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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La fantesca + +Author: Giambattista Della Porta + +Release Date: August 31, 2009 [EBook #29872] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FANTESCA *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + + + + GIAMBATTISTA DELLA PORTA + + + + LE COMMEDIE + + + A CURA + DI + VINCENZO SPAMPANATO + + + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI + + 1910 + + + + + PROPRIETÀ LETTERARIA + + + AGOSTO MCMX -- 25353 + + + + + LA FANTESCA + + + + + LA «GELOSIA» FA IL PROLOGO. + +So ben ch'ogniun di voi che mi vedrá cosí vestita di giallo, con +faccia cosí pallida e macilente, con gli occhi sbigottiti e fitti in +dentro e co' giri d'intorno lividi, con questi faci, serpi e stimoli +in mano, desidererá saper chi sia e a che fin qui comparsa, +rappresentandosi agli occhi vostri piú tosto una sembianza tragica e +mostruosa che convenevole a' giochi e feste della comedia che +aspettavate. Né io arei avuto ardir comparir in questa scena, se +anticamente non vi fussero comparsi i Lari, gli Arturi, i Sileni, la +Lussuria e la Povertá, e se l'amor che porto a queste mie carissime +gentildonne non mi avesse fatto romper tutti gli ordini e le leggi. +Dirò chi sia e a che fin qui comparsa. Io son la Gelosia. + +Ma oimè! che in sentirmi nominare, tutte queste mie nobilissime +signore si sono sbigottite e conturbate e hanno annubilato il sereno +di lor begli occhi come avessero inteso qualche cosa orribile e +paventosa, chiamandomi tòsco e veleno di cuori, peste infernale e +conturbatrice de' piaceri, e che io finalmente impoverisca e conturbi +tutto il regno di Amore. Orsú, lasciate l'odio e lo sdegno da parte, +ascoltate le mie ragioni, che vedrete che non ha amor cosa né piú +soave né piú degna di me. Dite, di grazia, che cosa è amore? Non è +altro che desiderio di possedere e di fruire la cosa amata: e che sia +vero, non vedete i vostri amanti i quali, per venire a questo ultimo +fine, vi amano, vi servono e vi adorano, e per voi spendono la robba, +la vita e l'onore? Ma, dopo aver acquistato il vostro amore, non +vedete che quel desiderio a poco a poco viene ad intepidirsi, a +raffreddarsi, anzi a spegnersi in tutto? Questo è vizio della umana +natura: che le cose possedute sogliono rincrescere e le vietate esser +desiderate. Agli amanti, dopo conseguito l'effetto, manca l'affetto; +in voi, conceduto l'effetto, piú cresce l'affetto. Or considerate, +signore mie care--se pur è alcuna fra voi che l'abbia provato,--che +dispiacer sente quella poveretta, quando dopo tanti prieghi, o spinta +da pari ardore o da vera pietade, gli fa dono dell'amor suo, e quando +stima che l'amor debba crescere, quello veggia scemarsi, annullarsi, +anzi in odio convertirsi? So che alcuna per non poter soffrir tanto +martello, o col veleno o co' ferri o col precipitarsi in un pozzo, ha +dato fine a sí acerbi dolori. Or ecco l'arte mia, ecco l'aiuto che vi +porgo. + +Primo, a questi svogliati gli propongo un rivale e gli lo depingo di +maggior valore di lui; poi, subito gli avento al petto una di queste +serpi, le quali scorrendogli per lo core, lo riempiono di gielo e di +veleno; appresso, sottentro con queste faci accese nel foco tartareo e +l'accendo di fiamme cocenti e ardentissime, e di passo in passo lo +pungo con questi chiodi, coltelli e stimoli: talché in poco spazio di +tempo gli riduco non solo ne' primi amori, ma piú tosto in rabie e +furori e nella forma che voi mi vedete. Cosí piú ardenti e piú bramosi +che mai, vi si buttano dinanzi a' piedi, a chiedervi perdono delle +offese fattevi e desiar i vostri favori; e rinovellasi l'amore. + +Perché pensate voi che ne piaccia la primavera se non per gli freddi, +per gli venti e per gli ghiacci passati? perché la pace se non per i +passati travagli della guerra? perché i cibi piú saporiti se non per +il digiuno e per la fame? Non si conosce la felicitá se non si prova +prima la miseria. Io dunque col fargli provar queste pene cosí +pungenti e acerbe, gli fo saper i gusti piú suavi e piú dolci. Vi +porgo ancora un altro aiuto. Essendo la scortesia dell'amato troppo +superba e villana e ch'io non basto ad addolcirla, adopro questo +compagno che vien sempre meco. Questi è lo Sdegno, armato sempre di +orgoglio e di furore; questi subito abbatte ed estingue l'amore, e vi +guarisce affatto e vi rende di modo come se non mai piú l'aveste +udito; questi sol vince amore: vedete come preso e incatenato lo +tragge nel suo trionfo. + +Ecco ch'io non son quella che pensavate, ma son vostra amica; e io +rinuovo e accresco i vostri diletti. Voi ne avete l'essempio in questa +comedia. Una fantesca gelosa di un'altra fantesca, perché l'ha tolto +il padrone ch'era suo innamorato, divien piú ardente al servire. La +moglie è gelosa del marito per questa fantesca, onde piú l'ama e lo +guarda. Questa fantesca che dá gelosia a tanti, è avelenata da gelosia +di un forastiero romano, e per me divien piú sollecita a procurar le +sue nozze. Ecco qui le due fantesche che per gelosia se azzuffano +insieme: cominciate a veder le mie prove, e lodate sempre la Gelosia. + + + + PERSONE DELLA COMEDIA + + NEPITA fantesca + ESSANDRO giovane, sotto abito e nome di Fioretta fantesca + CLERIA giovane innamorata + GERASTO vecchio + PANURGO servo di Essandro + FACIO dottor di legge + ALESSIO giovane + PELAMATTI servo + SANTINA moglie di Gerasto + MORFEO parasito + GRANCHIO servo di Narticoforo + NARTICOFORO pedante + Speciale + Capitan DANTE spagnuolo + Capitan PANTALEONE spagnuolo + APOLLIONE vecchio + TOFANO servo. + +La scena dove si rappresenta la favola è Napoli. + + + + +ATTO I. + + +SCENA I. + +NEPITA, ESSANDRO sotto nome e abito di Fioretta fantesca. + + +NEPITA. Non può esser mai pace in una famiglia, quando vi capita +qualche fantesca di cattiva condizione. Da che ha posto piede in casa +questa maladetta Fioretta, non ci è stata piú ora di bene. È stata +mezana tra Cleria mia figliana e uno Essandro suo parente, che l'ha +ridotta a divenir pazza e a menar vita da disperata; s'è attaccata a +far l'amor col padron vecchio, e ha posto tanta gelosia tra lui e la +moglie che stiamo tutti in scompiglio; l'ha tolto a me, che pur +qualche voltarella mi recreava, di che mi scoppia il cuor di gelosia. +Ma dove mi sei sparita dagli occhi, mona Fioretta? Mi vai tutto il +giorno passeggiando con i guanti alle mani come una gentildonna: cosí +si serve? cosí si mangia il pan d'altri, eh? + +ESSANDRO. Nepita, come tu sei stracca di travagliar te stessa, attendi +a travagliar gli altri: giocherei che non sai quel che vogli o non +vogli. + +NEPITA. Voglio che ti scalzi i guanti, vadi a lavar le scudelle, a +nettar le pignate, a vôtar i destri e a far gli altri servigi di casa, +intendi? + +ESSANDRO. Cleria padrona mi ha invitata per i suoi servigi. + +NEPITA. Son scuse tue. T'arai data la posta con qualche famigliaccio +da stalla e or lo vai a trovar cosí mattino. + +ESSANDRO. Misuri gli altri con la tua misura. Questa arte dovevi far +tu, quando eri giovane. + +NEPITA. E ti par dunque ch'or sia vecchia? + +ESSANDRO. Mi par, no; lo tengo per certo, sí. + +NEPITA. Dunque hai per certo che sia vecchia? + +ESSANDRO. Tu stessa il dici. + +NEPITA. Menti per la gola: odoro piú io morta che tu non puzzi viva, e +a tuo dispetto son piú aggraziata di te. + +ESSANDRO. Io non son bella né mi curo d'esserci, e mi contento come mi +fece Iddio. + +NEPITA. Se tu ti contentassi come ti fece Dio, non consumaresti tutto +il giorno ad incalcinarti la faccia e a dipingerlati di magra, e col +vetro o col fil torto trarti i peli del mustaccio. Or puossi dir +peggio che femina barbuta? Poi hai una voce rauca, che par ch'abbi +gridato alle cornacchie. Sfacciata che sei! + +ESSANDRO. Questa arte m'hai tu forzata a farla, e non devresti +ingiuriarmi di cosa di che tu sei stata cagione. + +NEPITA. Mira con quanta superbia mi favella e mi viene con le dita +sugli occhi ancora! Pensi che sia alcuna ricolta dal fango e non si +sappi donde mi sia, come tu sei? + +ESSANDRO. Nepita, tu hai altro con me e mi vai cosí aggirando il capo. + +NEPITA. Poiché siam venute su questo, vo' che il dica: se non, che ci +daremo infino a tanto delle pugna che ne sputiamo i denti. + +ESSANDRO. Ti duoli di me che t'abbi tolto il padron vecchio Gerasto, +che prima era tuo innamorato. + +NEPITA. Oh, lo dicesti pure! + +ESSANDRO. Ma se tu sapessi la cosa come va, non mi porteresti tanto +odio, non aresti gelosia di me e m'amaresti come amo io te. + +NEPITA. Io non ho gelosia di fatti tuoi. Ma se questo fusse.... + +ESSANDRO. Se prometti tenermi secreta e aiutarmi, oh quanto sería +meglio per te! + +NEPITA. Che mi vuoi far vedere, che sei vergine? + +ESSANDRO. Ti scoprirò cosa che non pensasti mai. + +NEPITA. Piglia da me ogni sicurezza che vuoi. + +ESSANDRO. Ma avèrti che son cose d'importanza, non da pugne ma da +pugnali, e importa l'onor di tua figliana. + +NEPITA. Parla presto, non mi far stare piú sospesa, non mi far +consumare. + +ESSANDRO. Prestami l'orecchia. + +NEPITA. Eccole tutt'e due, te siano donate. + +ESSANDRO. Tu pensi ch'io sia femina, e io son maschio. + +NEPITA. E può esser questo vero? + +ESSANDRO. Come ascolti, e si può toccar la veritá con la mano. + +NEPITA. Come non m'hai fatto prima toccar con la mano questa veritá? + +ESSANDRO. Non son còlto dal fango o dalla vil feccia del populazzo, +come tu dici; ch'io son genovese. E se ben devrei tacer la famiglia +per non macchiar lo splendor di tanta nobiltá con la mia mattezza, pur +vo' scoprirlati. Son di Fregosi. + +NEPITA. Perché in questo abito? che util cavi di questa pazzia? + +ESSANDRO. Lo saprai, se m'ascolti. Fuggendo di Roma di casa di mio zio +Apollione che, per non esser ito alla scuola, promise battermi, me ne +venni qui in Napoli dove, appena giunto, Amor mostrandomi Cleria, la +tua figliana, al suo primo apparir ricevei con tanta forza le sue +divine bellezze nel cuore, che altro contento non arei potuto desiar +in questa vita che vedermi sazi pur una volta gli occhi di mirarla. +Prima feci ogni sforzo a me stesso per distormi da tal pensiero, ma +tutto fu vano; ché il male era tanto impresso nel vivo che ogni +rimedio faceva contrario effetto, piú accresceva la doglia e piú +inacerbiva le piaghe. Onde per non morirmi di passione, poiché l'esser +sbarbato mi porgeva la comoditá, mi vestii da femina e m'introdussi a +servir questa casa.... + +NEPITA. Chi ti consigliò questo? chi ti diè tanta audacia? + +ESSANDRO. Amor mi fu consigliero, Amor mi diè l'ardimento e di sua +mano mi pose questo abito adosso, Amor mi fe' il sensale e mi condusse +a servirla. + +NEPITA. O Dio, che cosa ascolto! + +ESSANDRO.... Entrato che fui dentro, tu ben sai con quanta diligenza +abbi servito la casa, e principalmente la mia divina padrona; sí che +in poco spazio di tempo le son divenuto cosí grato che sempre ragiona +meco: m'ha scoverto tutti i suoi segreti e postomi tutte le sue cose +in mano, non vuole che altri la spogli e la lavi, mi bacia e mi fa +tante carezze che, se fossi nella mia forma, non le saprei desiderar +maggiori.... + +NEPITA. Dunque sei giunto a quanto desiavi, sei felicissimo. + +ESSANDRO.... Ahi, che non fussi mai stato! Ho fatto come l'infermo che +sempre appetisce quel che gli nòce. Pensava io miserello che, +accostandomi a quello incendio onde tutto brugiava, la mia focosa +brama fusse estinta; ma io mi sento piú acceso che mai. Son avampato +di sorte che non fu mai fiamma, combattuta da venti, cosí ardente come +questa alma. Ardo nel fuoco ch'io medesimo m'ho fatto, e come fenice +mi rinuovo nella mia fiamma. Or conosco che di tutti gli umani +desideri solo l'amoroso è insaziabile. Onde, avendo gustato cosí +dolcissima donna, mi par impossibile il poter vivere senza lei.... + +NEPITA. Dunque l'hai gustata, eh? + +ESSANDRO. Dunque non si può gustare senza conoscerla? + +NEPITA. Come hai potuto contenerti? + +ESSANDRO.... Io, vedendo ch'ella era vergine e che non sentiva ancora +di cose di amore, dubitai che, scoprendomele, l'avesse manifestato a +suo padre o madre che m'avessero scacciato di casa, e la mia temeritá +m'avesse posto a rischio di farmi perdere tanto bene. Mi parve piú +sicuro soffrire e godere quanto poteva. Anzi, alcuna volta veggendola +star allegra, volli scoprirle ch'io era uomo e l'inganno che aveva +usato per servirla; ma delle parole, che prima m'avea preparate +attissime a manifestarle il mio stato, parte vituperava e parte +mutava; alfin, avampato di rossore, restava mutolo. Ed ella mi pregava +che finisse il ragionamento, non pensando dove avesse a riuscire. + +NEPITA. Sei stato un bel grosso a non manifestarti! + +ESSANDRO. Anzi niuna cosa mi fe' restio se non l'esser stimato da lei +per un grosso. + +NEPITA. Non dubitar che alle donne piacciono piú questi uomini di +grosso ingegno che quelli di delicato e sottile, per esser troppo +fastidio a trattar con loro che nel piú bel maneggiargli o si torcono +o si spezzano. Ma come ponno star insieme due cose contrarie? se tu +sei innamorato di Cleria, come sei ruffiano di Essandro, quel tuo +parente? + +ESSANDRO. Or saprai il tutto.... Stando in questi dubbi, Amor che non +lascia mai perir i suoi seguaci, mi scoverse un modo come avessi +potuto sicuramente tentar l'animo e il suo onesto proponimento. Un +giorno mi mandò per un suo servigio, tardai molto, mi domandò la +cagione. Le dissi che avea incontrato un mio fratello nato meco ad un +parto che tutto rassomigliava a me, che l'avea lasciato picciolo in +Roma e or servea per paggio al viceré; e glie lo dipinsi tanto +grazioso che a lei venne desiderio di vederlo. Come la viddi ben +accesa, e me ne pregò molte volte, me n'andai a casa di Panurgo mio +servo che trattengo in una osteria; e vestitomi delle mie vesti da +maschio, passeggiandole intorno la casa, conobbi chiaramente ch'ella +non poco godeva della mia vista. Mi spoglio le vesti da maschio, mi +rivesto la gonna e torno a casa. Giunto, mi butta le braccia al collo +e mi dá mille baci, dicendo che mentre baciava me, le pareva di baciar +mio fratello.... + +NEPITA. La povera figlia diceva il vero, non s'ingannava. Alfine? + +ESSANDRO....Alfin mi scuopre ch'era innamorata di lui e che la sua +pena era indicibile, e mi priega che gli porti alcune ambasciate e +presentucci; e io, tutte le risposte che piacevano a me, glie le +diceva da parte di mio fratello. + +NEPITA. Io non ho inteso al mondo mai la piú bella istoria: orsú, che +pensi di fare? + +ESSANDRO. Or io vedendo che la barba tuttavia spunta fuori, come hai +tu detto, non posso star piú nascosto in questo abito; e il peggio è +che Gerasto, il padron vecchio, è cosí sconciamente innamorato di me +che fa le pazzie. Tu lo sai: non mi incontra mai sola per la casa che +alla sfuggita non mi tocchi e solletichi. O Dio, a che pericolo mi +trovai! che pensiero sarebbe stato il mio, se trovato altro di quel +che pensava!... + +NEPITA. Ah, ah, ah, con quanto piacere ascolto questo! + +ESSANDRO.... Onde oggi ho proposto venirci da maschio, scoprirle i +miei secreti e, se m'accetta per sposo, avisarne mio zio e farla +chiedere legitimamente per sposa; ché come Gerasto sará informato +ch'io mi sia, me la concederá davantaggio. + +NEPITA. Certo che mi è caro, ché m'affliggeva il cuore veder patire +quella povera figlia. Le vengono alle volte certi svenimenti di cuore, +che par che si muoia: ti porta tanto amore che avanza ogni meraviglia. +Or credo che sei de' Fregosi, poiché l'hai posta in tanta frega. + +ESSANDRO. Or la fede che ho avuta in te, di averti scoverto quei +secreti che fin qui non ho confidato con niuno, ti obliga ad essermi +fedele; ché conseguito il matrimonio, farò che le leggi della nobiltá +abbino quella forza in me che aver denno. Io ho un servo in casa, che +ha gambe sotto cosí robuste ch'è buon per caminare quattro e cinque +miglia per ora, come tu proprio vorresti: te lo darò per marito, e +serai madre di mia moglie e padrona della casa. + +NEPITA. Ne vedrai la prova, che d'oggi innanzi m'adoprerò in tuo aiuto +con ogni modo possibile. + +ESSANDRO. Tuo ufficio sará d'aiutarmi, poiché cosí speranza me ne dai. + +NEPITA. Ma, per parlarti alla libera, non posso credere che tu sia +maschio. + +ESSANDRO. Credilo, che è cosí. + +NEPITA. Giamai credei a parole. + +ESSANDRO. Dunque, nol credi? + +NEPITA. No, che voi giovani vi dilettate di dar la baia: però bisogna +prima chiarirsene e poi credere. + +ESSANDRO. Farò che lo vedrai. + +NEPITA. E questi che fan le bagattelle, pur fan veder molte cose che +non sono. + +ESSANDRO. Farò che tocchi la veritá con le mani. + +NEPITA. Or questo è altra cosa. + +ESSANDRO. Va' e dille che si facci su la fenestra, ché vuol +ragionarmi, e a questo effetto sono qui fuora. + +NEPITA. Volentieri. + +ESSANDRO. Col fidarmi di costei, ho fatto duo buoni effetti: toltomi +dinanzi lei, che era la maggior nemica che avessi in questa casa, e +adesso, come consapevole, mi aiutará con la sua fígliana. + + +SCENA II. + +CLERIA giovane, ESSANDRO. + + +CLERIA. Fioretta mia, fatti piú in qua, che non m'oda mia madre che +sta nell'anticamera. + +ESSANDRO. Eccomi, signora mia. + +CLERIA. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille +saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho né salute né +consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E +se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se +stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia +salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima. + +ESSANDRO. Appresso? + +CLERIA. Che non mi veggio mai sazia d'odiar me stessa per amar lui, e +che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua +che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso; +e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me +gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d'ogni mio +desiderio e avendolo eletto per fin d'ogni mio bene. + +ESSANDRO. Benissimo. + +CLERIA. E digli che s'io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che +sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l'alimento +della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché +mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a +lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con +amore a chi l'ama, né con la fede a chi gli è fedele: e non cercando +vedermi, come posso creder che m'ami? + +ESSANDRO. Signora, state sicura ch'egli sempre vi vede. + +CLERIA. Mi vede, eh? + +ESSANDRO. Vi vede, vi parla, vi tocca e vi sta sempre appresso. + +CLERIA. Egli mi tocca e vede? Fioretta, dici da vero? + +ESSANDRO. Cosí da vero come vi vedo e tocco io. + +CLERIA. Egli mi tocca? + +ESSANDRO. Ti abbraccia, ti bacia e ti vede sempre, e ha tanto piacer +di vederti e di abbracciarti che mai simil ebbe; ed egli si terrebbe +felicissimo se in quel punto fusse riconosciuto da voi. + +CLERIA. Scherzi, eh? + +ESSANDRO. Possa morir se scherzo. + +CLERIA. Perché dunque non mi si scuopre? + +ESSANDRO. Perché dubita. + +CLERIA. Di che dubita? + +ESSANDRO. Che avendolo forse a male, lo privaste di tanta gioia; e +s'egli stesse un sol giorno senza vedervi, si morrebbe di ambascia. + +CLERIA. Col pensiero forse mi tocca, ch'altrimente non so come possa +esser vero ch'egli mi tocchi. + +ESSANDRO. Dico che vi vede con gli occhi. + +CLERIA. Come con gli occhi? + +ESSANDRO. Con gli occhi aperti, e vi tocca con le sue mani proprie. + +CLERIA. Lo dici per ischerzar meco; né io sarei cosí sciocca o fuori +di me medema, che veggendomi innanzi e ragionandomi quello che piú +della propria vita amo, io non lo conoscessi. + +ESSANDRO. Anzi, or ora vi vede. + +CLERIA. Forse sta nascosto qui intorno? + +ESSANDRO. Dico che vi sta innanzi come io, e vi parla come io. + +CLERIA. Come può esser questo vero, se qui non veggio niuno altro che +te, né altri che tu mi parli? Ma dimmi, Fioretta carissima, sai tu +quanto egli m'ami? + +ESSANDRO. V'ama quanto io. + +CLERIA. So che tu m'ami, non ne sto in dubbio; ma tu sei mal cambiata +da me, che ti amo quanto si può, perché mi rassomigli tutta a tuo +fratello. + +ESSANDRO. Anzi piú m'amaresti, se mi conoscessi. + +CLERIA. Come non ti conosco? cosí tu conoscessi l'amor che porto a tuo +fratello, che trovaresti modo di darmi qualche rimedio. + +ESSANDRO. O Dio, che non è cosa che piú desii al mondo, che darti +questo rimedio. + +CLERIA. Se ben tu dici cosí, pur ben m'accorgo non essere amata quanto +merita l'amor mio. Perché se pur alcuna volta passa per qua, lo veggio +cosí timido e sospettoso, cosí celato il viso nella cappa che par che +dubbiti di qualche tradimento; e quanto può piú presto, da qui si +parte, il che mi dá tanto dolore quanto è l'amor che li porto. + +ESSANDRO. È giovane, signora: questo è il suo primo amore. Vorrei io +esser lui, ché conoscendo quella bellezza che in voi singular si +scuopre, i divini costumi e l'onestá, sí ricco tesoro di grazie, mi +terrei felicissimo; quando una sol volta fussi mirato da voi, saresti +osservata e riverita da me, qual si conviene al vostro merito. + +CLERIA. Mi vergogno non essere come tu dici, solamente per piacergli. +Ma se tu fossi lui e t'accorgessi ch'altri ti amassi e si struggesse +per te, faresti come gli altri uomini, cominciaresti a star in +contegno, far del re e alzaresti la coda. + +ESSANDRO. Avete il torto, signora, far questa stima di me, che non +alzarei piú la coda di quello che fo al presente o feci per lo +passato. + +CLERIA. Dunque, poiché t'è cosí aperto e nudo il cor mio come la +fronte, perché non gli manifesti quanto l'amo? + +ESSANDRO. Anzi, egli si duole di me che non gli manifesti il suo +amore: alfin, io sarò la cagione d'ogni male. + +CLERIA. Anzi, la radice e fonte d'ogni bene. Va' dunque, Fioretta mia, +e digli che avendomi comandato che volea ragionarmi, ecco ch'io sono +apparecchiata;... + +ESSANDRO. Andrò volontieri. + +CLERIA.... ch'io piango e ch'io muoio.... + +ESSANDRO. Sará fatto... + +CLERIA.... E se m'ama, che venghi presto.... + +ESSANDRO.... quanto comandate.... + +CLERIA.... E se mio padre non si contenta darmelo per sposo, digli +ch'io vo' fuggirmene seco nella fin del mondo. + +ESSANDRO.... Volete altro? + +CLERIA. Non altro; raccomandamegli strettamente. + +ESSANDRO. Entratevene, che vostro padre non vi vegga. + +CLERIA. Fa' di modo che tu mi porti bone novelle. + +ESSANDRO. Bene. + +CLERIA. E se pur non mi trovasse in fenestra, che fischi, ché verrò +subito. + +ESSANDRO. Me ne vo. + +CLERIA. Aspetta, aspetta, ascolta questo. + +ESSANDRO. Entrate, ché Gerasto vostro padre vien fuora; che non vi +vegga. + + +SCENA III. + +GERASTO vecchio, ESSANDRO. + + +GERASTO. Non è piú infelice vita al mondo di quella d'un vecchio e +innamorato; ché se la vecchiezza porta seco tutte le infirmitá e +imperfezioni, amor tutte le doglie e passioni--ch'una di queste non +bastano diece persone a sostenerle,--or pensate queste due in un sol +uomo quanti travagli gli ponno dare. Io amo una che, se ben la fortuna +me la fa serva, la sua bellezza me le fa schiavo; e se ben l'ho in +casa, n'ho carestia: se l'ho innanzi, non posso mirarla. Son come +colui che sta dentro l'acqua e si muor di sete, gli pendono i frutti +sovra la testa e si muor di fame; ché l'arrabbiata cagna di mia moglie +n'arde di gelosia, non la lascia un sol passo sola per la casa, e se +si parte, la lascia serrata a chiave in camera con mia figlia. E se +desio di starmi in casa, a mio dispetto m'è forza di starne fuori. Ma +eccola qui. Dove si va, Fioretta mia, mio maggio fiorito? + +ESSANDRO. Per un servigio della padrona. + +GERASTO. Non ti partir, Fioretta mia: lascia che ti miri un poco, se a +te non è discaro l'esser mirata; e lasciami sfogar cosí parlando teco, +poiché non posso altro. Tu non sei fiore che nasci a tempo di +primavera; ma a suo dispetto la primavera nasce dove tu sei. Niun +fiore può paragonarsi con te, che porti i giacinti negli occhi e i +gigli nelle carni, e parli rose e spiri gelsomini e fior di naranci. + +ESSANDRO. Dove avete lasciati i garofoli? + +GERASTO. Perché son troppo palesi in questi tuoi labrucci. E se Dio +volesse far un re sovra i fiori, non eleggeria altro che te, tante +sono le tue bellezze. + +ESSANDRO. Vo' partirmi. + +GERASTO. Férmati un altro poco. Ti ricordo che non senza cagione ti +han posto nome Fioretta, accioché tu ti accorga che questa tua +bellezza se ne va come un fiore: la mattina è bello, la sera languido +e secco. Or che sei nella primavera, sappilo conoscere, che presto +verrá l'autunno, sfronderai, diverrai secco, e non serai buono né per +insalata né per salsa. + +ESSANDRO. Che vorresti dir per questo? + +GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno, +zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che +nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele +che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca. + +ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza. + +GERASTO. Non dico quel che tu pensi. + +ESSANDRO. Né tu pensi quel che dico. + +GERASTO. Cosí potessi fartene veder l'esperienza! + +ESSANDRO. Cosí io potessi farla vedere a tua figlia! + +GERASTO. Che dici di mia figlia? + +ESSANDRO. Dico che essendo serva di vostra figlia, mi dovreste amar da +padre. + +GERASTO. T'amo piú di tuo padre assai, e d'altro amor che non farebbe +tuo padre o fratello. + +ESSANDRO. Voi dite cose triste, mi fate vergognare: mi vo' partire. + +GERASTO. Fermati, che vo' darti una buona nuova. + +ESSANDRO. È qualche veste questa nuova che volete darmi? + +GERASTO. Dico, novella la piú lieta che avesti avuto giamai. + +ESSANDRO. Ditela, che mi sentiva prorir l'orecchia per ascoltarne +alcuna. + +GERASTO. Son certo che te la raspará, perché ti sará grata. Ma vo' duo +baci per mancia, che mi sento prorir le labra. + +ESSANDRO. Ditela, ché poi ve li darò. + +GERASTO. Ho maritata la tua padroncina. + +ESSANDRO. Con chi? + +GERASTO. Con un giovane romano, ricco, dotto e bellissimo. + +ESSANDRO. Chi è questo giovane cosí aventuroso? + +GERASTO. Cintio, figliuol di Narticoforo, maestro di scola dottissimo. +Ci abbiam scritto tante volte che alfin siamo restati d'accordo della +dote e d'ogni cosa. + +ESSANDRO. Come non n'avete fatto parola mai? + +GERASTO. Se lo diceva a Santina mia moglie, che è una cicala, sarebbe +andata cicalando per gli parenti, amici e vicini, e n'arebbe pieno +Napoli in un'ora; e poi forse non essendo d'accordo, saressimo stati +burlati da tutti. + +ESSANDRO. Quando dunque verran costoro? + +GERASTO. Quanto prima, e forse verran oggi che è giornata del +procaccio. + +ESSANDRO. Oimè! + +GERASTO. Oh, come sei divenuta pallida! che ti duole? + +ESSANDRO. Oimè, il cuore! + +GERASTO. E come sará maritata, mariterò ancora te. + +ESSANDRO. Mi sento morire, mi sento uscir l'anima! + +GERASTO. Su, dammi i baci per la buona nuova. + +ESSANDRO. Partetivi, di grazia: ho sentito la padrona in fenestra, e +credo ne facci la spia. + +GERASTO. Io mi parto non cosí mio come tuo; e amami, se ti par che +l'amor mio lo meriti. Va' e da' questa buona nova a mia figlia, fatti +dar la mancia e confortala a far la mia volontá. Oh, come sei +tramortita! sará stato l'allegrezza della nuova che ti ho data? Fatti +far una fregagione alle gambe, ché non sará nulla. + + +SCENA IV. + +ESSANDRO solo. + + +ESSANDRO. Un poco piú che fusse tardato a partirsi, avrebbe veduto le +lacrime ancora, ché non potea piú ritenerle. Fu tanta la doglia che +strinse il cuore a questa nuova, che restai tutto conquiso; poi +rivenuto e riscaldato, m'andò l'umore agli occhi: sento le lacrime, +eccole cader fuora. O Amor, crudelissimo tiranno, prima ch'io +conoscessi la libertá, me ne spogliasti; e prima che conoscessi la +vita, mi facesti provar le tue morti. Mi vendi le tue brevi gioie, le +tue fuggitive dolcezze a mari di lacrime, a milioni di sospiri, a +prezzo di lunghi e infiniti affanni. Non mi tacesti provar dolcezza +mai che non fusse meschiata d'assenzio, né piacere che non vi fusse il +veleno sotto. In una sol cosa sei giusto, perché usi sempre +ingiustizia. Con false lusinghe ne lievi fin alle stelle, per farci +poi conoscere la caduta maggiore: e ché dalla grandezza del bene +conoscessi l'infinitá del mio male, dal sommo dell'altezza mi abassi +nel fondo de' fondi della miseria e disperazione. Maladetta sia quella +altezza che è sol fatta per precipizio, maladette le tue dolcezze e +maladetto sia tu, Amore, che ne le dái! O Cleria, sommo contento +dell'anima mia, che farai quando sentirai questa nuova, se pur ami il +tuo Essandro quanto dimostri d'amare? Tu meco ti querelerai, meco ti +dorrai e da me cercherai consiglio: e io, misero e isconsigliato, che +consiglio ti potrò dare? Almeno l'avessi saputo un anno prima, ché a +poco a poco mi avessi avezzo a disamarla. + + +SCENA V. + +PANURGO servo, ESSANDRO. + + +PANURGO. Veggio Essandro di mala voglia. Padron caro, che cosa avete? + +ESSANDRO. Oimè, son morto! + +PANURGO. Cattivo principio! cada questo augurio sovra chi ci vuol +male. + +ESSANDRO. È pur caduto sovra di me, ché non è sí misero stato col +quale non cambiassi il mio. + +PANURGO. Sète forse stato discoverto per maschio? + +ESSANDRO. Peggio. + +PANURGO. Il vecchio vi ha cacciato di casa? + +ESSANDRO. Peggio. + +PANURGO. Che cosa vi può accader peggio di questa? Avete confidato in +me maggiori secreti, potrete confidar ancor questo. + +ESSANDRO. Ho adesso quell'istesso animo, che ho avuto per lo passato, +di fidarmi nella tua fede; né mi parrebbe aver compita felicitá, se +non ne facesse a te parte. + +PANURGO. Dite, ché forse ci troveremo rimedio. + +ESSANDRO. Gerasto... + +PANURGO. Che cosa Gerasto? + +ESSANDRO.... ha pur... + +PANURGO. Che cosa ave? + +ESSANDRO.... dato... + +PANURGO. Bastonate a voi, forse? + +ESSANDRO. Volesselo Iddio! + +PANURGO. Che dunque ha dato? + +ESSANDRO.... marito a Cleria mia. Ecco venuto quel giorno che ho +temuto e portato tre anni attraversato nel core! ecco la separazione e +il fine di nostri amori! Cesseranno i ragionamenti, i baci e la +dolcissima conversazione! + +PANURGO. Non piangete. + +ESSANDRO. La fiamma è cosí ardente nel petto che, se non avessi queste +lacrime, abbruggiarebbe il cervello. Ma perché non debbo io piangere? +che consolazione arò piú in questa vita? deh, perché non la lascio? +perché non m'uccido per disperato? + +PANURGO. Padrone, ricordatevi che la disperazione è ruina delle +speranze; e il ricorrere che si fa piú tosto alle lacrime che a' +rimedi, è di persona vile e che non vuole che i desidèri si conduchino +a fine. Fa' vela quanto tu vuoi, ché con vento di sospiri mai si +condusse nave in porto. Bisogna audacia contro la fortuna. Un buono +animo ne' mali è un mezzo male. Non vi perdete d'animo! + +ESSANDRO. L'animo non è possibile che piú lo perda. + +PANURGO. Perché? + +ESSANDRO. Perché è giá perso. + +PANURGO. Richiamatelo a voi. + +ESSANDRO. È gito in essiglio, va vagando troppo lontano. + +PANURGO. Ed è possibile che siate cosí povero di partiti che non +sappiate trovar rimedio al vostro male? + +ESSANDRO. Se non ho l'animo meco, come posso trovarlo? + +PANURGO. Orsú, lasciate che ritiri me stesso un poco in consiglio +secreto; suoni il tamburro e chiami sotto l'insegna le trappole, +gl'inganni, le finzioni, le furfantarie; facci la rassegna e metta +l'essercito in rassetto, accioché diamo l'assalto a questo vecchio e +lo poniamo in tanti travagli che a suo dispetto lo facciamo cadere. + +ESSANDRO. So che, disponendoti d'aiutarmi, posso promettermi dal tuo +ingegno quanto desidero. + +PANURGO. Pensi che sieno finite le stampe di quei Davi e Sosi e di +quei Pseudoli delle antiche comedie? Or stammi di buona voglia. + +ESSANDRO. Andiamo a casa tua, che vo' vestirmi da maschio, ché oggi la +vo' finir con Cleria: tentar prima l'animo suo e palesarle il tutto, +poi seguane quel che si voglia. + +PANURGO. Andiamo, per la strada voi mi narrerete il successo, e +pigliaremo qualche partito a disturbar questo matrimonio. + + + + +ATTO II. + + +SCENA I. + +FACIO dottor di leggi. + + +FACIO. Un di travagli che abbiamo in questa vita è l'aver a trattar +con questi sarti ladri assassini, che dopo averti fatte tutte le +tirannie possibili al panno, a' finimenti e alle fatture, gli piace, +per farti il peggio che sanno, di straziarti una settimana in darti le +vesti fatte, ancorché potessero farle in una ora. Mi disse iersera che +all'alba me l'arebbe recate, e omai è ora di pranso e non lo veggio +comparire; e mi fará partir per Salerno molto tardi. Andrò in sua +bottega. Chi vuol, vada. + + +SCENA II. + +ESSANDRO, Panurgo. + + +ESSANDRO. Sí che, di grazia, narrami l'inganno che hai tu pensato per +disturbar questo matrimonio. + +PANURGO. È tanto a proposito e grazioso che mi muoio delle risa +pensandovi. + +ESSANDRO. Parla presto, di grazia, che non passi l'ora di trovarmi con +Cleria. + +PANURGO. Voi mi avete detto ch'eglino non si conoscono di vista. + +ESSANDRO. No; ma la loro amicizia è sol per lettere. + +PANURGO. Ascoltate, di grazia. Troveremo un uomo vecchio dell'etá di +Narticoforo e un altro giovanetto storpiato, o lo sconciaremo noi piú +della mala ventura, e li faremo oggi smontar in casa di Gerasto, che +lui, veggendolo cosí brutto, si vergogni darlo per marito a sua figlia +e gli dii licenza. + +ESSANDRO. E quando Gerasto volesse pur darglilo, per contentarsi egli +di poca dote, essendo molto ricco...? + +PANURGO. Faremo che Cleria non si contenti. + +ESSANDRO. Cleria è timida, rispettosa; non ardirá questo. + +PANURGO. Mancherá di trovar il pelo all'uovo? Ho detto il disegno cosí +in grosso, poi tanto voltaremo di qua e di lá e l'anderemo polendo e +accommodando, che stii a modo nostro. + +ESSANDRO. Se ben Gerasto non è degli accorti uomini di questa terra, +pure con questo inganno ingarbugliaremmo altro cervello che il suo. Ma +chi sará costui che saprá fingere Nartícoforo, e Cintio quel giovane +cosí storpiato? + +PANURGO. Stimate voi che disponendomi io a questo, non sappi fingere +Narticoforo, quel maestro di scuola? + +ESSANDRO. Ma bisognarebbe alle volte sguainare qualche parola in «bus» +e in «bas». + +PANURGO. Se ben pensate ch'io sia qualche poveruomo, son pur nobile; +che per certe fazioni della mia patria fu bisogno scamparne fuori, e +non avendo avuto modo come vivere, con quelle poche lettere che avea +imparate in casa mia per mio trastullo, col fare il pedante in diversi +paesi ho vissuto onorevolmente. A prima giunta gli darò in faccia un +«_Quanquam te, Marce fili..._». + +ESSANDRO. Ti conosco di tanto ingegno che saresti per aggirar altro +capo che il suo. Ma chi fingerá Cintio? + +PANURGO. Ci sono il Capestro, il Truffa, e Morfeo parasito, che è il +miglior di tutti, perché attaccandomi un fegadello al tallone, me lo +strascinerò appresso dieci miglia, ed è poco conosciuto in questa +terra. + +ESSANDRO. Bisogna che sia ribaldo da dovere + +PANURGO. Egli è ribaldo, arciribaldo, re di ribaldi e mille volte +peggio di quel che vogliamo; né bisogna che molto l'ammaestriamo, ché +appena accennandogli il principio, capisce il negozio e compone di +testa. + +ESSANDRO. O Dio, che quanto piú mi volgo questo inganno per l'animo, +piú mi riesce a proposito! Dove arremo vesti orrevoli per vestir +Narticoforo? + +PANURGO. Pregheremo Alessio nostro amico, overo ne allogheremo alcune, +se ci mancano. + +ESSANDRO. Qui bisogna prestezza, ché la ruina è vicina. Vai e ritrova +il parasito e Alessio, e reca le vesti a casa tanto presto che quando +io stimi che cerchi le cose, ti trovi a casa. + +PANURGO. Me ne vo, dunque. + +ESSANDRO. Dove? + +PANURGO. A casa, senza far altro, accioché quando stimi che cerchi le +cose, mi trovi a casa. + +ESSANDRO. Burli? di grazia, vola. + +PANURGO. Dammi l'ale, che volarò. Non dubitate, sarò io colá prima che +voi. Ma prima vedrò se potrò trovar Alessio per le vesti. + +ESSANDRO. Io fra tanto farò il segno, poiché non è in fenestra. _Fis, +fis_. La sento venire. + + +SCENA III. + +CLERIA, ESSANDRO. + + +CLERIA. Essandro, anima mia, mirate, di grazia, se per gli usci e per +le fenestre sia alcuno che curi piú gli altrui che i suoi propri +affari. + +ESSANDRO. Signora, giá potrete sicuramente comparire, che non appar +anima viva. + +CLERIA. Dolcissimo Essandro, io non vorrei, per essermi cosí +volentieri condotta a ragionar con voi, vi cadesse nell'animo qualche +sospetto della mia onestá: ché certo non mi sarei ridotta a questo +termine, se non avessi fatto prima deliberazione di esser vostra; e se +ben son in potestá di mio padre e a lui tocca disponer di me quel che +ne vuole, pur se a me ne resta qualche particella, ve la dono tutta, +né vo' viver se non vostra. + +ESSANDRO. Né pensiate, signora, ch'io avessi avuto ardir di venir a +ragionarle, se non avessi fatto fra me la medema deliberazione. Son +troppo incomparabili le vostre bellezze, né il mio cuore sa arder se +non per voi, né questi occhi sanno in altro specchiarsi se non in voi, +lucidissimo mio sole. + +CLERIA. In me non fu bellezza giamai, e se pur ve n'è qualche segno, +vien dalla reverberazion della luce che senza pari è in voi. Onde oggi +io vi fo dono di me stessa, e se il presente è troppo basso, +accompagnato dall'affetto dell'anima mia, merita che sia accettato e +gradito da voi. + +ESSANDRO. O dolce oggetto degli occhi miei, come io potrò ringraziarvi +del ricco presente che voi mi fate? Non è spirito in me che non si +sforzi ringraziarvi, né ponno giungere al segno; vorrei che voi +poteste ascoltar la lingua dell'anima, ch'ella sola lo può esprimere: +onde con quello animo che ho accettato il vostro dono, accettate il +mio che vi fo di me stesso. + +CLERIA. In man vostra sta il far prova di questo amore, se è tal quale +io lo dico. + +ESSANDRO. Cuor mio caro, accorgendomi quanto sia la finezza dell'amor +suo, e conoscendovi signora di gran cuore, prendo baldanza di +chiederle una grazia col piú interno affetto che possa pregar un +cuore: che queste parole, che con tanto periglio dell'onor suo si +possono ascoltar da vicini, gliele potessi dir in camera sua. + +CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che +vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito +volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il +quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di +niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore +che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran +torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate +giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non +mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi +volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere +tutto quello ch'io posso. + +ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio +al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io +disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi +scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo +pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né +l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale. +V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri +amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio +son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí +segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e +scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche +guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di +far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad +uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore. + +CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa +amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e +disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a +pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la +cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che +soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri, +col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse +stata. + +ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni? +Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele +dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra +infedeltá. + +CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con +tanta fede. + +ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede, +credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che +la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua +discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro +di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato. + +CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno +al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi. + +ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi +donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a +quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi +questa grazia è il negarmi voi stessa. + +CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta +vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro +commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi +prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra +piú che era prima. + +ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi +dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di +voi come di cosa propria. + +CLERIA. Ma ditemi, signor mio, come io me vi donai tutta, cosí voi +intieramente vi donaste a me: or come cosa mia e non vostra, io vi +comando che non mi debbiate astringere a questo fallo. E se voi sète +gentiluomo e non m'avete detto mentita, mi ubidirete; e se non +m'ubidirete, è segno che mi vi sète dato per beffarmi e per mancarmi +di parola; e io non vo' per signor della mia vita persona che manchi +al debito di gentiluomo. + +ESSANDRO. Imaginatevi, anima mia, che siate in un steccato dove si +combatte con arme di amore e di cortesia; e se ben la vittoria rimane +appo il vinto, pur è gran carico lasciarsi vincere di cortesia. Se +questa speranza che ho in voi mi vien fallita, non mi resta altro che +morte. Signora, a tanti oblighi aggiungete questo altro. La vostra +cortesia vinca il mio merito; gradite la mia dimanda la qual quanto è +piú importante, piú mi dimostra il vostro amore e la cortesia. +Fioretta mia sorella m'ha riferito che per questo vicolo rare volte vi +passa persona, e vi è una porta che vien dritto in camera vostra, e la +balia ne tien la chiave: se ciò mi negate, dirò che non da téma di +onore, ma vien da desiderio della mia morte. + +CLERIA. Io conosco, cuor mio, che non è cosa al mondo, per grande che +sia, che voi non la meritiate. Mi sento tanto intenerita da' vostri +prieghi che non posso negarvi cosa che vi piaccia. Vo' che le leggi +d'amore e di cortesia abbino quella forza che conviene. Disponete +dunque di me come cosa veramente vostra; entrate in questo vicolo, ché +Nepita v'aprirá la porta. + +ESSANDRO. Ecco ch'io non posso non chiamarmi vinto dal nobilissimo +animo vostro. Conosco che veramente m'amate. + + +SCENA IV. + +PANURGO, ALESSIO. + + +PANURGO. O Alessio carissimo, come comparite a tempo! parmi questa una +ventura dal Cielo. Voi solo mancavate al buon disegno. + +ALESSIO. Eccomi al tuo comando, Panurgo caro. + +PANURGO. Tu, Alessio, sei l'istesso e commune aiuto degli amici; però +aiutaci: il bisogno ne fa importuni. + +ALESSIO. M'uccidi tardando tanto a dirmi che vogli. + +PANURGO. Essandro vi prega, straprega e scongiura che l'accommodiate +per un giorno d'una veste da dottore. + +ALESSIO. A che vuole egli servirsene? + +PANURGO. Lo saprete poi: non lo dico adesso per non dar fastidio a +questi che stan qui, che l'hanno inteso un'altra volta. + +ALESSIO. A questo potrò servirti agevolmente; che Facio mio padre se +n'ha fatto far certe nuove per andare a leggere a Salerno nello +Studio, e or sta in casa aspettando maestro Rampino che gli le porti. +Partito che sará, che fia tra poche ore, ti potrò accomodar di quelle +che lascia, per parecchi giorni. + +PANURGO. Per chi le mandarete? + +ALESSIO. Per Tofano, mio servidore, che vi conosce; o ne cercará altre +in presto. Attendete all'altre cose da farsi, che subito partito mio +padre, le manderò; sol fate che non vi abbi a cercare. + +PANURGO. Io abito qui presso: fate solo che compaia qui, che sará +veduto. + +ALESSIO. Cosí farassi. + +PANURGO. Ma quello di che ti aremo maggior obligo, è la prestezza, che +non è cosa di che abbiamo maggior bisogno. Al vostro servo promettete +la mancia da nostra parte, accioché corra e usi diligenza. + +ALESSIO. Vado. + +PANURGO. E se non possiamo per adesso darvene piena ricompensa, almeno +conosceremo il beneficio e resteremo con obligo di riservirvelo; e +perdonateci del fastidio che vi diamo. + +ALESSIO. Or queste parole sí, che mi danno fastidio; che non potrei +aver consolazione a par di quella che ricevo, che Essandro si avaglia +dell'opra mia. + +PANURGO. Ma io veggio Morfeo parasito che vien verso qua; non potrebbe +comparir a tempo piú opportuno. + + +SCENA V. + +MORFEO parasito, PANURGO. + + +MORFEO. Son omai stracco e non ho trovato ancora chi mi inviti a +pranso: non ci è piú caritá né piú cortesia al mondo. Un tempo era +invitato da quattro e da sei, chi mi strascinava di qua e chi di lá; e +or sto un mese che non sono richiesto. Non mi servono piú i motti +arguti, non le buffonarie, non il dir mal d'altri per dar spasso a' +convitati. + +PANURGO. (Sta morto di fame a punto come io desiava, benché la fame +non l'abbandoni mai; ché non ho miglior mezzo per condurlo a quanto +desidero). + +MORFEO. E se pur m'invito da me stesso, tutti si trovano con una +parola in bocca: che mangia altrove o non ave ancor digerito o vòl +perdere quel pasto o che digiuna. O che ogni volta che dicono queste +scuse gli cadesse un dente di bocca! Almeno la natura mi avesse fatto +polpo, che nella gran fame potessi mangiarmi le braccia proprie. + +PANURGO. (Farò vista di non essermi accorto di lui e di far un +apparecchio, accioché gli aguzzi e susciti l'appetito). Olá, +apparecchiate la tavola e ponetevi quei presciutti e verrine +fredde;... + +MORFEO. (Dice bene, che se non son cotti duo giorni prima, non +vagliono. Gran filosofo deve esser costui delle cose della buccolica). + +PANURGO....fate che quel gallo d'India sia piú pelato del pelatoio e +tutto infilzato di fettoline di lardo, accioché cocendosi pian piano, +venghi tenero, ben cotto e non disseccato;... + +MORFEO. (Questi vuoi far frollo me, non quel gallo, ché sentendo +questo apparecchio, tutto mi sento intenerire). + +PANURGO....quei pasticci stieno sempre in caldo, accioché le midolle +che vi sono per dentro e di fuori non si gelino e paiano assevati, ma +che sieno caldi e ben strutti;... + +MORFEO. (Oimè, che a me si struggono le midolle dentro l'ossa!). + +PANURGO....che le torte sfoggiate sieno ben cotte e succose, ma non +tanto che nuotino nel brodo;... + +MORFEO. (Mi par che questi mi sia uscito dal corpo, tanto sa ben egli +ordinare quanto desidero). + +PANURGO....il vin sia fresco. Date prima il greco, poi la lacrima, poi +tramezzate il chiarello e moscatello. E sopra tutto il presto sia in +capo alla lista, accioché venendo con quel mio compagno, non abbiamo +ad aspettare ma subito porci a tavola. + +MORFEO. (Io non posso ascoltar piú: l'anima si ha fatto un fardello +delle sue robbe e si vuol partire; lo stomaco s'è ribellato, m'ave +occupato la gola e mi strangola. Ma a che tardo ad invitarmi da me +stesso?). Oh, ben trovato il mio Panurgo galante, intendente della +buccolica piú di tutti gli uomini del mondo! + +PANURGO. Ben venghi Morfeo! + +MORFEO. Sería da vero ben venuto, se venissi per un terzo a questo tuo +cenino che apparecchi. + +PANURGO. L'apparecchio per un mio amico di che ho da servirmene in un +bisogno importantissimo. + +MORFEO. Sèrvite di me, che ti servirò al servibile e all'inservibile. + +PANURGO. Vuoi tu prestarmi mille scudi? + +MORFEO. Con che faccia cerchi a me mille scudi, che tutto intiero non +vaglio dieci quattrini? Cercar dinari a me è come cercar acqua ad una +pomice. Non posso altro prestarti se non la fame che ho adosso. Ma +dammi da mangiare, e satollo vendimi ad una galea per quanto vaglio. + +PANURGO. Io non ho bisogno di danari, burlo teco. Io ho bisogno di un +ladro, infame, giuntatore, assassino,... + +MORFEO. Questi sono i titoli dell'arte mia. + +PANURGO....tristo, cattivo, malizioso, astuto, truffatore,... + +MORFEO. Giá giá l'hai ritrovato. + +PANURGO....bugiardo, mentitore. + +MORFEO. Lascia dire a me: giotto, traditore, senza legge, senza fede, +maldicente, scelerato, ingannatore. Di tutte queste cose ne ho fatto +gran tempo professione e mercanzia e ne ho le botteghe e magazzini in +questo petto. + +PANURGO. Ma essendo tu cosí cattivo, come potrò io fidarmi di te, che +non l'attacchi a me ancora? + +MORFEO. Di ciò non dubitare, che corvi con corvi non si cavano gli +occhi. + +PANURGO. Cosí tu fossi appiccato, come piú tristo uomo di te non si +trova nel mondo! + +MORFEO. Cosí tu fossi squartato, come lo meriti piú di quanti vivono! + +PANURGO. Tu solo hai tanti vizi che, avendonosi a partire a tutta +questa cittá, a tutti ne toccarebbe bona parte. + +MORFEO. Allegrati, beato te, che tu sei il priore, il monarca di +tristi! + +PANURGO. Per le tue grandezze meritaresti una collana. + +MORFEO. E tu per le tue virtú una berlina. + +PANURGO. Ho voluto dir che meriti esser un re. + +MORFEO. E tu un principe di Cartagine. + +PANURGO. Con un scettro in mano ben grosso e lungo per governatore e +capo di quell'isoletta di legno che sta in mare. + +MORFEO. E tu bersaglio di staffili. + +PANURGO. Chi ti mirasse nel collo e ne' piedi, penso che ci troverebbe +un callo delle collane e di cerchietti che ci hai portati. + +MORFEO. Chi ti vedesse le spalle, le troverebbe di piú colori che i +tapeti che vengono di Soria. + +PANURGO. O forche, o scale, o capestri, che fate? + +MORFEO. O berline, o scope, o asini, dove sète? + +PANURGO. Ma torniamo a casa, che il tempo manca e le parole avanzano. +E sovra tutto vorrei che appena accennandogli il principio, capisse il +negozio e m'intendesse a cenno. + +MORFEO. Anzi io in mirarti in faccia so quello che cerchi da me. + +PANURGO. Dici da vero? + +MORFEO. Piú che da vero. + +PANURGO. E tu conoscesti la veritá mai? + +MORFEO. L'ho inteso nominar cosí cosí; ma fu sempre mia capitalissima +inimica. + +PANURGO. La cagione? + +MORFEO. Non ho mai doglia di testa se non quando son forzato dirne +alcuna. E chi volesse a mezzo gennaio farmi sudar di sudor delta +morte, sforzimi a dire alcuna veritá. Né pensar che cosí sia io: cosí +fu mio avo, bisavo, trisavo, ventavo e settantavo. + +PANURGO. Orsú, ho trovato il bisogno. Conosci tu Gerasto medico, un +certo uomo da bene? + +MORFEO. Io non conosco niuno uomo da bene. Che ho a far io con loro? +io non prattico se non con ribaldi, perché mi danno da mangiare. Ma +perché non andiamo a tavola e diamo una batteria a quel tuo +apparecchio? + +PANURGO. È troppo mattino. + +MORFEO. Anzi mangiando presto la mattina, ogni cosa ti riesce a +proposito quel giorno. Vuoi che vada a toccarli il polso, se avesse la +febre? + +PANURGO. La febre la devi aver tu nella gola per divorartelo; ma tu +non assaggierai boccone se non prometti servirmi, anzi dopo servito. + +MORFEO. Ti servirò a quel che tu vuoi, e ti loderai dell'opra mia. + +PANURGO. Bisogna che tu finga esser uno sposo; e sconcierai la bocca, +il viso e tutta la persona, di sorte che veggendoti il padre della +sposa ti prenda a schivo e rivochi lo sponsalizio. + +MORFEO. Se non mi saprò sconciar bene, piglia una ascia e sconciami a +tuo modo. Ma, di grazia, avendomi a sconciar la bocca, fammi mangiar +prima. + +PANURGO. Mentre stiamo aspettando Alessio, un certo amico che ne manda +le vesti a questo effetto, vuoi che te insegni a fingere quel che +abbiamo a fare? + +MORFEO. Imparami d'altro che di fingere: questo fu mio primo +essercizio. Ma ecco il servo che ti porta le vesti. + +PANURGO. Non viene a me, va dritto alla casa di Facio; deve essere il +servo di maestro Rampino: vogliam far prova di torcele? + +MORFEO. Eccomi all'ubidire. + +PANURGO. Togliamcele calde calde. + +MORFEO. Presto presto, che non puzzino. + +PANURGO. Nasconditi, ascolta e vieni a tempo. + +MORFEO. Mi nasconderò, ascoltarò e uscirò a tempo dall'imboscata. + + +SCENA VI. + +PELAMATTI, PANURGO, MORFEO. + + +PELAMATTI. Non si vidde al mondo mai il piú bizzarro uomo di maestro +Rampino. Mi pone le veste in spalla e dice:--Vai in tal parte, che +troverai un uomo alto basso, magro grasso, che si chiama Facio; dágli +queste vesti.--Se tardo, i gridi vanno al cielo; se non fo l'effetto, +gioca di bastonate; se fo errore, guardite Iddio.... + +PANURGO. (Non conosce né lui né la casa. Queste seran mie, se tutto il +mondo non m'è contrario). + +PELAMATTI.... Ché per potermi ricordar tanto, bisognarebbe un cervello +di lionfante, e per camminar tanto, le gambe di dromedario; dove +cervello n'ho poco piú d'una oca, e gambe cosí debili che appena mi +reggono sovra, e senza scarpe ancora.... + +MORFEO. (Va troppo carico: ne ha pietade, lo vorrebbe alleggerire). + +PELAMATTI.... Oh, trovassi alcuno che me lo insegnasse. Ma ecco il +fico selvaggio nel muro: questa è dessa. + +PANURGO. Férmati, oh, oh, oh! a chi dico io? + +PELAMATTI. So che non dici a me. + +PANURGO. A te dico io, a te. + +PELAMATTI. Ti ho forse ciera di cornacchia io, che per scacciarmi +gridi: oh, oh? + +PANURGO. Volevi tu spezzar quella porta? + +PELAMATTI. Ancora non ci era accostato. + +PANURGO. Ti toglio la fatica di battere, e par che te ne spiaccia. + +PELAMATTI. E se fusse tua madre, aresti tanta paura che fusse battuta? + +PANURGO. Se può dir mia madre, ché questa mattina, uscendone, mi ha +partorito. + +PELAMATTI. Dio ti facci esser nato in buon ponto. Figlio di questa +porta, mi sapresti dir se dentro ci fusse Facio? + +PANURGO. Facio ti sta innanzi e parla teco. + +PELAMATTI. Dunque, voi sète... + +PANURGO. Si, si, Facio padre di Alessio. + +PELAMATTI. Me l'avete tolto di bocca, che proprio volea dimandarvi se +voi eravate Facio. + +PANURGO. Io son Arcifacio, son Faciissimo. + +PELAMATTI. Me ne vo dunque: voi non sète quel che cerco. Vo' Facio, +non Arcifacio né Faciissimo. + +PANURGO. Io son quello che cerchi, or vengo dalla bottega di maestro +Rampino, ché mi desse le vesti; e disse avermele inviate per un suo +servo; e or aspettandole stava passeggiando dinanzi la mia casa. + +PELAMATTI. Queste son dunque le vesti che aspettavate? + +PANURGO. Sí, sí, queste son desse. + +PELAMATTI. Ancor non l'hai viste, e dici: sí, sí. Se le volete, venite +in bottega. + +PANURGO. Perché non me le dai tu qui? + +PELAMATTI. Non mi avete ciera di Facio. + +PANURGO. Hai tu visto mai Facio? + +PELAMATTI. Non io. + +PANURGO. Come dunque non ti ho ciera di Facio? Ma mirami bene, questa +mia ciera non è tanto buona che ne potresti far candele? + +MORFEO. (Si da vero, céra proprio da esser bruggiata!) + +PELAMATTI. La céra mi par cattiva e il mele deve essere assai +peggiore, perché mi hai ciera di un gran ribaldo. Poiché sete venuto +adesso da mastro Rampino, ditemi, dove sta sua bottega? + +MORFEO. (Oimè, siamo incappati, ché non la sappiamo). + +PANURGO. Te lo dirò. Búttati giú per questa strada, e come sei a quel +cantone che ti dá in faccia, torci il collo a man dritta; e quando +sbocchi in quei cessi e lordure, cala giú finché darai di petto in un +uscio: poi rovescia gli occhi su, ché vedrai l'insegna della fistola: +il vicolo si dice del Maltivegna, incontro la casa di Perotto Malanno. + +PELAMATTI. A te oh come starebbe bene questa casa! + +PANURGO. Anzi a te starebbono buoni questi duo luoghi, accioché quando +l'uno ti fosse venuto a noia, mutassi nell'altro fresco e senza pagar +pigione. + +MORFEO. (Con questa burla ha saltato il fosso, il poltrone). + +PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo? + +PANURGO. Malaventura. + +PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamo +Pelamatti. + +PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo +metti in barba. + +PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino? + +PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia +di darmele. + +PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle. + +PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti. + +PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi. + +PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi. + +PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito +di un quadrino. + +PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria! + +PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al +padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle: +veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui +le parole. + +MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati). + +PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse. + +MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha +mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo. + +PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti? + +MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta. + +PANURGO. È restato sodisfatto del tutto? + +MORFEO. Sodisfattissimo. + +PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar +tutta questa mattina? + +MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante +buone ragioni che mi parve degno di scusa. + +PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti +comando. + +MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a +tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via. + +PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue. + +PELAMATTI. Non son tuo schiavo. + +MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un +grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e +grida che è la magior bestia del mondo. + +PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso. + +MORFEO. Daglile in nome... che non voglio dire, che non so come abbi +avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone, +è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del +suo paese. + +PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli +rompe la testa la spezzerò a tutti due. + +MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me. +Dagliele. + +PELAMATTI. E ti par che gli le dia? + +MORFEO. Ancor dici: mi pare? + +PELAMATTI. Salvi e contenti... + +MORFEO....da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo +anni sono! + +PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega. + +MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce +rabbia. + +PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti +lascio,... + +MORFEO. Che cosa? + +PELAMATTI.... perché mi vo' partire. + +MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te. + +PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá. + +PANURGO. Non le voglio, portale teco. + +PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti. + +MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la +testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben +fingere? + +PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona +che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener +disfatto il matrimonio. + +MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne +sento la puzza. + +PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare. + + +SCENA VII. + +GERASTO, SANTINA, NEPITA. + + +GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno +giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in +casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era +guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la +gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo +gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta +fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può +significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per +Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa--questa è mia +moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;--quando si partirá di casa, la +goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la +impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa +mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto). + +SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete, +strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che +vada su per i coppi de' vicini. + +GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da +peggior bocca!). + +SANTINA. Nepita, Nepita! + +NEPITA. Signora. + +SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci +Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché, +venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche +burla). + +NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi +chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia). + +SANTINA. Come hai tardato tanto? + +NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto. + +SANTINA. Dove è Fioretta? + +NEPITA. In camera con Cleria. + +SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia, +non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa? + +NEPITA. Lavorano insieme. + +SANTINA. Lavora volentieri? + +NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a +quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non +va tutta in sudore. + +SANTINA. Da vero? + +NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto +brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori. + +SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno. + +NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta +lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta. + +SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello. + +NEPITA. Ce l'han posto. + +SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare. + +NEPITA. Ci è dentro, vi dico. + +SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa +diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato +in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i +fanciulli non gli tirino i sassi dietro. + +GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo +marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non +sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?). + +SANTINA....Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo +leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia +che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non +attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli +paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui +diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora +viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua.... + +GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei, +che onorasse i miei funerali!). + +SANTINA.... Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!... + +GERASTO. (Ben la tolsi io in mal punto per me!) + +SANTINA.... Che mi avessi rotto una gamba piú tosto,... + +GERASTO. (Mi avessi rotto il collo io!). + +SANTINA.... Sventurata me!... + +GERASTO. (Anzi me!). + +SANTINA.... che non si trova piú sciagurato uomo! + +GERASTO. (Che non si trova la piú fastidiosa e bizarra diavola di te! +E il peggio è che bisogna farle carezze contro mia voglia, per non +farla suspetta del fatto. Orsú, bisogna far buon animo, come si avesse +a tòrre una medicina). Ben trovata la mia moglie carissima, non posso +tenermi che non ti baci un par di volte per amorevolezza! + +SANTINA. «Chi ti fa quello che far non suole, o t'ha ingannato o +ingannar ti vuole». + +GERASTO. Non si può star sempre ad un modo, moglie mia cara. + +SANTINA. Oh come odori di muschio, mi pari una profumeria. + +GERASTO. Passando per la bottega di maestro Cesare profumiero, mi +spruzzò un poco d'acqua nanfa sul volto. + +SANTINA. Non so chi mi tiene la lingua. + +GERASTO. Lasciamo il ragionar di questo adesso. Maritata che sará +nostra figlia con questo romano, ci vogliam menare una vita la piú +felice del mondo. + +SANTINA. Come será questa vita felice? + +GERASTO. Maritaremo subito Fioretta e la caveremo di casa, che non è +buona per servire: è troppo delicata, pare una gentildonna; ne +troveremo una piú rustica, che possa spezzar legna, carriarle, far la +bucata, star in cocina e sovra tutto, bisognando, toccar delle +bastonate. + +SANTINA. Fioretta l'ho maritata giá. + +GERASTO. L'ho maritata io con un mio amico con men di dugento ducati +di dote. + +SANTINA. Io con men di cento. + +GERASTO. Io con men di cinquanta. + +SANTINA. Io con men.... + +GERASTO. Lasciami finir di parlar, se vuoi. Colui se la torrá nuda. + +SANTINA. Questo mio gli fará la sovradote. + +GERASTO. Il mio gli dará cento ducati di piú. + +SANTINA. Il mio, dugento. + +GERASTO. Il mio.... + +SANTINA. Anzi il mio.... + +GERASTO. Tu non sai che voglio dire, e passi innanzi. + +SANTINA. E tu dici prima che altri risponda. + +GERASTO. Hai detto? + +SANTINA. Sí bene. + +GERASTO. Invano hai detto, perché l'ho maritata io prima che tu. + +SANTINA. Io l'ho maritata e dato la mia fede, né posso contravenire al +giuramento. + +GERASTO. A te non sta maritarla, ma al padron della casa. + +SANTINA. Impácciati tu di maschi, che a me tocca la cura delle femine. + +GERASTO. Tu non ti intendi di matrimoni, a pena sai filare; attendi a +filare. + +SANTINA. E tu attendi a medicare. Ma qualche cosa ci è di sotto: non +stimi ch'io abbi prima pensato a quello che tu pensi? Se tu mi +tenti... + +GERASTO. Che cosa? + +SANTINA. Vuoi che dica? + +GERASTO. Di' tosto. + +SANTINA. Quella... + +GERASTO. Chi quella? + +SANTINA.... che tu sai... + +GERASTO. Che so io? + +SANTINA. Tu non sai chi dico io, eh? + +GERASTO. Ben fu grande la mia sventura aver te per moglie! che +seccaggine, che febre, che inferno è questo? Che sia maladetto +colui..., non lo voglio dire. + +SANTINA. Che si fiacchi il collo chi fu il primo a farne parola! + +GERASTO. Che fussi piú tosto morto che incorso in simil sciagura! + +SANTINA. Non è stata né sará mai la piú infelice femina di me per +esser maritata a tal uomo! Mira a chi ho data cosí bella dote e cosí +grande intrata... + +GERASTO. Tanto grande che la metá mi soverchieria; me ci affogo +dentro. + +SANTINA.... e bella e profumata,... + +GERASTO. Puzzulente piú d'una carogna. + +SANTINA.... senza quello che vi vien dietro, ché me l'hai guasto e +consumato. + +GERASTO. Menti per la gola! parla piú chiaro, bestia! + +SANTINA. Non m'hai guasto e consumato tutto il correrio che hai avuto +dietro la dote? + +GERASTO. Quattro stracci fradici. + +SANTINA. Non sono io nobile? non sei tu un povero medicaccio? + +GERASTO. Se non fusse stato per me, i tuoi parenti sarebbono morti +mille volte di fame. + +SANTINA. Or vo' cominciare a farti conoscere chi son io. + +GERASTO. O misero me, quando questi sassi si rompono di stracchezza, +ella adesso vuol cominciare! quando finirá, se adesso comincia? in +ogni modo, tu hai da star di sopra. + +SANTINA. Forse non son io la peggior femina trattata del mondo? + +GERASTO. Ti batto, forse? + +SANTINA. Guai a te, se avessi tanto ardire! + +GERASTO. Di che dunque ti lamenti? + +SANTINA. Mi fai star tutta la notte in un canton del letto, sola; e se +per disgrazia ti tocco le gambe, subito:--Fatti in lá, che mi rompi il +sonno, mi fai caldo.--Io non sono storpiata né mi puzza il fiato. + +GERASTO. Tanti figli che abbiam fatto, dimostrano se ti abbi trattato +male. + +SANTINA. Questo fu cosí nel principio. + +GERASTO. Or son vecchio, la complession non mi aiuta: vuoi che mi +muoia? + +SANTINA. Ci è altro sotto: lasci il tuo terreno incolto per cacciar il +vomero nell'altrui terreni; ma s'io me ne accorgo, farò le mie +vendette. + +GERASTO. Su su, finiamola, ché saresti per durarla tutto oggi. Dove ti +eri avviata? + +SANTINA. Io non ho da uscire, vo' tornarmene a casa. + +GERASTO. Entriam, su presto. + + +SCENA VIII. + +ESSANDRO solo. + + +ESSANDRO. Veramente, i spassi amorosi sono i piú dolci che fioriscono +ne' giardini della gioventú, menati dalla primavera degli anni. È +degno che un sol momento di quelli s'acquisti con lunga e penosa +servitú d'anni; perché questo sol piacere par che eguagli il sommo +diletto che si può trovar qui in terra, e mentre si bacia il viso +della amata donna, si ha quello contento compito che possa da noi +gustarsi in terra. O felici e sovramodo felici coloro che in lieta +coppia, da pari ardor feriti, amor gli annoda, e senza sospetto alcuno +di gelosia si godono felici insino alla morte! Entrato che fui dentro, +le persuasi il mio fatto; non ebbi molta resistenza. Baciandola, +diceva che il mio fiato sapea di quel di Fioretta; allora gli scoversi +come io e Fioretta eravamo una cosa medema, e l'inganno che avea usato +per servirla. Le dispiacque non avercelo scoverto al principio; che +senza inganno arei avuto da lei quello che in sí lungo tempo avea +acquistato, né saressimo stati tanto tempo ociosi. E mi cercò perdono +se mentre la serviva, non sapendolo, m'avesse offeso. Ahi, quanta +sarebbe la mia gioia, se non fusse interrotto da questo romano! Ahi, +che quanto è stato piú smisurato il piacere, tanto sará piú senza pari +il dolore, sapendo che ho da lasciarla. O fortuna, che fusse nato +senza cuore, che or non sería ricetto di tante fiamme! Ma farò prima +tutto quello che sará possibile, accioché i loro desideri non abbino +effetto. Andrò a travestirmi, ridur quelli a casa e attendere al fatto +mio. + + + + +ATTO III. + + +SCENA I. + +ESSANDRO, PANURGO, MORFEO. + + +ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio +cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo +ad intendere ad altra persona che Gerasto. + +PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che +della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti +paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria? + +ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino +i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli +respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare +ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche +parola allatinata. + +PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par +del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico? + +ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca? + +MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi +contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di +assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò +rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili +a soffrirsi da sua figlia. + +ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che +pari un appiccato? + +MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto +è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della +campana che ho tra le gambe? + +ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto? + +MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella +borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora; +accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da +me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora. + +ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta. +Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi. + +MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di +fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda +benissimo. + +ESSANDRO. So che non pensi ad altro. + +MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me? + +PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi +rispetto proprio come ti fusse padre. + +MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare +allo ricordo istesso. + +PANURGO. Ricordati ancora... + +MORFEO. Non tanti ricordi, che ad uno che si ricorda, i troppi ricordi +lo fanno smenticare; ricorda te stesso, che ne hai piú bisogno di me. + +PANURGO. Io che ho caro che la cosa rieschi netta, vo prevedendo tutte +le cose che ne ponno fare errare. + +MORFEO. Taci e poniti in postura, la porta s'apre, eccolo. Al viso +conosco che è terra da piantarvi carote, la preda sará nostra, +l'incapparemo al primo. + + +SCENA II. + +GERASTO, PANURGO, MORFEO. + + +GERASTO. (Quel vecchio, che viene innanzi, certo deve essere +Narticoforo; quell'altro storpiato non posso imaginarmi chi sia). + +PANURGO. Dopo il secondo vicolo non mi posso ben reminiscere se fusse +la terza o la quarta ede.[**?] + +GERASTO. O Narticoforo carissimo, voi siate il ben venuto per mille +volte! + +PANURGO. O Geraste, lepidum caput, voi siate il ben trovato! Cinthi +fili, inchinati reverenter. + +GERASTO. Questi è Cintio vostro figliuolo? + +PANURGO. Ipse est e vostro famulo ancora. + +GERASTO. Sii ben venuto, Cintio, figliuol mio. + +MORFEO. Ben ritrovato, padre ca... ca... caro. + +GERASTO. Come è cosí impedito della lingua, Narticoforo caro? come +cosí sconcio della faccia? oimè, che puzza! + +PANURGO. Ignoro per qual infausto numine gli venne nelle fauci +un'angina e nella bocca quello apostèma, onde gli ha corrotto il fiato +e toltogli la facoltá di poter ben alloquere. + +GERASTO. Facciamogli tagliar quello apostèma, che qui in Napoli +abbiamo valenti uomini che lo san fare. + +MORFEO. Non è ma... matura, è acerba. Il vostro naso in... inco... +inco... incomincia a sentir la puzza. + +GERASTO. Strana infirmitá! come l'ha tutto trasformato! + +PANURGO. Era il piú formoso giuvenculo che avesse la cittá di Roma, +che da molte nobili matrone era chiesto in copula matrimoniale; e poi +non so qual oculo maligno l'ave affascinato, overo discenso lunatico, +e fatta la metamorfosi che vedete con intúito oculare. + +GERASTO. In tanti anni che ho essercitato la medicina, non ho visto +tal caso. + +PANURGO. Il peggio è ch'è prerupto nelle parti inferne, gli è calata +giú un'ernia intestinale, che non solo vi sono caduti dentro gli +intestini, ma gli precordi ancora; onde l'ha fatto inabile ancora a +poter fungere il munere uxorio. + +MORFEO. A me è slongata cogli... cogli... cogli altri membri la borsa, +e vi è dentro caduto il ca... ca... camino di urinare; onde non posso +piú fu... fu... fuggire la morte. + +PANURGO. Anzi l'ascosto è peggior del patente; ch'una certa +egritudine, detta «lupa», gli ha devorato tutto il ventre, e in molti +luoghi si veggono l'ossa denudate. + +GERASTO. Mò che cosa vedo! Come l'avete voi condotto? + +PANURGO. In un grabátulo, in vinti giorni; e da che vi si puose +dentro, non l'abbiamo cavato se non adesso; e se gli si aggrava qui +alcuno accidente, exalará l'anima. Onde exoptarei che decumbesse in un +lettulo e vi si riposasse paulisper, e li facessimo qualche rimedio; e +domane all'alba ambulassimo patriam versus. + +GERASTO. Io gli ordinarò or ora un serviggiale, e per oggi gli faremo +far dieta, che gli sará utile, che per domani stará meglio. + +MORFEO. Padre ca... ca......aro, quella lupa che mi ha roso la ca... +ca... carne, mi è rimasta in corpo, e mi dá tanta fame che non vorrei +far altro che ma... mangiare e ca... ca... caminare. + +GERASTO. Voi dovete esser molto stracco del viaggio. + +PANURGO. Io ho avuto una bestia sotto che pareva un Pegaseo, un +Bellerofonte, ma poi quadrupedando e cespitando non si poteva movere: +dalli, dalli tutto il giorno, talché per poter compir il mio viaggio +son stato sforzato smontare a terra e menarmela a mano come un +figliuolo. + +GERASTO. Tutte queste rozze che si prestano a vettura, sono cosí +stracche e piene di guidaleschi che ti cascano sotto dieci volte per +ora. Che farem dunque di questo matrimonio? + +PANURGO. Carissime germane, poiché per reiterate epistole trattammo +questo matrimonio, venuti ad summum conclusionis, gli venne questa +egritudine. + +GERASTO. Non me ne potevate avisar prima che tòrvi questo travaglio? + +PANURGO. Immo saepicule ve ne resi cerziore; e dubitando che voi non +mi stimaste pentito dell'appuntamento, come viro probo, per mantenervi +la parola--nam «_verba, ligant homines, taurorum cornua funes_»--ve +l'ho qui condotto. + +GERASTO. Dispiacemi del vostro fastidio. Ma andiamo a riposarci, +Narticoforo: questa è vostra casa. + +PANURGO. Entrate, di grazia, voi. + +GERASTO. Non entrarò io, se voi non entrate prima. + +PANURGO. Libenter faciam per obtruncar queste vostre cirimonie +napolitane, di che intendo siate uberrimamente ripieni. + +GERASTO. Olá, o di casa, condurreti questi gentiluomini in queste +stanze terrene. + + +SCENA III. + +ESSANDRO, GERASTO. + + +ESSANDRO. Padrone, questo è quel marito che volete dar a Cleria? + +GERASTO. Sí. + +ESSANDRO. Oimè, che bestiemma avete detta! o che galante, ricco, dotto +e bel giovane che dicevate questa mattina! Questi è un ospedal di +cancheri! Povera signora, che non fusse mai nata! + +GERASTO. Perché? + +ESSANDRO. Perché piú brutto mostro si potrebbe veder in terra? anima +puzzolente, a cui con la sola vista non potria mover vomito? + +GERASTO. È ricco. + +ESSANDRO. Altro ci vuole. + +GERASTO. Non le fará mancar da mangiare. + +ESSANDRO. Né questo le manca in casa sua. + +GERASTO. E perché è un poco infermo, non gli dará tanto fastidio. + +ESSANDRO. Le moglie vogliono questi fastidi. + +GERASTO. Dargli poca dote è pur buona cosa. + +ESSANDRO. Per non scemar voi la vostra borsa, volete far sempre star +vôta quella di vostra figlia. Certo che sotto dura e ingiustissima +legge nascemo noi povere donne, se lo marito ha la moglie brutta, se +la cangia a sua voglia; e se la moglie fa qualche scappata, subito il +coltello alla gola! + +GERASTO. L'ará portato un bel presente. + +ESSANDRO. Quel pendente che ha fra le gambe, deve essere il bel +presente. + +GERASTO. Certo ch'io non lo stimava cosí difforme, che non l'arei +fatto venire e, se posso con onor mio, lo farò tornare a dietro. + + +SCENA IV. + +GRANCHIO servo, GERASTO, ESSANDRO. + + +GRANCHIO. Questo è il largo che m'è stato mostrato, questo è il +tempio, questa deve esser sua casa. + +GERASTO. Giovane, che vai cercando tu? + +GRANCHIO. Un che non ho ritrovato ancora. + +GERASTO. Parla: chi è costui? forse lo troverai piú presto. + +GRANCHIO. Gerasto medico. + +GERASTO. Ecco, l'hai trovato, non cercar piú. Tu chi sei? chi ti +manda? che sei venuto a fare? + +GRANCHIO. Io son Granchio, servo di Narticoforo romano, che mi manda +per correo innanzi, ché lo avisi come esso e Cintio suo figliuolo sono +in Napoli e or se ne vengono a casa sua. Ecco, t'ho detto chi sono, +chi mi manda e che son venuto a fare. + +GERASTO. Tu sei un correo che corri molto tardi, ché sono arrivati +prima essi che la nuova. + +ESSANDRO. (Oh, come è stato troppo veloce per me!). + +GRANCHIO. Se avesse avuto cento piedi come un granchio, non arei +potuto caminar cosí veloce, come ho fatto, per giunger presto. + +GERASTO. Io penso che come granchio arai caminato all'indietro. + +GRANCHIO. Se l'ho lasciati nell'osteria or ora, né si muovono se prima +non gli porto la risposta! Come può esser questo? + +GERASTO. Come non può essere, se è stato? + +GRANCHIO. Non vi ho trovato dunque, perché non siete quello che vo +cercando. Ma io tanto cercarò che lo trovarò. + +GERASTO. Anzi tu non devi esser quello che ha inviato Narticoforo a +cercarmi. + +GRANCHIO. Voi come vi chiamate? + +GERASTO. Gerasto de Guardati. + +GRANCHIO. Di Gabbati piú tosto. + +GERASTO. Anzi, che gabba altrui. + +GRANCHIO. Però non gabberai tu me, ché andrò tanto cercando che lo +trovarò. Ma, di grazia, potrei entrare in casa vostra per vedergli? + +GERASTO. Potrai, se non azzoppi o acciechi prima. + +GRANCHIO. Entro dunque. + +GERASTO. Férmati, scòstati di lá. Tu non entrerai in casa mia, ché, +avendo nome Granchio, dubito che non sii granchio da dovero, che +granciassi, sgraffignassi, arruncinassi con queste tue unghie di +aquila alcuna cosa. La mia casa non è buca per te: non senza cagione +ti han posto nome Granchio. + +GRANCHIO. A me fu posto nome Granchio, ché come avessi cento mani e +cento piedi, tutti adopro in serviggio del mio padrone. + +GERASTO. Piú tosto nelle casse o nella credenza del padrone; ma +granchio diventi io, se ti ci fo entrare. + +GRANCHIO. Son granchio, perché gracchio troppo. Me ne vado. + +GERASTO. Va', Granchio, corrier veloce mio che corri all'indietro. + +GRANCHIO. Resta in pace, Gerasto, che gabba altri, e voi devete essere +il gabbato. + +GERASTO. Se tu avessi tanto caminato quanto hai parlato, saresti +giunto prima; ma non è meraviglia, ché i granchi hanno due bocche, una +innanzi e un'altra dietro. + + +SCENA V. + +ESSANDRO, GERASTO. + + +ESSANDRO. Ahi, misera me! + +GERASTO. Fioretta mia, di che stai di mala voglia? + +ESSANDRO. Del bel marito ch'hai trovato a tua figlia. + +GERASTO. N'ho ritrovato uno buonissimo a te, accettalo e farai bene. + +ESSANDRO. Di che etade egli è? + +GERASTO. Della mia; e se ben è vecchio, è di forza piú d'un giovane. + +ESSANDRO. Di che fattezze? + +GERASTO. Come le mie: io e quello siamo come una cosa medema. +Conoscilo adesso? + +ESSANDRO. A questo marito gli sono serva indegna. + +GERASTO. O come mi terrei felice se queste parole ti uscissero dal +core! + +ESSANDRO. Fa' prova di questa mia volontá. + +GERASTO. Su, mano a' fatti, ché la buona volontá senza l'opere non val +nulla. Entriamo in casa in quella camera oscura. + +ESSANDRO. Non posso adesso. + +GERASTO. Quando le donne non vogliono, dicono non possono. + +ESSANDRO. Or sapete che la padrona sta gelosa di noi e ci tien sempre +gli occhi sopra? + +GERASTO. Tu dici bene; ma andiamo in questa camera vicina, ch'io ne ho +la chiave. + +ESSANDRO. Questo sí, entrate e serratevi dietro bene, ché verrò or ora +a ritrovarvi. + +GERASTO. Perché non adesso? + +ESSANDRO. Darò un'occhiatina per la casa, vedrò che facci la padrona, +mi farò vedere, e me ne vengo. + +GERASTO. Bene. Io tra tanto me ne andrò volando per una facenda: chi +arriva primo, aspetti. + +ESSANDRO. Benissimo. + +GERASTO. Non mi darai tu un'arra della tua bona volontá? + +ESSANDRO. Eccola. Tornate presto e serratevi dentro; e quando io +batto, aprite tosto. + +GERASTO. Vado. + +ESSANDRO. Io era disperato del tutto; ché, venendo adesso Narticoforo +ed incontrandosi con lui, il fatto era spacciato per me. Egli +pensandosi che vada a trovarlo, stará tutto oggi dentro; tra tanto con +Panurgo pensaremo alcun rimedio. Poiché la fortuna mi stringe troppo, +bisognano prestissimi rimedi. Né vo' perdermi d'animo, ché la cattiva +sorte sopportata con animo valoroso, suol convertirsi in buona. Se +vincerò questi perigli, l'ardir sia degno d'eterna lode. O felici miei +pensieri, se a tanta gloria giungerete. Ma se mi riesce contraria, io +non so se la morte sará bastante rimedio a tanti mali. + + +SCENA VI. + +PANURGO, MORFEO, ESSANDRO. + + +PANURGO. Viva, viva, il fatto è riuscito assai meglio che pensavamo! +Infin quella invenzione ha valuto un tesoro. + +MORFEO. Largo, largo, scostatevi da me, ché con le corna non vi balzi +nell'aria! + +ESSANDRO. Che cosa hai, Morfeo mio dolce? + +MORFEO. Son stato in casa tanto alla mira, e m'accorsi Nepita riponere +una testa di vitella cotta. Senza esser visto, l'ho rubbata e ingoiata +che non ne trovará un osso. Accostatevi, ascoltate che mugghie: _oha, +oha_. + +ESSANDRO. Bene. + +MORFEO. In casa son molte robbe e s'apparecchia un banchetto da re, il +tutto è in ordine, e tra poco saremo chiamati a tavola. + +PANURGO. Padrone, voi state mezzo morto. + +ESSANDRO. E l'altro mezzo assai peggio che vivo, anzi son morto tutto, +e non ci è altro di vivo che il core, capace e pieno d'infiniti +dolori. + +MORFEO. Siete forse stato in cucina, ché il fumo vi fa piangere? + +ESSANDRO. Voi ridete, ché non avete ancora inteso il vostro male. + +PANURGO. M'uccidete tacendo. + +ESSANDRO. Vuoi farmi un piacere, e te n'arò molto obligo? + +PANURGO. Voglio. + +ESSANDRO. Ammazzami. + +PANURGO. E se v'ammazzo, quando mi pagherete l'obligo? + +ESSANDRO. Quando resuscitaremo. + +PANURGO. Troppo tempo ci vuole. + +ESSANDRO. Burli in cosa di tanto periglio? M'offendi sul vivo, +avendomi il Cielo riserbato a tante miserie. + +PANURGO. Non è da saggio ricorrere al morire, quando per altra via si +può uscir da affanno. Ditemi, di grazia, che cosa vi tormenta? + +ESSANDRO. Il core m'ha pesto tutto il polmone,... + +PANURGO. Come? + +ESSANDRO.... tanto forte è sbattuto per la paura. Le passioni me +l'hanno tutto circondato e oppresso. Vorrei morir per uscir da questo +intrigo. + +MORFEO. Se vuoi morir tu, muori a tua posta, ch'io vo' sempre vivere +per poter sempre bere. + +PANURGO. Non puoi dolerti che l'inganno non sia sottilmente trovato, +accortamente esseguito e con gran credenza accettato. + +ESSANDRO. L'inganno che mostrò cosí buon principio, ha cattivo mezzo e +ará pessimo fine. Quella speranza che fiorendo dava presaggio di +felicissimi frutti, or è spenta del tutto. + +PANURGO. La cagione? + +ESSANDRO. È venuto or ora un correo ad avisar Gerasto che Narticoforo +e suo figlio se ne vengono a casa. + +MORFEO. O ventura maladetta, mira a che ora e a che punto son venuti +costoro per disturbare il banchetto! or non poteano venir dopo pranso? + +ESSANDRO. Orsú, che mi consigliasti a fare? + +PANURGO. Tu perché avevi cosí gran voglia di farlo? + +ESSANDRO. Che isconsigliato consiglio fu quello che tu mi desti! + +PANURGO. Chi avesse potuto pensare che avessero voluto venir cosí +presto? + +ESSANDRO. Aiutami, ch'io moro! + +PANURGO. A che voleti che vi aiuti, a dolervi? + +ESSANDRO. Oimè! + +PANURGO. Oimè! + +MORFEO. Oimè! + +ESSANDRO. Oimè, che mi moro di dolore! + +PANURGO. Oimè, che mi moro di dolore! + +MORFEO. Oimè, che mi moro di fame! + +ESSANDRO. Mi burli? hai torto straziarmi cosí. + +PANURGO. Voi volete che v'aiuti a dolervi, io vi aiuto: questa è cosa +di poca fatica. + +ESSANDRO. Facciamo collegio tra noi della mia vita, e consigliamoci +l'un l'altro se dobbiamo fuggircene. + +MORFEO. Fuggir io? non mi partirei di questa casa senza mangiar prima, +se m'uccideste: sto con tanto desiderio aspettando questa cena che il +collo me s'è dilungato un miglio. + +ESSANDRO. Dimmi, Panurgo, come potresti rimediare a questo? + +PANURGO. Faccisi che quel che è stato, non sia stato: e quel che è per +essere, che non sia. + +ESSANDRO. Non t'intendo. Rispondi, che faremo? + +PANURGO. Qualche cosa faremo. + +ESSANDRO. Questo qualche cosa è niente. + +PANURGO. Poiché abbiamo cominciato ad ingarbugliar Gerasto, +ingarbugliamolo insino al fine. + +ESSANDRO. Come l'ingarbugliaremo? + +PANURGO. Non dubitar punto, stammi allegro e lascia fare a me che mi +sono trovato a magiori garbugli di questi. + +ESSANDRO. Fa' che non sia bugiarda la speranza che ho in te. + +PANURGO. Almeno non será men bugiarda a te che ad altri. + +ESSANDRO. Ma dimmi, di grazia, che pensi fare? + +PANURGO. Prima diremo cosí.... Ma questo non è piú bono, bisogna +pensar un'altra cosa. Faremo cosí.... Né questo va a proposito, perché +potremo incorrere in cosa peggiore. + +ESSANDRO. Parla presto. + +PANURGO. Sto nel pensatoio, e mi occorrono tanti pensieri che per +ogniuno ci bisognarebbe un mese a pensare. + +ESSANDRO. Son rissoluto vestirmi da maschio, e se non si voglion +partir per bravure, ammazzargli. Ho fatto di modo che Gerasto stará +tutto oggi chiuso, e non ci potrá impedire. + +PANURGO. Questo non è male, ma sería meglio... + +ESSANDRO. Oimè, eccoli! quel primo è Granchio suo servo, quel vecchio +deve essere Narticoforo. + +PANURGO. Morfeo, entra con Essandro e vèstiti da femina, attendi a +quel che si dice e aiuta al bisogno. + +MORFEO. L'odor delle vivande ha tratto costui cosí presto; ma tu non +n'assaggierai. + + +SCENA VII. + +NARTICOFORO maestro di scola, GRANCHIO. + + +NARTICOFORO. Equidem, sive ego quidem--parenthesis,--Carcine, Carcine, +vereor, io dubito che tu sii allucinato, perché con tanti reiterati +verbilòqui dici ch'eravamo giunti. + +GRANCHIO. Anzi io in replicargli che non poteva essere, si fecero +beffe di me che come granchio avea caminato a traverso. + +NARTICOFORO. Dic mihi vel responde mihi: non m'hai tu invento nel +luogo, illic--status in loco ubi me dereliquisti,--e con i coturni +ancora? + +GRANCHIO. Sí bene. + +NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque come era io in casa sua? alle +premesse séguita giusta conclusione. + +GRANCHIO. Non so altro che dirvi. + +NARTICOFORO. Tu intanto sei optumo in quanto non bevi; perché non tu +assorbi il vino, ma il vino assorbe te, et ob id non sei tu, ma il +vino che parla. + +GRANCHIO. Certo che bevendo non mi bevo i comandamenti del padrone, né +voi per farmi avanzar tempo mi faceste bere una voltarella, come è mio +costume, prima che mi parta dall'osteria; e io poco me ne curai, +pensandomi che questo medico ne avesse ricevuto con un banchetto da +imperadore. + +NARTICOFORO. Io suspico certo che tu sarai entrato dentro qualche +diversorio e ti arai ingurgitato qualche anfora, medimno o congio di +liquor di Bacco; e cosí semisepolto nel sonno, ti sará apparso questo +strano fantasma d'essere stato in casa di Gerasto, e in estasi gli +facesti l'ambasciata e ancor nel somno parli meco. Onde, per saper il +vero di questo fatto, bisogna che aspetti o che ti svegli dal sonno o +che tu digerisca il vino e che i vapori non ascendano al cerebro. + +GRANCHIO. Ed io vi dico che vigilando fui in casa di Gerasto e +vigilando feci la vostra ambasciata, e, vigilantemente e stando in +cervello, mi dissero che eravate giunto e me ne féro tornare a dietro. + +NARTICOFORO. Alter de duobus: aut tu vigilanter sei stolto aut tu +dormiendo imbriaco. Però decet, oportet, bisogna che con una buona +ferola ti ecciti dal sonno, ché questa è la pozione e l'antifarmaco +degli ubbriachi. + +GRANCHIO. Dico il vero. + +NARTICOFORO. Servorum est falsitates et mendacia dicere. Tanto può +esser vero questo quanto tangere caelum digito! + +GRANCHIO. Giamai dissi veritá magior di questa. + +NARTICOFORO. Proh Iuppiter, che tu mi fai excandescere di rabbia! Mira +se sei un búbalo: non ci hai trovati nel luogo dove ci lasciasti? come +possiamo esser giunti prima di voi stessi? Furcifer, furcifer, ti +prendi piacere di ludificarmi. + +GRANCHIO. Non potrebbe essere che questa Napoli non fusse quella che +cerchiamo noi? quante Napoli son nel mondo? o forse in questa Napoli +fussero piú Gerasti, e abitasse in qualche altra casa e io l'avessi +preso in iscambio? Ma io dubito che voi per qualche altra via piú +breve di quella che ho fatto io, siate stati in casa di Gerasto, e +abbiate mangiato e bevuto bene, e siate tornato prima di me; e or mi +diate la baia che mi muoio di fame. + +NARTICOFORO. Eamus, ch'io vo' concomitarti insino al luogo; né bisogna +escusarti poi:--Ita mihi videre videbatur, mi parea un altro Gerasto, +e mi parea che dicesse cosí, mi pensava cosí.--Turpe est dicere: «Non +putaram», perché una buona ferola fará le mie vendette. Io ti farò +baiular su gli omeri da uno arcipotente bastazo, e da duo pueruli ti +farò tener le gambe, ché non possi recalcitare in praeceptorem--con +«ae» diftongo,--e io con un corio bubále ti fustigherò ben le natiche. + +GRANCHIO. Andiamo; e se non troverete quanto vi ho detto, vo' che mi +strappate la lingua dalle radici e il naso ancora; ma se trovarete +quanto vi ho detto che sia vero? + +NARTICOFORO. Amboduo la penitenza, perché vapulando e verberando ne +straccheremo. + +GRANCHIO. Che colpa ci ho a questo, io? + +NARTICOFORO. Non dico te, ma quello uomo nefario che sará stato áuso +usurparsi il nome onorato di un tanto maestro, e luerá la pena della +usurpata giurisdizione. + +GRANCHIO. Ed io se trovo qualche altro Granchio che dichi che sia me, +farò le mie vendette, e massime se si arà mangiato la parte mia. Ma +ecco questa è la casa. + +NARTICOFORO. Tocca l'ostio. + +GRANCHIO. L'ho toccato. + +NARTICOFORO. Quando il furore m'ave invaso la mente e sono divenuto +furibondo, non scherzare. Battila, ti dico. + +GRANCHIO. Che colpa ci ha la porta? avete la còlera contro coloro e la +volete sfogare sovra la porta? + +NARTICOFORO. Se mi muovi la stizza, sarai lo primo a pentirti di +questi futili vanilòqui. + +GRANCHIO. O che avessi un che la mi tenesse su le spalle, ché gli +vorrei dar un cavallo. + +NARTICOFORO. Taci, che s'apre da se stessa. + +GRANCHIO. Oh, come ha fatto bene a sé in non farsi battere e a me +questa fatica di batterla, ché giá m'aveva sputato su le mani e +stretto il pugno per gastigarla; e ne vien fuori una fantesca. + +NARTICOFORO. Ipsa est ipse ego, ipse tu ipsa illa. + + +SCENA VIII. + +NEPITA, GRANCHIO, NARTICOFORO. + + +NEPITA. (Il rumor che fanno questi dinanzi la porta, m'ha fatto +lasciar di burattar la farina. Ma chi è questo barbassoro di qua?). + +NARTICOFORO. (Granchio, percontala, dimandala un poco). + +GRANCHIO. O bella giovane e da bene,... + +NEPITA. Sei ben un tristo tu. + +GRANCHIO.... di grazia, volgetevi a noi. Prima risponde con i calci +che con la lingua: certo deve esser di razza di mulo. + +NEPITA. Se avessi detto d'asino, sì. + +GRANCHIO. Sí ben, di razza d'asino volevo dire. + +NEPITA. E tu un'altra volta lasciami stare. Ma certo che tu non serai +altro che un prosontuoso, poiché arrogantemente parli e +prosontuosamente tocchi. + +GRANCHIO. È cosí gran male il toccare? Tocco la tazza dove beve il mio +padrone, che è d'argento; non posso toccar te? + +NEPITA. Pensi che se lo sapessero i miei parenti, non te ne farebbono +pentire? + +GRANCHIO. Tocca tu me, che i miei parenti non se ne curano. + +NEPITA. Tu sei ben un cattivo. + +GRANCHIO. Cattive son le vesti, ché, si mi vedesti nudo, ti parrei +bellissimo. + +NARTICOFORO. Tu veramente deliri e patisci di lucidi intervalli. +Alloquar hominem--hic et haec homo: lo uomo e la femina.--Femina da +bene! + +NEPITA. Oh, oh, costui mi chiama «femina da bene»: o è un asino o non +deve parlar con me. + +NARTICOFORO. Optime quidem. Deterrima muliercula, idest pessima e +cattiva femina. + +NEPITA. Né tampoco cosí; ma dimmi «femina men cattiva dell'altre». + +NARTICOFORO. Tibi Obtemperabo. Femina men cattiva dell'altre, ditemi, +state voi qui? + +NEPITA. Se stesse qui, non anderei caminando. + +NARTICOFORO. Dove stai dunque? + +NEPITA. Dove mi fermo. + +NARTICOFORO. Dico se sei di qua. + +NEPITA. Giá, non son d'oltramare o d'oltra i monti. + +NARTICOFORO. Dico se stai in questa casa. + +NEPITA. Se stessi in questa casa, non starei in piazza. + +NARTICOFORO. Vo' saper se stai con Gerasto. + +NEPITA. Se sto teco adesso, come posso stare con Gerasto? Vedete se +siete da poco. + +GRANCHIO. Ah, ah, ah! + +NARTICOFORO. Tu non intendi questo mio parlare che è pieno di figure e +di ornamento oratorio, da' Greci detto «schemata». Cicero in libro De +claris oratoribus: «Schemata enim quae Graeci vocant, maxime ornant +oratorem, eaque non tam verbis pingendis habent pondus, quam +illuminandis sententiis». + +GRANCHIO. Questa è la via d'entrar presto in casa! + +NARTICOFORO. E si scrive con «ae» diftongo, e vien da «schima» che si +scrive con «ita». + +NEPITA. Voi dovete essere spiritato, che parlate in tanti linguaggi; +ma io perdo qui il tempo, ché non avete altro che parole. + +GRANCHIO. Abbiam fatti per te. + +NARTICOFORO. Ascolta, di grazia, la conclusione, talché a primo ad +ultimum se ho detto se state in questa casa, ho voluto ornatamente +inferire se sète incola di questa casa. + +NEPITA. Sí che che conclusione cavo io di questo? + +NARTICOFORO. Questo «che che» è un «cacephaton», una cacofonia; ma +dite piú ornatamente:--Che conclusione caverò io di questo?--L'altre +parole sono superflue.... + +NEPITA. Parlate onesto, se pur vi piace, che vi devreste vergognare. + +NARTICOFORO. In che ho peccato?... + +NEPITA. Andate in bordello, vi dico, e innanzi quelle donne ragionate +di questo. + +GRANCHIO. Certo, queste parole l'hanno guasto lo stomaco. + +NEPITA. Certo, che dovete essere un bel pappalasagni. + +NARTICOFORO. Questo vocabulo «pappalasagni» non l'ho osservato né in +_Spicilegio_ né in _Cornucopia_ né in _Calepino_. Granchio, tu che sai +di zergo e di furbesco, dimmi, che vuol dire? + +GRANCHIO. Che sète un grandissimo letterato! + +NARTICOFORO. (Deve esser donna di gran spirito, conosce alla ciera i +valenti uomini). Diteme se Gerasto fusse in casa. + +NEPITA. Non v'è; né se vi fusse, potrebbe venir a voi, perché ha in +casa certi forastieri romani. + +NARTICOFORO. Che son questi, ádvene over ospiti? + +NEPITA. Dico, forastieri non osti. + +NARTICOFORO. Dico, ospiti non osti. Hic et haec et hoc hospes et +advena: uomo, femina e cosa strana. + +NEPITA. Un certo Nasincolio o Nartincoforo, che cento cancheri sel +mangino! + +GRANCHIO. Un solo possa mangiar te! + +NARTICOFORO. Impara, «Narticoforo» bisogna dire, non «Nasincolio». È +nome greco e viene «_apò tù nartix_», cioè «ferola», e «_phoros_», +idest «ferens»; cioè «che porta la ferola». E come lo scettro è segno +della regia podestá, cosí la ferola è segno della magistral dignitade. +Ma avèrti che Narticoforo non è ancor giunto. + +NEPITA. Come non è giunto, se l'ho visto con questi occhi? + +NARTICOFORO. Te allucini, te inganni. + +NEPITA. Cosí non fusse egli venuto mai! + +GRANCHIO. Cosí non avessimo trovata viva te! + +NEPITA. O s'avesse rotto le gambe per la via... + +GRANCHIO. O t'avessi rotto il collo tu... + +NEPITA.... egli, suo figlio e chi fu cagion che venisse! + +GRANCHIO.... tu, tuo padrone e chi ti dà questa creanza! + +NARTICOFORO. Come Narticoforo è in casa, se ragiona vosco? + +NEPITA. Ho da burattar la farina per i maccheroni, e voi mi +trattenete: lasciatemi andare. + +NARTICOFORO. Bona verba, quaeso, ascoltiate. + +NEPITA. In casa voi non alloggiarete, ben potrete andar altrove. + +GRANCHIO. Bel modo di ricevere i forastieri amici del padrone! + +NEPITA. Se non gli farò qualche burla, non mi torrò oggi questo +barbagianni dinanzi. + +NARTICOFORO. Dammi udienza, di grazia. + +NEPITA. Eccovela. + +NARTICOFORO. Ah, pedissequa, ancillula, scortulo, meretricula, che +m'hai ottenebrati gli oculi con questa tua farina. Proh Iupiter, che +l'avesse nelle mani per dilaniarla in mille frustuli! + +GRANCHIO. Ecco, trovate vere le mie parole. Quanto era meglio credere +e non voler provare. Ella è dentro, e noi, come quelli che non entrano +mai, siamo restati fuora. + +NARTICOFORO. Il canchero che ti mangi! abi in malam crucem! Costei +deve essere qualche fantesca ignorante: che sa dei fatti del padrone? + +GRANCHIO. Fate quanto volete, troverete vere le mie parole. + +NARTICOFORO. Lasciami confabular con Gerasto, cosí vedremo chi arà +ragione. Batti le valve con veemenzia, che scappino dalle fibie e +contignazioni. + +GRANCHIO. E pur volete battere le porte: avete la rabbia con i padroni +e la volete sfogar con le porte. + +NARTICOFORO. Se mi fai irascere, batterò te per lei. + +GRANCHIO. Ecco s'apre di nuovo. O iudiciosa porta, quanto devi esser +savia, poiché come stai per esser battuta, t'apri da te stessa. + + +SCENA IX. + +PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO. + + +PANURGO. O amico colendissimo, ben venghi il mio Narticoforo romano! + +NARTICOFORO. O Geraste, patronorum patronissime, dii deaeque omnes te +sospitent et salvum faciant, ben trovato per una miriade di volte! + +GRANCHIO. (Costoro si conoscono: la cosa non va buona per me). + +PANURGO. Dove è Cintio vostro figliuolo? + +NARTICOFORO. Nel diversorio, ché per non essere assueto a viaggi, +recumbe nel pulvinare; ma verrá quanto ocius. Ma certo, Gerastule, +Gerastule lepidule, voi stesso vi lacèssite d'ingiuria, chiamandovi +decrepito, che per la Dio mercé non mi parete di quaranta anni. + +PANURGO. L'aria di Napoli è cosí sottile che nasconde gli anni alle +persone. + +NARTICOFORO. Mi scrivevate aver i piedi obsessi da nodose podagre; or +veggio che gli avete scarni e delicatuli. + +PANURGO. Scherzava cosí con voi, intendeva per le podagre due figlie +che aveva da maritare. + +NARTICOFORO. Oh lepidum caput! + +PANURGO. Ma sia come si vogli, son al vostro comando. + +NARTICOFORO. Ecco son venuto a tòrvi questa podagra e addossarla al +mio figliuolo. + +PANURGO. Di questo mi doglio ben, che v'abbiate tolto invano questo +travaglio. + +NARTICOFORO. Igitur, ergo, dunque col mio solo figliuolo si potevano +far queste nozze? + +PANURGO. Voi non sapete che voglia inferire? + +NARTICOFORO. Nol posso ariolare, se non lo dite prima. + +PANURGO. Dico che mi dispiace che siate venuto in Napoli, non +potendosi piú effettuare questo matrimonio. + +NARTICOFORO. La cagione? + +PANURGO. I giorni a dietro, medicando lo spedale degli Incurabili, o +fusse l'aria infetta di quel luogo o qualche occulta specie di peste, +come tengo ben fermo, mi prese tutto e mi venne un spedal di malattie +adosso. Questa mia figlia mi serviva a medicarmi e a mutarmi gli +empiastri; fra pochi giorni, le venne la medema infirmitá e dal +bellíco in giú l'ha tutta rósa e divorata, che non può piú servir per +femina. E di piú, le è discesa una ernia di sotto, che è piú tosto un +mostro che umana creatura; e ogni cosa che tocca infetta della medema +peste. A me il male ha profundato le parti di dietro, e sono +incancherite. Onde la poveretta non bisogna che piú si mariti, ma che +si muoia in casa overo in un monistero, benché sian brevi i giorni +suoi. + +NARTICOFORO. Perché prima che mi fusse accinto a questo itinere, non +mi avete reso cerziore di questo fatto? + +PANURGO. Che strada avete voi fatta al venire? + +NARTICOFORO. Dal Garigliano abbiam attraversata la via e venuti per +Linterno, dove Scipio piangendo l'ingratitudine della patria commutò +la vita con la morte. Poi, per la silva Gallinaria siamo venuti a +Puteoli, detta cosí «_a putore vel a Puteorum multitudine_». + +PANURGO. Ed io ho inviato una posta tre giorni sono per la via di +Aversa e di Capua. + +NARTICOFORO. Non mi potrete dar voi Ersilia, l'altra figlia? che +parvi? refert sia l'una o l'altra, anzi mi piace piú di Cleria per non +essere tanto formosa. + +PANURGO. Piacesse a Dio che fusse viva, ché saressimo fuora di questi +intrighi! sono piú di quattro mesi che si morio. + +NARTICOFORO. Voi non me ne avete fatto parola mai. + +PANURGO. Non mi parea convenevole, trattando di matrimoni e +allegrezze, mescolarvi con augúri di morti. + +NARTICOFORO. Io non parlo sine ratione; ché--avendomi voi interpellato +la lezione, ché la mattina leggeva lo sesto di Virgilio con commune +applauso degli audienti, e la sera le _Regole_ di Mancinello; e +fattomi profugo da' regni latini--dalla cittá romulea son venuto qui +in Palepoli seu Neapoli con auspici di copular un mio figlio in +matrimonio; e ragionandosi di ciò tra consanguinei e amici in +Roma--ché per la Dio mercé vi siamo di qualche conto--e or tornando +alla patria senza la nuora, pensaranno qualche cosa cattiva di me o +del mio figliuolo, ché le genti sono piú acconcie a credere il male +che il bene. Però mi reduco genuflexo a deprecarvene. + +PANURGO. Padron mio caro, non saprei che fare per rimediarci. + +NARTICOFORO. Geraste carissime, se forse accipiendo informazione di me +o del mio figliuolo, avete inteso qualche cosa che vi spiace--perché +si trovano genti che multa dicunt,--o forse la dote è troppa o la mia +supellettile è poca, ditelo alla libera, ché potremo rimediare al +tutto. + +PANURGO. Il parentado è cosí buono ch'io nol merito, la dote posso +facilmente pagarla e giá i dinari erano in banco. + +NARTICOFORO. Non potrei io entrar in casa e veder questa vostra figlia +cosí abrosa? + +PANURGO. Io non posso farvi intrare in casa mia, ché per esservi +dentro la peste, come vi ho detto, con accostarvi solo alla porta o +toccar queste mura, vi viene adosso la medema infirmitade: onde mi +dispero di non potervi onorare, come è mio debito, meno di un becchier +d'acqua. Ma farò che Cleria mia venghi giú, su la porta. O di casa, +fate calar Cleria mia figlia; e recate un poco d'aceto per unger le +mani, acciò il tufo e l'aria appestata non infetti questi +gentiluomini. + +NARTICOFORO. Gerasto caro, accioché sappiate chi sia io, io son quello +che ho commentato il _Bellum grammaticale_, la _Priapeia_ di Virgilio; +ridotte in compendio le _Regole_ di Mancinello e del Valla; enucleati +sensi profundissimi, reconditissimi e abstrusissimi di Prisciano; +fatte postille e scòli alle _Epistole_ di Cicerone: talché vòlito per +ora virorum e per tutte le scole si parla di me. Ricordative che voi +mi proponeste questo partito e io era piú avido rifiutarlo che +accettarlo, ché alla mia prole non mancano matrimoni nella sua patria. +Ma voi tanto mi sollecitaste e mi postulaste con iterati internunzi e +chirografi, che mi facesti cadere; e or con le parole non s'accordano +i fatti. + + +SCENA X. + +MORFEO, PANURGO, NARTICOFORO, GRANCHIO. + + +MORFEO. Che volete, pa... pa... padre caro? + +PANURGO. Narticoforo caro, eccovi un poco di aceto, ungetevi le nari, +togliete questa balla di profumi. + +NARTICOFORO. O mi Deus, o Iuppiter, che mostro è questo? mi incute +terrore! + +PANURGO. Ecco, vedetela, miratela a vostra posta. + +GRANCHIO. A me ha fatto passar la voglia di mangiare. + +PANURGO. Camina qua, Cleria mia. + +MORFEO. No, no po... posso, pa... padre mio. + +PANURGO. Orsú, entra in casa. + +MORFEO. Vo... volete altro, pa... padre caro? + +PANURGO. Non altro, figlia, coltello di questo cuore; va' e còrcati. +Non togliete, di grazia, la balla dal naso, finché non sia entrata e +ventilata quest'aria rimasta infetta per il suo apparire. Avete visto +mia figlia? Or vedete, da cosí bella giovane qual era, la violenza del +morbo a che l'ha ridotta e come l'ha contrafatta! + +NARTICOFORO. Che sfinge, che arpia, che Medusa con la testa crinita di +serpenti! + +PANURGO. Assai piú difforme è quello che cuopre la gonna, che quello +che appar di fuori. + +NARTICOFORO. Uhá, uhá, che orribil putore che vi ha lasciato: par che +sia un putrido cadavere! O che pettuscolo niveo dove sta spaziando +Venere con gli Amori! Ma io dubito, Gerasto, che non vogliate +ludificarmi; e poiché voi la volete romper meco, io la romperò vosco. +Queste non son cose di viro probo, trattar cose di onore e venir meno +della parola. Io mi armerò di iambi e di endecasillabi; narrerò lo +fatto in modo che la presente e la futura etade non ignori questo +facinore: durerá col tempo, che si leggeranno per i trivi publichi e +per i triclini. + +PANURGO. Fate quel che vi piace: non so che farvi. Perdonatemi, ho da +fare a casa. + + +SCENA XI. + +ESSANDRO, NARTICOFORO, GRANCHIO. + + +ESSANDRO. (Eccolo, mi sforzerò spaventarlo talmente che sgombri questa +cittá). Deh, se posso trovar uomo che me lo facci conoscere, se non il +farò pentire d'aver posto piede in Napoli, voglio essere sbranato in +mille parti! + +NARTICOFORO. + + (Pape Satan, pape Satan, aleppe! + +Granchio, questi è un troiúgeno Ettore o un Aiace flagellifero!). + +GRANCHIO. (Ascoltiamo che dice). + +ESSANDRO. Ancora che fusse in mezzo un essercito de nemici, farò tal +scempio di lui che non vo' che lasci segno alcuno d'esser stato nel +mondo. Che mi curo io di vita? che di giustizia? Dieci anni di vita +piú o meno non m'importa. + +GRANCHIO. (Chi ardirebbe toccar a costui la punta del naso?). + +ESSANDRO. Mi dicono che è romano e maestro di scuola, e che si chiama +Arcinfanfano. Dimandarò ogniuno che incontro, accioché per negligenza +non resti di trovarlo. + +GRANCHIO. (Or so che dice di maestro di scuola e di romano. Fuggete, +padrone). + +NARTICOFORO. (Io sono insonte, non sono stato infenso ad alcuno). + +GRANCHIO. (Mirate che ciera, che guardo fiero!). + +NARTICOFORO. (Le ciere torte e i guardi fieri non pungono né tagliano. +Dimandagli un poco chi sia). + +GRANCHIO. (Non son uomo da questioni). + +NARTICOFORO. (Sii almeno da parole). + +GRANCHIO. (A questo sí, son buono, e non ve ne farò mancar mai; ma +avertite che, venendo egli a fatti, io lascio le parole). + +NARTICOFORO. (Sará meglio arripere la fuga). + +ESSANDRO. Vien qua tu: perché fuggi? + +NARTICOFORO. Voleva andare, amicto, exonerare il ventre delle +superfluitá della digestione. + +ESSANDRO. Dimmi, tu chi sei? + +NARTICOFORO. Né romano né ludimagistro. + +ESSANDRO. Alla puzza de' piedi conosco che sei pedante. O tu sei quel +desso o devi conoscere quel pedante ch'io cerco. Conosci tu +Narticoforo romano? + +NARTICOFORO. Ti giuro per il quaternario e per la brassica ch'io non +lo conosco. + +ESSANDRO. Che quaternario? che brassica? + +NARTICOFORO Pythagoras, philosophus philosophorum, giurava per lo +numero quaternario; iuro ego similiter per numerum quaternionem. E +Socrate, che fu giudicato dall'Oraculo per il sapientissimo di +viventi, giurava per la brassica. + +ESSANDRO. Alla loquela e all'abito mi pari un pedante. + +NARTICOFORO. Non aedepol, non Hercle, non certo, non son unquanco.... + +ESSANDRO. Vien qua tu: conosci costui chi sia? + +GRANCHIO. Nol conosco né il viddi pur una volta. + +ESSANDRO. Se non mi dici chi sei, ti passerò questa spada per i +fianchi. + +NARTICOFORO. Saltem, annunciatemi, in che v'ha egli offeso? + +ESSANDRO. Non si vergogna questo pedante pedantissimo, feccia di +pedanti, voler fare una mia cugina per moglie al suo figliuolo. Siamo +dieci nipoti congiurati insieme di ammazzarlo, perché l'abbiamo +promessa maritare con un nostro parente, e ci va la vita di tutti; e +noi per non essere uccisi tutti, vogliamo uccider lui. + +NARTICOFORO. Quid igitur faciendum? + +ESSANDRO. Fuggir subito da questa cittá. + +NARTICOFORO. Lubenter faciam: non mi darete voi tempo ad colligendum +sarcinulas? + +ESSANDRO. Abbi mezza ora di tempo. E se per disgrazia dirai nulla di +ciò che ti ho detto a Gerasto, guai a te! il pezzo maggior sará +l'orecchia. + +NARTICOFORO. Mi partirò adesso adesso. + +ESSANDRO. Verremo insino a Roma ad ucciderti: non so io che abiti +vicino al Culiseo? + +NARTICOFORO. Non certo: alla Rotonda, sí. + +ESSANDRO. Cosí prometti, fa' che l'attendi, se non..., misero te! (Io +mi tratterrò da qui intorno per far un'altra bravata a Gerasto che, +cosí vestito da maschio, non será per conoscermi). + + +SCENA XII. + +SPEZIALE, PANURGO, MORFEO. + + +SPEZIALE. (Veggio un uomo innanzi la porta di Gerasto). Gentiluomo, +qui m'invia Gerasto medico, che facci un serviggiale ad un forastiero +ammalato. Se sète di casa, mi sapreste insegnar dove abbiti? + +PANURGO. Entra in questa camera terrena, presso la scala, che lo +troverai giacente infermo. Di grazia, disponetelo prima con belle +parole, poi fate l'ufficio vostro. + +SPEZIALE. Volentieri. Non mi darete voi due legna, che possa riscaldar +questo pignatino? + +PANURGO. Fratello, noi siamo forastieri, legne non ne abbiamo; fate il +meglio che si può. + +SPEZIALE. Cosí farassi. + +PANURGO. (Come fui sciocco questa mattina non rispondere alcuna cosa a +questo fatto; ché difficil cosa mi pare che Morfeo si conduca a +farselo. Egli è tristo a tutta passata, e dubito non facci delle sue e +ruini il negozio). + +MORFEO. Va' via, parteti di qua. + +SPEZIALE. Che faresti se t'apportassi alcun male, che, apportandoti la +sanitá, cosí mi scacci? + +MORFEO. Sia maladetta la sanitá che vien per tal via! + +SPEZIALE. Fratello, nessun male si scaccia con piacere. + +MORFEO. Mi fai del filosofo ancora. Fuggí di qua e fai bene. + +SPEZIALE. Lásciatelo fare, e fai meglio. + +MORFEO. Eh, va' via! + +SPEZIALE. Eh, férmati! + +MORFEO. Levamiti dinanzi, dico. + +SPEZIALE. Io non ti sto innanzi ma dietro. + +MORFEO. Dici il vero, che dovunque mi volgo, mi ti trovo dietro; par +che sii l'ombra mia. + +SPEZIALE. Tutto è per tuo bene. + +MORFEO. Vuoi tu un buon consiglio? Vattene via ben presto. + +SPEZIALE. Vuoine tu un altro migliore? lásciatelo fare. + +MORFEO. Tu sei risoluto non partirti? + +SPEZIALE. Tu indovini, se prima nol faccio. Fa' buon animo. + +MORFEO. Come ho a far per far buon animo? + +SPEZIALE. Rissoluzione: cala la testa, stringi i denti e tira il fiato +a te. + +MORFEO. Cosí farò. + +PANURGO. (Pur alfin s'è contentato! Ma che rumore è questo?). + +SPEZIALE. Oimè, oimè! che sia ammazzato quel fabro che fece quella +scure che tagliò quegli alberi che féro quella barca che ti portò in +questo paese! + +PANURGO. Che cosa hai, uomo da bene? + +SPEZIALE. In questa casa dicevi tu che ci era carestia di legne? che +in nessuna casa m'è accaduto mai me ne siano state date in piú +abondanza né a miglior mercato né con peggior modo! + +MORFEO. Ancor sei qui, brutto poltrone? + +SPEZIALE. Se non ti piaceva, non potevi licenziarmi senza cacciarmene +come si cacciano i cani? + +MORFEO. Sgombra, fuggi di qua! + +SPEZIALE. (Deh, se posso appuntartelo dietro, o ce lo ficcherò insino +al manico o farò il brodo tanto caldo che ti scotterò tutte le +budelle. Ti farò peggio che non hai fatto a me). + +MORFEO. Che borbotti, sozzo asino? + +SPEZIALE. Era venuto a farti il serviggiale, non per esser battuto. + +MORFEO. Che hai ad impacciarti se voglio vivere o morire? sei mio +tutore? + +SPEZIALE. Era venuto qui per un carlino, non bastano quattro a +medicarmi. + +MORFEO. Ti duoli forse che non t'abbi dato quanto merita la tua +perfidia? + +SPEZIALE. Che gran fatto era lasciarti far il rimedio? Questo ti cava +tutti i cattivi umori dal corpo: ti allegerisce la testa, ti leva le +fumositá dal cervello, ti mantien largo da dietro, che non arai piú +male in tua vita. Il male è poco, l'utile è molto: non sète giá putto, +che abbiate a vergognarvene. + +MORFEO. Ben dice il proverbio: «Sei piú fastidioso del serviggiale»; +ma tu avanzi tutti i serviggiali del mondo. + +SPEZIALE. Lo farò con tanta destrezza che, quando stimerai che non +abbi cominciato, arò finito. + +MORFEO. Orsú, io fo stima che non abbi cominciato; fa' stima tu che +abbi finito, e va' via. + +PANURGO. (Morfeo, di grazia, obedisci: non scopriamo il fatto per cosa +cosí leggiera). + +MORFEO. (Fattelo far tu o il tuo padrone a cui appertiene questo, +accioché vi purgasse quelli umori che dice lo speziale. Che ho a far +io con gli umori tuoi o con gli amori di Essandro?). + +SPEZIALE. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi farti questo rimedio? + +MORFEO. Vorrei saper da te, vuoi o non vuoi partirti di qua? + +SPEZIALE. Non accostarti, che giuro passarti questo alla trippa. + +PANURGO. Di grazia, vattene. + +SPEZIALE. Non me n'andrò senza vendetta: almeno, gli spezzarò questo +pignatino in testa e gli butterò il brodo in faccia. + +MORFEO. Ah, poltron asino, che m'hai cieco! se ti giungo! + + + + +ATTO IV. + + +SCENA I. + +NARTICOFORO, GERASTO. + + +NARTICOFORO. (Heu, misero Narticoforo, tu stai in un pelago di +ancipiti pensieri! A me duole partirmi senza far molti consci della +ingiuria con che m'ha lacessito Gerasto; e se non mi parto, quel suo +nipote vuoi trucidarmi: io sono tra Cariddi e Scilla!). + +GERASTO. (Fioretta non è in camera: andrò in casa, gli farò cenno che +venghi, e vedrò se gli forastieri han pranzato e se si riposano). + +NARTICOFORO. (Costui deve esser forastiero in questa cittá, perché va +alla casa appestata e la batte per entrare). O viro probo, arrige +aures a quel che dico. + +GERASTO. O son sordi o dormono. + +NARTICOFORO. Perché battete quel ostio con tanta veemenzia? + +GERASTO. Perché ho voglia d'entrare. + +NARTICOFORO. Voi dovete esser forastiero e l'arete presa in cambio. + +GERASTO. Or questa è bella, che un forastiero dica ad un cittadino che +è forastiero, e gli vogli insegnar la sua casa! + +NARTICOFORO. + + _Heu fuge crudeles terras, fuge littus avarum!_ + +GERASTO. Perché mi dite voi questo? + +NARTICOFORO. In questa casa ci è la peste, e ponendovi la testa dentro +o toccando la porta, s'apprende. + +GERASTO. Penso che voi vogliate darmi la baia. + +NARTICOFORO. Vuoi tu un buon consiglio? scostati da quella porta, +perché ti appestará. Gerasto. Vuoi tu un miglior consiglio? non +trattar di quello che non sai, altramente sarai giudicato di poco +consiglio e di manco cervello. + +NARTICOFORO. Or giudica temet ipsum di poco cervello e di poco +consiglio, che parvipendi l'ottime admonizioni di chi ti dice che +questa casa è pestifera e ti importa la vita. + +GERASTO. Che peste? chi t'ha riferito questo? + +NARTICOFORO. Il padron istesso di queste edicole. + +GERASTO. A che proposito il padron di queste case ti l'ave riferito? +certo costui sará scemo di cervello. + +NARTICOFORO. Lubenter faciam. Commorando io in Roma, mi scrittitò +molte lettere, chiedendo copular una sua figlia in matrimonio con un +mio figlio; e giá d'accordo, piú con la sua che con la mia +sodisfazione, mi chiama che venghi col mio figlio a tor la sposa. +Vengo, e lascio i miei consanguinei che mi venghino ad incontrar con +la nuora; adesso mi dice che me ne ritorni. + +GERASTO. Certo costui non può essere uomo da bene, perché vien meno +della sua parola. Ma che ragioni assegna egli? + +NARTICOFORO. Dice che medicando agli Incurabili s'attaccò la peste, ed +egli l'ha attaccata a sua figlia nelle parti pudibonde e l'ha tutta +guasta, che non vi è rimasto segno del sesso; e che a lui gli è venuta +da dietro--o stomacali o peste,--che è tutto rovinato. E poi m'ha +mandato un suo abnepote o trinepto a minacciarmi, se non mi parto fra +mezza ora, di voler uccidermi. + +GERASTO. Che cosa è trinepto? + +NARTICOFORO. Mon sapete voi la linea delia consanguineitá? «_Est nepos +cuius relativum est avus, sic proavus cuius relativum est pronepos, +sic abavus cuius relativum est abnepos_». + +GERASTO. Non mi curo saper questo io. + +NARTICOFORO. Ascolta, che non so come puoi tu vivere senza saper +questo. + +GERASTO. Seguite la cagion della peste. + +NARTICOFORO. Alfin, per giungerlo, gli dico che mi facci copia di +veder quella sua figlia che aveva; e mi disse che avea commutato la +vita con la morte. + +GERASTO. Perché non vi facesti mostrar quella sua figlia appestata? + +NARTICOFORO. Lo chiesi; e venne fuori con certe tumefazioni nella +bocca, con una ernia di sotto, che non so se Tesifone o Megera potesse +essere piú difforme di lei. E allora mi disse che mi fusse scostato +dalla casa, perché era pestifera. + +GERASTO. Questa mi pare una forfantaria e indegna di uomo da bene; e +ne meriterebbe castigo. Però vi prego, se è però lecito, dirmi il +nome, acciò ci possiamo guardar da lui. + +NARTICOFORO. Lubentissime faciam. Suo nome è Gerasto di Guardati. + +GERASTO. Gerasto de Guardati! come, quando e dove fu questo? + +NARTICOFORO. Hic, in questo luogo; illic, in quel luoco; istic, per +qua: poco innanzi, come v'ho detto. + +GERASTO. Gerasto di Guardati ti ha detto che ha una sua figlia con una +fistola dinanzi, ed egli un'altra di dietro? + +NARTICOFORO. Certissimo, quello che ascolti. + +GERASTO. Come sta fatto questo Gerasto che tu dici? + +NARTICOFORO. Gracilescente, col collo obtorto, con oculi prominenti, +strabbi e di color fosco. + +GERASTO. Dio me ne guardi che Gerasto fusse cosí fatto! Tu mi hai +dipinto un appiccato. Gerasto è tutto di contrarie fattezze: che è +grasso, collo corto, naso schiacciato, colorito; e per non tenerti a +tedio, io son Gerasto di Guardati. Né mai viddi te se non adesso: né +ebbi io fistola dietro mai, né mia figlia innanzi, se non quella che +ci ha fatto la natura istessa; e se lo luogo di mia figlia fusse men +onesto, or la snuderei; e se io non stessi nella strada publica, or +ora mi slacciarei le calze e te lo mostrarei in prospettiva, accioché +con gli occhi tuoi vedessi il tutto. Né io ho nipote né trinepote che +possa pormi legge: e tutto è mentita quanto hai detto. + +NARTICOFORO. Ho detto il vero, piú vero di quel vero che tu dici. + +GERASTO. È ben vero che ho promesso a Narticoforo romano, onoratissimo +uomo, dar mia figlia Cleria per moglie a Cintio suo figlio, e a lui +sta a menarsela in Roma quando gli piace; e tu devi esser di cattiva +lingua. + +NARTICOFORO. Poco anzi con encomi egregi onorasti Narticoforo +ludimagistro, e or ricanti la palinodia chiamandolo semifatuo e +mentitore. + +GERASTO. Ho lodato Narticoforo; ho detto mal di te. + +NARTICOFORO. Ego sum Narticoforus «_fama super aethera notus_». + +GERASTO. Tu Narticoforo romano? + +NARTICOFORO. Ipsissimus Narticoforus. + +GERASTO. Se tu sei Narticoforo e te ho lodato, mi sono ingannato e ne +mento per la gola. + +NARTICOFORO. Non mi sono ingannato io di te, che ho detto quel che +sei. + +GERASTO. Narticoforo e suo figlio sono in casa mia; e ti farò veder la +veritá quando vorrai. + +NARTICOFORO. Quando venne in tua casa Narticoforo? + +GERASTO. Poco innanzi; han pranzato e or si stanno a riposare per lo +viaggio fatto. + +NARTICOFORO. Narticoforo e suo figlio sono in casa tua? + +GERASTO. Quante volte vuoi tu sentirlo? + +NARTICOFORO. Potrei vedergli io? + +GERASTO. Per vincer col vero la tua perfidia, vo' che gli veda. Olá, o +di casa, fate venir Narticoforo e suo figlio fuori. Ti farò veder la +mia veritá. + +NARTICOFORO. Qui non può esser veritá alcuna; né vedrò altrimente +Narticoforo se non vedo me stesso, né Cintio mio figlio se non vado +nel diversorio dove l'ho lasciato. + + +SCENA II. + +MORFEO, GERASTO, NARTICOFORO. + + +MORFEO. Che dimandate pa... padre ca... ca... caro? + +GERASTO. Ecco il suo figlio Cintio. + +NARTICOFORO. Questa non è l'indole di mio figliuolo. + +GERASTO. Questo forastiero ha caro vedervi. Morfeo. Chi è questo fo... +fo... forastiero? + +NARTICOFORO. Profecto desio saper chi voi sète. + +MORFEO. Io Ci... Cintio romano. + +NARTICOFORO. Di chi sète figlio? + +MORFEO. Di Na... Na... Nas... Nasincolfino romano. + +NARTICOFORO. Narticoforo vuoi tu dire? Che arte egli essèrse? + +MORFEO. Maestro di sco... sca... sce..., mastro di scola. + +NARTICOFORO. Pensava volessi dir mastro di solar scarpe. Che sei qui +venuto a fare? + +MORFEO. A sbo... sbu... sbosar la figlia di questo me... men... +medico. + +NARTICOFORO. Di quanto hai detto, tu menti del tutto. + +MORFEO. _Sbu, sbu._ + +NARTICOFORO. Oimè, che putore! che cosa è questo che m'hai buttato in +faccia? + +MORFEO. È ro... rotta la postema: è lo san... sangue e la mar... +marcia. + +NARTICOFORO. Oimè, che fetulenzia, che cloaca è questa! + +MORFEO. Ti giuro... + +NARTICOFORO. Non giurare a chi non crede al tuo giuramento. Parteti di +qua; se non, mi partirò io. + +GERASTO. Entra, Cintio mio caro. Ecco, hai pur visto esser vero quanto +ti ho detto. + +NARTICOFORO. Mio figlio non è cosí fatto: è un Adone, un Ganimede, +immo centies piú bello dell'uno e dell'altro. Questi è un deforme +Tersite. Proh Iuppiter, questa Napoli deve essere qualche terra +incantata, dove gli uomini diventano altri di quel che sono; onde son +ancipite come si trovano qui uomini che non solo mentiscono chi sono, +ma s'usurpano i nomi e le condizioni d'altri. + +GERASTO. Ed è possibile che in Roma si trovino uomini cosí ignoranti e +di sí fatta condizione che non si voglino persuadere che altri non +sieno quelli che sono, e or si vogliono far conoscere per quelli che +non sono? + +NARTICOFORO. Non fu inteso mai il piú insigne mendacio in questa +machina mundiale! + +GERASTO. Perché sei incredulo? + +NARTICOFORO. Anzi, tu bugiardo? + +GERASTO. Questa tua barba bianca m'ave ingannato. + +NARTICOFORO. La tua ciera m'ha detto la veritá. Mira faccia di boia! + +GERASTO. Mira faccia d'appiccato! stolto ignorante! + +NARTICOFORO. Mentiris per guttur! oh avessi la mia ferola, che ti +vorrei far pentire di quanto hai detto. + +GERASTO. Ti risponderei con le mani, se avessi qui un bastone, e ti +impararei la creanza. + +NARTICOFORO. Tu la creanza a me? il quale con publico stipendio lègo +una lezione estraordinaria alla Rotonda di versi di Mancinello di +costumi? Pensi che per esser qui forastiero non abbi in questa cittá +alcun amico? o abbi la crumèna cosí vacua che non possa far pentirti +del tuo stultiloquio? Condurrò io qui or ora il capitan Dante, +hispanus Hector, e ti farò conoscere quanto importi usar ingiuria a +chi non la meritò mai. + +GERASTO. Né tu mi trovarai qui solo. Ma ben hai fatto a partirti, +ch'essendo scemo di cervello, con un bastone ti volea far tornar +savio. Mira che sorte di uomini vanno per lo mondo, mira che +cantafavole! Diceva la casa mia essere appestata, che lui era +Narticoforo e ch'io non fusse Gerasto; alfin volea che Cintio non +fusse figlio di Narticoforo. + + +SCENA III. + +ESSANDRO. GERASTO. + + +ESSANDRO. Voi sète Gerasto medico, eh? + +GERASTO. Io son; che volete per questo? + +ESSANDRO. Avete voi avuto rissa con un maestro di scola? + +GERASTO. Con uno che per tale si volea far conoscere. + +ESSANDRO. Va ragionando per le strade con quanti uomini da bene +incontra, con dir che Gerasto de Guardati è un medicacavalli, +castraporci, maneggiator di sterco e d'urina. + +GERASTO. Egli ne mente, ché in ogni conto son miglior di lui. + +ESSANDRO. Dice che ave un asino in casa, se li volete medicar i +testicoli. + +GERASTO. Oh, che mi vien tanta rabbia che, se fusse qui, vorrei fargli +veder chi son io. + +ESSANDRO. Dice che vi chiamate messer Orinale. + +GERASTO. Son uomo da spezzarcene cento nel volto, di urina putrefatta. + +ESSANDRO. Dice che voi solete patir di una certa infirmitá bestiale e +che l'avete richiesto..., mi vergogno dirlo. + +GERASTO. Egli ne mente insin dentro al suo cervello e quanti lo +credono. + +ESSANDRO. Va adesso a trovar un capitan spagnolo bravissimo, chiamato +Dante, perché dá bravissime bastonate. + +GERASTO. Sotterrerò lui e chi vuoi difenderlo, di bastonate. Ma io non +sono di sí poca stima in questa cittá che non abbi una dozzina di +spagnuoli a mio comando. + +ESSANDRO. È rissoluto ammazzarvi in ogni modo; e penso sará qui tra +poco. + +GERASTO. Egli mi troverá qui piú tosto che pensa. + +ESSANDRO. Io vo' a dirglilo. + +GERASTO. Né io sarò cosí sciocco che, venendo egli accompagnato, mi +voglia far trovar qui solo. Menarò meco el capitan Pantaleone +spagnuolo, che lo medico gratis. + + +SCENA IV. + +Capitan DANTE, NARTICOFORO. + + +DANTE. Ahora decidme cuantos mil hombres quereis que yo envíe á los +infiernos. + +NARTICOFORO. Uno uomo solo, vecchio decrepito, veternoso e silicernio. + +DANTE. ¡Ah, cuerpo de mis males! mirad lo que me dice, por vida de +quien soy, que me agraviais en ello, que haya yo de atreverme á matar +un viejo podrido, moho de la tierra, no es posible, porque solo en el +desenbainar de esta mi espada, es tanto el aire que hace, que es +bastante para hacer hundir una nave. Y al solo moto de mi persona se +estremece la tierra como si por ventura fuera un terremoto. Y en fin +soy tal que donde hinco mis ojos, pego fuego. + +NARTICOFORO. Non m'era ancora pervenuto ad aures cosa alcuna di queste +tue prove. + +DANTE. Pues, ¿como no habeis oido por estos mundos mis grandes +valencias? + +NARTICOFORO. Nunquam, non mai. + +DANTE. ¿Sabeis porqué? en solo poner mano á mis armas, el temblor de +los enemigos es tan grande que luego vereis huir quien por acá y quien +por acullá, quien se nasconde y quien muere de temor; y de esta manera +jamás ninguno vee lo que yo hago. + +NARTICOFORO. Dunque, io son nato secundis avibus, ché mai non +m'accadde vederlo. + +DANTE. Pues, decid de que muerte quereis que le hagamos perecer: toma +este librecillo donde están dibujadas seiscientas suertes de muertes, +escoje cual quereis que le hagamos provar. + +NARTICOFORO. Per dirvi il vero, non vorrei mandarlo all'orco. + +DANTE. ¿Que horca? Valgate todos los diablos, ¿que soy yo por ventura +verdugo, que tengo de ahorcar? + +NARTICOFORO. Orco, idest, cioè alle case di Dite, nel Tartaro +abissale: cioè che non vorrei ucciderlo. + +DANTE. ¿Como si dijese cortarle un brazo, las piernas, o llevarle +medio casco? + +NARTICOFORO. Non tanto, no. + +DANTE. Pues, ven acá: quiero yo que le hagamos una burla. + +NARTICOFORO. Dic sodes, dite di grazia. + +DANTE. Sabed que yo tengo una espada de corte tan delgada y sutil que, +dándole por detrás muy diestramente, le cortaré la cabeza con tanta +destreza que apenas sentirá si es pulga que le morde; y andará sin +saber que está descabezado, y cuando irá por abajarse, caerá la cabeza +acá y el cuerpo acullá, y asi se le saldrá afuera la sangre y el +ánima. + +NARTICOFORO. + + _Purpuream vomit ille animam sanguine místam, + Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras._ + +Ma questa mi pare una deterrima burla per lui. + +DANTE. Quereis que le haga morir con un resuello o con un esternudo. + +NARTICOFORO. Dunque, si può interficere un uomo con queste cose? + +DANTE. Espera, que os lo quiero hacer ver, _aheh, aheh._ + +NARTICOFORO. Apage, apage, non vo' veder questa esperienza, io. + +DANTE. Non puedo yo obras obrar con mis manos con tanta lijereza que +donde toquen no despedacen carnes y huesos de tal manera que se pueden +hacer salchichas de ellas; pero matemosle con un espanto. + +NARTICOFORO. Come con lo spavento? + +DANTE. Yo me paro el rostro en acto tanto fiero y espantable que non +hay hombre que en viéndome no se hiele de cabeza á pies de temor, y +que no le venga la cuartana. + +NARTICOFORO. Dubito che la quartana non la facciate venire a me. + +DANTE. Cuando vuelvo mi cara, cerrad los ojos y no temais. + +NARTICOFORO. Cosí farò. + +DANTE. Pues ¿donde está este, que hemos de enviar a los reinos de +Pluton? A las armas, cuerpo de quien me parió, que es esto? Ya es hora +de almorzar y no he matado una docena de hombrecillos; porque juro que +en diez anos no he estado tan ocioso como ahora. + +NARTICOFORO. Qui abbiamo avute le risse e le altercazioni. + +DANTE. ¿Habeis hecho tañer las campanas á muerto? + +NARTICOFORO. Non io. + +DANTE. Andad, que no es mi eostumbre poner mano á la espada sino que +primero la haga tañer. _Ppu_, ¡ya me viene el hedor de su cuerpo +podrido! + +NARTICOFORO. Vo dunque. Mi allargarò piú tosto per il timor che mi +assale. + +DANTE. Ahora bien, andad, que yo entretanto sacaré mí. + + +SCENA V. + +ESSANDRO, Narticoforo, capitan Dante. + + +ESSANDRO. Ancor sei qui, pedantaccio? non m'hai tu promesso partirti? + +NARTICOFORO. «Arma virumque cano». Capitan Dante, mio Ercole +alexicaco, aiutami! + +DANTE. ¡Holá! quien va allá, tenganse y hinquense de rodillas, y +hinchad, que os quiero dar un sopapo, si no juro por vida de quien soy +que os mataré á puros boffettones, que por ser vos un muchacho, no +sois hombre para mí. + +ESSANDRO. Vien qui, mascalzone, ch'io ti vo' far conoscere che son +miglior uomo di te. + +DANTE. Yo te la doy por vencida, que en la cuenta de poltrones eres +mejor que yo. + +ESSANDRO. Fatti innanzi, poltronaccio. + +DANTE. No me venga ninguno con bravadas, que en solo poner mi brazo en +postura hago caer los hombres muertos. Y yo haré que essa palabra te +cueste más que el queso á los ratones. + +ESSANDRO. Volta la faccia qua, codardo. + +DANTE. Los diablos me te trajeron delante. + +ESSANDRO. Non sei una gallina tu? rispondemi. + +DANTE. Anda, majadero, que si yo fuera gallina, con essos tus +puntapies ya me habrías quebrado los huevos en la madrecilla. + +ESSANDRO. Che vai facendo per questa strada? + +DANTE. La calle es comun, y puedo pasear como cada uno. + +ESSANDRO. È commune, se tu hai da appicarti in quella. Dimmi, che vai +facendo per qua? + +DANTE. Voy en busca de un amigo. + +ESSANDRO. Farai come quello che gioca, che va buscando danari e trova +bastoni. Ma cosa è questa che tu altro hai qui sotto? + +NARTICOFORO. Il mio verbere, la mia fustiga, il mio baculo magistrale. + +ESSANDRO. Con questa fustiga fustigherò te, ché per adesso io non mi +vo' imbrattare le mani di sangue di pedante. + +NARTICOFORO. Gentiluomo de indole prestantissima, «cedant arma togae»: +non far questa ingiuria a questa toga venerabile. + +ESSANDRO. Vien qua tu, alzami costui su le spalle. + +DANTE. Soy para esso muy flaco de lombos. + +ESSANDRO. Finiamola, poltronaccio. + +DANTE. Dadme essas manos, ¡con todos los diablos! + +NARTICOFORO. Ah, gentiluomo--ti vo' comporre un ottastico di versi +scazonti, coriambici, anapestici, proceleusmatici, e vo' che dichino +ne' capiversi il tuo nome,--non far ch'io vápuli come un putto! + +ESSANDRO. Ti vo' proprio vapular come un putto. + +NARTICOFORO. Avertite che fate falso latino: ché «vapulo» est verbum +deponens, idest quod deponit significationem activam et retinet +passivam: però «ego vapulo», io son battuto; non «vapulo», io batto. + +ESSANDRO. Tu stai a cavallo e impari lo falso latino a me! Ma questa +mattina io ti ho dato lo latino; e adesso vo' che lo facci a cavallo, +e voglio che numeri le bòtte con la tua bocca, e come fai errore, +cominciarò da capo. + +NARTICOFORO. Fermate, di grazia; non cominciate ancora. Come volete +che numeri, adverbialiter: semel, bis, ter; overo numeraliter: unus, +duo, tres; overo ordinaliter: primus, secundus, tertius? + +ESSANDRO. Non tante parole: stendi le gambe; se non, che te le farò +tener da un fachino. + +NARTICOFORO. Fate almeno che mi reminisca l'interiezioni dolentis. + +ESSANDRO. _Taf_. + +NARTICOFORO. Heu, unus! + +ESSANDRO. _Taf_. + +NARTICOFORO. Uhá, duo! + +ESSANDRO. _Taf_. + +NARTICOFORO. Oh, tria! + +ESSANDRO. _Tif, taf, tif_. + +NARTICOFORO. Heu, oh, uhá, quater: a quatuor usque ad centum sunt +indeclinabilia. + +ESSANDRO. Vuoi partirti? + +NARTICOFORO. Mi partirò quanto ocius; se non, vo' essere trucidato. + +ESSANDRO. Lascialo calar giú. Avèrti, ascolta bene: all'altra, io ti +passerò questa spada per i fianchi. + +NARTICOFORO. Oh, come m'hai difeso, capitan Dante! ti dovereste piú +tosto chiamar capitan Recipiente che Dante! + +DANTE. ¿Parecete cosa conveniente que yo ponga mano á las armas para +reñir con un rapaz, con un mancebo? ¿no sabeis vos que no es costumbre +los leones pelear con ratones, sino con animales feroces? ¡Ponedme á +combatir con hombres bravos y vereis lo que sabré hacer! + +NARTICOFORO. Ecco il mio inimico! + + +SCENA VI. + +PANTALEONE spagnolo, GERASTO. + + +PANTALEONE. ¿De manera que no sabeis como me llamo? + +GERASTO. Non io. + +PANTALEONE. El capitan Pantaleon, destruidor de castillos, asolador de +ciudades, dejarrettador de ejércitos y desplanta campaña. + +GERASTO. Potrebbe essere che fussi sfrattacampagna, perché spesso +fuggi. + +PANTALEONE. Porque hallándome en medio de un ejército de enemigos, así +siego piernas, cabezas, brazos y cuerpos, como el villano segador +siega el trigo con la hoz; y cuando yo combato, es menester que haga +tres cosas á un mismo tiempo: con el brazo derecho cortar hombres al +través; con la izquierda tener alto el broquel para defenderme de los +brazos, piernas y cabezas que llueven por el aire; y con los puntapies +apartar los cuerpos destrozados, para que no me cerquen á la redonda y +me sepulten vivo. + +GERASTO. Dunque, non bisogna starvi molto vicino? + +PANTALEONE. Antes huir luego, porque alguno de estos miembros cortados +no te coja y te meta en las entrañas de la tierra. Yo me llamo +Pantaleon matador de panteras y leones; y quando tengo alguna entre +las manos, la desuello como se fuera oveja, y me visto de la piel y me +voy entre los bosques y me junto con ellos, y juntándome azgo una con +una mano y otra con la otra por los pezcuezos, y doyles con las +cabezas de tal manera que le hago saltar los huesos por los ojos; y +como otros van á cazar pájaros y liebres, yo voy á cazar panteras y +leones. + +GERASTO. Piú tosto a caccia di cappe e ferraioli. + +PANTALEONE. Ahora escucha esta otra caza. + +GERASTO. Non piú, di grazia. + +PANTALEONE. Escucha, viejonazo, si no vate ahorca. + +GERASTO. M'andrò piú tosto ad appiccare che ascoltarne piú. + +PANTALEONE. ¿Pero donde están los ejércitos de estos tus enemigos? + +GERASTO. Io non ho inimicizia se non con un solo che será qui tosto. + +PANTALEONE. ¿Un solo, ah? ¿o más de uno? juro por esto poderoso brazo +y por esta tajadora espada, con la cual he hecho tantas hazañas en +essas nuevas y vejas Indias, que si no fuesses pobre hombrecillo te +enviaría por embajador de las ánimas dañadas. + +GERASTO. Per adesso non ho altri inimici. + +PANTALEONE. Pues, no es menester poner mano á la dorlindana: con el +puño solo, con un dedo, con un soplo, con un pelo de mis barbas, le +haré más agujeros en lo cuerpo que no tiene un hervidero. Pero +decidme, ¿esta mañana ha dicho la de mi tierra este tu enemigo? + +GERASTO. Non so qual sia questa di tua terra. + +PANTALEONE. Por causa mia han añadido á la: de Pantaleon. + +GERASTO. Non l'ha detta certissimo. + +PANTALEONE. Peor por él. + +GERASTO. Ma ecco l'inimico, e porta seco un altro bravo. Bisogna menar +le mani, signor capitan Pantaleone. + +PANTALEONE. Teneos, que me pongo en orden: ¡ay de mí! que haré, que +juro si me pegan las haldas traseras de la camisia, cierra los ojos, +para que el resplandor de la espada no te haga cegar. + + +SCENA VII. + +NARTICOFORO, capitan DANTE, GERASTO, capitan PANTALEONE. + + +NARTICOFORO. Ecco il vecchio mio inimico, capitan Dante; bisogna +mostrar valore! + +DANTE. Boto á Dios que soy la mayor gallina covarde que hay en el +mundo. Pero yo dissimularé cuando pudiere. + +PANTALEONE. Yo estoy aquí. + +DANTE. Y yo también estoy aquí. + +PANTALEONE. ¡Sus, á las armas! + +DANTE. ¡Sus, á las manos! + +PANTALEONE. Llegaos, fanfarron. + +DANTE. Llegaos, picarazo. + +PANTALEONE. Sino os llegais vos, llegareme yo. + +DANTE. Yo os vendré a encontrar. + +PANTALEONE. ¿Pero que hace esta mi espada tanto tiempo en la vaina? + +DANTE. Yo quiero que provais una estocadilla de esta mi chabasca que +sabe mejor hallar la via del corazon que la tienta del cirujano la +herida. + +PANTALEONE. ¡Ay, pecador de mí! la sangre me se hiela y el corazon me +da más badajadas, que el reloj de Palacio. + +DANTE. Yo tiemblo de temor. Esfuérzate, traidor, y haz de las tripas +corazon. + +PANTALEONE. Oh, serán más duras tus carnes y huesos que esta mi +espada. + +DANTE. ¡Oh cuanto tardo a matarte! pues tengo menester d'essos tus +huesos para hacer un par de dados. + +PANTALEONE. Y yo he menester de esse tu pellejo para hacer un zurron +de traer naipes. + +DANTE. Esta stocada no repararas, que passará una torre, aunque sea la +de Babilonia, de una parte á otra. + +PANTALEONE. A este revés no tendrás reparo, que juro portará una +galera por través. + +DANTE. Yo te arrebataré d'essos cabellos, y te arrojaré cinco jornadas +más acullá de los montes Pirineos. + +PANTALEONE. ¡Ah, villano montañero! + +DANTE. ¡Ah, ladron ciudadano! + +PANTALEONE. Oh, beso las manos de V. M., señor capitan don Juan +Hurtado de Mendoza, de Ribera, de Castilla. + +DANTE. Beso a V. M. mil veces las manos y los pies, señor capitan don +Pedro Manriquez, Leyna, Guzman, Padilla y Cervellon. + +PANTALEONE. ¿Pues como en estas partes y tanto tiempo que no le he +visto? + +DANTE. Vengo de las Indias del Perú, donde habiendo yo acabado de +conquistarlas, dejado he en aquellas partes muy grandes palacios y +rentas, y por remuneracion de mis servicios me ha dado el rey don +Felipe un capitanazgo de infantaria en este reino, con ventaja de +quinientos mil maravedis; y mientras los venia á gozar, los bandoleros +me desbalijaron por el camino; y por está desgracia me hallo en la +manera que me veis. + +PANTALEONE. Y yo también me he hallado en la conquista del reino de +Portugal, y por merced de mis grandes y señalados servicios +susodichos, me tiene aquí entretenido con paga conveniente á mi +persona. + +DANTE. Pensaban estos viejonazos que por los hijos de puta de sus ojos +bellidos nos habriamos aquí de agujiar y despedazar. + +PANTALEONE. Si, por cierto, allanado estaba la cuenta. + +GERASTO. Forastiero, questi bravi per non azzuffarsi e porsi a +pericolo di ferirsi, si sono accordati insieme. + +NARTICOFORO. Cosí mi pare, e videre videor trattato da un barbagianni. + +GERASTO. Poco anzi diceva che si chiamava Pantaleone e or dice che si +chiama don Pedro Caravaial. + +NARTICOFORO. Oh, come arei a caro che la rabbia che avevamo contro +noi, la disfogassimo contro loro! + +GERASTO. Io son del medesimo parere. + +NARTICOFORO. Io ho sotto il mio baculo magistrale. + +GERASTO. Io ho un legno qui presso. + +NARTICOFORO. Orsú, diamogli adosso! + +GERASTO. Adosso! + +DANTE. ¿Que haceis? teneos, viejos mohosos, picaros ¡á tras, á tras! + +PANTALEONE. ¡Válame Dios, que estos vellacones no quieren irse de mi +presencia, que juro que si pongo mano á la mi espada, os haré mil +pedazos! + +GERASTO. Ah, furfanti! + +NARTICOFORO. Ah, poltronacci! + +PANTALEONE. ¡Teneos, teneos! + +GERASTO. Orsú, la rabbia l'abbiamo sfogata con costoro. + +NARTICOFORO. Sí bene; ma io exoptava dilucidarmi del vostro fatto. + +GERASTO. Ecco, sia lodato Iddio, chi ci torrá d'ogni dubbio. + +NARTICOFORO. Ecco chi ne può dilucidar del tutto. + + +SCENA VIII. + +PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO. + + +PANURGO. (Che sieno maladetti quei corbi che non ti cavaro quelli +occhi, ché non m'avessero veduto. Eccomi incappato nella rete che ho +teso. Se fuggo gli pongo in maggior suspetto: o che contrasto che +nascerá fra noi tre!). + +GERASTO. Signor Narticoforo, oh come vi veggio volentieri! + +NARTICOFORO. Signor Gerasto, oh come opportune advenis! + +PANURGO. (Che farò, che dirò? o bugie correti a monti, a diluvi per +liberarmi da questo incontro). Voi siate gli ben trovati! + +GERASTO. Signor Narticoforo, di grazia, dite, chi sète voi? + +NARTICOFORO. Signor Gerasto, di grazia, dite, chi sète voi? + +PANURGO. Desidererei saper ben prima da voi: sapete chi sia io? + +GERASTO. Io lo so bene. + +NARTICOFORO. Ed io ancora mi penso saperlo quam optume. + +PANURGO. Dunque, se lo sapete, perché me lo dimandate? + +GERASTO. Lo dimando per sapere se sei me. + +NARTICOFORO. Ed io ancora flagito, posco, peto, rogo saper se sei me. + +PANURGO. Con una risposta sodisfarò ad ambiduo. Io essendo me, non +posso essere né te né lui. + +GERASTO. La differenza che avemo fra noi, è se siate me o lui. + +NARTICOFORO. Sí bene, non desidero saper altro se non se sète lui o +me. + +PANURGO. Diavolo, fammi essere altro se non che io. + +GERASTO. Questo sappiamo bene; noi disiamo sapere voi chi sète. + +NARTICOFORO. E per questo vi dimandiamo: voi chi sète? + +PANURGO. Io son io, né posso esser altro che io. + +NARTICOFORO. (Questi m'ave ottuso e retuso il cervello e postomi in +tanta ambage che omai non so discernere se io sia io o un altro). Se +tu sei me, io non posso esser io; e se io non son io, sarò un altro; e +quello chi è o chi fu? Se tu non vuoi dirci io chi sia né costui né tu +stesso, dicci almeno, chi sei di noi duo. + +GERASTO. Di grazia, fatene questo piacere, chi sei di noi duo? + +PANURGO. V'ho detto dieci volte ch'io son io e voi sète voi, né io +posso essere alcun di voi. + +NARTICOFORO. Oh, non posso far rispondere costui ad petita! Volgeti a +me, parlami sine perplexitate: sei Gerasto come hai detto a me, o +Narticoforo come hai detto a costui? + +PANURGO. Mira con che arroganza mi parla! hai tu qualche imperio sovra +di me, che sia forzato a dirti io chi sia? Io son chi piace essere a +me. + +NARTICOFORO. Io non mi curo che tu sia chi piace essere a te, ma non +vorrei che dicessi che sei me. + +PANURGO. Che dunque vorresti, ch'io non fusse niuno? + +NARTICOFORO. Anzi, che non foste ad un tratto tre. + +PANURGO. Orsú, fatevi tre pezzi di me, e ognuno si pigli la parte sua. + + +SCENA IX. + +PELAMATTI, FACIO, PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO. + + +PELAMATTI. Tanto sará l'andar cercando questi per Napoli? + +FACIO. «Come Maria per Ravenna». Ma tu chi miri? + +PELAMATTI. Facio, colui che ragiona con quei vecchi, mi par colui che +mi tolse le vesti. + +FACIO. Mira bene che non facci errore. + +PELAMATTI. Egli è certissimo. Non vedete che le tien sovra? + +FACIO. Giá le conosco. Taci tu, lascia dire a me. Galante uomo, vi +vorrei dir due parole. + +PANURGO. (Oimè, costui deve essere il padron delle vesti! O terra, +apriti e ingiottimi vivo!). Sto ragionando con questi gentiluomini di +cose d'importanza. + +FACIO. Adesso adesso vi spediremo. + +PANURGO. (Che farò per scappar dalle mani di costoro?). + +FACIO. Vorrei sapere se sète Facio, dottor di leggi. + +PANURGO. Perché me ne dimandate? + +FACIO. Ho buona relazion di voi, vorrei servirmi di voi per +avocato.... + +PANURGO. (Bene, che non è quel pensava!). + +FACIO....Voi dunque sète Facio? + +PANURGO. Io son Facio, vi dico; ma, di grazia, parlate piú basso. + +FACIO. Ch'io parli basso? parlerò tanto alto che m'oda tutto lo mondo. +Menti che tu sii Facio, che Facio son io, e tu col farti me, mi +togliesti le vesti mie. + +PANURGO. Saran vostre, se me le pagherete; e voi pigliate errore. + +FACIO. Error pigli tu, se pensi che voglia pagar il mio. + +PANURGO. Fermatevi, non m'usate forza. + +FACIO. È lecito usar forza a tòrre il suo dove si trova. + +PANURGO. Voi forse pensate che sia una bestia? + +FACIO. Bestie stimaresti tu noi, se ti lasciassimo la robba nostra. + +PANURGO. Tanto fusse tua la vita! Ma ascoltate. + +FACIO. Che vuoi che ascolti? Pelamatti, pela tu questo matto, toglili +le vesti; e se non si lascia pelare, peliamolo a pugni. + +PELAMATTI. Lascia, ladro assassino! + +PANURGO. Voi mi spogliate in mezzo la strada e mi chiamate ladro +assassino. + +GERASTO. Mira con quanta prosonzione costoro lo trattano male! + +NARTICOFORO. Devono esser genti senza vergogna o non lo devono +conoscere o l'aran preso in cambio. + +PANURGO. Ah, ah, ah! or m'accorgo che tutti e tre siamo ingannati. +Ascoltate. I giorni a dietro da maestro Rampino mi feci far certe +vesti da dottore; e aspettando questa mattina le vesti, vedo questo +giovane che le portava sotto. Dimando:--Di chi sono?--mi risponde:--Di +Facio.--Io che mi chiamo Famazio, pensai subito che avesse smenticato +il nome, che sono simili Fazio e Famazio; e me le presi per mie. Ma or +che m'avveggio, avea fatto un bel guadagno! che dove il mio panno è +finissimo e val dieci scudi la canna, questo appena val cinque Ma per +mostrar che son gentiluomo, andrò a maestro Rampino e gli dirò che vi +dia le mie vesti per tutto oggi--ch'or mi rincresce spogliarmi,--e fra +tanto vi darò trenta scudi in pegno, dove queste non vagliono +quindici. + +FACIO. (Pelamatti, tu hai fatto contro il tuo nome: ti pensavi pelar +un matto e pelavi un savio). Datemi gli trenta scudi in pegno per +tutto oggi, e mi contento; delle vostre vesti io non me ne curo +altrimenti. + +PANURGO. Conoscete voi quel medico? + +FACIO. Conosco benissimo. + +PANURGO. Vi contentate ch'egli ve gli dii per me? + +FACIO. Contento. Ma perdonateci, di grazia, se non sapendo questo, +fusse trascorso piú del dovere. + +PANURGO. Gerasto, vedete quel galante uomo? + +GERASTO. Vedo. + +PANURGO. È scemo di cervello. Venendo da Roma, lo trovai nell'osteria; +e ragionando come si suole, dicendogli che veniva in casa di un medico +famoso, mi pregò che l'introducesse a voi che lo guarissi d'una +infirmitá che patisce, non so se umor maninconico o discenso lunatico. +Parla sempre di vesti, di trenta scudi, di pegni e simil cose, e le +replica mille volte; ma le dice con tanto proposito che lo +giudicaresti un filosofo. E alcune volte il giorno gli piglia questa +pazzia--quando, credo, si muove quello umore,--onde ti viene adosso e +ti vuol spogliar le tue vesti con dir che sieno sue, che è una cosa +mirabile. + +GERASTO. Certo che veggendolo strapparvi le vesti da dosso con tanta +furia, lo giudicai pazzo maniaco; e giá mi par pentito del suo errore, +che vi ha chiesto perdono: deve patir di lucidi intervalli. + +PANURGO. E vi promette trenta scudi per mancia. + +GERASTO. Lo guarirò per amor vostro, non vo' premio altrimente. + +PANURGO. Ma avertite che non intende molto bene: bisogna alzar la voce +ragionando con lui. + +GERASTO. Farò come volete. Ma bisogna aver alcuni con me, che +bisognando lo ligassero. Trattenetelo un poco, ch'or ora serò qui. + +PANURGO. Gentiluomo, Gerasto è andato a tor i trenta scudi, che non se +gli trovava adosso; or será qui. + +FACIO. Aspetterò quanto volete, non ho fretta. + +PANURGO. Ma eccolo. Gerasto, sète contento voi per i trenta scudi? + +GERASTO. Contento, anzi vi servirò adesso adesso, che anderemo in +casa: voi restate meco. + +FACIO. Volentieri. + +PANURGO. Orsú, io vi lascio insieme, ch'io vo per una cosa +importantissima e serò a voi tra poco. (Signor Facio, ragionando con +lui, parlate alto, che non intende troppo bene). + +FACIO. (Cosí farò). + +NARTICOFORO. (Egli si parte senza sapersi ancora se sia Gerasto o +Narticoforo). + + +SCENA X. + +FACIO, GERASTO, NARTICOFORO. + + +GERASTO. Idio vi facci sano! + +FACIO. E voi sano e contento! + +GERASTO. Accostatevi, galante uomo. + +FACIO. Voi giá vi contentate per i trenta scudi? + +GERASTO. Mi contento non tanto per i trenta scudi, quanto per farvi +vedere un miracolo di una mia ricetta, che un todesco, a cui avea +fatte molte carezze in casa mia, morendo, me ne lasciò erede: con duo +soli lattovari, non piú. + +FACIO. Che lattovari, che tedeschi, che ricette? + +GERASTO. Dico che vi servirò tra pochi giorni. + +FACIO. Dico che li voglio adesso. + +GERASTO. Che cosa? + +FACIO. I trenta scudi in pegno delle mie vesti che colui, partendosi +da voi, mi vi lasciò in pegno. + +NARTICOFORO. (O poveretto, giá comincia a ferneticare!). + +GERASTO. Che scudi, che pegni, che vesti? + +FACIO. Dico i trenta scudi che mi avete promessi per le vesti. + +GERASTO. (Il male è di piú cura ch'io non pensava. Mira come parla +alto! ne deve stimar sordi). + +NARTICOFORO. (Deve essere proprietá dell'egritudine). + +GERASTO. (Non so che dice di trenta scudi e di vesti e di promesse. +Non credo che un sacco intiero d'elleboro basterá per purgarlo). + +FACIO. (Costui da vero è sordo: parlerò tanto alto che m'intenda). +Dico che mi date i trenta scudi per che colui che si partí da +voi--Famasio o Famosio che si chiama,--mi ve lasciò in pegno per le +mie vesti. Intendetemi adesso o volete che parli piú alto? + +GERASTO. Io non dico che non intendo la voce, ma non intendo quel che +dici. + +FACIO. Che parlo ebreo, greco o arabico, che non m'intendi? + +GERASTO. Parli come me, ma non intendo che dici di trenta scudi e di +vesti. + +FACIO. Tu sei peggio che sordo, che il peggior sordo è quello che non +vuole intendere. Tu sarai forse pentito di aver fatto sicurtá di +trenta scudi, e fingi non intendere. + +GERASTO. Che sicurtá? che pentire? che trenta scudi? + +FACIO. Come trenta scudi? Dico che avendomi promesso... + +GERASTO. Parole. + +FACIO....trenta scudi... + +GERASTO. Se non l'hai meglio di questa,... + +FACIO....in iscambio delle mie vesti,... + +GERASTO....tu sei matto da dovero. + +FACIO....avendomegli promessi dinanzi duo testimoni,... + +GERASTO. Tu erri in grosso. + +FACIO....serò atto a farmeli pagare. + +GERASTO. Arai a far con un tristo come tu sei. + +FACIO. Non mi prometteva io ciò da questa tua vecchiaia. + +NARTICOFORO. (Voi sapete che è capto di mente, e par che andate in +contumelie). + +FACIO. Son uomo di tòrvi le vesti da dosso. + +GERASTO. Ecco il furore! o voi, toglietelo stretto e ligatelo che non +si muova, ché gli vo' dar un lattovaro in casa. + +FACIO. Che volete da me voi, furfanti? A dispetto di... + +GERASTO. Riponetelo dentro, ché vo' curarlo. + +FACIO....ché pensava aver a trattar con un cattivo, or ne ho ritrovato +un altro peggio! + +GERASTO. Se non parli come devi, ti torrò io la pazzia da capo, chè a +medicare un pazzo ci vuole un pazzo e mezzo. + +FACIO. Cosí mi fai tu ingiuria? + +GERASTO. L'ingiuria la fai tu a me. + +NARTICOFORO. (Costui mi par che parla a proposito). + +GERASTO. (Non ti disse colui, che sapea la sua natura, che parlava +tanto a proposito che ogniuno lo giudicava savio?). + +NARTICOFORO. (Chi sa forse ora fusse tornato in sé?). Dimmi, uomo +frugi, conosci che sei sano? + +FACIO. Voi duo vi sète accordati insieme, e non sète pazzi ma ribaldi. + +NARTICOFORO. Sodes, quaeso, di grazia, fatelo dislegare, lasciatelo +libero; ché, l'animo mio se va ariolando la cosa e l'uno non intende +l'altro, forse saran veri i fantasmi che mi van per la mente, e quel +scurrile sicofanta ci ará ingannato con le sue sicofantie. Or ditemi +voi, di grazia, che vi ha dato ad intendere colui che si è partito? + +FACIO. Questa mattina venendo Pelamatti, servo di maestro Rampino +sarto, a portarmi certe vesti nuove--che volea cavalcar per +Salerno,--costui gli diede ad intendere che eran sue e che egli era +Facio, ch'era io, e si tolse le vesti mie. Poi, cercando a ventura per +Napoli, gliele avemo trovate adosso; e volendo torcele, mi pregò che +le lassassi per tutto oggi, che mi arebbe dato costui per securtá di +trenta scudi; e avendomegli lui promessi, l'ho lasciato andare. + +NARTICOFORO. Or parlate voi, di grazia. + +GERASTO. Ed a me ha detto che eravate pazzo e che sempre avevate in +bocca trenta scudi, vesti e pegni; e mi pregò da parte vostra che vi +avesse guarito, che mi volevate dar trenta scudi per premio; e che +eravate sordo, però avessi parlato un poco piú alto. + +FACIO. Un'altra volta arò perse le vesti mie! Dove lo cercarò? In un +punto ha raddoppiati tre: non gli deve bastar lui solo, vuol servir +per tre persone. + +GERASTO. Ah, ah, ah! + +NARTICOFORO. Ah, ah, ah! + +FACIO. Voi forse ridete di me? + +NARTICOFORO. Anzi, noi ci ridemo di noi stessi. A costui ha dato ad +intendere ch'era me, a me ch'era costui: e cosí ha sicofantati tre. + +GERASTO. Di piú, ha portato un mostro in casa con dir ch'era Cintio +suo figliuolo: io ho tenuto voi per pazzo, non conoscendovi; poi, +m'ave inviato un giovane, che questi diceva mal di me: ed è stato +cagion, penso, d'azzuffarci insieme. + +FACIO. Che si fará dunque delle mie vesti? + +GERASTO. Io arò pensiero di ricovrarle da lui, inviarvele in vostra +casa; che se ben egli ingannandovi ve l'ha promesse da mia parte, or +che stimo lui un tristo, ve le prometto da senno, che vo' un poco +informarmi del tutto. + +FACIO. Dunque io vi cerco perdono se sono troppo con voi trascorso in +parole. + +GERASTO. Dove è Cintio vostro figliuolo? + +NARTICOFORO. L'ho lasciato nel diversorio. Io nol condussi meco, +perché il mio servo mi referí che voi l'avevate extruso di casa, con +dirgli che Narticoforo era prima giunto. + +GERASTO. Inviate a chiamarlo. Questa è vostra casa, che in vostro nome +colui se n'era fatto possessore. + +NARTICOFORO. Ed io per tal la reputo. Vale. + +FACIO. Oh, povere vesti perse due volte! + +GERASTO. Non dubitate, venite di qua e l'arete. Ma chi piglia i +fastidi per fastidi, entra in un mar di fastidi; però non vorrei io +tanto ingolfarmi in questi fastidi, che lasciassi passar l'occasione +che ho desiderata mille anni. Fioretta m'ha promesso aspettarmi in +questa camera, e giá due ore sono: deve star a disagio. O me felice, +or corrò il frutto tanto desiderato! Ma qui non è niuno. Ella è +vergine e si deve vergognare venir da lei; e se ben muore per me, la +vergogna la fa restia. In somma, se non ci la conduco per forza, non +verrá da lei giamai. Io ho questi amici, la farò tor per forza e menar +qui dentro; ma mi meraviglio che lo speciale non v'ha condotti quei +lattovari che l'ho fatti far per trovarmi gagliardo con Fioretta. Ma +eccola dinanzi la porta: o voi, prendetela e di peso menatela in +questa camera terrena. + + +SCENA XI. + +ESSANDRO, GERASTO. + + +ESSANDRO. (Oimè, ecco Gerasto e mena genti seco! Certo gli è palese il +mio fallo: prima che m'uccida, será meglio gli chieda perdono!). + +GERASTO. Toglietela! che fate? + +ESSANDRO. Che volete da me infelice? chi sète voi? + +GERASTO. Infelice son io che muoio di rabbia per amor tuo. + +ESSANDRO. In che t'ho offeso? + +GERASTO. Non meritava la conscienza che ho in te, che mi avessi cosí +ingannato. + +ESSANDRO. Diasi colpa ad amore la cui legge è fuor d'ogni legge: +conosco l'errore e, il confesso, merito la penitenza, ne chiedo +perdono. + +GERASTO. Cosí farò io a te: dopo l'errore ne chiederò perdono. + +ESSANDRO. Questi sono errori di giovani. + +GERASTO. Ti farò conoscere che sono piú giovane che tu non pensi. + +ESSANDRO. Amor fu colpa del tutto. + +GERASTO. Non è amore ove si toglie l'onore. + +ESSANDRO. Quel che è fatto non può farsi che non sia fatto. + +GERASTO. Accomodaremo questo fatto poi con un altro fatto. + +ESSANDRO. Merito per ciò, dunque, d'esser ucciso? + +GERASTO. Ucciso, no; ferito di punta, ben sí, se il pugnale non mi +vien meno, almeno finché ne serò satollo. + +ESSANDRO. Sète voi tanto crudele? + +GERASTO. A te è una pietá l'esser crudele. + +ESSANDRO. Sei tu tanto ingordo del mio sangue? + +GERASTO. Non è sangue che si sparga con maggior dolcezza di questo. + +ESSANDRO. Abbi pietá della mia gioventú! + +GERASTO. Tu della mia vecchiezza! + +ESSANDRO. Avertite che sono nobile. + +GERASTO. Se fussi di schiatta d'imperadori, non lascierei di far +quello che m'ho proposto di fare. + +ESSANDRO. (Proverò fargli bravate, poiché col buono non posso ottener +nulla). Gerasto, avèrti che la disperazione fa assai: tu non la +passerai né mi offenderai senza vendetta. + +GERASTO. A tuo dispetto, andrai di sotto, se ben fussi una Ancroia, +una Marfisa bizarra. + +ESSANDRO. Son giovane, ho piú forza che non stimi: ancorché mi ponessi +sotto, ho le braccia cosí robuste e la presa tanto gagliarda che ti +romperò le reni e ti farò sputar l'anima. + +GERASTO. Non potrai altro che farmi ingrossare il fiato e buttar fuori +il sangue e l'anima. + +ESSANDRO. Poiché sei cosí bravo, perché non vieni meco da solo a solo? +perché con queste genti? + +GERASTO. Di questo ti assicuro, che il nostro duello sará da solo a +solo. Non ho tolti questi per paura di te, ma per condurti qui dentro +con manco rumore. Ma a solo a solo, all'oscuro e dentro un forno +combatterò con te. + +ESSANDRO. Con che armi combatteremo? + +GERASTO. Con l'ordinarie: tu con le tue, io con le mie. + +ESSANDRO. Lasciameti dir due parole. + +GERASTO. Il meglio che potresti fare è tacere; e se pur sono +svergognato in casa, non mi svergognar qui nella strada publica. +Portatela dentro. + +ESSANDRO. Oimè! + +GERASTO. Oh, come piange! non deve aver urinato questa mattina, ché le +donne quando vogliono lacrime in abondanza per ingannare alcuno, la +mattina non urinano. È vergine, la poveretta, e pensa che quel fatto +sia qualche gran cosa, almeno d'andarne un mese zoppa; ma dopo ne será +piú contenta che mai. Le vergini, se le richiedi, arrossiscono, e +stimano la vergogna nelle parole, no ne' fatti. Ma perché trattengo me +stesso? O mia Fioretta, o mio giardino vergine, ecco che vengo a còrre +cosí bel fiore. + + + + +ATTO V. + + +SCENA I. + +APOLLIONE solo. + + +APOLLIONE. Veramente la nostra vita è tutta piena di travagli, né si +può prometter l'uomo che faticando sempre nella gioventú, possi nella +vecchiezza riposare; ché quando stimi giá esser accomodato del tutto, +allora da ogni parte vengono pericoli inopinati per turbarci il viver +quieto. Avea un fratello chiamato Carisio Fregoso, il quale sbandito +da Genova sua patria per cose di Stato, son quindici anni che non ne +ho inteso novella; e mi lasciò in casa un maschio detto Essandro. +Vengo in Roma, e per non esser costui un giorno andato alla scuola, +promisi di batterlo: fuggì di casa mia tre anni sono, né ne ho potuto +piú saper novella; solo ho inteso che era qui in Napoli e che stava in +casa di un medico detto Gerasto, vestito da fantesca. Io non posso +imaginarmi altro, perché vi stii, se non per qualche trama amorosa, +onde potrá facilmente capitar male. Io per veder se posso rimediare +prima che si venghi a questo atto, non ho voluto risparmiar fatica in +soccorrerlo. Me ne andrò informando di lui e di sua casa. + + +SCENA II. + +SPEZIALE, SANTINA, NEPITA. + + +SPEZIALE. (Chi arebbe pensato mai che Gerasto, stimato fin qui vecchio +da bene, or sia entrato in ghiribizzi d'amore? È venuto in bottega con +la maggior fretta del mondo, ché avesse fatte certe pilole, di che io +ne ho una ricetta mirabile, e ché gli le porti subito in casa, che +m'arebbe dato la mancia). + +SANTINA. (Io non ho visto tutto oggi mio marito, e Fioretta non è in +casa: dubito di qualche trama). Nepita, vien fuori, fammi compagnia. + +NEPITA. Vengo, eccomi. + +SPEZIALE. Madonna, sète voi di questa casa? + +SANTINA. Sì bene. + +SPEZIALE. Date queste pilole a Gerasto, e ditegli che non l'ho potuto +recar piú presto. + +SANTINA. Che pilole son queste? per qual infirmitá? + +SPEZIALE. Certe pilole che m'ha chieste per esser gagliardo in una +battaglia amorosa che vuol far con una sua serva. + +SANTINA. Chi ha detto a te questo? + +SPEZIALE. Me l'ha detto lui, mentre stava mescolando la composizione. + +SANTINA. Come si chiama questa sua serva? + +SPEZIALE. Garofoletta o Rosetta, se mal non mi ricordo. + +SANTINA. «Fioretta» vuoi tu dire? + +SPEZIALE. Sì, sì. Ditegli che il modo d'oprarle è questo: che +s'ingiotta queste, poi mangi una libra di pignoli e beva vernaccia +fina, non altro, che fará facende. + +SANTINA. Come potrá ingannar sua moglie? + +SPEZIALE. Mi disse che erano venuti certi forastieri ad alloggiar +seco, e che la casa era sozzopra e la moglie non poteva attenderci; e +che presso la sua casa aveva una camera terrena oscura dove avea ella +promesso venirci. + +SANTINA. Non deve egli amar molto la moglie, poiché tanto l'ingiuria. + +SPEZIALE. Mi dice che sua moglie è una macra, brutta come una strega e +vecchia; e che la vorrebbe veder tanto sotterra quanto ora sta sovra +terra, e che non vede mai giunger l'ora che la morte gli la toglia +dinanzi, tanto è ritrosa, superba e fastidiosa e rincrescevole. Ma io +l'ho insegnata un'altra ricetta per farla divenir umile e benevole e +di buona creanza. + +SANTINA. E come è questa ricetta? + +SPEZIALE. Che la mattina quando è nuda nel letto, le dii a bere un +poco d'acqua di legno, poi le freghi la schena con un poco di grasso +di frassino o di quercia; e se alla prima volta non facessi l'effetto, +che continui la ricetta finché guarisca bene. + +SANTINA. Nepita, io non confido d'andar a piedi fin alla commare, e mi +duole la gamba: va' a tormi il mio bastone. + +NEPITA. Vado. + +SANTINA. Chi t'ha imparato cosí bella ricetta? n'hai ancor fatta la +pruova? + +SPEZIALE. La prima volta la provai a mia moglie, ed è riuscita +miracolosa; poi l'ho insegnata a molti miei amici, e tutti m'han +riferito che fa effetto grande. + +NEPITA. Eccolo, padrona. + +SPEZIALE. Che diavolo hai meco, vecchiaccia fradicia? che t'ho fatto +io che mi batti? + +SANTINA. Vo' che tu facci esperienza con questa tua ricetta: arai +meglio creanza. + +SPEZIALE. Ritorni di nuovo? che hai meco, ti dico? non accostarti, +vecchia indiavolata! + +SANTINA. Perché non fece effetto la prima volta, la vo' continuare +finché guarisci, ché abbi meglio creanza: non vo' che dii questi +consigli contro me. + +SPEZIALE. Che consigli io ho dato contro te? dove ti conobbi mai? ho +detto di sua moglie, non di te. + +SANTINA. Io son sua moglie. + +SPEZIALE. Che sapevo io che tu eri sua moglie? certo, che è assai piú +di quello che lui n'ha raccontato. Un'altra volta oggi in questa +maladetta casa ho patito disgrazie e ne son stato maltrattato! + + +SCENA III. + +SANTINA, NEPITA. + + +SANTINA. Che dici, Nepita? non l'hai inteso con le tue orecchie? +comporterò io d'esser cosí mal maritata? Non la passerá certo senza +vendetta: io vo' aventarmegli adosso come una cagna. + +NEPITA. Or questo no, padrona: fategli ogni altro dispiacere e +lasciate questo. + +SANTINA. Vo' cavargli gli occhi e troncargli il naso con i denti. + +NEPITA. Cavargli gli occhi e troncargli il naso ben potete, ma non por +mano ad altro. + +SANTINA. Non ti par buona vendetta? + +NEPITA. A me, padrona, no. Io gli renderei pan per focaccia. + +SANTINA. Taci, ché sei una pazza. Vorrei piú tosto esser stracciata da +mille lupi, che esser tócca da un sol uomo che non fusse mio marito. + +NEPITA. Io vorrei piú tosto esser straccata da mille uomini, che esser +tócca da un sol dente di lupo. + +SANTINA. S'egli ha rotto le leggi del matrimonio, non l'ho rotte io né +le romperò finché viva. Egli lo meritarebbe certo; ma io vo' mirar me +non lui. Una donna deve far conto del suo onore. + +NEPITA. L'onor non è bianco né rosso, che si possa vedere: l'onore sta +nell'opinion degli uomini, però bisogna farlo secreto. È meglio esser +tenuta bona e non esserci, ch'esser contaminata senza effetto. + +SANTINA. Tu desii la morte a me. Vo' che paghi questo cattivo +desiderio con l'ossa tue. Ecco la casa terrena. Sta serrata a pèstio, +la spezzerò a calci: l'ira mi prestará forza. + +NEPITA. Per iscampar da questo cattivo influsso, tuo marito deveria +far come quello animale che si strappa i suoi genitali e gli butta a' +cacciatori per salvar la sua persona, ché è ricercato sol per quelli. +Ma io ti dico, padrona, ch'egli andrá per la decima e ci lascierá lo +sacco. + +SANTINA. Che vuoi dir per questo? + +NEPITA. Io ben m'intendo. + +SANTINA. La porta s'apre: eccolo venir fuora tutto rosso, la serra +dentro di piú. Mira come sta stracco e affaticato. + +NEPITA. Ascoltiamo di grazia, padrona, che dice. Giá non vi può +scappare, che non facciate le vostre vendette. + + +SCENA IV. + +GERASTO. SANTINA, NEPITA. + + +GERASTO. Misero e infelice Gerasto, che meglio ti fossi posto ad arare +che ad amare, che misera fortuna è questa che hai tu oggi incontrata? + +NEPITA. (Dice che s'allegra della buona fortuna che ave incontrata +oggi). + +GERASTO. Veramente tutte le sciagure corrono dietro la vecchiezza, +come le mosche a' cani magri. Ed il mio dispetto è l'allegrezza e la +festa che ne fará mia moglie del fatto mio. + +NEPITA. (Dice che è in festa e allegrezza a dispetto di sua moglie). + +GERASTO. Non tanta furia, ascoltate bene! + +SANTINA. Non posso piú tenermi! Ahi, vecchio rimbambito brutto, +disgraziato fantasma, non so chi mi tiene che non ti cavi gli occhi +dalla testa con queste dita, e con i denti non ti tronchi il naso +dalla faccia! + +NEPITA. (E tu savia, che mutasti opinione a non strappargli i fatti +suoi!). + +GERASTO. (Or questa sì, che è magior disgrazia della prima! Dovunque +mi volgo, mi trovo aviluppato in nuovi guai). + +SANTINA. Che dici adesso, bel fanciullino, innamorato galante, valente +gallo che vuoi calcar due galline, e hai un piede nella fossa e un +altro nel cataletto, vecchio col capo tutto bianco? + +GERASTO. O capo rosso o verde che sia, moglie, ti prego che m'ascolti, +e vedrai che non t'ho offeso come stimi. + +SANTINA. Tu, vecchio fradicio.... + +GERASTO. So che vuoi dire: traditore, infame, manigoldo, e pur ancora. +Hai ragione! Ascolta, che d'oggi innanzi cessaranno le discordie fra +noi mentre vivremo. Ascolta, moglie mia cara.... + +SANTINA. Che mia? or son tua moglie cara; poco innanzi era strega, +macra, puzzolente: tu non arai a far piú meco. + +GERASTO. Io non dico questo, che tu abbi a distorti dal tuo +proponimento; ma ascolta, e poi inteso il tutto, fammi castrare, ch'io +starò piú paziente d'un agnello; e se non basti tu sola, chiama i +parenti, gli amici, i vicini e Nepita ancora, ch'io perdono a tutti. + +NEPITA. Padrona, di grazia, ascoltate, ché certo sará altro di quel +che pensate. + +SANTINA. Ragiona presto, finiamola: ti vo' dar questa sodisfazione +prima che facci la festa di fatti tuoi. + +GERASTO. Sappi per certo, moglie mia cara, ch'io son stato innamorato +di Fioretta, e per dirtelo chiaro, arei pagato la robba, i figli e la +vita, per godermi una volta lei,... + +SANTINA. Lo so meglio di te, non bisognaria che lo dicessi a me. + +GERASTO.... e v'ho fatto mille tradimenti per averle le mani +adosso.... + +SANTINA. Ma poco ti ha valuto. + +GERASTO.... Oggi vedendo l'occasione che la casa andava sozzopra, la +feci prender da certi amici e la feci condurre in questa camera +terrena oscura, e io mi serrai con lei. Ella stava dubbiosa e timida, +come la volessi uccidere; e io con le piú dolci parole che sapeva, +dicea:--Dolce Fioretta mia, cara mia moglieretta, core, vita, +occhi!... + +SANTINA. Mira il furfante con quanto sapor lo dice! + +GERASTO.... L'abbraccio e mi sento pungere il mustaccio, come fusse +uomo. Alfin le stava inginocchiato denanzi; ella tira a sé i piedi e +mi da una coppia di calci sul petto e mi fa cascar supino in terra, +che mancò poco non mi scavezzassi il collo.... + +SANTINA. Sia maladetto quel «poco»! + +GERASTO.... Pur facendo animo a me stesso, innamorato e pesto, come +meglio posso, dicendo che calci di stallone non fanno male a giumenta, +con maggior rabbia e ardore torno alla battaglia.... + +SANTINA. Mira come me lo dice onestamente! Taci, taci, vecchiaccio +senza vergogna! parti cosa onorevole ragionar di queste sporchezze? + +GERASTO.... Ascolta, di grazia.... + +SANTINA. Non vo' ascoltare, so che vuoi dire. + +GERASTO.... Anzi men sai che voglio dire, né imaginartelo puoi +giamai.... + +SANTINA. Forse il giardinetto cominciava a spuntar fuori l'erbe +piccine? + +GERASTO.... Che erbe piccine? anzi, mi diè tra mano..., mi vergogno +dirtelo. + +SANTINA. Ti dovevi vergognar di farlo. + +GERASTO.... Dico ch'era piú maschio ch'io, tanto maschio che n'aresti +fatto tre maschi. + +NEPITA. Se fussi gravida, mi sgravidarei: l'ha narrato con tanto +sapore che m'ha fatto venir la saliva in bocca. + +SANTINA. Oimè, che dici? + +GERASTO. Quanto ascolti. + +NEPITA. Alfin, tu serai stata la ruffiana a tua figlia, che la tenevi +in gelosia sempre serrata con lei. + +SANTINA. Ahi, che mirandola oggi in fronte gli leggeva il commesso +peccato! Ma chi avesse potuto pensar questo? Infelice me, disgraziata +me! + +GERASTO. Taci e fa' rumor manco che puoi, acciò le corne che avemo +nascoste in seno, non ce le ponghiamo in fronte, e altri imparino a +nostre spese. Egli m'ha detto che è gentiluomo genovese di Fregosi, e +si contenta star prigione finché si pigli informazione di lui; e se è +vero, se gli dii per moglie, perché ella, non men che lui, lo desidera +ardentemente. + +NEPITA. Credetelo, che è cosí; perché dicea mia madre che queste +radici han gran virtú di farsi amar dalle donne. + +GERASTO. Taci, vattene a casa. Io l'ho serrato qui dentro; or andrò a +certi gentiluomini genovesi miei amici e mi informerò di lui con molta +destrezza. + + +SCENA V. + +SANTINA, NEPITA. + + +SANTINA. O figlia, figlia, che infelice fortuna è questa che tu hai +incontrata! + +NEPITA. Sventura ti pare ritrovarsi con un giovane bello, di diciotto +anni, nel fior degli anni suoi? oh, l'aveste incontrata voi, padrona, +questa sventura! + +SANTINA. Taci, porca, pensi che tutte le donne sieno cattive come sei +tu? Frena la tua lingua cattiva. + +NEPITA. Cattiva lingua vi pare quella che dice il vero? Vedete vostra +figlia che ha manco anni di voi ed è stata piú savia di voi, che se +l'ha tenuto tre anni in camera e non ha fatto saper cosa alcuna né a +te né a me. A fé, che le fanciulle d'oggi san piú dell'attempate del +tempo antico. + +SANTINA. Tu non solo sei di cattiva lingua ma di peggiori operazioni; +e se non lasci le baie, ti romperò la testa. + +NEPITA. O che l'avesse incontrata io questa sventura, che non l'arei +fatto saper né a voi né a vostra figlia, e me l'arei saputo goder +questo tempo. + +SANTINA. E chi può guardarsi da simil sciagura? entrar un giovane +prosontuoso, vestito a donna, in una casa onorata per disonorarla? + +NEPITA. Sarebbe assai bene farsi un officiale che, quando se avessero +a tor le fantesche, le ponessi le mani sotto per veder se son uomini o +femine. A che giova tener le donne serrate in camera con porta e +fenestre e chiavistelli, se i giovani se trastullano con loro sotto +altro abito? + +SANTINA. Apri la porta: entriamo. + + +SCENA VI. + +GERASTO, PANURGO, TOFANO. + + +GERASTO. Non posso cavarti di bocca una parola vera di questo fatto? + +PANURGO. Certo, Gerasto, che voi non pigliate la cosa per il suo +verso. + +GERASTO. Che vuol dir che non piglio la cosa a verso? Tu non rispondi +a proposito. + +PANURGO. Che volete che vi risponda se non quello che sempre vi ho +detto? + +GERASTO. Che m'hai tu detto mai se non certe parole che l'una non +attacca con l'altra? + +PANURGO. Certo non è la cosa come pensate, vi dico. + +GERASTO. O che tu mi fai rodere di rabbia!--La cosa non è come +pensate..., non la pigliate a verso!--Io non posso cavar costrutto di +quel che dici. + +TOFANO. (Se ben miro quell'uomo che parla con quel vecchio, è quello +amico a cui Alessio mio padrone manda le vesti). + +GERASTO. Che rispondi? + +PANURGO. Dico che quando questa mattina.... + +GERASTO. Non ti domando di questo, io. + +TOFANO. Gentiluomo, Alessio mio padrone vi manda le vesti che questa +mattina gli chiedeste con tanta istanza;... + +PANURGO. (Oh, cancaro! questo è il servo di Alessio che porta le +vesti). Sí, sí bene, t'ho inteso: tornale indietro e diteli ch'io lo +ringrazio. + +TOFANO.... che lo perdoniate se non l'ha potuto mandare piú presto;... + +PANURGO. Basta, vatti con Dio. + +TOFANO.... che vi volevate vestir da dottore,... + +PANURGO. Vattene, che non servono piú. + +GERASTO. Lascialo parlare, che te importa? + +TOFANO.... che volevate ingannar un certo medico. + +PANURGO. (Che ti sia cavata di bocca quella lingua traditora!). + +GERASTO. Che medico? che dice di medico? + +PANURGO. Non dice nulla. + +GERASTO. Parla. Che dicevi di medico? + +TOFANO. Dico che.... + +GERASTO. Che cosa «dico che»? + +TOFANO. Voi mi toccate il gomito; che volete da me? + +PANURGO. Chi ti tocca, asinaccio? + +TOFANO. Adesso mi tocchi il piede. Omai m'avete storpiato. + +PANURGO. Non si vuol partir questa bestiaccia! + +TOFANO. Dove volete che vada? + +PANURGO. Va' in buona ora! + +GERASTO. T'ho visto con gli occhi miei che lo tocchi e cenni, e mi hai +fatto entrar in maggior suspetto. Vien qui, uomo da bene: chi invia +queste vesti? + +TOFANO. Io, quando questa mattina..., subito che.... + +GERASTO. Che quando, che mattina, che subito? Vai pensando qualche +trappola! + +PANURGO. Io dico... + +TOFANO. Lascia dire a me. + +GERASTO. Taci tu; di' tu: lo vo' intendere da lui non da te. + +PANURGO. Vi dará ad intendere qualche bugia. + +GERASTO. Non hai ad impacciartene tu. Parla, giovane. + +TOFANO.... che volevan vestire un truffatore per dar ad intendere ad +un medico;... + +PANURGO. Io ah? + +TOFANO. Tu, sí. + +PANURGO. Tu devi stare imbriaco, tu sogni: non partirai che non ti +rompa la testa, prima. Mira che viso, come sa ben fingere una bugia! + +GERASTO. O non posso levarmi costui da torno! Vedo che cominci a +tremare. Levati di qua; vien tu qui, segui il tuo ragionamento: la vo' +intender da capo. + +PANURGO. (O veritá, che quanto piú l'umana forza cerca avilupparti e +sommergerti sotto terra, tanto tu piú lucida e piú netta risorgi a suo +dispetto! Il fatto è spacciato per me, non ci è piú rimedio). + +TOFANO.... perché volevano disturbare certo matrimonio, e tutto ciò +per far serviggio ad un giovane, vestito da fantesca, che faceva +l'amore con la figlia di quel medico. Onde pregò caldamente il mio +padrone, che si è affaticato tutto oggi per trovarle: l'abbiamo +servito, e or ce le reco. + +PANURGO. M'hai servito da vero e meriti la mancia! + +TOFANO. Mi volete dar la mancia che m'avete promesso, se vi avessi...? + +PANURGO. Meritaresti un capestro che t'appiccasse, come non ti +mancherá! + +TOFANO. Vi ringrazio della mancia e della buona volontá. + +PANURGO. La volontá è conforme al tuo merito. + +TOFANO. Vi lascio. + +PANURGO. Vattene col diavolo! + + +SCENA VII. + +GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO. + + +GERASTO. Ben, bene, queste cose se danno ad intendere a pari miei? +Arpione, Tenente, Graffagnino, pigliate questo, legatelo, +bastoneggiatelo ad usanza d'asino. + +NARTICOFORO. Vi veggio, Gerasto, in gran travagli con costui. + +GERASTO. Sappi, Narticoforo caro, che son stato tutto oggi aggirato +per cagion di costui, il quale è stato fonte, origine e principio +d'ogni garbuglio e d'ogni male. + +NARTICOFORO. Ben, come si sta galante uomo? + +PANURGO. Si sta in piedi. + +NARTICOFORO. Sei o non sei tu? sei uno o sei alcuno? + +PANURGO. Io non son io né mi curo esser io, né vorrei che alcuno fusse +me. + +GERASTO. Mira che faccia di avorio! mira che volto! + +PANURGO. Mi par che con questo volto possa star dinanzi ad ogni grande +uomo. + +GERASTO. Or che diresti o faresti, se non avessi detto e fatto quel +che hai fatto e detto? Io ti darò in mano della corte e del boia che +ti facci dar di capo in un capestro, non senza le debite cerimonie +prima, della mitra, dell'asino, della scopa, di fischi e riso di tutto +il populo. + +PANURGO. Sono in vostro potere, fate di me quel che vi piace; e se +questo vi par poco, giungetevi altrotanto, ch'io soffrirò ogni +supplicio. Ma di grazia, ditemi, di che vi dolete di me? + +GERASTO. Come! di che mi doglio di te? Barro assassino, senza vergogna +e senza coscienza, ti par poco portarmi un furfantello storpiato con +la lingua di fuori, e farmi scacciar di casa un uomo onorato, per +favorir un prosontuoso sfacciato che vestito da fantesca tendeva +insidie all'onor della mia casa? + +PANURGO. Confesso esser vero quanto dite; ma quello che è fatto, non è +stato comandato dal mio padrone? conviene al servo far ciò che gli +comanda il suo padrone. + +GERASTO. Conviene ad un uomo da bene non dispiacere ad alcuno per far +piacere ad un altro. + +PANURGO. Lece al servo far ciò che vuole il padrone. + +GERASTO. Questo servo ne pagherá la penitenza. + +PANURGO. Purché il padrone sia ben servito, soffrirò ogni cosa con +pazienza. + +GERASTO. Serai appiccato come meriti. + +PANURGO. Viverò almeno eterno. + +GERASTO. Purché il boia ti scavezzi il collo, io non mi curo che vivi +eterno. + +PANURGO. Di questa morte molto me ne glorio e vanto. + +GERASTO. Te ne vanterai nell'inferno fra gli dannati tuoi pari. + +PANURGO. Seguane quel che si voglia, vo' piú tosto che tu ti penti +d'averme usato impietá, ch'io di non aver fatto il mio debito. + +GERASTO. I padroni, se ben patiscono spese, carceri, esili, disaggi, +sempre la scappano alfine; i servi pagano sempre. + +PANURGO. Quanto piú viverò libero e con men travagli, tanto io morrò +piú sodisfatto. + +GERASTO. Perché non facevi un buon officio, avisarmi dell'inganno? + +PANURGO. Usando buon ufficio a te, l'usava male a lui. Che ragion +voleva che avessi lasciato di servire il padrone che l'amo, per servir +te che non so chi sii? + +GERASTO. Mi risponde da filosofo: or non ti par egli un Socrate? + +NARTICOFORO. (Certo che non è uomo dozzinale. La forza della virtú è +cosí grande che passa anche ne' nemici). Se ben io son stato lacessito +d'ingiurie da te, il tutto ti condono. + + +SCENA VIII. + +APOLLIONE, GERASTO, NARTICOFORO, PANURGO. + + +APOLLIONE. (Mi dicono tutti che abita qui d'intorno. Forse costoro me +ne sapranno dar novella). Gentiluomini, mi sapreste dar voi nuova di +Gerasto di Guardati? + +GERASTO. Niuno ve ne può dar piú certa nuova di me, perché io son +detto. Ma che volete da me? + +APOLLIONE. Saper solo se in casa vostra fusse una fantesca chiamata +Fioretta, che son tre anni che si partí di casa mia. + +GERASTO. Chi sète voi che me ne dimandate? + +APOLLIONE. Son Apollione de Fregosi suo zio, che vo tre anni disperso +per averne novella. + +GERASTO. Certo avete una nipote molto onorata e da bene! + +APOLLIONE. Tutto è per vostra cortesia, ché, stando in casa onorata +come la vostra, stava sicuro che contagione di pessimi costumi non +l'arrebbono corrotta. + +GERASTO. Ditemi, di grazia, il vero--ché confidando nella bontá, che +mi par conoscere nell'aria vostra, voglio crederlo,--di che qualitá è +questa vostra nipote? + +APOLLIONE. Se ben l'uomo deve sempre dir il vero, mi par pur gran +sfacciataggine dir una bugia che potrá esser facilmente scoverta, +essendo qui infiniti gentiluomini genovesi che ve ne potranno +chiarire. Suo padre e io siamo fratelli, di patria genovesi, della +famiglia di Fregosi, che per negozi appertinenti a Stato, quando si +fe' l'aggregazion di nobili in Genova, fummo sbanditi. Mio fratello +con taglia di tremila ducati se ne fuggí; e son quindici anni che non +se ne intese piú novella se sia vivo o morto. Giá sono accommodate le +cose della patria molti anni sono; e io cercando di lui, venni con la +casa in Roma; e per un mal serviggio promettendo io di battere mia +nipote, questa si partí di casa tre anni sono, che non ne ho inteso +piú nulla se non pochi mesi sono, che era in Napoli in casa vostra. +Onde partitomi di Roma, son qui venuto per saperne novella. + +GERASTO. Come è suo nome, e del padre? + +APOLLIONE. Suo nome Essandro, suo padre Carisio, io Apollione; e se +ben perdemmo in quel conflitto molte robbe, pur non siamo tanto poveri +che in casa nostra non sieno trentamila ducati. + +PANURGO. O fratello carissimo, Apollione desiato sí lungo tempo di +rivedere! benedetti questi legami di carcere e le disgrazie, poiché in +esse mi tocca di rivederti! + +APOLLIONE. Tu dunque sei Carisio mio fratello? o che dolcezza è +questa! sogno io o vaneggio? + +GERASTO. Ah, ah, ah! + +NARTICOFORO. Ah, ah, ah! certo che sogni e vaneggi. + +APOLLIONE. Per che cagione? + +GERASTO. Questi che voi non conoscete, si trasforma in qualunque uomo +ei vede: per uscir dall'intrigo dove adesso si ritrova, subito s'ha +finto tuo fratello. + +APOLLIONE. Ogniun crede facilmente quel che desia: il desiderio +immenso di trovar mio fratello me lo fe' subito credere. + +PANURGO. Deh, Apollione mio caro, non mi raffiguri tu ancora? ha +potuto tanto l'assenza ch'abbi posto in oblio la mia conoscenza? + +GERASTO. Oh, vedete come piange, vedete che lagrime spesse! + +NARTICOFORO. Se fusse donna, non arebbe cosí le lagrime a sua posta. + +APOLLIONE. Veramente or ti raffiguro, fratello: perdonami se prima non +son venuto a far il debito ufficio ch'io doveva. + +GERASTO. Férmati, ché tu proprio desii d'essere ingannato. Questi a +me, che son Gerasto, ha dato ad intendere che sia Narticoforo; a +costui, che sia me; ad un servo, per tòrli certe vesti, l'ha fatto +credere ch'era un dottor di legge; or per iscampar dal periglio dove +si trova, dice che è tuo fratello. + +PANURGO. Non si chiamò mia moglie Zenobia? né ti raccomandai questo +figlio di duo anni, piangendo in braccia, quando partimmi? + +APOLLIONE. Questo che dice è vero, e a me par mio fratello. + +PANURGO. Non hai tu un segnale nella schena, ché avendoti in braccio, +quando era piccino, ti fei cadere e percotere in una pietra aguzza, di +che giacesti duo mesi in letto e ancor ne devi aver la cicatrice? + +APOLLIONE. Questo è mio fratellissimo. O fratello ricercato e +desiderato! + +NARTICOFORO. Può esser che tu voglia essere cosí credulo? + +APOLLIONE. Chi non è uso a mentire, crede ogniun che dica il vero. Ma +io tocco la veritá con le mani. + +NARTICOFORO. Io non posso imaginarmi uomo piú perfidioso di te: questi +è un «_doli fabricator Epeus_», è un altro Ulisse che fece il cavallo +igneo per prender Troia. Tu ne sei stato admonito prima, che persuade +a ciascun che sia lui. + +APOLLIONE. Amici, mi ha dati certi segni che non può saperli altri che +lui. + +GERASTO. Sappiate che tiene le spie per tutte l'osterie, per star +informato de' fatti di ciascuno e persuadergli quello che vuole. + +PANURGO. Ed è possibile, Apollione mio, fratello, che vogli prestar +piú fede a costoro che all'istessa veritade? + +APOLLIONE. Amici, la forza del sangue è cosí grande che si fa +conoscere da se stessa: io mi sento tutto il sangue commosso. + +NARTICOFORO. Ancor potrebbe esser vero quel che dice, e noi non cel +crediamo. Questo acquista chi è uso a mentire: che dicendo il vero non +gli è creduto. «_Qui semel malus, semper praesumitur malus in eodem +genere mali_». + +APOLLIONE. Questi è veramente mio fratello; né fu tanta la pena che ho +sentito in questa sua assenza, che non sia maggior la gioia che adesso +ho che lo riveggo. Gerasto, padron caro, costui è padre di chi sta in +casa vostra. + +GERASTO. Talché ugualmente e dal padre e dal figliuolo son stato +assassinato? + +PANURGO. E può esser che io sia stato ruffiano a mio figlio? + +APOLLIONE. Gerasto caro, sappiansi l'ingiurie che stimate aver +ricevute da noi, accioché possiamo far le debite sodisfazioni. + +PANURGO. L'ingiuria che l'ho fatta, è questa: che per far serviggio a +mio figlio, allor mio padrone, prestatomi il nome di Narticoforo +romano, che è questo gentiluomo, entrai in casa sua; e poi prestatomi +il nome suo, mi feci conoscere a questo per Gerasto e lo scacciai +dalla casa che non era mia. Che grande ingiuria è questa, ch'io ne +meriti tanto castigo? Si prestano ogni giorno vesti, vasi d'argento ed +altre cose che pur si logorano; né per questo se ne ha molto obligo a +chi le presta. Per avermi io servito di vostri nomi per due ore, e or +ve li restituisco sani e salvi e senza mancamento alcuno, dite che +gran premio ne volete, che son per pagarlo. Vi vo' prestare il mio +nome di Carisio per un anno, per quattro e dieci, e non ne vo' cosa +alcuna né che me ne abbiate pur un minimo obligo. + +NARTICOFORO. Certo che sète uomo frugi e di molta comitate: d'oggi +innanzi vi vo' per ero e per amico. + +APOLLIONE. Vengasi di grazia all'altra ingiuria che avete ricevuta. + +GERASTO. L'altra è questa: che vostro nipote, vestito da fantesca, è +stato in casa mia; e mia moglie per gelosia di me, pensandosi che +fusse femina, l'ha fatta dormir sempre in camera con mia figlia. Oggi +è scoverta l'alchimia, l'ho prigione, mi son consigliato con gli amici +e parenti se lo debba uccidere o consignarlo in man della giustizia. + +APOLLIONE. Sia benedetto Iddio che ci ha fatto giungere a tempo di +remediarci! Orsú, Gerasto caro, l'indegno atto e l'offesa che ha usata +contro te, n'è stato cagione amore; ché ben sapete che amore e ragione +mai potero apparentare insieme, e la legge d'amore è romper tutte le +leggi e non servar legge ad alcuno. Poiché amor l'ha ridotto a questo +termine, vagliaci il vostro senno e prudenza a rimediarci. Poiché cosí +è piaciuto a lui, piace ancora a noi che sia sua moglie; e credo che +non abbiate a ritrarvene a dietro, essendo mò noi de Fregosi, casa +cosí nobilissima, e tanto piú abbiamo sol questo nipote il qual sará +erede di trentamila scudi. Egli è bello tra giovani non men bella che +sia vostra figlia; e se egli ne è di foco, ella n'è di fiamma; s'egli +arde per lei, ella ne è arsa e incenerita per lui; e s'egli ha dato il +core, ella l'anima. Facciasi. + +GERASTO. Ed io poiché non posso rimediare al mio onore altrimente, è +forza che me ne contenti: io gli perdono né vo' che muoia, non perché +egli sia degno di vita--ché dovea farmela chiedere ordinariamente e +non con trappole macchiarmi l'onore;--ma lo fo per non dare a te suo +padre e a te suo zio cosí acerbo dolore che avereste della sua morte. +Orsú, diasi Cleria ad Essandro e Ersilia a Cintio, purché ne sia +contento Narticoforo: con questo patto però, che abbi tempo duo giorni +ad informarmi di voi; ché se ben all'aspetto conosco che siate di +buona qualitá e conosco che sia vero quanto dite, pur per non esser +tassato per leggiero da parenti e amici, cerco questo spazio di tempo. + +NARTICOFORO. Io mi contento e plus quam contento che sia Ersilia di +Cintio, che quella piú di Cleria io exoptava. + +GERASTO. Io ti scioglio, Carisio caro; e ponendoti tu in mio luogo, +credo che essendo onorato, come ti stimo, aresti fatto altrotanto a +me. Ma chi è quello cosí contrafatto che mi avete condotto in casa? + +PANURGO. È un piacevolissimo buffone che altro di danno non ará potuto +fare alla casa che di alcuna cosa da mangiare. Eccoci per rimediare al +tutto. + +GERASTO. Orsú, perché l'inganno avea abbagliato a tutti e ci sono +occorsi atti e parole in pregiudicio commune, si perdoni l'un l'altro. + +NARTICOFORO. Cosí si facci. + +PANURGO. Cosí si facci. + +GERASTO. La mia casa sará commune a tutti; se ben non posso onorarvi +come si conviene, supplisca dal mio canto l'affezione. Narticoforo, +mandáti a chiamar Cintio. + +NARTICOFORO. Olá, togli questa crumèna, paga l'oste, che ti dii le +valiggie, e mena teco Cintio in questa casa. + +PANURGO. Vi chieggio una grazia, Gerasto, che possa baciar mio figlio, +gli dia questa allegrezza e non lo facci piú disperare. + +GERASTO. Eccovi la chiave; quella è la stanza terrena. + +APOLLIONE. Entriamo. + + +SCENA IX. + +PANURGO, ESSANDRO, MORFEO. + + +PANURGO. Essandro, padron mio caro, come state? + +ESSANDRO. Accompagnato da una amarissima compagnia di pensieri. + +PANURGO. Non domandi di tuoi successi? + +ESSANDRO. Per allungar la speranza! Ma pur che novelle? + +PANURGO. Cattivissime, maledettevolissime. Tu sei... + +ESSANDRO. So che vuoi dire:--Misero e serbato dal Cielo a crudelissime +passioni! + +PANURGO. Gerasto n'ha scacciati di casa, dato Cleria a Cintio; e or si +fanno le nozze. + +ESSANDRO. Giá son caduto e morto! + +PANURGO. Come? + +ESSANDRO. Tu parli cortelli e lancie; la tua lingua m'ha trapassata la +gola come un pugnale. + +PANURGO. S'è inviato a dir a Sua Eccellenza; e fatto tòrre +informazione del successo, ha dato ordine che tu sii giustiziato. + +ESSANDRO. M'hai tornato vivo, che non fu mai piú cara morte, perché +d'ora innanzi arei sempre aborrita la vita. + +PANURGO. Ascolta fin al fine. + +ESSANDRO. Non posso ascoltare, perché attendo al fatto mio. + +PANURGO. Questi sono i fatti tuoi. + +ESSANDRO. I miei fatti sono annodarmi un capestro al collo e +strangolarmi. + +PANURGO, Ascolta, dico. + +ESSANDRO. Il mal cresce, la speranza è mancata, il disio è fatto +maggiore, il consiglio disperso: non ascolto piú niuno, ragiono con la +morte che sotto varie imagini mi scorre dinanzi. Giá è persa la +medicina che sola mi poteva recar salute; molte vane speranze m'han +lusingato fin qui; or pongo fine allo sperare, non ingannare piú me +stesso. + +PANURGO. Vòlgeti a me. + +ESSANDRO. Ho annodata la fune e or me l'adatto al collo. + +PANURGO. Chi t'ave imparato, il boia? + +ESSANDRO. La disperazione! Vuoi tu alcuna cosa dall'altro mondo? + +PANURGO. Sí, sí, vo' che mi porti una lettera a mio padre, che li +bacio le mani e desio saper come stia. + +ESSANDRO. M'allonghi la vita! giá salo la scala e annodo il capestro +al trave. + +PANURGO. Te terrò per i piedi, non ti farò salire. + +ESSANDRO. Scherzi con la morte non con me. Adesso mi butto. + +PANURGO. Non buttarti cosí presto. Ecco spezzato il capestro: perché +non lo tentavi prima che adoperarlo? Volemo che la fortuna s'appicchi +lei con quel capestro che apparecchiava per voi? + +ESSANDRO. Fai errore trattener la morte, con beffe, ad un misero. + +PANURGO. Allegrezza, allegrezza! + +ESSANDRO. Hai torto darmi la baia, ch'io non t'offesi, che io seppi +mai, e t'ho in luogo di padre e non di servo tenuto. + +PANURGO. La via che avevi presa per gir all'altro mondo, lasciala, e +prendi quella per gir alla casa di Cleria, che è tua moglie. + +ESSANDRO. Come moglie? + +PANURGO. In carne e ossa. + +ESSANDRO. Burli in cosa dove va la vita. + +PANURGO. È venuto Apollione tuo zio e riconosciutosi con tuo padre; +son stati d'accordo con Gerasto e ti han concessa Cleria. + +ESSANDRO. Deh, perché mi burli e aggiungi beffe a beffe? + +PANURGO. Allegrati della mia allegrezza adesso, come io mi son +allegrato della tua: ch'io ho ritrovato mio figlio. + +ESSANDRO. Chi è tuo figlio? + +PANURGO. Vieni in casa e lo saprai, ch'io non vo' tanto prolungar il +tempo che possi abbracciare e stringere la tua Cleria piú che una +tanaglia. + +ESSANDRO. Il misero non crede a nulla che di ben gli sia detto. + +PANURGO. Vieni, corri, vola e vedi il tutto vòlto in allegrezza. + +ESSANDRO. Rispondi a quanto ti domando, parla piú chiaramente il +tutto: Cleria è fatta mia? + +PANURGO. Sí. + +ESSANDRO. Gerasto m'ha perdonato? + +PANURGO. Sí. + +ESSANDRO. È venuto mio zio Apollione? + +PANURGO. Sí. + +ESSANDRO. Mio padre ancora? + +PANURGO. Sí. + +ESSANDRO. Ad ogni cosa che ti domando: sí, sí, sí. Mi tratti da +bestia, da asino. + +PANURGO. Sí, sí, sí: te l'ho detto e stradetto mille volte. + +ESSANDRO. Oh, come sí orribil tempesta si è mutata in un subito in sí +placida e tranquilla quiete! O felici miei pensieri, a che gloria +giunti sète! O felice sole, che hai apportato il piú lieto giorno per +me e ore cosí felici! + +PANURGO. Dove vai, Morfeo? + +MORFEO. A chiamar Essandro. Che tardi? tutti sono a tavola, si fa +banchetto reale, le minestre si raffreddano e non vogliono cominciar +senza te. + +ESSANDRO. Deh, perché non ho l'ali da volare, o Cleria, o mio padre, o +mio zio! + +MORFEO. Spettatori, la cosa è riuscita a miglior fine di quello che +noi speravamo e che abbiamo saputo ordinare: bisognano alcuna volta i +disordini, accioché si venghi agli ordini. E se la favola vi è +piaciuta, fate segno di allegrezza. + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La fantesca, by Giambattista Della Porta + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA FANTESCA *** + +***** This file should be named 29872-8.txt or 29872-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/2/9/8/7/29872/ + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + http://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/29872-8.zip b/29872-8.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..d964208 --- /dev/null +++ b/29872-8.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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