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+The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Inferno, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
+of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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+using this eBook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante: Inferno
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Release Date: September 4, 1997 [eBook #1009]
+[Most recently updated: July 16, 2022]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
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+Produced by: an anonymous Project Gutenberg volunteer
+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***
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+LA DIVINA COMMEDIA
+di Dante Alighieri
+
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+INFERNO
+
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+
+Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+mi ritrovai per una selva oscura,
+ché la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
+esta selva selvaggia e aspra e forte
+che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant’ è amara che poco è più morte;
+ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
+dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
+
+Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
+tant’ era pien di sonno a quel punto
+che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
+là dove terminava quella valle
+che m’avea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto e vidi le sue spalle
+vestite già de’ raggi del pianeta
+che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta,
+che nel lago del cor m’era durata
+la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata,
+uscito fuor del pelago a la riva,
+si volge a l’acqua perigliosa e guata,
+
+così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
+si volse a retro a rimirar lo passo
+che non lasciò già mai persona viva.
+
+Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
+ripresi via per la piaggia diserta,
+sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
+una lonza leggera e presta molto,
+che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
+ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
+
+Temp’ era dal principio del mattino,
+e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
+ch’eran con lui quando l’amor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+sì ch’a bene sperar m’era cagione
+di quella fiera a la gaetta pelle
+
+l’ora del tempo e la dolce stagione;
+ma non sì che paura non mi desse
+la vista che m’apparve d’un leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+con la test’ alta e con rabbiosa fame,
+sì che parea che l’aere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+sembiava carca ne la sua magrezza,
+e molte genti fé già viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+con la paura ch’uscia di sua vista,
+ch’io perdei la speranza de l’altezza.
+
+E qual è quei che volontieri acquista,
+e giugne ’l tempo che perder lo face,
+che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
+mi ripigneva là dove ’l sol tace.
+
+Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
+dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+«Miserere di me», gridai a lui,
+«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
+
+Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
+e li parenti miei furon lombardi,
+mantoani per patrïa ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
+nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+figliuol d’Anchise che venne di Troia,
+poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
+
+Ma tu perché ritorni a tanta noia?
+perché non sali il dilettoso monte
+ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
+
+«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
+che spandi di parlar sì largo fiume?»,
+rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
+
+«O de li altri poeti onore e lume,
+vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
+che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
+tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
+lo bello stilo che m’ha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
+aiutami da lei, famoso saggio,
+ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
+
+«A te convien tenere altro vïaggio»,
+rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
+
+ché questa bestia, per la qual tu gride,
+non lascia altrui passar per la sua via,
+ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
+
+e ha natura sì malvagia e ria,
+che mai non empie la bramosa voglia,
+e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui s’ammoglia,
+e più saranno ancora, infin che ’l veltro
+verrà, che la farà morir con doglia.
+
+Questi non ciberà terra né peltro,
+ma sapïenza, amore e virtute,
+e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+per cui morì la vergine Cammilla,
+Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccerà per ogne villa,
+fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
+là onde ’nvidia prima dipartilla.
+
+Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
+che tu mi segui, e io sarò tua guida,
+e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ove udirai le disperate strida,
+vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ch’a la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+nel foco, perché speran di venire
+quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+anima fia a ciò più di me degna:
+con lei ti lascerò nel mio partire;
+
+ché quello imperador che là sù regna,
+perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
+non vuol che ’n sua città per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+quivi è la sua città e l’alto seggio:
+oh felice colui cu’ ivi elegge!».
+
+E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
+per quello Dio che tu non conoscesti,
+acciò ch’io fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni là dov’ or dicesti,
+sì ch’io veggia la porta di san Pietro
+e color cui tu fai cotanto mesti».
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+
+Canto II
+
+
+Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
+toglieva li animai che sono in terra
+da le fatiche loro; e io sol uno
+
+m’apparecchiava a sostener la guerra
+sì del cammino e sì de la pietate,
+che ritrarrà la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
+o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
+qui si parrà la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
+guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
+prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvïo il parente,
+corruttibile ancora, ad immortale
+secolo andò, e fu sensibilmente.
+
+Però, se l’avversario d’ogne male
+cortese i fu, pensando l’alto effetto
+ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
+
+non pare indegno ad omo d’intelletto;
+ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
+ne l’empireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
+fu stabilita per lo loco santo
+u’ siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
+intese cose che furon cagione
+di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
+per recarne conforto a quella fede
+ch’è principio a la via di salvazione.
+
+Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
+Io non Enëa, io non Paulo sono;
+me degno a ciò né io né altri ’l crede.
+
+Per che, se del venire io m’abbandono,
+temo che la venuta non sia folle.
+Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
+
+E qual è quei che disvuol ciò che volle
+e per novi pensier cangia proposta,
+sì che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
+perché, pensando, consumai la ’mpresa
+che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
+rispuose del magnanimo quell’ ombra,
+«l’anima tua è da viltade offesa;
+
+la qual molte fïate l’omo ingombra
+sì che d’onrata impresa lo rivolve,
+come falso veder bestia quand’ ombra.
+
+Da questa tema acciò che tu ti solve,
+dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
+nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+e donna mi chiamò beata e bella,
+tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi più che la stella;
+e cominciommi a dir soave e piana,
+con angelica voce, in sua favella:
+
+“O anima cortese mantoana,
+di cui la fama ancor nel mondo dura,
+e durerà quanto ’l mondo lontana,
+
+l’amico mio, e non de la ventura,
+ne la diserta piaggia è impedito
+sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
+
+e temo che non sia già sì smarrito,
+ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
+per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
+l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
+
+I’ son Beatrice che ti faccio andare;
+vegno del loco ove tornar disio;
+amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando sarò dinanzi al segnor mio,
+di te mi loderò sovente a lui”.
+Tacette allora, e poi comincia’ io:
+
+“O donna di virtù sola per cui
+l’umana spezie eccede ogne contento
+di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
+
+tanto m’aggrada il tuo comandamento,
+che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
+più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+de lo scender qua giuso in questo centro
+de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
+
+“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
+dirotti brievemente”, mi rispuose,
+“perch’ i’ non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+c’hanno potenza di fare altrui male;
+de l’altre no, ché non son paurose.
+
+I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
+che la vostra miseria non mi tange,
+né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
+
+Donna è gentil nel ciel che si compiange
+di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
+sì che duro giudicio là sù frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
+di te, e io a te lo raccomando—.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
+che mi sedea con l’antica Rachele.
+
+Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,
+ché non soccorri quei che t’amò tanto,
+ch’uscì per te de la volgare schiera?
+
+Non odi tu la pieta del suo pianto,
+non vedi tu la morte che ’l combatte
+su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+a far lor pro o a fuggir lor danno,
+com’ io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua giù del mio beato scanno,
+fidandomi del tuo parlare onesto,
+ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
+
+Poscia che m’ebbe ragionato questo,
+li occhi lucenti lagrimando volse,
+per che mi fece del venir più presto.
+
+E venni a te così com’ ella volse:
+d’inanzi a quella fiera ti levai
+che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che è? perché, perché restai,
+perché tanta viltà nel core allette,
+perché ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+curan di te ne la corte del cielo,
+e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
+si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
+e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ch’i’ cominciai come persona franca:
+
+«Oh pietosa colei che mi soccorse!
+e te cortese ch’ubidisti tosto
+a le vere parole che ti porse!
+
+Tu m’hai con disiderio il cor disposto
+sì al venir con le parole tue,
+ch’i’ son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
+tu duca, tu segnore e tu maestro».
+Così li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+
+Canto III
+
+
+‘Per me si va ne la città dolente,
+per me si va ne l’etterno dolore,
+per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore;
+fecemi la divina podestate,
+la somma sapïenza e ’l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+se non etterne, e io etterno duro.
+Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
+
+Queste parole di colore oscuro
+vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
+per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ogne viltà convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
+che tu vedrai le genti dolorose
+c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+con lieto volto, ond’ io mi confortai,
+mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+risonavan per l’aere sanza stelle,
+per ch’io al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+parole di dolore, accenti d’ira,
+voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual s’aggira
+sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
+come la rena quando turbo spira.
+
+E io ch’avea d’error la testa cinta,
+dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
+e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
+
+Ed elli a me: «Questo misero modo
+tegnon l’anime triste di coloro
+che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+de li angeli che non furon ribelli
+né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+né lo profondo inferno li riceve,
+ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
+
+E io: «Maestro, che è tanto greve
+a lor che lamentar li fa sì forte?».
+Rispuose: «Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte,
+e la lor cieca vita è tanto bassa,
+che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+misericordia e giustizia li sdegna:
+non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
+
+E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
+che girando correva tanto ratta,
+che d’ogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le venìa sì lunga tratta
+di gente, ch’i’ non averei creduto
+che morte tanta n’avesse disfatta.
+
+Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
+vidi e conobbi l’ombra di colui
+che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+che questa era la setta d’i cattivi,
+a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+erano ignudi e stimolati molto
+da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
+da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
+vidi genti a la riva d’un gran fiume;
+per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
+
+ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
+le fa di trapassar parer sì pronte,
+com’ i’ discerno per lo fioco lume».
+
+Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
+quando noi fermerem li nostri passi
+su la trista riviera d’Acheronte».
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+temendo no ’l mio dir li fosse grave,
+infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+un vecchio, bianco per antico pelo,
+gridando: «Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+i’ vegno per menarvi a l’altra riva
+ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
+
+E tu che se’ costì, anima viva,
+pàrtiti da cotesti che son morti».
+Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
+
+disse: «Per altra via, per altri porti
+verrai a piaggia, non qui, per passare:
+più lieve legno convien che ti porti».
+
+E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
+vuolsi così colà dove si puote
+ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+al nocchier de la livida palude,
+che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
+cangiar colore e dibattero i denti,
+ratto che ’nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
+di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+forte piangendo, a la riva malvagia
+ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia
+loro accennando, tutte le raccoglie;
+batte col remo qualunque s’adagia.
+
+Come d’autunno si levan le foglie
+l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
+vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme d’Adamo
+gittansi di quel lito ad una ad una,
+per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Così sen vanno su per l’onda bruna,
+e avanti che sien di là discese,
+anche di qua nuova schiera s’auna.
+
+«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
+«quelli che muoion ne l’ira di Dio
+tutti convegnon qui d’ogne paese;
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ché la divina giustizia li sprona,
+sì che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+e però, se Caron di te si lagna,
+ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
+
+Finito questo, la buia campagna
+tremò sì forte, che de lo spavento
+la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+che balenò una luce vermiglia
+la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come l’uom cui sonno piglia.
+
+
+
+
+Canto IV
+
+
+Ruppemi l’alto sonno ne la testa
+un greve truono, sì ch’io mi riscossi
+come persona ch’è per forza desta;
+
+e l’occhio riposato intorno mossi,
+dritto levato, e fiso riguardai
+per conoscer lo loco dov’ io fossi.
+
+Vero è che ’n su la proda mi trovai
+de la valle d’abisso dolorosa
+che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+io non vi discernea alcuna cosa.
+
+«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
+cominciò il poeta tutto smorto.
+«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+dissi: «Come verrò, se tu paventi
+che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
+
+Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
+che son qua giù, nel viso mi dipigne
+quella pietà che tu per tema senti.
+
+Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
+Così si mise e così mi fé intrare
+nel primo cerchio che l’abisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+non avea pianto mai che di sospiri
+che l’aura etterna facevan tremare;
+
+ciò avvenia di duol sanza martìri,
+ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
+d’infanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
+che spiriti son questi che tu vedi?
+Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
+
+ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
+non basta, perché non ebber battesmo,
+ch’è porta de la fede che tu credi;
+
+e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
+non adorar debitamente a Dio:
+e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+semo perduti, e sol di tanto offesi
+che sanza speme vivemo in disio».
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
+però che gente di molto valore
+conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
+
+«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
+comincia’ io per voler esser certo
+di quella fede che vince ogne errore:
+
+«uscicci mai alcuno, o per suo merto
+o per altrui, che poi fosse beato?».
+E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
+quando ci vidi venire un possente,
+con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci l’ombra del primo parente,
+d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
+di Moïsè legista e ubidente;
+
+Abraàm patrïarca e Davìd re,
+Israèl con lo padre e co’ suoi nati
+e con Rachele, per cui tanto fé,
+
+e altri molti, e feceli beati.
+E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
+spiriti umani non eran salvati».
+
+Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
+ma passavam la selva tuttavia,
+la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
+ch’emisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi n’eravamo ancora un poco,
+ma non sì ch’io non discernessi in parte
+ch’orrevol gente possedea quel loco.
+
+«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
+questi chi son c’hanno cotanta onranza,
+che dal modo de li altri li diparte?».
+
+E quelli a me: «L’onrata nominanza
+che di lor suona sù ne la tua vita,
+grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
+
+Intanto voce fu per me udita:
+«Onorate l’altissimo poeta;
+l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
+sembianz’ avevan né trista né lieta.
+
+Lo buon maestro cominciò a dire:
+«Mira colui con quella spada in mano,
+che vien dinanzi ai tre sì come sire:
+
+quelli è Omero poeta sovrano;
+l’altro è Orazio satiro che vene;
+Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
+
+Però che ciascun meco si convene
+nel nome che sonò la voce sola,
+fannomi onore, e di ciò fanno bene».
+
+Così vid’ i’ adunar la bella scola
+di quel segnor de l’altissimo canto
+che sovra li altri com’ aquila vola.
+
+Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
+volsersi a me con salutevol cenno,
+e ’l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e più d’onore ancora assai mi fenno,
+ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
+sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
+
+Così andammo infino a la lumera,
+parlando cose che ’l tacere è bello,
+sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
+
+Venimmo al piè d’un nobile castello,
+sette volte cerchiato d’alte mura,
+difeso intorno d’un bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+per sette porte intrai con questi savi:
+giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
+di grande autorità ne’ lor sembianti:
+parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci così da l’un de’ canti,
+in loco aperto, luminoso e alto,
+sì che veder si potien tutti quanti.
+
+Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
+mi fuor mostrati li spiriti magni,
+che del vedere in me stesso m’essalto.
+
+I’ vidi Eletra con molti compagni,
+tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
+Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+da l’altra parte vidi ’l re Latino
+che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
+Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
+e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
+
+Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
+vidi ’l maestro di color che sanno
+seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
+che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
+
+Democrito che ’l mondo a caso pone,
+Dïogenès, Anassagora e Tale,
+Empedoclès, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
+Tulïo e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geomètra e Tolomeo,
+Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
+Averoìs, che ’l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+però che sì mi caccia il lungo tema,
+che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+per altra via mi mena il savio duca,
+fuor de la queta, ne l’aura che trema.
+
+E vegno in parte ove non è che luca.
+
+
+
+
+Canto V
+
+
+Così discesi del cerchio primaio
+giù nel secondo, che men loco cinghia
+e tanto più dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
+essamina le colpe ne l’intrata;
+giudica e manda secondo ch’avvinghia.
+
+Dico che quando l’anima mal nata
+li vien dinanzi, tutta si confessa;
+e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco d’inferno è da essa;
+cignesi con la coda tante volte
+quantunque gradi vuol che giù sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+dicono e odono e poi son giù volte.
+
+«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
+disse Minòs a me quando mi vide,
+lasciando l’atto di cotanto offizio,
+
+«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
+non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
+E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+vuolsi così colà dove si puote
+ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+Or incomincian le dolenti note
+a farmisi sentire; or son venuto
+là dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco d’ogne luce muto,
+che mugghia come fa mar per tempesta,
+se da contrari venti è combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+mena li spirti con la sua rapina;
+voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+quivi le strida, il compianto, il lamento;
+bestemmian quivi la virtù divina.
+
+Intesi ch’a così fatto tormento
+enno dannati i peccator carnali,
+che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan l’ali
+nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+così quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di là, di giù, di sù li mena;
+nulla speranza li conforta mai,
+non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+faccendo in aere di sé lunga riga,
+così vid’ io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
+genti che l’aura nera sì gastiga?».
+
+«La prima di color di cui novelle
+tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
+«fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu sì rotta,
+che libito fé licito in sua legge,
+per tòrre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
+che succedette a Nino e fu sua sposa:
+tenne la terra che ’l Soldan corregge.
+
+L’altra è colei che s’ancise amorosa,
+e ruppe fede al cener di Sicheo;
+poi è Cleopatràs lussurïosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
+che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
+ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ch’amor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
+nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
+pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I’ cominciai: «Poeta, volontieri
+parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
+e paion sì al vento esser leggeri».
+
+Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
+più presso a noi; e tu allor li priega
+per quello amor che i mena, ed ei verranno».
+
+Sì tosto come il vento a noi li piega,
+mossi la voce: «O anime affannate,
+venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+con l’ali alzate e ferme al dolce nido
+vegnon per l’aere, dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
+a noi venendo per l’aere maligno,
+sì forte fu l’affettüoso grido.
+
+«O animal grazïoso e benigno
+che visitando vai per l’aere perso
+noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de l’universo,
+noi pregheremmo lui de la tua pace,
+poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+noi udiremo e parleremo a voi,
+mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+su la marina dove ’l Po discende
+per aver pace co’ seguaci sui.
+
+Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
+prese costui de la bella persona
+che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
+
+Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
+mi prese del costui piacer sì forte,
+che, come vedi, ancor non m’abbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte.
+Caina attende chi a vita ci spense».
+Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand’ io intesi quell’ anime offense,
+china’ il viso, e tanto il tenni basso,
+fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
+
+Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
+quanti dolci pensier, quanto disio
+menò costoro al doloroso passo!».
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
+e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
+a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
+a che e come concedette amore
+che conosceste i dubbiosi disiri?».
+
+E quella a me: «Nessun maggior dolore
+che ricordarsi del tempo felice
+ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
+
+Ma s’a conoscer la prima radice
+del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+dirò come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+di Lancialotto come amor lo strinse;
+soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per più fïate li occhi ci sospinse
+quella lettura, e scolorocci il viso;
+ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disïato riso
+esser basciato da cotanto amante,
+questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi basciò tutto tremante.
+Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
+quel giorno più non vi leggemmo avante».
+
+Mentre che l’uno spirto questo disse,
+l’altro piangëa; sì che di pietade
+io venni men così com’ io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+
+Canto VI
+
+
+Al tornar de la mente, che si chiuse
+dinanzi a la pietà d’i due cognati,
+che di trestizia tutto mi confuse,
+
+novi tormenti e novi tormentati
+mi veggio intorno, come ch’io mi mova
+e ch’io mi volga, e come che io guati.
+
+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+etterna, maladetta, fredda e greve;
+regola e qualità mai non l’è nova.
+
+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+per l’aere tenebroso si riversa;
+pute la terra che questo riceve.
+
+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+con tre gole caninamente latra
+sovra la gente che quivi è sommersa.
+
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
+graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
+volgonsi spesso i miseri profani.
+
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+non avea membro che tenesse fermo.
+
+E ’l duca mio distese le sue spanne,
+prese la terra, e con piene le pugna
+la gittò dentro a le bramose canne.
+
+Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
+e si racqueta poi che ’l pasto morde,
+ché solo a divorarlo intende e pugna,
+
+cotai si fecer quelle facce lorde
+de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
+l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
+
+Noi passavam su per l’ombre che adona
+la greve pioggia, e ponavam le piante
+sovra lor vanità che par persona.
+
+Elle giacean per terra tutte quante,
+fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
+ch’ella ci vide passarsi davante.
+
+«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
+mi disse, «riconoscimi, se sai:
+tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
+
+E io a lui: «L’angoscia che tu hai
+forse ti tira fuor de la mia mente,
+sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
+loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
+che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
+
+Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
+d’invidia sì che già trabocca il sacco,
+seco mi tenne in la vita serena.
+
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+per la dannosa colpa de la gola,
+come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ché tutte queste a simil pena stanno
+per simil colpa». E più non fé parola.
+
+Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
+mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
+ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la città partita;
+s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
+per che l’ha tanta discordia assalita».
+
+E quelli a me: «Dopo lunga tencione
+verranno al sangue, e la parte selvaggia
+caccerà l’altra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+infra tre soli, e che l’altra sormonti
+con la forza di tal che testé piaggia.
+
+Alte terrà lungo tempo le fronti,
+tenendo l’altra sotto gravi pesi,
+come che di ciò pianga o che n’aonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+superbia, invidia e avarizia sono
+le tre faville c’hanno i cuori accesi».
+
+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
+e che di più parlar mi facci dono.
+
+Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
+Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
+e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
+ché gran disio mi stringe di savere
+se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
+
+E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
+diverse colpe giù li grava al fondo:
+se tanto scendi, là i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
+più non ti dico e più non ti rispondo».
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+guardommi un poco e poi chinò la testa:
+cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+E ’l duca disse a me: «Più non si desta
+di qua dal suon de l’angelica tromba,
+quando verrà la nimica podesta:
+
+ciascun rivederà la trista tomba,
+ripiglierà sua carne e sua figura,
+udirà quel ch’in etterno rimbomba».
+
+Sì trapassammo per sozza mistura
+de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+toccando un poco la vita futura;
+
+per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
+crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
+o fier minori, o saran sì cocenti?».
+
+Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
+che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
+più senta il bene, e così la doglienza.
+
+Tutto che questa gente maladetta
+in vera perfezion già mai non vada,
+di là più che di qua essere aspetta».
+
+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+parlando più assai ch’i’ non ridico;
+venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+
+Canto VII
+
+
+«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
+cominciò Pluto con la voce chioccia;
+e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: «Non ti noccia
+la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
+non ci torrà lo scender questa roccia».
+
+Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
+e disse: «Taci, maladetto lupo!
+consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+Non è sanza cagion l’andare al cupo:
+vuolsi ne l’alto, là dove Michele
+fé la vendetta del superbo strupo».
+
+Quali dal vento le gonfiate vele
+caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
+tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+Così scendemmo ne la quarta lacca,
+pigliando più de la dolente ripa
+che ’l mal de l’universo tutto insacca.
+
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+nove travaglie e pene quant’ io viddi?
+e perché nostra colpa sì ne scipa?
+
+Come fa l’onda là sovra Cariddi,
+che si frange con quella in cui s’intoppa,
+così convien che qui la gente riddi.
+
+Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
+e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
+voltando pesi per forza di poppa.
+
+Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
+si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
+
+Così tornavan per lo cerchio tetro
+da ogne mano a l’opposito punto,
+gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
+per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
+E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
+che gente è questa, e se tutti fuor cherci
+questi chercuti a la sinistra nostra».
+
+Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
+sì de la mente in la vita primaia,
+che con misura nullo spendio ferci.
+
+Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
+quando vegnono a’ due punti del cerchio
+dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+piloso al capo, e papi e cardinali,
+in cui usa avarizia il suo soperchio».
+
+E io: «Maestro, tra questi cotali
+dovre’ io ben riconoscere alcuni
+che furo immondi di cotesti mali».
+
+Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
+la sconoscente vita che i fé sozzi,
+ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+In etterno verranno a li due cozzi:
+questi resurgeranno del sepulcro
+col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+d’i ben che son commessi a la fortuna,
+per che l’umana gente si rabbuffa;
+
+ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
+e che già fu, di quest’ anime stanche
+non poterebbe farne posare una».
+
+«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
+questa fortuna di che tu mi tocche,
+che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
+
+E quelli a me: «Oh creature sciocche,
+quanta ignoranza è quella che v’offende!
+Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+fece li cieli e diè lor chi conduce
+sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+Similemente a li splendor mondani
+ordinò general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+di gente in gente e d’uno in altro sangue,
+oltre la difension d’i senni umani;
+
+per ch’una gente impera e l’altra langue,
+seguendo lo giudicio di costei,
+che è occulto come in erba l’angue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+questa provede, giudica, e persegue
+suo regno come il loro li altri dèi.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue:
+necessità la fa esser veloce;
+sì spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
+pur da color che le dovrien dar lode,
+dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s’è beata e ciò non ode:
+con l’altre prime creature lieta
+volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+già ogne stella cade che saliva
+quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
+
+Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
+sovr’ una fonte che bolle e riversa
+per un fossato che da lei deriva.
+
+L’acqua era buia assai più che persa;
+e noi, in compagnia de l’onde bige,
+intrammo giù per una via diversa.
+
+In la palude va c’ha nome Stige
+questo tristo ruscel, quand’ è disceso
+al piè de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+vidi genti fangose in quel pantano,
+ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ma con la testa e col petto e coi piedi,
+troncandosi co’ denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
+l’anime di color cui vinse l’ira;
+e anche vo’ che tu per certo credi
+
+che sotto l’acqua è gente che sospira,
+e fanno pullular quest’ acqua al summo,
+come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
+
+Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
+ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
+portando dentro accidïoso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra”.
+Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
+ché dir nol posson con parola integra».
+
+Così girammo de la lorda pozza
+grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
+con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
+
+
+
+
+Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, ch’assai prima
+che noi fossimo al piè de l’alta torre,
+li occhi nostri n’andar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre,
+e un’altra da lungi render cenno,
+tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
+dissi: «Questo che dice? e che risponde
+quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
+
+Ed elli a me: «Su per le sucide onde
+già scorgere puoi quello che s’aspetta,
+se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
+
+Corda non pinse mai da sé saetta
+che sì corresse via per l’aere snella,
+com’ io vidi una nave piccioletta
+
+venir per l’acqua verso noi in quella,
+sotto ’l governo d’un sol galeoto,
+che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
+
+«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
+disse lo mio segnore, «a questa volta:
+più non ci avrai che sol passando il loto».
+
+Qual è colui che grande inganno ascolta
+che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+e poi mi fece intrare appresso lui;
+e sol quand’ io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
+segando se ne va l’antica prora
+de l’acqua più che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+dinanzi mi si fece un pien di fango,
+e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
+
+E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
+ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
+Rispuose: «Vedi che son un che piango».
+
+E io a lui: «Con piangere e con lutto,
+spirito maladetto, ti rimani;
+ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+per che ’l maestro accorto lo sospinse,
+dicendo: «Via costà con li altri cani!».
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
+benedetta colei che ’n te s’incinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+bontà non è che sua memoria fregi:
+così s’è l’ombra sua qui furïosa.
+
+Quanti si tegnon or là sù gran regi
+che qui staranno come porci in brago,
+di sé lasciando orribili dispregi!».
+
+E io: «Maestro, molto sarei vago
+di vederlo attuffare in questa broda
+prima che noi uscissimo del lago».
+
+Ed elli a me: «Avante che la proda
+ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+di tal disïo convien che tu goda».
+
+Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
+far di costui a le fangose genti,
+che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
+e ’l fiorentino spirito bizzarro
+in sé medesmo si volvea co’ denti.
+
+Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
+ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
+per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
+s’appressa la città c’ha nome Dite,
+coi gravi cittadin, col grande stuolo».
+
+E io: «Maestro, già le sue meschite
+là entro certe ne la valle cerno,
+vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
+ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
+come tu vedi in questo basso inferno».
+
+Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
+che vallan quella terra sconsolata:
+le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+venimmo in parte dove il nocchier forte
+«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
+
+Io vidi più di mille in su le porte
+da ciel piovuti, che stizzosamente
+dicean: «Chi è costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?».
+E ’l savio mio maestro fece segno
+di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno
+e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
+che sì ardito intrò per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
+che li ha’ iscorta sì buia contrada».
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+nel suon de le parole maladette,
+ché non credetti ritornarci mai.
+
+«O caro duca mio, che più di sette
+volte m’hai sicurtà renduta e tratto
+d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
+e se ’l passar più oltre ci è negato,
+ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
+
+E quel segnor che lì m’avea menato,
+mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
+non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
+
+Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
+conforta e ciba di speranza buona,
+ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
+
+Così sen va, e quivi m’abbandona
+lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+che sì e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello ch’a lor porse;
+ma ei non stette là con essi guari,
+che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que’ nostri avversari
+nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
+«Chi m’ha negate le dolenti case!».
+
+E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
+non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
+qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
+
+Questa lor tracotanza non è nova;
+ché già l’usaro a men segreta porta,
+la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
+e già di qua da lei discende l’erta,
+passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta».
+
+
+
+
+Canto IX
+
+
+Quel color che viltà di fuor mi pinse
+veggendo il duca mio tornare in volta,
+più tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
+ché l’occhio nol potea menare a lunga
+per l’aere nero e per la nebbia folta.
+
+«Pur a noi converrà vincer la punga»,
+cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
+Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
+
+I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
+lo cominciar con l’altro che poi venne,
+che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+perch’ io traeva la parola tronca
+forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+«In questo fondo de la trista conca
+discende mai alcun del primo grado,
+che sol per pena ha la speranza cionca?».
+
+Questa question fec’ io; e quei «Di rado
+incontra», mi rispuose, «che di noi
+faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
+congiurato da quella Eritón cruda
+che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
+per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
+e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
+ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
+
+Questa palude che ’l gran puzzo spira
+cigne dintorno la città dolente,
+u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
+
+E altro disse, ma non l’ho a mente;
+però che l’occhio m’avea tutto tratto
+ver’ l’alta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+tre furïe infernal di sangue tinte,
+che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+serpentelli e ceraste avien per crine,
+onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+de la regina de l’etterno pianto,
+«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
+
+Quest’ è Megera dal sinistro canto;
+quella che piange dal destro è Aletto;
+Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
+
+Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
+battiensi a palme e gridavan sì alto,
+ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
+dicevan tutte riguardando in giuso;
+«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
+
+«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
+ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
+nulla sarebbe di tornar mai suso».
+
+Così disse ’l maestro; ed elli stessi
+mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
+mirate la dottrina che s’asconde
+sotto ’l velame de li versi strani.
+
+E già venìa su per le torbide onde
+un fracasso d’un suon, pien di spavento,
+per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che d’un vento
+impetüoso per li avversi ardori,
+che fier la selva e sanz’ alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+dinanzi polveroso va superbo,
+e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
+del viso su per quella schiuma antica
+per indi ove quel fummo è più acerbo».
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+biscia per l’acqua si dileguan tutte,
+fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
+
+vid’ io più di mille anime distrutte
+fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
+passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
+menando la sinistra innanzi spesso;
+e sol di quell’ angoscia parea lasso.
+
+Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
+e volsimi al maestro; e quei fé segno
+ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+Venne a la porta e con una verghetta
+l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
+
+«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
+cominciò elli in su l’orribil soglia,
+«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
+
+Perché recalcitrate a quella voglia
+a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+e che più volte v’ha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+e non fé motto a noi, ma fé sembiante
+d’omo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li è davante;
+e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
+sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
+e io, ch’avea di riguardar disio
+la condizion che tal fortezza serra,
+
+com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
+e veggio ad ogne man grande campagna,
+piena di duolo e di tormento rio.
+
+Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
+sì com’ a Pola, presso del Carnaro
+ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
+così facevan quivi d’ogne parte,
+salvo che ’l modo v’era più amaro;
+
+ché tra li avelli fiamme erano sparte,
+per le quali eran sì del tutto accesi,
+che ferro più non chiede verun’ arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
+che ben parean di miseri e d’offesi.
+
+E io: «Maestro, quai son quelle genti
+che, seppellite dentro da quell’ arche,
+si fan sentir coi sospiri dolenti?».
+
+E quelli a me: «Qui son li eresïarche
+con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
+più che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile è sepolto,
+e i monimenti son più e men caldi».
+E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
+
+passammo tra i martìri e li alti spaldi.
+
+
+
+
+Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+tra ’l muro de la terra e li martìri,
+lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+«O virtù somma, che per li empi giri
+mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
+parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+potrebbesi veder? già son levati
+tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
+
+E quelli a me: «Tutti saran serrati
+quando di Iosafàt qui torneranno
+coi corpi che là sù hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+con Epicuro tutti suoi seguaci,
+che l’anima col corpo morta fanno.
+
+Però a la dimanda che mi faci
+quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
+e al disio ancor che tu mi taci».
+
+E io: «Buon duca, non tegno riposto
+a te mio cuor se non per dicer poco,
+e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
+
+«O Tosco che per la città del foco
+vivo ten vai così parlando onesto,
+piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+di quella nobil patrïa natio,
+a la qual forse fui troppo molesto».
+
+Subitamente questo suono uscìo
+d’una de l’arche; però m’accostai,
+temendo, un poco più al duca mio.
+
+Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
+Vedi là Farinata che s’è dritto:
+da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
+
+Io avea già il mio viso nel suo fitto;
+ed el s’ergea col petto e con la fronte
+com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
+
+E l’animose man del duca e pronte
+mi pinser tra le sepulture a lui,
+dicendo: «Le parole tue sien conte».
+
+Com’ io al piè de la sua tomba fui,
+guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
+
+Io ch’era d’ubidir disideroso,
+non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
+ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: «Fieramente furo avversi
+a me e a miei primi e a mia parte,
+sì che per due fïate li dispersi».
+
+«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
+rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
+ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+un’ombra, lungo questa, infino al mento:
+credo che s’era in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guardò, come talento
+avesse di veder s’altri era meco;
+e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: «Se per questo cieco
+carcere vai per altezza d’ingegno,
+mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
+
+E io a lui: «Da me stesso non vegno:
+colui ch’attende là, per qui mi mena
+forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
+
+Le sue parole e ’l modo de la pena
+m’avean di costui già letto il nome;
+però fu la risposta così piena.
+
+Di sùbito drizzato gridò: «Come?
+dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
+non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
+
+Quando s’accorse d’alcuna dimora
+ch’io facëa dinanzi a la risposta,
+supin ricadde e più non parve fora.
+
+Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
+restato m’era, non mutò aspetto,
+né mosse collo, né piegò sua costa;
+
+e sé continüando al primo detto,
+«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
+ciò mi tormenta più che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+la faccia de la donna che qui regge,
+che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+dimmi: perché quel popolo è sì empio
+incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
+
+Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
+che fece l’Arbia colorata in rosso,
+tal orazion fa far nel nostro tempio».
+
+Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
+«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
+sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu’ io solo, là dove sofferto
+fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
+colui che la difesi a viso aperto».
+
+«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
+prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
+che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
+e nel presente tenete altro modo».
+
+«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
+le cose», disse, «che ne son lontano;
+cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando s’appressano o son, tutto è vano
+nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
+nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Però comprender puoi che tutta morta
+fia nostra conoscenza da quel punto
+che del futuro fia chiusa la porta».
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+dissi: «Or direte dunque a quel caduto
+che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
+
+e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
+fate i saper che ’l fei perché pensava
+già ne l’error che m’avete soluto».
+
+E già ’l maestro mio mi richiamava;
+per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
+che mi dicesse chi con lu’ istava.
+
+Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
+qua dentro è ’l secondo Federico
+e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
+
+Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
+poeta volsi i passi, ripensando
+a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, così andando,
+mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
+E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+«La mente tua conservi quel ch’udito
+hai contra te», mi comandò quel saggio;
+«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
+
+«quando sarai dinanzi al dolce raggio
+di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
+da lei saprai di tua vita il vïaggio».
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
+per un sentier ch’a una valle fiede,
+
+che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+
+Canto XI
+
+
+In su l’estremità d’un’alta ripa
+che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+venimmo sopra più crudele stipa;
+
+e quivi, per l’orribile soperchio
+del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
+ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
+che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
+lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
+
+«Lo nostro scender conviene esser tardo,
+sì che s’ausi un poco in prima il senso
+al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
+
+Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
+dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
+perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
+
+«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
+cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
+di grado in grado, come que’ che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ma perché poi ti basti pur la vista,
+intendi come e perché son costretti.
+
+D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
+ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
+o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perché frode è de l’uom proprio male,
+più spiace a Dio; e però stan di sotto
+li frodolenti, e più dolor li assale.
+
+Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
+ma perché si fa forza a tre persone,
+in tre gironi è distinto e costrutto.
+
+A Dio, a sé, al prossimo si pòne
+far forza, dico in loro e in lor cose,
+come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+guastatori e predon, tutti tormenta
+lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in sé man vïolenta
+e ne’ suoi beni; e però nel secondo
+giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva sé del vostro mondo,
+biscazza e fonde la sua facultade,
+e piange là dov’ esser de’ giocondo.
+
+Puossi far forza ne la deïtade,
+col cor negando e bestemmiando quella,
+e spregiando natura e sua bontade;
+
+e però lo minor giron suggella
+del segno suo e Soddoma e Caorsa
+e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
+può l’omo usare in colui che ’n lui fida
+e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par ch’incida
+pur lo vinco d’amor che fa natura;
+onde nel cerchio secondo s’annida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+falsità, ladroneccio e simonia,
+ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
+che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
+di che la fede spezïal si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
+de l’universo in su che Dite siede,
+qualunque trade in etterno è consunto».
+
+E io: «Maestro, assai chiara procede
+la tua ragione, e assai ben distingue
+questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+che mena il vento, e che batte la pioggia,
+e che s’incontran con sì aspre lingue,
+
+perché non dentro da la città roggia
+sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
+
+Ed elli a me «Perché tanto delira»,
+disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
+o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+con le quai la tua Etica pertratta
+le tre disposizion che ’l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+bestialitade? e come incontenenza
+men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+e rechiti a la mente chi son quelli
+che sù di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perché da questi felli
+sien dipartiti, e perché men crucciata
+la divina vendetta li martelli».
+
+«O sol che sani ogne vista turbata,
+tu mi contenti sì quando tu solvi,
+che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
+diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
+la divina bontade, e ’l groppo solvi».
+
+«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
+nota, non pure in una sola parte,
+come natura lo suo corso prende
+
+dal divino ’ntelletto e da sua arte;
+e se tu ben la tua Fisica note,
+tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che l’arte vostra quella, quanto pote,
+segue, come ’l maestro fa ’l discente;
+sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+lo Genesì dal principio, convene
+prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perché l’usuriere altra via tene,
+per sé natura e per la sua seguace
+dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
+ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
+e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
+
+e ’l balzo via là oltra si dismonta».
+
+
+
+
+Canto XII
+
+
+Era lo loco ov’ a scender la riva
+venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
+tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual è quella ruina che nel fianco
+di qua da Trento l’Adice percosse,
+o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+al piano è sì la roccia discoscesa,
+ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+e ’n su la punta de la rotta lacca
+l’infamïa di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+e quando vide noi, sé stesso morse,
+sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
+tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
+che sù nel mondo la morte ti porse?
+
+Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
+ammaestrato da la tua sorella,
+ma vassi per veder le vostre pene».
+
+Qual è quel toro che si slaccia in quella
+c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
+che gir non sa, ma qua e là saltella,
+
+vid’ io lo Minotauro far cotale;
+e quello accorto gridò: «Corri al varco;
+mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
+
+Così prendemmo via giù per lo scarco
+di quelle pietre, che spesso moviensi
+sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
+forse a questa ruina, ch’è guardata
+da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
+
+Or vo’ che sappi che l’altra fïata
+ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
+questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+che venisse colui che la gran preda
+levò a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti l’alta valle feda
+tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
+sentisse amor, per lo qual è chi creda
+
+più volte il mondo in caòsso converso;
+e in quel punto questa vecchia roccia,
+qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
+la riviera del sangue in la qual bolle
+qual che per vïolenza in altrui noccia».
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+che sì ci sproni ne la vita corta,
+e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
+
+Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
+come quella che tutto ’l piano abbraccia,
+secondo ch’avea detto la mia scorta;
+
+e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
+corrien centauri, armati di saette,
+come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+e de la schiera tre si dipartiro
+con archi e asticciuole prima elette;
+
+e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
+venite voi che scendete la costa?
+Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
+
+Lo mio maestro disse: «La risposta
+farem noi a Chirón costà di presso:
+mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
+
+Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
+che morì per la bella Deianira,
+e fé di sé la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
+è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
+quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+saettando qual anima si svelle
+del sangue più che sua colpa sortille».
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+Chirón prese uno strale, e con la cocca
+fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
+disse a’ compagni: «Siete voi accorti
+che quel di retro move ciò ch’el tocca?
+
+Così non soglion far li piè d’i morti».
+E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
+dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
+mostrar li mi convien la valle buia;
+necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
+
+Tal si partì da cantare alleluia
+che mi commise quest’ officio novo:
+non è ladron, né io anima fuia.
+
+Ma per quella virtù per cu’ io movo
+li passi miei per sì selvaggia strada,
+danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri là dove si guada,
+e che porti costui in su la groppa,
+ché non è spirto che per l’aere vada».
+
+Chirón si volse in su la destra poppa,
+e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
+e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+lungo la proda del bollor vermiglio,
+dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
+che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
+che fé Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
+è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
+è Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro sù nel mondo».
+Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+«Questi ti sia or primo, e io secondo».
+
+Poco più oltre il centauro s’affisse
+sovr’ una gente che ’nfino a la gola
+parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
+dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
+lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
+e di costoro assai riconobb’ io.
+
+Così a più a più si facea basso
+quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
+e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+«Sì come tu da questa parte vedi
+lo bulicame che sempre si scema»,
+disse ’l centauro, «voglio che tu credi
+
+che da quest’ altra a più a più giù prema
+lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
+ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+quell’ Attila che fu flagello in terra,
+e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+che fecero a le strade tanta guerra».
+
+Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
+
+
+
+
+Canto XIII
+
+
+Non era ancor di là Nesso arrivato,
+quando noi ci mettemmo per un bosco
+che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
+non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
+
+Non han sì aspri sterpi né sì folti
+quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
+tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+che cacciar de le Strofade i Troiani
+con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
+fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E ’l buon maestro «Prima che più entre,
+sappi che se’ nel secondo girone»,
+mi cominciò a dire, «e sarai mentre
+
+che tu verrai ne l’orribil sabbione.
+Però riguarda ben; sì vederai
+cose che torrien fede al mio sermone».
+
+Io sentia d’ogne parte trarre guai
+e non vedea persona che ’l facesse;
+per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
+
+Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
+che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+da gente che per noi si nascondesse.
+
+Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
+qualche fraschetta d’una d’este piante,
+li pensier c’hai si faran tutti monchi».
+
+Allor porsi la mano un poco avante
+e colsi un ramicel da un gran pruno;
+e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
+non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
+se state fossimo anime di serpi».
+
+Come d’un stizzo verde ch’arso sia
+da l’un de’ capi, che da l’altro geme
+e cigola per vento che va via,
+
+sì de la scheggia rotta usciva insieme
+parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
+cadere, e stetti come l’uom che teme.
+
+«S’elli avesse potuto creder prima»,
+rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
+ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ma la cosa incredibile mi fece
+indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
+d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
+nel mondo sù, dove tornar li lece».
+
+E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
+ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
+perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+del cor di Federigo, e che le volsi,
+serrando e diserrando, sì soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
+fede portai al glorïoso offizio,
+tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
+
+La meretrice che mai da l’ospizio
+di Cesare non torse li occhi putti,
+morte comune e de le corti vizio,
+
+infiammò contra me li animi tutti;
+e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
+che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+L’animo mio, per disdegnoso gusto,
+credendo col morir fuggir disdegno,
+ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici d’esto legno
+vi giuro che già mai non ruppi fede
+al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+conforti la memoria mia, che giace
+ancor del colpo che ’nvidia le diede».
+
+Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
+disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
+ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
+
+Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
+di quel che credi ch’a me satisfaccia;
+ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
+
+Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
+liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
+spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come l’anima si lega
+in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+s’alcuna mai di tai membra si spiega».
+
+Allor soffiò il tronco forte, e poi
+si convertì quel vento in cotal voce:
+«Brievemente sarà risposto a voi.
+
+Quando si parte l’anima feroce
+dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
+Minòs la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
+ma là dove fortuna la balestra,
+quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come l’altre verrem per nostre spoglie,
+ma non però ch’alcuna sen rivesta,
+ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
+
+Qui le strascineremo, e per la mesta
+selva saranno i nostri corpi appesi,
+ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+credendo ch’altro ne volesse dire,
+quando noi fummo d’un romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
+ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
+che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
+E l’altro, cui pareva tardar troppo,
+gridava: «Lano, sì non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
+E poi che forse li fallia la lena,
+di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+di nere cagne, bramose e correnti
+come veltri ch’uscisser di catena.
+
+In quel che s’appiattò miser li denti,
+e quel dilaceraro a brano a brano;
+poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+e menommi al cespuglio che piangea
+per le rotture sanguinenti in vano.
+
+«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
+che t’è giovato di me fare schermo?
+che colpa ho io de la tua vita rea?».
+
+Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
+disse: «Chi fosti, che per tante punte
+soffi con sangue doloroso sermo?».
+
+Ed elli a noi: «O anime che giunte
+siete a veder lo strazio disonesto
+c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
+
+raccoglietele al piè del tristo cesto.
+I’ fui de la città che nel Batista
+mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
+
+sempre con l’arte sua la farà trista;
+e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
+rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que’ cittadin che poi la rifondarno
+sovra ’l cener che d’Attila rimase,
+avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibetto a me de le mie case».
+
+
+
+
+Canto XIV
+
+
+Poi che la carità del natio loco
+mi strinse, raunai le fronde sparte
+e rende’le a colui, ch’era già fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+lo secondo giron dal terzo, e dove
+si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+dico che arrivammo ad una landa
+che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l’è ghirlanda
+intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
+quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+non d’altra foggia fatta che colei
+che fu da’ piè di Caton già soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+esser temuta da ciascun che legge
+ciò che fu manifesto a li occhi mei!
+
+D’anime nude vidi molte gregge
+che piangean tutte assai miseramente,
+e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+alcuna si sedea tutta raccolta,
+e altra andava continüamente.
+
+Quella che giva ’ntorno era più molta,
+e quella men che giacëa al tormento,
+ma più al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
+piovean di foco dilatate falde,
+come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
+fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
+con le sue schiere, acciò che lo vapore
+mei si stingueva mentre ch’era solo:
+
+tale scendeva l’etternale ardore;
+onde la rena s’accendea, com’ esca
+sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+de le misere mani, or quindi or quinci
+escotendo da sé l’arsura fresca.
+
+I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
+tutte le cose, fuor che ’ demon duri
+ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi è quel grande che non par che curi
+lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
+sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+ch’io domandava il mio duca di lui,
+gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
+crucciato prese la folgore aguta
+onde l’ultimo dì percosso fui;
+
+o s’elli stanchi li altri a muta a muta
+in Mongibello a la focina negra,
+chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
+
+sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
+e me saetti con tutta sua forza:
+non ne potrebbe aver vendetta allegra».
+
+Allora il duca mio parlò di forza
+tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
+«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
+
+la tua superbia, se’ tu più punito;
+nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+sarebbe al tuo furor dolor compito».
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
+ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
+ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
+sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
+
+Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
+fuor de la selva un picciol fiumicello,
+lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+che parton poi tra lor le peccatrici,
+tal per la rena giù sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
+per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
+
+«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
+poscia che noi intrammo per la porta
+lo cui sogliare a nessuno è negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+notabile com’ è ’l presente rio,
+che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
+di cui largito m’avëa il disio.
+
+«In mezzo mar siede un paese guasto»,
+diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
+sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
+
+Una montagna v’è che già fu lieta
+d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
+or è diserta come cosa vieta.
+
+Rëa la scelse già per cuna fida
+del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+che tien volte le spalle inver’ Dammiata
+e Roma guarda come süo speglio.
+
+La sua testa è di fin oro formata,
+e puro argento son le braccia e ’l petto,
+poi è di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso è tutto ferro eletto,
+salvo che ’l destro piede è terra cotta;
+e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
+d’una fessura che lagrime goccia,
+le quali, accolte, fóran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia;
+fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+poi sen van giù per questa stretta doccia,
+
+infin, là ove più non si dismonta,
+fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+tu lo vedrai, però qui non si conta».
+
+E io a lui: «Se ’l presente rigagno
+si diriva così dal nostro mondo,
+perché ci appar pur a questo vivagno?».
+
+Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
+e tutto che tu sie venuto molto,
+pur a sinistra, giù calando al fondo,
+
+non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
+per che, se cosa n’apparisce nova,
+non de’ addur maraviglia al tuo volto».
+
+E io ancor: «Maestro, ove si trova
+Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
+e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
+
+«In tutte tue question certo mi piaci»,
+rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
+dovea ben solver l’una che tu faci.
+
+Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
+là dove vanno l’anime a lavarsi
+quando la colpa pentuta è rimossa».
+
+Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
+dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne».
+
+
+
+
+Canto XV
+
+
+Ora cen porta l’un de’ duri margini;
+e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
+fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+per difender lor ville e lor castelli,
+anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+tutto che né sì alti né sì grossi,
+qual che si fosse, lo maestro félli.
+
+Già eravam da la selva rimossi
+tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
+perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo d’anime una schiera
+che venian lungo l’argine, e ciascuna
+ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
+come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Così adocchiato da cotal famiglia,
+fui conosciuto da un, che mi prese
+per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
+
+E io, quando ’l suo braccio a me distese,
+ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
+sì che ’l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
+e chinando la mano a la sua faccia,
+rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
+
+E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
+se Brunetto Latino un poco teco
+ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
+
+I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
+e se volete che con voi m’asseggia,
+faròl, se piace a costui che vo seco».
+
+«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
+s’arresta punto, giace poi cent’ anni
+sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
+
+Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
+e poi rigiugnerò la mia masnada,
+che va piangendo i suoi etterni danni».
+
+Io non osava scender de la strada
+per andar par di lui; ma ’l capo chino
+tenea com’ uom che reverente vada.
+
+El cominciò: «Qual fortuna o destino
+anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
+e chi è questi che mostra ’l cammino?».
+
+«Là sù di sopra, in la vita serena»,
+rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
+avanti che l’età mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
+e reducemi a ca per questo calle».
+
+Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
+non puoi fallire a glorïoso porto,
+se ben m’accorsi ne la vita bella;
+
+e s’io non fossi sì per tempo morto,
+veggendo il cielo a te così benigno,
+dato t’avrei a l’opera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+che discese di Fiesole ab antico,
+e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si farà, per tuo ben far, nimico;
+ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
+si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+gent’ è avara, invidiosa e superba:
+dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+che l’una parte e l’altra avranno fame
+di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+s’alcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+di que’ Roman che vi rimaser quando
+fu fatto il nido di malizia tanta».
+
+«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
+rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
+de l’umana natura posto in bando;
+
+ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
+la cara e buona imagine paterna
+di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+m’insegnavate come l’uom s’etterna:
+e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
+convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Ciò che narrate di mio corso scrivo,
+e serbolo a chiosar con altro testo
+a donna che saprà, s’a lei arrivo.
+
+Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
+pur che mia coscïenza non mi garra,
+ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
+però giri Fortuna la sua rota
+come le piace, e ’l villan la sua marra».
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+destra si volse in dietro e riguardommi;
+poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
+
+Né per tanto di men parlando vommi
+con ser Brunetto, e dimando chi sono
+li suoi compagni più noti e più sommi.
+
+Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
+de li altri fia laudabile tacerci,
+ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+e litterati grandi e di gran fama,
+d’un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
+s’avessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de’ servi
+fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
+dove lasciò li mal protesi nervi.
+
+Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
+più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
+là surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+che corrono a Verona il drappo verde
+per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+
+Canto XVI
+
+
+Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
+de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
+simile a quel che l’arnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+correndo, d’una torma che passava
+sotto la pioggia de l’aspro martiro.
+
+Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
+«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
+esser alcun di nostra terra prava».
+
+Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
+ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor s’attese;
+volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
+disse, «a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+la natura del loco, i’ dicerei
+che meglio stesse a te che a lor la fretta».
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+fenno una rota di sé tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+avvisando lor presa e lor vantaggio,
+prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+così rotando, ciascuno il visaggio
+drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
+faceva ai piè continüo vïaggio.
+
+E «Se miseria d’esto loco sollo
+rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
+cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
+così sicuro per lo ’nferno freghi.
+
+Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
+tutto che nudo e dipelato vada,
+fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+fece col senno assai e con la spada.
+
+L’altro, ch’appresso me la rena trita,
+è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+nel mondo sù dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+Iacopo Rusticucci fui, e certo
+la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
+
+S’i’ fossi stato dal foco coperto,
+gittato mi sarei tra lor di sotto,
+e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
+
+ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
+vinse paura la mia buona voglia
+che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
+la vostra condizion dentro mi fisse,
+tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+parole per le quali i’ mi pensai
+che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+l’ovra di voi e li onorati nomi
+con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+promessi a me per lo verace duca;
+ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
+
+«Se lungamente l’anima conduca
+le membra tue», rispuose quelli ancora,
+«e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor dì se dimora
+ne la nostra città sì come suole,
+o se del tutto se n’è gita fora;
+
+ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+con noi per poco e va là coi compagni,
+assai ne cruccia con le sue parole».
+
+«La gente nuova e i sùbiti guadagni
+orgoglio e dismisura han generata,
+Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
+
+Così gridai con la faccia levata;
+e i tre, che ciò inteser per risposta,
+guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
+
+«Se l’altre volte sì poco ti costa»,
+rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
+felice te se sì parli a tua posta!
+
+Però, se campi d’esti luoghi bui
+e torni a riveder le belle stelle,
+quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
+
+fa che di noi a la gente favelle».
+Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria possuto dirsi
+tosto così com’ e’ fuoro spariti;
+per ch’al maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
+che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume c’ha proprio cammino
+prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
+da la sinistra costa d’Apennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+che si divalli giù nel basso letto,
+e a Forlì di quel nome è vacante,
+
+rimbomba là sovra San Benedetto
+de l’Alpe per cadere ad una scesa
+ove dovea per mille esser recetto;
+
+così, giù d’una ripa discoscesa,
+trovammo risonar quell’ acqua tinta,
+sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+e con essa pensai alcuna volta
+prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
+sì come ’l duca m’avea comandato,
+porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
+e alquanto di lunge da la sponda
+la gittò giuso in quell’ alto burrato.
+
+‘E’ pur convien che novità risponda’,
+dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
+che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+presso a color che non veggion pur l’ovra,
+ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: «Tosto verrà di sovra
+ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
+tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
+
+Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
+de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
+però che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+di questa comedìa, lettor, ti giuro,
+s’elle non sien di lunga grazia vòte,
+
+ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
+venir notando una figura in suso,
+maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+sì come torna colui che va giuso
+talora a solver l’àncora ch’aggrappa
+o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
+
+che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.
+
+
+
+
+Canto XVII
+
+
+«Ecco la fiera con la coda aguzza,
+che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
+Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
+
+Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
+e accennolle che venisse a proda,
+vicino al fin d’i passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
+ma ’n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia d’uom giusto,
+tanto benigna avea di fuor la pelle,
+e d’un serpente tutto l’altro fusto;
+
+due branche avea pilose insin l’ascelle;
+lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
+dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con più color, sommesse e sovraposte
+non fer mai drappi Tartari né Turchi,
+né fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come talvolta stanno a riva i burchi,
+che parte sono in acqua e parte in terra,
+e come là tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero s’assetta a far sua guerra,
+così la fiera pessima si stava
+su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+torcendo in sù la venenosa forca
+ch’a guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: «Or convien che si torca
+la nostra via un poco insino a quella
+bestia malvagia che colà si corca».
+
+Però scendemmo a la destra mammella,
+e diece passi femmo in su lo stremo,
+per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+poco più oltre veggio in su la rena
+gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
+esperïenza d’esto giron porti»,
+mi disse, «va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian là corti;
+mentre che torni, parlerò con questa,
+che ne conceda i suoi omeri forti».
+
+Così ancor su per la strema testa
+di quel settimo cerchio tutto solo
+andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+di qua, di là soccorrien con le mani
+quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+or col ceffo or col piè, quando son morsi
+o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ne’ quali ’l doloroso foco casca,
+non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ch’avea certo colore e certo segno,
+e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
+
+E com’ io riguardando tra lor vegno,
+in una borsa gialla vidi azzurro
+che d’un leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+vidine un’altra come sangue rossa,
+mostrando un’oca bianca più che burro.
+
+E un che d’una scrofa azzurra e grossa
+segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
+sappi che ’l mio vicin Vitalïano
+sederà qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
+gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
+
+che recherà la tasca con tre becchi!”».
+Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
+
+E io, temendo no ’l più star crucciasse
+lui che di poco star m’avea ’mmonito,
+torna’mi in dietro da l’anime lasse.
+
+Trova’ il duca mio ch’era salito
+già su la groppa del fiero animale,
+e disse a me: «Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per sì fatte scale;
+monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
+sì che la coda non possa far male».
+
+Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
+de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
+e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
+
+tal divenn’ io a le parole porte;
+ma vergogna mi fé le sue minacce,
+che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I’ m’assettai in su quelle spallacce;
+sì volli dir, ma la voce non venne
+com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
+
+Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
+ad altro forse, tosto ch’i’ montai
+con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
+
+e disse: «Gerïon, moviti omai:
+le rote larghe, e lo scender sia poco;
+pensa la nova soma che tu hai».
+
+Come la navicella esce di loco
+in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
+e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
+
+là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
+e quella tesa, come anguilla, mosse,
+e con le branche l’aere a sé raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+quando Fetonte abbandonò li freni,
+per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+né quando Icaro misero le reni
+sentì spennar per la scaldata cera,
+gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
+
+che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
+ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
+ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta;
+rota e discende, ma non me n’accorgo
+se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia già da la man destra il gorgo
+far sotto noi un orribile scroscio,
+per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
+
+Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
+però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
+ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, ché nol vedea davanti,
+lo scendere e ’l girar per li gran mali
+che s’appressavan da diversi canti.
+
+Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
+che sanza veder logoro o uccello
+fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+per cento rote, e da lunge si pone
+dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+così ne puose al fondo Gerïone
+al piè al piè de la stagliata rocca,
+e, discarcate le nostre persone,
+
+si dileguò come da corda cocca.
+
+
+
+
+Canto XVIII
+
+
+Luogo è in inferno detto Malebolge,
+tutto di pietra di color ferrigno,
+come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+di cui suo loco dicerò l’ordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque è tondo
+tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
+e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+più e più fossi cingon li castelli,
+la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+e come a tai fortezze da’ lor sogli
+a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+così da imo de la roccia scogli
+movien che ricidien li argini e ’ fossi
+infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
+tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+novo tormento e novi frustatori,
+di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
+di là con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per l’essercito molto,
+l’anno del giubileo, su per lo ponte
+hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da l’un lato tutti hanno la fronte
+verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
+da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
+
+Di qua, di là, su per lo sasso tetro
+vidi demon cornuti con gran ferze,
+che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+a le prime percosse! già nessuno
+le seconde aspettava né le terze.
+
+Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
+furo scontrati; e io sì tosto dissi:
+«Già di veder costui non son digiuno».
+
+Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
+e ’l dolce duca meco si ristette,
+e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+bassando ’l viso; ma poco li valse,
+ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+Venedico se’ tu Caccianemico.
+Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
+
+Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;
+ma sforzami la tua chiara favella,
+che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I’ fui colui che la Ghisolabella
+condussi a far la voglia del marchese,
+come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+anzi n’è questo loco tanto pieno,
+che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
+e se di ciò vuoi fede o testimonio,
+rècati a mente il nostro avaro seno».
+
+Così parlando il percosse un demonio
+de la sua scurïada, e disse: «Via,
+ruffian! qui non son femmine da conio».
+
+I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
+poscia con pochi passi divenimmo
+là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+e vòlti a destra su per la sua scheggia,
+da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
+di sotto per dar passo a li sferzati,
+lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest’ altri mal nati,
+ai quali ancor non vedesti la faccia
+però che son con noi insieme andati».
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+che venìa verso noi da l’altra banda,
+e che la ferza similmente scaccia.
+
+E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
+mi disse: «Guarda quel grande che vene,
+e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
+li Colchi del monton privati féne.
+
+Ello passò per l’isola di Lenno
+poi che l’ardite femmine spietate
+tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+Isifile ingannò, la giovinetta
+che prima avea tutte l’altre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+tal colpa a tal martiro lui condanna;
+e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+e questo basti de la prima valle
+sapere e di color che ’n sé assanna».
+
+Già eravam là ’ve lo stretto calle
+con l’argine secondo s’incrocicchia,
+e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
+e sé medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate d’una muffa,
+per l’alito di giù che vi s’appasta,
+che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
+loco a veder sanza montare al dosso
+de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
+vidi gente attuffata in uno sterco
+che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
+vidi un col capo sì di merda lordo,
+che non parëa s’era laico o cherco.
+
+Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
+di riguardar più me che li altri brutti?».
+E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
+
+già t’ho veduto coi capelli asciutti,
+e se’ Alessio Interminei da Lucca:
+però t’adocchio più che li altri tutti».
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
+ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
+
+Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
+mi disse, «il viso un poco più avante,
+sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+che là si graffia con l’unghie merdose,
+e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
+
+Taïde è, la puttana che rispuose
+al drudo suo quando disse “Ho io grazie
+grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
+
+E quinci sian le nostre viste sazie».
+
+
+
+
+Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+che le cose di Dio, che di bontate
+deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+or convien che per voi suoni la tromba,
+però che ne la terza bolgia state.
+
+Già eravamo, a la seguente tomba,
+montati de lo scoglio in quella parte
+ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
+
+O somma sapïenza, quanta è l’arte
+che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+e quanto giusto tua virtù comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+piena la pietra livida di fóri,
+d’un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi né maggiori
+che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
+fatti per loco d’i battezzatori;
+
+l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
+rupp’ io per un che dentro v’annegava:
+e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+d’un peccator li piedi e de le gambe
+infino al grosso, e l’altro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+per che sì forte guizzavan le giunte,
+che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+muoversi pur su per la strema buccia,
+tal era lì dai calcagni a le punte.
+
+«Chi è colui, maestro, che si cruccia
+guizzando più che li altri suoi consorti»,
+diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
+
+Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
+là giù per quella ripa che più giace,
+da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
+
+E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
+tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
+dal tuo volere, e sai quel che si tace».
+
+Allor venimmo in su l’argine quarto;
+volgemmo e discendemmo a mano stanca
+là giù nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
+di quel che si piangeva con la zanca.
+
+«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
+anima trista come pal commessa»,
+comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
+
+Io stava come ’l frate che confessa
+lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
+richiama lui per che la morte cessa.
+
+Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
+se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
+Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
+
+Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
+per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
+la bella donna, e poi di farne strazio?».
+
+Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
+per non intender ciò ch’è lor risposto,
+quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
+“Non son colui, non son colui che credi”»;
+e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+poi, sospirando e con voce di pianto,
+mi disse: «Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
+che tu abbi però la ripa corsa,
+sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de l’orsa,
+cupido sì per avanzar li orsatti,
+che sù l’avere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+che precedetter me simoneggiando,
+per le fessure de la pietra piatti.
+
+Là giù cascherò io altresì quando
+verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
+allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
+
+Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
+e ch’i’ son stato così sottosopra,
+ch’el non starà piantato coi piè rossi:
+
+ché dopo lui verrà di più laida opra,
+di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
+tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
+ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
+suo re, così fia lui chi Francia regge».
+
+Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
+ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
+«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
+Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
+
+Né Pier né li altri tolsero a Matia
+oro od argento, quando fu sortito
+al loco che perdé l’anima ria.
+
+Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
+e guarda ben la mal tolta moneta
+ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
+la reverenza de le somme chiavi
+che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor più gravi;
+ché la vostra avarizia il mondo attrista,
+calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
+quando colei che siede sopra l’acque
+puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+e da le diece corna ebbe argomento,
+fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
+e che altro è da voi a l’idolatre,
+se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+non la tua conversion, ma quella dote
+che da te prese il primo ricco patre!».
+
+E mentr’ io li cantava cotai note,
+o ira o coscïenza che ’l mordesse,
+forte spingava con ambo le piote.
+
+I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
+con sì contenta labbia sempre attese
+lo suon de le parole vere espresse.
+
+Però con ambo le braccia mi prese;
+e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
+rimontò per la via onde discese.
+
+Né si stancò d’avermi a sé distretto,
+sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
+che dal quarto al quinto argine è tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+soave per lo scoglio sconcio ed erto
+che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+
+Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+e dar matera al ventesimo canto
+de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
+
+Io era già disposto tutto quanto
+a riguardar ne lo scoperto fondo,
+che si bagnava d’angoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+venir, tacendo e lagrimando, al passo
+che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come ’l viso mi scese in lor più basso,
+mirabilmente apparve esser travolto
+ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
+
+ché da le reni era tornato ’l volto,
+e in dietro venir li convenia,
+perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza già di parlasia
+si travolse così alcun del tutto;
+ma io nol vidi, né credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+di tua lezione, or pensa per te stesso
+com’ io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
+le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
+del duro scoglio, sì che la mia scorta
+mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
+chi è più scellerato che colui
+che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
+per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
+
+Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
+E non restò di ruinare a valle
+fino a Minòs che ciascheduno afferra.
+
+Mira c’ha fatto petto de le spalle;
+perché volle veder troppo davante,
+di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che mutò sembiante
+quando di maschio femmina divenne,
+cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+li duo serpenti avvolti, con la verga,
+che rïavesse le maschili penne.
+
+Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
+che ne’ monti di Luni, dove ronca
+lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
+per sua dimora; onde a guardar le stelle
+e ’l mar non li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+e ha di là ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cercò per terre molte;
+poscia si puose là dove nacqu’ io;
+onde un poco mi piace che m’ascolte.
+
+Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
+e venne serva la città di Baco,
+questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+a piè de l’Alpe che serra Lamagna
+sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e più si bagna
+tra Garda e Val Camonica e Pennino
+de l’acqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
+pastore e quel di Brescia e ’l veronese
+segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ove la riva ’ntorno più discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
+e fassi fiume giù per verdi paschi.
+
+Tosto che l’acqua a correr mette co,
+non più Benaco, ma Mencio si chiama
+fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
+ne la qual si distende e la ’mpaluda;
+e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+vide terra, nel mezzo del pantano,
+sanza coltura e d’abitanti nuda.
+
+Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
+ristette con suoi servi a far sue arti,
+e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
+s’accolsero a quel loco, ch’era forte
+per lo pantan ch’avea da tutte parti.
+
+Fer la città sovra quell’ ossa morte;
+e per colei che ’l loco prima elesse,
+Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
+
+Già fuor le genti sue dentro più spesse,
+prima che la mattia da Casalodi
+da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Però t’assenno che, se tu mai odi
+originar la mia terra altrimenti,
+la verità nulla menzogna frodi».
+
+E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
+mi son sì certi e prendon sì mia fede,
+che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ché solo a ciò la mia mente rifiede».
+
+Allor mi disse: «Quel che da la gota
+porge la barba in su le spalle brune,
+fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
+
+sì ch’a pena rimaser per le cune—
+augure, e diede ’l punto con Calcanta
+in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
+l’alta mia tragedìa in alcun loco:
+ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
+Michele Scotto fu, che veramente
+de le magiche frode seppe ’l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
+ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron l’ago,
+la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
+fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
+d’amendue li emisperi e tocca l’onda
+sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e già iernotte fu la luna tonda:
+ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
+alcuna volta per la selva fonda».
+
+Sì mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+
+Canto XXI
+
+
+Così di ponte in ponte, altro parlando
+che la mia comedìa cantar non cura,
+venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
+
+restammo per veder l’altra fessura
+di Malebolge e li altri pianti vani;
+e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
+bolle l’inverno la tenace pece
+a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ché navicar non ponno—in quella vece
+chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+le coste a quel che più vïaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+altri fa remi e altri volge sarte;
+chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
+
+tal, non per foco ma per divin’ arte,
+bollia là giuso una pegola spessa,
+che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
+
+I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
+mai che le bolle che ’l bollor levava,
+e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr’ io là giù fisamente mirava,
+lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
+mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
+
+Allor mi volsi come l’uom cui tarda
+di veder quel che li convien fuggire
+e cui paura sùbita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia ’l partire:
+e vidi dietro a noi un diavol nero
+correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
+e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
+con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
+
+L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
+carcava un peccator con ambo l’anche,
+e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
+ecco un de li anzïan di Santa Zita!
+Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
+
+a quella terra, che n’è ben fornita:
+ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
+del no, per li denar, vi si fa ita».
+
+Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
+si volse; e mai non fu mastino sciolto
+con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
+ma i demon che del ponte avean coperchio,
+gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
+non far sopra la pegola soverchio».
+
+Poi l’addentar con più di cento raffi,
+disser: «Coverto convien che qui balli,
+sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
+
+Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
+fanno attuffare in mezzo la caldaia
+la carne con li uncin, perché non galli.
+
+Lo buon maestro «Acciò che non si paia
+che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
+dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
+perch’ altra volta fui a tal baratta».
+
+Poscia passò di là dal co del ponte;
+e com’ el giunse in su la ripa sesta,
+mestier li fu d’aver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+ch’escono i cani a dosso al poverello
+che di sùbito chiede ove s’arresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+e volser contra lui tutt’ i runcigli;
+ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
+traggasi avante l’un di voi che m’oda,
+e poi d’arruncigliarmi si consigli».
+
+Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
+per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
+e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
+
+«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+esser venuto», disse ’l mio maestro,
+«sicuro già da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
+ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
+
+Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
+ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
+e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
+
+E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
+tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+sicuramente omai a me ti riedi».
+
+Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
+e i diavoli si fecer tutti avanti,
+sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
+
+così vid’ ïo già temer li fanti
+ch’uscivan patteggiati di Caprona,
+veggendo sé tra nemici cotanti.
+
+I’ m’accostai con tutta la persona
+lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
+da la sembianza lor ch’era non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
+diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
+E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+col duca mio, si volse tutto presto
+e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
+
+Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
+iscoglio non si può, però che giace
+tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
+
+E se l’andare avante pur vi piace,
+andatevene su per questa grotta;
+presso è un altro scoglio che via face.
+
+Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
+mille dugento con sessanta sei
+anni compié che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso là di questi miei
+a riguardar s’alcun se ne sciorina;
+gite con lor, che non saranno rei».
+
+«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
+cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
+e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
+Cirïatto sannuto e Graffiacane
+e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate ’ntorno le boglienti pane;
+costor sian salvi infino a l’altro scheggio
+che tutto intero va sovra le tane».
+
+«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
+diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
+se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
+
+Se tu se’ sì accorto come suoli,
+non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
+e con le ciglia ne minaccian duoli?».
+
+Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
+lasciali digrignar pur a lor senno,
+ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
+
+Per l’argine sinistro volta dienno;
+ma prima avea ciascun la lingua stretta
+coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+
+Canto XXII
+
+
+Io vidi già cavalier muover campo,
+e cominciare stormo e far lor mostra,
+e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+o Aretini, e vidi gir gualdane,
+fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+con tamburi e con cenni di castella,
+e con cose nostrali e con istrane;
+
+né già con sì diversa cennamella
+cavalier vidi muover né pedoni,
+né nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
+per veder de la bolgia ogne contegno
+e de la gente ch’entro v’era incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+a’ marinar con l’arco de la schiena
+che s’argomentin di campar lor legno,
+
+talor così, ad alleggiar la pena,
+mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
+e nascondea in men che non balena.
+
+E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
+stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+sì che celano i piedi e l’altro grosso,
+
+sì stavan d’ogne parte i peccatori;
+ma come s’appressava Barbariccia,
+così si ritraén sotto i bollori.
+
+I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
+uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
+ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era più di contra,
+li arruncigliò le ’mpegolate chiome
+e trassel sù, che mi parve una lontra.
+
+I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
+sì li notai quando fuorono eletti,
+e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
+
+«O Rubicante, fa che tu li metti
+li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
+gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
+che tu sappi chi è lo sciagurato
+venuto a man de li avversari suoi».
+
+Lo duca mio li s’accostò allato;
+domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
+«I’ fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
+che m’avea generato d’un ribaldo,
+distruggitor di sé e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+quivi mi misi a far baratteria,
+di ch’io rendo ragione in questo caldo».
+
+E Cirïatto, a cui di bocca uscia
+d’ogne parte una sanna come a porco,
+li fé sentir come l’una sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto ’l sorco;
+ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
+
+E al maestro mio volse la faccia;
+«Domanda», disse, «ancor, se più disii
+saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
+
+Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
+conosci tu alcun che sia latino
+sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
+
+poco è, da un che fu di là vicino.
+Così foss’ io ancor con lui coperto,
+ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
+
+E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
+disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
+sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
+si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
+a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
+domandò ’l duca mio sanza dimoro:
+
+«Chi fu colui da cui mala partita
+di’ che facesti per venire a proda?».
+Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
+ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
+e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse e lasciolli di piano,
+sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
+barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+di Logodoro; e a dir di Sardigna
+le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Omè, vedete l’altro che digrigna;
+i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
+non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
+
+E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
+che stralunava li occhi per fedire,
+disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
+
+«Se voi volete vedere o udire»,
+ricominciò lo spaürato appresso,
+«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+sì ch’ei non teman de le lor vendette;
+e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un ch’io son, ne farò venir sette
+quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
+di fare allor che fori alcun si mette».
+
+Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
+crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
+ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
+
+Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
+rispuose: «Malizioso son io troppo,
+quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
+io non ti verrò dietro di gualoppo,
+
+ma batterò sovra la pece l’ali.
+Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
+a veder se tu sol più di noi vali».
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ciascun da l’altra costa li occhi volse,
+quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+fermò le piante a terra, e in un punto
+saltò e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ma quei più che cagion fu del difetto;
+però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
+
+Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
+non potero avanzar; quelli andò sotto,
+e quei drizzò volando suso il petto:
+
+non altrimenti l’anitra di botto,
+quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
+ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+volando dietro li tenne, invaghito
+che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come ’l barattier fu disparito,
+così volse li artigli al suo compagno,
+e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
+
+Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
+ad artigliar ben lui, e amendue
+cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor sùbito fue;
+ma però di levarsi era neente,
+sì avieno inviscate l’ali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+quattro ne fé volar da l’altra costa
+con tutt’ i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di là discesero a la posta;
+porser li uncini verso li ’mpaniati,
+ch’eran già cotti dentro da la crosta.
+
+E noi lasciammo lor così ’mpacciati.
+
+
+
+
+Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
+come frati minor vanno per via.
+
+Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
+lo mio pensier per la presente rissa,
+dov’ el parlò de la rana e del topo;
+
+ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
+che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
+principio e fine con la mente fissa.
+
+E come l’un pensier de l’altro scoppia,
+così nacque di quello un altro poi,
+che la prima paura mi fé doppia.
+
+Io pensava così: ‘Questi per noi
+sono scherniti con danno e con beffa
+sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
+
+Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
+ei ne verranno dietro più crudeli
+che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
+
+Già mi sentia tutti arricciar li peli
+de la paura e stava in dietro intento,
+quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i’ ho pavento
+d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
+io li ’magino sì, che già li sento».
+
+E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
+l’imagine di fuor tua non trarrei
+più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
+con simile atto e con simile faccia,
+sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
+
+S’elli è che sì la destra costa giaccia,
+che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
+noi fuggirem l’imaginata caccia».
+
+Già non compié di tal consiglio rendere,
+ch’io li vidi venir con l’ali tese
+non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di sùbito mi prese,
+come la madre ch’al romore è desta
+e vede presso a sé le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
+avendo più di lui che di sé cura,
+tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e giù dal collo de la ripa dura
+supin si diede a la pendente roccia,
+che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
+
+Non corse mai sì tosto acqua per doccia
+a volger ruota di molin terragno,
+quand’ ella più verso le pale approccia,
+
+come ’l maestro mio per quel vivagno,
+portandosene me sovra ’l suo petto,
+come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
+del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
+sovresso noi; ma non lì era sospetto:
+
+ché l’alta provedenza che lor volle
+porre ministri de la fossa quinta,
+poder di partirs’ indi a tutti tolle.
+
+Là giù trovammo una gente dipinta
+che giva intorno assai con lenti passi,
+piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+che in Clugnì per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
+ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+venìa sì pian, che noi eravam nuovi
+di compagnia ad ogne mover d’anca.
+
+Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
+alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
+e li occhi, sì andando, intorno movi».
+
+E un che ’ntese la parola tosca,
+di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
+voi che correte sì per l’aura fosca!
+
+Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
+Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
+e poi secondo il suo passo procedi».
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+de l’animo, col viso, d’esser meco;
+ma tardavali ’l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
+mi rimiraron sanza far parola;
+poi si volsero in sé, e dicean seco:
+
+«Costui par vivo a l’atto de la gola;
+e s’e’ son morti, per qual privilegio
+vanno scoperti de la grave stola?».
+
+Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
+de l’ipocriti tristi se’ venuto,
+dir chi tu se’ non avere in dispregio».
+
+E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
+sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
+e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
+e che pena è in voi che sì sfavilla?».
+
+E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
+son di piombo sì grosse, che li pesi
+fan così cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+io Catalano e questi Loderingo
+nomati, e da tua terra insieme presi
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+per conservar sua pace; e fummo tali,
+ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
+
+Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;
+ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
+un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+soffiando ne la barba con sospiri;
+e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
+
+mi disse: «Quel confitto che tu miri,
+consigliò i Farisei che convenia
+porre un uom per lo popolo a’ martìri.
+
+Attraversato è, nudo, ne la via,
+come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
+qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+in questa fossa, e li altri dal concilio
+che fu per li Giudei mala sementa».
+
+Allor vid’ io maravigliar Virgilio
+sovra colui ch’era disteso in croce
+tanto vilmente ne l’etterno essilio.
+
+Poscia drizzò al frate cotal voce:
+«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+s’a la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+sanza costrigner de li angeli neri
+che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
+
+Rispuose adunque: «Più che tu non speri
+s’appressa un sasso che da la gran cerchia
+si move e varca tutt’ i vallon feri,
+
+salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
+montar potrete su per la ruina,
+che giace in costa e nel fondo soperchia».
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+poi disse: «Mal contava la bisogna
+colui che i peccator di qua uncina».
+
+E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
+del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
+ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
+
+Appresso il duca a gran passi sen gì,
+turbato un poco d’ira nel sembiante;
+ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+
+Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
+e già le notti al mezzo dì sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+l’imagine di sua sorella bianca,
+ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+si leva, e guarda, e vede la campagna
+biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
+
+ritorna in casa, e qua e là si lagna,
+come ’l tapin che non sa che si faccia;
+poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
+in poco d’ora, e prende suo vincastro
+e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Così mi fece sbigottir lo mastro
+quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
+e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
+
+ché, come noi venimmo al guasto ponte,
+lo duca a me si volse con quel piglio
+dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+eletto seco riguardando prima
+ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei ch’adopera ed estima,
+che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
+così, levando me sù ver’ la cima
+
+d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
+dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
+ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+potavam sù montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+più che da l’altro era la costa corta,
+non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perché Malebolge inver’ la porta
+del bassissimo pozzo tutta pende,
+lo sito di ciascuna valle porta
+
+che l’una costa surge e l’altra scende;
+noi pur venimmo al fine in su la punta
+onde l’ultima pietra si scoscende.
+
+La lena m’era del polmon sì munta
+quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
+anzi m’assisi ne la prima giunta.
+
+«Omai convien che tu così ti spoltre»,
+disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
+in fama non si vien, né sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+cotal vestigio in terra di sé lascia,
+qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E però leva sù; vinci l’ambascia
+con l’animo che vince ogne battaglia,
+se col suo grave corpo non s’accascia.
+
+Più lunga scala convien che si saglia;
+non basta da costoro esser partito.
+Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
+
+Leva’mi allor, mostrandomi fornito
+meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
+e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
+ed erto più assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+onde una voce uscì de l’altro fosso,
+a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
+fossi de l’arco già che varca quivi;
+ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
+non poteano ire al fondo per lo scuro;
+per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
+
+da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
+così giù veggio e neente affiguro».
+
+«Altra risposta», disse, «non ti rendo
+se non lo far; ché la dimanda onesta
+si de’ seguir con l’opera tacendo».
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
+e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+di serpenti, e di sì diversa mena
+che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Più non si vanti Libia con sua rena;
+ché se chelidri, iaculi e faree
+produce, e cencri con anfisibena,
+
+né tante pestilenzie né sì ree
+mostrò già mai con tutta l’Etïopia
+né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+corrëan genti nude e spaventate,
+sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+quelle ficcavan per le ren la coda
+e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
+s’avventò un serpente che ’l trafisse
+là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
+
+Né O sì tosto mai né I si scrisse,
+com’ el s’accese e arse, e cener tutto
+convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra sì distrutto,
+la polver si raccolse per sé stessa
+e ’n quel medesmo ritornò di butto.
+
+Così per li gran savi si confessa
+che la fenice more e poi rinasce,
+quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba né biado in sua vita non pasce,
+ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
+e nardo e mirra son l’ultime fasce.
+
+E qual è quel che cade, e non sa como,
+per forza di demon ch’a terra il tira,
+o d’altra oppilazion che lega l’omo,
+
+quando si leva, che ’ntorno si mira
+tutto smarrito de la grande angoscia
+ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era ’l peccator levato poscia.
+Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
+che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domandò poi chi ello era;
+per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
+poco tempo è, in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
+bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
+
+E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
+e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
+ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
+
+E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
+ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
+e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
+ne la miseria dove tu mi vedi,
+che quando fui de l’altra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+in giù son messo tanto perch’ io fui
+ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
+
+e falsamente già fu apposto altrui.
+Ma perché di tal vista tu non godi,
+se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
+poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ch’è di torbidi nuvoli involuto;
+e con tempesta impetüosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
+sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
+
+E detto l’ho perché doler ti debbia!».
+
+
+
+
+Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+le mani alzò con amendue le fiche,
+gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+perch’ una li s’avvolse allora al collo,
+come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
+
+e un’altra a le braccia, e rilegollo,
+ribadendo sé stessa sì dinanzi,
+che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
+d’incenerarti sì che più non duri,
+poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
+non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
+
+El si fuggì che non parlò più verbo;
+e io vidi un centauro pien di rabbia
+venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
+
+Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
+quante bisce elli avea su per la groppa
+infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+con l’ali aperte li giacea un draco;
+e quello affuoca qualunque s’intoppa.
+
+Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
+che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
+di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co’ suoi fratei per un cammino,
+per lo furto che frodolente fece
+del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+sotto la mazza d’Ercule, che forse
+gliene diè cento, e non sentì le diece».
+
+Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
+e tre spiriti venner sotto noi,
+de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
+
+se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
+per che nostra novella si ristette,
+e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+come suol seguitar per alcun caso,
+che l’un nomar un altro convenette,
+
+dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
+per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
+mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se’ or, lettore, a creder lento
+ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
+ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
+e un serpente con sei piè si lancia
+dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
+
+Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
+e con li anterïor le braccia prese;
+poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+e miseli la coda tra ’mbedue
+e dietro per le ren sù la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ad alber sì, come l’orribil fiera
+per l’altrui membra avviticchiò le sue.
+
+Poi s’appiccar, come di calda cera
+fossero stati, e mischiar lor colore,
+né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
+
+come procede innanzi da l’ardore,
+per lo papiro suso, un color bruno
+che non è nero ancora e ’l bianco more.
+
+Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
+gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
+Vedi che già non se’ né due né uno».
+
+Già eran li due capi un divenuti,
+quando n’apparver due figure miste
+in una faccia, ov’ eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
+divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+due e nessun l’imagine perversa
+parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come ’l ramarro sotto la gran fersa
+dei dì canicular, cangiando sepe,
+folgore par se la via attraversa,
+
+sì pareva, venendo verso l’epe
+de li altri due, un serpentello acceso,
+livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima è preso
+nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
+poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
+anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
+pur come sonno o febbre l’assalisse.
+
+Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
+l’un per la piaga e l’altro per la bocca
+fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
+del misero Sabello e di Nasidio,
+e attenda a udir quel ch’or si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
+ché se quello in serpente e quella in fonte
+converte poetando, io non lo ’nvidio;
+
+ché due nature mai a fronte a fronte
+non trasmutò sì ch’amendue le forme
+a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+che ’l serpente la coda in forca fesse,
+e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
+non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+che si perdeva là, e la sua pelle
+si facea molle, e quella di là dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
+e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
+tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
+diventaron lo membro che l’uom cela,
+e ’l misero del suo n’avea due porti.
+
+Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
+di color novo, e genera ’l pel suso
+per l’una parte e da l’altra il dipela,
+
+l’un si levò e l’altro cadde giuso,
+non torcendo però le lucerne empie,
+sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
+e di troppa matera ch’in là venne
+uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ciò che non corse in dietro e si ritenne
+di quel soverchio, fé naso a la faccia
+e le labbra ingrossò quanto convenne.
+
+Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
+e li orecchi ritira per la testa
+come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, ch’avëa unita e presta
+prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
+
+L’anima ch’era fiera divenuta,
+suffolando si fugge per la valle,
+e l’altro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
+com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
+
+Così vid’ io la settima zavorra
+mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+la novità se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+fossero alquanto e l’animo smagato,
+non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ed era quel che sol, di tre compagni
+che venner prima, non era mutato;
+
+l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+
+Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
+che per mare e per terra batti l’ali,
+e per lo ’nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
+
+E se già fosse, non saria per tempo.
+Così foss’ ei, da che pur esser dee!
+ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+che n’avea fatto iborni a scender pria,
+rimontò ’l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
+lo piè sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
+e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
+
+perché non corra che virtù nol guidi;
+sì che, se stella bona o miglior cosa
+m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
+
+Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
+nel tempo che colui che ’l mondo schiara
+la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede a la zanzara,
+vede lucciole giù per la vallea,
+forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
+tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengiò con li orsi
+vide ’l carro d’Elia al dipartire,
+quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea sì con li occhi seguire,
+ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
+sì come nuvoletta, in sù salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
+e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
+sì che s’io non avessi un ronchion preso,
+caduto sarei giù sanz’ esser urto.
+
+E ’l duca che mi vide tanto atteso,
+disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
+catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
+
+«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
+son io più certo; ma già m’era avviso
+che così fosse, e già voleva dirti:
+
+chi è ’n quel foco che vien sì diviso
+di sopra, che par surger de la pira
+dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
+
+Rispuose a me: «Là dentro si martira
+Ulisse e Dïomede, e così insieme
+a la vendetta vanno come a l’ira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+l’agguato del caval che fé la porta
+onde uscì de’ Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro l’arte per che, morta,
+Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
+e del Palladio pena vi si porta».
+
+«S’ei posson dentro da quelle faville
+parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
+e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de l’attender niego
+fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
+
+Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
+di molta loda, e io però l’accetto;
+ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
+ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
+perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+dove parve al mio duca tempo e loco,
+in questa forma lui parlare audivi:
+
+«O voi che siete due dentro ad un foco,
+s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
+s’io meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+non vi movete; ma l’un di voi dica
+dove, per lui, perduto a morir gissi».
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+cominciò a crollarsi mormorando,
+pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e là menando,
+come fosse la lingua che parlasse,
+gittò voce di fuori e disse: «Quando
+
+mi diparti’ da Circe, che sottrasse
+me più d’un anno là presso a Gaeta,
+prima che sì Enëa la nomasse,
+
+né dolcezza di figlio, né la pieta
+del vecchio padre, né ’l debito amore
+lo qual dovea Penelopè far lieta,
+
+vincer potero dentro a me l’ardore
+ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
+e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per l’alto mare aperto
+sol con un legno e con quella compagna
+picciola da la qual non fui diserto.
+
+L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
+fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
+e l’altre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
+quando venimmo a quella foce stretta
+dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
+
+acciò che l’uom più oltre non si metta;
+da la man destra mi lasciai Sibilia,
+da l’altra già m’avea lasciata Setta.
+
+“O frati”, dissi “che per cento milia
+perigli siete giunti a l’occidente,
+a questa tanto picciola vigilia
+
+d’i nostri sensi ch’è del rimanente
+non vogliate negar l’esperïenza,
+di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+fatti non foste a viver come bruti,
+ma per seguir virtute e canoscenza”.
+
+Li miei compagni fec’ io sì aguti,
+con questa orazion picciola, al cammino,
+che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+de’ remi facemmo ali al folle volo,
+sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle già de l’altro polo
+vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
+che non surgëa fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+lo lume era di sotto da la luna,
+poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
+
+quando n’apparve una montagna, bruna
+per la distanza, e parvemi alta tanto
+quanto veduta non avëa alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
+ché de la nova terra un turbo nacque
+e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
+a la quarta levar la poppa in suso
+e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
+
+infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
+
+
+
+
+Canto XXVII
+
+
+Già era dritta in sù la fiamma e queta
+per non dir più, e già da noi sen gia
+con la licenza del dolce poeta,
+
+quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
+ne fece volger li occhi a la sua cima
+per un confuso suon che fuor n’uscia.
+
+Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
+col pianto di colui, e ciò fu dritto,
+che l’avea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de l’afflitto,
+sì che, con tutto che fosse di rame,
+pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+così, per non aver via né forame
+dal principio nel foco, in suo linguaggio
+si convertïan le parole grame.
+
+Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
+su per la punta, dandole quel guizzo
+che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
+la voce e che parlavi mo lombardo,
+dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
+
+perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
+non t’incresca restare a parlar meco;
+vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+caduto se’ di quella dolce terra
+latina ond’ io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ch’io fui d’i monti là intra Orbino
+e ’l giogo di che Tever si diserra».
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+quando il mio duca mi tentò di costa,
+dicendo: «Parla tu; questi è latino».
+
+E io, ch’avea già pronta la risposta,
+sanza indugio a parlare incominciai:
+«O anima che se’ là giù nascosta,
+
+Romagna tua non è, e non fu mai,
+sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
+ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata è molt’ anni:
+l’aguglia da Polenta la si cova,
+sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
+
+La terra che fé già la lunga prova
+e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
+che fecer di Montagna il mal governo,
+là dove soglion fan d’i denti succhio.
+
+Le città di Lamone e di Santerno
+conduce il lïoncel dal nido bianco,
+che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
+così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
+tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se’, ti priego che ne conte;
+non esser duro più ch’altri sia stato,
+se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
+
+Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
+al modo suo, l’aguta punta mosse
+di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
+
+«S’i’ credesse che mia risposta fosse
+a persona che mai tornasse al mondo,
+questa fiamma staria sanza più scosse;
+
+ma però che già mai di questo fondo
+non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
+sanza tema d’infamia ti rispondo.
+
+Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
+credendomi, sì cinto, fare ammenda;
+e certo il creder mio venìa intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+che mi rimise ne le prime colpe;
+e come e quare, voglio che m’intenda.
+
+Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
+che la madre mi diè, l’opere mie
+non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+io seppi tutte, e sì menai lor arte,
+ch’al fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+di mia etade ove ciascun dovrebbe
+calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
+e pentuto e confesso mi rendei;
+ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe d’i novi Farisei,
+avendo guerra presso a Laterano,
+e non con Saracin né con Giudei,
+
+ché ciascun suo nimico era cristiano,
+e nessun era stato a vincer Acri
+né mercatante in terra di Soldano,
+
+né sommo officio né ordini sacri
+guardò in sé, né in me quel capestro
+che solea fare i suoi cinti più macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
+così mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre;
+domandommi consiglio, e io tacetti
+perché le sue parole parver ebbre.
+
+E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
+finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
+sì come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
+come tu sai; però son due le chiavi
+che ’l mio antecessor non ebbe care”.
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
+e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
+lunga promessa con l’attender corto
+ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
+
+Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
+per me; ma un d’i neri cherubini
+li disse: “Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
+perché diede ’l consiglio frodolente,
+dal quale in qua stato li sono a’ crini;
+
+ch’assolver non si può chi non si pente,
+né pentere e volere insieme puossi
+per la contradizion che nol consente”.
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+quando mi prese dicendomi: “Forse
+tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
+
+A Minòs mi portò; e quelli attorse
+otto volte la coda al dosso duro;
+e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
+per ch’io là dove vedi son perduto,
+e sì vestito, andando, mi rancuro».
+
+Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
+la fiamma dolorando si partio,
+torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
+
+Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
+su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
+che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+
+Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+per lo nostro sermone e per la mente
+c’hanno a tanto comprender poco seno.
+
+S’el s’aunasse ancor tutta la gente
+che già, in su la fortunata terra
+di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+che de l’anella fé sì alte spoglie,
+come Livïo scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+per contastare a Ruberto Guiscardo;
+e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
+
+a Ceperan, là dove fu bugiardo
+ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
+dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
+il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
+com’ io vidi un, così non si pertugia,
+rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+la corata pareva e ’l tristo sacco
+che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
+guardommi e con le man s’aperse il petto,
+dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato è Mäometto!
+Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
+fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+seminator di scandalo e di scisma
+fuor vivi, e però son fessi così.
+
+Un diavolo è qua dietro che n’accisma
+sì crudelmente, al taglio de la spada
+rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand’ avem volta la dolente strada;
+però che le ferite son richiuse
+prima ch’altri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
+forse per indugiar d’ire a la pena
+ch’è giudicata in su le tue accuse?».
+
+«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
+rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
+ma per dar lui esperïenza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
+e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
+
+Più fuor di cento che, quando l’udiro,
+s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
+per maraviglia, oblïando il martiro.
+
+«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
+tu che forse vedra’ il sole in breve,
+s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+sì di vivanda, che stretta di neve
+non rechi la vittoria al Noarese,
+ch’altrimenti acquistar non saria leve».
+
+Poi che l’un piè per girsene sospese,
+Mäometto mi disse esta parola;
+indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
+e non avea mai ch’una orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
+ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
+
+e disse: «O tu cui colpa non condanna
+e cu’ io vidi su in terra latina,
+se troppa simiglianza non m’inganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+se mai torni a veder lo dolce piano
+che da Vercelli a Marcabò dichina.
+
+E fa saper a’ due miglior da Fano,
+a messer Guido e anco ad Angiolello,
+che, se l’antiveder qui non è vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+e mazzerati presso a la Cattolica
+per tradimento d’un tiranno fello.
+
+Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
+non vide mai sì gran fallo Nettuno,
+non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con l’uno,
+e tien la terra che tale qui meco
+vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+farà venirli a parlamento seco;
+poi farà sì, ch’al vento di Focara
+non sarà lor mestier voto né preco».
+
+E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
+se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
+chi è colui da la veduta amara».
+
+Allor puose la mano a la mascella
+d’un suo compagno e la bocca li aperse,
+gridando: «Questi è desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+in Cesare, affermando che ’l fornito
+sempre con danno l’attender sofferse».
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+con la lingua tagliata ne la strozza
+Curïo, ch’a dir fu così ardito!
+
+E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
+levando i moncherin per l’aura fosca,
+sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
+
+gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
+che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
+che fu mal seme per la gente tosca».
+
+E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
+per ch’elli, accumulando duol con duolo,
+sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+e vidi cosa ch’io avrei paura,
+sanza più prova, di contarla solo;
+
+se non che coscïenza m’assicura,
+la buona compagnia che l’uom francheggia
+sotto l’asbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
+un busto sanza capo andar sì come
+andavan li altri de la trista greggia;
+
+e ’l capo tronco tenea per le chiome,
+pesol con mano a guisa di lanterna:
+e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
+
+Di sé facea a sé stesso lucerna,
+ed eran due in uno e uno in due;
+com’ esser può, quei sa che sì governa.
+
+Quando diritto al piè del ponte fue,
+levò ’l braccio alto con tutta la testa
+per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
+tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+vedi s’alcuna è grande come questa.
+
+E perché tu di me novella porti,
+sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
+che diedi al re giovane i ma’ conforti.
+
+Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
+Achitofèl non fé più d’Absalone
+e di Davìd coi malvagi punzelli.
+
+Perch’ io parti’ così giunte persone,
+partito porto il mio cerebro, lasso!,
+dal suo principio ch’è in questo troncone.
+
+Così s’osserva in me lo contrapasso».
+
+
+
+
+Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+avean le luci mie sì inebrïate,
+che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
+perché la vista tua pur si soffolge
+là giù tra l’ombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
+pensa, se tu annoverar le credi,
+che miglia ventidue la valle volge.
+
+E già la luna è sotto i nostri piedi;
+lo tempo è poco omai che n’è concesso,
+e altro è da veder che tu non vedi».
+
+«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
+«atteso a la cagion per ch’io guardava,
+forse m’avresti ancor lo star dimesso».
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+lo duca, già faccendo la risposta,
+e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
+
+dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
+credo ch’un spirto del mio sangue pianga
+la colpa che là giù cotanto costa».
+
+Allor disse ’l maestro: «Non si franga
+lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
+Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
+
+ch’io vidi lui a piè del ponticello
+mostrarti e minacciar forte col dito,
+e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor sì del tutto impedito
+sovra colui che già tenne Altaforte,
+che non guardasti in là, sì fu partito».
+
+«O duca mio, la vïolenta morte
+che non li è vendicata ancor», diss’ io,
+«per alcun che de l’onta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
+sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
+e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
+
+Così parlammo infino al loco primo
+che de lo scoglio l’altra valle mostra,
+se più lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
+di Malebolge, sì che i suoi conversi
+potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+che di pietà ferrati avean li strali;
+ond’ io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali
+di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
+e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti ’nsembre,
+tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
+qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su l’ultima riva
+del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+e allor fu la mia vista più viva
+
+giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
+de l’alto Sire infallibil giustizia
+punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo ch’a veder maggior tristizia
+fosse in Egina il popol tutto infermo,
+quando fu l’aere sì pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+ch’era a veder per quella oscura valle
+languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
+l’un de l’altro giacea, e qual carpone
+si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+guardando e ascoltando li ammalati,
+che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a sé poggiati,
+com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+dal capo al piè di schianze macolati;
+
+e non vidi già mai menare stregghia
+a ragazzo aspettato dal segnorso,
+né a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
+del pizzicor, che non ha più soccorso;
+
+e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
+come coltel di scardova le scaglie
+o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
+
+«O tu che con le dita ti dismaglie»,
+cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
+«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
+
+dinne s’alcun Latino è tra costoro
+che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
+etternalmente a cotesto lavoro».
+
+«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
+qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
+«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
+
+E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
+con questo vivo giù di balzo in balzo,
+e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+e tremando ciascuno a me si volse
+con altri che l’udiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
+dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
+e io incominciai, poscia ch’ei volse:
+
+«Se la vostra memoria non s’imboli
+nel primo mondo da l’umane menti,
+ma s’ella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+la vostra sconcia e fastidiosa pena
+di palesarvi a me non vi spaventi».
+
+«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
+rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
+ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
+
+Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
+“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
+e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
+
+volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
+perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
+ardere a tal che l’avea per figliuolo.
+
+Ma ne l’ultima bolgia de le diece
+me per l’alchìmia che nel mondo usai
+dannò Minòs, a cui fallar non lece».
+
+E io dissi al poeta: «Or fu già mai
+gente sì vana come la sanese?
+Certo non la francesca sì d’assai!».
+
+Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
+rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
+che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccolò che la costuma ricca
+del garofano prima discoverse
+ne l’orto dove tal seme s’appicca;
+
+e tra’ne la brigata in che disperse
+Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
+e l’Abbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perché sappi chi sì ti seconda
+contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
+sì che la faccia mia ben ti risponda:
+
+sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
+che falsai li metalli con l’alchìmia;
+e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
+
+com’ io fui di natura buona scimia».
+
+
+
+
+Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+per Semelè contra ’l sangue tebano,
+come mostrò una e altra fïata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+che veggendo la moglie con due figli
+andar carcata da ciascuna mano,
+
+gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
+la leonessa e ’ leoncini al varco»;
+e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo l’un ch’avea nome Learco,
+e rotollo e percosselo ad un sasso;
+e quella s’annegò con l’altro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
+sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+poscia che vide Polissena morta,
+e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+forsennata latrò sì come cane;
+tanto il dolor le fé la mente torta.
+
+Ma né di Tebe furie né troiane
+si vider mäi in alcun tanto crude,
+non punger bestie, nonché membra umane,
+
+quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
+che mordendo correvan di quel modo
+che ’l porco quando del porcil si schiude.
+
+L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+del collo l’assannò, sì che, tirando,
+grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E l’Aretin che rimase, tremando
+mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
+e va rabbioso altrui così conciando».
+
+«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
+li denti a dosso, non ti sia fatica
+a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
+
+Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
+di Mirra scellerata, che divenne
+al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+Questa a peccar con esso così venne,
+falsificando sé in altrui forma,
+come l’altro che là sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+falsificare in sé Buoso Donati,
+testando e dando al testamento norma».
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
+rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
+pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
+tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
+
+La grave idropesì, che sì dispaia
+le membra con l’omor che mal converte,
+che ’l viso non risponde a la ventraia,
+
+faceva lui tener le labbra aperte
+come l’etico fa, che per la sete
+l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
+
+«O voi che sanz’ alcuna pena siete,
+e non so io perché, nel mondo gramo»,
+diss’ elli a noi, «guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo;
+io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
+e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
+
+Li ruscelletti che d’i verdi colli
+del Casentin discendon giuso in Arno,
+faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ché l’imagine lor vie più m’asciuga
+che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+tragge cagion del loco ov’ io peccai
+a metter più li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi è Romena, là dov’ io falsai
+la lega suggellata del Batista;
+per ch’io il corpo sù arso lasciai.
+
+Ma s’io vedessi qui l’anima trista
+di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
+per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
+ombre che vanno intorno dicon vero;
+ma che mi val, c’ho le membra legate?
+
+S’io fossi pur di tanto ancor leggero
+ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
+io sarei messo già per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+con tutto ch’ella volge undici miglia,
+e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra sì fatta famiglia;
+e’ m’indussero a batter li fiorini
+ch’avevan tre carati di mondiglia».
+
+E io a lui: «Chi son li due tapini
+che fumman come man bagnate ’l verno,
+giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
+
+«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
+rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
+e non credo che dieno in sempiterno.
+
+L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
+l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
+per febbre aguta gittan tanto leppo».
+
+E l’un di lor, che si recò a noia
+forse d’esser nomato sì oscuro,
+col pugno li percosse l’epa croia.
+
+Quella sonò come fosse un tamburo;
+e mastro Adamo li percosse il volto
+col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
+lo muover per le membra che son gravi,
+ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
+
+Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
+al fuoco, non l’avei tu così presto;
+ma sì e più l’avei quando coniavi».
+
+E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
+ma tu non fosti sì ver testimonio
+là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
+
+«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
+disse Sinon; «e son qui per un fallo,
+e tu per più ch’alcun altro demonio!».
+
+«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
+rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
+«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
+
+«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
+disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
+che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
+
+Allora il monetier: «Così si squarcia
+la bocca tua per tuo mal come suole;
+ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
+e per leccar lo specchio di Narcisso,
+non vorresti a ’nvitar molte parole».
+
+Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
+quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
+che per poco che teco non mi risso!».
+
+Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
+volsimi verso lui con tal vergogna,
+ch’ancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual è colui che suo dannaggio sogna,
+che sognando desidera sognare,
+sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec’ io, non possendo parlare,
+che disïava scusarmi, e scusava
+me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+«Maggior difetto men vergogna lava»,
+disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
+però d’ogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
+se più avvien che fortuna t’accoglia
+dove sien genti in simigliante piato:
+
+ché voler ciò udire è bassa voglia».
+
+
+
+
+Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
+e poi la medicina mi riporse;
+
+così od’ io che solea far la lancia
+d’Achille e del suo padre esser cagione
+prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+su per la ripa che ’l cinge dintorno,
+attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv’ era men che notte e men che giorno,
+sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
+ma io senti’ sonare un alto corno,
+
+tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+che, contra sé la sua via seguitando,
+dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+Carlo Magno perdé la santa gesta,
+non sonò sì terribilmente Orlando.
+
+Poco portäi in là volta la testa,
+che me parve veder molte alte torri;
+ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
+
+Ed elli a me: «Però che tu trascorri
+per le tenebre troppo da la lungi,
+avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
+quanto ’l senso s’inganna di lontano;
+però alquanto più te stesso pungi».
+
+Poi caramente mi prese per mano
+e disse: «Pria che noi siam più avanti,
+acciò che ’l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+e son nel pozzo intorno da la ripa
+da l’umbilico in giuso tutti quanti».
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+lo sguardo a poco a poco raffigura
+ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
+
+così forando l’aura grossa e scura,
+più e più appressando ver’ la sponda,
+fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+però che, come su la cerchia tonda
+Montereggion di torri si corona,
+così la proda che ’l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+li orribili giganti, cui minaccia
+Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva già d’alcun la faccia,
+le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
+e per le coste giù ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lasciò l’arte
+di sì fatti animali, assai fé bene
+per tòrre tali essecutori a Marte.
+
+E s’ella d’elefanti e di balene
+non si pente, chi guarda sottilmente,
+più giusta e più discreta la ne tene;
+
+ché dove l’argomento de la mente
+s’aggiugne al mal volere e a la possa,
+nessun riparo vi può far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+come la pina di San Pietro a Roma,
+e a sua proporzione eran l’altre ossa;
+
+sì che la ripa, ch’era perizoma
+dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
+di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison s’averien dato mal vanto;
+però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
+dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
+
+«Raphèl maì amècche zabì almi»,
+cominciò a gridar la fiera bocca,
+cui non si convenia più dolci salmi.
+
+E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
+tienti col corno, e con quel ti disfoga
+quand’ ira o altra passïon ti tocca!
+
+Cércati al collo, e troverai la soga
+che ’l tien legato, o anima confusa,
+e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
+
+Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
+questi è Nembrotto per lo cui mal coto
+pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
+
+Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
+ché così è a lui ciascun linguaggio
+come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
+
+Facemmo adunque più lungo vïaggio,
+vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
+trovammo l’altro assai più fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
+non so io dir, ma el tenea soccinto
+dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
+
+d’una catena che ’l tenea avvinto
+dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
+si ravvolgëa infino al giro quinto.
+
+«Questo superbo volle esser esperto
+di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
+disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
+
+Fïalte ha nome, e fece le gran prove
+quando i giganti fer paura a’ dèi;
+le braccia ch’el menò, già mai non move».
+
+E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
+che de lo smisurato Brïareo
+esperïenza avesser li occhi mei».
+
+Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
+presso di qui che parla ed è disciolto,
+che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
+
+Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
+ed è legato e fatto come questo,
+salvo che più feroce par nel volto».
+
+Non fu tremoto già tanto rubesto,
+che scotesse una torre così forte,
+come Fïalte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett’ io più che mai la morte,
+e non v’era mestier più che la dotta,
+s’io non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo più avante allotta,
+e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+«O tu che ne la fortunata valle
+che fece Scipïon di gloria reda,
+quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
+
+recasti già mille leon per preda,
+e che, se fossi stato a l’alta guerra
+de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ch’avrebber vinto i figli de la terra:
+mettine giù, e non ten vegna schifo,
+dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
+questi può dar di quel che qui si brama;
+però ti china e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti può nel mondo render fama,
+ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
+se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
+
+Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
+le man distese, e prese ’l duca mio,
+ond’ Ercule sentì già grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
+poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
+sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
+
+tal parve Antëo a me che stava a bada
+di vederlo chinare, e fu tal ora
+ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+Lucifero con Giuda, ci sposò;
+né, sì chinato, lì fece dimora,
+
+e come albero in nave si levò.
+
+
+
+
+Canto XXXII
+
+
+S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
+come si converrebbe al tristo buco
+sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
+non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ché non è impresa da pigliare a gabbo
+discriver fondo a tutto l’universo,
+né da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
+sì che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+che stai nel loco onde parlare è duro,
+mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo giù nel pozzo scuro
+sotto i piè del gigante assai più bassi,
+e io mirava ancora a l’alto muro,
+
+dicere udi’mi: «Guarda come passi:
+va sì, che tu non calchi con le piante
+le teste de’ fratei miseri lassi».
+
+Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
+e sotto i piedi un lago che per gelo
+avea di vetro e non d’acqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo sì grosso velo
+di verno la Danoia in Osterlicchi,
+né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
+
+com’ era quivi; che se Tambernicchi
+vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
+non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+col muso fuor de l’acqua, quando sogna
+di spigolar sovente la villana,
+
+livide, insin là dove appar vergogna
+eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
+mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in giù tenea volta la faccia;
+da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
+volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
+che ’l pel del capo avieno insieme misto.
+
+«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
+diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
+e poi ch’ebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
+gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
+le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+forte così; ond’ ei come due becchi
+cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un ch’avea perduti ambo li orecchi
+per la freddura, pur col viso in giùe,
+disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+la valle onde Bisenzo si dichina
+del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+D’un corpo usciro; e tutta la Caina
+potrai cercare, e non troverai ombra
+degna più d’esser fitta in gelatina:
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
+con esso un colpo per la man d’Artù;
+non Focaccia; non questi che m’ingombra
+
+col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
+e fu nomato Sassol Mascheroni;
+se tosco se’, ben sai omai chi fu.
+
+E perché non mi metti in più sermoni,
+sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
+e aspetto Carlin che mi scagioni».
+
+Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
+fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
+
+E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
+al quale ogne gravezza si rauna,
+e io tremava ne l’etterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+non so; ma, passeggiando tra le teste,
+forte percossi ’l piè nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
+se tu non vieni a crescer la vendetta
+di Montaperti, perché mi moleste?».
+
+E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
+sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
+poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+che bestemmiava duramente ancora:
+«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
+
+«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
+percotendo», rispuose, «altrui le gote,
+sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
+
+«Vivo son io, e caro esser ti puote»,
+fu mia risposta, «se dimandi fama,
+ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
+
+Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
+Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
+ché mal sai lusingar per questa lama!».
+
+Allor lo presi per la cuticagna
+e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
+o che capel qui sù non ti rimagna».
+
+Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
+né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
+se mille fiate in sul capo mi tomi».
+
+Io avea già i capelli in mano avvolti,
+e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
+latrando lui con li occhi in giù raccolti,
+
+quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
+non ti basta sonar con le mascelle,
+se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
+
+«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
+malvagio traditor; ch’a la tua onta
+io porterò di te vere novelle».
+
+«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
+ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
+
+El piange qui l’argento de’ Franceschi:
+“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
+là dove i peccatori stanno freschi”.
+
+Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
+tu hai dallato quel di Beccheria
+di cui segò Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de’ Soldanier credo che sia
+più là con Ganellone e Tebaldello,
+ch’aprì Faenza quando si dormia».
+
+Noi eravam partiti già da ello,
+ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
+sì che l’un capo a l’altro era cappello;
+
+e come ’l pan per fame si manduca,
+così ’l sovran li denti a l’altro pose
+là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tidëo si rose
+le tempie a Menalippo per disdegno,
+che quei faceva il teschio e l’altre cose.
+
+«O tu che mostri per sì bestial segno
+odio sovra colui che tu ti mangi,
+dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con ch’io parlo non si secca».
+
+
+
+
+Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollevò dal fiero pasto
+quel peccator, forbendola a’ capelli
+del capo ch’elli avea di retro guasto.
+
+Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
+disperato dolor che ’l cor mi preme
+già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
+parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se’ né per che modo
+venuto se’ qua giù; ma fiorentino
+mi sembri veramente quand’ io t’odo.
+
+Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
+e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
+or ti dirò perché i son tal vicino.
+
+Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
+fidandomi di lui, io fossi preso
+e poscia morto, dir non è mestieri;
+
+però quel che non puoi avere inteso,
+cioè come la morte mia fu cruda,
+udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda,
+la qual per me ha ’l titol de la fame,
+e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
+
+m’avea mostrato per lo suo forame
+più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
+che del futuro mi squarciò ’l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
+per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studïose e conte
+Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+s’avea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
+mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
+ch’eran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
+pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
+e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Già eran desti, e l’ora s’appressava
+che ’l cibo ne solëa essere addotto,
+e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
+a l’orribile torre; ond’ io guardai
+nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
+
+Io non piangëa, sì dentro impetrai:
+piangevan elli; e Anselmuccio mio
+disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
+
+Perciò non lagrimai né rispuos’ io
+tutto quel giorno né la notte appresso,
+infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+nel doloroso carcere, e io scorsi
+per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
+di manicar, di sùbito levorsi
+
+e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
+se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+queste misere carni, e tu le spoglia”.
+
+Queta’mi allor per non farli più tristi;
+lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
+ahi dura terra, perché non t’apristi?
+
+Poscia che fummo al quarto dì venuti,
+Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
+dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
+
+Quivi morì; e come tu mi vedi,
+vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
+tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
+
+già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+e due dì li chiamai, poi che fur morti.
+Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
+
+Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
+riprese ’l teschio misero co’ denti,
+che furo a l’osso, come d’un can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+del bel paese là dove ’l sì suona,
+poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
+
+Che se ’l conte Ugolino aveva voce
+d’aver tradita te de le castella,
+non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea l’età novella,
+novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
+e li altri due che ’l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
+ruvidamente un’altra gente fascia,
+non volta in giù, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
+e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+si volge in entro a far crescer l’ambascia;
+
+ché le lagrime prime fanno groppo,
+e sì come visiere di cristallo,
+rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, sì come d’un callo,
+per la freddura ciascun sentimento
+cessato avesse del mio viso stallo,
+
+già mi parea sentire alquanto vento;
+per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
+non è qua giù ogne vapore spento?».
+
+Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
+di ciò ti farà l’occhio la risposta,
+veggendo la cagion che ’l fiato piove».
+
+E un de’ tristi de la fredda crosta
+gridò a noi: «O anime crudeli
+tanto che data v’è l’ultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
+un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
+
+Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
+dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
+al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
+
+Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
+i’ son quel da le frutta del mal orto,
+che qui riprendo dattero per figo».
+
+«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
+Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
+nel mondo sù, nulla scïenza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+che spesse volte l’anima ci cade
+innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
+
+E perché tu più volentier mi rade
+le ’nvetrïate lagrime dal volto,
+sappie che, tosto che l’anima trade
+
+come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
+da un demonio, che poscia il governa
+mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
+
+Ella ruina in sì fatta cisterna;
+e forse pare ancor lo corpo suso
+de l’ombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+elli è ser Branca Doria, e son più anni
+poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
+
+«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
+ché Branca Doria non morì unquanche,
+e mangia e bee e dorme e veste panni».
+
+«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
+là dove bolle la tenace pece,
+non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+che questi lasciò il diavolo in sua vece
+nel corpo suo, ed un suo prossimano
+che ’l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
+e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
+perché non siete voi del mondo spersi?
+
+Ché col peggiore spirto di Romagna
+trovai di voi un tal, che per sua opra
+in anima in Cocito già si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+
+Canto XXXIV
+
+
+«Vexilla regis prodeunt inferni
+verso di noi; però dinanzi mira»,
+disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+o quando l’emisperio nostro annotta,
+par di lungi un molin che ’l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+poi per lo vento mi ristrinsi retro
+al duca mio, ché non lì era altra grotta.
+
+Già era, e con paura il metto in metro,
+là dove l’ombre tutte eran coperte,
+e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+quella col capo e quella con le piante;
+altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
+la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
+
+d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
+«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
+ove convien che di fortezza t’armi».
+
+Com’ io divenni allor gelato e fioco,
+nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
+però ch’ogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori’ e non rimasi vivo;
+pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
+qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
+
+Lo ’mperador del doloroso regno
+da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+e più con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
+ch’a così fatta parte si confaccia.
+
+S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
+e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
+ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
+L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
+sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
+e sé giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+la sinistra a vedere era tal, quali
+vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
+quanto si convenia a tanto uccello:
+vele di mar non vid’ io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+era lor modo; e quelle svolazzava,
+sì che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto s’aggelava.
+Con sei occhi piangëa, e per tre menti
+gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co’ denti
+un peccatore, a guisa di maciulla,
+sì che tre ne facea così dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
+rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
+disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
+che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due c’hanno il capo di sotto,
+quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
+vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
+Ma la notte risurge, e oramai
+è da partir, ché tutto avem veduto».
+
+Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ed el prese di tempo e loco poste,
+e quando l’ali fuoro aperte assai,
+
+appigliò sé a le vellute coste;
+di vello in vello giù discese poscia
+tra ’l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo là dove la coscia
+si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
+lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov’ elli avea le zanche,
+e aggrappossi al pel com’ om che sale,
+sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
+
+«Attienti ben, ché per cotali scale»,
+disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
+«conviensi dipartir da tanto male».
+
+Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
+e puose me in su l’orlo a sedere;
+appresso porse a me l’accorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+Lucifero com’ io l’avea lasciato,
+e vidili le gambe in sù tenere;
+
+e s’io divenni allora travagliato,
+la gente grossa il pensi, che non vede
+qual è quel punto ch’io avea passato.
+
+«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
+la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
+e già il sole a mezza terza riede».
+
+Non era camminata di palagio
+là ’v’ eravam, ma natural burella
+ch’avea mal suolo e di lume disagio.
+
+«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
+maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
+«a trarmi d’erro un poco mi favella:
+
+ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
+sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
+da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
+
+Ed elli a me: «Tu imagini ancora
+d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
+al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
+
+Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
+quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
+al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
+
+E se’ or sotto l’emisperio giunto
+ch’è contraposto a quel che la gran secca
+coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
+
+fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
+tu haï i piedi in su picciola spera
+che l’altra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui è da man, quando di là è sera;
+e questi, che ne fé scala col pelo,
+fitto è ancora sì come prim’ era.
+
+Da questa parte cadde giù dal cielo;
+e la terra, che pria di qua si sporse,
+per paura di lui fé del mar velo,
+
+e venne a l’emisperio nostro; e forse
+per fuggir lui lasciò qui loco vòto
+quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
+
+Luogo è là giù da Belzebù remoto
+tanto quanto la tomba si distende,
+che non per vista, ma per suono è noto
+
+d’un ruscelletto che quivi discende
+per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
+col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+e sanza cura aver d’alcun riposo,
+
+salimmo sù, el primo e io secondo,
+tanto ch’i’ vidi de le cose belle
+che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions will
+be renamed.
+
+Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
+law means that no one owns a United States copyright in these works,
+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
+United States without permission and without paying copyright
+royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
+of this license, apply to copying and distributing Project
+Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
+concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
+and may not be used if you charge for an eBook, except by following
+the terms of the trademark license, including paying royalties for use
+of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
+copies of this eBook, complying with the trademark license is very
+easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
+of derivative works, reports, performances and research. Project
+Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
+do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
+by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
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+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
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+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation
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+Literary Archive Foundation
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+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
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+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
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+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
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+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our website which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This website includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
+
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+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
+most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
+of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
+at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
+are not located in the United States, you will have to check the laws of the
+country where you are located before using this eBook.
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+<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: La Divina Commedia di Dante: Inferno</div>
+<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Dante Alighieri</div>
+<div style='display:block; margin:1em 0'>Release Date: September 4, 1997 [eBook #1009]<br />
+[Most recently updated: July 16, 2022]</div>
+<div style='display:block; margin:1em 0'>Language: Italian</div>
+<div style='display:block; margin:1em 0'>Character set encoding: UTF-8</div>
+<div style='display:block; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Produced by: an anonymous Project Gutenberg volunteer</div>
+<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***</div>
+
+<h1>LA DIVINA COMMEDIA<br />
+di Dante Alighieri</h1>
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>INFERNO</h2>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto I</h2>
+
+<p>
+Nel mezzo del cammin di nostra vita<br />
+mi ritrovai per una selva oscura,<br />
+ché la diritta via era smarrita.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi quanto a dir qual era è cosa dura<br />
+esta selva selvaggia e aspra e forte<br />
+che nel pensier rinova la paura!<br />
+</p>
+
+<p>
+Tant’ è amara che poco è più morte;<br />
+ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,<br />
+dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,<br />
+tant’ era pien di sonno a quel punto<br />
+che la verace via abbandonai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,<br />
+là dove terminava quella valle<br />
+che m’avea di paura il cor compunto,<br />
+</p>
+
+<p>
+guardai in alto e vidi le sue spalle<br />
+vestite già de’ raggi del pianeta<br />
+che mena dritto altrui per ogne calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor fu la paura un poco queta,<br />
+che nel lago del cor m’era durata<br />
+la notte ch’i’ passai con tanta pieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come quei che con lena affannata,<br />
+uscito fuor del pelago a la riva,<br />
+si volge a l’acqua perigliosa e guata,<br />
+</p>
+
+<p>
+così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,<br />
+si volse a retro a rimirar lo passo<br />
+che non lasciò già mai persona viva.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,<br />
+ripresi via per la piaggia diserta,<br />
+sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,<br />
+una lonza leggera e presta molto,<br />
+che di pel macolato era coverta;<br />
+</p>
+
+<p>
+e non mi si partia dinanzi al volto,<br />
+anzi ’mpediva tanto il mio cammino,<br />
+ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Temp’ era dal principio del mattino,<br />
+e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle<br />
+ch’eran con lui quando l’amor divino<br />
+</p>
+
+<p>
+mosse di prima quelle cose belle;<br />
+sì ch’a bene sperar m’era cagione<br />
+di quella fiera a la gaetta pelle<br />
+</p>
+
+<p>
+l’ora del tempo e la dolce stagione;<br />
+ma non sì che paura non mi desse<br />
+la vista che m’apparve d’un leone.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi parea che contra me venisse<br />
+con la test’ alta e con rabbiosa fame,<br />
+sì che parea che l’aere ne tremesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed una lupa, che di tutte brame<br />
+sembiava carca ne la sua magrezza,<br />
+e molte genti fé già viver grame,<br />
+</p>
+
+<p>
+questa mi porse tanto di gravezza<br />
+con la paura ch’uscia di sua vista,<br />
+ch’io perdei la speranza de l’altezza.<br />
+</p>
+
+<p>
+E qual è quei che volontieri acquista,<br />
+e giugne ’l tempo che perder lo face,<br />
+che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;<br />
+</p>
+
+<p>
+tal mi fece la bestia sanza pace,<br />
+che, venendomi ’ncontro, a poco a poco<br />
+mi ripigneva là dove ’l sol tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,<br />
+dinanzi a li occhi mi si fu offerto<br />
+chi per lungo silenzio parea fioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando vidi costui nel gran diserto,<br />
+«Miserere di me», gridai a lui,<br />
+«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,<br />
+e li parenti miei furon lombardi,<br />
+mantoani per patrïa ambedui.<br />
+</p>
+
+<p>
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,<br />
+e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto<br />
+nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poeta fui, e cantai di quel giusto<br />
+figliuol d’Anchise che venne di Troia,<br />
+poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma tu perché ritorni a tanta noia?<br />
+perché non sali il dilettoso monte<br />
+ch’è principio e cagion di tutta gioia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte<br />
+che spandi di parlar sì largo fiume?»,<br />
+rispuos’ io lui con vergognosa fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O de li altri poeti onore e lume,<br />
+vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore<br />
+che m’ha fatto cercar lo tuo volume.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,<br />
+tu se’ solo colui da cu’ io tolsi<br />
+lo bello stilo che m’ha fatto onore.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;<br />
+aiutami da lei, famoso saggio,<br />
+ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«A te convien tenere altro vïaggio»,<br />
+rispuose, poi che lagrimar mi vide,<br />
+«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché questa bestia, per la qual tu gride,<br />
+non lascia altrui passar per la sua via,<br />
+ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;<br />
+</p>
+
+<p>
+e ha natura sì malvagia e ria,<br />
+che mai non empie la bramosa voglia,<br />
+e dopo ’l pasto ha più fame che pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+Molti son li animali a cui s’ammoglia,<br />
+e più saranno ancora, infin che ’l veltro<br />
+verrà, che la farà morir con doglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi non ciberà terra né peltro,<br />
+ma sapïenza, amore e virtute,<br />
+e sua nazion sarà tra feltro e feltro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di quella umile Italia fia salute<br />
+per cui morì la vergine Cammilla,<br />
+Eurialo e Turno e Niso di ferute.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi la caccerà per ogne villa,<br />
+fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,<br />
+là onde ’nvidia prima dipartilla.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno<br />
+che tu mi segui, e io sarò tua guida,<br />
+e trarrotti di qui per loco etterno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ove udirai le disperate strida,<br />
+vedrai li antichi spiriti dolenti,<br />
+ch’a la seconda morte ciascun grida;<br />
+</p>
+
+<p>
+e vederai color che son contenti<br />
+nel foco, perché speran di venire<br />
+quando che sia a le beate genti.<br />
+</p>
+
+<p>
+A le quai poi se tu vorrai salire,<br />
+anima fia a ciò più di me degna:<br />
+con lei ti lascerò nel mio partire;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché quello imperador che là sù regna,<br />
+perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,<br />
+non vuol che ’n sua città per me si vegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+In tutte parti impera e quivi regge;<br />
+quivi è la sua città e l’alto seggio:<br />
+oh felice colui cu’ ivi elegge!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Poeta, io ti richeggio<br />
+per quello Dio che tu non conoscesti,<br />
+acciò ch’io fugga questo male e peggio,<br />
+</p>
+
+<p>
+che tu mi meni là dov’ or dicesti,<br />
+sì ch’io veggia la porta di san Pietro<br />
+e color cui tu fai cotanto mesti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto II</h2>
+
+<p>
+Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno<br />
+toglieva li animai che sono in terra<br />
+da le fatiche loro; e io sol uno<br />
+</p>
+
+<p>
+m’apparecchiava a sostener la guerra<br />
+sì del cammino e sì de la pietate,<br />
+che ritrarrà la mente che non erra.<br />
+</p>
+
+<p>
+O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;<br />
+o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,<br />
+qui si parrà la tua nobilitate.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io cominciai: «Poeta che mi guidi,<br />
+guarda la mia virtù s’ell’ è possente,<br />
+prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu dici che di Silvïo il parente,<br />
+corruttibile ancora, ad immortale<br />
+secolo andò, e fu sensibilmente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però, se l’avversario d’ogne male<br />
+cortese i fu, pensando l’alto effetto<br />
+ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale<br />
+</p>
+
+<p>
+non pare indegno ad omo d’intelletto;<br />
+ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero<br />
+ne l’empireo ciel per padre eletto:<br />
+</p>
+
+<p>
+la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,<br />
+fu stabilita per lo loco santo<br />
+u’ siede il successor del maggior Piero.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per quest’ andata onde li dai tu vanto,<br />
+intese cose che furon cagione<br />
+di sua vittoria e del papale ammanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Andovvi poi lo Vas d’elezïone,<br />
+per recarne conforto a quella fede<br />
+ch’è principio a la via di salvazione.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?<br />
+Io non Enëa, io non Paulo sono;<br />
+me degno a ciò né io né altri ’l crede.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per che, se del venire io m’abbandono,<br />
+temo che la venuta non sia folle.<br />
+Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».<br />
+</p>
+
+<p>
+E qual è quei che disvuol ciò che volle<br />
+e per novi pensier cangia proposta,<br />
+sì che dal cominciar tutto si tolle,<br />
+</p>
+
+<p>
+tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,<br />
+perché, pensando, consumai la ’mpresa<br />
+che fu nel cominciar cotanto tosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,<br />
+rispuose del magnanimo quell’ ombra,<br />
+«l’anima tua è da viltade offesa;<br />
+</p>
+
+<p>
+la qual molte fïate l’omo ingombra<br />
+sì che d’onrata impresa lo rivolve,<br />
+come falso veder bestia quand’ ombra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Da questa tema acciò che tu ti solve,<br />
+dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi<br />
+nel primo punto che di te mi dolve.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io era tra color che son sospesi,<br />
+e donna mi chiamò beata e bella,<br />
+tal che di comandare io la richiesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lucevan li occhi suoi più che la stella;<br />
+e cominciommi a dir soave e piana,<br />
+con angelica voce, in sua favella:<br />
+</p>
+
+<p>
+“O anima cortese mantoana,<br />
+di cui la fama ancor nel mondo dura,<br />
+e durerà quanto ’l mondo lontana,<br />
+</p>
+
+<p>
+l’amico mio, e non de la ventura,<br />
+ne la diserta piaggia è impedito<br />
+sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;<br />
+</p>
+
+<p>
+e temo che non sia già sì smarrito,<br />
+ch’io mi sia tardi al soccorso levata,<br />
+per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or movi, e con la tua parola ornata<br />
+e con ciò c’ha mestieri al suo campare,<br />
+l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ son Beatrice che ti faccio andare;<br />
+vegno del loco ove tornar disio;<br />
+amor mi mosse, che mi fa parlare.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando sarò dinanzi al segnor mio,<br />
+di te mi loderò sovente a lui”.<br />
+Tacette allora, e poi comincia’ io:<br />
+</p>
+
+<p>
+“O donna di virtù sola per cui<br />
+l’umana spezie eccede ogne contento<br />
+di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,<br />
+</p>
+
+<p>
+tanto m’aggrada il tuo comandamento,<br />
+che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;<br />
+più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi<br />
+de lo scender qua giuso in questo centro<br />
+de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.<br />
+</p>
+
+<p>
+“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,<br />
+dirotti brievemente”, mi rispuose,<br />
+“perch’ i’ non temo di venir qua entro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Temer si dee di sole quelle cose<br />
+c’hanno potenza di fare altrui male;<br />
+de l’altre no, ché non son paurose.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,<br />
+che la vostra miseria non mi tange,<br />
+né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.<br />
+</p>
+
+<p>
+Donna è gentil nel ciel che si compiange<br />
+di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,<br />
+sì che duro giudicio là sù frange.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questa chiese Lucia in suo dimando<br />
+e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele<br />
+di te, e io a te lo raccomando—.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lucia, nimica di ciascun crudele,<br />
+si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,<br />
+che mi sedea con l’antica Rachele.<br />
+</p>
+
+<p>
+Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,<br />
+ché non soccorri quei che t’amò tanto,<br />
+ch’uscì per te de la volgare schiera?<br />
+</p>
+
+<p>
+Non odi tu la pieta del suo pianto,<br />
+non vedi tu la morte che ’l combatte<br />
+su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.<br />
+</p>
+
+<p>
+Al mondo non fur mai persone ratte<br />
+a far lor pro o a fuggir lor danno,<br />
+com’ io, dopo cotai parole fatte,<br />
+</p>
+
+<p>
+venni qua giù del mio beato scanno,<br />
+fidandomi del tuo parlare onesto,<br />
+ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia che m’ebbe ragionato questo,<br />
+li occhi lucenti lagrimando volse,<br />
+per che mi fece del venir più presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E venni a te così com’ ella volse:<br />
+d’inanzi a quella fiera ti levai<br />
+che del bel monte il corto andar ti tolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dunque: che è? perché, perché restai,<br />
+perché tanta viltà nel core allette,<br />
+perché ardire e franchezza non hai,<br />
+</p>
+
+<p>
+poscia che tai tre donne benedette<br />
+curan di te ne la corte del cielo,<br />
+e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quali fioretti dal notturno gelo<br />
+chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,<br />
+si drizzan tutti aperti in loro stelo,<br />
+</p>
+
+<p>
+tal mi fec’ io di mia virtude stanca,<br />
+e tanto buono ardire al cor mi corse,<br />
+ch’i’ cominciai come persona franca:<br />
+</p>
+
+<p>
+«Oh pietosa colei che mi soccorse!<br />
+e te cortese ch’ubidisti tosto<br />
+a le vere parole che ti porse!<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu m’hai con disiderio il cor disposto<br />
+sì al venir con le parole tue,<br />
+ch’i’ son tornato nel primo proposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:<br />
+tu duca, tu segnore e tu maestro».<br />
+Così li dissi; e poi che mosso fue,<br />
+</p>
+
+<p>
+intrai per lo cammino alto e silvestro.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto III</h2>
+
+<p>
+‘Per me si va ne la città dolente,<br />
+per me si va ne l’etterno dolore,<br />
+per me si va tra la perduta gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Giustizia mosse il mio alto fattore;<br />
+fecemi la divina podestate,<br />
+la somma sapïenza e ’l primo amore.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dinanzi a me non fuor cose create<br />
+se non etterne, e io etterno duro.<br />
+Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.<br />
+</p>
+
+<p>
+Queste parole di colore oscuro<br />
+vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;<br />
+per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me, come persona accorta:<br />
+«Qui si convien lasciare ogne sospetto;<br />
+ogne viltà convien che qui sia morta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto<br />
+che tu vedrai le genti dolorose<br />
+c’hanno perduto il ben de l’intelletto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E poi che la sua mano a la mia puose<br />
+con lieto volto, ond’ io mi confortai,<br />
+mi mise dentro a le segrete cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi sospiri, pianti e alti guai<br />
+risonavan per l’aere sanza stelle,<br />
+per ch’io al cominciar ne lagrimai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Diverse lingue, orribili favelle,<br />
+parole di dolore, accenti d’ira,<br />
+voci alte e fioche, e suon di man con elle<br />
+</p>
+
+<p>
+facevano un tumulto, il qual s’aggira<br />
+sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,<br />
+come la rena quando turbo spira.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io ch’avea d’error la testa cinta,<br />
+dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?<br />
+e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Questo misero modo<br />
+tegnon l’anime triste di coloro<br />
+che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mischiate sono a quel cattivo coro<br />
+de li angeli che non furon ribelli<br />
+né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Caccianli i ciel per non esser men belli,<br />
+né lo profondo inferno li riceve,<br />
+ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, che è tanto greve<br />
+a lor che lamentar li fa sì forte?».<br />
+Rispuose: «Dicerolti molto breve.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi non hanno speranza di morte,<br />
+e la lor cieca vita è tanto bassa,<br />
+che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fama di loro il mondo esser non lassa;<br />
+misericordia e giustizia li sdegna:<br />
+non ragioniam di lor, ma guarda e passa».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, che riguardai, vidi una ’nsegna<br />
+che girando correva tanto ratta,<br />
+che d’ogne posa mi parea indegna;<br />
+</p>
+
+<p>
+e dietro le venìa sì lunga tratta<br />
+di gente, ch’i’ non averei creduto<br />
+che morte tanta n’avesse disfatta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,<br />
+vidi e conobbi l’ombra di colui<br />
+che fece per viltade il gran rifiuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Incontanente intesi e certo fui<br />
+che questa era la setta d’i cattivi,<br />
+a Dio spiacenti e a’ nemici sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,<br />
+erano ignudi e stimolati molto<br />
+da mosconi e da vespe ch’eran ivi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elle rigavan lor di sangue il volto,<br />
+che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi<br />
+da fastidiosi vermi era ricolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,<br />
+vidi genti a la riva d’un gran fiume;<br />
+per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’i’ sappia quali sono, e qual costume<br />
+le fa di trapassar parer sì pronte,<br />
+com’ i’ discerno per lo fioco lume».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Le cose ti fier conte<br />
+quando noi fermerem li nostri passi<br />
+su la trista riviera d’Acheronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,<br />
+temendo no ’l mio dir li fosse grave,<br />
+infino al fiume del parlar mi trassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco verso noi venir per nave<br />
+un vecchio, bianco per antico pelo,<br />
+gridando: «Guai a voi, anime prave!<br />
+</p>
+
+<p>
+Non isperate mai veder lo cielo:<br />
+i’ vegno per menarvi a l’altra riva<br />
+ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.<br />
+</p>
+
+<p>
+E tu che se’ costì, anima viva,<br />
+pàrtiti da cotesti che son morti».<br />
+Ma poi che vide ch’io non mi partiva,<br />
+</p>
+
+<p>
+disse: «Per altra via, per altri porti<br />
+verrai a piaggia, non qui, per passare:<br />
+più lieve legno convien che ti porti».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:<br />
+vuolsi così colà dove si puote<br />
+ciò che si vuole, e più non dimandare».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quinci fuor quete le lanose gote<br />
+al nocchier de la livida palude,<br />
+che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,<br />
+cangiar colore e dibattero i denti,<br />
+ratto che ’nteser le parole crude.<br />
+</p>
+
+<p>
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,<br />
+l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme<br />
+di lor semenza e di lor nascimenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,<br />
+forte piangendo, a la riva malvagia<br />
+ch’attende ciascun uom che Dio non teme.<br />
+</p>
+
+<p>
+Caron dimonio, con occhi di bragia<br />
+loro accennando, tutte le raccoglie;<br />
+batte col remo qualunque s’adagia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come d’autunno si levan le foglie<br />
+l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo<br />
+vede a la terra tutte le sue spoglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+similemente il mal seme d’Adamo<br />
+gittansi di quel lito ad una ad una,<br />
+per cenni come augel per suo richiamo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così sen vanno su per l’onda bruna,<br />
+e avanti che sien di là discese,<br />
+anche di qua nuova schiera s’auna.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,<br />
+«quelli che muoion ne l’ira di Dio<br />
+tutti convegnon qui d’ogne paese;<br />
+</p>
+
+<p>
+e pronti sono a trapassar lo rio,<br />
+ché la divina giustizia li sprona,<br />
+sì che la tema si volve in disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quinci non passa mai anima buona;<br />
+e però, se Caron di te si lagna,<br />
+ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».<br />
+</p>
+
+<p>
+Finito questo, la buia campagna<br />
+tremò sì forte, che de lo spavento<br />
+la mente di sudore ancor mi bagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+La terra lagrimosa diede vento,<br />
+che balenò una luce vermiglia<br />
+la qual mi vinse ciascun sentimento;<br />
+</p>
+
+<p>
+e caddi come l’uom cui sonno piglia.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto IV</h2>
+
+<p>
+Ruppemi l’alto sonno ne la testa<br />
+un greve truono, sì ch’io mi riscossi<br />
+come persona ch’è per forza desta;<br />
+</p>
+
+<p>
+e l’occhio riposato intorno mossi,<br />
+dritto levato, e fiso riguardai<br />
+per conoscer lo loco dov’ io fossi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vero è che ’n su la proda mi trovai<br />
+de la valle d’abisso dolorosa<br />
+che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Oscura e profonda era e nebulosa<br />
+tanto che, per ficcar lo viso a fondo,<br />
+io non vi discernea alcuna cosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,<br />
+cominciò il poeta tutto smorto.<br />
+«Io sarò primo, e tu sarai secondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, che del color mi fui accorto,<br />
+dissi: «Come verrò, se tu paventi<br />
+che suoli al mio dubbiare esser conforto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «L’angoscia de le genti<br />
+che son qua giù, nel viso mi dipigne<br />
+quella pietà che tu per tema senti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Andiam, ché la via lunga ne sospigne».<br />
+Così si mise e così mi fé intrare<br />
+nel primo cerchio che l’abisso cigne.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi, secondo che per ascoltare,<br />
+non avea pianto mai che di sospiri<br />
+che l’aura etterna facevan tremare;<br />
+</p>
+
+<p>
+ciò avvenia di duol sanza martìri,<br />
+ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,<br />
+d’infanti e di femmine e di viri.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi<br />
+che spiriti son questi che tu vedi?<br />
+Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,<br />
+non basta, perché non ebber battesmo,<br />
+ch’è porta de la fede che tu credi;<br />
+</p>
+
+<p>
+e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,<br />
+non adorar debitamente a Dio:<br />
+e di questi cotai son io medesmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per tai difetti, non per altro rio,<br />
+semo perduti, e sol di tanto offesi<br />
+che sanza speme vivemo in disio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,<br />
+però che gente di molto valore<br />
+conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,<br />
+comincia’ io per voler esser certo<br />
+di quella fede che vince ogne errore:<br />
+</p>
+
+<p>
+«uscicci mai alcuno, o per suo merto<br />
+o per altrui, che poi fosse beato?».<br />
+E quei che ’ntese il mio parlar coverto,<br />
+</p>
+
+<p>
+rispuose: «Io era nuovo in questo stato,<br />
+quando ci vidi venire un possente,<br />
+con segno di vittoria coronato.<br />
+</p>
+
+<p>
+Trasseci l’ombra del primo parente,<br />
+d’Abèl suo figlio e quella di Noè,<br />
+di Moïsè legista e ubidente;<br />
+</p>
+
+<p>
+Abraàm patrïarca e Davìd re,<br />
+Israèl con lo padre e co’ suoi nati<br />
+e con Rachele, per cui tanto fé,<br />
+</p>
+
+<p>
+e altri molti, e feceli beati.<br />
+E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,<br />
+spiriti umani non eran salvati».<br />
+</p>
+
+<p>
+Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,<br />
+ma passavam la selva tuttavia,<br />
+la selva, dico, di spiriti spessi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non era lunga ancor la nostra via<br />
+di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco<br />
+ch’emisperio di tenebre vincia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di lungi n’eravamo ancora un poco,<br />
+ma non sì ch’io non discernessi in parte<br />
+ch’orrevol gente possedea quel loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu ch’onori scïenzïa e arte,<br />
+questi chi son c’hanno cotanta onranza,<br />
+che dal modo de li altri li diparte?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli a me: «L’onrata nominanza<br />
+che di lor suona sù ne la tua vita,<br />
+grazïa acquista in ciel che sì li avanza».<br />
+</p>
+
+<p>
+Intanto voce fu per me udita:<br />
+«Onorate l’altissimo poeta;<br />
+l’ombra sua torna, ch’era dipartita».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi che la voce fu restata e queta,<br />
+vidi quattro grand’ ombre a noi venire:<br />
+sembianz’ avevan né trista né lieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro cominciò a dire:<br />
+«Mira colui con quella spada in mano,<br />
+che vien dinanzi ai tre sì come sire:<br />
+</p>
+
+<p>
+quelli è Omero poeta sovrano;<br />
+l’altro è Orazio satiro che vene;<br />
+Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però che ciascun meco si convene<br />
+nel nome che sonò la voce sola,<br />
+fannomi onore, e di ciò fanno bene».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così vid’ i’ adunar la bella scola<br />
+di quel segnor de l’altissimo canto<br />
+che sovra li altri com’ aquila vola.<br />
+</p>
+
+<p>
+Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,<br />
+volsersi a me con salutevol cenno,<br />
+e ’l mio maestro sorrise di tanto;<br />
+</p>
+
+<p>
+e più d’onore ancora assai mi fenno,<br />
+ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,<br />
+sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così andammo infino a la lumera,<br />
+parlando cose che ’l tacere è bello,<br />
+sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.<br />
+</p>
+
+<p>
+Venimmo al piè d’un nobile castello,<br />
+sette volte cerchiato d’alte mura,<br />
+difeso intorno d’un bel fiumicello.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questo passammo come terra dura;<br />
+per sette porte intrai con questi savi:<br />
+giugnemmo in prato di fresca verdura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Genti v’eran con occhi tardi e gravi,<br />
+di grande autorità ne’ lor sembianti:<br />
+parlavan rado, con voci soavi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Traemmoci così da l’un de’ canti,<br />
+in loco aperto, luminoso e alto,<br />
+sì che veder si potien tutti quanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Colà diritto, sovra ’l verde smalto,<br />
+mi fuor mostrati li spiriti magni,<br />
+che del vedere in me stesso m’essalto.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ vidi Eletra con molti compagni,<br />
+tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,<br />
+Cesare armato con li occhi grifagni.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;<br />
+da l’altra parte vidi ’l re Latino<br />
+che con Lavina sua figlia sedea.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,<br />
+Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;<br />
+e solo, in parte, vidi ’l Saladino.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,<br />
+vidi ’l maestro di color che sanno<br />
+seder tra filosofica famiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:<br />
+quivi vid’ ïo Socrate e Platone,<br />
+che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;<br />
+</p>
+
+<p>
+Democrito che ’l mondo a caso pone,<br />
+Dïogenès, Anassagora e Tale,<br />
+Empedoclès, Eraclito e Zenone;<br />
+</p>
+
+<p>
+e vidi il buono accoglitor del quale,<br />
+Dïascoride dico; e vidi Orfeo,<br />
+Tulïo e Lino e Seneca morale;<br />
+</p>
+
+<p>
+Euclide geomètra e Tolomeo,<br />
+Ipocràte, Avicenna e Galïeno,<br />
+Averoìs, che ’l gran comento feo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,<br />
+però che sì mi caccia il lungo tema,<br />
+che molte volte al fatto il dir vien meno.<br />
+</p>
+
+<p>
+La sesta compagnia in due si scema:<br />
+per altra via mi mena il savio duca,<br />
+fuor de la queta, ne l’aura che trema.<br />
+</p>
+
+<p>
+E vegno in parte ove non è che luca.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto V</h2>
+
+<p>
+Così discesi del cerchio primaio<br />
+giù nel secondo, che men loco cinghia<br />
+e tanto più dolor, che punge a guaio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:<br />
+essamina le colpe ne l’intrata;<br />
+giudica e manda secondo ch’avvinghia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dico che quando l’anima mal nata<br />
+li vien dinanzi, tutta si confessa;<br />
+e quel conoscitor de le peccata<br />
+</p>
+
+<p>
+vede qual loco d’inferno è da essa;<br />
+cignesi con la coda tante volte<br />
+quantunque gradi vuol che giù sia messa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:<br />
+vanno a vicenda ciascuna al giudizio,<br />
+dicono e odono e poi son giù volte.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu che vieni al doloroso ospizio»,<br />
+disse Minòs a me quando mi vide,<br />
+lasciando l’atto di cotanto offizio,<br />
+</p>
+
+<p>
+«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;<br />
+non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».<br />
+E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?<br />
+</p>
+
+<p>
+Non impedir lo suo fatale andare:<br />
+vuolsi così colà dove si puote<br />
+ciò che si vuole, e più non dimandare».<br />
+</p>
+
+<p>
+Or incomincian le dolenti note<br />
+a farmisi sentire; or son venuto<br />
+là dove molto pianto mi percuote.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io venni in loco d’ogne luce muto,<br />
+che mugghia come fa mar per tempesta,<br />
+se da contrari venti è combattuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+La bufera infernal, che mai non resta,<br />
+mena li spirti con la sua rapina;<br />
+voltando e percotendo li molesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando giungon davanti a la ruina,<br />
+quivi le strida, il compianto, il lamento;<br />
+bestemmian quivi la virtù divina.<br />
+</p>
+
+<p>
+Intesi ch’a così fatto tormento<br />
+enno dannati i peccator carnali,<br />
+che la ragion sommettono al talento.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come li stornei ne portan l’ali<br />
+nel freddo tempo, a schiera larga e piena,<br />
+così quel fiato li spiriti mali<br />
+</p>
+
+<p>
+di qua, di là, di giù, di sù li mena;<br />
+nulla speranza li conforta mai,<br />
+non che di posa, ma di minor pena.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come i gru van cantando lor lai,<br />
+faccendo in aere di sé lunga riga,<br />
+così vid’ io venir, traendo guai,<br />
+</p>
+
+<p>
+ombre portate da la detta briga;<br />
+per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle<br />
+genti che l’aura nera sì gastiga?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«La prima di color di cui novelle<br />
+tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,<br />
+«fu imperadrice di molte favelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+A vizio di lussuria fu sì rotta,<br />
+che libito fé licito in sua legge,<br />
+per tòrre il biasmo in che era condotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ell’ è Semiramìs, di cui si legge<br />
+che succedette a Nino e fu sua sposa:<br />
+tenne la terra che ’l Soldan corregge.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’altra è colei che s’ancise amorosa,<br />
+e ruppe fede al cener di Sicheo;<br />
+poi è Cleopatràs lussurïosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elena vedi, per cui tanto reo<br />
+tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,<br />
+che con amore al fine combatteo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille<br />
+ombre mostrommi e nominommi a dito,<br />
+ch’amor di nostra vita dipartille.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito<br />
+nomar le donne antiche e ’ cavalieri,<br />
+pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ cominciai: «Poeta, volontieri<br />
+parlerei a quei due che ’nsieme vanno,<br />
+e paion sì al vento esser leggeri».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Vedrai quando saranno<br />
+più presso a noi; e tu allor li priega<br />
+per quello amor che i mena, ed ei verranno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Sì tosto come il vento a noi li piega,<br />
+mossi la voce: «O anime affannate,<br />
+venite a noi parlar, s’altri nol niega!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quali colombe dal disio chiamate<br />
+con l’ali alzate e ferme al dolce nido<br />
+vegnon per l’aere, dal voler portate;<br />
+</p>
+
+<p>
+cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,<br />
+a noi venendo per l’aere maligno,<br />
+sì forte fu l’affettüoso grido.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O animal grazïoso e benigno<br />
+che visitando vai per l’aere perso<br />
+noi che tignemmo il mondo di sanguigno,<br />
+</p>
+
+<p>
+se fosse amico il re de l’universo,<br />
+noi pregheremmo lui de la tua pace,<br />
+poi c’hai pietà del nostro mal perverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di quel che udire e che parlar vi piace,<br />
+noi udiremo e parleremo a voi,<br />
+mentre che ’l vento, come fa, ci tace.<br />
+</p>
+
+<p>
+Siede la terra dove nata fui<br />
+su la marina dove ’l Po discende<br />
+per aver pace co’ seguaci sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,<br />
+prese costui de la bella persona<br />
+che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.<br />
+</p>
+
+<p>
+Amor, ch’a nullo amato amar perdona,<br />
+mi prese del costui piacer sì forte,<br />
+che, come vedi, ancor non m’abbandona.<br />
+</p>
+
+<p>
+Amor condusse noi ad una morte.<br />
+Caina attende chi a vita ci spense».<br />
+Queste parole da lor ci fuor porte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ io intesi quell’ anime offense,<br />
+china’ il viso, e tanto il tenni basso,<br />
+fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,<br />
+quanti dolci pensier, quanto disio<br />
+menò costoro al doloroso passo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,<br />
+e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri<br />
+a lagrimar mi fanno tristo e pio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,<br />
+a che e come concedette amore<br />
+che conosceste i dubbiosi disiri?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quella a me: «Nessun maggior dolore<br />
+che ricordarsi del tempo felice<br />
+ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma s’a conoscer la prima radice<br />
+del nostro amor tu hai cotanto affetto,<br />
+dirò come colui che piange e dice.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi leggiavamo un giorno per diletto<br />
+di Lancialotto come amor lo strinse;<br />
+soli eravamo e sanza alcun sospetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per più fïate li occhi ci sospinse<br />
+quella lettura, e scolorocci il viso;<br />
+ma solo un punto fu quel che ci vinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando leggemmo il disïato riso<br />
+esser basciato da cotanto amante,<br />
+questi, che mai da me non fia diviso,<br />
+</p>
+
+<p>
+la bocca mi basciò tutto tremante.<br />
+Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:<br />
+quel giorno più non vi leggemmo avante».<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre che l’uno spirto questo disse,<br />
+l’altro piangëa; sì che di pietade<br />
+io venni men così com’ io morisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+E caddi come corpo morto cade.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto VI</h2>
+
+<p>
+Al tornar de la mente, che si chiuse<br />
+dinanzi a la pietà d’i due cognati,<br />
+che di trestizia tutto mi confuse,<br />
+</p>
+
+<p>
+novi tormenti e novi tormentati<br />
+mi veggio intorno, come ch’io mi mova<br />
+e ch’io mi volga, e come che io guati.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io sono al terzo cerchio, de la piova<br />
+etterna, maladetta, fredda e greve;<br />
+regola e qualità mai non l’è nova.<br />
+</p>
+
+<p>
+Grandine grossa, acqua tinta e neve<br />
+per l’aere tenebroso si riversa;<br />
+pute la terra che questo riceve.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cerbero, fiera crudele e diversa,<br />
+con tre gole caninamente latra<br />
+sovra la gente che quivi è sommersa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,<br />
+e ’l ventre largo, e unghiate le mani;<br />
+graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Urlar li fa la pioggia come cani;<br />
+de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;<br />
+volgonsi spesso i miseri profani.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,<br />
+le bocche aperse e mostrocci le sanne;<br />
+non avea membro che tenesse fermo.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca mio distese le sue spanne,<br />
+prese la terra, e con piene le pugna<br />
+la gittò dentro a le bramose canne.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,<br />
+e si racqueta poi che ’l pasto morde,<br />
+ché solo a divorarlo intende e pugna,<br />
+</p>
+
+<p>
+cotai si fecer quelle facce lorde<br />
+de lo demonio Cerbero, che ’ntrona<br />
+l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi passavam su per l’ombre che adona<br />
+la greve pioggia, e ponavam le piante<br />
+sovra lor vanità che par persona.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elle giacean per terra tutte quante,<br />
+fuor d’una ch’a seder si levò, ratto<br />
+ch’ella ci vide passarsi davante.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,<br />
+mi disse, «riconoscimi, se sai:<br />
+tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «L’angoscia che tu hai<br />
+forse ti tira fuor de la mia mente,<br />
+sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente<br />
+loco se’ messo, e hai sì fatta pena,<br />
+che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena<br />
+d’invidia sì che già trabocca il sacco,<br />
+seco mi tenne in la vita serena.<br />
+</p>
+
+<p>
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:<br />
+per la dannosa colpa de la gola,<br />
+come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io anima trista non son sola,<br />
+ché tutte queste a simil pena stanno<br />
+per simil colpa». E più non fé parola.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno<br />
+mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;<br />
+ma dimmi, se tu sai, a che verranno<br />
+</p>
+
+<p>
+li cittadin de la città partita;<br />
+s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione<br />
+per che l’ha tanta discordia assalita».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli a me: «Dopo lunga tencione<br />
+verranno al sangue, e la parte selvaggia<br />
+caccerà l’altra con molta offensione.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi appresso convien che questa caggia<br />
+infra tre soli, e che l’altra sormonti<br />
+con la forza di tal che testé piaggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Alte terrà lungo tempo le fronti,<br />
+tenendo l’altra sotto gravi pesi,<br />
+come che di ciò pianga o che n’aonti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Giusti son due, e non vi sono intesi;<br />
+superbia, invidia e avarizia sono<br />
+le tre faville c’hanno i cuori accesi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Qui puose fine al lagrimabil suono.<br />
+E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni<br />
+e che di più parlar mi facci dono.<br />
+</p>
+
+<p>
+Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,<br />
+Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca<br />
+e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,<br />
+</p>
+
+<p>
+dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;<br />
+ché gran disio mi stringe di savere<br />
+se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;<br />
+diverse colpe giù li grava al fondo:<br />
+se tanto scendi, là i potrai vedere.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,<br />
+priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:<br />
+più non ti dico e più non ti rispondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Li diritti occhi torse allora in biechi;<br />
+guardommi un poco e poi chinò la testa:<br />
+cadde con essa a par de li altri ciechi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca disse a me: «Più non si desta<br />
+di qua dal suon de l’angelica tromba,<br />
+quando verrà la nimica podesta:<br />
+</p>
+
+<p>
+ciascun rivederà la trista tomba,<br />
+ripiglierà sua carne e sua figura,<br />
+udirà quel ch’in etterno rimbomba».<br />
+</p>
+
+<p>
+Sì trapassammo per sozza mistura<br />
+de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,<br />
+toccando un poco la vita futura;<br />
+</p>
+
+<p>
+per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti<br />
+crescerann’ ei dopo la gran sentenza,<br />
+o fier minori, o saran sì cocenti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,<br />
+che vuol, quanto la cosa è più perfetta,<br />
+più senta il bene, e così la doglienza.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutto che questa gente maladetta<br />
+in vera perfezion già mai non vada,<br />
+di là più che di qua essere aspetta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi aggirammo a tondo quella strada,<br />
+parlando più assai ch’i’ non ridico;<br />
+venimmo al punto dove si digrada:<br />
+</p>
+
+<p>
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto VII</h2>
+
+<p>
+«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,<br />
+cominciò Pluto con la voce chioccia;<br />
+e quel savio gentil, che tutto seppe,<br />
+</p>
+
+<p>
+disse per confortarmi: «Non ti noccia<br />
+la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,<br />
+non ci torrà lo scender questa roccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,<br />
+e disse: «Taci, maladetto lupo!<br />
+consuma dentro te con la tua rabbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non è sanza cagion l’andare al cupo:<br />
+vuolsi ne l’alto, là dove Michele<br />
+fé la vendetta del superbo strupo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quali dal vento le gonfiate vele<br />
+caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,<br />
+tal cadde a terra la fiera crudele.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così scendemmo ne la quarta lacca,<br />
+pigliando più de la dolente ripa<br />
+che ’l mal de l’universo tutto insacca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa<br />
+nove travaglie e pene quant’ io viddi?<br />
+e perché nostra colpa sì ne scipa?<br />
+</p>
+
+<p>
+Come fa l’onda là sovra Cariddi,<br />
+che si frange con quella in cui s’intoppa,<br />
+così convien che qui la gente riddi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,<br />
+e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,<br />
+voltando pesi per forza di poppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì<br />
+si rivolgea ciascun, voltando a retro,<br />
+gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così tornavan per lo cerchio tetro<br />
+da ogne mano a l’opposito punto,<br />
+gridandosi anche loro ontoso metro;<br />
+</p>
+
+<p>
+poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,<br />
+per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.<br />
+E io, ch’avea lo cor quasi compunto,<br />
+</p>
+
+<p>
+dissi: «Maestro mio, or mi dimostra<br />
+che gente è questa, e se tutti fuor cherci<br />
+questi chercuti a la sinistra nostra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci<br />
+sì de la mente in la vita primaia,<br />
+che con misura nullo spendio ferci.<br />
+</p>
+
+<p>
+Assai la voce lor chiaro l’abbaia,<br />
+quando vegnono a’ due punti del cerchio<br />
+dove colpa contraria li dispaia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi fuor cherci, che non han coperchio<br />
+piloso al capo, e papi e cardinali,<br />
+in cui usa avarizia il suo soperchio».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, tra questi cotali<br />
+dovre’ io ben riconoscere alcuni<br />
+che furo immondi di cotesti mali».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:<br />
+la sconoscente vita che i fé sozzi,<br />
+ad ogne conoscenza or li fa bruni.<br />
+</p>
+
+<p>
+In etterno verranno a li due cozzi:<br />
+questi resurgeranno del sepulcro<br />
+col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro<br />
+ha tolto loro, e posti a questa zuffa:<br />
+qual ella sia, parole non ci appulcro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa<br />
+d’i ben che son commessi a la fortuna,<br />
+per che l’umana gente si rabbuffa;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché tutto l’oro ch’è sotto la luna<br />
+e che già fu, di quest’ anime stanche<br />
+non poterebbe farne posare una».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:<br />
+questa fortuna di che tu mi tocche,<br />
+che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli a me: «Oh creature sciocche,<br />
+quanta ignoranza è quella che v’offende!<br />
+Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.<br />
+</p>
+
+<p>
+Colui lo cui saver tutto trascende,<br />
+fece li cieli e diè lor chi conduce<br />
+sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,<br />
+</p>
+
+<p>
+distribuendo igualmente la luce.<br />
+Similemente a li splendor mondani<br />
+ordinò general ministra e duce<br />
+</p>
+
+<p>
+che permutasse a tempo li ben vani<br />
+di gente in gente e d’uno in altro sangue,<br />
+oltre la difension d’i senni umani;<br />
+</p>
+
+<p>
+per ch’una gente impera e l’altra langue,<br />
+seguendo lo giudicio di costei,<br />
+che è occulto come in erba l’angue.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vostro saver non ha contasto a lei:<br />
+questa provede, giudica, e persegue<br />
+suo regno come il loro li altri dèi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le sue permutazion non hanno triegue:<br />
+necessità la fa esser veloce;<br />
+sì spesso vien chi vicenda consegue.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce<br />
+pur da color che le dovrien dar lode,<br />
+dandole biasmo a torto e mala voce;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma ella s’è beata e ciò non ode:<br />
+con l’altre prime creature lieta<br />
+volve sua spera e beata si gode.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or discendiamo omai a maggior pieta;<br />
+già ogne stella cade che saliva<br />
+quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva<br />
+sovr’ una fonte che bolle e riversa<br />
+per un fossato che da lei deriva.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’acqua era buia assai più che persa;<br />
+e noi, in compagnia de l’onde bige,<br />
+intrammo giù per una via diversa.<br />
+</p>
+
+<p>
+In la palude va c’ha nome Stige<br />
+questo tristo ruscel, quand’ è disceso<br />
+al piè de le maligne piagge grige.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, che di mirare stava inteso,<br />
+vidi genti fangose in quel pantano,<br />
+ignude tutte, con sembiante offeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Queste si percotean non pur con mano,<br />
+ma con la testa e col petto e coi piedi,<br />
+troncandosi co’ denti a brano a brano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi<br />
+l’anime di color cui vinse l’ira;<br />
+e anche vo’ che tu per certo credi<br />
+</p>
+
+<p>
+che sotto l’acqua è gente che sospira,<br />
+e fanno pullular quest’ acqua al summo,<br />
+come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo<br />
+ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,<br />
+portando dentro accidïoso fummo:<br />
+</p>
+
+<p>
+or ci attristiam ne la belletta negra”.<br />
+Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,<br />
+ché dir nol posson con parola integra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così girammo de la lorda pozza<br />
+grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,<br />
+con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.<br />
+</p>
+
+<p>
+Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto VIII</h2>
+
+<p>
+Io dico, seguitando, ch’assai prima<br />
+che noi fossimo al piè de l’alta torre,<br />
+li occhi nostri n’andar suso a la cima<br />
+</p>
+
+<p>
+per due fiammette che i vedemmo porre,<br />
+e un’altra da lungi render cenno,<br />
+tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;<br />
+dissi: «Questo che dice? e che risponde<br />
+quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Su per le sucide onde<br />
+già scorgere puoi quello che s’aspetta,<br />
+se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».<br />
+</p>
+
+<p>
+Corda non pinse mai da sé saetta<br />
+che sì corresse via per l’aere snella,<br />
+com’ io vidi una nave piccioletta<br />
+</p>
+
+<p>
+venir per l’acqua verso noi in quella,<br />
+sotto ’l governo d’un sol galeoto,<br />
+che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,<br />
+disse lo mio segnore, «a questa volta:<br />
+più non ci avrai che sol passando il loto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è colui che grande inganno ascolta<br />
+che li sia fatto, e poi se ne rammarca,<br />
+fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio discese ne la barca,<br />
+e poi mi fece intrare appresso lui;<br />
+e sol quand’ io fui dentro parve carca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tosto che ’l duca e io nel legno fui,<br />
+segando se ne va l’antica prora<br />
+de l’acqua più che non suol con altrui.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre noi corravam la morta gora,<br />
+dinanzi mi si fece un pien di fango,<br />
+e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;<br />
+ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».<br />
+Rispuose: «Vedi che son un che piango».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Con piangere e con lutto,<br />
+spirito maladetto, ti rimani;<br />
+ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor distese al legno ambo le mani;<br />
+per che ’l maestro accorto lo sospinse,<br />
+dicendo: «Via costà con li altri cani!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;<br />
+basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,<br />
+benedetta colei che ’n te s’incinse!<br />
+</p>
+
+<p>
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;<br />
+bontà non è che sua memoria fregi:<br />
+così s’è l’ombra sua qui furïosa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quanti si tegnon or là sù gran regi<br />
+che qui staranno come porci in brago,<br />
+di sé lasciando orribili dispregi!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, molto sarei vago<br />
+di vederlo attuffare in questa broda<br />
+prima che noi uscissimo del lago».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Avante che la proda<br />
+ti si lasci veder, tu sarai sazio:<br />
+di tal disïo convien che tu goda».<br />
+</p>
+
+<p>
+Dopo ciò poco vid’ io quello strazio<br />
+far di costui a le fangose genti,<br />
+che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;<br />
+e ’l fiorentino spirito bizzarro<br />
+in sé medesmo si volvea co’ denti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi il lasciammo, che più non ne narro;<br />
+ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,<br />
+per ch’io avante l’occhio intento sbarro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,<br />
+s’appressa la città c’ha nome Dite,<br />
+coi gravi cittadin, col grande stuolo».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, già le sue meschite<br />
+là entro certe ne la valle cerno,<br />
+vermiglie come se di foco uscite<br />
+</p>
+
+<p>
+fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno<br />
+ch’entro l’affoca le dimostra rosse,<br />
+come tu vedi in questo basso inferno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse<br />
+che vallan quella terra sconsolata:<br />
+le mura mi parean che ferro fosse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non sanza prima far grande aggirata,<br />
+venimmo in parte dove il nocchier forte<br />
+«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi più di mille in su le porte<br />
+da ciel piovuti, che stizzosamente<br />
+dicean: «Chi è costui che sanza morte<br />
+</p>
+
+<p>
+va per lo regno de la morta gente?».<br />
+E ’l savio mio maestro fece segno<br />
+di voler lor parlar segretamente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor chiusero un poco il gran disdegno<br />
+e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada<br />
+che sì ardito intrò per questo regno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sol si ritorni per la folle strada:<br />
+pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,<br />
+che li ha’ iscorta sì buia contrada».<br />
+</p>
+
+<p>
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai<br />
+nel suon de le parole maladette,<br />
+ché non credetti ritornarci mai.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O caro duca mio, che più di sette<br />
+volte m’hai sicurtà renduta e tratto<br />
+d’alto periglio che ’ncontra mi stette,<br />
+</p>
+
+<p>
+non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;<br />
+e se ’l passar più oltre ci è negato,<br />
+ritroviam l’orme nostre insieme ratto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quel segnor che lì m’avea menato,<br />
+mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo<br />
+non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso<br />
+conforta e ciba di speranza buona,<br />
+ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così sen va, e quivi m’abbandona<br />
+lo dolce padre, e io rimagno in forse,<br />
+che sì e no nel capo mi tenciona.<br />
+</p>
+
+<p>
+Udir non potti quello ch’a lor porse;<br />
+ma ei non stette là con essi guari,<br />
+che ciascun dentro a pruova si ricorse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Chiuser le porte que’ nostri avversari<br />
+nel petto al mio segnor, che fuor rimase<br />
+e rivolsesi a me con passi rari.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase<br />
+d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:<br />
+«Chi m’ha negate le dolenti case!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,<br />
+non sbigottir, ch’io vincerò la prova,<br />
+qual ch’a la difension dentro s’aggiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questa lor tracotanza non è nova;<br />
+ché già l’usaro a men segreta porta,<br />
+la qual sanza serrame ancor si trova.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sovr’ essa vedestù la scritta morta:<br />
+e già di qua da lei discende l’erta,<br />
+passando per li cerchi sanza scorta,<br />
+</p>
+
+<p>
+tal che per lui ne fia la terra aperta».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto IX</h2>
+
+<p>
+Quel color che viltà di fuor mi pinse<br />
+veggendo il duca mio tornare in volta,<br />
+più tosto dentro il suo novo ristrinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;<br />
+ché l’occhio nol potea menare a lunga<br />
+per l’aere nero e per la nebbia folta.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Pur a noi converrà vincer la punga»,<br />
+cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.<br />
+Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse<br />
+lo cominciar con l’altro che poi venne,<br />
+che fur parole a le prime diverse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma nondimen paura il suo dir dienne,<br />
+perch’ io traeva la parola tronca<br />
+forse a peggior sentenzia che non tenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+«In questo fondo de la trista conca<br />
+discende mai alcun del primo grado,<br />
+che sol per pena ha la speranza cionca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Questa question fec’ io; e quei «Di rado<br />
+incontra», mi rispuose, «che di noi<br />
+faccia il cammino alcun per qual io vado.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ver è ch’altra fïata qua giù fui,<br />
+congiurato da quella Eritón cruda<br />
+che richiamava l’ombre a’ corpi sui.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di poco era di me la carne nuda,<br />
+ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,<br />
+per trarne un spirto del cerchio di Giuda.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,<br />
+e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:<br />
+ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questa palude che ’l gran puzzo spira<br />
+cigne dintorno la città dolente,<br />
+u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».<br />
+</p>
+
+<p>
+E altro disse, ma non l’ho a mente;<br />
+però che l’occhio m’avea tutto tratto<br />
+ver’ l’alta torre a la cima rovente,<br />
+</p>
+
+<p>
+dove in un punto furon dritte ratto<br />
+tre furïe infernal di sangue tinte,<br />
+che membra feminine avieno e atto,<br />
+</p>
+
+<p>
+e con idre verdissime eran cinte;<br />
+serpentelli e ceraste avien per crine,<br />
+onde le fiere tempie erano avvinte.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quei, che ben conobbe le meschine<br />
+de la regina de l’etterno pianto,<br />
+«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quest’ è Megera dal sinistro canto;<br />
+quella che piange dal destro è Aletto;<br />
+Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;<br />
+battiensi a palme e gridavan sì alto,<br />
+ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,<br />
+dicevan tutte riguardando in giuso;<br />
+«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;<br />
+ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,<br />
+nulla sarebbe di tornar mai suso».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così disse ’l maestro; ed elli stessi<br />
+mi volse, e non si tenne a le mie mani,<br />
+che con le sue ancor non mi chiudessi.<br />
+</p>
+
+<p>
+O voi ch’avete li ’ntelletti sani,<br />
+mirate la dottrina che s’asconde<br />
+sotto ’l velame de li versi strani.<br />
+</p>
+
+<p>
+E già venìa su per le torbide onde<br />
+un fracasso d’un suon, pien di spavento,<br />
+per cui tremavano amendue le sponde,<br />
+</p>
+
+<p>
+non altrimenti fatto che d’un vento<br />
+impetüoso per li avversi ardori,<br />
+che fier la selva e sanz’ alcun rattento<br />
+</p>
+
+<p>
+li rami schianta, abbatte e porta fori;<br />
+dinanzi polveroso va superbo,<br />
+e fa fuggir le fiere e li pastori.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo<br />
+del viso su per quella schiuma antica<br />
+per indi ove quel fummo è più acerbo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Come le rane innanzi a la nimica<br />
+biscia per l’acqua si dileguan tutte,<br />
+fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,<br />
+</p>
+
+<p>
+vid’ io più di mille anime distrutte<br />
+fuggir così dinanzi ad un ch’al passo<br />
+passava Stige con le piante asciutte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dal volto rimovea quell’ aere grasso,<br />
+menando la sinistra innanzi spesso;<br />
+e sol di quell’ angoscia parea lasso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,<br />
+e volsimi al maestro; e quei fé segno<br />
+ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!<br />
+Venne a la porta e con una verghetta<br />
+l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O cacciati del ciel, gente dispetta»,<br />
+cominciò elli in su l’orribil soglia,<br />
+«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?<br />
+</p>
+
+<p>
+Perché recalcitrate a quella voglia<br />
+a cui non puote il fin mai esser mozzo,<br />
+e che più volte v’ha cresciuta doglia?<br />
+</p>
+
+<p>
+Che giova ne le fata dar di cozzo?<br />
+Cerbero vostro, se ben vi ricorda,<br />
+ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si rivolse per la strada lorda,<br />
+e non fé motto a noi, ma fé sembiante<br />
+d’omo cui altra cura stringa e morda<br />
+</p>
+
+<p>
+che quella di colui che li è davante;<br />
+e noi movemmo i piedi inver’ la terra,<br />
+sicuri appresso le parole sante.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;<br />
+e io, ch’avea di riguardar disio<br />
+la condizion che tal fortezza serra,<br />
+</p>
+
+<p>
+com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:<br />
+e veggio ad ogne man grande campagna,<br />
+piena di duolo e di tormento rio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,<br />
+sì com’ a Pola, presso del Carnaro<br />
+ch’Italia chiude e suoi termini bagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,<br />
+così facevan quivi d’ogne parte,<br />
+salvo che ’l modo v’era più amaro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché tra li avelli fiamme erano sparte,<br />
+per le quali eran sì del tutto accesi,<br />
+che ferro più non chiede verun’ arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,<br />
+e fuor n’uscivan sì duri lamenti,<br />
+che ben parean di miseri e d’offesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, quai son quelle genti<br />
+che, seppellite dentro da quell’ arche,<br />
+si fan sentir coi sospiri dolenti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli a me: «Qui son li eresïarche<br />
+con lor seguaci, d’ogne setta, e molto<br />
+più che non credi son le tombe carche.<br />
+</p>
+
+<p>
+Simile qui con simile è sepolto,<br />
+e i monimenti son più e men caldi».<br />
+E poi ch’a la man destra si fu vòlto,<br />
+</p>
+
+<p>
+passammo tra i martìri e li alti spaldi.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto X</h2>
+
+<p>
+Ora sen va per un secreto calle,<br />
+tra ’l muro de la terra e li martìri,<br />
+lo mio maestro, e io dopo le spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O virtù somma, che per li empi giri<br />
+mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,<br />
+parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.<br />
+</p>
+
+<p>
+La gente che per li sepolcri giace<br />
+potrebbesi veder? già son levati<br />
+tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli a me: «Tutti saran serrati<br />
+quando di Iosafàt qui torneranno<br />
+coi corpi che là sù hanno lasciati.<br />
+</p>
+
+<p>
+Suo cimitero da questa parte hanno<br />
+con Epicuro tutti suoi seguaci,<br />
+che l’anima col corpo morta fanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però a la dimanda che mi faci<br />
+quinc’ entro satisfatto sarà tosto,<br />
+e al disio ancor che tu mi taci».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Buon duca, non tegno riposto<br />
+a te mio cuor se non per dicer poco,<br />
+e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».<br />
+</p>
+
+<p>
+«O Tosco che per la città del foco<br />
+vivo ten vai così parlando onesto,<br />
+piacciati di restare in questo loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+La tua loquela ti fa manifesto<br />
+di quella nobil patrïa natio,<br />
+a la qual forse fui troppo molesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Subitamente questo suono uscìo<br />
+d’una de l’arche; però m’accostai,<br />
+temendo, un poco più al duca mio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?<br />
+Vedi là Farinata che s’è dritto:<br />
+da la cintola in sù tutto ’l vedrai».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io avea già il mio viso nel suo fitto;<br />
+ed el s’ergea col petto e con la fronte<br />
+com’ avesse l’inferno a gran dispitto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E l’animose man del duca e pronte<br />
+mi pinser tra le sepulture a lui,<br />
+dicendo: «Le parole tue sien conte».<br />
+</p>
+
+<p>
+Com’ io al piè de la sua tomba fui,<br />
+guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,<br />
+mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io ch’era d’ubidir disideroso,<br />
+non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;<br />
+ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;<br />
+</p>
+
+<p>
+poi disse: «Fieramente furo avversi<br />
+a me e a miei primi e a mia parte,<br />
+sì che per due fïate li dispersi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,<br />
+rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;<br />
+ma i vostri non appreser ben quell’ arte».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor surse a la vista scoperchiata<br />
+un’ombra, lungo questa, infino al mento:<br />
+credo che s’era in ginocchie levata.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dintorno mi guardò, come talento<br />
+avesse di veder s’altri era meco;<br />
+e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,<br />
+</p>
+
+<p>
+piangendo disse: «Se per questo cieco<br />
+carcere vai per altezza d’ingegno,<br />
+mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Da me stesso non vegno:<br />
+colui ch’attende là, per qui mi mena<br />
+forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Le sue parole e ’l modo de la pena<br />
+m’avean di costui già letto il nome;<br />
+però fu la risposta così piena.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di sùbito drizzato gridò: «Come?<br />
+dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?<br />
+non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando s’accorse d’alcuna dimora<br />
+ch’io facëa dinanzi a la risposta,<br />
+supin ricadde e più non parve fora.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta<br />
+restato m’era, non mutò aspetto,<br />
+né mosse collo, né piegò sua costa;<br />
+</p>
+
+<p>
+e sé continüando al primo detto,<br />
+«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,<br />
+ciò mi tormenta più che questo letto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma non cinquanta volte fia raccesa<br />
+la faccia de la donna che qui regge,<br />
+che tu saprai quanto quell’ arte pesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se tu mai nel dolce mondo regge,<br />
+dimmi: perché quel popolo è sì empio<br />
+incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio<br />
+che fece l’Arbia colorata in rosso,<br />
+tal orazion fa far nel nostro tempio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,<br />
+«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo<br />
+sanza cagion con li altri sarei mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma fu’ io solo, là dove sofferto<br />
+fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,<br />
+colui che la difesi a viso aperto».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Deh, se riposi mai vostra semenza»,<br />
+prega’ io lui, «solvetemi quel nodo<br />
+che qui ha ’nviluppata mia sentenza.<br />
+</p>
+
+<p>
+El par che voi veggiate, se ben odo,<br />
+dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,<br />
+e nel presente tenete altro modo».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,<br />
+le cose», disse, «che ne son lontano;<br />
+cotanto ancor ne splende il sommo duce.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando s’appressano o son, tutto è vano<br />
+nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,<br />
+nulla sapem di vostro stato umano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però comprender puoi che tutta morta<br />
+fia nostra conoscenza da quel punto<br />
+che del futuro fia chiusa la porta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor, come di mia colpa compunto,<br />
+dissi: «Or direte dunque a quel caduto<br />
+che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;<br />
+</p>
+
+<p>
+e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,<br />
+fate i saper che ’l fei perché pensava<br />
+già ne l’error che m’avete soluto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E già ’l maestro mio mi richiamava;<br />
+per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio<br />
+che mi dicesse chi con lu’ istava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:<br />
+qua dentro è ’l secondo Federico<br />
+e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Indi s’ascose; e io inver’ l’antico<br />
+poeta volsi i passi, ripensando<br />
+a quel parlar che mi parea nemico.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elli si mosse; e poi, così andando,<br />
+mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».<br />
+E io li sodisfeci al suo dimando.<br />
+</p>
+
+<p>
+«La mente tua conservi quel ch’udito<br />
+hai contra te», mi comandò quel saggio;<br />
+«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:<br />
+</p>
+
+<p>
+«quando sarai dinanzi al dolce raggio<br />
+di quella il cui bell’ occhio tutto vede,<br />
+da lei saprai di tua vita il vïaggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Appresso mosse a man sinistra il piede:<br />
+lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo<br />
+per un sentier ch’a una valle fiede,<br />
+</p>
+
+<p>
+che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XI</h2>
+
+<p>
+In su l’estremità d’un’alta ripa<br />
+che facevan gran pietre rotte in cerchio,<br />
+venimmo sopra più crudele stipa;<br />
+</p>
+
+<p>
+e quivi, per l’orribile soperchio<br />
+del puzzo che ’l profondo abisso gitta,<br />
+ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio<br />
+</p>
+
+<p>
+d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta<br />
+che dicea: ‘Anastasio papa guardo,<br />
+lo qual trasse Fotin de la via dritta’.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Lo nostro scender conviene esser tardo,<br />
+sì che s’ausi un poco in prima il senso<br />
+al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,<br />
+dissi lui, «trova che ’l tempo non passi<br />
+perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,<br />
+cominciò poi a dir, «son tre cerchietti<br />
+di grado in grado, come que’ che lassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutti son pien di spirti maladetti;<br />
+ma perché poi ti basti pur la vista,<br />
+intendi come e perché son costretti.<br />
+</p>
+
+<p>
+D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,<br />
+ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale<br />
+o con forza o con frode altrui contrista.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma perché frode è de l’uom proprio male,<br />
+più spiace a Dio; e però stan di sotto<br />
+li frodolenti, e più dolor li assale.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di vïolenti il primo cerchio è tutto;<br />
+ma perché si fa forza a tre persone,<br />
+in tre gironi è distinto e costrutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+A Dio, a sé, al prossimo si pòne<br />
+far forza, dico in loro e in lor cose,<br />
+come udirai con aperta ragione.<br />
+</p>
+
+<p>
+Morte per forza e ferute dogliose<br />
+nel prossimo si danno, e nel suo avere<br />
+ruine, incendi e tollette dannose;<br />
+</p>
+
+<p>
+onde omicide e ciascun che mal fiere,<br />
+guastatori e predon, tutti tormenta<br />
+lo giron primo per diverse schiere.<br />
+</p>
+
+<p>
+Puote omo avere in sé man vïolenta<br />
+e ne’ suoi beni; e però nel secondo<br />
+giron convien che sanza pro si penta<br />
+</p>
+
+<p>
+qualunque priva sé del vostro mondo,<br />
+biscazza e fonde la sua facultade,<br />
+e piange là dov’ esser de’ giocondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Puossi far forza ne la deïtade,<br />
+col cor negando e bestemmiando quella,<br />
+e spregiando natura e sua bontade;<br />
+</p>
+
+<p>
+e però lo minor giron suggella<br />
+del segno suo e Soddoma e Caorsa<br />
+e chi, spregiando Dio col cor, favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,<br />
+può l’omo usare in colui che ’n lui fida<br />
+e in quel che fidanza non imborsa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questo modo di retro par ch’incida<br />
+pur lo vinco d’amor che fa natura;<br />
+onde nel cerchio secondo s’annida<br />
+</p>
+
+<p>
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,<br />
+falsità, ladroneccio e simonia,<br />
+ruffian, baratti e simile lordura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per l’altro modo quell’ amor s’oblia<br />
+che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,<br />
+di che la fede spezïal si cria;<br />
+</p>
+
+<p>
+onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto<br />
+de l’universo in su che Dite siede,<br />
+qualunque trade in etterno è consunto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, assai chiara procede<br />
+la tua ragione, e assai ben distingue<br />
+questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,<br />
+che mena il vento, e che batte la pioggia,<br />
+e che s’incontran con sì aspre lingue,<br />
+</p>
+
+<p>
+perché non dentro da la città roggia<br />
+sono ei puniti, se Dio li ha in ira?<br />
+e se non li ha, perché sono a tal foggia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me «Perché tanto delira»,<br />
+disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?<br />
+o ver la mente dove altrove mira?<br />
+</p>
+
+<p>
+Non ti rimembra di quelle parole<br />
+con le quai la tua Etica pertratta<br />
+le tre disposizion che ’l ciel non vole,<br />
+</p>
+
+<p>
+incontenenza, malizia e la matta<br />
+bestialitade? e come incontenenza<br />
+men Dio offende e men biasimo accatta?<br />
+</p>
+
+<p>
+Se tu riguardi ben questa sentenza,<br />
+e rechiti a la mente chi son quelli<br />
+che sù di fuor sostegnon penitenza,<br />
+</p>
+
+<p>
+tu vedrai ben perché da questi felli<br />
+sien dipartiti, e perché men crucciata<br />
+la divina vendetta li martelli».<br />
+</p>
+
+<p>
+«O sol che sani ogne vista turbata,<br />
+tu mi contenti sì quando tu solvi,<br />
+che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,<br />
+diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende<br />
+la divina bontade, e ’l groppo solvi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,<br />
+nota, non pure in una sola parte,<br />
+come natura lo suo corso prende<br />
+</p>
+
+<p>
+dal divino ’ntelletto e da sua arte;<br />
+e se tu ben la tua Fisica note,<br />
+tu troverai, non dopo molte carte,<br />
+</p>
+
+<p>
+che l’arte vostra quella, quanto pote,<br />
+segue, come ’l maestro fa ’l discente;<br />
+sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.<br />
+</p>
+
+<p>
+Da queste due, se tu ti rechi a mente<br />
+lo Genesì dal principio, convene<br />
+prender sua vita e avanzar la gente;<br />
+</p>
+
+<p>
+e perché l’usuriere altra via tene,<br />
+per sé natura e per la sua seguace<br />
+dispregia, poi ch’in altro pon la spene.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;<br />
+ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,<br />
+e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,<br />
+</p>
+
+<p>
+e ’l balzo via là oltra si dismonta».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XII</h2>
+
+<p>
+Era lo loco ov’ a scender la riva<br />
+venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,<br />
+tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è quella ruina che nel fianco<br />
+di qua da Trento l’Adice percosse,<br />
+o per tremoto o per sostegno manco,<br />
+</p>
+
+<p>
+che da cima del monte, onde si mosse,<br />
+al piano è sì la roccia discoscesa,<br />
+ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:<br />
+</p>
+
+<p>
+cotal di quel burrato era la scesa;<br />
+e ’n su la punta de la rotta lacca<br />
+l’infamïa di Creti era distesa<br />
+</p>
+
+<p>
+che fu concetta ne la falsa vacca;<br />
+e quando vide noi, sé stesso morse,<br />
+sì come quei cui l’ira dentro fiacca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse<br />
+tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,<br />
+che sù nel mondo la morte ti porse?<br />
+</p>
+
+<p>
+Pàrtiti, bestia, ché questi non vene<br />
+ammaestrato da la tua sorella,<br />
+ma vassi per veder le vostre pene».<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è quel toro che si slaccia in quella<br />
+c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,<br />
+che gir non sa, ma qua e là saltella,<br />
+</p>
+
+<p>
+vid’ io lo Minotauro far cotale;<br />
+e quello accorto gridò: «Corri al varco;<br />
+mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così prendemmo via giù per lo scarco<br />
+di quelle pietre, che spesso moviensi<br />
+sotto i miei piedi per lo novo carco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi<br />
+forse a questa ruina, ch’è guardata<br />
+da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or vo’ che sappi che l’altra fïata<br />
+ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,<br />
+questa roccia non era ancor cascata.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma certo poco pria, se ben discerno,<br />
+che venisse colui che la gran preda<br />
+levò a Dite del cerchio superno,<br />
+</p>
+
+<p>
+da tutte parti l’alta valle feda<br />
+tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo<br />
+sentisse amor, per lo qual è chi creda<br />
+</p>
+
+<p>
+più volte il mondo in caòsso converso;<br />
+e in quel punto questa vecchia roccia,<br />
+qui e altrove, tal fece riverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia<br />
+la riviera del sangue in la qual bolle<br />
+qual che per vïolenza in altrui noccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh cieca cupidigia e ira folle,<br />
+che sì ci sproni ne la vita corta,<br />
+e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi un’ampia fossa in arco torta,<br />
+come quella che tutto ’l piano abbraccia,<br />
+secondo ch’avea detto la mia scorta;<br />
+</p>
+
+<p>
+e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia<br />
+corrien centauri, armati di saette,<br />
+come solien nel mondo andare a caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Veggendoci calar, ciascun ristette,<br />
+e de la schiera tre si dipartiro<br />
+con archi e asticciuole prima elette;<br />
+</p>
+
+<p>
+e l’un gridò da lungi: «A qual martiro<br />
+venite voi che scendete la costa?<br />
+Ditel costinci; se non, l’arco tiro».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro disse: «La risposta<br />
+farem noi a Chirón costà di presso:<br />
+mal fu la voglia tua sempre sì tosta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,<br />
+che morì per la bella Deianira,<br />
+e fé di sé la vendetta elli stesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quel di mezzo, ch’al petto si mira,<br />
+è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;<br />
+quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,<br />
+saettando qual anima si svelle<br />
+del sangue più che sua colpa sortille».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:<br />
+Chirón prese uno strale, e con la cocca<br />
+fece la barba in dietro a le mascelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,<br />
+disse a’ compagni: «Siete voi accorti<br />
+che quel di retro move ciò ch’el tocca?<br />
+</p>
+
+<p>
+Così non soglion far li piè d’i morti».<br />
+E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,<br />
+dove le due nature son consorti,<br />
+</p>
+
+<p>
+rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto<br />
+mostrar li mi convien la valle buia;<br />
+necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tal si partì da cantare alleluia<br />
+che mi commise quest’ officio novo:<br />
+non è ladron, né io anima fuia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma per quella virtù per cu’ io movo<br />
+li passi miei per sì selvaggia strada,<br />
+danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,<br />
+</p>
+
+<p>
+e che ne mostri là dove si guada,<br />
+e che porti costui in su la groppa,<br />
+ché non è spirto che per l’aere vada».<br />
+</p>
+
+<p>
+Chirón si volse in su la destra poppa,<br />
+e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,<br />
+e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».<br />
+</p>
+
+<p>
+Or ci movemmo con la scorta fida<br />
+lungo la proda del bollor vermiglio,<br />
+dove i bolliti facieno alte strida.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;<br />
+e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni<br />
+che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi si piangon li spietati danni;<br />
+quivi è Alessandro, e Dïonisio fero<br />
+che fé Cicilia aver dolorosi anni.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quella fronte c’ha ’l pel così nero,<br />
+è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,<br />
+è Opizzo da Esti, il qual per vero<br />
+</p>
+
+<p>
+fu spento dal figliastro sù nel mondo».<br />
+Allor mi volsi al poeta, e quei disse:<br />
+«Questi ti sia or primo, e io secondo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poco più oltre il centauro s’affisse<br />
+sovr’ una gente che ’nfino a la gola<br />
+parea che di quel bulicame uscisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,<br />
+dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio<br />
+lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi vidi gente che di fuor del rio<br />
+tenean la testa e ancor tutto ’l casso;<br />
+e di costoro assai riconobb’ io.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così a più a più si facea basso<br />
+quel sangue, sì che cocea pur li piedi;<br />
+e quindi fu del fosso il nostro passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Sì come tu da questa parte vedi<br />
+lo bulicame che sempre si scema»,<br />
+disse ’l centauro, «voglio che tu credi<br />
+</p>
+
+<p>
+che da quest’ altra a più a più giù prema<br />
+lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge<br />
+ove la tirannia convien che gema.<br />
+</p>
+
+<p>
+La divina giustizia di qua punge<br />
+quell’ Attila che fu flagello in terra,<br />
+e Pirro e Sesto; e in etterno munge<br />
+</p>
+
+<p>
+le lagrime, che col bollor diserra,<br />
+a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,<br />
+che fecero a le strade tanta guerra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XIII</h2>
+
+<p>
+Non era ancor di là Nesso arrivato,<br />
+quando noi ci mettemmo per un bosco<br />
+che da neun sentiero era segnato.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non fronda verde, ma di color fosco;<br />
+non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;<br />
+non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non han sì aspri sterpi né sì folti<br />
+quelle fiere selvagge che ’n odio hanno<br />
+tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,<br />
+che cacciar de le Strofade i Troiani<br />
+con tristo annunzio di futuro danno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ali hanno late, e colli e visi umani,<br />
+piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;<br />
+fanno lamenti in su li alberi strani.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l buon maestro «Prima che più entre,<br />
+sappi che se’ nel secondo girone»,<br />
+mi cominciò a dire, «e sarai mentre<br />
+</p>
+
+<p>
+che tu verrai ne l’orribil sabbione.<br />
+Però riguarda ben; sì vederai<br />
+cose che torrien fede al mio sermone».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io sentia d’ogne parte trarre guai<br />
+e non vedea persona che ’l facesse;<br />
+per ch’io tutto smarrito m’arrestai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse<br />
+che tante voci uscisser, tra quei bronchi,<br />
+da gente che per noi si nascondesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi<br />
+qualche fraschetta d’una d’este piante,<br />
+li pensier c’hai si faran tutti monchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor porsi la mano un poco avante<br />
+e colsi un ramicel da un gran pruno;<br />
+e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,<br />
+ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?<br />
+non hai tu spirto di pietade alcuno?<br />
+</p>
+
+<p>
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:<br />
+ben dovrebb’ esser la tua man più pia,<br />
+se state fossimo anime di serpi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Come d’un stizzo verde ch’arso sia<br />
+da l’un de’ capi, che da l’altro geme<br />
+e cigola per vento che va via,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì de la scheggia rotta usciva insieme<br />
+parole e sangue; ond’ io lasciai la cima<br />
+cadere, e stetti come l’uom che teme.<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’elli avesse potuto creder prima»,<br />
+rispuose ’l savio mio, «anima lesa,<br />
+ciò c’ha veduto pur con la mia rima,<br />
+</p>
+
+<p>
+non averebbe in te la man distesa;<br />
+ma la cosa incredibile mi fece<br />
+indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece<br />
+d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi<br />
+nel mondo sù, dove tornar li lece».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,<br />
+ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi<br />
+perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io son colui che tenni ambo le chiavi<br />
+del cor di Federigo, e che le volsi,<br />
+serrando e diserrando, sì soavi,<br />
+</p>
+
+<p>
+che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;<br />
+fede portai al glorïoso offizio,<br />
+tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+La meretrice che mai da l’ospizio<br />
+di Cesare non torse li occhi putti,<br />
+morte comune e de le corti vizio,<br />
+</p>
+
+<p>
+infiammò contra me li animi tutti;<br />
+e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,<br />
+che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’animo mio, per disdegnoso gusto,<br />
+credendo col morir fuggir disdegno,<br />
+ingiusto fece me contra me giusto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per le nove radici d’esto legno<br />
+vi giuro che già mai non ruppi fede<br />
+al mio segnor, che fu d’onor sì degno.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se di voi alcun nel mondo riede,<br />
+conforti la memoria mia, che giace<br />
+ancor del colpo che ’nvidia le diede».<br />
+</p>
+
+<p>
+Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,<br />
+disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;<br />
+ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora<br />
+di quel che credi ch’a me satisfaccia;<br />
+ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».<br />
+</p>
+
+<p>
+Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia<br />
+liberamente ciò che ’l tuo dir priega,<br />
+spirito incarcerato, ancor ti piaccia<br />
+</p>
+
+<p>
+di dirne come l’anima si lega<br />
+in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,<br />
+s’alcuna mai di tai membra si spiega».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor soffiò il tronco forte, e poi<br />
+si convertì quel vento in cotal voce:<br />
+«Brievemente sarà risposto a voi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando si parte l’anima feroce<br />
+dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,<br />
+Minòs la manda a la settima foce.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cade in la selva, e non l’è parte scelta;<br />
+ma là dove fortuna la balestra,<br />
+quivi germoglia come gran di spelta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Surge in vermena e in pianta silvestra:<br />
+l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,<br />
+fanno dolore, e al dolor fenestra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come l’altre verrem per nostre spoglie,<br />
+ma non però ch’alcuna sen rivesta,<br />
+ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qui le strascineremo, e per la mesta<br />
+selva saranno i nostri corpi appesi,<br />
+ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,<br />
+credendo ch’altro ne volesse dire,<br />
+quando noi fummo d’un romor sorpresi,<br />
+</p>
+
+<p>
+similemente a colui che venire<br />
+sente ’l porco e la caccia a la sua posta,<br />
+ch’ode le bestie, e le frasche stormire.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco due da la sinistra costa,<br />
+nudi e graffiati, fuggendo sì forte,<br />
+che de la selva rompieno ogne rosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».<br />
+E l’altro, cui pareva tardar troppo,<br />
+gridava: «Lano, sì non furo accorte<br />
+</p>
+
+<p>
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!».<br />
+E poi che forse li fallia la lena,<br />
+di sé e d’un cespuglio fece un groppo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di rietro a loro era la selva piena<br />
+di nere cagne, bramose e correnti<br />
+come veltri ch’uscisser di catena.<br />
+</p>
+
+<p>
+In quel che s’appiattò miser li denti,<br />
+e quel dilaceraro a brano a brano;<br />
+poi sen portar quelle membra dolenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Presemi allor la mia scorta per mano,<br />
+e menommi al cespuglio che piangea<br />
+per le rotture sanguinenti in vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,<br />
+che t’è giovato di me fare schermo?<br />
+che colpa ho io de la tua vita rea?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,<br />
+disse: «Chi fosti, che per tante punte<br />
+soffi con sangue doloroso sermo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a noi: «O anime che giunte<br />
+siete a veder lo strazio disonesto<br />
+c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,<br />
+</p>
+
+<p>
+raccoglietele al piè del tristo cesto.<br />
+I’ fui de la città che nel Batista<br />
+mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo<br />
+</p>
+
+<p>
+sempre con l’arte sua la farà trista;<br />
+e se non fosse che ’n sul passo d’Arno<br />
+rimane ancor di lui alcuna vista,<br />
+</p>
+
+<p>
+que’ cittadin che poi la rifondarno<br />
+sovra ’l cener che d’Attila rimase,<br />
+avrebber fatto lavorare indarno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io fei gibetto a me de le mie case».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XIV</h2>
+
+<p>
+Poi che la carità del natio loco<br />
+mi strinse, raunai le fronde sparte<br />
+e rende’le a colui, ch’era già fioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Indi venimmo al fine ove si parte<br />
+lo secondo giron dal terzo, e dove<br />
+si vede di giustizia orribil arte.<br />
+</p>
+
+<p>
+A ben manifestar le cose nove,<br />
+dico che arrivammo ad una landa<br />
+che dal suo letto ogne pianta rimove.<br />
+</p>
+
+<p>
+La dolorosa selva l’è ghirlanda<br />
+intorno, come ’l fosso tristo ad essa;<br />
+quivi fermammo i passi a randa a randa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,<br />
+non d’altra foggia fatta che colei<br />
+che fu da’ piè di Caton già soppressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+O vendetta di Dio, quanto tu dei<br />
+esser temuta da ciascun che legge<br />
+ciò che fu manifesto a li occhi mei!<br />
+</p>
+
+<p>
+D’anime nude vidi molte gregge<br />
+che piangean tutte assai miseramente,<br />
+e parea posta lor diversa legge.<br />
+</p>
+
+<p>
+Supin giacea in terra alcuna gente,<br />
+alcuna si sedea tutta raccolta,<br />
+e altra andava continüamente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quella che giva ’ntorno era più molta,<br />
+e quella men che giacëa al tormento,<br />
+ma più al duolo avea la lingua sciolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,<br />
+piovean di foco dilatate falde,<br />
+come di neve in alpe sanza vento.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quali Alessandro in quelle parti calde<br />
+d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo<br />
+fiamme cadere infino a terra salde,<br />
+</p>
+
+<p>
+per ch’ei provide a scalpitar lo suolo<br />
+con le sue schiere, acciò che lo vapore<br />
+mei si stingueva mentre ch’era solo:<br />
+</p>
+
+<p>
+tale scendeva l’etternale ardore;<br />
+onde la rena s’accendea, com’ esca<br />
+sotto focile, a doppiar lo dolore.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sanza riposo mai era la tresca<br />
+de le misere mani, or quindi or quinci<br />
+escotendo da sé l’arsura fresca.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci<br />
+tutte le cose, fuor che ’ demon duri<br />
+ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,<br />
+</p>
+
+<p>
+chi è quel grande che non par che curi<br />
+lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,<br />
+sì che la pioggia non par che ’l marturi?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quel medesmo, che si fu accorto<br />
+ch’io domandava il mio duca di lui,<br />
+gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui<br />
+crucciato prese la folgore aguta<br />
+onde l’ultimo dì percosso fui;<br />
+</p>
+
+<p>
+o s’elli stanchi li altri a muta a muta<br />
+in Mongibello a la focina negra,<br />
+chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì com’ el fece a la pugna di Flegra,<br />
+e me saetti con tutta sua forza:<br />
+non ne potrebbe aver vendetta allegra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allora il duca mio parlò di forza<br />
+tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:<br />
+«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza<br />
+</p>
+
+<p>
+la tua superbia, se’ tu più punito;<br />
+nullo martiro, fuor che la tua rabbia,<br />
+sarebbe al tuo furor dolor compito».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si rivolse a me con miglior labbia,<br />
+dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi<br />
+ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia<br />
+</p>
+
+<p>
+Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;<br />
+ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti<br />
+sono al suo petto assai debiti fregi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,<br />
+ancor, li piedi ne la rena arsiccia;<br />
+ma sempre al bosco tien li piedi stretti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Tacendo divenimmo là ’ve spiccia<br />
+fuor de la selva un picciol fiumicello,<br />
+lo cui rossore ancor mi raccapriccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quale del Bulicame esce ruscello<br />
+che parton poi tra lor le peccatrici,<br />
+tal per la rena giù sen giva quello.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo fondo suo e ambo le pendici<br />
+fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;<br />
+per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,<br />
+poscia che noi intrammo per la porta<br />
+lo cui sogliare a nessuno è negato,<br />
+</p>
+
+<p>
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta<br />
+notabile com’ è ’l presente rio,<br />
+che sovra sé tutte fiammelle ammorta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Queste parole fuor del duca mio;<br />
+per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto<br />
+di cui largito m’avëa il disio.<br />
+</p>
+
+<p>
+«In mezzo mar siede un paese guasto»,<br />
+diss’ elli allora, «che s’appella Creta,<br />
+sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Una montagna v’è che già fu lieta<br />
+d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;<br />
+or è diserta come cosa vieta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Rëa la scelse già per cuna fida<br />
+del suo figliuolo, e per celarlo meglio,<br />
+quando piangea, vi facea far le grida.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,<br />
+che tien volte le spalle inver’ Dammiata<br />
+e Roma guarda come süo speglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+La sua testa è di fin oro formata,<br />
+e puro argento son le braccia e ’l petto,<br />
+poi è di rame infino a la forcata;<br />
+</p>
+
+<p>
+da indi in giuso è tutto ferro eletto,<br />
+salvo che ’l destro piede è terra cotta;<br />
+e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta<br />
+d’una fessura che lagrime goccia,<br />
+le quali, accolte, fóran quella grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lor corso in questa valle si diroccia;<br />
+fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;<br />
+poi sen van giù per questa stretta doccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+infin, là ove più non si dismonta,<br />
+fanno Cocito; e qual sia quello stagno<br />
+tu lo vedrai, però qui non si conta».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Se ’l presente rigagno<br />
+si diriva così dal nostro mondo,<br />
+perché ci appar pur a questo vivagno?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;<br />
+e tutto che tu sie venuto molto,<br />
+pur a sinistra, giù calando al fondo,<br />
+</p>
+
+<p>
+non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;<br />
+per che, se cosa n’apparisce nova,<br />
+non de’ addur maraviglia al tuo volto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io ancor: «Maestro, ove si trova<br />
+Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,<br />
+e l’altro di’ che si fa d’esta piova».<br />
+</p>
+
+<p>
+«In tutte tue question certo mi piaci»,<br />
+rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa<br />
+dovea ben solver l’una che tu faci.<br />
+</p>
+
+<p>
+Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,<br />
+là dove vanno l’anime a lavarsi<br />
+quando la colpa pentuta è rimossa».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi<br />
+dal bosco; fa che di retro a me vegne:<br />
+li margini fan via, che non son arsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+e sopra loro ogne vapor si spegne».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XV</h2>
+
+<p>
+Ora cen porta l’un de’ duri margini;<br />
+e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,<br />
+sì che dal foco salva l’acqua e li argini.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,<br />
+temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,<br />
+fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;<br />
+</p>
+
+<p>
+e quali Padoan lungo la Brenta,<br />
+per difender lor ville e lor castelli,<br />
+anzi che Carentana il caldo senta:<br />
+</p>
+
+<p>
+a tale imagine eran fatti quelli,<br />
+tutto che né sì alti né sì grossi,<br />
+qual che si fosse, lo maestro félli.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già eravam da la selva rimossi<br />
+tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,<br />
+perch’ io in dietro rivolto mi fossi,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando incontrammo d’anime una schiera<br />
+che venian lungo l’argine, e ciascuna<br />
+ci riguardava come suol da sera<br />
+</p>
+
+<p>
+guardare uno altro sotto nuova luna;<br />
+e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia<br />
+come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così adocchiato da cotal famiglia,<br />
+fui conosciuto da un, che mi prese<br />
+per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, quando ’l suo braccio a me distese,<br />
+ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,<br />
+sì che ’l viso abbrusciato non difese<br />
+</p>
+
+<p>
+la conoscenza süa al mio ’ntelletto;<br />
+e chinando la mano a la sua faccia,<br />
+rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia<br />
+se Brunetto Latino un poco teco<br />
+ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;<br />
+e se volete che con voi m’asseggia,<br />
+faròl, se piace a costui che vo seco».<br />
+</p>
+
+<p>
+«O figliuol», disse, «qual di questa greggia<br />
+s’arresta punto, giace poi cent’ anni<br />
+sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;<br />
+e poi rigiugnerò la mia masnada,<br />
+che va piangendo i suoi etterni danni».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non osava scender de la strada<br />
+per andar par di lui; ma ’l capo chino<br />
+tenea com’ uom che reverente vada.<br />
+</p>
+
+<p>
+El cominciò: «Qual fortuna o destino<br />
+anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?<br />
+e chi è questi che mostra ’l cammino?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Là sù di sopra, in la vita serena»,<br />
+rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,<br />
+avanti che l’età mia fosse piena.<br />
+</p>
+
+<p>
+Pur ier mattina le volsi le spalle:<br />
+questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,<br />
+e reducemi a ca per questo calle».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,<br />
+non puoi fallire a glorïoso porto,<br />
+se ben m’accorsi ne la vita bella;<br />
+</p>
+
+<p>
+e s’io non fossi sì per tempo morto,<br />
+veggendo il cielo a te così benigno,<br />
+dato t’avrei a l’opera conforto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quello ingrato popolo maligno<br />
+che discese di Fiesole ab antico,<br />
+e tiene ancor del monte e del macigno,<br />
+</p>
+
+<p>
+ti si farà, per tuo ben far, nimico;<br />
+ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi<br />
+si disconvien fruttare al dolce fico.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;<br />
+gent’ è avara, invidiosa e superba:<br />
+dai lor costumi fa che tu ti forbi.<br />
+</p>
+
+<p>
+La tua fortuna tanto onor ti serba,<br />
+che l’una parte e l’altra avranno fame<br />
+di te; ma lungi fia dal becco l’erba.<br />
+</p>
+
+<p>
+Faccian le bestie fiesolane strame<br />
+di lor medesme, e non tocchin la pianta,<br />
+s’alcuna surge ancora in lor letame,<br />
+</p>
+
+<p>
+in cui riviva la sementa santa<br />
+di que’ Roman che vi rimaser quando<br />
+fu fatto il nido di malizia tanta».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,<br />
+rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora<br />
+de l’umana natura posto in bando;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,<br />
+la cara e buona imagine paterna<br />
+di voi quando nel mondo ad ora ad ora<br />
+</p>
+
+<p>
+m’insegnavate come l’uom s’etterna:<br />
+e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo<br />
+convien che ne la mia lingua si scerna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ciò che narrate di mio corso scrivo,<br />
+e serbolo a chiosar con altro testo<br />
+a donna che saprà, s’a lei arrivo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,<br />
+pur che mia coscïenza non mi garra,<br />
+ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non è nuova a li orecchi miei tal arra:<br />
+però giri Fortuna la sua rota<br />
+come le piace, e ’l villan la sua marra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro allora in su la gota<br />
+destra si volse in dietro e riguardommi;<br />
+poi disse: «Bene ascolta chi la nota».<br />
+</p>
+
+<p>
+Né per tanto di men parlando vommi<br />
+con ser Brunetto, e dimando chi sono<br />
+li suoi compagni più noti e più sommi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;<br />
+de li altri fia laudabile tacerci,<br />
+ché ’l tempo saria corto a tanto suono.<br />
+</p>
+
+<p>
+In somma sappi che tutti fur cherci<br />
+e litterati grandi e di gran fama,<br />
+d’un peccato medesmo al mondo lerci.<br />
+</p>
+
+<p>
+Priscian sen va con quella turba grama,<br />
+e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,<br />
+s’avessi avuto di tal tigna brama,<br />
+</p>
+
+<p>
+colui potei che dal servo de’ servi<br />
+fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,<br />
+dove lasciò li mal protesi nervi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone<br />
+più lungo esser non può, però ch’i’ veggio<br />
+là surger nuovo fummo del sabbione.<br />
+</p>
+
+<p>
+Gente vien con la quale esser non deggio.<br />
+Sieti raccomandato il mio Tesoro,<br />
+nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi si rivolse, e parve di coloro<br />
+che corrono a Verona il drappo verde<br />
+per la campagna; e parve di costoro<br />
+</p>
+
+<p>
+quelli che vince, non colui che perde.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XVI</h2>
+
+<p>
+Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo<br />
+de l’acqua che cadea ne l’altro giro,<br />
+simile a quel che l’arnie fanno rombo,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando tre ombre insieme si partiro,<br />
+correndo, d’una torma che passava<br />
+sotto la pioggia de l’aspro martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:<br />
+«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri<br />
+esser alcun di nostra terra prava».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,<br />
+ricenti e vecchie, da le fiamme incese!<br />
+Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.<br />
+</p>
+
+<p>
+A le lor grida il mio dottor s’attese;<br />
+volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,<br />
+disse, «a costor si vuole esser cortese.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se non fosse il foco che saetta<br />
+la natura del loco, i’ dicerei<br />
+che meglio stesse a te che a lor la fretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ricominciar, come noi restammo, ei<br />
+l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,<br />
+fenno una rota di sé tutti e trei.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,<br />
+avvisando lor presa e lor vantaggio,<br />
+prima che sien tra lor battuti e punti,<br />
+</p>
+
+<p>
+così rotando, ciascuno il visaggio<br />
+drizzava a me, sì che ’n contraro il collo<br />
+faceva ai piè continüo vïaggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+E «Se miseria d’esto loco sollo<br />
+rende in dispetto noi e nostri prieghi»,<br />
+cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,<br />
+</p>
+
+<p>
+la fama nostra il tuo animo pieghi<br />
+a dirne chi tu se’, che i vivi piedi<br />
+così sicuro per lo ’nferno freghi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,<br />
+tutto che nudo e dipelato vada,<br />
+fu di grado maggior che tu non credi:<br />
+</p>
+
+<p>
+nepote fu de la buona Gualdrada;<br />
+Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita<br />
+fece col senno assai e con la spada.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’altro, ch’appresso me la rena trita,<br />
+è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce<br />
+nel mondo sù dovria esser gradita.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, che posto son con loro in croce,<br />
+Iacopo Rusticucci fui, e certo<br />
+la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».<br />
+</p>
+
+<p>
+S’i’ fossi stato dal foco coperto,<br />
+gittato mi sarei tra lor di sotto,<br />
+e credo che ’l dottor l’avria sofferto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,<br />
+vinse paura la mia buona voglia<br />
+che di loro abbracciar mi facea ghiotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia<br />
+la vostra condizion dentro mi fisse,<br />
+tanta che tardi tutta si dispoglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+tosto che questo mio segnor mi disse<br />
+parole per le quali i’ mi pensai<br />
+che qual voi siete, tal gente venisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di vostra terra sono, e sempre mai<br />
+l’ovra di voi e li onorati nomi<br />
+con affezion ritrassi e ascoltai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi<br />
+promessi a me per lo verace duca;<br />
+ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se lungamente l’anima conduca<br />
+le membra tue», rispuose quelli ancora,<br />
+«e se la fama tua dopo te luca,<br />
+</p>
+
+<p>
+cortesia e valor dì se dimora<br />
+ne la nostra città sì come suole,<br />
+o se del tutto se n’è gita fora;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole<br />
+con noi per poco e va là coi compagni,<br />
+assai ne cruccia con le sue parole».<br />
+</p>
+
+<p>
+«La gente nuova e i sùbiti guadagni<br />
+orgoglio e dismisura han generata,<br />
+Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così gridai con la faccia levata;<br />
+e i tre, che ciò inteser per risposta,<br />
+guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se l’altre volte sì poco ti costa»,<br />
+rispuoser tutti, «il satisfare altrui,<br />
+felice te se sì parli a tua posta!<br />
+</p>
+
+<p>
+Però, se campi d’esti luoghi bui<br />
+e torni a riveder le belle stelle,<br />
+quando ti gioverà dicere “I’ fui”,<br />
+</p>
+
+<p>
+fa che di noi a la gente favelle».<br />
+Indi rupper la rota, e a fuggirsi<br />
+ali sembiar le gambe loro isnelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Un amen non saria possuto dirsi<br />
+tosto così com’ e’ fuoro spariti;<br />
+per ch’al maestro parve di partirsi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,<br />
+che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,<br />
+che per parlar saremmo a pena uditi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come quel fiume c’ha proprio cammino<br />
+prima dal Monte Viso ’nver’ levante,<br />
+da la sinistra costa d’Apennino,<br />
+</p>
+
+<p>
+che si chiama Acquacheta suso, avante<br />
+che si divalli giù nel basso letto,<br />
+e a Forlì di quel nome è vacante,<br />
+</p>
+
+<p>
+rimbomba là sovra San Benedetto<br />
+de l’Alpe per cadere ad una scesa<br />
+ove dovea per mille esser recetto;<br />
+</p>
+
+<p>
+così, giù d’una ripa discoscesa,<br />
+trovammo risonar quell’ acqua tinta,<br />
+sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io avea una corda intorno cinta,<br />
+e con essa pensai alcuna volta<br />
+prender la lonza a la pelle dipinta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,<br />
+sì come ’l duca m’avea comandato,<br />
+porsila a lui aggroppata e ravvolta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,<br />
+e alquanto di lunge da la sponda<br />
+la gittò giuso in quell’ alto burrato.<br />
+</p>
+
+<p>
+‘E’ pur convien che novità risponda’,<br />
+dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno<br />
+che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno<br />
+presso a color che non veggion pur l’ovra,<br />
+ma per entro i pensier miran col senno!<br />
+</p>
+
+<p>
+El disse a me: «Tosto verrà di sovra<br />
+ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;<br />
+tosto convien ch’al tuo viso si scovra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna<br />
+de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,<br />
+però che sanza colpa fa vergogna;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma qui tacer nol posso; e per le note<br />
+di questa comedìa, lettor, ti giuro,<br />
+s’elle non sien di lunga grazia vòte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro<br />
+venir notando una figura in suso,<br />
+maravigliosa ad ogne cor sicuro,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì come torna colui che va giuso<br />
+talora a solver l’àncora ch’aggrappa<br />
+o scoglio o altro che nel mare è chiuso,<br />
+</p>
+
+<p>
+che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XVII</h2>
+
+<p>
+«Ecco la fiera con la coda aguzza,<br />
+che passa i monti e rompe i muri e l’armi!<br />
+Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;<br />
+e accennolle che venisse a proda,<br />
+vicino al fin d’i passeggiati marmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quella sozza imagine di froda<br />
+sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,<br />
+ma ’n su la riva non trasse la coda.<br />
+</p>
+
+<p>
+La faccia sua era faccia d’uom giusto,<br />
+tanto benigna avea di fuor la pelle,<br />
+e d’un serpente tutto l’altro fusto;<br />
+</p>
+
+<p>
+due branche avea pilose insin l’ascelle;<br />
+lo dosso e ’l petto e ambedue le coste<br />
+dipinti avea di nodi e di rotelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con più color, sommesse e sovraposte<br />
+non fer mai drappi Tartari né Turchi,<br />
+né fuor tai tele per Aragne imposte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come talvolta stanno a riva i burchi,<br />
+che parte sono in acqua e parte in terra,<br />
+e come là tra li Tedeschi lurchi<br />
+</p>
+
+<p>
+lo bivero s’assetta a far sua guerra,<br />
+così la fiera pessima si stava<br />
+su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Nel vano tutta sua coda guizzava,<br />
+torcendo in sù la venenosa forca<br />
+ch’a guisa di scorpion la punta armava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca disse: «Or convien che si torca<br />
+la nostra via un poco insino a quella<br />
+bestia malvagia che colà si corca».<br />
+</p>
+
+<p>
+Però scendemmo a la destra mammella,<br />
+e diece passi femmo in su lo stremo,<br />
+per ben cessar la rena e la fiammella.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quando noi a lei venuti semo,<br />
+poco più oltre veggio in su la rena<br />
+gente seder propinqua al loco scemo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena<br />
+esperïenza d’esto giron porti»,<br />
+mi disse, «va, e vedi la lor mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li tuoi ragionamenti sian là corti;<br />
+mentre che torni, parlerò con questa,<br />
+che ne conceda i suoi omeri forti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così ancor su per la strema testa<br />
+di quel settimo cerchio tutto solo<br />
+andai, dove sedea la gente mesta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;<br />
+di qua, di là soccorrien con le mani<br />
+quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:<br />
+</p>
+
+<p>
+non altrimenti fan di state i cani<br />
+or col ceffo or col piè, quando son morsi<br />
+o da pulci o da mosche o da tafani.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,<br />
+ne’ quali ’l doloroso foco casca,<br />
+non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi<br />
+</p>
+
+<p>
+che dal collo a ciascun pendea una tasca<br />
+ch’avea certo colore e certo segno,<br />
+e quindi par che ’l loro occhio si pasca.<br />
+</p>
+
+<p>
+E com’ io riguardando tra lor vegno,<br />
+in una borsa gialla vidi azzurro<br />
+che d’un leone avea faccia e contegno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,<br />
+vidine un’altra come sangue rossa,<br />
+mostrando un’oca bianca più che burro.<br />
+</p>
+
+<p>
+E un che d’una scrofa azzurra e grossa<br />
+segnato avea lo suo sacchetto bianco,<br />
+mi disse: «Che fai tu in questa fossa?<br />
+</p>
+
+<p>
+Or te ne va; e perché se’ vivo anco,<br />
+sappi che ’l mio vicin Vitalïano<br />
+sederà qui dal mio sinistro fianco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con questi Fiorentin son padoano:<br />
+spesse fïate mi ’ntronan li orecchi<br />
+gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,<br />
+</p>
+
+<p>
+che recherà la tasca con tre becchi!”».<br />
+Qui distorse la bocca e di fuor trasse<br />
+la lingua, come bue che ’l naso lecchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, temendo no ’l più star crucciasse<br />
+lui che di poco star m’avea ’mmonito,<br />
+torna’mi in dietro da l’anime lasse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Trova’ il duca mio ch’era salito<br />
+già su la groppa del fiero animale,<br />
+e disse a me: «Or sie forte e ardito.<br />
+</p>
+
+<p>
+Omai si scende per sì fatte scale;<br />
+monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,<br />
+sì che la coda non possa far male».<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo<br />
+de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,<br />
+e triema tutto pur guardando ’l rezzo,<br />
+</p>
+
+<p>
+tal divenn’ io a le parole porte;<br />
+ma vergogna mi fé le sue minacce,<br />
+che innanzi a buon segnor fa servo forte.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ m’assettai in su quelle spallacce;<br />
+sì volli dir, ma la voce non venne<br />
+com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne<br />
+ad altro forse, tosto ch’i’ montai<br />
+con le braccia m’avvinse e mi sostenne;<br />
+</p>
+
+<p>
+e disse: «Gerïon, moviti omai:<br />
+le rote larghe, e lo scender sia poco;<br />
+pensa la nova soma che tu hai».<br />
+</p>
+
+<p>
+Come la navicella esce di loco<br />
+in dietro in dietro, sì quindi si tolse;<br />
+e poi ch’al tutto si sentì a gioco,<br />
+</p>
+
+<p>
+là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,<br />
+e quella tesa, come anguilla, mosse,<br />
+e con le branche l’aere a sé raccolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Maggior paura non credo che fosse<br />
+quando Fetonte abbandonò li freni,<br />
+per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+né quando Icaro misero le reni<br />
+sentì spennar per la scaldata cera,<br />
+gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,<br />
+</p>
+
+<p>
+che fu la mia, quando vidi ch’i’ era<br />
+ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta<br />
+ogne veduta fuor che de la fera.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ella sen va notando lenta lenta;<br />
+rota e discende, ma non me n’accorgo<br />
+se non che al viso e di sotto mi venta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io sentia già da la man destra il gorgo<br />
+far sotto noi un orribile scroscio,<br />
+per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor fu’ io più timido a lo stoscio,<br />
+però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;<br />
+ond’ io tremando tutto mi raccoscio.<br />
+</p>
+
+<p>
+E vidi poi, ché nol vedea davanti,<br />
+lo scendere e ’l girar per li gran mali<br />
+che s’appressavan da diversi canti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,<br />
+che sanza veder logoro o uccello<br />
+fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,<br />
+</p>
+
+<p>
+discende lasso onde si move isnello,<br />
+per cento rote, e da lunge si pone<br />
+dal suo maestro, disdegnoso e fello;<br />
+</p>
+
+<p>
+così ne puose al fondo Gerïone<br />
+al piè al piè de la stagliata rocca,<br />
+e, discarcate le nostre persone,<br />
+</p>
+
+<p>
+si dileguò come da corda cocca.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XVIII</h2>
+
+<p>
+Luogo è in inferno detto Malebolge,<br />
+tutto di pietra di color ferrigno,<br />
+come la cerchia che dintorno il volge.<br />
+</p>
+
+<p>
+Nel dritto mezzo del campo maligno<br />
+vaneggia un pozzo assai largo e profondo,<br />
+di cui suo loco dicerò l’ordigno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel cinghio che rimane adunque è tondo<br />
+tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,<br />
+e ha distinto in dieci valli il fondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quale, dove per guardia de le mura<br />
+più e più fossi cingon li castelli,<br />
+la parte dove son rende figura,<br />
+</p>
+
+<p>
+tale imagine quivi facean quelli;<br />
+e come a tai fortezze da’ lor sogli<br />
+a la ripa di fuor son ponticelli,<br />
+</p>
+
+<p>
+così da imo de la roccia scogli<br />
+movien che ricidien li argini e ’ fossi<br />
+infino al pozzo che i tronca e raccogli.<br />
+</p>
+
+<p>
+In questo luogo, de la schiena scossi<br />
+di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta<br />
+tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.<br />
+</p>
+
+<p>
+A la man destra vidi nova pieta,<br />
+novo tormento e novi frustatori,<br />
+di che la prima bolgia era repleta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;<br />
+dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,<br />
+di là con noi, ma con passi maggiori,<br />
+</p>
+
+<p>
+come i Roman per l’essercito molto,<br />
+l’anno del giubileo, su per lo ponte<br />
+hanno a passar la gente modo colto,<br />
+</p>
+
+<p>
+che da l’un lato tutti hanno la fronte<br />
+verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,<br />
+da l’altra sponda vanno verso ’l monte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di qua, di là, su per lo sasso tetro<br />
+vidi demon cornuti con gran ferze,<br />
+che li battien crudelmente di retro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi come facean lor levar le berze<br />
+a le prime percosse! già nessuno<br />
+le seconde aspettava né le terze.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentr’ io andava, li occhi miei in uno<br />
+furo scontrati; e io sì tosto dissi:<br />
+«Già di veder costui non son digiuno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;<br />
+e ’l dolce duca meco si ristette,<br />
+e assentio ch’alquanto in dietro gissi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quel frustato celar si credette<br />
+bassando ’l viso; ma poco li valse,<br />
+ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,<br />
+</p>
+
+<p>
+se le fazion che porti non son false,<br />
+Venedico se’ tu Caccianemico.<br />
+Ma che ti mena a sì pungenti salse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;<br />
+ma sforzami la tua chiara favella,<br />
+che mi fa sovvenir del mondo antico.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ fui colui che la Ghisolabella<br />
+condussi a far la voglia del marchese,<br />
+come che suoni la sconcia novella.<br />
+</p>
+
+<p>
+E non pur io qui piango bolognese;<br />
+anzi n’è questo loco tanto pieno,<br />
+che tante lingue non son ora apprese<br />
+</p>
+
+<p>
+a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;<br />
+e se di ciò vuoi fede o testimonio,<br />
+rècati a mente il nostro avaro seno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così parlando il percosse un demonio<br />
+de la sua scurïada, e disse: «Via,<br />
+ruffian! qui non son femmine da conio».<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ mi raggiunsi con la scorta mia;<br />
+poscia con pochi passi divenimmo<br />
+là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Assai leggeramente quel salimmo;<br />
+e vòlti a destra su per la sua scheggia,<br />
+da quelle cerchie etterne ci partimmo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando noi fummo là dov’ el vaneggia<br />
+di sotto per dar passo a li sferzati,<br />
+lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia<br />
+</p>
+
+<p>
+lo viso in te di quest’ altri mal nati,<br />
+ai quali ancor non vedesti la faccia<br />
+però che son con noi insieme andati».<br />
+</p>
+
+<p>
+Del vecchio ponte guardavam la traccia<br />
+che venìa verso noi da l’altra banda,<br />
+e che la ferza similmente scaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,<br />
+mi disse: «Guarda quel grande che vene,<br />
+e per dolor non par lagrime spanda:<br />
+</p>
+
+<p>
+quanto aspetto reale ancor ritene!<br />
+Quelli è Iasón, che per cuore e per senno<br />
+li Colchi del monton privati féne.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ello passò per l’isola di Lenno<br />
+poi che l’ardite femmine spietate<br />
+tutti li maschi loro a morte dienno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ivi con segni e con parole ornate<br />
+Isifile ingannò, la giovinetta<br />
+che prima avea tutte l’altre ingannate.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;<br />
+tal colpa a tal martiro lui condanna;<br />
+e anche di Medea si fa vendetta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con lui sen va chi da tal parte inganna;<br />
+e questo basti de la prima valle<br />
+sapere e di color che ’n sé assanna».<br />
+</p>
+
+<p>
+Già eravam là ’ve lo stretto calle<br />
+con l’argine secondo s’incrocicchia,<br />
+e fa di quello ad un altr’ arco spalle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quindi sentimmo gente che si nicchia<br />
+ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,<br />
+e sé medesma con le palme picchia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le ripe eran grommate d’una muffa,<br />
+per l’alito di giù che vi s’appasta,<br />
+che con li occhi e col naso facea zuffa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo fondo è cupo sì, che non ci basta<br />
+loco a veder sanza montare al dosso<br />
+de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso<br />
+vidi gente attuffata in uno sterco<br />
+che da li uman privadi parea mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,<br />
+vidi un col capo sì di merda lordo,<br />
+che non parëa s’era laico o cherco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo<br />
+di riguardar più me che li altri brutti?».<br />
+E io a lui: «Perché, se ben ricordo,<br />
+</p>
+
+<p>
+già t’ho veduto coi capelli asciutti,<br />
+e se’ Alessio Interminei da Lucca:<br />
+però t’adocchio più che li altri tutti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli allor, battendosi la zucca:<br />
+«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe<br />
+ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».<br />
+</p>
+
+<p>
+Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,<br />
+mi disse, «il viso un poco più avante,<br />
+sì che la faccia ben con l’occhio attinghe<br />
+</p>
+
+<p>
+di quella sozza e scapigliata fante<br />
+che là si graffia con l’unghie merdose,<br />
+e or s’accoscia e ora è in piedi stante.<br />
+</p>
+
+<p>
+Taïde è, la puttana che rispuose<br />
+al drudo suo quando disse “Ho io grazie<br />
+grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quinci sian le nostre viste sazie».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XIX</h2>
+
+<p>
+O Simon mago, o miseri seguaci<br />
+che le cose di Dio, che di bontate<br />
+deon essere spose, e voi rapaci<br />
+</p>
+
+<p>
+per oro e per argento avolterate,<br />
+or convien che per voi suoni la tromba,<br />
+però che ne la terza bolgia state.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già eravamo, a la seguente tomba,<br />
+montati de lo scoglio in quella parte<br />
+ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.<br />
+</p>
+
+<p>
+O somma sapïenza, quanta è l’arte<br />
+che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,<br />
+e quanto giusto tua virtù comparte!<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi per le coste e per lo fondo<br />
+piena la pietra livida di fóri,<br />
+d’un largo tutti e ciascun era tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non mi parean men ampi né maggiori<br />
+che que’ che son nel mio bel San Giovanni,<br />
+fatti per loco d’i battezzatori;<br />
+</p>
+
+<p>
+l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,<br />
+rupp’ io per un che dentro v’annegava:<br />
+e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava<br />
+d’un peccator li piedi e de le gambe<br />
+infino al grosso, e l’altro dentro stava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le piante erano a tutti accese intrambe;<br />
+per che sì forte guizzavan le giunte,<br />
+che spezzate averien ritorte e strambe.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte<br />
+muoversi pur su per la strema buccia,<br />
+tal era lì dai calcagni a le punte.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Chi è colui, maestro, che si cruccia<br />
+guizzando più che li altri suoi consorti»,<br />
+diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti<br />
+là giù per quella ripa che più giace,<br />
+da lui saprai di sé e de’ suoi torti».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:<br />
+tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto<br />
+dal tuo volere, e sai quel che si tace».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor venimmo in su l’argine quarto;<br />
+volgemmo e discendemmo a mano stanca<br />
+là giù nel fondo foracchiato e arto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro ancor de la sua anca<br />
+non mi dipuose, sì mi giunse al rotto<br />
+di quel che si piangeva con la zanca.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,<br />
+anima trista come pal commessa»,<br />
+comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io stava come ’l frate che confessa<br />
+lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,<br />
+richiama lui per che la morte cessa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,<br />
+se’ tu già costì ritto, Bonifazio?<br />
+Di parecchi anni mi mentì lo scritto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio<br />
+per lo qual non temesti tòrre a ’nganno<br />
+la bella donna, e poi di farne strazio?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,<br />
+per non intender ciò ch’è lor risposto,<br />
+quasi scornati, e risponder non sanno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:<br />
+“Non son colui, non son colui che credi”»;<br />
+e io rispuosi come a me fu imposto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;<br />
+poi, sospirando e con voce di pianto,<br />
+mi disse: «Dunque che a me richiedi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,<br />
+che tu abbi però la ripa corsa,<br />
+sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;<br />
+</p>
+
+<p>
+e veramente fui figliuol de l’orsa,<br />
+cupido sì per avanzar li orsatti,<br />
+che sù l’avere e qui me misi in borsa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di sotto al capo mio son li altri tratti<br />
+che precedetter me simoneggiando,<br />
+per le fessure de la pietra piatti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Là giù cascherò io altresì quando<br />
+verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,<br />
+allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi<br />
+e ch’i’ son stato così sottosopra,<br />
+ch’el non starà piantato coi piè rossi:<br />
+</p>
+
+<p>
+ché dopo lui verrà di più laida opra,<br />
+di ver’ ponente, un pastor sanza legge,<br />
+tal che convien che lui e me ricuopra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Nuovo Iasón sarà, di cui si legge<br />
+ne’ Maccabei; e come a quel fu molle<br />
+suo re, così fia lui chi Francia regge».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,<br />
+ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:<br />
+«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle<br />
+</p>
+
+<p>
+Nostro Segnore in prima da san Pietro<br />
+ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?<br />
+Certo non chiese se non “Viemmi retro”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Né Pier né li altri tolsero a Matia<br />
+oro od argento, quando fu sortito<br />
+al loco che perdé l’anima ria.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però ti sta, ché tu se’ ben punito;<br />
+e guarda ben la mal tolta moneta<br />
+ch’esser ti fece contra Carlo ardito.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se non fosse ch’ancor lo mi vieta<br />
+la reverenza de le somme chiavi<br />
+che tu tenesti ne la vita lieta,<br />
+</p>
+
+<p>
+io userei parole ancor più gravi;<br />
+ché la vostra avarizia il mondo attrista,<br />
+calcando i buoni e sollevando i pravi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di voi pastor s’accorse il Vangelista,<br />
+quando colei che siede sopra l’acque<br />
+puttaneggiar coi regi a lui fu vista;<br />
+</p>
+
+<p>
+quella che con le sette teste nacque,<br />
+e da le diece corna ebbe argomento,<br />
+fin che virtute al suo marito piacque.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;<br />
+e che altro è da voi a l’idolatre,<br />
+se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,<br />
+non la tua conversion, ma quella dote<br />
+che da te prese il primo ricco patre!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E mentr’ io li cantava cotai note,<br />
+o ira o coscïenza che ’l mordesse,<br />
+forte spingava con ambo le piote.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,<br />
+con sì contenta labbia sempre attese<br />
+lo suon de le parole vere espresse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però con ambo le braccia mi prese;<br />
+e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,<br />
+rimontò per la via onde discese.<br />
+</p>
+
+<p>
+Né si stancò d’avermi a sé distretto,<br />
+sì men portò sovra ’l colmo de l’arco<br />
+che dal quarto al quinto argine è tragetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi soavemente spuose il carco,<br />
+soave per lo scoglio sconcio ed erto<br />
+che sarebbe a le capre duro varco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XX</h2>
+
+<p>
+Di nova pena mi conven far versi<br />
+e dar matera al ventesimo canto<br />
+de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io era già disposto tutto quanto<br />
+a riguardar ne lo scoperto fondo,<br />
+che si bagnava d’angoscioso pianto;<br />
+</p>
+
+<p>
+e vidi gente per lo vallon tondo<br />
+venir, tacendo e lagrimando, al passo<br />
+che fanno le letane in questo mondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come ’l viso mi scese in lor più basso,<br />
+mirabilmente apparve esser travolto<br />
+ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ché da le reni era tornato ’l volto,<br />
+e in dietro venir li convenia,<br />
+perché ’l veder dinanzi era lor tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Forse per forza già di parlasia<br />
+si travolse così alcun del tutto;<br />
+ma io nol vidi, né credo che sia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto<br />
+di tua lezione, or pensa per te stesso<br />
+com’ io potea tener lo viso asciutto,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando la nostra imagine di presso<br />
+vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi<br />
+le natiche bagnava per lo fesso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi<br />
+del duro scoglio, sì che la mia scorta<br />
+mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Qui vive la pietà quand’ è ben morta;<br />
+chi è più scellerato che colui<br />
+che al giudicio divin passion comporta?<br />
+</p>
+
+<p>
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui<br />
+s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;<br />
+per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,<br />
+</p>
+
+<p>
+Anfïarao? perché lasci la guerra?”.<br />
+E non restò di ruinare a valle<br />
+fino a Minòs che ciascheduno afferra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mira c’ha fatto petto de le spalle;<br />
+perché volle veder troppo davante,<br />
+di retro guarda e fa retroso calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vedi Tiresia, che mutò sembiante<br />
+quando di maschio femmina divenne,<br />
+cangiandosi le membra tutte quante;<br />
+</p>
+
+<p>
+e prima, poi, ribatter li convenne<br />
+li duo serpenti avvolti, con la verga,<br />
+che rïavesse le maschili penne.<br />
+</p>
+
+<p>
+Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,<br />
+che ne’ monti di Luni, dove ronca<br />
+lo Carrarese che di sotto alberga,<br />
+</p>
+
+<p>
+ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca<br />
+per sua dimora; onde a guardar le stelle<br />
+e ’l mar non li era la veduta tronca.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quella che ricuopre le mammelle,<br />
+che tu non vedi, con le trecce sciolte,<br />
+e ha di là ogne pilosa pelle,<br />
+</p>
+
+<p>
+Manto fu, che cercò per terre molte;<br />
+poscia si puose là dove nacqu’ io;<br />
+onde un poco mi piace che m’ascolte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia che ’l padre suo di vita uscìo<br />
+e venne serva la città di Baco,<br />
+questa gran tempo per lo mondo gio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Suso in Italia bella giace un laco,<br />
+a piè de l’Alpe che serra Lamagna<br />
+sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per mille fonti, credo, e più si bagna<br />
+tra Garda e Val Camonica e Pennino<br />
+de l’acqua che nel detto laco stagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Loco è nel mezzo là dove ’l trentino<br />
+pastore e quel di Brescia e ’l veronese<br />
+segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.<br />
+</p>
+
+<p>
+Siede Peschiera, bello e forte arnese<br />
+da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,<br />
+ove la riva ’ntorno più discese.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ivi convien che tutto quanto caschi<br />
+ciò che ’n grembo a Benaco star non può,<br />
+e fassi fiume giù per verdi paschi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tosto che l’acqua a correr mette co,<br />
+non più Benaco, ma Mencio si chiama<br />
+fino a Governol, dove cade in Po.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non molto ha corso, ch’el trova una lama,<br />
+ne la qual si distende e la ’mpaluda;<br />
+e suol di state talor essere grama.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quindi passando la vergine cruda<br />
+vide terra, nel mezzo del pantano,<br />
+sanza coltura e d’abitanti nuda.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lì, per fuggire ogne consorzio umano,<br />
+ristette con suoi servi a far sue arti,<br />
+e visse, e vi lasciò suo corpo vano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li uomini poi che ’ntorno erano sparti<br />
+s’accolsero a quel loco, ch’era forte<br />
+per lo pantan ch’avea da tutte parti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fer la città sovra quell’ ossa morte;<br />
+e per colei che ’l loco prima elesse,<br />
+Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già fuor le genti sue dentro più spesse,<br />
+prima che la mattia da Casalodi<br />
+da Pinamonte inganno ricevesse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Però t’assenno che, se tu mai odi<br />
+originar la mia terra altrimenti,<br />
+la verità nulla menzogna frodi».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti<br />
+mi son sì certi e prendon sì mia fede,<br />
+che li altri mi sarien carboni spenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi, de la gente che procede,<br />
+se tu ne vedi alcun degno di nota;<br />
+ché solo a ciò la mia mente rifiede».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor mi disse: «Quel che da la gota<br />
+porge la barba in su le spalle brune,<br />
+fu—quando Grecia fu di maschi vòta,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì ch’a pena rimaser per le cune—<br />
+augure, e diede ’l punto con Calcanta<br />
+in Aulide a tagliar la prima fune.<br />
+</p>
+
+<p>
+Euripilo ebbe nome, e così ’l canta<br />
+l’alta mia tragedìa in alcun loco:<br />
+ben lo sai tu che la sai tutta quanta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,<br />
+Michele Scotto fu, che veramente<br />
+de le magiche frode seppe ’l gioco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,<br />
+ch’avere inteso al cuoio e a lo spago<br />
+ora vorrebbe, ma tardi si pente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vedi le triste che lasciaron l’ago,<br />
+la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;<br />
+fecer malie con erbe e con imago.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine<br />
+d’amendue li emisperi e tocca l’onda<br />
+sotto Sobilia Caino e le spine;<br />
+</p>
+
+<p>
+e già iernotte fu la luna tonda:<br />
+ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque<br />
+alcuna volta per la selva fonda».<br />
+</p>
+
+<p>
+Sì mi parlava, e andavamo introcque.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXI</h2>
+
+<p>
+Così di ponte in ponte, altro parlando<br />
+che la mia comedìa cantar non cura,<br />
+venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando<br />
+</p>
+
+<p>
+restammo per veder l’altra fessura<br />
+di Malebolge e li altri pianti vani;<br />
+e vidila mirabilmente oscura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quale ne l’arzanà de’ Viniziani<br />
+bolle l’inverno la tenace pece<br />
+a rimpalmare i legni lor non sani,<br />
+</p>
+
+<p>
+ché navicar non ponno—in quella vece<br />
+chi fa suo legno novo e chi ristoppa<br />
+le coste a quel che più vïaggi fece;<br />
+</p>
+
+<p>
+chi ribatte da proda e chi da poppa;<br />
+altri fa remi e altri volge sarte;<br />
+chi terzeruolo e artimon rintoppa—:<br />
+</p>
+
+<p>
+tal, non per foco ma per divin’ arte,<br />
+bollia là giuso una pegola spessa,<br />
+che ’nviscava la ripa d’ogne parte.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ vedea lei, ma non vedëa in essa<br />
+mai che le bolle che ’l bollor levava,<br />
+e gonfiar tutta, e riseder compressa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentr’ io là giù fisamente mirava,<br />
+lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,<br />
+mi trasse a sé del loco dov’ io stava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor mi volsi come l’uom cui tarda<br />
+di veder quel che li convien fuggire<br />
+e cui paura sùbita sgagliarda,<br />
+</p>
+
+<p>
+che, per veder, non indugia ’l partire:<br />
+e vidi dietro a noi un diavol nero<br />
+correndo su per lo scoglio venire.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!<br />
+e quanto mi parea ne l’atto acerbo,<br />
+con l’ali aperte e sovra i piè leggero!<br />
+</p>
+
+<p>
+L’omero suo, ch’era aguto e superbo,<br />
+carcava un peccator con ambo l’anche,<br />
+e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Del nostro ponte disse: «O Malebranche,<br />
+ecco un de li anzïan di Santa Zita!<br />
+Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche<br />
+</p>
+
+<p>
+a quella terra, che n’è ben fornita:<br />
+ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;<br />
+del no, per li denar, vi si fa ita».<br />
+</p>
+
+<p>
+Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro<br />
+si volse; e mai non fu mastino sciolto<br />
+con tanta fretta a seguitar lo furo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;<br />
+ma i demon che del ponte avean coperchio,<br />
+gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!<br />
+</p>
+
+<p>
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!<br />
+Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,<br />
+non far sopra la pegola soverchio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi l’addentar con più di cento raffi,<br />
+disser: «Coverto convien che qui balli,<br />
+sì che, se puoi, nascosamente accaffi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli<br />
+fanno attuffare in mezzo la caldaia<br />
+la carne con li uncin, perché non galli.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro «Acciò che non si paia<br />
+che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta<br />
+dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;<br />
+</p>
+
+<p>
+e per nulla offension che mi sia fatta,<br />
+non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,<br />
+perch’ altra volta fui a tal baratta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia passò di là dal co del ponte;<br />
+e com’ el giunse in su la ripa sesta,<br />
+mestier li fu d’aver sicura fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con quel furore e con quella tempesta<br />
+ch’escono i cani a dosso al poverello<br />
+che di sùbito chiede ove s’arresta,<br />
+</p>
+
+<p>
+usciron quei di sotto al ponticello,<br />
+e volser contra lui tutt’ i runcigli;<br />
+ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!<br />
+</p>
+
+<p>
+Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,<br />
+traggasi avante l’un di voi che m’oda,<br />
+e poi d’arruncigliarmi si consigli».<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;<br />
+per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—<br />
+e venne a lui dicendo: «Che li approda?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Credi tu, Malacoda, qui vedermi<br />
+esser venuto», disse ’l mio maestro,<br />
+«sicuro già da tutti vostri schermi,<br />
+</p>
+
+<p>
+sanza voler divino e fato destro?<br />
+Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto<br />
+ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor li fu l’orgoglio sì caduto,<br />
+ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,<br />
+e disse a li altri: «Omai non sia feruto».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca mio a me: «O tu che siedi<br />
+tra li scheggion del ponte quatto quatto,<br />
+sicuramente omai a me ti riedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;<br />
+e i diavoli si fecer tutti avanti,<br />
+sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;<br />
+</p>
+
+<p>
+così vid’ ïo già temer li fanti<br />
+ch’uscivan patteggiati di Caprona,<br />
+veggendo sé tra nemici cotanti.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ m’accostai con tutta la persona<br />
+lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi<br />
+da la sembianza lor ch’era non buona.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,<br />
+diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».<br />
+E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quel demonio che tenea sermone<br />
+col duca mio, si volse tutto presto<br />
+e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo<br />
+iscoglio non si può, però che giace<br />
+tutto spezzato al fondo l’arco sesto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se l’andare avante pur vi piace,<br />
+andatevene su per questa grotta;<br />
+presso è un altro scoglio che via face.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,<br />
+mille dugento con sessanta sei<br />
+anni compié che qui la via fu rotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io mando verso là di questi miei<br />
+a riguardar s’alcun se ne sciorina;<br />
+gite con lor, che non saranno rei».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,<br />
+cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;<br />
+e Barbariccia guidi la decina.<br />
+</p>
+
+<p>
+Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,<br />
+Cirïatto sannuto e Graffiacane<br />
+e Farfarello e Rubicante pazzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cercate ’ntorno le boglienti pane;<br />
+costor sian salvi infino a l’altro scheggio<br />
+che tutto intero va sovra le tane».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,<br />
+diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,<br />
+se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se tu se’ sì accorto come suoli,<br />
+non vedi tu ch’e’ digrignan li denti<br />
+e con le ciglia ne minaccian duoli?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;<br />
+lasciali digrignar pur a lor senno,<br />
+ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Per l’argine sinistro volta dienno;<br />
+ma prima avea ciascun la lingua stretta<br />
+coi denti, verso lor duca, per cenno;<br />
+</p>
+
+<p>
+ed elli avea del cul fatto trombetta.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXII</h2>
+
+<p>
+Io vidi già cavalier muover campo,<br />
+e cominciare stormo e far lor mostra,<br />
+e talvolta partir per loro scampo;<br />
+</p>
+
+<p>
+corridor vidi per la terra vostra,<br />
+o Aretini, e vidi gir gualdane,<br />
+fedir torneamenti e correr giostra;<br />
+</p>
+
+<p>
+quando con trombe, e quando con campane,<br />
+con tamburi e con cenni di castella,<br />
+e con cose nostrali e con istrane;<br />
+</p>
+
+<p>
+né già con sì diversa cennamella<br />
+cavalier vidi muover né pedoni,<br />
+né nave a segno di terra o di stella.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi andavam con li diece demoni.<br />
+Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa<br />
+coi santi, e in taverna coi ghiottoni.<br />
+</p>
+
+<p>
+Pur a la pegola era la mia ’ntesa,<br />
+per veder de la bolgia ogne contegno<br />
+e de la gente ch’entro v’era incesa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come i dalfini, quando fanno segno<br />
+a’ marinar con l’arco de la schiena<br />
+che s’argomentin di campar lor legno,<br />
+</p>
+
+<p>
+talor così, ad alleggiar la pena,<br />
+mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso<br />
+e nascondea in men che non balena.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso<br />
+stanno i ranocchi pur col muso fuori,<br />
+sì che celano i piedi e l’altro grosso,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì stavan d’ogne parte i peccatori;<br />
+ma come s’appressava Barbariccia,<br />
+così si ritraén sotto i bollori.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,<br />
+uno aspettar così, com’ elli ’ncontra<br />
+ch’una rana rimane e l’altra spiccia;<br />
+</p>
+
+<p>
+e Graffiacan, che li era più di contra,<br />
+li arruncigliò le ’mpegolate chiome<br />
+e trassel sù, che mi parve una lontra.<br />
+</p>
+
+<p>
+I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,<br />
+sì li notai quando fuorono eletti,<br />
+e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O Rubicante, fa che tu li metti<br />
+li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,<br />
+gridavan tutti insieme i maladetti.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,<br />
+che tu sappi chi è lo sciagurato<br />
+venuto a man de li avversari suoi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio li s’accostò allato;<br />
+domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:<br />
+«I’ fui del regno di Navarra nato.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mia madre a servo d’un segnor mi puose,<br />
+che m’avea generato d’un ribaldo,<br />
+distruggitor di sé e di sue cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;<br />
+quivi mi misi a far baratteria,<br />
+di ch’io rendo ragione in questo caldo».<br />
+</p>
+
+<p>
+E Cirïatto, a cui di bocca uscia<br />
+d’ogne parte una sanna come a porco,<br />
+li fé sentir come l’una sdruscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tra male gatte era venuto ’l sorco;<br />
+ma Barbariccia il chiuse con le braccia<br />
+e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».<br />
+</p>
+
+<p>
+E al maestro mio volse la faccia;<br />
+«Domanda», disse, «ancor, se più disii<br />
+saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii<br />
+conosci tu alcun che sia latino<br />
+sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,<br />
+</p>
+
+<p>
+poco è, da un che fu di là vicino.<br />
+Così foss’ io ancor con lui coperto,<br />
+ch’i’ non temerei unghia né uncino!».<br />
+</p>
+
+<p>
+E Libicocco «Troppo avem sofferto»,<br />
+disse; e preseli ’l braccio col runciglio,<br />
+sì che, stracciando, ne portò un lacerto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio<br />
+giuso a le gambe; onde ’l decurio loro<br />
+si volse intorno intorno con mal piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,<br />
+a lui, ch’ancor mirava sua ferita,<br />
+domandò ’l duca mio sanza dimoro:<br />
+</p>
+
+<p>
+«Chi fu colui da cui mala partita<br />
+di’ che facesti per venire a proda?».<br />
+Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,<br />
+</p>
+
+<p>
+quel di Gallura, vasel d’ogne froda,<br />
+ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,<br />
+e fé sì lor, che ciascun se ne loda.<br />
+</p>
+
+<p>
+Danar si tolse e lasciolli di piano,<br />
+sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche<br />
+barattier fu non picciol, ma sovrano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Usa con esso donno Michel Zanche<br />
+di Logodoro; e a dir di Sardigna<br />
+le lingue lor non si sentono stanche.<br />
+</p>
+
+<p>
+Omè, vedete l’altro che digrigna;<br />
+i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello<br />
+non s’apparecchi a grattarmi la tigna».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello<br />
+che stralunava li occhi per fedire,<br />
+disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se voi volete vedere o udire»,<br />
+ricominciò lo spaürato appresso,<br />
+«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,<br />
+sì ch’ei non teman de le lor vendette;<br />
+e io, seggendo in questo loco stesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+per un ch’io son, ne farò venir sette<br />
+quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso<br />
+di fare allor che fori alcun si mette».<br />
+</p>
+
+<p>
+Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,<br />
+crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia<br />
+ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,<br />
+rispuose: «Malizioso son io troppo,<br />
+quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Alichin non si tenne e, di rintoppo<br />
+a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,<br />
+io non ti verrò dietro di gualoppo,<br />
+</p>
+
+<p>
+ma batterò sovra la pece l’ali.<br />
+Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,<br />
+a veder se tu sol più di noi vali».<br />
+</p>
+
+<p>
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:<br />
+ciascun da l’altra costa li occhi volse,<br />
+quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;<br />
+fermò le piante a terra, e in un punto<br />
+saltò e dal proposto lor si sciolse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di che ciascun di colpa fu compunto,<br />
+ma quei più che cagion fu del difetto;<br />
+però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto<br />
+non potero avanzar; quelli andò sotto,<br />
+e quei drizzò volando suso il petto:<br />
+</p>
+
+<p>
+non altrimenti l’anitra di botto,<br />
+quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,<br />
+ed ei ritorna sù crucciato e rotto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Irato Calcabrina de la buffa,<br />
+volando dietro li tenne, invaghito<br />
+che quei campasse per aver la zuffa;<br />
+</p>
+
+<p>
+e come ’l barattier fu disparito,<br />
+così volse li artigli al suo compagno,<br />
+e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma l’altro fu bene sparvier grifagno<br />
+ad artigliar ben lui, e amendue<br />
+cadder nel mezzo del bogliente stagno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo caldo sghermitor sùbito fue;<br />
+ma però di levarsi era neente,<br />
+sì avieno inviscate l’ali sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,<br />
+quattro ne fé volar da l’altra costa<br />
+con tutt’ i raffi, e assai prestamente<br />
+</p>
+
+<p>
+di qua, di là discesero a la posta;<br />
+porser li uncini verso li ’mpaniati,<br />
+ch’eran già cotti dentro da la crosta.<br />
+</p>
+
+<p>
+E noi lasciammo lor così ’mpacciati.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXIII</h2>
+
+<p>
+Taciti, soli, sanza compagnia<br />
+n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,<br />
+come frati minor vanno per via.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vòlt’ era in su la favola d’Isopo<br />
+lo mio pensier per la presente rissa,<br />
+dov’ el parlò de la rana e del topo;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’<br />
+che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia<br />
+principio e fine con la mente fissa.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come l’un pensier de l’altro scoppia,<br />
+così nacque di quello un altro poi,<br />
+che la prima paura mi fé doppia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io pensava così: ‘Questi per noi<br />
+sono scherniti con danno e con beffa<br />
+sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,<br />
+ei ne verranno dietro più crudeli<br />
+che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già mi sentia tutti arricciar li peli<br />
+de la paura e stava in dietro intento,<br />
+quand’ io dissi: «Maestro, se non celi<br />
+</p>
+
+<p>
+te e me tostamente, i’ ho pavento<br />
+d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;<br />
+io li ’magino sì, che già li sento».<br />
+</p>
+
+<p>
+E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,<br />
+l’imagine di fuor tua non trarrei<br />
+più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,<br />
+con simile atto e con simile faccia,<br />
+sì che d’intrambi un sol consiglio fei.<br />
+</p>
+
+<p>
+S’elli è che sì la destra costa giaccia,<br />
+che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,<br />
+noi fuggirem l’imaginata caccia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Già non compié di tal consiglio rendere,<br />
+ch’io li vidi venir con l’ali tese<br />
+non molto lungi, per volerne prendere.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio di sùbito mi prese,<br />
+come la madre ch’al romore è desta<br />
+e vede presso a sé le fiamme accese,<br />
+</p>
+
+<p>
+che prende il figlio e fugge e non s’arresta,<br />
+avendo più di lui che di sé cura,<br />
+tanto che solo una camiscia vesta;<br />
+</p>
+
+<p>
+e giù dal collo de la ripa dura<br />
+supin si diede a la pendente roccia,<br />
+che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non corse mai sì tosto acqua per doccia<br />
+a volger ruota di molin terragno,<br />
+quand’ ella più verso le pale approccia,<br />
+</p>
+
+<p>
+come ’l maestro mio per quel vivagno,<br />
+portandosene me sovra ’l suo petto,<br />
+come suo figlio, non come compagno.<br />
+</p>
+
+<p>
+A pena fuoro i piè suoi giunti al letto<br />
+del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle<br />
+sovresso noi; ma non lì era sospetto:<br />
+</p>
+
+<p>
+ché l’alta provedenza che lor volle<br />
+porre ministri de la fossa quinta,<br />
+poder di partirs’ indi a tutti tolle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Là giù trovammo una gente dipinta<br />
+che giva intorno assai con lenti passi,<br />
+piangendo e nel sembiante stanca e vinta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elli avean cappe con cappucci bassi<br />
+dinanzi a li occhi, fatte de la taglia<br />
+che in Clugnì per li monaci fassi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;<br />
+ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,<br />
+che Federigo le mettea di paglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh in etterno faticoso manto!<br />
+Noi ci volgemmo ancor pur a man manca<br />
+con loro insieme, intenti al tristo pianto;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma per lo peso quella gente stanca<br />
+venìa sì pian, che noi eravam nuovi<br />
+di compagnia ad ogne mover d’anca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi<br />
+alcun ch’al fatto o al nome si conosca,<br />
+e li occhi, sì andando, intorno movi».<br />
+</p>
+
+<p>
+E un che ’ntese la parola tosca,<br />
+di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,<br />
+voi che correte sì per l’aura fosca!<br />
+</p>
+
+<p>
+Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».<br />
+Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,<br />
+e poi secondo il suo passo procedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta<br />
+de l’animo, col viso, d’esser meco;<br />
+ma tardavali ’l carco e la via stretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco<br />
+mi rimiraron sanza far parola;<br />
+poi si volsero in sé, e dicean seco:<br />
+</p>
+
+<p>
+«Costui par vivo a l’atto de la gola;<br />
+e s’e’ son morti, per qual privilegio<br />
+vanno scoperti de la grave stola?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio<br />
+de l’ipocriti tristi se’ venuto,<br />
+dir chi tu se’ non avere in dispregio».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto<br />
+sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,<br />
+e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla<br />
+quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?<br />
+e che pena è in voi che sì sfavilla?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E l’un rispuose a me: «Le cappe rance<br />
+son di piombo sì grosse, che li pesi<br />
+fan così cigolar le lor bilance.<br />
+</p>
+
+<p>
+Frati godenti fummo, e bolognesi;<br />
+io Catalano e questi Loderingo<br />
+nomati, e da tua terra insieme presi<br />
+</p>
+
+<p>
+come suole esser tolto un uom solingo,<br />
+per conservar sua pace; e fummo tali,<br />
+ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;<br />
+ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse<br />
+un, crucifisso in terra con tre pali.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando mi vide, tutto si distorse,<br />
+soffiando ne la barba con sospiri;<br />
+e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,<br />
+</p>
+
+<p>
+mi disse: «Quel confitto che tu miri,<br />
+consigliò i Farisei che convenia<br />
+porre un uom per lo popolo a’ martìri.<br />
+</p>
+
+<p>
+Attraversato è, nudo, ne la via,<br />
+come tu vedi, ed è mestier ch’el senta<br />
+qualunque passa, come pesa, pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+E a tal modo il socero si stenta<br />
+in questa fossa, e li altri dal concilio<br />
+che fu per li Giudei mala sementa».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor vid’ io maravigliar Virgilio<br />
+sovra colui ch’era disteso in croce<br />
+tanto vilmente ne l’etterno essilio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia drizzò al frate cotal voce:<br />
+«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci<br />
+s’a la man destra giace alcuna foce<br />
+</p>
+
+<p>
+onde noi amendue possiamo uscirci,<br />
+sanza costrigner de li angeli neri<br />
+che vegnan d’esto fondo a dipartirci».<br />
+</p>
+
+<p>
+Rispuose adunque: «Più che tu non speri<br />
+s’appressa un sasso che da la gran cerchia<br />
+si move e varca tutt’ i vallon feri,<br />
+</p>
+
+<p>
+salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;<br />
+montar potrete su per la ruina,<br />
+che giace in costa e nel fondo soperchia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca stette un poco a testa china;<br />
+poi disse: «Mal contava la bisogna<br />
+colui che i peccator di qua uncina».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna<br />
+del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’<br />
+ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».<br />
+</p>
+
+<p>
+Appresso il duca a gran passi sen gì,<br />
+turbato un poco d’ira nel sembiante;<br />
+ond’ io da li ’ncarcati mi parti’<br />
+</p>
+
+<p>
+dietro a le poste de le care piante.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXIV</h2>
+
+<p>
+In quella parte del giovanetto anno<br />
+che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra<br />
+e già le notti al mezzo dì sen vanno,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando la brina in su la terra assempra<br />
+l’imagine di sua sorella bianca,<br />
+ma poco dura a la sua penna tempra,<br />
+</p>
+
+<p>
+lo villanello a cui la roba manca,<br />
+si leva, e guarda, e vede la campagna<br />
+biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,<br />
+</p>
+
+<p>
+ritorna in casa, e qua e là si lagna,<br />
+come ’l tapin che non sa che si faccia;<br />
+poi riede, e la speranza ringavagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+veggendo ’l mondo aver cangiata faccia<br />
+in poco d’ora, e prende suo vincastro<br />
+e fuor le pecorelle a pascer caccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così mi fece sbigottir lo mastro<br />
+quand’ io li vidi sì turbar la fronte,<br />
+e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché, come noi venimmo al guasto ponte,<br />
+lo duca a me si volse con quel piglio<br />
+dolce ch’io vidi prima a piè del monte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio<br />
+eletto seco riguardando prima<br />
+ben la ruina, e diedemi di piglio.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come quei ch’adopera ed estima,<br />
+che sempre par che ’nnanzi si proveggia,<br />
+così, levando me sù ver’ la cima<br />
+</p>
+
+<p>
+d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia<br />
+dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;<br />
+ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Non era via da vestito di cappa,<br />
+ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,<br />
+potavam sù montar di chiappa in chiappa.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se non fosse che da quel precinto<br />
+più che da l’altro era la costa corta,<br />
+non so di lui, ma io sarei ben vinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma perché Malebolge inver’ la porta<br />
+del bassissimo pozzo tutta pende,<br />
+lo sito di ciascuna valle porta<br />
+</p>
+
+<p>
+che l’una costa surge e l’altra scende;<br />
+noi pur venimmo al fine in su la punta<br />
+onde l’ultima pietra si scoscende.<br />
+</p>
+
+<p>
+La lena m’era del polmon sì munta<br />
+quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,<br />
+anzi m’assisi ne la prima giunta.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Omai convien che tu così ti spoltre»,<br />
+disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,<br />
+in fama non si vien, né sotto coltre;<br />
+</p>
+
+<p>
+sanza la qual chi sua vita consuma,<br />
+cotal vestigio in terra di sé lascia,<br />
+qual fummo in aere e in acqua la schiuma.<br />
+</p>
+
+<p>
+E però leva sù; vinci l’ambascia<br />
+con l’animo che vince ogne battaglia,<br />
+se col suo grave corpo non s’accascia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Più lunga scala convien che si saglia;<br />
+non basta da costoro esser partito.<br />
+Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Leva’mi allor, mostrandomi fornito<br />
+meglio di lena ch’i’ non mi sentia,<br />
+e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».<br />
+</p>
+
+<p>
+Su per lo scoglio prendemmo la via,<br />
+ch’era ronchioso, stretto e malagevole,<br />
+ed erto più assai che quel di pria.<br />
+</p>
+
+<p>
+Parlando andava per non parer fievole;<br />
+onde una voce uscì de l’altro fosso,<br />
+a parole formar disconvenevole.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso<br />
+fossi de l’arco già che varca quivi;<br />
+ma chi parlava ad ire parea mosso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi<br />
+non poteano ire al fondo per lo scuro;<br />
+per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi<br />
+</p>
+
+<p>
+da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;<br />
+ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,<br />
+così giù veggio e neente affiguro».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Altra risposta», disse, «non ti rendo<br />
+se non lo far; ché la dimanda onesta<br />
+si de’ seguir con l’opera tacendo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi discendemmo il ponte da la testa<br />
+dove s’aggiugne con l’ottava ripa,<br />
+e poi mi fu la bolgia manifesta:<br />
+</p>
+
+<p>
+e vidivi entro terribile stipa<br />
+di serpenti, e di sì diversa mena<br />
+che la memoria il sangue ancor mi scipa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Più non si vanti Libia con sua rena;<br />
+ché se chelidri, iaculi e faree<br />
+produce, e cencri con anfisibena,<br />
+</p>
+
+<p>
+né tante pestilenzie né sì ree<br />
+mostrò già mai con tutta l’Etïopia<br />
+né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tra questa cruda e tristissima copia<br />
+corrëan genti nude e spaventate,<br />
+sanza sperar pertugio o elitropia:<br />
+</p>
+
+<p>
+con serpi le man dietro avean legate;<br />
+quelle ficcavan per le ren la coda<br />
+e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco a un ch’era da nostra proda,<br />
+s’avventò un serpente che ’l trafisse<br />
+là dove ’l collo a le spalle s’annoda.<br />
+</p>
+
+<p>
+Né O sì tosto mai né I si scrisse,<br />
+com’ el s’accese e arse, e cener tutto<br />
+convenne che cascando divenisse;<br />
+</p>
+
+<p>
+e poi che fu a terra sì distrutto,<br />
+la polver si raccolse per sé stessa<br />
+e ’n quel medesmo ritornò di butto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così per li gran savi si confessa<br />
+che la fenice more e poi rinasce,<br />
+quando al cinquecentesimo anno appressa;<br />
+</p>
+
+<p>
+erba né biado in sua vita non pasce,<br />
+ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,<br />
+e nardo e mirra son l’ultime fasce.<br />
+</p>
+
+<p>
+E qual è quel che cade, e non sa como,<br />
+per forza di demon ch’a terra il tira,<br />
+o d’altra oppilazion che lega l’omo,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando si leva, che ’ntorno si mira<br />
+tutto smarrito de la grande angoscia<br />
+ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:<br />
+</p>
+
+<p>
+tal era ’l peccator levato poscia.<br />
+Oh potenza di Dio, quant’ è severa,<br />
+che cotai colpi per vendetta croscia!<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca il domandò poi chi ello era;<br />
+per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,<br />
+poco tempo è, in questa gola fiera.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vita bestial mi piacque e non umana,<br />
+sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci<br />
+bestia, e Pistoia mi fu degna tana».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ïo al duca: «Dilli che non mucci,<br />
+e domanda che colpa qua giù ’l pinse;<br />
+ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,<br />
+ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,<br />
+e di trista vergogna si dipinse;<br />
+</p>
+
+<p>
+poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto<br />
+ne la miseria dove tu mi vedi,<br />
+che quando fui de l’altra vita tolto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non posso negar quel che tu chiedi;<br />
+in giù son messo tanto perch’ io fui<br />
+ladro a la sagrestia d’i belli arredi,<br />
+</p>
+
+<p>
+e falsamente già fu apposto altrui.<br />
+Ma perché di tal vista tu non godi,<br />
+se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,<br />
+</p>
+
+<p>
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi.<br />
+Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;<br />
+poi Fiorenza rinova gente e modi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tragge Marte vapor di Val di Magra<br />
+ch’è di torbidi nuvoli involuto;<br />
+e con tempesta impetüosa e agra<br />
+</p>
+
+<p>
+sovra Campo Picen fia combattuto;<br />
+ond’ ei repente spezzerà la nebbia,<br />
+sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E detto l’ho perché doler ti debbia!».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXV</h2>
+
+<p>
+Al fine de le sue parole il ladro<br />
+le mani alzò con amendue le fiche,<br />
+gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,<br />
+perch’ una li s’avvolse allora al collo,<br />
+come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;<br />
+</p>
+
+<p>
+e un’altra a le braccia, e rilegollo,<br />
+ribadendo sé stessa sì dinanzi,<br />
+che non potea con esse dare un crollo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi<br />
+d’incenerarti sì che più non duri,<br />
+poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri<br />
+non vidi spirto in Dio tanto superbo,<br />
+non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.<br />
+</p>
+
+<p>
+El si fuggì che non parlò più verbo;<br />
+e io vidi un centauro pien di rabbia<br />
+venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Maremma non cred’ io che tante n’abbia,<br />
+quante bisce elli avea su per la groppa<br />
+infin ove comincia nostra labbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,<br />
+con l’ali aperte li giacea un draco;<br />
+e quello affuoca qualunque s’intoppa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,<br />
+che, sotto ’l sasso di monte Aventino,<br />
+di sangue fece spesse volte laco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non va co’ suoi fratei per un cammino,<br />
+per lo furto che frodolente fece<br />
+del grande armento ch’elli ebbe a vicino;<br />
+</p>
+
+<p>
+onde cessar le sue opere biece<br />
+sotto la mazza d’Ercule, che forse<br />
+gliene diè cento, e non sentì le diece».<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre che sì parlava, ed el trascorse,<br />
+e tre spiriti venner sotto noi,<br />
+de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,<br />
+</p>
+
+<p>
+se non quando gridar: «Chi siete voi?»;<br />
+per che nostra novella si ristette,<br />
+e intendemmo pur ad essi poi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non li conoscea; ma ei seguette,<br />
+come suol seguitar per alcun caso,<br />
+che l’un nomar un altro convenette,<br />
+</p>
+
+<p>
+dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;<br />
+per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,<br />
+mi puosi ’l dito su dal mento al naso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se tu se’ or, lettore, a creder lento<br />
+ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,<br />
+ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.<br />
+</p>
+
+<p>
+Com’ io tenea levate in lor le ciglia,<br />
+e un serpente con sei piè si lancia<br />
+dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia<br />
+e con li anterïor le braccia prese;<br />
+poi li addentò e l’una e l’altra guancia;<br />
+</p>
+
+<p>
+li diretani a le cosce distese,<br />
+e miseli la coda tra ’mbedue<br />
+e dietro per le ren sù la ritese.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ellera abbarbicata mai non fue<br />
+ad alber sì, come l’orribil fiera<br />
+per l’altrui membra avviticchiò le sue.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi s’appiccar, come di calda cera<br />
+fossero stati, e mischiar lor colore,<br />
+né l’un né l’altro già parea quel ch’era:<br />
+</p>
+
+<p>
+come procede innanzi da l’ardore,<br />
+per lo papiro suso, un color bruno<br />
+che non è nero ancora e ’l bianco more.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno<br />
+gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!<br />
+Vedi che già non se’ né due né uno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Già eran li due capi un divenuti,<br />
+quando n’apparver due figure miste<br />
+in una faccia, ov’ eran due perduti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fersi le braccia due di quattro liste;<br />
+le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso<br />
+divenner membra che non fuor mai viste.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:<br />
+due e nessun l’imagine perversa<br />
+parea; e tal sen gio con lento passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come ’l ramarro sotto la gran fersa<br />
+dei dì canicular, cangiando sepe,<br />
+folgore par se la via attraversa,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì pareva, venendo verso l’epe<br />
+de li altri due, un serpentello acceso,<br />
+livido e nero come gran di pepe;<br />
+</p>
+
+<p>
+e quella parte onde prima è preso<br />
+nostro alimento, a l’un di lor trafisse;<br />
+poi cadde giuso innanzi lui disteso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;<br />
+anzi, co’ piè fermati, sbadigliava<br />
+pur come sonno o febbre l’assalisse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Elli ’l serpente e quei lui riguardava;<br />
+l’un per la piaga e l’altro per la bocca<br />
+fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca<br />
+del misero Sabello e di Nasidio,<br />
+e attenda a udir quel ch’or si scocca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,<br />
+ché se quello in serpente e quella in fonte<br />
+converte poetando, io non lo ’nvidio;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché due nature mai a fronte a fronte<br />
+non trasmutò sì ch’amendue le forme<br />
+a cambiar lor matera fosser pronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Insieme si rispuosero a tai norme,<br />
+che ’l serpente la coda in forca fesse,<br />
+e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le gambe con le cosce seco stesse<br />
+s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura<br />
+non facea segno alcun che si paresse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Togliea la coda fessa la figura<br />
+che si perdeva là, e la sua pelle<br />
+si facea molle, e quella di là dura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,<br />
+e i due piè de la fiera, ch’eran corti,<br />
+tanto allungar quanto accorciavan quelle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia li piè di rietro, insieme attorti,<br />
+diventaron lo membro che l’uom cela,<br />
+e ’l misero del suo n’avea due porti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela<br />
+di color novo, e genera ’l pel suso<br />
+per l’una parte e da l’altra il dipela,<br />
+</p>
+
+<p>
+l’un si levò e l’altro cadde giuso,<br />
+non torcendo però le lucerne empie,<br />
+sotto le quai ciascun cambiava muso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,<br />
+e di troppa matera ch’in là venne<br />
+uscir li orecchi de le gote scempie;<br />
+</p>
+
+<p>
+ciò che non corse in dietro e si ritenne<br />
+di quel soverchio, fé naso a la faccia<br />
+e le labbra ingrossò quanto convenne.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,<br />
+e li orecchi ritira per la testa<br />
+come face le corna la lumaccia;<br />
+</p>
+
+<p>
+e la lingua, ch’avëa unita e presta<br />
+prima a parlar, si fende, e la forcuta<br />
+ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’anima ch’era fiera divenuta,<br />
+suffolando si fugge per la valle,<br />
+e l’altro dietro a lui parlando sputa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia li volse le novelle spalle,<br />
+e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,<br />
+com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così vid’ io la settima zavorra<br />
+mutare e trasmutare; e qui mi scusi<br />
+la novità se fior la penna abborra.<br />
+</p>
+
+<p>
+E avvegna che li occhi miei confusi<br />
+fossero alquanto e l’animo smagato,<br />
+non poter quei fuggirsi tanto chiusi,<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;<br />
+ed era quel che sol, di tre compagni<br />
+che venner prima, non era mutato;<br />
+</p>
+
+<p>
+l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXVI</h2>
+
+<p>
+Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande<br />
+che per mare e per terra batti l’ali,<br />
+e per lo ’nferno tuo nome si spande!<br />
+</p>
+
+<p>
+Tra li ladron trovai cinque cotali<br />
+tuoi cittadini onde mi ven vergogna,<br />
+e tu in grande orranza non ne sali.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,<br />
+tu sentirai, di qua da picciol tempo,<br />
+di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se già fosse, non saria per tempo.<br />
+Così foss’ ei, da che pur esser dee!<br />
+ché più mi graverà, com’ più m’attempo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi ci partimmo, e su per le scalee<br />
+che n’avea fatto iborni a scender pria,<br />
+rimontò ’l duca mio e trasse mee;<br />
+</p>
+
+<p>
+e proseguendo la solinga via,<br />
+tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio<br />
+lo piè sanza la man non si spedia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio<br />
+quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,<br />
+e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,<br />
+</p>
+
+<p>
+perché non corra che virtù nol guidi;<br />
+sì che, se stella bona o miglior cosa<br />
+m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,<br />
+nel tempo che colui che ’l mondo schiara<br />
+la faccia sua a noi tien meno ascosa,<br />
+</p>
+
+<p>
+come la mosca cede a la zanzara,<br />
+vede lucciole giù per la vallea,<br />
+forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:<br />
+</p>
+
+<p>
+di tante fiamme tutta risplendea<br />
+l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi<br />
+tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.<br />
+</p>
+
+<p>
+E qual colui che si vengiò con li orsi<br />
+vide ’l carro d’Elia al dipartire,<br />
+quando i cavalli al cielo erti levorsi,<br />
+</p>
+
+<p>
+che nol potea sì con li occhi seguire,<br />
+ch’el vedesse altro che la fiamma sola,<br />
+sì come nuvoletta, in sù salire:<br />
+</p>
+
+<p>
+tal si move ciascuna per la gola<br />
+del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,<br />
+e ogne fiamma un peccatore invola.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io stava sovra ’l ponte a veder surto,<br />
+sì che s’io non avessi un ronchion preso,<br />
+caduto sarei giù sanz’ esser urto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca che mi vide tanto atteso,<br />
+disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;<br />
+catun si fascia di quel ch’elli è inceso».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti<br />
+son io più certo; ma già m’era avviso<br />
+che così fosse, e già voleva dirti:<br />
+</p>
+
+<p>
+chi è ’n quel foco che vien sì diviso<br />
+di sopra, che par surger de la pira<br />
+dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Rispuose a me: «Là dentro si martira<br />
+Ulisse e Dïomede, e così insieme<br />
+a la vendetta vanno come a l’ira;<br />
+</p>
+
+<p>
+e dentro da la lor fiamma si geme<br />
+l’agguato del caval che fé la porta<br />
+onde uscì de’ Romani il gentil seme.<br />
+</p>
+
+<p>
+Piangevisi entro l’arte per che, morta,<br />
+Deïdamìa ancor si duol d’Achille,<br />
+e del Palladio pena vi si porta».<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’ei posson dentro da quelle faville<br />
+parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego<br />
+e ripriego, che ’l priego vaglia mille,<br />
+</p>
+
+<p>
+che non mi facci de l’attender niego<br />
+fin che la fiamma cornuta qua vegna;<br />
+vedi che del disio ver’ lei mi piego!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «La tua preghiera è degna<br />
+di molta loda, e io però l’accetto;<br />
+ma fa che la tua lingua si sostegna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto<br />
+ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,<br />
+perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi che la fiamma fu venuta quivi<br />
+dove parve al mio duca tempo e loco,<br />
+in questa forma lui parlare audivi:<br />
+</p>
+
+<p>
+«O voi che siete due dentro ad un foco,<br />
+s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,<br />
+s’io meritai di voi assai o poco<br />
+</p>
+
+<p>
+quando nel mondo li alti versi scrissi,<br />
+non vi movete; ma l’un di voi dica<br />
+dove, per lui, perduto a morir gissi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo maggior corno de la fiamma antica<br />
+cominciò a crollarsi mormorando,<br />
+pur come quella cui vento affatica;<br />
+</p>
+
+<p>
+indi la cima qua e là menando,<br />
+come fosse la lingua che parlasse,<br />
+gittò voce di fuori e disse: «Quando<br />
+</p>
+
+<p>
+mi diparti’ da Circe, che sottrasse<br />
+me più d’un anno là presso a Gaeta,<br />
+prima che sì Enëa la nomasse,<br />
+</p>
+
+<p>
+né dolcezza di figlio, né la pieta<br />
+del vecchio padre, né ’l debito amore<br />
+lo qual dovea Penelopè far lieta,<br />
+</p>
+
+<p>
+vincer potero dentro a me l’ardore<br />
+ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto<br />
+e de li vizi umani e del valore;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma misi me per l’alto mare aperto<br />
+sol con un legno e con quella compagna<br />
+picciola da la qual non fui diserto.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,<br />
+fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,<br />
+e l’altre che quel mare intorno bagna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi<br />
+quando venimmo a quella foce stretta<br />
+dov’ Ercule segnò li suoi riguardi<br />
+</p>
+
+<p>
+acciò che l’uom più oltre non si metta;<br />
+da la man destra mi lasciai Sibilia,<br />
+da l’altra già m’avea lasciata Setta.<br />
+</p>
+
+<p>
+“O frati”, dissi “che per cento milia<br />
+perigli siete giunti a l’occidente,<br />
+a questa tanto picciola vigilia<br />
+</p>
+
+<p>
+d’i nostri sensi ch’è del rimanente<br />
+non vogliate negar l’esperïenza,<br />
+di retro al sol, del mondo sanza gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+Considerate la vostra semenza:<br />
+fatti non foste a viver come bruti,<br />
+ma per seguir virtute e canoscenza”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li miei compagni fec’ io sì aguti,<br />
+con questa orazion picciola, al cammino,<br />
+che a pena poscia li avrei ritenuti;<br />
+</p>
+
+<p>
+e volta nostra poppa nel mattino,<br />
+de’ remi facemmo ali al folle volo,<br />
+sempre acquistando dal lato mancino.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tutte le stelle già de l’altro polo<br />
+vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,<br />
+che non surgëa fuor del marin suolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cinque volte racceso e tante casso<br />
+lo lume era di sotto da la luna,<br />
+poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando n’apparve una montagna, bruna<br />
+per la distanza, e parvemi alta tanto<br />
+quanto veduta non avëa alcuna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;<br />
+ché de la nova terra un turbo nacque<br />
+e percosse del legno il primo canto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tre volte il fé girar con tutte l’acque;<br />
+a la quarta levar la poppa in suso<br />
+e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,<br />
+</p>
+
+<p>
+infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXVII</h2>
+
+<p>
+Già era dritta in sù la fiamma e queta<br />
+per non dir più, e già da noi sen gia<br />
+con la licenza del dolce poeta,<br />
+</p>
+
+<p>
+quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,<br />
+ne fece volger li occhi a la sua cima<br />
+per un confuso suon che fuor n’uscia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come ’l bue cicilian che mugghiò prima<br />
+col pianto di colui, e ciò fu dritto,<br />
+che l’avea temperato con sua lima,<br />
+</p>
+
+<p>
+mugghiava con la voce de l’afflitto,<br />
+sì che, con tutto che fosse di rame,<br />
+pur el pareva dal dolor trafitto;<br />
+</p>
+
+<p>
+così, per non aver via né forame<br />
+dal principio nel foco, in suo linguaggio<br />
+si convertïan le parole grame.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio<br />
+su per la punta, dandole quel guizzo<br />
+che dato avea la lingua in lor passaggio,<br />
+</p>
+
+<p>
+udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo<br />
+la voce e che parlavi mo lombardo,<br />
+dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,<br />
+</p>
+
+<p>
+perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,<br />
+non t’incresca restare a parlar meco;<br />
+vedi che non incresce a me, e ardo!<br />
+</p>
+
+<p>
+Se tu pur mo in questo mondo cieco<br />
+caduto se’ di quella dolce terra<br />
+latina ond’ io mia colpa tutta reco,<br />
+</p>
+
+<p>
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;<br />
+ch’io fui d’i monti là intra Orbino<br />
+e ’l giogo di che Tever si diserra».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io era in giuso ancora attento e chino,<br />
+quando il mio duca mi tentò di costa,<br />
+dicendo: «Parla tu; questi è latino».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io, ch’avea già pronta la risposta,<br />
+sanza indugio a parlare incominciai:<br />
+«O anima che se’ là giù nascosta,<br />
+</p>
+
+<p>
+Romagna tua non è, e non fu mai,<br />
+sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;<br />
+ma ’n palese nessuna or vi lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ravenna sta come stata è molt’ anni:<br />
+l’aguglia da Polenta la si cova,<br />
+sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.<br />
+</p>
+
+<p>
+La terra che fé già la lunga prova<br />
+e di Franceschi sanguinoso mucchio,<br />
+sotto le branche verdi si ritrova.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,<br />
+che fecer di Montagna il mal governo,<br />
+là dove soglion fan d’i denti succhio.<br />
+</p>
+
+<p>
+Le città di Lamone e di Santerno<br />
+conduce il lïoncel dal nido bianco,<br />
+che muta parte da la state al verno.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quella cu’ il Savio bagna il fianco,<br />
+così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,<br />
+tra tirannia si vive e stato franco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ora chi se’, ti priego che ne conte;<br />
+non esser duro più ch’altri sia stato,<br />
+se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato<br />
+al modo suo, l’aguta punta mosse<br />
+di qua, di là, e poi diè cotal fiato:<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’i’ credesse che mia risposta fosse<br />
+a persona che mai tornasse al mondo,<br />
+questa fiamma staria sanza più scosse;<br />
+</p>
+
+<p>
+ma però che già mai di questo fondo<br />
+non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,<br />
+sanza tema d’infamia ti rispondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,<br />
+credendomi, sì cinto, fare ammenda;<br />
+e certo il creder mio venìa intero,<br />
+</p>
+
+<p>
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,<br />
+che mi rimise ne le prime colpe;<br />
+e come e quare, voglio che m’intenda.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe<br />
+che la madre mi diè, l’opere mie<br />
+non furon leonine, ma di volpe.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li accorgimenti e le coperte vie<br />
+io seppi tutte, e sì menai lor arte,<br />
+ch’al fine de la terra il suono uscie.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando mi vidi giunto in quella parte<br />
+di mia etade ove ciascun dovrebbe<br />
+calar le vele e raccoglier le sarte,<br />
+</p>
+
+<p>
+ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,<br />
+e pentuto e confesso mi rendei;<br />
+ahi miser lasso! e giovato sarebbe.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo principe d’i novi Farisei,<br />
+avendo guerra presso a Laterano,<br />
+e non con Saracin né con Giudei,<br />
+</p>
+
+<p>
+ché ciascun suo nimico era cristiano,<br />
+e nessun era stato a vincer Acri<br />
+né mercatante in terra di Soldano,<br />
+</p>
+
+<p>
+né sommo officio né ordini sacri<br />
+guardò in sé, né in me quel capestro<br />
+che solea fare i suoi cinti più macri.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma come Costantin chiese Silvestro<br />
+d’entro Siratti a guerir de la lebbre,<br />
+così mi chiese questi per maestro<br />
+</p>
+
+<p>
+a guerir de la sua superba febbre;<br />
+domandommi consiglio, e io tacetti<br />
+perché le sue parole parver ebbre.<br />
+</p>
+
+<p>
+E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;<br />
+finor t’assolvo, e tu m’insegna fare<br />
+sì come Penestrino in terra getti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,<br />
+come tu sai; però son due le chiavi<br />
+che ’l mio antecessor non ebbe care”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor mi pinser li argomenti gravi<br />
+là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,<br />
+e dissi: “Padre, da che tu mi lavi<br />
+</p>
+
+<p>
+di quel peccato ov’ io mo cader deggio,<br />
+lunga promessa con l’attender corto<br />
+ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,<br />
+per me; ma un d’i neri cherubini<br />
+li disse: “Non portar: non mi far torto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini<br />
+perché diede ’l consiglio frodolente,<br />
+dal quale in qua stato li sono a’ crini;<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’assolver non si può chi non si pente,<br />
+né pentere e volere insieme puossi<br />
+per la contradizion che nol consente”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh me dolente! come mi riscossi<br />
+quando mi prese dicendomi: “Forse<br />
+tu non pensavi ch’io löico fossi!”.<br />
+</p>
+
+<p>
+A Minòs mi portò; e quelli attorse<br />
+otto volte la coda al dosso duro;<br />
+e poi che per gran rabbia la si morse,<br />
+</p>
+
+<p>
+disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;<br />
+per ch’io là dove vedi son perduto,<br />
+e sì vestito, andando, mi rancuro».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,<br />
+la fiamma dolorando si partio,<br />
+torcendo e dibattendo ’l corno aguto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,<br />
+su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco<br />
+che cuopre ’l fosso in che si paga il fio<br />
+</p>
+
+<p>
+a quei che scommettendo acquistan carco.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXVIII</h2>
+
+<p>
+Chi poria mai pur con parole sciolte<br />
+dicer del sangue e de le piaghe a pieno<br />
+ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?<br />
+</p>
+
+<p>
+Ogne lingua per certo verria meno<br />
+per lo nostro sermone e per la mente<br />
+c’hanno a tanto comprender poco seno.<br />
+</p>
+
+<p>
+S’el s’aunasse ancor tutta la gente<br />
+che già, in su la fortunata terra<br />
+di Puglia, fu del suo sangue dolente<br />
+</p>
+
+<p>
+per li Troiani e per la lunga guerra<br />
+che de l’anella fé sì alte spoglie,<br />
+come Livïo scrive, che non erra,<br />
+</p>
+
+<p>
+con quella che sentio di colpi doglie<br />
+per contastare a Ruberto Guiscardo;<br />
+e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie<br />
+</p>
+
+<p>
+a Ceperan, là dove fu bugiardo<br />
+ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,<br />
+dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;<br />
+</p>
+
+<p>
+e qual forato suo membro e qual mozzo<br />
+mostrasse, d’aequar sarebbe nulla<br />
+il modo de la nona bolgia sozzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già veggia, per mezzul perdere o lulla,<br />
+com’ io vidi un, così non si pertugia,<br />
+rotto dal mento infin dove si trulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tra le gambe pendevan le minugia;<br />
+la corata pareva e ’l tristo sacco<br />
+che merda fa di quel che si trangugia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Mentre che tutto in lui veder m’attacco,<br />
+guardommi e con le man s’aperse il petto,<br />
+dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!<br />
+</p>
+
+<p>
+vedi come storpiato è Mäometto!<br />
+Dinanzi a me sen va piangendo Alì,<br />
+fesso nel volto dal mento al ciuffetto.<br />
+</p>
+
+<p>
+E tutti li altri che tu vedi qui,<br />
+seminator di scandalo e di scisma<br />
+fuor vivi, e però son fessi così.<br />
+</p>
+
+<p>
+Un diavolo è qua dietro che n’accisma<br />
+sì crudelmente, al taglio de la spada<br />
+rimettendo ciascun di questa risma,<br />
+</p>
+
+<p>
+quand’ avem volta la dolente strada;<br />
+però che le ferite son richiuse<br />
+prima ch’altri dinanzi li rivada.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,<br />
+forse per indugiar d’ire a la pena<br />
+ch’è giudicata in su le tue accuse?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,<br />
+rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;<br />
+ma per dar lui esperïenza piena,<br />
+</p>
+
+<p>
+a me, che morto son, convien menarlo<br />
+per lo ’nferno qua giù di giro in giro;<br />
+e quest’ è ver così com’ io ti parlo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Più fuor di cento che, quando l’udiro,<br />
+s’arrestaron nel fosso a riguardarmi<br />
+per maraviglia, oblïando il martiro.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,<br />
+tu che forse vedra’ il sole in breve,<br />
+s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,<br />
+</p>
+
+<p>
+sì di vivanda, che stretta di neve<br />
+non rechi la vittoria al Noarese,<br />
+ch’altrimenti acquistar non saria leve».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi che l’un piè per girsene sospese,<br />
+Mäometto mi disse esta parola;<br />
+indi a partirsi in terra lo distese.<br />
+</p>
+
+<p>
+Un altro, che forata avea la gola<br />
+e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,<br />
+e non avea mai ch’una orecchia sola,<br />
+</p>
+
+<p>
+ristato a riguardar per maraviglia<br />
+con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,<br />
+ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,<br />
+</p>
+
+<p>
+e disse: «O tu cui colpa non condanna<br />
+e cu’ io vidi su in terra latina,<br />
+se troppa simiglianza non m’inganna,<br />
+</p>
+
+<p>
+rimembriti di Pier da Medicina,<br />
+se mai torni a veder lo dolce piano<br />
+che da Vercelli a Marcabò dichina.<br />
+</p>
+
+<p>
+E fa saper a’ due miglior da Fano,<br />
+a messer Guido e anco ad Angiolello,<br />
+che, se l’antiveder qui non è vano,<br />
+</p>
+
+<p>
+gittati saran fuor di lor vasello<br />
+e mazzerati presso a la Cattolica<br />
+per tradimento d’un tiranno fello.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tra l’isola di Cipri e di Maiolica<br />
+non vide mai sì gran fallo Nettuno,<br />
+non da pirate, non da gente argolica.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel traditor che vede pur con l’uno,<br />
+e tien la terra che tale qui meco<br />
+vorrebbe di vedere esser digiuno,<br />
+</p>
+
+<p>
+farà venirli a parlamento seco;<br />
+poi farà sì, ch’al vento di Focara<br />
+non sarà lor mestier voto né preco».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Dimostrami e dichiara,<br />
+se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,<br />
+chi è colui da la veduta amara».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor puose la mano a la mascella<br />
+d’un suo compagno e la bocca li aperse,<br />
+gridando: «Questi è desso, e non favella.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse<br />
+in Cesare, affermando che ’l fornito<br />
+sempre con danno l’attender sofferse».<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh quanto mi pareva sbigottito<br />
+con la lingua tagliata ne la strozza<br />
+Curïo, ch’a dir fu così ardito!<br />
+</p>
+
+<p>
+E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,<br />
+levando i moncherin per l’aura fosca,<br />
+sì che ’l sangue facea la faccia sozza,<br />
+</p>
+
+<p>
+gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,<br />
+che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,<br />
+che fu mal seme per la gente tosca».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;<br />
+per ch’elli, accumulando duol con duolo,<br />
+sen gio come persona trista e matta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,<br />
+e vidi cosa ch’io avrei paura,<br />
+sanza più prova, di contarla solo;<br />
+</p>
+
+<p>
+se non che coscïenza m’assicura,<br />
+la buona compagnia che l’uom francheggia<br />
+sotto l’asbergo del sentirsi pura.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,<br />
+un busto sanza capo andar sì come<br />
+andavan li altri de la trista greggia;<br />
+</p>
+
+<p>
+e ’l capo tronco tenea per le chiome,<br />
+pesol con mano a guisa di lanterna:<br />
+e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Di sé facea a sé stesso lucerna,<br />
+ed eran due in uno e uno in due;<br />
+com’ esser può, quei sa che sì governa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando diritto al piè del ponte fue,<br />
+levò ’l braccio alto con tutta la testa<br />
+per appressarne le parole sue,<br />
+</p>
+
+<p>
+che fuoro: «Or vedi la pena molesta,<br />
+tu che, spirando, vai veggendo i morti:<br />
+vedi s’alcuna è grande come questa.<br />
+</p>
+
+<p>
+E perché tu di me novella porti,<br />
+sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli<br />
+che diedi al re giovane i ma’ conforti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;<br />
+Achitofèl non fé più d’Absalone<br />
+e di Davìd coi malvagi punzelli.<br />
+</p>
+
+<p>
+Perch’ io parti’ così giunte persone,<br />
+partito porto il mio cerebro, lasso!,<br />
+dal suo principio ch’è in questo troncone.<br />
+</p>
+
+<p>
+Così s’osserva in me lo contrapasso».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXIX</h2>
+
+<p>
+La molta gente e le diverse piaghe<br />
+avean le luci mie sì inebrïate,<br />
+che de lo stare a piangere eran vaghe.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?<br />
+perché la vista tua pur si soffolge<br />
+là giù tra l’ombre triste smozzicate?<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;<br />
+pensa, se tu annoverar le credi,<br />
+che miglia ventidue la valle volge.<br />
+</p>
+
+<p>
+E già la luna è sotto i nostri piedi;<br />
+lo tempo è poco omai che n’è concesso,<br />
+e altro è da veder che tu non vedi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,<br />
+«atteso a la cagion per ch’io guardava,<br />
+forse m’avresti ancor lo star dimesso».<br />
+</p>
+
+<p>
+Parte sen giva, e io retro li andava,<br />
+lo duca, già faccendo la risposta,<br />
+e soggiugnendo: «Dentro a quella cava<br />
+</p>
+
+<p>
+dov’ io tenea or li occhi sì a posta,<br />
+credo ch’un spirto del mio sangue pianga<br />
+la colpa che là giù cotanto costa».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor disse ’l maestro: «Non si franga<br />
+lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.<br />
+Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’io vidi lui a piè del ponticello<br />
+mostrarti e minacciar forte col dito,<br />
+e udi’ ’l nominar Geri del Bello.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu eri allor sì del tutto impedito<br />
+sovra colui che già tenne Altaforte,<br />
+che non guardasti in là, sì fu partito».<br />
+</p>
+
+<p>
+«O duca mio, la vïolenta morte<br />
+che non li è vendicata ancor», diss’ io,<br />
+«per alcun che de l’onta sia consorte,<br />
+</p>
+
+<p>
+fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio<br />
+sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:<br />
+e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così parlammo infino al loco primo<br />
+che de lo scoglio l’altra valle mostra,<br />
+se più lume vi fosse, tutto ad imo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando noi fummo sor l’ultima chiostra<br />
+di Malebolge, sì che i suoi conversi<br />
+potean parere a la veduta nostra,<br />
+</p>
+
+<p>
+lamenti saettaron me diversi,<br />
+che di pietà ferrati avean li strali;<br />
+ond’ io li orecchi con le man copersi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual dolor fora, se de li spedali<br />
+di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre<br />
+e di Maremma e di Sardigna i mali<br />
+</p>
+
+<p>
+fossero in una fossa tutti ’nsembre,<br />
+tal era quivi, e tal puzzo n’usciva<br />
+qual suol venir de le marcite membre.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi discendemmo in su l’ultima riva<br />
+del lungo scoglio, pur da man sinistra;<br />
+e allor fu la mia vista più viva<br />
+</p>
+
+<p>
+giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra<br />
+de l’alto Sire infallibil giustizia<br />
+punisce i falsador che qui registra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non credo ch’a veder maggior tristizia<br />
+fosse in Egina il popol tutto infermo,<br />
+quando fu l’aere sì pien di malizia,<br />
+</p>
+
+<p>
+che li animali, infino al picciol vermo,<br />
+cascaron tutti, e poi le genti antiche,<br />
+secondo che i poeti hanno per fermo,<br />
+</p>
+
+<p>
+si ristorar di seme di formiche;<br />
+ch’era a veder per quella oscura valle<br />
+languir li spirti per diverse biche.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle<br />
+l’un de l’altro giacea, e qual carpone<br />
+si trasmutava per lo tristo calle.<br />
+</p>
+
+<p>
+Passo passo andavam sanza sermone,<br />
+guardando e ascoltando li ammalati,<br />
+che non potean levar le lor persone.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi due sedere a sé poggiati,<br />
+com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,<br />
+dal capo al piè di schianze macolati;<br />
+</p>
+
+<p>
+e non vidi già mai menare stregghia<br />
+a ragazzo aspettato dal segnorso,<br />
+né a colui che mal volontier vegghia,<br />
+</p>
+
+<p>
+come ciascun menava spesso il morso<br />
+de l’unghie sopra sé per la gran rabbia<br />
+del pizzicor, che non ha più soccorso;<br />
+</p>
+
+<p>
+e sì traevan giù l’unghie la scabbia,<br />
+come coltel di scardova le scaglie<br />
+o d’altro pesce che più larghe l’abbia.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu che con le dita ti dismaglie»,<br />
+cominciò ’l duca mio a l’un di loro,<br />
+«e che fai d’esse talvolta tanaglie,<br />
+</p>
+
+<p>
+dinne s’alcun Latino è tra costoro<br />
+che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti<br />
+etternalmente a cotesto lavoro».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti<br />
+qui ambedue», rispuose l’un piangendo;<br />
+«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca disse: «I’ son un che discendo<br />
+con questo vivo giù di balzo in balzo,<br />
+e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;<br />
+e tremando ciascuno a me si volse<br />
+con altri che l’udiron di rimbalzo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo buon maestro a me tutto s’accolse,<br />
+dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;<br />
+e io incominciai, poscia ch’ei volse:<br />
+</p>
+
+<p>
+«Se la vostra memoria non s’imboli<br />
+nel primo mondo da l’umane menti,<br />
+ma s’ella viva sotto molti soli,<br />
+</p>
+
+<p>
+ditemi chi voi siete e di che genti;<br />
+la vostra sconcia e fastidiosa pena<br />
+di palesarvi a me non vi spaventi».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,<br />
+rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;<br />
+ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:<br />
+“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;<br />
+e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,<br />
+</p>
+
+<p>
+volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo<br />
+perch’ io nol feci Dedalo, mi fece<br />
+ardere a tal che l’avea per figliuolo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma ne l’ultima bolgia de le diece<br />
+me per l’alchìmia che nel mondo usai<br />
+dannò Minòs, a cui fallar non lece».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io dissi al poeta: «Or fu già mai<br />
+gente sì vana come la sanese?<br />
+Certo non la francesca sì d’assai!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Onde l’altro lebbroso, che m’intese,<br />
+rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca<br />
+che seppe far le temperate spese,<br />
+</p>
+
+<p>
+e Niccolò che la costuma ricca<br />
+del garofano prima discoverse<br />
+ne l’orto dove tal seme s’appicca;<br />
+</p>
+
+<p>
+e tra’ne la brigata in che disperse<br />
+Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,<br />
+e l’Abbagliato suo senno proferse.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma perché sappi chi sì ti seconda<br />
+contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,<br />
+sì che la faccia mia ben ti risponda:<br />
+</p>
+
+<p>
+sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,<br />
+che falsai li metalli con l’alchìmia;<br />
+e te dee ricordar, se ben t’adocchio,<br />
+</p>
+
+<p>
+com’ io fui di natura buona scimia».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXX</h2>
+
+<p>
+Nel tempo che Iunone era crucciata<br />
+per Semelè contra ’l sangue tebano,<br />
+come mostrò una e altra fïata,<br />
+</p>
+
+<p>
+Atamante divenne tanto insano,<br />
+che veggendo la moglie con due figli<br />
+andar carcata da ciascuna mano,<br />
+</p>
+
+<p>
+gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli<br />
+la leonessa e ’ leoncini al varco»;<br />
+e poi distese i dispietati artigli,<br />
+</p>
+
+<p>
+prendendo l’un ch’avea nome Learco,<br />
+e rotollo e percosselo ad un sasso;<br />
+e quella s’annegò con l’altro carco.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quando la fortuna volse in basso<br />
+l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,<br />
+sì che ’nsieme col regno il re fu casso,<br />
+</p>
+
+<p>
+Ecuba trista, misera e cattiva,<br />
+poscia che vide Polissena morta,<br />
+e del suo Polidoro in su la riva<br />
+</p>
+
+<p>
+del mar si fu la dolorosa accorta,<br />
+forsennata latrò sì come cane;<br />
+tanto il dolor le fé la mente torta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma né di Tebe furie né troiane<br />
+si vider mäi in alcun tanto crude,<br />
+non punger bestie, nonché membra umane,<br />
+</p>
+
+<p>
+quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,<br />
+che mordendo correvan di quel modo<br />
+che ’l porco quando del porcil si schiude.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo<br />
+del collo l’assannò, sì che, tirando,<br />
+grattar li fece il ventre al fondo sodo.<br />
+</p>
+
+<p>
+E l’Aretin che rimase, tremando<br />
+mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,<br />
+e va rabbioso altrui così conciando».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi<br />
+li denti a dosso, non ti sia fatica<br />
+a dir chi è, pria che di qui si spicchi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica<br />
+di Mirra scellerata, che divenne<br />
+al padre, fuor del dritto amore, amica.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questa a peccar con esso così venne,<br />
+falsificando sé in altrui forma,<br />
+come l’altro che là sen va, sostenne,<br />
+</p>
+
+<p>
+per guadagnar la donna de la torma,<br />
+falsificare in sé Buoso Donati,<br />
+testando e dando al testamento norma».<br />
+</p>
+
+<p>
+E poi che i due rabbiosi fuor passati<br />
+sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,<br />
+rivolsilo a guardar li altri mal nati.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,<br />
+pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia<br />
+tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.<br />
+</p>
+
+<p>
+La grave idropesì, che sì dispaia<br />
+le membra con l’omor che mal converte,<br />
+che ’l viso non risponde a la ventraia,<br />
+</p>
+
+<p>
+faceva lui tener le labbra aperte<br />
+come l’etico fa, che per la sete<br />
+l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O voi che sanz’ alcuna pena siete,<br />
+e non so io perché, nel mondo gramo»,<br />
+diss’ elli a noi, «guardate e attendete<br />
+</p>
+
+<p>
+a la miseria del maestro Adamo;<br />
+io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,<br />
+e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Li ruscelletti che d’i verdi colli<br />
+del Casentin discendon giuso in Arno,<br />
+faccendo i lor canali freddi e molli,<br />
+</p>
+
+<p>
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,<br />
+ché l’imagine lor vie più m’asciuga<br />
+che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.<br />
+</p>
+
+<p>
+La rigida giustizia che mi fruga<br />
+tragge cagion del loco ov’ io peccai<br />
+a metter più li miei sospiri in fuga.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ivi è Romena, là dov’ io falsai<br />
+la lega suggellata del Batista;<br />
+per ch’io il corpo sù arso lasciai.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma s’io vedessi qui l’anima trista<br />
+di Guido o d’Alessandro o di lor frate,<br />
+per Fonte Branda non darei la vista.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate<br />
+ombre che vanno intorno dicon vero;<br />
+ma che mi val, c’ho le membra legate?<br />
+</p>
+
+<p>
+S’io fossi pur di tanto ancor leggero<br />
+ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,<br />
+io sarei messo già per lo sentiero,<br />
+</p>
+
+<p>
+cercando lui tra questa gente sconcia,<br />
+con tutto ch’ella volge undici miglia,<br />
+e men d’un mezzo di traverso non ci ha.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io son per lor tra sì fatta famiglia;<br />
+e’ m’indussero a batter li fiorini<br />
+ch’avevan tre carati di mondiglia».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Chi son li due tapini<br />
+che fumman come man bagnate ’l verno,<br />
+giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,<br />
+rispuose, «quando piovvi in questo greppo,<br />
+e non credo che dieno in sempiterno.<br />
+</p>
+
+<p>
+L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;<br />
+l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:<br />
+per febbre aguta gittan tanto leppo».<br />
+</p>
+
+<p>
+E l’un di lor, che si recò a noia<br />
+forse d’esser nomato sì oscuro,<br />
+col pugno li percosse l’epa croia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quella sonò come fosse un tamburo;<br />
+e mastro Adamo li percosse il volto<br />
+col braccio suo, che non parve men duro,<br />
+</p>
+
+<p>
+dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto<br />
+lo muover per le membra che son gravi,<br />
+ho io il braccio a tal mestiere sciolto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi<br />
+al fuoco, non l’avei tu così presto;<br />
+ma sì e più l’avei quando coniavi».<br />
+</p>
+
+<p>
+E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:<br />
+ma tu non fosti sì ver testimonio<br />
+là ’ve del ver fosti a Troia richesto».<br />
+</p>
+
+<p>
+«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,<br />
+disse Sinon; «e son qui per un fallo,<br />
+e tu per più ch’alcun altro demonio!».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,<br />
+rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;<br />
+«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».<br />
+</p>
+
+<p>
+«E te sia rea la sete onde ti crepa»,<br />
+disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia<br />
+che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allora il monetier: «Così si squarcia<br />
+la bocca tua per tuo mal come suole;<br />
+ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,<br />
+</p>
+
+<p>
+tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,<br />
+e per leccar lo specchio di Narcisso,<br />
+non vorresti a ’nvitar molte parole».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,<br />
+quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,<br />
+che per poco che teco non mi risso!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,<br />
+volsimi verso lui con tal vergogna,<br />
+ch’ancor per la memoria mi si gira.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual è colui che suo dannaggio sogna,<br />
+che sognando desidera sognare,<br />
+sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,<br />
+</p>
+
+<p>
+tal mi fec’ io, non possendo parlare,<br />
+che disïava scusarmi, e scusava<br />
+me tuttavia, e nol mi credea fare.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Maggior difetto men vergogna lava»,<br />
+disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;<br />
+però d’ogne trestizia ti disgrava.<br />
+</p>
+
+<p>
+E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,<br />
+se più avvien che fortuna t’accoglia<br />
+dove sien genti in simigliante piato:<br />
+</p>
+
+<p>
+ché voler ciò udire è bassa voglia».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXXI</h2>
+
+<p>
+Una medesma lingua pria mi morse,<br />
+sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,<br />
+e poi la medicina mi riporse;<br />
+</p>
+
+<p>
+così od’ io che solea far la lancia<br />
+d’Achille e del suo padre esser cagione<br />
+prima di trista e poi di buona mancia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi demmo il dosso al misero vallone<br />
+su per la ripa che ’l cinge dintorno,<br />
+attraversando sanza alcun sermone.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quiv’ era men che notte e men che giorno,<br />
+sì che ’l viso m’andava innanzi poco;<br />
+ma io senti’ sonare un alto corno,<br />
+</p>
+
+<p>
+tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,<br />
+che, contra sé la sua via seguitando,<br />
+dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Dopo la dolorosa rotta, quando<br />
+Carlo Magno perdé la santa gesta,<br />
+non sonò sì terribilmente Orlando.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poco portäi in là volta la testa,<br />
+che me parve veder molte alte torri;<br />
+ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Però che tu trascorri<br />
+per le tenebre troppo da la lungi,<br />
+avvien che poi nel maginare abborri.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,<br />
+quanto ’l senso s’inganna di lontano;<br />
+però alquanto più te stesso pungi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi caramente mi prese per mano<br />
+e disse: «Pria che noi siam più avanti,<br />
+acciò che ’l fatto men ti paia strano,<br />
+</p>
+
+<p>
+sappi che non son torri, ma giganti,<br />
+e son nel pozzo intorno da la ripa<br />
+da l’umbilico in giuso tutti quanti».<br />
+</p>
+
+<p>
+Come quando la nebbia si dissipa,<br />
+lo sguardo a poco a poco raffigura<br />
+ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,<br />
+</p>
+
+<p>
+così forando l’aura grossa e scura,<br />
+più e più appressando ver’ la sponda,<br />
+fuggiemi errore e cresciemi paura;<br />
+</p>
+
+<p>
+però che, come su la cerchia tonda<br />
+Montereggion di torri si corona,<br />
+così la proda che ’l pozzo circonda<br />
+</p>
+
+<p>
+torreggiavan di mezza la persona<br />
+li orribili giganti, cui minaccia<br />
+Giove del cielo ancora quando tuona.<br />
+</p>
+
+<p>
+E io scorgeva già d’alcun la faccia,<br />
+le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,<br />
+e per le coste giù ambo le braccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Natura certo, quando lasciò l’arte<br />
+di sì fatti animali, assai fé bene<br />
+per tòrre tali essecutori a Marte.<br />
+</p>
+
+<p>
+E s’ella d’elefanti e di balene<br />
+non si pente, chi guarda sottilmente,<br />
+più giusta e più discreta la ne tene;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché dove l’argomento de la mente<br />
+s’aggiugne al mal volere e a la possa,<br />
+nessun riparo vi può far la gente.<br />
+</p>
+
+<p>
+La faccia sua mi parea lunga e grossa<br />
+come la pina di San Pietro a Roma,<br />
+e a sua proporzione eran l’altre ossa;<br />
+</p>
+
+<p>
+sì che la ripa, ch’era perizoma<br />
+dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto<br />
+di sovra, che di giugnere a la chioma<br />
+</p>
+
+<p>
+tre Frison s’averien dato mal vanto;<br />
+però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi<br />
+dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Raphèl maì amècche zabì almi»,<br />
+cominciò a gridar la fiera bocca,<br />
+cui non si convenia più dolci salmi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,<br />
+tienti col corno, e con quel ti disfoga<br />
+quand’ ira o altra passïon ti tocca!<br />
+</p>
+
+<p>
+Cércati al collo, e troverai la soga<br />
+che ’l tien legato, o anima confusa,<br />
+e vedi lui che ’l gran petto ti doga».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;<br />
+questi è Nembrotto per lo cui mal coto<br />
+pur un linguaggio nel mondo non s’usa.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;<br />
+ché così è a lui ciascun linguaggio<br />
+come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Facemmo adunque più lungo vïaggio,<br />
+vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro<br />
+trovammo l’altro assai più fero e maggio.<br />
+</p>
+
+<p>
+A cigner lui qual che fosse ’l maestro,<br />
+non so io dir, ma el tenea soccinto<br />
+dinanzi l’altro e dietro il braccio destro<br />
+</p>
+
+<p>
+d’una catena che ’l tenea avvinto<br />
+dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto<br />
+si ravvolgëa infino al giro quinto.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Questo superbo volle esser esperto<br />
+di sua potenza contra ’l sommo Giove»,<br />
+disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Fïalte ha nome, e fece le gran prove<br />
+quando i giganti fer paura a’ dèi;<br />
+le braccia ch’el menò, già mai non move».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «S’esser puote, io vorrei<br />
+che de lo smisurato Brïareo<br />
+esperïenza avesser li occhi mei».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo<br />
+presso di qui che parla ed è disciolto,<br />
+che ne porrà nel fondo d’ogne reo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quel che tu vuo’ veder, più là è molto<br />
+ed è legato e fatto come questo,<br />
+salvo che più feroce par nel volto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Non fu tremoto già tanto rubesto,<br />
+che scotesse una torre così forte,<br />
+come Fïalte a scuotersi fu presto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor temett’ io più che mai la morte,<br />
+e non v’era mestier più che la dotta,<br />
+s’io non avessi viste le ritorte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi procedemmo più avante allotta,<br />
+e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,<br />
+sanza la testa, uscia fuor de la grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu che ne la fortunata valle<br />
+che fece Scipïon di gloria reda,<br />
+quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,<br />
+</p>
+
+<p>
+recasti già mille leon per preda,<br />
+e che, se fossi stato a l’alta guerra<br />
+de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda<br />
+</p>
+
+<p>
+ch’avrebber vinto i figli de la terra:<br />
+mettine giù, e non ten vegna schifo,<br />
+dove Cocito la freddura serra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:<br />
+questi può dar di quel che qui si brama;<br />
+però ti china e non torcer lo grifo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ancor ti può nel mondo render fama,<br />
+ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta<br />
+se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».<br />
+</p>
+
+<p>
+Così disse ’l maestro; e quelli in fretta<br />
+le man distese, e prese ’l duca mio,<br />
+ond’ Ercule sentì già grande stretta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Virgilio, quando prender si sentio,<br />
+disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;<br />
+poi fece sì ch’un fascio era elli e io.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qual pare a riguardar la Carisenda<br />
+sotto ’l chinato, quando un nuvol vada<br />
+sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:<br />
+</p>
+
+<p>
+tal parve Antëo a me che stava a bada<br />
+di vederlo chinare, e fu tal ora<br />
+ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma lievemente al fondo che divora<br />
+Lucifero con Giuda, ci sposò;<br />
+né, sì chinato, lì fece dimora,<br />
+</p>
+
+<p>
+e come albero in nave si levò.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXXII</h2>
+
+<p>
+S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,<br />
+come si converrebbe al tristo buco<br />
+sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,<br />
+</p>
+
+<p>
+io premerei di mio concetto il suco<br />
+più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,<br />
+non sanza tema a dicer mi conduco;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché non è impresa da pigliare a gabbo<br />
+discriver fondo a tutto l’universo,<br />
+né da lingua che chiami mamma o babbo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma quelle donne aiutino il mio verso<br />
+ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,<br />
+sì che dal fatto il dir non sia diverso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh sovra tutte mal creata plebe<br />
+che stai nel loco onde parlare è duro,<br />
+mei foste state qui pecore o zebe!<br />
+</p>
+
+<p>
+Come noi fummo giù nel pozzo scuro<br />
+sotto i piè del gigante assai più bassi,<br />
+e io mirava ancora a l’alto muro,<br />
+</p>
+
+<p>
+dicere udi’mi: «Guarda come passi:<br />
+va sì, che tu non calchi con le piante<br />
+le teste de’ fratei miseri lassi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Per ch’io mi volsi, e vidimi davante<br />
+e sotto i piedi un lago che per gelo<br />
+avea di vetro e non d’acqua sembiante.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non fece al corso suo sì grosso velo<br />
+di verno la Danoia in Osterlicchi,<br />
+né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,<br />
+</p>
+
+<p>
+com’ era quivi; che se Tambernicchi<br />
+vi fosse sù caduto, o Pietrapana,<br />
+non avria pur da l’orlo fatto cricchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E come a gracidar si sta la rana<br />
+col muso fuor de l’acqua, quando sogna<br />
+di spigolar sovente la villana,<br />
+</p>
+
+<p>
+livide, insin là dove appar vergogna<br />
+eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,<br />
+mettendo i denti in nota di cicogna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ognuna in giù tenea volta la faccia;<br />
+da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo<br />
+tra lor testimonianza si procaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,<br />
+volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,<br />
+che ’l pel del capo avieno insieme misto.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,<br />
+diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;<br />
+e poi ch’ebber li visi a me eretti,<br />
+</p>
+
+<p>
+li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,<br />
+gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse<br />
+le lagrime tra essi e riserrolli.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con legno legno spranga mai non cinse<br />
+forte così; ond’ ei come due becchi<br />
+cozzaro insieme, tanta ira li vinse.<br />
+</p>
+
+<p>
+E un ch’avea perduti ambo li orecchi<br />
+per la freddura, pur col viso in giùe,<br />
+disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Se vuoi saper chi son cotesti due,<br />
+la valle onde Bisenzo si dichina<br />
+del padre loro Alberto e di lor fue.<br />
+</p>
+
+<p>
+D’un corpo usciro; e tutta la Caina<br />
+potrai cercare, e non troverai ombra<br />
+degna più d’esser fitta in gelatina:<br />
+</p>
+
+<p>
+non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra<br />
+con esso un colpo per la man d’Artù;<br />
+non Focaccia; non questi che m’ingombra<br />
+</p>
+
+<p>
+col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,<br />
+e fu nomato Sassol Mascheroni;<br />
+se tosco se’, ben sai omai chi fu.<br />
+</p>
+
+<p>
+E perché non mi metti in più sermoni,<br />
+sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;<br />
+e aspetto Carlin che mi scagioni».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia vid’ io mille visi cagnazzi<br />
+fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,<br />
+e verrà sempre, de’ gelati guazzi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo<br />
+al quale ogne gravezza si rauna,<br />
+e io tremava ne l’etterno rezzo;<br />
+</p>
+
+<p>
+se voler fu o destino o fortuna,<br />
+non so; ma, passeggiando tra le teste,<br />
+forte percossi ’l piè nel viso ad una.<br />
+</p>
+
+<p>
+Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?<br />
+se tu non vieni a crescer la vendetta<br />
+di Montaperti, perché mi moleste?».<br />
+</p>
+
+<p>
+E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,<br />
+sì ch’io esca d’un dubbio per costui;<br />
+poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca stette, e io dissi a colui<br />
+che bestemmiava duramente ancora:<br />
+«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,<br />
+percotendo», rispuose, «altrui le gote,<br />
+sì che, se fossi vivo, troppo fora?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Vivo son io, e caro esser ti puote»,<br />
+fu mia risposta, «se dimandi fama,<br />
+ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.<br />
+Lèvati quinci e non mi dar più lagna,<br />
+ché mal sai lusingar per questa lama!».<br />
+</p>
+
+<p>
+Allor lo presi per la cuticagna<br />
+e dissi: «El converrà che tu ti nomi,<br />
+o che capel qui sù non ti rimagna».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,<br />
+né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,<br />
+se mille fiate in sul capo mi tomi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Io avea già i capelli in mano avvolti,<br />
+e tratti glien’ avea più d’una ciocca,<br />
+latrando lui con li occhi in giù raccolti,<br />
+</p>
+
+<p>
+quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?<br />
+non ti basta sonar con le mascelle,<br />
+se tu non latri? qual diavol ti tocca?».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,<br />
+malvagio traditor; ch’a la tua onta<br />
+io porterò di te vere novelle».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;<br />
+ma non tacer, se tu di qua entro eschi,<br />
+di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.<br />
+</p>
+
+<p>
+El piange qui l’argento de’ Franceschi:<br />
+“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera<br />
+là dove i peccatori stanno freschi”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,<br />
+tu hai dallato quel di Beccheria<br />
+di cui segò Fiorenza la gorgiera.<br />
+</p>
+
+<p>
+Gianni de’ Soldanier credo che sia<br />
+più là con Ganellone e Tebaldello,<br />
+ch’aprì Faenza quando si dormia».<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi eravam partiti già da ello,<br />
+ch’io vidi due ghiacciati in una buca,<br />
+sì che l’un capo a l’altro era cappello;<br />
+</p>
+
+<p>
+e come ’l pan per fame si manduca,<br />
+così ’l sovran li denti a l’altro pose<br />
+là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:<br />
+</p>
+
+<p>
+non altrimenti Tidëo si rose<br />
+le tempie a Menalippo per disdegno,<br />
+che quei faceva il teschio e l’altre cose.<br />
+</p>
+
+<p>
+«O tu che mostri per sì bestial segno<br />
+odio sovra colui che tu ti mangi,<br />
+dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,<br />
+</p>
+
+<p>
+che se tu a ragion di lui ti piangi,<br />
+sappiendo chi voi siete e la sua pecca,<br />
+nel mondo suso ancora io te ne cangi,<br />
+</p>
+
+<p>
+se quella con ch’io parlo non si secca».<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXXIII</h2>
+
+<p>
+La bocca sollevò dal fiero pasto<br />
+quel peccator, forbendola a’ capelli<br />
+del capo ch’elli avea di retro guasto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli<br />
+disperato dolor che ’l cor mi preme<br />
+già pur pensando, pria ch’io ne favelli.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma se le mie parole esser dien seme<br />
+che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,<br />
+parlar e lagrimar vedrai insieme.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non so chi tu se’ né per che modo<br />
+venuto se’ qua giù; ma fiorentino<br />
+mi sembri veramente quand’ io t’odo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,<br />
+e questi è l’arcivescovo Ruggieri:<br />
+or ti dirò perché i son tal vicino.<br />
+</p>
+
+<p>
+Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,<br />
+fidandomi di lui, io fossi preso<br />
+e poscia morto, dir non è mestieri;<br />
+</p>
+
+<p>
+però quel che non puoi avere inteso,<br />
+cioè come la morte mia fu cruda,<br />
+udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.<br />
+</p>
+
+<p>
+Breve pertugio dentro da la Muda,<br />
+la qual per me ha ’l titol de la fame,<br />
+e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,<br />
+</p>
+
+<p>
+m’avea mostrato per lo suo forame<br />
+più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno<br />
+che del futuro mi squarciò ’l velame.<br />
+</p>
+
+<p>
+Questi pareva a me maestro e donno,<br />
+cacciando il lupo e ’ lupicini al monte<br />
+per che i Pisan veder Lucca non ponno.<br />
+</p>
+
+<p>
+Con cagne magre, studïose e conte<br />
+Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi<br />
+s’avea messi dinanzi da la fronte.<br />
+</p>
+
+<p>
+In picciol corso mi parieno stanchi<br />
+lo padre e ’ figli, e con l’agute scane<br />
+mi parea lor veder fender li fianchi.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando fui desto innanzi la dimane,<br />
+pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli<br />
+ch’eran con meco, e dimandar del pane.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli<br />
+pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;<br />
+e se non piangi, di che pianger suoli?<br />
+</p>
+
+<p>
+Già eran desti, e l’ora s’appressava<br />
+che ’l cibo ne solëa essere addotto,<br />
+e per suo sogno ciascun dubitava;<br />
+</p>
+
+<p>
+e io senti’ chiavar l’uscio di sotto<br />
+a l’orribile torre; ond’ io guardai<br />
+nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non piangëa, sì dentro impetrai:<br />
+piangevan elli; e Anselmuccio mio<br />
+disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Perciò non lagrimai né rispuos’ io<br />
+tutto quel giorno né la notte appresso,<br />
+infin che l’altro sol nel mondo uscìo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Come un poco di raggio si fu messo<br />
+nel doloroso carcere, e io scorsi<br />
+per quattro visi il mio aspetto stesso,<br />
+</p>
+
+<p>
+ambo le man per lo dolor mi morsi;<br />
+ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia<br />
+di manicar, di sùbito levorsi<br />
+</p>
+
+<p>
+e disser: “Padre, assai ci fia men doglia<br />
+se tu mangi di noi: tu ne vestisti<br />
+queste misere carni, e tu le spoglia”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Queta’mi allor per non farli più tristi;<br />
+lo dì e l’altro stemmo tutti muti;<br />
+ahi dura terra, perché non t’apristi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Poscia che fummo al quarto dì venuti,<br />
+Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,<br />
+dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quivi morì; e come tu mi vedi,<br />
+vid’ io cascar li tre ad uno ad uno<br />
+tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,<br />
+</p>
+
+<p>
+già cieco, a brancolar sovra ciascuno,<br />
+e due dì li chiamai, poi che fur morti.<br />
+Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».<br />
+</p>
+
+<p>
+Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti<br />
+riprese ’l teschio misero co’ denti,<br />
+che furo a l’osso, come d’un can, forti.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi Pisa, vituperio de le genti<br />
+del bel paese là dove ’l sì suona,<br />
+poi che i vicini a te punir son lenti,<br />
+</p>
+
+<p>
+muovasi la Capraia e la Gorgona,<br />
+e faccian siepe ad Arno in su la foce,<br />
+sì ch’elli annieghi in te ogne persona!<br />
+</p>
+
+<p>
+Che se ’l conte Ugolino aveva voce<br />
+d’aver tradita te de le castella,<br />
+non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.<br />
+</p>
+
+<p>
+Innocenti facea l’età novella,<br />
+novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata<br />
+e li altri due che ’l canto suso appella.<br />
+</p>
+
+<p>
+Noi passammo oltre, là ’ve la gelata<br />
+ruvidamente un’altra gente fascia,<br />
+non volta in giù, ma tutta riversata.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo pianto stesso lì pianger non lascia,<br />
+e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,<br />
+si volge in entro a far crescer l’ambascia;<br />
+</p>
+
+<p>
+ché le lagrime prime fanno groppo,<br />
+e sì come visiere di cristallo,<br />
+rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.<br />
+</p>
+
+<p>
+E avvegna che, sì come d’un callo,<br />
+per la freddura ciascun sentimento<br />
+cessato avesse del mio viso stallo,<br />
+</p>
+
+<p>
+già mi parea sentire alquanto vento;<br />
+per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?<br />
+non è qua giù ogne vapore spento?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove<br />
+di ciò ti farà l’occhio la risposta,<br />
+veggendo la cagion che ’l fiato piove».<br />
+</p>
+
+<p>
+E un de’ tristi de la fredda crosta<br />
+gridò a noi: «O anime crudeli<br />
+tanto che data v’è l’ultima posta,<br />
+</p>
+
+<p>
+levatemi dal viso i duri veli,<br />
+sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,<br />
+un poco, pria che ’l pianto si raggeli».<br />
+</p>
+
+<p>
+Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,<br />
+dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,<br />
+al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».<br />
+</p>
+
+<p>
+Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;<br />
+i’ son quel da le frutta del mal orto,<br />
+che qui riprendo dattero per figo».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».<br />
+Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea<br />
+nel mondo sù, nulla scïenza porto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,<br />
+che spesse volte l’anima ci cade<br />
+innanzi ch’Atropòs mossa le dea.<br />
+</p>
+
+<p>
+E perché tu più volentier mi rade<br />
+le ’nvetrïate lagrime dal volto,<br />
+sappie che, tosto che l’anima trade<br />
+</p>
+
+<p>
+come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto<br />
+da un demonio, che poscia il governa<br />
+mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ella ruina in sì fatta cisterna;<br />
+e forse pare ancor lo corpo suso<br />
+de l’ombra che di qua dietro mi verna.<br />
+</p>
+
+<p>
+Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:<br />
+elli è ser Branca Doria, e son più anni<br />
+poscia passati ch’el fu sì racchiuso».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;<br />
+ché Branca Doria non morì unquanche,<br />
+e mangia e bee e dorme e veste panni».<br />
+</p>
+
+<p>
+«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,<br />
+là dove bolle la tenace pece,<br />
+non era ancora giunto Michel Zanche,<br />
+</p>
+
+<p>
+che questi lasciò il diavolo in sua vece<br />
+nel corpo suo, ed un suo prossimano<br />
+che ’l tradimento insieme con lui fece.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ma distendi oggimai in qua la mano;<br />
+aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;<br />
+e cortesia fu lui esser villano.<br />
+</p>
+
+<p>
+Ahi Genovesi, uomini diversi<br />
+d’ogne costume e pien d’ogne magagna,<br />
+perché non siete voi del mondo spersi?<br />
+</p>
+
+<p>
+Ché col peggiore spirto di Romagna<br />
+trovai di voi un tal, che per sua opra<br />
+in anima in Cocito già si bagna,<br />
+</p>
+
+<p>
+e in corpo par vivo ancor di sopra.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2>Canto XXXIV</h2>
+
+<p>
+«Vexilla regis prodeunt inferni<br />
+verso di noi; però dinanzi mira»,<br />
+disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».<br />
+</p>
+
+<p>
+Come quando una grossa nebbia spira,<br />
+o quando l’emisperio nostro annotta,<br />
+par di lungi un molin che ’l vento gira,<br />
+</p>
+
+<p>
+veder mi parve un tal dificio allotta;<br />
+poi per lo vento mi ristrinsi retro<br />
+al duca mio, ché non lì era altra grotta.<br />
+</p>
+
+<p>
+Già era, e con paura il metto in metro,<br />
+là dove l’ombre tutte eran coperte,<br />
+e trasparien come festuca in vetro.<br />
+</p>
+
+<p>
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,<br />
+quella col capo e quella con le piante;<br />
+altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando noi fummo fatti tanto avante,<br />
+ch’al mio maestro piacque di mostrarmi<br />
+la creatura ch’ebbe il bel sembiante,<br />
+</p>
+
+<p>
+d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,<br />
+«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco<br />
+ove convien che di fortezza t’armi».<br />
+</p>
+
+<p>
+Com’ io divenni allor gelato e fioco,<br />
+nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,<br />
+però ch’ogne parlar sarebbe poco.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io non mori’ e non rimasi vivo;<br />
+pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,<br />
+qual io divenni, d’uno e d’altro privo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo ’mperador del doloroso regno<br />
+da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;<br />
+e più con un gigante io mi convegno,<br />
+</p>
+
+<p>
+che i giganti non fan con le sue braccia:<br />
+vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto<br />
+ch’a così fatta parte si confaccia.<br />
+</p>
+
+<p>
+S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,<br />
+e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,<br />
+ben dee da lui procedere ogne lutto.<br />
+</p>
+
+<p>
+Oh quanto parve a me gran maraviglia<br />
+quand’ io vidi tre facce a la sua testa!<br />
+L’una dinanzi, e quella era vermiglia;<br />
+</p>
+
+<p>
+l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa<br />
+sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,<br />
+e sé giugnieno al loco de la cresta:<br />
+</p>
+
+<p>
+e la destra parea tra bianca e gialla;<br />
+la sinistra a vedere era tal, quali<br />
+vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.<br />
+</p>
+
+<p>
+Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,<br />
+quanto si convenia a tanto uccello:<br />
+vele di mar non vid’ io mai cotali.<br />
+</p>
+
+<p>
+Non avean penne, ma di vispistrello<br />
+era lor modo; e quelle svolazzava,<br />
+sì che tre venti si movean da ello:<br />
+</p>
+
+<p>
+quindi Cocito tutto s’aggelava.<br />
+Con sei occhi piangëa, e per tre menti<br />
+gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.<br />
+</p>
+
+<p>
+Da ogne bocca dirompea co’ denti<br />
+un peccatore, a guisa di maciulla,<br />
+sì che tre ne facea così dolenti.<br />
+</p>
+
+<p>
+A quel dinanzi il mordere era nulla<br />
+verso ’l graffiar, che talvolta la schiena<br />
+rimanea de la pelle tutta brulla.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,<br />
+disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,<br />
+che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.<br />
+</p>
+
+<p>
+De li altri due c’hanno il capo di sotto,<br />
+quel che pende dal nero ceffo è Bruto:<br />
+vedi come si storce, e non fa motto!;<br />
+</p>
+
+<p>
+e l’altro è Cassio, che par sì membruto.<br />
+Ma la notte risurge, e oramai<br />
+è da partir, ché tutto avem veduto».<br />
+</p>
+
+<p>
+Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;<br />
+ed el prese di tempo e loco poste,<br />
+e quando l’ali fuoro aperte assai,<br />
+</p>
+
+<p>
+appigliò sé a le vellute coste;<br />
+di vello in vello giù discese poscia<br />
+tra ’l folto pelo e le gelate croste.<br />
+</p>
+
+<p>
+Quando noi fummo là dove la coscia<br />
+si volge, a punto in sul grosso de l’anche,<br />
+lo duca, con fatica e con angoscia,<br />
+</p>
+
+<p>
+volse la testa ov’ elli avea le zanche,<br />
+e aggrappossi al pel com’ om che sale,<br />
+sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Attienti ben, ché per cotali scale»,<br />
+disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,<br />
+«conviensi dipartir da tanto male».<br />
+</p>
+
+<p>
+Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso<br />
+e puose me in su l’orlo a sedere;<br />
+appresso porse a me l’accorto passo.<br />
+</p>
+
+<p>
+Io levai li occhi e credetti vedere<br />
+Lucifero com’ io l’avea lasciato,<br />
+e vidili le gambe in sù tenere;<br />
+</p>
+
+<p>
+e s’io divenni allora travagliato,<br />
+la gente grossa il pensi, che non vede<br />
+qual è quel punto ch’io avea passato.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:<br />
+la via è lunga e ’l cammino è malvagio,<br />
+e già il sole a mezza terza riede».<br />
+</p>
+
+<p>
+Non era camminata di palagio<br />
+là ’v’ eravam, ma natural burella<br />
+ch’avea mal suolo e di lume disagio.<br />
+</p>
+
+<p>
+«Prima ch’io de l’abisso mi divella,<br />
+maestro mio», diss’ io quando fui dritto,<br />
+«a trarmi d’erro un poco mi favella:<br />
+</p>
+
+<p>
+ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto<br />
+sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,<br />
+da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».<br />
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Tu imagini ancora<br />
+d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi<br />
+al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.<br />
+</p>
+
+<p>
+Di là fosti cotanto quant’ io scesi;<br />
+quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto<br />
+al qual si traggon d’ogne parte i pesi.<br />
+</p>
+
+<p>
+E se’ or sotto l’emisperio giunto<br />
+ch’è contraposto a quel che la gran secca<br />
+coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto<br />
+</p>
+
+<p>
+fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;<br />
+tu haï i piedi in su picciola spera<br />
+che l’altra faccia fa de la Giudecca.<br />
+</p>
+
+<p>
+Qui è da man, quando di là è sera;<br />
+e questi, che ne fé scala col pelo,<br />
+fitto è ancora sì come prim’ era.<br />
+</p>
+
+<p>
+Da questa parte cadde giù dal cielo;<br />
+e la terra, che pria di qua si sporse,<br />
+per paura di lui fé del mar velo,<br />
+</p>
+
+<p>
+e venne a l’emisperio nostro; e forse<br />
+per fuggir lui lasciò qui loco vòto<br />
+quella ch’appar di qua, e sù ricorse».<br />
+</p>
+
+<p>
+Luogo è là giù da Belzebù remoto<br />
+tanto quanto la tomba si distende,<br />
+che non per vista, ma per suono è noto<br />
+</p>
+
+<p>
+d’un ruscelletto che quivi discende<br />
+per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,<br />
+col corso ch’elli avvolge, e poco pende.<br />
+</p>
+
+<p>
+Lo duca e io per quel cammino ascoso<br />
+intrammo a ritornar nel chiaro mondo;<br />
+e sanza cura aver d’alcun riposo,<br />
+</p>
+
+<p>
+salimmo sù, el primo e io secondo,<br />
+tanto ch’i’ vidi de le cose belle<br />
+che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.<br />
+</p>
+
+<p>
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.<br />
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***</div>
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+Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante: Inferno, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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+to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante: Inferno
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1009]
+Release Date: August, 1997
+First Posted: September 4, 1997
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***
+
+
+
+
+Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
+version by Al Haines.
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ INFERNO
+
+
+
+
+ Inferno Canto I
+
+
+ Nel mezzo del cammin di nostra vita
+ mi ritrovai per una selva oscura,
+ ch la diritta via era smarrita.
+
+ Ahi quanto a dir qual era cosa dura
+ esta selva selvaggia e aspra e forte
+ che nel pensier rinova la paura!
+
+ Tant amara che poco pi morte;
+ ma per trattar del ben chi vi trovai,
+ dir de laltre cose chi vho scorte.
+
+ Io non so ben ridir com i vintrai,
+ tant era pien di sonno a quel punto
+ che la verace via abbandonai.
+
+ Ma poi chi fui al pi dun colle giunto,
+ l dove terminava quella valle
+ che mavea di paura il cor compunto,
+
+ guardai in alto e vidi le sue spalle
+ vestite gi de raggi del pianeta
+ che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+ Allor fu la paura un poco queta,
+ che nel lago del cor mera durata
+ la notte chi passai con tanta pieta.
+
+ E come quei che con lena affannata,
+ uscito fuor del pelago a la riva,
+ si volge a lacqua perigliosa e guata,
+
+ cos lanimo mio, chancor fuggiva,
+ si volse a retro a rimirar lo passo
+ che non lasci gi mai persona viva.
+
+ Poi chi posato un poco il corpo lasso,
+ ripresi via per la piaggia diserta,
+ s che l pi fermo sempre era l pi basso.
+
+ Ed ecco, quasi al cominciar de lerta,
+ una lonza leggera e presta molto,
+ che di pel macolato era coverta;
+
+ e non mi si partia dinanzi al volto,
+ anzi mpediva tanto il mio cammino,
+ chi fui per ritornar pi volte vlto.
+
+ Temp era dal principio del mattino,
+ e l sol montava n s con quelle stelle
+ cheran con lui quando lamor divino
+
+ mosse di prima quelle cose belle;
+ s cha bene sperar mera cagione
+ di quella fiera a la gaetta pelle
+
+ lora del tempo e la dolce stagione;
+ ma non s che paura non mi desse
+ la vista che mapparve dun leone.
+
+ Questi parea che contra me venisse
+ con la test alta e con rabbiosa fame,
+ s che parea che laere ne tremesse.
+
+ Ed una lupa, che di tutte brame
+ sembiava carca ne la sua magrezza,
+ e molte genti f gi viver grame,
+
+ questa mi porse tanto di gravezza
+ con la paura chuscia di sua vista,
+ chio perdei la speranza de laltezza.
+
+ E qual quei che volontieri acquista,
+ e giugne l tempo che perder lo face,
+ che n tutti suoi pensier piange e sattrista;
+
+ tal mi fece la bestia sanza pace,
+ che, venendomi ncontro, a poco a poco
+ mi ripigneva l dove l sol tace.
+
+ Mentre chi rovinava in basso loco,
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+ chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+ Quando vidi costui nel gran diserto,
+ Miserere di me, gridai a lui,
+ qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
+
+ Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
+ e li parenti miei furon lombardi,
+ mantoani per patra ambedui.
+
+ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+ e vissi a Roma sotto l buono Augusto
+ nel tempo de li di falsi e bugiardi.
+
+ Poeta fui, e cantai di quel giusto
+ figliuol dAnchise che venne di Troia,
+ poi che l superbo Iln fu combusto.
+
+ Ma tu perch ritorni a tanta noia?
+ perch non sali il dilettoso monte
+ ch principio e cagion di tutta gioia?.
+
+ Or se tu quel Virgilio e quella fonte
+ che spandi di parlar s largo fiume?,
+ rispuos io lui con vergognosa fronte.
+
+ O de li altri poeti onore e lume,
+ vagliami l lungo studio e l grande amore
+ che mha fatto cercar lo tuo volume.
+
+ Tu se lo mio maestro e l mio autore,
+ tu se solo colui da cu io tolsi
+ lo bello stilo che mha fatto onore.
+
+ Vedi la bestia per cu io mi volsi;
+ aiutami da lei, famoso saggio,
+ chella mi fa tremar le vene e i polsi.
+
+ A te convien tenere altro vaggio,
+ rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+ se vuo campar desto loco selvaggio;
+
+ ch questa bestia, per la qual tu gride,
+ non lascia altrui passar per la sua via,
+ ma tanto lo mpedisce che luccide;
+
+ e ha natura s malvagia e ria,
+ che mai non empie la bramosa voglia,
+ e dopo l pasto ha pi fame che pria.
+
+ Molti son li animali a cui sammoglia,
+ e pi saranno ancora, infin che l veltro
+ verr, che la far morir con doglia.
+
+ Questi non ciber terra n peltro,
+ ma sapenza, amore e virtute,
+ e sua nazion sar tra feltro e feltro.
+
+ Di quella umile Italia fia salute
+ per cui mor la vergine Cammilla,
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+ Questi la caccer per ogne villa,
+ fin che lavr rimessa ne lo nferno,
+ l onde nvidia prima dipartilla.
+
+ Ond io per lo tuo me penso e discerno
+ che tu mi segui, e io sar tua guida,
+ e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ ove udirai le disperate strida,
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ cha la seconda morte ciascun grida;
+
+ e vederai color che son contenti
+ nel foco, perch speran di venire
+ quando che sia a le beate genti.
+
+ A le quai poi se tu vorrai salire,
+ anima fia a ci pi di me degna:
+ con lei ti lascer nel mio partire;
+
+ ch quello imperador che l s regna,
+ perch i fu ribellante a la sua legge,
+ non vuol che n sua citt per me si vegna.
+
+ In tutte parti impera e quivi regge;
+ quivi la sua citt e lalto seggio:
+ oh felice colui cu ivi elegge!.
+
+ E io a lui: Poeta, io ti richeggio
+ per quello Dio che tu non conoscesti,
+ acci chio fugga questo male e peggio,
+
+ che tu mi meni l dov or dicesti,
+ s chio veggia la porta di san Pietro
+ e color cui tu fai cotanto mesti.
+
+ Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+ Inferno Canto II
+
+
+ Lo giorno se nandava, e laere bruno
+ toglieva li animai che sono in terra
+ da le fatiche loro; e io sol uno
+
+ mapparecchiava a sostener la guerra
+ s del cammino e s de la pietate,
+ che ritrarr la mente che non erra.
+
+ O muse, o alto ingegno, or maiutate;
+ o mente che scrivesti ci chio vidi,
+ qui si parr la tua nobilitate.
+
+ Io cominciai: Poeta che mi guidi,
+ guarda la mia virt sell possente,
+ prima cha lalto passo tu mi fidi.
+
+ Tu dici che di Silvo il parente,
+ corruttibile ancora, ad immortale
+ secolo and, e fu sensibilmente.
+
+ Per, se lavversario dogne male
+ cortese i fu, pensando lalto effetto
+ chuscir dovea di lui, e l chi e l quale
+
+ non pare indegno ad omo dintelletto;
+ che fu de lalma Roma e di suo impero
+ ne lempireo ciel per padre eletto:
+
+ la quale e l quale, a voler dir lo vero,
+ fu stabilita per lo loco santo
+ u siede il successor del maggior Piero.
+
+ Per quest andata onde li dai tu vanto,
+ intese cose che furon cagione
+ di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+ Andovvi poi lo Vas delezone,
+ per recarne conforto a quella fede
+ ch principio a la via di salvazione.
+
+ Ma io, perch venirvi? o chi l concede?
+ Io non Ena, io non Paulo sono;
+ me degno a ci n io n altri l crede.
+
+ Per che, se del venire io mabbandono,
+ temo che la venuta non sia folle.
+ Se savio; intendi me chi non ragiono.
+
+ E qual quei che disvuol ci che volle
+ e per novi pensier cangia proposta,
+ s che dal cominciar tutto si tolle,
+
+ tal mi fec o n quella oscura costa,
+ perch, pensando, consumai la mpresa
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+ Si ho ben la parola tua intesa,
+ rispuose del magnanimo quell ombra,
+ lanima tua da viltade offesa;
+
+ la qual molte fate lomo ingombra
+ s che donrata impresa lo rivolve,
+ come falso veder bestia quand ombra.
+
+ Da questa tema acci che tu ti solve,
+ dirotti perch io venni e quel chio ntesi
+ nel primo punto che di te mi dolve.
+
+ Io era tra color che son sospesi,
+ e donna mi chiam beata e bella,
+ tal che di comandare io la richiesi.
+
+ Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
+ e cominciommi a dir soave e piana,
+ con angelica voce, in sua favella:
+
+ O anima cortese mantoana,
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,
+ e durer quanto l mondo lontana,
+
+ lamico mio, e non de la ventura,
+ ne la diserta piaggia impedito
+ s nel cammin, che vlt per paura;
+
+ e temo che non sia gi s smarrito,
+ chio mi sia tardi al soccorso levata,
+ per quel chi ho di lui nel cielo udito.
+
+ Or movi, e con la tua parola ornata
+ e con ci cha mestieri al suo campare,
+ laiuta s chi ne sia consolata.
+
+ I son Beatrice che ti faccio andare;
+ vegno del loco ove tornar disio;
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+ Quando sar dinanzi al segnor mio,
+ di te mi loder sovente a lui.
+ Tacette allora, e poi comincia io:
+
+ O donna di virt sola per cui
+ lumana spezie eccede ogne contento
+ di quel ciel cha minor li cerchi sui,
+
+ tanto maggrada il tuo comandamento,
+ che lubidir, se gi fosse, m tardi;
+ pi non t uo chaprirmi il tuo talento.
+
+ Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+ de lo scender qua giuso in questo centro
+ de lampio loco ove tornar tu ardi.
+
+ Da che tu vuo saver cotanto a dentro,
+ dirotti brievemente, mi rispuose,
+ perch i non temo di venir qua entro.
+
+ Temer si dee di sole quelle cose
+ channo potenza di fare altrui male;
+ de laltre no, ch non son paurose.
+
+ I son fatta da Dio, sua merc, tale,
+ che la vostra miseria non mi tange,
+ n fiamma desto ncendio non massale.
+
+ Donna gentil nel ciel che si compiange
+ di questo mpedimento ov io ti mando,
+ s che duro giudicio l s frange.
+
+ Questa chiese Lucia in suo dimando
+ e disse:Or ha bisogno il tuo fedele
+ di te, e io a te lo raccomando.
+
+ Lucia, nimica di ciascun crudele,
+ si mosse, e venne al loco dov i era,
+ che mi sedea con lantica Rachele.
+
+ Disse:Beatrice, loda di Dio vera,
+ ch non soccorri quei che tam tanto,
+ chusc per te de la volgare schiera?
+
+ Non odi tu la pieta del suo pianto,
+ non vedi tu la morte che l combatte
+ su la fiumana ove l mar non ha vanto?.
+
+ Al mondo non fur mai persone ratte
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,
+ com io, dopo cotai parole fatte,
+
+ venni qua gi del mio beato scanno,
+ fidandomi del tuo parlare onesto,
+ chonora te e quei chudito lhanno.
+
+ Poscia che mebbe ragionato questo,
+ li occhi lucenti lagrimando volse,
+ per che mi fece del venir pi presto.
+
+ E venni a te cos com ella volse:
+ dinanzi a quella fiera ti levai
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+ Dunque: che ? perch, perch restai,
+ perch tanta vilt nel core allette,
+ perch ardire e franchezza non hai,
+
+ poscia che tai tre donne benedette
+ curan di te ne la corte del cielo,
+ e l mio parlar tanto ben ti promette?.
+
+ Quali fioretti dal notturno gelo
+ chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca,
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+ tal mi fec io di mia virtude stanca,
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ chi cominciai come persona franca:
+
+ Oh pietosa colei che mi soccorse!
+ e te cortese chubidisti tosto
+ a le vere parole che ti porse!
+
+ Tu mhai con disiderio il cor disposto
+ s al venir con le parole tue,
+ chi son tornato nel primo proposto.
+
+ Or va, chun sol volere dambedue:
+ tu duca, tu segnore e tu maestro.
+ Cos li dissi; e poi che mosso fue,
+
+ intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+ Inferno Canto III
+
+
+ Per me si va ne la citt dolente,
+ per me si va ne letterno dolore,
+ per me si va tra la perduta gente.
+
+ Giustizia mosse il mio alto fattore;
+ fecemi la divina podestate,
+ la somma sapenza e l primo amore.
+
+ Dinanzi a me non fuor cose create
+ se non etterne, e io etterno duro.
+ Lasciate ogne speranza, voi chintrate.
+
+ Queste parole di colore oscuro
+ vid o scritte al sommo duna porta;
+ per chio: Maestro, il senso lor m duro.
+
+ Ed elli a me, come persona accorta:
+ Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ ogne vilt convien che qui sia morta.
+
+ Noi siam venuti al loco ov i tho detto
+ che tu vedrai le genti dolorose
+ channo perduto il ben de lintelletto.
+
+ E poi che la sua mano a la mia puose
+ con lieto volto, ond io mi confortai,
+ mi mise dentro a le segrete cose.
+
+ Quivi sospiri, pianti e alti guai
+ risonavan per laere sanza stelle,
+ per chio al cominciar ne lagrimai.
+
+ Diverse lingue, orribili favelle,
+ parole di dolore, accenti dira,
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+ facevano un tumulto, il qual saggira
+ sempre in quell aura sanza tempo tinta,
+ come la rena quando turbo spira.
+
+ E io chavea derror la testa cinta,
+ dissi: Maestro, che quel chi odo?
+ e che gent che par nel duol s vinta?.
+
+ Ed elli a me: Questo misero modo
+ tegnon lanime triste di coloro
+ che visser sanza nfamia e sanza lodo.
+
+ Mischiate sono a quel cattivo coro
+ de li angeli che non furon ribelli
+ n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
+
+ Caccianli i ciel per non esser men belli,
+ n lo profondo inferno li riceve,
+ chalcuna gloria i rei avrebber delli.
+
+ E io: Maestro, che tanto greve
+ a lor che lamentar li fa s forte?.
+ Rispuose: Dicerolti molto breve.
+
+ Questi non hanno speranza di morte,
+ e la lor cieca vita tanto bassa,
+ che nvidosi son dogne altra sorte.
+
+ Fama di loro il mondo esser non lassa;
+ misericordia e giustizia li sdegna:
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
+
+ E io, che riguardai, vidi una nsegna
+ che girando correva tanto ratta,
+ che dogne posa mi parea indegna;
+
+ e dietro le vena s lunga tratta
+ di gente, chi non averei creduto
+ che morte tanta navesse disfatta.
+
+ Poscia chio vebbi alcun riconosciuto,
+ vidi e conobbi lombra di colui
+ che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+ Incontanente intesi e certo fui
+ che questa era la setta di cattivi,
+ a Dio spiacenti e a nemici sui.
+
+ Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+ erano ignudi e stimolati molto
+ da mosconi e da vespe cheran ivi.
+
+ Elle rigavan lor di sangue il volto,
+ che, mischiato di lagrime, a lor piedi
+ da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+ E poi cha riguardar oltre mi diedi,
+ vidi genti a la riva dun gran fiume;
+ per chio dissi: Maestro, or mi concedi
+
+ chi sappia quali sono, e qual costume
+ le fa di trapassar parer s pronte,
+ com i discerno per lo fioco lume.
+
+ Ed elli a me: Le cose ti fier conte
+ quando noi fermerem li nostri passi
+ su la trista riviera dAcheronte.
+
+ Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+ temendo no l mio dir li fosse grave,
+ infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+ Ed ecco verso noi venir per nave
+ un vecchio, bianco per antico pelo,
+ gridando: Guai a voi, anime prave!
+
+ Non isperate mai veder lo cielo:
+ i vegno per menarvi a laltra riva
+ ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
+
+ E tu che se cost, anima viva,
+ prtiti da cotesti che son morti.
+ Ma poi che vide chio non mi partiva,
+
+ disse: Per altra via, per altri porti
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:
+ pi lieve legno convien che ti porti.
+
+ E l duca lui: Caron, non ti crucciare:
+ vuolsi cos col dove si puote
+ ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+ Quinci fuor quete le lanose gote
+ al nocchier de la livida palude,
+ che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+ Ma quell anime, cheran lasse e nude,
+ cangiar colore e dibattero i denti,
+ ratto che nteser le parole crude.
+
+ Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+ lumana spezie e l loco e l tempo e l seme
+ di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+ Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+ forte piangendo, a la riva malvagia
+ chattende ciascun uom che Dio non teme.
+
+ Caron dimonio, con occhi di bragia
+ loro accennando, tutte le raccoglie;
+ batte col remo qualunque sadagia.
+
+ Come dautunno si levan le foglie
+ luna appresso de laltra, fin che l ramo
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+ similemente il mal seme dAdamo
+ gittansi di quel lito ad una ad una,
+ per cenni come augel per suo richiamo.
+
+ Cos sen vanno su per londa bruna,
+ e avanti che sien di l discese,
+ anche di qua nuova schiera sauna.
+
+ Figliuol mio, disse l maestro cortese,
+ quelli che muoion ne lira di Dio
+ tutti convegnon qui dogne paese;
+
+ e pronti sono a trapassar lo rio,
+ ch la divina giustizia li sprona,
+ s che la tema si volve in disio.
+
+ Quinci non passa mai anima buona;
+ e per, se Caron di te si lagna,
+ ben puoi sapere omai che l suo dir suona.
+
+ Finito questo, la buia campagna
+ trem s forte, che de lo spavento
+ la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+ La terra lagrimosa diede vento,
+ che balen una luce vermiglia
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+ e caddi come luom cui sonno piglia.
+
+
+
+ Inferno Canto IV
+
+
+ Ruppemi lalto sonno ne la testa
+ un greve truono, s chio mi riscossi
+ come persona ch per forza desta;
+
+ e locchio riposato intorno mossi,
+ dritto levato, e fiso riguardai
+ per conoscer lo loco dov io fossi.
+
+ Vero che n su la proda mi trovai
+ de la valle dabisso dolorosa
+ che ntrono accoglie dinfiniti guai.
+
+ Oscura e profonda era e nebulosa
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+ io non vi discernea alcuna cosa.
+
+ Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
+ cominci il poeta tutto smorto.
+ Io sar primo, e tu sarai secondo.
+
+ E io, che del color mi fui accorto,
+ dissi: Come verr, se tu paventi
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
+
+ Ed elli a me: Langoscia de le genti
+ che son qua gi, nel viso mi dipigne
+ quella piet che tu per tema senti.
+
+ Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
+ Cos si mise e cos mi f intrare
+ nel primo cerchio che labisso cigne.
+
+ Quivi, secondo che per ascoltare,
+ non avea pianto mai che di sospiri
+ che laura etterna facevan tremare;
+
+ ci avvenia di duol sanza martri,
+ chavean le turbe, cheran molte e grandi,
+ dinfanti e di femmine e di viri.
+
+ Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
+ che spiriti son questi che tu vedi?
+ Or vo che sappi, innanzi che pi andi,
+
+ chei non peccaro; e selli hanno mercedi,
+ non basta, perch non ebber battesmo,
+ ch porta de la fede che tu credi;
+
+ e se furon dinanzi al cristianesmo,
+ non adorar debitamente a Dio:
+ e di questi cotai son io medesmo.
+
+ Per tai difetti, non per altro rio,
+ semo perduti, e sol di tanto offesi
+ che sanza speme vivemo in disio.
+
+ Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi,
+ per che gente di molto valore
+ conobbi che n quel limbo eran sospesi.
+
+ Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
+ comincia io per voler esser certo
+ di quella fede che vince ogne errore:
+
+ uscicci mai alcuno, o per suo merto
+ o per altrui, che poi fosse beato?.
+ E quei che ntese il mio parlar coverto,
+
+ rispuose: Io era nuovo in questo stato,
+ quando ci vidi venire un possente,
+ con segno di vittoria coronato.
+
+ Trasseci lombra del primo parente,
+ dAbl suo figlio e quella di No,
+ di Mos legista e ubidente;
+
+ Abram patrarca e Davd re,
+ Isral con lo padre e co suoi nati
+ e con Rachele, per cui tanto f,
+
+ e altri molti, e feceli beati.
+ E vo che sappi che, dinanzi ad essi,
+ spiriti umani non eran salvati.
+
+ Non lasciavam landar perch ei dicessi,
+ ma passavam la selva tuttavia,
+ la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+ Non era lunga ancor la nostra via
+ di qua dal sonno, quand io vidi un foco
+ chemisperio di tenebre vincia.
+
+ Di lungi neravamo ancora un poco,
+ ma non s chio non discernessi in parte
+ chorrevol gente possedea quel loco.
+
+ O tu chonori scenza e arte,
+ questi chi son channo cotanta onranza,
+ che dal modo de li altri li diparte?.
+
+ E quelli a me: Lonrata nominanza
+ che di lor suona s ne la tua vita,
+ graza acquista in ciel che s li avanza.
+
+ Intanto voce fu per me udita:
+ Onorate laltissimo poeta;
+ lombra sua torna, chera dipartita.
+
+ Poi che la voce fu restata e queta,
+ vidi quattro grand ombre a noi venire:
+ sembianz avevan n trista n lieta.
+
+ Lo buon maestro cominci a dire:
+ Mira colui con quella spada in mano,
+ che vien dinanzi ai tre s come sire:
+
+ quelli Omero poeta sovrano;
+ laltro Orazio satiro che vene;
+ Ovidio l terzo, e lultimo Lucano.
+
+ Per che ciascun meco si convene
+ nel nome che son la voce sola,
+ fannomi onore, e di ci fanno bene.
+
+ Cos vid i adunar la bella scola
+ di quel segnor de laltissimo canto
+ che sovra li altri com aquila vola.
+
+ Da chebber ragionato insieme alquanto,
+ volsersi a me con salutevol cenno,
+ e l mio maestro sorrise di tanto;
+
+ e pi donore ancora assai mi fenno,
+ che s mi fecer de la loro schiera,
+ s chio fui sesto tra cotanto senno.
+
+ Cos andammo infino a la lumera,
+ parlando cose che l tacere bello,
+ s com era l parlar col dov era.
+
+ Venimmo al pi dun nobile castello,
+ sette volte cerchiato dalte mura,
+ difeso intorno dun bel fiumicello.
+
+ Questo passammo come terra dura;
+ per sette porte intrai con questi savi:
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+ Genti veran con occhi tardi e gravi,
+ di grande autorit ne lor sembianti:
+ parlavan rado, con voci soavi.
+
+ Traemmoci cos da lun de canti,
+ in loco aperto, luminoso e alto,
+ s che veder si potien tutti quanti.
+
+ Col diritto, sovra l verde smalto,
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,
+ che del vedere in me stesso messalto.
+
+ I vidi Eletra con molti compagni,
+ tra quai conobbi Ettr ed Enea,
+ Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+ Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+ da laltra parte vidi l re Latino
+ che con Lavina sua figlia sedea.
+
+ Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
+ Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia;
+ e solo, in parte, vidi l Saladino.
+
+ Poi chinnalzai un poco pi le ciglia,
+ vidi l maestro di color che sanno
+ seder tra filosofica famiglia.
+
+ Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+ quivi vid o Socrate e Platone,
+ che nnanzi a li altri pi presso li stanno;
+
+ Democrito che l mondo a caso pone,
+ Dogens, Anassagora e Tale,
+ Empedocls, Eraclito e Zenone;
+
+ e vidi il buono accoglitor del quale,
+ Dascoride dico; e vidi Orfeo,
+ Tulo e Lino e Seneca morale;
+
+ Euclide geomtra e Tolomeo,
+ Ipocrte, Avicenna e Galeno,
+ Averos, che l gran comento feo.
+
+ Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+ per che s mi caccia il lungo tema,
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+ La sesta compagnia in due si scema:
+ per altra via mi mena il savio duca,
+ fuor de la queta, ne laura che trema.
+
+ E vegno in parte ove non che luca.
+
+
+
+ Inferno Canto V
+
+
+ Cos discesi del cerchio primaio
+ gi nel secondo, che men loco cinghia
+ e tanto pi dolor, che punge a guaio.
+
+ Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
+ essamina le colpe ne lintrata;
+ giudica e manda secondo chavvinghia.
+
+ Dico che quando lanima mal nata
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;
+ e quel conoscitor de le peccata
+
+ vede qual loco dinferno da essa;
+ cignesi con la coda tante volte
+ quantunque gradi vuol che gi sia messa.
+
+ Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+ dicono e odono e poi son gi volte.
+
+ O tu che vieni al doloroso ospizio,
+ disse Mins a me quando mi vide,
+ lasciando latto di cotanto offizio,
+
+ guarda com entri e di cui tu ti fide;
+ non tinganni lampiezza de lintrare!.
+ E l duca mio a lui: Perch pur gride?
+
+ Non impedir lo suo fatale andare:
+ vuolsi cos col dove si puote
+ ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+ Or incomincian le dolenti note
+ a farmisi sentire; or son venuto
+ l dove molto pianto mi percuote.
+
+ Io venni in loco dogne luce muto,
+ che mugghia come fa mar per tempesta,
+ se da contrari venti combattuto.
+
+ La bufera infernal, che mai non resta,
+ mena li spirti con la sua rapina;
+ voltando e percotendo li molesta.
+
+ Quando giungon davanti a la ruina,
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;
+ bestemmian quivi la virt divina.
+
+ Intesi cha cos fatto tormento
+ enno dannati i peccator carnali,
+ che la ragion sommettono al talento.
+
+ E come li stornei ne portan lali
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+ cos quel fiato li spiriti mali
+
+ di qua, di l, di gi, di s li mena;
+ nulla speranza li conforta mai,
+ non che di posa, ma di minor pena.
+
+ E come i gru van cantando lor lai,
+ faccendo in aere di s lunga riga,
+ cos vid io venir, traendo guai,
+
+ ombre portate da la detta briga;
+ per chi dissi: Maestro, chi son quelle
+ genti che laura nera s gastiga?.
+
+ La prima di color di cui novelle
+ tu vuo saper, mi disse quelli allotta,
+ fu imperadrice di molte favelle.
+
+ A vizio di lussuria fu s rotta,
+ che libito f licito in sua legge,
+ per trre il biasmo in che era condotta.
+
+ Ell Semirams, di cui si legge
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:
+ tenne la terra che l Soldan corregge.
+
+ Laltra colei che sancise amorosa,
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;
+ poi Cleopatrs lussurosa.
+
+ Elena vedi, per cui tanto reo
+ tempo si volse, e vedi l grande Achille,
+ che con amore al fine combatteo.
+
+ Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ chamor di nostra vita dipartille.
+
+ Poscia chio ebbi l mio dottore udito
+ nomar le donne antiche e cavalieri,
+ piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+ I cominciai: Poeta, volontieri
+ parlerei a quei due che nsieme vanno,
+ e paion s al vento esser leggeri.
+
+ Ed elli a me: Vedrai quando saranno
+ pi presso a noi; e tu allor li priega
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno.
+
+ S tosto come il vento a noi li piega,
+ mossi la voce: O anime affannate,
+ venite a noi parlar, saltri nol niega!.
+
+ Quali colombe dal disio chiamate
+ con lali alzate e ferme al dolce nido
+ vegnon per laere, dal voler portate;
+
+ cotali uscir de la schiera ov Dido,
+ a noi venendo per laere maligno,
+ s forte fu laffettoso grido.
+
+ O animal grazoso e benigno
+ che visitando vai per laere perso
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+ se fosse amico il re de luniverso,
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,
+ poi chai piet del nostro mal perverso.
+
+ Di quel che udire e che parlar vi piace,
+ noi udiremo e parleremo a voi,
+ mentre che l vento, come fa, ci tace.
+
+ Siede la terra dove nata fui
+ su la marina dove l Po discende
+ per aver pace co seguaci sui.
+
+ Amor, chal cor gentil ratto sapprende,
+ prese costui de la bella persona
+ che mi fu tolta; e l modo ancor moffende.
+
+ Amor, cha nullo amato amar perdona,
+ mi prese del costui piacer s forte,
+ che, come vedi, ancor non mabbandona.
+
+ Amor condusse noi ad una morte.
+ Caina attende chi a vita ci spense.
+ Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+ Quand io intesi quell anime offense,
+ china il viso, e tanto il tenni basso,
+ fin che l poeta mi disse: Che pense?.
+
+ Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
+ quanti dolci pensier, quanto disio
+ men costoro al doloroso passo!.
+
+ Poi mi rivolsi a loro e parla io,
+ e cominciai: Francesca, i tuoi martri
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+ Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri,
+ a che e come concedette amore
+ che conosceste i dubbiosi disiri?.
+
+ E quella a me: Nessun maggior dolore
+ che ricordarsi del tempo felice
+ ne la miseria; e ci sa l tuo dottore.
+
+ Ma sa conoscer la prima radice
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+ dir come colui che piange e dice.
+
+ Noi leggiavamo un giorno per diletto
+ di Lancialotto come amor lo strinse;
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+ Per pi fate li occhi ci sospinse
+ quella lettura, e scolorocci il viso;
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+ Quando leggemmo il disato riso
+ esser basciato da cotanto amante,
+ questi, che mai da me non fia diviso,
+
+ la bocca mi basci tutto tremante.
+ Galeotto fu l libro e chi lo scrisse:
+ quel giorno pi non vi leggemmo avante.
+
+ Mentre che luno spirto questo disse,
+ laltro pianga; s che di pietade
+ io venni men cos com io morisse.
+
+ E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+ Inferno Canto VI
+
+
+ Al tornar de la mente, che si chiuse
+ dinanzi a la piet di due cognati,
+ che di trestizia tutto mi confuse,
+
+ novi tormenti e novi tormentati
+ mi veggio intorno, come chio mi mova
+ e chio mi volga, e come che io guati.
+
+ Io sono al terzo cerchio, de la piova
+ etterna, maladetta, fredda e greve;
+ regola e qualit mai non l nova.
+
+ Grandine grossa, acqua tinta e neve
+ per laere tenebroso si riversa;
+ pute la terra che questo riceve.
+
+ Cerbero, fiera crudele e diversa,
+ con tre gole caninamente latra
+ sovra la gente che quivi sommersa.
+
+ Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+ e l ventre largo, e unghiate le mani;
+ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+ Urlar li fa la pioggia come cani;
+ de lun de lati fanno a laltro schermo;
+ volgonsi spesso i miseri profani.
+
+ Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+ non avea membro che tenesse fermo.
+
+ E l duca mio distese le sue spanne,
+ prese la terra, e con piene le pugna
+ la gitt dentro a le bramose canne.
+
+ Qual quel cane chabbaiando agogna,
+ e si racqueta poi che l pasto morde,
+ ch solo a divorarlo intende e pugna,
+
+ cotai si fecer quelle facce lorde
+ de lo demonio Cerbero, che ntrona
+ lanime s, chesser vorrebber sorde.
+
+ Noi passavam su per lombre che adona
+ la greve pioggia, e ponavam le piante
+ sovra lor vanit che par persona.
+
+ Elle giacean per terra tutte quante,
+ fuor duna cha seder si lev, ratto
+ chella ci vide passarsi davante.
+
+ O tu che se per questo nferno tratto,
+ mi disse, riconoscimi, se sai:
+ tu fosti, prima chio disfatto, fatto.
+
+ E io a lui: Langoscia che tu hai
+ forse ti tira fuor de la mia mente,
+ s che non par chi ti vedessi mai.
+
+ Ma dimmi chi tu se che n s dolente
+ loco se messo, e hai s fatta pena,
+ che, saltra maggio, nulla s spiacente.
+
+ Ed elli a me: La tua citt, ch piena
+ dinvidia s che gi trabocca il sacco,
+ seco mi tenne in la vita serena.
+
+ Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+ per la dannosa colpa de la gola,
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+ E io anima trista non son sola,
+ ch tutte queste a simil pena stanno
+ per simil colpa. E pi non f parola.
+
+ Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
+ mi pesa s, cha lagrimar mi nvita;
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+ li cittadin de la citt partita;
+ salcun v giusto; e dimmi la cagione
+ per che lha tanta discordia assalita.
+
+ E quelli a me: Dopo lunga tencione
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia
+ caccer laltra con molta offensione.
+
+ Poi appresso convien che questa caggia
+ infra tre soli, e che laltra sormonti
+ con la forza di tal che test piaggia.
+
+ Alte terr lungo tempo le fronti,
+ tenendo laltra sotto gravi pesi,
+ come che di ci pianga o che naonti.
+
+ Giusti son due, e non vi sono intesi;
+ superbia, invidia e avarizia sono
+ le tre faville channo i cuori accesi.
+
+ Qui puose fine al lagrimabil suono.
+ E io a lui: Ancor vo che mi nsegni
+ e che di pi parlar mi facci dono.
+
+ Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni,
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca
+ e li altri cha ben far puoser li ngegni,
+
+ dimmi ove sono e fa chio li conosca;
+ ch gran disio mi stringe di savere
+ se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
+
+ E quelli: Ei son tra lanime pi nere;
+ diverse colpe gi li grava al fondo:
+ se tanto scendi, l i potrai vedere.
+
+ Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+ priegoti cha la mente altrui mi rechi:
+ pi non ti dico e pi non ti rispondo.
+
+ Li diritti occhi torse allora in biechi;
+ guardommi un poco e poi chin la testa:
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+ E l duca disse a me: Pi non si desta
+ di qua dal suon de langelica tromba,
+ quando verr la nimica podesta:
+
+ ciascun riveder la trista tomba,
+ ripiglier sua carne e sua figura,
+ udir quel chin etterno rimbomba.
+
+ S trapassammo per sozza mistura
+ de lombre e de la pioggia, a passi lenti,
+ toccando un poco la vita futura;
+
+ per chio dissi: Maestro, esti tormenti
+ crescerann ei dopo la gran sentenza,
+ o fier minori, o saran s cocenti?.
+
+ Ed elli a me: Ritorna a tua scenza,
+ che vuol, quanto la cosa pi perfetta,
+ pi senta il bene, e cos la doglienza.
+
+ Tutto che questa gente maladetta
+ in vera perfezion gi mai non vada,
+ di l pi che di qua essere aspetta.
+
+ Noi aggirammo a tondo quella strada,
+ parlando pi assai chi non ridico;
+ venimmo al punto dove si digrada:
+
+ quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+ Inferno Canto VII
+
+
+ Pape Satn, pape Satn aleppe!,
+ cominci Pluto con la voce chioccia;
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+ disse per confortarmi: Non ti noccia
+ la tua paura; ch, poder chelli abbia,
+ non ci torr lo scender questa roccia.
+
+ Poi si rivolse a quella nfiata labbia,
+ e disse: Taci, maladetto lupo!
+ consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+ Non sanza cagion landare al cupo:
+ vuolsi ne lalto, l dove Michele
+ f la vendetta del superbo strupo.
+
+ Quali dal vento le gonfiate vele
+ caggiono avvolte, poi che lalber fiacca,
+ tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+ Cos scendemmo ne la quarta lacca,
+ pigliando pi de la dolente ripa
+ che l mal de luniverso tutto insacca.
+
+ Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+ nove travaglie e pene quant io viddi?
+ e perch nostra colpa s ne scipa?
+
+ Come fa londa l sovra Cariddi,
+ che si frange con quella in cui sintoppa,
+ cos convien che qui la gente riddi.
+
+ Qui vid i gente pi chaltrove troppa,
+ e duna parte e daltra, con grand urli,
+ voltando pesi per forza di poppa.
+
+ Percotansi ncontro; e poscia pur l
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+ gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
+
+ Cos tornavan per lo cerchio tetro
+ da ogne mano a lopposito punto,
+ gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+ poi si volgea ciascun, quand era giunto,
+ per lo suo mezzo cerchio a laltra giostra.
+ E io, chavea lo cor quasi compunto,
+
+ dissi: Maestro mio, or mi dimostra
+ che gente questa, e se tutti fuor cherci
+ questi chercuti a la sinistra nostra.
+
+ Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
+ s de la mente in la vita primaia,
+ che con misura nullo spendio ferci.
+
+ Assai la voce lor chiaro labbaia,
+ quando vegnono a due punti del cerchio
+ dove colpa contraria li dispaia.
+
+ Questi fuor cherci, che non han coperchio
+ piloso al capo, e papi e cardinali,
+ in cui usa avarizia il suo soperchio.
+
+ E io: Maestro, tra questi cotali
+ dovre io ben riconoscere alcuni
+ che furo immondi di cotesti mali.
+
+ Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
+ la sconoscente vita che i f sozzi,
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+ In etterno verranno a li due cozzi:
+ questi resurgeranno del sepulcro
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+ Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+ Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+ di ben che son commessi a la fortuna,
+ per che lumana gente si rabbuffa;
+
+ ch tutto loro ch sotto la luna
+ e che gi fu, di quest anime stanche
+ non poterebbe farne posare una.
+
+ Maestro mio, diss io, or mi d anche:
+ questa fortuna di che tu mi tocche,
+ che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
+
+ E quelli a me: Oh creature sciocche,
+ quanta ignoranza quella che voffende!
+ Or vo che tu mia sentenza ne mbocche.
+
+ Colui lo cui saver tutto trascende,
+ fece li cieli e di lor chi conduce
+ s, chogne parte ad ogne parte splende,
+
+ distribuendo igualmente la luce.
+ Similemente a li splendor mondani
+ ordin general ministra e duce
+
+ che permutasse a tempo li ben vani
+ di gente in gente e duno in altro sangue,
+ oltre la difension di senni umani;
+
+ per chuna gente impera e laltra langue,
+ seguendo lo giudicio di costei,
+ che occulto come in erba langue.
+
+ Vostro saver non ha contasto a lei:
+ questa provede, giudica, e persegue
+ suo regno come il loro li altri di.
+
+ Le sue permutazion non hanno triegue:
+ necessit la fa esser veloce;
+ s spesso vien chi vicenda consegue.
+
+ Quest colei ch tanto posta in croce
+ pur da color che le dovrien dar lode,
+ dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ ma ella s beata e ci non ode:
+ con laltre prime creature lieta
+ volve sua spera e beata si gode.
+
+ Or discendiamo omai a maggior pieta;
+ gi ogne stella cade che saliva
+ quand io mi mossi, e l troppo star si vieta.
+
+ Noi ricidemmo il cerchio a laltra riva
+ sovr una fonte che bolle e riversa
+ per un fossato che da lei deriva.
+
+ Lacqua era buia assai pi che persa;
+ e noi, in compagnia de londe bige,
+ intrammo gi per una via diversa.
+
+ In la palude va cha nome Stige
+ questo tristo ruscel, quand disceso
+ al pi de le maligne piagge grige.
+
+ E io, che di mirare stava inteso,
+ vidi genti fangose in quel pantano,
+ ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+ Queste si percotean non pur con mano,
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,
+ troncandosi co denti a brano a brano.
+
+ Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
+ lanime di color cui vinse lira;
+ e anche vo che tu per certo credi
+
+ che sotto lacqua gente che sospira,
+ e fanno pullular quest acqua al summo,
+ come locchio ti dice, u che saggira.
+
+ Fitti nel limo dicon: Tristi fummo
+ ne laere dolce che dal sol sallegra,
+ portando dentro accidoso fummo:
+
+ or ci attristiam ne la belletta negra.
+ Quest inno si gorgoglian ne la strozza,
+ ch dir nol posson con parola integra.
+
+ Cos girammo de la lorda pozza
+ grand arco tra la ripa secca e l mzzo,
+ con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
+
+ Venimmo al pi duna torre al da sezzo.
+
+
+
+ Inferno Canto VIII
+
+
+ Io dico, seguitando, chassai prima
+ che noi fossimo al pi de lalta torre,
+ li occhi nostri nandar suso a la cima
+
+ per due fiammette che i vedemmo porre,
+ e unaltra da lungi render cenno,
+ tanto cha pena il potea locchio trre.
+
+ E io mi volsi al mar di tutto l senno;
+ dissi: Questo che dice? e che risponde
+ quell altro foco? e chi son quei che l fenno?.
+
+ Ed elli a me: Su per le sucide onde
+ gi scorgere puoi quello che saspetta,
+ se l fummo del pantan nol ti nasconde.
+
+ Corda non pinse mai da s saetta
+ che s corresse via per laere snella,
+ com io vidi una nave piccioletta
+
+ venir per lacqua verso noi in quella,
+ sotto l governo dun sol galeoto,
+ che gridava: Or se giunta, anima fella!.
+
+ Flegs, Flegs, tu gridi a vto,
+ disse lo mio segnore, a questa volta:
+ pi non ci avrai che sol passando il loto.
+
+ Qual colui che grande inganno ascolta
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+ fecesi Flegs ne lira accolta.
+
+ Lo duca mio discese ne la barca,
+ e poi mi fece intrare appresso lui;
+ e sol quand io fui dentro parve carca.
+
+ Tosto che l duca e io nel legno fui,
+ segando se ne va lantica prora
+ de lacqua pi che non suol con altrui.
+
+ Mentre noi corravam la morta gora,
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,
+ e disse: Chi se tu che vieni anzi ora?.
+
+ E io a lui: Si vegno, non rimango;
+ ma tu chi se, che s se fatto brutto?.
+ Rispuose: Vedi che son un che piango.
+
+ E io a lui: Con piangere e con lutto,
+ spirito maladetto, ti rimani;
+ chi ti conosco, ancor sie lordo tutto.
+
+ Allor distese al legno ambo le mani;
+ per che l maestro accorto lo sospinse,
+ dicendo: Via cost con li altri cani!.
+
+ Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+ basciommi l volto e disse: Alma sdegnosa,
+ benedetta colei che n te sincinse!
+
+ Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+ bont non che sua memoria fregi:
+ cos s lombra sua qui furosa.
+
+ Quanti si tegnon or l s gran regi
+ che qui staranno come porci in brago,
+ di s lasciando orribili dispregi!.
+
+ E io: Maestro, molto sarei vago
+ di vederlo attuffare in questa broda
+ prima che noi uscissimo del lago.
+
+ Ed elli a me: Avante che la proda
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+ di tal diso convien che tu goda.
+
+ Dopo ci poco vid io quello strazio
+ far di costui a le fangose genti,
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+ Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
+ e l fiorentino spirito bizzarro
+ in s medesmo si volvea co denti.
+
+ Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
+ ma ne lorecchie mi percosse un duolo,
+ per chio avante locchio intento sbarro.
+
+ Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
+ sappressa la citt cha nome Dite,
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo.
+
+ E io: Maestro, gi le sue meschite
+ l entro certe ne la valle cerno,
+ vermiglie come se di foco uscite
+
+ fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
+ chentro laffoca le dimostra rosse,
+ come tu vedi in questo basso inferno.
+
+ Noi pur giugnemmo dentro a lalte fosse
+ che vallan quella terra sconsolata:
+ le mura mi parean che ferro fosse.
+
+ Non sanza prima far grande aggirata,
+ venimmo in parte dove il nocchier forte
+ Usciteci, grid: qui lintrata.
+
+ Io vidi pi di mille in su le porte
+ da ciel piovuti, che stizzosamente
+ dicean: Chi costui che sanza morte
+
+ va per lo regno de la morta gente?.
+ E l savio mio maestro fece segno
+ di voler lor parlar segretamente.
+
+ Allor chiusero un poco il gran disdegno
+ e disser: Vien tu solo, e quei sen vada
+ che s ardito intr per questo regno.
+
+ Sol si ritorni per la folle strada:
+ pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai,
+ che li ha iscorta s buia contrada.
+
+ Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+ nel suon de le parole maladette,
+ ch non credetti ritornarci mai.
+
+ O caro duca mio, che pi di sette
+ volte mhai sicurt renduta e tratto
+ dalto periglio che ncontra mi stette,
+
+ non mi lasciar, diss io, cos disfatto;
+ e se l passar pi oltre ci negato,
+ ritroviam lorme nostre insieme ratto.
+
+ E quel segnor che l mavea menato,
+ mi disse: Non temer; ch l nostro passo
+ non ci pu trre alcun: da tal n dato.
+
+ Ma qui mattendi, e lo spirito lasso
+ conforta e ciba di speranza buona,
+ chi non ti lascer nel mondo basso.
+
+ Cos sen va, e quivi mabbandona
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+ che s e no nel capo mi tenciona.
+
+ Udir non potti quello cha lor porse;
+ ma ei non stette l con essi guari,
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+ Chiuser le porte que nostri avversari
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+ e rivolsesi a me con passi rari.
+
+ Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+ dogne baldanza, e dicea ne sospiri:
+ Chi mha negate le dolenti case!.
+
+ E a me disse: Tu, perch io madiri,
+ non sbigottir, chio vincer la prova,
+ qual cha la difension dentro saggiri.
+
+ Questa lor tracotanza non nova;
+ ch gi lusaro a men segreta porta,
+ la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+ Sovr essa vedest la scritta morta:
+ e gi di qua da lei discende lerta,
+ passando per li cerchi sanza scorta,
+
+ tal che per lui ne fia la terra aperta.
+
+
+
+ Inferno Canto IX
+
+
+ Quel color che vilt di fuor mi pinse
+ veggendo il duca mio tornare in volta,
+ pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+ Attento si ferm com uom chascolta;
+ ch locchio nol potea menare a lunga
+ per laere nero e per la nebbia folta.
+
+ Pur a noi converr vincer la punga,
+ cominci el, se non . . . Tal ne sofferse.
+ Oh quanto tarda a me chaltri qui giunga!.
+
+ I vidi ben s com ei ricoperse
+ lo cominciar con laltro che poi venne,
+ che fur parole a le prime diverse;
+
+ ma nondimen paura il suo dir dienne,
+ perch io traeva la parola tronca
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+ In questo fondo de la trista conca
+ discende mai alcun del primo grado,
+ che sol per pena ha la speranza cionca?.
+
+ Questa question fec io; e quei Di rado
+ incontra, mi rispuose, che di noi
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+ Ver chaltra fata qua gi fui,
+ congiurato da quella Eritn cruda
+ che richiamava lombre a corpi sui.
+
+ Di poco era di me la carne nuda,
+ chella mi fece intrar dentr a quel muro,
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+ Quell l pi basso loco e l pi oscuro,
+ e l pi lontan dal ciel che tutto gira:
+ ben so l cammin; per ti fa sicuro.
+
+ Questa palude che l gran puzzo spira
+ cigne dintorno la citt dolente,
+ u non potemo intrare omai sanz ira.
+
+ E altro disse, ma non lho a mente;
+ per che locchio mavea tutto tratto
+ ver lalta torre a la cima rovente,
+
+ dove in un punto furon dritte ratto
+ tre fure infernal di sangue tinte,
+ che membra feminine avieno e atto,
+
+ e con idre verdissime eran cinte;
+ serpentelli e ceraste avien per crine,
+ onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+ E quei, che ben conobbe le meschine
+ de la regina de letterno pianto,
+ Guarda, mi disse, le feroci Erine.
+
+ Quest Megera dal sinistro canto;
+ quella che piange dal destro Aletto;
+ Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto.
+
+ Con lunghie si fendea ciascuna il petto;
+ battiensi a palme e gridavan s alto,
+ chi mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+ Vegna Medusa: s l farem di smalto,
+ dicevan tutte riguardando in giuso;
+ mal non vengiammo in Teso lassalto.
+
+ Volgiti n dietro e tien lo viso chiuso;
+ ch se l Gorgn si mostra e tu l vedessi,
+ nulla sarebbe di tornar mai suso.
+
+ Cos disse l maestro; ed elli stessi
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+ O voi chavete li ntelletti sani,
+ mirate la dottrina che sasconde
+ sotto l velame de li versi strani.
+
+ E gi vena su per le torbide onde
+ un fracasso dun suon, pien di spavento,
+ per cui tremavano amendue le sponde,
+
+ non altrimenti fatto che dun vento
+ impetoso per li avversi ardori,
+ che fier la selva e sanz alcun rattento
+
+ li rami schianta, abbatte e porta fori;
+ dinanzi polveroso va superbo,
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+ Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
+ del viso su per quella schiuma antica
+ per indi ove quel fummo pi acerbo.
+
+ Come le rane innanzi a la nimica
+ biscia per lacqua si dileguan tutte,
+ fin cha la terra ciascuna sabbica,
+
+ vid io pi di mille anime distrutte
+ fuggir cos dinanzi ad un chal passo
+ passava Stige con le piante asciutte.
+
+ Dal volto rimovea quell aere grasso,
+ menando la sinistra innanzi spesso;
+ e sol di quell angoscia parea lasso.
+
+ Ben maccorsi chelli era da ciel messo,
+ e volsimi al maestro; e quei f segno
+ chi stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+ Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+ Venne a la porta e con una verghetta
+ laperse, che non vebbe alcun ritegno.
+
+ O cacciati del ciel, gente dispetta,
+ cominci elli in su lorribil soglia,
+ ond esta oltracotanza in voi salletta?
+
+ Perch recalcitrate a quella voglia
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+ e che pi volte vha cresciuta doglia?
+
+ Che giova ne le fata dar di cozzo?
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ ne porta ancor pelato il mento e l gozzo.
+
+ Poi si rivolse per la strada lorda,
+ e non f motto a noi, ma f sembiante
+ domo cui altra cura stringa e morda
+
+ che quella di colui che li davante;
+ e noi movemmo i piedi inver la terra,
+ sicuri appresso le parole sante.
+
+ Dentro li ntrammo sanz alcuna guerra;
+ e io, chavea di riguardar disio
+ la condizion che tal fortezza serra,
+
+ com io fui dentro, locchio intorno invio:
+ e veggio ad ogne man grande campagna,
+ piena di duolo e di tormento rio.
+
+ S come ad Arli, ove Rodano stagna,
+ s com a Pola, presso del Carnaro
+ chItalia chiude e suoi termini bagna,
+
+ fanno i sepulcri tutt il loco varo,
+ cos facevan quivi dogne parte,
+ salvo che l modo vera pi amaro;
+
+ ch tra li avelli fiamme erano sparte,
+ per le quali eran s del tutto accesi,
+ che ferro pi non chiede verun arte.
+
+ Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+ e fuor nuscivan s duri lamenti,
+ che ben parean di miseri e doffesi.
+
+ E io: Maestro, quai son quelle genti
+ che, seppellite dentro da quell arche,
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?.
+
+ E quelli a me: Qui son li eresarche
+ con lor seguaci, dogne setta, e molto
+ pi che non credi son le tombe carche.
+
+ Simile qui con simile sepolto,
+ e i monimenti son pi e men caldi.
+ E poi cha la man destra si fu vlto,
+
+ passammo tra i martri e li alti spaldi.
+
+
+
+ Inferno Canto X
+
+
+ Ora sen va per un secreto calle,
+ tra l muro de la terra e li martri,
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+ O virt somma, che per li empi giri
+ mi volvi, cominciai, com a te piace,
+ parlami, e sodisfammi a miei disiri.
+
+ La gente che per li sepolcri giace
+ potrebbesi veder? gi son levati
+ tutt i coperchi, e nessun guardia face.
+
+ E quelli a me: Tutti saran serrati
+ quando di Iosaft qui torneranno
+ coi corpi che l s hanno lasciati.
+
+ Suo cimitero da questa parte hanno
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,
+ che lanima col corpo morta fanno.
+
+ Per a la dimanda che mi faci
+ quinc entro satisfatto sar tosto,
+ e al disio ancor che tu mi taci.
+
+ E io: Buon duca, non tegno riposto
+ a te mio cuor se non per dicer poco,
+ e tu mhai non pur mo a ci disposto.
+
+ O Tosco che per la citt del foco
+ vivo ten vai cos parlando onesto,
+ piacciati di restare in questo loco.
+
+ La tua loquela ti fa manifesto
+ di quella nobil patra natio,
+ a la qual forse fui troppo molesto.
+
+ Subitamente questo suono usco
+ duna de larche; per maccostai,
+ temendo, un poco pi al duca mio.
+
+ Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
+ Vedi l Farinata che s dritto:
+ da la cintola in s tutto l vedrai.
+
+ Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
+ ed el sergea col petto e con la fronte
+ com avesse linferno a gran dispitto.
+
+ E lanimose man del duca e pronte
+ mi pinser tra le sepulture a lui,
+ dicendo: Le parole tue sien conte.
+
+ Com io al pi de la sua tomba fui,
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+ mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
+
+ Io chera dubidir disideroso,
+ non gliel celai, ma tutto gliel apersi;
+ ond ei lev le ciglia un poco in suso;
+
+ poi disse: Fieramente furo avversi
+ a me e a miei primi e a mia parte,
+ s che per due fate li dispersi.
+
+ Sei fur cacciati, ei tornar dogne parte,
+ rispuos io lui, luna e laltra fata;
+ ma i vostri non appreser ben quell arte.
+
+ Allor surse a la vista scoperchiata
+ unombra, lungo questa, infino al mento:
+ credo che sera in ginocchie levata.
+
+ Dintorno mi guard, come talento
+ avesse di veder saltri era meco;
+ e poi che l sospecciar fu tutto spento,
+
+ piangendo disse: Se per questo cieco
+ carcere vai per altezza dingegno,
+ mio figlio ov ? e perch non teco?.
+
+ E io a lui: Da me stesso non vegno:
+ colui chattende l, per qui mi mena
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
+
+ Le sue parole e l modo de la pena
+ mavean di costui gi letto il nome;
+ per fu la risposta cos piena.
+
+ Di sbito drizzato grid: Come?
+ dicesti elli ebbe? non viv elli ancora?
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
+
+ Quando saccorse dalcuna dimora
+ chio faca dinanzi a la risposta,
+ supin ricadde e pi non parve fora.
+
+ Ma quell altro magnanimo, a cui posta
+ restato mera, non mut aspetto,
+ n mosse collo, n pieg sua costa;
+
+ e s continando al primo detto,
+ Selli han quell arte, disse, male appresa,
+ ci mi tormenta pi che questo letto.
+
+ Ma non cinquanta volte fia raccesa
+ la faccia de la donna che qui regge,
+ che tu saprai quanto quell arte pesa.
+
+ E se tu mai nel dolce mondo regge,
+ dimmi: perch quel popolo s empio
+ incontr a miei in ciascuna sua legge?.
+
+ Ond io a lui: Lo strazio e l grande scempio
+ che fece lArbia colorata in rosso,
+ tal orazion fa far nel nostro tempio.
+
+ Poi chebbe sospirando il capo mosso,
+ A ci non fu io sol, disse, n certo
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+ Ma fu io solo, l dove sofferto
+ fu per ciascun di trre via Fiorenza,
+ colui che la difesi a viso aperto.
+
+ Deh, se riposi mai vostra semenza,
+ prega io lui, solvetemi quel nodo
+ che qui ha nviluppata mia sentenza.
+
+ El par che voi veggiate, se ben odo,
+ dinanzi quel che l tempo seco adduce,
+ e nel presente tenete altro modo.
+
+ Noi veggiam, come quei cha mala luce,
+ le cose, disse, che ne son lontano;
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+ Quando sappressano o son, tutto vano
+ nostro intelletto; e saltri non ci apporta,
+ nulla sapem di vostro stato umano.
+
+ Per comprender puoi che tutta morta
+ fia nostra conoscenza da quel punto
+ che del futuro fia chiusa la porta.
+
+ Allor, come di mia colpa compunto,
+ dissi: Or direte dunque a quel caduto
+ che l suo nato co vivi ancor congiunto;
+
+ e si fui, dianzi, a la risposta muto,
+ fate i saper che l fei perch pensava
+ gi ne lerror che mavete soluto.
+
+ E gi l maestro mio mi richiamava;
+ per chi pregai lo spirto pi avaccio
+ che mi dicesse chi con lu istava.
+
+ Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
+ qua dentro l secondo Federico
+ e l Cardinale; e de li altri mi taccio.
+
+ Indi sascose; e io inver lantico
+ poeta volsi i passi, ripensando
+ a quel parlar che mi parea nemico.
+
+ Elli si mosse; e poi, cos andando,
+ mi disse: Perch se tu s smarrito?.
+ E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+ La mente tua conservi quel chudito
+ hai contra te, mi comand quel saggio;
+ e ora attendi qui, e drizz l dito:
+
+ quando sarai dinanzi al dolce raggio
+ di quella il cui bell occhio tutto vede,
+ da lei saprai di tua vita il vaggio.
+
+ Appresso mosse a man sinistra il piede:
+ lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzo
+ per un sentier cha una valle fiede,
+
+ che nfin l s facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+ Inferno Canto XI
+
+
+ In su lestremit dunalta ripa
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+ venimmo sopra pi crudele stipa;
+
+ e quivi, per lorribile soperchio
+ del puzzo che l profondo abisso gitta,
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+ dun grand avello, ov io vidi una scritta
+ che dicea: Anastasio papa guardo,
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta.
+
+ Lo nostro scender conviene esser tardo,
+ s che sausi un poco in prima il senso
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
+
+ Cos l maestro; e io Alcun compenso,
+ dissi lui, trova che l tempo non passi
+ perduto. Ed elli: Vedi cha ci penso.
+
+ Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
+ cominci poi a dir, son tre cerchietti
+ di grado in grado, come que che lassi.
+
+ Tutti son pien di spirti maladetti;
+ ma perch poi ti basti pur la vista,
+ intendi come e perch son costretti.
+
+ Dogne malizia, chodio in cielo acquista,
+ ingiuria l fine, ed ogne fin cotale
+ o con forza o con frode altrui contrista.
+
+ Ma perch frode de luom proprio male,
+ pi spiace a Dio; e per stan di sotto
+ li frodolenti, e pi dolor li assale.
+
+ Di volenti il primo cerchio tutto;
+ ma perch si fa forza a tre persone,
+ in tre gironi distinto e costrutto.
+
+ A Dio, a s, al prossimo si pne
+ far forza, dico in loro e in lor cose,
+ come udirai con aperta ragione.
+
+ Morte per forza e ferute dogliose
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ ruine, incendi e tollette dannose;
+
+ onde omicide e ciascun che mal fiere,
+ guastatori e predon, tutti tormenta
+ lo giron primo per diverse schiere.
+
+ Puote omo avere in s man volenta
+ e ne suoi beni; e per nel secondo
+ giron convien che sanza pro si penta
+
+ qualunque priva s del vostro mondo,
+ biscazza e fonde la sua facultade,
+ e piange l dov esser de giocondo.
+
+ Puossi far forza ne la detade,
+ col cor negando e bestemmiando quella,
+ e spregiando natura e sua bontade;
+
+ e per lo minor giron suggella
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+ La frode, ond ogne coscenza morsa,
+ pu lomo usare in colui che n lui fida
+ e in quel che fidanza non imborsa.
+
+ Questo modo di retro par chincida
+ pur lo vinco damor che fa natura;
+ onde nel cerchio secondo sannida
+
+ ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+ falsit, ladroneccio e simonia,
+ ruffian, baratti e simile lordura.
+
+ Per laltro modo quell amor soblia
+ che fa natura, e quel ch poi aggiunto,
+ di che la fede spezal si cria;
+
+ onde nel cerchio minore, ov l punto
+ de luniverso in su che Dite siede,
+ qualunque trade in etterno consunto.
+
+ E io: Maestro, assai chiara procede
+ la tua ragione, e assai ben distingue
+ questo bartro e l popol che possiede.
+
+ Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,
+ e che sincontran con s aspre lingue,
+
+ perch non dentro da la citt roggia
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+ e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
+
+ Ed elli a me Perch tanto delira,
+ disse, lo ngegno tuo da quel che sle?
+ o ver la mente dove altrove mira?
+
+ Non ti rimembra di quelle parole
+ con le quai la tua Etica pertratta
+ le tre disposizion che l ciel non vole,
+
+ incontenenza, malizia e la matta
+ bestialitade? e come incontenenza
+ men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+ Se tu riguardi ben questa sentenza,
+ e rechiti a la mente chi son quelli
+ che s di fuor sostegnon penitenza,
+
+ tu vedrai ben perch da questi felli
+ sien dipartiti, e perch men crucciata
+ la divina vendetta li martelli.
+
+ O sol che sani ogne vista turbata,
+ tu mi contenti s quando tu solvi,
+ che, non men che saver, dubbiar maggrata.
+
+ Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
+ diss io, l dove di chusura offende
+ la divina bontade, e l groppo solvi.
+
+ Filosofia, mi disse, a chi la ntende,
+ nota, non pure in una sola parte,
+ come natura lo suo corso prende
+
+ dal divino ntelletto e da sua arte;
+ e se tu ben la tua Fisica note,
+ tu troverai, non dopo molte carte,
+
+ che larte vostra quella, quanto pote,
+ segue, come l maestro fa l discente;
+ s che vostr arte a Dio quasi nepote.
+
+ Da queste due, se tu ti rechi a mente
+ lo Genes dal principio, convene
+ prender sua vita e avanzar la gente;
+
+ e perch lusuriere altra via tene,
+ per s natura e per la sua seguace
+ dispregia, poi chin altro pon la spene.
+
+ Ma seguimi oramai che l gir mi piace;
+ ch i Pesci guizzan su per lorizzonta,
+ e l Carro tutto sovra l Coro giace,
+
+ e l balzo via l oltra si dismonta.
+
+
+
+ Inferno Canto XII
+
+
+ Era lo loco ov a scender la riva
+ venimmo, alpestro e, per quel che ver anco,
+ tal, chogne vista ne sarebbe schiva.
+
+ Qual quella ruina che nel fianco
+ di qua da Trento lAdice percosse,
+ o per tremoto o per sostegno manco,
+
+ che da cima del monte, onde si mosse,
+ al piano s la roccia discoscesa,
+ chalcuna via darebbe a chi s fosse:
+
+ cotal di quel burrato era la scesa;
+ e n su la punta de la rotta lacca
+ linfama di Creti era distesa
+
+ che fu concetta ne la falsa vacca;
+ e quando vide noi, s stesso morse,
+ s come quei cui lira dentro fiacca.
+
+ Lo savio mio inver lui grid: Forse
+ tu credi che qui sia l duca dAtene,
+ che s nel mondo la morte ti porse?
+
+ Prtiti, bestia, ch questi non vene
+ ammaestrato da la tua sorella,
+ ma vassi per veder le vostre pene.
+
+ Qual quel toro che si slaccia in quella
+ cha ricevuto gi l colpo mortale,
+ che gir non sa, ma qua e l saltella,
+
+ vid io lo Minotauro far cotale;
+ e quello accorto grid: Corri al varco;
+ mentre che nfuria, buon che tu ti cale.
+
+ Cos prendemmo via gi per lo scarco
+ di quelle pietre, che spesso moviensi
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+ Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
+ forse a questa ruina, ch guardata
+ da quell ira bestial chi ora spensi.
+
+ Or vo che sappi che laltra fata
+ chi discesi qua gi nel basso inferno,
+ questa roccia non era ancor cascata.
+
+ Ma certo poco pria, se ben discerno,
+ che venisse colui che la gran preda
+ lev a Dite del cerchio superno,
+
+ da tutte parti lalta valle feda
+ trem s, chi pensai che luniverso
+ sentisse amor, per lo qual chi creda
+
+ pi volte il mondo in casso converso;
+ e in quel punto questa vecchia roccia,
+ qui e altrove, tal fece riverso.
+
+ Ma ficca li occhi a valle, ch sapproccia
+ la riviera del sangue in la qual bolle
+ qual che per volenza in altrui noccia.
+
+ Oh cieca cupidigia e ira folle,
+ che s ci sproni ne la vita corta,
+ e ne letterna poi s mal cimmolle!
+
+ Io vidi unampia fossa in arco torta,
+ come quella che tutto l piano abbraccia,
+ secondo chavea detto la mia scorta;
+
+ e tra l pi de la ripa ed essa, in traccia
+ corrien centauri, armati di saette,
+ come solien nel mondo andare a caccia.
+
+ Veggendoci calar, ciascun ristette,
+ e de la schiera tre si dipartiro
+ con archi e asticciuole prima elette;
+
+ e lun grid da lungi: A qual martiro
+ venite voi che scendete la costa?
+ Ditel costinci; se non, larco tiro.
+
+ Lo mio maestro disse: La risposta
+ farem noi a Chirn cost di presso:
+ mal fu la voglia tua sempre s tosta.
+
+ Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso,
+ che mor per la bella Deianira,
+ e f di s la vendetta elli stesso.
+
+ E quel di mezzo, chal petto si mira,
+ il gran Chirn, il qual nodr Achille;
+ quell altro Folo, che fu s pien dira.
+
+ Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+ saettando qual anima si svelle
+ del sangue pi che sua colpa sortille.
+
+ Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+ Chirn prese uno strale, e con la cocca
+ fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+ Quando sebbe scoperta la gran bocca,
+ disse a compagni: Siete voi accorti
+ che quel di retro move ci chel tocca?
+
+ Cos non soglion far li pi di morti.
+ E l mio buon duca, che gi li er al petto,
+ dove le due nature son consorti,
+
+ rispuose: Ben vivo, e s soletto
+ mostrar li mi convien la valle buia;
+ necessit l ci nduce, e non diletto.
+
+ Tal si part da cantare alleluia
+ che mi commise quest officio novo:
+ non ladron, n io anima fuia.
+
+ Ma per quella virt per cu io movo
+ li passi miei per s selvaggia strada,
+ danne un de tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+ e che ne mostri l dove si guada,
+ e che porti costui in su la groppa,
+ ch non spirto che per laere vada.
+
+ Chirn si volse in su la destra poppa,
+ e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
+ e fa cansar saltra schiera vintoppa.
+
+ Or ci movemmo con la scorta fida
+ lungo la proda del bollor vermiglio,
+ dove i bolliti facieno alte strida.
+
+ Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+ e l gran centauro disse: E son tiranni
+ che dier nel sangue e ne laver di piglio.
+
+ Quivi si piangon li spietati danni;
+ quivi Alessandro, e Donisio fero
+ che f Cicilia aver dolorosi anni.
+
+ E quella fronte cha l pel cos nero,
+ Azzolino; e quell altro ch biondo,
+ Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+ fu spento dal figliastro s nel mondo.
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+ Questi ti sia or primo, e io secondo.
+
+ Poco pi oltre il centauro saffisse
+ sovr una gente che nfino a la gola
+ parea che di quel bulicame uscisse.
+
+ Mostrocci unombra da lun canto sola,
+ dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
+ lo cor che n su Tamisi ancor si cola.
+
+ Poi vidi gente che di fuor del rio
+ tenean la testa e ancor tutto l casso;
+ e di costoro assai riconobb io.
+
+ Cos a pi a pi si facea basso
+ quel sangue, s che cocea pur li piedi;
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+ S come tu da questa parte vedi
+ lo bulicame che sempre si scema,
+ disse l centauro, voglio che tu credi
+
+ che da quest altra a pi a pi gi prema
+ lo fondo suo, infin chel si raggiunge
+ ove la tirannia convien che gema.
+
+ La divina giustizia di qua punge
+ quell Attila che fu flagello in terra,
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+ le lagrime, che col bollor diserra,
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+ che fecero a le strade tanta guerra.
+
+ Poi si rivolse e ripassossi l guazzo.
+
+
+
+ Inferno Canto XIII
+
+
+ Non era ancor di l Nesso arrivato,
+ quando noi ci mettemmo per un bosco
+ che da neun sentiero era segnato.
+
+ Non fronda verde, ma di color fosco;
+ non rami schietti, ma nodosi e nvolti;
+ non pomi veran, ma stecchi con tsco.
+
+ Non han s aspri sterpi n s folti
+ quelle fiere selvagge che n odio hanno
+ tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
+
+ Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+ che cacciar de le Strofade i Troiani
+ con tristo annunzio di futuro danno.
+
+ Ali hanno late, e colli e visi umani,
+ pi con artigli, e pennuto l gran ventre;
+ fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+ E l buon maestro Prima che pi entre,
+ sappi che se nel secondo girone,
+ mi cominci a dire, e sarai mentre
+
+ che tu verrai ne lorribil sabbione.
+ Per riguarda ben; s vederai
+ cose che torrien fede al mio sermone.
+
+ Io sentia dogne parte trarre guai
+ e non vedea persona che l facesse;
+ per chio tutto smarrito marrestai.
+
+ Cred o chei credette chio credesse
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+ da gente che per noi si nascondesse.
+
+ Per disse l maestro: Se tu tronchi
+ qualche fraschetta duna deste piante,
+ li pensier chai si faran tutti monchi.
+
+ Allor porsi la mano un poco avante
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;
+ e l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
+
+ Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ ricominci a dir: Perch mi scerpi?
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+ Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ ben dovrebb esser la tua man pi pia,
+ se state fossimo anime di serpi.
+
+ Come dun stizzo verde charso sia
+ da lun de capi, che da laltro geme
+ e cigola per vento che va via,
+
+ s de la scheggia rotta usciva insieme
+ parole e sangue; ond io lasciai la cima
+ cadere, e stetti come luom che teme.
+
+ Selli avesse potuto creder prima,
+ rispuose l savio mio, anima lesa,
+ ci cha veduto pur con la mia rima,
+
+ non averebbe in te la man distesa;
+ ma la cosa incredibile mi fece
+ indurlo ad ovra cha me stesso pesa.
+
+ Ma dilli chi tu fosti, s che n vece
+ dalcun ammenda tua fama rinfreschi
+ nel mondo s, dove tornar li lece.
+
+ E l tronco: S col dolce dir madeschi,
+ chi non posso tacere; e voi non gravi
+ perch o un poco a ragionar minveschi.
+
+ Io son colui che tenni ambo le chiavi
+ del cor di Federigo, e che le volsi,
+ serrando e diserrando, s soavi,
+
+ che dal secreto suo quasi ogn uom tolsi;
+ fede portai al gloroso offizio,
+ tanto chi ne perde li sonni e polsi.
+
+ La meretrice che mai da lospizio
+ di Cesare non torse li occhi putti,
+ morte comune e de le corti vizio,
+
+ infiamm contra me li animi tutti;
+ e li nfiammati infiammar s Augusto,
+ che lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+ Lanimo mio, per disdegnoso gusto,
+ credendo col morir fuggir disdegno,
+ ingiusto fece me contra me giusto.
+
+ Per le nove radici desto legno
+ vi giuro che gi mai non ruppi fede
+ al mio segnor, che fu donor s degno.
+
+ E se di voi alcun nel mondo riede,
+ conforti la memoria mia, che giace
+ ancor del colpo che nvidia le diede.
+
+ Un poco attese, e poi Da chel si tace,
+ disse l poeta a me, non perder lora;
+ ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
+
+ Ond o a lui: Domandal tu ancora
+ di quel che credi cha me satisfaccia;
+ chi non potrei, tanta piet maccora.
+
+ Perci ricominci: Se lom ti faccia
+ liberamente ci che l tuo dir priega,
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+ di dirne come lanima si lega
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+ salcuna mai di tai membra si spiega.
+
+ Allor soffi il tronco forte, e poi
+ si convert quel vento in cotal voce:
+ Brievemente sar risposto a voi.
+
+ Quando si parte lanima feroce
+ dal corpo ond ella stessa s disvelta,
+ Mins la manda a la settima foce.
+
+ Cade in la selva, e non l parte scelta;
+ ma l dove fortuna la balestra,
+ quivi germoglia come gran di spelta.
+
+ Surge in vermena e in pianta silvestra:
+ lArpie, pascendo poi de le sue foglie,
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+ Come laltre verrem per nostre spoglie,
+ ma non per chalcuna sen rivesta,
+ ch non giusto aver ci chom si toglie.
+
+ Qui le strascineremo, e per la mesta
+ selva saranno i nostri corpi appesi,
+ ciascuno al prun de lombra sua molesta.
+
+ Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+ credendo chaltro ne volesse dire,
+ quando noi fummo dun romor sorpresi,
+
+ similemente a colui che venire
+ sente l porco e la caccia a la sua posta,
+ chode le bestie, e le frasche stormire.
+
+ Ed ecco due da la sinistra costa,
+ nudi e graffiati, fuggendo s forte,
+ che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+ Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
+ E laltro, cui pareva tardar troppo,
+ gridava: Lano, s non furo accorte
+
+ le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
+ E poi che forse li fallia la lena,
+ di s e dun cespuglio fece un groppo.
+
+ Di rietro a loro era la selva piena
+ di nere cagne, bramose e correnti
+ come veltri chuscisser di catena.
+
+ In quel che sappiatt miser li denti,
+ e quel dilaceraro a brano a brano;
+ poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+ Presemi allor la mia scorta per mano,
+ e menommi al cespuglio che piangea
+ per le rotture sanguinenti in vano.
+
+ O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
+ che t giovato di me fare schermo?
+ che colpa ho io de la tua vita rea?.
+
+ Quando l maestro fu sovr esso fermo,
+ disse: Chi fosti, che per tante punte
+ soffi con sangue doloroso sermo?.
+
+ Ed elli a noi: O anime che giunte
+ siete a veder lo strazio disonesto
+ cha le mie fronde s da me disgiunte,
+
+ raccoglietele al pi del tristo cesto.
+ I fui de la citt che nel Batista
+ mut l primo padrone; ond ei per questo
+
+ sempre con larte sua la far trista;
+ e se non fosse che n sul passo dArno
+ rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+ que cittadin che poi la rifondarno
+ sovra l cener che dAttila rimase,
+ avrebber fatto lavorare indarno.
+
+ Io fei gibetto a me de le mie case.
+
+
+
+ Inferno Canto XIV
+
+
+ Poi che la carit del natio loco
+ mi strinse, raunai le fronde sparte
+ e rendele a colui, chera gi fioco.
+
+ Indi venimmo al fine ove si parte
+ lo secondo giron dal terzo, e dove
+ si vede di giustizia orribil arte.
+
+ A ben manifestar le cose nove,
+ dico che arrivammo ad una landa
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+ La dolorosa selva l ghirlanda
+ intorno, come l fosso tristo ad essa;
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+ Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+ non daltra foggia fatta che colei
+ che fu da pi di Caton gi soppressa.
+
+ O vendetta di Dio, quanto tu dei
+ esser temuta da ciascun che legge
+ ci che fu manifesto a li occhi mei!
+
+ Danime nude vidi molte gregge
+ che piangean tutte assai miseramente,
+ e parea posta lor diversa legge.
+
+ Supin giacea in terra alcuna gente,
+ alcuna si sedea tutta raccolta,
+ e altra andava continamente.
+
+ Quella che giva ntorno era pi molta,
+ e quella men che giaca al tormento,
+ ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
+
+ Sovra tutto l sabbion, dun cader lento,
+ piovean di foco dilatate falde,
+ come di neve in alpe sanza vento.
+
+ Quali Alessandro in quelle parti calde
+ dInda vide sopra l so stuolo
+ fiamme cadere infino a terra salde,
+
+ per chei provide a scalpitar lo suolo
+ con le sue schiere, acci che lo vapore
+ mei si stingueva mentre chera solo:
+
+ tale scendeva letternale ardore;
+ onde la rena saccendea, com esca
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+ Sanza riposo mai era la tresca
+ de le misere mani, or quindi or quinci
+ escotendo da s larsura fresca.
+
+ I cominciai: Maestro, tu che vinci
+ tutte le cose, fuor che demon duri
+ cha lintrar de la porta incontra uscinci,
+
+ chi quel grande che non par che curi
+ lo ncendio e giace dispettoso e torto,
+ s che la pioggia non par che l marturi?.
+
+ E quel medesmo, che si fu accorto
+ chio domandava il mio duca di lui,
+ grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+ Se Giove stanchi l suo fabbro da cui
+ crucciato prese la folgore aguta
+ onde lultimo d percosso fui;
+
+ o selli stanchi li altri a muta a muta
+ in Mongibello a la focina negra,
+ chiamando Buon Vulcano, aiuta, aiuta!,
+
+ s com el fece a la pugna di Flegra,
+ e me saetti con tutta sua forza:
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra.
+
+ Allora il duca mio parl di forza
+ tanto, chi non lavea s forte udito:
+ O Capaneo, in ci che non sammorza
+
+ la tua superbia, se tu pi punito;
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+ sarebbe al tuo furor dolor compito.
+
+ Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+ dicendo: Quei fu lun di sette regi
+ chassiser Tebe; ed ebbe e par chelli abbia
+
+ Dio in disdegno, e poco par che l pregi;
+ ma, com io dissi lui, li suoi dispetti
+ sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+ Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
+
+ Tacendo divenimmo l ve spiccia
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+ Quale del Bulicame esce ruscello
+ che parton poi tra lor le peccatrici,
+ tal per la rena gi sen giva quello.
+
+ Lo fondo suo e ambo le pendici
+ fatt era n pietra, e margini dallato;
+ per chio maccorsi che l passo era lici.
+
+ Tra tutto laltro chi tho dimostrato,
+ poscia che noi intrammo per la porta
+ lo cui sogliare a nessuno negato,
+
+ cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+ notabile com l presente rio,
+ che sovra s tutte fiammelle ammorta.
+
+ Queste parole fuor del duca mio;
+ per chio l pregai che mi largisse l pasto
+ di cui largito mava il disio.
+
+ In mezzo mar siede un paese guasto,
+ diss elli allora, che sappella Creta,
+ sotto l cui rege fu gi l mondo casto.
+
+ Una montagna v che gi fu lieta
+ dacqua e di fronde, che si chiam Ida;
+ or diserta come cosa vieta.
+
+ Ra la scelse gi per cuna fida
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+ quando piangea, vi facea far le grida.
+
+ Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+ che tien volte le spalle inver Dammiata
+ e Roma guarda come so speglio.
+
+ La sua testa di fin oro formata,
+ e puro argento son le braccia e l petto,
+ poi di rame infino a la forcata;
+
+ da indi in giuso tutto ferro eletto,
+ salvo che l destro piede terra cotta;
+ e sta n su quel, pi che n su laltro, eretto.
+
+ Ciascuna parte, fuor che loro, rotta
+ duna fessura che lagrime goccia,
+ le quali, accolte, fran quella grotta.
+
+ Lor corso in questa valle si diroccia;
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+ poi sen van gi per questa stretta doccia,
+
+ infin, l ove pi non si dismonta,
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+ tu lo vedrai, per qui non si conta.
+
+ E io a lui: Se l presente rigagno
+ si diriva cos dal nostro mondo,
+ perch ci appar pur a questo vivagno?.
+
+ Ed elli a me: Tu sai che l loco tondo;
+ e tutto che tu sie venuto molto,
+ pur a sinistra, gi calando al fondo,
+
+ non se ancor per tutto l cerchio vlto;
+ per che, se cosa napparisce nova,
+ non de addur maraviglia al tuo volto.
+
+ E io ancor: Maestro, ove si trova
+ Flegetonta e Let? ch de lun taci,
+ e laltro di che si fa desta piova.
+
+ In tutte tue question certo mi piaci,
+ rispuose, ma l bollor de lacqua rossa
+ dovea ben solver luna che tu faci.
+
+ Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
+ l dove vanno lanime a lavarsi
+ quando la colpa pentuta rimossa.
+
+ Poi disse: Omai tempo da scostarsi
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+ li margini fan via, che non son arsi,
+
+ e sopra loro ogne vapor si spegne.
+
+
+
+ Inferno Canto XV
+
+
+ Ora cen porta lun de duri margini;
+ e l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+ s che dal foco salva lacqua e li argini.
+
+ Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+ temendo l fiotto che nver lor savventa,
+ fanno lo schermo perch l mar si fuggia;
+
+ e quali Padoan lungo la Brenta,
+ per difender lor ville e lor castelli,
+ anzi che Carentana il caldo senta:
+
+ a tale imagine eran fatti quelli,
+ tutto che n s alti n s grossi,
+ qual che si fosse, lo maestro flli.
+
+ Gi eravam da la selva rimossi
+ tanto, chi non avrei visto dov era,
+ perch io in dietro rivolto mi fossi,
+
+ quando incontrammo danime una schiera
+ che venian lungo largine, e ciascuna
+ ci riguardava come suol da sera
+
+ guardare uno altro sotto nuova luna;
+ e s ver noi aguzzavan le ciglia
+ come l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+ Cos adocchiato da cotal famiglia,
+ fui conosciuto da un, che mi prese
+ per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
+
+ E io, quando l suo braccio a me distese,
+ ficca li occhi per lo cotto aspetto,
+ s che l viso abbrusciato non difese
+
+ la conoscenza sa al mio ntelletto;
+ e chinando la mano a la sua faccia,
+ rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
+
+ E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
+ se Brunetto Latino un poco teco
+ ritorna n dietro e lascia andar la traccia.
+
+ I dissi lui: Quanto posso, ven preco;
+ e se volete che con voi masseggia,
+ farl, se piace a costui che vo seco.
+
+ O figliuol, disse, qual di questa greggia
+ sarresta punto, giace poi cent anni
+ sanz arrostarsi quando l foco il feggia.
+
+ Per va oltre: i ti verr a panni;
+ e poi rigiugner la mia masnada,
+ che va piangendo i suoi etterni danni.
+
+ Io non osava scender de la strada
+ per andar par di lui; ma l capo chino
+ tenea com uom che reverente vada.
+
+ El cominci: Qual fortuna o destino
+ anzi lultimo d qua gi ti mena?
+ e chi questi che mostra l cammino?.
+
+ L s di sopra, in la vita serena,
+ rispuos io lui, mi smarri in una valle,
+ avanti che let mia fosse piena.
+
+ Pur ier mattina le volsi le spalle:
+ questi mapparve, tornand o in quella,
+ e reducemi a ca per questo calle.
+
+ Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
+ non puoi fallire a gloroso porto,
+ se ben maccorsi ne la vita bella;
+
+ e sio non fossi s per tempo morto,
+ veggendo il cielo a te cos benigno,
+ dato tavrei a lopera conforto.
+
+ Ma quello ingrato popolo maligno
+ che discese di Fiesole ab antico,
+ e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ ti si far, per tuo ben far, nimico;
+ ed ragion, ch tra li lazzi sorbi
+ si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+ Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+ gent avara, invidiosa e superba:
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+ La tua fortuna tanto onor ti serba,
+ che luna parte e laltra avranno fame
+ di te; ma lungi fia dal becco lerba.
+
+ Faccian le bestie fiesolane strame
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+ salcuna surge ancora in lor letame,
+
+ in cui riviva la sementa santa
+ di que Roman che vi rimaser quando
+ fu fatto il nido di malizia tanta.
+
+ Se fosse tutto pieno il mio dimando,
+ rispuos io lui, voi non sareste ancora
+ de lumana natura posto in bando;
+
+ ch n la mente m fitta, e or maccora,
+ la cara e buona imagine paterna
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+ minsegnavate come luom setterna:
+ e quant io labbia in grado, mentr io vivo
+ convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+ Ci che narrate di mio corso scrivo,
+ e serbolo a chiosar con altro testo
+ a donna che sapr, sa lei arrivo.
+
+ Tanto vogl io che vi sia manifesto,
+ pur che mia coscenza non mi garra,
+ cha la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+ Non nuova a li orecchi miei tal arra:
+ per giri Fortuna la sua rota
+ come le piace, e l villan la sua marra.
+
+ Lo mio maestro allora in su la gota
+ destra si volse in dietro e riguardommi;
+ poi disse: Bene ascolta chi la nota.
+
+ N per tanto di men parlando vommi
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono
+ li suoi compagni pi noti e pi sommi.
+
+ Ed elli a me: Saper dalcuno buono;
+ de li altri fia laudabile tacerci,
+ ch l tempo saria corto a tanto suono.
+
+ In somma sappi che tutti fur cherci
+ e litterati grandi e di gran fama,
+ dun peccato medesmo al mondo lerci.
+
+ Priscian sen va con quella turba grama,
+ e Francesco dAccorso anche; e vedervi,
+ savessi avuto di tal tigna brama,
+
+ colui potei che dal servo de servi
+ fu trasmutato dArno in Bacchiglione,
+ dove lasci li mal protesi nervi.
+
+ Di pi direi; ma l venire e l sermone
+ pi lungo esser non pu, per chi veggio
+ l surger nuovo fummo del sabbione.
+
+ Gente vien con la quale esser non deggio.
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+ nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
+
+ Poi si rivolse, e parve di coloro
+ che corrono a Verona il drappo verde
+ per la campagna; e parve di costoro
+
+ quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+ Inferno Canto XVI
+
+
+ Gi era in loco onde sudia l rimbombo
+ de lacqua che cadea ne laltro giro,
+ simile a quel che larnie fanno rombo,
+
+ quando tre ombre insieme si partiro,
+ correndo, duna torma che passava
+ sotto la pioggia de laspro martiro.
+
+ Venian ver noi, e ciascuna gridava:
+ Sstati tu cha labito ne sembri
+ esser alcun di nostra terra prava.
+
+ Ahim, che piaghe vidi ne lor membri,
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+ Ancor men duol pur chi me ne rimembri.
+
+ A le lor grida il mio dottor sattese;
+ volse l viso ver me, e Or aspetta,
+ disse, a costor si vuole esser cortese.
+
+ E se non fosse il foco che saetta
+ la natura del loco, i dicerei
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta.
+
+ Ricominciar, come noi restammo, ei
+ lantico verso; e quando a noi fuor giunti,
+ fenno una rota di s tutti e trei.
+
+ Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,
+ prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+ cos rotando, ciascuno il visaggio
+ drizzava a me, s che n contraro il collo
+ faceva ai pi contino vaggio.
+
+ E Se miseria desto loco sollo
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi,
+ cominci luno, e l tinto aspetto e brollo,
+
+ la fama nostra il tuo animo pieghi
+ a dirne chi tu se, che i vivi piedi
+ cos sicuro per lo nferno freghi.
+
+ Questi, lorme di cui pestar mi vedi,
+ tutto che nudo e dipelato vada,
+ fu di grado maggior che tu non credi:
+
+ nepote fu de la buona Gualdrada;
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+ fece col senno assai e con la spada.
+
+ Laltro, chappresso me la rena trita,
+ Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+ nel mondo s dovria esser gradita.
+
+ E io, che posto son con loro in croce,
+ Iacopo Rusticucci fui, e certo
+ la fiera moglie pi chaltro mi nuoce.
+
+ Si fossi stato dal foco coperto,
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,
+ e credo che l dottor lavria sofferto;
+
+ ma perch io mi sarei brusciato e cotto,
+ vinse paura la mia buona voglia
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+ Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
+ la vostra condizion dentro mi fisse,
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+ tosto che questo mio segnor mi disse
+ parole per le quali i mi pensai
+ che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+ Di vostra terra sono, e sempre mai
+ lovra di voi e li onorati nomi
+ con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+ Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+ promessi a me per lo verace duca;
+ ma nfino al centro pria convien chi tomi.
+
+ Se lungamente lanima conduca
+ le membra tue, rispuose quelli ancora,
+ e se la fama tua dopo te luca,
+
+ cortesia e valor d se dimora
+ ne la nostra citt s come suole,
+ o se del tutto se n gita fora;
+
+ ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+ con noi per poco e va l coi compagni,
+ assai ne cruccia con le sue parole.
+
+ La gente nuova e i sbiti guadagni
+ orgoglio e dismisura han generata,
+ Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
+
+ Cos gridai con la faccia levata;
+ e i tre, che ci inteser per risposta,
+ guardar lun laltro com al ver si guata.
+
+ Se laltre volte s poco ti costa,
+ rispuoser tutti, il satisfare altrui,
+ felice te se s parli a tua posta!
+
+ Per, se campi desti luoghi bui
+ e torni a riveder le belle stelle,
+ quando ti giover dicere I fui,
+
+ fa che di noi a la gente favelle.
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+ Un amen non saria possuto dirsi
+ tosto cos com e fuoro spariti;
+ per chal maestro parve di partirsi.
+
+ Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+ che l suon de lacqua nera s vicino,
+ che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+ Come quel fiume cha proprio cammino
+ prima dal Monte Viso nver levante,
+ da la sinistra costa dApennino,
+
+ che si chiama Acquacheta suso, avante
+ che si divalli gi nel basso letto,
+ e a Forl di quel nome vacante,
+
+ rimbomba l sovra San Benedetto
+ de lAlpe per cadere ad una scesa
+ ove dovea per mille esser recetto;
+
+ cos, gi duna ripa discoscesa,
+ trovammo risonar quell acqua tinta,
+ s che n poc ora avria lorecchia offesa.
+
+ Io avea una corda intorno cinta,
+ e con essa pensai alcuna volta
+ prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+ Poscia chio lebbi tutta da me sciolta,
+ s come l duca mavea comandato,
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+ Ond ei si volse inver lo destro lato,
+ e alquanto di lunge da la sponda
+ la gitt giuso in quell alto burrato.
+
+ E pur convien che novit risponda,
+ dicea fra me medesmo, al novo cenno
+ che l maestro con locchio s seconda.
+
+ Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+ presso a color che non veggion pur lovra,
+ ma per entro i pensier miran col senno!
+
+ El disse a me: Tosto verr di sovra
+ ci chio attendo e che il tuo pensier sogna;
+ tosto convien chal tuo viso si scovra.
+
+ Sempre a quel ver cha faccia di menzogna
+ de luom chiuder le labbra fin chel puote,
+ per che sanza colpa fa vergogna;
+
+ ma qui tacer nol posso; e per le note
+ di questa comeda, lettor, ti giuro,
+ selle non sien di lunga grazia vte,
+
+ chi vidi per quell aere grosso e scuro
+ venir notando una figura in suso,
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+ s come torna colui che va giuso
+ talora a solver lncora chaggrappa
+ o scoglio o altro che nel mare chiuso,
+
+ che n s si stende e da pi si rattrappa.
+
+
+
+ Inferno Canto XVII
+
+
+ Ecco la fiera con la coda aguzza,
+ che passa i monti e rompe i muri e larmi!
+ Ecco colei che tutto l mondo appuzza!.
+
+ S cominci lo mio duca a parlarmi;
+ e accennolle che venisse a proda,
+ vicino al fin di passeggiati marmi.
+
+ E quella sozza imagine di froda
+ sen venne, e arriv la testa e l busto,
+ ma n su la riva non trasse la coda.
+
+ La faccia sua era faccia duom giusto,
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,
+ e dun serpente tutto laltro fusto;
+
+ due branche avea pilose insin lascelle;
+ lo dosso e l petto e ambedue le coste
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+ Con pi color, sommesse e sovraposte
+ non fer mai drappi Tartari n Turchi,
+ n fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+ Come talvolta stanno a riva i burchi,
+ che parte sono in acqua e parte in terra,
+ e come l tra li Tedeschi lurchi
+
+ lo bivero sassetta a far sua guerra,
+ cos la fiera pessima si stava
+ su lorlo ch di pietra e l sabbion serra.
+
+ Nel vano tutta sua coda guizzava,
+ torcendo in s la venenosa forca
+ cha guisa di scorpion la punta armava.
+
+ Lo duca disse: Or convien che si torca
+ la nostra via un poco insino a quella
+ bestia malvagia che col si corca.
+
+ Per scendemmo a la destra mammella,
+ e diece passi femmo in su lo stremo,
+ per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+ E quando noi a lei venuti semo,
+ poco pi oltre veggio in su la rena
+ gente seder propinqua al loco scemo.
+
+ Quivi l maestro Acci che tutta piena
+ esperenza desto giron porti,
+ mi disse, va, e vedi la lor mena.
+
+ Li tuoi ragionamenti sian l corti;
+ mentre che torni, parler con questa,
+ che ne conceda i suoi omeri forti.
+
+ Cos ancor su per la strema testa
+ di quel settimo cerchio tutto solo
+ andai, dove sedea la gente mesta.
+
+ Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+ di qua, di l soccorrien con le mani
+ quando a vapori, e quando al caldo suolo:
+
+ non altrimenti fan di state i cani
+ or col ceffo or col pi, quando son morsi
+ o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+ Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ ne quali l doloroso foco casca,
+ non ne conobbi alcun; ma io maccorsi
+
+ che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ chavea certo colore e certo segno,
+ e quindi par che l loro occhio si pasca.
+
+ E com io riguardando tra lor vegno,
+ in una borsa gialla vidi azzurro
+ che dun leone avea faccia e contegno.
+
+ Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+ vidine unaltra come sangue rossa,
+ mostrando unoca bianca pi che burro.
+
+ E un che duna scrofa azzurra e grossa
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+ mi disse: Che fai tu in questa fossa?
+
+ Or te ne va; e perch se vivo anco,
+ sappi che l mio vicin Vitalano
+ seder qui dal mio sinistro fianco.
+
+ Con questi Fiorentin son padoano:
+ spesse fate mi ntronan li orecchi
+ gridando: Vegna l cavalier sovrano,
+
+ che recher la tasca con tre becchi!.
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+ la lingua, come bue che l naso lecchi.
+
+ E io, temendo no l pi star crucciasse
+ lui che di poco star mavea mmonito,
+ tornami in dietro da lanime lasse.
+
+ Trova il duca mio chera salito
+ gi su la groppa del fiero animale,
+ e disse a me: Or sie forte e ardito.
+
+ Omai si scende per s fatte scale;
+ monta dinanzi, chi voglio esser mezzo,
+ s che la coda non possa far male.
+
+ Qual colui che s presso ha l riprezzo
+ de la quartana, cha gi lunghie smorte,
+ e triema tutto pur guardando l rezzo,
+
+ tal divenn io a le parole porte;
+ ma vergogna mi f le sue minacce,
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+ I massettai in su quelle spallacce;
+ s volli dir, ma la voce non venne
+ com io credetti: Fa che tu mabbracce.
+
+ Ma esso, chaltra volta mi sovvenne
+ ad altro forse, tosto chi montai
+ con le braccia mavvinse e mi sostenne;
+
+ e disse: Geron, moviti omai:
+ le rote larghe, e lo scender sia poco;
+ pensa la nova soma che tu hai.
+
+ Come la navicella esce di loco
+ in dietro in dietro, s quindi si tolse;
+ e poi chal tutto si sent a gioco,
+
+ l v era l petto, la coda rivolse,
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,
+ e con le branche laere a s raccolse.
+
+ Maggior paura non credo che fosse
+ quando Fetonte abbandon li freni,
+ per che l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+ n quando Icaro misero le reni
+ sent spennar per la scaldata cera,
+ gridando il padre a lui Mala via tieni!,
+
+ che fu la mia, quando vidi chi era
+ ne laere dogne parte, e vidi spenta
+ ogne veduta fuor che de la fera.
+
+ Ella sen va notando lenta lenta;
+ rota e discende, ma non me naccorgo
+ se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+ Io sentia gi da la man destra il gorgo
+ far sotto noi un orribile scroscio,
+ per che con li occhi n gi la testa sporgo.
+
+ Allor fu io pi timido a lo stoscio,
+ per chi vidi fuochi e senti pianti;
+ ond io tremando tutto mi raccoscio.
+
+ E vidi poi, ch nol vedea davanti,
+ lo scendere e l girar per li gran mali
+ che sappressavan da diversi canti.
+
+ Come l falcon ch stato assai su lali,
+ che sanza veder logoro o uccello
+ fa dire al falconiere Om, tu cali!,
+
+ discende lasso onde si move isnello,
+ per cento rote, e da lunge si pone
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+ cos ne puose al fondo Gerone
+ al pi al pi de la stagliata rocca,
+ e, discarcate le nostre persone,
+
+ si dilegu come da corda cocca.
+
+
+
+ Inferno Canto XVIII
+
+
+ Luogo in inferno detto Malebolge,
+ tutto di pietra di color ferrigno,
+ come la cerchia che dintorno il volge.
+
+ Nel dritto mezzo del campo maligno
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+ di cui suo loco dicer lordigno.
+
+ Quel cinghio che rimane adunque tondo
+ tra l pozzo e l pi de lalta ripa dura,
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+ Quale, dove per guardia de le mura
+ pi e pi fossi cingon li castelli,
+ la parte dove son rende figura,
+
+ tale imagine quivi facean quelli;
+ e come a tai fortezze da lor sogli
+ a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+ cos da imo de la roccia scogli
+ movien che ricidien li argini e fossi
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+ In questo luogo, de la schiena scossi
+ di Geron, trovammoci; e l poeta
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+ A la man destra vidi nova pieta,
+ novo tormento e novi frustatori,
+ di che la prima bolgia era repleta.
+
+ Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+ dal mezzo in qua ci venien verso l volto,
+ di l con noi, ma con passi maggiori,
+
+ come i Roman per lessercito molto,
+ lanno del giubileo, su per lo ponte
+ hanno a passar la gente modo colto,
+
+ che da lun lato tutti hanno la fronte
+ verso l castello e vanno a Santo Pietro,
+ da laltra sponda vanno verso l monte.
+
+ Di qua, di l, su per lo sasso tetro
+ vidi demon cornuti con gran ferze,
+ che li battien crudelmente di retro.
+
+ Ahi come facean lor levar le berze
+ a le prime percosse! gi nessuno
+ le seconde aspettava n le terze.
+
+ Mentr io andava, li occhi miei in uno
+ furo scontrati; e io s tosto dissi:
+ Gi di veder costui non son digiuno.
+
+ Per cho a figurarlo i piedi affissi;
+ e l dolce duca meco si ristette,
+ e assentio chalquanto in dietro gissi.
+
+ E quel frustato celar si credette
+ bassando l viso; ma poco li valse,
+ chio dissi: O tu che locchio a terra gette,
+
+ se le fazion che porti non son false,
+ Venedico se tu Caccianemico.
+ Ma che ti mena a s pungenti salse?.
+
+ Ed elli a me: Mal volontier lo dico;
+ ma sforzami la tua chiara favella,
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+ I fui colui che la Ghisolabella
+ condussi a far la voglia del marchese,
+ come che suoni la sconcia novella.
+
+ E non pur io qui piango bolognese;
+ anzi n questo loco tanto pieno,
+ che tante lingue non son ora apprese
+
+ a dicer sipa tra Svena e Reno;
+ e se di ci vuoi fede o testimonio,
+ rcati a mente il nostro avaro seno.
+
+ Cos parlando il percosse un demonio
+ de la sua scurada, e disse: Via,
+ ruffian! qui non son femmine da conio.
+
+ I mi raggiunsi con la scorta mia;
+ poscia con pochi passi divenimmo
+ l v uno scoglio de la ripa uscia.
+
+ Assai leggeramente quel salimmo;
+ e vlti a destra su per la sua scheggia,
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+ Quando noi fummo l dov el vaneggia
+ di sotto per dar passo a li sferzati,
+ lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
+
+ lo viso in te di quest altri mal nati,
+ ai quali ancor non vedesti la faccia
+ per che son con noi insieme andati.
+
+ Del vecchio ponte guardavam la traccia
+ che vena verso noi da laltra banda,
+ e che la ferza similmente scaccia.
+
+ E l buon maestro, sanza mia dimanda,
+ mi disse: Guarda quel grande che vene,
+ e per dolor non par lagrime spanda:
+
+ quanto aspetto reale ancor ritene!
+ Quelli Iasn, che per cuore e per senno
+ li Colchi del monton privati fne.
+
+ Ello pass per lisola di Lenno
+ poi che lardite femmine spietate
+ tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+ Ivi con segni e con parole ornate
+ Isifile ingann, la giovinetta
+ che prima avea tutte laltre ingannate.
+
+ Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;
+ e anche di Medea si fa vendetta.
+
+ Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+ e questo basti de la prima valle
+ sapere e di color che n s assanna.
+
+ Gi eravam l ve lo stretto calle
+ con largine secondo sincrocicchia,
+ e fa di quello ad un altr arco spalle.
+
+ Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ ne laltra bolgia e che col muso scuffa,
+ e s medesma con le palme picchia.
+
+ Le ripe eran grommate duna muffa,
+ per lalito di gi che vi sappasta,
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+ Lo fondo cupo s, che non ci basta
+ loco a veder sanza montare al dosso
+ de larco, ove lo scoglio pi sovrasta.
+
+ Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
+ vidi gente attuffata in uno sterco
+ che da li uman privadi parea mosso.
+
+ E mentre chio l gi con locchio cerco,
+ vidi un col capo s di merda lordo,
+ che non para sera laico o cherco.
+
+ Quei mi sgrid: Perch se tu s gordo
+ di riguardar pi me che li altri brutti?.
+ E io a lui: Perch, se ben ricordo,
+
+ gi tho veduto coi capelli asciutti,
+ e se Alessio Interminei da Lucca:
+ per tadocchio pi che li altri tutti.
+
+ Ed elli allor, battendosi la zucca:
+ Qua gi mhanno sommerso le lusinghe
+ ond io non ebbi mai la lingua stucca.
+
+ Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
+ mi disse, il viso un poco pi avante,
+ s che la faccia ben con locchio attinghe
+
+ di quella sozza e scapigliata fante
+ che l si graffia con lunghie merdose,
+ e or saccoscia e ora in piedi stante.
+
+ Tade , la puttana che rispuose
+ al drudo suo quando disse Ho io grazie
+ grandi apo te?: Anzi maravigliose!.
+
+ E quinci sian le nostre viste sazie.
+
+
+
+ Inferno Canto XIX
+
+
+ O Simon mago, o miseri seguaci
+ che le cose di Dio, che di bontate
+ deon essere spose, e voi rapaci
+
+ per oro e per argento avolterate,
+ or convien che per voi suoni la tromba,
+ per che ne la terza bolgia state.
+
+ Gi eravamo, a la seguente tomba,
+ montati de lo scoglio in quella parte
+ cha punto sovra mezzo l fosso piomba.
+
+ O somma sapenza, quanta larte
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+ e quanto giusto tua virt comparte!
+
+ Io vidi per le coste e per lo fondo
+ piena la pietra livida di fri,
+ dun largo tutti e ciascun era tondo.
+
+ Non mi parean men ampi n maggiori
+ che que che son nel mio bel San Giovanni,
+ fatti per loco di battezzatori;
+
+ lun de li quali, ancor non molt anni,
+ rupp io per un che dentro vannegava:
+ e questo sia suggel chogn omo sganni.
+
+ Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+ dun peccator li piedi e de le gambe
+ infino al grosso, e laltro dentro stava.
+
+ Le piante erano a tutti accese intrambe;
+ per che s forte guizzavan le giunte,
+ che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+ Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+ muoversi pur su per la strema buccia,
+ tal era l dai calcagni a le punte.
+
+ Chi colui, maestro, che si cruccia
+ guizzando pi che li altri suoi consorti,
+ diss io, e cui pi roggia fiamma succia?.
+
+ Ed elli a me: Se tu vuo chi ti porti
+ l gi per quella ripa che pi giace,
+ da lui saprai di s e de suoi torti.
+
+ E io: Tanto m bel, quanto a te piace:
+ tu se segnore, e sai chi non mi parto
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace.
+
+ Allor venimmo in su largine quarto;
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca
+ l gi nel fondo foracchiato e arto.
+
+ Lo buon maestro ancor de la sua anca
+ non mi dipuose, s mi giunse al rotto
+ di quel che si piangeva con la zanca.
+
+ O qual che se che l di s tien di sotto,
+ anima trista come pal commessa,
+ comincia io a dir, se puoi, fa motto.
+
+ Io stava come l frate che confessa
+ lo perfido assessin, che, poi ch fitto,
+ richiama lui per che la morte cessa.
+
+ Ed el grid: Se tu gi cost ritto,
+ se tu gi cost ritto, Bonifazio?
+ Di parecchi anni mi ment lo scritto.
+
+ Se tu s tosto di quell aver sazio
+ per lo qual non temesti trre a nganno
+ la bella donna, e poi di farne strazio?.
+
+ Tal mi fec io, quai son color che stanno,
+ per non intender ci ch lor risposto,
+ quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+ Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
+ Non son colui, non son colui che credi;
+ e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+ Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+ poi, sospirando e con voce di pianto,
+ mi disse: Dunque che a me richiedi?
+
+ Se di saper chi sia ti cal cotanto,
+ che tu abbi per la ripa corsa,
+ sappi chi fui vestito del gran manto;
+
+ e veramente fui figliuol de lorsa,
+ cupido s per avanzar li orsatti,
+ che s lavere e qui me misi in borsa.
+
+ Di sotto al capo mio son li altri tratti
+ che precedetter me simoneggiando,
+ per le fessure de la pietra piatti.
+
+ L gi cascher io altres quando
+ verr colui chi credea che tu fossi,
+ allor chi feci l sbito dimando.
+
+ Ma pi l tempo gi che i pi mi cossi
+ e chi son stato cos sottosopra,
+ chel non star piantato coi pi rossi:
+
+ ch dopo lui verr di pi laida opra,
+ di ver ponente, un pastor sanza legge,
+ tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+ Nuovo Iasn sar, di cui si legge
+ ne Maccabei; e come a quel fu molle
+ suo re, cos fia lui chi Francia regge.
+
+ Io non so si mi fui qui troppo folle,
+ chi pur rispuosi lui a questo metro:
+ Deh, or mi d: quanto tesoro volle
+
+ Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ chei ponesse le chiavi in sua bala?
+ Certo non chiese se non Viemmi retro.
+
+ N Pier n li altri tolsero a Matia
+ oro od argento, quando fu sortito
+ al loco che perd lanima ria.
+
+ Per ti sta, ch tu se ben punito;
+ e guarda ben la mal tolta moneta
+ chesser ti fece contra Carlo ardito.
+
+ E se non fosse chancor lo mi vieta
+ la reverenza de le somme chiavi
+ che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+ io userei parole ancor pi gravi;
+ ch la vostra avarizia il mondo attrista,
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+ Di voi pastor saccorse il Vangelista,
+ quando colei che siede sopra lacque
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+ quella che con le sette teste nacque,
+ e da le diece corna ebbe argomento,
+ fin che virtute al suo marito piacque.
+
+ Fatto vavete dio doro e dargento;
+ e che altro da voi a lidolatre,
+ se non chelli uno, e voi ne orate cento?
+
+ Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+ non la tua conversion, ma quella dote
+ che da te prese il primo ricco patre!.
+
+ E mentr io li cantava cotai note,
+ o ira o coscenza che l mordesse,
+ forte spingava con ambo le piote.
+
+ I credo ben chal mio duca piacesse,
+ con s contenta labbia sempre attese
+ lo suon de le parole vere espresse.
+
+ Per con ambo le braccia mi prese;
+ e poi che tutto su mi sebbe al petto,
+ rimont per la via onde discese.
+
+ N si stanc davermi a s distretto,
+ s men port sovra l colmo de larco
+ che dal quarto al quinto argine tragetto.
+
+ Quivi soavemente spuose il carco,
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto
+ che sarebbe a le capre duro varco.
+
+ Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+ Inferno Canto XX
+
+
+ Di nova pena mi conven far versi
+ e dar matera al ventesimo canto
+ de la prima canzon, ch di sommersi.
+
+ Io era gi disposto tutto quanto
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,
+ che si bagnava dangoscioso pianto;
+
+ e vidi gente per lo vallon tondo
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo
+ che fanno le letane in questo mondo.
+
+ Come l viso mi scese in lor pi basso,
+ mirabilmente apparve esser travolto
+ ciascun tra l mento e l principio del casso,
+
+ ch da le reni era tornato l volto,
+ e in dietro venir li convenia,
+ perch l veder dinanzi era lor tolto.
+
+ Forse per forza gi di parlasia
+ si travolse cos alcun del tutto;
+ ma io nol vidi, n credo che sia.
+
+ Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+ di tua lezione, or pensa per te stesso
+ com io potea tener lo viso asciutto,
+
+ quando la nostra imagine di presso
+ vidi s torta, che l pianto de li occhi
+ le natiche bagnava per lo fesso.
+
+ Certo io piangea, poggiato a un de rocchi
+ del duro scoglio, s che la mia scorta
+ mi disse: Ancor se tu de li altri sciocchi?
+
+ Qui vive la piet quand ben morta;
+ chi pi scellerato che colui
+ che al giudicio divin passion comporta?
+
+ Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+ saperse a li occhi di Teban la terra;
+ per chei gridavan tutti: Dove rui,
+
+ Anfarao? perch lasci la guerra?.
+ E non rest di ruinare a valle
+ fino a Mins che ciascheduno afferra.
+
+ Mira cha fatto petto de le spalle;
+ perch volle veder troppo davante,
+ di retro guarda e fa retroso calle.
+
+ Vedi Tiresia, che mut sembiante
+ quando di maschio femmina divenne,
+ cangiandosi le membra tutte quante;
+
+ e prima, poi, ribatter li convenne
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,
+ che ravesse le maschili penne.
+
+ Aronta quel chal ventre li satterga,
+ che ne monti di Luni, dove ronca
+ lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ ebbe tra bianchi marmi la spelonca
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle
+ e l mar non li era la veduta tronca.
+
+ E quella che ricuopre le mammelle,
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+ e ha di l ogne pilosa pelle,
+
+ Manto fu, che cerc per terre molte;
+ poscia si puose l dove nacqu io;
+ onde un poco mi piace che mascolte.
+
+ Poscia che l padre suo di vita usco
+ e venne serva la citt di Baco,
+ questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+ Suso in Italia bella giace un laco,
+ a pi de lAlpe che serra Lamagna
+ sovra Tiralli, cha nome Benaco.
+
+ Per mille fonti, credo, e pi si bagna
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino
+ de lacqua che nel detto laco stagna.
+
+ Loco nel mezzo l dove l trentino
+ pastore e quel di Brescia e l veronese
+ segnar poria, se fesse quel cammino.
+
+ Siede Peschiera, bello e forte arnese
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ ove la riva ntorno pi discese.
+
+ Ivi convien che tutto quanto caschi
+ ci che n grembo a Benaco star non pu,
+ e fassi fiume gi per verdi paschi.
+
+ Tosto che lacqua a correr mette co,
+ non pi Benaco, ma Mencio si chiama
+ fino a Governol, dove cade in Po.
+
+ Non molto ha corso, chel trova una lama,
+ ne la qual si distende e la mpaluda;
+ e suol di state talor essere grama.
+
+ Quindi passando la vergine cruda
+ vide terra, nel mezzo del pantano,
+ sanza coltura e dabitanti nuda.
+
+ L, per fuggire ogne consorzio umano,
+ ristette con suoi servi a far sue arti,
+ e visse, e vi lasci suo corpo vano.
+
+ Li uomini poi che ntorno erano sparti
+ saccolsero a quel loco, chera forte
+ per lo pantan chavea da tutte parti.
+
+ Fer la citt sovra quell ossa morte;
+ e per colei che l loco prima elesse,
+ Manta lappellar sanz altra sorte.
+
+ Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
+ prima che la mattia da Casalodi
+ da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+ Per tassenno che, se tu mai odi
+ originar la mia terra altrimenti,
+ la verit nulla menzogna frodi.
+
+ E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
+ mi son s certi e prendon s mia fede,
+ che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+ Ma dimmi, de la gente che procede,
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ ch solo a ci la mia mente rifiede.
+
+ Allor mi disse: Quel che da la gota
+ porge la barba in su le spalle brune,
+ fuquando Grecia fu di maschi vta,
+
+ s cha pena rimaser per le cune
+ augure, e diede l punto con Calcanta
+ in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+ Euripilo ebbe nome, e cos l canta
+ lalta mia trageda in alcun loco:
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+ Quell altro che ne fianchi cos poco,
+ Michele Scotto fu, che veramente
+ de le magiche frode seppe l gioco.
+
+ Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ chavere inteso al cuoio e a lo spago
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+ Vedi le triste che lasciaron lago,
+ la spuola e l fuso, e fecersi ndivine;
+ fecer malie con erbe e con imago.
+
+ Ma vienne omai, ch gi tiene l confine
+ damendue li emisperi e tocca londa
+ sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+ e gi iernotte fu la luna tonda:
+ ben ten de ricordar, ch non ti nocque
+ alcuna volta per la selva fonda.
+
+ S mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+ Inferno Canto XXI
+
+
+ Cos di ponte in ponte, altro parlando
+ che la mia comeda cantar non cura,
+ venimmo; e tenavamo l colmo, quando
+
+ restammo per veder laltra fessura
+ di Malebolge e li altri pianti vani;
+ e vidila mirabilmente oscura.
+
+ Quale ne larzan de Viniziani
+ bolle linverno la tenace pece
+ a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ ch navicar non ponnoin quella vece
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+ le coste a quel che pi vaggi fece;
+
+ chi ribatte da proda e chi da poppa;
+ altri fa remi e altri volge sarte;
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa:
+
+ tal, non per foco ma per divin arte,
+ bollia l giuso una pegola spessa,
+ che nviscava la ripa dogne parte.
+
+ I vedea lei, ma non veda in essa
+ mai che le bolle che l bollor levava,
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+ Mentr io l gi fisamente mirava,
+ lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
+ mi trasse a s del loco dov io stava.
+
+ Allor mi volsi come luom cui tarda
+ di veder quel che li convien fuggire
+ e cui paura sbita sgagliarda,
+
+ che, per veder, non indugia l partire:
+ e vidi dietro a noi un diavol nero
+ correndo su per lo scoglio venire.
+
+ Ahi quant elli era ne laspetto fero!
+ e quanto mi parea ne latto acerbo,
+ con lali aperte e sovra i pi leggero!
+
+ Lomero suo, chera aguto e superbo,
+ carcava un peccator con ambo lanche,
+ e quei tenea de pi ghermito l nerbo.
+
+ Del nostro ponte disse: O Malebranche,
+ ecco un de li anzan di Santa Zita!
+ Mettetel sotto, chi torno per anche
+
+ a quella terra, che n ben fornita:
+ ogn uom v barattier, fuor che Bonturo;
+ del no, per li denar, vi si fa ita.
+
+ L gi l butt, e per lo scoglio duro
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+ Quel sattuff, e torn s convolto;
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,
+ gridar: Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+ Per, se tu non vuo di nostri graffi,
+ non far sopra la pegola soverchio.
+
+ Poi laddentar con pi di cento raffi,
+ disser: Coverto convien che qui balli,
+ s che, se puoi, nascosamente accaffi.
+
+ Non altrimenti i cuoci a lor vassalli
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia
+ la carne con li uncin, perch non galli.
+
+ Lo buon maestro Acci che non si paia
+ che tu ci sia, mi disse, gi tacquatta
+ dopo uno scheggio, chalcun schermo taia;
+
+ e per nulla offension che mi sia fatta,
+ non temer tu, chi ho le cose conte,
+ perch altra volta fui a tal baratta.
+
+ Poscia pass di l dal co del ponte;
+ e com el giunse in su la ripa sesta,
+ mestier li fu daver sicura fronte.
+
+ Con quel furore e con quella tempesta
+ chescono i cani a dosso al poverello
+ che di sbito chiede ove sarresta,
+
+ usciron quei di sotto al ponticello,
+ e volser contra lui tutt i runcigli;
+ ma el grid: Nessun di voi sia fello!
+
+ Innanzi che luncin vostro mi pigli,
+ traggasi avante lun di voi che moda,
+ e poi darruncigliarmi si consigli.
+
+ Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
+ per chun si mossee li altri stetter fermi
+ e venne a lui dicendo: Che li approda?.
+
+ Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+ esser venuto, disse l mio maestro,
+ sicuro gi da tutti vostri schermi,
+
+ sanza voler divino e fato destro?
+ Lascian andar, ch nel cielo voluto
+ chi mostri altrui questo cammin silvestro.
+
+ Allor li fu lorgoglio s caduto,
+ che si lasci cascar luncino a piedi,
+ e disse a li altri: Omai non sia feruto.
+
+ E l duca mio a me: O tu che siedi
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+ sicuramente omai a me ti riedi.
+
+ Per chio mi mossi e a lui venni ratto;
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,
+ s chio temetti chei tenesser patto;
+
+ cos vid o gi temer li fanti
+ chuscivan patteggiati di Caprona,
+ veggendo s tra nemici cotanti.
+
+ I maccostai con tutta la persona
+ lungo l mio duca, e non torceva li occhi
+ da la sembianza lor chera non buona.
+
+ Ei chinavan li raffi e Vuo che l tocchi,
+ diceva lun con laltro, in sul groppone?.
+ E rispondien: S, fa che gliel accocchi.
+
+ Ma quel demonio che tenea sermone
+ col duca mio, si volse tutto presto
+ e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
+
+ Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
+ iscoglio non si pu, per che giace
+ tutto spezzato al fondo larco sesto.
+
+ E se landare avante pur vi piace,
+ andatevene su per questa grotta;
+ presso un altro scoglio che via face.
+
+ Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta,
+ mille dugento con sessanta sei
+ anni compi che qui la via fu rotta.
+
+ Io mando verso l di questi miei
+ a riguardar salcun se ne sciorina;
+ gite con lor, che non saranno rei.
+
+ Trati avante, Alichino, e Calcabrina,
+ cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
+ e Barbariccia guidi la decina.
+
+ Libicocco vegn oltre e Draghignazzo,
+ Ciratto sannuto e Graffiacane
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+ Cercate ntorno le boglienti pane;
+ costor sian salvi infino a laltro scheggio
+ che tutto intero va sovra le tane.
+
+ Om, maestro, che quel chi veggio?,
+ diss io, deh, sanza scorta andianci soli,
+ se tu sa ir; chi per me non la cheggio.
+
+ Se tu se s accorto come suoli,
+ non vedi tu che digrignan li denti
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?.
+
+ Ed elli a me: Non vo che tu paventi;
+ lasciali digrignar pur a lor senno,
+ che fanno ci per li lessi dolenti.
+
+ Per largine sinistro volta dienno;
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+ Inferno Canto XXII
+
+
+ Io vidi gi cavalier muover campo,
+ e cominciare stormo e far lor mostra,
+ e talvolta partir per loro scampo;
+
+ corridor vidi per la terra vostra,
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,
+ fedir torneamenti e correr giostra;
+
+ quando con trombe, e quando con campane,
+ con tamburi e con cenni di castella,
+ e con cose nostrali e con istrane;
+
+ n gi con s diversa cennamella
+ cavalier vidi muover n pedoni,
+ n nave a segno di terra o di stella.
+
+ Noi andavam con li diece demoni.
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+ Pur a la pegola era la mia ntesa,
+ per veder de la bolgia ogne contegno
+ e de la gente chentro vera incesa.
+
+ Come i dalfini, quando fanno segno
+ a marinar con larco de la schiena
+ che sargomentin di campar lor legno,
+
+ talor cos, ad alleggiar la pena,
+ mostrav alcun de peccatori l dosso
+ e nascondea in men che non balena.
+
+ E come a lorlo de lacqua dun fosso
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+ s che celano i piedi e laltro grosso,
+
+ s stavan dogne parte i peccatori;
+ ma come sappressava Barbariccia,
+ cos si ritran sotto i bollori.
+
+ I vidi, e anco il cor me naccapriccia,
+ uno aspettar cos, com elli ncontra
+ chuna rana rimane e laltra spiccia;
+
+ e Graffiacan, che li era pi di contra,
+ li arruncigli le mpegolate chiome
+ e trassel s, che mi parve una lontra.
+
+ I sapea gi di tutti quanti l nome,
+ s li notai quando fuorono eletti,
+ e poi che si chiamaro, attesi come.
+
+ O Rubicante, fa che tu li metti
+ li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
+ gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+ E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
+ che tu sappi chi lo sciagurato
+ venuto a man de li avversari suoi.
+
+ Lo duca mio li saccost allato;
+ domandollo ond ei fosse, e quei rispuose:
+ I fui del regno di Navarra nato.
+
+ Mia madre a servo dun segnor mi puose,
+ che mavea generato dun ribaldo,
+ distruggitor di s e di sue cose.
+
+ Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+ quivi mi misi a far baratteria,
+ di chio rendo ragione in questo caldo.
+
+ E Ciratto, a cui di bocca uscia
+ dogne parte una sanna come a porco,
+ li f sentir come luna sdruscia.
+
+ Tra male gatte era venuto l sorco;
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+ e disse: State in l, mentr io lo nforco.
+
+ E al maestro mio volse la faccia;
+ Domanda, disse, ancor, se pi disii
+ saper da lui, prima chaltri l disfaccia.
+
+ Lo duca dunque: Or d: de li altri rii
+ conosci tu alcun che sia latino
+ sotto la pece?. E quelli: I mi partii,
+
+ poco , da un che fu di l vicino.
+ Cos foss io ancor con lui coperto,
+ chi non temerei unghia n uncino!.
+
+ E Libicocco Troppo avem sofferto,
+ disse; e preseli l braccio col runciglio,
+ s che, stracciando, ne port un lacerto.
+
+ Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+ giuso a le gambe; onde l decurio loro
+ si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+ Quand elli un poco rappaciati fuoro,
+ a lui, chancor mirava sua ferita,
+ domand l duca mio sanza dimoro:
+
+ Chi fu colui da cui mala partita
+ di che facesti per venire a proda?.
+ Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
+
+ quel di Gallura, vasel dogne froda,
+ chebbe i nemici di suo donno in mano,
+ e f s lor, che ciascun se ne loda.
+
+ Danar si tolse e lasciolli di piano,
+ s com e dice; e ne li altri offici anche
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+ Usa con esso donno Michel Zanche
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna
+ le lingue lor non si sentono stanche.
+
+ Om, vedete laltro che digrigna;
+ i direi anche, ma i temo chello
+ non sapparecchi a grattarmi la tigna.
+
+ E l gran proposto, vlto a Farfarello
+ che stralunava li occhi per fedire,
+ disse: Fatti n cost, malvagio uccello!.
+
+ Se voi volete vedere o udire,
+ ricominci lo sparato appresso,
+ Toschi o Lombardi, io ne far venire;
+
+ ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+ s chei non teman de le lor vendette;
+ e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+ per un chio son, ne far venir sette
+ quand io suffoler, com nostro uso
+ di fare allor che fori alcun si mette.
+
+ Cagnazzo a cotal motto lev l muso,
+ crollando l capo, e disse: Odi malizia
+ chelli ha pensata per gittarsi giuso!.
+
+ Ond ei, chavea lacciuoli a gran divizia,
+ rispuose: Malizioso son io troppo,
+ quand io procuro a mia maggior trestizia.
+
+ Alichin non si tenne e, di rintoppo
+ a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
+ io non ti verr dietro di gualoppo,
+
+ ma batter sovra la pece lali.
+ Lascisi l collo, e sia la ripa scudo,
+ a veder se tu sol pi di noi vali.
+
+ O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ ciascun da laltra costa li occhi volse,
+ quel prima, cha ci fare era pi crudo.
+
+ Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ ferm le piante a terra, e in un punto
+ salt e dal proposto lor si sciolse.
+
+ Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ ma quei pi che cagion fu del difetto;
+ per si mosse e grid: Tu se giunto!.
+
+ Ma poco i valse: ch lali al sospetto
+ non potero avanzar; quelli and sotto,
+ e quei drizz volando suso il petto:
+
+ non altrimenti lanitra di botto,
+ quando l falcon sappressa, gi sattuffa,
+ ed ei ritorna s crucciato e rotto.
+
+ Irato Calcabrina de la buffa,
+ volando dietro li tenne, invaghito
+ che quei campasse per aver la zuffa;
+
+ e come l barattier fu disparito,
+ cos volse li artigli al suo compagno,
+ e fu con lui sopra l fosso ghermito.
+
+ Ma laltro fu bene sparvier grifagno
+ ad artigliar ben lui, e amendue
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+ Lo caldo sghermitor sbito fue;
+ ma per di levarsi era neente,
+ s avieno inviscate lali sue.
+
+ Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+ quattro ne f volar da laltra costa
+ con tutt i raffi, e assai prestamente
+
+ di qua, di l discesero a la posta;
+ porser li uncini verso li mpaniati,
+ cheran gi cotti dentro da la crosta.
+
+ E noi lasciammo lor cos mpacciati.
+
+
+
+ Inferno Canto XXIII
+
+
+ Taciti, soli, sanza compagnia
+ nandavam lun dinanzi e laltro dopo,
+ come frati minor vanno per via.
+
+ Vlt era in su la favola dIsopo
+ lo mio pensier per la presente rissa,
+ dov el parl de la rana e del topo;
+
+ ch pi non si pareggia mo e issa
+ che lun con laltro fa, se ben saccoppia
+ principio e fine con la mente fissa.
+
+ E come lun pensier de laltro scoppia,
+ cos nacque di quello un altro poi,
+ che la prima paura mi f doppia.
+
+ Io pensava cos: Questi per noi
+ sono scherniti con danno e con beffa
+ s fatta, chassai credo che lor ni.
+
+ Se lira sovra l mal voler saggueffa,
+ ei ne verranno dietro pi crudeli
+ che l cane a quella lievre chelli acceffa.
+
+ Gi mi sentia tutti arricciar li peli
+ de la paura e stava in dietro intento,
+ quand io dissi: Maestro, se non celi
+
+ te e me tostamente, i ho pavento
+ di Malebranche. Noi li avem gi dietro;
+ io li magino s, che gi li sento.
+
+ E quei: Si fossi di piombato vetro,
+ limagine di fuor tua non trarrei
+ pi tosto a me, che quella dentro mpetro.
+
+ Pur mo venieno i tuo pensier tra miei,
+ con simile atto e con simile faccia,
+ s che dintrambi un sol consiglio fei.
+
+ Selli che s la destra costa giaccia,
+ che noi possiam ne laltra bolgia scendere,
+ noi fuggirem limaginata caccia.
+
+ Gi non compi di tal consiglio rendere,
+ chio li vidi venir con lali tese
+ non molto lungi, per volerne prendere.
+
+ Lo duca mio di sbito mi prese,
+ come la madre chal romore desta
+ e vede presso a s le fiamme accese,
+
+ che prende il figlio e fugge e non sarresta,
+ avendo pi di lui che di s cura,
+ tanto che solo una camiscia vesta;
+
+ e gi dal collo de la ripa dura
+ supin si diede a la pendente roccia,
+ che lun de lati a laltra bolgia tura.
+
+ Non corse mai s tosto acqua per doccia
+ a volger ruota di molin terragno,
+ quand ella pi verso le pale approccia,
+
+ come l maestro mio per quel vivagno,
+ portandosene me sovra l suo petto,
+ come suo figlio, non come compagno.
+
+ A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
+ del fondo gi, che furon in sul colle
+ sovresso noi; ma non l era sospetto:
+
+ ch lalta provedenza che lor volle
+ porre ministri de la fossa quinta,
+ poder di partirs indi a tutti tolle.
+
+ L gi trovammo una gente dipinta
+ che giva intorno assai con lenti passi,
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+ Elli avean cappe con cappucci bassi
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+ che in Clugn per li monaci fassi.
+
+ Di fuor dorate son, s chelli abbaglia;
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+ che Federigo le mettea di paglia.
+
+ Oh in etterno faticoso manto!
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ ma per lo peso quella gente stanca
+ vena s pian, che noi eravam nuovi
+ di compagnia ad ogne mover danca.
+
+ Per chio al duca mio: Fa che tu trovi
+ alcun chal fatto o al nome si conosca,
+ e li occhi, s andando, intorno movi.
+
+ E un che ntese la parola tosca,
+ di retro a noi grid: Tenete i piedi,
+ voi che correte s per laura fosca!
+
+ Forse chavrai da me quel che tu chiedi.
+ Onde l duca si volse e disse: Aspetta,
+ e poi secondo il suo passo procedi.
+
+ Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+ de lanimo, col viso, desser meco;
+ ma tardavali l carco e la via stretta.
+
+ Quando fuor giunti, assai con locchio bieco
+ mi rimiraron sanza far parola;
+ poi si volsero in s, e dicean seco:
+
+ Costui par vivo a latto de la gola;
+ e se son morti, per qual privilegio
+ vanno scoperti de la grave stola?.
+
+ Poi disser me: O Tosco, chal collegio
+ de lipocriti tristi se venuto,
+ dir chi tu se non avere in dispregio.
+
+ E io a loro: I fui nato e cresciuto
+ sovra l bel fiume dArno a la gran villa,
+ e son col corpo chi ho sempre avuto.
+
+ Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+ quant i veggio dolor gi per le guance?
+ e che pena in voi che s sfavilla?.
+
+ E lun rispuose a me: Le cappe rance
+ son di piombo s grosse, che li pesi
+ fan cos cigolar le lor bilance.
+
+ Frati godenti fummo, e bolognesi;
+ io Catalano e questi Loderingo
+ nomati, e da tua terra insieme presi
+
+ come suole esser tolto un uom solingo,
+ per conservar sua pace; e fummo tali,
+ chancor si pare intorno dal Gardingo.
+
+ Io cominciai: O frati, i vostri mali . . . ;
+ ma pi non dissi, cha locchio mi corse
+ un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+ Quando mi vide, tutto si distorse,
+ soffiando ne la barba con sospiri;
+ e l frate Catalan, cha ci saccorse,
+
+ mi disse: Quel confitto che tu miri,
+ consigli i Farisei che convenia
+ porre un uom per lo popolo a martri.
+
+ Attraversato , nudo, ne la via,
+ come tu vedi, ed mestier chel senta
+ qualunque passa, come pesa, pria.
+
+ E a tal modo il socero si stenta
+ in questa fossa, e li altri dal concilio
+ che fu per li Giudei mala sementa.
+
+ Allor vid io maravigliar Virgilio
+ sovra colui chera disteso in croce
+ tanto vilmente ne letterno essilio.
+
+ Poscia drizz al frate cotal voce:
+ Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+ sa la man destra giace alcuna foce
+
+ onde noi amendue possiamo uscirci,
+ sanza costrigner de li angeli neri
+ che vegnan desto fondo a dipartirci.
+
+ Rispuose adunque: Pi che tu non speri
+ sappressa un sasso che da la gran cerchia
+ si move e varca tutt i vallon feri,
+
+ salvo che n questo rotto e nol coperchia;
+ montar potrete su per la ruina,
+ che giace in costa e nel fondo soperchia.
+
+ Lo duca stette un poco a testa china;
+ poi disse: Mal contava la bisogna
+ colui che i peccator di qua uncina.
+
+ E l frate: Io udi gi dire a Bologna
+ del diavol vizi assai, tra quali udi
+ chelli bugiardo, e padre di menzogna.
+
+ Appresso il duca a gran passi sen g,
+ turbato un poco dira nel sembiante;
+ ond io da li ncarcati mi parti
+
+ dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+ Inferno Canto XXIV
+
+
+ In quella parte del giovanetto anno
+ che l sole i crin sotto lAquario tempra
+ e gi le notti al mezzo d sen vanno,
+
+ quando la brina in su la terra assempra
+ limagine di sua sorella bianca,
+ ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+ lo villanello a cui la roba manca,
+ si leva, e guarda, e vede la campagna
+ biancheggiar tutta; ond ei si batte lanca,
+
+ ritorna in casa, e qua e l si lagna,
+ come l tapin che non sa che si faccia;
+ poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+ veggendo l mondo aver cangiata faccia
+ in poco dora, e prende suo vincastro
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+ Cos mi fece sbigottir lo mastro
+ quand io li vidi s turbar la fronte,
+ e cos tosto al mal giunse lo mpiastro;
+
+ ch, come noi venimmo al guasto ponte,
+ lo duca a me si volse con quel piglio
+ dolce chio vidi prima a pi del monte.
+
+ Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+ eletto seco riguardando prima
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+ E come quei chadopera ed estima,
+ che sempre par che nnanzi si proveggia,
+ cos, levando me s ver la cima
+
+ dun ronchione, avvisava unaltra scheggia
+ dicendo: Sovra quella poi taggrappa;
+ ma tenta pria s tal chella ti reggia.
+
+ Non era via da vestito di cappa,
+ ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+ potavam s montar di chiappa in chiappa.
+
+ E se non fosse che da quel precinto
+ pi che da laltro era la costa corta,
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+ Ma perch Malebolge inver la porta
+ del bassissimo pozzo tutta pende,
+ lo sito di ciascuna valle porta
+
+ che luna costa surge e laltra scende;
+ noi pur venimmo al fine in su la punta
+ onde lultima pietra si scoscende.
+
+ La lena mera del polmon s munta
+ quand io fui s, chi non potea pi oltre,
+ anzi massisi ne la prima giunta.
+
+ Omai convien che tu cos ti spoltre,
+ disse l maestro; ch, seggendo in piuma,
+ in fama non si vien, n sotto coltre;
+
+ sanza la qual chi sua vita consuma,
+ cotal vestigio in terra di s lascia,
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+ E per leva s; vinci lambascia
+ con lanimo che vince ogne battaglia,
+ se col suo grave corpo non saccascia.
+
+ Pi lunga scala convien che si saglia;
+ non basta da costoro esser partito.
+ Se tu mi ntendi, or fa s che ti vaglia.
+
+ Levami allor, mostrandomi fornito
+ meglio di lena chi non mi sentia,
+ e dissi: Va, chi son forte e ardito.
+
+ Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ chera ronchioso, stretto e malagevole,
+ ed erto pi assai che quel di pria.
+
+ Parlando andava per non parer fievole;
+ onde una voce usc de laltro fosso,
+ a parole formar disconvenevole.
+
+ Non so che disse, ancor che sovra l dosso
+ fossi de larco gi che varca quivi;
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+ Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;
+ per chio: Maestro, fa che tu arrivi
+
+ da laltro cinghio e dismontiam lo muro;
+ ch, com i odo quinci e non intendo,
+ cos gi veggio e neente affiguro.
+
+ Altra risposta, disse, non ti rendo
+ se non lo far; ch la dimanda onesta
+ si de seguir con lopera tacendo.
+
+ Noi discendemmo il ponte da la testa
+ dove saggiugne con lottava ripa,
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+ e vidivi entro terribile stipa
+ di serpenti, e di s diversa mena
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+ Pi non si vanti Libia con sua rena;
+ ch se chelidri, iaculi e faree
+ produce, e cencri con anfisibena,
+
+ n tante pestilenzie n s ree
+ mostr gi mai con tutta lEtopia
+ n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
+
+ Tra questa cruda e tristissima copia
+ corran genti nude e spaventate,
+ sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+ con serpi le man dietro avean legate;
+ quelle ficcavan per le ren la coda
+ e l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+ Ed ecco a un chera da nostra proda,
+ savvent un serpente che l trafisse
+ l dove l collo a le spalle sannoda.
+
+ N O s tosto mai n I si scrisse,
+ com el saccese e arse, e cener tutto
+ convenne che cascando divenisse;
+
+ e poi che fu a terra s distrutto,
+ la polver si raccolse per s stessa
+ e n quel medesmo ritorn di butto.
+
+ Cos per li gran savi si confessa
+ che la fenice more e poi rinasce,
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+ erba n biado in sua vita non pasce,
+ ma sol dincenso lagrime e damomo,
+ e nardo e mirra son lultime fasce.
+
+ E qual quel che cade, e non sa como,
+ per forza di demon cha terra il tira,
+ o daltra oppilazion che lega lomo,
+
+ quando si leva, che ntorno si mira
+ tutto smarrito de la grande angoscia
+ chelli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+ tal era l peccator levato poscia.
+ Oh potenza di Dio, quant severa,
+ che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+ Lo duca il domand poi chi ello era;
+ per chei rispuose: Io piovvi di Toscana,
+ poco tempo , in questa gola fiera.
+
+ Vita bestial mi piacque e non umana,
+ s come a mul chi fui; son Vanni Fucci
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
+
+ E o al duca: Dilli che non mucci,
+ e domanda che colpa qua gi l pinse;
+ chio l vidi uomo di sangue e di crucci.
+
+ E l peccator, che ntese, non sinfinse,
+ ma drizz verso me lanimo e l volto,
+ e di trista vergogna si dipinse;
+
+ poi disse: Pi mi duol che tu mhai colto
+ ne la miseria dove tu mi vedi,
+ che quando fui de laltra vita tolto.
+
+ Io non posso negar quel che tu chiedi;
+ in gi son messo tanto perch io fui
+ ladro a la sagrestia di belli arredi,
+
+ e falsamente gi fu apposto altrui.
+ Ma perch di tal vista tu non godi,
+ se mai sarai di fuor da luoghi bui,
+
+ apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+ Pistoia in pria di Neri si dimagra;
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+ Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ ch di torbidi nuvoli involuto;
+ e con tempesta impetosa e agra
+
+ sovra Campo Picen fia combattuto;
+ ond ei repente spezzer la nebbia,
+ s chogne Bianco ne sar feruto.
+
+ E detto lho perch doler ti debbia!.
+
+
+
+ Inferno Canto XXV
+
+
+ Al fine de le sue parole il ladro
+ le mani alz con amendue le fiche,
+ gridando: Togli, Dio, cha te le squadro!.
+
+ Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+ perch una li savvolse allora al collo,
+ come dicesse Non vo che pi diche;
+
+ e unaltra a le braccia, e rilegollo,
+ ribadendo s stessa s dinanzi,
+ che non potea con esse dare un crollo.
+
+ Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
+ dincenerarti s che pi non duri,
+ poi che n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+ Per tutt i cerchi de lo nferno scuri
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+ non quel che cadde a Tebe gi da muri.
+
+ El si fugg che non parl pi verbo;
+ e io vidi un centauro pien di rabbia
+ venir chiamando: Ov , ov lacerbo?.
+
+ Maremma non cred io che tante nabbia,
+ quante bisce elli avea su per la groppa
+ infin ove comincia nostra labbia.
+
+ Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+ con lali aperte li giacea un draco;
+ e quello affuoca qualunque sintoppa.
+
+ Lo mio maestro disse: Questi Caco,
+ che, sotto l sasso di monte Aventino,
+ di sangue fece spesse volte laco.
+
+ Non va co suoi fratei per un cammino,
+ per lo furto che frodolente fece
+ del grande armento chelli ebbe a vicino;
+
+ onde cessar le sue opere biece
+ sotto la mazza dErcule, che forse
+ gliene di cento, e non sent le diece.
+
+ Mentre che s parlava, ed el trascorse,
+ e tre spiriti venner sotto noi,
+ de quai n io n l duca mio saccorse,
+
+ se non quando gridar: Chi siete voi?;
+ per che nostra novella si ristette,
+ e intendemmo pur ad essi poi.
+
+ Io non li conoscea; ma ei seguette,
+ come suol seguitar per alcun caso,
+ che lun nomar un altro convenette,
+
+ dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
+ per chio, acci che l duca stesse attento,
+ mi puosi l dito su dal mento al naso.
+
+ Se tu se or, lettore, a creder lento
+ ci chio dir, non sar maraviglia,
+ ch io che l vidi, a pena il mi consento.
+
+ Com io tenea levate in lor le ciglia,
+ e un serpente con sei pi si lancia
+ dinanzi a luno, e tutto a lui sappiglia.
+
+ Co pi di mezzo li avvinse la pancia
+ e con li anteror le braccia prese;
+ poi li addent e luna e laltra guancia;
+
+ li diretani a le cosce distese,
+ e miseli la coda tra mbedue
+ e dietro per le ren s la ritese.
+
+ Ellera abbarbicata mai non fue
+ ad alber s, come lorribil fiera
+ per laltrui membra avviticchi le sue.
+
+ Poi sappiccar, come di calda cera
+ fossero stati, e mischiar lor colore,
+ n lun n laltro gi parea quel chera:
+
+ come procede innanzi da lardore,
+ per lo papiro suso, un color bruno
+ che non nero ancora e l bianco more.
+
+ Li altri due l riguardavano, e ciascuno
+ gridava: Om, Agnel, come ti muti!
+ Vedi che gi non se n due n uno.
+
+ Gi eran li due capi un divenuti,
+ quando napparver due figure miste
+ in una faccia, ov eran due perduti.
+
+ Fersi le braccia due di quattro liste;
+ le cosce con le gambe e l ventre e l casso
+ divenner membra che non fuor mai viste.
+
+ Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+ due e nessun limagine perversa
+ parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+ Come l ramarro sotto la gran fersa
+ dei d canicular, cangiando sepe,
+ folgore par se la via attraversa,
+
+ s pareva, venendo verso lepe
+ de li altri due, un serpentello acceso,
+ livido e nero come gran di pepe;
+
+ e quella parte onde prima preso
+ nostro alimento, a lun di lor trafisse;
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+ Lo trafitto l mir, ma nulla disse;
+ anzi, co pi fermati, sbadigliava
+ pur come sonno o febbre lassalisse.
+
+ Elli l serpente e quei lui riguardava;
+ lun per la piaga e laltro per la bocca
+ fummavan forte, e l fummo si scontrava.
+
+ Taccia Lucano ormai l dov e tocca
+ del misero Sabello e di Nasidio,
+ e attenda a udir quel chor si scocca.
+
+ Taccia di Cadmo e dAretusa Ovidio,
+ ch se quello in serpente e quella in fonte
+ converte poetando, io non lo nvidio;
+
+ ch due nature mai a fronte a fronte
+ non trasmut s chamendue le forme
+ a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+ Insieme si rispuosero a tai norme,
+ che l serpente la coda in forca fesse,
+ e l feruto ristrinse insieme lorme.
+
+ Le gambe con le cosce seco stesse
+ sappiccar s, che n poco la giuntura
+ non facea segno alcun che si paresse.
+
+ Togliea la coda fessa la figura
+ che si perdeva l, e la sua pelle
+ si facea molle, e quella di l dura.
+
+ Io vidi intrar le braccia per lascelle,
+ e i due pi de la fiera, cheran corti,
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+ Poscia li pi di rietro, insieme attorti,
+ diventaron lo membro che luom cela,
+ e l misero del suo navea due porti.
+
+ Mentre che l fummo luno e laltro vela
+ di color novo, e genera l pel suso
+ per luna parte e da laltra il dipela,
+
+ lun si lev e laltro cadde giuso,
+ non torcendo per le lucerne empie,
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+ Quel chera dritto, il trasse ver le tempie,
+ e di troppa matera chin l venne
+ uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ ci che non corse in dietro e si ritenne
+ di quel soverchio, f naso a la faccia
+ e le labbra ingross quanto convenne.
+
+ Quel che giaca, il muso innanzi caccia,
+ e li orecchi ritira per la testa
+ come face le corna la lumaccia;
+
+ e la lingua, chava unita e presta
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ ne laltro si richiude; e l fummo resta.
+
+ Lanima chera fiera divenuta,
+ suffolando si fugge per la valle,
+ e laltro dietro a lui parlando sputa.
+
+ Poscia li volse le novelle spalle,
+ e disse a laltro: I vo che Buoso corra,
+ com ho fatt io, carpon per questo calle.
+
+ Cos vid io la settima zavorra
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+ la novit se fior la penna abborra.
+
+ E avvegna che li occhi miei confusi
+ fossero alquanto e lanimo smagato,
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ chi non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ ed era quel che sol, di tre compagni
+ che venner prima, non era mutato;
+
+ laltr era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+ Inferno Canto XXVI
+
+
+ Godi, Fiorenza, poi che se s grande
+ che per mare e per terra batti lali,
+ e per lo nferno tuo nome si spande!
+
+ Tra li ladron trovai cinque cotali
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+ e tu in grande orranza non ne sali.
+
+ Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+ tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+ di quel che Prato, non chaltri, tagogna.
+
+ E se gi fosse, non saria per tempo.
+ Cos foss ei, da che pur esser dee!
+ ch pi mi graver, com pi mattempo.
+
+ Noi ci partimmo, e su per le scalee
+ che navea fatto iborni a scender pria,
+ rimont l duca mio e trasse mee;
+
+ e proseguendo la solinga via,
+ tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio
+ lo pi sanza la man non si spedia.
+
+ Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+ quando drizzo la mente a ci chio vidi,
+ e pi lo ngegno affreno chi non soglio,
+
+ perch non corra che virt nol guidi;
+ s che, se stella bona o miglior cosa
+ mha dato l ben, chio stessi nol minvidi.
+
+ Quante l villan chal poggio si riposa,
+ nel tempo che colui che l mondo schiara
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+ come la mosca cede a la zanzara,
+ vede lucciole gi per la vallea,
+ forse col dov e vendemmia e ara:
+
+ di tante fiamme tutta risplendea
+ lottava bolgia, s com io maccorsi
+ tosto che fui l ve l fondo parea.
+
+ E qual colui che si vengi con li orsi
+ vide l carro dElia al dipartire,
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+ che nol potea s con li occhi seguire,
+ chel vedesse altro che la fiamma sola,
+ s come nuvoletta, in s salire:
+
+ tal si move ciascuna per la gola
+ del fosso, ch nessuna mostra l furto,
+ e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+ Io stava sovra l ponte a veder surto,
+ s che sio non avessi un ronchion preso,
+ caduto sarei gi sanz esser urto.
+
+ E l duca che mi vide tanto atteso,
+ disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
+ catun si fascia di quel chelli inceso.
+
+ Maestro mio, rispuos io, per udirti
+ son io pi certo; ma gi mera avviso
+ che cos fosse, e gi voleva dirti:
+
+ chi n quel foco che vien s diviso
+ di sopra, che par surger de la pira
+ dov Etecle col fratel fu miso?.
+
+ Rispuose a me: L dentro si martira
+ Ulisse e Domede, e cos insieme
+ a la vendetta vanno come a lira;
+
+ e dentro da la lor fiamma si geme
+ lagguato del caval che f la porta
+ onde usc de Romani il gentil seme.
+
+ Piangevisi entro larte per che, morta,
+ Dedama ancor si duol dAchille,
+ e del Palladio pena vi si porta.
+
+ Sei posson dentro da quelle faville
+ parlar, diss io, maestro, assai ten priego
+ e ripriego, che l priego vaglia mille,
+
+ che non mi facci de lattender niego
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+ vedi che del disio ver lei mi piego!.
+
+ Ed elli a me: La tua preghiera degna
+ di molta loda, e io per laccetto;
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+ Lascia parlare a me, chi ho concetto
+ ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi,
+ perch e fuor greci, forse del tuo detto.
+
+ Poi che la fiamma fu venuta quivi
+ dove parve al mio duca tempo e loco,
+ in questa forma lui parlare audivi:
+
+ O voi che siete due dentro ad un foco,
+ sio meritai di voi mentre chio vissi,
+ sio meritai di voi assai o poco
+
+ quando nel mondo li alti versi scrissi,
+ non vi movete; ma lun di voi dica
+ dove, per lui, perduto a morir gissi.
+
+ Lo maggior corno de la fiamma antica
+ cominci a crollarsi mormorando,
+ pur come quella cui vento affatica;
+
+ indi la cima qua e l menando,
+ come fosse la lingua che parlasse,
+ gitt voce di fuori e disse: Quando
+
+ mi diparti da Circe, che sottrasse
+ me pi dun anno l presso a Gaeta,
+ prima che s Ena la nomasse,
+
+ n dolcezza di figlio, n la pieta
+ del vecchio padre, n l debito amore
+ lo qual dovea Penelop far lieta,
+
+ vincer potero dentro a me lardore
+ chi ebbi a divenir del mondo esperto
+ e de li vizi umani e del valore;
+
+ ma misi me per lalto mare aperto
+ sol con un legno e con quella compagna
+ picciola da la qual non fui diserto.
+
+ Lun lito e laltro vidi infin la Spagna,
+ fin nel Morrocco, e lisola di Sardi,
+ e laltre che quel mare intorno bagna.
+
+ Io e compagni eravam vecchi e tardi
+ quando venimmo a quella foce stretta
+ dov Ercule segn li suoi riguardi
+
+ acci che luom pi oltre non si metta;
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,
+ da laltra gi mavea lasciata Setta.
+
+ O frati, dissi che per cento milia
+ perigli siete giunti a loccidente,
+ a questa tanto picciola vigilia
+
+ di nostri sensi ch del rimanente
+ non vogliate negar lesperenza,
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+ Considerate la vostra semenza:
+ fatti non foste a viver come bruti,
+ ma per seguir virtute e canoscenza.
+
+ Li miei compagni fec io s aguti,
+ con questa orazion picciola, al cammino,
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+ e volta nostra poppa nel mattino,
+ de remi facemmo ali al folle volo,
+ sempre acquistando dal lato mancino.
+
+ Tutte le stelle gi de laltro polo
+ vedea la notte, e l nostro tanto basso,
+ che non surga fuor del marin suolo.
+
+ Cinque volte racceso e tante casso
+ lo lume era di sotto da la luna,
+ poi che ntrati eravam ne lalto passo,
+
+ quando napparve una montagna, bruna
+ per la distanza, e parvemi alta tanto
+ quanto veduta non ava alcuna.
+
+ Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto;
+ ch de la nova terra un turbo nacque
+ e percosse del legno il primo canto.
+
+ Tre volte il f girar con tutte lacque;
+ a la quarta levar la poppa in suso
+ e la prora ire in gi, com altrui piacque,
+
+ infin che l mar fu sovra noi richiuso.
+
+
+
+ Inferno Canto XXVII
+
+
+ Gi era dritta in s la fiamma e queta
+ per non dir pi, e gi da noi sen gia
+ con la licenza del dolce poeta,
+
+ quand unaltra, che dietro a lei vena,
+ ne fece volger li occhi a la sua cima
+ per un confuso suon che fuor nuscia.
+
+ Come l bue cicilian che mugghi prima
+ col pianto di colui, e ci fu dritto,
+ che lavea temperato con sua lima,
+
+ mugghiava con la voce de lafflitto,
+ s che, con tutto che fosse di rame,
+ pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+ cos, per non aver via n forame
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio
+ si convertan le parole grame.
+
+ Ma poscia chebber colto lor vaggio
+ su per la punta, dandole quel guizzo
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+ udimmo dire: O tu a cu io drizzo
+ la voce e che parlavi mo lombardo,
+ dicendo Istra ten va, pi non tadizzo,
+
+ perch io sia giunto forse alquanto tardo,
+ non tincresca restare a parlar meco;
+ vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+ Se tu pur mo in questo mondo cieco
+ caduto se di quella dolce terra
+ latina ond io mia colpa tutta reco,
+
+ dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ chio fui di monti l intra Orbino
+ e l giogo di che Tever si diserra.
+
+ Io era in giuso ancora attento e chino,
+ quando il mio duca mi tent di costa,
+ dicendo: Parla tu; questi latino.
+
+ E io, chavea gi pronta la risposta,
+ sanza indugio a parlare incominciai:
+ O anima che se l gi nascosta,
+
+ Romagna tua non , e non fu mai,
+ sanza guerra ne cuor de suoi tiranni;
+ ma n palese nessuna or vi lasciai.
+
+ Ravenna sta come stata molt anni:
+ laguglia da Polenta la si cova,
+ s che Cervia ricuopre co suoi vanni.
+
+ La terra che f gi la lunga prova
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+ sotto le branche verdi si ritrova.
+
+ E l mastin vecchio e l nuovo da Verrucchio,
+ che fecer di Montagna il mal governo,
+ l dove soglion fan di denti succhio.
+
+ Le citt di Lamone e di Santerno
+ conduce il loncel dal nido bianco,
+ che muta parte da la state al verno.
+
+ E quella cu il Savio bagna il fianco,
+ cos com ella sie tra l piano e l monte,
+ tra tirannia si vive e stato franco.
+
+ Ora chi se, ti priego che ne conte;
+ non esser duro pi chaltri sia stato,
+ se l nome tuo nel mondo tegna fronte.
+
+ Poscia che l foco alquanto ebbe rugghiato
+ al modo suo, laguta punta mosse
+ di qua, di l, e poi di cotal fiato:
+
+ Si credesse che mia risposta fosse
+ a persona che mai tornasse al mondo,
+ questa fiamma staria sanza pi scosse;
+
+ ma per che gi mai di questo fondo
+ non torn vivo alcun, si odo il vero,
+ sanza tema dinfamia ti rispondo.
+
+ Io fui uom darme, e poi fui cordigliero,
+ credendomi, s cinto, fare ammenda;
+ e certo il creder mio vena intero,
+
+ se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+ che mi rimise ne le prime colpe;
+ e come e quare, voglio che mintenda.
+
+ Mentre chio forma fui dossa e di polpe
+ che la madre mi di, lopere mie
+ non furon leonine, ma di volpe.
+
+ Li accorgimenti e le coperte vie
+ io seppi tutte, e s menai lor arte,
+ chal fine de la terra il suono uscie.
+
+ Quando mi vidi giunto in quella parte
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe
+ calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ ci che pria mi piaca, allor mincrebbe,
+ e pentuto e confesso mi rendei;
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+ Lo principe di novi Farisei,
+ avendo guerra presso a Laterano,
+ e non con Saracin n con Giudei,
+
+ ch ciascun suo nimico era cristiano,
+ e nessun era stato a vincer Acri
+ n mercatante in terra di Soldano,
+
+ n sommo officio n ordini sacri
+ guard in s, n in me quel capestro
+ che solea fare i suoi cinti pi macri.
+
+ Ma come Costantin chiese Silvestro
+ dentro Siratti a guerir de la lebbre,
+ cos mi chiese questi per maestro
+
+ a guerir de la sua superba febbre;
+ domandommi consiglio, e io tacetti
+ perch le sue parole parver ebbre.
+
+ E poi ridisse: Tuo cuor non sospetti;
+ finor tassolvo, e tu minsegna fare
+ s come Penestrino in terra getti.
+
+ Lo ciel poss io serrare e diserrare,
+ come tu sai; per son due le chiavi
+ che l mio antecessor non ebbe care.
+
+ Allor mi pinser li argomenti gravi
+ l ve l tacer mi fu avviso l peggio,
+ e dissi: Padre, da che tu mi lavi
+
+ di quel peccato ov io mo cader deggio,
+ lunga promessa con lattender corto
+ ti far trunfar ne lalto seggio.
+
+ Francesco venne poi, com io fu morto,
+ per me; ma un di neri cherubini
+ li disse: Non portar: non mi far torto.
+
+ Venir se ne dee gi tra miei meschini
+ perch diede l consiglio frodolente,
+ dal quale in qua stato li sono a crini;
+
+ chassolver non si pu chi non si pente,
+ n pentere e volere insieme puossi
+ per la contradizion che nol consente.
+
+ Oh me dolente! come mi riscossi
+ quando mi prese dicendomi: Forse
+ tu non pensavi chio lico fossi!.
+
+ A Mins mi port; e quelli attorse
+ otto volte la coda al dosso duro;
+ e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+ disse: Questi di rei del foco furo;
+ per chio l dove vedi son perduto,
+ e s vestito, andando, mi rancuro.
+
+ Quand elli ebbe l suo dir cos compiuto,
+ la fiamma dolorando si partio,
+ torcendo e dibattendo l corno aguto.
+
+ Noi passamm oltre, e io e l duca mio,
+ su per lo scoglio infino in su laltr arco
+ che cuopre l fosso in che si paga il fio
+
+ a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+ Inferno Canto XXVIII
+
+
+ Chi poria mai pur con parole sciolte
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ chi ora vidi, per narrar pi volte?
+
+ Ogne lingua per certo verria meno
+ per lo nostro sermone e per la mente
+ channo a tanto comprender poco seno.
+
+ Sel saunasse ancor tutta la gente
+ che gi, in su la fortunata terra
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+ per li Troiani e per la lunga guerra
+ che de lanella f s alte spoglie,
+ come Livo scrive, che non erra,
+
+ con quella che sentio di colpi doglie
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;
+ e laltra il cui ossame ancor saccoglie
+
+ a Ceperan, l dove fu bugiardo
+ ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
+ dove sanz arme vinse il vecchio Alardo;
+
+ e qual forato suo membro e qual mozzo
+ mostrasse, daequar sarebbe nulla
+ il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+ Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
+ com io vidi un, cos non si pertugia,
+ rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+ Tra le gambe pendevan le minugia;
+ la corata pareva e l tristo sacco
+ che merda fa di quel che si trangugia.
+
+ Mentre che tutto in lui veder mattacco,
+ guardommi e con le man saperse il petto,
+ dicendo: Or vedi com io mi dilacco!
+
+ vedi come storpiato Mometto!
+ Dinanzi a me sen va piangendo Al,
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+ E tutti li altri che tu vedi qui,
+ seminator di scandalo e di scisma
+ fuor vivi, e per son fessi cos.
+
+ Un diavolo qua dietro che naccisma
+ s crudelmente, al taglio de la spada
+ rimettendo ciascun di questa risma,
+
+ quand avem volta la dolente strada;
+ per che le ferite son richiuse
+ prima chaltri dinanzi li rivada.
+
+ Ma tu chi se che n su lo scoglio muse,
+ forse per indugiar dire a la pena
+ ch giudicata in su le tue accuse?.
+
+ N morte l giunse ancor, n colpa l mena,
+ rispuose l mio maestro, a tormentarlo;
+ ma per dar lui esperenza piena,
+
+ a me, che morto son, convien menarlo
+ per lo nferno qua gi di giro in giro;
+ e quest ver cos com io ti parlo.
+
+ Pi fuor di cento che, quando ludiro,
+ sarrestaron nel fosso a riguardarmi
+ per maraviglia, oblando il martiro.
+
+ Or d a fra Dolcin dunque che sarmi,
+ tu che forse vedra il sole in breve,
+ sello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+ s di vivanda, che stretta di neve
+ non rechi la vittoria al Noarese,
+ chaltrimenti acquistar non saria leve.
+
+ Poi che lun pi per girsene sospese,
+ Mometto mi disse esta parola;
+ indi a partirsi in terra lo distese.
+
+ Un altro, che forata avea la gola
+ e tronco l naso infin sotto le ciglia,
+ e non avea mai chuna orecchia sola,
+
+ ristato a riguardar per maraviglia
+ con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
+ chera di fuor dogne parte vermiglia,
+
+ e disse: O tu cui colpa non condanna
+ e cu io vidi su in terra latina,
+ se troppa simiglianza non minganna,
+
+ rimembriti di Pier da Medicina,
+ se mai torni a veder lo dolce piano
+ che da Vercelli a Marcab dichina.
+
+ E fa saper a due miglior da Fano,
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,
+ che, se lantiveder qui non vano,
+
+ gittati saran fuor di lor vasello
+ e mazzerati presso a la Cattolica
+ per tradimento dun tiranno fello.
+
+ Tra lisola di Cipri e di Maiolica
+ non vide mai s gran fallo Nettuno,
+ non da pirate, non da gente argolica.
+
+ Quel traditor che vede pur con luno,
+ e tien la terra che tale qui meco
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+ far venirli a parlamento seco;
+ poi far s, chal vento di Focara
+ non sar lor mestier voto n preco.
+
+ E io a lui: Dimostrami e dichiara,
+ se vuo chi porti s di te novella,
+ chi colui da la veduta amara.
+
+ Allor puose la mano a la mascella
+ dun suo compagno e la bocca li aperse,
+ gridando: Questi desso, e non favella.
+
+ Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+ in Cesare, affermando che l fornito
+ sempre con danno lattender sofferse.
+
+ Oh quanto mi pareva sbigottito
+ con la lingua tagliata ne la strozza
+ Curo, cha dir fu cos ardito!
+
+ E un chavea luna e laltra man mozza,
+ levando i moncherin per laura fosca,
+ s che l sangue facea la faccia sozza,
+
+ grid: Ricorderati anche del Mosca,
+ che disse, lasso!, Capo ha cosa fatta,
+ che fu mal seme per la gente tosca.
+
+ E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
+ per chelli, accumulando duol con duolo,
+ sen gio come persona trista e matta.
+
+ Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+ e vidi cosa chio avrei paura,
+ sanza pi prova, di contarla solo;
+
+ se non che coscenza massicura,
+ la buona compagnia che luom francheggia
+ sotto lasbergo del sentirsi pura.
+
+ Io vidi certo, e ancor par chio l veggia,
+ un busto sanza capo andar s come
+ andavan li altri de la trista greggia;
+
+ e l capo tronco tenea per le chiome,
+ pesol con mano a guisa di lanterna:
+ e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
+
+ Di s facea a s stesso lucerna,
+ ed eran due in uno e uno in due;
+ com esser pu, quei sa che s governa.
+
+ Quando diritto al pi del ponte fue,
+ lev l braccio alto con tutta la testa
+ per appressarne le parole sue,
+
+ che fuoro: Or vedi la pena molesta,
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+ vedi salcuna grande come questa.
+
+ E perch tu di me novella porti,
+ sappi chi son Bertram dal Bornio, quelli
+ che diedi al re giovane i ma conforti.
+
+ Io feci il padre e l figlio in s ribelli;
+ Achitofl non f pi dAbsalone
+ e di Davd coi malvagi punzelli.
+
+ Perch io parti cos giunte persone,
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,
+ dal suo principio ch in questo troncone.
+
+ Cos sosserva in me lo contrapasso.
+
+
+
+ Inferno Canto XXIX
+
+
+ La molta gente e le diverse piaghe
+ avean le luci mie s inebrate,
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+ Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
+ perch la vista tua pur si soffolge
+ l gi tra lombre triste smozzicate?
+
+ Tu non hai fatto s a laltre bolge;
+ pensa, se tu annoverar le credi,
+ che miglia ventidue la valle volge.
+
+ E gi la luna sotto i nostri piedi;
+ lo tempo poco omai che n concesso,
+ e altro da veder che tu non vedi.
+
+ Se tu avessi, rispuos io appresso,
+ atteso a la cagion per chio guardava,
+ forse mavresti ancor lo star dimesso.
+
+ Parte sen giva, e io retro li andava,
+ lo duca, gi faccendo la risposta,
+ e soggiugnendo: Dentro a quella cava
+
+ dov io tenea or li occhi s a posta,
+ credo chun spirto del mio sangue pianga
+ la colpa che l gi cotanto costa.
+
+ Allor disse l maestro: Non si franga
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr ello.
+ Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
+
+ chio vidi lui a pi del ponticello
+ mostrarti e minacciar forte col dito,
+ e udi l nominar Geri del Bello.
+
+ Tu eri allor s del tutto impedito
+ sovra colui che gi tenne Altaforte,
+ che non guardasti in l, s fu partito.
+
+ O duca mio, la volenta morte
+ che non li vendicata ancor, diss io,
+ per alcun che de lonta sia consorte,
+
+ fece lui disdegnoso; ond el sen gio
+ sanza parlarmi, s com o estimo:
+ e in ci mha el fatto a s pi pio.
+
+ Cos parlammo infino al loco primo
+ che de lo scoglio laltra valle mostra,
+ se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+ Quando noi fummo sor lultima chiostra
+ di Malebolge, s che i suoi conversi
+ potean parere a la veduta nostra,
+
+ lamenti saettaron me diversi,
+ che di piet ferrati avean li strali;
+ ond io li orecchi con le man copersi.
+
+ Qual dolor fora, se de li spedali
+ di Valdichiana tra l luglio e l settembre
+ e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+ fossero in una fossa tutti nsembre,
+ tal era quivi, e tal puzzo nusciva
+ qual suol venir de le marcite membre.
+
+ Noi discendemmo in su lultima riva
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+ e allor fu la mia vista pi viva
+
+ gi ver lo fondo, la ve la ministra
+ de lalto Sire infallibil giustizia
+ punisce i falsador che qui registra.
+
+ Non credo cha veder maggior tristizia
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,
+ quando fu laere s pien di malizia,
+
+ che li animali, infino al picciol vermo,
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+ secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+ si ristorar di seme di formiche;
+ chera a veder per quella oscura valle
+ languir li spirti per diverse biche.
+
+ Qual sovra l ventre e qual sovra le spalle
+ lun de laltro giacea, e qual carpone
+ si trasmutava per lo tristo calle.
+
+ Passo passo andavam sanza sermone,
+ guardando e ascoltando li ammalati,
+ che non potean levar le lor persone.
+
+ Io vidi due sedere a s poggiati,
+ com a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+ dal capo al pi di schianze macolati;
+
+ e non vidi gi mai menare stregghia
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,
+ n a colui che mal volontier vegghia,
+
+ come ciascun menava spesso il morso
+ de lunghie sopra s per la gran rabbia
+ del pizzicor, che non ha pi soccorso;
+
+ e s traevan gi lunghie la scabbia,
+ come coltel di scardova le scaglie
+ o daltro pesce che pi larghe labbia.
+
+ O tu che con le dita ti dismaglie,
+ cominci l duca mio a lun di loro,
+ e che fai desse talvolta tanaglie,
+
+ dinne salcun Latino tra costoro
+ che son quinc entro, se lunghia ti basti
+ etternalmente a cotesto lavoro.
+
+ Latin siam noi, che tu vedi s guasti
+ qui ambedue, rispuose lun piangendo;
+ ma tu chi se che di noi dimandasti?.
+
+ E l duca disse: I son un che discendo
+ con questo vivo gi di balzo in balzo,
+ e di mostrar lo nferno a lui intendo.
+
+ Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+ e tremando ciascuno a me si volse
+ con altri che ludiron di rimbalzo.
+
+ Lo buon maestro a me tutto saccolse,
+ dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
+ e io incominciai, poscia chei volse:
+
+ Se la vostra memoria non simboli
+ nel primo mondo da lumane menti,
+ ma sella viva sotto molti soli,
+
+ ditemi chi voi siete e di che genti;
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena
+ di palesarvi a me non vi spaventi.
+
+ Io fui dArezzo, e Albero da Siena,
+ rispuose lun, mi f mettere al foco;
+ ma quel per chio mori qui non mi mena.
+
+ Vero chi dissi lui, parlando a gioco:
+ I mi saprei levar per laere a volo;
+ e quei, chavea vaghezza e senno poco,
+
+ volle chi li mostrassi larte; e solo
+ perch io nol feci Dedalo, mi fece
+ ardere a tal che lavea per figliuolo.
+
+ Ma ne lultima bolgia de le diece
+ me per lalchmia che nel mondo usai
+ dann Mins, a cui fallar non lece.
+
+ E io dissi al poeta: Or fu gi mai
+ gente s vana come la sanese?
+ Certo non la francesca s dassai!.
+
+ Onde laltro lebbroso, che mintese,
+ rispuose al detto mio: Tramene Stricca
+ che seppe far le temperate spese,
+
+ e Niccol che la costuma ricca
+ del garofano prima discoverse
+ ne lorto dove tal seme sappicca;
+
+ e trane la brigata in che disperse
+ Caccia dAscian la vigna e la gran fonda,
+ e lAbbagliato suo senno proferse.
+
+ Ma perch sappi chi s ti seconda
+ contra i Sanesi, aguzza ver me locchio,
+ s che la faccia mia ben ti risponda:
+
+ s vedrai chio son lombra di Capocchio,
+ che falsai li metalli con lalchmia;
+ e te dee ricordar, se ben tadocchio,
+
+ com io fui di natura buona scimia.
+
+
+
+ Inferno Canto XXX
+
+
+ Nel tempo che Iunone era crucciata
+ per Semel contra l sangue tebano,
+ come mostr una e altra fata,
+
+ Atamante divenne tanto insano,
+ che veggendo la moglie con due figli
+ andar carcata da ciascuna mano,
+
+ grid: Tendiam le reti, s chio pigli
+ la leonessa e leoncini al varco;
+ e poi distese i dispietati artigli,
+
+ prendendo lun chavea nome Learco,
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;
+ e quella sanneg con laltro carco.
+
+ E quando la fortuna volse in basso
+ laltezza de Troian che tutto ardiva,
+ s che nsieme col regno il re fu casso,
+
+ Ecuba trista, misera e cattiva,
+ poscia che vide Polissena morta,
+ e del suo Polidoro in su la riva
+
+ del mar si fu la dolorosa accorta,
+ forsennata latr s come cane;
+ tanto il dolor le f la mente torta.
+
+ Ma n di Tebe furie n troiane
+ si vider mi in alcun tanto crude,
+ non punger bestie, nonch membra umane,
+
+ quant io vidi in due ombre smorte e nude,
+ che mordendo correvan di quel modo
+ che l porco quando del porcil si schiude.
+
+ Luna giunse a Capocchio, e in sul nodo
+ del collo lassann, s che, tirando,
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+ E lAretin che rimase, tremando
+ mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi,
+ e va rabbioso altrui cos conciando.
+
+ Oh, diss io lui, se laltro non ti ficchi
+ li denti a dosso, non ti sia fatica
+ a dir chi , pria che di qui si spicchi.
+
+ Ed elli a me: Quell lanima antica
+ di Mirra scellerata, che divenne
+ al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+ Questa a peccar con esso cos venne,
+ falsificando s in altrui forma,
+ come laltro che l sen va, sostenne,
+
+ per guadagnar la donna de la torma,
+ falsificare in s Buoso Donati,
+ testando e dando al testamento norma.
+
+ E poi che i due rabbiosi fuor passati
+ sovra cu io avea locchio tenuto,
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+ Io vidi un, fatto a guisa di luto,
+ pur chelli avesse avuta languinaia
+ tronca da laltro che luomo ha forcuto.
+
+ La grave idropes, che s dispaia
+ le membra con lomor che mal converte,
+ che l viso non risponde a la ventraia,
+
+ faceva lui tener le labbra aperte
+ come letico fa, che per la sete
+ lun verso l mento e laltro in s rinverte.
+
+ O voi che sanz alcuna pena siete,
+ e non so io perch, nel mondo gramo,
+ diss elli a noi, guardate e attendete
+
+ a la miseria del maestro Adamo;
+ io ebbi, vivo, assai di quel chi volli,
+ e ora, lasso!, un gocciol dacqua bramo.
+
+ Li ruscelletti che di verdi colli
+ del Casentin discendon giuso in Arno,
+ faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+ sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ ch limagine lor vie pi masciuga
+ che l male ond io nel volto mi discarno.
+
+ La rigida giustizia che mi fruga
+ tragge cagion del loco ov io peccai
+ a metter pi li miei sospiri in fuga.
+
+ Ivi Romena, l dov io falsai
+ la lega suggellata del Batista;
+ per chio il corpo s arso lasciai.
+
+ Ma sio vedessi qui lanima trista
+ di Guido o dAlessandro o di lor frate,
+ per Fonte Branda non darei la vista.
+
+ Dentro c luna gi, se larrabbiate
+ ombre che vanno intorno dicon vero;
+ ma che mi val, cho le membra legate?
+
+ Sio fossi pur di tanto ancor leggero
+ chi potessi in cent anni andare unoncia,
+ io sarei messo gi per lo sentiero,
+
+ cercando lui tra questa gente sconcia,
+ con tutto chella volge undici miglia,
+ e men dun mezzo di traverso non ci ha.
+
+ Io son per lor tra s fatta famiglia;
+ e mindussero a batter li fiorini
+ chavevan tre carati di mondiglia.
+
+ E io a lui: Chi son li due tapini
+ che fumman come man bagnate l verno,
+ giacendo stretti a tuoi destri confini?.
+
+ Qui li trovaie poi volta non dierno,
+ rispuose, quando piovvi in questo greppo,
+ e non credo che dieno in sempiterno.
+
+ Luna la falsa chaccus Gioseppo;
+ laltr l falso Sinon greco di Troia:
+ per febbre aguta gittan tanto leppo.
+
+ E lun di lor, che si rec a noia
+ forse desser nomato s oscuro,
+ col pugno li percosse lepa croia.
+
+ Quella son come fosse un tamburo;
+ e mastro Adamo li percosse il volto
+ col braccio suo, che non parve men duro,
+
+ dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
+ lo muover per le membra che son gravi,
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
+
+ Ond ei rispuose: Quando tu andavi
+ al fuoco, non lavei tu cos presto;
+ ma s e pi lavei quando coniavi.
+
+ E lidropico: Tu di ver di questo:
+ ma tu non fosti s ver testimonio
+ l ve del ver fosti a Troia richesto.
+
+ Sio dissi falso, e tu falsasti il conio,
+ disse Sinon; e son qui per un fallo,
+ e tu per pi chalcun altro demonio!.
+
+ Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
+ rispuose quel chava infiata lepa;
+ e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
+
+ E te sia rea la sete onde ti crepa,
+ disse l Greco, la lingua, e lacqua marcia
+ che l ventre innanzi a li occhi s tassiepa!.
+
+ Allora il monetier: Cos si squarcia
+ la bocca tua per tuo mal come suole;
+ ch, si ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+ tu hai larsura e l capo che ti duole,
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,
+ non vorresti a nvitar molte parole.
+
+ Ad ascoltarli er io del tutto fisso,
+ quando l maestro mi disse: Or pur mira,
+ che per poco che teco non mi risso!.
+
+ Quand io l senti a me parlar con ira,
+ volsimi verso lui con tal vergogna,
+ chancor per la memoria mi si gira.
+
+ Qual colui che suo dannaggio sogna,
+ che sognando desidera sognare,
+ s che quel ch, come non fosse, agogna,
+
+ tal mi fec io, non possendo parlare,
+ che disava scusarmi, e scusava
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+ Maggior difetto men vergogna lava,
+ disse l maestro, che l tuo non stato;
+ per dogne trestizia ti disgrava.
+
+ E fa ragion chio ti sia sempre allato,
+ se pi avvien che fortuna taccoglia
+ dove sien genti in simigliante piato:
+
+ ch voler ci udire bassa voglia.
+
+
+
+ Inferno Canto XXXI
+
+
+ Una medesma lingua pria mi morse,
+ s che mi tinse luna e laltra guancia,
+ e poi la medicina mi riporse;
+
+ cos od io che solea far la lancia
+ dAchille e del suo padre esser cagione
+ prima di trista e poi di buona mancia.
+
+ Noi demmo il dosso al misero vallone
+ su per la ripa che l cinge dintorno,
+ attraversando sanza alcun sermone.
+
+ Quiv era men che notte e men che giorno,
+ s che l viso mandava innanzi poco;
+ ma io senti sonare un alto corno,
+
+ tanto chavrebbe ogne tuon fatto fioco,
+ che, contra s la sua via seguitando,
+ dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
+
+ Dopo la dolorosa rotta, quando
+ Carlo Magno perd la santa gesta,
+ non son s terribilmente Orlando.
+
+ Poco porti in l volta la testa,
+ che me parve veder molte alte torri;
+ ond io: Maestro, d, che terra questa?.
+
+ Ed elli a me: Per che tu trascorri
+ per le tenebre troppo da la lungi,
+ avvien che poi nel maginare abborri.
+
+ Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
+ quanto l senso singanna di lontano;
+ per alquanto pi te stesso pungi.
+
+ Poi caramente mi prese per mano
+ e disse: Pria che noi siam pi avanti,
+ acci che l fatto men ti paia strano,
+
+ sappi che non son torri, ma giganti,
+ e son nel pozzo intorno da la ripa
+ da lumbilico in giuso tutti quanti.
+
+ Come quando la nebbia si dissipa,
+ lo sguardo a poco a poco raffigura
+ ci che cela l vapor che laere stipa,
+
+ cos forando laura grossa e scura,
+ pi e pi appressando ver la sponda,
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+ per che, come su la cerchia tonda
+ Montereggion di torri si corona,
+ cos la proda che l pozzo circonda
+
+ torreggiavan di mezza la persona
+ li orribili giganti, cui minaccia
+ Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+ E io scorgeva gi dalcun la faccia,
+ le spalle e l petto e del ventre gran parte,
+ e per le coste gi ambo le braccia.
+
+ Natura certo, quando lasci larte
+ di s fatti animali, assai f bene
+ per trre tali essecutori a Marte.
+
+ E sella delefanti e di balene
+ non si pente, chi guarda sottilmente,
+ pi giusta e pi discreta la ne tene;
+
+ ch dove largomento de la mente
+ saggiugne al mal volere e a la possa,
+ nessun riparo vi pu far la gente.
+
+ La faccia sua mi parea lunga e grossa
+ come la pina di San Pietro a Roma,
+ e a sua proporzione eran laltre ossa;
+
+ s che la ripa, chera perizoma
+ dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
+ di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+ tre Frison saverien dato mal vanto;
+ per chi ne vedea trenta gran palmi
+ dal loco in gi dov omo affibbia l manto.
+
+ Raphl ma amcche zab almi,
+ cominci a gridar la fiera bocca,
+ cui non si convenia pi dolci salmi.
+
+ E l duca mio ver lui: Anima sciocca,
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga
+ quand ira o altra passon ti tocca!
+
+ Crcati al collo, e troverai la soga
+ che l tien legato, o anima confusa,
+ e vedi lui che l gran petto ti doga.
+
+ Poi disse a me: Elli stessi saccusa;
+ questi Nembrotto per lo cui mal coto
+ pur un linguaggio nel mondo non susa.
+
+ Lascinlo stare e non parliamo a vto;
+ ch cos a lui ciascun linguaggio
+ come l suo ad altrui, cha nullo noto.
+
+ Facemmo adunque pi lungo vaggio,
+ vlti a sinistra; e al trar dun balestro
+ trovammo laltro assai pi fero e maggio.
+
+ A cigner lui qual che fosse l maestro,
+ non so io dir, ma el tenea soccinto
+ dinanzi laltro e dietro il braccio destro
+
+ duna catena che l tenea avvinto
+ dal collo in gi, s che n su lo scoperto
+ si ravvolga infino al giro quinto.
+
+ Questo superbo volle esser esperto
+ di sua potenza contra l sommo Giove,
+ disse l mio duca, ond elli ha cotal merto.
+
+ Falte ha nome, e fece le gran prove
+ quando i giganti fer paura a di;
+ le braccia chel men, gi mai non move.
+
+ E io a lui: Sesser puote, io vorrei
+ che de lo smisurato Brareo
+ esperenza avesser li occhi mei.
+
+ Ond ei rispuose: Tu vedrai Anteo
+ presso di qui che parla ed disciolto,
+ che ne porr nel fondo dogne reo.
+
+ Quel che tu vuo veder, pi l molto
+ ed legato e fatto come questo,
+ salvo che pi feroce par nel volto.
+
+ Non fu tremoto gi tanto rubesto,
+ che scotesse una torre cos forte,
+ come Falte a scuotersi fu presto.
+
+ Allor temett io pi che mai la morte,
+ e non vera mestier pi che la dotta,
+ sio non avessi viste le ritorte.
+
+ Noi procedemmo pi avante allotta,
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+ O tu che ne la fortunata valle
+ che fece Scipon di gloria reda,
+ quand Anibl co suoi diede le spalle,
+
+ recasti gi mille leon per preda,
+ e che, se fossi stato a lalta guerra
+ de tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ chavrebber vinto i figli de la terra:
+ mettine gi, e non ten vegna schifo,
+ dove Cocito la freddura serra.
+
+ Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
+ questi pu dar di quel che qui si brama;
+ per ti china e non torcer lo grifo.
+
+ Ancor ti pu nel mondo render fama,
+ chel vive, e lunga vita ancor aspetta
+ se nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
+
+ Cos disse l maestro; e quelli in fretta
+ le man distese, e prese l duca mio,
+ ond Ercule sent gi grande stretta.
+
+ Virgilio, quando prender si sentio,
+ disse a me: Fatti qua, s chio ti prenda;
+ poi fece s chun fascio era elli e io.
+
+ Qual pare a riguardar la Carisenda
+ sotto l chinato, quando un nuvol vada
+ sovr essa s, ched ella incontro penda:
+
+ tal parve Anto a me che stava a bada
+ di vederlo chinare, e fu tal ora
+ chi avrei voluto ir per altra strada.
+
+ Ma lievemente al fondo che divora
+ Lucifero con Giuda, ci spos;
+ n, s chinato, l fece dimora,
+
+ e come albero in nave si lev.
+
+
+
+ Inferno Canto XXXII
+
+
+ So avessi le rime aspre e chiocce,
+ come si converrebbe al tristo buco
+ sovra l qual pontan tutte laltre rocce,
+
+ io premerei di mio concetto il suco
+ pi pienamente; ma perch io non labbo,
+ non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ ch non impresa da pigliare a gabbo
+ discriver fondo a tutto luniverso,
+ n da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+ Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ chaiutaro Anfone a chiuder Tebe,
+ s che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+ Oh sovra tutte mal creata plebe
+ che stai nel loco onde parlare duro,
+ mei foste state qui pecore o zebe!
+
+ Come noi fummo gi nel pozzo scuro
+ sotto i pi del gigante assai pi bassi,
+ e io mirava ancora a lalto muro,
+
+ dicere udimi: Guarda come passi:
+ va s, che tu non calchi con le piante
+ le teste de fratei miseri lassi.
+
+ Per chio mi volsi, e vidimi davante
+ e sotto i piedi un lago che per gelo
+ avea di vetro e non dacqua sembiante.
+
+ Non fece al corso suo s grosso velo
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,
+ n Tana l sotto l freddo cielo,
+
+ com era quivi; che se Tambernicchi
+ vi fosse s caduto, o Pietrapana,
+ non avria pur da lorlo fatto cricchi.
+
+ E come a gracidar si sta la rana
+ col muso fuor de lacqua, quando sogna
+ di spigolar sovente la villana,
+
+ livide, insin l dove appar vergogna
+ eran lombre dolenti ne la ghiaccia,
+ mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+ Ognuna in gi tenea volta la faccia;
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+ tra lor testimonianza si procaccia.
+
+ Quand io mebbi dintorno alquanto visto,
+ volsimi a piedi, e vidi due s stretti,
+ che l pel del capo avieno insieme misto.
+
+ Ditemi, voi che s strignete i petti,
+ diss io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
+ e poi chebber li visi a me eretti,
+
+ li occhi lor, cheran pria pur dentro molli,
+ gocciar su per le labbra, e l gelo strinse
+ le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+ Con legno legno spranga mai non cinse
+ forte cos; ond ei come due becchi
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+ E un chavea perduti ambo li orecchi
+ per la freddura, pur col viso in gie,
+ disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
+
+ Se vuoi saper chi son cotesti due,
+ la valle onde Bisenzo si dichina
+ del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+ Dun corpo usciro; e tutta la Caina
+ potrai cercare, e non troverai ombra
+ degna pi desser fitta in gelatina:
+
+ non quelli a cui fu rotto il petto e lombra
+ con esso un colpo per la man dArt;
+ non Focaccia; non questi che mingombra
+
+ col capo s, chi non veggio oltre pi,
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;
+ se tosco se, ben sai omai chi fu.
+
+ E perch non mi metti in pi sermoni,
+ sappi chi fu il Camiscion de Pazzi;
+ e aspetto Carlin che mi scagioni.
+
+ Poscia vid io mille visi cagnazzi
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+ e verr sempre, de gelati guazzi.
+
+ E mentre chandavamo inver lo mezzo
+ al quale ogne gravezza si rauna,
+ e io tremava ne letterno rezzo;
+
+ se voler fu o destino o fortuna,
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,
+ forte percossi l pi nel viso ad una.
+
+ Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
+ se tu non vieni a crescer la vendetta
+ di Montaperti, perch mi moleste?.
+
+ E io: Maestro mio, or qui maspetta,
+ s chio esca dun dubbio per costui;
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
+
+ Lo duca stette, e io dissi a colui
+ che bestemmiava duramente ancora:
+ Qual se tu che cos rampogni altrui?.
+
+ Or tu chi se che vai per lAntenora,
+ percotendo, rispuose, altrui le gote,
+ s che, se fossi vivo, troppo fora?.
+
+ Vivo son io, e caro esser ti puote,
+ fu mia risposta, se dimandi fama,
+ chio metta il nome tuo tra laltre note.
+
+ Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
+ Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
+ ch mal sai lusingar per questa lama!.
+
+ Allor lo presi per la cuticagna
+ e dissi: El converr che tu ti nomi,
+ o che capel qui s non ti rimagna.
+
+ Ond elli a me: Perch tu mi dischiomi,
+ n ti dir chio sia, n mosterrolti,
+ se mille fiate in sul capo mi tomi.
+
+ Io avea gi i capelli in mano avvolti,
+ e tratti glien avea pi duna ciocca,
+ latrando lui con li occhi in gi raccolti,
+
+ quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
+ non ti basta sonar con le mascelle,
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
+
+ Omai, diss io, non vo che pi favelle,
+ malvagio traditor; cha la tua onta
+ io porter di te vere novelle.
+
+ Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+ di quel chebbe or cos la lingua pronta.
+
+ El piange qui largento de Franceschi:
+ Io vidi, potrai dir, quel da Duera
+ l dove i peccatori stanno freschi.
+
+ Se fossi domandato Altri chi vera?,
+ tu hai dallato quel di Beccheria
+ di cui seg Fiorenza la gorgiera.
+
+ Gianni de Soldanier credo che sia
+ pi l con Ganellone e Tebaldello,
+ chapr Faenza quando si dormia.
+
+ Noi eravam partiti gi da ello,
+ chio vidi due ghiacciati in una buca,
+ s che lun capo a laltro era cappello;
+
+ e come l pan per fame si manduca,
+ cos l sovran li denti a laltro pose
+ l ve l cervel saggiugne con la nuca:
+
+ non altrimenti Tido si rose
+ le tempie a Menalippo per disdegno,
+ che quei faceva il teschio e laltre cose.
+
+ O tu che mostri per s bestial segno
+ odio sovra colui che tu ti mangi,
+ dimmi l perch, diss io, per tal convegno,
+
+ che se tu a ragion di lui ti piangi,
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+ se quella con chio parlo non si secca.
+
+
+
+ Inferno Canto XXXIII
+
+
+ La bocca sollev dal fiero pasto
+ quel peccator, forbendola a capelli
+ del capo chelli avea di retro guasto.
+
+ Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli
+ disperato dolor che l cor mi preme
+ gi pur pensando, pria chio ne favelli.
+
+ Ma se le mie parole esser dien seme
+ che frutti infamia al traditor chi rodo,
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+ Io non so chi tu se n per che modo
+ venuto se qua gi; ma fiorentino
+ mi sembri veramente quand io todo.
+
+ Tu dei saper chi fui conte Ugolino,
+ e questi larcivescovo Ruggieri:
+ or ti dir perch i son tal vicino.
+
+ Che per leffetto de suo mai pensieri,
+ fidandomi di lui, io fossi preso
+ e poscia morto, dir non mestieri;
+
+ per quel che non puoi avere inteso,
+ cio come la morte mia fu cruda,
+ udirai, e saprai se mha offeso.
+
+ Breve pertugio dentro da la Muda,
+ la qual per me ha l titol de la fame,
+ e che conviene ancor chaltrui si chiuda,
+
+ mavea mostrato per lo suo forame
+ pi lune gi, quand io feci l mal sonno
+ che del futuro mi squarci l velame.
+
+ Questi pareva a me maestro e donno,
+ cacciando il lupo e lupicini al monte
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+ Con cagne magre, studose e conte
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+ savea messi dinanzi da la fronte.
+
+ In picciol corso mi parieno stanchi
+ lo padre e figli, e con lagute scane
+ mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+ Quando fui desto innanzi la dimane,
+ pianger senti fra l sonno i miei figliuoli
+ cheran con meco, e dimandar del pane.
+
+ Ben se crudel, se tu gi non ti duoli
+ pensando ci che l mio cor sannunziava;
+ e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+ Gi eran desti, e lora sappressava
+ che l cibo ne sola essere addotto,
+ e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+ e io senti chiavar luscio di sotto
+ a lorribile torre; ond io guardai
+ nel viso a mie figliuoi sanza far motto.
+
+ Io non pianga, s dentro impetrai:
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio
+ disse: Tu guardi s, padre! che hai?.
+
+ Perci non lagrimai n rispuos io
+ tutto quel giorno n la notte appresso,
+ infin che laltro sol nel mondo usco.
+
+ Come un poco di raggio si fu messo
+ nel doloroso carcere, e io scorsi
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ ed ei, pensando chio l fessi per voglia
+ di manicar, di sbito levorsi
+
+ e disser: Padre, assai ci fia men doglia
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+ queste misere carni, e tu le spoglia.
+
+ Quetami allor per non farli pi tristi;
+ lo d e laltro stemmo tutti muti;
+ ahi dura terra, perch non tapristi?
+
+ Poscia che fummo al quarto d venuti,
+ Gaddo mi si gitt disteso a piedi,
+ dicendo: Padre mio, ch non maiuti?.
+
+ Quivi mor; e come tu mi vedi,
+ vid io cascar li tre ad uno ad uno
+ tra l quinto d e l sesto; ond io mi diedi,
+
+ gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+ e due d li chiamai, poi che fur morti.
+ Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno.
+
+ Quand ebbe detto ci, con li occhi torti
+ riprese l teschio misero co denti,
+ che furo a losso, come dun can, forti.
+
+ Ahi Pisa, vituperio de le genti
+ del bel paese l dove l s suona,
+ poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+ muovasi la Capraia e la Gorgona,
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+ s chelli annieghi in te ogne persona!
+
+ Che se l conte Ugolino aveva voce
+ daver tradita te de le castella,
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+ Innocenti facea let novella,
+ novella Tebe, Uguiccione e l Brigata
+ e li altri due che l canto suso appella.
+
+ Noi passammo oltre, l ve la gelata
+ ruvidamente unaltra gente fascia,
+ non volta in gi, ma tutta riversata.
+
+ Lo pianto stesso l pianger non lascia,
+ e l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+ si volge in entro a far crescer lambascia;
+
+ ch le lagrime prime fanno groppo,
+ e s come visiere di cristallo,
+ rempion sotto l ciglio tutto il coppo.
+
+ E avvegna che, s come dun callo,
+ per la freddura ciascun sentimento
+ cessato avesse del mio viso stallo,
+
+ gi mi parea sentire alquanto vento;
+ per chio: Maestro mio, questo chi move?
+ non qua gi ogne vapore spento?.
+
+ Ond elli a me: Avaccio sarai dove
+ di ci ti far locchio la risposta,
+ veggendo la cagion che l fiato piove.
+
+ E un de tristi de la fredda crosta
+ grid a noi: O anime crudeli
+ tanto che data v lultima posta,
+
+ levatemi dal viso i duri veli,
+ s cho sfoghi l duol che l cor mimpregna,
+ un poco, pria che l pianto si raggeli.
+
+ Per chio a lui: Se vuo chi ti sovvegna,
+ dimmi chi se, e sio non ti disbrigo,
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
+
+ Rispuose adunque: I son frate Alberigo;
+ i son quel da le frutta del mal orto,
+ che qui riprendo dattero per figo.
+
+ Oh, diss io lui, or se tu ancor morto?.
+ Ed elli a me: Come l mio corpo stea
+ nel mondo s, nulla scenza porto.
+
+ Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+ che spesse volte lanima ci cade
+ innanzi chAtrops mossa le dea.
+
+ E perch tu pi volentier mi rade
+ le nvetrate lagrime dal volto,
+ sappie che, tosto che lanima trade
+
+ come fec o, il corpo suo l tolto
+ da un demonio, che poscia il governa
+ mentre che l tempo suo tutto sia vlto.
+
+ Ella ruina in s fatta cisterna;
+ e forse pare ancor lo corpo suso
+ de lombra che di qua dietro mi verna.
+
+ Tu l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+ elli ser Branca Doria, e son pi anni
+ poscia passati chel fu s racchiuso.
+
+ Io credo, diss io lui, che tu minganni;
+ ch Branca Doria non mor unquanche,
+ e mangia e bee e dorme e veste panni.
+
+ Nel fosso s, diss el, de Malebranche,
+ l dove bolle la tenace pece,
+ non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+ che questi lasci il diavolo in sua vece
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano
+ che l tradimento insieme con lui fece.
+
+ Ma distendi oggimai in qua la mano;
+ aprimi li occhi. E io non gliel apersi;
+ e cortesia fu lui esser villano.
+
+ Ahi Genovesi, uomini diversi
+ dogne costume e pien dogne magagna,
+ perch non siete voi del mondo spersi?
+
+ Ch col peggiore spirto di Romagna
+ trovai di voi un tal, che per sua opra
+ in anima in Cocito gi si bagna,
+
+ e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+ Inferno Canto XXXIV
+
+
+ Vexilla regis prodeunt inferni
+ verso di noi; per dinanzi mira,
+ disse l maestro mio, se tu l discerni.
+
+ Come quando una grossa nebbia spira,
+ o quando lemisperio nostro annotta,
+ par di lungi un molin che l vento gira,
+
+ veder mi parve un tal dificio allotta;
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro
+ al duca mio, ch non l era altra grotta.
+
+ Gi era, e con paura il metto in metro,
+ l dove lombre tutte eran coperte,
+ e trasparien come festuca in vetro.
+
+ Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+ quella col capo e quella con le piante;
+ altra, com arco, il volto a pi rinverte.
+
+ Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ chal mio maestro piacque di mostrarmi
+ la creatura chebbe il bel sembiante,
+
+ dinnanzi mi si tolse e f restarmi,
+ Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
+ ove convien che di fortezza tarmi.
+
+ Com io divenni allor gelato e fioco,
+ nol dimandar, lettor, chi non lo scrivo,
+ per chogne parlar sarebbe poco.
+
+ Io non mori e non rimasi vivo;
+ pensa oggimai per te, shai fior dingegno,
+ qual io divenni, duno e daltro privo.
+
+ Lo mperador del doloroso regno
+ da mezzo l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+ e pi con un gigante io mi convegno,
+
+ che i giganti non fan con le sue braccia:
+ vedi oggimai quant esser dee quel tutto
+ cha cos fatta parte si confaccia.
+
+ Sel fu s bel com elli ora brutto,
+ e contra l suo fattore alz le ciglia,
+ ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+ Oh quanto parve a me gran maraviglia
+ quand io vidi tre facce a la sua testa!
+ Luna dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+ laltr eran due, che saggiugnieno a questa
+ sovresso l mezzo di ciascuna spalla,
+ e s giugnieno al loco de la cresta:
+
+ e la destra parea tra bianca e gialla;
+ la sinistra a vedere era tal, quali
+ vegnon di l onde l Nilo savvalla.
+
+ Sotto ciascuna uscivan due grand ali,
+ quanto si convenia a tanto uccello:
+ vele di mar non vid io mai cotali.
+
+ Non avean penne, ma di vispistrello
+ era lor modo; e quelle svolazzava,
+ s che tre venti si movean da ello:
+
+ quindi Cocito tutto saggelava.
+ Con sei occhi pianga, e per tre menti
+ gocciava l pianto e sanguinosa bava.
+
+ Da ogne bocca dirompea co denti
+ un peccatore, a guisa di maciulla,
+ s che tre ne facea cos dolenti.
+
+ A quel dinanzi il mordere era nulla
+ verso l graffiar, che talvolta la schiena
+ rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+ Quell anima l s cha maggior pena,
+ disse l maestro, Giuda Scarotto,
+ che l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+ De li altri due channo il capo di sotto,
+ quel che pende dal nero ceffo Bruto:
+ vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+ e laltro Cassio, che par s membruto.
+ Ma la notte risurge, e oramai
+ da partir, ch tutto avem veduto.
+
+ Com a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ ed el prese di tempo e loco poste,
+ e quando lali fuoro aperte assai,
+
+ appigli s a le vellute coste;
+ di vello in vello gi discese poscia
+ tra l folto pelo e le gelate croste.
+
+ Quando noi fummo l dove la coscia
+ si volge, a punto in sul grosso de lanche,
+ lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+ volse la testa ov elli avea le zanche,
+ e aggrappossi al pel com om che sale,
+ s che n inferno i credea tornar anche.
+
+ Attienti ben, ch per cotali scale,
+ disse l maestro, ansando com uom lasso,
+ conviensi dipartir da tanto male.
+
+ Poi usc fuor per lo fro dun sasso
+ e puose me in su lorlo a sedere;
+ appresso porse a me laccorto passo.
+
+ Io levai li occhi e credetti vedere
+ Lucifero com io lavea lasciato,
+ e vidili le gambe in s tenere;
+
+ e sio divenni allora travagliato,
+ la gente grossa il pensi, che non vede
+ qual quel punto chio avea passato.
+
+ Lvati s, disse l maestro, in piede:
+ la via lunga e l cammino malvagio,
+ e gi il sole a mezza terza riede.
+
+ Non era camminata di palagio
+ l v eravam, ma natural burella
+ chavea mal suolo e di lume disagio.
+
+ Prima chio de labisso mi divella,
+ maestro mio, diss io quando fui dritto,
+ a trarmi derro un poco mi favella:
+
+ ov la ghiaccia? e questi com fitto
+ s sottosopra? e come, in s poc ora,
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
+
+ Ed elli a me: Tu imagini ancora
+ desser di l dal centro, ov io mi presi
+ al pel del vermo reo che l mondo fra.
+
+ Di l fosti cotanto quant io scesi;
+ quand io mi volsi, tu passasti l punto
+ al qual si traggon dogne parte i pesi.
+
+ E se or sotto lemisperio giunto
+ ch contraposto a quel che la gran secca
+ coverchia, e sotto l cui colmo consunto
+
+ fu luom che nacque e visse sanza pecca;
+ tu ha i piedi in su picciola spera
+ che laltra faccia fa de la Giudecca.
+
+ Qui da man, quando di l sera;
+ e questi, che ne f scala col pelo,
+ fitto ancora s come prim era.
+
+ Da questa parte cadde gi dal cielo;
+ e la terra, che pria di qua si sporse,
+ per paura di lui f del mar velo,
+
+ e venne a lemisperio nostro; e forse
+ per fuggir lui lasci qui loco vto
+ quella chappar di qua, e s ricorse.
+
+ Luogo l gi da Belzeb remoto
+ tanto quanto la tomba si distende,
+ che non per vista, ma per suono noto
+
+ dun ruscelletto che quivi discende
+ per la buca dun sasso, chelli ha roso,
+ col corso chelli avvolge, e poco pende.
+
+ Lo duca e io per quel cammino ascoso
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+ e sanza cura aver dalcun riposo,
+
+ salimmo s, el primo e io secondo,
+ tanto chi vidi de le cose belle
+ che porta l ciel, per un pertugio tondo.
+
+ E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+ - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ = a grave
+ = e grave
+ = i grave
+ = o grave
+ = u grave
+
+ = e acute
+ = o acute
+
+ = a uml
+ = e uml
+ = i uml
+ = o uml
+ = u uml
+
+ = E grave
+ = E uml
+ = I uml
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+ = left angle quotation mark
+ = right angle quotation mark
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+ = right double quotation mark
+
+ = left single quotation mark
+ = right single quotation mark
+
+ = em dash
+
+ = middot
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+ . . . = ellipsis
+
+
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+
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+
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+End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Inferno, by
+Dante Alighieri
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+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DIVINIA COMMEDIA DI DANTE: INFERNO ***
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+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
+ receipt of the work.
+
+* You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
+Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
+are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
+from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The
+Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm
+trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
+Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
+electronic works, and the medium on which they may be stored, may
+contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
+or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
+other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
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+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
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+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium
+with your written explanation. The person or entity that provided you
+with the defective work may elect to provide a replacement copy in
+lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
+or entity providing it to you may choose to give you a second
+opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
+OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of
+damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
+violates the law of the state applicable to this agreement, the
+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
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+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
+production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
+Defect you cause.
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
+mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
+volunteers and employees are scattered throughout numerous
+locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
+Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
+date contact information can be found at the Foundation's web site and
+official page at www.gutenberg.org/contact
+
+For additional contact information:
+
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
diff --git a/old/old/1009-8.zip b/old/old/1009-8.zip
new file mode 100644
index 0000000..d515711
--- /dev/null
+++ b/old/old/1009-8.zip
Binary files differ
diff --git a/old/old/1ddc809a.txt b/old/old/1ddc809a.txt
new file mode 100644
index 0000000..087517e
--- /dev/null
+++ b/old/old/1ddc809a.txt
@@ -0,0 +1,6864 @@
+The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante: Inferno"
+In Italian with accents [8-bit text]
+Please see notes about various versions beneath this header.
+
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante: Inferno
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #1009]
+
+
+The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante: Inferno"
+*****This file should be named 1ddc809a.txt or 1ddc809a.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 1ddc810.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 1ddc810a.txt.
+
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
+a refund of the money (if any) you paid for this etext by
+sending a request within 30 days of receiving it to the person
+you got it from. If you received this etext on a physical
+medium (such as a disk), you must return it with your request.
+
+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
+This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG-
+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
+Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at
+Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other
+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
+distribute it in the United States without permission and
+without paying copyright royalties. Special rules, set forth
+below, apply if you wish to copy and distribute this etext
+under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark.
+
+To create these etexts, the Project expends considerable
+efforts to identify, transcribe and proofread public domain
+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
+medium they may be on may contain "Defects". Among other
+things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged
+disk or other etext medium, a computer virus, or computer
+codes that damage or cannot be read by your equipment.
+
+LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES
+But for the "Right of Replacement or Refund" described below,
+[1] the Project (and any other party you may receive this
+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
+liability to you for damages, costs and expenses, including
+legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR
+UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT,
+INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE
+OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE
+POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES.
+
+If you discover a Defect in this etext within 90 days of
+receiving it, you can receive a refund of the money (if any)
+you paid for it by sending an explanatory note within that
+time to the person you received it from. If you received it
+on a physical medium, you must return it with your note, and
+such person may choose to alternatively give you a replacement
+copy. If you received it electronically, such person may
+choose to alternatively give you a second opportunity to
+receive it electronically.
+
+THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS
+TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A
+PARTICULAR PURPOSE.
+
+Some states do not allow disclaimers of implied warranties or
+the exclusion or limitation of consequential damages, so the
+above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you
+may have other legal rights.
+
+INDEMNITY
+You will indemnify and hold the Project, its directors,
+officers, members and agents harmless from all liability, cost
+and expense, including legal fees, that arise directly or
+indirectly from any of the following that you do or cause:
+[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification,
+or addition to the etext, or [3] any Defect.
+
+DISTRIBUTION UNDER "PROJECT GUTENBERG-tm"
+You may distribute copies of this etext electronically, or by
+disk, book or any other medium if you either delete this
+"Small Print!" and all other references to Project Gutenberg,
+or:
+
+[1] Only give exact copies of it. Among other things, this
+ requires that you do not remove, alter or modify the
+ etext or this "small print!" statement. You may however,
+ if you wish, distribute this etext in machine readable
+ binary, compressed, mark-up, or proprietary form,
+ including any form resulting from conversion by word pro-
+ cessing or hypertext software, but only so long as
+ *EITHER*:
+
+ [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and
+ does *not* contain characters other than those
+ intended by the author of the work, although tilde
+ (~), asterisk (*) and underline (_) characters may
+ be used to convey punctuation intended by the
+ author, and additional characters may be used to
+ indicate hypertext links; OR
+
+ [*] The etext may be readily converted by the reader at
+ no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent
+ form by the program that displays the etext (as is
+ the case, for instance, with most word processors);
+ OR
+
+ [*] You provide, or agree to also provide on request at
+ no additional cost, fee or expense, a copy of the
+ etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC
+ or other equivalent proprietary form).
+
+[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this
+ "Small Print!" statement.
+
+[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the
+ net profits you derive calculated using the method you
+ already use to calculate your applicable taxes. If you
+ don't derive profits, no royalty is due. Royalties are
+ payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon
+ University" within the 60 days following each
+ date you prepare (or were legally required to prepare)
+ your annual (or equivalent periodic) tax return.
+
+WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO?
+The Project gratefully accepts contributions in money, time,
+scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty
+free copyright licenses, and every other sort of contribution
+you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg
+Association / Carnegie-Mellon University".
+
+*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END*
+
+
+
+
+
+Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext.
+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
+both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
+
+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
+
+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the persons working on the files in them as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 997
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 999
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1009
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1011
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's Translation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1005
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragtory [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1007
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1001
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1003
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+INFERNO
+
+
+
+
+Inferno Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+mi ritrovai per una selva oscura,
+ch la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era cosa dura
+esta selva selvaggia e aspra e forte
+che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant amara che poco pi morte;
+ma per trattar del ben chi vi trovai,
+dir de laltre cose chi vho scorte.
+
+Io non so ben ridir com i vintrai,
+tant era pien di sonno a quel punto
+che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi chi fui al pi dun colle giunto,
+l dove terminava quella valle
+che mavea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto e vidi le sue spalle
+vestite gi de raggi del pianeta
+che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta,
+che nel lago del cor mera durata
+la notte chi passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata,
+uscito fuor del pelago a la riva,
+si volge a lacqua perigliosa e guata,
+
+cos lanimo mio, chancor fuggiva,
+si volse a retro a rimirar lo passo
+che non lasci gi mai persona viva.
+
+Poi chi posato un poco il corpo lasso,
+ripresi via per la piaggia diserta,
+s che l pi fermo sempre era l pi basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de lerta,
+una lonza leggera e presta molto,
+che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+anzi mpediva tanto il mio cammino,
+chi fui per ritornar pi volte vlto.
+
+Temp era dal principio del mattino,
+e l sol montava n s con quelle stelle
+cheran con lui quando lamor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+s cha bene sperar mera cagione
+di quella fiera a la gaetta pelle
+
+lora del tempo e la dolce stagione;
+ma non s che paura non mi desse
+la vista che mapparve dun leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+con la test alta e con rabbiosa fame,
+s che parea che laere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+sembiava carca ne la sua magrezza,
+e molte genti f gi viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+con la paura chuscia di sua vista,
+chio perdei la speranza de laltezza.
+
+E qual quei che volontieri acquista,
+e giugne l tempo che perder lo face,
+che n tutti suoi pensier piange e sattrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+che, venendomi ncontro, a poco a poco
+mi ripigneva l dove l sol tace.
+
+Mentre chi rovinava in basso loco,
+dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+Miserere di me, gridai a lui,
+qual che tu sii, od ombra od omo certo!.
+
+Rispuosemi: Non omo, omo gi fui,
+e li parenti miei furon lombardi,
+mantoani per patra ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+e vissi a Roma sotto l buono Augusto
+nel tempo de li di falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+figliuol dAnchise che venne di Troia,
+poi che l superbo Iln fu combusto.
+
+Ma tu perch ritorni a tanta noia?
+perch non sali il dilettoso monte
+ch principio e cagion di tutta gioia?.
+
+Or se tu quel Virgilio e quella fonte
+che spandi di parlar s largo fiume?,
+rispuos io lui con vergognosa fronte.
+
+O de li altri poeti onore e lume,
+vagliami l lungo studio e l grande amore
+che mha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se lo mio maestro e l mio autore,
+tu se solo colui da cu io tolsi
+lo bello stilo che mha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu io mi volsi;
+aiutami da lei, famoso saggio,
+chella mi fa tremar le vene e i polsi.
+
+A te convien tenere altro vaggio,
+rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+se vuo campar desto loco selvaggio;
+
+ch questa bestia, per la qual tu gride,
+non lascia altrui passar per la sua via,
+ma tanto lo mpedisce che luccide;
+
+e ha natura s malvagia e ria,
+che mai non empie la bramosa voglia,
+e dopo l pasto ha pi fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui sammoglia,
+e pi saranno ancora, infin che l veltro
+verr, che la far morir con doglia.
+
+Questi non ciber terra n peltro,
+ma sapenza, amore e virtute,
+e sua nazion sar tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+per cui mor la vergine Cammilla,
+Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccer per ogne villa,
+fin che lavr rimessa ne lo nferno,
+l onde nvidia prima dipartilla.
+
+Ond io per lo tuo me penso e discerno
+che tu mi segui, e io sar tua guida,
+e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ove udirai le disperate strida,
+vedrai li antichi spiriti dolenti,
+cha la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+nel foco, perch speran di venire
+quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+anima fia a ci pi di me degna:
+con lei ti lascer nel mio partire;
+
+ch quello imperador che l s regna,
+perch i fu ribellante a la sua legge,
+non vuol che n sua citt per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+quivi la sua citt e lalto seggio:
+oh felice colui cu ivi elegge!.
+
+E io a lui: Poeta, io ti richeggio
+per quello Dio che tu non conoscesti,
+acci chio fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni l dov or dicesti,
+s chio veggia la porta di san Pietro
+e color cui tu fai cotanto mesti.
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+Inferno Canto II
+
+
+Lo giorno se nandava, e laere bruno
+toglieva li animai che sono in terra
+da le fatiche loro; e io sol uno
+
+mapparecchiava a sostener la guerra
+s del cammino e s de la pietate,
+che ritrarr la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or maiutate;
+o mente che scrivesti ci chio vidi,
+qui si parr la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: Poeta che mi guidi,
+guarda la mia virt sell possente,
+prima cha lalto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvo il parente,
+corruttibile ancora, ad immortale
+secolo and, e fu sensibilmente.
+
+Per, se lavversario dogne male
+cortese i fu, pensando lalto effetto
+chuscir dovea di lui, e l chi e l quale
+
+non pare indegno ad omo dintelletto;
+che fu de lalma Roma e di suo impero
+ne lempireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e l quale, a voler dir lo vero,
+fu stabilita per lo loco santo
+u siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest andata onde li dai tu vanto,
+intese cose che furon cagione
+di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas delezone,
+per recarne conforto a quella fede
+ch principio a la via di salvazione.
+
+Ma io, perch venirvi? o chi l concede?
+Io non Ena, io non Paulo sono;
+me degno a ci n io n altri l crede.
+
+Per che, se del venire io mabbandono,
+temo che la venuta non sia folle.
+Se savio; intendi me chi non ragiono.
+
+E qual quei che disvuol ci che volle
+e per novi pensier cangia proposta,
+s che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec o n quella oscura costa,
+perch, pensando, consumai la mpresa
+che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+Si ho ben la parola tua intesa,
+rispuose del magnanimo quell ombra,
+lanima tua da viltade offesa;
+
+la qual molte fate lomo ingombra
+s che donrata impresa lo rivolve,
+come falso veder bestia quand ombra.
+
+Da questa tema acci che tu ti solve,
+dirotti perch io venni e quel chio ntesi
+nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+e donna mi chiam beata e bella,
+tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi pi che la stella;
+e cominciommi a dir soave e piana,
+con angelica voce, in sua favella:
+
+O anima cortese mantoana,
+di cui la fama ancor nel mondo dura,
+e durer quanto l mondo lontana,
+
+lamico mio, e non de la ventura,
+ne la diserta piaggia impedito
+s nel cammin, che vlt per paura;
+
+e temo che non sia gi s smarrito,
+chio mi sia tardi al soccorso levata,
+per quel chi ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+e con ci cha mestieri al suo campare,
+laiuta s chi ne sia consolata.
+
+I son Beatrice che ti faccio andare;
+vegno del loco ove tornar disio;
+amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando sar dinanzi al segnor mio,
+di te mi loder sovente a lui.
+Tacette allora, e poi comincia io:
+
+O donna di virt sola per cui
+lumana spezie eccede ogne contento
+di quel ciel cha minor li cerchi sui,
+
+tanto maggrada il tuo comandamento,
+che lubidir, se gi fosse, m tardi;
+pi non t uo chaprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+de lo scender qua giuso in questo centro
+de lampio loco ove tornar tu ardi.
+
+Da che tu vuo saver cotanto a dentro,
+dirotti brievemente, mi rispuose,
+perch i non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+channo potenza di fare altrui male;
+de laltre no, ch non son paurose.
+
+I son fatta da Dio, sua merc, tale,
+che la vostra miseria non mi tange,
+n fiamma desto ncendio non massale.
+
+Donna gentil nel ciel che si compiange
+di questo mpedimento ov io ti mando,
+s che duro giudicio l s frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+e disse:Or ha bisogno il tuo fedele
+di te, e io a te lo raccomando.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+si mosse, e venne al loco dov i era,
+che mi sedea con lantica Rachele.
+
+Disse:Beatrice, loda di Dio vera,
+ch non soccorri quei che tam tanto,
+chusc per te de la volgare schiera?
+
+Non odi tu la pieta del suo pianto,
+non vedi tu la morte che l combatte
+su la fiumana ove l mar non ha vanto?.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+a far lor pro o a fuggir lor danno,
+com io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua gi del mio beato scanno,
+fidandomi del tuo parlare onesto,
+chonora te e quei chudito lhanno.
+
+Poscia che mebbe ragionato questo,
+li occhi lucenti lagrimando volse,
+per che mi fece del venir pi presto.
+
+E venni a te cos com ella volse:
+dinanzi a quella fiera ti levai
+che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che ? perch, perch restai,
+perch tanta vilt nel core allette,
+perch ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+curan di te ne la corte del cielo,
+e l mio parlar tanto ben ti promette?.
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca,
+si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec io di mia virtude stanca,
+e tanto buono ardire al cor mi corse,
+chi cominciai come persona franca:
+
+Oh pietosa colei che mi soccorse!
+e te cortese chubidisti tosto
+a le vere parole che ti porse!
+
+Tu mhai con disiderio il cor disposto
+s al venir con le parole tue,
+chi son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, chun sol volere dambedue:
+tu duca, tu segnore e tu maestro.
+Cos li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+Inferno Canto III
+
+
+Per me si va ne la citt dolente,
+per me si va ne letterno dolore,
+per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore;
+fecemi la divina podestate,
+la somma sapenza e l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+se non etterne, e io etterno duro.
+Lasciate ogne speranza, voi chintrate.
+
+Queste parole di colore oscuro
+vid o scritte al sommo duna porta;
+per chio: Maestro, il senso lor m duro.
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ogne vilt convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov i tho detto
+che tu vedrai le genti dolorose
+channo perduto il ben de lintelletto.
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+con lieto volto, ond io mi confortai,
+mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+risonavan per laere sanza stelle,
+per chio al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+parole di dolore, accenti dira,
+voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual saggira
+sempre in quell aura sanza tempo tinta,
+come la rena quando turbo spira.
+
+E io chavea derror la testa cinta,
+dissi: Maestro, che quel chi odo?
+e che gent che par nel duol s vinta?.
+
+Ed elli a me: Questo misero modo
+tegnon lanime triste di coloro
+che visser sanza nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+de li angeli che non furon ribelli
+n fur fedeli a Dio, ma per s fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+n lo profondo inferno li riceve,
+chalcuna gloria i rei avrebber delli.
+
+E io: Maestro, che tanto greve
+a lor che lamentar li fa s forte?.
+Rispuose: Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte,
+e la lor cieca vita tanto bassa,
+che nvidosi son dogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+misericordia e giustizia li sdegna:
+non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
+
+E io, che riguardai, vidi una nsegna
+che girando correva tanto ratta,
+che dogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le vena s lunga tratta
+di gente, chi non averei creduto
+che morte tanta navesse disfatta.
+
+Poscia chio vebbi alcun riconosciuto,
+vidi e conobbi lombra di colui
+che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+che questa era la setta di cattivi,
+a Dio spiacenti e a nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+erano ignudi e stimolati molto
+da mosconi e da vespe cheran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+che, mischiato di lagrime, a lor piedi
+da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi cha riguardar oltre mi diedi,
+vidi genti a la riva dun gran fiume;
+per chio dissi: Maestro, or mi concedi
+
+chi sappia quali sono, e qual costume
+le fa di trapassar parer s pronte,
+com i discerno per lo fioco lume.
+
+Ed elli a me: Le cose ti fier conte
+quando noi fermerem li nostri passi
+su la trista riviera dAcheronte.
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+temendo no l mio dir li fosse grave,
+infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+un vecchio, bianco per antico pelo,
+gridando: Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+i vegno per menarvi a laltra riva
+ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.
+
+E tu che se cost, anima viva,
+prtiti da cotesti che son morti.
+Ma poi che vide chio non mi partiva,
+
+disse: Per altra via, per altri porti
+verrai a piaggia, non qui, per passare:
+pi lieve legno convien che ti porti.
+
+E l duca lui: Caron, non ti crucciare:
+vuolsi cos col dove si puote
+ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+al nocchier de la livida palude,
+che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell anime, cheran lasse e nude,
+cangiar colore e dibattero i denti,
+ratto che nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+lumana spezie e l loco e l tempo e l seme
+di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+forte piangendo, a la riva malvagia
+chattende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia
+loro accennando, tutte le raccoglie;
+batte col remo qualunque sadagia.
+
+Come dautunno si levan le foglie
+luna appresso de laltra, fin che l ramo
+vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme dAdamo
+gittansi di quel lito ad una ad una,
+per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Cos sen vanno su per londa bruna,
+e avanti che sien di l discese,
+anche di qua nuova schiera sauna.
+
+Figliuol mio, disse l maestro cortese,
+quelli che muoion ne lira di Dio
+tutti convegnon qui dogne paese;
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ch la divina giustizia li sprona,
+s che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+e per, se Caron di te si lagna,
+ben puoi sapere omai che l suo dir suona.
+
+Finito questo, la buia campagna
+trem s forte, che de lo spavento
+la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+che balen una luce vermiglia
+la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come luom cui sonno piglia.
+
+
+
+Inferno Canto IV
+
+
+Ruppemi lalto sonno ne la testa
+un greve truono, s chio mi riscossi
+come persona ch per forza desta;
+
+e locchio riposato intorno mossi,
+dritto levato, e fiso riguardai
+per conoscer lo loco dov io fossi.
+
+Vero che n su la proda mi trovai
+de la valle dabisso dolorosa
+che ntrono accoglie dinfiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+io non vi discernea alcuna cosa.
+
+Or discendiam qua gi nel cieco mondo,
+cominci il poeta tutto smorto.
+Io sar primo, e tu sarai secondo.
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+dissi: Come verr, se tu paventi
+che suoli al mio dubbiare esser conforto?.
+
+Ed elli a me: Langoscia de le genti
+che son qua gi, nel viso mi dipigne
+quella piet che tu per tema senti.
+
+Andiam, ch la via lunga ne sospigne.
+Cos si mise e cos mi f intrare
+nel primo cerchio che labisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+non avea pianto mai che di sospiri
+che laura etterna facevan tremare;
+
+ci avvenia di duol sanza martri,
+chavean le turbe, cheran molte e grandi,
+dinfanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: Tu non dimandi
+che spiriti son questi che tu vedi?
+Or vo che sappi, innanzi che pi andi,
+
+chei non peccaro; e selli hanno mercedi,
+non basta, perch non ebber battesmo,
+ch porta de la fede che tu credi;
+
+e se furon dinanzi al cristianesmo,
+non adorar debitamente a Dio:
+e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+semo perduti, e sol di tanto offesi
+che sanza speme vivemo in disio.
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi,
+per che gente di molto valore
+conobbi che n quel limbo eran sospesi.
+
+Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore,
+comincia io per voler esser certo
+di quella fede che vince ogne errore:
+
+uscicci mai alcuno, o per suo merto
+o per altrui, che poi fosse beato?.
+E quei che ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: Io era nuovo in questo stato,
+quando ci vidi venire un possente,
+con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci lombra del primo parente,
+dAbl suo figlio e quella di No,
+di Mos legista e ubidente;
+
+Abram patrarca e Davd re,
+Isral con lo padre e co suoi nati
+e con Rachele, per cui tanto f,
+
+e altri molti, e feceli beati.
+E vo che sappi che, dinanzi ad essi,
+spiriti umani non eran salvati.
+
+Non lasciavam landar perch ei dicessi,
+ma passavam la selva tuttavia,
+la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+di qua dal sonno, quand io vidi un foco
+chemisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi neravamo ancora un poco,
+ma non s chio non discernessi in parte
+chorrevol gente possedea quel loco.
+
+O tu chonori scenza e arte,
+questi chi son channo cotanta onranza,
+che dal modo de li altri li diparte?.
+
+E quelli a me: Lonrata nominanza
+che di lor suona s ne la tua vita,
+graza acquista in ciel che s li avanza.
+
+Intanto voce fu per me udita:
+Onorate laltissimo poeta;
+lombra sua torna, chera dipartita.
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+vidi quattro grand ombre a noi venire:
+sembianz avevan n trista n lieta.
+
+Lo buon maestro cominci a dire:
+Mira colui con quella spada in mano,
+che vien dinanzi ai tre s come sire:
+
+quelli Omero poeta sovrano;
+laltro Orazio satiro che vene;
+Ovidio l terzo, e lultimo Lucano.
+
+Per che ciascun meco si convene
+nel nome che son la voce sola,
+fannomi onore, e di ci fanno bene.
+
+Cos vid i adunar la bella scola
+di quel segnor de laltissimo canto
+che sovra li altri com aquila vola.
+
+Da chebber ragionato insieme alquanto,
+volsersi a me con salutevol cenno,
+e l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e pi donore ancora assai mi fenno,
+che s mi fecer de la loro schiera,
+s chio fui sesto tra cotanto senno.
+
+Cos andammo infino a la lumera,
+parlando cose che l tacere bello,
+s com era l parlar col dov era.
+
+Venimmo al pi dun nobile castello,
+sette volte cerchiato dalte mura,
+difeso intorno dun bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+per sette porte intrai con questi savi:
+giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti veran con occhi tardi e gravi,
+di grande autorit ne lor sembianti:
+parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci cos da lun de canti,
+in loco aperto, luminoso e alto,
+s che veder si potien tutti quanti.
+
+Col diritto, sovra l verde smalto,
+mi fuor mostrati li spiriti magni,
+che del vedere in me stesso messalto.
+
+I vidi Eletra con molti compagni,
+tra quai conobbi Ettr ed Enea,
+Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+da laltra parte vidi l re Latino
+che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che cacci Tarquino,
+Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia;
+e solo, in parte, vidi l Saladino.
+
+Poi chinnalzai un poco pi le ciglia,
+vidi l maestro di color che sanno
+seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+quivi vid o Socrate e Platone,
+che nnanzi a li altri pi presso li stanno;
+
+Democrito che l mondo a caso pone,
+Dogens, Anassagora e Tale,
+Empedocls, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+Dascoride dico; e vidi Orfeo,
+Tulo e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geomtra e Tolomeo,
+Ipocrte, Avicenna e Galeno,
+Averos, che l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+per che s mi caccia il lungo tema,
+che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+per altra via mi mena il savio duca,
+fuor de la queta, ne laura che trema.
+
+E vegno in parte ove non che luca.
+
+
+
+Inferno Canto V
+
+
+Cos discesi del cerchio primaio
+gi nel secondo, che men loco cinghia
+e tanto pi dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Mins orribilmente, e ringhia:
+essamina le colpe ne lintrata;
+giudica e manda secondo chavvinghia.
+
+Dico che quando lanima mal nata
+li vien dinanzi, tutta si confessa;
+e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco dinferno da essa;
+cignesi con la coda tante volte
+quantunque gradi vuol che gi sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+dicono e odono e poi son gi volte.
+
+O tu che vieni al doloroso ospizio,
+disse Mins a me quando mi vide,
+lasciando latto di cotanto offizio,
+
+guarda com entri e di cui tu ti fide;
+non tinganni lampiezza de lintrare!.
+E l duca mio a lui: Perch pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+vuolsi cos col dove si puote
+ci che si vuole, e pi non dimandare.
+
+Or incomincian le dolenti note
+a farmisi sentire; or son venuto
+l dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco dogne luce muto,
+che mugghia come fa mar per tempesta,
+se da contrari venti combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+mena li spirti con la sua rapina;
+voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+quivi le strida, il compianto, il lamento;
+bestemmian quivi la virt divina.
+
+Intesi cha cos fatto tormento
+enno dannati i peccator carnali,
+che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan lali
+nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+cos quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di l, di gi, di s li mena;
+nulla speranza li conforta mai,
+non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+faccendo in aere di s lunga riga,
+cos vid io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+per chi dissi: Maestro, chi son quelle
+genti che laura nera s gastiga?.
+
+La prima di color di cui novelle
+tu vuo saper, mi disse quelli allotta,
+fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu s rotta,
+che libito f licito in sua legge,
+per trre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell Semirams, di cui si legge
+che succedette a Nino e fu sua sposa:
+tenne la terra che l Soldan corregge.
+
+Laltra colei che sancise amorosa,
+e ruppe fede al cener di Sicheo;
+poi Cleopatrs lussurosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+tempo si volse, e vedi l grande Achille,
+che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Pars, Tristano; e pi di mille
+ombre mostrommi e nominommi a dito,
+chamor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia chio ebbi l mio dottore udito
+nomar le donne antiche e cavalieri,
+piet mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I cominciai: Poeta, volontieri
+parlerei a quei due che nsieme vanno,
+e paion s al vento esser leggeri.
+
+Ed elli a me: Vedrai quando saranno
+pi presso a noi; e tu allor li priega
+per quello amor che i mena, ed ei verranno.
+
+S tosto come il vento a noi li piega,
+mossi la voce: O anime affannate,
+venite a noi parlar, saltri nol niega!.
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+con lali alzate e ferme al dolce nido
+vegnon per laere, dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov Dido,
+a noi venendo per laere maligno,
+s forte fu laffettoso grido.
+
+O animal grazoso e benigno
+che visitando vai per laere perso
+noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de luniverso,
+noi pregheremmo lui de la tua pace,
+poi chai piet del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+noi udiremo e parleremo a voi,
+mentre che l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+su la marina dove l Po discende
+per aver pace co seguaci sui.
+
+Amor, chal cor gentil ratto sapprende,
+prese costui de la bella persona
+che mi fu tolta; e l modo ancor moffende.
+
+Amor, cha nullo amato amar perdona,
+mi prese del costui piacer s forte,
+che, come vedi, ancor non mabbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte.
+Caina attende chi a vita ci spense.
+Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand io intesi quell anime offense,
+china il viso, e tanto il tenni basso,
+fin che l poeta mi disse: Che pense?.
+
+Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso,
+quanti dolci pensier, quanto disio
+men costoro al doloroso passo!.
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla io,
+e cominciai: Francesca, i tuoi martri
+a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri,
+a che e come concedette amore
+che conosceste i dubbiosi disiri?.
+
+E quella a me: Nessun maggior dolore
+che ricordarsi del tempo felice
+ne la miseria; e ci sa l tuo dottore.
+
+Ma sa conoscer la prima radice
+del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+dir come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+di Lancialotto come amor lo strinse;
+soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per pi fate li occhi ci sospinse
+quella lettura, e scolorocci il viso;
+ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disato riso
+esser basciato da cotanto amante,
+questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi basci tutto tremante.
+Galeotto fu l libro e chi lo scrisse:
+quel giorno pi non vi leggemmo avante.
+
+Mentre che luno spirto questo disse,
+laltro pianga; s che di pietade
+io venni men cos com io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+Inferno Canto VI
+
+
+Al tornar de la mente, che si chiuse
+dinanzi a la piet di due cognati,
+che di trestizia tutto mi confuse,
+
+novi tormenti e novi tormentati
+mi veggio intorno, come chio mi mova
+e chio mi volga, e come che io guati.
+
+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+etterna, maladetta, fredda e greve;
+regola e qualit mai non l nova.
+
+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+per laere tenebroso si riversa;
+pute la terra che questo riceve.
+
+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+con tre gole caninamente latra
+sovra la gente che quivi sommersa.
+
+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+e l ventre largo, e unghiate le mani;
+graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+de lun de lati fanno a laltro schermo;
+volgonsi spesso i miseri profani.
+
+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+non avea membro che tenesse fermo.
+
+E l duca mio distese le sue spanne,
+prese la terra, e con piene le pugna
+la gitt dentro a le bramose canne.
+
+Qual quel cane chabbaiando agogna,
+e si racqueta poi che l pasto morde,
+ch solo a divorarlo intende e pugna,
+
+cotai si fecer quelle facce lorde
+de lo demonio Cerbero, che ntrona
+lanime s, chesser vorrebber sorde.
+
+Noi passavam su per lombre che adona
+la greve pioggia, e ponavam le piante
+sovra lor vanit che par persona.
+
+Elle giacean per terra tutte quante,
+fuor duna cha seder si lev, ratto
+chella ci vide passarsi davante.
+
+O tu che se per questo nferno tratto,
+mi disse, riconoscimi, se sai:
+tu fosti, prima chio disfatto, fatto.
+
+E io a lui: Langoscia che tu hai
+forse ti tira fuor de la mia mente,
+s che non par chi ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se che n s dolente
+loco se messo, e hai s fatta pena,
+che, saltra maggio, nulla s spiacente.
+
+Ed elli a me: La tua citt, ch piena
+dinvidia s che gi trabocca il sacco,
+seco mi tenne in la vita serena.
+
+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+per la dannosa colpa de la gola,
+come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ch tutte queste a simil pena stanno
+per simil colpa. E pi non f parola.
+
+Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno
+mi pesa s, cha lagrimar mi nvita;
+ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la citt partita;
+salcun v giusto; e dimmi la cagione
+per che lha tanta discordia assalita.
+
+E quelli a me: Dopo lunga tencione
+verranno al sangue, e la parte selvaggia
+caccer laltra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+infra tre soli, e che laltra sormonti
+con la forza di tal che test piaggia.
+
+Alte terr lungo tempo le fronti,
+tenendo laltra sotto gravi pesi,
+come che di ci pianga o che naonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+superbia, invidia e avarizia sono
+le tre faville channo i cuori accesi.
+
+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+E io a lui: Ancor vo che mi nsegni
+e che di pi parlar mi facci dono.
+
+Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni,
+Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca
+e li altri cha ben far puoser li ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa chio li conosca;
+ch gran disio mi stringe di savere
+se l ciel li addolcia o lo nferno li attosca.
+
+E quelli: Ei son tra lanime pi nere;
+diverse colpe gi li grava al fondo:
+se tanto scendi, l i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+priegoti cha la mente altrui mi rechi:
+pi non ti dico e pi non ti rispondo.
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+guardommi un poco e poi chin la testa:
+cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+E l duca disse a me: Pi non si desta
+di qua dal suon de langelica tromba,
+quando verr la nimica podesta:
+
+ciascun riveder la trista tomba,
+ripiglier sua carne e sua figura,
+udir quel chin etterno rimbomba.
+
+S trapassammo per sozza mistura
+de lombre e de la pioggia, a passi lenti,
+toccando un poco la vita futura;
+
+per chio dissi: Maestro, esti tormenti
+crescerann ei dopo la gran sentenza,
+o fier minori, o saran s cocenti?.
+
+Ed elli a me: Ritorna a tua scenza,
+che vuol, quanto la cosa pi perfetta,
+pi senta il bene, e cos la doglienza.
+
+Tutto che questa gente maladetta
+in vera perfezion gi mai non vada,
+di l pi che di qua essere aspetta.
+
+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+parlando pi assai chi non ridico;
+venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+Inferno Canto VII
+
+
+Pape Satn, pape Satn aleppe!,
+cominci Pluto con la voce chioccia;
+e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: Non ti noccia
+la tua paura; ch, poder chelli abbia,
+non ci torr lo scender questa roccia.
+
+Poi si rivolse a quella nfiata labbia,
+e disse: Taci, maladetto lupo!
+consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+Non sanza cagion landare al cupo:
+vuolsi ne lalto, l dove Michele
+f la vendetta del superbo strupo.
+
+Quali dal vento le gonfiate vele
+caggiono avvolte, poi che lalber fiacca,
+tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+Cos scendemmo ne la quarta lacca,
+pigliando pi de la dolente ripa
+che l mal de luniverso tutto insacca.
+
+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+nove travaglie e pene quant io viddi?
+e perch nostra colpa s ne scipa?
+
+Come fa londa l sovra Cariddi,
+che si frange con quella in cui sintoppa,
+cos convien che qui la gente riddi.
+
+Qui vid i gente pi chaltrove troppa,
+e duna parte e daltra, con grand urli,
+voltando pesi per forza di poppa.
+
+Percotansi ncontro; e poscia pur l
+si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+gridando: Perch tieni? e Perch burli?.
+
+Cos tornavan per lo cerchio tetro
+da ogne mano a lopposito punto,
+gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+poi si volgea ciascun, quand era giunto,
+per lo suo mezzo cerchio a laltra giostra.
+E io, chavea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: Maestro mio, or mi dimostra
+che gente questa, e se tutti fuor cherci
+questi chercuti a la sinistra nostra.
+
+Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
+s de la mente in la vita primaia,
+che con misura nullo spendio ferci.
+
+Assai la voce lor chiaro labbaia,
+quando vegnono a due punti del cerchio
+dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+piloso al capo, e papi e cardinali,
+in cui usa avarizia il suo soperchio.
+
+E io: Maestro, tra questi cotali
+dovre io ben riconoscere alcuni
+che furo immondi di cotesti mali.
+
+Ed elli a me: Vano pensiero aduni:
+la sconoscente vita che i f sozzi,
+ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+In etterno verranno a li due cozzi:
+questi resurgeranno del sepulcro
+col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+di ben che son commessi a la fortuna,
+per che lumana gente si rabbuffa;
+
+ch tutto loro ch sotto la luna
+e che gi fu, di quest anime stanche
+non poterebbe farne posare una.
+
+Maestro mio, diss io, or mi d anche:
+questa fortuna di che tu mi tocche,
+che , che i ben del mondo ha s tra branche?.
+
+E quelli a me: Oh creature sciocche,
+quanta ignoranza quella che voffende!
+Or vo che tu mia sentenza ne mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+fece li cieli e di lor chi conduce
+s, chogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+Similemente a li splendor mondani
+ordin general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+di gente in gente e duno in altro sangue,
+oltre la difension di senni umani;
+
+per chuna gente impera e laltra langue,
+seguendo lo giudicio di costei,
+che occulto come in erba langue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+questa provede, giudica, e persegue
+suo regno come il loro li altri di.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue:
+necessit la fa esser veloce;
+s spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest colei ch tanto posta in croce
+pur da color che le dovrien dar lode,
+dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s beata e ci non ode:
+con laltre prime creature lieta
+volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+gi ogne stella cade che saliva
+quand io mi mossi, e l troppo star si vieta.
+
+Noi ricidemmo il cerchio a laltra riva
+sovr una fonte che bolle e riversa
+per un fossato che da lei deriva.
+
+Lacqua era buia assai pi che persa;
+e noi, in compagnia de londe bige,
+intrammo gi per una via diversa.
+
+In la palude va cha nome Stige
+questo tristo ruscel, quand disceso
+al pi de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+vidi genti fangose in quel pantano,
+ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ma con la testa e col petto e coi piedi,
+troncandosi co denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi
+lanime di color cui vinse lira;
+e anche vo che tu per certo credi
+
+che sotto lacqua gente che sospira,
+e fanno pullular quest acqua al summo,
+come locchio ti dice, u che saggira.
+
+Fitti nel limo dicon: Tristi fummo
+ne laere dolce che dal sol sallegra,
+portando dentro accidoso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra.
+Quest inno si gorgoglian ne la strozza,
+ch dir nol posson con parola integra.
+
+Cos girammo de la lorda pozza
+grand arco tra la ripa secca e l mzzo,
+con li occhi vlti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al pi duna torre al da sezzo.
+
+
+
+Inferno Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, chassai prima
+che noi fossimo al pi de lalta torre,
+li occhi nostri nandar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre,
+e unaltra da lungi render cenno,
+tanto cha pena il potea locchio trre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto l senno;
+dissi: Questo che dice? e che risponde
+quell altro foco? e chi son quei che l fenno?.
+
+Ed elli a me: Su per le sucide onde
+gi scorgere puoi quello che saspetta,
+se l fummo del pantan nol ti nasconde.
+
+Corda non pinse mai da s saetta
+che s corresse via per laere snella,
+com io vidi una nave piccioletta
+
+venir per lacqua verso noi in quella,
+sotto l governo dun sol galeoto,
+che gridava: Or se giunta, anima fella!.
+
+Flegs, Flegs, tu gridi a vto,
+disse lo mio segnore, a questa volta:
+pi non ci avrai che sol passando il loto.
+
+Qual colui che grande inganno ascolta
+che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+fecesi Flegs ne lira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+e poi mi fece intrare appresso lui;
+e sol quand io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che l duca e io nel legno fui,
+segando se ne va lantica prora
+de lacqua pi che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+dinanzi mi si fece un pien di fango,
+e disse: Chi se tu che vieni anzi ora?.
+
+E io a lui: Si vegno, non rimango;
+ma tu chi se, che s se fatto brutto?.
+Rispuose: Vedi che son un che piango.
+
+E io a lui: Con piangere e con lutto,
+spirito maladetto, ti rimani;
+chi ti conosco, ancor sie lordo tutto.
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+per che l maestro accorto lo sospinse,
+dicendo: Via cost con li altri cani!.
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+basciommi l volto e disse: Alma sdegnosa,
+benedetta colei che n te sincinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+bont non che sua memoria fregi:
+cos s lombra sua qui furosa.
+
+Quanti si tegnon or l s gran regi
+che qui staranno come porci in brago,
+di s lasciando orribili dispregi!.
+
+E io: Maestro, molto sarei vago
+di vederlo attuffare in questa broda
+prima che noi uscissimo del lago.
+
+Ed elli a me: Avante che la proda
+ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+di tal diso convien che tu goda.
+
+Dopo ci poco vid io quello strazio
+far di costui a le fangose genti,
+che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: A Filippo Argenti!;
+e l fiorentino spirito bizzarro
+in s medesmo si volvea co denti.
+
+Quivi il lasciammo, che pi non ne narro;
+ma ne lorecchie mi percosse un duolo,
+per chio avante locchio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: Omai, figliuolo,
+sappressa la citt cha nome Dite,
+coi gravi cittadin, col grande stuolo.
+
+E io: Maestro, gi le sue meschite
+l entro certe ne la valle cerno,
+vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno
+chentro laffoca le dimostra rosse,
+come tu vedi in questo basso inferno.
+
+Noi pur giugnemmo dentro a lalte fosse
+che vallan quella terra sconsolata:
+le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+venimmo in parte dove il nocchier forte
+Usciteci, grid: qui lintrata.
+
+Io vidi pi di mille in su le porte
+da ciel piovuti, che stizzosamente
+dicean: Chi costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?.
+E l savio mio maestro fece segno
+di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno
+e disser: Vien tu solo, e quei sen vada
+che s ardito intr per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai,
+che li ha iscorta s buia contrada.
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+nel suon de le parole maladette,
+ch non credetti ritornarci mai.
+
+O caro duca mio, che pi di sette
+volte mhai sicurt renduta e tratto
+dalto periglio che ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar, diss io, cos disfatto;
+e se l passar pi oltre ci negato,
+ritroviam lorme nostre insieme ratto.
+
+E quel segnor che l mavea menato,
+mi disse: Non temer; ch l nostro passo
+non ci pu trre alcun: da tal n dato.
+
+Ma qui mattendi, e lo spirito lasso
+conforta e ciba di speranza buona,
+chi non ti lascer nel mondo basso.
+
+Cos sen va, e quivi mabbandona
+lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+che s e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello cha lor porse;
+ma ei non stette l con essi guari,
+che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que nostri avversari
+nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+dogne baldanza, e dicea ne sospiri:
+Chi mha negate le dolenti case!.
+
+E a me disse: Tu, perch io madiri,
+non sbigottir, chio vincer la prova,
+qual cha la difension dentro saggiri.
+
+Questa lor tracotanza non nova;
+ch gi lusaro a men segreta porta,
+la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr essa vedest la scritta morta:
+e gi di qua da lei discende lerta,
+passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta.
+
+
+
+Inferno Canto IX
+
+
+Quel color che vilt di fuor mi pinse
+veggendo il duca mio tornare in volta,
+pi tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si ferm com uom chascolta;
+ch locchio nol potea menare a lunga
+per laere nero e per la nebbia folta.
+
+Pur a noi converr vincer la punga,
+cominci el, se non . . . Tal ne sofferse.
+Oh quanto tarda a me chaltri qui giunga!.
+
+I vidi ben s com ei ricoperse
+lo cominciar con laltro che poi venne,
+che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+perch io traeva la parola tronca
+forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+In questo fondo de la trista conca
+discende mai alcun del primo grado,
+che sol per pena ha la speranza cionca?.
+
+Questa question fec io; e quei Di rado
+incontra, mi rispuose, che di noi
+faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver chaltra fata qua gi fui,
+congiurato da quella Eritn cruda
+che richiamava lombre a corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+chella mi fece intrar dentr a quel muro,
+per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell l pi basso loco e l pi oscuro,
+e l pi lontan dal ciel che tutto gira:
+ben so l cammin; per ti fa sicuro.
+
+Questa palude che l gran puzzo spira
+cigne dintorno la citt dolente,
+u non potemo intrare omai sanz ira.
+
+E altro disse, ma non lho a mente;
+per che locchio mavea tutto tratto
+ver lalta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+tre fure infernal di sangue tinte,
+che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+serpentelli e ceraste avien per crine,
+onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+de la regina de letterno pianto,
+Guarda, mi disse, le feroci Erine.
+
+Quest Megera dal sinistro canto;
+quella che piange dal destro Aletto;
+Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto.
+
+Con lunghie si fendea ciascuna il petto;
+battiensi a palme e gridavan s alto,
+chi mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+Vegna Medusa: s l farem di smalto,
+dicevan tutte riguardando in giuso;
+mal non vengiammo in Teso lassalto.
+
+Volgiti n dietro e tien lo viso chiuso;
+ch se l Gorgn si mostra e tu l vedessi,
+nulla sarebbe di tornar mai suso.
+
+Cos disse l maestro; ed elli stessi
+mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi chavete li ntelletti sani,
+mirate la dottrina che sasconde
+sotto l velame de li versi strani.
+
+E gi vena su per le torbide onde
+un fracasso dun suon, pien di spavento,
+per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che dun vento
+impetoso per li avversi ardori,
+che fier la selva e sanz alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+dinanzi polveroso va superbo,
+e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo
+del viso su per quella schiuma antica
+per indi ove quel fummo pi acerbo.
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+biscia per lacqua si dileguan tutte,
+fin cha la terra ciascuna sabbica,
+
+vid io pi di mille anime distrutte
+fuggir cos dinanzi ad un chal passo
+passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell aere grasso,
+menando la sinistra innanzi spesso;
+e sol di quell angoscia parea lasso.
+
+Ben maccorsi chelli era da ciel messo,
+e volsimi al maestro; e quei f segno
+chi stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+Venne a la porta e con una verghetta
+laperse, che non vebbe alcun ritegno.
+
+O cacciati del ciel, gente dispetta,
+cominci elli in su lorribil soglia,
+ond esta oltracotanza in voi salletta?
+
+Perch recalcitrate a quella voglia
+a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+e che pi volte vha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ne porta ancor pelato il mento e l gozzo.
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+e non f motto a noi, ma f sembiante
+domo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li davante;
+e noi movemmo i piedi inver la terra,
+sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li ntrammo sanz alcuna guerra;
+e io, chavea di riguardar disio
+la condizion che tal fortezza serra,
+
+com io fui dentro, locchio intorno invio:
+e veggio ad ogne man grande campagna,
+piena di duolo e di tormento rio.
+
+S come ad Arli, ove Rodano stagna,
+s com a Pola, presso del Carnaro
+chItalia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt il loco varo,
+cos facevan quivi dogne parte,
+salvo che l modo vera pi amaro;
+
+ch tra li avelli fiamme erano sparte,
+per le quali eran s del tutto accesi,
+che ferro pi non chiede verun arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+e fuor nuscivan s duri lamenti,
+che ben parean di miseri e doffesi.
+
+E io: Maestro, quai son quelle genti
+che, seppellite dentro da quell arche,
+si fan sentir coi sospiri dolenti?.
+
+E quelli a me: Qui son li eresarche
+con lor seguaci, dogne setta, e molto
+pi che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile sepolto,
+e i monimenti son pi e men caldi.
+E poi cha la man destra si fu vlto,
+
+passammo tra i martri e li alti spaldi.
+
+
+
+Inferno Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+tra l muro de la terra e li martri,
+lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+O virt somma, che per li empi giri
+mi volvi, cominciai, com a te piace,
+parlami, e sodisfammi a miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+potrebbesi veder? gi son levati
+tutt i coperchi, e nessun guardia face.
+
+E quelli a me: Tutti saran serrati
+quando di Iosaft qui torneranno
+coi corpi che l s hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+con Epicuro tutti suoi seguaci,
+che lanima col corpo morta fanno.
+
+Per a la dimanda che mi faci
+quinc entro satisfatto sar tosto,
+e al disio ancor che tu mi taci.
+
+E io: Buon duca, non tegno riposto
+a te mio cuor se non per dicer poco,
+e tu mhai non pur mo a ci disposto.
+
+O Tosco che per la citt del foco
+vivo ten vai cos parlando onesto,
+piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+di quella nobil patra natio,
+a la qual forse fui troppo molesto.
+
+Subitamente questo suono usco
+duna de larche; per maccostai,
+temendo, un poco pi al duca mio.
+
+Ed el mi disse: Volgiti! Che fai?
+Vedi l Farinata che s dritto:
+da la cintola in s tutto l vedrai.
+
+Io avea gi il mio viso nel suo fitto;
+ed el sergea col petto e con la fronte
+com avesse linferno a gran dispitto.
+
+E lanimose man del duca e pronte
+mi pinser tra le sepulture a lui,
+dicendo: Le parole tue sien conte.
+
+Com io al pi de la sua tomba fui,
+guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+mi dimand: Chi fuor li maggior tui?.
+
+Io chera dubidir disideroso,
+non gliel celai, ma tutto gliel apersi;
+ond ei lev le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: Fieramente furo avversi
+a me e a miei primi e a mia parte,
+s che per due fate li dispersi.
+
+Sei fur cacciati, ei tornar dogne parte,
+rispuos io lui, luna e laltra fata;
+ma i vostri non appreser ben quell arte.
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+unombra, lungo questa, infino al mento:
+credo che sera in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guard, come talento
+avesse di veder saltri era meco;
+e poi che l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: Se per questo cieco
+carcere vai per altezza dingegno,
+mio figlio ov ? e perch non teco?.
+
+E io a lui: Da me stesso non vegno:
+colui chattende l, per qui mi mena
+forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.
+
+Le sue parole e l modo de la pena
+mavean di costui gi letto il nome;
+per fu la risposta cos piena.
+
+Di sbito drizzato grid: Come?
+dicesti elli ebbe? non viv elli ancora?
+non fiere li occhi suoi lo dolce lume?.
+
+Quando saccorse dalcuna dimora
+chio faca dinanzi a la risposta,
+supin ricadde e pi non parve fora.
+
+Ma quell altro magnanimo, a cui posta
+restato mera, non mut aspetto,
+n mosse collo, n pieg sua costa;
+
+e s continando al primo detto,
+Selli han quell arte, disse, male appresa,
+ci mi tormenta pi che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+la faccia de la donna che qui regge,
+che tu saprai quanto quell arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+dimmi: perch quel popolo s empio
+incontr a miei in ciascuna sua legge?.
+
+Ond io a lui: Lo strazio e l grande scempio
+che fece lArbia colorata in rosso,
+tal orazion fa far nel nostro tempio.
+
+Poi chebbe sospirando il capo mosso,
+A ci non fu io sol, disse, n certo
+sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu io solo, l dove sofferto
+fu per ciascun di trre via Fiorenza,
+colui che la difesi a viso aperto.
+
+Deh, se riposi mai vostra semenza,
+prega io lui, solvetemi quel nodo
+che qui ha nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+dinanzi quel che l tempo seco adduce,
+e nel presente tenete altro modo.
+
+Noi veggiam, come quei cha mala luce,
+le cose, disse, che ne son lontano;
+cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando sappressano o son, tutto vano
+nostro intelletto; e saltri non ci apporta,
+nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Per comprender puoi che tutta morta
+fia nostra conoscenza da quel punto
+che del futuro fia chiusa la porta.
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+dissi: Or direte dunque a quel caduto
+che l suo nato co vivi ancor congiunto;
+
+e si fui, dianzi, a la risposta muto,
+fate i saper che l fei perch pensava
+gi ne lerror che mavete soluto.
+
+E gi l maestro mio mi richiamava;
+per chi pregai lo spirto pi avaccio
+che mi dicesse chi con lu istava.
+
+Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
+qua dentro l secondo Federico
+e l Cardinale; e de li altri mi taccio.
+
+Indi sascose; e io inver lantico
+poeta volsi i passi, ripensando
+a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, cos andando,
+mi disse: Perch se tu s smarrito?.
+E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+La mente tua conservi quel chudito
+hai contra te, mi comand quel saggio;
+e ora attendi qui, e drizz l dito:
+
+quando sarai dinanzi al dolce raggio
+di quella il cui bell occhio tutto vede,
+da lei saprai di tua vita il vaggio.
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzo
+per un sentier cha una valle fiede,
+
+che nfin l s facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+Inferno Canto XI
+
+
+In su lestremit dunalta ripa
+che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+venimmo sopra pi crudele stipa;
+
+e quivi, per lorribile soperchio
+del puzzo che l profondo abisso gitta,
+ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+dun grand avello, ov io vidi una scritta
+che dicea: Anastasio papa guardo,
+lo qual trasse Fotin de la via dritta.
+
+Lo nostro scender conviene esser tardo,
+s che sausi un poco in prima il senso
+al tristo fiato; e poi no i fia riguardo.
+
+Cos l maestro; e io Alcun compenso,
+dissi lui, trova che l tempo non passi
+perduto. Ed elli: Vedi cha ci penso.
+
+Figliuol mio, dentro da cotesti sassi,
+cominci poi a dir, son tre cerchietti
+di grado in grado, come que che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ma perch poi ti basti pur la vista,
+intendi come e perch son costretti.
+
+Dogne malizia, chodio in cielo acquista,
+ingiuria l fine, ed ogne fin cotale
+o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perch frode de luom proprio male,
+pi spiace a Dio; e per stan di sotto
+li frodolenti, e pi dolor li assale.
+
+Di volenti il primo cerchio tutto;
+ma perch si fa forza a tre persone,
+in tre gironi distinto e costrutto.
+
+A Dio, a s, al prossimo si pne
+far forza, dico in loro e in lor cose,
+come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+guastatori e predon, tutti tormenta
+lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in s man volenta
+e ne suoi beni; e per nel secondo
+giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva s del vostro mondo,
+biscazza e fonde la sua facultade,
+e piange l dov esser de giocondo.
+
+Puossi far forza ne la detade,
+col cor negando e bestemmiando quella,
+e spregiando natura e sua bontade;
+
+e per lo minor giron suggella
+del segno suo e Soddoma e Caorsa
+e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond ogne coscenza morsa,
+pu lomo usare in colui che n lui fida
+e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par chincida
+pur lo vinco damor che fa natura;
+onde nel cerchio secondo sannida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+falsit, ladroneccio e simonia,
+ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per laltro modo quell amor soblia
+che fa natura, e quel ch poi aggiunto,
+di che la fede spezal si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov l punto
+de luniverso in su che Dite siede,
+qualunque trade in etterno consunto.
+
+E io: Maestro, assai chiara procede
+la tua ragione, e assai ben distingue
+questo bartro e l popol che possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+che mena il vento, e che batte la pioggia,
+e che sincontran con s aspre lingue,
+
+perch non dentro da la citt roggia
+sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+e se non li ha, perch sono a tal foggia?.
+
+Ed elli a me Perch tanto delira,
+disse, lo ngegno tuo da quel che sle?
+o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+con le quai la tua Etica pertratta
+le tre disposizion che l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+bestialitade? e come incontenenza
+men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+e rechiti a la mente chi son quelli
+che s di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perch da questi felli
+sien dipartiti, e perch men crucciata
+la divina vendetta li martelli.
+
+O sol che sani ogne vista turbata,
+tu mi contenti s quando tu solvi,
+che, non men che saver, dubbiar maggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi,
+diss io, l dove di chusura offende
+la divina bontade, e l groppo solvi.
+
+Filosofia, mi disse, a chi la ntende,
+nota, non pure in una sola parte,
+come natura lo suo corso prende
+
+dal divino ntelletto e da sua arte;
+e se tu ben la tua Fisica note,
+tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che larte vostra quella, quanto pote,
+segue, come l maestro fa l discente;
+s che vostr arte a Dio quasi nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+lo Genes dal principio, convene
+prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perch lusuriere altra via tene,
+per s natura e per la sua seguace
+dispregia, poi chin altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai che l gir mi piace;
+ch i Pesci guizzan su per lorizzonta,
+e l Carro tutto sovra l Coro giace,
+
+e l balzo via l oltra si dismonta.
+
+
+
+Inferno Canto XII
+
+
+Era lo loco ov a scender la riva
+venimmo, alpestro e, per quel che ver anco,
+tal, chogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual quella ruina che nel fianco
+di qua da Trento lAdice percosse,
+o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+al piano s la roccia discoscesa,
+chalcuna via darebbe a chi s fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+e n su la punta de la rotta lacca
+linfama di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+e quando vide noi, s stesso morse,
+s come quei cui lira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver lui grid: Forse
+tu credi che qui sia l duca dAtene,
+che s nel mondo la morte ti porse?
+
+Prtiti, bestia, ch questi non vene
+ammaestrato da la tua sorella,
+ma vassi per veder le vostre pene.
+
+Qual quel toro che si slaccia in quella
+cha ricevuto gi l colpo mortale,
+che gir non sa, ma qua e l saltella,
+
+vid io lo Minotauro far cotale;
+e quello accorto grid: Corri al varco;
+mentre che nfuria, buon che tu ti cale.
+
+Cos prendemmo via gi per lo scarco
+di quelle pietre, che spesso moviensi
+sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi
+forse a questa ruina, ch guardata
+da quell ira bestial chi ora spensi.
+
+Or vo che sappi che laltra fata
+chi discesi qua gi nel basso inferno,
+questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+che venisse colui che la gran preda
+lev a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti lalta valle feda
+trem s, chi pensai che luniverso
+sentisse amor, per lo qual chi creda
+
+pi volte il mondo in casso converso;
+e in quel punto questa vecchia roccia,
+qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, ch sapproccia
+la riviera del sangue in la qual bolle
+qual che per volenza in altrui noccia.
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+che s ci sproni ne la vita corta,
+e ne letterna poi s mal cimmolle!
+
+Io vidi unampia fossa in arco torta,
+come quella che tutto l piano abbraccia,
+secondo chavea detto la mia scorta;
+
+e tra l pi de la ripa ed essa, in traccia
+corrien centauri, armati di saette,
+come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+e de la schiera tre si dipartiro
+con archi e asticciuole prima elette;
+
+e lun grid da lungi: A qual martiro
+venite voi che scendete la costa?
+Ditel costinci; se non, larco tiro.
+
+Lo mio maestro disse: La risposta
+farem noi a Chirn cost di presso:
+mal fu la voglia tua sempre s tosta.
+
+Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso,
+che mor per la bella Deianira,
+e f di s la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, chal petto si mira,
+ il gran Chirn, il qual nodr Achille;
+quell altro Folo, che fu s pien dira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+saettando qual anima si svelle
+del sangue pi che sua colpa sortille.
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+Chirn prese uno strale, e con la cocca
+fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando sebbe scoperta la gran bocca,
+disse a compagni: Siete voi accorti
+che quel di retro move ci chel tocca?
+
+Cos non soglion far li pi di morti.
+E l mio buon duca, che gi li er al petto,
+dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: Ben vivo, e s soletto
+mostrar li mi convien la valle buia;
+necessit l ci nduce, e non diletto.
+
+Tal si part da cantare alleluia
+che mi commise quest officio novo:
+non ladron, n io anima fuia.
+
+Ma per quella virt per cu io movo
+li passi miei per s selvaggia strada,
+danne un de tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri l dove si guada,
+e che porti costui in su la groppa,
+ch non spirto che per laere vada.
+
+Chirn si volse in su la destra poppa,
+e disse a Nesso: Torna, e s li guida,
+e fa cansar saltra schiera vintoppa.
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+lungo la proda del bollor vermiglio,
+dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+e l gran centauro disse: E son tiranni
+che dier nel sangue e ne laver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+quivi Alessandro, e Donisio fero
+che f Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte cha l pel cos nero,
+ Azzolino; e quell altro ch biondo,
+ Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro s nel mondo.
+Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+Questi ti sia or primo, e io secondo.
+
+Poco pi oltre il centauro saffisse
+sovr una gente che nfino a la gola
+parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci unombra da lun canto sola,
+dicendo: Colui fesse in grembo a Dio
+lo cor che n su Tamisi ancor si cola.
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+tenean la testa e ancor tutto l casso;
+e di costoro assai riconobb io.
+
+Cos a pi a pi si facea basso
+quel sangue, s che cocea pur li piedi;
+e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+S come tu da questa parte vedi
+lo bulicame che sempre si scema,
+disse l centauro, voglio che tu credi
+
+che da quest altra a pi a pi gi prema
+lo fondo suo, infin chel si raggiunge
+ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+quell Attila che fu flagello in terra,
+e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+che fecero a le strade tanta guerra.
+
+Poi si rivolse e ripassossi l guazzo.
+
+
+
+Inferno Canto XIII
+
+
+Non era ancor di l Nesso arrivato,
+quando noi ci mettemmo per un bosco
+che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+non rami schietti, ma nodosi e nvolti;
+non pomi veran, ma stecchi con tsco.
+
+Non han s aspri sterpi n s folti
+quelle fiere selvagge che n odio hanno
+tra Cecina e Corneto i luoghi clti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+che cacciar de le Strofade i Troiani
+con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+pi con artigli, e pennuto l gran ventre;
+fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E l buon maestro Prima che pi entre,
+sappi che se nel secondo girone,
+mi cominci a dire, e sarai mentre
+
+che tu verrai ne lorribil sabbione.
+Per riguarda ben; s vederai
+cose che torrien fede al mio sermone.
+
+Io sentia dogne parte trarre guai
+e non vedea persona che l facesse;
+per chio tutto smarrito marrestai.
+
+Cred o chei credette chio credesse
+che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+da gente che per noi si nascondesse.
+
+Per disse l maestro: Se tu tronchi
+qualche fraschetta duna deste piante,
+li pensier chai si faran tutti monchi.
+
+Allor porsi la mano un poco avante
+e colsi un ramicel da un gran pruno;
+e l tronco suo grid: Perch mi schiante?.
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ricominci a dir: Perch mi scerpi?
+non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ben dovrebb esser la tua man pi pia,
+se state fossimo anime di serpi.
+
+Come dun stizzo verde charso sia
+da lun de capi, che da laltro geme
+e cigola per vento che va via,
+
+s de la scheggia rotta usciva insieme
+parole e sangue; ond io lasciai la cima
+cadere, e stetti come luom che teme.
+
+Selli avesse potuto creder prima,
+rispuose l savio mio, anima lesa,
+ci cha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ma la cosa incredibile mi fece
+indurlo ad ovra cha me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, s che n vece
+dalcun ammenda tua fama rinfreschi
+nel mondo s, dove tornar li lece.
+
+E l tronco: S col dolce dir madeschi,
+chi non posso tacere; e voi non gravi
+perch o un poco a ragionar minveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+del cor di Federigo, e che le volsi,
+serrando e diserrando, s soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn uom tolsi;
+fede portai al gloroso offizio,
+tanto chi ne perde li sonni e polsi.
+
+La meretrice che mai da lospizio
+di Cesare non torse li occhi putti,
+morte comune e de le corti vizio,
+
+infiamm contra me li animi tutti;
+e li nfiammati infiammar s Augusto,
+che lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+Lanimo mio, per disdegnoso gusto,
+credendo col morir fuggir disdegno,
+ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici desto legno
+vi giuro che gi mai non ruppi fede
+al mio segnor, che fu donor s degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+conforti la memoria mia, che giace
+ancor del colpo che nvidia le diede.
+
+Un poco attese, e poi Da chel si tace,
+disse l poeta a me, non perder lora;
+ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace.
+
+Ond o a lui: Domandal tu ancora
+di quel che credi cha me satisfaccia;
+chi non potrei, tanta piet maccora.
+
+Perci ricominci: Se lom ti faccia
+liberamente ci che l tuo dir priega,
+spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come lanima si lega
+in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+salcuna mai di tai membra si spiega.
+
+Allor soffi il tronco forte, e poi
+si convert quel vento in cotal voce:
+Brievemente sar risposto a voi.
+
+Quando si parte lanima feroce
+dal corpo ond ella stessa s disvelta,
+Mins la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l parte scelta;
+ma l dove fortuna la balestra,
+quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+lArpie, pascendo poi de le sue foglie,
+fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come laltre verrem per nostre spoglie,
+ma non per chalcuna sen rivesta,
+ch non giusto aver ci chom si toglie.
+
+Qui le strascineremo, e per la mesta
+selva saranno i nostri corpi appesi,
+ciascuno al prun de lombra sua molesta.
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+credendo chaltro ne volesse dire,
+quando noi fummo dun romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+sente l porco e la caccia a la sua posta,
+chode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+nudi e graffiati, fuggendo s forte,
+che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
+E laltro, cui pareva tardar troppo,
+gridava: Lano, s non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!.
+E poi che forse li fallia la lena,
+di s e dun cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+di nere cagne, bramose e correnti
+come veltri chuscisser di catena.
+
+In quel che sappiatt miser li denti,
+e quel dilaceraro a brano a brano;
+poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+e menommi al cespuglio che piangea
+per le rotture sanguinenti in vano.
+
+O Iacopo, dicea, da Santo Andrea,
+che t giovato di me fare schermo?
+che colpa ho io de la tua vita rea?.
+
+Quando l maestro fu sovr esso fermo,
+disse: Chi fosti, che per tante punte
+soffi con sangue doloroso sermo?.
+
+Ed elli a noi: O anime che giunte
+siete a veder lo strazio disonesto
+cha le mie fronde s da me disgiunte,
+
+raccoglietele al pi del tristo cesto.
+I fui de la citt che nel Batista
+mut l primo padrone; ond ei per questo
+
+sempre con larte sua la far trista;
+e se non fosse che n sul passo dArno
+rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que cittadin che poi la rifondarno
+sovra l cener che dAttila rimase,
+avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibetto a me de le mie case.
+
+
+
+Inferno Canto XIV
+
+
+Poi che la carit del natio loco
+mi strinse, raunai le fronde sparte
+e rendele a colui, chera gi fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+lo secondo giron dal terzo, e dove
+si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+dico che arrivammo ad una landa
+che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l ghirlanda
+intorno, come l fosso tristo ad essa;
+quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+non daltra foggia fatta che colei
+che fu da pi di Caton gi soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+esser temuta da ciascun che legge
+ci che fu manifesto a li occhi mei!
+
+Danime nude vidi molte gregge
+che piangean tutte assai miseramente,
+e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+alcuna si sedea tutta raccolta,
+e altra andava continamente.
+
+Quella che giva ntorno era pi molta,
+e quella men che giaca al tormento,
+ma pi al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto l sabbion, dun cader lento,
+piovean di foco dilatate falde,
+come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+dInda vide sopra l so stuolo
+fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per chei provide a scalpitar lo suolo
+con le sue schiere, acci che lo vapore
+mei si stingueva mentre chera solo:
+
+tale scendeva letternale ardore;
+onde la rena saccendea, com esca
+sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+de le misere mani, or quindi or quinci
+escotendo da s larsura fresca.
+
+I cominciai: Maestro, tu che vinci
+tutte le cose, fuor che demon duri
+cha lintrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi quel grande che non par che curi
+lo ncendio e giace dispettoso e torto,
+s che la pioggia non par che l marturi?.
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+chio domandava il mio duca di lui,
+grid: Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi l suo fabbro da cui
+crucciato prese la folgore aguta
+onde lultimo d percosso fui;
+
+o selli stanchi li altri a muta a muta
+in Mongibello a la focina negra,
+chiamando Buon Vulcano, aiuta, aiuta!,
+
+s com el fece a la pugna di Flegra,
+e me saetti con tutta sua forza:
+non ne potrebbe aver vendetta allegra.
+
+Allora il duca mio parl di forza
+tanto, chi non lavea s forte udito:
+O Capaneo, in ci che non sammorza
+
+la tua superbia, se tu pi punito;
+nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+sarebbe al tuo furor dolor compito.
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+dicendo: Quei fu lun di sette regi
+chassiser Tebe; ed ebbe e par chelli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che l pregi;
+ma, com io dissi lui, li suoi dispetti
+sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ma sempre al bosco tien li piedi stretti.
+
+Tacendo divenimmo l ve spiccia
+fuor de la selva un picciol fiumicello,
+lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+che parton poi tra lor le peccatrici,
+tal per la rena gi sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+fatt era n pietra, e margini dallato;
+per chio maccorsi che l passo era lici.
+
+Tra tutto laltro chi tho dimostrato,
+poscia che noi intrammo per la porta
+lo cui sogliare a nessuno negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+notabile com l presente rio,
+che sovra s tutte fiammelle ammorta.
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+per chio l pregai che mi largisse l pasto
+di cui largito mava il disio.
+
+In mezzo mar siede un paese guasto,
+diss elli allora, che sappella Creta,
+sotto l cui rege fu gi l mondo casto.
+
+Una montagna v che gi fu lieta
+dacqua e di fronde, che si chiam Ida;
+or diserta come cosa vieta.
+
+Ra la scelse gi per cuna fida
+del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+che tien volte le spalle inver Dammiata
+e Roma guarda come so speglio.
+
+La sua testa di fin oro formata,
+e puro argento son le braccia e l petto,
+poi di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso tutto ferro eletto,
+salvo che l destro piede terra cotta;
+e sta n su quel, pi che n su laltro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che loro, rotta
+duna fessura che lagrime goccia,
+le quali, accolte, fran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia;
+fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+poi sen van gi per questa stretta doccia,
+
+infin, l ove pi non si dismonta,
+fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+tu lo vedrai, per qui non si conta.
+
+E io a lui: Se l presente rigagno
+si diriva cos dal nostro mondo,
+perch ci appar pur a questo vivagno?.
+
+Ed elli a me: Tu sai che l loco tondo;
+e tutto che tu sie venuto molto,
+pur a sinistra, gi calando al fondo,
+
+non se ancor per tutto l cerchio vlto;
+per che, se cosa napparisce nova,
+non de addur maraviglia al tuo volto.
+
+E io ancor: Maestro, ove si trova
+Flegetonta e Let? ch de lun taci,
+e laltro di che si fa desta piova.
+
+In tutte tue question certo mi piaci,
+rispuose, ma l bollor de lacqua rossa
+dovea ben solver luna che tu faci.
+
+Let vedrai, ma fuor di questa fossa,
+l dove vanno lanime a lavarsi
+quando la colpa pentuta rimossa.
+
+Poi disse: Omai tempo da scostarsi
+dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne.
+
+
+
+Inferno Canto XV
+
+
+Ora cen porta lun de duri margini;
+e l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+s che dal foco salva lacqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+temendo l fiotto che nver lor savventa,
+fanno lo schermo perch l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+per difender lor ville e lor castelli,
+anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+tutto che n s alti n s grossi,
+qual che si fosse, lo maestro flli.
+
+Gi eravam da la selva rimossi
+tanto, chi non avrei visto dov era,
+perch io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo danime una schiera
+che venian lungo largine, e ciascuna
+ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+e s ver noi aguzzavan le ciglia
+come l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Cos adocchiato da cotal famiglia,
+fui conosciuto da un, che mi prese
+per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.
+
+E io, quando l suo braccio a me distese,
+ficca li occhi per lo cotto aspetto,
+s che l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza sa al mio ntelletto;
+e chinando la mano a la sua faccia,
+rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.
+
+E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia
+se Brunetto Latino un poco teco
+ritorna n dietro e lascia andar la traccia.
+
+I dissi lui: Quanto posso, ven preco;
+e se volete che con voi masseggia,
+farl, se piace a costui che vo seco.
+
+O figliuol, disse, qual di questa greggia
+sarresta punto, giace poi cent anni
+sanz arrostarsi quando l foco il feggia.
+
+Per va oltre: i ti verr a panni;
+e poi rigiugner la mia masnada,
+che va piangendo i suoi etterni danni.
+
+Io non osava scender de la strada
+per andar par di lui; ma l capo chino
+tenea com uom che reverente vada.
+
+El cominci: Qual fortuna o destino
+anzi lultimo d qua gi ti mena?
+e chi questi che mostra l cammino?.
+
+L s di sopra, in la vita serena,
+rispuos io lui, mi smarri in una valle,
+avanti che let mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+questi mapparve, tornand o in quella,
+e reducemi a ca per questo calle.
+
+Ed elli a me: Se tu segui tua stella,
+non puoi fallire a gloroso porto,
+se ben maccorsi ne la vita bella;
+
+e sio non fossi s per tempo morto,
+veggendo il cielo a te cos benigno,
+dato tavrei a lopera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+che discese di Fiesole ab antico,
+e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si far, per tuo ben far, nimico;
+ed ragion, ch tra li lazzi sorbi
+si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+gent avara, invidiosa e superba:
+dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+che luna parte e laltra avranno fame
+di te; ma lungi fia dal becco lerba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+salcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+di que Roman che vi rimaser quando
+fu fatto il nido di malizia tanta.
+
+Se fosse tutto pieno il mio dimando,
+rispuos io lui, voi non sareste ancora
+de lumana natura posto in bando;
+
+ch n la mente m fitta, e or maccora,
+la cara e buona imagine paterna
+di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+minsegnavate come luom setterna:
+e quant io labbia in grado, mentr io vivo
+convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Ci che narrate di mio corso scrivo,
+e serbolo a chiosar con altro testo
+a donna che sapr, sa lei arrivo.
+
+Tanto vogl io che vi sia manifesto,
+pur che mia coscenza non mi garra,
+cha la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non nuova a li orecchi miei tal arra:
+per giri Fortuna la sua rota
+come le piace, e l villan la sua marra.
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+destra si volse in dietro e riguardommi;
+poi disse: Bene ascolta chi la nota.
+
+N per tanto di men parlando vommi
+con ser Brunetto, e dimando chi sono
+li suoi compagni pi noti e pi sommi.
+
+Ed elli a me: Saper dalcuno buono;
+de li altri fia laudabile tacerci,
+ch l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+e litterati grandi e di gran fama,
+dun peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+e Francesco dAccorso anche; e vedervi,
+savessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de servi
+fu trasmutato dArno in Bacchiglione,
+dove lasci li mal protesi nervi.
+
+Di pi direi; ma l venire e l sermone
+pi lungo esser non pu, per chi veggio
+l surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+che corrono a Verona il drappo verde
+per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+Inferno Canto XVI
+
+
+Gi era in loco onde sudia l rimbombo
+de lacqua che cadea ne laltro giro,
+simile a quel che larnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+correndo, duna torma che passava
+sotto la pioggia de laspro martiro.
+
+Venian ver noi, e ciascuna gridava:
+Sstati tu cha labito ne sembri
+esser alcun di nostra terra prava.
+
+Ahim, che piaghe vidi ne lor membri,
+ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+Ancor men duol pur chi me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor sattese;
+volse l viso ver me, e Or aspetta,
+disse, a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+la natura del loco, i dicerei
+che meglio stesse a te che a lor la fretta.
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+lantico verso; e quando a noi fuor giunti,
+fenno una rota di s tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+avvisando lor presa e lor vantaggio,
+prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+cos rotando, ciascuno il visaggio
+drizzava a me, s che n contraro il collo
+faceva ai pi contino vaggio.
+
+E Se miseria desto loco sollo
+rende in dispetto noi e nostri prieghi,
+cominci luno, e l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+a dirne chi tu se, che i vivi piedi
+cos sicuro per lo nferno freghi.
+
+Questi, lorme di cui pestar mi vedi,
+tutto che nudo e dipelato vada,
+fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+fece col senno assai e con la spada.
+
+Laltro, chappresso me la rena trita,
+ Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+nel mondo s dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+Iacopo Rusticucci fui, e certo
+la fiera moglie pi chaltro mi nuoce.
+
+Si fossi stato dal foco coperto,
+gittato mi sarei tra lor di sotto,
+e credo che l dottor lavria sofferto;
+
+ma perch io mi sarei brusciato e cotto,
+vinse paura la mia buona voglia
+che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia
+la vostra condizion dentro mi fisse,
+tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+parole per le quali i mi pensai
+che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+lovra di voi e li onorati nomi
+con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+promessi a me per lo verace duca;
+ma nfino al centro pria convien chi tomi.
+
+Se lungamente lanima conduca
+le membra tue, rispuose quelli ancora,
+e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor d se dimora
+ne la nostra citt s come suole,
+o se del tutto se n gita fora;
+
+ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+con noi per poco e va l coi compagni,
+assai ne cruccia con le sue parole.
+
+La gente nuova e i sbiti guadagni
+orgoglio e dismisura han generata,
+Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni.
+
+Cos gridai con la faccia levata;
+e i tre, che ci inteser per risposta,
+guardar lun laltro com al ver si guata.
+
+Se laltre volte s poco ti costa,
+rispuoser tutti, il satisfare altrui,
+felice te se s parli a tua posta!
+
+Per, se campi desti luoghi bui
+e torni a riveder le belle stelle,
+quando ti giover dicere I fui,
+
+fa che di noi a la gente favelle.
+Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria possuto dirsi
+tosto cos com e fuoro spariti;
+per chal maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+che l suon de lacqua nera s vicino,
+che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume cha proprio cammino
+prima dal Monte Viso nver levante,
+da la sinistra costa dApennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+che si divalli gi nel basso letto,
+e a Forl di quel nome vacante,
+
+rimbomba l sovra San Benedetto
+de lAlpe per cadere ad una scesa
+ove dovea per mille esser recetto;
+
+cos, gi duna ripa discoscesa,
+trovammo risonar quell acqua tinta,
+s che n poc ora avria lorecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+e con essa pensai alcuna volta
+prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia chio lebbi tutta da me sciolta,
+s come l duca mavea comandato,
+porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond ei si volse inver lo destro lato,
+e alquanto di lunge da la sponda
+la gitt giuso in quell alto burrato.
+
+E pur convien che novit risponda,
+dicea fra me medesmo, al novo cenno
+che l maestro con locchio s seconda.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+presso a color che non veggion pur lovra,
+ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: Tosto verr di sovra
+ci chio attendo e che il tuo pensier sogna;
+tosto convien chal tuo viso si scovra.
+
+Sempre a quel ver cha faccia di menzogna
+de luom chiuder le labbra fin chel puote,
+per che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+di questa comeda, lettor, ti giuro,
+selle non sien di lunga grazia vte,
+
+chi vidi per quell aere grosso e scuro
+venir notando una figura in suso,
+maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+s come torna colui che va giuso
+talora a solver lncora chaggrappa
+o scoglio o altro che nel mare chiuso,
+
+che n s si stende e da pi si rattrappa.
+
+
+
+Inferno Canto XVII
+
+
+Ecco la fiera con la coda aguzza,
+che passa i monti e rompe i muri e larmi!
+Ecco colei che tutto l mondo appuzza!.
+
+S cominci lo mio duca a parlarmi;
+e accennolle che venisse a proda,
+vicino al fin di passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+sen venne, e arriv la testa e l busto,
+ma n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia duom giusto,
+tanto benigna avea di fuor la pelle,
+e dun serpente tutto laltro fusto;
+
+due branche avea pilose insin lascelle;
+lo dosso e l petto e ambedue le coste
+dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con pi color, sommesse e sovraposte
+non fer mai drappi Tartari n Turchi,
+n fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come talvolta stanno a riva i burchi,
+che parte sono in acqua e parte in terra,
+e come l tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero sassetta a far sua guerra,
+cos la fiera pessima si stava
+su lorlo ch di pietra e l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+torcendo in s la venenosa forca
+cha guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: Or convien che si torca
+la nostra via un poco insino a quella
+bestia malvagia che col si corca.
+
+Per scendemmo a la destra mammella,
+e diece passi femmo in su lo stremo,
+per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+poco pi oltre veggio in su la rena
+gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi l maestro Acci che tutta piena
+esperenza desto giron porti,
+mi disse, va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian l corti;
+mentre che torni, parler con questa,
+che ne conceda i suoi omeri forti.
+
+Cos ancor su per la strema testa
+di quel settimo cerchio tutto solo
+andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+di qua, di l soccorrien con le mani
+quando a vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+or col ceffo or col pi, quando son morsi
+o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ne quali l doloroso foco casca,
+non ne conobbi alcun; ma io maccorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+chavea certo colore e certo segno,
+e quindi par che l loro occhio si pasca.
+
+E com io riguardando tra lor vegno,
+in una borsa gialla vidi azzurro
+che dun leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+vidine unaltra come sangue rossa,
+mostrando unoca bianca pi che burro.
+
+E un che duna scrofa azzurra e grossa
+segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+mi disse: Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perch se vivo anco,
+sappi che l mio vicin Vitalano
+seder qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+spesse fate mi ntronan li orecchi
+gridando: Vegna l cavalier sovrano,
+
+che recher la tasca con tre becchi!.
+Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+la lingua, come bue che l naso lecchi.
+
+E io, temendo no l pi star crucciasse
+lui che di poco star mavea mmonito,
+tornami in dietro da lanime lasse.
+
+Trova il duca mio chera salito
+gi su la groppa del fiero animale,
+e disse a me: Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per s fatte scale;
+monta dinanzi, chi voglio esser mezzo,
+s che la coda non possa far male.
+
+Qual colui che s presso ha l riprezzo
+de la quartana, cha gi lunghie smorte,
+e triema tutto pur guardando l rezzo,
+
+tal divenn io a le parole porte;
+ma vergogna mi f le sue minacce,
+che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I massettai in su quelle spallacce;
+s volli dir, ma la voce non venne
+com io credetti: Fa che tu mabbracce.
+
+Ma esso, chaltra volta mi sovvenne
+ad altro forse, tosto chi montai
+con le braccia mavvinse e mi sostenne;
+
+e disse: Geron, moviti omai:
+le rote larghe, e lo scender sia poco;
+pensa la nova soma che tu hai.
+
+Come la navicella esce di loco
+in dietro in dietro, s quindi si tolse;
+e poi chal tutto si sent a gioco,
+
+l v era l petto, la coda rivolse,
+e quella tesa, come anguilla, mosse,
+e con le branche laere a s raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+quando Fetonte abbandon li freni,
+per che l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+n quando Icaro misero le reni
+sent spennar per la scaldata cera,
+gridando il padre a lui Mala via tieni!,
+
+che fu la mia, quando vidi chi era
+ne laere dogne parte, e vidi spenta
+ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta;
+rota e discende, ma non me naccorgo
+se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia gi da la man destra il gorgo
+far sotto noi un orribile scroscio,
+per che con li occhi n gi la testa sporgo.
+
+Allor fu io pi timido a lo stoscio,
+per chi vidi fuochi e senti pianti;
+ond io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, ch nol vedea davanti,
+lo scendere e l girar per li gran mali
+che sappressavan da diversi canti.
+
+Come l falcon ch stato assai su lali,
+che sanza veder logoro o uccello
+fa dire al falconiere Om, tu cali!,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+per cento rote, e da lunge si pone
+dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+cos ne puose al fondo Gerone
+al pi al pi de la stagliata rocca,
+e, discarcate le nostre persone,
+
+si dilegu come da corda cocca.
+
+
+
+Inferno Canto XVIII
+
+
+Luogo in inferno detto Malebolge,
+tutto di pietra di color ferrigno,
+come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+di cui suo loco dicer lordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque tondo
+tra l pozzo e l pi de lalta ripa dura,
+e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+pi e pi fossi cingon li castelli,
+la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+e come a tai fortezze da lor sogli
+a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+cos da imo de la roccia scogli
+movien che ricidien li argini e fossi
+infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+di Geron, trovammoci; e l poeta
+tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+novo tormento e novi frustatori,
+di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+dal mezzo in qua ci venien verso l volto,
+di l con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per lessercito molto,
+lanno del giubileo, su per lo ponte
+hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da lun lato tutti hanno la fronte
+verso l castello e vanno a Santo Pietro,
+da laltra sponda vanno verso l monte.
+
+Di qua, di l, su per lo sasso tetro
+vidi demon cornuti con gran ferze,
+che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+a le prime percosse! gi nessuno
+le seconde aspettava n le terze.
+
+Mentr io andava, li occhi miei in uno
+furo scontrati; e io s tosto dissi:
+Gi di veder costui non son digiuno.
+
+Per cho a figurarlo i piedi affissi;
+e l dolce duca meco si ristette,
+e assentio chalquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+bassando l viso; ma poco li valse,
+chio dissi: O tu che locchio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+Venedico se tu Caccianemico.
+Ma che ti mena a s pungenti salse?.
+
+Ed elli a me: Mal volontier lo dico;
+ma sforzami la tua chiara favella,
+che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I fui colui che la Ghisolabella
+condussi a far la voglia del marchese,
+come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+anzi n questo loco tanto pieno,
+che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer sipa tra Svena e Reno;
+e se di ci vuoi fede o testimonio,
+rcati a mente il nostro avaro seno.
+
+Cos parlando il percosse un demonio
+de la sua scurada, e disse: Via,
+ruffian! qui non son femmine da conio.
+
+I mi raggiunsi con la scorta mia;
+poscia con pochi passi divenimmo
+l v uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+e vlti a destra su per la sua scheggia,
+da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo l dov el vaneggia
+di sotto per dar passo a li sferzati,
+lo duca disse: Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest altri mal nati,
+ai quali ancor non vedesti la faccia
+per che son con noi insieme andati.
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+che vena verso noi da laltra banda,
+e che la ferza similmente scaccia.
+
+E l buon maestro, sanza mia dimanda,
+mi disse: Guarda quel grande che vene,
+e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+Quelli Iasn, che per cuore e per senno
+li Colchi del monton privati fne.
+
+Ello pass per lisola di Lenno
+poi che lardite femmine spietate
+tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+Isifile ingann, la giovinetta
+che prima avea tutte laltre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+tal colpa a tal martiro lui condanna;
+e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+e questo basti de la prima valle
+sapere e di color che n s assanna.
+
+Gi eravam l ve lo stretto calle
+con largine secondo sincrocicchia,
+e fa di quello ad un altr arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ne laltra bolgia e che col muso scuffa,
+e s medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate duna muffa,
+per lalito di gi che vi sappasta,
+che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo cupo s, che non ci basta
+loco a veder sanza montare al dosso
+de larco, ove lo scoglio pi sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso
+vidi gente attuffata in uno sterco
+che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre chio l gi con locchio cerco,
+vidi un col capo s di merda lordo,
+che non para sera laico o cherco.
+
+Quei mi sgrid: Perch se tu s gordo
+di riguardar pi me che li altri brutti?.
+E io a lui: Perch, se ben ricordo,
+
+gi tho veduto coi capelli asciutti,
+e se Alessio Interminei da Lucca:
+per tadocchio pi che li altri tutti.
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+Qua gi mhanno sommerso le lusinghe
+ond io non ebbi mai la lingua stucca.
+
+Appresso ci lo duca Fa che pinghe,
+mi disse, il viso un poco pi avante,
+s che la faccia ben con locchio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+che l si graffia con lunghie merdose,
+e or saccoscia e ora in piedi stante.
+
+Tade , la puttana che rispuose
+al drudo suo quando disse Ho io grazie
+grandi apo te?: Anzi maravigliose!.
+
+E quinci sian le nostre viste sazie.
+
+
+
+Inferno Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+che le cose di Dio, che di bontate
+deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+or convien che per voi suoni la tromba,
+per che ne la terza bolgia state.
+
+Gi eravamo, a la seguente tomba,
+montati de lo scoglio in quella parte
+cha punto sovra mezzo l fosso piomba.
+
+O somma sapenza, quanta larte
+che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+e quanto giusto tua virt comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+piena la pietra livida di fri,
+dun largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi n maggiori
+che que che son nel mio bel San Giovanni,
+fatti per loco di battezzatori;
+
+lun de li quali, ancor non molt anni,
+rupp io per un che dentro vannegava:
+e questo sia suggel chogn omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+dun peccator li piedi e de le gambe
+infino al grosso, e laltro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+per che s forte guizzavan le giunte,
+che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+muoversi pur su per la strema buccia,
+tal era l dai calcagni a le punte.
+
+Chi colui, maestro, che si cruccia
+guizzando pi che li altri suoi consorti,
+diss io, e cui pi roggia fiamma succia?.
+
+Ed elli a me: Se tu vuo chi ti porti
+l gi per quella ripa che pi giace,
+da lui saprai di s e de suoi torti.
+
+E io: Tanto m bel, quanto a te piace:
+tu se segnore, e sai chi non mi parto
+dal tuo volere, e sai quel che si tace.
+
+Allor venimmo in su largine quarto;
+volgemmo e discendemmo a mano stanca
+l gi nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+non mi dipuose, s mi giunse al rotto
+di quel che si piangeva con la zanca.
+
+O qual che se che l di s tien di sotto,
+anima trista come pal commessa,
+comincia io a dir, se puoi, fa motto.
+
+Io stava come l frate che confessa
+lo perfido assessin, che, poi ch fitto,
+richiama lui per che la morte cessa.
+
+Ed el grid: Se tu gi cost ritto,
+se tu gi cost ritto, Bonifazio?
+Di parecchi anni mi ment lo scritto.
+
+Se tu s tosto di quell aver sazio
+per lo qual non temesti trre a nganno
+la bella donna, e poi di farne strazio?.
+
+Tal mi fec io, quai son color che stanno,
+per non intender ci ch lor risposto,
+quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: Dilli tosto:
+Non son colui, non son colui che credi;
+e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+poi, sospirando e con voce di pianto,
+mi disse: Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper chi sia ti cal cotanto,
+che tu abbi per la ripa corsa,
+sappi chi fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de lorsa,
+cupido s per avanzar li orsatti,
+che s lavere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+che precedetter me simoneggiando,
+per le fessure de la pietra piatti.
+
+L gi cascher io altres quando
+verr colui chi credea che tu fossi,
+allor chi feci l sbito dimando.
+
+Ma pi l tempo gi che i pi mi cossi
+e chi son stato cos sottosopra,
+chel non star piantato coi pi rossi:
+
+ch dopo lui verr di pi laida opra,
+di ver ponente, un pastor sanza legge,
+tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Nuovo Iasn sar, di cui si legge
+ne Maccabei; e come a quel fu molle
+suo re, cos fia lui chi Francia regge.
+
+Io non so si mi fui qui troppo folle,
+chi pur rispuosi lui a questo metro:
+Deh, or mi d: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+chei ponesse le chiavi in sua bala?
+Certo non chiese se non Viemmi retro.
+
+N Pier n li altri tolsero a Matia
+oro od argento, quando fu sortito
+al loco che perd lanima ria.
+
+Per ti sta, ch tu se ben punito;
+e guarda ben la mal tolta moneta
+chesser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse chancor lo mi vieta
+la reverenza de le somme chiavi
+che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor pi gravi;
+ch la vostra avarizia il mondo attrista,
+calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor saccorse il Vangelista,
+quando colei che siede sopra lacque
+puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+e da le diece corna ebbe argomento,
+fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto vavete dio doro e dargento;
+e che altro da voi a lidolatre,
+se non chelli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+non la tua conversion, ma quella dote
+che da te prese il primo ricco patre!.
+
+E mentr io li cantava cotai note,
+o ira o coscenza che l mordesse,
+forte spingava con ambo le piote.
+
+I credo ben chal mio duca piacesse,
+con s contenta labbia sempre attese
+lo suon de le parole vere espresse.
+
+Per con ambo le braccia mi prese;
+e poi che tutto su mi sebbe al petto,
+rimont per la via onde discese.
+
+N si stanc davermi a s distretto,
+s men port sovra l colmo de larco
+che dal quarto al quinto argine tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+soave per lo scoglio sconcio ed erto
+che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+Inferno Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+e dar matera al ventesimo canto
+de la prima canzon, ch di sommersi.
+
+Io era gi disposto tutto quanto
+a riguardar ne lo scoperto fondo,
+che si bagnava dangoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+venir, tacendo e lagrimando, al passo
+che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come l viso mi scese in lor pi basso,
+mirabilmente apparve esser travolto
+ciascun tra l mento e l principio del casso,
+
+ch da le reni era tornato l volto,
+e in dietro venir li convenia,
+perch l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza gi di parlasia
+si travolse cos alcun del tutto;
+ma io nol vidi, n credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+di tua lezione, or pensa per te stesso
+com io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+vidi s torta, che l pianto de li occhi
+le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de rocchi
+del duro scoglio, s che la mia scorta
+mi disse: Ancor se tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la piet quand ben morta;
+chi pi scellerato che colui
+che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+saperse a li occhi di Teban la terra;
+per chei gridavan tutti: Dove rui,
+
+Anfarao? perch lasci la guerra?.
+E non rest di ruinare a valle
+fino a Mins che ciascheduno afferra.
+
+Mira cha fatto petto de le spalle;
+perch volle veder troppo davante,
+di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che mut sembiante
+quando di maschio femmina divenne,
+cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+li duo serpenti avvolti, con la verga,
+che ravesse le maschili penne.
+
+Aronta quel chal ventre li satterga,
+che ne monti di Luni, dove ronca
+lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra bianchi marmi la spelonca
+per sua dimora; onde a guardar le stelle
+e l mar non li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+e ha di l ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cerc per terre molte;
+poscia si puose l dove nacqu io;
+onde un poco mi piace che mascolte.
+
+Poscia che l padre suo di vita usco
+e venne serva la citt di Baco,
+questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+a pi de lAlpe che serra Lamagna
+sovra Tiralli, cha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e pi si bagna
+tra Garda e Val Camonica e Pennino
+de lacqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco nel mezzo l dove l trentino
+pastore e quel di Brescia e l veronese
+segnar poria, se fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ove la riva ntorno pi discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ci che n grembo a Benaco star non pu,
+e fassi fiume gi per verdi paschi.
+
+Tosto che lacqua a correr mette co,
+non pi Benaco, ma Mencio si chiama
+fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, chel trova una lama,
+ne la qual si distende e la mpaluda;
+e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+vide terra, nel mezzo del pantano,
+sanza coltura e dabitanti nuda.
+
+L, per fuggire ogne consorzio umano,
+ristette con suoi servi a far sue arti,
+e visse, e vi lasci suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che ntorno erano sparti
+saccolsero a quel loco, chera forte
+per lo pantan chavea da tutte parti.
+
+Fer la citt sovra quell ossa morte;
+e per colei che l loco prima elesse,
+Manta lappellar sanz altra sorte.
+
+Gi fuor le genti sue dentro pi spesse,
+prima che la mattia da Casalodi
+da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Per tassenno che, se tu mai odi
+originar la mia terra altrimenti,
+la verit nulla menzogna frodi.
+
+E io: Maestro, i tuoi ragionamenti
+mi son s certi e prendon s mia fede,
+che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ch solo a ci la mia mente rifiede.
+
+Allor mi disse: Quel che da la gota
+porge la barba in su le spalle brune,
+fuquando Grecia fu di maschi vta,
+
+s cha pena rimaser per le cune
+augure, e diede l punto con Calcanta
+in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e cos l canta
+lalta mia trageda in alcun loco:
+ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell altro che ne fianchi cos poco,
+Michele Scotto fu, che veramente
+de le magiche frode seppe l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+chavere inteso al cuoio e a lo spago
+ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron lago,
+la spuola e l fuso, e fecersi ndivine;
+fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, ch gi tiene l confine
+damendue li emisperi e tocca londa
+sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e gi iernotte fu la luna tonda:
+ben ten de ricordar, ch non ti nocque
+alcuna volta per la selva fonda.
+
+S mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+Inferno Canto XXI
+
+
+Cos di ponte in ponte, altro parlando
+che la mia comeda cantar non cura,
+venimmo; e tenavamo l colmo, quando
+
+restammo per veder laltra fessura
+di Malebolge e li altri pianti vani;
+e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne larzan de Viniziani
+bolle linverno la tenace pece
+a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ch navicar non ponnoin quella vece
+chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+le coste a quel che pi vaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+altri fa remi e altri volge sarte;
+chi terzeruolo e artimon rintoppa:
+
+tal, non per foco ma per divin arte,
+bollia l giuso una pegola spessa,
+che nviscava la ripa dogne parte.
+
+I vedea lei, ma non veda in essa
+mai che le bolle che l bollor levava,
+e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr io l gi fisamente mirava,
+lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!,
+mi trasse a s del loco dov io stava.
+
+Allor mi volsi come luom cui tarda
+di veder quel che li convien fuggire
+e cui paura sbita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia l partire:
+e vidi dietro a noi un diavol nero
+correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant elli era ne laspetto fero!
+e quanto mi parea ne latto acerbo,
+con lali aperte e sovra i pi leggero!
+
+Lomero suo, chera aguto e superbo,
+carcava un peccator con ambo lanche,
+e quei tenea de pi ghermito l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: O Malebranche,
+ecco un de li anzan di Santa Zita!
+Mettetel sotto, chi torno per anche
+
+a quella terra, che n ben fornita:
+ogn uom v barattier, fuor che Bonturo;
+del no, per li denar, vi si fa ita.
+
+L gi l butt, e per lo scoglio duro
+si volse; e mai non fu mastino sciolto
+con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel sattuff, e torn s convolto;
+ma i demon che del ponte avean coperchio,
+gridar: Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+Per, se tu non vuo di nostri graffi,
+non far sopra la pegola soverchio.
+
+Poi laddentar con pi di cento raffi,
+disser: Coverto convien che qui balli,
+s che, se puoi, nascosamente accaffi.
+
+Non altrimenti i cuoci a lor vassalli
+fanno attuffare in mezzo la caldaia
+la carne con li uncin, perch non galli.
+
+Lo buon maestro Acci che non si paia
+che tu ci sia, mi disse, gi tacquatta
+dopo uno scheggio, chalcun schermo taia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+non temer tu, chi ho le cose conte,
+perch altra volta fui a tal baratta.
+
+Poscia pass di l dal co del ponte;
+e com el giunse in su la ripa sesta,
+mestier li fu daver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+chescono i cani a dosso al poverello
+che di sbito chiede ove sarresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+e volser contra lui tutt i runcigli;
+ma el grid: Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che luncin vostro mi pigli,
+traggasi avante lun di voi che moda,
+e poi darruncigliarmi si consigli.
+
+Tutti gridaron: Vada Malacoda!;
+per chun si mossee li altri stetter fermi
+e venne a lui dicendo: Che li approda?.
+
+Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+esser venuto, disse l mio maestro,
+sicuro gi da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+Lascian andar, ch nel cielo voluto
+chi mostri altrui questo cammin silvestro.
+
+Allor li fu lorgoglio s caduto,
+che si lasci cascar luncino a piedi,
+e disse a li altri: Omai non sia feruto.
+
+E l duca mio a me: O tu che siedi
+tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+sicuramente omai a me ti riedi.
+
+Per chio mi mossi e a lui venni ratto;
+e i diavoli si fecer tutti avanti,
+s chio temetti chei tenesser patto;
+
+cos vid o gi temer li fanti
+chuscivan patteggiati di Caprona,
+veggendo s tra nemici cotanti.
+
+I maccostai con tutta la persona
+lungo l mio duca, e non torceva li occhi
+da la sembianza lor chera non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e Vuo che l tocchi,
+diceva lun con laltro, in sul groppone?.
+E rispondien: S, fa che gliel accocchi.
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+col duca mio, si volse tutto presto
+e disse: Posa, posa, Scarmiglione!.
+
+Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo
+iscoglio non si pu, per che giace
+tutto spezzato al fondo larco sesto.
+
+E se landare avante pur vi piace,
+andatevene su per questa grotta;
+presso un altro scoglio che via face.
+
+Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta,
+mille dugento con sessanta sei
+anni compi che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso l di questi miei
+a riguardar salcun se ne sciorina;
+gite con lor, che non saranno rei.
+
+Trati avante, Alichino, e Calcabrina,
+cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo;
+e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn oltre e Draghignazzo,
+Ciratto sannuto e Graffiacane
+e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate ntorno le boglienti pane;
+costor sian salvi infino a laltro scheggio
+che tutto intero va sovra le tane.
+
+Om, maestro, che quel chi veggio?,
+diss io, deh, sanza scorta andianci soli,
+se tu sa ir; chi per me non la cheggio.
+
+Se tu se s accorto come suoli,
+non vedi tu che digrignan li denti
+e con le ciglia ne minaccian duoli?.
+
+Ed elli a me: Non vo che tu paventi;
+lasciali digrignar pur a lor senno,
+che fanno ci per li lessi dolenti.
+
+Per largine sinistro volta dienno;
+ma prima avea ciascun la lingua stretta
+coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+Inferno Canto XXII
+
+
+Io vidi gi cavalier muover campo,
+e cominciare stormo e far lor mostra,
+e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+o Aretini, e vidi gir gualdane,
+fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+con tamburi e con cenni di castella,
+e con cose nostrali e con istrane;
+
+n gi con s diversa cennamella
+cavalier vidi muover n pedoni,
+n nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia ntesa,
+per veder de la bolgia ogne contegno
+e de la gente chentro vera incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+a marinar con larco de la schiena
+che sargomentin di campar lor legno,
+
+talor cos, ad alleggiar la pena,
+mostrav alcun de peccatori l dosso
+e nascondea in men che non balena.
+
+E come a lorlo de lacqua dun fosso
+stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+s che celano i piedi e laltro grosso,
+
+s stavan dogne parte i peccatori;
+ma come sappressava Barbariccia,
+cos si ritran sotto i bollori.
+
+I vidi, e anco il cor me naccapriccia,
+uno aspettar cos, com elli ncontra
+chuna rana rimane e laltra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era pi di contra,
+li arruncigli le mpegolate chiome
+e trassel s, che mi parve una lontra.
+
+I sapea gi di tutti quanti l nome,
+s li notai quando fuorono eletti,
+e poi che si chiamaro, attesi come.
+
+O Rubicante, fa che tu li metti
+li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!,
+gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: Maestro mio, fa, se tu puoi,
+che tu sappi chi lo sciagurato
+venuto a man de li avversari suoi.
+
+Lo duca mio li saccost allato;
+domandollo ond ei fosse, e quei rispuose:
+I fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo dun segnor mi puose,
+che mavea generato dun ribaldo,
+distruggitor di s e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+quivi mi misi a far baratteria,
+di chio rendo ragione in questo caldo.
+
+E Ciratto, a cui di bocca uscia
+dogne parte una sanna come a porco,
+li f sentir come luna sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto l sorco;
+ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+e disse: State in l, mentr io lo nforco.
+
+E al maestro mio volse la faccia;
+Domanda, disse, ancor, se pi disii
+saper da lui, prima chaltri l disfaccia.
+
+Lo duca dunque: Or d: de li altri rii
+conosci tu alcun che sia latino
+sotto la pece?. E quelli: I mi partii,
+
+poco , da un che fu di l vicino.
+Cos foss io ancor con lui coperto,
+chi non temerei unghia n uncino!.
+
+E Libicocco Troppo avem sofferto,
+disse; e preseli l braccio col runciglio,
+s che, stracciando, ne port un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+giuso a le gambe; onde l decurio loro
+si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand elli un poco rappaciati fuoro,
+a lui, chancor mirava sua ferita,
+domand l duca mio sanza dimoro:
+
+Chi fu colui da cui mala partita
+di che facesti per venire a proda?.
+Ed ei rispuose: Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel dogne froda,
+chebbe i nemici di suo donno in mano,
+e f s lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse e lasciolli di piano,
+s com e dice; e ne li altri offici anche
+barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+di Logodoro; e a dir di Sardigna
+le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Om, vedete laltro che digrigna;
+i direi anche, ma i temo chello
+non sapparecchi a grattarmi la tigna.
+
+E l gran proposto, vlto a Farfarello
+che stralunava li occhi per fedire,
+disse: Fatti n cost, malvagio uccello!.
+
+Se voi volete vedere o udire,
+ricominci lo sparato appresso,
+Toschi o Lombardi, io ne far venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+s chei non teman de le lor vendette;
+e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un chio son, ne far venir sette
+quand io suffoler, com nostro uso
+di fare allor che fori alcun si mette.
+
+Cagnazzo a cotal motto lev l muso,
+crollando l capo, e disse: Odi malizia
+chelli ha pensata per gittarsi giuso!.
+
+Ond ei, chavea lacciuoli a gran divizia,
+rispuose: Malizioso son io troppo,
+quand io procuro a mia maggior trestizia.
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+a li altri, disse a lui: Se tu ti cali,
+io non ti verr dietro di gualoppo,
+
+ma batter sovra la pece lali.
+Lascisi l collo, e sia la ripa scudo,
+a veder se tu sol pi di noi vali.
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ciascun da laltra costa li occhi volse,
+quel prima, cha ci fare era pi crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ferm le piante a terra, e in un punto
+salt e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ma quei pi che cagion fu del difetto;
+per si mosse e grid: Tu se giunto!.
+
+Ma poco i valse: ch lali al sospetto
+non potero avanzar; quelli and sotto,
+e quei drizz volando suso il petto:
+
+non altrimenti lanitra di botto,
+quando l falcon sappressa, gi sattuffa,
+ed ei ritorna s crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+volando dietro li tenne, invaghito
+che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come l barattier fu disparito,
+cos volse li artigli al suo compagno,
+e fu con lui sopra l fosso ghermito.
+
+Ma laltro fu bene sparvier grifagno
+ad artigliar ben lui, e amendue
+cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor sbito fue;
+ma per di levarsi era neente,
+s avieno inviscate lali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+quattro ne f volar da laltra costa
+con tutt i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di l discesero a la posta;
+porser li uncini verso li mpaniati,
+cheran gi cotti dentro da la crosta.
+
+E noi lasciammo lor cos mpacciati.
+
+
+
+Inferno Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+nandavam lun dinanzi e laltro dopo,
+come frati minor vanno per via.
+
+Vlt era in su la favola dIsopo
+lo mio pensier per la presente rissa,
+dov el parl de la rana e del topo;
+
+ch pi non si pareggia mo e issa
+che lun con laltro fa, se ben saccoppia
+principio e fine con la mente fissa.
+
+E come lun pensier de laltro scoppia,
+cos nacque di quello un altro poi,
+che la prima paura mi f doppia.
+
+Io pensava cos: Questi per noi
+sono scherniti con danno e con beffa
+s fatta, chassai credo che lor ni.
+
+Se lira sovra l mal voler saggueffa,
+ei ne verranno dietro pi crudeli
+che l cane a quella lievre chelli acceffa.
+
+Gi mi sentia tutti arricciar li peli
+de la paura e stava in dietro intento,
+quand io dissi: Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i ho pavento
+di Malebranche. Noi li avem gi dietro;
+io li magino s, che gi li sento.
+
+E quei: Si fossi di piombato vetro,
+limagine di fuor tua non trarrei
+pi tosto a me, che quella dentro mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo pensier tra miei,
+con simile atto e con simile faccia,
+s che dintrambi un sol consiglio fei.
+
+Selli che s la destra costa giaccia,
+che noi possiam ne laltra bolgia scendere,
+noi fuggirem limaginata caccia.
+
+Gi non compi di tal consiglio rendere,
+chio li vidi venir con lali tese
+non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di sbito mi prese,
+come la madre chal romore desta
+e vede presso a s le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non sarresta,
+avendo pi di lui che di s cura,
+tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e gi dal collo de la ripa dura
+supin si diede a la pendente roccia,
+che lun de lati a laltra bolgia tura.
+
+Non corse mai s tosto acqua per doccia
+a volger ruota di molin terragno,
+quand ella pi verso le pale approccia,
+
+come l maestro mio per quel vivagno,
+portandosene me sovra l suo petto,
+come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i pi suoi giunti al letto
+del fondo gi, che furon in sul colle
+sovresso noi; ma non l era sospetto:
+
+ch lalta provedenza che lor volle
+porre ministri de la fossa quinta,
+poder di partirs indi a tutti tolle.
+
+L gi trovammo una gente dipinta
+che giva intorno assai con lenti passi,
+piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+che in Clugn per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, s chelli abbaglia;
+ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+vena s pian, che noi eravam nuovi
+di compagnia ad ogne mover danca.
+
+Per chio al duca mio: Fa che tu trovi
+alcun chal fatto o al nome si conosca,
+e li occhi, s andando, intorno movi.
+
+E un che ntese la parola tosca,
+di retro a noi grid: Tenete i piedi,
+voi che correte s per laura fosca!
+
+Forse chavrai da me quel che tu chiedi.
+Onde l duca si volse e disse: Aspetta,
+e poi secondo il suo passo procedi.
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+de lanimo, col viso, desser meco;
+ma tardavali l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con locchio bieco
+mi rimiraron sanza far parola;
+poi si volsero in s, e dicean seco:
+
+Costui par vivo a latto de la gola;
+e se son morti, per qual privilegio
+vanno scoperti de la grave stola?.
+
+Poi disser me: O Tosco, chal collegio
+de lipocriti tristi se venuto,
+dir chi tu se non avere in dispregio.
+
+E io a loro: I fui nato e cresciuto
+sovra l bel fiume dArno a la gran villa,
+e son col corpo chi ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+quant i veggio dolor gi per le guance?
+e che pena in voi che s sfavilla?.
+
+E lun rispuose a me: Le cappe rance
+son di piombo s grosse, che li pesi
+fan cos cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+io Catalano e questi Loderingo
+nomati, e da tua terra insieme presi
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+per conservar sua pace; e fummo tali,
+chancor si pare intorno dal Gardingo.
+
+Io cominciai: O frati, i vostri mali . . . ;
+ma pi non dissi, cha locchio mi corse
+un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+soffiando ne la barba con sospiri;
+e l frate Catalan, cha ci saccorse,
+
+mi disse: Quel confitto che tu miri,
+consigli i Farisei che convenia
+porre un uom per lo popolo a martri.
+
+Attraversato , nudo, ne la via,
+come tu vedi, ed mestier chel senta
+qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+in questa fossa, e li altri dal concilio
+che fu per li Giudei mala sementa.
+
+Allor vid io maravigliar Virgilio
+sovra colui chera disteso in croce
+tanto vilmente ne letterno essilio.
+
+Poscia drizz al frate cotal voce:
+Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+sa la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+sanza costrigner de li angeli neri
+che vegnan desto fondo a dipartirci.
+
+Rispuose adunque: Pi che tu non speri
+sappressa un sasso che da la gran cerchia
+si move e varca tutt i vallon feri,
+
+salvo che n questo rotto e nol coperchia;
+montar potrete su per la ruina,
+che giace in costa e nel fondo soperchia.
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+poi disse: Mal contava la bisogna
+colui che i peccator di qua uncina.
+
+E l frate: Io udi gi dire a Bologna
+del diavol vizi assai, tra quali udi
+chelli bugiardo, e padre di menzogna.
+
+Appresso il duca a gran passi sen g,
+turbato un poco dira nel sembiante;
+ond io da li ncarcati mi parti
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+Inferno Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+che l sole i crin sotto lAquario tempra
+e gi le notti al mezzo d sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+limagine di sua sorella bianca,
+ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+si leva, e guarda, e vede la campagna
+biancheggiar tutta; ond ei si batte lanca,
+
+ritorna in casa, e qua e l si lagna,
+come l tapin che non sa che si faccia;
+poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo l mondo aver cangiata faccia
+in poco dora, e prende suo vincastro
+e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Cos mi fece sbigottir lo mastro
+quand io li vidi s turbar la fronte,
+e cos tosto al mal giunse lo mpiastro;
+
+ch, come noi venimmo al guasto ponte,
+lo duca a me si volse con quel piglio
+dolce chio vidi prima a pi del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+eletto seco riguardando prima
+ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei chadopera ed estima,
+che sempre par che nnanzi si proveggia,
+cos, levando me s ver la cima
+
+dun ronchione, avvisava unaltra scheggia
+dicendo: Sovra quella poi taggrappa;
+ma tenta pria s tal chella ti reggia.
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ch noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+potavam s montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+pi che da laltro era la costa corta,
+non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perch Malebolge inver la porta
+del bassissimo pozzo tutta pende,
+lo sito di ciascuna valle porta
+
+che luna costa surge e laltra scende;
+noi pur venimmo al fine in su la punta
+onde lultima pietra si scoscende.
+
+La lena mera del polmon s munta
+quand io fui s, chi non potea pi oltre,
+anzi massisi ne la prima giunta.
+
+Omai convien che tu cos ti spoltre,
+disse l maestro; ch, seggendo in piuma,
+in fama non si vien, n sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+cotal vestigio in terra di s lascia,
+qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E per leva s; vinci lambascia
+con lanimo che vince ogne battaglia,
+se col suo grave corpo non saccascia.
+
+Pi lunga scala convien che si saglia;
+non basta da costoro esser partito.
+Se tu mi ntendi, or fa s che ti vaglia.
+
+Levami allor, mostrandomi fornito
+meglio di lena chi non mi sentia,
+e dissi: Va, chi son forte e ardito.
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+chera ronchioso, stretto e malagevole,
+ed erto pi assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+onde una voce usc de laltro fosso,
+a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra l dosso
+fossi de larco gi che varca quivi;
+ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era vlto in gi, ma li occhi vivi
+non poteano ire al fondo per lo scuro;
+per chio: Maestro, fa che tu arrivi
+
+da laltro cinghio e dismontiam lo muro;
+ch, com i odo quinci e non intendo,
+cos gi veggio e neente affiguro.
+
+Altra risposta, disse, non ti rendo
+se non lo far; ch la dimanda onesta
+si de seguir con lopera tacendo.
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+dove saggiugne con lottava ripa,
+e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+di serpenti, e di s diversa mena
+che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Pi non si vanti Libia con sua rena;
+ch se chelidri, iaculi e faree
+produce, e cencri con anfisibena,
+
+n tante pestilenzie n s ree
+mostr gi mai con tutta lEtopia
+n con ci che di sopra al Mar Rosso e.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+corran genti nude e spaventate,
+sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+quelle ficcavan per le ren la coda
+e l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un chera da nostra proda,
+savvent un serpente che l trafisse
+l dove l collo a le spalle sannoda.
+
+N O s tosto mai n I si scrisse,
+com el saccese e arse, e cener tutto
+convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra s distrutto,
+la polver si raccolse per s stessa
+e n quel medesmo ritorn di butto.
+
+Cos per li gran savi si confessa
+che la fenice more e poi rinasce,
+quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba n biado in sua vita non pasce,
+ma sol dincenso lagrime e damomo,
+e nardo e mirra son lultime fasce.
+
+E qual quel che cade, e non sa como,
+per forza di demon cha terra il tira,
+o daltra oppilazion che lega lomo,
+
+quando si leva, che ntorno si mira
+tutto smarrito de la grande angoscia
+chelli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era l peccator levato poscia.
+Oh potenza di Dio, quant severa,
+che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domand poi chi ello era;
+per chei rispuose: Io piovvi di Toscana,
+poco tempo , in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+s come a mul chi fui; son Vanni Fucci
+bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
+
+E o al duca: Dilli che non mucci,
+e domanda che colpa qua gi l pinse;
+chio l vidi uomo di sangue e di crucci.
+
+E l peccator, che ntese, non sinfinse,
+ma drizz verso me lanimo e l volto,
+e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: Pi mi duol che tu mhai colto
+ne la miseria dove tu mi vedi,
+che quando fui de laltra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+in gi son messo tanto perch io fui
+ladro a la sagrestia di belli arredi,
+
+e falsamente gi fu apposto altrui.
+Ma perch di tal vista tu non godi,
+se mai sarai di fuor da luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+Pistoia in pria di Neri si dimagra;
+poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ch di torbidi nuvoli involuto;
+e con tempesta impetosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ond ei repente spezzer la nebbia,
+s chogne Bianco ne sar feruto.
+
+E detto lho perch doler ti debbia!.
+
+
+
+Inferno Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+le mani alz con amendue le fiche,
+gridando: Togli, Dio, cha te le squadro!.
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+perch una li savvolse allora al collo,
+come dicesse Non vo che pi diche;
+
+e unaltra a le braccia, e rilegollo,
+ribadendo s stessa s dinanzi,
+che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi
+dincenerarti s che pi non duri,
+poi che n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt i cerchi de lo nferno scuri
+non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+non quel che cadde a Tebe gi da muri.
+
+El si fugg che non parl pi verbo;
+e io vidi un centauro pien di rabbia
+venir chiamando: Ov , ov lacerbo?.
+
+Maremma non cred io che tante nabbia,
+quante bisce elli avea su per la groppa
+infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+con lali aperte li giacea un draco;
+e quello affuoca qualunque sintoppa.
+
+Lo mio maestro disse: Questi Caco,
+che, sotto l sasso di monte Aventino,
+di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co suoi fratei per un cammino,
+per lo furto che frodolente fece
+del grande armento chelli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+sotto la mazza dErcule, che forse
+gliene di cento, e non sent le diece.
+
+Mentre che s parlava, ed el trascorse,
+e tre spiriti venner sotto noi,
+de quai n io n l duca mio saccorse,
+
+se non quando gridar: Chi siete voi?;
+per che nostra novella si ristette,
+e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+come suol seguitar per alcun caso,
+che lun nomar un altro convenette,
+
+dicendo: Cianfa dove fia rimaso?;
+per chio, acci che l duca stesse attento,
+mi puosi l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se or, lettore, a creder lento
+ci chio dir, non sar maraviglia,
+ch io che l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com io tenea levate in lor le ciglia,
+e un serpente con sei pi si lancia
+dinanzi a luno, e tutto a lui sappiglia.
+
+Co pi di mezzo li avvinse la pancia
+e con li anteror le braccia prese;
+poi li addent e luna e laltra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+e miseli la coda tra mbedue
+e dietro per le ren s la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ad alber s, come lorribil fiera
+per laltrui membra avviticchi le sue.
+
+Poi sappiccar, come di calda cera
+fossero stati, e mischiar lor colore,
+n lun n laltro gi parea quel chera:
+
+come procede innanzi da lardore,
+per lo papiro suso, un color bruno
+che non nero ancora e l bianco more.
+
+Li altri due l riguardavano, e ciascuno
+gridava: Om, Agnel, come ti muti!
+Vedi che gi non se n due n uno.
+
+Gi eran li due capi un divenuti,
+quando napparver due figure miste
+in una faccia, ov eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+le cosce con le gambe e l ventre e l casso
+divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+due e nessun limagine perversa
+parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come l ramarro sotto la gran fersa
+dei d canicular, cangiando sepe,
+folgore par se la via attraversa,
+
+s pareva, venendo verso lepe
+de li altri due, un serpentello acceso,
+livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima preso
+nostro alimento, a lun di lor trafisse;
+poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto l mir, ma nulla disse;
+anzi, co pi fermati, sbadigliava
+pur come sonno o febbre lassalisse.
+
+Elli l serpente e quei lui riguardava;
+lun per la piaga e laltro per la bocca
+fummavan forte, e l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai l dov e tocca
+del misero Sabello e di Nasidio,
+e attenda a udir quel chor si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e dAretusa Ovidio,
+ch se quello in serpente e quella in fonte
+converte poetando, io non lo nvidio;
+
+ch due nature mai a fronte a fronte
+non trasmut s chamendue le forme
+a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+che l serpente la coda in forca fesse,
+e l feruto ristrinse insieme lorme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+sappiccar s, che n poco la giuntura
+non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+che si perdeva l, e la sua pelle
+si facea molle, e quella di l dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per lascelle,
+e i due pi de la fiera, cheran corti,
+tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li pi di rietro, insieme attorti,
+diventaron lo membro che luom cela,
+e l misero del suo navea due porti.
+
+Mentre che l fummo luno e laltro vela
+di color novo, e genera l pel suso
+per luna parte e da laltra il dipela,
+
+lun si lev e laltro cadde giuso,
+non torcendo per le lucerne empie,
+sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel chera dritto, il trasse ver le tempie,
+e di troppa matera chin l venne
+uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ci che non corse in dietro e si ritenne
+di quel soverchio, f naso a la faccia
+e le labbra ingross quanto convenne.
+
+Quel che giaca, il muso innanzi caccia,
+e li orecchi ritira per la testa
+come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, chava unita e presta
+prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ne laltro si richiude; e l fummo resta.
+
+Lanima chera fiera divenuta,
+suffolando si fugge per la valle,
+e laltro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+e disse a laltro: I vo che Buoso corra,
+com ho fatt io, carpon per questo calle.
+
+Cos vid io la settima zavorra
+mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+la novit se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+fossero alquanto e lanimo smagato,
+non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+chi non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ed era quel che sol, di tre compagni
+che venner prima, non era mutato;
+
+laltr era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+Inferno Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se s grande
+che per mare e per terra batti lali,
+e per lo nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+di quel che Prato, non chaltri, tagogna.
+
+E se gi fosse, non saria per tempo.
+Cos foss ei, da che pur esser dee!
+ch pi mi graver, com pi mattempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+che navea fatto iborni a scender pria,
+rimont l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio
+lo pi sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+quando drizzo la mente a ci chio vidi,
+e pi lo ngegno affreno chi non soglio,
+
+perch non corra che virt nol guidi;
+s che, se stella bona o miglior cosa
+mha dato l ben, chio stessi nol minvidi.
+
+Quante l villan chal poggio si riposa,
+nel tempo che colui che l mondo schiara
+la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede a la zanzara,
+vede lucciole gi per la vallea,
+forse col dov e vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+lottava bolgia, s com io maccorsi
+tosto che fui l ve l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengi con li orsi
+vide l carro dElia al dipartire,
+quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea s con li occhi seguire,
+chel vedesse altro che la fiamma sola,
+s come nuvoletta, in s salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+del fosso, ch nessuna mostra l furto,
+e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra l ponte a veder surto,
+s che sio non avessi un ronchion preso,
+caduto sarei gi sanz esser urto.
+
+E l duca che mi vide tanto atteso,
+disse: Dentro dai fuochi son li spirti;
+catun si fascia di quel chelli inceso.
+
+Maestro mio, rispuos io, per udirti
+son io pi certo; ma gi mera avviso
+che cos fosse, e gi voleva dirti:
+
+chi n quel foco che vien s diviso
+di sopra, che par surger de la pira
+dov Etecle col fratel fu miso?.
+
+Rispuose a me: L dentro si martira
+Ulisse e Domede, e cos insieme
+a la vendetta vanno come a lira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+lagguato del caval che f la porta
+onde usc de Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro larte per che, morta,
+Dedama ancor si duol dAchille,
+e del Palladio pena vi si porta.
+
+Sei posson dentro da quelle faville
+parlar, diss io, maestro, assai ten priego
+e ripriego, che l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de lattender niego
+fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+vedi che del disio ver lei mi piego!.
+
+Ed elli a me: La tua preghiera degna
+di molta loda, e io per laccetto;
+ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, chi ho concetto
+ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi,
+perch e fuor greci, forse del tuo detto.
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+dove parve al mio duca tempo e loco,
+in questa forma lui parlare audivi:
+
+O voi che siete due dentro ad un foco,
+sio meritai di voi mentre chio vissi,
+sio meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+non vi movete; ma lun di voi dica
+dove, per lui, perduto a morir gissi.
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+cominci a crollarsi mormorando,
+pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e l menando,
+come fosse la lingua che parlasse,
+gitt voce di fuori e disse: Quando
+
+mi diparti da Circe, che sottrasse
+me pi dun anno l presso a Gaeta,
+prima che s Ena la nomasse,
+
+n dolcezza di figlio, n la pieta
+del vecchio padre, n l debito amore
+lo qual dovea Penelop far lieta,
+
+vincer potero dentro a me lardore
+chi ebbi a divenir del mondo esperto
+e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per lalto mare aperto
+sol con un legno e con quella compagna
+picciola da la qual non fui diserto.
+
+Lun lito e laltro vidi infin la Spagna,
+fin nel Morrocco, e lisola di Sardi,
+e laltre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e compagni eravam vecchi e tardi
+quando venimmo a quella foce stretta
+dov Ercule segn li suoi riguardi
+
+acci che luom pi oltre non si metta;
+da la man destra mi lasciai Sibilia,
+da laltra gi mavea lasciata Setta.
+
+O frati, dissi che per cento milia
+perigli siete giunti a loccidente,
+a questa tanto picciola vigilia
+
+di nostri sensi ch del rimanente
+non vogliate negar lesperenza,
+di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+fatti non foste a viver come bruti,
+ma per seguir virtute e canoscenza.
+
+Li miei compagni fec io s aguti,
+con questa orazion picciola, al cammino,
+che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+de remi facemmo ali al folle volo,
+sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle gi de laltro polo
+vedea la notte, e l nostro tanto basso,
+che non surga fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+lo lume era di sotto da la luna,
+poi che ntrati eravam ne lalto passo,
+
+quando napparve una montagna, bruna
+per la distanza, e parvemi alta tanto
+quanto veduta non ava alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto;
+ch de la nova terra un turbo nacque
+e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il f girar con tutte lacque;
+a la quarta levar la poppa in suso
+e la prora ire in gi, com altrui piacque,
+
+infin che l mar fu sovra noi richiuso.
+
+
+
+Inferno Canto XXVII
+
+
+Gi era dritta in s la fiamma e queta
+per non dir pi, e gi da noi sen gia
+con la licenza del dolce poeta,
+
+quand unaltra, che dietro a lei vena,
+ne fece volger li occhi a la sua cima
+per un confuso suon che fuor nuscia.
+
+Come l bue cicilian che mugghi prima
+col pianto di colui, e ci fu dritto,
+che lavea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de lafflitto,
+s che, con tutto che fosse di rame,
+pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+cos, per non aver via n forame
+dal principio nel foco, in suo linguaggio
+si convertan le parole grame.
+
+Ma poscia chebber colto lor vaggio
+su per la punta, dandole quel guizzo
+che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: O tu a cu io drizzo
+la voce e che parlavi mo lombardo,
+dicendo Istra ten va, pi non tadizzo,
+
+perch io sia giunto forse alquanto tardo,
+non tincresca restare a parlar meco;
+vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+caduto se di quella dolce terra
+latina ond io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+chio fui di monti l intra Orbino
+e l giogo di che Tever si diserra.
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+quando il mio duca mi tent di costa,
+dicendo: Parla tu; questi latino.
+
+E io, chavea gi pronta la risposta,
+sanza indugio a parlare incominciai:
+O anima che se l gi nascosta,
+
+Romagna tua non , e non fu mai,
+sanza guerra ne cuor de suoi tiranni;
+ma n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata molt anni:
+laguglia da Polenta la si cova,
+s che Cervia ricuopre co suoi vanni.
+
+La terra che f gi la lunga prova
+e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E l mastin vecchio e l nuovo da Verrucchio,
+che fecer di Montagna il mal governo,
+l dove soglion fan di denti succhio.
+
+Le citt di Lamone e di Santerno
+conduce il loncel dal nido bianco,
+che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu il Savio bagna il fianco,
+cos com ella sie tra l piano e l monte,
+tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se, ti priego che ne conte;
+non esser duro pi chaltri sia stato,
+se l nome tuo nel mondo tegna fronte.
+
+Poscia che l foco alquanto ebbe rugghiato
+al modo suo, laguta punta mosse
+di qua, di l, e poi di cotal fiato:
+
+Si credesse che mia risposta fosse
+a persona che mai tornasse al mondo,
+questa fiamma staria sanza pi scosse;
+
+ma per che gi mai di questo fondo
+non torn vivo alcun, si odo il vero,
+sanza tema dinfamia ti rispondo.
+
+Io fui uom darme, e poi fui cordigliero,
+credendomi, s cinto, fare ammenda;
+e certo il creder mio vena intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+che mi rimise ne le prime colpe;
+e come e quare, voglio che mintenda.
+
+Mentre chio forma fui dossa e di polpe
+che la madre mi di, lopere mie
+non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+io seppi tutte, e s menai lor arte,
+chal fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+di mia etade ove ciascun dovrebbe
+calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ci che pria mi piaca, allor mincrebbe,
+e pentuto e confesso mi rendei;
+ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe di novi Farisei,
+avendo guerra presso a Laterano,
+e non con Saracin n con Giudei,
+
+ch ciascun suo nimico era cristiano,
+e nessun era stato a vincer Acri
+n mercatante in terra di Soldano,
+
+n sommo officio n ordini sacri
+guard in s, n in me quel capestro
+che solea fare i suoi cinti pi macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+dentro Siratti a guerir de la lebbre,
+cos mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre;
+domandommi consiglio, e io tacetti
+perch le sue parole parver ebbre.
+
+E poi ridisse: Tuo cuor non sospetti;
+finor tassolvo, e tu minsegna fare
+s come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss io serrare e diserrare,
+come tu sai; per son due le chiavi
+che l mio antecessor non ebbe care.
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+l ve l tacer mi fu avviso l peggio,
+e dissi: Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov io mo cader deggio,
+lunga promessa con lattender corto
+ti far trunfar ne lalto seggio.
+
+Francesco venne poi, com io fu morto,
+per me; ma un di neri cherubini
+li disse: Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee gi tra miei meschini
+perch diede l consiglio frodolente,
+dal quale in qua stato li sono a crini;
+
+chassolver non si pu chi non si pente,
+n pentere e volere insieme puossi
+per la contradizion che nol consente.
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+quando mi prese dicendomi: Forse
+tu non pensavi chio lico fossi!.
+
+A Mins mi port; e quelli attorse
+otto volte la coda al dosso duro;
+e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: Questi di rei del foco furo;
+per chio l dove vedi son perduto,
+e s vestito, andando, mi rancuro.
+
+Quand elli ebbe l suo dir cos compiuto,
+la fiamma dolorando si partio,
+torcendo e dibattendo l corno aguto.
+
+Noi passamm oltre, e io e l duca mio,
+su per lo scoglio infino in su laltr arco
+che cuopre l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+Inferno Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+chi ora vidi, per narrar pi volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+per lo nostro sermone e per la mente
+channo a tanto comprender poco seno.
+
+Sel saunasse ancor tutta la gente
+che gi, in su la fortunata terra
+di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+che de lanella f s alte spoglie,
+come Livo scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+per contastare a Ruberto Guiscardo;
+e laltra il cui ossame ancor saccoglie
+
+a Ceperan, l dove fu bugiardo
+ciascun Pugliese, e l da Tagliacozzo,
+dove sanz arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+mostrasse, daequar sarebbe nulla
+il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Gi veggia, per mezzul perdere o lulla,
+com io vidi un, cos non si pertugia,
+rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+la corata pareva e l tristo sacco
+che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder mattacco,
+guardommi e con le man saperse il petto,
+dicendo: Or vedi com io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato Mometto!
+Dinanzi a me sen va piangendo Al,
+fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+seminator di scandalo e di scisma
+fuor vivi, e per son fessi cos.
+
+Un diavolo qua dietro che naccisma
+s crudelmente, al taglio de la spada
+rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand avem volta la dolente strada;
+per che le ferite son richiuse
+prima chaltri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se che n su lo scoglio muse,
+forse per indugiar dire a la pena
+ch giudicata in su le tue accuse?.
+
+N morte l giunse ancor, n colpa l mena,
+rispuose l mio maestro, a tormentarlo;
+ma per dar lui esperenza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+per lo nferno qua gi di giro in giro;
+e quest ver cos com io ti parlo.
+
+Pi fuor di cento che, quando ludiro,
+sarrestaron nel fosso a riguardarmi
+per maraviglia, oblando il martiro.
+
+Or d a fra Dolcin dunque che sarmi,
+tu che forse vedra il sole in breve,
+sello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+s di vivanda, che stretta di neve
+non rechi la vittoria al Noarese,
+chaltrimenti acquistar non saria leve.
+
+Poi che lun pi per girsene sospese,
+Mometto mi disse esta parola;
+indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+e tronco l naso infin sotto le ciglia,
+e non avea mai chuna orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+con li altri, innanzi a li altri apr la canna,
+chera di fuor dogne parte vermiglia,
+
+e disse: O tu cui colpa non condanna
+e cu io vidi su in terra latina,
+se troppa simiglianza non minganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+se mai torni a veder lo dolce piano
+che da Vercelli a Marcab dichina.
+
+E fa saper a due miglior da Fano,
+a messer Guido e anco ad Angiolello,
+che, se lantiveder qui non vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+e mazzerati presso a la Cattolica
+per tradimento dun tiranno fello.
+
+Tra lisola di Cipri e di Maiolica
+non vide mai s gran fallo Nettuno,
+non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con luno,
+e tien la terra che tale qui meco
+vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+far venirli a parlamento seco;
+poi far s, chal vento di Focara
+non sar lor mestier voto n preco.
+
+E io a lui: Dimostrami e dichiara,
+se vuo chi porti s di te novella,
+chi colui da la veduta amara.
+
+Allor puose la mano a la mascella
+dun suo compagno e la bocca li aperse,
+gridando: Questi desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+in Cesare, affermando che l fornito
+sempre con danno lattender sofferse.
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+con la lingua tagliata ne la strozza
+Curo, cha dir fu cos ardito!
+
+E un chavea luna e laltra man mozza,
+levando i moncherin per laura fosca,
+s che l sangue facea la faccia sozza,
+
+grid: Ricorderati anche del Mosca,
+che disse, lasso!, Capo ha cosa fatta,
+che fu mal seme per la gente tosca.
+
+E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta;
+per chelli, accumulando duol con duolo,
+sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+e vidi cosa chio avrei paura,
+sanza pi prova, di contarla solo;
+
+se non che coscenza massicura,
+la buona compagnia che luom francheggia
+sotto lasbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par chio l veggia,
+un busto sanza capo andar s come
+andavan li altri de la trista greggia;
+
+e l capo tronco tenea per le chiome,
+pesol con mano a guisa di lanterna:
+e quel mirava noi e dicea: Oh me!.
+
+Di s facea a s stesso lucerna,
+ed eran due in uno e uno in due;
+com esser pu, quei sa che s governa.
+
+Quando diritto al pi del ponte fue,
+lev l braccio alto con tutta la testa
+per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: Or vedi la pena molesta,
+tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+vedi salcuna grande come questa.
+
+E perch tu di me novella porti,
+sappi chi son Bertram dal Bornio, quelli
+che diedi al re giovane i ma conforti.
+
+Io feci il padre e l figlio in s ribelli;
+Achitofl non f pi dAbsalone
+e di Davd coi malvagi punzelli.
+
+Perch io parti cos giunte persone,
+partito porto il mio cerebro, lasso!,
+dal suo principio ch in questo troncone.
+
+Cos sosserva in me lo contrapasso.
+
+
+
+Inferno Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+avean le luci mie s inebrate,
+che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: Che pur guate?
+perch la vista tua pur si soffolge
+l gi tra lombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto s a laltre bolge;
+pensa, se tu annoverar le credi,
+che miglia ventidue la valle volge.
+
+E gi la luna sotto i nostri piedi;
+lo tempo poco omai che n concesso,
+e altro da veder che tu non vedi.
+
+Se tu avessi, rispuos io appresso,
+atteso a la cagion per chio guardava,
+forse mavresti ancor lo star dimesso.
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+lo duca, gi faccendo la risposta,
+e soggiugnendo: Dentro a quella cava
+
+dov io tenea or li occhi s a posta,
+credo chun spirto del mio sangue pianga
+la colpa che l gi cotanto costa.
+
+Allor disse l maestro: Non si franga
+lo tuo pensier da qui innanzi sovr ello.
+Attendi ad altro, ed ei l si rimanga;
+
+chio vidi lui a pi del ponticello
+mostrarti e minacciar forte col dito,
+e udi l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor s del tutto impedito
+sovra colui che gi tenne Altaforte,
+che non guardasti in l, s fu partito.
+
+O duca mio, la volenta morte
+che non li vendicata ancor, diss io,
+per alcun che de lonta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond el sen gio
+sanza parlarmi, s com o estimo:
+e in ci mha el fatto a s pi pio.
+
+Cos parlammo infino al loco primo
+che de lo scoglio laltra valle mostra,
+se pi lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor lultima chiostra
+di Malebolge, s che i suoi conversi
+potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+che di piet ferrati avean li strali;
+ond io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali
+di Valdichiana tra l luglio e l settembre
+e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti nsembre,
+tal era quivi, e tal puzzo nusciva
+qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su lultima riva
+del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+e allor fu la mia vista pi viva
+
+gi ver lo fondo, la ve la ministra
+de lalto Sire infallibil giustizia
+punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo cha veder maggior tristizia
+fosse in Egina il popol tutto infermo,
+quando fu laere s pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+chera a veder per quella oscura valle
+languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra l ventre e qual sovra le spalle
+lun de laltro giacea, e qual carpone
+si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+guardando e ascoltando li ammalati,
+che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a s poggiati,
+com a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+dal capo al pi di schianze macolati;
+
+e non vidi gi mai menare stregghia
+a ragazzo aspettato dal segnorso,
+n a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+de lunghie sopra s per la gran rabbia
+del pizzicor, che non ha pi soccorso;
+
+e s traevan gi lunghie la scabbia,
+come coltel di scardova le scaglie
+o daltro pesce che pi larghe labbia.
+
+O tu che con le dita ti dismaglie,
+cominci l duca mio a lun di loro,
+e che fai desse talvolta tanaglie,
+
+dinne salcun Latino tra costoro
+che son quinc entro, se lunghia ti basti
+etternalmente a cotesto lavoro.
+
+Latin siam noi, che tu vedi s guasti
+qui ambedue, rispuose lun piangendo;
+ma tu chi se che di noi dimandasti?.
+
+E l duca disse: I son un che discendo
+con questo vivo gi di balzo in balzo,
+e di mostrar lo nferno a lui intendo.
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+e tremando ciascuno a me si volse
+con altri che ludiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto saccolse,
+dicendo: D a lor ci che tu vuoli;
+e io incominciai, poscia chei volse:
+
+Se la vostra memoria non simboli
+nel primo mondo da lumane menti,
+ma sella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+la vostra sconcia e fastidiosa pena
+di palesarvi a me non vi spaventi.
+
+Io fui dArezzo, e Albero da Siena,
+rispuose lun, mi f mettere al foco;
+ma quel per chio mori qui non mi mena.
+
+Vero chi dissi lui, parlando a gioco:
+I mi saprei levar per laere a volo;
+e quei, chavea vaghezza e senno poco,
+
+volle chi li mostrassi larte; e solo
+perch io nol feci Dedalo, mi fece
+ardere a tal che lavea per figliuolo.
+
+Ma ne lultima bolgia de le diece
+me per lalchmia che nel mondo usai
+dann Mins, a cui fallar non lece.
+
+E io dissi al poeta: Or fu gi mai
+gente s vana come la sanese?
+Certo non la francesca s dassai!.
+
+Onde laltro lebbroso, che mintese,
+rispuose al detto mio: Tramene Stricca
+che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccol che la costuma ricca
+del garofano prima discoverse
+ne lorto dove tal seme sappicca;
+
+e trane la brigata in che disperse
+Caccia dAscian la vigna e la gran fonda,
+e lAbbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perch sappi chi s ti seconda
+contra i Sanesi, aguzza ver me locchio,
+s che la faccia mia ben ti risponda:
+
+s vedrai chio son lombra di Capocchio,
+che falsai li metalli con lalchmia;
+e te dee ricordar, se ben tadocchio,
+
+com io fui di natura buona scimia.
+
+
+
+Inferno Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+per Semel contra l sangue tebano,
+come mostr una e altra fata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+che veggendo la moglie con due figli
+andar carcata da ciascuna mano,
+
+grid: Tendiam le reti, s chio pigli
+la leonessa e leoncini al varco;
+e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo lun chavea nome Learco,
+e rotollo e percosselo ad un sasso;
+e quella sanneg con laltro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+laltezza de Troian che tutto ardiva,
+s che nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+poscia che vide Polissena morta,
+e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+forsennata latr s come cane;
+tanto il dolor le f la mente torta.
+
+Ma n di Tebe furie n troiane
+si vider mi in alcun tanto crude,
+non punger bestie, nonch membra umane,
+
+quant io vidi in due ombre smorte e nude,
+che mordendo correvan di quel modo
+che l porco quando del porcil si schiude.
+
+Luna giunse a Capocchio, e in sul nodo
+del collo lassann, s che, tirando,
+grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E lAretin che rimase, tremando
+mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi,
+e va rabbioso altrui cos conciando.
+
+Oh, diss io lui, se laltro non ti ficchi
+li denti a dosso, non ti sia fatica
+a dir chi , pria che di qui si spicchi.
+
+Ed elli a me: Quell lanima antica
+di Mirra scellerata, che divenne
+al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+Questa a peccar con esso cos venne,
+falsificando s in altrui forma,
+come laltro che l sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+falsificare in s Buoso Donati,
+testando e dando al testamento norma.
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+sovra cu io avea locchio tenuto,
+rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di luto,
+pur chelli avesse avuta languinaia
+tronca da laltro che luomo ha forcuto.
+
+La grave idropes, che s dispaia
+le membra con lomor che mal converte,
+che l viso non risponde a la ventraia,
+
+faceva lui tener le labbra aperte
+come letico fa, che per la sete
+lun verso l mento e laltro in s rinverte.
+
+O voi che sanz alcuna pena siete,
+e non so io perch, nel mondo gramo,
+diss elli a noi, guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo;
+io ebbi, vivo, assai di quel chi volli,
+e ora, lasso!, un gocciol dacqua bramo.
+
+Li ruscelletti che di verdi colli
+del Casentin discendon giuso in Arno,
+faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ch limagine lor vie pi masciuga
+che l male ond io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+tragge cagion del loco ov io peccai
+a metter pi li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi Romena, l dov io falsai
+la lega suggellata del Batista;
+per chio il corpo s arso lasciai.
+
+Ma sio vedessi qui lanima trista
+di Guido o dAlessandro o di lor frate,
+per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c luna gi, se larrabbiate
+ombre che vanno intorno dicon vero;
+ma che mi val, cho le membra legate?
+
+Sio fossi pur di tanto ancor leggero
+chi potessi in cent anni andare unoncia,
+io sarei messo gi per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+con tutto chella volge undici miglia,
+e men dun mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra s fatta famiglia;
+e mindussero a batter li fiorini
+chavevan tre carati di mondiglia.
+
+E io a lui: Chi son li due tapini
+che fumman come man bagnate l verno,
+giacendo stretti a tuoi destri confini?.
+
+Qui li trovaie poi volta non dierno,
+rispuose, quando piovvi in questo greppo,
+e non credo che dieno in sempiterno.
+
+Luna la falsa chaccus Gioseppo;
+laltr l falso Sinon greco di Troia:
+per febbre aguta gittan tanto leppo.
+
+E lun di lor, che si rec a noia
+forse desser nomato s oscuro,
+col pugno li percosse lepa croia.
+
+Quella son come fosse un tamburo;
+e mastro Adamo li percosse il volto
+col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto
+lo muover per le membra che son gravi,
+ho io il braccio a tal mestiere sciolto.
+
+Ond ei rispuose: Quando tu andavi
+al fuoco, non lavei tu cos presto;
+ma s e pi lavei quando coniavi.
+
+E lidropico: Tu di ver di questo:
+ma tu non fosti s ver testimonio
+l ve del ver fosti a Troia richesto.
+
+Sio dissi falso, e tu falsasti il conio,
+disse Sinon; e son qui per un fallo,
+e tu per pi chalcun altro demonio!.
+
+Ricorditi, spergiuro, del cavallo,
+rispuose quel chava infiata lepa;
+e sieti reo che tutto il mondo sallo!.
+
+E te sia rea la sete onde ti crepa,
+disse l Greco, la lingua, e lacqua marcia
+che l ventre innanzi a li occhi s tassiepa!.
+
+Allora il monetier: Cos si squarcia
+la bocca tua per tuo mal come suole;
+ch, si ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai larsura e l capo che ti duole,
+e per leccar lo specchio di Narcisso,
+non vorresti a nvitar molte parole.
+
+Ad ascoltarli er io del tutto fisso,
+quando l maestro mi disse: Or pur mira,
+che per poco che teco non mi risso!.
+
+Quand io l senti a me parlar con ira,
+volsimi verso lui con tal vergogna,
+chancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual colui che suo dannaggio sogna,
+che sognando desidera sognare,
+s che quel ch, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec io, non possendo parlare,
+che disava scusarmi, e scusava
+me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+Maggior difetto men vergogna lava,
+disse l maestro, che l tuo non stato;
+per dogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion chio ti sia sempre allato,
+se pi avvien che fortuna taccoglia
+dove sien genti in simigliante piato:
+
+ch voler ci udire bassa voglia.
+
+
+
+Inferno Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+s che mi tinse luna e laltra guancia,
+e poi la medicina mi riporse;
+
+cos od io che solea far la lancia
+dAchille e del suo padre esser cagione
+prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+su per la ripa che l cinge dintorno,
+attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv era men che notte e men che giorno,
+s che l viso mandava innanzi poco;
+ma io senti sonare un alto corno,
+
+tanto chavrebbe ogne tuon fatto fioco,
+che, contra s la sua via seguitando,
+dirizz li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+Carlo Magno perd la santa gesta,
+non son s terribilmente Orlando.
+
+Poco porti in l volta la testa,
+che me parve veder molte alte torri;
+ond io: Maestro, d, che terra questa?.
+
+Ed elli a me: Per che tu trascorri
+per le tenebre troppo da la lungi,
+avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi,
+quanto l senso singanna di lontano;
+per alquanto pi te stesso pungi.
+
+Poi caramente mi prese per mano
+e disse: Pria che noi siam pi avanti,
+acci che l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+e son nel pozzo intorno da la ripa
+da lumbilico in giuso tutti quanti.
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+lo sguardo a poco a poco raffigura
+ci che cela l vapor che laere stipa,
+
+cos forando laura grossa e scura,
+pi e pi appressando ver la sponda,
+fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+per che, come su la cerchia tonda
+Montereggion di torri si corona,
+cos la proda che l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+li orribili giganti, cui minaccia
+Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva gi dalcun la faccia,
+le spalle e l petto e del ventre gran parte,
+e per le coste gi ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lasci larte
+di s fatti animali, assai f bene
+per trre tali essecutori a Marte.
+
+E sella delefanti e di balene
+non si pente, chi guarda sottilmente,
+pi giusta e pi discreta la ne tene;
+
+ch dove largomento de la mente
+saggiugne al mal volere e a la possa,
+nessun riparo vi pu far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+come la pina di San Pietro a Roma,
+e a sua proporzione eran laltre ossa;
+
+s che la ripa, chera perizoma
+dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto
+di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison saverien dato mal vanto;
+per chi ne vedea trenta gran palmi
+dal loco in gi dov omo affibbia l manto.
+
+Raphl ma amcche zab almi,
+cominci a gridar la fiera bocca,
+cui non si convenia pi dolci salmi.
+
+E l duca mio ver lui: Anima sciocca,
+tienti col corno, e con quel ti disfoga
+quand ira o altra passon ti tocca!
+
+Crcati al collo, e troverai la soga
+che l tien legato, o anima confusa,
+e vedi lui che l gran petto ti doga.
+
+Poi disse a me: Elli stessi saccusa;
+questi Nembrotto per lo cui mal coto
+pur un linguaggio nel mondo non susa.
+
+Lascinlo stare e non parliamo a vto;
+ch cos a lui ciascun linguaggio
+come l suo ad altrui, cha nullo noto.
+
+Facemmo adunque pi lungo vaggio,
+vlti a sinistra; e al trar dun balestro
+trovammo laltro assai pi fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse l maestro,
+non so io dir, ma el tenea soccinto
+dinanzi laltro e dietro il braccio destro
+
+duna catena che l tenea avvinto
+dal collo in gi, s che n su lo scoperto
+si ravvolga infino al giro quinto.
+
+Questo superbo volle esser esperto
+di sua potenza contra l sommo Giove,
+disse l mio duca, ond elli ha cotal merto.
+
+Falte ha nome, e fece le gran prove
+quando i giganti fer paura a di;
+le braccia chel men, gi mai non move.
+
+E io a lui: Sesser puote, io vorrei
+che de lo smisurato Brareo
+esperenza avesser li occhi mei.
+
+Ond ei rispuose: Tu vedrai Anteo
+presso di qui che parla ed disciolto,
+che ne porr nel fondo dogne reo.
+
+Quel che tu vuo veder, pi l molto
+ed legato e fatto come questo,
+salvo che pi feroce par nel volto.
+
+Non fu tremoto gi tanto rubesto,
+che scotesse una torre cos forte,
+come Falte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett io pi che mai la morte,
+e non vera mestier pi che la dotta,
+sio non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo pi avante allotta,
+e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+O tu che ne la fortunata valle
+che fece Scipon di gloria reda,
+quand Anibl co suoi diede le spalle,
+
+recasti gi mille leon per preda,
+e che, se fossi stato a lalta guerra
+de tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+chavrebber vinto i figli de la terra:
+mettine gi, e non ten vegna schifo,
+dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio n a Tifo:
+questi pu dar di quel che qui si brama;
+per ti china e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti pu nel mondo render fama,
+chel vive, e lunga vita ancor aspetta
+se nnanzi tempo grazia a s nol chiama.
+
+Cos disse l maestro; e quelli in fretta
+le man distese, e prese l duca mio,
+ond Ercule sent gi grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+disse a me: Fatti qua, s chio ti prenda;
+poi fece s chun fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+sotto l chinato, quando un nuvol vada
+sovr essa s, ched ella incontro penda:
+
+tal parve Anto a me che stava a bada
+di vederlo chinare, e fu tal ora
+chi avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+Lucifero con Giuda, ci spos;
+n, s chinato, l fece dimora,
+
+e come albero in nave si lev.
+
+
+
+Inferno Canto XXXII
+
+
+So avessi le rime aspre e chiocce,
+come si converrebbe al tristo buco
+sovra l qual pontan tutte laltre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+pi pienamente; ma perch io non labbo,
+non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ch non impresa da pigliare a gabbo
+discriver fondo a tutto luniverso,
+n da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+chaiutaro Anfone a chiuder Tebe,
+s che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+che stai nel loco onde parlare duro,
+mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo gi nel pozzo scuro
+sotto i pi del gigante assai pi bassi,
+e io mirava ancora a lalto muro,
+
+dicere udimi: Guarda come passi:
+va s, che tu non calchi con le piante
+le teste de fratei miseri lassi.
+
+Per chio mi volsi, e vidimi davante
+e sotto i piedi un lago che per gelo
+avea di vetro e non dacqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo s grosso velo
+di verno la Danoia in Osterlicchi,
+n Tana l sotto l freddo cielo,
+
+com era quivi; che se Tambernicchi
+vi fosse s caduto, o Pietrapana,
+non avria pur da lorlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+col muso fuor de lacqua, quando sogna
+di spigolar sovente la villana,
+
+livide, insin l dove appar vergogna
+eran lombre dolenti ne la ghiaccia,
+mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in gi tenea volta la faccia;
+da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand io mebbi dintorno alquanto visto,
+volsimi a piedi, e vidi due s stretti,
+che l pel del capo avieno insieme misto.
+
+Ditemi, voi che s strignete i petti,
+diss io, chi siete?. E quei piegaro i colli;
+e poi chebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, cheran pria pur dentro molli,
+gocciar su per le labbra, e l gelo strinse
+le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+forte cos; ond ei come due becchi
+cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un chavea perduti ambo li orecchi
+per la freddura, pur col viso in gie,
+disse: Perch cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+la valle onde Bisenzo si dichina
+del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+Dun corpo usciro; e tutta la Caina
+potrai cercare, e non troverai ombra
+degna pi desser fitta in gelatina:
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e lombra
+con esso un colpo per la man dArt;
+non Focaccia; non questi che mingombra
+
+col capo s, chi non veggio oltre pi,
+e fu nomato Sassol Mascheroni;
+se tosco se, ben sai omai chi fu.
+
+E perch non mi metti in pi sermoni,
+sappi chi fu il Camiscion de Pazzi;
+e aspetto Carlin che mi scagioni.
+
+Poscia vid io mille visi cagnazzi
+fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+e verr sempre, de gelati guazzi.
+
+E mentre chandavamo inver lo mezzo
+al quale ogne gravezza si rauna,
+e io tremava ne letterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+non so; ma, passeggiando tra le teste,
+forte percossi l pi nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgrid: Perch mi peste?
+se tu non vieni a crescer la vendetta
+di Montaperti, perch mi moleste?.
+
+E io: Maestro mio, or qui maspetta,
+s chio esca dun dubbio per costui;
+poi mi farai, quantunque vorrai, fretta.
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+che bestemmiava duramente ancora:
+Qual se tu che cos rampogni altrui?.
+
+Or tu chi se che vai per lAntenora,
+percotendo, rispuose, altrui le gote,
+s che, se fossi vivo, troppo fora?.
+
+Vivo son io, e caro esser ti puote,
+fu mia risposta, se dimandi fama,
+chio metta il nome tuo tra laltre note.
+
+Ed elli a me: Del contrario ho io brama.
+Lvati quinci e non mi dar pi lagna,
+ch mal sai lusingar per questa lama!.
+
+Allor lo presi per la cuticagna
+e dissi: El converr che tu ti nomi,
+o che capel qui s non ti rimagna.
+
+Ond elli a me: Perch tu mi dischiomi,
+n ti dir chio sia, n mosterrolti,
+se mille fiate in sul capo mi tomi.
+
+Io avea gi i capelli in mano avvolti,
+e tratti glien avea pi duna ciocca,
+latrando lui con li occhi in gi raccolti,
+
+quando un altro grid: Che hai tu, Bocca?
+non ti basta sonar con le mascelle,
+se tu non latri? qual diavol ti tocca?.
+
+Omai, diss io, non vo che pi favelle,
+malvagio traditor; cha la tua onta
+io porter di te vere novelle.
+
+Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta;
+ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+di quel chebbe or cos la lingua pronta.
+
+El piange qui largento de Franceschi:
+Io vidi, potrai dir, quel da Duera
+l dove i peccatori stanno freschi.
+
+Se fossi domandato Altri chi vera?,
+tu hai dallato quel di Beccheria
+di cui seg Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de Soldanier credo che sia
+pi l con Ganellone e Tebaldello,
+chapr Faenza quando si dormia.
+
+Noi eravam partiti gi da ello,
+chio vidi due ghiacciati in una buca,
+s che lun capo a laltro era cappello;
+
+e come l pan per fame si manduca,
+cos l sovran li denti a laltro pose
+l ve l cervel saggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tido si rose
+le tempie a Menalippo per disdegno,
+che quei faceva il teschio e laltre cose.
+
+O tu che mostri per s bestial segno
+odio sovra colui che tu ti mangi,
+dimmi l perch, diss io, per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con chio parlo non si secca.
+
+
+
+Inferno Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollev dal fiero pasto
+quel peccator, forbendola a capelli
+del capo chelli avea di retro guasto.
+
+Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli
+disperato dolor che l cor mi preme
+gi pur pensando, pria chio ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+che frutti infamia al traditor chi rodo,
+parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se n per che modo
+venuto se qua gi; ma fiorentino
+mi sembri veramente quand io todo.
+
+Tu dei saper chi fui conte Ugolino,
+e questi larcivescovo Ruggieri:
+or ti dir perch i son tal vicino.
+
+Che per leffetto de suo mai pensieri,
+fidandomi di lui, io fossi preso
+e poscia morto, dir non mestieri;
+
+per quel che non puoi avere inteso,
+cio come la morte mia fu cruda,
+udirai, e saprai se mha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda,
+la qual per me ha l titol de la fame,
+e che conviene ancor chaltrui si chiuda,
+
+mavea mostrato per lo suo forame
+pi lune gi, quand io feci l mal sonno
+che del futuro mi squarci l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+cacciando il lupo e lupicini al monte
+per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studose e conte
+Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+savea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+lo padre e figli, e con lagute scane
+mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+pianger senti fra l sonno i miei figliuoli
+cheran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se crudel, se tu gi non ti duoli
+pensando ci che l mio cor sannunziava;
+e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Gi eran desti, e lora sappressava
+che l cibo ne sola essere addotto,
+e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti chiavar luscio di sotto
+a lorribile torre; ond io guardai
+nel viso a mie figliuoi sanza far motto.
+
+Io non pianga, s dentro impetrai:
+piangevan elli; e Anselmuccio mio
+disse: Tu guardi s, padre! che hai?.
+
+Perci non lagrimai n rispuos io
+tutto quel giorno n la notte appresso,
+infin che laltro sol nel mondo usco.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+nel doloroso carcere, e io scorsi
+per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ed ei, pensando chio l fessi per voglia
+di manicar, di sbito levorsi
+
+e disser: Padre, assai ci fia men doglia
+se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+queste misere carni, e tu le spoglia.
+
+Quetami allor per non farli pi tristi;
+lo d e laltro stemmo tutti muti;
+ahi dura terra, perch non tapristi?
+
+Poscia che fummo al quarto d venuti,
+Gaddo mi si gitt disteso a piedi,
+dicendo: Padre mio, ch non maiuti?.
+
+Quivi mor; e come tu mi vedi,
+vid io cascar li tre ad uno ad uno
+tra l quinto d e l sesto; ond io mi diedi,
+
+gi cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+e due d li chiamai, poi che fur morti.
+Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno.
+
+Quand ebbe detto ci, con li occhi torti
+riprese l teschio misero co denti,
+che furo a losso, come dun can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+del bel paese l dove l s suona,
+poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+s chelli annieghi in te ogne persona!
+
+Che se l conte Ugolino aveva voce
+daver tradita te de le castella,
+non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea let novella,
+novella Tebe, Uguiccione e l Brigata
+e li altri due che l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, l ve la gelata
+ruvidamente unaltra gente fascia,
+non volta in gi, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso l pianger non lascia,
+e l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+si volge in entro a far crescer lambascia;
+
+ch le lagrime prime fanno groppo,
+e s come visiere di cristallo,
+rempion sotto l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, s come dun callo,
+per la freddura ciascun sentimento
+cessato avesse del mio viso stallo,
+
+gi mi parea sentire alquanto vento;
+per chio: Maestro mio, questo chi move?
+non qua gi ogne vapore spento?.
+
+Ond elli a me: Avaccio sarai dove
+di ci ti far locchio la risposta,
+veggendo la cagion che l fiato piove.
+
+E un de tristi de la fredda crosta
+grid a noi: O anime crudeli
+tanto che data v lultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+s cho sfoghi l duol che l cor mimpregna,
+un poco, pria che l pianto si raggeli.
+
+Per chio a lui: Se vuo chi ti sovvegna,
+dimmi chi se, e sio non ti disbrigo,
+al fondo de la ghiaccia ir mi convegna.
+
+Rispuose adunque: I son frate Alberigo;
+i son quel da le frutta del mal orto,
+che qui riprendo dattero per figo.
+
+Oh, diss io lui, or se tu ancor morto?.
+Ed elli a me: Come l mio corpo stea
+nel mondo s, nulla scenza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+che spesse volte lanima ci cade
+innanzi chAtrops mossa le dea.
+
+E perch tu pi volentier mi rade
+le nvetrate lagrime dal volto,
+sappie che, tosto che lanima trade
+
+come fec o, il corpo suo l tolto
+da un demonio, che poscia il governa
+mentre che l tempo suo tutto sia vlto.
+
+Ella ruina in s fatta cisterna;
+e forse pare ancor lo corpo suso
+de lombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+elli ser Branca Doria, e son pi anni
+poscia passati chel fu s racchiuso.
+
+Io credo, diss io lui, che tu minganni;
+ch Branca Doria non mor unquanche,
+e mangia e bee e dorme e veste panni.
+
+Nel fosso s, diss el, de Malebranche,
+l dove bolle la tenace pece,
+non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+che questi lasci il diavolo in sua vece
+nel corpo suo, ed un suo prossimano
+che l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+aprimi li occhi. E io non gliel apersi;
+e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+dogne costume e pien dogne magagna,
+perch non siete voi del mondo spersi?
+
+Ch col peggiore spirto di Romagna
+trovai di voi un tal, che per sua opra
+in anima in Cocito gi si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+Inferno Canto XXXIV
+
+
+Vexilla regis prodeunt inferni
+verso di noi; per dinanzi mira,
+disse l maestro mio, se tu l discerni.
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+o quando lemisperio nostro annotta,
+par di lungi un molin che l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+poi per lo vento mi ristrinsi retro
+al duca mio, ch non l era altra grotta.
+
+Gi era, e con paura il metto in metro,
+l dove lombre tutte eran coperte,
+e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+quella col capo e quella con le piante;
+altra, com arco, il volto a pi rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+chal mio maestro piacque di mostrarmi
+la creatura chebbe il bel sembiante,
+
+dinnanzi mi si tolse e f restarmi,
+Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco
+ove convien che di fortezza tarmi.
+
+Com io divenni allor gelato e fioco,
+nol dimandar, lettor, chi non lo scrivo,
+per chogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori e non rimasi vivo;
+pensa oggimai per te, shai fior dingegno,
+qual io divenni, duno e daltro privo.
+
+Lo mperador del doloroso regno
+da mezzo l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+e pi con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+vedi oggimai quant esser dee quel tutto
+cha cos fatta parte si confaccia.
+
+Sel fu s bel com elli ora brutto,
+e contra l suo fattore alz le ciglia,
+ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+quand io vidi tre facce a la sua testa!
+Luna dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+laltr eran due, che saggiugnieno a questa
+sovresso l mezzo di ciascuna spalla,
+e s giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+la sinistra a vedere era tal, quali
+vegnon di l onde l Nilo savvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand ali,
+quanto si convenia a tanto uccello:
+vele di mar non vid io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+era lor modo; e quelle svolazzava,
+s che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto saggelava.
+Con sei occhi pianga, e per tre menti
+gocciava l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co denti
+un peccatore, a guisa di maciulla,
+s che tre ne facea cos dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+verso l graffiar, che talvolta la schiena
+rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+Quell anima l s cha maggior pena,
+disse l maestro, Giuda Scarotto,
+che l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due channo il capo di sotto,
+quel che pende dal nero ceffo Bruto:
+vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e laltro Cassio, che par s membruto.
+Ma la notte risurge, e oramai
+ da partir, ch tutto avem veduto.
+
+Com a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ed el prese di tempo e loco poste,
+e quando lali fuoro aperte assai,
+
+appigli s a le vellute coste;
+di vello in vello gi discese poscia
+tra l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo l dove la coscia
+si volge, a punto in sul grosso de lanche,
+lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov elli avea le zanche,
+e aggrappossi al pel com om che sale,
+s che n inferno i credea tornar anche.
+
+Attienti ben, ch per cotali scale,
+disse l maestro, ansando com uom lasso,
+conviensi dipartir da tanto male.
+
+Poi usc fuor per lo fro dun sasso
+e puose me in su lorlo a sedere;
+appresso porse a me laccorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+Lucifero com io lavea lasciato,
+e vidili le gambe in s tenere;
+
+e sio divenni allora travagliato,
+la gente grossa il pensi, che non vede
+qual quel punto chio avea passato.
+
+Lvati s, disse l maestro, in piede:
+la via lunga e l cammino malvagio,
+e gi il sole a mezza terza riede.
+
+Non era camminata di palagio
+l v eravam, ma natural burella
+chavea mal suolo e di lume disagio.
+
+Prima chio de labisso mi divella,
+maestro mio, diss io quando fui dritto,
+a trarmi derro un poco mi favella:
+
+ov la ghiaccia? e questi com fitto
+s sottosopra? e come, in s poc ora,
+da sera a mane ha fatto il sol tragitto?.
+
+Ed elli a me: Tu imagini ancora
+desser di l dal centro, ov io mi presi
+al pel del vermo reo che l mondo fra.
+
+Di l fosti cotanto quant io scesi;
+quand io mi volsi, tu passasti l punto
+al qual si traggon dogne parte i pesi.
+
+E se or sotto lemisperio giunto
+ch contraposto a quel che la gran secca
+coverchia, e sotto l cui colmo consunto
+
+fu luom che nacque e visse sanza pecca;
+tu ha i piedi in su picciola spera
+che laltra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui da man, quando di l sera;
+e questi, che ne f scala col pelo,
+fitto ancora s come prim era.
+
+Da questa parte cadde gi dal cielo;
+e la terra, che pria di qua si sporse,
+per paura di lui f del mar velo,
+
+e venne a lemisperio nostro; e forse
+per fuggir lui lasci qui loco vto
+quella chappar di qua, e s ricorse.
+
+Luogo l gi da Belzeb remoto
+tanto quanto la tomba si distende,
+che non per vista, ma per suono noto
+
+dun ruscelletto che quivi discende
+per la buca dun sasso, chelli ha roso,
+col corso chelli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+e sanza cura aver dalcun riposo,
+
+salimmo s, el primo e io secondo,
+tanto chi vidi de le cose belle
+che porta l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
+
+TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ = a grave
+ = e grave
+ = i grave
+ = o grave
+ = u grave
+
+ = e acute
+ = o acute
+
+ = a uml
+ = e uml
+ = i uml
+ = o uml
+ = u uml
+
+ = E grave
+ = E uml
+ = I uml
+
+ = left angle quotation mark
+ = right angle quotation mark
+
+ = left double quotation mark
+ = right double quotation mark
+
+ = left single quotation mark
+ = right single quotation mark
+
+ = em dash
+
+ = middot
+
+. . . = ellipsis
+
+
+
+
+
+End of The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante: Inferno"
+In Italian with accents [8-bit text]
+
diff --git a/old/old/1ddc809a.zip b/old/old/1ddc809a.zip
new file mode 100644
index 0000000..32d3fc1
--- /dev/null
+++ b/old/old/1ddc809a.zip
Binary files differ
diff --git a/old/old/1ddcd09.txt b/old/old/1ddcd09.txt
new file mode 100644
index 0000000..74879f5
--- /dev/null
+++ b/old/old/1ddcd09.txt
@@ -0,0 +1,6834 @@
+The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante: Inferno"
+In Italian with no accents[7-bit text]
+Please see my notes about various versions beneath this header.
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante: Inferno
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #997]
+
+
+The Project Gutenberg Etext "Divina Commedia di Dante: Inferno"
+*****This file should be named 1ddcd09.txt or 1ddcd09.zip*****
+
+Corrected EDITIONS of our etexts get a new NUMBER, 1ddcd10.txt.
+VERSIONS based on separate sources get new LETTER, 1ddcd10a.txt.
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
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+medium (such as a disk), you must return it with your request.
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+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
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+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
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+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
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+To create these etexts, the Project expends considerable
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+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
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+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
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+or addition to the etext, or [3] any Defect.
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+You may distribute copies of this etext electronically, or by
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+ requires that you do not remove, alter or modify the
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+ binary, compressed, mark-up, or proprietary form,
+ including any form resulting from conversion by word pro-
+ cessing or hypertext software, but only so long as
+ *EITHER*:
+
+ [*] The etext, when displayed, is clearly readable, and
+ does *not* contain characters other than those
+ intended by the author of the work, although tilde
+ (~), asterisk (*) and underline (_) characters may
+ be used to convey punctuation intended by the
+ author, and additional characters may be used to
+ indicate hypertext links; OR
+
+ [*] The etext may be readily converted by the reader at
+ no expense into plain ASCII, EBCDIC or equivalent
+ form by the program that displays the etext (as is
+ the case, for instance, with most word processors);
+ OR
+
+ [*] You provide, or agree to also provide on request at
+ no additional cost, fee or expense, a copy of the
+ etext in its original plain ASCII form (or in EBCDIC
+ or other equivalent proprietary form).
+
+[2] Honor the etext refund and replacement provisions of this
+ "Small Print!" statement.
+
+[3] Pay a trademark license fee to the Project of 20% of the
+ net profits you derive calculated using the method you
+ already use to calculate your applicable taxes. If you
+ don't derive profits, no royalty is due. Royalties are
+ payable to "Project Gutenberg Association/Carnegie-Mellon
+ University" within the 60 days following each
+ date you prepare (or were legally required to prepare)
+ your annual (or equivalent periodic) tax return.
+
+WHAT IF YOU *WANT* TO SEND MONEY EVEN IF YOU DON'T HAVE TO?
+The Project gratefully accepts contributions in money, time,
+scanning machines, OCR software, public domain etexts, royalty
+free copyright licenses, and every other sort of contribution
+you can think of. Money should be paid to "Project Gutenberg
+Association / Carnegie-Mellon University".
+
+*END*THE SMALL PRINT! FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END*
+
+
+
+
+
+Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext.
+We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
+both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
+and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.
+
+WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES!
+
+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the persons working on the files in them as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
+
+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
+
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+DI DANTE ALIGHIERI
+
+
+
+
+CANTICA I: INFERNO
+
+
+
+
+Incipit Comoedia Dantis Alagherii,
+Florentini natione, non moribus.
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+INFERNO
+
+
+
+Inferno: Canto I
+
+
+Nel mezzo del cammin di nostra vita
+ mi ritrovai per una selva oscura
+ che' la diritta via era smarrita.
+
+Ahi quanto a dir qual era e` cosa dura
+ esta selva selvaggia e aspra e forte
+ che nel pensier rinova la paura!
+
+Tant'e` amara che poco e` piu` morte;
+ ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
+ diro` de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
+
+Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
+ tant'era pien di sonno a quel punto
+ che la verace via abbandonai.
+
+Ma poi ch'i' fui al pie` d'un colle giunto,
+ la` dove terminava quella valle
+ che m'avea di paura il cor compunto,
+
+guardai in alto, e vidi le sue spalle
+ vestite gia` de' raggi del pianeta
+ che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+Allor fu la paura un poco queta
+ che nel lago del cor m'era durata
+ la notte ch'i' passai con tanta pieta.
+
+E come quei che con lena affannata
+ uscito fuor del pelago a la riva
+ si volge a l'acqua perigliosa e guata,
+
+cosi` l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
+ si volse a retro a rimirar lo passo
+ che non lascio` gia` mai persona viva.
+
+Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,
+ ripresi via per la piaggia diserta,
+ si` che 'l pie` fermo sempre era 'l piu` basso.
+
+Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
+ una lonza leggera e presta molto,
+ che di pel macolato era coverta;
+
+e non mi si partia dinanzi al volto,
+ anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
+ ch'i' fui per ritornar piu` volte volto.
+
+Temp'era dal principio del mattino,
+ e 'l sol montava 'n su` con quelle stelle
+ ch'eran con lui quando l'amor divino
+
+mosse di prima quelle cose belle;
+ si` ch'a bene sperar m'era cagione
+ di quella fiera a la gaetta pelle
+
+l'ora del tempo e la dolce stagione;
+ ma non si` che paura non mi desse
+ la vista che m'apparve d'un leone.
+
+Questi parea che contra me venisse
+ con la test'alta e con rabbiosa fame,
+ si` che parea che l'aere ne tremesse.
+
+Ed una lupa, che di tutte brame
+ sembiava carca ne la sua magrezza,
+ e molte genti fe' gia` viver grame,
+
+questa mi porse tanto di gravezza
+ con la paura ch'uscia di sua vista,
+ ch'io perdei la speranza de l'altezza.
+
+E qual e` quei che volontieri acquista,
+ e giugne 'l tempo che perder lo face,
+ che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
+
+tal mi fece la bestia sanza pace,
+ che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
+ mi ripigneva la` dove 'l sol tace.
+
+Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+ chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+Quando vidi costui nel gran diserto,
+ <<Miserere di me>>, gridai a lui,
+ <<qual che tu sii, od ombra od omo certo!>>.
+
+Rispuosemi: <<Non omo, omo gia` fui,
+ e li parenti miei furon lombardi,
+ mantoani per patria ambedui.
+
+Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+ e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
+ nel tempo de li dei falsi e bugiardi.
+
+Poeta fui, e cantai di quel giusto
+ figliuol d'Anchise che venne di Troia,
+ poi che 'l superbo Ilion fu combusto.
+
+Ma tu perche' ritorni a tanta noia?
+ perche' non sali il dilettoso monte
+ ch'e` principio e cagion di tutta gioia?>>.
+
+<<Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
+ che spandi di parlar si` largo fiume?>>,
+ rispuos'io lui con vergognosa fronte.
+
+<<O de li altri poeti onore e lume
+ vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
+ che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
+ tu se' solo colui da cu' io tolsi
+ lo bello stilo che m'ha fatto onore.
+
+Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
+ aiutami da lei, famoso saggio,
+ ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi>>.
+
+<<A te convien tenere altro viaggio>>,
+ rispuose poi che lagrimar mi vide,
+ <<se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
+
+che' questa bestia, per la qual tu gride,
+ non lascia altrui passar per la sua via,
+ ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
+
+e ha natura si` malvagia e ria,
+ che mai non empie la bramosa voglia,
+ e dopo 'l pasto ha piu` fame che pria.
+
+Molti son li animali a cui s'ammoglia,
+ e piu` saranno ancora, infin che 'l veltro
+ verra`, che la fara` morir con doglia.
+
+Questi non cibera` terra ne' peltro,
+ ma sapienza, amore e virtute,
+ e sua nazion sara` tra feltro e feltro.
+
+Di quella umile Italia fia salute
+ per cui mori` la vergine Cammilla,
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+Questi la caccera` per ogne villa,
+ fin che l'avra` rimessa ne lo 'nferno,
+ la` onde 'nvidia prima dipartilla.
+
+Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
+ che tu mi segui, e io saro` tua guida,
+ e trarrotti di qui per loco etterno,
+
+ove udirai le disperate strida,
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ ch'a la seconda morte ciascun grida;
+
+e vederai color che son contenti
+ nel foco, perche' speran di venire
+ quando che sia a le beate genti.
+
+A le quai poi se tu vorrai salire,
+ anima fia a cio` piu` di me degna:
+ con lei ti lascero` nel mio partire;
+
+che' quello imperador che la` su` regna,
+ perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
+ non vuol che 'n sua citta` per me si vegna.
+
+In tutte parti impera e quivi regge;
+ quivi e` la sua citta` e l'alto seggio:
+ oh felice colui cu' ivi elegge!>>.
+
+E io a lui: <<Poeta, io ti richeggio
+ per quello Dio che tu non conoscesti,
+ accio` ch'io fugga questo male e peggio,
+
+che tu mi meni la` dov'or dicesti,
+ si` ch'io veggia la porta di san Pietro
+ e color cui tu fai cotanto mesti>>.
+
+Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+Inferno: Canto II
+
+
+Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
+ toglieva li animai che sono in terra
+ da le fatiche loro; e io sol uno
+
+m'apparecchiava a sostener la guerra
+ si` del cammino e si` de la pietate,
+ che ritrarra` la mente che non erra.
+
+O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
+ o mente che scrivesti cio` ch'io vidi,
+ qui si parra` la tua nobilitate.
+
+Io cominciai: <<Poeta che mi guidi,
+ guarda la mia virtu` s'ell'e` possente,
+ prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
+
+Tu dici che di Silvio il parente,
+ corruttibile ancora, ad immortale
+ secolo ando`, e fu sensibilmente.
+
+Pero`, se l'avversario d'ogne male
+ cortese i fu, pensando l'alto effetto
+ ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
+
+non pare indegno ad omo d'intelletto;
+ ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
+ ne l'empireo ciel per padre eletto:
+
+la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
+ fu stabilita per lo loco santo
+ u' siede il successor del maggior Piero.
+
+Per quest'andata onde li dai tu vanto,
+ intese cose che furon cagione
+ di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+Andovvi poi lo Vas d'elezione,
+ per recarne conforto a quella fede
+ ch'e` principio a la via di salvazione.
+
+Ma io perche' venirvi? o chi 'l concede?
+ Io non Enea, io non Paulo sono:
+ me degno a cio` ne' io ne' altri 'l crede.
+
+Per che, se del venire io m'abbandono,
+ temo che la venuta non sia folle.
+ Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono>>.
+
+E qual e` quei che disvuol cio` che volle
+ e per novi pensier cangia proposta,
+ si` che dal cominciar tutto si tolle,
+
+tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
+ perche', pensando, consumai la 'mpresa
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+<<S'i' ho ben la parola tua intesa>>,
+ rispuose del magnanimo quell'ombra;
+ <<l'anima tua e` da viltade offesa;
+
+la qual molte fiate l'omo ingombra
+ si` che d'onrata impresa lo rivolve,
+ come falso veder bestia quand'ombra.
+
+Da questa tema accio` che tu ti solve,
+ dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
+ nel primo punto che di te mi dolve.
+
+Io era tra color che son sospesi,
+ e donna mi chiamo` beata e bella,
+ tal che di comandare io la richiesi.
+
+Lucevan li occhi suoi piu` che la stella;
+ e cominciommi a dir soave e piana,
+ con angelica voce, in sua favella:
+
+"O anima cortese mantoana,
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,
+ e durera` quanto 'l mondo lontana,
+
+l'amico mio, e non de la ventura,
+ ne la diserta piaggia e` impedito
+ si` nel cammin, che volt'e` per paura;
+
+e temo che non sia gia` si` smarrito,
+ ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
+ per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
+
+Or movi, e con la tua parola ornata
+ e con cio` c'ha mestieri al suo campare
+ l'aiuta, si` ch'i' ne sia consolata.
+
+I' son Beatrice che ti faccio andare;
+ vegno del loco ove tornar disio;
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+Quando saro` dinanzi al segnor mio,
+ di te mi lodero` sovente a lui".
+ Tacette allora, e poi comincia' io:
+
+"O donna di virtu`, sola per cui
+ l'umana spezie eccede ogne contento
+ di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
+
+tanto m'aggrada il tuo comandamento,
+ che l'ubidir, se gia` fosse, m'e` tardi;
+ piu` non t'e` uo' ch'aprirmi il tuo talento.
+
+Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+ de lo scender qua giuso in questo centro
+ de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
+
+"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
+ dirotti brievemente", mi rispuose,
+ "perch'io non temo di venir qua entro.
+
+Temer si dee di sole quelle cose
+ c'hanno potenza di fare altrui male;
+ de l'altre no, che' non son paurose.
+
+I' son fatta da Dio, sua merce', tale,
+ che la vostra miseria non mi tange,
+ ne' fiamma d'esto incendio non m'assale.
+
+Donna e` gentil nel ciel che si compiange
+ di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
+ si` che duro giudicio la` su` frange.
+
+Questa chiese Lucia in suo dimando
+ e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
+ di te, e io a te lo raccomando -.
+
+Lucia, nimica di ciascun crudele,
+ si mosse, e venne al loco dov'i' era,
+ che mi sedea con l'antica Rachele.
+
+Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
+ che' non soccorri quei che t'amo` tanto,
+ ch'usci` per te de la volgare schiera?
+
+non odi tu la pieta del suo pianto?
+ non vedi tu la morte che 'l combatte
+ su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.
+
+Al mondo non fur mai persone ratte
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,
+ com'io, dopo cotai parole fatte,
+
+venni qua giu` del mio beato scanno,
+ fidandomi del tuo parlare onesto,
+ ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
+
+Poscia che m'ebbe ragionato questo,
+ li occhi lucenti lagrimando volse;
+ per che mi fece del venir piu` presto;
+
+e venni a te cosi` com'ella volse;
+ d'inanzi a quella fiera ti levai
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+Dunque: che e`? perche', perche' restai?
+ perche' tanta vilta` nel core allette?
+ perche' ardire e franchezza non hai,
+
+poscia che tai tre donne benedette
+ curan di te ne la corte del cielo,
+ e 'l mio parlar tanto ben ti promette?>>.
+
+Quali fioretti dal notturno gelo
+ chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+tal mi fec'io di mia virtude stanca,
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ ch'i' cominciai come persona franca:
+
+<<Oh pietosa colei che mi soccorse!
+ e te cortese ch'ubidisti tosto
+ a le vere parole che ti porse!
+
+Tu m'hai con disiderio il cor disposto
+ si` al venir con le parole tue,
+ ch'i' son tornato nel primo proposto.
+
+Or va, ch'un sol volere e` d'ambedue:
+ tu duca, tu segnore, e tu maestro>>.
+ Cosi` li dissi; e poi che mosso fue,
+
+intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+Inferno: Canto III
+
+
+Per me si va ne la citta` dolente,
+ per me si va ne l'etterno dolore,
+ per me si va tra la perduta gente.
+
+Giustizia mosse il mio alto fattore:
+ fecemi la divina podestate,
+ la somma sapienza e 'l primo amore.
+
+Dinanzi a me non fuor cose create
+ se non etterne, e io etterno duro.
+ Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
+
+Queste parole di colore oscuro
+ vid'io scritte al sommo d'una porta;
+ per ch'io: <<Maestro, il senso lor m'e` duro>>.
+
+Ed elli a me, come persona accorta:
+ <<Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ ogne vilta` convien che qui sia morta.
+
+Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
+ che tu vedrai le genti dolorose
+ c'hanno perduto il ben de l'intelletto>>.
+
+E poi che la sua mano a la mia puose
+ con lieto volto, ond'io mi confortai,
+ mi mise dentro a le segrete cose.
+
+Quivi sospiri, pianti e alti guai
+ risonavan per l'aere sanza stelle,
+ per ch'io al cominciar ne lagrimai.
+
+Diverse lingue, orribili favelle,
+ parole di dolore, accenti d'ira,
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+facevano un tumulto, il qual s'aggira
+ sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
+ come la rena quando turbo spira.
+
+E io ch'avea d'error la testa cinta,
+ dissi: <<Maestro, che e` quel ch'i' odo?
+ e che gent'e` che par nel duol si` vinta?>>.
+
+Ed elli a me: <<Questo misero modo
+ tegnon l'anime triste di coloro
+ che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
+
+Mischiate sono a quel cattivo coro
+ de li angeli che non furon ribelli
+ ne' fur fedeli a Dio, ma per se' fuoro.
+
+Caccianli i ciel per non esser men belli,
+ ne' lo profondo inferno li riceve,
+ ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli>>.
+
+E io: <<Maestro, che e` tanto greve
+ a lor, che lamentar li fa si` forte?>>.
+ Rispuose: <<Dicerolti molto breve.
+
+Questi non hanno speranza di morte
+ e la lor cieca vita e` tanto bassa,
+ che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
+
+Fama di loro il mondo esser non lassa;
+ misericordia e giustizia li sdegna:
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa>>.
+
+E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
+ che girando correva tanto ratta,
+ che d'ogne posa mi parea indegna;
+
+e dietro le venia si` lunga tratta
+ di gente, ch'i' non averei creduto
+ che morte tanta n'avesse disfatta.
+
+Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
+ vidi e conobbi l'ombra di colui
+ che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+Incontanente intesi e certo fui
+ che questa era la setta d'i cattivi,
+ a Dio spiacenti e a' nemici sui.
+
+Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+ erano ignudi e stimolati molto
+ da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
+
+Elle rigavan lor di sangue il volto,
+ che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
+ da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
+ vidi genti a la riva d'un gran fiume;
+ per ch'io dissi: <<Maestro, or mi concedi
+
+ch'i' sappia quali sono, e qual costume
+ le fa di trapassar parer si` pronte,
+ com'io discerno per lo fioco lume>>.
+
+Ed elli a me: <<Le cose ti fier conte
+ quando noi fermerem li nostri passi
+ su la trista riviera d'Acheronte>>.
+
+Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+ temendo no 'l mio dir li fosse grave,
+ infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+Ed ecco verso noi venir per nave
+ un vecchio, bianco per antico pelo,
+ gridando: <<Guai a voi, anime prave!
+
+Non isperate mai veder lo cielo:
+ i' vegno per menarvi a l'altra riva
+ ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
+
+E tu che se' costi`, anima viva,
+ partiti da cotesti che son morti>>.
+ Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
+
+disse: <<Per altra via, per altri porti
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:
+ piu` lieve legno convien che ti porti>>.
+
+E 'l duca lui: <<Caron, non ti crucciare:
+ vuolsi cosi` cola` dove si puote
+ cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.
+
+Quinci fuor quete le lanose gote
+ al nocchier de la livida palude,
+ che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
+ cangiar colore e dibattero i denti,
+ ratto che 'nteser le parole crude.
+
+Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+ l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
+ di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+ forte piangendo, a la riva malvagia
+ ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+Caron dimonio, con occhi di bragia,
+ loro accennando, tutte le raccoglie;
+ batte col remo qualunque s'adagia.
+
+Come d'autunno si levan le foglie
+ l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+similemente il mal seme d'Adamo
+ gittansi di quel lito ad una ad una,
+ per cenni come augel per suo richiamo.
+
+Cosi` sen vanno su per l'onda bruna,
+ e avanti che sien di la` discese,
+ anche di qua nuova schiera s'auna.
+
+<<Figliuol mio>>, disse 'l maestro cortese,
+ <<quelli che muoion ne l'ira di Dio
+ tutti convegnon qui d'ogne paese:
+
+e pronti sono a trapassar lo rio,
+ che' la divina giustizia li sprona,
+ si` che la tema si volve in disio.
+
+Quinci non passa mai anima buona;
+ e pero`, se Caron di te si lagna,
+ ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona>>.
+
+Finito questo, la buia campagna
+ tremo` si` forte, che de lo spavento
+ la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+La terra lagrimosa diede vento,
+ che baleno` una luce vermiglia
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+e caddi come l'uom cui sonno piglia.
+
+
+
+Inferno: Canto IV
+
+
+Ruppemi l'alto sonno ne la testa
+ un greve truono, si` ch'io mi riscossi
+ come persona ch'e` per forza desta;
+
+e l'occhio riposato intorno mossi,
+ dritto levato, e fiso riguardai
+ per conoscer lo loco dov'io fossi.
+
+Vero e` che 'n su la proda mi trovai
+ de la valle d'abisso dolorosa
+ che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
+
+Oscura e profonda era e nebulosa
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+ io non vi discernea alcuna cosa.
+
+<<Or discendiam qua giu` nel cieco mondo>>,
+ comincio` il poeta tutto smorto.
+ <<Io saro` primo, e tu sarai secondo>>.
+
+E io, che del color mi fui accorto,
+ dissi: <<Come verro`, se tu paventi
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?>>.
+
+Ed elli a me: <<L'angoscia de le genti
+ che son qua giu`, nel viso mi dipigne
+ quella pieta` che tu per tema senti.
+
+Andiam, che' la via lunga ne sospigne>>.
+ Cosi` si mise e cosi` mi fe' intrare
+ nel primo cerchio che l'abisso cigne.
+
+Quivi, secondo che per ascoltare,
+ non avea pianto mai che di sospiri,
+ che l'aura etterna facevan tremare;
+
+cio` avvenia di duol sanza martiri
+ ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
+ d'infanti e di femmine e di viri.
+
+Lo buon maestro a me: <<Tu non dimandi
+ che spiriti son questi che tu vedi?
+ Or vo' che sappi, innanzi che piu` andi,
+
+ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
+ non basta, perche' non ebber battesmo,
+ ch'e` porta de la fede che tu credi;
+
+e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
+ non adorar debitamente a Dio:
+ e di questi cotai son io medesmo.
+
+Per tai difetti, non per altro rio,
+ semo perduti, e sol di tanto offesi,
+ che sanza speme vivemo in disio>>.
+
+Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
+ pero` che gente di molto valore
+ conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
+
+<<Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore>>,
+ comincia' io per voler esser certo
+ di quella fede che vince ogne errore:
+
+<<uscicci mai alcuno, o per suo merto
+ o per altrui, che poi fosse beato?>>.
+ E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
+
+rispuose: <<Io era nuovo in questo stato,
+ quando ci vidi venire un possente,
+ con segno di vittoria coronato.
+
+Trasseci l'ombra del primo parente,
+ d'Abel suo figlio e quella di Noe`,
+ di Moise` legista e ubidente;
+
+Abraam patriarca e David re,
+ Israel con lo padre e co' suoi nati
+ e con Rachele, per cui tanto fe';
+
+e altri molti, e feceli beati.
+ E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
+ spiriti umani non eran salvati>>.
+
+Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
+ ma passavam la selva tuttavia,
+ la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+Non era lunga ancor la nostra via
+ di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
+ ch'emisperio di tenebre vincia.
+
+Di lungi n'eravamo ancora un poco,
+ ma non si` ch'io non discernessi in parte
+ ch'orrevol gente possedea quel loco.
+
+<<O tu ch'onori scienzia e arte,
+ questi chi son c'hanno cotanta onranza,
+ che dal modo de li altri li diparte?>>.
+
+E quelli a me: <<L'onrata nominanza
+ che di lor suona su` ne la tua vita,
+ grazia acquista in ciel che si` li avanza>>.
+
+Intanto voce fu per me udita:
+ <<Onorate l'altissimo poeta:
+ l'ombra sua torna, ch'era dipartita>>.
+
+Poi che la voce fu restata e queta,
+ vidi quattro grand'ombre a noi venire:
+ sembianz'avevan ne' trista ne' lieta.
+
+Lo buon maestro comincio` a dire:
+ <<Mira colui con quella spada in mano,
+ che vien dinanzi ai tre si` come sire:
+
+quelli e` Omero poeta sovrano;
+ l'altro e` Orazio satiro che vene;
+ Ovidio e` 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
+
+Pero` che ciascun meco si convene
+ nel nome che sono` la voce sola,
+ fannomi onore, e di cio` fanno bene>>.
+
+Cosi` vid'i' adunar la bella scola
+ di quel segnor de l'altissimo canto
+ che sovra li altri com'aquila vola.
+
+Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
+ volsersi a me con salutevol cenno,
+ e 'l mio maestro sorrise di tanto;
+
+e piu` d'onore ancora assai mi fenno,
+ ch'e' si` mi fecer de la loro schiera,
+ si` ch'io fui sesto tra cotanto senno.
+
+Cosi` andammo infino a la lumera,
+ parlando cose che 'l tacere e` bello,
+ si` com'era 'l parlar cola` dov'era.
+
+Venimmo al pie` d'un nobile castello,
+ sette volte cerchiato d'alte mura,
+ difeso intorno d'un bel fiumicello.
+
+Questo passammo come terra dura;
+ per sette porte intrai con questi savi:
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
+ di grande autorita` ne' lor sembianti:
+ parlavan rado, con voci soavi.
+
+Traemmoci cosi` da l'un de' canti,
+ in loco aperto, luminoso e alto,
+ si` che veder si potien tutti quanti.
+
+Cola` diritto, sovra 'l verde smalto,
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,
+ che del vedere in me stesso m'essalto.
+
+I' vidi Eletra con molti compagni,
+ tra ' quai conobbi Ettor ed Enea,
+ Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+ da l'altra parte, vidi 'l re Latino
+ che con Lavina sua figlia sedea.
+
+Vidi quel Bruto che caccio` Tarquino,
+ Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
+ e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
+
+Poi ch'innalzai un poco piu` le ciglia,
+ vidi 'l maestro di color che sanno
+ seder tra filosofica famiglia.
+
+Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+ quivi vid'io Socrate e Platone,
+ che 'nnanzi a li altri piu` presso li stanno;
+
+Democrito, che 'l mondo a caso pone,
+ Diogenes, Anassagora e Tale,
+ Empedocles, Eraclito e Zenone;
+
+e vidi il buono accoglitor del quale,
+ Diascoride dico; e vidi Orfeo,
+ Tulio e Lino e Seneca morale;
+
+Euclide geometra e Tolomeo,
+ Ipocrate, Avicenna e Galieno,
+ Averois, che 'l gran comento feo.
+
+Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+ pero` che si` mi caccia il lungo tema,
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+La sesta compagnia in due si scema:
+ per altra via mi mena il savio duca,
+ fuor de la queta, ne l'aura che trema.
+
+E vegno in parte ove non e` che luca.
+
+
+
+Inferno: Canto V
+
+
+Cosi` discesi del cerchio primaio
+ giu` nel secondo, che men loco cinghia,
+ e tanto piu` dolor, che punge a guaio.
+
+Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:
+ essamina le colpe ne l'intrata;
+ giudica e manda secondo ch'avvinghia.
+
+Dico che quando l'anima mal nata
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;
+ e quel conoscitor de le peccata
+
+vede qual loco d'inferno e` da essa;
+ cignesi con la coda tante volte
+ quantunque gradi vuol che giu` sia messa.
+
+Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
+ dicono e odono, e poi son giu` volte.
+
+<<O tu che vieni al doloroso ospizio>>,
+ disse Minos a me quando mi vide,
+ lasciando l'atto di cotanto offizio,
+
+<<guarda com'entri e di cui tu ti fide;
+ non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!>>.
+ E 'l duca mio a lui: <<Perche' pur gride?
+
+Non impedir lo suo fatale andare:
+ vuolsi cosi` cola` dove si puote
+ cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.
+
+Or incomincian le dolenti note
+ a farmisi sentire; or son venuto
+ la` dove molto pianto mi percuote.
+
+Io venni in loco d'ogne luce muto,
+ che mugghia come fa mar per tempesta,
+ se da contrari venti e` combattuto.
+
+La bufera infernal, che mai non resta,
+ mena li spirti con la sua rapina;
+ voltando e percotendo li molesta.
+
+Quando giungon davanti a la ruina,
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;
+ bestemmian quivi la virtu` divina.
+
+Intesi ch'a cosi` fatto tormento
+ enno dannati i peccator carnali,
+ che la ragion sommettono al talento.
+
+E come li stornei ne portan l'ali
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+ cosi` quel fiato li spiriti mali
+
+di qua, di la`, di giu`, di su` li mena;
+ nulla speranza li conforta mai,
+ non che di posa, ma di minor pena.
+
+E come i gru van cantando lor lai,
+ faccendo in aere di se' lunga riga,
+ cosi` vid'io venir, traendo guai,
+
+ombre portate da la detta briga;
+ per ch'i' dissi: <<Maestro, chi son quelle
+ genti che l'aura nera si` gastiga?>>.
+
+<<La prima di color di cui novelle
+ tu vuo' saper>>, mi disse quelli allotta,
+ <<fu imperadrice di molte favelle.
+
+A vizio di lussuria fu si` rotta,
+ che libito fe' licito in sua legge,
+ per torre il biasmo in che era condotta.
+
+Ell'e` Semiramis, di cui si legge
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:
+ tenne la terra che 'l Soldan corregge.
+
+L'altra e` colei che s'ancise amorosa,
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;
+ poi e` Cleopatras lussuriosa.
+
+Elena vedi, per cui tanto reo
+ tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
+ che con amore al fine combatteo.
+
+Vedi Paris, Tristano>>; e piu` di mille
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ ch'amor di nostra vita dipartille.
+
+Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
+ nomar le donne antiche e ' cavalieri,
+ pieta` mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+I' cominciai: <<Poeta, volontieri
+ parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
+ e paion si` al vento esser leggeri>>.
+
+Ed elli a me: <<Vedrai quando saranno
+ piu` presso a noi; e tu allor li priega
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno>>.
+
+Si` tosto come il vento a noi li piega,
+ mossi la voce: <<O anime affannate,
+ venite a noi parlar, s'altri nol niega!>>.
+
+Quali colombe dal disio chiamate
+ con l'ali alzate e ferme al dolce nido
+ vegnon per l'aere dal voler portate;
+
+cotali uscir de la schiera ov'e` Dido,
+ a noi venendo per l'aere maligno,
+ si` forte fu l'affettuoso grido.
+
+<<O animal grazioso e benigno
+ che visitando vai per l'aere perso
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+se fosse amico il re de l'universo,
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,
+ poi c'hai pieta` del nostro mal perverso.
+
+Di quel che udire e che parlar vi piace,
+ noi udiremo e parleremo a voi,
+ mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
+
+Siede la terra dove nata fui
+ su la marina dove 'l Po discende
+ per aver pace co' seguaci sui.
+
+Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
+ prese costui de la bella persona
+ che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
+
+Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
+ mi prese del costui piacer si` forte,
+ che, come vedi, ancor non m'abbandona.
+
+Amor condusse noi ad una morte:
+ Caina attende chi a vita ci spense>>.
+ Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+Quand'io intesi quell'anime offense,
+ china' il viso e tanto il tenni basso,
+ fin che 'l poeta mi disse: <<Che pense?>>.
+
+Quando rispuosi, cominciai: <<Oh lasso,
+ quanti dolci pensier, quanto disio
+ meno` costoro al doloroso passo!>>.
+
+Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
+ e cominciai: <<Francesca, i tuoi martiri
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
+ a che e come concedette Amore
+ che conosceste i dubbiosi disiri?>>.
+
+E quella a me: <<Nessun maggior dolore
+ che ricordarsi del tempo felice
+ ne la miseria; e cio` sa 'l tuo dottore.
+
+Ma s'a conoscer la prima radice
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+ diro` come colui che piange e dice.
+
+Noi leggiavamo un giorno per diletto
+ di Lancialotto come amor lo strinse;
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+Per piu` fiate li occhi ci sospinse
+ quella lettura, e scolorocci il viso;
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+Quando leggemmo il disiato riso
+ esser basciato da cotanto amante,
+ questi, che mai da me non fia diviso,
+
+la bocca mi bascio` tutto tremante.
+ Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
+ quel giorno piu` non vi leggemmo avante>>.
+
+Mentre che l'uno spirto questo disse,
+ l'altro piangea; si` che di pietade
+ io venni men cosi` com'io morisse.
+
+E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+Inferno: Canto VI
+
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+Al tornar de la mente, che si chiuse
+ dinanzi a la pieta` d'i due cognati,
+ che di trestizia tutto mi confuse,
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+novi tormenti e novi tormentati
+ mi veggio intorno, come ch'io mi mova
+ e ch'io mi volga, e come che io guati.
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+Io sono al terzo cerchio, de la piova
+ etterna, maladetta, fredda e greve;
+ regola e qualita` mai non l'e` nova.
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+Grandine grossa, acqua tinta e neve
+ per l'aere tenebroso si riversa;
+ pute la terra che questo riceve.
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+Cerbero, fiera crudele e diversa,
+ con tre gole caninamente latra
+ sovra la gente che quivi e` sommersa.
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+Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+ e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
+ graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
+
+Urlar li fa la pioggia come cani;
+ de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
+ volgonsi spesso i miseri profani.
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+Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+ non avea membro che tenesse fermo.
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+E 'l duca mio distese le sue spanne,
+ prese la terra, e con piene le pugna
+ la gitto` dentro a le bramose canne.
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+Qual e` quel cane ch'abbaiando agogna,
+ e si racqueta poi che 'l pasto morde,
+ che' solo a divorarlo intende e pugna,
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+cotai si fecer quelle facce lorde
+ de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
+ l'anime si`, ch'esser vorrebber sorde.
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+Noi passavam su per l'ombre che adona
+ la greve pioggia, e ponavam le piante
+ sovra lor vanita` che par persona.
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+Elle giacean per terra tutte quante,
+ fuor d'una ch'a seder si levo`, ratto
+ ch'ella ci vide passarsi davante.
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+<<O tu che se' per questo 'nferno tratto>>,
+ mi disse, <<riconoscimi, se sai:
+ tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto>>.
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+E io a lui: <<L'angoscia che tu hai
+ forse ti tira fuor de la mia mente,
+ si` che non par ch'i' ti vedessi mai.
+
+Ma dimmi chi tu se' che 'n si` dolente
+ loco se' messo e hai si` fatta pena,
+ che, s'altra e` maggio, nulla e` si` spiacente>>.
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+Ed elli a me: <<La tua citta`, ch'e` piena
+ d'invidia si` che gia` trabocca il sacco,
+ seco mi tenne in la vita serena.
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+Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+ per la dannosa colpa de la gola,
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+E io anima trista non son sola,
+ che' tutte queste a simil pena stanno
+ per simil colpa>>. E piu` non fe' parola.
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+Io li rispuosi: <<Ciacco, il tuo affanno
+ mi pesa si`, ch'a lagrimar mi 'nvita;
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+li cittadin de la citta` partita;
+ s'alcun v'e` giusto; e dimmi la cagione
+ per che l'ha tanta discordia assalita>>.
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+E quelli a me: <<Dopo lunga tencione
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia
+ caccera` l'altra con molta offensione.
+
+Poi appresso convien che questa caggia
+ infra tre soli, e che l'altra sormonti
+ con la forza di tal che teste' piaggia.
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+Alte terra` lungo tempo le fronti,
+ tenendo l'altra sotto gravi pesi,
+ come che di cio` pianga o che n'aonti.
+
+Giusti son due, e non vi sono intesi;
+ superbia, invidia e avarizia sono
+ le tre faville c'hanno i cuori accesi>>.
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+Qui puose fine al lagrimabil suono.
+ E io a lui: <<Ancor vo' che mi 'nsegni,
+ e che di piu` parlar mi facci dono.
+
+Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor si` degni,
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
+ e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
+
+dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
+ che' gran disio mi stringe di savere
+ se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca>>.
+
+E quelli: <<Ei son tra l'anime piu` nere:
+ diverse colpe giu` li grava al fondo:
+ se tanto scendi, la` i potrai vedere.
+
+Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+ priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
+ piu` non ti dico e piu` non ti rispondo>>.
+
+Li diritti occhi torse allora in biechi;
+ guardommi un poco, e poi chino` la testa:
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.
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+E 'l duca disse a me: <<Piu` non si desta
+ di qua dal suon de l'angelica tromba,
+ quando verra` la nimica podesta:
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+ciascun rivedera` la trista tomba,
+ ripigliera` sua carne e sua figura,
+ udira` quel ch'in etterno rimbomba>>.
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+Si` trapassammo per sozza mistura
+ de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+ toccando un poco la vita futura;
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+per ch'io dissi: <<Maestro, esti tormenti
+ crescerann'ei dopo la gran sentenza,
+ o fier minori, o saran si` cocenti?>>.
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+Ed elli a me: <<Ritorna a tua scienza,
+ che vuol, quanto la cosa e` piu` perfetta,
+ piu` senta il bene, e cosi` la doglienza.
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+Tutto che questa gente maladetta
+ in vera perfezion gia` mai non vada,
+ di la` piu` che di qua essere aspetta>>.
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+Noi aggirammo a tondo quella strada,
+ parlando piu` assai ch'i' non ridico;
+ venimmo al punto dove si digrada:
+
+quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
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+
+Inferno: Canto VII
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+
+<<Pape Satan, pape Satan aleppe!>>,
+ comincio` Pluto con la voce chioccia;
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+disse per confortarmi: <<Non ti noccia
+ la tua paura; che', poder ch'elli abbia,
+ non ci torra` lo scender questa roccia>>.
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+Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
+ e disse: <<Taci, maladetto lupo!
+ consuma dentro te con la tua rabbia.
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+Non e` sanza cagion l'andare al cupo:
+ vuolsi ne l'alto, la` dove Michele
+ fe' la vendetta del superbo strupo>>.
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+Quali dal vento le gonfiate vele
+ caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
+ tal cadde a terra la fiera crudele.
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+Cosi` scendemmo ne la quarta lacca
+ pigliando piu` de la dolente ripa
+ che 'l mal de l'universo tutto insacca.
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+Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+ nove travaglie e pene quant'io viddi?
+ e perche' nostra colpa si` ne scipa?
+
+Come fa l'onda la` sovra Cariddi,
+ che si frange con quella in cui s'intoppa,
+ cosi` convien che qui la gente riddi.
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+Qui vid'i' gente piu` ch'altrove troppa,
+ e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
+ voltando pesi per forza di poppa.
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+Percoteansi 'ncontro; e poscia pur li`
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+ gridando: <<Perche' tieni?>> e <<Perche' burli?>>.
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+Cosi` tornavan per lo cerchio tetro
+ da ogne mano a l'opposito punto,
+ gridandosi anche loro ontoso metro;
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+poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
+ per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
+ E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
+
+dissi: <<Maestro mio, or mi dimostra
+ che gente e` questa, e se tutti fuor cherci
+ questi chercuti a la sinistra nostra>>.
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+Ed elli a me: <<Tutti quanti fuor guerci
+ si` de la mente in la vita primaia,
+ che con misura nullo spendio ferci.
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+Assai la voce lor chiaro l'abbaia
+ quando vegnono a' due punti del cerchio
+ dove colpa contraria li dispaia.
+
+Questi fuor cherci, che non han coperchio
+ piloso al capo, e papi e cardinali,
+ in cui usa avarizia il suo soperchio>>.
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+E io: <<Maestro, tra questi cotali
+ dovre' io ben riconoscere alcuni
+ che furo immondi di cotesti mali>>.
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+Ed elli a me: <<Vano pensiero aduni:
+ la sconoscente vita che i fe' sozzi
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.
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+In etterno verranno a li due cozzi:
+ questi resurgeranno del sepulcro
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+ d'i ben che son commessi a la fortuna,
+ per che l'umana gente si rabbuffa;
+
+che' tutto l'oro ch'e` sotto la luna
+ e che gia` fu, di quest'anime stanche
+ non poterebbe farne posare una>>.
+
+<<Maestro mio>>, diss'io, <<or mi di` anche:
+ questa fortuna di che tu mi tocche,
+ che e`, che i ben del mondo ha si` tra branche?>>.
+
+E quelli a me: <<Oh creature sciocche,
+ quanta ignoranza e` quella che v'offende!
+ Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
+
+Colui lo cui saver tutto trascende,
+ fece li cieli e die` lor chi conduce
+ si` ch'ogne parte ad ogne parte splende,
+
+distribuendo igualmente la luce.
+ Similemente a li splendor mondani
+ ordino` general ministra e duce
+
+che permutasse a tempo li ben vani
+ di gente in gente e d'uno in altro sangue,
+ oltre la difension d'i senni umani;
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+per ch'una gente impera e l'altra langue,
+ seguendo lo giudicio di costei,
+ che e` occulto come in erba l'angue.
+
+Vostro saver non ha contasto a lei:
+ questa provede, giudica, e persegue
+ suo regno come il loro li altri dei.
+
+Le sue permutazion non hanno triegue;
+ necessita` la fa esser veloce;
+ si` spesso vien chi vicenda consegue.
+
+Quest'e` colei ch'e` tanto posta in croce
+ pur da color che le dovrien dar lode,
+ dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ma ella s'e` beata e cio` non ode:
+ con l'altre prime creature lieta
+ volve sua spera e beata si gode.
+
+Or discendiamo omai a maggior pieta;
+ gia` ogne stella cade che saliva
+ quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta>>.
+
+Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
+ sovr'una fonte che bolle e riversa
+ per un fossato che da lei deriva.
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+L'acqua era buia assai piu` che persa;
+ e noi, in compagnia de l'onde bige,
+ intrammo giu` per una via diversa.
+
+In la palude va c'ha nome Stige
+ questo tristo ruscel, quand'e` disceso
+ al pie` de le maligne piagge grige.
+
+E io, che di mirare stava inteso,
+ vidi genti fangose in quel pantano,
+ ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+Queste si percotean non pur con mano,
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,
+ troncandosi co' denti a brano a brano.
+
+Lo buon maestro disse: <<Figlio, or vedi
+ l'anime di color cui vinse l'ira;
+ e anche vo' che tu per certo credi
+
+che sotto l'acqua e` gente che sospira,
+ e fanno pullular quest'acqua al summo,
+ come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
+
+Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
+ ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
+ portando dentro accidioso fummo:
+
+or ci attristiam ne la belletta negra".
+ Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
+ che' dir nol posson con parola integra>>.
+
+Cosi` girammo de la lorda pozza
+ grand'arco tra la ripa secca e 'l mezzo,
+ con li occhi volti a chi del fango ingozza.
+
+Venimmo al pie` d'una torre al da sezzo.
+
+
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+Inferno: Canto VIII
+
+
+Io dico, seguitando, ch'assai prima
+ che noi fossimo al pie` de l'alta torre,
+ li occhi nostri n'andar suso a la cima
+
+per due fiammette che i vedemmo porre
+ e un'altra da lungi render cenno
+ tanto ch'a pena il potea l'occhio torre.
+
+E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
+ dissi: <<Questo che dice? e che risponde
+ quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?>>.
+
+Ed elli a me: <<Su per le sucide onde
+ gia` scorgere puoi quello che s'aspetta,
+ se 'l fummo del pantan nol ti nasconde>>.
+
+Corda non pinse mai da se' saetta
+ che si` corresse via per l'aere snella,
+ com'io vidi una nave piccioletta
+
+venir per l'acqua verso noi in quella,
+ sotto 'l governo d'un sol galeoto,
+ che gridava: <<Or se' giunta, anima fella!>>.
+
+<<Flegias, Flegias, tu gridi a voto>>,
+ disse lo mio segnore <<a questa volta:
+ piu` non ci avrai che sol passando il loto>>.
+
+Qual e` colui che grande inganno ascolta
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+ fecesi Flegias ne l'ira accolta.
+
+Lo duca mio discese ne la barca,
+ e poi mi fece intrare appresso lui;
+ e sol quand'io fui dentro parve carca.
+
+Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
+ segando se ne va l'antica prora
+ de l'acqua piu` che non suol con altrui.
+
+Mentre noi corravam la morta gora,
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,
+ e disse: <<Chi se' tu che vieni anzi ora?>>.
+
+E io a lui: <<S'i' vegno, non rimango;
+ ma tu chi se', che si` se' fatto brutto?>>.
+ Rispuose: <<Vedi che son un che piango>>.
+
+E io a lui: <<Con piangere e con lutto,
+ spirito maladetto, ti rimani;
+ ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto>>.
+
+Allor distese al legno ambo le mani;
+ per che 'l maestro accorto lo sospinse,
+ dicendo: <<Via costa` con li altri cani!>>.
+
+Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+ basciommi 'l volto, e disse: <<Alma sdegnosa,
+ benedetta colei che 'n te s'incinse!
+
+Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+ bonta` non e` che sua memoria fregi:
+ cosi` s'e` l'ombra sua qui furiosa.
+
+Quanti si tegnon or la` su` gran regi
+ che qui staranno come porci in brago,
+ di se' lasciando orribili dispregi!>>.
+
+E io: <<Maestro, molto sarei vago
+ di vederlo attuffare in questa broda
+ prima che noi uscissimo del lago>>.
+
+Ed elli a me: <<Avante che la proda
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+ di tal disio convien che tu goda>>.
+
+Dopo cio` poco vid'io quello strazio
+ far di costui a le fangose genti,
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+Tutti gridavano: <<A Filippo Argenti!>>;
+ e 'l fiorentino spirito bizzarro
+ in se' medesmo si volvea co' denti.
+
+Quivi il lasciammo, che piu` non ne narro;
+ ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
+ per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
+
+Lo buon maestro disse: <<Omai, figliuolo,
+ s'appressa la citta` c'ha nome Dite,
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo>>.
+
+E io: <<Maestro, gia` le sue meschite
+ la` entro certe ne la valle cerno,
+ vermiglie come se di foco uscite
+
+fossero>>. Ed ei mi disse: <<Il foco etterno
+ ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
+ come tu vedi in questo basso inferno>>.
+
+Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
+ che vallan quella terra sconsolata:
+ le mura mi parean che ferro fosse.
+
+Non sanza prima far grande aggirata,
+ venimmo in parte dove il nocchier forte
+ <<Usciteci>>, grido`: <<qui e` l'intrata>>.
+
+Io vidi piu` di mille in su le porte
+ da ciel piovuti, che stizzosamente
+ dicean: <<Chi e` costui che sanza morte
+
+va per lo regno de la morta gente?>>.
+ E 'l savio mio maestro fece segno
+ di voler lor parlar segretamente.
+
+Allor chiusero un poco il gran disdegno,
+ e disser: <<Vien tu solo, e quei sen vada,
+ che si` ardito intro` per questo regno.
+
+Sol si ritorni per la folle strada:
+ pruovi, se sa; che' tu qui rimarrai
+ che li ha' iscorta si` buia contrada>>.
+
+Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+ nel suon de le parole maladette,
+ che' non credetti ritornarci mai.
+
+<<O caro duca mio, che piu` di sette
+ volte m'hai sicurta` renduta e tratto
+ d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
+
+non mi lasciar>>, diss'io, <<cosi` disfatto;
+ e se 'l passar piu` oltre ci e` negato,
+ ritroviam l'orme nostre insieme ratto>>.
+
+E quel segnor che li` m'avea menato,
+ mi disse: <<Non temer; che' 'l nostro passo
+ non ci puo` torre alcun: da tal n'e` dato.
+
+Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
+ conforta e ciba di speranza buona,
+ ch'i' non ti lascero` nel mondo basso>>.
+
+Cosi` sen va, e quivi m'abbandona
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+ che si` e no nel capo mi tenciona.
+
+Udir non potti quello ch'a lor porse;
+ ma ei non stette la` con essi guari,
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+Chiuser le porte que' nostri avversari
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
+ e rivolsesi a me con passi rari.
+
+Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+ d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
+ <<Chi m'ha negate le dolenti case!>>.
+
+E a me disse: <<Tu, perch'io m'adiri,
+ non sbigottir, ch'io vincero` la prova,
+ qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
+
+Questa lor tracotanza non e` nova;
+ che' gia` l'usaro a men segreta porta,
+ la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+Sovr'essa vedestu` la scritta morta:
+ e gia` di qua da lei discende l'erta,
+ passando per li cerchi sanza scorta,
+
+tal che per lui ne fia la terra aperta>>.
+
+
+
+Inferno: Canto IX
+
+
+Quel color che vilta` di fuor mi pinse
+ veggendo il duca mio tornare in volta,
+ piu` tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+Attento si fermo` com'uom ch'ascolta;
+ che' l'occhio nol potea menare a lunga
+ per l'aere nero e per la nebbia folta.
+
+<<Pur a noi converra` vincer la punga>>,
+ comincio` el, <<se non... Tal ne s'offerse.
+ Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!>>.
+
+I' vidi ben si` com'ei ricoperse
+ lo cominciar con l'altro che poi venne,
+ che fur parole a le prime diverse;
+
+ma nondimen paura il suo dir dienne,
+ perch'io traeva la parola tronca
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+<<In questo fondo de la trista conca
+ discende mai alcun del primo grado,
+ che sol per pena ha la speranza cionca?>>.
+
+Questa question fec'io; e quei <<Di rado
+ incontra>>, mi rispuose, <<che di noi
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+Ver e` ch'altra fiata qua giu` fui,
+ congiurato da quella Eriton cruda
+ che richiamava l'ombre a' corpi sui.
+
+Di poco era di me la carne nuda,
+ ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+Quell'e` 'l piu` basso loco e 'l piu` oscuro,
+ e 'l piu` lontan dal ciel che tutto gira:
+ ben so 'l cammin; pero` ti fa sicuro.
+
+Questa palude che 'l gran puzzo spira
+ cigne dintorno la citta` dolente,
+ u' non potemo intrare omai sanz'ira>>.
+
+E altro disse, ma non l'ho a mente;
+ pero` che l'occhio m'avea tutto tratto
+ ver' l'alta torre a la cima rovente,
+
+dove in un punto furon dritte ratto
+ tre furie infernal di sangue tinte,
+ che membra feminine avieno e atto,
+
+e con idre verdissime eran cinte;
+ serpentelli e ceraste avien per crine,
+ onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+E quei, che ben conobbe le meschine
+ de la regina de l'etterno pianto,
+ <<Guarda>>, mi disse, <<le feroci Erine.
+
+Quest'e` Megera dal sinistro canto;
+ quella che piange dal destro e` Aletto;
+ Tesifon e` nel mezzo>>; e tacque a tanto.
+
+Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
+ battiensi a palme, e gridavan si` alto,
+ ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+<<Vegna Medusa: si` 'l farem di smalto>>,
+ dicevan tutte riguardando in giuso;
+ <<mal non vengiammo in Teseo l'assalto>>.
+
+<<Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
+ che' se 'l Gorgon si mostra e tu 'l vedessi,
+ nulla sarebbe di tornar mai suso>>.
+
+Cosi` disse 'l maestro; ed elli stessi
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
+ mirate la dottrina che s'asconde
+ sotto 'l velame de li versi strani.
+
+E gia` venia su per le torbide onde
+ un fracasso d'un suon, pien di spavento,
+ per cui tremavano amendue le sponde,
+
+non altrimenti fatto che d'un vento
+ impetuoso per li avversi ardori,
+ che fier la selva e sanz'alcun rattento
+
+li rami schianta, abbatte e porta fori;
+ dinanzi polveroso va superbo,
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+Gli occhi mi sciolse e disse: <<Or drizza il nerbo
+ del viso su per quella schiuma antica
+ per indi ove quel fummo e` piu` acerbo>>.
+
+Come le rane innanzi a la nimica
+ biscia per l'acqua si dileguan tutte,
+ fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
+
+vid'io piu` di mille anime distrutte
+ fuggir cosi` dinanzi ad un ch'al passo
+ passava Stige con le piante asciutte.
+
+Dal volto rimovea quell'aere grasso,
+ menando la sinistra innanzi spesso;
+ e sol di quell'angoscia parea lasso.
+
+Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
+ e volsimi al maestro; e quei fe' segno
+ ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+ Venne a la porta, e con una verghetta
+ l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
+
+<<O cacciati del ciel, gente dispetta>>,
+ comincio` elli in su l'orribil soglia,
+ <<ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
+
+Perche' recalcitrate a quella voglia
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+ e che piu` volte v'ha cresciuta doglia?
+
+Che giova ne le fata dar di cozzo?
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo>>.
+
+Poi si rivolse per la strada lorda,
+ e non fe' motto a noi, ma fe' sembiante
+ d'omo cui altra cura stringa e morda
+
+che quella di colui che li e` davante;
+ e noi movemmo i piedi inver' la terra,
+ sicuri appresso le parole sante.
+
+Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
+ e io, ch'avea di riguardar disio
+ la condizion che tal fortezza serra,
+
+com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
+ e veggio ad ogne man grande campagna
+ piena di duolo e di tormento rio.
+
+Si` come ad Arli, ove Rodano stagna,
+ si` com'a Pola, presso del Carnaro
+ ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
+ cosi` facevan quivi d'ogne parte,
+ salvo che 'l modo v'era piu` amaro;
+
+che' tra gli avelli fiamme erano sparte,
+ per le quali eran si` del tutto accesi,
+ che ferro piu` non chiede verun'arte.
+
+Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+ e fuor n'uscivan si` duri lamenti,
+ che ben parean di miseri e d'offesi.
+
+E io: <<Maestro, quai son quelle genti
+ che, seppellite dentro da quell'arche,
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?>>.
+
+Ed elli a me: <<Qui son li eresiarche
+ con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
+ piu` che non credi son le tombe carche.
+
+Simile qui con simile e` sepolto,
+ e i monimenti son piu` e men caldi>>.
+ E poi ch'a la man destra si fu volto,
+
+passammo tra i martiri e li alti spaldi.
+
+
+
+Inferno: Canto X
+
+
+Ora sen va per un secreto calle,
+ tra 'l muro de la terra e li martiri,
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+<<O virtu` somma, che per li empi giri
+ mi volvi>>, cominciai, <<com'a te piace,
+ parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
+
+La gente che per li sepolcri giace
+ potrebbesi veder? gia` son levati
+ tutt'i coperchi, e nessun guardia face>>.
+
+E quelli a me: <<Tutti saran serrati
+ quando di Iosafat qui torneranno
+ coi corpi che la` su` hanno lasciati.
+
+Suo cimitero da questa parte hanno
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,
+ che l'anima col corpo morta fanno.
+
+Pero` a la dimanda che mi faci
+ quinc'entro satisfatto sara` tosto,
+ e al disio ancor che tu mi taci>>.
+
+E io: <<Buon duca, non tegno riposto
+ a te mio cuor se non per dicer poco,
+ e tu m'hai non pur mo a cio` disposto>>.
+
+<<O Tosco che per la citta` del foco
+ vivo ten vai cosi` parlando onesto,
+ piacciati di restare in questo loco.
+
+La tua loquela ti fa manifesto
+ di quella nobil patria natio
+ a la qual forse fui troppo molesto>>.
+
+Subitamente questo suono uscio
+ d'una de l'arche; pero` m'accostai,
+ temendo, un poco piu` al duca mio.
+
+Ed el mi disse: <<Volgiti! Che fai?
+ Vedi la` Farinata che s'e` dritto:
+ da la cintola in su` tutto 'l vedrai>>.
+
+Io avea gia` il mio viso nel suo fitto;
+ ed el s'ergea col petto e con la fronte
+ com'avesse l'inferno a gran dispitto.
+
+E l'animose man del duca e pronte
+ mi pinser tra le sepulture a lui,
+ dicendo: <<Le parole tue sien conte>>.
+
+Com'io al pie` de la sua tomba fui,
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+ mi dimando`: <<Chi fuor li maggior tui?>>.
+
+Io ch'era d'ubidir disideroso,
+ non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
+ ond'ei levo` le ciglia un poco in suso;
+
+poi disse: <<Fieramente furo avversi
+ a me e a miei primi e a mia parte,
+ si` che per due fiate li dispersi>>.
+
+<<S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte>>,
+ rispuos'io lui, <<l'una e l'altra fiata;
+ ma i vostri non appreser ben quell'arte>>.
+
+Allor surse a la vista scoperchiata
+ un'ombra, lungo questa, infino al mento:
+ credo che s'era in ginocchie levata.
+
+Dintorno mi guardo`, come talento
+ avesse di veder s'altri era meco;
+ e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
+
+piangendo disse: <<Se per questo cieco
+ carcere vai per altezza d'ingegno,
+ mio figlio ov'e`? e perche' non e` teco?>>.
+
+E io a lui: <<Da me stesso non vegno:
+ colui ch'attende la`, per qui mi mena
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno>>.
+
+Le sue parole e 'l modo de la pena
+ m'avean di costui gia` letto il nome;
+ pero` fu la risposta cosi` piena.
+
+Di subito drizzato grido`: <<Come?
+ dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?>>.
+
+Quando s'accorse d'alcuna dimora
+ ch'io facea dinanzi a la risposta,
+ supin ricadde e piu` non parve fora.
+
+Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
+ restato m'era, non muto` aspetto,
+ ne' mosse collo, ne' piego` sua costa:
+
+e se' continuando al primo detto,
+ <<S'elli han quell'arte>>, disse, <<male appresa,
+ cio` mi tormenta piu` che questo letto.
+
+Ma non cinquanta volte fia raccesa
+ la faccia de la donna che qui regge,
+ che tu saprai quanto quell'arte pesa.
+
+E se tu mai nel dolce mondo regge,
+ dimmi: perche' quel popolo e` si` empio
+ incontr'a' miei in ciascuna sua legge?>>.
+
+Ond'io a lui: <<Lo strazio e 'l grande scempio
+ che fece l'Arbia colorata in rosso,
+ tal orazion fa far nel nostro tempio>>.
+
+Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
+ <<A cio` non fu' io sol>>, disse, <<ne' certo
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+Ma fu' io solo, la` dove sofferto
+ fu per ciascun di torre via Fiorenza,
+ colui che la difesi a viso aperto>>.
+
+<<Deh, se riposi mai vostra semenza>>,
+ prega' io lui, <<solvetemi quel nodo
+ che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
+
+El par che voi veggiate, se ben odo,
+ dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
+ e nel presente tenete altro modo>>.
+
+<<Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
+ le cose>>, disse, <<che ne son lontano;
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+Quando s'appressano o son, tutto e` vano
+ nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
+ nulla sapem di vostro stato umano.
+
+Pero` comprender puoi che tutta morta
+ fia nostra conoscenza da quel punto
+ che del futuro fia chiusa la porta>>.
+
+Allor, come di mia colpa compunto,
+ dissi: <<Or direte dunque a quel caduto
+ che 'l suo nato e` co'vivi ancor congiunto;
+
+e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
+ fate i saper che 'l fei perche' pensava
+ gia` ne l'error che m'avete soluto>>.
+
+E gia` 'l maestro mio mi richiamava;
+ per ch'i' pregai lo spirto piu` avaccio
+ che mi dicesse chi con lu' istava.
+
+Dissemi: <<Qui con piu` di mille giaccio:
+ qua dentro e` 'l secondo Federico,
+ e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio>>.
+
+Indi s'ascose; e io inver' l'antico
+ poeta volsi i passi, ripensando
+ a quel parlar che mi parea nemico.
+
+Elli si mosse; e poi, cosi` andando,
+ mi disse: <<Perche' se' tu si` smarrito?>>.
+ E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+<<La mente tua conservi quel ch'udito
+ hai contra te>>, mi comando` quel saggio.
+ <<E ora attendi qui>>, e drizzo` 'l dito:
+
+<<quando sarai dinanzi al dolce raggio
+ di quella il cui bell'occhio tutto vede,
+ da lei saprai di tua vita il viaggio>>.
+
+Appresso mosse a man sinistra il piede:
+ lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
+ per un sentier ch'a una valle fiede,
+
+che 'nfin la` su` facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+Inferno: Canto XI
+
+
+In su l'estremita` d'un'alta ripa
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio
+ venimmo sopra piu` crudele stipa;
+
+e quivi, per l'orribile soperchio
+ del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
+ che dicea: "Anastasio papa guardo,
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta".
+
+<<Lo nostro scender conviene esser tardo,
+ si` che s'ausi un poco in prima il senso
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo>>.
+
+Cosi` 'l maestro; e io <<Alcun compenso>>,
+ dissi lui, <<trova che 'l tempo non passi
+ perduto>>. Ed elli: <<Vedi ch'a cio` penso>>.
+
+<<Figliuol mio, dentro da cotesti sassi>>,
+ comincio` poi a dir, <<son tre cerchietti
+ di grado in grado, come que' che lassi.
+
+Tutti son pien di spirti maladetti;
+ ma perche' poi ti basti pur la vista,
+ intendi come e perche' son costretti.
+
+D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
+ ingiuria e` 'l fine, ed ogne fin cotale
+ o con forza o con frode altrui contrista.
+
+Ma perche' frode e` de l'uom proprio male,
+ piu` spiace a Dio; e pero` stan di sotto
+ li frodolenti, e piu` dolor li assale.
+
+Di violenti il primo cerchio e` tutto;
+ ma perche' si fa forza a tre persone,
+ in tre gironi e` distinto e costrutto.
+
+A Dio, a se', al prossimo si pone
+ far forza, dico in loro e in lor cose,
+ come udirai con aperta ragione.
+
+Morte per forza e ferute dogliose
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ ruine, incendi e tollette dannose;
+
+onde omicide e ciascun che mal fiere,
+ guastatori e predon, tutti tormenta
+ lo giron primo per diverse schiere.
+
+Puote omo avere in se' man violenta
+ e ne' suoi beni; e pero` nel secondo
+ giron convien che sanza pro si penta
+
+qualunque priva se' del vostro mondo,
+ biscazza e fonde la sua facultade,
+ e piange la` dov'esser de' giocondo.
+
+Puossi far forza nella deitade,
+ col cor negando e bestemmiando quella,
+ e spregiando natura e sua bontade;
+
+e pero` lo minor giron suggella
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+La frode, ond'ogne coscienza e` morsa,
+ puo` l'omo usare in colui che 'n lui fida
+ e in quel che fidanza non imborsa.
+
+Questo modo di retro par ch'incida
+ pur lo vinco d'amor che fa natura;
+ onde nel cerchio secondo s'annida
+
+ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+ falsita`, ladroneccio e simonia,
+ ruffian, baratti e simile lordura.
+
+Per l'altro modo quell'amor s'oblia
+ che fa natura, e quel ch'e` poi aggiunto,
+ di che la fede spezial si cria;
+
+onde nel cerchio minore, ov'e` 'l punto
+ de l'universo in su che Dite siede,
+ qualunque trade in etterno e` consunto>>.
+
+E io: <<Maestro, assai chiara procede
+ la tua ragione, e assai ben distingue
+ questo baratro e 'l popol ch'e' possiede.
+
+Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,
+ e che s'incontran con si` aspre lingue,
+
+perche' non dentro da la citta` roggia
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+ e se non li ha, perche' sono a tal foggia?>>.
+
+Ed elli a me <<Perche' tanto delira>>,
+ disse <<lo 'ngegno tuo da quel che sole?
+ o ver la mente dove altrove mira?
+
+Non ti rimembra di quelle parole
+ con le quai la tua Etica pertratta
+ le tre disposizion che 'l ciel non vole,
+
+incontenenza, malizia e la matta
+ bestialitade? e come incontenenza
+ men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+Se tu riguardi ben questa sentenza,
+ e rechiti a la mente chi son quelli
+ che su` di fuor sostegnon penitenza,
+
+tu vedrai ben perche' da questi felli
+ sien dipartiti, e perche' men crucciata
+ la divina vendetta li martelli>>.
+
+<<O sol che sani ogni vista turbata,
+ tu mi contenti si` quando tu solvi,
+ che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
+
+Ancora in dietro un poco ti rivolvi>>,
+ diss'io, <<la` dove di' ch'usura offende
+ la divina bontade, e 'l groppo solvi>>.
+
+<<Filosofia>>, mi disse, <<a chi la 'ntende,
+ nota, non pure in una sola parte,
+ come natura lo suo corso prende
+
+dal divino 'ntelletto e da sua arte;
+ e se tu ben la tua Fisica note,
+ tu troverai, non dopo molte carte,
+
+che l'arte vostra quella, quanto pote,
+ segue, come 'l maestro fa 'l discente;
+ si` che vostr'arte a Dio quasi e` nepote.
+
+Da queste due, se tu ti rechi a mente
+ lo Genesi` dal principio, convene
+ prender sua vita e avanzar la gente;
+
+e perche' l'usuriere altra via tene,
+ per se' natura e per la sua seguace
+ dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
+
+Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
+ che' i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
+ e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
+
+e 'l balzo via la` oltra si dismonta>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XII
+
+
+Era lo loco ov'a scender la riva
+ venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
+ tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+Qual e` quella ruina che nel fianco
+ di qua da Trento l'Adice percosse,
+ o per tremoto o per sostegno manco,
+
+che da cima del monte, onde si mosse,
+ al piano e` si` la roccia discoscesa,
+ ch'alcuna via darebbe a chi su` fosse:
+
+cotal di quel burrato era la scesa;
+ e 'n su la punta de la rotta lacca
+ l'infamia di Creti era distesa
+
+che fu concetta ne la falsa vacca;
+ e quando vide noi, se' stesso morse,
+ si` come quei cui l'ira dentro fiacca.
+
+Lo savio mio inver' lui grido`: <<Forse
+ tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
+ che su` nel mondo la morte ti porse?
+
+Partiti, bestia: che' questi non vene
+ ammaestrato da la tua sorella,
+ ma vassi per veder le vostre pene>>.
+
+Qual e` quel toro che si slaccia in quella
+ c'ha ricevuto gia` 'l colpo mortale,
+ che gir non sa, ma qua e la` saltella,
+
+vid'io lo Minotauro far cotale;
+ e quello accorto grido`: <<Corri al varco:
+ mentre ch'e' 'nfuria, e` buon che tu ti cale>>.
+
+Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco
+ di quelle pietre, che spesso moviensi
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+Io gia pensando; e quei disse: <<Tu pensi
+ forse a questa ruina ch'e` guardata
+ da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
+
+Or vo' che sappi che l'altra fiata
+ ch'i' discesi qua giu` nel basso inferno,
+ questa roccia non era ancor cascata.
+
+Ma certo poco pria, se ben discerno,
+ che venisse colui che la gran preda
+ levo` a Dite del cerchio superno,
+
+da tutte parti l'alta valle feda
+ tremo` si`, ch'i' pensai che l'universo
+ sentisse amor, per lo qual e` chi creda
+
+piu` volte il mondo in caosso converso;
+ e in quel punto questa vecchia roccia
+ qui e altrove, tal fece riverso.
+
+Ma ficca li occhi a valle, che' s'approccia
+ la riviera del sangue in la qual bolle
+ qual che per violenza in altrui noccia>>.
+
+Oh cieca cupidigia e ira folle,
+ che si` ci sproni ne la vita corta,
+ e ne l'etterna poi si` mal c'immolle!
+
+Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
+ come quella che tutto 'l piano abbraccia,
+ secondo ch'avea detto la mia scorta;
+
+e tra 'l pie` de la ripa ed essa, in traccia
+ corrien centauri, armati di saette,
+ come solien nel mondo andare a caccia.
+
+Veggendoci calar, ciascun ristette,
+ e de la schiera tre si dipartiro
+ con archi e asticciuole prima elette;
+
+e l'un grido` da lungi: <<A qual martiro
+ venite voi che scendete la costa?
+ Ditel costinci; se non, l'arco tiro>>.
+
+Lo mio maestro disse: <<La risposta
+ farem noi a Chiron costa` di presso:
+ mal fu la voglia tua sempre si` tosta>>.
+
+Poi mi tento`, e disse: <<Quelli e` Nesso,
+ che mori` per la bella Deianira
+ e fe' di se' la vendetta elli stesso.
+
+E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
+ e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille;
+ quell'altro e` Folo, che fu si` pien d'ira.
+
+Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+ saettando qual anima si svelle
+ del sangue piu` che sua colpa sortille>>.
+
+Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+ Chiron prese uno strale, e con la cocca
+ fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
+ disse a' compagni: <<Siete voi accorti
+ che quel di retro move cio` ch'el tocca?
+
+Cosi` non soglion far li pie` d'i morti>>.
+ E 'l mio buon duca, che gia` li er'al petto,
+ dove le due nature son consorti,
+
+rispuose: <<Ben e` vivo, e si` soletto
+ mostrar li mi convien la valle buia;
+ necessita` 'l ci 'nduce, e non diletto.
+
+Tal si parti` da cantare alleluia
+ che mi commise quest'officio novo:
+ non e` ladron, ne' io anima fuia.
+
+Ma per quella virtu` per cu' io movo
+ li passi miei per si` selvaggia strada,
+ danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+e che ne mostri la` dove si guada
+ e che porti costui in su la groppa,
+ che' non e` spirto che per l'aere vada>>.
+
+Chiron si volse in su la destra poppa,
+ e disse a Nesso: <<Torna, e si` li guida,
+ e fa cansar s'altra schiera v'intoppa>>.
+
+Or ci movemmo con la scorta fida
+ lungo la proda del bollor vermiglio,
+ dove i bolliti facieno alte strida.
+
+Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+ e 'l gran centauro disse: <<E' son tiranni
+ che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
+
+Quivi si piangon li spietati danni;
+ quivi e` Alessandro, e Dionisio fero,
+ che fe' Cicilia aver dolorosi anni.
+
+E quella fronte c'ha 'l pel cosi` nero,
+ e` Azzolino; e quell'altro ch'e` biondo,
+ e` Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+fu spento dal figliastro su` nel mondo>>.
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+ <<Questi ti sia or primo, e io secondo>>.
+
+Poco piu` oltre il centauro s'affisse
+ sovr'una gente che 'nfino a la gola
+ parea che di quel bulicame uscisse.
+
+Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
+ dicendo: <<Colui fesse in grembo a Dio
+ lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola>>.
+
+Poi vidi gente che di fuor del rio
+ tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
+ e di costoro assai riconobb'io.
+
+Cosi` a piu` a piu` si facea basso
+ quel sangue, si` che cocea pur li piedi;
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+<<Si` come tu da questa parte vedi
+ lo bulicame che sempre si scema>>,
+ disse 'l centauro, <<voglio che tu credi
+
+che da quest'altra a piu` a piu` giu` prema
+ lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
+ ove la tirannia convien che gema.
+
+La divina giustizia di qua punge
+ quell'Attila che fu flagello in terra
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+le lagrime, che col bollor diserra,
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+ che fecero a le strade tanta guerra>>.
+
+Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.
+
+
+
+Inferno: Canto XIII
+
+
+Non era ancor di la` Nesso arrivato,
+ quando noi ci mettemmo per un bosco
+ che da neun sentiero era segnato.
+
+Non fronda verde, ma di color fosco;
+ non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
+ non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:
+
+non han si` aspri sterpi ne' si` folti
+ quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
+ tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
+
+Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+ che cacciar de le Strofade i Troiani
+ con tristo annunzio di futuro danno.
+
+Ali hanno late, e colli e visi umani,
+ pie` con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
+ fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+E 'l buon maestro <<Prima che piu` entre,
+ sappi che se' nel secondo girone>>,
+ mi comincio` a dire, <<e sarai mentre
+
+che tu verrai ne l'orribil sabbione.
+ Pero` riguarda ben; si` vederai
+ cose che torrien fede al mio sermone>>.
+
+Io sentia d'ogne parte trarre guai,
+ e non vedea persona che 'l facesse;
+ per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
+
+Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi
+ da gente che per noi si nascondesse.
+
+Pero` disse 'l maestro: <<Se tu tronchi
+ qualche fraschetta d'una d'este piante,
+ li pensier c'hai si faran tutti monchi>>.
+
+Allor porsi la mano un poco avante,
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;
+ e 'l tronco suo grido`: <<Perche' mi schiante?>>.
+
+Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ ricomincio` a dir: <<Perche' mi scerpi?
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ ben dovrebb'esser la tua man piu` pia,
+ se state fossimo anime di serpi>>.
+
+Come d'un stizzo verde ch'arso sia
+ da l'un de'capi, che da l'altro geme
+ e cigola per vento che va via,
+
+si` de la scheggia rotta usciva insieme
+ parole e sangue; ond'io lasciai la cima
+ cadere, e stetti come l'uom che teme.
+
+<<S'elli avesse potuto creder prima>>,
+ rispuose 'l savio mio, <<anima lesa,
+ cio` c'ha veduto pur con la mia rima,
+
+non averebbe in te la man distesa;
+ ma la cosa incredibile mi fece
+ indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
+
+Ma dilli chi tu fosti, si` che 'n vece
+ d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
+ nel mondo su`, dove tornar li lece>>.
+
+E 'l tronco: <<Si` col dolce dir m'adeschi,
+ ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
+ perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
+
+Io son colui che tenni ambo le chiavi
+ del cor di Federigo, e che le volsi,
+ serrando e diserrando, si` soavi,
+
+che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
+ fede portai al glorioso offizio,
+ tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
+
+La meretrice che mai da l'ospizio
+ di Cesare non torse li occhi putti,
+ morte comune e de le corti vizio,
+
+infiammo` contra me li animi tutti;
+ e li 'nfiammati infiammar si` Augusto,
+ che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+L'animo mio, per disdegnoso gusto,
+ credendo col morir fuggir disdegno,
+ ingiusto fece me contra me giusto.
+
+Per le nove radici d'esto legno
+ vi giuro che gia` mai non ruppi fede
+ al mio segnor, che fu d'onor si` degno.
+
+E se di voi alcun nel mondo riede,
+ conforti la memoria mia, che giace
+ ancor del colpo che 'nvidia le diede>>.
+
+Un poco attese, e poi <<Da ch'el si tace>>,
+ disse 'l poeta a me, <<non perder l'ora;
+ ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace>>.
+
+Ond'io a lui: <<Domandal tu ancora
+ di quel che credi ch'a me satisfaccia;
+ ch'i' non potrei, tanta pieta` m'accora>>.
+
+Percio` ricomincio`: <<Se l'om ti faccia
+ liberamente cio` che 'l tuo dir priega,
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+di dirne come l'anima si lega
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+ s'alcuna mai di tai membra si spiega>>.
+
+Allor soffio` il tronco forte, e poi
+ si converti` quel vento in cotal voce:
+ <<Brievemente sara` risposto a voi.
+
+Quando si parte l'anima feroce
+ dal corpo ond'ella stessa s'e` disvelta,
+ Minos la manda a la settima foce.
+
+Cade in la selva, e non l'e` parte scelta;
+ ma la` dove fortuna la balestra,
+ quivi germoglia come gran di spelta.
+
+Surge in vermena e in pianta silvestra:
+ l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+Come l'altre verrem per nostre spoglie,
+ ma non pero` ch'alcuna sen rivesta,
+ che' non e` giusto aver cio` ch'om si toglie.
+
+Qui le trascineremo, e per la mesta
+ selva saranno i nostri corpi appesi,
+ ciascuno al prun de l'ombra sua molesta>>.
+
+Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+ credendo ch'altro ne volesse dire,
+ quando noi fummo d'un romor sorpresi,
+
+similemente a colui che venire
+ sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
+ ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+Ed ecco due da la sinistra costa,
+ nudi e graffiati, fuggendo si` forte,
+ che de la selva rompieno ogni rosta.
+
+Quel dinanzi: <<Or accorri, accorri, morte!>>.
+ E l'altro, cui pareva tardar troppo,
+ gridava: <<Lano, si` non furo accorte
+
+le gambe tue a le giostre dal Toppo!>>.
+ E poi che forse li fallia la lena,
+ di se' e d'un cespuglio fece un groppo.
+
+Di rietro a loro era la selva piena
+ di nere cagne, bramose e correnti
+ come veltri ch'uscisser di catena.
+
+In quel che s'appiatto` miser li denti,
+ e quel dilaceraro a brano a brano;
+ poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+Presemi allor la mia scorta per mano,
+ e menommi al cespuglio che piangea,
+ per le rotture sanguinenti in vano.
+
+<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea,
+ che t'e` giovato di me fare schermo?
+ che colpa ho io de la tua vita rea?>>.
+
+Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
+ disse <<Chi fosti, che per tante punte
+ soffi con sangue doloroso sermo?>>.
+
+Ed elli a noi: <<O anime che giunte
+ siete a veder lo strazio disonesto
+ c'ha le mie fronde si` da me disgiunte,
+
+raccoglietele al pie` del tristo cesto.
+ I' fui de la citta` che nel Batista
+ muto` il primo padrone; ond'ei per questo
+
+sempre con l'arte sua la fara` trista;
+ e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
+ rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+que' cittadin che poi la rifondarno
+ sovra 'l cener che d'Attila rimase,
+ avrebber fatto lavorare indarno.
+
+Io fei gibbetto a me de le mie case>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XIV
+
+
+Poi che la carita` del natio loco
+ mi strinse, raunai le fronde sparte,
+ e rende'le a colui, ch'era gia` fioco.
+
+Indi venimmo al fine ove si parte
+ lo secondo giron dal terzo, e dove
+ si vede di giustizia orribil arte.
+
+A ben manifestar le cose nove,
+ dico che arrivammo ad una landa
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+La dolorosa selva l'e` ghirlanda
+ intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+ non d'altra foggia fatta che colei
+ che fu da' pie` di Caton gia` soppressa.
+
+O vendetta di Dio, quanto tu dei
+ esser temuta da ciascun che legge
+ cio` che fu manifesto a li occhi miei!
+
+D'anime nude vidi molte gregge
+ che piangean tutte assai miseramente,
+ e parea posta lor diversa legge.
+
+Supin giacea in terra alcuna gente,
+ alcuna si sedea tutta raccolta,
+ e altra andava continuamente.
+
+Quella che giva intorno era piu` molta,
+ e quella men che giacea al tormento,
+ ma piu` al duolo avea la lingua sciolta.
+
+Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
+ piovean di foco dilatate falde,
+ come di neve in alpe sanza vento.
+
+Quali Alessandro in quelle parti calde
+ d'India vide sopra 'l suo stuolo
+ fiamme cadere infino a terra salde,
+
+per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
+ con le sue schiere, accio` che lo vapore
+ mei si stingueva mentre ch'era solo:
+
+tale scendeva l'etternale ardore;
+ onde la rena s'accendea, com'esca
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+Sanza riposo mai era la tresca
+ de le misere mani, or quindi or quinci
+ escotendo da se' l'arsura fresca.
+
+I' cominciai: <<Maestro, tu che vinci
+ tutte le cose, fuor che ' demon duri
+ ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
+
+chi e` quel grande che non par che curi
+ lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
+ si` che la pioggia non par che 'l marturi?>>.
+
+E quel medesmo, che si fu accorto
+ ch'io domandava il mio duca di lui,
+ grido`: <<Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
+ crucciato prese la folgore aguta
+ onde l'ultimo di` percosso fui;
+
+o s'elli stanchi li altri a muta a muta
+ in Mongibello a la focina negra,
+ chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
+
+si` com'el fece a la pugna di Flegra,
+ e me saetti con tutta sua forza,
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.
+
+Allora il duca mio parlo` di forza
+ tanto, ch'i' non l'avea si` forte udito:
+ <<O Capaneo, in cio` che non s'ammorza
+
+la tua superbia, se' tu piu` punito:
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+ sarebbe al tuo furor dolor compito>>.
+
+Poi si rivolse a me con miglior labbia
+ dicendo: <<Quei fu l'un d'i sette regi
+ ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
+
+Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
+ ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
+ sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti>>.
+
+Tacendo divenimmo la` 've spiccia
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+Quale del Bulicame esce ruscello
+ che parton poi tra lor le peccatrici,
+ tal per la rena giu` sen giva quello.
+
+Lo fondo suo e ambo le pendici
+ fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
+ per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
+
+<<Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
+ poscia che noi intrammo per la porta
+ lo cui sogliare a nessuno e` negato,
+
+cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+ notabile com'e` 'l presente rio,
+ che sovra se' tutte fiammelle ammorta>>.
+
+Queste parole fuor del duca mio;
+ per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
+ di cui largito m'avea il disio.
+
+<<In mezzo mar siede un paese guasto>>,
+ diss'elli allora, <<che s'appella Creta,
+ sotto 'l cui rege fu gia` 'l mondo casto.
+
+Una montagna v'e` che gia` fu lieta
+ d'acqua e di fronde, che si chiamo` Ida:
+ or e` diserta come cosa vieta.
+
+Rea la scelse gia` per cuna fida
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+ quando piangea, vi facea far le grida.
+
+Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+ che tien volte le spalle inver' Dammiata
+ e Roma guarda come suo speglio.
+
+La sua testa e` di fin oro formata,
+ e puro argento son le braccia e 'l petto,
+ poi e` di rame infino a la forcata;
+
+da indi in giuso e` tutto ferro eletto,
+ salvo che 'l destro piede e` terra cotta;
+ e sta 'n su quel piu` che 'n su l'altro, eretto.
+
+Ciascuna parte, fuor che l'oro, e` rotta
+ d'una fessura che lagrime goccia,
+ le quali, accolte, foran quella grotta.
+
+Lor corso in questa valle si diroccia:
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+ poi sen van giu` per questa stretta doccia
+
+infin, la` ove piu` non si dismonta
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+ tu lo vedrai, pero` qui non si conta>>.
+
+E io a lui: <<Se 'l presente rigagno
+ si diriva cosi` dal nostro mondo,
+ perche' ci appar pur a questo vivagno?>>.
+
+Ed elli a me: <<Tu sai che 'l loco e` tondo;
+ e tutto che tu sie venuto molto,
+ pur a sinistra, giu` calando al fondo,
+
+non se' ancor per tutto il cerchio volto:
+ per che, se cosa n'apparisce nova,
+ non de' addur maraviglia al tuo volto>>.
+
+E io ancor: <<Maestro, ove si trova
+ Flegetonta e Lete`? che' de l'un taci,
+ e l'altro di' che si fa d'esta piova>>.
+
+<<In tutte tue question certo mi piaci>>,
+ rispuose; <<ma 'l bollor de l'acqua rossa
+ dovea ben solver l'una che tu faci.
+
+Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa,
+ la` dove vanno l'anime a lavarsi
+ quando la colpa pentuta e` rimossa>>.
+
+Poi disse: <<Omai e` tempo da scostarsi
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+ li margini fan via, che non son arsi,
+
+e sopra loro ogne vapor si spegne>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XV
+
+
+Ora cen porta l'un de' duri margini;
+ e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+ si` che dal foco salva l'acqua e li argini.
+
+Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+ temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
+ fanno lo schermo perche' 'l mar si fuggia;
+
+e quali Padoan lungo la Brenta,
+ per difender lor ville e lor castelli,
+ anzi che Carentana il caldo senta:
+
+a tale imagine eran fatti quelli,
+ tutto che ne' si` alti ne' si` grossi,
+ qual che si fosse, lo maestro felli.
+
+Gia` eravam da la selva rimossi
+ tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
+ perch'io in dietro rivolto mi fossi,
+
+quando incontrammo d'anime una schiera
+ che venian lungo l'argine, e ciascuna
+ ci riguardava come suol da sera
+
+guardare uno altro sotto nuova luna;
+ e si` ver' noi aguzzavan le ciglia
+ come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+Cosi` adocchiato da cotal famiglia,
+ fui conosciuto da un, che mi prese
+ per lo lembo e grido`: <<Qual maraviglia!>>.
+
+E io, quando 'l suo braccio a me distese,
+ ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
+ si` che 'l viso abbrusciato non difese
+
+la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
+ e chinando la mano a la sua faccia,
+ rispuosi: <<Siete voi qui, ser Brunetto?>>.
+
+E quelli: <<O figliuol mio, non ti dispiaccia
+ se Brunetto Latino un poco teco
+ ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia>>.
+
+I' dissi lui: <<Quanto posso, ven preco;
+ e se volete che con voi m'asseggia,
+ farol, se piace a costui che vo seco>>.
+
+<<O figliuol>>, disse, <<qual di questa greggia
+ s'arresta punto, giace poi cent'anni
+ sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
+
+Pero` va oltre: i' ti verro` a' panni;
+ e poi rigiugnero` la mia masnada,
+ che va piangendo i suoi etterni danni>>.
+
+I' non osava scender de la strada
+ per andar par di lui; ma 'l capo chino
+ tenea com'uom che reverente vada.
+
+El comincio`: <<Qual fortuna o destino
+ anzi l'ultimo di` qua giu` ti mena?
+ e chi e` questi che mostra 'l cammino?>>.
+
+<<La` su` di sopra, in la vita serena>>,
+ rispuos'io lui, <<mi smarri' in una valle,
+ avanti che l'eta` mia fosse piena.
+
+Pur ier mattina le volsi le spalle:
+ questi m'apparve, tornand'io in quella,
+ e reducemi a ca per questo calle>>.
+
+Ed elli a me: <<Se tu segui tua stella,
+ non puoi fallire a glorioso porto,
+ se ben m'accorsi ne la vita bella;
+
+e s'io non fossi si` per tempo morto,
+ veggendo il cielo a te cosi` benigno,
+ dato t'avrei a l'opera conforto.
+
+Ma quello ingrato popolo maligno
+ che discese di Fiesole ab antico,
+ e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ti si fara`, per tuo ben far, nimico:
+ ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi
+ si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+ gent'e` avara, invidiosa e superba:
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+La tua fortuna tanto onor ti serba,
+ che l'una parte e l'altra avranno fame
+ di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
+
+Faccian le bestie fiesolane strame
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+ s'alcuna surge ancora in lor letame,
+
+in cui riviva la sementa santa
+ di que' Roman che vi rimaser quando
+ fu fatto il nido di malizia tanta>>.
+
+<<Se fosse tutto pieno il mio dimando>>,
+ rispuos'io lui, <<voi non sareste ancora
+ de l'umana natura posto in bando;
+
+che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora,
+ la cara e buona imagine paterna
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+m'insegnavate come l'uom s'etterna:
+ e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
+ convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+Cio` che narrate di mio corso scrivo,
+ e serbolo a chiosar con altro testo
+ a donna che sapra`, s'a lei arrivo.
+
+Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
+ pur che mia coscienza non mi garra,
+ che a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+Non e` nuova a li orecchi miei tal arra:
+ pero` giri Fortuna la sua rota
+ come le piace, e 'l villan la sua marra>>.
+
+Lo mio maestro allora in su la gota
+ destra si volse in dietro, e riguardommi;
+ poi disse: <<Bene ascolta chi la nota>>.
+
+Ne' per tanto di men parlando vommi
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono
+ li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.
+
+Ed elli a me: <<Saper d'alcuno e` buono;
+ de li altri fia laudabile tacerci,
+ che' 'l tempo saria corto a tanto suono.
+
+In somma sappi che tutti fur cherci
+ e litterati grandi e di gran fama,
+ d'un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+Priscian sen va con quella turba grama,
+ e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
+ s'avessi avuto di tal tigna brama,
+
+colui potei che dal servo de' servi
+ fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
+ dove lascio` li mal protesi nervi.
+
+Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone
+ piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio
+ la` surger nuovo fummo del sabbione.
+
+Gente vien con la quale esser non deggio.
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro
+ nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio>>.
+
+Poi si rivolse, e parve di coloro
+ che corrono a Verona il drappo verde
+ per la campagna; e parve di costoro
+
+quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+Inferno: Canto XVI
+
+
+Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo
+ de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
+ simile a quel che l'arnie fanno rombo,
+
+quando tre ombre insieme si partiro,
+ correndo, d'una torma che passava
+ sotto la pioggia de l'aspro martiro.
+
+Venian ver noi, e ciascuna gridava:
+ <<Sostati tu ch'a l'abito ne sembri
+ esser alcun di nostra terra prava>>.
+
+Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+ Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
+
+A le lor grida il mio dottor s'attese;
+ volse 'l viso ver me, e: <<Or aspetta>>,
+ disse <<a costor si vuole esser cortese.
+
+E se non fosse il foco che saetta
+ la natura del loco, i' dicerei
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta>>.
+
+Ricominciar, come noi restammo, ei
+ l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+ fenno una rota di se' tutti e trei.
+
+Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,
+ prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+cosi` rotando, ciascuno il visaggio
+ drizzava a me, si` che 'n contraro il collo
+ faceva ai pie` continuo viaggio.
+
+E <<Se miseria d'esto loco sollo
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi>>,
+ comincio` l'uno <<e 'l tinto aspetto e brollo,
+
+la fama nostra il tuo animo pieghi
+ a dirne chi tu se', che i vivi piedi
+ cosi` sicuro per lo 'nferno freghi.
+
+Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
+ tutto che nudo e dipelato vada,
+ fu di grado maggior che tu non credi:
+
+nepote fu de la buona Gualdrada;
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+ fece col senno assai e con la spada.
+
+L'altro, ch'appresso me la rena trita,
+ e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+ nel mondo su` dovria esser gradita.
+
+E io, che posto son con loro in croce,
+ Iacopo Rusticucci fui; e certo
+ la fiera moglie piu` ch'altro mi nuoce>>.
+
+S'i' fossi stato dal foco coperto,
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,
+ e credo che 'l dottor l'avria sofferto;
+
+ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
+ vinse paura la mia buona voglia
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+Poi cominciai: <<Non dispetto, ma doglia
+ la vostra condizion dentro mi fisse,
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+tosto che questo mio segnor mi disse
+ parole per le quali i' mi pensai
+ che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+Di vostra terra sono, e sempre mai
+ l'ovra di voi e li onorati nomi
+ con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+ promessi a me per lo verace duca;
+ ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi>>.
+
+<<Se lungamente l'anima conduca
+ le membra tue>>, rispuose quelli ancora,
+ <<e se la fama tua dopo te luca,
+
+cortesia e valor di` se dimora
+ ne la nostra citta` si` come suole,
+ o se del tutto se n'e` gita fora;
+
+che' Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+ con noi per poco e va la` coi compagni,
+ assai ne cruccia con le sue parole>>.
+
+<<La gente nuova e i subiti guadagni
+ orgoglio e dismisura han generata,
+ Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni>>.
+
+Cosi` gridai con la faccia levata;
+ e i tre, che cio` inteser per risposta,
+ guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
+
+<<Se l'altre volte si` poco ti costa>>,
+ rispuoser tutti <<il satisfare altrui,
+ felice te se si` parli a tua posta!
+
+Pero`, se campi d'esti luoghi bui
+ e torni a riveder le belle stelle,
+ quando ti giovera` dicere "I' fui",
+
+fa che di noi a la gente favelle>>.
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+Un amen non saria potuto dirsi
+ tosto cosi` com'e' fuoro spariti;
+ per ch'al maestro parve di partirsi.
+
+Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+ che 'l suon de l'acqua n'era si` vicino,
+ che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+Come quel fiume c'ha proprio cammino
+ prima dal Monte Viso 'nver' levante,
+ da la sinistra costa d'Apennino,
+
+che si chiama Acquacheta suso, avante
+ che si divalli giu` nel basso letto,
+ e a Forli` di quel nome e` vacante,
+
+rimbomba la` sovra San Benedetto
+ de l'Alpe per cadere ad una scesa
+ ove dovea per mille esser recetto;
+
+cosi`, giu` d'una ripa discoscesa,
+ trovammo risonar quell'acqua tinta,
+ si` che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
+
+Io avea una corda intorno cinta,
+ e con essa pensai alcuna volta
+ prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
+ si` come 'l duca m'avea comandato,
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
+ e alquanto di lunge da la sponda
+ la gitto` giuso in quell'alto burrato.
+
+'E' pur convien che novita` risponda'
+ dicea fra me medesmo 'al novo cenno
+ che 'l maestro con l'occhio si` seconda'.
+
+Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+ presso a color che non veggion pur l'ovra,
+ ma per entro i pensier miran col senno!
+
+El disse a me: <<Tosto verra` di sovra
+ cio` ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
+ tosto convien ch'al tuo viso si scovra>>.
+
+Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
+ de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
+ pero` che sanza colpa fa vergogna;
+
+ma qui tacer nol posso; e per le note
+ di questa comedia, lettor, ti giuro,
+ s'elle non sien di lunga grazia vote,
+
+ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
+ venir notando una figura in suso,
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+si` come torna colui che va giuso
+ talora a solver l'ancora ch'aggrappa
+ o scoglio o altro che nel mare e` chiuso,
+
+che 'n su` si stende, e da pie` si rattrappa.
+
+
+
+Inferno: Canto XVII
+
+
+<<Ecco la fiera con la coda aguzza,
+ che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
+ Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!>>.
+
+Si` comincio` lo mio duca a parlarmi;
+ e accennolle che venisse a proda
+ vicino al fin d'i passeggiati marmi.
+
+E quella sozza imagine di froda
+ sen venne, e arrivo` la testa e 'l busto,
+ ma 'n su la riva non trasse la coda.
+
+La faccia sua era faccia d'uom giusto,
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,
+ e d'un serpente tutto l'altro fusto;
+
+due branche avea pilose insin l'ascelle;
+ lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+Con piu` color, sommesse e sovraposte
+ non fer mai drappi Tartari ne' Turchi,
+ ne' fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+Come tal volta stanno a riva i burchi,
+ che parte sono in acqua e parte in terra,
+ e come la` tra li Tedeschi lurchi
+
+lo bivero s'assetta a far sua guerra,
+ cosi` la fiera pessima si stava
+ su l'orlo ch'e` di pietra e 'l sabbion serra.
+
+Nel vano tutta sua coda guizzava,
+ torcendo in su` la venenosa forca
+ ch'a guisa di scorpion la punta armava.
+
+Lo duca disse: <<Or convien che si torca
+ la nostra via un poco insino a quella
+ bestia malvagia che cola` si corca>>.
+
+Pero` scendemmo a la destra mammella,
+ e diece passi femmo in su lo stremo,
+ per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+E quando noi a lei venuti semo,
+ poco piu` oltre veggio in su la rena
+ gente seder propinqua al loco scemo.
+
+Quivi 'l maestro <<Accio` che tutta piena
+ esperienza d'esto giron porti>>,
+ mi disse, <<va, e vedi la lor mena.
+
+Li tuoi ragionamenti sian la` corti:
+ mentre che torni, parlero` con questa,
+ che ne conceda i suoi omeri forti>>.
+
+Cosi` ancor su per la strema testa
+ di quel settimo cerchio tutto solo
+ andai, dove sedea la gente mesta.
+
+Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+ e` di qua, di la` soccorrien con le mani
+ quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
+
+non altrimenti fan di state i cani
+ or col ceffo, or col pie`, quando son morsi
+ o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ ne' quali 'l doloroso foco casca,
+ non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
+
+che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ ch'avea certo colore e certo segno,
+ e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
+
+E com'io riguardando tra lor vegno,
+ in una borsa gialla vidi azzurro
+ che d'un leone avea faccia e contegno.
+
+Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+ vidine un'altra come sangue rossa,
+ mostrando un'oca bianca piu` che burro.
+
+E un che d'una scrofa azzurra e grossa
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+ mi disse: <<Che fai tu in questa fossa?
+
+Or te ne va; e perche' se' vivo anco,
+ sappi che 'l mio vicin Vitaliano
+ sedera` qui dal mio sinistro fianco.
+
+Con questi Fiorentin son padoano:
+ spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
+ gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
+
+che rechera` la tasca con tre becchi!">>.
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+ la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
+
+E io, temendo no 'l piu` star crucciasse
+ lui che di poco star m'avea 'mmonito,
+ torna'mi in dietro da l'anime lasse.
+
+Trova' il duca mio ch'era salito
+ gia` su la groppa del fiero animale,
+ e disse a me: <<Or sie forte e ardito.
+
+Omai si scende per si` fatte scale:
+ monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
+ si` che la coda non possa far male>>.
+
+Qual e` colui che si` presso ha 'l riprezzo
+ de la quartana, c'ha gia` l'unghie smorte,
+ e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
+
+tal divenn'io a le parole porte;
+ ma vergogna mi fe' le sue minacce,
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+I' m'assettai in su quelle spallacce;
+ si` volli dir, ma la voce non venne
+ com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.
+
+Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
+ ad altro forse, tosto ch'i' montai
+ con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
+
+e disse: <<Gerion, moviti omai:
+ le rote larghe e lo scender sia poco:
+ pensa la nova soma che tu hai>>.
+
+Come la navicella esce di loco
+ in dietro in dietro, si` quindi si tolse;
+ e poi ch'al tutto si senti` a gioco,
+
+la` 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,
+ e con le branche l'aere a se' raccolse.
+
+Maggior paura non credo che fosse
+ quando Fetonte abbandono` li freni,
+ per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+ne' quando Icaro misero le reni
+ senti` spennar per la scaldata cera,
+ gridando il padre a lui <<Mala via tieni!>>,
+
+che fu la mia, quando vidi ch'i' era
+ ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
+ ogne veduta fuor che de la fera.
+
+Ella sen va notando lenta lenta:
+ rota e discende, ma non me n'accorgo
+ se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+Io sentia gia` da la man destra il gorgo
+ far sotto noi un orribile scroscio,
+ per che con li occhi 'n giu` la testa sporgo.
+
+Allor fu' io piu` timido a lo stoscio,
+ pero` ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
+ ond'io tremando tutto mi raccoscio.
+
+E vidi poi, che' nol vedea davanti,
+ lo scendere e 'l girar per li gran mali
+ che s'appressavan da diversi canti.
+
+Come 'l falcon ch'e` stato assai su l'ali,
+ che sanza veder logoro o uccello
+ fa dire al falconiere <<Ome`, tu cali!>>,
+
+discende lasso onde si move isnello,
+ per cento rote, e da lunge si pone
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+cosi` ne puose al fondo Gerione
+ al pie` al pie` de la stagliata rocca
+ e, discarcate le nostre persone,
+
+si dileguo` come da corda cocca.
+
+
+
+Inferno: Canto XVIII
+
+
+Luogo e` in inferno detto Malebolge,
+ tutto di pietra di color ferrigno,
+ come la cerchia che dintorno il volge.
+
+Nel dritto mezzo del campo maligno
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+ di cui suo loco dicero` l'ordigno.
+
+Quel cinghio che rimane adunque e` tondo
+ tra 'l pozzo e 'l pie` de l'alta ripa dura,
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+Quale, dove per guardia de le mura
+ piu` e piu` fossi cingon li castelli,
+ la parte dove son rende figura,
+
+tale imagine quivi facean quelli;
+ e come a tai fortezze da' lor sogli
+ a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+cosi` da imo de la roccia scogli
+ movien che ricidien li argini e ' fossi
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+In questo luogo, de la schiena scossi
+ di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+A la man destra vidi nova pieta,
+ novo tormento e novi frustatori,
+ di che la prima bolgia era repleta.
+
+Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+ dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
+ di la` con noi, ma con passi maggiori,
+
+come i Roman per l'essercito molto,
+ l'anno del giubileo, su per lo ponte
+ hanno a passar la gente modo colto,
+
+che da l'un lato tutti hanno la fronte
+ verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
+ da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
+
+Di qua, di la`, su per lo sasso tetro
+ vidi demon cornuti con gran ferze,
+ che li battien crudelmente di retro.
+
+Ahi come facean lor levar le berze
+ a le prime percosse! gia` nessuno
+ le seconde aspettava ne' le terze.
+
+Mentr'io andava, li occhi miei in uno
+ furo scontrati; e io si` tosto dissi:
+ <<Gia` di veder costui non son digiuno>>.
+
+Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
+ e 'l dolce duca meco si ristette,
+ e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
+
+E quel frustato celar si credette
+ bassando 'l viso; ma poco li valse,
+ ch'io dissi: <<O tu che l'occhio a terra gette,
+
+se le fazion che porti non son false,
+ Venedico se' tu Caccianemico.
+ Ma che ti mena a si` pungenti salse?>>.
+
+Ed elli a me: <<Mal volentier lo dico;
+ ma sforzami la tua chiara favella,
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+I' fui colui che la Ghisolabella
+ condussi a far la voglia del marchese,
+ come che suoni la sconcia novella.
+
+E non pur io qui piango bolognese;
+ anzi n'e` questo luogo tanto pieno,
+ che tante lingue non son ora apprese
+
+a dicer 'sipa' tra Savena e Reno;
+ e se di cio` vuoi fede o testimonio,
+ recati a mente il nostro avaro seno>>.
+
+Cosi` parlando il percosse un demonio
+ de la sua scuriada, e disse: <<Via,
+ ruffian! qui non son femmine da conio>>.
+
+I' mi raggiunsi con la scorta mia;
+ poscia con pochi passi divenimmo
+ la` 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
+
+Assai leggeramente quel salimmo;
+ e volti a destra su per la sua scheggia,
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+Quando noi fummo la` dov'el vaneggia
+ di sotto per dar passo a li sferzati,
+ lo duca disse: <<Attienti, e fa che feggia
+
+lo viso in te di quest'altri mal nati,
+ ai quali ancor non vedesti la faccia
+ pero` che son con noi insieme andati>>.
+
+Del vecchio ponte guardavam la traccia
+ che venia verso noi da l'altra banda,
+ e che la ferza similmente scaccia.
+
+E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
+ mi disse: <<Guarda quel grande che vene,
+ e per dolor non par lagrime spanda:
+
+quanto aspetto reale ancor ritene!
+ Quelli e` Iason, che per cuore e per senno
+ li Colchi del monton privati fene.
+
+Ello passo` per l'isola di Lenno,
+ poi che l'ardite femmine spietate
+ tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+Ivi con segni e con parole ornate
+ Isifile inganno`, la giovinetta
+ che prima avea tutte l'altre ingannate.
+
+Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;
+ e anche di Medea si fa vendetta.
+
+Con lui sen va chi da tal parte inganna:
+ e questo basti de la prima valle
+ sapere e di color che 'n se' assanna>>.
+
+Gia` eravam la` 've lo stretto calle
+ con l'argine secondo s'incrocicchia,
+ e fa di quello ad un altr'arco spalle.
+
+Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
+ e se' medesma con le palme picchia.
+
+Le ripe eran grommate d'una muffa,
+ per l'alito di giu` che vi s'appasta,
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta
+ loco a veder sanza montare al dosso
+ de l'arco, ove lo scoglio piu` sovrasta.
+
+Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso
+ vidi gente attuffata in uno sterco
+ che da li uman privadi parea mosso.
+
+E mentre ch'io la` giu` con l'occhio cerco,
+ vidi un col capo si` di merda lordo,
+ che non parea s'era laico o cherco.
+
+Quei mi sgrido`: <<Perche' se' tu si` gordo
+ di riguardar piu` me che li altri brutti?>>.
+ E io a lui: <<Perche', se ben ricordo,
+
+gia` t'ho veduto coi capelli asciutti,
+ e se' Alessio Interminei da Lucca:
+ pero` t'adocchio piu` che li altri tutti>>.
+
+Ed elli allor, battendosi la zucca:
+ <<Qua giu` m'hanno sommerso le lusinghe
+ ond'io non ebbi mai la lingua stucca>>.
+
+Appresso cio` lo duca <<Fa che pinghe>>,
+ mi disse <<il viso un poco piu` avante,
+ si` che la faccia ben con l'occhio attinghe
+
+di quella sozza e scapigliata fante
+ che la` si graffia con l'unghie merdose,
+ e or s'accoscia e ora e` in piedi stante.
+
+Taide e`, la puttana che rispuose
+ al drudo suo quando disse "Ho io grazie
+ grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
+
+E quinci sien le nostre viste sazie>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XIX
+
+
+O Simon mago, o miseri seguaci
+ che le cose di Dio, che di bontate
+ deon essere spose, e voi rapaci
+
+per oro e per argento avolterate,
+ or convien che per voi suoni la tromba,
+ pero` che ne la terza bolgia state.
+
+Gia` eravamo, a la seguente tomba,
+ montati de lo scoglio in quella parte
+ ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
+
+O somma sapienza, quanta e` l'arte
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+ e quanto giusto tua virtu` comparte!
+
+Io vidi per le coste e per lo fondo
+ piena la pietra livida di fori,
+ d'un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+Non mi parean men ampi ne' maggiori
+ che que' che son nel mio bel San Giovanni,
+ fatti per loco d'i battezzatori;
+
+l'un de li quali, ancor non e` molt'anni,
+ rupp'io per un che dentro v'annegava:
+ e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
+
+Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+ d'un peccator li piedi e de le gambe
+ infino al grosso, e l'altro dentro stava.
+
+Le piante erano a tutti accese intrambe;
+ per che si` forte guizzavan le giunte,
+ che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+ muoversi pur su per la strema buccia,
+ tal era li` dai calcagni a le punte.
+
+<<Chi e` colui, maestro, che si cruccia
+ guizzando piu` che li altri suoi consorti>>,
+ diss'io, <<e cui piu` roggia fiamma succia?>>.
+
+Ed elli a me: <<Se tu vuo' ch'i' ti porti
+ la` giu` per quella ripa che piu` giace,
+ da lui saprai di se' e de' suoi torti>>.
+
+E io: <<Tanto m'e` bel, quanto a te piace:
+ tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace>>.
+
+Allor venimmo in su l'argine quarto:
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca
+ la` giu` nel fondo foracchiato e arto.
+
+Lo buon maestro ancor de la sua anca
+ non mi dipuose, si` mi giunse al rotto
+ di quel che si piangeva con la zanca.
+
+<<O qual che se' che 'l di su` tien di sotto,
+ anima trista come pal commessa>>,
+ comincia' io a dir, <<se puoi, fa motto>>.
+
+Io stava come 'l frate che confessa
+ lo perfido assessin, che, poi ch'e` fitto,
+ richiama lui, per che la morte cessa.
+
+Ed el grido`: <<Se' tu gia` costi` ritto,
+ se' tu gia` costi` ritto, Bonifazio?
+ Di parecchi anni mi menti` lo scritto.
+
+Se' tu si` tosto di quell'aver sazio
+ per lo qual non temesti torre a 'nganno
+ la bella donna, e poi di farne strazio?>>.
+
+Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
+ per non intender cio` ch'e` lor risposto,
+ quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+Allor Virgilio disse: <<Dilli tosto:
+ "Non son colui, non son colui che credi">>;
+ e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+ poi, sospirando e con voce di pianto,
+ mi disse: <<Dunque che a me richiedi?
+
+Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
+ che tu abbi pero` la ripa corsa,
+ sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
+
+e veramente fui figliuol de l'orsa,
+ cupido si` per avanzar li orsatti,
+ che su` l'avere e qui me misi in borsa.
+
+Di sotto al capo mio son li altri tratti
+ che precedetter me simoneggiando,
+ per le fessure de la pietra piatti.
+
+La` giu` caschero` io altresi` quando
+ verra` colui ch'i' credea che tu fossi
+ allor ch'i' feci 'l subito dimando.
+
+Ma piu` e` 'l tempo gia` che i pie` mi cossi
+ e ch'i' son stato cosi` sottosopra,
+ ch'el non stara` piantato coi pie` rossi:
+
+che' dopo lui verra` di piu` laida opra
+ di ver' ponente, un pastor sanza legge,
+ tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+Novo Iason sara`, di cui si legge
+ ne' Maccabei; e come a quel fu molle
+ suo re, cosi` fia lui chi Francia regge>>.
+
+Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
+ ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
+ <<Deh, or mi di`: quanto tesoro volle
+
+Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ ch'ei ponesse le chiavi in sua balia?
+ Certo non chiese se non "Viemmi retro".
+
+Ne' Pier ne' li altri tolsero a Matia
+ oro od argento, quando fu sortito
+ al loco che perde' l'anima ria.
+
+Pero` ti sta, che' tu se' ben punito;
+ e guarda ben la mal tolta moneta
+ ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
+ la reverenza delle somme chiavi
+ che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+io userei parole ancor piu` gravi;
+ che' la vostra avarizia il mondo attrista,
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
+ quando colei che siede sopra l'acque
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+quella che con le sette teste nacque,
+ e da le diece corna ebbe argomento,
+ fin che virtute al suo marito piacque.
+
+Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
+ e che altro e` da voi a l'idolatre,
+ se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
+
+Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+ non la tua conversion, ma quella dote
+ che da te prese il primo ricco patre!>>.
+
+E mentr'io li cantava cotai note,
+ o ira o coscienza che 'l mordesse,
+ forte spingava con ambo le piote.
+
+I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
+ con si` contenta labbia sempre attese
+ lo suon de le parole vere espresse.
+
+Pero` con ambo le braccia mi prese;
+ e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
+ rimonto` per la via onde discese.
+
+Ne' si stanco` d'avermi a se' distretto,
+ si` men porto` sovra 'l colmo de l'arco
+ che dal quarto al quinto argine e` tragetto.
+
+Quivi soavemente spuose il carco,
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto
+ che sarebbe a le capre duro varco.
+
+Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+Inferno: Canto XX
+
+
+Di nova pena mi conven far versi
+ e dar matera al ventesimo canto
+ de la prima canzon ch'e` d'i sommersi.
+
+Io era gia` disposto tutto quanto
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,
+ che si bagnava d'angoscioso pianto;
+
+e vidi gente per lo vallon tondo
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo
+ che fanno le letane in questo mondo.
+
+Come 'l viso mi scese in lor piu` basso,
+ mirabilmente apparve esser travolto
+ ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
+
+che' da le reni era tornato 'l volto,
+ e in dietro venir li convenia,
+ perche' 'l veder dinanzi era lor tolto.
+
+Forse per forza gia` di parlasia
+ si travolse cosi` alcun del tutto;
+ ma io nol vidi, ne' credo che sia.
+
+Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+ di tua lezione, or pensa per te stesso
+ com'io potea tener lo viso asciutto,
+
+quando la nostra imagine di presso
+ vidi si` torta, che 'l pianto de li occhi
+ le natiche bagnava per lo fesso.
+
+Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
+ del duro scoglio, si` che la mia scorta
+ mi disse: <<Ancor se' tu de li altri sciocchi?
+
+Qui vive la pieta` quand'e` ben morta;
+ chi e` piu` scellerato che colui
+ che al giudicio divin passion comporta?
+
+Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+ s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
+ per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
+
+Anfiarao? perche' lasci la guerra?".
+ E non resto` di ruinare a valle
+ fino a Minos che ciascheduno afferra.
+
+Mira c'ha fatto petto de le spalle:
+ perche' volle veder troppo davante,
+ di retro guarda e fa retroso calle.
+
+Vedi Tiresia, che muto` sembiante
+ quando di maschio femmina divenne
+ cangiandosi le membra tutte quante;
+
+e prima, poi, ribatter li convenne
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,
+ che riavesse le maschili penne.
+
+Aronta e` quel ch'al ventre li s'atterga,
+ che ne' monti di Luni, dove ronca
+ lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle
+ e 'l mar no li era la veduta tronca.
+
+E quella che ricuopre le mammelle,
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+ e ha di la` ogne pilosa pelle,
+
+Manto fu, che cerco` per terre molte;
+ poscia si puose la` dove nacqu'io;
+ onde un poco mi piace che m'ascolte.
+
+Poscia che 'l padre suo di vita uscio,
+ e venne serva la citta` di Baco,
+ questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+Suso in Italia bella giace un laco,
+ a pie` de l'Alpe che serra Lamagna
+ sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
+
+Per mille fonti, credo, e piu` si bagna
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino
+ de l'acqua che nel detto laco stagna.
+
+Loco e` nel mezzo la` dove 'l trentino
+ pastore e quel di Brescia e 'l veronese
+ segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
+
+Siede Peschiera, bello e forte arnese
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ ove la riva 'ntorno piu` discese.
+
+Ivi convien che tutto quanto caschi
+ cio` che 'n grembo a Benaco star non puo`,
+ e fassi fiume giu` per verdi paschi.
+
+Tosto che l'acqua a correr mette co,
+ non piu` Benaco, ma Mencio si chiama
+ fino a Governol, dove cade in Po.
+
+Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
+ ne la qual si distende e la 'mpaluda;
+ e suol di state talor essere grama.
+
+Quindi passando la vergine cruda
+ vide terra, nel mezzo del pantano,
+ sanza coltura e d'abitanti nuda.
+
+Li`, per fuggire ogne consorzio umano,
+ ristette con suoi servi a far sue arti,
+ e visse, e vi lascio` suo corpo vano.
+
+Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
+ s'accolsero a quel loco, ch'era forte
+ per lo pantan ch'avea da tutte parti.
+
+Fer la citta` sovra quell'ossa morte;
+ e per colei che 'l loco prima elesse,
+ Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
+
+Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse,
+ prima che la mattia da Casalodi
+ da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+Pero` t'assenno che, se tu mai odi
+ originar la mia terra altrimenti,
+ la verita` nulla menzogna frodi>>.
+
+E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti
+ mi son si` certi e prendon si` mia fede,
+ che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+Ma dimmi, de la gente che procede,
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ che' solo a cio` la mia mente rifiede>>.
+
+Allor mi disse: <<Quel che da la gota
+ porge la barba in su le spalle brune,
+ fu - quando Grecia fu di maschi vota,
+
+si` ch'a pena rimaser per le cune -
+ augure, e diede 'l punto con Calcanta
+ in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+Euripilo ebbe nome, e cosi` 'l canta
+ l'alta mia tragedia in alcun loco:
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+Quell'altro che ne' fianchi e` cosi` poco,
+ Michele Scotto fu, che veramente
+ de le magiche frode seppe 'l gioco.
+
+Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+Vedi le triste che lasciaron l'ago,
+ la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
+ fecer malie con erbe e con imago.
+
+Ma vienne omai, che' gia` tiene 'l confine
+ d'amendue li emisperi e tocca l'onda
+ sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+e gia` iernotte fu la luna tonda:
+ ben ten de' ricordar, che' non ti nocque
+ alcuna volta per la selva fonda>>.
+
+Si` mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+Inferno: Canto XXI
+
+
+Cosi` di ponte in ponte, altro parlando
+ che la mia comedia cantar non cura,
+ venimmo; e tenavamo il colmo, quando
+
+restammo per veder l'altra fessura
+ di Malebolge e li altri pianti vani;
+ e vidila mirabilmente oscura.
+
+Quale ne l'arzana` de' Viniziani
+ bolle l'inverno la tenace pece
+ a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+che' navicar non ponno - in quella vece
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+ le coste a quel che piu` viaggi fece;
+
+chi ribatte da proda e chi da poppa;
+ altri fa remi e altri volge sarte;
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
+
+tal, non per foco, ma per divin'arte,
+ bollia la` giuso una pegola spessa,
+ che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
+
+I' vedea lei, ma non vedea in essa
+ mai che le bolle che 'l bollor levava,
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+Mentr'io la` giu` fisamente mirava,
+ lo duca mio, dicendo <<Guarda, guarda!>>,
+ mi trasse a se' del loco dov'io stava.
+
+Allor mi volsi come l'uom cui tarda
+ di veder quel che li convien fuggire
+ e cui paura subita sgagliarda,
+
+che, per veder, non indugia 'l partire:
+ e vidi dietro a noi un diavol nero
+ correndo su per lo scoglio venire.
+
+Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
+ e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
+ con l'ali aperte e sovra i pie` leggero!
+
+L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
+ carcava un peccator con ambo l'anche,
+ e quei tenea de' pie` ghermito 'l nerbo.
+
+Del nostro ponte disse: <<O Malebranche,
+ ecco un de li anzian di Santa Zita!
+ Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
+
+a quella terra che n'e` ben fornita:
+ ogn'uom v'e` barattier, fuor che Bonturo;
+ del no, per li denar vi si fa ita>>.
+
+La` giu` 'l butto`, e per lo scoglio duro
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+Quel s'attuffo`, e torno` su` convolto;
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,
+ gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto:
+
+qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+ Pero`, se tu non vuo' di nostri graffi,
+ non far sopra la pegola soverchio>>.
+
+Poi l'addentar con piu` di cento raffi,
+ disser: <<Coverto convien che qui balli,
+ si` che, se puoi, nascosamente accaffi>>.
+
+Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia
+ la carne con li uncin, perche' non galli.
+
+Lo buon maestro <<Accio` che non si paia
+ che tu ci sia>>, mi disse, <<giu` t'acquatta
+ dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
+
+e per nulla offension che mi sia fatta,
+ non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
+ perch'altra volta fui a tal baratta>>.
+
+Poscia passo` di la` dal co del ponte;
+ e com'el giunse in su la ripa sesta,
+ mestier li fu d'aver sicura fronte.
+
+Con quel furore e con quella tempesta
+ ch'escono i cani a dosso al poverello
+ che di subito chiede ove s'arresta,
+
+usciron quei di sotto al ponticello,
+ e volser contra lui tutt'i runcigli;
+ ma el grido`: <<Nessun di voi sia fello!
+
+Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
+ traggasi avante l'un di voi che m'oda,
+ e poi d'arruncigliarmi si consigli>>.
+
+Tutti gridaron: <<Vada Malacoda!>>;
+ per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
+ e venne a lui dicendo: <<Che li approda?>>.
+
+<<Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+ esser venuto>>, disse 'l mio maestro,
+ <<sicuro gia` da tutti vostri schermi,
+
+sanza voler divino e fato destro?
+ Lascian'andar, che' nel cielo e` voluto
+ ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro>>.
+
+Allor li fu l'orgoglio si` caduto,
+ ch'e' si lascio` cascar l'uncino a' piedi,
+ e disse a li altri: <<Omai non sia feruto>>.
+
+E 'l duca mio a me: <<O tu che siedi
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+ sicuramente omai a me ti riedi>>.
+
+Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,
+ si` ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
+
+cosi` vid'io gia` temer li fanti
+ ch'uscivan patteggiati di Caprona,
+ veggendo se' tra nemici cotanti.
+
+I' m'accostai con tutta la persona
+ lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
+ da la sembianza lor ch'era non buona.
+
+Ei chinavan li raffi e <<Vuo' che 'l tocchi>>,
+ diceva l'un con l'altro, <<in sul groppone?>>.
+ E rispondien: <<Si`, fa che gliel'accocchi!>>.
+
+Ma quel demonio che tenea sermone
+ col duca mio, si volse tutto presto,
+ e disse: <<Posa, posa, Scarmiglione!>>.
+
+Poi disse a noi: <<Piu` oltre andar per questo
+ iscoglio non si puo`, pero` che giace
+ tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
+
+E se l'andare avante pur vi piace,
+ andatevene su per questa grotta;
+ presso e` un altro scoglio che via face.
+
+Ier, piu` oltre cinqu'ore che quest'otta,
+ mille dugento con sessanta sei
+ anni compie' che qui la via fu rotta.
+
+Io mando verso la` di questi miei
+ a riguardar s'alcun se ne sciorina;
+ gite con lor, che non saranno rei>>.
+
+<<Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina>>,
+ comincio` elli a dire, <<e tu, Cagnazzo;
+ e Barbariccia guidi la decina.
+
+Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
+ Ciriatto sannuto e Graffiacane
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+Cercate 'ntorno le boglienti pane;
+ costor sian salvi infino a l'altro scheggio
+ che tutto intero va sovra le tane>>.
+
+<<Ome`, maestro, che e` quel ch'i' veggio?>>,
+ diss'io, <<deh, sanza scorta andianci soli,
+ se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
+
+Se tu se' si` accorto come suoli,
+ non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?>>.
+
+Ed elli a me: <<Non vo' che tu paventi;
+ lasciali digrignar pur a lor senno,
+ ch'e' fanno cio` per li lessi dolenti>>.
+
+Per l'argine sinistro volta dienno;
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+Inferno: Canto XXII
+
+
+Io vidi gia` cavalier muover campo,
+ e cominciare stormo e far lor mostra,
+ e talvolta partir per loro scampo;
+
+corridor vidi per la terra vostra,
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,
+ fedir torneamenti e correr giostra;
+
+quando con trombe, e quando con campane,
+ con tamburi e con cenni di castella,
+ e con cose nostrali e con istrane;
+
+ne' gia` con si` diversa cennamella
+ cavalier vidi muover ne' pedoni,
+ ne' nave a segno di terra o di stella.
+
+Noi andavam con li diece demoni.
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
+ per veder de la bolgia ogne contegno
+ e de la gente ch'entro v'era incesa.
+
+Come i dalfini, quando fanno segno
+ a' marinar con l'arco de la schiena,
+ che s'argomentin di campar lor legno,
+
+talor cosi`, ad alleggiar la pena,
+ mostrav'alcun de' peccatori il dosso
+ e nascondea in men che non balena.
+
+E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+ si` che celano i piedi e l'altro grosso,
+
+si` stavan d'ogne parte i peccatori;
+ ma come s'appressava Barbariccia,
+ cosi` si ritraen sotto i bollori.
+
+I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
+ uno aspettar cosi`, com'elli 'ncontra
+ ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
+
+e Graffiacan, che li era piu` di contra,
+ li arrunciglio` le 'mpegolate chiome
+ e trassel su`, che mi parve una lontra.
+
+I' sapea gia` di tutti quanti 'l nome,
+ si` li notai quando fuorono eletti,
+ e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
+
+<<O Rubicante, fa che tu li metti
+ li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!>>,
+ gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+E io: <<Maestro mio, fa, se tu puoi,
+ che tu sappi chi e` lo sciagurato
+ venuto a man de li avversari suoi>>.
+
+Lo duca mio li s'accosto` allato;
+ domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
+ <<I' fui del regno di Navarra nato.
+
+Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
+ che m'avea generato d'un ribaldo,
+ distruggitor di se' e di sue cose.
+
+Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
+ quivi mi misi a far baratteria;
+ di ch'io rendo ragione in questo caldo>>.
+
+E Ciriatto, a cui di bocca uscia
+ d'ogne parte una sanna come a porco,
+ li fe' sentir come l'una sdruscia.
+
+Tra male gatte era venuto 'l sorco;
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
+ e disse: <<State in la`, mentr'io lo 'nforco>>.
+
+E al maestro mio volse la faccia:
+ <<Domanda>>, disse, <<ancor, se piu` disii
+ saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia>>.
+
+Lo duca dunque: <<Or di`: de li altri rii
+ conosci tu alcun che sia latino
+ sotto la pece?>>. E quelli: <<I' mi partii,
+
+poco e`, da un che fu di la` vicino.
+ Cosi` foss'io ancor con lui coperto,
+ ch'i' non temerei unghia ne' uncino!>>.
+
+E Libicocco <<Troppo avem sofferto>>,
+ disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
+ si` che, stracciando, ne porto` un lacerto.
+
+Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+ giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
+ si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
+ a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
+ domando` 'l duca mio sanza dimoro:
+
+<<Chi fu colui da cui mala partita
+ di' che facesti per venire a proda?>>.
+ Ed ei rispuose: <<Fu frate Gomita,
+
+quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
+ ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
+ e fe' si` lor, che ciascun se ne loda.
+
+Danar si tolse, e lasciolli di piano,
+ si` com'e' dice; e ne li altri offici anche
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+Usa con esso donno Michel Zanche
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna
+ le lingue lor non si sentono stanche.
+
+Ome`, vedete l'altro che digrigna:
+ i' direi anche, ma i' temo ch'ello
+ non s'apparecchi a grattarmi la tigna>>.
+
+E 'l gran proposto, volto a Farfarello
+ che stralunava li occhi per fedire,
+ disse: <<Fatti 'n costa`, malvagio uccello!>>.
+
+<<Se voi volete vedere o udire>>,
+ ricomincio` lo spaurato appresso
+ <<Toschi o Lombardi, io ne faro` venire;
+
+ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+ si` ch'ei non teman de le lor vendette;
+ e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+per un ch'io son, ne faro` venir sette
+ quand'io suffolero`, com'e` nostro uso
+ di fare allor che fori alcun si mette>>.
+
+Cagnazzo a cotal motto levo` 'l muso,
+ crollando 'l capo, e disse: <<Odi malizia
+ ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!>>.
+
+Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
+ rispuose: <<Malizioso son io troppo,
+ quand'io procuro a' mia maggior trestizia>>.
+
+Alichin non si tenne e, di rintoppo
+ a li altri, disse a lui: <<Se tu ti cali,
+ io non ti verro` dietro di gualoppo,
+
+ma battero` sovra la pece l'ali.
+ Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
+ a veder se tu sol piu` di noi vali>>.
+
+O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ ciascun da l'altra costa li occhi volse;
+ quel prima, ch'a cio` fare era piu` crudo.
+
+Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ fermo` le piante a terra, e in un punto
+ salto` e dal proposto lor si sciolse.
+
+Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ ma quei piu` che cagion fu del difetto;
+ pero` si mosse e grido`: <<Tu se' giunto!>>.
+
+Ma poco i valse: che' l'ali al sospetto
+ non potero avanzar: quelli ando` sotto,
+ e quei drizzo` volando suso il petto:
+
+non altrimenti l'anitra di botto,
+ quando 'l falcon s'appressa, giu` s'attuffa,
+ ed ei ritorna su` crucciato e rotto.
+
+Irato Calcabrina de la buffa,
+ volando dietro li tenne, invaghito
+ che quei campasse per aver la zuffa;
+
+e come 'l barattier fu disparito,
+ cosi` volse li artigli al suo compagno,
+ e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
+
+Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
+ ad artigliar ben lui, e amendue
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+Lo caldo sghermitor subito fue;
+ ma pero` di levarsi era neente,
+ si` avieno inviscate l'ali sue.
+
+Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+ quattro ne fe' volar da l'altra costa
+ con tutt'i raffi, e assai prestamente
+
+di qua, di la` discesero a la posta;
+ porser li uncini verso li 'mpaniati,
+ ch'eran gia` cotti dentro da la crosta;
+
+e noi lasciammo lor cosi` 'mpacciati.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIII
+
+
+Taciti, soli, sanza compagnia
+ n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
+ come frati minor vanno per via.
+
+Volt'era in su la favola d'Isopo
+ lo mio pensier per la presente rissa,
+ dov'el parlo` de la rana e del topo;
+
+che' piu` non si pareggia 'mo' e 'issa'
+ che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
+ principio e fine con la mente fissa.
+
+E come l'un pensier de l'altro scoppia,
+ cosi` nacque di quello un altro poi,
+ che la prima paura mi fe' doppia.
+
+Io pensava cosi`: 'Questi per noi
+ sono scherniti con danno e con beffa
+ si` fatta, ch'assai credo che lor noi.
+
+Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
+ ei ne verranno dietro piu` crudeli
+ che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.
+
+Gia` mi sentia tutti arricciar li peli
+ de la paura e stava in dietro intento,
+ quand'io dissi: <<Maestro, se non celi
+
+te e me tostamente, i' ho pavento
+ d'i Malebranche. Noi li avem gia` dietro;
+ io li 'magino si`, che gia` li sento>>.
+
+E quei: <<S'i' fossi di piombato vetro,
+ l'imagine di fuor tua non trarrei
+ piu` tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
+
+Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,
+ con simile atto e con simile faccia,
+ si` che d'intrambi un sol consiglio fei.
+
+S'elli e` che si` la destra costa giaccia,
+ che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,
+ noi fuggirem l'imaginata caccia>>.
+
+Gia` non compie' di tal consiglio rendere,
+ ch'io li vidi venir con l'ali tese
+ non molto lungi, per volerne prendere.
+
+Lo duca mio di subito mi prese,
+ come la madre ch'al romore e` desta
+ e vede presso a se' le fiamme accese,
+
+che prende il figlio e fugge e non s'arresta,
+ avendo piu` di lui che di se' cura,
+ tanto che solo una camiscia vesta;
+
+e giu` dal collo de la ripa dura
+ supin si diede a la pendente roccia,
+ che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
+
+Non corse mai si` tosto acqua per doccia
+ a volger ruota di molin terragno,
+ quand'ella piu` verso le pale approccia,
+
+come 'l maestro mio per quel vivagno,
+ portandosene me sovra 'l suo petto,
+ come suo figlio, non come compagno.
+
+A pena fuoro i pie` suoi giunti al letto
+ del fondo giu`, ch'e' furon in sul colle
+ sovresso noi; ma non li` era sospetto;
+
+che' l'alta provedenza che lor volle
+ porre ministri de la fossa quinta,
+ poder di partirs'indi a tutti tolle.
+
+La` giu` trovammo una gente dipinta
+ che giva intorno assai con lenti passi,
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+Elli avean cappe con cappucci bassi
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+ che in Clugni` per li monaci fassi.
+
+Di fuor dorate son, si` ch'elli abbaglia;
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+ che Federigo le mettea di paglia.
+
+Oh in etterno faticoso manto!
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ma per lo peso quella gente stanca
+ venia si` pian, che noi eravam nuovi
+ di compagnia ad ogne mover d'anca.
+
+Per ch'io al duca mio: <<Fa che tu trovi
+ alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
+ e li occhi, si` andando, intorno movi>>.
+
+E un che 'ntese la parola tosca,
+ di retro a noi grido`: <<Tenete i piedi,
+ voi che correte si` per l'aura fosca!
+
+Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi>>.
+ Onde 'l duca si volse e disse: <<Aspetta
+ e poi secondo il suo passo procedi>>.
+
+Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+ de l'animo, col viso, d'esser meco;
+ ma tardavali 'l carco e la via stretta.
+
+Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
+ mi rimiraron sanza far parola;
+ poi si volsero in se', e dicean seco:
+
+<<Costui par vivo a l'atto de la gola;
+ e s'e' son morti, per qual privilegio
+ vanno scoperti de la grave stola?>>.
+
+Poi disser me: <<O Tosco, ch'al collegio
+ de l'ipocriti tristi se' venuto,
+ dir chi tu se' non avere in dispregio>>.
+
+E io a loro: <<I' fui nato e cresciuto
+ sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
+ e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
+
+Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+ quant'i' veggio dolor giu` per le guance?
+ e che pena e` in voi che si` sfavilla?>>.
+
+E l'un rispuose a me: <<Le cappe rance
+ son di piombo si` grosse, che li pesi
+ fan cosi` cigolar le lor bilance.
+
+Frati godenti fummo, e bolognesi;
+ io Catalano e questi Loderingo
+ nomati, e da tua terra insieme presi,
+
+come suole esser tolto un uom solingo,
+ per conservar sua pace; e fummo tali,
+ ch'ancor si pare intorno dal Gardingo>>.
+
+Io cominciai: <<O frati, i vostri mali...>>;
+ ma piu` non dissi, ch'a l'occhio mi corse
+ un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+Quando mi vide, tutto si distorse,
+ soffiando ne la barba con sospiri;
+ e 'l frate Catalan, ch'a cio` s'accorse,
+
+mi disse: <<Quel confitto che tu miri,
+ consiglio` i Farisei che convenia
+ porre un uom per lo popolo a' martiri.
+
+Attraversato e`, nudo, ne la via,
+ come tu vedi, ed e` mestier ch'el senta
+ qualunque passa, come pesa, pria.
+
+E a tal modo il socero si stenta
+ in questa fossa, e li altri dal concilio
+ che fu per li Giudei mala sementa>>.
+
+Allor vid'io maravigliar Virgilio
+ sovra colui ch'era disteso in croce
+ tanto vilmente ne l'etterno essilio.
+
+Poscia drizzo` al frate cotal voce:
+ <<Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+ s'a la man destra giace alcuna foce
+
+onde noi amendue possiamo uscirci,
+ sanza costrigner de li angeli neri
+ che vegnan d'esto fondo a dipartirci>>.
+
+Rispuose adunque: <<Piu` che tu non speri
+ s'appressa un sasso che de la gran cerchia
+ si move e varca tutt'i vallon feri,
+
+salvo che 'n questo e` rotto e nol coperchia:
+ montar potrete su per la ruina,
+ che giace in costa e nel fondo soperchia>>.
+
+Lo duca stette un poco a testa china;
+ poi disse: <<Mal contava la bisogna
+ colui che i peccator di qua uncina>>.
+
+E 'l frate: <<Io udi' gia` dire a Bologna
+ del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
+ ch'elli e` bugiardo, e padre di menzogna>>.
+
+Appresso il duca a gran passi sen gi`,
+ turbato un poco d'ira nel sembiante;
+ ond'io da li 'ncarcati mi parti'
+
+dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIV
+
+
+In quella parte del giovanetto anno
+ che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
+ e gia` le notti al mezzo di` sen vanno,
+
+quando la brina in su la terra assempra
+ l'imagine di sua sorella bianca,
+ ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+lo villanello a cui la roba manca,
+ si leva, e guarda, e vede la campagna
+ biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
+
+ritorna in casa, e qua e la` si lagna,
+ come 'l tapin che non sa che si faccia;
+ poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
+ in poco d'ora, e prende suo vincastro,
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+Cosi` mi fece sbigottir lo mastro
+ quand'io li vidi si` turbar la fronte,
+ e cosi` tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
+
+che', come noi venimmo al guasto ponte,
+ lo duca a me si volse con quel piglio
+ dolce ch'io vidi prima a pie` del monte.
+
+Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+ eletto seco riguardando prima
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+E come quei ch'adopera ed estima,
+ che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
+ cosi`, levando me su` ver la cima
+
+d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
+ dicendo: <<Sovra quella poi t'aggrappa;
+ ma tenta pria s'e` tal ch'ella ti reggia>>.
+
+Non era via da vestito di cappa,
+ che' noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+ potavam su` montar di chiappa in chiappa.
+
+E se non fosse che da quel precinto
+ piu` che da l'altro era la costa corta,
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+Ma perche' Malebolge inver' la porta
+ del bassissimo pozzo tutta pende,
+ lo sito di ciascuna valle porta
+
+che l'una costa surge e l'altra scende;
+ noi pur venimmo al fine in su la punta
+ onde l'ultima pietra si scoscende.
+
+La lena m'era del polmon si` munta
+ quand'io fui su`, ch'i' non potea piu` oltre,
+ anzi m'assisi ne la prima giunta.
+
+<<Omai convien che tu cosi` ti spoltre>>,
+ disse 'l maestro; <<che', seggendo in piuma,
+ in fama non si vien, ne' sotto coltre;
+
+sanza la qual chi sua vita consuma,
+ cotal vestigio in terra di se' lascia,
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+E pero` leva su`: vinci l'ambascia
+ con l'animo che vince ogne battaglia,
+ se col suo grave corpo non s'accascia.
+
+Piu` lunga scala convien che si saglia;
+ non basta da costoro esser partito.
+ Se tu mi 'ntendi, or fa si` che ti vaglia>>.
+
+Leva'mi allor, mostrandomi fornito
+ meglio di lena ch'i' non mi sentia;
+ e dissi: <<Va, ch'i' son forte e ardito>>.
+
+Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
+ ed erto piu` assai che quel di pria.
+
+Parlando andava per non parer fievole;
+ onde una voce usci` de l'altro fosso,
+ a parole formar disconvenevole.
+
+Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
+ fossi de l'arco gia` che varca quivi;
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+Io era volto in giu`, ma li occhi vivi
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;
+ per ch'io: <<Maestro, fa che tu arrivi
+
+da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ che', com'i' odo quinci e non intendo,
+ cosi` giu` veggio e neente affiguro>>.
+
+<<Altra risposta>>, disse, <<non ti rendo
+ se non lo far; che' la dimanda onesta
+ si de' seguir con l'opera tacendo>>.
+
+Noi discendemmo il ponte da la testa
+ dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+e vidivi entro terribile stipa
+ di serpenti, e di si` diversa mena
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+Piu` non si vanti Libia con sua rena;
+ che' se chelidri, iaculi e faree
+ produce, e cencri con anfisibena,
+
+ne' tante pestilenzie ne' si` ree
+ mostro` gia` mai con tutta l'Etiopia
+ ne' con cio` che di sopra al Mar Rosso ee.
+
+Tra questa cruda e tristissima copia
+ correan genti nude e spaventate,
+ sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+con serpi le man dietro avean legate;
+ quelle ficcavan per le ren la coda
+ e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
+ s'avvento` un serpente che 'l trafisse
+ la` dove 'l collo a le spalle s'annoda.
+
+Ne' O si` tosto mai ne' I si scrisse,
+ com'el s'accese e arse, e cener tutto
+ convenne che cascando divenisse;
+
+e poi che fu a terra si` distrutto,
+ la polver si raccolse per se' stessa,
+ e 'n quel medesmo ritorno` di butto.
+
+Cosi` per li gran savi si confessa
+ che la fenice more e poi rinasce,
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+erba ne' biado in sua vita non pasce,
+ ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
+ e nardo e mirra son l'ultime fasce.
+
+E qual e` quel che cade, e non sa como,
+ per forza di demon ch'a terra il tira,
+ o d'altra oppilazion che lega l'omo,
+
+quando si leva, che 'ntorno si mira
+ tutto smarrito de la grande angoscia
+ ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+tal era il peccator levato poscia.
+ Oh potenza di Dio, quant'e` severa,
+ che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+Lo duca il domando` poi chi ello era;
+ per ch'ei rispuose: <<Io piovvi di Toscana,
+ poco tempo e`, in questa gola fiera.
+
+Vita bestial mi piacque e non umana,
+ si` come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana>>.
+
+E io al duca: <<Dilli che non mucci,
+ e domanda che colpa qua giu` 'l pinse;
+ ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci>>.
+
+E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
+ ma drizzo` verso me l'animo e 'l volto,
+ e di trista vergogna si dipinse;
+
+poi disse: <<Piu` mi duol che tu m'hai colto
+ ne la miseria dove tu mi vedi,
+ che quando fui de l'altra vita tolto.
+
+Io non posso negar quel che tu chiedi;
+ in giu` son messo tanto perch'io fui
+ ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
+
+e falsamente gia` fu apposto altrui.
+ Ma perche' di tal vista tu non godi,
+ se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
+
+apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
+ Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ ch'e` di torbidi nuvoli involuto;
+ e con tempesta impetuosa e agra
+
+sovra Campo Picen fia combattuto;
+ ond'ei repente spezzera` la nebbia,
+ si` ch'ogne Bianco ne sara` feruto.
+
+E detto l'ho perche' doler ti debbia!>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXV
+
+
+Al fine de le sue parole il ladro
+ le mani alzo` con amendue le fiche,
+ gridando: <<Togli, Dio, ch'a te le squadro!>>.
+
+Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+ perch'una li s'avvolse allora al collo,
+ come dicesse 'Non vo' che piu` diche';
+
+e un'altra a le braccia, e rilegollo,
+ ribadendo se' stessa si` dinanzi,
+ che non potea con esse dare un crollo.
+
+Ahi Pistoia, Pistoia, che' non stanzi
+ d'incenerarti si` che piu` non duri,
+ poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+ non quel che cadde a Tebe giu` da' muri.
+
+El si fuggi` che non parlo` piu` verbo;
+ e io vidi un centauro pien di rabbia
+ venir chiamando: <<Ov'e`, ov'e` l'acerbo?>>.
+
+Maremma non cred'io che tante n'abbia,
+ quante bisce elli avea su per la groppa
+ infin ove comincia nostra labbia.
+
+Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+ con l'ali aperte li giacea un draco;
+ e quello affuoca qualunque s'intoppa.
+
+Lo mio maestro disse: <<Questi e` Caco,
+ che sotto 'l sasso di monte Aventino
+ di sangue fece spesse volte laco.
+
+Non va co' suoi fratei per un cammino,
+ per lo furto che frodolente fece
+ del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
+
+onde cessar le sue opere biece
+ sotto la mazza d'Ercule, che forse
+ gliene die` cento, e non senti` le diece>>.
+
+Mentre che si` parlava, ed el trascorse
+ e tre spiriti venner sotto noi,
+ de' quali ne' io ne' 'l duca mio s'accorse,
+
+se non quando gridar: <<Chi siete voi?>>;
+ per che nostra novella si ristette,
+ e intendemmo pur ad essi poi.
+
+Io non li conoscea; ma ei seguette,
+ come suol seguitar per alcun caso,
+ che l'un nomar un altro convenette,
+
+dicendo: <<Cianfa dove fia rimaso?>>;
+ per ch'io, accio` che 'l duca stesse attento,
+ mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
+
+Se tu se' or, lettore, a creder lento
+ cio` ch'io diro`, non sara` maraviglia,
+ che' io che 'l vidi, a pena il mi consento.
+
+Com'io tenea levate in lor le ciglia,
+ e un serpente con sei pie` si lancia
+ dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
+
+Co' pie` di mezzo li avvinse la pancia,
+ e con li anterior le braccia prese;
+ poi li addento` e l'una e l'altra guancia;
+
+li diretani a le cosce distese,
+ e miseli la coda tra 'mbedue,
+ e dietro per le ren su` la ritese.
+
+Ellera abbarbicata mai non fue
+ ad alber si`, come l'orribil fiera
+ per l'altrui membra avviticchio` le sue.
+
+Poi s'appiccar, come di calda cera
+ fossero stati, e mischiar lor colore,
+ ne' l'un ne' l'altro gia` parea quel ch'era:
+
+come procede innanzi da l'ardore,
+ per lo papiro suso, un color bruno
+ che non e` nero ancora e 'l bianco more.
+
+Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
+ gridava: <<Ome`, Agnel, come ti muti!
+ Vedi che gia` non se' ne' due ne' uno>>.
+
+Gia` eran li due capi un divenuti,
+ quando n'apparver due figure miste
+ in una faccia, ov'eran due perduti.
+
+Fersi le braccia due di quattro liste;
+ le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
+ divenner membra che non fuor mai viste.
+
+Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+ due e nessun l'imagine perversa
+ parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+Come 'l ramarro sotto la gran fersa
+ dei di` canicular, cangiando sepe,
+ folgore par se la via attraversa,
+
+si` pareva, venendo verso l'epe
+ de li altri due, un serpentello acceso,
+ livido e nero come gran di pepe;
+
+e quella parte onde prima e` preso
+ nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+Lo trafitto 'l miro`, ma nulla disse;
+ anzi, co' pie` fermati, sbadigliava
+ pur come sonno o febbre l'assalisse.
+
+Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
+ l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
+ fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
+
+Taccia Lucano ormai la` dove tocca
+ del misero Sabello e di Nasidio,
+ e attenda a udir quel ch'or si scocca.
+
+Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
+ che' se quello in serpente e quella in fonte
+ converte poetando, io non lo 'nvidio;
+
+che' due nature mai a fronte a fronte
+ non trasmuto` si` ch'amendue le forme
+ a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+Insieme si rispuosero a tai norme,
+ che 'l serpente la coda in forca fesse,
+ e il feruto ristrinse insieme l'orme.
+
+Le gambe con le cosce seco stesse
+ s'appiccar si`, che 'n poco la giuntura
+ non facea segno alcun che si paresse.
+
+Togliea la coda fessa la figura
+ che si perdeva la`, e la sua pelle
+ si facea molle, e quella di la` dura.
+
+Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
+ e i due pie` de la fiera, ch'eran corti,
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+Poscia li pie` di retro, insieme attorti,
+ diventaron lo membro che l'uom cela,
+ e 'l misero del suo n'avea due porti.
+
+Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
+ di color novo, e genera 'l pel suso
+ per l'una parte e da l'altra il dipela,
+
+l'un si levo` e l'altro cadde giuso,
+ non torcendo pero` le lucerne empie,
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
+ e di troppa matera ch'in la` venne
+ uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+cio` che non corse in dietro e si ritenne
+ di quel soverchio, fe' naso a la faccia
+ e le labbra ingrosso` quanto convenne.
+
+Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
+ e li orecchi ritira per la testa
+ come face le corna la lumaccia;
+
+e la lingua, ch'avea unita e presta
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
+
+L'anima ch'era fiera divenuta,
+ suffolando si fugge per la valle,
+ e l'altro dietro a lui parlando sputa.
+
+Poscia li volse le novelle spalle,
+ e disse a l'altro: <<I' vo' che Buoso corra,
+ com'ho fatt'io, carpon per questo calle>>.
+
+Cosi` vid'io la settima zavorra
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+ la novita` se fior la penna abborra.
+
+E avvegna che li occhi miei confusi
+ fossero alquanto e l'animo smagato,
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ ed era quel che sol, di tre compagni
+ che venner prima, non era mutato;
+
+l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVI
+
+
+Godi, Fiorenza, poi che se' si` grande,
+ che per mare e per terra batti l'ali,
+ e per lo 'nferno tuo nome si spande!
+
+Tra li ladron trovai cinque cotali
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+ e tu in grande orranza non ne sali.
+
+Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+ tu sentirai di qua da picciol tempo
+ di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
+
+E se gia` fosse, non saria per tempo.
+ Cosi` foss'ei, da che pur esser dee!
+ che' piu` mi gravera`, com'piu` m'attempo.
+
+Noi ci partimmo, e su per le scalee
+ che n'avea fatto iborni a scender pria,
+ rimonto` 'l duca mio e trasse mee;
+
+e proseguendo la solinga via,
+ tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
+ lo pie` sanza la man non si spedia.
+
+Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+ quando drizzo la mente a cio` ch'io vidi,
+ e piu` lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
+
+perche' non corra che virtu` nol guidi;
+ si` che, se stella bona o miglior cosa
+ m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
+
+Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
+ nel tempo che colui che 'l mondo schiara
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+come la mosca cede alla zanzara,
+ vede lucciole giu` per la vallea,
+ forse cola` dov'e' vendemmia e ara:
+
+di tante fiamme tutta risplendea
+ l'ottava bolgia, si` com'io m'accorsi
+ tosto che fui la` 've 'l fondo parea.
+
+E qual colui che si vengio` con li orsi
+ vide 'l carro d'Elia al dipartire,
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+che nol potea si` con li occhi seguire,
+ ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
+ si` come nuvoletta, in su` salire:
+
+tal si move ciascuna per la gola
+ del fosso, che' nessuna mostra 'l furto,
+ e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
+ si` che s'io non avessi un ronchion preso,
+ caduto sarei giu` sanz'esser urto.
+
+E 'l duca che mi vide tanto atteso,
+ disse: <<Dentro dai fuochi son li spirti;
+ catun si fascia di quel ch'elli e` inceso>>.
+
+<<Maestro mio>>, rispuos'io, <<per udirti
+ son io piu` certo; ma gia` m'era avviso
+ che cosi` fosse, e gia` voleva dirti:
+
+chi e` 'n quel foco che vien si` diviso
+ di sopra, che par surger de la pira
+ dov'Eteocle col fratel fu miso?>>.
+
+Rispuose a me: <<La` dentro si martira
+ Ulisse e Diomede, e cosi` insieme
+ a la vendetta vanno come a l'ira;
+
+e dentro da la lor fiamma si geme
+ l'agguato del caval che fe' la porta
+ onde usci` de' Romani il gentil seme.
+
+Piangevisi entro l'arte per che, morta,
+ Deidamia ancor si duol d'Achille,
+ e del Palladio pena vi si porta>>.
+
+<<S'ei posson dentro da quelle faville
+ parlar>>, diss'io, <<maestro, assai ten priego
+ e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
+
+che non mi facci de l'attender niego
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+ vedi che del disio ver' lei mi piego!>>.
+
+Ed elli a me: <<La tua preghiera e` degna
+ di molta loda, e io pero` l'accetto;
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
+ cio` che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
+ perch'e' fuor greci, forse del tuo detto>>.
+
+Poi che la fiamma fu venuta quivi
+ dove parve al mio duca tempo e loco,
+ in questa forma lui parlare audivi:
+
+<<O voi che siete due dentro ad un foco,
+ s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
+ s'io meritai di voi assai o poco
+
+quando nel mondo li alti versi scrissi,
+ non vi movete; ma l'un di voi dica
+ dove, per lui, perduto a morir gissi>>.
+
+Lo maggior corno de la fiamma antica
+ comincio` a crollarsi mormorando
+ pur come quella cui vento affatica;
+
+indi la cima qua e la` menando,
+ come fosse la lingua che parlasse,
+ gitto` voce di fuori, e disse: <<Quando
+
+mi diparti' da Circe, che sottrasse
+ me piu` d'un anno la` presso a Gaeta,
+ prima che si` Enea la nomasse,
+
+ne' dolcezza di figlio, ne' la pieta
+ del vecchio padre, ne' 'l debito amore
+ lo qual dovea Penelope' far lieta,
+
+vincer potero dentro a me l'ardore
+ ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
+ e de li vizi umani e del valore;
+
+ma misi me per l'alto mare aperto
+ sol con un legno e con quella compagna
+ picciola da la qual non fui diserto.
+
+L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
+ fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
+ e l'altre che quel mare intorno bagna.
+
+Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
+ quando venimmo a quella foce stretta
+ dov'Ercule segno` li suoi riguardi,
+
+accio` che l'uom piu` oltre non si metta:
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,
+ da l'altra gia` m'avea lasciata Setta.
+
+"O frati", dissi "che per cento milia
+ perigli siete giunti a l'occidente,
+ a questa tanto picciola vigilia
+
+d'i nostri sensi ch'e` del rimanente,
+ non vogliate negar l'esperienza,
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+Considerate la vostra semenza:
+ fatti non foste a viver come bruti,
+ ma per seguir virtute e canoscenza".
+
+Li miei compagni fec'io si` aguti,
+ con questa orazion picciola, al cammino,
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+e volta nostra poppa nel mattino,
+ de' remi facemmo ali al folle volo,
+ sempre acquistando dal lato mancino.
+
+Tutte le stelle gia` de l'altro polo
+ vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
+ che non surgea fuor del marin suolo.
+
+Cinque volte racceso e tante casso
+ lo lume era di sotto da la luna,
+ poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
+
+quando n'apparve una montagna, bruna
+ per la distanza, e parvemi alta tanto
+ quanto veduta non avea alcuna.
+
+Noi ci allegrammo, e tosto torno` in pianto,
+ che' de la nova terra un turbo nacque,
+ e percosse del legno il primo canto.
+
+Tre volte il fe' girar con tutte l'acque;
+ a la quarta levar la poppa in suso
+ e la prora ire in giu`, com'altrui piacque,
+
+infin che 'l mar fu sovra noi richiuso>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVII
+
+
+Gia` era dritta in su` la fiamma e queta
+ per non dir piu`, e gia` da noi sen gia
+ con la licenza del dolce poeta,
+
+quand'un'altra, che dietro a lei venia,
+ ne fece volger li occhi a la sua cima
+ per un confuso suon che fuor n'uscia.
+
+Come 'l bue cicilian che mugghio` prima
+ col pianto di colui, e cio` fu dritto,
+ che l'avea temperato con sua lima,
+
+mugghiava con la voce de l'afflitto,
+ si` che, con tutto che fosse di rame,
+ pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+cosi`, per non aver via ne' forame
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio
+ si convertian le parole grame.
+
+Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
+ su per la punta, dandole quel guizzo
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+udimmo dire: <<O tu a cu' io drizzo
+ la voce e che parlavi mo lombardo,
+ dicendo "Istra ten va, piu` non t'adizzo",
+
+perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
+ non t'incresca restare a parlar meco;
+ vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+Se tu pur mo in questo mondo cieco
+ caduto se' di quella dolce terra
+ latina ond'io mia colpa tutta reco,
+
+dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ ch'io fui d'i monti la` intra Orbino
+ e 'l giogo di che Tever si diserra>>.
+
+Io era in giuso ancora attento e chino,
+ quando il mio duca mi tento` di costa,
+ dicendo: <<Parla tu; questi e` latino>>.
+
+E io, ch'avea gia` pronta la risposta,
+ sanza indugio a parlare incominciai:
+ <<O anima che se' la` giu` nascosta,
+
+Romagna tua non e`, e non fu mai,
+ sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
+ ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
+
+Ravenna sta come stata e` molt'anni:
+ l'aguglia da Polenta la si cova,
+ si` che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
+
+La terra che fe' gia` la lunga prova
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+ sotto le branche verdi si ritrova.
+
+E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
+ che fecer di Montagna il mal governo,
+ la` dove soglion fan d'i denti succhio.
+
+Le citta` di Lamone e di Santerno
+ conduce il lioncel dal nido bianco,
+ che muta parte da la state al verno.
+
+E quella cu' il Savio bagna il fianco,
+ cosi` com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
+ tra tirannia si vive e stato franco.
+
+Ora chi se', ti priego che ne conte;
+ non esser duro piu` ch'altri sia stato,
+ se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte>>.
+
+Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
+ al modo suo, l'aguta punta mosse
+ di qua, di la`, e poi die` cotal fiato:
+
+<<S'i' credesse che mia risposta fosse
+ a persona che mai tornasse al mondo,
+ questa fiamma staria sanza piu` scosse;
+
+ma pero` che gia` mai di questo fondo
+ non torno` vivo alcun, s'i' odo il vero,
+ sanza tema d'infamia ti rispondo.
+
+Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
+ credendomi, si` cinto, fare ammenda;
+ e certo il creder mio venia intero,
+
+se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+ che mi rimise ne le prime colpe;
+ e come e quare, voglio che m'intenda.
+
+Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
+ che la madre mi die`, l'opere mie
+ non furon leonine, ma di volpe.
+
+Li accorgimenti e le coperte vie
+ io seppi tutte, e si` menai lor arte,
+ ch'al fine de la terra il suono uscie.
+
+Quando mi vidi giunto in quella parte
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe
+ calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+cio` che pria mi piacea, allor m'increbbe,
+ e pentuto e confesso mi rendei;
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+Lo principe d'i novi Farisei,
+ avendo guerra presso a Laterano,
+ e non con Saracin ne' con Giudei,
+
+che' ciascun suo nimico era cristiano,
+ e nessun era stato a vincer Acri
+ ne' mercatante in terra di Soldano;
+
+ne' sommo officio ne' ordini sacri
+ guardo` in se', ne' in me quel capestro
+ che solea fare i suoi cinti piu` macri.
+
+Ma come Costantin chiese Silvestro
+ d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
+ cosi` mi chiese questi per maestro
+
+a guerir de la sua superba febbre:
+ domandommi consiglio, e io tacetti
+ perche' le sue parole parver ebbre.
+
+E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
+ finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
+ si` come Penestrino in terra getti.
+
+Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
+ come tu sai; pero` son due le chiavi
+ che 'l mio antecessor non ebbe care".
+
+Allor mi pinser li argomenti gravi
+ la` 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
+ e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
+
+di quel peccato ov'io mo cader deggio,
+ lunga promessa con l'attender corto
+ ti fara` triunfar ne l'alto seggio".
+
+Francesco venne poi com'io fu' morto,
+ per me; ma un d'i neri cherubini
+ li disse: "Non portar: non mi far torto.
+
+Venir se ne dee giu` tra ' miei meschini
+ perche' diede 'l consiglio frodolente,
+ dal quale in qua stato li sono a' crini;
+
+ch'assolver non si puo` chi non si pente,
+ ne' pentere e volere insieme puossi
+ per la contradizion che nol consente".
+
+Oh me dolente! come mi riscossi
+ quando mi prese dicendomi: "Forse
+ tu non pensavi ch'io loico fossi!".
+
+A Minos mi porto`; e quelli attorse
+ otto volte la coda al dosso duro;
+ e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+disse: "Questi e` d'i rei del foco furo";
+ per ch'io la` dove vedi son perduto,
+ e si` vestito, andando, mi rancuro>>.
+
+Quand'elli ebbe 'l suo dir cosi` compiuto,
+ la fiamma dolorando si partio,
+ torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
+
+Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
+ su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
+ che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
+
+a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+Inferno: Canto XXVIII
+
+
+Chi poria mai pur con parole sciolte
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ ch'i' ora vidi, per narrar piu` volte?
+
+Ogne lingua per certo verria meno
+ per lo nostro sermone e per la mente
+ c'hanno a tanto comprender poco seno.
+
+S'el s'aunasse ancor tutta la gente
+ che gia` in su la fortunata terra
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+per li Troiani e per la lunga guerra
+ che de l'anella fe' si` alte spoglie,
+ come Livio scrive, che non erra,
+
+con quella che sentio di colpi doglie
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;
+ e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
+
+a Ceperan, la` dove fu bugiardo
+ ciascun Pugliese, e la` da Tagliacozzo,
+ dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
+
+e qual forato suo membro e qual mozzo
+ mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
+ il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+Gia` veggia, per mezzul perdere o lulla,
+ com'io vidi un, cosi` non si pertugia,
+ rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+Tra le gambe pendevan le minugia;
+ la corata pareva e 'l tristo sacco
+ che merda fa di quel che si trangugia.
+
+Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
+ guardommi, e con le man s'aperse il petto,
+ dicendo: <<Or vedi com'io mi dilacco!
+
+vedi come storpiato e` Maometto!
+ Dinanzi a me sen va piangendo Ali`,
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+E tutti li altri che tu vedi qui,
+ seminator di scandalo e di scisma
+ fuor vivi, e pero` son fessi cosi`.
+
+Un diavolo e` qua dietro che n'accisma
+ si` crudelmente, al taglio de la spada
+ rimettendo ciascun di questa risma,
+
+quand'avem volta la dolente strada;
+ pero` che le ferite son richiuse
+ prima ch'altri dinanzi li rivada.
+
+Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
+ forse per indugiar d'ire a la pena
+ ch'e` giudicata in su le tue accuse?>>.
+
+<<Ne' morte 'l giunse ancor, ne' colpa 'l mena>>,
+ rispuose 'l mio maestro <<a tormentarlo;
+ ma per dar lui esperienza piena,
+
+a me, che morto son, convien menarlo
+ per lo 'nferno qua giu` di giro in giro;
+ e quest'e` ver cosi` com'io ti parlo>>.
+
+Piu` fuor di cento che, quando l'udiro,
+ s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
+ per maraviglia obliando il martiro.
+
+<<Or di` a fra Dolcin dunque che s'armi,
+ tu che forse vedra' il sole in breve,
+ s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+si` di vivanda, che stretta di neve
+ non rechi la vittoria al Noarese,
+ ch'altrimenti acquistar non saria leve>>.
+
+Poi che l'un pie` per girsene sospese,
+ Maometto mi disse esta parola;
+ indi a partirsi in terra lo distese.
+
+Un altro, che forata avea la gola
+ e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
+ e non avea mai ch'una orecchia sola,
+
+ristato a riguardar per maraviglia
+ con li altri, innanzi a li altri apri` la canna,
+ ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
+
+e disse: <<O tu cui colpa non condanna
+ e cu' io vidi su in terra latina,
+ se troppa simiglianza non m'inganna,
+
+rimembriti di Pier da Medicina,
+ se mai torni a veder lo dolce piano
+ che da Vercelli a Marcabo` dichina.
+
+E fa saper a' due miglior da Fano,
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,
+ che, se l'antiveder qui non e` vano,
+
+gittati saran fuor di lor vasello
+ e mazzerati presso a la Cattolica
+ per tradimento d'un tiranno fello.
+
+Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
+ non vide mai si` gran fallo Nettuno,
+ non da pirate, non da gente argolica.
+
+Quel traditor che vede pur con l'uno,
+ e tien la terra che tale qui meco
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+fara` venirli a parlamento seco;
+ poi fara` si`, ch'al vento di Focara
+ non sara` lor mestier voto ne' preco>>.
+
+E io a lui: <<Dimostrami e dichiara,
+ se vuo' ch'i' porti su` di te novella,
+ chi e` colui da la veduta amara>>.
+
+Allor puose la mano a la mascella
+ d'un suo compagno e la bocca li aperse,
+ gridando: <<Questi e` desso, e non favella.
+
+Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+ in Cesare, affermando che 'l fornito
+ sempre con danno l'attender sofferse>>.
+
+Oh quanto mi pareva sbigottito
+ con la lingua tagliata ne la strozza
+ Curio, ch'a dir fu cosi` ardito!
+
+E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
+ levando i moncherin per l'aura fosca,
+ si` che 'l sangue facea la faccia sozza,
+
+grido`: <<Ricordera'ti anche del Mosca,
+ che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
+ che fu mal seme per la gente tosca>>.
+
+E io li aggiunsi: <<E morte di tua schiatta>>;
+ per ch'elli, accumulando duol con duolo,
+ sen gio come persona trista e matta.
+
+Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+ e vidi cosa, ch'io avrei paura,
+ sanza piu` prova, di contarla solo;
+
+se non che coscienza m'assicura,
+ la buona compagnia che l'uom francheggia
+ sotto l'asbergo del sentirsi pura.
+
+Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
+ un busto sanza capo andar si` come
+ andavan li altri de la trista greggia;
+
+e 'l capo tronco tenea per le chiome,
+ pesol con mano a guisa di lanterna;
+ e quel mirava noi e dicea: <<Oh me!>>.
+
+Di se' facea a se' stesso lucerna,
+ ed eran due in uno e uno in due:
+ com'esser puo`, quei sa che si` governa.
+
+Quando diritto al pie` del ponte fue,
+ levo` 'l braccio alto con tutta la testa,
+ per appressarne le parole sue,
+
+che fuoro: <<Or vedi la pena molesta
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+ vedi s'alcuna e` grande come questa.
+
+E perche' tu di me novella porti,
+ sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
+ che diedi al re giovane i ma' conforti.
+
+Io feci il padre e 'l figlio in se' ribelli:
+ Achitofel non fe' piu` d'Absalone
+ e di David coi malvagi punzelli.
+
+Perch'io parti' cosi` giunte persone,
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,
+ dal suo principio ch'e` in questo troncone.
+
+Cosi` s'osserva in me lo contrapasso>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXIX
+
+
+La molta gente e le diverse piaghe
+ avean le luci mie si` inebriate,
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+Ma Virgilio mi disse: <<Che pur guate?
+ perche' la vista tua pur si soffolge
+ la` giu` tra l'ombre triste smozzicate?
+
+Tu non hai fatto si` a l'altre bolge;
+ pensa, se tu annoverar le credi,
+ che miglia ventidue la valle volge.
+
+E gia` la luna e` sotto i nostri piedi:
+ lo tempo e` poco omai che n'e` concesso,
+ e altro e` da veder che tu non vedi>>.
+
+<<Se tu avessi>>, rispuos'io appresso,
+ <<atteso a la cagion perch'io guardava,
+ forse m'avresti ancor lo star dimesso>>.
+
+Parte sen giva, e io retro li andava,
+ lo duca, gia` faccendo la risposta,
+ e soggiugnendo: <<Dentro a quella cava
+
+dov'io tenea or li occhi si` a posta,
+ credo ch'un spirto del mio sangue pianga
+ la colpa che la` giu` cotanto costa>>.
+
+Allor disse 'l maestro: <<Non si franga
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
+ Attendi ad altro, ed ei la` si rimanga;
+
+ch'io vidi lui a pie` del ponticello
+ mostrarti, e minacciar forte, col dito,
+ e udi' 'l nominar Geri del Bello.
+
+Tu eri allor si` del tutto impedito
+ sovra colui che gia` tenne Altaforte,
+ che non guardasti in la`, si` fu partito>>.
+
+<<O duca mio, la violenta morte
+ che non li e` vendicata ancor>>, diss'io,
+ <<per alcun che de l'onta sia consorte,
+
+fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
+ sanza parlarmi, si` com'io estimo:
+ e in cio` m'ha el fatto a se' piu` pio>>.
+
+Cosi` parlammo infino al loco primo
+ che de lo scoglio l'altra valle mostra,
+ se piu` lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
+ di Malebolge, si` che i suoi conversi
+ potean parere a la veduta nostra,
+
+lamenti saettaron me diversi,
+ che di pieta` ferrati avean li strali;
+ ond'io li orecchi con le man copersi.
+
+Qual dolor fora, se de li spedali,
+ di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
+ e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+fossero in una fossa tutti 'nsembre,
+ tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
+ qual suol venir de le marcite membre.
+
+Noi discendemmo in su l'ultima riva
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+ e allor fu la mia vista piu` viva
+
+giu` ver lo fondo, la 've la ministra
+ de l'alto Sire infallibil giustizia
+ punisce i falsador che qui registra.
+
+Non credo ch'a veder maggior tristizia
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,
+ quando fu l'aere si` pien di malizia,
+
+che li animali, infino al picciol vermo,
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+ secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+si ristorar di seme di formiche;
+ ch'era a veder per quella oscura valle
+ languir li spirti per diverse biche.
+
+Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
+ l'un de l'altro giacea, e qual carpone
+ si trasmutava per lo tristo calle.
+
+Passo passo andavam sanza sermone,
+ guardando e ascoltando li ammalati,
+ che non potean levar le lor persone.
+
+Io vidi due sedere a se' poggiati,
+ com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+ dal capo al pie` di schianze macolati;
+
+e non vidi gia` mai menare stregghia
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,
+ ne' a colui che mal volontier vegghia,
+
+come ciascun menava spesso il morso
+ de l'unghie sopra se' per la gran rabbia
+ del pizzicor, che non ha piu` soccorso;
+
+e si` traevan giu` l'unghie la scabbia,
+ come coltel di scardova le scaglie
+ o d'altro pesce che piu` larghe l'abbia.
+
+<<O tu che con le dita ti dismaglie>>,
+ comincio` 'l duca mio a l'un di loro,
+ <<e che fai d'esse talvolta tanaglie,
+
+dinne s'alcun Latino e` tra costoro
+ che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
+ etternalmente a cotesto lavoro>>.
+
+<<Latin siam noi, che tu vedi si` guasti
+ qui ambedue>>, rispuose l'un piangendo;
+ <<ma tu chi se' che di noi dimandasti?>>.
+
+E 'l duca disse: <<I' son un che discendo
+ con questo vivo giu` di balzo in balzo,
+ e di mostrar lo 'nferno a lui intendo>>.
+
+Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+ e tremando ciascuno a me si volse
+ con altri che l'udiron di rimbalzo.
+
+Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
+ dicendo: <<Di` a lor cio` che tu vuoli>>;
+ e io incominciai, poscia ch'ei volse:
+
+<<Se la vostra memoria non s'imboli
+ nel primo mondo da l'umane menti,
+ ma s'ella viva sotto molti soli,
+
+ditemi chi voi siete e di che genti;
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena
+ di palesarvi a me non vi spaventi>>.
+
+<<Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena>>,
+ rispuose l'un, <<mi fe' mettere al foco;
+ ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
+
+Vero e` ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
+ "I' mi saprei levar per l'aere a volo";
+ e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
+
+volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
+ perch'io nol feci Dedalo, mi fece
+ ardere a tal che l'avea per figliuolo.
+
+Ma nell 'ultima bolgia de le diece
+ me per l'alchimia che nel mondo usai
+ danno` Minos, a cui fallar non lece>>.
+
+E io dissi al poeta: <<Or fu gia` mai
+ gente si` vana come la sanese?
+ Certo non la francesca si` d'assai!>>.
+
+Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
+ rispuose al detto mio: <<Tra'mene Stricca
+ che seppe far le temperate spese,
+
+e Niccolo` che la costuma ricca
+ del garofano prima discoverse
+ ne l'orto dove tal seme s'appicca;
+
+e tra'ne la brigata in che disperse
+ Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
+ e l'Abbagliato suo senno proferse.
+
+Ma perche' sappi chi si` ti seconda
+ contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
+ si` che la faccia mia ben ti risponda:
+
+si` vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
+ che falsai li metalli con l'alchimia;
+ e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
+
+com'io fui di natura buona scimia>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXX
+
+
+Nel tempo che Iunone era crucciata
+ per Semele` contra 'l sangue tebano,
+ come mostro` una e altra fiata,
+
+Atamante divenne tanto insano,
+ che veggendo la moglie con due figli
+ andar carcata da ciascuna mano,
+
+grido`: <<Tendiam le reti, si` ch'io pigli
+ la leonessa e ' leoncini al varco>>;
+ e poi distese i dispietati artigli,
+
+prendendo l'un ch'avea nome Learco,
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;
+ e quella s'annego` con l'altro carco.
+
+E quando la fortuna volse in basso
+ l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
+ si` che 'nsieme col regno il re fu casso,
+
+Ecuba trista, misera e cattiva,
+ poscia che vide Polissena morta,
+ e del suo Polidoro in su la riva
+
+del mar si fu la dolorosa accorta,
+ forsennata latro` si` come cane;
+ tanto il dolor le fe' la mente torta.
+
+Ma ne' di Tebe furie ne' troiane
+ si vider mai in alcun tanto crude,
+ non punger bestie, nonche' membra umane,
+
+quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
+ che mordendo correvan di quel modo
+ che 'l porco quando del porcil si schiude.
+
+L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+ del collo l'assanno`, si` che, tirando,
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+E l'Aretin che rimase, tremando
+ mi disse: <<Quel folletto e` Gianni Schicchi,
+ e va rabbioso altrui cosi` conciando>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<se l'altro non ti ficchi
+ li denti a dosso, non ti sia fatica
+ a dir chi e`, pria che di qui si spicchi>>.
+
+Ed elli a me: <<Quell'e` l'anima antica
+ di Mirra scellerata, che divenne
+ al padre fuor del dritto amore amica.
+
+Questa a peccar con esso cosi` venne,
+ falsificando se' in altrui forma,
+ come l'altro che la` sen va, sostenne,
+
+per guadagnar la donna de la torma,
+ falsificare in se' Buoso Donati,
+ testando e dando al testamento norma>>.
+
+E poi che i due rabbiosi fuor passati
+ sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
+ pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
+ tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
+
+La grave idropesi`, che si` dispaia
+ le membra con l'omor che mal converte,
+ che 'l viso non risponde a la ventraia,
+
+facea lui tener le labbra aperte
+ come l'etico fa, che per la sete
+ l'un verso 'l mento e l'altro in su` rinverte.
+
+<<O voi che sanz'alcuna pena siete,
+ e non so io perche', nel mondo gramo>>,
+ diss'elli a noi, <<guardate e attendete
+
+a la miseria del maestro Adamo:
+ io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
+ e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
+
+Li ruscelletti che d'i verdi colli
+ del Casentin discendon giuso in Arno,
+ faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ che' l'imagine lor vie piu` m'asciuga
+ che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
+
+La rigida giustizia che mi fruga
+ tragge cagion del loco ov'io peccai
+ a metter piu` li miei sospiri in fuga.
+
+Ivi e` Romena, la` dov'io falsai
+ la lega suggellata del Batista;
+ per ch'io il corpo su` arso lasciai.
+
+Ma s'io vedessi qui l'anima trista
+ di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
+ per Fonte Branda non darei la vista.
+
+Dentro c'e` l'una gia`, se l'arrabbiate
+ ombre che vanno intorno dicon vero;
+ ma che mi val, c'ho le membra legate?
+
+S'io fossi pur di tanto ancor leggero
+ ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
+ io sarei messo gia` per lo sentiero,
+
+cercando lui tra questa gente sconcia,
+ con tutto ch'ella volge undici miglia,
+ e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
+
+Io son per lor tra si` fatta famiglia:
+ e' m'indussero a batter li fiorini
+ ch'avevan tre carati di mondiglia>>.
+
+E io a lui: <<Chi son li due tapini
+ che fumman come man bagnate 'l verno,
+ giacendo stretti a' tuoi destri confini?>>.
+
+<<Qui li trovai - e poi volta non dierno - >>,
+ rispuose, <<quando piovvi in questo greppo,
+ e non credo che dieno in sempiterno.
+
+L'una e` la falsa ch'accuso` Gioseppo;
+ l'altr'e` 'l falso Sinon greco di Troia:
+ per febbre aguta gittan tanto leppo>>.
+
+E l'un di lor, che si reco` a noia
+ forse d'esser nomato si` oscuro,
+ col pugno li percosse l'epa croia.
+
+Quella sono` come fosse un tamburo;
+ e mastro Adamo li percosse il volto
+ col braccio suo, che non parve men duro,
+
+dicendo a lui: <<Ancor che mi sia tolto
+ lo muover per le membra che son gravi,
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto>>.
+
+Ond'ei rispuose: <<Quando tu andavi
+ al fuoco, non l'avei tu cosi` presto;
+ ma si` e piu` l'avei quando coniavi>>.
+
+E l'idropico: <<Tu di' ver di questo:
+ ma tu non fosti si` ver testimonio
+ la` 've del ver fosti a Troia richesto>>.
+
+<<S'io dissi falso, e tu falsasti il conio>>,
+ disse Sinon; <<e son qui per un fallo,
+ e tu per piu` ch'alcun altro demonio!>>.
+
+<<Ricorditi, spergiuro, del cavallo>>,
+ rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
+ <<e sieti reo che tutto il mondo sallo!>>.
+
+<<E te sia rea la sete onde ti crepa>>,
+ disse 'l Greco, <<la lingua, e l'acqua marcia
+ che 'l ventre innanzi a li occhi si` t'assiepa!>>.
+
+Allora il monetier: <<Cosi` si squarcia
+ la bocca tua per tuo mal come suole;
+ che' s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,
+ non vorresti a 'nvitar molte parole>>.
+
+Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
+ quando 'l maestro mi disse: <<Or pur mira,
+ che per poco che teco non mi risso!>>.
+
+Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
+ volsimi verso lui con tal vergogna,
+ ch'ancor per la memoria mi si gira.
+
+Qual e` colui che suo dannaggio sogna,
+ che sognando desidera sognare,
+ si` che quel ch'e`, come non fosse, agogna,
+
+tal mi fec'io, non possendo parlare,
+ che disiava scusarmi, e scusava
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+<<Maggior difetto men vergogna lava>>,
+ disse 'l maestro, <<che 'l tuo non e` stato;
+ pero` d'ogne trestizia ti disgrava.
+
+E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
+ se piu` avvien che fortuna t'accoglia
+ dove sien genti in simigliante piato:
+
+che' voler cio` udire e` bassa voglia>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXI
+
+
+Una medesma lingua pria mi morse,
+ si` che mi tinse l'una e l'altra guancia,
+ e poi la medicina mi riporse;
+
+cosi` od'io che solea far la lancia
+ d'Achille e del suo padre esser cagione
+ prima di trista e poi di buona mancia.
+
+Noi demmo il dosso al misero vallone
+ su per la ripa che 'l cinge dintorno,
+ attraversando sanza alcun sermone.
+
+Quiv'era men che notte e men che giorno,
+ si` che 'l viso m'andava innanzi poco;
+ ma io senti' sonare un alto corno,
+
+tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+ che, contra se' la sua via seguitando,
+ dirizzo` li occhi miei tutti ad un loco.
+
+Dopo la dolorosa rotta, quando
+ Carlo Magno perde' la santa gesta,
+ non sono` si` terribilmente Orlando.
+
+Poco portai in la` volta la testa,
+ che me parve veder molte alte torri;
+ ond'io: <<Maestro, di', che terra e` questa?>>.
+
+Ed elli a me: <<Pero` che tu trascorri
+ per le tenebre troppo da la lungi,
+ avvien che poi nel maginare abborri.
+
+Tu vedrai ben, se tu la` ti congiungi,
+ quanto 'l senso s'inganna di lontano;
+ pero` alquanto piu` te stesso pungi>>.
+
+Poi caramente mi prese per mano,
+ e disse: <<Pria che noi siamo piu` avanti,
+ accio` che 'l fatto men ti paia strano,
+
+sappi che non son torri, ma giganti,
+ e son nel pozzo intorno da la ripa
+ da l'umbilico in giuso tutti quanti>>.
+
+Come quando la nebbia si dissipa,
+ lo sguardo a poco a poco raffigura
+ cio` che cela 'l vapor che l'aere stipa,
+
+cosi` forando l'aura grossa e scura,
+ piu` e piu` appressando ver' la sponda,
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+pero` che come su la cerchia tonda
+ Montereggion di torri si corona,
+ cosi` la proda che 'l pozzo circonda
+
+torreggiavan di mezza la persona
+ li orribili giganti, cui minaccia
+ Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+E io scorgeva gia` d'alcun la faccia,
+ le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
+ e per le coste giu` ambo le braccia.
+
+Natura certo, quando lascio` l'arte
+ di si` fatti animali, assai fe' bene
+ per torre tali essecutori a Marte.
+
+E s'ella d'elefanti e di balene
+ non si pente, chi guarda sottilmente,
+ piu` giusta e piu` discreta la ne tene;
+
+che' dove l'argomento de la mente
+ s'aggiugne al mal volere e a la possa,
+ nessun riparo vi puo` far la gente.
+
+La faccia sua mi parea lunga e grossa
+ come la pina di San Pietro a Roma,
+ e a sua proporzione eran l'altre ossa;
+
+si` che la ripa, ch'era perizoma
+ dal mezzo in giu`, ne mostrava ben tanto
+ di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+tre Frison s'averien dato mal vanto;
+ pero` ch'i' ne vedea trenta gran palmi
+ dal loco in giu` dov'omo affibbia 'l manto.
+
+<<Raphel mai` ameche zabi` almi>>,
+ comincio` a gridar la fiera bocca,
+ cui non si convenia piu` dolci salmi.
+
+E 'l duca mio ver lui: <<Anima sciocca,
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga
+ quand'ira o altra passion ti tocca!
+
+Cercati al collo, e troverai la soga
+ che 'l tien legato, o anima confusa,
+ e vedi lui che 'l gran petto ti doga>>.
+
+Poi disse a me: <<Elli stessi s'accusa;
+ questi e` Nembrotto per lo cui mal coto
+ pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
+
+Lascianlo stare e non parliamo a voto;
+ che' cosi` e` a lui ciascun linguaggio
+ come 'l suo ad altrui, ch'a nullo e` noto>>.
+
+Facemmo adunque piu` lungo viaggio,
+ volti a sinistra; e al trar d'un balestro,
+ trovammo l'altro assai piu` fero e maggio.
+
+A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
+ non so io dir, ma el tenea soccinto
+ dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
+
+d'una catena che 'l tenea avvinto
+ dal collo in giu`, si` che 'n su lo scoperto
+ si ravvolgea infino al giro quinto.
+
+<<Questo superbo volle esser esperto
+ di sua potenza contra 'l sommo Giove>>,
+ disse 'l mio duca, <<ond'elli ha cotal merto.
+
+Fialte ha nome, e fece le gran prove
+ quando i giganti fer paura a' dei;
+ le braccia ch'el meno`, gia` mai non move>>.
+
+E io a lui: <<S'esser puote, io vorrei
+ che de lo smisurato Briareo
+ esperienza avesser li occhi miei>>.
+
+Ond'ei rispuose: <<Tu vedrai Anteo
+ presso di qui che parla ed e` disciolto,
+ che ne porra` nel fondo d'ogne reo.
+
+Quel che tu vuo' veder, piu` la` e` molto,
+ ed e` legato e fatto come questo,
+ salvo che piu` feroce par nel volto>>.
+
+Non fu tremoto gia` tanto rubesto,
+ che scotesse una torre cosi` forte,
+ come Fialte a scuotersi fu presto.
+
+Allor temett'io piu` che mai la morte,
+ e non v'era mestier piu` che la dotta,
+ s'io non avessi viste le ritorte.
+
+Noi procedemmo piu` avante allotta,
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+<<O tu che ne la fortunata valle
+ che fece Scipion di gloria reda,
+ quand'Anibal co' suoi diede le spalle,
+
+recasti gia` mille leon per preda,
+ e che, se fossi stato a l'alta guerra
+ de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ch'avrebber vinto i figli de la terra;
+ mettine giu`, e non ten vegna schifo,
+ dove Cocito la freddura serra.
+
+Non ci fare ire a Tizio ne' a Tifo:
+ questi puo` dar di quel che qui si brama;
+ pero` ti china, e non torcer lo grifo.
+
+Ancor ti puo` nel mondo render fama,
+ ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
+ se 'nnanzi tempo grazia a se' nol chiama>>.
+
+Cosi` disse 'l maestro; e quelli in fretta
+ le man distese, e prese 'l duca mio,
+ ond'Ercule senti` gia` grande stretta.
+
+Virgilio, quando prender si sentio,
+ disse a me: <<Fatti qua, si` ch'io ti prenda>>;
+ poi fece si` ch'un fascio era elli e io.
+
+Qual pare a riguardar la Carisenda
+ sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
+ sovr'essa si`, ched ella incontro penda;
+
+tal parve Anteo a me che stava a bada
+ di vederlo chinare, e fu tal ora
+ ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
+
+Ma lievemente al fondo che divora
+ Lucifero con Giuda, ci sposo`;
+ ne' si` chinato, li` fece dimora,
+
+e come albero in nave si levo`.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXII
+
+
+S'io avessi le rime aspre e chiocce,
+ come si converrebbe al tristo buco
+ sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
+
+io premerei di mio concetto il suco
+ piu` pienamente; ma perch'io non l'abbo,
+ non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+che' non e` impresa da pigliare a gabbo
+ discriver fondo a tutto l'universo,
+ ne' da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
+ si` che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+Oh sovra tutte mal creata plebe
+ che stai nel loco onde parlare e` duro,
+ mei foste state qui pecore o zebe!
+
+Come noi fummo giu` nel pozzo scuro
+ sotto i pie` del gigante assai piu` bassi,
+ e io mirava ancora a l'alto muro,
+
+dicere udi'mi: <<Guarda come passi:
+ va si`, che tu non calchi con le piante
+ le teste de' fratei miseri lassi>>.
+
+Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
+ e sotto i piedi un lago che per gelo
+ avea di vetro e non d'acqua sembiante.
+
+Non fece al corso suo si` grosso velo
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,
+ ne' Tanai la` sotto 'l freddo cielo,
+
+com'era quivi; che se Tambernicchi
+ vi fosse su` caduto, o Pietrapana,
+ non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
+
+E come a gracidar si sta la rana
+ col muso fuor de l'acqua, quando sogna
+ di spigolar sovente la villana;
+
+livide, insin la` dove appar vergogna
+ eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
+ mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+Ognuna in giu` tenea volta la faccia;
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+ tra lor testimonianza si procaccia.
+
+Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
+ volsimi a' piedi, e vidi due si` stretti,
+ che 'l pel del capo avieno insieme misto.
+
+<<Ditemi, voi che si` strignete i petti>>,
+ diss'io, <<chi siete?>>. E quei piegaro i colli;
+ e poi ch'ebber li visi a me eretti,
+
+li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
+ gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
+ le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+Con legno legno spranga mai non cinse
+ forte cosi`; ond'ei come due becchi
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+E un ch'avea perduti ambo li orecchi
+ per la freddura, pur col viso in giue,
+ disse: <<Perche' cotanto in noi ti specchi?
+
+Se vuoi saper chi son cotesti due,
+ la valle onde Bisenzo si dichina
+ del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+D'un corpo usciro; e tutta la Caina
+ potrai cercare, e non troverai ombra
+ degna piu` d'esser fitta in gelatina;
+
+non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
+ con esso un colpo per la man d'Artu`;
+ non Focaccia; non questi che m'ingombra
+
+col capo si`, ch'i' non veggio oltre piu`,
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;
+ se tosco se', ben sai omai chi fu.
+
+E perche' non mi metti in piu` sermoni,
+ sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
+ e aspetto Carlin che mi scagioni>>.
+
+Poscia vid'io mille visi cagnazzi
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+ e verra` sempre, de' gelati guazzi.
+
+E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
+ al quale ogne gravezza si rauna,
+ e io tremava ne l'etterno rezzo;
+
+se voler fu o destino o fortuna,
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,
+ forte percossi 'l pie` nel viso ad una.
+
+Piangendo mi sgrido`: <<Perche' mi peste?
+ se tu non vieni a crescer la vendetta
+ di Montaperti, perche' mi moleste?>>.
+
+E io: <<Maestro mio, or qui m'aspetta,
+ si ch'io esca d'un dubbio per costui;
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta>>.
+
+Lo duca stette, e io dissi a colui
+ che bestemmiava duramente ancora:
+ <<Qual se' tu che cosi` rampogni altrui?>>.
+
+<<Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
+ percotendo>>, rispuose, <<altrui le gote,
+ si` che, se fossi vivo, troppo fora?>>.
+
+<<Vivo son io, e caro esser ti puote>>,
+ fu mia risposta, <<se dimandi fama,
+ ch'io metta il nome tuo tra l'altre note>>.
+
+Ed elli a me: <<Del contrario ho io brama.
+ Levati quinci e non mi dar piu` lagna,
+ che' mal sai lusingar per questa lama!>>.
+
+Allor lo presi per la cuticagna,
+ e dissi: <<El converra` che tu ti nomi,
+ o che capel qui su` non ti rimagna>>.
+
+Ond'elli a me: <<Perche' tu mi dischiomi,
+ ne' ti diro` ch'io sia, ne' mosterrolti,
+ se mille fiate in sul capo mi tomi>>.
+
+Io avea gia` i capelli in mano avvolti,
+ e tratto glien'avea piu` d'una ciocca,
+ latrando lui con li occhi in giu` raccolti,
+
+quando un altro grido`: <<Che hai tu, Bocca?
+ non ti basta sonar con le mascelle,
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?>>.
+
+<<Omai>>, diss'io, <<non vo' che piu` favelle,
+ malvagio traditor; ch'a la tua onta
+ io portero` di te vere novelle>>.
+
+<<Va via>>, rispuose, <<e cio` che tu vuoi conta;
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+ di quel ch'ebbe or cosi` la lingua pronta.
+
+El piange qui l'argento de' Franceschi:
+ "Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
+ la` dove i peccatori stanno freschi".
+
+Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
+ tu hai dallato quel di Beccheria
+ di cui sego` Fiorenza la gorgiera.
+
+Gianni de' Soldanier credo che sia
+ piu` la` con Ganellone e Tebaldello,
+ ch'apri` Faenza quando si dormia>>.
+
+Noi eravam partiti gia` da ello,
+ ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
+ si` che l'un capo a l'altro era cappello;
+
+e come 'l pan per fame si manduca,
+ cosi` 'l sovran li denti a l'altro pose
+ la` 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
+
+non altrimenti Tideo si rose
+ le tempie a Menalippo per disdegno,
+ che quei faceva il teschio e l'altre cose.
+
+<<O tu che mostri per si` bestial segno
+ odio sovra colui che tu ti mangi,
+ dimmi 'l perche'>>, diss'io, <<per tal convegno,
+
+che se tu a ragion di lui ti piangi,
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+se quella con ch'io parlo non si secca>>.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXIII
+
+
+La bocca sollevo` dal fiero pasto
+ quel peccator, forbendola a'capelli
+ del capo ch'elli avea di retro guasto.
+
+Poi comincio`: <<Tu vuo' ch'io rinovelli
+ disperato dolor che 'l cor mi preme
+ gia` pur pensando, pria ch'io ne favelli.
+
+Ma se le mie parole esser dien seme
+ che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+Io non so chi tu se' ne' per che modo
+ venuto se' qua giu`; ma fiorentino
+ mi sembri veramente quand'io t'odo.
+
+Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
+ e questi e` l'arcivescovo Ruggieri:
+ or ti diro` perche' i son tal vicino.
+
+Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
+ fidandomi di lui, io fossi preso
+ e poscia morto, dir non e` mestieri;
+
+pero` quel che non puoi avere inteso,
+ cioe` come la morte mia fu cruda,
+ udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
+
+Breve pertugio dentro da la Muda
+ la qual per me ha 'l titol de la fame,
+ e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
+
+m'avea mostrato per lo suo forame
+ piu` lune gia`, quand'io feci 'l mal sonno
+ che del futuro mi squarcio` 'l velame.
+
+Questi pareva a me maestro e donno,
+ cacciando il lupo e ' lupicini al monte
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+Con cagne magre, studiose e conte
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+ s'avea messi dinanzi da la fronte.
+
+In picciol corso mi parieno stanchi
+ lo padre e ' figli, e con l'agute scane
+ mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+Quando fui desto innanzi la dimane,
+ pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
+ ch'eran con meco, e dimandar del pane.
+
+Ben se' crudel, se tu gia` non ti duoli
+ pensando cio` che 'l mio cor s'annunziava;
+ e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+Gia` eran desti, e l'ora s'appressava
+ che 'l cibo ne solea essere addotto,
+ e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+e io senti' chiavar l'uscio di sotto
+ a l'orribile torre; ond'io guardai
+ nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
+
+Io non piangea, si` dentro impetrai:
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio
+ disse: "Tu guardi si`, padre! che hai?".
+
+Percio` non lacrimai ne' rispuos'io
+ tutto quel giorno ne' la notte appresso,
+ infin che l'altro sol nel mondo uscio.
+
+Come un poco di raggio si fu messo
+ nel doloroso carcere, e io scorsi
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
+ di manicar, di subito levorsi
+
+e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+ queste misere carni, e tu le spoglia".
+
+Queta'mi allor per non farli piu` tristi;
+ lo di` e l'altro stemmo tutti muti;
+ ahi dura terra, perche' non t'apristi?
+
+Poscia che fummo al quarto di` venuti,
+ Gaddo mi si gitto` disteso a' piedi,
+ dicendo: "Padre mio, che' non mi aiuti?".
+
+Quivi mori`; e come tu mi vedi,
+ vid'io cascar li tre ad uno ad uno
+ tra 'l quinto di` e 'l sesto; ond'io mi diedi,
+
+gia` cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+ e due di` li chiamai, poi che fur morti.
+ Poscia, piu` che 'l dolor, pote' 'l digiuno>>.
+
+Quand'ebbe detto cio`, con li occhi torti
+ riprese 'l teschio misero co'denti,
+ che furo a l'osso, come d'un can, forti.
+
+Ahi Pisa, vituperio de le genti
+ del bel paese la` dove 'l si` suona,
+ poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+muovasi la Capraia e la Gorgona,
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+ si` ch'elli annieghi in te ogne persona!
+
+Che' se 'l conte Ugolino aveva voce
+ d'aver tradita te de le castella,
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+Innocenti facea l'eta` novella,
+ novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
+ e li altri due che 'l canto suso appella.
+
+Noi passammo oltre, la` 've la gelata
+ ruvidamente un'altra gente fascia,
+ non volta in giu`, ma tutta riversata.
+
+Lo pianto stesso li` pianger non lascia,
+ e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+ si volge in entro a far crescer l'ambascia;
+
+che' le lagrime prime fanno groppo,
+ e si` come visiere di cristallo,
+ riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
+
+E avvegna che, si` come d'un callo,
+ per la freddura ciascun sentimento
+ cessato avesse del mio viso stallo,
+
+gia` mi parea sentire alquanto vento:
+ per ch'io: <<Maestro mio, questo chi move?
+ non e` qua giu` ogne vapore spento?>>.
+
+Ond'elli a me: <<Avaccio sarai dove
+ di cio` ti fara` l'occhio la risposta,
+ veggendo la cagion che 'l fiato piove>>.
+
+E un de' tristi de la fredda crosta
+ grido` a noi: <<O anime crudeli,
+ tanto che data v'e` l'ultima posta,
+
+levatemi dal viso i duri veli,
+ si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
+ un poco, pria che 'l pianto si raggeli>>.
+
+Per ch'io a lui: <<Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
+ dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna>>.
+
+Rispuose adunque: <<I' son frate Alberigo;
+ i' son quel da le frutta del mal orto,
+ che qui riprendo dattero per figo>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<or se' tu ancor morto?>>.
+ Ed elli a me: <<Come 'l mio corpo stea
+ nel mondo su`, nulla scienza porto.
+
+Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+ che spesse volte l'anima ci cade
+ innanzi ch'Atropos mossa le dea.
+
+E perche' tu piu` volentier mi rade
+ le 'nvetriate lagrime dal volto,
+ sappie che, tosto che l'anima trade
+
+come fec'io, il corpo suo l'e` tolto
+ da un demonio, che poscia il governa
+ mentre che 'l tempo suo tutto sia volto.
+
+Ella ruina in si` fatta cisterna;
+ e forse pare ancor lo corpo suso
+ de l'ombra che di qua dietro mi verna.
+
+Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+ elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni
+ poscia passati ch'el fu si` racchiuso>>.
+
+<<Io credo>>, diss'io lui, <<che tu m'inganni;
+ che' Branca Doria non mori` unquanche,
+ e mangia e bee e dorme e veste panni>>.
+
+<<Nel fosso su`>>, diss'el, <<de' Malebranche,
+ la` dove bolle la tenace pece,
+ non era ancor giunto Michel Zanche,
+
+che questi lascio` il diavolo in sua vece
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano
+ che 'l tradimento insieme con lui fece.
+
+Ma distendi oggimai in qua la mano;
+ aprimi li occhi>>. E io non gliel'apersi;
+ e cortesia fu lui esser villano.
+
+Ahi Genovesi, uomini diversi
+ d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
+ perche' non siete voi del mondo spersi?
+
+Che' col peggiore spirto di Romagna
+ trovai di voi un tal, che per sua opra
+ in anima in Cocito gia` si bagna,
+
+e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+Inferno: Canto XXXIV
+
+
+<<Vexilla regis prodeunt inferni
+ verso di noi; pero` dinanzi mira>>,
+ disse 'l maestro mio <<se tu 'l discerni>>.
+
+Come quando una grossa nebbia spira,
+ o quando l'emisperio nostro annotta,
+ par di lungi un molin che 'l vento gira,
+
+veder mi parve un tal dificio allotta;
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro
+ al duca mio; che' non li` era altra grotta.
+
+Gia` era, e con paura il metto in metro,
+ la` dove l'ombre tutte eran coperte,
+ e trasparien come festuca in vetro.
+
+Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+ quella col capo e quella con le piante;
+ altra, com'arco, il volto a' pie` rinverte.
+
+Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
+ la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
+
+d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi,
+ <<Ecco Dite>>, dicendo, <<ed ecco il loco
+ ove convien che di fortezza t'armi>>.
+
+Com'io divenni allor gelato e fioco,
+ nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
+ pero` ch'ogne parlar sarebbe poco.
+
+Io non mori' e non rimasi vivo:
+ pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
+ qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
+
+Lo 'mperador del doloroso regno
+ da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+ e piu` con un gigante io mi convegno,
+
+che i giganti non fan con le sue braccia:
+ vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
+ ch'a cosi` fatta parte si confaccia.
+
+S'el fu si` bel com'elli e` ora brutto,
+ e contra 'l suo fattore alzo` le ciglia,
+ ben dee da lui proceder ogne lutto.
+
+Oh quanto parve a me gran maraviglia
+ quand'io vidi tre facce a la sua testa!
+ L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
+ sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
+ e se' giugnieno al loco de la cresta:
+
+e la destra parea tra bianca e gialla;
+ la sinistra a vedere era tal, quali
+ vegnon di la` onde 'l Nilo s'avvalla.
+
+Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
+ quanto si convenia a tanto uccello:
+ vele di mar non vid'io mai cotali.
+
+Non avean penne, ma di vispistrello
+ era lor modo; e quelle svolazzava,
+ si` che tre venti si movean da ello:
+
+quindi Cocito tutto s'aggelava.
+ Con sei occhi piangea, e per tre menti
+ gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
+
+Da ogne bocca dirompea co' denti
+ un peccatore, a guisa di maciulla,
+ si` che tre ne facea cosi` dolenti.
+
+A quel dinanzi il mordere era nulla
+ verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
+ rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+<<Quell'anima la` su` c'ha maggior pena>>,
+ disse 'l maestro, <<e` Giuda Scariotto,
+ che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+De li altri due c'hanno il capo di sotto,
+ quel che pende dal nero ceffo e` Bruto:
+ vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+e l'altro e` Cassio che par si` membruto.
+ Ma la notte risurge, e oramai
+ e` da partir, che' tutto avem veduto>>.
+
+Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ ed el prese di tempo e loco poste,
+ e quando l'ali fuoro aperte assai,
+
+appiglio` se' a le vellute coste;
+ di vello in vello giu` discese poscia
+ tra 'l folto pelo e le gelate croste.
+
+Quando noi fummo la` dove la coscia
+ si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
+ lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+volse la testa ov'elli avea le zanche,
+ e aggrappossi al pel com'om che sale,
+ si` che 'n inferno i' credea tornar anche.
+
+<<Attienti ben, che' per cotali scale>>,
+ disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
+ <<conviensi dipartir da tanto male>>.
+
+Poi usci` fuor per lo foro d'un sasso,
+ e puose me in su l'orlo a sedere;
+ appresso porse a me l'accorto passo.
+
+Io levai li occhi e credetti vedere
+ Lucifero com'io l'avea lasciato,
+ e vidili le gambe in su` tenere;
+
+e s'io divenni allora travagliato,
+ la gente grossa il pensi, che non vede
+ qual e` quel punto ch'io avea passato.
+
+<<Levati su`>>, disse 'l maestro, <<in piede:
+ la via e` lunga e 'l cammino e` malvagio,
+ e gia` il sole a mezza terza riede>>.
+
+Non era camminata di palagio
+ la` 'v'eravam, ma natural burella
+ ch'avea mal suolo e di lume disagio.
+
+<<Prima ch'io de l'abisso mi divella,
+ maestro mio>>, diss'io quando fui dritto,
+ <<a trarmi d'erro un poco mi favella:
+
+ov'e` la ghiaccia? e questi com'e` fitto
+ si` sottosopra? e come, in si` poc'ora,
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?>>.
+
+Ed elli a me: <<Tu imagini ancora
+ d'esser di la` dal centro, ov'io mi presi
+ al pel del vermo reo che 'l mondo fora.
+
+Di la` fosti cotanto quant'io scesi;
+ quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
+ al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
+
+E se' or sotto l'emisperio giunto
+ ch'e` contraposto a quel che la gran secca
+ coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
+
+fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
+ tu hai i piedi in su picciola spera
+ che l'altra faccia fa de la Giudecca.
+
+Qui e` da man, quando di la` e` sera;
+ e questi, che ne fe' scala col pelo,
+ fitto e` ancora si` come prim'era.
+
+Da questa parte cadde giu` dal cielo;
+ e la terra, che pria di qua si sporse,
+ per paura di lui fe' del mar velo,
+
+e venne a l'emisperio nostro; e forse
+ per fuggir lui lascio` qui loco voto
+ quella ch'appar di qua, e su` ricorse>>.
+
+Luogo e` la` giu` da Belzebu` remoto
+ tanto quanto la tomba si distende,
+ che non per vista, ma per suono e` noto
+
+d'un ruscelletto che quivi discende
+ per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
+ col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
+
+Lo duca e io per quel cammino ascoso
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+ e sanza cura aver d'alcun riposo,
+
+salimmo su`, el primo e io secondo,
+ tanto ch'i' vidi de le cose belle
+ che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
+
+E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+
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+Divina Commedia di Dante: Inferno [7-bit text]
+
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