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+The Project Gutenberg EBook of La fantesca, by Giambattista Della Porta
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: La fantesca
+
+Author: Giambattista Della Porta
+
+Release Date: August 31, 2009 [EBook #29872]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FANTESCA ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
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+ GIAMBATTISTA DELLA PORTA
+
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+
+ LE COMMEDIE
+
+
+ A CURA
+ DI
+ VINCENZO SPAMPANATO
+
+
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
+
+ 1910
+
+
+
+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA
+
+
+ AGOSTO MCMX -- 25353
+
+
+
+
+ LA FANTESCA
+
+
+
+
+ LA «GELOSIA» FA IL PROLOGO.
+
+So ben ch'ogniun di voi che mi vedrá cosí vestita di giallo, con
+faccia cosí pallida e macilente, con gli occhi sbigottiti e fitti in
+dentro e co' giri d'intorno lividi, con questi faci, serpi e stimoli
+in mano, desidererá saper chi sia e a che fin qui comparsa,
+rappresentandosi agli occhi vostri piú tosto una sembianza tragica e
+mostruosa che convenevole a' giochi e feste della comedia che
+aspettavate. Né io arei avuto ardir comparir in questa scena, se
+anticamente non vi fussero comparsi i Lari, gli Arturi, i Sileni, la
+Lussuria e la Povertá, e se l'amor che porto a queste mie carissime
+gentildonne non mi avesse fatto romper tutti gli ordini e le leggi.
+Dirò chi sia e a che fin qui comparsa. Io son la Gelosia.
+
+Ma oimè! che in sentirmi nominare, tutte queste mie nobilissime
+signore si sono sbigottite e conturbate e hanno annubilato il sereno
+di lor begli occhi come avessero inteso qualche cosa orribile e
+paventosa, chiamandomi tòsco e veleno di cuori, peste infernale e
+conturbatrice de' piaceri, e che io finalmente impoverisca e conturbi
+tutto il regno di Amore. Orsú, lasciate l'odio e lo sdegno da parte,
+ascoltate le mie ragioni, che vedrete che non ha amor cosa né piú
+soave né piú degna di me. Dite, di grazia, che cosa è amore? Non è
+altro che desiderio di possedere e di fruire la cosa amata: e che sia
+vero, non vedete i vostri amanti i quali, per venire a questo ultimo
+fine, vi amano, vi servono e vi adorano, e per voi spendono la robba,
+la vita e l'onore? Ma, dopo aver acquistato il vostro amore, non
+vedete che quel desiderio a poco a poco viene ad intepidirsi, a
+raffreddarsi, anzi a spegnersi in tutto? Questo è vizio della umana
+natura: che le cose possedute sogliono rincrescere e le vietate esser
+desiderate. Agli amanti, dopo conseguito l'effetto, manca l'affetto;
+in voi, conceduto l'effetto, piú cresce l'affetto. Or considerate,
+signore mie care--se pur è alcuna fra voi che l'abbia provato,--che
+dispiacer sente quella poveretta, quando dopo tanti prieghi, o spinta
+da pari ardore o da vera pietade, gli fa dono dell'amor suo, e quando
+stima che l'amor debba crescere, quello veggia scemarsi, annullarsi,
+anzi in odio convertirsi? So che alcuna per non poter soffrir tanto
+martello, o col veleno o co' ferri o col precipitarsi in un pozzo, ha
+dato fine a sí acerbi dolori. Or ecco l'arte mia, ecco l'aiuto che vi
+porgo.
+
+Primo, a questi svogliati gli propongo un rivale e gli lo depingo di
+maggior valore di lui; poi, subito gli avento al petto una di queste
+serpi, le quali scorrendogli per lo core, lo riempiono di gielo e di
+veleno; appresso, sottentro con queste faci accese nel foco tartareo e
+l'accendo di fiamme cocenti e ardentissime, e di passo in passo lo
+pungo con questi chiodi, coltelli e stimoli: talché in poco spazio di
+tempo gli riduco non solo ne' primi amori, ma piú tosto in rabie e
+furori e nella forma che voi mi vedete. Cosí piú ardenti e piú bramosi
+che mai, vi si buttano dinanzi a' piedi, a chiedervi perdono delle
+offese fattevi e desiar i vostri favori; e rinovellasi l'amore.
+
+Perché pensate voi che ne piaccia la primavera se non per gli freddi,
+per gli venti e per gli ghiacci passati? perché la pace se non per i
+passati travagli della guerra? perché i cibi piú saporiti se non per
+il digiuno e per la fame? Non si conosce la felicitá se non si prova
+prima la miseria. Io dunque col fargli provar queste pene cosí
+pungenti e acerbe, gli fo saper i gusti piú suavi e piú dolci. Vi
+porgo ancora un altro aiuto. Essendo la scortesia dell'amato troppo
+superba e villana e ch'io non basto ad addolcirla, adopro questo
+compagno che vien sempre meco. Questi è lo Sdegno, armato sempre di
+orgoglio e di furore; questi subito abbatte ed estingue l'amore, e vi
+guarisce affatto e vi rende di modo come se non mai piú l'aveste
+udito; questi sol vince amore: vedete come preso e incatenato lo
+tragge nel suo trionfo.
+
+Ecco ch'io non son quella che pensavate, ma son vostra amica; e io
+rinuovo e accresco i vostri diletti. Voi ne avete l'essempio in questa
+comedia. Una fantesca gelosa di un'altra fantesca, perché l'ha tolto
+il padrone ch'era suo innamorato, divien piú ardente al servire. La
+moglie è gelosa del marito per questa fantesca, onde piú l'ama e lo
+guarda. Questa fantesca che dá gelosia a tanti, è avelenata da gelosia
+di un forastiero romano, e per me divien piú sollecita a procurar le
+sue nozze. Ecco qui le due fantesche che per gelosia se azzuffano
+insieme: cominciate a veder le mie prove, e lodate sempre la Gelosia.
+
+
+
+ PERSONE DELLA COMEDIA
+
+ NEPITA fantesca
+ ESSANDRO giovane, sotto abito e nome di Fioretta fantesca
+ CLERIA giovane innamorata
+ GERASTO vecchio
+ PANURGO servo di Essandro
+ FACIO dottor di legge
+ ALESSIO giovane
+ PELAMATTI servo
+ SANTINA moglie di Gerasto
+ MORFEO parasito
+ GRANCHIO servo di Narticoforo
+ NARTICOFORO pedante
+ Speciale
+ Capitan DANTE spagnuolo
+ Capitan PANTALEONE spagnuolo
+ APOLLIONE vecchio
+ TOFANO servo.
+
+La scena dove si rappresenta la favola è Napoli.
+
+
+
+
+ATTO I.
+
+
+SCENA I.
+
+NEPITA, ESSANDRO sotto nome e abito di Fioretta fantesca.
+
+
+NEPITA. Non può esser mai pace in una famiglia, quando vi capita
+qualche fantesca di cattiva condizione. Da che ha posto piede in casa
+questa maladetta Fioretta, non ci è stata piú ora di bene. È stata
+mezana tra Cleria mia figliana e uno Essandro suo parente, che l'ha
+ridotta a divenir pazza e a menar vita da disperata; s'è attaccata a
+far l'amor col padron vecchio, e ha posto tanta gelosia tra lui e la
+moglie che stiamo tutti in scompiglio; l'ha tolto a me, che pur
+qualche voltarella mi recreava, di che mi scoppia il cuor di gelosia.
+Ma dove mi sei sparita dagli occhi, mona Fioretta? Mi vai tutto il
+giorno passeggiando con i guanti alle mani come una gentildonna: cosí
+si serve? cosí si mangia il pan d'altri, eh?
+
+ESSANDRO. Nepita, come tu sei stracca di travagliar te stessa, attendi
+a travagliar gli altri: giocherei che non sai quel che vogli o non
+vogli.
+
+NEPITA. Voglio che ti scalzi i guanti, vadi a lavar le scudelle, a
+nettar le pignate, a vôtar i destri e a far gli altri servigi di casa,
+intendi?
+
+ESSANDRO. Cleria padrona mi ha invitata per i suoi servigi.
+
+NEPITA. Son scuse tue. T'arai data la posta con qualche famigliaccio
+da stalla e or lo vai a trovar cosí mattino.
+
+ESSANDRO. Misuri gli altri con la tua misura. Questa arte dovevi far
+tu, quando eri giovane.
+
+NEPITA. E ti par dunque ch'or sia vecchia?
+
+ESSANDRO. Mi par, no; lo tengo per certo, sí.
+
+NEPITA. Dunque hai per certo che sia vecchia?
+
+ESSANDRO. Tu stessa il dici.
+
+NEPITA. Menti per la gola: odoro piú io morta che tu non puzzi viva, e
+a tuo dispetto son piú aggraziata di te.
+
+ESSANDRO. Io non son bella né mi curo d'esserci, e mi contento come mi
+fece Iddio.
+
+NEPITA. Se tu ti contentassi come ti fece Dio, non consumaresti tutto
+il giorno ad incalcinarti la faccia e a dipingerlati di magra, e col
+vetro o col fil torto trarti i peli del mustaccio. Or puossi dir
+peggio che femina barbuta? Poi hai una voce rauca, che par ch'abbi
+gridato alle cornacchie. Sfacciata che sei!
+
+ESSANDRO. Questa arte m'hai tu forzata a farla, e non devresti
+ingiuriarmi di cosa di che tu sei stata cagione.
+
+NEPITA. Mira con quanta superbia mi favella e mi viene con le dita
+sugli occhi ancora! Pensi che sia alcuna ricolta dal fango e non si
+sappi donde mi sia, come tu sei?
+
+ESSANDRO. Nepita, tu hai altro con me e mi vai cosí aggirando il capo.
+
+NEPITA. Poiché siam venute su questo, vo' che il dica: se non, che ci
+daremo infino a tanto delle pugna che ne sputiamo i denti.
+
+ESSANDRO. Ti duoli di me che t'abbi tolto il padron vecchio Gerasto,
+che prima era tuo innamorato.
+
+NEPITA. Oh, lo dicesti pure!
+
+ESSANDRO. Ma se tu sapessi la cosa come va, non mi porteresti tanto
+odio, non aresti gelosia di me e m'amaresti come amo io te.
+
+NEPITA. Io non ho gelosia di fatti tuoi. Ma se questo fusse....
+
+ESSANDRO. Se prometti tenermi secreta e aiutarmi, oh quanto sería
+meglio per te!
+
+NEPITA. Che mi vuoi far vedere, che sei vergine?
+
+ESSANDRO. Ti scoprirò cosa che non pensasti mai.
+
+NEPITA. Piglia da me ogni sicurezza che vuoi.
+
+ESSANDRO. Ma avèrti che son cose d'importanza, non da pugne ma da
+pugnali, e importa l'onor di tua figliana.
+
+NEPITA. Parla presto, non mi far stare piú sospesa, non mi far
+consumare.
+
+ESSANDRO. Prestami l'orecchia.
+
+NEPITA. Eccole tutt'e due, te siano donate.
+
+ESSANDRO. Tu pensi ch'io sia femina, e io son maschio.
+
+NEPITA. E può esser questo vero?
+
+ESSANDRO. Come ascolti, e si può toccar la veritá con la mano.
+
+NEPITA. Come non m'hai fatto prima toccar con la mano questa veritá?
+
+ESSANDRO. Non son còlto dal fango o dalla vil feccia del populazzo,
+come tu dici; ch'io son genovese. E se ben devrei tacer la famiglia
+per non macchiar lo splendor di tanta nobiltá con la mia mattezza, pur
+vo' scoprirlati. Son di Fregosi.
+
+NEPITA. Perché in questo abito? che util cavi di questa pazzia?
+
+ESSANDRO. Lo saprai, se m'ascolti. Fuggendo di Roma di casa di mio zio
+Apollione che, per non esser ito alla scuola, promise battermi, me ne
+venni qui in Napoli dove, appena giunto, Amor mostrandomi Cleria, la
+tua figliana, al suo primo apparir ricevei con tanta forza le sue
+divine bellezze nel cuore, che altro contento non arei potuto desiar
+in questa vita che vedermi sazi pur una volta gli occhi di mirarla.
+Prima feci ogni sforzo a me stesso per distormi da tal pensiero, ma
+tutto fu vano; ché il male era tanto impresso nel vivo che ogni
+rimedio faceva contrario effetto, piú accresceva la doglia e piú
+inacerbiva le piaghe. Onde per non morirmi di passione, poiché l'esser
+sbarbato mi porgeva la comoditá, mi vestii da femina e m'introdussi a
+servir questa casa....
+
+NEPITA. Chi ti consigliò questo? chi ti diè tanta audacia?
+
+ESSANDRO. Amor mi fu consigliero, Amor mi diè l'ardimento e di sua
+mano mi pose questo abito adosso, Amor mi fe' il sensale e mi condusse
+a servirla.
+
+NEPITA. O Dio, che cosa ascolto!
+
+ESSANDRO.... Entrato che fui dentro, tu ben sai con quanta diligenza
+abbi servito la casa, e principalmente la mia divina padrona; sí che
+in poco spazio di tempo le son divenuto cosí grato che sempre ragiona
+meco: m'ha scoverto tutti i suoi segreti e postomi tutte le sue cose
+in mano, non vuole che altri la spogli e la lavi, mi bacia e mi fa
+tante carezze che, se fossi nella mia forma, non le saprei desiderar
+maggiori....
+
+NEPITA. Dunque sei giunto a quanto desiavi, sei felicissimo.
+
+ESSANDRO.... Ahi, che non fussi mai stato! Ho fatto come l'infermo che
+sempre appetisce quel che gli nòce. Pensava io miserello che,
+accostandomi a quello incendio onde tutto brugiava, la mia focosa
+brama fusse estinta; ma io mi sento piú acceso che mai. Son avampato
+di sorte che non fu mai fiamma, combattuta da venti, cosí ardente come
+questa alma. Ardo nel fuoco ch'io medesimo m'ho fatto, e come fenice
+mi rinuovo nella mia fiamma. Or conosco che di tutti gli umani
+desideri solo l'amoroso è insaziabile. Onde, avendo gustato cosí
+dolcissima donna, mi par impossibile il poter vivere senza lei....
+
+NEPITA. Dunque l'hai gustata, eh?
+
+ESSANDRO. Dunque non si può gustare senza conoscerla?
+
+NEPITA. Come hai potuto contenerti?
+
+ESSANDRO.... Io, vedendo ch'ella era vergine e che non sentiva ancora
+di cose di amore, dubitai che, scoprendomele, l'avesse manifestato a
+suo padre o madre che m'avessero scacciato di casa, e la mia temeritá
+m'avesse posto a rischio di farmi perdere tanto bene. Mi parve piú
+sicuro soffrire e godere quanto poteva. Anzi, alcuna volta veggendola
+star allegra, volli scoprirle ch'io era uomo e l'inganno che aveva
+usato per servirla; ma delle parole, che prima m'avea preparate
+attissime a manifestarle il mio stato, parte vituperava e parte
+mutava; alfin, avampato di rossore, restava mutolo. Ed ella mi pregava
+che finisse il ragionamento, non pensando dove avesse a riuscire.
+
+NEPITA. Sei stato un bel grosso a non manifestarti!
+
+ESSANDRO. Anzi niuna cosa mi fe' restio se non l'esser stimato da lei
+per un grosso.
+
+NEPITA. Non dubitar che alle donne piacciono piú questi uomini di
+grosso ingegno che quelli di delicato e sottile, per esser troppo
+fastidio a trattar con loro che nel piú bel maneggiargli o si torcono
+o si spezzano. Ma come ponno star insieme due cose contrarie? se tu
+sei innamorato di Cleria, come sei ruffiano di Essandro, quel tuo
+parente?
+
+ESSANDRO. Or saprai il tutto.... Stando in questi dubbi, Amor che non
+lascia mai perir i suoi seguaci, mi scoverse un modo come avessi
+potuto sicuramente tentar l'animo e il suo onesto proponimento. Un
+giorno mi mandò per un suo servigio, tardai molto, mi domandò la
+cagione. Le dissi che avea incontrato un mio fratello nato meco ad un
+parto che tutto rassomigliava a me, che l'avea lasciato picciolo in
+Roma e or servea per paggio al viceré; e glie lo dipinsi tanto
+grazioso che a lei venne desiderio di vederlo. Come la viddi ben
+accesa, e me ne pregò molte volte, me n'andai a casa di Panurgo mio
+servo che trattengo in una osteria; e vestitomi delle mie vesti da
+maschio, passeggiandole intorno la casa, conobbi chiaramente ch'ella
+non poco godeva della mia vista. Mi spoglio le vesti da maschio, mi
+rivesto la gonna e torno a casa. Giunto, mi butta le braccia al collo
+e mi dá mille baci, dicendo che mentre baciava me, le pareva di baciar
+mio fratello....
+
+NEPITA. La povera figlia diceva il vero, non s'ingannava. Alfine?
+
+ESSANDRO....Alfin mi scuopre ch'era innamorata di lui e che la sua
+pena era indicibile, e mi priega che gli porti alcune ambasciate e
+presentucci; e io, tutte le risposte che piacevano a me, glie le
+diceva da parte di mio fratello.
+
+NEPITA. Io non ho inteso al mondo mai la piú bella istoria: orsú, che
+pensi di fare?
+
+ESSANDRO. Or io vedendo che la barba tuttavia spunta fuori, come hai
+tu detto, non posso star piú nascosto in questo abito; e il peggio è
+che Gerasto, il padron vecchio, è cosí sconciamente innamorato di me
+che fa le pazzie. Tu lo sai: non mi incontra mai sola per la casa che
+alla sfuggita non mi tocchi e solletichi. O Dio, a che pericolo mi
+trovai! che pensiero sarebbe stato il mio, se trovato altro di quel
+che pensava!...
+
+NEPITA. Ah, ah, ah, con quanto piacere ascolto questo!
+
+ESSANDRO.... Onde oggi ho proposto venirci da maschio, scoprirle i
+miei secreti e, se m'accetta per sposo, avisarne mio zio e farla
+chiedere legitimamente per sposa; ché come Gerasto sará informato
+ch'io mi sia, me la concederá davantaggio.
+
+NEPITA. Certo che mi è caro, ché m'affliggeva il cuore veder patire
+quella povera figlia. Le vengono alle volte certi svenimenti di cuore,
+che par che si muoia: ti porta tanto amore che avanza ogni meraviglia.
+Or credo che sei de' Fregosi, poiché l'hai posta in tanta frega.
+
+ESSANDRO. Or la fede che ho avuta in te, di averti scoverto quei
+secreti che fin qui non ho confidato con niuno, ti obliga ad essermi
+fedele; ché conseguito il matrimonio, farò che le leggi della nobiltá
+abbino quella forza in me che aver denno. Io ho un servo in casa, che
+ha gambe sotto cosí robuste ch'è buon per caminare quattro e cinque
+miglia per ora, come tu proprio vorresti: te lo darò per marito, e
+serai madre di mia moglie e padrona della casa.
+
+NEPITA. Ne vedrai la prova, che d'oggi innanzi m'adoprerò in tuo aiuto
+con ogni modo possibile.
+
+ESSANDRO. Tuo ufficio sará d'aiutarmi, poiché cosí speranza me ne dai.
+
+NEPITA. Ma, per parlarti alla libera, non posso credere che tu sia
+maschio.
+
+ESSANDRO. Credilo, che è cosí.
+
+NEPITA. Giamai credei a parole.
+
+ESSANDRO. Dunque, nol credi?
+
+NEPITA. No, che voi giovani vi dilettate di dar la baia: però bisogna
+prima chiarirsene e poi credere.
+
+ESSANDRO. Farò che lo vedrai.
+
+NEPITA. E questi che fan le bagattelle, pur fan veder molte cose che
+non sono.
+
+ESSANDRO. Farò che tocchi la veritá con le mani.
+
+NEPITA. Or questo è altra cosa.
+
+ESSANDRO. Va' e dille che si facci su la fenestra, ché vuol
+ragionarmi, e a questo effetto sono qui fuora.
+
+NEPITA. Volentieri.
+
+ESSANDRO. Col fidarmi di costei, ho fatto duo buoni effetti: toltomi
+dinanzi lei, che era la maggior nemica che avessi in questa casa, e
+adesso, come consapevole, mi aiutará con la sua fígliana.
+
+
+SCENA II.
+
+CLERIA giovane, ESSANDRO.
+
+
+CLERIA. Fioretta mia, fatti piú in qua, che non m'oda mia madre che
+sta nell'anticamera.
+
+ESSANDRO. Eccomi, signora mia.
+
+CLERIA. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille
+saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho né salute né
+consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E
+se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se
+stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia
+salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima.
+
+ESSANDRO. Appresso?
+
+CLERIA. Che non mi veggio mai sazia d'odiar me stessa per amar lui, e
+che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua
+che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso;
+e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me
+gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d'ogni mio
+desiderio e avendolo eletto per fin d'ogni mio bene.
+
+ESSANDRO. Benissimo.
+
+CLERIA. E digli che s'io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che
+sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l'alimento
+della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché
+mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a
+lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con
+amore a chi l'ama, né con la fede a chi gli è fedele: e non cercando
+vedermi, come posso creder che m'ami?
+
+ESSANDRO. Signora, state sicura ch'egli sempre vi vede.
+
+CLERIA. Mi vede, eh?
+
+ESSANDRO. Vi vede, vi parla, vi tocca e vi sta sempre appresso.
+
+CLERIA. Egli mi tocca e vede? Fioretta, dici da vero?
+
+ESSANDRO. Cosí da vero come vi vedo e tocco io.
+
+CLERIA. Egli mi tocca?
+
+ESSANDRO. Ti abbraccia, ti bacia e ti vede sempre, e ha tanto piacer
+di vederti e di abbracciarti che mai simil ebbe; ed egli si terrebbe
+felicissimo se in quel punto fusse riconosciuto da voi.
+
+CLERIA. Scherzi, eh?
+
+ESSANDRO. Possa morir se scherzo.
+
+CLERIA. Perché dunque non mi si scuopre?
+
+ESSANDRO. Perché dubita.
+
+CLERIA. Di che dubita?
+
+ESSANDRO. Che avendolo forse a male, lo privaste di tanta gioia; e
+s'egli stesse un sol giorno senza vedervi, si morrebbe di ambascia.
+
+CLERIA. Col pensiero forse mi tocca, ch'altrimente non so come possa
+esser vero ch'egli mi tocchi.
+
+ESSANDRO. Dico che vi vede con gli occhi.
+
+CLERIA. Come con gli occhi?
+
+ESSANDRO. Con gli occhi aperti, e vi tocca con le sue mani proprie.
+
+CLERIA. Lo dici per ischerzar meco; né io sarei cosí sciocca o fuori
+di me medema, che veggendomi innanzi e ragionandomi quello che piú
+della propria vita amo, io non lo conoscessi.
+
+ESSANDRO. Anzi, or ora vi vede.
+
+CLERIA. Forse sta nascosto qui intorno?
+
+ESSANDRO. Dico che vi sta innanzi come io, e vi parla come io.
+
+CLERIA. Come può esser questo vero, se qui non veggio niuno altro che
+te, né altri che tu mi parli? Ma dimmi, Fioretta carissima, sai tu
+quanto egli m'ami?
+
+ESSANDRO. V'ama quanto io.
+
+CLERIA. So che tu m'ami, non ne sto in dubbio; ma tu sei mal cambiata
+da me, che ti amo quanto si può, perché mi rassomigli tutta a tuo
+fratello.
+
+ESSANDRO. Anzi piú m'amaresti, se mi conoscessi.
+
+CLERIA. Come non ti conosco? cosí tu conoscessi l'amor che porto a tuo
+fratello, che trovaresti modo di darmi qualche rimedio.
+
+ESSANDRO. O Dio, che non è cosa che piú desii al mondo, che darti
+questo rimedio.
+
+CLERIA. Se ben tu dici cosí, pur ben m'accorgo non essere amata quanto
+merita l'amor mio. Perché se pur alcuna volta passa per qua, lo veggio
+cosí timido e sospettoso, cosí celato il viso nella cappa che par che
+dubbiti di qualche tradimento; e quanto può piú presto, da qui si
+parte, il che mi dá tanto dolore quanto è l'amor che li porto.
+
+ESSANDRO. È giovane, signora: questo è il suo primo amore. Vorrei io
+esser lui, ché conoscendo quella bellezza che in voi singular si
+scuopre, i divini costumi e l'onestá, sí ricco tesoro di grazie, mi
+terrei felicissimo; quando una sol volta fussi mirato da voi, saresti
+osservata e riverita da me, qual si conviene al vostro merito.
+
+CLERIA. Mi vergogno non essere come tu dici, solamente per piacergli.
+Ma se tu fossi lui e t'accorgessi ch'altri ti amassi e si struggesse
+per te, faresti come gli altri uomini, cominciaresti a star in
+contegno, far del re e alzaresti la coda.
+
+ESSANDRO. Avete il torto, signora, far questa stima di me, che non
+alzarei piú la coda di quello che fo al presente o feci per lo
+passato.
+
+CLERIA. Dunque, poiché t'è cosí aperto e nudo il cor mio come la
+fronte, perché non gli manifesti quanto l'amo?
+
+ESSANDRO. Anzi, egli si duole di me che non gli manifesti il suo
+amore: alfin, io sarò la cagione d'ogni male.
+
+CLERIA. Anzi, la radice e fonte d'ogni bene. Va' dunque, Fioretta mia,
+e digli che avendomi comandato che volea ragionarmi, ecco ch'io sono
+apparecchiata;...
+
+ESSANDRO. Andrò volontieri.
+
+CLERIA.... ch'io piango e ch'io muoio....
+
+ESSANDRO. Sará fatto...
+
+CLERIA.... E se m'ama, che venghi presto....
+
+ESSANDRO.... quanto comandate....
+
+CLERIA.... E se mio padre non si contenta darmelo per sposo, digli
+ch'io vo' fuggirmene seco nella fin del mondo.
+
+ESSANDRO.... Volete altro?
+
+CLERIA. Non altro; raccomandamegli strettamente.
+
+ESSANDRO. Entratevene, che vostro padre non vi vegga.
+
+CLERIA. Fa' di modo che tu mi porti bone novelle.
+
+ESSANDRO. Bene.
+
+CLERIA. E se pur non mi trovasse in fenestra, che fischi, ché verrò
+subito.
+
+ESSANDRO. Me ne vo.
+
+CLERIA. Aspetta, aspetta, ascolta questo.
+
+ESSANDRO. Entrate, ché Gerasto vostro padre vien fuora; che non vi
+vegga.
+
+
+SCENA III.
+
+GERASTO vecchio, ESSANDRO.
+
+
+GERASTO. Non è piú infelice vita al mondo di quella d'un vecchio e
+innamorato; ché se la vecchiezza porta seco tutte le infirmitá e
+imperfezioni, amor tutte le doglie e passioni--ch'una di queste non
+bastano diece persone a sostenerle,--or pensate queste due in un sol
+uomo quanti travagli gli ponno dare. Io amo una che, se ben la fortuna
+me la fa serva, la sua bellezza me le fa schiavo; e se ben l'ho in
+casa, n'ho carestia: se l'ho innanzi, non posso mirarla. Son come
+colui che sta dentro l'acqua e si muor di sete, gli pendono i frutti
+sovra la testa e si muor di fame; ché l'arrabbiata cagna di mia moglie
+n'arde di gelosia, non la lascia un sol passo sola per la casa, e se
+si parte, la lascia serrata a chiave in camera con mia figlia. E se
+desio di starmi in casa, a mio dispetto m'è forza di starne fuori. Ma
+eccola qui. Dove si va, Fioretta mia, mio maggio fiorito?
+
+ESSANDRO. Per un servigio della padrona.
+
+GERASTO. Non ti partir, Fioretta mia: lascia che ti miri un poco, se a
+te non è discaro l'esser mirata; e lasciami sfogar cosí parlando teco,
+poiché non posso altro. Tu non sei fiore che nasci a tempo di
+primavera; ma a suo dispetto la primavera nasce dove tu sei. Niun
+fiore può paragonarsi con te, che porti i giacinti negli occhi e i
+gigli nelle carni, e parli rose e spiri gelsomini e fior di naranci.
+
+ESSANDRO. Dove avete lasciati i garofoli?
+
+GERASTO. Perché son troppo palesi in questi tuoi labrucci. E se Dio
+volesse far un re sovra i fiori, non eleggeria altro che te, tante
+sono le tue bellezze.
+
+ESSANDRO. Vo' partirmi.
+
+GERASTO. Férmati un altro poco. Ti ricordo che non senza cagione ti
+han posto nome Fioretta, accioché tu ti accorga che questa tua
+bellezza se ne va come un fiore: la mattina è bello, la sera languido
+e secco. Or che sei nella primavera, sappilo conoscere, che presto
+verrá l'autunno, sfronderai, diverrai secco, e non serai buono né per
+insalata né per salsa.
+
+ESSANDRO. Che vorresti dir per questo?
+
+GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno,
+zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che
+nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele
+che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca.
+
+ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza.
+
+GERASTO. Non dico quel che tu pensi.
+
+ESSANDRO. Né tu pensi quel che dico.
+
+GERASTO. Cosí potessi fartene veder l'esperienza!
+
+ESSANDRO. Cosí io potessi farla vedere a tua figlia!
+
+GERASTO. Che dici di mia figlia?
+
+ESSANDRO. Dico che essendo serva di vostra figlia, mi dovreste amar da
+padre.
+
+GERASTO. T'amo piú di tuo padre assai, e d'altro amor che non farebbe
+tuo padre o fratello.
+
+ESSANDRO. Voi dite cose triste, mi fate vergognare: mi vo' partire.
+
+GERASTO. Fermati, che vo' darti una buona nuova.
+
+ESSANDRO. È qualche veste questa nuova che volete darmi?
+
+GERASTO. Dico, novella la piú lieta che avesti avuto giamai.
+
+ESSANDRO. Ditela, che mi sentiva prorir l'orecchia per ascoltarne
+alcuna.
+
+GERASTO. Son certo che te la raspará, perché ti sará grata. Ma vo' duo
+baci per mancia, che mi sento prorir le labra.
+
+ESSANDRO. Ditela, ché poi ve li darò.
+
+GERASTO. Ho maritata la tua padroncina.
+
+ESSANDRO. Con chi?
+
+GERASTO. Con un giovane romano, ricco, dotto e bellissimo.
+
+ESSANDRO. Chi è questo giovane cosí aventuroso?
+
+GERASTO. Cintio, figliuol di Narticoforo, maestro di scola dottissimo.
+Ci abbiam scritto tante volte che alfin siamo restati d'accordo della
+dote e d'ogni cosa.
+
+ESSANDRO. Come non n'avete fatto parola mai?
+
+GERASTO. Se lo diceva a Santina mia moglie, che è una cicala, sarebbe
+andata cicalando per gli parenti, amici e vicini, e n'arebbe pieno
+Napoli in un'ora; e poi forse non essendo d'accordo, saressimo stati
+burlati da tutti.
+
+ESSANDRO. Quando dunque verran costoro?
+
+GERASTO. Quanto prima, e forse verran oggi che è giornata del
+procaccio.
+
+ESSANDRO. Oimè!
+
+GERASTO. Oh, come sei divenuta pallida! che ti duole?
+
+ESSANDRO. Oimè, il cuore!
+
+GERASTO. E come sará maritata, mariterò ancora te.
+
+ESSANDRO. Mi sento morire, mi sento uscir l'anima!
+
+GERASTO. Su, dammi i baci per la buona nuova.
+
+ESSANDRO. Partetivi, di grazia: ho sentito la padrona in fenestra, e
+credo ne facci la spia.
+
+GERASTO. Io mi parto non cosí mio come tuo; e amami, se ti par che
+l'amor mio lo meriti. Va' e da' questa buona nova a mia figlia, fatti
+dar la mancia e confortala a far la mia volontá. Oh, come sei
+tramortita! sará stato l'allegrezza della nuova che ti ho data? Fatti
+far una fregagione alle gambe, ché non sará nulla.
+
+
+SCENA IV.
+
+ESSANDRO solo.
+
+
+ESSANDRO. Un poco piú che fusse tardato a partirsi, avrebbe veduto le
+lacrime ancora, ché non potea piú ritenerle. Fu tanta la doglia che
+strinse il cuore a questa nuova, che restai tutto conquiso; poi
+rivenuto e riscaldato, m'andò l'umore agli occhi: sento le lacrime,
+eccole cader fuora. O Amor, crudelissimo tiranno, prima ch'io
+conoscessi la libertá, me ne spogliasti; e prima che conoscessi la
+vita, mi facesti provar le tue morti. Mi vendi le tue brevi gioie, le
+tue fuggitive dolcezze a mari di lacrime, a milioni di sospiri, a
+prezzo di lunghi e infiniti affanni. Non mi tacesti provar dolcezza
+mai che non fusse meschiata d'assenzio, né piacere che non vi fusse il
+veleno sotto. In una sol cosa sei giusto, perché usi sempre
+ingiustizia. Con false lusinghe ne lievi fin alle stelle, per farci
+poi conoscere la caduta maggiore: e ché dalla grandezza del bene
+conoscessi l'infinitá del mio male, dal sommo dell'altezza mi abassi
+nel fondo de' fondi della miseria e disperazione. Maladetta sia quella
+altezza che è sol fatta per precipizio, maladette le tue dolcezze e
+maladetto sia tu, Amore, che ne le dái! O Cleria, sommo contento
+dell'anima mia, che farai quando sentirai questa nuova, se pur ami il
+tuo Essandro quanto dimostri d'amare? Tu meco ti querelerai, meco ti
+dorrai e da me cercherai consiglio: e io, misero e isconsigliato, che
+consiglio ti potrò dare? Almeno l'avessi saputo un anno prima, ché a
+poco a poco mi avessi avezzo a disamarla.
+
+
+SCENA V.
+
+PANURGO servo, ESSANDRO.
+
+
+PANURGO. Veggio Essandro di mala voglia. Padron caro, che cosa avete?
+
+ESSANDRO. Oimè, son morto!
+
+PANURGO. Cattivo principio! cada questo augurio sovra chi ci vuol
+male.
+
+ESSANDRO. È pur caduto sovra di me, ché non è sí misero stato col
+quale non cambiassi il mio.
+
+PANURGO. Sète forse stato discoverto per maschio?
+
+ESSANDRO. Peggio.
+
+PANURGO. Il vecchio vi ha cacciato di casa?
+
+ESSANDRO. Peggio.
+
+PANURGO. Che cosa vi può accader peggio di questa? Avete confidato in
+me maggiori secreti, potrete confidar ancor questo.
+
+ESSANDRO. Ho adesso quell'istesso animo, che ho avuto per lo passato,
+di fidarmi nella tua fede; né mi parrebbe aver compita felicitá, se
+non ne facesse a te parte.
+
+PANURGO. Dite, ché forse ci troveremo rimedio.
+
+ESSANDRO. Gerasto...
+
+PANURGO. Che cosa Gerasto?
+
+ESSANDRO.... ha pur...
+
+PANURGO. Che cosa ave?
+
+ESSANDRO.... dato...
+
+PANURGO. Bastonate a voi, forse?
+
+ESSANDRO. Volesselo Iddio!
+
+PANURGO. Che dunque ha dato?
+
+ESSANDRO.... marito a Cleria mia. Ecco venuto quel giorno che ho
+temuto e portato tre anni attraversato nel core! ecco la separazione e
+il fine di nostri amori! Cesseranno i ragionamenti, i baci e la
+dolcissima conversazione!
+
+PANURGO. Non piangete.
+
+ESSANDRO. La fiamma è cosí ardente nel petto che, se non avessi queste
+lacrime, abbruggiarebbe il cervello. Ma perché non debbo io piangere?
+che consolazione arò piú in questa vita? deh, perché non la lascio?
+perché non m'uccido per disperato?
+
+PANURGO. Padrone, ricordatevi che la disperazione è ruina delle
+speranze; e il ricorrere che si fa piú tosto alle lacrime che a'
+rimedi, è di persona vile e che non vuole che i desidèri si conduchino
+a fine. Fa' vela quanto tu vuoi, ché con vento di sospiri mai si
+condusse nave in porto. Bisogna audacia contro la fortuna. Un buono
+animo ne' mali è un mezzo male. Non vi perdete d'animo!
+
+ESSANDRO. L'animo non è possibile che piú lo perda.
+
+PANURGO. Perché?
+
+ESSANDRO. Perché è giá perso.
+
+PANURGO. Richiamatelo a voi.
+
+ESSANDRO. È gito in essiglio, va vagando troppo lontano.
+
+PANURGO. Ed è possibile che siate cosí povero di partiti che non
+sappiate trovar rimedio al vostro male?
+
+ESSANDRO. Se non ho l'animo meco, come posso trovarlo?
+
+PANURGO. Orsú, lasciate che ritiri me stesso un poco in consiglio
+secreto; suoni il tamburro e chiami sotto l'insegna le trappole,
+gl'inganni, le finzioni, le furfantarie; facci la rassegna e metta
+l'essercito in rassetto, accioché diamo l'assalto a questo vecchio e
+lo poniamo in tanti travagli che a suo dispetto lo facciamo cadere.
+
+ESSANDRO. So che, disponendoti d'aiutarmi, posso promettermi dal tuo
+ingegno quanto desidero.
+
+PANURGO. Pensi che sieno finite le stampe di quei Davi e Sosi e di
+quei Pseudoli delle antiche comedie? Or stammi di buona voglia.
+
+ESSANDRO. Andiamo a casa tua, che vo' vestirmi da maschio, ché oggi la
+vo' finir con Cleria: tentar prima l'animo suo e palesarle il tutto,
+poi seguane quel che si voglia.
+
+PANURGO. Andiamo, per la strada voi mi narrerete il successo, e
+pigliaremo qualche partito a disturbar questo matrimonio.
+
+
+
+
+ATTO II.
+
+
+SCENA I.
+
+FACIO dottor di leggi.
+
+
+FACIO. Un di travagli che abbiamo in questa vita è l'aver a trattar
+con questi sarti ladri assassini, che dopo averti fatte tutte le
+tirannie possibili al panno, a' finimenti e alle fatture, gli piace,
+per farti il peggio che sanno, di straziarti una settimana in darti le
+vesti fatte, ancorché potessero farle in una ora. Mi disse iersera che
+all'alba me l'arebbe recate, e omai è ora di pranso e non lo veggio
+comparire; e mi fará partir per Salerno molto tardi. Andrò in sua
+bottega. Chi vuol, vada.
+
+
+SCENA II.
+
+ESSANDRO, Panurgo.
+
+
+ESSANDRO. Sí che, di grazia, narrami l'inganno che hai tu pensato per
+disturbar questo matrimonio.
+
+PANURGO. È tanto a proposito e grazioso che mi muoio delle risa
+pensandovi.
+
+ESSANDRO. Parla presto, di grazia, che non passi l'ora di trovarmi con
+Cleria.
+
+PANURGO. Voi mi avete detto ch'eglino non si conoscono di vista.
+
+ESSANDRO. No; ma la loro amicizia è sol per lettere.
+
+PANURGO. Ascoltate, di grazia. Troveremo un uomo vecchio dell'etá di
+Narticoforo e un altro giovanetto storpiato, o lo sconciaremo noi piú
+della mala ventura, e li faremo oggi smontar in casa di Gerasto, che
+lui, veggendolo cosí brutto, si vergogni darlo per marito a sua figlia
+e gli dii licenza.
+
+ESSANDRO. E quando Gerasto volesse pur darglilo, per contentarsi egli
+di poca dote, essendo molto ricco...?
+
+PANURGO. Faremo che Cleria non si contenti.
+
+ESSANDRO. Cleria è timida, rispettosa; non ardirá questo.
+
+PANURGO. Mancherá di trovar il pelo all'uovo? Ho detto il disegno cosí
+in grosso, poi tanto voltaremo di qua e di lá e l'anderemo polendo e
+accommodando, che stii a modo nostro.
+
+ESSANDRO. Se ben Gerasto non è degli accorti uomini di questa terra,
+pure con questo inganno ingarbugliaremmo altro cervello che il suo. Ma
+chi sará costui che saprá fingere Nartícoforo, e Cintio quel giovane
+cosí storpiato?
+
+PANURGO. Stimate voi che disponendomi io a questo, non sappi fingere
+Narticoforo, quel maestro di scuola?
+
+ESSANDRO. Ma bisognarebbe alle volte sguainare qualche parola in «bus»
+e in «bas».
+
+PANURGO. Se ben pensate ch'io sia qualche poveruomo, son pur nobile;
+che per certe fazioni della mia patria fu bisogno scamparne fuori, e
+non avendo avuto modo come vivere, con quelle poche lettere che avea
+imparate in casa mia per mio trastullo, col fare il pedante in diversi
+paesi ho vissuto onorevolmente. A prima giunta gli darò in faccia un
+«_Quanquam te, Marce fili..._».
+
+ESSANDRO. Ti conosco di tanto ingegno che saresti per aggirar altro
+capo che il suo. Ma chi fingerá Cintio?
+
+PANURGO. Ci sono il Capestro, il Truffa, e Morfeo parasito, che è il
+miglior di tutti, perché attaccandomi un fegadello al tallone, me lo
+strascinerò appresso dieci miglia, ed è poco conosciuto in questa
+terra.
+
+ESSANDRO. Bisogna che sia ribaldo da dovere
+
+PANURGO. Egli è ribaldo, arciribaldo, re di ribaldi e mille volte
+peggio di quel che vogliamo; né bisogna che molto l'ammaestriamo, ché
+appena accennandogli il principio, capisce il negozio e compone di
+testa.
+
+ESSANDRO. O Dio, che quanto piú mi volgo questo inganno per l'animo,
+piú mi riesce a proposito! Dove arremo vesti orrevoli per vestir
+Narticoforo?
+
+PANURGO. Pregheremo Alessio nostro amico, overo ne allogheremo alcune,
+se ci mancano.
+
+ESSANDRO. Qui bisogna prestezza, ché la ruina è vicina. Vai e ritrova
+il parasito e Alessio, e reca le vesti a casa tanto presto che quando
+io stimi che cerchi le cose, ti trovi a casa.
+
+PANURGO. Me ne vo, dunque.
+
+ESSANDRO. Dove?
+
+PANURGO. A casa, senza far altro, accioché quando stimi che cerchi le
+cose, mi trovi a casa.
+
+ESSANDRO. Burli? di grazia, vola.
+
+PANURGO. Dammi l'ale, che volarò. Non dubitate, sarò io colá prima che
+voi. Ma prima vedrò se potrò trovar Alessio per le vesti.
+
+ESSANDRO. Io fra tanto farò il segno, poiché non è in fenestra. _Fis,
+fis_. La sento venire.
+
+
+SCENA III.
+
+CLERIA, ESSANDRO.
+
+
+CLERIA. Essandro, anima mia, mirate, di grazia, se per gli usci e per
+le fenestre sia alcuno che curi piú gli altrui che i suoi propri
+affari.
+
+ESSANDRO. Signora, giá potrete sicuramente comparire, che non appar
+anima viva.
+
+CLERIA. Dolcissimo Essandro, io non vorrei, per essermi cosí
+volentieri condotta a ragionar con voi, vi cadesse nell'animo qualche
+sospetto della mia onestá: ché certo non mi sarei ridotta a questo
+termine, se non avessi fatto prima deliberazione di esser vostra; e se
+ben son in potestá di mio padre e a lui tocca disponer di me quel che
+ne vuole, pur se a me ne resta qualche particella, ve la dono tutta,
+né vo' viver se non vostra.
+
+ESSANDRO. Né pensiate, signora, ch'io avessi avuto ardir di venir a
+ragionarle, se non avessi fatto fra me la medema deliberazione. Son
+troppo incomparabili le vostre bellezze, né il mio cuore sa arder se
+non per voi, né questi occhi sanno in altro specchiarsi se non in voi,
+lucidissimo mio sole.
+
+CLERIA. In me non fu bellezza giamai, e se pur ve n'è qualche segno,
+vien dalla reverberazion della luce che senza pari è in voi. Onde oggi
+io vi fo dono di me stessa, e se il presente è troppo basso,
+accompagnato dall'affetto dell'anima mia, merita che sia accettato e
+gradito da voi.
+
+ESSANDRO. O dolce oggetto degli occhi miei, come io potrò ringraziarvi
+del ricco presente che voi mi fate? Non è spirito in me che non si
+sforzi ringraziarvi, né ponno giungere al segno; vorrei che voi
+poteste ascoltar la lingua dell'anima, ch'ella sola lo può esprimere:
+onde con quello animo che ho accettato il vostro dono, accettate il
+mio che vi fo di me stesso.
+
+CLERIA. In man vostra sta il far prova di questo amore, se è tal quale
+io lo dico.
+
+ESSANDRO. Cuor mio caro, accorgendomi quanto sia la finezza dell'amor
+suo, e conoscendovi signora di gran cuore, prendo baldanza di
+chiederle una grazia col piú interno affetto che possa pregar un
+cuore: che queste parole, che con tanto periglio dell'onor suo si
+possono ascoltar da vicini, gliele potessi dir in camera sua.
+
+CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che
+vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito
+volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il
+quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di
+niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore
+che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran
+torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate
+giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non
+mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi
+volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere
+tutto quello ch'io posso.
+
+ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio
+al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io
+disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi
+scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo
+pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né
+l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale.
+V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri
+amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio
+son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí
+segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e
+scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche
+guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di
+far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad
+uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore.
+
+CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa
+amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e
+disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a
+pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la
+cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che
+soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri,
+col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse
+stata.
+
+ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni?
+Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele
+dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra
+infedeltá.
+
+CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con
+tanta fede.
+
+ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede,
+credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che
+la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua
+discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro
+di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato.
+
+CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno
+al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi.
+
+ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi
+donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a
+quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi
+questa grazia è il negarmi voi stessa.
+
+CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta
+vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro
+commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi
+prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra
+piú che era prima.
+
+ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi
+dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di
+voi come di cosa propria.
+
+CLERIA. Ma ditemi, signor mio, come io me vi donai tutta, cosí voi
+intieramente vi donaste a me: or come cosa mia e non vostra, io vi
+comando che non mi debbiate astringere a questo fallo. E se voi sète
+gentiluomo e non m'avete detto mentita, mi ubidirete; e se non
+m'ubidirete, è segno che mi vi sète dato per beffarmi e per mancarmi
+di parola; e io non vo' per signor della mia vita persona che manchi
+al debito di gentiluomo.
+
+ESSANDRO. Imaginatevi, anima mia, che siate in un steccato dove si
+combatte con arme di amore e di cortesia; e se ben la vittoria rimane
+appo il vinto, pur è gran carico lasciarsi vincere di cortesia. Se
+questa speranza che ho in voi mi vien fallita, non mi resta altro che
+morte. Signora, a tanti oblighi aggiungete questo altro. La vostra
+cortesia vinca il mio merito; gradite la mia dimanda la qual quanto è
+piú importante, piú mi dimostra il vostro amore e la cortesia.
+Fioretta mia sorella m'ha riferito che per questo vicolo rare volte vi
+passa persona, e vi è una porta che vien dritto in camera vostra, e la
+balia ne tien la chiave: se ciò mi negate, dirò che non da téma di
+onore, ma vien da desiderio della mia morte.
+
+CLERIA. Io conosco, cuor mio, che non è cosa al mondo, per grande che
+sia, che voi non la meritiate. Mi sento tanto intenerita da' vostri
+prieghi che non posso negarvi cosa che vi piaccia. Vo' che le leggi
+d'amore e di cortesia abbino quella forza che conviene. Disponete
+dunque di me come cosa veramente vostra; entrate in questo vicolo, ché
+Nepita v'aprirá la porta.
+
+ESSANDRO. Ecco ch'io non posso non chiamarmi vinto dal nobilissimo
+animo vostro. Conosco che veramente m'amate.
+
+
+SCENA IV.
+
+PANURGO, ALESSIO.
+
+
+PANURGO. O Alessio carissimo, come comparite a tempo! parmi questa una
+ventura dal Cielo. Voi solo mancavate al buon disegno.
+
+ALESSIO. Eccomi al tuo comando, Panurgo caro.
+
+PANURGO. Tu, Alessio, sei l'istesso e commune aiuto degli amici; però
+aiutaci: il bisogno ne fa importuni.
+
+ALESSIO. M'uccidi tardando tanto a dirmi che vogli.
+
+PANURGO. Essandro vi prega, straprega e scongiura che l'accommodiate
+per un giorno d'una veste da dottore.
+
+ALESSIO. A che vuole egli servirsene?
+
+PANURGO. Lo saprete poi: non lo dico adesso per non dar fastidio a
+questi che stan qui, che l'hanno inteso un'altra volta.
+
+ALESSIO. A questo potrò servirti agevolmente; che Facio mio padre se
+n'ha fatto far certe nuove per andare a leggere a Salerno nello
+Studio, e or sta in casa aspettando maestro Rampino che gli le porti.
+Partito che sará, che fia tra poche ore, ti potrò accomodar di quelle
+che lascia, per parecchi giorni.
+
+PANURGO. Per chi le mandarete?
+
+ALESSIO. Per Tofano, mio servidore, che vi conosce; o ne cercará altre
+in presto. Attendete all'altre cose da farsi, che subito partito mio
+padre, le manderò; sol fate che non vi abbi a cercare.
+
+PANURGO. Io abito qui presso: fate solo che compaia qui, che sará
+veduto.
+
+ALESSIO. Cosí farassi.
+
+PANURGO. Ma quello di che ti aremo maggior obligo, è la prestezza, che
+non è cosa di che abbiamo maggior bisogno. Al vostro servo promettete
+la mancia da nostra parte, accioché corra e usi diligenza.
+
+ALESSIO. Vado.
+
+PANURGO. E se non possiamo per adesso darvene piena ricompensa, almeno
+conosceremo il beneficio e resteremo con obligo di riservirvelo; e
+perdonateci del fastidio che vi diamo.
+
+ALESSIO. Or queste parole sí, che mi danno fastidio; che non potrei
+aver consolazione a par di quella che ricevo, che Essandro si avaglia
+dell'opra mia.
+
+PANURGO. Ma io veggio Morfeo parasito che vien verso qua; non potrebbe
+comparir a tempo piú opportuno.
+
+
+SCENA V.
+
+MORFEO parasito, PANURGO.
+
+
+MORFEO. Son omai stracco e non ho trovato ancora chi mi inviti a
+pranso: non ci è piú caritá né piú cortesia al mondo. Un tempo era
+invitato da quattro e da sei, chi mi strascinava di qua e chi di lá; e
+or sto un mese che non sono richiesto. Non mi servono piú i motti
+arguti, non le buffonarie, non il dir mal d'altri per dar spasso a'
+convitati.
+
+PANURGO. (Sta morto di fame a punto come io desiava, benché la fame
+non l'abbandoni mai; ché non ho miglior mezzo per condurlo a quanto
+desidero).
+
+MORFEO. E se pur m'invito da me stesso, tutti si trovano con una
+parola in bocca: che mangia altrove o non ave ancor digerito o vòl
+perdere quel pasto o che digiuna. O che ogni volta che dicono queste
+scuse gli cadesse un dente di bocca! Almeno la natura mi avesse fatto
+polpo, che nella gran fame potessi mangiarmi le braccia proprie.
+
+PANURGO. (Farò vista di non essermi accorto di lui e di far un
+apparecchio, accioché gli aguzzi e susciti l'appetito). Olá,
+apparecchiate la tavola e ponetevi quei presciutti e verrine
+fredde;...
+
+MORFEO. (Dice bene, che se non son cotti duo giorni prima, non
+vagliono. Gran filosofo deve esser costui delle cose della buccolica).
+
+PANURGO....fate che quel gallo d'India sia piú pelato del pelatoio e
+tutto infilzato di fettoline di lardo, accioché cocendosi pian piano,
+venghi tenero, ben cotto e non disseccato;...
+
+MORFEO. (Questi vuoi far frollo me, non quel gallo, ché sentendo
+questo apparecchio, tutto mi sento intenerire).
+
+PANURGO....quei pasticci stieno sempre in caldo, accioché le midolle
+che vi sono per dentro e di fuori non si gelino e paiano assevati, ma
+che sieno caldi e ben strutti;...
+
+MORFEO. (Oimè, che a me si struggono le midolle dentro l'ossa!).
+
+PANURGO....che le torte sfoggiate sieno ben cotte e succose, ma non
+tanto che nuotino nel brodo;...
+
+MORFEO. (Mi par che questi mi sia uscito dal corpo, tanto sa ben egli
+ordinare quanto desidero).
+
+PANURGO....il vin sia fresco. Date prima il greco, poi la lacrima, poi
+tramezzate il chiarello e moscatello. E sopra tutto il presto sia in
+capo alla lista, accioché venendo con quel mio compagno, non abbiamo
+ad aspettare ma subito porci a tavola.
+
+MORFEO. (Io non posso ascoltar piú: l'anima si ha fatto un fardello
+delle sue robbe e si vuol partire; lo stomaco s'è ribellato, m'ave
+occupato la gola e mi strangola. Ma a che tardo ad invitarmi da me
+stesso?). Oh, ben trovato il mio Panurgo galante, intendente della
+buccolica piú di tutti gli uomini del mondo!
+
+PANURGO. Ben venghi Morfeo!
+
+MORFEO. Sería da vero ben venuto, se venissi per un terzo a questo tuo
+cenino che apparecchi.
+
+PANURGO. L'apparecchio per un mio amico di che ho da servirmene in un
+bisogno importantissimo.
+
+MORFEO. Sèrvite di me, che ti servirò al servibile e all'inservibile.
+
+PANURGO. Vuoi tu prestarmi mille scudi?
+
+MORFEO. Con che faccia cerchi a me mille scudi, che tutto intiero non
+vaglio dieci quattrini? Cercar dinari a me è come cercar acqua ad una
+pomice. Non posso altro prestarti se non la fame che ho adosso. Ma
+dammi da mangiare, e satollo vendimi ad una galea per quanto vaglio.
+
+PANURGO. Io non ho bisogno di danari, burlo teco. Io ho bisogno di un
+ladro, infame, giuntatore, assassino,...
+
+MORFEO. Questi sono i titoli dell'arte mia.
+
+PANURGO....tristo, cattivo, malizioso, astuto, truffatore,...
+
+MORFEO. Giá giá l'hai ritrovato.
+
+PANURGO....bugiardo, mentitore.
+
+MORFEO. Lascia dire a me: giotto, traditore, senza legge, senza fede,
+maldicente, scelerato, ingannatore. Di tutte queste cose ne ho fatto
+gran tempo professione e mercanzia e ne ho le botteghe e magazzini in
+questo petto.
+
+PANURGO. Ma essendo tu cosí cattivo, come potrò io fidarmi di te, che
+non l'attacchi a me ancora?
+
+MORFEO. Di ciò non dubitare, che corvi con corvi non si cavano gli
+occhi.
+
+PANURGO. Cosí tu fossi appiccato, come piú tristo uomo di te non si
+trova nel mondo!
+
+MORFEO. Cosí tu fossi squartato, come lo meriti piú di quanti vivono!
+
+PANURGO. Tu solo hai tanti vizi che, avendonosi a partire a tutta
+questa cittá, a tutti ne toccarebbe bona parte.
+
+MORFEO. Allegrati, beato te, che tu sei il priore, il monarca di
+tristi!
+
+PANURGO. Per le tue grandezze meritaresti una collana.
+
+MORFEO. E tu per le tue virtú una berlina.
+
+PANURGO. Ho voluto dir che meriti esser un re.
+
+MORFEO. E tu un principe di Cartagine.
+
+PANURGO. Con un scettro in mano ben grosso e lungo per governatore e
+capo di quell'isoletta di legno che sta in mare.
+
+MORFEO. E tu bersaglio di staffili.
+
+PANURGO. Chi ti mirasse nel collo e ne' piedi, penso che ci troverebbe
+un callo delle collane e di cerchietti che ci hai portati.
+
+MORFEO. Chi ti vedesse le spalle, le troverebbe di piú colori che i
+tapeti che vengono di Soria.
+
+PANURGO. O forche, o scale, o capestri, che fate?
+
+MORFEO. O berline, o scope, o asini, dove sète?
+
+PANURGO. Ma torniamo a casa, che il tempo manca e le parole avanzano.
+E sovra tutto vorrei che appena accennandogli il principio, capisse il
+negozio e m'intendesse a cenno.
+
+MORFEO. Anzi io in mirarti in faccia so quello che cerchi da me.
+
+PANURGO. Dici da vero?
+
+MORFEO. Piú che da vero.
+
+PANURGO. E tu conoscesti la veritá mai?
+
+MORFEO. L'ho inteso nominar cosí cosí; ma fu sempre mia capitalissima
+inimica.
+
+PANURGO. La cagione?
+
+MORFEO. Non ho mai doglia di testa se non quando son forzato dirne
+alcuna. E chi volesse a mezzo gennaio farmi sudar di sudor delta
+morte, sforzimi a dire alcuna veritá. Né pensar che cosí sia io: cosí
+fu mio avo, bisavo, trisavo, ventavo e settantavo.
+
+PANURGO. Orsú, ho trovato il bisogno. Conosci tu Gerasto medico, un
+certo uomo da bene?
+
+MORFEO. Io non conosco niuno uomo da bene. Che ho a far io con loro?
+io non prattico se non con ribaldi, perché mi danno da mangiare. Ma
+perché non andiamo a tavola e diamo una batteria a quel tuo
+apparecchio?
+
+PANURGO. È troppo mattino.
+
+MORFEO. Anzi mangiando presto la mattina, ogni cosa ti riesce a
+proposito quel giorno. Vuoi che vada a toccarli il polso, se avesse la
+febre?
+
+PANURGO. La febre la devi aver tu nella gola per divorartelo; ma tu
+non assaggierai boccone se non prometti servirmi, anzi dopo servito.
+
+MORFEO. Ti servirò a quel che tu vuoi, e ti loderai dell'opra mia.
+
+PANURGO. Bisogna che tu finga esser uno sposo; e sconcierai la bocca,
+il viso e tutta la persona, di sorte che veggendoti il padre della
+sposa ti prenda a schivo e rivochi lo sponsalizio.
+
+MORFEO. Se non mi saprò sconciar bene, piglia una ascia e sconciami a
+tuo modo. Ma, di grazia, avendomi a sconciar la bocca, fammi mangiar
+prima.
+
+PANURGO. Mentre stiamo aspettando Alessio, un certo amico che ne manda
+le vesti a questo effetto, vuoi che te insegni a fingere quel che
+abbiamo a fare?
+
+MORFEO. Imparami d'altro che di fingere: questo fu mio primo
+essercizio. Ma ecco il servo che ti porta le vesti.
+
+PANURGO. Non viene a me, va dritto alla casa di Facio; deve essere il
+servo di maestro Rampino: vogliam far prova di torcele?
+
+MORFEO. Eccomi all'ubidire.
+
+PANURGO. Togliamcele calde calde.
+
+MORFEO. Presto presto, che non puzzino.
+
+PANURGO. Nasconditi, ascolta e vieni a tempo.
+
+MORFEO. Mi nasconderò, ascoltarò e uscirò a tempo dall'imboscata.
+
+
+SCENA VI.
+
+PELAMATTI, PANURGO, MORFEO.
+
+
+PELAMATTI. Non si vidde al mondo mai il piú bizzarro uomo di maestro
+Rampino. Mi pone le veste in spalla e dice:--Vai in tal parte, che
+troverai un uomo alto basso, magro grasso, che si chiama Facio; dágli
+queste vesti.--Se tardo, i gridi vanno al cielo; se non fo l'effetto,
+gioca di bastonate; se fo errore, guardite Iddio....
+
+PANURGO. (Non conosce né lui né la casa. Queste seran mie, se tutto il
+mondo non m'è contrario).
+
+PELAMATTI.... Ché per potermi ricordar tanto, bisognarebbe un cervello
+di lionfante, e per camminar tanto, le gambe di dromedario; dove
+cervello n'ho poco piú d'una oca, e gambe cosí debili che appena mi
+reggono sovra, e senza scarpe ancora....
+
+MORFEO. (Va troppo carico: ne ha pietade, lo vorrebbe alleggerire).
+
+PELAMATTI.... Oh, trovassi alcuno che me lo insegnasse. Ma ecco il
+fico selvaggio nel muro: questa è dessa.
+
+PANURGO. Férmati, oh, oh, oh! a chi dico io?
+
+PELAMATTI. So che non dici a me.
+
+PANURGO. A te dico io, a te.
+
+PELAMATTI. Ti ho forse ciera di cornacchia io, che per scacciarmi
+gridi: oh, oh?
+
+PANURGO. Volevi tu spezzar quella porta?
+
+PELAMATTI. Ancora non ci era accostato.
+
+PANURGO. Ti toglio la fatica di battere, e par che te ne spiaccia.
+
+PELAMATTI. E se fusse tua madre, aresti tanta paura che fusse battuta?
+
+PANURGO. Se può dir mia madre, ché questa mattina, uscendone, mi ha
+partorito.
+
+PELAMATTI. Dio ti facci esser nato in buon ponto. Figlio di questa
+porta, mi sapresti dir se dentro ci fusse Facio?
+
+PANURGO. Facio ti sta innanzi e parla teco.
+
+PELAMATTI. Dunque, voi sète...
+
+PANURGO. Si, si, Facio padre di Alessio.
+
+PELAMATTI. Me l'avete tolto di bocca, che proprio volea dimandarvi se
+voi eravate Facio.
+
+PANURGO. Io son Arcifacio, son Faciissimo.
+
+PELAMATTI. Me ne vo dunque: voi non sète quel che cerco. Vo' Facio,
+non Arcifacio né Faciissimo.
+
+PANURGO. Io son quello che cerchi, or vengo dalla bottega di maestro
+Rampino, ché mi desse le vesti; e disse avermele inviate per un suo
+servo; e or aspettandole stava passeggiando dinanzi la mia casa.
+
+PELAMATTI. Queste son dunque le vesti che aspettavate?
+
+PANURGO. Sí, sí, queste son desse.
+
+PELAMATTI. Ancor non l'hai viste, e dici: sí, sí. Se le volete, venite
+in bottega.
+
+PANURGO. Perché non me le dai tu qui?
+
+PELAMATTI. Non mi avete ciera di Facio.
+
+PANURGO. Hai tu visto mai Facio?
+
+PELAMATTI. Non io.
+
+PANURGO. Come dunque non ti ho ciera di Facio? Ma mirami bene, questa
+mia ciera non è tanto buona che ne potresti far candele?
+
+MORFEO. (Si da vero, céra proprio da esser bruggiata!)
+
+PELAMATTI. La céra mi par cattiva e il mele deve essere assai
+peggiore, perché mi hai ciera di un gran ribaldo. Poiché sete venuto
+adesso da mastro Rampino, ditemi, dove sta sua bottega?
+
+MORFEO. (Oimè, siamo incappati, ché non la sappiamo).
+
+PANURGO. Te lo dirò. Búttati giú per questa strada, e come sei a quel
+cantone che ti dá in faccia, torci il collo a man dritta; e quando
+sbocchi in quei cessi e lordure, cala giú finché darai di petto in un
+uscio: poi rovescia gli occhi su, ché vedrai l'insegna della fistola:
+il vicolo si dice del Maltivegna, incontro la casa di Perotto Malanno.
+
+PELAMATTI. A te oh come starebbe bene questa casa!
+
+PANURGO. Anzi a te starebbono buoni questi duo luoghi, accioché quando
+l'uno ti fosse venuto a noia, mutassi nell'altro fresco e senza pagar
+pigione.
+
+MORFEO. (Con questa burla ha saltato il fosso, il poltrone).
+
+PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo?
+
+PANURGO. Malaventura.
+
+PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamo
+Pelamatti.
+
+PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo
+metti in barba.
+
+PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino?
+
+PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia
+di darmele.
+
+PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle.
+
+PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti.
+
+PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi.
+
+PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi.
+
+PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito
+di un quadrino.
+
+PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria!
+
+PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al
+padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle:
+veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui
+le parole.
+
+MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati).
+
+PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse.
+
+MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha
+mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo.
+
+PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti?
+
+MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta.
+
+PANURGO. È restato sodisfatto del tutto?
+
+MORFEO. Sodisfattissimo.
+
+PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar
+tutta questa mattina?
+
+MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante
+buone ragioni che mi parve degno di scusa.
+
+PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti
+comando.
+
+MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a
+tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.
+
+PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.
+
+PELAMATTI. Non son tuo schiavo.
+
+MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un
+grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e
+grida che è la magior bestia del mondo.
+
+PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso.
+
+MORFEO. Daglile in nome... che non voglio dire, che non so come abbi
+avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone,
+è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del
+suo paese.
+
+PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli
+rompe la testa la spezzerò a tutti due.
+
+MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me.
+Dagliele.
+
+PELAMATTI. E ti par che gli le dia?
+
+MORFEO. Ancor dici: mi pare?
+
+PELAMATTI. Salvi e contenti...
+
+MORFEO....da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo
+anni sono!
+
+PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.
+
+MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce
+rabbia.
+
+PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti
+lascio,...
+
+MORFEO. Che cosa?
+
+PELAMATTI.... perché mi vo' partire.
+
+MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te.
+
+PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá.
+
+PANURGO. Non le voglio, portale teco.
+
+PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti.
+
+MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la
+testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben
+fingere?
+
+PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona
+che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener
+disfatto il matrimonio.
+
+MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne
+sento la puzza.
+
+PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare.
+
+
+SCENA VII.
+
+GERASTO, SANTINA, NEPITA.
+
+
+GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno
+giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in
+casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era
+guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la
+gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo
+gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta
+fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può
+significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per
+Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa--questa è mia
+moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;--quando si partirá di casa, la
+goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la
+impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa
+mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto).
+
+SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete,
+strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che
+vada su per i coppi de' vicini.
+
+GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da
+peggior bocca!).
+
+SANTINA. Nepita, Nepita!
+
+NEPITA. Signora.
+
+SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci
+Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché,
+venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche
+burla).
+
+NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi
+chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia).
+
+SANTINA. Come hai tardato tanto?
+
+NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto.
+
+SANTINA. Dove è Fioretta?
+
+NEPITA. In camera con Cleria.
+
+SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia,
+non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa?
+
+NEPITA. Lavorano insieme.
+
+SANTINA. Lavora volentieri?
+
+NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a
+quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non
+va tutta in sudore.
+
+SANTINA. Da vero?
+
+NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto
+brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori.
+
+SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno.
+
+NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta
+lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta.
+
+SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello.
+
+NEPITA. Ce l'han posto.
+
+SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare.
+
+NEPITA. Ci è dentro, vi dico.
+
+SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa
+diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato
+in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i
+fanciulli non gli tirino i sassi dietro.
+
+GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo
+marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non
+sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?).
+
+SANTINA....Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo
+leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia
+che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non
+attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli
+paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui
+diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora
+viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua....
+
+GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei,
+che onorasse i miei funerali!).
+
+SANTINA.... Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!...
+
+GERASTO. (Ben la tolsi io in mal punto per me!)
+
+SANTINA.... Che mi avessi rotto una gamba piú tosto,...
+
+GERASTO. (Mi avessi rotto il collo io!).
+
+SANTINA.... Sventurata me!...
+
+GERASTO. (Anzi me!).
+
+SANTINA.... che non si trova piú sciagurato uomo!
+
+GERASTO. (Che non si trova la piú fastidiosa e bizarra diavola di te!
+E il peggio è che bisogna farle carezze contro mia voglia, per non
+farla suspetta del fatto. Orsú, bisogna far buon animo, come si avesse
+a tòrre una medicina). Ben trovata la mia moglie carissima, non posso
+tenermi che non ti baci un par di volte per amorevolezza!
+
+SANTINA. «Chi ti fa quello che far non suole, o t'ha ingannato o
+ingannar ti vuole».
+
+GERASTO. Non si può star sempre ad un modo, moglie mia cara.
+
+SANTINA. Oh come odori di muschio, mi pari una profumeria.
+
+GERASTO. Passando per la bottega di maestro Cesare profumiero, mi
+spruzzò un poco d'acqua nanfa sul volto.
+
+SANTINA. Non so chi mi tiene la lingua.
+
+GERASTO. Lasciamo il ragionar di questo adesso. Maritata che sará
+nostra figlia con questo romano, ci vogliam menare una vita la piú
+felice del mondo.
+
+SANTINA. Come será questa vita felice?
+
+GERASTO. Maritaremo subito Fioretta e la caveremo di casa, che non è
+buona per servire: è troppo delicata, pare una gentildonna; ne
+troveremo una piú rustica, che possa spezzar legna, carriarle, far la
+bucata, star in cocina e sovra tutto, bisognando, toccar delle
+bastonate.
+
+SANTINA. Fioretta l'ho maritata giá.
+
+GERASTO. L'ho maritata io con un mio amico con men di dugento ducati
+di dote.
+
+SANTINA. Io con men di cento.
+
+GERASTO. Io con men di cinquanta.
+
+SANTINA. Io con men....
+
+GERASTO. Lasciami finir di parlar, se vuoi. Colui se la torrá nuda.
+
+SANTINA. Questo mio gli fará la sovradote.
+
+GERASTO. Il mio gli dará cento ducati di piú.
+
+SANTINA. Il mio, dugento.
+
+GERASTO. Il mio....
+
+SANTINA. Anzi il mio....
+
+GERASTO. Tu non sai che voglio dire, e passi innanzi.
+
+SANTINA. E tu dici prima che altri risponda.
+
+GERASTO. Hai detto?
+
+SANTINA. Sí bene.
+
+GERASTO. Invano hai detto, perché l'ho maritata io prima che tu.
+
+SANTINA. Io l'ho maritata e dato la mia fede, né posso contravenire al
+giuramento.
+
+GERASTO. A te non sta maritarla, ma al padron della casa.
+
+SANTINA. Impácciati tu di maschi, che a me tocca la cura delle femine.
+
+GERASTO. Tu non ti intendi di matrimoni, a pena sai filare; attendi a
+filare.
+
+SANTINA. E tu attendi a medicare. Ma qualche cosa ci è di sotto: non
+stimi ch'io abbi prima pensato a quello che tu pensi? Se tu mi
+tenti...
+
+GERASTO. Che cosa?
+
+SANTINA. Vuoi che dica?
+
+GERASTO. Di' tosto.
+
+SANTINA. Quella...
+
+GERASTO. Chi quella?
+
+SANTINA.... che tu sai...
+
+GERASTO. Che so io?
+
+SANTINA. Tu non sai chi dico io, eh?
+
+GERASTO. Ben fu grande la mia sventura aver te per moglie! che
+seccaggine, che febre, che inferno è questo? Che sia maladetto
+colui..., non lo voglio dire.
+
+SANTINA. Che si fiacchi il collo chi fu il primo a farne parola!
+
+GERASTO. Che fussi piú tosto morto che incorso in simil sciagura!
+
+SANTINA. Non è stata né sará mai la piú infelice femina di me per
+esser maritata a tal uomo! Mira a chi ho data cosí bella dote e cosí
+grande intrata...
+
+GERASTO. Tanto grande che la metá mi soverchieria; me ci affogo
+dentro.
+
+SANTINA.... e bella e profumata,...
+
+GERASTO. Puzzulente piú d'una carogna.
+
+SANTINA.... senza quello che vi vien dietro, ché me l'hai guasto e
+consumato.
+
+GERASTO. Menti per la gola! parla piú chiaro, bestia!
+
+SANTINA. Non m'hai guasto e consumato tutto il correrio che hai avuto
+dietro la dote?
+
+GERASTO. Quattro stracci fradici.
+
+SANTINA. Non sono io nobile? non sei tu un povero medicaccio?
+
+GERASTO. Se non fusse stato per me, i tuoi parenti sarebbono morti
+mille volte di fame.
+
+SANTINA. Or vo' cominciare a farti conoscere chi son io.
+
+GERASTO. O misero me, quando questi sassi si rompono di stracchezza,
+ella adesso vuol cominciare! quando finirá, se adesso comincia? in
+ogni modo, tu hai da star di sopra.
+
+SANTINA. Forse non son io la peggior femina trattata del mondo?
+
+GERASTO. Ti batto, forse?
+
+SANTINA. Guai a te, se avessi tanto ardire!
+
+GERASTO. Di che dunque ti lamenti?
+
+SANTINA. Mi fai star tutta la notte in un canton del letto, sola; e se
+per disgrazia ti tocco le gambe, subito:--Fatti in lá, che mi rompi il
+sonno, mi fai caldo.--Io non sono storpiata né mi puzza il fiato.
+
+GERASTO. Tanti figli che abbiam fatto, dimostrano se ti abbi trattato
+male.
+
+SANTINA. Questo fu cosí nel principio.
+
+GERASTO. Or son vecchio, la complession non mi aiuta: vuoi che mi
+muoia?
+
+SANTINA. Ci è altro sotto: lasci il tuo terreno incolto per cacciar il
+vomero nell'altrui terreni; ma s'io me ne accorgo, farò le mie
+vendette.
+
+GERASTO. Su su, finiamola, ché saresti per durarla tutto oggi. Dove ti
+eri avviata?
+
+SANTINA. Io non ho da uscire, vo' tornarmene a casa.
+
+GERASTO. Entriam, su presto.
+
+
+SCENA VIII.
+
+ESSANDRO solo.
+
+
+ESSANDRO. Veramente, i spassi amorosi sono i piú dolci che fioriscono
+ne' giardini della gioventú, menati dalla primavera degli anni. È
+degno che un sol momento di quelli s'acquisti con lunga e penosa
+servitú d'anni; perché questo sol piacere par che eguagli il sommo
+diletto che si può trovar qui in terra, e mentre si bacia il viso
+della amata donna, si ha quello contento compito che possa da noi
+gustarsi in terra. O felici e sovramodo felici coloro che in lieta
+coppia, da pari ardor feriti, amor gli annoda, e senza sospetto alcuno
+di gelosia si godono felici insino alla morte! Entrato che fui dentro,
+le persuasi il mio fatto; non ebbi molta resistenza. Baciandola,
+diceva che il mio fiato sapea di quel di Fioretta; allora gli scoversi
+come io e Fioretta eravamo una cosa medema, e l'inganno che avea usato
+per servirla. Le dispiacque non avercelo scoverto al principio; che
+senza inganno arei avuto da lei quello che in sí lungo tempo avea
+acquistato, né saressimo stati tanto tempo ociosi. E mi cercò perdono
+se mentre la serviva, non sapendolo, m'avesse offeso. Ahi, quanta
+sarebbe la mia gioia, se non fusse interrotto da questo romano! Ahi,
+che quanto è stato piú smisurato il piacere, tanto sará piú senza pari
+il dolore, sapendo che ho da lasciarla. O fortuna, che fusse nato
+senza cuore, che or non sería ricetto di tante fiamme! Ma farò prima
+tutto quello che sará possibile, accioché i loro desideri non abbino
+effetto. Andrò a travestirmi, ridur quelli a casa e attendere al fatto
+mio.
+
+
+
+
+ATTO III.
+
+
+SCENA I.
+
+ESSANDRO, PANURGO, MORFEO.
+
+
+ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio
+cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo
+ad intendere ad altra persona che Gerasto.
+
+PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che
+della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti
+paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria?
+
+ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino
+i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli
+respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare
+ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche
+parola allatinata.
+
+PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par
+del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico?
+
+ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca?
+
+MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi
+contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di
+assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò
+rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili
+a soffrirsi da sua figlia.
+
+ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che
+pari un appiccato?
+
+MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto
+è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della
+campana che ho tra le gambe?
+
+ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto?
+
+MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella
+borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora;
+accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da
+me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora.
+
+ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta.
+Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi.
+
+MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di
+fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda
+benissimo.
+
+ESSANDRO. So che non pensi ad altro.
+
+MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me?
+
+PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi
+rispetto proprio come ti fusse padre.
+
+MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare
+allo ricordo istesso.
+
+PANURGO. Ricordati ancora...
+
+MORFEO. Non tanti ricordi, che ad uno che si ricorda, i troppi ricordi
+lo fanno smenticare; ricorda te stesso, che ne hai piú bisogno di me.
+
+PANURGO. Io che ho caro che la cosa rieschi netta, vo prevedendo tutte
+le cose che ne ponno fare errare.
+
+MORFEO. Taci e poniti in postura, la porta s'apre, eccolo. Al viso
+conosco che è terra da piantarvi carote, la preda sará nostra,
+l'incapparemo al primo.
+
+
+SCENA II.
+
+GERASTO, PANURGO, MORFEO.
+
+
+GERASTO. (Quel vecchio, che viene innanzi, certo deve essere
+Narticoforo; quell'altro storpiato non posso imaginarmi chi sia).
+
+PANURGO. Dopo il secondo vicolo non mi posso ben reminiscere se fusse
+la terza o la quarta ede.[**?]
+
+GERASTO. O Narticoforo carissimo, voi siate il ben venuto per mille
+volte!
+
+PANURGO. O Geraste, lepidum caput, voi siate il ben trovato! Cinthi
+fili, inchinati reverenter.
+
+GERASTO. Questi è Cintio vostro figliuolo?
+
+PANURGO. Ipse est e vostro famulo ancora.
+
+GERASTO. Sii ben venuto, Cintio, figliuol mio.
+
+MORFEO. Ben ritrovato, padre ca... ca... caro.
+
+GERASTO. Come è cosí impedito della lingua, Narticoforo caro? come
+cosí sconcio della faccia? oimè, che puzza!
+
+PANURGO. Ignoro per qual infausto numine gli venne nelle fauci
+un'angina e nella bocca quello apostèma, onde gli ha corrotto il fiato
+e toltogli la facoltá di poter ben alloquere.
+
+GERASTO. Facciamogli tagliar quello apostèma, che qui in Napoli
+abbiamo valenti uomini che lo san fare.
+
+MORFEO. Non è ma... matura, è acerba. Il vostro naso in... inco...
+inco... incomincia a sentir la puzza.
+
+GERASTO. Strana infirmitá! come l'ha tutto trasformato!
+
+PANURGO. Era il piú formoso giuvenculo che avesse la cittá di Roma,
+che da molte nobili matrone era chiesto in copula matrimoniale; e poi
+non so qual oculo maligno l'ave affascinato, overo discenso lunatico,
+e fatta la metamorfosi che vedete con intúito oculare.
+
+GERASTO. In tanti anni che ho essercitato la medicina, non ho visto
+tal caso.
+
+PANURGO. Il peggio è ch'è prerupto nelle parti inferne, gli è calata
+giú un'ernia intestinale, che non solo vi sono caduti dentro gli
+intestini, ma gli precordi ancora; onde l'ha fatto inabile ancora a
+poter fungere il munere uxorio.
+
+MORFEO. A me è slongata cogli... cogli... cogli altri membri la borsa,
+e vi è dentro caduto il ca... ca... camino di urinare; onde non posso
+piú fu... fu... fuggire la morte.
+
+PANURGO. Anzi l'ascosto è peggior del patente; ch'una certa
+egritudine, detta «lupa», gli ha devorato tutto il ventre, e in molti
+luoghi si veggono l'ossa denudate.
+
+GERASTO. Mò che cosa vedo! Come l'avete voi condotto?
+
+PANURGO. In un grabátulo, in vinti giorni; e da che vi si puose
+dentro, non l'abbiamo cavato se non adesso; e se gli si aggrava qui
+alcuno accidente, exalará l'anima. Onde exoptarei che decumbesse in un
+lettulo e vi si riposasse paulisper, e li facessimo qualche rimedio; e
+domane all'alba ambulassimo patriam versus.
+
+GERASTO. Io gli ordinarò or ora un serviggiale, e per oggi gli faremo
+far dieta, che gli sará utile, che per domani stará meglio.
+
+MORFEO. Padre ca... ca......aro, quella lupa che mi ha roso la ca...
+ca... carne, mi è rimasta in corpo, e mi dá tanta fame che non vorrei
+far altro che ma... mangiare e ca... ca... caminare.
+
+GERASTO. Voi dovete esser molto stracco del viaggio.
+
+PANURGO. Io ho avuto una bestia sotto che pareva un Pegaseo, un
+Bellerofonte, ma poi quadrupedando e cespitando non si poteva movere:
+dalli, dalli tutto il giorno, talché per poter compir il mio viaggio
+son stato sforzato smontare a terra e menarmela a mano come un
+figliuolo.
+
+GERASTO. Tutte queste rozze che si prestano a vettura, sono cosí
+stracche e piene di guidaleschi che ti cascano sotto dieci volte per
+ora. Che farem dunque di questo matrimonio?
+
+PANURGO. Carissime germane, poiché per reiterate epistole trattammo
+questo matrimonio, venuti ad summum conclusionis, gli venne questa
+egritudine.
+
+GERASTO. Non me ne potevate avisar prima che tòrvi questo travaglio?
+
+PANURGO. Immo saepicule ve ne resi cerziore; e dubitando che voi non
+mi stimaste pentito dell'appuntamento, come viro probo, per mantenervi
+la parola--nam «_verba, ligant homines, taurorum cornua funes_»--ve
+l'ho qui condotto.
+
+GERASTO. Dispiacemi del vostro fastidio. Ma andiamo a riposarci,
+Narticoforo: questa è vostra casa.
+
+PANURGO. Entrate, di grazia, voi.
+
+GERASTO. Non entrarò io, se voi non entrate prima.
+
+PANURGO. Libenter faciam per obtruncar queste vostre cirimonie
+napolitane, di che intendo siate uberrimamente ripieni.
+
+GERASTO. Olá, o di casa, condurreti questi gentiluomini in queste
+stanze terrene.
+
+
+SCENA III.
+
+ESSANDRO, GERASTO.
+
+
+ESSANDRO. Padrone, questo è quel marito che volete dar a Cleria?
+
+GERASTO. Sí.
+
+ESSANDRO. Oimè, che bestiemma avete detta! o che galante, ricco, dotto
+e bel giovane che dicevate questa mattina! Questi è un ospedal di
+cancheri! Povera signora, che non fusse mai nata!
+
+GERASTO. Perché?
+
+ESSANDRO. Perché piú brutto mostro si potrebbe veder in terra? anima
+puzzolente, a cui con la sola vista non potria mover vomito?
+
+GERASTO. È ricco.
+
+ESSANDRO. Altro ci vuole.
+
+GERASTO. Non le fará mancar da mangiare.
+
+ESSANDRO. Né questo le manca in casa sua.
+
+GERASTO. E perché è un poco infermo, non gli dará tanto fastidio.
+
+ESSANDRO. Le moglie vogliono questi fastidi.
+
+GERASTO. Dargli poca dote è pur buona cosa.
+
+ESSANDRO. Per non scemar voi la vostra borsa, volete far sempre star
+vôta quella di vostra figlia. Certo che sotto dura e ingiustissima
+legge nascemo noi povere donne, se lo marito ha la moglie brutta, se
+la cangia a sua voglia; e se la moglie fa qualche scappata, subito il
+coltello alla gola!
+
+GERASTO. L'ará portato un bel presente.
+
+ESSANDRO. Quel pendente che ha fra le gambe, deve essere il bel
+presente.
+
+GERASTO. Certo ch'io non lo stimava cosí difforme, che non l'arei
+fatto venire e, se posso con onor mio, lo farò tornare a dietro.
+
+
+SCENA IV.
+
+GRANCHIO servo, GERASTO, ESSANDRO.
+
+
+GRANCHIO. Questo è il largo che m'è stato mostrato, questo è il
+tempio, questa deve esser sua casa.
+
+GERASTO. Giovane, che vai cercando tu?
+
+GRANCHIO. Un che non ho ritrovato ancora.
+
+GERASTO. Parla: chi è costui? forse lo troverai piú presto.
+
+GRANCHIO. Gerasto medico.
+
+GERASTO. Ecco, l'hai trovato, non cercar piú. Tu chi sei? chi ti
+manda? che sei venuto a fare?
+
+GRANCHIO. Io son Granchio, servo di Narticoforo romano, che mi manda
+per correo innanzi, ché lo avisi come esso e Cintio suo figliuolo sono
+in Napoli e or se ne vengono a casa sua. Ecco, t'ho detto chi sono,
+chi mi manda e che son venuto a fare.
+
+GERASTO. Tu sei un correo che corri molto tardi, ché sono arrivati
+prima essi che la nuova.
+
+ESSANDRO. (Oh, come è stato troppo veloce per me!).
+
+GRANCHIO. Se avesse avuto cento piedi come un granchio, non arei
+potuto caminar cosí veloce, come ho fatto, per giunger presto.
+
+GERASTO. Io penso che come granchio arai caminato all'indietro.
+
+GRANCHIO. Se l'ho lasciati nell'osteria or ora, né si muovono se prima
+non gli porto la risposta! Come può esser questo?
+
+GERASTO. Come non può essere, se è stato?
+
+GRANCHIO. Non vi ho trovato dunque, perché non siete quello che vo
+cercando. Ma io tanto cercarò che lo trovarò.
+
+GERASTO. Anzi tu non devi esser quello che ha inviato Narticoforo a
+cercarmi.
+
+GRANCHIO. Voi come vi chiamate?
+
+GERASTO. Gerasto de Guardati.
+
+GRANCHIO. Di Gabbati piú tosto.
+
+GERASTO. Anzi, che gabba altrui.
+
+GRANCHIO. Però non gabberai tu me, ché andrò tanto cercando che lo
+trovarò. Ma, di grazia, potrei entrare in casa vostra per vedergli?
+
+GERASTO. Potrai, se non azzoppi o acciechi prima.
+
+GRANCHIO. Entro dunque.
+
+GERASTO. Férmati, scòstati di lá. Tu non entrerai in casa mia, ché,
+avendo nome Granchio, dubito che non sii granchio da dovero, che
+granciassi, sgraffignassi, arruncinassi con queste tue unghie di
+aquila alcuna cosa. La mia casa non è buca per te: non senza cagione
+ti han posto nome Granchio.
+
+GRANCHIO. A me fu posto nome Granchio, ché come avessi cento mani e
+cento piedi, tutti adopro in serviggio del mio padrone.
+
+GERASTO. Piú tosto nelle casse o nella credenza del padrone; ma
+granchio diventi io, se ti ci fo entrare.
+
+GRANCHIO. Son granchio, perché gracchio troppo. Me ne vado.
+
+GERASTO. Va', Granchio, corrier veloce mio che corri all'indietro.
+
+GRANCHIO. Resta in pace, Gerasto, che gabba altri, e voi devete essere
+il gabbato.
+
+GERASTO. Se tu avessi tanto caminato quanto hai parlato, saresti
+giunto prima; ma non è meraviglia, ché i granchi hanno due bocche, una
+innanzi e un'altra dietro.
+
+
+SCENA V.
+
+ESSANDRO, GERASTO.
+
+
+ESSANDRO. Ahi, misera me!
+
+GERASTO. Fioretta mia, di che stai di mala voglia?
+
+ESSANDRO. Del bel marito ch'hai trovato a tua figlia.
+
+GERASTO. N'ho ritrovato uno buonissimo a te, accettalo e farai bene.
+
+ESSANDRO. Di che etade egli è?
+
+GERASTO. Della mia; e se ben è vecchio, è di forza piú d'un giovane.
+
+ESSANDRO. Di che fattezze?
+
+GERASTO. Come le mie: io e quello siamo come una cosa medema.
+Conoscilo adesso?
+
+ESSANDRO. A questo marito gli sono serva indegna.
+
+GERASTO. O come mi terrei felice se queste parole ti uscissero dal
+core!
+
+ESSANDRO. Fa' prova di questa mia volontá.
+
+GERASTO. Su, mano a' fatti, ché la buona volontá senza l'opere non val
+nulla. Entriamo in casa in quella camera oscura.
+
+ESSANDRO. Non posso adesso.
+
+GERASTO. Quando le donne non vogliono, dicono non possono.
+
+ESSANDRO. Or sapete che la padrona sta gelosa di noi e ci tien sempre
+gli occhi sopra?
+
+GERASTO. Tu dici bene; ma andiamo in questa camera vicina, ch'io ne ho
+la chiave.
+
+ESSANDRO. Questo sí, entrate e serratevi dietro bene, ché verrò or ora
+a ritrovarvi.
+
+GERASTO. Perché non adesso?
+
+ESSANDRO. Darò un'occhiatina per la casa, vedrò che facci la padrona,
+mi farò vedere, e me ne vengo.
+
+GERASTO. Bene. Io tra tanto me ne andrò volando per una facenda: chi
+arriva primo, aspetti.
+
+ESSANDRO. Benissimo.
+
+GERASTO. Non mi darai tu un'arra della tua bona volontá?
+
+ESSANDRO. Eccola. Tornate presto e serratevi dentro; e quando io
+batto, aprite tosto.
+
+GERASTO. Vado.
+
+ESSANDRO. Io era disperato del tutto; ché, venendo adesso Narticoforo
+ed incontrandosi con lui, il fatto era spacciato per me. Egli
+pensandosi che vada a trovarlo, stará tutto oggi dentro; tra tanto con
+Panurgo pensaremo alcun rimedio. Poiché la fortuna mi stringe troppo,
+bisognano prestissimi rimedi. Né vo' perdermi d'animo, ché la cattiva
+sorte sopportata con animo valoroso, suol convertirsi in buona. Se
+vincerò questi perigli, l'ardir sia degno d'eterna lode. O felici miei
+pensieri, se a tanta gloria giungerete. Ma se mi riesce contraria, io
+non so se la morte sará bastante rimedio a tanti mali.
+
+
+SCENA VI.
+
+PANURGO, MORFEO, ESSANDRO.
+
+
+PANURGO. Viva, viva, il fatto è riuscito assai meglio che pensavamo!
+Infin quella invenzione ha valuto un tesoro.
+
+MORFEO. Largo, largo, scostatevi da me, ché con le corna non vi balzi
+nell'aria!
+
+ESSANDRO. Che cosa hai, Morfeo mio dolce?
+
+MORFEO. Son stato in casa tanto alla mira, e m'accorsi Nepita riponere
+una testa di vitella cotta. Senza esser visto, l'ho rubbata e ingoiata
+che non ne trovará un osso. Accostatevi, ascoltate che mugghie: _oha,
+oha_.
+
+ESSANDRO. Bene.
+
+MORFEO. In casa son molte robbe e s'apparecchia un banchetto da re, il
+tutto è in ordine, e tra poco saremo chiamati a tavola.
+
+PANURGO. Padrone, voi state mezzo morto.
+
+ESSANDRO. E l'altro mezzo assai peggio che vivo, anzi son morto tutto,
+e non ci è altro di vivo che il core, capace e pieno d'infiniti
+dolori.
+
+MORFEO. Siete forse stato in cucina, ché il fumo vi fa piangere?
+
+ESSANDRO. Voi ridete, ché non avete ancora inteso il vostro male.
+
+PANURGO. M'uccidete tacendo.
+
+ESSANDRO. Vuoi farmi un piacere, e te n'arò molto obligo?
+
+PANURGO. Voglio.
+
+ESSANDRO. Ammazzami.
+
+PANURGO. E se v'ammazzo, quando mi pagherete l'obligo?
+
+ESSANDRO. Quando resuscitaremo.
+
+PANURGO. Troppo tempo ci vuole.
+
+ESSANDRO. Burli in cosa di tanto periglio? M'offendi sul vivo,
+avendomi il Cielo riserbato a tante miserie.
+
+PANURGO. Non è da saggio ricorrere al morire, quando per altra via si
+può uscir da affanno. Ditemi, di grazia, che cosa vi tormenta?
+
+ESSANDRO. Il core m'ha pesto tutto il polmone,...
+
+PANURGO. Come?
+
+ESSANDRO.... tanto forte è sbattuto per la paura. Le passioni me
+l'hanno tutto circondato e oppresso. Vorrei morir per uscir da questo
+intrigo.
+
+MORFEO. Se vuoi morir tu, muori a tua posta, ch'io vo' sempre vivere
+per poter sempre bere.
+
+PANURGO. Non puoi dolerti che l'inganno non sia sottilmente trovato,
+accortamente esseguito e con gran credenza accettato.
+
+ESSANDRO. L'inganno che mostrò cosí buon principio, ha cattivo mezzo e
+ará pessimo fine. Quella speranza che fiorendo dava presaggio di
+felicissimi frutti, or è spenta del tutto.
+
+PANURGO. La cagione?
+
+ESSANDRO. È venuto or ora un correo ad avisar Gerasto che Narticoforo
+e suo figlio se ne vengono a casa.
+
+MORFEO. O ventura maladetta, mira a che ora e a che punto son venuti
+costoro per disturbare il banchetto! or non poteano venir dopo pranso?
+
+ESSANDRO. Orsú, che mi consigliasti a fare?
+
+PANURGO. Tu perché avevi cosí gran voglia di farlo?
+
+ESSANDRO. Che isconsigliato consiglio fu quello che tu mi desti!
+
+PANURGO. Chi avesse potuto pensare che avessero voluto venir cosí
+presto?
+
+ESSANDRO. Aiutami, ch'io moro!
+
+PANURGO. A che voleti che vi aiuti, a dolervi?
+
+ESSANDRO. Oimè!
+
+PANURGO. Oimè!
+
+MORFEO. Oimè!
+
+ESSANDRO. Oimè, che mi moro di dolore!
+
+PANURGO. Oimè, che mi moro di dolore!
+
+MORFEO. Oimè, che mi moro di fame!
+
+ESSANDRO. Mi burli? hai torto straziarmi cosí.
+
+PANURGO. Voi volete che v'aiuti a dolervi, io vi aiuto: questa è cosa
+di poca fatica.
+
+ESSANDRO. Facciamo collegio tra noi della mia vita, e consigliamoci
+l'un l'altro se dobbiamo fuggircene.
+
+MORFEO. Fuggir io? non mi partirei di questa casa senza mangiar prima,
+se m'uccideste: sto con tanto desiderio aspettando questa cena che il
+collo me s'è dilungato un miglio.
+
+ESSANDRO. Dimmi, Panurgo, come potresti rimediare a questo?
+
+PANURGO. Faccisi che quel che è stato, non sia stato: e quel che è per
+essere, che non sia.
+
+ESSANDRO. Non t'intendo. Rispondi, che faremo?
+
+PANURGO. Qualche cosa faremo.
+
+ESSANDRO. Questo qualche cosa è niente.
+
+PANURGO. Poiché abbiamo cominciato ad ingarbugliar Gerasto,
+ingarbugliamolo insino al fine.
+
+ESSANDRO. Come l'ingarbugliaremo?
+
+PANURGO. Non dubitar punto, stammi allegro e lascia fare a me che mi
+sono trovato a magiori garbugli di questi.
+
+ESSANDRO. Fa' che non sia bugiarda la speranza che ho in te.
+
+PANURGO. Almeno non será men bugiarda a te che ad altri.
+
+ESSANDRO. Ma dimmi, di grazia, che pensi fare?
+
+PANURGO. Prima diremo cosí.... Ma questo non è piú bono, bisogna
+pensar un'altra cosa. Faremo cosí.... Né questo va a proposito, perché
+potremo incorrere in cosa peggiore.
+
+ESSANDRO. Parla presto.
+
+PANURGO. Sto nel pensatoio, e mi occorrono tanti pensieri che per
+ogniuno ci bisognarebbe un mese a pensare.
+
+ESSANDRO. Son rissoluto vestirmi da maschio, e se non si voglion
+partir per bravure, ammazzargli. Ho fatto di modo che Gerasto stará
+tutto oggi chiuso, e non ci potrá impedire.
+
+PANURGO. Questo non è male, ma sería meglio...
+
+ESSANDRO. Oimè, eccoli! quel primo è Granchio suo servo, quel vecchio
+deve essere Narticoforo.
+
+PANURGO. Morfeo, entra con Essandro e vèstiti da femina, attendi a
+quel che si dice e aiuta al bisogno.
+
+MORFEO. L'odor delle vivande ha tratto costui cosí presto; ma tu non
+n'assaggierai.
+
+
+SCENA VII.
+
+NARTICOFORO maestro di scola, GRANCHIO.
+
+
+NARTICOFORO. Equidem, sive ego quidem--parenthesis,--Carcine, Carcine,
+vereor, io dubito che tu sii allucinato, perché con tanti reiterati
+verbilòqui dici ch'eravamo giunti.
+
+GRANCHIO. Anzi io in replicargli che non poteva essere, si fecero
+beffe di me che come granchio avea caminato a traverso.
+
+NARTICOFORO. Dic mihi vel responde mihi: non m'hai tu invento nel
+luogo, illic--status in loco ubi me dereliquisti,--e con i coturni
+ancora?
+
+GRANCHIO. Sí bene.
+
+NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque come era io in casa sua? alle
+premesse séguita giusta conclusione.
+
+GRANCHIO. Non so altro che dirvi.
+
+NARTICOFORO. Tu intanto sei optumo in quanto non bevi; perché non tu
+assorbi il vino, ma il vino assorbe te, et ob id non sei tu, ma il
+vino che parla.
+
+GRANCHIO. Certo che bevendo non mi bevo i comandamenti del padrone, né
+voi per farmi avanzar tempo mi faceste bere una voltarella, come è mio
+costume, prima che mi parta dall'osteria; e io poco me ne curai,
+pensandomi che questo medico ne avesse ricevuto con un banchetto da
+imperadore.
+
+NARTICOFORO. Io suspico certo che tu sarai entrato dentro qualche
+diversorio e ti arai ingurgitato qualche anfora, medimno o congio di
+liquor di Bacco; e cosí semisepolto nel sonno, ti sará apparso questo
+strano fantasma d'essere stato in casa di Gerasto, e in estasi gli
+facesti l'ambasciata e ancor nel somno parli meco. Onde, per saper il
+vero di questo fatto, bisogna che aspetti o che ti svegli dal sonno o
+che tu digerisca il vino e che i vapori non ascendano al cerebro.
+
+GRANCHIO. Ed io vi dico che vigilando fui in casa di Gerasto e
+vigilando feci la vostra ambasciata, e, vigilantemente e stando in
+cervello, mi dissero che eravate giunto e me ne féro tornare a dietro.
+
+NARTICOFORO. Alter de duobus: aut tu vigilanter sei stolto aut tu
+dormiendo imbriaco. Però decet, oportet, bisogna che con una buona
+ferola ti ecciti dal sonno, ché questa è la pozione e l'antifarmaco
+degli ubbriachi.
+
+GRANCHIO. Dico il vero.
+
+NARTICOFORO. Servorum est falsitates et mendacia dicere. Tanto può
+esser vero questo quanto tangere caelum digito!
+
+GRANCHIO. Giamai dissi veritá magior di questa.
+
+NARTICOFORO. Proh Iuppiter, che tu mi fai excandescere di rabbia! Mira
+se sei un búbalo: non ci hai trovati nel luogo dove ci lasciasti? come
+possiamo esser giunti prima di voi stessi? Furcifer, furcifer, ti
+prendi piacere di ludificarmi.
+
+GRANCHIO. Non potrebbe essere che questa Napoli non fusse quella che
+cerchiamo noi? quante Napoli son nel mondo? o forse in questa Napoli
+fussero piú Gerasti, e abitasse in qualche altra casa e io l'avessi
+preso in iscambio? Ma io dubito che voi per qualche altra via piú
+breve di quella che ho fatto io, siate stati in casa di Gerasto, e
+abbiate mangiato e bevuto bene, e siate tornato prima di me; e or mi
+diate la baia che mi muoio di fame.
+
+NARTICOFORO. Eamus, ch'io vo' concomitarti insino al luogo; né bisogna
+escusarti poi:--Ita mihi videre videbatur, mi parea un altro Gerasto,
+e mi parea che dicesse cosí, mi pensava cosí.--Turpe est dicere: «Non
+putaram», perché una buona ferola fará le mie vendette. Io ti farò
+baiular su gli omeri da uno arcipotente bastazo, e da duo pueruli ti
+farò tener le gambe, ché non possi recalcitare in praeceptorem--con
+«ae» diftongo,--e io con un corio bubále ti fustigherò ben le natiche.
+
+GRANCHIO. Andiamo; e se non troverete quanto vi ho detto, vo' che mi
+strappate la lingua dalle radici e il naso ancora; ma se trovarete
+quanto vi ho detto che sia vero?
+
+NARTICOFORO. Amboduo la penitenza, perché vapulando e verberando ne
+straccheremo.
+
+GRANCHIO. Che colpa ci ho a questo, io?
+
+NARTICOFORO. Non dico te, ma quello uomo nefario che sará stato áuso
+usurparsi il nome onorato di un tanto maestro, e luerá la pena della
+usurpata giurisdizione.
+
+GRANCHIO. Ed io se trovo qualche altro Granchio che dichi che sia me,
+farò le mie vendette, e massime se si arà mangiato la parte mia. Ma
+ecco questa è la casa.
+
+NARTICOFORO. Tocca l'ostio.
+
+GRANCHIO. L'ho toccato.
+
+NARTICOFORO. Quando il furore m'ave invaso la mente e sono divenuto
+furibondo, non scherzare. Battila, ti dico.
+
+GRANCHIO. Che colpa ci ha la porta? avete la còlera contro coloro e la
+volete sfogare sovra la porta?
+
+NARTICOFORO. Se mi muovi la stizza, sarai lo primo a pentirti di
+questi futili vanilòqui.
+
+GRANCHIO. O che avessi un che la mi tenesse su le spalle, ché gli
+vorrei dar un cavallo.
+
+NARTICOFORO. Taci, che s'apre da se stessa.
+
+GRANCHIO. Oh, come ha fatto bene a sé in non farsi battere e a me
+questa fatica di batterla, ché giá m'aveva sputato su le mani e
+stretto il pugno per gastigarla; e ne vien fuori una fantesca.
+
+NARTICOFORO. Ipsa est ipse ego, ipse tu ipsa illa.
+
+
+SCENA VIII.
+
+NEPITA, GRANCHIO, NARTICOFORO.
+
+
+NEPITA. (Il rumor che fanno questi dinanzi la porta, m'ha fatto
+lasciar di burattar la farina. Ma chi è questo barbassoro di qua?).
+
+NARTICOFORO. (Granchio, percontala, dimandala un poco).
+
+GRANCHIO. O bella giovane e da bene,...
+
+NEPITA. Sei ben un tristo tu.
+
+GRANCHIO.... di grazia, volgetevi a noi. Prima risponde con i calci
+che con la lingua: certo deve esser di razza di mulo.
+
+NEPITA. Se avessi detto d'asino, sì.
+
+GRANCHIO. Sí ben, di razza d'asino volevo dire.
+
+NEPITA. E tu un'altra volta lasciami stare. Ma certo che tu non serai
+altro che un prosontuoso, poiché arrogantemente parli e
+prosontuosamente tocchi.
+
+GRANCHIO. È cosí gran male il toccare? Tocco la tazza dove beve il mio
+padrone, che è d'argento; non posso toccar te?
+
+NEPITA. Pensi che se lo sapessero i miei parenti, non te ne farebbono
+pentire?
+
+GRANCHIO. Tocca tu me, che i miei parenti non se ne curano.
+
+NEPITA. Tu sei ben un cattivo.
+
+GRANCHIO. Cattive son le vesti, ché, si mi vedesti nudo, ti parrei
+bellissimo.
+
+NARTICOFORO. Tu veramente deliri e patisci di lucidi intervalli.
+Alloquar hominem--hic et haec homo: lo uomo e la femina.--Femina da
+bene!
+
+NEPITA. Oh, oh, costui mi chiama «femina da bene»: o è un asino o non
+deve parlar con me.
+
+NARTICOFORO. Optime quidem. Deterrima muliercula, idest pessima e
+cattiva femina.
+
+NEPITA. Né tampoco cosí; ma dimmi «femina men cattiva dell'altre».
+
+NARTICOFORO. Tibi Obtemperabo. Femina men cattiva dell'altre, ditemi,
+state voi qui?
+
+NEPITA. Se stesse qui, non anderei caminando.
+
+NARTICOFORO. Dove stai dunque?
+
+NEPITA. Dove mi fermo.
+
+NARTICOFORO. Dico se sei di qua.
+
+NEPITA. Giá, non son d'oltramare o d'oltra i monti.
+
+NARTICOFORO. Dico se stai in questa casa.
+
+NEPITA. Se stessi in questa casa, non starei in piazza.
+
+NARTICOFORO. Vo' saper se stai con Gerasto.
+
+NEPITA. Se sto teco adesso, come posso stare con Gerasto? Vedete se
+siete da poco.
+
+GRANCHIO. Ah, ah, ah!
+
+NARTICOFORO. Tu non intendi questo mio parlare che è pieno di figure e
+di ornamento oratorio, da' Greci detto «schemata». Cicero in libro De
+claris oratoribus: «Schemata enim quae Graeci vocant, maxime ornant
+oratorem, eaque non tam verbis pingendis habent pondus, quam
+illuminandis sententiis».
+
+GRANCHIO. Questa è la via d'entrar presto in casa!
+
+NARTICOFORO. E si scrive con «ae» diftongo, e vien da «schima» che si
+scrive con «ita».
+
+NEPITA. Voi dovete essere spiritato, che parlate in tanti linguaggi;
+ma io perdo qui il tempo, ché non avete altro che parole.
+
+GRANCHIO. Abbiam fatti per te.
+
+NARTICOFORO. Ascolta, di grazia, la conclusione, talché a primo ad
+ultimum se ho detto se state in questa casa, ho voluto ornatamente
+inferire se sète incola di questa casa.
+
+NEPITA. Sí che che conclusione cavo io di questo?
+
+NARTICOFORO. Questo «che che» è un «cacephaton», una cacofonia; ma
+dite piú ornatamente:--Che conclusione caverò io di questo?--L'altre
+parole sono superflue....
+
+NEPITA. Parlate onesto, se pur vi piace, che vi devreste vergognare.
+
+NARTICOFORO. In che ho peccato?...
+
+NEPITA. Andate in bordello, vi dico, e innanzi quelle donne ragionate
+di questo.
+
+GRANCHIO. Certo, queste parole l'hanno guasto lo stomaco.
+
+NEPITA. Certo, che dovete essere un bel pappalasagni.
+
+NARTICOFORO. Questo vocabulo «pappalasagni» non l'ho osservato né in
+_Spicilegio_ né in _Cornucopia_ né in _Calepino_. Granchio, tu che sai
+di zergo e di furbesco, dimmi, che vuol dire?
+
+GRANCHIO. Che sète un grandissimo letterato!
+
+NARTICOFORO. (Deve esser donna di gran spirito, conosce alla ciera i
+valenti uomini). Diteme se Gerasto fusse in casa.
+
+NEPITA. Non v'è; né se vi fusse, potrebbe venir a voi, perché ha in
+casa certi forastieri romani.
+
+NARTICOFORO. Che son questi, ádvene over ospiti?
+
+NEPITA. Dico, forastieri non osti.
+
+NARTICOFORO. Dico, ospiti non osti. Hic et haec et hoc hospes et
+advena: uomo, femina e cosa strana.
+
+NEPITA. Un certo Nasincolio o Nartincoforo, che cento cancheri sel
+mangino!
+
+GRANCHIO. Un solo possa mangiar te!
+
+NARTICOFORO. Impara, «Narticoforo» bisogna dire, non «Nasincolio». È
+nome greco e viene «_apò tù nartix_», cioè «ferola», e «_phoros_»,
+idest «ferens»; cioè «che porta la ferola». E come lo scettro è segno
+della regia podestá, cosí la ferola è segno della magistral dignitade.
+Ma avèrti che Narticoforo non è ancor giunto.
+
+NEPITA. Come non è giunto, se l'ho visto con questi occhi?
+
+NARTICOFORO. Te allucini, te inganni.
+
+NEPITA. Cosí non fusse egli venuto mai!
+
+GRANCHIO. Cosí non avessimo trovata viva te!
+
+NEPITA. O s'avesse rotto le gambe per la via...
+
+GRANCHIO. O t'avessi rotto il collo tu...
+
+NEPITA.... egli, suo figlio e chi fu cagion che venisse!
+
+GRANCHIO.... tu, tuo padrone e chi ti dà questa creanza!
+
+NARTICOFORO. Come Narticoforo è in casa, se ragiona vosco?
+
+NEPITA. Ho da burattar la farina per i maccheroni, e voi mi
+trattenete: lasciatemi andare.
+
+NARTICOFORO. Bona verba, quaeso, ascoltiate.
+
+NEPITA. In casa voi non alloggiarete, ben potrete andar altrove.
+
+GRANCHIO. Bel modo di ricevere i forastieri amici del padrone!
+
+NEPITA. Se non gli farò qualche burla, non mi torrò oggi questo
+barbagianni dinanzi.
+
+NARTICOFORO. Dammi udienza, di grazia.
+
+NEPITA. Eccovela.
+
+NARTICOFORO. Ah, pedissequa, ancillula, scortulo, meretricula, che
+m'hai ottenebrati gli oculi con questa tua farina. Proh Iupiter, che
+l'avesse nelle mani per dilaniarla in mille frustuli!
+
+GRANCHIO. Ecco, trovate vere le mie parole. Quanto era meglio credere
+e non voler provare. Ella è dentro, e noi, come quelli che non entrano
+mai, siamo restati fuora.
+
+NARTICOFORO. Il canchero che ti mangi! abi in malam crucem! Costei
+deve essere qualche fantesca ignorante: che sa dei fatti del padrone?
+
+GRANCHIO. Fate quanto volete, troverete vere le mie parole.
+
+NARTICOFORO. Lasciami confabular con Gerasto, cosí vedremo chi arà
+ragione. Batti le valve con veemenzia, che scappino dalle fibie e
+contignazioni.
+
+GRANCHIO. E pur volete battere le porte: avete la rabbia con i padroni
+e la volete sfogar con le porte.
+
+NARTICOFORO. Se mi fai irascere, batterò te per lei.
+
+GRANCHIO. Ecco s'apre di nuovo. O iudiciosa porta, quanto devi esser
+savia, poiché come stai per esser battuta, t'apri da te stessa.
+
+
+SCENA IX.
+
+PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
+
+
+PANURGO. O amico colendissimo, ben venghi il mio Narticoforo romano!
+
+NARTICOFORO. O Geraste, patronorum patronissime, dii deaeque omnes te
+sospitent et salvum faciant, ben trovato per una miriade di volte!
+
+GRANCHIO. (Costoro si conoscono: la cosa non va buona per me).
+
+PANURGO. Dove è Cintio vostro figliuolo?
+
+NARTICOFORO. Nel diversorio, ché per non essere assueto a viaggi,
+recumbe nel pulvinare; ma verrá quanto ocius. Ma certo, Gerastule,
+Gerastule lepidule, voi stesso vi lacèssite d'ingiuria, chiamandovi
+decrepito, che per la Dio mercé non mi parete di quaranta anni.
+
+PANURGO. L'aria di Napoli è cosí sottile che nasconde gli anni alle
+persone.
+
+NARTICOFORO. Mi scrivevate aver i piedi obsessi da nodose podagre; or
+veggio che gli avete scarni e delicatuli.
+
+PANURGO. Scherzava cosí con voi, intendeva per le podagre due figlie
+che aveva da maritare.
+
+NARTICOFORO. Oh lepidum caput!
+
+PANURGO. Ma sia come si vogli, son al vostro comando.
+
+NARTICOFORO. Ecco son venuto a tòrvi questa podagra e addossarla al
+mio figliuolo.
+
+PANURGO. Di questo mi doglio ben, che v'abbiate tolto invano questo
+travaglio.
+
+NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque col mio solo figliuolo si potevano
+far queste nozze?
+
+PANURGO. Voi non sapete che voglia inferire?
+
+NARTICOFORO. Nol posso ariolare, se non lo dite prima.
+
+PANURGO. Dico che mi dispiace che siate venuto in Napoli, non
+potendosi piú effettuare questo matrimonio.
+
+NARTICOFORO. La cagione?
+
+PANURGO. I giorni a dietro, medicando lo spedale degli Incurabili, o
+fusse l'aria infetta di quel luogo o qualche occulta specie di peste,
+come tengo ben fermo, mi prese tutto e mi venne un spedal di malattie
+adosso. Questa mia figlia mi serviva a medicarmi e a mutarmi gli
+empiastri; fra pochi giorni, le venne la medema infirmitá e dal
+bellíco in giú l'ha tutta rósa e divorata, che non può piú servir per
+femina. E di piú, le è discesa una ernia di sotto, che è piú tosto un
+mostro che umana creatura; e ogni cosa che tocca infetta della medema
+peste. A me il male ha profundato le parti di dietro, e sono
+incancherite. Onde la poveretta non bisogna che piú si mariti, ma che
+si muoia in casa overo in un monistero, benché sian brevi i giorni
+suoi.
+
+NARTICOFORO. Perché prima che mi fusse accinto a questo itinere, non
+mi avete reso cerziore di questo fatto?
+
+PANURGO. Che strada avete voi fatta al venire?
+
+NARTICOFORO. Dal Garigliano abbiam attraversata la via e venuti per
+Linterno, dove Scipio piangendo l'ingratitudine della patria commutò
+la vita con la morte. Poi, per la silva Gallinaria siamo venuti a
+Puteoli, detta cosí «_a putore vel a Puteorum multitudine_».
+
+PANURGO. Ed io ho inviato una posta tre giorni sono per la via di
+Aversa e di Capua.
+
+NARTICOFORO. Non mi potrete dar voi Ersilia, l'altra figlia? che
+parvi? refert sia l'una o l'altra, anzi mi piace piú di Cleria per non
+essere tanto formosa.
+
+PANURGO. Piacesse a Dio che fusse viva, ché saressimo fuora di questi
+intrighi! sono piú di quattro mesi che si morio.
+
+NARTICOFORO. Voi non me ne avete fatto parola mai.
+
+PANURGO. Non mi parea convenevole, trattando di matrimoni e
+allegrezze, mescolarvi con augúri di morti.
+
+NARTICOFORO. Io non parlo sine ratione; ché--avendomi voi interpellato
+la lezione, ché la mattina leggeva lo sesto di Virgilio con commune
+applauso degli audienti, e la sera le _Regole_ di Mancinello; e
+fattomi profugo da' regni latini--dalla cittá romulea son venuto qui
+in Palepoli seu Neapoli con auspici di copular un mio figlio in
+matrimonio; e ragionandosi di ciò tra consanguinei e amici in
+Roma--ché per la Dio mercé vi siamo di qualche conto--e or tornando
+alla patria senza la nuora, pensaranno qualche cosa cattiva di me o
+del mio figliuolo, ché le genti sono piú acconcie a credere il male
+che il bene. Però mi reduco genuflexo a deprecarvene.
+
+PANURGO. Padron mio caro, non saprei che fare per rimediarci.
+
+NARTICOFORO. Geraste carissime, se forse accipiendo informazione di me
+o del mio figliuolo, avete inteso qualche cosa che vi spiace--perché
+si trovano genti che multa dicunt,--o forse la dote è troppa o la mia
+supellettile è poca, ditelo alla libera, ché potremo rimediare al
+tutto.
+
+PANURGO. Il parentado è cosí buono ch'io nol merito, la dote posso
+facilmente pagarla e giá i dinari erano in banco.
+
+NARTICOFORO. Non potrei io entrar in casa e veder questa vostra figlia
+cosí abrosa?
+
+PANURGO. Io non posso farvi intrare in casa mia, ché per esservi
+dentro la peste, come vi ho detto, con accostarvi solo alla porta o
+toccar queste mura, vi viene adosso la medema infirmitade: onde mi
+dispero di non potervi onorare, come è mio debito, meno di un becchier
+d'acqua. Ma farò che Cleria mia venghi giú, su la porta. O di casa,
+fate calar Cleria mia figlia; e recate un poco d'aceto per unger le
+mani, acciò il tufo e l'aria appestata non infetti questi
+gentiluomini.
+
+NARTICOFORO. Gerasto caro, accioché sappiate chi sia io, io son quello
+che ho commentato il _Bellum grammaticale_, la _Priapeia_ di Virgilio;
+ridotte in compendio le _Regole_ di Mancinello e del Valla; enucleati
+sensi profundissimi, reconditissimi e abstrusissimi di Prisciano;
+fatte postille e scòli alle _Epistole_ di Cicerone: talché vòlito per
+ora virorum e per tutte le scole si parla di me. Ricordative che voi
+mi proponeste questo partito e io era piú avido rifiutarlo che
+accettarlo, ché alla mia prole non mancano matrimoni nella sua patria.
+Ma voi tanto mi sollecitaste e mi postulaste con iterati internunzi e
+chirografi, che mi facesti cadere; e or con le parole non s'accordano
+i fatti.
+
+
+SCENA X.
+
+MORFEO, PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
+
+
+MORFEO. Che volete, pa... pa... padre caro?
+
+PANURGO. Narticoforo caro, eccovi un poco di aceto, ungetevi le nari,
+togliete questa balla di profumi.
+
+NARTICOFORO. O mi Deus, o Iuppiter, che mostro è questo? mi incute
+terrore!
+
+PANURGO. Ecco, vedetela, miratela a vostra posta.
+
+GRANCHIO. A me ha fatto passar la voglia di mangiare.
+
+PANURGO. Camina qua, Cleria mia.
+
+MORFEO. No, no po... posso, pa... padre mio.
+
+PANURGO. Orsú, entra in casa.
+
+MORFEO. Vo... volete altro, pa... padre caro?
+
+PANURGO. Non altro, figlia, coltello di questo cuore; va' e còrcati.
+Non togliete, di grazia, la balla dal naso, finché non sia entrata e
+ventilata quest'aria rimasta infetta per il suo apparire. Avete visto
+mia figlia? Or vedete, da cosí bella giovane qual era, la violenza del
+morbo a che l'ha ridotta e come l'ha contrafatta!
+
+NARTICOFORO. Che sfinge, che arpia, che Medusa con la testa crinita di
+serpenti!
+
+PANURGO. Assai piú difforme è quello che cuopre la gonna, che quello
+che appar di fuori.
+
+NARTICOFORO. Uhá, uhá, che orribil putore che vi ha lasciato: par che
+sia un putrido cadavere! O che pettuscolo niveo dove sta spaziando
+Venere con gli Amori! Ma io dubito, Gerasto, che non vogliate
+ludificarmi; e poiché voi la volete romper meco, io la romperò vosco.
+Queste non son cose di viro probo, trattar cose di onore e venir meno
+della parola. Io mi armerò di iambi e di endecasillabi; narrerò lo
+fatto in modo che la presente e la futura etade non ignori questo
+facinore: durerá col tempo, che si leggeranno per i trivi publichi e
+per i triclini.
+
+PANURGO. Fate quel che vi piace: non so che farvi. Perdonatemi, ho da
+fare a casa.
+
+
+SCENA XI.
+
+ESSANDRO, NARTICOFORO, GRANCHIO.
+
+
+ESSANDRO. (Eccolo, mi sforzerò spaventarlo talmente che sgombri questa
+cittá). Deh, se posso trovar uomo che me lo facci conoscere, se non il
+farò pentire d'aver posto piede in Napoli, voglio essere sbranato in
+mille parti!
+
+NARTICOFORO.
+
+ (Pape Satan, pape Satan, aleppe!
+
+Granchio, questi è un troiúgeno Ettore o un Aiace flagellifero!).
+
+GRANCHIO. (Ascoltiamo che dice).
+
+ESSANDRO. Ancora che fusse in mezzo un essercito de nemici, farò tal
+scempio di lui che non vo' che lasci segno alcuno d'esser stato nel
+mondo. Che mi curo io di vita? che di giustizia? Dieci anni di vita
+piú o meno non m'importa.
+
+GRANCHIO. (Chi ardirebbe toccar a costui la punta del naso?).
+
+ESSANDRO. Mi dicono che è romano e maestro di scuola, e che si chiama
+Arcinfanfano. Dimandarò ogniuno che incontro, accioché per negligenza
+non resti di trovarlo.
+
+GRANCHIO. (Or so che dice di maestro di scuola e di romano. Fuggete,
+padrone).
+
+NARTICOFORO. (Io sono insonte, non sono stato infenso ad alcuno).
+
+GRANCHIO. (Mirate che ciera, che guardo fiero!).
+
+NARTICOFORO. (Le ciere torte e i guardi fieri non pungono né tagliano.
+Dimandagli un poco chi sia).
+
+GRANCHIO. (Non son uomo da questioni).
+
+NARTICOFORO. (Sii almeno da parole).
+
+GRANCHIO. (A questo sí, son buono, e non ve ne farò mancar mai; ma
+avertite che, venendo egli a fatti, io lascio le parole).
+
+NARTICOFORO. (Sará meglio arripere la fuga).
+
+ESSANDRO. Vien qua tu: perché fuggi?
+
+NARTICOFORO. Voleva andare, amicto, exonerare il ventre delle
+superfluitá della digestione.
+
+ESSANDRO. Dimmi, tu chi sei?
+
+NARTICOFORO. Né romano né ludimagistro.
+
+ESSANDRO. Alla puzza de' piedi conosco che sei pedante. O tu sei quel
+desso o devi conoscere quel pedante ch'io cerco. Conosci tu
+Narticoforo romano?
+
+NARTICOFORO. Ti giuro per il quaternario e per la brassica ch'io non
+lo conosco.
+
+ESSANDRO. Che quaternario? che brassica?
+
+NARTICOFORO Pythagoras, philosophus philosophorum, giurava per lo
+numero quaternario; iuro ego similiter per numerum quaternionem. E
+Socrate, che fu giudicato dall'Oraculo per il sapientissimo di
+viventi, giurava per la brassica.
+
+ESSANDRO. Alla loquela e all'abito mi pari un pedante.
+
+NARTICOFORO. Non aedepol, non Hercle, non certo, non son unquanco....
+
+ESSANDRO. Vien qua tu: conosci costui chi sia?
+
+GRANCHIO. Nol conosco né il viddi pur una volta.
+
+ESSANDRO. Se non mi dici chi sei, ti passerò questa spada per i
+fianchi.
+
+NARTICOFORO. Saltem, annunciatemi, in che v'ha egli offeso?
+
+ESSANDRO. Non si vergogna questo pedante pedantissimo, feccia di
+pedanti, voler fare una mia cugina per moglie al suo figliuolo. Siamo
+dieci nipoti congiurati insieme di ammazzarlo, perché l'abbiamo
+promessa maritare con un nostro parente, e ci va la vita di tutti; e
+noi per non essere uccisi tutti, vogliamo uccider lui.
+
+NARTICOFORO. Quid igitur faciendum?
+
+ESSANDRO. Fuggir subito da questa cittá.
+
+NARTICOFORO. Lubenter faciam: non mi darete voi tempo ad colligendum
+sarcinulas?
+
+ESSANDRO. Abbi mezza ora di tempo. E se per disgrazia dirai nulla di
+ciò che ti ho detto a Gerasto, guai a te! il pezzo maggior sará
+l'orecchia.
+
+NARTICOFORO. Mi partirò adesso adesso.
+
+ESSANDRO. Verremo insino a Roma ad ucciderti: non so io che abiti
+vicino al Culiseo?
+
+NARTICOFORO. Non certo: alla Rotonda, sí.
+
+ESSANDRO. Cosí prometti, fa' che l'attendi, se non..., misero te! (Io
+mi tratterrò da qui intorno per far un'altra bravata a Gerasto che,
+cosí vestito da maschio, non será per conoscermi).
+
+
+SCENA XII.
+
+SPEZIALE, PANURGO, MORFEO.
+
+
+SPEZIALE. (Veggio un uomo innanzi la porta di Gerasto). Gentiluomo,
+qui m'invia Gerasto medico, che facci un serviggiale ad un forastiero
+ammalato. Se sète di casa, mi sapreste insegnar dove abbiti?
+
+PANURGO. Entra in questa camera terrena, presso la scala, che lo
+troverai giacente infermo. Di grazia, disponetelo prima con belle
+parole, poi fate l'ufficio vostro.
+
+SPEZIALE. Volentieri. Non mi darete voi due legna, che possa riscaldar
+questo pignatino?
+
+PANURGO. Fratello, noi siamo forastieri, legne non ne abbiamo; fate il
+meglio che si può.
+
+SPEZIALE. Cosí farassi.
+
+PANURGO. (Come fui sciocco questa mattina non rispondere alcuna cosa a
+questo fatto; ché difficil cosa mi pare che Morfeo si conduca a
+farselo. Egli è tristo a tutta passata, e dubito non facci delle sue e
+ruini il negozio).
+
+MORFEO. Va' via, parteti di qua.
+
+SPEZIALE. Che faresti se t'apportassi alcun male, che, apportandoti la
+sanitá, cosí mi scacci?
+
+MORFEO. Sia maladetta la sanitá che vien per tal via!
+
+SPEZIALE. Fratello, nessun male si scaccia con piacere.
+
+MORFEO. Mi fai del filosofo ancora. Fuggí di qua e fai bene.
+
+SPEZIALE. Lásciatelo fare, e fai meglio.
+
+MORFEO. Eh, va' via!
+
+SPEZIALE. Eh, férmati!
+
+MORFEO. Levamiti dinanzi, dico.
+
+SPEZIALE. Io non ti sto innanzi ma dietro.
+
+MORFEO. Dici il vero, che dovunque mi volgo, mi ti trovo dietro; par
+che sii l'ombra mia.
+
+SPEZIALE. Tutto è per tuo bene.
+
+MORFEO. Vuoi tu un buon consiglio? Vattene via ben presto.
+
+SPEZIALE. Vuoine tu un altro migliore? lásciatelo fare.
+
+MORFEO. Tu sei risoluto non partirti?
+
+SPEZIALE. Tu indovini, se prima nol faccio. Fa' buon animo.
+
+MORFEO. Come ho a far per far buon animo?
+
+SPEZIALE. Rissoluzione: cala la testa, stringi i denti e tira il fiato
+a te.
+
+MORFEO. Cosí farò.
+
+PANURGO. (Pur alfin s'è contentato! Ma che rumore è questo?).
+
+SPEZIALE. Oimè, oimè! che sia ammazzato quel fabro che fece quella
+scure che tagliò quegli alberi che féro quella barca che ti portò in
+questo paese!
+
+PANURGO. Che cosa hai, uomo da bene?
+
+SPEZIALE. In questa casa dicevi tu che ci era carestia di legne? che
+in nessuna casa m'è accaduto mai me ne siano state date in piú
+abondanza né a miglior mercato né con peggior modo!
+
+MORFEO. Ancor sei qui, brutto poltrone?
+
+SPEZIALE. Se non ti piaceva, non potevi licenziarmi senza cacciarmene
+come si cacciano i cani?
+
+MORFEO. Sgombra, fuggi di qua!
+
+SPEZIALE. (Deh, se posso appuntartelo dietro, o ce lo ficcherò insino
+al manico o farò il brodo tanto caldo che ti scotterò tutte le
+budelle. Ti farò peggio che non hai fatto a me).
+
+MORFEO. Che borbotti, sozzo asino?
+
+SPEZIALE. Era venuto a farti il serviggiale, non per esser battuto.
+
+MORFEO. Che hai ad impacciarti se voglio vivere o morire? sei mio
+tutore?
+
+SPEZIALE. Era venuto qui per un carlino, non bastano quattro a
+medicarmi.
+
+MORFEO. Ti duoli forse che non t'abbi dato quanto merita la tua
+perfidia?
+
+SPEZIALE. Che gran fatto era lasciarti far il rimedio? Questo ti cava
+tutti i cattivi umori dal corpo: ti allegerisce la testa, ti leva le
+fumositá dal cervello, ti mantien largo da dietro, che non arai piú
+male in tua vita. Il male è poco, l'utile è molto: non sète giá putto,
+che abbiate a vergognarvene.
+
+MORFEO. Ben dice il proverbio: «Sei piú fastidioso del serviggiale»;
+ma tu avanzi tutti i serviggiali del mondo.
+
+SPEZIALE. Lo farò con tanta destrezza che, quando stimerai che non
+abbi cominciato, arò finito.
+
+MORFEO. Orsú, io fo stima che non abbi cominciato; fa' stima tu che
+abbi finito, e va' via.
+
+PANURGO. (Morfeo, di grazia, obedisci: non scopriamo il fatto per cosa
+cosí leggiera).
+
+MORFEO. (Fattelo far tu o il tuo padrone a cui appertiene questo,
+accioché vi purgasse quelli umori che dice lo speziale. Che ho a far
+io con gli umori tuoi o con gli amori di Essandro?).
+
+SPEZIALE. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi farti questo rimedio?
+
+MORFEO. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi partirti di qua?
+
+SPEZIALE. Non accostarti, che giuro passarti questo alla trippa.
+
+PANURGO. Di grazia, vattene.
+
+SPEZIALE. Non me n'andrò senza vendetta: almeno, gli spezzarò questo
+pignatino in testa e gli butterò il brodo in faccia.
+
+MORFEO. Ah, poltron asino, che m'hai cieco! se ti giungo!
+
+
+
+
+ATTO IV.
+
+
+SCENA I.
+
+NARTICOFORO, GERASTO.
+
+
+NARTICOFORO. (Heu, misero Narticoforo, tu stai in un pelago di
+ancipiti pensieri! A me duole partirmi senza far molti consci della
+ingiuria con che m'ha lacessito Gerasto; e se non mi parto, quel suo
+nipote vuoi trucidarmi: io sono tra Cariddi e Scilla!).
+
+GERASTO. (Fioretta non è in camera: andrò in casa, gli farò cenno che
+venghi, e vedrò se gli forastieri han pranzato e se si riposano).
+
+NARTICOFORO. (Costui deve esser forastiero in questa cittá, perché va
+alla casa appestata e la batte per entrare). O viro probo, arrige
+aures a quel che dico.
+
+GERASTO. O son sordi o dormono.
+
+NARTICOFORO. Perché battete quel ostio con tanta veemenzia?
+
+GERASTO. Perché ho voglia d'entrare.
+
+NARTICOFORO. Voi dovete esser forastiero e l'arete presa in cambio.
+
+GERASTO. Or questa è bella, che un forastiero dica ad un cittadino che
+è forastiero, e gli vogli insegnar la sua casa!
+
+NARTICOFORO.
+
+ _Heu fuge crudeles terras, fuge littus avarum!_
+
+GERASTO. Perché mi dite voi questo?
+
+NARTICOFORO. In questa casa ci è la peste, e ponendovi la testa dentro
+o toccando la porta, s'apprende.
+
+GERASTO. Penso che voi vogliate darmi la baia.
+
+NARTICOFORO. Vuoi tu un buon consiglio? scostati da quella porta,
+perché ti appestará. Gerasto. Vuoi tu un miglior consiglio? non
+trattar di quello che non sai, altramente sarai giudicato di poco
+consiglio e di manco cervello.
+
+NARTICOFORO. Or giudica temet ipsum di poco cervello e di poco
+consiglio, che parvipendi l'ottime admonizioni di chi ti dice che
+questa casa è pestifera e ti importa la vita.
+
+GERASTO. Che peste? chi t'ha riferito questo?
+
+NARTICOFORO. Il padron istesso di queste edicole.
+
+GERASTO. A che proposito il padron di queste case ti l'ave riferito?
+certo costui sará scemo di cervello.
+
+NARTICOFORO. Lubenter faciam. Commorando io in Roma, mi scrittitò
+molte lettere, chiedendo copular una sua figlia in matrimonio con un
+mio figlio; e giá d'accordo, piú con la sua che con la mia
+sodisfazione, mi chiama che venghi col mio figlio a tor la sposa.
+Vengo, e lascio i miei consanguinei che mi venghino ad incontrar con
+la nuora; adesso mi dice che me ne ritorni.
+
+GERASTO. Certo costui non può essere uomo da bene, perché vien meno
+della sua parola. Ma che ragioni assegna egli?
+
+NARTICOFORO. Dice che medicando agli Incurabili s'attaccò la peste, ed
+egli l'ha attaccata a sua figlia nelle parti pudibonde e l'ha tutta
+guasta, che non vi è rimasto segno del sesso; e che a lui gli è venuta
+da dietro--o stomacali o peste,--che è tutto rovinato. E poi m'ha
+mandato un suo abnepote o trinepto a minacciarmi, se non mi parto fra
+mezza ora, di voler uccidermi.
+
+GERASTO. Che cosa è trinepto?
+
+NARTICOFORO. Mon sapete voi la linea delia consanguineitá? «_Est nepos
+cuius relativum est avus, sic proavus cuius relativum est pronepos,
+sic abavus cuius relativum est abnepos_».
+
+GERASTO. Non mi curo saper questo io.
+
+NARTICOFORO. Ascolta, che non so come puoi tu vivere senza saper
+questo.
+
+GERASTO. Seguite la cagion della peste.
+
+NARTICOFORO. Alfin, per giungerlo, gli dico che mi facci copia di
+veder quella sua figlia che aveva; e mi disse che avea commutato la
+vita con la morte.
+
+GERASTO. Perché non vi facesti mostrar quella sua figlia appestata?
+
+NARTICOFORO. Lo chiesi; e venne fuori con certe tumefazioni nella
+bocca, con una ernia di sotto, che non so se Tesifone o Megera potesse
+essere piú difforme di lei. E allora mi disse che mi fusse scostato
+dalla casa, perché era pestifera.
+
+GERASTO. Questa mi pare una forfantaria e indegna di uomo da bene; e
+ne meriterebbe castigo. Però vi prego, se è però lecito, dirmi il
+nome, acciò ci possiamo guardar da lui.
+
+NARTICOFORO. Lubentissime faciam. Suo nome è Gerasto di Guardati.
+
+GERASTO. Gerasto de Guardati! come, quando e dove fu questo?
+
+NARTICOFORO. Hic, in questo luogo; illic, in quel luoco; istic, per
+qua: poco innanzi, come v'ho detto.
+
+GERASTO. Gerasto di Guardati ti ha detto che ha una sua figlia con una
+fistola dinanzi, ed egli un'altra di dietro?
+
+NARTICOFORO. Certissimo, quello che ascolti.
+
+GERASTO. Come sta fatto questo Gerasto che tu dici?
+
+NARTICOFORO. Gracilescente, col collo obtorto, con oculi prominenti,
+strabbi e di color fosco.
+
+GERASTO. Dio me ne guardi che Gerasto fusse cosí fatto! Tu mi hai
+dipinto un appiccato. Gerasto è tutto di contrarie fattezze: che è
+grasso, collo corto, naso schiacciato, colorito; e per non tenerti a
+tedio, io son Gerasto di Guardati. Né mai viddi te se non adesso: né
+ebbi io fistola dietro mai, né mia figlia innanzi, se non quella che
+ci ha fatto la natura istessa; e se lo luogo di mia figlia fusse men
+onesto, or la snuderei; e se io non stessi nella strada publica, or
+ora mi slacciarei le calze e te lo mostrarei in prospettiva, accioché
+con gli occhi tuoi vedessi il tutto. Né io ho nipote né trinepote che
+possa pormi legge: e tutto è mentita quanto hai detto.
+
+NARTICOFORO. Ho detto il vero, piú vero di quel vero che tu dici.
+
+GERASTO. È ben vero che ho promesso a Narticoforo romano, onoratissimo
+uomo, dar mia figlia Cleria per moglie a Cintio suo figlio, e a lui
+sta a menarsela in Roma quando gli piace; e tu devi esser di cattiva
+lingua.
+
+NARTICOFORO. Poco anzi con encomi egregi onorasti Narticoforo
+ludimagistro, e or ricanti la palinodia chiamandolo semifatuo e
+mentitore.
+
+GERASTO. Ho lodato Narticoforo; ho detto mal di te.
+
+NARTICOFORO. Ego sum Narticoforus «_fama super aethera notus_».
+
+GERASTO. Tu Narticoforo romano?
+
+NARTICOFORO. Ipsissimus Narticoforus.
+
+GERASTO. Se tu sei Narticoforo e te ho lodato, mi sono ingannato e ne
+mento per la gola.
+
+NARTICOFORO. Non mi sono ingannato io di te, che ho detto quel che
+sei.
+
+GERASTO. Narticoforo e suo figlio sono in casa mia; e ti farò veder la
+veritá quando vorrai.
+
+NARTICOFORO. Quando venne in tua casa Narticoforo?
+
+GERASTO. Poco innanzi; han pranzato e or si stanno a riposare per lo
+viaggio fatto.
+
+NARTICOFORO. Narticoforo e suo figlio sono in casa tua?
+
+GERASTO. Quante volte vuoi tu sentirlo?
+
+NARTICOFORO. Potrei vedergli io?
+
+GERASTO. Per vincer col vero la tua perfidia, vo' che gli veda. Olá, o
+di casa, fate venir Narticoforo e suo figlio fuori. Ti farò veder la
+mia veritá.
+
+NARTICOFORO. Qui non può esser veritá alcuna; né vedrò altrimente
+Narticoforo se non vedo me stesso, né Cintio mio figlio se non vado
+nel diversorio dove l'ho lasciato.
+
+
+SCENA II.
+
+MORFEO, GERASTO, NARTICOFORO.
+
+
+MORFEO. Che dimandate pa... padre ca... ca... caro?
+
+GERASTO. Ecco il suo figlio Cintio.
+
+NARTICOFORO. Questa non è l'indole di mio figliuolo.
+
+GERASTO. Questo forastiero ha caro vedervi. Morfeo. Chi è questo fo...
+fo... forastiero?
+
+NARTICOFORO. Profecto desio saper chi voi sète.
+
+MORFEO. Io Ci... Cintio romano.
+
+NARTICOFORO. Di chi sète figlio?
+
+MORFEO. Di Na... Na... Nas... Nasincolfino romano.
+
+NARTICOFORO. Narticoforo vuoi tu dire? Che arte egli essèrse?
+
+MORFEO. Maestro di sco... sca... sce..., mastro di scola.
+
+NARTICOFORO. Pensava volessi dir mastro di solar scarpe. Che sei qui
+venuto a fare?
+
+MORFEO. A sbo... sbu... sbosar la figlia di questo me... men...
+medico.
+
+NARTICOFORO. Di quanto hai detto, tu menti del tutto.
+
+MORFEO. _Sbu, sbu._
+
+NARTICOFORO. Oimè, che putore! che cosa è questo che m'hai buttato in
+faccia?
+
+MORFEO. È ro... rotta la postema: è lo san... sangue e la mar...
+marcia.
+
+NARTICOFORO. Oimè, che fetulenzia, che cloaca è questa!
+
+MORFEO. Ti giuro...
+
+NARTICOFORO. Non giurare a chi non crede al tuo giuramento. Parteti di
+qua; se non, mi partirò io.
+
+GERASTO. Entra, Cintio mio caro. Ecco, hai pur visto esser vero quanto
+ti ho detto.
+
+NARTICOFORO. Mio figlio non è cosí fatto: è un Adone, un Ganimede,
+immo centies piú bello dell'uno e dell'altro. Questi è un deforme
+Tersite. Proh Iuppiter, questa Napoli deve essere qualche terra
+incantata, dove gli uomini diventano altri di quel che sono; onde son
+ancipite come si trovano qui uomini che non solo mentiscono chi sono,
+ma s'usurpano i nomi e le condizioni d'altri.
+
+GERASTO. Ed è possibile che in Roma si trovino uomini cosí ignoranti e
+di sí fatta condizione che non si voglino persuadere che altri non
+sieno quelli che sono, e or si vogliono far conoscere per quelli che
+non sono?
+
+NARTICOFORO. Non fu inteso mai il piú insigne mendacio in questa
+machina mundiale!
+
+GERASTO. Perché sei incredulo?
+
+NARTICOFORO. Anzi, tu bugiardo?
+
+GERASTO. Questa tua barba bianca m'ave ingannato.
+
+NARTICOFORO. La tua ciera m'ha detto la veritá. Mira faccia di boia!
+
+GERASTO. Mira faccia d'appiccato! stolto ignorante!
+
+NARTICOFORO. Mentiris per guttur! oh avessi la mia ferola, che ti
+vorrei far pentire di quanto hai detto.
+
+GERASTO. Ti risponderei con le mani, se avessi qui un bastone, e ti
+impararei la creanza.
+
+NARTICOFORO. Tu la creanza a me? il quale con publico stipendio lègo
+una lezione estraordinaria alla Rotonda di versi di Mancinello di
+costumi? Pensi che per esser qui forastiero non abbi in questa cittá
+alcun amico? o abbi la crumèna cosí vacua che non possa far pentirti
+del tuo stultiloquio? Condurrò io qui or ora il capitan Dante,
+hispanus Hector, e ti farò conoscere quanto importi usar ingiuria a
+chi non la meritò mai.
+
+GERASTO. Né tu mi trovarai qui solo. Ma ben hai fatto a partirti,
+ch'essendo scemo di cervello, con un bastone ti volea far tornar
+savio. Mira che sorte di uomini vanno per lo mondo, mira che
+cantafavole! Diceva la casa mia essere appestata, che lui era
+Narticoforo e ch'io non fusse Gerasto; alfin volea che Cintio non
+fusse figlio di Narticoforo.
+
+
+SCENA III.
+
+ESSANDRO. GERASTO.
+
+
+ESSANDRO. Voi sète Gerasto medico, eh?
+
+GERASTO. Io son; che volete per questo?
+
+ESSANDRO. Avete voi avuto rissa con un maestro di scola?
+
+GERASTO. Con uno che per tale si volea far conoscere.
+
+ESSANDRO. Va ragionando per le strade con quanti uomini da bene
+incontra, con dir che Gerasto de Guardati è un medicacavalli,
+castraporci, maneggiator di sterco e d'urina.
+
+GERASTO. Egli ne mente, ché in ogni conto son miglior di lui.
+
+ESSANDRO. Dice che ave un asino in casa, se li volete medicar i
+testicoli.
+
+GERASTO. Oh, che mi vien tanta rabbia che, se fusse qui, vorrei fargli
+veder chi son io.
+
+ESSANDRO. Dice che vi chiamate messer Orinale.
+
+GERASTO. Son uomo da spezzarcene cento nel volto, di urina putrefatta.
+
+ESSANDRO. Dice che voi solete patir di una certa infirmitá bestiale e
+che l'avete richiesto..., mi vergogno dirlo.
+
+GERASTO. Egli ne mente insin dentro al suo cervello e quanti lo
+credono.
+
+ESSANDRO. Va adesso a trovar un capitan spagnolo bravissimo, chiamato
+Dante, perché dá bravissime bastonate.
+
+GERASTO. Sotterrerò lui e chi vuoi difenderlo, di bastonate. Ma io non
+sono di sí poca stima in questa cittá che non abbi una dozzina di
+spagnuoli a mio comando.
+
+ESSANDRO. È rissoluto ammazzarvi in ogni modo; e penso sará qui tra
+poco.
+
+GERASTO. Egli mi troverá qui piú tosto che pensa.
+
+ESSANDRO. Io vo' a dirglilo.
+
+GERASTO. Né io sarò cosí sciocco che, venendo egli accompagnato, mi
+voglia far trovar qui solo. Menarò meco el capitan Pantaleone
+spagnuolo, che lo medico gratis.
+
+
+SCENA IV.
+
+Capitan DANTE, NARTICOFORO.
+
+
+DANTE. Ahora decidme cuantos mil hombres quereis que yo envíe á los
+infiernos.
+
+NARTICOFORO. Uno uomo solo, vecchio decrepito, veternoso e silicernio.
+
+DANTE. ¡Ah, cuerpo de mis males! mirad lo que me dice, por vida de
+quien soy, que me agraviais en ello, que haya yo de atreverme á matar
+un viejo podrido, moho de la tierra, no es posible, porque solo en el
+desenbainar de esta mi espada, es tanto el aire que hace, que es
+bastante para hacer hundir una nave. Y al solo moto de mi persona se
+estremece la tierra como si por ventura fuera un terremoto. Y en fin
+soy tal que donde hinco mis ojos, pego fuego.
+
+NARTICOFORO. Non m'era ancora pervenuto ad aures cosa alcuna di queste
+tue prove.
+
+DANTE. Pues, ¿como no habeis oido por estos mundos mis grandes
+valencias?
+
+NARTICOFORO. Nunquam, non mai.
+
+DANTE. ¿Sabeis porqué? en solo poner mano á mis armas, el temblor de
+los enemigos es tan grande que luego vereis huir quien por acá y quien
+por acullá, quien se nasconde y quien muere de temor; y de esta manera
+jamás ninguno vee lo que yo hago.
+
+NARTICOFORO. Dunque, io son nato secundis avibus, ché mai non
+m'accadde vederlo.
+
+DANTE. Pues, decid de que muerte quereis que le hagamos perecer: toma
+este librecillo donde están dibujadas seiscientas suertes de muertes,
+escoje cual quereis que le hagamos provar.
+
+NARTICOFORO. Per dirvi il vero, non vorrei mandarlo all'orco.
+
+DANTE. ¿Que horca? Valgate todos los diablos, ¿que soy yo por ventura
+verdugo, que tengo de ahorcar?
+
+NARTICOFORO. Orco, idest, cioè alle case di Dite, nel Tartaro
+abissale: cioè che non vorrei ucciderlo.
+
+DANTE. ¿Como si dijese cortarle un brazo, las piernas, o llevarle
+medio casco?
+
+NARTICOFORO. Non tanto, no.
+
+DANTE. Pues, ven acá: quiero yo que le hagamos una burla.
+
+NARTICOFORO. Dic sodes, dite di grazia.
+
+DANTE. Sabed que yo tengo una espada de corte tan delgada y sutil que,
+dándole por detrás muy diestramente, le cortaré la cabeza con tanta
+destreza que apenas sentirá si es pulga que le morde; y andará sin
+saber que está descabezado, y cuando irá por abajarse, caerá la cabeza
+acá y el cuerpo acullá, y asi se le saldrá afuera la sangre y el
+ánima.
+
+NARTICOFORO.
+
+ _Purpuream vomit ille animam sanguine místam,
+ Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras._
+
+Ma questa mi pare una deterrima burla per lui.
+
+DANTE. Quereis que le haga morir con un resuello o con un esternudo.
+
+NARTICOFORO. Dunque, si può interficere un uomo con queste cose?
+
+DANTE. Espera, que os lo quiero hacer ver, _aheh, aheh._
+
+NARTICOFORO. Apage, apage, non vo' veder questa esperienza, io.
+
+DANTE. Non puedo yo obras obrar con mis manos con tanta lijereza que
+donde toquen no despedacen carnes y huesos de tal manera que se pueden
+hacer salchichas de ellas; pero matemosle con un espanto.
+
+NARTICOFORO. Come con lo spavento?
+
+DANTE. Yo me paro el rostro en acto tanto fiero y espantable que non
+hay hombre que en viéndome no se hiele de cabeza á pies de temor, y
+que no le venga la cuartana.
+
+NARTICOFORO. Dubito che la quartana non la facciate venire a me.
+
+DANTE. Cuando vuelvo mi cara, cerrad los ojos y no temais.
+
+NARTICOFORO. Cosí farò.
+
+DANTE. Pues ¿donde está este, que hemos de enviar a los reinos de
+Pluton? A las armas, cuerpo de quien me parió, que es esto? Ya es hora
+de almorzar y no he matado una docena de hombrecillos; porque juro que
+en diez anos no he estado tan ocioso como ahora.
+
+NARTICOFORO. Qui abbiamo avute le risse e le altercazioni.
+
+DANTE. ¿Habeis hecho tañer las campanas á muerto?
+
+NARTICOFORO. Non io.
+
+DANTE. Andad, que no es mi eostumbre poner mano á la espada sino que
+primero la haga tañer. _Ppu_, ¡ya me viene el hedor de su cuerpo
+podrido!
+
+NARTICOFORO. Vo dunque. Mi allargarò piú tosto per il timor che mi
+assale.
+
+DANTE. Ahora bien, andad, que yo entretanto sacaré mí.
+
+
+SCENA V.
+
+ESSANDRO, Narticoforo, capitan Dante.
+
+
+ESSANDRO. Ancor sei qui, pedantaccio? non m'hai tu promesso partirti?
+
+NARTICOFORO. «Arma virumque cano». Capitan Dante, mio Ercole
+alexicaco, aiutami!
+
+DANTE. ¡Holá! quien va allá, tenganse y hinquense de rodillas, y
+hinchad, que os quiero dar un sopapo, si no juro por vida de quien soy
+que os mataré á puros boffettones, que por ser vos un muchacho, no
+sois hombre para mí.
+
+ESSANDRO. Vien qui, mascalzone, ch'io ti vo' far conoscere che son
+miglior uomo di te.
+
+DANTE. Yo te la doy por vencida, que en la cuenta de poltrones eres
+mejor que yo.
+
+ESSANDRO. Fatti innanzi, poltronaccio.
+
+DANTE. No me venga ninguno con bravadas, que en solo poner mi brazo en
+postura hago caer los hombres muertos. Y yo haré que essa palabra te
+cueste más que el queso á los ratones.
+
+ESSANDRO. Volta la faccia qua, codardo.
+
+DANTE. Los diablos me te trajeron delante.
+
+ESSANDRO. Non sei una gallina tu? rispondemi.
+
+DANTE. Anda, majadero, que si yo fuera gallina, con essos tus
+puntapies ya me habrías quebrado los huevos en la madrecilla.
+
+ESSANDRO. Che vai facendo per questa strada?
+
+DANTE. La calle es comun, y puedo pasear como cada uno.
+
+ESSANDRO. È commune, se tu hai da appicarti in quella. Dimmi, che vai
+facendo per qua?
+
+DANTE. Voy en busca de un amigo.
+
+ESSANDRO. Farai come quello che gioca, che va buscando danari e trova
+bastoni. Ma cosa è questa che tu altro hai qui sotto?
+
+NARTICOFORO. Il mio verbere, la mia fustiga, il mio baculo magistrale.
+
+ESSANDRO. Con questa fustiga fustigherò te, ché per adesso io non mi
+vo' imbrattare le mani di sangue di pedante.
+
+NARTICOFORO. Gentiluomo de indole prestantissima, «cedant arma togae»:
+non far questa ingiuria a questa toga venerabile.
+
+ESSANDRO. Vien qua tu, alzami costui su le spalle.
+
+DANTE. Soy para esso muy flaco de lombos.
+
+ESSANDRO. Finiamola, poltronaccio.
+
+DANTE. Dadme essas manos, ¡con todos los diablos!
+
+NARTICOFORO. Ah, gentiluomo--ti vo' comporre un ottastico di versi
+scazonti, coriambici, anapestici, proceleusmatici, e vo' che dichino
+ne' capiversi il tuo nome,--non far ch'io vápuli come un putto!
+
+ESSANDRO. Ti vo' proprio vapular come un putto.
+
+NARTICOFORO. Avertite che fate falso latino: ché «vapulo» est verbum
+deponens, idest quod deponit significationem activam et retinet
+passivam: però «ego vapulo», io son battuto; non «vapulo», io batto.
+
+ESSANDRO. Tu stai a cavallo e impari lo falso latino a me! Ma questa
+mattina io ti ho dato lo latino; e adesso vo' che lo facci a cavallo,
+e voglio che numeri le bòtte con la tua bocca, e come fai errore,
+cominciarò da capo.
+
+NARTICOFORO. Fermate, di grazia; non cominciate ancora. Come volete
+che numeri, adverbialiter: semel, bis, ter; overo numeraliter: unus,
+duo, tres; overo ordinaliter: primus, secundus, tertius?
+
+ESSANDRO. Non tante parole: stendi le gambe; se non, che te le farò
+tener da un fachino.
+
+NARTICOFORO. Fate almeno che mi reminisca l'interiezioni dolentis.
+
+ESSANDRO. _Taf_.
+
+NARTICOFORO. Heu, unus!
+
+ESSANDRO. _Taf_.
+
+NARTICOFORO. Uhá, duo!
+
+ESSANDRO. _Taf_.
+
+NARTICOFORO. Oh, tria!
+
+ESSANDRO. _Tif, taf, tif_.
+
+NARTICOFORO. Heu, oh, uhá, quater: a quatuor usque ad centum sunt
+indeclinabilia.
+
+ESSANDRO. Vuoi partirti?
+
+NARTICOFORO. Mi partirò quanto ocius; se non, vo' essere trucidato.
+
+ESSANDRO. Lascialo calar giú. Avèrti, ascolta bene: all'altra, io ti
+passerò questa spada per i fianchi.
+
+NARTICOFORO. Oh, come m'hai difeso, capitan Dante! ti dovereste piú
+tosto chiamar capitan Recipiente che Dante!
+
+DANTE. ¿Parecete cosa conveniente que yo ponga mano á las armas para
+reñir con un rapaz, con un mancebo? ¿no sabeis vos que no es costumbre
+los leones pelear con ratones, sino con animales feroces? ¡Ponedme á
+combatir con hombres bravos y vereis lo que sabré hacer!
+
+NARTICOFORO. Ecco il mio inimico!
+
+
+SCENA VI.
+
+PANTALEONE spagnolo, GERASTO.
+
+
+PANTALEONE. ¿De manera que no sabeis como me llamo?
+
+GERASTO. Non io.
+
+PANTALEONE. El capitan Pantaleon, destruidor de castillos, asolador de
+ciudades, dejarrettador de ejércitos y desplanta campaña.
+
+GERASTO. Potrebbe essere che fussi sfrattacampagna, perché spesso
+fuggi.
+
+PANTALEONE. Porque hallándome en medio de un ejército de enemigos, así
+siego piernas, cabezas, brazos y cuerpos, como el villano segador
+siega el trigo con la hoz; y cuando yo combato, es menester que haga
+tres cosas á un mismo tiempo: con el brazo derecho cortar hombres al
+través; con la izquierda tener alto el broquel para defenderme de los
+brazos, piernas y cabezas que llueven por el aire; y con los puntapies
+apartar los cuerpos destrozados, para que no me cerquen á la redonda y
+me sepulten vivo.
+
+GERASTO. Dunque, non bisogna starvi molto vicino?
+
+PANTALEONE. Antes huir luego, porque alguno de estos miembros cortados
+no te coja y te meta en las entrañas de la tierra. Yo me llamo
+Pantaleon matador de panteras y leones; y quando tengo alguna entre
+las manos, la desuello como se fuera oveja, y me visto de la piel y me
+voy entre los bosques y me junto con ellos, y juntándome azgo una con
+una mano y otra con la otra por los pezcuezos, y doyles con las
+cabezas de tal manera que le hago saltar los huesos por los ojos; y
+como otros van á cazar pájaros y liebres, yo voy á cazar panteras y
+leones.
+
+GERASTO. Piú tosto a caccia di cappe e ferraioli.
+
+PANTALEONE. Ahora escucha esta otra caza.
+
+GERASTO. Non piú, di grazia.
+
+PANTALEONE. Escucha, viejonazo, si no vate ahorca.
+
+GERASTO. M'andrò piú tosto ad appiccare che ascoltarne piú.
+
+PANTALEONE. ¿Pero donde están los ejércitos de estos tus enemigos?
+
+GERASTO. Io non ho inimicizia se non con un solo che será qui tosto.
+
+PANTALEONE. ¿Un solo, ah? ¿o más de uno? juro por esto poderoso brazo
+y por esta tajadora espada, con la cual he hecho tantas hazañas en
+essas nuevas y vejas Indias, que si no fuesses pobre hombrecillo te
+enviaría por embajador de las ánimas dañadas.
+
+GERASTO. Per adesso non ho altri inimici.
+
+PANTALEONE. Pues, no es menester poner mano á la dorlindana: con el
+puño solo, con un dedo, con un soplo, con un pelo de mis barbas, le
+haré más agujeros en lo cuerpo que no tiene un hervidero. Pero
+decidme, ¿esta mañana ha dicho la de mi tierra este tu enemigo?
+
+GERASTO. Non so qual sia questa di tua terra.
+
+PANTALEONE. Por causa mia han añadido á la: de Pantaleon.
+
+GERASTO. Non l'ha detta certissimo.
+
+PANTALEONE. Peor por él.
+
+GERASTO. Ma ecco l'inimico, e porta seco un altro bravo. Bisogna menar
+le mani, signor capitan Pantaleone.
+
+PANTALEONE. Teneos, que me pongo en orden: ¡ay de mí! que haré, que
+juro si me pegan las haldas traseras de la camisia, cierra los ojos,
+para que el resplandor de la espada no te haga cegar.
+
+
+SCENA VII.
+
+NARTICOFORO, capitan DANTE, GERASTO, capitan PANTALEONE.
+
+
+NARTICOFORO. Ecco il vecchio mio inimico, capitan Dante; bisogna
+mostrar valore!
+
+DANTE. Boto á Dios que soy la mayor gallina covarde que hay en el
+mundo. Pero yo dissimularé cuando pudiere.
+
+PANTALEONE. Yo estoy aquí.
+
+DANTE. Y yo también estoy aquí.
+
+PANTALEONE. ¡Sus, á las armas!
+
+DANTE. ¡Sus, á las manos!
+
+PANTALEONE. Llegaos, fanfarron.
+
+DANTE. Llegaos, picarazo.
+
+PANTALEONE. Sino os llegais vos, llegareme yo.
+
+DANTE. Yo os vendré a encontrar.
+
+PANTALEONE. ¿Pero que hace esta mi espada tanto tiempo en la vaina?
+
+DANTE. Yo quiero que provais una estocadilla de esta mi chabasca que
+sabe mejor hallar la via del corazon que la tienta del cirujano la
+herida.
+
+PANTALEONE. ¡Ay, pecador de mí! la sangre me se hiela y el corazon me
+da más badajadas, que el reloj de Palacio.
+
+DANTE. Yo tiemblo de temor. Esfuérzate, traidor, y haz de las tripas
+corazon.
+
+PANTALEONE. Oh, serán más duras tus carnes y huesos que esta mi
+espada.
+
+DANTE. ¡Oh cuanto tardo a matarte! pues tengo menester d'essos tus
+huesos para hacer un par de dados.
+
+PANTALEONE. Y yo he menester de esse tu pellejo para hacer un zurron
+de traer naipes.
+
+DANTE. Esta stocada no repararas, que passará una torre, aunque sea la
+de Babilonia, de una parte á otra.
+
+PANTALEONE. A este revés no tendrás reparo, que juro portará una
+galera por través.
+
+DANTE. Yo te arrebataré d'essos cabellos, y te arrojaré cinco jornadas
+más acullá de los montes Pirineos.
+
+PANTALEONE. ¡Ah, villano montañero!
+
+DANTE. ¡Ah, ladron ciudadano!
+
+PANTALEONE. Oh, beso las manos de V. M., señor capitan don Juan
+Hurtado de Mendoza, de Ribera, de Castilla.
+
+DANTE. Beso a V. M. mil veces las manos y los pies, señor capitan don
+Pedro Manriquez, Leyna, Guzman, Padilla y Cervellon.
+
+PANTALEONE. ¿Pues como en estas partes y tanto tiempo que no le he
+visto?
+
+DANTE. Vengo de las Indias del Perú, donde habiendo yo acabado de
+conquistarlas, dejado he en aquellas partes muy grandes palacios y
+rentas, y por remuneracion de mis servicios me ha dado el rey don
+Felipe un capitanazgo de infantaria en este reino, con ventaja de
+quinientos mil maravedis; y mientras los venia á gozar, los bandoleros
+me desbalijaron por el camino; y por está desgracia me hallo en la
+manera que me veis.
+
+PANTALEONE. Y yo también me he hallado en la conquista del reino de
+Portugal, y por merced de mis grandes y señalados servicios
+susodichos, me tiene aquí entretenido con paga conveniente á mi
+persona.
+
+DANTE. Pensaban estos viejonazos que por los hijos de puta de sus ojos
+bellidos nos habriamos aquí de agujiar y despedazar.
+
+PANTALEONE. Si, por cierto, allanado estaba la cuenta.
+
+GERASTO. Forastiero, questi bravi per non azzuffarsi e porsi a
+pericolo di ferirsi, si sono accordati insieme.
+
+NARTICOFORO. Cosí mi pare, e videre videor trattato da un barbagianni.
+
+GERASTO. Poco anzi diceva che si chiamava Pantaleone e or dice che si
+chiama don Pedro Caravaial.
+
+NARTICOFORO. Oh, come arei a caro che la rabbia che avevamo contro
+noi, la disfogassimo contro loro!
+
+GERASTO. Io son del medesimo parere.
+
+NARTICOFORO. Io ho sotto il mio baculo magistrale.
+
+GERASTO. Io ho un legno qui presso.
+
+NARTICOFORO. Orsú, diamogli adosso!
+
+GERASTO. Adosso!
+
+DANTE. ¿Que haceis? teneos, viejos mohosos, picaros ¡á tras, á tras!
+
+PANTALEONE. ¡Válame Dios, que estos vellacones no quieren irse de mi
+presencia, que juro que si pongo mano á la mi espada, os haré mil
+pedazos!
+
+GERASTO. Ah, furfanti!
+
+NARTICOFORO. Ah, poltronacci!
+
+PANTALEONE. ¡Teneos, teneos!
+
+GERASTO. Orsú, la rabbia l'abbiamo sfogata con costoro.
+
+NARTICOFORO. Sí bene; ma io exoptava dilucidarmi del vostro fatto.
+
+GERASTO. Ecco, sia lodato Iddio, chi ci torrá d'ogni dubbio.
+
+NARTICOFORO. Ecco chi ne può dilucidar del tutto.
+
+
+SCENA VIII.
+
+PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO.
+
+
+PANURGO. (Che sieno maladetti quei corbi che non ti cavaro quelli
+occhi, ché non m'avessero veduto. Eccomi incappato nella rete che ho
+teso. Se fuggo gli pongo in maggior suspetto: o che contrasto che
+nascerá fra noi tre!).
+
+GERASTO. Signor Narticoforo, oh come vi veggio volentieri!
+
+NARTICOFORO. Signor Gerasto, oh come opportune advenis!
+
+PANURGO. (Che farò, che dirò? o bugie correti a monti, a diluvi per
+liberarmi da questo incontro). Voi siate gli ben trovati!
+
+GERASTO. Signor Narticoforo, di grazia, dite, chi sète voi?
+
+NARTICOFORO. Signor Gerasto, di grazia, dite, chi sète voi?
+
+PANURGO. Desidererei saper ben prima da voi: sapete chi sia io?
+
+GERASTO. Io lo so bene.
+
+NARTICOFORO. Ed io ancora mi penso saperlo quam optume.
+
+PANURGO. Dunque, se lo sapete, perché me lo dimandate?
+
+GERASTO. Lo dimando per sapere se sei me.
+
+NARTICOFORO. Ed io ancora flagito, posco, peto, rogo saper se sei me.
+
+PANURGO. Con una risposta sodisfarò ad ambiduo. Io essendo me, non
+posso essere né te né lui.
+
+GERASTO. La differenza che avemo fra noi, è se siate me o lui.
+
+NARTICOFORO. Sí bene, non desidero saper altro se non se sète lui o
+me.
+
+PANURGO. Diavolo, fammi essere altro se non che io.
+
+GERASTO. Questo sappiamo bene; noi disiamo sapere voi chi sète.
+
+NARTICOFORO. E per questo vi dimandiamo: voi chi sète?
+
+PANURGO. Io son io, né posso esser altro che io.
+
+NARTICOFORO. (Questi m'ave ottuso e retuso il cervello e postomi in
+tanta ambage che omai non so discernere se io sia io o un altro). Se
+tu sei me, io non posso esser io; e se io non son io, sarò un altro; e
+quello chi è o chi fu? Se tu non vuoi dirci io chi sia né costui né tu
+stesso, dicci almeno, chi sei di noi duo.
+
+GERASTO. Di grazia, fatene questo piacere, chi sei di noi duo?
+
+PANURGO. V'ho detto dieci volte ch'io son io e voi sète voi, né io
+posso essere alcun di voi.
+
+NARTICOFORO. Oh, non posso far rispondere costui ad petita! Volgeti a
+me, parlami sine perplexitate: sei Gerasto come hai detto a me, o
+Narticoforo come hai detto a costui?
+
+PANURGO. Mira con che arroganza mi parla! hai tu qualche imperio sovra
+di me, che sia forzato a dirti io chi sia? Io son chi piace essere a
+me.
+
+NARTICOFORO. Io non mi curo che tu sia chi piace essere a te, ma non
+vorrei che dicessi che sei me.
+
+PANURGO. Che dunque vorresti, ch'io non fusse niuno?
+
+NARTICOFORO. Anzi, che non foste ad un tratto tre.
+
+PANURGO. Orsú, fatevi tre pezzi di me, e ognuno si pigli la parte sua.
+
+
+SCENA IX.
+
+PELAMATTI, FACIO, PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO.
+
+
+PELAMATTI. Tanto sará l'andar cercando questi per Napoli?
+
+FACIO. «Come Maria per Ravenna». Ma tu chi miri?
+
+PELAMATTI. Facio, colui che ragiona con quei vecchi, mi par colui che
+mi tolse le vesti.
+
+FACIO. Mira bene che non facci errore.
+
+PELAMATTI. Egli è certissimo. Non vedete che le tien sovra?
+
+FACIO. Giá le conosco. Taci tu, lascia dire a me. Galante uomo, vi
+vorrei dir due parole.
+
+PANURGO. (Oimè, costui deve essere il padron delle vesti! O terra,
+apriti e ingiottimi vivo!). Sto ragionando con questi gentiluomini di
+cose d'importanza.
+
+FACIO. Adesso adesso vi spediremo.
+
+PANURGO. (Che farò per scappar dalle mani di costoro?).
+
+FACIO. Vorrei sapere se sète Facio, dottor di leggi.
+
+PANURGO. Perché me ne dimandate?
+
+FACIO. Ho buona relazion di voi, vorrei servirmi di voi per
+avocato....
+
+PANURGO. (Bene, che non è quel pensava!).
+
+FACIO....Voi dunque sète Facio?
+
+PANURGO. Io son Facio, vi dico; ma, di grazia, parlate piú basso.
+
+FACIO. Ch'io parli basso? parlerò tanto alto che m'oda tutto lo mondo.
+Menti che tu sii Facio, che Facio son io, e tu col farti me, mi
+togliesti le vesti mie.
+
+PANURGO. Saran vostre, se me le pagherete; e voi pigliate errore.
+
+FACIO. Error pigli tu, se pensi che voglia pagar il mio.
+
+PANURGO. Fermatevi, non m'usate forza.
+
+FACIO. È lecito usar forza a tòrre il suo dove si trova.
+
+PANURGO. Voi forse pensate che sia una bestia?
+
+FACIO. Bestie stimaresti tu noi, se ti lasciassimo la robba nostra.
+
+PANURGO. Tanto fusse tua la vita! Ma ascoltate.
+
+FACIO. Che vuoi che ascolti? Pelamatti, pela tu questo matto, toglili
+le vesti; e se non si lascia pelare, peliamolo a pugni.
+
+PELAMATTI. Lascia, ladro assassino!
+
+PANURGO. Voi mi spogliate in mezzo la strada e mi chiamate ladro
+assassino.
+
+GERASTO. Mira con quanta prosonzione costoro lo trattano male!
+
+NARTICOFORO. Devono esser genti senza vergogna o non lo devono
+conoscere o l'aran preso in cambio.
+
+PANURGO. Ah, ah, ah! or m'accorgo che tutti e tre siamo ingannati.
+Ascoltate. I giorni a dietro da maestro Rampino mi feci far certe
+vesti da dottore; e aspettando questa mattina le vesti, vedo questo
+giovane che le portava sotto. Dimando:--Di chi sono?--mi risponde:--Di
+Facio.--Io che mi chiamo Famazio, pensai subito che avesse smenticato
+il nome, che sono simili Fazio e Famazio; e me le presi per mie. Ma or
+che m'avveggio, avea fatto un bel guadagno! che dove il mio panno è
+finissimo e val dieci scudi la canna, questo appena val cinque Ma per
+mostrar che son gentiluomo, andrò a maestro Rampino e gli dirò che vi
+dia le mie vesti per tutto oggi--ch'or mi rincresce spogliarmi,--e fra
+tanto vi darò trenta scudi in pegno, dove queste non vagliono
+quindici.
+
+FACIO. (Pelamatti, tu hai fatto contro il tuo nome: ti pensavi pelar
+un matto e pelavi un savio). Datemi gli trenta scudi in pegno per
+tutto oggi, e mi contento; delle vostre vesti io non me ne curo
+altrimenti.
+
+PANURGO. Conoscete voi quel medico?
+
+FACIO. Conosco benissimo.
+
+PANURGO. Vi contentate ch'egli ve gli dii per me?
+
+FACIO. Contento. Ma perdonateci, di grazia, se non sapendo questo,
+fusse trascorso piú del dovere.
+
+PANURGO. Gerasto, vedete quel galante uomo?
+
+GERASTO. Vedo.
+
+PANURGO. È scemo di cervello. Venendo da Roma, lo trovai nell'osteria;
+e ragionando come si suole, dicendogli che veniva in casa di un medico
+famoso, mi pregò che l'introducesse a voi che lo guarissi d'una
+infirmitá che patisce, non so se umor maninconico o discenso lunatico.
+Parla sempre di vesti, di trenta scudi, di pegni e simil cose, e le
+replica mille volte; ma le dice con tanto proposito che lo
+giudicaresti un filosofo. E alcune volte il giorno gli piglia questa
+pazzia--quando, credo, si muove quello umore,--onde ti viene adosso e
+ti vuol spogliar le tue vesti con dir che sieno sue, che è una cosa
+mirabile.
+
+GERASTO. Certo che veggendolo strapparvi le vesti da dosso con tanta
+furia, lo giudicai pazzo maniaco; e giá mi par pentito del suo errore,
+che vi ha chiesto perdono: deve patir di lucidi intervalli.
+
+PANURGO. E vi promette trenta scudi per mancia.
+
+GERASTO. Lo guarirò per amor vostro, non vo' premio altrimente.
+
+PANURGO. Ma avertite che non intende molto bene: bisogna alzar la voce
+ragionando con lui.
+
+GERASTO. Farò come volete. Ma bisogna aver alcuni con me, che
+bisognando lo ligassero. Trattenetelo un poco, ch'or ora serò qui.
+
+PANURGO. Gentiluomo, Gerasto è andato a tor i trenta scudi, che non se
+gli trovava adosso; or será qui.
+
+FACIO. Aspetterò quanto volete, non ho fretta.
+
+PANURGO. Ma eccolo. Gerasto, sète contento voi per i trenta scudi?
+
+GERASTO. Contento, anzi vi servirò adesso adesso, che anderemo in
+casa: voi restate meco.
+
+FACIO. Volentieri.
+
+PANURGO. Orsú, io vi lascio insieme, ch'io vo per una cosa
+importantissima e serò a voi tra poco. (Signor Facio, ragionando con
+lui, parlate alto, che non intende troppo bene).
+
+FACIO. (Cosí farò).
+
+NARTICOFORO. (Egli si parte senza sapersi ancora se sia Gerasto o
+Narticoforo).
+
+
+SCENA X.
+
+FACIO, GERASTO, NARTICOFORO.
+
+
+GERASTO. Idio vi facci sano!
+
+FACIO. E voi sano e contento!
+
+GERASTO. Accostatevi, galante uomo.
+
+FACIO. Voi giá vi contentate per i trenta scudi?
+
+GERASTO. Mi contento non tanto per i trenta scudi, quanto per farvi
+vedere un miracolo di una mia ricetta, che un todesco, a cui avea
+fatte molte carezze in casa mia, morendo, me ne lasciò erede: con duo
+soli lattovari, non piú.
+
+FACIO. Che lattovari, che tedeschi, che ricette?
+
+GERASTO. Dico che vi servirò tra pochi giorni.
+
+FACIO. Dico che li voglio adesso.
+
+GERASTO. Che cosa?
+
+FACIO. I trenta scudi in pegno delle mie vesti che colui, partendosi
+da voi, mi vi lasciò in pegno.
+
+NARTICOFORO. (O poveretto, giá comincia a ferneticare!).
+
+GERASTO. Che scudi, che pegni, che vesti?
+
+FACIO. Dico i trenta scudi che mi avete promessi per le vesti.
+
+GERASTO. (Il male è di piú cura ch'io non pensava. Mira come parla
+alto! ne deve stimar sordi).
+
+NARTICOFORO. (Deve essere proprietá dell'egritudine).
+
+GERASTO. (Non so che dice di trenta scudi e di vesti e di promesse.
+Non credo che un sacco intiero d'elleboro basterá per purgarlo).
+
+FACIO. (Costui da vero è sordo: parlerò tanto alto che m'intenda).
+Dico che mi date i trenta scudi per che colui che si partí da
+voi--Famasio o Famosio che si chiama,--mi ve lasciò in pegno per le
+mie vesti. Intendetemi adesso o volete che parli piú alto?
+
+GERASTO. Io non dico che non intendo la voce, ma non intendo quel che
+dici.
+
+FACIO. Che parlo ebreo, greco o arabico, che non m'intendi?
+
+GERASTO. Parli come me, ma non intendo che dici di trenta scudi e di
+vesti.
+
+FACIO. Tu sei peggio che sordo, che il peggior sordo è quello che non
+vuole intendere. Tu sarai forse pentito di aver fatto sicurtá di
+trenta scudi, e fingi non intendere.
+
+GERASTO. Che sicurtá? che pentire? che trenta scudi?
+
+FACIO. Come trenta scudi? Dico che avendomi promesso...
+
+GERASTO. Parole.
+
+FACIO....trenta scudi...
+
+GERASTO. Se non l'hai meglio di questa,...
+
+FACIO....in iscambio delle mie vesti,...
+
+GERASTO....tu sei matto da dovero.
+
+FACIO....avendomegli promessi dinanzi duo testimoni,...
+
+GERASTO. Tu erri in grosso.
+
+FACIO....serò atto a farmeli pagare.
+
+GERASTO. Arai a far con un tristo come tu sei.
+
+FACIO. Non mi prometteva io ciò da questa tua vecchiaia.
+
+NARTICOFORO. (Voi sapete che è capto di mente, e par che andate in
+contumelie).
+
+FACIO. Son uomo di tòrvi le vesti da dosso.
+
+GERASTO. Ecco il furore! o voi, toglietelo stretto e ligatelo che non
+si muova, ché gli vo' dar un lattovaro in casa.
+
+FACIO. Che volete da me voi, furfanti? A dispetto di...
+
+GERASTO. Riponetelo dentro, ché vo' curarlo.
+
+FACIO....ché pensava aver a trattar con un cattivo, or ne ho ritrovato
+un altro peggio!
+
+GERASTO. Se non parli come devi, ti torrò io la pazzia da capo, chè a
+medicare un pazzo ci vuole un pazzo e mezzo.
+
+FACIO. Cosí mi fai tu ingiuria?
+
+GERASTO. L'ingiuria la fai tu a me.
+
+NARTICOFORO. (Costui mi par che parla a proposito).
+
+GERASTO. (Non ti disse colui, che sapea la sua natura, che parlava
+tanto a proposito che ogniuno lo giudicava savio?).
+
+NARTICOFORO. (Chi sa forse ora fusse tornato in sé?). Dimmi, uomo
+frugi, conosci che sei sano?
+
+FACIO. Voi duo vi sète accordati insieme, e non sète pazzi ma ribaldi.
+
+NARTICOFORO. Sodes, quaeso, di grazia, fatelo dislegare, lasciatelo
+libero; ché, l'animo mio se va ariolando la cosa e l'uno non intende
+l'altro, forse saran veri i fantasmi che mi van per la mente, e quel
+scurrile sicofanta ci ará ingannato con le sue sicofantie. Or ditemi
+voi, di grazia, che vi ha dato ad intendere colui che si è partito?
+
+FACIO. Questa mattina venendo Pelamatti, servo di maestro Rampino
+sarto, a portarmi certe vesti nuove--che volea cavalcar per
+Salerno,--costui gli diede ad intendere che eran sue e che egli era
+Facio, ch'era io, e si tolse le vesti mie. Poi, cercando a ventura per
+Napoli, gliele avemo trovate adosso; e volendo torcele, mi pregò che
+le lassassi per tutto oggi, che mi arebbe dato costui per securtá di
+trenta scudi; e avendomegli lui promessi, l'ho lasciato andare.
+
+NARTICOFORO. Or parlate voi, di grazia.
+
+GERASTO. Ed a me ha detto che eravate pazzo e che sempre avevate in
+bocca trenta scudi, vesti e pegni; e mi pregò da parte vostra che vi
+avesse guarito, che mi volevate dar trenta scudi per premio; e che
+eravate sordo, però avessi parlato un poco piú alto.
+
+FACIO. Un'altra volta arò perse le vesti mie! Dove lo cercarò? In un
+punto ha raddoppiati tre: non gli deve bastar lui solo, vuol servir
+per tre persone.
+
+GERASTO. Ah, ah, ah!
+
+NARTICOFORO. Ah, ah, ah!
+
+FACIO. Voi forse ridete di me?
+
+NARTICOFORO. Anzi, noi ci ridemo di noi stessi. A costui ha dato ad
+intendere ch'era me, a me ch'era costui: e cosí ha sicofantati tre.
+
+GERASTO. Di piú, ha portato un mostro in casa con dir ch'era Cintio
+suo figliuolo: io ho tenuto voi per pazzo, non conoscendovi; poi,
+m'ave inviato un giovane, che questi diceva mal di me: ed è stato
+cagion, penso, d'azzuffarci insieme.
+
+FACIO. Che si fará dunque delle mie vesti?
+
+GERASTO. Io arò pensiero di ricovrarle da lui, inviarvele in vostra
+casa; che se ben egli ingannandovi ve l'ha promesse da mia parte, or
+che stimo lui un tristo, ve le prometto da senno, che vo' un poco
+informarmi del tutto.
+
+FACIO. Dunque io vi cerco perdono se sono troppo con voi trascorso in
+parole.
+
+GERASTO. Dove è Cintio vostro figliuolo?
+
+NARTICOFORO. L'ho lasciato nel diversorio. Io nol condussi meco,
+perché il mio servo mi referí che voi l'avevate extruso di casa, con
+dirgli che Narticoforo era prima giunto.
+
+GERASTO. Inviate a chiamarlo. Questa è vostra casa, che in vostro nome
+colui se n'era fatto possessore.
+
+NARTICOFORO. Ed io per tal la reputo. Vale.
+
+FACIO. Oh, povere vesti perse due volte!
+
+GERASTO. Non dubitate, venite di qua e l'arete. Ma chi piglia i
+fastidi per fastidi, entra in un mar di fastidi; però non vorrei io
+tanto ingolfarmi in questi fastidi, che lasciassi passar l'occasione
+che ho desiderata mille anni. Fioretta m'ha promesso aspettarmi in
+questa camera, e giá due ore sono: deve star a disagio. O me felice,
+or corrò il frutto tanto desiderato! Ma qui non è niuno. Ella è
+vergine e si deve vergognare venir da lei; e se ben muore per me, la
+vergogna la fa restia. In somma, se non ci la conduco per forza, non
+verrá da lei giamai. Io ho questi amici, la farò tor per forza e menar
+qui dentro; ma mi meraviglio che lo speciale non v'ha condotti quei
+lattovari che l'ho fatti far per trovarmi gagliardo con Fioretta. Ma
+eccola dinanzi la porta: o voi, prendetela e di peso menatela in
+questa camera terrena.
+
+
+SCENA XI.
+
+ESSANDRO, GERASTO.
+
+
+ESSANDRO. (Oimè, ecco Gerasto e mena genti seco! Certo gli è palese il
+mio fallo: prima che m'uccida, será meglio gli chieda perdono!).
+
+GERASTO. Toglietela! che fate?
+
+ESSANDRO. Che volete da me infelice? chi sète voi?
+
+GERASTO. Infelice son io che muoio di rabbia per amor tuo.
+
+ESSANDRO. In che t'ho offeso?
+
+GERASTO. Non meritava la conscienza che ho in te, che mi avessi cosí
+ingannato.
+
+ESSANDRO. Diasi colpa ad amore la cui legge è fuor d'ogni legge:
+conosco l'errore e, il confesso, merito la penitenza, ne chiedo
+perdono.
+
+GERASTO. Cosí farò io a te: dopo l'errore ne chiederò perdono.
+
+ESSANDRO. Questi sono errori di giovani.
+
+GERASTO. Ti farò conoscere che sono piú giovane che tu non pensi.
+
+ESSANDRO. Amor fu colpa del tutto.
+
+GERASTO. Non è amore ove si toglie l'onore.
+
+ESSANDRO. Quel che è fatto non può farsi che non sia fatto.
+
+GERASTO. Accomodaremo questo fatto poi con un altro fatto.
+
+ESSANDRO. Merito per ciò, dunque, d'esser ucciso?
+
+GERASTO. Ucciso, no; ferito di punta, ben sí, se il pugnale non mi
+vien meno, almeno finché ne serò satollo.
+
+ESSANDRO. Sète voi tanto crudele?
+
+GERASTO. A te è una pietá l'esser crudele.
+
+ESSANDRO. Sei tu tanto ingordo del mio sangue?
+
+GERASTO. Non è sangue che si sparga con maggior dolcezza di questo.
+
+ESSANDRO. Abbi pietá della mia gioventú!
+
+GERASTO. Tu della mia vecchiezza!
+
+ESSANDRO. Avertite che sono nobile.
+
+GERASTO. Se fussi di schiatta d'imperadori, non lascierei di far
+quello che m'ho proposto di fare.
+
+ESSANDRO. (Proverò fargli bravate, poiché col buono non posso ottener
+nulla). Gerasto, avèrti che la disperazione fa assai: tu non la
+passerai né mi offenderai senza vendetta.
+
+GERASTO. A tuo dispetto, andrai di sotto, se ben fussi una Ancroia,
+una Marfisa bizarra.
+
+ESSANDRO. Son giovane, ho piú forza che non stimi: ancorché mi ponessi
+sotto, ho le braccia cosí robuste e la presa tanto gagliarda che ti
+romperò le reni e ti farò sputar l'anima.
+
+GERASTO. Non potrai altro che farmi ingrossare il fiato e buttar fuori
+il sangue e l'anima.
+
+ESSANDRO. Poiché sei cosí bravo, perché non vieni meco da solo a solo?
+perché con queste genti?
+
+GERASTO. Di questo ti assicuro, che il nostro duello sará da solo a
+solo. Non ho tolti questi per paura di te, ma per condurti qui dentro
+con manco rumore. Ma a solo a solo, all'oscuro e dentro un forno
+combatterò con te.
+
+ESSANDRO. Con che armi combatteremo?
+
+GERASTO. Con l'ordinarie: tu con le tue, io con le mie.
+
+ESSANDRO. Lasciameti dir due parole.
+
+GERASTO. Il meglio che potresti fare è tacere; e se pur sono
+svergognato in casa, non mi svergognar qui nella strada publica.
+Portatela dentro.
+
+ESSANDRO. Oimè!
+
+GERASTO. Oh, come piange! non deve aver urinato questa mattina, ché le
+donne quando vogliono lacrime in abondanza per ingannare alcuno, la
+mattina non urinano. È vergine, la poveretta, e pensa che quel fatto
+sia qualche gran cosa, almeno d'andarne un mese zoppa; ma dopo ne será
+piú contenta che mai. Le vergini, se le richiedi, arrossiscono, e
+stimano la vergogna nelle parole, no ne' fatti. Ma perché trattengo me
+stesso? O mia Fioretta, o mio giardino vergine, ecco che vengo a còrre
+cosí bel fiore.
+
+
+
+
+ATTO V.
+
+
+SCENA I.
+
+APOLLIONE solo.
+
+
+APOLLIONE. Veramente la nostra vita è tutta piena di travagli, né si
+può prometter l'uomo che faticando sempre nella gioventú, possi nella
+vecchiezza riposare; ché quando stimi giá esser accomodato del tutto,
+allora da ogni parte vengono pericoli inopinati per turbarci il viver
+quieto. Avea un fratello chiamato Carisio Fregoso, il quale sbandito
+da Genova sua patria per cose di Stato, son quindici anni che non ne
+ho inteso novella; e mi lasciò in casa un maschio detto Essandro.
+Vengo in Roma, e per non esser costui un giorno andato alla scuola,
+promisi di batterlo: fuggì di casa mia tre anni sono, né ne ho potuto
+piú saper novella; solo ho inteso che era qui in Napoli e che stava in
+casa di un medico detto Gerasto, vestito da fantesca. Io non posso
+imaginarmi altro, perché vi stii, se non per qualche trama amorosa,
+onde potrá facilmente capitar male. Io per veder se posso rimediare
+prima che si venghi a questo atto, non ho voluto risparmiar fatica in
+soccorrerlo. Me ne andrò informando di lui e di sua casa.
+
+
+SCENA II.
+
+SPEZIALE, SANTINA, NEPITA.
+
+
+SPEZIALE. (Chi arebbe pensato mai che Gerasto, stimato fin qui vecchio
+da bene, or sia entrato in ghiribizzi d'amore? È venuto in bottega con
+la maggior fretta del mondo, ché avesse fatte certe pilole, di che io
+ne ho una ricetta mirabile, e ché gli le porti subito in casa, che
+m'arebbe dato la mancia).
+
+SANTINA. (Io non ho visto tutto oggi mio marito, e Fioretta non è in
+casa: dubito di qualche trama). Nepita, vien fuori, fammi compagnia.
+
+NEPITA. Vengo, eccomi.
+
+SPEZIALE. Madonna, sète voi di questa casa?
+
+SANTINA. Sì bene.
+
+SPEZIALE. Date queste pilole a Gerasto, e ditegli che non l'ho potuto
+recar piú presto.
+
+SANTINA. Che pilole son queste? per qual infirmitá?
+
+SPEZIALE. Certe pilole che m'ha chieste per esser gagliardo in una
+battaglia amorosa che vuol far con una sua serva.
+
+SANTINA. Chi ha detto a te questo?
+
+SPEZIALE. Me l'ha detto lui, mentre stava mescolando la composizione.
+
+SANTINA. Come si chiama questa sua serva?
+
+SPEZIALE. Garofoletta o Rosetta, se mal non mi ricordo.
+
+SANTINA. «Fioretta» vuoi tu dire?
+
+SPEZIALE. Sì, sì. Ditegli che il modo d'oprarle è questo: che
+s'ingiotta queste, poi mangi una libra di pignoli e beva vernaccia
+fina, non altro, che fará facende.
+
+SANTINA. Come potrá ingannar sua moglie?
+
+SPEZIALE. Mi disse che erano venuti certi forastieri ad alloggiar
+seco, e che la casa era sozzopra e la moglie non poteva attenderci; e
+che presso la sua casa aveva una camera terrena oscura dove avea ella
+promesso venirci.
+
+SANTINA. Non deve egli amar molto la moglie, poiché tanto l'ingiuria.
+
+SPEZIALE. Mi dice che sua moglie è una macra, brutta come una strega e
+vecchia; e che la vorrebbe veder tanto sotterra quanto ora sta sovra
+terra, e che non vede mai giunger l'ora che la morte gli la toglia
+dinanzi, tanto è ritrosa, superba e fastidiosa e rincrescevole. Ma io
+l'ho insegnata un'altra ricetta per farla divenir umile e benevole e
+di buona creanza.
+
+SANTINA. E come è questa ricetta?
+
+SPEZIALE. Che la mattina quando è nuda nel letto, le dii a bere un
+poco d'acqua di legno, poi le freghi la schena con un poco di grasso
+di frassino o di quercia; e se alla prima volta non facessi l'effetto,
+che continui la ricetta finché guarisca bene.
+
+SANTINA. Nepita, io non confido d'andar a piedi fin alla commare, e mi
+duole la gamba: va' a tormi il mio bastone.
+
+NEPITA. Vado.
+
+SANTINA. Chi t'ha imparato cosí bella ricetta? n'hai ancor fatta la
+pruova?
+
+SPEZIALE. La prima volta la provai a mia moglie, ed è riuscita
+miracolosa; poi l'ho insegnata a molti miei amici, e tutti m'han
+riferito che fa effetto grande.
+
+NEPITA. Eccolo, padrona.
+
+SPEZIALE. Che diavolo hai meco, vecchiaccia fradicia? che t'ho fatto
+io che mi batti?
+
+SANTINA. Vo' che tu facci esperienza con questa tua ricetta: arai
+meglio creanza.
+
+SPEZIALE. Ritorni di nuovo? che hai meco, ti dico? non accostarti,
+vecchia indiavolata!
+
+SANTINA. Perché non fece effetto la prima volta, la vo' continuare
+finché guarisci, ché abbi meglio creanza: non vo' che dii questi
+consigli contro me.
+
+SPEZIALE. Che consigli io ho dato contro te? dove ti conobbi mai? ho
+detto di sua moglie, non di te.
+
+SANTINA. Io son sua moglie.
+
+SPEZIALE. Che sapevo io che tu eri sua moglie? certo, che è assai piú
+di quello che lui n'ha raccontato. Un'altra volta oggi in questa
+maladetta casa ho patito disgrazie e ne son stato maltrattato!
+
+
+SCENA III.
+
+SANTINA, NEPITA.
+
+
+SANTINA. Che dici, Nepita? non l'hai inteso con le tue orecchie?
+comporterò io d'esser cosí mal maritata? Non la passerá certo senza
+vendetta: io vo' aventarmegli adosso come una cagna.
+
+NEPITA. Or questo no, padrona: fategli ogni altro dispiacere e
+lasciate questo.
+
+SANTINA. Vo' cavargli gli occhi e troncargli il naso con i denti.
+
+NEPITA. Cavargli gli occhi e troncargli il naso ben potete, ma non por
+mano ad altro.
+
+SANTINA. Non ti par buona vendetta?
+
+NEPITA. A me, padrona, no. Io gli renderei pan per focaccia.
+
+SANTINA. Taci, ché sei una pazza. Vorrei piú tosto esser stracciata da
+mille lupi, che esser tócca da un sol uomo che non fusse mio marito.
+
+NEPITA. Io vorrei piú tosto esser straccata da mille uomini, che esser
+tócca da un sol dente di lupo.
+
+SANTINA. S'egli ha rotto le leggi del matrimonio, non l'ho rotte io né
+le romperò finché viva. Egli lo meritarebbe certo; ma io vo' mirar me
+non lui. Una donna deve far conto del suo onore.
+
+NEPITA. L'onor non è bianco né rosso, che si possa vedere: l'onore sta
+nell'opinion degli uomini, però bisogna farlo secreto. È meglio esser
+tenuta bona e non esserci, ch'esser contaminata senza effetto.
+
+SANTINA. Tu desii la morte a me. Vo' che paghi questo cattivo
+desiderio con l'ossa tue. Ecco la casa terrena. Sta serrata a pèstio,
+la spezzerò a calci: l'ira mi prestará forza.
+
+NEPITA. Per iscampar da questo cattivo influsso, tuo marito deveria
+far come quello animale che si strappa i suoi genitali e gli butta a'
+cacciatori per salvar la sua persona, ché è ricercato sol per quelli.
+Ma io ti dico, padrona, ch'egli andrá per la decima e ci lascierá lo
+sacco.
+
+SANTINA. Che vuoi dir per questo?
+
+NEPITA. Io ben m'intendo.
+
+SANTINA. La porta s'apre: eccolo venir fuora tutto rosso, la serra
+dentro di piú. Mira come sta stracco e affaticato.
+
+NEPITA. Ascoltiamo di grazia, padrona, che dice. Giá non vi può
+scappare, che non facciate le vostre vendette.
+
+
+SCENA IV.
+
+GERASTO. SANTINA, NEPITA.
+
+
+GERASTO. Misero e infelice Gerasto, che meglio ti fossi posto ad arare
+che ad amare, che misera fortuna è questa che hai tu oggi incontrata?
+
+NEPITA. (Dice che s'allegra della buona fortuna che ave incontrata
+oggi).
+
+GERASTO. Veramente tutte le sciagure corrono dietro la vecchiezza,
+come le mosche a' cani magri. Ed il mio dispetto è l'allegrezza e la
+festa che ne fará mia moglie del fatto mio.
+
+NEPITA. (Dice che è in festa e allegrezza a dispetto di sua moglie).
+
+GERASTO. Non tanta furia, ascoltate bene!
+
+SANTINA. Non posso piú tenermi! Ahi, vecchio rimbambito brutto,
+disgraziato fantasma, non so chi mi tiene che non ti cavi gli occhi
+dalla testa con queste dita, e con i denti non ti tronchi il naso
+dalla faccia!
+
+NEPITA. (E tu savia, che mutasti opinione a non strappargli i fatti
+suoi!).
+
+GERASTO. (Or questa sì, che è magior disgrazia della prima! Dovunque
+mi volgo, mi trovo aviluppato in nuovi guai).
+
+SANTINA. Che dici adesso, bel fanciullino, innamorato galante, valente
+gallo che vuoi calcar due galline, e hai un piede nella fossa e un
+altro nel cataletto, vecchio col capo tutto bianco?
+
+GERASTO. O capo rosso o verde che sia, moglie, ti prego che m'ascolti,
+e vedrai che non t'ho offeso come stimi.
+
+SANTINA. Tu, vecchio fradicio....
+
+GERASTO. So che vuoi dire: traditore, infame, manigoldo, e pur ancora.
+Hai ragione! Ascolta, che d'oggi innanzi cessaranno le discordie fra
+noi mentre vivremo. Ascolta, moglie mia cara....
+
+SANTINA. Che mia? or son tua moglie cara; poco innanzi era strega,
+macra, puzzolente: tu non arai a far piú meco.
+
+GERASTO. Io non dico questo, che tu abbi a distorti dal tuo
+proponimento; ma ascolta, e poi inteso il tutto, fammi castrare, ch'io
+starò piú paziente d'un agnello; e se non basti tu sola, chiama i
+parenti, gli amici, i vicini e Nepita ancora, ch'io perdono a tutti.
+
+NEPITA. Padrona, di grazia, ascoltate, ché certo sará altro di quel
+che pensate.
+
+SANTINA. Ragiona presto, finiamola: ti vo' dar questa sodisfazione
+prima che facci la festa di fatti tuoi.
+
+GERASTO. Sappi per certo, moglie mia cara, ch'io son stato innamorato
+di Fioretta, e per dirtelo chiaro, arei pagato la robba, i figli e la
+vita, per godermi una volta lei,...
+
+SANTINA. Lo so meglio di te, non bisognaria che lo dicessi a me.
+
+GERASTO.... e v'ho fatto mille tradimenti per averle le mani
+adosso....
+
+SANTINA. Ma poco ti ha valuto.
+
+GERASTO.... Oggi vedendo l'occasione che la casa andava sozzopra, la
+feci prender da certi amici e la feci condurre in questa camera
+terrena oscura, e io mi serrai con lei. Ella stava dubbiosa e timida,
+come la volessi uccidere; e io con le piú dolci parole che sapeva,
+dicea:--Dolce Fioretta mia, cara mia moglieretta, core, vita,
+occhi!...
+
+SANTINA. Mira il furfante con quanto sapor lo dice!
+
+GERASTO.... L'abbraccio e mi sento pungere il mustaccio, come fusse
+uomo. Alfin le stava inginocchiato denanzi; ella tira a sé i piedi e
+mi da una coppia di calci sul petto e mi fa cascar supino in terra,
+che mancò poco non mi scavezzassi il collo....
+
+SANTINA. Sia maladetto quel «poco»!
+
+GERASTO.... Pur facendo animo a me stesso, innamorato e pesto, come
+meglio posso, dicendo che calci di stallone non fanno male a giumenta,
+con maggior rabbia e ardore torno alla battaglia....
+
+SANTINA. Mira come me lo dice onestamente! Taci, taci, vecchiaccio
+senza vergogna! parti cosa onorevole ragionar di queste sporchezze?
+
+GERASTO.... Ascolta, di grazia....
+
+SANTINA. Non vo' ascoltare, so che vuoi dire.
+
+GERASTO.... Anzi men sai che voglio dire, né imaginartelo puoi
+giamai....
+
+SANTINA. Forse il giardinetto cominciava a spuntar fuori l'erbe
+piccine?
+
+GERASTO.... Che erbe piccine? anzi, mi diè tra mano..., mi vergogno
+dirtelo.
+
+SANTINA. Ti dovevi vergognar di farlo.
+
+GERASTO.... Dico ch'era piú maschio ch'io, tanto maschio che n'aresti
+fatto tre maschi.
+
+NEPITA. Se fussi gravida, mi sgravidarei: l'ha narrato con tanto
+sapore che m'ha fatto venir la saliva in bocca.
+
+SANTINA. Oimè, che dici?
+
+GERASTO. Quanto ascolti.
+
+NEPITA. Alfin, tu serai stata la ruffiana a tua figlia, che la tenevi
+in gelosia sempre serrata con lei.
+
+SANTINA. Ahi, che mirandola oggi in fronte gli leggeva il commesso
+peccato! Ma chi avesse potuto pensar questo? Infelice me, disgraziata
+me!
+
+GERASTO. Taci e fa' rumor manco che puoi, acciò le corne che avemo
+nascoste in seno, non ce le ponghiamo in fronte, e altri imparino a
+nostre spese. Egli m'ha detto che è gentiluomo genovese di Fregosi, e
+si contenta star prigione finché si pigli informazione di lui; e se è
+vero, se gli dii per moglie, perché ella, non men che lui, lo desidera
+ardentemente.
+
+NEPITA. Credetelo, che è cosí; perché dicea mia madre che queste
+radici han gran virtú di farsi amar dalle donne.
+
+GERASTO. Taci, vattene a casa. Io l'ho serrato qui dentro; or andrò a
+certi gentiluomini genovesi miei amici e mi informerò di lui con molta
+destrezza.
+
+
+SCENA V.
+
+SANTINA, NEPITA.
+
+
+SANTINA. O figlia, figlia, che infelice fortuna è questa che tu hai
+incontrata!
+
+NEPITA. Sventura ti pare ritrovarsi con un giovane bello, di diciotto
+anni, nel fior degli anni suoi? oh, l'aveste incontrata voi, padrona,
+questa sventura!
+
+SANTINA. Taci, porca, pensi che tutte le donne sieno cattive come sei
+tu? Frena la tua lingua cattiva.
+
+NEPITA. Cattiva lingua vi pare quella che dice il vero? Vedete vostra
+figlia che ha manco anni di voi ed è stata piú savia di voi, che se
+l'ha tenuto tre anni in camera e non ha fatto saper cosa alcuna né a
+te né a me. A fé, che le fanciulle d'oggi san piú dell'attempate del
+tempo antico.
+
+SANTINA. Tu non solo sei di cattiva lingua ma di peggiori operazioni;
+e se non lasci le baie, ti romperò la testa.
+
+NEPITA. O che l'avesse incontrata io questa sventura, che non l'arei
+fatto saper né a voi né a vostra figlia, e me l'arei saputo goder
+questo tempo.
+
+SANTINA. E chi può guardarsi da simil sciagura? entrar un giovane
+prosontuoso, vestito a donna, in una casa onorata per disonorarla?
+
+NEPITA. Sarebbe assai bene farsi un officiale che, quando se avessero
+a tor le fantesche, le ponessi le mani sotto per veder se son uomini o
+femine. A che giova tener le donne serrate in camera con porta e
+fenestre e chiavistelli, se i giovani se trastullano con loro sotto
+altro abito?
+
+SANTINA. Apri la porta: entriamo.
+
+
+SCENA VI.
+
+GERASTO, PANURGO, TOFANO.
+
+
+GERASTO. Non posso cavarti di bocca una parola vera di questo fatto?
+
+PANURGO. Certo, Gerasto, che voi non pigliate la cosa per il suo
+verso.
+
+GERASTO. Che vuol dir che non piglio la cosa a verso? Tu non rispondi
+a proposito.
+
+PANURGO. Che volete che vi risponda se non quello che sempre vi ho
+detto?
+
+GERASTO. Che m'hai tu detto mai se non certe parole che l'una non
+attacca con l'altra?
+
+PANURGO. Certo non è la cosa come pensate, vi dico.
+
+GERASTO. O che tu mi fai rodere di rabbia!--La cosa non è come
+pensate..., non la pigliate a verso!--Io non posso cavar costrutto di
+quel che dici.
+
+TOFANO. (Se ben miro quell'uomo che parla con quel vecchio, è quello
+amico a cui Alessio mio padrone manda le vesti).
+
+GERASTO. Che rispondi?
+
+PANURGO. Dico che quando questa mattina....
+
+GERASTO. Non ti domando di questo, io.
+
+TOFANO. Gentiluomo, Alessio mio padrone vi manda le vesti che questa
+mattina gli chiedeste con tanta istanza;...
+
+PANURGO. (Oh, cancaro! questo è il servo di Alessio che porta le
+vesti). Sí, sí bene, t'ho inteso: tornale indietro e diteli ch'io lo
+ringrazio.
+
+TOFANO.... che lo perdoniate se non l'ha potuto mandare piú presto;...
+
+PANURGO. Basta, vatti con Dio.
+
+TOFANO.... che vi volevate vestir da dottore,...
+
+PANURGO. Vattene, che non servono piú.
+
+GERASTO. Lascialo parlare, che te importa?
+
+TOFANO.... che volevate ingannar un certo medico.
+
+PANURGO. (Che ti sia cavata di bocca quella lingua traditora!).
+
+GERASTO. Che medico? che dice di medico?
+
+PANURGO. Non dice nulla.
+
+GERASTO. Parla. Che dicevi di medico?
+
+TOFANO. Dico che....
+
+GERASTO. Che cosa «dico che»?
+
+TOFANO. Voi mi toccate il gomito; che volete da me?
+
+PANURGO. Chi ti tocca, asinaccio?
+
+TOFANO. Adesso mi tocchi il piede. Omai m'avete storpiato.
+
+PANURGO. Non si vuol partir questa bestiaccia!
+
+TOFANO. Dove volete che vada?
+
+PANURGO. Va' in buona ora!
+
+GERASTO. T'ho visto con gli occhi miei che lo tocchi e cenni, e mi hai
+fatto entrar in maggior suspetto. Vien qui, uomo da bene: chi invia
+queste vesti?
+
+TOFANO. Io, quando questa mattina..., subito che....
+
+GERASTO. Che quando, che mattina, che subito? Vai pensando qualche
+trappola!
+
+PANURGO. Io dico...
+
+TOFANO. Lascia dire a me.
+
+GERASTO. Taci tu; di' tu: lo vo' intendere da lui non da te.
+
+PANURGO. Vi dará ad intendere qualche bugia.
+
+GERASTO. Non hai ad impacciartene tu. Parla, giovane.
+
+TOFANO.... che volevan vestire un truffatore per dar ad intendere ad
+un medico;...
+
+PANURGO. Io ah?
+
+TOFANO. Tu, sí.
+
+PANURGO. Tu devi stare imbriaco, tu sogni: non partirai che non ti
+rompa la testa, prima. Mira che viso, come sa ben fingere una bugia!
+
+GERASTO. O non posso levarmi costui da torno! Vedo che cominci a
+tremare. Levati di qua; vien tu qui, segui il tuo ragionamento: la vo'
+intender da capo.
+
+PANURGO. (O veritá, che quanto piú l'umana forza cerca avilupparti e
+sommergerti sotto terra, tanto tu piú lucida e piú netta risorgi a suo
+dispetto! Il fatto è spacciato per me, non ci è piú rimedio).
+
+TOFANO.... perché volevano disturbare certo matrimonio, e tutto ciò
+per far serviggio ad un giovane, vestito da fantesca, che faceva
+l'amore con la figlia di quel medico. Onde pregò caldamente il mio
+padrone, che si è affaticato tutto oggi per trovarle: l'abbiamo
+servito, e or ce le reco.
+
+PANURGO. M'hai servito da vero e meriti la mancia!
+
+TOFANO. Mi volete dar la mancia che m'avete promesso, se vi avessi...?
+
+PANURGO. Meritaresti un capestro che t'appiccasse, come non ti
+mancherá!
+
+TOFANO. Vi ringrazio della mancia e della buona volontá.
+
+PANURGO. La volontá è conforme al tuo merito.
+
+TOFANO. Vi lascio.
+
+PANURGO. Vattene col diavolo!
+
+
+SCENA VII.
+
+GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO.
+
+
+GERASTO. Ben, bene, queste cose se danno ad intendere a pari miei?
+Arpione, Tenente, Graffagnino, pigliate questo, legatelo,
+bastoneggiatelo ad usanza d'asino.
+
+NARTICOFORO. Vi veggio, Gerasto, in gran travagli con costui.
+
+GERASTO. Sappi, Narticoforo caro, che son stato tutto oggi aggirato
+per cagion di costui, il quale è stato fonte, origine e principio
+d'ogni garbuglio e d'ogni male.
+
+NARTICOFORO. Ben, come si sta galante uomo?
+
+PANURGO. Si sta in piedi.
+
+NARTICOFORO. Sei o non sei tu? sei uno o sei alcuno?
+
+PANURGO. Io non son io né mi curo esser io, né vorrei che alcuno fusse
+me.
+
+GERASTO. Mira che faccia di avorio! mira che volto!
+
+PANURGO. Mi par che con questo volto possa star dinanzi ad ogni grande
+uomo.
+
+GERASTO. Or che diresti o faresti, se non avessi detto e fatto quel
+che hai fatto e detto? Io ti darò in mano della corte e del boia che
+ti facci dar di capo in un capestro, non senza le debite cerimonie
+prima, della mitra, dell'asino, della scopa, di fischi e riso di tutto
+il populo.
+
+PANURGO. Sono in vostro potere, fate di me quel che vi piace; e se
+questo vi par poco, giungetevi altrotanto, ch'io soffrirò ogni
+supplicio. Ma di grazia, ditemi, di che vi dolete di me?
+
+GERASTO. Come! di che mi doglio di te? Barro assassino, senza vergogna
+e senza coscienza, ti par poco portarmi un furfantello storpiato con
+la lingua di fuori, e farmi scacciar di casa un uomo onorato, per
+favorir un prosontuoso sfacciato che vestito da fantesca tendeva
+insidie all'onor della mia casa?
+
+PANURGO. Confesso esser vero quanto dite; ma quello che è fatto, non è
+stato comandato dal mio padrone? conviene al servo far ciò che gli
+comanda il suo padrone.
+
+GERASTO. Conviene ad un uomo da bene non dispiacere ad alcuno per far
+piacere ad un altro.
+
+PANURGO. Lece al servo far ciò che vuole il padrone.
+
+GERASTO. Questo servo ne pagherá la penitenza.
+
+PANURGO. Purché il padrone sia ben servito, soffrirò ogni cosa con
+pazienza.
+
+GERASTO. Serai appiccato come meriti.
+
+PANURGO. Viverò almeno eterno.
+
+GERASTO. Purché il boia ti scavezzi il collo, io non mi curo che vivi
+eterno.
+
+PANURGO. Di questa morte molto me ne glorio e vanto.
+
+GERASTO. Te ne vanterai nell'inferno fra gli dannati tuoi pari.
+
+PANURGO. Seguane quel che si voglia, vo' piú tosto che tu ti penti
+d'averme usato impietá, ch'io di non aver fatto il mio debito.
+
+GERASTO. I padroni, se ben patiscono spese, carceri, esili, disaggi,
+sempre la scappano alfine; i servi pagano sempre.
+
+PANURGO. Quanto piú viverò libero e con men travagli, tanto io morrò
+piú sodisfatto.
+
+GERASTO. Perché non facevi un buon officio, avisarmi dell'inganno?
+
+PANURGO. Usando buon ufficio a te, l'usava male a lui. Che ragion
+voleva che avessi lasciato di servire il padrone che l'amo, per servir
+te che non so chi sii?
+
+GERASTO. Mi risponde da filosofo: or non ti par egli un Socrate?
+
+NARTICOFORO. (Certo che non è uomo dozzinale. La forza della virtú è
+cosí grande che passa anche ne' nemici). Se ben io son stato lacessito
+d'ingiurie da te, il tutto ti condono.
+
+
+SCENA VIII.
+
+APOLLIONE, GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO.
+
+
+APOLLIONE. (Mi dicono tutti che abita qui d'intorno. Forse costoro me
+ne sapranno dar novella). Gentiluomini, mi sapreste dar voi nuova di
+Gerasto di Guardati?
+
+GERASTO. Niuno ve ne può dar piú certa nuova di me, perché io son
+detto. Ma che volete da me?
+
+APOLLIONE. Saper solo se in casa vostra fusse una fantesca chiamata
+Fioretta, che son tre anni che si partí di casa mia.
+
+GERASTO. Chi sète voi che me ne dimandate?
+
+APOLLIONE. Son Apollione de Fregosi suo zio, che vo tre anni disperso
+per averne novella.
+
+GERASTO. Certo avete una nipote molto onorata e da bene!
+
+APOLLIONE. Tutto è per vostra cortesia, ché, stando in casa onorata
+come la vostra, stava sicuro che contagione di pessimi costumi non
+l'arrebbono corrotta.
+
+GERASTO. Ditemi, di grazia, il vero--ché confidando nella bontá, che
+mi par conoscere nell'aria vostra, voglio crederlo,--di che qualitá è
+questa vostra nipote?
+
+APOLLIONE. Se ben l'uomo deve sempre dir il vero, mi par pur gran
+sfacciataggine dir una bugia che potrá esser facilmente scoverta,
+essendo qui infiniti gentiluomini genovesi che ve ne potranno
+chiarire. Suo padre e io siamo fratelli, di patria genovesi, della
+famiglia di Fregosi, che per negozi appertinenti a Stato, quando si
+fe' l'aggregazion di nobili in Genova, fummo sbanditi. Mio fratello
+con taglia di tremila ducati se ne fuggí; e son quindici anni che non
+se ne intese piú novella se sia vivo o morto. Giá sono accommodate le
+cose della patria molti anni sono; e io cercando di lui, venni con la
+casa in Roma; e per un mal serviggio promettendo io di battere mia
+nipote, questa si partí di casa tre anni sono, che non ne ho inteso
+piú nulla se non pochi mesi sono, che era in Napoli in casa vostra.
+Onde partitomi di Roma, son qui venuto per saperne novella.
+
+GERASTO. Come è suo nome, e del padre?
+
+APOLLIONE. Suo nome Essandro, suo padre Carisio, io Apollione; e se
+ben perdemmo in quel conflitto molte robbe, pur non siamo tanto poveri
+che in casa nostra non sieno trentamila ducati.
+
+PANURGO. O fratello carissimo, Apollione desiato sí lungo tempo di
+rivedere! benedetti questi legami di carcere e le disgrazie, poiché in
+esse mi tocca di rivederti!
+
+APOLLIONE. Tu dunque sei Carisio mio fratello? o che dolcezza è
+questa! sogno io o vaneggio?
+
+GERASTO. Ah, ah, ah!
+
+NARTICOFORO. Ah, ah, ah! certo che sogni e vaneggi.
+
+APOLLIONE. Per che cagione?
+
+GERASTO. Questi che voi non conoscete, si trasforma in qualunque uomo
+ei vede: per uscir dall'intrigo dove adesso si ritrova, subito s'ha
+finto tuo fratello.
+
+APOLLIONE. Ogniun crede facilmente quel che desia: il desiderio
+immenso di trovar mio fratello me lo fe' subito credere.
+
+PANURGO. Deh, Apollione mio caro, non mi raffiguri tu ancora? ha
+potuto tanto l'assenza ch'abbi posto in oblio la mia conoscenza?
+
+GERASTO. Oh, vedete come piange, vedete che lagrime spesse!
+
+NARTICOFORO. Se fusse donna, non arebbe cosí le lagrime a sua posta.
+
+APOLLIONE. Veramente or ti raffiguro, fratello: perdonami se prima non
+son venuto a far il debito ufficio ch'io doveva.
+
+GERASTO. Férmati, ché tu proprio desii d'essere ingannato. Questi a
+me, che son Gerasto, ha dato ad intendere che sia Narticoforo; a
+costui, che sia me; ad un servo, per tòrli certe vesti, l'ha fatto
+credere ch'era un dottor di legge; or per iscampar dal periglio dove
+si trova, dice che è tuo fratello.
+
+PANURGO. Non si chiamò mia moglie Zenobia? né ti raccomandai questo
+figlio di duo anni, piangendo in braccia, quando partimmi?
+
+APOLLIONE. Questo che dice è vero, e a me par mio fratello.
+
+PANURGO. Non hai tu un segnale nella schena, ché avendoti in braccio,
+quando era piccino, ti fei cadere e percotere in una pietra aguzza, di
+che giacesti duo mesi in letto e ancor ne devi aver la cicatrice?
+
+APOLLIONE. Questo è mio fratellissimo. O fratello ricercato e
+desiderato!
+
+NARTICOFORO. Può esser che tu voglia essere cosí credulo?
+
+APOLLIONE. Chi non è uso a mentire, crede ogniun che dica il vero. Ma
+io tocco la veritá con le mani.
+
+NARTICOFORO. Io non posso imaginarmi uomo piú perfidioso di te: questi
+è un «_doli fabricator Epeus_», è un altro Ulisse che fece il cavallo
+igneo per prender Troia. Tu ne sei stato admonito prima, che persuade
+a ciascun che sia lui.
+
+APOLLIONE. Amici, mi ha dati certi segni che non può saperli altri che
+lui.
+
+GERASTO. Sappiate che tiene le spie per tutte l'osterie, per star
+informato de' fatti di ciascuno e persuadergli quello che vuole.
+
+PANURGO. Ed è possibile, Apollione mio, fratello, che vogli prestar
+piú fede a costoro che all'istessa veritade?
+
+APOLLIONE. Amici, la forza del sangue è cosí grande che si fa
+conoscere da se stessa: io mi sento tutto il sangue commosso.
+
+NARTICOFORO. Ancor potrebbe esser vero quel che dice, e noi non cel
+crediamo. Questo acquista chi è uso a mentire: che dicendo il vero non
+gli è creduto. «_Qui semel malus, semper praesumitur malus in eodem
+genere mali_».
+
+APOLLIONE. Questi è veramente mio fratello; né fu tanta la pena che ho
+sentito in questa sua assenza, che non sia maggior la gioia che adesso
+ho che lo riveggo. Gerasto, padron caro, costui è padre di chi sta in
+casa vostra.
+
+GERASTO. Talché ugualmente e dal padre e dal figliuolo son stato
+assassinato?
+
+PANURGO. E può esser che io sia stato ruffiano a mio figlio?
+
+APOLLIONE. Gerasto caro, sappiansi l'ingiurie che stimate aver
+ricevute da noi, accioché possiamo far le debite sodisfazioni.
+
+PANURGO. L'ingiuria che l'ho fatta, è questa: che per far serviggio a
+mio figlio, allor mio padrone, prestatomi il nome di Narticoforo
+romano, che è questo gentiluomo, entrai in casa sua; e poi prestatomi
+il nome suo, mi feci conoscere a questo per Gerasto e lo scacciai
+dalla casa che non era mia. Che grande ingiuria è questa, ch'io ne
+meriti tanto castigo? Si prestano ogni giorno vesti, vasi d'argento ed
+altre cose che pur si logorano; né per questo se ne ha molto obligo a
+chi le presta. Per avermi io servito di vostri nomi per due ore, e or
+ve li restituisco sani e salvi e senza mancamento alcuno, dite che
+gran premio ne volete, che son per pagarlo. Vi vo' prestare il mio
+nome di Carisio per un anno, per quattro e dieci, e non ne vo' cosa
+alcuna né che me ne abbiate pur un minimo obligo.
+
+NARTICOFORO. Certo che sète uomo frugi e di molta comitate: d'oggi
+innanzi vi vo' per ero e per amico.
+
+APOLLIONE. Vengasi di grazia all'altra ingiuria che avete ricevuta.
+
+GERASTO. L'altra è questa: che vostro nipote, vestito da fantesca, è
+stato in casa mia; e mia moglie per gelosia di me, pensandosi che
+fusse femina, l'ha fatta dormir sempre in camera con mia figlia. Oggi
+è scoverta l'alchimia, l'ho prigione, mi son consigliato con gli amici
+e parenti se lo debba uccidere o consignarlo in man della giustizia.
+
+APOLLIONE. Sia benedetto Iddio che ci ha fatto giungere a tempo di
+remediarci! Orsú, Gerasto caro, l'indegno atto e l'offesa che ha usata
+contro te, n'è stato cagione amore; ché ben sapete che amore e ragione
+mai potero apparentare insieme, e la legge d'amore è romper tutte le
+leggi e non servar legge ad alcuno. Poiché amor l'ha ridotto a questo
+termine, vagliaci il vostro senno e prudenza a rimediarci. Poiché cosí
+è piaciuto a lui, piace ancora a noi che sia sua moglie; e credo che
+non abbiate a ritrarvene a dietro, essendo mò noi de Fregosi, casa
+cosí nobilissima, e tanto piú abbiamo sol questo nipote il qual sará
+erede di trentamila scudi. Egli è bello tra giovani non men bella che
+sia vostra figlia; e se egli ne è di foco, ella n'è di fiamma; s'egli
+arde per lei, ella ne è arsa e incenerita per lui; e s'egli ha dato il
+core, ella l'anima. Facciasi.
+
+GERASTO. Ed io poiché non posso rimediare al mio onore altrimente, è
+forza che me ne contenti: io gli perdono né vo' che muoia, non perché
+egli sia degno di vita--ché dovea farmela chiedere ordinariamente e
+non con trappole macchiarmi l'onore;--ma lo fo per non dare a te suo
+padre e a te suo zio cosí acerbo dolore che avereste della sua morte.
+Orsú, diasi Cleria ad Essandro e Ersilia a Cintio, purché ne sia
+contento Narticoforo: con questo patto però, che abbi tempo duo giorni
+ad informarmi di voi; ché se ben all'aspetto conosco che siate di
+buona qualitá e conosco che sia vero quanto dite, pur per non esser
+tassato per leggiero da parenti e amici, cerco questo spazio di tempo.
+
+NARTICOFORO. Io mi contento e plus quam contento che sia Ersilia di
+Cintio, che quella piú di Cleria io exoptava.
+
+GERASTO. Io ti scioglio, Carisio caro; e ponendoti tu in mio luogo,
+credo che essendo onorato, come ti stimo, aresti fatto altrotanto a
+me. Ma chi è quello cosí contrafatto che mi avete condotto in casa?
+
+PANURGO. È un piacevolissimo buffone che altro di danno non ará potuto
+fare alla casa che di alcuna cosa da mangiare. Eccoci per rimediare al
+tutto.
+
+GERASTO. Orsú, perché l'inganno avea abbagliato a tutti e ci sono
+occorsi atti e parole in pregiudicio commune, si perdoni l'un l'altro.
+
+NARTICOFORO. Cosí si facci.
+
+PANURGO. Cosí si facci.
+
+GERASTO. La mia casa sará commune a tutti; se ben non posso onorarvi
+come si conviene, supplisca dal mio canto l'affezione. Narticoforo,
+mandáti a chiamar Cintio.
+
+NARTICOFORO. Olá, togli questa crumèna, paga l'oste, che ti dii le
+valiggie, e mena teco Cintio in questa casa.
+
+PANURGO. Vi chieggio una grazia, Gerasto, che possa baciar mio figlio,
+gli dia questa allegrezza e non lo facci piú disperare.
+
+GERASTO. Eccovi la chiave; quella è la stanza terrena.
+
+APOLLIONE. Entriamo.
+
+
+SCENA IX.
+
+PANURGO, ESSANDRO, MORFEO.
+
+
+PANURGO. Essandro, padron mio caro, come state?
+
+ESSANDRO. Accompagnato da una amarissima compagnia di pensieri.
+
+PANURGO. Non domandi di tuoi successi?
+
+ESSANDRO. Per allungar la speranza! Ma pur che novelle?
+
+PANURGO. Cattivissime, maledettevolissime. Tu sei...
+
+ESSANDRO. So che vuoi dire:--Misero e serbato dal Cielo a crudelissime
+passioni!
+
+PANURGO. Gerasto n'ha scacciati di casa, dato Cleria a Cintio; e or si
+fanno le nozze.
+
+ESSANDRO. Giá son caduto e morto!
+
+PANURGO. Come?
+
+ESSANDRO. Tu parli cortelli e lancie; la tua lingua m'ha trapassata la
+gola come un pugnale.
+
+PANURGO. S'è inviato a dir a Sua Eccellenza; e fatto tòrre
+informazione del successo, ha dato ordine che tu sii giustiziato.
+
+ESSANDRO. M'hai tornato vivo, che non fu mai piú cara morte, perché
+d'ora innanzi arei sempre aborrita la vita.
+
+PANURGO. Ascolta fin al fine.
+
+ESSANDRO. Non posso ascoltare, perché attendo al fatto mio.
+
+PANURGO. Questi sono i fatti tuoi.
+
+ESSANDRO. I miei fatti sono annodarmi un capestro al collo e
+strangolarmi.
+
+PANURGO, Ascolta, dico.
+
+ESSANDRO. Il mal cresce, la speranza è mancata, il disio è fatto
+maggiore, il consiglio disperso: non ascolto piú niuno, ragiono con la
+morte che sotto varie imagini mi scorre dinanzi. Giá è persa la
+medicina che sola mi poteva recar salute; molte vane speranze m'han
+lusingato fin qui; or pongo fine allo sperare, non ingannare piú me
+stesso.
+
+PANURGO. Vòlgeti a me.
+
+ESSANDRO. Ho annodata la fune e or me l'adatto al collo.
+
+PANURGO. Chi t'ave imparato, il boia?
+
+ESSANDRO. La disperazione! Vuoi tu alcuna cosa dall'altro mondo?
+
+PANURGO. Sí, sí, vo' che mi porti una lettera a mio padre, che li
+bacio le mani e desio saper come stia.
+
+ESSANDRO. M'allonghi la vita! giá salo la scala e annodo il capestro
+al trave.
+
+PANURGO. Te terrò per i piedi, non ti farò salire.
+
+ESSANDRO. Scherzi con la morte non con me. Adesso mi butto.
+
+PANURGO. Non buttarti cosí presto. Ecco spezzato il capestro: perché
+non lo tentavi prima che adoperarlo? Volemo che la fortuna s'appicchi
+lei con quel capestro che apparecchiava per voi?
+
+ESSANDRO. Fai errore trattener la morte, con beffe, ad un misero.
+
+PANURGO. Allegrezza, allegrezza!
+
+ESSANDRO. Hai torto darmi la baia, ch'io non t'offesi, che io seppi
+mai, e t'ho in luogo di padre e non di servo tenuto.
+
+PANURGO. La via che avevi presa per gir all'altro mondo, lasciala, e
+prendi quella per gir alla casa di Cleria, che è tua moglie.
+
+ESSANDRO. Come moglie?
+
+PANURGO. In carne e ossa.
+
+ESSANDRO. Burli in cosa dove va la vita.
+
+PANURGO. È venuto Apollione tuo zio e riconosciutosi con tuo padre;
+son stati d'accordo con Gerasto e ti han concessa Cleria.
+
+ESSANDRO. Deh, perché mi burli e aggiungi beffe a beffe?
+
+PANURGO. Allegrati della mia allegrezza adesso, come io mi son
+allegrato della tua: ch'io ho ritrovato mio figlio.
+
+ESSANDRO. Chi è tuo figlio?
+
+PANURGO. Vieni in casa e lo saprai, ch'io non vo' tanto prolungar il
+tempo che possi abbracciare e stringere la tua Cleria piú che una
+tanaglia.
+
+ESSANDRO. Il misero non crede a nulla che di ben gli sia detto.
+
+PANURGO. Vieni, corri, vola e vedi il tutto vòlto in allegrezza.
+
+ESSANDRO. Rispondi a quanto ti domando, parla piú chiaramente il
+tutto: Cleria è fatta mia?
+
+PANURGO. Sí.
+
+ESSANDRO. Gerasto m'ha perdonato?
+
+PANURGO. Sí.
+
+ESSANDRO. È venuto mio zio Apollione?
+
+PANURGO. Sí.
+
+ESSANDRO. Mio padre ancora?
+
+PANURGO. Sí.
+
+ESSANDRO. Ad ogni cosa che ti domando: sí, sí, sí. Mi tratti da
+bestia, da asino.
+
+PANURGO. Sí, sí, sí: te l'ho detto e stradetto mille volte.
+
+ESSANDRO. Oh, come sí orribil tempesta si è mutata in un subito in sí
+placida e tranquilla quiete! O felici miei pensieri, a che gloria
+giunti sète! O felice sole, che hai apportato il piú lieto giorno per
+me e ore cosí felici!
+
+PANURGO. Dove vai, Morfeo?
+
+MORFEO. A chiamar Essandro. Che tardi? tutti sono a tavola, si fa
+banchetto reale, le minestre si raffreddano e non vogliono cominciar
+senza te.
+
+ESSANDRO. Deh, perché non ho l'ali da volare, o Cleria, o mio padre, o
+mio zio!
+
+MORFEO. Spettatori, la cosa è riuscita a miglior fine di quello che
+noi speravamo e che abbiamo saputo ordinare: bisognano alcuna volta i
+disordini, accioché si venghi agli ordini. E se la favola vi è
+piaciuta, fate segno di allegrezza.
+
+
+
+
+
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+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
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+
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+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
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+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
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+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
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+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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