la interna stampa:
+
+ non perché nostra conoscenza cresca
+ per tuo parlare, ma perché t’ausi
+ a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
+
+ «O cara piota mia che sì t’insusi,
+ che, come veggion le terrene menti
+ non capere in trïangol due ottusi,
+
+ così vedi le cose contingenti
+ anzi che sieno in sé, mirando il punto
+ a cui tutti li tempi son presenti;
+
+ mentre ch’io era a Virgilio congiunto
+ su per lo monte che l’anime cura
+ e discendendo nel mondo defunto,
+
+ dette mi fuor di mia vita futura
+ parole gravi, avvegna ch’io mi senta
+ ben tetragono ai colpi di ventura;
+
+ per che la voglia mia saria contenta
+ d’intender qual fortuna mi s’appressa:
+ ché saetta previsa vien più lenta».
+
+ Così diss’ io a quella luce stessa
+ che pria m’avea parlato; e come volle
+ Beatrice, fu la mia voglia confessa.
+
+ Né per ambage, in che la gente folle
+ già s’inviscava pria che fosse anciso
+ l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
+
+ ma per chiare parole e con preciso
+ latin rispuose quello amor paterno,
+ chiuso e parvente del suo proprio riso:
+
+ «La contingenza, che fuor del quaderno
+ de la vostra matera non si stende,
+ tutta è dipinta nel cospetto etterno;
+
+ necessità però quindi non prende
+ se non come dal viso in che si specchia
+ nave che per torrente giù discende.
+
+ Da indi, sì come viene ad orecchia
+ dolce armonia da organo, mi viene
+ a vista il tempo che ti s’apparecchia.
+
+ Qual si partio Ipolito d’Atene
+ per la spietata e perfida noverca,
+ tal di Fiorenza partir ti convene.
+
+ Questo si vuole e questo già si cerca,
+ e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
+ là dove Cristo tutto dì si merca.
+
+ La colpa seguirà la parte offensa
+ in grido, come suol; ma la vendetta
+ fia testimonio al ver che la dispensa.
+
+ Tu lascerai ogne cosa diletta
+ più caramente; e questo è quello strale
+ che l’arco de lo essilio pria saetta.
+
+ Tu proverai sì come sa di sale
+ lo pane altrui, e come è duro calle
+ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
+
+ E quel che più ti graverà le spalle,
+ sarà la compagnia malvagia e scempia
+ con la qual tu cadrai in questa valle;
+
+ che tutta ingrata, tutta matta ed empia
+ si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
+ ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
+
+ Di sua bestialitate il suo processo
+ farà la prova; sì ch’a te fia bello
+ averti fatta parte per te stesso.
+
+ Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
+ sarà la cortesia del gran Lombardo
+ che ’n su la scala porta il santo uccello;
+
+ ch’in te avrà sì benigno riguardo,
+ che del fare e del chieder, tra voi due,
+ fia primo quel che tra li altri è più tardo.
+
+ Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
+ nascendo, sì da questa stella forte,
+ che notabili fier l’opere sue.
+
+ Non se ne son le genti ancora accorte
+ per la novella età, ché pur nove anni
+ son queste rote intorno di lui torte;
+
+ ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
+ parran faville de la sua virtute
+ in non curar d’argento né d’affanni.
+
+ Le sue magnificenze conosciute
+ saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
+ non ne potran tener le lingue mute.
+
+ A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
+ per lui fia trasmutata molta gente,
+ cambiando condizion ricchi e mendici;
+
+ e portera’ne scritto ne la mente
+ di lui, e nol dirai»; e disse cose
+ incredibili a quei che fier presente.
+
+ Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
+ di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
+ che dietro a pochi giri son nascose.
+
+ Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
+ poscia che s’infutura la tua vita
+ vie più là che ’l punir di lor perfidie».
+
+ Poi che, tacendo, si mostrò spedita
+ l’anima santa di metter la trama
+ in quella tela ch’io le porsi ordita,
+
+ io cominciai, come colui che brama,
+ dubitando, consiglio da persona
+ che vede e vuol dirittamente e ama:
+
+ «Ben veggio, padre mio, sì come sprona
+ lo tempo verso me, per colpo darmi
+ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
+
+ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
+ sì che, se loco m’è tolto più caro,
+ io non perdessi li altri per miei carmi.
+
+ Giù per lo mondo sanza fine amaro,
+ e per lo monte del cui bel cacume
+ li occhi de la mia donna mi levaro,
+
+ e poscia per lo ciel, di lume in lume,
+ ho io appreso quel che s’io ridico,
+ a molti fia sapor di forte agrume;
+
+ e s’io al vero son timido amico,
+ temo di perder viver tra coloro
+ che questo tempo chiameranno antico».
+
+ La luce in che rideva il mio tesoro
+ ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
+ quale a raggio di sole specchio d’oro;
+
+ indi rispuose: «Coscïenza fusca
+ o de la propria o de l’altrui vergogna
+ pur sentirà la tua parola brusca.
+
+ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
+ tutta tua visïon fa manifesta;
+ e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
+
+ Ché se la voce tua sarà molesta
+ nel primo gusto, vital nodrimento
+ lascerà poi, quando sarà digesta.
+
+ Questo tuo grido farà come vento,
+ che le più alte cime più percuote;
+ e ciò non fa d’onor poco argomento.
+
+ Però ti son mostrate in queste rote,
+ nel monte e ne la valle dolorosa
+ pur l’anime che son di fama note,
+
+ che l’animo di quel ch’ode, non posa
+ né ferma fede per essempro ch’aia
+ la sua radice incognita e ascosa,
+
+ né per altro argomento che non paia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVIII
+
+
+ Già si godeva solo del suo verbo
+ quello specchio beato, e io gustava
+ lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
+
+ e quella donna ch’a Dio mi menava
+ disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
+ presso a colui ch’ogne torto disgrava».
+
+ Io mi rivolsi a l’amoroso suono
+ del mio conforto; e qual io allor vidi
+ ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
+
+ non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
+ ma per la mente che non può redire
+ sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
+
+ Tanto poss’ io di quel punto ridire,
+ che, rimirando lei, lo mio affetto
+ libero fu da ogne altro disire,
+
+ fin che ’l piacere etterno, che diretto
+ raggiava in Bëatrice, dal bel viso
+ mi contentava col secondo aspetto.
+
+ Vincendo me col lume d’un sorriso,
+ ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
+ ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
+
+ Come si vede qui alcuna volta
+ l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
+ che da lui sia tutta l’anima tolta,
+
+ così nel fiammeggiar del folgór santo,
+ a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
+ in lui di ragionarmi ancora alquanto.
+
+ El cominciò: «In questa quinta soglia
+ de l’albero che vive de la cima
+ e frutta sempre e mai non perde foglia,
+
+ spiriti son beati, che giù, prima
+ che venissero al ciel, fuor di gran voce,
+ sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
+
+ Però mira ne’ corni de la croce:
+ quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
+ che fa in nube il suo foco veloce».
+
+ Io vidi per la croce un lume tratto
+ dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
+ né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
+
+ E al nome de l’alto Macabeo
+ vidi moversi un altro roteando,
+ e letizia era ferza del paleo.
+
+ Così per Carlo Magno e per Orlando
+ due ne seguì lo mio attento sguardo,
+ com’ occhio segue suo falcon volando.
+
+ Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
+ e ’l duca Gottifredi la mia vista
+ per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
+
+ Indi, tra l’altre luci mota e mista,
+ mostrommi l’alma che m’avea parlato
+ qual era tra i cantor del cielo artista.
+
+ Io mi rivolsi dal mio destro lato
+ per vedere in Beatrice il mio dovere,
+ o per parlare o per atto, segnato;
+
+ e vidi le sue luci tanto mere,
+ tanto gioconde, che la sua sembianza
+ vinceva li altri e l’ultimo solere.
+
+ E come, per sentir più dilettanza
+ bene operando, l’uom di giorno in giorno
+ s’accorge che la sua virtute avanza,
+
+ sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
+ col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
+ veggendo quel miracol più addorno.
+
+ E qual è ’l trasmutare in picciol varco
+ di tempo in bianca donna, quando ’l volto
+ suo si discarchi di vergogna il carco,
+
+ tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
+ per lo candor de la temprata stella
+ sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
+
+ Io vidi in quella giovïal facella
+ lo sfavillar de l’amor che lì era
+ segnare a li occhi miei nostra favella.
+
+ E come augelli surti di rivera,
+ quasi congratulando a lor pasture,
+ fanno di sé or tonda or altra schiera,
+
+ sì dentro ai lumi sante creature
+ volitando cantavano, e faciensi
+ or D, or I, or L in sue figure.
+
+ Prima, cantando, a sua nota moviensi;
+ poi, diventando l’un di questi segni,
+ un poco s’arrestavano e taciensi.
+
+ O diva Pegasëa che li ’ngegni
+ fai glorïosi e rendili longevi,
+ ed essi teco le cittadi e ’ regni,
+
+ illustrami di te, sì ch’io rilevi
+ le lor figure com’ io l’ho concette:
+ paia tua possa in questi versi brevi!
+
+ Mostrarsi dunque in cinque volte sette
+ vocali e consonanti; e io notai
+ le parti sì, come mi parver dette.
+
+ ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
+ fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
+ ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
+
+ Poscia ne l’emme del vocabol quinto
+ rimasero ordinate; sì che Giove
+ pareva argento lì d’oro distinto.
+
+ E vidi scendere altre luci dove
+ era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
+ cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
+
+ Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
+ surgono innumerabili faville,
+ onde li stolti sogliono agurarsi,
+
+ resurger parver quindi più di mille
+ luci e salir, qual assai e qual poco,
+ sì come ’l sol che l’accende sortille;
+
+ e quïetata ciascuna in suo loco,
+ la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
+ rappresentare a quel distinto foco.
+
+ Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
+ ma esso guida, e da lui si rammenta
+ quella virtù ch’è forma per li nidi.
+
+ L’altra bëatitudo, che contenta
+ pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
+ con poco moto seguitò la ’mprenta.
+
+ O dolce stella, quali e quante gemme
+ mi dimostraro che nostra giustizia
+ effetto sia del ciel che tu ingemme!
+
+ Per ch’io prego la mente in che s’inizia
+ tuo moto e tua virtute, che rimiri
+ ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
+
+ sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
+ del comperare e vender dentro al templo
+ che si murò di segni e di martìri.
+
+ O milizia del ciel cu’ io contemplo,
+ adora per color che sono in terra
+ tutti svïati dietro al malo essemplo!
+
+ Già si solea con le spade far guerra;
+ ma or si fa togliendo or qui or quivi
+ lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
+
+ Ma tu che sol per cancellare scrivi,
+ pensa che Pietro e Paulo, che moriro
+ per la vigna che guasti, ancor son vivi.
+
+ Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
+ sì a colui che volle viver solo
+ e che per salti fu tratto al martiro,
+
+ ch’io non conosco il pescator né Polo».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIX
+
+
+ Parea dinanzi a me con l’ali aperte
+ la bella image che nel dolce frui
+ liete facevan l’anime conserte;
+
+ parea ciascuna rubinetto in cui
+ raggio di sole ardesse sì acceso,
+ che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
+
+ E quel che mi convien ritrar testeso,
+ non portò voce mai, né scrisse incostro,
+ né fu per fantasia già mai compreso;
+
+ ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,
+ e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
+ quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
+
+ E cominciò: «Per esser giusto e pio
+ son io qui essaltato a quella gloria
+ che non si lascia vincere a disio;
+
+ e in terra lasciai la mia memoria
+ sì fatta, che le genti lì malvage
+ commendan lei, ma non seguon la storia».
+
+ Così un sol calor di molte brage
+ si fa sentir, come di molti amori
+ usciva solo un suon di quella image.
+
+ Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori
+ de l’etterna letizia, che pur uno
+ parer mi fate tutti vostri odori,
+
+ solvetemi, spirando, il gran digiuno
+ che lungamente m’ha tenuto in fame,
+ non trovandoli in terra cibo alcuno.
+
+ Ben so io che, se ’n cielo altro reame
+ la divina giustizia fa suo specchio,
+ che ’l vostro non l’apprende con velame.
+
+ Sapete come attento io m’apparecchio
+ ad ascoltar; sapete qual è quello
+ dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
+
+ Quasi falcone ch’esce del cappello,
+ move la testa e con l’ali si plaude,
+ voglia mostrando e faccendosi bello,
+
+ vid’ io farsi quel segno, che di laude
+ de la divina grazia era contesto,
+ con canti quai si sa chi là sù gaude.
+
+ Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
+ a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
+ distinse tanto occulto e manifesto,
+
+ non poté suo valor sì fare impresso
+ in tutto l’universo, che ’l suo verbo
+ non rimanesse in infinito eccesso.
+
+ E ciò fa certo che ’l primo superbo,
+ che fu la somma d’ogne creatura,
+ per non aspettar lume, cadde acerbo;
+
+ e quinci appar ch’ogne minor natura
+ è corto recettacolo a quel bene
+ che non ha fine e sé con sé misura.
+
+ Dunque vostra veduta, che convene
+ esser alcun de’ raggi de la mente
+ di che tutte le cose son ripiene,
+
+ non pò da sua natura esser possente
+ tanto, che suo principio discerna
+ molto di là da quel che l’è parvente.
+
+ Però ne la giustizia sempiterna
+ la vista che riceve il vostro mondo,
+ com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
+
+ che, ben che da la proda veggia il fondo,
+ in pelago nol vede; e nondimeno
+ èli, ma cela lui l’esser profondo.
+
+ Lume non è, se non vien dal sereno
+ che non si turba mai; anzi è tenèbra
+ od ombra de la carne o suo veleno.
+
+ Assai t’è mo aperta la latebra
+ che t’ascondeva la giustizia viva,
+ di che facei question cotanto crebra;
+
+ ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
+ de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
+ di Cristo né chi legga né chi scriva;
+
+ e tutti suoi voleri e atti buoni
+ sono, quanto ragione umana vede,
+ sanza peccato in vita o in sermoni.
+
+ Muore non battezzato e sanza fede:
+ ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
+ ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
+
+ Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
+ per giudicar di lungi mille miglia
+ con la veduta corta d’una spanna?
+
+ Certo a colui che meco s’assottiglia,
+ se la Scrittura sovra voi non fosse,
+ da dubitar sarebbe a maraviglia.
+
+ Oh terreni animali! oh menti grosse!
+ La prima volontà, ch’è da sé buona,
+ da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
+
+ Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
+ nullo creato bene a sé la tira,
+ ma essa, radïando, lui cagiona».
+
+ Quale sovresso il nido si rigira
+ poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
+ e come quel ch’è pasto la rimira;
+
+ cotal si fece, e sì leväi i cigli,
+ la benedetta imagine, che l’ali
+ movea sospinte da tanti consigli.
+
+ Roteando cantava, e dicea: «Quali
+ son le mie note a te, che non le ’ntendi,
+ tal è il giudicio etterno a voi mortali».
+
+ Poi si quetaro quei lucenti incendi
+ de lo Spirito Santo ancor nel segno
+ che fé i Romani al mondo reverendi,
+
+ esso ricominciò: «A questo regno
+ non salì mai chi non credette ’n Cristo,
+ né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
+
+ Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
+ che saranno in giudicio assai men prope
+ a lui, che tal che non conosce Cristo;
+
+ e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
+ quando si partiranno i due collegi,
+ l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
+
+ Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
+ come vedranno quel volume aperto
+ nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
+
+ Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
+ quella che tosto moverà la penna,
+ per che ’l regno di Praga fia diserto.
+
+ Lì si vedrà il duol che sovra Senna
+ induce, falseggiando la moneta,
+ quel che morrà di colpo di cotenna.
+
+ Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
+ che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
+ sì che non può soffrir dentro a sua meta.
+
+ Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
+ di quel di Spagna e di quel di Boemme,
+ che mai valor non conobbe né volle.
+
+ Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
+ segnata con un i la sua bontate,
+ quando ’l contrario segnerà un emme.
+
+ Vedrassi l’avarizia e la viltate
+ di quei che guarda l’isola del foco,
+ ove Anchise finì la lunga etate;
+
+ e a dare ad intender quanto è poco,
+ la sua scrittura fian lettere mozze,
+ che noteranno molto in parvo loco.
+
+ E parranno a ciascun l’opere sozze
+ del barba e del fratel, che tanto egregia
+ nazione e due corone han fatte bozze.
+
+ E quel di Portogallo e di Norvegia
+ lì si conosceranno, e quel di Rascia
+ che male ha visto il conio di Vinegia.
+
+ Oh beata Ungheria, se non si lascia
+ più malmenare! e beata Navarra,
+ se s’armasse del monte che la fascia!
+
+ E creder de’ ciascun che già, per arra
+ di questo, Niccosïa e Famagosta
+ per la lor bestia si lamenti e garra,
+
+ che dal fianco de l’altre non si scosta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XX
+
+
+ Quando colui che tutto ’l mondo alluma
+ de l’emisperio nostro sì discende,
+ che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
+
+ lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
+ subitamente si rifà parvente
+ per molte luci, in che una risplende;
+
+ e questo atto del ciel mi venne a mente,
+ come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
+ nel benedetto rostro fu tacente;
+
+ però che tutte quelle vive luci,
+ vie più lucendo, cominciaron canti
+ da mia memoria labili e caduci.
+
+ O dolce amor che di riso t’ammanti,
+ quanto parevi ardente in que’ flailli,
+ ch’avieno spirto sol di pensier santi!
+
+ Poscia che i cari e lucidi lapilli
+ ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
+ puoser silenzio a li angelici squilli,
+
+ udir mi parve un mormorar di fiume
+ che scende chiaro giù di pietra in pietra,
+ mostrando l’ubertà del suo cacume.
+
+ E come suono al collo de la cetra
+ prende sua forma, e sì com’ al pertugio
+ de la sampogna vento che penètra,
+
+ così, rimosso d’aspettare indugio,
+ quel mormorar de l’aguglia salissi
+ su per lo collo, come fosse bugio.
+
+ Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
+ per lo suo becco in forma di parole,
+ quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
+
+ «La parte in me che vede e pate il sole
+ ne l’aguglie mortali», incominciommi,
+ «or fisamente riguardar si vole,
+
+ perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
+ quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
+ e’ di tutti lor gradi son li sommi.
+
+ Colui che luce in mezzo per pupilla,
+ fu il cantor de lo Spirito Santo,
+ che l’arca traslatò di villa in villa:
+
+ ora conosce il merto del suo canto,
+ in quanto effetto fu del suo consiglio,
+ per lo remunerar ch’è altrettanto.
+
+ Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
+ colui che più al becco mi s’accosta,
+ la vedovella consolò del figlio:
+
+ ora conosce quanto caro costa
+ non seguir Cristo, per l’esperïenza
+ di questa dolce vita e de l’opposta.
+
+ E quel che segue in la circunferenza
+ di che ragiono, per l’arco superno,
+ morte indugiò per vera penitenza:
+
+ ora conosce che ’l giudicio etterno
+ non si trasmuta, quando degno preco
+ fa crastino là giù de l’odïerno.
+
+ L’altro che segue, con le leggi e meco,
+ sotto buona intenzion che fé mal frutto,
+ per cedere al pastor si fece greco:
+
+ ora conosce come il mal dedutto
+ dal suo bene operar non li è nocivo,
+ avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
+
+ E quel che vedi ne l’arco declivo,
+ Guiglielmo fu, cui quella terra plora
+ che piagne Carlo e Federigo vivo:
+
+ ora conosce come s’innamora
+ lo ciel del giusto rege, e al sembiante
+ del suo fulgore il fa vedere ancora.
+
+ Chi crederebbe giù nel mondo errante
+ che Rifëo Troiano in questo tondo
+ fosse la quinta de le luci sante?
+
+ Ora conosce assai di quel che ’l mondo
+ veder non può de la divina grazia,
+ ben che sua vista non discerna il fondo».
+
+ Quale allodetta che ’n aere si spazia
+ prima cantando, e poi tace contenta
+ de l’ultima dolcezza che la sazia,
+
+ tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
+ de l’etterno piacere, al cui disio
+ ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
+
+ E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
+ lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
+ tempo aspettar tacendo non patio,
+
+ ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
+ mi pinse con la forza del suo peso:
+ per ch’io di coruscar vidi gran feste.
+
+ Poi appresso, con l’occhio più acceso,
+ lo benedetto segno mi rispuose
+ per non tenermi in ammirar sospeso:
+
+ «Io veggio che tu credi queste cose
+ perch’ io le dico, ma non vedi come;
+ sì che, se son credute, sono ascose.
+
+ Fai come quei che la cosa per nome
+ apprende ben, ma la sua quiditate
+ veder non può se altri non la prome.
+
+ Regnum celorum vïolenza pate
+ da caldo amore e da viva speranza,
+ che vince la divina volontate:
+
+ non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
+ ma vince lei perché vuole esser vinta,
+ e, vinta, vince con sua beninanza.
+
+ La prima vita del ciglio e la quinta
+ ti fa maravigliar, perché ne vedi
+ la regïon de li angeli dipinta.
+
+ D’i corpi suoi non uscir, come credi,
+ Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
+ quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
+
+ Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
+ già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
+ e ciò di viva spene fu mercede:
+
+ di viva spene, che mise la possa
+ ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
+ sì che potesse sua voglia esser mossa.
+
+ L’anima glorïosa onde si parla,
+ tornata ne la carne, in che fu poco,
+ credette in lui che potëa aiutarla;
+
+ e credendo s’accese in tanto foco
+ di vero amor, ch’a la morte seconda
+ fu degna di venire a questo gioco.
+
+ L’altra, per grazia che da sì profonda
+ fontana stilla, che mai creatura
+ non pinse l’occhio infino a la prima onda,
+
+ tutto suo amor là giù pose a drittura:
+ per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
+ l’occhio a la nostra redenzion futura;
+
+ ond’ ei credette in quella, e non sofferse
+ da indi il puzzo più del paganesmo;
+ e riprendiene le genti perverse.
+
+ Quelle tre donne li fur per battesmo
+ che tu vedesti da la destra rota,
+ dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
+
+ O predestinazion, quanto remota
+ è la radice tua da quelli aspetti
+ che la prima cagion non veggion tota!
+
+ E voi, mortali, tenetevi stretti
+ a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
+ non conosciamo ancor tutti li eletti;
+
+ ed ènne dolce così fatto scemo,
+ perché il ben nostro in questo ben s’affina,
+ che quel che vole Iddio, e noi volemo».
+
+ Così da quella imagine divina,
+ per farmi chiara la mia corta vista,
+ data mi fu soave medicina.
+
+ E come a buon cantor buon citarista
+ fa seguitar lo guizzo de la corda,
+ in che più di piacer lo canto acquista,
+
+ sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
+ ch’io vidi le due luci benedette,
+ pur come batter d’occhi si concorda,
+
+ con le parole mover le fiammette.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXI
+
+
+ Già eran li occhi miei rifissi al volto
+ de la mia donna, e l’animo con essi,
+ e da ogne altro intento s’era tolto.
+
+ E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
+ mi cominciò, «tu ti faresti quale
+ fu Semelè quando di cener fessi:
+
+ ché la bellezza mia, che per le scale
+ de l’etterno palazzo più s’accende,
+ com’ hai veduto, quanto più si sale,
+
+ se non si temperasse, tanto splende,
+ che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
+ sarebbe fronda che trono scoscende.
+
+ Noi sem levati al settimo splendore,
+ che sotto ’l petto del Leone ardente
+ raggia mo misto giù del suo valore.
+
+ Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
+ e fa di quelli specchi a la figura
+ che ’n questo specchio ti sarà parvente».
+
+ Qual savesse qual era la pastura
+ del viso mio ne l’aspetto beato
+ quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
+
+ conoscerebbe quanto m’era a grato
+ ubidire a la mia celeste scorta,
+ contrapesando l’un con l’altro lato.
+
+ Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
+ cerchiando il mondo, del suo caro duce
+ sotto cui giacque ogne malizia morta,
+
+ di color d’oro in che raggio traluce
+ vid’ io uno scaleo eretto in suso
+ tanto, che nol seguiva la mia luce.
+
+ Vidi anche per li gradi scender giuso
+ tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
+ che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
+
+ E come, per lo natural costume,
+ le pole insieme, al cominciar del giorno,
+ si movono a scaldar le fredde piume;
+
+ poi altre vanno via sanza ritorno,
+ altre rivolgon sé onde son mosse,
+ e altre roteando fan soggiorno;
+
+ tal modo parve me che quivi fosse
+ in quello sfavillar che ’nsieme venne,
+ sì come in certo grado si percosse.
+
+ E quel che presso più ci si ritenne,
+ si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
+ ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
+
+ Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
+ del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
+ contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
+
+ Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
+ nel veder di colui che tutto vede,
+ mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
+
+ E io incominciai: «La mia mercede
+ non mi fa degno de la tua risposta;
+ ma per colei che ’l chieder mi concede,
+
+ vita beata che ti stai nascosta
+ dentro a la tua letizia, fammi nota
+ la cagion che sì presso mi t’ha posta;
+
+ e dì perché si tace in questa rota
+ la dolce sinfonia di paradiso,
+ che giù per l’altre suona sì divota».
+
+ «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
+ rispuose a me; «onde qui non si canta
+ per quel che Bëatrice non ha riso.
+
+ Giù per li gradi de la scala santa
+ discesi tanto sol per farti festa
+ col dire e con la luce che mi ammanta;
+
+ né più amor mi fece esser più presta,
+ ché più e tanto amor quinci sù ferve,
+ sì come il fiammeggiar ti manifesta.
+
+ Ma l’alta carità, che ci fa serve
+ pronte al consiglio che ’l mondo governa,
+ sorteggia qui sì come tu osserve».
+
+ «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
+ come libero amore in questa corte
+ basta a seguir la provedenza etterna;
+
+ ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
+ perché predestinata fosti sola
+ a questo officio tra le tue consorte».
+
+ Né venni prima a l’ultima parola,
+ che del suo mezzo fece il lume centro,
+ girando sé come veloce mola;
+
+ poi rispuose l’amor che v’era dentro:
+ «Luce divina sopra me s’appunta,
+ penetrando per questa in ch’io m’inventro,
+
+ la cui virtù, col mio veder congiunta,
+ mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
+ la somma essenza de la quale è munta.
+
+ Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
+ per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
+ la chiarità de la fiamma pareggio.
+
+ Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
+ quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
+ a la dimanda tua non satisfara,
+
+ però che sì s’innoltra ne lo abisso
+ de l’etterno statuto quel che chiedi,
+ che da ogne creata vista è scisso.
+
+ E al mondo mortal, quando tu riedi,
+ questo rapporta, sì che non presumma
+ a tanto segno più mover li piedi.
+
+ La mente, che qui luce, in terra fumma;
+ onde riguarda come può là giùe
+ quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
+
+ Sì mi prescrisser le parole sue,
+ ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
+ a dimandarla umilmente chi fue.
+
+ «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
+ e non molto distanti a la tua patria,
+ tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
+
+ e fanno un gibbo che si chiama Catria,
+ di sotto al quale è consecrato un ermo,
+ che suole esser disposto a sola latria».
+
+ Così ricominciommi il terzo sermo;
+ e poi, continüando, disse: «Quivi
+ al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
+
+ che pur con cibi di liquor d’ulivi
+ lievemente passava caldi e geli,
+ contento ne’ pensier contemplativi.
+
+ Render solea quel chiostro a questi cieli
+ fertilemente; e ora è fatto vano,
+ sì che tosto convien che si riveli.
+
+ In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
+ e Pietro Peccator fu’ ne la casa
+ di Nostra Donna in sul lito adriano.
+
+ Poca vita mortal m’era rimasa,
+ quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
+ che pur di male in peggio si travasa.
+
+ Venne Cefàs e venne il gran vasello
+ de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
+ prendendo il cibo da qualunque ostello.
+
+ Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
+ li moderni pastori e chi li meni,
+ tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
+
+ Cuopron d’i manti loro i palafreni,
+ sì che due bestie van sott’ una pelle:
+ oh pazïenza che tanto sostieni!».
+
+ A questa voce vid’ io più fiammelle
+ di grado in grado scendere e girarsi,
+ e ogne giro le facea più belle.
+
+ Dintorno a questa vennero e fermarsi,
+ e fero un grido di sì alto suono,
+ che non potrebbe qui assomigliarsi;
+
+ né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXII
+
+
+ Oppresso di stupore, a la mia guida
+ mi volsi, come parvol che ricorre
+ sempre colà dove più si confida;
+
+ e quella, come madre che soccorre
+ sùbito al figlio palido e anelo
+ con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
+
+ mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
+ e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
+ e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
+
+ Come t’avrebbe trasmutato il canto,
+ e io ridendo, mo pensar lo puoi,
+ poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
+
+ nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
+ già ti sarebbe nota la vendetta
+ che tu vedrai innanzi che tu muoi.
+
+ La spada di qua sù non taglia in fretta
+ né tardo, ma’ ch’al parer di colui
+ che disïando o temendo l’aspetta.
+
+ Ma rivolgiti omai inverso altrui;
+ ch’assai illustri spiriti vedrai,
+ se com’ io dico l’aspetto redui».
+
+ Come a lei piacque, li occhi ritornai,
+ e vidi cento sperule che ’nsieme
+ più s’abbellivan con mutüi rai.
+
+ Io stava come quei che ’n sé repreme
+ la punta del disio, e non s’attenta
+ di domandar, sì del troppo si teme;
+
+ e la maggiore e la più luculenta
+ di quelle margherite innanzi fessi,
+ per far di sé la mia voglia contenta.
+
+ Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
+ com’ io la carità che tra noi arde,
+ li tuoi concetti sarebbero espressi.
+
+ Ma perché tu, aspettando, non tarde
+ a l’alto fine, io ti farò risposta
+ pur al pensier, da che sì ti riguarde.
+
+ Quel monte a cui Cassino è ne la costa
+ fu frequentato già in su la cima
+ da la gente ingannata e mal disposta;
+
+ e quel son io che sù vi portai prima
+ lo nome di colui che ’n terra addusse
+ la verità che tanto ci soblima;
+
+ e tanta grazia sopra me relusse,
+ ch’io ritrassi le ville circunstanti
+ da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
+
+ Questi altri fuochi tutti contemplanti
+ uomini fuoro, accesi di quel caldo
+ che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
+
+ Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
+ qui son li frati miei che dentro ai chiostri
+ fermar li piedi e tennero il cor saldo».
+
+ E io a lui: «L’affetto che dimostri
+ meco parlando, e la buona sembianza
+ ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
+
+ così m’ha dilatata mia fidanza,
+ come ’l sol fa la rosa quando aperta
+ tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
+
+ Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
+ s’io posso prender tanta grazia, ch’io
+ ti veggia con imagine scoverta».
+
+ Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
+ s’adempierà in su l’ultima spera,
+ ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
+
+ Ivi è perfetta, matura e intera
+ ciascuna disïanza; in quella sola
+ è ogne parte là ove sempr’ era,
+
+ perché non è in loco e non s’impola;
+ e nostra scala infino ad essa varca,
+ onde così dal viso ti s’invola.
+
+ Infin là sù la vide il patriarca
+ Iacobbe porger la superna parte,
+ quando li apparve d’angeli sì carca.
+
+ Ma, per salirla, mo nessun diparte
+ da terra i piedi, e la regola mia
+ rimasa è per danno de le carte.
+
+ Le mura che solieno esser badia
+ fatte sono spelonche, e le cocolle
+ sacca son piene di farina ria.
+
+ Ma grave usura tanto non si tolle
+ contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
+ che fa il cor de’ monaci sì folle;
+
+ ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
+ è de la gente che per Dio dimanda;
+ non di parenti né d’altro più brutto.
+
+ La carne d’i mortali è tanto blanda,
+ che giù non basta buon cominciamento
+ dal nascer de la quercia al far la ghianda.
+
+ Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
+ e io con orazione e con digiuno,
+ e Francesco umilmente il suo convento;
+
+ e se guardi ’l principio di ciascuno,
+ poscia riguardi là dov’ è trascorso,
+ tu vederai del bianco fatto bruno.
+
+ Veramente Iordan vòlto retrorso
+ più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
+ mirabile a veder che qui ’l soccorso».
+
+ Così mi disse, e indi si raccolse
+ al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
+ poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
+
+ La dolce donna dietro a lor mi pinse
+ con un sol cenno su per quella scala,
+ sì sua virtù la mia natura vinse;
+
+ né mai qua giù dove si monta e cala
+ naturalmente, fu sì ratto moto
+ ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
+
+ S’io torni mai, lettore, a quel divoto
+ trïunfo per lo quale io piango spesso
+ le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
+
+ tu non avresti in tanto tratto e messo
+ nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
+ che segue il Tauro e fui dentro da esso.
+
+ O glorïose stelle, o lume pregno
+ di gran virtù, dal quale io riconosco
+ tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
+
+ con voi nasceva e s’ascondeva vosco
+ quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
+ quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
+
+ e poi, quando mi fu grazia largita
+ d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
+ la vostra regïon mi fu sortita.
+
+ A voi divotamente ora sospira
+ l’anima mia, per acquistar virtute
+ al passo forte che a sé la tira.
+
+ «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
+ cominciò Bëatrice, «che tu dei
+ aver le luci tue chiare e acute;
+
+ e però, prima che tu più t’inlei,
+ rimira in giù, e vedi quanto mondo
+ sotto li piedi già esser ti fei;
+
+ sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
+ s’appresenti a la turba trïunfante
+ che lieta vien per questo etera tondo».
+
+ Col viso ritornai per tutte quante
+ le sette spere, e vidi questo globo
+ tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
+
+ e quel consiglio per migliore approbo
+ che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
+ chiamar si puote veramente probo.
+
+ Vidi la figlia di Latona incensa
+ sanza quell’ ombra che mi fu cagione
+ per che già la credetti rara e densa.
+
+ L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
+ quivi sostenni, e vidi com’ si move
+ circa e vicino a lui Maia e Dïone.
+
+ Quindi m’apparve il temperar di Giove
+ tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
+ il varïar che fanno di lor dove;
+
+ e tutti e sette mi si dimostraro
+ quanto son grandi e quanto son veloci
+ e come sono in distante riparo.
+
+ L’aiuola che ci fa tanto feroci,
+ volgendom’ io con li etterni Gemelli,
+ tutta m’apparve da’ colli a le foci;
+
+ poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIII
+
+
+ Come l’augello, intra l’amate fronde,
+ posato al nido de’ suoi dolci nati
+ la notte che le cose ci nasconde,
+
+ che, per veder li aspetti disïati
+ e per trovar lo cibo onde li pasca,
+ in che gravi labor li sono aggrati,
+
+ previene il tempo in su aperta frasca,
+ e con ardente affetto il sole aspetta,
+ fiso guardando pur che l’alba nasca;
+
+ così la donna mïa stava eretta
+ e attenta, rivolta inver’ la plaga
+ sotto la quale il sol mostra men fretta:
+
+ sì che, veggendola io sospesa e vaga,
+ fecimi qual è quei che disïando
+ altro vorria, e sperando s’appaga.
+
+ Ma poco fu tra uno e altro quando,
+ del mio attender, dico, e del vedere
+ lo ciel venir più e più rischiarando;
+
+ e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
+ del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
+ ricolto del girar di queste spere!».
+
+ Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
+ e li occhi avea di letizia sì pieni,
+ che passarmen convien sanza costrutto.
+
+ Quale ne’ plenilunïi sereni
+ Trivïa ride tra le ninfe etterne
+ che dipingon lo ciel per tutti i seni,
+
+ vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
+ un sol che tutte quante l’accendea,
+ come fa ’l nostro le viste superne;
+
+ e per la viva luce trasparea
+ la lucente sustanza tanto chiara
+ nel viso mio, che non la sostenea.
+
+ Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
+ Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
+ è virtù da cui nulla si ripara.
+
+ Quivi è la sapïenza e la possanza
+ ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
+ onde fu già sì lunga disïanza».
+
+ Come foco di nube si diserra
+ per dilatarsi sì che non vi cape,
+ e fuor di sua natura in giù s’atterra,
+
+ la mente mia così, tra quelle dape
+ fatta più grande, di sé stessa uscìo,
+ e che si fesse rimembrar non sape.
+
+ «Apri li occhi e riguarda qual son io;
+ tu hai vedute cose, che possente
+ se’ fatto a sostener lo riso mio».
+
+ Io era come quei che si risente
+ di visïone oblita e che s’ingegna
+ indarno di ridurlasi a la mente,
+
+ quand’ io udi’ questa proferta, degna
+ di tanto grato, che mai non si stingue
+ del libro che ’l preterito rassegna.
+
+ Se mo sonasser tutte quelle lingue
+ che Polimnïa con le suore fero
+ del latte lor dolcissimo più pingue,
+
+ per aiutarmi, al millesmo del vero
+ non si verria, cantando il santo riso
+ e quanto il santo aspetto facea mero;
+
+ e così, figurando il paradiso,
+ convien saltar lo sacrato poema,
+ come chi trova suo cammin riciso.
+
+ Ma chi pensasse il ponderoso tema
+ e l’omero mortal che se ne carca,
+ nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
+
+ non è pareggio da picciola barca
+ quel che fendendo va l’ardita prora,
+ né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
+
+ «Perché la faccia mia sì t’innamora,
+ che tu non ti rivolgi al bel giardino
+ che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
+
+ Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
+ carne si fece; quivi son li gigli
+ al cui odor si prese il buon cammino».
+
+ Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
+ tutto era pronto, ancora mi rendei
+ a la battaglia de’ debili cigli.
+
+ Come a raggio di sol, che puro mei
+ per fratta nube, già prato di fiori
+ vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
+
+ vid’ io così più turbe di splendori,
+ folgorate di sù da raggi ardenti,
+ sanza veder principio di folgóri.
+
+ O benigna vertù che sì li ’mprenti,
+ sù t’essaltasti, per largirmi loco
+ a li occhi lì che non t’eran possenti.
+
+ Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
+ e mane e sera, tutto mi ristrinse
+ l’animo ad avvisar lo maggior foco;
+
+ e come ambo le luci mi dipinse
+ il quale e il quanto de la viva stella
+ che là sù vince come qua giù vinse,
+
+ per entro il cielo scese una facella,
+ formata in cerchio a guisa di corona,
+ e cinsela e girossi intorno ad ella.
+
+ Qualunque melodia più dolce suona
+ qua giù e più a sé l’anima tira,
+ parrebbe nube che squarciata tona,
+
+ comparata al sonar di quella lira
+ onde si coronava il bel zaffiro
+ del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
+
+ «Io sono amore angelico, che giro
+ l’alta letizia che spira del ventre
+ che fu albergo del nostro disiro;
+
+ e girerommi, donna del ciel, mentre
+ che seguirai tuo figlio, e farai dia
+ più la spera suprema perché lì entre».
+
+ Così la circulata melodia
+ si sigillava, e tutti li altri lumi
+ facean sonare il nome di Maria.
+
+ Lo real manto di tutti i volumi
+ del mondo, che più ferve e più s’avviva
+ ne l’alito di Dio e nei costumi,
+
+ avea sopra di noi l’interna riva
+ tanto distante, che la sua parvenza,
+ là dov’ io era, ancor non appariva:
+
+ però non ebber li occhi miei potenza
+ di seguitar la coronata fiamma
+ che si levò appresso sua semenza.
+
+ E come fantolin che ’nver’ la mamma
+ tende le braccia, poi che ’l latte prese,
+ per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
+
+ ciascun di quei candori in sù si stese
+ con la sua cima, sì che l’alto affetto
+ ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
+
+ Indi rimaser lì nel mio cospetto,
+ ‘Regina celi’ cantando sì dolce,
+ che mai da me non si partì ’l diletto.
+
+ Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
+ in quelle arche ricchissime che fuoro
+ a seminar qua giù buone bobolce!
+
+ Quivi si vive e gode del tesoro
+ che s’acquistò piangendo ne lo essilio
+ di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
+
+ Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
+ di Dio e di Maria, di sua vittoria,
+ e con l’antico e col novo concilio,
+
+ colui che tien le chiavi di tal gloria.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIV
+
+
+ «O sodalizio eletto a la gran cena
+ del benedetto Agnello, il qual vi ciba
+ sì, che la vostra voglia è sempre piena,
+
+ se per grazia di Dio questi preliba
+ di quel che cade de la vostra mensa,
+ prima che morte tempo li prescriba,
+
+ ponete mente a l’affezione immensa
+ e roratelo alquanto: voi bevete
+ sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
+
+ Così Beatrice; e quelle anime liete
+ si fero spere sopra fissi poli,
+ fiammando, a volte, a guisa di comete.
+
+ E come cerchi in tempra d’orïuoli
+ si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
+ quïeto pare, e l’ultimo che voli;
+
+ così quelle carole, differente-
+ mente danzando, de la sua ricchezza
+ mi facieno stimar, veloci e lente.
+
+ Di quella ch’io notai di più carezza
+ vid’ ïo uscire un foco sì felice,
+ che nullo vi lasciò di più chiarezza;
+
+ e tre fïate intorno di Beatrice
+ si volse con un canto tanto divo,
+ che la mia fantasia nol mi ridice.
+
+ Però salta la penna e non lo scrivo:
+ ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
+ non che ’l parlare, è troppo color vivo.
+
+ «O santa suora mia che sì ne prieghe
+ divota, per lo tuo ardente affetto
+ da quella bella spera mi disleghe».
+
+ Poscia fermato, il foco benedetto
+ a la mia donna dirizzò lo spiro,
+ che favellò così com’ i’ ho detto.
+
+ Ed ella: «O luce etterna del gran viro
+ a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
+ ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
+
+ tenta costui di punti lievi e gravi,
+ come ti piace, intorno de la fede,
+ per la qual tu su per lo mare andavi.
+
+ S’elli ama bene e bene spera e crede,
+ non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
+ dov’ ogne cosa dipinta si vede;
+
+ ma perché questo regno ha fatto civi
+ per la verace fede, a glorïarla,
+ di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
+
+ Sì come il baccialier s’arma e non parla
+ fin che ’l maestro la question propone,
+ per approvarla, non per terminarla,
+
+ così m’armava io d’ogne ragione
+ mentre ch’ella dicea, per esser presto
+ a tal querente e a tal professione.
+
+ «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
+ fede che è?». Ond’ io levai la fronte
+ in quella luce onde spirava questo;
+
+ poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
+ sembianze femmi perch’ ïo spandessi
+ l’acqua di fuor del mio interno fonte.
+
+ «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
+ comincia’ io, «da l’alto primipilo,
+ faccia li miei concetti bene espressi».
+
+ E seguitai: «Come ’l verace stilo
+ ne scrisse, padre, del tuo caro frate
+ che mise teco Roma nel buon filo,
+
+ fede è sustanza di cose sperate
+ e argomento de le non parventi;
+ e questa pare a me sua quiditate».
+
+ Allora udi’: «Dirittamente senti,
+ se bene intendi perché la ripuose
+ tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
+
+ E io appresso: «Le profonde cose
+ che mi largiscon qui la lor parvenza,
+ a li occhi di là giù son sì ascose,
+
+ che l’esser loro v’è in sola credenza,
+ sopra la qual si fonda l’alta spene;
+ e però di sustanza prende intenza.
+
+ E da questa credenza ci convene
+ silogizzar, sanz’ avere altra vista:
+ però intenza d’argomento tene».
+
+ Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
+ giù per dottrina, fosse così ’nteso,
+ non lì avria loco ingegno di sofista».
+
+ Così spirò di quello amore acceso;
+ indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
+ d’esta moneta già la lega e ’l peso;
+
+ ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
+ Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
+ che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
+
+ Appresso uscì de la luce profonda
+ che lì splendeva: «Questa cara gioia
+ sopra la quale ogne virtù si fonda,
+
+ onde ti venne?». E io: «La larga ploia
+ de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
+ in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
+
+ è silogismo che la m’ha conchiusa
+ acutamente sì, che ’nverso d’ella
+ ogne dimostrazion mi pare ottusa».
+
+ Io udi’ poi: «L’antica e la novella
+ proposizion che così ti conchiude,
+ perché l’hai tu per divina favella?».
+
+ E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
+ son l’opere seguite, a che natura
+ non scalda ferro mai né batte incude».
+
+ Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
+ che quell’ opere fosser? Quel medesmo
+ che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
+
+ «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
+ diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
+ è tal, che li altri non sono il centesmo:
+
+ ché tu intrasti povero e digiuno
+ in campo, a seminar la buona pianta
+ che fu già vite e ora è fatta pruno».
+
+ Finito questo, l’alta corte santa
+ risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
+ ne la melode che là sù si canta.
+
+ E quel baron che sì di ramo in ramo,
+ essaminando, già tratto m’avea,
+ che a l’ultime fronde appressavamo,
+
+ ricominciò: «La Grazia, che donnea
+ con la tua mente, la bocca t’aperse
+ infino a qui come aprir si dovea,
+
+ sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
+ ma or convien espremer quel che credi,
+ e onde a la credenza tua s’offerse».
+
+ «O santo padre, e spirito che vedi
+ ciò che credesti sì, che tu vincesti
+ ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
+
+ comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
+ la forma qui del pronto creder mio,
+ e anche la cagion di lui chiedesti.
+
+ E io rispondo: Io credo in uno Dio
+ solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
+ non moto, con amore e con disio;
+
+ e a tal creder non ho io pur prove
+ fisice e metafisice, ma dalmi
+ anche la verità che quinci piove
+
+ per Moïsè, per profeti e per salmi,
+ per l’Evangelio e per voi che scriveste
+ poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
+
+ e credo in tre persone etterne, e queste
+ credo una essenza sì una e sì trina,
+ che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
+
+ De la profonda condizion divina
+ ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
+ più volte l’evangelica dottrina.
+
+ Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
+ che si dilata in fiamma poi vivace,
+ e come stella in cielo in me scintilla».
+
+ Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
+ da indi abbraccia il servo, gratulando
+ per la novella, tosto ch’el si tace;
+
+ così, benedicendomi cantando,
+ tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
+ l’appostolico lume al cui comando
+
+ io avea detto: sì nel dir li piacqui!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXV
+
+
+ Se mai continga che ’l poema sacro
+ al quale ha posto mano e cielo e terra,
+ sì che m’ha fatto per molti anni macro,
+
+ vinca la crudeltà che fuor mi serra
+ del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
+ nimico ai lupi che li danno guerra;
+
+ con altra voce omai, con altro vello
+ ritornerò poeta, e in sul fonte
+ del mio battesmo prenderò ’l cappello;
+
+ però che ne la fede, che fa conte
+ l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
+ Pietro per lei sì mi girò la fronte.
+
+ Indi si mosse un lume verso noi
+ di quella spera ond’ uscì la primizia
+ che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
+
+ e la mia donna, piena di letizia,
+ mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
+ per cui là giù si vicita Galizia».
+
+ Sì come quando il colombo si pone
+ presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
+ girando e mormorando, l’affezione;
+
+ così vid’ ïo l’un da l’altro grande
+ principe glorïoso essere accolto,
+ laudando il cibo che là sù li prande.
+
+ Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
+ tacito coram me ciascun s’affisse,
+ ignito sì che vincëa ’l mio volto.
+
+ Ridendo allora Bëatrice disse:
+ «Inclita vita per cui la larghezza
+ de la nostra basilica si scrisse,
+
+ fa risonar la spene in questa altezza:
+ tu sai, che tante fiate la figuri,
+ quante Iesù ai tre fé più carezza».
+
+ «Leva la testa e fa che t’assicuri:
+ che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
+ convien ch’ai nostri raggi si maturi».
+
+ Questo conforto del foco secondo
+ mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
+ che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
+
+ «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
+ lo nostro Imperadore, anzi la morte,
+ ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
+
+ sì che, veduto il ver di questa corte,
+ la spene, che là giù bene innamora,
+ in te e in altrui di ciò conforte,
+
+ di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora
+ la mente tua, e dì onde a te venne».
+ Così seguì ’l secondo lume ancora.
+
+ E quella pïa che guidò le penne
+ de le mie ali a così alto volo,
+ a la risposta così mi prevenne:
+
+ «La Chiesa militante alcun figliuolo
+ non ha con più speranza, com’ è scritto
+ nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
+
+ però li è conceduto che d’Egitto
+ vegna in Ierusalemme per vedere,
+ anzi che ’l militar li sia prescritto.
+
+ Li altri due punti, che non per sapere
+ son dimandati, ma perch’ ei rapporti
+ quanto questa virtù t’è in piacere,
+
+ a lui lasc’ io, ché non li saran forti
+ né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
+ e la grazia di Dio ciò li comporti».
+
+ Come discente ch’a dottor seconda
+ pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
+ perché la sua bontà si disasconda,
+
+ «Spene», diss’ io, «è uno attender certo
+ de la gloria futura, il qual produce
+ grazia divina e precedente merto.
+
+ Da molte stelle mi vien questa luce;
+ ma quei la distillò nel mio cor pria
+ che fu sommo cantor del sommo duce.
+
+ ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
+ dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
+ e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
+
+ Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
+ ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
+ e in altrui vostra pioggia repluo».
+
+ Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
+ di quello incendio tremolava un lampo
+ sùbito e spesso a guisa di baleno.
+
+ Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo
+ ancor ver’ la virtù che mi seguette
+ infin la palma e a l’uscir del campo,
+
+ vuol ch’io respiri a te che ti dilette
+ di lei; ed emmi a grato che tu diche
+ quello che la speranza ti ’mpromette».
+
+ E io: «Le nove e le scritture antiche
+ pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
+ de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
+
+ Dice Isaia che ciascuna vestita
+ ne la sua terra fia di doppia vesta:
+ e la sua terra è questa dolce vita;
+
+ e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
+ là dove tratta de le bianche stole,
+ questa revelazion ci manifesta».
+
+ E prima, appresso al fin d’este parole,
+ ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
+ a che rispuoser tutte le carole.
+
+ Poscia tra esse un lume si schiarì
+ sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
+ l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
+
+ E come surge e va ed entra in ballo
+ vergine lieta, sol per fare onore
+ a la novizia, non per alcun fallo,
+
+ così vid’ io lo schiarato splendore
+ venire a’ due che si volgieno a nota
+ qual conveniesi al loro ardente amore.
+
+ Misesi lì nel canto e ne la rota;
+ e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
+ pur come sposa tacita e immota.
+
+ «Questi è colui che giacque sopra ’l petto
+ del nostro pellicano, e questi fue
+ di su la croce al grande officio eletto».
+
+ La donna mia così; né però piùe
+ mosser la vista sua di stare attenta
+ poscia che prima le parole sue.
+
+ Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
+ di vedere eclissar lo sole un poco,
+ che, per veder, non vedente diventa;
+
+ tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
+ mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
+ per veder cosa che qui non ha loco?
+
+ In terra è terra il mio corpo, e saragli
+ tanto con li altri, che ’l numero nostro
+ con l’etterno proposito s’agguagli.
+
+ Con le due stole nel beato chiostro
+ son le due luci sole che saliro;
+ e questo apporterai nel mondo vostro».
+
+ A questa voce l’infiammato giro
+ si quïetò con esso il dolce mischio
+ che si facea nel suon del trino spiro,
+
+ sì come, per cessar fatica o rischio,
+ li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
+ tutti si posano al sonar d’un fischio.
+
+ Ahi quanto ne la mente mi commossi,
+ quando mi volsi per veder Beatrice,
+ per non poter veder, benché io fossi
+
+ presso di lei, e nel mondo felice!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVI
+
+
+ Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
+ de la fulgida fiamma che lo spense
+ uscì un spiro che mi fece attento,
+
+ dicendo: «Intanto che tu ti risense
+ de la vista che haï in me consunta,
+ ben è che ragionando la compense.
+
+ Comincia dunque; e dì ove s’appunta
+ l’anima tua, e fa ragion che sia
+ la vista in te smarrita e non defunta:
+
+ perché la donna che per questa dia
+ regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
+ la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
+
+ Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
+ vegna remedio a li occhi, che fuor porte
+ quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
+
+ Lo ben che fa contenta questa corte,
+ Alfa e O è di quanta scrittura
+ mi legge Amore o lievemente o forte».
+
+ Quella medesma voce che paura
+ tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
+ di ragionare ancor mi mise in cura;
+
+ e disse: «Certo a più angusto vaglio
+ ti conviene schiarar: dicer convienti
+ chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
+
+ E io: «Per filosofici argomenti
+ e per autorità che quinci scende
+ cotale amor convien che in me si ’mprenti:
+
+ ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
+ così accende amore, e tanto maggio
+ quanto più di bontate in sé comprende.
+
+ Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
+ che ciascun ben che fuor di lei si trova
+ altro non è ch’un lume di suo raggio,
+
+ più che in altra convien che si mova
+ la mente, amando, di ciascun che cerne
+ il vero in che si fonda questa prova.
+
+ Tal vero a l’intelletto mïo sterne
+ colui che mi dimostra il primo amore
+ di tutte le sustanze sempiterne.
+
+ Sternel la voce del verace autore,
+ che dice a Moïsè, di sé parlando:
+ ‘Io ti farò vedere ogne valore’.
+
+ Sternilmi tu ancora, incominciando
+ l’alto preconio che grida l’arcano
+ di qui là giù sovra ogne altro bando».
+
+ E io udi’: «Per intelletto umano
+ e per autoritadi a lui concorde
+ d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
+
+ Ma dì ancor se tu senti altre corde
+ tirarti verso lui, sì che tu suone
+ con quanti denti questo amor ti morde».
+
+ Non fu latente la santa intenzione
+ de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
+ dove volea menar mia professione.
+
+ Però ricominciai: «Tutti quei morsi
+ che posson far lo cor volgere a Dio,
+ a la mia caritate son concorsi:
+
+ ché l’essere del mondo e l’esser mio,
+ la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
+ e quel che spera ogne fedel com’ io,
+
+ con la predetta conoscenza viva,
+ tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
+ e del diritto m’han posto a la riva.
+
+ Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
+ de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
+ quanto da lui a lor di bene è porto».
+
+ Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
+ risonò per lo cielo, e la mia donna
+ dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
+
+ E come a lume acuto si disonna
+ per lo spirto visivo che ricorre
+ a lo splendor che va di gonna in gonna,
+
+ e lo svegliato ciò che vede aborre,
+ sì nescïa è la sùbita vigilia
+ fin che la stimativa non soccorre;
+
+ così de li occhi miei ogne quisquilia
+ fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
+ che rifulgea da più di mille milia:
+
+ onde mei che dinanzi vidi poi;
+ e quasi stupefatto domandai
+ d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
+
+ E la mia donna: «Dentro da quei rai
+ vagheggia il suo fattor l’anima prima
+ che la prima virtù creasse mai».
+
+ Come la fronda che flette la cima
+ nel transito del vento, e poi si leva
+ per la propria virtù che la soblima,
+
+ fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
+ stupendo, e poi mi rifece sicuro
+ un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
+
+ E cominciai: «O pomo che maturo
+ solo prodotto fosti, o padre antico
+ a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
+
+ divoto quanto posso a te supplìco
+ perché mi parli: tu vedi mia voglia,
+ e per udirti tosto non la dico».
+
+ Talvolta un animal coverto broglia,
+ sì che l’affetto convien che si paia
+ per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
+
+ e similmente l’anima primaia
+ mi facea trasparer per la coverta
+ quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
+
+ Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
+ da te, la voglia tua discerno meglio
+ che tu qualunque cosa t’è più certa;
+
+ perch’ io la veggio nel verace speglio
+ che fa di sé pareglio a l’altre cose,
+ e nulla face lui di sé pareglio.
+
+ Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
+ ne l’eccelso giardino, ove costei
+ a così lunga scala ti dispuose,
+
+ e quanto fu diletto a li occhi miei,
+ e la propria cagion del gran disdegno,
+ e l’idïoma ch’usai e che fei.
+
+ Or, figluol mio, non il gustar del legno
+ fu per sé la cagion di tanto essilio,
+ ma solamente il trapassar del segno.
+
+ Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
+ quattromilia trecento e due volumi
+ di sol desiderai questo concilio;
+
+ e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
+ de la sua strada novecento trenta
+ fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
+
+ La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
+ innanzi che a l’ovra inconsummabile
+ fosse la gente di Nembròt attenta:
+
+ ché nullo effetto mai razïonabile,
+ per lo piacere uman che rinovella
+ seguendo il cielo, sempre fu durabile.
+
+ Opera naturale è ch’uom favella;
+ ma così o così, natura lascia
+ poi fare a voi secondo che v’abbella.
+
+ Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
+ I s’appellava in terra il sommo bene
+ onde vien la letizia che mi fascia;
+
+ e El si chiamò poi: e ciò convene,
+ ché l’uso d’i mortali è come fronda
+ in ramo, che sen va e altra vene.
+
+ Nel monte che si leva più da l’onda,
+ fu’ io, con vita pura e disonesta,
+ da la prim’ ora a quella che seconda,
+
+ come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVII
+
+
+ ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
+ cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
+ sì che m’inebrïava il dolce canto.
+
+ Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
+ de l’universo; per che mia ebbrezza
+ intrava per l’udire e per lo viso.
+
+ Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
+ oh vita intègra d’amore e di pace!
+ oh sanza brama sicura ricchezza!
+
+ Dinanzi a li occhi miei le quattro face
+ stavano accese, e quella che pria venne
+ incominciò a farsi più vivace,
+
+ e tal ne la sembianza sua divenne,
+ qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
+ fossero augelli e cambiassersi penne.
+
+ La provedenza, che quivi comparte
+ vice e officio, nel beato coro
+ silenzio posto avea da ogne parte,
+
+ quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,
+ non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
+ vedrai trascolorar tutti costoro.
+
+ Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
+ il luogo mio, il luogo mio, che vaca
+ ne la presenza del Figliuol di Dio,
+
+ fatt’ ha del cimitero mio cloaca
+ del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
+ che cadde di qua sù, là giù si placa».
+
+ Di quel color che per lo sole avverso
+ nube dipigne da sera e da mane,
+ vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
+
+ E come donna onesta che permane
+ di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
+ pur ascoltando, timida si fane,
+
+ così Beatrice trasmutò sembianza;
+ e tale eclissi credo che ’n ciel fue
+ quando patì la supprema possanza.
+
+ Poi procedetter le parole sue
+ con voce tanto da sé trasmutata,
+ che la sembianza non si mutò piùe:
+
+ «Non fu la sposa di Cristo allevata
+ del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
+ per essere ad acquisto d’oro usata;
+
+ ma per acquisto d’esto viver lieto
+ e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
+ sparser lo sangue dopo molto fleto.
+
+ Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
+ d’i nostri successor parte sedesse,
+ parte da l’altra del popol cristiano;
+
+ né che le chiavi che mi fuor concesse,
+ divenisser signaculo in vessillo
+ che contra battezzati combattesse;
+
+ né ch’io fossi figura di sigillo
+ a privilegi venduti e mendaci,
+ ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
+
+ In vesta di pastor lupi rapaci
+ si veggion di qua sù per tutti i paschi:
+ o difesa di Dio, perché pur giaci?
+
+ Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
+ s’apparecchian di bere: o buon principio,
+ a che vil fine convien che tu caschi!
+
+ Ma l’alta provedenza, che con Scipio
+ difese a Roma la gloria del mondo,
+ soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
+
+ e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
+ ancor giù tornerai, apri la bocca,
+ e non asconder quel ch’io non ascondo».
+
+ Sì come di vapor gelati fiocca
+ in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
+ de la capra del ciel col sol si tocca,
+
+ in sù vid’ io così l’etera addorno
+ farsi e fioccar di vapor trïunfanti
+ che fatto avien con noi quivi soggiorno.
+
+ Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
+ e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
+ li tolse il trapassar del più avanti.
+
+ Onde la donna, che mi vide assolto
+ de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
+ il viso e guarda come tu se’ vòlto».
+
+ Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
+ i’ vidi mosso me per tutto l’arco
+ che fa dal mezzo al fine il primo clima;
+
+ sì ch’io vedea di là da Gade il varco
+ folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
+ nel qual si fece Europa dolce carco.
+
+ E più mi fora discoverto il sito
+ di questa aiuola; ma ’l sol procedea
+ sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
+
+ La mente innamorata, che donnea
+ con la mia donna sempre, di ridure
+ ad essa li occhi più che mai ardea;
+
+ e se natura o arte fé pasture
+ da pigliare occhi, per aver la mente,
+ in carne umana o ne le sue pitture,
+
+ tutte adunate, parrebber nïente
+ ver’ lo piacer divin che mi refulse,
+ quando mi volsi al suo viso ridente.
+
+ E la virtù che lo sguardo m’indulse,
+ del bel nido di Leda mi divelse,
+ e nel ciel velocissimo m’impulse.
+
+ Le parti sue vivissime ed eccelse
+ sì uniforme son, ch’i’ non so dire
+ qual Bëatrice per loco mi scelse.
+
+ Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
+ incominciò, ridendo tanto lieta,
+ che Dio parea nel suo volto gioire:
+
+ «La natura del mondo, che quïeta
+ il mezzo e tutto l’altro intorno move,
+ quinci comincia come da sua meta;
+
+ e questo cielo non ha altro dove
+ che la mente divina, in che s’accende
+ l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
+
+ Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
+ sì come questo li altri; e quel precinto
+ colui che ’l cinge solamente intende.
+
+ Non è suo moto per altro distinto,
+ ma li altri son mensurati da questo,
+ sì come diece da mezzo e da quinto;
+
+ e come il tempo tegna in cotal testo
+ le sue radici e ne li altri le fronde,
+ omai a te può esser manifesto.
+
+ Oh cupidigia che i mortali affonde
+ sì sotto te, che nessuno ha podere
+ di trarre li occhi fuor de le tue onde!
+
+ Ben fiorisce ne li uomini il volere;
+ ma la pioggia continüa converte
+ in bozzacchioni le sosine vere.
+
+ Fede e innocenza son reperte
+ solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
+ pria fugge che le guance sian coperte.
+
+ Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
+ che poi divora, con la lingua sciolta,
+ qualunque cibo per qualunque luna;
+
+ e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
+ la madre sua, che, con loquela intera,
+ disïa poi di vederla sepolta.
+
+ Così si fa la pelle bianca nera
+ nel primo aspetto de la bella figlia
+ di quel ch’apporta mane e lascia sera.
+
+ Tu, perché non ti facci maraviglia,
+ pensa che ’n terra non è chi governi;
+ onde sì svïa l’umana famiglia.
+
+ Ma prima che gennaio tutto si sverni
+ per la centesma ch’è là giù negletta,
+ raggeran sì questi cerchi superni,
+
+ che la fortuna che tanto s’aspetta,
+ le poppe volgerà u’ son le prore,
+ sì che la classe correrà diretta;
+
+ e vero frutto verrà dopo ’l fiore».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVIII
+
+
+ Poscia che ’ncontro a la vita presente
+ d’i miseri mortali aperse ’l vero
+ quella che ’mparadisa la mia mente,
+
+ come in lo specchio fiamma di doppiero
+ vede colui che se n’alluma retro,
+ prima che l’abbia in vista o in pensiero,
+
+ e sé rivolge per veder se ’l vetro
+ li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
+ con esso come nota con suo metro;
+
+ così la mia memoria si ricorda
+ ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
+ onde a pigliarmi fece Amor la corda.
+
+ E com’ io mi rivolsi e furon tocchi
+ li miei da ciò che pare in quel volume,
+ quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
+
+ un punto vidi che raggiava lume
+ acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
+ chiuder conviensi per lo forte acume;
+
+ e quale stella par quinci più poca,
+ parrebbe luna, locata con esso
+ come stella con stella si collòca.
+
+ Forse cotanto quanto pare appresso
+ alo cigner la luce che ’l dipigne
+ quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
+
+ distante intorno al punto un cerchio d’igne
+ si girava sì ratto, ch’avria vinto
+ quel moto che più tosto il mondo cigne;
+
+ e questo era d’un altro circumcinto,
+ e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
+ dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
+
+ Sopra seguiva il settimo sì sparto
+ già di larghezza, che ’l messo di Iuno
+ intero a contenerlo sarebbe arto.
+
+ Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno
+ più tardo si movea, secondo ch’era
+ in numero distante più da l’uno;
+
+ e quello avea la fiamma più sincera
+ cui men distava la favilla pura,
+ credo, però che più di lei s’invera.
+
+ La donna mia, che mi vedëa in cura
+ forte sospeso, disse: «Da quel punto
+ depende il cielo e tutta la natura.
+
+ Mira quel cerchio che più li è congiunto;
+ e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
+ per l’affocato amore ond’ elli è punto».
+
+ E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto
+ con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
+ sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
+
+ ma nel mondo sensibile si puote
+ veder le volte tanto più divine,
+ quant’ elle son dal centro più remote.
+
+ Onde, se ’l mio disir dee aver fine
+ in questo miro e angelico templo
+ che solo amore e luce ha per confine,
+
+ udir convienmi ancor come l’essemplo
+ e l’essemplare non vanno d’un modo,
+ ché io per me indarno a ciò contemplo».
+
+ «Se li tuoi diti non sono a tal nodo
+ sufficïenti, non è maraviglia:
+ tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
+
+ Così la donna mia; poi disse: «Piglia
+ quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
+ e intorno da esso t’assottiglia.
+
+ Li cerchi corporai sono ampi e arti
+ secondo il più e ’l men de la virtute
+ che si distende per tutte lor parti.
+
+ Maggior bontà vuol far maggior salute;
+ maggior salute maggior corpo cape,
+ s’elli ha le parti igualmente compiute.
+
+ Dunque costui che tutto quanto rape
+ l’altro universo seco, corrisponde
+ al cerchio che più ama e che più sape:
+
+ per che, se tu a la virtù circonde
+ la tua misura, non a la parvenza
+ de le sustanze che t’appaion tonde,
+
+ tu vederai mirabil consequenza
+ di maggio a più e di minore a meno,
+ in ciascun cielo, a süa intelligenza».
+
+ Come rimane splendido e sereno
+ l’emisperio de l’aere, quando soffia
+ Borea da quella guancia ond’ è più leno,
+
+ per che si purga e risolve la roffia
+ che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
+ con le bellezze d’ogne sua paroffia;
+
+ così fec’ïo, poi che mi provide
+ la donna mia del suo risponder chiaro,
+ e come stella in cielo il ver si vide.
+
+ E poi che le parole sue restaro,
+ non altrimenti ferro disfavilla
+ che bolle, come i cerchi sfavillaro.
+
+ L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
+ ed eran tante, che ’l numero loro
+ più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
+
+ Io sentiva osannar di coro in coro
+ al punto fisso che li tiene a li ubi,
+ e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
+
+ E quella che vedëa i pensier dubi
+ ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
+ t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
+
+ Così veloci seguono i suoi vimi,
+ per somigliarsi al punto quanto ponno;
+ e posson quanto a veder son soblimi.
+
+ Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
+ si chiaman Troni del divino aspetto,
+ per che ’l primo ternaro terminonno;
+
+ e dei saper che tutti hanno diletto
+ quanto la sua veduta si profonda
+ nel vero in che si queta ogne intelletto.
+
+ Quinci si può veder come si fonda
+ l’esser beato ne l’atto che vede,
+ non in quel ch’ama, che poscia seconda;
+
+ e del vedere è misura mercede,
+ che grazia partorisce e buona voglia:
+ così di grado in grado si procede.
+
+ L’altro ternaro, che così germoglia
+ in questa primavera sempiterna
+ che notturno Arïete non dispoglia,
+
+ perpetüalemente ‘Osanna’ sberna
+ con tre melode, che suonano in tree
+ ordini di letizia onde s’interna.
+
+ In essa gerarcia son l’altre dee:
+ prima Dominazioni, e poi Virtudi;
+ l’ordine terzo di Podestadi èe.
+
+ Poscia ne’ due penultimi tripudi
+ Principati e Arcangeli si girano;
+ l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
+
+ Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
+ e di giù vincon sì, che verso Dio
+ tutti tirati sono e tutti tirano.
+
+ E Dïonisio con tanto disio
+ a contemplar questi ordini si mise,
+ che li nomò e distinse com’ io.
+
+ Ma Gregorio da lui poi si divise;
+ onde, sì tosto come li occhi aperse
+ in questo ciel, di sé medesmo rise.
+
+ E se tanto secreto ver proferse
+ mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
+ ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
+
+ con altro assai del ver di questi giri».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIX
+
+
+ Quando ambedue li figli di Latona,
+ coperti del Montone e de la Libra,
+ fanno de l’orizzonte insieme zona,
+
+ quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
+ infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
+ cambiando l’emisperio, si dilibra,
+
+ tanto, col volto di riso dipinto,
+ si tacque Bëatrice, riguardando
+ fiso nel punto che m’avëa vinto.
+
+ Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
+ quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
+ là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
+
+ Non per aver a sé di bene acquisto,
+ ch’esser non può, ma perché suo splendore
+ potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
+
+ in sua etternità di tempo fore,
+ fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
+ s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
+
+ Né prima quasi torpente si giacque;
+ ché né prima né poscia procedette
+ lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
+
+ Forma e materia, congiunte e purette,
+ usciro ad esser che non avia fallo,
+ come d’arco tricordo tre saette.
+
+ E come in vetro, in ambra o in cristallo
+ raggio resplende sì, che dal venire
+ a l’esser tutto non è intervallo,
+
+ così ’l triforme effetto del suo sire
+ ne l’esser suo raggiò insieme tutto
+ sanza distinzïone in essordire.
+
+ Concreato fu ordine e costrutto
+ a le sustanze; e quelle furon cima
+ nel mondo in che puro atto fu produtto;
+
+ pura potenza tenne la parte ima;
+ nel mezzo strinse potenza con atto
+ tal vime, che già mai non si divima.
+
+ Ieronimo vi scrisse lungo tratto
+ di secoli de li angeli creati
+ anzi che l’altro mondo fosse fatto;
+
+ ma questo vero è scritto in molti lati
+ da li scrittor de lo Spirito Santo,
+ e tu te n’avvedrai se bene agguati;
+
+ e anche la ragione il vede alquanto,
+ che non concederebbe che ’ motori
+ sanza sua perfezion fosser cotanto.
+
+ Or sai tu dove e quando questi amori
+ furon creati e come: sì che spenti
+ nel tuo disïo già son tre ardori.
+
+ Né giugneriesi, numerando, al venti
+ sì tosto, come de li angeli parte
+ turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
+
+ L’altra rimase, e cominciò quest’ arte
+ che tu discerni, con tanto diletto,
+ che mai da circüir non si diparte.
+
+ Principio del cader fu il maladetto
+ superbir di colui che tu vedesti
+ da tutti i pesi del mondo costretto.
+
+ Quelli che vedi qui furon modesti
+ a riconoscer sé da la bontate
+ che li avea fatti a tanto intender presti:
+
+ per che le viste lor furo essaltate
+ con grazia illuminante e con lor merto,
+ si c’hanno ferma e piena volontate;
+
+ e non voglio che dubbi, ma sia certo,
+ che ricever la grazia è meritorio
+ secondo che l’affetto l’è aperto.
+
+ Omai dintorno a questo consistorio
+ puoi contemplare assai, se le parole
+ mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
+
+ Ma perché ’n terra per le vostre scole
+ si legge che l’angelica natura
+ è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
+
+ ancor dirò, perché tu veggi pura
+ la verità che là giù si confonde,
+ equivocando in sì fatta lettura.
+
+ Queste sustanze, poi che fur gioconde
+ de la faccia di Dio, non volser viso
+ da essa, da cui nulla si nasconde:
+
+ però non hanno vedere interciso
+ da novo obietto, e però non bisogna
+ rememorar per concetto diviso;
+
+ sì che là giù, non dormendo, si sogna,
+ credendo e non credendo dicer vero;
+ ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
+
+ Voi non andate giù per un sentiero
+ filosofando: tanto vi trasporta
+ l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
+
+ E ancor questo qua sù si comporta
+ con men disdegno che quando è posposta
+ la divina Scrittura o quando è torta.
+
+ Non vi si pensa quanto sangue costa
+ seminarla nel mondo e quanto piace
+ chi umilmente con essa s’accosta.
+
+ Per apparer ciascun s’ingegna e face
+ sue invenzioni; e quelle son trascorse
+ da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
+
+ Un dice che la luna si ritorse
+ ne la passion di Cristo e s’interpuose,
+ per che ’l lume del sol giù non si porse;
+
+ e mente, ché la luce si nascose
+ da sé: però a li Spani e a l’Indi
+ come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
+
+ Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
+ quante sì fatte favole per anno
+ in pergamo si gridan quinci e quindi:
+
+ sì che le pecorelle, che non sanno,
+ tornan del pasco pasciute di vento,
+ e non le scusa non veder lo danno.
+
+ Non disse Cristo al suo primo convento:
+ ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
+ ma diede lor verace fondamento;
+
+ e quel tanto sonò ne le sue guance,
+ sì ch’a pugnar per accender la fede
+ de l’Evangelio fero scudo e lance.
+
+ Ora si va con motti e con iscede
+ a predicare, e pur che ben si rida,
+ gonfia il cappuccio e più non si richiede.
+
+ Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
+ che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
+ la perdonanza di ch’el si confida:
+
+ per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
+ che, sanza prova d’alcun testimonio,
+ ad ogne promession si correrebbe.
+
+ Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
+ e altri assai che sono ancor più porci,
+ pagando di moneta sanza conio.
+
+ Ma perché siam digressi assai, ritorci
+ li occhi oramai verso la dritta strada,
+ sì che la via col tempo si raccorci.
+
+ Questa natura sì oltre s’ingrada
+ in numero, che mai non fu loquela
+ né concetto mortal che tanto vada;
+
+ e se tu guardi quel che si revela
+ per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
+ determinato numero si cela.
+
+ La prima luce, che tutta la raia,
+ per tanti modi in essa si recepe,
+ quanti son li splendori a chi s’appaia.
+
+ Onde, però che a l’atto che concepe
+ segue l’affetto, d’amar la dolcezza
+ diversamente in essa ferve e tepe.
+
+ Vedi l’eccelso omai e la larghezza
+ de l’etterno valor, poscia che tanti
+ speculi fatti s’ha in che si spezza,
+
+ uno manendo in sé come davanti».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXX
+
+
+ Forse semilia miglia di lontano
+ ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
+ china già l’ombra quasi al letto piano,
+
+ quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
+ comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
+ perde il parere infino a questo fondo;
+
+ e come vien la chiarissima ancella
+ del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
+ di vista in vista infino a la più bella.
+
+ Non altrimenti il trïunfo che lude
+ sempre dintorno al punto che mi vinse,
+ parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
+
+ a poco a poco al mio veder si stinse:
+ per che tornar con li occhi a Bëatrice
+ nulla vedere e amor mi costrinse.
+
+ Se quanto infino a qui di lei si dice
+ fosse conchiuso tutto in una loda,
+ poca sarebbe a fornir questa vice.
+
+ La bellezza ch’io vidi si trasmoda
+ non pur di là da noi, ma certo io credo
+ che solo il suo fattor tutta la goda.
+
+ Da questo passo vinto mi concedo
+ più che già mai da punto di suo tema
+ soprato fosse comico o tragedo:
+
+ ché, come sole in viso che più trema,
+ così lo rimembrar del dolce riso
+ la mente mia da me medesmo scema.
+
+ Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
+ in questa vita, infino a questa vista,
+ non m’è il seguire al mio cantar preciso;
+
+ ma or convien che mio seguir desista
+ più dietro a sua bellezza, poetando,
+ come a l’ultimo suo ciascuno artista.
+
+ Cotal qual io lascio a maggior bando
+ che quel de la mia tuba, che deduce
+ l’ardüa sua matera terminando,
+
+ con atto e voce di spedito duce
+ ricominciò: «Noi siamo usciti fore
+ del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
+
+ luce intellettüal, piena d’amore;
+ amor di vero ben, pien di letizia;
+ letizia che trascende ogne dolzore.
+
+ Qui vederai l’una e l’altra milizia
+ di paradiso, e l’una in quelli aspetti
+ che tu vedrai a l’ultima giustizia».
+
+ Come sùbito lampo che discetti
+ li spiriti visivi, sì che priva
+ da l’atto l’occhio di più forti obietti,
+
+ così mi circunfulse luce viva,
+ e lasciommi fasciato di tal velo
+ del suo fulgor, che nulla m’appariva.
+
+ «Sempre l’amor che queta questo cielo
+ accoglie in sé con sì fatta salute,
+ per far disposto a sua fiamma il candelo».
+
+ Non fur più tosto dentro a me venute
+ queste parole brievi, ch’io compresi
+ me sormontar di sopr’ a mia virtute;
+
+ e di novella vista mi raccesi
+ tale, che nulla luce è tanto mera,
+ che li occhi miei non si fosser difesi;
+
+ e vidi lume in forma di rivera
+ fulvido di fulgore, intra due rive
+ dipinte di mirabil primavera.
+
+ Di tal fiumana uscian faville vive,
+ e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
+ quasi rubin che oro circunscrive;
+
+ poi, come inebrïate da li odori,
+ riprofondavan sé nel miro gurge,
+ e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
+
+ «L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
+ d’aver notizia di ciò che tu vei,
+ tanto mi piace più quanto più turge;
+
+ ma di quest’ acqua convien che tu bei
+ prima che tanta sete in te si sazi»:
+ così mi disse il sol de li occhi miei.
+
+ Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
+ ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
+ son di lor vero umbriferi prefazi.
+
+ Non che da sé sian queste cose acerbe;
+ ma è difetto da la parte tua,
+ che non hai viste ancor tanto superbe».
+
+ Non è fantin che sì sùbito rua
+ col volto verso il latte, se si svegli
+ molto tardato da l’usanza sua,
+
+ come fec’ io, per far migliori spegli
+ ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
+ che si deriva perché vi s’immegli;
+
+ e sì come di lei bevve la gronda
+ de le palpebre mie, così mi parve
+ di sua lunghezza divenuta tonda.
+
+ Poi, come gente stata sotto larve,
+ che pare altro che prima, se si sveste
+ la sembianza non süa in che disparve,
+
+ così mi si cambiaro in maggior feste
+ li fiori e le faville, sì ch’io vidi
+ ambo le corti del ciel manifeste.
+
+ O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
+ l’alto trïunfo del regno verace,
+ dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
+
+ Lume è là sù che visibile face
+ lo creatore a quella creatura
+ che solo in lui vedere ha la sua pace.
+
+ E’ si distende in circular figura,
+ in tanto che la sua circunferenza
+ sarebbe al sol troppo larga cintura.
+
+ Fassi di raggio tutta sua parvenza
+ reflesso al sommo del mobile primo,
+ che prende quindi vivere e potenza.
+
+ E come clivo in acqua di suo imo
+ si specchia, quasi per vedersi addorno,
+ quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
+
+ sì, soprastando al lume intorno intorno,
+ vidi specchiarsi in più di mille soglie
+ quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
+
+ E se l’infimo grado in sé raccoglie
+ sì grande lume, quanta è la larghezza
+ di questa rosa ne l’estreme foglie!
+
+ La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
+ non si smarriva, ma tutto prendeva
+ il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
+
+ Presso e lontano, lì, né pon né leva:
+ ché dove Dio sanza mezzo governa,
+ la legge natural nulla rileva.
+
+ Nel giallo de la rosa sempiterna,
+ che si digrada e dilata e redole
+ odor di lode al sol che sempre verna,
+
+ qual è colui che tace e dicer vole,
+ mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
+ quanto è ’l convento de le bianche stole!
+
+ Vedi nostra città quant’ ella gira;
+ vedi li nostri scanni sì ripieni,
+ che poca gente più ci si disira.
+
+ E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
+ per la corona che già v’è sù posta,
+ prima che tu a queste nozze ceni,
+
+ sederà l’alma, che fia giù agosta,
+ de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
+ verrà in prima ch’ella sia disposta.
+
+ La cieca cupidigia che v’ammalia
+ simili fatti v’ha al fantolino
+ che muor per fame e caccia via la balia.
+
+ E fia prefetto nel foro divino
+ allora tal, che palese e coverto
+ non anderà con lui per un cammino.
+
+ Ma poco poi sarà da Dio sofferto
+ nel santo officio; ch’el sarà detruso
+ là dove Simon mago è per suo merto,
+
+ e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXI
+
+
+ In forma dunque di candida rosa
+ mi si mostrava la milizia santa
+ che nel suo sangue Cristo fece sposa;
+
+ ma l’altra, che volando vede e canta
+ la gloria di colui che la ’nnamora
+ e la bontà che la fece cotanta,
+
+ sì come schiera d’ape che s’infiora
+ una fïata e una si ritorna
+ là dove suo laboro s’insapora,
+
+ nel gran fior discendeva che s’addorna
+ di tante foglie, e quindi risaliva
+ là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
+
+ Le facce tutte avean di fiamma viva
+ e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
+ che nulla neve a quel termine arriva.
+
+ Quando scendean nel fior, di banco in banco
+ porgevan de la pace e de l’ardore
+ ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
+
+ Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore
+ di tanta moltitudine volante
+ impediva la vista e lo splendore:
+
+ ché la luce divina è penetrante
+ per l’universo secondo ch’è degno,
+ sì che nulla le puote essere ostante.
+
+ Questo sicuro e gaudïoso regno,
+ frequente in gente antica e in novella,
+ viso e amore avea tutto ad un segno.
+
+ O trina luce che ’n unica stella
+ scintillando a lor vista, sì li appaga!
+ guarda qua giuso a la nostra procella!
+
+ Se i barbari, venendo da tal plaga
+ che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
+ rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
+
+ veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
+ stupefaciensi, quando Laterano
+ a le cose mortali andò di sopra;
+
+ ïo, che al divino da l’umano,
+ a l’etterno dal tempo era venuto,
+ e di Fiorenza in popol giusto e sano,
+
+ di che stupor dovea esser compiuto!
+ Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
+ libito non udire e starmi muto.
+
+ E quasi peregrin che si ricrea
+ nel tempio del suo voto riguardando,
+ e spera già ridir com’ ello stea,
+
+ su per la viva luce passeggiando,
+ menava ïo li occhi per li gradi,
+ mo sù, mo giù e mo recirculando.
+
+ Vedëa visi a carità süadi,
+ d’altrui lume fregiati e di suo riso,
+ e atti ornati di tutte onestadi.
+
+ La forma general di paradiso
+ già tutta mïo sguardo avea compresa,
+ in nulla parte ancor fermato fiso;
+
+ e volgeami con voglia rïaccesa
+ per domandar la mia donna di cose
+ di che la mente mia era sospesa.
+
+ Uno intendëa, e altro mi rispuose:
+ credea veder Beatrice e vidi un sene
+ vestito con le genti glorïose.
+
+ Diffuso era per li occhi e per le gene
+ di benigna letizia, in atto pio
+ quale a tenero padre si convene.
+
+ E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.
+ Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
+ mosse Beatrice me del loco mio;
+
+ e se riguardi sù nel terzo giro
+ dal sommo grado, tu la rivedrai
+ nel trono che suoi merti le sortiro».
+
+ Sanza risponder, li occhi sù levai,
+ e vidi lei che si facea corona
+ reflettendo da sé li etterni rai.
+
+ Da quella regïon che più sù tona
+ occhio mortale alcun tanto non dista,
+ qualunque in mare più giù s’abbandona,
+
+ quanto lì da Beatrice la mia vista;
+ ma nulla mi facea, ché süa effige
+ non discendëa a me per mezzo mista.
+
+ «O donna in cui la mia speranza vige,
+ e che soffristi per la mia salute
+ in inferno lasciar le tue vestige,
+
+ di tante cose quant’ i’ ho vedute,
+ dal tuo podere e da la tua bontate
+ riconosco la grazia e la virtute.
+
+ Tu m’hai di servo tratto a libertate
+ per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
+ che di ciò fare avei la potestate.
+
+ La tua magnificenza in me custodi,
+ sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
+ piacente a te dal corpo si disnodi».
+
+ Così orai; e quella, sì lontana
+ come parea, sorrise e riguardommi;
+ poi si tornò a l’etterna fontana.
+
+ E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi
+ perfettamente», disse, «il tuo cammino,
+ a che priego e amor santo mandommi,
+
+ vola con li occhi per questo giardino;
+ ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
+ più al montar per lo raggio divino.
+
+ E la regina del cielo, ond’ ïo ardo
+ tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
+ però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
+
+ Qual è colui che forse di Croazia
+ viene a veder la Veronica nostra,
+ che per l’antica fame non sen sazia,
+
+ ma dice nel pensier, fin che si mostra:
+ ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
+ or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
+
+ tal era io mirando la vivace
+ carità di colui che ’n questo mondo,
+ contemplando, gustò di quella pace.
+
+ «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,
+ cominciò elli, «non ti sarà noto,
+ tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
+
+ ma guarda i cerchi infino al più remoto,
+ tanto che veggi seder la regina
+ cui questo regno è suddito e devoto».
+
+ Io levai li occhi; e come da mattina
+ la parte orïental de l’orizzonte
+ soverchia quella dove ’l sol declina,
+
+ così, quasi di valle andando a monte
+ con li occhi, vidi parte ne lo stremo
+ vincer di lume tutta l’altra fronte.
+
+ E come quivi ove s’aspetta il temo
+ che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
+ e quinci e quindi il lume si fa scemo,
+
+ così quella pacifica oriafiamma
+ nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
+ per igual modo allentava la fiamma;
+
+ e a quel mezzo, con le penne sparte,
+ vid’ io più di mille angeli festanti,
+ ciascun distinto di fulgore e d’arte.
+
+ Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
+ ridere una bellezza, che letizia
+ era ne li occhi a tutti li altri santi;
+
+ e s’io avessi in dir tanta divizia
+ quanta ad imaginar, non ardirei
+ lo minimo tentar di sua delizia.
+
+ Bernardo, come vide li occhi miei
+ nel caldo suo caler fissi e attenti,
+ li suoi con tanto affetto volse a lei,
+
+ che ’ miei di rimirar fé più ardenti.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXII
+
+
+ Affetto al suo piacer, quel contemplante
+ libero officio di dottore assunse,
+ e cominciò queste parole sante:
+
+ «La piaga che Maria richiuse e unse,
+ quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
+ è colei che l’aperse e che la punse.
+
+ Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,
+ siede Rachel di sotto da costei
+ con Bëatrice, sì come tu vedi.
+
+ Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
+ che fu bisava al cantor che per doglia
+ del fallo disse ‘Miserere mei’,
+
+ puoi tu veder così di soglia in soglia
+ giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
+ vo per la rosa giù di foglia in foglia.
+
+ E dal settimo grado in giù, sì come
+ infino ad esso, succedono Ebree,
+ dirimendo del fior tutte le chiome;
+
+ perché, secondo lo sguardo che fée
+ la fede in Cristo, queste sono il muro
+ a che si parton le sacre scalee.
+
+ Da questa parte onde ’l fiore è maturo
+ di tutte le sue foglie, sono assisi
+ quei che credettero in Cristo venturo;
+
+ da l’altra parte onde sono intercisi
+ di vòti i semicirculi, si stanno
+ quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
+
+ E come quinci il glorïoso scanno
+ de la donna del cielo e li altri scanni
+ di sotto lui cotanta cerna fanno,
+
+ così di contra quel del gran Giovanni,
+ che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
+ sofferse, e poi l’inferno da due anni;
+
+ e sotto lui così cerner sortiro
+ Francesco, Benedetto e Augustino
+ e altri fin qua giù di giro in giro.
+
+ Or mira l’alto proveder divino:
+ ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
+ igualmente empierà questo giardino.
+
+ E sappi che dal grado in giù che fiede
+ a mezzo il tratto le due discrezioni,
+ per nullo proprio merito si siede,
+
+ ma per l’altrui, con certe condizioni:
+ ché tutti questi son spiriti ascolti
+ prima ch’avesser vere elezïoni.
+
+ Ben te ne puoi accorger per li volti
+ e anche per le voci püerili,
+ se tu li guardi bene e se li ascolti.
+
+ Or dubbi tu e dubitando sili;
+ ma io discioglierò ’l forte legame
+ in che ti stringon li pensier sottili.
+
+ Dentro a l’ampiezza di questo reame
+ casüal punto non puote aver sito,
+ se non come tristizia o sete o fame:
+
+ ché per etterna legge è stabilito
+ quantunque vedi, sì che giustamente
+ ci si risponde da l’anello al dito;
+
+ e però questa festinata gente
+ a vera vita non è sine causa
+ intra sé qui più e meno eccellente.
+
+ Lo rege per cui questo regno pausa
+ in tanto amore e in tanto diletto,
+ che nulla volontà è di più ausa,
+
+ le menti tutte nel suo lieto aspetto
+ creando, a suo piacer di grazia dota
+ diversamente; e qui basti l’effetto.
+
+ E ciò espresso e chiaro vi si nota
+ ne la Scrittura santa in quei gemelli
+ che ne la madre ebber l’ira commota.
+
+ Però, secondo il color d’i capelli,
+ di cotal grazia l’altissimo lume
+ degnamente convien che s’incappelli.
+
+ Dunque, sanza mercé di lor costume,
+ locati son per gradi differenti,
+ sol differendo nel primiero acume.
+
+ Bastavasi ne’ secoli recenti
+ con l’innocenza, per aver salute,
+ solamente la fede d’i parenti;
+
+ poi che le prime etadi fuor compiute,
+ convenne ai maschi a l’innocenti penne
+ per circuncidere acquistar virtute;
+
+ ma poi che ’l tempo de la grazia venne,
+ sanza battesmo perfetto di Cristo
+ tale innocenza là giù si ritenne.
+
+ Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
+ più si somiglia, ché la sua chiarezza
+ sola ti può disporre a veder Cristo».
+
+ Io vidi sopra lei tanta allegrezza
+ piover, portata ne le menti sante
+ create a trasvolar per quella altezza,
+
+ che quantunque io avea visto davante,
+ di tanta ammirazion non mi sospese,
+ né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
+
+ e quello amor che primo lì discese,
+ cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
+ dinanzi a lei le sue ali distese.
+
+ Rispuose a la divina cantilena
+ da tutte parti la beata corte,
+ sì ch’ogne vista sen fé più serena.
+
+ «O santo padre, che per me comporte
+ l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
+ nel qual tu siedi per etterna sorte,
+
+ qual è quell’ angel che con tanto gioco
+ guarda ne li occhi la nostra regina,
+ innamorato sì che par di foco?».
+
+ Così ricorsi ancora a la dottrina
+ di colui ch’abbelliva di Maria,
+ come del sole stella mattutina.
+
+ Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
+ quant’ esser puote in angelo e in alma,
+ tutta è in lui; e sì volem che sia,
+
+ perch’ elli è quelli che portò la palma
+ giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
+ carcar si volse de la nostra salma.
+
+ Ma vieni omai con li occhi sì com’ io
+ andrò parlando, e nota i gran patrici
+ di questo imperio giustissimo e pio.
+
+ Quei due che seggon là sù più felici
+ per esser propinquissimi ad Agusta,
+ son d’esta rosa quasi due radici:
+
+ colui che da sinistra le s’aggiusta
+ è il padre per lo cui ardito gusto
+ l’umana specie tanto amaro gusta;
+
+ dal destro vedi quel padre vetusto
+ di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
+ raccomandò di questo fior venusto.
+
+ E quei che vide tutti i tempi gravi,
+ pria che morisse, de la bella sposa
+ che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
+
+ siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
+ quel duca sotto cui visse di manna
+ la gente ingrata, mobile e retrosa.
+
+ Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,
+ tanto contenta di mirar sua figlia,
+ che non move occhio per cantare osanna;
+
+ e contro al maggior padre di famiglia
+ siede Lucia, che mosse la tua donna
+ quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
+
+ Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
+ qui farem punto, come buon sartore
+ che com’ elli ha del panno fa la gonna;
+
+ e drizzeremo li occhi al primo amore,
+ sì che, guardando verso lui, penètri
+ quant’ è possibil per lo suo fulgore.
+
+ Veramente, ne forse tu t’arretri
+ movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
+ orando grazia conven che s’impetri
+
+ grazia da quella che puote aiutarti;
+ e tu mi seguirai con l’affezione,
+ sì che dal dicer mio lo cor non parti».
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+ E cominciò questa santa orazione:
+
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+ Paradiso • Canto XXXIII
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+ «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
+ umile e alta più che creatura,
+ termine fisso d’etterno consiglio,
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+ tu se’ colei che l’umana natura
+ nobilitasti sì, che ’l suo fattore
+ non disdegnò di farsi sua fattura.
+
+ Nel ventre tuo si raccese l’amore,
+ per lo cui caldo ne l’etterna pace
+ così è germinato questo fiore.
+
+ Qui se’ a noi meridïana face
+ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
+ se’ di speranza fontana vivace.
+
+ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
+ che qual vuol grazia e a te non ricorre,
+ sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
+
+ La tua benignità non pur soccorre
+ a chi domanda, ma molte fïate
+ liberamente al dimandar precorre.
+
+ In te misericordia, in te pietate,
+ in te magnificenza, in te s’aduna
+ quantunque in creatura è di bontate.
+
+ Or questi, che da l’infima lacuna
+ de l’universo infin qui ha vedute
+ le vite spiritali ad una ad una,
+
+ supplica a te, per grazia, di virtute
+ tanto, che possa con li occhi levarsi
+ più alto verso l’ultima salute.
+
+ E io, che mai per mio veder non arsi
+ più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
+ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
+
+ perché tu ogne nube li disleghi
+ di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
+ sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
+
+ Ancor ti priego, regina, che puoi
+ ciò che tu vuoli, che conservi sani,
+ dopo tanto veder, li affetti suoi.
+
+ Vinca tua guardia i movimenti umani:
+ vedi Beatrice con quanti beati
+ per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
+
+ Li occhi da Dio diletti e venerati,
+ fissi ne l’orator, ne dimostraro
+ quanto i devoti prieghi le son grati;
+
+ indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
+ nel qual non si dee creder che s’invii
+ per creatura l’occhio tanto chiaro.
+
+ E io ch’al fine di tutt’ i disii
+ appropinquava, sì com’ io dovea,
+ l’ardor del desiderio in me finii.
+
+ Bernardo m’accennava, e sorridea,
+ perch’ io guardassi suso; ma io era
+ già per me stesso tal qual ei volea:
+
+ ché la mia vista, venendo sincera,
+ e più e più intrava per lo raggio
+ de l’alta luce che da sé è vera.
+
+ Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
+ che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
+ e cede la memoria a tanto oltraggio.
+
+ Qual è colüi che sognando vede,
+ che dopo ’l sogno la passione impressa
+ rimane, e l’altro a la mente non riede,
+
+ cotal son io, ché quasi tutta cessa
+ mia visïone, e ancor mi distilla
+ nel core il dolce che nacque da essa.
+
+ Così la neve al sol si disigilla;
+ così al vento ne le foglie levi
+ si perdea la sentenza di Sibilla.
+
+ O somma luce che tanto ti levi
+ da’ concetti mortali, a la mia mente
+ ripresta un poco di quel che parevi,
+
+ e fa la lingua mia tanto possente,
+ ch’una favilla sol de la tua gloria
+ possa lasciare a la futura gente;
+
+ ché, per tornare alquanto a mia memoria
+ e per sonare un poco in questi versi,
+ più si conceperà di tua vittoria.
+
+ Io credo, per l’acume ch’io soffersi
+ del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
+ se li occhi miei da lui fossero aversi.
+
+ E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
+ per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
+ l’aspetto mio col valore infinito.
+
+ Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
+ ficcar lo viso per la luce etterna,
+ tanto che la veduta vi consunsi!
+
+ Nel suo profondo vidi che s’interna,
+ legato con amore in un volume,
+ ciò che per l’universo si squaderna:
+
+ sustanze e accidenti e lor costume
+ quasi conflati insieme, per tal modo
+ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
+
+ La forma universal di questo nodo
+ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
+ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
+
+ Un punto solo m’è maggior letargo
+ che venticinque secoli a la ’mpresa
+ che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
+
+ Così la mente mia, tutta sospesa,
+ mirava fissa, immobile e attenta,
+ e sempre di mirar faceasi accesa.
+
+ A quella luce cotal si diventa,
+ che volgersi da lei per altro aspetto
+ è impossibil che mai si consenta;
+
+ però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
+ tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
+ è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
+
+ Omai sarà più corta mia favella,
+ pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
+ che bagni ancor la lingua a la mammella.
+
+ Non perché più ch’un semplice sembiante
+ fosse nel vivo lume ch’io mirava,
+ che tal è sempre qual s’era davante;
+
+ ma per la vista che s’avvalorava
+ in me guardando, una sola parvenza,
+ mutandom’ io, a me si travagliava.
+
+ Ne la profonda e chiara sussistenza
+ de l’alto lume parvermi tre giri
+ di tre colori e d’una contenenza;
+
+ e l’un da l’altro come iri da iri
+ parea reflesso, e ’l terzo parea foco
+ che quinci e quindi igualmente si spiri.
+
+ Oh quanto è corto il dire e come fioco
+ al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
+ è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
+
+ O luce etterna che sola in te sidi,
+ sola t’intendi, e da te intelletta
+ e intendente te ami e arridi!
+
+ Quella circulazion che sì concetta
+ pareva in te come lume reflesso,
+ da li occhi miei alquanto circunspetta,
+
+ dentro da sé, del suo colore stesso,
+ mi parve pinta de la nostra effige:
+ per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
+
+ Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
+ per misurar lo cerchio, e non ritrova,
+ pensando, quel principio ond’ elli indige,
+
+ tal era io a quella vista nova:
+ veder voleva come si convenne
+ l’imago al cerchio e come vi s’indova;
+
+ ma non eran da ciò le proprie penne:
+ se non che la mia mente fu percossa
+ da un fulgore in che sua voglia venne.
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+ A l’alta fantasia qui mancò possa;
+ ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
+ sì come rota ch’igualmente è mossa,
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+ l’amor che move il sole e l’altre stelle.
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+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
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+ à = a grave
+ è = e grave
+ ì = i grave
+ ò = o grave
+ ù = u grave
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+ é = e acute
+ ó = o acute
+
+ ä = a uml
+ ë = e uml
+ ï = i uml
+ ö = o uml
+ ü = u uml
+
+ È = E grave
+ Ë = E uml
+ Ï = I uml
+
+ « = left angle quotation mark
+ » = right angle quotation mark
+
+ “ = left double quotation mark
+ ” = right double quotation mark
+
+ ‘ = left single quotation mark
+ ’ = right single quotation mark
+
+ — = em dash
+
+ • = middot
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+ . . . = ellipsis
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+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Paradiso, by
+Dante Alighieri
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+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1011 ***