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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 05:16:17 -0700 |
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If you are not located in the United States, you +will have to check the laws of the country where you are located before +using this eBook. + +Title: La Divina Commedia di Dante + Purgatorio + +Author: Dante Alighieri + +Release Date: August, 1997 [eBook #998] +[Most recently updated: April 25, 2021] + +Language: Italian + +Character set encoding: UTF-8 + + +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + +di Dante Alighieri + +CANTICA II: PURGATORIO + + +Contents + + PURGATORIO + Canto I. + Canto II. + Canto III. + Canto IV. + Canto V. + Canto VI. + Canto VII. + Canto VIII. + Canto IX. + Canto X. + Canto XI. + Canto XII. + Canto XIII. + Canto XIV. + Canto XV. + Canto XVI. + Canto XVII. + Canto XVIII. + Canto XIX. + Canto XX. + Canto XXI. + Canto XXII. + Canto XXIII. + Canto XXIV. + Canto XXV. + Canto XXVI. + Canto XXVII. + Canto XXVIII. + Canto XXIX. + Canto XXX. + Canto XXXI. + Canto XXXII. + Canto XXXIII. + + + + +PURGATORIO + + + + +Purgatorio +Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele +omai la navicella del mio ingegno, +che lascia dietro a sé mar sì crudele; + +e canterò di quel secondo regno +dove l’umano spirito si purga +e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poesì resurga, +o sante Muse, poi che vostro sono; +e qui Calïopè alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono +di cui le Piche misere sentiro +lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color d’orïental zaffiro, +che s’accoglieva nel sereno aspetto +del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricominciò diletto, +tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta +che m’avea contristati li occhi e ’l petto. + +Lo bel pianeto che d’amar conforta +faceva tutto rider l’orïente, +velando i Pesci ch’erano in sua scorta. + +I’ mi volsi a man destra, e puosi mente +a l’altro polo, e vidi quattro stelle +non viste mai fuor ch’a la prima gente. + +Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: +oh settentrïonal vedovo sito, +poi che privato se’ di mirar quelle! + +Com’ io da loro sguardo fui partito, +un poco me volgendo a l ’altro polo, +là onde ’l Carro già era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, +degno di tanta reverenza in vista, +che più non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista +portava, a’ suoi capelli simigliante, +de’ quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante +fregiavan sì la sua faccia di lume, +ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. + +«Chi siete voi che contro al cieco fiume +fuggita avete la pregione etterna?», +diss’ el, movendo quelle oneste piume. + +«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, +uscendo fuor de la profonda notte +che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi d’abisso così rotte? +o è mutato in ciel novo consiglio, +che, dannati, venite a le mie grotte?». + +Lo duca mio allor mi diè di piglio, +e con parole e con mani e con cenni +reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. + +Poscia rispuose lui: «Da me non venni: +donna scese del ciel, per li cui prieghi +de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi +di nostra condizion com’ ell’ è vera, +esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai l’ultima sera; +ma per la sua follia le fu sì presso, +che molto poco tempo a volger era. + +Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso +per lui campare; e non lì era altra via +che questa per la quale i’ mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; +e ora intendo mostrar quelli spirti +che purgan sé sotto la tua balìa. + +Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; +de l’alto scende virtù che m’aiuta +conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: +libertà va cercando, ch’è sì cara, +come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara +in Utica la morte, ove lasciasti +la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, +ché questi vive e Minòs me non lega; +ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, +o santo petto, che per tua la tegni: +per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; +grazie riporterò di te a lei, +se d’esser mentovato là giù degni». + +«Marzïa piacque tanto a li occhi miei +mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, +«che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di là dal mal fiume dimora, +più muover non mi può, per quella legge +che fatta fu quando me n’usci’ fora. + +Ma se donna del ciel ti move e regge, +come tu di’, non c’è mestier lusinghe: +bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe +d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, +sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + +ché non si converria, l’occhio sorpriso +d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo +ministro, ch’è di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, +là giù colà dove la batte l’onda, +porta di giunchi sovra ’l molle limo: + +null’ altra pianta che facesse fronda +o indurasse, vi puote aver vita, +però ch’a le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; +lo sol vi mosterrà, che surge omai, +prendere il monte a più lieve salita». + +Così sparì; e io sù mi levai +sanza parlare, e tutto mi ritrassi +al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: +volgianci in dietro, ché di qua dichina +questa pianura a’ suoi termini bassi». + +L’alba vinceva l’ora mattutina +che fuggia innanzi, sì che di lontano +conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano +com’ om che torna a la perduta strada, +che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo là ’ve la rugiada +pugna col sole, per essere in parte +dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su l’erbetta sparte +soavemente ’l mio maestro pose: +ond’ io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver’ lui le guance lagrimose; +ivi mi fece tutto discoverto +quel color che l’inferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, +che mai non vide navicar sue acque +omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: +oh maraviglia! ché qual elli scelse +l’umile pianta, cotal si rinacque + +subitamente là onde l’avelse. + + + + +Purgatorio +Canto II + + +Già era ’l sole a l’orizzonte giunto +lo cui meridïan cerchio coverchia +Ierusalèm col suo più alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, +uscia di Gange fuor con le Bilance, +che le caggion di man quando soverchia; + +sì che le bianche e le vermiglie guance, +là dov’ i’ era, de la bella Aurora +per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, +come gente che pensa a suo cammino, +che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, +per li grossi vapor Marte rosseggia +giù nel ponente sovra ’l suol marino, + +cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, +un lume per lo mar venir sì ratto, +che ’l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto +l’occhio per domandar lo duca mio, +rividil più lucente e maggior fatto. + +Poi d’ogne lato ad esso m’appario +un non sapeva che bianco, e di sotto +a poco a poco un altro a lui uscìo. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, +mentre che i primi bianchi apparver ali; +allor che ben conobbe il galeotto, + +gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. +Ecco l’angel di Dio: piega le mani; +omai vedrai di sì fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, +sì che remo non vuol, né altro velo +che l’ali sue, tra liti sì lontani. + +Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, +trattando l’aere con l’etterne penne, +che non si mutan come mortal pelo». + +Poi, come più e più verso noi venne +l’uccel divino, più chiaro appariva: +per che l’occhio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva +con un vasello snelletto e leggero, +tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, +tal che faria beato pur descripto; +e più di cento spirti entro sediero. + +‘In exitu Isräel de Aegypto’ +cantavan tutti insieme ad una voce +con quanto di quel salmo è poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; +ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: +ed el sen gì, come venne, veloce. + +La turba che rimase lì, selvaggia +parea del loco, rimirando intorno +come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno +lo sol, ch’avea con le saette conte +di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alzò la fronte +ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, +mostratene la via di gire al monte». + +E Virgilio rispuose: «Voi credete +forse che siamo esperti d’esto loco; +ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, +per altra via, che fu sì aspra e forte, +che lo salire omai ne parrà gioco». + +L’anime, che si fuor di me accorte, +per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, +maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo +tragge la gente per udir novelle, +e di calcar nessun si mostra schivo, + +così al viso mio s’affisar quelle +anime fortunate tutte quante, +quasi oblïando d’ire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante +per abbracciarmi con sì grande affetto, +che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! +tre volte dietro a lei le mani avvinsi, +e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; +per che l’ombra sorrise e si ritrasse, +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse ch’io posasse; +allor conobbi chi era, e pregai +che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + +Rispuosemi: «Così com’ io t’amai +nel mortal corpo, così t’amo sciolta: +però m’arresto; ma tu perché vai?». + +«Casella mio, per tornar altra volta +là dov’ io son, fo io questo vïaggio», +diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + +Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, +se quei che leva quando e cui li piace, +più volte m’ha negato esto passaggio; + +ché di giusto voler lo suo si face: +veramente da tre mesi elli ha tolto +chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto +dove l’acqua di Tevero s’insala, +benignamente fu’ da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta l’ala, +però che sempre quivi si ricoglie +qual verso Acheronte non si cala». + +E io: «Se nuova legge non ti toglie +memoria o uso a l’amoroso canto +che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di ciò ti piaccia consolare alquanto +l’anima mia, che, con la sua persona +venendo qui, è affannata tanto!». + +‘Amor che ne la mente mi ragiona’ +cominciò elli allor sì dolcemente, +che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente +ch’eran con lui parevan sì contenti, +come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti +a le sue note; ed ecco il veglio onesto +gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare è questo? +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio +ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + +Come quando, cogliendo biado o loglio, +li colombi adunati a la pastura, +queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + +se cosa appare ond’ elli abbian paura, +subitamente lasciano star l’esca, +perch’ assaliti son da maggior cura; + +così vid’ io quella masnada fresca +lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, +com’ om che va, né sa dove rïesca; + +né la nostra partita fu men tosta. + + + + +Purgatorio +Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga +dispergesse color per la campagna, +rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i’ mi ristrinsi a la fida compagna: +e come sare’ io sanza lui corso? +chi m’avria tratto su per la montagna? + +El mi parea da sé stesso rimorso: +o dignitosa coscïenza e netta, +come t’è picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, +che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, +la mente mia, che prima era ristretta, + +lo ’ntento rallargò, sì come vaga, +e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio +che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, +rotto m’era dinanzi a la figura, +ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + +Io mi volsi dallato con paura +d’essere abbandonato, quand’ io vidi +solo dinanzi a me la terra oscura; + +e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», +a dir mi cominciò tutto rivolto; +«non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + +Vespero è già colà dov’ è sepolto +lo corpo dentro al quale io facea ombra; +Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, +non ti maravigliar più che d’i cieli +che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli +simili corpi la Virtù dispone +che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + +Matto è chi spera che nostra ragione +possa trascorrer la infinita via +che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; +ché, se potuto aveste veder tutto, +mestier non era parturir Maria; + +e disïar vedeste sanza frutto +tai che sarebbe lor disio quetato, +ch’etternalmente è dato lor per lutto: + +io dico d’Aristotile e di Plato +e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, +e più non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a piè del monte; +quivi trovammo la roccia sì erta, +che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turbìa la più diserta, +la più rotta ruina è una scala, +verso di quella, agevole e aperta. + +«Or chi sa da qual man la costa cala», +disse ’l maestro mio fermando ’l passo, +«sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + +E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso +essaminava del cammin la mente, +e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra m’apparì una gente +d’anime, che movieno i piè ver’ noi, +e non pareva, sì venïan lente. + +«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: +ecco di qua chi ne darà consiglio, +se tu da te medesmo aver nol puoi». + +Guardò allora, e con libero piglio +rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; +e tu ferma la spene, dolce figlio». + +Ancora era quel popol di lontano, +i’ dico dopo i nostri mille passi, +quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi +de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti +com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +«O ben finiti, o già spiriti eletti», +Virgilio incominciò, «per quella pace +ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + +ditene dove la montagna giace, +sì che possibil sia l’andare in suso; +ché perder tempo a chi più sa più spiace». + +Come le pecorelle escon del chiuso +a una, a due, a tre, e l’altre stanno +timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + +e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, +addossandosi a lei, s’ella s’arresta, +semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + +sì vid’ io muovere a venir la testa +di quella mandra fortunata allotta, +pudica in faccia e ne l’andare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta +la luce in terra dal mio destro canto, +sì che l’ombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser sé in dietro alquanto, +e tutti li altri che venieno appresso, +non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + +«Sanza vostra domanda io vi confesso +che questo è corpo uman che voi vedete; +per che ’l lume del sole in terra è fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete +che non sanza virtù che da ciel vegna +cerchi di soverchiar questa parete». + +Così ’l maestro; e quella gente degna +«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», +coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incominciò: «Chiunque +tu se’, così andando, volgi ’l viso: +pon mente se di là mi vedesti unque». + +Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: +biondo era e bello e di gentile aspetto, +ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + +Quand’ io mi fui umilmente disdetto +d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; +e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + +Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, +nepote di Costanza imperadrice; +ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice +de l’onor di Cicilia e d’Aragona, +e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + +Poscia ch’io ebbi rotta la persona +di due punte mortali, io mi rendei, +piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; +ma la bontà infinita ha sì gran braccia, +che prende ciò che si rivolge a lei. + +Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia +di me fu messo per Clemente allora, +avesse in Dio ben letta questa faccia, + +l’ossa del corpo mio sarieno ancora +in co del ponte presso a Benevento, +sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento +di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, +dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + +Per lor maladizion sì non si perde, +che non possa tornar, l’etterno amore, +mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero è che quale in contumacia more +di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, +star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, +in sua presunzïon, se tal decreto +più corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, +revelando a la mia buona Costanza +come m’hai visto, e anco esto divieto; + +ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + +Purgatorio +Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, +che alcuna virtù nostra comprenda, +l’anima bene ad essa si raccoglie, + +par ch’a nulla potenza più intenda; +e questo è contra quello error che crede +ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + +E però, quando s’ode cosa o vede +che tegna forte a sé l’anima volta, +vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + +ch’altra potenza è quella che l’ascolta, +e altra è quella c’ha l’anima intera: +questa è quasi legata e quella è sciolta. + +Di ciò ebb’ io esperïenza vera, +udendo quello spirto e ammirando; +ché ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non m’era accorto, quando +venimmo ove quell’ anime ad una +gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + +Maggiore aperta molte volte impruna +con una forcatella di sue spine +l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + +che non era la calla onde salìne +lo duca mio, e io appresso, soli, +come da noi la schiera si partìne. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, +montasi su in Bismantova e ’n Cacume +con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + +dico con l’ale snelle e con le piume +del gran disio, di retro a quel condotto +che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro ’l sasso rotto, +e d’ogne lato ne stringea lo stremo, +e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo +de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, +«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + +Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; +pur su al monte dietro a me acquista, +fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + +Lo sommo er’ alto che vincea la vista, +e la costa superba più assai +che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: +«O dolce padre, volgiti, e rimira +com’ io rimango sol, se non restai». + +«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», +additandomi un balzo poco in sùe +che da quel lato il poggio tutto gira. + +Sì mi spronaron le parole sue, +ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, +tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui +vòlti a levante ond’ eravam saliti, +che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; +poscia li alzai al sole, e ammirava +che da sinistra n’eravam feriti. + +Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava +stupido tutto al carro de la luce, +ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce +fossero in compagnia di quello specchio +che sù e giù del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodïaco rubecchio +ancora a l’Orse più stretto rotare, +se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, +dentro raccolto, imagina Sïòn +con questo monte in su la terra stare + +sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn +e diversi emisperi; onde la strada +che mal non seppe carreggiar Fetòn, + +vedrai come a costui convien che vada +da l’un, quando a colui da l’altro fianco, +se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + +«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco +non vid’ io chiaro sì com’ io discerno +là dove mio ingegno parea manco, + +che ’l mezzo cerchio del moto superno, +che si chiama Equatore in alcun’ arte, +e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + +per la ragion che di’, quinci si parte +verso settentrïon, quanto li Ebrei +vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei +quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale +più che salir non posson li occhi miei». + +Ed elli a me: «Questa montagna è tale, +che sempre al cominciar di sotto è grave; +e quant’ om più va sù, e men fa male. + +Però, quand’ ella ti parrà soave +tanto, che sù andar ti fia leggero +com’ a seconda giù andar per nave, + +allor sarai al fin d’esto sentiero; +quivi di riposar l’affanno aspetta. +Più non rispondo, e questo so per vero». + +E com’ elli ebbe sua parola detta, +una voce di presso sonò: «Forse +che di sedere in pria avrai distretta!». + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, +e vedemmo a mancina un gran petrone, +del qual né io né ei prima s’accorse. + +Là ci traemmo; e ivi eran persone +che si stavano a l’ombra dietro al sasso +come l’uom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, +sedeva e abbracciava le ginocchia, +tenendo ’l viso giù tra esse basso. + +«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia +colui che mostra sé più negligente +che se pigrizia fosse sua serocchia». + +Allor si volse a noi e puose mente, +movendo ’l viso pur su per la coscia, +e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia +che m’avacciava un poco ancor la lena, +non m’impedì l’andare a lui; e poscia + +ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, +dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole +da l’omero sinistro il carro mena?». + +Li atti suoi pigri e le corte parole +mosser le labbra mie un poco a riso; +poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perché assiso +quiritto se’? attendi tu iscorta, +o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + +Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? +ché non mi lascerebbe ire a’ martìri +l’angel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel m’aggiri +di fuor da essa, quanto fece in vita, +per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazïone in prima non m’aita +che surga sù di cuor che in grazia viva; +l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + +E già il poeta innanzi mi saliva, +e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco +meridïan dal sole e a la riva + +cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + +Purgatorio +Canto V + + +Io era già da quell’ ombre partito, +e seguitava l’orme del mio duca, +quando di retro a me, drizzando ’l dito, + +una gridò: «Ve’ che non par che luca +lo raggio da sinistra a quel di sotto, +e come vivo par che si conduca!». + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, +e vidile guardar per maraviglia +pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + +«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», +disse ’l maestro, «che l’andare allenti? +che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: +sta come torre ferma, che non crolla +già mai la cima per soffiar di venti; + +ché sempre l’omo in cui pensier rampolla +sovra pensier, da sé dilunga il segno, +perché la foga l’un de l’altro insolla». + +Che potea io ridir, se non «Io vegno»? +Dissilo, alquanto del color consperso +che fa l’uom di perdon talvolta degno. + +E ’ntanto per la costa di traverso +venivan genti innanzi a noi un poco, +cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + +Quando s’accorser ch’i’ non dava loco +per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, +mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, +corsero incontr’ a noi e dimandarne: +«Di vostra condizion fatene saggi». + +E ’l mio maestro: «Voi potete andarne +e ritrarre a color che vi mandaro +che ’l corpo di costui è vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, +com’ io avviso, assai è lor risposto: +fàccianli onore, ed esser può lor caro». + +Vapori accesi non vid’ io sì tosto +di prima notte mai fender sereno, +né, sol calando, nuvole d’agosto, + +che color non tornasser suso in meno; +e, giunti là, con li altri a noi dier volta, +come schiera che scorre sanza freno. + +«Questa gente che preme a noi è molta, +e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: +«però pur va, e in andando ascolta». + +«O anima che vai per esser lieta +con quelle membra con le quai nascesti», +venian gridando, «un poco il passo queta. + +Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, +sì che di lui di là novella porti: +deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + +Noi fummo tutti già per forza morti, +e peccatori infino a l’ultima ora; +quivi lume del ciel ne fece accorti, + +sì che, pentendo e perdonando, fora +di vita uscimmo a Dio pacificati, +che del disio di sé veder n’accora». + +E io: «Perché ne’ vostri visi guati, +non riconosco alcun; ma s’a voi piace +cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io farò per quella pace +che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, +di mondo in mondo cercar mi si face». + +E uno incominciò: «Ciascun si fida +del beneficio tuo sanza giurarlo, +pur che ’l voler nonpossa non ricida. + +Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, +ti priego, se mai vedi quel paese +che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese +in Fano, sì che ben per me s’adori +pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu’ io; ma li profondi fóri +ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, +fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +là dov’ io più sicuro esser credea: +quel da Esti il fé far, che m’avea in ira +assai più là che dritto non volea. + +Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, +quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, +ancor sarei di là dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco +m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io +de le mie vene farsi in terra laco». + +Poi disse un altro: «Deh, se quel disio +si compia che ti tragge a l’alto monte, +con buona pïetate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; +Giovanna o altri non ha di me cura; +per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + +E io a lui: «Qual forza o qual ventura +ti travïò sì fuor di Campaldino, +che non si seppe mai tua sepultura?». + +«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino +traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, +che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + +Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, +arriva’ io forato ne la gola, +fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola; +nel nome di Maria fini’, e quivi +caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: +l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno +gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + +Tu te ne porti di costui l’etterno +per una lagrimetta che ’l mi toglie; +ma io farò de l’altro altro governo!”. + +Ben sai come ne l’aere si raccoglie +quell’ umido vapor che in acqua riede, +tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede +con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento +per la virtù che sua natura diede. + +Indi la valle, come ’l dì fu spento, +da Pratomagno al gran giogo coperse +di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + +sì che ’l pregno aere in acqua si converse; +la pioggia cadde, e a’ fossati venne +di lei ciò che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, +ver’ lo fiume real tanto veloce +si ruinò, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce +trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse +ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + +ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; +voltòmmi per le ripe e per lo fondo, +poi di sua preda mi coperse e cinse». + +«Deh, quando tu sarai tornato al mondo +e riposato de la lunga via», +seguitò ’l terzo spirito al secondo, + +«ricorditi di me, che son la Pia; +Siena mi fé, disfecemi Maremma: +salsi colui che ’nnanellata pria + +disposando m’avea con la sua gemma». + + + + +Purgatorio +Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, +colui che perde si riman dolente, +repetendo le volte, e tristo impara; + +con l’altro se ne va tutta la gente; +qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, +e qual dallato li si reca a mente; + +el non s’arresta, e questo e quello intende; +a cui porge la man, più non fa pressa; +e così da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, +volgendo a loro, e qua e là, la faccia, +e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv’ era l’Aretin che da le braccia +fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, +e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte +Federigo Novello, e quel da Pisa +che fé parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e l’anima divisa +dal corpo suo per astio e per inveggia, +com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, +mentr’ è di qua, la donna di Brabante, +sì che però non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante +quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, +sì che s’avacci lor divenir sante, + +io cominciai: «El par che tu mi nieghi, +o luce mia, espresso in alcun testo +che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: +sarebbe dunque loro speme vana, +o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + +Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; +e la speranza di costor non falla, +se ben si guarda con la mente sana; + +ché cima di giudicio non s’avvalla +perché foco d’amor compia in un punto +ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + +e là dov’ io fermai cotesto punto, +non s’ammendava, per pregar, difetto, +perché ’l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a così alto sospetto +non ti fermar, se quella nol ti dice +che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + +Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; +tu la vedrai di sopra, in su la vetta +di questo monte, ridere e felice». + +E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, +ché già non m’affatico come dianzi, +e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + +«Noi anderem con questo giorno innanzi», +rispuose, «quanto più potremo omai; +ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + +Prima che sie là sù, tornar vedrai +colui che già si cuopre de la costa, +sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi là un’anima che, posta +sola soletta, inverso noi riguarda: +quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + +Venimmo a lei: o anima lombarda, +come ti stavi altera e disdegnosa +e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dicëa alcuna cosa, +ma lasciavane gir, solo sguardando +a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando +che ne mostrasse la miglior salita; +e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita +ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava +«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + +surse ver’ lui del loco ove pria stava, +dicendo: «O Mantoano, io son Sordello +de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, +nave sanza nocchiere in gran tempesta, +non donna di province, ma bordello! + +Quell’ anima gentil fu così presta, +sol per lo dolce suon de la sua terra, +di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra +li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode +di quei ch’un muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode +le tue marine, e poi ti guarda in seno, +s’alcuna parte in te di pace gode. + +Che val perché ti racconciasse il freno +Iustinïano, se la sella è vòta? +Sanz’ esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, +e lasciar seder Cesare in la sella, +se bene intendi ciò che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera è fatta fella +per non esser corretta da li sproni, +poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco ch’abbandoni +costei ch’è fatta indomita e selvaggia, +e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia +sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, +tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + +Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, +per cupidigia di costà distretti, +che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, +Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: +color già tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura +d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; +e vedrai Santafior com’ è oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne +vedova e sola, e dì e notte chiama: +«Cesare mio, perché non m’accompagne?». + +Vieni a veder la gente quanto s’ama! +e se nulla di noi pietà ti move, +a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m’è, o sommo Giove +che fosti in terra per noi crucifisso, +son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O è preparazion che ne l’abisso +del tuo consiglio fai per alcun bene +in tutto de l’accorger nostro scisso? + +Ché le città d’Italia tutte piene +son di tiranni, e un Marcel diventa +ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta +di questa digression che non ti tocca, +mercé del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca +per non venir sanza consiglio a l’arco; +ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; +ma il popol tuo solicito risponde +sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + +Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: +tu ricca, tu con pace e tu con senno! +S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno +l’antiche leggi e furon sì civili, +fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili +provedimenti, ch’a mezzo novembre +non giugne quel che tu d’ottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, +legge, moneta, officio e costume +hai tu mutato, e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, +vedrai te somigliante a quella inferma +che non può trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + +Purgatorio +Canto VII + + +Poscia che l’accoglienze oneste e liete +furo iterate tre e quattro volte, +Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + +«Anzi che a questo monte fosser volte +l’anime degne di salire a Dio, +fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null’ altro rio +lo ciel perdei che per non aver fé». +Così rispuose allora il duca mio. + +Qual è colui che cosa innanzi sé +sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, +che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + +tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, +e umilmente ritornò ver’ lui, +e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + +«O gloria di Latin», disse, «per cui +mostrò ciò che potea la lingua nostra, +o pregio etterno del loco ond’ io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? +S’io son d’udir le tue parole degno, +dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + +«Per tutt’ i cerchi del dolente regno», +rispuose lui, «son io di qua venuto; +virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto +a veder l’alto Sol che tu disiri +e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo è là giù non tristo di martìri, +ma di tenebre solo, ove i lamenti +non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti +dai denti morsi de la morte avante +che fosser da l’umana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante +virtù non si vestiro, e sanza vizio +conobber l’altre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio +dà noi per che venir possiam più tosto +là dove purgatorio ha dritto inizio». + +Rispuose: «Loco certo non c’è posto; +licito m’è andar suso e intorno; +per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + +Ma vedi già come dichina il giorno, +e andar sù di notte non si puote; +però è buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote; +se mi consenti, io ti merrò ad esse, +e non sanza diletto ti fier note». + +«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse +salir di notte, fora elli impedito +d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + +E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, +dicendo: «Vedi? sola questa riga +non varcheresti dopo ’l sol partito: + +non però ch’altra cosa desse briga, +che la notturna tenebra, ad ir suso; +quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso +e passeggiar la costa intorno errando, +mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, +«Menane», disse, «dunque là ’ve dici +ch’aver si può diletto dimorando». + +Poco allungati c’eravam di lici, +quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, +a guisa che i vallon li sceman quici. + +«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo +dove la costa face di sé grembo; +e là il novo giorno attenderemo». + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, +che ne condusse in fianco de la lacca, +là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, +indaco, legno lucido e sereno, +fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + +da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno +posti, ciascun saria di color vinto, +come dal suo maggiore è vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, +ma di soavità di mille odori +vi facea uno incognito e indistinto. + +‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori +quindi seder cantando anime vidi, +che per la valle non parean di fuori. + +«Prima che ’l poco sole omai s’annidi», +cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, +«tra color non vogliate ch’io vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e ’ volti +conoscerete voi di tutti quanti, +che ne la lama giù tra essi accolti. + +Colui che più siede alto e fa sembianti +d’aver negletto ciò che far dovea, +e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea +sanar le piaghe c’hanno Italia morta, +sì che tardi per altri si ricrea. + +L’altro che ne la vista lui conforta, +resse la terra dove l’acqua nasce +che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce +fu meglio assai che Vincislao suo figlio +barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio +par con colui c’ha sì benigno aspetto, +morì fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate là come si batte il petto! +L’altro vedete c’ha fatto a la guancia +de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: +sanno la vita sua viziata e lorda, +e quindi viene il duol che sì li lancia. + +Quel che par sì membruto e che s’accorda, +cantando, con colui dal maschio naso, +d’ogne valor portò cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso +lo giovanetto che retro a lui siede, +ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de l’altre rede; +Iacomo e Federigo hanno i reami; +del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami +l’umana probitate; e questo vole +quei che la dà, perché da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole +non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, +onde Puglia e Proenza già si dole. + +Tant’ è del seme suo minor la pianta, +quanto, più che Beatrice e Margherita, +Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita +seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: +questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + +Quel che più basso tra costor s’atterra, +guardando in suso, è Guiglielmo marchese, +per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + +Purgatorio +Canto VIII + + +Era già l’ora che volge il disio +ai navicanti e ’ntenerisce il core +lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin d’amore +punge, se ode squilla di lontano +che paia il giorno pianger che si more; + +quand’ io incominciai a render vano +l’udire e a mirare una de l’alme +surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e levò ambo le palme, +ficcando li occhi verso l’orïente, +come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + +‘Te lucis ante’ sì devotamente +le uscìo di bocca e con sì dolci note, +che fece me a me uscir di mente; + +e l’altre poi dolcemente e devote +seguitar lei per tutto l’inno intero, +avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, +ché ’l velo è ora ben tanto sottile, +certo che ’l trapassar dentro è leggero. + +Io vidi quello essercito gentile +tacito poscia riguardare in sùe, +quasi aspettando, palido e umìle; + +e vidi uscir de l’alto e scender giùe +due angeli con due spade affocate, +tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate +erano in veste, che da verdi penne +percosse traean dietro e ventilate. + +L’un poco sovra noi a star si venne, +e l’altro scese in l’opposita sponda, +sì che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discernëa in lor la testa bionda; +ma ne la faccia l’occhio si smarria, +come virtù ch’a troppo si confonda. + +«Ambo vegnon del grembo di Maria», +disse Sordello, «a guardia de la valle, +per lo serpente che verrà vie via». + +Ond’ io, che non sapeva per qual calle, +mi volsi intorno, e stretto m’accostai, +tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: «Or avvalliamo omai +tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; +grazïoso fia lor vedervi assai». + +Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, +e fui di sotto, e vidi un che mirava +pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp’ era già che l’aere s’annerava, +ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei +non dichiarisse ciò che pria serrava. + +Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: +giudice Nin gentil, quanto mi piacque +quando ti vidi non esser tra ’ rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; +poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti +a piè del monte per le lontane acque?». + +«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi +venni stamane, e sono in prima vita, +ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + +E come fu la mia risposta udita, +Sordello ed elli in dietro si raccolse +come gente di sùbito smarrita. + +L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse +che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! +vieni a veder che Dio per grazia volse». + +Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado +che tu dei a colui che sì nasconde +lo suo primo perché, che non lì è guado, + +quando sarai di là da le larghe onde, +dì a Giovanna mia che per me chiami +là dove a li ’nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre più m’ami, +poscia che trasmutò le bianche bende, +le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende +quanto in femmina foco d’amor dura, +se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + +Non le farà sì bella sepultura +la vipera che Melanesi accampa, +com’ avria fatto il gallo di Gallura». + +Così dicea, segnato de la stampa, +nel suo aspetto, di quel dritto zelo +che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, +pur là dove le stelle son più tarde, +sì come rota più presso a lo stelo. + +E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». +E io a lui: «A quelle tre facelle +di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + +Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle +che vedevi staman, son di là basse, +e queste son salite ov’ eran quelle». + +Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse +dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; +e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo +la picciola vallea, era una biscia, +forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, +volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso +leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e però dicer non posso, +come mosser li astor celestïali; +ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + +Sentendo fender l’aere a le verdi ali, +fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, +suso a le poste rivolando iguali. + +L’ombra che s’era al giudice raccolta +quando chiamò, per tutto quello assalto +punto non fu da me guardare sciolta. + +«Se la lucerna che ti mena in alto +truovi nel tuo arbitrio tanta cera +quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + +cominciò ella, «se novella vera +di Val di Magra o di parte vicina +sai, dillo a me, che già grande là era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; +non son l’antico, ma di lui discesi; +a’ miei portai l’amor che qui raffina». + +«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi +già mai non fui; ma dove si dimora +per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, +grida i segnori e grida la contrada, +sì che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, s’io di sopra vada, +che vostra gente onrata non si sfregia +del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura sì la privilegia, +che, perché il capo reo il mondo torca, +sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + +Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca +sette volte nel letto che ’l Montone +con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinïone +ti fia chiavata in mezzo de la testa +con maggior chiovi che d’altrui sermone, + +se corso di giudicio non s’arresta». + + + + +Purgatorio +Canto IX + + +La concubina di Titone antico +già s’imbiancava al balco d’orïente, +fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, +poste in figura del freddo animale +che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de’ passi con che sale, +fatti avea due nel loco ov’ eravamo, +e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + +quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, +vinto dal sonno, in su l’erba inchinai +là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + +Ne l’ora che comincia i tristi lai +la rondinella presso a la mattina, +forse a memoria de’ suo’ primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina +più da la carne e men da’ pensier presa, +a le sue visïon quasi è divina, + +in sogno mi parea veder sospesa +un’aguglia nel ciel con penne d’oro, +con l’ali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea là dove fuoro +abbandonati i suoi da Ganimede, +quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: ‘Forse questa fiede +pur qui per uso, e forse d’altro loco +disdegna di portarne suso in piede’. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, +terribil come folgor discendesse, +e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; +e sì lo ’ncendio imaginato cosse, +che convenne che ’l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, +li occhi svegliati rivolgendo in giro +e non sappiendo là dove si fosse, + +quando la madre da Chirón a Schiro +trafuggò lui dormendo in le sue braccia, +là onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss’ io, sì come da la faccia +mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, +come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato m’era solo il mio conforto, +e ’l sole er’ alto già più che due ore, +e ’l viso m’era a la marina torto. + +«Non aver tema», disse il mio segnore; +«fatti sicur, ché noi semo a buon punto; +non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se’ omai al purgatorio giunto: +vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; +vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + +Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, +quando l’anima tua dentro dormia, +sovra li fiori ond’ è là giù addorno + +venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; +lasciatemi pigliar costui che dorme; +sì l’agevolerò per la sua via”. + +Sordel rimase e l’altre genti forme; +ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, +sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti posò, ma pria mi dimostraro +li occhi suoi belli quella intrata aperta; +poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + +A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta +e che muta in conforto sua paura, +poi che la verità li è discoperta, + +mi cambia’ io; e come sanza cura +vide me ’l duca mio, su per lo balzo +si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + +Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo +la mia matera, e però con più arte +non ti maravigliar s’io la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte +che là dove pareami prima rotto, +pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto +per gire ad essa, di color diversi, +e un portier ch’ancor non facea motto. + +E come l’occhio più e più v’apersi, +vidil seder sovra ’l grado sovrano, +tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + +e una spada nuda avëa in mano, +che reflettëa i raggi sì ver’ noi, +ch’io drizzava spesso il viso in vano. + +«Dite costinci: che volete voi?», +cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? +Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + +«Donna del ciel, di queste cose accorta», +rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi +ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + +«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», +ricominciò il cortese portinaio: +«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + +Là ne venimmo; e lo scaglion primaio +bianco marmo era sì pulito e terso, +ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto più che perso, +d’una petrina ruvida e arsiccia, +crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, +porfido mi parea, sì fiammeggiante +come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tenëa ambo le piante +l’angel di Dio sedendo in su la soglia +che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi sù di buona voglia +mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi +umilemente che ’l serrame scioglia». + +Divoto mi gittai a’ santi piedi; +misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, +ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse +col punton de la spada, e «Fa che lavi, +quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, +d’un color fora col suo vestimento; +e di sotto da quel trasse due chiavi. + +L’una era d’oro e l’altra era d’argento; +pria con la bianca e poscia con la gialla +fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + +«Quandunque l’una d’este chiavi falla, +che non si volga dritta per la toppa», +diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + +Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa +d’arte e d’ingegno avanti che diserri, +perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri +anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, +pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + +Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, +dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti +che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + +E quando fuor ne’ cardini distorti +li spigoli di quella regge sacra, +che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghiò sì né si mostrò sì acra +Tarpëa, come tolto le fu il buono +Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, +e ‘Te Deum laudamus’ mi parea +udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea +ciò ch’io udiva, qual prender si suole +quando a cantar con organi si stea; + +ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + +Purgatorio +Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta +che ’l mal amor de l’anime disusa, +perché fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti’ esser richiusa; +e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, +qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, +che si moveva e d’una e d’altra parte, +sì come l’onda che fugge e s’appressa. + +«Qui si conviene usare un poco d’arte», +cominciò ’l duca mio, «in accostarsi +or quinci, or quindi al lato che si parte». + +E questo fece i nostri passi scarsi, +tanto che pria lo scemo de la luna +rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; +ma quando fummo liberi e aperti +sù dove il monte in dietro si rauna, + +ïo stancato e amendue incerti +di nostra via, restammo in su un piano +solingo più che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, +al piè de l’alta ripa che pur sale, +misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, +or dal sinistro e or dal destro fianco, +questa cornice mi parea cotale. + +Là sù non eran mossi i piè nostri anco, +quand’ io conobbi quella ripa intorno +che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno +d’intagli sì, che non pur Policleto, +ma la natura lì avrebbe scorno. + +L’angel che venne in terra col decreto +de la molt’ anni lagrimata pace, +ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva sì verace +quivi intagliato in un atto soave, +che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; +perché iv’ era imaginata quella +ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella +‘Ecce ancilla Deï’, propriamente +come figura in cera si suggella. + +«Non tener pur ad un loco la mente», +disse ’l dolce maestro, che m’avea +da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + +Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea +di retro da Maria, da quella costa +onde m’era colui che mi movea, + +un’altra storia ne la roccia imposta; +per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, +acciò che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato lì nel marmo stesso +lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, +per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, +partita in sette cori, a’ due mie’ sensi +faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + +Similemente al fummo de li ’ncensi +che v’era imaginato, li occhi e ’l naso +e al sì e al no discordi fensi. + +Lì precedeva al benedetto vaso, +trescando alzato, l’umile salmista, +e più e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigïata ad una vista +d’un gran palazzo, Micòl ammirava +sì come donna dispettosa e trista. + +I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, +per avvisar da presso un’altra istoria, +che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + +Quiv’ era storïata l’alta gloria +del roman principato, il cui valore +mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i’ dico di Traiano imperadore; +e una vedovella li era al freno, +di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno +di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro +sovr’ essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro +pareva dir: «Segnor, fammi vendetta +di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + +ed elli a lei rispondere: «Or aspetta +tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», +come persona in cui dolor s’affretta, + +«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, +la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene +a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + +ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene +ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: +giustizia vuole e pietà mi ritene». + +Colui che mai non vide cosa nova +produsse esto visibile parlare, +novello a noi perché qui non si trova. + +Mentr’ io mi dilettava di guardare +l’imagini di tante umilitadi, +e per lo fabbro loro a veder care, + +«Ecco di qua, ma fanno i passi radi», +mormorava il poeta, «molte genti: +questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + +Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti +per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, +volgendosi ver’ lui non furon lenti. + +Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi +di buon proponimento per udire +come Dio vuol che ’l debito si paghi. + +Non attender la forma del martìre: +pensa la succession; pensa ch’al peggio +oltre la gran sentenza non può ire. + +Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio +muovere a noi, non mi sembian persone, +e non so che, sì nel veder vaneggio». + +Ed elli a me: «La grave condizione +di lor tormento a terra li rannicchia, +sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + +Ma guarda fiso là, e disviticchia +col viso quel che vien sotto a quei sassi: +già scorger puoi come ciascun si picchia». + +O superbi cristian, miseri lassi, +che, de la vista de la mente infermi, +fidanza avete ne’ retrosi passi, + +non v’accorgete voi che noi siam vermi +nati a formar l’angelica farfalla, +che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che l’animo vostro in alto galla, +poi siete quasi antomata in difetto, +sì come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, +per mensola talvolta una figura +si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura +nascere ’n chi la vede; così fatti +vid’ io color, quando puosi ben cura. + +Vero è che più e meno eran contratti +secondo ch’avien più e meno a dosso; +e qual più pazïenza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + +Purgatorio +Canto XI + + +«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, +non circunscritto, ma per più amore +ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + +laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore +da ogne creatura, com’ è degno +di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, +ché noi ad essa non potem da noi, +s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi +fan sacrificio a te, cantando osanna, +così facciano li uomini de’ suoi. + +Dà oggi a noi la cotidiana manna, +sanza la qual per questo aspro diserto +a retro va chi più di gir s’affanna. + +E come noi lo mal ch’avem sofferto +perdoniamo a ciascuno, e tu perdona +benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virtù che di legger s’adona, +non spermentar con l’antico avversaro, +ma libera da lui che sì la sprona. + +Quest’ ultima preghiera, segnor caro, +già non si fa per noi, ché non bisogna, +ma per color che dietro a noi restaro». + +Così a sé e noi buona ramogna +quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, +simile a quel che talvolta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo +e lasse su per la prima cornice, +purgando la caligine del mondo. + +Se di là sempre ben per noi si dice, +di qua che dire e far per lor si puote +da quei c’hanno al voler buona radice? + +Ben si de’ loro atar lavar le note +che portar quinci, sì che, mondi e lievi, +possano uscire a le stellate ruote. + +«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi +tosto, sì che possiate muover l’ala, +che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver’ la scala +si va più corto; e se c’è più d’un varco, +quel ne ’nsegnate che men erto cala; + +ché questi che vien meco, per lo ’ncarco +de la carne d’Adamo onde si veste, +al montar sù, contra sua voglia, è parco». + +Le lor parole, che rendero a queste +che dette avea colui cu’ io seguiva, +non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: «A man destra per la riva +con noi venite, e troverete il passo +possibile a salir persona viva. + +E s’io non fossi impedito dal sasso +che la cervice mia superba doma, +onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, ch’ancor vive e non si noma, +guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, +e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato d’un gran Tosco: +Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; +non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + +L’antico sangue e l’opere leggiadre +d’i miei maggior mi fer sì arrogante, +che, non pensando a la comune madre, + +ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, +ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, +e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno +superbia fa, ché tutti miei consorti +ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien ch’io questo peso porti +per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, +poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + +Ascoltando chinai in giù la faccia; +e un di lor, non questi che parlava, +si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, +tenendo li occhi con fatica fisi +a me che tutto chin con loro andava. + +«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, +l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte +ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + +«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte +che pennelleggia Franco Bolognese; +l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare’ io stato sì cortese +mentre ch’io vissi, per lo gran disio +de l’eccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; +e ancor non sarei qui, se non fosse +che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de l’umane posse! +com’ poco verde in su la cima dura, +se non è giunta da l’etati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura +tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, +sì che la fama di colui è scura. + +Così ha tolto l’uno a l’altro Guido +la gloria de la lingua; e forse è nato +chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + +Non è il mondan romore altro ch’un fiato +di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, +e muta nome perché muta lato. + +Che voce avrai tu più, se vecchia scindi +da te la carne, che se fossi morto +anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + +pria che passin mill’ anni? ch’è più corto +spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia +al cerchio che più tardi in cielo è torto. + +Colui che del cammin sì poco piglia +dinanzi a me, Toscana sonò tutta; +e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond’ era sire quando fu distrutta +la rabbia fiorentina, che superba +fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + +La vostra nominanza è color d’erba, +che viene e va, e quei la discolora +per cui ella esce de la terra acerba». + +E io a lui: «Tuo vero dir m’incora +bona umiltà, e gran tumor m’appiani; +ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + +«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; +ed è qui perché fu presuntüoso +a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito è così e va, sanza riposo, +poi che morì; cotal moneta rende +a sodisfar chi è di là troppo oso». + +E io: «Se quello spirito ch’attende, +pria che si penta, l’orlo de la vita, +qua giù dimora e qua sù non ascende, + +se buona orazïon lui non aita, +prima che passi tempo quanto visse, +come fu la venuta lui largita?». + +«Quando vivea più glorïoso», disse, +«liberamente nel Campo di Siena, +ogne vergogna diposta, s’affisse; + +e lì, per trar l’amico suo di pena, +ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, +si condusse a tremar per ogne vena. + +Più non dirò, e scuro so che parlo; +ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini +faranno sì che tu potrai chiosarlo. + +Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + +Purgatorio +Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, +m’andava io con quell’ anima carca, +fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: «Lascia lui e varca; +ché qui è buono con l’ali e coi remi, +quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + +dritto sì come andar vuolsi rife’mi +con la persona, avvegna che i pensieri +mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io m’era mosso, e seguia volontieri +del mio maestro i passi, e amendue +già mostravam com’ eravam leggeri; + +ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: +buon ti sarà, per tranquillar la via, +veder lo letto de le piante tue». + +Come, perché di lor memoria sia, +sovra i sepolti le tombe terragne +portan segnato quel ch’elli eran pria, + +onde lì molte volte si ripiagne +per la puntura de la rimembranza, +che solo a’ pïi dà de le calcagne; + +sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza +secondo l’artificio, figurato +quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato +più ch’altra creatura, giù dal cielo +folgoreggiando scender, da l’un lato. + +Vedëa Brïareo fitto dal telo +celestïal giacer, da l’altra parte, +grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, +armati ancora, intorno al padre loro, +mirar le membra d’i Giganti sparte. + +Vedea Nembròt a piè del gran lavoro +quasi smarrito, e riguardar le genti +che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + +O Nïobè, con che occhi dolenti +vedea io te segnata in su la strada, +tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Saùl, come in su la propria spada +quivi parevi morto in Gelboè, +che poi non sentì pioggia né rugiada! + +O folle Aragne, sì vedea io te +già mezza ragna, trista in su li stracci +de l’opera che mal per te si fé. + +O Roboàm, già non par che minacci +quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento +nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento +come Almeon a sua madre fé caro +parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro +sovra Sennacherìb dentro dal tempio, +e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e ’l crudo scempio +che fé Tamiri, quando disse a Ciro: +«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + +Mostrava come in rotta si fuggiro +li Assiri, poi che fu morto Oloferne, +e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; +o Ilïón, come te basso e vile +mostrava il segno che lì si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile +che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi +mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: +non vide mei di me chi vide il vero, +quant’ io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, +figliuoli d’Eva, e non chinate il volto +sì che veggiate il vostro mal sentero! + +Più era già per noi del monte vòlto +e del cammin del sole assai più speso +che non stimava l’animo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso +andava, cominciò: «Drizza la testa; +non è più tempo di gir sì sospeso. + +Vedi colà un angel che s’appresta +per venir verso noi; vedi che torna +dal servigio del dì l’ancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, +sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; +pensa che questo dì mai non raggiorna!». + +Io era ben del suo ammonir uso +pur di non perder tempo, sì che ’n quella +materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi venìa la creatura bella, +biancovestito e ne la faccia quale +par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; +disse: «Venite: qui son presso i gradi, +e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: +o gente umana, per volar sù nata, +perché a poco vento così cadi?». + +Menocci ove la roccia era tagliata; +quivi mi batté l’ali per la fronte; +poi mi promise sicura l’andata. + +Come a man destra, per salire al monte +dove siede la chiesa che soggioga +la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar l’ardita foga +per le scalee che si fero ad etade +ch’era sicuro il quaderno e la doga; + +così s’allenta la ripa che cade +quivi ben ratta da l’altro girone; +ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, +‘Beati pauperes spiritu!’ voci +cantaron sì, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci +da l’infernali! ché quivi per canti +s’entra, e là giù per lamenti feroci. + +Già montavam su per li scaglion santi, +ed esser mi parea troppo più lieve +che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve +levata s’è da me, che nulla quasi +per me fatica, andando, si riceve?». + +Rispuose: «Quando i P che son rimasi +ancor nel volto tuo presso che stinti, +saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + +fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, +che non pur non fatica sentiranno, +ma fia diletto loro esser sù pinti». + +Allor fec’ io come color che vanno +con cosa in capo non da lor saputa, +se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar s’aiuta, +e cerca e truova e quello officio adempie +che non si può fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie +trovai pur sei le lettere che ’ncise +quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + +Purgatorio +Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, +dove secondamente si risega +lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi così una cornice lega +dintorno il poggio, come la primaia; +se non che l’arco suo più tosto piega. + +Ombra non lì è né segno che si paia: +parsi la ripa e parsi la via schietta +col livido color de la petraia. + +«Se qui per dimandar gente s’aspetta», +ragionava il poeta, «io temo forse +che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + +Poi fisamente al sole li occhi porse; +fece del destro lato a muover centro, +e la sinistra parte di sé torse. + +«O dolce lume a cui fidanza i’ entro +per lo novo cammin, tu ne conduci», +dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; +s’altra ragione in contrario non ponta, +esser dien sempre li tuoi raggi duci». + +Quanto di qua per un migliaio si conta, +tanto di là eravam noi già iti, +con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, +non però visti, spiriti parlando +a la mensa d’amor cortesi inviti. + +La prima voce che passò volando +‘Vinum non habent’ altamente disse, +e dietro a noi l’andò reïterando. + +E prima che del tutto non si udisse +per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ +passò gridando, e anco non s’affisse. + +«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». +E com’ io domandai, ecco la terza +dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + +E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza +la colpa de la invidia, e però sono +tratte d’amor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; +credo che l’udirai, per mio avviso, +prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, +e vedrai gente innanzi a noi sedersi, +e ciascun è lungo la grotta assiso». + +Allora più che prima li occhi apersi; +guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti +al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco più avanti, +udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: +gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + +Non credo che per terra vada ancoi +omo sì duro, che non fosse punto +per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + +ché, quando fui sì presso di lor giunto, +che li atti loro a me venivan certi, +per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, +e l’un sofferia l’altro con la spalla, +e tutti da la ripa eran sofferti. + +Così li ciechi a cui la roba falla, +stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, +e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + +perché ’n altrui pietà tosto si pogna, +non pur per lo sonar de le parole, +ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, +così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, +luce del ciel di sé largir non vole; + +ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra +e cusce sì, come a sparvier selvaggio +si fa però che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, +veggendo altrui, non essendo veduto: +per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; +e però non attese mia dimanda, +ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + +Virgilio mi venìa da quella banda +de la cornice onde cader si puote, +perché da nulla sponda s’inghirlanda; + +da l’altra parte m’eran le divote +ombre, che per l’orribile costura +premevan sì, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e: «O gente sicura», +incominciai, «di veder l’alto lume +che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume +di vostra coscïenza sì che chiaro +per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, ché mi fia grazioso e caro, +s’anima è qui tra voi che sia latina; +e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + +«O frate mio, ciascuna è cittadina +d’una vera città; ma tu vuo’ dire +che vivesse in Italia peregrina». + +Questo mi parve per risposta udire +più innanzi alquanto che là dov’ io stava, +ond’ io mi feci ancor più là sentire. + +Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava +in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, +lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + +«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, +se tu se’ quelli che mi rispondesti, +fammiti conto o per luogo o per nome». + +«Io fui sanese», rispuose, «e con questi +altri rimendo qui la vita ria, +lagrimando a colui che sé ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapìa +fossi chiamata, e fui de li altrui danni +più lieta assai che di ventura mia. + +E perché tu non creda ch’io t’inganni, +odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, +già discendendo l’arco d’i miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle +in campo giunti co’ loro avversari, +e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + +Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari +passi di fuga; e veggendo la caccia, +letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, +gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, +come fé ’l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo +de la mia vita; e ancor non sarebbe +lo mio dover per penitenza scemo, + +se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe +Pier Pettinaio in sue sante orazioni, +a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se’, che nostre condizioni +vai dimandando, e porti li occhi sciolti, +sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + +«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, +ma picciol tempo, ché poca è l’offesa +fatta per esser con invidia vòlti. + +Troppa è più la paura ond’ è sospesa +l’anima mia del tormento di sotto, +che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + +Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto +qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». +E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + +E vivo sono; e però mi richiedi, +spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova +di là per te ancor li mortai piedi». + +«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», +rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; +però col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu più brami, +se mai calchi la terra di Toscana, +che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana +che spera in Talamone, e perderagli +più di speranza ch’a trovar la Diana; + +ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + +Purgatorio +Canto XIV + + +«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia +prima che morte li abbia dato il volo, +e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + +«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; +domandal tu che più li t’avvicini, +e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + +Così due spirti, l’uno a l’altro chini, +ragionavan di me ivi a man dritta; +poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse l’uno: «O anima che fitta +nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, +per carità ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se’; ché tu ne fai +tanto maravigliar de la tua grazia, +quanto vuol cosa che non fu più mai». + +E io: «Per mezza Toscana si spazia +un fiumicel che nasce in Falterona, +e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr’ esso rech’ io questa persona: +dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, +ché ’l nome mio ancor molto non suona». + +«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno +con lo ’ntelletto», allora mi rispuose +quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + +E l’altro disse lui: «Perché nascose +questi il vocabol di quella riviera, +pur com’ om fa de l’orribili cose?». + +E l’ombra che di ciò domandata era, +si sdebitò così: «Non so; ma degno +ben è che ’l nome di tal valle pèra; + +ché dal principio suo, ov’ è sì pregno +l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, +che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin là ’ve si rende per ristoro +di quel che ’l ciel de la marina asciuga, +ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + +vertù così per nimica si fuga +da tutti come biscia, o per sventura +del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond’ hanno sì mutata lor natura +li abitator de la misera valle, +che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, più degni di galle +che d’altro cibo fatto in uman uso, +dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, +ringhiosi più che non chiede lor possa, +e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, +tanto più trova di can farsi lupi +la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per più pelaghi cupi, +trova le volpi sì piene di froda, +che non temono ingegno che le occùpi. + +Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; +e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta +di ciò che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa +cacciator di quei lupi in su la riva +del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; +poscia li ancide come antica belva; +molti di vita e sé di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; +lasciala tal, che di qui a mille anni +ne lo stato primaio non si rinselva». + +Com’ a l’annunzio di dogliosi danni +si turba il viso di colui ch’ascolta, +da qual che parte il periglio l’assanni, + +così vid’ io l’altr’ anima, che volta +stava a udir, turbarsi e farsi trista, +poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + +Lo dir de l’una e de l’altra la vista +mi fer voglioso di saper lor nomi, +e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlòmi +ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca +nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca +tanto sua grazia, non ti sarò scarso; +però sappi ch’io fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, +che se veduto avesse uom farsi lieto, +visto m’avresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; +o gente umana, perché poni ’l core +là ’v’ è mestier di consorte divieto? + +Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore +de la casa da Calboli, ove nullo +fatto s’è reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue è fatto brullo, +tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, +del ben richesto al vero e al trastullo; + +ché dentro a questi termini è ripieno +di venenosi sterpi, sì che tardi +per coltivare omai verrebber meno. + +Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? +Pier Traversaro e Guido di Carpigna? +Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? +quando in Faenza un Bernardin di Fosco, +verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, +quando rimembro, con Guido da Prata, +Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, +la casa Traversara e li Anastagi +(e l’una gente e l’altra è diretata), + +le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi +che ne ’nvogliava amore e cortesia +là dove i cuor son fatti sì malvagi. + +O Bretinoro, ché non fuggi via, +poi che gita se n’è la tua famiglia +e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; +e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, +che di figliar tai conti più s’impiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio +lor sen girà; ma non però che puro +già mai rimagna d’essi testimonio. + +O Ugolin de’ Fantolin, sicuro +è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta +chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta +troppo di pianger più che di parlare, +sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + +Noi sapavam che quell’ anime care +ci sentivano andar; però, tacendo, +facëan noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, +folgore parve quando l’aere fende, +voce che giunse di contra dicendo: + +‘Anciderammi qualunque m’apprende’; +e fuggì come tuon che si dilegua, +se sùbito la nuvola scoscende. + +Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, +ed ecco l’altra con sì gran fracasso, +che somigliò tonar che tosto segua: + +«Io sono Aglauro che divenni sasso»; +e allor, per ristrignermi al poeta, +in destro feci, e non innanzi, il passo. + +Già era l’aura d’ogne parte queta; +ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo +che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo +de l’antico avversaro a sé vi tira; +e però poco val freno o richiamo. + +Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, +mostrandovi le sue bellezze etterne, +e l’occhio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne». + + + + +Purgatorio +Canto XV + + +Quanto tra l’ultimar de l’ora terza +e ’l principio del dì par de la spera +che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva già inver’ la sera +essere al sol del suo corso rimaso; +vespero là, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, +perché per noi girato era sì ’l monte, +che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + +quand’ io senti’ a me gravar la fronte +a lo splendore assai più che di prima, +e stupor m’eran le cose non conte; + +ond’ io levai le mani inver’ la cima +de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, +che del soverchio visibile lima. + +Come quando da l’acqua o da lo specchio +salta lo raggio a l’opposita parte, +salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte +dal cader de la pietra in igual tratta, +sì come mostra esperïenza e arte; + +così mi parve da luce rifratta +quivi dinanzi a me esser percosso; +per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +«Che è quel, dolce padre, a che non posso +schermar lo viso tanto che mi vaglia», +diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + +«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia +la famiglia del cielo», a me rispuose: +«messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + +Tosto sarà ch’a veder queste cose +non ti fia grave, ma fieti diletto +quanto natura a sentir ti dispuose». + +Poi giunti fummo a l’angel benedetto, +con lieta voce disse: «Intrate quinci +ad un scaleo vie men che li altri eretto». + +Noi montavam, già partiti di linci, +e ‘Beati misericordes!’ fue +cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + +Lo mio maestro e io soli amendue +suso andavamo; e io pensai, andando, +prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizza’mi a lui sì dimandando: +«Che volse dir lo spirto di Romagna, +e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + +Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna +conosce il danno; e però non s’ammiri +se ne riprende perché men si piagna. + +Perché s’appuntano i vostri disiri +dove per compagnia parte si scema, +invidia move il mantaco a’ sospiri. + +Ma se l’amor de la spera supprema +torcesse in suso il disiderio vostro, +non vi sarebbe al petto quella tema; + +ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, +tanto possiede più di ben ciascuno, +e più di caritate arde in quel chiostro». + +«Io son d’esser contento più digiuno», +diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, +e più di dubbio ne la mente aduno. + +Com’ esser puote ch’un ben, distributo +in più posseditor, faccia più ricchi +di sé che se da pochi è posseduto?». + +Ed elli a me: «Però che tu rificchi +la mente pur a le cose terrene, +di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene +che là sù è, così corre ad amore +com’ a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si dà quanto trova d’ardore; +sì che, quantunque carità si stende, +cresce sovr’ essa l’etterno valore. + +E quanta gente più là sù s’intende, +più v’è da bene amare, e più vi s’ama, +e come specchio l’uno a l’altro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, +vedrai Beatrice, ed ella pienamente +ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, +come son già le due, le cinque piaghe, +che si richiudon per esser dolente». + +Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, +vidimi giunto in su l’altro girone, +sì che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visïone +estatica di sùbito esser tratto, +e vedere in un tempio più persone; + +e una donna, in su l’entrar, con atto +dolce di madre dicer: «Figliuol mio, +perché hai tu così verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io +ti cercavamo». E come qui si tacque, +ciò che pareva prima, dispario. + +Indi m’apparve un’altra con quell’ acque +giù per le gote che ’l dolor distilla +quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: «Se tu se’ sire de la villa +del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, +e onde ogne scïenza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite +ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». +E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: +«Che farem noi a chi mal ne disira, +se quei che ci ama è per noi condannato?», + +Poi vidi genti accese in foco d’ira +con pietre un giovinetto ancider, forte +gridando a sé pur: «Martira, martira!». + +E lui vedea chinarsi, per la morte +che l’aggravava già, inver’ la terra, +ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a l’alto Sire, in tanta guerra, +che perdonasse a’ suoi persecutori, +con quello aspetto che pietà diserra. + +Quando l’anima mia tornò di fori +a le cose che son fuor di lei vere, +io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere +far sì com’ om che dal sonno si slega, +disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se’ venuto più che mezza lega +velando li occhi e con le gambe avvolte, +a guisa di cui vino o sonno piega?». + +«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, +io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve +quando le gambe mi furon sì tolte». + +Ed ei: «Se tu avessi cento larve +sovra la faccia, non mi sarian chiuse +le tue cogitazion, quantunque parve. + +Ciò che vedesti fu perché non scuse +d’aprir lo core a l’acque de la pace +che da l’etterno fonte son diffuse. + +Non dimandai “Che hai?” per quel che face +chi guarda pur con l’occhio che non vede, +quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: +così frugar conviensi i pigri, lenti +ad usar lor vigilia quando riede». + +Noi andavam per lo vespero, attenti +oltre quanto potean li occhi allungarsi +contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi +verso di noi come la notte oscuro; +né da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + +Purgatorio +Canto XVI + + +Buio d’inferno e di notte privata +d’ogne pianeto, sotto pover cielo, +quant’ esser può di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio sì grosso velo +come quel fummo ch’ivi ci coperse, +né a sentir di così aspro pelo, + +che l’occhio stare aperto non sofferse; +onde la scorta mia saputa e fida +mi s’accostò e l’omero m’offerse. + +Sì come cieco va dietro a sua guida +per non smarrirsi e per non dar di cozzo +in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + +m’andava io per l’aere amaro e sozzo, +ascoltando il mio duca che diceva +pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + +Io sentia voci, e ciascuna pareva +pregar per pace e per misericordia +l’Agnel di Dio che le peccata leva. + +Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; +una parola in tutte era e un modo, +sì che parea tra esse ogne concordia. + +«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», +diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, +e d’iracundia van solvendo il nodo». + +«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, +e di noi parli pur come se tue +partissi ancor lo tempo per calendi?». + +Così per una voce detto fue; +onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, +e domanda se quinci si va sùe». + +E io: «O creatura che ti mondi +per tornar bella a colui che ti fece, +maraviglia udirai, se mi secondi». + +«Io ti seguiterò quanto mi lece», +rispuose; «e se veder fummo non lascia, +l’udir ci terrà giunti in quella vece». + +Allora incominciai: «Con quella fascia +che la morte dissolve men vo suso, +e venni qui per l’infernale ambascia. + +E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, +tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte +per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, +ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; +e tue parole fier le nostre scorte». + +«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; +del mondo seppi, e quel valore amai +al quale ha or ciascun disteso l’arco. + +Per montar sù dirittamente vai». +Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego +che per me prieghi quando sù sarai». + +E io a lui: «Per fede mi ti lego +di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio +dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora è fatto doppio +ne la sentenza tua, che mi fa certo +qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + +Lo mondo è ben così tutto diserto +d’ogne virtute, come tu mi sone, +e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che m’addite la cagione, +sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; +ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + +Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», +mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, +lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate +pur suso al cielo, pur come se tutto +movesse seco di necessitate. + +Se così fosse, in voi fora distrutto +libero arbitrio, e non fora giustizia +per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; +non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, +lume v’è dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica +ne le prime battaglie col ciel dura, +poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura +liberi soggiacete; e quella cria +la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + +Però, se ’l mondo presente disvia, +in voi è la cagione, in voi si cheggia; +e io te ne sarò or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia +prima che sia, a guisa di fanciulla +che piangendo e ridendo pargoleggia, + +l’anima semplicetta che sa nulla, +salvo che, mossa da lieto fattore, +volontier torna a ciò che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; +quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, +se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; +convenne rege aver, che discernesse +de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? +Nullo, però che ’l pastor che procede, +rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede +pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, +di quel si pasce, e più oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta +è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, +e non natura che ’n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, +due soli aver, che l’una e l’altra strada +facean vedere, e del mondo e di Deo. + +L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada +col pasturale, e l’un con l’altro insieme +per viva forza mal convien che vada; + +però che, giunti, l’un l’altro non teme: +se non mi credi, pon mente a la spiga, +ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + +In sul paese ch’Adice e Po riga, +solea valore e cortesia trovarsi, +prima che Federigo avesse briga; + +or può sicuramente indi passarsi +per qualunque lasciasse, per vergogna +di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + +Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna +l’antica età la nova, e par lor tardo +che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo +e Guido da Castel, che mei si noma, +francescamente, il semplice Lombardo. + +Dì oggimai che la Chiesa di Roma, +per confondere in sé due reggimenti, +cade nel fango, e sé brutta e la soma». + +«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; +e or discerno perché dal retaggio +li figli di Levì furono essenti. + +Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio +di’ ch’è rimaso de la gente spenta, +in rimprovèro del secol selvaggio?». + +«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», +rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, +par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, +s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. +Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + +Vedi l’albor che per lo fummo raia +già biancheggiare, e me convien partirmi +(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + +Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + +Purgatorio +Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe +ti colse nebbia per la qual vedessi +non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi +a diradar cominciansi, la spera +del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera +in giugnere a veder com’ io rividi +lo sole in pria, che già nel corcar era. + +Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi +del mio maestro, usci’ fuor di tal nube +ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube +talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge +perché dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se ’l senso non ti porge? +Moveti lume che nel ciel s’informa, +per sé o per voler che giù lo scorge. + +De l’empiezza di lei che mutò forma +ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, +ne l’imagine mia apparve l’orma; + +e qui fu la mia mente sì ristretta +dentro da sé, che di fuor non venìa +cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a l’alta fantasia +un crucifisso, dispettoso e fero +ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assüero, +Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, +che fu al dire e al far così intero. + +E come questa imagine rompeo +sé per sé stessa, a guisa d’una bulla +cui manca l’acqua sotto qual si feo, + +surse in mia visïone una fanciulla +piangendo forte, e dicea: «O regina, +perché per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa t’hai per non perder Lavina; +or m’hai perduta! Io son essa che lutto, +madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + +Come si frange il sonno ove di butto +nova luce percuote il viso chiuso, +che fratto guizza pria che muoia tutto; + +così l’imaginar mio cadde giuso +tosto che lume il volto mi percosse, +maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + +I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, +quando una voce disse «Qui si monta», +che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta +di riguardar chi era che parlava, +che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava +e per soverchio sua figura vela, +così la mia virtù quivi mancava. + +«Questo è divino spirito, che ne la +via da ir sù ne drizza sanza prego, +e col suo lume sé medesmo cela. + +Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; +ché quale aspetta prego e l’uopo vede, +malignamente già si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; +procacciam di salir pria che s’abbui, +ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + +Così disse il mio duca, e io con lui +volgemmo i nostri passi ad una scala; +e tosto ch’io al primo grado fui, + +senti’mi presso quasi un muover d’ala +e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati +pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + +Già eran sovra noi tanto levati +li ultimi raggi che la notte segue, +che le stelle apparivan da più lati. + +‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, +fra me stesso dicea, ché mi sentiva +la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove più non saliva +la scala sù, ed eravamo affissi, +pur come nave ch’a la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, s’io udissi +alcuna cosa nel novo girone; +poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +«Dolce mio padre, dì, quale offensione +si purga qui nel giro dove semo? +Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + +Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo +del suo dover, quiritta si ristora; +qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perché più aperto intendi ancora, +volgi la mente a me, e prenderai +alcun buon frutto di nostra dimora». + +«Né creator né creatura mai», +cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, +o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + +Lo naturale è sempre sanza errore, +ma l’altro puote errar per malo obietto +o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, +e ne’ secondi sé stesso misura, +esser non può cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con più cura +o con men che non dee corre nel bene, +contra ’l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi ch’esser convene +amor sementa in voi d’ogne virtute +e d’ogne operazion che merta pene. + +Or, perché mai non può da la salute +amor del suo subietto volger viso, +da l’odio proprio son le cose tute; + +e perché intender non si può diviso, +e per sé stante, alcuno esser dal primo, +da quello odiare ogne effetto è deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, +che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso +amor nasce in tre modi in vostro limo. + +È chi, per esser suo vicin soppresso, +spera eccellenza, e sol per questo brama +ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + +è chi podere, grazia, onore e fama +teme di perder perch’ altri sormonti, +onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + +ed è chi per ingiuria par ch’aonti, +sì che si fa de la vendetta ghiotto, +e tal convien che ’l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua giù di sotto +si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, +che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende +nel qual si queti l’animo, e disira; +per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira +o a lui acquistar, questa cornice, +dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben è che non fa l’uom felice; +non è felicità, non è la buona +essenza, d’ogne ben frutto e radice. + +L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, +di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; +ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + +Purgatorio +Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento +l’alto dottore, e attento guardava +ne la mia vista s’io parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, +di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse +lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + +Ma quel padre verace, che s’accorse +del timido voler che non s’apriva, +parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva +sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro +quanto la tua ragion parta o descriva. + +Però ti prego, dolce padre caro, +che mi dimostri amore, a cui reduci +ogne buono operare e ’l suo contraro». + +«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci +de lo ’ntelletto, e fieti manifesto +l’error de’ ciechi che si fanno duci. + +L’animo, ch’è creato ad amar presto, +ad ogne cosa è mobile che piace, +tosto che dal piacere in atto è desto. + +Vostra apprensiva da esser verace +tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, +sì che l’animo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver’ di lei si piega, +quel piegare è amor, quell’ è natura +che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come ’l foco movesi in altura +per la sua forma ch’è nata a salire +là dove più in sua matera dura, + +così l’animo preso entra in disire, +ch’è moto spiritale, e mai non posa +fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant’ è nascosa +la veritate a la gente ch’avvera +ciascun amore in sé laudabil cosa; + +però che forse appar la sua matera +sempre esser buona, ma non ciascun segno +è buono, ancor che buona sia la cera». + +«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», +rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, +ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + +ché, s’amore è di fuori a noi offerto +e l’anima non va con altro piede, +se dritta o torta va, non è suo merto». + +Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, +dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta +pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + +Ogne forma sustanzïal, che setta +è da matera ed è con lei unita, +specifica vertute ha in sé colletta, + +la qual sanza operar non è sentita, +né si dimostra mai che per effetto, +come per verdi fronde in pianta vita. + +Però, là onde vegna lo ’ntelletto +de le prime notizie, omo non sape, +e de’ primi appetibili l’affetto, + +che sono in voi sì come studio in ape +di far lo mele; e questa prima voglia +merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, +innata v’è la virtù che consiglia, +e de l’assenso de’ tener la soglia. + +Quest’ è ’l principio là onde si piglia +ragion di meritare in voi, secondo +che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, +s’accorser d’esta innata libertate; +però moralità lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate +surga ogne amor che dentro a voi s’accende, +di ritenerlo è in voi la podestate. + +La nobile virtù Beatrice intende +per lo libero arbitrio, e però guarda +che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + +La luna, quasi a mezza notte tarda, +facea le stelle a noi parer più rade, +fatta com’ un secchion che tuttor arda; + +e correa contro ’l ciel per quelle strade +che ’l sole infiamma allor che quel da Roma +tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + +E quell’ ombra gentil per cui si noma +Pietola più che villa mantoana, +del mio carcar diposta avea la soma; + +per ch’io, che la ragione aperta e piana +sovra le mie quistioni avea ricolta, +stava com’ om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta +subitamente da gente che dopo +le nostre spalle a noi era già volta. + +E quale Ismeno già vide e Asopo +lungo di sè di notte furia e calca, +pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, +per quel ch’io vidi di color, venendo, +cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo +si movea tutta quella turba magna; +e due dinanzi gridavan piangendo: + +«Maria corse con fretta a la montagna; +e Cesare, per soggiogare Ilerda, +punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + +«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda +per poco amor», gridavan li altri appresso, +«che studio di ben far grazia rinverda». + +«O gente in cui fervore aguto adesso +ricompie forse negligenza e indugio +da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i’ non vi bugio, +vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; +però ne dite ond’ è presso il pertugio». + +Parole furon queste del mio duca; +e un di quelli spirti disse: «Vieni +di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, +che restar non potem; però perdona, +se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona +sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, +di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha già l’un piè dentro la fossa, +che tosto piangerà quel monastero, +e tristo fia d’avere avuta possa; + +perché suo figlio, mal del corpo intero, +e de la mente peggio, e che mal nacque, +ha posto in loco di suo pastor vero». + +Io non so se più disse o s’ei si tacque, +tant’ era già di là da noi trascorso; +ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che m’era ad ogne uopo soccorso +disse: «Volgiti qua: vedine due +venir dando a l’accidïa di morso». + +Di retro a tutti dicean: «Prima fue +morta la gente a cui il mar s’aperse, +che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che l’affanno non sofferse +fino a la fine col figlio d’Anchise, +sé stessa a vita sanza gloria offerse». + +Poi quando fuor da noi tanto divise +quell’ ombre, che veder più non potiersi, +novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual più altri nacquero e diversi; +e tanto d’uno in altro vaneggiai, +che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + +Purgatorio +Canto XIX + + +Ne l’ora che non può ’l calor dïurno +intepidar più ’l freddo de la luna, +vinto da terra, e talor da Saturno + +—quando i geomanti lor Maggior Fortuna +veggiono in orïente, innanzi a l’alba, +surger per via che poco le sta bruna—, + +mi venne in sogno una femmina balba, +ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, +con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come ’l sol conforta +le fredde membra che la notte aggrava, +così lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava +in poco d’ora, e lo smarrito volto, +com’ amor vuol, così le colorava. + +Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, +cominciava a cantar sì, che con pena +da lei avrei mio intento rivolto. + +«Io son», cantava, «io son dolce serena, +che ’ marinari in mezzo mar dismago; +tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago +al canto mio; e qual meco s’ausa, +rado sen parte; sì tutto l’appago!». + +Ancor non era sua bocca richiusa, +quand’ una donna apparve santa e presta +lunghesso me per far colei confusa. + +«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», +fieramente dicea; ed el venìa +con li occhi fitti pur in quella onesta. + +L’altra prendea, e dinanzi l’apria +fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; +quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + +Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre +voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; +troviam l’aperta per la qual tu entre». + +Sù mi levai, e tutti eran già pieni +de l’alto dì i giron del sacro monte, +e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte +come colui che l’ha di pensier carca, +che fa di sé un mezzo arco di ponte; + +quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» +parlare in modo soave e benigno, +qual non si sente in questa mortal marca. + +Con l’ali aperte, che parean di cigno, +volseci in sù colui che sì parlonne +tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, +‘Qui lugent’ affermando esser beati, +ch’avran di consolar l’anime donne. + +«Che hai che pur inver’ la terra guati?», +la guida mia incominciò a dirmi, +poco amendue da l’angel sormontati. + +E io: «Con tanta sospeccion fa irmi +novella visïon ch’a sé mi piega, +sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + +«Vedesti», disse, «quell’antica strega +che sola sovr’ a noi omai si piagne; +vedesti come l’uom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; +li occhi rivolgi al logoro che gira +lo rege etterno con le rote magne». + +Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, +indi si volge al grido e si protende +per lo disio del pasto che là il tira, + +tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende +la roccia per dar via a chi va suso, +n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + +Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, +vidi gente per esso che piangea, +giacendo a terra tutta volta in giuso. + +‘Adhaesit pavimento anima mea’ +sentia dir lor con sì alti sospiri, +che la parola a pena s’intendea. + +«O eletti di Dio, li cui soffriri +e giustizia e speranza fa men duri, +drizzate noi verso li alti saliri». + +«Se voi venite dal giacer sicuri, +e volete trovar la via più tosto, +le vostre destre sien sempre di fori». + +Così pregò ’l poeta, e sì risposto +poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io +nel parlare avvisai l’altro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: +ond’ elli m’assentì con lieto cenno +ciò che chiedea la vista del disio. + +Poi ch’io potei di me fare a mio senno, +trassimi sovra quella creatura +le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: «Spirto in cui pianger matura +quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, +sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perché vòlti avete i dossi +al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri +cosa di là ond’ io vivendo mossi». + +Ed elli a me: «Perché i nostri diretri +rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima +scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Sïestri e Chiaveri s’adima +una fiumana bella, e del suo nome +lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e poco più prova’ io come +pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, +che piuma sembran tutte l’altre some. + +La mia conversïone, omè!, fu tarda; +ma, come fatto fui roman pastore, +così scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che lì non s’acquetava il core, +né più salir potiesi in quella vita; +per che di questa in me s’accese amore. + +Fino a quel punto misera e partita +da Dio anima fui, del tutto avara; +or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara +in purgazion de l’anime converse; +e nulla pena il monte ha più amara. + +Sì come l’occhio nostro non s’aderse +in alto, fisso a le cose terrene, +così giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene +lo nostro amore, onde operar perdési, +così giustizia qui stretti ne tene, + +ne’ piedi e ne le man legati e presi; +e quanto fia piacer del giusto Sire, +tanto staremo immobili e distesi». + +Io m’era inginocchiato e volea dire; +ma com’ io cominciai ed el s’accorse, +solo ascoltando, del mio reverire, + +«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». +E io a lui: «Per vostra dignitate +mia coscïenza dritto mi rimorse». + +«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», +rispuose; «non errar: conservo sono +teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono +che dice ‘Neque nubent’ intendesti, +ben puoi veder perch’ io così ragiono. + +Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; +ché la tua stanza mio pianger disagia, +col qual maturo ciò che tu dicesti. + +Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, +buona da sé, pur che la nostra casa +non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di là m’è rimasa». + + + + +Purgatorio +Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; +onde contra ’l piacer mio, per piacerli, +trassi de l’acqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li +luoghi spediti pur lungo la roccia, +come si va per muro stretto a’ merli; + +ché la gente che fonde a goccia a goccia +per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, +da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, +che più che tutte l’altre bestie hai preda +per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda +le condizion di qua giù trasmutarsi, +quando verrà per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, +e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia +pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi’ «Dolce Maria!» +dinanzi a noi chiamar così nel pianto +come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: «Povera fosti tanto, +quanto veder si può per quello ospizio +dove sponesti il tuo portato santo». + +Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, +con povertà volesti anzi virtute +che gran ricchezza posseder con vizio». + +Queste parole m’eran sì piaciute, +ch’io mi trassi oltre per aver contezza +di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza +che fece Niccolò a le pulcelle, +per condurre ad onor lor giovinezza. + +«O anima che tanto ben favelle, +dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola +tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza mercé la tua parola, +s’io ritorno a compiér lo cammin corto +di quella vita ch’al termine vola». + +Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto +ch’io attenda di là, ma perché tanta +grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta +che la terra cristiana tutta aduggia, +sì che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia +potesser, tosto ne saria vendetta; +e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; +di me son nati i Filippi e i Luigi +per cui novellamente è Francia retta. + +Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: +quando li regi antichi venner meno +tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + +trova’mi stretto ne le mani il freno +del governo del regno, e tanta possa +di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + +ch’a la corona vedova promossa +la testa di mio figlio fu, dal quale +cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale +al sangue mio non tolse la vergogna, +poco valea, ma pur non facea male. + +Lì cominciò con forza e con menzogna +la sua rapina; e poscia, per ammenda, +Pontì e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, +vittima fé di Curradino; e poi +ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, +che tragge un altro Carlo fuor di Francia, +per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + +Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia +con la qual giostrò Giuda, e quella ponta +sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta +guadagnerà, per sé tanto più grave, +quanto più lieve simil danno conta. + +L’altro, che già uscì preso di nave, +veggio vender sua figlia e patteggiarne +come fanno i corsar de l’altre schiave. + +O avarizia, che puoi tu più farne, +poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, +che non si cura de la propria carne? + +Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, +veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, +e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo un’altra volta esser deriso; +veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, +e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato sì crudele, +che ciò nol sazia, ma sanza decreto +portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando sarò io lieto +a veder la vendetta che, nascosa, +fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + +Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa +de lo Spirito Santo e che ti fece +verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto è risposto a tutte nostre prece +quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, +contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalïon allotta, +cui traditore e ladro e paricida +fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + +e la miseria de l’avaro Mida, +che seguì a la sua dimanda gorda, +per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, +come furò le spoglie, sì che l’ira +di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; +lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; +e in infamia tutto ’l monte gira + +Polinestòr ch’ancise Polidoro; +ultimamente ci si grida: “Crasso, +dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + +Talor parla l’uno alto e l’altro basso, +secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona +ora a maggiore e ora a minor passo: + +però al ben che ’l dì ci si ragiona, +dianzi non era io sol; ma qui da presso +non alzava la voce altra persona». + +Noi eravam partiti già da esso, +e brigavam di soverchiar la strada +tanto quanto al poder n’era permesso, + +quand’ io senti’, come cosa che cada, +tremar lo monte; onde mi prese un gelo +qual prender suol colui ch’a morte vada. + +Certo non si scoteo sì forte Delo, +pria che Latona in lei facesse ’l nido +a parturir li due occhi del cielo. + +Poi cominciò da tutte parti un grido +tal, che ’l maestro inverso me si feo, +dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + +‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ +dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, +onde intender lo grido si poteo. + +No’ istavamo immobili e sospesi +come i pastor che prima udir quel canto, +fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, +guardando l’ombre che giacean per terra, +tornate già in su l’usato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra +mi fé desideroso di sapere, +se la memoria mia in ciò non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; +né per la fretta dimandare er’ oso, +né per me lì potea cosa vedere: + +così m’andava timido e pensoso. + + + + +Purgatorio +Canto XXI + + +La sete natural che mai non sazia +se non con l’acqua onde la femminetta +samaritana domandò la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta +per la ’mpacciata via dietro al mio duca, +e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, sì come ne scrive Luca +che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, +già surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, +dal piè guardando la turba che giace; +né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + +dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». +Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio +rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + +Poi cominciò: «Nel beato concilio +ti ponga in pace la verace corte +che me rilega ne l’etterno essilio». + +«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: +«se voi siete ombre che Dio sù non degni, +chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + +E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni +che questi porta e che l’angel profila, +ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + +Ma perché lei che dì e notte fila +non li avea tratta ancora la conocchia +che Cloto impone a ciascuno e compila, + +l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, +venendo sù, non potea venir sola, +però ch’al nostro modo non adocchia. + +Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola +d’inferno per mostrarli, e mosterrolli +oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli +diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una +parve gridare infino a’ suoi piè molli». + +Sì mi diè, dimandando, per la cruna +del mio disio, che pur con la speranza +si fece la mia sete men digiuna. + +Quei cominciò: «Cosa non è che sanza +ordine senta la religïone +de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + +Libero è qui da ogne alterazione: +di quel che ’l ciel da sé in sé riceve +esser ci puote, e non d’altro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, +non rugiada, non brina più sù cade +che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion né rade, +né coruscar, né figlia di Taumante, +che di là cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge più avante +ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, +dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse più giù poco o assai; +ma per vento che ’n terra si nasconda, +non so come, qua sù non tremò mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda +sentesi, sì che surga o che si mova +per salir sù; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, +che, tutto libero a mutar convento, +l’alma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento +che divina giustizia, contra voglia, +come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia +cinquecent’ anni e più, pur mo sentii +libera volontà di miglior soglia: + +però sentisti il tremoto e li pii +spiriti per lo monte render lode +a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + +Così ne disse; e però ch’el si gode +tanto del ber quant’ è grande la sete, +non saprei dir quant’ el mi fece prode. + +E ’l savio duca: «Omai veggio la rete +che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, +perché ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, +e perché tanti secoli giaciuto +qui se’, ne le parole tue mi cappia». + +«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto +del sommo rege, vendicò le fóra +ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + +col nome che più dura e più onora +era io di là», rispuose quello spirto, +«famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, +che, tolosano, a sé mi trasse Roma, +dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di là mi noma: +cantai di Tebe, e poi del grande Achille; +ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, +che mi scaldar, de la divina fiamma +onde sono allumati più di mille; + +de l’Eneïda dico, la qual mamma +fummi, e fummi nutrice, poetando: +sanz’ essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di là quando +visse Virgilio, assentirei un sole +più che non deggio al mio uscir di bando». + +Volser Virgilio a me queste parole +con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; +ma non può tutto la virtù che vuole; + +ché riso e pianto son tanto seguaci +a la passion di che ciascun si spicca, +che men seguon voler ne’ più veraci. + +Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; +per che l’ombra si tacque, e riguardommi +ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + +e «Se tanto labore in bene assommi», +disse, «perché la tua faccia testeso +un lampeggiar di riso dimostrommi?». + +Or son io d’una parte e d’altra preso: +l’una mi fa tacer, l’altra scongiura +ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e «Non aver paura», +mi dice, «di parlar; ma parla e digli +quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + +Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, +antico spirto, del rider ch’io fei; +ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, +è quel Virgilio dal qual tu togliesti +forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + +Se cagion altra al mio rider credesti, +lasciala per non vera, ed esser credi +quelle parole che di lui dicesti». + +Già s’inchinava ad abbracciar li piedi +al mio dottor, ma el li disse: «Frate, +non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + +Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate +comprender de l’amor ch’a te mi scalda, +quand’ io dismento nostra vanitate, + +trattando l’ombre come cosa salda». + + + + +Purgatorio +Canto XXII + + +Già era l’angel dietro a noi rimaso, +l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, +avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei c’hanno a giustizia lor disiro +detto n’avea beati, e le sue voci +con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + +E io più lieve che per l’altre foci +m’andava, sì che sanz’ alcun labore +seguiva in sù li spiriti veloci; + +quando Virgilio incominciò: «Amore, +acceso di virtù, sempre altro accese, +pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da l’ora che tra noi discese +nel limbo de lo ’nferno Giovenale, +che la tua affezion mi fé palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale +più strinse mai di non vista persona, +sì ch’or mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona +se troppa sicurtà m’allarga il freno, +e come amico omai meco ragiona: + +come poté trovar dentro al tuo seno +loco avarizia, tra cotanto senno +di quanto per tua cura fosti pieno?». + +Queste parole Stazio mover fenno +un poco a riso pria; poscia rispuose: +«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + +Veramente più volte appaion cose +che danno a dubitar falsa matera +per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder m’avvera +esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, +forse per quella cerchia dov’ io era. + +Or sappi ch’avarizia fu partita +troppo da me, e questa dismisura +migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse ch’io drizzai mia cura, +quand’ io intesi là dove tu chiame, +crucciato quasi a l’umana natura: + +‘Per che non reggi tu, o sacra fame +de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, +voltando sentirei le giostre grame. + +Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali +potean le mani a spendere, e pente’mi +così di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi +per ignoranza, che di questa pecca +toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca +per dritta opposizione alcun peccato, +con esso insieme qui suo verde secca; + +però, s’io son tra quella gente stato +che piange l’avarizia, per purgarmi, +per lo contrario suo m’è incontrato». + +«Or quando tu cantasti le crude armi +de la doppia trestizia di Giocasta», +disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + +«per quello che Clïò teco lì tasta, +non par che ti facesse ancor fedele +la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se così è, qual sole o quai candele +ti stenebraron sì, che tu drizzasti +poscia di retro al pescator le vele?». + +Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti +verso Parnaso a ber ne le sue grotte, +e prima appresso Dio m’alluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, +che porta il lume dietro e sé non giova, +ma dopo sé fa le persone dotte, + +quando dicesti: ‘Secol si rinova; +torna giustizia e primo tempo umano, +e progenïe scende da ciel nova’. + +Per te poeta fui, per te cristiano: +ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, +a colorare stenderò la mano. + +Già era ’l mondo tutto quanto pregno +de la vera credenza, seminata +per li messaggi de l’etterno regno; + +e la parola tua sopra toccata +si consonava a’ nuovi predicanti; +ond’ io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, +che, quando Domizian li perseguette, +sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di là per me si stette, +io li sovvenni, e i lor dritti costumi +fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi +di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; +ma per paura chiuso cristian fu’mi, + +lungamente mostrando paganesmo; +e questa tepidezza il quarto cerchio +cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio +che m’ascondeva quanto bene io dico, +mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, +Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: +dimmi se son dannati, e in qual vico». + +«Costoro e Persio e io e altri assai», +rispuose il duca mio, «siam con quel Greco +che le Muse lattar più ch’altri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco; +spesse fïate ragioniam del monte +che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v’è nosco e Antifonte, +Simonide, Agatone e altri piùe +Greci che già di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue +Antigone, Deïfile e Argia, +e Ismene sì trista come fue. + +Védeisi quella che mostrò Langia; +èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, +e con le suore sue Deïdamia». + +Tacevansi ambedue già li poeti, +di novo attenti a riguardar dintorno, +liberi da saliri e da pareti; + +e già le quattro ancelle eran del giorno +rimase a dietro, e la quinta era al temo, +drizzando pur in sù l’ardente corno, + +quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo +le destre spalle volger ne convegna, +girando il monte come far solemo». + +Così l’usanza fu lì nostra insegna, +e prendemmo la via con men sospetto +per l’assentir di quell’ anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto +di retro, e ascoltava i lor sermoni, +ch’a poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni +un alber che trovammo in mezza strada, +con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada +di ramo in ramo, così quello in giuso, +cred’ io, perché persona sù non vada. + +Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, +cadea de l’alta roccia un liquor chiaro +e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a l’alber s’appressaro; +e una voce per entro le fronde +gridò: «Di questo cibo avrete caro». + +Poi disse: «Più pensava Maria onde +fosser le nozze orrevoli e intere, +ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, +contente furon d’acqua; e Danïello +dispregiò cibo e acquistò savere. + +Lo secol primo, quant’ oro fu bello, +fé savorose con fame le ghiande, +e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande +che nodriro il Batista nel diserto; +per ch’elli è glorïoso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + +Purgatorio +Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde +ficcava ïo sì come far suole +chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo più che padre mi dicea: «Figliuole, +vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto +più utilmente compartir si vuole». + +Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, +appresso i savi, che parlavan sìe, +che l’andar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar s’udìe +‘Labïa mëa, Domine’ per modo +tal, che diletto e doglia parturìe. + +«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», +comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno +forse di lor dover solvendo il nodo». + +Sì come i peregrin pensosi fanno, +giugnendo per cammin gente non nota, +che si volgono ad essa e non restanno, + +così di retro a noi, più tosto mota, +venendo e trapassando ci ammirava +d’anime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, +palida ne la faccia, e tanto scema +che da l’ossa la pelle s’informava. + +Non credo che così a buccia strema +Erisittone fosse fatto secco, +per digiunar, quando più n’ebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco +la gente che perdé Ierusalemme, +quando Maria nel figlio diè di becco!’ + +Parean l’occhiaie anella sanza gemme: +chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ +ben avria quivi conosciuta l’emme. + +Chi crederebbe che l’odor d’un pomo +sì governasse, generando brama, +e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + +Già era in ammirar che sì li affama, +per la cagione ancor non manifesta +di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa +volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; +poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + +Mai non l’avrei riconosciuto al viso; +ma ne la voce sua mi fu palese +ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese +mia conoscenza a la cangiata labbia, +e ravvisai la faccia di Forese. + +«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia +che mi scolora», pregava, «la pelle, +né a difetto di carne ch’io abbia; + +ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle +due anime che là ti fanno scorta; +non rimaner che tu non mi favelle!». + +«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, +mi dà di pianger mo non minor doglia», +rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + +Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; +non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, +ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + +Ed elli a me: «De l’etterno consiglio +cade vertù ne l’acqua e ne la pianta +rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta +per seguitar la gola oltra misura, +in fame e ’n sete qui si rifà santa. + +Di bere e di mangiar n’accende cura +l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo +che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo +girando, si rinfresca nostra pena: +io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +ché quella voglia a li alberi ci mena +che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, +quando ne liberò con la sua vena». + +E io a lui: «Forese, da quel dì +nel qual mutasti mondo a miglior vita, +cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita +di peccar più, che sovvenisse l’ora +del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + +come se’ tu qua sù venuto ancora? +Io ti credea trovar là giù di sotto, +dove tempo per tempo si ristora». + +Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto +a ber lo dolce assenzo d’i martìri +la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri +tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, +e liberato m’ha de li altri giri. + +Tanto è a Dio più cara e più diletta +la vedovella mia, che molto amai, +quanto in bene operare è più soletta; + +ché la Barbagia di Sardigna assai +ne le femmine sue più è pudica +che la Barbagia dov’ io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? +Tempo futuro m’è già nel cospetto, +cui non sarà quest’ ora molto antica, + +nel qual sarà in pergamo interdetto +a le sfacciate donne fiorentine +l’andar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, +cui bisognasse, per farle ir coperte, +o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe +di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, +già per urlare avrian le bocche aperte; + +ché, se l’antiveder qui non m’inganna, +prima fien triste che le guance impeli +colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! +vedi che non pur io, ma questa gente +tutta rimira là dove ’l sol veli». + +Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente +qual fosti meco, e qual io teco fui, +ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui +che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda +vi si mostrò la suora di colui», + +e ’l sol mostrai; «costui per la profonda +notte menato m’ha d’i veri morti +con questa vera carne che ’l seconda. + +Indi m’han tratto sù li suoi conforti, +salendo e rigirando la montagna +che drizza voi che ’l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna +che io sarò là dove fia Beatrice; +quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio è questi che così mi dice», +e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra +per cuï scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + +Purgatorio +Canto XXIV + + +Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento +facea, ma ragionando andavam forte, +sì come nave pinta da buon vento; + +e l’ombre, che parean cose rimorte, +per le fosse de li occhi ammirazione +traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continüando al mio sermone, +dissi: «Ella sen va sù forse più tarda +che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; +dimmi s’io veggio da notar persona +tra questa gente che sì mi riguarda». + +«La mia sorella, che tra bella e buona +non so qual fosse più, trïunfa lieta +ne l’alto Olimpo già di sua corona». + +Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta +di nominar ciascun, da ch’è sì munta +nostra sembianza via per la dïeta. + +Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, +Bonagiunta da Lucca; e quella faccia +di là da lui più che l’altre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: +dal Torso fu, e purga per digiuno +l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + +Molti altri mi nomò ad uno ad uno; +e del nomar parean tutti contenti, +sì ch’io però non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a vòto usar li denti +Ubaldin da la Pila e Bonifazio +che pasturò col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio +già di bere a Forlì con men secchezza, +e sì fu tal, che non si sentì sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza +più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, +che più parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che «Gentucca» +sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga +de la giustizia che sì li pilucca. + +«O anima», diss’ io, «che par sì vaga +di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, +e te e me col tuo parlare appaga». + +«Femmina è nata, e non porta ancor benda», +cominciò el, «che ti farà piacere +la mia città, come ch’om la riprenda. + +Tu te n’andrai con questo antivedere: +se nel mio mormorar prendesti errore, +dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore +trasse le nove rime, cominciando +‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + +E io a lui: «I’ mi son un che, quando +Amor mi spira, noto, e a quel modo +ch’e’ ditta dentro vo significando». + +«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo +che ’l Notaro e Guittone e me ritenne +di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + +Io veggio ben come le vostre penne +di retro al dittator sen vanno strette, +che de le nostre certo non avvenne; + +e qual più a gradire oltre si mette, +non vede più da l’uno a l’altro stilo»; +e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, +alcuna volta in aere fanno schiera, +poi volan più a fretta e vanno in filo, + +così tutta la gente che lì era, +volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, +e per magrezza e per voler leggera. + +E come l’uom che di trottare è lasso, +lascia andar li compagni, e sì passeggia +fin che si sfoghi l’affollar del casso, + +sì lasciò trapassar la santa greggia +Forese, e dietro meco sen veniva, +dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + +«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; +ma già non fïa il tornar mio tantosto, +ch’io non sia col voler prima a la riva; + +però che ’l loco u’ fui a viver posto, +di giorno in giorno più di ben si spolpa, +e a trista ruina par disposto». + +«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, +vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto +inver’ la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va più ratto, +crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, +e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote», +e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro +ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro +in questo regno, sì ch’io perdo troppo +venendo teco sì a paro a paro». + +Qual esce alcuna volta di gualoppo +lo cavalier di schiera che cavalchi, +e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si partì da noi con maggior valchi; +e io rimasi in via con esso i due +che fuor del mondo sì gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, +che li occhi miei si fero a lui seguaci, +come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci +d’un altro pomo, e non molto lontani +per esser pur allora vòlto in laci. + +Vidi gente sott’ esso alzar le mani +e gridar non so che verso le fronde, +quasi bramosi fantolini e vani + +che pregano, e ’l pregato non risponde, +ma, per fare esser ben la voglia acuta, +tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si partì sì come ricreduta; +e noi venimmo al grande arbore adesso, +che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +«Trapassate oltre sanza farvi presso: +legno è più sù che fu morso da Eva, +e questa pianta si levò da esso». + +Sì tra le frasche non so chi diceva; +per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, +oltre andavam dal lato che si leva. + +«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti +nei nuvoli formati, che, satolli, +Tesëo combatter co’ doppi petti; + +e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, +per che no i volle Gedeon compagni, +quando inver’ Madïan discese i colli». + +Sì accostati a l’un d’i due vivagni +passammo, udendo colpe de la gola +seguite già da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, +ben mille passi e più ci portar oltre, +contemplando ciascun sanza parola. + +«Che andate pensando sì voi sol tre?». +sùbita voce disse; ond’ io mi scossi +come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; +e già mai non si videro in fornace +vetri o metalli sì lucenti e rossi, + +com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace +montare in sù, qui si convien dar volta; +quinci si va chi vuole andar per pace». + +L’aspetto suo m’avea la vista tolta; +per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, +com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, +l’aura di maggio movesi e olezza, +tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + +tal mi senti’ un vento dar per mezza +la fronte, e ben senti’ mover la piuma, +che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + +E senti’ dir: «Beati cui alluma +tanto di grazia, che l’amor del gusto +nel petto lor troppo disir non fuma, + +esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + +Purgatorio +Canto XXV + + +Ora era onde ’l salir non volea storpio; +ché ’l sole avëa il cerchio di merigge +lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa l’uom che non s’affigge +ma vassi a la via sua, che che li appaia, +se di bisogno stimolo il trafigge, + +così intrammo noi per la callaia, +uno innanzi altro prendendo la scala +che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva l’ala +per voglia di volare, e non s’attenta +d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta +di dimandar, venendo infino a l’atto +che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + +Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, +lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca +l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + +Allor sicuramente apri’ la bocca +e cominciai: «Come si può far magro +là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + +«Se t’ammentassi come Meleagro +si consumò al consumar d’un stizzo, +non fora», disse, «a te questo sì agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, +guizza dentro a lo specchio vostra image, +ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perché dentro a tuo voler t’adage, +ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego +che sia or sanator de le tue piage». + +«Se la veduta etterna li dislego», +rispuose Stazio, «là dove tu sie, +discolpi me non potert’ io far nego». + +Poi cominciò: «Se le parole mie, +figlio, la mente tua guarda e riceve, +lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve +da l’assetate vene, e si rimane +quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane +virtute informativa, come quello +ch’a farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov’ è più bello +tacer che dire; e quindi poscia geme +sovr’ altrui sangue in natural vasello. + +Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, +l’un disposto a patire, e l’altro a fare +per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare +coagulando prima, e poi avviva +ciò che per sua matera fé constare. + +Anima fatta la virtute attiva +qual d’una pianta, in tanto differente, +che questa è in via e quella è già a riva, + +tanto ovra poi, che già si move e sente, +come spungo marino; e indi imprende +ad organar le posse ond’ è semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende +la virtù ch’è dal cor del generante, +dove natura a tutte membra intende. + +Ma come d’animal divegna fante, +non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, +che più savio di te fé già errante, + +sì che per sua dottrina fé disgiunto +da l’anima il possibile intelletto, +perché da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verità che viene il petto; +e sappi che, sì tosto come al feto +l’articular del cerebro è perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto +sovra tant’ arte di natura, e spira +spirito novo, di vertù repleto, + +che ciò che trova attivo quivi, tira +in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, +che vive e sente e sé in sé rigira. + +E perché meno ammiri la parola, +guarda il calor del sole che si fa vino, +giunto a l’omor che de la vite cola. + +Quando Làchesis non ha più del lino, +solvesi da la carne, e in virtute +ne porta seco e l’umano e ’l divino: + +l’altre potenze tutte quante mute; +memoria, intelligenza e volontade +in atto molto più che prima agute. + +Sanza restarsi, per sé stessa cade +mirabilmente a l’una de le rive; +quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco lì la circunscrive, +la virtù formativa raggia intorno +così e quanto ne le membra vive. + +E come l’aere, quand’ è ben pïorno, +per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, +di diversi color diventa addorno; + +così l’aere vicin quivi si mette +e in quella forma ch’è in lui suggella +virtüalmente l’alma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella +che segue il foco là ’vunque si muta, +segue lo spirto sua forma novella. + +Però che quindi ha poscia sua paruta, +è chiamata ombra; e quindi organa poi +ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; +quindi facciam le lagrime e ’ sospiri +che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affliggono i disiri +e li altri affetti, l’ombra si figura; +e quest’ è la cagion di che tu miri». + +E già venuto a l’ultima tortura +s’era per noi, e vòlto a la man destra, +ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, +e la cornice spira fiato in suso +che la reflette e via da lei sequestra; + +ond’ ir ne convenia dal lato schiuso +ad uno ad uno; e io temëa ’l foco +quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: «Per questo loco +si vuol tenere a li occhi stretto il freno, +però ch’errar potrebbesi per poco». + +‘Summae Deus clementïae’ nel seno +al grande ardore allora udi’ cantando, +che di volger mi fé caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; +per ch’io guardava a loro e a’ miei passi +compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, +gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; +indi ricominciavan l’inno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: «Al bosco +si tenne Diana, ed Elice caccionne +che di Venere avea sentito il tòsco». + +Indi al cantar tornavano; indi donne +gridavano e mariti che fuor casti +come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti +per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: +con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + +Purgatorio +Canto XXVI + + +Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, +ce n’andavamo, e spesso il buon maestro +diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + +feriami il sole in su l’omero destro, +che già, raggiando, tutto l’occidente +mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con l’ombra più rovente +parer la fiamma; e pur a tanto indizio +vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio +loro a parlar di me; e cominciarsi +a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + +poi verso me, quanto potëan farsi, +certi si fero, sempre con riguardo +di non uscir dove non fosser arsi. + +«O tu che vai, non per esser più tardo, +ma forse reverente, a li altri dopo, +rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + +Né solo a me la tua risposta è uopo; +ché tutti questi n’hanno maggior sete +che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + +Dinne com’ è che fai di te parete +al sol, pur come tu non fossi ancora +di morte intrato dentro da la rete». + +Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora +già manifesto, s’io non fossi atteso +ad altra novità ch’apparve allora; + +ché per lo mezzo del cammino acceso +venne gente col viso incontro a questa, +la qual mi fece a rimirar sospeso. + +Lì veggio d’ogne parte farsi presta +ciascun’ ombra e basciarsi una con una +sanza restar, contente a brieve festa; + +così per entro loro schiera bruna +s’ammusa l’una con l’altra formica, +forse a spïar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton l’accoglienza amica, +prima che ’l primo passo lì trascorra, +sopragridar ciascuna s’affatica: + +la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; +e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, +perché ’l torello a sua lussuria corra». + +Poi, come grue ch’a le montagne Rife +volasser parte, e parte inver’ l’arene, +queste del gel, quelle del sole schife, + +l’una gente sen va, l’altra sen vene; +e tornan, lagrimando, a’ primi canti +e al gridar che più lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, +essi medesmi che m’avean pregato, +attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, +incominciai: «O anime sicure +d’aver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe né mature +le membra mie di là, ma son qui meco +col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci sù vo per non esser più cieco; +donna è di sopra che m’acquista grazia, +per che ’l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia +tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi +ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + +ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, +chi siete voi, e chi è quella turba +che se ne va di retro a’ vostri terghi». + +Non altrimenti stupido si turba +lo montanaro, e rimirando ammuta, +quando rozzo e salvatico s’inurba, + +che ciascun’ ombra fece in sua paruta; +ma poi che furon di stupore scarche, +lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + +«Beato te, che de le nostre marche», +ricominciò colei che pria m’inchiese, +«per morir meglio, esperïenza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese +di ciò per che già Cesar, trïunfando, +“Regina” contra sé chiamar s’intese: + +però si parton “Soddoma” gridando, +rimproverando a sé com’ hai udito, +e aiutan l’arsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; +ma perché non servammo umana legge, +seguendo come bestie l’appetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, +quando partinci, il nome di colei +che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: +se forse a nome vuo’ saper chi semo, +tempo non è di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: +son Guido Guinizzelli, e già mi purgo +per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + +Quali ne la tristizia di Ligurgo +si fer due figli a riveder la madre, +tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + +quand’ io odo nomar sé stesso il padre +mio e de li altri miei miglior che mai +rime d’amore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai +lunga fïata rimirando lui, +né, per lo foco, in là più m’appressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, +tutto m’offersi pronto al suo servigio +con l’affermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, +per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, +che Letè nol può tòrre né far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, +dimmi che è cagion per che dimostri +nel dire e nel guardar d’avermi caro». + +E io a lui: «Li dolci detti vostri, +che, quanto durerà l’uso moderno, +faranno cari ancora i loro incostri». + +«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno +col dito», e additò un spirto innanzi, +«fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi d’amore e prose di romanzi +soverchiò tutti; e lascia dir li stolti +che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + +A voce più ch’al ver drizzan li volti, +e così ferman sua oppinïone +prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + +Così fer molti antichi di Guittone, +di grido in grido pur lui dando pregio, +fin che l’ha vinto il ver con più persone. + +Or se tu hai sì ampio privilegio, +che licito ti sia l’andare al chiostro +nel quale è Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir d’un paternostro, +quanto bisogna a noi di questo mondo, +dove poter peccar non è più nostro». + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo +che presso avea, disparve per lo foco, +come per l’acqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, +e dissi ch’al suo nome il mio disire +apparecchiava grazïoso loco. + +El cominciò liberamente a dire: +«Tan m’abellis vostre cortes deman, +qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; +consiros vei la passada folor, +e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor +que vos guida al som de l’escalina, +sovenha vos a temps de ma dolor!». + +Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + +Purgatorio +Canto XXVII + + +Sì come quando i primi raggi vibra +là dove il suo fattor lo sangue sparse, +cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + +e l’onde in Gange da nona rïarse, +sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, +come l’angel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, +e cantava ‘Beati mundo corde!’ +in voce assai più che la nostra viva. + +Poscia «Più non si va, se pria non morde, +anime sante, il foco: intrate in esso, +e al cantar di là non siate sorde», + +ci disse come noi li fummo presso; +per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, +qual è colui che ne la fossa è messo. + +In su le man commesse mi protesi, +guardando il foco e imaginando forte +umani corpi già veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; +e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, +qui può esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io +sovresso Gerïon ti guidai salvo, +che farò ora presso più a Dio? + +Credi per certo che se dentro a l’alvo +di questa fiamma stessi ben mille anni, +non ti potrebbe far d’un capel calvo. + +E se tu forse credi ch’io t’inganni, +fatti ver’ lei, e fatti far credenza +con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + +Pon giù omai, pon giù ogne temenza; +volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». +E io pur fermo e contra coscïenza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, +turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: +tra Bëatrice e te è questo muro». + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio +Piramo in su la morte, e riguardolla, +allor che ’l gelso diventò vermiglio; + +così, la mia durezza fatta solla, +mi volsi al savio duca, udendo il nome +che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! +volenci star di qua?»; indi sorrise +come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, +pregando Stazio che venisse retro, +che pria per lunga strada ci divise. + +Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro +gittato mi sarei per rinfrescarmi, +tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, +pur di Beatrice ragionando andava, +dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + +Guidavaci una voce che cantava +di là; e noi, attenti pur a lei, +venimmo fuor là ove si montava. + +‘Venite, benedicti Patris mei’, +sonò dentro a un lume che lì era, +tal che mi vinse e guardar nol potei. + +«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; +non v’arrestate, ma studiate il passo, +mentre che l’occidente non si annera». + +Dritta salia la via per entro ’l sasso +verso tal parte ch’io toglieva i raggi +dinanzi a me del sol ch’era già basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, +che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, +sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che ’n tutte le sue parti immense +fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, +e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi d’un grado fece letto; +ché la natura del monte ci affranse +la possa del salir più e ’l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse +le capre, state rapide e proterve +sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, +guardate dal pastor, che ’n su la verga +poggiato s’è e lor di posa serve; + +e quale il mandrïan che fori alberga, +lungo il pecuglio suo queto pernotta, +guardando perché fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, +io come capra, ed ei come pastori, +fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + +Poco parer potea lì del di fori; +ma, per quel poco, vedea io le stelle +di lor solere e più chiare e maggiori. + +Sì ruminando e sì mirando in quelle, +mi prese il sonno; il sonno che sovente, +anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + +Ne l’ora, credo, che de l’orïente +prima raggiò nel monte Citerea, +che di foco d’amor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea +donna vedere andar per una landa +cogliendo fiori; e cantando dicea: + +«Sappia qualunque il mio nome dimanda +ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno +le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; +ma mia suora Rachel mai non si smaga +dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga +com’ io de l’addornarmi con le mani; +lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + +E già per li splendori antelucani, +che tanto a’ pellegrin surgon più grati, +quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, +e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, +veggendo i gran maestri già levati. + +«Quel dolce pome che per tanti rami +cercando va la cura de’ mortali, +oggi porrà in pace le tue fami». + +Virgilio inverso me queste cotali +parole usò; e mai non furo strenne +che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne +de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi +al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi +fu corsa e fummo in su ’l grado superno, +in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + +e disse: «Il temporal foco e l’etterno +veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte +dov’ io per me più oltre non discerno. + +Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; +lo tuo piacere omai prendi per duce; +fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + +Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; +vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli +che qui la terra sol da sé produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli +che, lagrimando, a te venir mi fenno, +seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir più né mio cenno; +libero, dritto e sano è tuo arbitrio, +e fallo fora non fare a suo senno: + +per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + +Purgatorio +Canto XXVIII + + +Vago già di cercar dentro e dintorno +la divina foresta spessa e viva, +ch’a li occhi temperava il novo giorno, + +sanza più aspettar, lasciai la riva, +prendendo la campagna lento lento +su per lo suol che d’ogne parte auliva. + +Un’aura dolce, sanza mutamento +avere in sé, mi feria per la fronte +non di più colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte +tutte quante piegavano a la parte +u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + +non però dal loro esser dritto sparte +tanto, che li augelletti per le cime +lasciasser d’operare ogne lor arte; + +ma con piena letizia l’ore prime, +cantando, ricevieno intra le foglie, +che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie +per la pineta in su ’l lito di Chiassi, +quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + +Già m’avean trasportato i lenti passi +dentro a la selva antica tanto, ch’io +non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + +ed ecco più andar mi tolse un rio, +che ’nver’ sinistra con sue picciole onde +piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + +Tutte l’acque che son di qua più monde, +parrieno avere in sé mistura alcuna +verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna +sotto l’ombra perpetüa, che mai +raggiar non lascia sole ivi né luna. + +Coi piè ristetti e con li occhi passai +di là dal fiumicello, per mirare +la gran varïazion d’i freschi mai; + +e là m’apparve, sì com’ elli appare +subitamente cosa che disvia +per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia +e cantando e scegliendo fior da fiore +ond’ era pinta tutta la sua via. + +«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore +ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti +che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti», +diss’ io a lei, «verso questa rivera, +tanto ch’io possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era +Proserpina nel tempo che perdette +la madre lei, ed ella primavera». + +Come si volge, con le piante strette +a terra e intra sé, donna che balli, +e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli +fioretti verso me, non altrimenti +che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, +sì appressando sé, che ’l dolce suono +veniva a me co’ suoi intendimenti. + +Tosto che fu là dove l’erbe sono +bagnate già da l’onde del bel fiume, +di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume +sotto le ciglia a Venere, trafitta +dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da l’altra riva dritta, +trattando più color con le sue mani, +che l’alta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; +ma Elesponto, là ’ve passò Serse, +ancora freno a tutti orgogli umani, + +più odio da Leandro non sofferse +per mareggiare intra Sesto e Abido, +che quel da me perch’ allor non s’aperse. + +«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», +cominciò ella, «in questo luogo eletto +a l’umana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; +ma luce rende il salmo Delectasti, +che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, +dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta +ad ogne tua question tanto che basti». + +«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta +impugnan dentro a me novella fede +di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + +Ond’ ella: «Io dicerò come procede +per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, +e purgherò la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, +fé l’uom buono e a bene, e questo loco +diede per arr’ a lui d’etterna pace. + +Per sua difalta qui dimorò poco; +per sua difalta in pianto e in affanno +cambiò onesto riso e dolce gioco. + +Perché ’l turbar che sotto da sé fanno +l’essalazion de l’acqua e de la terra, +che quanto posson dietro al calor vanno, + +a l’uomo non facesse alcuna guerra, +questo monte salìo verso ’l ciel tanto, +e libero n’è d’indi ove si serra. + +Or perché in circuito tutto quanto +l’aere si volge con la prima volta, +se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + +in questa altezza ch’è tutta disciolta +ne l’aere vivo, tal moto percuote, +e fa sonar la selva perch’ è folta; + +e la percossa pianta tanto puote, +che de la sua virtute l’aura impregna +e quella poi, girando, intorno scuote; + +e l’altra terra, secondo ch’è degna +per sé e per suo ciel, concepe e figlia +di diverse virtù diverse legna. + +Non parrebbe di là poi maraviglia, +udito questo, quando alcuna pianta +sanza seme palese vi s’appiglia. + +E saper dei che la campagna santa +dove tu se’, d’ogne semenza è piena, +e frutto ha in sé che di là non si schianta. + +L’acqua che vedi non surge di vena +che ristori vapor che gel converta, +come fiume ch’acquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, +che tanto dal voler di Dio riprende, +quant’ ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virtù discende +che toglie altrui memoria del peccato; +da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + +Quinci Letè; così da l’altro lato +Eünoè si chiama, e non adopra +se quinci e quindi pria non è gustato: + +a tutti altri sapori esto è di sopra. +E avvegna ch’assai possa esser sazia +la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; +né credo che ’l mio dir ti sia men caro, +se oltre promession teco si spazia. + +Quelli ch’anticamente poetaro +l’età de l’oro e suo stato felice, +forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente l’umana radice; +qui primavera sempre e ogne frutto; +nettare è questo di che ciascun dice». + +Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto +a’ miei poeti, e vidi che con riso +udito avëan l’ultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + +Purgatorio +Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, +continüò col fin di sue parole: +‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + +E come ninfe che si givan sole +per le salvatiche ombre, disïando +qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra ’l fiume, andando +su per la riva; e io pari di lei, +picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, +quando le ripe igualmente dier volta, +per modo ch’a levante mi rendei. + +Né ancor fu così nostra via molta, +quando la donna tutta a me si torse, +dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + +Ed ecco un lustro sùbito trascorse +da tutte parti per la gran foresta, +tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perché ’l balenar, come vien, resta, +e quel, durando, più e più splendeva, +nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + +E una melodia dolce correva +per l’aere luminoso; onde buon zelo +mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + +che là dove ubidia la terra e ’l cielo, +femmina, sola e pur testé formata, +non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto ’l qual se divota fosse stata, +avrei quelle ineffabili delizie +sentite prima e più lunga fïata. + +Mentr’ io m’andava tra tante primizie +de l’etterno piacer tutto sospeso, +e disïoso ancora a più letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, +ci si fé l’aere sotto i verdi rami; +e ’l dolce suon per canti era già inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, +freddi o vigilie mai per voi soffersi, +cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, +e Uranìe m’aiuti col suo coro +forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco più oltre, sette alberi d’oro +falsava nel parere il lungo tratto +del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + +ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, +che l’obietto comun, che ’l senso inganna, +non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virtù ch’a ragion discorso ammanna, +sì com’ elli eran candelabri apprese, +e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese +più chiaro assai che luna per sereno +di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi d’ammirazion pieno +al buon Virgilio, ed esso mi rispuose +con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei l’aspetto a l’alte cose +che si movieno incontr’ a noi sì tardi, +che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgridò: «Perché pur ardi +sì ne l’affetto de le vive luci, +e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + +Genti vid’ io allor, come a lor duci, +venire appresso, vestite di bianco; +e tal candor di qua già mai non fuci. + +L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, +e rendea me la mia sinistra costa, +s’io riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, +che solo il fiume mi facea distante, +per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, +lasciando dietro a sé l’aere dipinto, +e di tratti pennelli avean sembiante; + +sì che lì sopra rimanea distinto +di sette liste, tutte in quei colori +onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori +che la mia vista; e, quanto a mio avviso, +diece passi distavan quei di fori. + +Sotto così bel ciel com’ io diviso, +ventiquattro seniori, a due a due, +coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: «Benedicta tue +ne le figlie d’Adamo, e benedette +sieno in etterno le bellezze tue!». + +Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette +a rimpetto di me da l’altra sponda +libere fuor da quelle genti elette, + +sì come luce luce in ciel seconda, +vennero appresso lor quattro animali, +coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; +le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, +se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme più non spargo +rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, +tanto ch’a questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechïel, che li dipigne +come li vide da la fredda parte +venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, +tali eran quivi, salvo ch’a le penne +Giovanni è meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne +un carro, in su due rote, trïunfale, +ch’al collo d’un grifon tirato venne. + +Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale +tra la mezzana e le tre e tre liste, +sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; +le membra d’oro avea quant’ era uccello, +e bianche l’altre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro così bello +rallegrasse Affricano, o vero Augusto, +ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, svïando, fu combusto +per l’orazion de la Terra devota, +quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota +venian danzando; l’una tanto rossa +ch’a pena fora dentro al foco nota; + +l’altr’ era come se le carni e l’ossa +fossero state di smeraldo fatte; +la terza parea neve testé mossa; + +e or parëan da la bianca tratte, +or da la rossa; e dal canto di questa +l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, +in porpore vestite, dietro al modo +d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo +vidi due vecchi in abito dispari, +ma pari in atto e onesto e sodo. + +L’un si mostrava alcun de’ famigliari +di quel sommo Ipocràte che natura +a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + +mostrava l’altro la contraria cura +con una spada lucida e aguta, +tal che di qua dal rio mi fé paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; +e di retro da tutti un vecchio solo +venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo +erano abitüati, ma di gigli +dintorno al capo non facëan brolo, + +anzi di rose e d’altri fior vermigli; +giurato avria poco lontano aspetto +che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, +un tuon s’udì, e quelle genti degne +parvero aver l’andar più interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + +Purgatorio +Canto XXX + + +Quando il settentrïon del primo cielo, +che né occaso mai seppe né orto +né d’altra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva lì ciascun accorto +di suo dover, come ’l più basso face +qual temon gira per venire a porto, + +fermo s’affisse: la gente verace, +venuta prima tra ’l grifone ed esso, +al carro volse sé come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, +‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando +gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando +surgeran presti ognun di sua caverna, +la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna +si levar cento, ad vocem tanti senis, +ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, +e fior gittando e di sopra e dintorno, +‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + +Io vidi già nel cominciar del giorno +la parte orïental tutta rosata, +e l’altro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, +sì che per temperanza di vapori +l’occhio la sostenea lunga fïata: + +così dentro una nuvola di fiori +che da le mani angeliche saliva +e ricadeva in giù dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta d’uliva +donna m’apparve, sotto verde manto +vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che già cotanto +tempo era stato ch’a la sua presenza +non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver più conoscenza, +per occulta virtù che da lei mosse, +d’antico amor sentì la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse +l’alta virtù che già m’avea trafitto +prima ch’io fuor di püerizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto +col quale il fantolin corre a la mamma +quando ha paura o quando elli è afflitto, + +per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma +di sangue m’è rimaso che non tremi: +conosco i segni de l’antica fiamma’. + +Ma Virgilio n’avea lasciati scemi +di sé, Virgilio dolcissimo patre, +Virgilio a cui per mia salute die’mi; + +né quantunque perdeo l’antica matre, +valse a le guance nette di rugiada, +che, lagrimando, non tornasser atre. + +«Dante, perché Virgilio se ne vada, +non pianger anco, non piangere ancora; +ché pianger ti conven per altra spada». + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora +viene a veder la gente che ministra +per li altri legni, e a ben far l’incora; + +in su la sponda del carro sinistra, +quando mi volsi al suon del nome mio, +che di necessità qui si registra, + +vidi la donna che pria m’appario +velata sotto l’angelica festa, +drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + +Tutto che ’l vel che le scendea di testa, +cerchiato de le fronde di Minerva, +non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne l’atto ancor proterva +continüò come colui che dice +e ’l più caldo parlar dietro reserva: + +«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. +Come degnasti d’accedere al monte? +non sapei tu che qui è l’uom felice?». + +Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; +ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, +tanta vergogna mi gravò la fronte. + +Così la madre al figlio par superba, +com’ ella parve a me; perché d’amaro +sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro +di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; +ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + +Sì come neve tra le vive travi +per lo dosso d’Italia si congela, +soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in sé stessa trapela, +pur che la terra che perde ombra spiri, +sì che par foco fonder la candela; + +così fui sanza lagrime e sospiri +anzi ’l cantar di quei che notan sempre +dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre +lor compatire a me, par che se detto +avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + +lo gel che m’era intorno al cor ristretto, +spirito e acqua fessi, e con angoscia +de la bocca e de li occhi uscì del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia +del carro stando, a le sustanze pie +volse le sue parole così poscia: + +«Voi vigilate ne l’etterno die, +sì che notte né sonno a voi non fura +passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta è con più cura +che m’intenda colui che di là piagne, +perché sia colpa e duol d’una misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, +che drizzan ciascun seme ad alcun fine +secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, +che sì alti vapori hanno a lor piova, +che nostre viste là non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova +virtüalmente, ch’ogne abito destro +fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto più maligno e più silvestro +si fa ’l terren col mal seme e non cólto, +quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: +mostrando li occhi giovanetti a lui, +meco il menava in dritta parte vòlto. + +Sì tosto come in su la soglia fui +di mia seconda etade e mutai vita, +questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita, +e bellezza e virtù cresciuta m’era, +fu’ io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, +imagini di ben seguendo false, +che nulla promession rendono intera. + +Né l’impetrare ispirazion mi valse, +con le quali e in sogno e altrimenti +lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + +Tanto giù cadde, che tutti argomenti +a la salute sua eran già corti, +fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai l’uscio d’i morti, +e a colui che l’ha qua sù condotto, +li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, +se Letè si passasse e tal vivanda +fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda». + + + + +Purgatorio +Canto XXXI + + +«O tu che se’ di là dal fiume sacro», +volgendo suo parlare a me per punta, +che pur per taglio m’era paruto acro, + +ricominciò, seguendo sanza cunta, +«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa +tua confession conviene esser congiunta». + +Era la mia virtù tanto confusa, +che la voce si mosse, e pria si spense +che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: «Che pense? +Rispondi a me; ché le memorie triste +in te non sono ancor da l’acqua offense». + +Confusione e paura insieme miste +mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, +al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca +da troppa tesa, la sua corda e l’arco, +e con men foga l’asta il segno tocca, + +sì scoppia’ io sottesso grave carco, +fuori sgorgando lagrime e sospiri, +e la voce allentò per lo suo varco. + +Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, +che ti menavano ad amar lo bene +di là dal qual non è a che s’aspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene +trovasti, per che del passare innanzi +dovessiti così spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi +ne la fronte de li altri si mostraro, +per che dovessi lor passeggiare anzi?». + +Dopo la tratta d’un sospiro amaro, +a pena ebbi la voce che rispuose, +e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: «Le presenti cose +col falso lor piacer volser miei passi, +tosto che ’l vostro viso si nascose». + +Ed ella: «Se tacessi o se negassi +ciò che confessi, non fora men nota +la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota +l’accusa del peccato, in nostra corte +rivolge sé contra ’l taglio la rota. + +Tuttavia, perché mo vergogna porte +del tuo errore, e perché altra volta, +udendo le serene, sie più forte, + +pon giù il seme del piangere e ascolta: +sì udirai come in contraria parte +mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non t’appresentò natura o arte +piacer, quanto le belle membra in ch’io +rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + +e se ’l sommo piacer sì ti fallio +per la mia morte, qual cosa mortale +dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale +de le cose fallaci, levar suso +di retro a me che non era più tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, +ad aspettar più colpo, o pargoletta +o altra novità con sì breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; +ma dinanzi da li occhi d’i pennuti +rete si spiega indarno o si saetta». + +Quali fanciulli, vergognando, muti +con li occhi a terra stannosi, ascoltando +e sé riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando +per udir se’ dolente, alza la barba, +e prenderai più doglia riguardando». + +Con men di resistenza si dibarba +robusto cerro, o vero al nostral vento +o vero a quel de la terra di Iarba, + +ch’io non levai al suo comando il mento; +e quando per la barba il viso chiese, +ben conobbi il velen de l’argomento. + +E come la mia faccia si distese, +posarsi quelle prime creature +da loro aspersïon l’occhio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, +vider Beatrice volta in su la fiera +ch’è sola una persona in due nature. + +Sotto ’l suo velo e oltre la rivera +vincer pariemi più sé stessa antica, +vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + +Di penter sì mi punse ivi l’ortica, +che di tutte altre cose qual mi torse +più nel suo amor, più mi si fé nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, +ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, +salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, +la donna ch’io avea trovata sola +sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + +Tratto m’avea nel fiume infin la gola, +e tirandosi me dietro sen giva +sovresso l’acqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, +‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, +che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; +abbracciommi la testa e mi sommerse +ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato m’offerse +dentro a la danza de le quattro belle; +e ciascuna del braccio mi coperse. + +«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; +pria che Beatrice discendesse al mondo, +fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo +lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi +le tre di là, che miran più profondo». + +Così cantando cominciaro; e poi +al petto del grifon seco menarmi, +ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: «Fa che le viste non risparmi; +posto t’avem dinanzi a li smeraldi +ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + +Mille disiri più che fiamma caldi +strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, +che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti +la doppia fiera dentro vi raggiava, +or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, +quando vedea la cosa in sé star queta, +e ne l’idolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta +l’anima mia gustava di quel cibo +che, saziando di sé, di sé asseta, + +sé dimostrando di più alto tribo +ne li atti, l’altre tre si fero avanti, +danzando al loro angelico caribo. + +«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», +era la sua canzone, «al tuo fedele +che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele +a lui la bocca tua, sì che discerna +la seconda bellezza che tu cele». + +O isplendor di viva luce etterna, +chi palido si fece sotto l’ombra +sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, +tentando a render te qual tu paresti +là dove armonizzando il ciel t’adombra, + +quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + +Purgatorio +Canto XXXII + + +Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti +a disbramarsi la decenne sete, +che li altri sensi m’eran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete +di non caler—così lo santo riso +a sé traéli con l’antica rete!—; + +quando per forza mi fu vòlto il viso +ver’ la sinistra mia da quelle dee, +perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + +e la disposizion ch’a veder èe +ne li occhi pur testé dal sol percossi, +sanza la vista alquanto esser mi fée. + +Ma poi ch’al poco il viso riformossi +(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto +sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi ’n sul braccio destro esser rivolto +lo glorïoso essercito, e tornarsi +col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi +volgesi schiera, e sé gira col segno, +prima che possa tutta in sé mutarsi; + +quella milizia del celeste regno +che procedeva, tutta trapassonne +pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, +e ’l grifon mosse il benedetto carco +sì, che però nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco +e Stazio e io seguitavam la rota +che fé l’orbita sua con minore arco. + +Sì passeggiando l’alta selva vòta, +colpa di quella ch’al serpente crese, +temprava i passi un’angelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese +disfrenata saetta, quanto eramo +rimossi, quando Bëatrice scese. + +Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; +poi cerchiaro una pianta dispogliata +di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata +più quanto più è sù, fora da l’Indi +ne’ boschi lor per altezza ammirata. + +«Beato se’, grifon, che non discindi +col becco d’esto legno dolce al gusto, +poscia che mal si torce il ventre quindi». + +Così dintorno a l’albero robusto +gridaron li altri; e l’animal binato: +«Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + +E vòlto al temo ch’elli avea tirato, +trasselo al piè de la vedova frasca, +e quel di lei a lei lasciò legato. + +Come le nostre piante, quando casca +giù la gran luce mischiata con quella +che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella +di suo color ciascuna, pria che ’l sole +giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e più che di vïole +colore aprendo, s’innovò la pianta, +che prima avea le ramora sì sole. + +Io non lo ’ntesi, né qui non si canta +l’inno che quella gente allor cantaro, +né la nota soffersi tutta quanta. + +S’io potessi ritrar come assonnaro +li occhi spietati udendo di Siringa, +li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + +come pintor che con essempro pinga, +disegnerei com’ io m’addormentai; +ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + +Però trascorro a quando mi svegliai, +e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo +del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + +Quali a veder de’ fioretti del melo +che del suo pome li angeli fa ghiotti +e perpetüe nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti +e vinti, ritornaro a la parola +da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola +così di Moïsè come d’Elia, +e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna’ io, e vidi quella pia +sovra me starsi che conducitrice +fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». +Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda +nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: +li altri dopo ’l grifon sen vanno suso +con più dolce canzone e più profonda». + +E se più fu lo suo parlar diffuso, +non so, però che già ne li occhi m’era +quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, +come guardia lasciata lì del plaustro +che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facevan di sé claustro +le sette ninfe, con quei lumi in mano +che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + +«Qui sarai tu poco tempo silvano; +e sarai meco sanza fine cive +di quella Roma onde Cristo è romano. + +Però, in pro del mondo che mal vive, +al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, +ritornato di là, fa che tu scrive». + +Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi +d’i suoi comandamenti era divoto, +la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + +Non scese mai con sì veloce moto +foco di spessa nube, quando piove +da quel confine che più va remoto, + +com’ io vidi calar l’uccel di Giove +per l’alber giù, rompendo de la scorza, +non che d’i fiori e de le foglie nove; + +e ferì ’l carro di tutta sua forza; +ond’ el piegò come nave in fortuna, +vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna +del trïunfal veiculo una volpe +che d’ogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, +la donna mia la volse in tanta futa +quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond’ era pria venuta, +l’aguglia vidi scender giù ne l’arca +del carro e lasciar lei di sé pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, +tal voce uscì del cielo e cotal disse: +«O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + +Poi parve a me che la terra s’aprisse +tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago +che per lo carro sù la coda fisse; + +e come vespa che ritragge l’ago, +a sé traendo la coda maligna, +trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna +vivace terra, da la piuma, offerta +forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta +e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto +che più tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato così ’l dificio santo +mise fuor teste per le parti sue, +tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, +ma le quattro un sol corno avean per fronte: +simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, +seder sovresso una puttana sciolta +m’apparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perché non li fosse tolta, +vidi di costa a lei dritto un gigante; +e basciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perché l’occhio cupido e vagante +a me rivolse, quel feroce drudo +la flagellò dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, +disciolse il mostro, e trassel per la selva, +tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + + +Purgatorio +Canto XXXIII + + +‘Deus, venerunt gentes’, alternando +or tre or quattro dolce salmodia, +le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Bëatrice, sospirosa e pia, +quelle ascoltava sì fatta, che poco +più a la croce si cambiò Maria. + +Ma poi che l’altre vergini dier loco +a lei di dir, levata dritta in pè, +rispuose, colorata come foco: + +‘Modicum, et non videbitis me; +et iterum, sorelle mie dilette, +modicum, et vos videbitis me’. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, +e dopo sé, solo accennando, mosse +me e la donna e ’l savio che ristette. + +Così sen giva; e non credo che fosse +lo decimo suo passo in terra posto, +quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», +mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, +ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + +Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, +dissemi: «Frate, perché non t’attenti +a domandarmi omai venendo meco?». + +Come a color che troppo reverenti +dinanzi a suo maggior parlando sono, +che non traggon la voce viva ai denti, + +avvenne a me, che sanza intero suono +incominciai: «Madonna, mia bisogna +voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + +Ed ella a me: «Da tema e da vergogna +voglio che tu omai ti disviluppe, +sì che non parli più com’ om che sogna. + +Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, +fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda +che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sarà tutto tempo sanza reda +l’aguglia che lasciò le penne al carro, +per che divenne mostro e poscia preda; + +ch’io veggio certamente, e però il narro, +a darne tempo già stelle propinque, +secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, +messo di Dio, anciderà la fuia +con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, +qual Temi e Sfinge, men ti persuade, +perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, +che solveranno questo enigma forte +sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e sì come da me son porte, +così queste parole segna a’ vivi +del viver ch’è un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, +di non celar qual hai vista la pianta +ch’è or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, +con bestemmia di fatto offende a Dio, +che solo a l’uso suo la creò santa. + +Per morder quella, in pena e in disio +cinquemilia anni e più l’anima prima +bramò colui che ’l morso in sé punio. + +Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima +per singular cagione esser eccelsa +lei tanto e sì travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua d’Elsa +li pensier vani intorno a la tua mente, +e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente +la giustizia di Dio, ne l’interdetto, +conosceresti a l’arbor moralmente. + +Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto +fatto di pietra e, impetrato, tinto, +sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, +che ’l te ne porti dentro a te per quello +che si reca il bordon di palma cinto». + +E io: «Sì come cera da suggello, +che la figura impressa non trasmuta, +segnato è or da voi lo mio cervello. + +Ma perché tanto sovra mia veduta +vostra parola disïata vola, +che più la perde quanto più s’aiuta?». + +«Perché conoschi», disse, «quella scuola +c’hai seguitata, e veggi sua dottrina +come può seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina +distar cotanto, quanto si discorda +da terra il ciel che più alto festina». + +Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda +ch’i’ stranïasse me già mai da voi, +né honne coscïenza che rimorda». + +«E se tu ricordar non te ne puoi», +sorridendo rispuose, «or ti rammenta +come bevesti di Letè ancoi; + +e se dal fummo foco s’argomenta, +cotesta oblivïon chiaro conchiude +colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude +le mie parole, quanto converrassi +quelle scovrire a la tua vista rude». + +E più corusco e con più lenti passi +teneva il sole il cerchio di merigge, +che qua e là, come li aspetti, fassi, + +quando s’affisser, sì come s’affigge +chi va dinanzi a gente per iscorta +se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin d’un’ombra smorta, +qual sotto foglie verdi e rami nigri +sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + +Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri +veder mi parve uscir d’una fontana, +e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +«O luce, o gloria de la gente umana, +che acqua è questa che qui si dispiega +da un principio e sé da sé lontana?». + +Per cotal priego detto mi fu: «Priega +Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, +come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: «Questo e altre cose +dette li son per me; e son sicura +che l’acqua di Letè non gliel nascose». + +E Bëatrice: «Forse maggior cura, +che spesse volte la memoria priva, +fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eünoè che là diriva: +menalo ad esso, e come tu se’ usa, +la tramortita sua virtù ravviva». + +Come anima gentil, che non fa scusa, +ma fa sua voglia de la voglia altrui +tosto che è per segno fuor dischiusa; + +così, poi che da essa preso fui, +la bella donna mossesi, e a Stazio +donnescamente disse: «Vien con lui». + +S’io avessi, lettor, più lungo spazio +da scrivere, i’ pur cantere’ in parte +lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + +ma perché piene son tutte le carte +ordite a questa cantica seconda, +non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + +Io ritornai da la santissima onda +rifatto sì come piante novelle +rinovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire a le stelle. + + + + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA *** + +***** This file should be named 998-0.txt or 998-0.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + https://www.gutenberg.org/9/9/998/ + +Updated editions will replace the previous one--the old editions will +be renamed. + +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the +United States without permission and without paying copyright +royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms +of the Project Gutenberg License included with this eBook or online +at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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style=""> + +<tr> +<td> <a href="#purgatorio"><b>PURGATORIO</b></a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto35">Canto I. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto36">Canto II. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto37">Canto III. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto38">Canto IV. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto39">Canto V. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto40">Canto VI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto41">Canto VII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto42">Canto VIII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto43">Canto IX. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto44">Canto X. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto45">Canto XI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto46">Canto XII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto47">Canto XIII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto48">Canto XIV. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto49">Canto XV. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto50">Canto XVI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto51">Canto XVII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto52">Canto XVIII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto53">Canto XIX. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto54">Canto XX. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto55">Canto XXI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto56">Canto XXII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto57">Canto XXIII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto58">Canto XXIV. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto59">Canto XXV. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto60">Canto XXVI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto61">Canto XXVII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto62">Canto XXVIII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto63">Canto XXIX. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto64">Canto XXX. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto65">Canto XXXI. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto66">Canto XXXII. </a></td> +</tr> + +<tr> +<td> <a href="#canto67">Canto XXXIII. </a><br /><br /></td> +</tr> + +</table> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="purgatorio"></a>PURGATORIO</h2> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto35"></a> +Purgatorio<br /> +Canto I +</h2> + +<p> +Per correr miglior acque alza le vele<br /> +omai la navicella del mio ingegno,<br /> +che lascia dietro a sé mar sì crudele; +</p> + +<p> +e canterò di quel secondo regno<br /> +dove l’umano spirito si purga<br /> +e di salire al ciel diventa degno. +</p> + +<p> +Ma qui la morta poesì resurga,<br /> +o sante Muse, poi che vostro sono;<br /> +e qui Calïopè alquanto surga, +</p> + +<p> +seguitando il mio canto con quel suono<br /> +di cui le Piche misere sentiro<br /> +lo colpo tal, che disperar perdono. +</p> + +<p> +Dolce color d’orïental zaffiro,<br /> +che s’accoglieva nel sereno aspetto<br /> +del mezzo, puro infino al primo giro, +</p> + +<p> +a li occhi miei ricominciò diletto,<br /> +tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta<br /> +che m’avea contristati li occhi e ’l petto. +</p> + +<p> +Lo bel pianeto che d’amar conforta<br /> +faceva tutto rider l’orïente,<br /> +velando i Pesci ch’erano in sua scorta. +</p> + +<p> +I’ mi volsi a man destra, e puosi mente<br /> +a l’altro polo, e vidi quattro stelle<br /> +non viste mai fuor ch’a la prima gente. +</p> + +<p> +Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:<br /> +oh settentrïonal vedovo sito,<br /> +poi che privato se’ di mirar quelle! +</p> + +<p> +Com’ io da loro sguardo fui partito,<br /> +un poco me volgendo a l ’altro polo,<br /> +là onde ’l Carro già era sparito, +</p> + +<p> +vidi presso di me un veglio solo,<br /> +degno di tanta reverenza in vista,<br /> +che più non dee a padre alcun figliuolo. +</p> + +<p> +Lunga la barba e di pel bianco mista<br /> +portava, a’ suoi capelli simigliante,<br /> +de’ quai cadeva al petto doppia lista. +</p> + +<p> +Li raggi de le quattro luci sante<br /> +fregiavan sì la sua faccia di lume,<br /> +ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. +</p> + +<p> +«Chi siete voi che contro al cieco fiume<br /> +fuggita avete la pregione etterna?»,<br /> +diss’ el, movendo quelle oneste piume. +</p> + +<p> +«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,<br /> +uscendo fuor de la profonda notte<br /> +che sempre nera fa la valle inferna? +</p> + +<p> +Son le leggi d’abisso così rotte?<br /> +o è mutato in ciel novo consiglio,<br /> +che, dannati, venite a le mie grotte?». +</p> + +<p> +Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br /> +e con parole e con mani e con cenni<br /> +reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. +</p> + +<p> +Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br /> +donna scese del ciel, per li cui prieghi<br /> +de la mia compagnia costui sovvenni. +</p> + +<p> +Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi<br /> +di nostra condizion com’ ell’ è vera,<br /> +esser non puote il mio che a te si nieghi. +</p> + +<p> +Questi non vide mai l’ultima sera;<br /> +ma per la sua follia le fu sì presso,<br /> +che molto poco tempo a volger era. +</p> + +<p> +Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso<br /> +per lui campare; e non lì era altra via<br /> +che questa per la quale i’ mi son messo. +</p> + +<p> +Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br /> +e ora intendo mostrar quelli spirti<br /> +che purgan sé sotto la tua balìa. +</p> + +<p> +Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;<br /> +de l’alto scende virtù che m’aiuta<br /> +conducerlo a vederti e a udirti. +</p> + +<p> +Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br /> +libertà va cercando, ch’è sì cara,<br /> +come sa chi per lei vita rifiuta. +</p> + +<p> +Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara<br /> +in Utica la morte, ove lasciasti<br /> +la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. +</p> + +<p> +Non son li editti etterni per noi guasti,<br /> +ché questi vive e Minòs me non lega;<br /> +ma son del cerchio ove son li occhi casti +</p> + +<p> +di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,<br /> +o santo petto, che per tua la tegni:<br /> +per lo suo amore adunque a noi ti piega. +</p> + +<p> +Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br /> +grazie riporterò di te a lei,<br /> +se d’esser mentovato là giù degni». +</p> + +<p> +«Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br /> +mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,<br /> +«che quante grazie volse da me, fei. +</p> + +<p> +Or che di là dal mal fiume dimora,<br /> +più muover non mi può, per quella legge<br /> +che fatta fu quando me n’usci’ fora. +</p> + +<p> +Ma se donna del ciel ti move e regge,<br /> +come tu di’, non c’è mestier lusinghe:<br /> +bastisi ben che per lei mi richegge. +</p> + +<p> +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br /> +d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,<br /> +sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; +</p> + +<p> +ché non si converria, l’occhio sorpriso<br /> +d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br /> +ministro, ch’è di quei di paradiso. +</p> + +<p> +Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br /> +là giù colà dove la batte l’onda,<br /> +porta di giunchi sovra ’l molle limo: +</p> + +<p> +null’ altra pianta che facesse fronda<br /> +o indurasse, vi puote aver vita,<br /> +però ch’a le percosse non seconda. +</p> + +<p> +Poscia non sia di qua vostra reddita;<br /> +lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br /> +prendere il monte a più lieve salita». +</p> + +<p> +Così sparì; e io sù mi levai<br /> +sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br /> +al duca mio, e li occhi a lui drizzai. +</p> + +<p> +El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br /> +volgianci in dietro, ché di qua dichina<br /> +questa pianura a’ suoi termini bassi». +</p> + +<p> +L’alba vinceva l’ora mattutina<br /> +che fuggia innanzi, sì che di lontano<br /> +conobbi il tremolar de la marina. +</p> + +<p> +Noi andavam per lo solingo piano<br /> +com’ om che torna a la perduta strada,<br /> +che ’nfino ad essa li pare ire in vano. +</p> + +<p> +Quando noi fummo là ’ve la rugiada<br /> +pugna col sole, per essere in parte<br /> +dove, ad orezza, poco si dirada, +</p> + +<p> +ambo le mani in su l’erbetta sparte<br /> +soavemente ’l mio maestro pose:<br /> +ond’ io, che fui accorto di sua arte, +</p> + +<p> +porsi ver’ lui le guance lagrimose;<br /> +ivi mi fece tutto discoverto<br /> +quel color che l’inferno mi nascose. +</p> + +<p> +Venimmo poi in sul lito diserto,<br /> +che mai non vide navicar sue acque<br /> +omo, che di tornar sia poscia esperto. +</p> + +<p> +Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:<br /> +oh maraviglia! ché qual elli scelse<br /> +l’umile pianta, cotal si rinacque +</p> + +<p> +subitamente là onde l’avelse. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto36"></a> +Purgatorio<br /> +Canto II +</h2> + +<p> +Già era ’l sole a l’orizzonte giunto<br /> +lo cui meridïan cerchio coverchia<br /> +Ierusalèm col suo più alto punto; +</p> + +<p> +e la notte, che opposita a lui cerchia,<br /> +uscia di Gange fuor con le Bilance,<br /> +che le caggion di man quando soverchia; +</p> + +<p> +sì che le bianche e le vermiglie guance,<br /> +là dov’ i’ era, de la bella Aurora<br /> +per troppa etate divenivan rance. +</p> + +<p> +Noi eravam lunghesso mare ancora,<br /> +come gente che pensa a suo cammino,<br /> +che va col cuore e col corpo dimora. +</p> + +<p> +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br /> +per li grossi vapor Marte rosseggia<br /> +giù nel ponente sovra ’l suol marino, +</p> + +<p> +cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,<br /> +un lume per lo mar venir sì ratto,<br /> +che ’l muover suo nessun volar pareggia. +</p> + +<p> +Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto<br /> +l’occhio per domandar lo duca mio,<br /> +rividil più lucente e maggior fatto. +</p> + +<p> +Poi d’ogne lato ad esso m’appario<br /> +un non sapeva che bianco, e di sotto<br /> +a poco a poco un altro a lui uscìo. +</p> + +<p> +Lo mio maestro ancor non facea motto,<br /> +mentre che i primi bianchi apparver ali;<br /> +allor che ben conobbe il galeotto, +</p> + +<p> +gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br /> +Ecco l’angel di Dio: piega le mani;<br /> +omai vedrai di sì fatti officiali. +</p> + +<p> +Vedi che sdegna li argomenti umani,<br /> +sì che remo non vuol, né altro velo<br /> +che l’ali sue, tra liti sì lontani. +</p> + +<p> +Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,<br /> +trattando l’aere con l’etterne penne,<br /> +che non si mutan come mortal pelo». +</p> + +<p> +Poi, come più e più verso noi venne<br /> +l’uccel divino, più chiaro appariva:<br /> +per che l’occhio da presso nol sostenne, +</p> + +<p> +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br /> +con un vasello snelletto e leggero,<br /> +tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. +</p> + +<p> +Da poppa stava il celestial nocchiero,<br /> +tal che faria beato pur descripto;<br /> +e più di cento spirti entro sediero. +</p> + +<p> +‘In exitu Isräel de Aegypto’<br /> +cantavan tutti insieme ad una voce<br /> +con quanto di quel salmo è poscia scripto. +</p> + +<p> +Poi fece il segno lor di santa croce;<br /> +ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:<br /> +ed el sen gì, come venne, veloce. +</p> + +<p> +La turba che rimase lì, selvaggia<br /> +parea del loco, rimirando intorno<br /> +come colui che nove cose assaggia. +</p> + +<p> +Da tutte parti saettava il giorno<br /> +lo sol, ch’avea con le saette conte<br /> +di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, +</p> + +<p> +quando la nova gente alzò la fronte<br /> +ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br /> +mostratene la via di gire al monte». +</p> + +<p> +E Virgilio rispuose: «Voi credete<br /> +forse che siamo esperti d’esto loco;<br /> +ma noi siam peregrin come voi siete. +</p> + +<p> +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br /> +per altra via, che fu sì aspra e forte,<br /> +che lo salire omai ne parrà gioco». +</p> + +<p> +L’anime, che si fuor di me accorte,<br /> +per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,<br /> +maravigliando diventaro smorte. +</p> + +<p> +E come a messagger che porta ulivo<br /> +tragge la gente per udir novelle,<br /> +e di calcar nessun si mostra schivo, +</p> + +<p> +così al viso mio s’affisar quelle<br /> +anime fortunate tutte quante,<br /> +quasi oblïando d’ire a farsi belle. +</p> + +<p> +Io vidi una di lor trarresi avante<br /> +per abbracciarmi con sì grande affetto,<br /> +che mosse me a far lo somigliante. +</p> + +<p> +Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!<br /> +tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br /> +e tante mi tornai con esse al petto. +</p> + +<p> +Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br /> +per che l’ombra sorrise e si ritrasse,<br /> +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. +</p> + +<p> +Soavemente disse ch’io posasse;<br /> +allor conobbi chi era, e pregai<br /> +che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. +</p> + +<p> +Rispuosemi: «Così com’ io t’amai<br /> +nel mortal corpo, così t’amo sciolta:<br /> +però m’arresto; ma tu perché vai?». +</p> + +<p> +«Casella mio, per tornar altra volta<br /> +là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,<br /> +diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,<br /> +se quei che leva quando e cui li piace,<br /> +più volte m’ha negato esto passaggio; +</p> + +<p> +ché di giusto voler lo suo si face:<br /> +veramente da tre mesi elli ha tolto<br /> +chi ha voluto intrar, con tutta pace. +</p> + +<p> +Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto<br /> +dove l’acqua di Tevero s’insala,<br /> +benignamente fu’ da lui ricolto. +</p> + +<p> +A quella foce ha elli or dritta l’ala,<br /> +però che sempre quivi si ricoglie<br /> +qual verso Acheronte non si cala». +</p> + +<p> +E io: «Se nuova legge non ti toglie<br /> +memoria o uso a l’amoroso canto<br /> +che mi solea quetar tutte mie doglie, +</p> + +<p> +di ciò ti piaccia consolare alquanto<br /> +l’anima mia, che, con la sua persona<br /> +venendo qui, è affannata tanto!». +</p> + +<p> +‘Amor che ne la mente mi ragiona’<br /> +cominciò elli allor sì dolcemente,<br /> +che la dolcezza ancor dentro mi suona. +</p> + +<p> +Lo mio maestro e io e quella gente<br /> +ch’eran con lui parevan sì contenti,<br /> +come a nessun toccasse altro la mente. +</p> + +<p> +Noi eravam tutti fissi e attenti<br /> +a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br /> +gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? +</p> + +<p> +qual negligenza, quale stare è questo?<br /> +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br /> +ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». +</p> + +<p> +Come quando, cogliendo biado o loglio,<br /> +li colombi adunati a la pastura,<br /> +queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, +</p> + +<p> +se cosa appare ond’ elli abbian paura,<br /> +subitamente lasciano star l’esca,<br /> +perch’ assaliti son da maggior cura; +</p> + +<p> +così vid’ io quella masnada fresca<br /> +lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,<br /> +com’ om che va, né sa dove rïesca; +</p> + +<p> +né la nostra partita fu men tosta. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto37"></a> +Purgatorio<br /> +Canto III +</h2> + +<p> +Avvegna che la subitana fuga<br /> +dispergesse color per la campagna,<br /> +rivolti al monte ove ragion ne fruga, +</p> + +<p> +i’ mi ristrinsi a la fida compagna:<br /> +e come sare’ io sanza lui corso?<br /> +chi m’avria tratto su per la montagna? +</p> + +<p> +El mi parea da sé stesso rimorso:<br /> +o dignitosa coscïenza e netta,<br /> +come t’è picciol fallo amaro morso! +</p> + +<p> +Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br /> +che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,<br /> +la mente mia, che prima era ristretta, +</p> + +<p> +lo ’ntento rallargò, sì come vaga,<br /> +e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio<br /> +che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. +</p> + +<p> +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br /> +rotto m’era dinanzi a la figura,<br /> +ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. +</p> + +<p> +Io mi volsi dallato con paura<br /> +d’essere abbandonato, quand’ io vidi<br /> +solo dinanzi a me la terra oscura; +</p> + +<p> +e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br /> +a dir mi cominciò tutto rivolto;<br /> +«non credi tu me teco e ch’io ti guidi? +</p> + +<p> +Vespero è già colà dov’ è sepolto<br /> +lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br /> +Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. +</p> + +<p> +Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,<br /> +non ti maravigliar più che d’i cieli<br /> +che l’uno a l’altro raggio non ingombra. +</p> + +<p> +A sofferir tormenti, caldi e geli<br /> +simili corpi la Virtù dispone<br /> +che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. +</p> + +<p> +Matto è chi spera che nostra ragione<br /> +possa trascorrer la infinita via<br /> +che tiene una sustanza in tre persone. +</p> + +<p> +State contenti, umana gente, al quia;<br /> +ché, se potuto aveste veder tutto,<br /> +mestier non era parturir Maria; +</p> + +<p> +e disïar vedeste sanza frutto<br /> +tai che sarebbe lor disio quetato,<br /> +ch’etternalmente è dato lor per lutto: +</p> + +<p> +io dico d’Aristotile e di Plato<br /> +e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,<br /> +e più non disse, e rimase turbato. +</p> + +<p> +Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br /> +quivi trovammo la roccia sì erta,<br /> +che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. +</p> + +<p> +Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br /> +la più rotta ruina è una scala,<br /> +verso di quella, agevole e aperta. +</p> + +<p> +«Or chi sa da qual man la costa cala»,<br /> +disse ’l maestro mio fermando ’l passo,<br /> +«sì che possa salir chi va sanz’ ala?». +</p> + +<p> +E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso<br /> +essaminava del cammin la mente,<br /> +e io mirava suso intorno al sasso, +</p> + +<p> +da man sinistra m’apparì una gente<br /> +d’anime, che movieno i piè ver’ noi,<br /> +e non pareva, sì venïan lente. +</p> + +<p> +«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:<br /> +ecco di qua chi ne darà consiglio,<br /> +se tu da te medesmo aver nol puoi». +</p> + +<p> +Guardò allora, e con libero piglio<br /> +rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;<br /> +e tu ferma la spene, dolce figlio». +</p> + +<p> +Ancora era quel popol di lontano,<br /> +i’ dico dopo i nostri mille passi,<br /> +quanto un buon gittator trarria con mano, +</p> + +<p> +quando si strinser tutti ai duri massi<br /> +de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti<br /> +com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. +</p> + +<p> +«O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br /> +Virgilio incominciò, «per quella pace<br /> +ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, +</p> + +<p> +ditene dove la montagna giace,<br /> +sì che possibil sia l’andare in suso;<br /> +ché perder tempo a chi più sa più spiace». +</p> + +<p> +Come le pecorelle escon del chiuso<br /> +a una, a due, a tre, e l’altre stanno<br /> +timidette atterrando l’occhio e ’l muso; +</p> + +<p> +e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,<br /> +addossandosi a lei, s’ella s’arresta,<br /> +semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; +</p> + +<p> +sì vid’ io muovere a venir la testa<br /> +di quella mandra fortunata allotta,<br /> +pudica in faccia e ne l’andare onesta. +</p> + +<p> +Come color dinanzi vider rotta<br /> +la luce in terra dal mio destro canto,<br /> +sì che l’ombra era da me a la grotta, +</p> + +<p> +restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br /> +e tutti li altri che venieno appresso,<br /> +non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. +</p> + +<p> +«Sanza vostra domanda io vi confesso<br /> +che questo è corpo uman che voi vedete;<br /> +per che ’l lume del sole in terra è fesso. +</p> + +<p> +Non vi maravigliate, ma credete<br /> +che non sanza virtù che da ciel vegna<br /> +cerchi di soverchiar questa parete». +</p> + +<p> +Così ’l maestro; e quella gente degna<br /> +«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br /> +coi dossi de le man faccendo insegna. +</p> + +<p> +E un di loro incominciò: «Chiunque<br /> +tu se’, così andando, volgi ’l viso:<br /> +pon mente se di là mi vedesti unque». +</p> + +<p> +Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:<br /> +biondo era e bello e di gentile aspetto,<br /> +ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. +</p> + +<p> +Quand’ io mi fui umilmente disdetto<br /> +d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br /> +e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. +</p> + +<p> +Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br /> +nepote di Costanza imperadrice;<br /> +ond’ io ti priego che, quando tu riedi, +</p> + +<p> +vadi a mia bella figlia, genitrice<br /> +de l’onor di Cicilia e d’Aragona,<br /> +e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. +</p> + +<p> +Poscia ch’io ebbi rotta la persona<br /> +di due punte mortali, io mi rendei,<br /> +piangendo, a quei che volontier perdona. +</p> + +<p> +Orribil furon li peccati miei;<br /> +ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br /> +che prende ciò che si rivolge a lei. +</p> + +<p> +Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia<br /> +di me fu messo per Clemente allora,<br /> +avesse in Dio ben letta questa faccia, +</p> + +<p> +l’ossa del corpo mio sarieno ancora<br /> +in co del ponte presso a Benevento,<br /> +sotto la guardia de la grave mora. +</p> + +<p> +Or le bagna la pioggia e move il vento<br /> +di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,<br /> +dov’ e’ le trasmutò a lume spento. +</p> + +<p> +Per lor maladizion sì non si perde,<br /> +che non possa tornar, l’etterno amore,<br /> +mentre che la speranza ha fior del verde. +</p> + +<p> +Vero è che quale in contumacia more<br /> +di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,<br /> +star li convien da questa ripa in fore, +</p> + +<p> +per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,<br /> +in sua presunzïon, se tal decreto<br /> +più corto per buon prieghi non diventa. +</p> + +<p> +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br /> +revelando a la mia buona Costanza<br /> +come m’hai visto, e anco esto divieto; +</p> + +<p> +ché qui per quei di là molto s’avanza». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto38"></a> +Purgatorio<br /> +Canto IV +</h2> + +<p> +Quando per dilettanze o ver per doglie,<br /> +che alcuna virtù nostra comprenda,<br /> +l’anima bene ad essa si raccoglie, +</p> + +<p> +par ch’a nulla potenza più intenda;<br /> +e questo è contra quello error che crede<br /> +ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. +</p> + +<p> +E però, quando s’ode cosa o vede<br /> +che tegna forte a sé l’anima volta,<br /> +vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; +</p> + +<p> +ch’altra potenza è quella che l’ascolta,<br /> +e altra è quella c’ha l’anima intera:<br /> +questa è quasi legata e quella è sciolta. +</p> + +<p> +Di ciò ebb’ io esperïenza vera,<br /> +udendo quello spirto e ammirando;<br /> +ché ben cinquanta gradi salito era +</p> + +<p> +lo sole, e io non m’era accorto, quando<br /> +venimmo ove quell’ anime ad una<br /> +gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». +</p> + +<p> +Maggiore aperta molte volte impruna<br /> +con una forcatella di sue spine<br /> +l’uom de la villa quando l’uva imbruna, +</p> + +<p> +che non era la calla onde salìne<br /> +lo duca mio, e io appresso, soli,<br /> +come da noi la schiera si partìne. +</p> + +<p> +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br /> +montasi su in Bismantova e ’n Cacume<br /> +con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; +</p> + +<p> +dico con l’ale snelle e con le piume<br /> +del gran disio, di retro a quel condotto<br /> +che speranza mi dava e facea lume. +</p> + +<p> +Noi salavam per entro ’l sasso rotto,<br /> +e d’ogne lato ne stringea lo stremo,<br /> +e piedi e man volea il suol di sotto. +</p> + +<p> +Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo<br /> +de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,<br /> +«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br /> +pur su al monte dietro a me acquista,<br /> +fin che n’appaia alcuna scorta saggia». +</p> + +<p> +Lo sommo er’ alto che vincea la vista,<br /> +e la costa superba più assai<br /> +che da mezzo quadrante a centro lista. +</p> + +<p> +Io era lasso, quando cominciai:<br /> +«O dolce padre, volgiti, e rimira<br /> +com’ io rimango sol, se non restai». +</p> + +<p> +«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br /> +additandomi un balzo poco in sùe<br /> +che da quel lato il poggio tutto gira. +</p> + +<p> +Sì mi spronaron le parole sue,<br /> +ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,<br /> +tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. +</p> + +<p> +A seder ci ponemmo ivi ambedui<br /> +vòlti a levante ond’ eravam saliti,<br /> +che suole a riguardar giovare altrui. +</p> + +<p> +Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br /> +poscia li alzai al sole, e ammirava<br /> +che da sinistra n’eravam feriti. +</p> + +<p> +Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava<br /> +stupido tutto al carro de la luce,<br /> +ove tra noi e Aquilone intrava. +</p> + +<p> +Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce<br /> +fossero in compagnia di quello specchio<br /> +che sù e giù del suo lume conduce, +</p> + +<p> +tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br /> +ancora a l’Orse più stretto rotare,<br /> +se non uscisse fuor del cammin vecchio. +</p> + +<p> +Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,<br /> +dentro raccolto, imagina Sïòn<br /> +con questo monte in su la terra stare +</p> + +<p> +sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn<br /> +e diversi emisperi; onde la strada<br /> +che mal non seppe carreggiar Fetòn, +</p> + +<p> +vedrai come a costui convien che vada<br /> +da l’un, quando a colui da l’altro fianco,<br /> +se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». +</p> + +<p> +«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco<br /> +non vid’ io chiaro sì com’ io discerno<br /> +là dove mio ingegno parea manco, +</p> + +<p> +che ’l mezzo cerchio del moto superno,<br /> +che si chiama Equatore in alcun’ arte,<br /> +e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, +</p> + +<p> +per la ragion che di’, quinci si parte<br /> +verso settentrïon, quanto li Ebrei<br /> +vedevan lui verso la calda parte. +</p> + +<p> +Ma se a te piace, volontier saprei<br /> +quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale<br /> +più che salir non posson li occhi miei». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br /> +che sempre al cominciar di sotto è grave;<br /> +e quant’ om più va sù, e men fa male. +</p> + +<p> +Però, quand’ ella ti parrà soave<br /> +tanto, che sù andar ti fia leggero<br /> +com’ a seconda giù andar per nave, +</p> + +<p> +allor sarai al fin d’esto sentiero;<br /> +quivi di riposar l’affanno aspetta.<br /> +Più non rispondo, e questo so per vero». +</p> + +<p> +E com’ elli ebbe sua parola detta,<br /> +una voce di presso sonò: «Forse<br /> +che di sedere in pria avrai distretta!». +</p> + +<p> +Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br /> +e vedemmo a mancina un gran petrone,<br /> +del qual né io né ei prima s’accorse. +</p> + +<p> +Là ci traemmo; e ivi eran persone<br /> +che si stavano a l’ombra dietro al sasso<br /> +come l’uom per negghienza a star si pone. +</p> + +<p> +E un di lor, che mi sembiava lasso,<br /> +sedeva e abbracciava le ginocchia,<br /> +tenendo ’l viso giù tra esse basso. +</p> + +<p> +«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia<br /> +colui che mostra sé più negligente<br /> +che se pigrizia fosse sua serocchia». +</p> + +<p> +Allor si volse a noi e puose mente,<br /> +movendo ’l viso pur su per la coscia,<br /> +e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». +</p> + +<p> +Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br /> +che m’avacciava un poco ancor la lena,<br /> +non m’impedì l’andare a lui; e poscia +</p> + +<p> +ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,<br /> +dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole<br /> +da l’omero sinistro il carro mena?». +</p> + +<p> +Li atti suoi pigri e le corte parole<br /> +mosser le labbra mie un poco a riso;<br /> +poi cominciai: «Belacqua, a me non dole +</p> + +<p> +di te omai; ma dimmi: perché assiso<br /> +quiritto se’? attendi tu iscorta,<br /> +o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». +</p> + +<p> +Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br /> +ché non mi lascerebbe ire a’ martìri<br /> +l’angel di Dio che siede in su la porta. +</p> + +<p> +Prima convien che tanto il ciel m’aggiri<br /> +di fuor da essa, quanto fece in vita,<br /> +per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, +</p> + +<p> +se orazïone in prima non m’aita<br /> +che surga sù di cuor che in grazia viva;<br /> +l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». +</p> + +<p> +E già il poeta innanzi mi saliva,<br /> +e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco<br /> +meridïan dal sole e a la riva +</p> + +<p> +cuopre la notte già col piè Morrocco». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto39"></a> +Purgatorio<br /> +Canto V +</h2> + +<p> +Io era già da quell’ ombre partito,<br /> +e seguitava l’orme del mio duca,<br /> +quando di retro a me, drizzando ’l dito, +</p> + +<p> +una gridò: «Ve’ che non par che luca<br /> +lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br /> +e come vivo par che si conduca!». +</p> + +<p> +Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br /> +e vidile guardar per maraviglia<br /> +pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. +</p> + +<p> +«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,<br /> +disse ’l maestro, «che l’andare allenti?<br /> +che ti fa ciò che quivi si pispiglia? +</p> + +<p> +Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br /> +sta come torre ferma, che non crolla<br /> +già mai la cima per soffiar di venti; +</p> + +<p> +ché sempre l’omo in cui pensier rampolla<br /> +sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br /> +perché la foga l’un de l’altro insolla». +</p> + +<p> +Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br /> +Dissilo, alquanto del color consperso<br /> +che fa l’uom di perdon talvolta degno. +</p> + +<p> +E ’ntanto per la costa di traverso<br /> +venivan genti innanzi a noi un poco,<br /> +cantando ‘Miserere’ a verso a verso. +</p> + +<p> +Quando s’accorser ch’i’ non dava loco<br /> +per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,<br /> +mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; +</p> + +<p> +e due di loro, in forma di messaggi,<br /> +corsero incontr’ a noi e dimandarne:<br /> +«Di vostra condizion fatene saggi». +</p> + +<p> +E ’l mio maestro: «Voi potete andarne<br /> +e ritrarre a color che vi mandaro<br /> +che ’l corpo di costui è vera carne. +</p> + +<p> +Se per veder la sua ombra restaro,<br /> +com’ io avviso, assai è lor risposto:<br /> +fàccianli onore, ed esser può lor caro». +</p> + +<p> +Vapori accesi non vid’ io sì tosto<br /> +di prima notte mai fender sereno,<br /> +né, sol calando, nuvole d’agosto, +</p> + +<p> +che color non tornasser suso in meno;<br /> +e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br /> +come schiera che scorre sanza freno. +</p> + +<p> +«Questa gente che preme a noi è molta,<br /> +e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:<br /> +«però pur va, e in andando ascolta». +</p> + +<p> +«O anima che vai per esser lieta<br /> +con quelle membra con le quai nascesti»,<br /> +venian gridando, «un poco il passo queta. +</p> + +<p> +Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,<br /> +sì che di lui di là novella porti:<br /> +deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? +</p> + +<p> +Noi fummo tutti già per forza morti,<br /> +e peccatori infino a l’ultima ora;<br /> +quivi lume del ciel ne fece accorti, +</p> + +<p> +sì che, pentendo e perdonando, fora<br /> +di vita uscimmo a Dio pacificati,<br /> +che del disio di sé veder n’accora». +</p> + +<p> +E io: «Perché ne’ vostri visi guati,<br /> +non riconosco alcun; ma s’a voi piace<br /> +cosa ch’io possa, spiriti ben nati, +</p> + +<p> +voi dite, e io farò per quella pace<br /> +che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,<br /> +di mondo in mondo cercar mi si face». +</p> + +<p> +E uno incominciò: «Ciascun si fida<br /> +del beneficio tuo sanza giurarlo,<br /> +pur che ’l voler nonpossa non ricida. +</p> + +<p> +Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,<br /> +ti priego, se mai vedi quel paese<br /> +che siede tra Romagna e quel di Carlo, +</p> + +<p> +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br /> +in Fano, sì che ben per me s’adori<br /> +pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. +</p> + +<p> +Quindi fu’ io; ma li profondi fóri<br /> +ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,<br /> +fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, +</p> + +<p> +là dov’ io più sicuro esser credea:<br /> +quel da Esti il fé far, che m’avea in ira<br /> +assai più là che dritto non volea. +</p> + +<p> +Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,<br /> +quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,<br /> +ancor sarei di là dove si spira. +</p> + +<p> +Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco<br /> +m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io<br /> +de le mie vene farsi in terra laco». +</p> + +<p> +Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br /> +si compia che ti tragge a l’alto monte,<br /> +con buona pïetate aiuta il mio! +</p> + +<p> +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br /> +Giovanna o altri non ha di me cura;<br /> +per ch’io vo tra costor con bassa fronte». +</p> + +<p> +E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br /> +ti travïò sì fuor di Campaldino,<br /> +che non si seppe mai tua sepultura?». +</p> + +<p> +«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino<br /> +traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,<br /> +che sovra l’Ermo nasce in Apennino. +</p> + +<p> +Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,<br /> +arriva’ io forato ne la gola,<br /> +fuggendo a piede e sanguinando il piano. +</p> + +<p> +Quivi perdei la vista e la parola;<br /> +nel nome di Maria fini’, e quivi<br /> +caddi, e rimase la mia carne sola. +</p> + +<p> +Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:<br /> +l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno<br /> +gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? +</p> + +<p> +Tu te ne porti di costui l’etterno<br /> +per una lagrimetta che ’l mi toglie;<br /> +ma io farò de l’altro altro governo!”. +</p> + +<p> +Ben sai come ne l’aere si raccoglie<br /> +quell’ umido vapor che in acqua riede,<br /> +tosto che sale dove ’l freddo il coglie. +</p> + +<p> +Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br /> +con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento<br /> +per la virtù che sua natura diede. +</p> + +<p> +Indi la valle, come ’l dì fu spento,<br /> +da Pratomagno al gran giogo coperse<br /> +di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, +</p> + +<p> +sì che ’l pregno aere in acqua si converse;<br /> +la pioggia cadde, e a’ fossati venne<br /> +di lei ciò che la terra non sofferse; +</p> + +<p> +e come ai rivi grandi si convenne,<br /> +ver’ lo fiume real tanto veloce<br /> +si ruinò, che nulla la ritenne. +</p> + +<p> +Lo corpo mio gelato in su la foce<br /> +trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse<br /> +ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce +</p> + +<p> +ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;<br /> +voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br /> +poi di sua preda mi coperse e cinse». +</p> + +<p> +«Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br /> +e riposato de la lunga via»,<br /> +seguitò ’l terzo spirito al secondo, +</p> + +<p> +«ricorditi di me, che son la Pia;<br /> +Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br /> +salsi colui che ’nnanellata pria +</p> + +<p> +disposando m’avea con la sua gemma». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto40"></a> +Purgatorio<br /> +Canto VI +</h2> + +<p> +Quando si parte il gioco de la zara,<br /> +colui che perde si riman dolente,<br /> +repetendo le volte, e tristo impara; +</p> + +<p> +con l’altro se ne va tutta la gente;<br /> +qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br /> +e qual dallato li si reca a mente; +</p> + +<p> +el non s’arresta, e questo e quello intende;<br /> +a cui porge la man, più non fa pressa;<br /> +e così da la calca si difende. +</p> + +<p> +Tal era io in quella turba spessa,<br /> +volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br /> +e promettendo mi sciogliea da essa. +</p> + +<p> +Quiv’ era l’Aretin che da le braccia<br /> +fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br /> +e l’altro ch’annegò correndo in caccia. +</p> + +<p> +Quivi pregava con le mani sporte<br /> +Federigo Novello, e quel da Pisa<br /> +che fé parer lo buon Marzucco forte. +</p> + +<p> +Vidi conte Orso e l’anima divisa<br /> +dal corpo suo per astio e per inveggia,<br /> +com’ e’ dicea, non per colpa commisa; +</p> + +<p> +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br /> +mentr’ è di qua, la donna di Brabante,<br /> +sì che però non sia di peggior greggia. +</p> + +<p> +Come libero fui da tutte quante<br /> +quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,<br /> +sì che s’avacci lor divenir sante, +</p> + +<p> +io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br /> +o luce mia, espresso in alcun testo<br /> +che decreto del cielo orazion pieghi; +</p> + +<p> +e questa gente prega pur di questo:<br /> +sarebbe dunque loro speme vana,<br /> +o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br /> +e la speranza di costor non falla,<br /> +se ben si guarda con la mente sana; +</p> + +<p> +ché cima di giudicio non s’avvalla<br /> +perché foco d’amor compia in un punto<br /> +ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; +</p> + +<p> +e là dov’ io fermai cotesto punto,<br /> +non s’ammendava, per pregar, difetto,<br /> +perché ’l priego da Dio era disgiunto. +</p> + +<p> +Veramente a così alto sospetto<br /> +non ti fermar, se quella nol ti dice<br /> +che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. +</p> + +<p> +Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;<br /> +tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br /> +di questo monte, ridere e felice». +</p> + +<p> +E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br /> +ché già non m’affatico come dianzi,<br /> +e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». +</p> + +<p> +«Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br /> +rispuose, «quanto più potremo omai;<br /> +ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. +</p> + +<p> +Prima che sie là sù, tornar vedrai<br /> +colui che già si cuopre de la costa,<br /> +sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. +</p> + +<p> +Ma vedi là un’anima che, posta<br /> +sola soletta, inverso noi riguarda:<br /> +quella ne ’nsegnerà la via più tosta». +</p> + +<p> +Venimmo a lei: o anima lombarda,<br /> +come ti stavi altera e disdegnosa<br /> +e nel mover de li occhi onesta e tarda! +</p> + +<p> +Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br /> +ma lasciavane gir, solo sguardando<br /> +a guisa di leon quando si posa. +</p> + +<p> +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br /> +che ne mostrasse la miglior salita;<br /> +e quella non rispuose al suo dimando, +</p> + +<p> +ma di nostro paese e de la vita<br /> +ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava<br /> +«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, +</p> + +<p> +surse ver’ lui del loco ove pria stava,<br /> +dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br /> +de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. +</p> + +<p> +Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br /> +nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br /> +non donna di province, ma bordello! +</p> + +<p> +Quell’ anima gentil fu così presta,<br /> +sol per lo dolce suon de la sua terra,<br /> +di fare al cittadin suo quivi festa; +</p> + +<p> +e ora in te non stanno sanza guerra<br /> +li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode<br /> +di quei ch’un muro e una fossa serra. +</p> + +<p> +Cerca, misera, intorno da le prode<br /> +le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br /> +s’alcuna parte in te di pace gode. +</p> + +<p> +Che val perché ti racconciasse il freno<br /> +Iustinïano, se la sella è vòta?<br /> +Sanz’ esso fora la vergogna meno. +</p> + +<p> +Ahi gente che dovresti esser devota,<br /> +e lasciar seder Cesare in la sella,<br /> +se bene intendi ciò che Dio ti nota, +</p> + +<p> +guarda come esta fiera è fatta fella<br /> +per non esser corretta da li sproni,<br /> +poi che ponesti mano a la predella. +</p> + +<p> +O Alberto tedesco ch’abbandoni<br /> +costei ch’è fatta indomita e selvaggia,<br /> +e dovresti inforcar li suoi arcioni, +</p> + +<p> +giusto giudicio da le stelle caggia<br /> +sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br /> +tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! +</p> + +<p> +Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,<br /> +per cupidigia di costà distretti,<br /> +che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. +</p> + +<p> +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br /> +Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br /> +color già tristi, e questi con sospetti! +</p> + +<p> +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br /> +d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;<br /> +e vedrai Santafior com’ è oscura! +</p> + +<p> +Vieni a veder la tua Roma che piagne<br /> +vedova e sola, e dì e notte chiama:<br /> +«Cesare mio, perché non m’accompagne?». +</p> + +<p> +Vieni a veder la gente quanto s’ama!<br /> +e se nulla di noi pietà ti move,<br /> +a vergognar ti vien de la tua fama. +</p> + +<p> +E se licito m’è, o sommo Giove<br /> +che fosti in terra per noi crucifisso,<br /> +son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? +</p> + +<p> +O è preparazion che ne l’abisso<br /> +del tuo consiglio fai per alcun bene<br /> +in tutto de l’accorger nostro scisso? +</p> + +<p> +Ché le città d’Italia tutte piene<br /> +son di tiranni, e un Marcel diventa<br /> +ogne villan che parteggiando viene. +</p> + +<p> +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br /> +di questa digression che non ti tocca,<br /> +mercé del popol tuo che si argomenta. +</p> + +<p> +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br /> +per non venir sanza consiglio a l’arco;<br /> +ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. +</p> + +<p> +Molti rifiutan lo comune incarco;<br /> +ma il popol tuo solicito risponde<br /> +sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». +</p> + +<p> +Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br /> +tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br /> +S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. +</p> + +<p> +Atene e Lacedemona, che fenno<br /> +l’antiche leggi e furon sì civili,<br /> +fecero al viver bene un picciol cenno +</p> + +<p> +verso di te, che fai tanto sottili<br /> +provedimenti, ch’a mezzo novembre<br /> +non giugne quel che tu d’ottobre fili. +</p> + +<p> +Quante volte, del tempo che rimembre,<br /> +legge, moneta, officio e costume<br /> +hai tu mutato, e rinovate membre! +</p> + +<p> +E se ben ti ricordi e vedi lume,<br /> +vedrai te somigliante a quella inferma<br /> +che non può trovar posa in su le piume, +</p> + +<p> +ma con dar volta suo dolore scherma. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto41"></a> +Purgatorio<br /> +Canto VII +</h2> + +<p> +Poscia che l’accoglienze oneste e liete<br /> +furo iterate tre e quattro volte,<br /> +Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». +</p> + +<p> +«Anzi che a questo monte fosser volte<br /> +l’anime degne di salire a Dio,<br /> +fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. +</p> + +<p> +Io son Virgilio; e per null’ altro rio<br /> +lo ciel perdei che per non aver fé».<br /> +Così rispuose allora il duca mio. +</p> + +<p> +Qual è colui che cosa innanzi sé<br /> +sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,<br /> +che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », +</p> + +<p> +tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br /> +e umilmente ritornò ver’ lui,<br /> +e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. +</p> + +<p> +«O gloria di Latin», disse, «per cui<br /> +mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br /> +o pregio etterno del loco ond’ io fui, +</p> + +<p> +qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br /> +S’io son d’udir le tue parole degno,<br /> +dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». +</p> + +<p> +«Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,<br /> +rispuose lui, «son io di qua venuto;<br /> +virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. +</p> + +<p> +Non per far, ma per non fare ho perduto<br /> +a veder l’alto Sol che tu disiri<br /> +e che fu tardi per me conosciuto. +</p> + +<p> +Luogo è là giù non tristo di martìri,<br /> +ma di tenebre solo, ove i lamenti<br /> +non suonan come guai, ma son sospiri. +</p> + +<p> +Quivi sto io coi pargoli innocenti<br /> +dai denti morsi de la morte avante<br /> +che fosser da l’umana colpa essenti; +</p> + +<p> +quivi sto io con quei che le tre sante<br /> +virtù non si vestiro, e sanza vizio<br /> +conobber l’altre e seguir tutte quante. +</p> + +<p> +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br /> +dà noi per che venir possiam più tosto<br /> +là dove purgatorio ha dritto inizio». +</p> + +<p> +Rispuose: «Loco certo non c’è posto;<br /> +licito m’è andar suso e intorno;<br /> +per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. +</p> + +<p> +Ma vedi già come dichina il giorno,<br /> +e andar sù di notte non si puote;<br /> +però è buon pensar di bel soggiorno. +</p> + +<p> +Anime sono a destra qua remote;<br /> +se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br /> +e non sanza diletto ti fier note». +</p> + +<p> +«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br /> +salir di notte, fora elli impedito<br /> +d’altrui, o non sarria ché non potesse?». +</p> + +<p> +E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,<br /> +dicendo: «Vedi? sola questa riga<br /> +non varcheresti dopo ’l sol partito: +</p> + +<p> +non però ch’altra cosa desse briga,<br /> +che la notturna tenebra, ad ir suso;<br /> +quella col nonpoder la voglia intriga. +</p> + +<p> +Ben si poria con lei tornare in giuso<br /> +e passeggiar la costa intorno errando,<br /> +mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». +</p> + +<p> +Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br /> +«Menane», disse, «dunque là ’ve dici<br /> +ch’aver si può diletto dimorando». +</p> + +<p> +Poco allungati c’eravam di lici,<br /> +quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,<br /> +a guisa che i vallon li sceman quici. +</p> + +<p> +«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo<br /> +dove la costa face di sé grembo;<br /> +e là il novo giorno attenderemo». +</p> + +<p> +Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br /> +che ne condusse in fianco de la lacca,<br /> +là dove più ch’a mezzo muore il lembo. +</p> + +<p> +Oro e argento fine, cocco e biacca,<br /> +indaco, legno lucido e sereno,<br /> +fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, +</p> + +<p> +da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno<br /> +posti, ciascun saria di color vinto,<br /> +come dal suo maggiore è vinto il meno. +</p> + +<p> +Non avea pur natura ivi dipinto,<br /> +ma di soavità di mille odori<br /> +vi facea uno incognito e indistinto. +</p> + +<p> +‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori<br /> +quindi seder cantando anime vidi,<br /> +che per la valle non parean di fuori. +</p> + +<p> +«Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,<br /> +cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,<br /> +«tra color non vogliate ch’io vi guidi. +</p> + +<p> +Di questo balzo meglio li atti e ’ volti<br /> +conoscerete voi di tutti quanti,<br /> +che ne la lama giù tra essi accolti. +</p> + +<p> +Colui che più siede alto e fa sembianti<br /> +d’aver negletto ciò che far dovea,<br /> +e che non move bocca a li altrui canti, +</p> + +<p> +Rodolfo imperador fu, che potea<br /> +sanar le piaghe c’hanno Italia morta,<br /> +sì che tardi per altri si ricrea. +</p> + +<p> +L’altro che ne la vista lui conforta,<br /> +resse la terra dove l’acqua nasce<br /> +che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: +</p> + +<p> +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br /> +fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br /> +barbuto, cui lussuria e ozio pasce. +</p> + +<p> +E quel nasetto che stretto a consiglio<br /> +par con colui c’ha sì benigno aspetto,<br /> +morì fuggendo e disfiorando il giglio: +</p> + +<p> +guardate là come si batte il petto!<br /> +L’altro vedete c’ha fatto a la guancia<br /> +de la sua palma, sospirando, letto. +</p> + +<p> +Padre e suocero son del mal di Francia:<br /> +sanno la vita sua viziata e lorda,<br /> +e quindi viene il duol che sì li lancia. +</p> + +<p> +Quel che par sì membruto e che s’accorda,<br /> +cantando, con colui dal maschio naso,<br /> +d’ogne valor portò cinta la corda; +</p> + +<p> +e se re dopo lui fosse rimaso<br /> +lo giovanetto che retro a lui siede,<br /> +ben andava il valor di vaso in vaso, +</p> + +<p> +che non si puote dir de l’altre rede;<br /> +Iacomo e Federigo hanno i reami;<br /> +del retaggio miglior nessun possiede. +</p> + +<p> +Rade volte risurge per li rami<br /> +l’umana probitate; e questo vole<br /> +quei che la dà, perché da lui si chiami. +</p> + +<p> +Anche al nasuto vanno mie parole<br /> +non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,<br /> +onde Puglia e Proenza già si dole. +</p> + +<p> +Tant’ è del seme suo minor la pianta,<br /> +quanto, più che Beatrice e Margherita,<br /> +Costanza di marito ancor si vanta. +</p> + +<p> +Vedete il re de la semplice vita<br /> +seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:<br /> +questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. +</p> + +<p> +Quel che più basso tra costor s’atterra,<br /> +guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br /> +per cui e Alessandria e la sua guerra +</p> + +<p> +fa pianger Monferrato e Canavese». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto42"></a> +Purgatorio<br /> +Canto VIII +</h2> + +<p> +Era già l’ora che volge il disio<br /> +ai navicanti e ’ntenerisce il core<br /> +lo dì c’han detto ai dolci amici addio; +</p> + +<p> +e che lo novo peregrin d’amore<br /> +punge, se ode squilla di lontano<br /> +che paia il giorno pianger che si more; +</p> + +<p> +quand’ io incominciai a render vano<br /> +l’udire e a mirare una de l’alme<br /> +surta, che l’ascoltar chiedea con mano. +</p> + +<p> +Ella giunse e levò ambo le palme,<br /> +ficcando li occhi verso l’orïente,<br /> +come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. +</p> + +<p> +‘Te lucis ante’ sì devotamente<br /> +le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br /> +che fece me a me uscir di mente; +</p> + +<p> +e l’altre poi dolcemente e devote<br /> +seguitar lei per tutto l’inno intero,<br /> +avendo li occhi a le superne rote. +</p> + +<p> +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br /> +ché ’l velo è ora ben tanto sottile,<br /> +certo che ’l trapassar dentro è leggero. +</p> + +<p> +Io vidi quello essercito gentile<br /> +tacito poscia riguardare in sùe,<br /> +quasi aspettando, palido e umìle; +</p> + +<p> +e vidi uscir de l’alto e scender giùe<br /> +due angeli con due spade affocate,<br /> +tronche e private de le punte sue. +</p> + +<p> +Verdi come fogliette pur mo nate<br /> +erano in veste, che da verdi penne<br /> +percosse traean dietro e ventilate. +</p> + +<p> +L’un poco sovra noi a star si venne,<br /> +e l’altro scese in l’opposita sponda,<br /> +sì che la gente in mezzo si contenne. +</p> + +<p> +Ben discernëa in lor la testa bionda;<br /> +ma ne la faccia l’occhio si smarria,<br /> +come virtù ch’a troppo si confonda. +</p> + +<p> +«Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br /> +disse Sordello, «a guardia de la valle,<br /> +per lo serpente che verrà vie via». +</p> + +<p> +Ond’ io, che non sapeva per qual calle,<br /> +mi volsi intorno, e stretto m’accostai,<br /> +tutto gelato, a le fidate spalle. +</p> + +<p> +E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br /> +tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br /> +grazïoso fia lor vedervi assai». +</p> + +<p> +Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,<br /> +e fui di sotto, e vidi un che mirava<br /> +pur me, come conoscer mi volesse. +</p> + +<p> +Temp’ era già che l’aere s’annerava,<br /> +ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei<br /> +non dichiarisse ciò che pria serrava. +</p> + +<p> +Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:<br /> +giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br /> +quando ti vidi non esser tra ’ rei! +</p> + +<p> +Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br /> +poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti<br /> +a piè del monte per le lontane acque?». +</p> + +<p> +«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi<br /> +venni stamane, e sono in prima vita,<br /> +ancor che l’altra, sì andando, acquisti». +</p> + +<p> +E come fu la mia risposta udita,<br /> +Sordello ed elli in dietro si raccolse<br /> +come gente di sùbito smarrita. +</p> + +<p> +L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse<br /> +che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br /> +vieni a veder che Dio per grazia volse». +</p> + +<p> +Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br /> +che tu dei a colui che sì nasconde<br /> +lo suo primo perché, che non lì è guado, +</p> + +<p> +quando sarai di là da le larghe onde,<br /> +dì a Giovanna mia che per me chiami<br /> +là dove a li ’nnocenti si risponde. +</p> + +<p> +Non credo che la sua madre più m’ami,<br /> +poscia che trasmutò le bianche bende,<br /> +le quai convien che, misera!, ancor brami. +</p> + +<p> +Per lei assai di lieve si comprende<br /> +quanto in femmina foco d’amor dura,<br /> +se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. +</p> + +<p> +Non le farà sì bella sepultura<br /> +la vipera che Melanesi accampa,<br /> +com’ avria fatto il gallo di Gallura». +</p> + +<p> +Così dicea, segnato de la stampa,<br /> +nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br /> +che misuratamente in core avvampa. +</p> + +<p> +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br /> +pur là dove le stelle son più tarde,<br /> +sì come rota più presso a lo stelo. +</p> + +<p> +E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br /> +E io a lui: «A quelle tre facelle<br /> +di che ’l polo di qua tutto quanto arde». +</p> + +<p> +Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle<br /> +che vedevi staman, son di là basse,<br /> +e queste son salite ov’ eran quelle». +</p> + +<p> +Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br /> +dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;<br /> +e drizzò il dito perché ’n là guardasse. +</p> + +<p> +Da quella parte onde non ha riparo<br /> +la picciola vallea, era una biscia,<br /> +forse qual diede ad Eva il cibo amaro. +</p> + +<p> +Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,<br /> +volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso<br /> +leccando come bestia che si liscia. +</p> + +<p> +Io non vidi, e però dicer non posso,<br /> +come mosser li astor celestïali;<br /> +ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. +</p> + +<p> +Sentendo fender l’aere a le verdi ali,<br /> +fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,<br /> +suso a le poste rivolando iguali. +</p> + +<p> +L’ombra che s’era al giudice raccolta<br /> +quando chiamò, per tutto quello assalto<br /> +punto non fu da me guardare sciolta. +</p> + +<p> +«Se la lucerna che ti mena in alto<br /> +truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br /> +quant’ è mestiere infino al sommo smalto», +</p> + +<p> +cominciò ella, «se novella vera<br /> +di Val di Magra o di parte vicina<br /> +sai, dillo a me, che già grande là era. +</p> + +<p> +Fui chiamato Currado Malaspina;<br /> +non son l’antico, ma di lui discesi;<br /> +a’ miei portai l’amor che qui raffina». +</p> + +<p> +«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi<br /> +già mai non fui; ma dove si dimora<br /> +per tutta Europa ch’ei non sien palesi? +</p> + +<p> +La fama che la vostra casa onora,<br /> +grida i segnori e grida la contrada,<br /> +sì che ne sa chi non vi fu ancora; +</p> + +<p> +e io vi giuro, s’io di sopra vada,<br /> +che vostra gente onrata non si sfregia<br /> +del pregio de la borsa e de la spada. +</p> + +<p> +Uso e natura sì la privilegia,<br /> +che, perché il capo reo il mondo torca,<br /> +sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». +</p> + +<p> +Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca<br /> +sette volte nel letto che ’l Montone<br /> +con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, +</p> + +<p> +che cotesta cortese oppinïone<br /> +ti fia chiavata in mezzo de la testa<br /> +con maggior chiovi che d’altrui sermone, +</p> + +<p> +se corso di giudicio non s’arresta». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto43"></a> +Purgatorio<br /> +Canto IX +</h2> + +<p> +La concubina di Titone antico<br /> +già s’imbiancava al balco d’orïente,<br /> +fuor de le braccia del suo dolce amico; +</p> + +<p> +di gemme la sua fronte era lucente,<br /> +poste in figura del freddo animale<br /> +che con la coda percuote la gente; +</p> + +<p> +e la notte, de’ passi con che sale,<br /> +fatti avea due nel loco ov’ eravamo,<br /> +e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; +</p> + +<p> +quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,<br /> +vinto dal sonno, in su l’erba inchinai<br /> +là ’ve già tutti e cinque sedavamo. +</p> + +<p> +Ne l’ora che comincia i tristi lai<br /> +la rondinella presso a la mattina,<br /> +forse a memoria de’ suo’ primi guai, +</p> + +<p> +e che la mente nostra, peregrina<br /> +più da la carne e men da’ pensier presa,<br /> +a le sue visïon quasi è divina, +</p> + +<p> +in sogno mi parea veder sospesa<br /> +un’aguglia nel ciel con penne d’oro,<br /> +con l’ali aperte e a calare intesa; +</p> + +<p> +ed esser mi parea là dove fuoro<br /> +abbandonati i suoi da Ganimede,<br /> +quando fu ratto al sommo consistoro. +</p> + +<p> +Fra me pensava: ‘Forse questa fiede<br /> +pur qui per uso, e forse d’altro loco<br /> +disdegna di portarne suso in piede’. +</p> + +<p> +Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br /> +terribil come folgor discendesse,<br /> +e me rapisse suso infino al foco. +</p> + +<p> +Ivi parea che ella e io ardesse;<br /> +e sì lo ’ncendio imaginato cosse,<br /> +che convenne che ’l sonno si rompesse. +</p> + +<p> +Non altrimenti Achille si riscosse,<br /> +li occhi svegliati rivolgendo in giro<br /> +e non sappiendo là dove si fosse, +</p> + +<p> +quando la madre da Chirón a Schiro<br /> +trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br /> +là onde poi li Greci il dipartiro; +</p> + +<p> +che mi scoss’ io, sì come da la faccia<br /> +mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,<br /> +come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. +</p> + +<p> +Dallato m’era solo il mio conforto,<br /> +e ’l sole er’ alto già più che due ore,<br /> +e ’l viso m’era a la marina torto. +</p> + +<p> +«Non aver tema», disse il mio segnore;<br /> +«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br /> +non stringer, ma rallarga ogne vigore. +</p> + +<p> +Tu se’ omai al purgatorio giunto:<br /> +vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;<br /> +vedi l’entrata là ’ve par digiunto. +</p> + +<p> +Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,<br /> +quando l’anima tua dentro dormia,<br /> +sovra li fiori ond’ è là giù addorno +</p> + +<p> +venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;<br /> +lasciatemi pigliar costui che dorme;<br /> +sì l’agevolerò per la sua via”. +</p> + +<p> +Sordel rimase e l’altre genti forme;<br /> +ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,<br /> +sen venne suso; e io per le sue orme. +</p> + +<p> +Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br /> +li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br /> +poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». +</p> + +<p> +A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta<br /> +e che muta in conforto sua paura,<br /> +poi che la verità li è discoperta, +</p> + +<p> +mi cambia’ io; e come sanza cura<br /> +vide me ’l duca mio, su per lo balzo<br /> +si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. +</p> + +<p> +Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo<br /> +la mia matera, e però con più arte<br /> +non ti maravigliar s’io la rincalzo. +</p> + +<p> +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br /> +che là dove pareami prima rotto,<br /> +pur come un fesso che muro diparte, +</p> + +<p> +vidi una porta, e tre gradi di sotto<br /> +per gire ad essa, di color diversi,<br /> +e un portier ch’ancor non facea motto. +</p> + +<p> +E come l’occhio più e più v’apersi,<br /> +vidil seder sovra ’l grado sovrano,<br /> +tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; +</p> + +<p> +e una spada nuda avëa in mano,<br /> +che reflettëa i raggi sì ver’ noi,<br /> +ch’io drizzava spesso il viso in vano. +</p> + +<p> +«Dite costinci: che volete voi?»,<br /> +cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?<br /> +Guardate che ’l venir sù non vi nòi». +</p> + +<p> +«Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br /> +rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi<br /> +ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». +</p> + +<p> +«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br /> +ricominciò il cortese portinaio:<br /> +«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». +</p> + +<p> +Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br /> +bianco marmo era sì pulito e terso,<br /> +ch’io mi specchiai in esso qual io paio. +</p> + +<p> +Era il secondo tinto più che perso,<br /> +d’una petrina ruvida e arsiccia,<br /> +crepata per lo lungo e per traverso. +</p> + +<p> +Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,<br /> +porfido mi parea, sì fiammeggiante<br /> +come sangue che fuor di vena spiccia. +</p> + +<p> +Sovra questo tenëa ambo le piante<br /> +l’angel di Dio sedendo in su la soglia<br /> +che mi sembiava pietra di diamante. +</p> + +<p> +Per li tre gradi sù di buona voglia<br /> +mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br /> +umilemente che ’l serrame scioglia». +</p> + +<p> +Divoto mi gittai a’ santi piedi;<br /> +misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,<br /> +ma tre volte nel petto pria mi diedi. +</p> + +<p> +Sette P ne la fronte mi descrisse<br /> +col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br /> +quando se’ dentro, queste piaghe» disse. +</p> + +<p> +Cenere, o terra che secca si cavi,<br /> +d’un color fora col suo vestimento;<br /> +e di sotto da quel trasse due chiavi. +</p> + +<p> +L’una era d’oro e l’altra era d’argento;<br /> +pria con la bianca e poscia con la gialla<br /> +fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. +</p> + +<p> +«Quandunque l’una d’este chiavi falla,<br /> +che non si volga dritta per la toppa»,<br /> +diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. +</p> + +<p> +Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa<br /> +d’arte e d’ingegno avanti che diserri,<br /> +perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. +</p> + +<p> +Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri<br /> +anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,<br /> +pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». +</p> + +<p> +Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,<br /> +dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br /> +che di fuor torna chi ’n dietro si guata». +</p> + +<p> +E quando fuor ne’ cardini distorti<br /> +li spigoli di quella regge sacra,<br /> +che di metallo son sonanti e forti, +</p> + +<p> +non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br /> +Tarpëa, come tolto le fu il buono<br /> +Metello, per che poi rimase macra. +</p> + +<p> +Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br /> +e ‘Te Deum laudamus’ mi parea<br /> +udire in voce mista al dolce suono. +</p> + +<p> +Tale imagine a punto mi rendea<br /> +ciò ch’io udiva, qual prender si suole<br /> +quando a cantar con organi si stea; +</p> + +<p> +ch’or sì or no s’intendon le parole. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto44"></a> +Purgatorio<br /> +Canto X +</h2> + +<p> +Poi fummo dentro al soglio de la porta<br /> +che ’l mal amor de l’anime disusa,<br /> +perché fa parer dritta la via torta, +</p> + +<p> +sonando la senti’ esser richiusa;<br /> +e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,<br /> +qual fora stata al fallo degna scusa? +</p> + +<p> +Noi salavam per una pietra fessa,<br /> +che si moveva e d’una e d’altra parte,<br /> +sì come l’onda che fugge e s’appressa. +</p> + +<p> +«Qui si conviene usare un poco d’arte»,<br /> +cominciò ’l duca mio, «in accostarsi<br /> +or quinci, or quindi al lato che si parte». +</p> + +<p> +E questo fece i nostri passi scarsi,<br /> +tanto che pria lo scemo de la luna<br /> +rigiunse al letto suo per ricorcarsi, +</p> + +<p> +che noi fossimo fuor di quella cruna;<br /> +ma quando fummo liberi e aperti<br /> +sù dove il monte in dietro si rauna, +</p> + +<p> +ïo stancato e amendue incerti<br /> +di nostra via, restammo in su un piano<br /> +solingo più che strade per diserti. +</p> + +<p> +Da la sua sponda, ove confina il vano,<br /> +al piè de l’alta ripa che pur sale,<br /> +misurrebbe in tre volte un corpo umano; +</p> + +<p> +e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,<br /> +or dal sinistro e or dal destro fianco,<br /> +questa cornice mi parea cotale. +</p> + +<p> +Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br /> +quand’ io conobbi quella ripa intorno<br /> +che dritto di salita aveva manco, +</p> + +<p> +esser di marmo candido e addorno<br /> +d’intagli sì, che non pur Policleto,<br /> +ma la natura lì avrebbe scorno. +</p> + +<p> +L’angel che venne in terra col decreto<br /> +de la molt’ anni lagrimata pace,<br /> +ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, +</p> + +<p> +dinanzi a noi pareva sì verace<br /> +quivi intagliato in un atto soave,<br /> +che non sembiava imagine che tace. +</p> + +<p> +Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;<br /> +perché iv’ era imaginata quella<br /> +ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; +</p> + +<p> +e avea in atto impressa esta favella<br /> +‘Ecce ancilla Deï’, propriamente<br /> +come figura in cera si suggella. +</p> + +<p> +«Non tener pur ad un loco la mente»,<br /> +disse ’l dolce maestro, che m’avea<br /> +da quella parte onde ’l cuore ha la gente. +</p> + +<p> +Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea<br /> +di retro da Maria, da quella costa<br /> +onde m’era colui che mi movea, +</p> + +<p> +un’altra storia ne la roccia imposta;<br /> +per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,<br /> +acciò che fosse a li occhi miei disposta. +</p> + +<p> +Era intagliato lì nel marmo stesso<br /> +lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,<br /> +per che si teme officio non commesso. +</p> + +<p> +Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br /> +partita in sette cori, a’ due mie’ sensi<br /> +faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. +</p> + +<p> +Similemente al fummo de li ’ncensi<br /> +che v’era imaginato, li occhi e ’l naso<br /> +e al sì e al no discordi fensi. +</p> + +<p> +Lì precedeva al benedetto vaso,<br /> +trescando alzato, l’umile salmista,<br /> +e più e men che re era in quel caso. +</p> + +<p> +Di contra, effigïata ad una vista<br /> +d’un gran palazzo, Micòl ammirava<br /> +sì come donna dispettosa e trista. +</p> + +<p> +I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,<br /> +per avvisar da presso un’altra istoria,<br /> +che di dietro a Micòl mi biancheggiava. +</p> + +<p> +Quiv’ era storïata l’alta gloria<br /> +del roman principato, il cui valore<br /> +mosse Gregorio a la sua gran vittoria; +</p> + +<p> +i’ dico di Traiano imperadore;<br /> +e una vedovella li era al freno,<br /> +di lagrime atteggiata e di dolore. +</p> + +<p> +Intorno a lui parea calcato e pieno<br /> +di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro<br /> +sovr’ essi in vista al vento si movieno. +</p> + +<p> +La miserella intra tutti costoro<br /> +pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br /> +di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; +</p> + +<p> +ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br /> +tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,<br /> +come persona in cui dolor s’affretta, +</p> + +<p> +«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,<br /> +la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene<br /> +a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; +</p> + +<p> +ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene<br /> +ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:<br /> +giustizia vuole e pietà mi ritene». +</p> + +<p> +Colui che mai non vide cosa nova<br /> +produsse esto visibile parlare,<br /> +novello a noi perché qui non si trova. +</p> + +<p> +Mentr’ io mi dilettava di guardare<br /> +l’imagini di tante umilitadi,<br /> +e per lo fabbro loro a veder care, +</p> + +<p> +«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br /> +mormorava il poeta, «molte genti:<br /> +questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». +</p> + +<p> +Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti<br /> +per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,<br /> +volgendosi ver’ lui non furon lenti. +</p> + +<p> +Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi<br /> +di buon proponimento per udire<br /> +come Dio vuol che ’l debito si paghi. +</p> + +<p> +Non attender la forma del martìre:<br /> +pensa la succession; pensa ch’al peggio<br /> +oltre la gran sentenza non può ire. +</p> + +<p> +Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio<br /> +muovere a noi, non mi sembian persone,<br /> +e non so che, sì nel veder vaneggio». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «La grave condizione<br /> +di lor tormento a terra li rannicchia,<br /> +sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. +</p> + +<p> +Ma guarda fiso là, e disviticchia<br /> +col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br /> +già scorger puoi come ciascun si picchia». +</p> + +<p> +O superbi cristian, miseri lassi,<br /> +che, de la vista de la mente infermi,<br /> +fidanza avete ne’ retrosi passi, +</p> + +<p> +non v’accorgete voi che noi siam vermi<br /> +nati a formar l’angelica farfalla,<br /> +che vola a la giustizia sanza schermi? +</p> + +<p> +Di che l’animo vostro in alto galla,<br /> +poi siete quasi antomata in difetto,<br /> +sì come vermo in cui formazion falla? +</p> + +<p> +Come per sostentar solaio o tetto,<br /> +per mensola talvolta una figura<br /> +si vede giugner le ginocchia al petto, +</p> + +<p> +la qual fa del non ver vera rancura<br /> +nascere ’n chi la vede; così fatti<br /> +vid’ io color, quando puosi ben cura. +</p> + +<p> +Vero è che più e meno eran contratti<br /> +secondo ch’avien più e meno a dosso;<br /> +e qual più pazïenza avea ne li atti, +</p> + +<p> +piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto45"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XI +</h2> + +<p> +«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,<br /> +non circunscritto, ma per più amore<br /> +ch’ai primi effetti di là sù tu hai, +</p> + +<p> +laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore<br /> +da ogne creatura, com’ è degno<br /> +di render grazie al tuo dolce vapore. +</p> + +<p> +Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,<br /> +ché noi ad essa non potem da noi,<br /> +s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. +</p> + +<p> +Come del suo voler li angeli tuoi<br /> +fan sacrificio a te, cantando osanna,<br /> +così facciano li uomini de’ suoi. +</p> + +<p> +Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br /> +sanza la qual per questo aspro diserto<br /> +a retro va chi più di gir s’affanna. +</p> + +<p> +E come noi lo mal ch’avem sofferto<br /> +perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br /> +benigno, e non guardar lo nostro merto. +</p> + +<p> +Nostra virtù che di legger s’adona,<br /> +non spermentar con l’antico avversaro,<br /> +ma libera da lui che sì la sprona. +</p> + +<p> +Quest’ ultima preghiera, segnor caro,<br /> +già non si fa per noi, ché non bisogna,<br /> +ma per color che dietro a noi restaro». +</p> + +<p> +Così a sé e noi buona ramogna<br /> +quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,<br /> +simile a quel che talvolta si sogna, +</p> + +<p> +disparmente angosciate tutte a tondo<br /> +e lasse su per la prima cornice,<br /> +purgando la caligine del mondo. +</p> + +<p> +Se di là sempre ben per noi si dice,<br /> +di qua che dire e far per lor si puote<br /> +da quei c’hanno al voler buona radice? +</p> + +<p> +Ben si de’ loro atar lavar le note<br /> +che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br /> +possano uscire a le stellate ruote. +</p> + +<p> +«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br /> +tosto, sì che possiate muover l’ala,<br /> +che secondo il disio vostro vi lievi, +</p> + +<p> +mostrate da qual mano inver’ la scala<br /> +si va più corto; e se c’è più d’un varco,<br /> +quel ne ’nsegnate che men erto cala; +</p> + +<p> +ché questi che vien meco, per lo ’ncarco<br /> +de la carne d’Adamo onde si veste,<br /> +al montar sù, contra sua voglia, è parco». +</p> + +<p> +Le lor parole, che rendero a queste<br /> +che dette avea colui cu’ io seguiva,<br /> +non fur da cui venisser manifeste; +</p> + +<p> +ma fu detto: «A man destra per la riva<br /> +con noi venite, e troverete il passo<br /> +possibile a salir persona viva. +</p> + +<p> +E s’io non fossi impedito dal sasso<br /> +che la cervice mia superba doma,<br /> +onde portar convienmi il viso basso, +</p> + +<p> +cotesti, ch’ancor vive e non si noma,<br /> +guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,<br /> +e per farlo pietoso a questa soma. +</p> + +<p> +Io fui latino e nato d’un gran Tosco:<br /> +Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br /> +non so se ’l nome suo già mai fu vosco. +</p> + +<p> +L’antico sangue e l’opere leggiadre<br /> +d’i miei maggior mi fer sì arrogante,<br /> +che, non pensando a la comune madre, +</p> + +<p> +ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,<br /> +ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,<br /> +e sallo in Campagnatico ogne fante. +</p> + +<p> +Io sono Omberto; e non pur a me danno<br /> +superbia fa, ché tutti miei consorti<br /> +ha ella tratti seco nel malanno. +</p> + +<p> +E qui convien ch’io questo peso porti<br /> +per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br /> +poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». +</p> + +<p> +Ascoltando chinai in giù la faccia;<br /> +e un di lor, non questi che parlava,<br /> +si torse sotto il peso che li ’mpaccia, +</p> + +<p> +e videmi e conobbemi e chiamava,<br /> +tenendo li occhi con fatica fisi<br /> +a me che tutto chin con loro andava. +</p> + +<p> +«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,<br /> +l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte<br /> +ch’alluminar chiamata è in Parisi?». +</p> + +<p> +«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte<br /> +che pennelleggia Franco Bolognese;<br /> +l’onore è tutto or suo, e mio in parte. +</p> + +<p> +Ben non sare’ io stato sì cortese<br /> +mentre ch’io vissi, per lo gran disio<br /> +de l’eccellenza ove mio core intese. +</p> + +<p> +Di tal superbia qui si paga il fio;<br /> +e ancor non sarei qui, se non fosse<br /> +che, possendo peccar, mi volsi a Dio. +</p> + +<p> +Oh vana gloria de l’umane posse!<br /> +com’ poco verde in su la cima dura,<br /> +se non è giunta da l’etati grosse! +</p> + +<p> +Credette Cimabue ne la pittura<br /> +tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br /> +sì che la fama di colui è scura. +</p> + +<p> +Così ha tolto l’uno a l’altro Guido<br /> +la gloria de la lingua; e forse è nato<br /> +chi l’uno e l’altro caccerà del nido. +</p> + +<p> +Non è il mondan romore altro ch’un fiato<br /> +di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,<br /> +e muta nome perché muta lato. +</p> + +<p> +Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br /> +da te la carne, che se fossi morto<br /> +anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, +</p> + +<p> +pria che passin mill’ anni? ch’è più corto<br /> +spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia<br /> +al cerchio che più tardi in cielo è torto. +</p> + +<p> +Colui che del cammin sì poco piglia<br /> +dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br /> +e ora a pena in Siena sen pispiglia, +</p> + +<p> +ond’ era sire quando fu distrutta<br /> +la rabbia fiorentina, che superba<br /> +fu a quel tempo sì com’ ora è putta. +</p> + +<p> +La vostra nominanza è color d’erba,<br /> +che viene e va, e quei la discolora<br /> +per cui ella esce de la terra acerba». +</p> + +<p> +E io a lui: «Tuo vero dir m’incora<br /> +bona umiltà, e gran tumor m’appiani;<br /> +ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». +</p> + +<p> +«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br /> +ed è qui perché fu presuntüoso<br /> +a recar Siena tutta a le sue mani. +</p> + +<p> +Ito è così e va, sanza riposo,<br /> +poi che morì; cotal moneta rende<br /> +a sodisfar chi è di là troppo oso». +</p> + +<p> +E io: «Se quello spirito ch’attende,<br /> +pria che si penta, l’orlo de la vita,<br /> +qua giù dimora e qua sù non ascende, +</p> + +<p> +se buona orazïon lui non aita,<br /> +prima che passi tempo quanto visse,<br /> +come fu la venuta lui largita?». +</p> + +<p> +«Quando vivea più glorïoso», disse,<br /> +«liberamente nel Campo di Siena,<br /> +ogne vergogna diposta, s’affisse; +</p> + +<p> +e lì, per trar l’amico suo di pena,<br /> +ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,<br /> +si condusse a tremar per ogne vena. +</p> + +<p> +Più non dirò, e scuro so che parlo;<br /> +ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini<br /> +faranno sì che tu potrai chiosarlo. +</p> + +<p> +Quest’ opera li tolse quei confini». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto46"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XII +</h2> + +<p> +Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br /> +m’andava io con quell’ anima carca,<br /> +fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. +</p> + +<p> +Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br /> +ché qui è buono con l’ali e coi remi,<br /> +quantunque può, ciascun pinger sua barca»; +</p> + +<p> +dritto sì come andar vuolsi rife’mi<br /> +con la persona, avvegna che i pensieri<br /> +mi rimanessero e chinati e scemi. +</p> + +<p> +Io m’era mosso, e seguia volontieri<br /> +del mio maestro i passi, e amendue<br /> +già mostravam com’ eravam leggeri; +</p> + +<p> +ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br /> +buon ti sarà, per tranquillar la via,<br /> +veder lo letto de le piante tue». +</p> + +<p> +Come, perché di lor memoria sia,<br /> +sovra i sepolti le tombe terragne<br /> +portan segnato quel ch’elli eran pria, +</p> + +<p> +onde lì molte volte si ripiagne<br /> +per la puntura de la rimembranza,<br /> +che solo a’ pïi dà de le calcagne; +</p> + +<p> +sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza<br /> +secondo l’artificio, figurato<br /> +quanto per via di fuor del monte avanza. +</p> + +<p> +Vedea colui che fu nobil creato<br /> +più ch’altra creatura, giù dal cielo<br /> +folgoreggiando scender, da l’un lato. +</p> + +<p> +Vedëa Brïareo fitto dal telo<br /> +celestïal giacer, da l’altra parte,<br /> +grave a la terra per lo mortal gelo. +</p> + +<p> +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br /> +armati ancora, intorno al padre loro,<br /> +mirar le membra d’i Giganti sparte. +</p> + +<p> +Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br /> +quasi smarrito, e riguardar le genti<br /> +che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. +</p> + +<p> +O Nïobè, con che occhi dolenti<br /> +vedea io te segnata in su la strada,<br /> +tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! +</p> + +<p> +O Saùl, come in su la propria spada<br /> +quivi parevi morto in Gelboè,<br /> +che poi non sentì pioggia né rugiada! +</p> + +<p> +O folle Aragne, sì vedea io te<br /> +già mezza ragna, trista in su li stracci<br /> +de l’opera che mal per te si fé. +</p> + +<p> +O Roboàm, già non par che minacci<br /> +quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento<br /> +nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. +</p> + +<p> +Mostrava ancor lo duro pavimento<br /> +come Almeon a sua madre fé caro<br /> +parer lo sventurato addornamento. +</p> + +<p> +Mostrava come i figli si gittaro<br /> +sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br /> +e come, morto lui, quivi il lasciaro. +</p> + +<p> +Mostrava la ruina e ’l crudo scempio<br /> +che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br /> +«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». +</p> + +<p> +Mostrava come in rotta si fuggiro<br /> +li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br /> +e anche le reliquie del martiro. +</p> + +<p> +Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br /> +o Ilïón, come te basso e vile<br /> +mostrava il segno che lì si discerne! +</p> + +<p> +Qual di pennel fu maestro o di stile<br /> +che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi<br /> +mirar farieno uno ingegno sottile? +</p> + +<p> +Morti li morti e i vivi parean vivi:<br /> +non vide mei di me chi vide il vero,<br /> +quant’ io calcai, fin che chinato givi. +</p> + +<p> +Or superbite, e via col viso altero,<br /> +figliuoli d’Eva, e non chinate il volto<br /> +sì che veggiate il vostro mal sentero! +</p> + +<p> +Più era già per noi del monte vòlto<br /> +e del cammin del sole assai più speso<br /> +che non stimava l’animo non sciolto, +</p> + +<p> +quando colui che sempre innanzi atteso<br /> +andava, cominciò: «Drizza la testa;<br /> +non è più tempo di gir sì sospeso. +</p> + +<p> +Vedi colà un angel che s’appresta<br /> +per venir verso noi; vedi che torna<br /> +dal servigio del dì l’ancella sesta. +</p> + +<p> +Di reverenza il viso e li atti addorna,<br /> +sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;<br /> +pensa che questo dì mai non raggiorna!». +</p> + +<p> +Io era ben del suo ammonir uso<br /> +pur di non perder tempo, sì che ’n quella<br /> +materia non potea parlarmi chiuso. +</p> + +<p> +A noi venìa la creatura bella,<br /> +biancovestito e ne la faccia quale<br /> +par tremolando mattutina stella. +</p> + +<p> +Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;<br /> +disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br /> +e agevolemente omai si sale. +</p> + +<p> +A questo invito vegnon molto radi:<br /> +o gente umana, per volar sù nata,<br /> +perché a poco vento così cadi?». +</p> + +<p> +Menocci ove la roccia era tagliata;<br /> +quivi mi batté l’ali per la fronte;<br /> +poi mi promise sicura l’andata. +</p> + +<p> +Come a man destra, per salire al monte<br /> +dove siede la chiesa che soggioga<br /> +la ben guidata sopra Rubaconte, +</p> + +<p> +si rompe del montar l’ardita foga<br /> +per le scalee che si fero ad etade<br /> +ch’era sicuro il quaderno e la doga; +</p> + +<p> +così s’allenta la ripa che cade<br /> +quivi ben ratta da l’altro girone;<br /> +ma quinci e quindi l’alta pietra rade. +</p> + +<p> +Noi volgendo ivi le nostre persone,<br /> +‘Beati pauperes spiritu!’ voci<br /> +cantaron sì, che nol diria sermone. +</p> + +<p> +Ahi quanto son diverse quelle foci<br /> +da l’infernali! ché quivi per canti<br /> +s’entra, e là giù per lamenti feroci. +</p> + +<p> +Già montavam su per li scaglion santi,<br /> +ed esser mi parea troppo più lieve<br /> +che per lo pian non mi parea davanti. +</p> + +<p> +Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br /> +levata s’è da me, che nulla quasi<br /> +per me fatica, andando, si riceve?». +</p> + +<p> +Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br /> +ancor nel volto tuo presso che stinti,<br /> +saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, +</p> + +<p> +fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br /> +che non pur non fatica sentiranno,<br /> +ma fia diletto loro esser sù pinti». +</p> + +<p> +Allor fec’ io come color che vanno<br /> +con cosa in capo non da lor saputa,<br /> +se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; +</p> + +<p> +per che la mano ad accertar s’aiuta,<br /> +e cerca e truova e quello officio adempie<br /> +che non si può fornir per la veduta; +</p> + +<p> +e con le dita de la destra scempie<br /> +trovai pur sei le lettere che ’ncise<br /> +quel da le chiavi a me sovra le tempie: +</p> + +<p> +a che guardando, il mio duca sorrise. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto47"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XIII +</h2> + +<p> +Noi eravamo al sommo de la scala,<br /> +dove secondamente si risega<br /> +lo monte che salendo altrui dismala. +</p> + +<p> +Ivi così una cornice lega<br /> +dintorno il poggio, come la primaia;<br /> +se non che l’arco suo più tosto piega. +</p> + +<p> +Ombra non lì è né segno che si paia:<br /> +parsi la ripa e parsi la via schietta<br /> +col livido color de la petraia. +</p> + +<p> +«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,<br /> +ragionava il poeta, «io temo forse<br /> +che troppo avrà d’indugio nostra eletta». +</p> + +<p> +Poi fisamente al sole li occhi porse;<br /> +fece del destro lato a muover centro,<br /> +e la sinistra parte di sé torse. +</p> + +<p> +«O dolce lume a cui fidanza i’ entro<br /> +per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br /> +dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. +</p> + +<p> +Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;<br /> +s’altra ragione in contrario non ponta,<br /> +esser dien sempre li tuoi raggi duci». +</p> + +<p> +Quanto di qua per un migliaio si conta,<br /> +tanto di là eravam noi già iti,<br /> +con poco tempo, per la voglia pronta; +</p> + +<p> +e verso noi volar furon sentiti,<br /> +non però visti, spiriti parlando<br /> +a la mensa d’amor cortesi inviti. +</p> + +<p> +La prima voce che passò volando<br /> +‘Vinum non habent’ altamente disse,<br /> +e dietro a noi l’andò reïterando. +</p> + +<p> +E prima che del tutto non si udisse<br /> +per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’<br /> +passò gridando, e anco non s’affisse. +</p> + +<p> +«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».<br /> +E com’ io domandai, ecco la terza<br /> +dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. +</p> + +<p> +E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br /> +la colpa de la invidia, e però sono<br /> +tratte d’amor le corde de la ferza. +</p> + +<p> +Lo fren vuol esser del contrario suono;<br /> +credo che l’udirai, per mio avviso,<br /> +prima che giunghi al passo del perdono. +</p> + +<p> +Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,<br /> +e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br /> +e ciascun è lungo la grotta assiso». +</p> + +<p> +Allora più che prima li occhi apersi;<br /> +guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti<br /> +al color de la pietra non diversi. +</p> + +<p> +E poi che fummo un poco più avanti,<br /> +udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:<br /> +gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. +</p> + +<p> +Non credo che per terra vada ancoi<br /> +omo sì duro, che non fosse punto<br /> +per compassion di quel ch’i’ vidi poi; +</p> + +<p> +ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br /> +che li atti loro a me venivan certi,<br /> +per li occhi fui di grave dolor munto. +</p> + +<p> +Di vil ciliccio mi parean coperti,<br /> +e l’un sofferia l’altro con la spalla,<br /> +e tutti da la ripa eran sofferti. +</p> + +<p> +Così li ciechi a cui la roba falla,<br /> +stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,<br /> +e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, +</p> + +<p> +perché ’n altrui pietà tosto si pogna,<br /> +non pur per lo sonar de le parole,<br /> +ma per la vista che non meno agogna. +</p> + +<p> +E come a li orbi non approda il sole,<br /> +così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,<br /> +luce del ciel di sé largir non vole; +</p> + +<p> +ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br /> +e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br /> +si fa però che queto non dimora. +</p> + +<p> +A me pareva, andando, fare oltraggio,<br /> +veggendo altrui, non essendo veduto:<br /> +per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. +</p> + +<p> +Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;<br /> +e però non attese mia dimanda,<br /> +ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». +</p> + +<p> +Virgilio mi venìa da quella banda<br /> +de la cornice onde cader si puote,<br /> +perché da nulla sponda s’inghirlanda; +</p> + +<p> +da l’altra parte m’eran le divote<br /> +ombre, che per l’orribile costura<br /> +premevan sì, che bagnavan le gote. +</p> + +<p> +Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br /> +incominciai, «di veder l’alto lume<br /> +che ’l disio vostro solo ha in sua cura, +</p> + +<p> +se tosto grazia resolva le schiume<br /> +di vostra coscïenza sì che chiaro<br /> +per essa scenda de la mente il fiume, +</p> + +<p> +ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br /> +s’anima è qui tra voi che sia latina;<br /> +e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». +</p> + +<p> +«O frate mio, ciascuna è cittadina<br /> +d’una vera città; ma tu vuo’ dire<br /> +che vivesse in Italia peregrina». +</p> + +<p> +Questo mi parve per risposta udire<br /> +più innanzi alquanto che là dov’ io stava,<br /> +ond’ io mi feci ancor più là sentire. +</p> + +<p> +Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava<br /> +in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,<br /> +lo mento a guisa d’orbo in sù levava. +</p> + +<p> +«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,<br /> +se tu se’ quelli che mi rispondesti,<br /> +fammiti conto o per luogo o per nome». +</p> + +<p> +«Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br /> +altri rimendo qui la vita ria,<br /> +lagrimando a colui che sé ne presti. +</p> + +<p> +Savia non fui, avvegna che Sapìa<br /> +fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br /> +più lieta assai che di ventura mia. +</p> + +<p> +E perché tu non creda ch’io t’inganni,<br /> +odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,<br /> +già discendendo l’arco d’i miei anni. +</p> + +<p> +Eran li cittadin miei presso a Colle<br /> +in campo giunti co’ loro avversari,<br /> +e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. +</p> + +<p> +Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br /> +passi di fuga; e veggendo la caccia,<br /> +letizia presi a tutte altre dispari, +</p> + +<p> +tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,<br /> +gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,<br /> +come fé ’l merlo per poca bonaccia. +</p> + +<p> +Pace volli con Dio in su lo stremo<br /> +de la mia vita; e ancor non sarebbe<br /> +lo mio dover per penitenza scemo, +</p> + +<p> +se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe<br /> +Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br /> +a cui di me per caritate increbbe. +</p> + +<p> +Ma tu chi se’, che nostre condizioni<br /> +vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br /> +sì com’ io credo, e spirando ragioni?». +</p> + +<p> +«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,<br /> +ma picciol tempo, ché poca è l’offesa<br /> +fatta per esser con invidia vòlti. +</p> + +<p> +Troppa è più la paura ond’ è sospesa<br /> +l’anima mia del tormento di sotto,<br /> +che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». +</p> + +<p> +Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto<br /> +qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br /> +E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. +</p> + +<p> +E vivo sono; e però mi richiedi,<br /> +spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova<br /> +di là per te ancor li mortai piedi». +</p> + +<p> +«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br /> +rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;<br /> +però col priego tuo talor mi giova. +</p> + +<p> +E cheggioti, per quel che tu più brami,<br /> +se mai calchi la terra di Toscana,<br /> +che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. +</p> + +<p> +Tu li vedrai tra quella gente vana<br /> +che spera in Talamone, e perderagli<br /> +più di speranza ch’a trovar la Diana; +</p> + +<p> +ma più vi perderanno li ammiragli». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto48"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XIV +</h2> + +<p> +«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia<br /> +prima che morte li abbia dato il volo,<br /> +e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». +</p> + +<p> +«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;<br /> +domandal tu che più li t’avvicini,<br /> +e dolcemente, sì che parli, acco’lo». +</p> + +<p> +Così due spirti, l’uno a l’altro chini,<br /> +ragionavan di me ivi a man dritta;<br /> +poi fer li visi, per dirmi, supini; +</p> + +<p> +e disse l’uno: «O anima che fitta<br /> +nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,<br /> +per carità ne consola e ne ditta +</p> + +<p> +onde vieni e chi se’; ché tu ne fai<br /> +tanto maravigliar de la tua grazia,<br /> +quanto vuol cosa che non fu più mai». +</p> + +<p> +E io: «Per mezza Toscana si spazia<br /> +un fiumicel che nasce in Falterona,<br /> +e cento miglia di corso nol sazia. +</p> + +<p> +Di sovr’ esso rech’ io questa persona:<br /> +dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,<br /> +ché ’l nome mio ancor molto non suona». +</p> + +<p> +«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno<br /> +con lo ’ntelletto», allora mi rispuose<br /> +quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». +</p> + +<p> +E l’altro disse lui: «Perché nascose<br /> +questi il vocabol di quella riviera,<br /> +pur com’ om fa de l’orribili cose?». +</p> + +<p> +E l’ombra che di ciò domandata era,<br /> +si sdebitò così: «Non so; ma degno<br /> +ben è che ’l nome di tal valle pèra; +</p> + +<p> +ché dal principio suo, ov’ è sì pregno<br /> +l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,<br /> +che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, +</p> + +<p> +infin là ’ve si rende per ristoro<br /> +di quel che ’l ciel de la marina asciuga,<br /> +ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, +</p> + +<p> +vertù così per nimica si fuga<br /> +da tutti come biscia, o per sventura<br /> +del luogo, o per mal uso che li fruga: +</p> + +<p> +ond’ hanno sì mutata lor natura<br /> +li abitator de la misera valle,<br /> +che par che Circe li avesse in pastura. +</p> + +<p> +Tra brutti porci, più degni di galle<br /> +che d’altro cibo fatto in uman uso,<br /> +dirizza prima il suo povero calle. +</p> + +<p> +Botoli trova poi, venendo giuso,<br /> +ringhiosi più che non chiede lor possa,<br /> +e da lor disdegnosa torce il muso. +</p> + +<p> +Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,<br /> +tanto più trova di can farsi lupi<br /> +la maladetta e sventurata fossa. +</p> + +<p> +Discesa poi per più pelaghi cupi,<br /> +trova le volpi sì piene di froda,<br /> +che non temono ingegno che le occùpi. +</p> + +<p> +Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;<br /> +e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta<br /> +di ciò che vero spirto mi disnoda. +</p> + +<p> +Io veggio tuo nepote che diventa<br /> +cacciator di quei lupi in su la riva<br /> +del fiero fiume, e tutti li sgomenta. +</p> + +<p> +Vende la carne loro essendo viva;<br /> +poscia li ancide come antica belva;<br /> +molti di vita e sé di pregio priva. +</p> + +<p> +Sanguinoso esce de la trista selva;<br /> +lasciala tal, che di qui a mille anni<br /> +ne lo stato primaio non si rinselva». +</p> + +<p> +Com’ a l’annunzio di dogliosi danni<br /> +si turba il viso di colui ch’ascolta,<br /> +da qual che parte il periglio l’assanni, +</p> + +<p> +così vid’ io l’altr’ anima, che volta<br /> +stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br /> +poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. +</p> + +<p> +Lo dir de l’una e de l’altra la vista<br /> +mi fer voglioso di saper lor nomi,<br /> +e dimanda ne fei con prieghi mista; +</p> + +<p> +per che lo spirto che di pria parlòmi<br /> +ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca<br /> +nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. +</p> + +<p> +Ma da che Dio in te vuol che traluca<br /> +tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br /> +però sappi ch’io fui Guido del Duca. +</p> + +<p> +Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,<br /> +che se veduto avesse uom farsi lieto,<br /> +visto m’avresti di livore sparso. +</p> + +<p> +Di mia semente cotal paglia mieto;<br /> +o gente umana, perché poni ’l core<br /> +là ’v’ è mestier di consorte divieto? +</p> + +<p> +Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore<br /> +de la casa da Calboli, ove nullo<br /> +fatto s’è reda poi del suo valore. +</p> + +<p> +E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br /> +tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,<br /> +del ben richesto al vero e al trastullo; +</p> + +<p> +ché dentro a questi termini è ripieno<br /> +di venenosi sterpi, sì che tardi<br /> +per coltivare omai verrebber meno. +</p> + +<p> +Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br /> +Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br /> +Oh Romagnuoli tornati in bastardi! +</p> + +<p> +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br /> +quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br /> +verga gentil di picciola gramigna? +</p> + +<p> +Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,<br /> +quando rimembro, con Guido da Prata,<br /> +Ugolin d’Azzo che vivette nosco, +</p> + +<p> +Federigo Tignoso e sua brigata,<br /> +la casa Traversara e li Anastagi<br /> +(e l’una gente e l’altra è diretata), +</p> + +<p> +le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi<br /> +che ne ’nvogliava amore e cortesia<br /> +là dove i cuor son fatti sì malvagi. +</p> + +<p> +O Bretinoro, ché non fuggi via,<br /> +poi che gita se n’è la tua famiglia<br /> +e molta gente per non esser ria? +</p> + +<p> +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br /> +e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br /> +che di figliar tai conti più s’impiglia. +</p> + +<p> +Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio<br /> +lor sen girà; ma non però che puro<br /> +già mai rimagna d’essi testimonio. +</p> + +<p> +O Ugolin de’ Fantolin, sicuro<br /> +è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta<br /> +chi far lo possa, tralignando, scuro. +</p> + +<p> +Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta<br /> +troppo di pianger più che di parlare,<br /> +sì m’ha nostra ragion la mente stretta». +</p> + +<p> +Noi sapavam che quell’ anime care<br /> +ci sentivano andar; però, tacendo,<br /> +facëan noi del cammin confidare. +</p> + +<p> +Poi fummo fatti soli procedendo,<br /> +folgore parve quando l’aere fende,<br /> +voce che giunse di contra dicendo: +</p> + +<p> +‘Anciderammi qualunque m’apprende’;<br /> +e fuggì come tuon che si dilegua,<br /> +se sùbito la nuvola scoscende. +</p> + +<p> +Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,<br /> +ed ecco l’altra con sì gran fracasso,<br /> +che somigliò tonar che tosto segua: +</p> + +<p> +«Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br /> +e allor, per ristrignermi al poeta,<br /> +in destro feci, e non innanzi, il passo. +</p> + +<p> +Già era l’aura d’ogne parte queta;<br /> +ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo<br /> +che dovria l’uom tener dentro a sua meta. +</p> + +<p> +Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo<br /> +de l’antico avversaro a sé vi tira;<br /> +e però poco val freno o richiamo. +</p> + +<p> +Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,<br /> +mostrandovi le sue bellezze etterne,<br /> +e l’occhio vostro pur a terra mira; +</p> + +<p> +onde vi batte chi tutto discerne». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto49"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XV +</h2> + +<p> +Quanto tra l’ultimar de l’ora terza<br /> +e ’l principio del dì par de la spera<br /> +che sempre a guisa di fanciullo scherza, +</p> + +<p> +tanto pareva già inver’ la sera<br /> +essere al sol del suo corso rimaso;<br /> +vespero là, e qui mezza notte era. +</p> + +<p> +E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,<br /> +perché per noi girato era sì ’l monte,<br /> +che già dritti andavamo inver’ l’occaso, +</p> + +<p> +quand’ io senti’ a me gravar la fronte<br /> +a lo splendore assai più che di prima,<br /> +e stupor m’eran le cose non conte; +</p> + +<p> +ond’ io levai le mani inver’ la cima<br /> +de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,<br /> +che del soverchio visibile lima. +</p> + +<p> +Come quando da l’acqua o da lo specchio<br /> +salta lo raggio a l’opposita parte,<br /> +salendo su per lo modo parecchio +</p> + +<p> +a quel che scende, e tanto si diparte<br /> +dal cader de la pietra in igual tratta,<br /> +sì come mostra esperïenza e arte; +</p> + +<p> +così mi parve da luce rifratta<br /> +quivi dinanzi a me esser percosso;<br /> +per che a fuggir la mia vista fu ratta. +</p> + +<p> +«Che è quel, dolce padre, a che non posso<br /> +schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br /> +diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». +</p> + +<p> +«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia<br /> +la famiglia del cielo», a me rispuose:<br /> +«messo è che viene ad invitar ch’om saglia. +</p> + +<p> +Tosto sarà ch’a veder queste cose<br /> +non ti fia grave, ma fieti diletto<br /> +quanto natura a sentir ti dispuose». +</p> + +<p> +Poi giunti fummo a l’angel benedetto,<br /> +con lieta voce disse: «Intrate quinci<br /> +ad un scaleo vie men che li altri eretto». +</p> + +<p> +Noi montavam, già partiti di linci,<br /> +e ‘Beati misericordes!’ fue<br /> +cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. +</p> + +<p> +Lo mio maestro e io soli amendue<br /> +suso andavamo; e io pensai, andando,<br /> +prode acquistar ne le parole sue; +</p> + +<p> +e dirizza’mi a lui sì dimandando:<br /> +«Che volse dir lo spirto di Romagna,<br /> +e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». +</p> + +<p> +Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna<br /> +conosce il danno; e però non s’ammiri<br /> +se ne riprende perché men si piagna. +</p> + +<p> +Perché s’appuntano i vostri disiri<br /> +dove per compagnia parte si scema,<br /> +invidia move il mantaco a’ sospiri. +</p> + +<p> +Ma se l’amor de la spera supprema<br /> +torcesse in suso il disiderio vostro,<br /> +non vi sarebbe al petto quella tema; +</p> + +<p> +ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,<br /> +tanto possiede più di ben ciascuno,<br /> +e più di caritate arde in quel chiostro». +</p> + +<p> +«Io son d’esser contento più digiuno»,<br /> +diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,<br /> +e più di dubbio ne la mente aduno. +</p> + +<p> +Com’ esser puote ch’un ben, distributo<br /> +in più posseditor, faccia più ricchi<br /> +di sé che se da pochi è posseduto?». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br /> +la mente pur a le cose terrene,<br /> +di vera luce tenebre dispicchi. +</p> + +<p> +Quello infinito e ineffabil bene<br /> +che là sù è, così corre ad amore<br /> +com’ a lucido corpo raggio vene. +</p> + +<p> +Tanto si dà quanto trova d’ardore;<br /> +sì che, quantunque carità si stende,<br /> +cresce sovr’ essa l’etterno valore. +</p> + +<p> +E quanta gente più là sù s’intende,<br /> +più v’è da bene amare, e più vi s’ama,<br /> +e come specchio l’uno a l’altro rende. +</p> + +<p> +E se la mia ragion non ti disfama,<br /> +vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br /> +ti torrà questa e ciascun’ altra brama. +</p> + +<p> +Procaccia pur che tosto sieno spente,<br /> +come son già le due, le cinque piaghe,<br /> +che si richiudon per esser dolente». +</p> + +<p> +Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,<br /> +vidimi giunto in su l’altro girone,<br /> +sì che tacer mi fer le luci vaghe. +</p> + +<p> +Ivi mi parve in una visïone<br /> +estatica di sùbito esser tratto,<br /> +e vedere in un tempio più persone; +</p> + +<p> +e una donna, in su l’entrar, con atto<br /> +dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br /> +perché hai tu così verso noi fatto? +</p> + +<p> +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br /> +ti cercavamo». E come qui si tacque,<br /> +ciò che pareva prima, dispario. +</p> + +<p> +Indi m’apparve un’altra con quell’ acque<br /> +giù per le gote che ’l dolor distilla<br /> +quando di gran dispetto in altrui nacque, +</p> + +<p> +e dir: «Se tu se’ sire de la villa<br /> +del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,<br /> +e onde ogne scïenza disfavilla, +</p> + +<p> +vendica te di quelle braccia ardite<br /> +ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br /> +E ’l segnor mi parea, benigno e mite, +</p> + +<p> +risponder lei con viso temperato:<br /> +«Che farem noi a chi mal ne disira,<br /> +se quei che ci ama è per noi condannato?», +</p> + +<p> +Poi vidi genti accese in foco d’ira<br /> +con pietre un giovinetto ancider, forte<br /> +gridando a sé pur: «Martira, martira!». +</p> + +<p> +E lui vedea chinarsi, per la morte<br /> +che l’aggravava già, inver’ la terra,<br /> +ma de li occhi facea sempre al ciel porte, +</p> + +<p> +orando a l’alto Sire, in tanta guerra,<br /> +che perdonasse a’ suoi persecutori,<br /> +con quello aspetto che pietà diserra. +</p> + +<p> +Quando l’anima mia tornò di fori<br /> +a le cose che son fuor di lei vere,<br /> +io riconobbi i miei non falsi errori. +</p> + +<p> +Lo duca mio, che mi potea vedere<br /> +far sì com’ om che dal sonno si slega,<br /> +disse: «Che hai che non ti puoi tenere, +</p> + +<p> +ma se’ venuto più che mezza lega<br /> +velando li occhi e con le gambe avvolte,<br /> +a guisa di cui vino o sonno piega?». +</p> + +<p> +«O dolce padre mio, se tu m’ascolte,<br /> +io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve<br /> +quando le gambe mi furon sì tolte». +</p> + +<p> +Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br /> +sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br /> +le tue cogitazion, quantunque parve. +</p> + +<p> +Ciò che vedesti fu perché non scuse<br /> +d’aprir lo core a l’acque de la pace<br /> +che da l’etterno fonte son diffuse. +</p> + +<p> +Non dimandai “Che hai?” per quel che face<br /> +chi guarda pur con l’occhio che non vede,<br /> +quando disanimato il corpo giace; +</p> + +<p> +ma dimandai per darti forza al piede:<br /> +così frugar conviensi i pigri, lenti<br /> +ad usar lor vigilia quando riede». +</p> + +<p> +Noi andavam per lo vespero, attenti<br /> +oltre quanto potean li occhi allungarsi<br /> +contra i raggi serotini e lucenti. +</p> + +<p> +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br /> +verso di noi come la notte oscuro;<br /> +né da quello era loco da cansarsi. +</p> + +<p> +Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto50"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XVI +</h2> + +<p> +Buio d’inferno e di notte privata<br /> +d’ogne pianeto, sotto pover cielo,<br /> +quant’ esser può di nuvol tenebrata, +</p> + +<p> +non fece al viso mio sì grosso velo<br /> +come quel fummo ch’ivi ci coperse,<br /> +né a sentir di così aspro pelo, +</p> + +<p> +che l’occhio stare aperto non sofferse;<br /> +onde la scorta mia saputa e fida<br /> +mi s’accostò e l’omero m’offerse. +</p> + +<p> +Sì come cieco va dietro a sua guida<br /> +per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br /> +in cosa che ’l molesti, o forse ancida, +</p> + +<p> +m’andava io per l’aere amaro e sozzo,<br /> +ascoltando il mio duca che diceva<br /> +pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». +</p> + +<p> +Io sentia voci, e ciascuna pareva<br /> +pregar per pace e per misericordia<br /> +l’Agnel di Dio che le peccata leva. +</p> + +<p> +Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;<br /> +una parola in tutte era e un modo,<br /> +sì che parea tra esse ogne concordia. +</p> + +<p> +«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,<br /> +diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br /> +e d’iracundia van solvendo il nodo». +</p> + +<p> +«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,<br /> +e di noi parli pur come se tue<br /> +partissi ancor lo tempo per calendi?». +</p> + +<p> +Così per una voce detto fue;<br /> +onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,<br /> +e domanda se quinci si va sùe». +</p> + +<p> +E io: «O creatura che ti mondi<br /> +per tornar bella a colui che ti fece,<br /> +maraviglia udirai, se mi secondi». +</p> + +<p> +«Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br /> +rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br /> +l’udir ci terrà giunti in quella vece». +</p> + +<p> +Allora incominciai: «Con quella fascia<br /> +che la morte dissolve men vo suso,<br /> +e venni qui per l’infernale ambascia. +</p> + +<p> +E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,<br /> +tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte<br /> +per modo tutto fuor del moderno uso, +</p> + +<p> +non mi celar chi fosti anzi la morte,<br /> +ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;<br /> +e tue parole fier le nostre scorte». +</p> + +<p> +«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;<br /> +del mondo seppi, e quel valore amai<br /> +al quale ha or ciascun disteso l’arco. +</p> + +<p> +Per montar sù dirittamente vai».<br /> +Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego<br /> +che per me prieghi quando sù sarai». +</p> + +<p> +E io a lui: «Per fede mi ti lego<br /> +di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br /> +dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. +</p> + +<p> +Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br /> +ne la sentenza tua, che mi fa certo<br /> +qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. +</p> + +<p> +Lo mondo è ben così tutto diserto<br /> +d’ogne virtute, come tu mi sone,<br /> +e di malizia gravido e coverto; +</p> + +<p> +ma priego che m’addite la cagione,<br /> +sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;<br /> +ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». +</p> + +<p> +Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br /> +mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br /> +lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. +</p> + +<p> +Voi che vivete ogne cagion recate<br /> +pur suso al cielo, pur come se tutto<br /> +movesse seco di necessitate. +</p> + +<p> +Se così fosse, in voi fora distrutto<br /> +libero arbitrio, e non fora giustizia<br /> +per ben letizia, e per male aver lutto. +</p> + +<p> +Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br /> +non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,<br /> +lume v’è dato a bene e a malizia, +</p> + +<p> +e libero voler; che, se fatica<br /> +ne le prime battaglie col ciel dura,<br /> +poi vince tutto, se ben si notrica. +</p> + +<p> +A maggior forza e a miglior natura<br /> +liberi soggiacete; e quella cria<br /> +la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. +</p> + +<p> +Però, se ’l mondo presente disvia,<br /> +in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br /> +e io te ne sarò or vera spia. +</p> + +<p> +Esce di mano a lui che la vagheggia<br /> +prima che sia, a guisa di fanciulla<br /> +che piangendo e ridendo pargoleggia, +</p> + +<p> +l’anima semplicetta che sa nulla,<br /> +salvo che, mossa da lieto fattore,<br /> +volontier torna a ciò che la trastulla. +</p> + +<p> +Di picciol bene in pria sente sapore;<br /> +quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,<br /> +se guida o fren non torce suo amore. +</p> + +<p> +Onde convenne legge per fren porre;<br /> +convenne rege aver, che discernesse<br /> +de la vera cittade almen la torre. +</p> + +<p> +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br /> +Nullo, però che ’l pastor che procede,<br /> +rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; +</p> + +<p> +per che la gente, che sua guida vede<br /> +pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,<br /> +di quel si pasce, e più oltre non chiede. +</p> + +<p> +Ben puoi veder che la mala condotta<br /> +è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,<br /> +e non natura che ’n voi sia corrotta. +</p> + +<p> +Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,<br /> +due soli aver, che l’una e l’altra strada<br /> +facean vedere, e del mondo e di Deo. +</p> + +<p> +L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada<br /> +col pasturale, e l’un con l’altro insieme<br /> +per viva forza mal convien che vada; +</p> + +<p> +però che, giunti, l’un l’altro non teme:<br /> +se non mi credi, pon mente a la spiga,<br /> +ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. +</p> + +<p> +In sul paese ch’Adice e Po riga,<br /> +solea valore e cortesia trovarsi,<br /> +prima che Federigo avesse briga; +</p> + +<p> +or può sicuramente indi passarsi<br /> +per qualunque lasciasse, per vergogna<br /> +di ragionar coi buoni o d’appressarsi. +</p> + +<p> +Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna<br /> +l’antica età la nova, e par lor tardo<br /> +che Dio a miglior vita li ripogna: +</p> + +<p> +Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo<br /> +e Guido da Castel, che mei si noma,<br /> +francescamente, il semplice Lombardo. +</p> + +<p> +Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br /> +per confondere in sé due reggimenti,<br /> +cade nel fango, e sé brutta e la soma». +</p> + +<p> +«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;<br /> +e or discerno perché dal retaggio<br /> +li figli di Levì furono essenti. +</p> + +<p> +Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br /> +di’ ch’è rimaso de la gente spenta,<br /> +in rimprovèro del secol selvaggio?». +</p> + +<p> +«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,<br /> +rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br /> +par che del buon Gherardo nulla senta. +</p> + +<p> +Per altro sopranome io nol conosco,<br /> +s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.<br /> +Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. +</p> + +<p> +Vedi l’albor che per lo fummo raia<br /> +già biancheggiare, e me convien partirmi<br /> +(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». +</p> + +<p> +Così tornò, e più non volle udirmi. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto51"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XVII +</h2> + +<p> +Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe<br /> +ti colse nebbia per la qual vedessi<br /> +non altrimenti che per pelle talpe, +</p> + +<p> +come, quando i vapori umidi e spessi<br /> +a diradar cominciansi, la spera<br /> +del sol debilemente entra per essi; +</p> + +<p> +e fia la tua imagine leggera<br /> +in giugnere a veder com’ io rividi<br /> +lo sole in pria, che già nel corcar era. +</p> + +<p> +Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi<br /> +del mio maestro, usci’ fuor di tal nube<br /> +ai raggi morti già ne’ bassi lidi. +</p> + +<p> +O imaginativa che ne rube<br /> +talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge<br /> +perché dintorno suonin mille tube, +</p> + +<p> +chi move te, se ’l senso non ti porge?<br /> +Moveti lume che nel ciel s’informa,<br /> +per sé o per voler che giù lo scorge. +</p> + +<p> +De l’empiezza di lei che mutò forma<br /> +ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,<br /> +ne l’imagine mia apparve l’orma; +</p> + +<p> +e qui fu la mia mente sì ristretta<br /> +dentro da sé, che di fuor non venìa<br /> +cosa che fosse allor da lei ricetta. +</p> + +<p> +Poi piovve dentro a l’alta fantasia<br /> +un crucifisso, dispettoso e fero<br /> +ne la sua vista, e cotal si moria; +</p> + +<p> +intorno ad esso era il grande Assüero,<br /> +Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,<br /> +che fu al dire e al far così intero. +</p> + +<p> +E come questa imagine rompeo<br /> +sé per sé stessa, a guisa d’una bulla<br /> +cui manca l’acqua sotto qual si feo, +</p> + +<p> +surse in mia visïone una fanciulla<br /> +piangendo forte, e dicea: «O regina,<br /> +perché per ira hai voluto esser nulla? +</p> + +<p> +Ancisa t’hai per non perder Lavina;<br /> +or m’hai perduta! Io son essa che lutto,<br /> +madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». +</p> + +<p> +Come si frange il sonno ove di butto<br /> +nova luce percuote il viso chiuso,<br /> +che fratto guizza pria che muoia tutto; +</p> + +<p> +così l’imaginar mio cadde giuso<br /> +tosto che lume il volto mi percosse,<br /> +maggior assai che quel ch’è in nostro uso. +</p> + +<p> +I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,<br /> +quando una voce disse «Qui si monta»,<br /> +che da ogne altro intento mi rimosse; +</p> + +<p> +e fece la mia voglia tanto pronta<br /> +di riguardar chi era che parlava,<br /> +che mai non posa, se non si raffronta. +</p> + +<p> +Ma come al sol che nostra vista grava<br /> +e per soverchio sua figura vela,<br /> +così la mia virtù quivi mancava. +</p> + +<p> +«Questo è divino spirito, che ne la<br /> +via da ir sù ne drizza sanza prego,<br /> +e col suo lume sé medesmo cela. +</p> + +<p> +Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;<br /> +ché quale aspetta prego e l’uopo vede,<br /> +malignamente già si mette al nego. +</p> + +<p> +Or accordiamo a tanto invito il piede;<br /> +procacciam di salir pria che s’abbui,<br /> +ché poi non si poria, se ’l dì non riede». +</p> + +<p> +Così disse il mio duca, e io con lui<br /> +volgemmo i nostri passi ad una scala;<br /> +e tosto ch’io al primo grado fui, +</p> + +<p> +senti’mi presso quasi un muover d’ala<br /> +e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati<br /> +pacifici, che son sanz’ ira mala!’. +</p> + +<p> +Già eran sovra noi tanto levati<br /> +li ultimi raggi che la notte segue,<br /> +che le stelle apparivan da più lati. +</p> + +<p> +‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,<br /> +fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br /> +la possa de le gambe posta in triegue. +</p> + +<p> +Noi eravam dove più non saliva<br /> +la scala sù, ed eravamo affissi,<br /> +pur come nave ch’a la piaggia arriva. +</p> + +<p> +E io attesi un poco, s’io udissi<br /> +alcuna cosa nel novo girone;<br /> +poi mi volsi al maestro mio, e dissi: +</p> + +<p> +«Dolce mio padre, dì, quale offensione<br /> +si purga qui nel giro dove semo?<br /> +Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo<br /> +del suo dover, quiritta si ristora;<br /> +qui si ribatte il mal tardato remo. +</p> + +<p> +Ma perché più aperto intendi ancora,<br /> +volgi la mente a me, e prenderai<br /> +alcun buon frutto di nostra dimora». +</p> + +<p> +«Né creator né creatura mai»,<br /> +cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br /> +o naturale o d’animo; e tu ’l sai. +</p> + +<p> +Lo naturale è sempre sanza errore,<br /> +ma l’altro puote errar per malo obietto<br /> +o per troppo o per poco di vigore. +</p> + +<p> +Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,<br /> +e ne’ secondi sé stesso misura,<br /> +esser non può cagion di mal diletto; +</p> + +<p> +ma quando al mal si torce, o con più cura<br /> +o con men che non dee corre nel bene,<br /> +contra ’l fattore adovra sua fattura. +</p> + +<p> +Quinci comprender puoi ch’esser convene<br /> +amor sementa in voi d’ogne virtute<br /> +e d’ogne operazion che merta pene. +</p> + +<p> +Or, perché mai non può da la salute<br /> +amor del suo subietto volger viso,<br /> +da l’odio proprio son le cose tute; +</p> + +<p> +e perché intender non si può diviso,<br /> +e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br /> +da quello odiare ogne effetto è deciso. +</p> + +<p> +Resta, se dividendo bene stimo,<br /> +che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso<br /> +amor nasce in tre modi in vostro limo. +</p> + +<p> +È chi, per esser suo vicin soppresso,<br /> +spera eccellenza, e sol per questo brama<br /> +ch’el sia di sua grandezza in basso messo; +</p> + +<p> +è chi podere, grazia, onore e fama<br /> +teme di perder perch’ altri sormonti,<br /> +onde s’attrista sì che ’l contrario ama; +</p> + +<p> +ed è chi per ingiuria par ch’aonti,<br /> +sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br /> +e tal convien che ’l male altrui impronti. +</p> + +<p> +Questo triforme amor qua giù di sotto<br /> +si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,<br /> +che corre al ben con ordine corrotto. +</p> + +<p> +Ciascun confusamente un bene apprende<br /> +nel qual si queti l’animo, e disira;<br /> +per che di giugner lui ciascun contende. +</p> + +<p> +Se lento amore a lui veder vi tira<br /> +o a lui acquistar, questa cornice,<br /> +dopo giusto penter, ve ne martira. +</p> + +<p> +Altro ben è che non fa l’uom felice;<br /> +non è felicità, non è la buona<br /> +essenza, d’ogne ben frutto e radice. +</p> + +<p> +L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,<br /> +di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;<br /> +ma come tripartito si ragiona, +</p> + +<p> +tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto52"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XVIII +</h2> + +<p> +Posto avea fine al suo ragionamento<br /> +l’alto dottore, e attento guardava<br /> +ne la mia vista s’io parea contento; +</p> + +<p> +e io, cui nova sete ancor frugava,<br /> +di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse<br /> +lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. +</p> + +<p> +Ma quel padre verace, che s’accorse<br /> +del timido voler che non s’apriva,<br /> +parlando, di parlare ardir mi porse. +</p> + +<p> +Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva<br /> +sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro<br /> +quanto la tua ragion parta o descriva. +</p> + +<p> +Però ti prego, dolce padre caro,<br /> +che mi dimostri amore, a cui reduci<br /> +ogne buono operare e ’l suo contraro». +</p> + +<p> +«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci<br /> +de lo ’ntelletto, e fieti manifesto<br /> +l’error de’ ciechi che si fanno duci. +</p> + +<p> +L’animo, ch’è creato ad amar presto,<br /> +ad ogne cosa è mobile che piace,<br /> +tosto che dal piacere in atto è desto. +</p> + +<p> +Vostra apprensiva da esser verace<br /> +tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br /> +sì che l’animo ad essa volger face; +</p> + +<p> +e se, rivolto, inver’ di lei si piega,<br /> +quel piegare è amor, quell’ è natura<br /> +che per piacer di novo in voi si lega. +</p> + +<p> +Poi, come ’l foco movesi in altura<br /> +per la sua forma ch’è nata a salire<br /> +là dove più in sua matera dura, +</p> + +<p> +così l’animo preso entra in disire,<br /> +ch’è moto spiritale, e mai non posa<br /> +fin che la cosa amata il fa gioire. +</p> + +<p> +Or ti puote apparer quant’ è nascosa<br /> +la veritate a la gente ch’avvera<br /> +ciascun amore in sé laudabil cosa; +</p> + +<p> +però che forse appar la sua matera<br /> +sempre esser buona, ma non ciascun segno<br /> +è buono, ancor che buona sia la cera». +</p> + +<p> +«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,<br /> +rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,<br /> +ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; +</p> + +<p> +ché, s’amore è di fuori a noi offerto<br /> +e l’anima non va con altro piede,<br /> +se dritta o torta va, non è suo merto». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br /> +dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta<br /> +pur a Beatrice, ch’è opra di fede. +</p> + +<p> +Ogne forma sustanzïal, che setta<br /> +è da matera ed è con lei unita,<br /> +specifica vertute ha in sé colletta, +</p> + +<p> +la qual sanza operar non è sentita,<br /> +né si dimostra mai che per effetto,<br /> +come per verdi fronde in pianta vita. +</p> + +<p> +Però, là onde vegna lo ’ntelletto<br /> +de le prime notizie, omo non sape,<br /> +e de’ primi appetibili l’affetto, +</p> + +<p> +che sono in voi sì come studio in ape<br /> +di far lo mele; e questa prima voglia<br /> +merto di lode o di biasmo non cape. +</p> + +<p> +Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,<br /> +innata v’è la virtù che consiglia,<br /> +e de l’assenso de’ tener la soglia. +</p> + +<p> +Quest’ è ’l principio là onde si piglia<br /> +ragion di meritare in voi, secondo<br /> +che buoni e rei amori accoglie e viglia. +</p> + +<p> +Color che ragionando andaro al fondo,<br /> +s’accorser d’esta innata libertate;<br /> +però moralità lasciaro al mondo. +</p> + +<p> +Onde, poniam che di necessitate<br /> +surga ogne amor che dentro a voi s’accende,<br /> +di ritenerlo è in voi la podestate. +</p> + +<p> +La nobile virtù Beatrice intende<br /> +per lo libero arbitrio, e però guarda<br /> +che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». +</p> + +<p> +La luna, quasi a mezza notte tarda,<br /> +facea le stelle a noi parer più rade,<br /> +fatta com’ un secchion che tuttor arda; +</p> + +<p> +e correa contro ’l ciel per quelle strade<br /> +che ’l sole infiamma allor che quel da Roma<br /> +tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. +</p> + +<p> +E quell’ ombra gentil per cui si noma<br /> +Pietola più che villa mantoana,<br /> +del mio carcar diposta avea la soma; +</p> + +<p> +per ch’io, che la ragione aperta e piana<br /> +sovra le mie quistioni avea ricolta,<br /> +stava com’ om che sonnolento vana. +</p> + +<p> +Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br /> +subitamente da gente che dopo<br /> +le nostre spalle a noi era già volta. +</p> + +<p> +E quale Ismeno già vide e Asopo<br /> +lungo di sè di notte furia e calca,<br /> +pur che i Teban di Bacco avesser uopo, +</p> + +<p> +cotal per quel giron suo passo falca,<br /> +per quel ch’io vidi di color, venendo,<br /> +cui buon volere e giusto amor cavalca. +</p> + +<p> +Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo<br /> +si movea tutta quella turba magna;<br /> +e due dinanzi gridavan piangendo: +</p> + +<p> +«Maria corse con fretta a la montagna;<br /> +e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br /> +punse Marsilia e poi corse in Ispagna». +</p> + +<p> +«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda<br /> +per poco amor», gridavan li altri appresso,<br /> +«che studio di ben far grazia rinverda». +</p> + +<p> +«O gente in cui fervore aguto adesso<br /> +ricompie forse negligenza e indugio<br /> +da voi per tepidezza in ben far messo, +</p> + +<p> +questi che vive, e certo i’ non vi bugio,<br /> +vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;<br /> +però ne dite ond’ è presso il pertugio». +</p> + +<p> +Parole furon queste del mio duca;<br /> +e un di quelli spirti disse: «Vieni<br /> +di retro a noi, e troverai la buca. +</p> + +<p> +Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br /> +che restar non potem; però perdona,<br /> +se villania nostra giustizia tieni. +</p> + +<p> +Io fui abate in San Zeno a Verona<br /> +sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,<br /> +di cui dolente ancor Milan ragiona. +</p> + +<p> +E tale ha già l’un piè dentro la fossa,<br /> +che tosto piangerà quel monastero,<br /> +e tristo fia d’avere avuta possa; +</p> + +<p> +perché suo figlio, mal del corpo intero,<br /> +e de la mente peggio, e che mal nacque,<br /> +ha posto in loco di suo pastor vero». +</p> + +<p> +Io non so se più disse o s’ei si tacque,<br /> +tant’ era già di là da noi trascorso;<br /> +ma questo intesi, e ritener mi piacque. +</p> + +<p> +E quei che m’era ad ogne uopo soccorso<br /> +disse: «Volgiti qua: vedine due<br /> +venir dando a l’accidïa di morso». +</p> + +<p> +Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br /> +morta la gente a cui il mar s’aperse,<br /> +che vedesse Iordan le rede sue. +</p> + +<p> +E quella che l’affanno non sofferse<br /> +fino a la fine col figlio d’Anchise,<br /> +sé stessa a vita sanza gloria offerse». +</p> + +<p> +Poi quando fuor da noi tanto divise<br /> +quell’ ombre, che veder più non potiersi,<br /> +novo pensiero dentro a me si mise, +</p> + +<p> +del qual più altri nacquero e diversi;<br /> +e tanto d’uno in altro vaneggiai,<br /> +che li occhi per vaghezza ricopersi, +</p> + +<p> +e ’l pensamento in sogno trasmutai. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto53"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XIX +</h2> + +<p> +Ne l’ora che non può ’l calor dïurno<br /> +intepidar più ’l freddo de la luna,<br /> +vinto da terra, e talor da Saturno +</p> + +<p> +—quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br /> +veggiono in orïente, innanzi a l’alba,<br /> +surger per via che poco le sta bruna—, +</p> + +<p> +mi venne in sogno una femmina balba,<br /> +ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br /> +con le man monche, e di colore scialba. +</p> + +<p> +Io la mirava; e come ’l sol conforta<br /> +le fredde membra che la notte aggrava,<br /> +così lo sguardo mio le facea scorta +</p> + +<p> +la lingua, e poscia tutta la drizzava<br /> +in poco d’ora, e lo smarrito volto,<br /> +com’ amor vuol, così le colorava. +</p> + +<p> +Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,<br /> +cominciava a cantar sì, che con pena<br /> +da lei avrei mio intento rivolto. +</p> + +<p> +«Io son», cantava, «io son dolce serena,<br /> +che ’ marinari in mezzo mar dismago;<br /> +tanto son di piacere a sentir piena! +</p> + +<p> +Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br /> +al canto mio; e qual meco s’ausa,<br /> +rado sen parte; sì tutto l’appago!». +</p> + +<p> +Ancor non era sua bocca richiusa,<br /> +quand’ una donna apparve santa e presta<br /> +lunghesso me per far colei confusa. +</p> + +<p> +«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br /> +fieramente dicea; ed el venìa<br /> +con li occhi fitti pur in quella onesta. +</p> + +<p> +L’altra prendea, e dinanzi l’apria<br /> +fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;<br /> +quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. +</p> + +<p> +Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre<br /> +voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br /> +troviam l’aperta per la qual tu entre». +</p> + +<p> +Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br /> +de l’alto dì i giron del sacro monte,<br /> +e andavam col sol novo a le reni. +</p> + +<p> +Seguendo lui, portava la mia fronte<br /> +come colui che l’ha di pensier carca,<br /> +che fa di sé un mezzo arco di ponte; +</p> + +<p> +quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»<br /> +parlare in modo soave e benigno,<br /> +qual non si sente in questa mortal marca. +</p> + +<p> +Con l’ali aperte, che parean di cigno,<br /> +volseci in sù colui che sì parlonne<br /> +tra due pareti del duro macigno. +</p> + +<p> +Mosse le penne poi e ventilonne,<br /> +‘Qui lugent’ affermando esser beati,<br /> +ch’avran di consolar l’anime donne. +</p> + +<p> +«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,<br /> +la guida mia incominciò a dirmi,<br /> +poco amendue da l’angel sormontati. +</p> + +<p> +E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br /> +novella visïon ch’a sé mi piega,<br /> +sì ch’io non posso dal pensar partirmi». +</p> + +<p> +«Vedesti», disse, «quell’antica strega<br /> +che sola sovr’ a noi omai si piagne;<br /> +vedesti come l’uom da lei si slega. +</p> + +<p> +Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br /> +li occhi rivolgi al logoro che gira<br /> +lo rege etterno con le rote magne». +</p> + +<p> +Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,<br /> +indi si volge al grido e si protende<br /> +per lo disio del pasto che là il tira, +</p> + +<p> +tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende<br /> +la roccia per dar via a chi va suso,<br /> +n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. +</p> + +<p> +Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,<br /> +vidi gente per esso che piangea,<br /> +giacendo a terra tutta volta in giuso. +</p> + +<p> +‘Adhaesit pavimento anima mea’<br /> +sentia dir lor con sì alti sospiri,<br /> +che la parola a pena s’intendea. +</p> + +<p> +«O eletti di Dio, li cui soffriri<br /> +e giustizia e speranza fa men duri,<br /> +drizzate noi verso li alti saliri». +</p> + +<p> +«Se voi venite dal giacer sicuri,<br /> +e volete trovar la via più tosto,<br /> +le vostre destre sien sempre di fori». +</p> + +<p> +Così pregò ’l poeta, e sì risposto<br /> +poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io<br /> +nel parlare avvisai l’altro nascosto, +</p> + +<p> +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br /> +ond’ elli m’assentì con lieto cenno<br /> +ciò che chiedea la vista del disio. +</p> + +<p> +Poi ch’io potei di me fare a mio senno,<br /> +trassimi sovra quella creatura<br /> +le cui parole pria notar mi fenno, +</p> + +<p> +dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br /> +quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,<br /> +sosta un poco per me tua maggior cura. +</p> + +<p> +Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br /> +al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri<br /> +cosa di là ond’ io vivendo mossi». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br /> +rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br /> +scias quod ego fui successor Petri. +</p> + +<p> +Intra Sïestri e Chiaveri s’adima<br /> +una fiumana bella, e del suo nome<br /> +lo titol del mio sangue fa sua cima. +</p> + +<p> +Un mese e poco più prova’ io come<br /> +pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br /> +che piuma sembran tutte l’altre some. +</p> + +<p> +La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br /> +ma, come fatto fui roman pastore,<br /> +così scopersi la vita bugiarda. +</p> + +<p> +Vidi che lì non s’acquetava il core,<br /> +né più salir potiesi in quella vita;<br /> +per che di questa in me s’accese amore. +</p> + +<p> +Fino a quel punto misera e partita<br /> +da Dio anima fui, del tutto avara;<br /> +or, come vedi, qui ne son punita. +</p> + +<p> +Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara<br /> +in purgazion de l’anime converse;<br /> +e nulla pena il monte ha più amara. +</p> + +<p> +Sì come l’occhio nostro non s’aderse<br /> +in alto, fisso a le cose terrene,<br /> +così giustizia qui a terra il merse. +</p> + +<p> +Come avarizia spense a ciascun bene<br /> +lo nostro amore, onde operar perdési,<br /> +così giustizia qui stretti ne tene, +</p> + +<p> +ne’ piedi e ne le man legati e presi;<br /> +e quanto fia piacer del giusto Sire,<br /> +tanto staremo immobili e distesi». +</p> + +<p> +Io m’era inginocchiato e volea dire;<br /> +ma com’ io cominciai ed el s’accorse,<br /> +solo ascoltando, del mio reverire, +</p> + +<p> +«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br /> +E io a lui: «Per vostra dignitate<br /> +mia coscïenza dritto mi rimorse». +</p> + +<p> +«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br /> +rispuose; «non errar: conservo sono<br /> +teco e con li altri ad una podestate. +</p> + +<p> +Se mai quel santo evangelico suono<br /> +che dice ‘Neque nubent’ intendesti,<br /> +ben puoi veder perch’ io così ragiono. +</p> + +<p> +Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;<br /> +ché la tua stanza mio pianger disagia,<br /> +col qual maturo ciò che tu dicesti. +</p> + +<p> +Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,<br /> +buona da sé, pur che la nostra casa<br /> +non faccia lei per essempro malvagia; +</p> + +<p> +e questa sola di là m’è rimasa». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto54"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XX +</h2> + +<p> +Contra miglior voler voler mal pugna;<br /> +onde contra ’l piacer mio, per piacerli,<br /> +trassi de l’acqua non sazia la spugna. +</p> + +<p> +Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li<br /> +luoghi spediti pur lungo la roccia,<br /> +come si va per muro stretto a’ merli; +</p> + +<p> +ché la gente che fonde a goccia a goccia<br /> +per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,<br /> +da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. +</p> + +<p> +Maladetta sie tu, antica lupa,<br /> +che più che tutte l’altre bestie hai preda<br /> +per la tua fame sanza fine cupa! +</p> + +<p> +O ciel, nel cui girar par che si creda<br /> +le condizion di qua giù trasmutarsi,<br /> +quando verrà per cui questa disceda? +</p> + +<p> +Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br /> +e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia<br /> +pietosamente piangere e lagnarsi; +</p> + +<p> +e per ventura udi’ «Dolce Maria!»<br /> +dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br /> +come fa donna che in parturir sia; +</p> + +<p> +e seguitar: «Povera fosti tanto,<br /> +quanto veder si può per quello ospizio<br /> +dove sponesti il tuo portato santo». +</p> + +<p> +Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br /> +con povertà volesti anzi virtute<br /> +che gran ricchezza posseder con vizio». +</p> + +<p> +Queste parole m’eran sì piaciute,<br /> +ch’io mi trassi oltre per aver contezza<br /> +di quello spirto onde parean venute. +</p> + +<p> +Esso parlava ancor de la larghezza<br /> +che fece Niccolò a le pulcelle,<br /> +per condurre ad onor lor giovinezza. +</p> + +<p> +«O anima che tanto ben favelle,<br /> +dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br /> +tu queste degne lode rinovelle. +</p> + +<p> +Non fia sanza mercé la tua parola,<br /> +s’io ritorno a compiér lo cammin corto<br /> +di quella vita ch’al termine vola». +</p> + +<p> +Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br /> +ch’io attenda di là, ma perché tanta<br /> +grazia in te luce prima che sie morto. +</p> + +<p> +Io fui radice de la mala pianta<br /> +che la terra cristiana tutta aduggia,<br /> +sì che buon frutto rado se ne schianta. +</p> + +<p> +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br /> +potesser, tosto ne saria vendetta;<br /> +e io la cheggio a lui che tutto giuggia. +</p> + +<p> +Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br /> +di me son nati i Filippi e i Luigi<br /> +per cui novellamente è Francia retta. +</p> + +<p> +Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:<br /> +quando li regi antichi venner meno<br /> +tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, +</p> + +<p> +trova’mi stretto ne le mani il freno<br /> +del governo del regno, e tanta possa<br /> +di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, +</p> + +<p> +ch’a la corona vedova promossa<br /> +la testa di mio figlio fu, dal quale<br /> +cominciar di costor le sacrate ossa. +</p> + +<p> +Mentre che la gran dota provenzale<br /> +al sangue mio non tolse la vergogna,<br /> +poco valea, ma pur non facea male. +</p> + +<p> +Lì cominciò con forza e con menzogna<br /> +la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br /> +Pontì e Normandia prese e Guascogna. +</p> + +<p> +Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br /> +vittima fé di Curradino; e poi<br /> +ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. +</p> + +<p> +Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,<br /> +che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br /> +per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. +</p> + +<p> +Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia<br /> +con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br /> +sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. +</p> + +<p> +Quindi non terra, ma peccato e onta<br /> +guadagnerà, per sé tanto più grave,<br /> +quanto più lieve simil danno conta. +</p> + +<p> +L’altro, che già uscì preso di nave,<br /> +veggio vender sua figlia e patteggiarne<br /> +come fanno i corsar de l’altre schiave. +</p> + +<p> +O avarizia, che puoi tu più farne,<br /> +poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,<br /> +che non si cura de la propria carne? +</p> + +<p> +Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,<br /> +veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br /> +e nel vicario suo Cristo esser catto. +</p> + +<p> +Veggiolo un’altra volta esser deriso;<br /> +veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,<br /> +e tra vivi ladroni esser anciso. +</p> + +<p> +Veggio il novo Pilato sì crudele,<br /> +che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br /> +portar nel Tempio le cupide vele. +</p> + +<p> +O Segnor mio, quando sarò io lieto<br /> +a veder la vendetta che, nascosa,<br /> +fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? +</p> + +<p> +Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa<br /> +de lo Spirito Santo e che ti fece<br /> +verso me volger per alcuna chiosa, +</p> + +<p> +tanto è risposto a tutte nostre prece<br /> +quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,<br /> +contrario suon prendemo in quella vece. +</p> + +<p> +Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br /> +cui traditore e ladro e paricida<br /> +fece la voglia sua de l’oro ghiotta; +</p> + +<p> +e la miseria de l’avaro Mida,<br /> +che seguì a la sua dimanda gorda,<br /> +per la qual sempre convien che si rida. +</p> + +<p> +Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br /> +come furò le spoglie, sì che l’ira<br /> +di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. +</p> + +<p> +Indi accusiam col marito Saffira;<br /> +lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;<br /> +e in infamia tutto ’l monte gira +</p> + +<p> +Polinestòr ch’ancise Polidoro;<br /> +ultimamente ci si grida: “Crasso,<br /> +dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. +</p> + +<p> +Talor parla l’uno alto e l’altro basso,<br /> +secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona<br /> +ora a maggiore e ora a minor passo: +</p> + +<p> +però al ben che ’l dì ci si ragiona,<br /> +dianzi non era io sol; ma qui da presso<br /> +non alzava la voce altra persona». +</p> + +<p> +Noi eravam partiti già da esso,<br /> +e brigavam di soverchiar la strada<br /> +tanto quanto al poder n’era permesso, +</p> + +<p> +quand’ io senti’, come cosa che cada,<br /> +tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br /> +qual prender suol colui ch’a morte vada. +</p> + +<p> +Certo non si scoteo sì forte Delo,<br /> +pria che Latona in lei facesse ’l nido<br /> +a parturir li due occhi del cielo. +</p> + +<p> +Poi cominciò da tutte parti un grido<br /> +tal, che ’l maestro inverso me si feo,<br /> +dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». +</p> + +<p> +‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’<br /> +dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,<br /> +onde intender lo grido si poteo. +</p> + +<p> +No’ istavamo immobili e sospesi<br /> +come i pastor che prima udir quel canto,<br /> +fin che ’l tremar cessò ed el compiési. +</p> + +<p> +Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br /> +guardando l’ombre che giacean per terra,<br /> +tornate già in su l’usato pianto. +</p> + +<p> +Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br /> +mi fé desideroso di sapere,<br /> +se la memoria mia in ciò non erra, +</p> + +<p> +quanta pareami allor, pensando, avere;<br /> +né per la fretta dimandare er’ oso,<br /> +né per me lì potea cosa vedere: +</p> + +<p> +così m’andava timido e pensoso. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto55"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXI +</h2> + +<p> +La sete natural che mai non sazia<br /> +se non con l’acqua onde la femminetta<br /> +samaritana domandò la grazia, +</p> + +<p> +mi travagliava, e pungeami la fretta<br /> +per la ’mpacciata via dietro al mio duca,<br /> +e condoleami a la giusta vendetta. +</p> + +<p> +Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br /> +che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,<br /> +già surto fuor de la sepulcral buca, +</p> + +<p> +ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,<br /> +dal piè guardando la turba che giace;<br /> +né ci addemmo di lei, sì parlò pria, +</p> + +<p> +dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br /> +Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br /> +rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. +</p> + +<p> +Poi cominciò: «Nel beato concilio<br /> +ti ponga in pace la verace corte<br /> +che me rilega ne l’etterno essilio». +</p> + +<p> +«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:<br /> +«se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br /> +chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». +</p> + +<p> +E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni<br /> +che questi porta e che l’angel profila,<br /> +ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. +</p> + +<p> +Ma perché lei che dì e notte fila<br /> +non li avea tratta ancora la conocchia<br /> +che Cloto impone a ciascuno e compila, +</p> + +<p> +l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,<br /> +venendo sù, non potea venir sola,<br /> +però ch’al nostro modo non adocchia. +</p> + +<p> +Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola<br /> +d’inferno per mostrarli, e mosterrolli<br /> +oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. +</p> + +<p> +Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br /> +diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una<br /> +parve gridare infino a’ suoi piè molli». +</p> + +<p> +Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br /> +del mio disio, che pur con la speranza<br /> +si fece la mia sete men digiuna. +</p> + +<p> +Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br /> +ordine senta la religïone<br /> +de la montagna, o che sia fuor d’usanza. +</p> + +<p> +Libero è qui da ogne alterazione:<br /> +di quel che ’l ciel da sé in sé riceve<br /> +esser ci puote, e non d’altro, cagione. +</p> + +<p> +Per che non pioggia, non grando, non neve,<br /> +non rugiada, non brina più sù cade<br /> +che la scaletta di tre gradi breve; +</p> + +<p> +nuvole spesse non paion né rade,<br /> +né coruscar, né figlia di Taumante,<br /> +che di là cangia sovente contrade; +</p> + +<p> +secco vapor non surge più avante<br /> +ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,<br /> +dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. +</p> + +<p> +Trema forse più giù poco o assai;<br /> +ma per vento che ’n terra si nasconda,<br /> +non so come, qua sù non tremò mai. +</p> + +<p> +Tremaci quando alcuna anima monda<br /> +sentesi, sì che surga o che si mova<br /> +per salir sù; e tal grido seconda. +</p> + +<p> +De la mondizia sol voler fa prova,<br /> +che, tutto libero a mutar convento,<br /> +l’alma sorprende, e di voler le giova. +</p> + +<p> +Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br /> +che divina giustizia, contra voglia,<br /> +come fu al peccar, pone al tormento. +</p> + +<p> +E io, che son giaciuto a questa doglia<br /> +cinquecent’ anni e più, pur mo sentii<br /> +libera volontà di miglior soglia: +</p> + +<p> +però sentisti il tremoto e li pii<br /> +spiriti per lo monte render lode<br /> +a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». +</p> + +<p> +Così ne disse; e però ch’el si gode<br /> +tanto del ber quant’ è grande la sete,<br /> +non saprei dir quant’ el mi fece prode. +</p> + +<p> +E ’l savio duca: «Omai veggio la rete<br /> +che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,<br /> +perché ci trema e di che congaudete. +</p> + +<p> +Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,<br /> +e perché tanti secoli giaciuto<br /> +qui se’, ne le parole tue mi cappia». +</p> + +<p> +«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto<br /> +del sommo rege, vendicò le fóra<br /> +ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, +</p> + +<p> +col nome che più dura e più onora<br /> +era io di là», rispuose quello spirto,<br /> +«famoso assai, ma non con fede ancora. +</p> + +<p> +Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br /> +che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br /> +dove mertai le tempie ornar di mirto. +</p> + +<p> +Stazio la gente ancor di là mi noma:<br /> +cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br /> +ma caddi in via con la seconda soma. +</p> + +<p> +Al mio ardor fuor seme le faville,<br /> +che mi scaldar, de la divina fiamma<br /> +onde sono allumati più di mille; +</p> + +<p> +de l’Eneïda dico, la qual mamma<br /> +fummi, e fummi nutrice, poetando:<br /> +sanz’ essa non fermai peso di dramma. +</p> + +<p> +E per esser vivuto di là quando<br /> +visse Virgilio, assentirei un sole<br /> +più che non deggio al mio uscir di bando». +</p> + +<p> +Volser Virgilio a me queste parole<br /> +con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;<br /> +ma non può tutto la virtù che vuole; +</p> + +<p> +ché riso e pianto son tanto seguaci<br /> +a la passion di che ciascun si spicca,<br /> +che men seguon voler ne’ più veraci. +</p> + +<p> +Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;<br /> +per che l’ombra si tacque, e riguardommi<br /> +ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; +</p> + +<p> +e «Se tanto labore in bene assommi»,<br /> +disse, «perché la tua faccia testeso<br /> +un lampeggiar di riso dimostrommi?». +</p> + +<p> +Or son io d’una parte e d’altra preso:<br /> +l’una mi fa tacer, l’altra scongiura<br /> +ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso +</p> + +<p> +dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br /> +mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br /> +quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». +</p> + +<p> +Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,<br /> +antico spirto, del rider ch’io fei;<br /> +ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. +</p> + +<p> +Questi che guida in alto li occhi miei,<br /> +è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br /> +forte a cantar de li uomini e d’i dèi. +</p> + +<p> +Se cagion altra al mio rider credesti,<br /> +lasciala per non vera, ed esser credi<br /> +quelle parole che di lui dicesti». +</p> + +<p> +Già s’inchinava ad abbracciar li piedi<br /> +al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br /> +non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». +</p> + +<p> +Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br /> +comprender de l’amor ch’a te mi scalda,<br /> +quand’ io dismento nostra vanitate, +</p> + +<p> +trattando l’ombre come cosa salda». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto56"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXII +</h2> + +<p> +Già era l’angel dietro a noi rimaso,<br /> +l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,<br /> +avendomi dal viso un colpo raso; +</p> + +<p> +e quei c’hanno a giustizia lor disiro<br /> +detto n’avea beati, e le sue voci<br /> +con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. +</p> + +<p> +E io più lieve che per l’altre foci<br /> +m’andava, sì che sanz’ alcun labore<br /> +seguiva in sù li spiriti veloci; +</p> + +<p> +quando Virgilio incominciò: «Amore,<br /> +acceso di virtù, sempre altro accese,<br /> +pur che la fiamma sua paresse fore; +</p> + +<p> +onde da l’ora che tra noi discese<br /> +nel limbo de lo ’nferno Giovenale,<br /> +che la tua affezion mi fé palese, +</p> + +<p> +mia benvoglienza inverso te fu quale<br /> +più strinse mai di non vista persona,<br /> +sì ch’or mi parran corte queste scale. +</p> + +<p> +Ma dimmi, e come amico mi perdona<br /> +se troppa sicurtà m’allarga il freno,<br /> +e come amico omai meco ragiona: +</p> + +<p> +come poté trovar dentro al tuo seno<br /> +loco avarizia, tra cotanto senno<br /> +di quanto per tua cura fosti pieno?». +</p> + +<p> +Queste parole Stazio mover fenno<br /> +un poco a riso pria; poscia rispuose:<br /> +«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. +</p> + +<p> +Veramente più volte appaion cose<br /> +che danno a dubitar falsa matera<br /> +per le vere ragion che son nascose. +</p> + +<p> +La tua dimanda tuo creder m’avvera<br /> +esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,<br /> +forse per quella cerchia dov’ io era. +</p> + +<p> +Or sappi ch’avarizia fu partita<br /> +troppo da me, e questa dismisura<br /> +migliaia di lunari hanno punita. +</p> + +<p> +E se non fosse ch’io drizzai mia cura,<br /> +quand’ io intesi là dove tu chiame,<br /> +crucciato quasi a l’umana natura: +</p> + +<p> +‘Per che non reggi tu, o sacra fame<br /> +de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,<br /> +voltando sentirei le giostre grame. +</p> + +<p> +Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali<br /> +potean le mani a spendere, e pente’mi<br /> +così di quel come de li altri mali. +</p> + +<p> +Quanti risurgeran coi crini scemi<br /> +per ignoranza, che di questa pecca<br /> +toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! +</p> + +<p> +E sappie che la colpa che rimbecca<br /> +per dritta opposizione alcun peccato,<br /> +con esso insieme qui suo verde secca; +</p> + +<p> +però, s’io son tra quella gente stato<br /> +che piange l’avarizia, per purgarmi,<br /> +per lo contrario suo m’è incontrato». +</p> + +<p> +«Or quando tu cantasti le crude armi<br /> +de la doppia trestizia di Giocasta»,<br /> +disse ’l cantor de’ buccolici carmi, +</p> + +<p> +«per quello che Clïò teco lì tasta,<br /> +non par che ti facesse ancor fedele<br /> +la fede, sanza qual ben far non basta. +</p> + +<p> +Se così è, qual sole o quai candele<br /> +ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br /> +poscia di retro al pescator le vele?». +</p> + +<p> +Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti<br /> +verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br /> +e prima appresso Dio m’alluminasti. +</p> + +<p> +Facesti come quei che va di notte,<br /> +che porta il lume dietro e sé non giova,<br /> +ma dopo sé fa le persone dotte, +</p> + +<p> +quando dicesti: ‘Secol si rinova;<br /> +torna giustizia e primo tempo umano,<br /> +e progenïe scende da ciel nova’. +</p> + +<p> +Per te poeta fui, per te cristiano:<br /> +ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,<br /> +a colorare stenderò la mano. +</p> + +<p> +Già era ’l mondo tutto quanto pregno<br /> +de la vera credenza, seminata<br /> +per li messaggi de l’etterno regno; +</p> + +<p> +e la parola tua sopra toccata<br /> +si consonava a’ nuovi predicanti;<br /> +ond’ io a visitarli presi usata. +</p> + +<p> +Vennermi poi parendo tanto santi,<br /> +che, quando Domizian li perseguette,<br /> +sanza mio lagrimar non fur lor pianti; +</p> + +<p> +e mentre che di là per me si stette,<br /> +io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br /> +fer dispregiare a me tutte altre sette. +</p> + +<p> +E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi<br /> +di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;<br /> +ma per paura chiuso cristian fu’mi, +</p> + +<p> +lungamente mostrando paganesmo;<br /> +e questa tepidezza il quarto cerchio<br /> +cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. +</p> + +<p> +Tu dunque, che levato hai il coperchio<br /> +che m’ascondeva quanto bene io dico,<br /> +mentre che del salire avem soverchio, +</p> + +<p> +dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,<br /> +Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br /> +dimmi se son dannati, e in qual vico». +</p> + +<p> +«Costoro e Persio e io e altri assai»,<br /> +rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br /> +che le Muse lattar più ch’altri mai, +</p> + +<p> +nel primo cinghio del carcere cieco;<br /> +spesse fïate ragioniam del monte<br /> +che sempre ha le nutrice nostre seco. +</p> + +<p> +Euripide v’è nosco e Antifonte,<br /> +Simonide, Agatone e altri piùe<br /> +Greci che già di lauro ornar la fronte. +</p> + +<p> +Quivi si veggion de le genti tue<br /> +Antigone, Deïfile e Argia,<br /> +e Ismene sì trista come fue. +</p> + +<p> +Védeisi quella che mostrò Langia;<br /> +èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br /> +e con le suore sue Deïdamia». +</p> + +<p> +Tacevansi ambedue già li poeti,<br /> +di novo attenti a riguardar dintorno,<br /> +liberi da saliri e da pareti; +</p> + +<p> +e già le quattro ancelle eran del giorno<br /> +rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br /> +drizzando pur in sù l’ardente corno, +</p> + +<p> +quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo<br /> +le destre spalle volger ne convegna,<br /> +girando il monte come far solemo». +</p> + +<p> +Così l’usanza fu lì nostra insegna,<br /> +e prendemmo la via con men sospetto<br /> +per l’assentir di quell’ anima degna. +</p> + +<p> +Elli givan dinanzi, e io soletto<br /> +di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br /> +ch’a poetar mi davano intelletto. +</p> + +<p> +Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br /> +un alber che trovammo in mezza strada,<br /> +con pomi a odorar soavi e buoni; +</p> + +<p> +e come abete in alto si digrada<br /> +di ramo in ramo, così quello in giuso,<br /> +cred’ io, perché persona sù non vada. +</p> + +<p> +Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,<br /> +cadea de l’alta roccia un liquor chiaro<br /> +e si spandeva per le foglie suso. +</p> + +<p> +Li due poeti a l’alber s’appressaro;<br /> +e una voce per entro le fronde<br /> +gridò: «Di questo cibo avrete caro». +</p> + +<p> +Poi disse: «Più pensava Maria onde<br /> +fosser le nozze orrevoli e intere,<br /> +ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. +</p> + +<p> +E le Romane antiche, per lor bere,<br /> +contente furon d’acqua; e Danïello<br /> +dispregiò cibo e acquistò savere. +</p> + +<p> +Lo secol primo, quant’ oro fu bello,<br /> +fé savorose con fame le ghiande,<br /> +e nettare con sete ogne ruscello. +</p> + +<p> +Mele e locuste furon le vivande<br /> +che nodriro il Batista nel diserto;<br /> +per ch’elli è glorïoso e tanto grande +</p> + +<p> +quanto per lo Vangelio v’è aperto». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto57"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXIII +</h2> + +<p> +Mentre che li occhi per la fronda verde<br /> +ficcava ïo sì come far suole<br /> +chi dietro a li uccellin sua vita perde, +</p> + +<p> +lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br /> +vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto<br /> +più utilmente compartir si vuole». +</p> + +<p> +Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,<br /> +appresso i savi, che parlavan sìe,<br /> +che l’andar mi facean di nullo costo. +</p> + +<p> +Ed ecco piangere e cantar s’udìe<br /> +‘Labïa mëa, Domine’ per modo<br /> +tal, che diletto e doglia parturìe. +</p> + +<p> +«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,<br /> +comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno<br /> +forse di lor dover solvendo il nodo». +</p> + +<p> +Sì come i peregrin pensosi fanno,<br /> +giugnendo per cammin gente non nota,<br /> +che si volgono ad essa e non restanno, +</p> + +<p> +così di retro a noi, più tosto mota,<br /> +venendo e trapassando ci ammirava<br /> +d’anime turba tacita e devota. +</p> + +<p> +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br /> +palida ne la faccia, e tanto scema<br /> +che da l’ossa la pelle s’informava. +</p> + +<p> +Non credo che così a buccia strema<br /> +Erisittone fosse fatto secco,<br /> +per digiunar, quando più n’ebbe tema. +</p> + +<p> +Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco<br /> +la gente che perdé Ierusalemme,<br /> +quando Maria nel figlio diè di becco!’ +</p> + +<p> +Parean l’occhiaie anella sanza gemme:<br /> +chi nel viso de li uomini legge ‘omo’<br /> +ben avria quivi conosciuta l’emme. +</p> + +<p> +Chi crederebbe che l’odor d’un pomo<br /> +sì governasse, generando brama,<br /> +e quel d’un’acqua, non sappiendo como? +</p> + +<p> +Già era in ammirar che sì li affama,<br /> +per la cagione ancor non manifesta<br /> +di lor magrezza e di lor trista squama, +</p> + +<p> +ed ecco del profondo de la testa<br /> +volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;<br /> +poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». +</p> + +<p> +Mai non l’avrei riconosciuto al viso;<br /> +ma ne la voce sua mi fu palese<br /> +ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. +</p> + +<p> +Questa favilla tutta mi raccese<br /> +mia conoscenza a la cangiata labbia,<br /> +e ravvisai la faccia di Forese. +</p> + +<p> +«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia<br /> +che mi scolora», pregava, «la pelle,<br /> +né a difetto di carne ch’io abbia; +</p> + +<p> +ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br /> +due anime che là ti fanno scorta;<br /> +non rimaner che tu non mi favelle!». +</p> + +<p> +«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,<br /> +mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br /> +rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. +</p> + +<p> +Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br /> +non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,<br /> +ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». +</p> + +<p> +Ed elli a me: «De l’etterno consiglio<br /> +cade vertù ne l’acqua e ne la pianta<br /> +rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. +</p> + +<p> +Tutta esta gente che piangendo canta<br /> +per seguitar la gola oltra misura,<br /> +in fame e ’n sete qui si rifà santa. +</p> + +<p> +Di bere e di mangiar n’accende cura<br /> +l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo<br /> +che si distende su per sua verdura. +</p> + +<p> +E non pur una volta, questo spazzo<br /> +girando, si rinfresca nostra pena:<br /> +io dico pena, e dovria dir sollazzo, +</p> + +<p> +ché quella voglia a li alberi ci mena<br /> +che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,<br /> +quando ne liberò con la sua vena». +</p> + +<p> +E io a lui: «Forese, da quel dì<br /> +nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br /> +cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. +</p> + +<p> +Se prima fu la possa in te finita<br /> +di peccar più, che sovvenisse l’ora<br /> +del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, +</p> + +<p> +come se’ tu qua sù venuto ancora?<br /> +Io ti credea trovar là giù di sotto,<br /> +dove tempo per tempo si ristora». +</p> + +<p> +Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto<br /> +a ber lo dolce assenzo d’i martìri<br /> +la Nella mia con suo pianger dirotto. +</p> + +<p> +Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br /> +tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,<br /> +e liberato m’ha de li altri giri. +</p> + +<p> +Tanto è a Dio più cara e più diletta<br /> +la vedovella mia, che molto amai,<br /> +quanto in bene operare è più soletta; +</p> + +<p> +ché la Barbagia di Sardigna assai<br /> +ne le femmine sue più è pudica<br /> +che la Barbagia dov’ io la lasciai. +</p> + +<p> +O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?<br /> +Tempo futuro m’è già nel cospetto,<br /> +cui non sarà quest’ ora molto antica, +</p> + +<p> +nel qual sarà in pergamo interdetto<br /> +a le sfacciate donne fiorentine<br /> +l’andar mostrando con le poppe il petto. +</p> + +<p> +Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br /> +cui bisognasse, per farle ir coperte,<br /> +o spiritali o altre discipline? +</p> + +<p> +Ma se le svergognate fosser certe<br /> +di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,<br /> +già per urlare avrian le bocche aperte; +</p> + +<p> +ché, se l’antiveder qui non m’inganna,<br /> +prima fien triste che le guance impeli<br /> +colui che mo si consola con nanna. +</p> + +<p> +Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br /> +vedi che non pur io, ma questa gente<br /> +tutta rimira là dove ’l sol veli». +</p> + +<p> +Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente<br /> +qual fosti meco, e qual io teco fui,<br /> +ancor fia grave il memorar presente. +</p> + +<p> +Di quella vita mi volse costui<br /> +che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda<br /> +vi si mostrò la suora di colui», +</p> + +<p> +e ’l sol mostrai; «costui per la profonda<br /> +notte menato m’ha d’i veri morti<br /> +con questa vera carne che ’l seconda. +</p> + +<p> +Indi m’han tratto sù li suoi conforti,<br /> +salendo e rigirando la montagna<br /> +che drizza voi che ’l mondo fece torti. +</p> + +<p> +Tanto dice di farmi sua compagna<br /> +che io sarò là dove fia Beatrice;<br /> +quivi convien che sanza lui rimagna. +</p> + +<p> +Virgilio è questi che così mi dice»,<br /> +e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra<br /> +per cuï scosse dianzi ogne pendice +</p> + +<p> +lo vostro regno, che da sé lo sgombra». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto58"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXIV +</h2> + +<p> +Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento<br /> +facea, ma ragionando andavam forte,<br /> +sì come nave pinta da buon vento; +</p> + +<p> +e l’ombre, che parean cose rimorte,<br /> +per le fosse de li occhi ammirazione<br /> +traean di me, di mio vivere accorte. +</p> + +<p> +E io, continüando al mio sermone,<br /> +dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br /> +che non farebbe, per altrui cagione. +</p> + +<p> +Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;<br /> +dimmi s’io veggio da notar persona<br /> +tra questa gente che sì mi riguarda». +</p> + +<p> +«La mia sorella, che tra bella e buona<br /> +non so qual fosse più, trïunfa lieta<br /> +ne l’alto Olimpo già di sua corona». +</p> + +<p> +Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br /> +di nominar ciascun, da ch’è sì munta<br /> +nostra sembianza via per la dïeta. +</p> + +<p> +Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br /> +Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br /> +di là da lui più che l’altre trapunta +</p> + +<p> +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br /> +dal Torso fu, e purga per digiuno<br /> +l’anguille di Bolsena e la vernaccia». +</p> + +<p> +Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br /> +e del nomar parean tutti contenti,<br /> +sì ch’io però non vidi un atto bruno. +</p> + +<p> +Vidi per fame a vòto usar li denti<br /> +Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br /> +che pasturò col rocco molte genti. +</p> + +<p> +Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio<br /> +già di bere a Forlì con men secchezza,<br /> +e sì fu tal, che non si sentì sazio. +</p> + +<p> +Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza<br /> +più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,<br /> +che più parea di me aver contezza. +</p> + +<p> +El mormorava; e non so che «Gentucca»<br /> +sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga<br /> +de la giustizia che sì li pilucca. +</p> + +<p> +«O anima», diss’ io, «che par sì vaga<br /> +di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,<br /> +e te e me col tuo parlare appaga». +</p> + +<p> +«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br /> +cominciò el, «che ti farà piacere<br /> +la mia città, come ch’om la riprenda. +</p> + +<p> +Tu te n’andrai con questo antivedere:<br /> +se nel mio mormorar prendesti errore,<br /> +dichiareranti ancor le cose vere. +</p> + +<p> +Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore<br /> +trasse le nove rime, cominciando<br /> +‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». +</p> + +<p> +E io a lui: «I’ mi son un che, quando<br /> +Amor mi spira, noto, e a quel modo<br /> +ch’e’ ditta dentro vo significando». +</p> + +<p> +«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo<br /> +che ’l Notaro e Guittone e me ritenne<br /> +di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! +</p> + +<p> +Io veggio ben come le vostre penne<br /> +di retro al dittator sen vanno strette,<br /> +che de le nostre certo non avvenne; +</p> + +<p> +e qual più a gradire oltre si mette,<br /> +non vede più da l’uno a l’altro stilo»;<br /> +e, quasi contentato, si tacette. +</p> + +<p> +Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,<br /> +alcuna volta in aere fanno schiera,<br /> +poi volan più a fretta e vanno in filo, +</p> + +<p> +così tutta la gente che lì era,<br /> +volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,<br /> +e per magrezza e per voler leggera. +</p> + +<p> +E come l’uom che di trottare è lasso,<br /> +lascia andar li compagni, e sì passeggia<br /> +fin che si sfoghi l’affollar del casso, +</p> + +<p> +sì lasciò trapassar la santa greggia<br /> +Forese, e dietro meco sen veniva,<br /> +dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». +</p> + +<p> +«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;<br /> +ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br /> +ch’io non sia col voler prima a la riva; +</p> + +<p> +però che ’l loco u’ fui a viver posto,<br /> +di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br /> +e a trista ruina par disposto». +</p> + +<p> +«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,<br /> +vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto<br /> +inver’ la valle ove mai non si scolpa. +</p> + +<p> +La bestia ad ogne passo va più ratto,<br /> +crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,<br /> +e lascia il corpo vilmente disfatto. +</p> + +<p> +Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br /> +e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br /> +ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. +</p> + +<p> +Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro<br /> +in questo regno, sì ch’io perdo troppo<br /> +venendo teco sì a paro a paro». +</p> + +<p> +Qual esce alcuna volta di gualoppo<br /> +lo cavalier di schiera che cavalchi,<br /> +e va per farsi onor del primo intoppo, +</p> + +<p> +tal si partì da noi con maggior valchi;<br /> +e io rimasi in via con esso i due<br /> +che fuor del mondo sì gran marescalchi. +</p> + +<p> +E quando innanzi a noi intrato fue,<br /> +che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br /> +come la mente a le parole sue, +</p> + +<p> +parvermi i rami gravidi e vivaci<br /> +d’un altro pomo, e non molto lontani<br /> +per esser pur allora vòlto in laci. +</p> + +<p> +Vidi gente sott’ esso alzar le mani<br /> +e gridar non so che verso le fronde,<br /> +quasi bramosi fantolini e vani +</p> + +<p> +che pregano, e ’l pregato non risponde,<br /> +ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br /> +tien alto lor disio e nol nasconde. +</p> + +<p> +Poi si partì sì come ricreduta;<br /> +e noi venimmo al grande arbore adesso,<br /> +che tanti prieghi e lagrime rifiuta. +</p> + +<p> +«Trapassate oltre sanza farvi presso:<br /> +legno è più sù che fu morso da Eva,<br /> +e questa pianta si levò da esso». +</p> + +<p> +Sì tra le frasche non so chi diceva;<br /> +per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br /> +oltre andavam dal lato che si leva. +</p> + +<p> +«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti<br /> +nei nuvoli formati, che, satolli,<br /> +Tesëo combatter co’ doppi petti; +</p> + +<p> +e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,<br /> +per che no i volle Gedeon compagni,<br /> +quando inver’ Madïan discese i colli». +</p> + +<p> +Sì accostati a l’un d’i due vivagni<br /> +passammo, udendo colpe de la gola<br /> +seguite già da miseri guadagni. +</p> + +<p> +Poi, rallargati per la strada sola,<br /> +ben mille passi e più ci portar oltre,<br /> +contemplando ciascun sanza parola. +</p> + +<p> +«Che andate pensando sì voi sol tre?».<br /> +sùbita voce disse; ond’ io mi scossi<br /> +come fan bestie spaventate e poltre. +</p> + +<p> +Drizzai la testa per veder chi fossi;<br /> +e già mai non si videro in fornace<br /> +vetri o metalli sì lucenti e rossi, +</p> + +<p> +com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace<br /> +montare in sù, qui si convien dar volta;<br /> +quinci si va chi vuole andar per pace». +</p> + +<p> +L’aspetto suo m’avea la vista tolta;<br /> +per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,<br /> +com’ om che va secondo ch’elli ascolta. +</p> + +<p> +E quale, annunziatrice de li albori,<br /> +l’aura di maggio movesi e olezza,<br /> +tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; +</p> + +<p> +tal mi senti’ un vento dar per mezza<br /> +la fronte, e ben senti’ mover la piuma,<br /> +che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. +</p> + +<p> +E senti’ dir: «Beati cui alluma<br /> +tanto di grazia, che l’amor del gusto<br /> +nel petto lor troppo disir non fuma, +</p> + +<p> +esurïendo sempre quanto è giusto!». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto59"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXV +</h2> + +<p> +Ora era onde ’l salir non volea storpio;<br /> +ché ’l sole avëa il cerchio di merigge<br /> +lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: +</p> + +<p> +per che, come fa l’uom che non s’affigge<br /> +ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br /> +se di bisogno stimolo il trafigge, +</p> + +<p> +così intrammo noi per la callaia,<br /> +uno innanzi altro prendendo la scala<br /> +che per artezza i salitor dispaia. +</p> + +<p> +E quale il cicognin che leva l’ala<br /> +per voglia di volare, e non s’attenta<br /> +d’abbandonar lo nido, e giù la cala; +</p> + +<p> +tal era io con voglia accesa e spenta<br /> +di dimandar, venendo infino a l’atto<br /> +che fa colui ch’a dicer s’argomenta. +</p> + +<p> +Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,<br /> +lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br /> +l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». +</p> + +<p> +Allor sicuramente apri’ la bocca<br /> +e cominciai: «Come si può far magro<br /> +là dove l’uopo di nodrir non tocca?». +</p> + +<p> +«Se t’ammentassi come Meleagro<br /> +si consumò al consumar d’un stizzo,<br /> +non fora», disse, «a te questo sì agro; +</p> + +<p> +e se pensassi come, al vostro guizzo,<br /> +guizza dentro a lo specchio vostra image,<br /> +ciò che par duro ti parrebbe vizzo. +</p> + +<p> +Ma perché dentro a tuo voler t’adage,<br /> +ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br /> +che sia or sanator de le tue piage». +</p> + +<p> +«Se la veduta etterna li dislego»,<br /> +rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br /> +discolpi me non potert’ io far nego». +</p> + +<p> +Poi cominciò: «Se le parole mie,<br /> +figlio, la mente tua guarda e riceve,<br /> +lume ti fiero al come che tu die. +</p> + +<p> +Sangue perfetto, che poi non si beve<br /> +da l’assetate vene, e si rimane<br /> +quasi alimento che di mensa leve, +</p> + +<p> +prende nel core a tutte membra umane<br /> +virtute informativa, come quello<br /> +ch’a farsi quelle per le vene vane. +</p> + +<p> +Ancor digesto, scende ov’ è più bello<br /> +tacer che dire; e quindi poscia geme<br /> +sovr’ altrui sangue in natural vasello. +</p> + +<p> +Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,<br /> +l’un disposto a patire, e l’altro a fare<br /> +per lo perfetto loco onde si preme; +</p> + +<p> +e, giunto lui, comincia ad operare<br /> +coagulando prima, e poi avviva<br /> +ciò che per sua matera fé constare. +</p> + +<p> +Anima fatta la virtute attiva<br /> +qual d’una pianta, in tanto differente,<br /> +che questa è in via e quella è già a riva, +</p> + +<p> +tanto ovra poi, che già si move e sente,<br /> +come spungo marino; e indi imprende<br /> +ad organar le posse ond’ è semente. +</p> + +<p> +Or si spiega, figliuolo, or si distende<br /> +la virtù ch’è dal cor del generante,<br /> +dove natura a tutte membra intende. +</p> + +<p> +Ma come d’animal divegna fante,<br /> +non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,<br /> +che più savio di te fé già errante, +</p> + +<p> +sì che per sua dottrina fé disgiunto<br /> +da l’anima il possibile intelletto,<br /> +perché da lui non vide organo assunto. +</p> + +<p> +Apri a la verità che viene il petto;<br /> +e sappi che, sì tosto come al feto<br /> +l’articular del cerebro è perfetto, +</p> + +<p> +lo motor primo a lui si volge lieto<br /> +sovra tant’ arte di natura, e spira<br /> +spirito novo, di vertù repleto, +</p> + +<p> +che ciò che trova attivo quivi, tira<br /> +in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,<br /> +che vive e sente e sé in sé rigira. +</p> + +<p> +E perché meno ammiri la parola,<br /> +guarda il calor del sole che si fa vino,<br /> +giunto a l’omor che de la vite cola. +</p> + +<p> +Quando Làchesis non ha più del lino,<br /> +solvesi da la carne, e in virtute<br /> +ne porta seco e l’umano e ’l divino: +</p> + +<p> +l’altre potenze tutte quante mute;<br /> +memoria, intelligenza e volontade<br /> +in atto molto più che prima agute. +</p> + +<p> +Sanza restarsi, per sé stessa cade<br /> +mirabilmente a l’una de le rive;<br /> +quivi conosce prima le sue strade. +</p> + +<p> +Tosto che loco lì la circunscrive,<br /> +la virtù formativa raggia intorno<br /> +così e quanto ne le membra vive. +</p> + +<p> +E come l’aere, quand’ è ben pïorno,<br /> +per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,<br /> +di diversi color diventa addorno; +</p> + +<p> +così l’aere vicin quivi si mette<br /> +e in quella forma ch’è in lui suggella<br /> +virtüalmente l’alma che ristette; +</p> + +<p> +e simigliante poi a la fiammella<br /> +che segue il foco là ’vunque si muta,<br /> +segue lo spirto sua forma novella. +</p> + +<p> +Però che quindi ha poscia sua paruta,<br /> +è chiamata ombra; e quindi organa poi<br /> +ciascun sentire infino a la veduta. +</p> + +<p> +Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br /> +quindi facciam le lagrime e ’ sospiri<br /> +che per lo monte aver sentiti puoi. +</p> + +<p> +Secondo che ci affliggono i disiri<br /> +e li altri affetti, l’ombra si figura;<br /> +e quest’ è la cagion di che tu miri». +</p> + +<p> +E già venuto a l’ultima tortura<br /> +s’era per noi, e vòlto a la man destra,<br /> +ed eravamo attenti ad altra cura. +</p> + +<p> +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br /> +e la cornice spira fiato in suso<br /> +che la reflette e via da lei sequestra; +</p> + +<p> +ond’ ir ne convenia dal lato schiuso<br /> +ad uno ad uno; e io temëa ’l foco<br /> +quinci, e quindi temeva cader giuso. +</p> + +<p> +Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br /> +si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br /> +però ch’errar potrebbesi per poco». +</p> + +<p> +‘Summae Deus clementïae’ nel seno<br /> +al grande ardore allora udi’ cantando,<br /> +che di volger mi fé caler non meno; +</p> + +<p> +e vidi spirti per la fiamma andando;<br /> +per ch’io guardava a loro e a’ miei passi<br /> +compartendo la vista a quando a quando. +</p> + +<p> +Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,<br /> +gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;<br /> +indi ricominciavan l’inno bassi. +</p> + +<p> +Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br /> +si tenne Diana, ed Elice caccionne<br /> +che di Venere avea sentito il tòsco». +</p> + +<p> +Indi al cantar tornavano; indi donne<br /> +gridavano e mariti che fuor casti<br /> +come virtute e matrimonio imponne. +</p> + +<p> +E questo modo credo che lor basti<br /> +per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:<br /> +con tal cura conviene e con tai pasti +</p> + +<p> +che la piaga da sezzo si ricuscia. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto60"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXVI +</h2> + +<p> +Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,<br /> +ce n’andavamo, e spesso il buon maestro<br /> +diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; +</p> + +<p> +feriami il sole in su l’omero destro,<br /> +che già, raggiando, tutto l’occidente<br /> +mutava in bianco aspetto di cilestro; +</p> + +<p> +e io facea con l’ombra più rovente<br /> +parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br /> +vidi molt’ ombre, andando, poner mente. +</p> + +<p> +Questa fu la cagion che diede inizio<br /> +loro a parlar di me; e cominciarsi<br /> +a dir: «Colui non par corpo fittizio»; +</p> + +<p> +poi verso me, quanto potëan farsi,<br /> +certi si fero, sempre con riguardo<br /> +di non uscir dove non fosser arsi. +</p> + +<p> +«O tu che vai, non per esser più tardo,<br /> +ma forse reverente, a li altri dopo,<br /> +rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. +</p> + +<p> +Né solo a me la tua risposta è uopo;<br /> +ché tutti questi n’hanno maggior sete<br /> +che d’acqua fredda Indo o Etïopo. +</p> + +<p> +Dinne com’ è che fai di te parete<br /> +al sol, pur come tu non fossi ancora<br /> +di morte intrato dentro da la rete». +</p> + +<p> +Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora<br /> +già manifesto, s’io non fossi atteso<br /> +ad altra novità ch’apparve allora; +</p> + +<p> +ché per lo mezzo del cammino acceso<br /> +venne gente col viso incontro a questa,<br /> +la qual mi fece a rimirar sospeso. +</p> + +<p> +Lì veggio d’ogne parte farsi presta<br /> +ciascun’ ombra e basciarsi una con una<br /> +sanza restar, contente a brieve festa; +</p> + +<p> +così per entro loro schiera bruna<br /> +s’ammusa l’una con l’altra formica,<br /> +forse a spïar lor via e lor fortuna. +</p> + +<p> +Tosto che parton l’accoglienza amica,<br /> +prima che ’l primo passo lì trascorra,<br /> +sopragridar ciascuna s’affatica: +</p> + +<p> +la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br /> +e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,<br /> +perché ’l torello a sua lussuria corra». +</p> + +<p> +Poi, come grue ch’a le montagne Rife<br /> +volasser parte, e parte inver’ l’arene,<br /> +queste del gel, quelle del sole schife, +</p> + +<p> +l’una gente sen va, l’altra sen vene;<br /> +e tornan, lagrimando, a’ primi canti<br /> +e al gridar che più lor si convene; +</p> + +<p> +e raccostansi a me, come davanti,<br /> +essi medesmi che m’avean pregato,<br /> +attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. +</p> + +<p> +Io, che due volte avea visto lor grato,<br /> +incominciai: «O anime sicure<br /> +d’aver, quando che sia, di pace stato, +</p> + +<p> +non son rimase acerbe né mature<br /> +le membra mie di là, ma son qui meco<br /> +col sangue suo e con le sue giunture. +</p> + +<p> +Quinci sù vo per non esser più cieco;<br /> +donna è di sopra che m’acquista grazia,<br /> +per che ’l mortal per vostro mondo reco. +</p> + +<p> +Ma se la vostra maggior voglia sazia<br /> +tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi<br /> +ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, +</p> + +<p> +ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,<br /> +chi siete voi, e chi è quella turba<br /> +che se ne va di retro a’ vostri terghi». +</p> + +<p> +Non altrimenti stupido si turba<br /> +lo montanaro, e rimirando ammuta,<br /> +quando rozzo e salvatico s’inurba, +</p> + +<p> +che ciascun’ ombra fece in sua paruta;<br /> +ma poi che furon di stupore scarche,<br /> +lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, +</p> + +<p> +«Beato te, che de le nostre marche»,<br /> +ricominciò colei che pria m’inchiese,<br /> +«per morir meglio, esperïenza imbarche! +</p> + +<p> +La gente che non vien con noi, offese<br /> +di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br /> +“Regina” contra sé chiamar s’intese: +</p> + +<p> +però si parton “Soddoma” gridando,<br /> +rimproverando a sé com’ hai udito,<br /> +e aiutan l’arsura vergognando. +</p> + +<p> +Nostro peccato fu ermafrodito;<br /> +ma perché non servammo umana legge,<br /> +seguendo come bestie l’appetito, +</p> + +<p> +in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br /> +quando partinci, il nome di colei<br /> +che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. +</p> + +<p> +Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br /> +se forse a nome vuo’ saper chi semo,<br /> +tempo non è di dire, e non saprei. +</p> + +<p> +Farotti ben di me volere scemo:<br /> +son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br /> +per ben dolermi prima ch’a lo stremo». +</p> + +<p> +Quali ne la tristizia di Ligurgo<br /> +si fer due figli a riveder la madre,<br /> +tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, +</p> + +<p> +quand’ io odo nomar sé stesso il padre<br /> +mio e de li altri miei miglior che mai<br /> +rime d’amore usar dolci e leggiadre; +</p> + +<p> +e sanza udire e dir pensoso andai<br /> +lunga fïata rimirando lui,<br /> +né, per lo foco, in là più m’appressai. +</p> + +<p> +Poi che di riguardar pasciuto fui,<br /> +tutto m’offersi pronto al suo servigio<br /> +con l’affermar che fa credere altrui. +</p> + +<p> +Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br /> +per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,<br /> +che Letè nol può tòrre né far bigio. +</p> + +<p> +Ma se le tue parole or ver giuraro,<br /> +dimmi che è cagion per che dimostri<br /> +nel dire e nel guardar d’avermi caro». +</p> + +<p> +E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br /> +che, quanto durerà l’uso moderno,<br /> +faranno cari ancora i loro incostri». +</p> + +<p> +«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno<br /> +col dito», e additò un spirto innanzi,<br /> +«fu miglior fabbro del parlar materno. +</p> + +<p> +Versi d’amore e prose di romanzi<br /> +soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br /> +che quel di Lemosì credon ch’avanzi. +</p> + +<p> +A voce più ch’al ver drizzan li volti,<br /> +e così ferman sua oppinïone<br /> +prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. +</p> + +<p> +Così fer molti antichi di Guittone,<br /> +di grido in grido pur lui dando pregio,<br /> +fin che l’ha vinto il ver con più persone. +</p> + +<p> +Or se tu hai sì ampio privilegio,<br /> +che licito ti sia l’andare al chiostro<br /> +nel quale è Cristo abate del collegio, +</p> + +<p> +falli per me un dir d’un paternostro,<br /> +quanto bisogna a noi di questo mondo,<br /> +dove poter peccar non è più nostro». +</p> + +<p> +Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br /> +che presso avea, disparve per lo foco,<br /> +come per l’acqua il pesce andando al fondo. +</p> + +<p> +Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br /> +e dissi ch’al suo nome il mio disire<br /> +apparecchiava grazïoso loco. +</p> + +<p> +El cominciò liberamente a dire:<br /> +«Tan m’abellis vostre cortes deman,<br /> +qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. +</p> + +<p> +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br /> +consiros vei la passada folor,<br /> +e vei jausen lo joi qu’esper, denan. +</p> + +<p> +Ara vos prec, per aquella valor<br /> +que vos guida al som de l’escalina,<br /> +sovenha vos a temps de ma dolor!». +</p> + +<p> +Poi s’ascose nel foco che li affina. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto61"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXVII +</h2> + +<p> +Sì come quando i primi raggi vibra<br /> +là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br /> +cadendo Ibero sotto l’alta Libra, +</p> + +<p> +e l’onde in Gange da nona rïarse,<br /> +sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,<br /> +come l’angel di Dio lieto ci apparse. +</p> + +<p> +Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br /> +e cantava ‘Beati mundo corde!’<br /> +in voce assai più che la nostra viva. +</p> + +<p> +Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br /> +anime sante, il foco: intrate in esso,<br /> +e al cantar di là non siate sorde», +</p> + +<p> +ci disse come noi li fummo presso;<br /> +per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,<br /> +qual è colui che ne la fossa è messo. +</p> + +<p> +In su le man commesse mi protesi,<br /> +guardando il foco e imaginando forte<br /> +umani corpi già veduti accesi. +</p> + +<p> +Volsersi verso me le buone scorte;<br /> +e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br /> +qui può esser tormento, ma non morte. +</p> + +<p> +Ricorditi, ricorditi! E se io<br /> +sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br /> +che farò ora presso più a Dio? +</p> + +<p> +Credi per certo che se dentro a l’alvo<br /> +di questa fiamma stessi ben mille anni,<br /> +non ti potrebbe far d’un capel calvo. +</p> + +<p> +E se tu forse credi ch’io t’inganni,<br /> +fatti ver’ lei, e fatti far credenza<br /> +con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. +</p> + +<p> +Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br /> +volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br /> +E io pur fermo e contra coscïenza. +</p> + +<p> +Quando mi vide star pur fermo e duro,<br /> +turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br /> +tra Bëatrice e te è questo muro». +</p> + +<p> +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br /> +Piramo in su la morte, e riguardolla,<br /> +allor che ’l gelso diventò vermiglio; +</p> + +<p> +così, la mia durezza fatta solla,<br /> +mi volsi al savio duca, udendo il nome<br /> +che ne la mente sempre mi rampolla. +</p> + +<p> +Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!<br /> +volenci star di qua?»; indi sorrise<br /> +come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. +</p> + +<p> +Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br /> +pregando Stazio che venisse retro,<br /> +che pria per lunga strada ci divise. +</p> + +<p> +Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro<br /> +gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br /> +tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. +</p> + +<p> +Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br /> +pur di Beatrice ragionando andava,<br /> +dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». +</p> + +<p> +Guidavaci una voce che cantava<br /> +di là; e noi, attenti pur a lei,<br /> +venimmo fuor là ove si montava. +</p> + +<p> +‘Venite, benedicti Patris mei’,<br /> +sonò dentro a un lume che lì era,<br /> +tal che mi vinse e guardar nol potei. +</p> + +<p> +«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br /> +non v’arrestate, ma studiate il passo,<br /> +mentre che l’occidente non si annera». +</p> + +<p> +Dritta salia la via per entro ’l sasso<br /> +verso tal parte ch’io toglieva i raggi<br /> +dinanzi a me del sol ch’era già basso. +</p> + +<p> +E di pochi scaglion levammo i saggi,<br /> +che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,<br /> +sentimmo dietro e io e li miei saggi. +</p> + +<p> +E pria che ’n tutte le sue parti immense<br /> +fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,<br /> +e notte avesse tutte sue dispense, +</p> + +<p> +ciascun di noi d’un grado fece letto;<br /> +ché la natura del monte ci affranse<br /> +la possa del salir più e ’l diletto. +</p> + +<p> +Quali si stanno ruminando manse<br /> +le capre, state rapide e proterve<br /> +sovra le cime avante che sien pranse, +</p> + +<p> +tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,<br /> +guardate dal pastor, che ’n su la verga<br /> +poggiato s’è e lor di posa serve; +</p> + +<p> +e quale il mandrïan che fori alberga,<br /> +lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br /> +guardando perché fiera non lo sperga; +</p> + +<p> +tali eravamo tutti e tre allotta,<br /> +io come capra, ed ei come pastori,<br /> +fasciati quinci e quindi d’alta grotta. +</p> + +<p> +Poco parer potea lì del di fori;<br /> +ma, per quel poco, vedea io le stelle<br /> +di lor solere e più chiare e maggiori. +</p> + +<p> +Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br /> +mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br /> +anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. +</p> + +<p> +Ne l’ora, credo, che de l’orïente<br /> +prima raggiò nel monte Citerea,<br /> +che di foco d’amor par sempre ardente, +</p> + +<p> +giovane e bella in sogno mi parea<br /> +donna vedere andar per una landa<br /> +cogliendo fiori; e cantando dicea: +</p> + +<p> +«Sappia qualunque il mio nome dimanda<br /> +ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno<br /> +le belle mani a farmi una ghirlanda. +</p> + +<p> +Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;<br /> +ma mia suora Rachel mai non si smaga<br /> +dal suo miraglio, e siede tutto giorno. +</p> + +<p> +Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga<br /> +com’ io de l’addornarmi con le mani;<br /> +lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». +</p> + +<p> +E già per li splendori antelucani,<br /> +che tanto a’ pellegrin surgon più grati,<br /> +quanto, tornando, albergan men lontani, +</p> + +<p> +le tenebre fuggian da tutti lati,<br /> +e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,<br /> +veggendo i gran maestri già levati. +</p> + +<p> +«Quel dolce pome che per tanti rami<br /> +cercando va la cura de’ mortali,<br /> +oggi porrà in pace le tue fami». +</p> + +<p> +Virgilio inverso me queste cotali<br /> +parole usò; e mai non furo strenne<br /> +che fosser di piacere a queste iguali. +</p> + +<p> +Tanto voler sopra voler mi venne<br /> +de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi<br /> +al volo mi sentia crescer le penne. +</p> + +<p> +Come la scala tutta sotto noi<br /> +fu corsa e fummo in su ’l grado superno,<br /> +in me ficcò Virgilio li occhi suoi, +</p> + +<p> +e disse: «Il temporal foco e l’etterno<br /> +veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte<br /> +dov’ io per me più oltre non discerno. +</p> + +<p> +Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;<br /> +lo tuo piacere omai prendi per duce;<br /> +fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. +</p> + +<p> +Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;<br /> +vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli<br /> +che qui la terra sol da sé produce. +</p> + +<p> +Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br /> +che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br /> +seder ti puoi e puoi andar tra elli. +</p> + +<p> +Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br /> +libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br /> +e fallo fora non fare a suo senno: +</p> + +<p> +per ch’io te sovra te corono e mitrio». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto62"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXVIII +</h2> + +<p> +Vago già di cercar dentro e dintorno<br /> +la divina foresta spessa e viva,<br /> +ch’a li occhi temperava il novo giorno, +</p> + +<p> +sanza più aspettar, lasciai la riva,<br /> +prendendo la campagna lento lento<br /> +su per lo suol che d’ogne parte auliva. +</p> + +<p> +Un’aura dolce, sanza mutamento<br /> +avere in sé, mi feria per la fronte<br /> +non di più colpo che soave vento; +</p> + +<p> +per cui le fronde, tremolando, pronte<br /> +tutte quante piegavano a la parte<br /> +u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; +</p> + +<p> +non però dal loro esser dritto sparte<br /> +tanto, che li augelletti per le cime<br /> +lasciasser d’operare ogne lor arte; +</p> + +<p> +ma con piena letizia l’ore prime,<br /> +cantando, ricevieno intra le foglie,<br /> +che tenevan bordone a le sue rime, +</p> + +<p> +tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br /> +per la pineta in su ’l lito di Chiassi,<br /> +quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. +</p> + +<p> +Già m’avean trasportato i lenti passi<br /> +dentro a la selva antica tanto, ch’io<br /> +non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; +</p> + +<p> +ed ecco più andar mi tolse un rio,<br /> +che ’nver’ sinistra con sue picciole onde<br /> +piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. +</p> + +<p> +Tutte l’acque che son di qua più monde,<br /> +parrieno avere in sé mistura alcuna<br /> +verso di quella, che nulla nasconde, +</p> + +<p> +avvegna che si mova bruna bruna<br /> +sotto l’ombra perpetüa, che mai<br /> +raggiar non lascia sole ivi né luna. +</p> + +<p> +Coi piè ristetti e con li occhi passai<br /> +di là dal fiumicello, per mirare<br /> +la gran varïazion d’i freschi mai; +</p> + +<p> +e là m’apparve, sì com’ elli appare<br /> +subitamente cosa che disvia<br /> +per maraviglia tutto altro pensare, +</p> + +<p> +una donna soletta che si gia<br /> +e cantando e scegliendo fior da fiore<br /> +ond’ era pinta tutta la sua via. +</p> + +<p> +«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore<br /> +ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti<br /> +che soglion esser testimon del core, +</p> + +<p> +vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br /> +diss’ io a lei, «verso questa rivera,<br /> +tanto ch’io possa intender che tu canti. +</p> + +<p> +Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br /> +Proserpina nel tempo che perdette<br /> +la madre lei, ed ella primavera». +</p> + +<p> +Come si volge, con le piante strette<br /> +a terra e intra sé, donna che balli,<br /> +e piede innanzi piede a pena mette, +</p> + +<p> +volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br /> +fioretti verso me, non altrimenti<br /> +che vergine che li occhi onesti avvalli; +</p> + +<p> +e fece i prieghi miei esser contenti,<br /> +sì appressando sé, che ’l dolce suono<br /> +veniva a me co’ suoi intendimenti. +</p> + +<p> +Tosto che fu là dove l’erbe sono<br /> +bagnate già da l’onde del bel fiume,<br /> +di levar li occhi suoi mi fece dono. +</p> + +<p> +Non credo che splendesse tanto lume<br /> +sotto le ciglia a Venere, trafitta<br /> +dal figlio fuor di tutto suo costume. +</p> + +<p> +Ella ridea da l’altra riva dritta,<br /> +trattando più color con le sue mani,<br /> +che l’alta terra sanza seme gitta. +</p> + +<p> +Tre passi ci facea il fiume lontani;<br /> +ma Elesponto, là ’ve passò Serse,<br /> +ancora freno a tutti orgogli umani, +</p> + +<p> +più odio da Leandro non sofferse<br /> +per mareggiare intra Sesto e Abido,<br /> +che quel da me perch’ allor non s’aperse. +</p> + +<p> +«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,<br /> +cominciò ella, «in questo luogo eletto<br /> +a l’umana natura per suo nido, +</p> + +<p> +maravigliando tienvi alcun sospetto;<br /> +ma luce rende il salmo Delectasti,<br /> +che puote disnebbiar vostro intelletto. +</p> + +<p> +E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,<br /> +dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta<br /> +ad ogne tua question tanto che basti». +</p> + +<p> +«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta<br /> +impugnan dentro a me novella fede<br /> +di cosa ch’io udi’ contraria a questa». +</p> + +<p> +Ond’ ella: «Io dicerò come procede<br /> +per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,<br /> +e purgherò la nebbia che ti fiede. +</p> + +<p> +Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br /> +fé l’uom buono e a bene, e questo loco<br /> +diede per arr’ a lui d’etterna pace. +</p> + +<p> +Per sua difalta qui dimorò poco;<br /> +per sua difalta in pianto e in affanno<br /> +cambiò onesto riso e dolce gioco. +</p> + +<p> +Perché ’l turbar che sotto da sé fanno<br /> +l’essalazion de l’acqua e de la terra,<br /> +che quanto posson dietro al calor vanno, +</p> + +<p> +a l’uomo non facesse alcuna guerra,<br /> +questo monte salìo verso ’l ciel tanto,<br /> +e libero n’è d’indi ove si serra. +</p> + +<p> +Or perché in circuito tutto quanto<br /> +l’aere si volge con la prima volta,<br /> +se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, +</p> + +<p> +in questa altezza ch’è tutta disciolta<br /> +ne l’aere vivo, tal moto percuote,<br /> +e fa sonar la selva perch’ è folta; +</p> + +<p> +e la percossa pianta tanto puote,<br /> +che de la sua virtute l’aura impregna<br /> +e quella poi, girando, intorno scuote; +</p> + +<p> +e l’altra terra, secondo ch’è degna<br /> +per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br /> +di diverse virtù diverse legna. +</p> + +<p> +Non parrebbe di là poi maraviglia,<br /> +udito questo, quando alcuna pianta<br /> +sanza seme palese vi s’appiglia. +</p> + +<p> +E saper dei che la campagna santa<br /> +dove tu se’, d’ogne semenza è piena,<br /> +e frutto ha in sé che di là non si schianta. +</p> + +<p> +L’acqua che vedi non surge di vena<br /> +che ristori vapor che gel converta,<br /> +come fiume ch’acquista e perde lena; +</p> + +<p> +ma esce di fontana salda e certa,<br /> +che tanto dal voler di Dio riprende,<br /> +quant’ ella versa da due parti aperta. +</p> + +<p> +Da questa parte con virtù discende<br /> +che toglie altrui memoria del peccato;<br /> +da l’altra d’ogne ben fatto la rende. +</p> + +<p> +Quinci Letè; così da l’altro lato<br /> +Eünoè si chiama, e non adopra<br /> +se quinci e quindi pria non è gustato: +</p> + +<p> +a tutti altri sapori esto è di sopra.<br /> +E avvegna ch’assai possa esser sazia<br /> +la sete tua perch’ io più non ti scuopra, +</p> + +<p> +darotti un corollario ancor per grazia;<br /> +né credo che ’l mio dir ti sia men caro,<br /> +se oltre promession teco si spazia. +</p> + +<p> +Quelli ch’anticamente poetaro<br /> +l’età de l’oro e suo stato felice,<br /> +forse in Parnaso esto loco sognaro. +</p> + +<p> +Qui fu innocente l’umana radice;<br /> +qui primavera sempre e ogne frutto;<br /> +nettare è questo di che ciascun dice». +</p> + +<p> +Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto<br /> +a’ miei poeti, e vidi che con riso<br /> +udito avëan l’ultimo costrutto; +</p> + +<p> +poi a la bella donna torna’ il viso. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto63"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXIX +</h2> + +<p> +Cantando come donna innamorata,<br /> +continüò col fin di sue parole:<br /> +‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. +</p> + +<p> +E come ninfe che si givan sole<br /> +per le salvatiche ombre, disïando<br /> +qual di veder, qual di fuggir lo sole, +</p> + +<p> +allor si mosse contra ’l fiume, andando<br /> +su per la riva; e io pari di lei,<br /> +picciol passo con picciol seguitando. +</p> + +<p> +Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,<br /> +quando le ripe igualmente dier volta,<br /> +per modo ch’a levante mi rendei. +</p> + +<p> +Né ancor fu così nostra via molta,<br /> +quando la donna tutta a me si torse,<br /> +dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». +</p> + +<p> +Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br /> +da tutte parti per la gran foresta,<br /> +tal che di balenar mi mise in forse. +</p> + +<p> +Ma perché ’l balenar, come vien, resta,<br /> +e quel, durando, più e più splendeva,<br /> +nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. +</p> + +<p> +E una melodia dolce correva<br /> +per l’aere luminoso; onde buon zelo<br /> +mi fé riprender l’ardimento d’Eva, +</p> + +<p> +che là dove ubidia la terra e ’l cielo,<br /> +femmina, sola e pur testé formata,<br /> +non sofferse di star sotto alcun velo; +</p> + +<p> +sotto ’l qual se divota fosse stata,<br /> +avrei quelle ineffabili delizie<br /> +sentite prima e più lunga fïata. +</p> + +<p> +Mentr’ io m’andava tra tante primizie<br /> +de l’etterno piacer tutto sospeso,<br /> +e disïoso ancora a più letizie, +</p> + +<p> +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br /> +ci si fé l’aere sotto i verdi rami;<br /> +e ’l dolce suon per canti era già inteso. +</p> + +<p> +O sacrosante Vergini, se fami,<br /> +freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br /> +cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. +</p> + +<p> +Or convien che Elicona per me versi,<br /> +e Uranìe m’aiuti col suo coro<br /> +forti cose a pensar mettere in versi. +</p> + +<p> +Poco più oltre, sette alberi d’oro<br /> +falsava nel parere il lungo tratto<br /> +del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; +</p> + +<p> +ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,<br /> +che l’obietto comun, che ’l senso inganna,<br /> +non perdea per distanza alcun suo atto, +</p> + +<p> +la virtù ch’a ragion discorso ammanna,<br /> +sì com’ elli eran candelabri apprese,<br /> +e ne le voci del cantare ‘Osanna’. +</p> + +<p> +Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br /> +più chiaro assai che luna per sereno<br /> +di mezza notte nel suo mezzo mese. +</p> + +<p> +Io mi rivolsi d’ammirazion pieno<br /> +al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br /> +con vista carca di stupor non meno. +</p> + +<p> +Indi rendei l’aspetto a l’alte cose<br /> +che si movieno incontr’ a noi sì tardi,<br /> +che foran vinte da novelle spose. +</p> + +<p> +La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br /> +sì ne l’affetto de le vive luci,<br /> +e ciò che vien di retro a lor non guardi?». +</p> + +<p> +Genti vid’ io allor, come a lor duci,<br /> +venire appresso, vestite di bianco;<br /> +e tal candor di qua già mai non fuci. +</p> + +<p> +L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,<br /> +e rendea me la mia sinistra costa,<br /> +s’io riguardava in lei, come specchio anco. +</p> + +<p> +Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,<br /> +che solo il fiume mi facea distante,<br /> +per veder meglio ai passi diedi sosta, +</p> + +<p> +e vidi le fiammelle andar davante,<br /> +lasciando dietro a sé l’aere dipinto,<br /> +e di tratti pennelli avean sembiante; +</p> + +<p> +sì che lì sopra rimanea distinto<br /> +di sette liste, tutte in quei colori<br /> +onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. +</p> + +<p> +Questi ostendali in dietro eran maggiori<br /> +che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br /> +diece passi distavan quei di fori. +</p> + +<p> +Sotto così bel ciel com’ io diviso,<br /> +ventiquattro seniori, a due a due,<br /> +coronati venien di fiordaliso. +</p> + +<p> +Tutti cantavan: «Benedicta tue<br /> +ne le figlie d’Adamo, e benedette<br /> +sieno in etterno le bellezze tue!». +</p> + +<p> +Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette<br /> +a rimpetto di me da l’altra sponda<br /> +libere fuor da quelle genti elette, +</p> + +<p> +sì come luce luce in ciel seconda,<br /> +vennero appresso lor quattro animali,<br /> +coronati ciascun di verde fronda. +</p> + +<p> +Ognuno era pennuto di sei ali;<br /> +le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,<br /> +se fosser vivi, sarebber cotali. +</p> + +<p> +A descriver lor forme più non spargo<br /> +rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,<br /> +tanto ch’a questa non posso esser largo; +</p> + +<p> +ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br /> +come li vide da la fredda parte<br /> +venir con vento e con nube e con igne; +</p> + +<p> +e quali i troverai ne le sue carte,<br /> +tali eran quivi, salvo ch’a le penne<br /> +Giovanni è meco e da lui si diparte. +</p> + +<p> +Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br /> +un carro, in su due rote, trïunfale,<br /> +ch’al collo d’un grifon tirato venne. +</p> + +<p> +Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale<br /> +tra la mezzana e le tre e tre liste,<br /> +sì ch’a nulla, fendendo, facea male. +</p> + +<p> +Tanto salivan che non eran viste;<br /> +le membra d’oro avea quant’ era uccello,<br /> +e bianche l’altre, di vermiglio miste. +</p> + +<p> +Non che Roma di carro così bello<br /> +rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br /> +ma quel del Sol saria pover con ello; +</p> + +<p> +quel del Sol che, svïando, fu combusto<br /> +per l’orazion de la Terra devota,<br /> +quando fu Giove arcanamente giusto. +</p> + +<p> +Tre donne in giro da la destra rota<br /> +venian danzando; l’una tanto rossa<br /> +ch’a pena fora dentro al foco nota; +</p> + +<p> +l’altr’ era come se le carni e l’ossa<br /> +fossero state di smeraldo fatte;<br /> +la terza parea neve testé mossa; +</p> + +<p> +e or parëan da la bianca tratte,<br /> +or da la rossa; e dal canto di questa<br /> +l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. +</p> + +<p> +Da la sinistra quattro facean festa,<br /> +in porpore vestite, dietro al modo<br /> +d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. +</p> + +<p> +Appresso tutto il pertrattato nodo<br /> +vidi due vecchi in abito dispari,<br /> +ma pari in atto e onesto e sodo. +</p> + +<p> +L’un si mostrava alcun de’ famigliari<br /> +di quel sommo Ipocràte che natura<br /> +a li animali fé ch’ell’ ha più cari; +</p> + +<p> +mostrava l’altro la contraria cura<br /> +con una spada lucida e aguta,<br /> +tal che di qua dal rio mi fé paura. +</p> + +<p> +Poi vidi quattro in umile paruta;<br /> +e di retro da tutti un vecchio solo<br /> +venir, dormendo, con la faccia arguta. +</p> + +<p> +E questi sette col primaio stuolo<br /> +erano abitüati, ma di gigli<br /> +dintorno al capo non facëan brolo, +</p> + +<p> +anzi di rose e d’altri fior vermigli;<br /> +giurato avria poco lontano aspetto<br /> +che tutti ardesser di sopra da’ cigli. +</p> + +<p> +E quando il carro a me fu a rimpetto,<br /> +un tuon s’udì, e quelle genti degne<br /> +parvero aver l’andar più interdetto, +</p> + +<p> +fermandosi ivi con le prime insegne. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto64"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXX +</h2> + +<p> +Quando il settentrïon del primo cielo,<br /> +che né occaso mai seppe né orto<br /> +né d’altra nebbia che di colpa velo, +</p> + +<p> +e che faceva lì ciascun accorto<br /> +di suo dover, come ’l più basso face<br /> +qual temon gira per venire a porto, +</p> + +<p> +fermo s’affisse: la gente verace,<br /> +venuta prima tra ’l grifone ed esso,<br /> +al carro volse sé come a sua pace; +</p> + +<p> +e un di loro, quasi da ciel messo,<br /> +‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando<br /> +gridò tre volte, e tutti li altri appresso. +</p> + +<p> +Quali i beati al novissimo bando<br /> +surgeran presti ognun di sua caverna,<br /> +la revestita voce alleluiando, +</p> + +<p> +cotali in su la divina basterna<br /> +si levar cento, ad vocem tanti senis,<br /> +ministri e messaggier di vita etterna. +</p> + +<p> +Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,<br /> +e fior gittando e di sopra e dintorno,<br /> +‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. +</p> + +<p> +Io vidi già nel cominciar del giorno<br /> +la parte orïental tutta rosata,<br /> +e l’altro ciel di bel sereno addorno; +</p> + +<p> +e la faccia del sol nascere ombrata,<br /> +sì che per temperanza di vapori<br /> +l’occhio la sostenea lunga fïata: +</p> + +<p> +così dentro una nuvola di fiori<br /> +che da le mani angeliche saliva<br /> +e ricadeva in giù dentro e di fori, +</p> + +<p> +sovra candido vel cinta d’uliva<br /> +donna m’apparve, sotto verde manto<br /> +vestita di color di fiamma viva. +</p> + +<p> +E lo spirito mio, che già cotanto<br /> +tempo era stato ch’a la sua presenza<br /> +non era di stupor, tremando, affranto, +</p> + +<p> +sanza de li occhi aver più conoscenza,<br /> +per occulta virtù che da lei mosse,<br /> +d’antico amor sentì la gran potenza. +</p> + +<p> +Tosto che ne la vista mi percosse<br /> +l’alta virtù che già m’avea trafitto<br /> +prima ch’io fuor di püerizia fosse, +</p> + +<p> +volsimi a la sinistra col respitto<br /> +col quale il fantolin corre a la mamma<br /> +quando ha paura o quando elli è afflitto, +</p> + +<p> +per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma<br /> +di sangue m’è rimaso che non tremi:<br /> +conosco i segni de l’antica fiamma’. +</p> + +<p> +Ma Virgilio n’avea lasciati scemi<br /> +di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br /> +Virgilio a cui per mia salute die’mi; +</p> + +<p> +né quantunque perdeo l’antica matre,<br /> +valse a le guance nette di rugiada,<br /> +che, lagrimando, non tornasser atre. +</p> + +<p> +«Dante, perché Virgilio se ne vada,<br /> +non pianger anco, non piangere ancora;<br /> +ché pianger ti conven per altra spada». +</p> + +<p> +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br /> +viene a veder la gente che ministra<br /> +per li altri legni, e a ben far l’incora; +</p> + +<p> +in su la sponda del carro sinistra,<br /> +quando mi volsi al suon del nome mio,<br /> +che di necessità qui si registra, +</p> + +<p> +vidi la donna che pria m’appario<br /> +velata sotto l’angelica festa,<br /> +drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. +</p> + +<p> +Tutto che ’l vel che le scendea di testa,<br /> +cerchiato de le fronde di Minerva,<br /> +non la lasciasse parer manifesta, +</p> + +<p> +regalmente ne l’atto ancor proterva<br /> +continüò come colui che dice<br /> +e ’l più caldo parlar dietro reserva: +</p> + +<p> +«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br /> +Come degnasti d’accedere al monte?<br /> +non sapei tu che qui è l’uom felice?». +</p> + +<p> +Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br /> +ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,<br /> +tanta vergogna mi gravò la fronte. +</p> + +<p> +Così la madre al figlio par superba,<br /> +com’ ella parve a me; perché d’amaro<br /> +sente il sapor de la pietade acerba. +</p> + +<p> +Ella si tacque; e li angeli cantaro<br /> +di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;<br /> +ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. +</p> + +<p> +Sì come neve tra le vive travi<br /> +per lo dosso d’Italia si congela,<br /> +soffiata e stretta da li venti schiavi, +</p> + +<p> +poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br /> +pur che la terra che perde ombra spiri,<br /> +sì che par foco fonder la candela; +</p> + +<p> +così fui sanza lagrime e sospiri<br /> +anzi ’l cantar di quei che notan sempre<br /> +dietro a le note de li etterni giri; +</p> + +<p> +ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre<br /> +lor compatire a me, par che se detto<br /> +avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, +</p> + +<p> +lo gel che m’era intorno al cor ristretto,<br /> +spirito e acqua fessi, e con angoscia<br /> +de la bocca e de li occhi uscì del petto. +</p> + +<p> +Ella, pur ferma in su la detta coscia<br /> +del carro stando, a le sustanze pie<br /> +volse le sue parole così poscia: +</p> + +<p> +«Voi vigilate ne l’etterno die,<br /> +sì che notte né sonno a voi non fura<br /> +passo che faccia il secol per sue vie; +</p> + +<p> +onde la mia risposta è con più cura<br /> +che m’intenda colui che di là piagne,<br /> +perché sia colpa e duol d’una misura. +</p> + +<p> +Non pur per ovra de le rote magne,<br /> +che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br /> +secondo che le stelle son compagne, +</p> + +<p> +ma per larghezza di grazie divine,<br /> +che sì alti vapori hanno a lor piova,<br /> +che nostre viste là non van vicine, +</p> + +<p> +questi fu tal ne la sua vita nova<br /> +virtüalmente, ch’ogne abito destro<br /> +fatto averebbe in lui mirabil prova. +</p> + +<p> +Ma tanto più maligno e più silvestro<br /> +si fa ’l terren col mal seme e non cólto,<br /> +quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. +</p> + +<p> +Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br /> +mostrando li occhi giovanetti a lui,<br /> +meco il menava in dritta parte vòlto. +</p> + +<p> +Sì tosto come in su la soglia fui<br /> +di mia seconda etade e mutai vita,<br /> +questi si tolse a me, e diessi altrui. +</p> + +<p> +Quando di carne a spirto era salita,<br /> +e bellezza e virtù cresciuta m’era,<br /> +fu’ io a lui men cara e men gradita; +</p> + +<p> +e volse i passi suoi per via non vera,<br /> +imagini di ben seguendo false,<br /> +che nulla promession rendono intera. +</p> + +<p> +Né l’impetrare ispirazion mi valse,<br /> +con le quali e in sogno e altrimenti<br /> +lo rivocai: sì poco a lui ne calse! +</p> + +<p> +Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br /> +a la salute sua eran già corti,<br /> +fuor che mostrarli le perdute genti. +</p> + +<p> +Per questo visitai l’uscio d’i morti,<br /> +e a colui che l’ha qua sù condotto,<br /> +li prieghi miei, piangendo, furon porti. +</p> + +<p> +Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br /> +se Letè si passasse e tal vivanda<br /> +fosse gustata sanza alcuno scotto +</p> + +<p> +di pentimento che lagrime spanda». +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto65"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXXI +</h2> + +<p> +«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,<br /> +volgendo suo parlare a me per punta,<br /> +che pur per taglio m’era paruto acro, +</p> + +<p> +ricominciò, seguendo sanza cunta,<br /> +«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br /> +tua confession conviene esser congiunta». +</p> + +<p> +Era la mia virtù tanto confusa,<br /> +che la voce si mosse, e pria si spense<br /> +che da li organi suoi fosse dischiusa. +</p> + +<p> +Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br /> +Rispondi a me; ché le memorie triste<br /> +in te non sono ancor da l’acqua offense». +</p> + +<p> +Confusione e paura insieme miste<br /> +mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br /> +al quale intender fuor mestier le viste. +</p> + +<p> +Come balestro frange, quando scocca<br /> +da troppa tesa, la sua corda e l’arco,<br /> +e con men foga l’asta il segno tocca, +</p> + +<p> +sì scoppia’ io sottesso grave carco,<br /> +fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br /> +e la voce allentò per lo suo varco. +</p> + +<p> +Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,<br /> +che ti menavano ad amar lo bene<br /> +di là dal qual non è a che s’aspiri, +</p> + +<p> +quai fossi attraversati o quai catene<br /> +trovasti, per che del passare innanzi<br /> +dovessiti così spogliar la spene? +</p> + +<p> +E quali agevolezze o quali avanzi<br /> +ne la fronte de li altri si mostraro,<br /> +per che dovessi lor passeggiare anzi?». +</p> + +<p> +Dopo la tratta d’un sospiro amaro,<br /> +a pena ebbi la voce che rispuose,<br /> +e le labbra a fatica la formaro. +</p> + +<p> +Piangendo dissi: «Le presenti cose<br /> +col falso lor piacer volser miei passi,<br /> +tosto che ’l vostro viso si nascose». +</p> + +<p> +Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br /> +ciò che confessi, non fora men nota<br /> +la colpa tua: da tal giudice sassi! +</p> + +<p> +Ma quando scoppia de la propria gota<br /> +l’accusa del peccato, in nostra corte<br /> +rivolge sé contra ’l taglio la rota. +</p> + +<p> +Tuttavia, perché mo vergogna porte<br /> +del tuo errore, e perché altra volta,<br /> +udendo le serene, sie più forte, +</p> + +<p> +pon giù il seme del piangere e ascolta:<br /> +sì udirai come in contraria parte<br /> +mover dovieti mia carne sepolta. +</p> + +<p> +Mai non t’appresentò natura o arte<br /> +piacer, quanto le belle membra in ch’io<br /> +rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; +</p> + +<p> +e se ’l sommo piacer sì ti fallio<br /> +per la mia morte, qual cosa mortale<br /> +dovea poi trarre te nel suo disio? +</p> + +<p> +Ben ti dovevi, per lo primo strale<br /> +de le cose fallaci, levar suso<br /> +di retro a me che non era più tale. +</p> + +<p> +Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br /> +ad aspettar più colpo, o pargoletta<br /> +o altra novità con sì breve uso. +</p> + +<p> +Novo augelletto due o tre aspetta;<br /> +ma dinanzi da li occhi d’i pennuti<br /> +rete si spiega indarno o si saetta». +</p> + +<p> +Quali fanciulli, vergognando, muti<br /> +con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br /> +e sé riconoscendo e ripentuti, +</p> + +<p> +tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando<br /> +per udir se’ dolente, alza la barba,<br /> +e prenderai più doglia riguardando». +</p> + +<p> +Con men di resistenza si dibarba<br /> +robusto cerro, o vero al nostral vento<br /> +o vero a quel de la terra di Iarba, +</p> + +<p> +ch’io non levai al suo comando il mento;<br /> +e quando per la barba il viso chiese,<br /> +ben conobbi il velen de l’argomento. +</p> + +<p> +E come la mia faccia si distese,<br /> +posarsi quelle prime creature<br /> +da loro aspersïon l’occhio comprese; +</p> + +<p> +e le mie luci, ancor poco sicure,<br /> +vider Beatrice volta in su la fiera<br /> +ch’è sola una persona in due nature. +</p> + +<p> +Sotto ’l suo velo e oltre la rivera<br /> +vincer pariemi più sé stessa antica,<br /> +vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. +</p> + +<p> +Di penter sì mi punse ivi l’ortica,<br /> +che di tutte altre cose qual mi torse<br /> +più nel suo amor, più mi si fé nemica. +</p> + +<p> +Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br /> +ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,<br /> +salsi colei che la cagion mi porse. +</p> + +<p> +Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br /> +la donna ch’io avea trovata sola<br /> +sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». +</p> + +<p> +Tratto m’avea nel fiume infin la gola,<br /> +e tirandosi me dietro sen giva<br /> +sovresso l’acqua lieve come scola. +</p> + +<p> +Quando fui presso a la beata riva,<br /> +‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,<br /> +che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. +</p> + +<p> +La bella donna ne le braccia aprissi;<br /> +abbracciommi la testa e mi sommerse<br /> +ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. +</p> + +<p> +Indi mi tolse, e bagnato m’offerse<br /> +dentro a la danza de le quattro belle;<br /> +e ciascuna del braccio mi coperse. +</p> + +<p> +«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br /> +pria che Beatrice discendesse al mondo,<br /> +fummo ordinate a lei per sue ancelle. +</p> + +<p> +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br /> +lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi<br /> +le tre di là, che miran più profondo». +</p> + +<p> +Così cantando cominciaro; e poi<br /> +al petto del grifon seco menarmi,<br /> +ove Beatrice stava volta a noi. +</p> + +<p> +Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br /> +posto t’avem dinanzi a li smeraldi<br /> +ond’ Amor già ti trasse le sue armi». +</p> + +<p> +Mille disiri più che fiamma caldi<br /> +strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br /> +che pur sopra ’l grifone stavan saldi. +</p> + +<p> +Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br /> +la doppia fiera dentro vi raggiava,<br /> +or con altri, or con altri reggimenti. +</p> + +<p> +Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,<br /> +quando vedea la cosa in sé star queta,<br /> +e ne l’idolo suo si trasmutava. +</p> + +<p> +Mentre che piena di stupore e lieta<br /> +l’anima mia gustava di quel cibo<br /> +che, saziando di sé, di sé asseta, +</p> + +<p> +sé dimostrando di più alto tribo<br /> +ne li atti, l’altre tre si fero avanti,<br /> +danzando al loro angelico caribo. +</p> + +<p> +«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br /> +era la sua canzone, «al tuo fedele<br /> +che, per vederti, ha mossi passi tanti! +</p> + +<p> +Per grazia fa noi grazia che disvele<br /> +a lui la bocca tua, sì che discerna<br /> +la seconda bellezza che tu cele». +</p> + +<p> +O isplendor di viva luce etterna,<br /> +chi palido si fece sotto l’ombra<br /> +sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, +</p> + +<p> +che non paresse aver la mente ingombra,<br /> +tentando a render te qual tu paresti<br /> +là dove armonizzando il ciel t’adombra, +</p> + +<p> +quando ne l’aere aperto ti solvesti? +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto66"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXXII +</h2> + +<p> +Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti<br /> +a disbramarsi la decenne sete,<br /> +che li altri sensi m’eran tutti spenti. +</p> + +<p> +Ed essi quinci e quindi avien parete<br /> +di non caler—così lo santo riso<br /> +a sé traéli con l’antica rete!—; +</p> + +<p> +quando per forza mi fu vòlto il viso<br /> +ver’ la sinistra mia da quelle dee,<br /> +perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; +</p> + +<p> +e la disposizion ch’a veder èe<br /> +ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br /> +sanza la vista alquanto esser mi fée. +</p> + +<p> +Ma poi ch’al poco il viso riformossi<br /> +(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto<br /> +sensibile onde a forza mi rimossi), +</p> + +<p> +vidi ’n sul braccio destro esser rivolto<br /> +lo glorïoso essercito, e tornarsi<br /> +col sole e con le sette fiamme al volto. +</p> + +<p> +Come sotto li scudi per salvarsi<br /> +volgesi schiera, e sé gira col segno,<br /> +prima che possa tutta in sé mutarsi; +</p> + +<p> +quella milizia del celeste regno<br /> +che procedeva, tutta trapassonne<br /> +pria che piegasse il carro il primo legno. +</p> + +<p> +Indi a le rote si tornar le donne,<br /> +e ’l grifon mosse il benedetto carco<br /> +sì, che però nulla penna crollonne. +</p> + +<p> +La bella donna che mi trasse al varco<br /> +e Stazio e io seguitavam la rota<br /> +che fé l’orbita sua con minore arco. +</p> + +<p> +Sì passeggiando l’alta selva vòta,<br /> +colpa di quella ch’al serpente crese,<br /> +temprava i passi un’angelica nota. +</p> + +<p> +Forse in tre voli tanto spazio prese<br /> +disfrenata saetta, quanto eramo<br /> +rimossi, quando Bëatrice scese. +</p> + +<p> +Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;<br /> +poi cerchiaro una pianta dispogliata<br /> +di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. +</p> + +<p> +La coma sua, che tanto si dilata<br /> +più quanto più è sù, fora da l’Indi<br /> +ne’ boschi lor per altezza ammirata. +</p> + +<p> +«Beato se’, grifon, che non discindi<br /> +col becco d’esto legno dolce al gusto,<br /> +poscia che mal si torce il ventre quindi». +</p> + +<p> +Così dintorno a l’albero robusto<br /> +gridaron li altri; e l’animal binato:<br /> +«Sì si conserva il seme d’ogne giusto». +</p> + +<p> +E vòlto al temo ch’elli avea tirato,<br /> +trasselo al piè de la vedova frasca,<br /> +e quel di lei a lei lasciò legato. +</p> + +<p> +Come le nostre piante, quando casca<br /> +giù la gran luce mischiata con quella<br /> +che raggia dietro a la celeste lasca, +</p> + +<p> +turgide fansi, e poi si rinovella<br /> +di suo color ciascuna, pria che ’l sole<br /> +giunga li suoi corsier sotto altra stella; +</p> + +<p> +men che di rose e più che di vïole<br /> +colore aprendo, s’innovò la pianta,<br /> +che prima avea le ramora sì sole. +</p> + +<p> +Io non lo ’ntesi, né qui non si canta<br /> +l’inno che quella gente allor cantaro,<br /> +né la nota soffersi tutta quanta. +</p> + +<p> +S’io potessi ritrar come assonnaro<br /> +li occhi spietati udendo di Siringa,<br /> +li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; +</p> + +<p> +come pintor che con essempro pinga,<br /> +disegnerei com’ io m’addormentai;<br /> +ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. +</p> + +<p> +Però trascorro a quando mi svegliai,<br /> +e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo<br /> +del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». +</p> + +<p> +Quali a veder de’ fioretti del melo<br /> +che del suo pome li angeli fa ghiotti<br /> +e perpetüe nozze fa nel cielo, +</p> + +<p> +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br /> +e vinti, ritornaro a la parola<br /> +da la qual furon maggior sonni rotti, +</p> + +<p> +e videro scemata loro scuola<br /> +così di Moïsè come d’Elia,<br /> +e al maestro suo cangiata stola; +</p> + +<p> +tal torna’ io, e vidi quella pia<br /> +sovra me starsi che conducitrice<br /> +fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. +</p> + +<p> +E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».<br /> +Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda<br /> +nova sedere in su la sua radice. +</p> + +<p> +Vedi la compagnia che la circonda:<br /> +li altri dopo ’l grifon sen vanno suso<br /> +con più dolce canzone e più profonda». +</p> + +<p> +E se più fu lo suo parlar diffuso,<br /> +non so, però che già ne li occhi m’era<br /> +quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. +</p> + +<p> +Sola sedeasi in su la terra vera,<br /> +come guardia lasciata lì del plaustro<br /> +che legar vidi a la biforme fera. +</p> + +<p> +In cerchio le facevan di sé claustro<br /> +le sette ninfe, con quei lumi in mano<br /> +che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. +</p> + +<p> +«Qui sarai tu poco tempo silvano;<br /> +e sarai meco sanza fine cive<br /> +di quella Roma onde Cristo è romano. +</p> + +<p> +Però, in pro del mondo che mal vive,<br /> +al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br /> +ritornato di là, fa che tu scrive». +</p> + +<p> +Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br /> +d’i suoi comandamenti era divoto,<br /> +la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. +</p> + +<p> +Non scese mai con sì veloce moto<br /> +foco di spessa nube, quando piove<br /> +da quel confine che più va remoto, +</p> + +<p> +com’ io vidi calar l’uccel di Giove<br /> +per l’alber giù, rompendo de la scorza,<br /> +non che d’i fiori e de le foglie nove; +</p> + +<p> +e ferì ’l carro di tutta sua forza;<br /> +ond’ el piegò come nave in fortuna,<br /> +vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. +</p> + +<p> +Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br /> +del trïunfal veiculo una volpe<br /> +che d’ogne pasto buon parea digiuna; +</p> + +<p> +ma, riprendendo lei di laide colpe,<br /> +la donna mia la volse in tanta futa<br /> +quanto sofferser l’ossa sanza polpe. +</p> + +<p> +Poscia per indi ond’ era pria venuta,<br /> +l’aguglia vidi scender giù ne l’arca<br /> +del carro e lasciar lei di sé pennuta; +</p> + +<p> +e qual esce di cuor che si rammarca,<br /> +tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br /> +«O navicella mia, com’ mal se’ carca!». +</p> + +<p> +Poi parve a me che la terra s’aprisse<br /> +tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br /> +che per lo carro sù la coda fisse; +</p> + +<p> +e come vespa che ritragge l’ago,<br /> +a sé traendo la coda maligna,<br /> +trasse del fondo, e gissen vago vago. +</p> + +<p> +Quel che rimase, come da gramigna<br /> +vivace terra, da la piuma, offerta<br /> +forse con intenzion sana e benigna, +</p> + +<p> +si ricoperse, e funne ricoperta<br /> +e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto<br /> +che più tiene un sospir la bocca aperta. +</p> + +<p> +Trasformato così ’l dificio santo<br /> +mise fuor teste per le parti sue,<br /> +tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. +</p> + +<p> +Le prime eran cornute come bue,<br /> +ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br /> +simile mostro visto ancor non fue. +</p> + +<p> +Sicura, quasi rocca in alto monte,<br /> +seder sovresso una puttana sciolta<br /> +m’apparve con le ciglia intorno pronte; +</p> + +<p> +e come perché non li fosse tolta,<br /> +vidi di costa a lei dritto un gigante;<br /> +e basciavansi insieme alcuna volta. +</p> + +<p> +Ma perché l’occhio cupido e vagante<br /> +a me rivolse, quel feroce drudo<br /> +la flagellò dal capo infin le piante; +</p> + +<p> +poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,<br /> +disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br /> +tanto che sol di lei mi fece scudo +</p> + +<p> +a la puttana e a la nova belva. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div class="chapter"> + +<h2><a name="canto67"></a> +Purgatorio<br /> +Canto XXXIII +</h2> + +<p> +‘Deus, venerunt gentes’, alternando<br /> +or tre or quattro dolce salmodia,<br /> +le donne incominciaro, e lagrimando; +</p> + +<p> +e Bëatrice, sospirosa e pia,<br /> +quelle ascoltava sì fatta, che poco<br /> +più a la croce si cambiò Maria. +</p> + +<p> +Ma poi che l’altre vergini dier loco<br /> +a lei di dir, levata dritta in pè,<br /> +rispuose, colorata come foco: +</p> + +<p> +‘Modicum, et non videbitis me;<br /> +et iterum, sorelle mie dilette,<br /> +modicum, et vos videbitis me’. +</p> + +<p> +Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br /> +e dopo sé, solo accennando, mosse<br /> +me e la donna e ’l savio che ristette. +</p> + +<p> +Così sen giva; e non credo che fosse<br /> +lo decimo suo passo in terra posto,<br /> +quando con li occhi li occhi mi percosse; +</p> + +<p> +e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br /> +mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,<br /> +ad ascoltarmi tu sie ben disposto». +</p> + +<p> +Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,<br /> +dissemi: «Frate, perché non t’attenti<br /> +a domandarmi omai venendo meco?». +</p> + +<p> +Come a color che troppo reverenti<br /> +dinanzi a suo maggior parlando sono,<br /> +che non traggon la voce viva ai denti, +</p> + +<p> +avvenne a me, che sanza intero suono<br /> +incominciai: «Madonna, mia bisogna<br /> +voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». +</p> + +<p> +Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br /> +voglio che tu omai ti disviluppe,<br /> +sì che non parli più com’ om che sogna. +</p> + +<p> +Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,<br /> +fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda<br /> +che vendetta di Dio non teme suppe. +</p> + +<p> +Non sarà tutto tempo sanza reda<br /> +l’aguglia che lasciò le penne al carro,<br /> +per che divenne mostro e poscia preda; +</p> + +<p> +ch’io veggio certamente, e però il narro,<br /> +a darne tempo già stelle propinque,<br /> +secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, +</p> + +<p> +nel quale un cinquecento diece e cinque,<br /> +messo di Dio, anciderà la fuia<br /> +con quel gigante che con lei delinque. +</p> + +<p> +E forse che la mia narrazion buia,<br /> +qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br /> +perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; +</p> + +<p> +ma tosto fier li fatti le Naiade,<br /> +che solveranno questo enigma forte<br /> +sanza danno di pecore o di biade. +</p> + +<p> +Tu nota; e sì come da me son porte,<br /> +così queste parole segna a’ vivi<br /> +del viver ch’è un correre a la morte. +</p> + +<p> +E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br /> +di non celar qual hai vista la pianta<br /> +ch’è or due volte dirubata quivi. +</p> + +<p> +Qualunque ruba quella o quella schianta,<br /> +con bestemmia di fatto offende a Dio,<br /> +che solo a l’uso suo la creò santa. +</p> + +<p> +Per morder quella, in pena e in disio<br /> +cinquemilia anni e più l’anima prima<br /> +bramò colui che ’l morso in sé punio. +</p> + +<p> +Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima<br /> +per singular cagione esser eccelsa<br /> +lei tanto e sì travolta ne la cima. +</p> + +<p> +E se stati non fossero acqua d’Elsa<br /> +li pensier vani intorno a la tua mente,<br /> +e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, +</p> + +<p> +per tante circostanze solamente<br /> +la giustizia di Dio, ne l’interdetto,<br /> +conosceresti a l’arbor moralmente. +</p> + +<p> +Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto<br /> +fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br /> +sì che t’abbaglia il lume del mio detto, +</p> + +<p> +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br /> +che ’l te ne porti dentro a te per quello<br /> +che si reca il bordon di palma cinto». +</p> + +<p> +E io: «Sì come cera da suggello,<br /> +che la figura impressa non trasmuta,<br /> +segnato è or da voi lo mio cervello. +</p> + +<p> +Ma perché tanto sovra mia veduta<br /> +vostra parola disïata vola,<br /> +che più la perde quanto più s’aiuta?». +</p> + +<p> +«Perché conoschi», disse, «quella scuola<br /> +c’hai seguitata, e veggi sua dottrina<br /> +come può seguitar la mia parola; +</p> + +<p> +e veggi vostra via da la divina<br /> +distar cotanto, quanto si discorda<br /> +da terra il ciel che più alto festina». +</p> + +<p> +Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br /> +ch’i’ stranïasse me già mai da voi,<br /> +né honne coscïenza che rimorda». +</p> + +<p> +«E se tu ricordar non te ne puoi»,<br /> +sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br /> +come bevesti di Letè ancoi; +</p> + +<p> +e se dal fummo foco s’argomenta,<br /> +cotesta oblivïon chiaro conchiude<br /> +colpa ne la tua voglia altrove attenta. +</p> + +<p> +Veramente oramai saranno nude<br /> +le mie parole, quanto converrassi<br /> +quelle scovrire a la tua vista rude». +</p> + +<p> +E più corusco e con più lenti passi<br /> +teneva il sole il cerchio di merigge,<br /> +che qua e là, come li aspetti, fassi, +</p> + +<p> +quando s’affisser, sì come s’affigge<br /> +chi va dinanzi a gente per iscorta<br /> +se trova novitate o sue vestigge, +</p> + +<p> +le sette donne al fin d’un’ombra smorta,<br /> +qual sotto foglie verdi e rami nigri<br /> +sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. +</p> + +<p> +Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br /> +veder mi parve uscir d’una fontana,<br /> +e, quasi amici, dipartirsi pigri. +</p> + +<p> +«O luce, o gloria de la gente umana,<br /> +che acqua è questa che qui si dispiega<br /> +da un principio e sé da sé lontana?». +</p> + +<p> +Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br /> +Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,<br /> +come fa chi da colpa si dislega, +</p> + +<p> +la bella donna: «Questo e altre cose<br /> +dette li son per me; e son sicura<br /> +che l’acqua di Letè non gliel nascose». +</p> + +<p> +E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br /> +che spesse volte la memoria priva,<br /> +fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. +</p> + +<p> +Ma vedi Eünoè che là diriva:<br /> +menalo ad esso, e come tu se’ usa,<br /> +la tramortita sua virtù ravviva». +</p> + +<p> +Come anima gentil, che non fa scusa,<br /> +ma fa sua voglia de la voglia altrui<br /> +tosto che è per segno fuor dischiusa; +</p> + +<p> +così, poi che da essa preso fui,<br /> +la bella donna mossesi, e a Stazio<br /> +donnescamente disse: «Vien con lui». +</p> + +<p> +S’io avessi, lettor, più lungo spazio<br /> +da scrivere, i’ pur cantere’ in parte<br /> +lo dolce ber che mai non m’avria sazio; +</p> + +<p> +ma perché piene son tutte le carte<br /> +ordite a questa cantica seconda,<br /> +non mi lascia più ir lo fren de l’arte. +</p> + +<p> +Io ritornai da la santissima onda<br /> +rifatto sì come piante novelle<br /> +rinovellate di novella fronda, +</p> + +<p> +puro e disposto a salire a le stelle. +</p> + +</div><!--end chapter--> + +<div style='display:block;margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***</div> +<div style='display:block;margin:1em 0;'>This file should be named 998-h.htm or 998-h.zip</div> +<div style='display:block;margin:1em 0;'>This and all associated files of various formats will be found in https://www.gutenberg.org/9/9/998/</div> +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Updated editions will replace the previous one—the old editions will +be renamed. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright +law means that no one owns a United States copyright in these works, +so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United +States without permission and without paying copyright +royalties. 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Information about the Mission of Project Gutenberg™ +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of +electronic works in formats readable by the widest variety of +computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It +exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations +from people in all walks of life. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s +goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg™ and future +generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see +Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. +</div> + +<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by +U.S. federal laws and your state’s laws. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, +Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up +to date contact information can be found at the Foundation’s website +and official page at www.gutenberg.org/contact +</div> + +<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> +Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread +public support and donations to carry out its mission of +increasing the number of public domain and licensed works that can be +freely distributed in machine-readable form accessible by the widest +array of equipment including outdated equipment. Many small donations +($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt +status with the IRS. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +The Foundation is committed to complying with the laws regulating +charities and charitable donations in all 50 states of the United +States. Compliance requirements are not uniform and it takes a +considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up +with these requirements. We do not solicit donations in locations +where we have not received written confirmation of compliance. To SEND +DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state +visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +While we cannot and do not solicit contributions from states where we +have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition +against accepting unsolicited donations from donors in such states who +approach us with offers to donate. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +International donations are gratefully accepted, but we cannot make +any statements concerning tax treatment of donations received from +outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Please check the Project Gutenberg web pages for current donation +methods and addresses. Donations are accepted in a number of other +ways including checks, online payments and credit card donations. To +donate, please visit: www.gutenberg.org/donate +</div> + +<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> +Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Professor Michael S. Hart was the originator of the Project +Gutenberg™ concept of a library of electronic works that could be +freely shared with anyone. For forty years, he produced and +distributed Project Gutenberg™ eBooks with only a loose network of +volunteer support. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed +editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in +the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not +necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper +edition. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +Most people start at our website which has the main PG search +facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. +</div> + +<div style='display:block; margin:1em 0'> +This website includes information about Project Gutenberg™, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. +</div> + +</body> + +</html> + diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..b82aeb0 --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #998 (https://www.gutenberg.org/ebooks/998) diff --git a/old/998.txt b/old/998.txt new file mode 100644 index 0000000..463d38c --- /dev/null +++ b/old/998.txt @@ -0,0 +1,6868 @@ +The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio +In Italian with no accents[7-bit text] +Please see my notes about various versions beneath this header. + +Copyright laws are changing all over the world, be sure to check +the copyright laws for your country before posting these files!! + +Please take a look at the important information in this header. +We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an +electronic path open for the next readers. Do not remove this. + + +**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts** + +**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971** + +*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations* + +Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and +further information is included below. We need your donations. + + +Divina Commedia di Dante: Purgatorio + +by Dante Alighieri + +August, 1997 [Etext #998] + + +The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio +*****This file should be named 998.txt or 998.zip***** + + +We are now trying to release all our books one month in advance +of the official release dates, for time for better editing. + +Please note: neither this list nor its contents are final till +midnight of the last day of the month of any such announcement. +The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at +Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A +preliminary version may often be posted for suggestion, comment +and editing by those who wish to do so. To be sure you have an +up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes +in the first week of the next month. Since our ftp program has +a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a +look at the file size will have to do, but we will try to see a +new copy has at least one byte more or less. + + +Information about Project Gutenberg (one page) + +We produce about two million dollars for each hour we work. The +fifty hours is one conservative estimate for how long it we take +to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright +searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This +projected audience is one hundred million readers. If our value +per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2 +million dollars per hour this year as we release thirty-two text +files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800. +If these reach just 10% of the computerized population, then the +total should reach 80 billion Etexts. + +The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext +Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion] +This is ten thousand titles each to one hundred million readers, +which is only 10% of the present number of computer users. 2001 +should have at least twice as many computer users as that, so it +will require us reaching less than 5% of the users in 2001. + + +We need your donations more than ever! + + +All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are +tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie- +Mellon University). + +For these and other matters, please mail to: + +Project Gutenberg +P. O. Box 2782 +Champaign, IL 61825 + +When all other email fails try our Executive Director: +Michael S. Hart <hart@pobox.com> + +We would prefer to send you this information by email +(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail). + +****** +If you have an FTP program (or emulator), please +FTP directly to the Project Gutenberg archives: +[Mac users, do NOT point and click. . .type] + +ftp uiarchive.cso.uiuc.edu +login: anonymous +password: your@login +cd etext/etext90 through /etext96 +or cd etext/articles [get suggest gut for more information] +dir [to see files] +get or mget [to get files. . .set bin for zip files] +GET INDEX?00.GUT +for a list of books +and +GET NEW GUT for general information +and +MGET GUT* for newsletters. + +**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor** +(Three Pages) + + +***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START*** +Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers. +They tell us you might sue us if there is something wrong with +your copy of this etext, even if you got it for free from +someone other than us, and even if what's wrong is not our +fault. So, among other things, this "Small Print!" statement +disclaims most of our liability to you. It also tells you how +you can distribute copies of this etext if you want to. + +*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT +By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm +etext, you indicate that you understand, agree to and accept +this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive +a refund of the money (if any) you paid for this etext by +sending a request within 30 days of receiving it to the person +you got it from. 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Among other +things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or +corrupt data, transcription errors, a copyright or other +intellectual property infringement, a defective or damaged +disk or other etext medium, a computer virus, or computer +codes that damage or cannot be read by your equipment. + +LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES +But for the "Right of Replacement or Refund" described below, +[1] the Project (and any other party you may receive this +etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all +liability to you for damages, costs and expenses, including +legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR +UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT, +INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE +OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE +POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES. + +If you discover a Defect in this etext within 90 days of +receiving it, you can receive a refund of the money (if any) +you paid for it by sending an explanatory note within that +time to the person you received it from. 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FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS*Ver.04.29.93*END* + + + + + +Dante's Divine Comedy marks the 1,000th Project Gutenberg Etext. +We will be presenting this work in a wide variety of formats, in +both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary +and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents. + +WE WOULD ***LOVE*** YOUR ASSISTANCE IN PROOFREADING THESE FILES! + +Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I +think we may have enough proofers for a first run at the Cary. + +We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997 + +Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.* + +Also because they are so preliminary, I have not placed the names +of the person working on the files in them, as I take my complete +repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit +will be completely given when we have the final version ready. + +Michael S. Hart +July 31, 1997 + +The Italian files with no accents appear as follows: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000 +Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998 +Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997 + +followed by: + +La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012 +Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011 +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010 +Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009 + +and + +H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008 +H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007 +H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006 +H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005 + +and + +Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004 +Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003 +Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002 +Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001 + +in what I hope will be a timely manner. + +Thank you so much for your cooperation and your patience. +This will be a LONG month of preparation. + +Michael S. Hart +[hart@pobox.com] +Project Gutenberg +Executive Director + + + + + +LA DIVINA COMMEDIA + + +DI DANTE ALIGHIERI + + +CANTICA II: PURGATORIO + + + + +La Divina Commedia +di Dante Alighieri + + + + +PURGATORIO + + + +Purgatorio: Canto I + + +Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a se' mar si` crudele; + +e cantero` di quel secondo regno + dove l'umano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + +Ma qui la morta poesi` resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Caliope` alquanto surga, + +seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + +Dolce color d'oriental zaffiro, + che s'accoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + +a li occhi miei ricomincio` diletto, + tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta + che m'avea contristati li occhi e 'l petto. + +Lo bel pianeto che d'amar conforta + faceva tutto rider l'oriente, + velando i Pesci ch'erano in sua scorta. + +I' mi volsi a man destra, e puosi mente + a l'altro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor ch'a la prima gente. + +Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: + oh settentrional vedovo sito, + poi che privato se' di mirar quelle! + +Com'io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l 'altro polo, + la` onde il Carro gia` era sparito, + +vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che piu` non dee a padre alcun figliuolo. + +Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a' suoi capelli simigliante, + de' quai cadeva al petto doppia lista. + +Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan si` la sua faccia di lume, + ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. + +<<Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?>>, + diss'el, movendo quelle oneste piume. + +<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + +Son le leggi d'abisso cosi` rotte? + o e` mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?>>. + +Lo duca mio allor mi die` di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio. + +Poscia rispuose lui: <<Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + +Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi + di nostra condizion com'ell'e` vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + +Questi non vide mai l'ultima sera; + ma per la sua follia le fu si` presso, + che molto poco tempo a volger era. + +Si` com'io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non li` era altra via + che questa per la quale i' mi son messo. + +Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan se' sotto la tua balia. + +Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti; + de l'alto scende virtu` che m'aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + +Or ti piaccia gradir la sua venuta: + liberta` va cercando, ch'e` si` cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + +Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara. + +Non son li editti etterni per noi guasti, + che' questi vive, e Minos me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + +di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + +Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riportero` di te a lei, + se d'esser mentovato la` giu` degni>>. + +<<Marzia piacque tanto a li occhi miei + mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora, + <<che quante grazie volse da me, fei. + +Or che di la` dal mal fiume dimora, + piu` muover non mi puo`, per quella legge + che fatta fu quando me n'usci' fora. + +Ma se donna del ciel ti muove e regge, + come tu di', non c'e` mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + +Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, + si` ch'ogne sucidume quindi stinghe; + +che' non si converria, l'occhio sorpriso + d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch'e` di quei di paradiso. + +Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + la` giu` cola` dove la batte l'onda, + porta di giunchi sovra 'l molle limo; + +null'altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + pero` ch'a le percosse non seconda. + +Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterra`, che surge omai, + prendere il monte a piu` lieve salita>>. + +Cosi` spari`; e io su` mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + +El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, che' di qua dichina + questa pianura a' suoi termini bassi>>. + +L'alba vinceva l'ora mattutina + che fuggia innanzi, si` che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + +Noi andavam per lo solingo piano + com'om che torna a la perduta strada, + che 'nfino ad essa li pare ire in vano. + +Quando noi fummo la` 've la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + +ambo le mani in su l'erbetta sparte + soavemente 'l mio maestro pose: + ond'io, che fui accorto di sua arte, + +porsi ver' lui le guance lagrimose: + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l'inferno mi nascose. + +Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + +Quivi mi cinse si` com'altrui piacque: + oh maraviglia! che' qual elli scelse + l'umile pianta, cotal si rinacque + +subitamente la` onde l'avelse. + + + +Purgatorio: Canto II + + +Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto + lo cui meridian cerchio coverchia + Ierusalem col suo piu` alto punto; + +e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + +si` che le bianche e le vermiglie guance, + la` dov'i' era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + +Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giu` nel ponente sovra 'l suol marino, + +cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir si` ratto, + che 'l muover suo nessun volar pareggia. + +Dal qual com'io un poco ebbi ritratto + l'occhio per domandar lo duca mio, + rividil piu` lucente e maggior fatto. + +Poi d'ogne lato ad esso m'appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscio. + +Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + +grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l'angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di si` fatti officiali. + +Vedi che sdegna li argomenti umani, + si` che remo non vuol, ne' altro velo + che l'ali sue, tra liti si` lontani. + +Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo, + trattando l'aere con l'etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo>>. + +Poi, come piu` e piu` verso noi venne + l'uccel divino, piu` chiaro appariva: + per che l'occhio da presso nol sostenne, + +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva. + +Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e piu` di cento spirti entro sediero. + +'In exitu Israel de Aegypto' + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo e` poscia scripto. + +Poi fece il segno lor di santa croce; + ond'ei si gittar tutti in su la piaggia; + ed el sen gi`, come venne, veloce. + +La turba che rimase li`, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + +Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch'avea con le saette conte + di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, + +quando la nova gente alzo` la fronte + ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte>>. + +E Virgilio rispuose: <<Voi credete + forse che siamo esperti d'esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu si` aspra e forte, + che lo salire omai ne parra` gioco>>. + +L'anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + +E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + +cosi` al viso mio s'affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi obliando d'ire a farsi belle. + +Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con si` grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + +Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l'ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + +Soavemente disse ch'io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s'arrestasse. + +Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai + nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta: + pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>. + +<<Casella mio, per tornar altra volta + la` dov'io son, fo io questo viaggio>>, + diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + piu` volte m'ha negato esto passaggio; + +che' di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + +Ond'io, ch'era ora a la marina volto + dove l'acqua di Tevero s'insala, + benignamente fu' da lui ricolto. + +A quella foce ha elli or dritta l'ala, + pero` che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala>>. + +E io: <<Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l'amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + +di cio` ti piaccia consolare alquanto + l'anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, e` affannata tanto!>>. + +'Amor che ne la mente mi ragiona' + comincio` elli allor si` dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + +Lo mio maestro e io e quella gente + ch'eran con lui parevan si` contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + +Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti? + +qual negligenza, quale stare e` questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>. + +Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, + +se cosa appare ond'elli abbian paura, + subitamente lasciano star l'esca, + perch'assaliti son da maggior cura; + +cosi` vid'io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, + com'om che va, ne' sa dove riesca: + +ne' la nostra partita fu men tosta. + + + +Purgatorio: Canto III + + +Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + +i' mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare' io sanza lui corso? + chi m'avria tratto su per la montagna? + +El mi parea da se' stesso rimorso: + o dignitosa coscienza e netta, + come t'e` picciol fallo amaro morso! + +Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l'onestade ad ogn'atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + +lo 'ntento rallargo`, si` come vaga, + e diedi 'l viso mio incontr'al poggio + che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga. + +Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m'era dinanzi a la figura, + ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio. + +Io mi volsi dallato con paura + d'essere abbandonato, quand'io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + +e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>, + a dir mi comincio` tutto rivolto; + <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi? + +Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra: + Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto. + +Ora, se innanzi a me nulla s'aombra, + non ti maravigliar piu` che d'i cieli + che l'uno a l'altro raggio non ingombra. + +A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtu` dispone + che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli. + +Matto e` chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + +State contenti, umana gente, al quia; + che' se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + +e disiar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch'etternalmente e` dato lor per lutto: + +io dico d'Aristotile e di Plato + e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte, + e piu` non disse, e rimase turbato. + +Noi divenimmo intanto a pie` del monte; + quivi trovammo la roccia si` erta, + che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. + +Tra Lerice e Turbia la piu` diserta, + la piu` rotta ruina e` una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + +<<Or chi sa da qual man la costa cala>>, + disse 'l maestro mio fermando 'l passo, + <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>. + +E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + +da man sinistra m'appari` una gente + d'anime, che movieno i pie` ver' noi, + e non pareva, si` venian lente. + +<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne dara` consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi>>. + +Guardo` allora, e con libero piglio + rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio>>. + +Ancora era quel popol di lontano, + i' dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + +quando si strinser tutti ai duri massi + de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti + com'a guardar, chi va dubbiando, stassi. + +<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>, + Virgilio incomincio`, <<per quella pace + ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti, + +ditene dove la montagna giace + si` che possibil sia l'andare in suso; + che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>. + +Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l'altre stanno + timidette atterrando l'occhio e 'l muso; + +e cio` che fa la prima, e l'altre fanno, + addossandosi a lei, s'ella s'arresta, + semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno; + +si` vid'io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l'andare onesta. + +Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + si` che l'ombra era da me a la grotta, + +restaro, e trasser se' in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto. + +<<Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo e` corpo uman che voi vedete; + per che 'l lume del sole in terra e` fesso. + +Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtu` che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete>>. + +Cosi` 'l maestro; e quella gente degna + <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>, + coi dossi de le man faccendo insegna. + +E un di loro incomincio`: <<Chiunque + tu se', cosi` andando, volgi 'l viso: + pon mente se di la` mi vedesti unque>>. + +Io mi volsi ver lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. + +Quand'io mi fui umilmente disdetto + d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>; + e mostrommi una piaga a sommo 'l petto. + +Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond'io ti priego che, quando tu riedi, + +vadi a mia bella figlia, genitrice + de l'onor di Cicilia e d'Aragona, + e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice. + +Poscia ch'io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + +Orribil furon li peccati miei; + ma la bonta` infinita ha si` gran braccia, + che prende cio` che si rivolge a lei. + +Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + +l'ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + +Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde, + dov'e' le trasmuto` a lume spento. + +Per lor maladizion si` non si perde, + che non possa tornar, l'etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + +Vero e` che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + +per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta, + in sua presunzion, se tal decreto + piu` corto per buon prieghi non diventa. + +Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m'hai visto, e anco esto divieto; + +che' qui per quei di la` molto s'avanza>>. + + + +Purgatorio: Canto IV + + +Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtu` nostra comprenda + l'anima bene ad essa si raccoglie, + +par ch'a nulla potenza piu` intenda; + e questo e` contra quello error che crede + ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda. + +E pero`, quando s'ode cosa o vede + che tegna forte a se' l'anima volta, + vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; + +ch'altra potenza e` quella che l'ascolta, + e altra e` quella c'ha l'anima intera: + questa e` quasi legata, e quella e` sciolta. + +Di cio` ebb'io esperienza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + che' ben cinquanta gradi salito era + +lo sole, e io non m'era accorto, quando + venimmo ove quell'anime ad una + gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>. + +Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l'uom de la villa quando l'uva imbruna, + +che non era la calla onde saline + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partine. + +Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova 'n Cacume + con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli; + +dico con l'ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + +Noi salavam per entro 'l sasso rotto, + e d'ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + +Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo + de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, + <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>. + +Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>. + +Lo sommo er'alto che vincea la vista, + e la costa superba piu` assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + +Io era lasso, quando cominciai: + <<O dolce padre, volgiti, e rimira + com'io rimango sol, se non restai>>. + +<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>, + additandomi un balzo poco in sue + che da quel lato il poggio tutto gira. + +Si` mi spronaron le parole sue, + ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue. + +A seder ci ponemmo ivi ambedui + volti a levante ond'eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + +Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n'eravam feriti. + +Ben s'avvide il poeta ch'io stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + +Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che su` e giu` del suo lume conduce, + +tu vedresti il Zodiaco rubecchio + ancora a l'Orse piu` stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + +Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sion + con questo monte in su la terra stare + +si`, ch'amendue hanno un solo orizzon + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Feton, + +vedrai come a costui convien che vada + da l'un, quando a colui da l'altro fianco, + se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>. + +<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco + non vid'io chiaro si` com'io discerno + la` dove mio ingegno parea manco, + +che 'l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun'arte, + e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno, + +per la ragion che di', quinci si parte + verso settentrion, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + +Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale + piu` che salir non posson li occhi miei>>. + +Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale, + che sempre al cominciar di sotto e` grave; + e quant'om piu` va su`, e men fa male. + +Pero`, quand'ella ti parra` soave + tanto, che su` andar ti fia leggero + com'a seconda giu` andar per nave, + +allor sarai al fin d'esto sentiero; + quivi di riposar l'affanno aspetta. + Piu` non rispondo, e questo so per vero>>. + +E com'elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sono`: <<Forse + che di sedere in pria avrai distretta!>>. + +Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual ne' io ne' ei prima s'accorse. + +La` ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l'ombra dietro al sasso + come l'uom per negghienza a star si pone. + +E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo 'l viso giu` tra esse basso. + +<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia + colui che mostra se' piu` negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia>>. + +Allor si volse a noi e puose mente, + movendo 'l viso pur su per la coscia, + e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>. + +Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m'avacciava un poco ancor la lena, + non m'impedi` l'andare a lui; e poscia + +ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena, + dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole + da l'omero sinistro il carro mena?>>. + +Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole + +di te omai; ma dimmi: perche' assiso + quiritto se'? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>. + +Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta? + che' non mi lascerebbe ire a' martiri + l'angel di Dio che siede in su la porta. + +Prima convien che tanto il ciel m'aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri, + +se orazione in prima non m'aita + che surga su` di cuor che in grazia viva; + l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>. + +E gia` il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco + meridian dal sole e a la riva + +cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>. + + + +Purgatorio: Canto V + + +Io era gia` da quell'ombre partito, + e seguitava l'orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando 'l dito, + +una grido`: <<Ve' che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!>>. + +Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto. + +<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>, + disse 'l maestro, <<che l'andare allenti? + che ti fa cio` che quivi si pispiglia? + +Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + gia` mai la cima per soffiar di venti; + +che' sempre l'omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da se' dilunga il segno, + perche' la foga l'un de l'altro insolla>>. + +Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l'uom di perdon talvolta degno. + +E 'ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando 'Miserere' a verso a verso. + +Quando s'accorser ch'i' non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, + mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco; + +e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr'a noi e dimandarne: + <<Di vostra condizion fatene saggi>>. + +E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che 'l corpo di costui e` vera carne. + +Se per veder la sua ombra restaro, + com'io avviso, assai e` lor risposto: + faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>. + +Vapori accesi non vid'io si` tosto + di prima notte mai fender sereno, + ne', sol calando, nuvole d'agosto, + +che color non tornasser suso in meno; + e, giunti la`, con li altri a noi dier volta + come schiera che scorre sanza freno. + +<<Questa gente che preme a noi e` molta, + e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta: + <<pero` pur va, e in andando ascolta>>. + +<<O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti>>, + venian gridando, <<un poco il passo queta. + +Guarda s'alcun di noi unqua vedesti, + si` che di lui di la` novella porti: + deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti? + +Noi fummo tutti gia` per forza morti, + e peccatori infino a l'ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + +si` che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di se' veder n'accora>>. + +E io: <<Perche' ne' vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s'a voi piace + cosa ch'io possa, spiriti ben nati, + +voi dite, e io faro` per quella pace + che, dietro a' piedi di si` fatta guida + di mondo in mondo cercar mi si face>>. + +E uno incomincio`: <<Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che 'l voler nonpossa non ricida. + +Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + +che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, si` che ben per me s'adori + pur ch'i' possa purgar le gravi offese. + +Quindi fu' io; ma li profondi fori + ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + +la` dov'io piu` sicuro esser credea: + quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira + assai piu` la` che dritto non volea. + +Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira, + quando fu' sovragiunto ad Oriaco, + ancor sarei di la` dove si spira. + +Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco + m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io + de le mie vene farsi in terra laco>>. + +Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l'alto monte, + con buona pietate aiuta il mio! + +Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>. + +E io a lui: <<Qual forza o qual ventura + ti travio` si` fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?>>. + +<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino + traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano, + che sovra l'Ermo nasce in Apennino. + +La` 've 'l vocabol suo diventa vano, + arriva' io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + +Quivi perdei la vista e la parola + nel nome di Maria fini', e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + +Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi: + l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno + gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi? + +Tu te ne porti di costui l'etterno + per una lagrimetta che 'l mi toglie; + ma io faro` de l'altro altro governo!". + +Ben sai come ne l'aere si raccoglie + quell'umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove 'l freddo il coglie. + +Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento + per la virtu` che sua natura diede. + +Indi la valle, come 'l di` fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento, + +si` che 'l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde e a' fossati venne + di lei cio` che la terra non sofferse; + +e come ai rivi grandi si convenne, + ver' lo fiume real tanto veloce + si ruino`, che nulla la ritenne. + +Lo corpo mio gelato in su la foce + trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse + ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce + +ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse; + voltommi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse>>. + +<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo, + e riposato de la lunga via>>, + seguito` 'l terzo spirito al secondo, + +<<ricorditi di me, che son la Pia: + Siena mi fe', disfecemi Maremma: + salsi colui che 'nnanellata pria + +disposando m'avea con la sua gemma>>. + + + +Purgatorio: Canto VI + + +Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + +con l'altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + +el non s'arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, piu` non fa pressa; + e cosi` da la calca si difende. + +Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e la`, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + +Quiv'era l'Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l'altro ch'annego` correndo in caccia. + +Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fe' parer lo buon Marzucco forte. + +Vidi conte Orso e l'anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com'e' dicea, non per colpa commisa; + +Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr'e` di qua, la donna di Brabante, + si` che pero` non sia di peggior greggia. + +Come libero fui da tutte quante + quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi, + si` che s'avacci lor divenir sante, + +io cominciai: <<El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + +e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>. + +Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + +che' cima di giudicio non s'avvalla + perche' foco d'amor compia in un punto + cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla; + +e la` dov'io fermai cotesto punto, + non s'ammendava, per pregar, difetto, + perche' 'l priego da Dio era disgiunto. + +Veramente a cosi` alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto. + +Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice>>. + +E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta, + che' gia` non m'affatico come dianzi, + e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>. + +<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>, + rispuose, <<quanto piu` potremo omai; + ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi. + +Prima che sie la` su`, tornar vedrai + colui che gia` si cuopre de la costa, + si` che ' suoi raggi tu romper non fai. + +Ma vedi la` un'anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>. + +Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + +Ella non ci dicea alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + +Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + +ma di nostro paese e de la vita + ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava + <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita, + +surse ver' lui del loco ove pria stava, + dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava. + +Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + +Quell'anima gentil fu cosi` presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + +e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode + di quei ch'un muro e una fossa serra. + +Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s'alcuna parte in te di pace gode. + +Che val perche' ti racconciasse il freno + Iustiniano, se la sella e` vota? + Sanz'esso fora la vergogna meno. + +Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi cio` che Dio ti nota, + +guarda come esta fiera e` fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + +O Alberto tedesco ch'abbandoni + costei ch'e` fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + +giusto giudicio da le stelle caggia + sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! + +Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costa` distretti, + che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. + +Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color gia` tristi, e questi con sospetti! + +Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com'e` oscura! + +Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e di` e notte chiama: + <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>. + +Vieni a veder la gente quanto s'ama! + e se nulla di noi pieta` ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + +E se licito m'e`, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + +O e` preparazion che ne l'abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l'accorger nostro scisso? + +Che' le citta` d'Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + +Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + merce' del popol tuo che si argomenta. + +Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l'arco; + ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. + +Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>. + +Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace, e tu con senno! + S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. + +Atene e Lacedemona, che fenno + l'antiche leggi e furon si` civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + +verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch'a mezzo novembre + non giugne quel che tu d'ottobre fili. + +Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato e rinovate membre! + +E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non puo` trovar posa in su le piume, + +ma con dar volta suo dolore scherma. + + + +Purgatorio: Canto VII + + +Poscia che l'accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>. + +<<Anzi che a questo monte fosser volte + l'anime degne di salire a Dio, + fur l'ossa mie per Ottavian sepolte. + +Io son Virgilio; e per null'altro rio + lo ciel perdei che per non aver fe'>>. + Cosi` rispuose allora il duca mio. + +Qual e` colui che cosa innanzi se' + subita vede ond'e' si maraviglia, + che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>, + +tal parve quelli; e poi chino` le ciglia, + e umilmente ritorno` ver' lui, + e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia. + +<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui + mostro` cio` che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond'io fui, + +qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S'io son d'udir le tue parole degno, + dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>. + +<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>, + rispuose lui, <<son io di qua venuto; + virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno. + +Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l'alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + +Luogo e` la` giu` non tristo di martiri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + +Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l'umana colpa essenti; + +quivi sto io con quei che le tre sante + virtu` non si vestiro, e sanza vizio + conobber l'altre e seguir tutte quante. + +Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + da` noi per che venir possiam piu` tosto + la` dove purgatorio ha dritto inizio>>. + +Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto; + licito m'e` andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t'accosto. + +Ma vedi gia` come dichina il giorno, + e andar su` di notte non si puote; + pero` e` buon pensar di bel soggiorno. + +Anime sono a destra qua remote: + se mi consenti, io ti merro` ad esse, + e non sanza diletto ti fier note>>. + +<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>. + +E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito, + dicendo: <<Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo 'l sol partito: + +non pero` ch'altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + +Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>. + +Allora il mio segnor, quasi ammirando, + <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici + ch'aver si puo` diletto dimorando>>. + +Poco allungati c'eravam di lici, + quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + +<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo + dove la costa face di se' grembo; + e la` il novo giorno attenderemo>>. + +Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo. + +Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, + +da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore e` vinto il meno. + +Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavita` di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + +'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + +<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>, + comincio` 'l Mantoan che ci avea volti, + <<tra color non vogliate ch'io vi guidi. + +Di questo balzo meglio li atti e ' volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giu` tra essi accolti. + +Colui che piu` siede alto e fa sembianti + d'aver negletto cio` che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + +Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c'hanno Italia morta, + si` che tardi per altri si ricrea. + +L'altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l'acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + +Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + +E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c'ha si` benigno aspetto, + mori` fuggendo e disfiorando il giglio: + +guardate la` come si batte il petto! + L'altro vedete c'ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + +Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che si` li lancia. + +Quel che par si` membruto e che s'accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d'ogne valor porto` cinta la corda; + +e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + +che non si puote dir de l'altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + +Rade volte risurge per li rami + l'umana probitate; e questo vole + quei che la da`, perche' da lui si chiami. + +Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza gia` si dole. + +Tant'e` del seme suo minor la pianta, + quanto piu` che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + +Vedete il re de la semplice vita + seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra: + questi ha ne' rami suoi migliore uscita. + +Quel che piu` basso tra costor s'atterra, + guardando in suso, e` Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + +fa pianger Monferrato e Canavese>>. + + + +Purgatorio: Canto VIII + + +Era gia` l'ora che volge il disio + ai navicanti e 'ntenerisce il core + lo di` c'han detto ai dolci amici addio; + +e che lo novo peregrin d'amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + +quand'io incominciai a render vano + l'udire e a mirare una de l'alme + surta, che l'ascoltar chiedea con mano. + +Ella giunse e levo` ambo le palme, + ficcando li occhi verso l'oriente, + come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'. + +'Te lucis ante' si` devotamente + le uscio di bocca e con si` dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + +e l'altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l'inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + +Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + che' 'l velo e` ora ben tanto sottile, + certo che 'l trapassar dentro e` leggero. + +Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sue + quasi aspettando, palido e umile; + +e vidi uscir de l'alto e scender giue + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + +Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + +L'un poco sovra noi a star si venne, + e l'altro scese in l'opposita sponda, + si` che la gente in mezzo si contenne. + +Ben discernea in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l'occhio si smarria, + come virtu` ch'a troppo si confonda. + +<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>, + disse Sordello, <<a guardia de la valle, + per lo serpente che verra` vie via>>. + +Ond'io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m'accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + +E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazioso fia lor vedervi assai>>. + +Solo tre passi credo ch'i' scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + +Temp'era gia` che l'aere s'annerava, + ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei + non dichiarisse cio` che pria serrava. + +Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ' rei! + +Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti + a pie` del monte per le lontane acque?>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>. + +E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di subito smarrita. + +L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse + che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse>>. + +Poi, volto a me: <<Per quel singular grado + che tu dei a colui che si` nasconde + lo suo primo perche', che non li` e` guado, + +quando sarai di la` da le larghe onde, + di` a Giovanna mia che per me chiami + la` dove a li 'nnocenti si risponde. + +Non credo che la sua madre piu` m'ami, + poscia che trasmuto` le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + +Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d'amor dura, + se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende. + +Non le fara` si` bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com'avria fatto il gallo di Gallura>>. + +Cosi` dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + +Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur la` dove le stelle son piu` tarde, + si` come rota piu` presso a lo stelo. + +E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>. + E io a lui: <<A quelle tre facelle + di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>. + +Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di la` basse, + e queste son salite ov'eran quelle>>. + +Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse + dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>; + e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse. + +Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + +Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso + leccando come bestia che si liscia. + +Io non vidi, e pero` dicer non posso, + come mosser li astor celestiali; + ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso. + +Sentendo fender l'aere a le verdi ali, + fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + +L'ombra che s'era al giudice raccolta + quando chiamo`, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + +<<Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>, + +comincio` ella, <<se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che gia` grande la` era. + +Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l'antico, ma di lui discesi; + a' miei portai l'amor che qui raffina>>. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi + gia` mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch'ei non sien palesi? + +La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + si` che ne sa chi non vi fu ancora; + +e io vi giuro, s'io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + +Uso e natura si` la privilegia, + che, perche' il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>. + +Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca + sette volte nel letto che 'l Montone + con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca, + +che cotesta cortese oppinione + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d'altrui sermone, + +se corso di giudicio non s'arresta>>. + + + +Purgatorio: Canto IX + + +La concubina di Titone antico + gia` s'imbiancava al balco d'oriente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + +di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + +e la notte, de' passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov'eravamo, + e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale; + +quand'io, che meco avea di quel d'Adamo, + vinto dal sonno, in su l'erba inchinai + la` 've gia` tutti e cinque sedavamo. + +Ne l'ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de' suo' primi guai, + +e che la mente nostra, peregrina + piu` da la carne e men da' pensier presa, + a le sue vision quasi e` divina, + +in sogno mi parea veder sospesa + un'aguglia nel ciel con penne d'oro, + con l'ali aperte e a calare intesa; + +ed esser mi parea la` dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + +Fra me pensava: 'Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d'altro loco + disdegna di portarne suso in piede'. + +Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + +Ivi parea che ella e io ardesse; + e si` lo 'ncendio imaginato cosse, + che convenne che 'l sonno si rompesse. + +Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo la` dove si fosse, + +quando la madre da Chiron a Schiro + trafuggo` lui dormendo in le sue braccia, + la` onde poi li Greci il dipartiro; + +che mi scoss'io, si` come da la faccia + mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto, + come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia. + +Dallato m'era solo il mio conforto, + e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore, + e 'l viso m'era a la marina torto. + +<<Non aver tema>>, disse il mio segnore; + <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + +Tu se' omai al purgatorio giunto: + vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno; + vedi l'entrata la` 've par digiunto. + +Dianzi, ne l'alba che procede al giorno, + quando l'anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno + +venne una donna, e disse: "I' son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + si` l'agevolero` per la sua via". + +Sordel rimase e l'altre genti forme; + ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + +Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>. + +A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verita` li e` discoperta, + +mi cambia' io; e come sanza cura + vide me 'l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver' l'altura. + +Lettor, tu vedi ben com'io innalzo + la mia matera, e pero` con piu` arte + non ti maravigliar s'io la rincalzo. + +Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, + che la` dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + +vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch'ancor non facea motto. + +E come l'occhio piu` e piu` v'apersi, + vidil seder sovra 'l grado sovrano, + tal ne la faccia ch'io non lo soffersi; + +e una spada nuda avea in mano, + che reflettea i raggi si` ver' noi, + ch'io drizzava spesso il viso in vano. + +<<Dite costinci: che volete voi?>>, + comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta? + Guardate che 'l venir su` non vi noi>>. + +<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>, + rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi + ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>. + +<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>, + ricomincio` il cortese portinaio: + <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>. + +La` ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era si` pulito e terso, + ch'io mi specchiai in esso qual io paio. + +Era il secondo tinto piu` che perso, + d'una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + +Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, + porfido mi parea, si` fiammeggiante, + come sangue che fuor di vena spiccia. + +Sovra questo tenea ambo le piante + l'angel di Dio, sedendo in su la soglia, + che mi sembiava pietra di diamante. + +Per li tre gradi su` di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi + umilemente che 'l serrame scioglia>>. + +Divoto mi gittai a' santi piedi; + misericordia chiesi e ch'el m'aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + +Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e <<Fa che lavi, + quando se' dentro, queste piaghe>>, disse. + +Cenere, o terra che secca si cavi, + d'un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + +L'una era d'oro e l'altra era d'argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta si`, ch'i' fu' contento. + +<<Quandunque l'una d'este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa>>, + diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla. + +Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa + d'arte e d'ingegno avanti che diserri, + perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa. + +Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri + anzi ad aprir ch'a tenerla serrata, + pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>. + +Poi pinse l'uscio a la porta sacrata, + dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>. + +E quando fuor ne' cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + +non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra + Tarpea, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + +Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e 'Te Deum laudamus' mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + +Tale imagine a punto mi rendea + cio` ch'io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + +ch'or si` or no s'intendon le parole. + + + +Purgatorio: Canto X + + +Poi fummo dentro al soglio de la porta + che 'l mal amor de l'anime disusa, + perche' fa parer dritta la via torta, + +sonando la senti' esser richiusa; + e s'io avesse li occhi volti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + +Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d'una e d'altra parte, + si` come l'onda che fugge e s'appressa. + +<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>, + comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte>>. + +E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + +che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + su` dove il monte in dietro si rauna, + +io stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo piu` che strade per diserti. + +Da la sua sponda, ove confina il vano, + al pie` de l'alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + +e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + +La` su` non eran mossi i pie` nostri anco, + quand'io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + +esser di marmo candido e addorno + d'intagli si`, che non pur Policleto, + ma la natura li` avrebbe scorno. + +L'angel che venne in terra col decreto + de la molt'anni lagrimata pace, + ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, + +dinanzi a noi pareva si` verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + +Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!'; + perche' iv'era imaginata quella + ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; + +e avea in atto impressa esta favella + 'Ecce ancilla Dei', propriamente + come figura in cera si suggella. + +<<Non tener pur ad un loco la mente>>, + disse 'l dolce maestro, che m'avea + da quella parte onde 'l cuore ha la gente. + +Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m'era colui che mi movea, + +un'altra storia ne la roccia imposta; + per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, + accio` che fosse a li occhi miei disposta. + +Era intagliato li` nel marmo stesso + lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, + per che si teme officio non commesso. + +Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a' due mie' sensi + faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>. + +Similemente al fummo de li 'ncensi + che v'era imaginato, li occhi e 'l naso + e al si` e al no discordi fensi. + +Li` precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l'umile salmista, + e piu` e men che re era in quel caso. + +Di contra, effigiata ad una vista + d'un gran palazzo, Micol ammirava + si` come donna dispettosa e trista. + +I' mossi i pie` del loco dov'io stava, + per avvisar da presso un'altra istoria, + che di dietro a Micol mi biancheggiava. + +Quiv'era storiata l'alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + +i' dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + +Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro + sovr'essi in vista al vento si movieno. + +La miserella intra tutti costoro + pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>; + +ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta + tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>, + come persona in cui dolor s'affretta, + +<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io, + la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene + a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>; + +ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene + ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova: + giustizia vuole e pieta` mi ritene>>. + +Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perche' qui non si trova. + +Mentr'io mi dilettava di guardare + l'imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + +<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>, + mormorava il poeta, <<molte genti: + questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>. + +Li occhi miei ch'a mirare eran contenti + per veder novitadi ond'e' son vaghi, + volgendosi ver' lui non furon lenti. + +Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che 'l debito si paghi. + +Non attender la forma del martire: + pensa la succession; pensa ch'al peggio, + oltre la gran sentenza non puo` ire. + +Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, si` nel veder vaneggio>>. + +Ed elli a me: <<La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione. + +Ma guarda fiso la`, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>. + +O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne' retrosi passi, + +non v'accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l'angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + +Di che l'animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + si` come vermo in cui formazion falla? + +Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + +la qual fa del non ver vera rancura + nascere 'n chi la vede; cosi` fatti + vid'io color, quando puosi ben cura. + +Vero e` che piu` e meno eran contratti + secondo ch'avien piu` e meno a dosso; + e qual piu` pazienza avea ne li atti, + +piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'. + + + +Purgatorio: Canto XI + + +<<O Padre nostro, che ne' cieli stai, + non circunscritto, ma per piu` amore + ch'ai primi effetti di la` su` tu hai, + +laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore + da ogni creatura, com'e` degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + +Vegna ver' noi la pace del tuo regno, + che' noi ad essa non potem da noi, + s'ella non vien, con tutto nostro ingegno. + +Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + cosi` facciano li uomini de' suoi. + +Da` oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi piu` di gir s'affanna. + +E come noi lo mal ch'avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + +Nostra virtu` che di legger s'adona, + non spermentar con l'antico avversaro, + ma libera da lui che si` la sprona. + +Quest'ultima preghiera, segnor caro, + gia` non si fa per noi, che' non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro>>. + +Cosi` a se' e noi buona ramogna + quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo, + simile a quel che tal volta si sogna, + +disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + +Se di la` sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei ch'hanno al voler buona radice? + +Ben si de' loro atar lavar le note + che portar quinci, si` che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + +<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi + tosto, si` che possiate muover l'ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + +mostrate da qual mano inver' la scala + si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco, + quel ne 'nsegnate che men erto cala; + +che' questi che vien meco, per lo 'ncarco + de la carne d'Adamo onde si veste, + al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>. + +Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu' io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + +ma fu detto: <<A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + +E s'io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + +cotesti, ch'ancor vive e non si noma, + guardere' io, per veder s'i' 'l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + +Io fui latino e nato d'un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco. + +L'antico sangue e l'opere leggiadre + d'i miei maggior mi fer si` arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + +ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch'io ne mori', come i Sanesi sanno + e sallo in Campagnatico ogne fante. + +Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, che' tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + +E qui convien ch'io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>. + +Ascoltando chinai in giu` la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li 'mpaccia, + +e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + +<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi, + l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte + ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>. + +<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l'onore e` tutto or suo, e mio in parte. + +Ben non sare' io stato si` cortese + mentre ch'io vissi, per lo gran disio + de l'eccellenza ove mio core intese. + +Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + +Oh vana gloria de l'umane posse! + com'poco verde in su la cima dura, + se non e` giunta da l'etati grosse! + +Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + si` che la fama di colui e` scura: + +cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido + la gloria de la lingua; e forse e` nato + chi l'uno e l'altro caccera` del nido. + +Non e` il mondan romore altro ch'un fiato + di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perche' muta lato. + +Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi', + +pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto + spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia + al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto. + +Colui che del cammin si` poco piglia + dinanzi a me, Toscana sono` tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + +ond'era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo si` com'ora e` putta. + +La vostra nominanza e` color d'erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba>>. + +E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora + bona umilta`, e gran tumor m'appiani; + ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>. + +<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani; + ed e` qui perche' fu presuntuoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + +Ito e` cosi` e va, sanza riposo, + poi che mori`; cotal moneta rende + a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>. + +E io: <<Se quello spirito ch'attende, + pria che si penta, l'orlo de la vita, + qua giu` dimora e qua su` non ascende, + +se buona orazion lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?>>. + +<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse, + <<liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s'affisse; + +e li`, per trar l'amico suo di pena + ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + +Piu` non diro`, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini + faranno si` che tu potrai chiosarlo. + +Quest'opera li tolse quei confini>>. + + + +Purgatorio: Canto XII + + +Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m'andava io con quell'anima carca, + fin che 'l sofferse il dolce pedagogo. + +Ma quando disse: <<Lascia lui e varca; + che' qui e` buono con l'ali e coi remi, + quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>; + +dritto si` come andar vuolsi rife'mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + +Io m'era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + gia` mostravam com'eravam leggeri; + +ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue: + buon ti sara`, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue>>. + +Come, perche' di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch'elli eran pria, + +onde li` molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a' pii da` de le calcagne; + +si` vid'io li`, ma di miglior sembianza + secondo l'artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + +Vedea colui che fu nobil creato + piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo + folgoreggiando scender, da l'un lato. + +Vedea Briareo, fitto dal telo + celestial giacer, da l'altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + +Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d'i Giganti sparte. + +Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che 'n Sennaar con lui superbi fuoro. + +O Niobe`, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + +O Saul, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboe`, + che poi non senti` pioggia ne' rugiada! + +O folle Aragne, si` vedea io te + gia` mezza ragna, trista in su li stracci + de l'opera che mal per te si fe'. + +O Roboam, gia` non par che minacci + quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci. + +Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fe' caro + parer lo sventurato addornamento. + +Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherib dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + +Mostrava la ruina e 'l crudo scempio + che fe' Tamiri, quando disse a Ciro: + <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>. + +Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + +Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilion, come te basso e vile + mostrava il segno che li` si discerne! + +Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + +Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant'io calcai, fin che chinato givi. + +Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d'Eva, e non chinate il volto + si` che veggiate il vostro mal sentero! + +Piu` era gia` per noi del monte volto + e del cammin del sole assai piu` speso + che non stimava l'animo non sciolto, + +quando colui che sempre innanzi atteso + andava, comincio`: <<Drizza la testa; + non e` piu` tempo di gir si` sospeso. + +Vedi cola` un angel che s'appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del di` l'ancella sesta. + +Di reverenza il viso e li atti addorna, + si` che i diletti lo 'nviarci in suso; + pensa che questo di` mai non raggiorna!>>. + +Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, si` che 'n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + +A noi venia la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + +Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; + disse: <<Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + +A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar su` nata, + perche' a poco vento cosi` cadi?>>. + +Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batte' l'ali per la fronte; + poi mi promise sicura l'andata. + +Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + +si rompe del montar l'ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch'era sicuro il quaderno e la doga; + +cosi` s'allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l'altro girone; + ma quinci e quindi l'alta pietra rade. + +Noi volgendo ivi le nostre persone, + 'Beati pauperes spiritu!' voci + cantaron si`, che nol diria sermone. + +Ahi quanto son diverse quelle foci + da l'infernali! che' quivi per canti + s'entra, e la` giu` per lamenti feroci. + +Gia` montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo piu` lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + +Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve + levata s'e` da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?>>. + +Rispuose: <<Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com'e` l'un, del tutto rasi, + +fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser su` pinti>>. + +Allor fec'io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ' cenni altrui sospecciar fanno; + +per che la mano ad accertar s'aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si puo` fornir per la veduta; + +e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che 'ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + +a che guardando, il mio duca sorrise. + + + +Purgatorio: Canto XIII + + +Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + +Ivi cosi` una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l'arco suo piu` tosto piega. + +Ombra non li` e` ne' segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + +<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>, + ragionava il poeta, <<io temo forse + che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>. + +Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di se' torse. + +<<O dolce lume a cui fidanza i' entro + per lo novo cammin, tu ne conduci>>, + dicea, <<come condur si vuol quinc'entro. + +Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci; + s'altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci>>. + +Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di la` eravam noi gia` iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + +e verso noi volar furon sentiti, + non pero` visti, spiriti parlando + a la mensa d'amor cortesi inviti. + +La prima voce che passo` volando + 'Vinum non habent' altamente disse, + e dietro a noi l'ando` reiterando. + +E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste' + passo` gridando, e anco non s'affisse. + +<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>. + E com'io domandai, ecco la terza + dicendo: 'Amate da cui male aveste'. + +E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e pero` sono + tratte d'amor le corde de la ferza. + +Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l'udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + +Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun e` lungo la grotta assiso>>. + +Allora piu` che prima li occhi apersi; + guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + +E poi che fummo un poco piu` avanti, + udia gridar: 'Maria, ora per noi': + gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'. + +Non credo che per terra vada ancoi + omo si` duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch'i' vidi poi; + +che', quando fui si` presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + +Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l'un sofferia l'altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + +Cosi` li ciechi a cui la roba falla + stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, + e l'uno il capo sopra l'altro avvalla, + +perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + +E come a li orbi non approda il sole, + cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora, + luce del ciel di se' largir non vole; + +che' a tutti un fil di ferro i cigli fora + e cusce si`, come a sparvier selvaggio + si fa pero` che queto non dimora. + +A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio. + +Ben sapev'ei che volea dir lo muto; + e pero` non attese mia dimanda, + ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>. + +Virgilio mi venia da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perche' da nulla sponda s'inghirlanda; + +da l'altra parte m'eran le divote + ombre, che per l'orribile costura + premevan si`, che bagnavan le gote. + +Volsimi a loro e <<O gente sicura>>, + incominciai, <<di veder l'alto lume + che 'l disio vostro solo ha in sua cura, + +se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscienza si` che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + +ditemi, che' mi fia grazioso e caro, + s'anima e` qui tra voi che sia latina; + e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>. + +<<O frate mio, ciascuna e` cittadina + d'una vera citta`; ma tu vuo' dire + che vivesse in Italia peregrina>>. + +Questo mi parve per risposta udire + piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava, + ond'io mi feci ancor piu` la` sentire. + +Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava + in vista; e se volesse alcun dir 'Come?', + lo mento a guisa d'orbo in su` levava. + +<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome, + se tu se' quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome>>. + +<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che se' ne presti. + +Savia non fui, avvegna che Sapia + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + piu` lieta assai che di ventura mia. + +E perche' tu non creda ch'io t'inganni, + odi s'i' fui, com'io ti dico, folle, + gia` discendendo l'arco d'i miei anni. + +Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co' loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch'e' volle. + +Rotti fuor quivi e volti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + +tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia, + gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!", + come fe' 'l merlo per poca bonaccia. + +Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + +se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + +Ma tu chi se', che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + si` com'io credo, e spirando ragioni?>>. + +<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa + fatta per esser con invidia volti. + +Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa + l'anima mia del tormento di sotto, + che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>. + +Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto + qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>. + E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto. + +E vivo sono; e pero` mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova + di la` per te ancor li mortai piedi>>. + +<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>, + rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami; + pero` col priego tuo talor mi giova. + +E cheggioti, per quel che tu piu` brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a' miei propinqui tu ben mi rinfami. + +Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + piu` di speranza ch'a trovar la Diana; + +ma piu` vi perderanno li ammiragli>>. + + + +Purgatorio: Canto XIV + + +<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>. + +<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo: + domandal tu che piu` li t'avvicini, + e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>. + +Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + +e disse l'uno: <<O anima che fitta + nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai, + per carita` ne consola e ne ditta + +onde vieni e chi se'; che' tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>. + +E io: <<Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + +Di sovr'esso rech'io questa persona: + dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno, + che' 'l nome mio ancor molto non suona>>. + +<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno + con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose + quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>. + +E l'altro disse lui: <<Perche' nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com'om fa de l'orribili cose?>>. + +E l'ombra che di cio` domandata era, + si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno + ben e` che 'l nome di tal valle pera; + +che' dal principio suo, ov'e` si` pregno + l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro, + che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno, + +infin la` 've si rende per ristoro + di quel che 'l ciel de la marina asciuga, + ond'hanno i fiumi cio` che va con loro, + +vertu` cosi` per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + +ond'hanno si` mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + +Tra brutti porci, piu` degni di galle + che d'altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + +Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi piu` che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + +Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa, + tanto piu` trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + +Discesa poi per piu` pelaghi cupi, + trova le volpi si` piene di froda, + che non temono ingegno che le occupi. + +Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda; + e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta + di cio` che vero spirto mi disnoda. + +Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + +Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e se' di pregio priva. + +Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva>>. + +Com'a l'annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch'ascolta, + da qual che parte il periglio l'assanni, + +cosi` vid'io l'altr'anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch'ebbe la parola a se' raccolta. + +Lo dir de l'una e de l'altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + +per che lo spirto che di pria parlomi + ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca + nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi. + +Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti saro` scarso; + pero` sappi ch'io fui Guido del Duca. + +Fu il sangue mio d'invidia si` riarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m'avresti di livore sparso. + +Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perche' poni 'l core + la` 'v'e` mestier di consorte divieto? + +Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s'e` reda poi del suo valore. + +E non pur lo suo sangue e` fatto brullo, + tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + +che' dentro a questi termini e` ripieno + di venenosi sterpi, si` che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + +Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + +Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + +Non ti maravigliar s'io piango, Tosco, + quando rimembro con Guido da Prata, + Ugolin d'Azzo che vivette nosco, + +Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l'una gente e l'altra e` diretata), + +le donne e ' cavalier, li affanni e li agi + che ne 'nvogliava amore e cortesia + la` dove i cuor son fatti si` malvagi. + +O Bretinoro, che' non fuggi via, + poi che gita se n'e` la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + +Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti piu` s'impiglia. + +Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio + lor sen gira`; ma non pero` che puro + gia` mai rimagna d'essi testimonio. + +O Ugolin de' Fantolin, sicuro + e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + +Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta + troppo di pianger piu` che di parlare, + si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>. + +Noi sapavam che quell'anime care + ci sentivano andar; pero`, tacendo, + facean noi del cammin confidare. + +Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l'aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + +'Anciderammi qualunque m'apprende'; + e fuggi` come tuon che si dilegua, + se subito la nuvola scoscende. + +Come da lei l'udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l'altra con si` gran fracasso, + che somiglio` tonar che tosto segua: + +<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci e non innanzi il passo. + +Gia` era l'aura d'ogne parte queta; + ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo + che dovria l'uom tener dentro a sua meta. + +Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo + de l'antico avversaro a se' vi tira; + e pero` poco val freno o richiamo. + +Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l'occhio vostro pur a terra mira; + +onde vi batte chi tutto discerne>>. + + + +Purgatorio: Canto XV + + +Quanto tra l'ultimar de l'ora terza + e 'l principio del di` par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + +tanto pareva gia` inver' la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero la`, e qui mezza notte era. + +E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso, + perche' per noi girato era si` 'l monte, + che gia` dritti andavamo inver' l'occaso, + +quand'io senti' a me gravar la fronte + a lo splendore assai piu` che di prima, + e stupor m'eran le cose non conte; + +ond'io levai le mani inver' la cima + de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + +Come quando da l'acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l'opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + +a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + si` come mostra esperienza e arte; + +cosi` mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + +<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia>>, + diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>. + +<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia + la famiglia del cielo>>, a me rispuose: + <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia. + +Tosto sara` ch'a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose>>. + +Poi giunti fummo a l'angel benedetto, + con lieta voce disse: <<Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto>>. + +Noi montavam, gia` partiti di linci, + e 'Beati misericordes!' fue + cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'. + +Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + +e dirizza'mi a lui si` dimandando: + <<Che volse dir lo spirto di Romagna, + e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>. + +Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna + conosce il danno; e pero` non s'ammiri + se ne riprende perche' men si piagna. + +Perche' s'appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a' sospiri. + +Ma se l'amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + +che', per quanti si dice piu` li` 'nostro', + tanto possiede piu` di ben ciascuno, + e piu` di caritate arde in quel chiostro>>. + +<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>, + diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto, + e piu` di dubbio ne la mente aduno. + +Com'esser puote ch'un ben, distributo + in piu` posseditor, faccia piu` ricchi + di se', che se da pochi e` posseduto?>>. + +Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + +Quello infinito e ineffabil bene + che la` su` e`, cosi` corre ad amore + com'a lucido corpo raggio vene. + +Tanto si da` quanto trova d'ardore; + si` che, quantunque carita` si stende, + cresce sovr'essa l'etterno valore. + +E quanta gente piu` la` su` s'intende, + piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama, + e come specchio l'uno a l'altro rende. + +E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torra` questa e ciascun'altra brama. + +Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son gia` le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente>>. + +Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe', + vidimi giunto in su l'altro girone, + si` che tacer mi fer le luci vaghe. + +Ivi mi parve in una visione + estatica di subito esser tratto, + e vedere in un tempio piu` persone; + +e una donna, in su l'entrar, con atto + dolce di madre dicer: <<Figliuol mio + perche' hai tu cosi` verso noi fatto? + +Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo>>. E come qui si tacque, + cio` che pareva prima, dispario. + +Indi m'apparve un'altra con quell'acque + giu` per le gote che 'l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + +e dir: <<Se tu se' sire de la villa + del cui nome ne' dei fu tanta lite, + e onde ogni scienza disfavilla, + +vendica te di quelle braccia ardite + ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>. + E 'l segnor mi parea, benigno e mite, + +risponder lei con viso temperato: + <<Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama e` per noi condannato?>>, + +Poi vidi genti accese in foco d'ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>. + +E lui vedea chinarsi, per la morte + che l'aggravava gia`, inver' la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + +orando a l'alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a' suoi persecutori, + con quello aspetto che pieta` diserra. + +Quando l'anima mia torno` di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + +Lo duca mio, che mi potea vedere + far si` com'om che dal sonno si slega, + disse: <<Che hai che non ti puoi tenere, + +ma se' venuto piu` che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?>>. + +<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte, + io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve + quando le gambe mi furon si` tolte>>. + +Ed ei: <<Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + +Cio` che vedesti fu perche' non scuse + d'aprir lo core a l'acque de la pace + che da l'etterno fonte son diffuse. + +Non dimandai "Che hai?" per quel che face + chi guarda pur con l'occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + +ma dimandai per darti forza al piede: + cosi` frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede>>. + +Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + +Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + ne' da quello era loco da cansarsi. + +Questo ne tolse li occhi e l'aere puro. + + + +Purgatorio: Canto XVI + + +Buio d'inferno e di notte privata + d'ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant'esser puo` di nuvol tenebrata, + +non fece al viso mio si` grosso velo + come quel fummo ch'ivi ci coperse, + ne' a sentir di cosi` aspro pelo, + +che l'occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s'accosto` e l'omero m'offerse. + +Si` come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che 'l molesti, o forse ancida, + +m'andava io per l'aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>. + +Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l'Agnel di Dio che le peccata leva. + +Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + si` che parea tra esse ogne concordia. + +<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>, + diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi, + e d'iracundia van solvendo il nodo>>. + +<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?>>. + +Cosi` per una voce detto fue; + onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi, + e domanda se quinci si va sue>>. + +E io: <<O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi>>. + +<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>, + rispuose; <<e se veder fummo non lascia, + l'udir ci terra` giunti in quella vece>>. + +Allora incominciai: <<Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l'infernale ambascia. + +E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + +non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte>>. + +<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l'arco. + +Per montar su` dirittamente vai>>. + Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego + che per me prieghi quando su` sarai>>. + +E io a lui: <<Per fede mi ti lego + di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego. + +Prima era scempio, e ora e` fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio. + +Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto + d'ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + +ma priego che m'addite la cagione, + si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui; + che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>. + +Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>, + mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate, + lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui. + +Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + +Se cosi` fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + +Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica, + lume v'e` dato a bene e a malizia, + +e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + +A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura. + +Pero`, se 'l mondo presente disvia, + in voi e` la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne saro` or vera spia. + +Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + +l'anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a cio` che la trastulla. + +Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s'inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + +Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + +Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, pero` che 'l pastor che procede, + rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse; + +per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta, + di quel si pasce, e piu` oltre non chiede. + +Ben puoi veder che la mala condotta + e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo, + e non natura che 'n voi sia corrotta. + +Soleva Roma, che 'l buon mondo feo, + due soli aver, che l'una e l'altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + +L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada + col pasturale, e l'un con l'altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + +pero` che, giunti, l'un l'altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch'ogn'erba si conosce per lo seme. + +In sul paese ch'Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + +or puo` sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d'appressarsi. + +Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna + l'antica eta` la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + +Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma + francescamente, il semplice Lombardo. + +Di` oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in se' due reggimenti, + cade nel fango e se' brutta e la soma>>. + +<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti; + e or discerno perche' dal retaggio + li figli di Levi` furono essenti. + +Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio + di' ch'e` rimaso de la gente spenta, + in rimprovero del secol selvaggio?>>. + +<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>, + rispuose a me; <<che', parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + +Per altro sopranome io nol conosco, + s'io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco. + +Vedi l'albor che per lo fummo raia + gia` biancheggiare, e me convien partirmi + (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>. + +Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi. + + + +Purgatorio: Canto XVII + + +Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + +come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + +e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com'io rividi + lo sole in pria, che gia` nel corcar era. + +Si`, pareggiando i miei co' passi fidi + del mio maestro, usci' fuor di tal nube + ai raggi morti gia` ne' bassi lidi. + +O imaginativa che ne rube + talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge + perche' dintorno suonin mille tube, + +chi move te, se 'l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s'informa, + per se' o per voler che giu` lo scorge. + +De l'empiezza di lei che muto` forma + ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta, + ne l'imagine mia apparve l'orma; + +e qui fu la mia mente si` ristretta + dentro da se', che di fuor non venia + cosa che fosse allor da lei ricetta. + +Poi piovve dentro a l'alta fantasia + un crucifisso dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + +intorno ad esso era il grande Assuero, + Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far cosi` intero. + +E come questa imagine rompeo + se' per se' stessa, a guisa d'una bulla + cui manca l'acqua sotto qual si feo, + +surse in mia visione una fanciulla + piangendo forte, e dicea: <<O regina, + perche' per ira hai voluto esser nulla? + +Ancisa t'hai per non perder Lavina; + or m'hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>. + +Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + +cosi` l'imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch'e` in nostro uso. + +I' mi volgea per veder ov'io fosse, + quando una voce disse <<Qui si monta>>, + che da ogne altro intento mi rimosse; + +e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + +Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + cosi` la mia virtu` quivi mancava. + +<<Questo e` divino spirito, che ne la + via da ir su` ne drizza sanza prego, + e col suo lume se' medesmo cela. + +Si` fa con noi, come l'uom si fa sego; + che' quale aspetta prego e l'uopo vede, + malignamente gia` si mette al nego. + +Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s'abbui, + che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>. + +Cosi` disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch'io al primo grado fui, + +senti'mi presso quasi un muover d'ala + e ventarmi nel viso e dir: 'Beati + pacifici, che son sanz'ira mala!'. + +Gia` eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da piu` lati. + +'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?', + fra me stesso dicea, che' mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + +Noi eravam dove piu` non saliva + la scala su`, ed eravamo affissi, + pur come nave ch'a la piaggia arriva. + +E io attesi un poco, s'io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + +<<Dolce mio padre, di`, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>. + +Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + +Ma perche' piu` aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora>>. + +<<Ne' creator ne' creatura mai>>, + comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d'animo; e tu 'l sai. + +Lo naturale e` sempre sanza errore, + ma l'altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + +Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto, + e ne' secondi se' stesso misura, + esser non puo` cagion di mal diletto; + +ma quando al mal si torce, o con piu` cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra 'l fattore adovra sua fattura. + +Quinci comprender puoi ch'esser convene + amor sementa in voi d'ogne virtute + e d'ogne operazion che merta pene. + +Or, perche' mai non puo` da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l'odio proprio son le cose tute; + +e perche' intender non si puo` diviso, + e per se' stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto e` deciso. + +Resta, se dividendo bene stimo, + che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + +E' chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch'el sia di sua grandezza in basso messo; + +e` chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch'altri sormonti, + onde s'attrista si` che 'l contrario ama; + +ed e` chi per ingiuria par ch'aonti, + si` che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che 'l male altrui impronti. + +Questo triforme amor qua giu` di sotto + si piange; or vo' che tu de l'altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + +Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l'animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + +Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + +Altro ben e` che non fa l'uom felice; + non e` felicita`, non e` la buona + essenza, d'ogne ben frutto e radice. + +L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona, + di sovr'a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + +tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>. + + + +Purgatorio: Canto XVIII + + +Posto avea fine al suo ragionamento + l'alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s'io parea contento; + +e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse + lo troppo dimandar ch'io fo li grava'. + +Ma quel padre verace, che s'accorse + del timido voler che non s'apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + +Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva + si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + +Pero` ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e 'l suo contraro>>. + +<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci + de lo 'ntelletto, e fieti manifesto + l'error de' ciechi che si fanno duci. + +L'animo, ch'e` creato ad amar presto, + ad ogne cosa e` mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto e` desto. + +Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + si` che l'animo ad essa volger face; + +e se, rivolto, inver' di lei si piega, + quel piegare e` amor, quell'e` natura + che per piacer di novo in voi si lega. + +Poi, come 'l foco movesi in altura + per la sua forma ch'e` nata a salire + la` dove piu` in sua matera dura, + +cosi` l'animo preso entra in disire, + ch'e` moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + +Or ti puote apparer quant'e` nascosa + la veritate a la gente ch'avvera + ciascun amore in se' laudabil cosa; + +pero` che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + e` buono, ancor che buona sia la cera>>. + +<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>, + rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto, + ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno; + +che', s'amore e` di fuori a noi offerto, + e l'anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non e` suo merto>>. + +Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede, + dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta + pur a Beatrice, ch'e` opra di fede. + +Ogne forma sustanzial, che setta + e` da matera ed e` con lei unita, + specifica vertute ha in se' colletta, + +la qual sanza operar non e` sentita, + ne' si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + +Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de' primi appetibili l'affetto, + +che sono in voi si` come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + +Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia, + innata v'e` la virtu` che consiglia, + e de l'assenso de' tener la soglia. + +Quest'e` 'l principio la` onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + +Color che ragionando andaro al fondo, + s'accorser d'esta innata libertate; + pero` moralita` lasciaro al mondo. + +Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s'accende, + di ritenerlo e` in voi la podestate. + +La nobile virtu` Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e pero` guarda + che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>. + +La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer piu` rade, + fatta com'un secchion che tuttor arda; + +e correa contro 'l ciel per quelle strade + che 'l sole infiamma allor che quel da Roma + tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade. + +E quell'ombra gentil per cui si noma + Pietola piu` che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + +per ch'io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com'om che sonnolento vana. + +Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era gia` volta. + +E quale Ismeno gia` vide e Asopo + lungo di se` di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + +cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch'io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + +Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + +<<Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>. + +<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda + per poco amor>>, gridavan li altri appresso, + <<che studio di ben far grazia rinverda>>. + +<<O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + +questi che vive, e certo i' non vi bugio, + vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca; + pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>. + +Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: <<Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + +Noi siam di voglia a muoverci si` pieni, + che restar non potem; pero` perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + +Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo 'mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + +E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa, + che tosto piangera` quel monastero, + e tristo fia d'avere avuta possa; + +perche' suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero>>. + +Io non so se piu` disse o s'ei si tacque, + tant'era gia` di la` da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + +E quei che m'era ad ogne uopo soccorso + disse: <<Volgiti qua: vedine due + venir dando a l'accidia di morso>>. + +Di retro a tutti dicean: <<Prima fue + morta la gente a cui il mar s'aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + +E quella che l'affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d'Anchise, + se' stessa a vita sanza gloria offerse>>. + +Poi quando fuor da noi tanto divise + quell'ombre, che veder piu` non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + +del qual piu` altri nacquero e diversi; + e tanto d'uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + +e 'l pensamento in sogno trasmutai. + + + +Purgatorio: Canto XIX + + +Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno + intepidar piu` 'l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + +- quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in oriiente, innanzi a l'alba, + surger per via che poco le sta bruna -, + +mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + +Io la mirava; e come 'l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + cosi` lo sguardo mio le facea scorta + +la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d'ora, e lo smarrito volto, + com' amor vuol, cosi` le colorava. + +Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto, + cominciava a cantar si`, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + +<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena, + che' marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + +Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s'ausa, + rado sen parte; si` tutto l'appago!>>. + +Ancor non era sua bocca richiusa, + quand' una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + +<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>, + fieramente dicea; ed el venia + con li occhi fitti pur in quella onesta. + +L'altra prendea, e dinanzi l'apria + fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; + quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia. + +Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre + voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni; + troviam l'aperta per la qual tu entre>>. + +Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni + de l'alto di` i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + +Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l'ha di pensier carca, + che fa di se' un mezzo arco di ponte; + +quand' io udi' <<Venite; qui si varca>> + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + +Con l'ali aperte, che parean di cigno, + volseci in su` colui che si` parlonne + tra due pareti del duro macigno. + +Mosse le penne poi e ventilonne, + 'Qui lugent' affermando esser beati, + ch'avran di consolar l'anime donne. + +<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>, + la guida mia incomincio` a dirmi, + poco amendue da l'angel sormontati. + +E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi + novella visiion ch'a se' mi piega, + si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>. + +<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega + che sola sovr' a noi omai si piagne; + vedesti come l'uom da lei si slega. + +Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne>>. + +Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che la` il tira, + +tal mi fec' io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. + +Com'io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + +'Adhaesit pavimento anima mea' + sentia dir lor con si` alti sospiri, + che la parola a pena s'intendea. + +<<O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri>>. + +<<Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via piu` tosto, + le vostre destre sien sempre di fori>>. + +Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io + nel parlare avvisai l'altro nascosto, + +e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond' elli m'assenti` con lieto cenno + cio` che chiedea la vista del disio. + +Poi ch'io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + +dicendo: <<Spirto in cui pianger matura + quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + +Chi fosti e perche' volti avete i dossi + al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri + cosa di la` ond' io vivendo mossi>>. + +Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri + rivolga il cielo a se', saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + +Intra Siiestri e Chiaveri s'adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + +Un mese e` poco piu` prova' io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l'altre some. + +La mia conversiione, ome`!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + cosi` scopersi la vita bugiarda. + +Vidi che li` non s'acquetava il core, + ne' piu` salir potiesi in quella vita; + er che di questa in me s'accese amore. + +Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + +Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l'anime converse; + e nulla pena il monte ha piu` amara. + +Si` come l'occhio nostro non s'aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + cosi` giustizia qui a terra il merse. + +Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdesi, + cosi` giustizia qui stretti ne tene, + +ne' piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi>>. + +Io m'era inginocchiato e volea dire; + ma com' io cominciai ed el s'accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + +<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>. + E io a lui: <<Per vostra dignitate + mia cosciienza dritto mi rimorse>>. + +<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>, + rispuose; <<non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + +Se mai quel santo evangelico suono + che dice 'Neque nubent' intendesti, + ben puoi veder perch'io cosi` ragiono. + +Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti; + che' la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo cio` che tu dicesti. + +Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia, + buona da se', pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + +e questa sola di la` m'e` rimasa>>. + + + +Purgatorio: Canto XX + + +Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra 'l piacer mio, per piacerli, + trassi de l'acqua non sazia la spugna. + +Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a' merli; + +che' la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, + da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. + +Maladetta sie tu, antica lupa, + che piu` che tutte l'altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + +O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giu` trasmutarsi, + quando verra` per cui questa disceda? + +Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l'ombre, ch'i' sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + +e per ventura udi' <<Dolce Maria!>> + dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + +e seguitar: <<Povera fosti tanto, + quanto veder si puo` per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo>>. + +Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio, + con poverta` volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio>>. + +Queste parole m'eran si` piaciute, + ch'io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + +Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolo` a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + +<<O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola + tu queste degne lode rinovelle. + +Non fia sanza merce' la tua parola, + s'io ritorno a compier lo cammin corto + di quella vita ch'al termine vola>>. + +Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto + ch'io attenda di la`, ma perche' tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + +Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + si` che buon frutto rado se ne schianta. + +Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + +Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente e` Francia retta. + +Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi, + +trova'mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno, + +ch'a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + +Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + +Li` comincio` con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Ponti` e Normandia prese e Guascogna. + +Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fe' di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + +Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e se' e ' suoi. + +Sanz'arme n'esce e solo con la lancia + con la qual giostro` Giuda, e quella ponta + si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + +Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnera`, per se' tanto piu` grave, + quanto piu` lieve simil danno conta. + +L'altro, che gia` usci` preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l'altre schiave. + +O avarizia, che puoi tu piu` farne, + poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto, + che non si cura de la propria carne? + +Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + +Veggiolo un'altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + +Veggio il novo Pilato si` crudele, + che cio` nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + +O Segnor mio, quando saro` io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l'ira tua nel tuo secreto? + +Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + +tanto e` risposto a tutte nostre prece + quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + +Noi repetiam Pigmalion allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l'oro ghiotta; + +e la miseria de l'avaro Mida, + che segui` a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + +Del folle Acan ciascun poi si ricorda, + come furo` le spoglie, si` che l'ira + di Iosue` qui par ch'ancor lo morda. + +Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro; + e in infamia tutto 'l monte gira + +Polinestor ch'ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: "Crasso, + dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?". + +Talor parla l'uno alto e l'altro basso, + secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + +pero` al ben che 'l di` ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona>>. + +Noi eravam partiti gia` da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n'era permesso, + +quand'io senti', come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch'a morte vada. + +Certo non si scoteo si` forte Delo, + pria che Latona in lei facesse 'l nido + a parturir li due occhi del cielo. + +Poi comincio` da tutte parti un grido + tal, che 'l maestro inverso me si feo, + dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>. + +'Gloria in excelsis' tutti 'Deo' + dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + +No' istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi. + +Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l'ombre che giacean per terra, + tornate gia` in su l'usato pianto. + +Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fe' desideroso di sapere, + se la memoria mia in cio` non erra, + +quanta pareami allor, pensando, avere; + ne' per la fretta dimandare er'oso, + ne' per me li` potea cosa vedere: + +cosi` m'andava timido e pensoso. + + + +Purgatorio: Canto XXI + + +a sete natural che mai non sazia + se non con l'acqua onde la femminetta + samaritana domando` la grazia, + +mi travagliava, e pungeami la fretta + per la 'mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + +Ed ecco, si` come ne scrive Luca + che Cristo apparve a' due ch'erano in via, + gia` surto fuor de la sepulcral buca, + +ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia, + dal pie` guardando la turba che giace; + ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria, + +dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>. + Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio + rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface. + +Poi comincio`: <<Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l'etterno essilio>>. + +<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte: + <<se voi siete ombre che Dio su` non degni, + chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>. + +E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni + che questi porta e che l'angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni. + +Ma perche' lei che di` e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + +l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia, + venendo su`, non potea venir sola, + pero` ch'al nostro modo non adocchia. + +Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola + d'inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto 'l potra` menar mia scola. + +Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli + die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una + parve gridare infino a' suoi pie` molli>>. + +Si` mi die`, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + +Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza + ordine senta la religione + de la montagna, o che sia fuor d'usanza. + +Libero e` qui da ogne alterazione: + di quel che 'l ciel da se' in se' riceve + esser ci puote, e non d'altro, cagione. + +Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina piu` su` cade + che la scaletta di tre gradi breve; + +nuvole spesse non paion ne' rade, + ne' coruscar, ne' figlia di Taumante, + che di la` cangia sovente contrade; + +secco vapor non surge piu` avante + ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai, + dov'ha 'l vicario di Pietro le piante. + +Trema forse piu` giu` poco o assai; + ma per vento che 'n terra si nasconda, + non so come, qua su` non tremo` mai. + +Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, si` che surga o che si mova + per salir su`; e tal grido seconda. + +De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l'alma sorprende, e di voler le giova. + +Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + +E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii + libera volonta` di miglior soglia: + +pero` sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>. + +Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode + tanto del ber quant'e` grande la sete. + non saprei dir quant'el mi fece prode. + +E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete + che qui v'impiglia e come si scalappia, + perche' ci trema e di che congaudete. + +Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia, + e perche' tanti secoli giaciuto + qui se', ne le parole tue mi cappia>>. + +<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto + del sommo rege, vendico` le fora + ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto, + +col nome che piu` dura e piu` onora + era io di la`>>, rispuose quello spirto, + <<famoso assai, ma non con fede ancora. + +Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a se' mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + +Stazio la gente ancor di la` mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + +Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati piu` di mille; + +de l'Eneida dico, la qual mamma + fummi e fummi nutrice poetando: + sanz'essa non fermai peso di dramma. + +E per esser vivuto di la` quando + visse Virgilio, assentirei un sole + piu` che non deggio al mio uscir di bando>>. + +Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse 'Taci'; + ma non puo` tutto la virtu` che vuole; + +che' riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne' piu` veraci. + +Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; + per che l'ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca; + +e <<Se tanto labore in bene assommi>>, + disse, <<perche' la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?>>. + +Or son io d'una parte e d'altra preso: + l'una mi fa tacer, l'altra scongiura + ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso + +dal mio maestro, e <<Non aver paura>>, + mi dice, <<di parlar; ma parla e digli + quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>. + +Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch'io fei; + ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli. + +Questi che guida in alto li occhi miei, + e` quel Virgilio dal qual tu togliesti + forza a cantar de li uomini e d'i dei. + +Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti>>. + +Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: <<Frate, + non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>. + +Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate + comprender de l'amor ch'a te mi scalda, + quand'io dismento nostra vanitate, + +trattando l'ombre come cosa salda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXII + + +Gia` era l'angel dietro a noi rimaso, + l'angel che n'avea volti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + +e quei c'hanno a giustizia lor disiro + detto n'avea beati, e le sue voci + con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro. + +E io piu` lieve che per l'altre foci + m'andava, si` che sanz'alcun labore + seguiva in su` li spiriti veloci; + +quando Virgilio incomincio`: <<Amore, + acceso di virtu`, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + +onde da l'ora che tra noi discese + nel limbo de lo 'nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fe' palese, + +mia benvoglienza inverso te fu quale + piu` strinse mai di non vista persona, + si` ch'or mi parran corte queste scale. + +Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurta` m'allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + +come pote' trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?>>. + +Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno. + +Veramente piu` volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + +La tua dimanda tuo creder m'avvera + esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita, + forse per quella cerchia dov'io era. + +Or sappi ch'avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + +E se non fosse ch'io drizzai mia cura, + quand'io intesi la` dove tu chiame, + crucciato quasi a l'umana natura: + +'Per che non reggi tu, o sacra fame + de l'oro, l'appetito de' mortali?', + voltando sentirei le giostre grame. + +Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali + potean le mani a spendere, e pente'mi + cosi` di quel come de li altri mali. + +Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie 'l penter vivendo e ne li stremi! + +E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + +pero`, s'io son tra quella gente stato + che piange l'avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m'e` incontrato>>. + +<<Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta>>, + disse 'l cantor de' buccolici carmi, + +<<per quello che Clio` teco li` tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + +Se cosi` e`, qual sole o quai candele + ti stenebraron si`, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?>>. + +Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m'alluminasti. + +Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e se' non giova, + ma dopo se' fa le persone dotte, + +quando dicesti: 'Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenie scende da ciel nova'. + +Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno, + a colorare stendero` la mano: + +Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l'etterno regno; + +e la parola tua sopra toccata + si consonava a' nuovi predicanti; + ond'io a visitarli presi usata. + +Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + +e mentre che di la` per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + +E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi + di Tebe poetando, ebb'io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu'mi, + +lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo. + +Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m'ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + +dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico>>. + +<<Costoro e Persio e io e altri assai>>, + rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco + che le Muse lattar piu` ch'altri mai, + +nel primo cinghio del carcere cieco: + spesse fiate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + +Euripide v'e` nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piue + Greci che gia` di lauro ornar la fronte. + +Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deifile e Argia, + e Ismene si` trista come fue. + +Vedeisi quella che mostro` Langia; + evvi la figlia di Tiresia, e Teti + e con le suore sue Deidamia>>. + +Tacevansi ambedue gia` li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + +e gia` le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in su` l'ardente corno, + +quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo>>. + +Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l'assentir di quell'anima degna. + +Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch'a poetar mi davano intelletto. + +Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + +e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, cosi` quello in giuso, + cred'io, perche' persona su` non vada. + +Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso, + cadea de l'alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + +Li due poeti a l'alber s'appressaro; + e una voce per entro le fronde + grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>. + +Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde. + +E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d'acqua; e Daniello + dispregio` cibo e acquisto` savere. + +Lo secol primo, quant'oro fu bello, + fe' savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + +Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch'elli e` glorioso e tanto grande + +quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIII + + +Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava io si` come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + +lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole, + vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto + piu` utilmente compartir si vuole>>. + +Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sie, + che l'andar mi facean di nullo costo. + +Ed ecco piangere e cantar s'udie + 'Labia mea, Domine' per modo + tal, che diletto e doglia parturie. + +<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>, + comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo>>. + +Si` come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + +cosi` di retro a noi, piu` tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d'anime turba tacita e devota. + +Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema, + che da l'ossa la pelle s'informava. + +Non credo che cosi` a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando piu` n'ebbe tema. + +Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco + la gente che perde' Ierusalemme, + quando Maria nel figlio die` di becco!' + +Parean l'occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge 'omo' + ben avria quivi conosciuta l'emme. + +Chi crederebbe che l'odor d'un pomo + si` governasse, generando brama, + e quel d'un'acqua, non sappiendo como? + +Gia` era in ammirar che si` li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + +ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso; + poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>. + +Mai non l'avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + cio` che l'aspetto in se' avea conquiso. + +Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + +<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia + che mi scolora>>, pregava, <<la pelle, + ne' a difetto di carne ch'io abbia; + +ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle + due anime che la` ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!>>. + +<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta, + mi da` di pianger mo non minor doglia>>, + rispuos'io lui, <<veggendola si` torta. + +Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia; + non mi far dir mentr'io mi maraviglio, + che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>. + +Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio + cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio. + +Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e 'n sete qui si rifa` santa. + +Di bere e di mangiar n'accende cura + l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + +E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + +che' quella voglia a li alberi ci mena + che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`', + quando ne libero` con la sua vena>>. + +E io a lui: <<Forese, da quel di` + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinq'anni non son volti infino a qui. + +Se prima fu la possa in te finita + di peccar piu`, che sovvenisse l'ora + del buon dolor ch'a Dio ne rimarita, + +come se' tu qua su` venuto ancora? + Io ti credea trovar la` giu` di sotto + dove tempo per tempo si ristora>>. + +Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto + a ber lo dolce assenzo d'i martiri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + +Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m'ha de la costa ove s'aspetta, + e liberato m'ha de li altri giri. + +Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare e` piu` soletta; + +che' la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue piu` e` pudica + che la Barbagia dov'io la lasciai. + +O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica? + Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto, + cui non sara` quest'ora molto antica, + +nel qual sara` in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l'andar mostrando con le poppe il petto. + +Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + +Ma se le svergognate fosser certe + di quel che 'l ciel veloce loro ammanna, + gia` per urlare avrian le bocche aperte; + +che' se l'antiveder qui non m'inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + +Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira la` dove 'l sol veli>>. + +Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + +Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda + vi si mostro` la suora di colui>>, + +e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda + notte menato m'ha d'i veri morti + con questa vera carne che 'l seconda. + +Indi m'han tratto su` li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che 'l mondo fece torti. + +Tanto dice di farmi sua compagna, + che io saro` la` dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + +Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>, + e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra + per cui scosse dianzi ogne pendice + +lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>. + + + +Purgatorio: Canto XXIV + + +Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento + facea, ma ragionando andavam forte, + si` come nave pinta da buon vento; + +e l'ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + +E io, continuando al mio sermone, + dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + +Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda; + dimmi s'io veggio da notar persona + tra questa gente che si` mi riguarda>>. + +<<La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse piu`, triunfa lieta + ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>. + +Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch'e` si` munta + nostra sembianza via per la dieta. + +Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di la` da lui piu` che l'altre trapunta + +ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>. + +Molti altri mi nomo` ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + si` ch'io pero` non vidi un atto bruno. + +Vidi per fame a voto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturo` col rocco molte genti. + +Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio + gia` di bere a Forli` con men secchezza, + e si` fu tal, che non si senti` sazio. + +Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza + piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca, + che piu` parea di me aver contezza. + +El mormorava; e non so che <<Gentucca>> + sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga + de la giustizia che si` li pilucca. + +<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga + di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda, + e te e me col tuo parlare appaga>>. + +<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>, + comincio` el, <<che ti fara` piacere + la mia citta`, come ch'om la riprenda. + +Tu te n'andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + +Ma di` s'i' veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>. + +E io a lui: <<I' mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch'e' ditta dentro vo significando>>. + +<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo + che 'l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch'i' odo! + +Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + +e qual piu` a gradire oltre si mette, + non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>; + e, quasi contentato, si tacette. + +Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan piu` a fretta e vanno in filo, + +cosi` tutta la gente che li` era, + volgendo 'l viso, raffretto` suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + +E come l'uom che di trottare e` lasso, + lascia andar li compagni, e si` passeggia + fin che si sfoghi l'affollar del casso, + +si` lascio` trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>. + +<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva; + ma gia` non fia il tornar mio tantosto, + ch'io non sia col voler prima a la riva; + +pero` che 'l loco u' fui a viver posto, + di giorno in giorno piu` di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto>>. + +<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa, + vegg'io a coda d'una bestia tratto + inver' la valle ove mai non si scolpa. + +La bestia ad ogne passo va piu` ratto, + crescendo sempre, fin ch'ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + +Non hanno molto a volger quelle ruote>>, + e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro + cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote. + +Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro + in questo regno, si` ch'io perdo troppo + venendo teco si` a paro a paro>>. + +Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + +tal si parti` da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo si` gran marescalchi. + +E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + +parvermi i rami gravidi e vivaci + d'un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora volto in laci. + +Vidi gente sott'esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani, + +che pregano, e 'l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + +Poi si parti` si` come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + +<<Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno e` piu` su` che fu morso da Eva, + e questa pianta si levo` da esso>>. + +Si` tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + +<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Teseo combatter co' doppi petti; + +e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver' Madian discese i colli>>. + +Si` accostati a l'un d'i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite gia` da miseri guadagni. + +Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e piu` ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + +<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>. + subita voce disse; ond'io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + +Drizzai la testa per veder chi fossi; + e gia` mai non si videro in fornace + vetri o metalli si` lucenti e rossi, + +com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace + montare in su`, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace>>. + +L'aspetto suo m'avea la vista tolta; + per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori, + com'om che va secondo ch'elli ascolta. + +E quale, annunziatrice de li albori, + l'aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l'erba e da' fiori; + +tal mi senti' un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti' mover la piuma, + che fe' sentir d'ambrosia l'orezza. + +E senti' dir: <<Beati cui alluma + tanto di grazia, che l'amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + +esuriendo sempre quanto e` giusto!>>. + + + +Purgatorio: Canto XXV + + +Ora era onde 'l salir non volea storpio; + che' 'l sole avea il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + +per che, come fa l'uom che non s'affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + +cosi` intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + +E quale il cicognin che leva l'ala + per voglia di volare, e non s'attenta + d'abbandonar lo nido, e giu` la cala; + +tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l'atto + che fa colui ch'a dicer s'argomenta. + +Non lascio`, per l'andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca + l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>. + +Allor sicuramente apri' la bocca + e cominciai: <<Come si puo` far magro + la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>. + +<<Se t'ammentassi come Meleagro + si consumo` al consumar d'un stizzo, + non fora>>, disse, <<a te questo si` agro; + +e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + cio` che par duro ti parrebbe vizzo. + +Ma perche' dentro a tuo voler t'adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage>>. + +<<Se la veduta etterna li dislego>>, + rispuose Stazio, <<la` dove tu sie, + discolpi me non potert'io far nego>>. + +Poi comincio`: <<Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + +Sangue perfetto, che poi non si beve + da l'assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + +prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch'a farsi quelle per le vene vane. + +Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr'altrui sangue in natural vasello. + +Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, + l'un disposto a patire, e l'altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + +e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + cio` che per sua matera fe' constare. + +Anima fatta la virtute attiva + qual d'una pianta, in tanto differente, + che questa e` in via e quella e` gia` a riva, + +tanto ovra poi, che gia` si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond'e` semente. + +Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtu` ch'e` dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + +Ma come d'animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest'e` tal punto, + che piu` savio di te fe' gia` errante, + +si` che per sua dottrina fe' disgiunto + da l'anima il possibile intelletto, + perche' da lui non vide organo assunto. + +Apri a la verita` che viene il petto; + e sappi che, si` tosto come al feto + l'articular del cerebro e` perfetto, + +lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant'arte di natura, e spira + spirito novo, di vertu` repleto, + +che cio` che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, + che vive e sente e se' in se' rigira. + +E perche' meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l'omor che de la vite cola. + +Quando Lachesis non ha piu` del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l'umano e 'l divino: + +l'altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto piu` che prima agute. + +Sanza restarsi per se' stessa cade + mirabilmente a l'una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + +Tosto che loco li` la circunscrive, + la virtu` formativa raggia intorno + cosi` e quanto ne le membra vive. + +E come l'aere, quand'e` ben piorno, + per l'altrui raggio che 'n se' si reflette, + di diversi color diventa addorno; + +cosi` l'aere vicin quivi si mette + in quella forma ch'e` in lui suggella + virtualmente l'alma che ristette; + +e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco la` 'vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + +Pero` che quindi ha poscia sua paruta, + e` chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + +Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ' sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + +Secondo che ci affiggono i disiri + e li altri affetti, l'ombra si figura; + e quest'e` la cagion di che tu miri>>. + +E gia` venuto a l'ultima tortura + s'era per noi, e volto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + +Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + +ond'ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temea 'l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + +Lo duca mio dicea: <<Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + pero` ch'errar potrebbesi per poco>>. + +'Summae Deus clementiae' nel seno + al grande ardore allora udi' cantando, + che di volger mi fe' caler non meno; + +e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch'io guardava a loro e a' miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + +Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, + gridavano alto: 'Virum non cognosco'; + indi ricominciavan l'inno bassi. + +Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tosco>>. + +Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + +E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + +che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + +Purgatorio: Canto XXVI + + +Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro, + ce n'andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>; + +feriami il sole in su l'omero destro, + che gia`, raggiando, tutto l'occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + +e io facea con l'ombra piu` rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt'ombre, andando, poner mente. + +Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>; + +poi verso me, quanto potean farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + +<<O tu che vai, non per esser piu` tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo. + +Ne' solo a me la tua risposta e` uopo; + che' tutti questi n'hanno maggior sete + che d'acqua fredda Indo o Etiopo. + +Dinne com'e` che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete>>. + +Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora + gia` manifesto, s'io non fossi atteso + ad altra novita` ch'apparve allora; + +che' per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + +Li` veggio d'ogne parte farsi presta + ciascun'ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + +cosi` per entro loro schiera bruna + s'ammusa l'una con l'altra formica, + forse a spiar lor via e lor fortuna. + +Tosto che parton l'accoglienza amica, + prima che 'l primo passo li` trascorra, + sopragridar ciascuna s'affatica: + +la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>; + e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife, + perche' 'l torello a sua lussuria corra>>. + +Poi, come grue ch'a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver' l'arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + +l'una gente sen va, l'altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a' primi canti + e al gridar che piu` lor si convene; + +e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m'avean pregato, + attenti ad ascoltar ne' lor sembianti. + +Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: <<O anime sicure + d'aver, quando che sia, di pace stato, + +non son rimase acerbe ne' mature + le membra mie di la`, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + +Quinci su` vo per non esser piu` cieco; + donna e` di sopra che m'acquista grazia, + per che 'l mortal per vostro mondo reco. + +Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi + ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia, + +ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi e` quella turba + che se ne va di retro a' vostri terghi>>. + +Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s'inurba, + +che ciascun'ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta, + +<<Beato te, che de le nostre marche>>, + ricomincio` colei che pria m'inchiese, + <<per morir meglio, esperienza imbarche! + +La gente che non vien con noi, offese + di cio` per che gia` Cesar, triunfando, + "Regina" contra se' chiamar s'intese: + +pero` si parton 'Soddoma' gridando, + rimproverando a se', com'hai udito, + e aiutan l'arsura vergognando. + +Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perche' non servammo umana legge, + seguendo come bestie l'appetito, + +in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge. + +Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo' saper chi semo, + tempo non e` di dire, e non saprei. + +Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo + per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>. + +Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo, + +quand'io odo nomar se' stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d'amore usar dolci e leggiadre; + +e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fiata rimirando lui, + ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai. + +Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m'offersi pronto al suo servigio + con l'affermar che fa credere altrui. + +Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio, + per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro, + che Lete' nol puo` torre ne' far bigio. + +Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che e` cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d'avermi caro>>. + +E io a lui: <<Li dolci detti vostri, + che, quanto durera` l'uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri>>. + +<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno + col dito>>, e addito` un spirto innanzi, + <<fu miglior fabbro del parlar materno. + +Versi d'amore e prose di romanzi + soverchio` tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosi` credon ch'avanzi. + +A voce piu` ch'al ver drizzan li volti, + e cosi` ferman sua oppinione + prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. + +Cosi` fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l'ha vinto il ver con piu` persone. + +Or se tu hai si` ampio privilegio, + che licito ti sia l'andare al chiostro + nel quale e` Cristo abate del collegio, + +falli per me un dir d'un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non e` piu` nostro>>. + +Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l'acqua il pesce andando al fondo. + +Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch'al suo nome il mio disire + apparecchiava grazioso loco. + +El comincio` liberamente a dire: + <<Tan m'abellis vostre cortes deman, + qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + +Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu'esper, denan. + +Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l'escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!>>. + +Poi s'ascose nel foco che li affina. + + + +Purgatorio: Canto XXVII + + +Si` come quando i primi raggi vibra + la` dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l'alta Libra, + +e l'onde in Gange da nona riarse, + si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva, + come l'angel di Dio lieto ci apparse. + +Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava 'Beati mundo corde!'. + in voce assai piu` che la nostra viva. + +Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di la` non siate sorde>>, + +ci disse come noi li fummo presso; + per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi, + qual e` colui che ne la fossa e` messo. + +In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi gia` veduti accesi. + +Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio, + qui puo` esser tormento, ma non morte. + +Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerion ti guidai salvo, + che faro` ora presso piu` a Dio? + +Credi per certo che se dentro a l'alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d'un capel calvo. + +E se tu forse credi ch'io t'inganni, + fatti ver lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d'i tuoi panni. + +Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>. + E io pur fermo e contra coscienza. + +Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio: + tra Beatrice e te e` questo muro>>. + +Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che 'l gelso divento` vermiglio; + +cosi`, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + +Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come! + volenci star di qua?>>; indi sorrise + come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome. + +Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + +Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro. + +Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>. + +Guidavaci una voce che cantava + di la`; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor la` ove si montava. + +'Venite, benedicti Patris mei', + sono` dentro a un lume che li` era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + +<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera; + non v'arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l'occidente non si annera>>. + +Dritta salia la via per entro 'l sasso + verso tal parte ch'io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch'era gia` basso. + +E di pochi scaglion levammo i saggi, + che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + +E pria che 'n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d'uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + +ciascun di noi d'un grado fece letto; + che' la natura del monte ci affranse + la possa del salir piu` e 'l diletto. + +Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + +tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve, + guardate dal pastor, che 'n su la verga + poggiato s'e` e lor di posa serve; + +e quale il mandrian che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perche' fiera non lo sperga; + +tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d'alta grotta. + +Poco parer potea li` del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e piu` chiare e maggiori. + +Si` ruminando e si` mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che 'l fatto sia, sa le novelle. + +Ne l'ora, credo, che de l'oriente, + prima raggio` nel monte Citerea, + che di foco d'amor par sempre ardente, + +giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + +<<Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + +Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + +Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga + com'io de l'addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>. + +E gia` per li splendori antelucani, + che tanto a' pellegrin surgon piu` grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + +le tenebre fuggian da tutti lati, + e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi, + veggendo i gran maestri gia` levati. + +<<Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de' mortali, + oggi porra` in pace le tue fami>>. + +Virgilio inverso me queste cotali + parole uso`; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + +Tanto voler sopra voler mi venne + de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + +Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su 'l grado superno, + in me ficco` Virgilio li occhi suoi, + +e disse: <<Il temporal foco e l'etterno + veduto hai, figlio; e se' venuto in parte + dov'io per me piu` oltre non discerno. + +Tratto t'ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte. + +Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce; + vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da se' produce. + +Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + +Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno; + libero, dritto e sano e` tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + +per ch'io te sovra te corono e mitrio>>. + + + +Purgatorio: Canto XXVIII + + +Vago gia` di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch'a li occhi temperava il novo giorno, + +sanza piu` aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d'ogne parte auliva. + +Un'aura dolce, sanza mutamento + avere in se', mi feria per la fronte + non di piu` colpo che soave vento; + +per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u' la prim'ombra gitta il santo monte; + +non pero` dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d'operare ogne lor arte; + +ma con piena letizia l'ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + +tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su 'l lito di Chiassi, + quand'Eolo scilocco fuor discioglie. + +Gia` m'avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch'io + non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; + +ed ecco piu` andar mi tolse un rio, + che 'nver' sinistra con sue picciole onde + piegava l'erba che 'n sua ripa uscio. + +Tutte l'acque che son di qua piu` monde, + parrieno avere in se' mistura alcuna, + verso di quella, che nulla nasconde, + +avvegna che si mova bruna bruna + sotto l'ombra perpetua, che mai + raggiar non lascia sole ivi ne' luna. + +Coi pie` ristretti e con li occhi passai + di la` dal fiumicello, per mirare + la gran variazion d'i freschi mai; + +e la` m'apparve, si` com'elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + +una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond'era pinta tutta la sua via. + +<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore + ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti + che soglion esser testimon del core, + +vegnati in voglia di trarreti avanti>>, + diss'io a lei, <<verso questa rivera, + tanto ch'io possa intender che tu canti. + +Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera>>. + +Come si volge, con le piante strette + a terra e intra se', donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + +volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + +e fece i prieghi miei esser contenti, + si` appressando se', che 'l dolce suono + veniva a me co' suoi intendimenti. + +Tosto che fu la` dove l'erbe sono + bagnate gia` da l'onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + +Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + +Ella ridea da l'altra riva dritta, + trattando piu` color con le sue mani, + che l'alta terra sanza seme gitta. + +Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, la` 've passo` Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + +piu` odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch'allor non s'aperse. + +<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>, + comincio` ella, <<in questo luogo eletto + a l'umana natura per suo nido, + +maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + +E tu che se' dinanzi e mi pregasti, + di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta + ad ogne tua question tanto che basti>>. + +<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch'io udi' contraria a questa>>. + +Ond'ella: <<Io dicero` come procede + per sua cagion cio` ch'ammirar ti face, + e purghero` la nebbia che ti fiede. + +Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace, + fe' l'uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr'a lui d'etterna pace. + +Per sua difalta qui dimoro` poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambio` onesto riso e dolce gioco. + +Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno + l'essalazion de l'acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + +a l'uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salio verso 'l ciel tanto, + e libero n'e` d'indi ove si serra. + +Or perche' in circuito tutto quanto + l'aere si volge con la prima volta, + se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto, + +in questa altezza ch'e` tutta disciolta + ne l'aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch'e` folta; + +e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l'aura impregna, + e quella poi, girando, intorno scuote; + +e l'altra terra, secondo ch'e` degna + per se' e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtu` diverse legna. + +Non parrebbe di la` poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s'appiglia. + +E saper dei che la campagna santa + dove tu se', d'ogne semenza e` piena, + e frutto ha in se' che di la` non si schianta. + +L'acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch'acquista e perde lena; + +ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant'ella versa da due parti aperta. + +Da questa parte con virtu` discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l'altra d'ogne ben fatto la rende. + +Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato + Eunoe` si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non e` gustato: + +a tutti altri sapori esto e` di sopra. + E avvegna ch'assai possa esser sazia + la sete tua perch'io piu` non ti scuopra, + +darotti un corollario ancor per grazia; + ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + +Quelli ch'anticamente poetaro + l'eta` de l'oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + +Qui fu innocente l'umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare e` questo di che ciascun dice>>. + +Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto + a' miei poeti, e vidi che con riso + udito avean l'ultimo costrutto; + +poi a la bella donna torna' il viso. + + + +Purgatorio: Canto XXIX + + +Cantando come donna innamorata, + continuo` col fin di sue parole: + 'Beati quorum tecta sunt peccata!'. + +E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disiando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + +allor si mosse contra 'l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + +Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch'a levante mi rendei. + +Ne' ancor fu cosi` nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>. + +Ed ecco un lustro subito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + +Ma perche' 'l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, piu` e piu` splendeva, + nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'. + +E una melodia dolce correva + per l'aere luminoso; onde buon zelo + mi fe' riprender l'ardimento d'Eva, + +che la` dove ubidia la terra e 'l cielo, + femmina, sola e pur teste' formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + +sotto 'l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e piu` lunga fiata. + +Mentr'io m'andava tra tante primizie + de l'etterno piacer tutto sospeso, + e disioso ancora a piu` letizie, + +dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fe' l'aere sotto i verdi rami; + e 'l dolce suon per canti era gia` inteso. + +O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami. + +Or convien che Elicona per me versi, + e Uranie m'aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + +Poco piu` oltre, sette alberi d'oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch'era ancor tra noi e loro; + +ma quand'i' fui si` presso di lor fatto, + che l'obietto comun, che 'l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + +la virtu` ch'a ragion discorso ammanna, + si` com'elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare 'Osanna'. + +Di sopra fiammeggiava il bello arnese + piu` chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + +Io mi rivolsi d'ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + +Indi rendei l'aspetto a l'alte cose + che si movieno incontr'a noi si` tardi, + che foran vinte da novelle spose. + +La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi + si` ne l'affetto de le vive luci, + e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>. + +Genti vid'io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua gia` mai non fuci. + +L'acqua imprendea dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s'io riguardava in lei, come specchio anco. + +Quand'io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + +e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a se' l'aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + +si` che li` sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto. + +Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + +Sotto cosi` bel ciel com'io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + +Tutti cantavan: <<Benedicta tue + ne le figlie d'Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!>>. + +Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette + a rimpetto di me da l'altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + +si` come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + +Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + +A descriver lor forme piu` non spargo + rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne, + tanto ch'a questa non posso esser largo; + +ma leggi Ezechiel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + +e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch'a le penne + Giovanni e` meco e da lui si diparte. + +Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, triunfale, + ch'al collo d'un grifon tirato venne. + +Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + si` ch'a nulla, fendendo, facea male. + +Tanto salivan che non eran viste; + le membra d'oro avea quant'era uccello, + e bianche l'altre, di vermiglio miste. + +Non che Roma di carro cosi` bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + +quel del Sol che, sviando, fu combusto + per l'orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + +Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l'una tanto rossa + ch'a pena fora dentro al foco nota; + +l'altr'era come se le carni e l'ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve teste' mossa; + +e or parean da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l'altre toglien l'andare e tarde e ratte. + +Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d'una di lor ch'avea tre occhi in testa. + +Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + +L'un si mostrava alcun de' famigliari + di quel sommo Ipocrate che natura + a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari; + +mostrava l'altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fe' paura. + +Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + +E questi sette col primaio stuolo + erano abituati, ma di gigli + dintorno al capo non facean brolo, + +anzi di rose e d'altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da' cigli. + +E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s'udi`, e quelle genti degne + parvero aver l'andar piu` interdetto, + +fermandosi ivi con le prime insegne. + + + +Purgatorio: Canto XXX + + +Quando il settentrion del primo cielo, + che ne' occaso mai seppe ne' orto + ne' d'altra nebbia che di colpa velo, + +e che faceva li` ciascun accorto + di suo dover, come 'l piu` basso face + qual temon gira per venire a porto, + +fermo s'affisse: la gente verace, + venuta prima tra 'l grifone ed esso, + al carro volse se' come a sua pace; + +e un di loro, quasi da ciel messo, + 'Veni, sponsa, de Libano' cantando + grido` tre volte, e tutti li altri appresso. + +Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + +cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + +Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!', + e fior gittando e di sopra e dintorno, + 'Manibus, oh, date lilia plenis!'. + +Io vidi gia` nel cominciar del giorno + la parte oriental tutta rosata, + e l'altro ciel di bel sereno addorno; + +e la faccia del sol nascere ombrata, + si` che per temperanza di vapori + l'occhio la sostenea lunga fiata: + +cosi` dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giu` dentro e di fori, + +sovra candido vel cinta d'uliva + donna m'apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + +E lo spirito mio, che gia` cotanto + tempo era stato ch'a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + +sanza de li occhi aver piu` conoscenza, + per occulta virtu` che da lei mosse, + d'antico amor senti` la gran potenza. + +Tosto che ne la vista mi percosse + l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto + prima ch'io fuor di puerizia fosse, + +volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli e` afflitto, + +per dicere a Virgilio: 'Men che dramma + di sangue m'e` rimaso che non tremi: + conosco i segni de l'antica fiamma'. + +Ma Virgilio n'avea lasciati scemi + di se', Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die'mi; + +ne' quantunque perdeo l'antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + +<<Dante, perche' Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non pianger ancora; + che' pianger ti conven per altra spada>>. + +Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l'incora; + +in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessita` qui si registra, + +vidi la donna che pria m'appario + velata sotto l'angelica festa, + drizzar li occhi ver' me di qua dal rio. + +Tutto che 'l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + +regalmente ne l'atto ancor proterva + continuo` come colui che dice + e 'l piu` caldo parlar dietro reserva: + +<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d'accedere al monte? + non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>. + +Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba, + tanta vergogna mi gravo` la fronte. + +Cosi` la madre al figlio par superba, + com'ella parve a me; perche' d'amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + +Ella si tacque; e li angeli cantaro + di subito 'In te, Domine, speravi'; + ma oltre 'pedes meos' non passaro. + +Si` come neve tra le vive travi + per lo dosso d'Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + +poi, liquefatta, in se' stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + si` che par foco fonder la candela; + +cosi` fui sanza lagrime e sospiri + anzi 'l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + +ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?', + +lo gel che m'era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi usci` del petto. + +Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole cosi` poscia: + +<<Voi vigilate ne l'etterno die, + si` che notte ne' sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + +onde la mia risposta e` con piu` cura + che m'intenda colui che di la` piagne, + perche' sia colpa e duol d'una misura. + +Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + +ma per larghezza di grazie divine, + che si` alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste la` non van vicine, + +questi fu tal ne la sua vita nova + virtualmente, ch'ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + +Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro + si fa 'l terren col mal seme e non colto, + quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro. + +Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte volto. + +Si` tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + +Quando di carne a spirto era salita + e bellezza e virtu` cresciuta m'era, + fu' io a lui men cara e men gradita; + +e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + +Ne' l'impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai; si` poco a lui ne calse! + +Tanto giu` cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran gia` corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + +Per questo visitai l'uscio d'i morti + e a colui che l'ha qua su` condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + +Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Lete' si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + +di pentimento che lagrime spanda>>. + + + +Purgatorio: Canto XXXI + + +<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>, + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m'era paruto acro, + +ricomincio`, seguendo sanza cunta, + <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta>>. + +Era la mia virtu` tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + +Poco sofferse; poi disse: <<Che pense? + Rispondi a me; che' le memorie triste + in te non sono ancor da l'acqua offense>>. + +Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + +Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa la sua corda e l'arco, + e con men foga l'asta il segno tocca, + +si` scoppia' io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allento` per lo suo varco. + +Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di la` dal qual non e` a che s'aspiri, + +quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti cosi` spogliar la spene? + +E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?>>. + +Dopo la tratta d'un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + +Piangendo dissi: <<Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che 'l vostro viso si nascose>>. + +Ed ella: <<Se tacessi o se negassi + cio` che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + +Ma quando scoppia de la propria gota + l'accusa del peccato, in nostra corte + rivolge se' contra 'l taglio la rota. + +Tuttavia, perche' mo vergogna porte + del tuo errore, e perche' altra volta, + udendo le serene, sie piu` forte, + +pon giu` il seme del piangere e ascolta: + si` udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + +Mai non t'appresento` natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch'io + rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte; + +e se 'l sommo piacer si` ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + +Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era piu` tale. + +Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar piu` colpo, o pargoletta + o altra vanita` con si` breve uso. + +Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d'i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta>>. + +Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e se' riconoscendo e ripentuti, + +tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando + per udir se' dolente, alza la barba, + e prenderai piu` doglia riguardando>>. + +Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + +ch'io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l'argomento. + +E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersion l'occhio comprese; + +e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch'e` sola una persona in due nature. + +Sotto 'l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi piu` se' stessa antica, + vincer che l'altre qui, quand'ella c'era. + +Di penter si` mi punse ivi l'ortica + che di tutte altre cose qual mi torse + piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica. + +Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch'io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + +Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi, + la donna ch'io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>. + +Tratto m'avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l'acqua lieve come scola. + +Quando fui presso a la beata riva, + 'Asperges me' si` dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva. + +La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi. + +Indi mi tolse, e bagnato m'offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + +<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle: + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + +Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di la`, che miran piu` profondo>>. + +Cosi` cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + +Disser: <<Fa che le viste non risparmi; + posto t'avem dinanzi a li smeraldi + ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>. + +Mille disiri piu` che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra 'l grifone stavan saldi. + +Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + +Pensa, lettor, s'io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in se' star queta, + e ne l'idolo suo si trasmutava. + +Mentre che piena di stupore e lieta + l'anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di se', di se' asseta, + +se' dimostrando di piu` alto tribo + ne li atti, l'altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + +<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>, + era la sua canzone, <<al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + +Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, si` che discerna + la seconda bellezza che tu cele>>. + +O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l'ombra + si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + +che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + la` dove armonizzando il ciel t'adombra, + +quando ne l'aere aperto ti solvesti? + + + +Purgatorio: Canto XXXII + + +Tant'eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m'eran tutti spenti. + +Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler - cosi` lo santo riso + a se' traeli con l'antica rete! -; + +quando per forza mi fu volto il viso + ver' la sinistra mia da quelle dee, + perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>; + +e la disposizion ch'a veder ee + ne li occhi pur teste' dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fee. + +Ma poi ch'al poco il viso riformossi + (e dico 'al poco' per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + +vidi 'n sul braccio destro esser rivolto + lo glorioso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + +Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e se' gira col segno, + prima che possa tutta in se' mutarsi; + +quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + +Indi a le rote si tornar le donne, + e 'l grifon mosse il benedetto carco + si`, che pero` nulla penna crollonne. + +La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fe' l'orbita sua con minore arco. + +Si` passeggiando l'alta selva vota, + colpa di quella ch'al serpente crese, + temprava i passi un'angelica nota. + +Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Beatrice scese. + +Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo. + +La coma sua, che tanto si dilata + piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi + ne' boschi lor per altezza ammirata. + +<<Beato se', grifon, che non discindi + col becco d'esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi>>. + +Cosi` dintorno a l'albero robusto + gridaron li altri; e l'animal binato: + <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>. + +E volto al temo ch'elli avea tirato, + trasselo al pie` de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lascio` legato. + +Come le nostre piante, quando casca + giu` la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + +turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che 'l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + +men che di rose e piu` che di viole + colore aprendo, s'innovo` la pianta, + che prima avea le ramora si` sole. + +Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta + l'inno che quella gente allor cantaro, + ne' la nota soffersi tutta quanta. + +S'io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro; + +come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com'io m'addormentai; + ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga. + +Pero` trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo + del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>. + +Quali a veder de' fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetue nozze fa nel cielo, + +Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + +e videro scemata loro scuola + cosi` di Moise` come d'Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + +tal torna' io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de' miei passi lungo 'l fiume pria. + +E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>. + Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + +Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo 'l grifon sen vanno suso + con piu` dolce canzone e piu` profonda>>. + +E se piu` fu lo suo parlar diffuso, + non so, pero` che gia` ne li occhi m'era + quella ch'ad altro intender m'avea chiuso. + +Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata li` del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + +In cerchio le facean di se' claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d'Aquilone e d'Austro. + +<<Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo e` romano. + +Pero`, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di la`, fa che tu scrive>>. + +Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d'i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov'ella volle diedi. + +Non scese mai con si` veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che piu` va remoto, + +com'io vidi calar l'uccel di Giove + per l'alber giu`, rompendo de la scorza, + non che d'i fiori e de le foglie nove; + +e feri` 'l carro di tutta sua forza; + ond'el piego` come nave in fortuna, + vinta da l'onda, or da poggia, or da orza. + +Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del triunfal veiculo una volpe + che d'ogne pasto buon parea digiuna; + +ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l'ossa sanza polpe. + +Poscia per indi ond'era pria venuta, + l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca + del carro e lasciar lei di se' pennuta; + +e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce usci` del cielo e cotal disse: + <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>. + +Poi parve a me che la terra s'aprisse + tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro su` la coda fisse; + +e come vespa che ritragge l'ago, + a se' traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + +Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + +si ricoperse, e funne ricoperta + e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto + che piu` tiene un sospir la bocca aperta. + +Trasformato cosi` 'l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra 'l temo e una in ciascun canto. + +Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + +Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m'apparve con le ciglia intorno pronte; + +e come perche' non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e baciavansi insieme alcuna volta. + +Ma perche' l'occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagello` dal capo infin le piante; + +poi, di sospetto pieno e d'ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + +a la puttana e a la nova belva. + + + +Purgatorio: Canto XXXIII + + +'Deus, venerunt gentes', alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + +e Beatrice sospirosa e pia, + quelle ascoltava si` fatta, che poco + piu` a la croce si cambio` Maria. + +Ma poi che l'altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pe`, + rispuose, colorata come foco: + +'Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me'. + +Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo se', solo accennando, mosse + me e la donna e 'l savio che ristette. + +Cosi` sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + +e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>, + mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>. + +Si` com'io fui, com'io dovea, seco, + dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti + a domandarmi omai venendo meco?>>. + +Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti. + +avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: <<Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>. + +Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + si` che non parli piu` com'om che sogna. + +Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe + fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + +Non sara` tutto tempo sanza reda + l'aguglia che lascio` le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + +ch'io veggio certamente, e pero` il narro, + a darne tempo gia` stelle propinque, + secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro, + +nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, ancidera` la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + +E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia; + +ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + +Tu nota; e si` come da me son porte, + cosi` queste parole segna a' vivi + del viver ch'e` un correre a la morte. + +E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch'e` or due volte dirubata quivi. + +Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l'uso suo la creo` santa. + +Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e piu` l'anima prima + bramo` colui che 'l morso in se' punio. + +Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e si` travolta ne la cima. + +E se stati non fossero acqua d'Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa, + +per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l'interdetto, + conosceresti a l'arbor moralmente. + +Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + si` che t'abbaglia il lume del mio detto, + +voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che 'l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto>>. + +E io: <<Si` come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato e` or da voi lo mio cervello. + +Ma perche' tanto sovra mia veduta + vostra parola disiata vola, + che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>. + +<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola + c'hai seguitata, e veggi sua dottrina + come puo` seguitar la mia parola; + +e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che piu` alto festina>>. + +Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda + ch'i' straniasse me gia` mai da voi, + ne' honne coscienza che rimorda>>. + +<<E se tu ricordar non te ne puoi>>, + sorridendo rispuose, <<or ti rammenta + come bevesti di Lete` ancoi; + +e se dal fummo foco s'argomenta, + cotesta oblivion chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + +Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude>>. + +E piu` corusco e con piu` lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e la`, come li aspetti, fassi + +quando s'affisser, si` come s'affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + +le sette donne al fin d'un'ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta. + +Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri + veder mi parve uscir d'una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + +<<O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua e` questa che qui si dispiega + da un principio e se' da se' lontana?>>. + +Per cotal priego detto mi fu: <<Priega + Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + +la bella donna: <<Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>. + +E Beatrice: <<Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura. + +Ma vedi Eunoe` che la` diriva: + menalo ad esso, e come tu se' usa, + la tramortita sua virtu` ravviva>>. + +Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che e` per segno fuor dischiusa; + +cosi`, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: <<Vien con lui>>. + +S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio + da scrivere, i' pur cantere' in parte + lo dolce ber che mai non m'avria sazio; + +ma perche' piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte. + +Io ritornai da la santissima onda + rifatto si` come piante novelle + rinnovellate di novella fronda, + +puro e disposto a salire alle stelle. + + + + + +End of this Project Gutenberg E-text of +Divina Commedia di Dante: Purgatorio [7-bit text] + diff --git a/old/998.zip b/old/998.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..b9a0c1a --- /dev/null +++ b/old/998.zip |
