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diff --git a/27433-8.txt b/27433-8.txt new file mode 100644 index 0000000..a865806 --- /dev/null +++ b/27433-8.txt @@ -0,0 +1,19759 @@ +The Project Gutenberg EBook of Il Quadriregio, by Federico Frezzi + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: Il Quadriregio + +Author: Federico Frezzi + +Annotator: Enrico Filippini + +Release Date: December 7, 2008 [EBook #27433] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL QUADRIREGIO *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + SCRITTORI D'ITALIA + + F. FREZZI + + IL QUADRIREGIO + + + + + + + FEDERICO FREZZI + + IL QUADRIREGIO + + + A CURA + + DI + + ENRICO FILIPPINI + + + + + BARI + + GIUS. LATERZA & FIGLI + + TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI + + 1914 + + + + + + PROPRIETÁ LETTERARIA + + MAGGIO MCMXIV--38615 + + + + + + LIBRO PRIMO + + DEL REGNO D'AMORE + +p. 3 + + + + +CAPITOLO I + +Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse nel regno di Diana, +ove a' preghi del medesimo ferí la ninfa Filena. + + + La dea, che 'l terzo ciel volvendo move, + avea concorde seco ogni pianeto + congiunta al Sole ed al suo padre Iove. + + La sua influenza tutto 'l mondo lieto + 5 esser faceva e d'aspetto benegno, + da caldo e freddo e da venti quieto. + + E Febo il viso chiaro avea nel segno, + che fu sortito in cielo ai duo fratelli, + ond'ebbe Leda d'uovo il ventre pregno, + + 10 E tutti i prati e tutti gli arboscelli + eran fronduti, ed amorosi canti + con dolci melodie facean gli uccelli. + + E giá il cor de' giovinetti amanti + destava Amore e 'l raggio della stella, + 15 che 'l sol vagheggia or drieto ed or davanti, + + quando il mio petto di fiamma novella + acceso fu, onde angoscioso grido + ad Amor mossi con questa favella: + + --Se tu se' cosa viva, o gran Cupido, + 20 come si dice, e figlio di colei, + ch'amore accese tra Enea e Dido; + + se tu se' un del numer delli dèi, + e se tu porti le saette accese, + esaudisci alquanto i desir miei. +p. 4 + 25 I' priego te che mi facci palese + la forma tua e 'l tuo benigno aspetto, + il qual si dice ch'è tanto cortese.-- + + Appena questo priego avea io detto, + quand'egli apparve a me fresco e giocondo + 30 in un giardino, ov'io stava soletto, + + di mirto coronato el capo biondo, + in forma pueril con sí bel viso, + che mai piú bel fu visto in questo mondo. + + I' creso arei che su del paradiso + 35 fosse il suo aspetto: tanto era sovrano; + se non che, quando a lui mirai fiso, + + vidi ch'avea un arco ornato in mano, + col quale Achille ed Ercole percosse, + e mai, quando saetta, getta invano. + + 40 Sopra le vestimenta ornate e rosse + di penne tanto adorne avea duo ali, + che cosí belle mai uccel non mosse. + + Nella faretra al fianco avea gli strali + d'oro e di piombo e di doppia potenza, + 45 colli qua' fere a dèi ed a mortali. + + Quando ch'i'l vidi avanti a mia presenza, + m'inginocchiai e, come a mio signore, + li feci onore e fe'li riverenza, + + dicendo a lui:--O gentilesco Amore, + 50 se a venire al priego mio se' mosso, + colla tua forza e col tuo gran valore + + aiuta me, il quale hai sí percosso + e sí infiammato col tuo sacro foco, + ch'io, lasso me! piú sofferir non posso.-- + + 55 Allor rispose, sorridendo un poco: + --Dall'alto seggio mio i' son venuto + mosso a piatá del tuo piatoso invoco. + + Degno è ch'io ti soccorra e diati aiuto, + da che ferventemente tu mi chiame, + 60 e ch'io sovvenga al cor, ch'i' ho feruto. +p. 5 + Sappi che in oriente è un reame + tra lochi inculti e tra ombrosi boschi, + ch'è pien di ninfe d'amorose dame. + + E quelle selve e quelli lochi foschi + 65 son governati dalla dea Diana, + la qual voglio che veggi e la conoschi. + + E benché sia la via molto lontana + e sia scogliosa e sia di molta asprezza, + io la farò parer soave e piana. + + 70 Io son l'Amor, che dono ogni fortezza + ne' gravi affanni e, mentre altrui affatico, + gli fo la pena portar con dolcezza. + + In questo regno, del quale io ti dico, + è una ninfa chiamata Filena + 75 con bell'aspetto e con volto pudico. + + La selva è ben di mille ninfe piena; + ma dea Diana, quando va alla caccia, + piú presso questa che null'altra mena. + + Costei sí bella e con pudica faccia + 80 io ferirò per te d'un dardo d'oro, + quantunque io creda che a Diana spiaccia. + + Tu vedra' delle ninfe il sacro coro + insieme con Diana lor maestra, + e belle sí, ch'i', Amor, me n'innamoro. + + 85 E portan l'arco fier nella sinestra, + ed al comando della lor signora + cacciando van per la contrada alpestra. + + --O dio Cupido, tanto m'innamora, + --risposi a lui--il ben che m'hai promesso, + 90 che al venire mi pare un anno ogn'ora.-- + + Allor si mosse, ed io andai con esso; + alfin venimmo per la lunga via + in un boschetto, ch'avea un piano appresso. + + La dea Diana a caso fatta avía + 95 una gran caccia e dalla parte opposta + con piú di mille ninfe in giú venía. +p. 6 + E discendeano al pian su d'una costa + inverso una fontana d'acqua pura, + qual era in mezzo della valle posta, + + 100 non fatta ad arte, ma sol per natura; + ed era d'acqua chiara e sí abbondante, + che un fiumicel facea 'n quella pianura. + + E poi ch'al fonte funno tutte quante, + corseno a rinfrescarsi alle chiare onde, + 105 ponendo in elle le mani e le piante. + + Ed alcun'altre stavan su le sponde + del fiumicello; e delli fiori còlti + facean grillande alle sue trecce bionde. + + Ed alcun'altre specchiavan lor volti + 110 nelle chiare acque, ed altre su pel prato + givan danzando per que' lochi incolti. + + Cupido, ed io con lui, stava in aguato + dentro al boschetto, e ben vedevam quelle, + ed elle noi non vedean d'alcun lato. + + 115 Poscia ben cento di quelle donzelle + sciolson le trecce della lor regina, + le trecce bionde mai viste sí belle. + + Sí come tra' vapor, su la mattina, + ne mostra i suoi capelli il chiaro Apollo, + 120 e nella sera quando al mar dechina; + + cosí Diana avea capelli al collo, + cosí splendea ed era bella tanto, + che a vagheggiarla mai l'occhio è satollo. + + E poi ch'ell'ebbon fatta festa alquanto, + 125 tennon silenzio tutte, se non due, + che alla sua loda comincionno un canto. + + Delle due cantatrici l'una fue + Filena bella, che m'avea promessa + il dolce Amor con le parole sue. + + 130 E quando egli mi disse:--Quella è essa,-- + pensa s'io m'infiammai, che la speranza + tanto piú accende quanto piú s'appressa. +p. 7 + Ond'io all'Amor:--Se quella a me per 'manza + hai conceduta, percuoti col dardo + 135 costei, che in beltá ogn'altra avanza. + + Ahi quanto piace a me quando la sguardo! + E cosa desiata, se si aspetta, + tanto piú affligge quanto piú vien tardo.-- + + Allor Cupido scelse una saetta + 140 ed infocolla e posela nell'arco + per saettare a quella giovinetta. + + E come cacciator si pone al varco + tacito e lieto, aspettando la fera, + e sta in aguato col balestro carco; + + 145 tal fe' Cupido e la saetta fiera + poscia scoccò, e, inver' Filena mossa, + il manto sol toccò lenta e leggera. + + Quando le ninfe sentir la percossa + e nostra insidia a lor fu manifesta, + 150 tutte fuggir con tutta la lor possa. + + Sí come i cervi fan nella foresta, + quando sono assaliti, o' capriuoli, + se cani o altra fera li molesta, + + che vanno a schiera, e alcun dispersi e soli, + 155 e per paura corron tanto forte, + che pare a chi li vede ch'ognun voli; + + cosí le ninfe timidette e smorte + fuggiro insieme, ed alcuna smarrita, + quando si furon di Cupido accorte. + + 160 Filena bella non sería fuggita, + se non che la sua dea la man gli porse: + tanto pel colpo ell'era sbegottita. + + L'Amore, ed io con lui, al fonte corse, + dove le sacre ninfe eran sedute, + 165 quando la polsa insino a lor trascorse. + + Io non trovai se non ch'eran cadute + alle due cantatrici le grillande + de' belli fior, che in testa avieno avute. +p. 8 + Però a Cupido dissi:--Ov'è la grande + 170 virtú dell'arco tuo, che tanto puote? + E 'l fuoco ov'è, che tanto incendio spande? + + Se l'arco tuo giammai invan percuote, + perché ingannato m'hai colle promesse, + che m'han condutto in le selve remote?-- + + 175 Non potei far che questo io non dicesse + col volto irato, e piú mi mosse ad ira + che del mio scorno parve ch'ei ridesse. + + Poscia rispose:--Ov'io posi la mira, + quivi percossi, e quivi il colpo giunse + 180 dell'arco mio, che mai invan si tira.-- + + E quel che segue, col parlar, soggiunse. + + +p. 9 + + + + +CAPITOLO II + +Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno può far +resistenza a lui ed alle sue saette. + + + --Né ciel, né mar, né aer mai, né terra + potêro al foco mio far resistenza, + né all'arco dur, che mai ferendo egli erra. + + Dall'alta sede della sua eccellenza + 5 fatt'ho discender piú fiate Iove + colle saette della mia potenza. + + E lui mutai in cigno ed anco in bove, + ed in altre figur bugiarde e false, + senza mostrar le mie ultime prove. + + 10 Nettunno freddo in mar tra l'acque salse + accese tanto il mio fuoco sacrato, + che l'Oceáno estinguer non gli valse. + + Ma come fortemente innamorato + della fiera Medusa, che a lui piacque, + 15 e di cui 'l viso tanto gli fu grato, + + gridava:--Io ardo tra le gelid'acque;-- + perché ammortar non potea in sé l'ardore + mercé chiamando, a me soggetto giacque. + + Pluton d'inferno, ove non fu ma' amore, + 20 infiammai tanto col mio caldo foco, + che 'l feci innamorar col mio valore. + + Proserpina, che stava in balli e gioco, + fei che rapío e feila far regina + del tristo inferno e dell'opaco loco. + + 25 A Febo l'arte della medicina + niente valse contra l'arco mio, + né sapienza, né virtú divina; +p. 10 + ché, bench' e' fosse saggio e fosse dio, + correndo il feci andar dietro a colei, + 30 la qual nel bello allòr si convertío. + + Ahi quanti sono stati quelli dèi, + ch'i' ho feriti, e quante le persone, + ch'i' ho domate con li dardi miei! + + Ercole forte, che vinse il lione + 35 e che all'idra sette teste estinse, + Cerbero prese e mozzòe Gerione; + + in scambio della spada poi si cinse + la rocca e 'l fuso per la bella Iole: + tanto la fiamma e mia saetta il vinse. + + 40 Per piú piacer, di fiori e di viole, + esperta all'elmo, adornava sua testa, + come dalle donzelle far si suole. + + Tosto vedrai e tosto manifesta + sará a te in effetto la percossa, + 45 ch'io fe' a Filena al sommo della vesta, + + che gli ha passato giá la carne e l'ossa; + è giá intrato il caldo alle midolle + e giunto al core, ov'egli ha maggior possa.-- + + E poi mi fe' sguardar su verso il colle + 50 ad una naida, che venia alla 'ngiúe, + alla quale io parlai com'ello volle; + + ché quando insino a noi venuta fue, + la domandai:--Perché a quest'acqua amena + venuta se'? E, dimmi, chi se' tue? + + 55 --Una ninfa gentil ditta Filena + smarrita ha qui una bella grillanda + --rispose quella--e di questo ha gran pena. + + E perché io la ritrovi ella mi manda, + e disse a me:--Io vidi un giovinetto, + 60 che corse lí, e però ne 'l dimanda.-- + + Ed anco d'altre cose ella m'ha detto: + saresti tu colui, che loda tanto, + che parve a lei di sí benigno aspetto?-- +p. 11 + Cupido inver' di me sorrise alquanto, + 65 quasi dicendo:--Or vedi la promessa + e la percossa, ch'io gli diei sul manto.-- + + E come chi da compagni si cessa, + perché parlar vuol tacito e quieto, + mi cessai solo per parlar con essa. + + 70 --Naida mia--diss'io,--or mi fa' lieto: + dimmi dov'è Filena, se tu 'l sai, + e se tu hai da lei alcun segreto. + + --Rifa chiamata sono e seguitai + --rispose quella--giá la dea Diana, + 75 e fui nel suo cospetto accetta assai. + + Ma una volta in una parte strana + fece una caccia in uno aspro paese, + ed io cacciando andai molto lontana. + + Trovai un centauro, e per forza mi prese: + 80 oh lassa me, ch'i' non ebbi potere + contra sua forza usar le mie difese! + + Però Diana non vuol sostenere + ch'io vada piú con lei, ed hammi posta + che in guardia un fiumicel debba tenere. + + 85 Io era lí, di lá dall'altra costa, + quando le ninfe con la smorta faccia + vidi fuggire, e nulla facean sosta, + + sí come cervi che son messi in caccia, + quando dietro il lion va seguitando, + 90 o altra fiera fuggendo l'impaccia. + + Ed io della cagion facea 'l domando + del fuggir loro, e Diana non vòlse + darme risposta insino allora quando + + tutte le ninfe sue ella raccolse. + 95 Allor mi disse:--Qui mi fa fuggire + Cupido falso e sue infocate polse. + + Ma io farò querela al sommo sire, + ché 'l regno mio piú volte a tradimento + con falsitá venuto egli è a assalire.-- +p. 12 + 100 Poi cercò tutte e solo il vestimento + trovò a Filena, ch'era alquanto acceso, + il qual con l'acqua crese avere spento. + + Ma giá quel foco sacro era disceso + dentro nel sangue, sí come s'accende + 105 un picciol foco nella stoppa appreso. + + Il dí seguente, quando il sol risplende, + Diana prese le saette cónte; + ed ogni ninfa ancor suo arco prende, + + però che seppon che di lá dal monte + 110 era di cervi venuta una schiera + a beverarsi ad una bella fonte. + + Filena non andò, ma rimasta era, + ché di non poter ir prese la scusa + ancor pel colpo della polsa fiera. + + 115 E per la fiamma, ch'ella avea rinchiusa + drento nel cor, faceva la donzella + come un ferito cervio di fare usa, + + il qual non trova loco; e cosí ella + or si adornava di fioretti belli + 120 la testa sua, come sposa novella, + + or sospirava ed or li suoi capelli + mostrava al sole e gli occhi, duo zaffiri, + poscia specchiava ne' chiar fiumicelli. + + Per tanti segni e per tanti sospiri + 125 io, ch'era giá di queste cose esperta, + conobbi dell'amor li gran martíri. + + --Dimmi, Filena, e non tener coperta + la fiamma tua:--chiamandola da parte:-- + per tanti segni--dissi--io ne son certa.-- + + 130 Rispose dopo assai lagrime sparte: + --Ahi lassa me! Amor d'un dardo d'oro + ferita m'ha con forza e con sua arte. + + Però non ho seguito il sacro coro + di mie sorelle, sol perché m'aiuti: + 135 se non mi aiuti, o Rifa, oimè ch'io moro!-- +p. 13 + Poscia che i suo' martíri ebbi saputi, + venni per aiutarla e son discesa + non per grillanda o per fiori perduti.-- + + Quando quest'ambasciata io ebbi intesa, + 140 risponder voleva io:--La mente mia + è piú di lei ch'ella di me accesa;-- + + se non che quella naida n'andó via, + ed in poc'ora trascorse il viaggio + insino al loco ond'ella venne pria. + + 145 Ond'io all'Amor:--Se se' possente e saggio, + ora il vegg'io e priego, a me perdona, + se del tuo arco dissi mai oltraggio.-- + + Tempo era quasi presso in su la nona, + ed io pregava che andassimo ratto, + 150 colui che a gir ratto ogni altro sprona, + + dicendo:--Quando è l'ora, è il tempo adatto; + se poi s'indugia e perdesi quel punto, + spesse volte l'effetto non vien fatto.-- + + Poscia ch'io fui all'altro colle giunto, + 155 vidi Filena lá dal fiumicello, + di cui l'Amor m'avea il cor trapunto. + + Di fiori adorno avea lo capo bello; + e perché il fiume correa giuso al basso, + però discesi ed appressaime ad ello. + + 160 Quando per gire a lei io movea il passo + per entro il fiume, udii sonare un corno, + il qual mi tolse allora ogni mio spasso. + + Filena disse:--La dea fa ritorno; + oimè, fuggi via tosto;--e poi levosse + 165 i fior, de' quali il capo avea adorno. + + Ed incontra alle ninfe ella si mosse, + le qua' tornavan liete con le prede; + ed indi anche Cupido me rimosse, + + dicendo a me:--Se Diana ti vede, + 170 come Acteon, quando da lei fu visto, + trasmutar ti fará da capo a piede.-- +p. 14 + Come colui che crede fare acquisto + di quel che piú desia, e viengli invano, + cosí io me scornai e feime tristo. + + 175 E lagrimando ingavicchiai la mano, + e risguardava la nobile 'manza + da un boschetto non molto lontano. + + Oh credula anco e fallace speranza, + confortatrice all'uom nelle gran pene, + 180 che, mentre perdi, acquistar hai fidanza! + + Ancor nel core mi dicea la spene: + --Anco avverrá che Filena rimagna, + se a Diana partir gli conviene.-- + + Poi volle andar la dea alla montagna; + e per non gire, io credo, mille prece + 185 fece Filena e Rifa sua compagna. + + Ella non assentí, ma gir le fece + amendue seco, e Filena lo sguardo + volse a me, andando, volte piú di diece; + + e, mentre andava in su, mi gittò un dardo. + + +p. 15 + + + + +CAPITOLO III + +L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena, +che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta. + + + Il dardo, che gittò, da me si colse, + che, quando il balestrò, venne sí ritto + e tanto appresso a me quant'ella vòlse. + + «Io amo te--occulto ivi era scritto:-- + 5 l'Amor, che ferí Febo di Parnaso, + ferito m'ha li panni e 'l cor trafitto». + + Cupido a me:--Per me non è rimaso + che tu non abbi avuto il tuo desire; + ma questo impedimento è stato a caso. + + 10 Cercando omai per lei ti convien gire.-- + E quando io a lui rispondere volía, + fuggí volando e non mi volle udire. + + --O falso Amor--diss'io,--o scorta mia, + perché mi lassi? or dove prendi il volo? + 15 perché mi lassi senza compagnia?-- + + Vedendomi rimaso cosí solo, + passai il fiume insino all'altra banda + e fui sul prato e su quel verde suolo, + + ov'io vidi Filena lieta e blanda, + 20 quando coll'occhio mi soffiò nel foco, + che amore accende e che Cupido manda. + + E sospirando dissi:--Oh dolce loco, + mentre Filena vi tenne le piante!-- + E poscia che 'l basciai e piansi un poco, + + 25 per la via ch'ell'er'ita, andai su avante, + cercando tutti i balzi ed ogni valle + e scogli e schegge intorno tutte quante. +p. 16 + E giá Atalante dietro le sue spalle + posto avea Febo e facea il giorno nero; + 30 ed io pur oltre per lo duro calle, + + senza riposo; e solo avea il pensiero + a ritrovarla per la selva oscura, + piena di spine senz'alcun sentiero. + + Se sol di notte non avea paura, + 35 Amor è quel che da fortezza altrui + nelle fatiche e l'animo assicura. + + Tra l'aspre selve e tra li boschi bui + tutta la notte andai cercando intorno + insin che in un vallon venuto fui. + + 40 E quasi su nel cominciar del giorno + trovai un mostro, maladetta fera, + coll'arco in mano, e avea al petto un corno. + + Il petto e 'l volto suo tutto d'uomo era, + il dosso avea caprin fino alla coda, + 45 con quattro piedi e colla pelle nera. + + Un satiro era questo pien di froda: + e satir detti son malvagi e falsi, + che fanno inganni con lusinghe e loda. + + E fauni ancora stan tra quelli balsi + 50 ed hanno umani i petti ed anco i volti; + l'altro è bovino, e vanno nudi e scalsi. + + E semicervi ancora vi son molti, + ingannatori ed animal perversi, + pur ch'altri con lor usi e che gli ascolti. + + 55 Dal satir, che scontrai, con dolci versi + sí lusingato fui e sí sottratto, + che tutto il mio amor gli discopersi. + + Ché quando vidi un mostro cosí fatto, + in man per mia difesa presi il dardo, + 60 che la bella Filena a me avíe tratto. + + Ed egli il riconobbe al primo sguardo + ch'io l'avea dalla ninfa di Diana; + onde parlò come falso e bugiardo: +p. 17 + --Onde vien' tu in questa selva strana? + 65 Di', che ti move e, dimmi, qual è il fine, + pel qual tu vai per questa via lontana?-- + + Ed io a lui:--Tra cespi e dure spine + smarrito vo, ed or son qui venuto + come chi va, né sa dove cammine. + + 70 Ma tu, che se' mezz'uomo e mezzo bruto, + mi fai maravegliar quando io ti guato, + ché sí fatto uom non fu giammai veduto. + + --Io fui pur uom--rispose--innamorato + di dea Diana, e vagheggiaila ognora, + 75 e da lei 'n questa forma fui mutato; + + ch'ella pregò lo dio, ch'altru' innamora, + che a ciò rimediasse, e me percosse + del dardo ch'è di piombo e disamora. + + Questo ogni amor mi tolse e via rimosse; + 80 e però quella dea a me permette + ch'i' possa gire a lei unque ella fosse. + + Insieme vo con le sue giovinette + fra questi monti, insieme con lor coglio + li fior, che stanno in su le verdi erbette. + + 85 A chiunque è innamorato anche ho cordoglio, + che ricordo le pene, ch'io provai + del falso Amor, del quale ancor mi doglio. + + E se tu mi dirai dove tu vai, + forse t'aiuterò, se mi richiedi + 90 e se sei saggio e secreto il terrai.-- + + O vano amor, oh quanto ratto credi + quel che vorresti! Alle parole udite + ed al modo del dir fede gli diedi. + + Ed io a lui:--Per queste vie smarrite + 95 cercando vo le ninfe, ov'elle stanno: + prego, se 'l sai, me diche ove son ite.-- + + Rispose ancor con falsitá ed inganno: + --Elle sonno ite in un lontan paese, + al qual non potrest'ir per grave aflanno. +p. 18 + 100 Ma, se tu ami, perché nol palese + a me, che sai che ho provato l'arme + del fier Cupido e le saette accese? + + --Satiro mio--diss'io,--se puoi aitarme, + io te 'l dirò, se prima tu mi giuri + 105 tener credenza e ch'io possa fidarme. + + --Perché non di', perché non t'assecuri? + --rispose il falso.--Or non sai tu che io + di piombo e d'òr sentito ho i dardi duri? + + Io ti prometto e giuro innanzi a Dio + 110 di tenerti secreto e d'aiutarte + e conducer la ninfa al tuo desio.-- + + Cosí mi disse con malizia ed arte; + ond'io m'apersi e dissi con gran pena: + --Vo cercando una ninfa in ogni parte, + + 115 bella e gentile, chiamata Filena; + per ritrovarla entrai per questo bosco; + la sua beltá dirieto a lei mi mena. + + Tra questi spin, che son piú amar che tòsco, + soletto per parlargli io mi son messo, + 120 ché piú piacente cosa io non conosco. + + --Ed io farò--diss'ei--quel ch'i' ho promesso; + ch'io anderò co' mie' veloci piei + ove la ninfa sta molto da cesso. + + Ma perché essa creda a' detti miei, + 125 il dardo, che hai in man, mi dá' per segno, + perché segretamente il mostri a lei. + + Con mie parole e mio usato ingegno + farò ch'ella verrá in un bosco sola, + e tu girai a lei quand'i' rivegno.-- + + 130 Io gli die' 'l dardo per questa parola, + ed ei ghignò alquanto e poi saltando + andò veloce come uccel che vola. + + Forse sei ore avea aspettato, quando + io vidi Rifa mia fida messaggia, + 135 e quando a lei fui presso, io la domando: +p. 19 + --Dov'è Filena bella, onesta e saggia? + Per lei cercato ho il bosco in ogni canto, + e gito in ogni scheggia, in ogni piaggia.-- + + Ella rispose con singolti e pianto: + 140 --Piú non appar la misera tapina; + come tu contra lei errato hai tanto? + + Quella biforme bestia, ch'è caprina, + dianzi venne a noi, correndo in fretta, + 'nanti alle ninfe ed alla lor regina, + + 145 e mostrò lor lo dardo over saetta, + che balestrò Filena a te dal monte, + e la scrittura «Io t'amo» è tutta letta. + + Per la vergogna ella abbassò la fronte, + e dea Diana, a grand'ira commota + 150 contra Filena, stante a braccia gionte, + + gli die' dell'arco in testa e nella gota; + e poiché l'ebbe dispogliata nuda, + disse alle ninfe:--Ognuna la percota.-- + + Allor ciascuna verso lei fu cruda. + 155 Ridea colui che fatto avie l'accusa, + quel reo biforme maladetto Iuda. + + Poscia cosí spogliata e sí confusa + ad una quercia grande fu congiunta, + che sempre debba stare ivi rinchiusa. + + 160 E quivi vive e sta quasi defunta; + e mille volte fu percossa ancora + drento alla pianta; e quando ella è trapunta, + + ad ogni colpo n'esce il sangue fuora + e l'arbor bagna; e quando il colpo giunge, + 165 grida piangendo:--Omè, omè, m'accora!-- + + Udito io questo, ambe le mani e l'ugne + mi diedi al volto e tenni basso il viso + e non parlai, che il gran dolor, che pugne, + + parlar non lassa, quand'ha 'l cor conquiso. + 170 Poscia, sfogati gli occhi lagrimosi, + con voce fioca e col parlar preciso, + + sí come or seguirá, io gli risposi. + + +p. 20 + + + + +CAPITOLO IV + +Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa +di piú bella ninfa fattagli da Cupido. + + + --Oimè, oimè, o Rifa mia fedele, + come ha permesso la fortuna e Dio + che sia avvenuto un caso sí crudele? + + Trovai quel mostro maladetto e rio + 5 nella boscaglia in sul levar del sole; + ed e' mi domandò del cammin mio. + + Oh lasso me! con sue dolci parole + ei m'ha tradito: or vada, ch'io nol giunga + e non l'occida, a lunge quanto vuole.-- + + 10 Driada disse:--Il falso è sí alla lunga, + che 'nvan per queste selve t'affatichi + che mai per te insino a lui s'aggiunga. + + --O Rifa mia, io prego che mi dichi + dov'è la quercia, dove sta unita + 15 Filena mia coi begli occhi pudichi, + + e, da che io non gli parlai in vita, + la vegga morta e le mie braccia avvolti + a quella pianta, dove sta impedita.-- + + Mossesi allor con pianti e con singolti, + 20 ed io con lei per l'aspero cammino + di quelli boschi e di que' lochi incolti, + + insin che giunsi all'arbore tapino; + non alto giá, ma era lato tanto, + quanto in la selva è lato un alto pino. + + 25 Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto, + e dissi:--O ninfa mia, prego, se pui, + prego che mi rispondi e parli alquanto. +p. 21 + Oh lasso me! ché a te cagione io fui + di questa morte; ché quel traditore + 30 nefando mostro ha tradito amendui. + + Alli miei prieghi ti ferí l'Amore + dell'infelice colpo alla gonnella, + che passò tanto acceso poi nel core. + + Prego, perdona a me, Filena bella: + 35 perché non parli? perché non rispondi? + Prego, se puoi, alquanto a me favella. + + Questa novella pianta e queste frondi + e questi rami io credo che sian fatti + delli tuoi membri e tuoi capelli biondi.-- + + 40 Poiché mille sospiri io ebbi tratti + e mille volte e piú la chiama' invano + con pianti e voci ed amorosi atti, + + a quelle frasche stesi sú la mano + e della vetta un ramuscel ne colsi: + 45 allora ella gridò:--Oimè! fa' piano.-- + + E sangue vivo uscí, ond'io el tolsi, + sí come quando egli esce d'una vena; + ond'io raddoppiai il pianto e sí mi dolsi: + + --Perdona a me, perdona a me, Filena.-- + 50 Poi maladissi il falso dio Cupido, + che lei e me condotto avea a tal pena, + + dicendo:--Se piú mai di lui mi fido, + perir poss'io, e se al suo consiglio, + seguendo il passo suo, mai piú mi guido.-- + + 55 Quando questo io dicea, con lieto ciglio + Cupido apparve con bel vestimento + broccato ad oro nel campo vermiglio; + + e disse a me:--Perché questo lamento + di me fai tu? Non è la colpa mia, + 60 se altri a te ha fatto tradimento. + + Anche è stato tuo error e tua follia, + da che tu rivelasti il tuo secreto + al mostro, che trovasti nella via. +p. 22 + Pon' fin omai, pon' fin a tanto fleto, + 65 ché d'altra ninfa di maggiore stima, + se mi vorrai seguir, ti farò lieto.-- + + Ed io, mirando l'arbore alla cima, + dissi:--Piú bella non fu mai veduta; + questa l'ultima sia, che fu la prima.-- + + 70 Ed egli a me:--Della cosa perduta + non curar piú; e tanto ti sia duro, + quanto se mai tu non l'avessi avuta.-- + + Ed io dicendo pur:--Venir non curo,-- + della faretra fuor un dardo trasse, + 75 ch'era di piombo pallido ed oscuro, + + e parve ch'e' nel petto me 'l gittasse; + e perché quello fa che amor si sfaccia, + fece che piú Filena io non amasse. + + Allor risposi a lui con lieta faccia: + 80 --Voglio venire e voglio seguitarte + ed esser presto a ciò che vuoi ch'io faccia.-- + + Ed egli disse:--Qua a destra parte + sta una valle tra la gran foresta, + che diece miglia di qui si diparte. + + 85 Lí debbe dea Diana far la festa + per la sua madre, come fa ogni anno, + e la dea Iuno a venirvi ha richiesta, + + sí ch'ella e le sue ninfe vi verranno, + che son sí belle, che, a rispetto a quelle, + 90 queste di Diana silvestre parranno. + + Tu vederai venir quelle donzelle + tutte vaghette, adorne ed amorose, + incoronate di splendenti stelle.-- + + E poi si mosse tra le vie spinose, + 95 tanto ch'e' mi condusse su nel monte, + ond'io vedea la valle, e lí mi pose. + + In mezzo la pianura era una fonte + sí piena d'acqua, che n'usciva un rivo, + nel qual le ninfe si specchian la fronte. +p. 23 + 100 E 'n mezzo la pianura, ch'io descrivo, + era una quercia smisurata e grande + e sempre verde quanto verde olivo; + + e li suo' rami in quella valle spande, + li quai son tutti di rosso corallo, + 105 ed ha zaffiri in loco delle giande. + + E tutto il fusto è come un chiar cristallo, + e sotto terra ha tutte sue radice, + come si crede, del piú fin metallo. + + Per farlo adorno e mostrarlo felice + 110 vi cantan tra le fronde mille uccelli, + e lodi di Diana ciascun dice. + + Sul verde prato tra' fioretti belli + vidi migliaia di ninfe ire a spasso + con le grillande in sui biondi capelli: + + 115 e per le coste giú scendere abbasso + fauni vidi e satiri e silvani, + che alla festa al pian movean il passo. + + Dietro son bestie ed hanno visi umani; + e son chiamati dèi di quelli monti + 120 e di quegli alpi sí scogliosi e strani. + + E naide v'eran le dèe delle fonti, + e driadi v'eran le dèe delle piante, + che hanno i membri agli arbori congionti. + + Con le grillande vennon tutte quante + 125 giú nella valle a far festa a Diana; + e poi che funno a lei venute avante, + + s'enginocchioron su la valle piana; + e fengli offerta sí come a signora, + e cantando dicean:--O dea sovrana, + + 130 benedetta sii tu in ciascun'ora, + e benedetti li fonti e li boschi, + dentro alli quai tua deitá dimora. + + Le fère venenose e c'hanno toschi + non vengan nelli lochi dove stai, + 135 né cosa, che dispiaccia, mai conoschi. +p. 24 + Tu facesti smembrar con doglie e guai + il trasmutato in cervio Atteone + con la potenzia grande, che tu hai; + + ché delle ninfe le nude persone + 140 corse a vedere tra le chiarite acque, + benché fortuna ne fosse cagione. + + Ippolito gentil, quando a te piacque, + tornar facesti in vita dalla morte + con quelle membra, con le quali ei nacque.-- + + 145 E quando ell'ebbon lor offerte pórte, + anco alle ninfe fenno riverenza, + sí come a servi principal di corte. + + E dilungate dalla lor presenza + tennono nella valle estremo loco, + 150 come conviensi a lor bassa semenza. + + Giá era il tempo che la festa e 'l gioco + far si dovea e Diana fe' segno + a due sue ninfe, a lei distanti poco, + + che chiamasser Iunon dall'alto regno, + 155 che scendesse alla festa omai a sua posta + col coro delle ninfe alto e benegno. + + Come fa 'n cor colui, al qual è imposta + l'antifona per dir, che prima inchina, + poi a cantar la voce tien disposta; + + 160 cosí fên quelle due a sua regina, + che s'inchinonno prima al suo comando, + poi, tenendo la faccia al ciel supina, + + encomincionno a dir cosí cantando. + + +p. 25 + + + + +CAPITOLO V + +Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana. + + + --O regina del cielo, o alta Iuno, + moglie e sorella del superno Iove, + che l'aer rassereni e failo bruno, + + Diana prega te che venghi dove + 5 ella fa festa e con le belle dame + del nobil regno tuo qui ti ritrove. + + Il nostro dir, benché da lungi chiame, + noi sappiam ben che l'odi dall'altezza + del monte Olimpo, dov'è il tuo reame.-- + + 10 Queste parole con tanta dolcezza + cantôn due ninfe, Pallia e Lisbena, + ch'anco, quando il ricordo, io n'ho vaghezza. + + Né mai cantò sí ben la Filomena, + né per addormentare in mar Ulisse + 15 cantò sí dolcemente la Sirena. + + Iuno, per dimostrar ch'ella l'udisse, + mandò un lustro e sin a lor discese + come balen che subito venisse. + + Le ninfe di Diana inver'il paese, + 20 onde venne quel lustro, stavan vòlte, + con gli occhi rimirando e stando intese. + + Ed ecco come il raggio spesse volte + pare una via, che 'nsino a terra cada + fuor delle nubi, ove non son sí folte, + + 25 cosí da alto ingiú si fe' una strada + dal loco, onde Iunon dovea venire, + lucida e stesa insin quella contrada. +p. 26 + Poi, come il chiaro Febo suol uscire + fuori dell'orizzonte la mattina, + 30 cosí vidi io per la strada apparire + + un nobil carro, e suso una regina + con corona di stelle e sí splendente, + come tra li mortal cosa divina. + + E quanto piú e piú venía presente + 35 agli occhi miei, tanto parea piú adorno, + maraviglioso il carro e piú eccellente. + + E mille ninfe avea intorno intorno + con corone di stelle in su la testa, + lucenti al sole ancor nel mezzogiorno. + + 40 E d'oro e celestina avean la vesta, + e cantando dicíen:--Viva Iunone!-- + con suoni, balli, gioia e con gran festa. + + Il carro ad ogni rota avea un grifone, + pappagalli e pavon con belle penne + 45 intorno e sopra; e tre 'n ogni cantone. + + Poscia che 'l plaustro giú nel pian pervenne, + Diana il carro suo fe' venir anco, + che gran bellezza ancora in sé contenne, + + di drappi adorno e d'ogni uccello bianco: + 50 mai vide Roma carro trionfante, + quant'era questo bel, né vedrá unquanco. + + Con piú di mille ninfe a lei davante + ella si mosse incontra a fare onore + alla regina, moglie al gran Tonante. + + 55 E poiché fu ballato ben due ore, + le ninfe di Iunon l'altre invitâro + a voler concertar con lor valore, + + dicendo:--Acciò che ben si mostri chiaro + chi usa meglio l'arco o voi o noi, + 60 se a voi piace, a noi anco sia caro. + + Di vostre ninfe due eleggete voi; + e noi due altre; e chi trarrá piú dritto, + da dea Iunon sia coronata poi.-- +p. 27 + Alle dèe piacque cosí fatto ditto; + 65 e dea Diana una corona pose + nell'aer alta a lor per segno fitto, + + fatta di fiori e pietre preziose. + Per parte di Iunon, celeste dea, + vennono due ardite e valorose. + + 70 Una fu Ursenna e l'altra fu Lippea, + a me promessa, bella giovinetta; + ma che foss'ella, io ancora nol sapea. + + A lei diede Iunone una saetta + e l'arco eburneo bello ed inorato: + 75 tanto era grata a lei e tanto accetta. + + A campo incontra uscîr dall'altro lato + Lisbena e Pallia; e queste due son quelle, + che, 'nvitando Iunone, avean cantato. + + E patto fên tra lor quelle donzelle + 80 di trar tre volte; e chi piú ritto manda, + dé' coronarsi le sue trecce belle. + + Pallia trasse prima alla grillanda, + coll'arco dirizzando a lei lo strale; + ma ello dechinò a destra banda. + + 85 Poi trasse Ursenna; e ferío altrettale, + sí che fu giudicato d'este due + che fosse il colpo loro ognuno eguale. + + Lisbena a saettar la terza fue + e die' sí ritto, che quasi toccata + 90 fu la grillanda nelle frondi sue. + + Lippea trasse la quarta fiata + e ritto tanto, che toccò una fronde, + che cadde in terra dal colpo levata. + + Le sue compagne si fenno gioconde, + 95 perché credetton che dentro passasse; + ma spesso il fatto al creder non risponde. + + Pallia poi un'altra volta trasse, + prima pregando la sua dea Diana + che 'l dardo alla corona dirizzasse. +p. 28 + 100 Ma la saetta tratta andò lontana + dalla grillanda forse quattro dita, + sí che la prece e la spene fu vana. + + Lippea bella giá s'era ammannita, + e, dopo lei, col suo duro arco scocca + 105 una saetta leggiadra e polita. + + Da lei fu un poco la grillanda tócca, + non dalla punta, ma sol dalla penna, + c'ha la saetta appresso della cocca. + + E, dopo questa poscia, trasse Ursenna, + 110 Lisbena poi; e giá secondo il patto + due volte ognuna avea tratto a vicenna. + + Ognuna ancora avea a fare un tratto; + e Pallia pria, per aver la corona, + vòlta a Diana con riverente atto + + 115 disse:--Se mai, o dea, la mia persona + servito ha te con arco e con faretra, + a questo colpo la grillanda dona.-- + + Poscia a misura, come un geomètra, + nella corona sí forte percosse, + 120 che ne fe' d'ella sbalzare una pietra. + + Nel centro avrebbe dato, se non fosse + che Iuno in quella fe' venire un vento, + che 'l dardo alquanto dal segno rimosse. + + Ursenna, lieta d'esto impedimento, + 125 prese la mira per voler poi trare, + col core e con lo sguardo ben attento. + + Non die' nel mezzo, ov'ella credea dare; + ma la toccò e commossela alquanto, + ma non però che la fêsse voltare. + + 130 Ora in due era omai rimaso il vanto + della battaglia e della gran contesa; + e queste eran pregate da ogni canto. + + --Fa', o Lisbena, che vinchi l'impresa + e getta sí, che non abbiam vergogna, + 135 con l'arco al segno e con la mente intesa. +p. 29 + --Soccorri, o dea Diana, or che bisogna + --disse Lisbena,--e se lo mio quadrello + tu fai che dentro alla grillanda io pogna, + + offerta farò a te d'un bianco agnello, + 140 di bianchi gigli e bianchi fior coperto, + e d'un bel cervio a Febo tuo fratello. + + Egli è signor e dio e mastro esperto + di trar con l'arco: egli ferí Fetonte, + il quale un gran paese avea deserto.-- + + 145 Lippea ancora al ciel con le man gionte + a dio Cupido insú alzava il volto, + che stava meco ascosto a piè del monte. + + --Derizza il dardo mio, ti priego molto, + o dio d'amor, sí come tu percoti + 150 col dardo che nel cor a tanti è còlto.-- + + Poich'ebbon fatti molti e grandi voti + e che pregato avean con gran desire, + mostrando gli atti e' sembianti devoti, + + trasse Lisbena, a cui toccò il ferire; + 155 e 'l dardo dentro alla grillanda colse + in un de' lati e torta la fe' gire. + + In quel che la corona si rivolse, + gittò Lippea nella circonferenza; + e 'l dardo trapassolla e lí si folse. + + 160 Ora tra lor comincia grande intenza, + ché l'una e l'altra la grillanda vuole, + credendo ognuna aver giusta sentenza; + + e diceano a Diana este parole. + + +p. 30 + + + + +CAPITOLO VI + +Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda +tra Lisbena e Lippea. + + + --O dea Diana, o figlia di Latona, + discerna tua prudenza e tuo gran senno + chi di noi due debbia aver la corona.-- + + Diana, udito questo, fece cenno + 5 che l'una e l'altra andasse a dea Iunone + con riverenza; ed elle cosí fenno. + + Lisbena in pria, che crede aver ragione, + umilemente abbassa le ginocchia; + e mosse po' a Iunon questo sermone: + + 10 --O del gran Iove mogliera e sirocchia, + mira l'onor della mia compagnia, + mira se ho ragione, e bene adocchia. + + Io trassi alla corona alquanto pria; + e poi Lippea; ma non trasse ad ora, + 15 ché giá pel colpo ell'era fatta mia.-- + + Lippea incontro a questo dicea ancora: + --O alta Iuno, a cui il sommo impero + ha dato Iove, e sei con lui signora, + + se ben si mira qui a quel ch'è vero, + 20 Lisbena e le compagne vedran forse + che 'l colpo suo non fu ritto e sincero, + + che diede alla grillanda e sí la torse, + perocché la toccòe; ed io, in quel mentro + ch'ella voltòe, la mia saetta porse + + 25 un poco dopo lei e ferii dentro, + e con tanta misura al segno diedi, + che la mia polsa andò per mezzo il centro. +p. 31 + Però ti prego pel carro ove siedi + e per l'amor che porti all'alto Iove, + 30 che la corona bella a me concedi. + + Se 'l priego mio, signora, non ti move, + movati il sacro cor, che teco viene: + che abbiam perduto non si dica altrove.-- + + Iunon rispose:--A Diana appartiene + 35 giudicar questo e che la pace pogna + tra te e Lisbena; e cosí si conviene.-- + + Diana a questo:--Ancor pugnar bisogna + un'altra volta; e la qual parte vince, + abbia l'onore, e l'altra la vergogna. + + 40 Un cervio sta non molto lontan quince + con corni grandi, e 'l dosso ha tutto bianco, + se non c'ha i piè macchiati come lince. + + Questo in la selva è stato sempre franco, + ché mai non lo lasciai morder dai cani, + 45 né da persona mai ferire unquanco. + + Io manderò miei fauni e miei silvani, + che menin questo cervio su nel prato, + e sia lasciato in mezzo a questi piani. + + E tu, o Lippea, li porrai da un lato + 50 con le tue ninfe e con le tue compagne, + con quante e quali e come a te sia grato. + + Lisbena ancor per piani e per montagne + porrá le ninfe mie dall'altra parte; + e se addivien che il cervio tu guadagne, + + 55 piaccia a Iunon volere incoronarte. + Ma se le ninfe mie vincon la caccia + o per ingegno o per forza di Marte, + + anco Lisbena incoronar gli piaccia, + non per lei tanto, ma per le sorelle, + 60 che per vergogna stan con rossa faccia.-- + + Le ninfe di Iunon gentili e belle + si mostrôn d'accettar volonterose + con arditi atti e con pronte favelle. +p. 32 + Allor Diana a sei silvani impose + 65 che menassero il cervio; ed ei menôllo + su delle ripe e delle vie scogliose, + + con una fun legato intorno al collo; + poi fu lasciato sciolto presso al fonte, + ch'era sacrato alla suora d'Apollo. + + 70 --Su su, sorelle, circondate il monte + --dicea Lippea,--e prendete la costa + con archi e spiedi coll'acute ponte. + + Ognuna attenta sia nella sua posta: + co' can correnti dietro alli cespogli, + 75 come chi sta in aguato, stia nascosta. + + E tu, Tirena, va' 'ntorno a li scogli + con cento ninfe: sai ch'io mi confido + in tua virtú; però mostrar la vogli. + + Sí come io accenno o col mio corno grido, + 80 cosí con quelle cento mi soccorre, + co' cani alani e col tuo arco fido. + + Perché, se 'l cervio suso al monte corre, + di lá dall'altra valle non trapassi, + lassú, Ipodria, tu ti vogli porre + + 85 e con ducento ninfe prendi i passi: + con can mastini e con cani levrieri + fa' che lo pigli e che passar nol lassi. + + Or ora essere accorte è ben mestieri; + acciò che onore abbia la nostra dea, + 90 mostriam la forza de' nostri archi fieri.-- + + Non men Lisbena ancora disponea + la schiera sua e facevala forte + con modi e con parol, ch'ella dicea. + + --Sorelle, ora conviene essere accorte; + 95 ora convien mostrar nostro valore; + ch'altri che noi di caccia onor non porte. + + Ora si vederá chi porta amore + a dea Diana e se siete valente, + sí che di questa caccia abbiamo onore. +p. 33 + 100 O Lisna bella mia, va' prestamente + sopra del monte e circonda la cima + con cento ninfe: e state bene attente. + + Credo che 'l cervio lí correrá prima: + abbiate cani e spiedi, ché non varchi + 105 di lá dal monte verso la valle ima. + + Chi per la costa discorra cogli archi, + chi di lanciotto e chi di duro spiedo, + quando fia l'ora, la sua mano incarchi. + + Alconia, te per principal richiedo, + 110 che stii con cento ninfe in su la piaggia; + ché 'l cervio lí verrá, sí come io credo.-- + + Quando ordinata fu la schiera saggia, + e fu ognuna nel loco che vòlse + quella di Iuno e della dea selvaggia, + + 115 la bella Iris i gran cani sciolse + d'intorno al cervio abbaianti e feroci; + ed ei fuggí e ver' Diana volse. + + Le ninfe sue alzôn liete le voci, + gridando fortemente:--Ad esso, ad esso + 120 con le saette e coi passi veloci.-- + + Le lor verrette scoccavano spesso; + e 'l cervio corre e su lo monte sale; + e dietro i can correndo vanno appresso. + + E poi che giunto fu nel piano equale, + 125 passato arebbe il monte, se non fosse + che Lisna bella gli die' d'uno strale. + + Allora quello addietro alquanto mosse, + ed un fier can mastin gli prese il volto, + e Marsa ninfa d'un dardo il percosse. + + 130 Per questo il cervio, alla man destra vòlto, + ver' quelle di Iunon fece l'andata; + e questo a Lisna bella increbbe molto. + + Ipodria bella, tutta rallegrata: + --Fa'--disse,--o Iuno, che vinciam la festa; + 135 dá' or questa vittoria a tua brigata. +p. 34 + L'aspere ninfe della dea foresta + non l'han saputo aver, ma s'è fuggito: + però è degno che perdan l'inchiesta.-- + + Quando quel cervio presso a lei fu ito, + 140 d'un fiero dardo gli passò la spalla, + tal che egli a terra cadde giú ferito. + + Come che gente alcuna volta balla + per la vittoria, che giá aver si spera, + e poi si scorna se l'effetto falla; + + 145 cosí fên quelle, ché Lisbena, ch'era + dall'altra parte, disse:--Abbi memoria, + o dea Diana, della nostra schiera: + + fa' che le ninfe tue abbian la gloria + di questa caccia, acciò che non sia ditto + 150 ch'altri che tu ne' boschi abbia vittoria.-- + + Per questo il cervio si levò su ritto; + ché quelle di Iunon non eran corse + insino a lui, ma sol l'avean trafitto. + + Poi per la costa giú correndo corse + 155 per gire al fonte, che stava a rimpetto; + ma Lisna, quando di questo s'accorse, + + un legno attraversò 'n un passo stretto + lá onde convenía ch'egli passasse; + e quel correndo vi percosse il petto. + + 160 Lisbena in quello d'un dardo gli trasse + nel fianco manco e passò l'altro canto, + onde convenne che 'l cervio cascasse. + + L'aspere ninfe s'allegraron tanto, + quanto si possa dir, ognuna certa + 165 che d'aver vinto si potea dar vanto. + + Tagliôn la testa, e di bei fior coperta + portavanla a Diana, e lei fe' segno + che a dea Iunon ne facessero offerta. + + Ella accettò con aspetto benegno: + 170 Lippea e le compagne il volto basso + tenean d'ira e di vergogna pregno, + + ché 'l lor pensier era venuto in casso. + + +p. 35 + + + + +CAPITOLO VII + +Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, +che avea vinta. + + + Per questo Lippea bella è disdegnosa; + e perché vinta gli parea a ragione + quella grillanda tanto preziosa, + + andò piangendo all'alta dea Iunone, + 5 dicendo a lei:--Perché le paraninfe, + che vengon dietro a te, cosí abbandone? + + Queste silvestre e queste rozze ninfe + di dea Diana, tra' boschi assuete + e tra li scogli e valli e tra le linfe, + + 10 perché han vinto il cervo, stanno liete + e stan superbe e fan di noi dispregio + con beffe e riso e con parol secrete. + + Perché a me, che son del tuo collegio, + la mia vinta corona mi si nega? + 15 Io 'l dico per l'onor e non pel pregio. + + Se il pregio mio, regina, non ti piega, + mover ti debbe la mia compagnia: + vedi che ognuna per me te ne prega.-- + + Iunon alquanto a ciò sorrise pria, + 20 e poi benigna a lei la man distese, + dicendo:--Usar convien qui cortesia. + + Dacché Diana tien questo paese, + e noi venimmo ad onorar sua festa, + ben è che 'nverso lei io sia cortese. + + 25 La tua vittoria a tutte è manifesta, + e tutte veggon ch'è tua la grillanda + e che l'emula tua perde la 'nchiesta. +p. 36 + Ma va' a Diana ed a lei la domanda: + cosí a me piace e voglio che si faccia + 30 da te e dall'altra ciò ch'ella comanda.-- + + Allora andò con reverente faccia + e disse a lei:--O figlia di Latona, + con reverenza io prego che ti piaccia + + che mi sia data la vinta corona; + 35 tu sai, Diana, che secondo il patto + debbe esser mia, e ragion me la dona.-- + + La dea rispose a lei con benigno atto: + --D'allora in qua, Lippea, bene ti vòlsi, + che festi alla grillanda sí bel tratto. + + 40 Del cervio la vittoria io ti tolsi; + quand'egli cadde, io gli rendei la lena, + e su levato alle mie ninfe il volsi, + + ché di perder le vidi aver gran pena; + ond'i', a pietá commossa, alla lor parte + 45 il feci andar a prego di Lisbena. + + Né questo feci per ingiuriarte, + ma perché scaccia invidia e serva amore + sempre l'onor che insieme si comparte.-- + + E poi la 'ncoronò con grande onore + 50 e nel carro la pose seco appresso, + con la grillanda di tanto valore. + + Iunon, che stava non molto da cesso, + diede a Lisbena un arco d'unicorno + per premio della caccia a lei promesso, + + 55 tutto smaltato d'un bianc'osso eborno, + e d'una pelle d'orso un bel carcasso + fulcito tutto d'oro intorno intorno. + + Diana intanto il carro a passo a passo + mosse verso Iunon; e, giunta a lei, + 60 riverenza gli fe' col capo basso, + + dicendo:--O gran regina delli dèi, + Lippea, che sta meco qui presente, + tanto m'è grata e piace agli occhi miei, +p. 37 + che, se a te piace ed ella me 'l consente, + 65 prego che facci che meco rimagna + insino all'altra festa rivegnente + + e non sia grave a lei nostra montagna; + ché meco la terrò non come ancella, + ma come mia carissima compagna.-- + + 70 La dea assentío ed anche Lippea bella; + e l'altre ninfe ne fenno allegrezza, + mostrando ognuno insieme esser sorella. + + E tutto il loco s'empí di dolcezza, + di canti e balli su nel verde prato, + 75 il quale ha ben sei miglia di larghezza. + + Cupido, ed io con lui, stava occultato; + e dalle dèe sí poco er'io distante, + ch'io intendea lor parlar da ogni lato, + + quando l'Amor mi disse:--Tutte quante + 80 le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi? + a qual ti piace piú esser amante?-- + + E detto questo, d'un de' dardi suoi + d'oro ed acceso mi percosse il petto, + e beffeggiando se ne rise poi. + + 85 Ed io a lui:--Il grato e bello aspetto + della gentil Lippea tanto eccede, + che nulla paion l'altre a lei rispetto. + + Ma perché non è esperta, non s'avvede + ch'io l'ami e che di lei m'abbi ferito, + 90 e la mia pena occulta ella non crede. + + Per quella fé, con la qual t'ho seguito, + ferisci ancora lei, perché s'avveggia + quant'ha valore in sé l'arco tuo ardito.-- + + Cupido rise come chi beffeggia; + 95 cosí ridendo da me disparío + sí come un'ombra o cosa che vaneggia. + + --Ove ne vai--diss'io,--o falso dio? + perché mi lassi? Or veggio ben ch'è folle + chi pone in te speranza ovver desio.-- +p. 38 + 100 In questo, come mia fortuna volle, + una schiera di cervi giú emerse + e discese nel pian suso dal colle. + + Le ninfe tutte per la valle sperse + cursono a far la caccia per lo piano + 105 per vari lochi e vie aspre e diverse. + + Lippea coll'arco bello, ch'avea in mano, + seguí un cervio, ch'andò verso il monte + e passò a lato a me poco lontano. + + Sola soletta e con le voglie pronte + 110 gli andava dietro su tra il bosco incolto, + ferendo lui con le saette cónte. + + Ed io, che stava lí in quel loco occolto, + per ritrovarla dietro a lei mi mossi, + e tra le frondi del boschetto folto + + 115 due miglia o quasi cred'io andato fossi, + ch'io la trovai, e la fiera avea morta, + in prima dato a lei mille percossi. + + E quand'ella di me si fo accorta, + lassò il cervio e misesi a fuggire + 120 su verso il monte timidetta e smorta. + + E dietro a lei io comincia' a dire: + --O ninfa bella, io prego, alquanto ascolta, + prego che mie parole vogli udire.-- + + Come il cacciato cervio si rivolta + 125 sol per veder se il seguitan li cani, + cosí ella facea alcuna volta. + + E poi fuggía tra quelli boschi strani, + ed io seguíala tra le acute spine, + che mi strappavan le gambe e le mani. + + 130 --Perché fuggendo sí ratto cammine?-- + diceva io a lei.--Io prego che ti guardi + che tra li boschi e scogli non ruine. + + Deh! perché non ti volti e non mi sguardi? + Di te ferito m'ha, o cara gioia, + 135 il falso Amor co' suoi orati dardi. +p. 39 + Se tu non m'hai pietá, non ti sia noia + almen ch'io t'ami; e questo sol domando, + se tu non vuoi ch'io manchi ovver ch'io muoia. + + Io prego il sacro Amor ch'io veggia il quando + 140 ferisca te e costrengati tanto, + che sii, com'io, soggetta al suo comando.-- + + Quand'ella questo udí, si volse alquanto + e disse, vòlta a me, alzando il grido: + --Mai si potrá Amor di me dar vanto. + + 145 Tutta la forza del crudel Cupido + metto a dispetto e le saette e 'l foco, + ed anco alla battaglia io lo disfido + + ch'egli abbia possa a innamorarmi un poco, + e del vano arco, il qual portare egli usa, + 150 secura io me ne vo in ogni loco. + + Il petto mio trasmutato ha Medusa + contro l'Amor in sasso e 'n dura pietra, + ed a piacergli ha ogni porta chiusa, + + sí che suoi dardi e sua vile faretra + 155 niente curo; e bench'egli mi fera, + il colpo suo mia carne non penètra.-- + + E perché ogni ninfa è piú leggera + assai che l'uomo, da me dipartisse, + correndo come veltro ovver pantera, + + 160 e 'nsin che fu a Diana, non s'affisse. + + +p. 40 + + + + +CAPITOLO VIII + +Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una saetta d'oro. + + + Io era solo e scornato rimaso, + quando scontrai in quella via smarrita + Cupido, come andasse quindi a caso. + + E disse a me:--Lippea ov'è fuggita, + 5 che m'ha sfidato e mette me a dispetto? + Ma converrá che da me sia punita, + + ch'io gli trapasserò il core e il petto + con un acceso dardo delli miei; + e farla a te soggetta io ti prometto. + + 10 Io, che ho domato Iove ed altri dèi + con la potenza della mia saetta, + non vincerò, non domerò costei?-- + + Quando egli disse voler far vendetta, + pensa, lettore, s'io mi feci lieto, + 15 da che affermava a me farla soggetta. + + Egli si mosse, ed io gli andai dirieto; + e sempre per la costa andò all'ingiúe + tra 'l duro bosco e l'aspero spineto. + + Quando presso alla valle giunto fue, + 20 vidi io Lippea che guidava il ballo + 'nanti alle dèe con le compagne sue. + + L'arco suo dur, che mai ferisce in fallo, + prese Cupido, e d'uno stral gli diede + a venti braccia forse d'intervallo + + 25 sol nelli panni e giú appresso il piede; + ché se a lor desse in petto o molto forte, + sí come a' viri ed agli dèi e' fiede, +p. 41 + perché ad amar le ninfe non son scorte, + pel grande incendio del sacrato foco + 30 verrebbon meno e caderebbon morte. + + Il caldo cominciò a poco a poco + passargli al cor con l'infocato dardo; + e giá ferita non trovava loco. + + Lippea allora a me alzò lo sguardo + 35 e con gli occhi mirommi, con li quali + tanto m'accese il cor, ch'ancora io ardo. + + L'Amor, movendo poi le splendide ali, + per man menommi insino alla fontana, + menacciando anco con suoi duri strali. + + 40 Di me s'avvide allora dea Diana + e disse irata e con acerbo volto: + --Or che fa qui quella persona strana?-- + + Lo dio Cupido meco s'era folto, + ma non veduto; ch'egli alla sua posta + 45 si può manifestare e farsi occolto. + + Egli mi disse:--Fa', fa' la risposta.-- + Onde io andai, e riverente e chino + mi posi al carro suo appresso e a costa. + + E dissi a lei:--Mio caso e mio destino, + 50 o dea, m'ha qui condotto nel tuo regno + per uno errante ed aspero cammino. + + Forse Dio il fe' che alla tua festa vegno: + per lui ti prego, o alma dea selvaggia, + che non mi scacci e che non m'abbi a sdegno. + + 55 E prego te che una grazia io aggia: + che come starvi Ippolito a te piacque, + cosí possa io tra questa turba gaggia.-- + + E come chi consente, ella si tacque: + cosí sospeso e dubbioso rimasi + 60 e tornai a Cupido presso all'acque. + + Il carro della dea ben venti pasi + dal fonte, a mio parere, era distante, + e 'l sol calato all'orizzonte o quasi, +p. 42 + quando con vergognoso e bel sembiante + 65 venne Lippea inverso il fiumicello, + ond'io andai dicendo a lei davante: + + --O ninfa mia gentil col viso bello, + deh! non t'incresca e non aver temenza + se io, che tanto t'amo, ti favello. + + 70 Perché pur fuggi e pur fai resistenza + a quell'Amor, ch'anco li dèi percote + con le saette della sua potenza?-- + + Sí come onesta donna, che non puote + soffrir lascivo sguardo, sottomette + 75 e abbassa gli occhi e fa rosse le gote: + + cosí fece ella alle parole dette, + che abbassò il viso e diventò vermiglia + e lagrimò e le parol tacette. + + --Mostra i zaffiri, c'hai sotto le ciglia + 80 --dissi,--o Lippea, ed alza sú la vista, + che alle dèe del ciel si rassomiglia.-- + + Sfogando il pianto:--Oimè, misera, trista! + Oimè!--diss'ella.--Io ho tanto tormento: + Amor non vuol che a lui io piú resista. + + 85 Se mai il dispettai, io me ne pento; + se mai il gran Cupido io ebbi a vile, + dico «mia colpa» e dico «me ne mento». + + Con la potenza dell'orato astile + di mie parole folli ora mi paga + 90 e col foco, che al cor va sí sottile. + + Ma io il prego o che il dardo ritraga, + che m'ha ferito il cor, o che mi uccida, + sí che la morte risani la piaga.-- + + Ed io a lei:--Cupido fu mia guida + 95 insino a te, ed egli mi promise + donarti a me con sua parola fida.-- + + Udito questo, il viso sottomise; + poi disse sospirando e con vergogna: + --Perché, quando ferí, e' non mi uccise? +p. 43 + 100 --Da che egli vuole, e questo esser bisogna + --diss'io a lei,--io prego che mi dichi + se tu se' mia, e non mi dir menzogna.-- + + Come la sposa, cui pudor fatichi, + cosí un «sí» de' labbri gli uscí fuore + 105 pur con vergogna e con atti pudichi. + + Il viso bianco di smorto colore + prima dipinse e poscia si fe' rosso + de' due color, che fuor dimostra Amore. + + Poi disse:--Oimè, oimè che piú non posso + 110 celar l'amor!--E questo ella dicendo, + cadea, se non che io gli tenni il dosso. + + Soggiunse poi:--Amor, a te mi rendo: + non trova l'arco tuo difesa o scudo; + però invan contra te mi difendo.-- + + 115 Poi disse a me:--O amoroso drudo, + io prego te, da che Amor mi ti dona, + che contra me non sie cotanto crudo, + + che tu mi lievi la bella corona, + che io porto in testa e la qual io mi vinsi, + 120 e che mai non mi lasci per persona.-- + + Io gliel promisi e per fede gli strinsi + la bianca mano e con le braccia stese + il capo bianco e 'l collo ancor gli avvinsi. + + Contro l'amor non fe' poi piú difese + 125 la bella ninfa e mostrossi sicura, + pur con vergogna ed onestá cortese. + + Cercando andammo per quella pianura, + e poi salimmo ad alto suso al monte, + in tanto che la notte si fe' oscura. + + 130 Era giá Febo sotto l'orizzonte + ben venti gradi, ed ella mi condusse + in un bel prato, ov'era un bello fonte. + + Ed in quel loco tanto vi rilusse + la chiara luna, che per quella valle + 135 ogni fiore io vedea qual e' si fusse. +p. 44 + Di fiori e di viol vermiglie e gialle + la bella ninfa tutto mi coprío; + e poi sul prato mi posai le spalle. + + E quando all'oriente in pria apparío + 140 il chiaro sol, trovai che n'era andata, + e posto un sasso scritto al capo mio, + + nel qual dicea: «Sappi ch'io son tornata + a dea Iunone, alla regina mia; + che colle mie compagne io sia trovata. + + 145 Tu sai che dea Iunone, andando via, + di lassarmi a Diana ell'ha promesso + che con lei io rimanga in compagnia. + + In questo tempo che star m'è concesso, + staremo ed anderem come a noi piace, + 150 cercando e boschi e balzi e scogli spesso. + + Fatti con Dio e tieni occulto e tace; + e prego che a vedermi torni tosto, + ché solo in veder te 'l mio core ha pace». + + Oh lasso! a Invidia nulla è mai nascosto, + 155 c'ha mille orecchie la malvagia e rea, + e l'occhio suo in mille lochi è posto. + + Questa n'andò all'una e all'altra dea, + dicendo:--Or non sapete ch'una dama + qui delle vostre, chiamata Lippea, + + 160 il giovinetto qui venuto ell'ama + col core e coll'amor tanto fervente, + che sol per lui di rimaner ha brama?-- + + E, detto questo, sparí prestamente. + + +p. 45 + + + + +CAPITOLO IX + +Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire. + + + Letto ch'io ebbi ciò che nel sasso era, + io mi partii e dentro uno spineto + mi posi a stare ascoso insino a sera, + + acciò che il nostro amor fosse segreto. + 5 Presso all'occaso ed io scendea la costa + e per veder Lippea andava lieto. + + Ed una driada disse:--Fa', fa' sosta-- + forte gridando, ond'io maravigliai + e 'nsin che giunse a me, non fei risposta. + + 10 Quando fu a me, ed io la domandai. + --Non sai--rispose--ciò ch'è intervenuto, + e Lippea quanti per te sostien guai? + + L'amor tra te e lei stato è saputo, + e conven che si parta: oh sé infelice, + 15 ché contra questo nullo trova aiuto! + + Io son sua driada e giá fui sua nutrice: + l'amor, che porta a te, m'ha rivelato, + ed ogni suo segreto ella mi dice. + + Se saper vuoi il fatto come è stato, + 20 la Invidia, che sempre il mal rapporta, + che mille ha orecchie ed occhi in ogni lato, + + disse a Iunone:--Or non ti se' tu accorta + che Lippea ama il vago giovinetto, + che venne qui e tanto amor gli porta?-- + + 25 Poscia sparío, quando questo ebbe detto + la rea, che ha mille occhi e tutto vede + e mille orecchie e tosco ha dentro al petto. +p. 46 + Ah Invidia iniqua, quanto a te si crede! + e perciò volentier tu se' udita, + 30 perché troppo al mal dir si dona fede. + + A Lippea detto fu che ammannita + stesse ad andarne nel seguente giorno, + quando Iunon volea far sua partita. + + Pel gran dolor e per lo grave scorno + 35 d'amaro pianto si bagnò le gote, + e smorto diventò suo viso adorno. + + E per non far di fuor le fiamme note, + che Amor le aveva acceso dentro al core + coll'arco dur, che mai invan percote, + + 40 pigliava scusa pianger per l'amore, + ch'ella portava alla Diana dea + e alle sue ninfe come a care suore. + + --Sorelle mie--dicea,--perché credea + rimanermi con voi, però 'l cuor piagne + 45 che dipartir mi fa la 'Nvidia rea. + + E non sará che mai 'l mio pianto stagne: + tanto è l'amor, oh lassa me tapina, + ch'io conceputo ho qui, o mie compagne.-- + + Poscia andò a Iuno e disse:--O mia regina, + 50 per darmi infamia e darmi vitupero, + l'Invidia con sua lingua serpentina + + detto ha cosí; ma s'ella dice il vero, + io cada morta, o s'io assento all'arme + di dio Cupido o mai n'ebbi pensiero. + + 55 Quando deliberasti, o dea, lassarme, + concepii amore a tutte, ed or mi dole + se io le lascio e altrove puoi menarme.-- + + Iunon rispose a lei brevi parole: + --Voglio che vegni e, quando il carro parte + 60 crai, sii la prima sul levar del sole.-- + + Poscia che mille lacrime ebbe sparte, + dicea fra sé dolente ed angosciosa: + --Come farò? oimè! 'l cor mio si sparte.-- +p. 47 + Come va 'l cervio, a cui giá venenosa + 65 è giunta la saetta, e move il corso + or qua or lá, e insin che muor non posa: + + cosí ed ella per aver soccorso + giva ad ognuna, e poscia lacrimando + deliberò a Diana aver ricorso. + + 70 E disse:--O dea, tu facesti il domando + ch'io rimanessi, e Iuno fu contenta; + ed io anche assentii per suo comando. + + Ed ora pare a me ch'ella si penta, + non so perché: e se fia mia partenza, + 75 convien che gran dolor mio cor ne senta, + + perché tu, dea, a me benivoglienza + hai dimostrata, e Pallia e Lisbena + e l'altre, con ch'i' ho fatto permanenza. + + Però partir da loro a me è gran pena, + 80 ch'io amo ognuna come mia sorella, + e sopra tutte te, o dea serena. + + Però, ti prego, alquanto tu favella + a dea Iunon ch'io stia sino alla festa, + che ogni anno, come sai, si rinovella.-- + + 85 Rispose a lei Diana:--Manifesta + tu fai te stessa: or sappi che colei, + di cui è sospetto, non è ben onesta. + + Vanne con la signora delli dèi; + ché s'ella mi dicesse ch'io v'andassi, + 90 sí come a Iove, a lei ubbidirei.-- + + Per la vergogna tenne gli occhi bassi + la misera e pensava tutt'i modi + per rimanere e che nessun ne lassi. + + O Amor folle, che sí forte annodi + 95 l'amante con l'amato e sí li leghi, + che dentro consumando li corrodi! + + Quando si vide non valer li prieghi, + giva ansiando come fa la cagna, + a cui veder li suoi figliuol si neghi. +p. 48 + 100 E lasciò tutte e sol me per compagna + seco menòe; e salse tanto ad erto, + ch'ella pervenne in una gran montagna. + + Alquanto andammo lí per un deserto: + alfin venimmo in quel prato fiorito, + 105 ov'ella te di fiori avea coperto. + + Ella gittossi dov'eri dormito; + e cominciò a dir con pianto amaro: + --O dolce sposo mio, dove se' ito? + + dove se' ora, o mio amico caro? + 110 Oh ti vedessi 'nanti ch'io mi parta, + da che contra il partir non ho riparo!-- + + Poi ch'ebbe pianto lí ben una quarta + d'una gross'ora, su in un sasso scrisse + col dardo suo, come chi scrive in carta. + + 115 E lí lo pose e poi indi partisse; + e per veder te, credo, mille volte + giú per la piaggia mirando s'affisse. + + Iunon le ninfe sue avea raccolte, + e perché Lippea sola v'era manco, + 120 mandat'avea a trovarla ninfe molte. + + La piaggia tutta non avea scesa anco, + che fu trovata e menata a Iunone + coll'animo ansioso e tanto stanco. + + Non valse a dir che sdegno era cagione + 125 del suo assentarsi, che creso era piúe + a Invidia il falso, ch'a lei 'l ver sermone, + + che non la fêsse dalle ninfe sue + battere prima, e poscia l'ha mandata + stretta e legata al monte Olimpo in súe. + + 130 Nel suo partir m'impose esta ambasciata, + la qual t'ho detta; e disse:--Dilli quanto + da lui mi parto afflitta e sconsolata.-- + + Tanto negli occhi m'abbondava il pianto, + quando la driada questo mi proferse, + 135 che non risposi per lo pianger tanto. +p. 49 + Ma per le vie tant'aspere e perverse + con lei andai insino alla pianura, + ove Lippea di be' fior mi coperse. + + E ratto corsi a legger la scrittura, + 140 la quale avea scolpita su nel sasso, + quand'ella fece la partenza dura. + + Ella dicea: «Perduto ho il bello spasso, + ch'io avea, vedendo te, o dolce drudo: + partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso. + + 145 Troppo Cupido a me è stato crudo: + egli, ch'io non ti veggia, t'ha nascoso, + e di te m'ha ferito a petto nudo. + + Fátti con Dio, o mio primaio sposo + ed ultimo anco: oimè, che non ho spene + 150 di rivederti mai, né aver riposo! + + Ché quel reame, che Iunon si tiene, + è alto tanto e posto sí lontano, + che mai nessun mortal tanto su vene». + + Letto ch'io ebbi quel tra me pian piano, + 155 volsi alla driada il lacrimoso volto, + il qual io mi percossi con la mano, + + dicendo:--Il mio conforto chi l'ha tolto? + Or dove se', Lippea ninfa mia? + O dolce amore, in quanto duol se' vòlto! + + 160 Driada, dimmi se c'è modo o via + o che io la giunga, o s'egli c'è speranza + ch'io venga ove Iunone ha signoria. + + --Il correr delle ninfe ogni altro avanza + --rispose quella;--e 'l regno di dea Iuno + 165 è tanto ad alto ed ha sí gran distanza, + + che non vi puote andar mortale alcuno.-- + Cosí mi disse e poi si mosse a corsa, + d'ogni sperar lasciandomi digiuno, + + e se n'andò correndo piú che un'orsa. + + +p. 50 + + + + +CAPITOLO X + +Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere con l'autore, +a cui da Venere vien promessa la ninfa Ilbina. + + + Oh Speranza vivace e sempre verde! + Se ogni cosa all'uom toglie fortuna, + ella sempre rimane e mai si perde. + + Questa soletto al lume della luna + 5 mi mise tra li boschi e tra li rovi + con gran fatica e senza posa alcuna. + + Dicea fra me:--Ben converrá ch'io provi + ogni mio ingegno e cerchi ogni paese, + che Lippea bella mia ninfa ritrovi.-- + + 10 E giá cercando er'ito ben un mese + per l'aspro bosco e per la selva amara, + quando Cupido a me si fe' palese. + + E come quando Febo si rischiara, + perché la nube grossa s'assuttiglia, + 15 che prima ostava alla sua faccia chiara; + + cosí una luce splendida e vermiglia + mi die' nel volto; e, mentre l'occhio innalzo, + per veder meglio aguzzando le ciglia, + + io vidi lui, che stava su in un balzo + 20 e disse a me:--Ricòrdati che tue + giá tante volte m'hai chiamato falzo. + + Però t'ho tolto l'allegrezze tue; + ma io prometto a te di ristorarte, + se falso e traditor non mi di' piúe. + + 25 Ma sappi prima che forza né arte + al regno di Iunon giammai perviene: + tant'ello dalla terra si disparte; +p. 51 + ché 'l regno, il quale Saturnia mantiene, + è posto in aere su nel freddo loco, + 30 onde la pioggia e la grandine viene. + + Lí non riscalda la spera del foco, + che non riscalda in giú tanto da cesso, + né anco il sol niente o molto poco; + + ché 'l raggio del gran Febo in giú riflesso + 35 non riscalda da lungi o molto oblico, + ma ben dappresso è riflesso in se stesso. + + E quando a questo loco, ch'io ti dico, + il vapor di quaggiú salendo giugne, + ratto che sente il freddo a sé nemico, + + 40 in sé si strigne ed in sé si congiugne + e fassi nube; e, quand'egli è costretto, + si fa la pioggia, perché l'acqua smugne. + + Ma nella state quel vapor, che ho detto, + ha molto in sé del terrestro vapore + 45 sulfureo e secco e d'ogni umido netto. + + E questo, quando sente l'umidore, + sí come fa all'acqua la calcina, + s'accende, e con gran rabbia n'esce fuore + + quindi il baleno e 'l tuon con gran ruina. + 50 E di questo vapor Vulcano a Iove + fa tre saette nella sua fucina. + + Che se ben miri quanto è piú forte ove + sta sulfurea fiamma inclusa ed arda, + tanto piú furiosa ella si move, + + 55 sí come apparir può nella bombarda, + ché poca fiamma accesa tanto vale, + che tuona e rompe ed esce fuor gagliarda; + + perché la state vieppiú alto sale + del chiaro Febo il suo riflesso raggio, + 60 e risal meno obliquo e piú eguale. + + Però questo vapor, che pria dett'aggio, + conven che 'l sole il lieve in piú altura + a farlo nube in piú alto viaggio. +p. 52 + Ov'ei trova adunata piú freddura, + 65 ivi si stringe, e l'acqua da lui scossa + grandine fassi: sí 'l ghiaccio la 'ndura. + + Ma, perché nell'inverno non ha possa + il sol, che tanto insú il vapor lieve, + 'nanti ch'assai insú faccia sua mossa, + + 70 ancor non fatto nube si fa neve; + e raro e sperso fatto ghiaccio cade, + come bambace in terra, lieve lieve. + + A cosí alte e sí fredde contrade + da che salir non puoi, qui a te venni, + 75 ché di tanta fatica io t'ho pietade.-- + + E, detto questo, con parole e cenni + mi fece scender giú per una scheggia; + e, quando in un bel prato giú pervenni, + + io vidi ninfe; e ciò, ch'occhio vagheggia + 80 mai di bellezza, risplendeva in loro: + tanto ognuna era bella e tanto egreggia. + + Parean venute dal superno coro + quaggiú nel mondo, creatur celeste + use con Iove in l'alto concistoro. + + 85 Quando mi viddon, fuggîr ratte e preste + alquanto a lungi e poi voltôn lor volti, + me risguardando tacite e modeste. + + --Io prego--dissi--che da voi si ascolti + di questa mia venuta la cagione, + 90 che m'ha condutto in questi boschi incolti. + + Cercando vo il regno di Iunone: + da che fortuna m'ha condutto a voi, + prego vostra pietá non m'abbandone. + + --Al regno di Iunone andar non puoi + 95 --mi rispose una,--ché sí in alto è posto, + che montar non potresti insino a loi.-- + + E quando questo a me ebbon risposto, + passâro un monte e sí ratto fuggîro, + che appena il vento si movea sí tosto. +p. 53 + 100 Ed io dirieto a lor, con gran suspiro, + presi la costa e salsi il monte ratto; + e quando giú nell'altra valle miro, + + io vidi l'arco di Iunon lí fatto + ed alto in aere, il qual per segno diede + 105 Dio a Noè, con lui facendo il Patto. + + E come re ovver regina siede + nell'alto tron, cosí su quel si pose + Venus vestita d'òr da capo a piede, + + con la corona di mirto e di rose, + 110 con lieta faccia ed aspetto sí bello, + piú che mai dèe ovver novelle spose. + + Cupido allor volar come un uccello + vidi per l'aere; e credo sí veloce + Cillen non corse mai, né tanto snello. + + 115 Venus mi disse in questo ad alta voce: + --O giovin, c'hai montata insú la costa, + spronato dall'amor caldo e feroce, + + la bella ninfa, che a te fe' risposta, + da me e dal mio figlio a te è sortita, + 120 che l'abbi a tuo voler ed a tua posta. + + Fa' che tu passi qua, dov'è fuggita + nell'altra valle, e tanto lí rimagne, + che da Cupido per te sia ferita.-- + + Per questo io trapassai l'aspre montagne, + 125 tanto ch'io la trovai nell'altro piano, + che stava a coglier fior con le compagne. + + Cupido lí non molto da lontano + di quella bella ninfa mi ferío + d'una saetta d'oro, ch'avea in mano. + + 130 Però io con ingegno e con desio + m'appressa' a loro e dissi:--O ninfe belle, + in questo loco sí silvestre e rio + + per consigliarmi alcuna mi favelle: + deh! non v'incresca che alquanto qui stia, + 135 stancato tra le selve amare e felle.-- +p. 54 + La ninfa, che risposto m'avea pria: + --O giovin--disse,--non abbiam temenza, + né anco incresce a noi tua compagnia. + + Ma noi Minerva, dea di sapienza, + 140 aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta + con lo gran carro della sua eccellenza; + + ché qui tra noi è una giovinetta, + che vuoi menare al suo regno felice, + la qual tra le sue ninfe ha per sé eletta; + + 145 e non sappiam di qual di noi si dice. + Noi non voramo, quando ella discende, + che alcun uomo con noi trovasse quice. + + Per quella cortesia, che 'n te risplende, + ti prego che di qui ti parti alquanto, + 150 ché tua presenza sospette ne rende. + + --O ninfa, veder te m'è grato tanto + --risposi a lei--e tanto a te mi lego, + che io non posso andar in alcun canto. + + Ma io a me stesso la mia voglia niego + 155 contra mia voglia ed al partire assento, + da che ti piace: tanto può 'l tuo priego. + + E, da che io mi parto con tormento, + dimmi chi se'; e quando qui ritorno, + prego, del tuo parlar fammi contento.-- + + 160 Per la vergogna arrosciò il viso adorno, + e ch'io non fossi udito ella temea: + però ella mirava intorno intorno. + + Poscia rispose:--Io nacqui giá 'n Alfea, + Ilbina ho nome e tra li duri scogli + 165 vo seguitando la selvaggia dea. + + Piú non ti dico: omai partir ti vogli.-- + + +p. 55 + + + + +CAPITOLO XI + +Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa. + + + Io me n'andai in un boschetto alpestro, + distante a quelle ninfe, a mio parere, + ben quasi una gettata di balestro, + + sí ch'io poteva udire e ben vedere + 5 tutti lor atti e tutte lor parole, + ed aspettando mi stava a sedere. + + Ed ecco, come quando il chiaro sole + tra le men folte nubi sparge il raggio, + che quasi strada in cielo apparir sòle, + + 10 cosí da cielo ingiú si fe' un viaggio; + e la via lattea, che pel caldo s'arse, + piú che quella in splendor non ha vantaggio. + + Le ninfe tutte alla strada voltârse; + e come quando rischiara l'aurora, + 15 cosí lucente in cielo un carro apparse. + + E poco stando io vidi una signora + splendente quanto il sol su la mattina, + quando dell'orizzonte egli esce fòra, + + incoronata come la regina, + 20 che venne a Salomon dal loco d'Austro + per udire e saper la sua dottrina. + + Quando piú presso ingiú si fece il plaustro, + lo scudo cristallin gli vidi in mano, + lucente quanto al sol nullo alabastro. + + 25 Ed era sí scolpito e sí sovrano, + che tanto adorno nol fece ad Achille, + per preghi della madre, dio Vulcano. +p. 56 + Appresso al carro stavan le sue ancille, + inclite ninfe, intorno a coro a coro, + 30 ed ogni coro in sé n'ha piú di mille. + + Non ebbe piú splendor, né piú lavoro + il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno, + quando trasse i corsier dal cammin loro. + + Vedendo lo splendor tanto sereno, + 35 l'alpestre ninfe stavan ginocchioni + con reverenza sul basso terreno. + + Quando discesa fu con canti e suoni + la dea Minerva e che fu posto fine + a tanti balli ed a tante canzoni, + + 40 le ninfe alpestre riverenti e chine + dissono:--O dea, qual vorrai che vegna + di noi e che al tuo regno al ciel cammine?-- + + Rispose ella:--Di voi ognuna è degna; + ma ora eleggo Ilbina e voglio questa, + 45 che venga meco ove da me si regna.-- + + E, detto questo, con canti e con festa + la coronò d'alloro e poi d'uliva, + e di fin òr gli fe' vestir la vesta. + + Poi per la strada, che da ciel deriva, + 50 la menò seco pel cammin ad erto, + forte a salire ad uom mortal, che viva. + + Io, che m'era occultato in quel deserto + tra dure spine e pungenti cespogli, + il viso alzai di lacrime coperto. + + 55 --Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli? + --dissi piangendo;--e perché a questa volta + d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli?-- + + E fuora uscii e con fatica molta + per la celeste strada insú mi mossi + 60 dietro alla ninfa, la qual m'era tolta. + + E ben un miglio cred'io andato fossi, + che la dea Venus si chinò a pietade: + tanto con li miei preghi io la commossi. +p. 57 + Nell'aere apparse con grande beltade; + 65 poi scese al carro con faccia proterva, + il qual saliva le splendenti strade. + + --Non senza gran cagione, o dea Minerva + --disse Venus,--io vengo tra la schiera, + che segue te e tuo comando osserva, + + 70 ché insino al cielo, ove il gran Iove impera, + d'un vago giovinetto è giunto il grido, + che sempre ha 'n me sperato e sempre spera. + + Ed io ed anche il mio figliuol Cupido + una ninfa, ch'è qui, gli abbiam promessa, + 75 sí come a nostro caro amico e fido. + + E se tu vuoi sapere quale è essa, + Ilbina ha nome, che la dea Diana + la mandò a te ed halla a te concessa. + + E perché la mia spen non fosse vana, + 80 Iunon la confermò e fe' che scese + Iris, sua nuncia, presso una fontana. + + Acciò che mie parol sien meglio intese, + mira colui che sal su per la via: + il mio figliuol colui d'Ilbina accese. + + 85 Costui è quel, di cui prego che sia + la detta ninfa; ed egli è quel che fue + dato da Iuno a lei per compagnia. + + Vedi che move ratto i passi insúe + e per la costa omai è tanto stanco, + 90 che a pena dietro a te può seguir piúe.-- + + Minerva, vòlta verso il destro fianco, + mi rimirò; ed io era da lunge + tre gettar di balestro o poco manco. + + Come che 'l servo se medesmo punge, + 95 che è visto ed aspettato dal signorso, + che affretta i passi insin che a lui aggiunge; + + cosí fec'io insin ch'io ebbi corso + al carro, ove Ciprigna s'era posta, + che mi aspettava per darmi soccorso. +p. 58 + 100 Come persona a compiacer disposta + a chi la prega, cosí Palla fece + a Citarea benigna risposta: + + --Se a Iunone, a cui imperar lece, + io ho rispetto ed a te che 'l domandi, + 105 che puoi dir: «Voglio», e fai cotanta prece, + + io mi contento far ciò che comandi; + ma chiama Ilbina e vedi se consente + innanti che 'l mio carro piú su andi.-- + + Come donzella, che tra molta gente + 110 si dé' sposar, ed ègli detto:--Vuoi + per tuo marito costui qui presente?-- + + che, vergognando, abbassa gli occhi suoi; + cosí Ilbina si fe' vergognosa, + parlando questo le dèe amendoi. + + 115 Però gli disse Venere amorosa: + --O ninfa, che tra l'altre piú elette + piú bella se' e piú pari graziosa, + + perché della vergogna sottomette + il tuo bel volto? perché hai temenza + 120 del mio parlar, che gran ben ti promette? + + Vien' su nel carro di tanta eccellenza: + io ti voglio parlar quassú da presso: + vien' su avanti alla nostra presenza.-- + + Come la zita col volto sommesso + 125 va per la via e move il passo raro, + tal andò al carro e poi montò su in esso. + + Mentre salea, io vidi un foco chiaro, + che gli abbruciò l'estremitá del panno, + ond'ella mise un gran suspiro amaro. + + 130 Quando s'avvide Palla dello 'nganno + e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno + del sospirar, che fe' con tanto affanno, + + si volse a Citarea con grande sdegno: + --Come se' tanto ardita, o rea e falza, + 135 tradir le ninfe, che son del mio regno? +p. 59 + Nata nel mare giú tra l'acqua salza, + de li membri pudendi, e tra le schiume, + qual è quella superbia, che t'innalza? + + Madre e maestra d'ogni rio costume, + 140 pártite e vanne al regno tuo, lá dove + ogni tuo atto è vano e torna in fume. + + Tu lodi il tuo figliuol, che ferí Iove; + ma non fu il vero: Iove anche è diverso + da quel che il cielo ed ogni effetto move. + + 145 Quel sommo re, che regge l'universo, + porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia, + sí come falso amor, rio e perverso.-- + + Come chi scorna, ch'abbassa la faccia + e mormorando seco il capo scuote, + 150 mostrando irato e con segni minaccia; + + cosí Ciprigna con le rosse gote + partíssi quindi ed al figliuol ricorse, + come chi sé vendicar ben non puote. + + E giá ad Ilbina sarebbon trascorse + 155 le fiamme e 'l sacro foco insino al core, + se non che Palla il suo scudo gli porse, + + che ha tanta virtú, tanto valore, + che ogni fiamma di Cupido ammorta, + ogni atto turpe ed ogni folle amore. + + 160 E questo scudo, che Minerva porta, + è di cristallo e 'l capo gorgoneo + ha sú scolpito di Medusa morta, + + vinta per forza e ingegno di Perseo. + + +p. 60 + + + + +CAPITOLO XII + +Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame. + + + Con miglior labbia poscia a me rivolta + la dea Minerva splendida e serena, + mi disse:--Attento mie parole ascolta. + + Se vuoi lassar Cupido, che ti mena + 5 tra' duri scogli dell'aspro deserto + con tanti inganni e con cotanta pena, + + e vuoi salir la strada suso ad erto, + meco venendo all'alto mio reame, + chiuso agli stolti ed alli saggi aperto, + + 10 io ti farò amar dalle mie dame, + che fanno i lor amanti esser felici, + e te faran beato, se tu l'ame. + + Le ninfe di Diana servitrici, + rispetto a quelle, ti parran villane, + 15 incolte, indotte, zotiche e mendíci. + + O ben dell'aspre selve, o cose vane, + tanto veloce lo tempo vi toglie, + che come d'ombra nulla ne rimane! + + Non posson contentar l'umane voglie, + 20 che 'n sé non hanno esistente bontade, + e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie. + + E, perché il ciel voltando sempre rade, + quel che fu nuovo riveste l'antico; + però le cose belle si fan lade. + + 25 E, perché meglio intendi ciò ch'io dico, + vien' su nel carro mio, che alla 'nsú monta, + tra l'esercito mio saggio e pudico.-- +p. 61 + Io salsi il carro e nella prima gionta + io dissi:--O dea Minerva alta e benegna, + 30 del regno tuo alquanto mi racconta. + + E dimmi qual è 'l modo ch'io vi vegna + e dove sta e chi 'l regge e nutríca, + e della sua beltá ancor m'insegna. + + --Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica + 35 --rispose quella--e vuoi ch'io ti dimostri, + non vi si può salir senza fatica; + + ché nel cammino stanno sette mostri + con lor satelli ad impedir la strada, + che l'uom non giunga a' miei beati chiostri. + + 40 E chi losinga acciò che a lei non vada, + chi fa paura e chi occulta il laccio, + che impacci altrui o che dentro vi cada. + + E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio, + lassati i mostri, trova una pianura. + 45 ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio. + + Chi su per l'erbe di quella verzura + s'ingegna sempre di salire avante, + del regno mio poi trova sette mura. + + E ogni muro dall'altro è piú distante + 50 che cento miglia, e dentro alla sua mèta + un regno tien di ninfe oneste e sante. + + Ed una donna umíle e mansueta, + a chiunque sale, il sacro uscio disserra + benignamente e mai a nullo il vieta. + + 55 Ma pria conven che l'uom basci la terra: + allora quella ratto apre la porta + e va con lui; se no, 'l cammin egli erra. + + Tra quelli regni dietro a questa scorta + chi entra trova le muse elicone, + 60 ed ognuna gli applaude e lo conforta. + + Con lieti balli e soavi canzone + il menano a diletto su pel monte, + facendo melodia dolce e consone. +p. 62 + Pervengon poi al pegaseo fonte, + 65 ove i poeti bevon la sacra onda; + e poi d'alloro inghirlandan la fronte. + + All'altro giro, che vieppiú circonda, + va poi chi prega la guida che 'l mene, + e dietro a' passi suoi sempre seconda. + + 70 Sette reine, nobili camene, + che dienno alli gran saggi le mamille, + di latte di scienza tanto piene, + + si trovan lí e nitide e tranquille + mostran sette scienze, ovver sett'arti, + 75 con dolce dire e con soavi stille. + + Altra regina trovi, se ti parti, + che splende quanto il sol nel mezzogiorno, + quando ha li raggi meno obbliqui o sparti. + + Quella regina è tutta intorno intorno + 80 fulcita d'occhi assai vieppiú che Argo + ed ha del sole il nobil viso adorno. + + Con tutti gli occhi il regno lungo e largo + ella contempla e rende tanta luce, + ché quivi non può 'l viso aver letargo. + + 85 La scorta saggia altrove anco conduce, + dov'è l'altra regina sí modesta, + ch'ogni costume e senno in lei riluce. + + Fabricio e Scipion nutricò questa. + Ella è che ad ogni troppo pone il freno + 90 ed è negli atti e nel parlare onesta. + + Altra reina è anco dentro al seno + d'esto mio regno, di tanta fortezza, + che a nulla violenza mai vien meno. + + Né mai menacce, né losinghe apprezza; + 95 né fortuito caso mai la piega; + né muta faccia a doglia, né a dolcezza: + + il piombo solo è che la vince e spiega + sí come il diamante, e cosí face + di questa dea chi umilmente la prega. +p. 63 + 100 Da questo regno sí alto e capace + la guida sale alla nobile Astrea, + che con Saturno resse il mondo in pace. + + Ma, poiché fu la gente fatta rea + e l'avarizia resse il mondo male, + 105 ritornò al cielo, ov'ella è fatta dea. + + Al nobil mio reame poi si sale, + ove si trovan tre altre reine, + ognuna in nobiltá a me eguale. + + Con queste tre sí alte e sí divine + 110 contemplo Dio, che regge l'universo, + principio d'ogni cosa, mezzo e fine. + + Il regno mio è fatto a questo verso, + com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire + o per le selve errando andar disperso.-- + + 115 Io era pronto e giá volea dire: + --Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio + e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire.-- + + Ma, quando in aer su alzai il ciglio, + vidi Venus, la quale una donzella + 120 mi mostrò lieta e Cupido suo figlio, + + non vista mai al mio parer sí bella; + e cenno mi facían che su non gisse, + ché fermamente mi darebbon quella. + + E parve che Cupido mi ferisse + 125 di piombo e d'oro; e con quelle due polse + fece che allora non mi dipartisse. + + Quella del piombo il buon amor mi tolse, + ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro, + oh lasso me! che a boschi anco mi volse. + + 130 Per questo non seguii quel sacro coro; + per questo lascia' io la compagnia, + che mi menava all'alto concistoro. + + Risposi a Palla:--O dea, la possa mia + non si confida e forse non può tanto + 135 che vinca i mostri e saglia sí gran via.-- +p. 64 + Cosí discesi di quel plaustro santo + e giú nell'aspre selve ritornai + intra le spine e punto d'ogni canto. + + Ratto ch'io giunsi, Venere trovai, + 140 che mi aspettava in una valle piana, + sí bella quanto si mostrasse mai. + + Di mirto e rose e d'erba ambrosiana + portava su la testa tre corone + e faccia avea di dea e non umana. + + 145 Ella mi disse:--Or di': per qual cagione + volevi lasciar me e 'l mio figlio anco + o per Minerva o per muse elicone? + + Se sí poco salendo fosti stanco, + se tu fossi ito per quelle erte vie, + 150 saresti, andando insú, venuto manco. + + Ma, se verrai nelle contrade mie, + le ninfe del mio regno al tuo desio + saran condescendenti e preste e pie. + + E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio + 155 t'abbiam mostrata, ancor te la prometto; + e mezzo e guida a ciò ti sarò io. + + --O Citarea--diss'io,--a te soggetto + sempre son stato ed anco al tuo Cupido, + sperando aver da voi alcun diletto; + + 160 onde per tue parole mi confido + la bella ninfa aver, che mi mostrasti, + e, ciò sperando, dietro a te mi guido + + per questi lochi sí spinosi e guasti.-- + + +p. 65 + + + + +CAPITOLO XIII + +Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, +la quale gli rende ragione di molti fenomeni. + + + Appena eravamo iti un miglio e mezzo, + ch'io vidi in una valle una donzella + sotto una quercia, che si stava al rezzo. + + Io andai a lei e dissi:--O ninfa bella, + 5 di qual reame se'? O dolce dama, + deh, fammi cortesia di tua favella, + + e dimmi il nome tuo come si chiama. + Cosí soletta senza compagnia + aspetti tu alcun, che forse t'ama?-- + + 10 Ella si volse e riverenzia pria + fece alla dea; e poi cosí rispose + alle parol della domanda mia. + + --Del van Cupido saette amorose + giammai sentii; ed egli mi dispiace + 15 e suoi costumi e sue caduche cose. + + Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace, + son io venuta all'ombra a mio diletto, + ché starsi al fresco alle sue ninfe piace. + + Se vuoi saper come il mio nome è detto, + 20 Taura son chiamata e qui dimoro + a questo orezzo e nullo amante aspetto. + + E spesso l'altre ninfe del mio coro + vengono qui e vanno quinci a spasso + con vestimenti e con corone d'oro. + + 25 Ma tu chi se' e dove movi il passo?-- + Ed io risposi:--L'amor m'ha condutto + per questo loco faticoso e lasso. +p. 66 + Chi sono e donde vengo a dirti il tutto + sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro, + 30 sperando di fatica dolce frutto. + + Se la dea assente, io prego, fammi chiaro: + o ninfa bella, volentier domando, + perché io so poco e domandando imparo. + + Però, mentr'io sto teco dimorando, + 35 dimmi del regno, che Vulcan nutríca + sotto il suo freno e sotto il suo comando. + + Il tuo dolce parlare anche mi dica + del loco ov'egli sta, s'egli ti done + che piú dell'altre ninfe a lui sie amica. + + 40 Cupido giá del regno di Iunone + assai mi disse con suo parlar breve, + e della grandin disse la cagione + + e delle nubi e pioggia e della neve + e delli tuoni, e disse del baleno, + 45 ch'anco a' giganti è timoroso e greve. + + Ma non mi disse ben espresso e appieno + come si fa la sube e la cometa + e la stella che corre e poi vien meno.-- + + Allor la ninfa con la vista lieta + 50 rispose:--In pria conven che le parole, + le qua' disse Cupido, io ti ripeta. + + Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole, + conven che da sé venga in gran freddezza, + come natura e filosòfia vuole. + + 55 Però nell'aer sopra a tanta altezza, + dove non scalda il raggio che 'nsú riede, + e ove il foco non scalda a piú bassezza, + + sta 'l regno freddo che Iunon possede: + li duo vapori, acquatico e terrestro, + 60 lí si fan nube, sí come si vede. + + E 'l vapor terreo e secco è da sé presto + ad accendersi ratto, purché senta + l'umido intorno, a sé opposto e molesto. +p. 67 + Sí come la calcina, che diventa + 65 focosa all'acqua e fuor manda il calore, + che prima parea fredda e quasi spenta; + + cosí levato 'nsú il doppio vapore, + l'acquatico si stringe e quindi piove, + perché quivi è compresso dal freddore. + + 70 Il terreo allor si aduna e si commove + dentro alla nube, e quel moto l'accende: + è la fiamma rinchiusa in stretto, dove + + con grave tuon la densa nube fende, + e spesse volte la saetta scaccia + 75 col balenar, che subito risplende; + + il balenar vien subito alla faccia; + ché presto l'occhio può veder la luce, + se opaco o grande spazio non l'impaccia. + + Ma 'l tuon, che seco il balenar produce, + 80 l'orecchia dalla lunga nol può udire, + se l'aer seco a lui non lo conduce. + + E ben che 'l foco sia atto a salire, + niente meno ingiú la nube spande, + che 'l freddo denso insú non lassa ire. + + 85 Or, se saper tu vuoi quel che domande, + dirò pria della stella, che nel cielo + permuta loco e par correndo ell'ande. + + Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo, + sottile e secco è ad ardere disposto + 90 piú che la stoppa a lume di candelo. + + Quand'egli vien lassú, dove sta posto + il regno di Vulcan, l'accende il foco + nel primo capo, e la fiamma tantosto + + per lui trascorre e non a poco a poco, + 95 ma ratto e presto; e la fiamma corrente + pare una stella che tramuti loco. + + E fa un fregio sú chiaro e lucente + per la via che trascorre, ed in un tratto + poscia vien meno e non appar niente. +p. 68 + 100 E se 'l vapor è di materia fatto + che sia grossa e viscosa e sulfuresca, + non atta a consumarsi molto ratto, + + quando ha passata la contrada fresca, + va su infin che l'aer caldo trova, + 105 e lá s'accende come a fiamma l'ésca. + + E pare un trave acceso che si mova: + questo è la sube, e spesso ha la figura + o di colonna o di altra cosa nova. + + E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura, + 110 è grosso e secco e molto denso e spesso + e di materia a consumarsi dura, + + quando egli giunge sú al foco appresso, + s'accende quella parte che 'n pria monta, + e quella fiamma scende giú per esso + + 115 in quella parte che non è ancor gionta, + ma sta giú verso l'aere distesa + lunga e nelle sue parti ben congionta. + + Allor la parte ch'è nel foco accesa, + pare una stella, e l'altra la sua chioma, + 120 cioè la parte nell'aer distesa. + + E però questa «cometa» si noma, + quasi «comata», e chi ben questo mira, + dato fu a lei il suo proprio idioma. + + Se saper vuoi perché il sol non tira + 125 piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso, + ma secondando il primo moto gira, + + sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo + nel proprio loco, come hai giá udito, + e, se si parte quindi, va a ritroso. + + 130 E però quel vapor, quando è ignito, + sta dentro fermo presso a quella spera, + la quale è d'ogni lieve il proprio sito. + + E sappi ancor che tanto la lumiera + dura della cometa e tanto è vista, + 135 quanto dura il vapor e sua matèra; +p. 69 + ché mai la fiamma può veder la vista + o la luce del foco per se sola, + s'ella non è con altro corpo mista.-- + + Tacette poscia dopo esta parola; + 140 ond'io a lei risposi:--Ammiro alquanto + come s'accende il vapor che 'nsú vola. + + Ed anco ammiro come può esser tanto, + che se ne faccia vento e pioggia ancora + e l'altre cose dette nel tuo canto.-- + + 145 Sub brevitá questo rispose allora: + --Pensa del cibo dentro al corpo umano, + quando è indigesto e quando egli evapóra: + + il qual, quando è cacciato fuor dell'ano, + s'infiammeria come trita vernice, + 150 se si scontrasse in acceso vulcano. + + Cosí il vapor, che sú 'l mio canto dice, + s'infiamma giunto nell'aere acceso + e d'ogni impressione è la radice.-- + + Cupido, quando a questo io stava atteso, + 155 venía per l'aere quasi uccel veloce + colle saette in mano e l'arco teso. + + --O Taura--chiamò ad alta voce,-- + tu proverai che piú 'l mio foco infiamma + che quel del tuo Vulcano, e che piú coce. + + 160 Ei l'ha provato, e sallo la mia mamma.-- + Cosí dicendo, un colpo tal gli porse + col dardo acceso di sacrata fiamma, + + che trapassolla e insino a me trascorse; + e tanto m'infiammò quella saetta, + 165 ch'io grida' aiuto, e l'Amor non soccorse. + + Taura bella, di dolor costretta, + gridò al ciel:--Vulcano, ora m'aita, + e del crudele Amor fammi vendetta.-- + + E, detto questo, cadé tramortita. + + +p. 70 + + + + +CAPITOLO XIV + +Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego di Venere +Giove discese dal cielo e pose pace fra loro. + + + Parve che quella voce andasse al cielo, + ché venne con un tuon un gran baleno + a lei sopra la faccia e 'l petto anelo. + + E nel dir «_miserere_» ed anche in meno + 5 l'aere si turbò e féssi fosco, + il quale pria era chiaro e sereno. + + E ben mille ciclopi fuor d'un bosco + io vidi uscir e fuor delli gran monti, + alti, che tanto abeti io non conosco. + + 10 Questi hanno sol un occhio in le lor fronti, + fabbri di Iove e duri nelle braccia, + crudel, nelle battaglie arditi e pronti. + + Poi tra le nubi con irata faccia + e con tempesta apparve il gran Vulcano + 15 co' tuon, co' quali a' giganti minaccia. + + E tre saette avea nella sua mano; + cosí discese giú con sí gran grido, + ch'egli facea tremar tutto quel piano. + + --Dov'è--dicea,--dov'è 'l crudel Cupido? + 20 Dove se' ito, traditor bugiardo? + Vieni, ché alla battaglia io ti disfido. + + Ahi, gran prodezze mostrarsi gagliardo + contra una ninfa, a cu' il petto hai ferito + sí crudelmente col tuo crudo dardo! + + 25 Ma, se tu se' sí grande e sí ardito, + perché non vieni, o nato d'adultèro, + in campo alla battaglia, ov'io t'invito?-- +p. 71 + Cupido, in questo, superbo ed altèro + vidi venir volando, e mai uccello + 30 corse alla preda sí ratto e leggero. + + Ed a Vulcan:--Ritorna a Mongibello, + sciancato, storto e dal ciel messo in bando: + ritorna alla fucina ed al martello. + + Il dardo orato mio, il qual io mando, + 35 tu proverai; e, se ti giunge addosso, + tu griderai a me:--Mercé domando.-- + + Poi scoccò 'l dardo, ed arebbel percosso, + se non ch'e' si gittò alla supina: + per questo il colpo andò da lui rimosso. + + 40 Su ratto si levò e con ruina + il folgore gittò, il qual la spada + corrode e nulla fa alla vagina, + + ch'ello è fiamma sottile e fa che vada + dentro alli pori e ciò che non ha poro, + 45 cosí disfá, come il sol la rugiada. + + Questo di piombo le saette e d'oro + fuse nella faretra, e smunse e róse + ciò che v'avea di metallin lavoro. + + Quando Cupido le polse penose + 50 volle trar fuor per trarre un'altra volta, + nulla trovò, mentre sú la man pose. + + Onde ei, scornato e con furia molta: + --Io ho l'altr'arme--disse--e 'l foco sacro: + quest'arme a me da te mai non fia tolta.-- + + 55 Cosí dicendo, furibondo ed acro + corse in Vulcano e sí gl'incese il mento, + che 'l volto d'ogni barba li fe' macro. + + E, di questa vendetta non contento, + col foco s'avventò nelli ciclopi; + 60 e, poi che 'l capo incese a piú di cento: + + --Tornate alle caverne come topi + --diceva a lor,--tornate, o turba inerte, + o falsi e vili e neri quanto etiòpi.-- +p. 72 + Vulcano, in questo, sú a braccia aperte, + 65 fuggendo, salse al regno di Iunone, + ove il vapore in saette converte. + + Ma dietro a lui, leggier come un falcone, + andò Cupido, e mai corse sí ratto + dall'arco suo scoccato verrettone. + + 70 E disse a lui:--Vulcan, non verrá fatto + l'avviso tuo: farò che le saette + far non potrai per me a questo tratto.-- + + Cosí dicendo, tutte nubi umette + 'sciuccòe col foco e tanto consumolle, + 75 che 'ntorno al caldo l'umido non stette; + + ché, quando è consumato l'umor molle, + accendersi non può 'l secco vapore, + sí che Vulcan non fece quel ch'e' volle. + + Per questo cominciò con gran rumore + 80 a gridar forte, chiamando difese + contra Cupido, stimol dell'amore. + + Allora Venus sue braccia distese + al cielo e disse con parol divote + al sommo Iove, tanto ch'e' la 'ntese: + + 85 --Guarda il vecchio marito, che non puote + piú difensarsi contro il mio figliuolo: + vedi ch'e' l'ha percosso e che 'l percote. + + Tu sai che, quando il giganteo stuolo + volle pigliar il cielo e discacciarte, + 90 piú che null'altro t'aiutò ei solo. + + E fece le saette con sua arte: + con quelle, o Iove, tu gettasti a terra + li gran giganti con le membra sparte.-- + + In men che alcun non apre gli occhi o serra, + 95 vidi Iove discender giú 'n quel loco, + ove Cupido a Vulcan facea guerra. + + --Cessa--disse al fanciullo--il sacro foco; + Amor, se pensi quanto l'hai feruto, + tu dirai ch'egli è troppo, e non è poco. +p. 73 + 100 E s'egli avesse a te ferir voluto, + come potea, nella tua persona, + nullo al suo colpo aver potevi aiuto.-- + + A questa voce del signor che tona, + cessò il foco Cupido e reverente + 105 disse al padrigno:--O padre, a me perdona.-- + + Nulla cosa a sdegnarsi è piú fervente + che 'l buon Amore, e nulla cosa ancora + si placa e torna piú leggeramente. + + Posta la pace, si partí allora + 110 colle sue ninfe Iove e suoi satelli, + de' quali il regno suo in ciel s'onora. + + Ma pria la vita a Taura, ed i capelli + rendé a Vulcano, che parea un menno, + ed a Cupido i dardi orati e snelli. + + 115 Poiché i duo guerreggianti pace fenno, + Vulcan disse all'Amor:--Perché sí rio + ver' me se' stato e con sí poco senno? + + Se non che, quando a te saetta' io, + trassi come a figliuol, non a figliastro: + 120 tu non scampavi mai dal colpo mio. + + E provato averesti ch'io so' il mastro + di saettar e che non si può opporre + a me mai scudo, unguento ovver impiastro. + + Io son che getto a terra le gran torre + 125 e li gran monti, e che soccorsi a Iove, + quando i giganti vòlsonli 'l ciel tôrre. + + Della saetta mia, quando si move, + i grandi effetti e le varie ferite, + nulla è filosofia che le ritrove.-- + + 130 Rise Cupido alle parole udite + e fe' come fa alcun, che par ch'assenta + a quel che non è ver, per non far lite. + + E, come aquila fa, quando s'avventa + alla sua preda rapace e feroce, + 135 ch'ali non batte, perché non si senta; +p. 74 + cosí ciascuno ingiú venne veloce + alla dea Venus. Benigna l'accolse + e poi a Vulcan proferse questa voce: + + --Assai, marito mio, il cor mi dolse, + 140 quando tu fulminasti il dolce figlio + e che guastasti le su' orate polse. + + Ma piú mi dolse che la barba e 'l ciglio + egli arse a te e che con tanta asprezza + nell'aer su ti pose a tal periglio. + + 145 Or della doglia io sento gran dolcezza, + da che tra voi è la concordia posta, + la qual prego che duri con fermezza.-- + + Vulcan non fece a lei altra risposta + se non che con l'Amor volea la pace; + 150 ché la sua sposa, che gli stava a costa, + + piú 'l riscaldò che 'l foco, ov'egli giace, + e, se non pel figliastro, facea forse + cosa ch'è turpe e con beltá si tace. + + Per questo si partí e su ricorse + 155 al regno suo; e Taura sua partita + fece una seco, onde gran duol mi morse. + + Però a Cupido:--Amore, ora m'aita: + tu sai che 'l colpo insino a me pervenne, + allor che Taura fu da te ferita.-- + + 160 Egli ridendo mosse le sue penne, + e fuggí via l'Amor senza leanza + ed alla piaga mia non mi sovvenne. + + Venus a me:--Assai piú bella 'manza, + --disse--nel regno mio ti doneraggio.-- + 165 Però, al conforto di tanta speranza, + + la seguitai per l'aspero viaggio. + + +p. 75 + + + + +CAPITOLO XV + +Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia, +la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti. + + + L'amor con la speranza è sí soave, + che fa parer altrui dolce e leggera + la cosa faticosa e da sé grave; + + ché sempre mai, quando l'animo spera + 5 aver il premio della sua fatica, + piglia l'impresa con la lieta ciera. + + Questa tra spine e tra pungente ortica + menava lieto me per duro calle: + tanto quella promessa a me fu amica; + + 10 quando vidi una ninfa in una valle, + che cogliea fiori, e suoi biondi capelli + di color d'oro avea sparsi alle spalle. + + --A quella che lí coglie i fiori belli + --diss'io a Venus--volentieri irei, + 15 se piace a te che alquanto gli favelli.-- + + La dea consentí ai desii miei; + ond'io andai, e, quando gli fui appresso, + queste parole dirizzai a lei: + + --O ninfa bella, mentre a me è concesso + 20 ch'io parli teco, prego, a me rispondi: + chi se' e questo loco a chi è commesso?-- + + Allor, rispersa de' capelli biondi, + inver' di me alzò la lieta testa, + e poi rispose con gli occhi giocondi: + + 25 25--Eolo regna qui 'n questa foresta, + che regge i venti ed halli tutti quanti + sotto il suo freno e sotto sua potèsta; +p. 76 + ché, quando contra il ciel funno i giganti, + seguîro il padre, e le colpe paterne + 30 spesso tornano a' figli in duri pianti. + + Però gl'inchiuse Dio tra le caverne, + ed Eolo diede a lor, che gli apre e serra + e che sotto suo impero li governe. + + Se ciò non fosse, l'aere e la terra + 35 subbissarieno ed in ogni contrada + farian grande ruina e grande guerra. + + Panfia ho nome, e la dea della biada + alla figlia Proserpina mi manda; + e spesse volte vuol che a lei io vada. + + 40 E coglio questi fior, ch'una grillanda + gli vo' portar, ché delli fior che colse + gli sovvien anco, e però me 'n domanda, + + quando Cupido con sue fiere polse + ferí 'l disamorato infernal Pluto, + 45 allor ch'a Ceres la figliola tolse. + + Ma tu chi se' e come se' venuto + cosí soletto in questa valle alpestra? + Vai vagabondo o hai 'l cammin perduto?-- + + Ed io a lei:--Venus è mia maestra; + 50 seco mi guida al loco, ov'ella regna, + e per darmi conforto ella mi addestra. + + Ed ha concesso a me ch'io a te vegna; + o ninfa bella, prego mi contenti; + e quel che ti domando, ora m'insegna. + + 55 Dimmi ove stanno e donde son li venti, + ché, quando scendi all'infernal regina, + io credo che li veghi e che li senti.-- + + Ed ella a me:--Perché ratta e festina + Ceres mi manda, per fretta non posso + 60 appien de' venti darti la dottrina. + + Ma sappi che la terra dentro al dosso + ha gran caverne, meati e gran grotte, + ove li venti stanno in vapor grosso. +p. 77 + Tra quei meati e quelle rupi rotte + 65 diventa quel vapor sottile e raro, + quando di sopra al dí cresce la notte; + + ché, quando un loco a sé prende un contraro, + l'altro contraro prende un loco opposto, + e quanto posson tengon loco varo. + + 70 E però, quando è ito il fin d'agosto, + e che 'l dí manca e fassi qui il verno, + allor che il sole in bassi segni è posto, + + nelle caverne, ch'Eolo ha 'n governo, + s'inchiude il caldo. E di ciò dán certezza + 75 l'acque che stanno nell'alvo materno, + + che hanno il verno alquanto di caldezza, + come si vede e come appare al senso; + la state hanno sotterra piú freddezza. + + Sí che 'l vapor, in prima grosso e denso, + 80 convien che s'assuttigli e sparso cresca + il verno, riscaldato ovvero accenso. + + Però dall'arto loco cerca ond'esca: + cosí per le fissure e pori esala, + e 'l sole il tira insino all'aura fresca. + + 85 Lí ripercosso, poscia all'ingiú cala + e fassi vento, e, dove luna il tira + ovver Saturno, quivi move l'ala. + + Il vapor che rimane e che si aggira + nel ventre della terra, perché appieno + 90 non può uscir del loco, ond'egli spira, + + ritorna addietro in fondo giú nel seno + dell'alma terra; e però innanzi alquanto + che sia il tremoto, ogni vento vien meno. + + E poi ritorna e con impeto tanto, + 95 venendo insieme, la terra percote, + che la fa almen tremare in alcun canto. + + Questo è 'l tremoto, e voglio ch'ancor note + che 'l vapor caldo inchiuso ha tal valore, + che nulla cosa ritener il puote. +p. 78 + 100 Se fusse un monte qual tu vuoi maggiore, + tutto d'acciaio dentro alla montagna, + per mille parti ne uscirebbe fore. + + Cosí il vapor inchiuso in la castagna + o in altra cosa, quando è riscaldato, + 105 convien che n'esca e quel che 'l tiene infragna. + + Io ho veduto giá ch'egli ha levato + del loco un monte e fatta un'apertura + sopra la terra con sí grande iato, + + che 'l re d'inferno avuta ha gran paura + 110 che non discenda insin laggiú il raggio + e non illustri la sua patria oscura. + + E dico a te che anco veduto aggio + Eolo re temere alcuna volta, + quand'apre i monti e dá a' venti il viaggio. + + 115 Egli escono con furia ed ira molta, + quasi lioni o Cerbero feroce, + quando si vide la catena sciolta. + + E discorrendo van per ogni foce; + e, se si scontran due venti inimici, + 120 il turbo fanno, il qual cotanto nòce. + + Quest'è che gitta a terra li edifici + con gran ruina e percuote li tetti, + e svelle gli arbor dalle lor radici.-- + + E giá poneva fine alli suoi detti, + 125 se non ch'io dissi:--Deh! di' se la luce + del sol fa nell'inferno alcuni effetti.-- + + Allor rispose:--Il sol, ch'è primo duce + di ciò che nasce, pietre preziose, + oro ed argento di laggiú produce. + + 130 Ver è che Pluto tutte queste cose + dona alla sposa sua, la quale è figlia + di quella che l'andata a me impose. + + Io dirò a te una gran maraviglia: + che d'oro mi mostrò un sí gran monte, + 135 che'ntorno gira piú di diece miglia.-- +p. 79 + E disse:--Io prego, quando lassú monte, + che tu nol dichi agli uomini del mondo + e d'esta mia ricchezza non racconte; + + ché son sí avari, che 'nsin quaggiú al fondo + 140 ei cavarieno a rubbar il tesoro, + il qual m'è dato in sorte e qui nascondo; + + e son sí ghiotti e cupidi dell'oro, + che giá han cavato ingiú trecento braccia: + che non vengan quaggiú temo di loro.-- + + 145 E, detto questo, con la lieta faccia, + ridendo, inchinò alquanto e disse:--Addio;-- + e poi n'andò come chi fretta avaccia. + + Alla mia scorta allora torna' io; + e seguitaila insin all'oceáno + 150 per un viaggio molto aspero e rio. + + Nettuno a noi col suo tridente in mano + venne risperso di marine schiume, + sí che sua barba e 'l capo parea cano. + + Con lui vennon le ninfe d'ogni fiume, + 155 delle quali al presente non ne narro, + ché 'n altra parte il contará il volume. + + Nettuno poi ne pose sul suo carro + e solcòe 'l mar; e li mostri marini + facean, mirando noi, al plaustro sbarro. + + 160 Triton sonava, e li lieti delfini + givan saltando sopra l'onde chiare, + che soglion di fortuna esser divini. + + Poiché mostrato m'ebbe tutto il mare + e che dell'acque la cagion mi disse, + 165 perché sotto son dolci e sopra amare, + + in terra ne posò e lí s'affisse, + e fe' ballar per festa le sue dame: + e poi dicendo:--Addio,--da noi partisse. + + Allor Venus andò al suo reame. + + +p. 80 + + + + +CAPITOLO XVI + +Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo reame dispiacquero +all'autore, perché usavano atti disonesti d'amore; onde Venere il menò +a ninfe piú oneste, ma piú piene d'inganno. + + + Chi di Venus ben vuol saper il regno + com'è disposto, sguardi pure agli atti; + ché ogni balla si conosce al segno. + + Come gli uomini sonno dentro fatti, + 5 nell'opera di fuor si manifesta: + quella è che mostra i saggi ed anco i matti. + + Poiché passata avemmo una foresta, + io vidi il regno suo piú oltra un poco + e gente vidi quivi in gioia e festa. + + 10 Ed in quel regno quasi in ogni loco + eran distinte ninfe a sorte a sorte + in balli e canti ed in solazzi e gioco. + + Quando si funno di Ciprigna accorte: + --Ecco la nostra dea--dissono alquante,-- + 15 che torna a suo reame ed a sua corte.-- + + Ben mille ninfe allor venneno avante, + di rose coronate e fior vermigli, + vestite a bianco dal collo alle piante. + + E de' loro occhi e dell'alzar de' cigli + 20 Cupido fatto avea le sue saette + e l'ésca, con la qual gli amanti pigli; + + ché quelle vaghe e belle giovinette + con que' sembianti moveano lo sguardo, + che fa la 'manza che assentir promette. + + 25 Non era lí mestier pregar che 'l dardo + traesse dio Cupido a far ferita + o ch'egli al suo venir non fosse tardo; +p. 81 + ch'ognuna mi parea che senza invita, + solo al mirar e ad un picciol cenno, + 30 che nella vista sua mi dicesse:--Ita.-- + + Poiché diversi balli quivi fenno + 'nanti a Ciprigna con canti esquisiti + e misurati suon con arte e senno, + + io vidi dame e vidi ermafroditi, + 35 uomini e donne insieme, venir nudi, + ove natura vuol che sien vestiti. + + Al viso con le man mi feci scudi + per non vedergli; ond'ella:--Perché gli occhi + --mi disse--colle man cosí ti chiudi?-- + + 40 Risposi a lei che gli atti turpi e sciocchi + e ciò che vuol natura che sia occolto, + enorme par che 'n pubblico s'adocchi. + + Ed ella a me:--Un luoco dista molto, + ove tengo mie ninfe tanto oneste, + 45 che, solo udendo amor, le arroscia il volto; + + talché, quando Diana fa sue feste + o va alla caccia tra luochi selvaggi, + spesso vuole che alcuna io gli ne preste. + + Li sta la ninfa, la qual voglio ch'aggi, + 50 la qual, perché non gissi, io ti mostrai + a lato a me tra gli splendenti raggi.-- + + Partissi allora, ed io la seguitai + insino a quelle, e di tant'eccellenza + Natura ninfe non formò giammai. + + 55 Né Fiandra, né Roma, ovver Fiorenza, + né leggiadria giammai che di Francia esca, + mostrâro ninfe di tant'apparenza. + + D'una di quelle Amor mi fece l'ésca + ad ingannarmi, e fui preso sí come + 60 uccello o all'amo pesce che si pesca. + + Venere Ionia la chiamò per nome. + Allor dall'altre venne la donzella + con la grillanda su le bionde chiome. +p. 82 + E, come va per via sposa novella + 65 a passi rari e porta gli occhi bassi + con faccia vergognosa e non favella, + + cosí la falsa moveva li passi + per ingannarmi e, quando mi fu appresso, + mi riguardò; ond'io gran sospir trassi. + + 70 Venere disse a lei:--Io ho promesso + a questo giovinetto che ti guide: + a lui ti diedi ed or ti dono ad esso.-- + + Sí come putta che piangendo ride + per ingannar, cosí bagnò la faccia, + 75 dicendo:--O sacra dea, a cui mi fide? + + In prima, o Iove, occidermi ti piaccia; + in prima, o Citarea, voglio morire, + che alcun uomo mi tenga tra le braccia.-- + + E per podermi ancor meglio tradire, + 80 'sciuccava gli occhi a sé con li suoi panni, + nel cor mostrando doglia e gran martire. + + Chi creso arebbe che cotanti inganni + e tanta falsitá adoperasse + ninfa, che non parea di quindici anni? + + 85 Io pregava Cupido che tirasse + contro di lei omai il suo fiero arco + e che al mio voler la soggiogasse. + + Ed io il vidi col balestro carco + nell'aer suso in uno splendor chiaro, + 90 e ferirla mostrò con gran rammarco. + + Non fe' all'Amor la ninfa piú riparo, + ma il capo biondo sul mio petto pose + e che io l'abbracciassi mostrò caro. + + Allor Venus di rosse e bianche rose + 95 a lei ed anco a me risperse il petto; + e poi sparí come ombra e si nascose. + + Quand'ella vide me seco soletto, + cosí mirava intorno con sospiri + come persona, quand'ella ha sospetto. +p. 83 + 100 --Perché, o ninfa mia, intorno miri? + --diss'io a lei.--Deh! alza gli occhi belli, + che hai nel viso, quasi duo zaffiri. + + Perché stai timorosa e non favelli?-- + Allor alzò la faccia a me e parlommi, + 105 'sciuccando gli occhi a sé co' suoi capelli. + + --Pel sommo Iove e per li dèi piú sommi + per l'aere e 'l cielo, il qual nostr'amor vede, + pel duro dardo il qual gittato fommi, + + ti prego, amante, che mi dia la fede + 110 che non m'inganni e che vogli esser mio, + da ch'io son tua e Venus mi ti diede. + + Or ti dirò perché ho sospetto io: + qui stan centauri e fauni incestuosi, + turpi in ogni atto scostumato e rio. + + 115 E stanno tra le selve qui nascosi, + e qui la 'Nvidia maledetta anco usa + con sue tre lingue e denti venenosi. + + Ed io temo lor biasmo e loro accusa; + però pavento, e sai che colpa occolta + 120 innante ai numi e al mondo ha mezza scusa. + + Però, acciò che teco non sia còlta, + prego che la partenza non sia dura + a te, né anco a me per questa volta.-- + + Un monte mi mostrò e:--Su l'altura + 125 --mi disse sta un boschetto; io lí verraggio + a te, quando la notte sará oscura.-- + + E, perché 'l suo consiglio parve saggio, + io me partii; ma prima li die' il giuro + d'amarla sempremai con buon coraggio. + + 130 Ed ella del venir mi fe' sicuro. + Cosí n'andai; e, quando al loco fui + colla speranza del venir futuro, + + dissi pregando:--O Febo, i corsier tui + movi veloci verso l'occidente, + 135 perché piú ratto questo dí s'abbui. +p. 84 + E tu, Atlante, il ciel piú prestamente + movi coll'alte braccia e grandi e forti, + perché la notte giunga all'oriente. + + O cerchio obliquo, che i pianeti porti, + 140 fa' sí che entri il sole in Capricorno, + che sia la notte lunga e il dí raccorti, + + acciò che tosto passi questo giorno + e venga Ionia, che venire aspetta, + quando sia notte, meco a far soggiorno. + + 145 Io benedico il foco e la saetta, + o dio Cupido, col qual m'hai ferito; + e la tua madre ancor sia benedetta, + + che, quando con Minerva insú er' ito, + per me avvocò ed ella mi ritorse; + 150 ed ella ha fatto ch'ancor t'ho seguíto. + + E qui al suo reame ella mi scorse + ed hammi data Ionia, e che a me vegna + n'aggio speranza senza nessun forse, + + e spero in te e 'n lei che mi sovvegna.-- + + +p. 85 + + + + +CAPITOLO XVII + +Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla ninfa Ionia. + + + E giá il chiaro sol sí calato era, + che nell'altro emisperio a quello opposto + faceva aurora e quivi prima sera. + + E, per meglio vedere, io m'era posto + 5 alto in un sasso e lí cogli occhi attenti + stava sperando che venisse tosto. + + Intanto fûn del sole i raggi spenti; + e giá 'l cielo mostrava ogni sua stella, + e non sentéa se no' 'l soffiar de' venti. + + 10 --Quando verrai, o Ionia ninfa bella? + --dicea fra me;--perché tanta dimora? + Qual sará la cagion che sí tarda ella?-- + + Qual va cercando l'angosciosa tora, + a cui il figlio o la figliola è tolta, + 15 che soffia e cerca e mugghia ad ora ad ora, + + e poi si folce e coll'orecchie ascolta; + tal facea io, ed alquanto la spene + dalla sua gran fermezza s'era vòlta. + + Queste son le saette e dure pene, + 20 che balestra agli amanti il folle Amore; + ché se speranza o tarda o in fallo viene, + + quanto sperava, tanto ha poi dolore; + ché sempre volontá s'affligge tanto, + quanto a quel che gli è tolto avea fervore. + + 25 Io cercai per quel bosco in ogni canto + insino al primo sonno e chiamai forte, + aggirando quel loco tutto quanto, +p. 86 + come fe' Enea alla suprema sorte + cercando della misera Creusa, + 30 rimasa in Troia dentro delle porte. + + Eco tapina, che vive rinchiusa + tra le spelonche, mi dava risposta + al fin della parol, come far usa. + + Per ritrovarla scesi poi la costa, + 35 e driada trovai su nel sentiero, + che a guardar le ninfe ivi era posta. + + --Deh dimmi, driada, prego, e dimmi il vero, + se delle ninfe ve ne manca alcuna, + o se 'l numero loro è tutto intero. + + 40 --Quando la notte ieri si fe' bruna + --rispose quella,--Ionia n'andò via, + e non era levata ancor la luna.-- + + E disse a me che cenno fatto avía + la dea Ciprigna, acciò ch'andasse a lei + 45 cosí soletta senza compagnia. + + --Ma io, o giovin, volentier saprei + perché tu ne domandi ed a quest'otta + come vai quinci, e dimmi che far déi.-- + + Risposi:--Iersera, quando il dí s'annotta, + 50 io vidi lei; ond'io maravigliai + che sí soletta andar s'era condotta; + + ch'i' so che in questo loco stanno assai + centauri e fauni, e so che qui ed altrove + sono alle ninfe infesti sempremai. + + 55 Io temo, o driada, che alcun non la trove + e, sol da questo mosso, quaggiú vegno: + questo a venir di notte qui mi move. + + --Se Citarea, la dea di questo regno + --rispose quella--volle ch'ella gisse + 60 ed acciò ch'ella andasse gli fe' segno, + + nullo saría centauro che ardisse, + né che potesse impedirgli l'andata, + la qual i fati e la dea gli prescrisse. +p. 87 + Ma, se questo non è e fie trovata, + 65 null'altra cosa, credo, la ripara + che non sia presa e che non sia sforzata.-- + + Ahi, quanto esta risposta mi fu amara, + credendo fermamente fosse presa! + E questa opinion mi parea chiara; + + 70 ond'io risalsi insú tutta la scesa, + che avíe fatta, e giunsi su nel piano, + ove aspettato avíe con spene accesa. + + Io dicea meco:--O ninfa, alla cui mano + or se' venuta? O vaga giovinetta, + 75 qual fauno t'ha scontrata o qual silvano? + + Questa è, Cupido, tua crudel saetta, + e grave pena è la tua fiamma dura, + se tardi o togli quel che spene aspetta. + + E l'altra è gelosia e la paura, + 80 che, perché la bellezza troppo s'ama, + però in nulla parte è mai secura.-- + + Cosí andai chiamando quella dama, + come colui che una persona sola + vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama, + + 85 che dice ratto e parla nella gola; + e tal i' la chiamai ben mille volte, + qual Eco rende 'l suon della parola. + + Tant'eran giá del ciel le rote vòlte, + che Aurora giá mostrava sua quadriga, + 90 e giá Titon gli avea le trecce sciolte, + + quando pel pianto e per la gran fatiga + convenne che giú in terra io mi colcasse, + e piú per lei cercar non mi diei briga. + + In questo parve a me che in me entrasse + 95 il sonno, che ristora e che riposa + a' mortali le membra stanche e lasse. + + Mentr'io dorméa, apparve a me, amorosa + e piena di splendor, la bella Ilbina, + in apparenza piú che umana cosa. +p. 88 + 100 --Lévate su,--mi disse,--ch'è mattina: + Cupido tante volte t'ha tradito, + egli e la madre sua, che è qui reina. + + Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito + d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto, + 105 che 'l venir suo a te ha impedito. + + L'amor, che avea a te, in lei è morto; + e ad un fauno vile, rozzo e negro + l'han data per amante e per conforto: + + colui del suo bel viso ora sta allegro. + 110 E perché queste cose, c'ho racconte, + le sappi appieno e tutto il fatto intègro, + + quand'ella a te venía quassú nel monte, + perché piacesse a te piú la sua vista, + di rose s'adornò il capo e il fronte. + + 115 Cupido allor d'una saetta trista + ed impiombata dentro al cor gli diede, + colla qual fa ch'all'amor si resista: + + questa ogni amor gli tolse ed ogni fede + a te promessa. E poi con l'altro astile, + 120 il quale è d'òr, da cui amor procede, + + sí come l'ésca el foco del focile, + cosí accese lei; e poi mostrògli + un fauno bovin, cornuto e vile. + + Però ti prego che seguir non vogli + 125 questo Cupido e che non vogli ire + piú tra le selve e tra li duri scogli. + + Se al regno di Minerva vuo' venire, + lassú l'animo tuo sará contento, + lassú trova la voglia ogni desire.-- + + 130 Poscia sparí; e 'l sonno mio fu spento, + e giú di terra mi levai sú erto, + ché 'l letto mio fu 'l duro pavimento. + + E per voler di questo esser ben certo, + sí come il bracco va cercando a caccia, + 135 cosí cercando andava io quel diserto; +p. 89 + e trovai Ionia stare intra le braccia + del fauno duro ed abbracciargli il seno. + Ond'io con grande voce e gran minaccia + + corsi ver' lor, di furia e d'ira pieno; + 140 ond'elli, spaventati, fuggîr presti. + Ma, perché Ionia potea correr meno, + + rimase addietro; ond'io:--Ché non t'arresti? + perché fuggi cosí, o mala putta? + Son queste tue parole ed atti onesti? + + 145 Tu m'hai fatto aspettar la notte tutta + ed hai lasciato me sol per restarte + con un mostro cornuto e fèra brutta.-- + + E, perché del fuggir le ninfe han l'arte + e son veloci, sen fuggí sí ratto, + 150 che non la giunsi mai in nulla parte. + + Allor meco pensai ch'io era matto + seguitar piú Cupido, ch'è fallace + nelle promesse ed infedel nel fatto. + + Con voce irata ed animo audace + 155 queste parole contra Amor profersi, + volendo seco guerra e mai piú pace, + + sí come si contiene in questi versi. + + +p. 90 + + + + +CAPITOLO XVIII + +Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci +e della cittá di Foligno. + + + --O vano e rio e traditor Cupido, + nelle promesse iniquo ed infedele, + morto sia io, se piú di te mi fido! + + Che tu non se' piatoso, ma crudele, + 5 e come falso il tosco amaro ascondi + nella dolcezza d'un poco di mèle. + + Perché, o falso e rio, non ti confondi + aver tradito me, che li miei passi + seguíto han dietro a' tuoi sempre secondi? + + 10 e tra li scogli e tra li duri sassi + condotto m'hai, con tue promesse ladre, + tra lochi montuosi e lochi bassi? + + Non è venusta dea tua falsa madre; + anche è pellice obbrobriosa e sozza, + 15 nemica a tutte l'opere liggiadre. + + Io prego che la lingua gli sia mozza + a chi ti chiama e chiamerá mai dio; + ché chiunque il dice, mente per la strozza.-- + + Quando queste invettive dicea io, + 20 una dea venne innante a mia presenza, + saggia ed onesta, coll'aspetto pio. + + «Io son nel ciel la quarta intelligenza-- + avea nel manto e nella fronte scritto:-- + Minerva manda me, dea di scienza». + + 25 E bench'io avessi el cuor cotanto afflitto, + quand'io la vidi presso me venire, + m'inginocchiai, ché prima stava io ritto. +p. 91 + Benignamente a me cominciò a dire: + --Dimmi, per qual cagion tu ti lamenti? + 30 Chi t'ha condotto in sí fatto martíre?-- + + Ed io a lei:--Li falsi tradimenti + del rio Cupido lamentar mi fanno: + egli m'ha indutto in cotanti tormenti. + + E se saper tu vuoi il mio affanno, + 35 ed egli ed una ninfa m'han tradito, + usando meco falsitá ed inganno. + + S'io fossi con Minerva insú salito + nel regno suo, ella mi promettea + il ben, il qual contenta ogni appetito. + + 40 Ed io lassai l'andar con quella dea + per l'amor di Cupido, e tornai vòlto + nella ruina d'esta selva rea.-- + + Rispose quella con benigno volto: + --Minerva a te mi manda ed anco Ilbina, + 45 ch'io ti tragga del cammino stolto. + + Degno è chi dietro al folle Amor cammina + e chi nel suo voler fonda sua voglia, + che cada in precipizio ed in ruina. + + Tu stesso se' cagion della tua doglia, + 50 da che sapei che donna ha per usanza + ch'ella si volta e move come foglia. + + Ahi, quanto è stolto chi pone speranza + in cosa vana! ché, quando si fida, + quand'ella manca, ancor egli ha mancanza. + + 55 Non sai che 'l folle Amor sempre si guida + dietro a Concupiscenzia, e di lei è figlio + quei che coll'arco l'amador disfida? + + E questo, se non ha el mio consiglio, + convien che erri e come cieco vada + 60 smarrito per le selve in gran periglio. + + Ma, se tu vuoi tornar in tua contrada, + séguita me, ed io sarò tua scorta; + e riporrotti nella dritta strada.-- +p. 92 + Da quella selva tanto errante e storta + 65 mi pose nella via, la qual conduce + dov'è della virtú la prima porta. + + Ivi parlommi e disse la mia luce: + --Per questa via ritroverai Topino, + che ad onta il trapassò il grande duce. + + 70 E dietro al tuo signor movi il cammino + (per U e go, e per quel nominollo, + ch'a Pier fu nel papato piú vicino). + + A lui e a' suoi passati il grande Apollo + diede per segno due mezzi destrieri + 75 con redini vermiglie intorno al collo, + + in campo bianco, a teste vòlte, e neri; + ed a' suoi descendenti il fiero Marte + per gran virtú promesso ha fargli interi. + + Come si trova nell'antiche carte, + 80 di Tros di Troia un suo nepote scese, + detto anche Tros e venne in quella parte + + ad abitare in quel nobil paese, + ove il Topino e la Timia corre: + tanto l'amor di quel bel loco il prese. + + 85 E Troia dal suo nome fece porre, + chiamato or Trieve, ché antico idioma + si rinovella e mutando trascorre, + + tanto che Persia Perugia si noma, + e Spello in prima fu chiamato Specchio: + 90 cosí un vocabol su nell'altro toma. + + E questo Tros poi in quel tempo vecchio, + Flamminea pose al nome della stella, + che a battaglie influir non ha parecchio. + + Flamminea chiamò la cittá bella, + 95 ché «flammeo» è chiamato Marte fèro: + cosí l'astrologia ancor l'appella; + + ché Marte avea promesso far intero + il segno de' cavalli in campo bianco: + però cosí nomarla ebbe pensiero. +p. 93 + 100 La cittá il nome e 'l loco mutò anco; + e fo Flamminea Foligno nomata, + perché l'antichitá sempre vien manco. + + Ed in quel loco anch'è la strada lata, + la via Flamminea ed or detta Fiammegna: + 105 cosí da' patriotti ora è chiamata. + + Da questo Tros vien la progenie degna + de' troian Trinci, ed indi è casa Trincia, + che anco ivi dimora ed ivi regna. + + E costui anco tutta la provincia + 110 Asia cosí chiamò dall'Asia grande, + com'uom che nuovo regno a far comincia. + + E, se certezza di questo domande, + quivi è 'l monte Soprasia cosí detto, + che sopra a quella patria piú si spande. + + 115 Da questo scese il prence, a cui subbietto + amor t'ha fatto e l'influenzia mia, + quando prima spirò nel tuo intelletto. + + Come andò Paulo alla man d'Anania, + al magnanimo torna, che detto aggio, + 120 ove mai porte serra cortesia.-- + + Andai al mio signor cortese e saggio; + e come alcun domanda ond'altri vène, + cosí mi domandò del mio viaggio. + + Risposi a lui:--Seguíto ho vana spene + 125 del rio Cupido, ed egli mi condosse + tra selve e boschi con acerbe pene. + + Ivi saría smarrito, se non fosse + che una donna venne a me davanti, + ed ella a te tornar anco mi mosse.-- + + 130 E poscia che gl'inganni tutti quanti + gli dissi di Cupido, e come foi + con lui tra' boschi per diversi canti, + + di dea Minerva gli ragionai poi + e come m'invitò e fui richiesto + 135 ch'andassi seco alli reami suoi, +p. 94 + e che Cupido, quando vide questo, + egli e la madre sua mi fecer segno, + tal ch'io tornai al bosco sí molesto. + + Rispose a questo quel signor benegno: + 140 --Come l'animo tuo tanto sofferse + non seguitar Minerva all'alto regno, + + da che ella t'invitò e ti proferse + il carro suo eccellente e di splendore, + e d'essere tua guida anco s'offerse? + + 145 Non sai che ogni senno e buon valore + vien dal suo regno e che da lei procede + ciò che per probitá s'acquista onore? + + Prego, se mai a me avesti fede, + che questo regno tu vadi cercando; + 150 ché poi io vi verrò, s'ella il concede.-- + + Che risponder dovea a tal domando + se non:--Farò, signor, ciò che m'hai imposto, + ché ogni priego tuo a me è comando?-- + + E, perch'egli ad andarvi era disposto, + 155 questo, a cercar di quel regno felice, + mi diede piú fervor ad andar tosto, + + nel tempo che 'l seguente libro dice. + + + + + + LIBRO SECONDO + + DEL REGNO DI SATANASSO + +p. 97 + + + + +CAPITOLO I + +Come la dea Pallade appare all'autore +e gli descrive la sedia e signoria di Satanasso. + + + Febo la notte addovagliava al giorno + ed era in compagnia col dolce segno, + che prima fa di fiori il mondo adorno, + + quando a cercar mi misi il nobil regno + 5 di dea Palla Minerva, per comando + d'un mio signor magnanimo e benegno. + + E come alcun che parla seco, quando + va pel cammin soletto, faceva io, + e questo dicea meco ragionando: + + 10 --O alto re, monarca, o sommo Dio, + non vedi tu che 'l mondo va sí male + e quanto egli è perverso e fatto rio? + + Non vedi il vizio che la virtú assale? + E da che questo da te si comporta, + 15 o tu nol vedi o dell'uom non ti cale. + + Giá l'avarizia ha ogni pietá morta + ed ogni parentela ed ogni fede: + il vizio alla virtú serra ogni porta. + + Non vedi che superbia sotto il piede + 20 tien la giustizia e con orgoglio e pompe + s'è posta armata su nella sua sede? + + Non vedi tu che la lussuria rompe + le leggi di natura e che 'l corrotto + quel di novella etá poscia corrompe? +p. 98 + 25 Signor e Dio, se Abraam o Lotto + in Sodoma e Gomorra tu non trovi, + cioè nel mondo a tanto mal condotto, + + perché tu 'l foco e 'l zolfo giú non piovi? + e se tu odi tante a te biasteme, + 30 perché a fulminar Vulcan non movi? + + perché tu non disfai il crudel seme, + peggior che Licaon e che i giganti, + se non che lor fortezze son piú sceme?-- + + Minerva in questo venne a me davanti, + 35 e non la conoscea che fosse quella; + ed una dea pareva alli sembianti. + + Come che saggia e vergine donzella, + d'oliva e d'òr portava due corone, + talché mai 'mperator l'ebbe sí bella. + + 40 Scolpito avea l'orribile Gorgone + nel bello scudo, ch'ella ha cristallino, + il quale porta e contro i mostri oppone. + + Quando a lei fui e reverente e chino, + ella mi disse:--Dove andar intende + 45 l'animo tuo per questo aspro cammino?-- + + Risposi a lei:--Tra belli monti scende + Topino in Umbria, ed in quel bel paese, + sinché al Tevere l'acqua e il nome rende, + + regna un signor magnanimo e cortese: + 50 egli mi manda a cercar un reame, + al qual Minerva m'invitò e richiese. + + Ma, perché allor Cupido di tre dame + colle saette sue m'avea invaghito, + con quali e' fa che fortemente s'ame, + + 55 non accettai da quella dea l'invito, + ma dietro al folle amor con molti affanni, + sí come cieco, andato son smarrito. + + Or ch'io mi so' avveduto de' suo' inganni + e che ogni cosa si può dir niente, + 60 la qual vien men per correre degli anni, +p. 99 + che non andai con Palla il cor si pente; + e 'l detto mio signore anco sen duole, + ch'io non fu' al suo comando ubbidiente. + + Però mi ha detto in espresse parole + 65 ch'io cerchi infin che truovi ov'ella regna, + ch'egli al suo regno poi venir vi vuole. + + Però ti prego, donzella benegna, + o tu m'insegna il loco, ove la trovi, + o di guidarmi infino a lei ti degna. + + 70 E s'al mio basso prego non ti movi, + mòvati quel signor, il qual mi manda, + e li congiunti suoi antichi e nuovi.-- + + Minerva, poiché 'ntese mia dimanda, + sorrise alquanto e fece lieta cèra, + 75 mostrando faccia dilettosa e blanda. + + Rispose poi:--Virtú e fede vera + del prince, che tu dici, e suoi passati, + e che ne' figli e nepoti si spera, + + lui e suo' amici a me fatt'han sí grati, + 80 ch'io son venuta a te, e son colei + che t'invitai a' mie' regni beati.-- + + Allora la conobber gli occhi miei, + ond'io m'inginocchiai e mia persona + prostrai in terra innanti alli suoi pièi, + + 85 dicendo:--O dea Minerva, a me perdona, + s'io te lassai e seguitai Cupido + per la via ria e abbandonai la buona. + + E quella fiamma, che fe' errar giá Dido, + Ercole e Febo, innanzi a te mi scuse + 90 e 'l pentimento, pel qual piango e grido.-- + + Allor porse la mano e sí la puse + benignamente in su la mia man destra + e poscia in questo modo mi rispuse: + + --Da che Cupido e la sua via alpestra + 95 non vuoi piú seguitar, io acconsento + menarti meco ed esser tua maestra. +p. 100 + Ma dimmi prima se tu se' contento + combatter contra i mostri ed esser forte, + che nel viaggio dánno impedimento.-- + + 100 Risposi:--O sacra dea, piú mi conforte + che Adriana Teseo, quando il fe' saggio + scampar del laberinto e della morte. + + Pensa se del venir gran voglia io aggio, + quando cosí soletto mi son mosso + 105 a cercar te per questo aspro viaggio. + + Tu sai la mia virtú e quant'io posso; + e, s'ella è poca, io spero aver ardire, + se io mi guiderò dietro il tuo dosso. + + Ma prego, o sacra dea, mi vogli dire + 110 qual è 'l cammino e prego che mi mostri + chi sta in quel viaggio ad impedire. + + --Il primo e principal di tutti i mostri + --rispose--è Satanasso ed ha 'l governo + del mortal mondo e delli regni vostri. + + 115 Giá piú tempo è ch'egli uscí for d'inferno, + e prese questo mondo a gran furore + e ciò che muta tempo, o state o verno. + + Nel primo clima sta come signore + colli giganti, ed un delle sue braccia + 120 piú che nullo di loro è assai maggiore + + Tu vederai il suo busto e la sua faccia, + e gloriarsi e dir che 'l mondo vince, + e giá la sua superbia al ciel menaccia. + + E con lo scettro in mano il mondan prince + 125 in mezzo il mondo siede triunfante, + come signore e re delle province. + + E sua cittá ha fatta somigliante + al vero inferno e li vizi egli tiene, + la morte e le miserie tutte quante. + + 130 E perché questo tu lo sappi bene, + convien che tu discendi in quel profondo, + onde ciò che si parte, alla 'nsú vene. +p. 101 + Visto lo primo cerchio e poi il secondo, + l'anime afflitte e gli altri cerchi ancora, + 135 ritornerem tu e io quassú nel mondo. + + Il regno di Satán cercherai allora + e la sua gran cittá e l'alto seggio + anche vedrai e chi con lui dimora. + + Or, perché 'l mondo va di male in peggio, + 140 se ben pensi chi 'l guida, da te stesso + chiaro il vedrai sí com'io chiaro il veggio. + + Tu ragionavi, a me venendo adesso, + ond'è che 'l mondo è sí di vizi pieno + e perché tanto mal da Dio è permesso. + + 145 Or sappi ben che Dio ha dato il freno + a voi di voi; e se non fosse questo, + libero arbitrio in voi sarebbe meno. + + E voglio ancor che ti sia manifesto + che vostra carne, le piú volte, volta + 150 vostra ragion dal segno d'atto onesto. + + E perché al vizio è prona gente molta, + Satáno vince; e questa è la sementa + e la zizania sua mala ricolta. + + Vince anco le piú volte quando tenta, + 155 ché 'n mille modi torcer vostra nave + puote dal porto ritto, ove si avventa; + + ché correre a vertú sempre par grave + a vostra carne, la qual sempre incíta + a quel che par al senso piú soave. + + 160 Facciamo omai di qui nostra partita: + il tempo è breve, ed è distante il loco, + ov'è d'andar al ciel prima salita. + + --Minerva mia, te primamente invoco, + e poi le muse, che dell'acqua chiara + 165 del fonte pegaseo mi diate un poco.-- + + Cosí risposi e poi:--Or mi dichiara + di questo che mi dá gran maraviglia: + tu sai che domandando l'uomo impara. +p. 102 + Quando fu che Satán e sua famiglia + 170 lasciò di sé e de' suoi l'inferno vòto + e venne su, ove si more e figlia? + + Vorrei saper ancor, ché non mi è noto, + s'egli è signor di tutti quegli effetti, + che influisce il cielo ovver suo moto.-- + + 175 Allora mi rispose in questi detti. + + +p. 103 + + + + +CAPITOLO II + +Come l'autore narra a Minerva che e' si confida +vincere Satanasso e suoi vizi. + + + --Vergine saggia e bella il cielo adorna, + di cui Virgilio poetando scrisse: + «Nova progenie in terra dal ciel torna». + + Resse giá 'l mondo, e sí la gente visse + 5 sotto lei in pace, che l'etá dell'oro + el secol giusto e beato si disse. + + La terra allora senza alcun lavoro + dava li frutti e non facea mai spine; + né anco al giogo si domava il toro. + + 10 Non erano divisi per confine + ancor li campi, e nullo per guadagno + cercava le contrade pellegrine. + + Ognuno era fratello, ognun compagno; + ed era tant'amor, tanta pietade, + 15 ch'a una fonte bevea il lupo e l'agno. + + Non eran lance, non erano spade; + non era ancor la pecunia peggiore + che 'l guerreggiante ferro piú fiade. + + La Invidia, vedendo tanto amore, + 20 di questo bene a sé generò pene, + e d'esto gaudio a sé diede dolore: + + con quella doglia che a lei si convene, + andò in inferno, ed alli vizi dice + quanta pace avea il mondo e quanto bene. + + 25 E l'Avarizia, d'ogni mal radice, + seco ne trasse e menolla su in terra + per conturbar quello stato felice. +p. 104 + Vennon con lei la Crudeltá e la Guerra, + l'Inganno e Froda e la Malizia tanta, + 30 che ha guasto 'l mondo e fa che cotanto erra. + + Presa ch'ebbe la terra tutta quanta, + non gli bastò, e 'l mar ebbe assalito + la rea radice d'ogni mala pianta. + + Quando Nettuno vide l'uomo ardito + 35 cercar il mare e non temer tempesta + e di solcarlo e gir per ogni lito, + + trasse di fuor del mar la bianca testa + e 'l suo tridente, ed ebbe gran pavento, + dicendo:--Oimè! Che novitá è questa? + + 40 Come ha trovato l'uom tanto argomento, + che passa il mar e non teme dell'onde, + e va e vien a vela ad ogni vento?-- + + Come cosa nociva si nasconde + che non si trove, però che si teme + 45 che, se si trova, gran mal ne seconde; + + cosí Natura de' denari il seme + pose e nascose nel regno di Pluto, + perché la gente non turbasse insieme. + + Ma l'amor dell'aver tanto cresciuto + 50 sfondò la terra e 'l gran Pluto infernale + robbò, gridante lui, chiamando aiuto. + + Questo fu poi cagion di maggior male, + ché ruppe amor e legge ed ogni patto, + e fe' il figliolo al padre disleale. + + 55 Vedendo Astrea il mondo esser disfatto + e 'l viver santo, e guasto il giusto regno + dal mostro reo, che fu d'inferno tratto, + + lassò la terra prava a grande sdegno, + sí come indegna della sua presenza, + 60 e tornò al ciel, ov'ella è fatta segno. + + Allor li vizi senza resistenza + uscîro di comun da Mongibello + col loro ardire e con la lor potenza. +p. 105 + E come quei che han preso alcun castello, + 65 gridan:--Brigata, sú! il castello è nostro!-- + per veder se si leva alcun ribello; + + cosí, usciti dall'infernal chiostro, + Satan e i suoi questo mondo pigliâro: + allor d'inferno uscí il primo mostro. + + 70 E sua superba sede collocâro + in mezzo il mondo, dov'è il primo clima, + onde l'un polo e l'altro vede chiaro. + + Lá sta la via che al regno mio sublima, + su per la qual nessun può mai venire, + 75 se colui non combatte e vince in prima. + + Lí stanno i vizi sol per impedire + che verso il cielo alcun insú non saglia + con grandi orgogli ed onte e con ardire. + + Chi come Circe la mente gli abbaglia, + 80 chi canta dolce piú che la sirena, + e chi menaccia e chi dá gran battaglia. + + Di mille se un passa e anco appena, + viene in contrada di splendor sereno, + di belli fiori e dolci canti piena. + + 85 Ed in quel pian sí chiaro e tanto ameno + stanno quei ch'ebbon fama di virtute, + benché battesmo e fede avesson meno: + + ché non vuol l'alto Dio che sien perdute + le prodezze in inferno, e senza fede + 90 vuol che null'abbia l'eternal salute. + + Chi, oltre andando, piú suso procede, + trova nel gran giardin quattro donzelle: + oh beato chi l'ode e chi le vede! + + Tre altre piú divine e vieppiú belle + 95 ne stan piú su, e con queste sto io, + accompagnata da quelle sorelle. + + Ed in quel loco bel vagheggio Dio, + e veggio il primo artista nel suo esemplo + tra le bellezze del suo lavorio. +p. 106 + 100 Poi vo piú alto ed entro nel gran templo + del sommo Iove, e con la mente mia + a faccia a faccia il Creator contemplo. + + Anche domandi quanta signoria + ha Satanasso; ed, a ciò dichiararte, + 105 convien con fondamento sappi in pria + + che Dio è primo prince in ogni parte + sempre e di tutto, ed a' primi motori + la sua virtú comunica e comparte. + + E questi dopo lui sonno signori + 110 di tutte quelle cose, che 'l ciel move, + perché de' cieli son governatori. + + Adunque ciò che da influenzia piove, + o che fa 'l tempo, cioè state o verno, + ovver natura delle cose nòve, + + 115 tutto procede dal moto superno; + e la virtú vien da' motor primai, + a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo. + + Piú che gli altri motor Satán assai + ha di potenza, e da lui esser mossa + 120 puote ogni spera ed influir suoi rai. + + E se ogni cosa natural è scossa + dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere + quant'ella è grande e ampia la sua possa. + + E, poiché colpa gli fe' l'ali nere, + 125 Dio spesse volte l'operar gli toglie, + sí come in Iobbe si poteo vedere. + + Vero è che a certe cose egli lo scioglie, + ché vuol che sia signor sopra la gente + che segue la sua legge e le sue voglie. + + 130 E tu lo proverai s'egli è possente + coi vizi suoi ed anco s'egli stanca + la carne vostra, quando a lui consente. + + Ma non temere e l'animo rinfranca; + reduci i grandi esempli alla memoria, + 135 ché fortezza incorona, se non manca. +p. 107 + Nella battaglia s'acquista vittoria. + Nessun mai per fuggir o per riposo + venne in altezza, fama ovver in gloria. + + E, se il cammino è duro o faticoso, + 140 pensa del fine e pensa qual sia il frutto + fra te medesmo saggio e virtuoso.-- + + Allor allor alla briga condutto + stato essere vorria: tanta speranza + mi die' il suo dir e rinfrancòme tutto. + + 145 E però dissi con grande baldanza: + --Andiam, ché nullo mostro pel sentiero + di potermi impedire avrá possanza. + + --Non ti fidar di te, né sie altèro + --rispose,--ché colui è piú da lunge, + 150 che stima esser piú appresso nel pensiero. + + Nessun giammai a buon termine giunge, + se del gir poco o del tornar addietro + non fa a sé gli spron, con che si punge. + + Perché di sé presunse il gran san Pietro, + 155 cadde, da vento piccolo commosso, + non come ferma pietra, ma di vetro.-- + + Quando udii questo, di vergogna rosso + sí diventai, che dissi per scusarme: + --Minerva, senza te niente posso. + + 160 Perché spero da te la possa e l'arme + --diss'io,--credo cosí esser difeso, + se dietro a te ti degni di guidarme.-- + + Allor si mosse, quando m'ebbe inteso. + + +p. 108 + + + + +CAPITOLO III + +Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno, +dove era disceso. + + + Denanti a me andava la mia guida, + e poi io dietro per una via stretta, + seguendo lei come mia scorta fida. + + Andando come alcun che non sospetta, + 5 subitamente un gran tuon mi percosse, + sí come Iove il fa, quando saetta. + + E questo il sentimento mi rimosse, + tanto ch'io caddi quand'egli mi colse, + sí come un corpo che senz'alma fosse. + + 10 Dal punto che li sensi il tuon mi tolse, + insin che 'n me tornai, una gross'ora, + al mio parer, di tempo il ciel rivolse; + + ché, quando io caddi, veniva l'aurora, + e giá toccava l'orizzonte il sole; + 15 e poscia il vidi un mezzo segno fuora. + + Su mi levai senza far piú parole, + cogli occhi intorno stupido mirando, + sí come l'epilentico far suole. + + Dicea fra me:--Oh Dio! or come e quando + 20 son qui venuto?--e stava pauroso. + Dov'è Minerva, ch'andai seguitando? + + Sotto qual parte del ciel io mi poso? + Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse + con quelli che han sei mesi il sol nascoso?-- + + 25 Cosí, mirando intorno, alfin m'accorse + che mi guardava e stava a destra banda + la saggia donna, che la via mi scorse. +p. 109 + A me parlando senza mia domanda, + mostrò due vie, e disse:--D'este due + 30 prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda. + + Questa, ch'è arta e che mena alla 'nsúe, + è nel principio molto aspera e forte, + ma poi nel fine ha le dolcezze sue. + + Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte + 35 e che è lata e mena giuso al basso, + è dolce in prima e poi mena alla morte.-- + + Oh semplicetto me, ignorante e lasso! + Presi la via, che all'ingiú conduce, + perché piú lieve mi parea al passo. + + 40 E nell'entrata è ver che quivi è luce; + ma, perch'è scura quanto piú giú mena, + andai poi come un cieco senza duce. + + Cosí, privato di luce serena, + io giunsi in poco tempo insino al centro, + 45 onde nullo esce senza forza e pena. + + Quando mi vidi condutto lí entro, + dicea tra me:--Come son qui venuto + in questo fondo, ove io cosí m'inventro? + + --Non cercar ora come se' caduto + 50 --disse Minerva dalla lungi alquanto,-- + ma pensa uscirne e che a ciò abbi aiuto; + + ché 'ngiú andando sei disceso tanto, + che piú che 'n testo loco non si scende, + e chi n'uscisse sal da ogni canto. + + 55 --Io prego, o dea, il braccio a me distende + --diss'io,--ché uscirne m'affatico invano, + se tu con la tua destra non m'apprende.-- + + Allor dea Palla stese a me la mano + e di quel fondo, dove io m'era messo, + 60 mi trasse su, tirandomi pian piano. + + Quand'io fui ito un miglio su da cesso + dal loco, che Satán lassato ha vòto, + trovai Cocito e 'l laco suo da presso. +p. 110 + E, perché questo laco è piú remoto + 65 da ogni caldo di sole e di foco, + piú fredda cosa non ha 'l mondo toto. + + E tutto il freddo e ghiaccio, ch'è 'n quel loco, + ove la tramontana fa 'l zenitte, + rispetto a quello par niente o poco. + + 70 De' traditori l'anime confitte + vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino + seguiron giá con fatti e parol fitte. + + E, perché in poco tempo gran cammino + avea a far, di lí la dea mi trasse + 75 inverso a un monte, a quel laco vicino. + + Per una grotta volle ch'io andasse + dentro fra 'l monte, e sette miglia suso + per la via oscura e con le gambe lasse. + + Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso, + 80 tanto vedea lí con l'occhio aperto, + insin che uscimmo fuor per un pertuso. + + Quand'io fui giunto su nel monte ad erto, + l'anime vidi di chi Dio biastema, + in un gran piano di fumo coperto. + + 85 Ancor, pensando, al cor me ne vien téma, + ché io vedea a tutti arder la bocca, + e tutti quanti avean la lingua scema. + + E come spesso la grandine fiocca, + sí caggion sopra lor saette accese, + 90 e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca. + + Satáno trasse fuor d'esto paese, + sí come Palla disse, i gran giganti, + quando co' vizi suoi il mondo prese. + + Vero è che lí ne stanno ancora alquanti + 95 distesi in terra e con caten legati, + sí che non son nel mondo tutti quanti. + + Io vidi lor quando son fulminati, + che biastimavan la virtú eterna, + superbi, altèri e con li volti irati. +p. 111 + 100 Poi ne partimmo e per una caverna + intrammo un monte, e tanto la dea salse, + che fummo insú la terza valle inferna. + + Chiunque con fatti e con parole false + inganna altrui con doli ovver con frode, + 105 quivi ha lo scotto con amare salse; + + ché strascinati son dietro alle code + in forma di cavalli da' dimòni, + e chiunque corre piú, quello è piú prode. + + E sopra quelli stan cogli speroni + 110 altri dimòni, e tra le pietre dure + strascinan l'alme supine e bocconi. + + E quivi del mal peso e di misure + si fa vendetta e d'ogn'infedel arte, + de' giochi, d'arcarie e di man fure. + + 115 La dea mi disse:--Andiamo in altra parte, + ché 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte + di piaggia in piaggia a me convien menarte.-- + + Allor intrammo per un alto monte, + sempre montando, ed al sommo salito + 120 vidi gran valle, quando alzai la fronte. + + Il vizio contro natura è punito + acerbamente in quella valle piana; + lí sta in tormento ciascun sodomito. + + Questi omicidi della spezie umana + 125 l'amor, che figlia e fa congiunti insieme, + spreggiano e gittan come cosa vana. + + Sopra esti destruttor dell'uman seme + il foco e 'l zolfo puzzolente piove, + e dentro al fuso rame ancor si geme. + + 130 Salimmo poi nel quinto cerchio, dove + li sette vizi avevan giá le case, + anzi che gisson dell'inferno altrove. + + Ell'eran grandi e vacue rimase, + sí come a Roma sono le ruine + 135 delle anticaglie con le mura pase: +p. 112 + sordide tutte e piene di fuline, + deserte dentro e con le mura rotte, + piene di rovi, d'ortiche e di spine. + + La dea a me:--Lá dentro in quelle grotte + 140 stava Cerbero giá rabbioso cane + con tre bocche latranti aperte e ghiotte.-- + + Per una intrammo di quelle gran tane, + sinché le male bolge ebbi salite: + alfine uscimmo in contrade lontane, + + 145 ove trovammo la cittá di Dite + con le mura di foco intorno intorno, + con le torri alte e con le case igníte. + + Ogni casa parea ardente forno. + Vedea i demòni colle acerbe viste, + 150 che lí per manegoldi fan soggiorno. + + Io vidi tormentar l'anime triste; + e secondo le colpe, che han commesse, + cosí conven che lí doglia s'acquiste. + + Io vidi molte per mezzo esser fesse + 155 con dure seghe, ed alcune co' denti + mordevan sé, lacerando se stesse. + + E questo è 'l duol che piú gli fa dolenti, + il verme della stizza, e maggior gridi + fa trarre a lor che tutti altri tormenti. + + 160 Vidi i rattori e vidi gli omicidi + tagliare a pezzi e le lor membra crude + rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi. + + Io farò come quel che 'l dir conchiude. + Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto, + 165 che vede il core, il vizio e la virtude, + + non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto + d'onore e di letizia, e non vuol mai + che 'l male alfin non partorisca lutto + + con piena e con tormento di gran guai. + + +p. 113 + + + + +CAPITOLO IV + +Dove trattasi del limbo e del peccato originale. + + + Uscito er'io della cittá del foco + dietro a mia scorta, ch'andai seguitando; + e, poi che insú andato fui un poco, + + la domandai e dissi:--Dimmi quando + 5 noi perverremo ove Satán dimora, + che dica questo inferno al suo comando.-- + + Ed ella a me:--Insú andando ancora, + convien che noi passiam duo altri cerchi, + 'nanzi che d'esto inferno usciamo fòra. + + 10 Il limbo è 'l primo che convien che cerchi; + un altro poi convien che ne trapassi, + 'nanzi che su nel mondo tu soverchi.-- + + Ben sette miglia insú movemmo i passi, + e trovammo una porta, ov'era scritto + 15 nell'arco suo, ch'avea di smorti sassi: + + «In questo limbo, ovvero in questo Egitto, + è pena privativa e sol di danno, + e nullo senso in questo loco è afflitto. + + Dentro è la gran prigion di quel tiranno, + 20 che tenne giá gli amici da Dio eletti + e vinse Adamo a tradimento e inganno». + + Per legger questi detti io mi ristetti + presso alla porta lí, ch'era serrata; + e, poich'io gli ebbi intesi e tutti letti, + + 25 Minerva con la man chiese l'entrata. + Non so chi fusse il portinar cortese, + che ratto aprio e diedene l'andata. +p. 114 + Quand'io fui dentro, vidi un bel paese, + di fiori e d'arboscelli e d'erbe adorno, + 30 sí come Tauro fa nel suo bel mese. + + Ma qual è luce al cominciar del giorno, + tal era quivi; e per mezzo la valle + eran fantini ed anche intorno intorno, + + che su per le viol vermiglie e gialle + 35 givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli, + dietro agli uccelli e dietro alle farfalle. + + Ed una schiera, ch'eran piú di milli, + vedendo noi, insieme si ristâro + ed ammirârno timidi e tranquilli. + + 40 --O fanciulletti, a cui ritorna amaro + il peccato d'Adamo, ed a cui costa + il non aver baptismo tanto caro, + + al mio domando fatemi risposta: + perché iustizia per altrui offesa + 45 vostra innocenzia in questo loco ha posta?-- + + Quando questa parola ebbono intesa, + suspiron tutti con dolor, che viene + di mezzo il cor, che gran doglia appalesa. + + Poi un di loro a me:--Se noti bene, + 50 io ti dichiarerò, sí come estimo, + perché giustizia qui chiusi ne tiene. + + Quando Dio fece il nostro padre primo, + gl'impeti rei ovver concupiscenza + non volle fusse in suo corporal limo. + + 55 E questo grande dono ed eccellenza + ebbe per grazia e non giá per natura, + e sol tenendo a Dio obbedienza. + + E cosí l'alma sua splendente e pura + Egli creò e di iustizia santa, + 60 formata alla sua immago e sua figura; + + ma di questa eccellenza e grazia tanta, + il Creator iustamente privollo, + quando la vile e testé nata pianta +p. 115 + incontra al suo Fattor alzò lo collo, + 65 ed a subgestion del mal serpente + volle saper quanto sa il primo Apollo. + + E, perché non fu a Dio obbediente, + a lui la carne diventò rubella + contra lo spirto e legge della mente. + + 70 Benché sia l'alma da sé pura e bella, + niente meno quand'ella il corpo avviva, + per due cagion diventa brutta e fella. + + Prima è che nasce di iustizia priva; + l'altra è che quand'ell'è al corpo unita, + 75 nella bruttezza sua si fa cattiva; + + ché vorrebbe ire al bene ed è impedita + dal corpo, collo qual ella sta insieme, + ed al mal far la tira ed anche invita. + + Questa bruttura va di seme in seme + 80 in tutti quelli che nascon d'Adamo, + ch'ogni uman corpo da quel primo geme. + + Per questo infetti in questo loco stiamo + dannati pel peccato originale, + ché 'l mal della radice è in ogni ramo. + + 85 Oh lassi noi, ché l'acqua baptismale, + per la qual l'uomo a Dio figliol rinasce, + sanati arebbe noi da questo male! + + Se non che noi dal ventre e dalle fasce + di nostre mamme la morte ne tolse + 90 e menonne quaggiú tra queste ambasce.-- + + Ciascun di loro al ciel la faccia volse, + al suon d'este parol, con sí gran pianti, + che facean pianger me: sí me ne dolse. + + Addomandato arei di loro alquanti + 95 di quai parenti stati eran figlioli, + se non che ratto mi sparîr dinanti. + + Parecchie miglia poi andammo soli, + sinché trovammo grandissima rupe, + alta vieppiú che nullo uccello voli, +p. 116 + 100 ch'avea le sue caverne oscure e cupe, + sí come quando è sí buia la notte, + che par che gli occhi riguardando occúpe. + + Trovammo lí sette gran porte rotte, + tutte di rame, e di ferro il verchione, + 105 le qua' serravan giá quelle gran grotte. + + Palla mi disse:--Qui 'n questa pregione + il drago Satanasso giá ritenne + l'anime circumcise, elette e buone, + + sinché 'l Figliol di Dio su dal ciel venne + 110 e per la colpa delli suoi amici + pagò il bando e la morte sostenne. + + Allor ardito e con splendor felici + venne quaggiú vittorioso e forte + contra Satán e gli altri suoi nemici, + + 115 e disse a lor:--Levate via le porte: + traete fuor la mia turba fedele, + che menar voglio alla celeste corte.-- + + Allor Satán, omicida crudele, + a lui s'oppose e cominciò la guerra, + 120 come giá fece contra san Michele. + + Puse le rene lá dove se serra; + ma Cristo lui e 'l catarcion d'acciaio + e queste porte allor gettò a terra. + + Quando in la grotta entrò 'l lucido raio, + 125 Adamo disse:--Questo è lo splendore, + che mi spirò in faccia da primaio. + + Venuto se', aspettato Signore: + dal petto, dalle mani e dalle piante + il sangue hai dato in prezzo del mio errore.-- + + 130 L'anime a lui amiche tutte quante + trasse del limbo l'alto Emanuél, + vittorioso lieto e triunfante. + + Adamo ed Eva e 'l lor figliolo Abél, + Seth e Noè, che fece la santa arca, + 135 Abraám, Isac e ancora Israél +p. 117 + e Moisés e ciascun patriarca + e David re e tutti li profeti + menò al cielo, ov'è 'l primo Monarca.-- + + Ed io a lei:--Li saggi e li poeti + 140 sonno egli qui? e gli antichi romani? + o sonno in lochi piú felici e lieti?-- + + Ella rispose:--In questi prati vani + non son cotesti, che lor alti ingegni, + come giá dissi, han lochi piú soprani. + + 145 Virtú e fama loro ha fatti degni + a star con Marte ed a star con le muse + e con Apollo in piú splendenti regni.-- + + Poscia la man deritta alla mia puse, + trassemi per la porta, onde mi mise; + 150 e, ratto ch'io fui fuora, ella si chiuse. + + Cosí dal tristo limbo mi divise. + + +p. 118 + + + + +CAPITOLO V + +Come l'autore trova certe anime, che +stavano penando presso al limbo. + + + Appresso al limbo, intorno e in ogni canto + son gran montagne selvagge e spinose + ed aspre sí, che mai le vidi tanto. + + Ed anime stan lí, che van penose + 5 intorno errando per quel loco incolto + tra rovi e spin, che mai producon rose. + + E, perch'è quivi l'aer grosso e folto, + io non scorgea alcun, bench'io mirasse, + tanto che 'l conoscesse ben nel volto. + + 10 Però Minerva assentí ch'io andasse + ivi tra lor e, se trovava alcuno + conosciuto da me, ch'io gli parlasse. + + Allor me misi tra quell'aer bruno + e tra gli sterpi, ed acuto mirai, + 15 tanto che l'occhio mio ne conobbe uno. + + --O anima gentil, che tanto amai, + 'nanzi che 'l corpo ti lassasse sola, + perché tra questi lochi asperi stai? + + Son qui i compagni della prima scola? + 20 è qui Arnoldo ed Agnolo da Riete? + Potrei parlar ed udir lor parola?-- + + Rispose a me con sembianze non liete: + --Accorso e gli altri due, che tu m'hai detti, + son fuor d'inferno in piú alta quiete. + + 25 Tra questi asperi luochi siam ristretti + quei che tu vedi, e tra montagna oscura, + ché su del mondo non uscimmo netti; +p. 119 + ché l'etá pueril, ch'è da sé pura, + ora è dal mondo rio cosí corrotta, + 30 ch'è piena di malizia e di bruttura, + + ed in tutti que' vizi è mastra e dotta, + che la natura a quell'etá occulta, + e senza possa col desío n'è ghiotta. + + 'Nanzi che alcun di noi all'etá adulta + 35 venuto fusse, ordinò l'alto Dio + che nostra carne su fusse sepulta. + + Se tratti non ne avesse il Signor pio + di quella vita breve e che sta in forsi, + tanto ne arebbe infetti il mondo rio; + + 40 ché noi saremmo in maggior colpe corsi, + e poi puniti in piú acerbo loco + e da piú pena in questo inferno morsi. + + Per la montagna ingiú scendendo un poco, + i figli stan di quelle ree contrade, + 45 sovra li qual Dio piovve solfo e foco. + + Se fussono venuti a piena etade, + sarebbon in piú colpa ed in piú duolo: + adunque dar lor morte fu pietade. + + E lí con loro sta 'l picciol figliolo, + 50 che Gregor dice che nel sen paterno, + Dio biastimando, lasciò 'l corpo solo. + + In piú penoso loco sta in inferno + chiunque a far male alcuno induce o tira + o non corrige, quando egli ha 'l governo. + + 55 Quel loco è lí e quel padre martíra, + a cu' il figliol co' denti troncò il naso, + ascondendo nel bascio la iusta ira.-- + + Io credo che sarei con lui rimaso, + se non che Palla:--Assai--disse--hai veduto: + 60 vedi che 'l sole omai giunge all'occaso. + + Sotto i piè nostri è giá Schiron venuto: + vedi che 'l tempo corre e non si folce + e non s'acquista mai, quand'è perduto.-- +p. 120 + Quanto con lui lo star mi parve dolce, + 65 tanto da lui partir mi fu amaro; + quand'ella disse:--Al venir ti soffolce.-- + + Quivi lassai il mio amico caro, + figliol di Senso, il perugin Batista, + che 'l mondo il fece infetto, ch'era chiaro. + + 70 Di gran piatá avea carca la vista, + quando Palla mi disse:--Perché 'l viso + porti tu basso? Or che dolor t'attrista?-- + + Ed io a lei:--Perciò che m'hai diviso + da colui con ch'i' stava, o sacra dea, + 75 e 'l suo dolce parlar anche hai reciso. + + In chiaro e bel latino a me dicea + che Dio la morte acerba altrui permette, + perché innocenza non diventi rea.-- + + Ella rispose:--E perché sian subiette + 80 a lei tutte l'etadi e da' mortali + in ogni loco ed ogni ora s'aspette; + + e perché son cresciuti tanto i mali, + che al vizioso sol peccar non basta, + se nel suo vizio molti non fa eguali. + + 85 Come il fermento corrompe la pasta, + e l'altre poma un sol fracido melo, + cosí la prima etá l'altra poi guasta. + + Questa è l'iniquitá e 'l grande scelo + far rio altrui e sé tanto peggiore, + 90 quanto s'appressa piú al canuto pelo. + + Però provvede Dio che alcun si more + in quell'etá, che non è d'anni piena, + perché malizia non gl'imbrutti il core. + + E forsi che il morir tolle la pena, + 95 ché destinata morte è forse impiastro + ad altri mali, a che fortuna il mena. + + State contenti a ciò, che fa quel Mastro, + che regge il mondo e sa il come e 'l quando + e dispon voi sí come in cielo ogni astro.-- +p. 121 + 100 Poscia tacette, ed io gli fei domando + dicendo:--O dea, un dubbio, il qual or penso, + la mente mia non vede, in lui pensando: + + come il dimòn, che non ha corpo o senso, + dal foco corporal ovver dal ghiaccio + 105 in questo inferno puote esser offenso?-- + + Ed ella a me:--A molti ha dato impaccio + il dubbio, il qual il tuo parlar mi dice: + ma io dichiarerò quel che ne saccio. + + Sappi ch'amor è la prima radice + 110 d'ogni allegrezza, e l'odio è fundamento + di ciò che attrista ovver che fa infelice. + + Però alcun voler, quand'è retento + d'andar a quel ch'egli ama o che si toglia, + quanto piú l'ama, tanto ha piú tormento. + + 115 Sappi ancor ben che quanto piú alla voglia + è odioso quel che la ritiene, + tanto piú se n'affligge e piú n'ha doglia. + + Se queste mie premesse noti bene, + comprenderai il foco, onde si duole + 120 il dimonio in inferno e le sue pene, + + ché non puote ir dov'ama e dove vòle, + e vedesi in prigione e fatto sozzo, + libero prima e piú bello che 'l sole. + + E' stava in cielo, ed ora sta nel pozzo + 125 di tutto il mondo e vede ogni suo velle + ed ogni suo desio essergli mozzo. + + Come superbo, estima che le stelle + reggere debbia ed essere il sovrano, + fatto e creato tra le cose belle. + + 130 E, bench'egli dal ghiaccio e da Vulcano + sensualmente non possa esser leso, + perché da lui è ogni senso strano, + + niente meno dal corpo egli è offeso, + perché a quel corpo, ch'era a lui subietto, + 135 ora subiace e sta dentro a lui preso. +p. 122 + E non è maggior onta ovver dispetto, + che da quel servo, ch'è avuto in balía, + esser signoreggiato ovver costretto. + + E se per arte di nigromanzia + 140 il demòn si costrenge ed è legato, + ben lo pò far piú alta signoria. + + E perché in ogni modo, in ogni lato + e' cerca di fuggir, quinci argumenta + che dal corpo, ove sta, egli è penato. + + 145 Nell'aer sopra lí, dove diventa + folgore lo vapor, molti ne stanno + e molti fra la gente, ove si tenta. + + Ma nell'ultimo dí dell'ultim'anno + tutti in inferno seranno serrati, + 150 nel gran supplicio dell'eterno affanno.-- + + Noi eravamo insú tanto montati, + che, nove miglia piú andando sopre, + suso nel mondo seriamo allitati, + + perché quel loco solo un cerchio il copre. + + +p. 123 + + + + +CAPITOLO VI + +Come l'autore, uscito dall'inferno, +venne nel mondo nell'emisfero di Satan. + + + Non è nella riviera genovese, + ovver tra gli Alpi freddi della Magna, + né trovariasi mai 'n altro paese + + aspera tanto e repente montagna, + 5 quant'una, che trovammo sí alpestra, + che fe' maravigliar la mia compagna. + + Mirando intorno, io vidi una finestra + a piè del monte con questa scrittura, + la qual legger mi fe' la mia maestra: + + 10 «Voi, che salir volete su all'altura + e che volete uscir di questo fondo, + intrate dentro questa buca oscura. + + Qui è la via che mena suso al mondo: + chi salir vuol, convien che pria qui entre + 15 e saglia poi, girando suso a tondo». + + Minerva poi mi mise dentro al ventre + del duro monte, e forse un miglio er' ito, + che dietro a lei insú salendo, mentre + + io venni manco, caddi tramortito + 20 e ratto al ciel, sí come Ganimede + quando Tonante fu da lui servito. + + Lí mostrato mi fu come procede + da Dio l'anima nostra, allora quando + al corpo organizzato la concede. + + 25 Infundendola Dio 'nsieme e creando, + non di materia, ma celeste forma, + l'unisce al corpo e dona al suo comando. +p. 124 + Poi torna' in me com'uom che prima dorma; + e, su levato, presi il dur viaggio + 30 dietro alla dea, de' piè seguendo l'orma. + + Sei miglia er' ito, quando vidi il raggio + del chiaro sole scender d'una buca; + onde Minerva a me col parlar saggio: + + --Insin lassú convien che ti conduca + 35 e per quel foro ti convien uscire, + se vuoi vedere il sole e che a te luca.-- + + Allor piú ratto cominciai a salire, + ché di veder il sole avea disio; + ed ella mi spronava col suo dire. + + 40 Ma dicea meco:--Or come potrò io + caper pel foro di quel sasso fesso, + che non è una spanna, al parer mio? + + E, quando fui a quel pertuso appresso, + vi pontai 'l capo per la voglia presta, + 45 tanto che un poco fòra l'ebbi messo. + + E poscia ne cavai tutta la testa; + poi la persona mia sospinsi tanto, + ch'io n'uscii nudo senz'alcuna vesta. + + E caddi in terra con omèi e pianto; + 50 e quando prima il miser occhio aperse, + vidi una vecchia brutta starmi a canto. + + Questa le membra nude mi coperse; + poi, come donna riputando dice, + queste parole inver' di me proferse: + + 55 55--Io son la Povertá, prima nutrice, + che l'uom ricevo colle membra nude, + quand'egli arriva nel mondo infelice. + + E quando gli occhi a lui la morte chiude, + vo con lui alla fossa e lí rimagno, + 60 ove l'altre person si mostran Iude. + + E mentre in vita con lui m'accompagno, + sí impazientemente mi sopporta, + che fa di me sempre querela e lagno. +p. 125 + Niente reca, quando al mondo apporta; + 65 e fatica e timore è la sua vita; + ed al partir niente se ne porta. + + Allor conoscer può nella partita + che 'l vostro essere umano è come un sogno, + e sogno par la parte che n'è ita. + + 70 Sí come l'òr, ch'è falso e di mal cogno, + vanisce al foco, vostra vita manca; + e ciò ch'è falso manca nel bisogno.-- + + Poi levai sú la mia persona stanca, + e la vecchia tacette e poi disparve; + 75 ond'io gli occhi voltai dalla man manca. + + Mentr'io mirava, una cosa m'apparve + mirabil sí, che, a volerla narrare, + le mie parol mi paion levi e parve. + + Vidi un gigante giovine cantare, + 80 bello e membruto e col leuto in mano, + e lieto lieto cominciò a ballare + + e coglier fiori su pel lordo piano; + e poi mi parve che s'inghirlandasse + di quelli fiori come garzon vano. + + 85 Ed una rota grande, che voltasse + di sopra a lui, e, quando ella si volve, + parea che a poco a poco il consumasse. + + Come di neve statua si risolve, + quando sta al sole, cosí a poco a poco + 90 si disfece e di poi diventò polve. + + Quasi fenice antica, che nel foco + arde se stessa e poi delle penne arse + un'altra nasce nuova ed in suo loco, + + cosí di quella polve un altro apparse + 95 giovin gigante e inghirlandò le chiome, + sotto la rota ancora a consumarse. + + Costui addomandai come avea nome, + ed anche dissi a lui ch'io avea brama + di quel disfar saper il quale e 'l come. +p. 126 + 100 Rispose:--Il nome mio come si chiama + non posso dir, ché da me fu negletto + quell'operar, che, morto, vive in fama. + + Io con mill'altri e piú sto qui subietto + a questa rota, che di sopra volta, + 105 che muta a parte a parte in noi l'aspetto; + + ché della vita breve avemmo molta, + e negligenti andammo a passo lento + sino all'estremo, dove ne fu tolta. + + Però ha fatto Dio che in anni cento + 110 nessun vive di noi piú di mezz'ora, + e l'altro tempo in polve giaccia spento. + + E questa pena ha l'uom nel mondo ancora; + che, mentre il ciel a lui si volve intorno, + a parte a parte conven ch'egli mora. + + 115 Cosí a morte corre in ogni giorno + mosso dal tempo, che volando passa + e, poich'è ito, non fa mai ritorno. + + E quella dea, che scrive il tempo e cassa + il cammin tutto dell'etá compiuta, + 120 un delli mille trapassar non lassa. + + Il cielo è quella rota che trasmuta + tutte l'etadi della vita breve + e che la testa bionda fa canuta.-- + + Poi, come si disfá al sol la neve, + 125 cosí, parlando, colui si disfece, + o come cera che 'l caldo riceve. + + Minerva allor di lí partir mi fece; + ed io a lei:--Da che parlar non posso + piú con colui, rispondi a me in sua vece. + + 130 Se 'l cielo sopra noi non fosse mosso, + lo stare ei fermo sarebbe cagione + ch'ogni operar quaggiú fosse rimosso?-- + + Ed ella a me:--Quest'altra gran quistione + richiede piú il dir aperto e sciolto, + 135 che non è questo, e piú lungo sermone. +p. 127 + Il tempo e 'l ciel, che sopra voi è vòlto, + è una cosa, e, non voltando il cielo, + ciò che da tempo pende, saria tolto: + + fatica, fame, sete, caldo e gelo, + 140 e ciò che segue al moto alterativo, + morte e vecchiezza col canuto pelo. + + E, non voltando, l'uomo saria vivo + e volontá e la virtú, che 'ntende, + ed ogni senso arebbe piú giulivo. + + 145 Qui quel che disse l'agnol, si comprende, + quando iurò per l'alto Dio vivente: + «Mai non sará piú tempo, ovver calende, + + ed ogni verbo avrá solo il presente, + e cesserá il preterito e 'l futuro, + 150 e ciò, che or corre, sará permanente»; + + e nell'Apocalisse è questo iuro.-- + + +p. 128 + + + + +CAPITOLO VII + +Dove trattasi del regno d'Acheronte. + + + Miglia' di mostri piú oltre trovai, + i quai bench'io li narri e li racconte, + appena a me si crederá giammai. + + Anime vidi al lito d'Acheronte, + 5 ch'avean sette persone e sette facce; + e queste su in un ventre eran congionte. + + Pensa sette uomin, che l'un l'altro abbracce + dietro alle reni e con sette man manche, + con sette destre ed altrettante bracce. + + 10 Ed avean sol un ventre e sol due anche + e sol due gambe e sol un umbillico: + sí fatti mostri non son trovati anche. + + E ciascun delli visi, i quali io dico, + quant'era piú appresso a quel davante, + 15 piú giovin era e dietro piú antico, + + sí che la prima faccia era d'infante + or ora nato, e l'altra puerile, + d'adolescente il terzo avea sembiante, + + giovine il quarto, il quinto era virile, + 20 il sesto di canuti era cosperso, + e l'ultimo un vecchiaccio tristo e vile. + + Miglia' di mostri fatti a questo verso + stavano a lato di quell'acqua bruna, + per passar l'onde del lago perverso, + + 25 il qual avea assai maggior fortuna, + che mai Carribdi, Scilla o l'Oceáno, + quando ha reflusso o quando volta luna. +p. 129 + Vidi Caròn non molto da lontano + con una nave, in mezzo la tempesta, + 30 che conducea con un gran remo in mano. + + E ciascun occhio, ch'egli avea in testa, + parea come di notte una lumiera + o un falò, quando si fa per festa. + + Quand'egli fu appresso alla riviera + 35 un mezzo miglio quasi o poco manco, + scòrsi sua faccia grande, guizza e nera. + + Egli avea il capo di canuti bianco, + il manto addosso rappezzato ed unto; + e volto sí crudel non vidi unquanco. + + 40 Non era ancor a quell'anime giunto, + quando gridò:--O dal materno vaso + mandati a me nel doloroso punto, + + per ogni avversitá, per ogni caso + vi menerò tra la palude negra + 45 incerti della vita e dell'occaso. + + Pochi verran di voi all'etá intègra; + spesso la vita alli mortali io tollo, + quand'ella è piú secura e piú allegra.-- + + Dava col remo suo tra testa e 'l collo + 50 a' mostri, che mettea dentro alla cocca; + e forte percotea chi facea crollo. + + Poscia rivolto a me, colla gran bocca + gridò:--Or giunto se', o tu, che vivi, + venuto qui come persona sciocca.-- + + 55 Minerva a lui:--Costui convien ch'arrivi + all'altra ripa sotto i remi tui, + 'nanzi che morte della vita il privi. + + --Su la mia nave non verrete vui + --rispose a noi con ira e con disdegno,-- + 60 ché altre volte giá ingannato fui. + + Un trasse Cerber fuor del nostro regno, + l'altro la moglie; or simil forza temo: + però voi non verrete sul mio legno.-- +p. 130 + Minerva a lui:--Io chiedo ora il tuo remo, + 65 ch'io vo' menar costui, o vecchio lordo, + da questo basso al mio regno supremo. + + Lassame andar, consumator ingordo, + ché a te non è subietta quella vita, + per la qual vive uom sempre per ricordo.-- + + 70 Ratto ch'egli ebbe esta parola udita, + si vergognò ed abbassò le ciglia, + e senza piú parlar ne die' la ita. + + Navigato avevam ben giá due miglia, + ed io mi volsi addietro, e vidi ancora + 75 venuta alla rivera altra famiglia, + + solcando noi per quella morta gora, + con gran tempesta tra le morte schiume, + col vento non da poppa, ma da prora. + + Sí come il falso argento torna in fume + 80 nel ceneraccio, che fa l'alchimista, + o cera che al foco si consume; + + cosí a' mostri la lor prima vista + vidi mancare ed anche la seconda, + come cosa non stata o non mai vista. + + 85 E poi la terza colla testa bionda, + la quarta e poi la quinta venne meno, + navigando oltra per quell'acqua immonda; + + mancò poi il sesto di canuti pieno; + sicché di lor rimase un sol vecchiaccio: + 90 non sette piú, ma un tutti pariéno. + + La nave a riva avea a venir avaccio, + quand'io addomandai un gran vecchione, + che stava a lato a me a braccio a braccio. + + E dissi a lui:--Perché 'l demòn Carone + 95 sí vi disfá? e perché, navigando, + sei parti ha tolte alle vostre persone?-- + + Rispose:--Quel Signor, che 'l come e 'l quando + sa della morte e la vita concede + non mai a patti, ma al suo comando, +p. 131 + 100 nel mondo sú lunga vita ne diede; + e fummo negligenti alla virtude + e ratti a far le cose brutte e fède. + + Però menar ne fa per la palude, + e nella ripa esto crudel pirata + 105 la vita a noi vecchiacci ancora chiude. + + E quando addietro la nave è tornata + e mena quei che stan dall'altro canto, + in quel rifatti siamo un'altra fiata. + + E ritornamo a quella riva intanto, + 110 ove pria fummo; e lí da noi s'aspetta + anche 'l nocchier con pena e con gran pianto. + + Questa è da Dio a noi giusta vendetta, + da che a ben far nostra vita fu tarda, + che sempre a morte nostra vita metta. + + 115 La Morte non è mai all'uom bugiarda, + ché lo minaccia in viso e fallo accorto; + ma egli chiude gli occhi e non si guarda. + + E, benché l'uom si vegga giunto al porto + degli anni suoi, è sí ne' vizi involto, + 120 che prima il viver che 'l mal fare è scòrto. + + In quell'etá, che fa canuto il volto, + alcun nell'operar tanto è difforme, + ch'e' non par vecchio, ma fanciullo stolto. + + Ed io lassú, dove si mangia e dorme, + 125 fui giá Del Bruno chiamato Francesco + e fiorentin lascivo vecchio enorme. + + Qui sta, (or poni un «vo» di dietro al «vesco»,) + Pier d'Alborea, che 'n tre vescovati, + secco negli anni, nel peccar fu fresco.-- + + 130 Noi eravamo al porto giá appressati; + e tutti vennon men su nella riva, + sí come un'ombra ed uomin non mai stati. + + Io scesi in terra con la scorta diva, + ed ella disse a me:--Se ben pon' mente, + 135 la vita umana non si può dir viva; +p. 132 + ché solo solo un punto è nel presente, + e nel futur non è ed anco è 'ncerta, + e del passato in lei non è niente. + + E, perché questa cosa ti sia esperta, + 140 pensa che un oro puro a parte a parte + a poco a poco in piombo si converta. + + Se un venisse a te a domandarte, + tu non potresti dir che quel fusse oro, + da che dall'esser òr sempre si parte. + + 145 Cosí è la vita di tutti coloro, + che 'l tempo mena a morte; e chi ben mira, + non dirá mai:--Io vivo,--ma--Io moro;-- + + ché, mentre il cielo sopra voi si gira, + logra la vita, ed è cagion quel moto + 150 del caso e qualitá che a morte tira.-- + + In questo ad ira Caròn fu commoto + e gridò forte:--Questa simil pena + ha l'uom; ma, come a cieco, non gli è noto; + + ché 'l ciel fa il tempo, quel nocchier che mena + 155 l'uom navigando d'una in altra etade + sino alla ripa, ov'è l'ultima cena. + + Dal tempo ha 'l corpo ogni infermitade; + e ciò, che è nel mondo all'uom molesto, + sí vien dal cielo o da natura cade.-- + + 160 Poi si partí Caròn fiero e rubesto. + + +p. 133 + + + + +CAPITOLO VIII + +Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi. + + + Caròn la nave irato addietro mosse + e Palla opposta a lui mosse le piante; + e quasi un miglio credo andato fosse, + + che trovammo giacere un gran gigante + 5 legato in terra e dietro resupino, + e sopra lui un gran vóltore stante, + + che 'l becco torto avea come un uncino: + il petto gli smembrava il grande uccello + con grave doglia al misero tapino. + + 10 --Minerva mia--diss'io,--che mostro è quello, + a cui il fegato dal vóltore è roso + tanto, che poco n'è rimaso d'ello?-- + + Perché «mostro» il nomai, gli fu noioso, + al mio parer; però la testa grande + 15 alzò, parlando irato e desdegnoso. + + E disse:--O tu, che qui di me domande, + Tizio son io, a cui 'l fegato pasce + questo avoltore e tutto il giorno prande. + + E poi la notte in petto mi rinasce + 20 e fassi preda allo bramoso rostro: + queste pene sostengo e queste ambasce. + + Simile a me, che m'hai chiamato «mostro», + in ciascun uomo è la parte mortale; + e che questo sia vero, io tel dimostro. + + 25 Come vóltore, il caldo naturale + l'umido radicale in voi divora, + poi rinasce del cibo, ma non tale, +p. 134 + però che sempre la lega peggiora; + oltre la gioventú putrido fasse; + 30 per questo l'uomo invecchia e discolora. + + Se 'l cielo sopra voi non si voltasse, + non averebbe il detto uccello il pasto, + né converria che cibo il ristorasse. + + E se a me il petto è roso e guasto, + 35 la notte integramente lo risaldo; + sí che io in sempiterno vivo e basto. + + Ma quel ch'è in voi consumato dal caldo, + se si rifá per prandio ovver per cena, + non sempre è sí perfetto, né sí saldo. + + 40 E questo alla vecchiezza e morte mena, + e fame e sete; sí che vostro stato + vien meno ed ha a questa simil pena.-- + + Io non risposi, quand'ebbe parlato, + ché non volle Minerva; ond'ei la testa + 45 ripose risupina insú quel prato. + + Trovammo poi in una gran foresta, + quant'un gigante grande, la Vecchiezza + tra molta gente dolorosa e mesta. + + Ell'era guizza e piena di gravezza, + 50 magra, canuta e senza nessun dente, + poggiata ad un baston per debilezza. + + Dirieto a lei veniva una gran gente, + che parevano vivi, ognun coniunto + inseme con un morto puzzolente. + + 55 Cosí erano uniti a punto a punto, + sí come san Macario e san Bordone, + quand'un viveva e l'altro era defunto. + + Quand'io considerai cotal passione + esser coniunti i vivi colli morti: + 60 --Oimè!--diss'io,--oh quanta afflizione!-- + + La vecchia mi guatò con gli occhi torti + e dissemi:--Se mai nel mondo riedi + dietro a colei che t'ha li passi scorti, +p. 135 + simile a quella pena, che tu vedi, + 65 lí troverai e le person penose. + Ma, perché forse questo a me non credi, + + sappi che 'l mondo nomina le cose + non per diritto, ma per lo traverso: + però le veritá gli son nascose. + + 70 Quando l'uom nasce nel mondo perverso, + che a vivere incomincia usate dire; + ma questo dir dal ver tutto è diverso, + + però ch'allora incomincia a morire; + e, perché insieme insieme vive e more, + 75 col vivo il morto è lí anco l'unire. + + Tutti gli anni, li mesi e tutte l'ore + che son passate, e ciò c'ha 'l tempo scemo, + nell'uomo è morto ed è di vita fuore. + + Oh quanto è stolto quel, che 'l «ben faremo» + 80 conduce insino al serrar delle porte + e 'l ben poi principiar in sull'estremo! + + Queste alme son dannate a cotal sorte, + perché nel mondo non fûr le lor vite + vive nell'operar, ma pigre e morte. + + 85 E, se ben miri, son qui ben punite, + ché vive dalli morti hanno tormenti, + e come morte a morti sono unite.-- + + Quando ebbe detto delli negligenti, + piú oltre mi mostrò quivi dappresso + 90 l'Infermitá, che facean gran lamenti. + + E disse:--Su nel mondo vanno spesso; + non può fare Ipocráte ed Avicenna + che 'l corpo uman non sia da loro oppresso.-- + + Non poteria giammai scriverlo penna + 95 la schiera grande che io vidi de' Morbi, + che fere all'uom, o che ferir gli accenna. + + Quivi eran zoppi, monchi, sordi e orbi; + quivi era il Mal podagrico e di fianco, + quivi la Frenesia cogli occhi torbi. +p. 136 + 100 Quivi il Dolor gridante e non mai stanco, + quivi il Catarro con la gran cianfarda; + l'Asma, la Polmonia quivi eran anco. + + L'Idropisia quivi era grave e tarda, + di tutte Febbri quel piano era pieno, + 105 quivi quel Mal che par che la carne arda. + + Sí d'ammirazione io venni meno, + ch'arei laudato l'error d'Origene, + se non che Fede a me tirò il freno. + + Dice che l'alma, che nel corpo viene, + 110 è un dimonio, il qual Iddio rinchiude + dentro alla carne sol per dargli pene. + + E però il corpo umano è fatto incude + di tutti i colpi che 'l mondo saetta, + perché di sua superbia si denude. + + 115 --Sta' fermo su la Fede, ch'è perfetta,-- + disse Minerva, che, senza mio sermo, + vedea l'opinion, ch'i' avea concetta. + + Ed io a lei:--Perché nel corpo infermo, + subietto al cielo e brutto e tanto vile, + 120 che tanto o poco piú è vile un vermo, + + l'anima nostra, ch'è tanto gentile, + Dio la rinchiude ed in lui la trasfonde? + Trovò piú miser loco o sozzo o vile, + + ove materia in nulla corrisponde + 125 alla sua forma? E però maraviglio + che l'anima del corpo si circonde.-- + + Come si schiara il padre verso il figlio, + che si rallegra quando egli ha ben detto, + cosí la dea ver' me rallegrò il ciglio. + + 130 E disse:--Se 'l volere e lo 'ntelletto + con vostra carne fosse insieme unito, + il vostro arbitrio saria al ciel subietto. + + E s'egli fosse dal cielo impedito, + non ritrarria la carne, che rimove + 135 spesse fiate dal vano appetito; +p. 137 + ché, se lo corpo all'obietto si move + e 'l voler vostro fusse uno con lui, + fren non sarebbe a ritirarlo altrove. + + Questo è principio per provare a vui + 140 che puote l'anima aver subsistenza, + forniti che ha 'l corpo i giorni sui.-- + + Io anche dissi:--O dea di sapienza, + se 'l ciel mi tira, ed io tirato vado, + mosso dal corso ovver dall'influenza, + + 145 dunque che biasmo avrò, se fo alcun lado? + O che loda e che onor io debbo avere, + s'io surgo al bene o s'io nel mal non cado?-- + + Ed ella a me:--Il ciel 'n voi ha potere + solo nel corpo, e s'e' al mal corresse, + 150 il vostro velle il puote ritenere. + + Se prava ancor complessione avesse + da tempo o loco o da suoi genitori, + esser potrebbe ch'al mal si movesse; + + perché, secondo che 'n voi son gli umori, + 155 cosí si move il carnal desidèro + ad ire, invidie, ad odii ed amori. + + Ma volontá in voi ha 'l sommo impero + di ciascun senso umano, e può guidarlo + e soggiogarlo ad ogni ministero. + + 160 Dunque l'arbitrio, del qual io ti parlo, + perché guida il timon di tutto il legno + e può a scoglio ed a porto drizzarlo, + + di biasmo e loda egli diventa degno, + secondo che va ritto o che devia + 165 dal dritto porto ovver dal dritto segno.-- + + Poscia di quindi noi andammo via. + + +p. 138 + + + + +CAPITOLO IX + +Come l'autore trova la Morte, +la quale parla acerbamente contro i mortali. + + + --Le rote delli ciel tanto son vòlte + --disse Minerva,--che, da che venisti, + tre ore della vita t'hanno tolte. + + La vita e 'l tempo, se tu ben udisti, + 5 son una cosa; e quanto dell'un perde, + tanto perdi dell'altro e tanto acquisti. + + Convien omai che tu cammini inver' de + colei, la quale a ciò che nasce è fine, + e che fa secco ciò che pria fu verde. + + 10 Non col passo dei piè te gli avvicine + o meno o piú, ma di sopra li cieli + voltati fan che tu ver' lei cammine. + + --Con tanta oscuritá il dir mi veli + --risposi a lei,--che ben io non l'intendo + 15 qual fine è questo, se tu non riveli. + + Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo + che giá tre ore mia vita è scemata, + mentre noi queste cose andiam vedendo.-- + + Ed ella a me:--Stolto è colui che guata + 20 solo alla vita e non rimira il porto, + al qual fa ogni dí una giornata. + + In questa valle, nella qual t'ho scorto, + vedrai la Morte--Palla mi sobiunse;-- + però fa' che, passando, tu sie accorto.-- + + 25 Sí gran timore allora al cor mi giunse, + quand'io udii dover veder la Morte, + che ancor mi punge: tanto allor mi punse. +p. 139 + E le mie guance diventonno smorte, + ché 'l sangue si restrinse tutto al core, + 30 come natura fa, perché 'l conforte. + + Però la dea a me:--Perc'hai timore + di quella cosa, che convien che sia + e debbesi aspettar in tutte l'ore? + + Dato è il quando e l'ordine e la via + 35 del pervenire al termine giá posto: + né fia la morte piú tarda, né in pria. + + E, se non sai se egli è tardo o tosto + della tua vita il tuo ultimo punto, + star déi ognora accorto e ben disposto. + + 40 Acciò che tu non sia improvviso giunto, + propon' che il tempo incerto, che ti resta, + sia tutto giá presente ovver consunto. + + Il tempo logra a voi la mortal festa; + e le tre Parche tessono alla voglia + 45 di quel Signor, che a tempo ve la presta. + + E, quando Morte di quella vi spoglia, + rimane in voi ciò che non gli è subietto: + però l'alma non sente mortal doglia; + + ché vostra volontá e l'intelletto + 50 e tutto quel che 'n voi non è brutale, + subsiste piú vivace e piú perfetto. + + In terra torna il corpo animale, + e l'alma, ch'è dal ciel, su al ciel riede, + ciascun al suo principio originale.-- + + 55 Gran passion gran conforto richiede; + però Minerva alla mia gran paura + questa monizion lunga mi diede. + + Com'uom che va per la via non sicura, + che mira e tace pel sospetto grande, + 60 cosí, temendo, intorno io ponea cura. + + E però Palla a me:--Mentre tu ande + inverso a quella, a cui pervenir déi, + perché pur temi e di lei non domande?-- +p. 140 + Ond'io risposi:--Volontier saprei + 65 quant'ella sta ancor a noi da cesso, + innanti ch'io pervenga insino a lei.-- + + Ed ella a me:--A voi non è concesso + del cammin vostro di saper il quanto; + ma ella in ogni loco è molto appresso; + + 70 ch'ella discorre ed è veloce tanto + per questa valle, per la qual tu vai, + che in ciascun punto ell'è in ogni canto.-- + + Per questo piú acuto allor mirai + e vidi lei in un caval sedere + 75 negro e veloce piú che nessun mai. + + Avea le guance guizze, magre e nere: + crudel la vista e sí oscura e buia, + ch'io chiusi gli occhi per non la vedere. + + E perché ogni uomo volontier s'attuia + 80 gli occhi per non vederla, tanto è brutta, + per ciò ella va occulta come fuia. + + --Mia--sí dicea,--mia è la gente tutta: + quanta n'è nata e nascerá al mondo, + destruggerò e l'altra ho giá destrutta. + + 85 Quando alcun crede star sano e giocondo, + io l'assalisco, e quanto è piú gagliardo, + piú tosto al mio voler lo mando al fondo. + + Imperatori o re non ho in riguardo; + a' miseri, che stanno in pena acerba, + 90 mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo. + + Ciò che nasce nel mondo, a me si serba, + e che ha carne e corpo, cresce e vive: + tutto fia mio insino all'ultim'erba.-- + + Di molti morti io vidi poscia quive + 95 sí grande strage, che rispetto a quella + nullo poeta sí grande la scrive; + + non quella che riempiè i moggi d'anella, + non quella che la peste fe' in Egina, + né quella, della qual Lucan favella. +p. 141 + 100 Di quelli morti tra la gran rovina + un si levò, che solo il cuoio e l'osse + avea e verminose le intestina. + + E disse:--Poiché noi siam nelle fosse, + son nostri alunni e compagni li vermi. + 105 Oh fine oscuro delle umane posse! + + E, perché questo io meglio vel confermi, + guatate i corpi fracidi di noi: + per me' vedergli, alquanto state fermi. + + Quali ora siete voi, ed io giá foi: + 110 e quale io sono, tutti torneranno + que' che son nati e che nasceran poi. + + In questo loco papi meco stanno, + imperatori, re e cardinali; + né piú che gli altri qui potenzia hanno, + + 115 perché all'estremo tutti quanti equali + ne fa la morte, ai ben felici atroce, + e tarda e dolce agl'infelici mali. + + Oh lasso me! L'indugio quanto nòce! + E quel, che si dé' fare, averlo fatto, + 120 oh quanto acquista del tempo veloce! + + Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto; + e questo il fe' la mia pigrizia sola, + ché non soccorsi, com'io potea, ratto. + + Io fui giá Uguccion dalla Fagiola.-- + 125 Poi come morto ricadde supino, + ratto ch'egli ebbe detto esta parola. + + Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino + tenea: per questo il cor sí m'invilío, + ch'io non curava piú del mio cammino. + + 130 Ma quella, che guidava il passo mio, + disse:--Che hai, che stai ammirativo + e, come pria, venir non hai disio? + + Non sapei tu che ombra è 'l corpo vivo, + e che trapassa e fugge come un vento, + 135 e cibo a' vermi è poi, di vita privo? +p. 142 + Se tu non vuoi, morendo, essere spento, + cammina sí, che quella vita cresca, + che 'l ciel non logra col suo movimento.-- + + Come infingardo, a cui l'andar incresca, + 140 e, perché vada ratto, alcun gli grida, + ch'allor s'affretta e li passi rinfresca; + + cosí fec'io al dir della mia guida, + tanto ch'io trapassai il regno afflitto + del rio pirata e crudele omicida. + + 145 E dietro alla mia dea andando io dritto, + pervenni in loco, ove trovai una porta; + e quel che seguirá quivi era scritto, + + il qual io lessi ed anco la mia scorta. + + +p. 143 + + + + +CAPITOLO X + +Dove l'autore discorre delle pene, +che l'uomo dá a se stesso per false opinioni. + + + «Voi, che salite al secondo reame, + intrate qui per questa porta inferna, + che sempre aperto tiene il suo serrame. + + Dentro ve fa la via una caverna, + 5 la qual salendo sette miglia gira, + ove nulla è che chiaro occhio discerna. + + Questa conduce al loco, ove martíra + l'uomo se stesso, e di sé fa vendetta, + e fassi il colpo, onde piange e sospira». + + 10 Vista che avemmo la scrittura e letta, + intrammo la caverna alla man destra + per una via oscura ed anco stretta. + + Ma dietro all'orme della mia maestra + io sempre andai, e per un sasso fesso + 15 uscimmo fòra, a guisa di finestra. + + E su nell'aere, alquanto a noi appresso, + vidi una donna alata trasmutarse + in diverse figure spesso spesso. + + Grande come gigante prima apparse; + 20 poi piccola si fece e lieta e trista; + giovine e vecchia poi la vidi farse. + + --Chi se'--gridai,--che piú cambi la vista, + che Acchilogo, e nullo essere vero + par che 'n te sia, ovver che 'n te persista? + + 25 --La Falsa Opinion son del pensiero + --disse volando,--e questo loco tegno, + ov'io dimostro il bianco per lo nero. +p. 144 + Qui sta la Fantasia, qui sta lo Sdegno, + Speranza, Amor, Timor e Alterezza, + 30 Sospizion, 'Resia sta in questo regno. + + Io fo povero alcun nella ricchezza + e fo la povertá allegra tanto, + ch'alcun la porta e nulla n'ha gravezza; + + sí come avvien che 'n povertá alquanto + 35 equal son due, e l'un non se ne cura, + e l'altro si lamenta e fa gran pianto. + + Se da sé fosse quella soma dura, + alli due pazienti equal sería, + se l'operante è di simil natura.-- + + 40 L'Opinion, ovver la Fantasia, + per l'aer se n'andò, movendo l'ale, + e mutava sembianti tuttavia. + + --Quella è la grave peste e 'l grave male + --disse Minerva a me;--quella è cagione + 45 di molto duol, che l'uom nel mondo assale. + + S'alcuno è ricco, e la sua opinione + a questa veritá gli contradice, + egli se stesso in povertá ripone. + + Nessun può esser in stato felice, + 50 se a quello non concorre il suo parere, + come concorre al frutto sua radice. + + Come la frenesia, che fa vedere + un per un altro, e 'l vin, quando ubbriaca + non lassa ben vedere le cose vere; + + 55 cosí tre passion, che son la ra'ca + di tutti i vizi: il troppo amore e spene + e 'l timor anco all'uom la mente opaca. + + Per queste tre, quando son troppe, avviene + che si disvia ed erra l'intelletto, + 60 tanto che 'l ver non può conoscer bene: + + come alcun che ha il palato infetto, + che gusta il dolce, e pargli che sia amaro + e giudica in contrario il proprio obbietto. +p. 145 + Altramente il superbo ovver l'avaro + 65 estima alcuna cosa, ed altramente + l'animo buono e di vertú preclaro. + + E secondo l'etá cosí la gente + credon le cose, ed altramente estima + chi porta l'odio che chi d'amor sente. + + 70 La puerizia ovver l'etade prima + errando crede che solazzo e gioco + tra tutti i ben sovran tenga la cima. + + E, poiché quell'etá tramuta loco, + dietro all'amor ne va l'adolescenza, + 75 e i ludi giá passati estima poco. + + Nell'etá terza, c'ha piú conoscenza, + reputa i giochi e l'amor esser vano, + e solo estima onore ed eccellenza. + + Poi nella quarta etá dal capo cano + 80 s'avvede ch'ogni etá era ingannata, + e pone all'avarizia allor la mano. + + Se, quando è su la morte, addietro guata, + il cammin della vita, il qual è ito, + gli pare un'ombra o cosa non mai stata. + + 85 Svegliasi quando del mondo è partito, + e vede ciò c'ha tempo esser menzogna, + rispetto all'eternal, che è infinito. + + Sí come spesso avvien, quando alcun sogna, + che, mentre dorme, gli par manifesto + 90 aver dell'oro in man quanto bisogna, + + e, quando torna in sé e ch'egli è desto, + e' qui si scorna e dice nel suo core: + --Oimè! oimè! perché non fu ver questo?-- + + cosí l'anima umana, quando è fuore + 95 della sua carne, allor ella comprende + che il mondo è sogno, e conosce il suo errore. + + Iti eravamo omai quanto si stende + quell'ampia valle, e noi trovammo un colle, + che ben duo miglia su da alto pende. +p. 146 + 100 Minerva salse il monte e poscia volle + che dietro a lei seguissi le vestige, + se non voleva andar sí come uom folle. + + Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige, + fatto alla forma ch'io l'avea veduto + 105 giú nell'inferno in ogni sua effige. + + Io era insino al lito suo venuto, + e per mirar fermai i passi mei, + per la gran nebbia risguardando acuto. + + --Questa negra palude, che tu véi, + 110 è quella, per cui iura il sommo Iove + --disse Minerva--e iuran gli altri dèi. + + Ciò che cade da cielo, ovver che piove, + ciò che dall'aere o su dal foco cade, + e ciò che l'acqua sé purgando move, + + 115 si aduna qui da tutte le contrade: + ogni sozzura ed ogni sucidume, + tutta la marcia delle cose frade.-- + + Per penetrar la nebbia e 'l folto fume, + facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo, + 120 come fa alcun, quand'egli ha poco lume. + + Quanto piú m'appressava, maggior puzzo + senteva al naso e tanto n'era offenso, + che soffiando io facea dell'aere spruzzo. + + Tutta la timiama ovver l'incenso, + 125 che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne, + non mitigaría quel fetore immenso. + + Lí eran l'arpie con pallide penne, + con facce umane, storte, irate e guerce, + fetenti sí, che 'l naso nol sostenne. + + 130 Facean lamenti su le smorte querce, + e 'l misero Fineo mangiava sotto + vivande, ch'eran di lor sterco lerce. + + Una di lor mi disse questo motto: + --O tu, che questo inferno passi vivo, + 135 dietro alli passi di Palla condotto, +p. 147 + perché ti atturi il naso e mostri schivo? + Tu sai che l'uomo nel vostro emispero + piú di noi non è netto ovver giulivo: + + ché egli è un sacco pien di vittupèro, + 140 e tra gli altri animal che son nel mondo, + vuole in nettarsi maggior ministero. + + Tu sai ch'e' per la cima e per lo fondo + e dello corpo suo per nove fori + sparge il fastidio, piú che noi immondo. + + 145 Al sucidume e suoi corrotti umori + per delicanza concorron le mosche, + sí come l'api sopra belli fiori. + + --Trapassa ratto este contrade fosche + --disse a me Palla--e non gli far risposta: + 150 basta che l'abbi viste e le conosche.-- + + Allora mi partii senza far sosta + e vieppiú oltre una gente trovai, + ch'avean la soma in la lor testa posta, + + la qual convien che portin sempremai. + + +p. 148 + + + + +CAPITOLO XI + +Dove si tratta della pena di Sisifo. + + + Noi pervenimmo in una gran foresta, + ove gente trovai, ch'ognuno un sasso + avea per soma su nella sua testa. + + Per una piaggia insú moveano il passo, + 5 e, giunti al monte, poi scendeano al piano, + e poi risalian su laggiú da basso. + + Venir ver' noi non molto da lontano + un'alma carca vidi d'un gigante + maggior sei volte e piú d'un corpo umano. + + 10 Io dissi a lei, quand'io gli fui davante: + --Dimmi chi se', che porti sí gran soma, + ch'appena portería un elefante. + + --Sisifo son, che 'l gran poeta noma, + --disse. E poi giunse:--A voi mortali è posta + 15 soma maggior ch'a me, e piú vi doma. + + E perché meglio intendi mia risposta + e che tu sappi ben ch'io non agogno, + a quel, che ora dirò, l'orecchio accosta. + + Il timor della morte e del bisogno, + 20 amor e speme a voi pon maggior pesi, + che non fa l'enco, quando appare in sogno.-- + + E, perché questo dir non ben compresi, + dissi a Minerva:--O dea, questo sermone + ben non intendo, se non l'appalesi.-- + + 25 Ed ella a me:--Quel Signor, che dispone + e regge il tutto, a chiunque al mondo nasce + della sua soma sua gravezza pone. +p. 149 + Con pena prima sta dentro alle fasce + e col sudor di colei che 'l nutríca, + 30 e di colui che poi, vivendo, il pasce. + + Poi che cresciuti son, chi s'affatica + dietro all'aratro e la terra rivolta, + ché non produca spine ovver ortica; + + chi con paura e con fatica molta + 35 giunge, cercando il mare, alla vecchiezza, + sepolto dentro a' pesci alcuna volta; + + chi mercatanta per aver ricchezza, + e quel, che con fatica egli rauna, + a chi pervenga nulla n'ha certezza; + + 40 _et tamen_ senza sonno e posa alcuna + la voglia sempre ha fame e mai non s'empie + ed al piú pasto, piú riman digiuna; + + chi segue Marte e le sue opere empie + facendo sé centauro biforme, + 45 armato a ferro indosso e nelle tempie; + + chi mangia a posta altrui e vegghia e dorme + sol per aver il rimorchiato pasto, + e va subietto dietro all'altrui orme; + + chi, per sanar all'uom il membro guasto, + 50 Ippocrate si fa; e chi legista + per vender le parole e far contrasto.-- + + Quand'ella dicea questo, alzai la vista + inverso il monte e vidi un'altra gente, + ch'avea la soma di splendor sofista. + + 55 --Chi son color che 'l carco hanno splendente? + --diss'io a Minerva.--Saria forse quello, + perché si porti piú leggeramente?-- + + Ed ella a me:--Perché 'l peso sia bello, + non è però che egli sia piú lieve, + 60 né dá a colui, che 'l porta, men flagello; + + ché una libra di penne è tanto greve, + non piú, né men quant'una libra d'oro + al dosso che la porta e la riceve. +p. 150 + E se saper tu vuoi chi son coloro, + 65 son quelli, dalli quai si signoreggia, + e però 'l peso han con sí bel lavoro. + + Come la bestia, che ben somereggia, + va piú adornata ed ha miglior prebende + ed è onorata di freno e di streggia; + + 70 cosí han quelli il peso che risplende, + ma sotto quel colore sta nascosto + la soma greve, che la mente offende. + + Per questo giá gridò Cesare Agosto: + --Quando sará ch'io scarchi i pesi gravi + 75 del pondo imperial, sopra me posto?-- + + Gridò Gregorio che 'l manto e le chiavi + ed ogni reggimento ha tanto pondo, + che gli altri sonno a rispetto soavi. + + Ahi! quanti credon su nel mortal mondo + 80 alcun aver in poppa il prosper vento, + e sé averlo in prora e non secondo! + + Che se colui, il qual credon contento, + dicesse quant'è afflitta la sua voglia, + direbbon sé aver minor tormento. + + 85 Ahi! quanti son che sguardano alla invoglia + della gran soma, a cui se lo somiere + dicesse il suo gran peso e la gran doglia, + + piglierian le lor some volentiere, + come minori e di piú lieve affanno, + 90 piú atte al loro dosso e piú leggiere! + + Ahi! quanti son che or a basso stanno, + che 'n terra con la soma caderiéno + del signorile scettro e primo scanno! + + Quanti son ricchi ed in stato sereno, + 95 che, della povertá portando il peso, + la forza e la vertú lor verria meno! + + Saul in terra morto andò disteso, + portando la soma alta e con bei fregi, + che, stando a basso pria, non era offeso. +p. 151 + 100 Chi sta in alto, il basso non dispregi; + e chi sta al basso ed ha la soma oscura, + non abbia invidia a prenci ed a gran regi.-- + + E poscia ad altri molti io posi cura, + ch'ognun sopra la soma era premuto + 105 da circumstanti suoi per fargli iniura. + + Udii gridar indarno:--Aiuto! aiuto!-- + con pianti e con sospir; ma la pietade + ivi era sorda a chi non era muto. + + Ed uno a noi gridò:--Guai a chi cade! + 110 ché, bench'abbia abbondanza di consigli, + non però trova chi aiutarlo bade.-- + + La dea rispose:--O tu, che sí bisbigli, + perché al caso tuo cordoglio porto, + t'adiuterò, se 'l mio consiglio pigli. + + 115 Se vuoi alla gran soma alcun conforto, + pensa di quei che portan maggior carchi + che non hai tu, e portanli piú a torto. + + E guarda ben che l'amor non ti carchi, + e la spene e 'l timor se ti dán pena, + 120 degno è che sol di te tu ti rammarchi.-- + + Poich'ebbe esto consiglio, un'ora appena + egli era stato, e quivi un fanciul venne + con bella faccia e di letizia piena. + + Due ali adorne avea di belle penne + 125 piú che paone, ed in mano avea l'arco, + dal qual Achille giá 'l colpo sostenne. + + Costui gli pose sopra tanto carco, + mostrando il dolce e celando l'amaro, + che 'l fece pianger con pianto e rammarco. + + 130 Poi venne un altro, che tutto contraro + era a quel primo in tutte sue fattezze, + col viso negro quanto il primo chiaro. + + Questo gli pose ancor molte gravezze, + poi venne innanti a noi una donna anco + 135 col riso in bocca e piena d'allegrezze. +p. 152 + E, benché egli fusse lasso e stanco, + con altri pesi ancor gli carcò il dosso. + Allora disse:--Oimè! che vengo manco.-- + + Mentre diceva:--Oimè! che piú non posso + 140 portar tante gravezze,--e' cadde in terra, + fiaccandosi la testa ed anche ogni osso. + + --Io fui da Lucca e detto Forteguerra + --diss'egli a noi:--a far la grande impresa + m'indusse spem, che fa che spesso uom erra. + + 145 Ella mi fece far la molta spesa + e posemi l'incarco della parte, + che sempre a chi n'è capo troppo pesa. + + --Nulla averebbe potuto gravarte + --diss'io a lui,--se tu alla scorta mia + 150 creduto avessi in tutto ovver in parte. + + Ma, s'e' ti piace, volentier vorria + che mi contassi le doglie penose, + che la speranza pone in questa via.-- + + Ond'egli, sospirando, mi rispose: + 155 --Sappi che la fallace e vana spene + principalmente si fonda in due cose. + + O ella aspetta scemarsi le pene, + ch'ella sostien, o desiando sguarda + poter avere alcuno amato bene. + + 160 Se l'una e l'altra d'este due si tarda, + ovver che manchi, l'animo tormenta; + ma affligge molto piú, quand'è bugiarda. + + Benché tante fiate a noi ne menta, + come hai provato, ancor se gli dá fede: + 165 tanto con le losinghe altrui contenta; + + che 'l miser'uomo sempre ratto crede + quel che desia; ma quel, ch'egli ha 'n temenza, + non crede si rimova, se nol vede.-- + + Poi piú non disse; e femmo indi partenza. + + +p. 153 + + + + +CAPITOLO XII + +Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona il timore. + + + Dietro a Minerva cento passi o quasi + su salsi un monte e pervenni alla cima + a veder quei che temon tutti i casi. + + Lí era un piano, e, quando mirai prima, + 5 vidi una strada insino all'altra sponda + lunga due miglia, quanto alla mia stima, + + ch'era diamètro nella valle tonda: + quivi saper può bene il geomètra + quanto quel piano intorno a sé circonda. + + 10 Ne' semicerchi della valle tetra + anime vidi di fuor della strada, + la qual lastreco avea di nera pietra. + + Ed ognuna dell'alme in alto bada + un grande sasso, che cader minaccia + 15 tanto, che par che tosto in capo cada. + + Per questo alzata insú tengon la faccia, + temendo che non cada con ruina + il sasso a lor in testa e che gli sfaccia. + + Ahi, quanto punge del timor la spina! + 20 e quanto affligge il core il mal futuro, + che l'uomo aspetta e quasi lo indovina! + + Pensa, lettor, se stessi sotto un muro, + che fosse per cadere, o sotto un tetto, + e se 'l dovervi stare fosse duro! + + 25 Pensa se avessi un uom incontra 'l petto + coll'arco teso e fuggir non potessi, + ed ei dicesse:--Tosto ti saetto!-- +p. 154 + Cosí han questi, di paura oppressi, + gli archi di contra e però stan tremanti + 30 che sassi e dardi non percuota ad essi. + + Per dar lor piú timor, al volto innanti + discorrono i Mal sogni e 'l Mal presaggio, + l'upupa, il gufo e 'l corvo con lor canti. + + Su per la strada era il nostro viaggio, + 35 e trovai Fleias ch'era qui il primaio + del gran timor con pallido visaggio. + + --O Fleias,--dissi io,--che a tanto guaio + se' posto qui e tremi vieppiú forte + che 'l vecchio can nel freddo di gennaio, + + 40 Apollo ha posto te a cotal sorte + per tua superbia e di te fa vendetta, + che 'n sempiterno questo tremor porte. + + Assai è minor pena a chi suspetta + solo in un punto ricever il duolo, + 45 che sempre temer l'arco e la saetta; + + ché 'l timor seco mena grande stuolo + d'assalitori, ed ognuno il cor punge: + adunque è meglio aver un colpo solo. + + Per darti piú timore ancor s'aggiunge + 50 all'arco il sasso, e temi che non caggia + e non ti fiacchi il capo, quando giunge. + + --Nel mondo, ove tu sal' di piaggia in piaggia + --rispose,--proverai simil doglienza, + se vi pervieni colla scorta saggia. + + 55 Lí vederai tu il don di provvidenza + farsi una lima che se stessa rode, + di mille casi avversi c'ha 'n temenza. + + E vedrai le ricchezze non far prode: + tanto di povertá il timore affligge, + 60 che 'l possessor di lor lieto non gode. + + Che giova all'uom la vita, se l'effigge + dell'orribile morte ognor l'accora + e sempre di paura lo trafigge? +p. 155 + L'affaticato cibo, che ristora, + 65 mentre si mangia, infermitá e sospiri + menaccia al proprio corpo, che 'l divora. + + Se suso inverso il ciel ancor tu miri, + menaccia a te il Giudice di sopra, + se gli fai cosa, per la qual s'adiri. + + 70 La terra, che convien che ancora il copra, + e giú l'interno ancor gli fa paura, + sí come punitor di sua mal'opra. + + Se a destro ed a sinistro si pon cura, + vede che ogni vizio quivi offende, + 75 e teme a' suoi coniunti ogni sciagura.-- + + Ahi quanto di vergogna il viso accende, + quando alcun riprendente è poi ripreso + di quel medesmo, del qual e' riprende! + + Cosí io feci, quando l'ebbi inteso; + 80 e però dissi:--Prego mi perdoni, + se, Fleias, col mio dir t'avessi offeso. + + --O tu, ch'andi la strada e che ragioni + e dietro a dea Minerva movi i passi, + vedendo d'esto inferno le magioni: + + 85 --cosí gridò un de' miseri lassi + e poi subiunse:--io prego che tu torche + verso me il viso, innanti che tu passi.-- + + Io mi voltai e vidi un su le forche + col capo chino tanto, che le guancia + 90 a lui toccava quasi una dell'orche. + + --Morte e paura io posi in la bilancia + --subiunse,--e poi la morte col capestro + elessi a me per men pungente lancia. + + Troppo temendo in me il caso sinestro, + 95 me stesso uccisi: io son Architofelle, + che fui nel consigliar sí gran maestro. + + Meco sta qui Saúl, re d'Israelle, + e quei roman, che sol timor gli strinse + e non vertú a spogliarsi la pelle.-- +p. 156 + 100 Alquanto inver' di lui li passi pinse + sol per parlarli; ma la dea non volle + ch'io parlassi a colui, che sé estinse; + + ché, se fortuna il ben temporal tolle, + non lieva però mai d'alcun la spene, + 105 s'egli da se medesmo non è folle. + + --Tu vederai, se tu ammiri bene, + non tremar nullo, ch'abbia sé ucciso: + risguarda, ed io dirò onde ciò viene.-- + + Però io riguardai con l'occhio fiso; + 110 poi, vòlto a lei, diss'io:--Perché non trema + qualunque dalla vita ha sé diviso?-- + + Ed ella a me:--Quando la spen si scema + tanto in alcun, che niente rimane, + colui non ha amor, né anco téma; + + 115 ché le paure e l'allegrezze umane + procedon da speranza e dall'amore, + che porta l'uomo a vostre cose vane. + + Però, se tutto, amor e spene, more, + mor la letizia, che da lor procede, + 120 e la paura, e sol ha poi il dolore. + + Il qual il disperato fuggir crede, + fuggendo sé, e uccide allor se stesso + con crudeltá, credendo far mercede. + + E, se speranza non avesse appresso + 125 il fren d'alcun timor, cresceria tanto, + che faria stolto per lo troppo eccesso. + + Cosí il timor, se seco non ha accanto + dolcezza di speranza, tanto teme + e tanto vien in doglia ed in gran pianto, + + 130 che nol sostiene e sé di morte oppreme; + ch'ogni timor all'uomo è sí a noia, + che piú tosto vuol morte che lui inseme. + + Nulla allegrezza e nulla cara gioia + è tanto dolce, che rispetto a quella + 135 non sia piú amaro all'uom temer che moia. +p. 157 + E tu sai ben che l'_Etica_ favella + che 'l timor troppo nullo portar puote: + tanto la mente e l'animo flagella. + + E da qui il timor van, se tu ben note, + 140 in mille modi il suo balestro scocca + nel mondo all'uom e l'animo percuote; + + tanto che giá come presente tocca + quel che non è e forse fia niente, + e giá piangere fa la mente sciocca. + + 145 Se a questo e a quel ch'io dissi ben pon' mente, + nulla pena è maggior che star in forse + di quel che spiace e che pò far dolente. + + Ognun ch'al van timor ben si soccorse, + spregia la morte e sol teme il Monarca, + 150 che 'l tempo breve e la vita ne porse: + + cosí senza timor secur si varca.-- + + +p. 158 + + + + +CAPITOLO XIII + +Come l'autore vede la Fortuna. + + + Per l'aspero cammin di quella valle + eravamo iti, al mio parer, un miglio, + lasciando il van timor dietro alle spalle, + + quando per veder meglio alzai lo ciglio + 5 e dalla lunga la Fortuna io vide + mirabil sí, ch'ancor me 'n maraviglio. + + Minerva a me:--Se ti losinga o ride, + e s'ella mostra a te il viso giocondo, + fa' ch'allor ben ti guardi e non ti fide. + + 10 Quella è che molti inganna in questo mondo + col rider suo e spesso alcun inalza + per abbassarlo e farlo ire al fondo. + + Guarda la faccia sua quant'ella è falza + e che di chiara in torba la trasmuta, + 15 quando da alto alcuno in terra sbalza.-- + + Quando da presso poi l'ebbi veduta, + conobbi quant'è grande quella donna, + quant'è sinistra e quanto alcuno adiuta. + + Era maggior che non fu mai colonna, + 20 e sol dinanti avea capelli in testa, + e d'oro fin dinanti avea la gonna. + + Ma dietro calva, e dietro avea la vesta + tutta stracciata, ed era di quel panno, + che vedoa porta in dosso, quando è mesta. + + 25 Ghignando con un riso pien d'inganno, + volgea con una man sette gran rote, + che come spere in questo mondo stanno. +p. 159 + La quarta er'alta insino onde percote + con le saette Iove, ove il vapore, + 30 dal gel costretto, da sé l'acqua scuote. + + La terza d'ogni lato era minore, + e le seconde poi minor che quelle; + e minime eran poi quelle di fuore. + + Nella metá le ruote paralelle, + 35 dico nella metá, ch'alla 'nsú monta, + erano orate e preziose e belle. + + Ma l'altra parte, quando su è gionta, + giú vien calando a quella donna dietro; + quanto piú cala, piú del mal s'impronta + + 40 e fassi oscura; e da quel lato tetro + descender vidi molti a capo basso + con gran lamento e doloroso metro. + + Poiché caduti son con gran fracasso, + ogni amico li fugge e li dispregia: + 45 chi li sospinge e chi lor dá del sasso. + + Ma alli salenti dalla parte egregia + ognun si mostra amico ne' sembianti: + chi li losinga e chi di loda 'i fregia. + + Come da due nel carro triunfanti + 50 mescolato era il dolce con l'amaro, + usando inver' di lor contrari canti, + + cosí su ad alto e giuso due cantâro + nel colmo delle rote e due di sotto, + un d'allegrezza e l'altro del contraro. + + 55 La dea Minerva giá m'avea condotto + sino alla donna, che voltava il giro: + allor parlò, che pria non facea motto. + + E disse:--Io, che a basso e ad alto tiro + le sette rote, son la dea Fortuna + 60 e solo a quei dinanti lieta miro. + + Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna + in me di securtá ovver fidanza, + ch'io mostro faccia chiara, e quando bruna. +p. 160 + E nullo a basso perda la speranza + 65 tutta di me, ché spesso io son la scala + di poner in ricchezza e gran possanza. + + Ma vegga ben ognun, anzi ch'e' sala, + che non si lagni poi, né faccia grido, + se 'l mando a quella parte che 'ngiú cala; + + 70 ché, quando si lamenta, ed io mi rido; + e se me chiama cruda, ed io lui pazzo, + che 'n tanta sicurtá faceva il nido. + + E questo è 'l gioco mio e 'l mio solazzo, + atterrar quel dalla parte suprema, + 75 ed esaltare un vestito di lazzo. + + Se falsa alcun mi chiama e mi biastema, + io non me 'n curo, e lamentevol voce + dell'allegrezze mie niente scema.-- + + Io riguardai la rota piú veloce, + 80 di cui il cerchio quasi terra tocca; + e lí stava uno a gran tormento e croce. + + E quando sotto va l'anima sciocca, + tra 'l duro suolo e la rota s'accoglie, + e gli strascina il ventre giú e la bocca. + + 85 --Colui che su e giú ha tante doglie, + è Ission ed ha tal penitenza, + ché volle a Iove giá toglier la moglie; + + ché la sposa di Dio sua Provvidenza + procacciò di veder col suo intelletto, + 90 sí come vano colla sua scienza. + + Saper si puote bene alcuno effetto, + quand'è futuro, nella sua cagione, + come puoi nella _Fisica_ aver letto. + + Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone, + 95 se Dio non lo rivela, mai si vede + da intelletto creato o per ragione. + + Or mira quel che su nel colmo siede + del terzo cerchio e piú salir non pò, + che cosí ride e securo esser crede. +p. 161 + 100 Quegli è il milanese Barnabò; + ma tosto mostrerá Fortuna il gioco, + com'ella sòle e s'apparecchia mò. + + L'altro, che sale dietro a lui un poco, + è suo nipote, il qual del reggimento + 105 il caccerá e sederá in suo loco. + + E quanto ad una cifra cresce il cento, + cotanto accrescerá il biscion lombardo + e di Toscana fie in parte contento; + + se non che 'l giglio roscio, c'ha lo sguardo + 110 sempre a sua libertá, contro lui opposto + fará che 'l suo pensier verrá bugiardo. + + Nella seconda rota in cima è posto + Cola Renzo tribuno, ed è salito + nel colmo, ond'altra volta fu deposto. + + 115 Ma stato è troppo folle e troppo ardito, + c'ha presa la milizia su nel sangue + de' principi roman tanto gradito, + + per che Colonna ed altri ancor ne langue; + ma tosto Roma a lui trarrá il veleno, + 120 c'ha nella lingua il malizioso angue. + + Nel primo cerchio, che si volge meno, + stanno li duci che si mutan spesso: + però da ogni parte n'è sí pieno. + + E quel, che sale al sommo ed è sí presso, + 125 tre volte a quella ruota gira intorno, + e su e giú tre volte será messo. + + Egli è chiamato Antoniotto Adorno: + Genova bella, nella quale è nato, + metterá ne' malanni e nel mal giorno. + + 130 Nel quinto cerchio lá dall'altro lato + regina sta magnifica Ioanna + col capo di Sicilia incoronato. + + Ma la Fortuna, che ridendo inganna, + mostrerá a lei ed a quel che sal poi, + 135 che chi in lei fida, sta in baston di canna. +p. 162 + Del sesto cerchio se tu saper vuoi, + lí sonno posti i novelli Caini, + consumatori de' fratelli suoi, + + quei Della Scala spiatati Mastini + 140 e piú crudeli che rabbioso cane; + ma tosto abbasso calaranno chini. + + Dall'altra rota, che di lí rimane, + Ioanni dell'Agnello fará il salto, + mutando il fasto e le sembianze vane. + + 145 E proverá quant'è duro lo smalto + del suol di Lucca, quando la percossa + egli averá, cadendo su da alto. + + Romperagli quel caso l'anche e l'ossa; + ed in un punto le terre, ch'egli ha, + 150 e Pisa del suo iugo sará scossa; + + ed ei saprá s'è duro: e ben gli sta. + + +p. 163 + + + + +CAPITOLO XIV + +Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha il vero fondamento. + + + Poscia salendo un monte ruinoso, + noi ci partimmo ed, in un pian saliti, + trovammo altro martír molto penoso. + + Uomin vedemmo insieme molto uniti, + 5 come di molti corpi un si facesse; + ma i volti eran distinti e dispartiti. + + Pensa, lettore, un mostro che avesse + un grande busto, e, bench'egli foss'uno, + un collo molti capi contenesse. + + 10 Vero è che lor color o bianco o bruno + e lor gionture e lor lineamenti + aperti si parean in ciascheduno. + + Lí stan dimoni e con spade taglienti + dividon quelli, e, quando alcun si parte, + 15 li capi piangon tutti e son dolenti. + + Non credo che spargesse giammai Marte + cotanto sangue; né fo mai battaglia + di tai ferite, né si legge in carte. + + Non vale qui lo scudo ovver la maglia; + 20 ché la iustizia dá le gran percosse, + ed ei fatt'han le spade, che li taglia. + + Vidi un dimonio, che irato si mosse + ed un recise intorno in ogni canto, + sí ch'e' rimase come un fusto fosse. + + 25 Un capo sol rimase e con gran pianto + a me si volse e disse:--O tu, che mena + seco Minerva, a me risguarda alquanto. +p. 164 + Vedi l'amor quanto a noi torna in pena + E tanto affliggon piú le parentele, + 30 quanto pria strinson con maggior catena. + + Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mèle + del dolce amor de' figli e de' congiunti, + quando gli uccide la morte crudele! + + Diece figliuoli in salda etade giunti, + 35 nove nepoti ebb'io ed un fratello, + e poi li vidi in un mese defunti. + + Com'io, che 'n questo inferno ti favello, + intorno intorno son cosí tagliato + e, perché troppo amai, ho tal flagello; + + 40 cosí interviene all'uom, quando l'amato + figlio o fratel gli è tolto, e piú tormenta, + quanto piú forte è coniunto e legato. + + La casa, onde fui io, è tutta spenta; + fui da Perugia, di santo Ercolano, + 45 e de' Vencioli la prima somenta.-- + + Per la piatá ingavicchiai la mano, + e volea dar risposta a sue parole; + ma e' sparío sí come un corpo vano. + + Ond'io dissi alla dea:--Se tanto duole + 50 la cosa amata, quand'altrui si toglie, + ben è stolto colui ch'ama e ben vuole. + + Se non voglio d'amor sentir le doglie, + non posso avere al cor migliore scudo, + se non che d'ogni amore mi dispoglie. + + 55 E, se questo facessi, saría crudo; + ché, se non amo le persone note, + sarei di caritá e di piatá nudo. + + Né anco il posso far, ché mal si pote + ben rifrenar a che natura inclina: + 60 tanto a quel corso son le cose mote. + + --Tra tutte l'altre cose la piú fina + --disse Minerva a me--è 'l dolce amore, + se dal ver fundamento non declina. +p. 165 + Ma, se nel fundamento sta l'errore, + 65 quanto piú l'edifizio cresce o sale, + tanto fa piú ruina e duol maggiore. + + Fundamento è che quanto alcun ben vale, + tanto si stimi e tanto amore accenda, + quant'egli ha di bontá e men di male. + + 70 E, s'egli è ben che d'altro ben dependa, + non s'ami quasi per sé esistente, + se vuoi che, quando è tolto, non t'offenda. + + Fundamento è che quel, ch'è dipendente, + non s'ami come fermo e per sé stante, + 75 ch'ei da se sol non ha essere niente; + + ché 'l Creator le cose tutte quante + fe' di niente, e, s'egli le lassasse, + niente tornerian come che innante. + + Adunque come il servo, che estimasse + 80 essere sue le cose del signorso + e come proprie sue cosí le amasse, + + se poi gli fusson tolte, saría morso + di gran dolore ed avería li duoli + per quell'error, nel qual è in prima corso; + + 85 cosí fanno li padri de' figliuoli, + e de' coniunti li mondani stolti, + che gli estimano stanti e per se soli. + + E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti, + quando fûr morti, fe' questa risposta: + 90 --Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti.-- + + Tu mi dicesti nella tua proposta: + --A nullo, amando, voglio avere affetto, + dacché, perduto, tanto amaro costa.-- + + Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto + 95 e temperato sí, che, se 'l divide + o Dio od altro, non t'affligga il petto.-- + + Ed io a lei:--Maestra, che mi guide, + dimostra a me ancora un altro vero, + ch'è sí oscur, che mai mia mente il vide. +p. 166 + 100 Tu di' che volontá ha 'l summo impero + di nostra barca e che regge il timone + di tutti i sensi e 'l carnal desidèro. + + S'egli è cosí, or dimmi qual cagione + piú volte vince questa volontade, + 105 che non pò far quel che vuol la ragione, + + che par contrario alla sua nobiltade, + poiché libero arbitrio gli è concesso, + sí che 'l sí e 'l no sia in sua libertade. + + Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo + 110 e non ha forza a poterlo ritrare: + tanto Amor puote e vince per eccesso. + + Ben so che ogni cosa debbo amare + in quanto è buona, e solo in Dio è buona; + e, benché 'l sappia, io non lo posso fare.-- + + 115 Ed ella a me:--Vostra natura è prona + agl'impeti de' sensi, e, se v'indura + per molta usanza e troppo s'abbandona, + + allora l'uso converte natura, + sí che ragion non può guidare il freno + 120 del desiderio bene a dirittura. + + Di diecemila uno ed ancor meno + si trova, che co' sensi non s'accorde + in tutto o in parte col voler terreno. + + L'amor vi può legar con quattro corde: + 125 la prima è di Cupido la gran fiamma, + l'altra è di cupidigia e voglie ingorde, + + poi de coniunti, figli, padre e mamma, + e 'l quarto amor d'amici ed è sí poco, + quanto rispetto a mille è una dramma. + + 130 Or sappi di Cupido che 'l gran foco + e l'amor de' coniunti tanto lega + e l'amor della borsa e d'ampio loco, + + ch'è molto forte che ragion il rega, + se gran virtú non rompe il gran legame, + 135 che tanto forte inver' l'amato piega. +p. 167 + E, benché Dio ne dica ch'ognun l'ame, + ciascuna d'este fun sí forte tiene, + ch'a lui non lascia ir, benché vi chiame. + + E perciò nel Vangelio si contiene + 140 che amiate Dio col core e colla forza, + sí come il primo e piú sovrano bene. + + E, se avvien ch'altro amore vi torza, + rompete quella fun, ch'altrove tira + colla vertú, che giammai non s'ammorza. + + 145 Siate come Sanson, commosso ad ira, + quando li fe' la moglie il grave laccio, + cioè l'amor carnal, a chi ben mira. + + E cosí, Dio amando senza impaccio, + colla virtú che sta nelli capelli + 150 e non sta nella carne ovver nel braccio, + + d'amor carnal non si senton fragelli.-- + + +p. 168 + + + + +CAPITOLO XV + +Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo, +e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini. + + + Nel terzo regno su per quella piaggia + noi devenimmo, ed, alzando le ciglia, + sí come piacque alla mia scorta saggia, + + vidi di Dite la cittá vermiglia, + 5 di mille miglia intorno, ed in figura + a Dite dell'inferno s'assomiglia. + + Di ferro ardente avea le grandi mura, + a ogni cento piè avea una torre, + con guardian, che mi facea paura. + + 10 Attorno delle mura un fiume corre, + ardente piú che non è il fuso rame, + quando in campana per canal trascorre. + + Bolliva piú assai che 'l Bollicame, + e, perché ferve, però Flegetonte + 15 il suo vocabol convien che si chiame. + + Dalla ripa alla porta era per ponte + attraversato e steso un sottil filo, + pel qual chi in Dite va, convien che monte. + + Non fe' sí sottil riga giammai stilo, + 20 né filò sí sottil giammai aragna, + com'è la via che mena in quell'asilo. + + Su per quel fil sottil la mia compagna + prima si mosse, e, poiché un passo diede, + disse che andassi dietro a sue calcagna. + + 25 Io non andai, ma tenni fermo il piede, + dicendo a lei:--Non verrò, perché temo, + ché non son io legger quanto tu crede.-- +p. 169 + Cosí, standomi fermo su l'estremo + di quella ripa, dicea:--Non verraggio, + 30 se noi per altra via non anderemo.-- + + Palla, per rifrancare a me il coraggio, + tre volte lá e qua 'l filo trascorse, + come colui ch'assecura il viaggio. + + E, poiché la sua man alla mia porse, + 35 resposi:--Io vegno, da che piú ti piace; + ma forte temo e del cader so' in forse.-- + + Su per lo fil piú sottil che bambace + io passai Flegetonte e sua mal'onda, + ch'ardea di sotto piú che una fornace. + + 40 Quando giunse Minerva all'altra sponda, + ella chiamò come chi chiama forte + un che sia lunge e vòl che gli risponda. + + E disse:--Aprite a noi queste gran porte, + ché siam discesi nel maligno piano + 45 per veder Pluto, il tempio e la sua corte.-- + + Risposto fu:--Il vostro passo è vano: + nullo entrar puote, s'e' non porta seco + o presente o denar nella sua mano.-- + + La dea subiunse:--Me' che denar reco: + 50 però apri a noi tosto, o portinaio, + a me ed a costui, il qual è meco.-- + + Mamon, che tra coloro era il primaio, + la gran porta di Dite in fretta aperse, + ratto ch'udí nominar il denaio. + + 55 Ma, quando vide poi che nulla offerse, + con grande sdegno ne guardò in tortoni, + e poscia irato este parol proferse: + + --Or dimmi dove son questi gran doni, + che di' ch'arrechi, o donna, e ch'a noi porti, + 60 che piú che li denar di' che son buoni. + + Ma entrasi cosí nelle gran corti? + Uscite fuora e ritornate addietro + tu e costui, a cui ha' i passi scorti. +p. 170 + --Da tal Signor il mio andar impetro + 65 --disse Minerva,--ch'io non ho temenza, + quantunque mostri a noi il volto tetro. + + E 'l don, che reco meco, è la scienza, + che non si perde mai quand'io la insegno: + però piú che null'oro è di eccellenza. + + 70 Palla son io, che a questo loco vegno, + e son dell'arme, d'arti e di scolari + prima maestra e forma d'ogni ingegno.-- + + Mamon rispose:--Chiunque vuol, impari, + ché la scienza qui non è di pregio, + 75 e nulla vale a rispetto ai denari. + + Ma, se veder volete il gran collegio + del nostro Pluto, andate alla man destra, + e 'l mio consiglio non abbiate a spregio.-- + + Minerva a lui:--Ognun male ammaestra, + 80 se pria no' impara; e mal guida saría + chiunque non sa il cammin, pel quale addestra.-- + + Cosí dicendo, non prese la via, + ch'egli avea detto, ma salí s'un'erta, + che ben due miglia d'un monte pendía. + + 85 Nell'altra valle selvaggia e deserta + Circe trovai, la maladetta maga, + che fa che l'uomo in bestia si converta. + + Con gli occhi putti e con la faccia vaga + losinga altrui e con ridente grifo, + 90 acciò che l'alme a sue malíe attraga. + + Nella sinistra man tenea un cifo, + il qual empiè di sí brutto veneno, + che ancor, pensando, me ne viene schifo. + + Io vidi un uomo, a cui lo porse pieno, + 95 diavolo farsi, quand'ella gliel diede, + a membro a membro e l'uman venir meno. + + In piè di cigno in prima mutò il piede + e poi le gambe, e poi d'un babbuino + mise la coda e 'l membro ove si siede. +p. 171 + 100 Il ventre fe' squamoso e serpentino, + e negro il petto piú che gelso mézzo, + le man pelose e l'ugne quasi uncino. + + Mentre si trasmutava a pezzo a pezzo, + mise due ali assai piú ner che corvo; + 105 cornuto il capo e 'l viso fe' d'un ghezzo. + + La bocca fe' d'un porco, il naso córvo: + cosí dimon si fece a poco a poco + cogli occhi rosci e collo sguardo torvo. + + Per tutti i nove fòr gittava foco; + 110 ma nella bocca egli era acceso piue + che una fiamma, in che soffiasse coco. + + Mentr'i' ammirava, ancor ne vidi due + del maladetto cifo abbeverarne; + e l'un diventò lupo, e l'altro bue. + + 115 Io vidi molti poscia trasmutarne + in cani e volpi ed in leoni ed orsi, + e draghi farsi dall'umana carne. + + Per tutti i lochi, ch'io avea trascorsi, + non stetti cosa a veder tanto vaga + 120 quanto che questa, quand'io me n'accorsi. + + --Ahi, gente fatta alla divina imago + --disse Minerva,--perché 'n te trasmuti + la bella effigie in lupo ovver in drago? + + Perché visson giá questi come bruti, + 125 a lor Iustizia questa pena rende, + che li sembianti umani abbian perduti; + + ché non è uom, se 'l vizio tanto apprende, + che non conosce il male e non ha pena + e non vergogna e téma, quando offende; + + 130 ché Dio ha posta in voi luce serena, + che fa che il mal da prima si conosca, + e vergogna e timor dá, che 'l raffrena. + + Ma, quando alcun tanto il peccato attosca, + che non vergogna e che non ha timore, + 135 segno è che quella luce in lui è fosca. +p. 172 + E questo mena poi in piú errore, + ch'e' piace a se medesmo quando pecca, + e del mal suo s'allegra e dell'angore. + + Ogni bontá umana allor è secca, + 140 che loda il vizio per virtude vera, + e piacegli chi uccide, robba e mecca. + + E, se in tal vizio indura e persevèra, + allora 'n lui 'l peccar si fa _necesse_, + e di emendarsi al tutto si dispera. + + 145 Sappi anco che non toglie l'uman _esse_ + il male, al qual fragilitá conduce, + né da ignoranza le colpe commesse; + + ché tutta non oscuran quella luce, + che Dio ha posto in voi, della ragione, + 150 che téma, duolo e vergogna produce. + + Quel che vedesti, che si fe' demòne + e fe' l'aspetto tanto brutto e rio, + fu spoletino e detto Servagnone: + + ladro, assassin, biastimator di Dio + 155 e dispettoso d'ogni cosa bona + e nemico ad ogni atto onesto e pio. + + L'altro s'assomigliò a Licaona, + il terzo al mostro posto nel Labrinto, + che uomo e toro fu 'n una persona. + + 160 Né l'un né l'altro ben era distinto: + or puoi saper di lor qual fu il peccato, + che 'n lor l'aspetto umano ha tutto estinto, + + e perché 'n bestia ciascuno è mutato.-- + + +p. 173 + + + + +CAPITOLO XVI + +Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani. + + + Nullo, se non Iddio, conosce il cuore, + e vede ogni palese ed ogni occolto; + ma l'uom pò iudicar sol quel di fòre. + + Però chi estima altrui secondo il volto + 5 ovver nell'apparenza che fuor vede, + spesse volte gli avvien ch'egli erra molto. + + E per questo intervien ch'è poca fede + e che gli antichi ed ognun ch'è ben saggio, + si guarda piú, e meno ad altri crede. + + 10 Io era ancor nel loco che detto aggio, + ove sta Circe nella valle trista, + che 'n bestia sa mutar l'uman visaggio. + + Lí era gente piú piacente in vista + che nullo albergator nel proprio albergo + 15 o mala putta di losinghe artista. + + E mentre dietro a dea Minerva pergo, + ella mi disse:--Fa' che qui ti guardi, + e fa' che sempre tu mi venghi a tergo. + + Se tu per mezzo del mio scudo sguardi, + 20 tu vederai pel mio cristallin vetro + i cor di tutti questi esser bugiardi.-- + + Onde, sguardando ed a lei stando dietro, + io vidi ciò ch'a me prima era oscuro; + e forte mi fia a dirlo in questo metro. + + 25 Per queste rime mie, lettor, ti giuro + che alcun di quelli dentro era un serpente + e nella vista fuor pareva uom puro. +p. 174 + Ed alcun altro, quando posi mente, + di fuor pareva pur un sant'Antonio + 30 e dentro un lupo rapace e mordente. + + Agnol di fòre, e dentro era un demonio + alcun di quei, quando li vedea nudi: + se dico il ver, Dio mi sia testimonio. + + --O sacra dea, che tanto ben mi scudi + 35 --diss'io a lei:--oh quanto tradimento! + quanti Gani stan qui e quanti Iudi! + + Sí come ad Amasa giá prese il mento + Ioab e disse a lui:--Salve, fratello!-- + mentre l'uccise con pena e tormento; + + 40 cosí sotto al sembiante blando e bello + molti di questi nascondon l'inganno, + che portan dentro al cor malvagio e fello.-- + + Ed ella a me:--Quando risurgeranno + questi cotal dalla falsa apparenza, + 45 la vista, che han dentro, prenderanno; + + ché Dio ha dato lor questa sentenza, + che forma umana da lor non si pigli, + da che han mutata in bestia lor semenza. + + Or mira in alto ed alza su li cigli.-- + 50 Ond'io li alzai e vidi le tre Furie + col volto irato e cogli occhi vermigli. + + Figura avean di donna, a cui iniurie + un'altra donna pel tolto marito, + quando si turba che con lei lussurie. + + 55 Col viso irato, crudele ed ardito + strigneano i denti e strabuzzavan gli occhi + inverso me, menacciando col dito. + + --Regina mia--diss'io,--or non adocchi + che di paura io vengo tutto manco + 60 e tremanmi le gambe e li ginocchi?-- + + Ed ella a me:--Sta' forte e col cor franco, + e non temer niente i lor fragelli, + mentre hai lo scudo mio e staimi a fianco. +p. 175 + Quella che di scorzoni ha li capelli, + 65 Megera ha nome, crudeltá dell'ira: + vedi c'ha tutti i peli a serpentelli. + + Aletto è l'altra, che 'n torton ti mira, + che ha tanti serpi d'intorno alle tempie, + e nasce di colei ch'al ben sospira. + + 70 L'altra, c'ha le sembianze tanto scempie, + è quella falsa crudeltá, che nacque + del mostro che di cibo mai non s'empie. + + Ella gridò, ch'al mio parer gli spiacque + ch'io dicessi:--Cosí venne Medusa + 75 per l'amor di colui che regge l'acque. + + Tesifone, costui a faccia chiusa + vedrá il Gorgon: or t'è venuto in fallo + che 'l faccia pietra, sí come e' far usa.-- + + Per mezzo del mio scudo del cristallo + 80 vedrai quel mostro, ed io a viso nudo + veder nol curo; ed ella il perché sallo.-- + + Io stavo a prova ben dietro allo scudo, + quando apparve Medusa, il crudel mostro, + superbo, orrendo, dispettoso e crudo; + + 85 e sopra quelli di quel tristo chiostro + sol con lo sguardo un tal veneno asperse, + ch'era piú ner che non fu mai inchiostro. + + Allor tutti pigliôn forme diverse + dentro alla mente, e secondo le colpe + 90 cotal figure avean nel cor submerse. + + Alcun si fe' leon ed alcun volpe, + alcun dimonio, alcun lupo rapace; + ma tutti avían di fuore umane polpe. + + --O sacra dea, chi è colui che pace + 95 mostra nel volto e par soave e piano, + e dentro al cor come un diavol giace?-- + + Ed ella a me:--È Iacopo d'Appiano. + Molti son qui de' traditor di Pisa; + ma egli sopra tutti è il piú sovrano. +p. 176 + 100 'Nanti che fusse l'anima divisa + dal corpo suo, tal era nel pensiero; + però è trasmutato in questa guisa. + + Egli tradí il nobil messer Piero + de' Gambacorti e fe' dei figli preda, + 105 mentre a lor si mostrava amico vero. + + E lasciò dopo lui l'avaro ereda + colui che fe' la bella Pisa schiava + e per dinar la die', che si posseda. + + E quel secondo, in cui tossico e bava + 110 sparse Medusa e venenolli il petto, + e c'ha la mente dentro tanto prava, + + fu re di Cipri, chiamato Iacchetto. + Al suo fratel maggior diede la morte, + mentre a riposo giaceva nel letto, + + 115 cioè al re Pietro magnanimo e forte, + che 'n Alessandria giá mise la 'nsegna + dentr'alla piazza e vinse le sue porte. + + Quel terzo, c'ha la faccia sí benegna + e dentro è tutto quanto serpentino + 120 e c'ha la mente di venen sí pregna, + + fu Della Scala e fu crudel Mastino. + Il suo fratel maggior uccise pria + e poi fu del minor ancor Caino. + + Morto il primaio, ed ei sen fuggí via + 125 per la paura, ed allor di Verona + l'altro fratel pigliò la signoria. + + Mandò pel fratricida e a lui perdona; + e tanto amore inver' di lui accese, + che la bacchetta signoril li dona. + + 130 Costui il donator ligato prese + e stretto el fece mettere in prigione: + cosí fu grato a chi fu a lui cortese. + + E poi 'n quell'ora ch'ognun si dispone + in su l'estremo, e contrito e confesso + 135 si rende a Dio con gran divozione, +p. 177 + costui mandò il dispiatato messo, + e fe' mozzare al suo fratel la testa, + e di vederla contentò se stesso. + + Or fu mai crudeltá maggior che questa? + 140 Non quella ch'a Tieste fece Atreo, + quando i figli mangiar gli die' per festa; + + non quella di Nettunno e di Teseo; + ch'ognun di questi, a chi ponesse cura, + iniuria il fece cosí esser reo. + + 145 Ma costui non offesa, non iniura, + non la cagion, per che fu morto Remo, + che pria bagnò di sangue l'alte mura. + + Ma sol si fece d'ogni piatá scemo, + ché dopo lui 'l fratello non regnasse: + 150 per questo il fe' morir su nell'estremo. + + O doppio fratricida, se tu lasse + la doppia prole, il tuo paterno esempio + degno è ch'ancor da lor si seguitasse; + + ché l'uno uccise l'altro crudo ed empio, + 155 e della Scala fu l'ultima feccia, + che sen fuggí del veronese tempio + + dietro a colei che solo in fronte ha treccia. + + +p. 178 + + + + +CAPITOLO XVII + +Come l'autore vede il tempio di Plutone. + + + Continuando per la gran foresta + io vidi il tempio di Pluton da cesso, + presso ad un'acqua, che avea gran tempesta. + + E, quando giunto fui insino ad esso, + 5 vidi ch'era fundato in sulla rena + di quel gran fiume, che li corre appresso. + + Io forte ammiraria che non sel mena + quel gran torrente: tanto forte corre, + quando tra' vento e quando egli è 'n gran piena, + + 10 non fusse che quel tempio ha una torre, + che su la pietra viva sta fundata: + però quell'acqua non la pò via tôrre. + + Quando Minerva fu in sull'intrata, + mi die' la mano; e, quando dentro fummo, + 15 ratto dal portinar fu domandata: + + --O voi ch'entrate qui, adorate il Nummo?-- + La dea rispose:--Certo adoro Deo; + ché fuor di lui ogni altra cosa è fummo.-- + + Similemente anche risposi eo, + 20 perché mi ricordai della risposta, + che fe' san Paulo dentro al Coliseo. + + Io vidi su in una sede posta + seder Plutone e poscia Radamanto, + Minos ed Eaco star dall'altra costa. + + 25 Ben mille poi sedíen dall'altro canto + nel crudel tempio, formato al contrario + a quel che fece Cristo umile e santo; + + ché in quel di Cristo il pover volontario + era il piú ricco, ed umiltá fa grande, + 30 sí come apparve in Pietro, suo vicario. +p. 179 + In questo, in cui avarizia si spande, + quell'è maggior che piú aver possede, + e quel si fa che regga e che comande. + + Iustizia, caritá e ferma fede + 35 fundâr quest'altro, e 'l sangue e dura morte, + che die' 'l martirio dietro al primo erede. + + Però sta fermo ed anco è tanto forte, + che nol vincon Satán e tutti i suoi, + né posson contro lui l'infernal porte. + + 40 In mezzo a quel collegio venne poi + un mostro armato in forma tanto brutta, + che, pur pensando, ancor par che mi nòi. + + La faccia umana avea di mala putta + e tutto il busto in forma serpentina; + 45 ed ella d'oro era coperta tutta. + + Sotto suoi piè teneva una regina + tanto formosa, che la sua beltade + non parea cosa umana, ma divina. + + E colla coda armata di tre spade + 50 la percoteva tanto asperamente, + che ogni gran crudel n'aría piatade. + + --Quel c'ha la faccia umana ed è serpente + --disse Minerva,--della belva nacque, + che diede ad Eva il cibo fraudulente.-- + + 55 Poi, rimirando, sí come a lei piacque, + io vidi l'idol Nummo del talento, + che stava presso alle tempestose acque. + + E credi a me, lettor, ché non ti mento, + che da Pluto e da' suoi era onorato + 60 vieppiú che Dio assai per ognun cento. + + Plutone in prima a lui inginocchiato, + poi tutti gli altri gli offersero un core, + il don che al sommo Dio saría piú grato. + + E come Ignazio «Iesú Salvatore», + 65 cosí tra quelli cori io vidi scritto + «denar», «denar», «denar» dentro e di fuore. +p. 180 + La vergine, a cu' il petto avea trafitto + colla sua coda armata il mostro fello, + menata fu all'idol quivi ritto. + + 70 E come Pirro innanzi al tristo avello + del padre Achille uccise Polisena, + stando ella mansueta come agnello; + + cosí la fèra con dispregio e pena + sacrificò la verginetta pura, + 75 spargendo quivi il sangue d'ogni vena. + + Ed ella intorno intorno ponea cura + a' circumstanti per aver difese, + e nullo la subvenne in tanta iniura. + + Un angel venne ed in braccio la prese, + 80 dicendo:--La donzella ch'è qui morta, + è viva in ciel, onde prima discese.-- + + E poscia verso la celeste porta + con lei in braccio mosse il santo volo, + come falcon che 'nsú la preda porta. + + 85 Il mostro, che del drago fu figliuolo, + inver' la gente, ch'era quivi, corse, + blando leccando alcun come cagnolo. + + Ed alcun altro crudelmente morse + prima col dente acuto e venenoso, + 90 poi con la coda, che come uncin torse. + + Nel tempio, a quel di Dio fatto a ritroso, + Proserpina era reina infernale, + adulterata spesso dal suo sposo; + + ché, non guardando chi, come, né quale, + 95 purch'al marito suo si dica:--Io pago,-- + la 'spone ad adulterio e ad ogni male. + + E presso al fiume su in un gran drago, + che diece colli avea e diece teste, + stava a seder coll'occhio putto e vago. + + 100 Il vestimento suo, il qual ei veste, + di purpura era, e teneva il piè manco + dentro nell'acqua di sí gran tempeste. +p. 181 + Poi in un cifo ben pulito e bianco + vidi ch'e' bebbe sangue e inebriosse + 105 piú che briaco, ch'io vedesse unquanco. + + In questo il mostro inver' di noi si mosse; + e diece teste mison sette corni; + e fieramente l'un l'altro percosse. + + Quando será, o putta, che tu torni + 110 al primo stato, alla tua madre antica, + nel prato, ove coglievi i fiori adorni? + + Tu giá vivesti nel mondo pudica, + e Luna in cielo e ne' boschi Diana + innanzi ch'a Pluton tu fussi amica, + + 115 allora quando in ogni cosa vana + davi del calcio, e quando eri tenuta + come regina e non come puttana. + + Poscia che quella donna ebbi veduta, + Minerva di quel tempio rio mi trasse + 120 per quella porta, ond'ella era venuta. + + E su per una via volle che andasse, + ove demòni stavan con uncini, + con reti e lacci, ch'alcun ve cascasse. + + --O dea--diss'io,--qual via vuoi che cammini? + 125 Or chi será colui, che quinci vada, + che in alcun d'esti lacci non ruini?-- + + Ed ella a me:--Per mezzo della strada + chi va e non declina a nulla parte, + securo va che ne' lacci non cada. + + 130 E, perché qui bisogna senno e arte, + il fren ti metterò; e, s'io ti meno, + non temer mai che possi illaquearte.-- + + Cosí dicendo, ella mi mise un freno; + poscia mi mise nell'aspro viaggio, + 135 ch'era d'uncini e lacci e reti pieno. + + Quando io vi penso, ancor paura n'aggio + di que' dimòni e di que' lacci tesi, + ne' quai cade ciascun che non è saggio. +p. 182 + Da ogni parte io vidi molti presi, + 140 fra' quai conobbi messer Gualterotto; + e vennemi piatá quando lo 'ntesi. + + E' disse a me:--Perché da me fu rotto + nel mondo ogni statuto e li decreti, + però tra questi uncini io son condotto. + + 145 Leggi iustiniane e que' de' preti + non usa il mondo se non per guadagno: + però lassú son fatte come reti. + + Come rompe il moscon la tela al ragno, + e non la mosca, cosí gli uomin grandi + 150 straccian le leggi e danvi del calcagno.-- + + Poi disse:--Or satisfa' a' miei domandi: + dimmi s'è ver che li pisan sian schiavi, + e de' Lanfranchi miei, mentre tu andi.-- + + Ed io a lui:--Le signorie soavi + 155 non si conoscon mai dalli subietti, + se non poscia ch'e' provan le piú gravi. + + Sappi ch'i tuoi pisan son sí costretti + sotto quel giogo, che 'l dinar lor mise, + che i Gambacorti sono or benedetti. + + 160 Poscia che 'l traditor d'Appiano uccise + messer Pier Gambacorti e i figlioli anchi + a tradimento e piangendo ne rise + + ed uccise anche i primi de' Lanfranchi, + egli vendette la cittá d'Alfea, + 165 sí che li tuoi pisani or non son franchi.-- + + Tanto m'avea menato oltre la dea + continuando per l'aspero calle, + che, se piú detto avesse, io non l'odea. + + Quando noi fummo in una lunga valle, + 170 la dea Minerva allor mi trasse il camo, + che m'avea posto in bocca e sulle spalle. + + E, quando un altro monte salivamo, + vidi color che dietro son cavalli, + e son dinanzi nepoti di Adamo, + + 175 avvolti di serpenti verdi e gialli. + + +p. 183 + + + + +CAPITOLO XVIII + +Dove si tratta delli centauri. + + + Quando giunsi nel monte suso ad alto, + mirai la valle, maledetta chiostra, + ove i centauri stanno a far l'assalto. + + Come soldati, quando fan la mostra, + 5 spronando lor cavalli, van gagliardi, + o come cavalier che vanno a giostra; + + cosí i centauri lí con archi e dardi + descorron per la valle a mille, a cento, + veloci piú che tigri o leopardi. + + 10 Palla scendea la costa a passo lento: + e 'l sesto miglio avea a scender forse, + quand'io ebbi timore e gran pavento; + + ché 'l maggior de' centauri sí s'accorse + di noi che scendevamo, e presto e fiero + 15 con ben mille de' suoi, venendo, corse. + + Non si mosse corsier mai sí leggiero, + né capriolo ovver corrente cervo, + com'ei correva superbo ed altiero + + coll'arco teso in man. Ed in sul nervo + 20 egli avea giá una saetta posta; + e, giunto, disse col parlar protervo: + + --Fermate i passi e fate la risposta: + con qual licenza qui, con qual valore + ardite voi di scendere la costa, + + 25 senza licenza del nostro signore, + che 'n mezzo il mondo siede triunfante, + come re principale e imperadore? +p. 184 + A te saettarei, che vien dinante, + se non che allo scudo mi rassembre + 30 amica di Perseo ed al sembiante.-- + + La dea rispose:--O animal bimembre, + a cui ha dato forza il fiero Marte, + e con cui 'l sol sta in mezzo di novembre, + + l'onor dell'arme è anco mio in parte. + 35 Io son Bellona, che costui scorgo, + che do nelle battaglie ingegno ed arte. + + Veder lo puoi, se bene sguardi il Gorgo, + ch'io porto nel mio scudo de cristallo, + che per difesa innante al petto porgo.-- + + 40 Chiron, che inseme è uomo e cavallo, + udito questo, gli fe' reverenza, + e féla far a ciascun suo vassallo. + + Allora io scesi giú senza temenza + ivi fra loro; e, poi ch'io vi fui giunto, + 45 uomini vidi stare a gran sentenza; + + ché da' centauri a lor bevuto e smunto + era lo sangue da tutte le vene, + quanto ve n'era insin ch'era consunto. + + E, quando è vòto, che piú non ne viene, + 50 e' son compressi e messi allo strettoio, + e trattogli ogni umor con guai e pene. + + Io vidi alcun solo aver l'ossa e 'l cuoio, + e volergli esser anche il sangue tratto, + gridando lui:--Oimè, oimè, ch'io muoio!-- + + 55 Tra lor iustizia ha posto questo patto: + che poscia son lasciati insin che cresce + in loro il sangue e l'umor sia rifatto, + + e poi ripresi, ed anco quanto n'esce + lor tolto è 'l sangue, e, poiché son bevuti, + 60 restretti sonno e messi alle soppresce. + + Fra quegli spirti magri e desvenuti + Minerva, andando, tanto mi condusse, + che tra quei duoli pungenti ed acuti +p. 185 + io trovai 'l Laberinto; e ch'ello fusse + 65 nol conoscea, se non ch'io vidi dentro + quel che del toro Pasife produsse. + + Egli mugghiava fortemente, e, mentro + stav'io a vederlo e ad udir i lamenti, + che l'anime facean nel cieco centro, + + 70 venían tre alme a quelli gran tormenti + belle e membrute, pien di sangue e grasse, + ma nella vista angosciose e dolenti. + + Come leon, che allegro e crudo fasse, + vista la preda, e mostra maggior ira, + 75 non altramente Nesso inver' lor trasse, + + il quale amò la bella Deianira. + Trasse il centauro che nutrí Achille, + e come sanguesuga il sangue tira. + + Trasse Medon ed Imbro e piú di mille; + 80 ed ognun le succhiava quanto puote, + come cagnol che succhia le mammille. + + Poscia che l'alme fûn del sangue vòte, + divennon magre, ed ognuna si fece + qual è la fame indosso e nelle gote. + + 85 Diss'io:--O spirti, se parlar vi lece, + chi foste e perché sète sí destrutti? + per qual iustizia o colpa o in qual vece? + + --Capitan di campagna fummo tutti + --rispose l'uno,--e qui per un cammino + 90 venuti a queste pene e a questi lutti. + + Ed io, che parlo a te, sono Ambrosino, + figliuol di Barnabò, del gran lombardo, + e sol qui tra costor io fui latino. + + L'altro, ch'è qui, è Annichin Mongardo; + 95 fra Moriale è 'l terzo; e questa asprezza + abbiam, ch'ognun fu crudo e fu bugiardo. + + E molt'erra chi crede aver fermezza + fede d'uom d'arme ovver di meretrice, + da che 'l denaio a suo piacer la spezza. +p. 186 + 100 Se ben attendi al mio parlar che dice, + vedrai ch'amor e fede mal si fonda, + quando l'utilitate ha per radice. + + Perché alla colpa la pena risponda, + noi siam succhiati, che smongemmo altrui, + 105 quando noi fummo in la vita gioconda. + + Se tra li vivi perverrete vui, + dite a color che vanno a saccomanno, + che faccian sí ch'e' non vengan fra nui. + + Dite a Ioanni Aguto il nostro affanno, + 110 a Ioan d'Azzo, agli altri compagnoni, + che per centauri su nel mondo stanno, + + che la lor crudeltá li fa pregioni, + ed e' si fan la corda che li mena, + ove stan questi del sangue ghiottoni.-- + + 115 Ed io a lui:--Ai miseri c'han pena, + avervi compagnia, o n'han diletto, + o veramente alquanto il duol raffrena. + + Però mi di' perché hai tu suspetto + che alcun non venga qui in questa soglia, + 120 ché non intendo ben perché l'hai detto.-- + + Ed egli a me:--Non per ben ch'io lor voglia, + ma come su in ciel di piú consorti + è piú letizia, qui è maggior doglia.-- + + Poi, perché funno allo strettoio attorti, + 125 per quella afflizion piú non mi disse; + onde n'andammo tra' centauri forti. + + E poco er'ita Palla, che s'affisse; + e trovammo un gran mostro, in cui coloro + curson cogli archi, e ciascuno el trafisse. + + 130 Sí come fa il leon che prende il toro, + che 'l morde e per la fretta nol manduca, + ma succhia il sangue dove ha fatto il foro, + + ovver come fa l'orso, quando suca + il favo mèl; cosí facean ad asto, + 135 succhiando il sangue a quel per ogni buca. +p. 187 + --Diomede son io, che son sí guasto-- + --diss'egli a me,--che giá gli uomini vivi + diedi a' cavalli miei per biada e pasto. + + Se tu nel tuo emispero mai arrivi, + 140 prego che di lassú da te si dica + (ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi) + + che chi degli altru' affanni ovver fatica + pasce cavalli o altra cosa vana, + e chi, robbando, sua vita nutríca, + + 145 sará menato in questa valle strana, + ove stan questi del sangue assetiti + vieppiú che 'l cervio alla viva fontana.-- + + Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi, + Minerva verso un monte la via prese, + 150 nel qual senz'ali mai saremmo iti; + + ch'avea le ripe sue tanto distese, + che, secondo che disse la mia scorta, + nullo mai vi salí ovver descese. + + Vero è che giú ai piè era una porta, + 155 la quale aveva scritto su l'usciale + queste parole in una pietra smorta: + + «Chi vuol montare insú, di qui si sale; + e suso sta in una gran pianura + il gran Satán altiero e triunfale». + + Allora intrammo quella porta scura. + + +p. 188 + + + + +CAPITOLO XIX + +Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame. + + + Dentro la porta su per una grotta + fu la via nostra insin in co' del monte + con poca luce, come quando annotta. + + Quando fui su e ch'io alzai la fronte, + 5 vidi Satáno star vittorioso, + ove risponde il deritto orizzonte. + + Credea vedere un mostro dispettoso, + credea vedere un guasto e tristo regno, + e vidil triunfante e glorioso. + + 10 Egli era grande, bello e sí benegno, + avea l'aspetto di tanta maièsta, + che d'ogni riverenza parea degno. + + E tre belle corone avea in testa: + lieta la faccia e ridenti le ciglia, + 15 e con lo scettro in man di gran podèsta. + + E, benché alto fusse ben tre miglia, + le sue fattezze rispondean sí equali + e sí a misura, ch'era maraviglia. + + Dietro alle spalle sue avea sei ali + 20 di penne sí adorne e sí lucenti, + che Cupido e Cilleno non l'han tali. + + Ed avea intorno a sé di molte genti, + che facean festa, e questi tutti quanti + al suo comando presti ed obbedienti. + + 25 Ma i primi e principal eran giganti + con orgogliosi fasti e con gran corti, + con presti servidor, che avean innanti. +p. 189 + Alla guardia di questi arditi e forti + erano quei che son viri e cavalli, + 30 con li lor capitani saggi e accorti. + + Su per li prati ancor vermigli e gialli + andavan donzellette e belle dame + con melodie soavi e dolci balli. + + Quand'io stava a mirar tanto reame + 35 e vedea il gran Satán nell'alto seggio, + sí bello ed obbedito pur ch'e' chiame, + + io dissi:--O Palla, or che è quel ch'io veggio? + Giá calo ad adorarlo li ginocchi: + tanto egli è bello, e grande il suo colleggio.-- + + 40 Ed ella a me:--O figlio mio, se adocchi + per mezzo del cristallo del mio scudo + --allor mel diede ed io mel posi agli occhi,-- + + tu vederai il vero aperto e nudo, + e non ti curerai dell'apparenza, + 45 alla qual mira l'ignorante e rudo. + + Ché chi è saggio risguarda all'essenza, + ché su in quella sta fundato il vero, + e non si muta ed ha ferma scienza.-- + + Allor mirai e vidi Satan nero + 50 cogli occhi accesi piú che mai carbone + e non benigno, ma crudele e fèro. + + E vidi quelle sue belle corone, + che prima mi parean di tanta stima, + ch'ognuna s'era fatta un fier dragone. + + 55 E li capelli biondi, ch'avea prima, + s'eran fatti serpenti, ed ognun grosso + e lungo insino al petto su da cima. + + E cosí gli altri peli, ch'avea indosso; + ma quelli della barba e quei del ciglio, + 60 mordendo, el trasforavan sin all'osso. + + Le braccia grandi e l'ugne coll'artiglio + avea maggior che nulla torre paia; + e le man fure e preste a dar di piglio; +p. 190 + e di scorpion la coda e la ventraia; + 65 nell'ano e presso al membro che l'uom cela + di ceraste n'avea mille migliaia. + + Argo non ebbe mai sí grande vela, + né altra nave, come l'ali sue, + né mai tessuta fu sí grande tela; + + 70 ma non atte a volar troppo alla 'nsue, + se non come l'uccello infermo e stanco, + che tenta volar alto e cade ingiue. + + Serpentin era il piè deritto e 'l manco; + e diece draghi maggior che balena + 75 faceano a lui il seggio e 'l tristo banco. + + E questo a Satanasso è maggior pena: + che sempre insú volar s'ingegna e bada, + e la gravezza sua a terra el mena. + + E Dio permette ben che alla 'nsú vada; + 80 ché, quanto piú volando in alto monta, + tanto convien che piú da alto cada. + + Io 'l vidi in piè levar con faccia pronta + dall'alto seggio suo, e con orgoglio + udii ch'e' disse:--O Dio, alla tua onta + + 85 sopra gli astri del cielo or salir voglio: + io intendo prender l'uno e l'altro polo + al tuo dispetto, ed ora il ciel ti toglio.-- + + Cosí dicendo, alla 'nsú prese il volo: + ben diece miglia insú s'era condotto, + 90 quando 'l vidi calar al terren sòlo + + a trabocconi e col capo di sotto, + e come un monte fece gran ruina. + E, poiché 'n terra fu col capo rotto, + + la faccia verso il ciel volse supina, + 95 e fe' le fiche a Dio 'l superbo vermo + e biastimò la Maiestá divina. + + Poi si levò sí come fusse infermo, + e verso il suo gran seggio mosse il passo + con mormorio e dispettoso sermo. +p. 191 + 100 E lí a seder se puse fiacco e lasso; + e menacciava Dio, alzando il mento, + che fe' che 'l suo volar li venne in casso. + + Quando 'l vidi cadere, io fui contento, + perché conobbi che quanto piú sale, + 105 tanto egli ha piú ruina e piú tormento. + + Tenendo io 'l bello scudo per occhiale, + vidi i neri giganti e lor palazzi, + pieni d'invidia, d'ira e d'ogni male. + + Vidi mutati in pianti lor solazzi + 110 e che smongono altrui e sono smonti + dalli centauri e dalli lor regazzi. + + Vidi che li gran sassi e li gran monti + conducean sopra sé per far la torre, + sopra la qual da loro al ciel si monti. + + 115 Sí come, quando vòlsono il ciel tôrre, + che pusono Ossa sopra il gran Peloro, + talché Iove gridò:--Vulcan, soccorre!-- + + cosí in quel pian s'ingegnan far coloro; + ma, perché la lor possa non seconda, + 120 ritorna sempre invano il lor lavoro. + + Ed ogni volta che la voglia abbonda + piú che la possa, avvien che mal viaggio + faccia l'impresa e che 'l fattor confonda. + + Però colui che è prudente e saggio, + 125 perché l'impresa non gli torni invano, + fa che la possa sempre abbia vantaggio. + + Elli facean le torri nel gran piano, + e chi portava sassi e chi la malta, + chi ordinava e chi facea con mano. + + 130 Io vidi una di quelle andar sú alta + sin dove del vapor fa pioggia il gelo, + tal ch'io dicea fra me:--Giá 'l cielo assalta;-- + + quando Iove percosse su da cielo + con un gran tuono, e la torre e 'l gigante + 135 mandò a terra il fulgoroso telo. +p. 192 + Per parlarli, ver' lui mossi le piante + e dissi:--Chi se' tu, caduto a terra + di sí gran torre col capo dinante? + + --Io son Fialte, e fui nella gran guerra + 140 --rispose,--che facemmo contra Dio, + che le saette contra noi disserra. + + Cosí le grandi imprese e 'l lavorio + fanno il gran signor sí com'io feci, + e poi caggiono a terra sí com'io. + + 145 Cadde Alessandro, il gigante de' greci, + cadde Priamo e cadde la gran Troia, + che combattuta fu per anni dieci. + + Cadde Pompeo e Scipio, la gran gioia + dell'alta Roma e Cesare ed Agosto, + 150 Dario e Assuero con pena e con noia.-- + + Io averia al suo detto risposto, + se non che a me apparve un altro obietto, + al qual lo sguardo mio mi venne posto. + + Io vidi che Satán di mezzo al petto + 155 un serpentello con tre lingue scelse, + che parea pien di tosco maladetto. + + Tra' giganti el gittò quando lo svelse; + ed egli il suo venen tra loro sparse, + ch'era piú ner che non son mézze gelse. + + 160 Allora ogni gigante un drago farse + cominciò dentro; e, l'uman quindi tolto, + e' fuor nel viso sí com'uomo apparse. + + Ma non si può giammai tenere occolto + amor, né invidia o colpa ch'aggia il core, + 165 che non appaia alquanto su nel volto. + + L'imago dentro cominciò di fuore + appalesarsi e mostrarsi in la faccia; + e questo fe' tra lor guerra e romore. + + Sí come quando il mar prima ha bonaccia + 170 e poi si turba e tutto in sé ribolle, + e l'acque, che son sotto, sopra caccia, +p. 193 + e pare ogni onda grande quanto un colle, + quando la luna solo il fratel mira, + e tutto il lume suo a noi ne tolle; + + 175 cosí facean color commossi ad ira, + e davansi fra sé li colpi gravi, + e con grand'onte l'un l'altro martíra. + + Non fecer mai abeti sí gran travi, + come eran le lor lance lunghe e grosse, + 180 né mai sí grandi legni portôn navi. + + Pensa, lettor, che quei c'hanno gran posse, + dánno gran colpi, e cosí anche credi + che, quando coglie, han piú gravi percosse. + + E poscia a maggior fatti io mossi i piedi; + e, poco andato, tanto mi stancai, + 185 ch'a riposarmi giú in terra mi diedi, + + insin ch'apparson li raggi primai. + + + + + + LIBRO TERZO + + DEL REGNO DE' VIZI. + +p. 197 + + + + +CAPITOLO I + +Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, lo vinse. + + + Dell'orizzonte il sole era giá fuora, + e, per aver la lena, io m'era assiso + come chi stanco a riposar dimora. + + E, risguardando, tenea in alto il viso, + 5 perché ammirava il superbo arrogante, + che fu ribello a Dio in paradiso, + + quando la dea a me su venne avante: + --Or ti bisogna assai esser gagliardo + ed usar le tue forze tutte quante. + + 10 --Minerva mia, a cui sto i' a riguardo, + che di guidarmi dietro a te ti degni + al loco, ov'io d'andar di desio ardo, + + prego che m'addottrini e che m'insegni + quai sonno i mostri, che tengon la strada, + 15 che l'uom non saglia a' tuoi beati regni. + + Da che convien che alla battaglia vada, + dammi fortezza e dammi la dottrina + ch'io non sia preso e che vinto non cada.-- + + Rispose a questo a me quella regina: + 20 --Quando il gran mostro su vorrá levarte, + e tu col capo sempre ingiú declina. + + Questa fie la vittoria, e questa è l'arte, + con che si vince sua superbia ardita: + va', ché, se vuoi, potrai da lui aitarte.-- +p. 198 + 25 Andai, quando la dea ebb'io udita, + come colui che a duello combatte + o per dar morte o per perder la vita. + + Quale Davíd incontra a Goliatte, + gigante grande, ed egli era fantino + 30 e non avea all'armi le membra atte; + + tal pareva io, quando presi il cammino + contra Satán, se non ch'a lui rispetto + ben mille volte er'io piú piccolino. + + Quand'io fui presso e contra al suo cospetto, + 35 e' s'adirò da che m'ebbe veduto, + e mostrò grande sdegno e gran dispetto. + + Io saría morto e del timor caduto, + se non che Palla con voce e con cenni + mi rinfrancava il cor e dava aiuto. + + 40 Andai piú innanti e insino a lui pervenni, + e del piè il dito, piú ch'un trave grosso, + colle mia braccia avvinchiato gli tenni. + + Allora a stizza vieppiú fu commosso, + e le gran braccia stese con grand'ira, + 45 e 'nsú tirommi, tenendomi il dosso. + + A questo gridò Palla:--A terra mira; + pensa ch'a darti morte egli t'afferra, + e per gittarti a basso insú ti tira. + + Fa' come Anteo, e vincerai la guerra, + 50 che tante volte le forze francava, + quante toccava la sua madre terra.-- + + Come colui che se medesmo aggrava, + che tien le membra come fosson morte, + cosí fec'io, quando insú mi levava. + + 55 Mirabil cosa! Allora i' fui sí forte, + che gli feci abbassare ingiú le braccia, + e giú mi pose con le mani sporte. + + Le reni in terra, insú tenea la faccia; + e con ingegno e forza e con li morsi + 60 facea com'uom che volentier si slaccia. +p. 199 + Cosí le dita sue da me distorsi, + che m'avean preso; e sí me dilungai, + che cento passi e piú a lunga corsi. + + Quando sei spenta, ancor potenzia hai, + 65 o gran superbia! Per questo fui preso, + ché d'esto scampo io me ne gloriai. + + Chinossi allora, tutto d'ira acceso, + il crudel mostro, e con la man feroce + volea levarmi nell'aer sospeso. + + 70 Allor gridò la dea ad alta voce: + --Abbassa a terra!--Ed i' a terra mi diede + col ventre e il volto e colle braccia in croce. + + Cosí prostrato, entrai di sotto al piede + del gran superbo, col qual chiude il calle, + 75 il qual senza battaglia mai concede. + + Per questo a terra giú diede le spalle + e nel pian cadde con sí gran fracasso, + che tremar fece tutta quella valle. + + Quando vidi caduto Satanasso + 80 cosí prostrato, io misi la mia testa + ed intrai su la via per l'arto passo. + + Come alli vincitor si fa gran festa, + tal fece a me la scorta onesta e saggia: + poscia si mosse insú veloce e presta. + + 85 Prese la via per la pendente piaggia + e disse:--Vieni e sempre alla 'nsú sali, + ed alla 'ngiú nullo tuo passo caggia.-- + + Mentr'io movea alla 'nsú del desio l'ali, + ed io sentii a me gravar le penne + 90 da una che dicea:--Vo' che giú cali.-- + + La mia persona abbracciata mi tenne, + tirandomi alla 'ngiú con tale scossa, + ch'appena ritto il piede mi sostenne. + + E del salir sí mi tolse la possa, + 95 che, andando insú, io non potea seguire + la scorta, che a guidarmi s'era mossa. +p. 200 + Dietro alla guida insú volea pur gire, + ed ella mi tirava seco ingiue + e suso meco non volea venire. + + 100 Cosí insieme luttando amendue, + ella tirando ingiú ed io insú lei, + sí mi stancava, ch'io non potea piue. + + --Oimè!--dicea fra me--chi è costei, + che ha le voglie sí lascive e pronte, + 105 che vuol menarmi ov'io gir non vorrei?-- + + La dea salito avea molto del monte, + e, vòlta a me, gridò:--Perché non vieni? + perché ristai? perché quassú non monte? + + Cotesta donna, che ti sta alle reni + 110 pensa che è muliere, e tu se' viro; + però vergogna t'è, se la sostieni.-- + + Allor con gran fatica e gran sospiro, + usai mie forze e camminai fin dove + Palla aspettava col suo dolce miro. + + 115 Sí come sotto il giogo tira il bove + con tutta la sua possa il grosso trave, + che, punto dallo stimolo, si move; + + cosí tirai insú la donna grave + dietro a Minerva per quell'arta via + 120 contra la forza di sue voglie prave. + + E quanto a poco a poco io piú salía, + tanto piú la gravezza venía manco + di quella che me 'ngiú tirava pria. + + Alla mia scorta appena era giunto anco, + 125 quando di lei nulla sentia fatiga, + e fui leggero e niente era stanco. + + --Chi è colei che dá qui tanta briga + --diss'io a Palla,--e fa che l'uom s'arreste + e, giú tirando i passi, altrui intriga? + + 130 --Parte è in voi angelica e celeste + --rispose quella,--e fa che si cammine + per sua natura a tutte cose oneste. +p. 201 + E questa ha sempre le voglie divine: + della fatica presente non cura, + 135 sol che conduca altrui poscia a buon fine. + + L'altra è parte brutale, vile e oscura; + e questa guarda al diletto presente + e per buon fin non sostien cosa dura. + + Questa è l'ancilla mal obbediente, + 140 questa è la mala e repugnante legge + a quella c'ha Dio posta in vostra mente. + + Come il signor, che ben sua casa regge, + la fante e la mogliera, ch'è provosa, + battendola e privandola, corregge; + + 145 cosí costei alla ragion ritrosa + ed arrogante, superba e proterva, + batter conviensi e dargli poca posa: + + allor verrá subietta come serva. + + +p. 202 + + + + +CAPITOLO II + +Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella è vizio principale. + + + Una giornata inverso l'oriente + salía la strada, ed al merizo è vòlta + poi anche una giornata similmente. + + Poi inver' la parte, ove lo sol s'occolta, + 5 gira altrettanto a modo che le scale + si fan nel campanile alcuna volta; + + poi verso il corno anche altrettanto sale. + Cosí per sette giri insú si monta + al regno glorioso ed immortale. + + 10 Su questa via quando Palla fu gionta, + mostrò a me quant'ella insú sublima, + piú bella assai che qui 'l dir non racconta. + + E questa via, che noi salimmo in prima, + è stretta ed erta e quanto piú su viene, + 15 tanto è piú larga e piana inver' la cima. + + In mezzo al gir, che ho detto, si contiene + la trista valle, ove sua signoria + co' suoi giganti Satanasso tiene. + + Alquanti insú con noi venían per via; + 20 ma eran pochi rispetto agli assai + d'un'altra gente, che alla 'ngiú venía. + + Insú andando, il viso mio voltai, + e vidi insú levato il gran superbo + ed a seder, come prima, el trovai. + + 25 Ahi! quanto si mostrava a me acerbo + e quanto egli pareva d'ira pieno, + io nol potrei giammai spiegar con verbo. +p. 203 + Intorno intorno spargeva il veneno; + e i suoi irsuti peli eran serpenti, + 30 ch'a lui mordeano il volto, il collo e 'l seno. + + Ed ei le labbra si mordea co' denti, + come fa alcun che se medesmo turba; + e con tre bocche soffiava tre venti, + + i quali andavan dietro a quella turba + 35 che 'ngiú venía, e percotea lor tempie, + come il vento Austro, quando il mar conturba. + + Quasi vessica che di vento s'empie, + cosí quel vento infiava le lor teste + e le lor viste dispettose ed empie. + + 40 Poich'eran fatte assai maggior che ceste, + sí come lucciol spargean le parole + e di quelle fregiavan le lor veste. + + E, come nuovo arnese mostrar sòle, + a farsi fama, il nuovo mercatante, + 45 quasi invitando chi comperar vòle; + + cosí mostravan certe merci sante, + e 'l vento, che dal mostro si deriva, + soffiando, le portava tutte quante. + + Io ammirando dissi:--O Palla, o diva, + 50 deh, dimmi, che dimostran queste cose? + Che io 'l sappia e che altrui lo scriva. + + --Questi tre venti--a me la dea rispose-- + sonno il fomento e sonno la cagione, + perché le genti son superbiose. + + 55 Il primo vento è della nazione, + per la qual molti mostrano eccellenza + e voglion soprastar l'altre persone. + + Ma questa loda è sol della semenza, + onde è disceso, ché virtú s'apprezza + 60 appo li saggi e vera sapienza. + + L'altro vento, che soffia, è la ricchezza + la qual, se megliorasse il possessore + e seco avesse la vera fermezza, +p. 204 + meritarebbe loda ed anco onore; + 65 ma, perché le piú volte il buon fa rio, + enfia qui il capo e poco ha di valore. + + Se il terzo vento saper hai desio, + è quel che toglie il grazioso dono, + che ne dá la natura ed anche Dio. + + 70 Benché da sé sia prezioso e buono, + vostre virtudi se ne porta il vento, + quando da Dio conosciute non sono. + + --Da che di questo--dissi--m'hai contento, + dimmi, perché 'l superbo è tanto grande, + 75 e perché enfia e fregia il vestimento? + + --Il ragionar che fai, mentre tu ande + --rispose quella--per questa salita, + mi piace, ed io farò quel che domande. + + Superbia è grande, che è la prima ardita + 80 contra la mental legge e la divina, + e prima fa che non sia obbedita. + + A tutti gli altri vizi ella cammina + e va dinanti e fagli a Dio ribelli + e fa che la sua legge ognun declina: + + 85 però è maggior tra' vizi falsi e felli. + Or ti dirò, e fa' che tu ben odi, + perché si fregia e gonfia li cervelli. + + Superbia puote essere in tre modi, + sí come si dimostra dalla Musa, + 90 la qual hai letta e che tu tanto lodi. + + Prima è superbia nella mente inchiusa: + questa odia li maggior, questa presume + pomposa, ingrata ed obbedir recusa. + + Ed a' difetti suoi non vede lume + 95 e pon mente agli altrui ed è perversa, + iniuriosa e con altier costume, + + con suoi equali, con li qual conversa, + discorde ed arrogante; e lor dispregia + ed onteggiando li minori avversa. +p. 205 + 100 L'altra è in bocca, quando ella si pregia, + vantando con parole e con iattanza, + che son le lucciol, delle qual si fregia. + + L'altra è ne' fatti a dimostrar che avanza; + ed alcun questo mostra in santitade, + 105 come gl'ipocriti hanno per usanza. + + Nella scienza alcuno o in beltade + mostra eccellenza, e chi in adorno manto, + chi ne' conviti o in altra vanitade. + + E questo vizio or è cresciuto tanto, + 110 che nella mensa e nel vestir non puote, + piú che 'l vassallo, il signor darsi vanto. + + Ora superbia fa le borse vòte + all'avarizia, e Venere e la gola, + ne' servi, in ornamenti e nelle dote. + + 115 Cesar, del qual cotanta fama vola, + prodigo fu chiamato nel convito, + perché die' piú ch'una vivanda sola. + + Ora la vanitá, non l'appetito, + e la superbia gran vivande chiede + 120 e 'l banco d'oro e d'argento fornito. + + Ed ha Mercurio, Orfeo e Ganimede, + che serva e suoni e che quell'altro mesca + innanti a Iove, mentre a mensa siede. + + O farisei, il mio dir non v'incresca, + 125 ché non vi tocca e non vi s'apparecchia + con sumpti e fasti il letto ed anche l'ésca. + + Il mondo, che nel vostro far si specchia, + per vostro esemplo lassa questo vizio, + sí che la lunga usanza non s'invecchia. + + 130 A questo diede esemplo il buon Fabrizio, + che moderava giá 'l triunfo a Roma, + e Scipion scusoe quasi ogni offizio. + + Ora messere e maestro si noma, + sol che tre fave egli abbia nel tamburo, + 135 che risuonin parole a soma a soma.-- +p. 206 + Ben mille poi trovai nel cammin duro, + ch'avíen del viso infiata sí la pelle, + che ciascun occhio in lor facea oscuro. + + Io dissi ad uno:--I' prego che favelle, + 140 e di' chi fusti e perché tu non vedi + la terra e 'l cielo e l'altre cose belle.-- + + Rispose:--Se del nome mi richiedi, + detto fui Alardo e fui 'n Parigi artista + e tanto a vanitá ivi mi diedi, + + 145 ch'io curai solo a parer buon sofista; + e cosí fen quest'altri, che stan meco: + però a ciascuno è qui tolta la vista, + + ché 'n sapienza ognun fu vano e cieco.-- + + +p. 207 + + + + +CAPITOLO III + +Dichiaransi gli effetti della superbia. + + + Il vento, quale spira Satanasso, + gonfia le teste e poscia in alto mena + e poi da alto fa cadere a basso. + + Sí come il vento fa la vela piena, + 5 io vidi fare a tre la testa grossa + ed ire in alto e poi cader con pena. + + E nel cadere ebbon sí gran percossa, + che Simon mago non die' tal crepaccio, + quand'egli si fiaccò il cervello e l'ossa. + + 10 --Io, che cosí caduto in terra giaccio + --disse un di lor,--son quel superbo Sesto, + che a Lucrezia diede tanto impaccio, + + quand'io gli maculai il letto onesto; + onde caddi io e 'l mio padre Tarquino + 15 per tanta offesa e per cotanto incesto. + + E l'altro qui caduto a capo chino + chiamato fu Nabucodonosorre, + che a sé attribuí l'onor divino. + + Il terzo è quel che fece la gran torre + 20 giá di Babel e chiamato Nembrotte, + che volle contra Dio rimedio porre. + + E cento volte noi tra 'l dí e la notte + innalza il vento, che 'n testa percuote; + e poi cadiam con l'ossa fiacche e rotte. + + 25 Qui anche sta il novello nipote + e 'l sesto prete grande, a cui del regno + gonfia anche il vento la testa e le gote. +p. 208 + E quand'è divenuto grosso e pregno, + cade da alto e gran fiacco riceve, + 30 sí come noi e sí com'egli è degno. + + In lui apparve ben quant'egli è grieve + la signoria e dispettosa e dura + d'alcun villan, che da basso si lieve.-- + + Tanto i' avea preso, andando, dell'altura, + 35 che vidi aver Satán, quand'io mi volse, + la faccia sua ver' noi a derittura. + + Allor soffiò, e quel vento mi colse + e nella fronte sí forte percosse, + che ogni forza di salir mi tolse. + + 40 Io sería in giú tornato, se non fosse + che gridò Palla:--Giú 'n terra ti poni, + se vuoi che 'l vento il capo non t'ingrosse.-- + + Però mi posi in terra in ginocchioni, + il petto e 'l viso umiliai di botto, + 45 e cosí insú mi mossi in groppoloni. + + Quando la dea mi vide esser condotto + in tanta altura, ch'ella vide stare + il gran Satán ai nostri piedi sotto, + + su ritto ed erto mi fece levare. + 50 Allor d'un dubbio, ch'io avea concetto, + cosí lei cominciai a domandare: + + --Come poteo il mostro maladetto + desiderar a Dio esser equale, + ch'esser non puote e nol cape intelletto? + + 55 Ché 'l desiderio sempre move l'ale + dietro all'obietto dalla mente appreso, + e questo nulla mente apprender vale.-- + + La dea rispose, quando m'ebbe inteso: + --In due superbie offese il Creatore + 60 il rio Satán, e quelle io t'appaleso. + + Se, sol per sua bontá, alcun signore + levasse un servo giú da basso limo + e ponessel in stato e grande onore, +p. 209 + ed ei dicesse fra se stesso:--Io stimo + 65 meritar piú che quel che m'ha donato, + per mia bontá, ed esser piú sublimo;-- + + costui sería superbo e sería ingrato. + In questo modo enfiò Satan le ciglia + contra colui che allor l'avea creato. + + 70 E da che 'l servo in possa s'assomiglia + al suo signor, quant'egli, al parer mio, + piú di dominio e d'eccellenzia piglia; + + cosí fec'egli, che innalzò il disio + ad aver possa a far quelle due cose, + 75 le qua' solo a sé serba il sommo Dio, + + cioè creare e le cose nascose + saper, che sonno occulte nel futuro: + per questo il gran superbo a Dio s'oppose. + + Alla tua mente omai non è oscuro + 80 come il vil verme volle assomigliarse + al primo Ben supremo, eterno e puro. + + Dunque superbia prima è reputarse + d'aver il ben da sé e ch'a lui vegna + per sua bontá o per suo ben guidarse. + + 85 E cresce poi che si reputa degna + di maggior fatti: allor presume e pensa + com'ella a' suoi maggiori equal pervegna. + + Per questo poi incorre in piú offensa; + c'ha invidia a' grandi ingrata e sconoscente + 90 del don, che 'l suo maggiore a lei dispensa. + + Anche non è a lor obbediente, + ché li dispregia e non cura lor legge; + e questo di piú male è poi semente, + + ch'ella s'adira, s'altri la corregge, + 95 e sta proterva e 'l peccato difende, + odia chi l'ammonisce e chi la regge. + + Per questo poi in altro mal descende, + ché non medica il male, il ben non ode; + cosí mai a sanitá atta si rende. +p. 210 + 100 E, perché è pomposa, ama le lode; + sí come il foco s'avviva da' venti, + cosí se ne esalta ella e se ne gode. + + Di mille vizi da lei discendenti + comprender pòi che nascon d'esto seme, + 105 se nella mente tua ben argumenti. + + Perché la gente ben vivesse inseme, + fe' Dio la fede e fe' le parentele; + e la superbia l'una e l'altra oppreme, + + ch'ella, a chi la fa grande, è infedele, + 110 fa parte tra compagni e lor divide, + e ne' coniunti è spietata e crudele. + + Romul per questo il suo fratello uccide: + nullo mai grande un altro grande appresso + senz'odio o invidia vederá, né vide. + + 115 Il dispiatato sangue, il grande eccesso + delli fratelli qui non si ricorda, + da che tra li maggiori avviene spesso. + + Se ben la citra, Italia, non s'accorda + della tua gente, or pensa la cagione, + 120 la qual fa in te discordante ogni corda. + + Sostenne giá Pompeo e Scipione + star nella barca e non guidare il temo + e star nel campo sotto altrui bastone. + + Ma nelle barche tue esser supremo + 125 vuol ciascheduno ed esser soprastante + chi servir deggia nel vogar del remo. + + Per questo le tue membra tutte quante + han odio insieme, e per questo è mestiero + che 'l capo signoreggino le piante. + + 130 Per questo il grande teme e regge altèro, + e quello che sta a basso, nel cor porta + quel che superbia figlia nel pensiero. + + Indi diventa la iustizia morta + nel mal punire e nel premiare il bene: + 135 però la nave tua va cosí torta. +p. 211 + O dea Iunon, perché tarda e non viene + tra cotal gente un Lico crudo e diro, + da che politico ordin non sostiene? + + Perché non regge tra li serpi un tiro? + 140 perché non regge nelle selve un ranno, + che gli arbori consumi a giro a giro? + + L'altre province sotto un capo stanno; + ma per le parti tue e per le sètte, + piú che nell'idra in te capi si fanno, + + 145 ch'un ne rammorti, e rinasconne sette. + Ma un verrá, che convien che ti dome, + e che le genti tue tenga subbiette: + + e tiro e ranno sia in fatti e nome.-- + + +p. 212 + + + + +CAPITOLO IV + +Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura. + + + Condutti avea giá Febo li cavalli + alla pastura sotto l'Oceáno + e giá mostrava i crin vermigli e gialli, + + quando Palla mi die' lo scudo in mano, + 5 dicendo:--Questo la notte fa luce + e 'l corpo opaco fa parer diafáno.-- + + Poi l'altra piaggia salse la mia duce; + e lí trovai una gran porta aperta, + che al vizio dell'Invidia ci conduce. + + 10 Forse tre miglia avea salita l'erta, + quando la vidi star nella sua corte + inordinata, confusa e diserta. + + Era giganta e con le guance smorte, + con molte lingue ed ognuna puntuta, + 15 e suoi capelli eran di serpi attorte. + + Non fu saetta mai cotanto acuta, + quant'ella in ogni lingua avea un coltello; + e tossico parea quel ch'ella sputa. + + Duo ner diavoli avea dentro al cervello; + 20 e, benché 'l corpo e 'l capo avesse opaco, + col bello scudo io vedea dentro ad ello. + + Nel core un vermicello e piú giú un draco + vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina, + e avea la coda aguzza piú ch'un aco. + + 25 La pelle umana avea e serpentina, + unita una con l'altra e inseme mista, + e di cigno li piè, con che cammina. +p. 213 + Sempre pallida sta e sempre trista; + ma, quando vede il male over che l'ode, + 30 alquanto ride e rallegra la vista. + + Di vipera è la carne ch'ella rode; + e ben è ver che mangia carne umana; + ma solo quando pute, gli fa prode. + + Però la carne, ch'è pulita e sana, + 35 prima la imbrutta, corrompe e disquarcia, + e, quando pute, nel ventre la 'ntana. + + E come mosca è avida alla marcia, + cosí è ella ghiotta di bruttura: + di questo il ventre e la bocca rinfarcia. + + 40 Quando a sí brutta cosa io ponea cura, + gli uscí un dimon di bocca quatto quatto + e tra le genti andò come chi fura. + + E del venen, che di lei avea tratto, + mise all'orecchie a quelli e parol disse; + 45 e poi, ov'era pria, ritornò ratto. + + Parve che quel venen al cor corrisse; + come licor che per condotto vada, + mi parve che alle man poi riuscisse. + + Nel core un drago, ed in man si fe' spada + 50 puntuta quant'un ago e sí tagliente, + quanto rasoio suttilmente rada. + + Il drago, che nel cor occultamente + era rinchiuso, le man furiose + fece ad ognun de tutta quella gente. + + 55 Io vidi poi molt'anime ulcerose, + piene di schianze siccome il mendíco, + che alla porta del ricco invan si pose. + + In questo uscí, 'n men tempo ch'io non dico, + l'altro diavolo come un traditore, + 60 che nuocer vuole, mostrandosi amico. + + Trasse l'Invidia allor tre lingue fòre + sí lunghe, che un'asta all'altra posta, + al mio parer, non sarebbe maggiore. +p. 214 + Ed alla gente, che gli stava a costa, + 65 mostrava quelle schianze ovver la rogna, + con tre gran lingue scoprendo ogni crosta. + + E, come fa il ghiotton che si vergogna, + che mira qua e lá, perché suspetta + ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna; + + 70 cosí facea la belva maladetta, + che ritirò le tre lingue nefande, + quando quel che percote se n'addetta. + + Oh, detestanda bocca, a cui vivande + son maculare il bene e farlo poco, + 75 e palesare il male e farlo grande! + + Poi vidi con tempesta e con gran foco + uscir di fuor di lei il gran dragone + ed assalir la gente di quel loco. + + E, come in Colco fece giá Iasone, + 80 cosí un dimonio a lui li denti trasse, + grandi e puntuti quanto uno spuntone. + + E 'n terra arò, perché li seminasse. + Nacqueno allor del maladetto seme, + come che pianta a poco a poco fasse, + + 85 uomini armati ed uccisersi inseme; + e tanto sangue fu in quel loco sparto, + ch'ancor, pensando, la mia mente teme. + + Allora il verme, ch'era il mostro quarto, + gli rose il core, ond'ella si ritorse + 90 come la donna, quando è presso al parto. + + E, poiché dentro al petto egli a lei morse, + diventò grande e fessi un basalisco, + e sú sin alla bocca li trascorse. + + Ancor dentro nel cor ne contremisco, + 95 pensando ch'egli uccide chiunque sguarda: + però vedi, lettor, s'io stetti a risco. + + Non fe' sí gran tempesta mai bombarda, + quanto fec'egli, quando fuor uscío, + venendo a me con la crista gagliarda. +p. 215 + 100 Ma, quando vide sé in lo scudo mio, + perché lo sguardo suo è che uccide, + lí si specchiò e subito morío. + + Quando l'Invidia morto il figliol vide, + le man si morse con sospiri e pianto, + 105 con gran singolti, voci ed alte gride. + + Allor inver' di lei mi feci alquanto, + dicendo:--O brutta e maladetta fèra, + o crudeltá, che 'l mondo guasti tanto, + + nel bel giardin di sempre primavera + 110 tu da primaio insidiosa intrasti + con falsitá e con bugiarda céra; + + i primi nostri, vergognosi e casti, + servi facesti di concupiscenza; + e i gran doni di Dio però fûr guasti. + + 115 Non ti ritenne poi l'alta innocenza + del iusto Abel, ch'era il primaio buono, + nato nel mondo d'umana semenza. + + Né che 'n quel punto egli facea il dono + d'offerta a Dio: allora piú feroce + 120 tu l'uccidesti senza alcun perdono; + + per che gridoe la terra ad alta voce + per lo sangue innocente; e cosí fece + per l'altro, il qual tu occidesti in croce. + + Le man fraterne armasti nella nece + 125 del bel Iosef, ed a ciò consentire + facesti i suoi fratelli tutti e diece. + + Non avesti piatá del gran martíre + dell'etá puerile e del lamento + del vecchio padre, che volea morire, + + 130 quando del figlio vide il vestimento + tinto di sangue; e tu, o fèra cruda, + stavi ridente e col volto contento. + + Ahi, belva trista e d'ogni piatá nuda! + A te Pilato, sol per saziarte, + 135 dimostrò il Re giá tradito da Iuda, +p. 216 + tinto di sangue e con le vene sparte. + Per recarti a piatá, disse:--Ecco l'Uomo + fragellato nel corpo e in ogni parte.-- + + Ma tu, crudele, allora festi como + 140 cane alla preda, che l'ira il trafigge, + o come l'orso, quando vede il pomo; + + ché allor gridasti:--Tolle, crucifigge;-- + e niente ti mosse, o dispiatata, + in tanta maiestá l'umile effigge. + + 145 Superbia è la tua madre, onde se' nata; + e 'l timor vile è quel che ti notríca, + ed anco è 'l padre, dal qual se' creata. + + Però d'ogni virtú tu se' nemica, + mentre vuoi esser tu la piú eccellente + 150 e che di te meglio d'altri si dica. + + Odio tu porti a quel ch'è piú splendente, + s'e' tua virtú ecclissa o falla meno + come il lume maggior il men lucente. + + Allor nel core ti nasce il veneno + 155 inver' di quello, e cerchi che s'estingua + quello splendor ch'è piú del tuo sereno. + + E col rancor del core e colla lingua + giammai non posi e colli denti stracci + la carne umana marcia che t'impingua, + + 160 insidiando con occulti lacci.-- + + +p. 217 + + + + +CAPITOLO V + +Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito. + + + Mentr'io dicea, ed ella strignea i denti + irata verso me ed era morsa + da' suoi capelli, ch'erano serpenti. + + E giá Minerva avea la via trascorsa, + 5 al mio parer, un gittar di balestro, + ond'io per giunger lei mi mossi a corsa. + + Però partimmi e pel cammin alpestro + sí ratto andai, ch'io fui appresso a lei + come scolar che va dietro al maestro. + + 10 Ed ella a me:--Li figli, che li piei + seguitan d'esta belva e 'l suo calcagno, + se vuoi sapere, or nota i detti miei. + + Sappi che, quando alcun, sol per guadagno + o altro bene, d'invidia s'accende + 15 contra il vicino artista ovver compagno, + + questo ha alcuna scusa, s'egli offende; + ché sempre alla cagion, che 'l bene scema, + alcuna invidia ovver rancor si stende. + + Ma, se la volontá la gran postema + 20 ha dell'invidia senza essere lesa, + e senza pro e senza alcuna téma, + + cotale invidia non può aver difesa; + ché sol malizia ha quel rancor commosso + senza esser adontata ovver offesa: + + 25 sí come il can che non può roder l'osso, + che, quando vede ch'altro cane il rode, + con impeto, abbaiando, gli va addosso. +p. 218 + E questo non fa ei che gli sia prode; + ma sol malizia el fa esser nemico, + 30 talché si duol di quel ch'altri si gode. + + Cotal invidia il vizioso antico, + sí come è scritto, alli giovani porta, + in quel che senza posa egli è inico. + + La terza invidia, che chiude ogni porta + 35 della piatá nell'uomo e che è segno + ch'ogni luce mentale in lui sia morta, + + è quella c'ha il cor tanto malegno, + che del dono, che dá Dio ovver natura, + concepisce odio ed anche n'ha disdegno + + 40 ché, quando è bona alcuna creatura + e pò far pro ed offesa non reca, + nulla scusa ha colui che gli ha rancura. + + Dunque sola malizia è che l'acceca + e move a invidia; e tal colpa di rado + 45 riceve grazia della sua botteca.-- + + Cosí Minerva a me di grado in grado + li membri dell'invidia mi descrisse + e quel ch'è piú difforme dal men lado. + + E piú detto averebbe; ma s'affisse, + 50 perché trovammo in terra una catena + maggior che da Vulcan giammai uscisse; + + la qual era sí grande, che appena + l'averebbon portata due cameli, + se l'avesseno avuta in su la schiena. + + 55 --Cerbero, che ha a serpenti tutti i peli + --disse a me Palla,--d'esta fu legato + nelle tre gole, c'ha tanto crudeli, + + quand'egli dal fort'Ercol fu menato + nel mondo su, come menar si sòle + 60 un fero toro a forza e suo mal grato. + + Giunto che fu presso ove luce il sole, + perché negli occhi il raggio gli percosse, + forte latrò con tutte e tre le gole. +p. 219 + E con tal forza addietro ingiú si mosse, + 65 che avería tratto seco il forte Alcide + inver' l'inferno, credo, se non fosse + + ch'egli sguardò le braccia ardite e fide + del buon Teseo, ed egli li sobvenne, + quando alla 'ngiú cosí calar lo vide. + + 70 Cerber, tirato, su nel mondo venne, + forte latrando con tutti e tre i musi, + perché la mazza d'Ercole sostenne. + + Poi che fu su, tenne gli occhi suoi chiusi + ché sempre il raggio lucido è noioso + 75 agli occhi infermi ed alle tenebre usi. + + Quando morí il grand'Ercol virtuoso, + ché la camicia la vita li tolse, + tinta del sangue che era venenoso, + + quel can malvagio allora si disciolse, + 80 ché colli denti esta catena rose; + e libero fuggí dovunque vòlse. + + L'Invidia allor quiritta questa pose + in questo loco, ch'a lei è subietto; + ed halla qui tra l'altre infernal cose.-- + + 85 Minerva appena a me questo avea detto, + ch'io cominciai udire il trino abbaio + di Cerber, cane orrendo e maladetto. + + E come un gran rumor, che da primaio + confuso pare e, quanto s'avvicina, + 90 tanto egli par piú vero ed anco maio, + + cosí facea del can la gran ruina. + E po' el vidi venir con tre gran bocche, + correndo giú per quella piaggia china. + + --Guarda--disse la dea,--che non ti tocche; + 95 ché, s'e' la bava addosso altrui attacca, + mestier non è che mai piú cibo imbocche.-- + + Le fiere gole, con che 'l cibo insacca, + quando latrava, parean tre gran tane, + vermiglie come sangue e come lacca. +p. 220 + 100 Minerva avea il mele ed avea il pane; + e fenne un misto ed al mostro gittollo: + allor tacette quel rabbioso cane + + e, per piú averne, ratto stese il collo + e ventiloe la coda ed alzò 'l mento + 105 come il mastin, quando non è satollo. + + Mentr'egli, per piú averne, stava attento, + la dea accennò ch'io prendessi la via; + ond'io quatto su andai a passo lento. + + Quando Cerber s'avvide ch'io fuggía, + 110 mi risguardò e poi scosse la testa + e con tre gole borbottò in pria. + + Poscia corse ver' me con gran tempesta, + come alla preda affamato lione, + quando adirato sta nella foresta. + + 115 --Fa', fa' che ratto a lui lo scudo oppone + --gridò Minerva,--se non vuoi morire, + ov'è scolpito l'orribil Gorgone.-- + + Il gran periglio dá maggior ardire, + se non dispera; ed io lo scudo opposi, + 120 quando su contra me il vidi venire. + + Egli lo morse coi denti rabbiosi; + poi li ritrasse a sé, perché s'avvide + che al cristallo non eran noiosi. + + Allor gridai:--O Palla, che mi guide, + 125 perché tu a questa volta m'hai lasciato? + perché tu a me medesmo sol mi fide?-- + + Per questo corse e posemise a lato, + dicendo a me:--Perché 'l timor t'assale, + da che natura ed io t'abbiamo armato? + + 130 Per questa piaggia, per la qual tu sale, + se tu non lassi l'arme da te stesso, + nulla nuocerti può over far male.-- + + Quando questo dicea, ed ivi appresso + in terra vidi guasto un corpo umano, + 135 mezzo corroso e con lo petto fesso. +p. 221 + Ed era senza piedi e senza mano + sí come un corpo ch'a' lupi rimagna, + e brutto e lacerato a brano a brano. + + Di simil corpi, lí 'n quella campagna, + 140 cosí disfatti, n'era un grand'acervo, + il qual mi demostrò la mia compagna. + + Quel primo, ch'io trovai, disse:--Io fui servo + giá d'Atteon e fui 'l primo che 'l morsi, + quando mi parve trasmutato in cervo. + + 145 Ma poi, quando fui qui, ed io m'accorsi + ch'io fui il cane e ch'egli era uomo vero; + ma per la 'nvidia l'intelletto torsi. + + E noi, che stiamo in questo cimitero, + siam cosí rosi, ché rodemmo altrui + 150 con lingua e fatti e dentro nel pensiero. + + Quel grande invidioso è qui tra nui, + che volle a sé che un occhio si traesse, + perché al compagno sen traesson dui: + + ed anco ha doglia, quando 'l ben vedesse.-- + + +p. 222 + + + + +CAPITOLO VI + +Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú. + + + Mentr'io admirando stava stupefatto, + vidi quegli uomin guasti rifar sani + e nelli membri interi ed in ogni atto. + + E poi vidi venir ben mille cani, + 5 latrando contra loro inseme in frotta, + mordaci e grandi piú che cani alani. + + Come in la mandra fa la lupa ghiotta, + che morde e guasta ed anco uccide e strozza; + cosí facean quei can di quegli allotta. + + 10 Quale rimane ai lupi alcuna rozza, + cosí li vidi rosi, e sí rimasi + e cogli occhi cavati e lingua mozza, + + e senza mani e piedi e senza nasi, + e sviscerati e le budella sparte, + 15 e col cor dentro roso e petti spasi. + + Io vidi un, ch'era guasto in ogni parte; + al qual io dissi:--Prego che mi dichi + chi fusti, e vogli a me appalesarte. + + --Io fui al tempo de' romani antichi + 20 --rispose quello,--che Roma a ragione + visse in virtú e cogli atti pudichi. + + Fui con molt'altri contra Scipione: + ah, invidia, nemica di virtude! + ah, invidia, ch'a bontá sempre t'oppone! + + 25 Non valse a lui mostrar le membra nude + pien di ferite in ragion delle spese, + che richiesono a lui le lingue crude. +p. 223 + Non valse a lui mostrar che ne difese; + e che, s'egli non fosse, dir non valse, + 30 sarian le roman case state incese; + + ché, quando per virtú in gloria salse, + allor l'Invidia, per tirarlo a basso, + contro lui mosse mille lingue false. + + Ond'egli fuor di Roma mosse il passo, + 35 dicendo:--O madre ingrata al figliol pio, + o patria invidiosa, ora ti lasso: + + tu non possederai il corpo mio. + Ed io, che parlo, fu' il primo tra quelli, + ché invidia contro lui mi fe' sí rio. + + 40 Però son posto qui alli fragelli, + che tu hai visti, e invidia ne tormenta + in quello che ne fe' malvagi e felli. + + Iustizia fa ch'ognun di noi diventa + san nelli membri, e cosí fa rifarne + 45 almen nel mese delle volte trenta. + + E, come noi mangiammo l'altrui carne + sí come cani, e cosí per vendetta + da invidiosi can fa divorarne.-- + + E giá la dea insú n'andava in fretta, + 50 ond'io partimmi e non gli fei risposta; + e, mentr'io andava per la strada incerta, + + trova' una fossa occulta in la via posta, + e senza voglia mia il piè vi posi, + e caddi in terra alla sinistra costa. + + 55 Subito mille cani, ivi nascosi, + vennon contro di me con grandi gridi + e colli denti di cani rabbiosi. + + Ahi, quanto io ammirai, quando li vidi! + Ed anco ebbi timor di lor concorso, + 60 quando disseno:--Preso è; uccidi, uccidi!-- + + Sí come il can quando è percosso e morso, + ch'ogni altro can gli abbaia e fagli guerra, + quando grida per doglia o per soccorso, +p. 224 + cosí la Invidia fa, quand'altri è 'n terra; + 65 e quando vede alcun condutto al laccio, + manifesta il venen che dentro serra. + + Io m'ingegnai di terra levar 'vaccio. + Mirabil cosa! Quand'io fui levato, + ognun fuggío e nessun mi die' impaccio. + + 70 E giá, salendo, io era tanto andato, + che giunsi all'altra spiaggia inver' ponente, + ove Avarizia tiene el principato. + + Ivi trovai fuggire una gran gente, + con sí gran furia, che l'un dava inciampo + 75 nell'altro per fuggir velocemente. + + Sí come quando in rotta è messo un campo, + che par ch'ognun disperso si dilegue + tra spini e fiumi e monti in loro scampo, + + e con la spada il vincitor li segue, + 80 forte correndo, e spesso avvien ch'un solo + mille giá messi in fuga ne persegue; + + cosí fuggendo andava quello stuolo, + tra 'l qual conobbi Bencio da Fiorenza, + che fu di Giorgio Benci giá figliuolo. + + 85 Io dissi a lui:--Un poco sussistenza + prego che facci e che di dir ti piaccia + perché fuggite voi, per qual temenza.-- + + Rispose, andando e voltando la faccia: + --Donna sta qui, per cui fuggiam sí forte: + 90 ella col suo timor ne mette in caccia. + + In questa piaggia tien la brutta corte + ed è chiamata trista Povertade, + spiacente tanto, ch'appena è piú Morte. + + Per mezzo delle spine e delle spade + 95 noi la fuggiamo per ogni periglio, + per mezzo a' fiumi e per l'aspre contrade.-- + + Allor per veder quella alzai il ciglio + e dalla lunga vidi quella vecchia, + ch'è ostetrice prima ad ogni figlio. +p. 225 + 100 Avea i peli canuti ad ogni orecchia; + è dispiacente sí, che a lei appena + la Morte in displicenzia s'apparecchia. + + Malanconia e fame seco mena; + e per suoi damigelli avea gaglioffi; + 105 e di miseria la sua corte è piena. + + E barattieri ha seco e brulli e loffi + e quelli a cui non fa bisogno punga, + e nudi che sospiran con gran soffi. + + Per questo van fuggendo tanto a lunga, + 110 e la fatica mai non li fa stanchi: + tanto han timor che costei non li giunga. + + Il loco, ove fuggíano, io mirai anchi + e vidi l'altra corte, dove vanno, + ove lor pare alquanto esser piú franchi. + + 115 Lí stava una regina in alto scanno + ed era grande in forma gigantea, + e vestita era d'oro e non di panno. + + E, benché fosse adorna come dea, + nientemeno avea volto lupardo + 120 e la sua vista traditrice e rea. + + Mentr' i' a vederla ben drizzai lo sguardo, + io vidi cosa, ch'il creder vien meno; + ma io 'l dirò, e non sarò bugiardo. + + Vidi che della poppa del suo seno + 125 lattava e nutricava un piccol drago; + ma ben parea a me pien di veneno. + + Mentre el suggea desideroso e vago, + da quel, ch'egli era pria, si fe' piú grande + che un grosso trave rispetto d'un ago. + + 130 Allor richiede aver maggior vivande, + ché tutto il latte, che la madre stilla, + non basta al grande iato, ch'egli spande. + + Però, affamato, prende la mammilla + e cava il sangue, e quel convien che suchi; + 135 e, perché è poco, il venen disfavilla. +p. 226 + --Convien che ad altra preda ti conduchi + --disse colei:--o figlio, io non ti basto, + da che hai piú fame quanto piú manduchi.-- + + Allora il drago, per aver il pasto, + 140 tra quelle genti rapace si mosse, + come fa il lupo tra le mandre el guasto. + + E, non sguardando qualunque si fosse, + or questo or quel divora e 'l sangue beve + colli suoi denti e coll'ultime posse. + + 145 E, s'egli cresce al pasto che riceve, + e quanto cresce, tanto ha piú appetito, + convien ch'ogni gran cibo a lui sia breve. + + Vidi poi il drago crudele ed ardito + venir ver' me con sí grande tempesta, + 150 che di paura io sarei tramortito, + + non fusse che Minerva presta presta + a me soccorse, e tra lui e me si mise, + e, quando venne, gli tagliò la testa. + + Mirabil cosa! Sette ne rimise, + 155 e tutte e sette quelle teste nuove + anco la dea gli tagliò e ricise. + + Nacquene in lui ancor quarantanove; + e fu quell'idra, giá morta da Alcide, + quando nel mondo fece le gran prove. + + 160 Quando dea Palla di questo s'avvide, + che ogni capo ne rimette sette, + quantunque volte la spada il ricide, + + non con quell'arme piú gli resistette, + ma disse a me:--Qui è bisogno il foco: + 165 quest'è quell'arme ch'a morte lo mette.-- + + Descender vidi allora su 'n quel loco + una gran fiamma, e quel serpente estinse + e féllo come pria diventar poco. + + In questo modo la mia scorta el vinse. + + +p. 227 + + + + +CAPITOLO VII + +Ove trattasi del vizio dell'avarizia. + + + Io stava ancora a quel dragone attento, + a cui, mangiando, fame cresce tanto, + quanto a sei cifre crescerebbe un cento, + + quando la dea mi disse:--Or mira alquanto + 5 a quella lupa cruda, che ha la 'nvoglia + sí preziosa e sí adorno il manto. + + Ben converrá che, quando ella si spoglia, + la sua bruttura ed i figliol dimostri, + che parturisce sua bramosa voglia.-- + + 10 Allor mirai e vidi cinque mostri, + quand'ella si spogliò il bel mantello, + ch'avean diversi volti e vari rostri. + + Il primo avea il viso umano e bello; + e quanto piú venía verso la coda, + 15 tanto era serpentino e rio e fello. + + Minerva disse a me:--Quella è la Froda, + che guastò il vero amore e vera fede, + che fa temer che l'un l'altro non proda. + + Quell'altro mostro, che dietro procede, + 20 che ha faccia umana e lingua tripartita + e che trascina il petto e non sta in piede, + + è quella biscia maladetta ardita, + che nacque prima del drago crudele, + che diede morte, promettendo vita. + + 25 Il terzo mostro, che ha in bocca il mèle + e porta nella man la spada nuda + nascosa dietro, sol perché la cele, +p. 228 + è quel dimon, ch'entrò nel cor di Giuda, + quando col bascio il gran Signor tradío + 30 per l'appetito della lupa cruda. + + Il quarto mostro, piú malvagio e rio, + è quel che 'l secol d'oro e l'etá lieta + conturbò prima con dir «tuo» e «mio». + + E 'l coltel sanguinoso e la moneta + 35 vedi che porta, ed è pien di veneno, + fiero e rapace senza nulla pietá.-- + + Poi tanti mostri parturío del seno + e tanto brutti la bramosa lupa, + ch'a numerargli ognun ne verría meno. + + 40 --Ella è nel ventre tanto grande e cupa + --disse Minerva,--e mena a tanti lacci, + ch'ogni intelletto grande e legge occúpa. + + Perché nel fundamento ben lo sacci, + attendi ch'avarizia è voglia accesa + 45 di conservar o ch'acquistar procacci. + + Se ad acquistar questa voglia fa impresa, + sta in faticosa cura e sempre in moto + e sempre al pasto con la mente attesa; + + ché sempremai 'l voler, quand'è rimoto + 50 da quel ch'egli desia, si move e corre, + insin ch'è pien, se gli par esser vòto. + + E, perch'empier non puossi e fame tôrre + giammai l'avaro e bramoso appetito, + salvo al desio non voglia termin porre, + + 55 per questo avvien che quanto piú è ito + oltra, acquistando, tanto s'affatica: + però tal cura cresce in infinito. + + E quanto vien piú verso l'etá antica, + tanto piú cresce e per amor del pasto + 60 ogni altro amor disprezza ed inimica. + + Quinci escon i gran mal, che 'l mondo han guasto; + ché, quando questa brama non s'affrena, + sforzando, ruba altrui con onte ed asto +p. 229 + Questa è che al furto ed alle forche mena + 65 e fa l'usura e barattier ricetta; + questa è d'inganni e di menzogne piena. + + Questa fa che 'l figliol la morte aspetta + del vivo padre, e, per esser ereda, + spesse fiate a lui la morte affretta. + + 70 Questa è che assassina, uccide e preda, + dispregia Dio, all'uom è traditrice, + e meretrica ed in molt'atti è feda. + + Questa è 'l mal seme e questa è la radice + d'ogni altro mal; ché di lei uscir puote + 75 ogni altro vizio, sí come si dice. + + L'altra avarizia ancor, se tu ben note, + è voglia accesa a conservare in arca; + e questa fa cadere in molte mote. + + Questa è troppo tenace e troppo parca; + 80 ed è senza piatá e non sobviene, + se il bisognoso chiede o si rammarca. + + Deh, dimmi, avar, che giovan l'arche piene, + se l'Avarizia sí ti tien la mano, + che a te, né ad altri non ne puoi far bene? + + 85 E forse lasserai erede estrano, + che non vorresti, e forse sará alcuno, + che dir potrai:--Ho conservato invano.-- + + Or non sai tu ch'ogni ben è comuno + nel gran bisogno e che nell'ampia mensa + 90 parte ci ha 'l nudo povero e digiuno? + + Ma ciò ch'avanza o che mal si dispensa, + il bisognoso può dir che gli è tolto + e la indigenza iniustamente offensa.-- + + Quando tutto il processo ebbi raccolto, + 95 i' dissi a lei:--Non ho bene compreso + un detto, che 'l pensier mi grava molto. + + Tu di' che la Menzogna, s'io l'ho inteso, + è figlia della lupa iniqua e ria, + che dopo il pasto ha piú 'l disio acceso. +p. 230 + 100 Or come è questo, dacché nacque in pria + del petto invidioso del serpente, + ch'è menzonaio e padre di bugia?-- + + Ed ella a me:--Non è inconveniente + ch'un atto rio di piú radici nasca, + 105 com'io ti mostrerò apertamente. + + Tu sai che fura alcun, perché si pasca; + ed alcun fura per la voglia sola, + che ha d'esser ricco, e per mettere in tasca. + + Tu vedi ben che l'uno e l'altro imbola, + 110 ed un di questi da avarizia è mosso, + e l'altro el move il vizio della gola. + + Perché tal dubbio sia da te rimosso, + dirò dove virtú e 'l mal si fonda; + e chiaro tel dirò quantunque posso. + + 115 Non vien dal fior, né anco dalla fronda, + s'egli è amaro e vizioso il frutto, + ma da la raica e 'l ramo, onde seconda. + + E cosí l'atto, s'egli è bello o brutto; + e, s'egli ha 'n sé bontá ovver malizia, + 120 vien dalla volontá, ond'è produtto; + + ché 'l voler, intendendo, el fine inizia + e sa 'l perché e 'l modo, e l'ordin guida; + ed ella fa il fin buono ed anche 'l vizia. + + Onde, se alcun per bene un uomo uccida, + 125 servando l'ordin iusto, cotal atto + non faría lui colpevole omicida. + + Il tempo è poco: omai andiam piú ratto.-- + Ond'io mi mossi; e forse eravamo iti + quant'un grosso balestro avesse tratto, + + 130 ch'io risguardai agli oppositi liti + e vidi il mostro opposito e distante + a la lupa rapace e suo' appetiti. + + Le mani avea forate tutte quante, + i piedi avea di gallo e la gran cresta, + 135 e d'uomo il volto e tutto altro sembiante. +p. 231 + Genti eran seco, che facean gran festa; + ed egli stava in mezzo grasso e croio; + poi si spogliò e donò a lor la vesta. + + Poi, poco stando, ed ei prese un rasoio + 140 e scorticossi, e poi le ven si punse; + e donò a quelle genti il proprio cuoio + + e poscia il sangue, che da sé desmunse. + Alfin e' diventò come Eco trista, + ch'ancor risponde e d'amor si consunse. + + 145 La dea a me:--L'immago, che hai vista, + del prodigo è, c'ha suoi atti contrari + a quella lupa, che bramando acquista. + + Egli non cura robba, né denari; + dissipa e fonde e li suoi ben ruina. + 150 Quest'altra aduna e tien con modi avari. + + Il liberal per mezzo a lor cammina: + cosí ogni virtú giammai non erra, + s'ella alle parti estreme non declina. + + Da un lato l'avaro a lei fa guerra, + 155 amando troppo l'oro e per eccesso; + dall'altro quel che mai la borsa serra: + + ché la pecunia e l'altro ben, concesso + all'uso umano, egli ama tanto poco, + che non mira ond'è e quanto e come spesso: + + 160 però oppositi stanno in questo loco.-- + + +p. 232 + + + + +CAPITOLO VIII + +Dove si ragiona del vizio dell'avarizia + + + Un gran torrente, poi, polito e chiaro + trovammo in quella via, che gira in tondo, + ove pena sostien chiunque fu avaro. + + E presso al fiume, ov'egli è piú profondo, + 5 vidi del miser Cadmo le figliuole + con brocche in mano; e nessuna avea fondo. + + E, quando alcuna empire l'idria vòle, + perché 'l lor vaso è sfondato di sotto, + quanto sú metton, giú convien che scóle. + + 10 E sempre stan con l'appetito ghiotto, + affaticate, che credono empire, + quando che sia, ognuna il vaso rotto. + + Migliaia vidi posti a tal martíre, + che di quel fiume stanno su la rupe, + 15 ed un di loro a me cominciò a dire: + + --Sí come noi le voglie rotte e cupe + nel mondo avemmo e sempremai bramose + piú che mai cagne ovver che magre lupe, + + cosí iustizia qui 'n pena ne pose, + 20 che sitibondi stiamo appresso all'onda + dell'acque sí abbondanti e copiose.-- + + Poscia una donna vidi in sulla sponda + come un gigante e col vestire adorno, + con bella faccia e con la treccia bionda. + + 25 Dinanti a lei ed anche intorno intorno + stavano molti, ch'eran piú assititi + che Orlando, quando alfin sonò 'l corno. +p. 233 + E, benché siano al fiume in sulli liti, + non mai però verun dell'acque toglie, + 30 ché dal voler di Dio sonno impediti. + + La bella donna di quell'acqua coglie + con diligenza, con una gran brocca, + per saziar le lor bramose voglie, + + ed a quell'alme la trasfonde in bocca; + 35 ma la lor sete tanto piú s'accende, + quanto piú acqua in gola lor trabocca. + + Ella mi disse:--O tu, che vivo ascende + e contemplando vai questo reame, + la pena di costoro alquanto attende. + + 40 Benché 'l poeta Copia mi chiame, + nientemen mia acqua mai fa spenta + la sete a questi e loro ardenti brame. + + Or pensa la lor pena se tormenta, + da che l'arsura lor mai non s'estingue, + 45 né, quantunque acqua beva, si contenta. + + Però qui stanno ianti colle lingue, + come sta il can che ha corso, e con gran folla + corrono a me, che la lor sete impingue. + + --O voglia ingorda e cupa mai satolla, + 50 a cui la sete maladetta cresce, + quanta piú acqua del mio fiume ingolla, + + qual tutta l'acqua, che nutríca pesce, + non saziaría e non faría dir:--Basta,-- + né quanta n'entra in mare ovver che n'esce: + + 55 nel mondo, onde mi mena la dea casta + --risposi a Copia,--non è questa sete, + al mio parer, cotanto ingrata e vasta.-- + + La donna a me:--Lassú non conoscete, + rispetto a quell'arsura che martíra, + 60 quant'è poca quell'acqua, che bevete. + + La millesima parte, chi ben mira, + quando:--Vorrei--si dice, o:--Se avesse! + non si chiede del ben, che l'uomo disira. +p. 234 + Sí come 'l ricco chiese che daesse + 65 un gocciol d'acqua Lazzaro col dito, + che la sua lingua tanto non ardesse, + + tal chiede l'uom rispetto all'appetito; + colui ch'empirsi d'un gocciol si fida, + di tutto il fiume mio non sería empíto. + + 70 Qui sta Pigmalion, e qui sta Mida, + che di far oro col tatto a Dio chiese, + e per tal don di sé fu omicida. + + Ancora chiedon con le voglie accese: + a lor, né ad altri mai potei dar tanto, + 75 ch'elli dicesson ch'io fussi cortese.-- + + Rispose a questo un ch'era quivi accanto: + --Pensa se io, a cui non dái niente, + mi debbo lamentar e far gran pianto.-- + + E mentre che per questo io posi mente, + 80 egli mi disse:--Io son preite Antióco, + e son dannato qui tra questa gente. + + Idropico giammai, fabbro, né cuoco + non ebbon sí gran sete; e sempre chiedo + che questa donna mi dia bere un poco. + + 85 Maggior dolor non è, sí com'io credo, + che di eccellenza aver gran desidèro + o di ricchezza o d'ira o d'atto fedo; + + ché, se quel ch'uom disia non viene invero, + l'animo affligge, e, se inver venisse, + 90 ha sempre mancamento e non è intero.-- + + Risponder gli volea, quand'esto disse; + ma per la folla e per la grande stretta + convenne ch'io sospinto addietro gisse, + + però che quella gente maladetta + 95 fanno gran calca, ed insieme s'oppreme + ciascun, che l'acqua in prima a lui si metta. + + Per questo poi turbar li vidi inseme, + sí come quei fratelli fên la guerra, + in Tebe nati dal serpentin seme, +p. 235 + 100 e come nel teatro alla gran terra + ne' giuochi salii dispiatati e crudi, + sí come dice Seneca e non erra, + + stavano disarmati senza scudi + li condannati, chiusi in poco spazio, + 105 colli coltelli in mano, a petti nudi, + + e di lor carne facean tanto strazio, + finché l'un l'altro crudelmente uccide, + ch'ogni Erode crudel ne saria sazio. + + Quando cotanto mal l'occhio mio vide, + 110 dissi a Minerva:--Io prego mi contenti + d'un dubbio, pria che piú in alto mi guide. + + Di tutti i cieli e di tutti elementi, + se nell'Apocalisse io ben discerno, + di tutti i regni e di tutti li venti + + 115 commesso ha Dio agli angeli il governo + sí come a motor primi e generali, + sí che lor moto vien dal piú superno. + + Ora mi di': se li ben temporali + sono commessi ad agnol che sia buono, + 120 da che son seme di cotanti mali? + + Ché, se penso l'origine, onde sono, + cavati son d'inferno, ove natura + nascosto avea cosí nocivo dono. + + Ed anco questo don, s'io pongo cura, + 125 tutte le volte nuoce a' possessori, + se l'appetito a sé non pon misura. + + E Satanasso disse:--Se mi adori-- + quando nell'alto monte menò Cristo, + --io ti darò e regni e grandi onori.-- + + 130 Adunque da lui è cotale acquisto: + nullo guadagno grande e ratto viene, + se non con froda o con rapina misto. + + Chiaro è lo testo che questo contiene, + ché nell'Apocalisse chi ben cerca, + 135 questo testo e la chiosa vedrá bene. +p. 236 + Dice: «Qualunque per guadagno merca, + convien che della bestia porti il segno», + come chi serve a Dio porta la cherca. + + E questa bestia, come fermo io tegno, + 140 è un diavolo; e la froda e la bugia + il segno son del serpente malegno. + + Ed anco in ciò che fa, convien che sia + Cristo simile al Padre e che ambedoi + tengan un modo, un ordin e una via. + + 145 Ma Cristo solo a' buon seguaci suoi, + s'io ben estimo, commise ogni cosa + alta e perfetta, e questo veder puoi. + + Del sangue suo la sua dotata sposa + commise a Pietro e l'una e l'altra chiave, + 150 la qual d'aprir il ciel ora si posa. + + E quella dolce Madre, a cui disse:--Ave-- + giá Gabriello, diede al suo diletto, + il qual amò con piú amor soave. + + Il nome suo commise al vaso eletto, + 155 che 'l predicasse tra 'l popul gentile, + e che alla fede el facesse soggetto. + + Ma la pecunia, come cosa vile, + commise a quel discepol, ch'era rio + lupo rapace in mezzo al santo ovile. + + 160 Questo ne dice Cristo, al parer mio, + che nullo puote mai, sí come ei pone, + a Mammona servir ed anco a Dio. + + Sí come alcuno espositor espone, + delle divizie Mammona è ministro; + 165 sicch'egli alle divizie si prepone.-- + + Quand'ebbi detto, il cammino a sinistro + prese la dea ed alla mia proposta + mi disse:--L'opra dimostra il maistro;-- + + e non mi volle dare altra risposta. + + +p. 237 + + + + +CAPITOLO IX + +Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami. + + + Giá er'io gionto in su la piaggia quarta, + ove l'Accidia sta ad impedire + l'andar alla vertú per la via arta, + + quando la dea mi cominciò a dire: + 5 --Accidia è tedio ed un increscimento + di far il bene ovvero a Dio servire; + + ché sempre a quella cosa si sta attento, + che dá diletto ovver piacere al cuore, + ed ogni altra è con pena e con istento; + + 10 e tanto ogni vertú ha piú valore, + quanto è prodotta con piú allegrezza + e con maggior fervor di buon amore, + + ché amor ogni virtú pone in altezza, + e tanto piace a Dio ed ègli accetto, + 15 che 'l ben, quanto ha d'amor, tanto l'apprezza; + + e come amor il ben fa piú perfetto, + cosí l'accidia, ch'all'amor s'oppone, + el fa essere vile e fallo infetto. + + E sappi che di questo è la cagione + 20 la sensualitá, che sempre è prona + a ciò che contradice alla ragione; + + e se al ben far la volontá la sprona, + vi va con tedio, se vertú assueta + non l'ha domata pria e fatta buona. + + 25 Ma, se corre a virtú gioconda e lieta, + e spiace a lei ciò ch'a ragion dispiace, + segno è ch'è buona, domata e quieta.-- +p. 238 + Coll'occhio, poi, che meglio e piú vivace + prende certezza e piú il ver conferma, + 30 vidi l'Accidia ed ogni suo sequace. + + Ell'era vecchia, magra, trista e 'nferma, + e posta tra le spine e campi incolti, + debile sí, che 'n piè non stava ferma. + + E mostri intorno intorno ell'avea molti, + 35 ch'avean orribil forma ed apparenza, + e tutti malanconici ne' volti. + + --La prima sua figliola è Sonnolenza, + che si distende ovver dorme o sbaviglia, + quando di Dio si parla o di scienza; + + 40 e, se di risi o giochi si bisbiglia, + sta colle orecchie e sta cogli occhi attenta + e vigilante e colle liete ciglia. + + L'altra è la Tepidezza pigra e lenta, + in cui caldo d'amor sí poco serve, + 45 ch'adopra come fiamma quasi spenta; + + noiosa a chi l'aspetta ed a chi serve, + non cura il tempo che veloce vola, + né fa che, operando, si conserve. + + La Negligenza è la terza figliuola, + 50 che sempre indugia nel tempo veloce, + gravata ancor d'accidiosa stola. + + Per lei gridò giá Curio ad alta voce + al grande imperator che sempremai + a cosa apparecchiata indugio nòce. + + 55 Mentre lo 'ndugio va di crai in crai, + il tempo manca e crescono gli affanni, + e li novelli aggravan li primai. + + E, mentre Negligenza tra li panni + e tra la spen del «ben farem» si siede, + 60 il tempo corre in sua ruina e danni. + + Il quarto mostro, che 'n giú move il piede, + Mollizia è, nemica del costante, + che alquanto sale e poscia addietro riede. +p. 239 + E, benché alla 'nsú mova le piante, + 65 quando egli avvien che trovi cosa dura, + per debilezza torna e non va innante, + + e perde il palio, che sta su l'altura, + che sol si dá a chi ben persevéra + insino al fine e 'nsin che 'l cammin dura. + + 70 E, perché ben conoschi questa fiera, + de' suoi figliol dirò la radice anco, + ond'ha origin questa brutta schiera. + + E sol perché in loro è scemo e manco + il vigor dell'amor, e però avviene + 75 ch'ognun di loro è tristo, lento e stanco. + + Non è che mai da sé sia grave il bene, + ma è la voglia ch'estima se stessa + di non poter, e però nol sostiene. + + E l'altra figlia, ch'a lei piú s'appressa, + 80 Malizia ha nome, il mostro piú rubesto, + che di pensar malfar giammai non cessa. + + E, perché questo a te sia manifesto, + sappi che Accidia in la virtú ha tedio, + e ciò ch'a ragion piace, a lei è molesto. + + 85 E, perché a lei nel ben non piace sedio, + anco su vi s'attrista ed ègli amaro, + da lui si parte per trovar rimedio; + + e, per aver all'angoscia riparo, + fugge dalla virtú, ch'a lei è noiosa, + 90 inverso il vizio, alla virtú contraro. + + Lasciato il bene, su nel mal si posa; + ivi si pasce e diletta e s'impregna + di questa figlia rea e maliziosa.-- + + Dicendo questo a me la dea benegna, + 95 io vidi mover con veloci passi + la vecchia pigra e trista, che lí regna. + + E li suoi mostri, che pria parean lassi, + si mosson dietro a lei gagliardi e presti + sí come giovin, che correndo spassi. +p. 240 + 100 E non parean pigri, tristi e mesti, + ma ratti e tosti e con facce gioconde, + non sonnolenti, ma attenti e dèsti. + + Ed io, che non sapea la cagion onde + questo avvenisse, dissi:--O dea, al fatto + 105 quel, che tu giá m'hai ditto, non risponde. + + Io veggio che costor van tutti ratto: + adunque non è ver quel che si dice, + ch'ognun di lor sia infermo, lento e sfatto.-- + + Ed ella a me:--Questo non contradice + 110 a quel che ho detto, se ben tu riguardi, + ch'amor d'ogni atto umano è la radice. + + Ora costor solleciti e gagliardi + corron cogli appetiti inverso il male, + e quando vanno al ben, van pigri e tardi; + + 115 ché, come sai, la parte sensuale, + se non si doma, al mal ratto si move + e verso il ben par ch'abbia fiacche l'ale.-- + + Poscia Minerva mi condusse dove, + nel mezzo del cammin, trovai due vie; + 120 maravigliar mi fên le cose nòve, + + ché su nell'una dolci melodie + gli angeli cantan, sí dolci canzone, + ch'io me n'innamorai quando l'odíe. + + E come a Roma nel campo d'Agone + 125 il premio si mostrava ai forti atleti, + d'ingrillandarli di belle corone; + + cosí quegli angiol colli volti lieti + prometteano a chi sal, con dolce invito, + di coronarli e di farli quieti. + + 130 --Venite su--diceano--al gran convito + del nostro Re e del celeste Agnello, + che sol contentar può 'l vostro appetito. + + Su pel viaggio tutto onesto e bello + venite al gran Signor, che su v'aspetta, + 135 e noi ognun di voi come fratello. +p. 241 + Su troverete ciò ch'all'uom diletta, + su senza morte è sempiterna vita, + su sta la securtá non mai suspetta.-- + + Io mi credea che tutti a tanta invita + 140 salisseno correndo insú devoti, + bench'assai dura fusse la salita. + + Ed io ne vidi pochi tardi e pioti + e gravi andar sí come Idropisia + e come infermi e d'ogni fervor vòti. + + 145 Quando poi rimirai all'altra via, + benché fusse lotosa e pien di spine, + per quella quasi ognun ratto corría. + + E, perché su per quella ognun cammine, + stavan demòni con coron d'ortiche, + 150 che conduceano altrui a mortal fine. + + Tra le punture e tra le gran fatiche + andava ognun sollicito e giocondo + e con gran festa alle cose impudiche. + + E, quand'io vidi i servitor del mondo + 155 servir senza gravezza e con disio + e li serventi a Dio con tanto pondo: + + --Di questo il tipo--dissi nel cor mio-- + fu quando Iuda andò ratto e festíno + a tradir quel che fu ver uomo e dio, + + 160 e vigilante andò fin al mattino; + e Pier nel ben non vegliò solo un'ora, + ma stava dormiglioso a viso chino, + + quando Cristo gli disse:--Sta' su ed òra: + non vedi Iuda tu, il qual non dorme, + 165 ma ratto corre al mal e non dimora?-- + + E questo esemplo al ver tutto è conforme.-- + + +p. 242 + + + + +CAPITOLO X + +Del vizio dell'ira e delle sue specie. + + + Noi divenimmo in su la quinta strada, + e trovai sangue in ogni lato sparso, + come in su l'erbe cade la rugiada. + + Ed ogni luogo ivi era guasto ed arso, + 5 sí come Erode, a gran furor commosso, + arse le navi in la cittá di Tarso. + + Poi risguardai e vidi un fiume rosso, + tutto di sangue e grande quanto il Reno, + ed anco, al mio parer, era piú grosso. + + 10 Ahi, quanto di stupor io venni meno, + vedendo un fiume spumoso e fumante, + di sangue uman sí grosso e tanto pieno! + + Sí come manca il cuor all'elefante, + vedendo il sangue ovver liquor sanguigno, + 15 cosí mancava a me il core e le piante. + + Per l'argine del fiume sí maligno + andai tanto, insino ch'io trovai + tre belle donne col viso benigno. + + E vidi dietro a lor, quando mirai, + 20 tre gran diavoli sí orrendi e brutti, + che sí deformi non fûn visti mai. + + Addosso alle tre donne intraron tutti + e trasmutâro lor belle sembianze, + e gli atti umani in lor furon destrutti. + + 25 Quelle lor facce, pria benigne e manze, + si fên crudeli e diventôn di cane, + e di scorzon si fên le bionde danze. +p. 243 + Di coltei sanguinosi armôn le mane; + e le gran serpi, ch'avean nelle teste, + 30 soffiavan gracilando come rane. + + Di ferro arruginato fên le veste + e di ceraste fenno le cinture, + col morso e col venen troppo moleste. + + Quand'io vidi mutar le lor figure, + 35 conobbi le tre Furie infernali, + a sé ed anche altrui amare e dure. + + Di pipistrello avean le lor brutte ali, + e 'l collo e 'l dosso avvolti di serpenti, + con viste acerbe, crudeli e mortali. + + 40 --Queste, che mordon se stesse co' denti, + sonno dell'ira il vizio triforme: + in cotal modo ell'usan tra le genti. + + Quella che nella vista è men difforme + e che par men molesta in questo loco + 45 e che si desta e poi ratto si addorme, + + è l'Ira prima: è lieve e dura poco, + sí come fiamma accesa nella stoppa + tosto si lieva, e poi s'estingue il foco. + + E, benché nel durare non sia troppa, + 50 il colpo furioso, quando coglie, + non fa men male a chi in quello s'intoppa. + + E questa tra le case si raccoglie + e tra la turba pronta e garrizzaia + e tra gli amici, il marito e la moglie. + + 55 L'altr'Ira è dentro, e di fuor non abbaia, + ma pensa far vendetta e non favella, + sol perché l'ira di fuor non appaia. + + Questa è chiamata Ira amara e fella; + cerca vendetta e nel cuor si richiude; + 60 e poscia alfin si placa e non flagella; + + ché, benché pensi le vendette crude, + passando il tempo lungo, e l'ira passa + e le man placa, pria di piatá nude. +p. 244 + E l'Ira terza mai vendetta lassa, + 65 rabbiosa nello cor, e sempre seve, + insin ch'occide o, divorando, abbassa. + + Questa è detta Ira difficile e grieve; + crudele e tirannesca ovver superba, + che mai non posa, se 'l sangue non beve. + + 70 Megera è questa con la vista acerba; + di ratta occision non è contenta, + ma per piú tormentar la vita serba. + + Ella si gode quando altrui tormenta: + guarda quant'ha crudele e brutta faccia + 75 e che d'ogni piatá la cera ha spenta!-- + + Io vidi l'Ira poi con crudel faccia; + e fe' le fiche a Dio il mostro rio, + stringendo i denti ed alzando le braccia. + + Mentre cosí faceva, ei partorío + 80 orrendi mostri e prima la Biastema + col viso altèro e biastimante Dio. + + Ahi, creatura vil, di bontá scema, + putrido verme e posto in gran bassezza, + come biastemi la Vertú suprema? + + 85 Ché, da che l'Ira sempre mai disprezza + colui, con cui si turba, or pensa quince + se pecchi, dispregiando tanta altezza. + + E, se ti levi contra il primo Prince, + sol per tal atto diventi idolatra: + 90 tanto il furor e cecitá ti vince. + + --Quell'altro, che ha la faccia iniqua ed atra, + è Sdegno inchiuso nella fantasia, + il qual, quand'esce fuor, com'un can latra, + + e dice contumelia e villania + 95 ed avvilisce, obbrobri recitando + con la rabbiosa voce e con follia. + + Il terzo mostro ancor brutto e nefando, + Immania ha nome ed Inumanitade, + ch'è come un cane o bestia, divorando. +p. 245 + 100 Questo tra 'l sangue crudo e tra le spade + prende diletto e, benché altri gridi, + non ha misericordia, né pietade. + + Dall'ira escon battaglie ed omicidi, + insulti, oltraggi, onte, risse e guerra, + 105 le grandi espulsion de' propri nidi. + + Se 'l detto mio attendi, che non erra, + questa è che ha guasto il mondo e le gran ville + e che li gran reami gitta a terra. + + Questa è ch'uccise Ettòr ed anche Achille, + 110 e che ha divisa Italia e che redusse + Roma e Cartago in foco ed in faville. + + Quando Dio l'uomo da prima produsse, + non l'armò giá di denti ovver d'artigli, + sol perché pio e mansueto fusse. + + 115 Ma 'l miser'uomo, purché ira il pigli, + fèra crudel si fa, e nella vista + par ben ch'ad un dimonio s'assomigli. + + E, se saper tu vuoi quanto s'attrista, + quando Ira sua vendetta far non puote, + 120 e quanta doglia in se medesma acquista, + + ella si morde i labbri e si percote, + e rompe e spezza e furiosa mira, + e svelle a sé la barba dalle gote. + + E ciò che far non può la crudel Ira + 125 incontro altrui, adopera in se stessa + e fassi preda a sé e si martíra. + + E, se la spen di far vendetta cessa + o troppo tarda, allora questa fèra + piange per la vendetta non concessa. + + 130 Perché ben abbi la scienza intera, + ira è disio d'alcun mal vindicarse, + ch'alcun riceve e vendicarlo spera. + + Onde, se alcun vedesse iniuriarse + da un grande eccellente ovver signore, + 135 ed ei non possa o speri d'aiutarse, +p. 246 + costui non move l'ira, ma furore, + e questo è sol, ché gli manca la spene, + ch'accende il sangue a stizza presso al core. + + E sappi ancora ch'ira solo avviene + 140 per mal che l'uom riceve iniustamente: + però apparenza di iustizia tiene. + + Per questo avvien ch'ogni irato si pente, + quando si vede a torto aver punito + colui che non ha colpa ed è innocente. + + 145 Ed, ogni volta ch'alcuno è impedito + da quel che molto spera o far intende, + se non è forte, è dall'ira assalito. + + E chiunque ha seco l'ira, parvipende + colui che 'l turba; e, s'egli è parvipenso, + 150 questa è prima cagion che d'ira accende; + + ch'ognun diventa di furore accenso, + ch'è dispregiato o che riceve oltraggio, + se alto cor non spregia, quando è offenso.-- + + Poi seguitammo insú nostro viaggio. + + +p. 247 + + + + +CAPITOLO XI + +Trattasi della pena dell'ira. + + + Insieme su andammo per la riva + del crudel fiume; e non era ito molto, + ch'io vidi il suo principio, onde deriva. + + Non fu giammai sí gran popul raccolto, + 5 quanto una gente, ch'io vidi in un piano, + d'anime nude, quando alzai il volto. + + Ognun di loro avea la spada in mano; + tra se medesmi facean la gran guerra, + spargendo i membri in terra e 'l sangue umano. + + 10 Ancora il cuore il pianto fuor disserra, + quand'io ricordo i colpi delle spade + e 'l sangue vivo, che correa per terra. + + E, quando cosí sparto in terra cade, + trascorre a valle; e questa è la cagione + 15 che 'l fiume fa di tanta crudeltade. + + Da quella parte, dove il sol si pone, + le Furie volar io vidi veloci, + piú che alla preda mai nessun falcone, + + con spade sanguinose e con gran voci, + 20 con facce irate e con serpenti in testa, + irsute in alto e tumide e feroci. + + Giammai si mosson venti a piú tempesta, + quando il lor re a loro apre la gabbia, + che li tien chiusi nella gran foresta, + + 25 quanto le Furie si mosson con rabbia, + cogli occhi accesi e toscosi serpenti, + col fuoco in mano e con rabbiose labbia. +p. 248 + E, come a suon di tromba e di stormenti + s'accende a piú furor la gran battaglia, + 30 cosí facean tra sé le crudel genti. + + Ognun perfora l'altro, smembra e taglia. + Non viddon tanto sangue i miser prati + dell'Affrica, di Troia e di Tessaglia. + + Tutti si son nemici e tutti irati; + 35 e nullo colpo lor mai fere indarno, + ché son, se non di spade, disarmati. + + Pensando, ancor m'impallido e descarno, + vedendo che del sangue de' tapini + si facea il fiume vie maggior che l'Arno. + + 40 Megera poi de' guelfi e ghibellini + trasse le insegne fuor tutte resperse + di sangue vivo e peli serpentini. + + E l'una contra l'altra andâro avverse, + e tanto sangue su quel pian si sparse, + 45 che tutta quella terra sen coperse. + + Di questo il fiume vidi maggior farse: + allor le Furie corson come l'oca + dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse. + + Ahi, cieca Italia, qual furor t'infoca + 50 tanto che 'n te medesma ti dividi, + onde convien che manchi e che sie poca? + + Non guardi, o miseranda, che ti guidi + dietro a due nomi strani e falsi e vani? + che per questo ti sfai e i tuoi uccidi? + + 55 Per questo i tuoi figliol sí come cani + rissano insieme e fan le gran ruine, + e i cittadini fai diventar strani. + + Non sapendo il principio ovvero 'l fine, + l'offesa o il beneficio, prendi parte + 60 contra li tuoi e cittá pellegrine. + + Pel sangue effuso e per le membra sparte, + li tuoi figlioli a' mal nati fratelli + e te a Tebe è degno assomigliarte; +p. 249 + ché, allora allora nati, fûn ribelli + 65 tra se medesmi ed uccisonsi inseme, + con dure lance e con crudi coltelli. + + Ma tu se' peggio che 'l serpentin seme, + ch'elli, in cinque scemati, fên la pace, + e tu la cacci quanto piú ti sceme. + + 70 Sí come alcun, che, ascoltando, tace + e che attende e mostrasi contento, + udendo il ver ch'agazza e che gli piace, + + cosí stett'io; e poscia piú di cento + corsono addosso ad un con gran corruccio + 75 e ferito il lasciôn in gran tormento. + + Ed egli, vòlto a me:--Io son Uguccio, + che ressi giá lo popul di Cortona, + tra i quali fui come tra pesci il luccio. + + Cosí ferita è qui la mia persona, + 80 ché la iustizia, secondo l'offese, + agli offendenti angoscia e pena dona.-- + + Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese, + quando in tormenti vidi quel signore, + che vivo fu magnanimo e cortese! + + 85 Per mitigare alquanto a lui 'l dolore, + diss'io:--Cortona è retta da Francesco, + pregio di casa tua e gran valore. + + Da lui venuto son quaggiú di fresco; + convien che a lui di te novelle io porti, + 90 se mai di questo inferno quaggiú esco. + + Minerva, che m'ha qui li passi scorti, + di senno ha dato a lui sí gran tesoro, + c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti. + + Il popul cortonese ha buon ristoro + 95 de' loro affanni e lieto vive adesso, + subietto all'onde celestine e d'oro.-- + + Piú dir volea, se non che un appresso, + che ben di mille colpi era feruto, + e senza gambe e mezzo 'l capo fesso, +p. 250 + 100 gridò:--Io fui da te giá conosciuto.-- + Perché pe' colpi io ben nol conoscea, + risposi:--Al mio parer, mai t'ho veduto.-- + + Ed egli a me:--So' il prence d'Alborea, + che, quando nella vita io era vivo, + 105 fui crudo piú che Silla ovver Medea. + + Di sangue al grande fiume io feci un rivo + sol delle genti nate in Catalogna, + 'nanzi ch'io fussi della vita privo. + + Io dirò 'l vero a te e non menzogna: + 110 ben ventimila ne mandai al sonno, + che desterá la tromba, che non sogna. + + --Iudice mio,--diss'io--signore e donno, + di quel ch'io veggio in te e che mi dici, + gli occhi la doglia testificar ponno. + + 115 Io mi ricordo de' gran benefici, + che nella vita lieta a me donasti + con quell'amor, qual è tra veri amici. + + Or che li membri tuoi veggio sí guasti, + io delle pene tue tanto mi doglio, + 120 che con parol non posso dir che basti. + + Ma una cosa da te saper voglio: + per mancamento di quale vertude + tu diventasti sí senza cordoglio? + + --Quella che, alzando ed abbassando, lude, + 125 tradimenti--rispose--e lusinghe anco + delle person del mondo, che son Iude, + + nullo stato alto lassano esser franco; + e quanto ha di timore alcuna cosa, + tanto ha d'amore e di clemenza manco. + + 130 E, se la Signoria non prende a sposa + la Virtú mansueta ovver Clemenza, + è a sé ed anche altrui pericolosa; + + ché, quando ira s'aggiunge alla potenza, + se la vertú benigna non raffrena, + 135 fa piú ruina, quant'ha piú eccellenza. +p. 251 + Sí come Dio, ridendo, rasserena, + e, turbato egli, tornaría in caosse + la terra, il cielo e ciò che frutto mena: + + il gran Nettunno, quando irato fosse, + 140 turbaría il mare, ed infiaríansi l'onde, + e le nereide ancor serían commosse; + + cosí, le Signorie stando iraconde, + quanto piú alto son, maggior fracasso + e maggior mal convien che ne seconde. + + 145 Innanzi che di qui tu movi il passo, + sappi: chi spregia altrui, a sé a rispetto, + riputando sé alto ed altrui basso, + + d'ira e di crudeltá viene in effetto; + ché sempre ira invilisce e parvipende, + 150 se bene hai inteso ciò che Palla ha detto. + + Dall'ira crudeltá nasce e discende, + e voglio che tu sappi da me ancora, + ch'Ira Superbia in sua maestra prende, + + ed ogni vizio scorge ed avvalora.-- + + +p. 252 + + + + +CAPITOLO XII + +Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa +a discorrere del vizio della gola. + + + Non medico giammai meglior se trova, + né piú esperto nella medicina + che quel che pria l'infermitá in sé prova. + + Cosí mostrò quell'anima tapina, + 5 che della crudeltá mi disse il vero; + poscia soggiunse con vera dottrina: + + --Ogni animo in se stesso è molto altèro, + se estima alcuno a sé esser fedele, + e poscia il trova falso e non sincero. + + 10 Se non è, molto piú si fa crudele: + per questo, Silla dinanzi al senato + morí per l'ira grande e sputò il fele; + + ché, come a te Minerva ha giá 'nsegnato, + contra chi inganna e contra chi dispreggia, + 15 agevolmente ognun diventa irato. + + Però colui che, lusingando, freggia + con atti e risa e con dolci parole, + e poscia inganna come chi dileggia, + + quel ch'è ingannato, tanto irar si suole + 20 e tanto incrudelir di quell'inganni, + quanto fidava, e tanto mal gli vuole. + + Per questo posto son tra li tiranni, + che, benché mostrin faccia mansueta, + nascondon lor vendetta sotto a' panni. + + 25 Per cotal colpa io venni a questa meta: + i traditori a me fûn la cagione + ch'io diventai crudele e senza pièta.-- +p. 253 + Domizian mostrommi e poi Nerone + e molti altri tiranni, e nulla staccia + 30 ha tanti fori, quant'han lor persone. + + Forata e fessa avean tutta la faccia, + ed avean mozzo l'uno e l'altro piede + e dagli omeri suoi ambe le braccia. + + --Tutta questa gran turba, che tu vede, + 35 la notte--disse--risanan le piaghe; + poi la mattina, quando il giorno riede, + + prendon le spade ovver l'acute daghe; + tra sé fan la battaglia irati e fieri, + sí ch'elli stessi a sé dánno le paghe.-- + + 40 Io stava ad ascoltarlo volentieri, + se non che Palla disse che n'andassi, + però ch'altro vedere era mestieri. + + Per una stretta via vòlse ch'intrassi: + sempre salendo, giunsi su in un balzo, + 45 ove vendetta della gola fassi. + + Io dirò 'l vero, e forse parrá falzo: + vidi in terra utricelli su in quel giro + ovver vessiche, quando il viso innalzo. + + E, lamentando con molto sospiro, + 50 gridavano a gran voci:--Omei, omei!-- + come persona afflitta e che ha martíro. + + Per ammirazion fermai li piei + dicendo:--Che vessiche o che utricelli + son questi, che tu odi e che tu véi?-- + + 55 E poscia m'appressai a un di quelli + e dissi:--O utricello ovver vessica, + prego, se puoi, che tu a me favelli + + e con aperta voce tu mi dica + chi sète voi, innanzi che su varchi, + 60 e quale affanno o doglia vi affatica.-- + + Rispose come alcun che si rammarchi: + --Stomachi siamo noi e molto offensi, + stomachi siam del troppo cibi carchi; +p. 254 + ché Dio ne fece, se tu ben il pensi, + 65 nel corpo umano, ed anco la Natura, + che 'l cibo a' membri per noi si dispensi. + + E l'uomo ha fatto di noi sepoltura + a tutti gli animali: il troppo e spesso + fa generare in noi ogni bruttura. + + 70 In noi si sepelisce arrosto e lesso; + e, quando nostra voglia è piena e sfasta, + s'adduce il terzo, il quarto e 'l quinto messo. + + Con savoretti or questo or quel si tasta; + per dilettar la gola e la sua porta, + 75 aggrava noi gridanti:--Oimè, che basta!-- + + Però 'l mal cresce, e la vita s'accorta; + ché, perché 'l cibo in noi non ben si cuoce, + si manda a' membri crudo e non conforta. + + La quantitá del vin, che tanto nòce, + 80 si corrompe pel troppo; e quinci è 'l grido + delle incurabil doglie e di lor croce. + + L'animal bruto a Cerere e a Cupido + non acconsente e non prende acqua o ésca, + se no' al bisogno, ed anco non fa nido. + + 85 E, benché a noi ed a natura incresca, + il miser'uomo intana dentro al petto + ciò ch'anda o vola o che nel mar si pesca.-- + + Io stava ad ascoltar con gran diletto, + quando Palla mi disse:--Volta il viso.-- + 90 Ond'io 'l voltai, sí come a me fu detto. + + E, risguardando ben con l'occhio fiso + per l'aer tenebroso e quasi opaco, + io vidi cosa, che spesso n'ho riso. + + D'un'acqua fresca vidi un ampio laco, + 95 ed un altro di vin, ch'era sí grande, + che maggior mai nol chiedería briaco. + + Intorno a questi eran tutte vivande, + ed anco vini eletti v'eran tutti, + che bevitor ovver ghiotton domande. +p. 255 + 100 Di sopra appresso avean tutti que' frutti, + che mai fûnno in giardino ovver reame + o da Natura fusson mai produtti. + + Lí stavan genti dolorose e grame, + che per brama del pasto maggior pianti + 105 facean che 'l tristo, in cui entrò la fame. + + Prostrati in su li liti tutti quanti, + quando assetiti voglion prender l'onde, + e l'acqua e 'l vino a lor fuggon dinanti. + + In questo i pomi con le verdi fronde + 110 si fletton giuso sotto le lor ciglia + alle bocche affamate e sitibonde. + + L'uva s'abbassa bianca e la vermiglia, + sí che tocca la bocca a loro o quasi; + poi si ritrânno, e mai nessun ne piglia. + + 115 Cosí scornati e delusi rimasi, + mirano al cibo su le mense posto + e dell'ottimo vin pien tutti i vasi. + + Se, per prendere il lesso ovver l'arrosto + ovver il vino, alcun le man distende, + 120 da sua presenza si fuggon tantosto. + + In mezzo all'acqua, che 'l laco comprende, + Tantalo vidi stare insin al labbro; + e mai dell'acqua ovver de' frutti prende. + + Sí grande sete mai non ebbe fabbro, + 125 né giovin ch'abbia la febbre terzana, + che fa la lingua e lo palato scabbro, + + quant'egli ha sete in mezzo alla fontana, + quando vuol bere e l'acqua da lui fugge, + sí che sua spene sempre torna vana. + + 130 E, perché egli niente ne sugge, + spesso sbaviglia e batte i denti a vòto, + ché di fame e di sete si destrugge. + + Cosí privato di cibo e di poto + sta tra li frutti con bramosa voglia + 135 ed assetito dentro l'acqua a noto. +p. 256 + --O tu, che sali sú di soglia in soglia + --disse uno a me,--nel mondo, onde tu vieni, + a questa, che tu vedi, è simil doglia? + + Ché alcun tra gli ampi campi e cofan pieni + 140 bramoso sta e fame non si tolle, + ché l'avarizia el tien con duri freni. + + Ver è che dá di morso alle cipolle + spesso spesso messere Buonagiunta, + ricco pisan; ma non che si sattolle.-- + + 145 Ancora al detto suo fe' questa giunta: + --Tra molti cibi sta la voglia magra, + acciò che dal dolor non sia trapunta; + + ché 'l mal del fianco, febbre e la podagra, + perché del cibo troppo non s'imbocchi, + 150 menaccia con la doglia acuta ed agra. + + Ma certo non fu' io di quegli sciocchi: + io son Pier tosco, che dissi:--Addio, lume, + ch'i' ho piú caro il vin, che non ho gli occhi. + + Il medico dicea:--Bevi del fiume, + 155 ché, se tu bevi mai rinchiuso in botte, + convien che 'n te il vedere si consume. + + Del buon liquore, che al lor padre Lotte + fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso, + dicendo:--O giorno, addio, ch'io vo di notte.-- + + 160 Quel poco lume, che m'era rimaso, + ché l'altro m'avea tolto la taverna, + ecclipsò tutto calando in occaso: + + però sto qui ed ho la sete eterna.-- + + +p. 257 + + + + +CAPITOLO XIII + +Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola. + + + Io stava ad ammirar cogli occhi attenti, + quando Palla mi disse:--Ché non miri + del vizio della gola i gran tormenti?-- + + Allor mirai; e giammai li martíri + 5 dir non potrei con questo parlar brieve, + a' quai conduce Bacco, e li sospiri, + + non per colpa del vin che si riceve + (che utile è da sé e ben conforta, + se temperatamente altrui lo beve), + + 10 ma perché la fortezza, ch'è giá morta, + par che susciti alquanto nel presente: + però la gente matta e non accorta + + a questo mira; ed anco che splendente + entra e soave, e non sguardan li matti + 15 che 'l troppo morde, poi, piú che serpente. + + Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti, + il furor cieco, rabido e rubesto, + e di scimia canini e porcini atti. + + Quando Minerva m'ebbe detto questo, + 20 vidi una donna tutta brutta ed unta, + e col volto lascivo e disonesto, + + ch'avea la vesta stracciata e consunta, + e di cane e di porco avea due grugni + e lingua a spada armata su la punta + + 25 e le man fure ed artigliose l'ugni, + e, come fa 'l leon, quando divora, + mangiava il pasto, ch'avea tra li pugni. +p. 258 + --O tu, che qui contempli la signora + --disse a me un,--che regge questo loco, + 30 sobvieni al gran dolor, il qual m'accora. + + Alla mia lingua, ch'arde come foco, + un poco d'acqua con la man mi dona, + che tanto incendio in lei rifreddi un poco.-- + + Ed io fra me:--Quest'è quella persona, + 35 che non sobvenne a Lazzaro mendíco, + sí come Luca nel Vagniel ragiona.-- + + Ed io risposi a lui:--Tu sai, amico, + che Abraam, a cui chiedesti l'acque, + rispose a te, sí come anch'io ti dico: + + 40 --Lazzaro giá alla tua porta giacque + infermo e nudo, e chiedeva mercede; + e di lui mai in te piatá non nacque. + + Dio vuol che chi abbundò e non ne diede + al povero di Dio, quando ne chiese, + 45 egli non n'abbia qui, quando ne chiede.-- + + Ahi, quanto si scornò, quando m'intese! + E dicea seco com'uom che borbotta: + --Io mi credea che fussi piú cortese.-- + + Ed io lo addomandai e dissi allotta: + 50 --Perché la lingua qui ha maggior pena + che gli altri membri, e piú è incesa e cotta?-- + + Rispose:--Nella mensa lauta e piena + Cerere e Bacco fan le teste calde; + la lingua allor nel van parlar si sfrena + + 55 con motti lerci e con parol ribalde; + e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti, + balestra le iattanze ardite e balde. + + Allor s'apre il serrame alli secreti: + sempre mal tace la mensa satolla, + 60 se i mangiator virtú non fa star cheti. + + Quivi si sparla che fama si tolla, + quivi la lingua dá le gran percosse + e strazia l'altrui vita, rode e ingolla. +p. 259 + Per questo noi abbiam le lingue rosse + 65 d'ardente foco e abbiamole puntute, + come di spada ognuna armata fosse. + + Se vuoi saper dell'anime perdute, + che stanno qui pel vizio della gola, + che solo in general forse hai vedute, + + 70 qui stanno li scolar di monna Ciuola; + tra' quali è Ciaffo, e fu di Camollía, + che piú degli altri usava quella scola. + + Egli anche dice che si bevería + del vino il laco, quando egli s'approccia, + 75 se non che tosto se ne fugge via; + + e dice che, a la bocca se la doccia + di Fontebranda avesse e fusse Greco, + la bevería sin all'ultima goccia. + + E molti altri compagni son qui meco, + 80 tra' quali è la brigata spendereccia + che fe' del molto avere il grande spreco. + + Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia, + degno è che, quando giunge al capo cano, + venga di povertá sino alla feccia. + + 85 Da Leonina infino a Laterano + stanno anche meco mille ghiottoncelli, + e dicono che gli uomin di quel piano + + prendon per paternostri i fegatelli, + l'aman per tempo in cambio della Chiesa, + 90 corrono alle taverne ed ai bordelli.-- + + Io l'ascoltava colla mente attesa, + quando Palla mi fe' del partir cenno; + onde n'andai per la via da noi presa. + + Cinquanta passi e men da noi si fenno, + 95 ch'ella mi disse per farmi ben dotto: + --Contra golositá fa' ch'abbi senno. + + Sappi che gola è appetito ghiotto + d'aver diletto in pasto e sí bramoso, + che vince la ragion e tienla sotto. +p. 260 + 100 S'è naturale, non è mai vizioso; + e vizioso si fa, se sfrena tanto, + che a Dio ed a ragion vada a ritroso. + + Questo appetito può sfrenar nel quanto: + in troppo prender pasto, in troppo stare + 105 a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto. + + Nel quale ancora questo può peccare, + quando non fame l'appetito sveglia + ovver bisogno, ma sol dilettare. + + Ahi, come è dur sí ben guidar la breglia + 110 tra 'l quanto e 'l qual nel pasto, ch'uom non cada, + se molta vertú attenta non ci veglia! + + Ché questo passo ognun convien che guada + del prender pasto; ma servar misura + è forte, se vertú ben non vi bada. + + 115 Quand'altri sfrena sí, che troppo cura, + perché con dilicanza s'apparecchi, + costui pecca nel qual ed epicura. + + Non in un modo i cibi, ma in parecchi, + non per bisogno 'i cuoce e s'affatica: + 120 però Natura fa che raro invecchi. + + Ahi, gola miseranda! ché la mica + col favor della fame ha piú diletto + che le molte vivande, e me' notríca. + + Mira colui che quivi sta a rimpetto.-- + 125 Ed io sguardai, e ben due passi e piue + aveva il collo lungo sopra il petto. + + --Colui desiderò 'l collo di grue + --disse a me Palla,--a dar piú dilettanza + alla sua gola, il cibo andando ingiue. + + 130 Or l'ha sí lungo, ch'ogni struzzo avanza; + e la sua gola sempre di sete arde, + né mai di poter bere egli ha speranza. + + Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde: + in questo peccan le persone stolte, + 135 ch'al pasto sempre lor par esser tarde. +p. 261 + Non due fiate il dí, ma vieppiú volte + il poto e 'l cibo da questi si prende, + come le bestie fan, che son disciolte. + + Nel modo d'usar cibi anco s'offende, + 140 ch'alcuno è scostumato, alcun ghiottone, + alcun le braccia su la mensa stende. + + Anche è vorace alcun come lione; + ed alcun su nel cibo soffia il fiato, + alcun per fretta va incontra 'l boccone.-- + + 145 Quando Minerva questo ebbe parlato, + quell'Epicur col collo di cicogna + rispose e disse con lungo palato: + + --Ancor detto non t'ha ciò che bisogna, + ché non t'ha detto le cinque figliuole, + 150 perché nomarle forse si vergogna. + + La prima figlia, che saper si vòle, + è Immondizia del cibo, che guasto + corromper in lo stomaco si suole; + + ché, quando ha troppo vin con troppo pasto, + 155 perché cuocer nol può, fuor per la bocca + corrotto esala e fa al naso contrasto, + + e sopra erutta e sotto quello scocca, + il qual balestra come traditore, + che apposta alle calcagne, e 'l naso tocca. + + 160 La seconda figliola è vie peggiore, + Ebetudo, di mente inferma e mesta, + che toglie all'intelletto ogni valore. + + La terza ha nome brutta e trista Festa, + di buffonie e di giuochi; e questa è quella + 165 che al Batista giá tagliò la testa. + + La quarta è quella che troppo favella. + La quinta è truffe ed opere scurrile: + questa in la lingua porta la fiammella, + + e nullo è vizio piú che questo vile.-- + + +p. 262 + + + + +CAPITOLO XIV + +Della lussuria e delle sue specie. + + + Su nell'ultima piaggia io era giunto; + e, quando per la strada io movea 'l passo, + scontrai Cupido, il qual m'avea trapunto, + + non però mai ch'e' mi gittasse al basso: + 5 timor di Dio e vergogna del mondo + mi tennon ritto come quadro sasso. + + Trovai adunque lui vaghetto e biondo, + de cui beltá negli altri versi scrissi, + che mai sí bello fu, né sí giocondo. + + 10 Ma ora veggio ben che 'l falso dissi; + ch'egli è crudele e brutto e pien di tosco, + chi ben rimira lui cogli occhi fissi. + + Quando mi vide, egli fuggí in un bosco, + ch'era ivi appresso, ove nulle eran frondi; + 15 ma era smorto, secco e tutto fosco. + + --Perché, Cupido, da me ti nascondi? + --chiamava io forte, dietro seguitando;-- + perché pur fuggi, perché non rispondi? + + Io son colui che teco venni, quando + 20 le ninfe mi mostrasti e la via dura, + e sempre stetti presto al tuo comando. + + Demostra la tua faccia bella e pura.-- + Allor voltossi, ed era sí travolto, + che, quando el vidi, mi mise paura. + + 25 Egli era smorto, e gli occhi brutti e 'l volto; + e su nel capo nero avea due corni, + e gli atti avea pazzeschi come stolto. +p. 263 + Allor fuggio da me com'uom che scorni, + coll'arco in mano e cogli oscuri dardi; + 30 né credo che piú a me giammai ritorni. + + La dea a me:--Se questo Amor riguardi, + egli è cosa infernal, e chi lo scuopre + conosce i modi suoi falsi e bugiardi. + + Chiamato è 'l forte dio nel mondo sopre + 35 da quegli stolti, che sol guardan fòre + all'apparenza, che spesso il ver copre. + + Ma, perché sappi ben che cosa è amore, + sappi che amore è presente diletto + ovver futur piacer, che spera il core. + + 40 E questo puote aver triplice obietto: + primo è l'utilitá, qual se si toglie, + manca l'amor, che all'util facea aspetto. + + L'altro è amor vero, a cui le verdi foglie + non secca tempo o loco, e che sta fermo + 45 ad ogni caso, che Fortuna voglie; + + e non è losinghiero in atti o sermo + e coll'amico sta costante e vivo, + quando è in avversitá povero o infermo. + + E questo vero amore, il qual descrivo, + 50 si chiama virtuoso ovver onesto, + tesoro alli mortal celeste e divo. + + Il terzo amor, ch'io dico dopo questo, + «piacer concupiscibile» si chiama, + ché sol da corporal desio è desto. + + 55 E questo è il folle amore, il qual tant'ama, + quanto dura il diletto e la bellezza, + e poi si secca in lui la verde rama. + + Questo è Cupido, di cui gran fortezza + racconta il mondo e ch'a nullo perdona + 60 e che infiamma li dii e la vecchiezza; + + e che giá ferí Febo si ragiona, + quando la bella Dafne si fe' alloro, + che imperatori e poeti incorona; +p. 264 + e ch'egli porta le saette d'oro, + 65 e Pluto innamorò, quando gli piacque, + e Iove fe' mutar in cigno e toro. + + Di questo anco si dice ch'egli nacque + di quella che fu data a dio Vulcano, + nata de' membri osceni in mezzo all'acque. + + 70 E dal ver, forse, questo non è strano; + ché di Venus, cioè concupiscenza, + nasce Amor cieco, fanciullesco e vano; + + e da quel nasce poi la rea semenza + di molti vizi, a' quai lussuria induce. + 75 E, perché n'abbi perfetta scienza, + + sappi che la Natura e l'alto Duce + ad alcun fin perfetto ha ordinato + ogni appetito che 'n voi si produce. + + E, se da quel buon fin è disviato, + 80 quanto quel fine ha piú perfezione, + chi erra in quello fa maggior peccato. + + Tra tutte cose uman, che sonno buone, + la meglio è conservar l'umana spece, + prima nell'esser, poi in coniunzione. + + 85 Ed a questi duo fin l'alto Dio fece + l'appetito lascivo: a questo solo, + ed a null'altro fine usarlo lece. + + Di questo al padre nasce il bel figliolo + e tutta prole umana, il degno frutto + 90 fatto a laudare Dio nell'alto polo. + + E, se questo buon fin fusse distrutto, + mancaría l'uomo, amore e parentele + e stato di vertú verría men tutto. + + Adunque quel peccato è piú crudele, + 95 dal qual questo buon fine è impedito; + e questa specie a Dio piú è infedele. + + Questo è il vizio nefando subdomito, + pien di vergogna detestando scelo + e strazio umano e infernale appetito, +p. 265 + 100 pel qual il foco piobbe giá da cielo + infino a terra e aprilla ed engollosse + insieme il biondo col canuto pelo, + + l'un ch'era stato, e l'altro che non fosse + corrotto tanto. Ahi, smisurato eccesso, + 105 che Dio facesti che tant'ira mosse! + + Per questo in terra fu il diluvio messo, + quando Dio vide che malizia tanto + avea corrotto l'uno e l'altro sesso. + + E, per disfar cotanto infetta pianta, + 110 Noè servò e i figli dentro all'arca, + sola nel mondo la progenie santa. + + Natura d'esta offesa si rammarca + innanti a Dio e priega ch'egli scocchi + le sue saette quel sommo Monarca. + + 115 Dell'altro vizio omai convien ch'io tocchi, + ch'è grosso come trave, e quasi stecca + vien reputato da' miseri sciocchi. + + Dicon che uomo e femmina non pecca, + consentendosi insieme, essendo sciolti, + 120 se l'un coll'altro fornicando mecca. + + E, perché in questo error son ciechi molti, + tanto è piú grave il mal, se ben discerno, + quanto nel suo error ne tien piú involti. + + Sappi che ha ordinato Dio eterno + 125 che tutti gli animali, i cui figlioli + richiedon padre e madre e suo governo, + + che insieme s'apparecchino duo soli, + (o reptile che sia o quadrupéde, + o che in acqua ovvero in aere voli), + + 130 e stiano uniti insieme in questa fede, + ché, quando avvien che alcun di loro si parte, + s'abbandonan li figli, s'e' non riede. + + E, se il padre e la madre ognun ci ha parte + giá nella nata ovver nascenda prole, + 135 pensa se pecca qual di loro si parte; +p. 266 + ché, se l'un lassa l'altro, quando vuole, + chi il patrimonio e senno dá alli figli? + chi guarda e dá la dote alle figliole? + + Però determinonno i gran consigli + 140 della ragione e delli saggi antichi + che sien le mogli e sien padrifamigli. + + Questa la casa e quel di fuor notríchi + i maggior fatti, ed insieme coniunti + nel matrimonio fedeli e pudichi. + + 145 Del terzo vizio se vuoi ch'io racconti, + è l'adulterio; e piú pericoloso + nullo è nel mondo e che piú altri adonti. + + Quando la moglie si tolle allo sposo, + l'animo mite rabido diventa: + 150 tanto al consorzio uman questo è noioso. + + Per questo Troia fu deserta e spenta, + e la real progenie fu disfatta + in Roma, che di Troia fu sementa. + + Questo peccato in ciel gran colpa accatta; + 155 ché avviene spesso che 'l marito pasce + gli altrui bastardi e la moglie gli allatta. + + E, quando cresce ed è fuor delle fasce, + avvien che alcuna al fratel si marita + e forse al proprio padre, del qual nasce. + + 160 Perché la moglie è col marito unita + in una carne in fede ed amor puro + per tutto il tempo che dura lor vita, + + però chi cerca averla, è ladro e furo; + e, se la donna ad adulterio piega, + 165 commette anco peccato grave e duro, + + ch'è traditrice, fuia e sacriléga, + ch'al matrimonio e fede fa lo 'nganno + ed anco al sacramento che la lega; + + e dell'altrui sudore e dell'affanno + 170 spesso nutríca li figlioli altrui, + onde è tenuta a soddisfar il danno + + al marito, che crede che sian sui.-- + + +p. 267 + + + + +CAPITOLO XV + +Trattasi piú in particolare delle specie +e de' rami discendenti della lussuria. + + + --Di questa brutta porca di Lussuria, + bench'abbia in sé materia copiosa, + conviene ch'io ne parli con penuria. + + Da che Natura e Dio la tien nascosa, + 5 non puote alcun giammai senza vergogna + parlar di sí nefanda e brutta cosa. + + E forse el fece Dio, perché bisogna + che l'Innocenza pura non impari + la puzza occulta di questa carogna. + + 10 Ma ora li maggiori han fatto chiari + sí li minori e dotti anco in quell'arte, + che piú che i mastri sanno gli scolari. + + Di questo vizio dirò d'ogni parte + in general, ché, se tutto distinto + 15 volessi dire, impirei troppe carte. + + Il quarto membro (e poi dirò del quinto) + è l'atto, che fe' Pasife col toro, + madre del mostro chiuso in Laberinto. + + Nel quinto pecca ciascun di coloro, + 20 che, losingando ovver rapendo, tolle + la vergin 'nanti al suo marital toro. + + E, perché d'esto mal ardito e folle + il futur matrimonio è impedito, + però l'antica e nova Legge volle + + 25 che quello strupador gli anelli il dito + e facciagli la dote, o che la testa + perda, se quella nol vuol per marito. +p. 268 + L'altro è chi stupra, losinga o molesta + le vergin sacre del santo collegio, + 30 che fu giá in Roma nel tempio di Vesta. + + E questo male è detto «sacrilegio»; + ché quella cosa, ch'è dicata a Dio, + s'imbrutta o sforza e trattase in dispregio. + + E l'altro male ancor nefando e rio + 35 è con parenti, ed è chiamato «incesto», + ché macula l'amor onesto e pio.-- + + Quand'io diceva:--Quanto mal è questo!-- + vedemmo dalla lunga Citarea; + ond'ella andò piú ratto ed io piú presto. + + 40 Dimonio ella mi parve e none dea, + quando la vidi, e non pareva bella + com'era, quando apparve al iusto Enea. + + Di fuor adorna avea la sua gonnella; + e, quando la scoprii, sí brutta fiera + 45 mai vista fu sí come pareva ella. + + Minerva a me:--Questa puttesca cèra + nel mondo è bella solo in apparenza, + che fa la cosa falsa parer vera. + + E qui rassembra la Concupiscenza; + 50 e però 'l nome del pianeto piglia, + che sopra quella parte ha piú influenza. + + Cupido è il primo mostro, ch'ella figlia, + il qual è fanciullesco, stolto e cieco + in quella parte, che nell'uom consiglia. + + 55 Egli è che verso Dio fece esser bieco + giá Salamone, ed Aristotil prese + sí, che fu cavalcato come pieco. + + E, benché paia saggio nel palese, + Cupido nel secreto e luoghi occolti + 60 è come un pazzo e fa le grandi offese. + + Egli esser fa li saggi matti e stolti, + e fanciulleschi quei dell'etá vecchia + negli atti turpi, lascivi e disciolti. +p. 269 + Quest'è che fa che l'antica si specchia + 65 la faccia guizza e fa le trecce bionde + del pelo altrui, che si pone all'orecchia. + + L'altro è turpe parlar parole immonde. + Ahi, quanto è ragionevol che si taccia + quel che Natura occulta e che nasconde! + + 70 Il turpe eloquio a poco a poco caccia + da sé vergogna, il qual è primo freno, + ch'è posto all'uom che peccato non faccia. + + E 'l parlar brutto e turpe ovver osceno + dimostra il core; ché quel vaso versa + 75 sempre il liquor, del qual è dentro pieno. + + L'altra figliuola iniqua e piú perversa + è l'odio di Dio, come si legge: + tanto Lussuria fa la mente avversa! + + Non che quel sommo Ben, che tutto regge, + 80 mai odiar si possa per se stesso; + ma odiare si pò nella sua legge. + + Ad ogni vizio, che 'n mal far è messo, + sempre ogni impedimento è odioso, + ma piú alla lussuria per eccesso; + + 85 però che l'atto suo è furioso, + e quanto piú il disio corre fervente, + tanto lo 'mpedimento è piú noioso.-- + + Poscia nel fango vidi una gran gente + coll'arco in mano e colle dur saette; + 90 e ferivansi insieme crudelmente. + + E, perché scudo mai niun si mette, + né arme indosso, mai non tranno in fallo, + quantunque volte l'un l'altro saette. + + Ed un gridò:--Io son Sardanapallo + 95 lussurioso, che nel gran reame + non vissi come re, ma come stallo, + + vestito come donna tra le dame, + seguendo della carne ogni talento: + or posto son tra 'l fango e tra 'l letame. +p. 270 + 100 Vivo ebbi l'arra, ed ora ho 'l pagamento; + ch'ogni peccato la pena riceve + prima nel mondo e poi qui ha 'l tormento. + + Vero è che su nel mondo è ratto e brieve, + e qui ogni dolor dura in eterno + 105 ed anco è piú intenso e vieppiú grieve, + + però che 'l mal, il qual è sempiterno, + rispetto a quella doglia, ch'è finita, + nulla ha proporzion, s'io ben discerno. + + E sappi ben che su la mortal vita + 110 ha l'uom della lussuria molte pene, + se la ragion e vertú non l'aita. + + La prima è trista e furiosa spene: + quant'è maggior l'amore, il quale aspetta, + tanto, aspettando, piú pena sostiene. + + 115 L'altra è la gelosia sempre suspetta: + ciò, che timor possiede o gelosia, + assai tormenta piú che non diletta. + + Ogni amadore ed ogni signoria + vuol esser sola ed odia ed inimica + 120 ogni consorte ed ogni compagnia. + + L'altra è il periglio, affanno e la fatica. + Mai vil gaglioffo chiese il suo bisogno, + quanto amor chiede la cosa impudica; + + e poscia, avuto, passa come un sogno + 125 quel ch'era chiesto con tanto fervore + e con parol, di quali ancor vergogno. + + E va languendo il misero amadore, + chiedendo aiuto alli suoi gran martíri, + e dice, se non l'ha, che tosto more. + + 130 Cogli occhi lagrimosi e con sospiri + dietro alla 'manza va il misero amante, + per grazia a lei chiedendo che lui miri. + + E quel, che acquista con fatiche tante + e con le spese, ratto si dilegua + 135 sí come un'ombra che fugge davante. +p. 271 + E, perché amore i duo amanti adegua, + abbassa i grandi ed, a viltá condutti, + convien che altra colpa ne consegua; + + ché si fan femminili e fansi putti, + 140 mostrando amore; e di questo poi nasce + la bestialitá e gli atti brutti. + + E, perché Venus si notríca e pasce + di Bacco e Cerer, ch'ogni virtú enerva + e fa l'infermitá con le sue ambasce, + + 145 il corpo infermo e la mente fa serva + e fálla oscura, e quella parte toglie, + ove si posa e risplende Minerva. + + In questa mota qui tra queste troglie + stan li nefandi e vili ermafroditi, + 150 che, essendo maschi, altrui si fecen moglie. + + E i lor mariti ancor qui son puniti + e posti meco qui tra queste mote, + e tutti siam di duri archi feriti; + + ché questa è iusta pena, se ben note, + 155 ché quel ch'è amato dall'amor lascivo + è l'arco e la saetta, che percuote + + il cor del tristo amante, quando è vivo; + e l'atto consumato è 'l brutto fango, + il qual infastidisce e viene a schivo: + + 160 ed io qui questo in sempiterno piango.-- + + + + + + LIBRO QUARTO + + DEL REGNO DELLE VIRTÚ + +p. 275 + + + + +CAPITOLO I + +Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero della scienza +del bene e del male. + + + Lasciata addietro avea la prava terra + e delli vizi la maligna schiera, + e trapassata avea tutta lor guerra. + + E sopra l'orizzonte giá 'l sole era + 5 ben quattro gradi, in quella parte posto, + che li fa state e qui fa primavera; + + quando, per poter giungere piú tosto, + andava dietro alla scorta benegna, + la qual a seguitar m'era disposto, + + 10 Detto m'avea che nullo è che pervegna + ad alto fine ovver a nobil cosa, + se non chi s'affatica e chi s'ingegna. + + Ond'io per quella via sí faticosa + andava in fretta come il pellegrino, + 15 che, 'nsin che giunge al termine, non posa. + + Quando fui presso al fin di quel cammino, + il paradiso vidi ch'è terrestro, + il qual fe' Dio per singular giardino. + + E, s'egli è bello, pensisi il Maestro, + 20 il qual el fece e posel dove il sole + ha piú vertú e 'l cielo a lato destro. + + Lí era un pian di rose e di viole + e d'altri fiori e di maggior fragranza + che qui, dove siam noi, esser non suole; +p. 276 + 25 ché ogni frutto, quanto ha piú distanza + da quello loco, tanto ha vertú meno, + e quanto piú s'appressa, in virtú avanza. + + Tra quelli fiori e l'aere sereno, + e tra le melodie di quel piano + 30 io trapassai di dolci canti pieno. + + Da quel giardino er'io poco lontano, + ch'io vidi un serafino in su la porta, + ch'è posto lí da Dio per guardiano, + + il qual un gran coltel nella man porta; + 35 e l'uno e l'altro è di color di foco, + talché lor fiamma al sol non parea smorta. + + Quando appressato a lui mi fui un poco, + egli mi disse, la spada vibrando: + --Guarda come trapassi in questo loco, + + 40 dal qual per colpa fu l'uom messo in bando, + non solamente per gustar del pomo, + ma perch'e' trapassò di Dio il comando.-- + + Minerva a me insegnato avea siccomo + l'intrata da quell'angelo si chiede, + 45 senza il qual modo non v'entra mai uomo. + + In terra mi prostrai da capo a piede, + ed ivi in croce spasi le mie braccia + come nel legno Quel che a noi si diede. + + E dissi:--O angel, prego ch'e' ti piaccia, + 50 per amor del Signor, ch'è sí cortese, + che nullo, che a lui torni, mai discaccia, + + che lí mi lassi entrar nel bel paese. + Tu sai ch'Egli al ladron su nella croce + simile grazia fe', quando gliel chiese.-- + + 55 L'angel allora, al suon di questa voce, + la porta aprío e diedene l'entrata, + levando via il coltel tanto feroce. + + Come buona speranza il cor dilata + d'allegrezza, cotal a me quell'orto + 60 dava letizia e la contrada grata, +p. 277 + ove null'uom giammai sarebbe morto + senza sua voglia e non giá per natura, + ché sol per grazia venía tal conforto; + + ché nulla cosa, c'ha in sé mistura + 65 di qualitá ed opposita azione, + di venir men puote esser mai secura. + + Mentr'io ascoltava la dolce canzone + degli uccelletti, ed io vidi venire + due venerande ed antiche persone. + + 70 Il meno antico a me cominciò a dire: + --Come tu in questo luogo se' intrato? + con qual potenzia vien'? con qual ardire?-- + + Minerva allor rispose:--Io l'ho menato; + l'agnol di Dio a lui la porta aperse, + 75 quando umilmente da lui fu pregato. + + Giú del centro d'inferno, ove s'immerse, + colle mie mani io da primaio el trassi, + e feci sí, ch'in quel loco non perse. + + Palla son io, che gli ho guidato i passi + 80 per mezzo a' vizi e tra le fiere crude + insino a voi, ai qual vuol Dio che 'l lassi, + + ché demostriate a lui ogni vertude: + quassú venute sonno e quassú stanno, + quando fuggîr del mondo, ch'è palude. + + 85 Tornar io voglio al mio beato scanno: + a questi lascio te, dolce figliuolo: + costor inverso il ciel ti guidaranno.-- + + Cosí dicendo, in alto prese il volo; + ed io, piangendo, dissi:--O dolce Palla, + 90 perché di te cosí mi lasci solo? + + Dietro alli passi tuoi ed alla spalla + lasciato ho 'l mondo, o scorta e mia auriga, + il qual, rispetto a questo, è una stalla. + + E sempre, andando insú con gran fatiga, + 95 le tue vestige, o donna, seguitai, + tra 'l mezzo delli mostri e di lor briga. +p. 278 + Ora, che tu cosí lasciato m'hai, + per tutto l'universo, che ti trovi, + io anderò cercando sempremai.-- + + 100 Un degli antichi padri ed a me novi, + disse:--Non è bisogno tanto pianto, + ma con noi insieme omai i passi movi + + per questo paradiso in ogni canto. + Enoc è questo primo, ed io Elia, + 105 quai Dio ne pose in questo loco santo. + + Delle vertú ti mostrerem la via.-- + Allor pel prato di que' fiori belli + una con lor mi mossi in compagnia, + + tra verzillanti foglie ed arbuscelli + 110 e tra le melodie dolci e gioconde, + ch'ivi faceano inusitati uccelli, + + quando trovai un arbor senza fronde, + ch'era di spoglio di serpente avvolto, + sí come un'edra ch'un ramo circonde. + + 115 Lo spoglio avea di forma umana il volto; + e l'arbore di spine era pien tutto + intorno a sé, siccome luogo incolto. + + Ogni altro legno ivi era pien di frutto, + e di be' fiori e frondi fresco e bello; + 120 e questo solo era secco e destrutto, + + e su non vi cantava alcun uccello. + E, non sapendo perché questo fusse, + il padre Enoc addomandai di quello. + + --L'arbor profano è questo, che produsse + 125 --rispose Enoc--il frutto del suo ramo, + col qual il drago il primo uomo sedusse, + + quand'egli ingannò Eva e poscia Adamo + a non servare a Dio obbedienza + col pomo dolce, ov'era il mortal amo. + + 130 «Legno» chiamato fu «della scienza + del bene e mal»; che è prima solo bene, + poscia del mal il ben ha sperienza. +p. 279 + Le piú fiate al miser uomo avviene + ch'e' non conosce il ben, se non in quella + 135 che n'è privato o c'ha contrarie pene.-- + + Poscia trovammo la pianta piú bella + del paradiso, la pianta felice, + che conserva la vita e rinovella. + + Su dentro al cielo avea la sua radice + 140 e giú inverso terra i rami spande, + ove era un canto, che qui non si dice. + + Era la cima lata e tanto grande, + che piú, al mio parer, che duo gran miglia + era dall'una all'altra delle bande. + + 145 --Questa gran pianta di gran maraviglia + --disse a me Enoc--è l'arbore vitale, + che vita dona a chi suoi frutti piglia. + + Fitto nel cielo sta il suo pedale; + indi vien la vertú, che gli dá Dio, + 150 che possa l'uomo rendere immortale. + + Un ramoscello dall'angelo pio + n'ebbe giá Set e piantollo in la fossa + del padre Adamo suo, quando morío. + + E quello crebbe e féssi pianta grossa, + 155 e poscia posta fu nella piscina, + che sol di sanar uno ebbe la possa; + + ché profetato avea Saba regina, + che su dovea morir quel gran Signore, + che faría nuova legge e piú divina. + + 160 Allor il legno di tanto valore + da Salamon fu di terra coperto, + insin ch'a far suo frutto apparse fòre; + + ché, quando piacque a Dio, venne su ad erto, + e di quel legno la croce si fece, + 165 ove l'Agnel di Dio per noi fu offerto, + + quando su 'n quella il prezzo satisfece.-- + + +p. 280 + + + + +CAPITOLO II + +Della condizione del paradiso terrestre +e de' fiumi, che quindi escono. + + + E poscia:--Flecte ramos, arbor alta. + --Elia e Enoc insieme alto cantâro, + come chi in coro la sua voce esalta. + + Alla lor prece l'arbore preclaro + 5 giú s'abbassò, ed e' colson le fronde, + che son sí dolci, che vince ogni amaro, + + dicendo a me:--Del frutto, che nasconde + quest'arbor dentro a sé, nullo ne coglie + salvo che l'alme felici e ioconde. + + 10 E poi mi fên gustar di quelle foglie, + che porgono alla 'ngiú que' santi rami, + le quai mi contentôn tutte mie voglie. + + O cupidigia, che tanto t'affami + e che quanto piú mangi e pasto hai preso, + 15 tanto apri piú la bocca e piú ne brami, + + se gustassi del legno al ciel disteso, + ratto faresti come san Matteo, + quando il nostro Signor egli ebbe inteso: + + che lasciò la pecunia e 'l teloneo, + 20 e sí gli piacque, ch'a rispetto a quello + ogni altro cibo gli era amaro e reo.-- + + Quindi n'andammo in un boschetto bello, + dove Adamo fuggí e steo nascosto, + quando mangiò del cibo amaro e fello, + + 25 allor che non sostenne un sol fren posto, + un sol comando, il quale Dio gli diede, + ma fu ardito a romperlo sí tosto. +p. 281 + Ei si nascose. Oh matto chiunque crede + fuggir ovver celarsi da Colui + 30 che tutto puote ed ogni cosa vede! + + E poscia mi partii con ambidui + tra' belli fiori di quel prato adorno; + e, quando ad una fonte io giunto fui, + + considerai che era mezzo giorno, + 35 ché 'l sol toccava in alto giá 'l zenitto, + e nullo corpo facea ombra intorno. + + Dicea fra me, insú mirando fitto: + --Com'è che qui il caldo non offende, + da che li raggi insú rifletton ritto? + + 40 Ché 'n quella obliquitá che 'l raggio scende, + come si prova nella prospettiva, + in tale a parte opposta si distende. + + Però, se 'l raggio ingiú ritto deriva, + per linea retta ritorna in quel verso, + 45 ed ei lí si raddoppia e si ravviva. + + E questo luogo è pian, pulito e terso + assai a questo, e nol torce in oblico + concusso alcun, che 'l raggio mandi sperso.-- + + Allor mi disse il padre piú antico: + 50 --Tu forse ammiri che qui non fa male + il troppo caldo noioso e nimico. + + Sappi che, dove il giorno è sempre equale + alla sua notte, quanto il dí riscalda + il sol, che 'nver' zenitto suso sale, + + 55 tanto la notte col fresco risalda; + e però quella patria, se pon' cura, + fie temperata, né fredda, né calda. + + E, benché tanto il sol vada in altura, + non fa di caldo sotto il loco accenso, + 60 quando in cotale altezza poco dura. + + Non è sola cagion del caldo intenso + l'altezza dello sol, ma sua dimora + col raggio insú riflesso, s'io ben penso.-- +p. 282 + Il suo parlar mi die' piú dubbio allora, + 65 ed io di domandar non avea ardire, + come scolar che troppo il mastro onora, + + che mostra ancor non voler assentire + con parole, ma tien il capo basso, + facendo vista d'altro voler dire. + + 70 Ond'ello:--Parla;--ed io:--Cotesto passo + ha forse veritá solo in quel clima, + ov'è la gran cittá di Satanasso. + + Ma questo loco tanto si sublima, + che ben tre ore nell'alto emisfero + 75 vedete il sole innanzi agli altri in prima. + + E cosí, quando il giorno si fa nero + nell'occidente, a voi ben per tre ore + luce quassú il celeste doppiero. + + Che cagion è che qui non è ardore, + 80 se qui diciotto or mostra all'aspetto + nel giorno il sol con suo chiaro splendore?-- + + Ed egli a me:--Se intendesti il mio detto, + io parlai sú del clima di quel loco, + ov'ha reame il primo maladetto. + + 85 E, perché questo da quel dista poco, + il sol, che dura in questo loco santo, + come argumenti, accenderebbe il foco; + + se non che 'nsú egli è levato tanto, + che mai vapor, che faccia pioggia o vento, + 90 salir o nocer può in nessun canto. + + Ma 'l nono ciel e 'l primo movimento + move qui l'aere, e dolce aura spira + tal, che conforta ciascun sentimento. + + E, quando il detto cielo intorno gira, + 95 il foco e gli altri ciel voltan con esso + ed anche seco quest'aere tira. + + Per questo il raggio in diritto riflesso + si frange e sparge; e, quand'è cosí sparso, + non accagiona il caldo intenso e spesso. +p. 283 + 100 Però dal sol non è questo luogo arso, + s'el manda il raggio ritto, o alto el move, + o se la notte sol sei ore ha scarso.-- + + Dal ditto loco poscia andammo dove + nasceva un fiume, ch'era tanto grande, + 105 che mai verun maggior fu visto altrove. + + Elia mi disse senza mie dimande: + --Questa grand'acqua, che qui ritto emerge, + per tutto il mondo poscia si dispande. + + Imprimamente questo loco asperge; + 110 poiché la terra ha qui bagnata e infusa, + per tutta l'altra terra si disperge + + per li meati, sí come Aretusa, + che bagna pria Calabria e di quindi esce, + poi va in Trinacria sotterra rinchiusa. + + 115 Di questo nasce Gange e 'l Nil, che cresce + tanto la state, ed il Danubio e 'l Reno + ed il Tanai col saporoso pesce. + + Di questo Ibero e il grande Geon pieno, + che passa rifrescando l'Etiopia + 120 e che bagna anco l'arabico seno. + + Di questo il Po, che d'acqua ha sí gran copia, + che, quando il mondo seccò per Fetonte, + tra tutti i fiumi n'ebbe meno inopia. + + Ma l'acqua d'ogni fiume e d'ogni fonte + 125 principalmente vien dall'Oceáno, + e da Natura corre prima al monte. + + Perch'è spognoso e perché dentro è vano, + e' scaturisce pel caldo impellente + e poscia scende e corre giuso al piano. + + 130 Ed ogni fiume piú pieno e corrente + diventa per la pioggia, quando cade; + e questa è l'altra causa conferente.-- + + Poi ci movemmo per le adorne strade + tra la fragranza e soavi melode, + 135 tra 'l nettar dolce in scambio di rosade. +p. 284 + Ivi ogni senso si rallegra e gode, + alla verzura si conforta il viso, + l'orecchie a' canti degli uccelli, ch'ode. + + Rallegra tutto il cor quel paradiso; + 140 ivi ogni cosa intorno m'assembrava + un'allegrezza di giocondo riso. + + La doppia scorta, la qual mi guidava, + si movea innanti, ed io seguía lor piante + e con diletto lá e qua mirava. + + 145 E, quando fummo andati alquanto avante, + trovammo in giro un ampio ed alto muro, + ch'avea le torri di duro diamante. + + Elia mi disse:--Qui l'intrare è duro, + se l'uomo in prima non si gitta a terra + 150 e se:--Peccai--non dice col cuor puro. + + Allor colei, che la porta apre e serra, + gli dá l'entrata e fagli anco la scorta; + e chi senza lei andasse, il cammin erra. + + Ella ti menerá sino alla porta; + 155 dentro la Temperanza troverai, + che gl'impeti rifrena e 'l troppo accórta.-- + + Per questo al duro muro m'appressai. + + +p. 285 + + + + +CAPITOLO III + +Della vertú della temperanza e sue laudi. + + + Perché l'intrare a me fusse concesso + nel bel reame della Temperanza, + mi feci a quella porta alquanto appresso. + + E, poiché fui in debita distanza, + 5 mi postrai 'n terra, dicendo:--Peccavi,-- + sí come per intrare lí è usanza. + + Ed allora una donna con due chiavi + aprío la porta, e poi la mia persona + levò di terra con parol soavi. + + 10 --Questa gran donna, che l'intrata dona, + è quella, senza cui--mi disse Elia-- + né Dio né uomo al peccator perdona. + + Ella è che al ciel t'insegnerá la via: + dietro alli passi suoi ti guida omai; + 15 con lei noi ti lasciamo in compagnia.-- + + Quei patriarchi pria ringraziai; + poscia mi volsi alla scorta novella + e ch'ella mi guidasse io la pregai. + + Dentro alla porta intrai insiem con ella; + 20 e, poiché dentro fummo ed ella ed io, + allor mi fece don di sua favella. + + --Se saper--disse--vuoi il nome mio, + io sono l'Umiltá, il primo grado + d'ogni virtú, che vuol salir a Dio. + + 25 Come Superbia è prima in ogni lado, + ardita a romper la legge divina, + cosí alle vertú io 'nanti vado. +p. 286 + Chi senza me su per andar cammina, + ritorna addietro intra li luoghi bassi + 30 e non s'accorge quando egli rovina. + + --Io prego, o donna, che tu non mi lassi + --a lei risposi riverente e piano,-- + ché sempre seguirò dietro a' tuoi passi.-- + + Benignamente a me porse la mano; + 35 e, poiché 'n alto luogo giunto fui, + che d'ogni amenitá era sovrano, + + la Temperanza con belli atti sui + io trovai quivi e con tanta maiésta, + quant'hanno i santi, dov'è il dolce frui. + + 40 Se ogni cosa è bella in quanto onesta, + e tutta l'onestá da lei procede, + quindi si sa quanto era bella questa. + + Ella stava a sedere in una sede. + La nova scorta appresso a lei si pose, + 45 non però in alto, ma giú basso al piede. + + E sette donne, adorne come spose, + stavan con lei, e d'oro le corone + aveano in testa e di fiori e di rose. + + E una un orso e l'altra avea un leone, + 50 legato ed ammansito con un freno; + la terza similmente un gran dragone. + + E come fa 'l cagnol che dorme in seno, + cosí le fère si stavan con loro + ed anche il drago senza alcun veneno. + + 55 Intorno intorno a tanto concistoro + eran tranquilli giuochi e dolce canto + di diverse persone a coro a coro. + + Perché da loro er'io distante alquanto, + cenno fatto mi fu che m'appressasse + 60 alla regina del collegio santo. + + Io m'appressai e le ginocchia lasse + in terra posi, ed ella anco fe' segno + che confidentemente a lei parlasse. +p. 287 + --Alta regina, a questo loco vegno + 65 --diss'io a lei--dal mondo con fatiga, + per contemplar di te e del tuo regno. + + Minerva fu a me primiera auriga; + ella è che m'ha scampato e sú condotto + per mezzo delli vizi e di lor briga. + + 70 E ch'io venisse a te mi fece dotto, + che m'insegnassi questo tuo reame + e delle tue donzelle tutte e otto. + + --Dacché di me sapere hai sí gran brame, + --rispose quella,--ascolta, e dirò pria + 75 del mio uffizio e poi dell'otto dame. + + Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia + e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male, + ché lá e qua ei combattuto sia. + + E diede a lui la parte sensuale, + 80 la qual al male impetuosa corre + come sfrenato e indomito animale. + + E però Dio mi volle con lui porre, + ché 'nverso il mal egli precipitára, + se con miei freni a lui non si soccorre. + + 85 Per farti ben la mia risposta chiara, + com'egli verso il mal si move ratto, + cosí va tardo alla parte contrara; + + ché, come infermo debil e disfatto, + si move col disio inverso il bene, + 90 se con forti speroni ei non è tratto. + + Perciò altra virtú esser conviene + cioè Fortezza, e questa i sproni mova, + quando uom come infingardo si ritiene. + + Ella è che fa che l'uom, il qual si trova + 95 nella battaglia, vince e non s'ammorza, + sí come il cavalier di buona prova, + + o come il buon nocchier, che allor si sforza + che ha la gran tempesta in mezzo all'onda, + quando el combatte da poppa e da orza. +p. 288 + 100 Ed io 'l mantengo, quando va a seconda, + ché 'l fo attento che 'l timon non lassa, + senza lo qual la nave si profonda, + + e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa; + e, quando esalta la fortuna destra, + 105 io fo che tiene il freno e che si abbassa. + + Cosí armato a dritta ed a sinestra, + da un de' lati Fortezza el defende, + dall'altro lato son io sua maestra. + + Donna è che con mill'occhi su risplende, + 110 che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda, + tanto che chi lo segue non l'offende. + + Piú suso sta dell'uom la quarta guarda, + Astrea dico, che resse la gente + 'nanti che fosse fallace e bugiarda. + + 115 Alle otto dame omai tu porrai mente; + dirò de' loro uffizi, se m'ascolti, + che reggono il reame qui presente. + + In prima sappi che impeti molti + son rei nell'uomo contra bona legge; + 120 ma tre son li peggiori e li piú stolti. + + Il primo è l'ira in cui governa e regge; + e questa fa il cor di pietá nudo + contra li suoi subietti e la sua gregge. + + Clemenza è detta ovver Mansuetudo + 125 la prima dama, che dalle radici + stirpa l'ira del core troppo crudo. + + E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici: + l'uno è che li superbi e troppo altèri + inchina a' servi, quasi a dolci amici; + + 130 l'altro è che quei, che son crudeli e fèri + e c'hanno alla vendetta accesi i cori, + li fa al perdonar dolci e leggeri. + + Però è detta donna de' signori, + ché li reami e Stati senza lei + 135 non saríen signorie, ma gran furori. +p. 289 + Ed anco è detta sposa delli dèi, + che son propizi e non corron mai tosto, + ma tardi alla vendetta contr'a' rei. + + Ell'è che esser fe' Cesare Agosto + 140 contra 'l nemico suo giá mansueto, + il qual a tradir lui s'era disposto. + + Ed egli el chiamò seco nel secreto + dentro alla cambra sua cogli usci chiusi, + ove gli disse con parlar quieto: + + 145 --Non è bisogno, amico, che ti scusi, + ch'è manifesto e non ne puoi far niego + del tradimento, che contra me usi. + + Ma una cosa a te chiedendo prego, + che della tua amistá mi facci dono; + 150 ed io similemente a te mi lego. + + E ciò c'hai detto o fatto ti perdono.-- + E, per piú fede, a lui la destra porse: + cosí 'l fe' amico a sé verace e buono. + + Questa è, che fe' ch'Alessandro soccorse + 155 con gran benignitá al suo vassallo, + quando del suo bisogno egli s'accorse, + + e desmontò de su del suo cavallo, + e del suo manto le membra gli avvolse, + ché uopo non avea d'altro metallo. + + 160 Traian l'insegne al suo gran carro folse + solo alla voce d'una vedovetta, + al cui parlar mansueto si volse, + + dicendo:--Imperador, fammi vendetta, + ché 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto, + 165 ond'io a lamentarmi son costretta.-- + + Ed ei rispose con benigno volto: + --Il mio figliolo, o donna che ti lagni, + ti dono in cambio di quel c'hai sepolto.-- + + Cesare primo, il maggior tra li magni, + 170 li suo' famigli ovver li suoi subietti + non li chiamava «servi», ma «compagni», + + facendo a loro onore in fatti e in detti.-- + + +p. 290 + + + + +CAPITOLO IV + +Delle spezie e rami della temperanza. + + + Io stava ad ascoltar come scolaio, + che dal maestro prende la dottrina, + mentre narrò dell'impeto primaio. + + E poi continuò quella regina: + 5 --Sappi che rifrenar io debbo ogni atto, + al qual la parte sensual inclina. + + Il diletto del gusto e quel del tatto + vuole Dio ch'io rifreni e ch'io m'oppogna: + questa è la mia materia, ch'io pertratto. + + 10 E ciò ch'è inonesto e fa vergogna + al nobil uomo, e ciò ch'el fa brutale, + ho io a regolar quanto bisogna. + + Vero è ch'io anco reggo in generale + i vizi tutti e la lor circumstanza, + 15 e rifren ciò che la ragione assale. + + E questo suona el nome «Temperanza», + cioè ch'ella rifreni, regga e tempre + ogni inonesto e ciò che in troppo avanza. + + E questo tu per regola tien' sempre, + 20 ch'a ciascuna virtude s'appartiene + corregger ciò, che la ragion distempre. + + Iusto e prudente è l'uom, se noti bene, + e temperato, ed anche ha in sé fortezza + e tutte le vertú insieme tiene; + + 25 ché dal peccato ovver dalla dolcezza, + che gli è opprobriosa, si disparte, + o che, vincendo, sofferisce asprezza. +p. 291 + Ogni virtú, ogni scienza ed arte + ha sua materia propria, che pertratta; + 30 ma 'n general l'una all'altra comparte. + + La sensualitá brutale e matta + reggo io con queste dame a me propinque, + e ciò che all'uom opprobrio e biasmo accatta. + + E questi vizi in radice son cinque, + 35 e prima l'ira, della quale ho detto + ch'è opposta alla clemenzia, delinque. + + Poscia è superbia, il vizio maladetto + dell'avarizia ed anco della gola + e di lussuria il bestial diletto. + + 40 Omai contempla la mia bella scòla: + la bella donna, che ti scorse il passo, + che mi sta a piè umil senza parola, + + vince superbia e vince Satanasso + (mirabil cosa!), che 'nsú monta tanto, + 45 quanto nel suo pensier si pone a basso. + + L'altra donzella, che mi siede accanto, + la moderata Parcitá si chiama: + ell'è la quarta in questo regno santo. + + Ella lega la lupa sempre grama + 50 e pon mesura alla voglia bramosa, + che mai non s'empie e che, mangiando, affama. + + L'altra, ch'è tanto adorna e gloriosa, + è Continenza, agli angioli sorella + e del sommo Fattor celeste sposa. + + 55 Ella Cupido e Venere fragella, + ogni turpe atto fugge ed hallo a sdegno, + e sdegna chi ne tratta o ne favella. + + La sesta donna in questo nostro regno + a Cerere ed a Bacco pone il freno, + 60 ché del bisogno non passino il segno. + + E, perché tutto sappi ben appieno, + dirò dell'altre mie compagne ancora, + che stanno meco nel regno sereno. +p. 292 + Io suadisco ciò che l'uomo onora, + 65 e vieto ciò che a lui è turpe e lado, + perché sua dignitá sia piú decora. + + Però la donna del settimo grado + è chiamata Onestá ed ha la vesta + tutta inorata sopra il bel zendado. + + 70 Vedi che tutte l'altre gli fan festa; + vedi che adorna tutte di splendore + della corona, ch'ella porta in testa. + + Com'io li desidèri di furore, + i quali rifrenar all'uomo è forte, + 75 tempro col freno dello mio valore; + + cosí è altra donna in questa corte, + Modestia chiamata, e tiene il loco, + che qui gli è dato nell'ottava sorte. + + Ella è che 'l modo pon tra 'l troppo e 'l poco + 80 negli atti esteriori, in fatti e in dire, + nel rider, nell'andar, nel prender gioco, + + in suntuositá e nel vestire; + e dove e quando, innanzi a cui e come, + oltra i termini suoi, non lassa ire. + + 85 Tra noi coronat'ha le bionde chiome; + Modestia è detta, perché serva il modo, + sicché 'l suo uffizio è consequente al nome. + + In questo regno, nel qual io mi godo, + sta la Vergogna ovver l'Erubescenza; + 90 la qual non per virtú però la lodo, + + ma perché è freno e perché ha temenza + di fare il lado; e questo è atto buono + e che mena a virtú, se ha permanenza. + + Ma 'n quei che saggi o che antichi sono, + 95 perché debbono il capo aver esperto, + il vergognarsi trova men perdono. + + Però Vergogna in testa non ha 'l serto + perché non è virtú, come siam noi, + che 'l capo di corona abbiam coperto. +p. 293 + 100 Dell'altre cose, che qui saper vuoi, + elle diranno co' lor dolci canti, + una cantando pria e l'altra poi.-- + + Clemenzia, al cielo alzando gli occhi santi, + un canto cominciò tanto soave, + 105 piú che mai musa, che cantar si vanti. + + --Non ha peccato--disse--tanto grave, + che dell'intrar a te, Signor e Dio, + chiunque si pente non trovi la chiave; + + ché se' sí mansueto e tanto pio, + 110 che tua clemenzia il peccator soccorre, + pur ch'e' si penta e non voglia esser rio. + + La tua piatá, che a vendicar non corre, + a quel che volle a te assomigliarse + e la sua sede a lato alla tua porre, + + 115 pur ch'e' volesse ancora umiliarse + alle tue braccia, dicendo:--Peccai,-- + ad abbracciarlo non faríale scarse. + + Per questo, o Signor mio, saper mi fai, + che sempre si perdoni a chi si pente; + 120 al superbo non si perdona mai. + + Quando al ciel venne il grido della gente + di Sodoma e Gomorra e di lor setta, + tu descendisti a vederlo presente; + + ove m'insegni ch'io non creda in fretta, + 125 quando la fama il peccator condanna, + e tardo e con piatá faccia vendetta. + + Per questo tu ponesti, o santo Osanna, + l'asprezza della verga dentro all'arca + colla dolcezza insieme della manna. + + 130 La Maddalena, o sommo Patriarca, + tu ricevisti pio e mansueto, + quando a te venne di peccati carca, + + e del suo cor compunto e del suo fleto + piú ti pascesti che su nella mensa + 135 del fariseo, e piú staesti lieto. +p. 294 + La donna, ch'era allor allor comprensa + nell'adulterio e menata nel tempio, + benignamente da te fu defensa; + + dove, alto mio Signor, mi désti esempio + 140 che sol del peccator voglia l'emenda, + e chi altro ne vuol, è crudo ed empio, + + e quel, che egli fa, nullo riprenda; + ch'altru' accusando, quel se stesso pugne, + quand'egli avvien che 'n quel medesmo offenda. + + 145 Tu giá facesti e fai che ancor si ugne + il core a' regi, perch'e' sien benegni, + e 'l re dell'api fai che non trapugne; + + in questo esempio, mio Signor, m'insegni + che sieno i grandi grati e mansueti, + 150 e che non sian superbi in li lor regni.-- + + E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti, + Parcitá cominciò sua cantilena, + poiché Clemenzia ebbe i suoi detti quieti. + + --Beato--disse--è l'uom che si raffrena + 155 e pone a quella voglia la mesura, + che sempre brama e mai diventa piena. + + Beato quello che non sforza o fura + per piú avere e non prende l'affanno, + sempre sudante d'infinita cura; + + 160 ma, com' Fabrizio nel povero scanno, + del poco e con vertú piú si contenta + che di piú posseder con froda e inganno. + + Ma piú felice è l'uomo, il qual diventa + perfetto sí, che tutto il disio taglia, + 165 e di ricchezza ha ogni voglia spenta, + + e che 'l piú e 'l meno non cura una paglia, + e che niente alla Fortuna chiede, + quando losinga e quando dá battaglia. + + Colui di tutto il mondo è ricco erede, + 170 che, avendo o non avendo, piú non vuole; + ché, quanto uom non desia, tanto possede.-- + + Qui finí 'l canto ed anco le parole. + + +p. 295 + + + + +CAPITOLO V + +Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza. + + + Cominciò Continenza il terzo canto, + quando l'onesta Parcitá si tacque; + e prima gli occhi alzò al cielo alquanto, + + dicendo:--A Dio verginitá sí piacque, + 5 che lei elesse sposa, in lei discese, + quando di vergin madre al mondo nacque. + + A san Ioanni l'angel fu cortese + per la verginitá, a lor sirocchia, + quando, di terra su levando, el prese, + + 10 dicendo:--Su, su, lieva le ginocchia: + fratelli e servi siamo in quel Signore. + che ciò, che è futur, presente adocchia.-- + + Non pure il cielo a lei fa onore, + ma l'universo ed ogni creatura + 15 alla bellezza di tanto valore. + + Subietti stanno a lei, quando scongiura. + li maladetti piovuti da cielo, + per forza, per amore o per paura. + + La vergin sacra giá accese il velo + 20 nel foco estinto; e l'altra la gran nave + trasse con un capello d'un sol pelo. + + Il capricorno sí feroce e grave + da lei pigliar si lassa, ed ella el regge; + e segue lei mansueto e soave. + + 25 Ma, perché è scritto nell'antica Legge: + «Crescete insieme vo' e moltiplicate», + come in quel testo piú volte si legge, +p. 296 + per questo molti la verginitate + impugnano, perché non è feconda + 30 come lo stato delle coniugate. + + Convien che a questi detti si risponda + che funno a tutte spezie e fûn comuni + non a persona prima ovver seconda, + + ché vòlse Dio e vuol che sianvi alcuni, + 35 perché alle cose sue meglio s'attenda, + che d'ogni atto venereo sian digiuni. + + Benché verde grillanda o sacra benda + adorni quella c'ha la mente negra, + non però vergin esser si comprenda; + + 40 ché la verginitá pura ed allegra + è la mente incorrotta a Dio divota, + cogli atti onesti e colla carne intègra. + + E, se l'integritá fusse rimota + contra 'l voler, non però si sospetti + 45 perder corona e la celeste dota. + + La castitá è poi de' men perfetti; + ma, se si parte dalle cose sozze, + il frutto di sessanta in cielo aspetti, + + se non trapassa alle seconde nozze, + 50 se lassa ciò in che Marta s'affanna, + se piú non vuol marito che rimbrozze, + + e se con Michelina e con sant'Anna + abita sola e dimora in quel templo, + ove si gusta la celeste manna; + + 55 se dalla tortora anche piglia esemplo, + che beve turbo e sola sempre è 'n lutto, + quasi dicendo:--Io castitá rassemplo.-- + + Il matrimonio è poi di minor frutto; + perché convien che la famiglia rega, + 60 non può inverso Dio attender tutto; + + ché quanto piú col mondo alcun si lega + ed alla cura bassa sta piú attento, + tanto dal contemplar di Dio si piega. +p. 297 + Allora è santo e vero sacramento, + 65 se in una vera fede egli è fundato, + in santa pace e in un consentimento; + + se solo a quel buon fine egli è usato, + pel quale al primaio uom, quando fu fatto, + la sposa Dio gli trasse del costato. + + 70 Se bestiale ovver meretricio atto + fra lor non si usa, allor è continenza, + ché fuor de' miei confini e' non è tratto.-- + + Poi, come donna che fa reverenza, + lassando il ballo, tal atto fe' ella, + 75 e prese il quarto canto l'Abstinenza. + + Alzando gli occhi al ciel, quella donzella + disse:--La mente mia libera e lieta + sublimo al mio Signor, che mi favella. + + Egli è che spira e che mi fa profeta: + 80 Egli è che ciba me, lui contemplando: + Egli è che di vertú mi fa repleta. + + Di me all'uomo fe' il primo comando; + e, quando el ruppe, a morte ed a fatiga + e tra mille timori el pose in bando. + + 85 L'offizio mio quella parte castiga, + dov'è 'l desio e quel voler ribello, + che alla legge mental dá sí gran briga. + + Li tre fanciulli ed anche Daniello + profeti fei, perché funno abstinenti + 90 e parlavan con Dio, com'io favello. + + Avventurate giá l'antiche genti, + a cui il pasto delle giande ed erbe + fe' 'l viver lungo e san senza tormenti! + + Ora li cibi e le mense superbe + 95 son sí cresciuti, che la vita brieve + è inferma e poca e pien di doglie acerbe. + + Ora, se innanzi al pranzo non si beve, + pare altrui pena; e troppa dilicanza + fa che 'l cibo comune al corpo è grieve. +p. 298 + 100 Il corpo, che del poco ha sua bastanza, + se non ha buono assai e spesso e presto, + mormora guasto dalla mal usanza. + + Or pochi fanno quel digiun richiesto + per decima da Dio, che gli sia offerta, + 105 del tempo, che a ben far n'ha dato in presto. + + E non val ch'è precetto e che si accerta + ch'estirpa i vizi e le virtú acquista, + e che lieva la mente a Dio sú erta.-- + + Qui lasciò 'l canto come 'l citarista; + 110 poi come fa'l falcon, quando si move, + cosí Umiltá al cielo alzò la vista, + + dicendo:--O alto Dio, o sommo Iove, + nulla umiltá che pretenda bassezza, + possibil è che mai in te si trove. + + 115 Ma, permanendo in sé la tua altezza, + il tuo Figliuol l'umanitá si unío + non con difetti, ma con l'altra asprezza, + + sí ch'egli, essendo insieme e uomo e Dio, + in quanto Dio che satisfar potesse, + 120 e in quanto uom patisse ove morío, + + per colui che, produtto allora in esse, + ruppe la sbarra del comando primo + ed attentò che, quanto Dio, sapesse. + + Però convenne che 'l superbo limo + 125 s'umiliasse quanto insú era ito, + ed egli non potea piú ire ad imo. + + Ed anco 'l suo peccato era infinito, + pensando quel Signore, in cui presunse + e che a non obbedirlo fu ardito. + + 130 Per questo, Dio umanitá assunse + ed un si fece seco e fu quell'Agno, + che pei peccati altrui s'offerse e punse. + + O alto mio Signor, tu se' sí magno, + che tutti quanti i ciel son la tua sede, + 135 e la terra è scabello al tuo calcagno. +p. 299 + Alla grandezza tua, che tanto eccede, + l'umiltá sola gli fece la casa, + quando umanò 'l tuo eterno Erede + + nel petto di Maria, qual è rimasa + 140 speranza a' peccatori e sempre advoca + che Piatá tenga a lor la porta pasa. + + Quella Umiltá, che 'n croce si fe' poca, + fu esaltata e, posta al lato destro + appresso a Dio, in alto si collòca. + + 145 E, quando al mondo stette per maestro, + con umiltá conversò tra la gente + non come prince, ma come minestro; + + ove li gradi mostra, a chi pon mente, + dell'umiltá, e prima che subietta + 150 sie a' maggiori e presta ed obbediente. + + L'altra è che a' suoi egual si sottometta; + l'umiltá terza alli minor subiace: + questa è suprema ed è la piú perfetta. + + Di un'altra umiltá, che nel cor giace, + 155 il primo grado non dispregia altroi; + l'altro, s'è dispregiato, non gli spiace. + + Il terzo grado è dopo questi doi; + che, s'egli è dispregiato, se ne goda + e non si turbi, perché altri el nòi; + + 160 e che avvilisce sé, quando altri el loda, + e sol risponde, quando altri el domanda, + e non si cura, benché opprobrio oda; + + e come il buon corsier, che cosí anda + come altri mena il fren, cosí la voglia + 165 pon nell'arbitrio di chi ben comanda; + + e, benché alcuno a lui la vesta toglia, + o se la sua mascella li percuote, + non contendendo, lo mantel si spoglia + + e paragli anco l'altra delle gote.-- + + +p. 300 + + + + +CAPITOLO VI + +Della fortezza e delle sue spezie. + + + Menommi poi l'Umilitá piú suso, + tanto ch'io giunsi al reame secondo; + e, come il primo, il varco aveva chiuso, + + ed anco 'l muro avea girante in tondo + 5 ed era tutto quanto d'oro fino, + alto ben cento piè da cima al fondo. + + Enginocchiato, al mur mi fei vicino; + allora l'uscio grande ne fu aperto; + e noi intrammo su per quel cammino. + + 10 Forse duo miglia era ito suso ad erto + tra dolci canti e tra li belli fiori, + da' quai tutto quel pian era coperto, + + ch'io vidi in mezzo delli sacri còri + star la Fortezza ardita e triunfante + 15 come una dea adorna di splendori. + + Mirava al cielo e tenea le sue piante + fisse e fermate su 'n una colonna, + ch'era tutta di fino adamante. + + La spada in mano avea la viril donna + 20 e l'elmo in testa ed in braccio lo scudo, + e la panziera in scambio della gonna. + + --O vertú alta, o nobil Fortitudo + --diss'io a lei inginocchiato appresso,-- + che non curi Fortuna e suo van ludo, + + 25 per l'aspero viaggio mi son messo, + passando i vizi insú con grande affanno, + per veder questo regno a te commesso, +p. 301 + e per veder le dame che qui stanno; + e vengo, alta regina, ché m'insegni + 30 l'offizio e l'operar, che da te hanno. + + Se 'l priego basso mio, donna, disdegni, + Minerva disse a me ch'io ti richieggia + e che venissi qui, ove tu regni.-- + + Siccome, quando le sue schier vagheggia, + 35 si mostra ardito il nobil capitano, + ed ognun delli suoi, perch'egli il veggia, + + cosí fec'ella con la spada in mano, + e cosí se mostroe ogni sua ancilla, + in forma femminile ardir umano. + + 40 Non mai Pantasilea ovver Camilla + tanto valor nell'arme dimostrâro, + né donna d'Amazona o d'altra villa. + + --Da c'hai passato il cammin cosí amaro + --rispose quella,--e mándati Minerva, + 45 degno è che io t'insegni e faccia chiaro. + + La parte, che nell'uom debbe esser serva, + per due cagioni alla ragion s'oppone + e contra buona legge sta proterva. + + Prima è dolcezza delle cose buone + 50 secondo il senso, e, quando troppo move, + a questa Temperanza il fren gli pone. + + L'altra è quand'ella andar non vuol lá, dove + la ragion ditta e fállo per paura + o per diletto, che la tiri altrove. + + 55 Ora a' due offizi miei porrai ben cura. + Uno è che arma l'uom e che lo sprona + alla vertú contra ogni cosa dura. + + E, perch'abbia vittoria, la corona + io gli dimostro; e, se vince l'asprezza, + 60 prometto fama e premio, che 'l ciel dona. + + L'altro è che, come Ulisse, la dolcezza + lassa di Circe e, come Sanson fiero, + svegliato, i lacci di Dalida spezza. +p. 302 + E giammai non ti caggia nel pensiero + 65 che di fortezza virtual sia armato + chi il mal fa forte o casual mestiero, + + cioè per furia o ira, o che infiammato + sia d'amor troppo, e forse per temenza + o per guadagno ovver come soldato. + + 70 Per molta ovver per poca esperienza + alcun par forte; ma vera radice + nullo ha di questo, ma sola apparenza; + + ché la fortezza, che fa l'uom felice, + è animo costante a non volere + 75 ciò ch'a ragione ed a Dio contradice, + + per questo apparecchiato a sostenere + ogni fatica, ogni briga e periglio + e voler contrastar con suo potere, + + e per le quattro cose, a quali è figlio, + 80 la patria, il padre, la vertú e Dio, + ire alla morte con allegro ciglio. + + Non ha però di morte ella il disío; + ché quanto al mondo è utile sua vita, + tanto il morir gli dole e pargli rio. + + 85 Ma la sua carne libera e espedita + tiene alla morte, e sol quando bisogna + e in bene di color che l'han largita; + + ch'è meglio assai che l'uom la vita pogna, + che Cloto fila e fa corte le tele, + 90 che viver vizioso e con vergogna. + + Perché non fusse a' nemici infedele + nelle promesse, il buon Regulo Marco + tornò alla morte ed al dolor crudele. + + Ristette solo Orazio su nel varco + 95 del ponte, insin che gli fu dietro rotto, + portando de' nemici tutto il carco, + + e poi nel Tever si gittò di sotto + non per fuggir, ma che non contentasse + color ch'a ritener s'era condotto. +p. 303 + 100 Fortezza fe' che Curzio si gittasse + nella ruina, acciò che la sua morte + da morte la sua patria liberasse. + + Omai contempla la mia bella corte. + Questa che 'n testa porta due ghirlande, + 105 perché a destra ed a sinistra è forte, + + Magnanimitá è, che ha 'l cor sí grande, + che Fortuna nol flette, se minaccia, + né lieva in alto con losinghe blande; + + ma tra la gran tempesta e gran bonaccia + 110 conduce la sua barca con salute, + e troppa spene o tèma non l'impaccia. + + Non per ambizion, ma per vertute + s'ingegna di salir in grande onore, + e solo a questo ha le sue voglie acute, + + 115 e, non perch'i subietti ella divore, + ma per far prode, sí come fa 'l lume, + che, posto in alto, mostra piú splendore. + + Il vizio d'arroganza, e che presume, + ha ella in odio e la gloria vana + 120 sí come cosa opposta al buon costume. + + Troppa audacia ancor da lei è lontana + e 'l timor troppo e l'animo pusillo, + e la temeritá da lei è strana; + + ed è verace, e l'animo ha tranquillo + 125 e tra li grandi mostra aspetto magno, + ed eccellente ed alto è 'l suo vessillo, + + ed usa tra' minor come compagno. + L'onor e la vertú vuol che antiposta + sia all'utilitá ed al guadagno. + + 130 Quell'altra donna, che gli siede a costa, + è sua sorella, chiamata Fidanza: + questa è seconda, in questo regno posta. + + Questa comincia con molta baldanza + le cose dure, pria pensando il fine + 135 e la fatica ed ogni circumstanza. +p. 304 + La terza poscia di queste regine + è Pazienza, ed ella è che sostiene + della battaglia le piú acute spine. + + E sono dolci a lei l'amare pene, + 140 pensando il premio e 'l grande onor che spera, + ché senza affanno non si monta al bene. + + La quarta è la vertú che persevéra + insin al fine, e l'opera conduce + tutta perfetta e tutta quanta intera. + + 145 Ogni atto buono ed arduo, che produce + la volontá zelante ed iraconda, + a questo mio reame si reduce. + + Io dico l'ira, quando non abbonda + tanto che offusche il lume della mente, + 150 ma quella che a ragion sempre seconda. + + In questo regno mio tanto eccellente + stanno i romani antichi e li gran reggi + e gli uomin forti dell'antica gente, + + i quai voglio che odi e che li veggi. + 155 Quivi sta Ettòr e quivi stan coloro + che in magnanimitá fûn li piú egreggi.-- + + Allor partíssi, e tutto il sacro coro, + seguendo la Fortezza, i passi mosse, + sin che trovammo una gran porta d'oro. + + 160 La donna principal quella percosse; + e senza alcun indugio ne fu aperta; + ma quel portier che aprío, non so chi fosse: + + tanto attesi a seguir la scorta esperta. + + +p. 305 + + + + +CAPITOLO VII + +De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette +la virtú della fortezza. + + + Non credo che sia loco, sotto il cielo, + sí delettoso e di tanta allegrezza, + né tanto temperato in caldo e 'n gielo, + + quanto quel dove andai con la Fortezza. + 5 E lí trovai armato il fiero Marte, + quanto un gigante grosso ed in altezza. + + E molta gente avea da ogni parte + e tanto appresso a lui, quanto vantaggio + ebbon in forza e in battagliosa arte. + + 10 E sopra tutti lor scendeva un raggio, + il qual si derivava dal pianeta, + che dá nella battaglia buon coraggio. + + Sí come luce ch'esce di cometa, + cosí scendeva lor sopra la chioma, + 15 secondo la vertú piú chiara e lieta. + + Quando piú bella e piú in fior fu Roma, + non ebbe in sé sí bella baronia, + né quella che di Troia ancor si noma. + + Come tra' fiori e dolce melodia + 20 l'anime vanno tra gli elisii campi, + facendo insieme festa in compagnia; + + cosí su' prati dilettosi ed ampi + givano questi in gran solazzo e gioco + col raggio in capo, che par che gli avvampi. + + 25 --Secondo il raggio, quanto è assai o poco + --Fortezza disse,--qui si manifesta + la vertú de' baron di questo loco. +p. 306 + Colui, che sí gran fiamma ha su la testa, + Ercule fu, quel valoroso e forte, + 30 che morto fu con venenosa vesta. + + Tornò d'inferno e fuor delle sue porte + Cerbero trasse e menollo nel mondo + con tre catene a tre sue gole attorte. + + L'altro, ch'è dopo lui e poi secondo, + 35 è Cesar ceso nel ventre materno, + che 'l raggio ha poi piú chiaro e piú giocondo. + + Tutta la zona donde viene il verno, + la Francia, il Reno e l'antica Bretagna, + sommise a Roma sotto 'l suo governo. + + 40 E poi quel terzo, il qual egli accompagna + e che da tanti è qui menato a spasso + su per li prati della gran campagna, + + è quel che di combatter mai fu lasso + nella battaglia, il fortissimo Ettorre, + 45 per la cui morte Troia venne al basso. + + Non bastò, Achille, a lui la vita tôrre, + ma 'l trascinasti intorno delle mura + delle porte troiane e delle torre. + + Il quarto, c'ha la luce chiara e pura + 50 su nella testa, è Alessandro altèro, + che fece a tutto il mondo giá paura. + + Egli ebbe l'Oriente tutto intero: + forse, se non che morte el lievò tosto, + di vincer Roma gli riuscía 'l pensiero. + + 55 L'altro, a cui tanto raggio in capo è posto, + è quell'Ottavian, da cui si dice + ogni altro imperator «Cesare Agosto». + + O alto core, o anima felice, + la terra tutta facesti subietta + 60 fin dove il caldo accende la fenice. + + Fatt'hai di Cesar tuo la gran vendetta, + e Perugia condutta a trista fame, + e guasta tutta pompeiana setta. +p. 307 + Recasti tutto il mondo ad un reame; + 65 per tua virtú, dal ciel discese Astrea + e chiuse a Ian del tempio ogni serrame. + + Risguarda omai el magnanimo Enea, + che si rallegra e parla con lui insieme, + e ben in vista par figliuol di dea. + + 70 Vedi da lui disceso il nobil seme, + Romulo dico, innanti al cui valore + tutte l'altre fortezze fûnno sceme. + + Vedi che tutti que' gli fanno onore + e stangli innanzi come figli al padre; + 75 ed ha dal forte Marte piú splendore. + + La grande Roma e l'opere leggiadre + di farsi grande e vendicare il zio + e la Sabina a Roma dar per madre, + + il Capitolio e 'l tempio, che fe' a Dio, + 80 la milizia, il senato e la virtude + el fan sí grande in questo regno mio. + + Oh secolo feroce! oh genti crude! + il padre de' roman da' roman poi + fu ucciso ed occultato in la palude. + + 85 Quell'altro, che piú presso sta a loi, + è il gran Pompeo, il quale in mare e in terra + fe' gloriosi li triunfi suoi. + + Questo fu vincitor in ogni guerra, + in Grecia, nell'Egitto ed in Tessaglia + 90 e ove 'l libico mar la secca serra, + + sinché col suocer ebbe la battaglia, + u' Fortuna mostrò che contra lei + non è fortezza o senno che vi vaglia. + + Vedi il piatoso amator delli dèi, + 95 difensor delle leggi, il buon Catone, + refugio a' buon e riprensor de' rei. + + Mira il chiaro splendor di Scipione, + in tanta gioventú verenda immago, + tanta onestá in etá di garzone, +p. 308 + 100 a cui die' 'l nome la vinta Cartago, + l'Affrica subiugata ed Anniballo, + che contra Roma fu peggior che drago. + + L'altro è che 'l gran francioso da cavallo + gittò a terra, e detto fu Torquato + 105 dal torque, che gli tolse, argenteo e giallo. + + Mira Camillo, il forte Cincinnato, + il qual fortezza e vertú fe' sí grande, + ch'andò al triunfo, tratto dell'arato. + + Se di quegli altri tre tu mi domande, + 110 che vanno inseme, a cu' il figliol di Iove + del raggio a lor fa 'n capo tre grillande, + + quello, che i passi innanzi agli altri move, + è 'l sovran re di Francia Carlo Magno, + che contr'a' sarracin fe' le gran prove. + + 115 L'altro, che va con lui come compagno, + è 'l valoroso Boglion Gottifredo; + che della Terrasanta fe' 'l guadagno. + + Il sepolcro di Cristo e 'l santo arredo + ei conquistò; ed ora l'ha 'l soldano, + 120 non iusto possessor, ma come predo. + + Il terzo, ardito, con la spada in mano + è 'l re Artus, e i suoi atti pregiati + nomati son da presso e da lontano.-- + + E giá la dea a me avea mostrati + 125 li gran troiani ed anche li gran greci, + che eccellenti e forti erano stati, + + e detto avea de' Fabi e delli Deci; + quando vidi un con molta gente intorno: + ond'io a domandar oltra mi feci: + + 130 --Chi è colui, che 'l raggio ha tanto adorno, + o dea Fortezza, che sí come 'l sole + faría la notte parer mezzogiorno, + + e che di fiori, rose e di viole + li spargon sopra il petto e sopra il viso, + 135 sí come a' novi amanti far si sòle?-- +p. 309 + Ed ella a me:--Colui, che festa e riso + riceve qui per la vertú che vince, + or ora debbe andare in paradiso. + + Ed è concesso a lui che passi quince, + 140 che 'l suo valore a te sia manifesto: + chiamato fu 'l cortese signor Trince. + + Innanzi a quell'Urbano, il qual fu sesto, + sotto il vessillo scritto in libertade, + che servitú per chiosa ebbe nel testo, + + 145 tutte sue terre e tutte sue contrade + di santa Chiesa a lei volson le piante + e rivoltônsi con lance e con spade. + + Ma questo con pochi altri fu costante, + e tra quei pochi di costui apparse + 150 la fede ferma piú che diamante; + + tanto ch'egli per questo il sangue sparse, + drizzando a Dio il core e le sue mani, + che 'n liberalitá mai fûnno scarse. + + Per questo greci, dardani e romani + 155 l'aspergono di fior, come tu vedi, + e fangli festa in questi grati piani. + + --O sacra dea--diss'io,--se mel concedi, + andrò a lui, e reverente e chino + abbracciar voglio i sui amorosi piedi; + + 160 ché 'l suo figliol dal mondo pellegrino + quassú salir mi mosse: egli mi manda: + per lui messo mi son in 'sto cammino. + + --Consentirei--respuse--a tua dimanda; + se non che su nel ciel tu 'l trovarai, + 165 se il core e tua vertú tanto insú anda.-- + + In questo sopra lui disceson rai, + quali il sol la mattina all'oriente + intensi manda li splendor primai. + + Li tre colle grillande prestamente + 170 insieme in compagnia a lui n'andâro, + facendo via a lor tutta la gente, +p. 310 + ed entrôn dentro in quello splendor chiaro. + Allor vennon da cielo agnoli molti, + che quelli quattro a Dio accompagnâro. + + 175 Quelli bei fiori, ch'elli avíeno còlti, + spargean sopra la gente, andando insue, + che ammiravan con sospesi volti, + + sinché, allungati, non si viddon piue. + + +p. 311 + + + + +CAPITOLO VIII + +Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, +e appresso incominciasi a trattare della prudenza. + + + L'intelletto dell'uom, che mai non posa, + che sempre cerca e sta ammirativo, + sinch'e' non trova la cagion nascosa, + + dicea fra sé:--Nel loco sí giolivo + 5 come star puote chi non si battezza + o non credette in Cristo, essendo vivo?-- + + Però addomandai la dea Fortezza: + --Come qui 'n questo loco tanto ameno, + di tanta festa e di tanta dolcezza, + + 10 stan questi che 'l battesmo ebbono meno? + Non so se fuor del cielo è luogo al mondo, + che sia sí bello e di letizia pieno.-- + + Ed ella a me:--Tu cerchi sí profondo, + che scusata serò, se bene aperto + 15 alla domanda tua io non rispondo. + + Ma sappi in prima, ed abbilo per certo, + ch'ogni male da Dio será punito, + ed anco addolcirá ogni buon merto. + + Ma del voler di Dio, ch'è infinito, + 20 quanto a cercar alcun piú vi s'affanna, + tanto pel grand'abisso va smarrito. + + Se li non battizzati egli condanna, + sol che li tien per sempre del ciel fòre, + per questo non gl'iniuria e non gl'inganna; + + 25 ché quei, che ebbon di vertú 'l valore, + di pena sensitiva non martíra, + s'altro peccato non dá lor dolore. +p. 312 + E ciò che 'l ciel non toglie, mentre gira, + dico memoria, volontá, intelletto + 30 e ciò che l'alma sciolta seco tira, + + possono usare ed usan con diletto, + e la vertú che ama e che ragiona, + e contemplar con atto piú perfetto. + + Ma 'l ben che Dio per grazia ne dona, + 35 se 'l dá a costui ed a quel nol concede, + non però fa iniuria a persona. + + Per grazia è solo, non giá per mercede + salir al paradiso; e tal acquisto + far non si pò senza battesmo e fede; + + 40 ché i battezzati col ben far permisto + son quelli, a' quali Dio promette il cielo + ed alli circoncisi innanzi a Cristo. + + Che alcun puniti siano in caldo e gelo + per gran delitti e scelerosi mali, + 45 apertamente ne 'l mostra il Vangelo. + + Ma questi, ch'ebbon le vertú morali, + benché del ben di grazia sien privati, + non però perdon li ben naturali. + + E però qui tra questi belli prati + 50 a te mostrati son, che ti sia nota + la gran vertú, della qual fûn dotati. + + Sí come Ezechiel vide la rota + e vide Ieremia un'olla accesa, + ed altro intende la mente devota; + + 55 cosí qui altra cosa s'appalesa + agli occhi tuoi, ed altra dalla mente + nel senso vero debbe esser intesa.-- + + Poiché mostrata m'ebbe la gran gente, + quelle sante donzelle si partîro; + 60 ed io su salsi una piaggia repente, + + tanto che io pervenni al quarto giro, + ove la quarta porta era chiusa anco; + e 'l muro tutto avíe de fin zaffiro. +p. 313 + Inginocchiato il pié diritto e il manco, + 65 come chi vuol intrar quivi far usa, + venne una ninfa vestita di bianco. + + Io percepetti ben ch'era una musa, + ché 'n capo avea d'alloro una grillanda; + e questa aprí a me la porta chiusa. + + 70 Tutti i bei fior, che Zefiro ne manda, + e tutto il canto della primavera, + allor che amor la compagnia domanda, + + nulla saríeno al canto che quivi era: + il lume di quel regno era sí accenso, + 75 che ogni luce di qua parría da sera. + + E, benché lo splendor fusse sí intenso, + non però quello i mortali occhi offende, + ma piú acuto fa il visivo senso: + + cosí l'occhio mental, quand'egli intende, + 80 si fa piú vigoroso e fassi forte, + quanto l'obietto visto piú risplende. + + Della Prudenzia pervenni alla corte; + e ben pareva la casa del Sole: + tanti splendori uscían delle sue porte. + + 85 Intorno al pian vid'io le grandi scole + de' filosofi saggi e de' poeti, + d'Apollo e di Mercurio santa prole. + + Pensa se gli occhi miei erano lieti, + vedendo di Parnaso il sacro monte, + 90 qual per veder sostenni fami e seti; + + vedendo intorno al pegaseo fonte + le nove muse, e di peneia fronda + incoronarsi le tempie e la fronte; + + vedendo lo stillar della sacra onda; + 95 udendo i dolci canti e le favelle, + a' quai degno parea che 'l ciel risponda. + + Come dal sole è 'l lume delle stelle, + cosí dalla gran corte di Prudenza + venía la luce in queste cose belle. +p. 314 + 100 Nell'aula di tanta refulgenza + la musa intrar mi fe', di cui le piante + venni seguendo insú con riverenza. + + Tra molte donne in mezzo a tutte quante + una ne vidi, e dietro avea due occhi, + 105 duo nelle tempie e duo ne avea dinante. + + Io dissi a lei, calando li ginocchi: + --O donna, che 'l passato a mente rechi + e che 'l presente miri e 'l fine adocchi, + + priego che l'ignoranza in me resechi; + 110 e la mia mente illustra, acciò che io + non caggia o vada errando com'e' ciechi. + + Venuto son quassú dal mondo rio + dietro a Minerva, ed ella fu mia duce; + ella è che ha guidato il passo mio. + + 115 Ella mi disse che tua chiara luce + delle tre tue sorelle illustra ognuna + e dietro a te ciascuna il piè conduce; + + e che lor mente sería oscura e bruna, + sí come stella senza l'altrui raggio + 120 o come senza il sole oscura luna. + + Io vengo a te per l'aspero viaggio, + come scolar che volentieri impara, + ch'a lungi cerca chi lo faccia saggio.-- + + Sí come, quando a Febo s'interpara + 125 alcuna nube, e poscia manifesta + la bella faccia, che il mondo rischiara; + + cosí schiarò sei occhi della testa, + de' quai gli risplendette tutto il volto; + poi mi rispose con parola onesta: + + 130 --Sí come il senso e l'appetito stolto + la Temperanza regge e fren lor pone, + che è mesura tra lo troppo e 'l molto, + + e sí come Fortezza lo sperone + porge al voler, s'è tardo o se declina + 135 dalla vertú e dalle cose buone; +p. 315 + cosí qui illustro con la mia dottrina + la luce d'intelletto ovver mentale, + ché l'arte e l'uso la vertú raffina. + + Questo splendore e luce naturale + 140 è prima legge all'uomo, ed ella è atta + poter discerner tra lo ben e 'l male. + + Ed in duo modi può diventar matta, + quand'ella non al fin del corso umano, + ma nella via il suo piacere adatta: + + 145 cioè in diletti, ovver nell'amor vano, + in troppa cupidigia, in usar froda, + o in rapina, o nell'arte di Gano. + + Io dirò 'l vero, e voglio ch'ognun l'oda: + inganno, tradimento e falso gioco, + 150 pur ch'util abbia, per vertú si loda. + + Prudente è chi al fine, ovver al loco, + al qual creato fu, drizza il cammino, + e non al mondo, ov'egli ha a viver poco; + + e per la via fa come il pellegrino, + 155 che per la via, s'è saggio, non si carca, + per ritornar ov'egli è cittadino, + + e, mentre il corpo posa, col cor varca.-- + + +p. 316 + + + + +CAPITOLO IX + +Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori. + + + Io ascoltava ancor con gran piacere, + quando su si levò quella virago + per far le cose a me meglio vedere, + + perché s'avvide ben ch'io era vago + 5 voler saper dell'altre cose belle, + le qual con questo stil ora ritrago. + + Surson dirieto a lei le sue donzelle, + ognuna in capo con una corona + splendente piú ch'a mezzanotte stelle. + + 10 Ad uno invito di bella canzona, + la qual dicía:--Venite qui su ad erto,-- + salimmo al nobil monte d'Elicona. + + Quand'io andava, vidi il ciel aperto + ed un gran lume al monte ingiú disceso, + 15 tanto ch'egli ne fu tutto coperto. + + E tanto piú e piú pareva acceso, + quanto piú io mirava inver' la cima, + insino al luogo, ov'egli era disteso. + + Li saggi e li poeti ditti prima + 20 s'acceson di quel lume, ed ognun tanto, + quanto piú o men nel saper fu di stima. + + Le muse vidi allor a lungi alquanto + venir ver' noi; ed ognuna di loro + due rettorici avea appresso e accanto, + + 25 incoronati dello verde alloro + tutto splendente; ed avean tutti quanti + ancora in capo altra corona d'oro. +p. 317 + --Virgilio e Tullio son quei duo dinanti + --cominciò a dire a me la dea Prudenza:-- + 30 quelli duo fênno i piú soavi canti. + + Inseme Roma e la sua gran potenza + venne in Augusto all'altura suprema, + ed in costor lo stil dell'eloquenza. + + E quanto alcun s'appressa al lor poema, + 35 tanto è perfetto; e quanto va da cesso, + tanto nel dir il bel parlar si scema. + + Omero è l'altro, che vien loro appresso, + il qual ad ogni dir giá detto in greco + andò di sopra e vinse per eccesso. + + 40 E, come ogni splendor oscuro e cieco + si fa, quando è presente un maggior lume, + cosí ogni altro dir, ponendol seco. + + Quell'altro è quel che fece il bel volume, + Tito Livio dico, il quale spande + 45 dell'arte d'eloquenzia sí gran fiume. + + Il quinto, in cui risplendon le grillande, + è l'alta tuba dotta di Lucano + con valoroso dire adorno e grande. + + Egli si lagna che 'l sangue romano + 50 fu sparso per li campi di Farsaglia, + sí che vermiglio fe' tutto quel piano; + + e raccontò della civil battaglia + di Cesar e Pompeo e lor grand'onte + coll'alto dir, che come spada taglia. + + 55 Ovidio è l'altro, e 'l gorgoneo fonte + gli die' nel poetar lingua sí presta + e nelli metri sí parole pronte, + + che ha maggior grillanda in su la testa + che gli altri qui, ma non però sí chiara, + 60 sí come agli occhi ben si manifesta; + + e canta quanto è dolce e quanto è amara + la fiamma di Cupido, e ch'al suo foco + né senno, né altro scudo si ripara. +p. 318 + Stazio napolitan tien l'altro loco; + 65 Orazio è l'altro e poscia Giovenale; + Terenzio e Persio vengon dietro un poco.-- + + Il pegaseo cavallo con doppie ale + io vidi poscia, e mille lingue ed occhi + aveva intra le penne, con che sale. + + 70 Avea pennuti i piedi e li ginocchi; + e tanto sal, che non è mai che Iove + cosí da alto le saette scocchi. + + E vidi poscia come ben si move, + volando fuor del fonte pegaseo, + 75 ov'io pervenni e vidi cose nòve. + + Demostene trovai ed anche Orfeo, + che sí soave giá sonò sua cetra, + con lo influir di Nisa e di Lieo, + + che moveva i gran sassi ed ogni pietra, + 80 e con la melodia della sua voce + scese in inferno in quella valle tetra; + + Pluton, senza piatá crudo e feroce, + mosse a piatá, e l'anime de' morti + fece scordar del foco, che le coce; + + 85 facea tornar a drieto i fiumi torti; + alfin ne trasse fuor la sua mogliera, + col suon facendo a lei li passi scorti. + + Prudenzia, tra cotanta primavera, + salir mi fe' nel gran monte Parnaso, + 90 dove la scòla filosofica era. + + Infino a piè del colle, a raso a raso, + splendeva il lume grande di quel sole, + che mai ebbe orto e mai averá occaso. + + Mentr'io sguardava a quelle grandi scole, + 95 un poníe mente a me coll'occhio fiso, + come chi ben cognoscer altrui vuole; + + e poi la bocca mosse un poco a riso, + che fu cagion che lo splendor s'accese + ed illustrògli piú la faccia e 'l viso. +p. 319 + 100 Allor Prudenza a me la man distese + dicendo:--Va', quello è mastro Gentile + del loco onde tu se', del tuo paese. + + La sperienza e lo 'ngegno sottile, + ch'ebbe nell'arte della medicina, + 105 e ciò che egli scrisse in bello stile, + + demostra questa luce e sua dottrina.-- + Allor mi mossi ed andai verso lui, + quando mi disse:--Va'--quella regina. + + --O patriota mio, splendor, per cui + 110 e gloria e fama acquista el mio Folegno + --diss'io a lui, quando appresso gli fui-- + + qual grazia o qual destin m'ha fatto degno, + che io te veggia? Oh, quanto mi diletta + ch'io t'ho trovato in cosí nobil regno!-- + + 115 Come fa alcun che ritornare affretta, + che tronca l'altrui dire e lo suo spaccia, + cosí fec'egli alla parola detta, + + e 'l collo poi mi strinse colle braccia, + dicendo:--S'io son lieto ch'io ti veggio, + 120 el mostra il lampeggiar della mia faccia. + + E son venuto dal celeste seggio + qui per vederti ed anche a demostrarte + della filosofia l'alto colleggio. + + Colui, che vedi in la suprema parte, + 125 è Aristotel, l'agnol di natura: + egli è che aperse la scienzia e l'arte, + + tanto che chi al ver vuol poner cura, + nullo, in quanto uomo, pescò tanto al fondo, + quanto fec'egli, e volò sí in altura. + + 130 Alberto Magno è dopo lui 'l secondo: + egli supplí li membri e 'l vestimento + alla filosofia in questo mondo. + + Il gran Platone è l'altro, che sta attento, + mirando al cielo, e sta a lui a lato + 135 Averois, che fece il gran comento. +p. 320 + Socrate poscia tiene il principato, + dottor nella moral filosofia; + e Seneca è con lui accompagnato. + + Pitagora, che 'l conto trovò pria, + 140 è l'altro; poi Parmenide e Zenone + e quel che pone che 'l gran caos sia. + + Sguarda Avicenna mio con tre corone, + ch'egli fu prence e di scienza pieno + ed util tanto all'umane persone. + + 145 Ipocrate è con lui e Galieno + e gli altri, per cui 'l corpo si defende, + che innanzi al tempo suo non venga meno. + + Questo splendor, che questo monte accende, + da Dio deriva e 'nsin quaggiú procede, + 150 e negli angeli suoi prima risplende, + + e poi nelli dottor di santa fede. + E sappi ben che ciò che 'l ciel su cela, + nullo intelletto, in quanto umano, el vede, + + se Dio con maggior lume nol rivela; + 155 e questo lume qui, rispetto a quello, + è tanto, quanto al sol parva candela.-- + + Poi su pel raggio, ov'è piú chiaro e bello, + egli n'andò colle celesti penne, + volando inverso il ciel sí come uccello; + + 160 e retornò al loco, onde pria venne. + + +p. 321 + + + + +CAPITOLO X + +Delle specie ovvero delle parti della prudenza. + + + Dietro al mio cittadino avea lo sguardo, + quando Prudenzia disse:--Ormai ti volta + a veder l'altre cose, e non sie tardo.-- + + Come scolaio che 'l suo mastro ascolta, + 5 io stetti attento e piegai le mie braccia, + mirando lei con riverenzia molta. + + Ed ella a me:--Io voglio che tu saccia + che lo mio offizio è quadripartito, + ché a quattro fin dirizzo la mia faccia; + + 10 ché la prudenza, di cui hai udito, + fatta è da Dio che guidi e signoregge, + sí come imperator bene obbedito. + + Però il prudente pria se stesso regge; + ché, se alcun non guida ben se stesso, + 15 mal reggerá la sua subietta gregge. + + E, come il Genesis ne dice espresso, + l'appetito lascivo all'uom subiace, + sí come servo a signor sottomesso. + + Il fin di questo è ch'alla somma pace + 20 gli occhi dirizza ed attura l'orecchia + alle lusinghe del mondo fallace. + + E nell'ultimo fin sempre si specchia, + io dico in Dio, ed anco indietro sguarda + al tempo che trasvola e sempre invecchia. + + 25 L'altra prudenza, presta e non mai tarda, + icomica si chiama, c'ha 'l governo + della famiglia e la sua casa guarda. +p. 322 + Questa provvede l'arriedo paterno + alli figliuoli, il vestimento e l'ésca, + 30 ed alli campi per la state e 'l verno. + + Il fin di questa è che in divizie cresca + e ch'abbia prole buona e siagli erede, + e che del mondo alfin con onor esca. + + Terza prudenza a guerra move 'l piede, + 35 chiamata di milizia triunfale, + la qual al mondo pria Marte gli diede; + + ché la prudenza, in quel ch'è duca, vale + piú che la forza e fa vie maggior guerra, + che non fa 'l caldo giovanil ch'assale. + + 40 Gran moltitudin spesse volte atterra + un ben picciolo stuolo; e questo avviene, + quando nell'arte militar non s'erra. + + Il fin di questo, se tu noti bene, + è la vittoria e pace; e sol per questo + 45 guerra si piglia ed anco si mantene. + + L'altra, sí come hai letto in alcun testo, + politica si chiama e regnativa; + e, perché bene a te sia manifesto, + + in prima sappi che ogni cosa viva + 50 ed anche ciò che non ha vita, è retto + dalla prima cagione, onde deriva. + + E questa è primo e supremo intelletto + e prima provvidenza, e questa ha 'n cura + e drizza verso il fine ogni suo effetto. + + 55 Séguita poi l'angelica natura, + la qual dispon, voltando sopra il cielo, + ciò che in spezie in sempiterno dura. + + Onde, che l'ape faccia il favomelo + e che del gran provvegga la formica + 60 tutta la state pel tempo del gelo, + + el fa l'intelligenza, che 'i notríca; + e ciò che senza mezzo da lei piove, + non rinnovella etá, o fálla antica. +p. 323 + Ma ogni effetto, che con mezzo move, + 65 benché influisca, movendo sua spera, + conven che 'nvecchi e l'altro si rinnove. + + E, quando è discordante la matera + dall'influenza, non pò l'operante + dar la sua forma tutta quanta intera: + + 70 però le cose non son tutte quante + d'una perfezione: però 'l naso + alcuno ha meno e 'l dito, e alcun le piante. + + Non è però ch'ella erri o faccia a caso; + ma fa come il vasaio, a cui mancasse + 75 la terra, che non fa perfetto il vaso. + + Seguitan poi le signorie piú basse + delli reami dell'umane genti, + subiette al tempo, che convien che passe; + + ciò che avvien per casi contingenti, + 80 ciò che puote arte ovver umano ingegno, + non però che da Dio sien mai esenti, + + commessi sono a vostro umano regno; + e quanto lo 'ntelletto è acuto e saggio, + tanto a signoreggiarli è atto e degno, + + 85 perché prudenzia, sí come detto aggio, + del reggimento è la prima radice, + quando si guida dietro al primo raggio. + + Perciò un disse il mondo esser felice, + quando a lui guidaranno i saggi il freno + 90 e Sapienza aran per lor nutrice.-- + + Per satisfarmi poi del tutto appieno, + mi disse:--Sguarda omai e drizza il viso + alle donzelle, che a lato mi meno. + + Questa, che dalla lunga mira fiso + 95 il futur tempo, è detta Provvidenza, + che bon tesor ripone in paradiso. + + E l'altra è la Presente Intelligenza; + l'altra è Memoria ovver esperta mente, + che del passato tempo ha esperienza. +p. 324 + 100 E queste tre faríen poco o niente, + se non che ognuna parturisce e figlia + altre Vertú, che fanno esser prudente. + + Però la quarta è Vertú che consiglia, + la qual la Provvidenza mena seco, + 105 che senza consigliar sempre mal piglia; + + ché, come senza guida cade il cieco, + cosí conven che l'uom, andando, tome + senza consiglio e ch'erri come pieco. + + Solerzia la quinta ha poscia nome, + 110 cioè sollicitu' ingegnosa ed arte: + quest'è che trova il fine, il perché e 'l come; + + ch'ogni voler, che da casa si parte + per voler camminar agli alti fini + di Iove ovver d'Apollo ovver di Marte, + + 115 convien che sia ingegnoso e che festin + e che la possa e che li modi trovi + che al proposto fin ben si cammini. + + Alquanto ancora addietro gli occhi movi + alla vertú che Provvidenza è detta, + 120 acciò ch'anco di lei udir ti giovi. + + Convien ch'ella sia cauta e circumspetta; + e però è Cautela l'altra luce, + la qual provvede al mal che si suspetta; + + ché non è saggio ovver prudente duce + 125 chi spregia il suo nemico o chi nol teme, + ché timor senno e prudenza produce. + + L'altra donzella, che con lei sta inseme, + è qui chiamata Circumspezione, + d'Intelligenzia ancor secondo seme. + + 130 Ella è che gli atti e la condizione + e 'l quanto e 'l come, mesurando, attende + e li subiti casi e le persone. + + Docilitá è l'altra che risplende, + cosí chiamata, ovver ingegno buono, + 135 se d'uso e di scienza ben s'accende. +p. 325 + Vero è che ingegno è un natural dono; + ma, quando l'uso e l'arte questa cetra + temperan sí, che ha perfetto suono, + + Docilitá si chiama, che penètra + 140 sí nel veder, che sa pigliar lo scudo, + 'nanzi che in capo gli giunga la pietra. + + Alcun lo 'ngegno ha tanto grosso e rudo, + che la scienza s'affatica invano + che mai a provvedersi egli abbia cudo. + + 145 Benché in alcun sia l'intelletto umano + e grosso e rozzo, si fa luminoso, + quand'egli stesso vi vuol tener mano; + + ché un, che 'l cielo facea vizioso, + respuse:--La scienza mi fe' casto, + 150 e l'assiduitá mi fe' ingegnoso.-- + + E spesso vidi giá esser contrasto + tra 'l sasso e l'acqua, e una goccia sola, + cadendo spesso, l'ha forato e guasto.-- + + La man mi prese dopo esta parola, + 155 dicendo:--Addio, addio, dolce figliolo; + ch'io vo' tornar a mia beata scòla.-- + + Partissi allor con quel beato stuolo, + ed io piú ad alto presi la mia via; + e forse un sesto miglio era ito solo, + + 160 quando m'occorse un'altra compagnia. + + +p. 326 + + + + +CAPITOLO XI + +Della virtú della giustizia, e come e perché furono trovate le leggi. + + + La nobil compagnia, ch'io trova' allora, + fu quella vergin sacra, con cui 'l sole + a mezzo agosto e settembre dimora, + + non giá d'Astreo, ma di divina prole. + 5 Quand'ella percepette ch'io la vidi, + benignamente disse este parole: + + --Con qual ardir quassú venir ti fidi? + come, cosí soletto, movi il passo? + or non hai tu persona che ti guidi? + + 10 Se tu venuto se' dal mondo basso, + qual fu quella Virtú, la qual ti scòrse + tra' regni tristi del re Satanasso?-- + + Ed io a lei:--Minerva mi soccorse, + quando per mio errore era ito al fondo, + 15 onde a cavarmi la sua man mi porse. + + Mostrato m'ha lo inferno, il limbo e 'l mondo + e delli vizi li reami crudi; + poi mi condusse nel giardin giocondo, + + ove veduto ho io le tre Vertudi; + 20 e tutte insieme con festa e diletto + menato m'han tra nobili tripudi. + + Cercando or vo colei, da cui fu retto + sí in pace il mondo, che sub suo governo + fu l'etá d'oro e 'l secol benedetto. + + 25 --Poi ch'Avarizia uscío fuor dell'inferno, + a cui la voglia mai saziò pasto, + né poterá saziar mai in eterno, +p. 327 + quel reggimento buon fu tutto guasto, + perché la forza vinse la ragione + 30 e conculcolla con superbia e fasto. + + Allor li Vizi preson le corone + delli reami, e leggi inique e rie + teson per lacci e levôn via le buone. + + Per questo Astrea dal mondo si partíe + 35 e quassú venne; ed ha la signoria + coll'altre tre sorelle oneste e pie. + + --Perché tu fossi omai la scorta mia, + che io venissi sol--dissi--a Dio piacque; + però io prego: mostra a me la via.-- + + 40 Qual si fe' Citarea, nata tra l'acque, + in sul partir del suo figliuolo Enea, + che confessò nel viso ciò che tacque, + + cotal fece ella e disse:--Io sono Astrea, + che resse il mondo con iuste bilance, + 45 innanzi che la gente fusse rea. + + Quando Superbia colle enfiate guance + e li danar fên la ragion subietta, + scacciata fui con spade e con lance. + + Da che il mio regno veder ti diletta, + 50 verraimi dietro; e fa' che mai in fallo + dall'orme mie il piede tu non metta.-- + + Un sesto miglio forse d'intervallo + era ita, quand'io giunsi al regno quarto, + ch'avea le mura tutte di cristallo. + + 55 Lí era un uscio piccoletto ed arto, + il qual tantosto a noi aperto fue, + quando gittaimi in terra tutto sparto. + + Intrammo dentro e poco andammo insue, + che le sue dame con corone in testa + 60 vennono incontro a noi a due a due. + + Poiché gran riverenzia e molta festa + ebbon mostrata, stette innanzi ognuna + come alla donna ancilla a servir presta. +p. 328 + E, come il cerchio che a sé fa la luna, + 65 quando dimostra che 'l seguente giorno + sará seren, cacciando l'aria bruna: + + cosí facean a lei il cerchio intorno, + cosí di sé una corona fenno + alla Iustizia, che fa lí soggiorno. + + 70 E, poco stando, ed ella fece cenno + ad una che dicesse alcuna stanza; + e l'altre tutte quante attente stenno. + + Come donzella che ha a guidar la danza, + che a chi l'invita riverenzia face + 75 e po' incomincia vergognosa e manza; + + cosí colei, e disse:--Da che piace + alla nostra signora che le lode + dica del regno che a lei subiace, + + tu, che se' vivo, ben ascolta ed ode, + 80 ché la regina, la qual qui ne regge, + vuol che a noi giovi e a te faccia prode. + + --La voglia e la ragion del sommo Regge + --cominciò poi--è la prima mesura, + regola e veritá è prima legge. + + 85 E ciò, che segue lei, va a dirittura; + e, quando alcuna cosa da lei parte, + tanto convien che torca e vada oscura. + + E, perché questa è regola ad ogni arte, + quando dall'arte torce l'operante, + 90 convien che l'opra vada in mala parte. + + E le scienze e leggi tutte quante + vengon da questa; e tanto ognuna è dritta, + quanto di questa seguitan le piante, + + perché ogni legge convien che sia scritta + 95 e promulgata, acciò che chi 'n quella erra, + non possa avere alcuna scusa fitta. + + Però, quando Dio fe' l'uomo di terra, + conscrisse in lui questa legge eternale, + quando l'alma spirò, che 'l corpo serra. +p. 329 + 100 E questa fu la legge naturale; + e, mediante questa luce eterna, + ognun conoscer può tra 'l bene e 'l male. + + A questa legge fu poi subalterna + l'antica e nova; ed ognuna bastâra, + 105 se non che 'l mondo sí mal si governa. + + E, poiché fu la gente fatta avara, + la legge natural e la divina + fu ecclipsata, che in prima era chiara. + + Corson le genti a froda ed a rapina; + 110 ed eran senza legge e senza duce, + ond'era il mondo in rotta ed in ruina. + + Ed uno, in cui splendea piú questa luce, + congregò alcuno e mostrò in quanto errore + il vivere bestial altrui conduce. + + 115 A poco a poco, con questo splendore + mostrò che i rei e viziosi e vili + di legge avean bisogno e di signore. + + Allor principiôn leggi civili, + sopra le qual son tante chiose poste, + 120 che giá si troncan: sí si fan sottili. + + E le piú sonno storte e sonno opposte + al senso vero e primo intendimento, + mercé alli denar che l'hanno esposte. + + Se a ciò, che ho detto, ben se' stato attento, + 125 iustizia è sí degna e sí risplende, + che d'ogni sodo stato è 'l fundamento, + + tanto che li ladroni e chi l'offende + e nullo conversar mai durar puote, + se modo di iustizia non apprende. + + 130 Se anche ciò, ch'io ho detto, tu ben note, + Iustizia fu da cielo e di Dio è figlia, + ed ogni bona legge a Dio è nipote.-- + + E qui tacette; ed io alzai le ciglia + e vidi molti inver' di noi venire + 135 uomin d'estima e di gran maraviglia. +p. 330 + Ed un di loro a me cominciò a dire: + --Or cesserá laggiú il mondo unquanco + novi statuti e nòve leggi ordire? + + Non son venute ancor le carte manco? + 140 non son le voci advocatorie fioche + delli notai, ch'abbaian forte al banco? + + Se 'l danar non facesse che si advoche, + non saría in terra conculcato il vero, + e bastarían le leggi buone e poche. + + 145 Io son quel re piatoso, e fui severo, + che la dolcezza temperai col duolo + nel nato mio, che trova' in adultèro. + + Io fei cavar un occhio al mio figliolo: + e, perché ne dovea perdere dui, + 150 io pagai l'altro e serbaimene un solo. + + In quanto padre, fui piatoso a lui; + in quanto re, servai la legge intera: + sí che pio padre e iusto re io fui. + + Quest'altro è Bruto, l'anima severa, + 155 che, per servar la legge, ardito e forte + a duo suoi figli segò la gorgiera. + + Piú tosto volle ad elli dar la morte, + che la iustizia fusse morta in loro, + o che mancasse alla pubblica corte. + + 160 L'altro, ch'è 'l terzo qui tra 'l nostro coro, + chiese il figliolo alla mortal sentenza + 'nanti al senato e al roman concistoro; + + ché combattuto avea senza licenza, + e, benché avesse avuta la vittoria, + 165 reo el provò di tanta penitenza, + + che legge contra lui facíe memoria.-- + + +p. 331 + + + + +CAPITOLO XII + +Trattasi delle parti della giustizia. + + + Mentr'i' a quegli uomin iusti stava atteso, + subitamente mi percosse un tuono, + che mi stordí e fe' cader disteso. + + E, come quei che a forza desti sono, + 5 poi mi levai e vidi star Astrea + come reina posta in alto trono, + + splendente e triunfal quanto una dea: + mai tanta maestá mostrò Iunone, + quando con Iove tra li dèi sedea. + + 10 Le dame sue con splendide corone + aveva innanzi a sé e gran diletti + di belli fior, di suoni e di canzone. + + Poi drizzò a me, parlando, questi detti: + --O tu, ch'io scorsi, omai la mente attenda, + 15 se del collegio mio saper aspetti. + + Iustizia vuol che 'l debito si renda + a chiunque el merta, e quando si conviene, + e senza colpa mai nessun si offenda, + + e sol da quello, a cui punir pertiene. + 20 Da queste due radici son li frutti, + che la iustizia produce e contiene. + + L'uomo a tre cose è debitore a tutti: + ad usar vero e fede e buon amore, + sí che rancore o froda non l'imbrutti. + + 25 Tre debiti si debbono al minore: + dottrina al figlio e farlo virtuoso, + e soldo al fante ovver al servidore; +p. 332 + il terzo è sovvenire al bisognoso, + ché ogn'ardua indigenzia può dir «mio» + 30 di quel che crudeltá gli tien nascoso. + + Tre debiti a colui, il qual è rio: + cioè correzion, quando si spera + ch'egli si mendi e si converta a Dio. + + E, nel mal far se indura e persevéra, + 35 tagli col ferro e con la spada nuda + il membro infetto la Vertú severa. + + Né per questo si debbe chiamar cruda, + mozzando il morbo ch'alla morte mena: + convien che la piatá gli occhi vi chiuda. + + 40 Severitá adunque a dar la pena + prima conviensi, e poi ch'anco sia mista + colla compassion, ch'ira raffrena. + + E tre al buon, il qual virtú acquista, + ché chiunque può, tenuto è dargli aiuto, + 45 ch'addietro non ritorni o non desista; + + ché spesse volte l'arbor ho veduto + crescere ratto e far frutto tantosto + per buon conforto e cólto, ch'egli ha avuto; + + e forse un altro, presso a quello posto, + 50 perch'è negletto o che ha terreno asciutto, + sta senza frutto ed a mancar disposto; + + e, benché paia smorto e giá distrutto, + il cólto e buon letame alle radici + el fan fiorire e fanli far buon frutto. + + 55 Quanti sarían per la vertú felici, + che, desviati, ovver per mancamento, + son pervenuti a bassi e vili offici! + + Alla vertú, venuta a compimento, + debito solve chiunque onor gli rende + 60 d'atti e parol, di loco e reggimento. + + Non mai vertú, che di splendor s'accende, + si debbe por a basso o sotto scanno, + ma suso in alto, ov'ella piú risplende. +p. 333 + Tre a' benefattor, che ben ne fanno: + 65 prima, che chi riceve, non si scorde + del benefizio, né di quei che 'l dánno; + + e poscia ch'el ringrazi almeno in corde, + s'egli non pò coll'opera, e in aperto + sovente con la lingua lo ricorde. + + 70 Ma ora il mondo è sí rio e diserto, + che, quando il benefizio molto eccede, + sí che non può o non vuol render merto, + + si duol, se scontra ovver presente vede + il suo benefattor e china il volto; + 75 ed alcun altro in piú error procede, + + ché, quando il benefizio è grande molto, + al suo benefattor opta la morte, + che dall'obligo suo ne sia disciolto. + + Non però 'l liberal chiuda le porte + 80 per l'altrui vizio alla sua cortesia, + né lassi, a dar, tener le mani sporte; + + ché chiunque dá ch'a lui donato sia + per ricompenso, non è liberale, + ma mercatante ch'usa mercanzia. + + 85 Tre cose debbi a chiunque tu se' eguale: + prima, equitá d'una bilancia ritta, + sí che la sua non saglia e la tua cale. + + L'altra è la legge nel Vangelio scritta: + ch'altrui non facci cosa, che vorresti + 90 che a te non fusse fatta, né anco ditta. + + Concordia vien la terza dopo questi + tra l'arti, tra i compagni e dentro al tetto, + dove dimori, e i vicin non molesti. + + Ed al superior, cui se' subietto, + 95 due cose debbi; e, prima, obbedienza, + poi onorarlo con fatto e con detto. + + Tre cose al padre, di cui se' semenza, + ed alla madre tua ed a' primi avi, + e prima sopra tutto riverenza. +p. 334 + 100 Se in la vecchiezza elli han costumi gravi, + che li sopporti, e loro etá antica + aiuti lieto e con parol soavi. + + Ricòrdite l'angoscia e la fatica, + ch'ebbe la madre in te, e degli affanni, + 105 che porta il padre, che 'l figliol notríca. + + L'aquila, quando è giunta agli antichi anni, + s'attosca e spenna; e nel nido da' figli + nutrita è, insin che rinnovella i vanni. + + Ed alla patria, da cui l'esser pigli + 110 debitor se', che l'ami e la defensi, + e 'l comun cresci, aiuti e che 'l consigli. + + Se' debitor a Dio, se tu ben pensi, + che conosci suoi doni e che tu l'ami + con tutto il core e con tutti li sensi. + + 115 E questo amor produce molti rami: + religion, che solo Dio adori, + devoto orando, e genuflesso el chiami, + + e che lui servi come padre, onori + le chiese e le sue cose, e li dí santi, + 120 vacando a lui, per l'anima lavori. + + E questi detti io posso tutti quanti, + abbreviando, recarli a sei modi: + però sei son le dame, ch'io ho innanti. + + Latría è prima, e vien a dir che lodi, + 125 ami ed adori Dio e che 'n Lui fondi + ogni altro amor terren, del qual tu godi. + + Pietá è l'altra, e due amor secondi + delli parenti, e prima che sia tanto, + che alli bisogni lor non ti nascondi. + + 130 La terza è Observanzia, l'onor santo + fatto agli antichi e virtuosi e buoni, + ed a chi porta di dignitá il manto. + + La quarta è Gratitudin delli doni. + Equitá è la quinta ed usar vero + 135 in apparenzia, in fatti ed in sermoni. +p. 335 + Sesta è Vendetta e l'animo severo + con la compassione al cor unita, + tardo al tormento e non troppo austero; + + ché chiunque vuol che colpa sia punita, + 140 se non ha emenda, molto offende ed erra, + ché Dio non vuol la morte, ma la vita. + + Però 'l divino fòro a niuno serra + la porta di piatá, s'egli si pente + con umiltá inginocchiato a terra. + + 145 Ma, perché 'l malfattore spesso mente, + dicendo:--Io son pentito--, l'altro fòro, + cioè 'l civile, adopera altramente; + + ch'ogni scienza ed arte ovver lavoro + prendon diversitá dalli lor fini, + 150 alli quai prima elli ordinati fôro. + + Il civil fòro ha 'l fin che medicini, + governi e purghi il corpo del comune, + che per li viziosi non ruini. + + Per questo egli usa spada, fuoco e fune, + 155 sbandisce e taglia e mai non dá speranza + che chi è reo possa andare impune. + + E, benché pianga e chiegga perdonanza, + non vuol udir; ché chi è predon o fura, + s'è liberato, e' torna a prima usanza. + + 160 In questo modo la legge assecura + el viver lieto e i buoni e vertuosi, + e li cattivi scaccia ed impaura. + + Se questi detti miei tu ben li chiosi, + concluderai che la legge fu fatta + 165 pe' trasgressor al buon viver noiosi, + + e fu da' virtuosi in prima tratta.-- + + +p. 336 + + + + +CAPITOLO XIII + +Dove trattasi singolarmente della virtú dell'equitá e della veritá +e de' valenti canonisti e legisti. + + + --Domanda--aggiunse Astrea--de' regni miei; + omai di' ciò che vuoi, e ben t'accerta + e delle dame mie tutte e sei.-- + + Quando mi vidi far tanta proferta, + 5 con quella parte io la ringraziai, + che chiede Dio all'uom per prima offerta. + + E poi con riverenzia domandai: + --Perché la Veritá, la quinta sposa, + che Equitá ancor nomata l'hai, + + 10 la veggio singulare in una cosa, + ché porta la bilancia ed ella sola + tra la sua schiera è la piú gloriosa?-- + + Rispose Astrea a questa mia parola: + --Da questo nome «_ius_», se noti bene, + 15 come si espone in la civile scola, + + Iustizia è detta, a cui tener pertiene + egual bilance. È ver che 'n alcun caso + ei non si puote ovver non si conviene; + + ché 'l don di Dio accolma tanto il vaso, + 20 e de' parenti a' figli, ché chi rende, + non pò render appien, ma men che a raso. + + Cosí all'uom, che di vertú risplende, + piena mesura non si rende ancora, + ché nullo ben terren tanto s'estende; +p. 337 + 25 ché la virtú è sí degna, sí decora + e sí eccellente, ch'ogni volta eccede + ogni ben temporal, che lei onora. + + Ed a colui che 'l benefizio diede, + render si puote egual; ma chi è grato, + 30 anche piú oltra al dato stende il piede. + + E cosí la vendetta del peccato + merita egual; ché quanto fu 'l delitto, + tanto ognun merta d'esser tormentato. + + Ma, com'io dissi sopra e trovi scritto, + 35 iustizia punitiva è crudeltá, + se la pietá non mitiga l'editto. + + Però null'altra in man le bilance ha, + se non la quinta dama di mia schiera, + chiamata Equitate e Veritá; + + 40 ché a lei sola appartien che la statera + tegna diritta e che in detto e 'n fatto, + in quel che tratta, sia trovata vera. + + Ogni ristoro e ciò che si fa a patto, + ella pertratta e grida che si renda + 45 quanto la froda o forza hanno suttratto. + + Perché tu queste cose meglio intenda, + pensa se alcun rifar dovesse diece, + ed egli a nove a ristorar si estenda. + + Costui non pienamente satisfece, + 50 ché convien sempre che 'l ristor sia eguale + al danno ed all'iniuria, ch'altrui fece. + + Ell'è che grida non far altru' il male, + che non vorresti tu; e quanto hai offeso, + tanto restituisci ed altrettale. + + 55 D'esto nome Equitate assai ha' inteso; + or, perché Veritá ella si chiama, + io ti dirò, ch'ancor non l'hai compreso. + + Dopo il ristoro, questa quinta dama + pertratta ciò ch'insieme si patteggia: + 60 questa è la sua materia e la sua trama. +p. 338 + A lei pertien che guidi e che proveggia + che ciò che si promette o mercatanta, + che sia corretto, quando si falseggia, + + e che la mercanzia sia quella e tanta, + 65 che è promessa, e quando, dove e come + e qual, se quella è guasta o troppo schianta. + + E però Veritá è l'altro nome; + ed ha duo nomi, perché ha duo offici, + ché usa il vero ed eguaglia le some. + + 70 L'altra domanda, la qual tu mi dici, + è, da che porta singular insegna, + s'ella è maggior tra le dame felici. + + Ogni vertú tanto è eccellente e degna + --rispose a questo,--quanto è di piú pregio + 75 il fine intento, al qual venir s'ingegna. + + Al fin piú glorioso e piú egregio + ingegnasi Latría; però l'aspetto + ha piú splendente in tutto il mio collegio. + + Ella è che sale al ciel con l'intelletto + 80 e, dimorando in terra sua persona, + ella sta innanzi al divino cospetto; + + e lí, orando, con Dio si ragiona; + poi si mesura e pon sé in la bilancia, + nell'altra li gran ben, che Dio ne dona. + + 85 E vede i don di Dio di tanta mancia, + e tanto grandi, che a rispetto a quelli + ciò che l'uom render può, è una ciancia. + + E, benché vegga Dio cogli occhi belli, + nientemen le bilance non porta, + 90 ancora che ella, orando, a Dio favelli; + + ché ogni gratitudo è lieve e corta, + rispetto al don di Dio; e, se si pesa, + troppo andarebbe la statera torta. + + E con questa ragion, ch'or hai intesa, + 95 sappi che quanto è natural l'amore, + tanto, negletto o tronco, è di piú offesa. +p. 339 + E nullo vinclo debbe esser maggiore, + e nullo amor piú stretto e piú eccellente + che dalla creatura al suo Fattore. + + 100 Però chi 'l tronca e chi v'è negligente, + veder si puote in quanta offesa cade, + chi nol frequenta o chi non gli è obbediente. + + Questo primaio amor prima pietade + disson gli antichi, e che 'l culto divino + 105 è la prima vertú, prima bontade. + + Però il re Priámo e 'l buon Quirino, + ed Alessandro in pria fenno li tempii, + e Salomone el coprío d'oro fino. + + Ed, offerendo, al vulgo dienno esempii; + 110 e chi non frequentava il divin còlto, + chiamavano crudeli, iniqui ed empii. + + Ma ora è sí negletto e sí rivolto + a Satanasso per diverse vie, + che, piú che a Dio, a lui si volta il volto. + + 115 Con superstizioni e con malie + or son fatti teatri i sacri lochi + a vagheggiarvi e farvi ruffianie. + + Quanti Iasoni e quanti re Antiòchi + lo imbruttano ora, e Dionisi e Varri + 120 son stupratori degli eterni fochi! + + I filistei riposono in sui carri + l'arca di Dio, per non inviziarse, + e tanto mal che di lor non si narri. + + La barbaresca man, che sangue sparse + 125 giá tanto in Roma, che destrusse e incese + i gran palagi e il Capitolio arse, + + fu reverente ai tempii ed alle chiese; + ché chiunque fuggí a quelli de' romani, + fu libero da morte e dall'offese. + + 130 Io ho toccati questi esempli strani + degl'infideli, e questo ho posto solo + per emendar li crudeli cristiani. +p. 340 + L'altr'è l'amor, il qual debbe il figliolo + a' genitori, la pietá seconda, + 135 ed alla patria del nativo suolo. + + Ed ogni amor, che la natura fonda, + «pietá» si chiama, e cosí per opposto + «crudel» è detto chiunque el confonda.-- + + Tacette poi che questo ebbe risposto. + 140 Allor vidi venir molti col vaio + ver' noi col lume in su la testa posto. + + --Iustinian son io--disse il primaio, + --che 'l troppo e 'l van secai fòr delle leggi, + ora subiette all'arme ed al denaio. + + 145 Iurisconsulti e gran dottori egreggi + vengon qui meco da stato giocondo, + perché tu gli odi e perché tu li veggi. + + Questo, che mi sta a lato, è fra' Ramondo + predicatore, a cui papa Gregoro, + 150 quand'egli dimorava giú nel mondo, + + fe' compilar il nobile lavoro + de' Decretali, e per questo vien esso + insieme meco in questo sacro coro. + + Bartol Sassoferrato è l'altro appresso, + 155 con la lettura sua, la cara gioia, + come dimostra il suo chiaro processo; + + e Baldo perusin, che l'ebbe a noia; + poi 'l dottor Cino, ch'ebbe il gran concorso + nel tempo suo e l'onor di Pistoia; + + 160 poi Ostiense e 'l fiorentino Accorso, + che fe' le chiose e dichiarò 'l mio testo + ed alle leggi diede gran soccorso. + + Giovanni Andrea, le Clementine e 'l Sesto + il qual chiosò, sta qui con la Novella, + 165 sí come il lume a te fa manifesto. + + E sempre il ciel rinfresca e rinnovella + l'opinioni e li novi dottori; + e quel che ha detto l'un, l'altro cancella. +p. 341 + Azzo e Taddeo giá funno li maggiori; + 170 ed ora ognun è oscuro e tal appare + qual è la luna alli febei splendori.-- + + Io vidi poi color tutti levare + inverso il cielo, come fa 'l falcone, + quando la preda sua prende in su l'are. + + 175 In questo, Astrea mi disse esto sermone: + --Tu hai veduto appien del regno mio + quanto dir puossi in rima od in canzone.-- + + Poscia colle sue dame indi sparío. + + +p. 342 + + + + +CAPITOLO XIV + +L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san Paolo, +il quale gli ragiona di questa virtú. + + + In su 'l partir che fe' la bella Astrea, + mi disse la primaia di sue dame, + fulgurando una luce come dea: + + --Se tu l'aiuto pria da Dio non chiame, + 5 non ti sperar potere andar giammai + alle Vertudi del quinto reame.-- + + Per questo gli occhi al cielo io dirizzai, + dicendo:--O Maiestá, sempre invocanda + nelli principi e negli atti primai, + + 10 chiunque verso alcun fin senza te anda, + siccome cieco convien che cammine, + se pria l'aiuto da te non si manda. + + Dell'altre tre vertú tu sei il fine + e segno o «Alfa» ed «O»; e son per questo + 15 «teologiche» ditte ovver «divine».-- + + Allor vid'io uno splendor celesto + venirmi al volto alquanto da lontano, + che quel ch'or dico, mi fe' manifesto. + + La statua grande vidi in un gran piano, + 20 che vide giá Nabucodonosorre, + significante ogni regno mundano. + + Er'alta vieppiú assai che nulla torre + e forse piú che non fu quel cavallo, + che fe' da' greci la gran Troia tôrre. + + 25 E di fin oro aveva il capo giallo, + le braccia e l'orche e 'l petto aveva bianco + di puro argento senza altro metallo. +p. 343 + Le reni, il ventre e l'uno e l'altro fianco + eran di rame rubro e resonante, + 30 e quel, con che si siede, ramengo anco. + + Le cosce e gambe insin giuso alle piante + eran di ferro e i piè di terra cotta, + parte non cotta, e su quelli era stante. + + Poi una pietra men ch'una pallotta + 35 se stessa si ricise e si remosse + d'un alto monte e venne a valle in frotta. + + E nelli piedi all'idolo percosse + e sminuzzollo e prostrollo confratto, + sí che appena parea che stato fosse. + + 40 Quella petruccia in questo crebbe ratto + e fecesi un gran monte, e su la cima + tosto un tempio alto ed ampio vi fu fatto. + + Dal loco, ove quell'idolo era prima, + io mi partii e salsi il monte tanto, + 45 ch'andai tre miglia e piú, alla mia estima. + + Quel tempio risplendea da ogni canto, + e, quando vidi com'era costrutto, + ne sospirai con lacrime e con pianto, + + ch'era di corpi morti fatto tutto; + 50 e per calcina v'era il sangue posto + recente sí, ch'ancor non era asciutto. + + Vapore acceso nel mese d'agosto + mai non trascorse il ciel tanto veloce, + né polsa da balestro va sí tosto, + + 55 come scese dal ciel con una croce + donna vestita in bianco, e, giú discesa, + benigna a me proferse questa voce: + + --Il tempio sacro è questo, ovver la Chiesa, + fermata in su la pietra; e ferma siede, + 60 bontá del fundamento, ond'è difesa. + + Ed io, che or ti parlo, son la Fede: + a me con tanto sangue e con martíro + fu fatto il tempio, che quassú si vede. +p. 344 + E questi santi su di giro in giro + 65 mi fenno il fundamento lá giú in terra + colla vertude del superno spiro. + + Questi per me si misero alla guerra, + armati di vertude e cogli scudi + di quella veritá, che mai non erra. + + 70 Essendo agnelli tra li lupi crudi, + combatteron per me li forti atleti, + come per 'manza gli amorosi drudi. + + E, se lor corpi fûn morti e deleti + di quella vita, che, vivendo, more, + 75 nell'alma fûn vittoriosi e lieti.-- + + E, ditto questo, con grande splendore + ritornò al cielo, ed io rimasi solo, + ancor chiamando aiuto a Dio col core. + + Allor apparve a me l'apostol Polo, + 80 mostrando blando aspetto e lieto viso; + e poscia disse a me come a figliolo: + + --Hai vista quella che del paradiso + venne con Cristo e fondossi nel sasso, + che dal celeste monte fu exciso? + + 85 Fu impugnata pria da Satanasso, + il qual commosse scribi e farisei + per atterrarla, ovver per darla al basso. + + Allora Pietro e li compagni miei + gli funno defensori in ogni corte, + 90 innanzi a' prenci e innanzi alli gran réi. + + E pensa quanto a noi pareva forte + a suader che l'uomo a Dio s'unisse + ed incarnasse e sostenesse morte, + + e che, resuscitando, rivestisse + 95 glorificato il corpo, ch'avea pria, + e poi per sua virtú ch'al ciel salisse. + + E, benché questo paresse pazzia + e che li predicanti fusson vòti + d'umana possa e di vana sofia, +p. 345 + 100 nientemen da pochi ed idioti, + colla vertú del sacrosanto foco, + che dal ciel venne in lor petti devoti, + + seminôn questo vero in ogni loco; + e questo è tal miracol, se ben miri, + 105 ch'ogni altro respective a questo è poco, + + pensando che tra morti e tra martíri + corse alla fede il mondo, e li fedeli + non si curavan de' tormenti diri. + + Ed onde esser porría, se non da' cieli, + 110 che 'n cosí poco tempo tanta schiera + credesse a noi tra le pene crudeli? + + E, per provare ancor la fede vera, + permise Dio che 'l maladetto drago, + che sempre adopra che la fede pèra, + + 115 unisse la sua possa a Simon mago + e mostrasse miraculi e gran segni, + non però ver, ma 'n apparente imago, + + e ch'egli commovesse in molti regni + piú altri nigromanti e suoi satelli + 120 contra la fede con forza ed ingegni. + + Allor li cavalier pochi e novelli, + dodici e pochi piú, fên resistenza + tal, ch'elli confutôn tutti i ribelli. + + E, perché sappi di quant'è eccellenza, + 125 quanto a Dio piace e quanto merto acquista + la vera fede con ferma credenza, + + ella è che 'nsino al ciel alza la vista + e vede il premio, il qual alla fatiga + fa esser forte, perché si resista. + + 130 Ella è che vince la triplice briga + del mondo, del dimonio e sensuale; + e la vittoria è ben che 'l mondo affliga. + + Ell'è che mostra la pena infernale + a' peccatori e col timor gl'induce + 135 a far il bene ed a lassare il male. +p. 346 + E, come la Prudenza è guida e luce + alle vertú moral, cosí questa anco + alle vertú divine è scorta e duce. + + E, come senza gli occhi nullo è franco + 140 fra' suoi nemici, ed è persona stolta + quella, in cui al tutto ogni prudenza è manco; + + cosí colui, al qual la fede è tolta, + va come cieco, e l'avversario el mena + unque gli piace e come vuole el volta. + + 145 E, se saper tu vuoi la piú serena + loda ch'ell'abbia, attendi e fa' ch'impari + di quanto merto questa fede è piena. + + Se promettesse alcun tutti i denari + ad alcun altro, acciò che gli credesse + 150 alcuni effetti a suoi sensi contrari, + + non sería mai che credere el potesse; + nientemeno el credería per fermo, + senza denari ovver senza promesse, + + se fusse ditto a lui dal divin sermo. + 155 Allora quel che non puote natura, + a creder l'intelletto non è infermo. + + E questo solo avvien, se ben pon' cura, + ché la mente fedel si fonda in Dio, + onde ha autoritá Sacra Scrittura. + + 160 E, se tu ben attendi al parlar mio, + nulla è maggior offerta e piú eccellente, + nullo olocausto è piú efficace e pio, + + che quando volontá stringe la mente, + che tanto crede a Dio, ch'assente quello + 165 che pare a' sensi suoi contradicente. + + Chi questo fa, non è a Dio rubello.-- + + +p. 347 + + + + +CAPITOLO XV + +Di coloro che col lor sangue fondarono la fede, +e delle cose che dobbiamo credere. + + + Paulo mi mise poi nel tempio sacro, + fatto di sangue e fatto di fortezza + di santi, morti a duolo acerbo ed acro. + + Parea ch'andasse al cielo la sua altezza, + 5 edificato in dodici colonne, + e quattro miglia o quasi nell'ampiezza. + + Né Capitolio mai, né Ilionne + fu di bellezze e gioie tanto adorno, + né 'l tempio, che 'l gran saggio fe' in Sionne, + + 10 quante questo n'avea intorno intorno; + di mille luci splendea in ogni parte, + sí come luce il sol di mezzogiorno. + + Mai Policleto, né musaica arte, + neanco Giotto fe' cotal lavoro, + 15 qual era quel di quelle membra sparte. + + Parean i lor capelli fila d'oro, + e lor vermiglie ven parean coralli, + e purpuresche le ferite loro. + + La carne e l'ossa chiar piú che cristalli, + 20 tutte ingemmate a pietre preziose, + pien di iacinti e di topazi gialli. + + Mostrò a me Paulo tra le belle cose + prima san Pietro e poi piú altri assai, + che Cristo in pria per fundamento pose. + + 25 Mostrommi cento e piú papi primai, + i quai fûn morti per la santa fede, + ch'ora risplende di cotanti rai. +p. 348 + Per la qual cosa a chi saliva in sede + si trasse dirli:--Vuoi esser pastore + 30 con quella valentia, che si richiede?-- + + Ciò era a dire:--Hai tu tanto valore, + che sia costante a sostener la morte + per santa fede senza alcun timore?-- + + Poi disse:--Or mira il giovinetto forte, + 35 il qual inverso il cielo alza la faccia + e per me prega con le braccia sporte. + + Stefano è quel, che disse:--O Dio, a te piaccia + che facci agnello del lupo rapace, + che li tuoi cristian sí mette in caccia.-- + + 40 Allor refulse in me lume verace, + e caddi in terra e poi risposi a Cristo: + --Chi se', Signor? farò ciò ch'a te piace.-- + + Laurenzio e poi Vincenzio ed anco Sisto + mostrommi poi ed il mio Feliciano + 45 tra le gemme piú chiare ivi permisto: + + li martiri sepolti in Vaticano, + in via Salaria, Callisto e Priscille, + ognun lucente, chiaro e diafáno. + + Io vidi poi le fortissime ancille, + 50 Lucia, Agnese, Marta e Caterina, + Cecilia, Margherita e piú di mille; + + e quelli che refulsono in dottrina + in santa Chiesa con tanti splendori, + quanti ha nel ciel la stella mattutina; + + 55 e, sopra a tutti, li quattro dottori, + intra li quali risplende Augustino + tanto, ch'ecclissa li raggi minori. + + Tra quelle luci sta Tomas d'Aquino, + Anselmo ed Ugo, Ilario e Bernardo, + 60 quasi carbonchi posti in oro fino. + + Isidoro, Boezio e 'l buon Riccardo, + Crisostomo ed Alano era ivi inserto, + splendente ognun, che mi vincea lo sguardo. +p. 349 + Il tempio, che di sopra era scoperto, + 65 avea per tetto il raggio delle stelle, + e 'l ciel ogni splendor v'avea aperto. + + Mentr'io mirava queste cose belle, + Paulo mi disse:--Se tu hai diletto + altro sapere, perché non favelle?-- + + 70 Risposi a lui:--Quantunque io abbia letto + che cosa è fede, ancor non son contento, + se meglio nol dichiari al mio intelletto. + + --Fede è substanza ovvero fundamento + delle cose non viste e da sperare, + 75 ferma chiarezza ovver fermo argumento.-- + + Cosí egli rispose al mio parlare; + e poi subiunse che qui la substanza + vien da quel verbo, che sta per substare. + + E, perché tutto l'esser di speranza + 80 sta su la fede e dietro gli seconda, + e senza lei ogni vertú ha mancanza, + + fede è substanza, perché 'n lei si fonda + spene e vertú e vanno dietro poi + quasi accidenti ovver cosa seconda. + + 85 Se d'argumento ancor tu saper vuoi, + ciò è chiarezza, ché la fede è chiara, + come chi vede ben cogli occhi suoi. + + E fa' che 'ntendi bene, e questo impara: + ch'alcuna fede è viva, alcuna è morta, + 90 e sol la fede viva appo Dio è cara, + + perché nell'operare è sempre accorta; + e cosí è vertú da lei produtta, + come da pianta che buon frutto porta. + + La fede morta è quella che non frutta + 95 l'opere virtuose e non si guarda + né dalli vizi, né da cosa brutta. + + E questa fede è morta, a chi risguarda; + ché, benché dica con parol ch'ell'ama, + nell'opere si mostra poi bugiarda. +p. 350 + 100 Però, se cristiano alcun si chiama + ovver fedele, e vuoi veder la prova, + guarda se 'l frutto porta in su la rama. + + Crede il demonio e teme, e non gli giova, + perché null'atto senza caritate + 105 esser di frutto buon giammai si trova.-- + + Poi vidi scritto: «O voi che 'l tempio intrate, + leggete questo e ben ponete mente, + e, come dice qui, cosí crediate». + + Io lessi: «Io credo in Dio onnipotente, + 110 e tre persone in un essere solo, + e che fe' l'universo di niente. + + E credo in Iesú Cristo, suo figliuolo + e nato di Maria e crucifisso, + morto e sepolto con tormento e duolo; + + 115 e ch'andò al limbo e trasse dall'abisso + i santi padri, e laggiú di quel fondo + quassú di sopra li menò con isso; + + il terzo dí poi florido e giocondo + risuscitò, e poscia al ciel salío + 120 per sua vertú, partendosi del mondo; + + e siede in forma d'uomo a lato a Dio, + e verrá a iudicare all'ultim'ora, + salvando i buoni e dannando ogni rio. + + Nello Spirito santo io credo ancora, + 125 e ch'egli è Dio; e credo in santa Chiesa, + che 'n tre persone un solo Dio adora. + + Credo il battismo, che lava ogni offesa, + col cor contrito la confessione, + se a satisfar si tien la man distesa. + + 130 Credo nel pane della comunione + essere Cristo, quando è consacrato, + in segno che e' giammai non ci abbandone; + + e che, finito il temporale stato, + che 'l ciel produce, mentre sopra volta, + 135 dal qual è ogni effetto generato, +p. 351 + credo che verrá Cristo un'altra volta, + e che ognun rivestirá sua carne, + quantunque sia disfatta e sia sepolta; + + allora egli verrá a giudicarne + 140 con pompa trionfante e con maièsta, + col corpo che fu offerto a liberarne; + + e ch'alla tromba della sua richiesta + verranno innanzi a lui i vivi e i morti + alla sentenza della sua podèsta; + + 145 e quelli poi dividerá in due sorti, + e mandará li rei a valle inferna + e li suo' eletti agli eterni conforti. + + Credo i beati e credo vita eterna, + che solo a' virtuosi Dio la dona, + 150 che hanno fede e caritá fraterna; + + ché, come la Scrittura ne ragiona, + Dio non vuole, né vòlse aver mai seco + se non vertú perfetta e cosa buona; + + E però comandò che 'l zoppo e 'l cieco, + 155 leproso e brutto non intrasse al tempio, + né fusse offerto a lui infetto pieco; + + e questo fu nel sopradetto esempio». + + +p. 352 + + + + +CAPITOLO XVI + +Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio. + + + Inver' l'apostol poscia mi voltai, + e dissi a lui:--Questa scrittura letta, + di nostra fede articuli primai, + + bench'io la creda, ancora mi diletta + 5 udir come suade la Scrittura + la resurrezion, la qual s'aspetta.-- + + Ed egli a me:--A due cose pon' cura: + una è ch'ognun ritornerá in vita, + ché non va a morte, ma per sempre dura, + + 10 e che de' buon la carne rivestita + será immortale ed ará l'altre dote, + che fia impassibil, lieve e fia polita; + + l'altra cosa è che le celesti rote, + che ora giran sí veloce e forte, + 15 non voltaranno piú, né fien piú mote, + + e per questo seran chiuse le porte + al futur tempo, e non fia piú Carone, + che ora ognun, che nasce, mena a morte. + + Se vuoi di questo persuasione, + 20 sappi che 'l moto, quando il fine acquista, + convien che cessi dalla sua azione. + + E cosí 'l ciel convien ch'anco desista, + quando fie giunto al fin, pel qual si move, + come opra fatta fa posar l'artista. + + 25 Or gira il ciel, perché le cose nòve + produce e figlia e corrompe l'antiche, + mentre fa state qui e verno altrove; +p. 353 + produce uccelli e quel, del qual nutríche + gli animal suoi, e produce ogni pomo, + 30 mentre il sol volge tra le rote obliche. + + E tutto questo è fatto a fin dell'uomo; + e l'uomo è fatto a rifar le ruine + di que' che su da ciel cadêro a tomo. + + Però convien che 'l ciel tanto cammine, + 35 sinché tanta ruina si ristora; + e poi il moto suo averá fine. + + Allor cessará il tempo, che divora + ciò che produce il primo moto, il quale + fa ciò ch'e' figlia, che vivendo mora. + + 40 In questo, Cristo altèro e triunfale + dirá:--Surgete, o morti, della fossa: + venite alla sentenzia eternale.-- + + Allor ripiglieran la carne e l'ossa + li rei oscuri, e i buoni con splendori + 45 per la vertú della divina possa. + + Sí come gli arbor, che perdon li fiori + nell'autunno e perdono ogni foglia + e paion morti e senza vivi umori, + + talché 'l coltivatore anco n'ha doglia + 50 che paion secchi, e quasi si dispera + che mai su d'elli piú frutto ne coglia: + + poi la vertú del sol di primavera + li fa di frondi e fiori adorni e belli, + e rivivisce in lor la morta cèra; + + 55 cosí li corpi sfatti negli avelli + resurgeranno in istato felice + co' membri interi insino alli capelli. + + Come di polve nasce la fenice, + che arde sé e del cenere stesso + 60 giovin resurge, sí come si dice; + + e cosí 'l corpo, sotto terra messo, + suo spirito averá da quel che viene + da prima infuso ed al corpo concesso. +p. 354 + Ancora alla iustizia s'appartiene + 65 render secondo l'opera a ciascuno + il mal al male, e 'l premio dar al bene; + + ché ogni atto moral sempre è comuno + allo spirito e al corpo, e insieme vanno + ad ogni atto splendente ed anco al bruno. + + 70 Se sol del mal lo spirto avesse affanno, + potrebbe dire:--O Dio, se tu se' iusto, + perché io solo del peccar n'ho 'l danno? + + perché solo sto io nel fuoco adusto? + perché no' 'l corpo, dacché la dolcezza + 75 ebbe degli occhi, del tatto e del gusto?-- + + Cosí li santi, i quali ebbon fortezza + tanta, che i sensi fenno consenzienti + alli martíri, affanni ed all'asprezza, + + potrebbon dire:--O Dio, ché non contenti + 80 noi delli corpi nostri, ch'a' martíri + ne seguîr volentieri ed a' tormenti?-- + + Quando questo dicea, gravi sospiri + udii nel tempio; e parve ch'ogni morto + avesse a suscitar mille desiri. + + 85 85--Vendica il nostro sangue, sparto a torto + --diceano,--o Dio, non véi ch'ognun desia + di rivestirsi i corpi omai 'l conforto? + + Non ch'in noi voglia di vendetta sia, + cosí preghiam; ma per aver la vesta + 90 de' corpi, a noi natural compagnia. + + Acciò ch'elli con noi abbian la festa, + perché 'l Iudizio, o Signor, non affretti? + perché non fai la vendetta piú presta?-- + + Risposto fu:--Da voi tanto s'aspetti, + 95 che il numero si compia di coloro, + che son da Dio con voi nel cielo eletti, + + insin che fatto sia tutto il ristoro + de' piovuti da ciel primi arroganti, + che fûn cacciati dal celeste coro.-- +p. 355 + 100 Poi miglia' d'alme m'apparson innanti, + ed un angelo die' splendide stole, + in scambio delli corpi, a lor per manti. + + Sí come un'altra cosa dar si suole + per consolar alquanto chi pur chiede, + 105 quando non puote aver quel ch'egli vuole; + + cosí l'agnol le vesti bianche diede + e disse a lor:--Queste vestite, intanto + che d'uomin s'émpian le superne sede.-- + + Quell'alme allora andonno in ogni canto, + 110 cercando il tempio, e lor corpi mirando + con tal desio, che mi mossono a pianto. + + --Il corpo mio è questo: o Dio, oh! quando + lo mi rivestirò?--dicevan molti. + Alquanti il sangue lor givan basciando; + + 115 alquanti dimostravan li loro volti + e le ferite e le lor membra sparte, + le braccia e i piè intra li ferri involti. + + Po', come fa l'amico, che si parte + dall'altro amico, e, perché amor dimostri, + 120 sospira e dice:--A me incresce lasciarte;-- + + cosí dissono quelli:--O corpi nostri, + dormite in pace, e tosto Dio ne doni + voi venir nosco alli beati chiostri.-- + + Poi se n'andôn con piú dolci canzoni, + 125 e sol rimase meco il Vaso eletto, + il qual proferse a me questi sermoni: + + --Se d'altro vuoi ch'io informi il tuo intelletto, + mentr'io son teco, perché non domandi?-- + Ed io, che il domandar avíe concetto, + + 130 risposi:--O dottor mio, da che 'l comandi, + dichiara a me in qual etá li morti + resurgeranno e quanto parvi o grandi.-- + + Ed egli a me:--Di lor saran due sorti, + com'io ho detto, ed una de' captivi, + 135 l'altra di quei ch'a ben far funno accorti. +p. 356 + Quei che son morti buon, poiché fien vivi, + trentaquattro anni in apparente etade + dimostreranno floridi e giulivi. + + Quella è di umana vita la metade; + 140 ogn'uom, che ci esce prima, ha mancamento, + e quando cala inver' l'antichitade. + + Se parvitá ovver troppo augumento + non fie per mostro o natura peccante, + ognun di sua statura fie contento; + + 145 sí che, se alcun fu nano, alcun gigante, + questo ed ogni altra cosa mostruosa + ridurrá a forma il divino Operante. + + Ed anco noterai un'altra cosa: + che ogni dota, che 'l corpo riceve, + 150 gli vien dall'alma sua, ch'è gloriosa; + + sí che l'esser sottile, illustre e lieve, + non l'ha 'l corpo da sé, se ben pon' mente; + ch'egli è da sé oscuro, grosso e grieve. + + Ma, quando fie rifatto risplendente, + 155 dall'anima verrá quello splendore + e 'l mover, che fará subitamente. + + E, perché l'alme ree questo valore + in sé non averanno, però elle + non potran dar al corpo tal onore. + + 160 Non seran liete e non seranno belle: + tutti i difetti in lor averanno anco, + ch'ebbon per caso o per corso di stelle, + + e di letizia e luce averan manco.-- + + +p. 357 + + + + +CAPITOLO XVII + +Come Paolo apostolo menò l'autore al reame della Speranza. + + + --Apostol mio, che al terzo delli cieli + tirato fosti alle celesti cose, + perché di quelle a me tu non reveli?-- + + Cosí diss'io; ed egli a me rispose: + 5 --Perché son sí supreme e tanto immense, + e son sí alte e sí maravegliose, + + che non è cor terren, che mai le pense; + né mente che le creda ovver discerna, + se non le gusta in le superne mense. + + 10 Come avverria, se un nella caverna + fusse nutrito, e poi gli dicesse uno + ovver la sua nutrice, che 'l governa, + + come nasce la rosa su nel pruno, + e come 'l sol il dí rischiara il giorno, + 15 e poi la sera cala e fállo bruno, + + e quanto il ciel di stelle è fatto adorno, + e come piove, e che per l'alto mare + le navi vanno a vento intorno intorno, + + appena el credería; e, poi che chiare + 20 ei le vedesse, diría nel pensiero, + stando egli stupefatto ad ammirare: + + --Or veggio ben che a sí supremo vero + non alzava io la mente, e ciò ch'i'ho creso + è stato diminuto e non intero; + + 25 e per questo io, dal terzo ciel disceso, + parlar non volli tra li saggi e sciocchi, + che per superbia non m'arebbon 'nteso, +p. 358 + stolti appo Dio e saggi ne' lor occhi, + pien d'ignoranza e sí di senno vóti, + 30 che suonan, beffeggiando, unque li tocchi. + + Ma a quei, che alla fede eran divoti, + a Dionisio ed a molt'altri ancora + li secreti del ciel io feci noti. + + Quel che tu chiedi ch'io ti riveli ora, + 35 tosto fia manifesto al tuo intelletto, + quando di questo tempio serai fuora.-- + + D'un porfido polito, terso e netto + una via mi mostrò poi 'nsú distesa, + girante intorno al tempio insin al tetto. + + 40 --Per questa è la salita ed è la scesa + di dea Speranza; e chi vuol veder lei, + convien che saglia sopra questa chiesa.-- + + Cosí dicendo, insú mosse li piei; + ed io, che sue vestigie mai non lasso, + 45 dirieto a lui mossi li passi miei. + + E, perché ogni monte è assai piú basso, + che non è 'l monte, ove quel tempio è sito, + però ratto ch'io salsi il primo passo, + + l'apostol disse a me:--Or sei uscito + 50 fuor del terrestre mondo, e chi sú sale + e di voltarsi addietro è poscia ardito, + + diventa marmo o statua di sale: + però fa' che non volti, ché tu forsi + potresti divenir in tanto male.-- + + 55 Per questo detto, mentre alla 'nsú corsi, + dieci miglia salendo insino a cima, + il viso mio addietro mai non torsi. + + E, quando sopra il tetto giunsi in prima, + inverso il mondo ingiú chinai la fronte, + 60 come chi d'una torre il viso adima. + + Per l'altezza del tempio e poi del monte + il mondo parve a me un piccol loco, + e 'l mare intorno quasi parvo fonte. +p. 359 + --Tu se' appresso alla spera del foco + 65 --disse a me Paulo;--e, perché 'l foco in alto + riscalda molto, e sotto scalda poco, + + però non arde questo adorno smalto + di questo tetto, ed anco a te non cuoce, + degli incendi suoi facendo assalto.-- + + 70 Non credo mai ch'andasse sí veloce + coll'ale aperte il nunzio Cilleno + quando il gran Iove a lui comanda a voce, + + che non venisse a me ancora in meno + la santa Fede, spargendo li raggi + 75 intorno intorno per l'aer sereno. + + E, giunta a me, mi disse:--Accioché aggi + tuo' intendimenti, e che tu la Speranza + possi vedere e sua dolcezza assaggi, + + io venni a te e solo ebbi fidanza + 80 ch'io la possi mostrar, se mi t'accosti, + sí che tra te e me non sia distanza. + + Ed abbi li piè tuoi su li miei posti, + il petto al petto; ed alza la pupilla + al ciel, come l'arcier ch'al segno apposti.-- + + 85 Cosí udii che fece la sibilla, + quando mostrò al grande imperadore + col figlio in braccio l'umiletta ancilla, + + dentro in un cerchio in ciel pien di splendore, + quando il popol roman (tanto era errante) + 90 volea di sacrificio fargli onore. + + Allor Sibilla gli disse davante: + --Altro signor ne viene, Octaviano, + a cui degno non se' scalzar le piante, + + ché unirá 'l celeste coll'umano. + 95 Egli è che fará 'l secolo felice, + ed al ciel tirerá 'l regno mundano.-- + + Allora Cristo e la sua genitrice + gli fe' vedere e disse:--Quegli è 'l figlio, + di cu' i profeti e Virgilio dice.-- +p. 360 + 100 Cosí ed io, al cielo alzando il ciglio, + un'agnol vidi, ch'era innanzi a Dio, + il qual dicea per modo di consiglio: + + --Ritorna, o peccatore, al Signor pio, + il qual perdona a chiunque si converte, + 105 purché si penta e non voglia esser rio. + + Egli t'aspetta colle braccia aperte, + come padre il figliuol che si desvia, + che poi l'abbraccia, quando a lui reverte. + + Perché ti parti ed obliqui la via? + 110 Ritorna a tua cittá e alla tua corte + coll'agnol diputato in compagnia. + + Non vedi tu che quella vita è morte + che corre a morte, e quella vita è vita + che al vivere giammai serra le porte? + + 115 Non vedi tu che l'alto Dio t'invita, + e, se ti penti e domandi perdono, + ti dará 'l cielo e la vita infinita? + + Egli dell'esser uom ti fece dono, + perché suo fossi, e suo esser non puoi, + 120 se non ti mendi e non diventi buono. + + E, se tu 'l tuo voler seguitar vuoi, + serai perduto; ché nulla ha fermezza, + se non in quanto ha 'l fundamento in lui. + + Egli è quel padre che nullo disprezza, + 125 che a lui ritorni.--E, quando questo intesi, + della speranza io sentii la dolcezza, + + e lacrimoso in terra mi distesi, + dicendo:--O padre, priego mi perdoni, + se mai io fui superbo e mai t'offesi.-- + + 130 Mille tripudi allor, mille canzoni + io vidi in ciel far della penitenza + del peccator e mille dolci suoni. + + Ed una donna con gran refulgenza + dal ciel discese a me dal destro lato + 135 a consolarmi della sua presenza, +p. 361 + e disse:--Al cor contrito ed umiliato + la porta Dio della pietá mai serra: + sí quello sacrifizio a lui è grato. + + E, quando il peccator si getta in terra, + 140 di ogni pace Dio gli è grazioso, + quantunque pria con lui avesse guerra; + + ché non è altro l'esser vizioso, + se non contra sua legge andar superbo, + contra l'ordin di Dio ire a ritroso. + + 145 Per la superbia di chi 'l pomo acerbo + gustò e stupefe' a' figli i denti, + fece umanare Iddio l'eterno Verbo, + + a satisfar per quelle giuste genti, + ch'eran nel limbo; e con martirio amaro + 150 fe' che dal suo Figliol fusson redenti. + + Or pensa quanto Dio ha l'uomo caro, + da che ordinò che tanta maiestade + a sua perdizion fêsse riparo.-- + + Quand'ella disse a me tanta pietade + 155 e che Dio fece l'uom non per suo merto, + ma per parteciparli sua bontade, + + io presi ardire e leva'mi sú erto + e dissi:--Io non son servo, ma figliuolo + del padre Dio, che tanto amor m'ha offerto.-- + + 160 Poi mi rivolsi per veder san Polo; + e vidi lui e la Fe' con gran luce + salir al cielo; e non mi lassôn solo, + + insin che dea Speranza ebbi per duce. + + +p. 362 + + + + +CAPITOLO XVIII + +De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla speranza. + + + Nel levar sú, ch'io fei, cotanto ardito, + ché presa forse avíe troppa fidanza + per quel parlar, che pria aveva udito: + + --Risguarda ben--mi disse dea Speranza,-- + 5 che 'n null'altra virtú si può errar tanto, + quanto in la spen per troppo o per mancanza; + + ché la presunzion sta dall'un canto, + dall'altro estremo sta il disperare, + ognun peccato in lo Spirito santo. + + 10 Né l'un né l'altro si può perdonare + in questa vita o nel secol futuro, + sí come dice a noi 'l divin parlare. + + E, perché questo passo è molto oscuro, + se a quel, che or dirò, attento bade, + 15 io tel dichiarerò aperto e puro. + + Sappi che la clemenzia e la pietade + allo Spirito santo è attribuita, + e ch'e' la porge a chi torna a bontade; + + ché, benché sia la sua pietá infinita, + 20 non la debbe donar, né mai la dona, + se no' a chi torna dalla via smarrita. + + Però, s'alcun nel mal far s'abbandona, + credendo che, peccando, Dio 'l sovvegna, + cotal presunzion mai si perdona; +p. 363 + 25 ché colpa non è mai di perdon degna, + se non si pente; e chi pecca sperando, + chiude la porta, onde aiuto gli vegna, + + ché Dio, il qual è giusto, non è blando + mai alla colpa, ma contra s'adira, + 30 sinché si emenda e torna al suo comando. + + All'altra estremitá della spen mira, + che ha quattro spezie, e contra pietá vera + pecca 'n Colui ch'eternalmente spira. + + La prima è quando alcun sí persevéra + 35 in far il mal, che tornar a virtude + o d'emendarse al tutto si dispera. + + Costui alla pietá la porta chiude + dello Spirito santo ed a' suoi doni, + dacché non vuol lassar l'opere crude. + + 40 L'altra è quando non crede che perdoni + a lui mai Dio, e pel peccato grande + crede che Dio pietoso l'abbandoni, + + e non avvien che mai perdon domande. + Chi si dispera, chiude anco la porta, + 45 ché chi sovvenir vuol, a lui non ande. + + La terza è 'n chi la ragion è sí torta, + che loda il mal per bene, e sí gli piace, + che sé ed altri nel mal far conforta. + + E, come agli occhi infermi il lume spiace, + 50 cosí a lui vertú; e chiunque l'usa, + persegue in fatti e con lingua mordace. + + Costui ancora tien la porta chiusa + alla pietá; e non ch'egli si penta, + ma chi torna a vertú biasma ed accusa. + + 55 La quarta spezie è morte violenta + data a se stesso; ché, mentr'egli more, + di se medesmo omicida diventa. + + Or chiunque in altro modo è peccatore + per ignoranza ovver per impotenza, + 60 fatto il peccato, alquanto n'ha dolore. +p. 364 + E dentro nel rimorde coscienza, + sí ch'ancor serva in sé la via e 'l lume, + per la qual può tornar a penitenza, + + e per cui possa intrar il sacro nume + 65 a suaderli ch'a virtú s'induca + e che lassi ogni vizio e mal costume. + + E, perché ben la speme in te riluca, + io la diffinirò chiara ed aperta, + acciocché dietro a lei tu ti conduca. + + 70 Speranza è un attender fermo e certo + delle cose celesti ed eternali, + che vengon per buoni atti e per buon merto. + + Questa è l'áncora data alli mortali + fermar dentro al mar la navicella, + 75 mentre è in fortuna tra cotanti mali.-- + + Qui poscia pose fine a sua favella; + ed io alzai la testa e tenni mente, + perché lassú udía cosa novella. + + Io udii voci 'n quella spera ardente + 80 del foco, il qual appresso soprastava, + e sospir gravi d'una afflitta gente. + + Ed ella a me:--Lassú si purga e lava + il satisfar non fatto, e lí è 'l ristoro + del tepido, commesso in vita prava. + + 85 In quella spera sú sta il purgatoro, + parte del regno mio: lí sta la Spene, + e piú lassú che altrove io dimoro. + + Io son che li conforto tra le pene, + perché hanno speranza di venire, + 90 quando che sia, all'infinito Bene. + + Vero è che la lor doglia e 'l gran martíre, + per buone orazioni e per indolto + di sante chiavi, si può sobvenire.-- + + Ed io a lei:--Or qui dubito molto; + 95 ché, se 'l peccato sta su nella voglia, + come senza 'l pentir può esser tolto? +p. 365 + Se l'uom non è contrito e non ha doglia, + avvenga ben che Dio perdonar possa, + senza 'l pentir giammai non è che 'l toglia. + + 100 Or come, adunque, l'orazione mossa + laggiú dal mondo fa che perdonato + sia il vizio qui e l'offesa rimossa?-- + + Ed ella a me:--Due cose ha 'n sé 'l peccato: + prima è la colpa, ovver deformitá, + 105 cioè far contra il ben da Dio ordinato. + + E questa colpa è nella volontá, + la qual, se non si pente per se stessa, + Dio la può perdonar, ma mai nol fa. + + E solo questa colpa gli è demessa + 110 al peccator, che corre al sacerdote, + quando divotamente si confessa. + + L'altra è la pena e satisfar si puote; + e questa ancora il peccator, se vuole, + con la contrizion da sé la scuote; + + 115 ché, quando del peccato egli si duole, + tanto che contrizion sia tutta piena, + morendo, allor convien che su al ciel vole. + + Onde, se ognun come la Maddalena + satisfacesse, bagnando la faccia, + 120 non sería 'l purgatoro, né sua pena. + + Ma, quando è alcun, il qual non satisfaccia + integramente, il prete che l'assolve, + da colpa e non da pena lo dislaccia. + + E però 'l peccator che a Dio si volve, + 125 se 'l convertirsi è tardo o freddo o poco, + nel purgatòr la pena poi persolve. + + E tanto tempo sta in questo loco, + quanto ha negletto, se non lo fa brieve + il papa santo, offerta o iusto invoco.-- + + 130 Ed io a lei:--Questo credere è grieve, + che a chi non satisfece ed è defunto, + il papa od altra offerta pena liève.-- +p. 366 + Rispose a questo:--Il membro, ch'è coniunto, + da suoi coniunti membri è sobvenuto, + 135 quando si duole o quando egli è trapunto. + + Se questo a' suoi coniunti ha provveduto + la nobil e magnifica natura, + cioè che un membro dall'altro abbia aiuto, + + dacché la grazia è di maggior altura, + 140 che non è ella, e nobil e suprema, + siccome affirma e prova la Scrittura, + + ben può supplire alla mesura scema + del satisfar con quei che son consorti + in caritá nella partita estrema. + + 145 Cosí li vivi sobvengono a' morti + con satisfar per lor el pentir lento, + ché 'l tempo d'ire al cielo a lor s'accorti. + + Per questo il Maccabeo mandò l'argento + e fece al tempio offerta e nobil dono + 150 per lo esercito suo, di vita spento. + + Adunque è santo, pio, salubre e buono + pregar pe' morti; e pel prego concede + a lor del satisfare Dio 'l perdono. + + E, quando Cristo a Pier le chiavi diede + 155 d'aprire e di serrare, e capo el fece + di tutti i membri uniti in santa fede, + + il ben, che i membri fanno, ed ogni prece + commise a lui, e può participarlo + ed applicarlo a chi non satisfece. + + 160 Il ben participato, di cui parlo, + non però a chi l'ha fatto, s'amminora, + né papa a lui porría giammai levarlo; + + sicché, quand'un digiuna ovver che ora + per quei che son in purgatòr puniti, + 165 fa prode a lui ed a coloro ancora. + + E, dacché li purgati sonno uniti + in grazia con noi e sonno in via, + perché a lor patria ancor non son saliti, +p. 367 + il papa, ch'esti beni ha 'n sua balía, + 170 del ben universal della sua greggia + ne può far parte a lor e cortesia. + + Ed ogni capo, ch'alcun corpo reggia, + del merito de' membri, ch'e' governa, + ne può far parte, pur che altri el chieggia, + + 175 in quanto sia accetto, in vita eterna.-- + + +p. 368 + + + + +CAPITOLO XIX + +Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la Caritá. + + + Come la Fede la santa speranza + mi demostrò, cosí poscia la Spene + la caritá, ch'ogni vertude avanza. + + Considerai che Dio è sommo bene, + 5 e che da lui ogni altro ben deriva + prima ne' cieli, e poscia in terra vène. + + Considerai che me fe' cosa viva, + poi animal, e poi mi diede in dono + libero arbitrio e vertú intellettiva. + + 10 E ciò, che s'ama, s'ama in quanto e buono; + ed egli è 'l Ben supremo e sí cortese, + ch'ogni pentir in lui trova il perdono. + + Questo di tanto amore il cor m'accese, + che fe' di piombo ogni aurato dardo, + 15 che mai Cupido folle in me distese. + + Allor inverso il ciel alzai lo sguardo, + e venne un raggio a me dal primo Amore, + che tanto mi scaldò, che ancora io ardo. + + Ond'io gridai:--O alto Dio Signore, + 20 che render posso a tanti benefici, + se non ch'io ami te con tutto il core? + + Era niente, ed alli ben felici + tu mi creasti; e, mentre servo io era, + per grazia, mi facesti de' tuo' amici.-- + + 25 Quando questo dicea, di luce vera + resperso fui; ond'io mirai piú fiso, + per veder onde uscia quella lumiera. +p. 369 + E donna vidi dentro al paradiso + bella e lucente tanto quanto il sole, + 30 se non che piú acceso aveva il viso. + + E, come aquila fa 'nanti che vole, + che mira in alto prima che giú vegna + inver' la preda, che prendere vòle, + + cosí scese ella e disse a me benegna: + 35 --Del purgatòr convien che 'l foco passi, + anzi che venghi ove per me si regna.-- + + Li polsi miei, giá faticati e lassi, + se sgomentóro un poco a tanta impresa; + ond'io per questo un gran sospir fuor trassi. + + 40 Ma, dacché Muzio nella fiamma accesa + spontaneamente porse quella mano, + ch'a dare il colpo avea commessa offesa, + + e dacché sol per un onor mundano + Pompeo il dito s'arse dentro al foco, + 45 a mostrar forte a non aprir l'arcano; + + come temenza in me potea aver loco + con Spene e Caritá, che ogni amaro + fanno esser dolce e fannol parer poco? + + Però, mostrando il viso allegro e chiaro, + 50 risposi:--Io venir voglio, e, con voi due, + star dentro al purgatoro a me fia caro. + + Come Abacuc insú levato fue, + quando soccorse a Daniel profeta, + cosí allora io fui levato insue. + + 55 E fui nel purgatoro; e grande pièta + d'anime vidi in quelle fiamme ardenti, + che tra' martíri avean sembianza lieta; + + ché, benché fusson tra li gran tormenti, + la speranza addolcisce in lor la pena, + 60 ché speran ire alle beate genti. + + --Ave, Maria di grazia piena + --cantavan molti dentro della fiamma,-- + _Dominus tecum_, o stella serena. +p. 370 + Soccorri tosto, o dolce nostra mamma, + 65 ed a pietá ver' noi il Signor piega + per quello amor, che te di lui infiamma. + + Quando, o Regina, la tua voce priega, + nel cospetto di Dio è tanto accetta, + che nulla a tua domanda mai si niega. + + 70 O donna sopra ogni altra benedetta, + fa' ch'a noi venga il benedetto Frutto, + che con tanto disio da noi s'aspetta.-- + + Io stava ad ascoltar, attento tutto, + le lor parole e le piatose note, + 75 mostranti insieme l'allegrezza e 'l lutto. + + E parte ancor dell'anime divote + a coro a cor dicíen le letanie + con pianto tal, che mi bagnò le gote. + + Ed alcun gl'inni, alcun le psalmodie, + 80 alcuni il Deprofundo e 'l Miserere + dicíen con pianti e dolci melodie. + + Poi un gridò:--Oh! venite a vedere + un, che 'nsú sale ed ha viva persona: + e' dentr'al foco ha le sue membra intiere.-- + + 85 Come a messaggio, c'ha novella bona, + corre la gente ed ognuno el domanda, + ed ei risponde alquanto e non ragiona; + + cosí corríeno a me da ogni banda + spiriti eletti quivi a farsi belli, + 90 sin ch'a felice stato Dio li manda. + + --Noi ti preghiam--dicíen--che ne favelli; + dacché tu sei colle benigne scorte, + non hai timor sentir nostri fragelli. + + Se tu non hai gustata ancor la morte, + 95 dinne se ancor al mondo tornerai, + acciò che lá di noi novella porte.-- + + La Spene e Caritá addomandai + se volíen ch'io parlasse, ed assentîro: + ond'io mi volsi a loro e m'arrestai. +p. 371 + 100 E vidi li tre, posti a gran martiro, + che dentro al foco portavan gran some + con grande ansietá e gran sospiro. + + Il primo addomandai come avea nome, + e che dicesse a me degli altri doi, + 105 e delle some loro il perché e 'l come. + + In prima sospirò, e disse poi: + --Io fui il padre di questo secondo, + ed egli al terzo, ed io avo gli foi. + + Si come spesso avvien del mortal mondo, + 110 che l'uno all'altro la gran soma lassa + de' mal tolletti e frode il carco e 'l pondo, + + in quella vita che, morendo, passa, + io lassa' al figlio e 'l figlio all'altro ancora, + che si rendesse il mal riposto in cassa, + + 115 ed egli all'altro che 'n vita dimora; + e 'l pronepote mio non ce n'aita, + si che una soma giá tre n'addolora. + + Ahi, quanto è saggio chiunque in sana vita + provvede a questo e fa con Dio ragione, + 120 e non l'indugia infino alla partita! + + Ché far non pò la satisfazione, + e spesso a satisfar il mal ablato + un altro erede rubator ci pone. + + Sabello nella vita fui chiamato, + 125 e fui di Roma, e 'l mio figliol fu Carlo, + e Lelio è 'l mio nipote, che gli è a lato. + + --Dacché concesso m'è che io ti parlo + --diss'io a lui,--un dubbio, in che m'hai messo, + dechiara a me, se tu sai dechiararlo. + + 130 Se fu a tuo figlio il satisfar concesso, + perché 'l peccato suo in te redonda, + s'egli ha negletto quel che gli hai commesso?-- + + Ed egli a me:--Se vuoi ch'io ti risponda, + sappi che 'l pentir tardo, freddo e lento + 135 e 'l non ben satisfatto qui si monda. +p. 372 + E, se alcuno avesse il pentimento, + come il ladron, che 'n croce si pentéo, + senz'altra pena al ciel andría contento; + + ché chi, come san Pietro e san Matteo, + 140 in vita o nello estremo ben si pente, + prima vorría morir ch'esser piú reo. + + Ma questo ben pentir, se tu pon' mente, + è raro sí, quanto sería a rispetto + all'assai 'l poco, ch'è quasi niente. + + 145 E cosí 'l mio pentir non fu perfetto, + ch'io 'l tardai e del mal far m'accorse, + quand'era per morir su nel mio letto. + + E, s'io fusse guarito, sarei forse + tornato al mal di prima o, come 'l figlio, + 150 a satisfar arei chiuse le borse: + + siccome chi sta in mare a gran periglio, + che fa gran voti e par tutto contrito + e dassi al petto ed al ciel alza il ciglio; + + e, quando il tempo turbo s'è partito, + 155 ovver ch'egli è disceso fuor del mare, + muta proposto e muta l'appetito. + + Pel freddo pentimento e pel tardare + e perché 'l satisfar lascia' a costoro, + allor che meco io nol potea portare, + + 160 tanto starò in questo purgatoro, + che satisfatto sia, se 'l ben comuno, + che fa la Chiesa, non mi dá adiutoro. + + Di quelle messe e preci ha qui ognuno + la parte sua, come dá 'l corpo il cibo + 165 a' membri suoi, e piú al piú digiuno.-- + + E poscia vidi ciò che ora scribo. + + +p. 373 + + + + +CAPITOLO XX + +Dove trattasi piú distintamente del purgatorio, +e si risolvono certi dubbi. + + + Io vidi poscia alquanti in purgatoro + cantar nel foco:--_Expectans expectavi_,-- + a verso a verso, come si fa 'n coro. + + Ed alcun'altri con voci soavi + 5 dicean anco, cantando:--O Agnus Dei, + che i peccati del mondo purghi e lavi!-- + + E--_Verba mea_--e--_Miserere mei_ + --diceano molti con sí duro pianto, + che a lacrimar condusson gli occhi miei. + + 10 E, poscia che silenzio fenno alquanto, + agnoli vidi su dal ciel venire + con allegrezza e festa e dolce canto. + + E, giunti quivi, un cominciò a dire: + --D'este pene esci fuori, o Pier Farnese, + 15 ché Dio ha posto fine al tuo martíre.-- + + E quel, ch'egli chiamò, ratto s'accese + di luce chiara e tanto benedecta, + che dal fuoco e da incendio lo difese. + + E cominciò a cantar:--_O quam dilecta + 20 tabernacula tua_, o Dio Signore! + Beato chi 'n te spera e chi t'aspecta!-- + + E l'agnol disse:--Da questo dolore + Ugolin d'Ancaran ora ti slega, + e d'esto purgatòr ti cava fòre. + + 25 Ogni volta ch'egli òra, per te priega: + il digiunar e 'l lacrimar, che ha fatto, + ha mosso Dio, che a pietá si piega. +p. 374 + E prete Bonzo ha per te satisfatto + el dever tuo, ed ito tre viaggi; + 30 e le sue messe ancor ti tran piú ratto.-- + + Resperso tutto di celesti raggi, + con quegli angeli insieme in ciel sen gío + al Ben supremo e sempiterni gaggi. + + E prete Bonzo ben conosceva io + 35 per peccatore; e però ammirai + che Dio esaudisse un cosí rio. + + Per questo la Speranza domandai: + --Come chi 'n caritá non è fundato, + può satisfar per queste pene e guai?-- + + 40 Ed ella a me:--Tu sai ben che 'l peccato + è fare o ir contra divina voglia: + però giammai a Dio pò esser grato. + + Come che pianta mai frutto né foglia + potrebbe far, remossa la radice, + 45 cosí chiunque è che caritá si spoglia. + + E, se fa ben alcuno ovver che 'l dice, + giovar li pò al ben, ch'è temporale, + ma non mai all'eterno ovver felice. + + E, quando alcuno, ch'è in pecca' mortale, + 50 prega per quel ch'è 'n caritá unito, + a quello, per cui prega, giova e vale; + + ché non per sé da Dio è esaudito, + ma per colui che prega e satisface, + che giá è eletto all'eterno convito; + + 55 ché spesse volte il messo, che dispiace, + si esaudisce per colui che 'l manda, + o perch'e' chiede cosa ch'altrui piace. + + E spesse volte la buona vivanda, + perché all'infermo si darebbe invano, + 60 negata gli è, quand'egli la domanda; + + la qual, se fusse data a chi è sano, + ed ei la prenda, el robora e conforta + in tutti i membri del suo corpo umano. +p. 375 + Ad alcun anco, in cui caritá è morta, + 65 del ben, che fa, gli avviene ex consequente + che 'l premio eterno e felice ne porta; + + ché, quando egli òra o dona all'indigente, + prega per lui, e la somma Piatade + spesso per questo gl'illustra la mente, + + 70 sí ch'ei torna a vertú ed a bontade: + ond'io conchiudo ch'atto virtuoso + innanzi a Dio giammai in fallo cade. + + --Se tu pervegni al superno riposo + --un disse a me,--innanzi che tu monti, + 75 star meco alquanto non ti sia noioso. + + Se vuoi che 'l nome mio pria ti racconti + e la freddezza mia, la qual io mondo + e che, penando, qui convien ch'io sconti, + + Toso Benigno fui detto nel mondo: + 80 fui piacentino, e da me fu commesso + ad un per me di satisfar il pondo. + + Romper la fede a Dio è 'l primo eccesso, + e poscia al morto, il qual, quando decede, + lascia il suo successor quasi un se stesso. + + 85 Cosí un mio compagno io lassa' erede: + e' di quel ch'io volea, niente fece, + sí come spesso fa chiunque succede. + + Però ti prego, se tornar ti lece, + che dichi al fratel mio che satisfaccia + 90 e che per me vada a Roma in mia vece.-- + + Risposi a lui:--Ciò, che vorrai ch'io faccia, + el farò volentier; ma resta un poco, + ed a me un punto dichiarar ti piaccia. + + Io lessi giá che sta in altro loco + 95 il purgatoro e ch'è parte d'inferno; + ed ora el veggio qui tra questo foco.-- + + Ed egli a me:--Colui, che 'n sempiterno + mai non si muta ed ogni cosa move + e tutto l'universo ha 'n suo governo, +p. 376 + 100 ha qui il purgatoro ed anco altrove, + e nell'inferno puote dar gran festa + e fare il paradiso in ogni dove. + + Basta che qui a te si manifesta + che cosa è 'l purgatoro e che 'l fece anco + 105 prima Iustizia, ovver prima Maièsta, + + e che lí si ristora ciò che ha manco + la penitenzia, e che nullo va al cielo, + se prima non si purga e fassi bianco. + + Ricòrdite dell'alma, che nel gielo + 110 al vescovo gridò:--Io son qui messa + sol per purgarmi, e questo ti rivelo: + + ch'un mese vogli dir per me la messa, + ché cosí spero uscir di questo ghiaccio, + e che indulgenza mi será concessa.-- + + 115 Ricòrdite il pastor quant'ebbe impaccio + nel dir le messe, e come Paulino + giá si purgò, e molti di quai taccio.-- + + Giá le mie scorte avean preso il cammino + su verso il ciel tra l'anime, che stanno + 120 nel foco, come argento a farsi fino, + + ed allo 'ndugio ed alle pene, c'hanno, + con lacrime chiedean mercé da nui, + ricordando l'arsura e 'l loro affanno. + + E, quando presso al cielo io giunto fui, + 125 sentii maggior l'incendio; e per riparo + le scorte mie m'abbracciâro amendui, + + ché 'l foco lí è piú attivo e chiaro, + e, perché tocca il cielo, in giú reflette: + però 'l caldo raddoppia ed è piú amaro. + + 130 Quelle parti del ciel son sí perfette, + che non temono arsura ed han vantaggio + a trasmutazion non star subiette. + + Non so in qual modo, né per qual viaggio, + mi trova' intrato nel ciel della luna, + 135 assai 'n men tempo che detto non l'aggio. +p. 377 + E di due scorte meco era sol una, + cioè la Caritá, che risplendea + sí, che ogni luce arebbe fatta bruna. + + E questa dolce guida ed alma dea + 140 disse:--Alla quinta essenza io t'ho condotto + dall'altra trasmutabile e sí rea. + + Ciò che sta a questo ciel laggiú di sotto, + subiace al tempo e convien vada e vegna + in non niente ed in stato corrotto.-- + + 145 E poi soggiunse quella dea benegna: + --'Nanti che trascorriam noi questi cieli + ed ogni intelligenza che qui regna, + + conviene che il mio offizio ti disveli, + acciò che, quando torni tra' mortali, + 150 gli atti miei lor insegni e lor riveli.-- + + Risposi:--O sacra dea, tra tanti mali + per veder le vertudi io son venuto; + e tu a salire qui m'hai dato l'ali. + + Però te invoco ed a te chiedo aiuto, + 155 che tu m'insegni te, sicché, allora + ch'al mondo narrerò ciò c'ho veduto, + + del regno tuo io possa dir ancora; + e che vertú in tanto è vertuosa, + in quanto amor la 'nforma ed avvalora: + + 160 non amor di Cupido o d'util cosa, + ma quel, che 'l sommo Ben ferma per segno, + e fa l'anima a Dio fedele sposa, + + sí ch'ogni amor, ch'è fuor di lui, ha a sdegno.-- + + +p. 378 + + + + +CAPITOLO XXI + +Della caritá e dell'opere della misericordia corporali e spirituali. + + + --Amor--diss'ella--è la cagione e 'l fine + d'ogni vertú e d'ogni atto morale + e delle cose umane e di divine. + + E tanto ogni vertú appo Dio vale, + 5 quanto ha d'amore; e quanto d'amor manca, + convien che la vertú da bontá cale; + + ch'amore è volontá accesa e franca + a voler fare; e, mentre l'amor dura, + nell'operar la volontá mai stanca. + + 10 E questo amor va sempre a dirittura, + quando elegge per fine e per suo porto + il Creatore e non la creatura. + + E cosí alcuna volta anco va torto, + quando elegge per fine e per suo segno + 15 cosa che manca e che ha l'esser corto; + + onde, s'alcun prudenza, ovver lo 'ngegno, + ovver iustizia, ovver mostri fortezza, + ovver clemenza con atto benegno, + + e ciò facesse a fin d'aver ricchezza, + 20 non saría questo il buon amor, ch'i' ho detto, + né quella caritá, che Dio apprezza; + + ché caritá è un amor perfetto, + ed è dilezion contemplativa, + che 'n ciò, che ama, ha Dio per suo obietto; + + 25 ed ogni cosa, o che sia morta o viva, + ama ed apprezza, in quanto è buona in Dio, + e sopra tutto Lui, donde deriva. +p. 379 + E questa caritá, ch'ora dico io, + ama il demonio, in quanto da Dio pende + 30 per creatura, e non in quanto è rio. + + Cosí di grado in grado ella descende, + amando piú e men, secondo i gradi; + e quanto trova il ben, tanto s'accende. + + Ma, perché amor, se tu diritto badi, + 35 sta in congiunzion stretta e perfetta, + quando è onesta e fuor degli atti ladi + + questa coniunzion cosí costretta, + chiunque la rompe, separa o disparte, + convien che grave offesa egli commetta. + + 40 Però, mirando quanto a questa parte + la caritá è altramente ordita, + ed altramente il suo amor comparte, + + prima ama Dio, che l'esser e la vita + dona alla mente, e poi ama se stesso, + 45 ché nulla cosa ha l'uom piú che sé unita; + + poi ama i genitor dopo sé appresso, + e li figli, la donna e li nepoti, + secondo il grado loro ovver processo. + + In questo amor, se tu attento noti, + 50 vertú, natura e caso altrui coniunge, + quando è onesto e con atti divoti. + + E, quando questo amor va alla lunge, + se caritá lo scalda e fállo grande, + a' peccatori ed a' nemici adiunge. + + 55 Non ch'a lui piaccian l'opere nefande, + ma, 'nquanto uomini, gli ama e per essi òra, + ed a ben far ancor la man lor spande. + + La caritá appar perfetta allora + laggiú nel mondo, quando è sí accesa, + 60 che del suo iniuriante s'innamora. + + E, perché la vertude s'appalesa + nell'operar, cosí si manifesta + nell'operar la caritá, c'hai 'ntesa, +p. 380 + che 'l pover pasce e che dona la vesta + 65 a chi è nudo, e visita e dá aiuto + a quello, il qual l'infermitá molesta; + + e va al prigion, che 'n carcere è tenuto, + e che sia liberato e sia disciolto + s'adopra con favore e con tributo; + + 70 anco è da lei 'l pellegrin raccolto, + e fa che 'l morto di terra si copre, + facendo aiuto perch'e' sia sepolto. + + E fuor di queste sonno anco sette opre + di spirital pietá laggiuso in terra, + 75 che per grandezza a queste van di sopre. + + Prima riprende il prossimo, quando erra, + soavemente; e, s'e' non si corregge, + d'asprezza e poi d'accusa gli fa guerra. + + L'altra consiglia con senno e con legge, + 80 il prossimo drizzando in la via dritta, + quando sta in dubbio e non sa che si elegge. + + L'altra conforta poi la mente afflitta, + l'animo roborando a pazienza, + che vince, se a terra non si gitta. + + 85 La quarta dá il dono della scienza + allo ignorante, il nobile tesoro, + che piú che la ricchezza ha d'eccellenza. + + La quinta prega per tutti coloro + che sonno viator nel mortal mondo, + 90 e per color che stanno in purgatoro. + + L'altra sopporta il gravissimo pondo + de' viziosi e chi mal si nutríca + col mal costume e col vivere immondo; + + ché, dacché 'l vizio ha la vertú nemica + 95 e fagli sempre oltraggio, or quinci pensa + se a sopportar li rei è gran fatica. + + L'altra rimette e perdona ogni offensa. + Queste due sempre son l'opre pietose, + che Caritá giú nel mondo dispensa. +p. 381 + 100 Alza la mente omai all'alte cose, + ch'io ti dirò, ch'agl'intelletti bassi + per troppa sottigliezza son nascose. + + Sappi che amor sempre move li passi + dietro al conoscimento; e, se ben note, + 105 senza esso gli atti del voler son cassi; + + ché amar si posson ben cose rimote + dagli occhi e dalli sensi, ma non mai + s'aman le cose all'intelletto ignote. + + Quanto è 'l conoscimento, o poco o assai, + 110 del ben, che move ed ha 'l voler piacente, + tanto s'accende amor, di cu' udito hai. + + E, perché 'l mondo ovver la mortal gente + non ben conosce le cose del cielo, + però non l'ama ben perfettamente; + + 115 ché non posson veder se non col velo + de' sensi lor, sí come vede il vecchio + al lume fioco d'un piccol candelo. + + E, perché veggion Dio sol nello specchio, + il Creator nelle sue creature, + 120 però l'amor laggiú non ha parecchio + + a questo di quassú, che aperte e pure + vede este cose e che da Dio procede + ogni altro bene e tutte altre nature. + + Or veder puoi ch'amor sempre col piede + 125 va dietro al bene, e tanto ha 'n sé augumento, + quanto el conosce e quanto in bontá eccede. + + Or mira ben a quel ch'ora argumento: + che, quando amor pervien col suo desire + al sommo Ben, che 'l posa e fa contento, + + 130 giammai da quello amor si può partire, + ché nulla displicenzia è che 'l rimova, + ed ogni complacenzia ha nel fruire. + + E, dacché ogni dolcezza quivi trova + e che quel sommo Bene è infinito, + 135 sempre la mente trova cosa nova. +p. 382 + Cosí contentasi il doppio appetito, + in pria la mente e poi la volontade, + ché l'uno e l'altro ha ciò, che ha concupito. + + La mente ve' la prima veritade + 140 nella prima cagion, dalla qual vène + ogni altro effetto ed ogni altra bontade. + + La volontá, che ha sete d'aver bene, + lo gusta e beve quivi in la sua fonte, + ch'eternitá e securtá contiene. + + 145 Però chi vede Dio a fronte a fronte, + convien che abbia caritá compiuta, + se ben ha' inteso le parole cónte. + + Ma giuso in terra è fredda e diminuta, + sinché, illustrata di lume sereno, + 150 alzará 'nsino a Dio la sua veduta. + + Per satisfarti ancora ben appieno, + benché sia in cielo amare Dio necesse, + non però il libero arbitrio è qui meno; + + però che quei, che stan nel beato esse, + 155 amano Dio con volontá amorosa, + se ben hai 'nteso le parole espresse; + + ch'amor e volontá è una cosa, + ed a quel pasto, ove l'amor si pone, + il voler anco libero si posa. + + 160 E, perché 'n Dio è tutta la cagione, + che ad amar la volontade move, + la qual si move sempre a cose bone, + + però, quand'ella ha lui, non va altrove, + sí come fa la pietra ovvero il foco, + 165 quand'egli giunge al suo proprio dove, + + ché ogni cosa ha posa nel suo loco.-- + + +p. 383 + + + + +CAPITOLO XXII + +La Caritá mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori ed eterne. + + + Il grato e bel parlar, ch'ella facea, + mi fu interrotto da dolci armonie + d'un canto d'angel dentro una corea. + + Per questo ad alto alzai le luci mie, + 5 mosso dal cantar dolce e sí giocondo, + che mai in terra simile s'udíe. + + Veder mi parve allora un miglior mondo + e tanto bello, che questo, a rispetto, + è una stalla ed un porcile immondo; + + 10 ché questo è brutto, e quel polito e netto: + lassú son le cagion, qui son gli effetti: + quel signoreggia, e questo qui è subietto. + + Quando tra canti e tra tanti diletti + trovarmi vidi ed essermi concesso + 15 di vedere tanti angel benedetti, + + venne la mente mia quasi in eccesso + pel iubilo soave e tanti balli + di miglia' d'angel, ch'io mi vidi appresso. + + --Fa', fa' che tosto le ginocchia avvalli + 20 --disse la scorta mia,--e riverente + va', come a suo signor vanno i vassalli.-- + + Allor m'avvidi e non tardai niente; + e, quando appresso fui, m'inginocchiai + prostrato in terra tutto umilemente. + + 25 Un angel bello, ch'era de' primai, + mi die' la mano, e, quando mosse il riso, + di luce sparse intorno mille rai. + + --Noi siam qui posti, e sempre in paradiso + vediamo Dio; e lí la nostra vista + 30 sempre contempla il suo eternal viso. +p. 384 + Per volontá del nostro primo Artista + agli uomini del mondo siam custodi, + che ancor combatton nella vita trista + + contra il prince mundan, che 'n mille modi + 35 lor dá battaglia, el drago Satanasso + con suoi satelli e con sue false frodi. + + Da noi è retto ciò che sta giú abbasso: + ciò, che consiglia il senno di Parnaso, + se noi vogliam, s'adempie o viene in casso; + + 40 ché ciò, che è laggiú fortuna o caso, + vien di quassú da quel primo consiglio, + che mai ebbe orto, né avrá occaso. + + E, se in terra, ch'è un granel di miglio + rispetto al ciel, son sí le cose belle, + 45 talché fan lieto il core ed anco il ciglio, + + che debbe esser quassú, onde son quelle? + Qui son gran regni e spiriti divoti, + rettor di questi cieli e delle stelle. + + Non fece Dio li lochi ad esser vòti, + 50 ma per empirli; ed adornò ciascuno, + ratto che gli ebbe fatti, se ben noti. + + Sub terra pose il fratel di Neptuno + e li metalli e l'anime nel duolo + tra lochi sulfurigni e l'aer bruno, + + 55 e gli animali nel terrestre suolo + e l'erbe e i frutti, acciocché nutricare + possa la madre terra ogni figliolo. + + E fece l'acque ed adunolle in mare, + e poscia l'adornò di vario pesce, + 60 che va notando tra quell'acque chiare. + + E fece Dio che ogni fiume n'esce, + ed anco v'entran tutti i fiumicelli; + né però manca il mar giammai, né cresce. + + E su nell'aer pose i belli uccelli, + 65 e, dove fa la grandine, in quel loco + parte di que' che funno a Dio ribelli. +p. 385 + Nel quarto regno, elemento del foco, + fe' il purgatoro, dove li fedeli + ristorano il pentir, il qual fu poco. + + 70 Fe' dieci regni poi tra questi cieli + e gl'ordini degli angel quassú pose, + pien di fervore e d'amorosi zeli. + + E l'universo in tal modo dispose, + che, quanto piú si sale inver' l'altura, + 75 piú grandi e piú perfette son le cose. + + Tra gli elementi il foco ha men mistura; + tra i cieli quei c'han maggiori contegni + insino al primo, il qual è forma pura. + + Di sopra a noi sono amplissimi regni + 80 di Troni e Principati e di Cherúbi; + e, quanto stan piú su, piú sonno degni. + + Tu li vedrai, se tanto alla 'nsú subi; + ed ogni regno n'ha mille migliaia, + ed hanno il paradiso in ciascun ubi.-- + + 85 E poscia tutta quella turba gaia + ricominciôn lor canti e lor tripudi + con splendore, che 'l sol par ch'ognun paia. + + O uomini mundan, mortali e rudi, + perché tardate su al ciel venire + 90 per la via aspra e dolce di vertudi? + + La scorta mia a me cominciò a dire: + --Se altro vuoi veder qui, presto mira, + ché omai debbiamo ad altro ciel salire.-- + + Allor mirai e vidi come gira + 95 la figlia di Latona il Zodiáco + e come giú sopra gli umori spira, + + e, come quando è 'n coda o in co' del draco, + che per la terra il suo fratel non sguarda, + il lume suo si oscura e fassi opaco. + + 100 Vidi quando è veloce e quando tarda, + e come a poco a poco si raccende, + e come per vapor par pur ch'ell'arda. +p. 386 + Poscia al secondo ciel, che piú risplende, + dall'amorosa scorta io fui condotto; + 105 e questo l'altro circonda e comprende. + + Lí sta Mercurio, e l'animo fa dotto + nell'eloquenza ed anco signoreggia + sopra agli attivi nel mondo di sotto. + + E, perché l'epiciclo suo attorneggia + 110 il volto al Sole, il suo lume minore + fa Febo che nel mondo non si veggia; + + ché sempre mai la luce e lo splendore + convien ch'offuschi, manchi e che s'appochi + alla presenza del lume maggiore. + + 115 Angeli e santi io vidi in mille lochi + giranti su e giú ed ire a danza, + con canti dolci ed amorosi invochi: + + canto, che tanto quel di quaggiú avanza, + che, poi che io torna' al mondo diserto, + 120 ogni dolce armonia m'è dissonanza. + + E, perché ben ridir non posso aperto + quello ch'io vidi, vuol però la musa + ch'io ponga fine al mio parlar coperto. + + Il suo comando a me fará la scusa, + 125 e che nel mondo il ben non è inteso, + dove la 'nvidia la vertude accusa. + + Dacché san Paulo, quando fu disceso + dal terzo ciel dell'amorosa stella, + di quell'arcano, il qual avea compreso, + + 130 a' mortali non disse altra novella, + se non:--Io fui e vidi ed io udii + cosa, che di quaggiú non si favella;-- + + chi dir potrebbe degli angeli pii + e della venustá, che 'n lor si spande, + 135 che, a rispetto dell'uom, paiono dii? + + O palazzo di Dio, tanto se' grande, + che mille miglia e piú 'l Zenitte muta, + quando avvien ch'un quaggiú un sol passo ande. +p. 387 + E, poscia che ogni sfera ebbi veduta + 140 e l'anime salvate e i Serafini, + de' quai narrare appien la lingua è muta, + + tra le lor vaghe rime e soavi ini, + tra l'allegrezze e modulosi canti, + tra dolci suoni e piú vari tintíni, + + 145 la scorta mia mi fe' salir sí avanti, + che io pervenni a quel supremo regno, + ove piú splende Dio e li suoi santi. + + --O sommo Ben--diss'io,--a cui io vegno, + benché sia verme e vilissima polve, + 150 non mi scacciare e non mi aver a sdegno. + + Risguarda al peccator, ch'a te si volve; + e, s'è rimaso in lui anco alcun rio, + sola la tua piatá è che l'absolve.-- + + Quando questo ebbi detto, io vidi Dio + 155 e chiar conobbi ch'era il sommo Bene, + il qual contentar può ogni disio; + + e che era il primo prince, da cui viene + ogni verace effetto, e sua potenza + ha fatto tutto, e solo egli el mantiene. + + 160 La sua grandezza e sua alta eccellenza + sol egli la comprende e tanto abonda, + che nulla mente n'ha piena scienza. + + Chi piú a contemplarlo si profonda + nel mar di Dio, e chi piú addentro beve, + 165 ancora si ritrova in su la sponda. + + E, perché 'l corpo l'anima fa grieve, + non molto stetti, che, pel suo comando, + in terra fui posato lieve lieve. + + Cogli occhi lacrimosi e sospirando, + 170 io mi ricordo di quei lochi adorni; + e 'l volto alzando al cielo, i' dico:--Oh quando + + será, mio Dio, il dí che a te retorni! + + + + + +NOTA + + +I + +Il poema frezziano, composto tra la fine del sec. XIV e il principio +del XV, ebbe non meno di trenta trascrizioni e non piú di dieci +ristampe. + +È inutile che io parli di cinque trascrizioni, che sono o irreperibili +o assolutamente perdute; né vale la pena di tener conto di due +brevissimi frammenti di codici, che si trovano uno a Firenze e l'altro +a Oxford. Gli altri ventitré, per la maggior parte, furono redatti nel +sec. XV, e tra essi quelli di data certa sono sette, cioè: + +1° il cod. 989 della Biblioteca Universitaria di Bologna, col titolo +_Liber de Regnis_, con l'attribuzione a Niccolò Malpigli a principio e +con la data del 1430; + +2° il cod. Conv. Soppr. C. I. 505 della Nazionale Centrale di Firenze, +col titolo aggiunto _Quatriregio del decursu della vita umana_, con +l'attribuzione a «Federico vescovo della cittá de Foligni» e con la +data del 1449; + +3° il cod. Ashb. 565, della Laurenziana, con in fine l'indicazione di +_Libro de quatro reami_, la stessa attribuzione precedente e la data +del 1461; + +4° il cod. Cappon. n. 70 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo +Libro de' regni, adespoto e con la data del 1464; + +5° il cod. Ashb. 372 della Laurenziana, col titolo precedente, +adespoto e con la data del 1469; + +6° il cod. Magliab. II. II. 35 della Naz. Centr. di Firenze, col +titolo precedente, adespoto e con la data del 1474; + +7° il cod. Class. n. 124 di Ravenna, col titolo precedente, adespoto +e con la data del 1476. + +Appartengono anche al sec. XV i seguenti 12 codici del Quadr. senza +data, cioè: + +1° il cod. Ottobon. 2862 della Vaticana, con in fine l'indicazione +_Liber de quattuor regnis_ e l'attribuzione a Federico vescovo di +Foligno; + +2° il cod. Palat. 343 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo +marginale _Quatriregio del decursu della vita umana_, con +l'attribuzione precedente; + +3° il cod. Class. n. 231 di Ravenna, col titolo _Libro di regni_ e con +l'attribuzione precedente; + +4° il cod. Ashb. 1287 della Laurenziana, col titolo _Quadriregio del +decurso della vita umana_ e con l'attribuzione precedente; + +5° il cod. Riccard. 2716, col titolo _Libro de' regni_ e senza nome +d'autore; + +6° il cod. Magliab. II. II. 34, col titolo precedente e adespoto; + +7° il cod. 1346 della Biblioteca Pubblica di Lucca, col titolo moderno +_Quadriregio_ e con uguale attribuzione a Federico Frezzi; + +8° il cod. ora Cora di Torino, col titolo _Federghina_, giá posseduto +dal Convento di S. Michele presso Venezia; + +9° il cod. 1454 dell'Angelica di Roma, col titolo _Liber magistri +Federici_; + +10° il cod. Canonic. n. 37 della Bodleiana di Oxford, col titolo +_Libro de Regni_ e adespoto; + +11° il cod. 10424 del British Museum di Londra, col titolo precedente +e adespoto; + +12° il cod. Hamilton 265 della R. Bibl. di Berlino, col titolo +precedente e adespoto. + +Appartengono al sec. XVI: + +1° la trascrizione Gaddiana contenuta nel cod. XXXII, plut. LXXXX +della Laurenziana, col solito titolo _Libro de Regni_, senza nome +d'autore e con la data d'un esemplare precedente perduto (1493); + +2° il cod. Segniano XIX della stessa biblioteca fiorentina, col titolo +suddetto e senza data. + +Appartiene al sec. XVII la trascrizione contenuta nel cod. C. X. 16 +della Comunale di Siena, col titolo _Quadriregio_, con l'erronea +attribuzione a _Ludovico Frezza_ e mutila in fine. + +In ultimo, appartiene al sec. XVIII il cod. Palat. 344 della Naz. +Centr. di Firenze, col titolo _Libro de Regni_, adespoto, senza data +ed esemplato sull'Ashb. 372. + +Naturalmente, fra tutti codesti codici, i piú importanti sono quelli +redatti nel 400, di cui occorrerebbe stabilire la genealogia, per +poter rintracciare il piú antico e il piú vicino all'autografo +frezziano, che non si conosce; ma l'impresa è per molte ragioni +difficile, e non so se troverá mai uno studioso di buona volontá, che +se l'assuma e l'assolva. + +Quanto poi alle stampe del poema, la serie cominciò alla fine del sec. +XV con la Perugina, fatta da Stefano Arns, nel 1481, in caratteri +gotici, intitolata _Quatriregio del decurso della vita umana_, +esemplata sul cod. Palat. 343 e fornita dell'attribuzione a Federico +vescovo di Foligno: bella, ma non poco scorretta. La seconda è quella +apparsa nel 1488 a Milano pei tipi di Antonio Zarotto, anch'essa in +caratteri gotici, con lo stesso titolo e con la stessa attribuzione, e +quindi figlia legittima della Perugina precedente. Seguí quasi +certamente un'edizione fiorentina senza data e senza nome +d'impressore, in caratteri rotondi, con titolo e attribuzione uguali +alle altre, ma con indizi di affinitá maggiore alla Perugina e con +qualche notevole novitá, di cui non si può stabilire la provenienza. +La quarta ristampa si ebbe nel 1494 a Bologna per opera di Francesco +De Regazonibus, che non fece altro se non ricalcare le orme +dell'anonimo editore fiorentino, e di suo aggiunse soltanto il titolo +isolato nel r. della prima carta: _Libro chiamato Quatriregio del +decorso della vita umana in terza rima_. + +Alle quattro edizioni quattrocentesche tennero dietro tre altre nel +primo 500, e sono: quella impressa nel 1501 a Venezia da Piero da +Pavia e discendente dalla Bolognese, quantunque presenti molti errori +tipografici ed abbreviature in piú; quella uscita a Firenze nel 1508 +per cura intelligente di Piero Pacini da Pescia, col titolo +_Quatriregio in terza rima volgare, cioè del Reame temporale e mondano +di questo mondo_ etc., in caratteri rotondi e con la stessa +attribuzione delle altre, ma anche con molte pregevoli silografie e +con molti utili richiami in margine, e assai piú corretta e moderna +della Fiorentina senza data, che l'editore sembra abbia tenuto +presente; e la seconda ristampa veneziana del 1511, fatta da editore +ignoto, scorrettissima e con indizi manifesti di discendenza diretta +da quella del 1501. + +Dopo codeste edizioni, il poema giacque dimenticato per piú di due +secoli, e solo nel 1725 apparve una nuova ristampa pei tipi di Pompeo +Campana di Foligno, in due volumi e col doppio titolo di _Quadriregio +o poema de' quattro regni di monsignor Federigo Frezzi_ etc., che, +condotta con metodo affatto nuovo, pur non rispondendo a tutte le +esigenze della critica moderna, superò tutte le altre. Di essa, che fu +l'unica edizione del poema nel 700, dirò meglio in séguito. Basterá +qui ricordare che, quando si volle nel secolo successivo ridare alla +luce il _Quadriregio_, non si fece che riprendere il testo folignate e +ripresentarlo quasi tal quale sotto una veste tipografica piú moderna. +Cosí si ebbero i due _Quadriregi_, pubblicati nel 1839 dall'Antonelli +di Venezia e inseriti, con lievi differenze, nella doppia collezione +in formato diverso del suo _Parnaso classico italiano_. + + +II + +La fortuna di questo poema non è tutta nelle sue redazioni manoscritte +e nelle sue ristampe. Se nel sec. XVII esso non fu cosí letto e +studiato come nei secoli precedenti, sorse appunto in quel tempo la +famosa controversia sulla sua paternitá per opera del Montalbani, +allora possessore del codice ora 989 dell'Universitaria bolognese. E +l'affermazione gratuita di lui, che il _Quadriregio_ fosse opera del +Malpigli, passata dapprima inosservata, accolta poi senza discussione +anche dai maggiori letterati del primo Settecento, provocò le piú +ampie riserve da parte del Crescimbeni e suscitò un grande rumore e +una grande attivitá nel seno dell'accademia folignate dei Rinvigoriti, +fintanto che il Canneti, che ne era _magna pars_, pubblicò nel 1723 la +sua nota Dissertazione, nella quale con abbondanza di argomenti +restituiva il poema al suo legittimo autore Federico Frezzi. Seguí a +breve distanza la ristampa folignate, cui si è accennato, giá +preparata da gran tempo dalla stessa accademia con la collazione di +piú codici ed edizioni precedenti, e accompagnata da un ricco corredo +di commenti del Pagliarini, del Boccolini, del Canneti stesso e +dell'Artegiani, che diede anche il primo e maggiore impulso alla +ricerca delle fonti del poema frezziano. E si deve a quell'importante +e raro lavoro collettivo del primo Settecento, se il poema tornò ad +essere oggetto di studio da parte del Palermo, del Marchese, del Rajna +e del Mazzi, che ne parlarono nei loro scritti; se nel 1878 fu +compreso fra i testi spogliati e citati dalla Crusca nel suo +_Vocabolario_; e se in séguito si discorse di esso piú ampiamente +nelle opere di divulgazione letteraria e di critica, che sarebbe qui +troppo lungo ricordare. Venne poi il Fornaciari a fare in una rivista +fiorentina del 1883 un'ampia esposizione del _Quadriregio_ messo in +relazione col poema dantesco; e pochi anni dopo il Faloci-Pulignani, +nella sua monografia su _Le lettere e le arti alla corte dei Trinci_, +presentava i frutti di speciali ricerche da lui compiute sulla vita e +l'attivitá letteraria del Frezzi. Si occupò, in séguito, del poeta +folignate L. Frati nello scritto intorno a _Nicolò Malpigli e le sue +rime_, aggiungendo nuovi argomenti alle stringenti conclusioni del +Canneti sulla paternitá del poema; di lui si occupò ancora il +Crocioni, esaminando i _Dialettismi del Quadriregio_; e una serie di +studi diversi sull'opera frezziana pubblicava dal 1903 l'autore di +questa Nota. Ricorderò fra essi: 1° _I codici del Quadriregio_ (in +_Boll. di storia patria per l'Umbria_, vol. X, fasc. III.); 2° La +materia del _Quadriregio_ (Menaggio, Baragiola, 1905); 3° Le edizioni +del _Quadriregio_ (in Bibliofilia, voll. VIII e IX); 4° Il P. C. +Lodoli M. O. a proposito d'un codice del Quadr. da lui posseduto (in +Miscellanea francescana del dicembre 1910); 5° Un'accademia umbra del +primo Settecento e l'opera sua principale (in Boll. di storia patria +per l'Umbria, voll. XIII-XVIII, pubbl. anche a parte in due volumi con +aggiunte e indici speciali). Un nuovo e notevole contributo allo +studio delle fonti frezziane diede L. F. Benedetto nel volume _Il +Roman de la Rose e la letteratura italiana_, pubblicato nel 1910 ad +Halle, in cui dedicava alcune pagine importanti alle relazioni tra la +prima parte del _Quadriregio_ e il libro francese. Nel 1911 B. Gilardi +dava alla luce alcuni suoi _Studi e ricerche intorno al Quadriregio_ +di Federico Frezzi (Torino, Lattes), che veramente ben poco di nuovo e +di esatto contengono. Poco dopo, chi scrive riuniva sotto il titolo di +Varietá frezziane (Udine, Vatri, 1912) alcuni saggi sullo stesso poema +giá sparsamente pubblicati, a cui aggiungeva una monografia su +L'ottava edizione del _Quadriregio_ nel carteggio fontaniniano (da lui +consultato nella Capitolare di Udine), colmando cosí una lacuna del +citato lavoro sull'Accademia folignate dei Rinvigoriti. Ed ora si +annunzia una monografia di A. Pellizzari _Riflessi danteschi nel +Trecento_, in cui si discorrerá a lungo dell'imitazione della +_Commedia_ nel poema frezziano. + + +III + +Gli editori del 1725, come ho giá detto, non si contentarono di +riprodurre il testo di una delle vecchie ristampe del poema, e per la +prima volta ne costituirono uno nuovo, che riuscí molto diverso e +migliore. A questo giunsero con l'esame del cod. Palat. 343 (allora +Boccoliniano), dei due codd. Class. 124 (allora Estense) e 231, del +cod. Bol. Univ. 989 (allora Beccariano), nonché delle edizioni +precedenti (meno la Milanese, che non conoscevano), e specialmente +della Perugina, facendo conoscere agli studiosi anche le varianti non +accettate. Ma quel lavoro critico, certamente faticoso e in gran parte +lodevolissimo, se piacque agli eruditi del tempo, non poteva +accontentare in tutto e per tutto quelli di epoca piú a noi vicina, +che vedevano in esso troppo ingentilito l'aspetto linguistico del +poema rispetto alla rozzezza dialettale delle precedenti edizioni, e +vi trovavano ancora molti luoghi oscuri, una punteggiatura spesso +inesatta e altri difetti minori. Se quell'edizione insomma ha maggiore +importanza delle altre, non può avere il valore di definitiva, anche +per il limitato numero di codici consultati dal Canneti, che piú +direttamente degli altri si occupò della critica del testo. + +Ciò posto, sarebbe stato conveniente, nell'apprestare una nuova +ristampa del _Quadriregio_, non curarsi piú che tanto della Folignate +e procedere alla formazione d'un nuovo testo su altri manoscritti +autorevoli. Ma questo avrebbe imposto una fatica tutt'altro che lieve +(si tratta di 12101 verso!); né lievi sarebbero state le difficoltá +per riunire e consultare in un luogo solo il maggior numero possibile +di codici appartenenti a tante biblioteche italiane e straniere. +Miglior partito, quindi, mi è sembrato quello di riprendere ora come +base del nuovo il testo del poema edito nel 1725 e correggerlo col +soccorso di altre lezioni non esaminate o non apprezzate da quegli +editori, e coll'uso dei mezzi suggeriti dalla moderna critica +filologica. E questo è ciò che io ho fatto scrupolosamente libro per +libro, canto per canto, verso per verso. + +Fra i codici del _Quadriregio_ ancora inosservati e tuttavia +importanti ho scelto quello segnato Conv. Soppr. C. I. 505 della +Nazionale Centrale di Firenze e l'Ashb. 372 della Laurenziana, che +sono dei piú antichi e meglio redatti. E li ho tenuti presenti dal +principio alla fine del poema, ma specialmente in quei luoghi, in cui +il Canneti accenna alle varianti dei codici da lui consultati. Per i +luoghi poi piú oscuri e dove non credevo sufficiente codesto materiale +a stabilire una lezione persuasiva, son ricorso anche ad altri +manoscritti, e precisamente agli Ashb. 565 e 1287 e all'Angel. 1454. +Ciò però non vuol dire che in molti altri casi, in cui il Canneti non +ci ha dato le varianti dei quattro codici da lui esaminati, io non +abbia fatto appello anche ad essi, com'era necessario. + +Alla collazione dei codici suddetti ho creduto opportuno aggiungere +quella di qualche antica ristampa. E poiché il Canneti non aveva +tenuto conto della Milanese del 1488, pensai subito di metterla a +profitto io; ma, oltreché questa non differisce, come ho detto dianzi, +dalla Perugina, è anche rarissima, e credo che in Italia non si trovi +che la copia posseduta dall'Ambrosiana di Milano. Piú vantaggioso, +certamente, sarebbe stato tener presente la Fiorentina del 1508; ma +anche questa è divenuta molto rara e di difficile consultazione. Dato +quindi lo scarso valore della Fiorentina senza data, della Bolognese e +delle due Veneziane, del 1501 e del 1511, non restava che servirmi +della Perugina, che, per quanto giá studiata dal Canneti nel 1725, +poteva essermi utilissima e illuminarmi su molte cose da lui +trascurate. Infatti essa conserva piú genuina la forma dialettale +delle parole umbre e quella umanistica delle parole derivate dal +latino, e, pur essendo irta di errori d'interpretazione e di stampa, +pur mancando di qualche terzina e di ogni segno d'interpunzione, pur +avendo versi incompleti o troppo lunghi e rime inesatte, offre ancora +una quantitá notevole di varianti, oltre quelle giá notate dal +Canneti. Io l'ho esaminata con grandissima cura e me ne sono valso in +numerosi luoghi, che qui indicherei, se non dovessi impormi una certa +brevitá. Ho tenuto anche conto delle scarse correzioni apportate al +testo del poema dalle due edizioni del 1839, che non sono però +neanch'esse prive di nuovi errori. + +A tutti codesti testi mss. e stampati devo se in molti luoghi il senso +è stato chiarito o semplificato con l'uso prudente delle varianti, con +l'inversione delle parti di alcune frasi, con l'aggiunta di qualche +parola, che nella edizione folignate non si trova, e con la +soppressione di altre, che il Canneti aveva creduto di conservare o +d'inserire. Ecco un elenco sommario di versi, che hanno subito piú o +meno notevoli cambiamenti di codesto genere: + + +Libro I, cap. I, vv. 9, 26; cap. III, v. 142; cap. IV, v. 147; cap. +VI, v. 52; cap. VII, v. 59; cap. VIII, vv. 117, 151, 153; cap. IX, vv. +48, 109, 122, 148; cap. XI, vv. 24, 30, 133; cap. XII, v. 70; cap. +XIII, vv. 21, 73, 87, 107; cap. XIV, v. 27; cap. XVI, v. 95; cap. +XVII, vv. 28-29, 32, 72, 108; cap. XVIII, vv. 25, 26, 33, 107. + + +Libro II, cap. I, v. 121; cap. II, vv. 58, 66; cap. III, vv. 52, 57, +61, 104, 126, 141, 147; cap. IV, vv. 6, 15, 70, 82, 93, 104, 134; cap. +V, vv. 26, 88; cap. VII, vv. 109, 137, 157; cap. VIII, vv. 49, 65, 68, +71, 81; cap. IX, v. 116; cap. X, vv. 17, 29, 149; cap. XI, vv. 34, 44; +cap. XII, vv. 53, 60, 143; cap. XIII, vv. 49, 144; cap. XIV, vv. 4, +12, 75, 118; cap. XV, vv. 35, 39, 99; cap. XVI, vv. 5, 39, 41, 50, 66, +90, 143, 152; cap. XVII, vv. 38, 51; cap. XVIII, vv. 16, 98; cap. XIX, +vv. 22, 100, 102, 120, 170. + + +Libro III, cap. I, v. 119; cap. II, v. 70; cap. III, v. 28; cap. IV, +vv. 19, 24, 36, 43, 54, 59, 99; cap. V, vv. 48, 55, 67, 82, 86, 122; +cap. VI, vv. 10, 65, 74, 147, 157; cap. VII, vv. 17, 45, 69, 142, 152, +160; cap. VIII, vv. 3, 91; cap. IX, v. 126; cap. X, vv. 45, 70; cap. +XI, v. 99; cap. XII, v. 39; cap. XIII, vv. 131, 155, 167, 168; cap. +XIV, v. 76; cap. XV, vv. 27, 37; cap. XV, v. 157. + + +Libro IV, cap. I, vv. 26, 47, 132; cap. II, vv. 17, 24, 40, 45, 59; +cap. III, vv. 42, 61, 92, 93; cap. IV, vv. 16, 71, 73, 79, 120, 135; +cap. V, vv. 84, 100; cap. VI, vv. 72, 89, 93, 130, 150; cap. VII, vv. +40, 56, 122, 175; cap. VIII, vv. 59, 63; cap, IX, vv. 21, 76, 101, +105; cap. X, vv. 31, 33, 36, 61, 63, 125, 149; cap. XI, vv. 12, 16, +38, 66, 84; cap. XII, vv. 19, 33, 48, 52, 91, 158; cap. XIII, vv. 3, +16, 62, 74, 99, 141; cap. XIV, vv. 23, 26, 29, 130; cap. XVI, vv. 23, +87; cap. XVII, vv. 7, 8, 19, 27, 65, 140, 153; cap. XVIII, vv. 2, 61, +116, 138, 146; cap. XIX, vv. 50, 57, 61, 123, 132, 140; cap. XX, vv. +18, 29, 36, 49, 76, 87, 104, 160; cap. XXI, vv. 38, 84, 100, 110, 148; +cap. XXII, vv. 17, 26, 35, 71, 77, 83, 93, 106, 113, 136. + + +L'elenco sarebbe molto piú lungo, se avessi voluto tener conto di +tutti i versi, nei quali furono soppressi molti «e», «io», «e'» ed +«in» (davanti a «pria»), di cui le edizioni del 1725 e 1839 son piene, +e che ho ritenute inutili e ingombranti o che non erano nei testi +precedenti. Cosí non vi ho compreso quelli, nei quali tutti i pronomi +«le» sono stati cambiati in «gli» e gli articoli e i pronomi «il» +hanno ceduto il posto ad «el», secondo i testi mss. e stampati piú +antichi, né quelli in cui sono state ritoccate le rime. + +Piú numerosi mutamenti ho introdotti nel _Quadriregio_ per ciò che +riguarda la forma, ora dialettale ora umanistica delle parole. Sotto +questo aspetto si dirá che il poema frezziano ora riappare invecchiato +in paragone delle ultime ristampe, che avean cercato di ringiovanirlo +rispetto a quelle piú antiche. Ma che importa ciò, se esso, senza +ritornare alla rozzezza delle prime edizioni, riacquista un aspetto +piú confacente alla sua origine, al luogo, cioè, ed ai tempi in cui fu +composto? A me insomma è parso che, date le condizioni del poeta, il +quale visse molto tra la sua Umbria e la Toscana in quel periodo di +transizione dal sec. XIV al XV, l'opera sua dovesse risentire, piú di +quanto non risulti dall'edizione cannetiana, degl'influssi esercitati +su lui dal natio dialetto e dall'umanesimo fiorentino. Del resto, se +si leggono i codici e le prime edizioni del _Quadriregio_, vi si +trovano moltissime parole dialettali umbre e moltissime altre di forma +assolutamente latina; e se le prime sono talvolta frutto e conseguenza +delle abitudini dei copisti e dei tipografi, non si può dire lo stesso +delle altre. Io non ho preso dai testi consultati tutto ciò che avrei +potuto mietere in questo doppio terreno: tanto è vero che qua e lá il +lettore potrá incontrare le stesse parole ora riprodotte in una forma +ora in un'altra; ma tutte le volte che ho trovato piú testi concordi o +quasi nella riproduzione dialettale o latineggiante d'un vocabolo, io +l'ho accettato e introdotto nella stampa. Un glossario spiegherá in +fondo le parole umbre meno facili a comprendersi, e vi si terrá conto, +fin dove sará possibile, delle Dichiarazioni del Boccolini e delle +osservazioni del Crocioni sui dialettismi frezziani. + +Cosí ho cercato di dare al testo del _Quadriregio_ una forma piú +genuina, o, per lo meno, piú corrispondente a quella antica. Inoltre +ho tolto il maggior numero di maiuscole inutili; ho disteso molte +forme verbali e mutato molte «e» in «ed»; ho stabilito una +punteggiatura piú esatta e meno capricciosa; ho curato, per quanto ho +potuto, l'ortografia delle parole e l'esattezza metrica dei versi, che +spesso sciolgono i dittonghi ed escludono l'elisione, ed ho corretto +tutti gli errori tipografici sfuggiti agli editori del 1725 e del +1839. + +Dopo ciò che son venuto dicendo fin qui, ben pochi sono i versi del +poema frezziano che in questa edizione abbiano conservato in tutto e +per tutto l'aspetto che avevano nelle ultime. Esporrò ora alcune +osservazioni ed avvertenze che riguardano versi e terzine speciali. + +Libro I, cap. III, v. 8: Ho conservato la lezione della Folignate, +sebbene nella Perugina se ne abbia un'altra: «che tu non l'abbia avuta +al tuo desire»; v. 126: Ho tolto il secondo «con» della Folignate, +perché non è necessario e del resto non si trova nella Perugina.--Cap. +VI, v. 109: Noto che nella Perugina invece di «Alconia» si legge +chiaramente «Meonia». Il Canneti, non registra questa variante ed io, +per essermene accorto troppo tardi, non so se si trovi anche in +qualche codice; ma si può ritenere per certo che almeno nel cod. +Palat. 343, che serví a quella prima edizione, non manchi.--Cap. VIII, +v. 47: Aggiungo un «e», che, se non è estremamente necessario, non sta +male e del resto si trova nella Perugina.--Cap. XVIII, v. 22: Della +doppia lezione «quarta-quinta» parla lungamente l'Artegiani nel suo +commento del 1725 (cfr. _Quadr_., vol. II, pagg. 28-29). Il suo +ragionamento molto persuasivo mi ha indotto a conservare la lezione +«quarta» della Folignate, confermata anche dal cod. Conv. Soppr. c. I. +505 della Naz. Centr. di Firenze, sebbene io abbia letto «quinta» nel +cod. Ashb. 372. + +Libro II, cap. I, v. 101: È chiaro che qui si parla della leggendaria +Arianna. La forma «Adriana», che io prendo dalla Folignate, si trova +giá nella Perugina e forse anche nei codici osservati dal Canneti, che +non aggiunge varianti. A me è toccato di leggere nei codici anche +«Andriana» e «Dadriana». Del resto, il Petrarca scriveva «Adrianna» +(cfr. _Trionfo d'Amore_), da cui forse viene la forma frezziana.--Cap. +VI, vv. 16-21: Ho tolto la «e» al v. 19, sebbene si trovi anche nei +testi da me consultati, ed ho punteggiato diversamente dal Canneti +tutto il periodo, per renderlo meno oscuro e piú spedito.--Cap. X, v. +6: Ho cambiato il «nullo» in «nulla», sebbene i testi confermino +quella lezione, perché essa non ha senso.--Cap. XI, v. 20: Il verbo +«pon» sembra una corruzione di «son», che darebbe maggior chiarezza al +concetto; ma io non l'ho mutato, perché esso può accordarsi con uno +solo dei soggetti precedenti, e perché è scritto proprio «pon» nei +testi da me veduti.--Cap. XV, v. 153: Non credo si debba leggere «Ser +Vagnone», come legge il Canneti, perché bisognerebbe ammettere che +quel gran delinquente fosse un signore rispettabile; meglio conservare +la forma unita, quale si trova nelle prime edizioni, come se fosse +tutto un nome.--Cap. XVI, v. 36: I codici da me visti e la stampa +perugina hanno «gani» - «ganni» - «inganni» invece di «Giani» (cfr. su +questa questione il mio cit. lavoro _Un'accademia umbra_ ecc., I, +263). Del resto, il famoso traditore di Maganza è ricordato anche +altrove dall'autore del _Quadriregio_ (cfr. la pag. 315 di questa +ristampa).--Cap. XVIII, v. 11: Sebbene i testi da me visti non abbiano +l'articolo «'l» davanti a «sesto», ho creduto necessario aggiungerlo; +vv. 115-118: Tutti i testi da me consultati, anche il Class. 124, +hanno «Ai miseri» invece di «I miseri», che leggiamo nella Folignate; +io ho creduto opportuno di riprender quella costruzione, perché, se +non si accorda col verbo «n'han diletto», si collega meglio dell'altra +con l'ultimo verso--Cap. XIX, v. 159: Sostituisco «mézze gelse» a +«more gelse», perché cosí leggo in due codici e nell'ediz. perugina, e +perché, significando in questo luogo «more molto mature», +l'espressione è piú propria dell'altra. + +Libro III, cap. III, v. 26: Conservo la lezione cannetiana «E 'l sesto +prete grande», sebbene sembri piú logico dire «del sesto» ecc.; ma di +cinque testi antichi nessuno mi autorizza a fare questo cambiamento; +v. 83: Aggiungo una «d'» a principio, senza il consenso dei testi; v. +96: Invece della lezione «chi le è legge», i testi da me consultati +hanno «chi lo reggie»-«chi li leggie»-«chi glitegge»: io ho sostituito +la prima variante col combiamento del «lo» in «la» come piú +logica.--Cap. IV, v. 71: In qualche testo antico manca «addietro», ed +io lo tolgo, svolgendo il verbo, che nel testo perugino è «ritraea», e +aggiungendo l'articolo «le»; v. 72: L'ultima parola, nel testo +folignate, non rima coi versi precedenti; quindi correggo «se +n'addette» in «se n'addetta», sebbene la Crusca non registri un verbo +«addettarsi».--Cap. VI, v. 161: Correggo «rimettea» in «rimette» senza +il consenso del testo perugino, perché questa forma verbale si collega +meglio con quella che segue, e anche il verso ci guadagna.--Cap. VII, +vv. 7-9: Per l'abbondanza dei «che» e dei «suo» in questa terzina, +credo conveniente sostituire a due di queste forme, nel secondo verso, +gli articoli relativi ai nomi.--Cap. X, v. 27: Io non credo che in +questo verso si debba leggere «bionde danze», come si legge nella +Folignate e in alcuni testi antichi: il verso dev'essere guasto: +questa lezione non stará per «biondanze»?--Cap. XI, v. 72: Cinque +codici da me consultati e la Perugina hanno «agazza»-«aggaza», invece +di «aggrada», che si legge nella Folignate: io riprendo la prima +forma, sebbene la Crusca non la registri; v. 110: la Folignate ha +«fonno» (per «fondo»), le Veneziane del 1839 hanno «sonno», perché gli +editori credettero che quello fosse un errore di stampa, mentre il +Boccolini giustificava «fonno» nelle sue Dichiarazioni. I codici e la +Perugina hanno sempre «sonno».--Cap. XII, v. 1: Conservo il «non», +sebbene io non l'abbia trovato né nei codici consultati per la prima +volta da me, né in quelli giá studiati dal Canneti, né nella Perugina. +Noto che solo il cod. Angel. 1454, fra quanti ne ho esaminati, lo +registra.--Cap. X, v. 89: È strano che il Canneti non abbia capito la +necessitá di correggere «la man», che ha trovato in qualche testo ed +anche nella Perugina, in «l'aman», che io ho letto chiaramente nel +cod. Ashb. 372 e non mi son curato di cercare in altri codici: tanto +mi pare esatta questa forma per il concetto. Ma piú strano ancora è +che neanche gli editori del 1839 si sieno accorti dell'errore.--Cap. +XIV, vv. 128-129: Ho chiuso questi versi in parentesi per la forma +singolare degli aggettivi e dei verbi, che essi contengono e che non +si accordano con quelli dei vv. 127 e 130. L'edizione perugina e il +cod. Palat. 343 hanno nel v. 128 forme plurali, che sarebbero +accettabili, se poi non seguisse il singolare «voli» nel v. 129.-- + +Libro IV, cap. I, v. 29: Contiene nelle stampe precedenti un «dolci», +che si ripete nel verso seguente: per questo io ho tolto di mezzo +questo aggettivo e messo in principio del verso un «e», che non mi +pare sia fuori di luogo; v. 60: I testi da me confrontati dánno +ragione alla lezione cannetiana «e letizia»; ma il senso diventa piú +chiaro, mi pare, spostando la «e»; v. 65: Mi son permesso di allungare +«opposto» in «opposito» per dare al verso una piú giusta misura.--Cap. +IV, v. 39: Anche qui mi son permesso di aggiungere un articolo, che +solo nel cod. Ashb. 372 ho trovato e che mi pare necessario; vv. +112-117: Il plurale verbale dell'ultimo verso, che si legge nei testi +antichi forse per attrazione della parola «braccia» del penultimo, +discorda col soggetto «pietá» del primo: per questo ho creduto di +cambiare «sariano» in «fariale».--Cap. V, v. 13: Sebbene i testi +antichi confermino la lezione cannetiana «a lei le», ho tolto il «le», +che è un'inutile ripetizione.--Cap. VI, v. 139: Nella Folignate si +legge «son le» con una prolessi di «a lei»: nella Perugina abbiamo +ugualmente «songli»: io ho tolto il «le» e compiuto il verbo. Cap. +VII, v. 144: La lezione folignate «quel testo», che pure si trova nei +codici e nelle altre stampe, non si accorda col senso della frase: per +questo l'ho ritenuta falsa correzione di «nel testo».--Cap. VIII, v. +27: Invece di «non lor dá» alcuni testi hanno «non lo dá», che è +lezione meno chiara: io mi son permesso di invertire le parole della +lezione folignate; v. 147: Al Canneti sfuggí la variante della +Perugina «nell'arte di Gano», che trovo confermata da due codici e che +mi sembra migliore della lezione, da lui accolta, «nell'arte +d'ingano».--Cap. IX, v. 50: In tre codici e nella Perugina invece di +«Farsaglia» si legge «Tesaglia»: la variante, che non fu registrata +dal Canneti, si sarebbe potuta anche accettare, se la lezione +folignate non fosse piú determinata; v. 64: La variante «tolosano», +giá registrata dal Canneti, si trova anche in altri testi, che egli +non vide, e nella Perugina, che non cita; vv. 101 e 110: In nessuno +dei testi da me consultati mi è occorso di leggere le varianti errate +del cod. Bol. 989 «Niccolò dalla Fava gentile» e «figliuolo» invece di +«Mastro Gentile» e «Folegno», su cui si fonda principalmente la +rivendicazione cannetiana del _Quadriregio_ a F. Frezzi.--Cap. XII, v. +107: Della opportunitá del verbo «s'attosca» in questo luogo +discussero giá il Boccolini (cfr. le sue _Dichiarazioni_, p. 231) e il +Canneti (cfr. la sua _Dissertazione_, p. 75), che pensarono a una +possibile corruzione della parola originaria; ma io non ho trovato +alcuna variante che giustifichi quei dubbi; v. 140: Ho cambiato la +preposizione «a» nel verbo «ha», che però non ho letto in alcun testo +antico.--Cap. XIII, v. 61: Ho ridotto di mia iniziativa «appartien» a +«pertien»; v. 77: Negli altri testi invece di «ingegnasi» si legge «si +ingegna».--Cap. XIV, v. 132: Non avendo trovato varianti o correzioni +al verso oscuro della Folignate «e la vittoria benché 'l mondo +affliga», ho creduto di chiarirlo aggiungendo un «è» e separando le +due parti di «benché».--Cap. XVI, v. 119: Mi è parso necessario +aggiungere un «e», che nella Folignate e nei testi antichi da me +consultati manca; v. 140: Il verbo «cresce» della Folignate non dá un +senso chiaro; io gli ho sostituito «ci esce», che mi è stato molto +opportunamente suggerito dal cod. Ashb. 372.--Cap. XVII, v. 140: +Scegliendo la variante «ad ogni pace», che ho trovato in altri quattro +codici, invece di «ad ogni parte», ho cambiato di mio l'«ad» in +«di».--Cap. XVIII, v. 80: Il Canneti, stampando «il qual lí sopra +appresso stava», non vide la lezione perugina «el qual appresso +soprestava», che è confermata anche dal cod. Conv. Soppr. C. I. 505 di +Firenze, e che io credo sia da preferirsi all'altra.--Cap. XIX, v. 38: +Nella Folignate si legge «isgomentaro»; ma nella Perugina si ha +«sgomentorono» e nel cod. fiorentino or ora indicato «e sgomentoro», +dove par di vedere un resto di «se», che io ho creduto opportuno +restituire.--Cap. XX, v. 150: La lezione folignate «degli atti miei lo +'nsegni e lo riveli» non è esatta; e, sebbene essa sia confermata da +altri testi, ho ritenuto necessaria la correzione dei due «lo» in +«lor».--Cap. XXII, v. 137: È evidente che qui «Zenit», che si legge +nella Folignate, si deve compiere in «Zenitte», ed io l'ho fatto senza +trovare il consenso dei testi antichi. + +Codesto elenco dimostra anzitutto che, se l'editore del 1914 si è +permesso di commettere sul testo del _Quadriregio_ qualche coraggioso +arbitrio, ciò avvenne soltanto per amore di esattezza e di chiarezza. +Inoltre esso dimostra che nel poema restano ancora punti oscuri, che +forse anche un esame piú largo dei testi antichi non riuscirebbe a +chiarire. Cosí vi restano parecchi versi un po' zoppicanti, che la +collazione dei codici e delle stampe non è bastata a rabberciare: tali +sono, per es., i vv. 90 del cap. IV, 19 e 91 del cap. V del libro I; +40 del cap. VIII e 35 del cap. X del libro III; 120 del cap. IV, 39 +del cap. XII, 128 del cap. XV, 167 del cap. XVIII, 35 del cap. XXI del +libro IV, ed altri. Non sarebbe stato difficile dar loro un'andatura +migliore con spostamenti, soppressioni ed aggiunte di parole; ma io +non ho voluto farlo e non l'ho fatto. + +E basti per il testo poetico. Ora occorre che io dica qualcosa intorno +al titolo del poema, alla distribuzione dei capitoli ed ai sommari che +li precedono. Chi ha letto l'elenco dei codici e delle ristampe, con +cui si apre la presente Nota, avrá visto una certa varietá di titoli +assegnati dagli amanuensi e dagli editori all'opera frezziana. Io +ignoro se la parola _Quatriregio_ o _Quadriregio_ sia stata proprio +coniata dall'autore: i codici piú antichi di data certa ci presentano +altre intitolazioni, e, tra quelli del 400 senza data, non sappiamo +quale sia il piú vicino all'autografo perduto. Ma sta il fatto che, +sebbene quel nuovo vocabolo non sia di buona lega (sarebbe stato +meglio dire _Quadriregno_, come pensava anche il Canneti), esso si +trova giá in testa all'Ashb. 1287 e alla prima edizione, e fu accolto +anche dai dotti editori del 1725: sarebbe quindi fuori di luogo +troncare ora una tradizione letteraria cosí radicata. Per questo io ho +creduto conveniente conservare inalterato questo titolo, spogliandolo +però del secondo, che ha nella Folignate e che mi sembra inutile. + +Molto piú gravi si presentavano le altre questioni. Tutti i codici e +le edizioni del _Quadriregio_, ad eccezione dell'Angel. 1454, +assegnano a questo poema non meno di 74 capitoli. Ma, se quel ms. ne +ha uno di meno rispetto agli altri, non è detto perciò che questi +siano completi. A me, dopo tante letture dell'opera frezziana, sembra +ognora piú strano il passaggio dal capitolo 52° al 53°, cioè dal +discorso di Sardanapalo, con cui quello si chiude, alla descrizione +del viaggio verso il paradiso terrestre, con cui questo si apre: +passaggio che contrasta assolutamente, per mancanza di naturalezza, +cogli altri precedenti da un regno ad un altro, e che è tanto piú +brusco, in quanto nelle prime terzine del cap. 53° si richiamano cose +e fatti, che non si trovano prima neppure accennati. Spinto quindi dal +dubbio che tra quei due capitoli l'autore ne avesse scritto un altro, +che le diverse edizioni non ci hanno tramandato, io ho cercato di +rintracciarlo in qualche codice dei piú antichi; ma le mie ricerche +sono state vane. Forse quel capitolo si sarebbe potuto trovare in +qualcuna delle trascrizioni che sono definitivamente perdute. + +Ora questi 74 capitoli, che nelle ristampe sono ugualmente +distribuiti, nei codici hanno una ripartizione affatto diversa. Su +quindici, che io ne ho potuti esaminare, otto (cioè il Bol. 989, +l'Ashb. 565, il Class. 124, l'Ottobon. 2862, il Class. 231, il +Magliab. II. II. 34, il Lucch. 1346 e il cod. Cora) assegnano 18 capp. +al l. I, 19 al II, 17 al III e 20 al IV; altri sei (cioè il Fiorent. +Conv. Sopp. C. I. 505, l'Ashb. 372, il Palat. 343, l'Ashb. 1287, +l'Angel. 1454 e il Palat. 344) assegnano 18 capp. al l. I, 19 al II, +15 al III e 22 al IV; ed uno (cioè il Segn. XIX) assegna 18 capp. al +l. I, 19 al II, 18 al III e 19 al IV. Mentre quindi codesti codici +sono tutti d'accordo sul numero dei capitoli che costituiscono i primi +due libri del poema, sono in gran disaccordo su quello degli altri +due. E poiché la concorde distribuzione dei capitoli dei primi due +libri risponde esattamente alla partizione voluta dal poeta, su di +essa non occorre discutere; ma, per ciò che riguarda le ultime due +parti, sorgeva necessariamente la questione: Quale delle tre maniere +di distribuzione si doveva introdurre nella presente ristampa? Si +doveva accettare senz'altro la distribuzione tradizionale delle dieci +edizioni, che fa capo a quella del secondo gruppo di codici? Certo la +tradizione è un argomento molto valido, ma in questo caso non è +decisivo: quante tradizioni non sono basate su errori iniziali? Se +quindi questo argomento non fosse suffragato da altri, la +distribuzione giá consacrata nelle stampe avrebbe dovuto cedere il +posto a quella del primo gruppo di codici, che è rappresentata da un +maggior numero di manoscritti. Ma tanto questa quanto quella +dell'unico cod. Segniano non si conciliano affatto con la partizione +generale del poema, poiché i capp. 16, 17 e 18, che quegli amanuensi +includono nel l. III, parlano del paradiso terrestre e del regno della +Temperanza, che sono indubbiamente materia del l. IV. All'assurditá di +quelle due maniere di distribuire i capitoli degli ultimi due libri +del _Quadriregio_ si oppone la razionale esattezza dell'altra, e +soprattutto per questo ho seguito anche qui la tradizione. + +Quanto ai sommari, è notevole il fatto che giá il Canneti aveva +lasciato da parte quelli, sempre uguali, delle stampe precedenti e ne +aveva introdotti di nuovi e piú brevi. Donde egli traesse questi +sommari, cosí diversi dagli antichi, non ci ha detto in nessuno +scritto. Ma è facile supporre che il Canneti, desideroso di pubblicare +argomenti chiari e concisi ad un tempo, si servisse soprattutto di +quelli che trovava nei due codd. Classensi e che rispondevano meglio +degli altri al suo intento, e li adattasse qua e lá al gusto dei suoi +tempi: cosí ho desunto da un confronto, che ho potuto fare tra i due +codici e la stampa folignate. Forse codesti sommari non sempre +soddisfano a tutte le esigenze, perché non sempre ci dicono tutto ciò +che i vari capitoli del poema contengono; ma io non ho voluto +sostituir loro altri tratti da qualche codice non esaminato dal +Canneti, per la semplice ragione che non si sa se il Frezzi abbia +lasciato coi versi anche le rubriche, e quale sia, tra le diverse +forme che ne abbiamo, la piú antica. Riproducendo però gli argomenti +cannetiani, ne ho ritoccato l'ortografia e l'interpunzione e ne ho +eliminato le lettere maiuscole non necessarie. + +La numerazione marginale dei versi e l'indice analitico dei nomi e +delle cose notevoli, che ho aggiunto alla presente ristampa del poema +frezziano, ne renderanno, spero, piú facile l'uso agli studiosi. + + + + + +GLOSSARIO + + +_Abbrusciò_, bruciò + +_addovagliava_, uguagliava + +_alzôn_, alzarono + +_andonno_, andarono + +_arroscia_ - _arrosciò_, arrossa - arrossò + +_attura_ - _atturi_, ottura - otturi + + + +_bambace_, bambagia + +_basci_ (n. e v.), baci + +_biastema_ (n.), bestemmia + +_biastimante_ - _biastemi_ - _biastimò_, bestemmiante - bestemmi - bestemmiò + +_biastimatore_, bestemmiatore + +_breglia_, briglia + + + +_cambra_, camera + +_catarcione_, catorcio + +_ceneraccio_, sedimento + +_colcasse_, coricasse + +_comincionno_, cominciarono + +_como_, come + +_corría_ - _corrisse_ - _corson_, correva - corrésse - corsero + +_crepaccio_, rottura rumorosa + +_crese_ - _creso_, credette - creduto + +_crista_, cresta + + + +_daesse_, desse + +_denno_, devono + +_dinar_, denaro + + + +_enco_, incubo + + + +_fo_ - _foi_ - _fûn_ e _funno_ - _fusse_ - _fussono_, + fu - fui - furono - fossi e fosse - fossero + +_fracido_, fradicio + +_fuline_, fuliggine + +_fume_, fumo + + + +_grillanda_, ghirlanda + +_groppoloni_, con la groppa in su + +_guizza_, vizza, sciupata + + + +_ingavicchiai_, intrecciai + + + +_logra_ (v.), logora + + + +_'manza_, amanza o innamorata + +_mossono_, mossero + + + +_none_, non + + + +_odíe_, udiva + +_orche_, spalle + + + +_pasi_, lunghezze ottenute col distendere ambe le braccia + +_pieco_, pecora + +_pigliôn_, pigliarono + +_piobbe_, piovve + +_pioti_, lenti + +_polsa_, freccia + +_portôn_, portarono + +_presto_ (_in_), prestito (in) + +_puse_ - _pusono_, pose - posero + + + +_ra'ca_ e _raica_, radica o radice + +_robba_, ruba + +_roscio_, rosso + + + +_sacci_ e _saccia_ - _saccio_, sappi - so + +_salea_ - _salse_, saliva - salí + +_sbaviglia_, sbadiglia + +_'sciuccava_ - _'sciuccando_ - _'sciuccòe_, asciugava - asciugando - asciugò + +_sedíen_, sedevano + +_sentéa_, sentiva + +_siccomo_, siccome + +_smongono_ - _smonti_, smungono - smunti + +_so' - sonno_, sono (I. p. s.) - sono (3. p. p.) + +_solcoe_, solcò + +_soppresce_ (n.), soppresse + +_spoglio_, pelle squamosa + +_staccio_, vaglio + +_staesti_, stesti + +_statera_, stadera o bilancia a mano + +_stenno_, stettero + +_'sto_, questo + + + +_tennon_, tennero + +_testo_, cotesto + +_troglie_, sudicerie + + + +_Vagniel_, Vangelo + +_verchione_, chiavistello + +_vicenna_, vicenda + +_visson_, vissero + +_voglie_ (v.), volge e volga. + + + + + +INDICE DEI NOMI + + +Abacuc, 369. + +Abele, 116, 215. + +Abraam, 98, 116, 258. + +Abstinenza (person.), 237-39. + +Acchilogo, 143. + +Accidia (person.), 297. + +Accorso (?), 118. + +Accorso fiorentino, 340. + +Acheronte, 111, 128. + +Achille, 4, 55, 151, 180, 185, 245, 306. + +Acteone e Atteone, 13, 24, 221. + +Adamo, 113, 116, 182, 278-80. + +Adorno Antoniotto, 161. + +Adriana (Arianna), 100. + +Affrica, 248, 308. + +Agnello (dell') Ioanni, 162. + +Agnese (santa), 348. + +Agnolo da Rieti, 118. + +Agone (campo d'), 240. + +Agosto (imperatore), vedi Ottaviano. + +Aguto Ioanni, 186. + +Alano, 348. + +Alardo, 206. + +Alberto Magno, 319. + +Alborea, 131, 250. + +Alcide, vedi Ercule. + +Alconia, 33. + +Alessandria, 176. + +Alessandro (Magno), 192, 289, 306, 339. + +Aletto, 175. + +Alfea, vedi Pisa. + +Alpi, 123. + +Alterezza (person.), 144. + +Amasa, 174. + +Amazona, 301. + +Ambrosino (Visconti), 185. + +Amore (person.), vedi Cupido. + +Anania, 93. + +Anna (santa), 296. + +Anniballo (Annibale), 308. + +Anselmo (sant'), 348. + +Anteo, 198. + +Antiochi (Antioco re), 339. + +Antioco (prete), 234. + +Antonio (sant'), 174. + +_Apocalisse_, 127, 235. + +Apollo e Febo, 3-7, 9, 15, 16, 26, 29, 32, 43, 50, 51, 83, 92, 97, 99, + 115, 117, 154, 212, 263, 313, 314, 324, 386 -- chiamato Cilleno, 53, + 188, 359. + +Appiano (d') Iacopo, 175, 182. + +Arabia, 146. + +Architofelle, 155. + +Aretusa, 283. + +Argo (dai cento occhi), 62. + +Argo (nave), 190. + +Aristotele, 268, 319 -- _Etica_, 157 -- _Fisica_, 160. + +Arno, 248. + +Arnoldo (da Rieti), 118. + +Artus (re), 308. + +Asia, 93. + +Asma (person.), 136. + +Assiria, 146. + +Assuero, 192. + +Astrea, 63, 104, 288, 307, 327, 331, 336, 341, 342. + +Astreo, 326. + +Atalante (Atlante), 16, 84. + +Atreo, 117. + +Augustino (sant'), 348. + +Aurora (person.), 87. + +Austro, 55, 203. + +Avarizia (person.), 103, 224, 229, 326. + +Averois, 319. + +Avicenna, 135, 320. + +Azzo (da Casalmaggiore), 341. + + + +Babele, 207. + +Bacco e Lieo, 257, 258, 271, 291, 318. + +Baldo (perugino), 340. + +Barnabò, vedi Visconti. + +Bartolo (da Sassoferrato), 340 -- Lettura, id. + +Batista di Senso, 120. + +Batista (Il), vedi Ioanni B. (san). + +Bellona, 184. + +Benci Giorgio, 224. + +Bencio da Fiorenza, 224. + +Bernardo (san), 348. + +Biastema (person.), 244. + +Boezio, 348. + +Boglione Gottifredo, 308. + +Bollicame, 168. + +Bonzo (prete), 374. + +Bordone (san), 134. + +Bretagna, 304. + +Bruno (del) Francesco, 131. + +Bruto, 330. + +Buonagiunta (pisano), 256. + + + +Cadmo, 232. + +Caino e Caini, 110, 162, 176. + +Callisto (catacombe di san), 348. + +Calabria, 283. + +Camilla, 301. + +Camillo, 308. + +Camollia, 259. + +Cancro (costell.), 108. + +Capitolio, 307, 339, 347. + +Caribdi, 128. + +Caritá (person.), 369, 370, 377, 380. + +Carlomagno, 308. + +Carone (Caronte), 129, 130, 132, 133, 352. + +Cartago (Cartagine), 245, 308. + +Catalogna, 250. + +Catarro (person.), 136. + +Caterina (santa), 348. + +Catone, 307. + +Cautela (person.), 324. + +Cecilia (santa), 348. + +Cerbero, 10, 78, 112, 129, 218-20, 306. + +Cerere e Ceres, 76, 254, 258, 271, 291. + +Cesare Agosto (titolo imperiale), 306. + +Cesare Agosto (imperatore), vedi Ottaviano. + +Cesare (Giulio), 192, 205, 289, 306, 317. + +Cherubi, 385. + +Chiesa (cattolica), 259, 309, 343, 348, 350, 351, 372. + +Chirone, 184. + +Ciaffo di Camollia, 259. + +Cilleno, vedi Apollo. + +Cincinnato, 308. + +Cino (da Pistoia), 340. + +Cipri (Cipro), 176. + +Ciprigna, vedi Venere. + +Circe, 105, 170, 173, 301. + +Circumspezione (person.), 324. + +Citarea, vedi Venere. + +Ciuola (monna), 259. + +Clemenza, Mansuetudo e Virtú mansueta (person.), 250, 288, 293, 294. + +Cloto, 302. + +Cocito, 109. + +Cola di Renzo, 161. + +Colco, 214. + +Coliseo, 171. + +Colonna (famiglia), 161. + +Concupiscenza (person.), 91, 268. + +Continenza (person.), 291, 295. + +Copia (person.), 233. + +Cortona, 249. + +Creusa, 86. + +Crisostomo (san Giovanni), 348. + +Cristo, 116, 178, 235, 236, 241, 276, 297, 308, 311, 312, 344, 347-51, + 353, 359, 366 -- chiamato Agnello e Agno celeste, 240, 279, 298; + -- alto Emanuele, 116; -- Erede di Dio, 299; -- Figliuolo di Dio, 116, + 298, 361; -- Frutto di Maria, 370; -- Iesú Salvatore, 179, 350; + -- «Quel che a noi si diede», 276; -- Signore, 116, 228, 280, 294, 348; + -- Verbo eterno, 361. + +Crudeltá (person.), 104. + +Cupido e Amore, 3-8, 11-13, 15, 17, 18, 20, 21, 29, 37, 39-43, 46, 47, + 49, 50, 53, 56, 57, 59, 60, 63-66, 69-74, 76, 80-82, 84, 85, 87-91, + 93, 94, 98, 99, 144, 166, 188, 254, 262-64, 268, 291, 317, 368, 377. + +Curio, 238. + +Curzio, 303. + + + +Dafne, 263. + +Dalida, 301. + +Daniele e Daniello (profeta), 297, 369. + +Danubio, 283. + +Dario (re), 192. + +David, 198. + +Deci (i), 308. + +Deianira, 185. + +Demostene, 318. + +_De profundo_ (preghiera), 370. + +Diana, 5, 6, 11-14, 16, 17, 19, 22-36, +39, 41, 44, 46, 47, 57, 60, 81, 181. + +Dido e Didone, 3, 99. + +Dio, Deo e Iddio, 18, 20, 41, 49, 53, 63, 76, 97, 98, 101, 105, 106, + 108, 110, 113-116, 119, 120, 123, 126, 127, 130, 136, 160, 164-167, + 171-74, 176, 178-80, 190-92, 197, 201, 204, 207-10, 215, 218, 229, + 233-38, 241, 244, 251, 254, 258, 260, 262, 264, 265, 267-69, 275-80, + 285, 287, 290, 293, 295-99, 302, 307, 309-12, 320, 321, 323, 327-29, + 332, 334-36, 338, 339, 342, 344-46, 348-51, 354, 355, 358, 360-66, + 368, 370-75, 377-79, 381-384, 386, 387 -- chiamato primo Amore, 368; + -- primo Artista, 384; -- Bene supremo, 209, 269, 364, 374, 377, + 381, 387; -- «Colui che tutto puote», 281; -- Creatore, 106, 114, + 165, 208, 378, 381; -- _Dominus_, 369; -- Duce, 264;--Fattore, 115, + 291,339; -- Giudice supremo e del tutto, 112, 115; -- Iove, 298; + -- Maestro del paradiso, 275; -- Mastro del mondo, 120; -- Monarca, + 117, 157, 265; -- Operante divino, 356; -- Osanna, 293; -- sommo + Patriarca, 293; -- primo Prince, 244; -- Re del mondo, 215, 240, + 328; -- Signore, 130, 139, 148, 170, 240, 276, 293, 295, 297, 298, + 354, 360, 368, 370, 373; -- Vertú suprema, 244. + +Diomede, 187. + +Dionisio e Dionisi, 339, 358. + +Dite, 112, 168, 169. + +Docilitá (person.), 324, 325. + +Dolore gridante ecc. (person.), 136. + +Domiziano, 253. + + + +Eaco, 178. + +Ebetudo (person.), 261. + +Eco, 86, 87, 231. + +Egina, 140. + +Egitto, 307. + +Elia, 278, 280, 283-85. + +Elicona, 316. + +Enea, 3, 86, 268, 307, 327. + +Enoc, 278-80. + +Eolo, 75-78. + +Epicuro, 261. + +Equitá (person.), 324, 336, 337. + +Ercolano (sant'), 164. + +Ercole e Alcide, 4, 10, 99, 218, 219, +226, 306. + +Eresia (person.), 144. + +Erubescenza (person.), 292. + +Erode, 235, 242. + +Etiopia, 283. + +Ettore, 245, 304, 306. + +Eva, 116, 179, 278. + +Ezechiele, 312. + + + +Fabi (i), 308. + +Fabricio e Fabrizio, 62, 205, 294. + +Fagiola (della) Uguccione, 141. + +Falerno (vino), 258. + +Fantasia (person.), 144. + +Farnese Piero, 373. + +Farsaglia, 317. + +Febbri (person.), 136. + +Fede (person.), 136, 343, 359, 361, 368. + +Feliciano (san), 348. + +Fetonte, 29, 56, 283. + +Fialte, 192. + +Fiammegna, 93. + +Fiandra, 81. + +Filena, 5-7, 10-16, 18, 19, 21, 22. + +Filomena (Filomela), 25. + +Fineo, 146. + +Fiorenza, 81, 224. + +Flamminea, 92, 93. + +Flegetonte, 168, 169. + +Fleias, 154. + +Foligno e Folegno, 93, 319. + +Fontebranda, 259. + +Forteguerra da Lucca, 152. + +Fortezza e Fortitudo (person.), 287, 300, 304, 305, 308, 311, 314. + +Fortuna (person.), 158, 159, 161, 263, 294, 300, 303. + +Francesco (Casali) da Cortona, 249. + +Francia, 81, 306, 308. + +Frenesia (person.), 135. + +Froda (person.), 104, 227. + +Furie (le), 174, 243, 247, 248. + + + +Gabriello (arcangelo), 236. + +Galieno, 320. + +Gambacorti (de') Piero, 176, 182. + +Gange, 283. + +Ganimede, 123, 205. + +Gano (di Maganza) e Gani, 174, 315. + +_Genesis_, 321. + +Genova, 161. + +Gentile (da Foligno), 319. + +Geone, 283. + +Gerione, 10. + +Giotto, 347. + +Giovanni Andrea (del Mugello), 340 -- _Clementine, Novella_, Sesto, ivi. + +Giove, vedi Iove. + +Giovenale, 318. + +Giuda, vedi Iuda. + +Goliatte (Golia), 198. + +Gomorra, 98, 293. + +Gorgo e Gorgone, 98, 175, 184, 220. + +Gratitudine (person.), 334. + +Grecia, 307. + +Greco (vino), 259. + +Gregorio (san), 119, 150, 340. + +Gualterotto (Lanfranchi), 182. + +Guerra (person.), 104. + + + +Iacchetto (re di Cipro), 176. + +Iano (Giano), 307. + +Iasone e Iasoni, 214, 339. + +Ibero, 283. + +Icomica (person.), 321. + +Idropisia (person.), 136, 241. + +Ieremia, 312. + +Ignazio (sant'), 179. + +Ilario (sant'), 348. + +Ilbina, 54, 56-59, 63, 87, 91. + +Ilionne (Troia), 347. + +Imbro, 185. + +Immania (person.), 244. + +Immondizia (person.), 261. + +Inganno (person.), 104. + +Innocenza (person.), 267. + +Intelligenza presente (person.), 323. + +Inumanitá (person.), vedi Immania. + +Invidia (person.), 45, 46, 48, 83, 103, 213, 215, 219, 223, 224. + +Ioab, 174. + +Ioan d'Azzo, 186. + +Ioanna (I, regina di Napoli), 161. + +Ioanni Batista (san), 261, 295. + +Iobbe, 106, 165. + +Iole, 10. + +Ionia, 81, 84-86, 88, 89. + +Iosef (ebreo), 215. + +Iove, 3, 9, 25, 30, 31, 40, 47, 51, 52, 57, 59, 70, 72, 73, 82, 106, + 108, 146, 159, 160, 191, 205, 264, 324, 331, 359 -- chiamato + Tonante, 26, 123. + +Ipocrate, 320. + +Ipodria, 32, 33. + +Ippolito, 24, 41. + +Ira (person.), 243-245, 251. + +Iris, 33, 57. + +Isac, 116. + +Isidoro (sant'), 348. + +Israele e Israelle, 116, 155. + +Issione, 160. + +Italia, 210, 245, 248. + +Iuda e Giuda, 19, 110, 215, 228, 241. + +Iudi (come Iuda), 174. + +Iuno e Iunone, 22, 24-28, 30-36, 44-50, 52, 53, 57, 58, 66, 72, 211, + 331 -- chiamata Saturnia, 51. + +Iustiniano (imperatore), 340. + +Iustizia (person.), 171, 328, 331, 336, 376. + + + +Laberinto e Labrinto, 172, 267. + +Lanfranchi (famiglia), 182. + +Laterano, 259. + +Latona, 30, 36, 385. + +Latria (person.), 334, 338. + +Laurenzio (san), 348. + +Lazzaro, 234, 258. + +Leda, 3. + +Legge antica e nuova, 267. + +Leonina (cittá), 259. + +Licaona e Licaone, 98, 172. + +Lico, 211. + +Lieo, vedi Bacco. + +Lippea, 27-32, 34-38, 40-43, 45, 46, 48-58. + +Lisbena, 25, 27-32, 34, 36, 47. + +Lisna, 33, 34. + +Lotto e Lotte (Lot), 98, 256. + +Luca (san), 258. + +Lucano, 140, 317. + +Lucca, 141, 151, 162. + +Lucia (santa), 348. + +Lucrezia (romana), 207. + +Luna (divin.), 181. + +Lussuria (person.), 267, 269. + + + +Macario (san), 134. + +Maccabeo, 366. + +Maddalena (la), 293, 365. + +Maiestá divina, 190, 342, 376. + +Magna (La), 123. + +Magnanimitá (person.), 303. + +Mal di fianco (person.), 135. + +Malizia (person.), 104, 239. + +Mal podagrico (person.), 135. + +Mal che par la carne arda (person.), 136. + +Mamone e Mammone, 169, 170, 236. + +Margherita (santa), 348. + +Maria (santa), 299, 350, 369 -- chiamata Madre di Cristo, 236; + -- Regina del cielo, 370. + +Marta, 296. + +Marta (santa), 348. + +Marte, 31, 92, 117, 149, 163, 184, 305, 307, 322, 324. + +Matteo (san), 280, 372. + +Medea, 250. + +Medone, 185. + +Medusa, 9, 39, 59, 175, 176. + +Megera, 175, 244, 248. + +Memoria (person.), 323. + +Menzogna (person.), 229. + +Mercurio, 205, 313, 386. + +Michele (san), 116. + +Michelina (santa), 296. + +Mida, 234. + +Minerva, Palla e Pallade, 54, 56-61, 63, 64, 84, 88, 90, 91, 93, 94, + 97-99, 101, 107-10, 113, 118-20, 123, 124, 126, 129, 130, 132-34, + 136, 138, 139, 144, 146-49, 153, 155, 158, 159, 163, 164, 169-71, + 173, 178, 179, 181-84, 186, 187, 189, 197, 198, 200, 202, 203, 208, + 212, 217-20, 226-28, 235, 240, 249, 251-54, 257, 259-61, 268, 271, + 276, 277, 287, 301, 314, 326. + +Minos, 178. + +_Miserere_ (preghiera), 370. + +Modestia (person.), 292. + +Moises, 117. + +Mollizia (person.), 238. + +Mongardo Annichino, 185. + +Mongibello, 71, 104. + +Morbi (person.), 135. + +Moriale (fra), 185. + +Morte (person.), 131, 138, 139, 224, 225. + +Musa (Dante), 204. + +Muzio (Scevola), 369. + + + +Nabucodonosor, 207, 342. + +Natura (person.), 81, 104, 255, 260, 264, 267, 269, 283. + +Negligenza (person.), 238. + +Nembrotte, 207. + +Nerone, 253. + +Nesso, 185. + +Nettuno, Neptuno e Nettunno, 9, 79, 104, 177, 251, 384. + +Nilo, 283. + +Nisa, 318. + +Noè, 53, 116, 265. + +Nummo, 178, 179. + + + +Observanzia, 334. + +Oceano, 9, 128, 212, 283. + +Olimpo, 25, 48. + +Omero, 317. + +Onestá (person.), 292. + +Opinione falsa (person.), 143, 144. + +Orazio (Coclite), 302. + +Orazio (poeta), 318. + +Orfeo, 205, 318. + +Oriente, 306. + +Origene, 136. + +Orlando, 232. + +Orse, 108. + +Ossa, 191. + +Ostiense (Arrigo da Susa), 340. + +Ottaviano, Agosto e Cesare Agosto, 150, 192, 289. + +Ovidio, 317. + + + +Palla e Pallade, vedi Minerva. + +Pallia, 25, 27, 28, 47. + +Panfia, 76. + +Pantasilea, 301. + +Parche (le), 139. + +Parcitá (person.), 291, 295. + +Parigi, 206. + +Parmenide, 320. + +Parnaso, 15, 313, 318, 384. + +Pasife, 185, 267. + +Patto (divino), 53. + +Paulino (san), 376. + +Paulo e Polo (san), 93, 178, 343, 347, 359, 361, 386. + +Pazienza (person.), 304. + +Peloro, 191. + +Perseo, 59, 184. + +Persia, 92. + +Persio (poeta), 318. + +Perugia, 92, 164, 306. + +Pier d'Alborea, 131. + +Pietá (person.), 324. + +Pietro (re di Cipro), 176. + +Pietro (san), 92, 107, 178, 236, 344, 347, 366, 372. + +Pigmalione, 234. + +Pirro, 180. + +Pisa e Alfea, 54, 141, 162, 175, 176, 182. + +Pistoia, 340. + +Pitagora, 320. + +Platone, 319. + +Pluto e Plutone, 9, 76, 78, 104, 169, 170, 178, 179, 181, 264, 318. + +Po, 283. + +Policleto, 347. + +Polisena, 180. + +Polmonia (person.), 136. + +Pompeo, 192, 210, 307, 317. + +Povertá (person.), 124, 224. + +Presagio (person.), 154. + +Priamo, 192, 339. + +Principati, 385. + +Priscille (catacombe di santa), 348 + +Proserpina, 9, 76, 180. + +Provvidenza (person.), 323, 324. + +Prudenza e Prudenzia (person.), 313, 317-19, 321, 346. + + + +Quirino, vedi Romulo. + + + +Radamanto, 178. + +Ramondo (fra'), 340 -- _Decretali_, ivi. + +Regulo Marco (Attilio), 302. + +Remo, 177. + +Reno, 283, 306. + +Riccardo (da san Vittore), 348. + +Rieti, 118. + +Rifa, 11, 12, 14, 18, 20. + +Roma, 26, 81, 111, 161, 192, 205, 222, 240, 266, 268, 305-08, 317, + 339, 371, 375. + +Romulo e Quirino, 210, 222, 223, 307. + + + +Saba, 279. + +Sabello, 371 -- Carlo figlio e Lelio nipote di S., ivi. + +Sabina (regione), 307. + +Salamone e Salomone, 55, 268, 279, 339. + +Salaria (via), 348. + +Sansone, 161, 301. + +Sapienza (person.), 323. + +Sardanapallo, 269. + +Satan, Satana e Satanasso, 100-02, 105, 106, 109, 110, 113, 116, 179, + 187-90, 192, 198, 199, 202, 207, 208, 235, 291, 326, 339, 344, 384. + +Saturnia, vedi Iuno. + +Saturno, 63, 77. + +Saul, 150, 155. + +Scala (della) famiglia, 177. + +Scala (della) Mastino e Mastini, 162, 176. + +Schirone, 119. + +Scilla, 128. + +Scipio e Scipione, 62, 192, 205, 210, 222, 307. + +_Scrittura sacra_, 346, 351, 352. + +Sdegno (person.), 144, 244. + +Seneca, 235, 320. + +Servagnone, 172. + +Sesto (Tarquinio), 207. + +Seth e Set, 116, 279. + +Sibilla, 359. + +Sicilia e Trinacria, 161, 283. + +Signoria (person.), 250, 251. + +Silla, 250, 252. + +Simon mago, 207, 345. + +Sionne, 347. + +Sirena (la), 25. + +Sisifo, 148. + +Sisto (san), 348. + +Socrate, 320. + +Sodoma, 98, 293. + +Sogni (person.), 154. + +Sole, 3, 313, 386. + +Solerzia (person.), 324. + +Sonnolenza, 238. + +Soprasia (monte), 93. + +Sospizione (person.), 144. + +Spello, 92. + +Spene e Speranza (person.), 50, 144, 358, 359, 361, 362, 364, 368-70, 374. + +Spirito santo, 350, 362, 363 -- chiamato «Colui che eternamente + spira», 363. + +Stati, 288. + +Stazio, 318. + +Stefano (santo), 348. + +Stige, 146. + +Superbia (person.) 251, 285, 327. + + + +Taddeo (Pepoli), 341. + +Tanai, 283. + +Tantalo, 255. + +Tarquinio (il superbo), 207. + +Tarso, 242. + +Taura, 65, 69, 73, 74. + +Tauro (costell.), 114. + +Tebe, 248. + +Temperanza (person.), 284-86, 290, 301, 314. + +Tepidezza (person.), 238. + +Terenzio, 318. + +Terrasanta, 308. + +Teseo, 100, 177, 219. + +Tesifone, 175. + +Tessaglia, 248, 307. + +Tevere, 98, 302. + +Tieste, 177. + +Timia, 92. + +Timore (person.), 144. + +Tirena, 32. + +Tito Livio, 317. + +Titone, 87. + +Tizio, 133. + +Tomas d'Aquino (san), 348. + +Topino, 92, 98. + +Torquato (Manlio), 308. + +Toscana, 161. + +Tosco Piero, 256. + +Toso Benigno, 375. + +Traiano, 289. + +Trieve (Trevi), 92. + +Trinacria, vedi Sicilia. + +Trincia e Trinci (famiglia), 93. + +Trinci, Trince, 309. + +Troia, 86, 92, 192, 248, 266, 305, 306, 342. + +Troni, 385. + +Tros, 92, 93. + +Tullio (Cicerone), 317. + + + +Ugo (cardinale), 348. + +Uguccio (Casali) da Cortona, 249. + +Ulisse, 25, 301. + +Umbria, 98. + +Umiltá (person.), 285, 298, 300. + +Urbano (VI, papa), 309. + +Ursenna, 27, 28. + + + +Vagniel, Vangelio e Vangelo, 167, 258, 312, 333. + +Varri (Varrone), 339. + +Vaticano, 348. + +Vecchiezza (person.), 134. + +Vencioli (famiglia), 164. + +Vendetta (person.), 335. + +Venere e Venus, 53, 56-58, 63, 64, 72, 74-76, 79-83, 205, 264, 271, + 291 -- chiamata Ciprigna, 57, 59, 80, 81, 86; -- Citarea, 58, 64, + 82, 86, 268, 327. + +Veritá (person.), 336-38. + +Verona, 176. + +Vesta, 268. + +Vincenzio (san), 348. + +Virgilio, 103, 317, 359. + +Virtú e Vertudi (person.), 326, 342. + +Vizi (person.), 327. + +Vulcano, 51, 55, 65-67, 69-74, 98, 191, 218, 264. + + + +Zefiro, 313. + +Zenitte, 386. + +Zenone, 320. + +Zodiaco, 385. + + + + + +INDICE + +LIBRO PRIMO + +DEL REGNO D'AMORE + +I. Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse +nel regno di Diana, ove a' preghi del medesimo ferí +la ninfa Filena pag. 3 + +II. Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno +può far resistenza a lui ed alle sue saette » 9 + +III. L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena, +che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta » 15 + +IV. Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa +di piú bella ninfa fattagli da Cupido » 20 + +V. Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana » 25 + +VI. Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda tra +Lisbena e Lippea » 30 + +VII. Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, che +avea vinta » 35 + +VIII. Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una +saetta d'oro » 40 + +IX. Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire » 45 + +X. Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere +con l'autore, a cui da Venere vien promessa la +ninfa Ilbina » 50 + +XI. Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa » 55 + +XII. Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del +suo reame » 60 + +XIII. Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale +gli rende ragione di molti fenomeni » 65 + +XIV. Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego +di Venere Giove discese dal cielo e pose pace fra loro » 70 + +XV. Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia, +la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti » 75 + +XVI. Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo +reame dispiacquero all'autore, perché usavano atti +disonesti d'amore; onde Venere il menò a ninfe piú oneste, +ma piú piene d'inganno » 80 + +XVII. Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla +ninfa Ionia » 85 + +XVIII. Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci e +della cittá di Foligno » 90 + + +LIBRO SECONDO + +DEL REGNO DI SATANASSO + +I. Come la dea Pallade appare all'autore e gli descrive la +sedia e signoria di Satanasso » 97 + +II. Come l'autore narra a Minerva che e' si confida vincere +Satanasso e suoi vizi » 103 + +III. Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno, +dove era disceso » 108 + +IV. Dove trattasi del limbo e del peccato originale » 113 + +V. Come l'autore trova certe anime, che stavano penando +presso al limbo » 118 + +VI. Come l'autore, uscito dall'inferno, venne nel mondo +nell'emisfero di Satan » 123 + +VII. Dove trattasi del regno d'Acheronte » 128 + +VIII. Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' +significhi » 133 + +IX. Come l'autore trova la Morte, la quale parla acerbamente +contro i mortali » 138 + +X. Dove l'autore discorre delle pene, che l'uomo dá a se +stesso per false opinioni » 143 + +XI. Dove si tratta della pena di Sisifo » 148 + +XII. Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona +il timore » 153 + +XIII. Come l'autore vede la Fortuna » 158 + +XIV. Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha +il vero fondamento » 163 + +XV. Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo, +e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini » 168 + +XVI. Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani » 173 + +XVII. Come l'autore vede il tempio di Plutone » 178 + +XVIII. Dove si tratta delli centauri » 183 + +XIX. Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame » 188 + + + +LIBRO TERZO + +DEL REGNO DE' VIZI + +I. Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, +lo vinse » 197 + +II. Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella è +vizio principale » 202 + +III. Dichiaransi gli effetti della superbia » 207 + +IV. Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura » 212 + +V. Di tre spezie d'invidia e di Cerbero, dal quale l'autore +fu assalito » 217 + +VI. Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú » 222 + +VII. Ove trattasi del vizio dell'avarizia » 227 + +VIII. Dove si ragiona del vizio dell'avarizia » 232 + +IX. Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami » 237 + +X. Del vizio dell'ira e delle sue specie » 242 + +XI. Trattasi della pena dell'ira » 247 + +XII. Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa +a discorrere del vizio della gola » 252 + +XIII. Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola » 257 + +XIV. Della lussuria e delle sue specie » 262 + +XV. Trattasi piú in particolare delle specie e de' rami discendenti +della lussuria » 267 + + +LIBRO QUARTO + +DEL REGNO DELLE VIRTÚ + +I. Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero +della scienza del bene e del male » 275 + +II. Della condizione del paradiso terrestre e de' fiumi, che +quindi escono » 280 + +III. Della vertú della temperanza e sue laudi » 285 + +IV. Delle spezie e rami della temperanza » 290 + +V. Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza » 295 + +VI. Della fortezza e delle sue spezie » 300 + +VII. De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette la +virtú della fortezza » 305 + +VIII. Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, e +appresso incominciasi a trattare della prudenza » 311 + +IX. Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori » 316 + +X. Delle specie ovvero delle parti della prudenza » 321 + +XI. Della virtú della giustizia, e come e perché furono trovate +le leggi » 326 + +XII. Trattasi delle parti della giustizia » 331 + +XIII. Dove trattasi singolarmente della virtú dell'equitá e della +veritá e de' valenti canonisti e legisti » 336 + +XIV. L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san +Paolo, il quale gli ragiona di questa virtú » 342 + +XV. Di coloro che col lor sangue fondarono la fede, e delle +cose che dobbiamo credere » 347 + +XVI. Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio » 352 + +XVII. Come Paolo apostolo menò l'autore al reame della Speranza » 357 + +XVIII. De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla +speranza » 362 + +XIX. Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la +Caritá » 368 + +XX. Dove trattasi piú distintamente del purgatorio, e si risolvono +certi dubbi » 373 + +XXI. Della caritá e dell'opere della misericordia corporali e +spirituali » 378 + +XXII. La Caritá mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori +ed eterne » 383 + +Nota » 389 + +Glossario » 407 + +Indice dei nomi » 409 + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of Il Quadriregio, by Federico Frezzi + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL QUADRIREGIO *** + +***** This file should be named 27433-8.txt or 27433-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/2/7/4/3/27433/ + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact +information can be found at the Foundation's web site and official +page at http://pglaf.org + +For additional contact information: + Dr. Gregory B. Newby + Chief Executive and Director + gbnewby@pglaf.org + + +Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation + +Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide +spread public support and donations to carry out its mission of +increasing the number of public domain and licensed works that can be +freely distributed in machine readable form accessible by the widest +array of equipment including outdated equipment. Many small donations +($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt +status with the IRS. + +The Foundation is committed to complying with the laws regulating +charities and charitable donations in all 50 states of the United +States. 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