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ma da quella + che quattro cerchi giugne con tre croci, + + con miglior corso e con migliore stella + esce congiunta, e la mondana cera + più a suo modo tempera e suggella. + + Fatto avea di là mane e di qua sera + tal foce, e quasi tutto era là bianco + quello emisperio, e l’altra parte nera, + + quando Beatrice in sul sinistro fianco + vidi rivolta e riguardar nel sole: + aguglia sì non li s’affisse unquanco. + + E sì come secondo raggio suole + uscir del primo e risalire in suso, + pur come pelegrin che tornar vuole, + + così de l’atto suo, per li occhi infuso + ne l’imagine mia, il mio si fece, + e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso. + + Molto è licito là, che qui non lece + a le nostre virtù, mercé del loco + fatto per proprio de l’umana spece. + + Io nol soffersi molto, né sì poco, + ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, + com’ ferro che bogliente esce del foco; + + e di sùbito parve giorno a giorno + essere aggiunto, come quei che puote + avesse il ciel d’un altro sole addorno. + + Beatrice tutta ne l’etterne rote + fissa con li occhi stava; e io in lei + le luci fissi, di là sù rimote. + + Nel suo aspetto tal dentro mi fei, + qual si fé Glauco nel gustar de l’erba + che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. + + Trasumanar significar per verba + non si poria; però l’essemplo basti + a cui esperïenza grazia serba. + + S’i’ era sol di me quel che creasti + novellamente, amor che ’l ciel governi, + tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. + + Quando la rota che tu sempiterni + desiderato, a sé mi fece atteso + con l’armonia che temperi e discerni, + + parvemi tanto allor del cielo acceso + de la fiamma del sol, che pioggia o fiume + lago non fece alcun tanto disteso. + + La novità del suono e ’l grande lume + di lor cagion m’accesero un disio + mai non sentito di cotanto acume. + + Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, + a quïetarmi l’animo commosso, + pria ch’io a dimandar, la bocca aprio + + e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso + col falso imaginar, sì che non vedi + ciò che vedresti se l’avessi scosso. + + Tu non se’ in terra, sì come tu credi; + ma folgore, fuggendo il proprio sito, + non corse come tu ch’ad esso riedi». + + S’io fui del primo dubbio disvestito + per le sorrise parolette brevi, + dentro ad un nuovo più fu’ inretito + + e dissi: «Già contento requïevi + di grande ammirazion; ma ora ammiro + com’ io trascenda questi corpi levi». + + Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, + li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante + che madre fa sovra figlio deliro, + + e cominciò: «Le cose tutte quante + hanno ordine tra loro, e questo è forma + che l’universo a Dio fa simigliante. + + Qui veggion l’alte creature l’orma + de l’etterno valore, il qual è fine + al quale è fatta la toccata norma. + + Ne l’ordine ch’io dico sono accline + tutte nature, per diverse sorti, + più al principio loro e men vicine; + + onde si muovono a diversi porti + per lo gran mar de l’essere, e ciascuna + con istinto a lei dato che la porti. + + Questi ne porta il foco inver’ la luna; + questi ne’ cor mortali è permotore; + questi la terra in sé stringe e aduna; + + né pur le creature che son fore + d’intelligenza quest’ arco saetta, + ma quelle c’hanno intelletto e amore. + + La provedenza, che cotanto assetta, + del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto + nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; + + e ora lì, come a sito decreto, + cen porta la virtù di quella corda + che ciò che scocca drizza in segno lieto. + + Vero è che, come forma non s’accorda + molte fïate a l’intenzion de l’arte, + perch’ a risponder la materia è sorda, + + così da questo corso si diparte + talor la creatura, c’ha podere + di piegar, così pinta, in altra parte; + + e sì come veder si può cadere + foco di nube, sì l’impeto primo + l’atterra torto da falso piacere. + + Non dei più ammirar, se bene stimo, + lo tuo salir, se non come d’un rivo + se d’alto monte scende giuso ad imo. + + Maraviglia sarebbe in te se, privo + d’impedimento, giù ti fossi assiso, + com’ a terra quïete in foco vivo». + + Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. + + + + Paradiso • Canto II + + + O voi che siete in piccioletta barca, + desiderosi d’ascoltar, seguiti + dietro al mio legno che cantando varca, + + tornate a riveder li vostri liti: + non vi mettete in pelago, ché forse, + perdendo me, rimarreste smarriti. + + L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; + Minerva spira, e conducemi Appollo, + e nove Muse mi dimostran l’Orse. + + Voialtri pochi che drizzaste il collo + per tempo al pan de li angeli, del quale + vivesi qui ma non sen vien satollo, + + metter potete ben per l’alto sale + vostro navigio, servando mio solco + dinanzi a l’acqua che ritorna equale. + + Que’ glorïosi che passaro al Colco + non s’ammiraron come voi farete, + quando Iasón vider fatto bifolco. + + La concreata e perpetüa sete + del deïforme regno cen portava + veloci quasi come ’l ciel vedete. + + Beatrice in suso, e io in lei guardava; + e forse in tanto in quanto un quadrel posa + e vola e da la noce si dischiava, + + giunto mi vidi ove mirabil cosa + mi torse il viso a sé; e però quella + cui non potea mia cura essere ascosa, + + volta ver’ me, sì lieta come bella, + «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, + «che n’ha congiunti con la prima stella». + + Parev’ a me che nube ne coprisse + lucida, spessa, solida e pulita, + quasi adamante che lo sol ferisse. + + Per entro sé l’etterna margarita + ne ricevette, com’ acqua recepe + raggio di luce permanendo unita. + + S’io era corpo, e qui non si concepe + com’ una dimensione altra patio, + ch’esser convien se corpo in corpo repe, + + accender ne dovria più il disio + di veder quella essenza in che si vede + come nostra natura e Dio s’unio. + + Lì si vedrà ciò che tenem per fede, + non dimostrato, ma fia per sé noto + a guisa del ver primo che l’uom crede. + + Io rispuosi: «Madonna, sì devoto + com’ esser posso più, ringrazio lui + lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. + + Ma ditemi: che son li segni bui + di questo corpo, che là giuso in terra + fan di Cain favoleggiare altrui?». + + Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra + l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali + dove chiave di senso non diserra, + + certo non ti dovrien punger li strali + d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi + vedi che la ragione ha corte l’ali. + + Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». + E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso + credo che fanno i corpi rari e densi». + + Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso + nel falso il creder tuo, se bene ascolti + l’argomentar ch’io li farò avverso. + + La spera ottava vi dimostra molti + lumi, li quali e nel quale e nel quanto + notar si posson di diversi volti. + + Se raro e denso ciò facesser tanto, + una sola virtù sarebbe in tutti, + più e men distributa e altrettanto. + + Virtù diverse esser convegnon frutti + di princìpi formali, e quei, for ch’uno, + seguiterieno a tua ragion distrutti. + + Ancor, se raro fosse di quel bruno + cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte + fora di sua materia sì digiuno + + esto pianeto, o, sì come comparte + lo grasso e ’l magro un corpo, così questo + nel suo volume cangerebbe carte. + + Se ’l primo fosse, fora manifesto + ne l’eclissi del sol, per trasparere + lo lume come in altro raro ingesto. + + Questo non è: però è da vedere + de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, + falsificato fia lo tuo parere. + + S’elli è che questo raro non trapassi, + esser conviene un termine da onde + lo suo contrario più passar non lassi; + + e indi l’altrui raggio si rifonde + così come color torna per vetro + lo qual di retro a sé piombo nasconde. + + Or dirai tu ch’el si dimostra tetro + ivi lo raggio più che in altre parti, + per esser lì refratto più a retro. + + Da questa instanza può deliberarti + esperïenza, se già mai la provi, + ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. + + Tre specchi prenderai; e i due rimovi + da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, + tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. + + Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso + ti stea un lume che i tre specchi accenda + e torni a te da tutti ripercosso. + + Ben che nel quanto tanto non si stenda + la vista più lontana, lì vedrai + come convien ch’igualmente risplenda. + + Or, come ai colpi de li caldi rai + de la neve riman nudo il suggetto + e dal colore e dal freddo primai, + + così rimaso te ne l’intelletto + voglio informar di luce sì vivace, + che ti tremolerà nel suo aspetto. + + Dentro dal ciel de la divina pace + si gira un corpo ne la cui virtute + l’esser di tutto suo contento giace. + + Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, + quell’ esser parte per diverse essenze, + da lui distratte e da lui contenute. + + Li altri giron per varie differenze + le distinzion che dentro da sé hanno + dispongono a lor fini e lor semenze. + + Questi organi del mondo così vanno, + come tu vedi omai, di grado in grado, + che di sù prendono e di sotto fanno. + + Riguarda bene omai sì com’ io vado + per questo loco al vero che disiri, + sì che poi sappi sol tener lo guado. + + Lo moto e la virtù d’i santi giri, + come dal fabbro l’arte del martello, + da’ beati motor convien che spiri; + + e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, + de la mente profonda che lui volve + prende l’image e fassene suggello. + + E come l’alma dentro a vostra polve + per differenti membra e conformate + a diverse potenze si risolve, + + così l’intelligenza sua bontate + multiplicata per le stelle spiega, + girando sé sovra sua unitate. + + Virtù diversa fa diversa lega + col prezïoso corpo ch’ella avviva, + nel qual, sì come vita in voi, si lega. + + Per la natura lieta onde deriva, + la virtù mista per lo corpo luce + come letizia per pupilla viva. + + Da essa vien ciò che da luce a luce + par differente, non da denso e raro; + essa è formal principio che produce, + + conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». + + + + Paradiso • Canto III + + + Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, + di bella verità m’avea scoverto, + provando e riprovando, il dolce aspetto; + + e io, per confessar corretto e certo + me stesso, tanto quanto si convenne + leva’ il capo a proferer più erto; + + ma visïone apparve che ritenne + a sé me tanto stretto, per vedersi, + che di mia confession non mi sovvenne. + + Quali per vetri trasparenti e tersi, + o ver per acque nitide e tranquille, + non sì profonde che i fondi sien persi, + + tornan d’i nostri visi le postille + debili sì, che perla in bianca fronte + non vien men forte a le nostre pupille; + + tali vid’ io più facce a parlar pronte; + per ch’io dentro a l’error contrario corsi + a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. + + Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, + quelle stimando specchiati sembianti, + per veder di cui fosser, li occhi torsi; + + e nulla vidi, e ritorsili avanti + dritti nel lume de la dolce guida, + che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. + + «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», + mi disse, «appresso il tuo püeril coto, + poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, + + ma te rivolve, come suole, a vòto: + vere sustanze son ciò che tu vedi, + qui rilegate per manco di voto. + + Però parla con esse e odi e credi; + ché la verace luce che le appaga + da sé non lascia lor torcer li piedi». + + E io a l’ombra che parea più vaga + di ragionar, drizza’mi, e cominciai, + quasi com’ uom cui troppa voglia smaga: + + «O ben creato spirito, che a’ rai + di vita etterna la dolcezza senti + che, non gustata, non s’intende mai, + + grazïoso mi fia se mi contenti + del nome tuo e de la vostra sorte». + Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti: + + «La nostra carità non serra porte + a giusta voglia, se non come quella + che vuol simile a sé tutta sua corte. + + I’ fui nel mondo vergine sorella; + e se la mente tua ben sé riguarda, + non mi ti celerà l’esser più bella, + + ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, + che, posta qui con questi altri beati, + beata sono in la spera più tarda. + + Li nostri affetti, che solo infiammati + son nel piacer de lo Spirito Santo, + letizian del suo ordine formati. + + E questa sorte che par giù cotanto, + però n’è data, perché fuor negletti + li nostri voti, e vòti in alcun canto». + + Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti + vostri risplende non so che divino + che vi trasmuta da’ primi concetti: + + però non fui a rimembrar festino; + ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, + sì che raffigurar m’è più latino. + + Ma dimmi: voi che siete qui felici, + disiderate voi più alto loco + per più vedere e per più farvi amici?». + + Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; + da indi mi rispuose tanto lieta, + ch’arder parea d’amor nel primo foco: + + «Frate, la nostra volontà quïeta + virtù di carità, che fa volerne + sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. + + Se disïassimo esser più superne, + foran discordi li nostri disiri + dal voler di colui che qui ne cerne; + + che vedrai non capere in questi giri, + s’essere in carità è qui necesse, + e se la sua natura ben rimiri. + + Anzi è formale ad esto beato esse + tenersi dentro a la divina voglia, + per ch’una fansi nostre voglie stesse; + + sì che, come noi sem di soglia in soglia + per questo regno, a tutto il regno piace + com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. + + E ’n la sua volontade è nostra pace: + ell’ è quel mare al qual tutto si move + ciò ch’ella crïa o che natura face». + + Chiaro mi fu allor come ogne dove + in cielo è paradiso, etsi la grazia + del sommo ben d’un modo non vi piove. + + Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia + e d’un altro rimane ancor la gola, + che quel si chere e di quel si ringrazia, + + così fec’ io con atto e con parola, + per apprender da lei qual fu la tela + onde non trasse infino a co la spuola. + + «Perfetta vita e alto merto inciela + donna più sù», mi disse, «a la cui norma + nel vostro mondo giù si veste e vela, + + perché fino al morir si vegghi e dorma + con quello sposo ch’ogne voto accetta + che caritate a suo piacer conforma. + + Dal mondo, per seguirla, giovinetta + fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi + e promisi la via de la sua setta. + + Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, + fuor mi rapiron de la dolce chiostra: + Iddio si sa qual poi mia vita fusi. + + E quest’ altro splendor che ti si mostra + da la mia destra parte e che s’accende + di tutto il lume de la spera nostra, + + ciò ch’io dico di me, di sé intende; + sorella fu, e così le fu tolta + di capo l’ombra de le sacre bende. + + Ma poi che pur al mondo fu rivolta + contra suo grado e contra buona usanza, + non fu dal vel del cor già mai disciolta. + + Quest’ è la luce de la gran Costanza + che del secondo vento di Soave + generò ’l terzo e l’ultima possanza». + + Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, + Maria’ cantando, e cantando vanio + come per acqua cupa cosa grave. + + La vista mia, che tanto lei seguio + quanto possibil fu, poi che la perse, + volsesi al segno di maggior disio, + + e a Beatrice tutta si converse; + ma quella folgorò nel mïo sguardo + sì che da prima il viso non sofferse; + + e ciò mi fece a dimandar più tardo. + + + + Paradiso • Canto IV + + + Intra due cibi, distanti e moventi + d’un modo, prima si morria di fame, + che liber’ omo l’un recasse ai denti; + + sì si starebbe un agno intra due brame + di fieri lupi, igualmente temendo; + sì si starebbe un cane intra due dame: + + per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, + da li miei dubbi d’un modo sospinto, + poi ch’era necessario, né commendo. + + Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto + m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, + più caldo assai che per parlar distinto. + + Fé sì Beatrice qual fé Danïello, + Nabuccodonosor levando d’ira, + che l’avea fatto ingiustamente fello; + + e disse: «Io veggio ben come ti tira + uno e altro disio, sì che tua cura + sé stessa lega sì che fuor non spira. + + Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, + la vïolenza altrui per qual ragione + di meritar mi scema la misura?”. + + Ancor di dubitar ti dà cagione + parer tornarsi l’anime a le stelle, + secondo la sentenza di Platone. + + Queste son le question che nel tuo velle + pontano igualmente; e però pria + tratterò quella che più ha di felle. + + D’i Serafin colui che più s’india, + Moïsè, Samuel, e quel Giovanni + che prender vuoli, io dico, non Maria, + + non hanno in altro cielo i loro scanni + che questi spirti che mo t’appariro, + né hanno a l’esser lor più o meno anni; + + ma tutti fanno bello il primo giro, + e differentemente han dolce vita + per sentir più e men l’etterno spiro. + + Qui si mostraro, non perché sortita + sia questa spera lor, ma per far segno + de la celestïal c’ha men salita. + + Così parlar conviensi al vostro ingegno, + però che solo da sensato apprende + ciò che fa poscia d’intelletto degno. + + Per questo la Scrittura condescende + a vostra facultate, e piedi e mano + attribuisce a Dio e altro intende; + + e Santa Chiesa con aspetto umano + Gabrïel e Michel vi rappresenta, + e l’altro che Tobia rifece sano. + + Quel che Timeo de l’anime argomenta + non è simile a ciò che qui si vede, + però che, come dice, par che senta. + + Dice che l’alma a la sua stella riede, + credendo quella quindi esser decisa + quando natura per forma la diede; + + e forse sua sentenza è d’altra guisa + che la voce non suona, ed esser puote + con intenzion da non esser derisa. + + S’elli intende tornare a queste ruote + l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse + in alcun vero suo arco percuote. + + Questo principio, male inteso, torse + già tutto il mondo quasi, sì che Giove, + Mercurio e Marte a nominar trascorse. + + L’altra dubitazion che ti commove + ha men velen, però che sua malizia + non ti poria menar da me altrove. + + Parere ingiusta la nostra giustizia + ne li occhi d’i mortali, è argomento + di fede e non d’eretica nequizia. + + Ma perché puote vostro accorgimento + ben penetrare a questa veritate, + come disiri, ti farò contento. + + Se vïolenza è quando quel che pate + nïente conferisce a quel che sforza, + non fuor quest’ alme per essa scusate: + + ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, + ma fa come natura face in foco, + se mille volte vïolenza il torza. + + Per che, s’ella si piega assai o poco, + segue la forza; e così queste fero + possendo rifuggir nel santo loco. + + Se fosse stato lor volere intero, + come tenne Lorenzo in su la grada, + e fece Muzio a la sua man severo, + + così l’avria ripinte per la strada + ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; + ma così salda voglia è troppo rada. + + E per queste parole, se ricolte + l’hai come dei, è l’argomento casso + che t’avria fatto noia ancor più volte. + + Ma or ti s’attraversa un altro passo + dinanzi a li occhi, tal che per te stesso + non usciresti: pria saresti lasso. + + Io t’ho per certo ne la mente messo + ch’alma beata non poria mentire, + però ch’è sempre al primo vero appresso; + + e poi potesti da Piccarda udire + che l’affezion del vel Costanza tenne; + sì ch’ella par qui meco contradire. + + Molte fïate già, frate, addivenne + che, per fuggir periglio, contra grato + si fé di quel che far non si convenne; + + come Almeone, che, di ciò pregato + dal padre suo, la propria madre spense, + per non perder pietà si fé spietato. + + A questo punto voglio che tu pense + che la forza al voler si mischia, e fanno + sì che scusar non si posson l’offense. + + Voglia assoluta non consente al danno; + ma consentevi in tanto in quanto teme, + se si ritrae, cadere in più affanno. + + Però, quando Piccarda quello spreme, + de la voglia assoluta intende, e io + de l’altra; sì che ver diciamo insieme». + + Cotal fu l’ondeggiar del santo rio + ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; + tal puose in pace uno e altro disio. + + «O amanza del primo amante, o diva», + diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda + e scalda sì, che più e più m’avviva, + + non è l’affezion mia tanto profonda, + che basti a render voi grazia per grazia; + ma quei che vede e puote a ciò risponda. + + Io veggio ben che già mai non si sazia + nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra + di fuor dal qual nessun vero si spazia. + + Posasi in esso, come fera in lustra, + tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: + se non, ciascun disio sarebbe frustra. + + Nasce per quello, a guisa di rampollo, + a piè del vero il dubbio; ed è natura + ch’al sommo pinge noi di collo in collo. + + Questo m’invita, questo m’assicura + con reverenza, donna, a dimandarvi + d’un’altra verità che m’è oscura. + + Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi + ai voti manchi sì con altri beni, + ch’a la vostra statera non sien parvi». + + Beatrice mi guardò con li occhi pieni + di faville d’amor così divini, + che, vinta, mia virtute diè le reni, + + e quasi mi perdei con li occhi chini. + + + + Paradiso • Canto V + + + «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore + di là dal modo che ’n terra si vede, + sì che del viso tuo vinco il valore, + + non ti maravigliar, ché ciò procede + da perfetto veder, che, come apprende, + così nel bene appreso move il piede. + + Io veggio ben sì come già resplende + ne l’intelletto tuo l’etterna luce, + che, vista, sola e sempre amore accende; + + e s’altra cosa vostro amor seduce, + non è se non di quella alcun vestigio, + mal conosciuto, che quivi traluce. + + Tu vuo’ saper se con altro servigio, + per manco voto, si può render tanto + che l’anima sicuri di letigio». + + Sì cominciò Beatrice questo canto; + e sì com’ uom che suo parlar non spezza, + continüò così ’l processo santo: + + «Lo maggior don che Dio per sua larghezza + fesse creando, e a la sua bontate + più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, + + fu de la volontà la libertate; + di che le creature intelligenti, + e tutte e sole, fuoro e son dotate. + + Or ti parrà, se tu quinci argomenti, + l’alto valor del voto, s’è sì fatto + che Dio consenta quando tu consenti; + + ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, + vittima fassi di questo tesoro, + tal quale io dico; e fassi col suo atto. + + Dunque che render puossi per ristoro? + Se credi bene usar quel c’hai offerto, + di maltolletto vuo’ far buon lavoro. + + Tu se’ omai del maggior punto certo; + ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, + che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, + + convienti ancor sedere un poco a mensa, + però che ’l cibo rigido c’hai preso, + richiede ancora aiuto a tua dispensa. + + Apri la mente a quel ch’io ti paleso + e fermalvi entro; ché non fa scïenza, + sanza lo ritenere, avere inteso. + + Due cose si convegnono a l’essenza + di questo sacrificio: l’una è quella + di che si fa; l’altr’ è la convenenza. + + Quest’ ultima già mai non si cancella + se non servata; e intorno di lei + sì preciso di sopra si favella: + + però necessitato fu a li Ebrei + pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta + sì permutasse, come saver dei. + + L’altra, che per materia t’è aperta, + puote ben esser tal, che non si falla + se con altra materia si converta. + + Ma non trasmuti carco a la sua spalla + per suo arbitrio alcun, sanza la volta + e de la chiave bianca e de la gialla; + + e ogne permutanza credi stolta, + se la cosa dimessa in la sorpresa + come ’l quattro nel sei non è raccolta. + + Però qualunque cosa tanto pesa + per suo valor che tragga ogne bilancia, + sodisfar non si può con altra spesa. + + Non prendan li mortali il voto a ciancia; + siate fedeli, e a ciò far non bieci, + come Ieptè a la sua prima mancia; + + cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, + che, servando, far peggio; e così stolto + ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, + + onde pianse Efigènia il suo bel volto, + e fé pianger di sé i folli e i savi + ch’udir parlar di così fatto cólto. + + Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: + non siate come penna ad ogne vento, + e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. + + Avete il novo e ’l vecchio Testamento, + e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; + questo vi basti a vostro salvamento. + + Se mala cupidigia altro vi grida, + uomini siate, e non pecore matte, + sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! + + Non fate com’ agnel che lascia il latte + de la sua madre, e semplice e lascivo + seco medesmo a suo piacer combatte!». + + Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; + poi si rivolse tutta disïante + a quella parte ove ’l mondo è più vivo. + + Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante + puoser silenzio al mio cupido ingegno, + che già nuove questioni avea davante; + + e sì come saetta che nel segno + percuote pria che sia la corda queta, + così corremmo nel secondo regno. + + Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, + come nel lume di quel ciel si mise, + che più lucente se ne fé ’l pianeta. + + E se la stella si cambiò e rise, + qual mi fec’ io che pur da mia natura + trasmutabile son per tutte guise! + + Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura + traggonsi i pesci a ciò che vien di fori + per modo che lo stimin lor pastura, + + sì vid’ io ben più di mille splendori + trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: + «Ecco chi crescerà li nostri amori». + + E sì come ciascuno a noi venìa, + vedeasi l’ombra piena di letizia + nel folgór chiaro che di lei uscia. + + Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia + non procedesse, come tu avresti + di più savere angosciosa carizia; + + e per te vederai come da questi + m’era in disio d’udir lor condizioni, + sì come a li occhi mi fur manifesti. + + «O bene nato a cui veder li troni + del trïunfo etternal concede grazia + prima che la milizia s’abbandoni, + + del lume che per tutto il ciel si spazia + noi semo accesi; e però, se disii + di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». + + Così da un di quelli spirti pii + detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì + sicuramente, e credi come a dii». + + «Io veggio ben sì come tu t’annidi + nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, + perch’ e’ corusca sì come tu ridi; + + ma non so chi tu se’, né perché aggi, + anima degna, il grado de la spera + che si vela a’ mortai con altrui raggi». + + Questo diss’ io diritto a la lumera + che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi + lucente più assai di quel ch’ell’ era. + + Sì come il sol che si cela elli stessi + per troppa luce, come ’l caldo ha róse + le temperanze d’i vapori spessi, + + per più letizia sì mi si nascose + dentro al suo raggio la figura santa; + e così chiusa chiusa mi rispuose + + nel modo che ’l seguente canto canta. + + + + Paradiso • Canto VI + + + «Poscia che Costantin l’aquila volse + contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio + dietro a l’antico che Lavina tolse, + + cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio + ne lo stremo d’Europa si ritenne, + vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; + + e sotto l’ombra de le sacre penne + governò ’l mondo lì di mano in mano, + e, sì cangiando, in su la mia pervenne. + + Cesare fui e son Iustinïano, + che, per voler del primo amor ch’i’ sento, + d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano. + + E prima ch’io a l’ovra fossi attento, + una natura in Cristo esser, non piùe, + credea, e di tal fede era contento; + + ma ’l benedetto Agapito, che fue + sommo pastore, a la fede sincera + mi dirizzò con le parole sue. + + Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, + vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi + ogni contradizione e falsa e vera. + + Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, + a Dio per grazia piacque di spirarmi + l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; + + e al mio Belisar commendai l’armi, + cui la destra del ciel fu sì congiunta, + che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. + + Or qui a la question prima s’appunta + la mia risposta; ma sua condizione + mi stringe a seguitare alcuna giunta, + + perché tu veggi con quanta ragione + si move contr’ al sacrosanto segno + e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. + + Vedi quanta virtù l’ha fatto degno + di reverenza; e cominciò da l’ora + che Pallante morì per darli regno. + + Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora + per trecento anni e oltre, infino al fine + che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. + + E sai ch’el fé dal mal de le Sabine + al dolor di Lucrezia in sette regi, + vincendo intorno le genti vicine. + + Sai quel ch’el fé portato da li egregi + Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, + incontro a li altri principi e collegi; + + onde Torquato e Quinzio, che dal cirro + negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi + ebber la fama che volontier mirro. + + Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi + che di retro ad Anibale passaro + l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. + + Sott’ esso giovanetti trïunfaro + Scipïone e Pompeo; e a quel colle + sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. + + Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle + redur lo mondo a suo modo sereno, + Cesare per voler di Roma il tolle. + + E quel che fé da Varo infino a Reno, + Isara vide ed Era e vide Senna + e ogne valle onde Rodano è pieno. + + Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna + e saltò Rubicon, fu di tal volo, + che nol seguiteria lingua né penna. + + Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, + poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse + sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. + + Antandro e Simeonta, onde si mosse, + rivide e là dov’ Ettore si cuba; + e mal per Tolomeo poscia si scosse. + + Da indi scese folgorando a Iuba; + onde si volse nel vostro occidente, + ove sentia la pompeana tuba. + + Di quel che fé col baiulo seguente, + Bruto con Cassio ne l’inferno latra, + e Modena e Perugia fu dolente. + + Piangene ancor la trista Cleopatra, + che, fuggendoli innanzi, dal colubro + la morte prese subitana e atra. + + Con costui corse infino al lito rubro; + con costui puose il mondo in tanta pace, + che fu serrato a Giano il suo delubro. + + Ma ciò che ’l segno che parlar mi face + fatto avea prima e poi era fatturo + per lo regno mortal ch’a lui soggiace, + + diventa in apparenza poco e scuro, + se in mano al terzo Cesare si mira + con occhio chiaro e con affetto puro; + + ché la viva giustizia che mi spira, + li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, + gloria di far vendetta a la sua ira. + + Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: + poscia con Tito a far vendetta corse + de la vendetta del peccato antico. + + E quando il dente longobardo morse + la Santa Chiesa, sotto le sue ali + Carlo Magno, vincendo, la soccorse. + + Omai puoi giudicar di quei cotali + ch’io accusai di sopra e di lor falli, + che son cagion di tutti vostri mali. + + L’uno al pubblico segno i gigli gialli + oppone, e l’altro appropria quello a parte, + sì ch’è forte a veder chi più si falli. + + Faccian li Ghibellin, faccian lor arte + sott’ altro segno, ché mal segue quello + sempre chi la giustizia e lui diparte; + + e non l’abbatta esto Carlo novello + coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli + ch’a più alto leon trasser lo vello. + + Molte fïate già pianser li figli + per la colpa del padre, e non si creda + che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! + + Questa picciola stella si correda + d’i buoni spirti che son stati attivi + perché onore e fama li succeda: + + e quando li disiri poggian quivi, + sì disvïando, pur convien che i raggi + del vero amore in sù poggin men vivi. + + Ma nel commensurar d’i nostri gaggi + col merto è parte di nostra letizia, + perché non li vedem minor né maggi. + + Quindi addolcisce la viva giustizia + in noi l’affetto sì, che non si puote + torcer già mai ad alcuna nequizia. + + Diverse voci fanno dolci note; + così diversi scanni in nostra vita + rendon dolce armonia tra queste rote. + + E dentro a la presente margarita + luce la luce di Romeo, di cui + fu l’ovra grande e bella mal gradita. + + Ma i Provenzai che fecer contra lui + non hanno riso; e però mal cammina + qual si fa danno del ben fare altrui. + + Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, + Ramondo Beringhiere, e ciò li fece + Romeo, persona umìle e peregrina. + + E poi il mosser le parole biece + a dimandar ragione a questo giusto, + che li assegnò sette e cinque per diece, + + indi partissi povero e vetusto; + e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe + mendicando sua vita a frusto a frusto, + + assai lo loda, e più lo loderebbe». + + + + Paradiso • Canto VII + + + «Osanna, sanctus Deus sabaòth, + superillustrans claritate tua + felices ignes horum malacòth!». + + Così, volgendosi a la nota sua, + fu viso a me cantare essa sustanza, + sopra la qual doppio lume s’addua; + + ed essa e l’altre mossero a sua danza, + e quasi velocissime faville + mi si velar di sùbita distanza. + + Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ + fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna + che mi diseta con le dolci stille’. + + Ma quella reverenza che s’indonna + di tutto me, pur per Be e per ice, + mi richinava come l’uom ch’assonna. + + Poco sofferse me cotal Beatrice + e cominciò, raggiandomi d’un riso + tal, che nel foco faria l’uom felice: + + «Secondo mio infallibile avviso, + come giusta vendetta giustamente + punita fosse, t’ha in pensier miso; + + ma io ti solverò tosto la mente; + e tu ascolta, ché le mie parole + di gran sentenza ti faran presente. + + Per non soffrire a la virtù che vole + freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, + dannando sé, dannò tutta sua prole; + + onde l’umana specie inferma giacque + giù per secoli molti in grande errore, + fin ch’al Verbo di Dio discender piacque + + u’ la natura, che dal suo fattore + s’era allungata, unì a sé in persona + con l’atto sol del suo etterno amore. + + Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: + questa natura al suo fattore unita, + qual fu creata, fu sincera e buona; + + ma per sé stessa pur fu ella sbandita + di paradiso, però che si torse + da via di verità e da sua vita. + + La pena dunque che la croce porse + s’a la natura assunta si misura, + nulla già mai sì giustamente morse; + + e così nulla fu di tanta ingiura, + guardando a la persona che sofferse, + in che era contratta tal natura. + + Però d’un atto uscir cose diverse: + ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; + per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. + + Non ti dee oramai parer più forte, + quando si dice che giusta vendetta + poscia vengiata fu da giusta corte. + + Ma io veggi’ or la tua mente ristretta + di pensiero in pensier dentro ad un nodo, + del qual con gran disio solver s’aspetta. + + Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; + ma perché Dio volesse, m’è occulto, + a nostra redenzion pur questo modo”. + + Questo decreto, frate, sta sepulto + a li occhi di ciascuno il cui ingegno + ne la fiamma d’amor non è adulto. + + Veramente, però ch’a questo segno + molto si mira e poco si discerne, + dirò perché tal modo fu più degno. + + La divina bontà, che da sé sperne + ogne livore, ardendo in sé, sfavilla + sì che dispiega le bellezze etterne. + + Ciò che da lei sanza mezzo distilla + non ha poi fine, perché non si move + la sua imprenta quand’ ella sigilla. + + Ciò che da essa sanza mezzo piove + libero è tutto, perché non soggiace + a la virtute de le cose nove. + + Più l’è conforme, e però più le piace; + ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, + ne la più somigliante è più vivace. + + Di tutte queste dote s’avvantaggia + l’umana creatura, e s’una manca, + di sua nobilità convien che caggia. + + Solo il peccato è quel che la disfranca + e falla dissimìle al sommo bene, + per che del lume suo poco s’imbianca; + + e in sua dignità mai non rivene, + se non rïempie, dove colpa vòta, + contra mal dilettar con giuste pene. + + Vostra natura, quando peccò tota + nel seme suo, da queste dignitadi, + come di paradiso, fu remota; + + né ricovrar potiensi, se tu badi + ben sottilmente, per alcuna via, + sanza passar per un di questi guadi: + + o che Dio solo per sua cortesia + dimesso avesse, o che l’uom per sé isso + avesse sodisfatto a sua follia. + + Ficca mo l’occhio per entro l’abisso + de l’etterno consiglio, quanto puoi + al mio parlar distrettamente fisso. + + Non potea l’uomo ne’ termini suoi + mai sodisfar, per non potere ir giuso + con umiltate obedïendo poi, + + quanto disobediendo intese ir suso; + e questa è la cagion per che l’uom fue + da poter sodisfar per sé dischiuso. + + Dunque a Dio convenia con le vie sue + riparar l’omo a sua intera vita, + dico con l’una, o ver con amendue. + + Ma perché l’ovra tanto è più gradita + da l’operante, quanto più appresenta + de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, + + la divina bontà che ’l mondo imprenta, + di proceder per tutte le sue vie, + a rilevarvi suso, fu contenta. + + Né tra l’ultima notte e ’l primo die + sì alto o sì magnifico processo, + o per l’una o per l’altra, fu o fie: + + ché più largo fu Dio a dar sé stesso + per far l’uom sufficiente a rilevarsi, + che s’elli avesse sol da sé dimesso; + + e tutti li altri modi erano scarsi + a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio + non fosse umilïato ad incarnarsi. + + Or per empierti bene ogne disio, + ritorno a dichiararti in alcun loco, + perché tu veggi lì così com’ io. + + Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, + l’aere e la terra e tutte lor misture + venire a corruzione, e durar poco; + + e queste cose pur furon creature; + per che, se ciò ch’è detto è stato vero, + esser dovrien da corruzion sicure”. + + Li angeli, frate, e ’l paese sincero + nel qual tu se’, dir si posson creati, + sì come sono, in loro essere intero; + + ma li alimenti che tu hai nomati + e quelle cose che di lor si fanno + da creata virtù sono informati. + + Creata fu la materia ch’elli hanno; + creata fu la virtù informante + in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. + + L’anima d’ogne bruto e de le piante + di complession potenzïata tira + lo raggio e ’l moto de le luci sante; + + ma vostra vita sanza mezzo spira + la somma beninanza, e la innamora + di sé sì che poi sempre la disira. + + E quinci puoi argomentare ancora + vostra resurrezion, se tu ripensi + come l’umana carne fessi allora + + che li primi parenti intrambo fensi». + + + + Paradiso • Canto VIII + + + Solea creder lo mondo in suo periclo + che la bella Ciprigna il folle amore + raggiasse, volta nel terzo epiciclo; + + per che non pur a lei faceano onore + di sacrificio e di votivo grido + le genti antiche ne l’antico errore; + + ma Dïone onoravano e Cupido, + quella per madre sua, questo per figlio, + e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; + + e da costei ond’ io principio piglio + pigliavano il vocabol de la stella + che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. + + Io non m’accorsi del salire in ella; + ma d’esservi entro mi fé assai fede + la donna mia ch’i’ vidi far più bella. + + E come in fiamma favilla si vede, + e come in voce voce si discerne, + quand’ una è ferma e altra va e riede, + + vid’ io in essa luce altre lucerne + muoversi in giro più e men correnti, + al modo, credo, di lor viste interne. + + Di fredda nube non disceser venti, + o visibili o no, tanto festini, + che non paressero impediti e lenti + + a chi avesse quei lumi divini + veduti a noi venir, lasciando il giro + pria cominciato in li alti Serafini; + + e dentro a quei che più innanzi appariro + sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi + di rïudir non fui sanza disiro. + + Indi si fece l’un più presso a noi + e solo incominciò: «Tutti sem presti + al tuo piacer, perché di noi ti gioi. + + Noi ci volgiam coi principi celesti + d’un giro e d’un girare e d’una sete, + ai quali tu del mondo già dicesti: + + ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; + e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, + non fia men dolce un poco di quïete». + + Poscia che li occhi miei si fuoro offerti + a la mia donna reverenti, ed essa + fatti li avea di sé contenti e certi, + + rivolsersi a la luce che promessa + tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue + la voce mia di grande affetto impressa. + + E quanta e quale vid’ io lei far piùe + per allegrezza nova che s’accrebbe, + quando parlai, a l’allegrezze sue! + + Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe + giù poco tempo; e se più fosse stato, + molto sarà di mal, che non sarebbe. + + La mia letizia mi ti tien celato + che mi raggia dintorno e mi nasconde + quasi animal di sua seta fasciato. + + Assai m’amasti, e avesti ben onde; + che s’io fossi giù stato, io ti mostrava + di mio amor più oltre che le fronde. + + Quella sinistra riva che si lava + di Rodano poi ch’è misto con Sorga, + per suo segnore a tempo m’aspettava, + + e quel corno d’Ausonia che s’imborga + di Bari e di Gaeta e di Catona, + da ove Tronto e Verde in mare sgorga. + + Fulgeami già in fronte la corona + di quella terra che ’l Danubio riga + poi che le ripe tedesche abbandona. + + E la bella Trinacria, che caliga + tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo + che riceve da Euro maggior briga, + + non per Tifeo ma per nascente solfo, + attesi avrebbe li suoi regi ancora, + nati per me di Carlo e di Ridolfo, + + se mala segnoria, che sempre accora + li popoli suggetti, non avesse + mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. + + E se mio frate questo antivedesse, + l’avara povertà di Catalogna + già fuggeria, perché non li offendesse; + + ché veramente proveder bisogna + per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca + carcata più d’incarco non si pogna. + + La sua natura, che di larga parca + discese, avria mestier di tal milizia + che non curasse di mettere in arca». + + «Però ch’i’ credo che l’alta letizia + che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, + là ’ve ogne ben si termina e s’inizia, + + per te si veggia come la vegg’ io, + grata m’è più; e anco quest’ ho caro + perché ’l discerni rimirando in Dio. + + Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, + poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso + com’ esser può, di dolce seme, amaro». + + Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso + mostrarti un vero, a quel che tu dimandi + terrai lo viso come tien lo dosso. + + Lo ben che tutto il regno che tu scandi + volge e contenta, fa esser virtute + sua provedenza in questi corpi grandi. + + E non pur le nature provedute + sono in la mente ch’è da sé perfetta, + ma esse insieme con la lor salute: + + per che quantunque quest’ arco saetta + disposto cade a proveduto fine, + sì come cosa in suo segno diretta. + + Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine + producerebbe sì li suoi effetti, + che non sarebbero arti, ma ruine; + + e ciò esser non può, se li ’ntelletti + che muovon queste stelle non son manchi, + e manco il primo, che non li ha perfetti. + + Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». + E io: «Non già; ché impossibil veggio + che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». + + Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio + per l’omo in terra, se non fosse cive?». + «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». + + «E puot’ elli esser, se giù non si vive + diversamente per diversi offici? + Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». + + Sì venne deducendo infino a quici; + poscia conchiuse: «Dunque esser diverse + convien di vostri effetti le radici: + + per ch’un nasce Solone e altro Serse, + altro Melchisedèch e altro quello + che, volando per l’aere, il figlio perse. + + La circular natura, ch’è suggello + a la cera mortal, fa ben sua arte, + ma non distingue l’un da l’altro ostello. + + Quinci addivien ch’Esaù si diparte + per seme da Iacòb; e vien Quirino + da sì vil padre, che si rende a Marte. + + Natura generata il suo cammino + simil farebbe sempre a’ generanti, + se non vincesse il proveder divino. + + Or quel che t’era dietro t’è davanti: + ma perché sappi che di te mi giova, + un corollario voglio che t’ammanti. + + Sempre natura, se fortuna trova + discorde a sé, com’ ogne altra semente + fuor di sua regïon, fa mala prova. + + E se ’l mondo là giù ponesse mente + al fondamento che natura pone, + seguendo lui, avria buona la gente. + + Ma voi torcete a la religïone + tal che fia nato a cignersi la spada, + e fate re di tal ch’è da sermone; + + onde la traccia vostra è fuor di strada». + + + + Paradiso • Canto IX + + + Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, + m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni + che ricever dovea la sua semenza; + + ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; + sì ch’io non posso dir se non che pianto + giusto verrà di retro ai vostri danni. + + E già la vita di quel lume santo + rivolta s’era al Sol che la rïempie + come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. + + Ahi anime ingannate e fatture empie, + che da sì fatto ben torcete i cuori, + drizzando in vanità le vostre tempie! + + Ed ecco un altro di quelli splendori + ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi + significava nel chiarir di fori. + + Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi + sovra me, come pria, di caro assenso + al mio disio certificato fermi. + + «Deh, metti al mio voler tosto compenso, + beato spirto», dissi, «e fammi prova + ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». + + Onde la luce che m’era ancor nova, + del suo profondo, ond’ ella pria cantava, + seguette come a cui di ben far giova: + + «In quella parte de la terra prava + italica che siede tra Rïalto + e le fontane di Brenta e di Piava, + + si leva un colle, e non surge molt’ alto, + là onde scese già una facella + che fece a la contrada un grande assalto. + + D’una radice nacqui e io ed ella: + Cunizza fui chiamata, e qui refulgo + perché mi vinse il lume d’esta stella; + + ma lietamente a me medesma indulgo + la cagion di mia sorte, e non mi noia; + che parria forse forte al vostro vulgo. + + Di questa luculenta e cara gioia + del nostro cielo che più m’è propinqua, + grande fama rimase; e pria che moia, + + questo centesimo anno ancor s’incinqua: + vedi se far si dee l’omo eccellente, + sì ch’altra vita la prima relinqua. + + E ciò non pensa la turba presente + che Tagliamento e Adice richiude, + né per esser battuta ancor si pente; + + ma tosto fia che Padova al palude + cangerà l’acqua che Vincenza bagna, + per essere al dover le genti crude; + + e dove Sile e Cagnan s’accompagna, + tal signoreggia e va con la testa alta, + che già per lui carpir si fa la ragna. + + Piangerà Feltro ancora la difalta + de l’empio suo pastor, che sarà sconcia + sì, che per simil non s’entrò in malta. + + Troppo sarebbe larga la bigoncia + che ricevesse il sangue ferrarese, + e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia, + + che donerà questo prete cortese + per mostrarsi di parte; e cotai doni + conformi fieno al viver del paese. + + Sù sono specchi, voi dicete Troni, + onde refulge a noi Dio giudicante; + sì che questi parlar ne paion buoni». + + Qui si tacette; e fecemi sembiante + che fosse ad altro volta, per la rota + in che si mise com’ era davante. + + L’altra letizia, che m’era già nota + per cara cosa, mi si fece in vista + qual fin balasso in che lo sol percuota. + + Per letiziar là sù fulgor s’acquista, + sì come riso qui; ma giù s’abbuia + l’ombra di fuor, come la mente è trista. + + «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», + diss’ io, «beato spirto, sì che nulla + voglia di sé a te puot’ esser fuia. + + Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla + sempre col canto di quei fuochi pii + che di sei ali facen la coculla, + + perché non satisface a’ miei disii? + Già non attendere’ io tua dimanda, + s’io m’intuassi, come tu t’inmii». + + «La maggior valle in che l’acqua si spanda», + incominciaro allor le sue parole, + «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, + + tra ’ discordanti liti contra ’l sole + tanto sen va, che fa meridïano + là dove l’orizzonte pria far suole. + + Di quella valle fu’ io litorano + tra Ebro e Macra, che per cammin corto + parte lo Genovese dal Toscano. + + Ad un occaso quasi e ad un orto + Buggea siede e la terra ond’ io fui, + che fé del sangue suo già caldo il porto. + + Folco mi disse quella gente a cui + fu noto il nome mio; e questo cielo + di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui; + + ché più non arse la figlia di Belo, + noiando e a Sicheo e a Creusa, + di me, infin che si convenne al pelo; + + né quella Rodopëa che delusa + fu da Demofoonte, né Alcide + quando Iole nel core ebbe rinchiusa. + + Non però qui si pente, ma si ride, + non de la colpa, ch’a mente non torna, + ma del valor ch’ordinò e provide. + + Qui si rimira ne l’arte ch’addorna + cotanto affetto, e discernesi ’l bene + per che ’l mondo di sù quel di giù torna. + + Ma perché tutte le tue voglie piene + ten porti che son nate in questa spera, + proceder ancor oltre mi convene. + + Tu vuo’ saper chi è in questa lumera + che qui appresso me così scintilla + come raggio di sole in acqua mera. + + Or sappi che là entro si tranquilla + Raab; e a nostr’ ordine congiunta, + di lei nel sommo grado si sigilla. + + Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta + che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma + del trïunfo di Cristo fu assunta. + + Ben si convenne lei lasciar per palma + in alcun cielo de l’alta vittoria + che s’acquistò con l’una e l’altra palma, + + perch’ ella favorò la prima gloria + di Iosüè in su la Terra Santa, + che poco tocca al papa la memoria. + + La tua città, che di colui è pianta + che pria volse le spalle al suo fattore + e di cui è la ’nvidia tanto pianta, + + produce e spande il maladetto fiore + c’ha disvïate le pecore e li agni, + però che fatto ha lupo del pastore. + + Per questo l’Evangelio e i dottor magni + son derelitti, e solo ai Decretali + si studia, sì che pare a’ lor vivagni. + + A questo intende il papa e ’ cardinali; + non vanno i lor pensieri a Nazarette, + là dove Gabrïello aperse l’ali. + + Ma Vaticano e l’altre parti elette + di Roma che son state cimitero + a la milizia che Pietro seguette, + + tosto libere fien de l’avoltero». + + + + Paradiso • Canto X + + + Guardando nel suo Figlio con l’Amore + che l’uno e l’altro etternalmente spira, + lo primo e ineffabile Valore + + quanto per mente e per loco si gira + con tant’ ordine fé, ch’esser non puote + sanza gustar di lui chi ciò rimira. + + Leva dunque, lettore, a l’alte rote + meco la vista, dritto a quella parte + dove l’un moto e l’altro si percuote; + + e lì comincia a vagheggiar ne l’arte + di quel maestro che dentro a sé l’ama, + tanto che mai da lei l’occhio non parte. + + Vedi come da indi si dirama + l’oblico cerchio che i pianeti porta, + per sodisfare al mondo che li chiama. + + Che se la strada lor non fosse torta, + molta virtù nel ciel sarebbe in vano, + e quasi ogne potenza qua giù morta; + + e se dal dritto più o men lontano + fosse ’l partire, assai sarebbe manco + e giù e sù de l’ordine mondano. + + Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, + dietro pensando a ciò che si preliba, + s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. + + Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; + ché a sé torce tutta la mia cura + quella materia ond’ io son fatto scriba. + + Lo ministro maggior de la natura, + che del valor del ciel lo mondo imprenta + e col suo lume il tempo ne misura, + + con quella parte che sù si rammenta + congiunto, si girava per le spire + in che più tosto ognora s’appresenta; + + e io era con lui; ma del salire + non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, + anzi ’l primo pensier, del suo venire. + + È Bëatrice quella che sì scorge + di bene in meglio, sì subitamente + che l’atto suo per tempo non si sporge. + + Quant’ esser convenia da sé lucente + quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, + non per color, ma per lume parvente! + + Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, + sì nol direi che mai s’imaginasse; + ma creder puossi e di veder si brami. + + E se le fantasie nostre son basse + a tanta altezza, non è maraviglia; + ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. + + Tal era quivi la quarta famiglia + de l’alto Padre, che sempre la sazia, + mostrando come spira e come figlia. + + E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, + ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo + sensibil t’ha levato per sua grazia». + + Cor di mortal non fu mai sì digesto + a divozione e a rendersi a Dio + con tutto ’l suo gradir cotanto presto, + + come a quelle parole mi fec’ io; + e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, + che Bëatrice eclissò ne l’oblio. + + Non le dispiacque; ma sì se ne rise, + che lo splendor de li occhi suoi ridenti + mia mente unita in più cose divise. + + Io vidi più folgór vivi e vincenti + far di noi centro e di sé far corona, + più dolci in voce che in vista lucenti: + + così cinger la figlia di Latona + vedem talvolta, quando l’aere è pregno, + sì che ritenga il fil che fa la zona. + + Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, + si trovan molte gioie care e belle + tanto che non si posson trar del regno; + + e ’l canto di quei lumi era di quelle; + chi non s’impenna sì che là sù voli, + dal muto aspetti quindi le novelle. + + Poi, sì cantando, quelli ardenti soli + si fuor girati intorno a noi tre volte, + come stelle vicine a’ fermi poli, + + donne mi parver, non da ballo sciolte, + ma che s’arrestin tacite, ascoltando + fin che le nove note hanno ricolte. + + E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando + lo raggio de la grazia, onde s’accende + verace amore e che poi cresce amando, + + multiplicato in te tanto resplende, + che ti conduce su per quella scala + u’ sanza risalir nessun discende; + + qual ti negasse il vin de la sua fiala + per la tua sete, in libertà non fora + se non com’ acqua ch’al mar non si cala. + + Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora + questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia + la bella donna ch’al ciel t’avvalora. + + Io fui de li agni de la santa greggia + che Domenico mena per cammino + u’ ben s’impingua se non si vaneggia. + + Questi che m’è a destra più vicino, + frate e maestro fummi, ed esso Alberto + è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. + + Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, + di retro al mio parlar ten vien col viso + girando su per lo beato serto. + + Quell’ altro fiammeggiare esce del riso + di Grazïan, che l’uno e l’altro foro + aiutò sì che piace in paradiso. + + L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, + quel Pietro fu che con la poverella + offerse a Santa Chiesa suo tesoro. + + La quinta luce, ch’è tra noi più bella, + spira di tale amor, che tutto ’l mondo + là giù ne gola di saper novella: + + entro v’è l’alta mente u’ sì profondo + saver fu messo, che, se ’l vero è vero, + a veder tanto non surse il secondo. + + Appresso vedi il lume di quel cero + che giù in carne più a dentro vide + l’angelica natura e ’l ministero. + + Ne l’altra piccioletta luce ride + quello avvocato de’ tempi cristiani + del cui latino Augustin si provide. + + Or se tu l’occhio de la mente trani + di luce in luce dietro a le mie lode, + già de l’ottava con sete rimani. + + Per vedere ogne ben dentro vi gode + l’anima santa che ’l mondo fallace + fa manifesto a chi di lei ben ode. + + Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace + giuso in Cieldauro; ed essa da martiro + e da essilio venne a questa pace. + + Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro + d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, + che a considerar fu più che viro. + + Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, + è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri + gravi a morir li parve venir tardo: + + essa è la luce etterna di Sigieri, + che, leggendo nel Vico de li Strami, + silogizzò invidïosi veri». + + Indi, come orologio che ne chiami + ne l’ora che la sposa di Dio surge + a mattinar lo sposo perché l’ami, + + che l’una parte e l’altra tira e urge, + tin tin sonando con sì dolce nota, + che ’l ben disposto spirto d’amor turge; + + così vid’ ïo la gloriosa rota + muoversi e render voce a voce in tempra + e in dolcezza ch’esser non pò nota + + se non colà dove gioir s’insempra. + + + + Paradiso • Canto XI + + + O insensata cura de’ mortali, + quanto son difettivi silogismi + quei che ti fanno in basso batter l’ali! + + Chi dietro a iura e chi ad amforismi + sen giva, e chi seguendo sacerdozio, + e chi regnar per forza o per sofismi, + + e chi rubare e chi civil negozio, + chi nel diletto de la carne involto + s’affaticava e chi si dava a l’ozio, + + quando, da tutte queste cose sciolto, + con Bëatrice m’era suso in cielo + cotanto glorïosamente accolto. + + Poi che ciascuno fu tornato ne lo + punto del cerchio in che avanti s’era, + fermossi, come a candellier candelo. + + E io senti’ dentro a quella lumera + che pria m’avea parlato, sorridendo + incominciar, faccendosi più mera: + + «Così com’ io del suo raggio resplendo, + sì, riguardando ne la luce etterna, + li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. + + Tu dubbi, e hai voler che si ricerna + in sì aperta e ’n sì distesa lingua + lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, + + ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, + e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; + e qui è uopo che ben si distingua. + + La provedenza, che governa il mondo + con quel consiglio nel quale ogne aspetto + creato è vinto pria che vada al fondo, + + però che andasse ver’ lo suo diletto + la sposa di colui ch’ad alte grida + disposò lei col sangue benedetto, + + in sé sicura e anche a lui più fida, + due principi ordinò in suo favore, + che quinci e quindi le fosser per guida. + + L’un fu tutto serafico in ardore; + l’altro per sapïenza in terra fue + di cherubica luce uno splendore. + + De l’un dirò, però che d’amendue + si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, + perch’ ad un fine fur l’opere sue. + + Intra Tupino e l’acqua che discende + del colle eletto dal beato Ubaldo, + fertile costa d’alto monte pende, + + onde Perugia sente freddo e caldo + da Porta Sole; e di rietro le piange + per grave giogo Nocera con Gualdo. + + Di questa costa, là dov’ ella frange + più sua rattezza, nacque al mondo un sole, + come fa questo talvolta di Gange. + + Però chi d’esso loco fa parole, + non dica Ascesi, ché direbbe corto, + ma Orïente, se proprio dir vuole. + + Non era ancor molto lontan da l’orto, + ch’el cominciò a far sentir la terra + de la sua gran virtute alcun conforto; + + ché per tal donna, giovinetto, in guerra + del padre corse, a cui, come a la morte, + la porta del piacer nessun diserra; + + e dinanzi a la sua spirital corte + et coram patre le si fece unito; + poscia di dì in dì l’amò più forte. + + Questa, privata del primo marito, + millecent’ anni e più dispetta e scura + fino a costui si stette sanza invito; + + né valse udir che la trovò sicura + con Amiclate, al suon de la sua voce, + colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; + + né valse esser costante né feroce, + sì che, dove Maria rimase giuso, + ella con Cristo pianse in su la croce. + + Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, + Francesco e Povertà per questi amanti + prendi oramai nel mio parlar diffuso. + + La lor concordia e i lor lieti sembianti, + amore e maraviglia e dolce sguardo + facieno esser cagion di pensier santi; + + tanto che ’l venerabile Bernardo + si scalzò prima, e dietro a tanta pace + corse e, correndo, li parve esser tardo. + + Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! + Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro + dietro a lo sposo, sì la sposa piace. + + Indi sen va quel padre e quel maestro + con la sua donna e con quella famiglia + che già legava l’umile capestro. + + Né li gravò viltà di cuor le ciglia + per esser fi’ di Pietro Bernardone, + né per parer dispetto a maraviglia; + + ma regalmente sua dura intenzione + ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe + primo sigillo a sua religïone. + + Poi che la gente poverella crebbe + dietro a costui, la cui mirabil vita + meglio in gloria del ciel si canterebbe, + + di seconda corona redimita + fu per Onorio da l’Etterno Spiro + la santa voglia d’esto archimandrita. + + E poi che, per la sete del martiro, + ne la presenza del Soldan superba + predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, + + e per trovare a conversione acerba + troppo la gente e per non stare indarno, + redissi al frutto de l’italica erba, + + nel crudo sasso intra Tevero e Arno + da Cristo prese l’ultimo sigillo, + che le sue membra due anni portarno. + + Quando a colui ch’a tanto ben sortillo + piacque di trarlo suso a la mercede + ch’el meritò nel suo farsi pusillo, + + a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, + raccomandò la donna sua più cara, + e comandò che l’amassero a fede; + + e del suo grembo l’anima preclara + mover si volle, tornando al suo regno, + e al suo corpo non volle altra bara. + + Pensa oramai qual fu colui che degno + collega fu a mantener la barca + di Pietro in alto mar per dritto segno; + + e questo fu il nostro patrïarca; + per che qual segue lui, com’ el comanda, + discerner puoi che buone merce carca. + + Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda + è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote + che per diversi salti non si spanda; + + e quanto le sue pecore remote + e vagabunde più da esso vanno, + più tornano a l’ovil di latte vòte. + + Ben son di quelle che temono ’l danno + e stringonsi al pastor; ma son sì poche, + che le cappe fornisce poco panno. + + Or, se le mie parole non son fioche, + se la tua audïenza è stata attenta, + se ciò ch’è detto a la mente revoche, + + in parte fia la tua voglia contenta, + perché vedrai la pianta onde si scheggia, + e vedra’ il corrègger che argomenta + + “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». + + + + Paradiso • Canto XII + + + Sì tosto come l’ultima parola + la benedetta fiamma per dir tolse, + a rotar cominciò la santa mola; + + e nel suo giro tutta non si volse + prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, + e moto a moto e canto a canto colse; + + canto che tanto vince nostre muse, + nostre serene in quelle dolci tube, + quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. + + Come si volgon per tenera nube + due archi paralelli e concolori, + quando Iunone a sua ancella iube, + + nascendo di quel d’entro quel di fori, + a guisa del parlar di quella vaga + ch’amor consunse come sol vapori, + + e fanno qui la gente esser presaga, + per lo patto che Dio con Noè puose, + del mondo che già mai più non s’allaga: + + così di quelle sempiterne rose + volgiensi circa noi le due ghirlande, + e sì l’estrema a l’intima rispuose. + + Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, + sì del cantare e sì del fiammeggiarsi + luce con luce gaudïose e blande, + + insieme a punto e a voler quetarsi, + pur come li occhi ch’al piacer che i move + conviene insieme chiudere e levarsi; + + del cor de l’una de le luci nove + si mosse voce, che l’ago a la stella + parer mi fece in volgermi al suo dove; + + e cominciò: «L’amor che mi fa bella + mi tragge a ragionar de l’altro duca + per cui del mio sì ben ci si favella. + + Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: + sì che, com’ elli ad una militaro, + così la gloria loro insieme luca. + + L’essercito di Cristo, che sì caro + costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna + si movea tardo, sospeccioso e raro, + + quando lo ’mperador che sempre regna + provide a la milizia, ch’era in forse, + per sola grazia, non per esser degna; + + e, come è detto, a sua sposa soccorse + con due campioni, al cui fare, al cui dire + lo popol disvïato si raccorse. + + In quella parte ove surge ad aprire + Zefiro dolce le novelle fronde + di che si vede Europa rivestire, + + non molto lungi al percuoter de l’onde + dietro a le quali, per la lunga foga, + lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, + + siede la fortunata Calaroga + sotto la protezion del grande scudo + in che soggiace il leone e soggioga: + + dentro vi nacque l’amoroso drudo + de la fede cristiana, il santo atleta + benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; + + e come fu creata, fu repleta + sì la sua mente di viva vertute + che, ne la madre, lei fece profeta. + + Poi che le sponsalizie fuor compiute + al sacro fonte intra lui e la Fede, + u’ si dotar di mutüa salute, + + la donna che per lui l’assenso diede, + vide nel sonno il mirabile frutto + ch’uscir dovea di lui e de le rede; + + e perché fosse qual era in costrutto, + quinci si mosse spirito a nomarlo + del possessivo di cui era tutto. + + Domenico fu detto; e io ne parlo + sì come de l’agricola che Cristo + elesse a l’orto suo per aiutarlo. + + Ben parve messo e famigliar di Cristo: + che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, + fu al primo consiglio che diè Cristo. + + Spesse fïate fu tacito e desto + trovato in terra da la sua nutrice, + come dicesse: ‘Io son venuto a questo’. + + Oh padre suo veramente Felice! + oh madre sua veramente Giovanna, + se, interpretata, val come si dice! + + Non per lo mondo, per cui mo s’affanna + di retro ad Ostïense e a Taddeo, + ma per amor de la verace manna + + in picciol tempo gran dottor si feo; + tal che si mise a circüir la vigna + che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. + + E a la sedia che fu già benigna + più a’ poveri giusti, non per lei, + ma per colui che siede, che traligna, + + non dispensare o due o tre per sei, + non la fortuna di prima vacante, + non decimas, quae sunt pauperum Dei, + + addimandò, ma contro al mondo errante + licenza di combatter per lo seme + del qual ti fascian ventiquattro piante. + + Poi, con dottrina e con volere insieme, + con l’officio appostolico si mosse + quasi torrente ch’alta vena preme; + + e ne li sterpi eretici percosse + l’impeto suo, più vivamente quivi + dove le resistenze eran più grosse. + + Di lui si fecer poi diversi rivi + onde l’orto catolico si riga, + sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. + + Se tal fu l’una rota de la biga + in che la Santa Chiesa si difese + e vinse in campo la sua civil briga, + + ben ti dovrebbe assai esser palese + l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma + dinanzi al mio venir fu sì cortese. + + Ma l’orbita che fé la parte somma + di sua circunferenza, è derelitta, + sì ch’è la muffa dov’ era la gromma. + + La sua famiglia, che si mosse dritta + coi piedi a le sue orme, è tanto volta, + che quel dinanzi a quel di retro gitta; + + e tosto si vedrà de la ricolta + de la mala coltura, quando il loglio + si lagnerà che l’arca li sia tolta. + + Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio + nostro volume, ancor troveria carta + u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”; + + ma non fia da Casal né d’Acquasparta, + là onde vegnon tali a la scrittura, + ch’uno la fugge e altro la coarta. + + Io son la vita di Bonaventura + da Bagnoregio, che ne’ grandi offici + sempre pospuosi la sinistra cura. + + Illuminato e Augustin son quici, + che fuor de’ primi scalzi poverelli + che nel capestro a Dio si fero amici. + + Ugo da San Vittore è qui con elli, + e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, + lo qual giù luce in dodici libelli; + + Natàn profeta e ’l metropolitano + Crisostomo e Anselmo e quel Donato + ch’a la prim’ arte degnò porre mano. + + Rabano è qui, e lucemi dallato + il calavrese abate Giovacchino + di spirito profetico dotato. + + Ad inveggiar cotanto paladino + mi mosse l’infiammata cortesia + di fra Tommaso e ’l discreto latino; + + e mosse meco questa compagnia». + + + + Paradiso • Canto XIII + + + Imagini, chi bene intender cupe + quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, + mentre ch’io dico, come ferma rupe—, + + quindici stelle che ’n diverse plage + lo ciel avvivan di tanto sereno + che soperchia de l’aere ogne compage; + + imagini quel carro a cu’ il seno + basta del nostro cielo e notte e giorno, + sì ch’al volger del temo non vien meno; + + imagini la bocca di quel corno + che si comincia in punta de lo stelo + a cui la prima rota va dintorno, + + aver fatto di sé due segni in cielo, + qual fece la figliuola di Minoi + allora che sentì di morte il gelo; + + e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, + e amendue girarsi per maniera + che l’uno andasse al primo e l’altro al poi; + + e avrà quasi l’ombra de la vera + costellazione e de la doppia danza + che circulava il punto dov’ io era: + + poi ch’è tanto di là da nostra usanza, + quanto di là dal mover de la Chiana + si move il ciel che tutti li altri avanza. + + Lì si cantò non Bacco, non Peana, + ma tre persone in divina natura, + e in una persona essa e l’umana. + + Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; + e attesersi a noi quei santi lumi, + felicitando sé di cura in cura. + + Ruppe il silenzio ne’ concordi numi + poscia la luce in che mirabil vita + del poverel di Dio narrata fumi, + + e disse: «Quando l’una paglia è trita, + quando la sua semenza è già riposta, + a batter l’altra dolce amor m’invita. + + Tu credi che nel petto onde la costa + si trasse per formar la bella guancia + il cui palato a tutto ’l mondo costa, + + e in quel che, forato da la lancia, + e prima e poscia tanto sodisfece, + che d’ogne colpa vince la bilancia, + + quantunque a la natura umana lece + aver di lume, tutto fosse infuso + da quel valor che l’uno e l’altro fece; + + e però miri a ciò ch’io dissi suso, + quando narrai che non ebbe ’l secondo + lo ben che ne la quinta luce è chiuso. + + Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, + e vedräi il tuo credere e ’l mio dire + nel vero farsi come centro in tondo. + + Ciò che non more e ciò che può morire + non è se non splendor di quella idea + che partorisce, amando, il nostro Sire; + + ché quella viva luce che sì mea + dal suo lucente, che non si disuna + da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, + + per sua bontate il suo raggiare aduna, + quasi specchiato, in nove sussistenze, + etternalmente rimanendosi una. + + Quindi discende a l’ultime potenze + giù d’atto in atto, tanto divenendo, + che più non fa che brevi contingenze; + + e queste contingenze essere intendo + le cose generate, che produce + con seme e sanza seme il ciel movendo. + + La cera di costoro e chi la duce + non sta d’un modo; e però sotto ’l segno + idëale poi più e men traluce. + + Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, + secondo specie, meglio e peggio frutta; + e voi nascete con diverso ingegno. + + Se fosse a punto la cera dedutta + e fosse il cielo in sua virtù supprema, + la luce del suggel parrebbe tutta; + + ma la natura la dà sempre scema, + similemente operando a l’artista + ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. + + Però se ’l caldo amor la chiara vista + de la prima virtù dispone e segna, + tutta la perfezion quivi s’acquista. + + Così fu fatta già la terra degna + di tutta l’animal perfezïone; + così fu fatta la Vergine pregna; + + sì ch’io commendo tua oppinïone, + che l’umana natura mai non fue + né fia qual fu in quelle due persone. + + Or s’i’ non procedesse avanti piùe, + ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ + comincerebber le parole tue. + + Ma perché paia ben ciò che non pare, + pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, + quando fu detto “Chiedi”, a dimandare. + + Non ho parlato sì, che tu non posse + ben veder ch’el fu re, che chiese senno + acciò che re sufficïente fosse; + + non per sapere il numero in che enno + li motor di qua sù, o se necesse + con contingente mai necesse fenno; + + non si est dare primum motum esse, + o se del mezzo cerchio far si puote + trïangol sì ch’un retto non avesse. + + Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, + regal prudenza è quel vedere impari + in che lo stral di mia intenzion percuote; + + e se al “surse” drizzi li occhi chiari, + vedrai aver solamente respetto + ai regi, che son molti, e ’ buon son rari. + + Con questa distinzion prendi ’l mio detto; + e così puote star con quel che credi + del primo padre e del nostro Diletto. + + E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, + per farti mover lento com’ uom lasso + e al sì e al no che tu non vedi: + + ché quelli è tra li stolti bene a basso, + che sanza distinzione afferma e nega + ne l’un così come ne l’altro passo; + + perch’ elli ’ncontra che più volte piega + l’oppinïon corrente in falsa parte, + e poi l’affetto l’intelletto lega. + + Vie più che ’ndarno da riva si parte, + perché non torna tal qual e’ si move, + chi pesca per lo vero e non ha l’arte. + + E di ciò sono al mondo aperte prove + Parmenide, Melisso e Brisso e molti, + li quali andaro e non sapëan dove; + + sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti + che furon come spade a le Scritture + in render torti li diritti volti. + + Non sien le genti, ancor, troppo sicure + a giudicar, sì come quei che stima + le biade in campo pria che sien mature; + + ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima + lo prun mostrarsi rigido e feroce, + poscia portar la rosa in su la cima; + + e legno vidi già dritto e veloce + correr lo mar per tutto suo cammino, + perire al fine a l’intrar de la foce. + + Non creda donna Berta e ser Martino, + per vedere un furare, altro offerere, + vederli dentro al consiglio divino; + + ché quel può surgere, e quel può cadere». + + + + Paradiso • Canto XIV + + + Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro + movesi l’acqua in un ritondo vaso, + secondo ch’è percosso fuori o dentro: + + ne la mia mente fé sùbito caso + questo ch’io dico, sì come si tacque + la glorïosa vita di Tommaso, + + per la similitudine che nacque + del suo parlare e di quel di Beatrice, + a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: + + «A costui fa mestieri, e nol vi dice + né con la voce né pensando ancora, + d’un altro vero andare a la radice. + + Diteli se la luce onde s’infiora + vostra sustanza, rimarrà con voi + etternalmente sì com’ ell’ è ora; + + e se rimane, dite come, poi + che sarete visibili rifatti, + esser porà ch’al veder non vi nòi». + + Come, da più letizia pinti e tratti, + a la fïata quei che vanno a rota + levan la voce e rallegrano li atti, + + così, a l’orazion pronta e divota, + li santi cerchi mostrar nova gioia + nel torneare e ne la mira nota. + + Qual si lamenta perché qui si moia + per viver colà sù, non vide quive + lo refrigerio de l’etterna ploia. + + Quell’ uno e due e tre che sempre vive + e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, + non circunscritto, e tutto circunscrive, + + tre volte era cantato da ciascuno + di quelli spirti con tal melodia, + ch’ad ogne merto saria giusto muno. + + E io udi’ ne la luce più dia + del minor cerchio una voce modesta, + forse qual fu da l’angelo a Maria, + + risponder: «Quanto fia lunga la festa + di paradiso, tanto il nostro amore + si raggerà dintorno cotal vesta. + + La sua chiarezza séguita l’ardore; + l’ardor la visïone, e quella è tanta, + quant’ ha di grazia sovra suo valore. + + Come la carne glorïosa e santa + fia rivestita, la nostra persona + più grata fia per esser tutta quanta; + + per che s’accrescerà ciò che ne dona + di gratüito lume il sommo bene, + lume ch’a lui veder ne condiziona; + + onde la visïon crescer convene, + crescer l’ardor che di quella s’accende, + crescer lo raggio che da esso vene. + + Ma sì come carbon che fiamma rende, + e per vivo candor quella soverchia, + sì che la sua parvenza si difende; + + così questo folgór che già ne cerchia + fia vinto in apparenza da la carne + che tutto dì la terra ricoperchia; + + né potrà tanta luce affaticarne: + ché li organi del corpo saran forti + a tutto ciò che potrà dilettarne». + + Tanto mi parver sùbiti e accorti + e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», + che ben mostrar disio d’i corpi morti: + + forse non pur per lor, ma per le mamme, + per li padri e per li altri che fuor cari + anzi che fosser sempiterne fiamme. + + Ed ecco intorno, di chiarezza pari, + nascere un lustro sopra quel che v’era, + per guisa d’orizzonte che rischiari. + + E sì come al salir di prima sera + comincian per lo ciel nove parvenze, + sì che la vista pare e non par vera, + + parvemi lì novelle sussistenze + cominciare a vedere, e fare un giro + di fuor da l’altre due circunferenze. + + Oh vero sfavillar del Santo Spiro! + come si fece sùbito e candente + a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! + + Ma Bëatrice sì bella e ridente + mi si mostrò, che tra quelle vedute + si vuol lasciar che non seguir la mente. + + Quindi ripreser li occhi miei virtute + a rilevarsi; e vidimi translato + sol con mia donna in più alta salute. + + Ben m’accors’ io ch’io era più levato, + per l’affocato riso de la stella, + che mi parea più roggio che l’usato. + + Con tutto ’l core e con quella favella + ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, + qual conveniesi a la grazia novella. + + E non er’ anco del mio petto essausto + l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi + esso litare stato accetto e fausto; + + ché con tanto lucore e tanto robbi + m’apparvero splendor dentro a due raggi, + ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!». + + Come distinta da minori e maggi + lumi biancheggia tra ’ poli del mondo + Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; + + sì costellati facean nel profondo + Marte quei raggi il venerabil segno + che fan giunture di quadranti in tondo. + + Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; + ché quella croce lampeggiava Cristo, + sì ch’io non so trovare essempro degno; + + ma chi prende sua croce e segue Cristo, + ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, + vedendo in quell’ albor balenar Cristo. + + Di corno in corno e tra la cima e ’l basso + si movien lumi, scintillando forte + nel congiugnersi insieme e nel trapasso: + + così si veggion qui diritte e torte, + veloci e tarde, rinovando vista, + le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, + + moversi per lo raggio onde si lista + talvolta l’ombra che, per sua difesa, + la gente con ingegno e arte acquista. + + E come giga e arpa, in tempra tesa + di molte corde, fa dolce tintinno + a tal da cui la nota non è intesa, + + così da’ lumi che lì m’apparinno + s’accogliea per la croce una melode + che mi rapiva, sanza intender l’inno. + + Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, + però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» + come a colui che non intende e ode. + + Ïo m’innamorava tanto quinci, + che ’nfino a lì non fu alcuna cosa + che mi legasse con sì dolci vinci. + + Forse la mia parola par troppo osa, + posponendo il piacer de li occhi belli, + ne’ quai mirando mio disio ha posa; + + ma chi s’avvede che i vivi suggelli + d’ogne bellezza più fanno più suso, + e ch’io non m’era lì rivolto a quelli, + + escusar puommi di quel ch’io m’accuso + per escusarmi, e vedermi dir vero: + ché ’l piacer santo non è qui dischiuso, + + perché si fa, montando, più sincero. + + + + Paradiso • Canto XV + + + Benigna volontade in che si liqua + sempre l’amor che drittamente spira, + come cupidità fa ne la iniqua, + + silenzio puose a quella dolce lira, + e fece quïetar le sante corde + che la destra del cielo allenta e tira. + + Come saranno a’ giusti preghi sorde + quelle sustanze che, per darmi voglia + ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? + + Bene è che sanza termine si doglia + chi, per amor di cosa che non duri + etternalmente, quello amor si spoglia. + + Quale per li seren tranquilli e puri + discorre ad ora ad or sùbito foco, + movendo li occhi che stavan sicuri, + + e pare stella che tramuti loco, + se non che da la parte ond’ e’ s’accende + nulla sen perde, ed esso dura poco: + + tale dal corno che ’n destro si stende + a piè di quella croce corse un astro + de la costellazion che lì resplende; + + né si partì la gemma dal suo nastro, + ma per la lista radïal trascorse, + che parve foco dietro ad alabastro. + + Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, + se fede merta nostra maggior musa, + quando in Eliso del figlio s’accorse. + + «O sanguis meus, o superinfusa + gratïa Deï, sicut tibi cui + bis unquam celi ianüa reclusa?». + + Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; + poscia rivolsi a la mia donna il viso, + e quinci e quindi stupefatto fui; + + ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso + tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo + de la mia gloria e del mio paradiso. + + Indi, a udire e a veder giocondo, + giunse lo spirto al suo principio cose, + ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; + + né per elezïon mi si nascose, + ma per necessità, ché ’l suo concetto + al segno d’i mortal si soprapuose. + + E quando l’arco de l’ardente affetto + fu sì sfogato, che ’l parlar discese + inver’ lo segno del nostro intelletto, + + la prima cosa che per me s’intese, + «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, + che nel mio seme se’ tanto cortese!». + + E seguì: «Grato e lontano digiuno, + tratto leggendo del magno volume + du’ non si muta mai bianco né bruno, + + solvuto hai, figlio, dentro a questo lume + in ch’io ti parlo, mercè di colei + ch’a l’alto volo ti vestì le piume. + + Tu credi che a me tuo pensier mei + da quel ch’è primo, così come raia + da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; + + e però ch’io mi sia e perch’ io paia + più gaudïoso a te, non mi domandi, + che alcun altro in questa turba gaia. + + Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi + di questa vita miran ne lo speglio + in che, prima che pensi, il pensier pandi; + + ma perché ’l sacro amore in che io veglio + con perpetüa vista e che m’asseta + di dolce disïar, s’adempia meglio, + + la voce tua sicura, balda e lieta + suoni la volontà, suoni ’l disio, + a che la mia risposta è già decreta!». + + Io mi volsi a Beatrice, e quella udio + pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno + che fece crescer l’ali al voler mio. + + Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, + come la prima equalità v’apparse, + d’un peso per ciascun di voi si fenno, + + però che ’l sol che v’allumò e arse, + col caldo e con la luce è sì iguali, + che tutte simiglianze sono scarse. + + Ma voglia e argomento ne’ mortali, + per la cagion ch’a voi è manifesta, + diversamente son pennuti in ali; + + ond’ io, che son mortal, mi sento in questa + disagguaglianza, e però non ringrazio + se non col core a la paterna festa. + + Ben supplico io a te, vivo topazio + che questa gioia prezïosa ingemmi, + perché mi facci del tuo nome sazio». + + «O fronda mia in che io compiacemmi + pur aspettando, io fui la tua radice»: + cotal principio, rispondendo, femmi. + + Poscia mi disse: «Quel da cui si dice + tua cognazione e che cent’ anni e piùe + girato ha ’l monte in la prima cornice, + + mio figlio fu e tuo bisavol fue: + ben si convien che la lunga fatica + tu li raccorci con l’opere tue. + + Fiorenza dentro da la cerchia antica, + ond’ ella toglie ancora e terza e nona, + si stava in pace, sobria e pudica. + + Non avea catenella, non corona, + non gonne contigiate, non cintura + che fosse a veder più che la persona. + + Non faceva, nascendo, ancor paura + la figlia al padre, che ’l tempo e la dote + non fuggien quinci e quindi la misura. + + Non avea case di famiglia vòte; + non v’era giunto ancor Sardanapalo + a mostrar ciò che ’n camera si puote. + + Non era vinto ancora Montemalo + dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto + nel montar sù, così sarà nel calo. + + Bellincion Berti vid’ io andar cinto + di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio + la donna sua sanza ’l viso dipinto; + + e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio + esser contenti a la pelle scoperta, + e le sue donne al fuso e al pennecchio. + + Oh fortunate! ciascuna era certa + de la sua sepultura, e ancor nulla + era per Francia nel letto diserta. + + L’una vegghiava a studio de la culla, + e, consolando, usava l’idïoma + che prima i padri e le madri trastulla; + + l’altra, traendo a la rocca la chioma, + favoleggiava con la sua famiglia + d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. + + Saria tenuta allor tal maraviglia + una Cianghella, un Lapo Salterello, + qual or saria Cincinnato e Corniglia. + + A così riposato, a così bello + viver di cittadini, a così fida + cittadinanza, a così dolce ostello, + + Maria mi diè, chiamata in alte grida; + e ne l’antico vostro Batisteo + insieme fui cristiano e Cacciaguida. + + Moronto fu mio frate ed Eliseo; + mia donna venne a me di val di Pado, + e quindi il sopranome tuo si feo. + + Poi seguitai lo ’mperador Currado; + ed el mi cinse de la sua milizia, + tanto per bene ovrar li venni in grado. + + Dietro li andai incontro a la nequizia + di quella legge il cui popolo usurpa, + per colpa d’i pastor, vostra giustizia. + + Quivi fu’ io da quella gente turpa + disviluppato dal mondo fallace, + lo cui amor molt’ anime deturpa; + + e venni dal martiro a questa pace». + + + + Paradiso • Canto XVI + + + O poca nostra nobiltà di sangue, + se glorïar di te la gente fai + qua giù dove l’affetto nostro langue, + + mirabil cosa non mi sarà mai: + ché là dove appetito non si torce, + dico nel cielo, io me ne gloriai. + + Ben se’ tu manto che tosto raccorce: + sì che, se non s’appon di dì in die, + lo tempo va dintorno con le force. + + Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, + in che la sua famiglia men persevra, + ricominciaron le parole mie; + + onde Beatrice, ch’era un poco scevra, + ridendo, parve quella che tossio + al primo fallo scritto di Ginevra. + + Io cominciai: «Voi siete il padre mio; + voi mi date a parlar tutta baldezza; + voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. + + Per tanti rivi s’empie d’allegrezza + la mente mia, che di sé fa letizia + perché può sostener che non si spezza. + + Ditemi dunque, cara mia primizia, + quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni + che si segnaro in vostra püerizia; + + ditemi de l’ovil di San Giovanni + quanto era allora, e chi eran le genti + tra esso degne di più alti scanni». + + Come s’avviva a lo spirar d’i venti + carbone in fiamma, così vid’ io quella + luce risplendere a’ miei blandimenti; + + e come a li occhi miei si fé più bella, + così con voce più dolce e soave, + ma non con questa moderna favella, + + dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ + al parto in che mia madre, ch’è or santa, + s’allevïò di me ond’ era grave, + + al suo Leon cinquecento cinquanta + e trenta fiate venne questo foco + a rinfiammarsi sotto la sua pianta. + + Li antichi miei e io nacqui nel loco + dove si truova pria l’ultimo sesto + da quei che corre il vostro annüal gioco. + + Basti d’i miei maggiori udirne questo: + chi ei si fosser e onde venner quivi, + più è tacer che ragionare onesto. + + Tutti color ch’a quel tempo eran ivi + da poter arme tra Marte e ’l Batista, + eran il quinto di quei ch’or son vivi. + + Ma la cittadinanza, ch’è or mista + di Campi, di Certaldo e di Fegghine, + pura vediesi ne l’ultimo artista. + + Oh quanto fora meglio esser vicine + quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo + e a Trespiano aver vostro confine, + + che averle dentro e sostener lo puzzo + del villan d’Aguglion, di quel da Signa, + che già per barattare ha l’occhio aguzzo! + + Se la gente ch’al mondo più traligna + non fosse stata a Cesare noverca, + ma come madre a suo figlio benigna, + + tal fatto è fiorentino e cambia e merca, + che si sarebbe vòlto a Simifonti, + là dove andava l’avolo a la cerca; + + sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; + sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, + e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. + + Sempre la confusion de le persone + principio fu del mal de la cittade, + come del vostro il cibo che s’appone; + + e cieco toro più avaccio cade + che cieco agnello; e molte volte taglia + più e meglio una che le cinque spade. + + Se tu riguardi Luni e Orbisaglia + come sono ite, e come se ne vanno + di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, + + udir come le schiatte si disfanno + non ti parrà nova cosa né forte, + poscia che le cittadi termine hanno. + + Le vostre cose tutte hanno lor morte, + sì come voi; ma celasi in alcuna + che dura molto, e le vite son corte. + + E come ’l volger del ciel de la luna + cuopre e discuopre i liti sanza posa, + così fa di Fiorenza la Fortuna: + + per che non dee parer mirabil cosa + ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini + onde è la fama nel tempo nascosa. + + Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, + Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, + già nel calare, illustri cittadini; + + e vidi così grandi come antichi, + con quel de la Sannella, quel de l’Arca, + e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. + + Sovra la porta ch’al presente è carca + di nova fellonia di tanto peso + che tosto fia iattura de la barca, + + erano i Ravignani, ond’ è disceso + il conte Guido e qualunque del nome + de l’alto Bellincione ha poscia preso. + + Quel de la Pressa sapeva già come + regger si vuole, e avea Galigaio + dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome. + + Grand’ era già la colonna del Vaio, + Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci + e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. + + Lo ceppo di che nacquero i Calfucci + era già grande, e già eran tratti + a le curule Sizii e Arrigucci. + + Oh quali io vidi quei che son disfatti + per lor superbia! e le palle de l’oro + fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti. + + Così facieno i padri di coloro + che, sempre che la vostra chiesa vaca, + si fanno grassi stando a consistoro. + + L’oltracotata schiatta che s’indraca + dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente + o ver la borsa, com’ agnel si placa, + + già venìa sù, ma di picciola gente; + sì che non piacque ad Ubertin Donato + che poï il suocero il fé lor parente. + + Già era ’l Caponsacco nel mercato + disceso giù da Fiesole, e già era + buon cittadino Giuda e Infangato. + + Io dirò cosa incredibile e vera: + nel picciol cerchio s’entrava per porta + che si nomava da quei de la Pera. + + Ciascun che de la bella insegna porta + del gran barone il cui nome e ’l cui pregio + la festa di Tommaso riconforta, + + da esso ebbe milizia e privilegio; + avvegna che con popol si rauni + oggi colui che la fascia col fregio. + + Già eran Gualterotti e Importuni; + e ancor saria Borgo più quïeto, + se di novi vicin fosser digiuni. + + La casa di che nacque il vostro fleto, + per lo giusto disdegno che v’ha morti + e puose fine al vostro viver lieto, + + era onorata, essa e suoi consorti: + o Buondelmonte, quanto mal fuggisti + le nozze süe per li altrui conforti! + + Molti sarebber lieti, che son tristi, + se Dio t’avesse conceduto ad Ema + la prima volta ch’a città venisti. + + Ma conveniesi a quella pietra scema + che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse + vittima ne la sua pace postrema. + + Con queste genti, e con altre con esse, + vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo, + che non avea cagione onde piangesse. + + Con queste genti vid’io glorïoso + e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio + non era ad asta mai posto a ritroso, + + né per divisïon fatto vermiglio». + + + + Paradiso • Canto XVII + + + Qual venne a Climenè, per accertarsi + di ciò ch’avëa incontro a sé udito, + quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; + + tal era io, e tal era sentito + e da Beatrice e da la santa lampa + che pria per me avea mutato sito. + + Per che mia donna «Manda fuor la vampa + del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca + segnata bene de la interna stampa: + + non perché nostra conoscenza cresca + per tuo parlare, ma perché t’ausi + a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». + + «O cara piota mia che sì t’insusi, + che, come veggion le terrene menti + non capere in trïangol due ottusi, + + così vedi le cose contingenti + anzi che sieno in sé, mirando il punto + a cui tutti li tempi son presenti; + + mentre ch’io era a Virgilio congiunto + su per lo monte che l’anime cura + e discendendo nel mondo defunto, + + dette mi fuor di mia vita futura + parole gravi, avvegna ch’io mi senta + ben tetragono ai colpi di ventura; + + per che la voglia mia saria contenta + d’intender qual fortuna mi s’appressa: + ché saetta previsa vien più lenta». + + Così diss’ io a quella luce stessa + che pria m’avea parlato; e come volle + Beatrice, fu la mia voglia confessa. + + Né per ambage, in che la gente folle + già s’inviscava pria che fosse anciso + l’Agnel di Dio che le peccata tolle, + + ma per chiare parole e con preciso + latin rispuose quello amor paterno, + chiuso e parvente del suo proprio riso: + + «La contingenza, che fuor del quaderno + de la vostra matera non si stende, + tutta è dipinta nel cospetto etterno; + + necessità però quindi non prende + se non come dal viso in che si specchia + nave che per torrente giù discende. + + Da indi, sì come viene ad orecchia + dolce armonia da organo, mi viene + a vista il tempo che ti s’apparecchia. + + Qual si partio Ipolito d’Atene + per la spietata e perfida noverca, + tal di Fiorenza partir ti convene. + + Questo si vuole e questo già si cerca, + e tosto verrà fatto a chi ciò pensa + là dove Cristo tutto dì si merca. + + La colpa seguirà la parte offensa + in grido, come suol; ma la vendetta + fia testimonio al ver che la dispensa. + + Tu lascerai ogne cosa diletta + più caramente; e questo è quello strale + che l’arco de lo essilio pria saetta. + + Tu proverai sì come sa di sale + lo pane altrui, e come è duro calle + lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. + + E quel che più ti graverà le spalle, + sarà la compagnia malvagia e scempia + con la qual tu cadrai in questa valle; + + che tutta ingrata, tutta matta ed empia + si farà contr’ a te; ma, poco appresso, + ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. + + Di sua bestialitate il suo processo + farà la prova; sì ch’a te fia bello + averti fatta parte per te stesso. + + Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello + sarà la cortesia del gran Lombardo + che ’n su la scala porta il santo uccello; + + ch’in te avrà sì benigno riguardo, + che del fare e del chieder, tra voi due, + fia primo quel che tra li altri è più tardo. + + Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, + nascendo, sì da questa stella forte, + che notabili fier l’opere sue. + + Non se ne son le genti ancora accorte + per la novella età, ché pur nove anni + son queste rote intorno di lui torte; + + ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, + parran faville de la sua virtute + in non curar d’argento né d’affanni. + + Le sue magnificenze conosciute + saranno ancora, sì che ’ suoi nemici + non ne potran tener le lingue mute. + + A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; + per lui fia trasmutata molta gente, + cambiando condizion ricchi e mendici; + + e portera’ne scritto ne la mente + di lui, e nol dirai»; e disse cose + incredibili a quei che fier presente. + + Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose + di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie + che dietro a pochi giri son nascose. + + Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, + poscia che s’infutura la tua vita + vie più là che ’l punir di lor perfidie». + + Poi che, tacendo, si mostrò spedita + l’anima santa di metter la trama + in quella tela ch’io le porsi ordita, + + io cominciai, come colui che brama, + dubitando, consiglio da persona + che vede e vuol dirittamente e ama: + + «Ben veggio, padre mio, sì come sprona + lo tempo verso me, per colpo darmi + tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; + + per che di provedenza è buon ch’io m’armi, + sì che, se loco m’è tolto più caro, + io non perdessi li altri per miei carmi. + + Giù per lo mondo sanza fine amaro, + e per lo monte del cui bel cacume + li occhi de la mia donna mi levaro, + + e poscia per lo ciel, di lume in lume, + ho io appreso quel che s’io ridico, + a molti fia sapor di forte agrume; + + e s’io al vero son timido amico, + temo di perder viver tra coloro + che questo tempo chiameranno antico». + + La luce in che rideva il mio tesoro + ch’io trovai lì, si fé prima corusca, + quale a raggio di sole specchio d’oro; + + indi rispuose: «Coscïenza fusca + o de la propria o de l’altrui vergogna + pur sentirà la tua parola brusca. + + Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, + tutta tua visïon fa manifesta; + e lascia pur grattar dov’ è la rogna. + + Ché se la voce tua sarà molesta + nel primo gusto, vital nodrimento + lascerà poi, quando sarà digesta. + + Questo tuo grido farà come vento, + che le più alte cime più percuote; + e ciò non fa d’onor poco argomento. + + Però ti son mostrate in queste rote, + nel monte e ne la valle dolorosa + pur l’anime che son di fama note, + + che l’animo di quel ch’ode, non posa + né ferma fede per essempro ch’aia + la sua radice incognita e ascosa, + + né per altro argomento che non paia». + + + + Paradiso • Canto XVIII + + + Già si godeva solo del suo verbo + quello specchio beato, e io gustava + lo mio, temprando col dolce l’acerbo; + + e quella donna ch’a Dio mi menava + disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono + presso a colui ch’ogne torto disgrava». + + Io mi rivolsi a l’amoroso suono + del mio conforto; e qual io allor vidi + ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: + + non perch’ io pur del mio parlar diffidi, + ma per la mente che non può redire + sovra sé tanto, s’altri non la guidi. + + Tanto poss’ io di quel punto ridire, + che, rimirando lei, lo mio affetto + libero fu da ogne altro disire, + + fin che ’l piacere etterno, che diretto + raggiava in Bëatrice, dal bel viso + mi contentava col secondo aspetto. + + Vincendo me col lume d’un sorriso, + ella mi disse: «Volgiti e ascolta; + ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». + + Come si vede qui alcuna volta + l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, + che da lui sia tutta l’anima tolta, + + così nel fiammeggiar del folgór santo, + a ch’io mi volsi, conobbi la voglia + in lui di ragionarmi ancora alquanto. + + El cominciò: «In questa quinta soglia + de l’albero che vive de la cima + e frutta sempre e mai non perde foglia, + + spiriti son beati, che giù, prima + che venissero al ciel, fuor di gran voce, + sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. + + Però mira ne’ corni de la croce: + quello ch’io nomerò, lì farà l’atto + che fa in nube il suo foco veloce». + + Io vidi per la croce un lume tratto + dal nomar Iosuè, com’ el si feo; + né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. + + E al nome de l’alto Macabeo + vidi moversi un altro roteando, + e letizia era ferza del paleo. + + Così per Carlo Magno e per Orlando + due ne seguì lo mio attento sguardo, + com’ occhio segue suo falcon volando. + + Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo + e ’l duca Gottifredi la mia vista + per quella croce, e Ruberto Guiscardo. + + Indi, tra l’altre luci mota e mista, + mostrommi l’alma che m’avea parlato + qual era tra i cantor del cielo artista. + + Io mi rivolsi dal mio destro lato + per vedere in Beatrice il mio dovere, + o per parlare o per atto, segnato; + + e vidi le sue luci tanto mere, + tanto gioconde, che la sua sembianza + vinceva li altri e l’ultimo solere. + + E come, per sentir più dilettanza + bene operando, l’uom di giorno in giorno + s’accorge che la sua virtute avanza, + + sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno + col cielo insieme avea cresciuto l’arco, + veggendo quel miracol più addorno. + + E qual è ’l trasmutare in picciol varco + di tempo in bianca donna, quando ’l volto + suo si discarchi di vergogna il carco, + + tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, + per lo candor de la temprata stella + sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. + + Io vidi in quella giovïal facella + lo sfavillar de l’amor che lì era + segnare a li occhi miei nostra favella. + + E come augelli surti di rivera, + quasi congratulando a lor pasture, + fanno di sé or tonda or altra schiera, + + sì dentro ai lumi sante creature + volitando cantavano, e faciensi + or D, or I, or L in sue figure. + + Prima, cantando, a sua nota moviensi; + poi, diventando l’un di questi segni, + un poco s’arrestavano e taciensi. + + O diva Pegasëa che li ’ngegni + fai glorïosi e rendili longevi, + ed essi teco le cittadi e ’ regni, + + illustrami di te, sì ch’io rilevi + le lor figure com’ io l’ho concette: + paia tua possa in questi versi brevi! + + Mostrarsi dunque in cinque volte sette + vocali e consonanti; e io notai + le parti sì, come mi parver dette. + + ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai + fur verbo e nome di tutto ’l dipinto; + ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai. + + Poscia ne l’emme del vocabol quinto + rimasero ordinate; sì che Giove + pareva argento lì d’oro distinto. + + E vidi scendere altre luci dove + era il colmo de l’emme, e lì quetarsi + cantando, credo, il ben ch’a sé le move. + + Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi + surgono innumerabili faville, + onde li stolti sogliono agurarsi, + + resurger parver quindi più di mille + luci e salir, qual assai e qual poco, + sì come ’l sol che l’accende sortille; + + e quïetata ciascuna in suo loco, + la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi + rappresentare a quel distinto foco. + + Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; + ma esso guida, e da lui si rammenta + quella virtù ch’è forma per li nidi. + + L’altra bëatitudo, che contenta + pareva prima d’ingigliarsi a l’emme, + con poco moto seguitò la ’mprenta. + + O dolce stella, quali e quante gemme + mi dimostraro che nostra giustizia + effetto sia del ciel che tu ingemme! + + Per ch’io prego la mente in che s’inizia + tuo moto e tua virtute, che rimiri + ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; + + sì ch’un’altra fïata omai s’adiri + del comperare e vender dentro al templo + che si murò di segni e di martìri. + + O milizia del ciel cu’ io contemplo, + adora per color che sono in terra + tutti svïati dietro al malo essemplo! + + Già si solea con le spade far guerra; + ma or si fa togliendo or qui or quivi + lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra. + + Ma tu che sol per cancellare scrivi, + pensa che Pietro e Paulo, che moriro + per la vigna che guasti, ancor son vivi. + + Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro + sì a colui che volle viver solo + e che per salti fu tratto al martiro, + + ch’io non conosco il pescator né Polo». + + + + Paradiso • Canto XIX + + + Parea dinanzi a me con l’ali aperte + la bella image che nel dolce frui + liete facevan l’anime conserte; + + parea ciascuna rubinetto in cui + raggio di sole ardesse sì acceso, + che ne’ miei occhi rifrangesse lui. + + E quel che mi convien ritrar testeso, + non portò voce mai, né scrisse incostro, + né fu per fantasia già mai compreso; + + ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, + e sonar ne la voce e «io» e «mio», + quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’. + + E cominciò: «Per esser giusto e pio + son io qui essaltato a quella gloria + che non si lascia vincere a disio; + + e in terra lasciai la mia memoria + sì fatta, che le genti lì malvage + commendan lei, ma non seguon la storia». + + Così un sol calor di molte brage + si fa sentir, come di molti amori + usciva solo un suon di quella image. + + Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori + de l’etterna letizia, che pur uno + parer mi fate tutti vostri odori, + + solvetemi, spirando, il gran digiuno + che lungamente m’ha tenuto in fame, + non trovandoli in terra cibo alcuno. + + Ben so io che, se ’n cielo altro reame + la divina giustizia fa suo specchio, + che ’l vostro non l’apprende con velame. + + Sapete come attento io m’apparecchio + ad ascoltar; sapete qual è quello + dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». + + Quasi falcone ch’esce del cappello, + move la testa e con l’ali si plaude, + voglia mostrando e faccendosi bello, + + vid’ io farsi quel segno, che di laude + de la divina grazia era contesto, + con canti quai si sa chi là sù gaude. + + Poi cominciò: «Colui che volse il sesto + a lo stremo del mondo, e dentro ad esso + distinse tanto occulto e manifesto, + + non poté suo valor sì fare impresso + in tutto l’universo, che ’l suo verbo + non rimanesse in infinito eccesso. + + E ciò fa certo che ’l primo superbo, + che fu la somma d’ogne creatura, + per non aspettar lume, cadde acerbo; + + e quinci appar ch’ogne minor natura + è corto recettacolo a quel bene + che non ha fine e sé con sé misura. + + Dunque vostra veduta, che convene + esser alcun de’ raggi de la mente + di che tutte le cose son ripiene, + + non pò da sua natura esser possente + tanto, che suo principio discerna + molto di là da quel che l’è parvente. + + Però ne la giustizia sempiterna + la vista che riceve il vostro mondo, + com’ occhio per lo mare, entro s’interna; + + che, ben che da la proda veggia il fondo, + in pelago nol vede; e nondimeno + èli, ma cela lui l’esser profondo. + + Lume non è, se non vien dal sereno + che non si turba mai; anzi è tenèbra + od ombra de la carne o suo veleno. + + Assai t’è mo aperta la latebra + che t’ascondeva la giustizia viva, + di che facei question cotanto crebra; + + ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva + de l’Indo, e quivi non è chi ragioni + di Cristo né chi legga né chi scriva; + + e tutti suoi voleri e atti buoni + sono, quanto ragione umana vede, + sanza peccato in vita o in sermoni. + + Muore non battezzato e sanza fede: + ov’ è questa giustizia che ’l condanna? + ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”. + + Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, + per giudicar di lungi mille miglia + con la veduta corta d’una spanna? + + Certo a colui che meco s’assottiglia, + se la Scrittura sovra voi non fosse, + da dubitar sarebbe a maraviglia. + + Oh terreni animali! oh menti grosse! + La prima volontà, ch’è da sé buona, + da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. + + Cotanto è giusto quanto a lei consuona: + nullo creato bene a sé la tira, + ma essa, radïando, lui cagiona». + + Quale sovresso il nido si rigira + poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, + e come quel ch’è pasto la rimira; + + cotal si fece, e sì leväi i cigli, + la benedetta imagine, che l’ali + movea sospinte da tanti consigli. + + Roteando cantava, e dicea: «Quali + son le mie note a te, che non le ’ntendi, + tal è il giudicio etterno a voi mortali». + + Poi si quetaro quei lucenti incendi + de lo Spirito Santo ancor nel segno + che fé i Romani al mondo reverendi, + + esso ricominciò: «A questo regno + non salì mai chi non credette ’n Cristo, + né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. + + Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, + che saranno in giudicio assai men prope + a lui, che tal che non conosce Cristo; + + e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, + quando si partiranno i due collegi, + l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. + + Che poran dir li Perse a’ vostri regi, + come vedranno quel volume aperto + nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? + + Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, + quella che tosto moverà la penna, + per che ’l regno di Praga fia diserto. + + Lì si vedrà il duol che sovra Senna + induce, falseggiando la moneta, + quel che morrà di colpo di cotenna. + + Lì si vedrà la superbia ch’asseta, + che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, + sì che non può soffrir dentro a sua meta. + + Vedrassi la lussuria e ’l viver molle + di quel di Spagna e di quel di Boemme, + che mai valor non conobbe né volle. + + Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme + segnata con un i la sua bontate, + quando ’l contrario segnerà un emme. + + Vedrassi l’avarizia e la viltate + di quei che guarda l’isola del foco, + ove Anchise finì la lunga etate; + + e a dare ad intender quanto è poco, + la sua scrittura fian lettere mozze, + che noteranno molto in parvo loco. + + E parranno a ciascun l’opere sozze + del barba e del fratel, che tanto egregia + nazione e due corone han fatte bozze. + + E quel di Portogallo e di Norvegia + lì si conosceranno, e quel di Rascia + che male ha visto il conio di Vinegia. + + Oh beata Ungheria, se non si lascia + più malmenare! e beata Navarra, + se s’armasse del monte che la fascia! + + E creder de’ ciascun che già, per arra + di questo, Niccosïa e Famagosta + per la lor bestia si lamenti e garra, + + che dal fianco de l’altre non si scosta». + + + + Paradiso • Canto XX + + + Quando colui che tutto ’l mondo alluma + de l’emisperio nostro sì discende, + che ’l giorno d’ogne parte si consuma, + + lo ciel, che sol di lui prima s’accende, + subitamente si rifà parvente + per molte luci, in che una risplende; + + e questo atto del ciel mi venne a mente, + come ’l segno del mondo e de’ suoi duci + nel benedetto rostro fu tacente; + + però che tutte quelle vive luci, + vie più lucendo, cominciaron canti + da mia memoria labili e caduci. + + O dolce amor che di riso t’ammanti, + quanto parevi ardente in que’ flailli, + ch’avieno spirto sol di pensier santi! + + Poscia che i cari e lucidi lapilli + ond’ io vidi ingemmato il sesto lume + puoser silenzio a li angelici squilli, + + udir mi parve un mormorar di fiume + che scende chiaro giù di pietra in pietra, + mostrando l’ubertà del suo cacume. + + E come suono al collo de la cetra + prende sua forma, e sì com’ al pertugio + de la sampogna vento che penètra, + + così, rimosso d’aspettare indugio, + quel mormorar de l’aguglia salissi + su per lo collo, come fosse bugio. + + Fecesi voce quivi, e quindi uscissi + per lo suo becco in forma di parole, + quali aspettava il core ov’ io le scrissi. + + «La parte in me che vede e pate il sole + ne l’aguglie mortali», incominciommi, + «or fisamente riguardar si vole, + + perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, + quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, + e’ di tutti lor gradi son li sommi. + + Colui che luce in mezzo per pupilla, + fu il cantor de lo Spirito Santo, + che l’arca traslatò di villa in villa: + + ora conosce il merto del suo canto, + in quanto effetto fu del suo consiglio, + per lo remunerar ch’è altrettanto. + + Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, + colui che più al becco mi s’accosta, + la vedovella consolò del figlio: + + ora conosce quanto caro costa + non seguir Cristo, per l’esperïenza + di questa dolce vita e de l’opposta. + + E quel che segue in la circunferenza + di che ragiono, per l’arco superno, + morte indugiò per vera penitenza: + + ora conosce che ’l giudicio etterno + non si trasmuta, quando degno preco + fa crastino là giù de l’odïerno. + + L’altro che segue, con le leggi e meco, + sotto buona intenzion che fé mal frutto, + per cedere al pastor si fece greco: + + ora conosce come il mal dedutto + dal suo bene operar non li è nocivo, + avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. + + E quel che vedi ne l’arco declivo, + Guiglielmo fu, cui quella terra plora + che piagne Carlo e Federigo vivo: + + ora conosce come s’innamora + lo ciel del giusto rege, e al sembiante + del suo fulgore il fa vedere ancora. + + Chi crederebbe giù nel mondo errante + che Rifëo Troiano in questo tondo + fosse la quinta de le luci sante? + + Ora conosce assai di quel che ’l mondo + veder non può de la divina grazia, + ben che sua vista non discerna il fondo». + + Quale allodetta che ’n aere si spazia + prima cantando, e poi tace contenta + de l’ultima dolcezza che la sazia, + + tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta + de l’etterno piacere, al cui disio + ciascuna cosa qual ell’ è diventa. + + E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio + lì quasi vetro a lo color ch’el veste, + tempo aspettar tacendo non patio, + + ma de la bocca, «Che cose son queste?», + mi pinse con la forza del suo peso: + per ch’io di coruscar vidi gran feste. + + Poi appresso, con l’occhio più acceso, + lo benedetto segno mi rispuose + per non tenermi in ammirar sospeso: + + «Io veggio che tu credi queste cose + perch’ io le dico, ma non vedi come; + sì che, se son credute, sono ascose. + + Fai come quei che la cosa per nome + apprende ben, ma la sua quiditate + veder non può se altri non la prome. + + Regnum celorum vïolenza pate + da caldo amore e da viva speranza, + che vince la divina volontate: + + non a guisa che l’omo a l’om sobranza, + ma vince lei perché vuole esser vinta, + e, vinta, vince con sua beninanza. + + La prima vita del ciglio e la quinta + ti fa maravigliar, perché ne vedi + la regïon de li angeli dipinta. + + D’i corpi suoi non uscir, come credi, + Gentili, ma Cristiani, in ferma fede + quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. + + Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede + già mai a buon voler, tornò a l’ossa; + e ciò di viva spene fu mercede: + + di viva spene, che mise la possa + ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, + sì che potesse sua voglia esser mossa. + + L’anima glorïosa onde si parla, + tornata ne la carne, in che fu poco, + credette in lui che potëa aiutarla; + + e credendo s’accese in tanto foco + di vero amor, ch’a la morte seconda + fu degna di venire a questo gioco. + + L’altra, per grazia che da sì profonda + fontana stilla, che mai creatura + non pinse l’occhio infino a la prima onda, + + tutto suo amor là giù pose a drittura: + per che, di grazia in grazia, Dio li aperse + l’occhio a la nostra redenzion futura; + + ond’ ei credette in quella, e non sofferse + da indi il puzzo più del paganesmo; + e riprendiene le genti perverse. + + Quelle tre donne li fur per battesmo + che tu vedesti da la destra rota, + dinanzi al battezzar più d’un millesmo. + + O predestinazion, quanto remota + è la radice tua da quelli aspetti + che la prima cagion non veggion tota! + + E voi, mortali, tenetevi stretti + a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, + non conosciamo ancor tutti li eletti; + + ed ènne dolce così fatto scemo, + perché il ben nostro in questo ben s’affina, + che quel che vole Iddio, e noi volemo». + + Così da quella imagine divina, + per farmi chiara la mia corta vista, + data mi fu soave medicina. + + E come a buon cantor buon citarista + fa seguitar lo guizzo de la corda, + in che più di piacer lo canto acquista, + + sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda + ch’io vidi le due luci benedette, + pur come batter d’occhi si concorda, + + con le parole mover le fiammette. + + + + Paradiso • Canto XXI + + + Già eran li occhi miei rifissi al volto + de la mia donna, e l’animo con essi, + e da ogne altro intento s’era tolto. + + E quella non ridea; ma «S’io ridessi», + mi cominciò, «tu ti faresti quale + fu Semelè quando di cener fessi: + + ché la bellezza mia, che per le scale + de l’etterno palazzo più s’accende, + com’ hai veduto, quanto più si sale, + + se non si temperasse, tanto splende, + che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, + sarebbe fronda che trono scoscende. + + Noi sem levati al settimo splendore, + che sotto ’l petto del Leone ardente + raggia mo misto giù del suo valore. + + Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, + e fa di quelli specchi a la figura + che ’n questo specchio ti sarà parvente». + + Qual savesse qual era la pastura + del viso mio ne l’aspetto beato + quand’ io mi trasmutai ad altra cura, + + conoscerebbe quanto m’era a grato + ubidire a la mia celeste scorta, + contrapesando l’un con l’altro lato. + + Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, + cerchiando il mondo, del suo caro duce + sotto cui giacque ogne malizia morta, + + di color d’oro in che raggio traluce + vid’ io uno scaleo eretto in suso + tanto, che nol seguiva la mia luce. + + Vidi anche per li gradi scender giuso + tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume + che par nel ciel, quindi fosse diffuso. + + E come, per lo natural costume, + le pole insieme, al cominciar del giorno, + si movono a scaldar le fredde piume; + + poi altre vanno via sanza ritorno, + altre rivolgon sé onde son mosse, + e altre roteando fan soggiorno; + + tal modo parve me che quivi fosse + in quello sfavillar che ’nsieme venne, + sì come in certo grado si percosse. + + E quel che presso più ci si ritenne, + si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando: + ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne. + + Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando + del dire e del tacer, si sta; ond’ io, + contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’. + + Per ch’ella, che vedëa il tacer mio + nel veder di colui che tutto vede, + mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». + + E io incominciai: «La mia mercede + non mi fa degno de la tua risposta; + ma per colei che ’l chieder mi concede, + + vita beata che ti stai nascosta + dentro a la tua letizia, fammi nota + la cagion che sì presso mi t’ha posta; + + e dì perché si tace in questa rota + la dolce sinfonia di paradiso, + che giù per l’altre suona sì divota». + + «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», + rispuose a me; «onde qui non si canta + per quel che Bëatrice non ha riso. + + Giù per li gradi de la scala santa + discesi tanto sol per farti festa + col dire e con la luce che mi ammanta; + + né più amor mi fece esser più presta, + ché più e tanto amor quinci sù ferve, + sì come il fiammeggiar ti manifesta. + + Ma l’alta carità, che ci fa serve + pronte al consiglio che ’l mondo governa, + sorteggia qui sì come tu osserve». + + «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, + come libero amore in questa corte + basta a seguir la provedenza etterna; + + ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, + perché predestinata fosti sola + a questo officio tra le tue consorte». + + Né venni prima a l’ultima parola, + che del suo mezzo fece il lume centro, + girando sé come veloce mola; + + poi rispuose l’amor che v’era dentro: + «Luce divina sopra me s’appunta, + penetrando per questa in ch’io m’inventro, + + la cui virtù, col mio veder congiunta, + mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio + la somma essenza de la quale è munta. + + Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; + per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara, + la chiarità de la fiamma pareggio. + + Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, + quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, + a la dimanda tua non satisfara, + + però che sì s’innoltra ne lo abisso + de l’etterno statuto quel che chiedi, + che da ogne creata vista è scisso. + + E al mondo mortal, quando tu riedi, + questo rapporta, sì che non presumma + a tanto segno più mover li piedi. + + La mente, che qui luce, in terra fumma; + onde riguarda come può là giùe + quel che non pote perché ’l ciel l’assumma». + + Sì mi prescrisser le parole sue, + ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi + a dimandarla umilmente chi fue. + + «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, + e non molto distanti a la tua patria, + tanto che ’ troni assai suonan più bassi, + + e fanno un gibbo che si chiama Catria, + di sotto al quale è consecrato un ermo, + che suole esser disposto a sola latria». + + Così ricominciommi il terzo sermo; + e poi, continüando, disse: «Quivi + al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, + + che pur con cibi di liquor d’ulivi + lievemente passava caldi e geli, + contento ne’ pensier contemplativi. + + Render solea quel chiostro a questi cieli + fertilemente; e ora è fatto vano, + sì che tosto convien che si riveli. + + In quel loco fu’ io Pietro Damiano, + e Pietro Peccator fu’ ne la casa + di Nostra Donna in sul lito adriano. + + Poca vita mortal m’era rimasa, + quando fui chiesto e tratto a quel cappello, + che pur di male in peggio si travasa. + + Venne Cefàs e venne il gran vasello + de lo Spirito Santo, magri e scalzi, + prendendo il cibo da qualunque ostello. + + Or voglion quinci e quindi chi rincalzi + li moderni pastori e chi li meni, + tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. + + Cuopron d’i manti loro i palafreni, + sì che due bestie van sott’ una pelle: + oh pazïenza che tanto sostieni!». + + A questa voce vid’ io più fiammelle + di grado in grado scendere e girarsi, + e ogne giro le facea più belle. + + Dintorno a questa vennero e fermarsi, + e fero un grido di sì alto suono, + che non potrebbe qui assomigliarsi; + + né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. + + + + Paradiso • Canto XXII + + + Oppresso di stupore, a la mia guida + mi volsi, come parvol che ricorre + sempre colà dove più si confida; + + e quella, come madre che soccorre + sùbito al figlio palido e anelo + con la sua voce, che ’l suol ben disporre, + + mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? + e non sai tu che ’l cielo è tutto santo, + e ciò che ci si fa vien da buon zelo? + + Come t’avrebbe trasmutato il canto, + e io ridendo, mo pensar lo puoi, + poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto; + + nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, + già ti sarebbe nota la vendetta + che tu vedrai innanzi che tu muoi. + + La spada di qua sù non taglia in fretta + né tardo, ma’ ch’al parer di colui + che disïando o temendo l’aspetta. + + Ma rivolgiti omai inverso altrui; + ch’assai illustri spiriti vedrai, + se com’ io dico l’aspetto redui». + + Come a lei piacque, li occhi ritornai, + e vidi cento sperule che ’nsieme + più s’abbellivan con mutüi rai. + + Io stava come quei che ’n sé repreme + la punta del disio, e non s’attenta + di domandar, sì del troppo si teme; + + e la maggiore e la più luculenta + di quelle margherite innanzi fessi, + per far di sé la mia voglia contenta. + + Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi + com’ io la carità che tra noi arde, + li tuoi concetti sarebbero espressi. + + Ma perché tu, aspettando, non tarde + a l’alto fine, io ti farò risposta + pur al pensier, da che sì ti riguarde. + + Quel monte a cui Cassino è ne la costa + fu frequentato già in su la cima + da la gente ingannata e mal disposta; + + e quel son io che sù vi portai prima + lo nome di colui che ’n terra addusse + la verità che tanto ci soblima; + + e tanta grazia sopra me relusse, + ch’io ritrassi le ville circunstanti + da l’empio cólto che ’l mondo sedusse. + + Questi altri fuochi tutti contemplanti + uomini fuoro, accesi di quel caldo + che fa nascere i fiori e ’ frutti santi. + + Qui è Maccario, qui è Romoaldo, + qui son li frati miei che dentro ai chiostri + fermar li piedi e tennero il cor saldo». + + E io a lui: «L’affetto che dimostri + meco parlando, e la buona sembianza + ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, + + così m’ha dilatata mia fidanza, + come ’l sol fa la rosa quando aperta + tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. + + Però ti priego, e tu, padre, m’accerta + s’io posso prender tanta grazia, ch’io + ti veggia con imagine scoverta». + + Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio + s’adempierà in su l’ultima spera, + ove s’adempion tutti li altri e ’l mio. + + Ivi è perfetta, matura e intera + ciascuna disïanza; in quella sola + è ogne parte là ove sempr’ era, + + perché non è in loco e non s’impola; + e nostra scala infino ad essa varca, + onde così dal viso ti s’invola. + + Infin là sù la vide il patriarca + Iacobbe porger la superna parte, + quando li apparve d’angeli sì carca. + + Ma, per salirla, mo nessun diparte + da terra i piedi, e la regola mia + rimasa è per danno de le carte. + + Le mura che solieno esser badia + fatte sono spelonche, e le cocolle + sacca son piene di farina ria. + + Ma grave usura tanto non si tolle + contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto + che fa il cor de’ monaci sì folle; + + ché quantunque la Chiesa guarda, tutto + è de la gente che per Dio dimanda; + non di parenti né d’altro più brutto. + + La carne d’i mortali è tanto blanda, + che giù non basta buon cominciamento + dal nascer de la quercia al far la ghianda. + + Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, + e io con orazione e con digiuno, + e Francesco umilmente il suo convento; + + e se guardi ’l principio di ciascuno, + poscia riguardi là dov’ è trascorso, + tu vederai del bianco fatto bruno. + + Veramente Iordan vòlto retrorso + più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, + mirabile a veder che qui ’l soccorso». + + Così mi disse, e indi si raccolse + al suo collegio, e ’l collegio si strinse; + poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse. + + La dolce donna dietro a lor mi pinse + con un sol cenno su per quella scala, + sì sua virtù la mia natura vinse; + + né mai qua giù dove si monta e cala + naturalmente, fu sì ratto moto + ch’agguagliar si potesse a la mia ala. + + S’io torni mai, lettore, a quel divoto + trïunfo per lo quale io piango spesso + le mie peccata e ’l petto mi percuoto, + + tu non avresti in tanto tratto e messo + nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno + che segue il Tauro e fui dentro da esso. + + O glorïose stelle, o lume pregno + di gran virtù, dal quale io riconosco + tutto, qual che si sia, il mio ingegno, + + con voi nasceva e s’ascondeva vosco + quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, + quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; + + e poi, quando mi fu grazia largita + d’entrar ne l’alta rota che vi gira, + la vostra regïon mi fu sortita. + + A voi divotamente ora sospira + l’anima mia, per acquistar virtute + al passo forte che a sé la tira. + + «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», + cominciò Bëatrice, «che tu dei + aver le luci tue chiare e acute; + + e però, prima che tu più t’inlei, + rimira in giù, e vedi quanto mondo + sotto li piedi già esser ti fei; + + sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo + s’appresenti a la turba trïunfante + che lieta vien per questo etera tondo». + + Col viso ritornai per tutte quante + le sette spere, e vidi questo globo + tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; + + e quel consiglio per migliore approbo + che l’ha per meno; e chi ad altro pensa + chiamar si puote veramente probo. + + Vidi la figlia di Latona incensa + sanza quell’ ombra che mi fu cagione + per che già la credetti rara e densa. + + L’aspetto del tuo nato, Iperïone, + quivi sostenni, e vidi com’ si move + circa e vicino a lui Maia e Dïone. + + Quindi m’apparve il temperar di Giove + tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro + il varïar che fanno di lor dove; + + e tutti e sette mi si dimostraro + quanto son grandi e quanto son veloci + e come sono in distante riparo. + + L’aiuola che ci fa tanto feroci, + volgendom’ io con li etterni Gemelli, + tutta m’apparve da’ colli a le foci; + + poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. + + + + Paradiso • Canto XXIII + + + Come l’augello, intra l’amate fronde, + posato al nido de’ suoi dolci nati + la notte che le cose ci nasconde, + + che, per veder li aspetti disïati + e per trovar lo cibo onde li pasca, + in che gravi labor li sono aggrati, + + previene il tempo in su aperta frasca, + e con ardente affetto il sole aspetta, + fiso guardando pur che l’alba nasca; + + così la donna mïa stava eretta + e attenta, rivolta inver’ la plaga + sotto la quale il sol mostra men fretta: + + sì che, veggendola io sospesa e vaga, + fecimi qual è quei che disïando + altro vorria, e sperando s’appaga. + + Ma poco fu tra uno e altro quando, + del mio attender, dico, e del vedere + lo ciel venir più e più rischiarando; + + e Bëatrice disse: «Ecco le schiere + del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto + ricolto del girar di queste spere!». + + Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, + e li occhi avea di letizia sì pieni, + che passarmen convien sanza costrutto. + + Quale ne’ plenilunïi sereni + Trivïa ride tra le ninfe etterne + che dipingon lo ciel per tutti i seni, + + vid’ i’ sopra migliaia di lucerne + un sol che tutte quante l’accendea, + come fa ’l nostro le viste superne; + + e per la viva luce trasparea + la lucente sustanza tanto chiara + nel viso mio, che non la sostenea. + + Oh Bëatrice, dolce guida e cara! + Ella mi disse: «Quel che ti sobranza + è virtù da cui nulla si ripara. + + Quivi è la sapïenza e la possanza + ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, + onde fu già sì lunga disïanza». + + Come foco di nube si diserra + per dilatarsi sì che non vi cape, + e fuor di sua natura in giù s’atterra, + + la mente mia così, tra quelle dape + fatta più grande, di sé stessa uscìo, + e che si fesse rimembrar non sape. + + «Apri li occhi e riguarda qual son io; + tu hai vedute cose, che possente + se’ fatto a sostener lo riso mio». + + Io era come quei che si risente + di visïone oblita e che s’ingegna + indarno di ridurlasi a la mente, + + quand’ io udi’ questa proferta, degna + di tanto grato, che mai non si stingue + del libro che ’l preterito rassegna. + + Se mo sonasser tutte quelle lingue + che Polimnïa con le suore fero + del latte lor dolcissimo più pingue, + + per aiutarmi, al millesmo del vero + non si verria, cantando il santo riso + e quanto il santo aspetto facea mero; + + e così, figurando il paradiso, + convien saltar lo sacrato poema, + come chi trova suo cammin riciso. + + Ma chi pensasse il ponderoso tema + e l’omero mortal che se ne carca, + nol biasmerebbe se sott’ esso trema: + + non è pareggio da picciola barca + quel che fendendo va l’ardita prora, + né da nocchier ch’a sé medesmo parca. + + «Perché la faccia mia sì t’innamora, + che tu non ti rivolgi al bel giardino + che sotto i raggi di Cristo s’infiora? + + Quivi è la rosa in che ’l verbo divino + carne si fece; quivi son li gigli + al cui odor si prese il buon cammino». + + Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli + tutto era pronto, ancora mi rendei + a la battaglia de’ debili cigli. + + Come a raggio di sol, che puro mei + per fratta nube, già prato di fiori + vider, coverti d’ombra, li occhi miei; + + vid’ io così più turbe di splendori, + folgorate di sù da raggi ardenti, + sanza veder principio di folgóri. + + O benigna vertù che sì li ’mprenti, + sù t’essaltasti, per largirmi loco + a li occhi lì che non t’eran possenti. + + Il nome del bel fior ch’io sempre invoco + e mane e sera, tutto mi ristrinse + l’animo ad avvisar lo maggior foco; + + e come ambo le luci mi dipinse + il quale e il quanto de la viva stella + che là sù vince come qua giù vinse, + + per entro il cielo scese una facella, + formata in cerchio a guisa di corona, + e cinsela e girossi intorno ad ella. + + Qualunque melodia più dolce suona + qua giù e più a sé l’anima tira, + parrebbe nube che squarciata tona, + + comparata al sonar di quella lira + onde si coronava il bel zaffiro + del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. + + «Io sono amore angelico, che giro + l’alta letizia che spira del ventre + che fu albergo del nostro disiro; + + e girerommi, donna del ciel, mentre + che seguirai tuo figlio, e farai dia + più la spera suprema perché lì entre». + + Così la circulata melodia + si sigillava, e tutti li altri lumi + facean sonare il nome di Maria. + + Lo real manto di tutti i volumi + del mondo, che più ferve e più s’avviva + ne l’alito di Dio e nei costumi, + + avea sopra di noi l’interna riva + tanto distante, che la sua parvenza, + là dov’ io era, ancor non appariva: + + però non ebber li occhi miei potenza + di seguitar la coronata fiamma + che si levò appresso sua semenza. + + E come fantolin che ’nver’ la mamma + tende le braccia, poi che ’l latte prese, + per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; + + ciascun di quei candori in sù si stese + con la sua cima, sì che l’alto affetto + ch’elli avieno a Maria mi fu palese. + + Indi rimaser lì nel mio cospetto, + ‘Regina celi’ cantando sì dolce, + che mai da me non si partì ’l diletto. + + Oh quanta è l’ubertà che si soffolce + in quelle arche ricchissime che fuoro + a seminar qua giù buone bobolce! + + Quivi si vive e gode del tesoro + che s’acquistò piangendo ne lo essilio + di Babillòn, ove si lasciò l’oro. + + Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio + di Dio e di Maria, di sua vittoria, + e con l’antico e col novo concilio, + + colui che tien le chiavi di tal gloria. + + + + Paradiso • Canto XXIV + + + «O sodalizio eletto a la gran cena + del benedetto Agnello, il qual vi ciba + sì, che la vostra voglia è sempre piena, + + se per grazia di Dio questi preliba + di quel che cade de la vostra mensa, + prima che morte tempo li prescriba, + + ponete mente a l’affezione immensa + e roratelo alquanto: voi bevete + sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». + + Così Beatrice; e quelle anime liete + si fero spere sopra fissi poli, + fiammando, a volte, a guisa di comete. + + E come cerchi in tempra d’orïuoli + si giran sì, che ’l primo a chi pon mente + quïeto pare, e l’ultimo che voli; + + così quelle carole, differente- + mente danzando, de la sua ricchezza + mi facieno stimar, veloci e lente. + + Di quella ch’io notai di più carezza + vid’ ïo uscire un foco sì felice, + che nullo vi lasciò di più chiarezza; + + e tre fïate intorno di Beatrice + si volse con un canto tanto divo, + che la mia fantasia nol mi ridice. + + Però salta la penna e non lo scrivo: + ché l’imagine nostra a cotai pieghe, + non che ’l parlare, è troppo color vivo. + + «O santa suora mia che sì ne prieghe + divota, per lo tuo ardente affetto + da quella bella spera mi disleghe». + + Poscia fermato, il foco benedetto + a la mia donna dirizzò lo spiro, + che favellò così com’ i’ ho detto. + + Ed ella: «O luce etterna del gran viro + a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, + ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, + + tenta costui di punti lievi e gravi, + come ti piace, intorno de la fede, + per la qual tu su per lo mare andavi. + + S’elli ama bene e bene spera e crede, + non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi + dov’ ogne cosa dipinta si vede; + + ma perché questo regno ha fatto civi + per la verace fede, a glorïarla, + di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». + + Sì come il baccialier s’arma e non parla + fin che ’l maestro la question propone, + per approvarla, non per terminarla, + + così m’armava io d’ogne ragione + mentre ch’ella dicea, per esser presto + a tal querente e a tal professione. + + «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: + fede che è?». Ond’ io levai la fronte + in quella luce onde spirava questo; + + poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte + sembianze femmi perch’ ïo spandessi + l’acqua di fuor del mio interno fonte. + + «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», + comincia’ io, «da l’alto primipilo, + faccia li miei concetti bene espressi». + + E seguitai: «Come ’l verace stilo + ne scrisse, padre, del tuo caro frate + che mise teco Roma nel buon filo, + + fede è sustanza di cose sperate + e argomento de le non parventi; + e questa pare a me sua quiditate». + + Allora udi’: «Dirittamente senti, + se bene intendi perché la ripuose + tra le sustanze, e poi tra li argomenti». + + E io appresso: «Le profonde cose + che mi largiscon qui la lor parvenza, + a li occhi di là giù son sì ascose, + + che l’esser loro v’è in sola credenza, + sopra la qual si fonda l’alta spene; + e però di sustanza prende intenza. + + E da questa credenza ci convene + silogizzar, sanz’ avere altra vista: + però intenza d’argomento tene». + + Allora udi’: «Se quantunque s’acquista + giù per dottrina, fosse così ’nteso, + non lì avria loco ingegno di sofista». + + Così spirò di quello amore acceso; + indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa + d’esta moneta già la lega e ’l peso; + + ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». + Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, + che nel suo conio nulla mi s’inforsa». + + Appresso uscì de la luce profonda + che lì splendeva: «Questa cara gioia + sopra la quale ogne virtù si fonda, + + onde ti venne?». E io: «La larga ploia + de lo Spirito Santo, ch’è diffusa + in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, + + è silogismo che la m’ha conchiusa + acutamente sì, che ’nverso d’ella + ogne dimostrazion mi pare ottusa». + + Io udi’ poi: «L’antica e la novella + proposizion che così ti conchiude, + perché l’hai tu per divina favella?». + + E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, + son l’opere seguite, a che natura + non scalda ferro mai né batte incude». + + Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura + che quell’ opere fosser? Quel medesmo + che vuol provarsi, non altri, il ti giura». + + «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», + diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno + è tal, che li altri non sono il centesmo: + + ché tu intrasti povero e digiuno + in campo, a seminar la buona pianta + che fu già vite e ora è fatta pruno». + + Finito questo, l’alta corte santa + risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ + ne la melode che là sù si canta. + + E quel baron che sì di ramo in ramo, + essaminando, già tratto m’avea, + che a l’ultime fronde appressavamo, + + ricominciò: «La Grazia, che donnea + con la tua mente, la bocca t’aperse + infino a qui come aprir si dovea, + + sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; + ma or convien espremer quel che credi, + e onde a la credenza tua s’offerse». + + «O santo padre, e spirito che vedi + ciò che credesti sì, che tu vincesti + ver’ lo sepulcro più giovani piedi», + + comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti + la forma qui del pronto creder mio, + e anche la cagion di lui chiedesti. + + E io rispondo: Io credo in uno Dio + solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, + non moto, con amore e con disio; + + e a tal creder non ho io pur prove + fisice e metafisice, ma dalmi + anche la verità che quinci piove + + per Moïsè, per profeti e per salmi, + per l’Evangelio e per voi che scriveste + poi che l’ardente Spirto vi fé almi; + + e credo in tre persone etterne, e queste + credo una essenza sì una e sì trina, + che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’. + + De la profonda condizion divina + ch’io tocco mo, la mente mi sigilla + più volte l’evangelica dottrina. + + Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla + che si dilata in fiamma poi vivace, + e come stella in cielo in me scintilla». + + Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, + da indi abbraccia il servo, gratulando + per la novella, tosto ch’el si tace; + + così, benedicendomi cantando, + tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, + l’appostolico lume al cui comando + + io avea detto: sì nel dir li piacqui! + + + + Paradiso • Canto XXV + + + Se mai continga che ’l poema sacro + al quale ha posto mano e cielo e terra, + sì che m’ha fatto per molti anni macro, + + vinca la crudeltà che fuor mi serra + del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, + nimico ai lupi che li danno guerra; + + con altra voce omai, con altro vello + ritornerò poeta, e in sul fonte + del mio battesmo prenderò ’l cappello; + + però che ne la fede, che fa conte + l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi + Pietro per lei sì mi girò la fronte. + + Indi si mosse un lume verso noi + di quella spera ond’ uscì la primizia + che lasciò Cristo d’i vicari suoi; + + e la mia donna, piena di letizia, + mi disse: «Mira, mira: ecco il barone + per cui là giù si vicita Galizia». + + Sì come quando il colombo si pone + presso al compagno, l’uno a l’altro pande, + girando e mormorando, l’affezione; + + così vid’ ïo l’un da l’altro grande + principe glorïoso essere accolto, + laudando il cibo che là sù li prande. + + Ma poi che ’l gratular si fu assolto, + tacito coram me ciascun s’affisse, + ignito sì che vincëa ’l mio volto. + + Ridendo allora Bëatrice disse: + «Inclita vita per cui la larghezza + de la nostra basilica si scrisse, + + fa risonar la spene in questa altezza: + tu sai, che tante fiate la figuri, + quante Iesù ai tre fé più carezza». + + «Leva la testa e fa che t’assicuri: + che ciò che vien qua sù del mortal mondo, + convien ch’ai nostri raggi si maturi». + + Questo conforto del foco secondo + mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti + che li ’ncurvaron pria col troppo pondo. + + «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti + lo nostro Imperadore, anzi la morte, + ne l’aula più secreta co’ suoi conti, + + sì che, veduto il ver di questa corte, + la spene, che là giù bene innamora, + in te e in altrui di ciò conforte, + + di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora + la mente tua, e dì onde a te venne». + Così seguì ’l secondo lume ancora. + + E quella pïa che guidò le penne + de le mie ali a così alto volo, + a la risposta così mi prevenne: + + «La Chiesa militante alcun figliuolo + non ha con più speranza, com’ è scritto + nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: + + però li è conceduto che d’Egitto + vegna in Ierusalemme per vedere, + anzi che ’l militar li sia prescritto. + + Li altri due punti, che non per sapere + son dimandati, ma perch’ ei rapporti + quanto questa virtù t’è in piacere, + + a lui lasc’ io, ché non li saran forti + né di iattanza; ed elli a ciò risponda, + e la grazia di Dio ciò li comporti». + + Come discente ch’a dottor seconda + pronto e libente in quel ch’elli è esperto, + perché la sua bontà si disasconda, + + «Spene», diss’ io, «è uno attender certo + de la gloria futura, il qual produce + grazia divina e precedente merto. + + Da molte stelle mi vien questa luce; + ma quei la distillò nel mio cor pria + che fu sommo cantor del sommo duce. + + ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia + dice, ‘color che sanno il nome tuo’: + e chi nol sa, s’elli ha la fede mia? + + Tu mi stillasti, con lo stillar suo, + ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, + e in altrui vostra pioggia repluo». + + Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno + di quello incendio tremolava un lampo + sùbito e spesso a guisa di baleno. + + Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo + ancor ver’ la virtù che mi seguette + infin la palma e a l’uscir del campo, + + vuol ch’io respiri a te che ti dilette + di lei; ed emmi a grato che tu diche + quello che la speranza ti ’mpromette». + + E io: «Le nove e le scritture antiche + pongon lo segno, ed esso lo mi addita, + de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. + + Dice Isaia che ciascuna vestita + ne la sua terra fia di doppia vesta: + e la sua terra è questa dolce vita; + + e ’l tuo fratello assai vie più digesta, + là dove tratta de le bianche stole, + questa revelazion ci manifesta». + + E prima, appresso al fin d’este parole, + ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; + a che rispuoser tutte le carole. + + Poscia tra esse un lume si schiarì + sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, + l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì. + + E come surge e va ed entra in ballo + vergine lieta, sol per fare onore + a la novizia, non per alcun fallo, + + così vid’ io lo schiarato splendore + venire a’ due che si volgieno a nota + qual conveniesi al loro ardente amore. + + Misesi lì nel canto e ne la rota; + e la mia donna in lor tenea l’aspetto, + pur come sposa tacita e immota. + + «Questi è colui che giacque sopra ’l petto + del nostro pellicano, e questi fue + di su la croce al grande officio eletto». + + La donna mia così; né però piùe + mosser la vista sua di stare attenta + poscia che prima le parole sue. + + Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta + di vedere eclissar lo sole un poco, + che, per veder, non vedente diventa; + + tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco + mentre che detto fu: «Perché t’abbagli + per veder cosa che qui non ha loco? + + In terra è terra il mio corpo, e saragli + tanto con li altri, che ’l numero nostro + con l’etterno proposito s’agguagli. + + Con le due stole nel beato chiostro + son le due luci sole che saliro; + e questo apporterai nel mondo vostro». + + A questa voce l’infiammato giro + si quïetò con esso il dolce mischio + che si facea nel suon del trino spiro, + + sì come, per cessar fatica o rischio, + li remi, pria ne l’acqua ripercossi, + tutti si posano al sonar d’un fischio. + + Ahi quanto ne la mente mi commossi, + quando mi volsi per veder Beatrice, + per non poter veder, benché io fossi + + presso di lei, e nel mondo felice! + + + + Paradiso • Canto XXVI + + + Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, + de la fulgida fiamma che lo spense + uscì un spiro che mi fece attento, + + dicendo: «Intanto che tu ti risense + de la vista che haï in me consunta, + ben è che ragionando la compense. + + Comincia dunque; e dì ove s’appunta + l’anima tua, e fa ragion che sia + la vista in te smarrita e non defunta: + + perché la donna che per questa dia + regïon ti conduce, ha ne lo sguardo + la virtù ch’ebbe la man d’Anania». + + Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo + vegna remedio a li occhi, che fuor porte + quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo. + + Lo ben che fa contenta questa corte, + Alfa e O è di quanta scrittura + mi legge Amore o lievemente o forte». + + Quella medesma voce che paura + tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, + di ragionare ancor mi mise in cura; + + e disse: «Certo a più angusto vaglio + ti conviene schiarar: dicer convienti + chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio». + + E io: «Per filosofici argomenti + e per autorità che quinci scende + cotale amor convien che in me si ’mprenti: + + ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, + così accende amore, e tanto maggio + quanto più di bontate in sé comprende. + + Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, + che ciascun ben che fuor di lei si trova + altro non è ch’un lume di suo raggio, + + più che in altra convien che si mova + la mente, amando, di ciascun che cerne + il vero in che si fonda questa prova. + + Tal vero a l’intelletto mïo sterne + colui che mi dimostra il primo amore + di tutte le sustanze sempiterne. + + Sternel la voce del verace autore, + che dice a Moïsè, di sé parlando: + ‘Io ti farò vedere ogne valore’. + + Sternilmi tu ancora, incominciando + l’alto preconio che grida l’arcano + di qui là giù sovra ogne altro bando». + + E io udi’: «Per intelletto umano + e per autoritadi a lui concorde + d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. + + Ma dì ancor se tu senti altre corde + tirarti verso lui, sì che tu suone + con quanti denti questo amor ti morde». + + Non fu latente la santa intenzione + de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi + dove volea menar mia professione. + + Però ricominciai: «Tutti quei morsi + che posson far lo cor volgere a Dio, + a la mia caritate son concorsi: + + ché l’essere del mondo e l’esser mio, + la morte ch’el sostenne perch’ io viva, + e quel che spera ogne fedel com’ io, + + con la predetta conoscenza viva, + tratto m’hanno del mar de l’amor torto, + e del diritto m’han posto a la riva. + + Le fronde onde s’infronda tutto l’orto + de l’ortolano etterno, am’ io cotanto + quanto da lui a lor di bene è porto». + + Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto + risonò per lo cielo, e la mia donna + dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». + + E come a lume acuto si disonna + per lo spirto visivo che ricorre + a lo splendor che va di gonna in gonna, + + e lo svegliato ciò che vede aborre, + sì nescïa è la sùbita vigilia + fin che la stimativa non soccorre; + + così de li occhi miei ogne quisquilia + fugò Beatrice col raggio d’i suoi, + che rifulgea da più di mille milia: + + onde mei che dinanzi vidi poi; + e quasi stupefatto domandai + d’un quarto lume ch’io vidi tra noi. + + E la mia donna: «Dentro da quei rai + vagheggia il suo fattor l’anima prima + che la prima virtù creasse mai». + + Come la fronda che flette la cima + nel transito del vento, e poi si leva + per la propria virtù che la soblima, + + fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, + stupendo, e poi mi rifece sicuro + un disio di parlare ond’ ïo ardeva. + + E cominciai: «O pomo che maturo + solo prodotto fosti, o padre antico + a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, + + divoto quanto posso a te supplìco + perché mi parli: tu vedi mia voglia, + e per udirti tosto non la dico». + + Talvolta un animal coverto broglia, + sì che l’affetto convien che si paia + per lo seguir che face a lui la ’nvoglia; + + e similmente l’anima primaia + mi facea trasparer per la coverta + quant’ ella a compiacermi venìa gaia. + + Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta + da te, la voglia tua discerno meglio + che tu qualunque cosa t’è più certa; + + perch’ io la veggio nel verace speglio + che fa di sé pareglio a l’altre cose, + e nulla face lui di sé pareglio. + + Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose + ne l’eccelso giardino, ove costei + a così lunga scala ti dispuose, + + e quanto fu diletto a li occhi miei, + e la propria cagion del gran disdegno, + e l’idïoma ch’usai e che fei. + + Or, figluol mio, non il gustar del legno + fu per sé la cagion di tanto essilio, + ma solamente il trapassar del segno. + + Quindi onde mosse tua donna Virgilio, + quattromilia trecento e due volumi + di sol desiderai questo concilio; + + e vidi lui tornare a tutt’ i lumi + de la sua strada novecento trenta + fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi. + + La lingua ch’io parlai fu tutta spenta + innanzi che a l’ovra inconsummabile + fosse la gente di Nembròt attenta: + + ché nullo effetto mai razïonabile, + per lo piacere uman che rinovella + seguendo il cielo, sempre fu durabile. + + Opera naturale è ch’uom favella; + ma così o così, natura lascia + poi fare a voi secondo che v’abbella. + + Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, + I s’appellava in terra il sommo bene + onde vien la letizia che mi fascia; + + e El si chiamò poi: e ciò convene, + ché l’uso d’i mortali è come fronda + in ramo, che sen va e altra vene. + + Nel monte che si leva più da l’onda, + fu’ io, con vita pura e disonesta, + da la prim’ ora a quella che seconda, + + come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». + + + + Paradiso • Canto XXVII + + + ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, + cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, + sì che m’inebrïava il dolce canto. + + Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso + de l’universo; per che mia ebbrezza + intrava per l’udire e per lo viso. + + Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! + oh vita intègra d’amore e di pace! + oh sanza brama sicura ricchezza! + + Dinanzi a li occhi miei le quattro face + stavano accese, e quella che pria venne + incominciò a farsi più vivace, + + e tal ne la sembianza sua divenne, + qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte + fossero augelli e cambiassersi penne. + + La provedenza, che quivi comparte + vice e officio, nel beato coro + silenzio posto avea da ogne parte, + + quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, + non ti maravigliar, ché, dicend’ io, + vedrai trascolorar tutti costoro. + + Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, + il luogo mio, il luogo mio, che vaca + ne la presenza del Figliuol di Dio, + + fatt’ ha del cimitero mio cloaca + del sangue e de la puzza; onde ’l perverso + che cadde di qua sù, là giù si placa». + + Di quel color che per lo sole avverso + nube dipigne da sera e da mane, + vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. + + E come donna onesta che permane + di sé sicura, e per l’altrui fallanza, + pur ascoltando, timida si fane, + + così Beatrice trasmutò sembianza; + e tale eclissi credo che ’n ciel fue + quando patì la supprema possanza. + + Poi procedetter le parole sue + con voce tanto da sé trasmutata, + che la sembianza non si mutò piùe: + + «Non fu la sposa di Cristo allevata + del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, + per essere ad acquisto d’oro usata; + + ma per acquisto d’esto viver lieto + e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano + sparser lo sangue dopo molto fleto. + + Non fu nostra intenzion ch’a destra mano + d’i nostri successor parte sedesse, + parte da l’altra del popol cristiano; + + né che le chiavi che mi fuor concesse, + divenisser signaculo in vessillo + che contra battezzati combattesse; + + né ch’io fossi figura di sigillo + a privilegi venduti e mendaci, + ond’ io sovente arrosso e disfavillo. + + In vesta di pastor lupi rapaci + si veggion di qua sù per tutti i paschi: + o difesa di Dio, perché pur giaci? + + Del sangue nostro Caorsini e Guaschi + s’apparecchian di bere: o buon principio, + a che vil fine convien che tu caschi! + + Ma l’alta provedenza, che con Scipio + difese a Roma la gloria del mondo, + soccorrà tosto, sì com’ io concipio; + + e tu, figliuol, che per lo mortal pondo + ancor giù tornerai, apri la bocca, + e non asconder quel ch’io non ascondo». + + Sì come di vapor gelati fiocca + in giuso l’aere nostro, quando ’l corno + de la capra del ciel col sol si tocca, + + in sù vid’ io così l’etera addorno + farsi e fioccar di vapor trïunfanti + che fatto avien con noi quivi soggiorno. + + Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, + e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, + li tolse il trapassar del più avanti. + + Onde la donna, che mi vide assolto + de l’attendere in sù, mi disse: «Adima + il viso e guarda come tu se’ vòlto». + + Da l’ora ch’ïo avea guardato prima + i’ vidi mosso me per tutto l’arco + che fa dal mezzo al fine il primo clima; + + sì ch’io vedea di là da Gade il varco + folle d’Ulisse, e di qua presso il lito + nel qual si fece Europa dolce carco. + + E più mi fora discoverto il sito + di questa aiuola; ma ’l sol procedea + sotto i mie’ piedi un segno e più partito. + + La mente innamorata, che donnea + con la mia donna sempre, di ridure + ad essa li occhi più che mai ardea; + + e se natura o arte fé pasture + da pigliare occhi, per aver la mente, + in carne umana o ne le sue pitture, + + tutte adunate, parrebber nïente + ver’ lo piacer divin che mi refulse, + quando mi volsi al suo viso ridente. + + E la virtù che lo sguardo m’indulse, + del bel nido di Leda mi divelse, + e nel ciel velocissimo m’impulse. + + Le parti sue vivissime ed eccelse + sì uniforme son, ch’i’ non so dire + qual Bëatrice per loco mi scelse. + + Ma ella, che vedëa ’l mio disire, + incominciò, ridendo tanto lieta, + che Dio parea nel suo volto gioire: + + «La natura del mondo, che quïeta + il mezzo e tutto l’altro intorno move, + quinci comincia come da sua meta; + + e questo cielo non ha altro dove + che la mente divina, in che s’accende + l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. + + Luce e amor d’un cerchio lui comprende, + sì come questo li altri; e quel precinto + colui che ’l cinge solamente intende. + + Non è suo moto per altro distinto, + ma li altri son mensurati da questo, + sì come diece da mezzo e da quinto; + + e come il tempo tegna in cotal testo + le sue radici e ne li altri le fronde, + omai a te può esser manifesto. + + Oh cupidigia che i mortali affonde + sì sotto te, che nessuno ha podere + di trarre li occhi fuor de le tue onde! + + Ben fiorisce ne li uomini il volere; + ma la pioggia continüa converte + in bozzacchioni le sosine vere. + + Fede e innocenza son reperte + solo ne’ parvoletti; poi ciascuna + pria fugge che le guance sian coperte. + + Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, + che poi divora, con la lingua sciolta, + qualunque cibo per qualunque luna; + + e tal, balbuzïendo, ama e ascolta + la madre sua, che, con loquela intera, + disïa poi di vederla sepolta. + + Così si fa la pelle bianca nera + nel primo aspetto de la bella figlia + di quel ch’apporta mane e lascia sera. + + Tu, perché non ti facci maraviglia, + pensa che ’n terra non è chi governi; + onde sì svïa l’umana famiglia. + + Ma prima che gennaio tutto si sverni + per la centesma ch’è là giù negletta, + raggeran sì questi cerchi superni, + + che la fortuna che tanto s’aspetta, + le poppe volgerà u’ son le prore, + sì che la classe correrà diretta; + + e vero frutto verrà dopo ’l fiore». + + + + Paradiso • Canto XXVIII + + + Poscia che ’ncontro a la vita presente + d’i miseri mortali aperse ’l vero + quella che ’mparadisa la mia mente, + + come in lo specchio fiamma di doppiero + vede colui che se n’alluma retro, + prima che l’abbia in vista o in pensiero, + + e sé rivolge per veder se ’l vetro + li dice il vero, e vede ch’el s’accorda + con esso come nota con suo metro; + + così la mia memoria si ricorda + ch’io feci riguardando ne’ belli occhi + onde a pigliarmi fece Amor la corda. + + E com’ io mi rivolsi e furon tocchi + li miei da ciò che pare in quel volume, + quandunque nel suo giro ben s’adocchi, + + un punto vidi che raggiava lume + acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca + chiuder conviensi per lo forte acume; + + e quale stella par quinci più poca, + parrebbe luna, locata con esso + come stella con stella si collòca. + + Forse cotanto quanto pare appresso + alo cigner la luce che ’l dipigne + quando ’l vapor che ’l porta più è spesso, + + distante intorno al punto un cerchio d’igne + si girava sì ratto, ch’avria vinto + quel moto che più tosto il mondo cigne; + + e questo era d’un altro circumcinto, + e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, + dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. + + Sopra seguiva il settimo sì sparto + già di larghezza, che ’l messo di Iuno + intero a contenerlo sarebbe arto. + + Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno + più tardo si movea, secondo ch’era + in numero distante più da l’uno; + + e quello avea la fiamma più sincera + cui men distava la favilla pura, + credo, però che più di lei s’invera. + + La donna mia, che mi vedëa in cura + forte sospeso, disse: «Da quel punto + depende il cielo e tutta la natura. + + Mira quel cerchio che più li è congiunto; + e sappi che ’l suo muovere è sì tosto + per l’affocato amore ond’ elli è punto». + + E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto + con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, + sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto; + + ma nel mondo sensibile si puote + veder le volte tanto più divine, + quant’ elle son dal centro più remote. + + Onde, se ’l mio disir dee aver fine + in questo miro e angelico templo + che solo amore e luce ha per confine, + + udir convienmi ancor come l’essemplo + e l’essemplare non vanno d’un modo, + ché io per me indarno a ciò contemplo». + + «Se li tuoi diti non sono a tal nodo + sufficïenti, non è maraviglia: + tanto, per non tentare, è fatto sodo!». + + Così la donna mia; poi disse: «Piglia + quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; + e intorno da esso t’assottiglia. + + Li cerchi corporai sono ampi e arti + secondo il più e ’l men de la virtute + che si distende per tutte lor parti. + + Maggior bontà vuol far maggior salute; + maggior salute maggior corpo cape, + s’elli ha le parti igualmente compiute. + + Dunque costui che tutto quanto rape + l’altro universo seco, corrisponde + al cerchio che più ama e che più sape: + + per che, se tu a la virtù circonde + la tua misura, non a la parvenza + de le sustanze che t’appaion tonde, + + tu vederai mirabil consequenza + di maggio a più e di minore a meno, + in ciascun cielo, a süa intelligenza». + + Come rimane splendido e sereno + l’emisperio de l’aere, quando soffia + Borea da quella guancia ond’ è più leno, + + per che si purga e risolve la roffia + che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride + con le bellezze d’ogne sua paroffia; + + così fec’ïo, poi che mi provide + la donna mia del suo risponder chiaro, + e come stella in cielo il ver si vide. + + E poi che le parole sue restaro, + non altrimenti ferro disfavilla + che bolle, come i cerchi sfavillaro. + + L’incendio suo seguiva ogne scintilla; + ed eran tante, che ’l numero loro + più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla. + + Io sentiva osannar di coro in coro + al punto fisso che li tiene a li ubi, + e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. + + E quella che vedëa i pensier dubi + ne la mia mente, disse: «I cerchi primi + t’hanno mostrato Serafi e Cherubi. + + Così veloci seguono i suoi vimi, + per somigliarsi al punto quanto ponno; + e posson quanto a veder son soblimi. + + Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, + si chiaman Troni del divino aspetto, + per che ’l primo ternaro terminonno; + + e dei saper che tutti hanno diletto + quanto la sua veduta si profonda + nel vero in che si queta ogne intelletto. + + Quinci si può veder come si fonda + l’esser beato ne l’atto che vede, + non in quel ch’ama, che poscia seconda; + + e del vedere è misura mercede, + che grazia partorisce e buona voglia: + così di grado in grado si procede. + + L’altro ternaro, che così germoglia + in questa primavera sempiterna + che notturno Arïete non dispoglia, + + perpetüalemente ‘Osanna’ sberna + con tre melode, che suonano in tree + ordini di letizia onde s’interna. + + In essa gerarcia son l’altre dee: + prima Dominazioni, e poi Virtudi; + l’ordine terzo di Podestadi èe. + + Poscia ne’ due penultimi tripudi + Principati e Arcangeli si girano; + l’ultimo è tutto d’Angelici ludi. + + Questi ordini di sù tutti s’ammirano, + e di giù vincon sì, che verso Dio + tutti tirati sono e tutti tirano. + + E Dïonisio con tanto disio + a contemplar questi ordini si mise, + che li nomò e distinse com’ io. + + Ma Gregorio da lui poi si divise; + onde, sì tosto come li occhi aperse + in questo ciel, di sé medesmo rise. + + E se tanto secreto ver proferse + mortale in terra, non voglio ch’ammiri: + ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse + + con altro assai del ver di questi giri». + + + + Paradiso • Canto XXIX + + + Quando ambedue li figli di Latona, + coperti del Montone e de la Libra, + fanno de l’orizzonte insieme zona, + + quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra + infin che l’uno e l’altro da quel cinto, + cambiando l’emisperio, si dilibra, + + tanto, col volto di riso dipinto, + si tacque Bëatrice, riguardando + fiso nel punto che m’avëa vinto. + + Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, + quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto + là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. + + Non per aver a sé di bene acquisto, + ch’esser non può, ma perché suo splendore + potesse, risplendendo, dir “Subsisto”, + + in sua etternità di tempo fore, + fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, + s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. + + Né prima quasi torpente si giacque; + ché né prima né poscia procedette + lo discorrer di Dio sovra quest’ acque. + + Forma e materia, congiunte e purette, + usciro ad esser che non avia fallo, + come d’arco tricordo tre saette. + + E come in vetro, in ambra o in cristallo + raggio resplende sì, che dal venire + a l’esser tutto non è intervallo, + + così ’l triforme effetto del suo sire + ne l’esser suo raggiò insieme tutto + sanza distinzïone in essordire. + + Concreato fu ordine e costrutto + a le sustanze; e quelle furon cima + nel mondo in che puro atto fu produtto; + + pura potenza tenne la parte ima; + nel mezzo strinse potenza con atto + tal vime, che già mai non si divima. + + Ieronimo vi scrisse lungo tratto + di secoli de li angeli creati + anzi che l’altro mondo fosse fatto; + + ma questo vero è scritto in molti lati + da li scrittor de lo Spirito Santo, + e tu te n’avvedrai se bene agguati; + + e anche la ragione il vede alquanto, + che non concederebbe che ’ motori + sanza sua perfezion fosser cotanto. + + Or sai tu dove e quando questi amori + furon creati e come: sì che spenti + nel tuo disïo già son tre ardori. + + Né giugneriesi, numerando, al venti + sì tosto, come de li angeli parte + turbò il suggetto d’i vostri alimenti. + + L’altra rimase, e cominciò quest’ arte + che tu discerni, con tanto diletto, + che mai da circüir non si diparte. + + Principio del cader fu il maladetto + superbir di colui che tu vedesti + da tutti i pesi del mondo costretto. + + Quelli che vedi qui furon modesti + a riconoscer sé da la bontate + che li avea fatti a tanto intender presti: + + per che le viste lor furo essaltate + con grazia illuminante e con lor merto, + si c’hanno ferma e piena volontate; + + e non voglio che dubbi, ma sia certo, + che ricever la grazia è meritorio + secondo che l’affetto l’è aperto. + + Omai dintorno a questo consistorio + puoi contemplare assai, se le parole + mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio. + + Ma perché ’n terra per le vostre scole + si legge che l’angelica natura + è tal, che ’ntende e si ricorda e vole, + + ancor dirò, perché tu veggi pura + la verità che là giù si confonde, + equivocando in sì fatta lettura. + + Queste sustanze, poi che fur gioconde + de la faccia di Dio, non volser viso + da essa, da cui nulla si nasconde: + + però non hanno vedere interciso + da novo obietto, e però non bisogna + rememorar per concetto diviso; + + sì che là giù, non dormendo, si sogna, + credendo e non credendo dicer vero; + ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. + + Voi non andate giù per un sentiero + filosofando: tanto vi trasporta + l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! + + E ancor questo qua sù si comporta + con men disdegno che quando è posposta + la divina Scrittura o quando è torta. + + Non vi si pensa quanto sangue costa + seminarla nel mondo e quanto piace + chi umilmente con essa s’accosta. + + Per apparer ciascun s’ingegna e face + sue invenzioni; e quelle son trascorse + da’ predicanti e ’l Vangelio si tace. + + Un dice che la luna si ritorse + ne la passion di Cristo e s’interpuose, + per che ’l lume del sol giù non si porse; + + e mente, ché la luce si nascose + da sé: però a li Spani e a l’Indi + come a’ Giudei tale eclissi rispuose. + + Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi + quante sì fatte favole per anno + in pergamo si gridan quinci e quindi: + + sì che le pecorelle, che non sanno, + tornan del pasco pasciute di vento, + e non le scusa non veder lo danno. + + Non disse Cristo al suo primo convento: + ‘Andate, e predicate al mondo ciance’; + ma diede lor verace fondamento; + + e quel tanto sonò ne le sue guance, + sì ch’a pugnar per accender la fede + de l’Evangelio fero scudo e lance. + + Ora si va con motti e con iscede + a predicare, e pur che ben si rida, + gonfia il cappuccio e più non si richiede. + + Ma tale uccel nel becchetto s’annida, + che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe + la perdonanza di ch’el si confida: + + per cui tanta stoltezza in terra crebbe, + che, sanza prova d’alcun testimonio, + ad ogne promession si correrebbe. + + Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, + e altri assai che sono ancor più porci, + pagando di moneta sanza conio. + + Ma perché siam digressi assai, ritorci + li occhi oramai verso la dritta strada, + sì che la via col tempo si raccorci. + + Questa natura sì oltre s’ingrada + in numero, che mai non fu loquela + né concetto mortal che tanto vada; + + e se tu guardi quel che si revela + per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia + determinato numero si cela. + + La prima luce, che tutta la raia, + per tanti modi in essa si recepe, + quanti son li splendori a chi s’appaia. + + Onde, però che a l’atto che concepe + segue l’affetto, d’amar la dolcezza + diversamente in essa ferve e tepe. + + Vedi l’eccelso omai e la larghezza + de l’etterno valor, poscia che tanti + speculi fatti s’ha in che si spezza, + + uno manendo in sé come davanti». + + + + Paradiso • Canto XXX + + + Forse semilia miglia di lontano + ci ferve l’ora sesta, e questo mondo + china già l’ombra quasi al letto piano, + + quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, + comincia a farsi tal, ch’alcuna stella + perde il parere infino a questo fondo; + + e come vien la chiarissima ancella + del sol più oltre, così ’l ciel si chiude + di vista in vista infino a la più bella. + + Non altrimenti il trïunfo che lude + sempre dintorno al punto che mi vinse, + parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, + + a poco a poco al mio veder si stinse: + per che tornar con li occhi a Bëatrice + nulla vedere e amor mi costrinse. + + Se quanto infino a qui di lei si dice + fosse conchiuso tutto in una loda, + poca sarebbe a fornir questa vice. + + La bellezza ch’io vidi si trasmoda + non pur di là da noi, ma certo io credo + che solo il suo fattor tutta la goda. + + Da questo passo vinto mi concedo + più che già mai da punto di suo tema + soprato fosse comico o tragedo: + + ché, come sole in viso che più trema, + così lo rimembrar del dolce riso + la mente mia da me medesmo scema. + + Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso + in questa vita, infino a questa vista, + non m’è il seguire al mio cantar preciso; + + ma or convien che mio seguir desista + più dietro a sua bellezza, poetando, + come a l’ultimo suo ciascuno artista. + + Cotal qual io lascio a maggior bando + che quel de la mia tuba, che deduce + l’ardüa sua matera terminando, + + con atto e voce di spedito duce + ricominciò: «Noi siamo usciti fore + del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: + + luce intellettüal, piena d’amore; + amor di vero ben, pien di letizia; + letizia che trascende ogne dolzore. + + Qui vederai l’una e l’altra milizia + di paradiso, e l’una in quelli aspetti + che tu vedrai a l’ultima giustizia». + + Come sùbito lampo che discetti + li spiriti visivi, sì che priva + da l’atto l’occhio di più forti obietti, + + così mi circunfulse luce viva, + e lasciommi fasciato di tal velo + del suo fulgor, che nulla m’appariva. + + «Sempre l’amor che queta questo cielo + accoglie in sé con sì fatta salute, + per far disposto a sua fiamma il candelo». + + Non fur più tosto dentro a me venute + queste parole brievi, ch’io compresi + me sormontar di sopr’ a mia virtute; + + e di novella vista mi raccesi + tale, che nulla luce è tanto mera, + che li occhi miei non si fosser difesi; + + e vidi lume in forma di rivera + fulvido di fulgore, intra due rive + dipinte di mirabil primavera. + + Di tal fiumana uscian faville vive, + e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, + quasi rubin che oro circunscrive; + + poi, come inebrïate da li odori, + riprofondavan sé nel miro gurge, + e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. + + «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, + d’aver notizia di ciò che tu vei, + tanto mi piace più quanto più turge; + + ma di quest’ acqua convien che tu bei + prima che tanta sete in te si sazi»: + così mi disse il sol de li occhi miei. + + Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi + ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe + son di lor vero umbriferi prefazi. + + Non che da sé sian queste cose acerbe; + ma è difetto da la parte tua, + che non hai viste ancor tanto superbe». + + Non è fantin che sì sùbito rua + col volto verso il latte, se si svegli + molto tardato da l’usanza sua, + + come fec’ io, per far migliori spegli + ancor de li occhi, chinandomi a l’onda + che si deriva perché vi s’immegli; + + e sì come di lei bevve la gronda + de le palpebre mie, così mi parve + di sua lunghezza divenuta tonda. + + Poi, come gente stata sotto larve, + che pare altro che prima, se si sveste + la sembianza non süa in che disparve, + + così mi si cambiaro in maggior feste + li fiori e le faville, sì ch’io vidi + ambo le corti del ciel manifeste. + + O isplendor di Dio, per cu’ io vidi + l’alto trïunfo del regno verace, + dammi virtù a dir com’ ïo il vidi! + + Lume è là sù che visibile face + lo creatore a quella creatura + che solo in lui vedere ha la sua pace. + + E’ si distende in circular figura, + in tanto che la sua circunferenza + sarebbe al sol troppo larga cintura. + + Fassi di raggio tutta sua parvenza + reflesso al sommo del mobile primo, + che prende quindi vivere e potenza. + + E come clivo in acqua di suo imo + si specchia, quasi per vedersi addorno, + quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, + + sì, soprastando al lume intorno intorno, + vidi specchiarsi in più di mille soglie + quanto di noi là sù fatto ha ritorno. + + E se l’infimo grado in sé raccoglie + sì grande lume, quanta è la larghezza + di questa rosa ne l’estreme foglie! + + La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza + non si smarriva, ma tutto prendeva + il quanto e ’l quale di quella allegrezza. + + Presso e lontano, lì, né pon né leva: + ché dove Dio sanza mezzo governa, + la legge natural nulla rileva. + + Nel giallo de la rosa sempiterna, + che si digrada e dilata e redole + odor di lode al sol che sempre verna, + + qual è colui che tace e dicer vole, + mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira + quanto è ’l convento de le bianche stole! + + Vedi nostra città quant’ ella gira; + vedi li nostri scanni sì ripieni, + che poca gente più ci si disira. + + E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni + per la corona che già v’è sù posta, + prima che tu a queste nozze ceni, + + sederà l’alma, che fia giù agosta, + de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia + verrà in prima ch’ella sia disposta. + + La cieca cupidigia che v’ammalia + simili fatti v’ha al fantolino + che muor per fame e caccia via la balia. + + E fia prefetto nel foro divino + allora tal, che palese e coverto + non anderà con lui per un cammino. + + Ma poco poi sarà da Dio sofferto + nel santo officio; ch’el sarà detruso + là dove Simon mago è per suo merto, + + e farà quel d’Alagna intrar più giuso». + + + + Paradiso • Canto XXXI + + + In forma dunque di candida rosa + mi si mostrava la milizia santa + che nel suo sangue Cristo fece sposa; + + ma l’altra, che volando vede e canta + la gloria di colui che la ’nnamora + e la bontà che la fece cotanta, + + sì come schiera d’ape che s’infiora + una fïata e una si ritorna + là dove suo laboro s’insapora, + + nel gran fior discendeva che s’addorna + di tante foglie, e quindi risaliva + là dove ’l süo amor sempre soggiorna. + + Le facce tutte avean di fiamma viva + e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, + che nulla neve a quel termine arriva. + + Quando scendean nel fior, di banco in banco + porgevan de la pace e de l’ardore + ch’elli acquistavan ventilando il fianco. + + Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore + di tanta moltitudine volante + impediva la vista e lo splendore: + + ché la luce divina è penetrante + per l’universo secondo ch’è degno, + sì che nulla le puote essere ostante. + + Questo sicuro e gaudïoso regno, + frequente in gente antica e in novella, + viso e amore avea tutto ad un segno. + + O trina luce che ’n unica stella + scintillando a lor vista, sì li appaga! + guarda qua giuso a la nostra procella! + + Se i barbari, venendo da tal plaga + che ciascun giorno d’Elice si cuopra, + rotante col suo figlio ond’ ella è vaga, + + veggendo Roma e l’ardüa sua opra, + stupefaciensi, quando Laterano + a le cose mortali andò di sopra; + + ïo, che al divino da l’umano, + a l’etterno dal tempo era venuto, + e di Fiorenza in popol giusto e sano, + + di che stupor dovea esser compiuto! + Certo tra esso e ’l gaudio mi facea + libito non udire e starmi muto. + + E quasi peregrin che si ricrea + nel tempio del suo voto riguardando, + e spera già ridir com’ ello stea, + + su per la viva luce passeggiando, + menava ïo li occhi per li gradi, + mo sù, mo giù e mo recirculando. + + Vedëa visi a carità süadi, + d’altrui lume fregiati e di suo riso, + e atti ornati di tutte onestadi. + + La forma general di paradiso + già tutta mïo sguardo avea compresa, + in nulla parte ancor fermato fiso; + + e volgeami con voglia rïaccesa + per domandar la mia donna di cose + di che la mente mia era sospesa. + + Uno intendëa, e altro mi rispuose: + credea veder Beatrice e vidi un sene + vestito con le genti glorïose. + + Diffuso era per li occhi e per le gene + di benigna letizia, in atto pio + quale a tenero padre si convene. + + E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. + Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro + mosse Beatrice me del loco mio; + + e se riguardi sù nel terzo giro + dal sommo grado, tu la rivedrai + nel trono che suoi merti le sortiro». + + Sanza risponder, li occhi sù levai, + e vidi lei che si facea corona + reflettendo da sé li etterni rai. + + Da quella regïon che più sù tona + occhio mortale alcun tanto non dista, + qualunque in mare più giù s’abbandona, + + quanto lì da Beatrice la mia vista; + ma nulla mi facea, ché süa effige + non discendëa a me per mezzo mista. + + «O donna in cui la mia speranza vige, + e che soffristi per la mia salute + in inferno lasciar le tue vestige, + + di tante cose quant’ i’ ho vedute, + dal tuo podere e da la tua bontate + riconosco la grazia e la virtute. + + Tu m’hai di servo tratto a libertate + per tutte quelle vie, per tutt’ i modi + che di ciò fare avei la potestate. + + La tua magnificenza in me custodi, + sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, + piacente a te dal corpo si disnodi». + + Così orai; e quella, sì lontana + come parea, sorrise e riguardommi; + poi si tornò a l’etterna fontana. + + E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi + perfettamente», disse, «il tuo cammino, + a che priego e amor santo mandommi, + + vola con li occhi per questo giardino; + ché veder lui t’acconcerà lo sguardo + più al montar per lo raggio divino. + + E la regina del cielo, ond’ ïo ardo + tutto d’amor, ne farà ogne grazia, + però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo». + + Qual è colui che forse di Croazia + viene a veder la Veronica nostra, + che per l’antica fame non sen sazia, + + ma dice nel pensier, fin che si mostra: + ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, + or fu sì fatta la sembianza vostra?’; + + tal era io mirando la vivace + carità di colui che ’n questo mondo, + contemplando, gustò di quella pace. + + «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», + cominciò elli, «non ti sarà noto, + tenendo li occhi pur qua giù al fondo; + + ma guarda i cerchi infino al più remoto, + tanto che veggi seder la regina + cui questo regno è suddito e devoto». + + Io levai li occhi; e come da mattina + la parte orïental de l’orizzonte + soverchia quella dove ’l sol declina, + + così, quasi di valle andando a monte + con li occhi, vidi parte ne lo stremo + vincer di lume tutta l’altra fronte. + + E come quivi ove s’aspetta il temo + che mal guidò Fetonte, più s’infiamma, + e quinci e quindi il lume si fa scemo, + + così quella pacifica oriafiamma + nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte + per igual modo allentava la fiamma; + + e a quel mezzo, con le penne sparte, + vid’ io più di mille angeli festanti, + ciascun distinto di fulgore e d’arte. + + Vidi a lor giochi quivi e a lor canti + ridere una bellezza, che letizia + era ne li occhi a tutti li altri santi; + + e s’io avessi in dir tanta divizia + quanta ad imaginar, non ardirei + lo minimo tentar di sua delizia. + + Bernardo, come vide li occhi miei + nel caldo suo caler fissi e attenti, + li suoi con tanto affetto volse a lei, + + che ’ miei di rimirar fé più ardenti. + + + + Paradiso • Canto XXXII + + + Affetto al suo piacer, quel contemplante + libero officio di dottore assunse, + e cominciò queste parole sante: + + «La piaga che Maria richiuse e unse, + quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi + è colei che l’aperse e che la punse. + + Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, + siede Rachel di sotto da costei + con Bëatrice, sì come tu vedi. + + Sarra e Rebecca, Iudìt e colei + che fu bisava al cantor che per doglia + del fallo disse ‘Miserere mei’, + + puoi tu veder così di soglia in soglia + giù digradar, com’ io ch’a proprio nome + vo per la rosa giù di foglia in foglia. + + E dal settimo grado in giù, sì come + infino ad esso, succedono Ebree, + dirimendo del fior tutte le chiome; + + perché, secondo lo sguardo che fée + la fede in Cristo, queste sono il muro + a che si parton le sacre scalee. + + Da questa parte onde ’l fiore è maturo + di tutte le sue foglie, sono assisi + quei che credettero in Cristo venturo; + + da l’altra parte onde sono intercisi + di vòti i semicirculi, si stanno + quei ch’a Cristo venuto ebber li visi. + + E come quinci il glorïoso scanno + de la donna del cielo e li altri scanni + di sotto lui cotanta cerna fanno, + + così di contra quel del gran Giovanni, + che sempre santo ’l diserto e ’l martiro + sofferse, e poi l’inferno da due anni; + + e sotto lui così cerner sortiro + Francesco, Benedetto e Augustino + e altri fin qua giù di giro in giro. + + Or mira l’alto proveder divino: + ché l’uno e l’altro aspetto de la fede + igualmente empierà questo giardino. + + E sappi che dal grado in giù che fiede + a mezzo il tratto le due discrezioni, + per nullo proprio merito si siede, + + ma per l’altrui, con certe condizioni: + ché tutti questi son spiriti ascolti + prima ch’avesser vere elezïoni. + + Ben te ne puoi accorger per li volti + e anche per le voci püerili, + se tu li guardi bene e se li ascolti. + + Or dubbi tu e dubitando sili; + ma io discioglierò ’l forte legame + in che ti stringon li pensier sottili. + + Dentro a l’ampiezza di questo reame + casüal punto non puote aver sito, + se non come tristizia o sete o fame: + + ché per etterna legge è stabilito + quantunque vedi, sì che giustamente + ci si risponde da l’anello al dito; + + e però questa festinata gente + a vera vita non è sine causa + intra sé qui più e meno eccellente. + + Lo rege per cui questo regno pausa + in tanto amore e in tanto diletto, + che nulla volontà è di più ausa, + + le menti tutte nel suo lieto aspetto + creando, a suo piacer di grazia dota + diversamente; e qui basti l’effetto. + + E ciò espresso e chiaro vi si nota + ne la Scrittura santa in quei gemelli + che ne la madre ebber l’ira commota. + + Però, secondo il color d’i capelli, + di cotal grazia l’altissimo lume + degnamente convien che s’incappelli. + + Dunque, sanza mercé di lor costume, + locati son per gradi differenti, + sol differendo nel primiero acume. + + Bastavasi ne’ secoli recenti + con l’innocenza, per aver salute, + solamente la fede d’i parenti; + + poi che le prime etadi fuor compiute, + convenne ai maschi a l’innocenti penne + per circuncidere acquistar virtute; + + ma poi che ’l tempo de la grazia venne, + sanza battesmo perfetto di Cristo + tale innocenza là giù si ritenne. + + Riguarda omai ne la faccia che a Cristo + più si somiglia, ché la sua chiarezza + sola ti può disporre a veder Cristo». + + Io vidi sopra lei tanta allegrezza + piover, portata ne le menti sante + create a trasvolar per quella altezza, + + che quantunque io avea visto davante, + di tanta ammirazion non mi sospese, + né mi mostrò di Dio tanto sembiante; + + e quello amor che primo lì discese, + cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’, + dinanzi a lei le sue ali distese. + + Rispuose a la divina cantilena + da tutte parti la beata corte, + sì ch’ogne vista sen fé più serena. + + «O santo padre, che per me comporte + l’esser qua giù, lasciando il dolce loco + nel qual tu siedi per etterna sorte, + + qual è quell’ angel che con tanto gioco + guarda ne li occhi la nostra regina, + innamorato sì che par di foco?». + + Così ricorsi ancora a la dottrina + di colui ch’abbelliva di Maria, + come del sole stella mattutina. + + Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria + quant’ esser puote in angelo e in alma, + tutta è in lui; e sì volem che sia, + + perch’ elli è quelli che portò la palma + giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio + carcar si volse de la nostra salma. + + Ma vieni omai con li occhi sì com’ io + andrò parlando, e nota i gran patrici + di questo imperio giustissimo e pio. + + Quei due che seggon là sù più felici + per esser propinquissimi ad Agusta, + son d’esta rosa quasi due radici: + + colui che da sinistra le s’aggiusta + è il padre per lo cui ardito gusto + l’umana specie tanto amaro gusta; + + dal destro vedi quel padre vetusto + di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi + raccomandò di questo fior venusto. + + E quei che vide tutti i tempi gravi, + pria che morisse, de la bella sposa + che s’acquistò con la lancia e coi clavi, + + siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa + quel duca sotto cui visse di manna + la gente ingrata, mobile e retrosa. + + Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, + tanto contenta di mirar sua figlia, + che non move occhio per cantare osanna; + + e contro al maggior padre di famiglia + siede Lucia, che mosse la tua donna + quando chinavi, a rovinar, le ciglia. + + Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, + qui farem punto, come buon sartore + che com’ elli ha del panno fa la gonna; + + e drizzeremo li occhi al primo amore, + sì che, guardando verso lui, penètri + quant’ è possibil per lo suo fulgore. + + Veramente, ne forse tu t’arretri + movendo l’ali tue, credendo oltrarti, + orando grazia conven che s’impetri + + grazia da quella che puote aiutarti; + e tu mi seguirai con l’affezione, + sì che dal dicer mio lo cor non parti». + + E cominciò questa santa orazione: + + + + Paradiso • Canto XXXIII + + + «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, + umile e alta più che creatura, + termine fisso d’etterno consiglio, + + tu se’ colei che l’umana natura + nobilitasti sì, che ’l suo fattore + non disdegnò di farsi sua fattura. + + Nel ventre tuo si raccese l’amore, + per lo cui caldo ne l’etterna pace + così è germinato questo fiore. + + Qui se’ a noi meridïana face + di caritate, e giuso, intra ’ mortali, + se’ di speranza fontana vivace. + + Donna, se’ tanto grande e tanto vali, + che qual vuol grazia e a te non ricorre, + sua disïanza vuol volar sanz’ ali. + + La tua benignità non pur soccorre + a chi domanda, ma molte fïate + liberamente al dimandar precorre. + + In te misericordia, in te pietate, + in te magnificenza, in te s’aduna + quantunque in creatura è di bontate. + + Or questi, che da l’infima lacuna + de l’universo infin qui ha vedute + le vite spiritali ad una ad una, + + supplica a te, per grazia, di virtute + tanto, che possa con li occhi levarsi + più alto verso l’ultima salute. + + E io, che mai per mio veder non arsi + più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi + ti porgo, e priego che non sieno scarsi, + + perché tu ogne nube li disleghi + di sua mortalità co’ prieghi tuoi, + sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. + + Ancor ti priego, regina, che puoi + ciò che tu vuoli, che conservi sani, + dopo tanto veder, li affetti suoi. + + Vinca tua guardia i movimenti umani: + vedi Beatrice con quanti beati + per li miei prieghi ti chiudon le mani!». + + Li occhi da Dio diletti e venerati, + fissi ne l’orator, ne dimostraro + quanto i devoti prieghi le son grati; + + indi a l’etterno lume s’addrizzaro, + nel qual non si dee creder che s’invii + per creatura l’occhio tanto chiaro. + + E io ch’al fine di tutt’ i disii + appropinquava, sì com’ io dovea, + l’ardor del desiderio in me finii. + + Bernardo m’accennava, e sorridea, + perch’ io guardassi suso; ma io era + già per me stesso tal qual ei volea: + + ché la mia vista, venendo sincera, + e più e più intrava per lo raggio + de l’alta luce che da sé è vera. + + Da quinci innanzi il mio veder fu maggio + che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, + e cede la memoria a tanto oltraggio. + + Qual è colüi che sognando vede, + che dopo ’l sogno la passione impressa + rimane, e l’altro a la mente non riede, + + cotal son io, ché quasi tutta cessa + mia visïone, e ancor mi distilla + nel core il dolce che nacque da essa. + + Così la neve al sol si disigilla; + così al vento ne le foglie levi + si perdea la sentenza di Sibilla. + + O somma luce che tanto ti levi + da’ concetti mortali, a la mia mente + ripresta un poco di quel che parevi, + + e fa la lingua mia tanto possente, + ch’una favilla sol de la tua gloria + possa lasciare a la futura gente; + + ché, per tornare alquanto a mia memoria + e per sonare un poco in questi versi, + più si conceperà di tua vittoria. + + Io credo, per l’acume ch’io soffersi + del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, + se li occhi miei da lui fossero aversi. + + E’ mi ricorda ch’io fui più ardito + per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi + l’aspetto mio col valore infinito. + + Oh abbondante grazia ond’ io presunsi + ficcar lo viso per la luce etterna, + tanto che la veduta vi consunsi! + + Nel suo profondo vidi che s’interna, + legato con amore in un volume, + ciò che per l’universo si squaderna: + + sustanze e accidenti e lor costume + quasi conflati insieme, per tal modo + che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. + + La forma universal di questo nodo + credo ch’i’ vidi, perché più di largo, + dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. + + Un punto solo m’è maggior letargo + che venticinque secoli a la ’mpresa + che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. + + Così la mente mia, tutta sospesa, + mirava fissa, immobile e attenta, + e sempre di mirar faceasi accesa. + + A quella luce cotal si diventa, + che volgersi da lei per altro aspetto + è impossibil che mai si consenta; + + però che ’l ben, ch’è del volere obietto, + tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella + è defettivo ciò ch’è lì perfetto. + + Omai sarà più corta mia favella, + pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante + che bagni ancor la lingua a la mammella. + + Non perché più ch’un semplice sembiante + fosse nel vivo lume ch’io mirava, + che tal è sempre qual s’era davante; + + ma per la vista che s’avvalorava + in me guardando, una sola parvenza, + mutandom’ io, a me si travagliava. + + Ne la profonda e chiara sussistenza + de l’alto lume parvermi tre giri + di tre colori e d’una contenenza; + + e l’un da l’altro come iri da iri + parea reflesso, e ’l terzo parea foco + che quinci e quindi igualmente si spiri. + + Oh quanto è corto il dire e come fioco + al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, + è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. + + O luce etterna che sola in te sidi, + sola t’intendi, e da te intelletta + e intendente te ami e arridi! + + Quella circulazion che sì concetta + pareva in te come lume reflesso, + da li occhi miei alquanto circunspetta, + + dentro da sé, del suo colore stesso, + mi parve pinta de la nostra effige: + per che ’l mio viso in lei tutto era messo. + + Qual è ’l geomètra che tutto s’affige + per misurar lo cerchio, e non ritrova, + pensando, quel principio ond’ elli indige, + + tal era io a quella vista nova: + veder voleva come si convenne + l’imago al cerchio e come vi s’indova; + + ma non eran da ciò le proprie penne: + se non che la mia mente fu percossa + da un fulgore in che sua voglia venne. + + A l’alta fantasia qui mancò possa; + ma già volgeva il mio disio e ’l velle, + sì come rota ch’igualmente è mossa, + + l’amor che move il sole e l’altre stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + à = a grave + è = e grave + ì = i grave + ò = o grave + ù = u grave + + é = e acute + ó = o acute + + ä = a uml + ë = e uml + ï = i uml + ö = o uml + ü = u uml + + È = E grave + Ë = E uml + Ï = I uml + + « = left angle quotation mark + » = right angle quotation mark + + “ = left double quotation mark + ” = right double quotation mark + + ‘ = left single quotation mark + ’ = right single quotation mark + + — = em dash + + • = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Paradiso, by +Dante Alighieri + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1011 *** |
