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+The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by Dante Alighieri
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
+most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
+of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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+will have to check the laws of the country where you are located before
+using this eBook.
+
+Title: La Divina Commedia di Dante
+ Purgatorio
+
+Author: Dante Alighieri
+
+Release Date: August, 1997 [eBook #998]
+[Most recently updated: April 25, 2021]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
+
+
+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***
+
+
+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+di Dante Alighieri
+
+CANTICA II: PURGATORIO
+
+
+Contents
+
+ PURGATORIO
+ Canto I.
+ Canto II.
+ Canto III.
+ Canto IV.
+ Canto V.
+ Canto VI.
+ Canto VII.
+ Canto VIII.
+ Canto IX.
+ Canto X.
+ Canto XI.
+ Canto XII.
+ Canto XIII.
+ Canto XIV.
+ Canto XV.
+ Canto XVI.
+ Canto XVII.
+ Canto XVIII.
+ Canto XIX.
+ Canto XX.
+ Canto XXI.
+ Canto XXII.
+ Canto XXIII.
+ Canto XXIV.
+ Canto XXV.
+ Canto XXVI.
+ Canto XXVII.
+ Canto XXVIII.
+ Canto XXIX.
+ Canto XXX.
+ Canto XXXI.
+ Canto XXXII.
+ Canto XXXIII.
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+omai la navicella del mio ingegno,
+che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+e canterò di quel secondo regno
+dove l’umano spirito si purga
+e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poesì resurga,
+o sante Muse, poi che vostro sono;
+e qui Calïopè alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+di cui le Piche misere sentiro
+lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color d’orïental zaffiro,
+che s’accoglieva nel sereno aspetto
+del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricominciò diletto,
+tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+Lo bel pianeto che d’amar conforta
+faceva tutto rider l’orïente,
+velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+oh settentrïonal vedovo sito,
+poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+Com’ io da loro sguardo fui partito,
+un poco me volgendo a l ’altro polo,
+là onde ’l Carro già era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+degno di tanta reverenza in vista,
+che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+portava, a’ suoi capelli simigliante,
+de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+«Chi siete voi che contro al cieco fiume
+fuggita avete la pregione etterna?»,
+diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+uscendo fuor de la profonda notte
+che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi d’abisso così rotte?
+o è mutato in ciel novo consiglio,
+che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+e con parole e con mani e con cenni
+reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+donna scese del ciel, per li cui prieghi
+de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai l’ultima sera;
+ma per la sua follia le fu sì presso,
+che molto poco tempo a volger era.
+
+Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+per lui campare; e non lì era altra via
+che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+e ora intendo mostrar quelli spirti
+che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+de l’alto scende virtù che m’aiuta
+conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+libertà va cercando, ch’è sì cara,
+come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+in Utica la morte, ove lasciasti
+la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ché questi vive e Minòs me non lega;
+ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+o santo petto, che per tua la tegni:
+per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+grazie riporterò di te a lei,
+se d’esser mentovato là giù degni».
+
+«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+«che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di là dal mal fiume dimora,
+più muover non mi può, per quella legge
+che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+Ma se donna del ciel ti move e regge,
+come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ché non si converria, l’occhio sorpriso
+d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+là giù colà dove la batte l’onda,
+porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+null’ altra pianta che facesse fronda
+o indurasse, vi puote aver vita,
+però ch’a le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+prendere il monte a più lieve salita».
+
+Così sparì; e io sù mi levai
+sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+volgianci in dietro, ché di qua dichina
+questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+L’alba vinceva l’ora mattutina
+che fuggia innanzi, sì che di lontano
+conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+com’ om che torna a la perduta strada,
+che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+pugna col sole, per essere in parte
+dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su l’erbetta sparte
+soavemente ’l mio maestro pose:
+ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ivi mi fece tutto discoverto
+quel color che l’inferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+che mai non vide navicar sue acque
+omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+oh maraviglia! ché qual elli scelse
+l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto II
+
+
+Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+lo cui meridïan cerchio coverchia
+Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+uscia di Gange fuor con le Bilance,
+che le caggion di man quando soverchia;
+
+sì che le bianche e le vermiglie guance,
+là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+come gente che pensa a suo cammino,
+che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+per li grossi vapor Marte rosseggia
+giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+un lume per lo mar venir sì ratto,
+che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+l’occhio per domandar lo duca mio,
+rividil più lucente e maggior fatto.
+
+Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+un non sapeva che bianco, e di sotto
+a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+mentre che i primi bianchi apparver ali;
+allor che ben conobbe il galeotto,
+
+gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+sì che remo non vuol, né altro velo
+che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+trattando l’aere con l’etterne penne,
+che non si mutan come mortal pelo».
+
+Poi, come più e più verso noi venne
+l’uccel divino, più chiaro appariva:
+per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+con un vasello snelletto e leggero,
+tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+tal che faria beato pur descripto;
+e più di cento spirti entro sediero.
+
+‘In exitu Isräel de Aegypto’
+cantavan tutti insieme ad una voce
+con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase lì, selvaggia
+parea del loco, rimirando intorno
+come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+lo sol, ch’avea con le saette conte
+di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alzò la fronte
+ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+mostratene la via di gire al monte».
+
+E Virgilio rispuose: «Voi credete
+forse che siamo esperti d’esto loco;
+ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+per altra via, che fu sì aspra e forte,
+che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+L’anime, che si fuor di me accorte,
+per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+tragge la gente per udir novelle,
+e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+così al viso mio s’affisar quelle
+anime fortunate tutte quante,
+quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+per abbracciarmi con sì grande affetto,
+che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse ch’io posasse;
+allor conobbi chi era, e pregai
+che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+«Casella mio, per tornar altra volta
+là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+se quei che leva quando e cui li piace,
+più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ché di giusto voler lo suo si face:
+veramente da tre mesi elli ha tolto
+chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+dove l’acqua di Tevero s’insala,
+benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+però che sempre quivi si ricoglie
+qual verso Acheronte non si cala».
+
+E io: «Se nuova legge non ti toglie
+memoria o uso a l’amoroso canto
+che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di ciò ti piaccia consolare alquanto
+l’anima mia, che, con la sua persona
+venendo qui, è affannata tanto!».
+
+‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+cominciò elli allor sì dolcemente,
+che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+ch’eran con lui parevan sì contenti,
+come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare è questo?
+Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+li colombi adunati a la pastura,
+queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+subitamente lasciano star l’esca,
+perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+così vid’ io quella masnada fresca
+lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+dispergesse color per la campagna,
+rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+e come sare’ io sanza lui corso?
+chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da sé stesso rimorso:
+o dignitosa coscïenza e netta,
+come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+rotto m’era dinanzi a la figura,
+ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+a dir mi cominciò tutto rivolto;
+«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+Vespero è già colà dov’ è sepolto
+lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+non ti maravigliar più che d’i cieli
+che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+simili corpi la Virtù dispone
+che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+Matto è chi spera che nostra ragione
+possa trascorrer la infinita via
+che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ché, se potuto aveste veder tutto,
+mestier non era parturir Maria;
+
+e disïar vedeste sanza frutto
+tai che sarebbe lor disio quetato,
+ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+io dico d’Aristotile e di Plato
+e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+e più non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+quivi trovammo la roccia sì erta,
+che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+la più rotta ruina è una scala,
+verso di quella, agevole e aperta.
+
+«Or chi sa da qual man la costa cala»,
+disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+«sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+essaminava del cammin la mente,
+e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra m’apparì una gente
+d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+e non pareva, sì venïan lente.
+
+«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ecco di qua chi ne darà consiglio,
+se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+Guardò allora, e con libero piglio
+rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+i’ dico dopo i nostri mille passi,
+quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+Virgilio incominciò, «per quella pace
+ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ditene dove la montagna giace,
+sì che possibil sia l’andare in suso;
+ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+sì vid’ io muovere a venir la testa
+di quella mandra fortunata allotta,
+pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+la luce in terra dal mio destro canto,
+sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+e tutti li altri che venieno appresso,
+non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+«Sanza vostra domanda io vi confesso
+che questo è corpo uman che voi vedete;
+per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+che non sanza virtù che da ciel vegna
+cerchi di soverchiar questa parete».
+
+Così ’l maestro; e quella gente degna
+«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incominciò: «Chiunque
+tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+nepote di Costanza imperadrice;
+ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+di due punte mortali, io mi rendei,
+piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+di me fu messo per Clemente allora,
+avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+in co del ponte presso a Benevento,
+sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+Per lor maladizion sì non si perde,
+che non possa tornar, l’etterno amore,
+mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero è che quale in contumacia more
+di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+in sua presunzïon, se tal decreto
+più corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+revelando a la mia buona Costanza
+come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+che alcuna virtù nostra comprenda,
+l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+par ch’a nulla potenza più intenda;
+e questo è contra quello error che crede
+ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+E però, quando s’ode cosa o vede
+che tegna forte a sé l’anima volta,
+vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+e altra è quella c’ha l’anima intera:
+questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+udendo quello spirto e ammirando;
+ché ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non m’era accorto, quando
+venimmo ove quell’ anime ad una
+gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+con una forcatella di sue spine
+l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+che non era la calla onde salìne
+lo duca mio, e io appresso, soli,
+come da noi la schiera si partìne.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+dico con l’ale snelle e con le piume
+del gran disio, di retro a quel condotto
+che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+pur su al monte dietro a me acquista,
+fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+e la costa superba più assai
+che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+«O dolce padre, volgiti, e rimira
+com’ io rimango sol, se non restai».
+
+«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+additandomi un balzo poco in sùe
+che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+Sì mi spronaron le parole sue,
+ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+poscia li alzai al sole, e ammirava
+che da sinistra n’eravam feriti.
+
+Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+stupido tutto al carro de la luce,
+ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+fossero in compagnia di quello specchio
+che sù e giù del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ancora a l’Orse più stretto rotare,
+se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+dentro raccolto, imagina Sïòn
+con questo monte in su la terra stare
+
+sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+e diversi emisperi; onde la strada
+che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+là dove mio ingegno parea manco,
+
+che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+per la ragion che di’, quinci si parte
+verso settentrïon, quanto li Ebrei
+vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+più che salir non posson li occhi miei».
+
+Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+che sempre al cominciar di sotto è grave;
+e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+Però, quand’ ella ti parrà soave
+tanto, che sù andar ti fia leggero
+com’ a seconda giù andar per nave,
+
+allor sarai al fin d’esto sentiero;
+quivi di riposar l’affanno aspetta.
+Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+E com’ elli ebbe sua parola detta,
+una voce di presso sonò: «Forse
+che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+e vedemmo a mancina un gran petrone,
+del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+Là ci traemmo; e ivi eran persone
+che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+sedeva e abbracciava le ginocchia,
+tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+colui che mostra sé più negligente
+che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+movendo ’l viso pur su per la coscia,
+e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+che m’avacciava un poco ancor la lena,
+non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+mosser le labbra mie un poco a riso;
+poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perché assiso
+quiritto se’? attendi tu iscorta,
+o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+di fuor da essa, quanto fece in vita,
+per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazïone in prima non m’aita
+che surga sù di cuor che in grazia viva;
+l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+E già il poeta innanzi mi saliva,
+e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+meridïan dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto V
+
+
+Io era già da quell’ ombre partito,
+e seguitava l’orme del mio duca,
+quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+una gridò: «Ve’ che non par che luca
+lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+e come vivo par che si conduca!».
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+e vidile guardar per maraviglia
+pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+sta come torre ferma, che non crolla
+già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+Dissilo, alquanto del color consperso
+che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+E ’ntanto per la costa di traverso
+venivan genti innanzi a noi un poco,
+cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+«Di vostra condizion fatene saggi».
+
+E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+e ritrarre a color che vi mandaro
+che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+com’ io avviso, assai è lor risposto:
+fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+di prima notte mai fender sereno,
+né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+come schiera che scorre sanza freno.
+
+«Questa gente che preme a noi è molta,
+e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+«però pur va, e in andando ascolta».
+
+«O anima che vai per esser lieta
+con quelle membra con le quai nascesti»,
+venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+sì che di lui di là novella porti:
+deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+Noi fummo tutti già per forza morti,
+e peccatori infino a l’ultima ora;
+quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+sì che, pentendo e perdonando, fora
+di vita uscimmo a Dio pacificati,
+che del disio di sé veder n’accora».
+
+E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io farò per quella pace
+che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+E uno incominciò: «Ciascun si fida
+del beneficio tuo sanza giurarlo,
+pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ti priego, se mai vedi quel paese
+che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+in Fano, sì che ben per me s’adori
+pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+là dov’ io più sicuro esser credea:
+quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+assai più là che dritto non volea.
+
+Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ancor sarei di là dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+de le mie vene farsi in terra laco».
+
+Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+si compia che ti tragge a l’alto monte,
+con buona pïetate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+Giovanna o altri non ha di me cura;
+per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ti travïò sì fuor di Campaldino,
+che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+arriva’ io forato ne la gola,
+fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola;
+nel nome di Maria fini’, e quivi
+caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui l’etterno
+per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+quell’ umido vapor che in acqua riede,
+tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+per la virtù che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+da Pratomagno al gran giogo coperse
+di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ver’ lo fiume real tanto veloce
+si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+e riposato de la lunga via»,
+seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+«ricorditi di me, che son la Pia;
+Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+salsi colui che ’nnanellata pria
+
+disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+colui che perde si riman dolente,
+repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con l’altro se ne va tutta la gente;
+qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non s’arresta, e questo e quello intende;
+a cui porge la man, più non fa pressa;
+e così da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+Federigo Novello, e quel da Pisa
+che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e l’anima divisa
+dal corpo suo per astio e per inveggia,
+com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+sì che però non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+o luce mia, espresso in alcun testo
+che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+sarebbe dunque loro speme vana,
+o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+e la speranza di costor non falla,
+se ben si guarda con la mente sana;
+
+ché cima di giudicio non s’avvalla
+perché foco d’amor compia in un punto
+ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+e là dov’ io fermai cotesto punto,
+non s’ammendava, per pregar, difetto,
+perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a così alto sospetto
+non ti fermar, se quella nol ti dice
+che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+di questo monte, ridere e felice».
+
+E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ché già non m’affatico come dianzi,
+e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+rispuose, «quanto più potremo omai;
+ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie là sù, tornar vedrai
+colui che già si cuopre de la costa,
+sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi là un’anima che, posta
+sola soletta, inverso noi riguarda:
+quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+come ti stavi altera e disdegnosa
+e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ma lasciavane gir, solo sguardando
+a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+che ne mostrasse la miglior salita;
+e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+non donna di province, ma bordello!
+
+Quell’ anima gentil fu così presta,
+sol per lo dolce suon de la sua terra,
+di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perché ti racconciasse il freno
+Iustinïano, se la sella è vòta?
+Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+e lasciar seder Cesare in la sella,
+se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera è fatta fella
+per non esser corretta da li sproni,
+poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco ch’abbandoni
+costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+per cupidigia di costà distretti,
+che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+color già tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+vedova e sola, e dì e notte chiama:
+«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+e se nulla di noi pietà ti move,
+a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m’è, o sommo Giove
+che fosti in terra per noi crucifisso,
+son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O è preparazion che ne l’abisso
+del tuo consiglio fai per alcun bene
+in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+Ché le città d’Italia tutte piene
+son di tiranni, e un Marcel diventa
+ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+di questa digression che non ti tocca,
+mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ma il popol tuo solicito risponde
+sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+l’antiche leggi e furon sì civili,
+fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+provedimenti, ch’a mezzo novembre
+non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+legge, moneta, officio e costume
+hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+vedrai te somigliante a quella inferma
+che non può trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VII
+
+
+Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+furo iterate tre e quattro volte,
+Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+«Anzi che a questo monte fosser volte
+l’anime degne di salire a Dio,
+fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+lo ciel perdei che per non aver fé».
+Così rispuose allora il duca mio.
+
+Qual è colui che cosa innanzi sé
+sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+e umilmente ritornò ver’ lui,
+e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+«O gloria di Latin», disse, «per cui
+mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+S’io son d’udir le tue parole degno,
+dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+«Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+rispuose lui, «son io di qua venuto;
+virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+a veder l’alto Sol che tu disiri
+e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ma di tenebre solo, ove i lamenti
+non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+dai denti morsi de la morte avante
+che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+virtù non si vestiro, e sanza vizio
+conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+dà noi per che venir possiam più tosto
+là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+licito m’è andar suso e intorno;
+per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+Ma vedi già come dichina il giorno,
+e andar sù di notte non si puote;
+però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote;
+se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+e non sanza diletto ti fier note».
+
+«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+salir di notte, fora elli impedito
+d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+dicendo: «Vedi? sola questa riga
+non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+non però ch’altra cosa desse briga,
+che la notturna tenebra, ad ir suso;
+quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+e passeggiar la costa intorno errando,
+mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ch’aver si può diletto dimorando».
+
+Poco allungati c’eravam di lici,
+quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+dove la costa face di sé grembo;
+e là il novo giorno attenderemo».
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+che ne condusse in fianco de la lacca,
+là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+indaco, legno lucido e sereno,
+fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+posti, ciascun saria di color vinto,
+come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ma di soavità di mille odori
+vi facea uno incognito e indistinto.
+
+‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+quindi seder cantando anime vidi,
+che per la valle non parean di fuori.
+
+«Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+«tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+conoscerete voi di tutti quanti,
+che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+Colui che più siede alto e fa sembianti
+d’aver negletto ciò che far dovea,
+e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+sì che tardi per altri si ricrea.
+
+L’altro che ne la vista lui conforta,
+resse la terra dove l’acqua nasce
+che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate là come si batte il petto!
+L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+sanno la vita sua viziata e lorda,
+e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+cantando, con colui dal maschio naso,
+d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+lo giovanetto che retro a lui siede,
+ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de l’altre rede;
+Iacomo e Federigo hanno i reami;
+del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+l’umana probitate; e questo vole
+quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+quanto, più che Beatrice e Margherita,
+Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che più basso tra costor s’atterra,
+guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto VIII
+
+
+Era già l’ora che volge il disio
+ai navicanti e ’ntenerisce il core
+lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin d’amore
+punge, se ode squilla di lontano
+che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand’ io incominciai a render vano
+l’udire e a mirare una de l’alme
+surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e levò ambo le palme,
+ficcando li occhi verso l’orïente,
+come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+‘Te lucis ante’ sì devotamente
+le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+che fece me a me uscir di mente;
+
+e l’altre poi dolcemente e devote
+seguitar lei per tutto l’inno intero,
+avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+tacito poscia riguardare in sùe,
+quasi aspettando, palido e umìle;
+
+e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+due angeli con due spade affocate,
+tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+erano in veste, che da verdi penne
+percosse traean dietro e ventilate.
+
+L’un poco sovra noi a star si venne,
+e l’altro scese in l’opposita sponda,
+sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+«Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+disse Sordello, «a guardia de la valle,
+per lo serpente che verrà vie via».
+
+Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+e fui di sotto, e vidi un che mirava
+pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+a piè del monte per le lontane acque?».
+
+«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+venni stamane, e sono in prima vita,
+ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+E come fu la mia risposta udita,
+Sordello ed elli in dietro si raccolse
+come gente di sùbito smarrita.
+
+L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+che tu dei a colui che sì nasconde
+lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+quando sarai di là da le larghe onde,
+dì a Giovanna mia che per me chiami
+là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre più m’ami,
+poscia che trasmutò le bianche bende,
+le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+quanto in femmina foco d’amor dura,
+se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+Non le farà sì bella sepultura
+la vipera che Melanesi accampa,
+com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+Così dicea, segnato de la stampa,
+nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+pur là dove le stelle son più tarde,
+sì come rota più presso a lo stelo.
+
+E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+E io a lui: «A quelle tre facelle
+di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+che vedevi staman, son di là basse,
+e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+la picciola vallea, era una biscia,
+forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e però dicer non posso,
+come mosser li astor celestïali;
+ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+suso a le poste rivolando iguali.
+
+L’ombra che s’era al giudice raccolta
+quando chiamò, per tutto quello assalto
+punto non fu da me guardare sciolta.
+
+«Se la lucerna che ti mena in alto
+truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+cominciò ella, «se novella vera
+di Val di Magra o di parte vicina
+sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+non son l’antico, ma di lui discesi;
+a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+già mai non fui; ma dove si dimora
+per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+grida i segnori e grida la contrada,
+sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+che vostra gente onrata non si sfregia
+del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura sì la privilegia,
+che, perché il capo reo il mondo torca,
+sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+sette volte nel letto che ’l Montone
+con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinïone
+ti fia chiavata in mezzo de la testa
+con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+già s’imbiancava al balco d’orïente,
+fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+poste in figura del freddo animale
+che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de’ passi con che sale,
+fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne l’ora che comincia i tristi lai
+la rondinella presso a la mattina,
+forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+più da la carne e men da’ pensier presa,
+a le sue visïon quasi è divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea là dove fuoro
+abbandonati i suoi da Ganimede,
+quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+pur qui per uso, e forse d’altro loco
+disdegna di portarne suso in piede’.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+terribil come folgor discendesse,
+e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+li occhi svegliati rivolgendo in giro
+e non sappiendo là dove si fosse,
+
+quando la madre da Chirón a Schiro
+trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato m’era solo il mio conforto,
+e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+«Non aver tema», disse il mio segnore;
+«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+quando l’anima tua dentro dormia,
+sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+lasciatemi pigliar costui che dorme;
+sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+e che muta in conforto sua paura,
+poi che la verità li è discoperta,
+
+mi cambia’ io; e come sanza cura
+vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+la mia matera, e però con più arte
+non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+che là dove pareami prima rotto,
+pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+per gire ad essa, di color diversi,
+e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+E come l’occhio più e più v’apersi,
+vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+e una spada nuda avëa in mano,
+che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+«Dite costinci: che volete voi?»,
+cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ricominciò il cortese portinaio:
+«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+bianco marmo era sì pulito e terso,
+ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto più che perso,
+d’una petrina ruvida e arsiccia,
+crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+porfido mi parea, sì fiammeggiante
+come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tenëa ambo le piante
+l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi sù di buona voglia
+mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+d’un color fora col suo vestimento;
+e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+pria con la bianca e poscia con la gialla
+fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+che non si volga dritta per la toppa»,
+diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+E quando fuor ne’ cardini distorti
+li spigoli di quella regge sacra,
+che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+Tarpëa, come tolto le fu il buono
+Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+quando a cantar con organi si stea;
+
+ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+che ’l mal amor de l’anime disusa,
+perché fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti’ esser richiusa;
+e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+che si moveva e d’una e d’altra parte,
+sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+«Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+tanto che pria lo scemo de la luna
+rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ma quando fummo liberi e aperti
+sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ïo stancato e amendue incerti
+di nostra via, restammo in su un piano
+solingo più che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+al piè de l’alta ripa che pur sale,
+misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+or dal sinistro e or dal destro fianco,
+questa cornice mi parea cotale.
+
+Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+quand’ io conobbi quella ripa intorno
+che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+L’angel che venne in terra col decreto
+de la molt’ anni lagrimata pace,
+ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva sì verace
+quivi intagliato in un atto soave,
+che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+perché iv’ era imaginata quella
+ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+come figura in cera si suggella.
+
+«Non tener pur ad un loco la mente»,
+disse ’l dolce maestro, che m’avea
+da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+di retro da Maria, da quella costa
+onde m’era colui che mi movea,
+
+un’altra storia ne la roccia imposta;
+per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato lì nel marmo stesso
+lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+Similemente al fummo de li ’ncensi
+che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+e al sì e al no discordi fensi.
+
+Lì precedeva al benedetto vaso,
+trescando alzato, l’umile salmista,
+e più e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigïata ad una vista
+d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+sì come donna dispettosa e trista.
+
+I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+per avvisar da presso un’altra istoria,
+che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+Quiv’ era storïata l’alta gloria
+del roman principato, il cui valore
+mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i’ dico di Traiano imperadore;
+e una vedovella li era al freno,
+di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+come persona in cui dolor s’affretta,
+
+«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+produsse esto visibile parlare,
+novello a noi perché qui non si trova.
+
+Mentr’ io mi dilettava di guardare
+l’imagini di tante umilitadi,
+e per lo fabbro loro a veder care,
+
+«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+mormorava il poeta, «molte genti:
+questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+di buon proponimento per udire
+come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martìre:
+pensa la succession; pensa ch’al peggio
+oltre la gran sentenza non può ire.
+
+Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+muovere a noi, non mi sembian persone,
+e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+Ed elli a me: «La grave condizione
+di lor tormento a terra li rannicchia,
+sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+Ma guarda fiso là, e disviticchia
+col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+che, de la vista de la mente infermi,
+fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+non v’accorgete voi che noi siam vermi
+nati a formar l’angelica farfalla,
+che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che l’animo vostro in alto galla,
+poi siete quasi antomata in difetto,
+sì come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+per mensola talvolta una figura
+si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+nascere ’n chi la vede; così fatti
+vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero è che più e meno eran contratti
+secondo ch’avien più e meno a dosso;
+e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XI
+
+
+«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+non circunscritto, ma per più amore
+ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+da ogne creatura, com’ è degno
+di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ché noi ad essa non potem da noi,
+s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+fan sacrificio a te, cantando osanna,
+così facciano li uomini de’ suoi.
+
+Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+sanza la qual per questo aspro diserto
+a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+E come noi lo mal ch’avem sofferto
+perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virtù che di legger s’adona,
+non spermentar con l’antico avversaro,
+ma libera da lui che sì la sprona.
+
+Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ma per color che dietro a noi restaro».
+
+Così a sé e noi buona ramogna
+quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+simile a quel che talvolta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+e lasse su per la prima cornice,
+purgando la caligine del mondo.
+
+Se di là sempre ben per noi si dice,
+di qua che dire e far per lor si puote
+da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+Ben si de’ loro atar lavar le note
+che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+possano uscire a le stellate ruote.
+
+«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+tosto, sì che possiate muover l’ala,
+che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver’ la scala
+si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+de la carne d’Adamo onde si veste,
+al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+che dette avea colui cu’ io seguiva,
+non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: «A man destra per la riva
+con noi venite, e troverete il passo
+possibile a salir persona viva.
+
+E s’io non fossi impedito dal sasso
+che la cervice mia superba doma,
+onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+L’antico sangue e l’opere leggiadre
+d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+superbia fa, ché tutti miei consorti
+ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien ch’io questo peso porti
+per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+Ascoltando chinai in giù la faccia;
+e un di lor, non questi che parlava,
+si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+tenendo li occhi con fatica fisi
+a me che tutto chin con loro andava.
+
+«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+che pennelleggia Franco Bolognese;
+l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare’ io stato sì cortese
+mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+e ancor non sarei qui, se non fosse
+che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de l’umane posse!
+com’ poco verde in su la cima dura,
+se non è giunta da l’etati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+sì che la fama di colui è scura.
+
+Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+la gloria de la lingua; e forse è nato
+chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+e muta nome perché muta lato.
+
+Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+da te la carne, che se fossi morto
+anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+Colui che del cammin sì poco piglia
+dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond’ era sire quando fu distrutta
+la rabbia fiorentina, che superba
+fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+La vostra nominanza è color d’erba,
+che viene e va, e quei la discolora
+per cui ella esce de la terra acerba».
+
+E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ed è qui perché fu presuntüoso
+a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito è così e va, sanza riposo,
+poi che morì; cotal moneta rende
+a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+E io: «Se quello spirito ch’attende,
+pria che si penta, l’orlo de la vita,
+qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+se buona orazïon lui non aita,
+prima che passi tempo quanto visse,
+come fu la venuta lui largita?».
+
+«Quando vivea più glorïoso», disse,
+«liberamente nel Campo di Siena,
+ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+m’andava io con quell’ anima carca,
+fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+con la persona, avvegna che i pensieri
+mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io m’era mosso, e seguia volontieri
+del mio maestro i passi, e amendue
+già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+buon ti sarà, per tranquillar la via,
+veder lo letto de le piante tue».
+
+Come, perché di lor memoria sia,
+sovra i sepolti le tombe terragne
+portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+onde lì molte volte si ripiagne
+per la puntura de la rimembranza,
+che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+secondo l’artificio, figurato
+quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+più ch’altra creatura, giù dal cielo
+folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+Vedëa Brïareo fitto dal telo
+celestïal giacer, da l’altra parte,
+grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+armati ancora, intorno al padre loro,
+mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+quasi smarrito, e riguardar le genti
+che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+O Nïobè, con che occhi dolenti
+vedea io te segnata in su la strada,
+tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Saùl, come in su la propria spada
+quivi parevi morto in Gelboè,
+che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+O folle Aragne, sì vedea io te
+già mezza ragna, trista in su li stracci
+de l’opera che mal per te si fé.
+
+O Roboàm, già non par che minacci
+quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+come Almeon a sua madre fé caro
+parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+o Ilïón, come te basso e vile
+mostrava il segno che lì si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+non vide mei di me chi vide il vero,
+quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Più era già per noi del monte vòlto
+e del cammin del sole assai più speso
+che non stimava l’animo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+andava, cominciò: «Drizza la testa;
+non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+Vedi colà un angel che s’appresta
+per venir verso noi; vedi che torna
+dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi venìa la creatura bella,
+biancovestito e ne la faccia quale
+par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+o gente umana, per volar sù nata,
+perché a poco vento così cadi?».
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+quivi mi batté l’ali per la fronte;
+poi mi promise sicura l’andata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+dove siede la chiesa che soggioga
+la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar l’ardita foga
+per le scalee che si fero ad etade
+ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+così s’allenta la ripa che cade
+quivi ben ratta da l’altro girone;
+ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+da l’infernali! ché quivi per canti
+s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+Già montavam su per li scaglion santi,
+ed esser mi parea troppo più lieve
+che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+levata s’è da me, che nulla quasi
+per me fatica, andando, si riceve?».
+
+Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ancor nel volto tuo presso che stinti,
+saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+che non pur non fatica sentiranno,
+ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+Allor fec’ io come color che vanno
+con cosa in capo non da lor saputa,
+se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar s’aiuta,
+e cerca e truova e quello officio adempie
+che non si può fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+trovai pur sei le lettere che ’ncise
+quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+dove secondamente si risega
+lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi così una cornice lega
+dintorno il poggio, come la primaia;
+se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+Ombra non lì è né segno che si paia:
+parsi la ripa e parsi la via schietta
+col livido color de la petraia.
+
+«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ragionava il poeta, «io temo forse
+che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+fece del destro lato a muover centro,
+e la sinistra parte di sé torse.
+
+«O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+s’altra ragione in contrario non ponta,
+esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+tanto di là eravam noi già iti,
+con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+non però visti, spiriti parlando
+a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+La prima voce che passò volando
+‘Vinum non habent’ altamente disse,
+e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+E com’ io domandai, ecco la terza
+dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+la colpa de la invidia, e però sono
+tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+credo che l’udirai, per mio avviso,
+prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+Allora più che prima li occhi apersi;
+guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco più avanti,
+udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+omo sì duro, che non fosse punto
+per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+che li atti loro a me venivan certi,
+per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Così li ciechi a cui la roba falla,
+stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+non pur per lo sonar de le parole,
+ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+si fa però che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+veggendo altrui, non essendo veduto:
+per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+e però non attese mia dimanda,
+ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+Virgilio mi venìa da quella banda
+de la cornice onde cader si puote,
+perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+da l’altra parte m’eran le divote
+ombre, che per l’orribile costura
+premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+incominciai, «di veder l’alto lume
+che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+di vostra coscïenza sì che chiaro
+per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+s’anima è qui tra voi che sia latina;
+e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+«O frate mio, ciascuna è cittadina
+d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+che vivesse in Italia peregrina».
+
+Questo mi parve per risposta udire
+più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+altri rimendo qui la vita ria,
+lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapìa
+fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+più lieta assai che di ventura mia.
+
+E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+in campo giunti co’ loro avversari,
+e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+passi di fuga; e veggendo la caccia,
+letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+de la mia vita; e ancor non sarebbe
+lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+fatta per esser con invidia vòlti.
+
+Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+l’anima mia del tormento di sotto,
+che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e però mi richiedi,
+spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+di là per te ancor li mortai piedi».
+
+«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+però col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu più brami,
+se mai calchi la terra di Toscana,
+che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+che spera in Talamone, e perderagli
+più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIV
+
+
+«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+prima che morte li abbia dato il volo,
+e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+domandal tu che più li t’avvicini,
+e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ragionavan di me ivi a man dritta;
+poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse l’uno: «O anima che fitta
+nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+per carità ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+tanto maravigliar de la tua grazia,
+quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+E io: «Per mezza Toscana si spazia
+un fiumicel che nasce in Falterona,
+e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+E l’altro disse lui: «Perché nascose
+questi il vocabol di quella riviera,
+pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+E l’ombra che di ciò domandata era,
+si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin là ’ve si rende per ristoro
+di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+vertù così per nimica si fuga
+da tutti come biscia, o per sventura
+del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond’ hanno sì mutata lor natura
+li abitator de la misera valle,
+che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, più degni di galle
+che d’altro cibo fatto in uman uso,
+dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ringhiosi più che non chiede lor possa,
+e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+tanto più trova di can farsi lupi
+la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per più pelaghi cupi,
+trova le volpi sì piene di froda,
+che non temono ingegno che le occùpi.
+
+Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+cacciator di quei lupi in su la riva
+del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+poscia li ancide come antica belva;
+molti di vita e sé di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+lasciala tal, che di qui a mille anni
+ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+si turba il viso di colui ch’ascolta,
+da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+mi fer voglioso di saper lor nomi,
+e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlòmi
+ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+che se veduto avesse uom farsi lieto,
+visto m’avresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+o gente umana, perché poni ’l core
+là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+de la casa da Calboli, ove nullo
+fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ché dentro a questi termini è ripieno
+di venenosi sterpi, sì che tardi
+per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+quando rimembro, con Guido da Prata,
+Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+la casa Traversara e li Anastagi
+(e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+che ne ’nvogliava amore e cortesia
+là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+O Bretinoro, ché non fuggi via,
+poi che gita se n’è la tua famiglia
+e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+lor sen girà; ma non però che puro
+già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+troppo di pianger più che di parlare,
+sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+Noi sapavam che quell’ anime care
+ci sentivano andar; però, tacendo,
+facëan noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+folgore parve quando l’aere fende,
+voce che giunse di contra dicendo:
+
+‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+e fuggì come tuon che si dilegua,
+se sùbito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+che somigliò tonar che tosto segua:
+
+«Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+e allor, per ristrignermi al poeta,
+in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+de l’antico avversaro a sé vi tira;
+e però poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+mostrandovi le sue bellezze etterne,
+e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XV
+
+
+Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+e ’l principio del dì par de la spera
+che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva già inver’ la sera
+essere al sol del suo corso rimaso;
+vespero là, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+perché per noi girato era sì ’l monte,
+che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+a lo splendore assai più che di prima,
+e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ond’ io levai le mani inver’ la cima
+de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da l’acqua o da lo specchio
+salta lo raggio a l’opposita parte,
+salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+dal cader de la pietra in igual tratta,
+sì come mostra esperïenza e arte;
+
+così mi parve da luce rifratta
+quivi dinanzi a me esser percosso;
+per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+«Che è quel, dolce padre, a che non posso
+schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+la famiglia del cielo», a me rispuose:
+«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+Tosto sarà ch’a veder queste cose
+non ti fia grave, ma fieti diletto
+quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+Noi montavam, già partiti di linci,
+e ‘Beati misericordes!’ fue
+cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+suso andavamo; e io pensai, andando,
+prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+«Che volse dir lo spirto di Romagna,
+e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+conosce il danno; e però non s’ammiri
+se ne riprende perché men si piagna.
+
+Perché s’appuntano i vostri disiri
+dove per compagnia parte si scema,
+invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+Ma se l’amor de la spera supprema
+torcesse in suso il disiderio vostro,
+non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+tanto possiede più di ben ciascuno,
+e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+«Io son d’esser contento più digiuno»,
+diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+in più posseditor, faccia più ricchi
+di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+la mente pur a le cose terrene,
+di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+che là sù è, così corre ad amore
+com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+sì che, quantunque carità si stende,
+cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+E quanta gente più là sù s’intende,
+più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+come son già le due, le cinque piaghe,
+che si richiudon per esser dolente».
+
+Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+vidimi giunto in su l’altro girone,
+sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visïone
+estatica di sùbito esser tratto,
+e vedere in un tempio più persone;
+
+e una donna, in su l’entrar, con atto
+dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+perché hai tu così verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ciò che pareva prima, dispario.
+
+Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+giù per le gote che ’l dolor distilla
+quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+«Che farem noi a chi mal ne disira,
+se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+Poi vidi genti accese in foco d’ira
+con pietre un giovinetto ancider, forte
+gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+che perdonasse a’ suoi persecutori,
+con quello aspetto che pietà diserra.
+
+Quando l’anima mia tornò di fori
+a le cose che son fuor di lei vere,
+io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+far sì com’ om che dal sonno si slega,
+disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se’ venuto più che mezza lega
+velando li occhi e con le gambe avvolte,
+a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+«O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Ciò che vedesti fu perché non scuse
+d’aprir lo core a l’acque de la pace
+che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+così frugar conviensi i pigri, lenti
+ad usar lor vigilia quando riede».
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+oltre quanto potean li occhi allungarsi
+contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+verso di noi come la notte oscuro;
+né da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVI
+
+
+Buio d’inferno e di notte privata
+d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio sì grosso velo
+come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+né a sentir di così aspro pelo,
+
+che l’occhio stare aperto non sofferse;
+onde la scorta mia saputa e fida
+mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+Sì come cieco va dietro a sua guida
+per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ascoltando il mio duca che diceva
+pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+pregar per pace e per misericordia
+l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+una parola in tutte era e un modo,
+sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+e di noi parli pur come se tue
+partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+Così per una voce detto fue;
+onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+e domanda se quinci si va sùe».
+
+E io: «O creatura che ti mondi
+per tornar bella a colui che ti fece,
+maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+«Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+Allora incominciai: «Con quella fascia
+che la morte dissolve men vo suso,
+e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+e tue parole fier le nostre scorte».
+
+«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+del mondo seppi, e quel valore amai
+al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+Per montar sù dirittamente vai».
+Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+che per me prieghi quando sù sarai».
+
+E io a lui: «Per fede mi ti lego
+di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ne la sentenza tua, che mi fa certo
+qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+Lo mondo è ben così tutto diserto
+d’ogne virtute, come tu mi sone,
+e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che m’addite la cagione,
+sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+pur suso al cielo, pur come se tutto
+movesse seco di necessitate.
+
+Se così fosse, in voi fora distrutto
+libero arbitrio, e non fora giustizia
+per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ne le prime battaglie col ciel dura,
+poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+liberi soggiacete; e quella cria
+la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+Però, se ’l mondo presente disvia,
+in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+e io te ne sarò or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+prima che sia, a guisa di fanciulla
+che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+l’anima semplicetta che sa nulla,
+salvo che, mossa da lieto fattore,
+volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+convenne rege aver, che discernesse
+de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+Nullo, però che ’l pastor che procede,
+rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+due soli aver, che l’una e l’altra strada
+facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+per viva forza mal convien che vada;
+
+però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese ch’Adice e Po riga,
+solea valore e cortesia trovarsi,
+prima che Federigo avesse briga;
+
+or può sicuramente indi passarsi
+per qualunque lasciasse, per vergogna
+di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+l’antica età la nova, e par lor tardo
+che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+e Guido da Castel, che mei si noma,
+francescamente, il semplice Lombardo.
+
+Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+per confondere in sé due reggimenti,
+cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+e or discerno perché dal retaggio
+li figli di Levì furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+Vedi l’albor che per lo fummo raia
+già biancheggiare, e me convien partirmi
+(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ti colse nebbia per la qual vedessi
+non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+a diradar cominciansi, la spera
+del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+in giugnere a veder com’ io rividi
+lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+perché dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se ’l senso non ti porge?
+Moveti lume che nel ciel s’informa,
+per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+De l’empiezza di lei che mutò forma
+ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+e qui fu la mia mente sì ristretta
+dentro da sé, che di fuor non venìa
+cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+un crucifisso, dispettoso e fero
+ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assüero,
+Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+che fu al dire e al far così intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visïone una fanciulla
+piangendo forte, e dicea: «O regina,
+perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+nova luce percuote il viso chiuso,
+che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+così l’imaginar mio cadde giuso
+tosto che lume il volto mi percosse,
+maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+quando una voce disse «Qui si monta»,
+che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+di riguardar chi era che parlava,
+che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+e per soverchio sua figura vela,
+così la mia virtù quivi mancava.
+
+«Questo è divino spirito, che ne la
+via da ir sù ne drizza sanza prego,
+e col suo lume sé medesmo cela.
+
+Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+malignamente già si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+procacciam di salir pria che s’abbui,
+ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+Così disse il mio duca, e io con lui
+volgemmo i nostri passi ad una scala;
+e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+senti’mi presso quasi un muover d’ala
+e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+Già eran sovra noi tanto levati
+li ultimi raggi che la notte segue,
+che le stelle apparivan da più lati.
+
+‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove più non saliva
+la scala sù, ed eravamo affissi,
+pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, s’io udissi
+alcuna cosa nel novo girone;
+poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+«Dolce mio padre, dì, quale offensione
+si purga qui nel giro dove semo?
+Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+del suo dover, quiritta si ristora;
+qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perché più aperto intendi ancora,
+volgi la mente a me, e prenderai
+alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+«Né creator né creatura mai»,
+cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+Lo naturale è sempre sanza errore,
+ma l’altro puote errar per malo obietto
+o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+e ne’ secondi sé stesso misura,
+esser non può cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con più cura
+o con men che non dee corre nel bene,
+contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi ch’esser convene
+amor sementa in voi d’ogne virtute
+e d’ogne operazion che merta pene.
+
+Or, perché mai non può da la salute
+amor del suo subietto volger viso,
+da l’odio proprio son le cose tute;
+
+e perché intender non si può diviso,
+e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+È chi, per esser suo vicin soppresso,
+spera eccellenza, e sol per questo brama
+ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+è chi podere, grazia, onore e fama
+teme di perder perch’ altri sormonti,
+onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua giù di sotto
+si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+nel qual si queti l’animo, e disira;
+per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+o a lui acquistar, questa cornice,
+dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben è che non fa l’uom felice;
+non è felicità, non è la buona
+essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+l’alto dottore, e attento guardava
+ne la mia vista s’io parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+Ma quel padre verace, che s’accorse
+del timido voler che non s’apriva,
+parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Però ti prego, dolce padre caro,
+che mi dimostri amore, a cui reduci
+ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ad ogne cosa è mobile che piace,
+tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+sì che l’animo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+quel piegare è amor, quell’ è natura
+che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come ’l foco movesi in altura
+per la sua forma ch’è nata a salire
+là dove più in sua matera dura,
+
+così l’animo preso entra in disire,
+ch’è moto spiritale, e mai non posa
+fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+la veritate a la gente ch’avvera
+ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+però che forse appar la sua matera
+sempre esser buona, ma non ciascun segno
+è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+e l’anima non va con altro piede,
+se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzïal, che setta
+è da matera ed è con lei unita,
+specifica vertute ha in sé colletta,
+
+la qual sanza operar non è sentita,
+né si dimostra mai che per effetto,
+come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+de le prime notizie, omo non sape,
+e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+che sono in voi sì come studio in ape
+di far lo mele; e questa prima voglia
+merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+innata v’è la virtù che consiglia,
+e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ragion di meritare in voi, secondo
+che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+s’accorser d’esta innata libertate;
+però moralità lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+La nobile virtù Beatrice intende
+per lo libero arbitrio, e però guarda
+che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+facea le stelle a noi parer più rade,
+fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro ’l ciel per quelle strade
+che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+E quell’ ombra gentil per cui si noma
+Pietola più che villa mantoana,
+del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per ch’io, che la ragione aperta e piana
+sovra le mie quistioni avea ricolta,
+stava com’ om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+subitamente da gente che dopo
+le nostre spalle a noi era già volta.
+
+E quale Ismeno già vide e Asopo
+lungo di sè di notte furia e calca,
+pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+per quel ch’io vidi di color, venendo,
+cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+si movea tutta quella turba magna;
+e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+«Maria corse con fretta a la montagna;
+e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+per poco amor», gridavan li altri appresso,
+«che studio di ben far grazia rinverda».
+
+«O gente in cui fervore aguto adesso
+ricompie forse negligenza e indugio
+da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+Parole furon queste del mio duca;
+e un di quelli spirti disse: «Vieni
+di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+che restar non potem; però perdona,
+se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+che tosto piangerà quel monastero,
+e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+perché suo figlio, mal del corpo intero,
+e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+tant’ era già di là da noi trascorso;
+ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+disse: «Volgiti qua: vedine due
+venir dando a l’accidïa di morso».
+
+Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+morta la gente a cui il mar s’aperse,
+che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che l’affanno non sofferse
+fino a la fine col figlio d’Anchise,
+sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual più altri nacquero e diversi;
+e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XIX
+
+
+Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+intepidar più ’l freddo de la luna,
+vinto da terra, e talor da Saturno
+
+—quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+surger per via che poco le sta bruna—,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come ’l sol conforta
+le fredde membra che la notte aggrava,
+così lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+com’ amor vuol, così le colorava.
+
+Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+cominciava a cantar sì, che con pena
+da lei avrei mio intento rivolto.
+
+«Io son», cantava, «io son dolce serena,
+che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+al canto mio; e qual meco s’ausa,
+rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+quand’ una donna apparve santa e presta
+lunghesso me per far colei confusa.
+
+«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+fieramente dicea; ed el venìa
+con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+de l’alto dì i giron del sacro monte,
+e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+come colui che l’ha di pensier carca,
+che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+parlare in modo soave e benigno,
+qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+volseci in sù colui che sì parlonne
+tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+la guida mia incominciò a dirmi,
+poco amendue da l’angel sormontati.
+
+E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+novella visïon ch’a sé mi piega,
+sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+«Vedesti», disse, «quell’antica strega
+che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+li occhi rivolgi al logoro che gira
+lo rege etterno con le rote magne».
+
+Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+indi si volge al grido e si protende
+per lo disio del pasto che là il tira,
+
+tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+la roccia per dar via a chi va suso,
+n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+vidi gente per esso che piangea,
+giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+‘Adhaesit pavimento anima mea’
+sentia dir lor con sì alti sospiri,
+che la parola a pena s’intendea.
+
+«O eletti di Dio, li cui soffriri
+e giustizia e speranza fa men duri,
+drizzate noi verso li alti saliri».
+
+«Se voi venite dal giacer sicuri,
+e volete trovar la via più tosto,
+le vostre destre sien sempre di fori».
+
+Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ciò che chiedea la vista del disio.
+
+Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+trassimi sovra quella creatura
+le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+una fiumana bella, e del suo nome
+lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e poco più prova’ io come
+pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ma, come fatto fui roman pastore,
+così scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che lì non s’acquetava il core,
+né più salir potiesi in quella vita;
+per che di questa in me s’accese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+da Dio anima fui, del tutto avara;
+or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+in purgazion de l’anime converse;
+e nulla pena il monte ha più amara.
+
+Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+in alto, fisso a le cose terrene,
+così giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+lo nostro amore, onde operar perdési,
+così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+e quanto fia piacer del giusto Sire,
+tanto staremo immobili e distesi».
+
+Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+solo ascoltando, del mio reverire,
+
+«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+E io a lui: «Per vostra dignitate
+mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+rispuose; «non errar: conservo sono
+teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ché la tua stanza mio pianger disagia,
+col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+buona da sé, pur che la nostra casa
+non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+luoghi spediti pur lungo la roccia,
+come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ché la gente che fonde a goccia a goccia
+per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+che più che tutte l’altre bestie hai preda
+per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+le condizion di qua giù trasmutarsi,
+quando verrà per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: «Povera fosti tanto,
+quanto veder si può per quello ospizio
+dove sponesti il tuo portato santo».
+
+Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+con povertà volesti anzi virtute
+che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+Queste parole m’eran sì piaciute,
+ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+che fece Niccolò a le pulcelle,
+per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+«O anima che tanto ben favelle,
+dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza mercé la tua parola,
+s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+di quella vita ch’al termine vola».
+
+Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ch’io attenda di là, ma perché tanta
+grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+che la terra cristiana tutta aduggia,
+sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+potesser, tosto ne saria vendetta;
+e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+di me son nati i Filippi e i Luigi
+per cui novellamente è Francia retta.
+
+Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+quando li regi antichi venner meno
+tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+trova’mi stretto ne le mani il freno
+del governo del regno, e tanta possa
+di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ch’a la corona vedova promossa
+la testa di mio figlio fu, dal quale
+cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+al sangue mio non tolse la vergogna,
+poco valea, ma pur non facea male.
+
+Lì cominciò con forza e con menzogna
+la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+vittima fé di Curradino; e poi
+ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+guadagnerà, per sé tanto più grave,
+quanto più lieve simil danno conta.
+
+L’altro, che già uscì preso di nave,
+veggio vender sua figlia e patteggiarne
+come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu più farne,
+poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+che non si cura de la propria carne?
+
+Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato sì crudele,
+che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando sarò io lieto
+a veder la vendetta che, nascosa,
+fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+de lo Spirito Santo e che ti fece
+verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto è risposto a tutte nostre prece
+quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+cui traditore e ladro e paricida
+fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+e la miseria de l’avaro Mida,
+che seguì a la sua dimanda gorda,
+per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+come furò le spoglie, sì che l’ira
+di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+e in infamia tutto ’l monte gira
+
+Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ultimamente ci si grida: “Crasso,
+dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+dianzi non era io sol; ma qui da presso
+non alzava la voce altra persona».
+
+Noi eravam partiti già da esso,
+e brigavam di soverchiar la strada
+tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+quand’ io senti’, come cosa che cada,
+tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+Certo non si scoteo sì forte Delo,
+pria che Latona in lei facesse ’l nido
+a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi cominciò da tutte parti un grido
+tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+onde intender lo grido si poteo.
+
+No’ istavamo immobili e sospesi
+come i pastor che prima udir quel canto,
+fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+guardando l’ombre che giacean per terra,
+tornate già in su l’usato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+mi fé desideroso di sapere,
+se la memoria mia in ciò non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+né per la fretta dimandare er’ oso,
+né per me lì potea cosa vedere:
+
+così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXI
+
+
+La sete natural che mai non sazia
+se non con l’acqua onde la femminetta
+samaritana domandò la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+dal piè guardando la turba che giace;
+né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ti ponga in pace la verace corte
+che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+che questi porta e che l’angel profila,
+ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+Ma perché lei che dì e notte fila
+non li avea tratta ancora la conocchia
+che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+venendo sù, non potea venir sola,
+però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+del mio disio, che pur con la speranza
+si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ordine senta la religïone
+de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+Libero è qui da ogne alterazione:
+di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+non rugiada, non brina più sù cade
+che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion né rade,
+né coruscar, né figlia di Taumante,
+che di là cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge più avante
+ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse più giù poco o assai;
+ma per vento che ’n terra si nasconda,
+non so come, qua sù non tremò mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+sentesi, sì che surga o che si mova
+per salir sù; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+che, tutto libero a mutar convento,
+l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+che divina giustizia, contra voglia,
+come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+libera volontà di miglior soglia:
+
+però sentisti il tremoto e li pii
+spiriti per lo monte render lode
+a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+Così ne disse; e però ch’el si gode
+tanto del ber quant’ è grande la sete,
+non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+perché ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+e perché tanti secoli giaciuto
+qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+del sommo rege, vendicò le fóra
+ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che più dura e più onora
+era io di là», rispuose quello spirto,
+«famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di là mi noma:
+cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+che mi scaldar, de la divina fiamma
+onde sono allumati più di mille;
+
+de l’Eneïda dico, la qual mamma
+fummi, e fummi nutrice, poetando:
+sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di là quando
+visse Virgilio, assentirei un sole
+più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ché riso e pianto son tanto seguaci
+a la passion di che ciascun si spicca,
+che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+e «Se tanto labore in bene assommi»,
+disse, «perché la tua faccia testeso
+un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+Or son io d’una parte e d’altra preso:
+l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+antico spirto, del rider ch’io fei;
+ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+lasciala per non vera, ed esser credi
+quelle parole che di lui dicesti».
+
+Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXII
+
+
+Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+detto n’avea beati, e le sue voci
+con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+E io più lieve che per l’altre foci
+m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incominciò: «Amore,
+acceso di virtù, sempre altro accese,
+pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da l’ora che tra noi discese
+nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+che la tua affezion mi fé palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+più strinse mai di non vista persona,
+sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+e come amico omai meco ragiona:
+
+come poté trovar dentro al tuo seno
+loco avarizia, tra cotanto senno
+di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+un poco a riso pria; poscia rispuose:
+«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+Veramente più volte appaion cose
+che danno a dubitar falsa matera
+per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder m’avvera
+esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+Or sappi ch’avarizia fu partita
+troppo da me, e questa dismisura
+migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+quand’ io intesi là dove tu chiame,
+crucciato quasi a l’umana natura:
+
+‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+potean le mani a spendere, e pente’mi
+così di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+per ignoranza, che di questa pecca
+toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+per dritta opposizione alcun peccato,
+con esso insieme qui suo verde secca;
+
+però, s’io son tra quella gente stato
+che piange l’avarizia, per purgarmi,
+per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+«Or quando tu cantasti le crude armi
+de la doppia trestizia di Giocasta»,
+disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+«per quello che Clïò teco lì tasta,
+non par che ti facesse ancor fedele
+la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se così è, qual sole o quai candele
+ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+poscia di retro al pescator le vele?».
+
+Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+che porta il lume dietro e sé non giova,
+ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+torna giustizia e primo tempo umano,
+e progenïe scende da ciel nova’.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+a colorare stenderò la mano.
+
+Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+de la vera credenza, seminata
+per li messaggi de l’etterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+si consonava a’ nuovi predicanti;
+ond’ io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+che, quando Domizian li perseguette,
+sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di là per me si stette,
+io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+e questa tepidezza il quarto cerchio
+cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+che m’ascondeva quanto bene io dico,
+mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+«Costoro e Persio e io e altri assai»,
+rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco;
+spesse fïate ragioniam del monte
+che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v’è nosco e Antifonte,
+Simonide, Agatone e altri piùe
+Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+Antigone, Deïfile e Argia,
+e Ismene sì trista come fue.
+
+Védeisi quella che mostrò Langia;
+èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+e con le suore sue Deïdamia».
+
+Tacevansi ambedue già li poeti,
+di novo attenti a riguardar dintorno,
+liberi da saliri e da pareti;
+
+e già le quattro ancelle eran del giorno
+rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+le destre spalle volger ne convegna,
+girando il monte come far solemo».
+
+Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+e prendemmo la via con men sospetto
+per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+un alber che trovammo in mezza strada,
+con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+di ramo in ramo, così quello in giuso,
+cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+e una voce per entro le fronde
+gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+Poi disse: «Più pensava Maria onde
+fosser le nozze orrevoli e intere,
+ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+contente furon d’acqua; e Danïello
+dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+fé savorose con fame le ghiande,
+e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+che nodriro il Batista nel diserto;
+per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ficcava ïo sì come far suole
+chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+più utilmente compartir si vuole».
+
+Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+appresso i savi, che parlavan sìe,
+che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+Sì come i peregrin pensosi fanno,
+giugnendo per cammin gente non nota,
+che si volgono ad essa e non restanno,
+
+così di retro a noi, più tosto mota,
+venendo e trapassando ci ammirava
+d’anime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+palida ne la faccia, e tanto scema
+che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+Non credo che così a buccia strema
+Erisittone fosse fatto secco,
+per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+la gente che perdé Ierusalemme,
+quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+sì governasse, generando brama,
+e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+Già era in ammirar che sì li affama,
+per la cagione ancor non manifesta
+di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ma ne la voce sua mi fu palese
+ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+mia conoscenza a la cangiata labbia,
+e ravvisai la faccia di Forese.
+
+«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+che mi scolora», pregava, «la pelle,
+né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+due anime che là ti fanno scorta;
+non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+per seguitar la gola oltra misura,
+in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+Di bere e di mangiar n’accende cura
+l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+girando, si rinfresca nostra pena:
+io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ché quella voglia a li alberi ci mena
+che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+quando ne liberò con la sua vena».
+
+E io a lui: «Forese, da quel dì
+nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+di peccar più, che sovvenisse l’ora
+del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+come se’ tu qua sù venuto ancora?
+Io ti credea trovar là giù di sotto,
+dove tempo per tempo si ristora».
+
+Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+e liberato m’ha de li altri giri.
+
+Tanto è a Dio più cara e più diletta
+la vedovella mia, che molto amai,
+quanto in bene operare è più soletta;
+
+ché la Barbagia di Sardigna assai
+ne le femmine sue più è pudica
+che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+nel qual sarà in pergamo interdetto
+a le sfacciate donne fiorentine
+l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+cui bisognasse, per farle ir coperte,
+o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+prima fien triste che le guance impeli
+colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+vedi che non pur io, ma questa gente
+tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+vi si mostrò la suora di colui»,
+
+e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+notte menato m’ha d’i veri morti
+con questa vera carne che ’l seconda.
+
+Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+salendo e rigirando la montagna
+che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna
+che io sarò là dove fia Beatrice;
+quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio è questi che così mi dice»,
+e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIV
+
+
+Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+facea, ma ragionando andavam forte,
+sì come nave pinta da buon vento;
+
+e l’ombre, che parean cose rimorte,
+per le fosse de li occhi ammirazione
+traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continüando al mio sermone,
+dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+dimmi s’io veggio da notar persona
+tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+«La mia sorella, che tra bella e buona
+non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+nostra sembianza via per la dïeta.
+
+Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+dal Torso fu, e purga per digiuno
+l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+e del nomar parean tutti contenti,
+sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a vòto usar li denti
+Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+che pasturò col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+già di bere a Forlì con men secchezza,
+e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+che più parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che «Gentucca»
+sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+de la giustizia che sì li pilucca.
+
+«O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+e te e me col tuo parlare appaga».
+
+«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+cominciò el, «che ti farà piacere
+la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+Tu te n’andrai con questo antivedere:
+se nel mio mormorar prendesti errore,
+dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+trasse le nove rime, cominciando
+‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+di retro al dittator sen vanno strette,
+che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual più a gradire oltre si mette,
+non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+alcuna volta in aere fanno schiera,
+poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+così tutta la gente che lì era,
+volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come l’uom che di trottare è lasso,
+lascia andar li compagni, e sì passeggia
+fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+sì lasciò trapassar la santa greggia
+Forese, e dietro meco sen veniva,
+dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+e a trista ruina par disposto».
+
+«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va più ratto,
+crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+venendo teco sì a paro a paro».
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+lo cavalier di schiera che cavalchi,
+e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si partì da noi con maggior valchi;
+e io rimasi in via con esso i due
+che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+d’un altro pomo, e non molto lontani
+per esser pur allora vòlto in laci.
+
+Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+e gridar non so che verso le fronde,
+quasi bramosi fantolini e vani
+
+che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si partì sì come ricreduta;
+e noi venimmo al grande arbore adesso,
+che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+«Trapassate oltre sanza farvi presso:
+legno è più sù che fu morso da Eva,
+e questa pianta si levò da esso».
+
+Sì tra le frasche non so chi diceva;
+per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+oltre andavam dal lato che si leva.
+
+«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+nei nuvoli formati, che, satolli,
+Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+per che no i volle Gedeon compagni,
+quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+passammo, udendo colpe de la gola
+seguite già da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ben mille passi e più ci portar oltre,
+contemplando ciascun sanza parola.
+
+«Che andate pensando sì voi sol tre?».
+sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+e già mai non si videro in fornace
+vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+montare in sù, qui si convien dar volta;
+quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+l’aura di maggio movesi e olezza,
+tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+tal mi senti’ un vento dar per mezza
+la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+E senti’ dir: «Beati cui alluma
+tanto di grazia, che l’amor del gusto
+nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXV
+
+
+Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+così intrammo noi per la callaia,
+uno innanzi altro prendendo la scala
+che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva l’ala
+per voglia di volare, e non s’attenta
+d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+di dimandar, venendo infino a l’atto
+che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+Allor sicuramente apri’ la bocca
+e cominciai: «Come si può far magro
+là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+«Se t’ammentassi come Meleagro
+si consumò al consumar d’un stizzo,
+non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+che sia or sanator de le tue piage».
+
+«Se la veduta etterna li dislego»,
+rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+discolpi me non potert’ io far nego».
+
+Poi cominciò: «Se le parole mie,
+figlio, la mente tua guarda e riceve,
+lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+da l’assetate vene, e si rimane
+quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+virtute informativa, come quello
+ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+tacer che dire; e quindi poscia geme
+sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+coagulando prima, e poi avviva
+ciò che per sua matera fé constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+qual d’una pianta, in tanto differente,
+che questa è in via e quella è già a riva,
+
+tanto ovra poi, che già si move e sente,
+come spungo marino; e indi imprende
+ad organar le posse ond’ è semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+la virtù ch’è dal cor del generante,
+dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come d’animal divegna fante,
+non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+che più savio di te fé già errante,
+
+sì che per sua dottrina fé disgiunto
+da l’anima il possibile intelletto,
+perché da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verità che viene il petto;
+e sappi che, sì tosto come al feto
+l’articular del cerebro è perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+sovra tant’ arte di natura, e spira
+spirito novo, di vertù repleto,
+
+che ciò che trova attivo quivi, tira
+in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+E perché meno ammiri la parola,
+guarda il calor del sole che si fa vino,
+giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+Quando Làchesis non ha più del lino,
+solvesi da la carne, e in virtute
+ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+l’altre potenze tutte quante mute;
+memoria, intelligenza e volontade
+in atto molto più che prima agute.
+
+Sanza restarsi, per sé stessa cade
+mirabilmente a l’una de le rive;
+quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco lì la circunscrive,
+la virtù formativa raggia intorno
+così e quanto ne le membra vive.
+
+E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+di diversi color diventa addorno;
+
+così l’aere vicin quivi si mette
+e in quella forma ch’è in lui suggella
+virtüalmente l’alma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+che segue il foco là ’vunque si muta,
+segue lo spirto sua forma novella.
+
+Però che quindi ha poscia sua paruta,
+è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affliggono i disiri
+e li altri affetti, l’ombra si figura;
+e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+E già venuto a l’ultima tortura
+s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+e la cornice spira fiato in suso
+che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+al grande ardore allora udi’ cantando,
+che di volger mi fé caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+si tenne Diana, ed Elice caccionne
+che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+gridavano e mariti che fuor casti
+come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVI
+
+
+Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+feriami il sole in su l’omero destro,
+che già, raggiando, tutto l’occidente
+mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con l’ombra più rovente
+parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+loro a parlar di me; e cominciarsi
+a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+poi verso me, quanto potëan farsi,
+certi si fero, sempre con riguardo
+di non uscir dove non fosser arsi.
+
+«O tu che vai, non per esser più tardo,
+ma forse reverente, a li altri dopo,
+rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ché tutti questi n’hanno maggior sete
+che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+Dinne com’ è che fai di te parete
+al sol, pur come tu non fossi ancora
+di morte intrato dentro da la rete».
+
+Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+già manifesto, s’io non fossi atteso
+ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ché per lo mezzo del cammino acceso
+venne gente col viso incontro a questa,
+la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+sanza restar, contente a brieve festa;
+
+così per entro loro schiera bruna
+s’ammusa l’una con l’altra formica,
+forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton l’accoglienza amica,
+prima che ’l primo passo lì trascorra,
+sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+queste del gel, quelle del sole schife,
+
+l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+e al gridar che più lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+essi medesmi che m’avean pregato,
+attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+incominciai: «O anime sicure
+d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe né mature
+le membra mie di là, ma son qui meco
+col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci sù vo per non esser più cieco;
+donna è di sopra che m’acquista grazia,
+per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+chi siete voi, e chi è quella turba
+che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+Non altrimenti stupido si turba
+lo montanaro, e rimirando ammuta,
+quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ma poi che furon di stupore scarche,
+lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+«Beato te, che de le nostre marche»,
+ricominciò colei che pria m’inchiese,
+«per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+“Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+però si parton “Soddoma” gridando,
+rimproverando a sé com’ hai udito,
+e aiutan l’arsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ma perché non servammo umana legge,
+seguendo come bestie l’appetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+quando partinci, il nome di colei
+che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+tempo non è di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+si fer due figli a riveder la madre,
+tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+mio e de li altri miei miglior che mai
+rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+lunga fïata rimirando lui,
+né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+tutto m’offersi pronto al suo servigio
+con l’affermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+dimmi che è cagion per che dimostri
+nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+che, quanto durerà l’uso moderno,
+faranno cari ancora i loro incostri».
+
+«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+col dito», e additò un spirto innanzi,
+«fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi d’amore e prose di romanzi
+soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+e così ferman sua oppinïone
+prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+Così fer molti antichi di Guittone,
+di grido in grido pur lui dando pregio,
+fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+Or se tu hai sì ampio privilegio,
+che licito ti sia l’andare al chiostro
+nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir d’un paternostro,
+quanto bisogna a noi di questo mondo,
+dove poter peccar non è più nostro».
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+che presso avea, disparve per lo foco,
+come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+e dissi ch’al suo nome il mio disire
+apparecchiava grazïoso loco.
+
+El cominciò liberamente a dire:
+«Tan m’abellis vostre cortes deman,
+qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+consiros vei la passada folor,
+e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+que vos guida al som de l’escalina,
+sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVII
+
+
+Sì come quando i primi raggi vibra
+là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+e l’onde in Gange da nona rïarse,
+sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+e cantava ‘Beati mundo corde!’
+in voce assai più che la nostra viva.
+
+Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+anime sante, il foco: intrate in esso,
+e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+guardando il foco e imaginando forte
+umani corpi già veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+qui può esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+che farò ora presso più a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a l’alvo
+di questa fiamma stessi ben mille anni,
+non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+Piramo in su la morte, e riguardolla,
+allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+così, la mia durezza fatta solla,
+mi volsi al savio duca, udendo il nome
+che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+volenci star di qua?»; indi sorrise
+come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+pregando Stazio che venisse retro,
+che pria per lunga strada ci divise.
+
+Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+pur di Beatrice ragionando andava,
+dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+Guidavaci una voce che cantava
+di là; e noi, attenti pur a lei,
+venimmo fuor là ove si montava.
+
+‘Venite, benedicti Patris mei’,
+sonò dentro a un lume che lì era,
+tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+non v’arrestate, ma studiate il passo,
+mentre che l’occidente non si annera».
+
+Dritta salia la via per entro ’l sasso
+verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che ’n tutte le sue parti immense
+fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ché la natura del monte ci affranse
+la possa del salir più e ’l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+le capre, state rapide e proterve
+sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+guardate dal pastor, che ’n su la verga
+poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+e quale il mandrïan che fori alberga,
+lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+guardando perché fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+io come capra, ed ei come pastori,
+fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+Poco parer potea lì del di fori;
+ma, per quel poco, vedea io le stelle
+di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+prima raggiò nel monte Citerea,
+che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+donna vedere andar per una landa
+cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+«Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ma mia suora Rachel mai non si smaga
+dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+com’ io de l’addornarmi con le mani;
+lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+E già per li splendori antelucani,
+che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+veggendo i gran maestri già levati.
+
+«Quel dolce pome che per tanti rami
+cercando va la cura de’ mortali,
+oggi porrà in pace le tue fami».
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+parole usò; e mai non furo strenne
+che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+lo tuo piacere omai prendi per duce;
+fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+che qui la terra sol da sé produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXVIII
+
+
+Vago già di cercar dentro e dintorno
+la divina foresta spessa e viva,
+ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza più aspettar, lasciai la riva,
+prendendo la campagna lento lento
+su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+Un’aura dolce, sanza mutamento
+avere in sé, mi feria per la fronte
+non di più colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+tutte quante piegavano a la parte
+u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+non però dal loro esser dritto sparte
+tanto, che li augelletti per le cime
+lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia l’ore prime,
+cantando, ricevieno intra le foglie,
+che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+Già m’avean trasportato i lenti passi
+dentro a la selva antica tanto, ch’io
+non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ed ecco più andar mi tolse un rio,
+che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+Tutte l’acque che son di qua più monde,
+parrieno avere in sé mistura alcuna
+verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+sotto l’ombra perpetüa, che mai
+raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+Coi piè ristetti e con li occhi passai
+di là dal fiumicello, per mirare
+la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+e là m’apparve, sì com’ elli appare
+subitamente cosa che disvia
+per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+e cantando e scegliendo fior da fiore
+ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+Proserpina nel tempo che perdette
+la madre lei, ed ella primavera».
+
+Come si volge, con le piante strette
+a terra e intra sé, donna che balli,
+e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+fioretti verso me, non altrimenti
+che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+sì appressando sé, che ’l dolce suono
+veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu là dove l’erbe sono
+bagnate già da l’onde del bel fiume,
+di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+sotto le ciglia a Venere, trafitta
+dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da l’altra riva dritta,
+trattando più color con le sue mani,
+che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+più odio da Leandro non sofferse
+per mareggiare intra Sesto e Abido,
+che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+cominciò ella, «in questo luogo eletto
+a l’umana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ma luce rende il salmo Delectasti,
+che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ad ogne tua question tanto che basti».
+
+«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+impugnan dentro a me novella fede
+di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimorò poco;
+per sua difalta in pianto e in affanno
+cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+Or perché in circuito tutto quanto
+l’aere si volge con la prima volta,
+se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+che de la sua virtute l’aura impregna
+e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e l’altra terra, secondo ch’è degna
+per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+di diverse virtù diverse legna.
+
+Non parrebbe di là poi maraviglia,
+udito questo, quando alcuna pianta
+sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+L’acqua che vedi non surge di vena
+che ristori vapor che gel converta,
+come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+che tanto dal voler di Dio riprende,
+quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virtù discende
+che toglie altrui memoria del peccato;
+da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Letè; così da l’altro lato
+Eünoè si chiama, e non adopra
+se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+a tutti altri sapori esto è di sopra.
+E avvegna ch’assai possa esser sazia
+la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli ch’anticamente poetaro
+l’età de l’oro e suo stato felice,
+forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente l’umana radice;
+qui primavera sempre e ogne frutto;
+nettare è questo di che ciascun dice».
+
+Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+a’ miei poeti, e vidi che con riso
+udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+continüò col fin di sue parole:
+‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+E come ninfe che si givan sole
+per le salvatiche ombre, disïando
+qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra ’l fiume, andando
+su per la riva; e io pari di lei,
+picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+quando le ripe igualmente dier volta,
+per modo ch’a levante mi rendei.
+
+Né ancor fu così nostra via molta,
+quando la donna tutta a me si torse,
+dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+da tutte parti per la gran foresta,
+tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+e quel, durando, più e più splendeva,
+nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+E una melodia dolce correva
+per l’aere luminoso; onde buon zelo
+mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+femmina, sola e pur testé formata,
+non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto ’l qual se divota fosse stata,
+avrei quelle ineffabili delizie
+sentite prima e più lunga fïata.
+
+Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+de l’etterno piacer tutto sospeso,
+e disïoso ancora a più letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+e Uranìe m’aiuti col suo coro
+forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco più oltre, sette alberi d’oro
+falsava nel parere il lungo tratto
+del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+sì com’ elli eran candelabri apprese,
+e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+più chiaro assai che luna per sereno
+di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+sì ne l’affetto de le vive luci,
+e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+venire appresso, vestite di bianco;
+e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+e rendea me la mia sinistra costa,
+s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+che solo il fiume mi facea distante,
+per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+sì che lì sopra rimanea distinto
+di sette liste, tutte in quei colori
+onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ventiquattro seniori, a due a due,
+coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ne le figlie d’Adamo, e benedette
+sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+a rimpetto di me da l’altra sponda
+libere fuor da quelle genti elette,
+
+sì come luce luce in ciel seconda,
+vennero appresso lor quattro animali,
+coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme più non spargo
+rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+come li vide da la fredda parte
+venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+un carro, in su due rote, trïunfale,
+ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+tra la mezzana e le tre e tre liste,
+sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro così bello
+rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, svïando, fu combusto
+per l’orazion de la Terra devota,
+quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+venian danzando; l’una tanto rossa
+ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+fossero state di smeraldo fatte;
+la terza parea neve testé mossa;
+
+e or parëan da la bianca tratte,
+or da la rossa; e dal canto di questa
+l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+in porpore vestite, dietro al modo
+d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+vidi due vecchi in abito dispari,
+ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+di quel sommo Ipocràte che natura
+a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+mostrava l’altro la contraria cura
+con una spada lucida e aguta,
+tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+e di retro da tutti un vecchio solo
+venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+erano abitüati, ma di gigli
+dintorno al capo non facëan brolo,
+
+anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+giurato avria poco lontano aspetto
+che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+un tuon s’udì, e quelle genti degne
+parvero aver l’andar più interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXX
+
+
+Quando il settentrïon del primo cielo,
+che né occaso mai seppe né orto
+né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva lì ciascun accorto
+di suo dover, come ’l più basso face
+qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo s’affisse: la gente verace,
+venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+al carro volse sé come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+surgeran presti ognun di sua caverna,
+la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+e fior gittando e di sopra e dintorno,
+‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+Io vidi già nel cominciar del giorno
+la parte orïental tutta rosata,
+e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+sì che per temperanza di vapori
+l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+così dentro una nuvola di fiori
+che da le mani angeliche saliva
+e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta d’uliva
+donna m’apparve, sotto verde manto
+vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che già cotanto
+tempo era stato ch’a la sua presenza
+non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver più conoscenza,
+per occulta virtù che da lei mosse,
+d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+l’alta virtù che già m’avea trafitto
+prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+col quale il fantolin corre a la mamma
+quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+di sangue m’è rimaso che non tremi:
+conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+né quantunque perdeo l’antica matre,
+valse a le guance nette di rugiada,
+che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+«Dante, perché Virgilio se ne vada,
+non pianger anco, non piangere ancora;
+ché pianger ti conven per altra spada».
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+viene a veder la gente che ministra
+per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+quando mi volsi al suon del nome mio,
+che di necessità qui si registra,
+
+vidi la donna che pria m’appario
+velata sotto l’angelica festa,
+drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+cerchiato de le fronde di Minerva,
+non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne l’atto ancor proterva
+continüò come colui che dice
+e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+Come degnasti d’accedere al monte?
+non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+Così la madre al figlio par superba,
+com’ ella parve a me; perché d’amaro
+sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+Sì come neve tra le vive travi
+per lo dosso d’Italia si congela,
+soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+pur che la terra che perde ombra spiri,
+sì che par foco fonder la candela;
+
+così fui sanza lagrime e sospiri
+anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+lor compatire a me, par che se detto
+avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+spirito e acqua fessi, e con angoscia
+de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+del carro stando, a le sustanze pie
+volse le sue parole così poscia:
+
+«Voi vigilate ne l’etterno die,
+sì che notte né sonno a voi non fura
+passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta è con più cura
+che m’intenda colui che di là piagne,
+perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+che sì alti vapori hanno a lor piova,
+che nostre viste là non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+virtüalmente, ch’ogne abito destro
+fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto più maligno e più silvestro
+si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+mostrando li occhi giovanetti a lui,
+meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+Sì tosto come in su la soglia fui
+di mia seconda etade e mutai vita,
+questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita,
+e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+imagini di ben seguendo false,
+che nulla promession rendono intera.
+
+Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+con le quali e in sogno e altrimenti
+lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+a la salute sua eran già corti,
+fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+e a colui che l’ha qua sù condotto,
+li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+se Letè si passasse e tal vivanda
+fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXI
+
+
+«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+volgendo suo parlare a me per punta,
+che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ricominciò, seguendo sanza cunta,
+«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+tua confession conviene esser congiunta».
+
+Era la mia virtù tanto confusa,
+che la voce si mosse, e pria si spense
+che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+Rispondi a me; ché le memorie triste
+in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+Confusione e paura insieme miste
+mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+e la voce allentò per lo suo varco.
+
+Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+che ti menavano ad amar lo bene
+di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+trovasti, per che del passare innanzi
+dovessiti così spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ne la fronte de li altri si mostraro,
+per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+a pena ebbi la voce che rispuose,
+e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: «Le presenti cose
+col falso lor piacer volser miei passi,
+tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ciò che confessi, non fora men nota
+la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+l’accusa del peccato, in nostra corte
+rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perché mo vergogna porte
+del tuo errore, e perché altra volta,
+udendo le serene, sie più forte,
+
+pon giù il seme del piangere e ascolta:
+sì udirai come in contraria parte
+mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non t’appresentò natura o arte
+piacer, quanto le belle membra in ch’io
+rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+per la mia morte, qual cosa mortale
+dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+de le cose fallaci, levar suso
+di retro a me che non era più tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ad aspettar più colpo, o pargoletta
+o altra novità con sì breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+rete si spiega indarno o si saetta».
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+per udir se’ dolente, alza la barba,
+e prenderai più doglia riguardando».
+
+Con men di resistenza si dibarba
+robusto cerro, o vero al nostral vento
+o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ch’io non levai al suo comando il mento;
+e quando per la barba il viso chiese,
+ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+posarsi quelle prime creature
+da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+vider Beatrice volta in su la fiera
+ch’è sola una persona in due nature.
+
+Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+vincer pariemi più sé stessa antica,
+vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+che di tutte altre cose qual mi torse
+più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+la donna ch’io avea trovata sola
+sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+e tirandosi me dietro sen giva
+sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+abbracciommi la testa e mi sommerse
+ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+dentro a la danza de le quattro belle;
+e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+pria che Beatrice discendesse al mondo,
+fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+le tre di là, che miran più profondo».
+
+Così cantando cominciaro; e poi
+al petto del grifon seco menarmi,
+ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+Mille disiri più che fiamma caldi
+strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+la doppia fiera dentro vi raggiava,
+or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+quando vedea la cosa in sé star queta,
+e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+l’anima mia gustava di quel cibo
+che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+sé dimostrando di più alto tribo
+ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+danzando al loro angelico caribo.
+
+«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+era la sua canzone, «al tuo fedele
+che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+a lui la bocca tua, sì che discerna
+la seconda bellezza che tu cele».
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+chi palido si fece sotto l’ombra
+sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+tentando a render te qual tu paresti
+là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXII
+
+
+Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+a disbramarsi la decenne sete,
+che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+di non caler—così lo santo riso
+a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+quando per forza mi fu vòlto il viso
+ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+e la disposizion ch’a veder èe
+ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+lo glorïoso essercito, e tornarsi
+col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+volgesi schiera, e sé gira col segno,
+prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+che procedeva, tutta trapassonne
+pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+e ’l grifon mosse il benedetto carco
+sì, che però nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+e Stazio e io seguitavam la rota
+che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+colpa di quella ch’al serpente crese,
+temprava i passi un’angelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+disfrenata saetta, quanto eramo
+rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+poi cerchiaro una pianta dispogliata
+di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+«Beato se’, grifon, che non discindi
+col becco d’esto legno dolce al gusto,
+poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+Così dintorno a l’albero robusto
+gridaron li altri; e l’animal binato:
+«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+trasselo al piè de la vedova frasca,
+e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+giù la gran luce mischiata con quella
+che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e più che di vïole
+colore aprendo, s’innovò la pianta,
+che prima avea le ramora sì sole.
+
+Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+l’inno che quella gente allor cantaro,
+né la nota soffersi tutta quanta.
+
+S’io potessi ritrar come assonnaro
+li occhi spietati udendo di Siringa,
+li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+disegnerei com’ io m’addormentai;
+ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+Però trascorro a quando mi svegliai,
+e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+Quali a veder de’ fioretti del melo
+che del suo pome li angeli fa ghiotti
+e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+e vinti, ritornaro a la parola
+da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+così di Moïsè come d’Elia,
+e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna’ io, e vidi quella pia
+sovra me starsi che conducitrice
+fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+con più dolce canzone e più profonda».
+
+E se più fu lo suo parlar diffuso,
+non so, però che già ne li occhi m’era
+quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+come guardia lasciata lì del plaustro
+che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facevan di sé claustro
+le sette ninfe, con quei lumi in mano
+che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+«Qui sarai tu poco tempo silvano;
+e sarai meco sanza fine cive
+di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+Però, in pro del mondo che mal vive,
+al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+d’i suoi comandamenti era divoto,
+la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+Non scese mai con sì veloce moto
+foco di spessa nube, quando piove
+da quel confine che più va remoto,
+
+com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ond’ el piegò come nave in fortuna,
+vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+del trïunfal veiculo una volpe
+che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+la donna mia la volse in tanta futa
+quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+Poi parve a me che la terra s’aprisse
+tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+che per lo carro sù la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge l’ago,
+a sé traendo la coda maligna,
+trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+vivace terra, da la piuma, offerta
+forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato così ’l dificio santo
+mise fuor teste per le parti sue,
+tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+seder sovresso una puttana sciolta
+m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perché non li fosse tolta,
+vidi di costa a lei dritto un gigante;
+e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perché l’occhio cupido e vagante
+a me rivolse, quel feroce drudo
+la flagellò dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+
+Purgatorio
+Canto XXXIII
+
+
+‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+or tre or quattro dolce salmodia,
+le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Bëatrice, sospirosa e pia,
+quelle ascoltava sì fatta, che poco
+più a la croce si cambiò Maria.
+
+Ma poi che l’altre vergini dier loco
+a lei di dir, levata dritta in pè,
+rispuose, colorata come foco:
+
+‘Modicum, et non videbitis me;
+et iterum, sorelle mie dilette,
+modicum, et vos videbitis me’.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+e dopo sé, solo accennando, mosse
+me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+Così sen giva; e non credo che fosse
+lo decimo suo passo in terra posto,
+quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+a domandarmi omai venendo meco?».
+
+Come a color che troppo reverenti
+dinanzi a suo maggior parlando sono,
+che non traggon la voce viva ai denti,
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+incominciai: «Madonna, mia bisogna
+voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+voglio che tu omai ti disviluppe,
+sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sarà tutto tempo sanza reda
+l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ch’io veggio certamente, e però il narro,
+a darne tempo già stelle propinque,
+secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+messo di Dio, anciderà la fuia
+con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+che solveranno questo enigma forte
+sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e sì come da me son porte,
+così queste parole segna a’ vivi
+del viver ch’è un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+di non celar qual hai vista la pianta
+ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+con bestemmia di fatto offende a Dio,
+che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+cinquemilia anni e più l’anima prima
+bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+per singular cagione esser eccelsa
+lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua d’Elsa
+li pensier vani intorno a la tua mente,
+e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+che ’l te ne porti dentro a te per quello
+che si reca il bordon di palma cinto».
+
+E io: «Sì come cera da suggello,
+che la figura impressa non trasmuta,
+segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perché tanto sovra mia veduta
+vostra parola disïata vola,
+che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+«Perché conoschi», disse, «quella scuola
+c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+come può seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+distar cotanto, quanto si discorda
+da terra il ciel che più alto festina».
+
+Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+né honne coscïenza che rimorda».
+
+«E se tu ricordar non te ne puoi»,
+sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+come bevesti di Letè ancoi;
+
+e se dal fummo foco s’argomenta,
+cotesta oblivïon chiaro conchiude
+colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+le mie parole, quanto converrassi
+quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+E più corusco e con più lenti passi
+teneva il sole il cerchio di merigge,
+che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+quando s’affisser, sì come s’affigge
+chi va dinanzi a gente per iscorta
+se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+qual sotto foglie verdi e rami nigri
+sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+veder mi parve uscir d’una fontana,
+e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+«O luce, o gloria de la gente umana,
+che acqua è questa che qui si dispiega
+da un principio e sé da sé lontana?».
+
+Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: «Questo e altre cose
+dette li son per me; e son sicura
+che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+che spesse volte la memoria priva,
+fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eünoè che là diriva:
+menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+la tramortita sua virtù ravviva».
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ma fa sua voglia de la voglia altrui
+tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+così, poi che da essa preso fui,
+la bella donna mossesi, e a Stazio
+donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ma perché piene son tutte le carte
+ordite a questa cantica seconda,
+non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+rifatto sì come piante novelle
+rinovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***
+
+***** This file should be named 998-0.txt or 998-0.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ https://www.gutenberg.org/9/9/998/
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+so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
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+even without complying with the full terms of this agreement. See
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+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
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+electronic works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
+Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
+of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
+works in the collection are in the public domain in the United
+States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
+United States and you are located in the United States, we do not
+claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
+displaying or creating derivative works based on the work as long as
+all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
+that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
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+works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
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+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
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+contain a notice indicating that it is posted with permission of the
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+trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
+
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+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
+additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
+will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
+posted with the permission of the copyright holder found at the
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+
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+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
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+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
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+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
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+version posted on the official Project Gutenberg-tm website
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+to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
+of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
+Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
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+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
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+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
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+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
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+ agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
+ within 60 days following each date on which you prepare (or are
+ legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
+ payments should be clearly marked as such and sent to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
+ Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
+ Literary Archive Foundation."
+
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+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
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+ works.
+
+* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
+ any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
+ receipt of the work.
+
+* You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
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+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
+Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
+are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
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+
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+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
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+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
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+received the work on a physical medium, you must return the medium
+with your written explanation. The person or entity that provided you
+with the defective work may elect to provide a replacement copy in
+lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
+or entity providing it to you may choose to give you a second
+opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
+OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of
+damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
+violates the law of the state applicable to this agreement, the
+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
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+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
+production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
+Defect you cause.
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
+www.gutenberg.org
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
+Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
+to date contact information can be found at the Foundation's website
+and official page at www.gutenberg.org/contact
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
+widespread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
+state visit www.gutenberg.org/donate
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+
+Most people start at our website which has the main PG search
+facility: www.gutenberg.org
+
+This website includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+
+
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--- /dev/null
+++ b/998-h.zip
Binary files differ
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@@ -0,0 +1,10540 @@
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+<div style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold;'>The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by Dante Alighieri</div>
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
+most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
+of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
+at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
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+</div>
+<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: La Divina Commedia di Dante<br />
+Purgatorio</div>
+<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Dante Alighieri</div>
+<div style='display:block;margin:1em 0'>Release Date: August, 1997 [eBook #998]<br />
+[Most recently updated: April 25, 2021]</div>
+<div style='display:block;margin:1em 0'>Language: Italian</div>
+<div style='display:block;margin:1em 0'>Character set encoding: UTF-8</div>
+<div style='margin-top:2em;margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***</div>
+
+<h1>LA DIVINA COMMEDIA</h1>
+
+<h2 class="no-break">di Dante Alighieri</h2>
+
+<h3>CANTICA II: PURGATORIO</h3>
+
+<hr />
+
+<h2>Contents</h2>
+
+<table summary="" style="">
+
+<tr>
+<td> <a href="#purgatorio"><b>PURGATORIO</b></a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto35">Canto I. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto36">Canto II. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto37">Canto III. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto38">Canto IV. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto39">Canto V. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto40">Canto VI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto41">Canto VII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto42">Canto VIII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto43">Canto IX. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto44">Canto X. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto45">Canto XI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto46">Canto XII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto47">Canto XIII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto48">Canto XIV. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto49">Canto XV. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto50">Canto XVI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto51">Canto XVII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto52">Canto XVIII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto53">Canto XIX. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto54">Canto XX. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto55">Canto XXI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto56">Canto XXII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto57">Canto XXIII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto58">Canto XXIV. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto59">Canto XXV. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto60">Canto XXVI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto61">Canto XXVII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto62">Canto XXVIII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto63">Canto XXIX. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto64">Canto XXX. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto65">Canto XXXI. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto66">Canto XXXII. </a></td>
+</tr>
+
+<tr>
+<td> <a href="#canto67">Canto XXXIII. </a><br /><br /></td>
+</tr>
+
+</table>
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="purgatorio"></a>PURGATORIO</h2>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto35"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto I
+</h2>
+
+<p>
+Per correr miglior acque alza le vele<br />
+omai la navicella del mio ingegno,<br />
+che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+</p>
+
+<p>
+e canterò di quel secondo regno<br />
+dove l&rsquo;umano spirito si purga<br />
+e di salire al ciel diventa degno.
+</p>
+
+<p>
+Ma qui la morta poesì resurga,<br />
+o sante Muse, poi che vostro sono;<br />
+e qui Calïopè alquanto surga,
+</p>
+
+<p>
+seguitando il mio canto con quel suono<br />
+di cui le Piche misere sentiro<br />
+lo colpo tal, che disperar perdono.
+</p>
+
+<p>
+Dolce color d&rsquo;orïental zaffiro,<br />
+che s&rsquo;accoglieva nel sereno aspetto<br />
+del mezzo, puro infino al primo giro,
+</p>
+
+<p>
+a li occhi miei ricominciò diletto,<br />
+tosto ch&rsquo;io usci&rsquo; fuor de l&rsquo;aura morta<br />
+che m&rsquo;avea contristati li occhi e &rsquo;l petto.
+</p>
+
+<p>
+Lo bel pianeto che d&rsquo;amar conforta<br />
+faceva tutto rider l&rsquo;orïente,<br />
+velando i Pesci ch&rsquo;erano in sua scorta.
+</p>
+
+<p>
+I&rsquo; mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
+a l&rsquo;altro polo, e vidi quattro stelle<br />
+non viste mai fuor ch&rsquo;a la prima gente.
+</p>
+
+<p>
+Goder pareva &rsquo;l ciel di lor fiammelle:<br />
+oh settentrïonal vedovo sito,<br />
+poi che privato se&rsquo; di mirar quelle!
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; io da loro sguardo fui partito,<br />
+un poco me volgendo a l &rsquo;altro polo,<br />
+là onde &rsquo;l Carro già era sparito,
+</p>
+
+<p>
+vidi presso di me un veglio solo,<br />
+degno di tanta reverenza in vista,<br />
+che più non dee a padre alcun figliuolo.
+</p>
+
+<p>
+Lunga la barba e di pel bianco mista<br />
+portava, a&rsquo; suoi capelli simigliante,<br />
+de&rsquo; quai cadeva al petto doppia lista.
+</p>
+
+<p>
+Li raggi de le quattro luci sante<br />
+fregiavan sì la sua faccia di lume,<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; &rsquo;l vedea come &rsquo;l sol fosse davante.
+</p>
+
+<p>
+«Chi siete voi che contro al cieco fiume<br />
+fuggita avete la pregione etterna?»,<br />
+diss&rsquo; el, movendo quelle oneste piume.
+</p>
+
+<p>
+«Chi v&rsquo;ha guidati, o che vi fu lucerna,<br />
+uscendo fuor de la profonda notte<br />
+che sempre nera fa la valle inferna?
+</p>
+
+<p>
+Son le leggi d&rsquo;abisso così rotte?<br />
+o è mutato in ciel novo consiglio,<br />
+che, dannati, venite a le mie grotte?».
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio allor mi diè di piglio,<br />
+e con parole e con mani e con cenni<br />
+reverenti mi fé le gambe e &rsquo;l ciglio.
+</p>
+
+<p>
+Poscia rispuose lui: «Da me non venni:<br />
+donna scese del ciel, per li cui prieghi<br />
+de la mia compagnia costui sovvenni.
+</p>
+
+<p>
+Ma da ch&rsquo;è tuo voler che più si spieghi<br />
+di nostra condizion com&rsquo; ell&rsquo; è vera,<br />
+esser non puote il mio che a te si nieghi.
+</p>
+
+<p>
+Questi non vide mai l&rsquo;ultima sera;<br />
+ma per la sua follia le fu sì presso,<br />
+che molto poco tempo a volger era.
+</p>
+
+<p>
+Sì com&rsquo; io dissi, fui mandato ad esso<br />
+per lui campare; e non lì era altra via<br />
+che questa per la quale i&rsquo; mi son messo.
+</p>
+
+<p>
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;<br />
+e ora intendo mostrar quelli spirti<br />
+che purgan sé sotto la tua balìa.
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; io l&rsquo;ho tratto, saria lungo a dirti;<br />
+de l&rsquo;alto scende virtù che m&rsquo;aiuta<br />
+conducerlo a vederti e a udirti.
+</p>
+
+<p>
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:<br />
+libertà va cercando, ch&rsquo;è sì cara,<br />
+come sa chi per lei vita rifiuta.
+</p>
+
+<p>
+Tu &rsquo;l sai, ché non ti fu per lei amara<br />
+in Utica la morte, ove lasciasti<br />
+la vesta ch&rsquo;al gran dì sarà sì chiara.
+</p>
+
+<p>
+Non son li editti etterni per noi guasti,<br />
+ché questi vive e Minòs me non lega;<br />
+ma son del cerchio ove son li occhi casti
+</p>
+
+<p>
+di Marzia tua, che &rsquo;n vista ancor ti priega,<br />
+o santo petto, che per tua la tegni:<br />
+per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+</p>
+
+<p>
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;<br />
+grazie riporterò di te a lei,<br />
+se d&rsquo;esser mentovato là giù degni».
+</p>
+
+<p>
+«Marzïa piacque tanto a li occhi miei<br />
+mentre ch&rsquo;i&rsquo; fu&rsquo; di là», diss&rsquo; elli allora,<br />
+«che quante grazie volse da me, fei.
+</p>
+
+<p>
+Or che di là dal mal fiume dimora,<br />
+più muover non mi può, per quella legge<br />
+che fatta fu quando me n&rsquo;usci&rsquo; fora.
+</p>
+
+<p>
+Ma se donna del ciel ti move e regge,<br />
+come tu di&rsquo;, non c&rsquo;è mestier lusinghe:<br />
+bastisi ben che per lei mi richegge.
+</p>
+
+<p>
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe<br />
+d&rsquo;un giunco schietto e che li lavi &rsquo;l viso,<br />
+sì ch&rsquo;ogne sucidume quindi stinghe;
+</p>
+
+<p>
+ché non si converria, l&rsquo;occhio sorpriso<br />
+d&rsquo;alcuna nebbia, andar dinanzi al primo<br />
+ministro, ch&rsquo;è di quei di paradiso.
+</p>
+
+<p>
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,<br />
+là giù colà dove la batte l&rsquo;onda,<br />
+porta di giunchi sovra &rsquo;l molle limo:
+</p>
+
+<p>
+null&rsquo; altra pianta che facesse fronda<br />
+o indurasse, vi puote aver vita,<br />
+però ch&rsquo;a le percosse non seconda.
+</p>
+
+<p>
+Poscia non sia di qua vostra reddita;<br />
+lo sol vi mosterrà, che surge omai,<br />
+prendere il monte a più lieve salita».
+</p>
+
+<p>
+Così sparì; e io sù mi levai<br />
+sanza parlare, e tutto mi ritrassi<br />
+al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+</p>
+
+<p>
+El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:<br />
+volgianci in dietro, ché di qua dichina<br />
+questa pianura a&rsquo; suoi termini bassi».
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;alba vinceva l&rsquo;ora mattutina<br />
+che fuggia innanzi, sì che di lontano<br />
+conobbi il tremolar de la marina.
+</p>
+
+<p>
+Noi andavam per lo solingo piano<br />
+com&rsquo; om che torna a la perduta strada,<br />
+che &rsquo;nfino ad essa li pare ire in vano.
+</p>
+
+<p>
+Quando noi fummo là &rsquo;ve la rugiada<br />
+pugna col sole, per essere in parte<br />
+dove, ad orezza, poco si dirada,
+</p>
+
+<p>
+ambo le mani in su l&rsquo;erbetta sparte<br />
+soavemente &rsquo;l mio maestro pose:<br />
+ond&rsquo; io, che fui accorto di sua arte,
+</p>
+
+<p>
+porsi ver&rsquo; lui le guance lagrimose;<br />
+ivi mi fece tutto discoverto<br />
+quel color che l&rsquo;inferno mi nascose.
+</p>
+
+<p>
+Venimmo poi in sul lito diserto,<br />
+che mai non vide navicar sue acque<br />
+omo, che di tornar sia poscia esperto.
+</p>
+
+<p>
+Quivi mi cinse sì com&rsquo; altrui piacque:<br />
+oh maraviglia! ché qual elli scelse<br />
+l&rsquo;umile pianta, cotal si rinacque
+</p>
+
+<p>
+subitamente là onde l&rsquo;avelse.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto36"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto II
+</h2>
+
+<p>
+Già era &rsquo;l sole a l&rsquo;orizzonte giunto<br />
+lo cui meridïan cerchio coverchia<br />
+Ierusalèm col suo più alto punto;
+</p>
+
+<p>
+e la notte, che opposita a lui cerchia,<br />
+uscia di Gange fuor con le Bilance,<br />
+che le caggion di man quando soverchia;
+</p>
+
+<p>
+sì che le bianche e le vermiglie guance,<br />
+là dov&rsquo; i&rsquo; era, de la bella Aurora<br />
+per troppa etate divenivan rance.
+</p>
+
+<p>
+Noi eravam lunghesso mare ancora,<br />
+come gente che pensa a suo cammino,<br />
+che va col cuore e col corpo dimora.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,<br />
+per li grossi vapor Marte rosseggia<br />
+giù nel ponente sovra &rsquo;l suol marino,
+</p>
+
+<p>
+cotal m&rsquo;apparve, s&rsquo;io ancor lo veggia,<br />
+un lume per lo mar venir sì ratto,<br />
+che &rsquo;l muover suo nessun volar pareggia.
+</p>
+
+<p>
+Dal qual com&rsquo; io un poco ebbi ritratto<br />
+l&rsquo;occhio per domandar lo duca mio,<br />
+rividil più lucente e maggior fatto.
+</p>
+
+<p>
+Poi d&rsquo;ogne lato ad esso m&rsquo;appario<br />
+un non sapeva che bianco, e di sotto<br />
+a poco a poco un altro a lui uscìo.
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro ancor non facea motto,<br />
+mentre che i primi bianchi apparver ali;<br />
+allor che ben conobbe il galeotto,
+</p>
+
+<p>
+gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.<br />
+Ecco l&rsquo;angel di Dio: piega le mani;<br />
+omai vedrai di sì fatti officiali.
+</p>
+
+<p>
+Vedi che sdegna li argomenti umani,<br />
+sì che remo non vuol, né altro velo<br />
+che l&rsquo;ali sue, tra liti sì lontani.
+</p>
+
+<p>
+Vedi come l&rsquo;ha dritte verso &rsquo;l cielo,<br />
+trattando l&rsquo;aere con l&rsquo;etterne penne,<br />
+che non si mutan come mortal pelo».
+</p>
+
+<p>
+Poi, come più e più verso noi venne<br />
+l&rsquo;uccel divino, più chiaro appariva:<br />
+per che l&rsquo;occhio da presso nol sostenne,
+</p>
+
+<p>
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva<br />
+con un vasello snelletto e leggero,<br />
+tanto che l&rsquo;acqua nulla ne &rsquo;nghiottiva.
+</p>
+
+<p>
+Da poppa stava il celestial nocchiero,<br />
+tal che faria beato pur descripto;<br />
+e più di cento spirti entro sediero.
+</p>
+
+<p>
+‘In exitu Isräel de Aegypto&rsquo;<br />
+cantavan tutti insieme ad una voce<br />
+con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+</p>
+
+<p>
+Poi fece il segno lor di santa croce;<br />
+ond&rsquo; ei si gittar tutti in su la piaggia:<br />
+ed el sen gì, come venne, veloce.
+</p>
+
+<p>
+La turba che rimase lì, selvaggia<br />
+parea del loco, rimirando intorno<br />
+come colui che nove cose assaggia.
+</p>
+
+<p>
+Da tutte parti saettava il giorno<br />
+lo sol, ch&rsquo;avea con le saette conte<br />
+di mezzo &rsquo;l ciel cacciato Capricorno,
+</p>
+
+<p>
+quando la nova gente alzò la fronte<br />
+ver&rsquo; noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,<br />
+mostratene la via di gire al monte».
+</p>
+
+<p>
+E Virgilio rispuose: «Voi credete<br />
+forse che siamo esperti d&rsquo;esto loco;<br />
+ma noi siam peregrin come voi siete.
+</p>
+
+<p>
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,<br />
+per altra via, che fu sì aspra e forte,<br />
+che lo salire omai ne parrà gioco».
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;anime, che si fuor di me accorte,<br />
+per lo spirare, ch&rsquo;i&rsquo; era ancor vivo,<br />
+maravigliando diventaro smorte.
+</p>
+
+<p>
+E come a messagger che porta ulivo<br />
+tragge la gente per udir novelle,<br />
+e di calcar nessun si mostra schivo,
+</p>
+
+<p>
+così al viso mio s&rsquo;affisar quelle<br />
+anime fortunate tutte quante,<br />
+quasi oblïando d&rsquo;ire a farsi belle.
+</p>
+
+<p>
+Io vidi una di lor trarresi avante<br />
+per abbracciarmi con sì grande affetto,<br />
+che mosse me a far lo somigliante.
+</p>
+
+<p>
+Ohi ombre vane, fuor che ne l&rsquo;aspetto!<br />
+tre volte dietro a lei le mani avvinsi,<br />
+e tante mi tornai con esse al petto.
+</p>
+
+<p>
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;<br />
+per che l&rsquo;ombra sorrise e si ritrasse,<br />
+e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+</p>
+
+<p>
+Soavemente disse ch&rsquo;io posasse;<br />
+allor conobbi chi era, e pregai<br />
+che, per parlarmi, un poco s&rsquo;arrestasse.
+</p>
+
+<p>
+Rispuosemi: «Così com&rsquo; io t&rsquo;amai<br />
+nel mortal corpo, così t&rsquo;amo sciolta:<br />
+però m&rsquo;arresto; ma tu perché vai?».
+</p>
+
+<p>
+«Casella mio, per tornar altra volta<br />
+là dov&rsquo; io son, fo io questo vïaggio»,<br />
+diss&rsquo; io; «ma a te com&rsquo; è tanta ora tolta?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Nessun m&rsquo;è fatto oltraggio,<br />
+se quei che leva quando e cui li piace,<br />
+più volte m&rsquo;ha negato esto passaggio;
+</p>
+
+<p>
+ché di giusto voler lo suo si face:<br />
+veramente da tre mesi elli ha tolto<br />
+chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io, ch&rsquo;era ora a la marina vòlto<br />
+dove l&rsquo;acqua di Tevero s&rsquo;insala,<br />
+benignamente fu&rsquo; da lui ricolto.
+</p>
+
+<p>
+A quella foce ha elli or dritta l&rsquo;ala,<br />
+però che sempre quivi si ricoglie<br />
+qual verso Acheronte non si cala».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Se nuova legge non ti toglie<br />
+memoria o uso a l&rsquo;amoroso canto<br />
+che mi solea quetar tutte mie doglie,
+</p>
+
+<p>
+di ciò ti piaccia consolare alquanto<br />
+l&rsquo;anima mia, che, con la sua persona<br />
+venendo qui, è affannata tanto!».
+</p>
+
+<p>
+‘Amor che ne la mente mi ragiona&rsquo;<br />
+cominciò elli allor sì dolcemente,<br />
+che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro e io e quella gente<br />
+ch&rsquo;eran con lui parevan sì contenti,<br />
+come a nessun toccasse altro la mente.
+</p>
+
+<p>
+Noi eravam tutti fissi e attenti<br />
+a le sue note; ed ecco il veglio onesto<br />
+gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+</p>
+
+<p>
+qual negligenza, quale stare è questo?<br />
+Correte al monte a spogliarvi lo scoglio<br />
+ch&rsquo;esser non lascia a voi Dio manifesto».
+</p>
+
+<p>
+Come quando, cogliendo biado o loglio,<br />
+li colombi adunati a la pastura,<br />
+queti, sanza mostrar l&rsquo;usato orgoglio,
+</p>
+
+<p>
+se cosa appare ond&rsquo; elli abbian paura,<br />
+subitamente lasciano star l&rsquo;esca,<br />
+perch&rsquo; assaliti son da maggior cura;
+</p>
+
+<p>
+così vid&rsquo; io quella masnada fresca<br />
+lasciar lo canto, e fuggir ver&rsquo; la costa,<br />
+com&rsquo; om che va, né sa dove rïesca;
+</p>
+
+<p>
+né la nostra partita fu men tosta.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto37"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto III
+</h2>
+
+<p>
+Avvegna che la subitana fuga<br />
+dispergesse color per la campagna,<br />
+rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+</p>
+
+<p>
+i&rsquo; mi ristrinsi a la fida compagna:<br />
+e come sare&rsquo; io sanza lui corso?<br />
+chi m&rsquo;avria tratto su per la montagna?
+</p>
+
+<p>
+El mi parea da sé stesso rimorso:<br />
+o dignitosa coscïenza e netta,<br />
+come t&rsquo;è picciol fallo amaro morso!
+</p>
+
+<p>
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,<br />
+che l&rsquo;onestade ad ogn&rsquo; atto dismaga,<br />
+la mente mia, che prima era ristretta,
+</p>
+
+<p>
+lo &rsquo;ntento rallargò, sì come vaga,<br />
+e diedi &rsquo;l viso mio incontr&rsquo; al poggio<br />
+che &rsquo;nverso &rsquo;l ciel più alto si dislaga.
+</p>
+
+<p>
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,<br />
+rotto m&rsquo;era dinanzi a la figura,<br />
+ch&rsquo;avëa in me de&rsquo; suoi raggi l&rsquo;appoggio.
+</p>
+
+<p>
+Io mi volsi dallato con paura<br />
+d&rsquo;essere abbandonato, quand&rsquo; io vidi<br />
+solo dinanzi a me la terra oscura;
+</p>
+
+<p>
+e &rsquo;l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,<br />
+a dir mi cominciò tutto rivolto;<br />
+«non credi tu me teco e ch&rsquo;io ti guidi?
+</p>
+
+<p>
+Vespero è già colà dov&rsquo; è sepolto<br />
+lo corpo dentro al quale io facea ombra;<br />
+Napoli l&rsquo;ha, e da Brandizio è tolto.
+</p>
+
+<p>
+Ora, se innanzi a me nulla s&rsquo;aombra,<br />
+non ti maravigliar più che d&rsquo;i cieli<br />
+che l&rsquo;uno a l&rsquo;altro raggio non ingombra.
+</p>
+
+<p>
+A sofferir tormenti, caldi e geli<br />
+simili corpi la Virtù dispone<br />
+che, come fa, non vuol ch&rsquo;a noi si sveli.
+</p>
+
+<p>
+Matto è chi spera che nostra ragione<br />
+possa trascorrer la infinita via<br />
+che tiene una sustanza in tre persone.
+</p>
+
+<p>
+State contenti, umana gente, al quia;<br />
+ché, se potuto aveste veder tutto,<br />
+mestier non era parturir Maria;
+</p>
+
+<p>
+e disïar vedeste sanza frutto<br />
+tai che sarebbe lor disio quetato,<br />
+ch&rsquo;etternalmente è dato lor per lutto:
+</p>
+
+<p>
+io dico d&rsquo;Aristotile e di Plato<br />
+e di molt&rsquo; altri»; e qui chinò la fronte,<br />
+e più non disse, e rimase turbato.
+</p>
+
+<p>
+Noi divenimmo intanto a piè del monte;<br />
+quivi trovammo la roccia sì erta,<br />
+che &rsquo;ndarno vi sarien le gambe pronte.
+</p>
+
+<p>
+Tra Lerice e Turbìa la più diserta,<br />
+la più rotta ruina è una scala,<br />
+verso di quella, agevole e aperta.
+</p>
+
+<p>
+«Or chi sa da qual man la costa cala»,<br />
+disse &rsquo;l maestro mio fermando &rsquo;l passo,<br />
+«sì che possa salir chi va sanz&rsquo; ala?».
+</p>
+
+<p>
+E mentre ch&rsquo;e&rsquo; tenendo &rsquo;l viso basso<br />
+essaminava del cammin la mente,<br />
+e io mirava suso intorno al sasso,
+</p>
+
+<p>
+da man sinistra m&rsquo;apparì una gente<br />
+d&rsquo;anime, che movieno i piè ver&rsquo; noi,<br />
+e non pareva, sì venïan lente.
+</p>
+
+<p>
+«Leva», diss&rsquo; io, «maestro, li occhi tuoi:<br />
+ecco di qua chi ne darà consiglio,<br />
+se tu da te medesmo aver nol puoi».
+</p>
+
+<p>
+Guardò allora, e con libero piglio<br />
+rispuose: «Andiamo in là, ch&rsquo;ei vegnon piano;<br />
+e tu ferma la spene, dolce figlio».
+</p>
+
+<p>
+Ancora era quel popol di lontano,<br />
+i&rsquo; dico dopo i nostri mille passi,<br />
+quanto un buon gittator trarria con mano,
+</p>
+
+<p>
+quando si strinser tutti ai duri massi<br />
+de l&rsquo;alta ripa, e stetter fermi e stretti<br />
+com&rsquo; a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+</p>
+
+<p>
+«O ben finiti, o già spiriti eletti»,<br />
+Virgilio incominciò, «per quella pace<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; credo che per voi tutti s&rsquo;aspetti,
+</p>
+
+<p>
+ditene dove la montagna giace,<br />
+sì che possibil sia l&rsquo;andare in suso;<br />
+ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+</p>
+
+<p>
+Come le pecorelle escon del chiuso<br />
+a una, a due, a tre, e l&rsquo;altre stanno<br />
+timidette atterrando l&rsquo;occhio e &rsquo;l muso;
+</p>
+
+<p>
+e ciò che fa la prima, e l&rsquo;altre fanno,<br />
+addossandosi a lei, s&rsquo;ella s&rsquo;arresta,<br />
+semplici e quete, e lo &rsquo;mperché non sanno;
+</p>
+
+<p>
+sì vid&rsquo; io muovere a venir la testa<br />
+di quella mandra fortunata allotta,<br />
+pudica in faccia e ne l&rsquo;andare onesta.
+</p>
+
+<p>
+Come color dinanzi vider rotta<br />
+la luce in terra dal mio destro canto,<br />
+sì che l&rsquo;ombra era da me a la grotta,
+</p>
+
+<p>
+restaro, e trasser sé in dietro alquanto,<br />
+e tutti li altri che venieno appresso,<br />
+non sappiendo &rsquo;l perché, fenno altrettanto.
+</p>
+
+<p>
+«Sanza vostra domanda io vi confesso<br />
+che questo è corpo uman che voi vedete;<br />
+per che &rsquo;l lume del sole in terra è fesso.
+</p>
+
+<p>
+Non vi maravigliate, ma credete<br />
+che non sanza virtù che da ciel vegna<br />
+cerchi di soverchiar questa parete».
+</p>
+
+<p>
+Così &rsquo;l maestro; e quella gente degna<br />
+«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,<br />
+coi dossi de le man faccendo insegna.
+</p>
+
+<p>
+E un di loro incominciò: «Chiunque<br />
+tu se&rsquo;, così andando, volgi &rsquo;l viso:<br />
+pon mente se di là mi vedesti unque».
+</p>
+
+<p>
+Io mi volsi ver&rsquo; lui e guardail fiso:<br />
+biondo era e bello e di gentile aspetto,<br />
+ma l&rsquo;un de&rsquo; cigli un colpo avea diviso.
+</p>
+
+<p>
+Quand&rsquo; io mi fui umilmente disdetto<br />
+d&rsquo;averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;<br />
+e mostrommi una piaga a sommo &rsquo;l petto.
+</p>
+
+<p>
+Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,<br />
+nepote di Costanza imperadrice;<br />
+ond&rsquo; io ti priego che, quando tu riedi,
+</p>
+
+<p>
+vadi a mia bella figlia, genitrice<br />
+de l&rsquo;onor di Cicilia e d&rsquo;Aragona,<br />
+e dichi &rsquo;l vero a lei, s&rsquo;altro si dice.
+</p>
+
+<p>
+Poscia ch&rsquo;io ebbi rotta la persona<br />
+di due punte mortali, io mi rendei,<br />
+piangendo, a quei che volontier perdona.
+</p>
+
+<p>
+Orribil furon li peccati miei;<br />
+ma la bontà infinita ha sì gran braccia,<br />
+che prende ciò che si rivolge a lei.
+</p>
+
+<p>
+Se &rsquo;l pastor di Cosenza, che a la caccia<br />
+di me fu messo per Clemente allora,<br />
+avesse in Dio ben letta questa faccia,
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;ossa del corpo mio sarieno ancora<br />
+in co del ponte presso a Benevento,<br />
+sotto la guardia de la grave mora.
+</p>
+
+<p>
+Or le bagna la pioggia e move il vento<br />
+di fuor dal regno, quasi lungo &rsquo;l Verde,<br />
+dov&rsquo; e&rsquo; le trasmutò a lume spento.
+</p>
+
+<p>
+Per lor maladizion sì non si perde,<br />
+che non possa tornar, l&rsquo;etterno amore,<br />
+mentre che la speranza ha fior del verde.
+</p>
+
+<p>
+Vero è che quale in contumacia more<br />
+di Santa Chiesa, ancor ch&rsquo;al fin si penta,<br />
+star li convien da questa ripa in fore,
+</p>
+
+<p>
+per ognun tempo ch&rsquo;elli è stato, trenta,<br />
+in sua presunzïon, se tal decreto<br />
+più corto per buon prieghi non diventa.
+</p>
+
+<p>
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,<br />
+revelando a la mia buona Costanza<br />
+come m&rsquo;hai visto, e anco esto divieto;
+</p>
+
+<p>
+ché qui per quei di là molto s&rsquo;avanza».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto38"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto IV
+</h2>
+
+<p>
+Quando per dilettanze o ver per doglie,<br />
+che alcuna virtù nostra comprenda,<br />
+l&rsquo;anima bene ad essa si raccoglie,
+</p>
+
+<p>
+par ch&rsquo;a nulla potenza più intenda;<br />
+e questo è contra quello error che crede<br />
+ch&rsquo;un&rsquo;anima sovr&rsquo; altra in noi s&rsquo;accenda.
+</p>
+
+<p>
+E però, quando s&rsquo;ode cosa o vede<br />
+che tegna forte a sé l&rsquo;anima volta,<br />
+vassene &rsquo;l tempo e l&rsquo;uom non se n&rsquo;avvede;
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;altra potenza è quella che l&rsquo;ascolta,<br />
+e altra è quella c&rsquo;ha l&rsquo;anima intera:<br />
+questa è quasi legata e quella è sciolta.
+</p>
+
+<p>
+Di ciò ebb&rsquo; io esperïenza vera,<br />
+udendo quello spirto e ammirando;<br />
+ché ben cinquanta gradi salito era
+</p>
+
+<p>
+lo sole, e io non m&rsquo;era accorto, quando<br />
+venimmo ove quell&rsquo; anime ad una<br />
+gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+</p>
+
+<p>
+Maggiore aperta molte volte impruna<br />
+con una forcatella di sue spine<br />
+l&rsquo;uom de la villa quando l&rsquo;uva imbruna,
+</p>
+
+<p>
+che non era la calla onde salìne<br />
+lo duca mio, e io appresso, soli,<br />
+come da noi la schiera si partìne.
+</p>
+
+<p>
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,<br />
+montasi su in Bismantova e &rsquo;n Cacume<br />
+con esso i piè; ma qui convien ch&rsquo;om voli;
+</p>
+
+<p>
+dico con l&rsquo;ale snelle e con le piume<br />
+del gran disio, di retro a quel condotto<br />
+che speranza mi dava e facea lume.
+</p>
+
+<p>
+Noi salavam per entro &rsquo;l sasso rotto,<br />
+e d&rsquo;ogne lato ne stringea lo stremo,<br />
+e piedi e man volea il suol di sotto.
+</p>
+
+<p>
+Poi che noi fummo in su l&rsquo;orlo suppremo<br />
+de l&rsquo;alta ripa, a la scoperta piaggia,<br />
+«Maestro mio», diss&rsquo; io, «che via faremo?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;<br />
+pur su al monte dietro a me acquista,<br />
+fin che n&rsquo;appaia alcuna scorta saggia».
+</p>
+
+<p>
+Lo sommo er&rsquo; alto che vincea la vista,<br />
+e la costa superba più assai<br />
+che da mezzo quadrante a centro lista.
+</p>
+
+<p>
+Io era lasso, quando cominciai:<br />
+«O dolce padre, volgiti, e rimira<br />
+com&rsquo; io rimango sol, se non restai».
+</p>
+
+<p>
+«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,<br />
+additandomi un balzo poco in sùe<br />
+che da quel lato il poggio tutto gira.
+</p>
+
+<p>
+Sì mi spronaron le parole sue,<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; mi sforzai carpando appresso lui,<br />
+tanto che &rsquo;l cinghio sotto i piè mi fue.
+</p>
+
+<p>
+A seder ci ponemmo ivi ambedui<br />
+vòlti a levante ond&rsquo; eravam saliti,<br />
+che suole a riguardar giovare altrui.
+</p>
+
+<p>
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;<br />
+poscia li alzai al sole, e ammirava<br />
+che da sinistra n&rsquo;eravam feriti.
+</p>
+
+<p>
+Ben s&rsquo;avvide il poeta ch&rsquo;ïo stava<br />
+stupido tutto al carro de la luce,<br />
+ove tra noi e Aquilone intrava.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; elli a me: «Se Castore e Poluce<br />
+fossero in compagnia di quello specchio<br />
+che sù e giù del suo lume conduce,
+</p>
+
+<p>
+tu vedresti il Zodïaco rubecchio<br />
+ancora a l&rsquo;Orse più stretto rotare,<br />
+se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+</p>
+
+<p>
+Come ciò sia, se &rsquo;l vuoi poter pensare,<br />
+dentro raccolto, imagina Sïòn<br />
+con questo monte in su la terra stare
+</p>
+
+<p>
+sì, ch&rsquo;amendue hanno un solo orizzòn<br />
+e diversi emisperi; onde la strada<br />
+che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+</p>
+
+<p>
+vedrai come a costui convien che vada<br />
+da l&rsquo;un, quando a colui da l&rsquo;altro fianco,<br />
+se lo &rsquo;ntelletto tuo ben chiaro bada».
+</p>
+
+<p>
+«Certo, maestro mio,» diss&rsquo; io, «unquanco<br />
+non vid&rsquo; io chiaro sì com&rsquo; io discerno<br />
+là dove mio ingegno parea manco,
+</p>
+
+<p>
+che &rsquo;l mezzo cerchio del moto superno,<br />
+che si chiama Equatore in alcun&rsquo; arte,<br />
+e che sempre riman tra &rsquo;l sole e &rsquo;l verno,
+</p>
+
+<p>
+per la ragion che di&rsquo;, quinci si parte<br />
+verso settentrïon, quanto li Ebrei<br />
+vedevan lui verso la calda parte.
+</p>
+
+<p>
+Ma se a te piace, volontier saprei<br />
+quanto avemo ad andar; ché &rsquo;l poggio sale<br />
+più che salir non posson li occhi miei».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Questa montagna è tale,<br />
+che sempre al cominciar di sotto è grave;<br />
+e quant&rsquo; om più va sù, e men fa male.
+</p>
+
+<p>
+Però, quand&rsquo; ella ti parrà soave<br />
+tanto, che sù andar ti fia leggero<br />
+com&rsquo; a seconda giù andar per nave,
+</p>
+
+<p>
+allor sarai al fin d&rsquo;esto sentiero;<br />
+quivi di riposar l&rsquo;affanno aspetta.<br />
+Più non rispondo, e questo so per vero».
+</p>
+
+<p>
+E com&rsquo; elli ebbe sua parola detta,<br />
+una voce di presso sonò: «Forse<br />
+che di sedere in pria avrai distretta!».
+</p>
+
+<p>
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,<br />
+e vedemmo a mancina un gran petrone,<br />
+del qual né io né ei prima s&rsquo;accorse.
+</p>
+
+<p>
+Là ci traemmo; e ivi eran persone<br />
+che si stavano a l&rsquo;ombra dietro al sasso<br />
+come l&rsquo;uom per negghienza a star si pone.
+</p>
+
+<p>
+E un di lor, che mi sembiava lasso,<br />
+sedeva e abbracciava le ginocchia,<br />
+tenendo &rsquo;l viso giù tra esse basso.
+</p>
+
+<p>
+«O dolce segnor mio», diss&rsquo; io, «adocchia<br />
+colui che mostra sé più negligente<br />
+che se pigrizia fosse sua serocchia».
+</p>
+
+<p>
+Allor si volse a noi e puose mente,<br />
+movendo &rsquo;l viso pur su per la coscia,<br />
+e disse: «Or va tu sù, che se&rsquo; valente!».
+</p>
+
+<p>
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia<br />
+che m&rsquo;avacciava un poco ancor la lena,<br />
+non m&rsquo;impedì l&rsquo;andare a lui; e poscia
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;a lui fu&rsquo; giunto, alzò la testa a pena,<br />
+dicendo: «Hai ben veduto come &rsquo;l sole<br />
+da l&rsquo;omero sinistro il carro mena?».
+</p>
+
+<p>
+Li atti suoi pigri e le corte parole<br />
+mosser le labbra mie un poco a riso;<br />
+poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+</p>
+
+<p>
+di te omai; ma dimmi: perché assiso<br />
+quiritto se&rsquo;? attendi tu iscorta,<br />
+o pur lo modo usato t&rsquo;ha&rsquo; ripriso?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?<br />
+ché non mi lascerebbe ire a&rsquo; martìri<br />
+l&rsquo;angel di Dio che siede in su la porta.
+</p>
+
+<p>
+Prima convien che tanto il ciel m&rsquo;aggiri<br />
+di fuor da essa, quanto fece in vita,<br />
+per ch&rsquo;io &rsquo;ndugiai al fine i buon sospiri,
+</p>
+
+<p>
+se orazïone in prima non m&rsquo;aita<br />
+che surga sù di cuor che in grazia viva;<br />
+l&rsquo;altra che val, che &rsquo;n ciel non è udita?».
+</p>
+
+<p>
+E già il poeta innanzi mi saliva,<br />
+e dicea: «Vienne omai; vedi ch&rsquo;è tocco<br />
+meridïan dal sole e a la riva
+</p>
+
+<p>
+cuopre la notte già col piè Morrocco».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto39"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto V
+</h2>
+
+<p>
+Io era già da quell&rsquo; ombre partito,<br />
+e seguitava l&rsquo;orme del mio duca,<br />
+quando di retro a me, drizzando &rsquo;l dito,
+</p>
+
+<p>
+una gridò: «Ve&rsquo; che non par che luca<br />
+lo raggio da sinistra a quel di sotto,<br />
+e come vivo par che si conduca!».
+</p>
+
+<p>
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,<br />
+e vidile guardar per maraviglia<br />
+pur me, pur me, e &rsquo;l lume ch&rsquo;era rotto.
+</p>
+
+<p>
+«Perché l&rsquo;animo tuo tanto s&rsquo;impiglia»,<br />
+disse &rsquo;l maestro, «che l&rsquo;andare allenti?<br />
+che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+</p>
+
+<p>
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:<br />
+sta come torre ferma, che non crolla<br />
+già mai la cima per soffiar di venti;
+</p>
+
+<p>
+ché sempre l&rsquo;omo in cui pensier rampolla<br />
+sovra pensier, da sé dilunga il segno,<br />
+perché la foga l&rsquo;un de l&rsquo;altro insolla».
+</p>
+
+<p>
+Che potea io ridir, se non «Io vegno»?<br />
+Dissilo, alquanto del color consperso<br />
+che fa l&rsquo;uom di perdon talvolta degno.
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;ntanto per la costa di traverso<br />
+venivan genti innanzi a noi un poco,<br />
+cantando ‘Miserere&rsquo; a verso a verso.
+</p>
+
+<p>
+Quando s&rsquo;accorser ch&rsquo;i&rsquo; non dava loco<br />
+per lo mio corpo al trapassar d&rsquo;i raggi,<br />
+mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+</p>
+
+<p>
+e due di loro, in forma di messaggi,<br />
+corsero incontr&rsquo; a noi e dimandarne:<br />
+«Di vostra condizion fatene saggi».
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l mio maestro: «Voi potete andarne<br />
+e ritrarre a color che vi mandaro<br />
+che &rsquo;l corpo di costui è vera carne.
+</p>
+
+<p>
+Se per veder la sua ombra restaro,<br />
+com&rsquo; io avviso, assai è lor risposto:<br />
+fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+</p>
+
+<p>
+Vapori accesi non vid&rsquo; io sì tosto<br />
+di prima notte mai fender sereno,<br />
+né, sol calando, nuvole d&rsquo;agosto,
+</p>
+
+<p>
+che color non tornasser suso in meno;<br />
+e, giunti là, con li altri a noi dier volta,<br />
+come schiera che scorre sanza freno.
+</p>
+
+<p>
+«Questa gente che preme a noi è molta,<br />
+e vegnonti a pregar», disse &rsquo;l poeta:<br />
+«però pur va, e in andando ascolta».
+</p>
+
+<p>
+«O anima che vai per esser lieta<br />
+con quelle membra con le quai nascesti»,<br />
+venian gridando, «un poco il passo queta.
+</p>
+
+<p>
+Guarda s&rsquo;alcun di noi unqua vedesti,<br />
+sì che di lui di là novella porti:<br />
+deh, perché vai? deh, perché non t&rsquo;arresti?
+</p>
+
+<p>
+Noi fummo tutti già per forza morti,<br />
+e peccatori infino a l&rsquo;ultima ora;<br />
+quivi lume del ciel ne fece accorti,
+</p>
+
+<p>
+sì che, pentendo e perdonando, fora<br />
+di vita uscimmo a Dio pacificati,<br />
+che del disio di sé veder n&rsquo;accora».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Perché ne&rsquo; vostri visi guati,<br />
+non riconosco alcun; ma s&rsquo;a voi piace<br />
+cosa ch&rsquo;io possa, spiriti ben nati,
+</p>
+
+<p>
+voi dite, e io farò per quella pace<br />
+che, dietro a&rsquo; piedi di sì fatta guida,<br />
+di mondo in mondo cercar mi si face».
+</p>
+
+<p>
+E uno incominciò: «Ciascun si fida<br />
+del beneficio tuo sanza giurarlo,<br />
+pur che &rsquo;l voler nonpossa non ricida.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io, che solo innanzi a li altri parlo,<br />
+ti priego, se mai vedi quel paese<br />
+che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+</p>
+
+<p>
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese<br />
+in Fano, sì che ben per me s&rsquo;adori<br />
+pur ch&rsquo;i&rsquo; possa purgar le gravi offese.
+</p>
+
+<p>
+Quindi fu&rsquo; io; ma li profondi fóri<br />
+ond&rsquo; uscì &rsquo;l sangue in sul quale io sedea,<br />
+fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+</p>
+
+<p>
+là dov&rsquo; io più sicuro esser credea:<br />
+quel da Esti il fé far, che m&rsquo;avea in ira<br />
+assai più là che dritto non volea.
+</p>
+
+<p>
+Ma s&rsquo;io fosse fuggito inver&rsquo; la Mira,<br />
+quando fu&rsquo; sovragiunto ad Orïaco,<br />
+ancor sarei di là dove si spira.
+</p>
+
+<p>
+Corsi al palude, e le cannucce e &rsquo;l braco<br />
+m&rsquo;impigliar sì ch&rsquo;i&rsquo; caddi; e lì vid&rsquo; io<br />
+de le mie vene farsi in terra laco».
+</p>
+
+<p>
+Poi disse un altro: «Deh, se quel disio<br />
+si compia che ti tragge a l&rsquo;alto monte,<br />
+con buona pïetate aiuta il mio!
+</p>
+
+<p>
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;<br />
+Giovanna o altri non ha di me cura;<br />
+per ch&rsquo;io vo tra costor con bassa fronte».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Qual forza o qual ventura<br />
+ti travïò sì fuor di Campaldino,<br />
+che non si seppe mai tua sepultura?».
+</p>
+
+<p>
+«Oh!», rispuos&rsquo; elli, «a piè del Casentino<br />
+traversa un&rsquo;acqua c&rsquo;ha nome l&rsquo;Archiano,<br />
+che sovra l&rsquo;Ermo nasce in Apennino.
+</p>
+
+<p>
+Là &rsquo;ve &rsquo;l vocabol suo diventa vano,<br />
+arriva&rsquo; io forato ne la gola,<br />
+fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+</p>
+
+<p>
+Quivi perdei la vista e la parola;<br />
+nel nome di Maria fini&rsquo;, e quivi<br />
+caddi, e rimase la mia carne sola.
+</p>
+
+<p>
+Io dirò vero, e tu &rsquo;l ridì tra &rsquo; vivi:<br />
+l&rsquo;angel di Dio mi prese, e quel d&rsquo;inferno<br />
+gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+</p>
+
+<p>
+Tu te ne porti di costui l&rsquo;etterno<br />
+per una lagrimetta che &rsquo;l mi toglie;<br />
+ma io farò de l&rsquo;altro altro governo!”.
+</p>
+
+<p>
+Ben sai come ne l&rsquo;aere si raccoglie<br />
+quell&rsquo; umido vapor che in acqua riede,<br />
+tosto che sale dove &rsquo;l freddo il coglie.
+</p>
+
+<p>
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede<br />
+con lo &rsquo;ntelletto, e mosse il fummo e &rsquo;l vento<br />
+per la virtù che sua natura diede.
+</p>
+
+<p>
+Indi la valle, come &rsquo;l dì fu spento,<br />
+da Pratomagno al gran giogo coperse<br />
+di nebbia; e &rsquo;l ciel di sopra fece intento,
+</p>
+
+<p>
+sì che &rsquo;l pregno aere in acqua si converse;<br />
+la pioggia cadde, e a&rsquo; fossati venne<br />
+di lei ciò che la terra non sofferse;
+</p>
+
+<p>
+e come ai rivi grandi si convenne,<br />
+ver&rsquo; lo fiume real tanto veloce<br />
+si ruinò, che nulla la ritenne.
+</p>
+
+<p>
+Lo corpo mio gelato in su la foce<br />
+trovò l&rsquo;Archian rubesto; e quel sospinse<br />
+ne l&rsquo;Arno, e sciolse al mio petto la croce
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;i&rsquo; fe&rsquo; di me quando &rsquo;l dolor mi vinse;<br />
+voltòmmi per le ripe e per lo fondo,<br />
+poi di sua preda mi coperse e cinse».
+</p>
+
+<p>
+«Deh, quando tu sarai tornato al mondo<br />
+e riposato de la lunga via»,<br />
+seguitò &rsquo;l terzo spirito al secondo,
+</p>
+
+<p>
+«ricorditi di me, che son la Pia;<br />
+Siena mi fé, disfecemi Maremma:<br />
+salsi colui che &rsquo;nnanellata pria
+</p>
+
+<p>
+disposando m&rsquo;avea con la sua gemma».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto40"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto VI
+</h2>
+
+<p>
+Quando si parte il gioco de la zara,<br />
+colui che perde si riman dolente,<br />
+repetendo le volte, e tristo impara;
+</p>
+
+<p>
+con l&rsquo;altro se ne va tutta la gente;<br />
+qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,<br />
+e qual dallato li si reca a mente;
+</p>
+
+<p>
+el non s&rsquo;arresta, e questo e quello intende;<br />
+a cui porge la man, più non fa pressa;<br />
+e così da la calca si difende.
+</p>
+
+<p>
+Tal era io in quella turba spessa,<br />
+volgendo a loro, e qua e là, la faccia,<br />
+e promettendo mi sciogliea da essa.
+</p>
+
+<p>
+Quiv&rsquo; era l&rsquo;Aretin che da le braccia<br />
+fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,<br />
+e l&rsquo;altro ch&rsquo;annegò correndo in caccia.
+</p>
+
+<p>
+Quivi pregava con le mani sporte<br />
+Federigo Novello, e quel da Pisa<br />
+che fé parer lo buon Marzucco forte.
+</p>
+
+<p>
+Vidi conte Orso e l&rsquo;anima divisa<br />
+dal corpo suo per astio e per inveggia,<br />
+com&rsquo; e&rsquo; dicea, non per colpa commisa;
+</p>
+
+<p>
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,<br />
+mentr&rsquo; è di qua, la donna di Brabante,<br />
+sì che però non sia di peggior greggia.
+</p>
+
+<p>
+Come libero fui da tutte quante<br />
+quell&rsquo; ombre che pregar pur ch&rsquo;altri prieghi,<br />
+sì che s&rsquo;avacci lor divenir sante,
+</p>
+
+<p>
+io cominciai: «El par che tu mi nieghi,<br />
+o luce mia, espresso in alcun testo<br />
+che decreto del cielo orazion pieghi;
+</p>
+
+<p>
+e questa gente prega pur di questo:<br />
+sarebbe dunque loro speme vana,<br />
+o non m&rsquo;è &rsquo;l detto tuo ben manifesto?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;<br />
+e la speranza di costor non falla,<br />
+se ben si guarda con la mente sana;
+</p>
+
+<p>
+ché cima di giudicio non s&rsquo;avvalla<br />
+perché foco d&rsquo;amor compia in un punto<br />
+ciò che de&rsquo; sodisfar chi qui s&rsquo;astalla;
+</p>
+
+<p>
+e là dov&rsquo; io fermai cotesto punto,<br />
+non s&rsquo;ammendava, per pregar, difetto,<br />
+perché &rsquo;l priego da Dio era disgiunto.
+</p>
+
+<p>
+Veramente a così alto sospetto<br />
+non ti fermar, se quella nol ti dice<br />
+che lume fia tra &rsquo;l vero e lo &rsquo;ntelletto.
+</p>
+
+<p>
+Non so se &rsquo;ntendi: io dico di Beatrice;<br />
+tu la vedrai di sopra, in su la vetta<br />
+di questo monte, ridere e felice».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,<br />
+ché già non m&rsquo;affatico come dianzi,<br />
+e vedi omai che &rsquo;l poggio l&rsquo;ombra getta».
+</p>
+
+<p>
+«Noi anderem con questo giorno innanzi»,<br />
+rispuose, «quanto più potremo omai;<br />
+ma &rsquo;l fatto è d&rsquo;altra forma che non stanzi.
+</p>
+
+<p>
+Prima che sie là sù, tornar vedrai<br />
+colui che già si cuopre de la costa,<br />
+sì che &rsquo; suoi raggi tu romper non fai.
+</p>
+
+<p>
+Ma vedi là un&rsquo;anima che, posta<br />
+sola soletta, inverso noi riguarda:<br />
+quella ne &rsquo;nsegnerà la via più tosta».
+</p>
+
+<p>
+Venimmo a lei: o anima lombarda,<br />
+come ti stavi altera e disdegnosa<br />
+e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+</p>
+
+<p>
+Ella non ci dicëa alcuna cosa,<br />
+ma lasciavane gir, solo sguardando<br />
+a guisa di leon quando si posa.
+</p>
+
+<p>
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando<br />
+che ne mostrasse la miglior salita;<br />
+e quella non rispuose al suo dimando,
+</p>
+
+<p>
+ma di nostro paese e de la vita<br />
+ci &rsquo;nchiese; e &rsquo;l dolce duca incominciava<br />
+«Mantüa . . . », e l&rsquo;ombra, tutta in sé romita,
+</p>
+
+<p>
+surse ver&rsquo; lui del loco ove pria stava,<br />
+dicendo: «O Mantoano, io son Sordello<br />
+de la tua terra!»; e l&rsquo;un l&rsquo;altro abbracciava.
+</p>
+
+<p>
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,<br />
+nave sanza nocchiere in gran tempesta,<br />
+non donna di province, ma bordello!
+</p>
+
+<p>
+Quell&rsquo; anima gentil fu così presta,<br />
+sol per lo dolce suon de la sua terra,<br />
+di fare al cittadin suo quivi festa;
+</p>
+
+<p>
+e ora in te non stanno sanza guerra<br />
+li vivi tuoi, e l&rsquo;un l&rsquo;altro si rode<br />
+di quei ch&rsquo;un muro e una fossa serra.
+</p>
+
+<p>
+Cerca, misera, intorno da le prode<br />
+le tue marine, e poi ti guarda in seno,<br />
+s&rsquo;alcuna parte in te di pace gode.
+</p>
+
+<p>
+Che val perché ti racconciasse il freno<br />
+Iustinïano, se la sella è vòta?<br />
+Sanz&rsquo; esso fora la vergogna meno.
+</p>
+
+<p>
+Ahi gente che dovresti esser devota,<br />
+e lasciar seder Cesare in la sella,<br />
+se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+</p>
+
+<p>
+guarda come esta fiera è fatta fella<br />
+per non esser corretta da li sproni,<br />
+poi che ponesti mano a la predella.
+</p>
+
+<p>
+O Alberto tedesco ch&rsquo;abbandoni<br />
+costei ch&rsquo;è fatta indomita e selvaggia,<br />
+e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+</p>
+
+<p>
+giusto giudicio da le stelle caggia<br />
+sovra &rsquo;l tuo sangue, e sia novo e aperto,<br />
+tal che &rsquo;l tuo successor temenza n&rsquo;aggia!
+</p>
+
+<p>
+Ch&rsquo;avete tu e &rsquo;l tuo padre sofferto,<br />
+per cupidigia di costà distretti,<br />
+che &rsquo;l giardin de lo &rsquo;mperio sia diserto.
+</p>
+
+<p>
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,<br />
+Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:<br />
+color già tristi, e questi con sospetti!
+</p>
+
+<p>
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura<br />
+d&rsquo;i tuoi gentili, e cura lor magagne;<br />
+e vedrai Santafior com&rsquo; è oscura!
+</p>
+
+<p>
+Vieni a veder la tua Roma che piagne<br />
+vedova e sola, e dì e notte chiama:<br />
+«Cesare mio, perché non m&rsquo;accompagne?».
+</p>
+
+<p>
+Vieni a veder la gente quanto s&rsquo;ama!<br />
+e se nulla di noi pietà ti move,<br />
+a vergognar ti vien de la tua fama.
+</p>
+
+<p>
+E se licito m&rsquo;è, o sommo Giove<br />
+che fosti in terra per noi crucifisso,<br />
+son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+</p>
+
+<p>
+O è preparazion che ne l&rsquo;abisso<br />
+del tuo consiglio fai per alcun bene<br />
+in tutto de l&rsquo;accorger nostro scisso?
+</p>
+
+<p>
+Ché le città d&rsquo;Italia tutte piene<br />
+son di tiranni, e un Marcel diventa<br />
+ogne villan che parteggiando viene.
+</p>
+
+<p>
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta<br />
+di questa digression che non ti tocca,<br />
+mercé del popol tuo che si argomenta.
+</p>
+
+<p>
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca<br />
+per non venir sanza consiglio a l&rsquo;arco;<br />
+ma il popol tuo l&rsquo;ha in sommo de la bocca.
+</p>
+
+<p>
+Molti rifiutan lo comune incarco;<br />
+ma il popol tuo solicito risponde<br />
+sanza chiamare, e grida: «I&rsquo; mi sobbarco!».
+</p>
+
+<p>
+Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:<br />
+tu ricca, tu con pace e tu con senno!<br />
+S&rsquo;io dico &rsquo;l ver, l&rsquo;effetto nol nasconde.
+</p>
+
+<p>
+Atene e Lacedemona, che fenno<br />
+l&rsquo;antiche leggi e furon sì civili,<br />
+fecero al viver bene un picciol cenno
+</p>
+
+<p>
+verso di te, che fai tanto sottili<br />
+provedimenti, ch&rsquo;a mezzo novembre<br />
+non giugne quel che tu d&rsquo;ottobre fili.
+</p>
+
+<p>
+Quante volte, del tempo che rimembre,<br />
+legge, moneta, officio e costume<br />
+hai tu mutato, e rinovate membre!
+</p>
+
+<p>
+E se ben ti ricordi e vedi lume,<br />
+vedrai te somigliante a quella inferma<br />
+che non può trovar posa in su le piume,
+</p>
+
+<p>
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto41"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto VII
+</h2>
+
+<p>
+Poscia che l&rsquo;accoglienze oneste e liete<br />
+furo iterate tre e quattro volte,<br />
+Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+</p>
+
+<p>
+«Anzi che a questo monte fosser volte<br />
+l&rsquo;anime degne di salire a Dio,<br />
+fur l&rsquo;ossa mie per Ottavian sepolte.
+</p>
+
+<p>
+Io son Virgilio; e per null&rsquo; altro rio<br />
+lo ciel perdei che per non aver fé».<br />
+Così rispuose allora il duca mio.
+</p>
+
+<p>
+Qual è colui che cosa innanzi sé<br />
+sùbita vede ond&rsquo; e&rsquo; si maraviglia,<br />
+che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+</p>
+
+<p>
+tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,<br />
+e umilmente ritornò ver&rsquo; lui,<br />
+e abbracciòl là &rsquo;ve &rsquo;l minor s&rsquo;appiglia.
+</p>
+
+<p>
+«O gloria di Latin», disse, «per cui<br />
+mostrò ciò che potea la lingua nostra,<br />
+o pregio etterno del loco ond&rsquo; io fui,
+</p>
+
+<p>
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?<br />
+S&rsquo;io son d&rsquo;udir le tue parole degno,<br />
+dimmi se vien d&rsquo;inferno, e di qual chiostra».
+</p>
+
+<p>
+«Per tutt&rsquo; i cerchi del dolente regno»,<br />
+rispuose lui, «son io di qua venuto;<br />
+virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+</p>
+
+<p>
+Non per far, ma per non fare ho perduto<br />
+a veder l&rsquo;alto Sol che tu disiri<br />
+e che fu tardi per me conosciuto.
+</p>
+
+<p>
+Luogo è là giù non tristo di martìri,<br />
+ma di tenebre solo, ove i lamenti<br />
+non suonan come guai, ma son sospiri.
+</p>
+
+<p>
+Quivi sto io coi pargoli innocenti<br />
+dai denti morsi de la morte avante<br />
+che fosser da l&rsquo;umana colpa essenti;
+</p>
+
+<p>
+quivi sto io con quei che le tre sante<br />
+virtù non si vestiro, e sanza vizio<br />
+conobber l&rsquo;altre e seguir tutte quante.
+</p>
+
+<p>
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio<br />
+dà noi per che venir possiam più tosto<br />
+là dove purgatorio ha dritto inizio».
+</p>
+
+<p>
+Rispuose: «Loco certo non c&rsquo;è posto;<br />
+licito m&rsquo;è andar suso e intorno;<br />
+per quanto ir posso, a guida mi t&rsquo;accosto.
+</p>
+
+<p>
+Ma vedi già come dichina il giorno,<br />
+e andar sù di notte non si puote;<br />
+però è buon pensar di bel soggiorno.
+</p>
+
+<p>
+Anime sono a destra qua remote;<br />
+se mi consenti, io ti merrò ad esse,<br />
+e non sanza diletto ti fier note».
+</p>
+
+<p>
+«Com&rsquo; è ciò?», fu risposto. «Chi volesse<br />
+salir di notte, fora elli impedito<br />
+d&rsquo;altrui, o non sarria ché non potesse?».
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l buon Sordello in terra fregò &rsquo;l dito,<br />
+dicendo: «Vedi? sola questa riga<br />
+non varcheresti dopo &rsquo;l sol partito:
+</p>
+
+<p>
+non però ch&rsquo;altra cosa desse briga,<br />
+che la notturna tenebra, ad ir suso;<br />
+quella col nonpoder la voglia intriga.
+</p>
+
+<p>
+Ben si poria con lei tornare in giuso<br />
+e passeggiar la costa intorno errando,<br />
+mentre che l&rsquo;orizzonte il dì tien chiuso».
+</p>
+
+<p>
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,<br />
+«Menane», disse, «dunque là &rsquo;ve dici<br />
+ch&rsquo;aver si può diletto dimorando».
+</p>
+
+<p>
+Poco allungati c&rsquo;eravam di lici,<br />
+quand&rsquo; io m&rsquo;accorsi che &rsquo;l monte era scemo,<br />
+a guisa che i vallon li sceman quici.
+</p>
+
+<p>
+«Colà», disse quell&rsquo; ombra, «n&rsquo;anderemo<br />
+dove la costa face di sé grembo;<br />
+e là il novo giorno attenderemo».
+</p>
+
+<p>
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,<br />
+che ne condusse in fianco de la lacca,<br />
+là dove più ch&rsquo;a mezzo muore il lembo.
+</p>
+
+<p>
+Oro e argento fine, cocco e biacca,<br />
+indaco, legno lucido e sereno,<br />
+fresco smeraldo in l&rsquo;ora che si fiacca,
+</p>
+
+<p>
+da l&rsquo;erba e da li fior, dentr&rsquo; a quel seno<br />
+posti, ciascun saria di color vinto,<br />
+come dal suo maggiore è vinto il meno.
+</p>
+
+<p>
+Non avea pur natura ivi dipinto,<br />
+ma di soavità di mille odori<br />
+vi facea uno incognito e indistinto.
+</p>
+
+<p>
+‘Salve, Regina&rsquo; in sul verde e &rsquo;n su&rsquo; fiori<br />
+quindi seder cantando anime vidi,<br />
+che per la valle non parean di fuori.
+</p>
+
+<p>
+«Prima che &rsquo;l poco sole omai s&rsquo;annidi»,<br />
+cominciò &rsquo;l Mantoan che ci avea vòlti,<br />
+«tra color non vogliate ch&rsquo;io vi guidi.
+</p>
+
+<p>
+Di questo balzo meglio li atti e &rsquo; volti<br />
+conoscerete voi di tutti quanti,<br />
+che ne la lama giù tra essi accolti.
+</p>
+
+<p>
+Colui che più siede alto e fa sembianti<br />
+d&rsquo;aver negletto ciò che far dovea,<br />
+e che non move bocca a li altrui canti,
+</p>
+
+<p>
+Rodolfo imperador fu, che potea<br />
+sanar le piaghe c&rsquo;hanno Italia morta,<br />
+sì che tardi per altri si ricrea.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;altro che ne la vista lui conforta,<br />
+resse la terra dove l&rsquo;acqua nasce<br />
+che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+</p>
+
+<p>
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce<br />
+fu meglio assai che Vincislao suo figlio<br />
+barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+</p>
+
+<p>
+E quel nasetto che stretto a consiglio<br />
+par con colui c&rsquo;ha sì benigno aspetto,<br />
+morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+</p>
+
+<p>
+guardate là come si batte il petto!<br />
+L&rsquo;altro vedete c&rsquo;ha fatto a la guancia<br />
+de la sua palma, sospirando, letto.
+</p>
+
+<p>
+Padre e suocero son del mal di Francia:<br />
+sanno la vita sua viziata e lorda,<br />
+e quindi viene il duol che sì li lancia.
+</p>
+
+<p>
+Quel che par sì membruto e che s&rsquo;accorda,<br />
+cantando, con colui dal maschio naso,<br />
+d&rsquo;ogne valor portò cinta la corda;
+</p>
+
+<p>
+e se re dopo lui fosse rimaso<br />
+lo giovanetto che retro a lui siede,<br />
+ben andava il valor di vaso in vaso,
+</p>
+
+<p>
+che non si puote dir de l&rsquo;altre rede;<br />
+Iacomo e Federigo hanno i reami;<br />
+del retaggio miglior nessun possiede.
+</p>
+
+<p>
+Rade volte risurge per li rami<br />
+l&rsquo;umana probitate; e questo vole<br />
+quei che la dà, perché da lui si chiami.
+</p>
+
+<p>
+Anche al nasuto vanno mie parole<br />
+non men ch&rsquo;a l&rsquo;altro, Pier, che con lui canta,<br />
+onde Puglia e Proenza già si dole.
+</p>
+
+<p>
+Tant&rsquo; è del seme suo minor la pianta,<br />
+quanto, più che Beatrice e Margherita,<br />
+Costanza di marito ancor si vanta.
+</p>
+
+<p>
+Vedete il re de la semplice vita<br />
+seder là solo, Arrigo d&rsquo;Inghilterra:<br />
+questi ha ne&rsquo; rami suoi migliore uscita.
+</p>
+
+<p>
+Quel che più basso tra costor s&rsquo;atterra,<br />
+guardando in suso, è Guiglielmo marchese,<br />
+per cui e Alessandria e la sua guerra
+</p>
+
+<p>
+fa pianger Monferrato e Canavese».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto42"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto VIII
+</h2>
+
+<p>
+Era già l&rsquo;ora che volge il disio<br />
+ai navicanti e &rsquo;ntenerisce il core<br />
+lo dì c&rsquo;han detto ai dolci amici addio;
+</p>
+
+<p>
+e che lo novo peregrin d&rsquo;amore<br />
+punge, se ode squilla di lontano<br />
+che paia il giorno pianger che si more;
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io incominciai a render vano<br />
+l&rsquo;udire e a mirare una de l&rsquo;alme<br />
+surta, che l&rsquo;ascoltar chiedea con mano.
+</p>
+
+<p>
+Ella giunse e levò ambo le palme,<br />
+ficcando li occhi verso l&rsquo;orïente,<br />
+come dicesse a Dio: ‘D&rsquo;altro non calme&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+‘Te lucis ante&rsquo; sì devotamente<br />
+le uscìo di bocca e con sì dolci note,<br />
+che fece me a me uscir di mente;
+</p>
+
+<p>
+e l&rsquo;altre poi dolcemente e devote<br />
+seguitar lei per tutto l&rsquo;inno intero,<br />
+avendo li occhi a le superne rote.
+</p>
+
+<p>
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,<br />
+ché &rsquo;l velo è ora ben tanto sottile,<br />
+certo che &rsquo;l trapassar dentro è leggero.
+</p>
+
+<p>
+Io vidi quello essercito gentile<br />
+tacito poscia riguardare in sùe,<br />
+quasi aspettando, palido e umìle;
+</p>
+
+<p>
+e vidi uscir de l&rsquo;alto e scender giùe<br />
+due angeli con due spade affocate,<br />
+tronche e private de le punte sue.
+</p>
+
+<p>
+Verdi come fogliette pur mo nate<br />
+erano in veste, che da verdi penne<br />
+percosse traean dietro e ventilate.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;un poco sovra noi a star si venne,<br />
+e l&rsquo;altro scese in l&rsquo;opposita sponda,<br />
+sì che la gente in mezzo si contenne.
+</p>
+
+<p>
+Ben discernëa in lor la testa bionda;<br />
+ma ne la faccia l&rsquo;occhio si smarria,<br />
+come virtù ch&rsquo;a troppo si confonda.
+</p>
+
+<p>
+«Ambo vegnon del grembo di Maria»,<br />
+disse Sordello, «a guardia de la valle,<br />
+per lo serpente che verrà vie via».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io, che non sapeva per qual calle,<br />
+mi volsi intorno, e stretto m&rsquo;accostai,<br />
+tutto gelato, a le fidate spalle.
+</p>
+
+<p>
+E Sordello anco: «Or avvalliamo omai<br />
+tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;<br />
+grazïoso fia lor vedervi assai».
+</p>
+
+<p>
+Solo tre passi credo ch&rsquo;i&rsquo; scendesse,<br />
+e fui di sotto, e vidi un che mirava<br />
+pur me, come conoscer mi volesse.
+</p>
+
+<p>
+Temp&rsquo; era già che l&rsquo;aere s&rsquo;annerava,<br />
+ma non sì che tra li occhi suoi e &rsquo; miei<br />
+non dichiarisse ciò che pria serrava.
+</p>
+
+<p>
+Ver&rsquo; me si fece, e io ver&rsquo; lui mi fei:<br />
+giudice Nin gentil, quanto mi piacque<br />
+quando ti vidi non esser tra &rsquo; rei!
+</p>
+
+<p>
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;<br />
+poi dimandò: «Quant&rsquo; è che tu venisti<br />
+a piè del monte per le lontane acque?».
+</p>
+
+<p>
+«Oh!», diss&rsquo; io lui, «per entro i luoghi tristi<br />
+venni stamane, e sono in prima vita,<br />
+ancor che l&rsquo;altra, sì andando, acquisti».
+</p>
+
+<p>
+E come fu la mia risposta udita,<br />
+Sordello ed elli in dietro si raccolse<br />
+come gente di sùbito smarrita.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;uno a Virgilio e l&rsquo;altro a un si volse<br />
+che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!<br />
+vieni a veder che Dio per grazia volse».
+</p>
+
+<p>
+Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado<br />
+che tu dei a colui che sì nasconde<br />
+lo suo primo perché, che non lì è guado,
+</p>
+
+<p>
+quando sarai di là da le larghe onde,<br />
+dì a Giovanna mia che per me chiami<br />
+là dove a li &rsquo;nnocenti si risponde.
+</p>
+
+<p>
+Non credo che la sua madre più m&rsquo;ami,<br />
+poscia che trasmutò le bianche bende,<br />
+le quai convien che, misera!, ancor brami.
+</p>
+
+<p>
+Per lei assai di lieve si comprende<br />
+quanto in femmina foco d&rsquo;amor dura,<br />
+se l&rsquo;occhio o &rsquo;l tatto spesso non l&rsquo;accende.
+</p>
+
+<p>
+Non le farà sì bella sepultura<br />
+la vipera che Melanesi accampa,<br />
+com&rsquo; avria fatto il gallo di Gallura».
+</p>
+
+<p>
+Così dicea, segnato de la stampa,<br />
+nel suo aspetto, di quel dritto zelo<br />
+che misuratamente in core avvampa.
+</p>
+
+<p>
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,<br />
+pur là dove le stelle son più tarde,<br />
+sì come rota più presso a lo stelo.
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».<br />
+E io a lui: «A quelle tre facelle<br />
+di che &rsquo;l polo di qua tutto quanto arde».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; elli a me: «Le quattro chiare stelle<br />
+che vedevi staman, son di là basse,<br />
+e queste son salite ov&rsquo; eran quelle».
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; ei parlava, e Sordello a sé il trasse<br />
+dicendo: «Vedi là &rsquo;l nostro avversaro»;<br />
+e drizzò il dito perché &rsquo;n là guardasse.
+</p>
+
+<p>
+Da quella parte onde non ha riparo<br />
+la picciola vallea, era una biscia,<br />
+forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+</p>
+
+<p>
+Tra l&rsquo;erba e &rsquo; fior venìa la mala striscia,<br />
+volgendo ad ora ad or la testa, e &rsquo;l dosso<br />
+leccando come bestia che si liscia.
+</p>
+
+<p>
+Io non vidi, e però dicer non posso,<br />
+come mosser li astor celestïali;<br />
+ma vidi bene e l&rsquo;uno e l&rsquo;altro mosso.
+</p>
+
+<p>
+Sentendo fender l&rsquo;aere a le verdi ali,<br />
+fuggì &rsquo;l serpente, e li angeli dier volta,<br />
+suso a le poste rivolando iguali.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;ombra che s&rsquo;era al giudice raccolta<br />
+quando chiamò, per tutto quello assalto<br />
+punto non fu da me guardare sciolta.
+</p>
+
+<p>
+«Se la lucerna che ti mena in alto<br />
+truovi nel tuo arbitrio tanta cera<br />
+quant&rsquo; è mestiere infino al sommo smalto»,
+</p>
+
+<p>
+cominciò ella, «se novella vera<br />
+di Val di Magra o di parte vicina<br />
+sai, dillo a me, che già grande là era.
+</p>
+
+<p>
+Fui chiamato Currado Malaspina;<br />
+non son l&rsquo;antico, ma di lui discesi;<br />
+a&rsquo; miei portai l&rsquo;amor che qui raffina».
+</p>
+
+<p>
+«Oh!», diss&rsquo; io lui, «per li vostri paesi<br />
+già mai non fui; ma dove si dimora<br />
+per tutta Europa ch&rsquo;ei non sien palesi?
+</p>
+
+<p>
+La fama che la vostra casa onora,<br />
+grida i segnori e grida la contrada,<br />
+sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+</p>
+
+<p>
+e io vi giuro, s&rsquo;io di sopra vada,<br />
+che vostra gente onrata non si sfregia<br />
+del pregio de la borsa e de la spada.
+</p>
+
+<p>
+Uso e natura sì la privilegia,<br />
+che, perché il capo reo il mondo torca,<br />
+sola va dritta e &rsquo;l mal cammin dispregia».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli: «Or va; che &rsquo;l sol non si ricorca<br />
+sette volte nel letto che &rsquo;l Montone<br />
+con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+</p>
+
+<p>
+che cotesta cortese oppinïone<br />
+ti fia chiavata in mezzo de la testa<br />
+con maggior chiovi che d&rsquo;altrui sermone,
+</p>
+
+<p>
+se corso di giudicio non s&rsquo;arresta».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto43"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto IX
+</h2>
+
+<p>
+La concubina di Titone antico<br />
+già s&rsquo;imbiancava al balco d&rsquo;orïente,<br />
+fuor de le braccia del suo dolce amico;
+</p>
+
+<p>
+di gemme la sua fronte era lucente,<br />
+poste in figura del freddo animale<br />
+che con la coda percuote la gente;
+</p>
+
+<p>
+e la notte, de&rsquo; passi con che sale,<br />
+fatti avea due nel loco ov&rsquo; eravamo,<br />
+e &rsquo;l terzo già chinava in giuso l&rsquo;ale;
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io, che meco avea di quel d&rsquo;Adamo,<br />
+vinto dal sonno, in su l&rsquo;erba inchinai<br />
+là &rsquo;ve già tutti e cinque sedavamo.
+</p>
+
+<p>
+Ne l&rsquo;ora che comincia i tristi lai<br />
+la rondinella presso a la mattina,<br />
+forse a memoria de&rsquo; suo&rsquo; primi guai,
+</p>
+
+<p>
+e che la mente nostra, peregrina<br />
+più da la carne e men da&rsquo; pensier presa,<br />
+a le sue visïon quasi è divina,
+</p>
+
+<p>
+in sogno mi parea veder sospesa<br />
+un&rsquo;aguglia nel ciel con penne d&rsquo;oro,<br />
+con l&rsquo;ali aperte e a calare intesa;
+</p>
+
+<p>
+ed esser mi parea là dove fuoro<br />
+abbandonati i suoi da Ganimede,<br />
+quando fu ratto al sommo consistoro.
+</p>
+
+<p>
+Fra me pensava: ‘Forse questa fiede<br />
+pur qui per uso, e forse d&rsquo;altro loco<br />
+disdegna di portarne suso in piede&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,<br />
+terribil come folgor discendesse,<br />
+e me rapisse suso infino al foco.
+</p>
+
+<p>
+Ivi parea che ella e io ardesse;<br />
+e sì lo &rsquo;ncendio imaginato cosse,<br />
+che convenne che &rsquo;l sonno si rompesse.
+</p>
+
+<p>
+Non altrimenti Achille si riscosse,<br />
+li occhi svegliati rivolgendo in giro<br />
+e non sappiendo là dove si fosse,
+</p>
+
+<p>
+quando la madre da Chirón a Schiro<br />
+trafuggò lui dormendo in le sue braccia,<br />
+là onde poi li Greci il dipartiro;
+</p>
+
+<p>
+che mi scoss&rsquo; io, sì come da la faccia<br />
+mi fuggì &rsquo;l sonno, e diventa&rsquo; ismorto,<br />
+come fa l&rsquo;uom che, spaventato, agghiaccia.
+</p>
+
+<p>
+Dallato m&rsquo;era solo il mio conforto,<br />
+e &rsquo;l sole er&rsquo; alto già più che due ore,<br />
+e &rsquo;l viso m&rsquo;era a la marina torto.
+</p>
+
+<p>
+«Non aver tema», disse il mio segnore;<br />
+«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;<br />
+non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+</p>
+
+<p>
+Tu se&rsquo; omai al purgatorio giunto:<br />
+vedi là il balzo che &rsquo;l chiude dintorno;<br />
+vedi l&rsquo;entrata là &rsquo;ve par digiunto.
+</p>
+
+<p>
+Dianzi, ne l&rsquo;alba che procede al giorno,<br />
+quando l&rsquo;anima tua dentro dormia,<br />
+sovra li fiori ond&rsquo; è là giù addorno
+</p>
+
+<p>
+venne una donna, e disse: “I&rsquo; son Lucia;<br />
+lasciatemi pigliar costui che dorme;<br />
+sì l&rsquo;agevolerò per la sua via”.
+</p>
+
+<p>
+Sordel rimase e l&rsquo;altre genti forme;<br />
+ella ti tolse, e come &rsquo;l dì fu chiaro,<br />
+sen venne suso; e io per le sue orme.
+</p>
+
+<p>
+Qui ti posò, ma pria mi dimostraro<br />
+li occhi suoi belli quella intrata aperta;<br />
+poi ella e &rsquo;l sonno ad una se n&rsquo;andaro».
+</p>
+
+<p>
+A guisa d&rsquo;uom che &rsquo;n dubbio si raccerta<br />
+e che muta in conforto sua paura,<br />
+poi che la verità li è discoperta,
+</p>
+
+<p>
+mi cambia&rsquo; io; e come sanza cura<br />
+vide me &rsquo;l duca mio, su per lo balzo<br />
+si mosse, e io di rietro inver&rsquo; l&rsquo;altura.
+</p>
+
+<p>
+Lettor, tu vedi ben com&rsquo; io innalzo<br />
+la mia matera, e però con più arte<br />
+non ti maravigliar s&rsquo;io la rincalzo.
+</p>
+
+<p>
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte<br />
+che là dove pareami prima rotto,<br />
+pur come un fesso che muro diparte,
+</p>
+
+<p>
+vidi una porta, e tre gradi di sotto<br />
+per gire ad essa, di color diversi,<br />
+e un portier ch&rsquo;ancor non facea motto.
+</p>
+
+<p>
+E come l&rsquo;occhio più e più v&rsquo;apersi,<br />
+vidil seder sovra &rsquo;l grado sovrano,<br />
+tal ne la faccia ch&rsquo;io non lo soffersi;
+</p>
+
+<p>
+e una spada nuda avëa in mano,<br />
+che reflettëa i raggi sì ver&rsquo; noi,<br />
+ch&rsquo;io drizzava spesso il viso in vano.
+</p>
+
+<p>
+«Dite costinci: che volete voi?»,<br />
+cominciò elli a dire, «ov&rsquo; è la scorta?<br />
+Guardate che &rsquo;l venir sù non vi nòi».
+</p>
+
+<p>
+«Donna del ciel, di queste cose accorta»,<br />
+rispuose &rsquo;l mio maestro a lui, «pur dianzi<br />
+ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+</p>
+
+<p>
+«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,<br />
+ricominciò il cortese portinaio:<br />
+«Venite dunque a&rsquo; nostri gradi innanzi».
+</p>
+
+<p>
+Là ne venimmo; e lo scaglion primaio<br />
+bianco marmo era sì pulito e terso,<br />
+ch&rsquo;io mi specchiai in esso qual io paio.
+</p>
+
+<p>
+Era il secondo tinto più che perso,<br />
+d&rsquo;una petrina ruvida e arsiccia,<br />
+crepata per lo lungo e per traverso.
+</p>
+
+<p>
+Lo terzo, che di sopra s&rsquo;ammassiccia,<br />
+porfido mi parea, sì fiammeggiante<br />
+come sangue che fuor di vena spiccia.
+</p>
+
+<p>
+Sovra questo tenëa ambo le piante<br />
+l&rsquo;angel di Dio sedendo in su la soglia<br />
+che mi sembiava pietra di diamante.
+</p>
+
+<p>
+Per li tre gradi sù di buona voglia<br />
+mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi<br />
+umilemente che &rsquo;l serrame scioglia».
+</p>
+
+<p>
+Divoto mi gittai a&rsquo; santi piedi;<br />
+misericordia chiesi e ch&rsquo;el m&rsquo;aprisse,<br />
+ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+</p>
+
+<p>
+Sette P ne la fronte mi descrisse<br />
+col punton de la spada, e «Fa che lavi,<br />
+quando se&rsquo; dentro, queste piaghe» disse.
+</p>
+
+<p>
+Cenere, o terra che secca si cavi,<br />
+d&rsquo;un color fora col suo vestimento;<br />
+e di sotto da quel trasse due chiavi.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;una era d&rsquo;oro e l&rsquo;altra era d&rsquo;argento;<br />
+pria con la bianca e poscia con la gialla<br />
+fece a la porta sì, ch&rsquo;i&rsquo; fu&rsquo; contento.
+</p>
+
+<p>
+«Quandunque l&rsquo;una d&rsquo;este chiavi falla,<br />
+che non si volga dritta per la toppa»,<br />
+diss&rsquo; elli a noi, «non s&rsquo;apre questa calla.
+</p>
+
+<p>
+Più cara è l&rsquo;una; ma l&rsquo;altra vuol troppa<br />
+d&rsquo;arte e d&rsquo;ingegno avanti che diserri,<br />
+perch&rsquo; ella è quella che &rsquo;l nodo digroppa.
+</p>
+
+<p>
+Da Pier le tegno; e dissemi ch&rsquo;i&rsquo; erri<br />
+anzi ad aprir ch&rsquo;a tenerla serrata,<br />
+pur che la gente a&rsquo; piedi mi s&rsquo;atterri».
+</p>
+
+<p>
+Poi pinse l&rsquo;uscio a la porta sacrata,<br />
+dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti<br />
+che di fuor torna chi &rsquo;n dietro si guata».
+</p>
+
+<p>
+E quando fuor ne&rsquo; cardini distorti<br />
+li spigoli di quella regge sacra,<br />
+che di metallo son sonanti e forti,
+</p>
+
+<p>
+non rugghiò sì né si mostrò sì acra<br />
+Tarpëa, come tolto le fu il buono<br />
+Metello, per che poi rimase macra.
+</p>
+
+<p>
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,<br />
+e ‘Te Deum laudamus&rsquo; mi parea<br />
+udire in voce mista al dolce suono.
+</p>
+
+<p>
+Tale imagine a punto mi rendea<br />
+ciò ch&rsquo;io udiva, qual prender si suole<br />
+quando a cantar con organi si stea;
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;or sì or no s&rsquo;intendon le parole.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto44"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto X
+</h2>
+
+<p>
+Poi fummo dentro al soglio de la porta<br />
+che &rsquo;l mal amor de l&rsquo;anime disusa,<br />
+perché fa parer dritta la via torta,
+</p>
+
+<p>
+sonando la senti&rsquo; esser richiusa;<br />
+e s&rsquo;io avesse li occhi vòlti ad essa,<br />
+qual fora stata al fallo degna scusa?
+</p>
+
+<p>
+Noi salavam per una pietra fessa,<br />
+che si moveva e d&rsquo;una e d&rsquo;altra parte,<br />
+sì come l&rsquo;onda che fugge e s&rsquo;appressa.
+</p>
+
+<p>
+«Qui si conviene usare un poco d&rsquo;arte»,<br />
+cominciò &rsquo;l duca mio, «in accostarsi<br />
+or quinci, or quindi al lato che si parte».
+</p>
+
+<p>
+E questo fece i nostri passi scarsi,<br />
+tanto che pria lo scemo de la luna<br />
+rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+</p>
+
+<p>
+che noi fossimo fuor di quella cruna;<br />
+ma quando fummo liberi e aperti<br />
+sù dove il monte in dietro si rauna,
+</p>
+
+<p>
+ïo stancato e amendue incerti<br />
+di nostra via, restammo in su un piano<br />
+solingo più che strade per diserti.
+</p>
+
+<p>
+Da la sua sponda, ove confina il vano,<br />
+al piè de l&rsquo;alta ripa che pur sale,<br />
+misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+</p>
+
+<p>
+e quanto l&rsquo;occhio mio potea trar d&rsquo;ale,<br />
+or dal sinistro e or dal destro fianco,<br />
+questa cornice mi parea cotale.
+</p>
+
+<p>
+Là sù non eran mossi i piè nostri anco,<br />
+quand&rsquo; io conobbi quella ripa intorno<br />
+che dritto di salita aveva manco,
+</p>
+
+<p>
+esser di marmo candido e addorno<br />
+d&rsquo;intagli sì, che non pur Policleto,<br />
+ma la natura lì avrebbe scorno.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;angel che venne in terra col decreto<br />
+de la molt&rsquo; anni lagrimata pace,<br />
+ch&rsquo;aperse il ciel del suo lungo divieto,
+</p>
+
+<p>
+dinanzi a noi pareva sì verace<br />
+quivi intagliato in un atto soave,<br />
+che non sembiava imagine che tace.
+</p>
+
+<p>
+Giurato si saria ch&rsquo;el dicesse ‘Ave!&rsquo;;<br />
+perché iv&rsquo; era imaginata quella<br />
+ch&rsquo;ad aprir l&rsquo;alto amor volse la chiave;
+</p>
+
+<p>
+e avea in atto impressa esta favella<br />
+‘Ecce ancilla Deï&rsquo;, propriamente<br />
+come figura in cera si suggella.
+</p>
+
+<p>
+«Non tener pur ad un loco la mente»,<br />
+disse &rsquo;l dolce maestro, che m&rsquo;avea<br />
+da quella parte onde &rsquo;l cuore ha la gente.
+</p>
+
+<p>
+Per ch&rsquo;i&rsquo; mi mossi col viso, e vedea<br />
+di retro da Maria, da quella costa<br />
+onde m&rsquo;era colui che mi movea,
+</p>
+
+<p>
+un&rsquo;altra storia ne la roccia imposta;<br />
+per ch&rsquo;io varcai Virgilio, e fe&rsquo;mi presso,<br />
+acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+</p>
+
+<p>
+Era intagliato lì nel marmo stesso<br />
+lo carro e &rsquo; buoi, traendo l&rsquo;arca santa,<br />
+per che si teme officio non commesso.
+</p>
+
+<p>
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,<br />
+partita in sette cori, a&rsquo; due mie&rsquo; sensi<br />
+faceva dir l&rsquo;un ‘No&rsquo;, l&rsquo;altro ‘Sì, canta&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Similemente al fummo de li &rsquo;ncensi<br />
+che v&rsquo;era imaginato, li occhi e &rsquo;l naso<br />
+e al sì e al no discordi fensi.
+</p>
+
+<p>
+Lì precedeva al benedetto vaso,<br />
+trescando alzato, l&rsquo;umile salmista,<br />
+e più e men che re era in quel caso.
+</p>
+
+<p>
+Di contra, effigïata ad una vista<br />
+d&rsquo;un gran palazzo, Micòl ammirava<br />
+sì come donna dispettosa e trista.
+</p>
+
+<p>
+I&rsquo; mossi i piè del loco dov&rsquo; io stava,<br />
+per avvisar da presso un&rsquo;altra istoria,<br />
+che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+</p>
+
+<p>
+Quiv&rsquo; era storïata l&rsquo;alta gloria<br />
+del roman principato, il cui valore<br />
+mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+</p>
+
+<p>
+i&rsquo; dico di Traiano imperadore;<br />
+e una vedovella li era al freno,<br />
+di lagrime atteggiata e di dolore.
+</p>
+
+<p>
+Intorno a lui parea calcato e pieno<br />
+di cavalieri, e l&rsquo;aguglie ne l&rsquo;oro<br />
+sovr&rsquo; essi in vista al vento si movieno.
+</p>
+
+<p>
+La miserella intra tutti costoro<br />
+pareva dir: «Segnor, fammi vendetta<br />
+di mio figliuol ch&rsquo;è morto, ond&rsquo; io m&rsquo;accoro»;
+</p>
+
+<p>
+ed elli a lei rispondere: «Or aspetta<br />
+tanto ch&rsquo;i&rsquo; torni»; e quella: «Segnor mio»,<br />
+come persona in cui dolor s&rsquo;affretta,
+</p>
+
+<p>
+«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov&rsquo; io,<br />
+la ti farà»; ed ella: «L&rsquo;altrui bene<br />
+a te che fia, se &rsquo;l tuo metti in oblio?»;
+</p>
+
+<p>
+ond&rsquo; elli: «Or ti conforta; ch&rsquo;ei convene<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; solva il mio dovere anzi ch&rsquo;i&rsquo; mova:<br />
+giustizia vuole e pietà mi ritene».
+</p>
+
+<p>
+Colui che mai non vide cosa nova<br />
+produsse esto visibile parlare,<br />
+novello a noi perché qui non si trova.
+</p>
+
+<p>
+Mentr&rsquo; io mi dilettava di guardare<br />
+l&rsquo;imagini di tante umilitadi,<br />
+e per lo fabbro loro a veder care,
+</p>
+
+<p>
+«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,<br />
+mormorava il poeta, «molte genti:<br />
+questi ne &rsquo;nvïeranno a li alti gradi».
+</p>
+
+<p>
+Li occhi miei, ch&rsquo;a mirare eran contenti<br />
+per veder novitadi ond&rsquo; e&rsquo; son vaghi,<br />
+volgendosi ver&rsquo; lui non furon lenti.
+</p>
+
+<p>
+Non vo&rsquo; però, lettor, che tu ti smaghi<br />
+di buon proponimento per udire<br />
+come Dio vuol che &rsquo;l debito si paghi.
+</p>
+
+<p>
+Non attender la forma del martìre:<br />
+pensa la succession; pensa ch&rsquo;al peggio<br />
+oltre la gran sentenza non può ire.
+</p>
+
+<p>
+Io cominciai: «Maestro, quel ch&rsquo;io veggio<br />
+muovere a noi, non mi sembian persone,<br />
+e non so che, sì nel veder vaneggio».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «La grave condizione<br />
+di lor tormento a terra li rannicchia,<br />
+sì che &rsquo; miei occhi pria n&rsquo;ebber tencione.
+</p>
+
+<p>
+Ma guarda fiso là, e disviticchia<br />
+col viso quel che vien sotto a quei sassi:<br />
+già scorger puoi come ciascun si picchia».
+</p>
+
+<p>
+O superbi cristian, miseri lassi,<br />
+che, de la vista de la mente infermi,<br />
+fidanza avete ne&rsquo; retrosi passi,
+</p>
+
+<p>
+non v&rsquo;accorgete voi che noi siam vermi<br />
+nati a formar l&rsquo;angelica farfalla,<br />
+che vola a la giustizia sanza schermi?
+</p>
+
+<p>
+Di che l&rsquo;animo vostro in alto galla,<br />
+poi siete quasi antomata in difetto,<br />
+sì come vermo in cui formazion falla?
+</p>
+
+<p>
+Come per sostentar solaio o tetto,<br />
+per mensola talvolta una figura<br />
+si vede giugner le ginocchia al petto,
+</p>
+
+<p>
+la qual fa del non ver vera rancura<br />
+nascere &rsquo;n chi la vede; così fatti<br />
+vid&rsquo; io color, quando puosi ben cura.
+</p>
+
+<p>
+Vero è che più e meno eran contratti<br />
+secondo ch&rsquo;avien più e meno a dosso;<br />
+e qual più pazïenza avea ne li atti,
+</p>
+
+<p>
+piangendo parea dicer: ‘Più non posso&rsquo;.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto45"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XI
+</h2>
+
+<p>
+«O Padre nostro, che ne&rsquo; cieli stai,<br />
+non circunscritto, ma per più amore<br />
+ch&rsquo;ai primi effetti di là sù tu hai,
+</p>
+
+<p>
+laudato sia &rsquo;l tuo nome e &rsquo;l tuo valore<br />
+da ogne creatura, com&rsquo; è degno<br />
+di render grazie al tuo dolce vapore.
+</p>
+
+<p>
+Vegna ver&rsquo; noi la pace del tuo regno,<br />
+ché noi ad essa non potem da noi,<br />
+s&rsquo;ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+</p>
+
+<p>
+Come del suo voler li angeli tuoi<br />
+fan sacrificio a te, cantando osanna,<br />
+così facciano li uomini de&rsquo; suoi.
+</p>
+
+<p>
+Dà oggi a noi la cotidiana manna,<br />
+sanza la qual per questo aspro diserto<br />
+a retro va chi più di gir s&rsquo;affanna.
+</p>
+
+<p>
+E come noi lo mal ch&rsquo;avem sofferto<br />
+perdoniamo a ciascuno, e tu perdona<br />
+benigno, e non guardar lo nostro merto.
+</p>
+
+<p>
+Nostra virtù che di legger s&rsquo;adona,<br />
+non spermentar con l&rsquo;antico avversaro,<br />
+ma libera da lui che sì la sprona.
+</p>
+
+<p>
+Quest&rsquo; ultima preghiera, segnor caro,<br />
+già non si fa per noi, ché non bisogna,<br />
+ma per color che dietro a noi restaro».
+</p>
+
+<p>
+Così a sé e noi buona ramogna<br />
+quell&rsquo; ombre orando, andavan sotto &rsquo;l pondo,<br />
+simile a quel che talvolta si sogna,
+</p>
+
+<p>
+disparmente angosciate tutte a tondo<br />
+e lasse su per la prima cornice,<br />
+purgando la caligine del mondo.
+</p>
+
+<p>
+Se di là sempre ben per noi si dice,<br />
+di qua che dire e far per lor si puote<br />
+da quei c&rsquo;hanno al voler buona radice?
+</p>
+
+<p>
+Ben si de&rsquo; loro atar lavar le note<br />
+che portar quinci, sì che, mondi e lievi,<br />
+possano uscire a le stellate ruote.
+</p>
+
+<p>
+«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi<br />
+tosto, sì che possiate muover l&rsquo;ala,<br />
+che secondo il disio vostro vi lievi,
+</p>
+
+<p>
+mostrate da qual mano inver&rsquo; la scala<br />
+si va più corto; e se c&rsquo;è più d&rsquo;un varco,<br />
+quel ne &rsquo;nsegnate che men erto cala;
+</p>
+
+<p>
+ché questi che vien meco, per lo &rsquo;ncarco<br />
+de la carne d&rsquo;Adamo onde si veste,<br />
+al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+</p>
+
+<p>
+Le lor parole, che rendero a queste<br />
+che dette avea colui cu&rsquo; io seguiva,<br />
+non fur da cui venisser manifeste;
+</p>
+
+<p>
+ma fu detto: «A man destra per la riva<br />
+con noi venite, e troverete il passo<br />
+possibile a salir persona viva.
+</p>
+
+<p>
+E s&rsquo;io non fossi impedito dal sasso<br />
+che la cervice mia superba doma,<br />
+onde portar convienmi il viso basso,
+</p>
+
+<p>
+cotesti, ch&rsquo;ancor vive e non si noma,<br />
+guardere&rsquo; io, per veder s&rsquo;i&rsquo; &rsquo;l conosco,<br />
+e per farlo pietoso a questa soma.
+</p>
+
+<p>
+Io fui latino e nato d&rsquo;un gran Tosco:<br />
+Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;<br />
+non so se &rsquo;l nome suo già mai fu vosco.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;antico sangue e l&rsquo;opere leggiadre<br />
+d&rsquo;i miei maggior mi fer sì arrogante,<br />
+che, non pensando a la comune madre,
+</p>
+
+<p>
+ogn&rsquo; uomo ebbi in despetto tanto avante,<br />
+ch&rsquo;io ne mori&rsquo;, come i Sanesi sanno,<br />
+e sallo in Campagnatico ogne fante.
+</p>
+
+<p>
+Io sono Omberto; e non pur a me danno<br />
+superbia fa, ché tutti miei consorti<br />
+ha ella tratti seco nel malanno.
+</p>
+
+<p>
+E qui convien ch&rsquo;io questo peso porti<br />
+per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,<br />
+poi ch&rsquo;io nol fe&rsquo; tra &rsquo; vivi, qui tra &rsquo; morti».
+</p>
+
+<p>
+Ascoltando chinai in giù la faccia;<br />
+e un di lor, non questi che parlava,<br />
+si torse sotto il peso che li &rsquo;mpaccia,
+</p>
+
+<p>
+e videmi e conobbemi e chiamava,<br />
+tenendo li occhi con fatica fisi<br />
+a me che tutto chin con loro andava.
+</p>
+
+<p>
+«Oh!», diss&rsquo; io lui, «non se&rsquo; tu Oderisi,<br />
+l&rsquo;onor d&rsquo;Agobbio e l&rsquo;onor di quell&rsquo; arte<br />
+ch&rsquo;alluminar chiamata è in Parisi?».
+</p>
+
+<p>
+«Frate», diss&rsquo; elli, «più ridon le carte<br />
+che pennelleggia Franco Bolognese;<br />
+l&rsquo;onore è tutto or suo, e mio in parte.
+</p>
+
+<p>
+Ben non sare&rsquo; io stato sì cortese<br />
+mentre ch&rsquo;io vissi, per lo gran disio<br />
+de l&rsquo;eccellenza ove mio core intese.
+</p>
+
+<p>
+Di tal superbia qui si paga il fio;<br />
+e ancor non sarei qui, se non fosse<br />
+che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+</p>
+
+<p>
+Oh vana gloria de l&rsquo;umane posse!<br />
+com&rsquo; poco verde in su la cima dura,<br />
+se non è giunta da l&rsquo;etati grosse!
+</p>
+
+<p>
+Credette Cimabue ne la pittura<br />
+tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,<br />
+sì che la fama di colui è scura.
+</p>
+
+<p>
+Così ha tolto l&rsquo;uno a l&rsquo;altro Guido<br />
+la gloria de la lingua; e forse è nato<br />
+chi l&rsquo;uno e l&rsquo;altro caccerà del nido.
+</p>
+
+<p>
+Non è il mondan romore altro ch&rsquo;un fiato<br />
+di vento, ch&rsquo;or vien quinci e or vien quindi,<br />
+e muta nome perché muta lato.
+</p>
+
+<p>
+Che voce avrai tu più, se vecchia scindi<br />
+da te la carne, che se fossi morto<br />
+anzi che tu lasciassi il ‘pappo&rsquo; e &rsquo;l ‘dindi&rsquo;,
+</p>
+
+<p>
+pria che passin mill&rsquo; anni? ch&rsquo;è più corto<br />
+spazio a l&rsquo;etterno, ch&rsquo;un muover di ciglia<br />
+al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+</p>
+
+<p>
+Colui che del cammin sì poco piglia<br />
+dinanzi a me, Toscana sonò tutta;<br />
+e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+</p>
+
+<p>
+ond&rsquo; era sire quando fu distrutta<br />
+la rabbia fiorentina, che superba<br />
+fu a quel tempo sì com&rsquo; ora è putta.
+</p>
+
+<p>
+La vostra nominanza è color d&rsquo;erba,<br />
+che viene e va, e quei la discolora<br />
+per cui ella esce de la terra acerba».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Tuo vero dir m&rsquo;incora<br />
+bona umiltà, e gran tumor m&rsquo;appiani;<br />
+ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+</p>
+
+<p>
+«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;<br />
+ed è qui perché fu presuntüoso<br />
+a recar Siena tutta a le sue mani.
+</p>
+
+<p>
+Ito è così e va, sanza riposo,<br />
+poi che morì; cotal moneta rende<br />
+a sodisfar chi è di là troppo oso».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Se quello spirito ch&rsquo;attende,<br />
+pria che si penta, l&rsquo;orlo de la vita,<br />
+qua giù dimora e qua sù non ascende,
+</p>
+
+<p>
+se buona orazïon lui non aita,<br />
+prima che passi tempo quanto visse,<br />
+come fu la venuta lui largita?».
+</p>
+
+<p>
+«Quando vivea più glorïoso», disse,<br />
+«liberamente nel Campo di Siena,<br />
+ogne vergogna diposta, s&rsquo;affisse;
+</p>
+
+<p>
+e lì, per trar l&rsquo;amico suo di pena,<br />
+ch&rsquo;e&rsquo; sostenea ne la prigion di Carlo,<br />
+si condusse a tremar per ogne vena.
+</p>
+
+<p>
+Più non dirò, e scuro so che parlo;<br />
+ma poco tempo andrà, che &rsquo; tuoi vicini<br />
+faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+</p>
+
+<p>
+Quest&rsquo; opera li tolse quei confini».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto46"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XII
+</h2>
+
+<p>
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,<br />
+m&rsquo;andava io con quell&rsquo; anima carca,<br />
+fin che &rsquo;l sofferse il dolce pedagogo.
+</p>
+
+<p>
+Ma quando disse: «Lascia lui e varca;<br />
+ché qui è buono con l&rsquo;ali e coi remi,<br />
+quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+</p>
+
+<p>
+dritto sì come andar vuolsi rife&rsquo;mi<br />
+con la persona, avvegna che i pensieri<br />
+mi rimanessero e chinati e scemi.
+</p>
+
+<p>
+Io m&rsquo;era mosso, e seguia volontieri<br />
+del mio maestro i passi, e amendue<br />
+già mostravam com&rsquo; eravam leggeri;
+</p>
+
+<p>
+ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:<br />
+buon ti sarà, per tranquillar la via,<br />
+veder lo letto de le piante tue».
+</p>
+
+<p>
+Come, perché di lor memoria sia,<br />
+sovra i sepolti le tombe terragne<br />
+portan segnato quel ch&rsquo;elli eran pria,
+</p>
+
+<p>
+onde lì molte volte si ripiagne<br />
+per la puntura de la rimembranza,<br />
+che solo a&rsquo; pïi dà de le calcagne;
+</p>
+
+<p>
+sì vid&rsquo; io lì, ma di miglior sembianza<br />
+secondo l&rsquo;artificio, figurato<br />
+quanto per via di fuor del monte avanza.
+</p>
+
+<p>
+Vedea colui che fu nobil creato<br />
+più ch&rsquo;altra creatura, giù dal cielo<br />
+folgoreggiando scender, da l&rsquo;un lato.
+</p>
+
+<p>
+Vedëa Brïareo fitto dal telo<br />
+celestïal giacer, da l&rsquo;altra parte,<br />
+grave a la terra per lo mortal gelo.
+</p>
+
+<p>
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,<br />
+armati ancora, intorno al padre loro,<br />
+mirar le membra d&rsquo;i Giganti sparte.
+</p>
+
+<p>
+Vedea Nembròt a piè del gran lavoro<br />
+quasi smarrito, e riguardar le genti<br />
+che &rsquo;n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+</p>
+
+<p>
+O Nïobè, con che occhi dolenti<br />
+vedea io te segnata in su la strada,<br />
+tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+</p>
+
+<p>
+O Saùl, come in su la propria spada<br />
+quivi parevi morto in Gelboè,<br />
+che poi non sentì pioggia né rugiada!
+</p>
+
+<p>
+O folle Aragne, sì vedea io te<br />
+già mezza ragna, trista in su li stracci<br />
+de l&rsquo;opera che mal per te si fé.
+</p>
+
+<p>
+O Roboàm, già non par che minacci<br />
+quivi &rsquo;l tuo segno; ma pien di spavento<br />
+nel porta un carro, sanza ch&rsquo;altri il cacci.
+</p>
+
+<p>
+Mostrava ancor lo duro pavimento<br />
+come Almeon a sua madre fé caro<br />
+parer lo sventurato addornamento.
+</p>
+
+<p>
+Mostrava come i figli si gittaro<br />
+sovra Sennacherìb dentro dal tempio,<br />
+e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+</p>
+
+<p>
+Mostrava la ruina e &rsquo;l crudo scempio<br />
+che fé Tamiri, quando disse a Ciro:<br />
+«Sangue sitisti, e io di sangue t&rsquo;empio».
+</p>
+
+<p>
+Mostrava come in rotta si fuggiro<br />
+li Assiri, poi che fu morto Oloferne,<br />
+e anche le reliquie del martiro.
+</p>
+
+<p>
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;<br />
+o Ilïón, come te basso e vile<br />
+mostrava il segno che lì si discerne!
+</p>
+
+<p>
+Qual di pennel fu maestro o di stile<br />
+che ritraesse l&rsquo;ombre e &rsquo; tratti ch&rsquo;ivi<br />
+mirar farieno uno ingegno sottile?
+</p>
+
+<p>
+Morti li morti e i vivi parean vivi:<br />
+non vide mei di me chi vide il vero,<br />
+quant&rsquo; io calcai, fin che chinato givi.
+</p>
+
+<p>
+Or superbite, e via col viso altero,<br />
+figliuoli d&rsquo;Eva, e non chinate il volto<br />
+sì che veggiate il vostro mal sentero!
+</p>
+
+<p>
+Più era già per noi del monte vòlto<br />
+e del cammin del sole assai più speso<br />
+che non stimava l&rsquo;animo non sciolto,
+</p>
+
+<p>
+quando colui che sempre innanzi atteso<br />
+andava, cominciò: «Drizza la testa;<br />
+non è più tempo di gir sì sospeso.
+</p>
+
+<p>
+Vedi colà un angel che s&rsquo;appresta<br />
+per venir verso noi; vedi che torna<br />
+dal servigio del dì l&rsquo;ancella sesta.
+</p>
+
+<p>
+Di reverenza il viso e li atti addorna,<br />
+sì che i diletti lo &rsquo;nvïarci in suso;<br />
+pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+</p>
+
+<p>
+Io era ben del suo ammonir uso<br />
+pur di non perder tempo, sì che &rsquo;n quella<br />
+materia non potea parlarmi chiuso.
+</p>
+
+<p>
+A noi venìa la creatura bella,<br />
+biancovestito e ne la faccia quale<br />
+par tremolando mattutina stella.
+</p>
+
+<p>
+Le braccia aperse, e indi aperse l&rsquo;ale;<br />
+disse: «Venite: qui son presso i gradi,<br />
+e agevolemente omai si sale.
+</p>
+
+<p>
+A questo invito vegnon molto radi:<br />
+o gente umana, per volar sù nata,<br />
+perché a poco vento così cadi?».
+</p>
+
+<p>
+Menocci ove la roccia era tagliata;<br />
+quivi mi batté l&rsquo;ali per la fronte;<br />
+poi mi promise sicura l&rsquo;andata.
+</p>
+
+<p>
+Come a man destra, per salire al monte<br />
+dove siede la chiesa che soggioga<br />
+la ben guidata sopra Rubaconte,
+</p>
+
+<p>
+si rompe del montar l&rsquo;ardita foga<br />
+per le scalee che si fero ad etade<br />
+ch&rsquo;era sicuro il quaderno e la doga;
+</p>
+
+<p>
+così s&rsquo;allenta la ripa che cade<br />
+quivi ben ratta da l&rsquo;altro girone;<br />
+ma quinci e quindi l&rsquo;alta pietra rade.
+</p>
+
+<p>
+Noi volgendo ivi le nostre persone,<br />
+‘Beati pauperes spiritu!&rsquo; voci<br />
+cantaron sì, che nol diria sermone.
+</p>
+
+<p>
+Ahi quanto son diverse quelle foci<br />
+da l&rsquo;infernali! ché quivi per canti<br />
+s&rsquo;entra, e là giù per lamenti feroci.
+</p>
+
+<p>
+Già montavam su per li scaglion santi,<br />
+ed esser mi parea troppo più lieve<br />
+che per lo pian non mi parea davanti.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io: «Maestro, dì, qual cosa greve<br />
+levata s&rsquo;è da me, che nulla quasi<br />
+per me fatica, andando, si riceve?».
+</p>
+
+<p>
+Rispuose: «Quando i P che son rimasi<br />
+ancor nel volto tuo presso che stinti,<br />
+saranno, com&rsquo; è l&rsquo;un, del tutto rasi,
+</p>
+
+<p>
+fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,<br />
+che non pur non fatica sentiranno,<br />
+ma fia diletto loro esser sù pinti».
+</p>
+
+<p>
+Allor fec&rsquo; io come color che vanno<br />
+con cosa in capo non da lor saputa,<br />
+se non che &rsquo; cenni altrui sospecciar fanno;
+</p>
+
+<p>
+per che la mano ad accertar s&rsquo;aiuta,<br />
+e cerca e truova e quello officio adempie<br />
+che non si può fornir per la veduta;
+</p>
+
+<p>
+e con le dita de la destra scempie<br />
+trovai pur sei le lettere che &rsquo;ncise<br />
+quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+</p>
+
+<p>
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto47"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XIII
+</h2>
+
+<p>
+Noi eravamo al sommo de la scala,<br />
+dove secondamente si risega<br />
+lo monte che salendo altrui dismala.
+</p>
+
+<p>
+Ivi così una cornice lega<br />
+dintorno il poggio, come la primaia;<br />
+se non che l&rsquo;arco suo più tosto piega.
+</p>
+
+<p>
+Ombra non lì è né segno che si paia:<br />
+parsi la ripa e parsi la via schietta<br />
+col livido color de la petraia.
+</p>
+
+<p>
+«Se qui per dimandar gente s&rsquo;aspetta»,<br />
+ragionava il poeta, «io temo forse<br />
+che troppo avrà d&rsquo;indugio nostra eletta».
+</p>
+
+<p>
+Poi fisamente al sole li occhi porse;<br />
+fece del destro lato a muover centro,<br />
+e la sinistra parte di sé torse.
+</p>
+
+<p>
+«O dolce lume a cui fidanza i&rsquo; entro<br />
+per lo novo cammin, tu ne conduci»,<br />
+dicea, «come condur si vuol quinc&rsquo; entro.
+</p>
+
+<p>
+Tu scaldi il mondo, tu sovr&rsquo; esso luci;<br />
+s&rsquo;altra ragione in contrario non ponta,<br />
+esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+</p>
+
+<p>
+Quanto di qua per un migliaio si conta,<br />
+tanto di là eravam noi già iti,<br />
+con poco tempo, per la voglia pronta;
+</p>
+
+<p>
+e verso noi volar furon sentiti,<br />
+non però visti, spiriti parlando<br />
+a la mensa d&rsquo;amor cortesi inviti.
+</p>
+
+<p>
+La prima voce che passò volando<br />
+‘Vinum non habent&rsquo; altamente disse,<br />
+e dietro a noi l&rsquo;andò reïterando.
+</p>
+
+<p>
+E prima che del tutto non si udisse<br />
+per allungarsi, un&rsquo;altra ‘I&rsquo; sono Oreste&rsquo;<br />
+passò gridando, e anco non s&rsquo;affisse.
+</p>
+
+<p>
+«Oh!», diss&rsquo; io, «padre, che voci son queste?».<br />
+E com&rsquo; io domandai, ecco la terza<br />
+dicendo: ‘Amate da cui male aveste&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l buon maestro: «Questo cinghio sferza<br />
+la colpa de la invidia, e però sono<br />
+tratte d&rsquo;amor le corde de la ferza.
+</p>
+
+<p>
+Lo fren vuol esser del contrario suono;<br />
+credo che l&rsquo;udirai, per mio avviso,<br />
+prima che giunghi al passo del perdono.
+</p>
+
+<p>
+Ma ficca li occhi per l&rsquo;aere ben fiso,<br />
+e vedrai gente innanzi a noi sedersi,<br />
+e ciascun è lungo la grotta assiso».
+</p>
+
+<p>
+Allora più che prima li occhi apersi;<br />
+guarda&rsquo;mi innanzi, e vidi ombre con manti<br />
+al color de la pietra non diversi.
+</p>
+
+<p>
+E poi che fummo un poco più avanti,<br />
+udia gridar: ‘Maria, òra per noi&rsquo;:<br />
+gridar ‘Michele&rsquo; e ‘Pietro&rsquo; e ‘Tutti santi&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Non credo che per terra vada ancoi<br />
+omo sì duro, che non fosse punto<br />
+per compassion di quel ch&rsquo;i&rsquo; vidi poi;
+</p>
+
+<p>
+ché, quando fui sì presso di lor giunto,<br />
+che li atti loro a me venivan certi,<br />
+per li occhi fui di grave dolor munto.
+</p>
+
+<p>
+Di vil ciliccio mi parean coperti,<br />
+e l&rsquo;un sofferia l&rsquo;altro con la spalla,<br />
+e tutti da la ripa eran sofferti.
+</p>
+
+<p>
+Così li ciechi a cui la roba falla,<br />
+stanno a&rsquo; perdoni a chieder lor bisogna,<br />
+e l&rsquo;uno il capo sopra l&rsquo;altro avvalla,
+</p>
+
+<p>
+perché &rsquo;n altrui pietà tosto si pogna,<br />
+non pur per lo sonar de le parole,<br />
+ma per la vista che non meno agogna.
+</p>
+
+<p>
+E come a li orbi non approda il sole,<br />
+così a l&rsquo;ombre quivi, ond&rsquo; io parlo ora,<br />
+luce del ciel di sé largir non vole;
+</p>
+
+<p>
+ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra<br />
+e cusce sì, come a sparvier selvaggio<br />
+si fa però che queto non dimora.
+</p>
+
+<p>
+A me pareva, andando, fare oltraggio,<br />
+veggendo altrui, non essendo veduto:<br />
+per ch&rsquo;io mi volsi al mio consiglio saggio.
+</p>
+
+<p>
+Ben sapev&rsquo; ei che volea dir lo muto;<br />
+e però non attese mia dimanda,<br />
+ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+</p>
+
+<p>
+Virgilio mi venìa da quella banda<br />
+de la cornice onde cader si puote,<br />
+perché da nulla sponda s&rsquo;inghirlanda;
+</p>
+
+<p>
+da l&rsquo;altra parte m&rsquo;eran le divote<br />
+ombre, che per l&rsquo;orribile costura<br />
+premevan sì, che bagnavan le gote.
+</p>
+
+<p>
+Volsimi a loro e: «O gente sicura»,<br />
+incominciai, «di veder l&rsquo;alto lume<br />
+che &rsquo;l disio vostro solo ha in sua cura,
+</p>
+
+<p>
+se tosto grazia resolva le schiume<br />
+di vostra coscïenza sì che chiaro<br />
+per essa scenda de la mente il fiume,
+</p>
+
+<p>
+ditemi, ché mi fia grazioso e caro,<br />
+s&rsquo;anima è qui tra voi che sia latina;<br />
+e forse lei sarà buon s&rsquo;i&rsquo; l&rsquo;apparo».
+</p>
+
+<p>
+«O frate mio, ciascuna è cittadina<br />
+d&rsquo;una vera città; ma tu vuo&rsquo; dire<br />
+che vivesse in Italia peregrina».
+</p>
+
+<p>
+Questo mi parve per risposta udire<br />
+più innanzi alquanto che là dov&rsquo; io stava,<br />
+ond&rsquo; io mi feci ancor più là sentire.
+</p>
+
+<p>
+Tra l&rsquo;altre vidi un&rsquo;ombra ch&rsquo;aspettava<br />
+in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?&rsquo;,<br />
+lo mento a guisa d&rsquo;orbo in sù levava.
+</p>
+
+<p>
+«Spirto», diss&rsquo; io, «che per salir ti dome,<br />
+se tu se&rsquo; quelli che mi rispondesti,<br />
+fammiti conto o per luogo o per nome».
+</p>
+
+<p>
+«Io fui sanese», rispuose, «e con questi<br />
+altri rimendo qui la vita ria,<br />
+lagrimando a colui che sé ne presti.
+</p>
+
+<p>
+Savia non fui, avvegna che Sapìa<br />
+fossi chiamata, e fui de li altrui danni<br />
+più lieta assai che di ventura mia.
+</p>
+
+<p>
+E perché tu non creda ch&rsquo;io t&rsquo;inganni,<br />
+odi s&rsquo;i&rsquo; fui, com&rsquo; io ti dico, folle,<br />
+già discendendo l&rsquo;arco d&rsquo;i miei anni.
+</p>
+
+<p>
+Eran li cittadin miei presso a Colle<br />
+in campo giunti co&rsquo; loro avversari,<br />
+e io pregava Iddio di quel ch&rsquo;e&rsquo; volle.
+</p>
+
+<p>
+Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari<br />
+passi di fuga; e veggendo la caccia,<br />
+letizia presi a tutte altre dispari,
+</p>
+
+<p>
+tanto ch&rsquo;io volsi in sù l&rsquo;ardita faccia,<br />
+gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,<br />
+come fé &rsquo;l merlo per poca bonaccia.
+</p>
+
+<p>
+Pace volli con Dio in su lo stremo<br />
+de la mia vita; e ancor non sarebbe<br />
+lo mio dover per penitenza scemo,
+</p>
+
+<p>
+se ciò non fosse, ch&rsquo;a memoria m&rsquo;ebbe<br />
+Pier Pettinaio in sue sante orazioni,<br />
+a cui di me per caritate increbbe.
+</p>
+
+<p>
+Ma tu chi se&rsquo;, che nostre condizioni<br />
+vai dimandando, e porti li occhi sciolti,<br />
+sì com&rsquo; io credo, e spirando ragioni?».
+</p>
+
+<p>
+«Li occhi», diss&rsquo; io, «mi fieno ancor qui tolti,<br />
+ma picciol tempo, ché poca è l&rsquo;offesa<br />
+fatta per esser con invidia vòlti.
+</p>
+
+<p>
+Troppa è più la paura ond&rsquo; è sospesa<br />
+l&rsquo;anima mia del tormento di sotto,<br />
+che già lo &rsquo;ncarco di là giù mi pesa».
+</p>
+
+<p>
+Ed ella a me: «Chi t&rsquo;ha dunque condotto<br />
+qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».<br />
+E io: «Costui ch&rsquo;è meco e non fa motto.
+</p>
+
+<p>
+E vivo sono; e però mi richiedi,<br />
+spirito eletto, se tu vuo&rsquo; ch&rsquo;i&rsquo; mova<br />
+di là per te ancor li mortai piedi».
+</p>
+
+<p>
+«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,<br />
+rispuose, «che gran segno è che Dio t&rsquo;ami;<br />
+però col priego tuo talor mi giova.
+</p>
+
+<p>
+E cheggioti, per quel che tu più brami,<br />
+se mai calchi la terra di Toscana,<br />
+che a&rsquo; miei propinqui tu ben mi rinfami.
+</p>
+
+<p>
+Tu li vedrai tra quella gente vana<br />
+che spera in Talamone, e perderagli<br />
+più di speranza ch&rsquo;a trovar la Diana;
+</p>
+
+<p>
+ma più vi perderanno li ammiragli».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto48"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XIV
+</h2>
+
+<p>
+«Chi è costui che &rsquo;l nostro monte cerchia<br />
+prima che morte li abbia dato il volo,<br />
+e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+</p>
+
+<p>
+«Non so chi sia, ma so ch&rsquo;e&rsquo; non è solo;<br />
+domandal tu che più li t&rsquo;avvicini,<br />
+e dolcemente, sì che parli, acco&rsquo;lo».
+</p>
+
+<p>
+Così due spirti, l&rsquo;uno a l&rsquo;altro chini,<br />
+ragionavan di me ivi a man dritta;<br />
+poi fer li visi, per dirmi, supini;
+</p>
+
+<p>
+e disse l&rsquo;uno: «O anima che fitta<br />
+nel corpo ancora inver&rsquo; lo ciel ten vai,<br />
+per carità ne consola e ne ditta
+</p>
+
+<p>
+onde vieni e chi se&rsquo;; ché tu ne fai<br />
+tanto maravigliar de la tua grazia,<br />
+quanto vuol cosa che non fu più mai».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Per mezza Toscana si spazia<br />
+un fiumicel che nasce in Falterona,<br />
+e cento miglia di corso nol sazia.
+</p>
+
+<p>
+Di sovr&rsquo; esso rech&rsquo; io questa persona:<br />
+dirvi ch&rsquo;i&rsquo; sia, saria parlare indarno,<br />
+ché &rsquo;l nome mio ancor molto non suona».
+</p>
+
+<p>
+«Se ben lo &rsquo;ntendimento tuo accarno<br />
+con lo &rsquo;ntelletto», allora mi rispuose<br />
+quei che diceva pria, «tu parli d&rsquo;Arno».
+</p>
+
+<p>
+E l&rsquo;altro disse lui: «Perché nascose<br />
+questi il vocabol di quella riviera,<br />
+pur com&rsquo; om fa de l&rsquo;orribili cose?».
+</p>
+
+<p>
+E l&rsquo;ombra che di ciò domandata era,<br />
+si sdebitò così: «Non so; ma degno<br />
+ben è che &rsquo;l nome di tal valle pèra;
+</p>
+
+<p>
+ché dal principio suo, ov&rsquo; è sì pregno<br />
+l&rsquo;alpestro monte ond&rsquo; è tronco Peloro,<br />
+che &rsquo;n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+</p>
+
+<p>
+infin là &rsquo;ve si rende per ristoro<br />
+di quel che &rsquo;l ciel de la marina asciuga,<br />
+ond&rsquo; hanno i fiumi ciò che va con loro,
+</p>
+
+<p>
+vertù così per nimica si fuga<br />
+da tutti come biscia, o per sventura<br />
+del luogo, o per mal uso che li fruga:
+</p>
+
+<p>
+ond&rsquo; hanno sì mutata lor natura<br />
+li abitator de la misera valle,<br />
+che par che Circe li avesse in pastura.
+</p>
+
+<p>
+Tra brutti porci, più degni di galle<br />
+che d&rsquo;altro cibo fatto in uman uso,<br />
+dirizza prima il suo povero calle.
+</p>
+
+<p>
+Botoli trova poi, venendo giuso,<br />
+ringhiosi più che non chiede lor possa,<br />
+e da lor disdegnosa torce il muso.
+</p>
+
+<p>
+Vassi caggendo; e quant&rsquo; ella più &rsquo;ngrossa,<br />
+tanto più trova di can farsi lupi<br />
+la maladetta e sventurata fossa.
+</p>
+
+<p>
+Discesa poi per più pelaghi cupi,<br />
+trova le volpi sì piene di froda,<br />
+che non temono ingegno che le occùpi.
+</p>
+
+<p>
+Né lascerò di dir perch&rsquo; altri m&rsquo;oda;<br />
+e buon sarà costui, s&rsquo;ancor s&rsquo;ammenta<br />
+di ciò che vero spirto mi disnoda.
+</p>
+
+<p>
+Io veggio tuo nepote che diventa<br />
+cacciator di quei lupi in su la riva<br />
+del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+</p>
+
+<p>
+Vende la carne loro essendo viva;<br />
+poscia li ancide come antica belva;<br />
+molti di vita e sé di pregio priva.
+</p>
+
+<p>
+Sanguinoso esce de la trista selva;<br />
+lasciala tal, che di qui a mille anni<br />
+ne lo stato primaio non si rinselva».
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; a l&rsquo;annunzio di dogliosi danni<br />
+si turba il viso di colui ch&rsquo;ascolta,<br />
+da qual che parte il periglio l&rsquo;assanni,
+</p>
+
+<p>
+così vid&rsquo; io l&rsquo;altr&rsquo; anima, che volta<br />
+stava a udir, turbarsi e farsi trista,<br />
+poi ch&rsquo;ebbe la parola a sé raccolta.
+</p>
+
+<p>
+Lo dir de l&rsquo;una e de l&rsquo;altra la vista<br />
+mi fer voglioso di saper lor nomi,<br />
+e dimanda ne fei con prieghi mista;
+</p>
+
+<p>
+per che lo spirto che di pria parlòmi<br />
+ricominciò: «Tu vuo&rsquo; ch&rsquo;io mi deduca<br />
+nel fare a te ciò che tu far non vuo&rsquo;mi.
+</p>
+
+<p>
+Ma da che Dio in te vuol che traluca<br />
+tanto sua grazia, non ti sarò scarso;<br />
+però sappi ch&rsquo;io fui Guido del Duca.
+</p>
+
+<p>
+Fu il sangue mio d&rsquo;invidia sì rïarso,<br />
+che se veduto avesse uom farsi lieto,<br />
+visto m&rsquo;avresti di livore sparso.
+</p>
+
+<p>
+Di mia semente cotal paglia mieto;<br />
+o gente umana, perché poni &rsquo;l core<br />
+là &rsquo;v&rsquo; è mestier di consorte divieto?
+</p>
+
+<p>
+Questi è Rinier; questi è &rsquo;l pregio e l&rsquo;onore<br />
+de la casa da Calboli, ove nullo<br />
+fatto s&rsquo;è reda poi del suo valore.
+</p>
+
+<p>
+E non pur lo suo sangue è fatto brullo,<br />
+tra &rsquo;l Po e &rsquo;l monte e la marina e &rsquo;l Reno,<br />
+del ben richesto al vero e al trastullo;
+</p>
+
+<p>
+ché dentro a questi termini è ripieno<br />
+di venenosi sterpi, sì che tardi<br />
+per coltivare omai verrebber meno.
+</p>
+
+<p>
+Ov&rsquo; è &rsquo;l buon Lizio e Arrigo Mainardi?<br />
+Pier Traversaro e Guido di Carpigna?<br />
+Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+</p>
+
+<p>
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?<br />
+quando in Faenza un Bernardin di Fosco,<br />
+verga gentil di picciola gramigna?
+</p>
+
+<p>
+Non ti maravigliar s&rsquo;io piango, Tosco,<br />
+quando rimembro, con Guido da Prata,<br />
+Ugolin d&rsquo;Azzo che vivette nosco,
+</p>
+
+<p>
+Federigo Tignoso e sua brigata,<br />
+la casa Traversara e li Anastagi<br />
+(e l&rsquo;una gente e l&rsquo;altra è diretata),
+</p>
+
+<p>
+le donne e &rsquo; cavalier, li affanni e li agi<br />
+che ne &rsquo;nvogliava amore e cortesia<br />
+là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+</p>
+
+<p>
+O Bretinoro, ché non fuggi via,<br />
+poi che gita se n&rsquo;è la tua famiglia<br />
+e molta gente per non esser ria?
+</p>
+
+<p>
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;<br />
+e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,<br />
+che di figliar tai conti più s&rsquo;impiglia.
+</p>
+
+<p>
+Ben faranno i Pagan, da che &rsquo;l demonio<br />
+lor sen girà; ma non però che puro<br />
+già mai rimagna d&rsquo;essi testimonio.
+</p>
+
+<p>
+O Ugolin de&rsquo; Fantolin, sicuro<br />
+è &rsquo;l nome tuo, da che più non s&rsquo;aspetta<br />
+chi far lo possa, tralignando, scuro.
+</p>
+
+<p>
+Ma va via, Tosco, omai; ch&rsquo;or mi diletta<br />
+troppo di pianger più che di parlare,<br />
+sì m&rsquo;ha nostra ragion la mente stretta».
+</p>
+
+<p>
+Noi sapavam che quell&rsquo; anime care<br />
+ci sentivano andar; però, tacendo,<br />
+facëan noi del cammin confidare.
+</p>
+
+<p>
+Poi fummo fatti soli procedendo,<br />
+folgore parve quando l&rsquo;aere fende,<br />
+voce che giunse di contra dicendo:
+</p>
+
+<p>
+‘Anciderammi qualunque m&rsquo;apprende&rsquo;;<br />
+e fuggì come tuon che si dilegua,<br />
+se sùbito la nuvola scoscende.
+</p>
+
+<p>
+Come da lei l&rsquo;udir nostro ebbe triegua,<br />
+ed ecco l&rsquo;altra con sì gran fracasso,<br />
+che somigliò tonar che tosto segua:
+</p>
+
+<p>
+«Io sono Aglauro che divenni sasso»;<br />
+e allor, per ristrignermi al poeta,<br />
+in destro feci, e non innanzi, il passo.
+</p>
+
+<p>
+Già era l&rsquo;aura d&rsquo;ogne parte queta;<br />
+ed el mi disse: «Quel fu &rsquo;l duro camo<br />
+che dovria l&rsquo;uom tener dentro a sua meta.
+</p>
+
+<p>
+Ma voi prendete l&rsquo;esca, sì che l&rsquo;amo<br />
+de l&rsquo;antico avversaro a sé vi tira;<br />
+e però poco val freno o richiamo.
+</p>
+
+<p>
+Chiamavi &rsquo;l cielo e &rsquo;ntorno vi si gira,<br />
+mostrandovi le sue bellezze etterne,<br />
+e l&rsquo;occhio vostro pur a terra mira;
+</p>
+
+<p>
+onde vi batte chi tutto discerne».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto49"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XV
+</h2>
+
+<p>
+Quanto tra l&rsquo;ultimar de l&rsquo;ora terza<br />
+e &rsquo;l principio del dì par de la spera<br />
+che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+</p>
+
+<p>
+tanto pareva già inver&rsquo; la sera<br />
+essere al sol del suo corso rimaso;<br />
+vespero là, e qui mezza notte era.
+</p>
+
+<p>
+E i raggi ne ferien per mezzo &rsquo;l naso,<br />
+perché per noi girato era sì &rsquo;l monte,<br />
+che già dritti andavamo inver&rsquo; l&rsquo;occaso,
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io senti&rsquo; a me gravar la fronte<br />
+a lo splendore assai più che di prima,<br />
+e stupor m&rsquo;eran le cose non conte;
+</p>
+
+<p>
+ond&rsquo; io levai le mani inver&rsquo; la cima<br />
+de le mie ciglia, e fecimi &rsquo;l solecchio,<br />
+che del soverchio visibile lima.
+</p>
+
+<p>
+Come quando da l&rsquo;acqua o da lo specchio<br />
+salta lo raggio a l&rsquo;opposita parte,<br />
+salendo su per lo modo parecchio
+</p>
+
+<p>
+a quel che scende, e tanto si diparte<br />
+dal cader de la pietra in igual tratta,<br />
+sì come mostra esperïenza e arte;
+</p>
+
+<p>
+così mi parve da luce rifratta<br />
+quivi dinanzi a me esser percosso;<br />
+per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+</p>
+
+<p>
+«Che è quel, dolce padre, a che non posso<br />
+schermar lo viso tanto che mi vaglia»,<br />
+diss&rsquo; io, «e pare inver&rsquo; noi esser mosso?».
+</p>
+
+<p>
+«Non ti maravigliar s&rsquo;ancor t&rsquo;abbaglia<br />
+la famiglia del cielo», a me rispuose:<br />
+«messo è che viene ad invitar ch&rsquo;om saglia.
+</p>
+
+<p>
+Tosto sarà ch&rsquo;a veder queste cose<br />
+non ti fia grave, ma fieti diletto<br />
+quanto natura a sentir ti dispuose».
+</p>
+
+<p>
+Poi giunti fummo a l&rsquo;angel benedetto,<br />
+con lieta voce disse: «Intrate quinci<br />
+ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+</p>
+
+<p>
+Noi montavam, già partiti di linci,<br />
+e ‘Beati misericordes!&rsquo; fue<br />
+cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Lo mio maestro e io soli amendue<br />
+suso andavamo; e io pensai, andando,<br />
+prode acquistar ne le parole sue;
+</p>
+
+<p>
+e dirizza&rsquo;mi a lui sì dimandando:<br />
+«Che volse dir lo spirto di Romagna,<br />
+e ‘divieto&rsquo; e ‘consorte&rsquo; menzionando?».
+</p>
+
+<p>
+Per ch&rsquo;elli a me: «Di sua maggior magagna<br />
+conosce il danno; e però non s&rsquo;ammiri<br />
+se ne riprende perché men si piagna.
+</p>
+
+<p>
+Perché s&rsquo;appuntano i vostri disiri<br />
+dove per compagnia parte si scema,<br />
+invidia move il mantaco a&rsquo; sospiri.
+</p>
+
+<p>
+Ma se l&rsquo;amor de la spera supprema<br />
+torcesse in suso il disiderio vostro,<br />
+non vi sarebbe al petto quella tema;
+</p>
+
+<p>
+ché, per quanti si dice più lì ‘nostro&rsquo;,<br />
+tanto possiede più di ben ciascuno,<br />
+e più di caritate arde in quel chiostro».
+</p>
+
+<p>
+«Io son d&rsquo;esser contento più digiuno»,<br />
+diss&rsquo; io, «che se mi fosse pria taciuto,<br />
+e più di dubbio ne la mente aduno.
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; esser puote ch&rsquo;un ben, distributo<br />
+in più posseditor, faccia più ricchi<br />
+di sé che se da pochi è posseduto?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Però che tu rificchi<br />
+la mente pur a le cose terrene,<br />
+di vera luce tenebre dispicchi.
+</p>
+
+<p>
+Quello infinito e ineffabil bene<br />
+che là sù è, così corre ad amore<br />
+com&rsquo; a lucido corpo raggio vene.
+</p>
+
+<p>
+Tanto si dà quanto trova d&rsquo;ardore;<br />
+sì che, quantunque carità si stende,<br />
+cresce sovr&rsquo; essa l&rsquo;etterno valore.
+</p>
+
+<p>
+E quanta gente più là sù s&rsquo;intende,<br />
+più v&rsquo;è da bene amare, e più vi s&rsquo;ama,<br />
+e come specchio l&rsquo;uno a l&rsquo;altro rende.
+</p>
+
+<p>
+E se la mia ragion non ti disfama,<br />
+vedrai Beatrice, ed ella pienamente<br />
+ti torrà questa e ciascun&rsquo; altra brama.
+</p>
+
+<p>
+Procaccia pur che tosto sieno spente,<br />
+come son già le due, le cinque piaghe,<br />
+che si richiudon per esser dolente».
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; io voleva dicer ‘Tu m&rsquo;appaghe&rsquo;,<br />
+vidimi giunto in su l&rsquo;altro girone,<br />
+sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+</p>
+
+<p>
+Ivi mi parve in una visïone<br />
+estatica di sùbito esser tratto,<br />
+e vedere in un tempio più persone;
+</p>
+
+<p>
+e una donna, in su l&rsquo;entrar, con atto<br />
+dolce di madre dicer: «Figliuol mio,<br />
+perché hai tu così verso noi fatto?
+</p>
+
+<p>
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io<br />
+ti cercavamo». E come qui si tacque,<br />
+ciò che pareva prima, dispario.
+</p>
+
+<p>
+Indi m&rsquo;apparve un&rsquo;altra con quell&rsquo; acque<br />
+giù per le gote che &rsquo;l dolor distilla<br />
+quando di gran dispetto in altrui nacque,
+</p>
+
+<p>
+e dir: «Se tu se&rsquo; sire de la villa<br />
+del cui nome ne&rsquo; dèi fu tanta lite,<br />
+e onde ogne scïenza disfavilla,
+</p>
+
+<p>
+vendica te di quelle braccia ardite<br />
+ch&rsquo;abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».<br />
+E &rsquo;l segnor mi parea, benigno e mite,
+</p>
+
+<p>
+risponder lei con viso temperato:<br />
+«Che farem noi a chi mal ne disira,<br />
+se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+</p>
+
+<p>
+Poi vidi genti accese in foco d&rsquo;ira<br />
+con pietre un giovinetto ancider, forte<br />
+gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+</p>
+
+<p>
+E lui vedea chinarsi, per la morte<br />
+che l&rsquo;aggravava già, inver&rsquo; la terra,<br />
+ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+</p>
+
+<p>
+orando a l&rsquo;alto Sire, in tanta guerra,<br />
+che perdonasse a&rsquo; suoi persecutori,<br />
+con quello aspetto che pietà diserra.
+</p>
+
+<p>
+Quando l&rsquo;anima mia tornò di fori<br />
+a le cose che son fuor di lei vere,<br />
+io riconobbi i miei non falsi errori.
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio, che mi potea vedere<br />
+far sì com&rsquo; om che dal sonno si slega,<br />
+disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+</p>
+
+<p>
+ma se&rsquo; venuto più che mezza lega<br />
+velando li occhi e con le gambe avvolte,<br />
+a guisa di cui vino o sonno piega?».
+</p>
+
+<p>
+«O dolce padre mio, se tu m&rsquo;ascolte,<br />
+io ti dirò», diss&rsquo; io, «ciò che m&rsquo;apparve<br />
+quando le gambe mi furon sì tolte».
+</p>
+
+<p>
+Ed ei: «Se tu avessi cento larve<br />
+sovra la faccia, non mi sarian chiuse<br />
+le tue cogitazion, quantunque parve.
+</p>
+
+<p>
+Ciò che vedesti fu perché non scuse<br />
+d&rsquo;aprir lo core a l&rsquo;acque de la pace<br />
+che da l&rsquo;etterno fonte son diffuse.
+</p>
+
+<p>
+Non dimandai “Che hai?” per quel che face<br />
+chi guarda pur con l&rsquo;occhio che non vede,<br />
+quando disanimato il corpo giace;
+</p>
+
+<p>
+ma dimandai per darti forza al piede:<br />
+così frugar conviensi i pigri, lenti<br />
+ad usar lor vigilia quando riede».
+</p>
+
+<p>
+Noi andavam per lo vespero, attenti<br />
+oltre quanto potean li occhi allungarsi<br />
+contra i raggi serotini e lucenti.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi<br />
+verso di noi come la notte oscuro;<br />
+né da quello era loco da cansarsi.
+</p>
+
+<p>
+Questo ne tolse li occhi e l&rsquo;aere puro.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto50"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XVI
+</h2>
+
+<p>
+Buio d&rsquo;inferno e di notte privata<br />
+d&rsquo;ogne pianeto, sotto pover cielo,<br />
+quant&rsquo; esser può di nuvol tenebrata,
+</p>
+
+<p>
+non fece al viso mio sì grosso velo<br />
+come quel fummo ch&rsquo;ivi ci coperse,<br />
+né a sentir di così aspro pelo,
+</p>
+
+<p>
+che l&rsquo;occhio stare aperto non sofferse;<br />
+onde la scorta mia saputa e fida<br />
+mi s&rsquo;accostò e l&rsquo;omero m&rsquo;offerse.
+</p>
+
+<p>
+Sì come cieco va dietro a sua guida<br />
+per non smarrirsi e per non dar di cozzo<br />
+in cosa che &rsquo;l molesti, o forse ancida,
+</p>
+
+<p>
+m&rsquo;andava io per l&rsquo;aere amaro e sozzo,<br />
+ascoltando il mio duca che diceva<br />
+pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+</p>
+
+<p>
+Io sentia voci, e ciascuna pareva<br />
+pregar per pace e per misericordia<br />
+l&rsquo;Agnel di Dio che le peccata leva.
+</p>
+
+<p>
+Pur ‘Agnus Dei&rsquo; eran le loro essordia;<br />
+una parola in tutte era e un modo,<br />
+sì che parea tra esse ogne concordia.
+</p>
+
+<p>
+«Quei sono spirti, maestro, ch&rsquo;i&rsquo; odo?»,<br />
+diss&rsquo; io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,<br />
+e d&rsquo;iracundia van solvendo il nodo».
+</p>
+
+<p>
+«Or tu chi se&rsquo; che &rsquo;l nostro fummo fendi,<br />
+e di noi parli pur come se tue<br />
+partissi ancor lo tempo per calendi?».
+</p>
+
+<p>
+Così per una voce detto fue;<br />
+onde &rsquo;l maestro mio disse: «Rispondi,<br />
+e domanda se quinci si va sùe».
+</p>
+
+<p>
+E io: «O creatura che ti mondi<br />
+per tornar bella a colui che ti fece,<br />
+maraviglia udirai, se mi secondi».
+</p>
+
+<p>
+«Io ti seguiterò quanto mi lece»,<br />
+rispuose; «e se veder fummo non lascia,<br />
+l&rsquo;udir ci terrà giunti in quella vece».
+</p>
+
+<p>
+Allora incominciai: «Con quella fascia<br />
+che la morte dissolve men vo suso,<br />
+e venni qui per l&rsquo;infernale ambascia.
+</p>
+
+<p>
+E se Dio m&rsquo;ha in sua grazia rinchiuso,<br />
+tanto che vuol ch&rsquo;i&rsquo; veggia la sua corte<br />
+per modo tutto fuor del moderno uso,
+</p>
+
+<p>
+non mi celar chi fosti anzi la morte,<br />
+ma dilmi, e dimmi s&rsquo;i&rsquo; vo bene al varco;<br />
+e tue parole fier le nostre scorte».
+</p>
+
+<p>
+«Lombardo fui, e fu&rsquo; chiamato Marco;<br />
+del mondo seppi, e quel valore amai<br />
+al quale ha or ciascun disteso l&rsquo;arco.
+</p>
+
+<p>
+Per montar sù dirittamente vai».<br />
+Così rispuose, e soggiunse: «I&rsquo; ti prego<br />
+che per me prieghi quando sù sarai».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Per fede mi ti lego<br />
+di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio<br />
+dentro ad un dubbio, s&rsquo;io non me ne spiego.
+</p>
+
+<p>
+Prima era scempio, e ora è fatto doppio<br />
+ne la sentenza tua, che mi fa certo<br />
+qui, e altrove, quello ov&rsquo; io l&rsquo;accoppio.
+</p>
+
+<p>
+Lo mondo è ben così tutto diserto<br />
+d&rsquo;ogne virtute, come tu mi sone,<br />
+e di malizia gravido e coverto;
+</p>
+
+<p>
+ma priego che m&rsquo;addite la cagione,<br />
+sì ch&rsquo;i&rsquo; la veggia e ch&rsquo;i&rsquo; la mostri altrui;<br />
+ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+</p>
+
+<p>
+Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,<br />
+mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,<br />
+lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+</p>
+
+<p>
+Voi che vivete ogne cagion recate<br />
+pur suso al cielo, pur come se tutto<br />
+movesse seco di necessitate.
+</p>
+
+<p>
+Se così fosse, in voi fora distrutto<br />
+libero arbitrio, e non fora giustizia<br />
+per ben letizia, e per male aver lutto.
+</p>
+
+<p>
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;<br />
+non dico tutti, ma, posto ch&rsquo;i&rsquo; &rsquo;l dica,<br />
+lume v&rsquo;è dato a bene e a malizia,
+</p>
+
+<p>
+e libero voler; che, se fatica<br />
+ne le prime battaglie col ciel dura,<br />
+poi vince tutto, se ben si notrica.
+</p>
+
+<p>
+A maggior forza e a miglior natura<br />
+liberi soggiacete; e quella cria<br />
+la mente in voi, che &rsquo;l ciel non ha in sua cura.
+</p>
+
+<p>
+Però, se &rsquo;l mondo presente disvia,<br />
+in voi è la cagione, in voi si cheggia;<br />
+e io te ne sarò or vera spia.
+</p>
+
+<p>
+Esce di mano a lui che la vagheggia<br />
+prima che sia, a guisa di fanciulla<br />
+che piangendo e ridendo pargoleggia,
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;anima semplicetta che sa nulla,<br />
+salvo che, mossa da lieto fattore,<br />
+volontier torna a ciò che la trastulla.
+</p>
+
+<p>
+Di picciol bene in pria sente sapore;<br />
+quivi s&rsquo;inganna, e dietro ad esso corre,<br />
+se guida o fren non torce suo amore.
+</p>
+
+<p>
+Onde convenne legge per fren porre;<br />
+convenne rege aver, che discernesse<br />
+de la vera cittade almen la torre.
+</p>
+
+<p>
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?<br />
+Nullo, però che &rsquo;l pastor che procede,<br />
+rugumar può, ma non ha l&rsquo;unghie fesse;
+</p>
+
+<p>
+per che la gente, che sua guida vede<br />
+pur a quel ben fedire ond&rsquo; ella è ghiotta,<br />
+di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+</p>
+
+<p>
+Ben puoi veder che la mala condotta<br />
+è la cagion che &rsquo;l mondo ha fatto reo,<br />
+e non natura che &rsquo;n voi sia corrotta.
+</p>
+
+<p>
+Soleva Roma, che &rsquo;l buon mondo feo,<br />
+due soli aver, che l&rsquo;una e l&rsquo;altra strada<br />
+facean vedere, e del mondo e di Deo.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;un l&rsquo;altro ha spento; ed è giunta la spada<br />
+col pasturale, e l&rsquo;un con l&rsquo;altro insieme<br />
+per viva forza mal convien che vada;
+</p>
+
+<p>
+però che, giunti, l&rsquo;un l&rsquo;altro non teme:<br />
+se non mi credi, pon mente a la spiga,<br />
+ch&rsquo;ogn&rsquo; erba si conosce per lo seme.
+</p>
+
+<p>
+In sul paese ch&rsquo;Adice e Po riga,<br />
+solea valore e cortesia trovarsi,<br />
+prima che Federigo avesse briga;
+</p>
+
+<p>
+or può sicuramente indi passarsi<br />
+per qualunque lasciasse, per vergogna<br />
+di ragionar coi buoni o d&rsquo;appressarsi.
+</p>
+
+<p>
+Ben v&rsquo;èn tre vecchi ancora in cui rampogna<br />
+l&rsquo;antica età la nova, e par lor tardo<br />
+che Dio a miglior vita li ripogna:
+</p>
+
+<p>
+Currado da Palazzo e &rsquo;l buon Gherardo<br />
+e Guido da Castel, che mei si noma,<br />
+francescamente, il semplice Lombardo.
+</p>
+
+<p>
+Dì oggimai che la Chiesa di Roma,<br />
+per confondere in sé due reggimenti,<br />
+cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+</p>
+
+<p>
+«O Marco mio», diss&rsquo; io, «bene argomenti;<br />
+e or discerno perché dal retaggio<br />
+li figli di Levì furono essenti.
+</p>
+
+<p>
+Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio<br />
+di&rsquo; ch&rsquo;è rimaso de la gente spenta,<br />
+in rimprovèro del secol selvaggio?».
+</p>
+
+<p>
+«O tuo parlar m&rsquo;inganna, o el mi tenta»,<br />
+rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,<br />
+par che del buon Gherardo nulla senta.
+</p>
+
+<p>
+Per altro sopranome io nol conosco,<br />
+s&rsquo;io nol togliessi da sua figlia Gaia.<br />
+Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+</p>
+
+<p>
+Vedi l&rsquo;albor che per lo fummo raia<br />
+già biancheggiare, e me convien partirmi<br />
+(l&rsquo;angelo è ivi) prima ch&rsquo;io li paia».
+</p>
+
+<p>
+Così tornò, e più non volle udirmi.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto51"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XVII
+</h2>
+
+<p>
+Ricorditi, lettor, se mai ne l&rsquo;alpe<br />
+ti colse nebbia per la qual vedessi<br />
+non altrimenti che per pelle talpe,
+</p>
+
+<p>
+come, quando i vapori umidi e spessi<br />
+a diradar cominciansi, la spera<br />
+del sol debilemente entra per essi;
+</p>
+
+<p>
+e fia la tua imagine leggera<br />
+in giugnere a veder com&rsquo; io rividi<br />
+lo sole in pria, che già nel corcar era.
+</p>
+
+<p>
+Sì, pareggiando i miei co&rsquo; passi fidi<br />
+del mio maestro, usci&rsquo; fuor di tal nube<br />
+ai raggi morti già ne&rsquo; bassi lidi.
+</p>
+
+<p>
+O imaginativa che ne rube<br />
+talvolta sì di fuor, ch&rsquo;om non s&rsquo;accorge<br />
+perché dintorno suonin mille tube,
+</p>
+
+<p>
+chi move te, se &rsquo;l senso non ti porge?<br />
+Moveti lume che nel ciel s&rsquo;informa,<br />
+per sé o per voler che giù lo scorge.
+</p>
+
+<p>
+De l&rsquo;empiezza di lei che mutò forma<br />
+ne l&rsquo;uccel ch&rsquo;a cantar più si diletta,<br />
+ne l&rsquo;imagine mia apparve l&rsquo;orma;
+</p>
+
+<p>
+e qui fu la mia mente sì ristretta<br />
+dentro da sé, che di fuor non venìa<br />
+cosa che fosse allor da lei ricetta.
+</p>
+
+<p>
+Poi piovve dentro a l&rsquo;alta fantasia<br />
+un crucifisso, dispettoso e fero<br />
+ne la sua vista, e cotal si moria;
+</p>
+
+<p>
+intorno ad esso era il grande Assüero,<br />
+Estèr sua sposa e &rsquo;l giusto Mardoceo,<br />
+che fu al dire e al far così intero.
+</p>
+
+<p>
+E come questa imagine rompeo<br />
+sé per sé stessa, a guisa d&rsquo;una bulla<br />
+cui manca l&rsquo;acqua sotto qual si feo,
+</p>
+
+<p>
+surse in mia visïone una fanciulla<br />
+piangendo forte, e dicea: «O regina,<br />
+perché per ira hai voluto esser nulla?
+</p>
+
+<p>
+Ancisa t&rsquo;hai per non perder Lavina;<br />
+or m&rsquo;hai perduta! Io son essa che lutto,<br />
+madre, a la tua pria ch&rsquo;a l&rsquo;altrui ruina».
+</p>
+
+<p>
+Come si frange il sonno ove di butto<br />
+nova luce percuote il viso chiuso,<br />
+che fratto guizza pria che muoia tutto;
+</p>
+
+<p>
+così l&rsquo;imaginar mio cadde giuso<br />
+tosto che lume il volto mi percosse,<br />
+maggior assai che quel ch&rsquo;è in nostro uso.
+</p>
+
+<p>
+I&rsquo; mi volgea per veder ov&rsquo; io fosse,<br />
+quando una voce disse «Qui si monta»,<br />
+che da ogne altro intento mi rimosse;
+</p>
+
+<p>
+e fece la mia voglia tanto pronta<br />
+di riguardar chi era che parlava,<br />
+che mai non posa, se non si raffronta.
+</p>
+
+<p>
+Ma come al sol che nostra vista grava<br />
+e per soverchio sua figura vela,<br />
+così la mia virtù quivi mancava.
+</p>
+
+<p>
+«Questo è divino spirito, che ne la<br />
+via da ir sù ne drizza sanza prego,<br />
+e col suo lume sé medesmo cela.
+</p>
+
+<p>
+Sì fa con noi, come l&rsquo;uom si fa sego;<br />
+ché quale aspetta prego e l&rsquo;uopo vede,<br />
+malignamente già si mette al nego.
+</p>
+
+<p>
+Or accordiamo a tanto invito il piede;<br />
+procacciam di salir pria che s&rsquo;abbui,<br />
+ché poi non si poria, se &rsquo;l dì non riede».
+</p>
+
+<p>
+Così disse il mio duca, e io con lui<br />
+volgemmo i nostri passi ad una scala;<br />
+e tosto ch&rsquo;io al primo grado fui,
+</p>
+
+<p>
+senti&rsquo;mi presso quasi un muover d&rsquo;ala<br />
+e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati<br />
+pacifici, che son sanz&rsquo; ira mala!&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Già eran sovra noi tanto levati<br />
+li ultimi raggi che la notte segue,<br />
+che le stelle apparivan da più lati.
+</p>
+
+<p>
+‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?&rsquo;,<br />
+fra me stesso dicea, ché mi sentiva<br />
+la possa de le gambe posta in triegue.
+</p>
+
+<p>
+Noi eravam dove più non saliva<br />
+la scala sù, ed eravamo affissi,<br />
+pur come nave ch&rsquo;a la piaggia arriva.
+</p>
+
+<p>
+E io attesi un poco, s&rsquo;io udissi<br />
+alcuna cosa nel novo girone;<br />
+poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+</p>
+
+<p>
+«Dolce mio padre, dì, quale offensione<br />
+si purga qui nel giro dove semo?<br />
+Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «L&rsquo;amor del bene, scemo<br />
+del suo dover, quiritta si ristora;<br />
+qui si ribatte il mal tardato remo.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché più aperto intendi ancora,<br />
+volgi la mente a me, e prenderai<br />
+alcun buon frutto di nostra dimora».
+</p>
+
+<p>
+«Né creator né creatura mai»,<br />
+cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,<br />
+o naturale o d&rsquo;animo; e tu &rsquo;l sai.
+</p>
+
+<p>
+Lo naturale è sempre sanza errore,<br />
+ma l&rsquo;altro puote errar per malo obietto<br />
+o per troppo o per poco di vigore.
+</p>
+
+<p>
+Mentre ch&rsquo;elli è nel primo ben diretto,<br />
+e ne&rsquo; secondi sé stesso misura,<br />
+esser non può cagion di mal diletto;
+</p>
+
+<p>
+ma quando al mal si torce, o con più cura<br />
+o con men che non dee corre nel bene,<br />
+contra &rsquo;l fattore adovra sua fattura.
+</p>
+
+<p>
+Quinci comprender puoi ch&rsquo;esser convene<br />
+amor sementa in voi d&rsquo;ogne virtute<br />
+e d&rsquo;ogne operazion che merta pene.
+</p>
+
+<p>
+Or, perché mai non può da la salute<br />
+amor del suo subietto volger viso,<br />
+da l&rsquo;odio proprio son le cose tute;
+</p>
+
+<p>
+e perché intender non si può diviso,<br />
+e per sé stante, alcuno esser dal primo,<br />
+da quello odiare ogne effetto è deciso.
+</p>
+
+<p>
+Resta, se dividendo bene stimo,<br />
+che &rsquo;l mal che s&rsquo;ama è del prossimo; ed esso<br />
+amor nasce in tre modi in vostro limo.
+</p>
+
+<p>
+È chi, per esser suo vicin soppresso,<br />
+spera eccellenza, e sol per questo brama<br />
+ch&rsquo;el sia di sua grandezza in basso messo;
+</p>
+
+<p>
+è chi podere, grazia, onore e fama<br />
+teme di perder perch&rsquo; altri sormonti,<br />
+onde s&rsquo;attrista sì che &rsquo;l contrario ama;
+</p>
+
+<p>
+ed è chi per ingiuria par ch&rsquo;aonti,<br />
+sì che si fa de la vendetta ghiotto,<br />
+e tal convien che &rsquo;l male altrui impronti.
+</p>
+
+<p>
+Questo triforme amor qua giù di sotto<br />
+si piange: or vo&rsquo; che tu de l&rsquo;altro intende,<br />
+che corre al ben con ordine corrotto.
+</p>
+
+<p>
+Ciascun confusamente un bene apprende<br />
+nel qual si queti l&rsquo;animo, e disira;<br />
+per che di giugner lui ciascun contende.
+</p>
+
+<p>
+Se lento amore a lui veder vi tira<br />
+o a lui acquistar, questa cornice,<br />
+dopo giusto penter, ve ne martira.
+</p>
+
+<p>
+Altro ben è che non fa l&rsquo;uom felice;<br />
+non è felicità, non è la buona<br />
+essenza, d&rsquo;ogne ben frutto e radice.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;amor ch&rsquo;ad esso troppo s&rsquo;abbandona,<br />
+di sovr&rsquo; a noi si piange per tre cerchi;<br />
+ma come tripartito si ragiona,
+</p>
+
+<p>
+tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto52"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XVIII
+</h2>
+
+<p>
+Posto avea fine al suo ragionamento<br />
+l&rsquo;alto dottore, e attento guardava<br />
+ne la mia vista s&rsquo;io parea contento;
+</p>
+
+<p>
+e io, cui nova sete ancor frugava,<br />
+di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse<br />
+lo troppo dimandar ch&rsquo;io fo li grava&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Ma quel padre verace, che s&rsquo;accorse<br />
+del timido voler che non s&rsquo;apriva,<br />
+parlando, di parlare ardir mi porse.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io: «Maestro, il mio veder s&rsquo;avviva<br />
+sì nel tuo lume, ch&rsquo;io discerno chiaro<br />
+quanto la tua ragion parta o descriva.
+</p>
+
+<p>
+Però ti prego, dolce padre caro,<br />
+che mi dimostri amore, a cui reduci<br />
+ogne buono operare e &rsquo;l suo contraro».
+</p>
+
+<p>
+«Drizza», disse, «ver&rsquo; me l&rsquo;agute luci<br />
+de lo &rsquo;ntelletto, e fieti manifesto<br />
+l&rsquo;error de&rsquo; ciechi che si fanno duci.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;animo, ch&rsquo;è creato ad amar presto,<br />
+ad ogne cosa è mobile che piace,<br />
+tosto che dal piacere in atto è desto.
+</p>
+
+<p>
+Vostra apprensiva da esser verace<br />
+tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,<br />
+sì che l&rsquo;animo ad essa volger face;
+</p>
+
+<p>
+e se, rivolto, inver&rsquo; di lei si piega,<br />
+quel piegare è amor, quell&rsquo; è natura<br />
+che per piacer di novo in voi si lega.
+</p>
+
+<p>
+Poi, come &rsquo;l foco movesi in altura<br />
+per la sua forma ch&rsquo;è nata a salire<br />
+là dove più in sua matera dura,
+</p>
+
+<p>
+così l&rsquo;animo preso entra in disire,<br />
+ch&rsquo;è moto spiritale, e mai non posa<br />
+fin che la cosa amata il fa gioire.
+</p>
+
+<p>
+Or ti puote apparer quant&rsquo; è nascosa<br />
+la veritate a la gente ch&rsquo;avvera<br />
+ciascun amore in sé laudabil cosa;
+</p>
+
+<p>
+però che forse appar la sua matera<br />
+sempre esser buona, ma non ciascun segno<br />
+è buono, ancor che buona sia la cera».
+</p>
+
+<p>
+«Le tue parole e &rsquo;l mio seguace ingegno»,<br />
+rispuos&rsquo; io lui, «m&rsquo;hanno amor discoverto,<br />
+ma ciò m&rsquo;ha fatto di dubbiar più pregno;
+</p>
+
+<p>
+ché, s&rsquo;amore è di fuori a noi offerto<br />
+e l&rsquo;anima non va con altro piede,<br />
+se dritta o torta va, non è suo merto».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,<br />
+dir ti poss&rsquo; io; da indi in là t&rsquo;aspetta<br />
+pur a Beatrice, ch&rsquo;è opra di fede.
+</p>
+
+<p>
+Ogne forma sustanzïal, che setta<br />
+è da matera ed è con lei unita,<br />
+specifica vertute ha in sé colletta,
+</p>
+
+<p>
+la qual sanza operar non è sentita,<br />
+né si dimostra mai che per effetto,<br />
+come per verdi fronde in pianta vita.
+</p>
+
+<p>
+Però, là onde vegna lo &rsquo;ntelletto<br />
+de le prime notizie, omo non sape,<br />
+e de&rsquo; primi appetibili l&rsquo;affetto,
+</p>
+
+<p>
+che sono in voi sì come studio in ape<br />
+di far lo mele; e questa prima voglia<br />
+merto di lode o di biasmo non cape.
+</p>
+
+<p>
+Or perché a questa ogn&rsquo; altra si raccoglia,<br />
+innata v&rsquo;è la virtù che consiglia,<br />
+e de l&rsquo;assenso de&rsquo; tener la soglia.
+</p>
+
+<p>
+Quest&rsquo; è &rsquo;l principio là onde si piglia<br />
+ragion di meritare in voi, secondo<br />
+che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+</p>
+
+<p>
+Color che ragionando andaro al fondo,<br />
+s&rsquo;accorser d&rsquo;esta innata libertate;<br />
+però moralità lasciaro al mondo.
+</p>
+
+<p>
+Onde, poniam che di necessitate<br />
+surga ogne amor che dentro a voi s&rsquo;accende,<br />
+di ritenerlo è in voi la podestate.
+</p>
+
+<p>
+La nobile virtù Beatrice intende<br />
+per lo libero arbitrio, e però guarda<br />
+che l&rsquo;abbi a mente, s&rsquo;a parlar ten prende».
+</p>
+
+<p>
+La luna, quasi a mezza notte tarda,<br />
+facea le stelle a noi parer più rade,<br />
+fatta com&rsquo; un secchion che tuttor arda;
+</p>
+
+<p>
+e correa contro &rsquo;l ciel per quelle strade<br />
+che &rsquo;l sole infiamma allor che quel da Roma<br />
+tra &rsquo; Sardi e &rsquo; Corsi il vede quando cade.
+</p>
+
+<p>
+E quell&rsquo; ombra gentil per cui si noma<br />
+Pietola più che villa mantoana,<br />
+del mio carcar diposta avea la soma;
+</p>
+
+<p>
+per ch&rsquo;io, che la ragione aperta e piana<br />
+sovra le mie quistioni avea ricolta,<br />
+stava com&rsquo; om che sonnolento vana.
+</p>
+
+<p>
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta<br />
+subitamente da gente che dopo<br />
+le nostre spalle a noi era già volta.
+</p>
+
+<p>
+E quale Ismeno già vide e Asopo<br />
+lungo di sè di notte furia e calca,<br />
+pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+</p>
+
+<p>
+cotal per quel giron suo passo falca,<br />
+per quel ch&rsquo;io vidi di color, venendo,<br />
+cui buon volere e giusto amor cavalca.
+</p>
+
+<p>
+Tosto fur sovr&rsquo; a noi, perché correndo<br />
+si movea tutta quella turba magna;<br />
+e due dinanzi gridavan piangendo:
+</p>
+
+<p>
+«Maria corse con fretta a la montagna;<br />
+e Cesare, per soggiogare Ilerda,<br />
+punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+</p>
+
+<p>
+«Ratto, ratto, che &rsquo;l tempo non si perda<br />
+per poco amor», gridavan li altri appresso,<br />
+«che studio di ben far grazia rinverda».
+</p>
+
+<p>
+«O gente in cui fervore aguto adesso<br />
+ricompie forse negligenza e indugio<br />
+da voi per tepidezza in ben far messo,
+</p>
+
+<p>
+questi che vive, e certo i&rsquo; non vi bugio,<br />
+vuole andar sù, pur che &rsquo;l sol ne riluca;<br />
+però ne dite ond&rsquo; è presso il pertugio».
+</p>
+
+<p>
+Parole furon queste del mio duca;<br />
+e un di quelli spirti disse: «Vieni<br />
+di retro a noi, e troverai la buca.
+</p>
+
+<p>
+Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,<br />
+che restar non potem; però perdona,<br />
+se villania nostra giustizia tieni.
+</p>
+
+<p>
+Io fui abate in San Zeno a Verona<br />
+sotto lo &rsquo;mperio del buon Barbarossa,<br />
+di cui dolente ancor Milan ragiona.
+</p>
+
+<p>
+E tale ha già l&rsquo;un piè dentro la fossa,<br />
+che tosto piangerà quel monastero,<br />
+e tristo fia d&rsquo;avere avuta possa;
+</p>
+
+<p>
+perché suo figlio, mal del corpo intero,<br />
+e de la mente peggio, e che mal nacque,<br />
+ha posto in loco di suo pastor vero».
+</p>
+
+<p>
+Io non so se più disse o s&rsquo;ei si tacque,<br />
+tant&rsquo; era già di là da noi trascorso;<br />
+ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+</p>
+
+<p>
+E quei che m&rsquo;era ad ogne uopo soccorso<br />
+disse: «Volgiti qua: vedine due<br />
+venir dando a l&rsquo;accidïa di morso».
+</p>
+
+<p>
+Di retro a tutti dicean: «Prima fue<br />
+morta la gente a cui il mar s&rsquo;aperse,<br />
+che vedesse Iordan le rede sue.
+</p>
+
+<p>
+E quella che l&rsquo;affanno non sofferse<br />
+fino a la fine col figlio d&rsquo;Anchise,<br />
+sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+</p>
+
+<p>
+Poi quando fuor da noi tanto divise<br />
+quell&rsquo; ombre, che veder più non potiersi,<br />
+novo pensiero dentro a me si mise,
+</p>
+
+<p>
+del qual più altri nacquero e diversi;<br />
+e tanto d&rsquo;uno in altro vaneggiai,<br />
+che li occhi per vaghezza ricopersi,
+</p>
+
+<p>
+e &rsquo;l pensamento in sogno trasmutai.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto53"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XIX
+</h2>
+
+<p>
+Ne l&rsquo;ora che non può &rsquo;l calor dïurno<br />
+intepidar più &rsquo;l freddo de la luna,<br />
+vinto da terra, e talor da Saturno
+</p>
+
+<p>
+&mdash;quando i geomanti lor Maggior Fortuna<br />
+veggiono in orïente, innanzi a l&rsquo;alba,<br />
+surger per via che poco le sta bruna&mdash;,
+</p>
+
+<p>
+mi venne in sogno una femmina balba,<br />
+ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,<br />
+con le man monche, e di colore scialba.
+</p>
+
+<p>
+Io la mirava; e come &rsquo;l sol conforta<br />
+le fredde membra che la notte aggrava,<br />
+così lo sguardo mio le facea scorta
+</p>
+
+<p>
+la lingua, e poscia tutta la drizzava<br />
+in poco d&rsquo;ora, e lo smarrito volto,<br />
+com&rsquo; amor vuol, così le colorava.
+</p>
+
+<p>
+Poi ch&rsquo;ell&rsquo; avea &rsquo;l parlar così disciolto,<br />
+cominciava a cantar sì, che con pena<br />
+da lei avrei mio intento rivolto.
+</p>
+
+<p>
+«Io son», cantava, «io son dolce serena,<br />
+che &rsquo; marinari in mezzo mar dismago;<br />
+tanto son di piacere a sentir piena!
+</p>
+
+<p>
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago<br />
+al canto mio; e qual meco s&rsquo;ausa,<br />
+rado sen parte; sì tutto l&rsquo;appago!».
+</p>
+
+<p>
+Ancor non era sua bocca richiusa,<br />
+quand&rsquo; una donna apparve santa e presta<br />
+lunghesso me per far colei confusa.
+</p>
+
+<p>
+«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,<br />
+fieramente dicea; ed el venìa<br />
+con li occhi fitti pur in quella onesta.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;altra prendea, e dinanzi l&rsquo;apria<br />
+fendendo i drappi, e mostravami &rsquo;l ventre;<br />
+quel mi svegliò col puzzo che n&rsquo;uscia.
+</p>
+
+<p>
+Io mossi li occhi, e &rsquo;l buon maestro: «Almen tre<br />
+voci t&rsquo;ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;<br />
+troviam l&rsquo;aperta per la qual tu entre».
+</p>
+
+<p>
+Sù mi levai, e tutti eran già pieni<br />
+de l&rsquo;alto dì i giron del sacro monte,<br />
+e andavam col sol novo a le reni.
+</p>
+
+<p>
+Seguendo lui, portava la mia fronte<br />
+come colui che l&rsquo;ha di pensier carca,<br />
+che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io udi&rsquo; «Venite; qui si varca»<br />
+parlare in modo soave e benigno,<br />
+qual non si sente in questa mortal marca.
+</p>
+
+<p>
+Con l&rsquo;ali aperte, che parean di cigno,<br />
+volseci in sù colui che sì parlonne<br />
+tra due pareti del duro macigno.
+</p>
+
+<p>
+Mosse le penne poi e ventilonne,<br />
+‘Qui lugent&rsquo; affermando esser beati,<br />
+ch&rsquo;avran di consolar l&rsquo;anime donne.
+</p>
+
+<p>
+«Che hai che pur inver&rsquo; la terra guati?»,<br />
+la guida mia incominciò a dirmi,<br />
+poco amendue da l&rsquo;angel sormontati.
+</p>
+
+<p>
+E io: «Con tanta sospeccion fa irmi<br />
+novella visïon ch&rsquo;a sé mi piega,<br />
+sì ch&rsquo;io non posso dal pensar partirmi».
+</p>
+
+<p>
+«Vedesti», disse, «quell&rsquo;antica strega<br />
+che sola sovr&rsquo; a noi omai si piagne;<br />
+vedesti come l&rsquo;uom da lei si slega.
+</p>
+
+<p>
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;<br />
+li occhi rivolgi al logoro che gira<br />
+lo rege etterno con le rote magne».
+</p>
+
+<p>
+Quale &rsquo;l falcon, che prima a&rsquo; pié si mira,<br />
+indi si volge al grido e si protende<br />
+per lo disio del pasto che là il tira,
+</p>
+
+<p>
+tal mi fec&rsquo; io; e tal, quanto si fende<br />
+la roccia per dar via a chi va suso,<br />
+n&rsquo;andai infin dove &rsquo;l cerchiar si prende.
+</p>
+
+<p>
+Com&rsquo; io nel quinto giro fui dischiuso,<br />
+vidi gente per esso che piangea,<br />
+giacendo a terra tutta volta in giuso.
+</p>
+
+<p>
+‘Adhaesit pavimento anima mea&rsquo;<br />
+sentia dir lor con sì alti sospiri,<br />
+che la parola a pena s&rsquo;intendea.
+</p>
+
+<p>
+«O eletti di Dio, li cui soffriri<br />
+e giustizia e speranza fa men duri,<br />
+drizzate noi verso li alti saliri».
+</p>
+
+<p>
+«Se voi venite dal giacer sicuri,<br />
+e volete trovar la via più tosto,<br />
+le vostre destre sien sempre di fori».
+</p>
+
+<p>
+Così pregò &rsquo;l poeta, e sì risposto<br />
+poco dinanzi a noi ne fu; per ch&rsquo;io<br />
+nel parlare avvisai l&rsquo;altro nascosto,
+</p>
+
+<p>
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:<br />
+ond&rsquo; elli m&rsquo;assentì con lieto cenno<br />
+ciò che chiedea la vista del disio.
+</p>
+
+<p>
+Poi ch&rsquo;io potei di me fare a mio senno,<br />
+trassimi sovra quella creatura<br />
+le cui parole pria notar mi fenno,
+</p>
+
+<p>
+dicendo: «Spirto in cui pianger matura<br />
+quel sanza &rsquo;l quale a Dio tornar non pòssi,<br />
+sosta un poco per me tua maggior cura.
+</p>
+
+<p>
+Chi fosti e perché vòlti avete i dossi<br />
+al sù, mi dì, e se vuo&rsquo; ch&rsquo;io t&rsquo;impetri<br />
+cosa di là ond&rsquo; io vivendo mossi».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Perché i nostri diretri<br />
+rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima<br />
+scias quod ego fui successor Petri.
+</p>
+
+<p>
+Intra Sïestri e Chiaveri s&rsquo;adima<br />
+una fiumana bella, e del suo nome<br />
+lo titol del mio sangue fa sua cima.
+</p>
+
+<p>
+Un mese e poco più prova&rsquo; io come<br />
+pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,<br />
+che piuma sembran tutte l&rsquo;altre some.
+</p>
+
+<p>
+La mia conversïone, omè!, fu tarda;<br />
+ma, come fatto fui roman pastore,<br />
+così scopersi la vita bugiarda.
+</p>
+
+<p>
+Vidi che lì non s&rsquo;acquetava il core,<br />
+né più salir potiesi in quella vita;<br />
+per che di questa in me s&rsquo;accese amore.
+</p>
+
+<p>
+Fino a quel punto misera e partita<br />
+da Dio anima fui, del tutto avara;<br />
+or, come vedi, qui ne son punita.
+</p>
+
+<p>
+Quel ch&rsquo;avarizia fa, qui si dichiara<br />
+in purgazion de l&rsquo;anime converse;<br />
+e nulla pena il monte ha più amara.
+</p>
+
+<p>
+Sì come l&rsquo;occhio nostro non s&rsquo;aderse<br />
+in alto, fisso a le cose terrene,<br />
+così giustizia qui a terra il merse.
+</p>
+
+<p>
+Come avarizia spense a ciascun bene<br />
+lo nostro amore, onde operar perdési,<br />
+così giustizia qui stretti ne tene,
+</p>
+
+<p>
+ne&rsquo; piedi e ne le man legati e presi;<br />
+e quanto fia piacer del giusto Sire,<br />
+tanto staremo immobili e distesi».
+</p>
+
+<p>
+Io m&rsquo;era inginocchiato e volea dire;<br />
+ma com&rsquo; io cominciai ed el s&rsquo;accorse,<br />
+solo ascoltando, del mio reverire,
+</p>
+
+<p>
+«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».<br />
+E io a lui: «Per vostra dignitate<br />
+mia coscïenza dritto mi rimorse».
+</p>
+
+<p>
+«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,<br />
+rispuose; «non errar: conservo sono<br />
+teco e con li altri ad una podestate.
+</p>
+
+<p>
+Se mai quel santo evangelico suono<br />
+che dice ‘Neque nubent&rsquo; intendesti,<br />
+ben puoi veder perch&rsquo; io così ragiono.
+</p>
+
+<p>
+Vattene omai: non vo&rsquo; che più t&rsquo;arresti;<br />
+ché la tua stanza mio pianger disagia,<br />
+col qual maturo ciò che tu dicesti.
+</p>
+
+<p>
+Nepote ho io di là c&rsquo;ha nome Alagia,<br />
+buona da sé, pur che la nostra casa<br />
+non faccia lei per essempro malvagia;
+</p>
+
+<p>
+e questa sola di là m&rsquo;è rimasa».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto54"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XX
+</h2>
+
+<p>
+Contra miglior voler voler mal pugna;<br />
+onde contra &rsquo;l piacer mio, per piacerli,<br />
+trassi de l&rsquo;acqua non sazia la spugna.
+</p>
+
+<p>
+Mossimi; e &rsquo;l duca mio si mosse per li<br />
+luoghi spediti pur lungo la roccia,<br />
+come si va per muro stretto a&rsquo; merli;
+</p>
+
+<p>
+ché la gente che fonde a goccia a goccia<br />
+per li occhi il mal che tutto &rsquo;l mondo occupa,<br />
+da l&rsquo;altra parte in fuor troppo s&rsquo;approccia.
+</p>
+
+<p>
+Maladetta sie tu, antica lupa,<br />
+che più che tutte l&rsquo;altre bestie hai preda<br />
+per la tua fame sanza fine cupa!
+</p>
+
+<p>
+O ciel, nel cui girar par che si creda<br />
+le condizion di qua giù trasmutarsi,<br />
+quando verrà per cui questa disceda?
+</p>
+
+<p>
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,<br />
+e io attento a l&rsquo;ombre, ch&rsquo;i&rsquo; sentia<br />
+pietosamente piangere e lagnarsi;
+</p>
+
+<p>
+e per ventura udi&rsquo; «Dolce Maria!»<br />
+dinanzi a noi chiamar così nel pianto<br />
+come fa donna che in parturir sia;
+</p>
+
+<p>
+e seguitar: «Povera fosti tanto,<br />
+quanto veder si può per quello ospizio<br />
+dove sponesti il tuo portato santo».
+</p>
+
+<p>
+Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,<br />
+con povertà volesti anzi virtute<br />
+che gran ricchezza posseder con vizio».
+</p>
+
+<p>
+Queste parole m&rsquo;eran sì piaciute,<br />
+ch&rsquo;io mi trassi oltre per aver contezza<br />
+di quello spirto onde parean venute.
+</p>
+
+<p>
+Esso parlava ancor de la larghezza<br />
+che fece Niccolò a le pulcelle,<br />
+per condurre ad onor lor giovinezza.
+</p>
+
+<p>
+«O anima che tanto ben favelle,<br />
+dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola<br />
+tu queste degne lode rinovelle.
+</p>
+
+<p>
+Non fia sanza mercé la tua parola,<br />
+s&rsquo;io ritorno a compiér lo cammin corto<br />
+di quella vita ch&rsquo;al termine vola».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto<br />
+ch&rsquo;io attenda di là, ma perché tanta<br />
+grazia in te luce prima che sie morto.
+</p>
+
+<p>
+Io fui radice de la mala pianta<br />
+che la terra cristiana tutta aduggia,<br />
+sì che buon frutto rado se ne schianta.
+</p>
+
+<p>
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia<br />
+potesser, tosto ne saria vendetta;<br />
+e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+</p>
+
+<p>
+Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;<br />
+di me son nati i Filippi e i Luigi<br />
+per cui novellamente è Francia retta.
+</p>
+
+<p>
+Figliuol fu&rsquo; io d&rsquo;un beccaio di Parigi:<br />
+quando li regi antichi venner meno<br />
+tutti, fuor ch&rsquo;un renduto in panni bigi,
+</p>
+
+<p>
+trova&rsquo;mi stretto ne le mani il freno<br />
+del governo del regno, e tanta possa<br />
+di nuovo acquisto, e sì d&rsquo;amici pieno,
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;a la corona vedova promossa<br />
+la testa di mio figlio fu, dal quale<br />
+cominciar di costor le sacrate ossa.
+</p>
+
+<p>
+Mentre che la gran dota provenzale<br />
+al sangue mio non tolse la vergogna,<br />
+poco valea, ma pur non facea male.
+</p>
+
+<p>
+Lì cominciò con forza e con menzogna<br />
+la sua rapina; e poscia, per ammenda,<br />
+Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+</p>
+
+<p>
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,<br />
+vittima fé di Curradino; e poi<br />
+ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+</p>
+
+<p>
+Tempo vegg&rsquo; io, non molto dopo ancoi,<br />
+che tragge un altro Carlo fuor di Francia,<br />
+per far conoscer meglio e sé e &rsquo; suoi.
+</p>
+
+<p>
+Sanz&rsquo; arme n&rsquo;esce e solo con la lancia<br />
+con la qual giostrò Giuda, e quella ponta<br />
+sì, ch&rsquo;a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+</p>
+
+<p>
+Quindi non terra, ma peccato e onta<br />
+guadagnerà, per sé tanto più grave,<br />
+quanto più lieve simil danno conta.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;altro, che già uscì preso di nave,<br />
+veggio vender sua figlia e patteggiarne<br />
+come fanno i corsar de l&rsquo;altre schiave.
+</p>
+
+<p>
+O avarizia, che puoi tu più farne,<br />
+poscia c&rsquo;ha&rsquo; il mio sangue a te sì tratto,<br />
+che non si cura de la propria carne?
+</p>
+
+<p>
+Perché men paia il mal futuro e &rsquo;l fatto,<br />
+veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,<br />
+e nel vicario suo Cristo esser catto.
+</p>
+
+<p>
+Veggiolo un&rsquo;altra volta esser deriso;<br />
+veggio rinovellar l&rsquo;aceto e &rsquo;l fiele,<br />
+e tra vivi ladroni esser anciso.
+</p>
+
+<p>
+Veggio il novo Pilato sì crudele,<br />
+che ciò nol sazia, ma sanza decreto<br />
+portar nel Tempio le cupide vele.
+</p>
+
+<p>
+O Segnor mio, quando sarò io lieto<br />
+a veder la vendetta che, nascosa,<br />
+fa dolce l&rsquo;ira tua nel tuo secreto?
+</p>
+
+<p>
+Ciò ch&rsquo;io dicea di quell&rsquo; unica sposa<br />
+de lo Spirito Santo e che ti fece<br />
+verso me volger per alcuna chiosa,
+</p>
+
+<p>
+tanto è risposto a tutte nostre prece<br />
+quanto &rsquo;l dì dura; ma com&rsquo; el s&rsquo;annotta,<br />
+contrario suon prendemo in quella vece.
+</p>
+
+<p>
+Noi repetiam Pigmalïon allotta,<br />
+cui traditore e ladro e paricida<br />
+fece la voglia sua de l&rsquo;oro ghiotta;
+</p>
+
+<p>
+e la miseria de l&rsquo;avaro Mida,<br />
+che seguì a la sua dimanda gorda,<br />
+per la qual sempre convien che si rida.
+</p>
+
+<p>
+Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,<br />
+come furò le spoglie, sì che l&rsquo;ira<br />
+di Iosüè qui par ch&rsquo;ancor lo morda.
+</p>
+
+<p>
+Indi accusiam col marito Saffira;<br />
+lodiam i calci ch&rsquo;ebbe Elïodoro;<br />
+e in infamia tutto &rsquo;l monte gira
+</p>
+
+<p>
+Polinestòr ch&rsquo;ancise Polidoro;<br />
+ultimamente ci si grida: “Crasso,<br />
+dilci, che &rsquo;l sai: di che sapore è l&rsquo;oro?”.
+</p>
+
+<p>
+Talor parla l&rsquo;uno alto e l&rsquo;altro basso,<br />
+secondo l&rsquo;affezion ch&rsquo;ad ir ci sprona<br />
+ora a maggiore e ora a minor passo:
+</p>
+
+<p>
+però al ben che &rsquo;l dì ci si ragiona,<br />
+dianzi non era io sol; ma qui da presso<br />
+non alzava la voce altra persona».
+</p>
+
+<p>
+Noi eravam partiti già da esso,<br />
+e brigavam di soverchiar la strada<br />
+tanto quanto al poder n&rsquo;era permesso,
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io senti&rsquo;, come cosa che cada,<br />
+tremar lo monte; onde mi prese un gelo<br />
+qual prender suol colui ch&rsquo;a morte vada.
+</p>
+
+<p>
+Certo non si scoteo sì forte Delo,<br />
+pria che Latona in lei facesse &rsquo;l nido<br />
+a parturir li due occhi del cielo.
+</p>
+
+<p>
+Poi cominciò da tutte parti un grido<br />
+tal, che &rsquo;l maestro inverso me si feo,<br />
+dicendo: «Non dubbiar, mentr&rsquo; io ti guido».
+</p>
+
+<p>
+‘Glorïa in excelsis&rsquo; tutti ‘Deo&rsquo;<br />
+dicean, per quel ch&rsquo;io da&rsquo; vicin compresi,<br />
+onde intender lo grido si poteo.
+</p>
+
+<p>
+No&rsquo; istavamo immobili e sospesi<br />
+come i pastor che prima udir quel canto,<br />
+fin che &rsquo;l tremar cessò ed el compiési.
+</p>
+
+<p>
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,<br />
+guardando l&rsquo;ombre che giacean per terra,<br />
+tornate già in su l&rsquo;usato pianto.
+</p>
+
+<p>
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra<br />
+mi fé desideroso di sapere,<br />
+se la memoria mia in ciò non erra,
+</p>
+
+<p>
+quanta pareami allor, pensando, avere;<br />
+né per la fretta dimandare er&rsquo; oso,<br />
+né per me lì potea cosa vedere:
+</p>
+
+<p>
+così m&rsquo;andava timido e pensoso.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto55"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXI
+</h2>
+
+<p>
+La sete natural che mai non sazia<br />
+se non con l&rsquo;acqua onde la femminetta<br />
+samaritana domandò la grazia,
+</p>
+
+<p>
+mi travagliava, e pungeami la fretta<br />
+per la &rsquo;mpacciata via dietro al mio duca,<br />
+e condoleami a la giusta vendetta.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco, sì come ne scrive Luca<br />
+che Cristo apparve a&rsquo; due ch&rsquo;erano in via,<br />
+già surto fuor de la sepulcral buca,
+</p>
+
+<p>
+ci apparve un&rsquo;ombra, e dietro a noi venìa,<br />
+dal piè guardando la turba che giace;<br />
+né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+</p>
+
+<p>
+dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».<br />
+Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio<br />
+rendéli &rsquo;l cenno ch&rsquo;a ciò si conface.
+</p>
+
+<p>
+Poi cominciò: «Nel beato concilio<br />
+ti ponga in pace la verace corte<br />
+che me rilega ne l&rsquo;etterno essilio».
+</p>
+
+<p>
+«Come!», diss&rsquo; elli, e parte andavam forte:<br />
+«se voi siete ombre che Dio sù non degni,<br />
+chi v&rsquo;ha per la sua scala tanto scorte?».
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l dottor mio: «Se tu riguardi a&rsquo; segni<br />
+che questi porta e che l&rsquo;angel profila,<br />
+ben vedrai che coi buon convien ch&rsquo;e&rsquo; regni.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché lei che dì e notte fila<br />
+non li avea tratta ancora la conocchia<br />
+che Cloto impone a ciascuno e compila,
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;anima sua, ch&rsquo;è tua e mia serocchia,<br />
+venendo sù, non potea venir sola,<br />
+però ch&rsquo;al nostro modo non adocchia.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io fui tratto fuor de l&rsquo;ampia gola<br />
+d&rsquo;inferno per mostrarli, e mosterrolli<br />
+oltre, quanto &rsquo;l potrà menar mia scola.
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli<br />
+diè dianzi &rsquo;l monte, e perché tutto ad una<br />
+parve gridare infino a&rsquo; suoi piè molli».
+</p>
+
+<p>
+Sì mi diè, dimandando, per la cruna<br />
+del mio disio, che pur con la speranza<br />
+si fece la mia sete men digiuna.
+</p>
+
+<p>
+Quei cominciò: «Cosa non è che sanza<br />
+ordine senta la religïone<br />
+de la montagna, o che sia fuor d&rsquo;usanza.
+</p>
+
+<p>
+Libero è qui da ogne alterazione:<br />
+di quel che &rsquo;l ciel da sé in sé riceve<br />
+esser ci puote, e non d&rsquo;altro, cagione.
+</p>
+
+<p>
+Per che non pioggia, non grando, non neve,<br />
+non rugiada, non brina più sù cade<br />
+che la scaletta di tre gradi breve;
+</p>
+
+<p>
+nuvole spesse non paion né rade,<br />
+né coruscar, né figlia di Taumante,<br />
+che di là cangia sovente contrade;
+</p>
+
+<p>
+secco vapor non surge più avante<br />
+ch&rsquo;al sommo d&rsquo;i tre gradi ch&rsquo;io parlai,<br />
+dov&rsquo; ha &rsquo;l vicario di Pietro le piante.
+</p>
+
+<p>
+Trema forse più giù poco o assai;<br />
+ma per vento che &rsquo;n terra si nasconda,<br />
+non so come, qua sù non tremò mai.
+</p>
+
+<p>
+Tremaci quando alcuna anima monda<br />
+sentesi, sì che surga o che si mova<br />
+per salir sù; e tal grido seconda.
+</p>
+
+<p>
+De la mondizia sol voler fa prova,<br />
+che, tutto libero a mutar convento,<br />
+l&rsquo;alma sorprende, e di voler le giova.
+</p>
+
+<p>
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento<br />
+che divina giustizia, contra voglia,<br />
+come fu al peccar, pone al tormento.
+</p>
+
+<p>
+E io, che son giaciuto a questa doglia<br />
+cinquecent&rsquo; anni e più, pur mo sentii<br />
+libera volontà di miglior soglia:
+</p>
+
+<p>
+però sentisti il tremoto e li pii<br />
+spiriti per lo monte render lode<br />
+a quel Segnor, che tosto sù li &rsquo;nvii».
+</p>
+
+<p>
+Così ne disse; e però ch&rsquo;el si gode<br />
+tanto del ber quant&rsquo; è grande la sete,<br />
+non saprei dir quant&rsquo; el mi fece prode.
+</p>
+
+<p>
+E &rsquo;l savio duca: «Omai veggio la rete<br />
+che qui vi &rsquo;mpiglia e come si scalappia,<br />
+perché ci trema e di che congaudete.
+</p>
+
+<p>
+Ora chi fosti, piacciati ch&rsquo;io sappia,<br />
+e perché tanti secoli giaciuto<br />
+qui se&rsquo;, ne le parole tue mi cappia».
+</p>
+
+<p>
+«Nel tempo che &rsquo;l buon Tito, con l&rsquo;aiuto<br />
+del sommo rege, vendicò le fóra<br />
+ond&rsquo; uscì &rsquo;l sangue per Giuda venduto,
+</p>
+
+<p>
+col nome che più dura e più onora<br />
+era io di là», rispuose quello spirto,<br />
+«famoso assai, ma non con fede ancora.
+</p>
+
+<p>
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,<br />
+che, tolosano, a sé mi trasse Roma,<br />
+dove mertai le tempie ornar di mirto.
+</p>
+
+<p>
+Stazio la gente ancor di là mi noma:<br />
+cantai di Tebe, e poi del grande Achille;<br />
+ma caddi in via con la seconda soma.
+</p>
+
+<p>
+Al mio ardor fuor seme le faville,<br />
+che mi scaldar, de la divina fiamma<br />
+onde sono allumati più di mille;
+</p>
+
+<p>
+de l&rsquo;Eneïda dico, la qual mamma<br />
+fummi, e fummi nutrice, poetando:<br />
+sanz&rsquo; essa non fermai peso di dramma.
+</p>
+
+<p>
+E per esser vivuto di là quando<br />
+visse Virgilio, assentirei un sole<br />
+più che non deggio al mio uscir di bando».
+</p>
+
+<p>
+Volser Virgilio a me queste parole<br />
+con viso che, tacendo, disse ‘Taci&rsquo;;<br />
+ma non può tutto la virtù che vuole;
+</p>
+
+<p>
+ché riso e pianto son tanto seguaci<br />
+a la passion di che ciascun si spicca,<br />
+che men seguon voler ne&rsquo; più veraci.
+</p>
+
+<p>
+Io pur sorrisi come l&rsquo;uom ch&rsquo;ammicca;<br />
+per che l&rsquo;ombra si tacque, e riguardommi<br />
+ne li occhi ove &rsquo;l sembiante più si ficca;
+</p>
+
+<p>
+e «Se tanto labore in bene assommi»,<br />
+disse, «perché la tua faccia testeso<br />
+un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+</p>
+
+<p>
+Or son io d&rsquo;una parte e d&rsquo;altra preso:<br />
+l&rsquo;una mi fa tacer, l&rsquo;altra scongiura<br />
+ch&rsquo;io dica; ond&rsquo; io sospiro, e sono inteso
+</p>
+
+<p>
+dal mio maestro, e «Non aver paura»,<br />
+mi dice, «di parlar; ma parla e digli<br />
+quel ch&rsquo;e&rsquo; dimanda con cotanta cura».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io: «Forse che tu ti maravigli,<br />
+antico spirto, del rider ch&rsquo;io fei;<br />
+ma più d&rsquo;ammirazion vo&rsquo; che ti pigli.
+</p>
+
+<p>
+Questi che guida in alto li occhi miei,<br />
+è quel Virgilio dal qual tu togliesti<br />
+forte a cantar de li uomini e d&rsquo;i dèi.
+</p>
+
+<p>
+Se cagion altra al mio rider credesti,<br />
+lasciala per non vera, ed esser credi<br />
+quelle parole che di lui dicesti».
+</p>
+
+<p>
+Già s&rsquo;inchinava ad abbracciar li piedi<br />
+al mio dottor, ma el li disse: «Frate,<br />
+non far, ché tu se&rsquo; ombra e ombra vedi».
+</p>
+
+<p>
+Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate<br />
+comprender de l&rsquo;amor ch&rsquo;a te mi scalda,<br />
+quand&rsquo; io dismento nostra vanitate,
+</p>
+
+<p>
+trattando l&rsquo;ombre come cosa salda».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto56"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXII
+</h2>
+
+<p>
+Già era l&rsquo;angel dietro a noi rimaso,<br />
+l&rsquo;angel che n&rsquo;avea vòlti al sesto giro,<br />
+avendomi dal viso un colpo raso;
+</p>
+
+<p>
+e quei c&rsquo;hanno a giustizia lor disiro<br />
+detto n&rsquo;avea beati, e le sue voci<br />
+con ‘sitiunt&rsquo;, sanz&rsquo; altro, ciò forniro.
+</p>
+
+<p>
+E io più lieve che per l&rsquo;altre foci<br />
+m&rsquo;andava, sì che sanz&rsquo; alcun labore<br />
+seguiva in sù li spiriti veloci;
+</p>
+
+<p>
+quando Virgilio incominciò: «Amore,<br />
+acceso di virtù, sempre altro accese,<br />
+pur che la fiamma sua paresse fore;
+</p>
+
+<p>
+onde da l&rsquo;ora che tra noi discese<br />
+nel limbo de lo &rsquo;nferno Giovenale,<br />
+che la tua affezion mi fé palese,
+</p>
+
+<p>
+mia benvoglienza inverso te fu quale<br />
+più strinse mai di non vista persona,<br />
+sì ch&rsquo;or mi parran corte queste scale.
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi, e come amico mi perdona<br />
+se troppa sicurtà m&rsquo;allarga il freno,<br />
+e come amico omai meco ragiona:
+</p>
+
+<p>
+come poté trovar dentro al tuo seno<br />
+loco avarizia, tra cotanto senno<br />
+di quanto per tua cura fosti pieno?».
+</p>
+
+<p>
+Queste parole Stazio mover fenno<br />
+un poco a riso pria; poscia rispuose:<br />
+«Ogne tuo dir d&rsquo;amor m&rsquo;è caro cenno.
+</p>
+
+<p>
+Veramente più volte appaion cose<br />
+che danno a dubitar falsa matera<br />
+per le vere ragion che son nascose.
+</p>
+
+<p>
+La tua dimanda tuo creder m&rsquo;avvera<br />
+esser ch&rsquo;i&rsquo; fossi avaro in l&rsquo;altra vita,<br />
+forse per quella cerchia dov&rsquo; io era.
+</p>
+
+<p>
+Or sappi ch&rsquo;avarizia fu partita<br />
+troppo da me, e questa dismisura<br />
+migliaia di lunari hanno punita.
+</p>
+
+<p>
+E se non fosse ch&rsquo;io drizzai mia cura,<br />
+quand&rsquo; io intesi là dove tu chiame,<br />
+crucciato quasi a l&rsquo;umana natura:
+</p>
+
+<p>
+‘Per che non reggi tu, o sacra fame<br />
+de l&rsquo;oro, l&rsquo;appetito de&rsquo; mortali?&rsquo;,<br />
+voltando sentirei le giostre grame.
+</p>
+
+<p>
+Allor m&rsquo;accorsi che troppo aprir l&rsquo;ali<br />
+potean le mani a spendere, e pente&rsquo;mi<br />
+così di quel come de li altri mali.
+</p>
+
+<p>
+Quanti risurgeran coi crini scemi<br />
+per ignoranza, che di questa pecca<br />
+toglie &rsquo;l penter vivendo e ne li stremi!
+</p>
+
+<p>
+E sappie che la colpa che rimbecca<br />
+per dritta opposizione alcun peccato,<br />
+con esso insieme qui suo verde secca;
+</p>
+
+<p>
+però, s&rsquo;io son tra quella gente stato<br />
+che piange l&rsquo;avarizia, per purgarmi,<br />
+per lo contrario suo m&rsquo;è incontrato».
+</p>
+
+<p>
+«Or quando tu cantasti le crude armi<br />
+de la doppia trestizia di Giocasta»,<br />
+disse &rsquo;l cantor de&rsquo; buccolici carmi,
+</p>
+
+<p>
+«per quello che Clïò teco lì tasta,<br />
+non par che ti facesse ancor fedele<br />
+la fede, sanza qual ben far non basta.
+</p>
+
+<p>
+Se così è, qual sole o quai candele<br />
+ti stenebraron sì, che tu drizzasti<br />
+poscia di retro al pescator le vele?».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a lui: «Tu prima m&rsquo;invïasti<br />
+verso Parnaso a ber ne le sue grotte,<br />
+e prima appresso Dio m&rsquo;alluminasti.
+</p>
+
+<p>
+Facesti come quei che va di notte,<br />
+che porta il lume dietro e sé non giova,<br />
+ma dopo sé fa le persone dotte,
+</p>
+
+<p>
+quando dicesti: ‘Secol si rinova;<br />
+torna giustizia e primo tempo umano,<br />
+e progenïe scende da ciel nova&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Per te poeta fui, per te cristiano:<br />
+ma perché veggi mei ciò ch&rsquo;io disegno,<br />
+a colorare stenderò la mano.
+</p>
+
+<p>
+Già era &rsquo;l mondo tutto quanto pregno<br />
+de la vera credenza, seminata<br />
+per li messaggi de l&rsquo;etterno regno;
+</p>
+
+<p>
+e la parola tua sopra toccata<br />
+si consonava a&rsquo; nuovi predicanti;<br />
+ond&rsquo; io a visitarli presi usata.
+</p>
+
+<p>
+Vennermi poi parendo tanto santi,<br />
+che, quando Domizian li perseguette,<br />
+sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+</p>
+
+<p>
+e mentre che di là per me si stette,<br />
+io li sovvenni, e i lor dritti costumi<br />
+fer dispregiare a me tutte altre sette.
+</p>
+
+<p>
+E pria ch&rsquo;io conducessi i Greci a&rsquo; fiumi<br />
+di Tebe poetando, ebb&rsquo; io battesmo;<br />
+ma per paura chiuso cristian fu&rsquo;mi,
+</p>
+
+<p>
+lungamente mostrando paganesmo;<br />
+e questa tepidezza il quarto cerchio<br />
+cerchiar mi fé più che &rsquo;l quarto centesmo.
+</p>
+
+<p>
+Tu dunque, che levato hai il coperchio<br />
+che m&rsquo;ascondeva quanto bene io dico,<br />
+mentre che del salire avem soverchio,
+</p>
+
+<p>
+dimmi dov&rsquo; è Terrenzio nostro antico,<br />
+Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:<br />
+dimmi se son dannati, e in qual vico».
+</p>
+
+<p>
+«Costoro e Persio e io e altri assai»,<br />
+rispuose il duca mio, «siam con quel Greco<br />
+che le Muse lattar più ch&rsquo;altri mai,
+</p>
+
+<p>
+nel primo cinghio del carcere cieco;<br />
+spesse fïate ragioniam del monte<br />
+che sempre ha le nutrice nostre seco.
+</p>
+
+<p>
+Euripide v&rsquo;è nosco e Antifonte,<br />
+Simonide, Agatone e altri piùe<br />
+Greci che già di lauro ornar la fronte.
+</p>
+
+<p>
+Quivi si veggion de le genti tue<br />
+Antigone, Deïfile e Argia,<br />
+e Ismene sì trista come fue.
+</p>
+
+<p>
+Védeisi quella che mostrò Langia;<br />
+èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,<br />
+e con le suore sue Deïdamia».
+</p>
+
+<p>
+Tacevansi ambedue già li poeti,<br />
+di novo attenti a riguardar dintorno,<br />
+liberi da saliri e da pareti;
+</p>
+
+<p>
+e già le quattro ancelle eran del giorno<br />
+rimase a dietro, e la quinta era al temo,<br />
+drizzando pur in sù l&rsquo;ardente corno,
+</p>
+
+<p>
+quando il mio duca: «Io credo ch&rsquo;a lo stremo<br />
+le destre spalle volger ne convegna,<br />
+girando il monte come far solemo».
+</p>
+
+<p>
+Così l&rsquo;usanza fu lì nostra insegna,<br />
+e prendemmo la via con men sospetto<br />
+per l&rsquo;assentir di quell&rsquo; anima degna.
+</p>
+
+<p>
+Elli givan dinanzi, e io soletto<br />
+di retro, e ascoltava i lor sermoni,<br />
+ch&rsquo;a poetar mi davano intelletto.
+</p>
+
+<p>
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni<br />
+un alber che trovammo in mezza strada,<br />
+con pomi a odorar soavi e buoni;
+</p>
+
+<p>
+e come abete in alto si digrada<br />
+di ramo in ramo, così quello in giuso,<br />
+cred&rsquo; io, perché persona sù non vada.
+</p>
+
+<p>
+Dal lato onde &rsquo;l cammin nostro era chiuso,<br />
+cadea de l&rsquo;alta roccia un liquor chiaro<br />
+e si spandeva per le foglie suso.
+</p>
+
+<p>
+Li due poeti a l&rsquo;alber s&rsquo;appressaro;<br />
+e una voce per entro le fronde<br />
+gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+</p>
+
+<p>
+Poi disse: «Più pensava Maria onde<br />
+fosser le nozze orrevoli e intere,<br />
+ch&rsquo;a la sua bocca, ch&rsquo;or per voi risponde.
+</p>
+
+<p>
+E le Romane antiche, per lor bere,<br />
+contente furon d&rsquo;acqua; e Danïello<br />
+dispregiò cibo e acquistò savere.
+</p>
+
+<p>
+Lo secol primo, quant&rsquo; oro fu bello,<br />
+fé savorose con fame le ghiande,<br />
+e nettare con sete ogne ruscello.
+</p>
+
+<p>
+Mele e locuste furon le vivande<br />
+che nodriro il Batista nel diserto;<br />
+per ch&rsquo;elli è glorïoso e tanto grande
+</p>
+
+<p>
+quanto per lo Vangelio v&rsquo;è aperto».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto57"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXIII
+</h2>
+
+<p>
+Mentre che li occhi per la fronda verde<br />
+ficcava ïo sì come far suole<br />
+chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+</p>
+
+<p>
+lo più che padre mi dicea: «Figliuole,<br />
+vienne oramai, ché &rsquo;l tempo che n&rsquo;è imposto<br />
+più utilmente compartir si vuole».
+</p>
+
+<p>
+Io volsi &rsquo;l viso, e &rsquo;l passo non men tosto,<br />
+appresso i savi, che parlavan sìe,<br />
+che l&rsquo;andar mi facean di nullo costo.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco piangere e cantar s&rsquo;udìe<br />
+‘Labïa mëa, Domine&rsquo; per modo<br />
+tal, che diletto e doglia parturìe.
+</p>
+
+<p>
+«O dolce padre, che è quel ch&rsquo;i&rsquo; odo?»,<br />
+comincia&rsquo; io; ed elli: «Ombre che vanno<br />
+forse di lor dover solvendo il nodo».
+</p>
+
+<p>
+Sì come i peregrin pensosi fanno,<br />
+giugnendo per cammin gente non nota,<br />
+che si volgono ad essa e non restanno,
+</p>
+
+<p>
+così di retro a noi, più tosto mota,<br />
+venendo e trapassando ci ammirava<br />
+d&rsquo;anime turba tacita e devota.
+</p>
+
+<p>
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,<br />
+palida ne la faccia, e tanto scema<br />
+che da l&rsquo;ossa la pelle s&rsquo;informava.
+</p>
+
+<p>
+Non credo che così a buccia strema<br />
+Erisittone fosse fatto secco,<br />
+per digiunar, quando più n&rsquo;ebbe tema.
+</p>
+
+<p>
+Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco<br />
+la gente che perdé Ierusalemme,<br />
+quando Maria nel figlio diè di becco!&rsquo;
+</p>
+
+<p>
+Parean l&rsquo;occhiaie anella sanza gemme:<br />
+chi nel viso de li uomini legge ‘omo&rsquo;<br />
+ben avria quivi conosciuta l&rsquo;emme.
+</p>
+
+<p>
+Chi crederebbe che l&rsquo;odor d&rsquo;un pomo<br />
+sì governasse, generando brama,<br />
+e quel d&rsquo;un&rsquo;acqua, non sappiendo como?
+</p>
+
+<p>
+Già era in ammirar che sì li affama,<br />
+per la cagione ancor non manifesta<br />
+di lor magrezza e di lor trista squama,
+</p>
+
+<p>
+ed ecco del profondo de la testa<br />
+volse a me li occhi un&rsquo;ombra e guardò fiso;<br />
+poi gridò forte: «Qual grazia m&rsquo;è questa?».
+</p>
+
+<p>
+Mai non l&rsquo;avrei riconosciuto al viso;<br />
+ma ne la voce sua mi fu palese<br />
+ciò che l&rsquo;aspetto in sé avea conquiso.
+</p>
+
+<p>
+Questa favilla tutta mi raccese<br />
+mia conoscenza a la cangiata labbia,<br />
+e ravvisai la faccia di Forese.
+</p>
+
+<p>
+«Deh, non contendere a l&rsquo;asciutta scabbia<br />
+che mi scolora», pregava, «la pelle,<br />
+né a difetto di carne ch&rsquo;io abbia;
+</p>
+
+<p>
+ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle<br />
+due anime che là ti fanno scorta;<br />
+non rimaner che tu non mi favelle!».
+</p>
+
+<p>
+«La faccia tua, ch&rsquo;io lagrimai già morta,<br />
+mi dà di pianger mo non minor doglia»,<br />
+rispuos&rsquo; io lui, «veggendola sì torta.
+</p>
+
+<p>
+Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;<br />
+non mi far dir mentr&rsquo; io mi maraviglio,<br />
+ché mal può dir chi è pien d&rsquo;altra voglia».
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «De l&rsquo;etterno consiglio<br />
+cade vertù ne l&rsquo;acqua e ne la pianta<br />
+rimasa dietro ond&rsquo; io sì m&rsquo;assottiglio.
+</p>
+
+<p>
+Tutta esta gente che piangendo canta<br />
+per seguitar la gola oltra misura,<br />
+in fame e &rsquo;n sete qui si rifà santa.
+</p>
+
+<p>
+Di bere e di mangiar n&rsquo;accende cura<br />
+l&rsquo;odor ch&rsquo;esce del pomo e de lo sprazzo<br />
+che si distende su per sua verdura.
+</p>
+
+<p>
+E non pur una volta, questo spazzo<br />
+girando, si rinfresca nostra pena:<br />
+io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+</p>
+
+<p>
+ché quella voglia a li alberi ci mena<br />
+che menò Cristo lieto a dire ‘Elì&rsquo;,<br />
+quando ne liberò con la sua vena».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Forese, da quel dì<br />
+nel qual mutasti mondo a miglior vita,<br />
+cinqu&rsquo; anni non son vòlti infino a qui.
+</p>
+
+<p>
+Se prima fu la possa in te finita<br />
+di peccar più, che sovvenisse l&rsquo;ora<br />
+del buon dolor ch&rsquo;a Dio ne rimarita,
+</p>
+
+<p>
+come se&rsquo; tu qua sù venuto ancora?<br />
+Io ti credea trovar là giù di sotto,<br />
+dove tempo per tempo si ristora».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; elli a me: «Sì tosto m&rsquo;ha condotto<br />
+a ber lo dolce assenzo d&rsquo;i martìri<br />
+la Nella mia con suo pianger dirotto.
+</p>
+
+<p>
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri<br />
+tratto m&rsquo;ha de la costa ove s&rsquo;aspetta,<br />
+e liberato m&rsquo;ha de li altri giri.
+</p>
+
+<p>
+Tanto è a Dio più cara e più diletta<br />
+la vedovella mia, che molto amai,<br />
+quanto in bene operare è più soletta;
+</p>
+
+<p>
+ché la Barbagia di Sardigna assai<br />
+ne le femmine sue più è pudica<br />
+che la Barbagia dov&rsquo; io la lasciai.
+</p>
+
+<p>
+O dolce frate, che vuo&rsquo; tu ch&rsquo;io dica?<br />
+Tempo futuro m&rsquo;è già nel cospetto,<br />
+cui non sarà quest&rsquo; ora molto antica,
+</p>
+
+<p>
+nel qual sarà in pergamo interdetto<br />
+a le sfacciate donne fiorentine<br />
+l&rsquo;andar mostrando con le poppe il petto.
+</p>
+
+<p>
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,<br />
+cui bisognasse, per farle ir coperte,<br />
+o spiritali o altre discipline?
+</p>
+
+<p>
+Ma se le svergognate fosser certe<br />
+di quel che &rsquo;l ciel veloce loro ammanna,<br />
+già per urlare avrian le bocche aperte;
+</p>
+
+<p>
+ché, se l&rsquo;antiveder qui non m&rsquo;inganna,<br />
+prima fien triste che le guance impeli<br />
+colui che mo si consola con nanna.
+</p>
+
+<p>
+Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!<br />
+vedi che non pur io, ma questa gente<br />
+tutta rimira là dove &rsquo;l sol veli».
+</p>
+
+<p>
+Per ch&rsquo;io a lui: «Se tu riduci a mente<br />
+qual fosti meco, e qual io teco fui,<br />
+ancor fia grave il memorar presente.
+</p>
+
+<p>
+Di quella vita mi volse costui<br />
+che mi va innanzi, l&rsquo;altr&rsquo; ier, quando tonda<br />
+vi si mostrò la suora di colui»,
+</p>
+
+<p>
+e &rsquo;l sol mostrai; «costui per la profonda<br />
+notte menato m&rsquo;ha d&rsquo;i veri morti<br />
+con questa vera carne che &rsquo;l seconda.
+</p>
+
+<p>
+Indi m&rsquo;han tratto sù li suoi conforti,<br />
+salendo e rigirando la montagna<br />
+che drizza voi che &rsquo;l mondo fece torti.
+</p>
+
+<p>
+Tanto dice di farmi sua compagna<br />
+che io sarò là dove fia Beatrice;<br />
+quivi convien che sanza lui rimagna.
+</p>
+
+<p>
+Virgilio è questi che così mi dice»,<br />
+e addita&rsquo;lo; «e quest&rsquo; altro è quell&rsquo; ombra<br />
+per cuï scosse dianzi ogne pendice
+</p>
+
+<p>
+lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto58"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXIV
+</h2>
+
+<p>
+Né &rsquo;l dir l&rsquo;andar, né l&rsquo;andar lui più lento<br />
+facea, ma ragionando andavam forte,<br />
+sì come nave pinta da buon vento;
+</p>
+
+<p>
+e l&rsquo;ombre, che parean cose rimorte,<br />
+per le fosse de li occhi ammirazione<br />
+traean di me, di mio vivere accorte.
+</p>
+
+<p>
+E io, continüando al mio sermone,<br />
+dissi: «Ella sen va sù forse più tarda<br />
+che non farebbe, per altrui cagione.
+</p>
+
+<p>
+Ma dimmi, se tu sai, dov&rsquo; è Piccarda;<br />
+dimmi s&rsquo;io veggio da notar persona<br />
+tra questa gente che sì mi riguarda».
+</p>
+
+<p>
+«La mia sorella, che tra bella e buona<br />
+non so qual fosse più, trïunfa lieta<br />
+ne l&rsquo;alto Olimpo già di sua corona».
+</p>
+
+<p>
+Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta<br />
+di nominar ciascun, da ch&rsquo;è sì munta<br />
+nostra sembianza via per la dïeta.
+</p>
+
+<p>
+Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,<br />
+Bonagiunta da Lucca; e quella faccia<br />
+di là da lui più che l&rsquo;altre trapunta
+</p>
+
+<p>
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:<br />
+dal Torso fu, e purga per digiuno<br />
+l&rsquo;anguille di Bolsena e la vernaccia».
+</p>
+
+<p>
+Molti altri mi nomò ad uno ad uno;<br />
+e del nomar parean tutti contenti,<br />
+sì ch&rsquo;io però non vidi un atto bruno.
+</p>
+
+<p>
+Vidi per fame a vòto usar li denti<br />
+Ubaldin da la Pila e Bonifazio<br />
+che pasturò col rocco molte genti.
+</p>
+
+<p>
+Vidi messer Marchese, ch&rsquo;ebbe spazio<br />
+già di bere a Forlì con men secchezza,<br />
+e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+</p>
+
+<p>
+Ma come fa chi guarda e poi s&rsquo;apprezza<br />
+più d&rsquo;un che d&rsquo;altro, fei a quel da Lucca,<br />
+che più parea di me aver contezza.
+</p>
+
+<p>
+El mormorava; e non so che «Gentucca»<br />
+sentiv&rsquo; io là, ov&rsquo; el sentia la piaga<br />
+de la giustizia che sì li pilucca.
+</p>
+
+<p>
+«O anima», diss&rsquo; io, «che par sì vaga<br />
+di parlar meco, fa sì ch&rsquo;io t&rsquo;intenda,<br />
+e te e me col tuo parlare appaga».
+</p>
+
+<p>
+«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,<br />
+cominciò el, «che ti farà piacere<br />
+la mia città, come ch&rsquo;om la riprenda.
+</p>
+
+<p>
+Tu te n&rsquo;andrai con questo antivedere:<br />
+se nel mio mormorar prendesti errore,<br />
+dichiareranti ancor le cose vere.
+</p>
+
+<p>
+Ma dì s&rsquo;i&rsquo; veggio qui colui che fore<br />
+trasse le nove rime, cominciando<br />
+‘Donne ch&rsquo;avete intelletto d&rsquo;amore&rsquo;».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «I&rsquo; mi son un che, quando<br />
+Amor mi spira, noto, e a quel modo<br />
+ch&rsquo;e&rsquo; ditta dentro vo significando».
+</p>
+
+<p>
+«O frate, issa vegg&rsquo; io», diss&rsquo; elli, «il nodo<br />
+che &rsquo;l Notaro e Guittone e me ritenne<br />
+di qua dal dolce stil novo ch&rsquo;i&rsquo; odo!
+</p>
+
+<p>
+Io veggio ben come le vostre penne<br />
+di retro al dittator sen vanno strette,<br />
+che de le nostre certo non avvenne;
+</p>
+
+<p>
+e qual più a gradire oltre si mette,<br />
+non vede più da l&rsquo;uno a l&rsquo;altro stilo»;<br />
+e, quasi contentato, si tacette.
+</p>
+
+<p>
+Come li augei che vernan lungo &rsquo;l Nilo,<br />
+alcuna volta in aere fanno schiera,<br />
+poi volan più a fretta e vanno in filo,
+</p>
+
+<p>
+così tutta la gente che lì era,<br />
+volgendo &rsquo;l viso, raffrettò suo passo,<br />
+e per magrezza e per voler leggera.
+</p>
+
+<p>
+E come l&rsquo;uom che di trottare è lasso,<br />
+lascia andar li compagni, e sì passeggia<br />
+fin che si sfoghi l&rsquo;affollar del casso,
+</p>
+
+<p>
+sì lasciò trapassar la santa greggia<br />
+Forese, e dietro meco sen veniva,<br />
+dicendo: «Quando fia ch&rsquo;io ti riveggia?».
+</p>
+
+<p>
+«Non so», rispuos&rsquo; io lui, «quant&rsquo; io mi viva;<br />
+ma già non fïa il tornar mio tantosto,<br />
+ch&rsquo;io non sia col voler prima a la riva;
+</p>
+
+<p>
+però che &rsquo;l loco u&rsquo; fui a viver posto,<br />
+di giorno in giorno più di ben si spolpa,<br />
+e a trista ruina par disposto».
+</p>
+
+<p>
+«Or va», diss&rsquo; el; «che quei che più n&rsquo;ha colpa,<br />
+vegg&rsquo; ïo a coda d&rsquo;una bestia tratto<br />
+inver&rsquo; la valle ove mai non si scolpa.
+</p>
+
+<p>
+La bestia ad ogne passo va più ratto,<br />
+crescendo sempre, fin ch&rsquo;ella il percuote,<br />
+e lascia il corpo vilmente disfatto.
+</p>
+
+<p>
+Non hanno molto a volger quelle ruote»,<br />
+e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro<br />
+ciò che &rsquo;l mio dir più dichiarar non puote.
+</p>
+
+<p>
+Tu ti rimani omai; ché &rsquo;l tempo è caro<br />
+in questo regno, sì ch&rsquo;io perdo troppo<br />
+venendo teco sì a paro a paro».
+</p>
+
+<p>
+Qual esce alcuna volta di gualoppo<br />
+lo cavalier di schiera che cavalchi,<br />
+e va per farsi onor del primo intoppo,
+</p>
+
+<p>
+tal si partì da noi con maggior valchi;<br />
+e io rimasi in via con esso i due<br />
+che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+</p>
+
+<p>
+E quando innanzi a noi intrato fue,<br />
+che li occhi miei si fero a lui seguaci,<br />
+come la mente a le parole sue,
+</p>
+
+<p>
+parvermi i rami gravidi e vivaci<br />
+d&rsquo;un altro pomo, e non molto lontani<br />
+per esser pur allora vòlto in laci.
+</p>
+
+<p>
+Vidi gente sott&rsquo; esso alzar le mani<br />
+e gridar non so che verso le fronde,<br />
+quasi bramosi fantolini e vani
+</p>
+
+<p>
+che pregano, e &rsquo;l pregato non risponde,<br />
+ma, per fare esser ben la voglia acuta,<br />
+tien alto lor disio e nol nasconde.
+</p>
+
+<p>
+Poi si partì sì come ricreduta;<br />
+e noi venimmo al grande arbore adesso,<br />
+che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+</p>
+
+<p>
+«Trapassate oltre sanza farvi presso:<br />
+legno è più sù che fu morso da Eva,<br />
+e questa pianta si levò da esso».
+</p>
+
+<p>
+Sì tra le frasche non so chi diceva;<br />
+per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,<br />
+oltre andavam dal lato che si leva.
+</p>
+
+<p>
+«Ricordivi», dicea, «d&rsquo;i maladetti<br />
+nei nuvoli formati, che, satolli,<br />
+Tesëo combatter co&rsquo; doppi petti;
+</p>
+
+<p>
+e de li Ebrei ch&rsquo;al ber si mostrar molli,<br />
+per che no i volle Gedeon compagni,<br />
+quando inver&rsquo; Madïan discese i colli».
+</p>
+
+<p>
+Sì accostati a l&rsquo;un d&rsquo;i due vivagni<br />
+passammo, udendo colpe de la gola<br />
+seguite già da miseri guadagni.
+</p>
+
+<p>
+Poi, rallargati per la strada sola,<br />
+ben mille passi e più ci portar oltre,<br />
+contemplando ciascun sanza parola.
+</p>
+
+<p>
+«Che andate pensando sì voi sol tre?».<br />
+sùbita voce disse; ond&rsquo; io mi scossi<br />
+come fan bestie spaventate e poltre.
+</p>
+
+<p>
+Drizzai la testa per veder chi fossi;<br />
+e già mai non si videro in fornace<br />
+vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+</p>
+
+<p>
+com&rsquo; io vidi un che dicea: «S&rsquo;a voi piace<br />
+montare in sù, qui si convien dar volta;<br />
+quinci si va chi vuole andar per pace».
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;aspetto suo m&rsquo;avea la vista tolta;<br />
+per ch&rsquo;io mi volsi dietro a&rsquo; miei dottori,<br />
+com&rsquo; om che va secondo ch&rsquo;elli ascolta.
+</p>
+
+<p>
+E quale, annunziatrice de li albori,<br />
+l&rsquo;aura di maggio movesi e olezza,<br />
+tutta impregnata da l&rsquo;erba e da&rsquo; fiori;
+</p>
+
+<p>
+tal mi senti&rsquo; un vento dar per mezza<br />
+la fronte, e ben senti&rsquo; mover la piuma,<br />
+che fé sentir d&rsquo;ambrosïa l&rsquo;orezza.
+</p>
+
+<p>
+E senti&rsquo; dir: «Beati cui alluma<br />
+tanto di grazia, che l&rsquo;amor del gusto<br />
+nel petto lor troppo disir non fuma,
+</p>
+
+<p>
+esurïendo sempre quanto è giusto!».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto59"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXV
+</h2>
+
+<p>
+Ora era onde &rsquo;l salir non volea storpio;<br />
+ché &rsquo;l sole avëa il cerchio di merigge<br />
+lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+</p>
+
+<p>
+per che, come fa l&rsquo;uom che non s&rsquo;affigge<br />
+ma vassi a la via sua, che che li appaia,<br />
+se di bisogno stimolo il trafigge,
+</p>
+
+<p>
+così intrammo noi per la callaia,<br />
+uno innanzi altro prendendo la scala<br />
+che per artezza i salitor dispaia.
+</p>
+
+<p>
+E quale il cicognin che leva l&rsquo;ala<br />
+per voglia di volare, e non s&rsquo;attenta<br />
+d&rsquo;abbandonar lo nido, e giù la cala;
+</p>
+
+<p>
+tal era io con voglia accesa e spenta<br />
+di dimandar, venendo infino a l&rsquo;atto<br />
+che fa colui ch&rsquo;a dicer s&rsquo;argomenta.
+</p>
+
+<p>
+Non lasciò, per l&rsquo;andar che fosse ratto,<br />
+lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca<br />
+l&rsquo;arco del dir, che &rsquo;nfino al ferro hai tratto».
+</p>
+
+<p>
+Allor sicuramente apri&rsquo; la bocca<br />
+e cominciai: «Come si può far magro<br />
+là dove l&rsquo;uopo di nodrir non tocca?».
+</p>
+
+<p>
+«Se t&rsquo;ammentassi come Meleagro<br />
+si consumò al consumar d&rsquo;un stizzo,<br />
+non fora», disse, «a te questo sì agro;
+</p>
+
+<p>
+e se pensassi come, al vostro guizzo,<br />
+guizza dentro a lo specchio vostra image,<br />
+ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché dentro a tuo voler t&rsquo;adage,<br />
+ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego<br />
+che sia or sanator de le tue piage».
+</p>
+
+<p>
+«Se la veduta etterna li dislego»,<br />
+rispuose Stazio, «là dove tu sie,<br />
+discolpi me non potert&rsquo; io far nego».
+</p>
+
+<p>
+Poi cominciò: «Se le parole mie,<br />
+figlio, la mente tua guarda e riceve,<br />
+lume ti fiero al come che tu die.
+</p>
+
+<p>
+Sangue perfetto, che poi non si beve<br />
+da l&rsquo;assetate vene, e si rimane<br />
+quasi alimento che di mensa leve,
+</p>
+
+<p>
+prende nel core a tutte membra umane<br />
+virtute informativa, come quello<br />
+ch&rsquo;a farsi quelle per le vene vane.
+</p>
+
+<p>
+Ancor digesto, scende ov&rsquo; è più bello<br />
+tacer che dire; e quindi poscia geme<br />
+sovr&rsquo; altrui sangue in natural vasello.
+</p>
+
+<p>
+Ivi s&rsquo;accoglie l&rsquo;uno e l&rsquo;altro insieme,<br />
+l&rsquo;un disposto a patire, e l&rsquo;altro a fare<br />
+per lo perfetto loco onde si preme;
+</p>
+
+<p>
+e, giunto lui, comincia ad operare<br />
+coagulando prima, e poi avviva<br />
+ciò che per sua matera fé constare.
+</p>
+
+<p>
+Anima fatta la virtute attiva<br />
+qual d&rsquo;una pianta, in tanto differente,<br />
+che questa è in via e quella è già a riva,
+</p>
+
+<p>
+tanto ovra poi, che già si move e sente,<br />
+come spungo marino; e indi imprende<br />
+ad organar le posse ond&rsquo; è semente.
+</p>
+
+<p>
+Or si spiega, figliuolo, or si distende<br />
+la virtù ch&rsquo;è dal cor del generante,<br />
+dove natura a tutte membra intende.
+</p>
+
+<p>
+Ma come d&rsquo;animal divegna fante,<br />
+non vedi tu ancor: quest&rsquo; è tal punto,<br />
+che più savio di te fé già errante,
+</p>
+
+<p>
+sì che per sua dottrina fé disgiunto<br />
+da l&rsquo;anima il possibile intelletto,<br />
+perché da lui non vide organo assunto.
+</p>
+
+<p>
+Apri a la verità che viene il petto;<br />
+e sappi che, sì tosto come al feto<br />
+l&rsquo;articular del cerebro è perfetto,
+</p>
+
+<p>
+lo motor primo a lui si volge lieto<br />
+sovra tant&rsquo; arte di natura, e spira<br />
+spirito novo, di vertù repleto,
+</p>
+
+<p>
+che ciò che trova attivo quivi, tira<br />
+in sua sustanzia, e fassi un&rsquo;alma sola,<br />
+che vive e sente e sé in sé rigira.
+</p>
+
+<p>
+E perché meno ammiri la parola,<br />
+guarda il calor del sole che si fa vino,<br />
+giunto a l&rsquo;omor che de la vite cola.
+</p>
+
+<p>
+Quando Làchesis non ha più del lino,<br />
+solvesi da la carne, e in virtute<br />
+ne porta seco e l&rsquo;umano e &rsquo;l divino:
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;altre potenze tutte quante mute;<br />
+memoria, intelligenza e volontade<br />
+in atto molto più che prima agute.
+</p>
+
+<p>
+Sanza restarsi, per sé stessa cade<br />
+mirabilmente a l&rsquo;una de le rive;<br />
+quivi conosce prima le sue strade.
+</p>
+
+<p>
+Tosto che loco lì la circunscrive,<br />
+la virtù formativa raggia intorno<br />
+così e quanto ne le membra vive.
+</p>
+
+<p>
+E come l&rsquo;aere, quand&rsquo; è ben pïorno,<br />
+per l&rsquo;altrui raggio che &rsquo;n sé si reflette,<br />
+di diversi color diventa addorno;
+</p>
+
+<p>
+così l&rsquo;aere vicin quivi si mette<br />
+e in quella forma ch&rsquo;è in lui suggella<br />
+virtüalmente l&rsquo;alma che ristette;
+</p>
+
+<p>
+e simigliante poi a la fiammella<br />
+che segue il foco là &rsquo;vunque si muta,<br />
+segue lo spirto sua forma novella.
+</p>
+
+<p>
+Però che quindi ha poscia sua paruta,<br />
+è chiamata ombra; e quindi organa poi<br />
+ciascun sentire infino a la veduta.
+</p>
+
+<p>
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;<br />
+quindi facciam le lagrime e &rsquo; sospiri<br />
+che per lo monte aver sentiti puoi.
+</p>
+
+<p>
+Secondo che ci affliggono i disiri<br />
+e li altri affetti, l&rsquo;ombra si figura;<br />
+e quest&rsquo; è la cagion di che tu miri».
+</p>
+
+<p>
+E già venuto a l&rsquo;ultima tortura<br />
+s&rsquo;era per noi, e vòlto a la man destra,<br />
+ed eravamo attenti ad altra cura.
+</p>
+
+<p>
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,<br />
+e la cornice spira fiato in suso<br />
+che la reflette e via da lei sequestra;
+</p>
+
+<p>
+ond&rsquo; ir ne convenia dal lato schiuso<br />
+ad uno ad uno; e io temëa &rsquo;l foco<br />
+quinci, e quindi temeva cader giuso.
+</p>
+
+<p>
+Lo duca mio dicea: «Per questo loco<br />
+si vuol tenere a li occhi stretto il freno,<br />
+però ch&rsquo;errar potrebbesi per poco».
+</p>
+
+<p>
+‘Summae Deus clementïae&rsquo; nel seno<br />
+al grande ardore allora udi&rsquo; cantando,<br />
+che di volger mi fé caler non meno;
+</p>
+
+<p>
+e vidi spirti per la fiamma andando;<br />
+per ch&rsquo;io guardava a loro e a&rsquo; miei passi<br />
+compartendo la vista a quando a quando.
+</p>
+
+<p>
+Appresso il fine ch&rsquo;a quell&rsquo; inno fassi,<br />
+gridavano alto: ‘Virum non cognosco&rsquo;;<br />
+indi ricominciavan l&rsquo;inno bassi.
+</p>
+
+<p>
+Finitolo, anco gridavano: «Al bosco<br />
+si tenne Diana, ed Elice caccionne<br />
+che di Venere avea sentito il tòsco».
+</p>
+
+<p>
+Indi al cantar tornavano; indi donne<br />
+gridavano e mariti che fuor casti<br />
+come virtute e matrimonio imponne.
+</p>
+
+<p>
+E questo modo credo che lor basti<br />
+per tutto il tempo che &rsquo;l foco li abbruscia:<br />
+con tal cura conviene e con tai pasti
+</p>
+
+<p>
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto60"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXVI
+</h2>
+
+<p>
+Mentre che sì per l&rsquo;orlo, uno innanzi altro,<br />
+ce n&rsquo;andavamo, e spesso il buon maestro<br />
+diceami: «Guarda: giovi ch&rsquo;io ti scaltro»;
+</p>
+
+<p>
+feriami il sole in su l&rsquo;omero destro,<br />
+che già, raggiando, tutto l&rsquo;occidente<br />
+mutava in bianco aspetto di cilestro;
+</p>
+
+<p>
+e io facea con l&rsquo;ombra più rovente<br />
+parer la fiamma; e pur a tanto indizio<br />
+vidi molt&rsquo; ombre, andando, poner mente.
+</p>
+
+<p>
+Questa fu la cagion che diede inizio<br />
+loro a parlar di me; e cominciarsi<br />
+a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+</p>
+
+<p>
+poi verso me, quanto potëan farsi,<br />
+certi si fero, sempre con riguardo<br />
+di non uscir dove non fosser arsi.
+</p>
+
+<p>
+«O tu che vai, non per esser più tardo,<br />
+ma forse reverente, a li altri dopo,<br />
+rispondi a me che &rsquo;n sete e &rsquo;n foco ardo.
+</p>
+
+<p>
+Né solo a me la tua risposta è uopo;<br />
+ché tutti questi n&rsquo;hanno maggior sete<br />
+che d&rsquo;acqua fredda Indo o Etïopo.
+</p>
+
+<p>
+Dinne com&rsquo; è che fai di te parete<br />
+al sol, pur come tu non fossi ancora<br />
+di morte intrato dentro da la rete».
+</p>
+
+<p>
+Sì mi parlava un d&rsquo;essi; e io mi fora<br />
+già manifesto, s&rsquo;io non fossi atteso<br />
+ad altra novità ch&rsquo;apparve allora;
+</p>
+
+<p>
+ché per lo mezzo del cammino acceso<br />
+venne gente col viso incontro a questa,<br />
+la qual mi fece a rimirar sospeso.
+</p>
+
+<p>
+Lì veggio d&rsquo;ogne parte farsi presta<br />
+ciascun&rsquo; ombra e basciarsi una con una<br />
+sanza restar, contente a brieve festa;
+</p>
+
+<p>
+così per entro loro schiera bruna<br />
+s&rsquo;ammusa l&rsquo;una con l&rsquo;altra formica,<br />
+forse a spïar lor via e lor fortuna.
+</p>
+
+<p>
+Tosto che parton l&rsquo;accoglienza amica,<br />
+prima che &rsquo;l primo passo lì trascorra,<br />
+sopragridar ciascuna s&rsquo;affatica:
+</p>
+
+<p>
+la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;<br />
+e l&rsquo;altra: «Ne la vacca entra Pasife,<br />
+perché &rsquo;l torello a sua lussuria corra».
+</p>
+
+<p>
+Poi, come grue ch&rsquo;a le montagne Rife<br />
+volasser parte, e parte inver&rsquo; l&rsquo;arene,<br />
+queste del gel, quelle del sole schife,
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;una gente sen va, l&rsquo;altra sen vene;<br />
+e tornan, lagrimando, a&rsquo; primi canti<br />
+e al gridar che più lor si convene;
+</p>
+
+<p>
+e raccostansi a me, come davanti,<br />
+essi medesmi che m&rsquo;avean pregato,<br />
+attenti ad ascoltar ne&rsquo; lor sembianti.
+</p>
+
+<p>
+Io, che due volte avea visto lor grato,<br />
+incominciai: «O anime sicure<br />
+d&rsquo;aver, quando che sia, di pace stato,
+</p>
+
+<p>
+non son rimase acerbe né mature<br />
+le membra mie di là, ma son qui meco<br />
+col sangue suo e con le sue giunture.
+</p>
+
+<p>
+Quinci sù vo per non esser più cieco;<br />
+donna è di sopra che m&rsquo;acquista grazia,<br />
+per che &rsquo;l mortal per vostro mondo reco.
+</p>
+
+<p>
+Ma se la vostra maggior voglia sazia<br />
+tosto divegna, sì che &rsquo;l ciel v&rsquo;alberghi<br />
+ch&rsquo;è pien d&rsquo;amore e più ampio si spazia,
+</p>
+
+<p>
+ditemi, acciò ch&rsquo;ancor carte ne verghi,<br />
+chi siete voi, e chi è quella turba<br />
+che se ne va di retro a&rsquo; vostri terghi».
+</p>
+
+<p>
+Non altrimenti stupido si turba<br />
+lo montanaro, e rimirando ammuta,<br />
+quando rozzo e salvatico s&rsquo;inurba,
+</p>
+
+<p>
+che ciascun&rsquo; ombra fece in sua paruta;<br />
+ma poi che furon di stupore scarche,<br />
+lo qual ne li alti cuor tosto s&rsquo;attuta,
+</p>
+
+<p>
+«Beato te, che de le nostre marche»,<br />
+ricominciò colei che pria m&rsquo;inchiese,<br />
+«per morir meglio, esperïenza imbarche!
+</p>
+
+<p>
+La gente che non vien con noi, offese<br />
+di ciò per che già Cesar, trïunfando,<br />
+“Regina” contra sé chiamar s&rsquo;intese:
+</p>
+
+<p>
+però si parton “Soddoma” gridando,<br />
+rimproverando a sé com&rsquo; hai udito,<br />
+e aiutan l&rsquo;arsura vergognando.
+</p>
+
+<p>
+Nostro peccato fu ermafrodito;<br />
+ma perché non servammo umana legge,<br />
+seguendo come bestie l&rsquo;appetito,
+</p>
+
+<p>
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,<br />
+quando partinci, il nome di colei<br />
+che s&rsquo;imbestiò ne le &rsquo;mbestiate schegge.
+</p>
+
+<p>
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:<br />
+se forse a nome vuo&rsquo; saper chi semo,<br />
+tempo non è di dire, e non saprei.
+</p>
+
+<p>
+Farotti ben di me volere scemo:<br />
+son Guido Guinizzelli, e già mi purgo<br />
+per ben dolermi prima ch&rsquo;a lo stremo».
+</p>
+
+<p>
+Quali ne la tristizia di Ligurgo<br />
+si fer due figli a riveder la madre,<br />
+tal mi fec&rsquo; io, ma non a tanto insurgo,
+</p>
+
+<p>
+quand&rsquo; io odo nomar sé stesso il padre<br />
+mio e de li altri miei miglior che mai<br />
+rime d&rsquo;amore usar dolci e leggiadre;
+</p>
+
+<p>
+e sanza udire e dir pensoso andai<br />
+lunga fïata rimirando lui,<br />
+né, per lo foco, in là più m&rsquo;appressai.
+</p>
+
+<p>
+Poi che di riguardar pasciuto fui,<br />
+tutto m&rsquo;offersi pronto al suo servigio<br />
+con l&rsquo;affermar che fa credere altrui.
+</p>
+
+<p>
+Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,<br />
+per quel ch&rsquo;i&rsquo; odo, in me, e tanto chiaro,<br />
+che Letè nol può tòrre né far bigio.
+</p>
+
+<p>
+Ma se le tue parole or ver giuraro,<br />
+dimmi che è cagion per che dimostri<br />
+nel dire e nel guardar d&rsquo;avermi caro».
+</p>
+
+<p>
+E io a lui: «Li dolci detti vostri,<br />
+che, quanto durerà l&rsquo;uso moderno,<br />
+faranno cari ancora i loro incostri».
+</p>
+
+<p>
+«O frate», disse, «questi ch&rsquo;io ti cerno<br />
+col dito», e additò un spirto innanzi,<br />
+«fu miglior fabbro del parlar materno.
+</p>
+
+<p>
+Versi d&rsquo;amore e prose di romanzi<br />
+soverchiò tutti; e lascia dir li stolti<br />
+che quel di Lemosì credon ch&rsquo;avanzi.
+</p>
+
+<p>
+A voce più ch&rsquo;al ver drizzan li volti,<br />
+e così ferman sua oppinïone<br />
+prima ch&rsquo;arte o ragion per lor s&rsquo;ascolti.
+</p>
+
+<p>
+Così fer molti antichi di Guittone,<br />
+di grido in grido pur lui dando pregio,<br />
+fin che l&rsquo;ha vinto il ver con più persone.
+</p>
+
+<p>
+Or se tu hai sì ampio privilegio,<br />
+che licito ti sia l&rsquo;andare al chiostro<br />
+nel quale è Cristo abate del collegio,
+</p>
+
+<p>
+falli per me un dir d&rsquo;un paternostro,<br />
+quanto bisogna a noi di questo mondo,<br />
+dove poter peccar non è più nostro».
+</p>
+
+<p>
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo<br />
+che presso avea, disparve per lo foco,<br />
+come per l&rsquo;acqua il pesce andando al fondo.
+</p>
+
+<p>
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,<br />
+e dissi ch&rsquo;al suo nome il mio disire<br />
+apparecchiava grazïoso loco.
+</p>
+
+<p>
+El cominciò liberamente a dire:<br />
+«Tan m&rsquo;abellis vostre cortes deman,<br />
+qu&rsquo;ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+</p>
+
+<p>
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;<br />
+consiros vei la passada folor,<br />
+e vei jausen lo joi qu&rsquo;esper, denan.
+</p>
+
+<p>
+Ara vos prec, per aquella valor<br />
+que vos guida al som de l&rsquo;escalina,<br />
+sovenha vos a temps de ma dolor!».
+</p>
+
+<p>
+Poi s&rsquo;ascose nel foco che li affina.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto61"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXVII
+</h2>
+
+<p>
+Sì come quando i primi raggi vibra<br />
+là dove il suo fattor lo sangue sparse,<br />
+cadendo Ibero sotto l&rsquo;alta Libra,
+</p>
+
+<p>
+e l&rsquo;onde in Gange da nona rïarse,<br />
+sì stava il sole; onde &rsquo;l giorno sen giva,<br />
+come l&rsquo;angel di Dio lieto ci apparse.
+</p>
+
+<p>
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,<br />
+e cantava ‘Beati mundo corde!&rsquo;<br />
+in voce assai più che la nostra viva.
+</p>
+
+<p>
+Poscia «Più non si va, se pria non morde,<br />
+anime sante, il foco: intrate in esso,<br />
+e al cantar di là non siate sorde»,
+</p>
+
+<p>
+ci disse come noi li fummo presso;<br />
+per ch&rsquo;io divenni tal, quando lo &rsquo;ntesi,<br />
+qual è colui che ne la fossa è messo.
+</p>
+
+<p>
+In su le man commesse mi protesi,<br />
+guardando il foco e imaginando forte<br />
+umani corpi già veduti accesi.
+</p>
+
+<p>
+Volsersi verso me le buone scorte;<br />
+e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,<br />
+qui può esser tormento, ma non morte.
+</p>
+
+<p>
+Ricorditi, ricorditi! E se io<br />
+sovresso Gerïon ti guidai salvo,<br />
+che farò ora presso più a Dio?
+</p>
+
+<p>
+Credi per certo che se dentro a l&rsquo;alvo<br />
+di questa fiamma stessi ben mille anni,<br />
+non ti potrebbe far d&rsquo;un capel calvo.
+</p>
+
+<p>
+E se tu forse credi ch&rsquo;io t&rsquo;inganni,<br />
+fatti ver&rsquo; lei, e fatti far credenza<br />
+con le tue mani al lembo d&rsquo;i tuoi panni.
+</p>
+
+<p>
+Pon giù omai, pon giù ogne temenza;<br />
+volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».<br />
+E io pur fermo e contra coscïenza.
+</p>
+
+<p>
+Quando mi vide star pur fermo e duro,<br />
+turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:<br />
+tra Bëatrice e te è questo muro».
+</p>
+
+<p>
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio<br />
+Piramo in su la morte, e riguardolla,<br />
+allor che &rsquo;l gelso diventò vermiglio;
+</p>
+
+<p>
+così, la mia durezza fatta solla,<br />
+mi volsi al savio duca, udendo il nome<br />
+che ne la mente sempre mi rampolla.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; ei crollò la fronte e disse: «Come!<br />
+volenci star di qua?»; indi sorrise<br />
+come al fanciul si fa ch&rsquo;è vinto al pome.
+</p>
+
+<p>
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,<br />
+pregando Stazio che venisse retro,<br />
+che pria per lunga strada ci divise.
+</p>
+
+<p>
+Sì com&rsquo; fui dentro, in un bogliente vetro<br />
+gittato mi sarei per rinfrescarmi,<br />
+tant&rsquo; era ivi lo &rsquo;ncendio sanza metro.
+</p>
+
+<p>
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,<br />
+pur di Beatrice ragionando andava,<br />
+dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+</p>
+
+<p>
+Guidavaci una voce che cantava<br />
+di là; e noi, attenti pur a lei,<br />
+venimmo fuor là ove si montava.
+</p>
+
+<p>
+‘Venite, benedicti Patris mei&rsquo;,<br />
+sonò dentro a un lume che lì era,<br />
+tal che mi vinse e guardar nol potei.
+</p>
+
+<p>
+«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;<br />
+non v&rsquo;arrestate, ma studiate il passo,<br />
+mentre che l&rsquo;occidente non si annera».
+</p>
+
+<p>
+Dritta salia la via per entro &rsquo;l sasso<br />
+verso tal parte ch&rsquo;io toglieva i raggi<br />
+dinanzi a me del sol ch&rsquo;era già basso.
+</p>
+
+<p>
+E di pochi scaglion levammo i saggi,<br />
+che &rsquo;l sol corcar, per l&rsquo;ombra che si spense,<br />
+sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+</p>
+
+<p>
+E pria che &rsquo;n tutte le sue parti immense<br />
+fosse orizzonte fatto d&rsquo;uno aspetto,<br />
+e notte avesse tutte sue dispense,
+</p>
+
+<p>
+ciascun di noi d&rsquo;un grado fece letto;<br />
+ché la natura del monte ci affranse<br />
+la possa del salir più e &rsquo;l diletto.
+</p>
+
+<p>
+Quali si stanno ruminando manse<br />
+le capre, state rapide e proterve<br />
+sovra le cime avante che sien pranse,
+</p>
+
+<p>
+tacite a l&rsquo;ombra, mentre che &rsquo;l sol ferve,<br />
+guardate dal pastor, che &rsquo;n su la verga<br />
+poggiato s&rsquo;è e lor di posa serve;
+</p>
+
+<p>
+e quale il mandrïan che fori alberga,<br />
+lungo il pecuglio suo queto pernotta,<br />
+guardando perché fiera non lo sperga;
+</p>
+
+<p>
+tali eravamo tutti e tre allotta,<br />
+io come capra, ed ei come pastori,<br />
+fasciati quinci e quindi d&rsquo;alta grotta.
+</p>
+
+<p>
+Poco parer potea lì del di fori;<br />
+ma, per quel poco, vedea io le stelle<br />
+di lor solere e più chiare e maggiori.
+</p>
+
+<p>
+Sì ruminando e sì mirando in quelle,<br />
+mi prese il sonno; il sonno che sovente,<br />
+anzi che &rsquo;l fatto sia, sa le novelle.
+</p>
+
+<p>
+Ne l&rsquo;ora, credo, che de l&rsquo;orïente<br />
+prima raggiò nel monte Citerea,<br />
+che di foco d&rsquo;amor par sempre ardente,
+</p>
+
+<p>
+giovane e bella in sogno mi parea<br />
+donna vedere andar per una landa<br />
+cogliendo fiori; e cantando dicea:
+</p>
+
+<p>
+«Sappia qualunque il mio nome dimanda<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; mi son Lia, e vo movendo intorno<br />
+le belle mani a farmi una ghirlanda.
+</p>
+
+<p>
+Per piacermi a lo specchio, qui m&rsquo;addorno;<br />
+ma mia suora Rachel mai non si smaga<br />
+dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+</p>
+
+<p>
+Ell&rsquo; è d&rsquo;i suoi belli occhi veder vaga<br />
+com&rsquo; io de l&rsquo;addornarmi con le mani;<br />
+lei lo vedere, e me l&rsquo;ovrare appaga».
+</p>
+
+<p>
+E già per li splendori antelucani,<br />
+che tanto a&rsquo; pellegrin surgon più grati,<br />
+quanto, tornando, albergan men lontani,
+</p>
+
+<p>
+le tenebre fuggian da tutti lati,<br />
+e &rsquo;l sonno mio con esse; ond&rsquo; io leva&rsquo;mi,<br />
+veggendo i gran maestri già levati.
+</p>
+
+<p>
+«Quel dolce pome che per tanti rami<br />
+cercando va la cura de&rsquo; mortali,<br />
+oggi porrà in pace le tue fami».
+</p>
+
+<p>
+Virgilio inverso me queste cotali<br />
+parole usò; e mai non furo strenne<br />
+che fosser di piacere a queste iguali.
+</p>
+
+<p>
+Tanto voler sopra voler mi venne<br />
+de l&rsquo;esser sù, ch&rsquo;ad ogne passo poi<br />
+al volo mi sentia crescer le penne.
+</p>
+
+<p>
+Come la scala tutta sotto noi<br />
+fu corsa e fummo in su &rsquo;l grado superno,<br />
+in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+</p>
+
+<p>
+e disse: «Il temporal foco e l&rsquo;etterno<br />
+veduto hai, figlio; e se&rsquo; venuto in parte<br />
+dov&rsquo; io per me più oltre non discerno.
+</p>
+
+<p>
+Tratto t&rsquo;ho qui con ingegno e con arte;<br />
+lo tuo piacere omai prendi per duce;<br />
+fuor se&rsquo; de l&rsquo;erte vie, fuor se&rsquo; de l&rsquo;arte.
+</p>
+
+<p>
+Vedi lo sol che &rsquo;n fronte ti riluce;<br />
+vedi l&rsquo;erbette, i fiori e li arbuscelli<br />
+che qui la terra sol da sé produce.
+</p>
+
+<p>
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli<br />
+che, lagrimando, a te venir mi fenno,<br />
+seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+</p>
+
+<p>
+Non aspettar mio dir più né mio cenno;<br />
+libero, dritto e sano è tuo arbitrio,<br />
+e fallo fora non fare a suo senno:
+</p>
+
+<p>
+per ch&rsquo;io te sovra te corono e mitrio».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto62"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXVIII
+</h2>
+
+<p>
+Vago già di cercar dentro e dintorno<br />
+la divina foresta spessa e viva,<br />
+ch&rsquo;a li occhi temperava il novo giorno,
+</p>
+
+<p>
+sanza più aspettar, lasciai la riva,<br />
+prendendo la campagna lento lento<br />
+su per lo suol che d&rsquo;ogne parte auliva.
+</p>
+
+<p>
+Un&rsquo;aura dolce, sanza mutamento<br />
+avere in sé, mi feria per la fronte<br />
+non di più colpo che soave vento;
+</p>
+
+<p>
+per cui le fronde, tremolando, pronte<br />
+tutte quante piegavano a la parte<br />
+u&rsquo; la prim&rsquo; ombra gitta il santo monte;
+</p>
+
+<p>
+non però dal loro esser dritto sparte<br />
+tanto, che li augelletti per le cime<br />
+lasciasser d&rsquo;operare ogne lor arte;
+</p>
+
+<p>
+ma con piena letizia l&rsquo;ore prime,<br />
+cantando, ricevieno intra le foglie,<br />
+che tenevan bordone a le sue rime,
+</p>
+
+<p>
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie<br />
+per la pineta in su &rsquo;l lito di Chiassi,<br />
+quand&rsquo; Ëolo scilocco fuor discioglie.
+</p>
+
+<p>
+Già m&rsquo;avean trasportato i lenti passi<br />
+dentro a la selva antica tanto, ch&rsquo;io<br />
+non potea rivedere ond&rsquo; io mi &rsquo;ntrassi;
+</p>
+
+<p>
+ed ecco più andar mi tolse un rio,<br />
+che &rsquo;nver&rsquo; sinistra con sue picciole onde<br />
+piegava l&rsquo;erba che &rsquo;n sua ripa uscìo.
+</p>
+
+<p>
+Tutte l&rsquo;acque che son di qua più monde,<br />
+parrieno avere in sé mistura alcuna<br />
+verso di quella, che nulla nasconde,
+</p>
+
+<p>
+avvegna che si mova bruna bruna<br />
+sotto l&rsquo;ombra perpetüa, che mai<br />
+raggiar non lascia sole ivi né luna.
+</p>
+
+<p>
+Coi piè ristetti e con li occhi passai<br />
+di là dal fiumicello, per mirare<br />
+la gran varïazion d&rsquo;i freschi mai;
+</p>
+
+<p>
+e là m&rsquo;apparve, sì com&rsquo; elli appare<br />
+subitamente cosa che disvia<br />
+per maraviglia tutto altro pensare,
+</p>
+
+<p>
+una donna soletta che si gia<br />
+e cantando e scegliendo fior da fiore<br />
+ond&rsquo; era pinta tutta la sua via.
+</p>
+
+<p>
+«Deh, bella donna, che a&rsquo; raggi d&rsquo;amore<br />
+ti scaldi, s&rsquo;i&rsquo; vo&rsquo; credere a&rsquo; sembianti<br />
+che soglion esser testimon del core,
+</p>
+
+<p>
+vegnati in voglia di trarreti avanti»,<br />
+diss&rsquo; io a lei, «verso questa rivera,<br />
+tanto ch&rsquo;io possa intender che tu canti.
+</p>
+
+<p>
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era<br />
+Proserpina nel tempo che perdette<br />
+la madre lei, ed ella primavera».
+</p>
+
+<p>
+Come si volge, con le piante strette<br />
+a terra e intra sé, donna che balli,<br />
+e piede innanzi piede a pena mette,
+</p>
+
+<p>
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli<br />
+fioretti verso me, non altrimenti<br />
+che vergine che li occhi onesti avvalli;
+</p>
+
+<p>
+e fece i prieghi miei esser contenti,<br />
+sì appressando sé, che &rsquo;l dolce suono<br />
+veniva a me co&rsquo; suoi intendimenti.
+</p>
+
+<p>
+Tosto che fu là dove l&rsquo;erbe sono<br />
+bagnate già da l&rsquo;onde del bel fiume,<br />
+di levar li occhi suoi mi fece dono.
+</p>
+
+<p>
+Non credo che splendesse tanto lume<br />
+sotto le ciglia a Venere, trafitta<br />
+dal figlio fuor di tutto suo costume.
+</p>
+
+<p>
+Ella ridea da l&rsquo;altra riva dritta,<br />
+trattando più color con le sue mani,<br />
+che l&rsquo;alta terra sanza seme gitta.
+</p>
+
+<p>
+Tre passi ci facea il fiume lontani;<br />
+ma Elesponto, là &rsquo;ve passò Serse,<br />
+ancora freno a tutti orgogli umani,
+</p>
+
+<p>
+più odio da Leandro non sofferse<br />
+per mareggiare intra Sesto e Abido,<br />
+che quel da me perch&rsquo; allor non s&rsquo;aperse.
+</p>
+
+<p>
+«Voi siete nuovi, e forse perch&rsquo; io rido»,<br />
+cominciò ella, «in questo luogo eletto<br />
+a l&rsquo;umana natura per suo nido,
+</p>
+
+<p>
+maravigliando tienvi alcun sospetto;<br />
+ma luce rende il salmo Delectasti,<br />
+che puote disnebbiar vostro intelletto.
+</p>
+
+<p>
+E tu che se&rsquo; dinanzi e mi pregasti,<br />
+dì s&rsquo;altro vuoli udir; ch&rsquo;i&rsquo; venni presta<br />
+ad ogne tua question tanto che basti».
+</p>
+
+<p>
+«L&rsquo;acqua», diss&rsquo; io, «e &rsquo;l suon de la foresta<br />
+impugnan dentro a me novella fede<br />
+di cosa ch&rsquo;io udi&rsquo; contraria a questa».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; ella: «Io dicerò come procede<br />
+per sua cagion ciò ch&rsquo;ammirar ti face,<br />
+e purgherò la nebbia che ti fiede.
+</p>
+
+<p>
+Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,<br />
+fé l&rsquo;uom buono e a bene, e questo loco<br />
+diede per arr&rsquo; a lui d&rsquo;etterna pace.
+</p>
+
+<p>
+Per sua difalta qui dimorò poco;<br />
+per sua difalta in pianto e in affanno<br />
+cambiò onesto riso e dolce gioco.
+</p>
+
+<p>
+Perché &rsquo;l turbar che sotto da sé fanno<br />
+l&rsquo;essalazion de l&rsquo;acqua e de la terra,<br />
+che quanto posson dietro al calor vanno,
+</p>
+
+<p>
+a l&rsquo;uomo non facesse alcuna guerra,<br />
+questo monte salìo verso &rsquo;l ciel tanto,<br />
+e libero n&rsquo;è d&rsquo;indi ove si serra.
+</p>
+
+<p>
+Or perché in circuito tutto quanto<br />
+l&rsquo;aere si volge con la prima volta,<br />
+se non li è rotto il cerchio d&rsquo;alcun canto,
+</p>
+
+<p>
+in questa altezza ch&rsquo;è tutta disciolta<br />
+ne l&rsquo;aere vivo, tal moto percuote,<br />
+e fa sonar la selva perch&rsquo; è folta;
+</p>
+
+<p>
+e la percossa pianta tanto puote,<br />
+che de la sua virtute l&rsquo;aura impregna<br />
+e quella poi, girando, intorno scuote;
+</p>
+
+<p>
+e l&rsquo;altra terra, secondo ch&rsquo;è degna<br />
+per sé e per suo ciel, concepe e figlia<br />
+di diverse virtù diverse legna.
+</p>
+
+<p>
+Non parrebbe di là poi maraviglia,<br />
+udito questo, quando alcuna pianta<br />
+sanza seme palese vi s&rsquo;appiglia.
+</p>
+
+<p>
+E saper dei che la campagna santa<br />
+dove tu se&rsquo;, d&rsquo;ogne semenza è piena,<br />
+e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;acqua che vedi non surge di vena<br />
+che ristori vapor che gel converta,<br />
+come fiume ch&rsquo;acquista e perde lena;
+</p>
+
+<p>
+ma esce di fontana salda e certa,<br />
+che tanto dal voler di Dio riprende,<br />
+quant&rsquo; ella versa da due parti aperta.
+</p>
+
+<p>
+Da questa parte con virtù discende<br />
+che toglie altrui memoria del peccato;<br />
+da l&rsquo;altra d&rsquo;ogne ben fatto la rende.
+</p>
+
+<p>
+Quinci Letè; così da l&rsquo;altro lato<br />
+Eünoè si chiama, e non adopra<br />
+se quinci e quindi pria non è gustato:
+</p>
+
+<p>
+a tutti altri sapori esto è di sopra.<br />
+E avvegna ch&rsquo;assai possa esser sazia<br />
+la sete tua perch&rsquo; io più non ti scuopra,
+</p>
+
+<p>
+darotti un corollario ancor per grazia;<br />
+né credo che &rsquo;l mio dir ti sia men caro,<br />
+se oltre promession teco si spazia.
+</p>
+
+<p>
+Quelli ch&rsquo;anticamente poetaro<br />
+l&rsquo;età de l&rsquo;oro e suo stato felice,<br />
+forse in Parnaso esto loco sognaro.
+</p>
+
+<p>
+Qui fu innocente l&rsquo;umana radice;<br />
+qui primavera sempre e ogne frutto;<br />
+nettare è questo di che ciascun dice».
+</p>
+
+<p>
+Io mi rivolsi &rsquo;n dietro allora tutto<br />
+a&rsquo; miei poeti, e vidi che con riso<br />
+udito avëan l&rsquo;ultimo costrutto;
+</p>
+
+<p>
+poi a la bella donna torna&rsquo; il viso.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto63"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXIX
+</h2>
+
+<p>
+Cantando come donna innamorata,<br />
+continüò col fin di sue parole:<br />
+‘Beati quorum tecta sunt peccata!&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+E come ninfe che si givan sole<br />
+per le salvatiche ombre, disïando<br />
+qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+</p>
+
+<p>
+allor si mosse contra &rsquo;l fiume, andando<br />
+su per la riva; e io pari di lei,<br />
+picciol passo con picciol seguitando.
+</p>
+
+<p>
+Non eran cento tra &rsquo; suoi passi e &rsquo; miei,<br />
+quando le ripe igualmente dier volta,<br />
+per modo ch&rsquo;a levante mi rendei.
+</p>
+
+<p>
+Né ancor fu così nostra via molta,<br />
+quando la donna tutta a me si torse,<br />
+dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco un lustro sùbito trascorse<br />
+da tutte parti per la gran foresta,<br />
+tal che di balenar mi mise in forse.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché &rsquo;l balenar, come vien, resta,<br />
+e quel, durando, più e più splendeva,<br />
+nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+E una melodia dolce correva<br />
+per l&rsquo;aere luminoso; onde buon zelo<br />
+mi fé riprender l&rsquo;ardimento d&rsquo;Eva,
+</p>
+
+<p>
+che là dove ubidia la terra e &rsquo;l cielo,<br />
+femmina, sola e pur testé formata,<br />
+non sofferse di star sotto alcun velo;
+</p>
+
+<p>
+sotto &rsquo;l qual se divota fosse stata,<br />
+avrei quelle ineffabili delizie<br />
+sentite prima e più lunga fïata.
+</p>
+
+<p>
+Mentr&rsquo; io m&rsquo;andava tra tante primizie<br />
+de l&rsquo;etterno piacer tutto sospeso,<br />
+e disïoso ancora a più letizie,
+</p>
+
+<p>
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,<br />
+ci si fé l&rsquo;aere sotto i verdi rami;<br />
+e &rsquo;l dolce suon per canti era già inteso.
+</p>
+
+<p>
+O sacrosante Vergini, se fami,<br />
+freddi o vigilie mai per voi soffersi,<br />
+cagion mi sprona ch&rsquo;io mercé vi chiami.
+</p>
+
+<p>
+Or convien che Elicona per me versi,<br />
+e Uranìe m&rsquo;aiuti col suo coro<br />
+forti cose a pensar mettere in versi.
+</p>
+
+<p>
+Poco più oltre, sette alberi d&rsquo;oro<br />
+falsava nel parere il lungo tratto<br />
+del mezzo ch&rsquo;era ancor tra noi e loro;
+</p>
+
+<p>
+ma quand&rsquo; i&rsquo; fui sì presso di lor fatto,<br />
+che l&rsquo;obietto comun, che &rsquo;l senso inganna,<br />
+non perdea per distanza alcun suo atto,
+</p>
+
+<p>
+la virtù ch&rsquo;a ragion discorso ammanna,<br />
+sì com&rsquo; elli eran candelabri apprese,<br />
+e ne le voci del cantare ‘Osanna&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese<br />
+più chiaro assai che luna per sereno<br />
+di mezza notte nel suo mezzo mese.
+</p>
+
+<p>
+Io mi rivolsi d&rsquo;ammirazion pieno<br />
+al buon Virgilio, ed esso mi rispuose<br />
+con vista carca di stupor non meno.
+</p>
+
+<p>
+Indi rendei l&rsquo;aspetto a l&rsquo;alte cose<br />
+che si movieno incontr&rsquo; a noi sì tardi,<br />
+che foran vinte da novelle spose.
+</p>
+
+<p>
+La donna mi sgridò: «Perché pur ardi<br />
+sì ne l&rsquo;affetto de le vive luci,<br />
+e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+</p>
+
+<p>
+Genti vid&rsquo; io allor, come a lor duci,<br />
+venire appresso, vestite di bianco;<br />
+e tal candor di qua già mai non fuci.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;acqua imprendëa dal sinistro fianco,<br />
+e rendea me la mia sinistra costa,<br />
+s&rsquo;io riguardava in lei, come specchio anco.
+</p>
+
+<p>
+Quand&rsquo; io da la mia riva ebbi tal posta,<br />
+che solo il fiume mi facea distante,<br />
+per veder meglio ai passi diedi sosta,
+</p>
+
+<p>
+e vidi le fiammelle andar davante,<br />
+lasciando dietro a sé l&rsquo;aere dipinto,<br />
+e di tratti pennelli avean sembiante;
+</p>
+
+<p>
+sì che lì sopra rimanea distinto<br />
+di sette liste, tutte in quei colori<br />
+onde fa l&rsquo;arco il Sole e Delia il cinto.
+</p>
+
+<p>
+Questi ostendali in dietro eran maggiori<br />
+che la mia vista; e, quanto a mio avviso,<br />
+diece passi distavan quei di fori.
+</p>
+
+<p>
+Sotto così bel ciel com&rsquo; io diviso,<br />
+ventiquattro seniori, a due a due,<br />
+coronati venien di fiordaliso.
+</p>
+
+<p>
+Tutti cantavan: «Benedicta tue<br />
+ne le figlie d&rsquo;Adamo, e benedette<br />
+sieno in etterno le bellezze tue!».
+</p>
+
+<p>
+Poscia che i fiori e l&rsquo;altre fresche erbette<br />
+a rimpetto di me da l&rsquo;altra sponda<br />
+libere fuor da quelle genti elette,
+</p>
+
+<p>
+sì come luce luce in ciel seconda,<br />
+vennero appresso lor quattro animali,<br />
+coronati ciascun di verde fronda.
+</p>
+
+<p>
+Ognuno era pennuto di sei ali;<br />
+le penne piene d&rsquo;occhi; e li occhi d&rsquo;Argo,<br />
+se fosser vivi, sarebber cotali.
+</p>
+
+<p>
+A descriver lor forme più non spargo<br />
+rime, lettor; ch&rsquo;altra spesa mi strigne,<br />
+tanto ch&rsquo;a questa non posso esser largo;
+</p>
+
+<p>
+ma leggi Ezechïel, che li dipigne<br />
+come li vide da la fredda parte<br />
+venir con vento e con nube e con igne;
+</p>
+
+<p>
+e quali i troverai ne le sue carte,<br />
+tali eran quivi, salvo ch&rsquo;a le penne<br />
+Giovanni è meco e da lui si diparte.
+</p>
+
+<p>
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne<br />
+un carro, in su due rote, trïunfale,<br />
+ch&rsquo;al collo d&rsquo;un grifon tirato venne.
+</p>
+
+<p>
+Esso tendeva in sù l&rsquo;una e l&rsquo;altra ale<br />
+tra la mezzana e le tre e tre liste,<br />
+sì ch&rsquo;a nulla, fendendo, facea male.
+</p>
+
+<p>
+Tanto salivan che non eran viste;<br />
+le membra d&rsquo;oro avea quant&rsquo; era uccello,<br />
+e bianche l&rsquo;altre, di vermiglio miste.
+</p>
+
+<p>
+Non che Roma di carro così bello<br />
+rallegrasse Affricano, o vero Augusto,<br />
+ma quel del Sol saria pover con ello;
+</p>
+
+<p>
+quel del Sol che, svïando, fu combusto<br />
+per l&rsquo;orazion de la Terra devota,<br />
+quando fu Giove arcanamente giusto.
+</p>
+
+<p>
+Tre donne in giro da la destra rota<br />
+venian danzando; l&rsquo;una tanto rossa<br />
+ch&rsquo;a pena fora dentro al foco nota;
+</p>
+
+<p>
+l&rsquo;altr&rsquo; era come se le carni e l&rsquo;ossa<br />
+fossero state di smeraldo fatte;<br />
+la terza parea neve testé mossa;
+</p>
+
+<p>
+e or parëan da la bianca tratte,<br />
+or da la rossa; e dal canto di questa<br />
+l&rsquo;altre toglien l&rsquo;andare e tarde e ratte.
+</p>
+
+<p>
+Da la sinistra quattro facean festa,<br />
+in porpore vestite, dietro al modo<br />
+d&rsquo;una di lor ch&rsquo;avea tre occhi in testa.
+</p>
+
+<p>
+Appresso tutto il pertrattato nodo<br />
+vidi due vecchi in abito dispari,<br />
+ma pari in atto e onesto e sodo.
+</p>
+
+<p>
+L&rsquo;un si mostrava alcun de&rsquo; famigliari<br />
+di quel sommo Ipocràte che natura<br />
+a li animali fé ch&rsquo;ell&rsquo; ha più cari;
+</p>
+
+<p>
+mostrava l&rsquo;altro la contraria cura<br />
+con una spada lucida e aguta,<br />
+tal che di qua dal rio mi fé paura.
+</p>
+
+<p>
+Poi vidi quattro in umile paruta;<br />
+e di retro da tutti un vecchio solo<br />
+venir, dormendo, con la faccia arguta.
+</p>
+
+<p>
+E questi sette col primaio stuolo<br />
+erano abitüati, ma di gigli<br />
+dintorno al capo non facëan brolo,
+</p>
+
+<p>
+anzi di rose e d&rsquo;altri fior vermigli;<br />
+giurato avria poco lontano aspetto<br />
+che tutti ardesser di sopra da&rsquo; cigli.
+</p>
+
+<p>
+E quando il carro a me fu a rimpetto,<br />
+un tuon s&rsquo;udì, e quelle genti degne<br />
+parvero aver l&rsquo;andar più interdetto,
+</p>
+
+<p>
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto64"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXX
+</h2>
+
+<p>
+Quando il settentrïon del primo cielo,<br />
+che né occaso mai seppe né orto<br />
+né d&rsquo;altra nebbia che di colpa velo,
+</p>
+
+<p>
+e che faceva lì ciascun accorto<br />
+di suo dover, come &rsquo;l più basso face<br />
+qual temon gira per venire a porto,
+</p>
+
+<p>
+fermo s&rsquo;affisse: la gente verace,<br />
+venuta prima tra &rsquo;l grifone ed esso,<br />
+al carro volse sé come a sua pace;
+</p>
+
+<p>
+e un di loro, quasi da ciel messo,<br />
+‘Veni, sponsa, de Libano&rsquo; cantando<br />
+gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+</p>
+
+<p>
+Quali i beati al novissimo bando<br />
+surgeran presti ognun di sua caverna,<br />
+la revestita voce alleluiando,
+</p>
+
+<p>
+cotali in su la divina basterna<br />
+si levar cento, ad vocem tanti senis,<br />
+ministri e messaggier di vita etterna.
+</p>
+
+<p>
+Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!&rsquo;,<br />
+e fior gittando e di sopra e dintorno,<br />
+‘Manibus, oh, date lilïa plenis!&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Io vidi già nel cominciar del giorno<br />
+la parte orïental tutta rosata,<br />
+e l&rsquo;altro ciel di bel sereno addorno;
+</p>
+
+<p>
+e la faccia del sol nascere ombrata,<br />
+sì che per temperanza di vapori<br />
+l&rsquo;occhio la sostenea lunga fïata:
+</p>
+
+<p>
+così dentro una nuvola di fiori<br />
+che da le mani angeliche saliva<br />
+e ricadeva in giù dentro e di fori,
+</p>
+
+<p>
+sovra candido vel cinta d&rsquo;uliva<br />
+donna m&rsquo;apparve, sotto verde manto<br />
+vestita di color di fiamma viva.
+</p>
+
+<p>
+E lo spirito mio, che già cotanto<br />
+tempo era stato ch&rsquo;a la sua presenza<br />
+non era di stupor, tremando, affranto,
+</p>
+
+<p>
+sanza de li occhi aver più conoscenza,<br />
+per occulta virtù che da lei mosse,<br />
+d&rsquo;antico amor sentì la gran potenza.
+</p>
+
+<p>
+Tosto che ne la vista mi percosse<br />
+l&rsquo;alta virtù che già m&rsquo;avea trafitto<br />
+prima ch&rsquo;io fuor di püerizia fosse,
+</p>
+
+<p>
+volsimi a la sinistra col respitto<br />
+col quale il fantolin corre a la mamma<br />
+quando ha paura o quando elli è afflitto,
+</p>
+
+<p>
+per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma<br />
+di sangue m&rsquo;è rimaso che non tremi:<br />
+conosco i segni de l&rsquo;antica fiamma&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Ma Virgilio n&rsquo;avea lasciati scemi<br />
+di sé, Virgilio dolcissimo patre,<br />
+Virgilio a cui per mia salute die&rsquo;mi;
+</p>
+
+<p>
+né quantunque perdeo l&rsquo;antica matre,<br />
+valse a le guance nette di rugiada,<br />
+che, lagrimando, non tornasser atre.
+</p>
+
+<p>
+«Dante, perché Virgilio se ne vada,<br />
+non pianger anco, non piangere ancora;<br />
+ché pianger ti conven per altra spada».
+</p>
+
+<p>
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora<br />
+viene a veder la gente che ministra<br />
+per li altri legni, e a ben far l&rsquo;incora;
+</p>
+
+<p>
+in su la sponda del carro sinistra,<br />
+quando mi volsi al suon del nome mio,<br />
+che di necessità qui si registra,
+</p>
+
+<p>
+vidi la donna che pria m&rsquo;appario<br />
+velata sotto l&rsquo;angelica festa,<br />
+drizzar li occhi ver&rsquo; me di qua dal rio.
+</p>
+
+<p>
+Tutto che &rsquo;l vel che le scendea di testa,<br />
+cerchiato de le fronde di Minerva,<br />
+non la lasciasse parer manifesta,
+</p>
+
+<p>
+regalmente ne l&rsquo;atto ancor proterva<br />
+continüò come colui che dice<br />
+e &rsquo;l più caldo parlar dietro reserva:
+</p>
+
+<p>
+«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.<br />
+Come degnasti d&rsquo;accedere al monte?<br />
+non sapei tu che qui è l&rsquo;uom felice?».
+</p>
+
+<p>
+Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;<br />
+ma veggendomi in esso, i trassi a l&rsquo;erba,<br />
+tanta vergogna mi gravò la fronte.
+</p>
+
+<p>
+Così la madre al figlio par superba,<br />
+com&rsquo; ella parve a me; perché d&rsquo;amaro<br />
+sente il sapor de la pietade acerba.
+</p>
+
+<p>
+Ella si tacque; e li angeli cantaro<br />
+di sùbito ‘In te, Domine, speravi&rsquo;;<br />
+ma oltre ‘pedes meos&rsquo; non passaro.
+</p>
+
+<p>
+Sì come neve tra le vive travi<br />
+per lo dosso d&rsquo;Italia si congela,<br />
+soffiata e stretta da li venti schiavi,
+</p>
+
+<p>
+poi, liquefatta, in sé stessa trapela,<br />
+pur che la terra che perde ombra spiri,<br />
+sì che par foco fonder la candela;
+</p>
+
+<p>
+così fui sanza lagrime e sospiri<br />
+anzi &rsquo;l cantar di quei che notan sempre<br />
+dietro a le note de li etterni giri;
+</p>
+
+<p>
+ma poi che &rsquo;ntesi ne le dolci tempre<br />
+lor compatire a me, par che se detto<br />
+avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?&rsquo;,
+</p>
+
+<p>
+lo gel che m&rsquo;era intorno al cor ristretto,<br />
+spirito e acqua fessi, e con angoscia<br />
+de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+</p>
+
+<p>
+Ella, pur ferma in su la detta coscia<br />
+del carro stando, a le sustanze pie<br />
+volse le sue parole così poscia:
+</p>
+
+<p>
+«Voi vigilate ne l&rsquo;etterno die,<br />
+sì che notte né sonno a voi non fura<br />
+passo che faccia il secol per sue vie;
+</p>
+
+<p>
+onde la mia risposta è con più cura<br />
+che m&rsquo;intenda colui che di là piagne,<br />
+perché sia colpa e duol d&rsquo;una misura.
+</p>
+
+<p>
+Non pur per ovra de le rote magne,<br />
+che drizzan ciascun seme ad alcun fine<br />
+secondo che le stelle son compagne,
+</p>
+
+<p>
+ma per larghezza di grazie divine,<br />
+che sì alti vapori hanno a lor piova,<br />
+che nostre viste là non van vicine,
+</p>
+
+<p>
+questi fu tal ne la sua vita nova<br />
+virtüalmente, ch&rsquo;ogne abito destro<br />
+fatto averebbe in lui mirabil prova.
+</p>
+
+<p>
+Ma tanto più maligno e più silvestro<br />
+si fa &rsquo;l terren col mal seme e non cólto,<br />
+quant&rsquo; elli ha più di buon vigor terrestro.
+</p>
+
+<p>
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:<br />
+mostrando li occhi giovanetti a lui,<br />
+meco il menava in dritta parte vòlto.
+</p>
+
+<p>
+Sì tosto come in su la soglia fui<br />
+di mia seconda etade e mutai vita,<br />
+questi si tolse a me, e diessi altrui.
+</p>
+
+<p>
+Quando di carne a spirto era salita,<br />
+e bellezza e virtù cresciuta m&rsquo;era,<br />
+fu&rsquo; io a lui men cara e men gradita;
+</p>
+
+<p>
+e volse i passi suoi per via non vera,<br />
+imagini di ben seguendo false,<br />
+che nulla promession rendono intera.
+</p>
+
+<p>
+Né l&rsquo;impetrare ispirazion mi valse,<br />
+con le quali e in sogno e altrimenti<br />
+lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+</p>
+
+<p>
+Tanto giù cadde, che tutti argomenti<br />
+a la salute sua eran già corti,<br />
+fuor che mostrarli le perdute genti.
+</p>
+
+<p>
+Per questo visitai l&rsquo;uscio d&rsquo;i morti,<br />
+e a colui che l&rsquo;ha qua sù condotto,<br />
+li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+</p>
+
+<p>
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,<br />
+se Letè si passasse e tal vivanda<br />
+fosse gustata sanza alcuno scotto
+</p>
+
+<p>
+di pentimento che lagrime spanda».
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto65"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXXI
+</h2>
+
+<p>
+«O tu che se&rsquo; di là dal fiume sacro»,<br />
+volgendo suo parlare a me per punta,<br />
+che pur per taglio m&rsquo;era paruto acro,
+</p>
+
+<p>
+ricominciò, seguendo sanza cunta,<br />
+«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa<br />
+tua confession conviene esser congiunta».
+</p>
+
+<p>
+Era la mia virtù tanto confusa,<br />
+che la voce si mosse, e pria si spense<br />
+che da li organi suoi fosse dischiusa.
+</p>
+
+<p>
+Poco sofferse; poi disse: «Che pense?<br />
+Rispondi a me; ché le memorie triste<br />
+in te non sono ancor da l&rsquo;acqua offense».
+</p>
+
+<p>
+Confusione e paura insieme miste<br />
+mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,<br />
+al quale intender fuor mestier le viste.
+</p>
+
+<p>
+Come balestro frange, quando scocca<br />
+da troppa tesa, la sua corda e l&rsquo;arco,<br />
+e con men foga l&rsquo;asta il segno tocca,
+</p>
+
+<p>
+sì scoppia&rsquo; io sottesso grave carco,<br />
+fuori sgorgando lagrime e sospiri,<br />
+e la voce allentò per lo suo varco.
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; ella a me: «Per entro i mie&rsquo; disiri,<br />
+che ti menavano ad amar lo bene<br />
+di là dal qual non è a che s&rsquo;aspiri,
+</p>
+
+<p>
+quai fossi attraversati o quai catene<br />
+trovasti, per che del passare innanzi<br />
+dovessiti così spogliar la spene?
+</p>
+
+<p>
+E quali agevolezze o quali avanzi<br />
+ne la fronte de li altri si mostraro,<br />
+per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+</p>
+
+<p>
+Dopo la tratta d&rsquo;un sospiro amaro,<br />
+a pena ebbi la voce che rispuose,<br />
+e le labbra a fatica la formaro.
+</p>
+
+<p>
+Piangendo dissi: «Le presenti cose<br />
+col falso lor piacer volser miei passi,<br />
+tosto che &rsquo;l vostro viso si nascose».
+</p>
+
+<p>
+Ed ella: «Se tacessi o se negassi<br />
+ciò che confessi, non fora men nota<br />
+la colpa tua: da tal giudice sassi!
+</p>
+
+<p>
+Ma quando scoppia de la propria gota<br />
+l&rsquo;accusa del peccato, in nostra corte<br />
+rivolge sé contra &rsquo;l taglio la rota.
+</p>
+
+<p>
+Tuttavia, perché mo vergogna porte<br />
+del tuo errore, e perché altra volta,<br />
+udendo le serene, sie più forte,
+</p>
+
+<p>
+pon giù il seme del piangere e ascolta:<br />
+sì udirai come in contraria parte<br />
+mover dovieti mia carne sepolta.
+</p>
+
+<p>
+Mai non t&rsquo;appresentò natura o arte<br />
+piacer, quanto le belle membra in ch&rsquo;io<br />
+rinchiusa fui, e che so&rsquo; &rsquo;n terra sparte;
+</p>
+
+<p>
+e se &rsquo;l sommo piacer sì ti fallio<br />
+per la mia morte, qual cosa mortale<br />
+dovea poi trarre te nel suo disio?
+</p>
+
+<p>
+Ben ti dovevi, per lo primo strale<br />
+de le cose fallaci, levar suso<br />
+di retro a me che non era più tale.
+</p>
+
+<p>
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,<br />
+ad aspettar più colpo, o pargoletta<br />
+o altra novità con sì breve uso.
+</p>
+
+<p>
+Novo augelletto due o tre aspetta;<br />
+ma dinanzi da li occhi d&rsquo;i pennuti<br />
+rete si spiega indarno o si saetta».
+</p>
+
+<p>
+Quali fanciulli, vergognando, muti<br />
+con li occhi a terra stannosi, ascoltando<br />
+e sé riconoscendo e ripentuti,
+</p>
+
+<p>
+tal mi stav&rsquo; io; ed ella disse: «Quando<br />
+per udir se&rsquo; dolente, alza la barba,<br />
+e prenderai più doglia riguardando».
+</p>
+
+<p>
+Con men di resistenza si dibarba<br />
+robusto cerro, o vero al nostral vento<br />
+o vero a quel de la terra di Iarba,
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;io non levai al suo comando il mento;<br />
+e quando per la barba il viso chiese,<br />
+ben conobbi il velen de l&rsquo;argomento.
+</p>
+
+<p>
+E come la mia faccia si distese,<br />
+posarsi quelle prime creature<br />
+da loro aspersïon l&rsquo;occhio comprese;
+</p>
+
+<p>
+e le mie luci, ancor poco sicure,<br />
+vider Beatrice volta in su la fiera<br />
+ch&rsquo;è sola una persona in due nature.
+</p>
+
+<p>
+Sotto &rsquo;l suo velo e oltre la rivera<br />
+vincer pariemi più sé stessa antica,<br />
+vincer che l&rsquo;altre qui, quand&rsquo; ella c&rsquo;era.
+</p>
+
+<p>
+Di penter sì mi punse ivi l&rsquo;ortica,<br />
+che di tutte altre cose qual mi torse<br />
+più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+</p>
+
+<p>
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,<br />
+ch&rsquo;io caddi vinto; e quale allora femmi,<br />
+salsi colei che la cagion mi porse.
+</p>
+
+<p>
+Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,<br />
+la donna ch&rsquo;io avea trovata sola<br />
+sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+</p>
+
+<p>
+Tratto m&rsquo;avea nel fiume infin la gola,<br />
+e tirandosi me dietro sen giva<br />
+sovresso l&rsquo;acqua lieve come scola.
+</p>
+
+<p>
+Quando fui presso a la beata riva,<br />
+‘Asperges me&rsquo; sì dolcemente udissi,<br />
+che nol so rimembrar, non ch&rsquo;io lo scriva.
+</p>
+
+<p>
+La bella donna ne le braccia aprissi;<br />
+abbracciommi la testa e mi sommerse<br />
+ove convenne ch&rsquo;io l&rsquo;acqua inghiottissi.
+</p>
+
+<p>
+Indi mi tolse, e bagnato m&rsquo;offerse<br />
+dentro a la danza de le quattro belle;<br />
+e ciascuna del braccio mi coperse.
+</p>
+
+<p>
+«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;<br />
+pria che Beatrice discendesse al mondo,<br />
+fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+</p>
+
+<p>
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo<br />
+lume ch&rsquo;è dentro aguzzeranno i tuoi<br />
+le tre di là, che miran più profondo».
+</p>
+
+<p>
+Così cantando cominciaro; e poi<br />
+al petto del grifon seco menarmi,<br />
+ove Beatrice stava volta a noi.
+</p>
+
+<p>
+Disser: «Fa che le viste non risparmi;<br />
+posto t&rsquo;avem dinanzi a li smeraldi<br />
+ond&rsquo; Amor già ti trasse le sue armi».
+</p>
+
+<p>
+Mille disiri più che fiamma caldi<br />
+strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,<br />
+che pur sopra &rsquo;l grifone stavan saldi.
+</p>
+
+<p>
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti<br />
+la doppia fiera dentro vi raggiava,<br />
+or con altri, or con altri reggimenti.
+</p>
+
+<p>
+Pensa, lettor, s&rsquo;io mi maravigliava,<br />
+quando vedea la cosa in sé star queta,<br />
+e ne l&rsquo;idolo suo si trasmutava.
+</p>
+
+<p>
+Mentre che piena di stupore e lieta<br />
+l&rsquo;anima mia gustava di quel cibo<br />
+che, saziando di sé, di sé asseta,
+</p>
+
+<p>
+sé dimostrando di più alto tribo<br />
+ne li atti, l&rsquo;altre tre si fero avanti,<br />
+danzando al loro angelico caribo.
+</p>
+
+<p>
+«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,<br />
+era la sua canzone, «al tuo fedele<br />
+che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+</p>
+
+<p>
+Per grazia fa noi grazia che disvele<br />
+a lui la bocca tua, sì che discerna<br />
+la seconda bellezza che tu cele».
+</p>
+
+<p>
+O isplendor di viva luce etterna,<br />
+chi palido si fece sotto l&rsquo;ombra<br />
+sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+</p>
+
+<p>
+che non paresse aver la mente ingombra,<br />
+tentando a render te qual tu paresti<br />
+là dove armonizzando il ciel t&rsquo;adombra,
+</p>
+
+<p>
+quando ne l&rsquo;aere aperto ti solvesti?
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto66"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXXII
+</h2>
+
+<p>
+Tant&rsquo; eran li occhi miei fissi e attenti<br />
+a disbramarsi la decenne sete,<br />
+che li altri sensi m&rsquo;eran tutti spenti.
+</p>
+
+<p>
+Ed essi quinci e quindi avien parete<br />
+di non caler&mdash;così lo santo riso<br />
+a sé traéli con l&rsquo;antica rete!&mdash;;
+</p>
+
+<p>
+quando per forza mi fu vòlto il viso<br />
+ver&rsquo; la sinistra mia da quelle dee,<br />
+perch&rsquo; io udi&rsquo; da loro un «Troppo fiso!»;
+</p>
+
+<p>
+e la disposizion ch&rsquo;a veder èe<br />
+ne li occhi pur testé dal sol percossi,<br />
+sanza la vista alquanto esser mi fée.
+</p>
+
+<p>
+Ma poi ch&rsquo;al poco il viso riformossi<br />
+(e dico ‘al poco&rsquo; per rispetto al molto<br />
+sensibile onde a forza mi rimossi),
+</p>
+
+<p>
+vidi &rsquo;n sul braccio destro esser rivolto<br />
+lo glorïoso essercito, e tornarsi<br />
+col sole e con le sette fiamme al volto.
+</p>
+
+<p>
+Come sotto li scudi per salvarsi<br />
+volgesi schiera, e sé gira col segno,<br />
+prima che possa tutta in sé mutarsi;
+</p>
+
+<p>
+quella milizia del celeste regno<br />
+che procedeva, tutta trapassonne<br />
+pria che piegasse il carro il primo legno.
+</p>
+
+<p>
+Indi a le rote si tornar le donne,<br />
+e &rsquo;l grifon mosse il benedetto carco<br />
+sì, che però nulla penna crollonne.
+</p>
+
+<p>
+La bella donna che mi trasse al varco<br />
+e Stazio e io seguitavam la rota<br />
+che fé l&rsquo;orbita sua con minore arco.
+</p>
+
+<p>
+Sì passeggiando l&rsquo;alta selva vòta,<br />
+colpa di quella ch&rsquo;al serpente crese,<br />
+temprava i passi un&rsquo;angelica nota.
+</p>
+
+<p>
+Forse in tre voli tanto spazio prese<br />
+disfrenata saetta, quanto eramo<br />
+rimossi, quando Bëatrice scese.
+</p>
+
+<p>
+Io senti&rsquo; mormorare a tutti «Adamo»;<br />
+poi cerchiaro una pianta dispogliata<br />
+di foglie e d&rsquo;altra fronda in ciascun ramo.
+</p>
+
+<p>
+La coma sua, che tanto si dilata<br />
+più quanto più è sù, fora da l&rsquo;Indi<br />
+ne&rsquo; boschi lor per altezza ammirata.
+</p>
+
+<p>
+«Beato se&rsquo;, grifon, che non discindi<br />
+col becco d&rsquo;esto legno dolce al gusto,<br />
+poscia che mal si torce il ventre quindi».
+</p>
+
+<p>
+Così dintorno a l&rsquo;albero robusto<br />
+gridaron li altri; e l&rsquo;animal binato:<br />
+«Sì si conserva il seme d&rsquo;ogne giusto».
+</p>
+
+<p>
+E vòlto al temo ch&rsquo;elli avea tirato,<br />
+trasselo al piè de la vedova frasca,<br />
+e quel di lei a lei lasciò legato.
+</p>
+
+<p>
+Come le nostre piante, quando casca<br />
+giù la gran luce mischiata con quella<br />
+che raggia dietro a la celeste lasca,
+</p>
+
+<p>
+turgide fansi, e poi si rinovella<br />
+di suo color ciascuna, pria che &rsquo;l sole<br />
+giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+</p>
+
+<p>
+men che di rose e più che di vïole<br />
+colore aprendo, s&rsquo;innovò la pianta,<br />
+che prima avea le ramora sì sole.
+</p>
+
+<p>
+Io non lo &rsquo;ntesi, né qui non si canta<br />
+l&rsquo;inno che quella gente allor cantaro,<br />
+né la nota soffersi tutta quanta.
+</p>
+
+<p>
+S&rsquo;io potessi ritrar come assonnaro<br />
+li occhi spietati udendo di Siringa,<br />
+li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+</p>
+
+<p>
+come pintor che con essempro pinga,<br />
+disegnerei com&rsquo; io m&rsquo;addormentai;<br />
+ma qual vuol sia che l&rsquo;assonnar ben finga.
+</p>
+
+<p>
+Però trascorro a quando mi svegliai,<br />
+e dico ch&rsquo;un splendor mi squarciò &rsquo;l velo<br />
+del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+</p>
+
+<p>
+Quali a veder de&rsquo; fioretti del melo<br />
+che del suo pome li angeli fa ghiotti<br />
+e perpetüe nozze fa nel cielo,
+</p>
+
+<p>
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti<br />
+e vinti, ritornaro a la parola<br />
+da la qual furon maggior sonni rotti,
+</p>
+
+<p>
+e videro scemata loro scuola<br />
+così di Moïsè come d&rsquo;Elia,<br />
+e al maestro suo cangiata stola;
+</p>
+
+<p>
+tal torna&rsquo; io, e vidi quella pia<br />
+sovra me starsi che conducitrice<br />
+fu de&rsquo; miei passi lungo &rsquo;l fiume pria.
+</p>
+
+<p>
+E tutto in dubbio dissi: «Ov&rsquo; è Beatrice?».<br />
+Ond&rsquo; ella: «Vedi lei sotto la fronda<br />
+nova sedere in su la sua radice.
+</p>
+
+<p>
+Vedi la compagnia che la circonda:<br />
+li altri dopo &rsquo;l grifon sen vanno suso<br />
+con più dolce canzone e più profonda».
+</p>
+
+<p>
+E se più fu lo suo parlar diffuso,<br />
+non so, però che già ne li occhi m&rsquo;era<br />
+quella ch&rsquo;ad altro intender m&rsquo;avea chiuso.
+</p>
+
+<p>
+Sola sedeasi in su la terra vera,<br />
+come guardia lasciata lì del plaustro<br />
+che legar vidi a la biforme fera.
+</p>
+
+<p>
+In cerchio le facevan di sé claustro<br />
+le sette ninfe, con quei lumi in mano<br />
+che son sicuri d&rsquo;Aquilone e d&rsquo;Austro.
+</p>
+
+<p>
+«Qui sarai tu poco tempo silvano;<br />
+e sarai meco sanza fine cive<br />
+di quella Roma onde Cristo è romano.
+</p>
+
+<p>
+Però, in pro del mondo che mal vive,<br />
+al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,<br />
+ritornato di là, fa che tu scrive».
+</p>
+
+<p>
+Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi<br />
+d&rsquo;i suoi comandamenti era divoto,<br />
+la mente e li occhi ov&rsquo; ella volle diedi.
+</p>
+
+<p>
+Non scese mai con sì veloce moto<br />
+foco di spessa nube, quando piove<br />
+da quel confine che più va remoto,
+</p>
+
+<p>
+com&rsquo; io vidi calar l&rsquo;uccel di Giove<br />
+per l&rsquo;alber giù, rompendo de la scorza,<br />
+non che d&rsquo;i fiori e de le foglie nove;
+</p>
+
+<p>
+e ferì &rsquo;l carro di tutta sua forza;<br />
+ond&rsquo; el piegò come nave in fortuna,<br />
+vinta da l&rsquo;onda, or da poggia, or da orza.
+</p>
+
+<p>
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna<br />
+del trïunfal veiculo una volpe<br />
+che d&rsquo;ogne pasto buon parea digiuna;
+</p>
+
+<p>
+ma, riprendendo lei di laide colpe,<br />
+la donna mia la volse in tanta futa<br />
+quanto sofferser l&rsquo;ossa sanza polpe.
+</p>
+
+<p>
+Poscia per indi ond&rsquo; era pria venuta,<br />
+l&rsquo;aguglia vidi scender giù ne l&rsquo;arca<br />
+del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+</p>
+
+<p>
+e qual esce di cuor che si rammarca,<br />
+tal voce uscì del cielo e cotal disse:<br />
+«O navicella mia, com&rsquo; mal se&rsquo; carca!».
+</p>
+
+<p>
+Poi parve a me che la terra s&rsquo;aprisse<br />
+tr&rsquo;ambo le ruote, e vidi uscirne un drago<br />
+che per lo carro sù la coda fisse;
+</p>
+
+<p>
+e come vespa che ritragge l&rsquo;ago,<br />
+a sé traendo la coda maligna,<br />
+trasse del fondo, e gissen vago vago.
+</p>
+
+<p>
+Quel che rimase, come da gramigna<br />
+vivace terra, da la piuma, offerta<br />
+forse con intenzion sana e benigna,
+</p>
+
+<p>
+si ricoperse, e funne ricoperta<br />
+e l&rsquo;una e l&rsquo;altra rota e &rsquo;l temo, in tanto<br />
+che più tiene un sospir la bocca aperta.
+</p>
+
+<p>
+Trasformato così &rsquo;l dificio santo<br />
+mise fuor teste per le parti sue,<br />
+tre sovra &rsquo;l temo e una in ciascun canto.
+</p>
+
+<p>
+Le prime eran cornute come bue,<br />
+ma le quattro un sol corno avean per fronte:<br />
+simile mostro visto ancor non fue.
+</p>
+
+<p>
+Sicura, quasi rocca in alto monte,<br />
+seder sovresso una puttana sciolta<br />
+m&rsquo;apparve con le ciglia intorno pronte;
+</p>
+
+<p>
+e come perché non li fosse tolta,<br />
+vidi di costa a lei dritto un gigante;<br />
+e basciavansi insieme alcuna volta.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché l&rsquo;occhio cupido e vagante<br />
+a me rivolse, quel feroce drudo<br />
+la flagellò dal capo infin le piante;
+</p>
+
+<p>
+poi, di sospetto pieno e d&rsquo;ira crudo,<br />
+disciolse il mostro, e trassel per la selva,<br />
+tanto che sol di lei mi fece scudo
+</p>
+
+<p>
+a la puttana e a la nova belva.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div class="chapter">
+
+<h2><a name="canto67"></a>
+Purgatorio<br />
+Canto XXXIII
+</h2>
+
+<p>
+‘Deus, venerunt gentes&rsquo;, alternando<br />
+or tre or quattro dolce salmodia,<br />
+le donne incominciaro, e lagrimando;
+</p>
+
+<p>
+e Bëatrice, sospirosa e pia,<br />
+quelle ascoltava sì fatta, che poco<br />
+più a la croce si cambiò Maria.
+</p>
+
+<p>
+Ma poi che l&rsquo;altre vergini dier loco<br />
+a lei di dir, levata dritta in pè,<br />
+rispuose, colorata come foco:
+</p>
+
+<p>
+‘Modicum, et non videbitis me;<br />
+et iterum, sorelle mie dilette,<br />
+modicum, et vos videbitis me&rsquo;.
+</p>
+
+<p>
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,<br />
+e dopo sé, solo accennando, mosse<br />
+me e la donna e &rsquo;l savio che ristette.
+</p>
+
+<p>
+Così sen giva; e non credo che fosse<br />
+lo decimo suo passo in terra posto,<br />
+quando con li occhi li occhi mi percosse;
+</p>
+
+<p>
+e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,<br />
+mi disse, «tanto che, s&rsquo;io parlo teco,<br />
+ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+</p>
+
+<p>
+Sì com&rsquo; io fui, com&rsquo; io dovëa, seco,<br />
+dissemi: «Frate, perché non t&rsquo;attenti<br />
+a domandarmi omai venendo meco?».
+</p>
+
+<p>
+Come a color che troppo reverenti<br />
+dinanzi a suo maggior parlando sono,<br />
+che non traggon la voce viva ai denti,
+</p>
+
+<p>
+avvenne a me, che sanza intero suono<br />
+incominciai: «Madonna, mia bisogna<br />
+voi conoscete, e ciò ch&rsquo;ad essa è buono».
+</p>
+
+<p>
+Ed ella a me: «Da tema e da vergogna<br />
+voglio che tu omai ti disviluppe,<br />
+sì che non parli più com&rsquo; om che sogna.
+</p>
+
+<p>
+Sappi che &rsquo;l vaso che &rsquo;l serpente ruppe,<br />
+fu e non è; ma chi n&rsquo;ha colpa, creda<br />
+che vendetta di Dio non teme suppe.
+</p>
+
+<p>
+Non sarà tutto tempo sanza reda<br />
+l&rsquo;aguglia che lasciò le penne al carro,<br />
+per che divenne mostro e poscia preda;
+</p>
+
+<p>
+ch&rsquo;io veggio certamente, e però il narro,<br />
+a darne tempo già stelle propinque,<br />
+secure d&rsquo;ogn&rsquo; intoppo e d&rsquo;ogne sbarro,
+</p>
+
+<p>
+nel quale un cinquecento diece e cinque,<br />
+messo di Dio, anciderà la fuia<br />
+con quel gigante che con lei delinque.
+</p>
+
+<p>
+E forse che la mia narrazion buia,<br />
+qual Temi e Sfinge, men ti persuade,<br />
+perch&rsquo; a lor modo lo &rsquo;ntelletto attuia;
+</p>
+
+<p>
+ma tosto fier li fatti le Naiade,<br />
+che solveranno questo enigma forte<br />
+sanza danno di pecore o di biade.
+</p>
+
+<p>
+Tu nota; e sì come da me son porte,<br />
+così queste parole segna a&rsquo; vivi<br />
+del viver ch&rsquo;è un correre a la morte.
+</p>
+
+<p>
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,<br />
+di non celar qual hai vista la pianta<br />
+ch&rsquo;è or due volte dirubata quivi.
+</p>
+
+<p>
+Qualunque ruba quella o quella schianta,<br />
+con bestemmia di fatto offende a Dio,<br />
+che solo a l&rsquo;uso suo la creò santa.
+</p>
+
+<p>
+Per morder quella, in pena e in disio<br />
+cinquemilia anni e più l&rsquo;anima prima<br />
+bramò colui che &rsquo;l morso in sé punio.
+</p>
+
+<p>
+Dorme lo &rsquo;ngegno tuo, se non estima<br />
+per singular cagione esser eccelsa<br />
+lei tanto e sì travolta ne la cima.
+</p>
+
+<p>
+E se stati non fossero acqua d&rsquo;Elsa<br />
+li pensier vani intorno a la tua mente,<br />
+e &rsquo;l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+</p>
+
+<p>
+per tante circostanze solamente<br />
+la giustizia di Dio, ne l&rsquo;interdetto,<br />
+conosceresti a l&rsquo;arbor moralmente.
+</p>
+
+<p>
+Ma perch&rsquo; io veggio te ne lo &rsquo;ntelletto<br />
+fatto di pietra e, impetrato, tinto,<br />
+sì che t&rsquo;abbaglia il lume del mio detto,
+</p>
+
+<p>
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,<br />
+che &rsquo;l te ne porti dentro a te per quello<br />
+che si reca il bordon di palma cinto».
+</p>
+
+<p>
+E io: «Sì come cera da suggello,<br />
+che la figura impressa non trasmuta,<br />
+segnato è or da voi lo mio cervello.
+</p>
+
+<p>
+Ma perché tanto sovra mia veduta<br />
+vostra parola disïata vola,<br />
+che più la perde quanto più s&rsquo;aiuta?».
+</p>
+
+<p>
+«Perché conoschi», disse, «quella scuola<br />
+c&rsquo;hai seguitata, e veggi sua dottrina<br />
+come può seguitar la mia parola;
+</p>
+
+<p>
+e veggi vostra via da la divina<br />
+distar cotanto, quanto si discorda<br />
+da terra il ciel che più alto festina».
+</p>
+
+<p>
+Ond&rsquo; io rispuosi lei: «Non mi ricorda<br />
+ch&rsquo;i&rsquo; stranïasse me già mai da voi,<br />
+né honne coscïenza che rimorda».
+</p>
+
+<p>
+«E se tu ricordar non te ne puoi»,<br />
+sorridendo rispuose, «or ti rammenta<br />
+come bevesti di Letè ancoi;
+</p>
+
+<p>
+e se dal fummo foco s&rsquo;argomenta,<br />
+cotesta oblivïon chiaro conchiude<br />
+colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+</p>
+
+<p>
+Veramente oramai saranno nude<br />
+le mie parole, quanto converrassi<br />
+quelle scovrire a la tua vista rude».
+</p>
+
+<p>
+E più corusco e con più lenti passi<br />
+teneva il sole il cerchio di merigge,<br />
+che qua e là, come li aspetti, fassi,
+</p>
+
+<p>
+quando s&rsquo;affisser, sì come s&rsquo;affigge<br />
+chi va dinanzi a gente per iscorta<br />
+se trova novitate o sue vestigge,
+</p>
+
+<p>
+le sette donne al fin d&rsquo;un&rsquo;ombra smorta,<br />
+qual sotto foglie verdi e rami nigri<br />
+sovra suoi freddi rivi l&rsquo;alpe porta.
+</p>
+
+<p>
+Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri<br />
+veder mi parve uscir d&rsquo;una fontana,<br />
+e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+</p>
+
+<p>
+«O luce, o gloria de la gente umana,<br />
+che acqua è questa che qui si dispiega<br />
+da un principio e sé da sé lontana?».
+</p>
+
+<p>
+Per cotal priego detto mi fu: «Priega<br />
+Matelda che &rsquo;l ti dica». E qui rispuose,<br />
+come fa chi da colpa si dislega,
+</p>
+
+<p>
+la bella donna: «Questo e altre cose<br />
+dette li son per me; e son sicura<br />
+che l&rsquo;acqua di Letè non gliel nascose».
+</p>
+
+<p>
+E Bëatrice: «Forse maggior cura,<br />
+che spesse volte la memoria priva,<br />
+fatt&rsquo; ha la mente sua ne li occhi oscura.
+</p>
+
+<p>
+Ma vedi Eünoè che là diriva:<br />
+menalo ad esso, e come tu se&rsquo; usa,<br />
+la tramortita sua virtù ravviva».
+</p>
+
+<p>
+Come anima gentil, che non fa scusa,<br />
+ma fa sua voglia de la voglia altrui<br />
+tosto che è per segno fuor dischiusa;
+</p>
+
+<p>
+così, poi che da essa preso fui,<br />
+la bella donna mossesi, e a Stazio<br />
+donnescamente disse: «Vien con lui».
+</p>
+
+<p>
+S&rsquo;io avessi, lettor, più lungo spazio<br />
+da scrivere, i&rsquo; pur cantere&rsquo; in parte<br />
+lo dolce ber che mai non m&rsquo;avria sazio;
+</p>
+
+<p>
+ma perché piene son tutte le carte<br />
+ordite a questa cantica seconda,<br />
+non mi lascia più ir lo fren de l&rsquo;arte.
+</p>
+
+<p>
+Io ritornai da la santissima onda<br />
+rifatto sì come piante novelle<br />
+rinovellate di novella fronda,
+</p>
+
+<p>
+puro e disposto a salire a le stelle.
+</p>
+
+</div><!--end chapter-->
+
+<div style='display:block;margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA ***</div>
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+works in the collection are in the public domain in the United
+States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
+United States and you are located in the United States, we do not
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+you share it without charge with others.
+</div>
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+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
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+on which the phrase &#8220;Project Gutenberg&#8221; appears, or with which the
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+ This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
+ other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
+ whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
+ of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
+ at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
+ are not located in the United States, you will have to check the laws
+ of the country where you are located before using this eBook.
+ </div>
+</blockquote>
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+1.E.2. If an individual Project Gutenberg&#8482; electronic work is
+derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
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+copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
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+redistributing or providing access to a work with the phrase &#8220;Project
+Gutenberg&#8221; associated with or appearing on the work, you must comply
+either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
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+</div>
+
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+1.E.3. If an individual Project Gutenberg&#8482; electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
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+will be linked to the Project Gutenberg&#8482; License for all works
+posted with the permission of the copyright holder found at the
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+
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+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
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+Gutenberg&#8482; License.
+</div>
+
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+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
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+version posted on the official Project Gutenberg&#8482; website
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+to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
+of obtaining a copy upon request, of the work in its original &#8220;Plain
+Vanilla ASCII&#8221; or other form. Any alternate format must include the
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+</div>
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+</div>
+
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+provided that:
+</div>
+
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+ &bull; You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg&#8482; works calculated using the method
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+ agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
+ Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
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+ Section 4, &#8220;Information about donations to the Project Gutenberg
+ Literary Archive Foundation.&#8221;
+ </div>
+
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+ &bull; You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
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+ works.
+ </div>
+
+ <div style='text-indent:-0.7em'>
+ &bull; You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
+ any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
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+ </div>
+
+ <div style='text-indent:-0.7em'>
+ &bull; You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg&#8482; works.
+ </div>
+</div>
+
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+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
+Gutenberg&#8482; electronic work or group of works on different terms than
+are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
+from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
+the Project Gutenberg&#8482; trademark. Contact the Foundation as set
+forth in Section 3 below.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
+Gutenberg&#8482; collection. Despite these efforts, Project Gutenberg&#8482;
+electronic works, and the medium on which they may be stored, may
+contain &#8220;Defects,&#8221; such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
+or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
+other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
+cannot be read by your equipment.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the &#8220;Right
+of Replacement or Refund&#8221; described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg&#8482; trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg&#8482; electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium
+with your written explanation. The person or entity that provided you
+with the defective work may elect to provide a replacement copy in
+lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
+or entity providing it to you may choose to give you a second
+opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
+the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
+without further opportunities to fix the problem.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you &#8216;AS-IS&#8217;, WITH NO
+OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of
+damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
+violates the law of the state applicable to this agreement, the
+agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
+limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
+unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
+remaining provisions.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg&#8482; electronic works in
+accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
+production, promotion and distribution of Project Gutenberg&#8482;
+electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
+including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
+the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
+or any Project Gutenberg&#8482; work, (b) alteration, modification, or
+additions or deletions to any Project Gutenberg&#8482; work, and (c) any
+Defect you cause.
+</div>
+
+<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&#8482;
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Project Gutenberg&#8482; is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of
+computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
+exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
+from people in all walks of life.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&#8482;&#8217;s
+goals and ensuring that the Project Gutenberg&#8482; collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg&#8482; and future
+generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
+Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
+</div>
+
+<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation&#8217;s EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
+U.S. federal laws and your state&#8217;s laws.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+The Foundation&#8217;s business office is located at 809 North 1500 West,
+Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
+to date contact information can be found at the Foundation&#8217;s website
+and official page at www.gutenberg.org/contact
+</div>
+
+<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Project Gutenberg&#8482; depends upon and cannot survive without widespread
+public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
+DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
+visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations. To
+donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
+</div>
+
+<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
+Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
+Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
+freely shared with anyone. For forty years, he produced and
+distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
+volunteer support.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
+the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
+necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
+edition.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+Most people start at our website which has the main PG search
+facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>.
+</div>
+
+<div style='display:block; margin:1em 0'>
+This website includes information about Project Gutenberg&#8482;,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
+</div>
+
+</body>
+
+</html>
+
diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt
new file mode 100644
index 0000000..6312041
--- /dev/null
+++ b/LICENSE.txt
@@ -0,0 +1,11 @@
+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
+
+Procedures for determining public domain status are described in
+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
+
+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
diff --git a/README.md b/README.md
new file mode 100644
index 0000000..b82aeb0
--- /dev/null
+++ b/README.md
@@ -0,0 +1,2 @@
+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for
+eBook #998 (https://www.gutenberg.org/ebooks/998)
diff --git a/old/998.txt b/old/998.txt
new file mode 100644
index 0000000..463d38c
--- /dev/null
+++ b/old/998.txt
@@ -0,0 +1,6868 @@
+The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+In Italian with no accents[7-bit text]
+Please see my notes about various versions beneath this header.
+
+Copyright laws are changing all over the world, be sure to check
+the copyright laws for your country before posting these files!!
+
+Please take a look at the important information in this header.
+We encourage you to keep this file on your own disk, keeping an
+electronic path open for the next readers. Do not remove this.
+
+
+**Welcome To The World of Free Plain Vanilla Electronic Texts**
+
+**Etexts Readable By Both Humans and By Computers, Since 1971**
+
+*These Etexts Prepared By Hundreds of Volunteers and Donations*
+
+Information on contacting Project Gutenberg to get Etexts, and
+further information is included below. We need your donations.
+
+
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+
+by Dante Alighieri
+
+August, 1997 [Etext #998]
+
+
+The Project Gutenberg Etext Divina Commedia di Dante: Purgatorio
+*****This file should be named 998.txt or 998.zip*****
+
+
+We are now trying to release all our books one month in advance
+of the official release dates, for time for better editing.
+
+Please note: neither this list nor its contents are final till
+midnight of the last day of the month of any such announcement.
+The official release date of all Project Gutenberg Etexts is at
+Midnight, Central Time, of the last day of the stated month. A
+preliminary version may often be posted for suggestion, comment
+and editing by those who wish to do so. To be sure you have an
+up to date first edition [xxxxx10x.xxx] please check file sizes
+in the first week of the next month. Since our ftp program has
+a bug in it that scrambles the date [tried to fix and failed] a
+look at the file size will have to do, but we will try to see a
+new copy has at least one byte more or less.
+
+
+Information about Project Gutenberg (one page)
+
+We produce about two million dollars for each hour we work. The
+fifty hours is one conservative estimate for how long it we take
+to get any etext selected, entered, proofread, edited, copyright
+searched and analyzed, the copyright letters written, etc. This
+projected audience is one hundred million readers. If our value
+per text is nominally estimated at one dollar then we produce $2
+million dollars per hour this year as we release thirty-two text
+files per month: or 400 more Etexts in 1996 for a total of 800.
+If these reach just 10% of the computerized population, then the
+total should reach 80 billion Etexts.
+
+The Goal of Project Gutenberg is to Give Away One Trillion Etext
+Files by the December 31, 2001. [10,000 x 100,000,000=Trillion]
+This is ten thousand titles each to one hundred million readers,
+which is only 10% of the present number of computer users. 2001
+should have at least twice as many computer users as that, so it
+will require us reaching less than 5% of the users in 2001.
+
+
+We need your donations more than ever!
+
+
+All donations should be made to "Project Gutenberg/CMU": and are
+tax deductible to the extent allowable by law. (CMU = Carnegie-
+Mellon University).
+
+For these and other matters, please mail to:
+
+Project Gutenberg
+P. O. Box 2782
+Champaign, IL 61825
+
+When all other email fails try our Executive Director:
+Michael S. Hart <hart@pobox.com>
+
+We would prefer to send you this information by email
+(Internet, Bitnet, Compuserve, ATTMAIL or MCImail).
+
+******
+If you have an FTP program (or emulator), please
+FTP directly to the Project Gutenberg archives:
+[Mac users, do NOT point and click. . .type]
+
+ftp uiarchive.cso.uiuc.edu
+login: anonymous
+password: your@login
+cd etext/etext90 through /etext96
+or cd etext/articles [get suggest gut for more information]
+dir [to see files]
+get or mget [to get files. . .set bin for zip files]
+GET INDEX?00.GUT
+for a list of books
+and
+GET NEW GUT for general information
+and
+MGET GUT* for newsletters.
+
+**Information prepared by the Project Gutenberg legal advisor**
+(Three Pages)
+
+
+***START**THE SMALL PRINT!**FOR PUBLIC DOMAIN ETEXTS**START***
+Why is this "Small Print!" statement here? You know: lawyers.
+They tell us you might sue us if there is something wrong with
+your copy of this etext, even if you got it for free from
+someone other than us, and even if what's wrong is not our
+fault. So, among other things, this "Small Print!" statement
+disclaims most of our liability to you. It also tells you how
+you can distribute copies of this etext if you want to.
+
+*BEFORE!* YOU USE OR READ THIS ETEXT
+By using or reading any part of this PROJECT GUTENBERG-tm
+etext, you indicate that you understand, agree to and accept
+this "Small Print!" statement. If you do not, you can receive
+a refund of the money (if any) you paid for this etext by
+sending a request within 30 days of receiving it to the person
+you got it from. If you received this etext on a physical
+medium (such as a disk), you must return it with your request.
+
+ABOUT PROJECT GUTENBERG-TM ETEXTS
+This PROJECT GUTENBERG-tm etext, like most PROJECT GUTENBERG-
+tm etexts, is a "public domain" work distributed by Professor
+Michael S. Hart through the Project Gutenberg Association at
+Carnegie-Mellon University (the "Project"). Among other
+things, this means that no one owns a United States copyright
+on or for this work, so the Project (and you!) can copy and
+distribute it in the United States without permission and
+without paying copyright royalties. Special rules, set forth
+below, apply if you wish to copy and distribute this etext
+under the Project's "PROJECT GUTENBERG" trademark.
+
+To create these etexts, the Project expends considerable
+efforts to identify, transcribe and proofread public domain
+works. Despite these efforts, the Project's etexts and any
+medium they may be on may contain "Defects". Among other
+things, Defects may take the form of incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other
+intellectual property infringement, a defective or damaged
+disk or other etext medium, a computer virus, or computer
+codes that damage or cannot be read by your equipment.
+
+LIMITED WARRANTY; DISCLAIMER OF DAMAGES
+But for the "Right of Replacement or Refund" described below,
+[1] the Project (and any other party you may receive this
+etext from as a PROJECT GUTENBERG-tm etext) disclaims all
+liability to you for damages, costs and expenses, including
+legal fees, and [2] YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE OR
+UNDER STRICT LIABILITY, OR FOR BREACH OF WARRANTY OR CONTRACT,
+INCLUDING BUT NOT LIMITED TO INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE
+OR INCIDENTAL DAMAGES, EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE
+POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES.
+
+If you discover a Defect in this etext within 90 days of
+receiving it, you can receive a refund of the money (if any)
+you paid for it by sending an explanatory note within that
+time to the person you received it from. If you received it
+on a physical medium, you must return it with your note, and
+such person may choose to alternatively give you a replacement
+copy. If you received it electronically, such person may
+choose to alternatively give you a second opportunity to
+receive it electronically.
+
+THIS ETEXT IS OTHERWISE PROVIDED TO YOU "AS-IS". NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, ARE MADE TO YOU AS
+TO THE ETEXT OR ANY MEDIUM IT MAY BE ON, INCLUDING BUT NOT
+LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR A
+PARTICULAR PURPOSE.
+
+Some states do not allow disclaimers of implied warranties or
+the exclusion or limitation of consequential damages, so the
+above disclaimers and exclusions may not apply to you, and you
+may have other legal rights.
+
+INDEMNITY
+You will indemnify and hold the Project, its directors,
+officers, members and agents harmless from all liability, cost
+and expense, including legal fees, that arise directly or
+indirectly from any of the following that you do or cause:
+[1] distribution of this etext, [2] alteration, modification,
+or addition to the etext, or [3] any Defect.
+
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+Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
+think we may have enough proofers for a first run at the Cary.
+
+We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997
+
+Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*
+
+Also because they are so preliminary, I have not placed the names
+of the person working on the files in them, as I take my complete
+repsponsibility for all errors that need to be corrected. Credit
+will be completely given when we have the final version ready.
+
+Michael S. Hart
+July 31, 1997
+
+The Italian files with no accents appear as follows:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
+Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian [1ddcd09x.xxx] 999
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio 7-bit Italian[2ddcd09x.xxx] 998
+Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997
+
+followed by:
+
+La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
+Divina Commedia di Dante: Inferno [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
+Divina Commedia di Dante: Paradiso [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009
+
+and
+
+H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddccxxx.xxx]1008
+H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno [1ddccxxx.xxx]1007
+H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty [2ddccxxx.xxx]1006
+H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise [3ddccxxx.xxx]1005
+
+and
+
+Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy [0ddclxxx.xxx]1004
+Longfellow's Translation of Dante, The Inferno [1ddclxxx.xxx]1003
+Longfellow's Translation of Dante, Purgatory [2ddclxxx.xxx]1002
+Longfellow's Translation of Dante Paradise [3ddclxxx.xxx]1001
+
+in what I hope will be a timely manner.
+
+Thank you so much for your cooperation and your patience.
+This will be a LONG month of preparation.
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+Michael S. Hart
+[hart@pobox.com]
+Project Gutenberg
+Executive Director
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+
+
+LA DIVINA COMMEDIA
+
+
+DI DANTE ALIGHIERI
+
+
+CANTICA II: PURGATORIO
+
+
+
+
+La Divina Commedia
+di Dante Alighieri
+
+
+
+
+PURGATORIO
+
+
+
+Purgatorio: Canto I
+
+
+Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a se' mar si` crudele;
+
+e cantero` di quel secondo regno
+ dove l'umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+Ma qui la morta poesi` resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Caliope` alquanto surga,
+
+seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+Dolce color d'oriental zaffiro,
+ che s'accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+a li occhi miei ricomincio` diletto,
+ tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
+ che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
+
+Lo bel pianeto che d'amar conforta
+ faceva tutto rider l'oriente,
+ velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
+
+I' mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l'altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch'a la prima gente.
+
+Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrional vedovo sito,
+ poi che privato se' di mirar quelle!
+
+Com'io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l 'altro polo,
+ la` onde il Carro gia` era sparito,
+
+vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che piu` non dee a padre alcun figliuolo.
+
+Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a' suoi capelli simigliante,
+ de' quai cadeva al petto doppia lista.
+
+Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan si` la sua faccia di lume,
+ ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
+
+<<Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?>>,
+ diss'el, movendo quelle oneste piume.
+
+<<Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+Son le leggi d'abisso cosi` rotte?
+ o e` mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?>>.
+
+Lo duca mio allor mi die` di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.
+
+Poscia rispuose lui: <<Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi
+ di nostra condizion com'ell'e` vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+Questi non vide mai l'ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu si` presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+Si` com'io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non li` era altra via
+ che questa per la quale i' mi son messo.
+
+Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan se' sotto la tua balia.
+
+Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l'alto scende virtu` che m'aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ liberta` va cercando, ch'e` si` cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara.
+
+Non son li editti etterni per noi guasti,
+ che' questi vive, e Minos me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riportero` di te a lei,
+ se d'esser mentovato la` giu` degni>>.
+
+<<Marzia piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch'i' fu' di la`>>, diss'elli allora,
+ <<che quante grazie volse da me, fei.
+
+Or che di la` dal mal fiume dimora,
+ piu` muover non mi puo`, per quella legge
+ che fatta fu quando me n'usci' fora.
+
+Ma se donna del ciel ti muove e regge,
+ come tu di', non c'e` mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
+ si` ch'ogne sucidume quindi stinghe;
+
+che' non si converria, l'occhio sorpriso
+ d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch'e` di quei di paradiso.
+
+Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ la` giu` cola` dove la batte l'onda,
+ porta di giunchi sovra 'l molle limo;
+
+null'altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ pero` ch'a le percosse non seconda.
+
+Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterra`, che surge omai,
+ prendere il monte a piu` lieve salita>>.
+
+Cosi` spari`; e io su` mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, che' di qua dichina
+ questa pianura a' suoi termini bassi>>.
+
+L'alba vinceva l'ora mattutina
+ che fuggia innanzi, si` che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+Noi andavam per lo solingo piano
+ com'om che torna a la perduta strada,
+ che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+Quando noi fummo la` 've la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ambo le mani in su l'erbetta sparte
+ soavemente 'l mio maestro pose:
+ ond'io, che fui accorto di sua arte,
+
+porsi ver' lui le guance lagrimose:
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l'inferno mi nascose.
+
+Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:
+ oh maraviglia! che' qual elli scelse
+ l'umile pianta, cotal si rinacque
+
+subitamente la` onde l'avelse.
+
+
+
+Purgatorio: Canto II
+
+
+Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto
+ lo cui meridian cerchio coverchia
+ Ierusalem col suo piu` alto punto;
+
+e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+si` che le bianche e le vermiglie guance,
+ la` dov'i' era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giu` nel ponente sovra 'l suol marino,
+
+cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir si` ratto,
+ che 'l muover suo nessun volar pareggia.
+
+Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
+ l'occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil piu` lucente e maggior fatto.
+
+Poi d'ogne lato ad esso m'appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscio.
+
+Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di si` fatti officiali.
+
+Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ si` che remo non vuol, ne' altro velo
+ che l'ali sue, tra liti si` lontani.
+
+Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
+ trattando l'aere con l'etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo>>.
+
+Poi, come piu` e piu` verso noi venne
+ l'uccel divino, piu` chiaro appariva:
+ per che l'occhio da presso nol sostenne,
+
+ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
+
+Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e piu` di cento spirti entro sediero.
+
+'In exitu Israel de Aegypto'
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo e` poscia scripto.
+
+Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
+ ed el sen gi`, come venne, veloce.
+
+La turba che rimase li`, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch'avea con le saette conte
+ di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
+
+quando la nova gente alzo` la fronte
+ ver' noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte>>.
+
+E Virgilio rispuose: <<Voi credete
+ forse che siamo esperti d'esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu si` aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parra` gioco>>.
+
+L'anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+cosi` al viso mio s'affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi obliando d'ire a farsi belle.
+
+Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con si` grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+Soavemente disse ch'io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
+
+Rispuosemi: <<Cosi` com'io t'amai
+ nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta:
+ pero` m'arresto; ma tu perche' vai?>>.
+
+<<Casella mio, per tornar altra volta
+ la` dov'io son, fo io questo viaggio>>,
+ diss'io; <<ma a te com'e` tanta ora tolta?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun m'e` fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ piu` volte m'ha negato esto passaggio;
+
+che' di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+Ond'io, ch'era ora a la marina volto
+ dove l'acqua di Tevero s'insala,
+ benignamente fu' da lui ricolto.
+
+A quella foce ha elli or dritta l'ala,
+ pero` che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala>>.
+
+E io: <<Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l'amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+di cio` ti piaccia consolare alquanto
+ l'anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, e` affannata tanto!>>.
+
+'Amor che ne la mente mi ragiona'
+ comincio` elli allor si` dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch'eran con lui parevan si` contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti?
+
+qual negligenza, quale stare e` questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch'esser non lascia a voi Dio manifesto>>.
+
+Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
+
+se cosa appare ond'elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l'esca,
+ perch'assaliti son da maggior cura;
+
+cosi` vid'io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
+ com'om che va, ne' sa dove riesca:
+
+ne' la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+Purgatorio: Canto III
+
+
+Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+i' mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare' io sanza lui corso?
+ chi m'avria tratto su per la montagna?
+
+El mi parea da se' stesso rimorso:
+ o dignitosa coscienza e netta,
+ come t'e` picciol fallo amaro morso!
+
+Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,
+ e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
+ che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.
+
+Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m'era dinanzi a la figura,
+ ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
+
+Io mi volsi dallato con paura
+ d'essere abbandonato, quand'io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+e 'l mio conforto: <<Perche' pur diffidi?>>,
+ a dir mi comincio` tutto rivolto;
+ <<non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
+
+Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra:
+ Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto.
+
+Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
+ non ti maravigliar piu` che d'i cieli
+ che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
+
+A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtu` dispone
+ che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
+
+Matto e` chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+State contenti, umana gente, al quia;
+ che' se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+e disiar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch'etternalmente e` dato lor per lutto:
+
+io dico d'Aristotile e di Plato
+ e di molt'altri>>; e qui chino` la fronte,
+ e piu` non disse, e rimase turbato.
+
+Noi divenimmo intanto a pie` del monte;
+ quivi trovammo la roccia si` erta,
+ che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,
+ la piu` rotta ruina e` una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+<<Or chi sa da qual man la costa cala>>,
+ disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
+ <<si` che possa salir chi va sanz'ala?>>.
+
+E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+da man sinistra m'appari` una gente
+ d'anime, che movieno i pie` ver' noi,
+ e non pareva, si` venian lente.
+
+<<Leva>>, diss'io, <<maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne dara` consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi>>.
+
+Guardo` allora, e con libero piglio
+ rispuose: <<Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio>>.
+
+Ancora era quel popol di lontano,
+ i' dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>,
+ Virgilio incomincio`, <<per quella pace
+ ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
+
+ditene dove la montagna giace
+ si` che possibil sia l'andare in suso;
+ che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>.
+
+Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l'altre stanno
+ timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
+
+e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,
+ addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
+ semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;
+
+si` vid'io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l'andare onesta.
+
+Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ si` che l'ombra era da me a la grotta,
+
+restaro, e trasser se' in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.
+
+<<Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo e` corpo uman che voi vedete;
+ per che 'l lume del sole in terra e` fesso.
+
+Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtu` che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete>>.
+
+Cosi` 'l maestro; e quella gente degna
+ <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+E un di loro incomincio`: <<Chiunque
+ tu se', cosi` andando, volgi 'l viso:
+ pon mente se di la` mi vedesti unque>>.
+
+Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
+
+Quand'io mi fui umilmente disdetto
+ d'averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>;
+ e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
+
+Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond'io ti priego che, quando tu riedi,
+
+vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
+ e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
+
+Poscia ch'io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,
+ che prende cio` che si rivolge a lei.
+
+Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+l'ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
+ dov'e' le trasmuto` a lume spento.
+
+Per lor maladizion si` non si perde,
+ che non possa tornar, l'etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+Vero e` che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta,
+ in sua presunzion, se tal decreto
+ piu` corto per buon prieghi non diventa.
+
+Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m'hai visto, e anco esto divieto;
+
+che' qui per quei di la` molto s'avanza>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IV
+
+
+Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtu` nostra comprenda
+ l'anima bene ad essa si raccoglie,
+
+par ch'a nulla potenza piu` intenda;
+ e questo e` contra quello error che crede
+ ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
+
+E pero`, quando s'ode cosa o vede
+ che tegna forte a se' l'anima volta,
+ vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
+
+ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,
+ e altra e` quella c'ha l'anima intera:
+ questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.
+
+Di cio` ebb'io esperienza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ che' ben cinquanta gradi salito era
+
+lo sole, e io non m'era accorto, quando
+ venimmo ove quell'anime ad una
+ gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>.
+
+Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
+
+che non era la calla onde saline
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partine.
+
+Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova 'n Cacume
+ con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;
+
+dico con l'ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
+ e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
+ de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ <<Maestro mio>>, diss'io, <<che via faremo?>>.
+
+Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n'appaia alcuna scorta saggia>>.
+
+Lo sommo er'alto che vincea la vista,
+ e la costa superba piu` assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+Io era lasso, quando cominciai:
+ <<O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com'io rimango sol, se non restai>>.
+
+<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>,
+ additandomi un balzo poco in sue
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+Si` mi spronaron le parole sue,
+ ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.
+
+A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ volti a levante ond'eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n'eravam feriti.
+
+Ben s'avvide il poeta ch'io stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+Ond'elli a me: <<Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che su` e giu` del suo lume conduce,
+
+tu vedresti il Zodiaco rubecchio
+ ancora a l'Orse piu` stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sion
+ con questo monte in su la terra stare
+
+si`, ch'amendue hanno un solo orizzon
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Feton,
+
+vedrai come a costui convien che vada
+ da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
+ se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada>>.
+
+<<Certo, maestro mio,>> diss'io, <<unquanco
+ non vid'io chiaro si` com'io discerno
+ la` dove mio ingegno parea manco,
+
+che 'l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun'arte,
+ e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
+
+per la ragion che di', quinci si parte
+ verso settentrion, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale
+ piu` che salir non posson li occhi miei>>.
+
+Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale,
+ che sempre al cominciar di sotto e` grave;
+ e quant'om piu` va su`, e men fa male.
+
+Pero`, quand'ella ti parra` soave
+ tanto, che su` andar ti fia leggero
+ com'a seconda giu` andar per nave,
+
+allor sarai al fin d'esto sentiero;
+ quivi di riposar l'affanno aspetta.
+ Piu` non rispondo, e questo so per vero>>.
+
+E com'elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sono`: <<Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!>>.
+
+Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.
+
+La` ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l'ombra dietro al sasso
+ come l'uom per negghienza a star si pone.
+
+E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo 'l viso giu` tra esse basso.
+
+<<O dolce segnor mio>>, diss'io, <<adocchia
+ colui che mostra se' piu` negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia>>.
+
+Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo 'l viso pur su per la coscia,
+ e disse: <<Or va tu su`, che se' valente!>>.
+
+Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m'avacciava un poco ancor la lena,
+ non m'impedi` l'andare a lui; e poscia
+
+ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,
+ dicendo: <<Hai ben veduto come 'l sole
+ da l'omero sinistro il carro mena?>>.
+
+Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole
+
+di te omai; ma dimmi: perche' assiso
+ quiritto se'? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t'ha' ripriso?>>.
+
+Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta?
+ che' non mi lascerebbe ire a' martiri
+ l'angel di Dio che siede in su la porta.
+
+Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+se orazione in prima non m'aita
+ che surga su` di cuor che in grazia viva;
+ l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?>>.
+
+E gia` il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: <<Vienne omai; vedi ch'e` tocco
+ meridian dal sole e a la riva
+
+cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto V
+
+
+Io era gia` da quell'ombre partito,
+ e seguitava l'orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando 'l dito,
+
+una grido`: <<Ve' che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!>>.
+
+Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
+
+<<Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia>>,
+ disse 'l maestro, <<che l'andare allenti?
+ che ti fa cio` che quivi si pispiglia?
+
+Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ gia` mai la cima per soffiar di venti;
+
+che' sempre l'omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da se' dilunga il segno,
+ perche' la foga l'un de l'altro insolla>>.
+
+Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l'uom di perdon talvolta degno.
+
+E 'ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando 'Miserere' a verso a verso.
+
+Quando s'accorser ch'i' non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
+ mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco;
+
+e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr'a noi e dimandarne:
+ <<Di vostra condizion fatene saggi>>.
+
+E 'l mio maestro: <<Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che 'l corpo di costui e` vera carne.
+
+Se per veder la sua ombra restaro,
+ com'io avviso, assai e` lor risposto:
+ faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>.
+
+Vapori accesi non vid'io si` tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ ne', sol calando, nuvole d'agosto,
+
+che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti la`, con li altri a noi dier volta
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+<<Questa gente che preme a noi e` molta,
+ e vegnonti a pregar>>, disse 'l poeta:
+ <<pero` pur va, e in andando ascolta>>.
+
+<<O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti>>,
+ venian gridando, <<un poco il passo queta.
+
+Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
+ si` che di lui di la` novella porti:
+ deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti?
+
+Noi fummo tutti gia` per forza morti,
+ e peccatori infino a l'ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+si` che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di se' veder n'accora>>.
+
+E io: <<Perche' ne' vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s'a voi piace
+ cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
+
+voi dite, e io faro` per quella pace
+ che, dietro a' piedi di si` fatta guida
+ di mondo in mondo cercar mi si face>>.
+
+E uno incomincio`: <<Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che 'l voler nonpossa non ricida.
+
+Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, si` che ben per me s'adori
+ pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
+
+Quindi fu' io; ma li profondi fori
+ ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+la` dov'io piu` sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira
+ assai piu` la` che dritto non volea.
+
+Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
+ quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
+ ancor sarei di la` dove si spira.
+
+Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
+ m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io
+ de le mie vene farsi in terra laco>>.
+
+Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l'alto monte,
+ con buona pietate aiuta il mio!
+
+Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch'io vo tra costor con bassa fronte>>.
+
+E io a lui: <<Qual forza o qual ventura
+ ti travio` si` fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?>>.
+
+<<Oh!>>, rispuos'elli, <<a pie` del Casentino
+ traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
+ che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
+
+La` 've 'l vocabol suo diventa vano,
+ arriva' io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+Quivi perdei la vista e la parola
+ nel nome di Maria fini', e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi:
+ l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
+ gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi?
+
+Tu te ne porti di costui l'etterno
+ per una lagrimetta che 'l mi toglie;
+ ma io faro` de l'altro altro governo!".
+
+Ben sai come ne l'aere si raccoglie
+ quell'umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
+
+Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
+ per la virtu` che sua natura diede.
+
+Indi la valle, come 'l di` fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
+
+si` che 'l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde e a' fossati venne
+ di lei cio` che la terra non sofferse;
+
+e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver' lo fiume real tanto veloce
+ si ruino`, che nulla la ritenne.
+
+Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
+ voltommi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse>>.
+
+<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
+ e riposato de la lunga via>>,
+ seguito` 'l terzo spirito al secondo,
+
+<<ricorditi di me, che son la Pia:
+ Siena mi fe', disfecemi Maremma:
+ salsi colui che 'nnanellata pria
+
+disposando m'avea con la sua gemma>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VI
+
+
+Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+con l'altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+el non s'arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, piu` non fa pressa;
+ e cosi` da la calca si difende.
+
+Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+Quiv'era l'Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l'altro ch'annego` correndo in caccia.
+
+Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fe' parer lo buon Marzucco forte.
+
+Vidi conte Orso e l'anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com'e' dicea, non per colpa commisa;
+
+Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr'e` di qua, la donna di Brabante,
+ si` che pero` non sia di peggior greggia.
+
+Come libero fui da tutte quante
+ quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
+ si` che s'avacci lor divenir sante,
+
+io cominciai: <<El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?>>.
+
+Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+che' cima di giudicio non s'avvalla
+ perche' foco d'amor compia in un punto
+ cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla;
+
+e la` dov'io fermai cotesto punto,
+ non s'ammendava, per pregar, difetto,
+ perche' 'l priego da Dio era disgiunto.
+
+Veramente a cosi` alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
+
+Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice>>.
+
+E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ che' gia` non m'affatico come dianzi,
+ e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta>>.
+
+<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>,
+ rispuose, <<quanto piu` potremo omai;
+ ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi.
+
+Prima che sie la` su`, tornar vedrai
+ colui che gia` si cuopre de la costa,
+ si` che ' suoi raggi tu romper non fai.
+
+Ma vedi la` un'anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta>>.
+
+Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+Ella non ci dicea alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ma di nostro paese e de la vita
+ ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
+ <<Mantua...>>, e l'ombra, tutta in se' romita,
+
+surse ver' lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!>>; e l'un l'altro abbracciava.
+
+Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+Quell'anima gentil fu cosi` presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
+ di quei ch'un muro e una fossa serra.
+
+Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s'alcuna parte in te di pace gode.
+
+Che val perche' ti racconciasse il freno
+ Iustiniano, se la sella e` vota?
+ Sanz'esso fora la vergogna meno.
+
+Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi cio` che Dio ti nota,
+
+guarda come esta fiera e` fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+O Alberto tedesco ch'abbandoni
+ costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
+
+Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costa` distretti,
+ che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
+
+Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color gia` tristi, e questi con sospetti!
+
+Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com'e` oscura!
+
+Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e di` e notte chiama:
+ <<Cesare mio, perche' non m'accompagne?>>.
+
+Vieni a veder la gente quanto s'ama!
+ e se nulla di noi pieta` ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+E se licito m'e`, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+O e` preparazion che ne l'abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l'accorger nostro scisso?
+
+Che' le citta` d'Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ merce' del popol tuo che si argomenta.
+
+Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l'arco;
+ ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
+
+Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: <<I' mi sobbarco!>>.
+
+Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
+ S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
+
+Atene e Lacedemona, che fenno
+ l'antiche leggi e furon si` civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch'a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d'ottobre fili.
+
+Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato e rinovate membre!
+
+E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non puo` trovar posa in su le piume,
+
+ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VII
+
+
+Poscia che l'accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>.
+
+<<Anzi che a questo monte fosser volte
+ l'anime degne di salire a Dio,
+ fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+Io son Virgilio; e per null'altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fe'>>.
+ Cosi` rispuose allora il duca mio.
+
+Qual e` colui che cosa innanzi se'
+ subita vede ond'e' si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo <<Ella e`... non e`...>>,
+
+tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,
+ e umilmente ritorno` ver' lui,
+ e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.
+
+<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui
+ mostro` cio` che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond'io fui,
+
+qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S'io son d'udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra>>.
+
+<<Per tutt'i cerchi del dolente regno>>,
+ rispuose lui, <<son io di qua venuto;
+ virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l'alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l'umana colpa essenti;
+
+quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtu` non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l'altre e seguir tutte quante.
+
+Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ da` noi per che venir possiam piu` tosto
+ la` dove purgatorio ha dritto inizio>>.
+
+Rispuose: <<Loco certo non c'e` posto;
+ licito m'e` andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
+
+Ma vedi gia` come dichina il giorno,
+ e andar su` di notte non si puote;
+ pero` e` buon pensar di bel soggiorno.
+
+Anime sono a destra qua remote:
+ se mi consenti, io ti merro` ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note>>.
+
+<<Com'e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d'altrui, o non sarria che' non potesse?>>.
+
+E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,
+ dicendo: <<Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo 'l sol partito:
+
+non pero` ch'altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso>>.
+
+Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ <<Menane>>, disse, <<dunque la` 've dici
+ ch'aver si puo` diletto dimorando>>.
+
+Poco allungati c'eravam di lici,
+ quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+<<Cola`>>, disse quell'ombra, <<n'anderemo
+ dove la costa face di se' grembo;
+ e la` il novo giorno attenderemo>>.
+
+Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.
+
+Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
+
+da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore e` vinto il meno.
+
+Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavita` di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+<<Prima che 'l poco sole omai s'annidi>>,
+ comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,
+ <<tra color non vogliate ch'io vi guidi.
+
+Di questo balzo meglio li atti e ' volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giu` tra essi accolti.
+
+Colui che piu` siede alto e fa sembianti
+ d'aver negletto cio` che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
+ si` che tardi per altri si ricrea.
+
+L'altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l'acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c'ha si` benigno aspetto,
+ mori` fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+guardate la` come si batte il petto!
+ L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che si` li lancia.
+
+Quel che par si` membruto e che s'accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d'ogne valor porto` cinta la corda;
+
+e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+che non si puote dir de l'altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+Rade volte risurge per li rami
+ l'umana probitate; e questo vole
+ quei che la da`, perche' da lui si chiami.
+
+Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza gia` si dole.
+
+Tant'e` del seme suo minor la pianta,
+ quanto piu` che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+Vedete il re de la semplice vita
+ seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra:
+ questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
+
+Quel che piu` basso tra costor s'atterra,
+ guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+fa pianger Monferrato e Canavese>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto VIII
+
+
+Era gia` l'ora che volge il disio
+ ai navicanti e 'ntenerisce il core
+ lo di` c'han detto ai dolci amici addio;
+
+e che lo novo peregrin d'amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+quand'io incominciai a render vano
+ l'udire e a mirare una de l'alme
+ surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
+
+Ella giunse e levo` ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l'oriente,
+ come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
+
+'Te lucis ante' si` devotamente
+ le uscio di bocca e con si` dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+e l'altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l'inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,
+ certo che 'l trapassar dentro e` leggero.
+
+Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sue
+ quasi aspettando, palido e umile;
+
+e vidi uscir de l'alto e scender giue
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+L'un poco sovra noi a star si venne,
+ e l'altro scese in l'opposita sponda,
+ si` che la gente in mezzo si contenne.
+
+Ben discernea in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l'occhio si smarria,
+ come virtu` ch'a troppo si confonda.
+
+<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>,
+ disse Sordello, <<a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verra` vie via>>.
+
+Ond'io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazioso fia lor vedervi assai>>.
+
+Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+Temp'era gia` che l'aere s'annerava,
+ ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei
+ non dichiarisse cio` che pria serrava.
+
+Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ' rei!
+
+Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimando`: <<Quant'e` che tu venisti
+ a pie` del monte per le lontane acque?>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l'altra, si` andando, acquisti>>.
+
+E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di subito smarrita.
+
+L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
+ che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse>>.
+
+Poi, volto a me: <<Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che si` nasconde
+ lo suo primo perche', che non li` e` guado,
+
+quando sarai di la` da le larghe onde,
+ di` a Giovanna mia che per me chiami
+ la` dove a li 'nnocenti si risponde.
+
+Non credo che la sua madre piu` m'ami,
+ poscia che trasmuto` le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d'amor dura,
+ se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
+
+Non le fara` si` bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com'avria fatto il gallo di Gallura>>.
+
+Cosi` dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur la` dove le stelle son piu` tarde,
+ si` come rota piu` presso a lo stelo.
+
+E 'l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>.
+ E io a lui: <<A quelle tre facelle
+ di che 'l polo di qua tutto quanto arde>>.
+
+Ond'elli a me: <<Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di la` basse,
+ e queste son salite ov'eran quelle>>.
+
+Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse
+ dicendo: <<Vedi la` 'l nostro avversaro>>;
+ e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.
+
+Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+Io non vidi, e pero` dicer non posso,
+ come mosser li astor celestiali;
+ ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
+
+Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
+ fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+L'ombra che s'era al giudice raccolta
+ quando chiamo`, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+<<Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant'e` mestiere infino al sommo smalto>>,
+
+comincio` ella, <<se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che gia` grande la` era.
+
+Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l'antico, ma di lui discesi;
+ a' miei portai l'amor che qui raffina>>.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<per li vostri paesi
+ gia` mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
+
+La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ si` che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+e io vi giuro, s'io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+Uso e natura si` la privilegia,
+ che, perche' il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e 'l mal cammin dispregia>>.
+
+Ed elli: <<Or va; che 'l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che 'l Montone
+ con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,
+
+che cotesta cortese oppinione
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d'altrui sermone,
+
+se corso di giudicio non s'arresta>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto IX
+
+
+La concubina di Titone antico
+ gia` s'imbiancava al balco d'oriente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+e la notte, de' passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov'eravamo,
+ e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;
+
+quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
+ la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.
+
+Ne l'ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de' suo' primi guai,
+
+e che la mente nostra, peregrina
+ piu` da la carne e men da' pensier presa,
+ a le sue vision quasi e` divina,
+
+in sogno mi parea veder sospesa
+ un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
+ con l'ali aperte e a calare intesa;
+
+ed esser mi parea la` dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+Fra me pensava: 'Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d'altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede'.
+
+Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e si` lo 'ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che 'l sonno si rompesse.
+
+Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo la` dove si fosse,
+
+quando la madre da Chiron a Schiro
+ trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,
+ la` onde poi li Greci il dipartiro;
+
+che mi scoss'io, si` come da la faccia
+ mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,
+ come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+Dallato m'era solo il mio conforto,
+ e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,
+ e 'l viso m'era a la marina torto.
+
+<<Non aver tema>>, disse il mio segnore;
+ <<fatti sicur, che' noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+Tu se' omai al purgatorio giunto:
+ vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno;
+ vedi l'entrata la` 've par digiunto.
+
+Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
+ quando l'anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno
+
+venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ si` l'agevolero` per la sua via".
+
+Sordel rimase e l'altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro>>.
+
+A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verita` li e` discoperta,
+
+mi cambia' io; e come sanza cura
+ vide me 'l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
+
+Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
+ la mia matera, e pero` con piu` arte
+ non ti maravigliar s'io la rincalzo.
+
+Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
+ che la` dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch'ancor non facea motto.
+
+E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,
+ vidil seder sovra 'l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
+
+e una spada nuda avea in mano,
+ che reflettea i raggi si` ver' noi,
+ ch'io drizzava spesso il viso in vano.
+
+<<Dite costinci: che volete voi?>>,
+ comincio` elli a dire, <<ov'e` la scorta?
+ Guardate che 'l venir su` non vi noi>>.
+
+<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>,
+ rispuose 'l mio maestro a lui, <<pur dianzi
+ ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta">>.
+
+<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>,
+ ricomincio` il cortese portinaio:
+ <<Venite dunque a' nostri gradi innanzi>>.
+
+La` ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era si` pulito e terso,
+ ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+Era il secondo tinto piu` che perso,
+ d'una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
+ porfido mi parea, si` fiammeggiante,
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+Sovra questo tenea ambo le piante
+ l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+Per li tre gradi su` di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi
+ umilemente che 'l serrame scioglia>>.
+
+Divoto mi gittai a' santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e <<Fa che lavi,
+ quando se' dentro, queste piaghe>>, disse.
+
+Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d'un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.
+
+<<Quandunque l'una d'este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa>>,
+ diss'elli a noi, <<non s'apre questa calla.
+
+Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa
+ d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
+ perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa.
+
+Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
+ anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
+ pur che la gente a' piedi mi s'atterri>>.
+
+Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi 'n dietro si guata>>.
+
+E quando fuor ne' cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra
+ Tarpea, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e 'Te Deum laudamus' mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+Tale imagine a punto mi rendea
+ cio` ch'io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ch'or si` or no s'intendon le parole.
+
+
+
+Purgatorio: Canto X
+
+
+Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che 'l mal amor de l'anime disusa,
+ perche' fa parer dritta la via torta,
+
+sonando la senti' esser richiusa;
+ e s'io avesse li occhi volti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d'una e d'altra parte,
+ si` come l'onda che fugge e s'appressa.
+
+<<Qui si conviene usare un poco d'arte>>,
+ comincio` 'l duca mio, <<in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte>>.
+
+E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ su` dove il monte in dietro si rauna,
+
+io stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo piu` che strade per diserti.
+
+Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al pie` de l'alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,
+ quand'io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+esser di marmo candido e addorno
+ d'intagli si`, che non pur Policleto,
+ ma la natura li` avrebbe scorno.
+
+L'angel che venne in terra col decreto
+ de la molt'anni lagrimata pace,
+ ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+dinanzi a noi pareva si` verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
+ perche' iv'era imaginata quella
+ ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
+
+e avea in atto impressa esta favella
+ 'Ecce ancilla Dei', propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+<<Non tener pur ad un loco la mente>>,
+ disse 'l dolce maestro, che m'avea
+ da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
+
+Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m'era colui che mi movea,
+
+un'altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
+ accio` che fosse a li occhi miei disposta.
+
+Era intagliato li` nel marmo stesso
+ lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a' due mie' sensi
+ faceva dir l'un <<No>>, l'altro <<Si`, canta>>.
+
+Similemente al fummo de li 'ncensi
+ che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
+ e al si` e al no discordi fensi.
+
+Li` precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l'umile salmista,
+ e piu` e men che re era in quel caso.
+
+Di contra, effigiata ad una vista
+ d'un gran palazzo, Micol ammirava
+ si` come donna dispettosa e trista.
+
+I' mossi i pie` del loco dov'io stava,
+ per avvisar da presso un'altra istoria,
+ che di dietro a Micol mi biancheggiava.
+
+Quiv'era storiata l'alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+i' dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
+ sovr'essi in vista al vento si movieno.
+
+La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro>>;
+
+ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta
+ tanto ch'i' torni>>; e quella: <<Segnor mio>>,
+ come persona in cui dolor s'affretta,
+
+<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov'io,
+ la ti fara`>>; ed ella: <<L'altrui bene
+ a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?>>;
+
+ond'elli: <<Or ti conforta; ch'ei convene
+ ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
+ giustizia vuole e pieta` mi ritene>>.
+
+Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perche' qui non si trova.
+
+Mentr'io mi dilettava di guardare
+ l'imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>,
+ mormorava il poeta, <<molte genti:
+ questi ne 'nvieranno a li alti gradi>>.
+
+Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond'e' son vaghi,
+ volgendosi ver' lui non furon lenti.
+
+Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che 'l debito si paghi.
+
+Non attender la forma del martire:
+ pensa la succession; pensa ch'al peggio,
+ oltre la gran sentenza non puo` ire.
+
+Io cominciai: <<Maestro, quel ch'io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, si` nel veder vaneggio>>.
+
+Ed elli a me: <<La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
+
+Ma guarda fiso la`, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>.
+
+O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne' retrosi passi,
+
+non v'accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l'angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+Di che l'animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ si` come vermo in cui formazion falla?
+
+Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere 'n chi la vede; cosi` fatti
+ vid'io color, quando puosi ben cura.
+
+Vero e` che piu` e meno eran contratti
+ secondo ch'avien piu` e meno a dosso;
+ e qual piu` pazienza avea ne li atti,
+
+piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XI
+
+
+<<O Padre nostro, che ne' cieli stai,
+ non circunscritto, ma per piu` amore
+ ch'ai primi effetti di la` su` tu hai,
+
+laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
+ da ogni creatura, com'e` degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
+ che' noi ad essa non potem da noi,
+ s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ cosi` facciano li uomini de' suoi.
+
+Da` oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi piu` di gir s'affanna.
+
+E come noi lo mal ch'avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+Nostra virtu` che di legger s'adona,
+ non spermentar con l'antico avversaro,
+ ma libera da lui che si` la sprona.
+
+Quest'ultima preghiera, segnor caro,
+ gia` non si fa per noi, che' non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro>>.
+
+Cosi` a se' e noi buona ramogna
+ quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
+ simile a quel che tal volta si sogna,
+
+disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+Se di la` sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei ch'hanno al voler buona radice?
+
+Ben si de' loro atar lavar le note
+ che portar quinci, si` che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi
+ tosto, si` che possiate muover l'ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+mostrate da qual mano inver' la scala
+ si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco,
+ quel ne 'nsegnate che men erto cala;
+
+che' questi che vien meco, per lo 'ncarco
+ de la carne d'Adamo onde si veste,
+ al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>.
+
+Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu' io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ma fu detto: <<A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+E s'io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
+ guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco.
+
+L'antico sangue e l'opere leggiadre
+ d'i miei maggior mi fer si` arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, che' tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+E qui convien ch'io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti>>.
+
+Ascoltando chinai in giu` la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
+
+e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+<<Oh!>>, diss'io lui, <<non se' tu Oderisi,
+ l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
+ ch'alluminar chiamata e` in Parisi?>>.
+
+<<Frate>>, diss'elli, <<piu` ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l'onore e` tutto or suo, e mio in parte.
+
+Ben non sare' io stato si` cortese
+ mentre ch'io vissi, per lo gran disio
+ de l'eccellenza ove mio core intese.
+
+Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+Oh vana gloria de l'umane posse!
+ com'poco verde in su la cima dura,
+ se non e` giunta da l'etati grosse!
+
+Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ si` che la fama di colui e` scura:
+
+cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse e` nato
+ chi l'uno e l'altro caccera` del nido.
+
+Non e` il mondan romore altro ch'un fiato
+ di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perche' muta lato.
+
+Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
+
+pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto
+ spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
+ al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto.
+
+Colui che del cammin si` poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sono` tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ond'era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo si` com'ora e` putta.
+
+La vostra nominanza e` color d'erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba>>.
+
+E io a lui: <<Tuo vero dir m'incora
+ bona umilta`, e gran tumor m'appiani;
+ ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>.
+
+<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani;
+ ed e` qui perche' fu presuntuoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+Ito e` cosi` e va, sanza riposo,
+ poi che mori`; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>.
+
+E io: <<Se quello spirito ch'attende,
+ pria che si penta, l'orlo de la vita,
+ qua giu` dimora e qua su` non ascende,
+
+se buona orazion lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?>>.
+
+<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse,
+ <<liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s'affisse;
+
+e li`, per trar l'amico suo di pena
+ ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+Piu` non diro`, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini
+ faranno si` che tu potrai chiosarlo.
+
+Quest'opera li tolse quei confini>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XII
+
+
+Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m'andava io con quell'anima carca,
+ fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
+
+Ma quando disse: <<Lascia lui e varca;
+ che' qui e` buono con l'ali e coi remi,
+ quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>;
+
+dritto si` come andar vuolsi rife'mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+Io m'era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ gia` mostravam com'eravam leggeri;
+
+ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue:
+ buon ti sara`, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue>>.
+
+Come, perche' di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch'elli eran pria,
+
+onde li` molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a' pii da` de le calcagne;
+
+si` vid'io li`, ma di miglior sembianza
+ secondo l'artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+Vedea colui che fu nobil creato
+ piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l'un lato.
+
+Vedea Briareo, fitto dal telo
+ celestial giacer, da l'altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d'i Giganti sparte.
+
+Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che 'n Sennaar con lui superbi fuoro.
+
+O Niobe`, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+O Saul, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboe`,
+ che poi non senti` pioggia ne' rugiada!
+
+O folle Aragne, si` vedea io te
+ gia` mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l'opera che mal per te si fe'.
+
+O Roboam, gia` non par che minacci
+ quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
+
+Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fe' caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherib dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
+ che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:
+ <<Sangue sitisti, e io di sangue t'empio>>.
+
+Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilion, come te basso e vile
+ mostrava il segno che li` si discerne!
+
+Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant'io calcai, fin che chinato givi.
+
+Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
+ si` che veggiate il vostro mal sentero!
+
+Piu` era gia` per noi del monte volto
+ e del cammin del sole assai piu` speso
+ che non stimava l'animo non sciolto,
+
+quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, comincio`: <<Drizza la testa;
+ non e` piu` tempo di gir si` sospeso.
+
+Vedi cola` un angel che s'appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del di` l'ancella sesta.
+
+Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ si` che i diletti lo 'nviarci in suso;
+ pensa che questo di` mai non raggiorna!>>.
+
+Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, si` che 'n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+A noi venia la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
+ disse: <<Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar su` nata,
+ perche' a poco vento cosi` cadi?>>.
+
+Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batte' l'ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l'andata.
+
+Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+si rompe del montar l'ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch'era sicuro il quaderno e la doga;
+
+cosi` s'allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l'altro girone;
+ ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
+
+Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ 'Beati pauperes spiritu!' voci
+ cantaron si`, che nol diria sermone.
+
+Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l'infernali! che' quivi per canti
+ s'entra, e la` giu` per lamenti feroci.
+
+Gia` montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo piu` lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+Ond'io: <<Maestro, di`, qual cosa greve
+ levata s'e` da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?>>.
+
+Rispuose: <<Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com'e` l'un, del tutto rasi,
+
+fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser su` pinti>>.
+
+Allor fec'io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
+
+per che la mano ad accertar s'aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si puo` fornir per la veduta;
+
+e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che 'ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIII
+
+
+Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+Ivi cosi` una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l'arco suo piu` tosto piega.
+
+Ombra non li` e` ne' segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+<<Se qui per dimandar gente s'aspetta>>,
+ ragionava il poeta, <<io temo forse
+ che troppo avra` d'indugio nostra eletta>>.
+
+Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di se' torse.
+
+<<O dolce lume a cui fidanza i' entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci>>,
+ dicea, <<come condur si vuol quinc'entro.
+
+Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
+ s'altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci>>.
+
+Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di la` eravam noi gia` iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+e verso noi volar furon sentiti,
+ non pero` visti, spiriti parlando
+ a la mensa d'amor cortesi inviti.
+
+La prima voce che passo` volando
+ 'Vinum non habent' altamente disse,
+ e dietro a noi l'ando` reiterando.
+
+E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
+ passo` gridando, e anco non s'affisse.
+
+<<Oh!>>, diss'io, <<padre, che voci son queste?>>.
+ E com'io domandai, ecco la terza
+ dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
+
+E 'l buon maestro: <<Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e pero` sono
+ tratte d'amor le corde de la ferza.
+
+Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l'udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun e` lungo la grotta assiso>>.
+
+Allora piu` che prima li occhi apersi;
+ guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+E poi che fummo un poco piu` avanti,
+ udia gridar: 'Maria, ora per noi':
+ gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
+
+Non credo che per terra vada ancoi
+ omo si` duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch'i' vidi poi;
+
+che', quando fui si` presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l'un sofferia l'altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+Cosi` li ciechi a cui la roba falla
+ stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
+
+perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+E come a li orbi non approda il sole,
+ cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
+ luce del ciel di se' largir non vole;
+
+che' a tutti un fil di ferro i cigli fora
+ e cusce si`, come a sparvier selvaggio
+ si fa pero` che queto non dimora.
+
+A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
+ e pero` non attese mia dimanda,
+ ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>.
+
+Virgilio mi venia da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perche' da nulla sponda s'inghirlanda;
+
+da l'altra parte m'eran le divote
+ ombre, che per l'orribile costura
+ premevan si`, che bagnavan le gote.
+
+Volsimi a loro e <<O gente sicura>>,
+ incominciai, <<di veder l'alto lume
+ che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscienza si` che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ditemi, che' mi fia grazioso e caro,
+ s'anima e` qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sara` buon s'i' l'apparo>>.
+
+<<O frate mio, ciascuna e` cittadina
+ d'una vera citta`; ma tu vuo' dire
+ che vivesse in Italia peregrina>>.
+
+Questo mi parve per risposta udire
+ piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava,
+ ond'io mi feci ancor piu` la` sentire.
+
+Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
+ lo mento a guisa d'orbo in su` levava.
+
+<<Spirto>>, diss'io, <<che per salir ti dome,
+ se tu se' quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome>>.
+
+<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che se' ne presti.
+
+Savia non fui, avvegna che Sapia
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ piu` lieta assai che di ventura mia.
+
+E perche' tu non creda ch'io t'inganni,
+ odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
+ gia` discendendo l'arco d'i miei anni.
+
+Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co' loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
+
+Rotti fuor quivi e volti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia,
+ gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!",
+ come fe' 'l merlo per poca bonaccia.
+
+Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+Ma tu chi se', che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ si` com'io credo, e spirando ragioni?>>.
+
+<<Li occhi>>, diss'io, <<mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa
+ fatta per esser con invidia volti.
+
+Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa
+ l'anima mia del tormento di sotto,
+ che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa>>.
+
+Ed ella a me: <<Chi t'ha dunque condotto
+ qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>.
+ E io: <<Costui ch'e` meco e non fa motto.
+
+E vivo sono; e pero` mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
+ di la` per te ancor li mortai piedi>>.
+
+<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>,
+ rispuose, <<che gran segno e` che Dio t'ami;
+ pero` col priego tuo talor mi giova.
+
+E cheggioti, per quel che tu piu` brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ piu` di speranza ch'a trovar la Diana;
+
+ma piu` vi perderanno li ammiragli>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIV
+
+
+<<Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>.
+
+<<Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo:
+ domandal tu che piu` li t'avvicini,
+ e dolcemente, si` che parli, acco'lo>>.
+
+Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+e disse l'uno: <<O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
+ per carita` ne consola e ne ditta
+
+onde vieni e chi se'; che' tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>.
+
+E io: <<Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+Di sovr'esso rech'io questa persona:
+ dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
+ che' 'l nome mio ancor molto non suona>>.
+
+<<Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
+ con lo 'ntelletto>>, allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, <<tu parli d'Arno>>.
+
+E l'altro disse lui: <<Perche' nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com'om fa de l'orribili cose?>>.
+
+E l'ombra che di cio` domandata era,
+ si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno
+ ben e` che 'l nome di tal valle pera;
+
+che' dal principio suo, ov'e` si` pregno
+ l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro,
+ che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+infin la` 've si rende per ristoro
+ di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
+ ond'hanno i fiumi cio` che va con loro,
+
+vertu` cosi` per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ond'hanno si` mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+Tra brutti porci, piu` degni di galle
+ che d'altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi piu` che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa,
+ tanto piu` trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+Discesa poi per piu` pelaghi cupi,
+ trova le volpi si` piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occupi.
+
+Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda;
+ e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta
+ di cio` che vero spirto mi disnoda.
+
+Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e se' di pregio priva.
+
+Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva>>.
+
+Com'a l'annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch'ascolta,
+ da qual che parte il periglio l'assanni,
+
+cosi` vid'io l'altr'anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch'ebbe la parola a se' raccolta.
+
+Lo dir de l'una e de l'altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+per che lo spirto che di pria parlomi
+ ricomincio`: <<Tu vuo' ch'io mi deduca
+ nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi.
+
+Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti saro` scarso;
+ pero` sappi ch'io fui Guido del Duca.
+
+Fu il sangue mio d'invidia si` riarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m'avresti di livore sparso.
+
+Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perche' poni 'l core
+ la` 'v'e` mestier di consorte divieto?
+
+Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s'e` reda poi del suo valore.
+
+E non pur lo suo sangue e` fatto brullo,
+ tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+che' dentro a questi termini e` ripieno
+ di venenosi sterpi, si` che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
+ quando rimembro con Guido da Prata,
+ Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
+
+Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l'una gente e l'altra e` diretata),
+
+le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
+ che ne 'nvogliava amore e cortesia
+ la` dove i cuor son fatti si` malvagi.
+
+O Bretinoro, che' non fuggi via,
+ poi che gita se n'e` la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti piu` s'impiglia.
+
+Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
+ lor sen gira`; ma non pero` che puro
+ gia` mai rimagna d'essi testimonio.
+
+O Ugolin de' Fantolin, sicuro
+ e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
+ troppo di pianger piu` che di parlare,
+ si` m'ha nostra ragion la mente stretta>>.
+
+Noi sapavam che quell'anime care
+ ci sentivano andar; pero`, tacendo,
+ facean noi del cammin confidare.
+
+Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l'aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+'Anciderammi qualunque m'apprende';
+ e fuggi` come tuon che si dilegua,
+ se subito la nuvola scoscende.
+
+Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l'altra con si` gran fracasso,
+ che somiglio` tonar che tosto segua:
+
+<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci e non innanzi il passo.
+
+Gia` era l'aura d'ogne parte queta;
+ ed el mi disse: <<Quel fu 'l duro camo
+ che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
+
+Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo
+ de l'antico avversaro a se' vi tira;
+ e pero` poco val freno o richiamo.
+
+Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l'occhio vostro pur a terra mira;
+
+onde vi batte chi tutto discerne>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XV
+
+
+Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
+ e 'l principio del di` par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+tanto pareva gia` inver' la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero la`, e qui mezza notte era.
+
+E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
+ perche' per noi girato era si` 'l monte,
+ che gia` dritti andavamo inver' l'occaso,
+
+quand'io senti' a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai piu` che di prima,
+ e stupor m'eran le cose non conte;
+
+ond'io levai le mani inver' la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+Come quando da l'acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l'opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ si` come mostra esperienza e arte;
+
+cosi` mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia>>,
+ diss'io, <<e pare inver' noi esser mosso?>>.
+
+<<Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
+ la famiglia del cielo>>, a me rispuose:
+ <<messo e` che viene ad invitar ch'om saglia.
+
+Tosto sara` ch'a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose>>.
+
+Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
+ con lieta voce disse: <<Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto>>.
+
+Noi montavam, gia` partiti di linci,
+ e 'Beati misericordes!' fue
+ cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.
+
+Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+e dirizza'mi a lui si` dimandando:
+ <<Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e 'divieto' e 'consorte' menzionando?>>.
+
+Per ch'elli a me: <<Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e pero` non s'ammiri
+ se ne riprende perche' men si piagna.
+
+Perche' s'appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a' sospiri.
+
+Ma se l'amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+che', per quanti si dice piu` li` 'nostro',
+ tanto possiede piu` di ben ciascuno,
+ e piu` di caritate arde in quel chiostro>>.
+
+<<Io son d'esser contento piu` digiuno>>,
+ diss'io, <<che se mi fosse pria taciuto,
+ e piu` di dubbio ne la mente aduno.
+
+Com'esser puote ch'un ben, distributo
+ in piu` posseditor, faccia piu` ricchi
+ di se', che se da pochi e` posseduto?>>.
+
+Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+Quello infinito e ineffabil bene
+ che la` su` e`, cosi` corre ad amore
+ com'a lucido corpo raggio vene.
+
+Tanto si da` quanto trova d'ardore;
+ si` che, quantunque carita` si stende,
+ cresce sovr'essa l'etterno valore.
+
+E quanta gente piu` la` su` s'intende,
+ piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama,
+ e come specchio l'uno a l'altro rende.
+
+E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torra` questa e ciascun'altra brama.
+
+Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son gia` le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente>>.
+
+Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
+ vidimi giunto in su l'altro girone,
+ si` che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+Ivi mi parve in una visione
+ estatica di subito esser tratto,
+ e vedere in un tempio piu` persone;
+
+e una donna, in su l'entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: <<Figliuol mio
+ perche' hai tu cosi` verso noi fatto?
+
+Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo>>. E come qui si tacque,
+ cio` che pareva prima, dispario.
+
+Indi m'apparve un'altra con quell'acque
+ giu` per le gote che 'l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+e dir: <<Se tu se' sire de la villa
+ del cui nome ne' dei fu tanta lite,
+ e onde ogni scienza disfavilla,
+
+vendica te di quelle braccia ardite
+ ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>.
+ E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+risponder lei con viso temperato:
+ <<Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama e` per noi condannato?>>,
+
+Poi vidi genti accese in foco d'ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a se' pur: <<Martira, martira!>>.
+
+E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l'aggravava gia`, inver' la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a' suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pieta` diserra.
+
+Quando l'anima mia torno` di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far si` com'om che dal sonno si slega,
+ disse: <<Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ma se' venuto piu` che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?>>.
+
+<<O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
+ io ti diro`>>, diss'io, <<cio` che m'apparve
+ quando le gambe mi furon si` tolte>>.
+
+Ed ei: <<Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+Cio` che vedesti fu perche' non scuse
+ d'aprir lo core a l'acque de la pace
+ che da l'etterno fonte son diffuse.
+
+Non dimandai "Che hai?" per quel che face
+ chi guarda pur con l'occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ma dimandai per darti forza al piede:
+ cosi` frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede>>.
+
+Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ ne' da quello era loco da cansarsi.
+
+Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVI
+
+
+Buio d'inferno e di notte privata
+ d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant'esser puo` di nuvol tenebrata,
+
+non fece al viso mio si` grosso velo
+ come quel fummo ch'ivi ci coperse,
+ ne' a sentir di cosi` aspro pelo,
+
+che l'occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s'accosto` e l'omero m'offerse.
+
+Si` come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
+
+m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>.
+
+Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l'Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ si` che parea tra esse ogne concordia.
+
+<<Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?>>,
+ diss'io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi,
+ e d'iracundia van solvendo il nodo>>.
+
+<<Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?>>.
+
+Cosi` per una voce detto fue;
+ onde 'l maestro mio disse: <<Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sue>>.
+
+E io: <<O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi>>.
+
+<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>,
+ rispuose; <<e se veder fummo non lascia,
+ l'udir ci terra` giunti in quella vece>>.
+
+Allora incominciai: <<Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l'infernale ambascia.
+
+E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte>>.
+
+<<Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l'arco.
+
+Per montar su` dirittamente vai>>.
+ Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I' ti prego
+ che per me prieghi quando su` sarai>>.
+
+E io a lui: <<Per fede mi ti lego
+ di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
+
+Prima era scempio, e ora e` fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
+
+Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto
+ d'ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ma priego che m'addite la cagione,
+ si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
+ che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>.
+
+Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>,
+ mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate,
+ lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui.
+
+Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+Se cosi` fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
+ lume v'e` dato a bene e a malizia,
+
+e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
+
+Pero`, se 'l mondo presente disvia,
+ in voi e` la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne saro` or vera spia.
+
+Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+l'anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a cio` che la trastulla.
+
+Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, pero` che 'l pastor che procede,
+ rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse;
+
+per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta,
+ di quel si pasce, e piu` oltre non chiede.
+
+Ben puoi veder che la mala condotta
+ e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che 'n voi sia corrotta.
+
+Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l'una e l'altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada
+ col pasturale, e l'un con l'altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+pero` che, giunti, l'un l'altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
+
+In sul paese ch'Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+or puo` sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
+
+Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l'antica eta` la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+Di` oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in se' due reggimenti,
+ cade nel fango e se' brutta e la soma>>.
+
+<<O Marco mio>>, diss'io, <<bene argomenti;
+ e or discerno perche' dal retaggio
+ li figli di Levi` furono essenti.
+
+Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio
+ di' ch'e` rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovero del secol selvaggio?>>.
+
+<<O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta>>,
+ rispuose a me; <<che', parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+Per altro sopranome io nol conosco,
+ s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco.
+
+Vedi l'albor che per lo fummo raia
+ gia` biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia>>.
+
+Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVII
+
+
+Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com'io rividi
+ lo sole in pria, che gia` nel corcar era.
+
+Si`, pareggiando i miei co' passi fidi
+ del mio maestro, usci' fuor di tal nube
+ ai raggi morti gia` ne' bassi lidi.
+
+O imaginativa che ne rube
+ talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge
+ perche' dintorno suonin mille tube,
+
+chi move te, se 'l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s'informa,
+ per se' o per voler che giu` lo scorge.
+
+De l'empiezza di lei che muto` forma
+ ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta,
+ ne l'imagine mia apparve l'orma;
+
+e qui fu la mia mente si` ristretta
+ dentro da se', che di fuor non venia
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+Poi piovve dentro a l'alta fantasia
+ un crucifisso dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+intorno ad esso era il grande Assuero,
+ Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far cosi` intero.
+
+E come questa imagine rompeo
+ se' per se' stessa, a guisa d'una bulla
+ cui manca l'acqua sotto qual si feo,
+
+surse in mia visione una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: <<O regina,
+ perche' per ira hai voluto esser nulla?
+
+Ancisa t'hai per non perder Lavina;
+ or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina>>.
+
+Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+cosi` l'imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch'e` in nostro uso.
+
+I' mi volgea per veder ov'io fosse,
+ quando una voce disse <<Qui si monta>>,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ cosi` la mia virtu` quivi mancava.
+
+<<Questo e` divino spirito, che ne la
+ via da ir su` ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume se' medesmo cela.
+
+Si` fa con noi, come l'uom si fa sego;
+ che' quale aspetta prego e l'uopo vede,
+ malignamente gia` si mette al nego.
+
+Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s'abbui,
+ che' poi non si poria, se 'l di` non riede>>.
+
+Cosi` disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch'io al primo grado fui,
+
+senti'mi presso quasi un muover d'ala
+ e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
+ pacifici, che son sanz'ira mala!'.
+
+Gia` eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da piu` lati.
+
+'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?',
+ fra me stesso dicea, che' mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+Noi eravam dove piu` non saliva
+ la scala su`, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch'a la piaggia arriva.
+
+E io attesi un poco, s'io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+<<Dolce mio padre, di`, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>.
+
+Ed elli a me: <<L'amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+Ma perche' piu` aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora>>.
+
+<<Ne' creator ne' creatura mai>>,
+ comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
+
+Lo naturale e` sempre sanza errore,
+ ma l'altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto,
+ e ne' secondi se' stesso misura,
+ esser non puo` cagion di mal diletto;
+
+ma quando al mal si torce, o con piu` cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra 'l fattore adovra sua fattura.
+
+Quinci comprender puoi ch'esser convene
+ amor sementa in voi d'ogne virtute
+ e d'ogne operazion che merta pene.
+
+Or, perche' mai non puo` da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l'odio proprio son le cose tute;
+
+e perche' intender non si puo` diviso,
+ e per se' stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto e` deciso.
+
+Resta, se dividendo bene stimo,
+ che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+E' chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+e` chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch'altri sormonti,
+ onde s'attrista si` che 'l contrario ama;
+
+ed e` chi per ingiuria par ch'aonti,
+ si` che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che 'l male altrui impronti.
+
+Questo triforme amor qua giu` di sotto
+ si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l'animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+Altro ben e` che non fa l'uom felice;
+ non e` felicita`, non e` la buona
+ essenza, d'ogne ben frutto e radice.
+
+L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
+ di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XVIII
+
+
+Posto avea fine al suo ragionamento
+ l'alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s'io parea contento;
+
+e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
+ lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
+
+Ma quel padre verace, che s'accorse
+ del timido voler che non s'apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+Ond'io: <<Maestro, il mio veder s'avviva
+ si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+Pero` ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e 'l suo contraro>>.
+
+<<Drizza>>, disse, <<ver' me l'agute luci
+ de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
+ l'error de' ciechi che si fanno duci.
+
+L'animo, ch'e` creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa e` mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto e` desto.
+
+Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ si` che l'animo ad essa volger face;
+
+e se, rivolto, inver' di lei si piega,
+ quel piegare e` amor, quell'e` natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+Poi, come 'l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch'e` nata a salire
+ la` dove piu` in sua matera dura,
+
+cosi` l'animo preso entra in disire,
+ ch'e` moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+Or ti puote apparer quant'e` nascosa
+ la veritate a la gente ch'avvera
+ ciascun amore in se' laudabil cosa;
+
+pero` che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ e` buono, ancor che buona sia la cera>>.
+
+<<Le tue parole e 'l mio seguace ingegno>>,
+ rispuos'io lui, <<m'hanno amor discoverto,
+ ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno;
+
+che', s'amore e` di fuori a noi offerto,
+ e l'anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non e` suo merto>>.
+
+Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta
+ pur a Beatrice, ch'e` opra di fede.
+
+Ogne forma sustanzial, che setta
+ e` da matera ed e` con lei unita,
+ specifica vertute ha in se' colletta,
+
+la qual sanza operar non e` sentita,
+ ne' si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de' primi appetibili l'affetto,
+
+che sono in voi si` come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia,
+ innata v'e` la virtu` che consiglia,
+ e de l'assenso de' tener la soglia.
+
+Quest'e` 'l principio la` onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+Color che ragionando andaro al fondo,
+ s'accorser d'esta innata libertate;
+ pero` moralita` lasciaro al mondo.
+
+Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
+ di ritenerlo e` in voi la podestate.
+
+La nobile virtu` Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e pero` guarda
+ che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende>>.
+
+La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer piu` rade,
+ fatta com'un secchion che tuttor arda;
+
+e correa contro 'l ciel per quelle strade
+ che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
+
+E quell'ombra gentil per cui si noma
+ Pietola piu` che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+per ch'io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com'om che sonnolento vana.
+
+Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era gia` volta.
+
+E quale Ismeno gia` vide e Asopo
+ lungo di se` di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch'io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+<<Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>.
+
+<<Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
+ per poco amor>>, gridavan li altri appresso,
+ <<che studio di ben far grazia rinverda>>.
+
+<<O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+questi che vive, e certo i' non vi bugio,
+ vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca;
+ pero` ne dite ond'e` presso il pertugio>>.
+
+Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: <<Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+Noi siam di voglia a muoverci si` pieni,
+ che restar non potem; pero` perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa,
+ che tosto piangera` quel monastero,
+ e tristo fia d'avere avuta possa;
+
+perche' suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero>>.
+
+Io non so se piu` disse o s'ei si tacque,
+ tant'era gia` di la` da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
+ disse: <<Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l'accidia di morso>>.
+
+Di retro a tutti dicean: <<Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s'aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+E quella che l'affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d'Anchise,
+ se' stessa a vita sanza gloria offerse>>.
+
+Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell'ombre, che veder piu` non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+del qual piu` altri nacquero e diversi;
+ e tanto d'uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+e 'l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XIX
+
+
+Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno
+ intepidar piu` 'l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+- quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in oriiente, innanzi a l'alba,
+ surger per via che poco le sta bruna -,
+
+mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+Io la mirava; e come 'l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ cosi` lo sguardo mio le facea scorta
+
+la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d'ora, e lo smarrito volto,
+ com' amor vuol, cosi` le colorava.
+
+Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto,
+ cominciava a cantar si`, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena,
+ che' marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s'ausa,
+ rado sen parte; si` tutto l'appago!>>.
+
+Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand' una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>,
+ fieramente dicea; ed el venia
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+L'altra prendea, e dinanzi l'apria
+ fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
+ quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia.
+
+Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <<Almen tre
+ voci t'ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni;
+ troviam l'aperta per la qual tu entre>>.
+
+Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni
+ de l'alto di` i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l'ha di pensier carca,
+ che fa di se' un mezzo arco di ponte;
+
+quand' io udi' <<Venite; qui si varca>>
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+Con l'ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in su` colui che si` parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+Mosse le penne poi e ventilonne,
+ 'Qui lugent' affermando esser beati,
+ ch'avran di consolar l'anime donne.
+
+<<Che hai che pur inver' la terra guati?>>,
+ la guida mia incomincio` a dirmi,
+ poco amendue da l'angel sormontati.
+
+E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visiion ch'a se' mi piega,
+ si` ch'io non posso dal pensar partirmi>>.
+
+<<Vedesti>>, disse, <<quell'antica strega
+ che sola sovr' a noi omai si piagne;
+ vedesti come l'uom da lei si slega.
+
+Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne>>.
+
+Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che la` il tira,
+
+tal mi fec' io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
+
+Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+'Adhaesit pavimento anima mea'
+ sentia dir lor con si` alti sospiri,
+ che la parola a pena s'intendea.
+
+<<O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri>>.
+
+<<Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via piu` tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori>>.
+
+Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
+ nel parlare avvisai l'altro nascosto,
+
+e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond' elli m'assenti` con lieto cenno
+ cio` che chiedea la vista del disio.
+
+Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+dicendo: <<Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+Chi fosti e perche' volti avete i dossi
+ al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri
+ cosa di la` ond' io vivendo mossi>>.
+
+Ed elli a me: <<Perche' i nostri diretri
+ rivolga il cielo a se', saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+Intra Siiestri e Chiaveri s'adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+Un mese e` poco piu` prova' io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l'altre some.
+
+La mia conversiione, ome`!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ cosi` scopersi la vita bugiarda.
+
+Vidi che li` non s'acquetava il core,
+ ne' piu` salir potiesi in quella vita;
+ er che di questa in me s'accese amore.
+
+Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l'anime converse;
+ e nulla pena il monte ha piu` amara.
+
+Si` come l'occhio nostro non s'aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ cosi` giustizia qui a terra il merse.
+
+Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdesi,
+ cosi` giustizia qui stretti ne tene,
+
+ne' piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi>>.
+
+Io m'era inginocchiato e volea dire;
+ ma com' io cominciai ed el s'accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>.
+ E io a lui: <<Per vostra dignitate
+ mia cosciienza dritto mi rimorse>>.
+
+<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>,
+ rispuose; <<non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice 'Neque nubent' intendesti,
+ ben puoi veder perch'io cosi` ragiono.
+
+Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti;
+ che' la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo cio` che tu dicesti.
+
+Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia,
+ buona da se', pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+e questa sola di la` m'e` rimasa>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XX
+
+
+Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l'acqua non sazia la spugna.
+
+Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a' merli;
+
+che' la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
+ da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
+
+Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che piu` che tutte l'altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giu` trasmutarsi,
+ quando verra` per cui questa disceda?
+
+Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+e per ventura udi' <<Dolce Maria!>>
+ dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+e seguitar: <<Povera fosti tanto,
+ quanto veder si puo` per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo>>.
+
+Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio,
+ con poverta` volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio>>.
+
+Queste parole m'eran si` piaciute,
+ ch'io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolo` a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+<<O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche' sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+Non fia sanza merce' la tua parola,
+ s'io ritorno a compier lo cammin corto
+ di quella vita ch'al termine vola>>.
+
+Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto
+ ch'io attenda di la`, ma perche' tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ si` che buon frutto rado se ne schianta.
+
+Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente e` Francia retta.
+
+Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
+
+trova'mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno,
+
+ch'a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+Li` comincio` con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Ponti` e Normandia prese e Guascogna.
+
+Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fe' di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e se' e ' suoi.
+
+Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
+ con la qual giostro` Giuda, e quella ponta
+ si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnera`, per se' tanto piu` grave,
+ quanto piu` lieve simil danno conta.
+
+L'altro, che gia` usci` preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l'altre schiave.
+
+O avarizia, che puoi tu piu` farne,
+ poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+Veggiolo un'altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+Veggio il novo Pilato si` crudele,
+ che cio` nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+O Segnor mio, quando saro` io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
+
+Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+tanto e` risposto a tutte nostre prece
+ quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+Noi repetiam Pigmalion allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
+
+e la miseria de l'avaro Mida,
+ che segui` a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+Del folle Acan ciascun poi si ricorda,
+ come furo` le spoglie, si` che l'ira
+ di Iosue` qui par ch'ancor lo morda.
+
+Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
+ e in infamia tutto 'l monte gira
+
+Polinestor ch'ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: "Crasso,
+ dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?".
+
+Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
+ secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+pero` al ben che 'l di` ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona>>.
+
+Noi eravam partiti gia` da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n'era permesso,
+
+quand'io senti', come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch'a morte vada.
+
+Certo non si scoteo si` forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse 'l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+Poi comincio` da tutte parti un grido
+ tal, che 'l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: <<Non dubbiar, mentr'io ti guido>>.
+
+'Gloria in excelsis' tutti 'Deo'
+ dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+No' istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi.
+
+Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l'ombre che giacean per terra,
+ tornate gia` in su l'usato pianto.
+
+Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fe' desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in cio` non erra,
+
+quanta pareami allor, pensando, avere;
+ ne' per la fretta dimandare er'oso,
+ ne' per me li` potea cosa vedere:
+
+cosi` m'andava timido e pensoso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXI
+
+
+a sete natural che mai non sazia
+ se non con l'acqua onde la femminetta
+ samaritana domando` la grazia,
+
+mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+Ed ecco, si` come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
+ gia` surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia,
+ dal pie` guardando la turba che giace;
+ ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria,
+
+dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>.
+ Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio
+ rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface.
+
+Poi comincio`: <<Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l'etterno essilio>>.
+
+<<Come!>>, diss'elli, e parte andavam forte:
+ <<se voi siete ombre che Dio su` non degni,
+ chi v'ha per la sua scala tanto scorte?>>.
+
+E 'l dottor mio: <<Se tu riguardi a' segni
+ che questi porta e che l'angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
+
+Ma perche' lei che di` e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia,
+ venendo su`, non potea venir sola,
+ pero` ch'al nostro modo non adocchia.
+
+Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
+ d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto 'l potra` menar mia scola.
+
+Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli
+ die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una
+ parve gridare infino a' suoi pie` molli>>.
+
+Si` mi die`, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza
+ ordine senta la religione
+ de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
+
+Libero e` qui da ogne alterazione:
+ di quel che 'l ciel da se' in se' riceve
+ esser ci puote, e non d'altro, cagione.
+
+Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina piu` su` cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+nuvole spesse non paion ne' rade,
+ ne' coruscar, ne' figlia di Taumante,
+ che di la` cangia sovente contrade;
+
+secco vapor non surge piu` avante
+ ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
+ dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
+
+Trema forse piu` giu` poco o assai;
+ ma per vento che 'n terra si nasconda,
+ non so come, qua su` non tremo` mai.
+
+Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, si` che surga o che si mova
+ per salir su`; e tal grido seconda.
+
+De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l'alma sorprende, e di voler le giova.
+
+Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii
+ libera volonta` di miglior soglia:
+
+pero` sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii>>.
+
+Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode
+ tanto del ber quant'e` grande la sete.
+ non saprei dir quant'el mi fece prode.
+
+E 'l savio duca: <<Omai veggio la rete
+ che qui v'impiglia e come si scalappia,
+ perche' ci trema e di che congaudete.
+
+Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
+ e perche' tanti secoli giaciuto
+ qui se', ne le parole tue mi cappia>>.
+
+<<Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
+ del sommo rege, vendico` le fora
+ ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto,
+
+col nome che piu` dura e piu` onora
+ era io di la`>>, rispuose quello spirto,
+ <<famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a se' mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+Stazio la gente ancor di la` mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati piu` di mille;
+
+de l'Eneida dico, la qual mamma
+ fummi e fummi nutrice poetando:
+ sanz'essa non fermai peso di dramma.
+
+E per esser vivuto di la` quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ piu` che non deggio al mio uscir di bando>>.
+
+Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse 'Taci';
+ ma non puo` tutto la virtu` che vuole;
+
+che' riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne' piu` veraci.
+
+Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
+ per che l'ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca;
+
+e <<Se tanto labore in bene assommi>>,
+ disse, <<perche' la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?>>.
+
+Or son io d'una parte e d'altra preso:
+ l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
+ ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
+
+dal mio maestro, e <<Non aver paura>>,
+ mi dice, <<di parlar; ma parla e digli
+ quel ch'e' dimanda con cotanta cura>>.
+
+Ond'io: <<Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch'io fei;
+ ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli.
+
+Questi che guida in alto li occhi miei,
+ e` quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forza a cantar de li uomini e d'i dei.
+
+Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti>>.
+
+Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: <<Frate,
+ non far, che' tu se' ombra e ombra vedi>>.
+
+Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate
+ comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
+ quand'io dismento nostra vanitate,
+
+trattando l'ombre come cosa salda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXII
+
+
+Gia` era l'angel dietro a noi rimaso,
+ l'angel che n'avea volti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+e quei c'hanno a giustizia lor disiro
+ detto n'avea beati, e le sue voci
+ con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro.
+
+E io piu` lieve che per l'altre foci
+ m'andava, si` che sanz'alcun labore
+ seguiva in su` li spiriti veloci;
+
+quando Virgilio incomincio`: <<Amore,
+ acceso di virtu`, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+onde da l'ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fe' palese,
+
+mia benvoglienza inverso te fu quale
+ piu` strinse mai di non vista persona,
+ si` ch'or mi parran corte queste scale.
+
+Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurta` m'allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+come pote' trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?>>.
+
+Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ <<Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno.
+
+Veramente piu` volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+La tua dimanda tuo creder m'avvera
+ esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
+ forse per quella cerchia dov'io era.
+
+Or sappi ch'avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
+ quand'io intesi la` dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l'umana natura:
+
+'Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l'oro, l'appetito de' mortali?',
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
+ potean le mani a spendere, e pente'mi
+ cosi` di quel come de li altri mali.
+
+Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
+
+E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+pero`, s'io son tra quella gente stato
+ che piange l'avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m'e` incontrato>>.
+
+<<Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta>>,
+ disse 'l cantor de' buccolici carmi,
+
+<<per quello che Clio` teco li` tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+Se cosi` e`, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron si`, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?>>.
+
+Ed elli a lui: <<Tu prima m'inviasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m'alluminasti.
+
+Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e se' non giova,
+ ma dopo se' fa le persone dotte,
+
+quando dicesti: 'Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenie scende da ciel nova'.
+
+Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno,
+ a colorare stendero` la mano:
+
+Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l'etterno regno;
+
+e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a' nuovi predicanti;
+ ond'io a visitarli presi usata.
+
+Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+e mentre che di la` per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
+ di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu'mi,
+
+lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo.
+
+Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m'ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico>>.
+
+<<Costoro e Persio e io e altri assai>>,
+ rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco
+ che le Muse lattar piu` ch'altri mai,
+
+nel primo cinghio del carcere cieco:
+ spesse fiate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+Euripide v'e` nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piue
+ Greci che gia` di lauro ornar la fronte.
+
+Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deifile e Argia,
+ e Ismene si` trista come fue.
+
+Vedeisi quella che mostro` Langia;
+ evvi la figlia di Tiresia, e Teti
+ e con le suore sue Deidamia>>.
+
+Tacevansi ambedue gia` li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+e gia` le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in su` l'ardente corno,
+
+quando il mio duca: <<Io credo ch'a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo>>.
+
+Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l'assentir di quell'anima degna.
+
+Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch'a poetar mi davano intelletto.
+
+Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, cosi` quello in giuso,
+ cred'io, perche' persona su` non vada.
+
+Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+Li due poeti a l'alber s'appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>.
+
+Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
+
+E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d'acqua; e Daniello
+ dispregio` cibo e acquisto` savere.
+
+Lo secol primo, quant'oro fu bello,
+ fe' savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch'elli e` glorioso e tanto grande
+
+quanto per lo Vangelio v'e` aperto>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIII
+
+
+Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava io si` come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole,
+ vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto
+ piu` utilmente compartir si vuole>>.
+
+Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sie,
+ che l'andar mi facean di nullo costo.
+
+Ed ecco piangere e cantar s'udie
+ 'Labia mea, Domine' per modo
+ tal, che diletto e doglia parturie.
+
+<<O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?>>,
+ comincia' io; ed elli: <<Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo>>.
+
+Si` come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+cosi` di retro a noi, piu` tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d'anime turba tacita e devota.
+
+Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema,
+ che da l'ossa la pelle s'informava.
+
+Non credo che cosi` a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando piu` n'ebbe tema.
+
+Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
+ la gente che perde' Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio die` di becco!'
+
+Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge 'omo'
+ ben avria quivi conosciuta l'emme.
+
+Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
+ si` governasse, generando brama,
+ e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
+
+Gia` era in ammirar che si` li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso;
+ poi grido` forte: <<Qual grazia m'e` questa?>>.
+
+Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ cio` che l'aspetto in se' avea conquiso.
+
+Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+<<Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
+ che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,
+ ne' a difetto di carne ch'io abbia;
+
+ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
+ due anime che la` ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!>>.
+
+<<La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta,
+ mi da` di pianger mo non minor doglia>>,
+ rispuos'io lui, <<veggendola si` torta.
+
+Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
+ che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia>>.
+
+Ed elli a me: <<De l'etterno consiglio
+ cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio.
+
+Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e 'n sete qui si rifa` santa.
+
+Di bere e di mangiar n'accende cura
+ l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+che' quella voglia a li alberi ci mena
+ che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`',
+ quando ne libero` con la sua vena>>.
+
+E io a lui: <<Forese, da quel di`
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinq'anni non son volti infino a qui.
+
+Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar piu`, che sovvenisse l'ora
+ del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
+
+come se' tu qua su` venuto ancora?
+ Io ti credea trovar la` giu` di sotto
+ dove tempo per tempo si ristora>>.
+
+Ond'elli a me: <<Si` tosto m'ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d'i martiri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
+ e liberato m'ha de li altri giri.
+
+Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare e` piu` soletta;
+
+che' la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue piu` e` pudica
+ che la Barbagia dov'io la lasciai.
+
+O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
+ Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto,
+ cui non sara` quest'ora molto antica,
+
+nel qual sara` in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l'andar mostrando con le poppe il petto.
+
+Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
+ gia` per urlare avrian le bocche aperte;
+
+che' se l'antiveder qui non m'inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira la` dove 'l sol veli>>.
+
+Per ch'io a lui: <<Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
+ vi si mostro` la suora di colui>>,
+
+e 'l sol mostrai; <<costui per la profonda
+ notte menato m'ha d'i veri morti
+ con questa vera carne che 'l seconda.
+
+Indi m'han tratto su` li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che 'l mondo fece torti.
+
+Tanto dice di farmi sua compagna,
+ che io saro` la` dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>,
+ e addita'lo; <<e quest'altro e` quell'ombra
+ per cui scosse dianzi ogne pendice
+
+lo vostro regno, che da se' lo sgombra>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIV
+
+
+Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ si` come nave pinta da buon vento;
+
+e l'ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+E io, continuando al mio sermone,
+ dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda;
+ dimmi s'io veggio da notar persona
+ tra questa gente che si` mi riguarda>>.
+
+<<La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse piu`, triunfa lieta
+ ne l'alto Olimpo gia` di sua corona>>.
+
+Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch'e` si` munta
+ nostra sembianza via per la dieta.
+
+Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di la` da lui piu` che l'altre trapunta
+
+ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l'anguille di Bolsena e la vernaccia>>.
+
+Molti altri mi nomo` ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ si` ch'io pero` non vidi un atto bruno.
+
+Vidi per fame a voto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturo` col rocco molte genti.
+
+Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
+ gia` di bere a Forli` con men secchezza,
+ e si` fu tal, che non si senti` sazio.
+
+Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
+ piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
+ che piu` parea di me aver contezza.
+
+El mormorava; e non so che <<Gentucca>>
+ sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga
+ de la giustizia che si` li pilucca.
+
+<<O anima>>, diss'io, <<che par si` vaga
+ di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga>>.
+
+<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>,
+ comincio` el, <<che ti fara` piacere
+ la mia citta`, come ch'om la riprenda.
+
+Tu te n'andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+Ma di` s'i' veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ 'Donne ch'avete intelletto d'amore'>>.
+
+E io a lui: <<I' mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch'e' ditta dentro vo significando>>.
+
+<<O frate, issa vegg'io>>, diss'elli, <<il nodo
+ che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
+
+Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+e qual piu` a gradire oltre si mette,
+ non vede piu` da l'uno a l'altro stilo>>;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan piu` a fretta e vanno in filo,
+
+cosi` tutta la gente che li` era,
+ volgendo 'l viso, raffretto` suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+E come l'uom che di trottare e` lasso,
+ lascia andar li compagni, e si` passeggia
+ fin che si sfoghi l'affollar del casso,
+
+si` lascio` trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: <<Quando fia ch'io ti riveggia?>>.
+
+<<Non so>>, rispuos'io lui, <<quant'io mi viva;
+ ma gia` non fia il tornar mio tantosto,
+ ch'io non sia col voler prima a la riva;
+
+pero` che 'l loco u' fui a viver posto,
+ di giorno in giorno piu` di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto>>.
+
+<<Or va>>, diss'el; <<che quei che piu` n'ha colpa,
+ vegg'io a coda d'una bestia tratto
+ inver' la valle ove mai non si scolpa.
+
+La bestia ad ogne passo va piu` ratto,
+ crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+Non hanno molto a volger quelle ruote>>,
+ e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro
+ cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote.
+
+Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro
+ in questo regno, si` ch'io perdo troppo
+ venendo teco si` a paro a paro>>.
+
+Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+tal si parti` da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo si` gran marescalchi.
+
+E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d'un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora volto in laci.
+
+Vidi gente sott'esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani,
+
+che pregano, e 'l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+Poi si parti` si` come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+<<Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno e` piu` su` che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levo` da esso>>.
+
+Si` tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+<<Ricordivi>>, dicea, <<d'i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Teseo combatter co' doppi petti;
+
+e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver' Madian discese i colli>>.
+
+Si` accostati a l'un d'i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite gia` da miseri guadagni.
+
+Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e piu` ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>.
+ subita voce disse; ond'io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e gia` mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli si` lucenti e rossi,
+
+com'io vidi un che dicea: <<S'a voi piace
+ montare in su`, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace>>.
+
+L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
+ per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
+ com'om che va secondo ch'elli ascolta.
+
+E quale, annunziatrice de li albori,
+ l'aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
+
+tal mi senti' un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti' mover la piuma,
+ che fe' sentir d'ambrosia l'orezza.
+
+E senti' dir: <<Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l'amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+esuriendo sempre quanto e` giusto!>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXV
+
+
+Ora era onde 'l salir non volea storpio;
+ che' 'l sole avea il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+per che, come fa l'uom che non s'affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+cosi` intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+E quale il cicognin che leva l'ala
+ per voglia di volare, e non s'attenta
+ d'abbandonar lo nido, e giu` la cala;
+
+tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l'atto
+ che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
+
+Non lascio`, per l'andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca
+ l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto>>.
+
+Allor sicuramente apri' la bocca
+ e cominciai: <<Come si puo` far magro
+ la` dove l'uopo di nodrir non tocca?>>.
+
+<<Se t'ammentassi come Meleagro
+ si consumo` al consumar d'un stizzo,
+ non fora>>, disse, <<a te questo si` agro;
+
+e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ cio` che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+Ma perche' dentro a tuo voler t'adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage>>.
+
+<<Se la veduta etterna li dislego>>,
+ rispuose Stazio, <<la` dove tu sie,
+ discolpi me non potert'io far nego>>.
+
+Poi comincio`: <<Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l'assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch'a farsi quelle per le vene vane.
+
+Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr'altrui sangue in natural vasello.
+
+Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
+ l'un disposto a patire, e l'altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ cio` che per sua matera fe' constare.
+
+Anima fatta la virtute attiva
+ qual d'una pianta, in tanto differente,
+ che questa e` in via e quella e` gia` a riva,
+
+tanto ovra poi, che gia` si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond'e` semente.
+
+Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtu` ch'e` dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+Ma come d'animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest'e` tal punto,
+ che piu` savio di te fe' gia` errante,
+
+si` che per sua dottrina fe' disgiunto
+ da l'anima il possibile intelletto,
+ perche' da lui non vide organo assunto.
+
+Apri a la verita` che viene il petto;
+ e sappi che, si` tosto come al feto
+ l'articular del cerebro e` perfetto,
+
+lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant'arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertu` repleto,
+
+che cio` che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
+ che vive e sente e se' in se' rigira.
+
+E perche' meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l'omor che de la vite cola.
+
+Quando Lachesis non ha piu` del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l'umano e 'l divino:
+
+l'altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto piu` che prima agute.
+
+Sanza restarsi per se' stessa cade
+ mirabilmente a l'una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+Tosto che loco li` la circunscrive,
+ la virtu` formativa raggia intorno
+ cosi` e quanto ne le membra vive.
+
+E come l'aere, quand'e` ben piorno,
+ per l'altrui raggio che 'n se' si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+cosi` l'aere vicin quivi si mette
+ in quella forma ch'e` in lui suggella
+ virtualmente l'alma che ristette;
+
+e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco la` 'vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+Pero` che quindi ha poscia sua paruta,
+ e` chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ' sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+Secondo che ci affiggono i disiri
+ e li altri affetti, l'ombra si figura;
+ e quest'e` la cagion di che tu miri>>.
+
+E gia` venuto a l'ultima tortura
+ s'era per noi, e volto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ond'ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temea 'l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+Lo duca mio dicea: <<Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ pero` ch'errar potrebbesi per poco>>.
+
+'Summae Deus clementiae' nel seno
+ al grande ardore allora udi' cantando,
+ che di volger mi fe' caler non meno;
+
+e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch'io guardava a loro e a' miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
+ gridavano alto: 'Virum non cognosco';
+ indi ricominciavan l'inno bassi.
+
+Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tosco>>.
+
+Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVI
+
+
+Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro,
+ ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: <<Guarda: giovi ch'io ti scaltro>>;
+
+feriami il sole in su l'omero destro,
+ che gia`, raggiando, tutto l'occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+e io facea con l'ombra piu` rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt'ombre, andando, poner mente.
+
+Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>;
+
+poi verso me, quanto potean farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+<<O tu che vai, non per esser piu` tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
+
+Ne' solo a me la tua risposta e` uopo;
+ che' tutti questi n'hanno maggior sete
+ che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
+
+Dinne com'e` che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete>>.
+
+Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora
+ gia` manifesto, s'io non fossi atteso
+ ad altra novita` ch'apparve allora;
+
+che' per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+Li` veggio d'ogne parte farsi presta
+ ciascun'ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+cosi` per entro loro schiera bruna
+ s'ammusa l'una con l'altra formica,
+ forse a spiar lor via e lor fortuna.
+
+Tosto che parton l'accoglienza amica,
+ prima che 'l primo passo li` trascorra,
+ sopragridar ciascuna s'affatica:
+
+la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>;
+ e l'altra: <<Ne la vacca entra Pasife,
+ perche' 'l torello a sua lussuria corra>>.
+
+Poi, come grue ch'a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver' l'arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+l'una gente sen va, l'altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a' primi canti
+ e al gridar che piu` lor si convene;
+
+e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m'avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
+
+Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: <<O anime sicure
+ d'aver, quando che sia, di pace stato,
+
+non son rimase acerbe ne' mature
+ le membra mie di la`, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+Quinci su` vo per non esser piu` cieco;
+ donna e` di sopra che m'acquista grazia,
+ per che 'l mortal per vostro mondo reco.
+
+Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi
+ ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia,
+
+ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi e` quella turba
+ che se ne va di retro a' vostri terghi>>.
+
+Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s'inurba,
+
+che ciascun'ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
+
+<<Beato te, che de le nostre marche>>,
+ ricomincio` colei che pria m'inchiese,
+ <<per morir meglio, esperienza imbarche!
+
+La gente che non vien con noi, offese
+ di cio` per che gia` Cesar, triunfando,
+ "Regina" contra se' chiamar s'intese:
+
+pero` si parton 'Soddoma' gridando,
+ rimproverando a se', com'hai udito,
+ e aiutan l'arsura vergognando.
+
+Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perche' non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l'appetito,
+
+in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge.
+
+Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo' saper chi semo,
+ tempo non e` di dire, e non saprei.
+
+Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo
+ per ben dolermi prima ch'a lo stremo>>.
+
+Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
+
+quand'io odo nomar se' stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d'amore usar dolci e leggiadre;
+
+e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fiata rimirando lui,
+ ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai.
+
+Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m'offersi pronto al suo servigio
+ con l'affermar che fa credere altrui.
+
+Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Lete' nol puo` torre ne' far bigio.
+
+Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che e` cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d'avermi caro>>.
+
+E io a lui: <<Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durera` l'uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri>>.
+
+<<O frate>>, disse, <<questi ch'io ti cerno
+ col dito>>, e addito` un spirto innanzi,
+ <<fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+Versi d'amore e prose di romanzi
+ soverchio` tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosi` credon ch'avanzi.
+
+A voce piu` ch'al ver drizzan li volti,
+ e cosi` ferman sua oppinione
+ prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
+
+Cosi` fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l'ha vinto il ver con piu` persone.
+
+Or se tu hai si` ampio privilegio,
+ che licito ti sia l'andare al chiostro
+ nel quale e` Cristo abate del collegio,
+
+falli per me un dir d'un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non e` piu` nostro>>.
+
+Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l'acqua il pesce andando al fondo.
+
+Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch'al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazioso loco.
+
+El comincio` liberamente a dire:
+ <<Tan m'abellis vostre cortes deman,
+ qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
+
+Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l'escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!>>.
+
+Poi s'ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVII
+
+
+Si` come quando i primi raggi vibra
+ la` dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
+
+e l'onde in Gange da nona riarse,
+ si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
+ come l'angel di Dio lieto ci apparse.
+
+Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava 'Beati mundo corde!'.
+ in voce assai piu` che la nostra viva.
+
+Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di la` non siate sorde>>,
+
+ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
+ qual e` colui che ne la fossa e` messo.
+
+In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi gia` veduti accesi.
+
+Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio,
+ qui puo` esser tormento, ma non morte.
+
+Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerion ti guidai salvo,
+ che faro` ora presso piu` a Dio?
+
+Credi per certo che se dentro a l'alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d'un capel calvo.
+
+E se tu forse credi ch'io t'inganni,
+ fatti ver lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
+
+Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>.
+ E io pur fermo e contra coscienza.
+
+Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio:
+ tra Beatrice e te e` questo muro>>.
+
+Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che 'l gelso divento` vermiglio;
+
+cosi`, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+Ond'ei crollo` la fronte e disse: <<Come!
+ volenci star di qua?>>; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome.
+
+Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
+
+Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>.
+
+Guidavaci una voce che cantava
+ di la`; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor la` ove si montava.
+
+'Venite, benedicti Patris mei',
+ sono` dentro a un lume che li` era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera;
+ non v'arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l'occidente non si annera>>.
+
+Dritta salia la via per entro 'l sasso
+ verso tal parte ch'io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch'era gia` basso.
+
+E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+E pria che 'n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ciascun di noi d'un grado fece letto;
+ che' la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir piu` e 'l diletto.
+
+Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che 'n su la verga
+ poggiato s'e` e lor di posa serve;
+
+e quale il mandrian che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perche' fiera non lo sperga;
+
+tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
+
+Poco parer potea li` del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e piu` chiare e maggiori.
+
+Si` ruminando e si` mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
+
+Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
+ prima raggio` nel monte Citerea,
+ che di foco d'amor par sempre ardente,
+
+giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+<<Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga
+ com'io de l'addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l'ovrare appaga>>.
+
+E gia` per li splendori antelucani,
+ che tanto a' pellegrin surgon piu` grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
+ veggendo i gran maestri gia` levati.
+
+<<Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de' mortali,
+ oggi porra` in pace le tue fami>>.
+
+Virgilio inverso me queste cotali
+ parole uso`; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
+ in me ficco` Virgilio li occhi suoi,
+
+e disse: <<Il temporal foco e l'etterno
+ veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
+ dov'io per me piu` oltre non discerno.
+
+Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
+
+Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
+ vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da se' produce.
+
+Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno;
+ libero, dritto e sano e` tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+per ch'io te sovra te corono e mitrio>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXVIII
+
+
+Vago gia` di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch'a li occhi temperava il novo giorno,
+
+sanza piu` aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d'ogne parte auliva.
+
+Un'aura dolce, sanza mutamento
+ avere in se', mi feria per la fronte
+ non di piu` colpo che soave vento;
+
+per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u' la prim'ombra gitta il santo monte;
+
+non pero` dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d'operare ogne lor arte;
+
+ma con piena letizia l'ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
+ quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
+
+Gia` m'avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch'io
+ non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
+
+ed ecco piu` andar mi tolse un rio,
+ che 'nver' sinistra con sue picciole onde
+ piegava l'erba che 'n sua ripa uscio.
+
+Tutte l'acque che son di qua piu` monde,
+ parrieno avere in se' mistura alcuna,
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l'ombra perpetua, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi ne' luna.
+
+Coi pie` ristretti e con li occhi passai
+ di la` dal fiumicello, per mirare
+ la gran variazion d'i freschi mai;
+
+e la` m'apparve, si` com'elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond'era pinta tutta la sua via.
+
+<<Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
+ ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+vegnati in voglia di trarreti avanti>>,
+ diss'io a lei, <<verso questa rivera,
+ tanto ch'io possa intender che tu canti.
+
+Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera>>.
+
+Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra se', donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+e fece i prieghi miei esser contenti,
+ si` appressando se', che 'l dolce suono
+ veniva a me co' suoi intendimenti.
+
+Tosto che fu la` dove l'erbe sono
+ bagnate gia` da l'onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+Ella ridea da l'altra riva dritta,
+ trattando piu` color con le sue mani,
+ che l'alta terra sanza seme gitta.
+
+Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, la` 've passo` Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+piu` odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch'allor non s'aperse.
+
+<<Voi siete nuovi, e forse perch'io rido>>,
+ comincio` ella, <<in questo luogo eletto
+ a l'umana natura per suo nido,
+
+maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
+ di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti>>.
+
+<<L'acqua>>, diss'io, <<e 'l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch'io udi' contraria a questa>>.
+
+Ond'ella: <<Io dicero` come procede
+ per sua cagion cio` ch'ammirar ti face,
+ e purghero` la nebbia che ti fiede.
+
+Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace,
+ fe' l'uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr'a lui d'etterna pace.
+
+Per sua difalta qui dimoro` poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambio` onesto riso e dolce gioco.
+
+Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno
+ l'essalazion de l'acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+a l'uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salio verso 'l ciel tanto,
+ e libero n'e` d'indi ove si serra.
+
+Or perche' in circuito tutto quanto
+ l'aere si volge con la prima volta,
+ se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto,
+
+in questa altezza ch'e` tutta disciolta
+ ne l'aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch'e` folta;
+
+e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l'aura impregna,
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+e l'altra terra, secondo ch'e` degna
+ per se' e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtu` diverse legna.
+
+Non parrebbe di la` poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s'appiglia.
+
+E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se', d'ogne semenza e` piena,
+ e frutto ha in se' che di la` non si schianta.
+
+L'acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch'acquista e perde lena;
+
+ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant'ella versa da due parti aperta.
+
+Da questa parte con virtu` discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
+
+Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato
+ Eunoe` si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non e` gustato:
+
+a tutti altri sapori esto e` di sopra.
+ E avvegna ch'assai possa esser sazia
+ la sete tua perch'io piu` non ti scuopra,
+
+darotti un corollario ancor per grazia;
+ ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+Quelli ch'anticamente poetaro
+ l'eta` de l'oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+Qui fu innocente l'umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare e` questo di che ciascun dice>>.
+
+Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
+ a' miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avean l'ultimo costrutto;
+
+poi a la bella donna torna' il viso.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXIX
+
+
+Cantando come donna innamorata,
+ continuo` col fin di sue parole:
+ 'Beati quorum tecta sunt peccata!'.
+
+E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disiando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+allor si mosse contra 'l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch'a levante mi rendei.
+
+Ne' ancor fu cosi` nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>.
+
+Ed ecco un lustro subito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+Ma perche' 'l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, piu` e piu` splendeva,
+ nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'.
+
+E una melodia dolce correva
+ per l'aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fe' riprender l'ardimento d'Eva,
+
+che la` dove ubidia la terra e 'l cielo,
+ femmina, sola e pur teste' formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+sotto 'l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e piu` lunga fiata.
+
+Mentr'io m'andava tra tante primizie
+ de l'etterno piacer tutto sospeso,
+ e disioso ancora a piu` letizie,
+
+dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fe' l'aere sotto i verdi rami;
+ e 'l dolce suon per canti era gia` inteso.
+
+O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami.
+
+Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranie m'aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+Poco piu` oltre, sette alberi d'oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
+
+ma quand'i' fui si` presso di lor fatto,
+ che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+la virtu` ch'a ragion discorso ammanna,
+ si` com'elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare 'Osanna'.
+
+Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ piu` chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
+ che si movieno incontr'a noi si` tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+La donna mi sgrido`: <<Perche' pur ardi
+ si` ne l'affetto de le vive luci,
+ e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>.
+
+Genti vid'io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua gia` mai non fuci.
+
+L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s'io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a se' l'aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+si` che li` sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
+
+Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+Sotto cosi` bel ciel com'io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+Tutti cantavan: <<Benedicta tue
+ ne le figlie d'Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!>>.
+
+Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l'altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+si` come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+A descriver lor forme piu` non spargo
+ rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
+ tanto ch'a questa non posso esser largo;
+
+ma leggi Ezechiel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch'a le penne
+ Giovanni e` meco e da lui si diparte.
+
+Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, triunfale,
+ ch'al collo d'un grifon tirato venne.
+
+Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ si` ch'a nulla, fendendo, facea male.
+
+Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d'oro avea quant'era uccello,
+ e bianche l'altre, di vermiglio miste.
+
+Non che Roma di carro cosi` bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+quel del Sol che, sviando, fu combusto
+ per l'orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l'una tanto rossa
+ ch'a pena fora dentro al foco nota;
+
+l'altr'era come se le carni e l'ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve teste' mossa;
+
+e or parean da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
+
+Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
+
+Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+L'un si mostrava alcun de' famigliari
+ di quel sommo Ipocrate che natura
+ a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari;
+
+mostrava l'altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fe' paura.
+
+Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+E questi sette col primaio stuolo
+ erano abituati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facean brolo,
+
+anzi di rose e d'altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da' cigli.
+
+E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s'udi`, e quelle genti degne
+ parvero aver l'andar piu` interdetto,
+
+fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXX
+
+
+Quando il settentrion del primo cielo,
+ che ne' occaso mai seppe ne' orto
+ ne' d'altra nebbia che di colpa velo,
+
+e che faceva li` ciascun accorto
+ di suo dover, come 'l piu` basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+fermo s'affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra 'l grifone ed esso,
+ al carro volse se' come a sua pace;
+
+e un di loro, quasi da ciel messo,
+ 'Veni, sponsa, de Libano' cantando
+ grido` tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ 'Manibus, oh, date lilia plenis!'.
+
+Io vidi gia` nel cominciar del giorno
+ la parte oriental tutta rosata,
+ e l'altro ciel di bel sereno addorno;
+
+e la faccia del sol nascere ombrata,
+ si` che per temperanza di vapori
+ l'occhio la sostenea lunga fiata:
+
+cosi` dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giu` dentro e di fori,
+
+sovra candido vel cinta d'uliva
+ donna m'apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+E lo spirito mio, che gia` cotanto
+ tempo era stato ch'a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+sanza de li occhi aver piu` conoscenza,
+ per occulta virtu` che da lei mosse,
+ d'antico amor senti` la gran potenza.
+
+Tosto che ne la vista mi percosse
+ l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto
+ prima ch'io fuor di puerizia fosse,
+
+volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli e` afflitto,
+
+per dicere a Virgilio: 'Men che dramma
+ di sangue m'e` rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l'antica fiamma'.
+
+Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
+ di se', Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die'mi;
+
+ne' quantunque perdeo l'antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+<<Dante, perche' Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non pianger ancora;
+ che' pianger ti conven per altra spada>>.
+
+Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l'incora;
+
+in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessita` qui si registra,
+
+vidi la donna che pria m'appario
+ velata sotto l'angelica festa,
+ drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
+
+Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+regalmente ne l'atto ancor proterva
+ continuo` come colui che dice
+ e 'l piu` caldo parlar dietro reserva:
+
+<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d'accedere al monte?
+ non sapei tu che qui e` l'uom felice?>>.
+
+Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
+ tanta vergogna mi gravo` la fronte.
+
+Cosi` la madre al figlio par superba,
+ com'ella parve a me; perche' d'amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di subito 'In te, Domine, speravi';
+ ma oltre 'pedes meos' non passaro.
+
+Si` come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d'Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+poi, liquefatta, in se' stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ si` che par foco fonder la candela;
+
+cosi` fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi 'l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?',
+
+lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi usci` del petto.
+
+Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole cosi` poscia:
+
+<<Voi vigilate ne l'etterno die,
+ si` che notte ne' sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+onde la mia risposta e` con piu` cura
+ che m'intenda colui che di la` piagne,
+ perche' sia colpa e duol d'una misura.
+
+Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ma per larghezza di grazie divine,
+ che si` alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste la` non van vicine,
+
+questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtualmente, ch'ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro
+ si fa 'l terren col mal seme e non colto,
+ quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro.
+
+Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte volto.
+
+Si` tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+Quando di carne a spirto era salita
+ e bellezza e virtu` cresciuta m'era,
+ fu' io a lui men cara e men gradita;
+
+e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+Ne' l'impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai; si` poco a lui ne calse!
+
+Tanto giu` cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran gia` corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+Per questo visitai l'uscio d'i morti
+ e a colui che l'ha qua su` condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Lete' si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+di pentimento che lagrime spanda>>.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXI
+
+
+<<O tu che se' di la` dal fiume sacro>>,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m'era paruto acro,
+
+ricomincio`, seguendo sanza cunta,
+ <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta>>.
+
+Era la mia virtu` tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+Poco sofferse; poi disse: <<Che pense?
+ Rispondi a me; che' le memorie triste
+ in te non sono ancor da l'acqua offense>>.
+
+Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa la sua corda e l'arco,
+ e con men foga l'asta il segno tocca,
+
+si` scoppia' io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allento` per lo suo varco.
+
+Ond'ella a me: <<Per entro i mie' disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di la` dal qual non e` a che s'aspiri,
+
+quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti cosi` spogliar la spene?
+
+E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?>>.
+
+Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+Piangendo dissi: <<Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che 'l vostro viso si nascose>>.
+
+Ed ella: <<Se tacessi o se negassi
+ cio` che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+Ma quando scoppia de la propria gota
+ l'accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge se' contra 'l taglio la rota.
+
+Tuttavia, perche' mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perche' altra volta,
+ udendo le serene, sie piu` forte,
+
+pon giu` il seme del piangere e ascolta:
+ si` udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+Mai non t'appresento` natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch'io
+ rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
+
+e se 'l sommo piacer si` ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era piu` tale.
+
+Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar piu` colpo, o pargoletta
+ o altra vanita` con si` breve uso.
+
+Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta>>.
+
+Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e se' riconoscendo e ripentuti,
+
+tal mi stav'io; ed ella disse: <<Quando
+ per udir se' dolente, alza la barba,
+ e prenderai piu` doglia riguardando>>.
+
+Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ch'io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l'argomento.
+
+E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersion l'occhio comprese;
+
+e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch'e` sola una persona in due nature.
+
+Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi piu` se' stessa antica,
+ vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
+
+Di penter si` mi punse ivi l'ortica
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica.
+
+Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi,
+ la donna ch'io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>.
+
+Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l'acqua lieve come scola.
+
+Quando fui presso a la beata riva,
+ 'Asperges me' si` dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
+
+La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
+
+Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di la`, che miran piu` profondo>>.
+
+Cosi` cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+Disser: <<Fa che le viste non risparmi;
+ posto t'avem dinanzi a li smeraldi
+ ond'Amor gia` ti trasse le sue armi>>.
+
+Mille disiri piu` che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
+
+Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in se' star queta,
+ e ne l'idolo suo si trasmutava.
+
+Mentre che piena di stupore e lieta
+ l'anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di se', di se' asseta,
+
+se' dimostrando di piu` alto tribo
+ ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>,
+ era la sua canzone, <<al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, si` che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele>>.
+
+O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l'ombra
+ si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ la` dove armonizzando il ciel t'adombra,
+
+quando ne l'aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXII
+
+
+Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m'eran tutti spenti.
+
+Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler - cosi` lo santo riso
+ a se' traeli con l'antica rete! -;
+
+quando per forza mi fu volto il viso
+ ver' la sinistra mia da quelle dee,
+ perch'io udi' da loro un <<Troppo fiso!>>;
+
+e la disposizion ch'a veder ee
+ ne li occhi pur teste' dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fee.
+
+Ma poi ch'al poco il viso riformossi
+ (e dico 'al poco' per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorioso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e se' gira col segno,
+ prima che possa tutta in se' mutarsi;
+
+quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+Indi a le rote si tornar le donne,
+ e 'l grifon mosse il benedetto carco
+ si`, che pero` nulla penna crollonne.
+
+La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fe' l'orbita sua con minore arco.
+
+Si` passeggiando l'alta selva vota,
+ colpa di quella ch'al serpente crese,
+ temprava i passi un'angelica nota.
+
+Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Beatrice scese.
+
+Io senti' mormorare a tutti <<Adamo>>;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
+
+La coma sua, che tanto si dilata
+ piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi
+ ne' boschi lor per altezza ammirata.
+
+<<Beato se', grifon, che non discindi
+ col becco d'esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi>>.
+
+Cosi` dintorno a l'albero robusto
+ gridaron li altri; e l'animal binato:
+ <<Si` si conserva il seme d'ogne giusto>>.
+
+E volto al temo ch'elli avea tirato,
+ trasselo al pie` de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lascio` legato.
+
+Come le nostre piante, quando casca
+ giu` la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che 'l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+men che di rose e piu` che di viole
+ colore aprendo, s'innovo` la pianta,
+ che prima avea le ramora si` sole.
+
+Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta
+ l'inno che quella gente allor cantaro,
+ ne' la nota soffersi tutta quanta.
+
+S'io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro;
+
+come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com'io m'addormentai;
+ ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
+
+Pero` trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo
+ del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>.
+
+Quali a veder de' fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetue nozze fa nel cielo,
+
+Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+e videro scemata loro scuola
+ cosi` di Moise` come d'Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+tal torna' io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
+
+E tutto in dubbio dissi: <<Ov'e` Beatrice?>>.
+ Ond'ella: <<Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
+ con piu` dolce canzone e piu` profonda>>.
+
+E se piu` fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, pero` che gia` ne li occhi m'era
+ quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
+
+Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata li` del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+In cerchio le facean di se' claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
+
+<<Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo e` romano.
+
+Pero`, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di la`, fa che tu scrive>>.
+
+Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d'i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
+
+Non scese mai con si` veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che piu` va remoto,
+
+com'io vidi calar l'uccel di Giove
+ per l'alber giu`, rompendo de la scorza,
+ non che d'i fiori e de le foglie nove;
+
+e feri` 'l carro di tutta sua forza;
+ ond'el piego` come nave in fortuna,
+ vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
+
+Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del triunfal veiculo una volpe
+ che d'ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
+
+Poscia per indi ond'era pria venuta,
+ l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca
+ del carro e lasciar lei di se' pennuta;
+
+e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce usci` del cielo e cotal disse:
+ <<O navicella mia, com'mal se' carca!>>.
+
+Poi parve a me che la terra s'aprisse
+ tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro su` la coda fisse;
+
+e come vespa che ritragge l'ago,
+ a se' traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
+ che piu` tiene un sospir la bocca aperta.
+
+Trasformato cosi` 'l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
+
+Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m'apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+e come perche' non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e baciavansi insieme alcuna volta.
+
+Ma perche' l'occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagello` dal capo infin le piante;
+
+poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+Purgatorio: Canto XXXIII
+
+
+'Deus, venerunt gentes', alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+e Beatrice sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava si` fatta, che poco
+ piu` a la croce si cambio` Maria.
+
+Ma poi che l'altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pe`,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+'Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me'.
+
+Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo se', solo accennando, mosse
+ me e la donna e 'l savio che ristette.
+
+Cosi` sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>,
+ mi disse, <<tanto che, s'io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>.
+
+Si` com'io fui, com'io dovea, seco,
+ dissemi: <<Frate, perche' non t'attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?>>.
+
+Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti.
+
+avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: <<Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono>>.
+
+Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ si` che non parli piu` com'om che sogna.
+
+Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
+ fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+Non sara` tutto tempo sanza reda
+ l'aguglia che lascio` le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ch'io veggio certamente, e pero` il narro,
+ a darne tempo gia` stelle propinque,
+ secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
+
+nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, ancidera` la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
+
+ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+Tu nota; e si` come da me son porte,
+ cosi` queste parole segna a' vivi
+ del viver ch'e` un correre a la morte.
+
+E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch'e` or due volte dirubata quivi.
+
+Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l'uso suo la creo` santa.
+
+Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e piu` l'anima prima
+ bramo` colui che 'l morso in se' punio.
+
+Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e si` travolta ne la cima.
+
+E se stati non fossero acqua d'Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
+ conosceresti a l'arbor moralmente.
+
+Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ si` che t'abbaglia il lume del mio detto,
+
+voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che 'l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto>>.
+
+E io: <<Si` come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato e` or da voi lo mio cervello.
+
+Ma perche' tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disiata vola,
+ che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?>>.
+
+<<Perche' conoschi>>, disse, <<quella scuola
+ c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come puo` seguitar la mia parola;
+
+e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che piu` alto festina>>.
+
+Ond'io rispuosi lei: <<Non mi ricorda
+ ch'i' straniasse me gia` mai da voi,
+ ne' honne coscienza che rimorda>>.
+
+<<E se tu ricordar non te ne puoi>>,
+ sorridendo rispuose, <<or ti rammenta
+ come bevesti di Lete` ancoi;
+
+e se dal fummo foco s'argomenta,
+ cotesta oblivion chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude>>.
+
+E piu` corusco e con piu` lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e la`, come li aspetti, fassi
+
+quando s'affisser, si` come s'affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
+
+Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri
+ veder mi parve uscir d'una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+<<O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua e` questa che qui si dispiega
+ da un principio e se' da se' lontana?>>.
+
+Per cotal priego detto mi fu: <<Priega
+ Matelda che 'l ti dica>>. E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+la bella donna: <<Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l'acqua di Lete` non gliel nascose>>.
+
+E Beatrice: <<Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+Ma vedi Eunoe` che la` diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se' usa,
+ la tramortita sua virtu` ravviva>>.
+
+Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che e` per segno fuor dischiusa;
+
+cosi`, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: <<Vien con lui>>.
+
+S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio
+ da scrivere, i' pur cantere' in parte
+ lo dolce ber che mai non m'avria sazio;
+
+ma perche' piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte.
+
+Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto si` come piante novelle
+ rinnovellate di novella fronda,
+
+puro e disposto a salire alle stelle.
+
+
+
+
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+End of this Project Gutenberg E-text of
+Divina Commedia di Dante: Purgatorio [7-bit text]
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