summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/27433-8.txt
diff options
context:
space:
mode:
authorRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 02:34:55 -0700
committerRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 02:34:55 -0700
commitdadbc8cc056ae935f245bfbae7bcb6a97ac6944e (patch)
treeeb2b81109a8c52487b5d2d782b9495049cfac9e1 /27433-8.txt
initial commit of ebook 27433HEADmain
Diffstat (limited to '27433-8.txt')
-rw-r--r--27433-8.txt19759
1 files changed, 19759 insertions, 0 deletions
diff --git a/27433-8.txt b/27433-8.txt
new file mode 100644
index 0000000..a865806
--- /dev/null
+++ b/27433-8.txt
@@ -0,0 +1,19759 @@
+The Project Gutenberg EBook of Il Quadriregio, by Federico Frezzi
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: Il Quadriregio
+
+Author: Federico Frezzi
+
+Annotator: Enrico Filippini
+
+Release Date: December 7, 2008 [EBook #27433]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL QUADRIREGIO ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+ SCRITTORI D'ITALIA
+
+ F. FREZZI
+
+ IL QUADRIREGIO
+
+
+
+
+
+
+ FEDERICO FREZZI
+
+ IL QUADRIREGIO
+
+
+ A CURA
+
+ DI
+
+ ENRICO FILIPPINI
+
+
+
+
+ BARI
+
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+
+ TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
+
+ 1914
+
+
+
+
+
+ PROPRIETÁ LETTERARIA
+
+ MAGGIO MCMXIV--38615
+
+
+
+
+
+ LIBRO PRIMO
+
+ DEL REGNO D'AMORE
+
+p. 3
+
+
+
+
+CAPITOLO I
+
+Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse nel regno di Diana,
+ove a' preghi del medesimo ferí la ninfa Filena.
+
+
+ La dea, che 'l terzo ciel volvendo move,
+ avea concorde seco ogni pianeto
+ congiunta al Sole ed al suo padre Iove.
+
+ La sua influenza tutto 'l mondo lieto
+ 5 esser faceva e d'aspetto benegno,
+ da caldo e freddo e da venti quieto.
+
+ E Febo il viso chiaro avea nel segno,
+ che fu sortito in cielo ai duo fratelli,
+ ond'ebbe Leda d'uovo il ventre pregno,
+
+ 10 E tutti i prati e tutti gli arboscelli
+ eran fronduti, ed amorosi canti
+ con dolci melodie facean gli uccelli.
+
+ E giá il cor de' giovinetti amanti
+ destava Amore e 'l raggio della stella,
+ 15 che 'l sol vagheggia or drieto ed or davanti,
+
+ quando il mio petto di fiamma novella
+ acceso fu, onde angoscioso grido
+ ad Amor mossi con questa favella:
+
+ --Se tu se' cosa viva, o gran Cupido,
+ 20 come si dice, e figlio di colei,
+ ch'amore accese tra Enea e Dido;
+
+ se tu se' un del numer delli dèi,
+ e se tu porti le saette accese,
+ esaudisci alquanto i desir miei.
+p. 4
+ 25 I' priego te che mi facci palese
+ la forma tua e 'l tuo benigno aspetto,
+ il qual si dice ch'è tanto cortese.--
+
+ Appena questo priego avea io detto,
+ quand'egli apparve a me fresco e giocondo
+ 30 in un giardino, ov'io stava soletto,
+
+ di mirto coronato el capo biondo,
+ in forma pueril con sí bel viso,
+ che mai piú bel fu visto in questo mondo.
+
+ I' creso arei che su del paradiso
+ 35 fosse il suo aspetto: tanto era sovrano;
+ se non che, quando a lui mirai fiso,
+
+ vidi ch'avea un arco ornato in mano,
+ col quale Achille ed Ercole percosse,
+ e mai, quando saetta, getta invano.
+
+ 40 Sopra le vestimenta ornate e rosse
+ di penne tanto adorne avea duo ali,
+ che cosí belle mai uccel non mosse.
+
+ Nella faretra al fianco avea gli strali
+ d'oro e di piombo e di doppia potenza,
+ 45 colli qua' fere a dèi ed a mortali.
+
+ Quando ch'i'l vidi avanti a mia presenza,
+ m'inginocchiai e, come a mio signore,
+ li feci onore e fe'li riverenza,
+
+ dicendo a lui:--O gentilesco Amore,
+ 50 se a venire al priego mio se' mosso,
+ colla tua forza e col tuo gran valore
+
+ aiuta me, il quale hai sí percosso
+ e sí infiammato col tuo sacro foco,
+ ch'io, lasso me! piú sofferir non posso.--
+
+ 55 Allor rispose, sorridendo un poco:
+ --Dall'alto seggio mio i' son venuto
+ mosso a piatá del tuo piatoso invoco.
+
+ Degno è ch'io ti soccorra e diati aiuto,
+ da che ferventemente tu mi chiame,
+ 60 e ch'io sovvenga al cor, ch'i' ho feruto.
+p. 5
+ Sappi che in oriente è un reame
+ tra lochi inculti e tra ombrosi boschi,
+ ch'è pien di ninfe d'amorose dame.
+
+ E quelle selve e quelli lochi foschi
+ 65 son governati dalla dea Diana,
+ la qual voglio che veggi e la conoschi.
+
+ E benché sia la via molto lontana
+ e sia scogliosa e sia di molta asprezza,
+ io la farò parer soave e piana.
+
+ 70 Io son l'Amor, che dono ogni fortezza
+ ne' gravi affanni e, mentre altrui affatico,
+ gli fo la pena portar con dolcezza.
+
+ In questo regno, del quale io ti dico,
+ è una ninfa chiamata Filena
+ 75 con bell'aspetto e con volto pudico.
+
+ La selva è ben di mille ninfe piena;
+ ma dea Diana, quando va alla caccia,
+ piú presso questa che null'altra mena.
+
+ Costei sí bella e con pudica faccia
+ 80 io ferirò per te d'un dardo d'oro,
+ quantunque io creda che a Diana spiaccia.
+
+ Tu vedra' delle ninfe il sacro coro
+ insieme con Diana lor maestra,
+ e belle sí, ch'i', Amor, me n'innamoro.
+
+ 85 E portan l'arco fier nella sinestra,
+ ed al comando della lor signora
+ cacciando van per la contrada alpestra.
+
+ --O dio Cupido, tanto m'innamora,
+ --risposi a lui--il ben che m'hai promesso,
+ 90 che al venire mi pare un anno ogn'ora.--
+
+ Allor si mosse, ed io andai con esso;
+ alfin venimmo per la lunga via
+ in un boschetto, ch'avea un piano appresso.
+
+ La dea Diana a caso fatta avía
+ 95 una gran caccia e dalla parte opposta
+ con piú di mille ninfe in giú venía.
+p. 6
+ E discendeano al pian su d'una costa
+ inverso una fontana d'acqua pura,
+ qual era in mezzo della valle posta,
+
+ 100 non fatta ad arte, ma sol per natura;
+ ed era d'acqua chiara e sí abbondante,
+ che un fiumicel facea 'n quella pianura.
+
+ E poi ch'al fonte funno tutte quante,
+ corseno a rinfrescarsi alle chiare onde,
+ 105 ponendo in elle le mani e le piante.
+
+ Ed alcun'altre stavan su le sponde
+ del fiumicello; e delli fiori còlti
+ facean grillande alle sue trecce bionde.
+
+ Ed alcun'altre specchiavan lor volti
+ 110 nelle chiare acque, ed altre su pel prato
+ givan danzando per que' lochi incolti.
+
+ Cupido, ed io con lui, stava in aguato
+ dentro al boschetto, e ben vedevam quelle,
+ ed elle noi non vedean d'alcun lato.
+
+ 115 Poscia ben cento di quelle donzelle
+ sciolson le trecce della lor regina,
+ le trecce bionde mai viste sí belle.
+
+ Sí come tra' vapor, su la mattina,
+ ne mostra i suoi capelli il chiaro Apollo,
+ 120 e nella sera quando al mar dechina;
+
+ cosí Diana avea capelli al collo,
+ cosí splendea ed era bella tanto,
+ che a vagheggiarla mai l'occhio è satollo.
+
+ E poi ch'ell'ebbon fatta festa alquanto,
+ 125 tennon silenzio tutte, se non due,
+ che alla sua loda comincionno un canto.
+
+ Delle due cantatrici l'una fue
+ Filena bella, che m'avea promessa
+ il dolce Amor con le parole sue.
+
+ 130 E quando egli mi disse:--Quella è essa,--
+ pensa s'io m'infiammai, che la speranza
+ tanto piú accende quanto piú s'appressa.
+p. 7
+ Ond'io all'Amor:--Se quella a me per 'manza
+ hai conceduta, percuoti col dardo
+ 135 costei, che in beltá ogn'altra avanza.
+
+ Ahi quanto piace a me quando la sguardo!
+ E cosa desiata, se si aspetta,
+ tanto piú affligge quanto piú vien tardo.--
+
+ Allor Cupido scelse una saetta
+ 140 ed infocolla e posela nell'arco
+ per saettare a quella giovinetta.
+
+ E come cacciator si pone al varco
+ tacito e lieto, aspettando la fera,
+ e sta in aguato col balestro carco;
+
+ 145 tal fe' Cupido e la saetta fiera
+ poscia scoccò, e, inver' Filena mossa,
+ il manto sol toccò lenta e leggera.
+
+ Quando le ninfe sentir la percossa
+ e nostra insidia a lor fu manifesta,
+ 150 tutte fuggir con tutta la lor possa.
+
+ Sí come i cervi fan nella foresta,
+ quando sono assaliti, o' capriuoli,
+ se cani o altra fera li molesta,
+
+ che vanno a schiera, e alcun dispersi e soli,
+ 155 e per paura corron tanto forte,
+ che pare a chi li vede ch'ognun voli;
+
+ cosí le ninfe timidette e smorte
+ fuggiro insieme, ed alcuna smarrita,
+ quando si furon di Cupido accorte.
+
+ 160 Filena bella non sería fuggita,
+ se non che la sua dea la man gli porse:
+ tanto pel colpo ell'era sbegottita.
+
+ L'Amore, ed io con lui, al fonte corse,
+ dove le sacre ninfe eran sedute,
+ 165 quando la polsa insino a lor trascorse.
+
+ Io non trovai se non ch'eran cadute
+ alle due cantatrici le grillande
+ de' belli fior, che in testa avieno avute.
+p. 8
+ Però a Cupido dissi:--Ov'è la grande
+ 170 virtú dell'arco tuo, che tanto puote?
+ E 'l fuoco ov'è, che tanto incendio spande?
+
+ Se l'arco tuo giammai invan percuote,
+ perché ingannato m'hai colle promesse,
+ che m'han condutto in le selve remote?--
+
+ 175 Non potei far che questo io non dicesse
+ col volto irato, e piú mi mosse ad ira
+ che del mio scorno parve ch'ei ridesse.
+
+ Poscia rispose:--Ov'io posi la mira,
+ quivi percossi, e quivi il colpo giunse
+ 180 dell'arco mio, che mai invan si tira.--
+
+ E quel che segue, col parlar, soggiunse.
+
+
+p. 9
+
+
+
+
+CAPITOLO II
+
+Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno può far
+resistenza a lui ed alle sue saette.
+
+
+ --Né ciel, né mar, né aer mai, né terra
+ potêro al foco mio far resistenza,
+ né all'arco dur, che mai ferendo egli erra.
+
+ Dall'alta sede della sua eccellenza
+ 5 fatt'ho discender piú fiate Iove
+ colle saette della mia potenza.
+
+ E lui mutai in cigno ed anco in bove,
+ ed in altre figur bugiarde e false,
+ senza mostrar le mie ultime prove.
+
+ 10 Nettunno freddo in mar tra l'acque salse
+ accese tanto il mio fuoco sacrato,
+ che l'Oceáno estinguer non gli valse.
+
+ Ma come fortemente innamorato
+ della fiera Medusa, che a lui piacque,
+ 15 e di cui 'l viso tanto gli fu grato,
+
+ gridava:--Io ardo tra le gelid'acque;--
+ perché ammortar non potea in sé l'ardore
+ mercé chiamando, a me soggetto giacque.
+
+ Pluton d'inferno, ove non fu ma' amore,
+ 20 infiammai tanto col mio caldo foco,
+ che 'l feci innamorar col mio valore.
+
+ Proserpina, che stava in balli e gioco,
+ fei che rapío e feila far regina
+ del tristo inferno e dell'opaco loco.
+
+ 25 A Febo l'arte della medicina
+ niente valse contra l'arco mio,
+ né sapienza, né virtú divina;
+p. 10
+ ché, bench' e' fosse saggio e fosse dio,
+ correndo il feci andar dietro a colei,
+ 30 la qual nel bello allòr si convertío.
+
+ Ahi quanti sono stati quelli dèi,
+ ch'i' ho feriti, e quante le persone,
+ ch'i' ho domate con li dardi miei!
+
+ Ercole forte, che vinse il lione
+ 35 e che all'idra sette teste estinse,
+ Cerbero prese e mozzòe Gerione;
+
+ in scambio della spada poi si cinse
+ la rocca e 'l fuso per la bella Iole:
+ tanto la fiamma e mia saetta il vinse.
+
+ 40 Per piú piacer, di fiori e di viole,
+ esperta all'elmo, adornava sua testa,
+ come dalle donzelle far si suole.
+
+ Tosto vedrai e tosto manifesta
+ sará a te in effetto la percossa,
+ 45 ch'io fe' a Filena al sommo della vesta,
+
+ che gli ha passato giá la carne e l'ossa;
+ è giá intrato il caldo alle midolle
+ e giunto al core, ov'egli ha maggior possa.--
+
+ E poi mi fe' sguardar su verso il colle
+ 50 ad una naida, che venia alla 'ngiúe,
+ alla quale io parlai com'ello volle;
+
+ ché quando insino a noi venuta fue,
+ la domandai:--Perché a quest'acqua amena
+ venuta se'? E, dimmi, chi se' tue?
+
+ 55 --Una ninfa gentil ditta Filena
+ smarrita ha qui una bella grillanda
+ --rispose quella--e di questo ha gran pena.
+
+ E perché io la ritrovi ella mi manda,
+ e disse a me:--Io vidi un giovinetto,
+ 60 che corse lí, e però ne 'l dimanda.--
+
+ Ed anco d'altre cose ella m'ha detto:
+ saresti tu colui, che loda tanto,
+ che parve a lei di sí benigno aspetto?--
+p. 11
+ Cupido inver' di me sorrise alquanto,
+ 65 quasi dicendo:--Or vedi la promessa
+ e la percossa, ch'io gli diei sul manto.--
+
+ E come chi da compagni si cessa,
+ perché parlar vuol tacito e quieto,
+ mi cessai solo per parlar con essa.
+
+ 70 --Naida mia--diss'io,--or mi fa' lieto:
+ dimmi dov'è Filena, se tu 'l sai,
+ e se tu hai da lei alcun segreto.
+
+ --Rifa chiamata sono e seguitai
+ --rispose quella--giá la dea Diana,
+ 75 e fui nel suo cospetto accetta assai.
+
+ Ma una volta in una parte strana
+ fece una caccia in uno aspro paese,
+ ed io cacciando andai molto lontana.
+
+ Trovai un centauro, e per forza mi prese:
+ 80 oh lassa me, ch'i' non ebbi potere
+ contra sua forza usar le mie difese!
+
+ Però Diana non vuol sostenere
+ ch'io vada piú con lei, ed hammi posta
+ che in guardia un fiumicel debba tenere.
+
+ 85 Io era lí, di lá dall'altra costa,
+ quando le ninfe con la smorta faccia
+ vidi fuggire, e nulla facean sosta,
+
+ sí come cervi che son messi in caccia,
+ quando dietro il lion va seguitando,
+ 90 o altra fiera fuggendo l'impaccia.
+
+ Ed io della cagion facea 'l domando
+ del fuggir loro, e Diana non vòlse
+ darme risposta insino allora quando
+
+ tutte le ninfe sue ella raccolse.
+ 95 Allor mi disse:--Qui mi fa fuggire
+ Cupido falso e sue infocate polse.
+
+ Ma io farò querela al sommo sire,
+ ché 'l regno mio piú volte a tradimento
+ con falsitá venuto egli è a assalire.--
+p. 12
+ 100 Poi cercò tutte e solo il vestimento
+ trovò a Filena, ch'era alquanto acceso,
+ il qual con l'acqua crese avere spento.
+
+ Ma giá quel foco sacro era disceso
+ dentro nel sangue, sí come s'accende
+ 105 un picciol foco nella stoppa appreso.
+
+ Il dí seguente, quando il sol risplende,
+ Diana prese le saette cónte;
+ ed ogni ninfa ancor suo arco prende,
+
+ però che seppon che di lá dal monte
+ 110 era di cervi venuta una schiera
+ a beverarsi ad una bella fonte.
+
+ Filena non andò, ma rimasta era,
+ ché di non poter ir prese la scusa
+ ancor pel colpo della polsa fiera.
+
+ 115 E per la fiamma, ch'ella avea rinchiusa
+ drento nel cor, faceva la donzella
+ come un ferito cervio di fare usa,
+
+ il qual non trova loco; e cosí ella
+ or si adornava di fioretti belli
+ 120 la testa sua, come sposa novella,
+
+ or sospirava ed or li suoi capelli
+ mostrava al sole e gli occhi, duo zaffiri,
+ poscia specchiava ne' chiar fiumicelli.
+
+ Per tanti segni e per tanti sospiri
+ 125 io, ch'era giá di queste cose esperta,
+ conobbi dell'amor li gran martíri.
+
+ --Dimmi, Filena, e non tener coperta
+ la fiamma tua:--chiamandola da parte:--
+ per tanti segni--dissi--io ne son certa.--
+
+ 130 Rispose dopo assai lagrime sparte:
+ --Ahi lassa me! Amor d'un dardo d'oro
+ ferita m'ha con forza e con sua arte.
+
+ Però non ho seguito il sacro coro
+ di mie sorelle, sol perché m'aiuti:
+ 135 se non mi aiuti, o Rifa, oimè ch'io moro!--
+p. 13
+ Poscia che i suo' martíri ebbi saputi,
+ venni per aiutarla e son discesa
+ non per grillanda o per fiori perduti.--
+
+ Quando quest'ambasciata io ebbi intesa,
+ 140 risponder voleva io:--La mente mia
+ è piú di lei ch'ella di me accesa;--
+
+ se non che quella naida n'andó via,
+ ed in poc'ora trascorse il viaggio
+ insino al loco ond'ella venne pria.
+
+ 145 Ond'io all'Amor:--Se se' possente e saggio,
+ ora il vegg'io e priego, a me perdona,
+ se del tuo arco dissi mai oltraggio.--
+
+ Tempo era quasi presso in su la nona,
+ ed io pregava che andassimo ratto,
+ 150 colui che a gir ratto ogni altro sprona,
+
+ dicendo:--Quando è l'ora, è il tempo adatto;
+ se poi s'indugia e perdesi quel punto,
+ spesse volte l'effetto non vien fatto.--
+
+ Poscia ch'io fui all'altro colle giunto,
+ 155 vidi Filena lá dal fiumicello,
+ di cui l'Amor m'avea il cor trapunto.
+
+ Di fiori adorno avea lo capo bello;
+ e perché il fiume correa giuso al basso,
+ però discesi ed appressaime ad ello.
+
+ 160 Quando per gire a lei io movea il passo
+ per entro il fiume, udii sonare un corno,
+ il qual mi tolse allora ogni mio spasso.
+
+ Filena disse:--La dea fa ritorno;
+ oimè, fuggi via tosto;--e poi levosse
+ 165 i fior, de' quali il capo avea adorno.
+
+ Ed incontra alle ninfe ella si mosse,
+ le qua' tornavan liete con le prede;
+ ed indi anche Cupido me rimosse,
+
+ dicendo a me:--Se Diana ti vede,
+ 170 come Acteon, quando da lei fu visto,
+ trasmutar ti fará da capo a piede.--
+p. 14
+ Come colui che crede fare acquisto
+ di quel che piú desia, e viengli invano,
+ cosí io me scornai e feime tristo.
+
+ 175 E lagrimando ingavicchiai la mano,
+ e risguardava la nobile 'manza
+ da un boschetto non molto lontano.
+
+ Oh credula anco e fallace speranza,
+ confortatrice all'uom nelle gran pene,
+ 180 che, mentre perdi, acquistar hai fidanza!
+
+ Ancor nel core mi dicea la spene:
+ --Anco avverrá che Filena rimagna,
+ se a Diana partir gli conviene.--
+
+ Poi volle andar la dea alla montagna;
+ e per non gire, io credo, mille prece
+ 185 fece Filena e Rifa sua compagna.
+
+ Ella non assentí, ma gir le fece
+ amendue seco, e Filena lo sguardo
+ volse a me, andando, volte piú di diece;
+
+ e, mentre andava in su, mi gittò un dardo.
+
+
+p. 15
+
+
+
+
+CAPITOLO III
+
+L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena,
+che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta.
+
+
+ Il dardo, che gittò, da me si colse,
+ che, quando il balestrò, venne sí ritto
+ e tanto appresso a me quant'ella vòlse.
+
+ «Io amo te--occulto ivi era scritto:--
+ 5 l'Amor, che ferí Febo di Parnaso,
+ ferito m'ha li panni e 'l cor trafitto».
+
+ Cupido a me:--Per me non è rimaso
+ che tu non abbi avuto il tuo desire;
+ ma questo impedimento è stato a caso.
+
+ 10 Cercando omai per lei ti convien gire.--
+ E quando io a lui rispondere volía,
+ fuggí volando e non mi volle udire.
+
+ --O falso Amor--diss'io,--o scorta mia,
+ perché mi lassi? or dove prendi il volo?
+ 15 perché mi lassi senza compagnia?--
+
+ Vedendomi rimaso cosí solo,
+ passai il fiume insino all'altra banda
+ e fui sul prato e su quel verde suolo,
+
+ ov'io vidi Filena lieta e blanda,
+ 20 quando coll'occhio mi soffiò nel foco,
+ che amore accende e che Cupido manda.
+
+ E sospirando dissi:--Oh dolce loco,
+ mentre Filena vi tenne le piante!--
+ E poscia che 'l basciai e piansi un poco,
+
+ 25 per la via ch'ell'er'ita, andai su avante,
+ cercando tutti i balzi ed ogni valle
+ e scogli e schegge intorno tutte quante.
+p. 16
+ E giá Atalante dietro le sue spalle
+ posto avea Febo e facea il giorno nero;
+ 30 ed io pur oltre per lo duro calle,
+
+ senza riposo; e solo avea il pensiero
+ a ritrovarla per la selva oscura,
+ piena di spine senz'alcun sentiero.
+
+ Se sol di notte non avea paura,
+ 35 Amor è quel che da fortezza altrui
+ nelle fatiche e l'animo assicura.
+
+ Tra l'aspre selve e tra li boschi bui
+ tutta la notte andai cercando intorno
+ insin che in un vallon venuto fui.
+
+ 40 E quasi su nel cominciar del giorno
+ trovai un mostro, maladetta fera,
+ coll'arco in mano, e avea al petto un corno.
+
+ Il petto e 'l volto suo tutto d'uomo era,
+ il dosso avea caprin fino alla coda,
+ 45 con quattro piedi e colla pelle nera.
+
+ Un satiro era questo pien di froda:
+ e satir detti son malvagi e falsi,
+ che fanno inganni con lusinghe e loda.
+
+ E fauni ancora stan tra quelli balsi
+ 50 ed hanno umani i petti ed anco i volti;
+ l'altro è bovino, e vanno nudi e scalsi.
+
+ E semicervi ancora vi son molti,
+ ingannatori ed animal perversi,
+ pur ch'altri con lor usi e che gli ascolti.
+
+ 55 Dal satir, che scontrai, con dolci versi
+ sí lusingato fui e sí sottratto,
+ che tutto il mio amor gli discopersi.
+
+ Ché quando vidi un mostro cosí fatto,
+ in man per mia difesa presi il dardo,
+ 60 che la bella Filena a me avíe tratto.
+
+ Ed egli il riconobbe al primo sguardo
+ ch'io l'avea dalla ninfa di Diana;
+ onde parlò come falso e bugiardo:
+p. 17
+ --Onde vien' tu in questa selva strana?
+ 65 Di', che ti move e, dimmi, qual è il fine,
+ pel qual tu vai per questa via lontana?--
+
+ Ed io a lui:--Tra cespi e dure spine
+ smarrito vo, ed or son qui venuto
+ come chi va, né sa dove cammine.
+
+ 70 Ma tu, che se' mezz'uomo e mezzo bruto,
+ mi fai maravegliar quando io ti guato,
+ ché sí fatto uom non fu giammai veduto.
+
+ --Io fui pur uom--rispose--innamorato
+ di dea Diana, e vagheggiaila ognora,
+ 75 e da lei 'n questa forma fui mutato;
+
+ ch'ella pregò lo dio, ch'altru' innamora,
+ che a ciò rimediasse, e me percosse
+ del dardo ch'è di piombo e disamora.
+
+ Questo ogni amor mi tolse e via rimosse;
+ 80 e però quella dea a me permette
+ ch'i' possa gire a lei unque ella fosse.
+
+ Insieme vo con le sue giovinette
+ fra questi monti, insieme con lor coglio
+ li fior, che stanno in su le verdi erbette.
+
+ 85 A chiunque è innamorato anche ho cordoglio,
+ che ricordo le pene, ch'io provai
+ del falso Amor, del quale ancor mi doglio.
+
+ E se tu mi dirai dove tu vai,
+ forse t'aiuterò, se mi richiedi
+ 90 e se sei saggio e secreto il terrai.--
+
+ O vano amor, oh quanto ratto credi
+ quel che vorresti! Alle parole udite
+ ed al modo del dir fede gli diedi.
+
+ Ed io a lui:--Per queste vie smarrite
+ 95 cercando vo le ninfe, ov'elle stanno:
+ prego, se 'l sai, me diche ove son ite.--
+
+ Rispose ancor con falsitá ed inganno:
+ --Elle sonno ite in un lontan paese,
+ al qual non potrest'ir per grave aflanno.
+p. 18
+ 100 Ma, se tu ami, perché nol palese
+ a me, che sai che ho provato l'arme
+ del fier Cupido e le saette accese?
+
+ --Satiro mio--diss'io,--se puoi aitarme,
+ io te 'l dirò, se prima tu mi giuri
+ 105 tener credenza e ch'io possa fidarme.
+
+ --Perché non di', perché non t'assecuri?
+ --rispose il falso.--Or non sai tu che io
+ di piombo e d'òr sentito ho i dardi duri?
+
+ Io ti prometto e giuro innanzi a Dio
+ 110 di tenerti secreto e d'aiutarte
+ e conducer la ninfa al tuo desio.--
+
+ Cosí mi disse con malizia ed arte;
+ ond'io m'apersi e dissi con gran pena:
+ --Vo cercando una ninfa in ogni parte,
+
+ 115 bella e gentile, chiamata Filena;
+ per ritrovarla entrai per questo bosco;
+ la sua beltá dirieto a lei mi mena.
+
+ Tra questi spin, che son piú amar che tòsco,
+ soletto per parlargli io mi son messo,
+ 120 ché piú piacente cosa io non conosco.
+
+ --Ed io farò--diss'ei--quel ch'i' ho promesso;
+ ch'io anderò co' mie' veloci piei
+ ove la ninfa sta molto da cesso.
+
+ Ma perché essa creda a' detti miei,
+ 125 il dardo, che hai in man, mi dá' per segno,
+ perché segretamente il mostri a lei.
+
+ Con mie parole e mio usato ingegno
+ farò ch'ella verrá in un bosco sola,
+ e tu girai a lei quand'i' rivegno.--
+
+ 130 Io gli die' 'l dardo per questa parola,
+ ed ei ghignò alquanto e poi saltando
+ andò veloce come uccel che vola.
+
+ Forse sei ore avea aspettato, quando
+ io vidi Rifa mia fida messaggia,
+ 135 e quando a lei fui presso, io la domando:
+p. 19
+ --Dov'è Filena bella, onesta e saggia?
+ Per lei cercato ho il bosco in ogni canto,
+ e gito in ogni scheggia, in ogni piaggia.--
+
+ Ella rispose con singolti e pianto:
+ 140 --Piú non appar la misera tapina;
+ come tu contra lei errato hai tanto?
+
+ Quella biforme bestia, ch'è caprina,
+ dianzi venne a noi, correndo in fretta,
+ 'nanti alle ninfe ed alla lor regina,
+
+ 145 e mostrò lor lo dardo over saetta,
+ che balestrò Filena a te dal monte,
+ e la scrittura «Io t'amo» è tutta letta.
+
+ Per la vergogna ella abbassò la fronte,
+ e dea Diana, a grand'ira commota
+ 150 contra Filena, stante a braccia gionte,
+
+ gli die' dell'arco in testa e nella gota;
+ e poiché l'ebbe dispogliata nuda,
+ disse alle ninfe:--Ognuna la percota.--
+
+ Allor ciascuna verso lei fu cruda.
+ 155 Ridea colui che fatto avie l'accusa,
+ quel reo biforme maladetto Iuda.
+
+ Poscia cosí spogliata e sí confusa
+ ad una quercia grande fu congiunta,
+ che sempre debba stare ivi rinchiusa.
+
+ 160 E quivi vive e sta quasi defunta;
+ e mille volte fu percossa ancora
+ drento alla pianta; e quando ella è trapunta,
+
+ ad ogni colpo n'esce il sangue fuora
+ e l'arbor bagna; e quando il colpo giunge,
+ 165 grida piangendo:--Omè, omè, m'accora!--
+
+ Udito io questo, ambe le mani e l'ugne
+ mi diedi al volto e tenni basso il viso
+ e non parlai, che il gran dolor, che pugne,
+
+ parlar non lassa, quand'ha 'l cor conquiso.
+ 170 Poscia, sfogati gli occhi lagrimosi,
+ con voce fioca e col parlar preciso,
+
+ sí come or seguirá, io gli risposi.
+
+
+p. 20
+
+
+
+
+CAPITOLO IV
+
+Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa
+di piú bella ninfa fattagli da Cupido.
+
+
+ --Oimè, oimè, o Rifa mia fedele,
+ come ha permesso la fortuna e Dio
+ che sia avvenuto un caso sí crudele?
+
+ Trovai quel mostro maladetto e rio
+ 5 nella boscaglia in sul levar del sole;
+ ed e' mi domandò del cammin mio.
+
+ Oh lasso me! con sue dolci parole
+ ei m'ha tradito: or vada, ch'io nol giunga
+ e non l'occida, a lunge quanto vuole.--
+
+ 10 Driada disse:--Il falso è sí alla lunga,
+ che 'nvan per queste selve t'affatichi
+ che mai per te insino a lui s'aggiunga.
+
+ --O Rifa mia, io prego che mi dichi
+ dov'è la quercia, dove sta unita
+ 15 Filena mia coi begli occhi pudichi,
+
+ e, da che io non gli parlai in vita,
+ la vegga morta e le mie braccia avvolti
+ a quella pianta, dove sta impedita.--
+
+ Mossesi allor con pianti e con singolti,
+ 20 ed io con lei per l'aspero cammino
+ di quelli boschi e di que' lochi incolti,
+
+ insin che giunsi all'arbore tapino;
+ non alto giá, ma era lato tanto,
+ quanto in la selva è lato un alto pino.
+
+ 25 Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto,
+ e dissi:--O ninfa mia, prego, se pui,
+ prego che mi rispondi e parli alquanto.
+p. 21
+ Oh lasso me! ché a te cagione io fui
+ di questa morte; ché quel traditore
+ 30 nefando mostro ha tradito amendui.
+
+ Alli miei prieghi ti ferí l'Amore
+ dell'infelice colpo alla gonnella,
+ che passò tanto acceso poi nel core.
+
+ Prego, perdona a me, Filena bella:
+ 35 perché non parli? perché non rispondi?
+ Prego, se puoi, alquanto a me favella.
+
+ Questa novella pianta e queste frondi
+ e questi rami io credo che sian fatti
+ delli tuoi membri e tuoi capelli biondi.--
+
+ 40 Poiché mille sospiri io ebbi tratti
+ e mille volte e piú la chiama' invano
+ con pianti e voci ed amorosi atti,
+
+ a quelle frasche stesi sú la mano
+ e della vetta un ramuscel ne colsi:
+ 45 allora ella gridò:--Oimè! fa' piano.--
+
+ E sangue vivo uscí, ond'io el tolsi,
+ sí come quando egli esce d'una vena;
+ ond'io raddoppiai il pianto e sí mi dolsi:
+
+ --Perdona a me, perdona a me, Filena.--
+ 50 Poi maladissi il falso dio Cupido,
+ che lei e me condotto avea a tal pena,
+
+ dicendo:--Se piú mai di lui mi fido,
+ perir poss'io, e se al suo consiglio,
+ seguendo il passo suo, mai piú mi guido.--
+
+ 55 Quando questo io dicea, con lieto ciglio
+ Cupido apparve con bel vestimento
+ broccato ad oro nel campo vermiglio;
+
+ e disse a me:--Perché questo lamento
+ di me fai tu? Non è la colpa mia,
+ 60 se altri a te ha fatto tradimento.
+
+ Anche è stato tuo error e tua follia,
+ da che tu rivelasti il tuo secreto
+ al mostro, che trovasti nella via.
+p. 22
+ Pon' fin omai, pon' fin a tanto fleto,
+ 65 ché d'altra ninfa di maggiore stima,
+ se mi vorrai seguir, ti farò lieto.--
+
+ Ed io, mirando l'arbore alla cima,
+ dissi:--Piú bella non fu mai veduta;
+ questa l'ultima sia, che fu la prima.--
+
+ 70 Ed egli a me:--Della cosa perduta
+ non curar piú; e tanto ti sia duro,
+ quanto se mai tu non l'avessi avuta.--
+
+ Ed io dicendo pur:--Venir non curo,--
+ della faretra fuor un dardo trasse,
+ 75 ch'era di piombo pallido ed oscuro,
+
+ e parve ch'e' nel petto me 'l gittasse;
+ e perché quello fa che amor si sfaccia,
+ fece che piú Filena io non amasse.
+
+ Allor risposi a lui con lieta faccia:
+ 80 --Voglio venire e voglio seguitarte
+ ed esser presto a ciò che vuoi ch'io faccia.--
+
+ Ed egli disse:--Qua a destra parte
+ sta una valle tra la gran foresta,
+ che diece miglia di qui si diparte.
+
+ 85 Lí debbe dea Diana far la festa
+ per la sua madre, come fa ogni anno,
+ e la dea Iuno a venirvi ha richiesta,
+
+ sí ch'ella e le sue ninfe vi verranno,
+ che son sí belle, che, a rispetto a quelle,
+ 90 queste di Diana silvestre parranno.
+
+ Tu vederai venir quelle donzelle
+ tutte vaghette, adorne ed amorose,
+ incoronate di splendenti stelle.--
+
+ E poi si mosse tra le vie spinose,
+ 95 tanto ch'e' mi condusse su nel monte,
+ ond'io vedea la valle, e lí mi pose.
+
+ In mezzo la pianura era una fonte
+ sí piena d'acqua, che n'usciva un rivo,
+ nel qual le ninfe si specchian la fronte.
+p. 23
+ 100 E 'n mezzo la pianura, ch'io descrivo,
+ era una quercia smisurata e grande
+ e sempre verde quanto verde olivo;
+
+ e li suo' rami in quella valle spande,
+ li quai son tutti di rosso corallo,
+ 105 ed ha zaffiri in loco delle giande.
+
+ E tutto il fusto è come un chiar cristallo,
+ e sotto terra ha tutte sue radice,
+ come si crede, del piú fin metallo.
+
+ Per farlo adorno e mostrarlo felice
+ 110 vi cantan tra le fronde mille uccelli,
+ e lodi di Diana ciascun dice.
+
+ Sul verde prato tra' fioretti belli
+ vidi migliaia di ninfe ire a spasso
+ con le grillande in sui biondi capelli:
+
+ 115 e per le coste giú scendere abbasso
+ fauni vidi e satiri e silvani,
+ che alla festa al pian movean il passo.
+
+ Dietro son bestie ed hanno visi umani;
+ e son chiamati dèi di quelli monti
+ 120 e di quegli alpi sí scogliosi e strani.
+
+ E naide v'eran le dèe delle fonti,
+ e driadi v'eran le dèe delle piante,
+ che hanno i membri agli arbori congionti.
+
+ Con le grillande vennon tutte quante
+ 125 giú nella valle a far festa a Diana;
+ e poi che funno a lei venute avante,
+
+ s'enginocchioron su la valle piana;
+ e fengli offerta sí come a signora,
+ e cantando dicean:--O dea sovrana,
+
+ 130 benedetta sii tu in ciascun'ora,
+ e benedetti li fonti e li boschi,
+ dentro alli quai tua deitá dimora.
+
+ Le fère venenose e c'hanno toschi
+ non vengan nelli lochi dove stai,
+ 135 né cosa, che dispiaccia, mai conoschi.
+p. 24
+ Tu facesti smembrar con doglie e guai
+ il trasmutato in cervio Atteone
+ con la potenzia grande, che tu hai;
+
+ ché delle ninfe le nude persone
+ 140 corse a vedere tra le chiarite acque,
+ benché fortuna ne fosse cagione.
+
+ Ippolito gentil, quando a te piacque,
+ tornar facesti in vita dalla morte
+ con quelle membra, con le quali ei nacque.--
+
+ 145 E quando ell'ebbon lor offerte pórte,
+ anco alle ninfe fenno riverenza,
+ sí come a servi principal di corte.
+
+ E dilungate dalla lor presenza
+ tennono nella valle estremo loco,
+ 150 come conviensi a lor bassa semenza.
+
+ Giá era il tempo che la festa e 'l gioco
+ far si dovea e Diana fe' segno
+ a due sue ninfe, a lei distanti poco,
+
+ che chiamasser Iunon dall'alto regno,
+ 155 che scendesse alla festa omai a sua posta
+ col coro delle ninfe alto e benegno.
+
+ Come fa 'n cor colui, al qual è imposta
+ l'antifona per dir, che prima inchina,
+ poi a cantar la voce tien disposta;
+
+ 160 cosí fên quelle due a sua regina,
+ che s'inchinonno prima al suo comando,
+ poi, tenendo la faccia al ciel supina,
+
+ encomincionno a dir cosí cantando.
+
+
+p. 25
+
+
+
+
+CAPITOLO V
+
+Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana.
+
+
+ --O regina del cielo, o alta Iuno,
+ moglie e sorella del superno Iove,
+ che l'aer rassereni e failo bruno,
+
+ Diana prega te che venghi dove
+ 5 ella fa festa e con le belle dame
+ del nobil regno tuo qui ti ritrove.
+
+ Il nostro dir, benché da lungi chiame,
+ noi sappiam ben che l'odi dall'altezza
+ del monte Olimpo, dov'è il tuo reame.--
+
+ 10 Queste parole con tanta dolcezza
+ cantôn due ninfe, Pallia e Lisbena,
+ ch'anco, quando il ricordo, io n'ho vaghezza.
+
+ Né mai cantò sí ben la Filomena,
+ né per addormentare in mar Ulisse
+ 15 cantò sí dolcemente la Sirena.
+
+ Iuno, per dimostrar ch'ella l'udisse,
+ mandò un lustro e sin a lor discese
+ come balen che subito venisse.
+
+ Le ninfe di Diana inver'il paese,
+ 20 onde venne quel lustro, stavan vòlte,
+ con gli occhi rimirando e stando intese.
+
+ Ed ecco come il raggio spesse volte
+ pare una via, che 'nsino a terra cada
+ fuor delle nubi, ove non son sí folte,
+
+ 25 cosí da alto ingiú si fe' una strada
+ dal loco, onde Iunon dovea venire,
+ lucida e stesa insin quella contrada.
+p. 26
+ Poi, come il chiaro Febo suol uscire
+ fuori dell'orizzonte la mattina,
+ 30 cosí vidi io per la strada apparire
+
+ un nobil carro, e suso una regina
+ con corona di stelle e sí splendente,
+ come tra li mortal cosa divina.
+
+ E quanto piú e piú venía presente
+ 35 agli occhi miei, tanto parea piú adorno,
+ maraviglioso il carro e piú eccellente.
+
+ E mille ninfe avea intorno intorno
+ con corone di stelle in su la testa,
+ lucenti al sole ancor nel mezzogiorno.
+
+ 40 E d'oro e celestina avean la vesta,
+ e cantando dicíen:--Viva Iunone!--
+ con suoni, balli, gioia e con gran festa.
+
+ Il carro ad ogni rota avea un grifone,
+ pappagalli e pavon con belle penne
+ 45 intorno e sopra; e tre 'n ogni cantone.
+
+ Poscia che 'l plaustro giú nel pian pervenne,
+ Diana il carro suo fe' venir anco,
+ che gran bellezza ancora in sé contenne,
+
+ di drappi adorno e d'ogni uccello bianco:
+ 50 mai vide Roma carro trionfante,
+ quant'era questo bel, né vedrá unquanco.
+
+ Con piú di mille ninfe a lei davante
+ ella si mosse incontra a fare onore
+ alla regina, moglie al gran Tonante.
+
+ 55 E poiché fu ballato ben due ore,
+ le ninfe di Iunon l'altre invitâro
+ a voler concertar con lor valore,
+
+ dicendo:--Acciò che ben si mostri chiaro
+ chi usa meglio l'arco o voi o noi,
+ 60 se a voi piace, a noi anco sia caro.
+
+ Di vostre ninfe due eleggete voi;
+ e noi due altre; e chi trarrá piú dritto,
+ da dea Iunon sia coronata poi.--
+p. 27
+ Alle dèe piacque cosí fatto ditto;
+ 65 e dea Diana una corona pose
+ nell'aer alta a lor per segno fitto,
+
+ fatta di fiori e pietre preziose.
+ Per parte di Iunon, celeste dea,
+ vennono due ardite e valorose.
+
+ 70 Una fu Ursenna e l'altra fu Lippea,
+ a me promessa, bella giovinetta;
+ ma che foss'ella, io ancora nol sapea.
+
+ A lei diede Iunone una saetta
+ e l'arco eburneo bello ed inorato:
+ 75 tanto era grata a lei e tanto accetta.
+
+ A campo incontra uscîr dall'altro lato
+ Lisbena e Pallia; e queste due son quelle,
+ che, 'nvitando Iunone, avean cantato.
+
+ E patto fên tra lor quelle donzelle
+ 80 di trar tre volte; e chi piú ritto manda,
+ dé' coronarsi le sue trecce belle.
+
+ Pallia trasse prima alla grillanda,
+ coll'arco dirizzando a lei lo strale;
+ ma ello dechinò a destra banda.
+
+ 85 Poi trasse Ursenna; e ferío altrettale,
+ sí che fu giudicato d'este due
+ che fosse il colpo loro ognuno eguale.
+
+ Lisbena a saettar la terza fue
+ e die' sí ritto, che quasi toccata
+ 90 fu la grillanda nelle frondi sue.
+
+ Lippea trasse la quarta fiata
+ e ritto tanto, che toccò una fronde,
+ che cadde in terra dal colpo levata.
+
+ Le sue compagne si fenno gioconde,
+ 95 perché credetton che dentro passasse;
+ ma spesso il fatto al creder non risponde.
+
+ Pallia poi un'altra volta trasse,
+ prima pregando la sua dea Diana
+ che 'l dardo alla corona dirizzasse.
+p. 28
+ 100 Ma la saetta tratta andò lontana
+ dalla grillanda forse quattro dita,
+ sí che la prece e la spene fu vana.
+
+ Lippea bella giá s'era ammannita,
+ e, dopo lei, col suo duro arco scocca
+ 105 una saetta leggiadra e polita.
+
+ Da lei fu un poco la grillanda tócca,
+ non dalla punta, ma sol dalla penna,
+ c'ha la saetta appresso della cocca.
+
+ E, dopo questa poscia, trasse Ursenna,
+ 110 Lisbena poi; e giá secondo il patto
+ due volte ognuna avea tratto a vicenna.
+
+ Ognuna ancora avea a fare un tratto;
+ e Pallia pria, per aver la corona,
+ vòlta a Diana con riverente atto
+
+ 115 disse:--Se mai, o dea, la mia persona
+ servito ha te con arco e con faretra,
+ a questo colpo la grillanda dona.--
+
+ Poscia a misura, come un geomètra,
+ nella corona sí forte percosse,
+ 120 che ne fe' d'ella sbalzare una pietra.
+
+ Nel centro avrebbe dato, se non fosse
+ che Iuno in quella fe' venire un vento,
+ che 'l dardo alquanto dal segno rimosse.
+
+ Ursenna, lieta d'esto impedimento,
+ 125 prese la mira per voler poi trare,
+ col core e con lo sguardo ben attento.
+
+ Non die' nel mezzo, ov'ella credea dare;
+ ma la toccò e commossela alquanto,
+ ma non però che la fêsse voltare.
+
+ 130 Ora in due era omai rimaso il vanto
+ della battaglia e della gran contesa;
+ e queste eran pregate da ogni canto.
+
+ --Fa', o Lisbena, che vinchi l'impresa
+ e getta sí, che non abbiam vergogna,
+ 135 con l'arco al segno e con la mente intesa.
+p. 29
+ --Soccorri, o dea Diana, or che bisogna
+ --disse Lisbena,--e se lo mio quadrello
+ tu fai che dentro alla grillanda io pogna,
+
+ offerta farò a te d'un bianco agnello,
+ 140 di bianchi gigli e bianchi fior coperto,
+ e d'un bel cervio a Febo tuo fratello.
+
+ Egli è signor e dio e mastro esperto
+ di trar con l'arco: egli ferí Fetonte,
+ il quale un gran paese avea deserto.--
+
+ 145 Lippea ancora al ciel con le man gionte
+ a dio Cupido insú alzava il volto,
+ che stava meco ascosto a piè del monte.
+
+ --Derizza il dardo mio, ti priego molto,
+ o dio d'amor, sí come tu percoti
+ 150 col dardo che nel cor a tanti è còlto.--
+
+ Poich'ebbon fatti molti e grandi voti
+ e che pregato avean con gran desire,
+ mostrando gli atti e' sembianti devoti,
+
+ trasse Lisbena, a cui toccò il ferire;
+ 155 e 'l dardo dentro alla grillanda colse
+ in un de' lati e torta la fe' gire.
+
+ In quel che la corona si rivolse,
+ gittò Lippea nella circonferenza;
+ e 'l dardo trapassolla e lí si folse.
+
+ 160 Ora tra lor comincia grande intenza,
+ ché l'una e l'altra la grillanda vuole,
+ credendo ognuna aver giusta sentenza;
+
+ e diceano a Diana este parole.
+
+
+p. 30
+
+
+
+
+CAPITOLO VI
+
+Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda
+tra Lisbena e Lippea.
+
+
+ --O dea Diana, o figlia di Latona,
+ discerna tua prudenza e tuo gran senno
+ chi di noi due debbia aver la corona.--
+
+ Diana, udito questo, fece cenno
+ 5 che l'una e l'altra andasse a dea Iunone
+ con riverenza; ed elle cosí fenno.
+
+ Lisbena in pria, che crede aver ragione,
+ umilemente abbassa le ginocchia;
+ e mosse po' a Iunon questo sermone:
+
+ 10 --O del gran Iove mogliera e sirocchia,
+ mira l'onor della mia compagnia,
+ mira se ho ragione, e bene adocchia.
+
+ Io trassi alla corona alquanto pria;
+ e poi Lippea; ma non trasse ad ora,
+ 15 ché giá pel colpo ell'era fatta mia.--
+
+ Lippea incontro a questo dicea ancora:
+ --O alta Iuno, a cui il sommo impero
+ ha dato Iove, e sei con lui signora,
+
+ se ben si mira qui a quel ch'è vero,
+ 20 Lisbena e le compagne vedran forse
+ che 'l colpo suo non fu ritto e sincero,
+
+ che diede alla grillanda e sí la torse,
+ perocché la toccòe; ed io, in quel mentro
+ ch'ella voltòe, la mia saetta porse
+
+ 25 un poco dopo lei e ferii dentro,
+ e con tanta misura al segno diedi,
+ che la mia polsa andò per mezzo il centro.
+p. 31
+ Però ti prego pel carro ove siedi
+ e per l'amor che porti all'alto Iove,
+ 30 che la corona bella a me concedi.
+
+ Se 'l priego mio, signora, non ti move,
+ movati il sacro cor, che teco viene:
+ che abbiam perduto non si dica altrove.--
+
+ Iunon rispose:--A Diana appartiene
+ 35 giudicar questo e che la pace pogna
+ tra te e Lisbena; e cosí si conviene.--
+
+ Diana a questo:--Ancor pugnar bisogna
+ un'altra volta; e la qual parte vince,
+ abbia l'onore, e l'altra la vergogna.
+
+ 40 Un cervio sta non molto lontan quince
+ con corni grandi, e 'l dosso ha tutto bianco,
+ se non c'ha i piè macchiati come lince.
+
+ Questo in la selva è stato sempre franco,
+ ché mai non lo lasciai morder dai cani,
+ 45 né da persona mai ferire unquanco.
+
+ Io manderò miei fauni e miei silvani,
+ che menin questo cervio su nel prato,
+ e sia lasciato in mezzo a questi piani.
+
+ E tu, o Lippea, li porrai da un lato
+ 50 con le tue ninfe e con le tue compagne,
+ con quante e quali e come a te sia grato.
+
+ Lisbena ancor per piani e per montagne
+ porrá le ninfe mie dall'altra parte;
+ e se addivien che il cervio tu guadagne,
+
+ 55 piaccia a Iunon volere incoronarte.
+ Ma se le ninfe mie vincon la caccia
+ o per ingegno o per forza di Marte,
+
+ anco Lisbena incoronar gli piaccia,
+ non per lei tanto, ma per le sorelle,
+ 60 che per vergogna stan con rossa faccia.--
+
+ Le ninfe di Iunon gentili e belle
+ si mostrôn d'accettar volonterose
+ con arditi atti e con pronte favelle.
+p. 32
+ Allor Diana a sei silvani impose
+ 65 che menassero il cervio; ed ei menôllo
+ su delle ripe e delle vie scogliose,
+
+ con una fun legato intorno al collo;
+ poi fu lasciato sciolto presso al fonte,
+ ch'era sacrato alla suora d'Apollo.
+
+ 70 --Su su, sorelle, circondate il monte
+ --dicea Lippea,--e prendete la costa
+ con archi e spiedi coll'acute ponte.
+
+ Ognuna attenta sia nella sua posta:
+ co' can correnti dietro alli cespogli,
+ 75 come chi sta in aguato, stia nascosta.
+
+ E tu, Tirena, va' 'ntorno a li scogli
+ con cento ninfe: sai ch'io mi confido
+ in tua virtú; però mostrar la vogli.
+
+ Sí come io accenno o col mio corno grido,
+ 80 cosí con quelle cento mi soccorre,
+ co' cani alani e col tuo arco fido.
+
+ Perché, se 'l cervio suso al monte corre,
+ di lá dall'altra valle non trapassi,
+ lassú, Ipodria, tu ti vogli porre
+
+ 85 e con ducento ninfe prendi i passi:
+ con can mastini e con cani levrieri
+ fa' che lo pigli e che passar nol lassi.
+
+ Or ora essere accorte è ben mestieri;
+ acciò che onore abbia la nostra dea,
+ 90 mostriam la forza de' nostri archi fieri.--
+
+ Non men Lisbena ancora disponea
+ la schiera sua e facevala forte
+ con modi e con parol, ch'ella dicea.
+
+ --Sorelle, ora conviene essere accorte;
+ 95 ora convien mostrar nostro valore;
+ ch'altri che noi di caccia onor non porte.
+
+ Ora si vederá chi porta amore
+ a dea Diana e se siete valente,
+ sí che di questa caccia abbiamo onore.
+p. 33
+ 100 O Lisna bella mia, va' prestamente
+ sopra del monte e circonda la cima
+ con cento ninfe: e state bene attente.
+
+ Credo che 'l cervio lí correrá prima:
+ abbiate cani e spiedi, ché non varchi
+ 105 di lá dal monte verso la valle ima.
+
+ Chi per la costa discorra cogli archi,
+ chi di lanciotto e chi di duro spiedo,
+ quando fia l'ora, la sua mano incarchi.
+
+ Alconia, te per principal richiedo,
+ 110 che stii con cento ninfe in su la piaggia;
+ ché 'l cervio lí verrá, sí come io credo.--
+
+ Quando ordinata fu la schiera saggia,
+ e fu ognuna nel loco che vòlse
+ quella di Iuno e della dea selvaggia,
+
+ 115 la bella Iris i gran cani sciolse
+ d'intorno al cervio abbaianti e feroci;
+ ed ei fuggí e ver' Diana volse.
+
+ Le ninfe sue alzôn liete le voci,
+ gridando fortemente:--Ad esso, ad esso
+ 120 con le saette e coi passi veloci.--
+
+ Le lor verrette scoccavano spesso;
+ e 'l cervio corre e su lo monte sale;
+ e dietro i can correndo vanno appresso.
+
+ E poi che giunto fu nel piano equale,
+ 125 passato arebbe il monte, se non fosse
+ che Lisna bella gli die' d'uno strale.
+
+ Allora quello addietro alquanto mosse,
+ ed un fier can mastin gli prese il volto,
+ e Marsa ninfa d'un dardo il percosse.
+
+ 130 Per questo il cervio, alla man destra vòlto,
+ ver' quelle di Iunon fece l'andata;
+ e questo a Lisna bella increbbe molto.
+
+ Ipodria bella, tutta rallegrata:
+ --Fa'--disse,--o Iuno, che vinciam la festa;
+ 135 dá' or questa vittoria a tua brigata.
+p. 34
+ L'aspere ninfe della dea foresta
+ non l'han saputo aver, ma s'è fuggito:
+ però è degno che perdan l'inchiesta.--
+
+ Quando quel cervio presso a lei fu ito,
+ 140 d'un fiero dardo gli passò la spalla,
+ tal che egli a terra cadde giú ferito.
+
+ Come che gente alcuna volta balla
+ per la vittoria, che giá aver si spera,
+ e poi si scorna se l'effetto falla;
+
+ 145 cosí fên quelle, ché Lisbena, ch'era
+ dall'altra parte, disse:--Abbi memoria,
+ o dea Diana, della nostra schiera:
+
+ fa' che le ninfe tue abbian la gloria
+ di questa caccia, acciò che non sia ditto
+ 150 ch'altri che tu ne' boschi abbia vittoria.--
+
+ Per questo il cervio si levò su ritto;
+ ché quelle di Iunon non eran corse
+ insino a lui, ma sol l'avean trafitto.
+
+ Poi per la costa giú correndo corse
+ 155 per gire al fonte, che stava a rimpetto;
+ ma Lisna, quando di questo s'accorse,
+
+ un legno attraversò 'n un passo stretto
+ lá onde convenía ch'egli passasse;
+ e quel correndo vi percosse il petto.
+
+ 160 Lisbena in quello d'un dardo gli trasse
+ nel fianco manco e passò l'altro canto,
+ onde convenne che 'l cervio cascasse.
+
+ L'aspere ninfe s'allegraron tanto,
+ quanto si possa dir, ognuna certa
+ 165 che d'aver vinto si potea dar vanto.
+
+ Tagliôn la testa, e di bei fior coperta
+ portavanla a Diana, e lei fe' segno
+ che a dea Iunon ne facessero offerta.
+
+ Ella accettò con aspetto benegno:
+ 170 Lippea e le compagne il volto basso
+ tenean d'ira e di vergogna pregno,
+
+ ché 'l lor pensier era venuto in casso.
+
+
+p. 35
+
+
+
+
+CAPITOLO VII
+
+Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda,
+che avea vinta.
+
+
+ Per questo Lippea bella è disdegnosa;
+ e perché vinta gli parea a ragione
+ quella grillanda tanto preziosa,
+
+ andò piangendo all'alta dea Iunone,
+ 5 dicendo a lei:--Perché le paraninfe,
+ che vengon dietro a te, cosí abbandone?
+
+ Queste silvestre e queste rozze ninfe
+ di dea Diana, tra' boschi assuete
+ e tra li scogli e valli e tra le linfe,
+
+ 10 perché han vinto il cervo, stanno liete
+ e stan superbe e fan di noi dispregio
+ con beffe e riso e con parol secrete.
+
+ Perché a me, che son del tuo collegio,
+ la mia vinta corona mi si nega?
+ 15 Io 'l dico per l'onor e non pel pregio.
+
+ Se il pregio mio, regina, non ti piega,
+ mover ti debbe la mia compagnia:
+ vedi che ognuna per me te ne prega.--
+
+ Iunon alquanto a ciò sorrise pria,
+ 20 e poi benigna a lei la man distese,
+ dicendo:--Usar convien qui cortesia.
+
+ Dacché Diana tien questo paese,
+ e noi venimmo ad onorar sua festa,
+ ben è che 'nverso lei io sia cortese.
+
+ 25 La tua vittoria a tutte è manifesta,
+ e tutte veggon ch'è tua la grillanda
+ e che l'emula tua perde la 'nchiesta.
+p. 36
+ Ma va' a Diana ed a lei la domanda:
+ cosí a me piace e voglio che si faccia
+ 30 da te e dall'altra ciò ch'ella comanda.--
+
+ Allora andò con reverente faccia
+ e disse a lei:--O figlia di Latona,
+ con reverenza io prego che ti piaccia
+
+ che mi sia data la vinta corona;
+ 35 tu sai, Diana, che secondo il patto
+ debbe esser mia, e ragion me la dona.--
+
+ La dea rispose a lei con benigno atto:
+ --D'allora in qua, Lippea, bene ti vòlsi,
+ che festi alla grillanda sí bel tratto.
+
+ 40 Del cervio la vittoria io ti tolsi;
+ quand'egli cadde, io gli rendei la lena,
+ e su levato alle mie ninfe il volsi,
+
+ ché di perder le vidi aver gran pena;
+ ond'i', a pietá commossa, alla lor parte
+ 45 il feci andar a prego di Lisbena.
+
+ Né questo feci per ingiuriarte,
+ ma perché scaccia invidia e serva amore
+ sempre l'onor che insieme si comparte.--
+
+ E poi la 'ncoronò con grande onore
+ 50 e nel carro la pose seco appresso,
+ con la grillanda di tanto valore.
+
+ Iunon, che stava non molto da cesso,
+ diede a Lisbena un arco d'unicorno
+ per premio della caccia a lei promesso,
+
+ 55 tutto smaltato d'un bianc'osso eborno,
+ e d'una pelle d'orso un bel carcasso
+ fulcito tutto d'oro intorno intorno.
+
+ Diana intanto il carro a passo a passo
+ mosse verso Iunon; e, giunta a lei,
+ 60 riverenza gli fe' col capo basso,
+
+ dicendo:--O gran regina delli dèi,
+ Lippea, che sta meco qui presente,
+ tanto m'è grata e piace agli occhi miei,
+p. 37
+ che, se a te piace ed ella me 'l consente,
+ 65 prego che facci che meco rimagna
+ insino all'altra festa rivegnente
+
+ e non sia grave a lei nostra montagna;
+ ché meco la terrò non come ancella,
+ ma come mia carissima compagna.--
+
+ 70 La dea assentío ed anche Lippea bella;
+ e l'altre ninfe ne fenno allegrezza,
+ mostrando ognuno insieme esser sorella.
+
+ E tutto il loco s'empí di dolcezza,
+ di canti e balli su nel verde prato,
+ 75 il quale ha ben sei miglia di larghezza.
+
+ Cupido, ed io con lui, stava occultato;
+ e dalle dèe sí poco er'io distante,
+ ch'io intendea lor parlar da ogni lato,
+
+ quando l'Amor mi disse:--Tutte quante
+ 80 le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi?
+ a qual ti piace piú esser amante?--
+
+ E detto questo, d'un de' dardi suoi
+ d'oro ed acceso mi percosse il petto,
+ e beffeggiando se ne rise poi.
+
+ 85 Ed io a lui:--Il grato e bello aspetto
+ della gentil Lippea tanto eccede,
+ che nulla paion l'altre a lei rispetto.
+
+ Ma perché non è esperta, non s'avvede
+ ch'io l'ami e che di lei m'abbi ferito,
+ 90 e la mia pena occulta ella non crede.
+
+ Per quella fé, con la qual t'ho seguito,
+ ferisci ancora lei, perché s'avveggia
+ quant'ha valore in sé l'arco tuo ardito.--
+
+ Cupido rise come chi beffeggia;
+ 95 cosí ridendo da me disparío
+ sí come un'ombra o cosa che vaneggia.
+
+ --Ove ne vai--diss'io,--o falso dio?
+ perché mi lassi? Or veggio ben ch'è folle
+ chi pone in te speranza ovver desio.--
+p. 38
+ 100 In questo, come mia fortuna volle,
+ una schiera di cervi giú emerse
+ e discese nel pian suso dal colle.
+
+ Le ninfe tutte per la valle sperse
+ cursono a far la caccia per lo piano
+ 105 per vari lochi e vie aspre e diverse.
+
+ Lippea coll'arco bello, ch'avea in mano,
+ seguí un cervio, ch'andò verso il monte
+ e passò a lato a me poco lontano.
+
+ Sola soletta e con le voglie pronte
+ 110 gli andava dietro su tra il bosco incolto,
+ ferendo lui con le saette cónte.
+
+ Ed io, che stava lí in quel loco occolto,
+ per ritrovarla dietro a lei mi mossi,
+ e tra le frondi del boschetto folto
+
+ 115 due miglia o quasi cred'io andato fossi,
+ ch'io la trovai, e la fiera avea morta,
+ in prima dato a lei mille percossi.
+
+ E quand'ella di me si fo accorta,
+ lassò il cervio e misesi a fuggire
+ 120 su verso il monte timidetta e smorta.
+
+ E dietro a lei io comincia' a dire:
+ --O ninfa bella, io prego, alquanto ascolta,
+ prego che mie parole vogli udire.--
+
+ Come il cacciato cervio si rivolta
+ 125 sol per veder se il seguitan li cani,
+ cosí ella facea alcuna volta.
+
+ E poi fuggía tra quelli boschi strani,
+ ed io seguíala tra le acute spine,
+ che mi strappavan le gambe e le mani.
+
+ 130 --Perché fuggendo sí ratto cammine?--
+ diceva io a lei.--Io prego che ti guardi
+ che tra li boschi e scogli non ruine.
+
+ Deh! perché non ti volti e non mi sguardi?
+ Di te ferito m'ha, o cara gioia,
+ 135 il falso Amor co' suoi orati dardi.
+p. 39
+ Se tu non m'hai pietá, non ti sia noia
+ almen ch'io t'ami; e questo sol domando,
+ se tu non vuoi ch'io manchi ovver ch'io muoia.
+
+ Io prego il sacro Amor ch'io veggia il quando
+ 140 ferisca te e costrengati tanto,
+ che sii, com'io, soggetta al suo comando.--
+
+ Quand'ella questo udí, si volse alquanto
+ e disse, vòlta a me, alzando il grido:
+ --Mai si potrá Amor di me dar vanto.
+
+ 145 Tutta la forza del crudel Cupido
+ metto a dispetto e le saette e 'l foco,
+ ed anco alla battaglia io lo disfido
+
+ ch'egli abbia possa a innamorarmi un poco,
+ e del vano arco, il qual portare egli usa,
+ 150 secura io me ne vo in ogni loco.
+
+ Il petto mio trasmutato ha Medusa
+ contro l'Amor in sasso e 'n dura pietra,
+ ed a piacergli ha ogni porta chiusa,
+
+ sí che suoi dardi e sua vile faretra
+ 155 niente curo; e bench'egli mi fera,
+ il colpo suo mia carne non penètra.--
+
+ E perché ogni ninfa è piú leggera
+ assai che l'uomo, da me dipartisse,
+ correndo come veltro ovver pantera,
+
+ 160 e 'nsin che fu a Diana, non s'affisse.
+
+
+p. 40
+
+
+
+
+CAPITOLO VIII
+
+Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una saetta d'oro.
+
+
+ Io era solo e scornato rimaso,
+ quando scontrai in quella via smarrita
+ Cupido, come andasse quindi a caso.
+
+ E disse a me:--Lippea ov'è fuggita,
+ 5 che m'ha sfidato e mette me a dispetto?
+ Ma converrá che da me sia punita,
+
+ ch'io gli trapasserò il core e il petto
+ con un acceso dardo delli miei;
+ e farla a te soggetta io ti prometto.
+
+ 10 Io, che ho domato Iove ed altri dèi
+ con la potenza della mia saetta,
+ non vincerò, non domerò costei?--
+
+ Quando egli disse voler far vendetta,
+ pensa, lettore, s'io mi feci lieto,
+ 15 da che affermava a me farla soggetta.
+
+ Egli si mosse, ed io gli andai dirieto;
+ e sempre per la costa andò all'ingiúe
+ tra 'l duro bosco e l'aspero spineto.
+
+ Quando presso alla valle giunto fue,
+ 20 vidi io Lippea che guidava il ballo
+ 'nanti alle dèe con le compagne sue.
+
+ L'arco suo dur, che mai ferisce in fallo,
+ prese Cupido, e d'uno stral gli diede
+ a venti braccia forse d'intervallo
+
+ 25 sol nelli panni e giú appresso il piede;
+ ché se a lor desse in petto o molto forte,
+ sí come a' viri ed agli dèi e' fiede,
+p. 41
+ perché ad amar le ninfe non son scorte,
+ pel grande incendio del sacrato foco
+ 30 verrebbon meno e caderebbon morte.
+
+ Il caldo cominciò a poco a poco
+ passargli al cor con l'infocato dardo;
+ e giá ferita non trovava loco.
+
+ Lippea allora a me alzò lo sguardo
+ 35 e con gli occhi mirommi, con li quali
+ tanto m'accese il cor, ch'ancora io ardo.
+
+ L'Amor, movendo poi le splendide ali,
+ per man menommi insino alla fontana,
+ menacciando anco con suoi duri strali.
+
+ 40 Di me s'avvide allora dea Diana
+ e disse irata e con acerbo volto:
+ --Or che fa qui quella persona strana?--
+
+ Lo dio Cupido meco s'era folto,
+ ma non veduto; ch'egli alla sua posta
+ 45 si può manifestare e farsi occolto.
+
+ Egli mi disse:--Fa', fa' la risposta.--
+ Onde io andai, e riverente e chino
+ mi posi al carro suo appresso e a costa.
+
+ E dissi a lei:--Mio caso e mio destino,
+ 50 o dea, m'ha qui condotto nel tuo regno
+ per uno errante ed aspero cammino.
+
+ Forse Dio il fe' che alla tua festa vegno:
+ per lui ti prego, o alma dea selvaggia,
+ che non mi scacci e che non m'abbi a sdegno.
+
+ 55 E prego te che una grazia io aggia:
+ che come starvi Ippolito a te piacque,
+ cosí possa io tra questa turba gaggia.--
+
+ E come chi consente, ella si tacque:
+ cosí sospeso e dubbioso rimasi
+ 60 e tornai a Cupido presso all'acque.
+
+ Il carro della dea ben venti pasi
+ dal fonte, a mio parere, era distante,
+ e 'l sol calato all'orizzonte o quasi,
+p. 42
+ quando con vergognoso e bel sembiante
+ 65 venne Lippea inverso il fiumicello,
+ ond'io andai dicendo a lei davante:
+
+ --O ninfa mia gentil col viso bello,
+ deh! non t'incresca e non aver temenza
+ se io, che tanto t'amo, ti favello.
+
+ 70 Perché pur fuggi e pur fai resistenza
+ a quell'Amor, ch'anco li dèi percote
+ con le saette della sua potenza?--
+
+ Sí come onesta donna, che non puote
+ soffrir lascivo sguardo, sottomette
+ 75 e abbassa gli occhi e fa rosse le gote:
+
+ cosí fece ella alle parole dette,
+ che abbassò il viso e diventò vermiglia
+ e lagrimò e le parol tacette.
+
+ --Mostra i zaffiri, c'hai sotto le ciglia
+ 80 --dissi,--o Lippea, ed alza sú la vista,
+ che alle dèe del ciel si rassomiglia.--
+
+ Sfogando il pianto:--Oimè, misera, trista!
+ Oimè!--diss'ella.--Io ho tanto tormento:
+ Amor non vuol che a lui io piú resista.
+
+ 85 Se mai il dispettai, io me ne pento;
+ se mai il gran Cupido io ebbi a vile,
+ dico «mia colpa» e dico «me ne mento».
+
+ Con la potenza dell'orato astile
+ di mie parole folli ora mi paga
+ 90 e col foco, che al cor va sí sottile.
+
+ Ma io il prego o che il dardo ritraga,
+ che m'ha ferito il cor, o che mi uccida,
+ sí che la morte risani la piaga.--
+
+ Ed io a lei:--Cupido fu mia guida
+ 95 insino a te, ed egli mi promise
+ donarti a me con sua parola fida.--
+
+ Udito questo, il viso sottomise;
+ poi disse sospirando e con vergogna:
+ --Perché, quando ferí, e' non mi uccise?
+p. 43
+ 100 --Da che egli vuole, e questo esser bisogna
+ --diss'io a lei,--io prego che mi dichi
+ se tu se' mia, e non mi dir menzogna.--
+
+ Come la sposa, cui pudor fatichi,
+ cosí un «sí» de' labbri gli uscí fuore
+ 105 pur con vergogna e con atti pudichi.
+
+ Il viso bianco di smorto colore
+ prima dipinse e poscia si fe' rosso
+ de' due color, che fuor dimostra Amore.
+
+ Poi disse:--Oimè, oimè che piú non posso
+ 110 celar l'amor!--E questo ella dicendo,
+ cadea, se non che io gli tenni il dosso.
+
+ Soggiunse poi:--Amor, a te mi rendo:
+ non trova l'arco tuo difesa o scudo;
+ però invan contra te mi difendo.--
+
+ 115 Poi disse a me:--O amoroso drudo,
+ io prego te, da che Amor mi ti dona,
+ che contra me non sie cotanto crudo,
+
+ che tu mi lievi la bella corona,
+ che io porto in testa e la qual io mi vinsi,
+ 120 e che mai non mi lasci per persona.--
+
+ Io gliel promisi e per fede gli strinsi
+ la bianca mano e con le braccia stese
+ il capo bianco e 'l collo ancor gli avvinsi.
+
+ Contro l'amor non fe' poi piú difese
+ 125 la bella ninfa e mostrossi sicura,
+ pur con vergogna ed onestá cortese.
+
+ Cercando andammo per quella pianura,
+ e poi salimmo ad alto suso al monte,
+ in tanto che la notte si fe' oscura.
+
+ 130 Era giá Febo sotto l'orizzonte
+ ben venti gradi, ed ella mi condusse
+ in un bel prato, ov'era un bello fonte.
+
+ Ed in quel loco tanto vi rilusse
+ la chiara luna, che per quella valle
+ 135 ogni fiore io vedea qual e' si fusse.
+p. 44
+ Di fiori e di viol vermiglie e gialle
+ la bella ninfa tutto mi coprío;
+ e poi sul prato mi posai le spalle.
+
+ E quando all'oriente in pria apparío
+ 140 il chiaro sol, trovai che n'era andata,
+ e posto un sasso scritto al capo mio,
+
+ nel qual dicea: «Sappi ch'io son tornata
+ a dea Iunone, alla regina mia;
+ che colle mie compagne io sia trovata.
+
+ 145 Tu sai che dea Iunone, andando via,
+ di lassarmi a Diana ell'ha promesso
+ che con lei io rimanga in compagnia.
+
+ In questo tempo che star m'è concesso,
+ staremo ed anderem come a noi piace,
+ 150 cercando e boschi e balzi e scogli spesso.
+
+ Fatti con Dio e tieni occulto e tace;
+ e prego che a vedermi torni tosto,
+ ché solo in veder te 'l mio core ha pace».
+
+ Oh lasso! a Invidia nulla è mai nascosto,
+ 155 c'ha mille orecchie la malvagia e rea,
+ e l'occhio suo in mille lochi è posto.
+
+ Questa n'andò all'una e all'altra dea,
+ dicendo:--Or non sapete ch'una dama
+ qui delle vostre, chiamata Lippea,
+
+ 160 il giovinetto qui venuto ell'ama
+ col core e coll'amor tanto fervente,
+ che sol per lui di rimaner ha brama?--
+
+ E, detto questo, sparí prestamente.
+
+
+p. 45
+
+
+
+
+CAPITOLO IX
+
+Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire.
+
+
+ Letto ch'io ebbi ciò che nel sasso era,
+ io mi partii e dentro uno spineto
+ mi posi a stare ascoso insino a sera,
+
+ acciò che il nostro amor fosse segreto.
+ 5 Presso all'occaso ed io scendea la costa
+ e per veder Lippea andava lieto.
+
+ Ed una driada disse:--Fa', fa' sosta--
+ forte gridando, ond'io maravigliai
+ e 'nsin che giunse a me, non fei risposta.
+
+ 10 Quando fu a me, ed io la domandai.
+ --Non sai--rispose--ciò ch'è intervenuto,
+ e Lippea quanti per te sostien guai?
+
+ L'amor tra te e lei stato è saputo,
+ e conven che si parta: oh sé infelice,
+ 15 ché contra questo nullo trova aiuto!
+
+ Io son sua driada e giá fui sua nutrice:
+ l'amor, che porta a te, m'ha rivelato,
+ ed ogni suo segreto ella mi dice.
+
+ Se saper vuoi il fatto come è stato,
+ 20 la Invidia, che sempre il mal rapporta,
+ che mille ha orecchie ed occhi in ogni lato,
+
+ disse a Iunone:--Or non ti se' tu accorta
+ che Lippea ama il vago giovinetto,
+ che venne qui e tanto amor gli porta?--
+
+ 25 Poscia sparío, quando questo ebbe detto
+ la rea, che ha mille occhi e tutto vede
+ e mille orecchie e tosco ha dentro al petto.
+p. 46
+ Ah Invidia iniqua, quanto a te si crede!
+ e perciò volentier tu se' udita,
+ 30 perché troppo al mal dir si dona fede.
+
+ A Lippea detto fu che ammannita
+ stesse ad andarne nel seguente giorno,
+ quando Iunon volea far sua partita.
+
+ Pel gran dolor e per lo grave scorno
+ 35 d'amaro pianto si bagnò le gote,
+ e smorto diventò suo viso adorno.
+
+ E per non far di fuor le fiamme note,
+ che Amor le aveva acceso dentro al core
+ coll'arco dur, che mai invan percote,
+
+ 40 pigliava scusa pianger per l'amore,
+ ch'ella portava alla Diana dea
+ e alle sue ninfe come a care suore.
+
+ --Sorelle mie--dicea,--perché credea
+ rimanermi con voi, però 'l cuor piagne
+ 45 che dipartir mi fa la 'Nvidia rea.
+
+ E non sará che mai 'l mio pianto stagne:
+ tanto è l'amor, oh lassa me tapina,
+ ch'io conceputo ho qui, o mie compagne.--
+
+ Poscia andò a Iuno e disse:--O mia regina,
+ 50 per darmi infamia e darmi vitupero,
+ l'Invidia con sua lingua serpentina
+
+ detto ha cosí; ma s'ella dice il vero,
+ io cada morta, o s'io assento all'arme
+ di dio Cupido o mai n'ebbi pensiero.
+
+ 55 Quando deliberasti, o dea, lassarme,
+ concepii amore a tutte, ed or mi dole
+ se io le lascio e altrove puoi menarme.--
+
+ Iunon rispose a lei brevi parole:
+ --Voglio che vegni e, quando il carro parte
+ 60 crai, sii la prima sul levar del sole.--
+
+ Poscia che mille lacrime ebbe sparte,
+ dicea fra sé dolente ed angosciosa:
+ --Come farò? oimè! 'l cor mio si sparte.--
+p. 47
+ Come va 'l cervio, a cui giá venenosa
+ 65 è giunta la saetta, e move il corso
+ or qua or lá, e insin che muor non posa:
+
+ cosí ed ella per aver soccorso
+ giva ad ognuna, e poscia lacrimando
+ deliberò a Diana aver ricorso.
+
+ 70 E disse:--O dea, tu facesti il domando
+ ch'io rimanessi, e Iuno fu contenta;
+ ed io anche assentii per suo comando.
+
+ Ed ora pare a me ch'ella si penta,
+ non so perché: e se fia mia partenza,
+ 75 convien che gran dolor mio cor ne senta,
+
+ perché tu, dea, a me benivoglienza
+ hai dimostrata, e Pallia e Lisbena
+ e l'altre, con ch'i' ho fatto permanenza.
+
+ Però partir da loro a me è gran pena,
+ 80 ch'io amo ognuna come mia sorella,
+ e sopra tutte te, o dea serena.
+
+ Però, ti prego, alquanto tu favella
+ a dea Iunon ch'io stia sino alla festa,
+ che ogni anno, come sai, si rinovella.--
+
+ 85 Rispose a lei Diana:--Manifesta
+ tu fai te stessa: or sappi che colei,
+ di cui è sospetto, non è ben onesta.
+
+ Vanne con la signora delli dèi;
+ ché s'ella mi dicesse ch'io v'andassi,
+ 90 sí come a Iove, a lei ubbidirei.--
+
+ Per la vergogna tenne gli occhi bassi
+ la misera e pensava tutt'i modi
+ per rimanere e che nessun ne lassi.
+
+ O Amor folle, che sí forte annodi
+ 95 l'amante con l'amato e sí li leghi,
+ che dentro consumando li corrodi!
+
+ Quando si vide non valer li prieghi,
+ giva ansiando come fa la cagna,
+ a cui veder li suoi figliuol si neghi.
+p. 48
+ 100 E lasciò tutte e sol me per compagna
+ seco menòe; e salse tanto ad erto,
+ ch'ella pervenne in una gran montagna.
+
+ Alquanto andammo lí per un deserto:
+ alfin venimmo in quel prato fiorito,
+ 105 ov'ella te di fiori avea coperto.
+
+ Ella gittossi dov'eri dormito;
+ e cominciò a dir con pianto amaro:
+ --O dolce sposo mio, dove se' ito?
+
+ dove se' ora, o mio amico caro?
+ 110 Oh ti vedessi 'nanti ch'io mi parta,
+ da che contra il partir non ho riparo!--
+
+ Poi ch'ebbe pianto lí ben una quarta
+ d'una gross'ora, su in un sasso scrisse
+ col dardo suo, come chi scrive in carta.
+
+ 115 E lí lo pose e poi indi partisse;
+ e per veder te, credo, mille volte
+ giú per la piaggia mirando s'affisse.
+
+ Iunon le ninfe sue avea raccolte,
+ e perché Lippea sola v'era manco,
+ 120 mandat'avea a trovarla ninfe molte.
+
+ La piaggia tutta non avea scesa anco,
+ che fu trovata e menata a Iunone
+ coll'animo ansioso e tanto stanco.
+
+ Non valse a dir che sdegno era cagione
+ 125 del suo assentarsi, che creso era piúe
+ a Invidia il falso, ch'a lei 'l ver sermone,
+
+ che non la fêsse dalle ninfe sue
+ battere prima, e poscia l'ha mandata
+ stretta e legata al monte Olimpo in súe.
+
+ 130 Nel suo partir m'impose esta ambasciata,
+ la qual t'ho detta; e disse:--Dilli quanto
+ da lui mi parto afflitta e sconsolata.--
+
+ Tanto negli occhi m'abbondava il pianto,
+ quando la driada questo mi proferse,
+ 135 che non risposi per lo pianger tanto.
+p. 49
+ Ma per le vie tant'aspere e perverse
+ con lei andai insino alla pianura,
+ ove Lippea di be' fior mi coperse.
+
+ E ratto corsi a legger la scrittura,
+ 140 la quale avea scolpita su nel sasso,
+ quand'ella fece la partenza dura.
+
+ Ella dicea: «Perduto ho il bello spasso,
+ ch'io avea, vedendo te, o dolce drudo:
+ partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso.
+
+ 145 Troppo Cupido a me è stato crudo:
+ egli, ch'io non ti veggia, t'ha nascoso,
+ e di te m'ha ferito a petto nudo.
+
+ Fátti con Dio, o mio primaio sposo
+ ed ultimo anco: oimè, che non ho spene
+ 150 di rivederti mai, né aver riposo!
+
+ Ché quel reame, che Iunon si tiene,
+ è alto tanto e posto sí lontano,
+ che mai nessun mortal tanto su vene».
+
+ Letto ch'io ebbi quel tra me pian piano,
+ 155 volsi alla driada il lacrimoso volto,
+ il qual io mi percossi con la mano,
+
+ dicendo:--Il mio conforto chi l'ha tolto?
+ Or dove se', Lippea ninfa mia?
+ O dolce amore, in quanto duol se' vòlto!
+
+ 160 Driada, dimmi se c'è modo o via
+ o che io la giunga, o s'egli c'è speranza
+ ch'io venga ove Iunone ha signoria.
+
+ --Il correr delle ninfe ogni altro avanza
+ --rispose quella;--e 'l regno di dea Iuno
+ 165 è tanto ad alto ed ha sí gran distanza,
+
+ che non vi puote andar mortale alcuno.--
+ Cosí mi disse e poi si mosse a corsa,
+ d'ogni sperar lasciandomi digiuno,
+
+ e se n'andò correndo piú che un'orsa.
+
+
+p. 50
+
+
+
+
+CAPITOLO X
+
+Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere con l'autore,
+a cui da Venere vien promessa la ninfa Ilbina.
+
+
+ Oh Speranza vivace e sempre verde!
+ Se ogni cosa all'uom toglie fortuna,
+ ella sempre rimane e mai si perde.
+
+ Questa soletto al lume della luna
+ 5 mi mise tra li boschi e tra li rovi
+ con gran fatica e senza posa alcuna.
+
+ Dicea fra me:--Ben converrá ch'io provi
+ ogni mio ingegno e cerchi ogni paese,
+ che Lippea bella mia ninfa ritrovi.--
+
+ 10 E giá cercando er'ito ben un mese
+ per l'aspro bosco e per la selva amara,
+ quando Cupido a me si fe' palese.
+
+ E come quando Febo si rischiara,
+ perché la nube grossa s'assuttiglia,
+ 15 che prima ostava alla sua faccia chiara;
+
+ cosí una luce splendida e vermiglia
+ mi die' nel volto; e, mentre l'occhio innalzo,
+ per veder meglio aguzzando le ciglia,
+
+ io vidi lui, che stava su in un balzo
+ 20 e disse a me:--Ricòrdati che tue
+ giá tante volte m'hai chiamato falzo.
+
+ Però t'ho tolto l'allegrezze tue;
+ ma io prometto a te di ristorarte,
+ se falso e traditor non mi di' piúe.
+
+ 25 Ma sappi prima che forza né arte
+ al regno di Iunon giammai perviene:
+ tant'ello dalla terra si disparte;
+p. 51
+ ché 'l regno, il quale Saturnia mantiene,
+ è posto in aere su nel freddo loco,
+ 30 onde la pioggia e la grandine viene.
+
+ Lí non riscalda la spera del foco,
+ che non riscalda in giú tanto da cesso,
+ né anco il sol niente o molto poco;
+
+ ché 'l raggio del gran Febo in giú riflesso
+ 35 non riscalda da lungi o molto oblico,
+ ma ben dappresso è riflesso in se stesso.
+
+ E quando a questo loco, ch'io ti dico,
+ il vapor di quaggiú salendo giugne,
+ ratto che sente il freddo a sé nemico,
+
+ 40 in sé si strigne ed in sé si congiugne
+ e fassi nube; e, quand'egli è costretto,
+ si fa la pioggia, perché l'acqua smugne.
+
+ Ma nella state quel vapor, che ho detto,
+ ha molto in sé del terrestro vapore
+ 45 sulfureo e secco e d'ogni umido netto.
+
+ E questo, quando sente l'umidore,
+ sí come fa all'acqua la calcina,
+ s'accende, e con gran rabbia n'esce fuore
+
+ quindi il baleno e 'l tuon con gran ruina.
+ 50 E di questo vapor Vulcano a Iove
+ fa tre saette nella sua fucina.
+
+ Che se ben miri quanto è piú forte ove
+ sta sulfurea fiamma inclusa ed arda,
+ tanto piú furiosa ella si move,
+
+ 55 sí come apparir può nella bombarda,
+ ché poca fiamma accesa tanto vale,
+ che tuona e rompe ed esce fuor gagliarda;
+
+ perché la state vieppiú alto sale
+ del chiaro Febo il suo riflesso raggio,
+ 60 e risal meno obliquo e piú eguale.
+
+ Però questo vapor, che pria dett'aggio,
+ conven che 'l sole il lieve in piú altura
+ a farlo nube in piú alto viaggio.
+p. 52
+ Ov'ei trova adunata piú freddura,
+ 65 ivi si stringe, e l'acqua da lui scossa
+ grandine fassi: sí 'l ghiaccio la 'ndura.
+
+ Ma, perché nell'inverno non ha possa
+ il sol, che tanto insú il vapor lieve,
+ 'nanti ch'assai insú faccia sua mossa,
+
+ 70 ancor non fatto nube si fa neve;
+ e raro e sperso fatto ghiaccio cade,
+ come bambace in terra, lieve lieve.
+
+ A cosí alte e sí fredde contrade
+ da che salir non puoi, qui a te venni,
+ 75 ché di tanta fatica io t'ho pietade.--
+
+ E, detto questo, con parole e cenni
+ mi fece scender giú per una scheggia;
+ e, quando in un bel prato giú pervenni,
+
+ io vidi ninfe; e ciò, ch'occhio vagheggia
+ 80 mai di bellezza, risplendeva in loro:
+ tanto ognuna era bella e tanto egreggia.
+
+ Parean venute dal superno coro
+ quaggiú nel mondo, creatur celeste
+ use con Iove in l'alto concistoro.
+
+ 85 Quando mi viddon, fuggîr ratte e preste
+ alquanto a lungi e poi voltôn lor volti,
+ me risguardando tacite e modeste.
+
+ --Io prego--dissi--che da voi si ascolti
+ di questa mia venuta la cagione,
+ 90 che m'ha condutto in questi boschi incolti.
+
+ Cercando vo il regno di Iunone:
+ da che fortuna m'ha condutto a voi,
+ prego vostra pietá non m'abbandone.
+
+ --Al regno di Iunone andar non puoi
+ 95 --mi rispose una,--ché sí in alto è posto,
+ che montar non potresti insino a loi.--
+
+ E quando questo a me ebbon risposto,
+ passâro un monte e sí ratto fuggîro,
+ che appena il vento si movea sí tosto.
+p. 53
+ 100 Ed io dirieto a lor, con gran suspiro,
+ presi la costa e salsi il monte ratto;
+ e quando giú nell'altra valle miro,
+
+ io vidi l'arco di Iunon lí fatto
+ ed alto in aere, il qual per segno diede
+ 105 Dio a Noè, con lui facendo il Patto.
+
+ E come re ovver regina siede
+ nell'alto tron, cosí su quel si pose
+ Venus vestita d'òr da capo a piede,
+
+ con la corona di mirto e di rose,
+ 110 con lieta faccia ed aspetto sí bello,
+ piú che mai dèe ovver novelle spose.
+
+ Cupido allor volar come un uccello
+ vidi per l'aere; e credo sí veloce
+ Cillen non corse mai, né tanto snello.
+
+ 115 Venus mi disse in questo ad alta voce:
+ --O giovin, c'hai montata insú la costa,
+ spronato dall'amor caldo e feroce,
+
+ la bella ninfa, che a te fe' risposta,
+ da me e dal mio figlio a te è sortita,
+ 120 che l'abbi a tuo voler ed a tua posta.
+
+ Fa' che tu passi qua, dov'è fuggita
+ nell'altra valle, e tanto lí rimagne,
+ che da Cupido per te sia ferita.--
+
+ Per questo io trapassai l'aspre montagne,
+ 125 tanto ch'io la trovai nell'altro piano,
+ che stava a coglier fior con le compagne.
+
+ Cupido lí non molto da lontano
+ di quella bella ninfa mi ferío
+ d'una saetta d'oro, ch'avea in mano.
+
+ 130 Però io con ingegno e con desio
+ m'appressa' a loro e dissi:--O ninfe belle,
+ in questo loco sí silvestre e rio
+
+ per consigliarmi alcuna mi favelle:
+ deh! non v'incresca che alquanto qui stia,
+ 135 stancato tra le selve amare e felle.--
+p. 54
+ La ninfa, che risposto m'avea pria:
+ --O giovin--disse,--non abbiam temenza,
+ né anco incresce a noi tua compagnia.
+
+ Ma noi Minerva, dea di sapienza,
+ 140 aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta
+ con lo gran carro della sua eccellenza;
+
+ ché qui tra noi è una giovinetta,
+ che vuoi menare al suo regno felice,
+ la qual tra le sue ninfe ha per sé eletta;
+
+ 145 e non sappiam di qual di noi si dice.
+ Noi non voramo, quando ella discende,
+ che alcun uomo con noi trovasse quice.
+
+ Per quella cortesia, che 'n te risplende,
+ ti prego che di qui ti parti alquanto,
+ 150 ché tua presenza sospette ne rende.
+
+ --O ninfa, veder te m'è grato tanto
+ --risposi a lei--e tanto a te mi lego,
+ che io non posso andar in alcun canto.
+
+ Ma io a me stesso la mia voglia niego
+ 155 contra mia voglia ed al partire assento,
+ da che ti piace: tanto può 'l tuo priego.
+
+ E, da che io mi parto con tormento,
+ dimmi chi se'; e quando qui ritorno,
+ prego, del tuo parlar fammi contento.--
+
+ 160 Per la vergogna arrosciò il viso adorno,
+ e ch'io non fossi udito ella temea:
+ però ella mirava intorno intorno.
+
+ Poscia rispose:--Io nacqui giá 'n Alfea,
+ Ilbina ho nome e tra li duri scogli
+ 165 vo seguitando la selvaggia dea.
+
+ Piú non ti dico: omai partir ti vogli.--
+
+
+p. 55
+
+
+
+
+CAPITOLO XI
+
+Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa.
+
+
+ Io me n'andai in un boschetto alpestro,
+ distante a quelle ninfe, a mio parere,
+ ben quasi una gettata di balestro,
+
+ sí ch'io poteva udire e ben vedere
+ 5 tutti lor atti e tutte lor parole,
+ ed aspettando mi stava a sedere.
+
+ Ed ecco, come quando il chiaro sole
+ tra le men folte nubi sparge il raggio,
+ che quasi strada in cielo apparir sòle,
+
+ 10 cosí da cielo ingiú si fe' un viaggio;
+ e la via lattea, che pel caldo s'arse,
+ piú che quella in splendor non ha vantaggio.
+
+ Le ninfe tutte alla strada voltârse;
+ e come quando rischiara l'aurora,
+ 15 cosí lucente in cielo un carro apparse.
+
+ E poco stando io vidi una signora
+ splendente quanto il sol su la mattina,
+ quando dell'orizzonte egli esce fòra,
+
+ incoronata come la regina,
+ 20 che venne a Salomon dal loco d'Austro
+ per udire e saper la sua dottrina.
+
+ Quando piú presso ingiú si fece il plaustro,
+ lo scudo cristallin gli vidi in mano,
+ lucente quanto al sol nullo alabastro.
+
+ 25 Ed era sí scolpito e sí sovrano,
+ che tanto adorno nol fece ad Achille,
+ per preghi della madre, dio Vulcano.
+p. 56
+ Appresso al carro stavan le sue ancille,
+ inclite ninfe, intorno a coro a coro,
+ 30 ed ogni coro in sé n'ha piú di mille.
+
+ Non ebbe piú splendor, né piú lavoro
+ il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno,
+ quando trasse i corsier dal cammin loro.
+
+ Vedendo lo splendor tanto sereno,
+ 35 l'alpestre ninfe stavan ginocchioni
+ con reverenza sul basso terreno.
+
+ Quando discesa fu con canti e suoni
+ la dea Minerva e che fu posto fine
+ a tanti balli ed a tante canzoni,
+
+ 40 le ninfe alpestre riverenti e chine
+ dissono:--O dea, qual vorrai che vegna
+ di noi e che al tuo regno al ciel cammine?--
+
+ Rispose ella:--Di voi ognuna è degna;
+ ma ora eleggo Ilbina e voglio questa,
+ 45 che venga meco ove da me si regna.--
+
+ E, detto questo, con canti e con festa
+ la coronò d'alloro e poi d'uliva,
+ e di fin òr gli fe' vestir la vesta.
+
+ Poi per la strada, che da ciel deriva,
+ 50 la menò seco pel cammin ad erto,
+ forte a salire ad uom mortal, che viva.
+
+ Io, che m'era occultato in quel deserto
+ tra dure spine e pungenti cespogli,
+ il viso alzai di lacrime coperto.
+
+ 55 --Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli?
+ --dissi piangendo;--e perché a questa volta
+ d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli?--
+
+ E fuora uscii e con fatica molta
+ per la celeste strada insú mi mossi
+ 60 dietro alla ninfa, la qual m'era tolta.
+
+ E ben un miglio cred'io andato fossi,
+ che la dea Venus si chinò a pietade:
+ tanto con li miei preghi io la commossi.
+p. 57
+ Nell'aere apparse con grande beltade;
+ 65 poi scese al carro con faccia proterva,
+ il qual saliva le splendenti strade.
+
+ --Non senza gran cagione, o dea Minerva
+ --disse Venus,--io vengo tra la schiera,
+ che segue te e tuo comando osserva,
+
+ 70 ché insino al cielo, ove il gran Iove impera,
+ d'un vago giovinetto è giunto il grido,
+ che sempre ha 'n me sperato e sempre spera.
+
+ Ed io ed anche il mio figliuol Cupido
+ una ninfa, ch'è qui, gli abbiam promessa,
+ 75 sí come a nostro caro amico e fido.
+
+ E se tu vuoi sapere quale è essa,
+ Ilbina ha nome, che la dea Diana
+ la mandò a te ed halla a te concessa.
+
+ E perché la mia spen non fosse vana,
+ 80 Iunon la confermò e fe' che scese
+ Iris, sua nuncia, presso una fontana.
+
+ Acciò che mie parol sien meglio intese,
+ mira colui che sal su per la via:
+ il mio figliuol colui d'Ilbina accese.
+
+ 85 Costui è quel, di cui prego che sia
+ la detta ninfa; ed egli è quel che fue
+ dato da Iuno a lei per compagnia.
+
+ Vedi che move ratto i passi insúe
+ e per la costa omai è tanto stanco,
+ 90 che a pena dietro a te può seguir piúe.--
+
+ Minerva, vòlta verso il destro fianco,
+ mi rimirò; ed io era da lunge
+ tre gettar di balestro o poco manco.
+
+ Come che 'l servo se medesmo punge,
+ 95 che è visto ed aspettato dal signorso,
+ che affretta i passi insin che a lui aggiunge;
+
+ cosí fec'io insin ch'io ebbi corso
+ al carro, ove Ciprigna s'era posta,
+ che mi aspettava per darmi soccorso.
+p. 58
+ 100 Come persona a compiacer disposta
+ a chi la prega, cosí Palla fece
+ a Citarea benigna risposta:
+
+ --Se a Iunone, a cui imperar lece,
+ io ho rispetto ed a te che 'l domandi,
+ 105 che puoi dir: «Voglio», e fai cotanta prece,
+
+ io mi contento far ciò che comandi;
+ ma chiama Ilbina e vedi se consente
+ innanti che 'l mio carro piú su andi.--
+
+ Come donzella, che tra molta gente
+ 110 si dé' sposar, ed ègli detto:--Vuoi
+ per tuo marito costui qui presente?--
+
+ che, vergognando, abbassa gli occhi suoi;
+ cosí Ilbina si fe' vergognosa,
+ parlando questo le dèe amendoi.
+
+ 115 Però gli disse Venere amorosa:
+ --O ninfa, che tra l'altre piú elette
+ piú bella se' e piú pari graziosa,
+
+ perché della vergogna sottomette
+ il tuo bel volto? perché hai temenza
+ 120 del mio parlar, che gran ben ti promette?
+
+ Vien' su nel carro di tanta eccellenza:
+ io ti voglio parlar quassú da presso:
+ vien' su avanti alla nostra presenza.--
+
+ Come la zita col volto sommesso
+ 125 va per la via e move il passo raro,
+ tal andò al carro e poi montò su in esso.
+
+ Mentre salea, io vidi un foco chiaro,
+ che gli abbruciò l'estremitá del panno,
+ ond'ella mise un gran suspiro amaro.
+
+ 130 Quando s'avvide Palla dello 'nganno
+ e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno
+ del sospirar, che fe' con tanto affanno,
+
+ si volse a Citarea con grande sdegno:
+ --Come se' tanto ardita, o rea e falza,
+ 135 tradir le ninfe, che son del mio regno?
+p. 59
+ Nata nel mare giú tra l'acqua salza,
+ de li membri pudendi, e tra le schiume,
+ qual è quella superbia, che t'innalza?
+
+ Madre e maestra d'ogni rio costume,
+ 140 pártite e vanne al regno tuo, lá dove
+ ogni tuo atto è vano e torna in fume.
+
+ Tu lodi il tuo figliuol, che ferí Iove;
+ ma non fu il vero: Iove anche è diverso
+ da quel che il cielo ed ogni effetto move.
+
+ 145 Quel sommo re, che regge l'universo,
+ porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia,
+ sí come falso amor, rio e perverso.--
+
+ Come chi scorna, ch'abbassa la faccia
+ e mormorando seco il capo scuote,
+ 150 mostrando irato e con segni minaccia;
+
+ cosí Ciprigna con le rosse gote
+ partíssi quindi ed al figliuol ricorse,
+ come chi sé vendicar ben non puote.
+
+ E giá ad Ilbina sarebbon trascorse
+ 155 le fiamme e 'l sacro foco insino al core,
+ se non che Palla il suo scudo gli porse,
+
+ che ha tanta virtú, tanto valore,
+ che ogni fiamma di Cupido ammorta,
+ ogni atto turpe ed ogni folle amore.
+
+ 160 E questo scudo, che Minerva porta,
+ è di cristallo e 'l capo gorgoneo
+ ha sú scolpito di Medusa morta,
+
+ vinta per forza e ingegno di Perseo.
+
+
+p. 60
+
+
+
+
+CAPITOLO XII
+
+Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.
+
+
+ Con miglior labbia poscia a me rivolta
+ la dea Minerva splendida e serena,
+ mi disse:--Attento mie parole ascolta.
+
+ Se vuoi lassar Cupido, che ti mena
+ 5 tra' duri scogli dell'aspro deserto
+ con tanti inganni e con cotanta pena,
+
+ e vuoi salir la strada suso ad erto,
+ meco venendo all'alto mio reame,
+ chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,
+
+ 10 io ti farò amar dalle mie dame,
+ che fanno i lor amanti esser felici,
+ e te faran beato, se tu l'ame.
+
+ Le ninfe di Diana servitrici,
+ rispetto a quelle, ti parran villane,
+ 15 incolte, indotte, zotiche e mendíci.
+
+ O ben dell'aspre selve, o cose vane,
+ tanto veloce lo tempo vi toglie,
+ che come d'ombra nulla ne rimane!
+
+ Non posson contentar l'umane voglie,
+ 20 che 'n sé non hanno esistente bontade,
+ e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie.
+
+ E, perché il ciel voltando sempre rade,
+ quel che fu nuovo riveste l'antico;
+ però le cose belle si fan lade.
+
+ 25 E, perché meglio intendi ciò ch'io dico,
+ vien' su nel carro mio, che alla 'nsú monta,
+ tra l'esercito mio saggio e pudico.--
+p. 61
+ Io salsi il carro e nella prima gionta
+ io dissi:--O dea Minerva alta e benegna,
+ 30 del regno tuo alquanto mi racconta.
+
+ E dimmi qual è 'l modo ch'io vi vegna
+ e dove sta e chi 'l regge e nutríca,
+ e della sua beltá ancor m'insegna.
+
+ --Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica
+ 35 --rispose quella--e vuoi ch'io ti dimostri,
+ non vi si può salir senza fatica;
+
+ ché nel cammino stanno sette mostri
+ con lor satelli ad impedir la strada,
+ che l'uom non giunga a' miei beati chiostri.
+
+ 40 E chi losinga acciò che a lei non vada,
+ chi fa paura e chi occulta il laccio,
+ che impacci altrui o che dentro vi cada.
+
+ E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio,
+ lassati i mostri, trova una pianura.
+ 45 ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio.
+
+ Chi su per l'erbe di quella verzura
+ s'ingegna sempre di salire avante,
+ del regno mio poi trova sette mura.
+
+ E ogni muro dall'altro è piú distante
+ 50 che cento miglia, e dentro alla sua mèta
+ un regno tien di ninfe oneste e sante.
+
+ Ed una donna umíle e mansueta,
+ a chiunque sale, il sacro uscio disserra
+ benignamente e mai a nullo il vieta.
+
+ 55 Ma pria conven che l'uom basci la terra:
+ allora quella ratto apre la porta
+ e va con lui; se no, 'l cammin egli erra.
+
+ Tra quelli regni dietro a questa scorta
+ chi entra trova le muse elicone,
+ 60 ed ognuna gli applaude e lo conforta.
+
+ Con lieti balli e soavi canzone
+ il menano a diletto su pel monte,
+ facendo melodia dolce e consone.
+p. 62
+ Pervengon poi al pegaseo fonte,
+ 65 ove i poeti bevon la sacra onda;
+ e poi d'alloro inghirlandan la fronte.
+
+ All'altro giro, che vieppiú circonda,
+ va poi chi prega la guida che 'l mene,
+ e dietro a' passi suoi sempre seconda.
+
+ 70 Sette reine, nobili camene,
+ che dienno alli gran saggi le mamille,
+ di latte di scienza tanto piene,
+
+ si trovan lí e nitide e tranquille
+ mostran sette scienze, ovver sett'arti,
+ 75 con dolce dire e con soavi stille.
+
+ Altra regina trovi, se ti parti,
+ che splende quanto il sol nel mezzogiorno,
+ quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.
+
+ Quella regina è tutta intorno intorno
+ 80 fulcita d'occhi assai vieppiú che Argo
+ ed ha del sole il nobil viso adorno.
+
+ Con tutti gli occhi il regno lungo e largo
+ ella contempla e rende tanta luce,
+ ché quivi non può 'l viso aver letargo.
+
+ 85 La scorta saggia altrove anco conduce,
+ dov'è l'altra regina sí modesta,
+ ch'ogni costume e senno in lei riluce.
+
+ Fabricio e Scipion nutricò questa.
+ Ella è che ad ogni troppo pone il freno
+ 90 ed è negli atti e nel parlare onesta.
+
+ Altra reina è anco dentro al seno
+ d'esto mio regno, di tanta fortezza,
+ che a nulla violenza mai vien meno.
+
+ Né mai menacce, né losinghe apprezza;
+ 95 né fortuito caso mai la piega;
+ né muta faccia a doglia, né a dolcezza:
+
+ il piombo solo è che la vince e spiega
+ sí come il diamante, e cosí face
+ di questa dea chi umilmente la prega.
+p. 63
+ 100 Da questo regno sí alto e capace
+ la guida sale alla nobile Astrea,
+ che con Saturno resse il mondo in pace.
+
+ Ma, poiché fu la gente fatta rea
+ e l'avarizia resse il mondo male,
+ 105 ritornò al cielo, ov'ella è fatta dea.
+
+ Al nobil mio reame poi si sale,
+ ove si trovan tre altre reine,
+ ognuna in nobiltá a me eguale.
+
+ Con queste tre sí alte e sí divine
+ 110 contemplo Dio, che regge l'universo,
+ principio d'ogni cosa, mezzo e fine.
+
+ Il regno mio è fatto a questo verso,
+ com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire
+ o per le selve errando andar disperso.--
+
+ 115 Io era pronto e giá volea dire:
+ --Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio
+ e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire.--
+
+ Ma, quando in aer su alzai il ciglio,
+ vidi Venus, la quale una donzella
+ 120 mi mostrò lieta e Cupido suo figlio,
+
+ non vista mai al mio parer sí bella;
+ e cenno mi facían che su non gisse,
+ ché fermamente mi darebbon quella.
+
+ E parve che Cupido mi ferisse
+ 125 di piombo e d'oro; e con quelle due polse
+ fece che allora non mi dipartisse.
+
+ Quella del piombo il buon amor mi tolse,
+ ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro,
+ oh lasso me! che a boschi anco mi volse.
+
+ 130 Per questo non seguii quel sacro coro;
+ per questo lascia' io la compagnia,
+ che mi menava all'alto concistoro.
+
+ Risposi a Palla:--O dea, la possa mia
+ non si confida e forse non può tanto
+ 135 che vinca i mostri e saglia sí gran via.--
+p. 64
+ Cosí discesi di quel plaustro santo
+ e giú nell'aspre selve ritornai
+ intra le spine e punto d'ogni canto.
+
+ Ratto ch'io giunsi, Venere trovai,
+ 140 che mi aspettava in una valle piana,
+ sí bella quanto si mostrasse mai.
+
+ Di mirto e rose e d'erba ambrosiana
+ portava su la testa tre corone
+ e faccia avea di dea e non umana.
+
+ 145 Ella mi disse:--Or di': per qual cagione
+ volevi lasciar me e 'l mio figlio anco
+ o per Minerva o per muse elicone?
+
+ Se sí poco salendo fosti stanco,
+ se tu fossi ito per quelle erte vie,
+ 150 saresti, andando insú, venuto manco.
+
+ Ma, se verrai nelle contrade mie,
+ le ninfe del mio regno al tuo desio
+ saran condescendenti e preste e pie.
+
+ E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio
+ 155 t'abbiam mostrata, ancor te la prometto;
+ e mezzo e guida a ciò ti sarò io.
+
+ --O Citarea--diss'io,--a te soggetto
+ sempre son stato ed anco al tuo Cupido,
+ sperando aver da voi alcun diletto;
+
+ 160 onde per tue parole mi confido
+ la bella ninfa aver, che mi mostrasti,
+ e, ciò sperando, dietro a te mi guido
+
+ per questi lochi sí spinosi e guasti.--
+
+
+p. 65
+
+
+
+
+CAPITOLO XIII
+
+Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura,
+la quale gli rende ragione di molti fenomeni.
+
+
+ Appena eravamo iti un miglio e mezzo,
+ ch'io vidi in una valle una donzella
+ sotto una quercia, che si stava al rezzo.
+
+ Io andai a lei e dissi:--O ninfa bella,
+ 5 di qual reame se'? O dolce dama,
+ deh, fammi cortesia di tua favella,
+
+ e dimmi il nome tuo come si chiama.
+ Cosí soletta senza compagnia
+ aspetti tu alcun, che forse t'ama?--
+
+ 10 Ella si volse e riverenzia pria
+ fece alla dea; e poi cosí rispose
+ alle parol della domanda mia.
+
+ --Del van Cupido saette amorose
+ giammai sentii; ed egli mi dispiace
+ 15 e suoi costumi e sue caduche cose.
+
+ Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace,
+ son io venuta all'ombra a mio diletto,
+ ché starsi al fresco alle sue ninfe piace.
+
+ Se vuoi saper come il mio nome è detto,
+ 20 Taura son chiamata e qui dimoro
+ a questo orezzo e nullo amante aspetto.
+
+ E spesso l'altre ninfe del mio coro
+ vengono qui e vanno quinci a spasso
+ con vestimenti e con corone d'oro.
+
+ 25 Ma tu chi se' e dove movi il passo?--
+ Ed io risposi:--L'amor m'ha condutto
+ per questo loco faticoso e lasso.
+p. 66
+ Chi sono e donde vengo a dirti il tutto
+ sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro,
+ 30 sperando di fatica dolce frutto.
+
+ Se la dea assente, io prego, fammi chiaro:
+ o ninfa bella, volentier domando,
+ perché io so poco e domandando imparo.
+
+ Però, mentr'io sto teco dimorando,
+ 35 dimmi del regno, che Vulcan nutríca
+ sotto il suo freno e sotto il suo comando.
+
+ Il tuo dolce parlare anche mi dica
+ del loco ov'egli sta, s'egli ti done
+ che piú dell'altre ninfe a lui sie amica.
+
+ 40 Cupido giá del regno di Iunone
+ assai mi disse con suo parlar breve,
+ e della grandin disse la cagione
+
+ e delle nubi e pioggia e della neve
+ e delli tuoni, e disse del baleno,
+ 45 ch'anco a' giganti è timoroso e greve.
+
+ Ma non mi disse ben espresso e appieno
+ come si fa la sube e la cometa
+ e la stella che corre e poi vien meno.--
+
+ Allor la ninfa con la vista lieta
+ 50 rispose:--In pria conven che le parole,
+ le qua' disse Cupido, io ti ripeta.
+
+ Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole,
+ conven che da sé venga in gran freddezza,
+ come natura e filosòfia vuole.
+
+ 55 Però nell'aer sopra a tanta altezza,
+ dove non scalda il raggio che 'nsú riede,
+ e ove il foco non scalda a piú bassezza,
+
+ sta 'l regno freddo che Iunon possede:
+ li duo vapori, acquatico e terrestro,
+ 60 lí si fan nube, sí come si vede.
+
+ E 'l vapor terreo e secco è da sé presto
+ ad accendersi ratto, purché senta
+ l'umido intorno, a sé opposto e molesto.
+p. 67
+ Sí come la calcina, che diventa
+ 65 focosa all'acqua e fuor manda il calore,
+ che prima parea fredda e quasi spenta;
+
+ cosí levato 'nsú il doppio vapore,
+ l'acquatico si stringe e quindi piove,
+ perché quivi è compresso dal freddore.
+
+ 70 Il terreo allor si aduna e si commove
+ dentro alla nube, e quel moto l'accende:
+ è la fiamma rinchiusa in stretto, dove
+
+ con grave tuon la densa nube fende,
+ e spesse volte la saetta scaccia
+ 75 col balenar, che subito risplende;
+
+ il balenar vien subito alla faccia;
+ ché presto l'occhio può veder la luce,
+ se opaco o grande spazio non l'impaccia.
+
+ Ma 'l tuon, che seco il balenar produce,
+ 80 l'orecchia dalla lunga nol può udire,
+ se l'aer seco a lui non lo conduce.
+
+ E ben che 'l foco sia atto a salire,
+ niente meno ingiú la nube spande,
+ che 'l freddo denso insú non lassa ire.
+
+ 85 Or, se saper tu vuoi quel che domande,
+ dirò pria della stella, che nel cielo
+ permuta loco e par correndo ell'ande.
+
+ Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo,
+ sottile e secco è ad ardere disposto
+ 90 piú che la stoppa a lume di candelo.
+
+ Quand'egli vien lassú, dove sta posto
+ il regno di Vulcan, l'accende il foco
+ nel primo capo, e la fiamma tantosto
+
+ per lui trascorre e non a poco a poco,
+ 95 ma ratto e presto; e la fiamma corrente
+ pare una stella che tramuti loco.
+
+ E fa un fregio sú chiaro e lucente
+ per la via che trascorre, ed in un tratto
+ poscia vien meno e non appar niente.
+p. 68
+ 100 E se 'l vapor è di materia fatto
+ che sia grossa e viscosa e sulfuresca,
+ non atta a consumarsi molto ratto,
+
+ quando ha passata la contrada fresca,
+ va su infin che l'aer caldo trova,
+ 105 e lá s'accende come a fiamma l'ésca.
+
+ E pare un trave acceso che si mova:
+ questo è la sube, e spesso ha la figura
+ o di colonna o di altra cosa nova.
+
+ E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura,
+ 110 è grosso e secco e molto denso e spesso
+ e di materia a consumarsi dura,
+
+ quando egli giunge sú al foco appresso,
+ s'accende quella parte che 'n pria monta,
+ e quella fiamma scende giú per esso
+
+ 115 in quella parte che non è ancor gionta,
+ ma sta giú verso l'aere distesa
+ lunga e nelle sue parti ben congionta.
+
+ Allor la parte ch'è nel foco accesa,
+ pare una stella, e l'altra la sua chioma,
+ 120 cioè la parte nell'aer distesa.
+
+ E però questa «cometa» si noma,
+ quasi «comata», e chi ben questo mira,
+ dato fu a lei il suo proprio idioma.
+
+ Se saper vuoi perché il sol non tira
+ 125 piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso,
+ ma secondando il primo moto gira,
+
+ sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo
+ nel proprio loco, come hai giá udito,
+ e, se si parte quindi, va a ritroso.
+
+ 130 E però quel vapor, quando è ignito,
+ sta dentro fermo presso a quella spera,
+ la quale è d'ogni lieve il proprio sito.
+
+ E sappi ancor che tanto la lumiera
+ dura della cometa e tanto è vista,
+ 135 quanto dura il vapor e sua matèra;
+p. 69
+ ché mai la fiamma può veder la vista
+ o la luce del foco per se sola,
+ s'ella non è con altro corpo mista.--
+
+ Tacette poscia dopo esta parola;
+ 140 ond'io a lei risposi:--Ammiro alquanto
+ come s'accende il vapor che 'nsú vola.
+
+ Ed anco ammiro come può esser tanto,
+ che se ne faccia vento e pioggia ancora
+ e l'altre cose dette nel tuo canto.--
+
+ 145 Sub brevitá questo rispose allora:
+ --Pensa del cibo dentro al corpo umano,
+ quando è indigesto e quando egli evapóra:
+
+ il qual, quando è cacciato fuor dell'ano,
+ s'infiammeria come trita vernice,
+ 150 se si scontrasse in acceso vulcano.
+
+ Cosí il vapor, che sú 'l mio canto dice,
+ s'infiamma giunto nell'aere acceso
+ e d'ogni impressione è la radice.--
+
+ Cupido, quando a questo io stava atteso,
+ 155 venía per l'aere quasi uccel veloce
+ colle saette in mano e l'arco teso.
+
+ --O Taura--chiamò ad alta voce,--
+ tu proverai che piú 'l mio foco infiamma
+ che quel del tuo Vulcano, e che piú coce.
+
+ 160 Ei l'ha provato, e sallo la mia mamma.--
+ Cosí dicendo, un colpo tal gli porse
+ col dardo acceso di sacrata fiamma,
+
+ che trapassolla e insino a me trascorse;
+ e tanto m'infiammò quella saetta,
+ 165 ch'io grida' aiuto, e l'Amor non soccorse.
+
+ Taura bella, di dolor costretta,
+ gridò al ciel:--Vulcano, ora m'aita,
+ e del crudele Amor fammi vendetta.--
+
+ E, detto questo, cadé tramortita.
+
+
+p. 70
+
+
+
+
+CAPITOLO XIV
+
+Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego di Venere
+Giove discese dal cielo e pose pace fra loro.
+
+
+ Parve che quella voce andasse al cielo,
+ ché venne con un tuon un gran baleno
+ a lei sopra la faccia e 'l petto anelo.
+
+ E nel dir «_miserere_» ed anche in meno
+ 5 l'aere si turbò e féssi fosco,
+ il quale pria era chiaro e sereno.
+
+ E ben mille ciclopi fuor d'un bosco
+ io vidi uscir e fuor delli gran monti,
+ alti, che tanto abeti io non conosco.
+
+ 10 Questi hanno sol un occhio in le lor fronti,
+ fabbri di Iove e duri nelle braccia,
+ crudel, nelle battaglie arditi e pronti.
+
+ Poi tra le nubi con irata faccia
+ e con tempesta apparve il gran Vulcano
+ 15 co' tuon, co' quali a' giganti minaccia.
+
+ E tre saette avea nella sua mano;
+ cosí discese giú con sí gran grido,
+ ch'egli facea tremar tutto quel piano.
+
+ --Dov'è--dicea,--dov'è 'l crudel Cupido?
+ 20 Dove se' ito, traditor bugiardo?
+ Vieni, ché alla battaglia io ti disfido.
+
+ Ahi, gran prodezze mostrarsi gagliardo
+ contra una ninfa, a cu' il petto hai ferito
+ sí crudelmente col tuo crudo dardo!
+
+ 25 Ma, se tu se' sí grande e sí ardito,
+ perché non vieni, o nato d'adultèro,
+ in campo alla battaglia, ov'io t'invito?--
+p. 71
+ Cupido, in questo, superbo ed altèro
+ vidi venir volando, e mai uccello
+ 30 corse alla preda sí ratto e leggero.
+
+ Ed a Vulcan:--Ritorna a Mongibello,
+ sciancato, storto e dal ciel messo in bando:
+ ritorna alla fucina ed al martello.
+
+ Il dardo orato mio, il qual io mando,
+ 35 tu proverai; e, se ti giunge addosso,
+ tu griderai a me:--Mercé domando.--
+
+ Poi scoccò 'l dardo, ed arebbel percosso,
+ se non ch'e' si gittò alla supina:
+ per questo il colpo andò da lui rimosso.
+
+ 40 Su ratto si levò e con ruina
+ il folgore gittò, il qual la spada
+ corrode e nulla fa alla vagina,
+
+ ch'ello è fiamma sottile e fa che vada
+ dentro alli pori e ciò che non ha poro,
+ 45 cosí disfá, come il sol la rugiada.
+
+ Questo di piombo le saette e d'oro
+ fuse nella faretra, e smunse e róse
+ ciò che v'avea di metallin lavoro.
+
+ Quando Cupido le polse penose
+ 50 volle trar fuor per trarre un'altra volta,
+ nulla trovò, mentre sú la man pose.
+
+ Onde ei, scornato e con furia molta:
+ --Io ho l'altr'arme--disse--e 'l foco sacro:
+ quest'arme a me da te mai non fia tolta.--
+
+ 55 Cosí dicendo, furibondo ed acro
+ corse in Vulcano e sí gl'incese il mento,
+ che 'l volto d'ogni barba li fe' macro.
+
+ E, di questa vendetta non contento,
+ col foco s'avventò nelli ciclopi;
+ 60 e, poi che 'l capo incese a piú di cento:
+
+ --Tornate alle caverne come topi
+ --diceva a lor,--tornate, o turba inerte,
+ o falsi e vili e neri quanto etiòpi.--
+p. 72
+ Vulcano, in questo, sú a braccia aperte,
+ 65 fuggendo, salse al regno di Iunone,
+ ove il vapore in saette converte.
+
+ Ma dietro a lui, leggier come un falcone,
+ andò Cupido, e mai corse sí ratto
+ dall'arco suo scoccato verrettone.
+
+ 70 E disse a lui:--Vulcan, non verrá fatto
+ l'avviso tuo: farò che le saette
+ far non potrai per me a questo tratto.--
+
+ Cosí dicendo, tutte nubi umette
+ 'sciuccòe col foco e tanto consumolle,
+ 75 che 'ntorno al caldo l'umido non stette;
+
+ ché, quando è consumato l'umor molle,
+ accendersi non può 'l secco vapore,
+ sí che Vulcan non fece quel ch'e' volle.
+
+ Per questo cominciò con gran rumore
+ 80 a gridar forte, chiamando difese
+ contra Cupido, stimol dell'amore.
+
+ Allora Venus sue braccia distese
+ al cielo e disse con parol divote
+ al sommo Iove, tanto ch'e' la 'ntese:
+
+ 85 --Guarda il vecchio marito, che non puote
+ piú difensarsi contro il mio figliuolo:
+ vedi ch'e' l'ha percosso e che 'l percote.
+
+ Tu sai che, quando il giganteo stuolo
+ volle pigliar il cielo e discacciarte,
+ 90 piú che null'altro t'aiutò ei solo.
+
+ E fece le saette con sua arte:
+ con quelle, o Iove, tu gettasti a terra
+ li gran giganti con le membra sparte.--
+
+ In men che alcun non apre gli occhi o serra,
+ 95 vidi Iove discender giú 'n quel loco,
+ ove Cupido a Vulcan facea guerra.
+
+ --Cessa--disse al fanciullo--il sacro foco;
+ Amor, se pensi quanto l'hai feruto,
+ tu dirai ch'egli è troppo, e non è poco.
+p. 73
+ 100 E s'egli avesse a te ferir voluto,
+ come potea, nella tua persona,
+ nullo al suo colpo aver potevi aiuto.--
+
+ A questa voce del signor che tona,
+ cessò il foco Cupido e reverente
+ 105 disse al padrigno:--O padre, a me perdona.--
+
+ Nulla cosa a sdegnarsi è piú fervente
+ che 'l buon Amore, e nulla cosa ancora
+ si placa e torna piú leggeramente.
+
+ Posta la pace, si partí allora
+ 110 colle sue ninfe Iove e suoi satelli,
+ de' quali il regno suo in ciel s'onora.
+
+ Ma pria la vita a Taura, ed i capelli
+ rendé a Vulcano, che parea un menno,
+ ed a Cupido i dardi orati e snelli.
+
+ 115 Poiché i duo guerreggianti pace fenno,
+ Vulcan disse all'Amor:--Perché sí rio
+ ver' me se' stato e con sí poco senno?
+
+ Se non che, quando a te saetta' io,
+ trassi come a figliuol, non a figliastro:
+ 120 tu non scampavi mai dal colpo mio.
+
+ E provato averesti ch'io so' il mastro
+ di saettar e che non si può opporre
+ a me mai scudo, unguento ovver impiastro.
+
+ Io son che getto a terra le gran torre
+ 125 e li gran monti, e che soccorsi a Iove,
+ quando i giganti vòlsonli 'l ciel tôrre.
+
+ Della saetta mia, quando si move,
+ i grandi effetti e le varie ferite,
+ nulla è filosofia che le ritrove.--
+
+ 130 Rise Cupido alle parole udite
+ e fe' come fa alcun, che par ch'assenta
+ a quel che non è ver, per non far lite.
+
+ E, come aquila fa, quando s'avventa
+ alla sua preda rapace e feroce,
+ 135 ch'ali non batte, perché non si senta;
+p. 74
+ cosí ciascuno ingiú venne veloce
+ alla dea Venus. Benigna l'accolse
+ e poi a Vulcan proferse questa voce:
+
+ --Assai, marito mio, il cor mi dolse,
+ 140 quando tu fulminasti il dolce figlio
+ e che guastasti le su' orate polse.
+
+ Ma piú mi dolse che la barba e 'l ciglio
+ egli arse a te e che con tanta asprezza
+ nell'aer su ti pose a tal periglio.
+
+ 145 Or della doglia io sento gran dolcezza,
+ da che tra voi è la concordia posta,
+ la qual prego che duri con fermezza.--
+
+ Vulcan non fece a lei altra risposta
+ se non che con l'Amor volea la pace;
+ 150 ché la sua sposa, che gli stava a costa,
+
+ piú 'l riscaldò che 'l foco, ov'egli giace,
+ e, se non pel figliastro, facea forse
+ cosa ch'è turpe e con beltá si tace.
+
+ Per questo si partí e su ricorse
+ 155 al regno suo; e Taura sua partita
+ fece una seco, onde gran duol mi morse.
+
+ Però a Cupido:--Amore, ora m'aita:
+ tu sai che 'l colpo insino a me pervenne,
+ allor che Taura fu da te ferita.--
+
+ 160 Egli ridendo mosse le sue penne,
+ e fuggí via l'Amor senza leanza
+ ed alla piaga mia non mi sovvenne.
+
+ Venus a me:--Assai piú bella 'manza,
+ --disse--nel regno mio ti doneraggio.--
+ 165 Però, al conforto di tanta speranza,
+
+ la seguitai per l'aspero viaggio.
+
+
+p. 75
+
+
+
+
+CAPITOLO XV
+
+Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia,
+la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti.
+
+
+ L'amor con la speranza è sí soave,
+ che fa parer altrui dolce e leggera
+ la cosa faticosa e da sé grave;
+
+ ché sempre mai, quando l'animo spera
+ 5 aver il premio della sua fatica,
+ piglia l'impresa con la lieta ciera.
+
+ Questa tra spine e tra pungente ortica
+ menava lieto me per duro calle:
+ tanto quella promessa a me fu amica;
+
+ 10 quando vidi una ninfa in una valle,
+ che cogliea fiori, e suoi biondi capelli
+ di color d'oro avea sparsi alle spalle.
+
+ --A quella che lí coglie i fiori belli
+ --diss'io a Venus--volentieri irei,
+ 15 se piace a te che alquanto gli favelli.--
+
+ La dea consentí ai desii miei;
+ ond'io andai, e, quando gli fui appresso,
+ queste parole dirizzai a lei:
+
+ --O ninfa bella, mentre a me è concesso
+ 20 ch'io parli teco, prego, a me rispondi:
+ chi se' e questo loco a chi è commesso?--
+
+ Allor, rispersa de' capelli biondi,
+ inver' di me alzò la lieta testa,
+ e poi rispose con gli occhi giocondi:
+
+ 25 25--Eolo regna qui 'n questa foresta,
+ che regge i venti ed halli tutti quanti
+ sotto il suo freno e sotto sua potèsta;
+p. 76
+ ché, quando contra il ciel funno i giganti,
+ seguîro il padre, e le colpe paterne
+ 30 spesso tornano a' figli in duri pianti.
+
+ Però gl'inchiuse Dio tra le caverne,
+ ed Eolo diede a lor, che gli apre e serra
+ e che sotto suo impero li governe.
+
+ Se ciò non fosse, l'aere e la terra
+ 35 subbissarieno ed in ogni contrada
+ farian grande ruina e grande guerra.
+
+ Panfia ho nome, e la dea della biada
+ alla figlia Proserpina mi manda;
+ e spesse volte vuol che a lei io vada.
+
+ 40 E coglio questi fior, ch'una grillanda
+ gli vo' portar, ché delli fior che colse
+ gli sovvien anco, e però me 'n domanda,
+
+ quando Cupido con sue fiere polse
+ ferí 'l disamorato infernal Pluto,
+ 45 allor ch'a Ceres la figliola tolse.
+
+ Ma tu chi se' e come se' venuto
+ cosí soletto in questa valle alpestra?
+ Vai vagabondo o hai 'l cammin perduto?--
+
+ Ed io a lei:--Venus è mia maestra;
+ 50 seco mi guida al loco, ov'ella regna,
+ e per darmi conforto ella mi addestra.
+
+ Ed ha concesso a me ch'io a te vegna;
+ o ninfa bella, prego mi contenti;
+ e quel che ti domando, ora m'insegna.
+
+ 55 Dimmi ove stanno e donde son li venti,
+ ché, quando scendi all'infernal regina,
+ io credo che li veghi e che li senti.--
+
+ Ed ella a me:--Perché ratta e festina
+ Ceres mi manda, per fretta non posso
+ 60 appien de' venti darti la dottrina.
+
+ Ma sappi che la terra dentro al dosso
+ ha gran caverne, meati e gran grotte,
+ ove li venti stanno in vapor grosso.
+p. 77
+ Tra quei meati e quelle rupi rotte
+ 65 diventa quel vapor sottile e raro,
+ quando di sopra al dí cresce la notte;
+
+ ché, quando un loco a sé prende un contraro,
+ l'altro contraro prende un loco opposto,
+ e quanto posson tengon loco varo.
+
+ 70 E però, quando è ito il fin d'agosto,
+ e che 'l dí manca e fassi qui il verno,
+ allor che il sole in bassi segni è posto,
+
+ nelle caverne, ch'Eolo ha 'n governo,
+ s'inchiude il caldo. E di ciò dán certezza
+ 75 l'acque che stanno nell'alvo materno,
+
+ che hanno il verno alquanto di caldezza,
+ come si vede e come appare al senso;
+ la state hanno sotterra piú freddezza.
+
+ Sí che 'l vapor, in prima grosso e denso,
+ 80 convien che s'assuttigli e sparso cresca
+ il verno, riscaldato ovvero accenso.
+
+ Però dall'arto loco cerca ond'esca:
+ cosí per le fissure e pori esala,
+ e 'l sole il tira insino all'aura fresca.
+
+ 85 Lí ripercosso, poscia all'ingiú cala
+ e fassi vento, e, dove luna il tira
+ ovver Saturno, quivi move l'ala.
+
+ Il vapor che rimane e che si aggira
+ nel ventre della terra, perché appieno
+ 90 non può uscir del loco, ond'egli spira,
+
+ ritorna addietro in fondo giú nel seno
+ dell'alma terra; e però innanzi alquanto
+ che sia il tremoto, ogni vento vien meno.
+
+ E poi ritorna e con impeto tanto,
+ 95 venendo insieme, la terra percote,
+ che la fa almen tremare in alcun canto.
+
+ Questo è 'l tremoto, e voglio ch'ancor note
+ che 'l vapor caldo inchiuso ha tal valore,
+ che nulla cosa ritener il puote.
+p. 78
+ 100 Se fusse un monte qual tu vuoi maggiore,
+ tutto d'acciaio dentro alla montagna,
+ per mille parti ne uscirebbe fore.
+
+ Cosí il vapor inchiuso in la castagna
+ o in altra cosa, quando è riscaldato,
+ 105 convien che n'esca e quel che 'l tiene infragna.
+
+ Io ho veduto giá ch'egli ha levato
+ del loco un monte e fatta un'apertura
+ sopra la terra con sí grande iato,
+
+ che 'l re d'inferno avuta ha gran paura
+ 110 che non discenda insin laggiú il raggio
+ e non illustri la sua patria oscura.
+
+ E dico a te che anco veduto aggio
+ Eolo re temere alcuna volta,
+ quand'apre i monti e dá a' venti il viaggio.
+
+ 115 Egli escono con furia ed ira molta,
+ quasi lioni o Cerbero feroce,
+ quando si vide la catena sciolta.
+
+ E discorrendo van per ogni foce;
+ e, se si scontran due venti inimici,
+ 120 il turbo fanno, il qual cotanto nòce.
+
+ Quest'è che gitta a terra li edifici
+ con gran ruina e percuote li tetti,
+ e svelle gli arbor dalle lor radici.--
+
+ E giá poneva fine alli suoi detti,
+ 125 se non ch'io dissi:--Deh! di' se la luce
+ del sol fa nell'inferno alcuni effetti.--
+
+ Allor rispose:--Il sol, ch'è primo duce
+ di ciò che nasce, pietre preziose,
+ oro ed argento di laggiú produce.
+
+ 130 Ver è che Pluto tutte queste cose
+ dona alla sposa sua, la quale è figlia
+ di quella che l'andata a me impose.
+
+ Io dirò a te una gran maraviglia:
+ che d'oro mi mostrò un sí gran monte,
+ 135 che'ntorno gira piú di diece miglia.--
+p. 79
+ E disse:--Io prego, quando lassú monte,
+ che tu nol dichi agli uomini del mondo
+ e d'esta mia ricchezza non racconte;
+
+ ché son sí avari, che 'nsin quaggiú al fondo
+ 140 ei cavarieno a rubbar il tesoro,
+ il qual m'è dato in sorte e qui nascondo;
+
+ e son sí ghiotti e cupidi dell'oro,
+ che giá han cavato ingiú trecento braccia:
+ che non vengan quaggiú temo di loro.--
+
+ 145 E, detto questo, con la lieta faccia,
+ ridendo, inchinò alquanto e disse:--Addio;--
+ e poi n'andò come chi fretta avaccia.
+
+ Alla mia scorta allora torna' io;
+ e seguitaila insin all'oceáno
+ 150 per un viaggio molto aspero e rio.
+
+ Nettuno a noi col suo tridente in mano
+ venne risperso di marine schiume,
+ sí che sua barba e 'l capo parea cano.
+
+ Con lui vennon le ninfe d'ogni fiume,
+ 155 delle quali al presente non ne narro,
+ ché 'n altra parte il contará il volume.
+
+ Nettuno poi ne pose sul suo carro
+ e solcòe 'l mar; e li mostri marini
+ facean, mirando noi, al plaustro sbarro.
+
+ 160 Triton sonava, e li lieti delfini
+ givan saltando sopra l'onde chiare,
+ che soglion di fortuna esser divini.
+
+ Poiché mostrato m'ebbe tutto il mare
+ e che dell'acque la cagion mi disse,
+ 165 perché sotto son dolci e sopra amare,
+
+ in terra ne posò e lí s'affisse,
+ e fe' ballar per festa le sue dame:
+ e poi dicendo:--Addio,--da noi partisse.
+
+ Allor Venus andò al suo reame.
+
+
+p. 80
+
+
+
+
+CAPITOLO XVI
+
+Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo reame dispiacquero
+all'autore, perché usavano atti disonesti d'amore; onde Venere il menò
+a ninfe piú oneste, ma piú piene d'inganno.
+
+
+ Chi di Venus ben vuol saper il regno
+ com'è disposto, sguardi pure agli atti;
+ ché ogni balla si conosce al segno.
+
+ Come gli uomini sonno dentro fatti,
+ 5 nell'opera di fuor si manifesta:
+ quella è che mostra i saggi ed anco i matti.
+
+ Poiché passata avemmo una foresta,
+ io vidi il regno suo piú oltra un poco
+ e gente vidi quivi in gioia e festa.
+
+ 10 Ed in quel regno quasi in ogni loco
+ eran distinte ninfe a sorte a sorte
+ in balli e canti ed in solazzi e gioco.
+
+ Quando si funno di Ciprigna accorte:
+ --Ecco la nostra dea--dissono alquante,--
+ 15 che torna a suo reame ed a sua corte.--
+
+ Ben mille ninfe allor venneno avante,
+ di rose coronate e fior vermigli,
+ vestite a bianco dal collo alle piante.
+
+ E de' loro occhi e dell'alzar de' cigli
+ 20 Cupido fatto avea le sue saette
+ e l'ésca, con la qual gli amanti pigli;
+
+ ché quelle vaghe e belle giovinette
+ con que' sembianti moveano lo sguardo,
+ che fa la 'manza che assentir promette.
+
+ 25 Non era lí mestier pregar che 'l dardo
+ traesse dio Cupido a far ferita
+ o ch'egli al suo venir non fosse tardo;
+p. 81
+ ch'ognuna mi parea che senza invita,
+ solo al mirar e ad un picciol cenno,
+ 30 che nella vista sua mi dicesse:--Ita.--
+
+ Poiché diversi balli quivi fenno
+ 'nanti a Ciprigna con canti esquisiti
+ e misurati suon con arte e senno,
+
+ io vidi dame e vidi ermafroditi,
+ 35 uomini e donne insieme, venir nudi,
+ ove natura vuol che sien vestiti.
+
+ Al viso con le man mi feci scudi
+ per non vedergli; ond'ella:--Perché gli occhi
+ --mi disse--colle man cosí ti chiudi?--
+
+ 40 Risposi a lei che gli atti turpi e sciocchi
+ e ciò che vuol natura che sia occolto,
+ enorme par che 'n pubblico s'adocchi.
+
+ Ed ella a me:--Un luoco dista molto,
+ ove tengo mie ninfe tanto oneste,
+ 45 che, solo udendo amor, le arroscia il volto;
+
+ talché, quando Diana fa sue feste
+ o va alla caccia tra luochi selvaggi,
+ spesso vuole che alcuna io gli ne preste.
+
+ Li sta la ninfa, la qual voglio ch'aggi,
+ 50 la qual, perché non gissi, io ti mostrai
+ a lato a me tra gli splendenti raggi.--
+
+ Partissi allora, ed io la seguitai
+ insino a quelle, e di tant'eccellenza
+ Natura ninfe non formò giammai.
+
+ 55 Né Fiandra, né Roma, ovver Fiorenza,
+ né leggiadria giammai che di Francia esca,
+ mostrâro ninfe di tant'apparenza.
+
+ D'una di quelle Amor mi fece l'ésca
+ ad ingannarmi, e fui preso sí come
+ 60 uccello o all'amo pesce che si pesca.
+
+ Venere Ionia la chiamò per nome.
+ Allor dall'altre venne la donzella
+ con la grillanda su le bionde chiome.
+p. 82
+ E, come va per via sposa novella
+ 65 a passi rari e porta gli occhi bassi
+ con faccia vergognosa e non favella,
+
+ cosí la falsa moveva li passi
+ per ingannarmi e, quando mi fu appresso,
+ mi riguardò; ond'io gran sospir trassi.
+
+ 70 Venere disse a lei:--Io ho promesso
+ a questo giovinetto che ti guide:
+ a lui ti diedi ed or ti dono ad esso.--
+
+ Sí come putta che piangendo ride
+ per ingannar, cosí bagnò la faccia,
+ 75 dicendo:--O sacra dea, a cui mi fide?
+
+ In prima, o Iove, occidermi ti piaccia;
+ in prima, o Citarea, voglio morire,
+ che alcun uomo mi tenga tra le braccia.--
+
+ E per podermi ancor meglio tradire,
+ 80 'sciuccava gli occhi a sé con li suoi panni,
+ nel cor mostrando doglia e gran martire.
+
+ Chi creso arebbe che cotanti inganni
+ e tanta falsitá adoperasse
+ ninfa, che non parea di quindici anni?
+
+ 85 Io pregava Cupido che tirasse
+ contro di lei omai il suo fiero arco
+ e che al mio voler la soggiogasse.
+
+ Ed io il vidi col balestro carco
+ nell'aer suso in uno splendor chiaro,
+ 90 e ferirla mostrò con gran rammarco.
+
+ Non fe' all'Amor la ninfa piú riparo,
+ ma il capo biondo sul mio petto pose
+ e che io l'abbracciassi mostrò caro.
+
+ Allor Venus di rosse e bianche rose
+ 95 a lei ed anco a me risperse il petto;
+ e poi sparí come ombra e si nascose.
+
+ Quand'ella vide me seco soletto,
+ cosí mirava intorno con sospiri
+ come persona, quand'ella ha sospetto.
+p. 83
+ 100 --Perché, o ninfa mia, intorno miri?
+ --diss'io a lei.--Deh! alza gli occhi belli,
+ che hai nel viso, quasi duo zaffiri.
+
+ Perché stai timorosa e non favelli?--
+ Allor alzò la faccia a me e parlommi,
+ 105 'sciuccando gli occhi a sé co' suoi capelli.
+
+ --Pel sommo Iove e per li dèi piú sommi
+ per l'aere e 'l cielo, il qual nostr'amor vede,
+ pel duro dardo il qual gittato fommi,
+
+ ti prego, amante, che mi dia la fede
+ 110 che non m'inganni e che vogli esser mio,
+ da ch'io son tua e Venus mi ti diede.
+
+ Or ti dirò perché ho sospetto io:
+ qui stan centauri e fauni incestuosi,
+ turpi in ogni atto scostumato e rio.
+
+ 115 E stanno tra le selve qui nascosi,
+ e qui la 'Nvidia maledetta anco usa
+ con sue tre lingue e denti venenosi.
+
+ Ed io temo lor biasmo e loro accusa;
+ però pavento, e sai che colpa occolta
+ 120 innante ai numi e al mondo ha mezza scusa.
+
+ Però, acciò che teco non sia còlta,
+ prego che la partenza non sia dura
+ a te, né anco a me per questa volta.--
+
+ Un monte mi mostrò e:--Su l'altura
+ 125 --mi disse sta un boschetto; io lí verraggio
+ a te, quando la notte sará oscura.--
+
+ E, perché 'l suo consiglio parve saggio,
+ io me partii; ma prima li die' il giuro
+ d'amarla sempremai con buon coraggio.
+
+ 130 Ed ella del venir mi fe' sicuro.
+ Cosí n'andai; e, quando al loco fui
+ colla speranza del venir futuro,
+
+ dissi pregando:--O Febo, i corsier tui
+ movi veloci verso l'occidente,
+ 135 perché piú ratto questo dí s'abbui.
+p. 84
+ E tu, Atlante, il ciel piú prestamente
+ movi coll'alte braccia e grandi e forti,
+ perché la notte giunga all'oriente.
+
+ O cerchio obliquo, che i pianeti porti,
+ 140 fa' sí che entri il sole in Capricorno,
+ che sia la notte lunga e il dí raccorti,
+
+ acciò che tosto passi questo giorno
+ e venga Ionia, che venire aspetta,
+ quando sia notte, meco a far soggiorno.
+
+ 145 Io benedico il foco e la saetta,
+ o dio Cupido, col qual m'hai ferito;
+ e la tua madre ancor sia benedetta,
+
+ che, quando con Minerva insú er' ito,
+ per me avvocò ed ella mi ritorse;
+ 150 ed ella ha fatto ch'ancor t'ho seguíto.
+
+ E qui al suo reame ella mi scorse
+ ed hammi data Ionia, e che a me vegna
+ n'aggio speranza senza nessun forse,
+
+ e spero in te e 'n lei che mi sovvegna.--
+
+
+p. 85
+
+
+
+
+CAPITOLO XVII
+
+Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla ninfa Ionia.
+
+
+ E giá il chiaro sol sí calato era,
+ che nell'altro emisperio a quello opposto
+ faceva aurora e quivi prima sera.
+
+ E, per meglio vedere, io m'era posto
+ 5 alto in un sasso e lí cogli occhi attenti
+ stava sperando che venisse tosto.
+
+ Intanto fûn del sole i raggi spenti;
+ e giá 'l cielo mostrava ogni sua stella,
+ e non sentéa se no' 'l soffiar de' venti.
+
+ 10 --Quando verrai, o Ionia ninfa bella?
+ --dicea fra me;--perché tanta dimora?
+ Qual sará la cagion che sí tarda ella?--
+
+ Qual va cercando l'angosciosa tora,
+ a cui il figlio o la figliola è tolta,
+ 15 che soffia e cerca e mugghia ad ora ad ora,
+
+ e poi si folce e coll'orecchie ascolta;
+ tal facea io, ed alquanto la spene
+ dalla sua gran fermezza s'era vòlta.
+
+ Queste son le saette e dure pene,
+ 20 che balestra agli amanti il folle Amore;
+ ché se speranza o tarda o in fallo viene,
+
+ quanto sperava, tanto ha poi dolore;
+ ché sempre volontá s'affligge tanto,
+ quanto a quel che gli è tolto avea fervore.
+
+ 25 Io cercai per quel bosco in ogni canto
+ insino al primo sonno e chiamai forte,
+ aggirando quel loco tutto quanto,
+p. 86
+ come fe' Enea alla suprema sorte
+ cercando della misera Creusa,
+ 30 rimasa in Troia dentro delle porte.
+
+ Eco tapina, che vive rinchiusa
+ tra le spelonche, mi dava risposta
+ al fin della parol, come far usa.
+
+ Per ritrovarla scesi poi la costa,
+ 35 e driada trovai su nel sentiero,
+ che a guardar le ninfe ivi era posta.
+
+ --Deh dimmi, driada, prego, e dimmi il vero,
+ se delle ninfe ve ne manca alcuna,
+ o se 'l numero loro è tutto intero.
+
+ 40 --Quando la notte ieri si fe' bruna
+ --rispose quella,--Ionia n'andò via,
+ e non era levata ancor la luna.--
+
+ E disse a me che cenno fatto avía
+ la dea Ciprigna, acciò ch'andasse a lei
+ 45 cosí soletta senza compagnia.
+
+ --Ma io, o giovin, volentier saprei
+ perché tu ne domandi ed a quest'otta
+ come vai quinci, e dimmi che far déi.--
+
+ Risposi:--Iersera, quando il dí s'annotta,
+ 50 io vidi lei; ond'io maravigliai
+ che sí soletta andar s'era condotta;
+
+ ch'i' so che in questo loco stanno assai
+ centauri e fauni, e so che qui ed altrove
+ sono alle ninfe infesti sempremai.
+
+ 55 Io temo, o driada, che alcun non la trove
+ e, sol da questo mosso, quaggiú vegno:
+ questo a venir di notte qui mi move.
+
+ --Se Citarea, la dea di questo regno
+ --rispose quella--volle ch'ella gisse
+ 60 ed acciò ch'ella andasse gli fe' segno,
+
+ nullo saría centauro che ardisse,
+ né che potesse impedirgli l'andata,
+ la qual i fati e la dea gli prescrisse.
+p. 87
+ Ma, se questo non è e fie trovata,
+ 65 null'altra cosa, credo, la ripara
+ che non sia presa e che non sia sforzata.--
+
+ Ahi, quanto esta risposta mi fu amara,
+ credendo fermamente fosse presa!
+ E questa opinion mi parea chiara;
+
+ 70 ond'io risalsi insú tutta la scesa,
+ che avíe fatta, e giunsi su nel piano,
+ ove aspettato avíe con spene accesa.
+
+ Io dicea meco:--O ninfa, alla cui mano
+ or se' venuta? O vaga giovinetta,
+ 75 qual fauno t'ha scontrata o qual silvano?
+
+ Questa è, Cupido, tua crudel saetta,
+ e grave pena è la tua fiamma dura,
+ se tardi o togli quel che spene aspetta.
+
+ E l'altra è gelosia e la paura,
+ 80 che, perché la bellezza troppo s'ama,
+ però in nulla parte è mai secura.--
+
+ Cosí andai chiamando quella dama,
+ come colui che una persona sola
+ vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama,
+
+ 85 che dice ratto e parla nella gola;
+ e tal i' la chiamai ben mille volte,
+ qual Eco rende 'l suon della parola.
+
+ Tant'eran giá del ciel le rote vòlte,
+ che Aurora giá mostrava sua quadriga,
+ 90 e giá Titon gli avea le trecce sciolte,
+
+ quando pel pianto e per la gran fatiga
+ convenne che giú in terra io mi colcasse,
+ e piú per lei cercar non mi diei briga.
+
+ In questo parve a me che in me entrasse
+ 95 il sonno, che ristora e che riposa
+ a' mortali le membra stanche e lasse.
+
+ Mentr'io dorméa, apparve a me, amorosa
+ e piena di splendor, la bella Ilbina,
+ in apparenza piú che umana cosa.
+p. 88
+ 100 --Lévate su,--mi disse,--ch'è mattina:
+ Cupido tante volte t'ha tradito,
+ egli e la madre sua, che è qui reina.
+
+ Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito
+ d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto,
+ 105 che 'l venir suo a te ha impedito.
+
+ L'amor, che avea a te, in lei è morto;
+ e ad un fauno vile, rozzo e negro
+ l'han data per amante e per conforto:
+
+ colui del suo bel viso ora sta allegro.
+ 110 E perché queste cose, c'ho racconte,
+ le sappi appieno e tutto il fatto intègro,
+
+ quand'ella a te venía quassú nel monte,
+ perché piacesse a te piú la sua vista,
+ di rose s'adornò il capo e il fronte.
+
+ 115 Cupido allor d'una saetta trista
+ ed impiombata dentro al cor gli diede,
+ colla qual fa ch'all'amor si resista:
+
+ questa ogni amor gli tolse ed ogni fede
+ a te promessa. E poi con l'altro astile,
+ 120 il quale è d'òr, da cui amor procede,
+
+ sí come l'ésca el foco del focile,
+ cosí accese lei; e poi mostrògli
+ un fauno bovin, cornuto e vile.
+
+ Però ti prego che seguir non vogli
+ 125 questo Cupido e che non vogli ire
+ piú tra le selve e tra li duri scogli.
+
+ Se al regno di Minerva vuo' venire,
+ lassú l'animo tuo sará contento,
+ lassú trova la voglia ogni desire.--
+
+ 130 Poscia sparí; e 'l sonno mio fu spento,
+ e giú di terra mi levai sú erto,
+ ché 'l letto mio fu 'l duro pavimento.
+
+ E per voler di questo esser ben certo,
+ sí come il bracco va cercando a caccia,
+ 135 cosí cercando andava io quel diserto;
+p. 89
+ e trovai Ionia stare intra le braccia
+ del fauno duro ed abbracciargli il seno.
+ Ond'io con grande voce e gran minaccia
+
+ corsi ver' lor, di furia e d'ira pieno;
+ 140 ond'elli, spaventati, fuggîr presti.
+ Ma, perché Ionia potea correr meno,
+
+ rimase addietro; ond'io:--Ché non t'arresti?
+ perché fuggi cosí, o mala putta?
+ Son queste tue parole ed atti onesti?
+
+ 145 Tu m'hai fatto aspettar la notte tutta
+ ed hai lasciato me sol per restarte
+ con un mostro cornuto e fèra brutta.--
+
+ E, perché del fuggir le ninfe han l'arte
+ e son veloci, sen fuggí sí ratto,
+ 150 che non la giunsi mai in nulla parte.
+
+ Allor meco pensai ch'io era matto
+ seguitar piú Cupido, ch'è fallace
+ nelle promesse ed infedel nel fatto.
+
+ Con voce irata ed animo audace
+ 155 queste parole contra Amor profersi,
+ volendo seco guerra e mai piú pace,
+
+ sí come si contiene in questi versi.
+
+
+p. 90
+
+
+
+
+CAPITOLO XVIII
+
+Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci
+e della cittá di Foligno.
+
+
+ --O vano e rio e traditor Cupido,
+ nelle promesse iniquo ed infedele,
+ morto sia io, se piú di te mi fido!
+
+ Che tu non se' piatoso, ma crudele,
+ 5 e come falso il tosco amaro ascondi
+ nella dolcezza d'un poco di mèle.
+
+ Perché, o falso e rio, non ti confondi
+ aver tradito me, che li miei passi
+ seguíto han dietro a' tuoi sempre secondi?
+
+ 10 e tra li scogli e tra li duri sassi
+ condotto m'hai, con tue promesse ladre,
+ tra lochi montuosi e lochi bassi?
+
+ Non è venusta dea tua falsa madre;
+ anche è pellice obbrobriosa e sozza,
+ 15 nemica a tutte l'opere liggiadre.
+
+ Io prego che la lingua gli sia mozza
+ a chi ti chiama e chiamerá mai dio;
+ ché chiunque il dice, mente per la strozza.--
+
+ Quando queste invettive dicea io,
+ 20 una dea venne innante a mia presenza,
+ saggia ed onesta, coll'aspetto pio.
+
+ «Io son nel ciel la quarta intelligenza--
+ avea nel manto e nella fronte scritto:--
+ Minerva manda me, dea di scienza».
+
+ 25 E bench'io avessi el cuor cotanto afflitto,
+ quand'io la vidi presso me venire,
+ m'inginocchiai, ché prima stava io ritto.
+p. 91
+ Benignamente a me cominciò a dire:
+ --Dimmi, per qual cagion tu ti lamenti?
+ 30 Chi t'ha condotto in sí fatto martíre?--
+
+ Ed io a lei:--Li falsi tradimenti
+ del rio Cupido lamentar mi fanno:
+ egli m'ha indutto in cotanti tormenti.
+
+ E se saper tu vuoi il mio affanno,
+ 35 ed egli ed una ninfa m'han tradito,
+ usando meco falsitá ed inganno.
+
+ S'io fossi con Minerva insú salito
+ nel regno suo, ella mi promettea
+ il ben, il qual contenta ogni appetito.
+
+ 40 Ed io lassai l'andar con quella dea
+ per l'amor di Cupido, e tornai vòlto
+ nella ruina d'esta selva rea.--
+
+ Rispose quella con benigno volto:
+ --Minerva a te mi manda ed anco Ilbina,
+ 45 ch'io ti tragga del cammino stolto.
+
+ Degno è chi dietro al folle Amor cammina
+ e chi nel suo voler fonda sua voglia,
+ che cada in precipizio ed in ruina.
+
+ Tu stesso se' cagion della tua doglia,
+ 50 da che sapei che donna ha per usanza
+ ch'ella si volta e move come foglia.
+
+ Ahi, quanto è stolto chi pone speranza
+ in cosa vana! ché, quando si fida,
+ quand'ella manca, ancor egli ha mancanza.
+
+ 55 Non sai che 'l folle Amor sempre si guida
+ dietro a Concupiscenzia, e di lei è figlio
+ quei che coll'arco l'amador disfida?
+
+ E questo, se non ha el mio consiglio,
+ convien che erri e come cieco vada
+ 60 smarrito per le selve in gran periglio.
+
+ Ma, se tu vuoi tornar in tua contrada,
+ séguita me, ed io sarò tua scorta;
+ e riporrotti nella dritta strada.--
+p. 92
+ Da quella selva tanto errante e storta
+ 65 mi pose nella via, la qual conduce
+ dov'è della virtú la prima porta.
+
+ Ivi parlommi e disse la mia luce:
+ --Per questa via ritroverai Topino,
+ che ad onta il trapassò il grande duce.
+
+ 70 E dietro al tuo signor movi il cammino
+ (per U e go, e per quel nominollo,
+ ch'a Pier fu nel papato piú vicino).
+
+ A lui e a' suoi passati il grande Apollo
+ diede per segno due mezzi destrieri
+ 75 con redini vermiglie intorno al collo,
+
+ in campo bianco, a teste vòlte, e neri;
+ ed a' suoi descendenti il fiero Marte
+ per gran virtú promesso ha fargli interi.
+
+ Come si trova nell'antiche carte,
+ 80 di Tros di Troia un suo nepote scese,
+ detto anche Tros e venne in quella parte
+
+ ad abitare in quel nobil paese,
+ ove il Topino e la Timia corre:
+ tanto l'amor di quel bel loco il prese.
+
+ 85 E Troia dal suo nome fece porre,
+ chiamato or Trieve, ché antico idioma
+ si rinovella e mutando trascorre,
+
+ tanto che Persia Perugia si noma,
+ e Spello in prima fu chiamato Specchio:
+ 90 cosí un vocabol su nell'altro toma.
+
+ E questo Tros poi in quel tempo vecchio,
+ Flamminea pose al nome della stella,
+ che a battaglie influir non ha parecchio.
+
+ Flamminea chiamò la cittá bella,
+ 95 ché «flammeo» è chiamato Marte fèro:
+ cosí l'astrologia ancor l'appella;
+
+ ché Marte avea promesso far intero
+ il segno de' cavalli in campo bianco:
+ però cosí nomarla ebbe pensiero.
+p. 93
+ 100 La cittá il nome e 'l loco mutò anco;
+ e fo Flamminea Foligno nomata,
+ perché l'antichitá sempre vien manco.
+
+ Ed in quel loco anch'è la strada lata,
+ la via Flamminea ed or detta Fiammegna:
+ 105 cosí da' patriotti ora è chiamata.
+
+ Da questo Tros vien la progenie degna
+ de' troian Trinci, ed indi è casa Trincia,
+ che anco ivi dimora ed ivi regna.
+
+ E costui anco tutta la provincia
+ 110 Asia cosí chiamò dall'Asia grande,
+ com'uom che nuovo regno a far comincia.
+
+ E, se certezza di questo domande,
+ quivi è 'l monte Soprasia cosí detto,
+ che sopra a quella patria piú si spande.
+
+ 115 Da questo scese il prence, a cui subbietto
+ amor t'ha fatto e l'influenzia mia,
+ quando prima spirò nel tuo intelletto.
+
+ Come andò Paulo alla man d'Anania,
+ al magnanimo torna, che detto aggio,
+ 120 ove mai porte serra cortesia.--
+
+ Andai al mio signor cortese e saggio;
+ e come alcun domanda ond'altri vène,
+ cosí mi domandò del mio viaggio.
+
+ Risposi a lui:--Seguíto ho vana spene
+ 125 del rio Cupido, ed egli mi condosse
+ tra selve e boschi con acerbe pene.
+
+ Ivi saría smarrito, se non fosse
+ che una donna venne a me davanti,
+ ed ella a te tornar anco mi mosse.--
+
+ 130 E poscia che gl'inganni tutti quanti
+ gli dissi di Cupido, e come foi
+ con lui tra' boschi per diversi canti,
+
+ di dea Minerva gli ragionai poi
+ e come m'invitò e fui richiesto
+ 135 ch'andassi seco alli reami suoi,
+p. 94
+ e che Cupido, quando vide questo,
+ egli e la madre sua mi fecer segno,
+ tal ch'io tornai al bosco sí molesto.
+
+ Rispose a questo quel signor benegno:
+ 140 --Come l'animo tuo tanto sofferse
+ non seguitar Minerva all'alto regno,
+
+ da che ella t'invitò e ti proferse
+ il carro suo eccellente e di splendore,
+ e d'essere tua guida anco s'offerse?
+
+ 145 Non sai che ogni senno e buon valore
+ vien dal suo regno e che da lei procede
+ ciò che per probitá s'acquista onore?
+
+ Prego, se mai a me avesti fede,
+ che questo regno tu vadi cercando;
+ 150 ché poi io vi verrò, s'ella il concede.--
+
+ Che risponder dovea a tal domando
+ se non:--Farò, signor, ciò che m'hai imposto,
+ ché ogni priego tuo a me è comando?--
+
+ E, perch'egli ad andarvi era disposto,
+ 155 questo, a cercar di quel regno felice,
+ mi diede piú fervor ad andar tosto,
+
+ nel tempo che 'l seguente libro dice.
+
+
+
+
+
+ LIBRO SECONDO
+
+ DEL REGNO DI SATANASSO
+
+p. 97
+
+
+
+
+CAPITOLO I
+
+Come la dea Pallade appare all'autore
+e gli descrive la sedia e signoria di Satanasso.
+
+
+ Febo la notte addovagliava al giorno
+ ed era in compagnia col dolce segno,
+ che prima fa di fiori il mondo adorno,
+
+ quando a cercar mi misi il nobil regno
+ 5 di dea Palla Minerva, per comando
+ d'un mio signor magnanimo e benegno.
+
+ E come alcun che parla seco, quando
+ va pel cammin soletto, faceva io,
+ e questo dicea meco ragionando:
+
+ 10 --O alto re, monarca, o sommo Dio,
+ non vedi tu che 'l mondo va sí male
+ e quanto egli è perverso e fatto rio?
+
+ Non vedi il vizio che la virtú assale?
+ E da che questo da te si comporta,
+ 15 o tu nol vedi o dell'uom non ti cale.
+
+ Giá l'avarizia ha ogni pietá morta
+ ed ogni parentela ed ogni fede:
+ il vizio alla virtú serra ogni porta.
+
+ Non vedi che superbia sotto il piede
+ 20 tien la giustizia e con orgoglio e pompe
+ s'è posta armata su nella sua sede?
+
+ Non vedi tu che la lussuria rompe
+ le leggi di natura e che 'l corrotto
+ quel di novella etá poscia corrompe?
+p. 98
+ 25 Signor e Dio, se Abraam o Lotto
+ in Sodoma e Gomorra tu non trovi,
+ cioè nel mondo a tanto mal condotto,
+
+ perché tu 'l foco e 'l zolfo giú non piovi?
+ e se tu odi tante a te biasteme,
+ 30 perché a fulminar Vulcan non movi?
+
+ perché tu non disfai il crudel seme,
+ peggior che Licaon e che i giganti,
+ se non che lor fortezze son piú sceme?--
+
+ Minerva in questo venne a me davanti,
+ 35 e non la conoscea che fosse quella;
+ ed una dea pareva alli sembianti.
+
+ Come che saggia e vergine donzella,
+ d'oliva e d'òr portava due corone,
+ talché mai 'mperator l'ebbe sí bella.
+
+ 40 Scolpito avea l'orribile Gorgone
+ nel bello scudo, ch'ella ha cristallino,
+ il quale porta e contro i mostri oppone.
+
+ Quando a lei fui e reverente e chino,
+ ella mi disse:--Dove andar intende
+ 45 l'animo tuo per questo aspro cammino?--
+
+ Risposi a lei:--Tra belli monti scende
+ Topino in Umbria, ed in quel bel paese,
+ sinché al Tevere l'acqua e il nome rende,
+
+ regna un signor magnanimo e cortese:
+ 50 egli mi manda a cercar un reame,
+ al qual Minerva m'invitò e richiese.
+
+ Ma, perché allor Cupido di tre dame
+ colle saette sue m'avea invaghito,
+ con quali e' fa che fortemente s'ame,
+
+ 55 non accettai da quella dea l'invito,
+ ma dietro al folle amor con molti affanni,
+ sí come cieco, andato son smarrito.
+
+ Or ch'io mi so' avveduto de' suo' inganni
+ e che ogni cosa si può dir niente,
+ 60 la qual vien men per correre degli anni,
+p. 99
+ che non andai con Palla il cor si pente;
+ e 'l detto mio signore anco sen duole,
+ ch'io non fu' al suo comando ubbidiente.
+
+ Però mi ha detto in espresse parole
+ 65 ch'io cerchi infin che truovi ov'ella regna,
+ ch'egli al suo regno poi venir vi vuole.
+
+ Però ti prego, donzella benegna,
+ o tu m'insegna il loco, ove la trovi,
+ o di guidarmi infino a lei ti degna.
+
+ 70 E s'al mio basso prego non ti movi,
+ mòvati quel signor, il qual mi manda,
+ e li congiunti suoi antichi e nuovi.--
+
+ Minerva, poiché 'ntese mia dimanda,
+ sorrise alquanto e fece lieta cèra,
+ 75 mostrando faccia dilettosa e blanda.
+
+ Rispose poi:--Virtú e fede vera
+ del prince, che tu dici, e suoi passati,
+ e che ne' figli e nepoti si spera,
+
+ lui e suo' amici a me fatt'han sí grati,
+ 80 ch'io son venuta a te, e son colei
+ che t'invitai a' mie' regni beati.--
+
+ Allora la conobber gli occhi miei,
+ ond'io m'inginocchiai e mia persona
+ prostrai in terra innanti alli suoi pièi,
+
+ 85 dicendo:--O dea Minerva, a me perdona,
+ s'io te lassai e seguitai Cupido
+ per la via ria e abbandonai la buona.
+
+ E quella fiamma, che fe' errar giá Dido,
+ Ercole e Febo, innanzi a te mi scuse
+ 90 e 'l pentimento, pel qual piango e grido.--
+
+ Allor porse la mano e sí la puse
+ benignamente in su la mia man destra
+ e poscia in questo modo mi rispuse:
+
+ --Da che Cupido e la sua via alpestra
+ 95 non vuoi piú seguitar, io acconsento
+ menarti meco ed esser tua maestra.
+p. 100
+ Ma dimmi prima se tu se' contento
+ combatter contra i mostri ed esser forte,
+ che nel viaggio dánno impedimento.--
+
+ 100 Risposi:--O sacra dea, piú mi conforte
+ che Adriana Teseo, quando il fe' saggio
+ scampar del laberinto e della morte.
+
+ Pensa se del venir gran voglia io aggio,
+ quando cosí soletto mi son mosso
+ 105 a cercar te per questo aspro viaggio.
+
+ Tu sai la mia virtú e quant'io posso;
+ e, s'ella è poca, io spero aver ardire,
+ se io mi guiderò dietro il tuo dosso.
+
+ Ma prego, o sacra dea, mi vogli dire
+ 110 qual è 'l cammino e prego che mi mostri
+ chi sta in quel viaggio ad impedire.
+
+ --Il primo e principal di tutti i mostri
+ --rispose--è Satanasso ed ha 'l governo
+ del mortal mondo e delli regni vostri.
+
+ 115 Giá piú tempo è ch'egli uscí for d'inferno,
+ e prese questo mondo a gran furore
+ e ciò che muta tempo, o state o verno.
+
+ Nel primo clima sta come signore
+ colli giganti, ed un delle sue braccia
+ 120 piú che nullo di loro è assai maggiore
+
+ Tu vederai il suo busto e la sua faccia,
+ e gloriarsi e dir che 'l mondo vince,
+ e giá la sua superbia al ciel menaccia.
+
+ E con lo scettro in mano il mondan prince
+ 125 in mezzo il mondo siede triunfante,
+ come signore e re delle province.
+
+ E sua cittá ha fatta somigliante
+ al vero inferno e li vizi egli tiene,
+ la morte e le miserie tutte quante.
+
+ 130 E perché questo tu lo sappi bene,
+ convien che tu discendi in quel profondo,
+ onde ciò che si parte, alla 'nsú vene.
+p. 101
+ Visto lo primo cerchio e poi il secondo,
+ l'anime afflitte e gli altri cerchi ancora,
+ 135 ritornerem tu e io quassú nel mondo.
+
+ Il regno di Satán cercherai allora
+ e la sua gran cittá e l'alto seggio
+ anche vedrai e chi con lui dimora.
+
+ Or, perché 'l mondo va di male in peggio,
+ 140 se ben pensi chi 'l guida, da te stesso
+ chiaro il vedrai sí com'io chiaro il veggio.
+
+ Tu ragionavi, a me venendo adesso,
+ ond'è che 'l mondo è sí di vizi pieno
+ e perché tanto mal da Dio è permesso.
+
+ 145 Or sappi ben che Dio ha dato il freno
+ a voi di voi; e se non fosse questo,
+ libero arbitrio in voi sarebbe meno.
+
+ E voglio ancor che ti sia manifesto
+ che vostra carne, le piú volte, volta
+ 150 vostra ragion dal segno d'atto onesto.
+
+ E perché al vizio è prona gente molta,
+ Satáno vince; e questa è la sementa
+ e la zizania sua mala ricolta.
+
+ Vince anco le piú volte quando tenta,
+ 155 ché 'n mille modi torcer vostra nave
+ puote dal porto ritto, ove si avventa;
+
+ ché correre a vertú sempre par grave
+ a vostra carne, la qual sempre incíta
+ a quel che par al senso piú soave.
+
+ 160 Facciamo omai di qui nostra partita:
+ il tempo è breve, ed è distante il loco,
+ ov'è d'andar al ciel prima salita.
+
+ --Minerva mia, te primamente invoco,
+ e poi le muse, che dell'acqua chiara
+ 165 del fonte pegaseo mi diate un poco.--
+
+ Cosí risposi e poi:--Or mi dichiara
+ di questo che mi dá gran maraviglia:
+ tu sai che domandando l'uomo impara.
+p. 102
+ Quando fu che Satán e sua famiglia
+ 170 lasciò di sé e de' suoi l'inferno vòto
+ e venne su, ove si more e figlia?
+
+ Vorrei saper ancor, ché non mi è noto,
+ s'egli è signor di tutti quegli effetti,
+ che influisce il cielo ovver suo moto.--
+
+ 175 Allora mi rispose in questi detti.
+
+
+p. 103
+
+
+
+
+CAPITOLO II
+
+Come l'autore narra a Minerva che e' si confida
+vincere Satanasso e suoi vizi.
+
+
+ --Vergine saggia e bella il cielo adorna,
+ di cui Virgilio poetando scrisse:
+ «Nova progenie in terra dal ciel torna».
+
+ Resse giá 'l mondo, e sí la gente visse
+ 5 sotto lei in pace, che l'etá dell'oro
+ el secol giusto e beato si disse.
+
+ La terra allora senza alcun lavoro
+ dava li frutti e non facea mai spine;
+ né anco al giogo si domava il toro.
+
+ 10 Non erano divisi per confine
+ ancor li campi, e nullo per guadagno
+ cercava le contrade pellegrine.
+
+ Ognuno era fratello, ognun compagno;
+ ed era tant'amor, tanta pietade,
+ 15 ch'a una fonte bevea il lupo e l'agno.
+
+ Non eran lance, non erano spade;
+ non era ancor la pecunia peggiore
+ che 'l guerreggiante ferro piú fiade.
+
+ La Invidia, vedendo tanto amore,
+ 20 di questo bene a sé generò pene,
+ e d'esto gaudio a sé diede dolore:
+
+ con quella doglia che a lei si convene,
+ andò in inferno, ed alli vizi dice
+ quanta pace avea il mondo e quanto bene.
+
+ 25 E l'Avarizia, d'ogni mal radice,
+ seco ne trasse e menolla su in terra
+ per conturbar quello stato felice.
+p. 104
+ Vennon con lei la Crudeltá e la Guerra,
+ l'Inganno e Froda e la Malizia tanta,
+ 30 che ha guasto 'l mondo e fa che cotanto erra.
+
+ Presa ch'ebbe la terra tutta quanta,
+ non gli bastò, e 'l mar ebbe assalito
+ la rea radice d'ogni mala pianta.
+
+ Quando Nettuno vide l'uomo ardito
+ 35 cercar il mare e non temer tempesta
+ e di solcarlo e gir per ogni lito,
+
+ trasse di fuor del mar la bianca testa
+ e 'l suo tridente, ed ebbe gran pavento,
+ dicendo:--Oimè! Che novitá è questa?
+
+ 40 Come ha trovato l'uom tanto argomento,
+ che passa il mar e non teme dell'onde,
+ e va e vien a vela ad ogni vento?--
+
+ Come cosa nociva si nasconde
+ che non si trove, però che si teme
+ 45 che, se si trova, gran mal ne seconde;
+
+ cosí Natura de' denari il seme
+ pose e nascose nel regno di Pluto,
+ perché la gente non turbasse insieme.
+
+ Ma l'amor dell'aver tanto cresciuto
+ 50 sfondò la terra e 'l gran Pluto infernale
+ robbò, gridante lui, chiamando aiuto.
+
+ Questo fu poi cagion di maggior male,
+ ché ruppe amor e legge ed ogni patto,
+ e fe' il figliolo al padre disleale.
+
+ 55 Vedendo Astrea il mondo esser disfatto
+ e 'l viver santo, e guasto il giusto regno
+ dal mostro reo, che fu d'inferno tratto,
+
+ lassò la terra prava a grande sdegno,
+ sí come indegna della sua presenza,
+ 60 e tornò al ciel, ov'ella è fatta segno.
+
+ Allor li vizi senza resistenza
+ uscîro di comun da Mongibello
+ col loro ardire e con la lor potenza.
+p. 105
+ E come quei che han preso alcun castello,
+ 65 gridan:--Brigata, sú! il castello è nostro!--
+ per veder se si leva alcun ribello;
+
+ cosí, usciti dall'infernal chiostro,
+ Satan e i suoi questo mondo pigliâro:
+ allor d'inferno uscí il primo mostro.
+
+ 70 E sua superba sede collocâro
+ in mezzo il mondo, dov'è il primo clima,
+ onde l'un polo e l'altro vede chiaro.
+
+ Lá sta la via che al regno mio sublima,
+ su per la qual nessun può mai venire,
+ 75 se colui non combatte e vince in prima.
+
+ Lí stanno i vizi sol per impedire
+ che verso il cielo alcun insú non saglia
+ con grandi orgogli ed onte e con ardire.
+
+ Chi come Circe la mente gli abbaglia,
+ 80 chi canta dolce piú che la sirena,
+ e chi menaccia e chi dá gran battaglia.
+
+ Di mille se un passa e anco appena,
+ viene in contrada di splendor sereno,
+ di belli fiori e dolci canti piena.
+
+ 85 Ed in quel pian sí chiaro e tanto ameno
+ stanno quei ch'ebbon fama di virtute,
+ benché battesmo e fede avesson meno:
+
+ ché non vuol l'alto Dio che sien perdute
+ le prodezze in inferno, e senza fede
+ 90 vuol che null'abbia l'eternal salute.
+
+ Chi, oltre andando, piú suso procede,
+ trova nel gran giardin quattro donzelle:
+ oh beato chi l'ode e chi le vede!
+
+ Tre altre piú divine e vieppiú belle
+ 95 ne stan piú su, e con queste sto io,
+ accompagnata da quelle sorelle.
+
+ Ed in quel loco bel vagheggio Dio,
+ e veggio il primo artista nel suo esemplo
+ tra le bellezze del suo lavorio.
+p. 106
+ 100 Poi vo piú alto ed entro nel gran templo
+ del sommo Iove, e con la mente mia
+ a faccia a faccia il Creator contemplo.
+
+ Anche domandi quanta signoria
+ ha Satanasso; ed, a ciò dichiararte,
+ 105 convien con fondamento sappi in pria
+
+ che Dio è primo prince in ogni parte
+ sempre e di tutto, ed a' primi motori
+ la sua virtú comunica e comparte.
+
+ E questi dopo lui sonno signori
+ 110 di tutte quelle cose, che 'l ciel move,
+ perché de' cieli son governatori.
+
+ Adunque ciò che da influenzia piove,
+ o che fa 'l tempo, cioè state o verno,
+ ovver natura delle cose nòve,
+
+ 115 tutto procede dal moto superno;
+ e la virtú vien da' motor primai,
+ a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo.
+
+ Piú che gli altri motor Satán assai
+ ha di potenza, e da lui esser mossa
+ 120 puote ogni spera ed influir suoi rai.
+
+ E se ogni cosa natural è scossa
+ dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere
+ quant'ella è grande e ampia la sua possa.
+
+ E, poiché colpa gli fe' l'ali nere,
+ 125 Dio spesse volte l'operar gli toglie,
+ sí come in Iobbe si poteo vedere.
+
+ Vero è che a certe cose egli lo scioglie,
+ ché vuol che sia signor sopra la gente
+ che segue la sua legge e le sue voglie.
+
+ 130 E tu lo proverai s'egli è possente
+ coi vizi suoi ed anco s'egli stanca
+ la carne vostra, quando a lui consente.
+
+ Ma non temere e l'animo rinfranca;
+ reduci i grandi esempli alla memoria,
+ 135 ché fortezza incorona, se non manca.
+p. 107
+ Nella battaglia s'acquista vittoria.
+ Nessun mai per fuggir o per riposo
+ venne in altezza, fama ovver in gloria.
+
+ E, se il cammino è duro o faticoso,
+ 140 pensa del fine e pensa qual sia il frutto
+ fra te medesmo saggio e virtuoso.--
+
+ Allor allor alla briga condutto
+ stato essere vorria: tanta speranza
+ mi die' il suo dir e rinfrancòme tutto.
+
+ 145 E però dissi con grande baldanza:
+ --Andiam, ché nullo mostro pel sentiero
+ di potermi impedire avrá possanza.
+
+ --Non ti fidar di te, né sie altèro
+ --rispose,--ché colui è piú da lunge,
+ 150 che stima esser piú appresso nel pensiero.
+
+ Nessun giammai a buon termine giunge,
+ se del gir poco o del tornar addietro
+ non fa a sé gli spron, con che si punge.
+
+ Perché di sé presunse il gran san Pietro,
+ 155 cadde, da vento piccolo commosso,
+ non come ferma pietra, ma di vetro.--
+
+ Quando udii questo, di vergogna rosso
+ sí diventai, che dissi per scusarme:
+ --Minerva, senza te niente posso.
+
+ 160 Perché spero da te la possa e l'arme
+ --diss'io,--credo cosí esser difeso,
+ se dietro a te ti degni di guidarme.--
+
+ Allor si mosse, quando m'ebbe inteso.
+
+
+p. 108
+
+
+
+
+CAPITOLO III
+
+Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno,
+dove era disceso.
+
+
+ Denanti a me andava la mia guida,
+ e poi io dietro per una via stretta,
+ seguendo lei come mia scorta fida.
+
+ Andando come alcun che non sospetta,
+ 5 subitamente un gran tuon mi percosse,
+ sí come Iove il fa, quando saetta.
+
+ E questo il sentimento mi rimosse,
+ tanto ch'io caddi quand'egli mi colse,
+ sí come un corpo che senz'alma fosse.
+
+ 10 Dal punto che li sensi il tuon mi tolse,
+ insin che 'n me tornai, una gross'ora,
+ al mio parer, di tempo il ciel rivolse;
+
+ ché, quando io caddi, veniva l'aurora,
+ e giá toccava l'orizzonte il sole;
+ 15 e poscia il vidi un mezzo segno fuora.
+
+ Su mi levai senza far piú parole,
+ cogli occhi intorno stupido mirando,
+ sí come l'epilentico far suole.
+
+ Dicea fra me:--Oh Dio! or come e quando
+ 20 son qui venuto?--e stava pauroso.
+ Dov'è Minerva, ch'andai seguitando?
+
+ Sotto qual parte del ciel io mi poso?
+ Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse
+ con quelli che han sei mesi il sol nascoso?--
+
+ 25 Cosí, mirando intorno, alfin m'accorse
+ che mi guardava e stava a destra banda
+ la saggia donna, che la via mi scorse.
+p. 109
+ A me parlando senza mia domanda,
+ mostrò due vie, e disse:--D'este due
+ 30 prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda.
+
+ Questa, ch'è arta e che mena alla 'nsúe,
+ è nel principio molto aspera e forte,
+ ma poi nel fine ha le dolcezze sue.
+
+ Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte
+ 35 e che è lata e mena giuso al basso,
+ è dolce in prima e poi mena alla morte.--
+
+ Oh semplicetto me, ignorante e lasso!
+ Presi la via, che all'ingiú conduce,
+ perché piú lieve mi parea al passo.
+
+ 40 E nell'entrata è ver che quivi è luce;
+ ma, perch'è scura quanto piú giú mena,
+ andai poi come un cieco senza duce.
+
+ Cosí, privato di luce serena,
+ io giunsi in poco tempo insino al centro,
+ 45 onde nullo esce senza forza e pena.
+
+ Quando mi vidi condutto lí entro,
+ dicea tra me:--Come son qui venuto
+ in questo fondo, ove io cosí m'inventro?
+
+ --Non cercar ora come se' caduto
+ 50 --disse Minerva dalla lungi alquanto,--
+ ma pensa uscirne e che a ciò abbi aiuto;
+
+ ché 'ngiú andando sei disceso tanto,
+ che piú che 'n testo loco non si scende,
+ e chi n'uscisse sal da ogni canto.
+
+ 55 --Io prego, o dea, il braccio a me distende
+ --diss'io,--ché uscirne m'affatico invano,
+ se tu con la tua destra non m'apprende.--
+
+ Allor dea Palla stese a me la mano
+ e di quel fondo, dove io m'era messo,
+ 60 mi trasse su, tirandomi pian piano.
+
+ Quand'io fui ito un miglio su da cesso
+ dal loco, che Satán lassato ha vòto,
+ trovai Cocito e 'l laco suo da presso.
+p. 110
+ E, perché questo laco è piú remoto
+ 65 da ogni caldo di sole e di foco,
+ piú fredda cosa non ha 'l mondo toto.
+
+ E tutto il freddo e ghiaccio, ch'è 'n quel loco,
+ ove la tramontana fa 'l zenitte,
+ rispetto a quello par niente o poco.
+
+ 70 De' traditori l'anime confitte
+ vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino
+ seguiron giá con fatti e parol fitte.
+
+ E, perché in poco tempo gran cammino
+ avea a far, di lí la dea mi trasse
+ 75 inverso a un monte, a quel laco vicino.
+
+ Per una grotta volle ch'io andasse
+ dentro fra 'l monte, e sette miglia suso
+ per la via oscura e con le gambe lasse.
+
+ Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso,
+ 80 tanto vedea lí con l'occhio aperto,
+ insin che uscimmo fuor per un pertuso.
+
+ Quand'io fui giunto su nel monte ad erto,
+ l'anime vidi di chi Dio biastema,
+ in un gran piano di fumo coperto.
+
+ 85 Ancor, pensando, al cor me ne vien téma,
+ ché io vedea a tutti arder la bocca,
+ e tutti quanti avean la lingua scema.
+
+ E come spesso la grandine fiocca,
+ sí caggion sopra lor saette accese,
+ 90 e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca.
+
+ Satáno trasse fuor d'esto paese,
+ sí come Palla disse, i gran giganti,
+ quando co' vizi suoi il mondo prese.
+
+ Vero è che lí ne stanno ancora alquanti
+ 95 distesi in terra e con caten legati,
+ sí che non son nel mondo tutti quanti.
+
+ Io vidi lor quando son fulminati,
+ che biastimavan la virtú eterna,
+ superbi, altèri e con li volti irati.
+p. 111
+ 100 Poi ne partimmo e per una caverna
+ intrammo un monte, e tanto la dea salse,
+ che fummo insú la terza valle inferna.
+
+ Chiunque con fatti e con parole false
+ inganna altrui con doli ovver con frode,
+ 105 quivi ha lo scotto con amare salse;
+
+ ché strascinati son dietro alle code
+ in forma di cavalli da' dimòni,
+ e chiunque corre piú, quello è piú prode.
+
+ E sopra quelli stan cogli speroni
+ 110 altri dimòni, e tra le pietre dure
+ strascinan l'alme supine e bocconi.
+
+ E quivi del mal peso e di misure
+ si fa vendetta e d'ogn'infedel arte,
+ de' giochi, d'arcarie e di man fure.
+
+ 115 La dea mi disse:--Andiamo in altra parte,
+ ché 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte
+ di piaggia in piaggia a me convien menarte.--
+
+ Allor intrammo per un alto monte,
+ sempre montando, ed al sommo salito
+ 120 vidi gran valle, quando alzai la fronte.
+
+ Il vizio contro natura è punito
+ acerbamente in quella valle piana;
+ lí sta in tormento ciascun sodomito.
+
+ Questi omicidi della spezie umana
+ 125 l'amor, che figlia e fa congiunti insieme,
+ spreggiano e gittan come cosa vana.
+
+ Sopra esti destruttor dell'uman seme
+ il foco e 'l zolfo puzzolente piove,
+ e dentro al fuso rame ancor si geme.
+
+ 130 Salimmo poi nel quinto cerchio, dove
+ li sette vizi avevan giá le case,
+ anzi che gisson dell'inferno altrove.
+
+ Ell'eran grandi e vacue rimase,
+ sí come a Roma sono le ruine
+ 135 delle anticaglie con le mura pase:
+p. 112
+ sordide tutte e piene di fuline,
+ deserte dentro e con le mura rotte,
+ piene di rovi, d'ortiche e di spine.
+
+ La dea a me:--Lá dentro in quelle grotte
+ 140 stava Cerbero giá rabbioso cane
+ con tre bocche latranti aperte e ghiotte.--
+
+ Per una intrammo di quelle gran tane,
+ sinché le male bolge ebbi salite:
+ alfine uscimmo in contrade lontane,
+
+ 145 ove trovammo la cittá di Dite
+ con le mura di foco intorno intorno,
+ con le torri alte e con le case igníte.
+
+ Ogni casa parea ardente forno.
+ Vedea i demòni colle acerbe viste,
+ 150 che lí per manegoldi fan soggiorno.
+
+ Io vidi tormentar l'anime triste;
+ e secondo le colpe, che han commesse,
+ cosí conven che lí doglia s'acquiste.
+
+ Io vidi molte per mezzo esser fesse
+ 155 con dure seghe, ed alcune co' denti
+ mordevan sé, lacerando se stesse.
+
+ E questo è 'l duol che piú gli fa dolenti,
+ il verme della stizza, e maggior gridi
+ fa trarre a lor che tutti altri tormenti.
+
+ 160 Vidi i rattori e vidi gli omicidi
+ tagliare a pezzi e le lor membra crude
+ rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi.
+
+ Io farò come quel che 'l dir conchiude.
+ Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto,
+ 165 che vede il core, il vizio e la virtude,
+
+ non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto
+ d'onore e di letizia, e non vuol mai
+ che 'l male alfin non partorisca lutto
+
+ con piena e con tormento di gran guai.
+
+
+p. 113
+
+
+
+
+CAPITOLO IV
+
+Dove trattasi del limbo e del peccato originale.
+
+
+ Uscito er'io della cittá del foco
+ dietro a mia scorta, ch'andai seguitando;
+ e, poi che insú andato fui un poco,
+
+ la domandai e dissi:--Dimmi quando
+ 5 noi perverremo ove Satán dimora,
+ che dica questo inferno al suo comando.--
+
+ Ed ella a me:--Insú andando ancora,
+ convien che noi passiam duo altri cerchi,
+ 'nanzi che d'esto inferno usciamo fòra.
+
+ 10 Il limbo è 'l primo che convien che cerchi;
+ un altro poi convien che ne trapassi,
+ 'nanzi che su nel mondo tu soverchi.--
+
+ Ben sette miglia insú movemmo i passi,
+ e trovammo una porta, ov'era scritto
+ 15 nell'arco suo, ch'avea di smorti sassi:
+
+ «In questo limbo, ovvero in questo Egitto,
+ è pena privativa e sol di danno,
+ e nullo senso in questo loco è afflitto.
+
+ Dentro è la gran prigion di quel tiranno,
+ 20 che tenne giá gli amici da Dio eletti
+ e vinse Adamo a tradimento e inganno».
+
+ Per legger questi detti io mi ristetti
+ presso alla porta lí, ch'era serrata;
+ e, poich'io gli ebbi intesi e tutti letti,
+
+ 25 Minerva con la man chiese l'entrata.
+ Non so chi fusse il portinar cortese,
+ che ratto aprio e diedene l'andata.
+p. 114
+ Quand'io fui dentro, vidi un bel paese,
+ di fiori e d'arboscelli e d'erbe adorno,
+ 30 sí come Tauro fa nel suo bel mese.
+
+ Ma qual è luce al cominciar del giorno,
+ tal era quivi; e per mezzo la valle
+ eran fantini ed anche intorno intorno,
+
+ che su per le viol vermiglie e gialle
+ 35 givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli,
+ dietro agli uccelli e dietro alle farfalle.
+
+ Ed una schiera, ch'eran piú di milli,
+ vedendo noi, insieme si ristâro
+ ed ammirârno timidi e tranquilli.
+
+ 40 --O fanciulletti, a cui ritorna amaro
+ il peccato d'Adamo, ed a cui costa
+ il non aver baptismo tanto caro,
+
+ al mio domando fatemi risposta:
+ perché iustizia per altrui offesa
+ 45 vostra innocenzia in questo loco ha posta?--
+
+ Quando questa parola ebbono intesa,
+ suspiron tutti con dolor, che viene
+ di mezzo il cor, che gran doglia appalesa.
+
+ Poi un di loro a me:--Se noti bene,
+ 50 io ti dichiarerò, sí come estimo,
+ perché giustizia qui chiusi ne tiene.
+
+ Quando Dio fece il nostro padre primo,
+ gl'impeti rei ovver concupiscenza
+ non volle fusse in suo corporal limo.
+
+ 55 E questo grande dono ed eccellenza
+ ebbe per grazia e non giá per natura,
+ e sol tenendo a Dio obbedienza.
+
+ E cosí l'alma sua splendente e pura
+ Egli creò e di iustizia santa,
+ 60 formata alla sua immago e sua figura;
+
+ ma di questa eccellenza e grazia tanta,
+ il Creator iustamente privollo,
+ quando la vile e testé nata pianta
+p. 115
+ incontra al suo Fattor alzò lo collo,
+ 65 ed a subgestion del mal serpente
+ volle saper quanto sa il primo Apollo.
+
+ E, perché non fu a Dio obbediente,
+ a lui la carne diventò rubella
+ contra lo spirto e legge della mente.
+
+ 70 Benché sia l'alma da sé pura e bella,
+ niente meno quand'ella il corpo avviva,
+ per due cagion diventa brutta e fella.
+
+ Prima è che nasce di iustizia priva;
+ l'altra è che quand'ell'è al corpo unita,
+ 75 nella bruttezza sua si fa cattiva;
+
+ ché vorrebbe ire al bene ed è impedita
+ dal corpo, collo qual ella sta insieme,
+ ed al mal far la tira ed anche invita.
+
+ Questa bruttura va di seme in seme
+ 80 in tutti quelli che nascon d'Adamo,
+ ch'ogni uman corpo da quel primo geme.
+
+ Per questo infetti in questo loco stiamo
+ dannati pel peccato originale,
+ ché 'l mal della radice è in ogni ramo.
+
+ 85 Oh lassi noi, ché l'acqua baptismale,
+ per la qual l'uomo a Dio figliol rinasce,
+ sanati arebbe noi da questo male!
+
+ Se non che noi dal ventre e dalle fasce
+ di nostre mamme la morte ne tolse
+ 90 e menonne quaggiú tra queste ambasce.--
+
+ Ciascun di loro al ciel la faccia volse,
+ al suon d'este parol, con sí gran pianti,
+ che facean pianger me: sí me ne dolse.
+
+ Addomandato arei di loro alquanti
+ 95 di quai parenti stati eran figlioli,
+ se non che ratto mi sparîr dinanti.
+
+ Parecchie miglia poi andammo soli,
+ sinché trovammo grandissima rupe,
+ alta vieppiú che nullo uccello voli,
+p. 116
+ 100 ch'avea le sue caverne oscure e cupe,
+ sí come quando è sí buia la notte,
+ che par che gli occhi riguardando occúpe.
+
+ Trovammo lí sette gran porte rotte,
+ tutte di rame, e di ferro il verchione,
+ 105 le qua' serravan giá quelle gran grotte.
+
+ Palla mi disse:--Qui 'n questa pregione
+ il drago Satanasso giá ritenne
+ l'anime circumcise, elette e buone,
+
+ sinché 'l Figliol di Dio su dal ciel venne
+ 110 e per la colpa delli suoi amici
+ pagò il bando e la morte sostenne.
+
+ Allor ardito e con splendor felici
+ venne quaggiú vittorioso e forte
+ contra Satán e gli altri suoi nemici,
+
+ 115 e disse a lor:--Levate via le porte:
+ traete fuor la mia turba fedele,
+ che menar voglio alla celeste corte.--
+
+ Allor Satán, omicida crudele,
+ a lui s'oppose e cominciò la guerra,
+ 120 come giá fece contra san Michele.
+
+ Puse le rene lá dove se serra;
+ ma Cristo lui e 'l catarcion d'acciaio
+ e queste porte allor gettò a terra.
+
+ Quando in la grotta entrò 'l lucido raio,
+ 125 Adamo disse:--Questo è lo splendore,
+ che mi spirò in faccia da primaio.
+
+ Venuto se', aspettato Signore:
+ dal petto, dalle mani e dalle piante
+ il sangue hai dato in prezzo del mio errore.--
+
+ 130 L'anime a lui amiche tutte quante
+ trasse del limbo l'alto Emanuél,
+ vittorioso lieto e triunfante.
+
+ Adamo ed Eva e 'l lor figliolo Abél,
+ Seth e Noè, che fece la santa arca,
+ 135 Abraám, Isac e ancora Israél
+p. 117
+ e Moisés e ciascun patriarca
+ e David re e tutti li profeti
+ menò al cielo, ov'è 'l primo Monarca.--
+
+ Ed io a lei:--Li saggi e li poeti
+ 140 sonno egli qui? e gli antichi romani?
+ o sonno in lochi piú felici e lieti?--
+
+ Ella rispose:--In questi prati vani
+ non son cotesti, che lor alti ingegni,
+ come giá dissi, han lochi piú soprani.
+
+ 145 Virtú e fama loro ha fatti degni
+ a star con Marte ed a star con le muse
+ e con Apollo in piú splendenti regni.--
+
+ Poscia la man deritta alla mia puse,
+ trassemi per la porta, onde mi mise;
+ 150 e, ratto ch'io fui fuora, ella si chiuse.
+
+ Cosí dal tristo limbo mi divise.
+
+
+p. 118
+
+
+
+
+CAPITOLO V
+
+Come l'autore trova certe anime, che
+stavano penando presso al limbo.
+
+
+ Appresso al limbo, intorno e in ogni canto
+ son gran montagne selvagge e spinose
+ ed aspre sí, che mai le vidi tanto.
+
+ Ed anime stan lí, che van penose
+ 5 intorno errando per quel loco incolto
+ tra rovi e spin, che mai producon rose.
+
+ E, perch'è quivi l'aer grosso e folto,
+ io non scorgea alcun, bench'io mirasse,
+ tanto che 'l conoscesse ben nel volto.
+
+ 10 Però Minerva assentí ch'io andasse
+ ivi tra lor e, se trovava alcuno
+ conosciuto da me, ch'io gli parlasse.
+
+ Allor me misi tra quell'aer bruno
+ e tra gli sterpi, ed acuto mirai,
+ 15 tanto che l'occhio mio ne conobbe uno.
+
+ --O anima gentil, che tanto amai,
+ 'nanzi che 'l corpo ti lassasse sola,
+ perché tra questi lochi asperi stai?
+
+ Son qui i compagni della prima scola?
+ 20 è qui Arnoldo ed Agnolo da Riete?
+ Potrei parlar ed udir lor parola?--
+
+ Rispose a me con sembianze non liete:
+ --Accorso e gli altri due, che tu m'hai detti,
+ son fuor d'inferno in piú alta quiete.
+
+ 25 Tra questi asperi luochi siam ristretti
+ quei che tu vedi, e tra montagna oscura,
+ ché su del mondo non uscimmo netti;
+p. 119
+ ché l'etá pueril, ch'è da sé pura,
+ ora è dal mondo rio cosí corrotta,
+ 30 ch'è piena di malizia e di bruttura,
+
+ ed in tutti que' vizi è mastra e dotta,
+ che la natura a quell'etá occulta,
+ e senza possa col desío n'è ghiotta.
+
+ 'Nanzi che alcun di noi all'etá adulta
+ 35 venuto fusse, ordinò l'alto Dio
+ che nostra carne su fusse sepulta.
+
+ Se tratti non ne avesse il Signor pio
+ di quella vita breve e che sta in forsi,
+ tanto ne arebbe infetti il mondo rio;
+
+ 40 ché noi saremmo in maggior colpe corsi,
+ e poi puniti in piú acerbo loco
+ e da piú pena in questo inferno morsi.
+
+ Per la montagna ingiú scendendo un poco,
+ i figli stan di quelle ree contrade,
+ 45 sovra li qual Dio piovve solfo e foco.
+
+ Se fussono venuti a piena etade,
+ sarebbon in piú colpa ed in piú duolo:
+ adunque dar lor morte fu pietade.
+
+ E lí con loro sta 'l picciol figliolo,
+ 50 che Gregor dice che nel sen paterno,
+ Dio biastimando, lasciò 'l corpo solo.
+
+ In piú penoso loco sta in inferno
+ chiunque a far male alcuno induce o tira
+ o non corrige, quando egli ha 'l governo.
+
+ 55 Quel loco è lí e quel padre martíra,
+ a cu' il figliol co' denti troncò il naso,
+ ascondendo nel bascio la iusta ira.--
+
+ Io credo che sarei con lui rimaso,
+ se non che Palla:--Assai--disse--hai veduto:
+ 60 vedi che 'l sole omai giunge all'occaso.
+
+ Sotto i piè nostri è giá Schiron venuto:
+ vedi che 'l tempo corre e non si folce
+ e non s'acquista mai, quand'è perduto.--
+p. 120
+ Quanto con lui lo star mi parve dolce,
+ 65 tanto da lui partir mi fu amaro;
+ quand'ella disse:--Al venir ti soffolce.--
+
+ Quivi lassai il mio amico caro,
+ figliol di Senso, il perugin Batista,
+ che 'l mondo il fece infetto, ch'era chiaro.
+
+ 70 Di gran piatá avea carca la vista,
+ quando Palla mi disse:--Perché 'l viso
+ porti tu basso? Or che dolor t'attrista?--
+
+ Ed io a lei:--Perciò che m'hai diviso
+ da colui con ch'i' stava, o sacra dea,
+ 75 e 'l suo dolce parlar anche hai reciso.
+
+ In chiaro e bel latino a me dicea
+ che Dio la morte acerba altrui permette,
+ perché innocenza non diventi rea.--
+
+ Ella rispose:--E perché sian subiette
+ 80 a lei tutte l'etadi e da' mortali
+ in ogni loco ed ogni ora s'aspette;
+
+ e perché son cresciuti tanto i mali,
+ che al vizioso sol peccar non basta,
+ se nel suo vizio molti non fa eguali.
+
+ 85 Come il fermento corrompe la pasta,
+ e l'altre poma un sol fracido melo,
+ cosí la prima etá l'altra poi guasta.
+
+ Questa è l'iniquitá e 'l grande scelo
+ far rio altrui e sé tanto peggiore,
+ 90 quanto s'appressa piú al canuto pelo.
+
+ Però provvede Dio che alcun si more
+ in quell'etá, che non è d'anni piena,
+ perché malizia non gl'imbrutti il core.
+
+ E forsi che il morir tolle la pena,
+ 95 ché destinata morte è forse impiastro
+ ad altri mali, a che fortuna il mena.
+
+ State contenti a ciò, che fa quel Mastro,
+ che regge il mondo e sa il come e 'l quando
+ e dispon voi sí come in cielo ogni astro.--
+p. 121
+ 100 Poscia tacette, ed io gli fei domando
+ dicendo:--O dea, un dubbio, il qual or penso,
+ la mente mia non vede, in lui pensando:
+
+ come il dimòn, che non ha corpo o senso,
+ dal foco corporal ovver dal ghiaccio
+ 105 in questo inferno puote esser offenso?--
+
+ Ed ella a me:--A molti ha dato impaccio
+ il dubbio, il qual il tuo parlar mi dice:
+ ma io dichiarerò quel che ne saccio.
+
+ Sappi ch'amor è la prima radice
+ 110 d'ogni allegrezza, e l'odio è fundamento
+ di ciò che attrista ovver che fa infelice.
+
+ Però alcun voler, quand'è retento
+ d'andar a quel ch'egli ama o che si toglia,
+ quanto piú l'ama, tanto ha piú tormento.
+
+ 115 Sappi ancor ben che quanto piú alla voglia
+ è odioso quel che la ritiene,
+ tanto piú se n'affligge e piú n'ha doglia.
+
+ Se queste mie premesse noti bene,
+ comprenderai il foco, onde si duole
+ 120 il dimonio in inferno e le sue pene,
+
+ ché non puote ir dov'ama e dove vòle,
+ e vedesi in prigione e fatto sozzo,
+ libero prima e piú bello che 'l sole.
+
+ E' stava in cielo, ed ora sta nel pozzo
+ 125 di tutto il mondo e vede ogni suo velle
+ ed ogni suo desio essergli mozzo.
+
+ Come superbo, estima che le stelle
+ reggere debbia ed essere il sovrano,
+ fatto e creato tra le cose belle.
+
+ 130 E, bench'egli dal ghiaccio e da Vulcano
+ sensualmente non possa esser leso,
+ perché da lui è ogni senso strano,
+
+ niente meno dal corpo egli è offeso,
+ perché a quel corpo, ch'era a lui subietto,
+ 135 ora subiace e sta dentro a lui preso.
+p. 122
+ E non è maggior onta ovver dispetto,
+ che da quel servo, ch'è avuto in balía,
+ esser signoreggiato ovver costretto.
+
+ E se per arte di nigromanzia
+ 140 il demòn si costrenge ed è legato,
+ ben lo pò far piú alta signoria.
+
+ E perché in ogni modo, in ogni lato
+ e' cerca di fuggir, quinci argumenta
+ che dal corpo, ove sta, egli è penato.
+
+ 145 Nell'aer sopra lí, dove diventa
+ folgore lo vapor, molti ne stanno
+ e molti fra la gente, ove si tenta.
+
+ Ma nell'ultimo dí dell'ultim'anno
+ tutti in inferno seranno serrati,
+ 150 nel gran supplicio dell'eterno affanno.--
+
+ Noi eravamo insú tanto montati,
+ che, nove miglia piú andando sopre,
+ suso nel mondo seriamo allitati,
+
+ perché quel loco solo un cerchio il copre.
+
+
+p. 123
+
+
+
+
+CAPITOLO VI
+
+Come l'autore, uscito dall'inferno,
+venne nel mondo nell'emisfero di Satan.
+
+
+ Non è nella riviera genovese,
+ ovver tra gli Alpi freddi della Magna,
+ né trovariasi mai 'n altro paese
+
+ aspera tanto e repente montagna,
+ 5 quant'una, che trovammo sí alpestra,
+ che fe' maravigliar la mia compagna.
+
+ Mirando intorno, io vidi una finestra
+ a piè del monte con questa scrittura,
+ la qual legger mi fe' la mia maestra:
+
+ 10 «Voi, che salir volete su all'altura
+ e che volete uscir di questo fondo,
+ intrate dentro questa buca oscura.
+
+ Qui è la via che mena suso al mondo:
+ chi salir vuol, convien che pria qui entre
+ 15 e saglia poi, girando suso a tondo».
+
+ Minerva poi mi mise dentro al ventre
+ del duro monte, e forse un miglio er' ito,
+ che dietro a lei insú salendo, mentre
+
+ io venni manco, caddi tramortito
+ 20 e ratto al ciel, sí come Ganimede
+ quando Tonante fu da lui servito.
+
+ Lí mostrato mi fu come procede
+ da Dio l'anima nostra, allora quando
+ al corpo organizzato la concede.
+
+ 25 Infundendola Dio 'nsieme e creando,
+ non di materia, ma celeste forma,
+ l'unisce al corpo e dona al suo comando.
+p. 124
+ Poi torna' in me com'uom che prima dorma;
+ e, su levato, presi il dur viaggio
+ 30 dietro alla dea, de' piè seguendo l'orma.
+
+ Sei miglia er' ito, quando vidi il raggio
+ del chiaro sole scender d'una buca;
+ onde Minerva a me col parlar saggio:
+
+ --Insin lassú convien che ti conduca
+ 35 e per quel foro ti convien uscire,
+ se vuoi vedere il sole e che a te luca.--
+
+ Allor piú ratto cominciai a salire,
+ ché di veder il sole avea disio;
+ ed ella mi spronava col suo dire.
+
+ 40 Ma dicea meco:--Or come potrò io
+ caper pel foro di quel sasso fesso,
+ che non è una spanna, al parer mio?
+
+ E, quando fui a quel pertuso appresso,
+ vi pontai 'l capo per la voglia presta,
+ 45 tanto che un poco fòra l'ebbi messo.
+
+ E poscia ne cavai tutta la testa;
+ poi la persona mia sospinsi tanto,
+ ch'io n'uscii nudo senz'alcuna vesta.
+
+ E caddi in terra con omèi e pianto;
+ 50 e quando prima il miser occhio aperse,
+ vidi una vecchia brutta starmi a canto.
+
+ Questa le membra nude mi coperse;
+ poi, come donna riputando dice,
+ queste parole inver' di me proferse:
+
+ 55 55--Io son la Povertá, prima nutrice,
+ che l'uom ricevo colle membra nude,
+ quand'egli arriva nel mondo infelice.
+
+ E quando gli occhi a lui la morte chiude,
+ vo con lui alla fossa e lí rimagno,
+ 60 ove l'altre person si mostran Iude.
+
+ E mentre in vita con lui m'accompagno,
+ sí impazientemente mi sopporta,
+ che fa di me sempre querela e lagno.
+p. 125
+ Niente reca, quando al mondo apporta;
+ 65 e fatica e timore è la sua vita;
+ ed al partir niente se ne porta.
+
+ Allor conoscer può nella partita
+ che 'l vostro essere umano è come un sogno,
+ e sogno par la parte che n'è ita.
+
+ 70 Sí come l'òr, ch'è falso e di mal cogno,
+ vanisce al foco, vostra vita manca;
+ e ciò ch'è falso manca nel bisogno.--
+
+ Poi levai sú la mia persona stanca,
+ e la vecchia tacette e poi disparve;
+ 75 ond'io gli occhi voltai dalla man manca.
+
+ Mentr'io mirava, una cosa m'apparve
+ mirabil sí, che, a volerla narrare,
+ le mie parol mi paion levi e parve.
+
+ Vidi un gigante giovine cantare,
+ 80 bello e membruto e col leuto in mano,
+ e lieto lieto cominciò a ballare
+
+ e coglier fiori su pel lordo piano;
+ e poi mi parve che s'inghirlandasse
+ di quelli fiori come garzon vano.
+
+ 85 Ed una rota grande, che voltasse
+ di sopra a lui, e, quando ella si volve,
+ parea che a poco a poco il consumasse.
+
+ Come di neve statua si risolve,
+ quando sta al sole, cosí a poco a poco
+ 90 si disfece e di poi diventò polve.
+
+ Quasi fenice antica, che nel foco
+ arde se stessa e poi delle penne arse
+ un'altra nasce nuova ed in suo loco,
+
+ cosí di quella polve un altro apparse
+ 95 giovin gigante e inghirlandò le chiome,
+ sotto la rota ancora a consumarse.
+
+ Costui addomandai come avea nome,
+ ed anche dissi a lui ch'io avea brama
+ di quel disfar saper il quale e 'l come.
+p. 126
+ 100 Rispose:--Il nome mio come si chiama
+ non posso dir, ché da me fu negletto
+ quell'operar, che, morto, vive in fama.
+
+ Io con mill'altri e piú sto qui subietto
+ a questa rota, che di sopra volta,
+ 105 che muta a parte a parte in noi l'aspetto;
+
+ ché della vita breve avemmo molta,
+ e negligenti andammo a passo lento
+ sino all'estremo, dove ne fu tolta.
+
+ Però ha fatto Dio che in anni cento
+ 110 nessun vive di noi piú di mezz'ora,
+ e l'altro tempo in polve giaccia spento.
+
+ E questa pena ha l'uom nel mondo ancora;
+ che, mentre il ciel a lui si volve intorno,
+ a parte a parte conven ch'egli mora.
+
+ 115 Cosí a morte corre in ogni giorno
+ mosso dal tempo, che volando passa
+ e, poich'è ito, non fa mai ritorno.
+
+ E quella dea, che scrive il tempo e cassa
+ il cammin tutto dell'etá compiuta,
+ 120 un delli mille trapassar non lassa.
+
+ Il cielo è quella rota che trasmuta
+ tutte l'etadi della vita breve
+ e che la testa bionda fa canuta.--
+
+ Poi, come si disfá al sol la neve,
+ 125 cosí, parlando, colui si disfece,
+ o come cera che 'l caldo riceve.
+
+ Minerva allor di lí partir mi fece;
+ ed io a lei:--Da che parlar non posso
+ piú con colui, rispondi a me in sua vece.
+
+ 130 Se 'l cielo sopra noi non fosse mosso,
+ lo stare ei fermo sarebbe cagione
+ ch'ogni operar quaggiú fosse rimosso?--
+
+ Ed ella a me:--Quest'altra gran quistione
+ richiede piú il dir aperto e sciolto,
+ 135 che non è questo, e piú lungo sermone.
+p. 127
+ Il tempo e 'l ciel, che sopra voi è vòlto,
+ è una cosa, e, non voltando il cielo,
+ ciò che da tempo pende, saria tolto:
+
+ fatica, fame, sete, caldo e gelo,
+ 140 e ciò che segue al moto alterativo,
+ morte e vecchiezza col canuto pelo.
+
+ E, non voltando, l'uomo saria vivo
+ e volontá e la virtú, che 'ntende,
+ ed ogni senso arebbe piú giulivo.
+
+ 145 Qui quel che disse l'agnol, si comprende,
+ quando iurò per l'alto Dio vivente:
+ «Mai non sará piú tempo, ovver calende,
+
+ ed ogni verbo avrá solo il presente,
+ e cesserá il preterito e 'l futuro,
+ 150 e ciò, che or corre, sará permanente»;
+
+ e nell'Apocalisse è questo iuro.--
+
+
+p. 128
+
+
+
+
+CAPITOLO VII
+
+Dove trattasi del regno d'Acheronte.
+
+
+ Miglia' di mostri piú oltre trovai,
+ i quai bench'io li narri e li racconte,
+ appena a me si crederá giammai.
+
+ Anime vidi al lito d'Acheronte,
+ 5 ch'avean sette persone e sette facce;
+ e queste su in un ventre eran congionte.
+
+ Pensa sette uomin, che l'un l'altro abbracce
+ dietro alle reni e con sette man manche,
+ con sette destre ed altrettante bracce.
+
+ 10 Ed avean sol un ventre e sol due anche
+ e sol due gambe e sol un umbillico:
+ sí fatti mostri non son trovati anche.
+
+ E ciascun delli visi, i quali io dico,
+ quant'era piú appresso a quel davante,
+ 15 piú giovin era e dietro piú antico,
+
+ sí che la prima faccia era d'infante
+ or ora nato, e l'altra puerile,
+ d'adolescente il terzo avea sembiante,
+
+ giovine il quarto, il quinto era virile,
+ 20 il sesto di canuti era cosperso,
+ e l'ultimo un vecchiaccio tristo e vile.
+
+ Miglia' di mostri fatti a questo verso
+ stavano a lato di quell'acqua bruna,
+ per passar l'onde del lago perverso,
+
+ 25 il qual avea assai maggior fortuna,
+ che mai Carribdi, Scilla o l'Oceáno,
+ quando ha reflusso o quando volta luna.
+p. 129
+ Vidi Caròn non molto da lontano
+ con una nave, in mezzo la tempesta,
+ 30 che conducea con un gran remo in mano.
+
+ E ciascun occhio, ch'egli avea in testa,
+ parea come di notte una lumiera
+ o un falò, quando si fa per festa.
+
+ Quand'egli fu appresso alla riviera
+ 35 un mezzo miglio quasi o poco manco,
+ scòrsi sua faccia grande, guizza e nera.
+
+ Egli avea il capo di canuti bianco,
+ il manto addosso rappezzato ed unto;
+ e volto sí crudel non vidi unquanco.
+
+ 40 Non era ancor a quell'anime giunto,
+ quando gridò:--O dal materno vaso
+ mandati a me nel doloroso punto,
+
+ per ogni avversitá, per ogni caso
+ vi menerò tra la palude negra
+ 45 incerti della vita e dell'occaso.
+
+ Pochi verran di voi all'etá intègra;
+ spesso la vita alli mortali io tollo,
+ quand'ella è piú secura e piú allegra.--
+
+ Dava col remo suo tra testa e 'l collo
+ 50 a' mostri, che mettea dentro alla cocca;
+ e forte percotea chi facea crollo.
+
+ Poscia rivolto a me, colla gran bocca
+ gridò:--Or giunto se', o tu, che vivi,
+ venuto qui come persona sciocca.--
+
+ 55 Minerva a lui:--Costui convien ch'arrivi
+ all'altra ripa sotto i remi tui,
+ 'nanzi che morte della vita il privi.
+
+ --Su la mia nave non verrete vui
+ --rispose a noi con ira e con disdegno,--
+ 60 ché altre volte giá ingannato fui.
+
+ Un trasse Cerber fuor del nostro regno,
+ l'altro la moglie; or simil forza temo:
+ però voi non verrete sul mio legno.--
+p. 130
+ Minerva a lui:--Io chiedo ora il tuo remo,
+ 65 ch'io vo' menar costui, o vecchio lordo,
+ da questo basso al mio regno supremo.
+
+ Lassame andar, consumator ingordo,
+ ché a te non è subietta quella vita,
+ per la qual vive uom sempre per ricordo.--
+
+ 70 Ratto ch'egli ebbe esta parola udita,
+ si vergognò ed abbassò le ciglia,
+ e senza piú parlar ne die' la ita.
+
+ Navigato avevam ben giá due miglia,
+ ed io mi volsi addietro, e vidi ancora
+ 75 venuta alla rivera altra famiglia,
+
+ solcando noi per quella morta gora,
+ con gran tempesta tra le morte schiume,
+ col vento non da poppa, ma da prora.
+
+ Sí come il falso argento torna in fume
+ 80 nel ceneraccio, che fa l'alchimista,
+ o cera che al foco si consume;
+
+ cosí a' mostri la lor prima vista
+ vidi mancare ed anche la seconda,
+ come cosa non stata o non mai vista.
+
+ 85 E poi la terza colla testa bionda,
+ la quarta e poi la quinta venne meno,
+ navigando oltra per quell'acqua immonda;
+
+ mancò poi il sesto di canuti pieno;
+ sicché di lor rimase un sol vecchiaccio:
+ 90 non sette piú, ma un tutti pariéno.
+
+ La nave a riva avea a venir avaccio,
+ quand'io addomandai un gran vecchione,
+ che stava a lato a me a braccio a braccio.
+
+ E dissi a lui:--Perché 'l demòn Carone
+ 95 sí vi disfá? e perché, navigando,
+ sei parti ha tolte alle vostre persone?--
+
+ Rispose:--Quel Signor, che 'l come e 'l quando
+ sa della morte e la vita concede
+ non mai a patti, ma al suo comando,
+p. 131
+ 100 nel mondo sú lunga vita ne diede;
+ e fummo negligenti alla virtude
+ e ratti a far le cose brutte e fède.
+
+ Però menar ne fa per la palude,
+ e nella ripa esto crudel pirata
+ 105 la vita a noi vecchiacci ancora chiude.
+
+ E quando addietro la nave è tornata
+ e mena quei che stan dall'altro canto,
+ in quel rifatti siamo un'altra fiata.
+
+ E ritornamo a quella riva intanto,
+ 110 ove pria fummo; e lí da noi s'aspetta
+ anche 'l nocchier con pena e con gran pianto.
+
+ Questa è da Dio a noi giusta vendetta,
+ da che a ben far nostra vita fu tarda,
+ che sempre a morte nostra vita metta.
+
+ 115 La Morte non è mai all'uom bugiarda,
+ ché lo minaccia in viso e fallo accorto;
+ ma egli chiude gli occhi e non si guarda.
+
+ E, benché l'uom si vegga giunto al porto
+ degli anni suoi, è sí ne' vizi involto,
+ 120 che prima il viver che 'l mal fare è scòrto.
+
+ In quell'etá, che fa canuto il volto,
+ alcun nell'operar tanto è difforme,
+ ch'e' non par vecchio, ma fanciullo stolto.
+
+ Ed io lassú, dove si mangia e dorme,
+ 125 fui giá Del Bruno chiamato Francesco
+ e fiorentin lascivo vecchio enorme.
+
+ Qui sta, (or poni un «vo» di dietro al «vesco»,)
+ Pier d'Alborea, che 'n tre vescovati,
+ secco negli anni, nel peccar fu fresco.--
+
+ 130 Noi eravamo al porto giá appressati;
+ e tutti vennon men su nella riva,
+ sí come un'ombra ed uomin non mai stati.
+
+ Io scesi in terra con la scorta diva,
+ ed ella disse a me:--Se ben pon' mente,
+ 135 la vita umana non si può dir viva;
+p. 132
+ ché solo solo un punto è nel presente,
+ e nel futur non è ed anco è 'ncerta,
+ e del passato in lei non è niente.
+
+ E, perché questa cosa ti sia esperta,
+ 140 pensa che un oro puro a parte a parte
+ a poco a poco in piombo si converta.
+
+ Se un venisse a te a domandarte,
+ tu non potresti dir che quel fusse oro,
+ da che dall'esser òr sempre si parte.
+
+ 145 Cosí è la vita di tutti coloro,
+ che 'l tempo mena a morte; e chi ben mira,
+ non dirá mai:--Io vivo,--ma--Io moro;--
+
+ ché, mentre il cielo sopra voi si gira,
+ logra la vita, ed è cagion quel moto
+ 150 del caso e qualitá che a morte tira.--
+
+ In questo ad ira Caròn fu commoto
+ e gridò forte:--Questa simil pena
+ ha l'uom; ma, come a cieco, non gli è noto;
+
+ ché 'l ciel fa il tempo, quel nocchier che mena
+ 155 l'uom navigando d'una in altra etade
+ sino alla ripa, ov'è l'ultima cena.
+
+ Dal tempo ha 'l corpo ogni infermitade;
+ e ciò, che è nel mondo all'uom molesto,
+ sí vien dal cielo o da natura cade.--
+
+ 160 Poi si partí Caròn fiero e rubesto.
+
+
+p. 133
+
+
+
+
+CAPITOLO VIII
+
+Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi.
+
+
+ Caròn la nave irato addietro mosse
+ e Palla opposta a lui mosse le piante;
+ e quasi un miglio credo andato fosse,
+
+ che trovammo giacere un gran gigante
+ 5 legato in terra e dietro resupino,
+ e sopra lui un gran vóltore stante,
+
+ che 'l becco torto avea come un uncino:
+ il petto gli smembrava il grande uccello
+ con grave doglia al misero tapino.
+
+ 10 --Minerva mia--diss'io,--che mostro è quello,
+ a cui il fegato dal vóltore è roso
+ tanto, che poco n'è rimaso d'ello?--
+
+ Perché «mostro» il nomai, gli fu noioso,
+ al mio parer; però la testa grande
+ 15 alzò, parlando irato e desdegnoso.
+
+ E disse:--O tu, che qui di me domande,
+ Tizio son io, a cui 'l fegato pasce
+ questo avoltore e tutto il giorno prande.
+
+ E poi la notte in petto mi rinasce
+ 20 e fassi preda allo bramoso rostro:
+ queste pene sostengo e queste ambasce.
+
+ Simile a me, che m'hai chiamato «mostro»,
+ in ciascun uomo è la parte mortale;
+ e che questo sia vero, io tel dimostro.
+
+ 25 Come vóltore, il caldo naturale
+ l'umido radicale in voi divora,
+ poi rinasce del cibo, ma non tale,
+p. 134
+ però che sempre la lega peggiora;
+ oltre la gioventú putrido fasse;
+ 30 per questo l'uomo invecchia e discolora.
+
+ Se 'l cielo sopra voi non si voltasse,
+ non averebbe il detto uccello il pasto,
+ né converria che cibo il ristorasse.
+
+ E se a me il petto è roso e guasto,
+ 35 la notte integramente lo risaldo;
+ sí che io in sempiterno vivo e basto.
+
+ Ma quel ch'è in voi consumato dal caldo,
+ se si rifá per prandio ovver per cena,
+ non sempre è sí perfetto, né sí saldo.
+
+ 40 E questo alla vecchiezza e morte mena,
+ e fame e sete; sí che vostro stato
+ vien meno ed ha a questa simil pena.--
+
+ Io non risposi, quand'ebbe parlato,
+ ché non volle Minerva; ond'ei la testa
+ 45 ripose risupina insú quel prato.
+
+ Trovammo poi in una gran foresta,
+ quant'un gigante grande, la Vecchiezza
+ tra molta gente dolorosa e mesta.
+
+ Ell'era guizza e piena di gravezza,
+ 50 magra, canuta e senza nessun dente,
+ poggiata ad un baston per debilezza.
+
+ Dirieto a lei veniva una gran gente,
+ che parevano vivi, ognun coniunto
+ inseme con un morto puzzolente.
+
+ 55 Cosí erano uniti a punto a punto,
+ sí come san Macario e san Bordone,
+ quand'un viveva e l'altro era defunto.
+
+ Quand'io considerai cotal passione
+ esser coniunti i vivi colli morti:
+ 60 --Oimè!--diss'io,--oh quanta afflizione!--
+
+ La vecchia mi guatò con gli occhi torti
+ e dissemi:--Se mai nel mondo riedi
+ dietro a colei che t'ha li passi scorti,
+p. 135
+ simile a quella pena, che tu vedi,
+ 65 lí troverai e le person penose.
+ Ma, perché forse questo a me non credi,
+
+ sappi che 'l mondo nomina le cose
+ non per diritto, ma per lo traverso:
+ però le veritá gli son nascose.
+
+ 70 Quando l'uom nasce nel mondo perverso,
+ che a vivere incomincia usate dire;
+ ma questo dir dal ver tutto è diverso,
+
+ però ch'allora incomincia a morire;
+ e, perché insieme insieme vive e more,
+ 75 col vivo il morto è lí anco l'unire.
+
+ Tutti gli anni, li mesi e tutte l'ore
+ che son passate, e ciò c'ha 'l tempo scemo,
+ nell'uomo è morto ed è di vita fuore.
+
+ Oh quanto è stolto quel, che 'l «ben faremo»
+ 80 conduce insino al serrar delle porte
+ e 'l ben poi principiar in sull'estremo!
+
+ Queste alme son dannate a cotal sorte,
+ perché nel mondo non fûr le lor vite
+ vive nell'operar, ma pigre e morte.
+
+ 85 E, se ben miri, son qui ben punite,
+ ché vive dalli morti hanno tormenti,
+ e come morte a morti sono unite.--
+
+ Quando ebbe detto delli negligenti,
+ piú oltre mi mostrò quivi dappresso
+ 90 l'Infermitá, che facean gran lamenti.
+
+ E disse:--Su nel mondo vanno spesso;
+ non può fare Ipocráte ed Avicenna
+ che 'l corpo uman non sia da loro oppresso.--
+
+ Non poteria giammai scriverlo penna
+ 95 la schiera grande che io vidi de' Morbi,
+ che fere all'uom, o che ferir gli accenna.
+
+ Quivi eran zoppi, monchi, sordi e orbi;
+ quivi era il Mal podagrico e di fianco,
+ quivi la Frenesia cogli occhi torbi.
+p. 136
+ 100 Quivi il Dolor gridante e non mai stanco,
+ quivi il Catarro con la gran cianfarda;
+ l'Asma, la Polmonia quivi eran anco.
+
+ L'Idropisia quivi era grave e tarda,
+ di tutte Febbri quel piano era pieno,
+ 105 quivi quel Mal che par che la carne arda.
+
+ Sí d'ammirazione io venni meno,
+ ch'arei laudato l'error d'Origene,
+ se non che Fede a me tirò il freno.
+
+ Dice che l'alma, che nel corpo viene,
+ 110 è un dimonio, il qual Iddio rinchiude
+ dentro alla carne sol per dargli pene.
+
+ E però il corpo umano è fatto incude
+ di tutti i colpi che 'l mondo saetta,
+ perché di sua superbia si denude.
+
+ 115 --Sta' fermo su la Fede, ch'è perfetta,--
+ disse Minerva, che, senza mio sermo,
+ vedea l'opinion, ch'i' avea concetta.
+
+ Ed io a lei:--Perché nel corpo infermo,
+ subietto al cielo e brutto e tanto vile,
+ 120 che tanto o poco piú è vile un vermo,
+
+ l'anima nostra, ch'è tanto gentile,
+ Dio la rinchiude ed in lui la trasfonde?
+ Trovò piú miser loco o sozzo o vile,
+
+ ove materia in nulla corrisponde
+ 125 alla sua forma? E però maraviglio
+ che l'anima del corpo si circonde.--
+
+ Come si schiara il padre verso il figlio,
+ che si rallegra quando egli ha ben detto,
+ cosí la dea ver' me rallegrò il ciglio.
+
+ 130 E disse:--Se 'l volere e lo 'ntelletto
+ con vostra carne fosse insieme unito,
+ il vostro arbitrio saria al ciel subietto.
+
+ E s'egli fosse dal cielo impedito,
+ non ritrarria la carne, che rimove
+ 135 spesse fiate dal vano appetito;
+p. 137
+ ché, se lo corpo all'obietto si move
+ e 'l voler vostro fusse uno con lui,
+ fren non sarebbe a ritirarlo altrove.
+
+ Questo è principio per provare a vui
+ 140 che puote l'anima aver subsistenza,
+ forniti che ha 'l corpo i giorni sui.--
+
+ Io anche dissi:--O dea di sapienza,
+ se 'l ciel mi tira, ed io tirato vado,
+ mosso dal corso ovver dall'influenza,
+
+ 145 dunque che biasmo avrò, se fo alcun lado?
+ O che loda e che onor io debbo avere,
+ s'io surgo al bene o s'io nel mal non cado?--
+
+ Ed ella a me:--Il ciel 'n voi ha potere
+ solo nel corpo, e s'e' al mal corresse,
+ 150 il vostro velle il puote ritenere.
+
+ Se prava ancor complessione avesse
+ da tempo o loco o da suoi genitori,
+ esser potrebbe ch'al mal si movesse;
+
+ perché, secondo che 'n voi son gli umori,
+ 155 cosí si move il carnal desidèro
+ ad ire, invidie, ad odii ed amori.
+
+ Ma volontá in voi ha 'l sommo impero
+ di ciascun senso umano, e può guidarlo
+ e soggiogarlo ad ogni ministero.
+
+ 160 Dunque l'arbitrio, del qual io ti parlo,
+ perché guida il timon di tutto il legno
+ e può a scoglio ed a porto drizzarlo,
+
+ di biasmo e loda egli diventa degno,
+ secondo che va ritto o che devia
+ 165 dal dritto porto ovver dal dritto segno.--
+
+ Poscia di quindi noi andammo via.
+
+
+p. 138
+
+
+
+
+CAPITOLO IX
+
+Come l'autore trova la Morte,
+la quale parla acerbamente contro i mortali.
+
+
+ --Le rote delli ciel tanto son vòlte
+ --disse Minerva,--che, da che venisti,
+ tre ore della vita t'hanno tolte.
+
+ La vita e 'l tempo, se tu ben udisti,
+ 5 son una cosa; e quanto dell'un perde,
+ tanto perdi dell'altro e tanto acquisti.
+
+ Convien omai che tu cammini inver' de
+ colei, la quale a ciò che nasce è fine,
+ e che fa secco ciò che pria fu verde.
+
+ 10 Non col passo dei piè te gli avvicine
+ o meno o piú, ma di sopra li cieli
+ voltati fan che tu ver' lei cammine.
+
+ --Con tanta oscuritá il dir mi veli
+ --risposi a lei,--che ben io non l'intendo
+ 15 qual fine è questo, se tu non riveli.
+
+ Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo
+ che giá tre ore mia vita è scemata,
+ mentre noi queste cose andiam vedendo.--
+
+ Ed ella a me:--Stolto è colui che guata
+ 20 solo alla vita e non rimira il porto,
+ al qual fa ogni dí una giornata.
+
+ In questa valle, nella qual t'ho scorto,
+ vedrai la Morte--Palla mi sobiunse;--
+ però fa' che, passando, tu sie accorto.--
+
+ 25 Sí gran timore allora al cor mi giunse,
+ quand'io udii dover veder la Morte,
+ che ancor mi punge: tanto allor mi punse.
+p. 139
+ E le mie guance diventonno smorte,
+ ché 'l sangue si restrinse tutto al core,
+ 30 come natura fa, perché 'l conforte.
+
+ Però la dea a me:--Perc'hai timore
+ di quella cosa, che convien che sia
+ e debbesi aspettar in tutte l'ore?
+
+ Dato è il quando e l'ordine e la via
+ 35 del pervenire al termine giá posto:
+ né fia la morte piú tarda, né in pria.
+
+ E, se non sai se egli è tardo o tosto
+ della tua vita il tuo ultimo punto,
+ star déi ognora accorto e ben disposto.
+
+ 40 Acciò che tu non sia improvviso giunto,
+ propon' che il tempo incerto, che ti resta,
+ sia tutto giá presente ovver consunto.
+
+ Il tempo logra a voi la mortal festa;
+ e le tre Parche tessono alla voglia
+ 45 di quel Signor, che a tempo ve la presta.
+
+ E, quando Morte di quella vi spoglia,
+ rimane in voi ciò che non gli è subietto:
+ però l'alma non sente mortal doglia;
+
+ ché vostra volontá e l'intelletto
+ 50 e tutto quel che 'n voi non è brutale,
+ subsiste piú vivace e piú perfetto.
+
+ In terra torna il corpo animale,
+ e l'alma, ch'è dal ciel, su al ciel riede,
+ ciascun al suo principio originale.--
+
+ 55 Gran passion gran conforto richiede;
+ però Minerva alla mia gran paura
+ questa monizion lunga mi diede.
+
+ Com'uom che va per la via non sicura,
+ che mira e tace pel sospetto grande,
+ 60 cosí, temendo, intorno io ponea cura.
+
+ E però Palla a me:--Mentre tu ande
+ inverso a quella, a cui pervenir déi,
+ perché pur temi e di lei non domande?--
+p. 140
+ Ond'io risposi:--Volontier saprei
+ 65 quant'ella sta ancor a noi da cesso,
+ innanti ch'io pervenga insino a lei.--
+
+ Ed ella a me:--A voi non è concesso
+ del cammin vostro di saper il quanto;
+ ma ella in ogni loco è molto appresso;
+
+ 70 ch'ella discorre ed è veloce tanto
+ per questa valle, per la qual tu vai,
+ che in ciascun punto ell'è in ogni canto.--
+
+ Per questo piú acuto allor mirai
+ e vidi lei in un caval sedere
+ 75 negro e veloce piú che nessun mai.
+
+ Avea le guance guizze, magre e nere:
+ crudel la vista e sí oscura e buia,
+ ch'io chiusi gli occhi per non la vedere.
+
+ E perché ogni uomo volontier s'attuia
+ 80 gli occhi per non vederla, tanto è brutta,
+ per ciò ella va occulta come fuia.
+
+ --Mia--sí dicea,--mia è la gente tutta:
+ quanta n'è nata e nascerá al mondo,
+ destruggerò e l'altra ho giá destrutta.
+
+ 85 Quando alcun crede star sano e giocondo,
+ io l'assalisco, e quanto è piú gagliardo,
+ piú tosto al mio voler lo mando al fondo.
+
+ Imperatori o re non ho in riguardo;
+ a' miseri, che stanno in pena acerba,
+ 90 mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo.
+
+ Ciò che nasce nel mondo, a me si serba,
+ e che ha carne e corpo, cresce e vive:
+ tutto fia mio insino all'ultim'erba.--
+
+ Di molti morti io vidi poscia quive
+ 95 sí grande strage, che rispetto a quella
+ nullo poeta sí grande la scrive;
+
+ non quella che riempiè i moggi d'anella,
+ non quella che la peste fe' in Egina,
+ né quella, della qual Lucan favella.
+p. 141
+ 100 Di quelli morti tra la gran rovina
+ un si levò, che solo il cuoio e l'osse
+ avea e verminose le intestina.
+
+ E disse:--Poiché noi siam nelle fosse,
+ son nostri alunni e compagni li vermi.
+ 105 Oh fine oscuro delle umane posse!
+
+ E, perché questo io meglio vel confermi,
+ guatate i corpi fracidi di noi:
+ per me' vedergli, alquanto state fermi.
+
+ Quali ora siete voi, ed io giá foi:
+ 110 e quale io sono, tutti torneranno
+ que' che son nati e che nasceran poi.
+
+ In questo loco papi meco stanno,
+ imperatori, re e cardinali;
+ né piú che gli altri qui potenzia hanno,
+
+ 115 perché all'estremo tutti quanti equali
+ ne fa la morte, ai ben felici atroce,
+ e tarda e dolce agl'infelici mali.
+
+ Oh lasso me! L'indugio quanto nòce!
+ E quel, che si dé' fare, averlo fatto,
+ 120 oh quanto acquista del tempo veloce!
+
+ Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto;
+ e questo il fe' la mia pigrizia sola,
+ ché non soccorsi, com'io potea, ratto.
+
+ Io fui giá Uguccion dalla Fagiola.--
+ 125 Poi come morto ricadde supino,
+ ratto ch'egli ebbe detto esta parola.
+
+ Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino
+ tenea: per questo il cor sí m'invilío,
+ ch'io non curava piú del mio cammino.
+
+ 130 Ma quella, che guidava il passo mio,
+ disse:--Che hai, che stai ammirativo
+ e, come pria, venir non hai disio?
+
+ Non sapei tu che ombra è 'l corpo vivo,
+ e che trapassa e fugge come un vento,
+ 135 e cibo a' vermi è poi, di vita privo?
+p. 142
+ Se tu non vuoi, morendo, essere spento,
+ cammina sí, che quella vita cresca,
+ che 'l ciel non logra col suo movimento.--
+
+ Come infingardo, a cui l'andar incresca,
+ 140 e, perché vada ratto, alcun gli grida,
+ ch'allor s'affretta e li passi rinfresca;
+
+ cosí fec'io al dir della mia guida,
+ tanto ch'io trapassai il regno afflitto
+ del rio pirata e crudele omicida.
+
+ 145 E dietro alla mia dea andando io dritto,
+ pervenni in loco, ove trovai una porta;
+ e quel che seguirá quivi era scritto,
+
+ il qual io lessi ed anco la mia scorta.
+
+
+p. 143
+
+
+
+
+CAPITOLO X
+
+Dove l'autore discorre delle pene,
+che l'uomo dá a se stesso per false opinioni.
+
+
+ «Voi, che salite al secondo reame,
+ intrate qui per questa porta inferna,
+ che sempre aperto tiene il suo serrame.
+
+ Dentro ve fa la via una caverna,
+ 5 la qual salendo sette miglia gira,
+ ove nulla è che chiaro occhio discerna.
+
+ Questa conduce al loco, ove martíra
+ l'uomo se stesso, e di sé fa vendetta,
+ e fassi il colpo, onde piange e sospira».
+
+ 10 Vista che avemmo la scrittura e letta,
+ intrammo la caverna alla man destra
+ per una via oscura ed anco stretta.
+
+ Ma dietro all'orme della mia maestra
+ io sempre andai, e per un sasso fesso
+ 15 uscimmo fòra, a guisa di finestra.
+
+ E su nell'aere, alquanto a noi appresso,
+ vidi una donna alata trasmutarse
+ in diverse figure spesso spesso.
+
+ Grande come gigante prima apparse;
+ 20 poi piccola si fece e lieta e trista;
+ giovine e vecchia poi la vidi farse.
+
+ --Chi se'--gridai,--che piú cambi la vista,
+ che Acchilogo, e nullo essere vero
+ par che 'n te sia, ovver che 'n te persista?
+
+ 25 --La Falsa Opinion son del pensiero
+ --disse volando,--e questo loco tegno,
+ ov'io dimostro il bianco per lo nero.
+p. 144
+ Qui sta la Fantasia, qui sta lo Sdegno,
+ Speranza, Amor, Timor e Alterezza,
+ 30 Sospizion, 'Resia sta in questo regno.
+
+ Io fo povero alcun nella ricchezza
+ e fo la povertá allegra tanto,
+ ch'alcun la porta e nulla n'ha gravezza;
+
+ sí come avvien che 'n povertá alquanto
+ 35 equal son due, e l'un non se ne cura,
+ e l'altro si lamenta e fa gran pianto.
+
+ Se da sé fosse quella soma dura,
+ alli due pazienti equal sería,
+ se l'operante è di simil natura.--
+
+ 40 L'Opinion, ovver la Fantasia,
+ per l'aer se n'andò, movendo l'ale,
+ e mutava sembianti tuttavia.
+
+ --Quella è la grave peste e 'l grave male
+ --disse Minerva a me;--quella è cagione
+ 45 di molto duol, che l'uom nel mondo assale.
+
+ S'alcuno è ricco, e la sua opinione
+ a questa veritá gli contradice,
+ egli se stesso in povertá ripone.
+
+ Nessun può esser in stato felice,
+ 50 se a quello non concorre il suo parere,
+ come concorre al frutto sua radice.
+
+ Come la frenesia, che fa vedere
+ un per un altro, e 'l vin, quando ubbriaca
+ non lassa ben vedere le cose vere;
+
+ 55 cosí tre passion, che son la ra'ca
+ di tutti i vizi: il troppo amore e spene
+ e 'l timor anco all'uom la mente opaca.
+
+ Per queste tre, quando son troppe, avviene
+ che si disvia ed erra l'intelletto,
+ 60 tanto che 'l ver non può conoscer bene:
+
+ come alcun che ha il palato infetto,
+ che gusta il dolce, e pargli che sia amaro
+ e giudica in contrario il proprio obbietto.
+p. 145
+ Altramente il superbo ovver l'avaro
+ 65 estima alcuna cosa, ed altramente
+ l'animo buono e di vertú preclaro.
+
+ E secondo l'etá cosí la gente
+ credon le cose, ed altramente estima
+ chi porta l'odio che chi d'amor sente.
+
+ 70 La puerizia ovver l'etade prima
+ errando crede che solazzo e gioco
+ tra tutti i ben sovran tenga la cima.
+
+ E, poiché quell'etá tramuta loco,
+ dietro all'amor ne va l'adolescenza,
+ 75 e i ludi giá passati estima poco.
+
+ Nell'etá terza, c'ha piú conoscenza,
+ reputa i giochi e l'amor esser vano,
+ e solo estima onore ed eccellenza.
+
+ Poi nella quarta etá dal capo cano
+ 80 s'avvede ch'ogni etá era ingannata,
+ e pone all'avarizia allor la mano.
+
+ Se, quando è su la morte, addietro guata,
+ il cammin della vita, il qual è ito,
+ gli pare un'ombra o cosa non mai stata.
+
+ 85 Svegliasi quando del mondo è partito,
+ e vede ciò c'ha tempo esser menzogna,
+ rispetto all'eternal, che è infinito.
+
+ Sí come spesso avvien, quando alcun sogna,
+ che, mentre dorme, gli par manifesto
+ 90 aver dell'oro in man quanto bisogna,
+
+ e, quando torna in sé e ch'egli è desto,
+ e' qui si scorna e dice nel suo core:
+ --Oimè! oimè! perché non fu ver questo?--
+
+ cosí l'anima umana, quando è fuore
+ 95 della sua carne, allor ella comprende
+ che il mondo è sogno, e conosce il suo errore.
+
+ Iti eravamo omai quanto si stende
+ quell'ampia valle, e noi trovammo un colle,
+ che ben duo miglia su da alto pende.
+p. 146
+ 100 Minerva salse il monte e poscia volle
+ che dietro a lei seguissi le vestige,
+ se non voleva andar sí come uom folle.
+
+ Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige,
+ fatto alla forma ch'io l'avea veduto
+ 105 giú nell'inferno in ogni sua effige.
+
+ Io era insino al lito suo venuto,
+ e per mirar fermai i passi mei,
+ per la gran nebbia risguardando acuto.
+
+ --Questa negra palude, che tu véi,
+ 110 è quella, per cui iura il sommo Iove
+ --disse Minerva--e iuran gli altri dèi.
+
+ Ciò che cade da cielo, ovver che piove,
+ ciò che dall'aere o su dal foco cade,
+ e ciò che l'acqua sé purgando move,
+
+ 115 si aduna qui da tutte le contrade:
+ ogni sozzura ed ogni sucidume,
+ tutta la marcia delle cose frade.--
+
+ Per penetrar la nebbia e 'l folto fume,
+ facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo,
+ 120 come fa alcun, quand'egli ha poco lume.
+
+ Quanto piú m'appressava, maggior puzzo
+ senteva al naso e tanto n'era offenso,
+ che soffiando io facea dell'aere spruzzo.
+
+ Tutta la timiama ovver l'incenso,
+ 125 che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne,
+ non mitigaría quel fetore immenso.
+
+ Lí eran l'arpie con pallide penne,
+ con facce umane, storte, irate e guerce,
+ fetenti sí, che 'l naso nol sostenne.
+
+ 130 Facean lamenti su le smorte querce,
+ e 'l misero Fineo mangiava sotto
+ vivande, ch'eran di lor sterco lerce.
+
+ Una di lor mi disse questo motto:
+ --O tu, che questo inferno passi vivo,
+ 135 dietro alli passi di Palla condotto,
+p. 147
+ perché ti atturi il naso e mostri schivo?
+ Tu sai che l'uomo nel vostro emispero
+ piú di noi non è netto ovver giulivo:
+
+ ché egli è un sacco pien di vittupèro,
+ 140 e tra gli altri animal che son nel mondo,
+ vuole in nettarsi maggior ministero.
+
+ Tu sai ch'e' per la cima e per lo fondo
+ e dello corpo suo per nove fori
+ sparge il fastidio, piú che noi immondo.
+
+ 145 Al sucidume e suoi corrotti umori
+ per delicanza concorron le mosche,
+ sí come l'api sopra belli fiori.
+
+ --Trapassa ratto este contrade fosche
+ --disse a me Palla--e non gli far risposta:
+ 150 basta che l'abbi viste e le conosche.--
+
+ Allora mi partii senza far sosta
+ e vieppiú oltre una gente trovai,
+ ch'avean la soma in la lor testa posta,
+
+ la qual convien che portin sempremai.
+
+
+p. 148
+
+
+
+
+CAPITOLO XI
+
+Dove si tratta della pena di Sisifo.
+
+
+ Noi pervenimmo in una gran foresta,
+ ove gente trovai, ch'ognuno un sasso
+ avea per soma su nella sua testa.
+
+ Per una piaggia insú moveano il passo,
+ 5 e, giunti al monte, poi scendeano al piano,
+ e poi risalian su laggiú da basso.
+
+ Venir ver' noi non molto da lontano
+ un'alma carca vidi d'un gigante
+ maggior sei volte e piú d'un corpo umano.
+
+ 10 Io dissi a lei, quand'io gli fui davante:
+ --Dimmi chi se', che porti sí gran soma,
+ ch'appena portería un elefante.
+
+ --Sisifo son, che 'l gran poeta noma,
+ --disse. E poi giunse:--A voi mortali è posta
+ 15 soma maggior ch'a me, e piú vi doma.
+
+ E perché meglio intendi mia risposta
+ e che tu sappi ben ch'io non agogno,
+ a quel, che ora dirò, l'orecchio accosta.
+
+ Il timor della morte e del bisogno,
+ 20 amor e speme a voi pon maggior pesi,
+ che non fa l'enco, quando appare in sogno.--
+
+ E, perché questo dir non ben compresi,
+ dissi a Minerva:--O dea, questo sermone
+ ben non intendo, se non l'appalesi.--
+
+ 25 Ed ella a me:--Quel Signor, che dispone
+ e regge il tutto, a chiunque al mondo nasce
+ della sua soma sua gravezza pone.
+p. 149
+ Con pena prima sta dentro alle fasce
+ e col sudor di colei che 'l nutríca,
+ 30 e di colui che poi, vivendo, il pasce.
+
+ Poi che cresciuti son, chi s'affatica
+ dietro all'aratro e la terra rivolta,
+ ché non produca spine ovver ortica;
+
+ chi con paura e con fatica molta
+ 35 giunge, cercando il mare, alla vecchiezza,
+ sepolto dentro a' pesci alcuna volta;
+
+ chi mercatanta per aver ricchezza,
+ e quel, che con fatica egli rauna,
+ a chi pervenga nulla n'ha certezza;
+
+ 40 _et tamen_ senza sonno e posa alcuna
+ la voglia sempre ha fame e mai non s'empie
+ ed al piú pasto, piú riman digiuna;
+
+ chi segue Marte e le sue opere empie
+ facendo sé centauro biforme,
+ 45 armato a ferro indosso e nelle tempie;
+
+ chi mangia a posta altrui e vegghia e dorme
+ sol per aver il rimorchiato pasto,
+ e va subietto dietro all'altrui orme;
+
+ chi, per sanar all'uom il membro guasto,
+ 50 Ippocrate si fa; e chi legista
+ per vender le parole e far contrasto.--
+
+ Quand'ella dicea questo, alzai la vista
+ inverso il monte e vidi un'altra gente,
+ ch'avea la soma di splendor sofista.
+
+ 55 --Chi son color che 'l carco hanno splendente?
+ --diss'io a Minerva.--Saria forse quello,
+ perché si porti piú leggeramente?--
+
+ Ed ella a me:--Perché 'l peso sia bello,
+ non è però che egli sia piú lieve,
+ 60 né dá a colui, che 'l porta, men flagello;
+
+ ché una libra di penne è tanto greve,
+ non piú, né men quant'una libra d'oro
+ al dosso che la porta e la riceve.
+p. 150
+ E se saper tu vuoi chi son coloro,
+ 65 son quelli, dalli quai si signoreggia,
+ e però 'l peso han con sí bel lavoro.
+
+ Come la bestia, che ben somereggia,
+ va piú adornata ed ha miglior prebende
+ ed è onorata di freno e di streggia;
+
+ 70 cosí han quelli il peso che risplende,
+ ma sotto quel colore sta nascosto
+ la soma greve, che la mente offende.
+
+ Per questo giá gridò Cesare Agosto:
+ --Quando sará ch'io scarchi i pesi gravi
+ 75 del pondo imperial, sopra me posto?--
+
+ Gridò Gregorio che 'l manto e le chiavi
+ ed ogni reggimento ha tanto pondo,
+ che gli altri sonno a rispetto soavi.
+
+ Ahi! quanti credon su nel mortal mondo
+ 80 alcun aver in poppa il prosper vento,
+ e sé averlo in prora e non secondo!
+
+ Che se colui, il qual credon contento,
+ dicesse quant'è afflitta la sua voglia,
+ direbbon sé aver minor tormento.
+
+ 85 Ahi! quanti son che sguardano alla invoglia
+ della gran soma, a cui se lo somiere
+ dicesse il suo gran peso e la gran doglia,
+
+ piglierian le lor some volentiere,
+ come minori e di piú lieve affanno,
+ 90 piú atte al loro dosso e piú leggiere!
+
+ Ahi! quanti son che or a basso stanno,
+ che 'n terra con la soma caderiéno
+ del signorile scettro e primo scanno!
+
+ Quanti son ricchi ed in stato sereno,
+ 95 che, della povertá portando il peso,
+ la forza e la vertú lor verria meno!
+
+ Saul in terra morto andò disteso,
+ portando la soma alta e con bei fregi,
+ che, stando a basso pria, non era offeso.
+p. 151
+ 100 Chi sta in alto, il basso non dispregi;
+ e chi sta al basso ed ha la soma oscura,
+ non abbia invidia a prenci ed a gran regi.--
+
+ E poscia ad altri molti io posi cura,
+ ch'ognun sopra la soma era premuto
+ 105 da circumstanti suoi per fargli iniura.
+
+ Udii gridar indarno:--Aiuto! aiuto!--
+ con pianti e con sospir; ma la pietade
+ ivi era sorda a chi non era muto.
+
+ Ed uno a noi gridò:--Guai a chi cade!
+ 110 ché, bench'abbia abbondanza di consigli,
+ non però trova chi aiutarlo bade.--
+
+ La dea rispose:--O tu, che sí bisbigli,
+ perché al caso tuo cordoglio porto,
+ t'adiuterò, se 'l mio consiglio pigli.
+
+ 115 Se vuoi alla gran soma alcun conforto,
+ pensa di quei che portan maggior carchi
+ che non hai tu, e portanli piú a torto.
+
+ E guarda ben che l'amor non ti carchi,
+ e la spene e 'l timor se ti dán pena,
+ 120 degno è che sol di te tu ti rammarchi.--
+
+ Poich'ebbe esto consiglio, un'ora appena
+ egli era stato, e quivi un fanciul venne
+ con bella faccia e di letizia piena.
+
+ Due ali adorne avea di belle penne
+ 125 piú che paone, ed in mano avea l'arco,
+ dal qual Achille giá 'l colpo sostenne.
+
+ Costui gli pose sopra tanto carco,
+ mostrando il dolce e celando l'amaro,
+ che 'l fece pianger con pianto e rammarco.
+
+ 130 Poi venne un altro, che tutto contraro
+ era a quel primo in tutte sue fattezze,
+ col viso negro quanto il primo chiaro.
+
+ Questo gli pose ancor molte gravezze,
+ poi venne innanti a noi una donna anco
+ 135 col riso in bocca e piena d'allegrezze.
+p. 152
+ E, benché egli fusse lasso e stanco,
+ con altri pesi ancor gli carcò il dosso.
+ Allora disse:--Oimè! che vengo manco.--
+
+ Mentre diceva:--Oimè! che piú non posso
+ 140 portar tante gravezze,--e' cadde in terra,
+ fiaccandosi la testa ed anche ogni osso.
+
+ --Io fui da Lucca e detto Forteguerra
+ --diss'egli a noi:--a far la grande impresa
+ m'indusse spem, che fa che spesso uom erra.
+
+ 145 Ella mi fece far la molta spesa
+ e posemi l'incarco della parte,
+ che sempre a chi n'è capo troppo pesa.
+
+ --Nulla averebbe potuto gravarte
+ --diss'io a lui,--se tu alla scorta mia
+ 150 creduto avessi in tutto ovver in parte.
+
+ Ma, s'e' ti piace, volentier vorria
+ che mi contassi le doglie penose,
+ che la speranza pone in questa via.--
+
+ Ond'egli, sospirando, mi rispose:
+ 155 --Sappi che la fallace e vana spene
+ principalmente si fonda in due cose.
+
+ O ella aspetta scemarsi le pene,
+ ch'ella sostien, o desiando sguarda
+ poter avere alcuno amato bene.
+
+ 160 Se l'una e l'altra d'este due si tarda,
+ ovver che manchi, l'animo tormenta;
+ ma affligge molto piú, quand'è bugiarda.
+
+ Benché tante fiate a noi ne menta,
+ come hai provato, ancor se gli dá fede:
+ 165 tanto con le losinghe altrui contenta;
+
+ che 'l miser'uomo sempre ratto crede
+ quel che desia; ma quel, ch'egli ha 'n temenza,
+ non crede si rimova, se nol vede.--
+
+ Poi piú non disse; e femmo indi partenza.
+
+
+p. 153
+
+
+
+
+CAPITOLO XII
+
+Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona il timore.
+
+
+ Dietro a Minerva cento passi o quasi
+ su salsi un monte e pervenni alla cima
+ a veder quei che temon tutti i casi.
+
+ Lí era un piano, e, quando mirai prima,
+ 5 vidi una strada insino all'altra sponda
+ lunga due miglia, quanto alla mia stima,
+
+ ch'era diamètro nella valle tonda:
+ quivi saper può bene il geomètra
+ quanto quel piano intorno a sé circonda.
+
+ 10 Ne' semicerchi della valle tetra
+ anime vidi di fuor della strada,
+ la qual lastreco avea di nera pietra.
+
+ Ed ognuna dell'alme in alto bada
+ un grande sasso, che cader minaccia
+ 15 tanto, che par che tosto in capo cada.
+
+ Per questo alzata insú tengon la faccia,
+ temendo che non cada con ruina
+ il sasso a lor in testa e che gli sfaccia.
+
+ Ahi, quanto punge del timor la spina!
+ 20 e quanto affligge il core il mal futuro,
+ che l'uomo aspetta e quasi lo indovina!
+
+ Pensa, lettor, se stessi sotto un muro,
+ che fosse per cadere, o sotto un tetto,
+ e se 'l dovervi stare fosse duro!
+
+ 25 Pensa se avessi un uom incontra 'l petto
+ coll'arco teso e fuggir non potessi,
+ ed ei dicesse:--Tosto ti saetto!--
+p. 154
+ Cosí han questi, di paura oppressi,
+ gli archi di contra e però stan tremanti
+ 30 che sassi e dardi non percuota ad essi.
+
+ Per dar lor piú timor, al volto innanti
+ discorrono i Mal sogni e 'l Mal presaggio,
+ l'upupa, il gufo e 'l corvo con lor canti.
+
+ Su per la strada era il nostro viaggio,
+ 35 e trovai Fleias ch'era qui il primaio
+ del gran timor con pallido visaggio.
+
+ --O Fleias,--dissi io,--che a tanto guaio
+ se' posto qui e tremi vieppiú forte
+ che 'l vecchio can nel freddo di gennaio,
+
+ 40 Apollo ha posto te a cotal sorte
+ per tua superbia e di te fa vendetta,
+ che 'n sempiterno questo tremor porte.
+
+ Assai è minor pena a chi suspetta
+ solo in un punto ricever il duolo,
+ 45 che sempre temer l'arco e la saetta;
+
+ ché 'l timor seco mena grande stuolo
+ d'assalitori, ed ognuno il cor punge:
+ adunque è meglio aver un colpo solo.
+
+ Per darti piú timore ancor s'aggiunge
+ 50 all'arco il sasso, e temi che non caggia
+ e non ti fiacchi il capo, quando giunge.
+
+ --Nel mondo, ove tu sal' di piaggia in piaggia
+ --rispose,--proverai simil doglienza,
+ se vi pervieni colla scorta saggia.
+
+ 55 Lí vederai tu il don di provvidenza
+ farsi una lima che se stessa rode,
+ di mille casi avversi c'ha 'n temenza.
+
+ E vedrai le ricchezze non far prode:
+ tanto di povertá il timore affligge,
+ 60 che 'l possessor di lor lieto non gode.
+
+ Che giova all'uom la vita, se l'effigge
+ dell'orribile morte ognor l'accora
+ e sempre di paura lo trafigge?
+p. 155
+ L'affaticato cibo, che ristora,
+ 65 mentre si mangia, infermitá e sospiri
+ menaccia al proprio corpo, che 'l divora.
+
+ Se suso inverso il ciel ancor tu miri,
+ menaccia a te il Giudice di sopra,
+ se gli fai cosa, per la qual s'adiri.
+
+ 70 La terra, che convien che ancora il copra,
+ e giú l'interno ancor gli fa paura,
+ sí come punitor di sua mal'opra.
+
+ Se a destro ed a sinistro si pon cura,
+ vede che ogni vizio quivi offende,
+ 75 e teme a' suoi coniunti ogni sciagura.--
+
+ Ahi quanto di vergogna il viso accende,
+ quando alcun riprendente è poi ripreso
+ di quel medesmo, del qual e' riprende!
+
+ Cosí io feci, quando l'ebbi inteso;
+ 80 e però dissi:--Prego mi perdoni,
+ se, Fleias, col mio dir t'avessi offeso.
+
+ --O tu, ch'andi la strada e che ragioni
+ e dietro a dea Minerva movi i passi,
+ vedendo d'esto inferno le magioni:
+
+ 85 --cosí gridò un de' miseri lassi
+ e poi subiunse:--io prego che tu torche
+ verso me il viso, innanti che tu passi.--
+
+ Io mi voltai e vidi un su le forche
+ col capo chino tanto, che le guancia
+ 90 a lui toccava quasi una dell'orche.
+
+ --Morte e paura io posi in la bilancia
+ --subiunse,--e poi la morte col capestro
+ elessi a me per men pungente lancia.
+
+ Troppo temendo in me il caso sinestro,
+ 95 me stesso uccisi: io son Architofelle,
+ che fui nel consigliar sí gran maestro.
+
+ Meco sta qui Saúl, re d'Israelle,
+ e quei roman, che sol timor gli strinse
+ e non vertú a spogliarsi la pelle.--
+p. 156
+ 100 Alquanto inver' di lui li passi pinse
+ sol per parlarli; ma la dea non volle
+ ch'io parlassi a colui, che sé estinse;
+
+ ché, se fortuna il ben temporal tolle,
+ non lieva però mai d'alcun la spene,
+ 105 s'egli da se medesmo non è folle.
+
+ --Tu vederai, se tu ammiri bene,
+ non tremar nullo, ch'abbia sé ucciso:
+ risguarda, ed io dirò onde ciò viene.--
+
+ Però io riguardai con l'occhio fiso;
+ 110 poi, vòlto a lei, diss'io:--Perché non trema
+ qualunque dalla vita ha sé diviso?--
+
+ Ed ella a me:--Quando la spen si scema
+ tanto in alcun, che niente rimane,
+ colui non ha amor, né anco téma;
+
+ 115 ché le paure e l'allegrezze umane
+ procedon da speranza e dall'amore,
+ che porta l'uomo a vostre cose vane.
+
+ Però, se tutto, amor e spene, more,
+ mor la letizia, che da lor procede,
+ 120 e la paura, e sol ha poi il dolore.
+
+ Il qual il disperato fuggir crede,
+ fuggendo sé, e uccide allor se stesso
+ con crudeltá, credendo far mercede.
+
+ E, se speranza non avesse appresso
+ 125 il fren d'alcun timor, cresceria tanto,
+ che faria stolto per lo troppo eccesso.
+
+ Cosí il timor, se seco non ha accanto
+ dolcezza di speranza, tanto teme
+ e tanto vien in doglia ed in gran pianto,
+
+ 130 che nol sostiene e sé di morte oppreme;
+ ch'ogni timor all'uomo è sí a noia,
+ che piú tosto vuol morte che lui inseme.
+
+ Nulla allegrezza e nulla cara gioia
+ è tanto dolce, che rispetto a quella
+ 135 non sia piú amaro all'uom temer che moia.
+p. 157
+ E tu sai ben che l'_Etica_ favella
+ che 'l timor troppo nullo portar puote:
+ tanto la mente e l'animo flagella.
+
+ E da qui il timor van, se tu ben note,
+ 140 in mille modi il suo balestro scocca
+ nel mondo all'uom e l'animo percuote;
+
+ tanto che giá come presente tocca
+ quel che non è e forse fia niente,
+ e giá piangere fa la mente sciocca.
+
+ 145 Se a questo e a quel ch'io dissi ben pon' mente,
+ nulla pena è maggior che star in forse
+ di quel che spiace e che pò far dolente.
+
+ Ognun ch'al van timor ben si soccorse,
+ spregia la morte e sol teme il Monarca,
+ 150 che 'l tempo breve e la vita ne porse:
+
+ cosí senza timor secur si varca.--
+
+
+p. 158
+
+
+
+
+CAPITOLO XIII
+
+Come l'autore vede la Fortuna.
+
+
+ Per l'aspero cammin di quella valle
+ eravamo iti, al mio parer, un miglio,
+ lasciando il van timor dietro alle spalle,
+
+ quando per veder meglio alzai lo ciglio
+ 5 e dalla lunga la Fortuna io vide
+ mirabil sí, ch'ancor me 'n maraviglio.
+
+ Minerva a me:--Se ti losinga o ride,
+ e s'ella mostra a te il viso giocondo,
+ fa' ch'allor ben ti guardi e non ti fide.
+
+ 10 Quella è che molti inganna in questo mondo
+ col rider suo e spesso alcun inalza
+ per abbassarlo e farlo ire al fondo.
+
+ Guarda la faccia sua quant'ella è falza
+ e che di chiara in torba la trasmuta,
+ 15 quando da alto alcuno in terra sbalza.--
+
+ Quando da presso poi l'ebbi veduta,
+ conobbi quant'è grande quella donna,
+ quant'è sinistra e quanto alcuno adiuta.
+
+ Era maggior che non fu mai colonna,
+ 20 e sol dinanti avea capelli in testa,
+ e d'oro fin dinanti avea la gonna.
+
+ Ma dietro calva, e dietro avea la vesta
+ tutta stracciata, ed era di quel panno,
+ che vedoa porta in dosso, quando è mesta.
+
+ 25 Ghignando con un riso pien d'inganno,
+ volgea con una man sette gran rote,
+ che come spere in questo mondo stanno.
+p. 159
+ La quarta er'alta insino onde percote
+ con le saette Iove, ove il vapore,
+ 30 dal gel costretto, da sé l'acqua scuote.
+
+ La terza d'ogni lato era minore,
+ e le seconde poi minor che quelle;
+ e minime eran poi quelle di fuore.
+
+ Nella metá le ruote paralelle,
+ 35 dico nella metá, ch'alla 'nsú monta,
+ erano orate e preziose e belle.
+
+ Ma l'altra parte, quando su è gionta,
+ giú vien calando a quella donna dietro;
+ quanto piú cala, piú del mal s'impronta
+
+ 40 e fassi oscura; e da quel lato tetro
+ descender vidi molti a capo basso
+ con gran lamento e doloroso metro.
+
+ Poiché caduti son con gran fracasso,
+ ogni amico li fugge e li dispregia:
+ 45 chi li sospinge e chi lor dá del sasso.
+
+ Ma alli salenti dalla parte egregia
+ ognun si mostra amico ne' sembianti:
+ chi li losinga e chi di loda 'i fregia.
+
+ Come da due nel carro triunfanti
+ 50 mescolato era il dolce con l'amaro,
+ usando inver' di lor contrari canti,
+
+ cosí su ad alto e giuso due cantâro
+ nel colmo delle rote e due di sotto,
+ un d'allegrezza e l'altro del contraro.
+
+ 55 La dea Minerva giá m'avea condotto
+ sino alla donna, che voltava il giro:
+ allor parlò, che pria non facea motto.
+
+ E disse:--Io, che a basso e ad alto tiro
+ le sette rote, son la dea Fortuna
+ 60 e solo a quei dinanti lieta miro.
+
+ Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna
+ in me di securtá ovver fidanza,
+ ch'io mostro faccia chiara, e quando bruna.
+p. 160
+ E nullo a basso perda la speranza
+ 65 tutta di me, ché spesso io son la scala
+ di poner in ricchezza e gran possanza.
+
+ Ma vegga ben ognun, anzi ch'e' sala,
+ che non si lagni poi, né faccia grido,
+ se 'l mando a quella parte che 'ngiú cala;
+
+ 70 ché, quando si lamenta, ed io mi rido;
+ e se me chiama cruda, ed io lui pazzo,
+ che 'n tanta sicurtá faceva il nido.
+
+ E questo è 'l gioco mio e 'l mio solazzo,
+ atterrar quel dalla parte suprema,
+ 75 ed esaltare un vestito di lazzo.
+
+ Se falsa alcun mi chiama e mi biastema,
+ io non me 'n curo, e lamentevol voce
+ dell'allegrezze mie niente scema.--
+
+ Io riguardai la rota piú veloce,
+ 80 di cui il cerchio quasi terra tocca;
+ e lí stava uno a gran tormento e croce.
+
+ E quando sotto va l'anima sciocca,
+ tra 'l duro suolo e la rota s'accoglie,
+ e gli strascina il ventre giú e la bocca.
+
+ 85 --Colui che su e giú ha tante doglie,
+ è Ission ed ha tal penitenza,
+ ché volle a Iove giá toglier la moglie;
+
+ ché la sposa di Dio sua Provvidenza
+ procacciò di veder col suo intelletto,
+ 90 sí come vano colla sua scienza.
+
+ Saper si puote bene alcuno effetto,
+ quand'è futuro, nella sua cagione,
+ come puoi nella _Fisica_ aver letto.
+
+ Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone,
+ 95 se Dio non lo rivela, mai si vede
+ da intelletto creato o per ragione.
+
+ Or mira quel che su nel colmo siede
+ del terzo cerchio e piú salir non pò,
+ che cosí ride e securo esser crede.
+p. 161
+ 100 Quegli è il milanese Barnabò;
+ ma tosto mostrerá Fortuna il gioco,
+ com'ella sòle e s'apparecchia mò.
+
+ L'altro, che sale dietro a lui un poco,
+ è suo nipote, il qual del reggimento
+ 105 il caccerá e sederá in suo loco.
+
+ E quanto ad una cifra cresce il cento,
+ cotanto accrescerá il biscion lombardo
+ e di Toscana fie in parte contento;
+
+ se non che 'l giglio roscio, c'ha lo sguardo
+ 110 sempre a sua libertá, contro lui opposto
+ fará che 'l suo pensier verrá bugiardo.
+
+ Nella seconda rota in cima è posto
+ Cola Renzo tribuno, ed è salito
+ nel colmo, ond'altra volta fu deposto.
+
+ 115 Ma stato è troppo folle e troppo ardito,
+ c'ha presa la milizia su nel sangue
+ de' principi roman tanto gradito,
+
+ per che Colonna ed altri ancor ne langue;
+ ma tosto Roma a lui trarrá il veleno,
+ 120 c'ha nella lingua il malizioso angue.
+
+ Nel primo cerchio, che si volge meno,
+ stanno li duci che si mutan spesso:
+ però da ogni parte n'è sí pieno.
+
+ E quel, che sale al sommo ed è sí presso,
+ 125 tre volte a quella ruota gira intorno,
+ e su e giú tre volte será messo.
+
+ Egli è chiamato Antoniotto Adorno:
+ Genova bella, nella quale è nato,
+ metterá ne' malanni e nel mal giorno.
+
+ 130 Nel quinto cerchio lá dall'altro lato
+ regina sta magnifica Ioanna
+ col capo di Sicilia incoronato.
+
+ Ma la Fortuna, che ridendo inganna,
+ mostrerá a lei ed a quel che sal poi,
+ 135 che chi in lei fida, sta in baston di canna.
+p. 162
+ Del sesto cerchio se tu saper vuoi,
+ lí sonno posti i novelli Caini,
+ consumatori de' fratelli suoi,
+
+ quei Della Scala spiatati Mastini
+ 140 e piú crudeli che rabbioso cane;
+ ma tosto abbasso calaranno chini.
+
+ Dall'altra rota, che di lí rimane,
+ Ioanni dell'Agnello fará il salto,
+ mutando il fasto e le sembianze vane.
+
+ 145 E proverá quant'è duro lo smalto
+ del suol di Lucca, quando la percossa
+ egli averá, cadendo su da alto.
+
+ Romperagli quel caso l'anche e l'ossa;
+ ed in un punto le terre, ch'egli ha,
+ 150 e Pisa del suo iugo sará scossa;
+
+ ed ei saprá s'è duro: e ben gli sta.
+
+
+p. 163
+
+
+
+
+CAPITOLO XIV
+
+Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha il vero fondamento.
+
+
+ Poscia salendo un monte ruinoso,
+ noi ci partimmo ed, in un pian saliti,
+ trovammo altro martír molto penoso.
+
+ Uomin vedemmo insieme molto uniti,
+ 5 come di molti corpi un si facesse;
+ ma i volti eran distinti e dispartiti.
+
+ Pensa, lettore, un mostro che avesse
+ un grande busto, e, bench'egli foss'uno,
+ un collo molti capi contenesse.
+
+ 10 Vero è che lor color o bianco o bruno
+ e lor gionture e lor lineamenti
+ aperti si parean in ciascheduno.
+
+ Lí stan dimoni e con spade taglienti
+ dividon quelli, e, quando alcun si parte,
+ 15 li capi piangon tutti e son dolenti.
+
+ Non credo che spargesse giammai Marte
+ cotanto sangue; né fo mai battaglia
+ di tai ferite, né si legge in carte.
+
+ Non vale qui lo scudo ovver la maglia;
+ 20 ché la iustizia dá le gran percosse,
+ ed ei fatt'han le spade, che li taglia.
+
+ Vidi un dimonio, che irato si mosse
+ ed un recise intorno in ogni canto,
+ sí ch'e' rimase come un fusto fosse.
+
+ 25 Un capo sol rimase e con gran pianto
+ a me si volse e disse:--O tu, che mena
+ seco Minerva, a me risguarda alquanto.
+p. 164
+ Vedi l'amor quanto a noi torna in pena
+ E tanto affliggon piú le parentele,
+ 30 quanto pria strinson con maggior catena.
+
+ Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mèle
+ del dolce amor de' figli e de' congiunti,
+ quando gli uccide la morte crudele!
+
+ Diece figliuoli in salda etade giunti,
+ 35 nove nepoti ebb'io ed un fratello,
+ e poi li vidi in un mese defunti.
+
+ Com'io, che 'n questo inferno ti favello,
+ intorno intorno son cosí tagliato
+ e, perché troppo amai, ho tal flagello;
+
+ 40 cosí interviene all'uom, quando l'amato
+ figlio o fratel gli è tolto, e piú tormenta,
+ quanto piú forte è coniunto e legato.
+
+ La casa, onde fui io, è tutta spenta;
+ fui da Perugia, di santo Ercolano,
+ 45 e de' Vencioli la prima somenta.--
+
+ Per la piatá ingavicchiai la mano,
+ e volea dar risposta a sue parole;
+ ma e' sparío sí come un corpo vano.
+
+ Ond'io dissi alla dea:--Se tanto duole
+ 50 la cosa amata, quand'altrui si toglie,
+ ben è stolto colui ch'ama e ben vuole.
+
+ Se non voglio d'amor sentir le doglie,
+ non posso avere al cor migliore scudo,
+ se non che d'ogni amore mi dispoglie.
+
+ 55 E, se questo facessi, saría crudo;
+ ché, se non amo le persone note,
+ sarei di caritá e di piatá nudo.
+
+ Né anco il posso far, ché mal si pote
+ ben rifrenar a che natura inclina:
+ 60 tanto a quel corso son le cose mote.
+
+ --Tra tutte l'altre cose la piú fina
+ --disse Minerva a me--è 'l dolce amore,
+ se dal ver fundamento non declina.
+p. 165
+ Ma, se nel fundamento sta l'errore,
+ 65 quanto piú l'edifizio cresce o sale,
+ tanto fa piú ruina e duol maggiore.
+
+ Fundamento è che quanto alcun ben vale,
+ tanto si stimi e tanto amore accenda,
+ quant'egli ha di bontá e men di male.
+
+ 70 E, s'egli è ben che d'altro ben dependa,
+ non s'ami quasi per sé esistente,
+ se vuoi che, quando è tolto, non t'offenda.
+
+ Fundamento è che quel, ch'è dipendente,
+ non s'ami come fermo e per sé stante,
+ 75 ch'ei da se sol non ha essere niente;
+
+ ché 'l Creator le cose tutte quante
+ fe' di niente, e, s'egli le lassasse,
+ niente tornerian come che innante.
+
+ Adunque come il servo, che estimasse
+ 80 essere sue le cose del signorso
+ e come proprie sue cosí le amasse,
+
+ se poi gli fusson tolte, saría morso
+ di gran dolore ed avería li duoli
+ per quell'error, nel qual è in prima corso;
+
+ 85 cosí fanno li padri de' figliuoli,
+ e de' coniunti li mondani stolti,
+ che gli estimano stanti e per se soli.
+
+ E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti,
+ quando fûr morti, fe' questa risposta:
+ 90 --Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti.--
+
+ Tu mi dicesti nella tua proposta:
+ --A nullo, amando, voglio avere affetto,
+ dacché, perduto, tanto amaro costa.--
+
+ Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto
+ 95 e temperato sí, che, se 'l divide
+ o Dio od altro, non t'affligga il petto.--
+
+ Ed io a lei:--Maestra, che mi guide,
+ dimostra a me ancora un altro vero,
+ ch'è sí oscur, che mai mia mente il vide.
+p. 166
+ 100 Tu di' che volontá ha 'l summo impero
+ di nostra barca e che regge il timone
+ di tutti i sensi e 'l carnal desidèro.
+
+ S'egli è cosí, or dimmi qual cagione
+ piú volte vince questa volontade,
+ 105 che non pò far quel che vuol la ragione,
+
+ che par contrario alla sua nobiltade,
+ poiché libero arbitrio gli è concesso,
+ sí che 'l sí e 'l no sia in sua libertade.
+
+ Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo
+ 110 e non ha forza a poterlo ritrare:
+ tanto Amor puote e vince per eccesso.
+
+ Ben so che ogni cosa debbo amare
+ in quanto è buona, e solo in Dio è buona;
+ e, benché 'l sappia, io non lo posso fare.--
+
+ 115 Ed ella a me:--Vostra natura è prona
+ agl'impeti de' sensi, e, se v'indura
+ per molta usanza e troppo s'abbandona,
+
+ allora l'uso converte natura,
+ sí che ragion non può guidare il freno
+ 120 del desiderio bene a dirittura.
+
+ Di diecemila uno ed ancor meno
+ si trova, che co' sensi non s'accorde
+ in tutto o in parte col voler terreno.
+
+ L'amor vi può legar con quattro corde:
+ 125 la prima è di Cupido la gran fiamma,
+ l'altra è di cupidigia e voglie ingorde,
+
+ poi de coniunti, figli, padre e mamma,
+ e 'l quarto amor d'amici ed è sí poco,
+ quanto rispetto a mille è una dramma.
+
+ 130 Or sappi di Cupido che 'l gran foco
+ e l'amor de' coniunti tanto lega
+ e l'amor della borsa e d'ampio loco,
+
+ ch'è molto forte che ragion il rega,
+ se gran virtú non rompe il gran legame,
+ 135 che tanto forte inver' l'amato piega.
+p. 167
+ E, benché Dio ne dica ch'ognun l'ame,
+ ciascuna d'este fun sí forte tiene,
+ ch'a lui non lascia ir, benché vi chiame.
+
+ E perciò nel Vangelio si contiene
+ 140 che amiate Dio col core e colla forza,
+ sí come il primo e piú sovrano bene.
+
+ E, se avvien ch'altro amore vi torza,
+ rompete quella fun, ch'altrove tira
+ colla vertú, che giammai non s'ammorza.
+
+ 145 Siate come Sanson, commosso ad ira,
+ quando li fe' la moglie il grave laccio,
+ cioè l'amor carnal, a chi ben mira.
+
+ E cosí, Dio amando senza impaccio,
+ colla virtú che sta nelli capelli
+ 150 e non sta nella carne ovver nel braccio,
+
+ d'amor carnal non si senton fragelli.--
+
+
+p. 168
+
+
+
+
+CAPITOLO XV
+
+Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo,
+e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini.
+
+
+ Nel terzo regno su per quella piaggia
+ noi devenimmo, ed, alzando le ciglia,
+ sí come piacque alla mia scorta saggia,
+
+ vidi di Dite la cittá vermiglia,
+ 5 di mille miglia intorno, ed in figura
+ a Dite dell'inferno s'assomiglia.
+
+ Di ferro ardente avea le grandi mura,
+ a ogni cento piè avea una torre,
+ con guardian, che mi facea paura.
+
+ 10 Attorno delle mura un fiume corre,
+ ardente piú che non è il fuso rame,
+ quando in campana per canal trascorre.
+
+ Bolliva piú assai che 'l Bollicame,
+ e, perché ferve, però Flegetonte
+ 15 il suo vocabol convien che si chiame.
+
+ Dalla ripa alla porta era per ponte
+ attraversato e steso un sottil filo,
+ pel qual chi in Dite va, convien che monte.
+
+ Non fe' sí sottil riga giammai stilo,
+ 20 né filò sí sottil giammai aragna,
+ com'è la via che mena in quell'asilo.
+
+ Su per quel fil sottil la mia compagna
+ prima si mosse, e, poiché un passo diede,
+ disse che andassi dietro a sue calcagna.
+
+ 25 Io non andai, ma tenni fermo il piede,
+ dicendo a lei:--Non verrò, perché temo,
+ ché non son io legger quanto tu crede.--
+p. 169
+ Cosí, standomi fermo su l'estremo
+ di quella ripa, dicea:--Non verraggio,
+ 30 se noi per altra via non anderemo.--
+
+ Palla, per rifrancare a me il coraggio,
+ tre volte lá e qua 'l filo trascorse,
+ come colui ch'assecura il viaggio.
+
+ E, poiché la sua man alla mia porse,
+ 35 resposi:--Io vegno, da che piú ti piace;
+ ma forte temo e del cader so' in forse.--
+
+ Su per lo fil piú sottil che bambace
+ io passai Flegetonte e sua mal'onda,
+ ch'ardea di sotto piú che una fornace.
+
+ 40 Quando giunse Minerva all'altra sponda,
+ ella chiamò come chi chiama forte
+ un che sia lunge e vòl che gli risponda.
+
+ E disse:--Aprite a noi queste gran porte,
+ ché siam discesi nel maligno piano
+ 45 per veder Pluto, il tempio e la sua corte.--
+
+ Risposto fu:--Il vostro passo è vano:
+ nullo entrar puote, s'e' non porta seco
+ o presente o denar nella sua mano.--
+
+ La dea subiunse:--Me' che denar reco:
+ 50 però apri a noi tosto, o portinaio,
+ a me ed a costui, il qual è meco.--
+
+ Mamon, che tra coloro era il primaio,
+ la gran porta di Dite in fretta aperse,
+ ratto ch'udí nominar il denaio.
+
+ 55 Ma, quando vide poi che nulla offerse,
+ con grande sdegno ne guardò in tortoni,
+ e poscia irato este parol proferse:
+
+ --Or dimmi dove son questi gran doni,
+ che di' ch'arrechi, o donna, e ch'a noi porti,
+ 60 che piú che li denar di' che son buoni.
+
+ Ma entrasi cosí nelle gran corti?
+ Uscite fuora e ritornate addietro
+ tu e costui, a cui ha' i passi scorti.
+p. 170
+ --Da tal Signor il mio andar impetro
+ 65 --disse Minerva,--ch'io non ho temenza,
+ quantunque mostri a noi il volto tetro.
+
+ E 'l don, che reco meco, è la scienza,
+ che non si perde mai quand'io la insegno:
+ però piú che null'oro è di eccellenza.
+
+ 70 Palla son io, che a questo loco vegno,
+ e son dell'arme, d'arti e di scolari
+ prima maestra e forma d'ogni ingegno.--
+
+ Mamon rispose:--Chiunque vuol, impari,
+ ché la scienza qui non è di pregio,
+ 75 e nulla vale a rispetto ai denari.
+
+ Ma, se veder volete il gran collegio
+ del nostro Pluto, andate alla man destra,
+ e 'l mio consiglio non abbiate a spregio.--
+
+ Minerva a lui:--Ognun male ammaestra,
+ 80 se pria no' impara; e mal guida saría
+ chiunque non sa il cammin, pel quale addestra.--
+
+ Cosí dicendo, non prese la via,
+ ch'egli avea detto, ma salí s'un'erta,
+ che ben due miglia d'un monte pendía.
+
+ 85 Nell'altra valle selvaggia e deserta
+ Circe trovai, la maladetta maga,
+ che fa che l'uomo in bestia si converta.
+
+ Con gli occhi putti e con la faccia vaga
+ losinga altrui e con ridente grifo,
+ 90 acciò che l'alme a sue malíe attraga.
+
+ Nella sinistra man tenea un cifo,
+ il qual empiè di sí brutto veneno,
+ che ancor, pensando, me ne viene schifo.
+
+ Io vidi un uomo, a cui lo porse pieno,
+ 95 diavolo farsi, quand'ella gliel diede,
+ a membro a membro e l'uman venir meno.
+
+ In piè di cigno in prima mutò il piede
+ e poi le gambe, e poi d'un babbuino
+ mise la coda e 'l membro ove si siede.
+p. 171
+ 100 Il ventre fe' squamoso e serpentino,
+ e negro il petto piú che gelso mézzo,
+ le man pelose e l'ugne quasi uncino.
+
+ Mentre si trasmutava a pezzo a pezzo,
+ mise due ali assai piú ner che corvo;
+ 105 cornuto il capo e 'l viso fe' d'un ghezzo.
+
+ La bocca fe' d'un porco, il naso córvo:
+ cosí dimon si fece a poco a poco
+ cogli occhi rosci e collo sguardo torvo.
+
+ Per tutti i nove fòr gittava foco;
+ 110 ma nella bocca egli era acceso piue
+ che una fiamma, in che soffiasse coco.
+
+ Mentr'i' ammirava, ancor ne vidi due
+ del maladetto cifo abbeverarne;
+ e l'un diventò lupo, e l'altro bue.
+
+ 115 Io vidi molti poscia trasmutarne
+ in cani e volpi ed in leoni ed orsi,
+ e draghi farsi dall'umana carne.
+
+ Per tutti i lochi, ch'io avea trascorsi,
+ non stetti cosa a veder tanto vaga
+ 120 quanto che questa, quand'io me n'accorsi.
+
+ --Ahi, gente fatta alla divina imago
+ --disse Minerva,--perché 'n te trasmuti
+ la bella effigie in lupo ovver in drago?
+
+ Perché visson giá questi come bruti,
+ 125 a lor Iustizia questa pena rende,
+ che li sembianti umani abbian perduti;
+
+ ché non è uom, se 'l vizio tanto apprende,
+ che non conosce il male e non ha pena
+ e non vergogna e téma, quando offende;
+
+ 130 ché Dio ha posta in voi luce serena,
+ che fa che il mal da prima si conosca,
+ e vergogna e timor dá, che 'l raffrena.
+
+ Ma, quando alcun tanto il peccato attosca,
+ che non vergogna e che non ha timore,
+ 135 segno è che quella luce in lui è fosca.
+p. 172
+ E questo mena poi in piú errore,
+ ch'e' piace a se medesmo quando pecca,
+ e del mal suo s'allegra e dell'angore.
+
+ Ogni bontá umana allor è secca,
+ 140 che loda il vizio per virtude vera,
+ e piacegli chi uccide, robba e mecca.
+
+ E, se in tal vizio indura e persevèra,
+ allora 'n lui 'l peccar si fa _necesse_,
+ e di emendarsi al tutto si dispera.
+
+ 145 Sappi anco che non toglie l'uman _esse_
+ il male, al qual fragilitá conduce,
+ né da ignoranza le colpe commesse;
+
+ ché tutta non oscuran quella luce,
+ che Dio ha posto in voi, della ragione,
+ 150 che téma, duolo e vergogna produce.
+
+ Quel che vedesti, che si fe' demòne
+ e fe' l'aspetto tanto brutto e rio,
+ fu spoletino e detto Servagnone:
+
+ ladro, assassin, biastimator di Dio
+ 155 e dispettoso d'ogni cosa bona
+ e nemico ad ogni atto onesto e pio.
+
+ L'altro s'assomigliò a Licaona,
+ il terzo al mostro posto nel Labrinto,
+ che uomo e toro fu 'n una persona.
+
+ 160 Né l'un né l'altro ben era distinto:
+ or puoi saper di lor qual fu il peccato,
+ che 'n lor l'aspetto umano ha tutto estinto,
+
+ e perché 'n bestia ciascuno è mutato.--
+
+
+p. 173
+
+
+
+
+CAPITOLO XVI
+
+Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani.
+
+
+ Nullo, se non Iddio, conosce il cuore,
+ e vede ogni palese ed ogni occolto;
+ ma l'uom pò iudicar sol quel di fòre.
+
+ Però chi estima altrui secondo il volto
+ 5 ovver nell'apparenza che fuor vede,
+ spesse volte gli avvien ch'egli erra molto.
+
+ E per questo intervien ch'è poca fede
+ e che gli antichi ed ognun ch'è ben saggio,
+ si guarda piú, e meno ad altri crede.
+
+ 10 Io era ancor nel loco che detto aggio,
+ ove sta Circe nella valle trista,
+ che 'n bestia sa mutar l'uman visaggio.
+
+ Lí era gente piú piacente in vista
+ che nullo albergator nel proprio albergo
+ 15 o mala putta di losinghe artista.
+
+ E mentre dietro a dea Minerva pergo,
+ ella mi disse:--Fa' che qui ti guardi,
+ e fa' che sempre tu mi venghi a tergo.
+
+ Se tu per mezzo del mio scudo sguardi,
+ 20 tu vederai pel mio cristallin vetro
+ i cor di tutti questi esser bugiardi.--
+
+ Onde, sguardando ed a lei stando dietro,
+ io vidi ciò ch'a me prima era oscuro;
+ e forte mi fia a dirlo in questo metro.
+
+ 25 Per queste rime mie, lettor, ti giuro
+ che alcun di quelli dentro era un serpente
+ e nella vista fuor pareva uom puro.
+p. 174
+ Ed alcun altro, quando posi mente,
+ di fuor pareva pur un sant'Antonio
+ 30 e dentro un lupo rapace e mordente.
+
+ Agnol di fòre, e dentro era un demonio
+ alcun di quei, quando li vedea nudi:
+ se dico il ver, Dio mi sia testimonio.
+
+ --O sacra dea, che tanto ben mi scudi
+ 35 --diss'io a lei:--oh quanto tradimento!
+ quanti Gani stan qui e quanti Iudi!
+
+ Sí come ad Amasa giá prese il mento
+ Ioab e disse a lui:--Salve, fratello!--
+ mentre l'uccise con pena e tormento;
+
+ 40 cosí sotto al sembiante blando e bello
+ molti di questi nascondon l'inganno,
+ che portan dentro al cor malvagio e fello.--
+
+ Ed ella a me:--Quando risurgeranno
+ questi cotal dalla falsa apparenza,
+ 45 la vista, che han dentro, prenderanno;
+
+ ché Dio ha dato lor questa sentenza,
+ che forma umana da lor non si pigli,
+ da che han mutata in bestia lor semenza.
+
+ Or mira in alto ed alza su li cigli.--
+ 50 Ond'io li alzai e vidi le tre Furie
+ col volto irato e cogli occhi vermigli.
+
+ Figura avean di donna, a cui iniurie
+ un'altra donna pel tolto marito,
+ quando si turba che con lei lussurie.
+
+ 55 Col viso irato, crudele ed ardito
+ strigneano i denti e strabuzzavan gli occhi
+ inverso me, menacciando col dito.
+
+ --Regina mia--diss'io,--or non adocchi
+ che di paura io vengo tutto manco
+ 60 e tremanmi le gambe e li ginocchi?--
+
+ Ed ella a me:--Sta' forte e col cor franco,
+ e non temer niente i lor fragelli,
+ mentre hai lo scudo mio e staimi a fianco.
+p. 175
+ Quella che di scorzoni ha li capelli,
+ 65 Megera ha nome, crudeltá dell'ira:
+ vedi c'ha tutti i peli a serpentelli.
+
+ Aletto è l'altra, che 'n torton ti mira,
+ che ha tanti serpi d'intorno alle tempie,
+ e nasce di colei ch'al ben sospira.
+
+ 70 L'altra, c'ha le sembianze tanto scempie,
+ è quella falsa crudeltá, che nacque
+ del mostro che di cibo mai non s'empie.
+
+ Ella gridò, ch'al mio parer gli spiacque
+ ch'io dicessi:--Cosí venne Medusa
+ 75 per l'amor di colui che regge l'acque.
+
+ Tesifone, costui a faccia chiusa
+ vedrá il Gorgon: or t'è venuto in fallo
+ che 'l faccia pietra, sí come e' far usa.--
+
+ Per mezzo del mio scudo del cristallo
+ 80 vedrai quel mostro, ed io a viso nudo
+ veder nol curo; ed ella il perché sallo.--
+
+ Io stavo a prova ben dietro allo scudo,
+ quando apparve Medusa, il crudel mostro,
+ superbo, orrendo, dispettoso e crudo;
+
+ 85 e sopra quelli di quel tristo chiostro
+ sol con lo sguardo un tal veneno asperse,
+ ch'era piú ner che non fu mai inchiostro.
+
+ Allor tutti pigliôn forme diverse
+ dentro alla mente, e secondo le colpe
+ 90 cotal figure avean nel cor submerse.
+
+ Alcun si fe' leon ed alcun volpe,
+ alcun dimonio, alcun lupo rapace;
+ ma tutti avían di fuore umane polpe.
+
+ --O sacra dea, chi è colui che pace
+ 95 mostra nel volto e par soave e piano,
+ e dentro al cor come un diavol giace?--
+
+ Ed ella a me:--È Iacopo d'Appiano.
+ Molti son qui de' traditor di Pisa;
+ ma egli sopra tutti è il piú sovrano.
+p. 176
+ 100 'Nanti che fusse l'anima divisa
+ dal corpo suo, tal era nel pensiero;
+ però è trasmutato in questa guisa.
+
+ Egli tradí il nobil messer Piero
+ de' Gambacorti e fe' dei figli preda,
+ 105 mentre a lor si mostrava amico vero.
+
+ E lasciò dopo lui l'avaro ereda
+ colui che fe' la bella Pisa schiava
+ e per dinar la die', che si posseda.
+
+ E quel secondo, in cui tossico e bava
+ 110 sparse Medusa e venenolli il petto,
+ e c'ha la mente dentro tanto prava,
+
+ fu re di Cipri, chiamato Iacchetto.
+ Al suo fratel maggior diede la morte,
+ mentre a riposo giaceva nel letto,
+
+ 115 cioè al re Pietro magnanimo e forte,
+ che 'n Alessandria giá mise la 'nsegna
+ dentr'alla piazza e vinse le sue porte.
+
+ Quel terzo, c'ha la faccia sí benegna
+ e dentro è tutto quanto serpentino
+ 120 e c'ha la mente di venen sí pregna,
+
+ fu Della Scala e fu crudel Mastino.
+ Il suo fratel maggior uccise pria
+ e poi fu del minor ancor Caino.
+
+ Morto il primaio, ed ei sen fuggí via
+ 125 per la paura, ed allor di Verona
+ l'altro fratel pigliò la signoria.
+
+ Mandò pel fratricida e a lui perdona;
+ e tanto amore inver' di lui accese,
+ che la bacchetta signoril li dona.
+
+ 130 Costui il donator ligato prese
+ e stretto el fece mettere in prigione:
+ cosí fu grato a chi fu a lui cortese.
+
+ E poi 'n quell'ora ch'ognun si dispone
+ in su l'estremo, e contrito e confesso
+ 135 si rende a Dio con gran divozione,
+p. 177
+ costui mandò il dispiatato messo,
+ e fe' mozzare al suo fratel la testa,
+ e di vederla contentò se stesso.
+
+ Or fu mai crudeltá maggior che questa?
+ 140 Non quella ch'a Tieste fece Atreo,
+ quando i figli mangiar gli die' per festa;
+
+ non quella di Nettunno e di Teseo;
+ ch'ognun di questi, a chi ponesse cura,
+ iniuria il fece cosí esser reo.
+
+ 145 Ma costui non offesa, non iniura,
+ non la cagion, per che fu morto Remo,
+ che pria bagnò di sangue l'alte mura.
+
+ Ma sol si fece d'ogni piatá scemo,
+ ché dopo lui 'l fratello non regnasse:
+ 150 per questo il fe' morir su nell'estremo.
+
+ O doppio fratricida, se tu lasse
+ la doppia prole, il tuo paterno esempio
+ degno è ch'ancor da lor si seguitasse;
+
+ ché l'uno uccise l'altro crudo ed empio,
+ 155 e della Scala fu l'ultima feccia,
+ che sen fuggí del veronese tempio
+
+ dietro a colei che solo in fronte ha treccia.
+
+
+p. 178
+
+
+
+
+CAPITOLO XVII
+
+Come l'autore vede il tempio di Plutone.
+
+
+ Continuando per la gran foresta
+ io vidi il tempio di Pluton da cesso,
+ presso ad un'acqua, che avea gran tempesta.
+
+ E, quando giunto fui insino ad esso,
+ 5 vidi ch'era fundato in sulla rena
+ di quel gran fiume, che li corre appresso.
+
+ Io forte ammiraria che non sel mena
+ quel gran torrente: tanto forte corre,
+ quando tra' vento e quando egli è 'n gran piena,
+
+ 10 non fusse che quel tempio ha una torre,
+ che su la pietra viva sta fundata:
+ però quell'acqua non la pò via tôrre.
+
+ Quando Minerva fu in sull'intrata,
+ mi die' la mano; e, quando dentro fummo,
+ 15 ratto dal portinar fu domandata:
+
+ --O voi ch'entrate qui, adorate il Nummo?--
+ La dea rispose:--Certo adoro Deo;
+ ché fuor di lui ogni altra cosa è fummo.--
+
+ Similemente anche risposi eo,
+ 20 perché mi ricordai della risposta,
+ che fe' san Paulo dentro al Coliseo.
+
+ Io vidi su in una sede posta
+ seder Plutone e poscia Radamanto,
+ Minos ed Eaco star dall'altra costa.
+
+ 25 Ben mille poi sedíen dall'altro canto
+ nel crudel tempio, formato al contrario
+ a quel che fece Cristo umile e santo;
+
+ ché in quel di Cristo il pover volontario
+ era il piú ricco, ed umiltá fa grande,
+ 30 sí come apparve in Pietro, suo vicario.
+p. 179
+ In questo, in cui avarizia si spande,
+ quell'è maggior che piú aver possede,
+ e quel si fa che regga e che comande.
+
+ Iustizia, caritá e ferma fede
+ 35 fundâr quest'altro, e 'l sangue e dura morte,
+ che die' 'l martirio dietro al primo erede.
+
+ Però sta fermo ed anco è tanto forte,
+ che nol vincon Satán e tutti i suoi,
+ né posson contro lui l'infernal porte.
+
+ 40 In mezzo a quel collegio venne poi
+ un mostro armato in forma tanto brutta,
+ che, pur pensando, ancor par che mi nòi.
+
+ La faccia umana avea di mala putta
+ e tutto il busto in forma serpentina;
+ 45 ed ella d'oro era coperta tutta.
+
+ Sotto suoi piè teneva una regina
+ tanto formosa, che la sua beltade
+ non parea cosa umana, ma divina.
+
+ E colla coda armata di tre spade
+ 50 la percoteva tanto asperamente,
+ che ogni gran crudel n'aría piatade.
+
+ --Quel c'ha la faccia umana ed è serpente
+ --disse Minerva,--della belva nacque,
+ che diede ad Eva il cibo fraudulente.--
+
+ 55 Poi, rimirando, sí come a lei piacque,
+ io vidi l'idol Nummo del talento,
+ che stava presso alle tempestose acque.
+
+ E credi a me, lettor, ché non ti mento,
+ che da Pluto e da' suoi era onorato
+ 60 vieppiú che Dio assai per ognun cento.
+
+ Plutone in prima a lui inginocchiato,
+ poi tutti gli altri gli offersero un core,
+ il don che al sommo Dio saría piú grato.
+
+ E come Ignazio «Iesú Salvatore»,
+ 65 cosí tra quelli cori io vidi scritto
+ «denar», «denar», «denar» dentro e di fuore.
+p. 180
+ La vergine, a cu' il petto avea trafitto
+ colla sua coda armata il mostro fello,
+ menata fu all'idol quivi ritto.
+
+ 70 E come Pirro innanzi al tristo avello
+ del padre Achille uccise Polisena,
+ stando ella mansueta come agnello;
+
+ cosí la fèra con dispregio e pena
+ sacrificò la verginetta pura,
+ 75 spargendo quivi il sangue d'ogni vena.
+
+ Ed ella intorno intorno ponea cura
+ a' circumstanti per aver difese,
+ e nullo la subvenne in tanta iniura.
+
+ Un angel venne ed in braccio la prese,
+ 80 dicendo:--La donzella ch'è qui morta,
+ è viva in ciel, onde prima discese.--
+
+ E poscia verso la celeste porta
+ con lei in braccio mosse il santo volo,
+ come falcon che 'nsú la preda porta.
+
+ 85 Il mostro, che del drago fu figliuolo,
+ inver' la gente, ch'era quivi, corse,
+ blando leccando alcun come cagnolo.
+
+ Ed alcun altro crudelmente morse
+ prima col dente acuto e venenoso,
+ 90 poi con la coda, che come uncin torse.
+
+ Nel tempio, a quel di Dio fatto a ritroso,
+ Proserpina era reina infernale,
+ adulterata spesso dal suo sposo;
+
+ ché, non guardando chi, come, né quale,
+ 95 purch'al marito suo si dica:--Io pago,--
+ la 'spone ad adulterio e ad ogni male.
+
+ E presso al fiume su in un gran drago,
+ che diece colli avea e diece teste,
+ stava a seder coll'occhio putto e vago.
+
+ 100 Il vestimento suo, il qual ei veste,
+ di purpura era, e teneva il piè manco
+ dentro nell'acqua di sí gran tempeste.
+p. 181
+ Poi in un cifo ben pulito e bianco
+ vidi ch'e' bebbe sangue e inebriosse
+ 105 piú che briaco, ch'io vedesse unquanco.
+
+ In questo il mostro inver' di noi si mosse;
+ e diece teste mison sette corni;
+ e fieramente l'un l'altro percosse.
+
+ Quando será, o putta, che tu torni
+ 110 al primo stato, alla tua madre antica,
+ nel prato, ove coglievi i fiori adorni?
+
+ Tu giá vivesti nel mondo pudica,
+ e Luna in cielo e ne' boschi Diana
+ innanzi ch'a Pluton tu fussi amica,
+
+ 115 allora quando in ogni cosa vana
+ davi del calcio, e quando eri tenuta
+ come regina e non come puttana.
+
+ Poscia che quella donna ebbi veduta,
+ Minerva di quel tempio rio mi trasse
+ 120 per quella porta, ond'ella era venuta.
+
+ E su per una via volle che andasse,
+ ove demòni stavan con uncini,
+ con reti e lacci, ch'alcun ve cascasse.
+
+ --O dea--diss'io,--qual via vuoi che cammini?
+ 125 Or chi será colui, che quinci vada,
+ che in alcun d'esti lacci non ruini?--
+
+ Ed ella a me:--Per mezzo della strada
+ chi va e non declina a nulla parte,
+ securo va che ne' lacci non cada.
+
+ 130 E, perché qui bisogna senno e arte,
+ il fren ti metterò; e, s'io ti meno,
+ non temer mai che possi illaquearte.--
+
+ Cosí dicendo, ella mi mise un freno;
+ poscia mi mise nell'aspro viaggio,
+ 135 ch'era d'uncini e lacci e reti pieno.
+
+ Quando io vi penso, ancor paura n'aggio
+ di que' dimòni e di que' lacci tesi,
+ ne' quai cade ciascun che non è saggio.
+p. 182
+ Da ogni parte io vidi molti presi,
+ 140 fra' quai conobbi messer Gualterotto;
+ e vennemi piatá quando lo 'ntesi.
+
+ E' disse a me:--Perché da me fu rotto
+ nel mondo ogni statuto e li decreti,
+ però tra questi uncini io son condotto.
+
+ 145 Leggi iustiniane e que' de' preti
+ non usa il mondo se non per guadagno:
+ però lassú son fatte come reti.
+
+ Come rompe il moscon la tela al ragno,
+ e non la mosca, cosí gli uomin grandi
+ 150 straccian le leggi e danvi del calcagno.--
+
+ Poi disse:--Or satisfa' a' miei domandi:
+ dimmi s'è ver che li pisan sian schiavi,
+ e de' Lanfranchi miei, mentre tu andi.--
+
+ Ed io a lui:--Le signorie soavi
+ 155 non si conoscon mai dalli subietti,
+ se non poscia ch'e' provan le piú gravi.
+
+ Sappi ch'i tuoi pisan son sí costretti
+ sotto quel giogo, che 'l dinar lor mise,
+ che i Gambacorti sono or benedetti.
+
+ 160 Poscia che 'l traditor d'Appiano uccise
+ messer Pier Gambacorti e i figlioli anchi
+ a tradimento e piangendo ne rise
+
+ ed uccise anche i primi de' Lanfranchi,
+ egli vendette la cittá d'Alfea,
+ 165 sí che li tuoi pisani or non son franchi.--
+
+ Tanto m'avea menato oltre la dea
+ continuando per l'aspero calle,
+ che, se piú detto avesse, io non l'odea.
+
+ Quando noi fummo in una lunga valle,
+ 170 la dea Minerva allor mi trasse il camo,
+ che m'avea posto in bocca e sulle spalle.
+
+ E, quando un altro monte salivamo,
+ vidi color che dietro son cavalli,
+ e son dinanzi nepoti di Adamo,
+
+ 175 avvolti di serpenti verdi e gialli.
+
+
+p. 183
+
+
+
+
+CAPITOLO XVIII
+
+Dove si tratta delli centauri.
+
+
+ Quando giunsi nel monte suso ad alto,
+ mirai la valle, maledetta chiostra,
+ ove i centauri stanno a far l'assalto.
+
+ Come soldati, quando fan la mostra,
+ 5 spronando lor cavalli, van gagliardi,
+ o come cavalier che vanno a giostra;
+
+ cosí i centauri lí con archi e dardi
+ descorron per la valle a mille, a cento,
+ veloci piú che tigri o leopardi.
+
+ 10 Palla scendea la costa a passo lento:
+ e 'l sesto miglio avea a scender forse,
+ quand'io ebbi timore e gran pavento;
+
+ ché 'l maggior de' centauri sí s'accorse
+ di noi che scendevamo, e presto e fiero
+ 15 con ben mille de' suoi, venendo, corse.
+
+ Non si mosse corsier mai sí leggiero,
+ né capriolo ovver corrente cervo,
+ com'ei correva superbo ed altiero
+
+ coll'arco teso in man. Ed in sul nervo
+ 20 egli avea giá una saetta posta;
+ e, giunto, disse col parlar protervo:
+
+ --Fermate i passi e fate la risposta:
+ con qual licenza qui, con qual valore
+ ardite voi di scendere la costa,
+
+ 25 senza licenza del nostro signore,
+ che 'n mezzo il mondo siede triunfante,
+ come re principale e imperadore?
+p. 184
+ A te saettarei, che vien dinante,
+ se non che allo scudo mi rassembre
+ 30 amica di Perseo ed al sembiante.--
+
+ La dea rispose:--O animal bimembre,
+ a cui ha dato forza il fiero Marte,
+ e con cui 'l sol sta in mezzo di novembre,
+
+ l'onor dell'arme è anco mio in parte.
+ 35 Io son Bellona, che costui scorgo,
+ che do nelle battaglie ingegno ed arte.
+
+ Veder lo puoi, se bene sguardi il Gorgo,
+ ch'io porto nel mio scudo de cristallo,
+ che per difesa innante al petto porgo.--
+
+ 40 Chiron, che inseme è uomo e cavallo,
+ udito questo, gli fe' reverenza,
+ e féla far a ciascun suo vassallo.
+
+ Allora io scesi giú senza temenza
+ ivi fra loro; e, poi ch'io vi fui giunto,
+ 45 uomini vidi stare a gran sentenza;
+
+ ché da' centauri a lor bevuto e smunto
+ era lo sangue da tutte le vene,
+ quanto ve n'era insin ch'era consunto.
+
+ E, quando è vòto, che piú non ne viene,
+ 50 e' son compressi e messi allo strettoio,
+ e trattogli ogni umor con guai e pene.
+
+ Io vidi alcun solo aver l'ossa e 'l cuoio,
+ e volergli esser anche il sangue tratto,
+ gridando lui:--Oimè, oimè, ch'io muoio!--
+
+ 55 Tra lor iustizia ha posto questo patto:
+ che poscia son lasciati insin che cresce
+ in loro il sangue e l'umor sia rifatto,
+
+ e poi ripresi, ed anco quanto n'esce
+ lor tolto è 'l sangue, e, poiché son bevuti,
+ 60 restretti sonno e messi alle soppresce.
+
+ Fra quegli spirti magri e desvenuti
+ Minerva, andando, tanto mi condusse,
+ che tra quei duoli pungenti ed acuti
+p. 185
+ io trovai 'l Laberinto; e ch'ello fusse
+ 65 nol conoscea, se non ch'io vidi dentro
+ quel che del toro Pasife produsse.
+
+ Egli mugghiava fortemente, e, mentro
+ stav'io a vederlo e ad udir i lamenti,
+ che l'anime facean nel cieco centro,
+
+ 70 venían tre alme a quelli gran tormenti
+ belle e membrute, pien di sangue e grasse,
+ ma nella vista angosciose e dolenti.
+
+ Come leon, che allegro e crudo fasse,
+ vista la preda, e mostra maggior ira,
+ 75 non altramente Nesso inver' lor trasse,
+
+ il quale amò la bella Deianira.
+ Trasse il centauro che nutrí Achille,
+ e come sanguesuga il sangue tira.
+
+ Trasse Medon ed Imbro e piú di mille;
+ 80 ed ognun le succhiava quanto puote,
+ come cagnol che succhia le mammille.
+
+ Poscia che l'alme fûn del sangue vòte,
+ divennon magre, ed ognuna si fece
+ qual è la fame indosso e nelle gote.
+
+ 85 Diss'io:--O spirti, se parlar vi lece,
+ chi foste e perché sète sí destrutti?
+ per qual iustizia o colpa o in qual vece?
+
+ --Capitan di campagna fummo tutti
+ --rispose l'uno,--e qui per un cammino
+ 90 venuti a queste pene e a questi lutti.
+
+ Ed io, che parlo a te, sono Ambrosino,
+ figliuol di Barnabò, del gran lombardo,
+ e sol qui tra costor io fui latino.
+
+ L'altro, ch'è qui, è Annichin Mongardo;
+ 95 fra Moriale è 'l terzo; e questa asprezza
+ abbiam, ch'ognun fu crudo e fu bugiardo.
+
+ E molt'erra chi crede aver fermezza
+ fede d'uom d'arme ovver di meretrice,
+ da che 'l denaio a suo piacer la spezza.
+p. 186
+ 100 Se ben attendi al mio parlar che dice,
+ vedrai ch'amor e fede mal si fonda,
+ quando l'utilitate ha per radice.
+
+ Perché alla colpa la pena risponda,
+ noi siam succhiati, che smongemmo altrui,
+ 105 quando noi fummo in la vita gioconda.
+
+ Se tra li vivi perverrete vui,
+ dite a color che vanno a saccomanno,
+ che faccian sí ch'e' non vengan fra nui.
+
+ Dite a Ioanni Aguto il nostro affanno,
+ 110 a Ioan d'Azzo, agli altri compagnoni,
+ che per centauri su nel mondo stanno,
+
+ che la lor crudeltá li fa pregioni,
+ ed e' si fan la corda che li mena,
+ ove stan questi del sangue ghiottoni.--
+
+ 115 Ed io a lui:--Ai miseri c'han pena,
+ avervi compagnia, o n'han diletto,
+ o veramente alquanto il duol raffrena.
+
+ Però mi di' perché hai tu suspetto
+ che alcun non venga qui in questa soglia,
+ 120 ché non intendo ben perché l'hai detto.--
+
+ Ed egli a me:--Non per ben ch'io lor voglia,
+ ma come su in ciel di piú consorti
+ è piú letizia, qui è maggior doglia.--
+
+ Poi, perché funno allo strettoio attorti,
+ 125 per quella afflizion piú non mi disse;
+ onde n'andammo tra' centauri forti.
+
+ E poco er'ita Palla, che s'affisse;
+ e trovammo un gran mostro, in cui coloro
+ curson cogli archi, e ciascuno el trafisse.
+
+ 130 Sí come fa il leon che prende il toro,
+ che 'l morde e per la fretta nol manduca,
+ ma succhia il sangue dove ha fatto il foro,
+
+ ovver come fa l'orso, quando suca
+ il favo mèl; cosí facean ad asto,
+ 135 succhiando il sangue a quel per ogni buca.
+p. 187
+ --Diomede son io, che son sí guasto--
+ --diss'egli a me,--che giá gli uomini vivi
+ diedi a' cavalli miei per biada e pasto.
+
+ Se tu nel tuo emispero mai arrivi,
+ 140 prego che di lassú da te si dica
+ (ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi)
+
+ che chi degli altru' affanni ovver fatica
+ pasce cavalli o altra cosa vana,
+ e chi, robbando, sua vita nutríca,
+
+ 145 sará menato in questa valle strana,
+ ove stan questi del sangue assetiti
+ vieppiú che 'l cervio alla viva fontana.--
+
+ Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi,
+ Minerva verso un monte la via prese,
+ 150 nel qual senz'ali mai saremmo iti;
+
+ ch'avea le ripe sue tanto distese,
+ che, secondo che disse la mia scorta,
+ nullo mai vi salí ovver descese.
+
+ Vero è che giú ai piè era una porta,
+ 155 la quale aveva scritto su l'usciale
+ queste parole in una pietra smorta:
+
+ «Chi vuol montare insú, di qui si sale;
+ e suso sta in una gran pianura
+ il gran Satán altiero e triunfale».
+
+ Allora intrammo quella porta scura.
+
+
+p. 188
+
+
+
+
+CAPITOLO XIX
+
+Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame.
+
+
+ Dentro la porta su per una grotta
+ fu la via nostra insin in co' del monte
+ con poca luce, come quando annotta.
+
+ Quando fui su e ch'io alzai la fronte,
+ 5 vidi Satáno star vittorioso,
+ ove risponde il deritto orizzonte.
+
+ Credea vedere un mostro dispettoso,
+ credea vedere un guasto e tristo regno,
+ e vidil triunfante e glorioso.
+
+ 10 Egli era grande, bello e sí benegno,
+ avea l'aspetto di tanta maièsta,
+ che d'ogni riverenza parea degno.
+
+ E tre belle corone avea in testa:
+ lieta la faccia e ridenti le ciglia,
+ 15 e con lo scettro in man di gran podèsta.
+
+ E, benché alto fusse ben tre miglia,
+ le sue fattezze rispondean sí equali
+ e sí a misura, ch'era maraviglia.
+
+ Dietro alle spalle sue avea sei ali
+ 20 di penne sí adorne e sí lucenti,
+ che Cupido e Cilleno non l'han tali.
+
+ Ed avea intorno a sé di molte genti,
+ che facean festa, e questi tutti quanti
+ al suo comando presti ed obbedienti.
+
+ 25 Ma i primi e principal eran giganti
+ con orgogliosi fasti e con gran corti,
+ con presti servidor, che avean innanti.
+p. 189
+ Alla guardia di questi arditi e forti
+ erano quei che son viri e cavalli,
+ 30 con li lor capitani saggi e accorti.
+
+ Su per li prati ancor vermigli e gialli
+ andavan donzellette e belle dame
+ con melodie soavi e dolci balli.
+
+ Quand'io stava a mirar tanto reame
+ 35 e vedea il gran Satán nell'alto seggio,
+ sí bello ed obbedito pur ch'e' chiame,
+
+ io dissi:--O Palla, or che è quel ch'io veggio?
+ Giá calo ad adorarlo li ginocchi:
+ tanto egli è bello, e grande il suo colleggio.--
+
+ 40 Ed ella a me:--O figlio mio, se adocchi
+ per mezzo del cristallo del mio scudo
+ --allor mel diede ed io mel posi agli occhi,--
+
+ tu vederai il vero aperto e nudo,
+ e non ti curerai dell'apparenza,
+ 45 alla qual mira l'ignorante e rudo.
+
+ Ché chi è saggio risguarda all'essenza,
+ ché su in quella sta fundato il vero,
+ e non si muta ed ha ferma scienza.--
+
+ Allor mirai e vidi Satan nero
+ 50 cogli occhi accesi piú che mai carbone
+ e non benigno, ma crudele e fèro.
+
+ E vidi quelle sue belle corone,
+ che prima mi parean di tanta stima,
+ ch'ognuna s'era fatta un fier dragone.
+
+ 55 E li capelli biondi, ch'avea prima,
+ s'eran fatti serpenti, ed ognun grosso
+ e lungo insino al petto su da cima.
+
+ E cosí gli altri peli, ch'avea indosso;
+ ma quelli della barba e quei del ciglio,
+ 60 mordendo, el trasforavan sin all'osso.
+
+ Le braccia grandi e l'ugne coll'artiglio
+ avea maggior che nulla torre paia;
+ e le man fure e preste a dar di piglio;
+p. 190
+ e di scorpion la coda e la ventraia;
+ 65 nell'ano e presso al membro che l'uom cela
+ di ceraste n'avea mille migliaia.
+
+ Argo non ebbe mai sí grande vela,
+ né altra nave, come l'ali sue,
+ né mai tessuta fu sí grande tela;
+
+ 70 ma non atte a volar troppo alla 'nsue,
+ se non come l'uccello infermo e stanco,
+ che tenta volar alto e cade ingiue.
+
+ Serpentin era il piè deritto e 'l manco;
+ e diece draghi maggior che balena
+ 75 faceano a lui il seggio e 'l tristo banco.
+
+ E questo a Satanasso è maggior pena:
+ che sempre insú volar s'ingegna e bada,
+ e la gravezza sua a terra el mena.
+
+ E Dio permette ben che alla 'nsú vada;
+ 80 ché, quanto piú volando in alto monta,
+ tanto convien che piú da alto cada.
+
+ Io 'l vidi in piè levar con faccia pronta
+ dall'alto seggio suo, e con orgoglio
+ udii ch'e' disse:--O Dio, alla tua onta
+
+ 85 sopra gli astri del cielo or salir voglio:
+ io intendo prender l'uno e l'altro polo
+ al tuo dispetto, ed ora il ciel ti toglio.--
+
+ Cosí dicendo, alla 'nsú prese il volo:
+ ben diece miglia insú s'era condotto,
+ 90 quando 'l vidi calar al terren sòlo
+
+ a trabocconi e col capo di sotto,
+ e come un monte fece gran ruina.
+ E, poiché 'n terra fu col capo rotto,
+
+ la faccia verso il ciel volse supina,
+ 95 e fe' le fiche a Dio 'l superbo vermo
+ e biastimò la Maiestá divina.
+
+ Poi si levò sí come fusse infermo,
+ e verso il suo gran seggio mosse il passo
+ con mormorio e dispettoso sermo.
+p. 191
+ 100 E lí a seder se puse fiacco e lasso;
+ e menacciava Dio, alzando il mento,
+ che fe' che 'l suo volar li venne in casso.
+
+ Quando 'l vidi cadere, io fui contento,
+ perché conobbi che quanto piú sale,
+ 105 tanto egli ha piú ruina e piú tormento.
+
+ Tenendo io 'l bello scudo per occhiale,
+ vidi i neri giganti e lor palazzi,
+ pieni d'invidia, d'ira e d'ogni male.
+
+ Vidi mutati in pianti lor solazzi
+ 110 e che smongono altrui e sono smonti
+ dalli centauri e dalli lor regazzi.
+
+ Vidi che li gran sassi e li gran monti
+ conducean sopra sé per far la torre,
+ sopra la qual da loro al ciel si monti.
+
+ 115 Sí come, quando vòlsono il ciel tôrre,
+ che pusono Ossa sopra il gran Peloro,
+ talché Iove gridò:--Vulcan, soccorre!--
+
+ cosí in quel pian s'ingegnan far coloro;
+ ma, perché la lor possa non seconda,
+ 120 ritorna sempre invano il lor lavoro.
+
+ Ed ogni volta che la voglia abbonda
+ piú che la possa, avvien che mal viaggio
+ faccia l'impresa e che 'l fattor confonda.
+
+ Però colui che è prudente e saggio,
+ 125 perché l'impresa non gli torni invano,
+ fa che la possa sempre abbia vantaggio.
+
+ Elli facean le torri nel gran piano,
+ e chi portava sassi e chi la malta,
+ chi ordinava e chi facea con mano.
+
+ 130 Io vidi una di quelle andar sú alta
+ sin dove del vapor fa pioggia il gelo,
+ tal ch'io dicea fra me:--Giá 'l cielo assalta;--
+
+ quando Iove percosse su da cielo
+ con un gran tuono, e la torre e 'l gigante
+ 135 mandò a terra il fulgoroso telo.
+p. 192
+ Per parlarli, ver' lui mossi le piante
+ e dissi:--Chi se' tu, caduto a terra
+ di sí gran torre col capo dinante?
+
+ --Io son Fialte, e fui nella gran guerra
+ 140 --rispose,--che facemmo contra Dio,
+ che le saette contra noi disserra.
+
+ Cosí le grandi imprese e 'l lavorio
+ fanno il gran signor sí com'io feci,
+ e poi caggiono a terra sí com'io.
+
+ 145 Cadde Alessandro, il gigante de' greci,
+ cadde Priamo e cadde la gran Troia,
+ che combattuta fu per anni dieci.
+
+ Cadde Pompeo e Scipio, la gran gioia
+ dell'alta Roma e Cesare ed Agosto,
+ 150 Dario e Assuero con pena e con noia.--
+
+ Io averia al suo detto risposto,
+ se non che a me apparve un altro obietto,
+ al qual lo sguardo mio mi venne posto.
+
+ Io vidi che Satán di mezzo al petto
+ 155 un serpentello con tre lingue scelse,
+ che parea pien di tosco maladetto.
+
+ Tra' giganti el gittò quando lo svelse;
+ ed egli il suo venen tra loro sparse,
+ ch'era piú ner che non son mézze gelse.
+
+ 160 Allora ogni gigante un drago farse
+ cominciò dentro; e, l'uman quindi tolto,
+ e' fuor nel viso sí com'uomo apparse.
+
+ Ma non si può giammai tenere occolto
+ amor, né invidia o colpa ch'aggia il core,
+ 165 che non appaia alquanto su nel volto.
+
+ L'imago dentro cominciò di fuore
+ appalesarsi e mostrarsi in la faccia;
+ e questo fe' tra lor guerra e romore.
+
+ Sí come quando il mar prima ha bonaccia
+ 170 e poi si turba e tutto in sé ribolle,
+ e l'acque, che son sotto, sopra caccia,
+p. 193
+ e pare ogni onda grande quanto un colle,
+ quando la luna solo il fratel mira,
+ e tutto il lume suo a noi ne tolle;
+
+ 175 cosí facean color commossi ad ira,
+ e davansi fra sé li colpi gravi,
+ e con grand'onte l'un l'altro martíra.
+
+ Non fecer mai abeti sí gran travi,
+ come eran le lor lance lunghe e grosse,
+ 180 né mai sí grandi legni portôn navi.
+
+ Pensa, lettor, che quei c'hanno gran posse,
+ dánno gran colpi, e cosí anche credi
+ che, quando coglie, han piú gravi percosse.
+
+ E poscia a maggior fatti io mossi i piedi;
+ e, poco andato, tanto mi stancai,
+ 185 ch'a riposarmi giú in terra mi diedi,
+
+ insin ch'apparson li raggi primai.
+
+
+
+
+
+ LIBRO TERZO
+
+ DEL REGNO DE' VIZI.
+
+p. 197
+
+
+
+
+CAPITOLO I
+
+Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi, lo vinse.
+
+
+ Dell'orizzonte il sole era giá fuora,
+ e, per aver la lena, io m'era assiso
+ come chi stanco a riposar dimora.
+
+ E, risguardando, tenea in alto il viso,
+ 5 perché ammirava il superbo arrogante,
+ che fu ribello a Dio in paradiso,
+
+ quando la dea a me su venne avante:
+ --Or ti bisogna assai esser gagliardo
+ ed usar le tue forze tutte quante.
+
+ 10 --Minerva mia, a cui sto i' a riguardo,
+ che di guidarmi dietro a te ti degni
+ al loco, ov'io d'andar di desio ardo,
+
+ prego che m'addottrini e che m'insegni
+ quai sonno i mostri, che tengon la strada,
+ 15 che l'uom non saglia a' tuoi beati regni.
+
+ Da che convien che alla battaglia vada,
+ dammi fortezza e dammi la dottrina
+ ch'io non sia preso e che vinto non cada.--
+
+ Rispose a questo a me quella regina:
+ 20 --Quando il gran mostro su vorrá levarte,
+ e tu col capo sempre ingiú declina.
+
+ Questa fie la vittoria, e questa è l'arte,
+ con che si vince sua superbia ardita:
+ va', ché, se vuoi, potrai da lui aitarte.--
+p. 198
+ 25 Andai, quando la dea ebb'io udita,
+ come colui che a duello combatte
+ o per dar morte o per perder la vita.
+
+ Quale Davíd incontra a Goliatte,
+ gigante grande, ed egli era fantino
+ 30 e non avea all'armi le membra atte;
+
+ tal pareva io, quando presi il cammino
+ contra Satán, se non ch'a lui rispetto
+ ben mille volte er'io piú piccolino.
+
+ Quand'io fui presso e contra al suo cospetto,
+ 35 e' s'adirò da che m'ebbe veduto,
+ e mostrò grande sdegno e gran dispetto.
+
+ Io saría morto e del timor caduto,
+ se non che Palla con voce e con cenni
+ mi rinfrancava il cor e dava aiuto.
+
+ 40 Andai piú innanti e insino a lui pervenni,
+ e del piè il dito, piú ch'un trave grosso,
+ colle mia braccia avvinchiato gli tenni.
+
+ Allora a stizza vieppiú fu commosso,
+ e le gran braccia stese con grand'ira,
+ 45 e 'nsú tirommi, tenendomi il dosso.
+
+ A questo gridò Palla:--A terra mira;
+ pensa ch'a darti morte egli t'afferra,
+ e per gittarti a basso insú ti tira.
+
+ Fa' come Anteo, e vincerai la guerra,
+ 50 che tante volte le forze francava,
+ quante toccava la sua madre terra.--
+
+ Come colui che se medesmo aggrava,
+ che tien le membra come fosson morte,
+ cosí fec'io, quando insú mi levava.
+
+ 55 Mirabil cosa! Allora i' fui sí forte,
+ che gli feci abbassare ingiú le braccia,
+ e giú mi pose con le mani sporte.
+
+ Le reni in terra, insú tenea la faccia;
+ e con ingegno e forza e con li morsi
+ 60 facea com'uom che volentier si slaccia.
+p. 199
+ Cosí le dita sue da me distorsi,
+ che m'avean preso; e sí me dilungai,
+ che cento passi e piú a lunga corsi.
+
+ Quando sei spenta, ancor potenzia hai,
+ 65 o gran superbia! Per questo fui preso,
+ ché d'esto scampo io me ne gloriai.
+
+ Chinossi allora, tutto d'ira acceso,
+ il crudel mostro, e con la man feroce
+ volea levarmi nell'aer sospeso.
+
+ 70 Allor gridò la dea ad alta voce:
+ --Abbassa a terra!--Ed i' a terra mi diede
+ col ventre e il volto e colle braccia in croce.
+
+ Cosí prostrato, entrai di sotto al piede
+ del gran superbo, col qual chiude il calle,
+ 75 il qual senza battaglia mai concede.
+
+ Per questo a terra giú diede le spalle
+ e nel pian cadde con sí gran fracasso,
+ che tremar fece tutta quella valle.
+
+ Quando vidi caduto Satanasso
+ 80 cosí prostrato, io misi la mia testa
+ ed intrai su la via per l'arto passo.
+
+ Come alli vincitor si fa gran festa,
+ tal fece a me la scorta onesta e saggia:
+ poscia si mosse insú veloce e presta.
+
+ 85 Prese la via per la pendente piaggia
+ e disse:--Vieni e sempre alla 'nsú sali,
+ ed alla 'ngiú nullo tuo passo caggia.--
+
+ Mentr'io movea alla 'nsú del desio l'ali,
+ ed io sentii a me gravar le penne
+ 90 da una che dicea:--Vo' che giú cali.--
+
+ La mia persona abbracciata mi tenne,
+ tirandomi alla 'ngiú con tale scossa,
+ ch'appena ritto il piede mi sostenne.
+
+ E del salir sí mi tolse la possa,
+ 95 che, andando insú, io non potea seguire
+ la scorta, che a guidarmi s'era mossa.
+p. 200
+ Dietro alla guida insú volea pur gire,
+ ed ella mi tirava seco ingiue
+ e suso meco non volea venire.
+
+ 100 Cosí insieme luttando amendue,
+ ella tirando ingiú ed io insú lei,
+ sí mi stancava, ch'io non potea piue.
+
+ --Oimè!--dicea fra me--chi è costei,
+ che ha le voglie sí lascive e pronte,
+ 105 che vuol menarmi ov'io gir non vorrei?--
+
+ La dea salito avea molto del monte,
+ e, vòlta a me, gridò:--Perché non vieni?
+ perché ristai? perché quassú non monte?
+
+ Cotesta donna, che ti sta alle reni
+ 110 pensa che è muliere, e tu se' viro;
+ però vergogna t'è, se la sostieni.--
+
+ Allor con gran fatica e gran sospiro,
+ usai mie forze e camminai fin dove
+ Palla aspettava col suo dolce miro.
+
+ 115 Sí come sotto il giogo tira il bove
+ con tutta la sua possa il grosso trave,
+ che, punto dallo stimolo, si move;
+
+ cosí tirai insú la donna grave
+ dietro a Minerva per quell'arta via
+ 120 contra la forza di sue voglie prave.
+
+ E quanto a poco a poco io piú salía,
+ tanto piú la gravezza venía manco
+ di quella che me 'ngiú tirava pria.
+
+ Alla mia scorta appena era giunto anco,
+ 125 quando di lei nulla sentia fatiga,
+ e fui leggero e niente era stanco.
+
+ --Chi è colei che dá qui tanta briga
+ --diss'io a Palla,--e fa che l'uom s'arreste
+ e, giú tirando i passi, altrui intriga?
+
+ 130 --Parte è in voi angelica e celeste
+ --rispose quella,--e fa che si cammine
+ per sua natura a tutte cose oneste.
+p. 201
+ E questa ha sempre le voglie divine:
+ della fatica presente non cura,
+ 135 sol che conduca altrui poscia a buon fine.
+
+ L'altra è parte brutale, vile e oscura;
+ e questa guarda al diletto presente
+ e per buon fin non sostien cosa dura.
+
+ Questa è l'ancilla mal obbediente,
+ 140 questa è la mala e repugnante legge
+ a quella c'ha Dio posta in vostra mente.
+
+ Come il signor, che ben sua casa regge,
+ la fante e la mogliera, ch'è provosa,
+ battendola e privandola, corregge;
+
+ 145 cosí costei alla ragion ritrosa
+ ed arrogante, superba e proterva,
+ batter conviensi e dargli poca posa:
+
+ allor verrá subietta come serva.
+
+
+p. 202
+
+
+
+
+CAPITOLO II
+
+Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella è vizio principale.
+
+
+ Una giornata inverso l'oriente
+ salía la strada, ed al merizo è vòlta
+ poi anche una giornata similmente.
+
+ Poi inver' la parte, ove lo sol s'occolta,
+ 5 gira altrettanto a modo che le scale
+ si fan nel campanile alcuna volta;
+
+ poi verso il corno anche altrettanto sale.
+ Cosí per sette giri insú si monta
+ al regno glorioso ed immortale.
+
+ 10 Su questa via quando Palla fu gionta,
+ mostrò a me quant'ella insú sublima,
+ piú bella assai che qui 'l dir non racconta.
+
+ E questa via, che noi salimmo in prima,
+ è stretta ed erta e quanto piú su viene,
+ 15 tanto è piú larga e piana inver' la cima.
+
+ In mezzo al gir, che ho detto, si contiene
+ la trista valle, ove sua signoria
+ co' suoi giganti Satanasso tiene.
+
+ Alquanti insú con noi venían per via;
+ 20 ma eran pochi rispetto agli assai
+ d'un'altra gente, che alla 'ngiú venía.
+
+ Insú andando, il viso mio voltai,
+ e vidi insú levato il gran superbo
+ ed a seder, come prima, el trovai.
+
+ 25 Ahi! quanto si mostrava a me acerbo
+ e quanto egli pareva d'ira pieno,
+ io nol potrei giammai spiegar con verbo.
+p. 203
+ Intorno intorno spargeva il veneno;
+ e i suoi irsuti peli eran serpenti,
+ 30 ch'a lui mordeano il volto, il collo e 'l seno.
+
+ Ed ei le labbra si mordea co' denti,
+ come fa alcun che se medesmo turba;
+ e con tre bocche soffiava tre venti,
+
+ i quali andavan dietro a quella turba
+ 35 che 'ngiú venía, e percotea lor tempie,
+ come il vento Austro, quando il mar conturba.
+
+ Quasi vessica che di vento s'empie,
+ cosí quel vento infiava le lor teste
+ e le lor viste dispettose ed empie.
+
+ 40 Poich'eran fatte assai maggior che ceste,
+ sí come lucciol spargean le parole
+ e di quelle fregiavan le lor veste.
+
+ E, come nuovo arnese mostrar sòle,
+ a farsi fama, il nuovo mercatante,
+ 45 quasi invitando chi comperar vòle;
+
+ cosí mostravan certe merci sante,
+ e 'l vento, che dal mostro si deriva,
+ soffiando, le portava tutte quante.
+
+ Io ammirando dissi:--O Palla, o diva,
+ 50 deh, dimmi, che dimostran queste cose?
+ Che io 'l sappia e che altrui lo scriva.
+
+ --Questi tre venti--a me la dea rispose--
+ sonno il fomento e sonno la cagione,
+ perché le genti son superbiose.
+
+ 55 Il primo vento è della nazione,
+ per la qual molti mostrano eccellenza
+ e voglion soprastar l'altre persone.
+
+ Ma questa loda è sol della semenza,
+ onde è disceso, ché virtú s'apprezza
+ 60 appo li saggi e vera sapienza.
+
+ L'altro vento, che soffia, è la ricchezza
+ la qual, se megliorasse il possessore
+ e seco avesse la vera fermezza,
+p. 204
+ meritarebbe loda ed anco onore;
+ 65 ma, perché le piú volte il buon fa rio,
+ enfia qui il capo e poco ha di valore.
+
+ Se il terzo vento saper hai desio,
+ è quel che toglie il grazioso dono,
+ che ne dá la natura ed anche Dio.
+
+ 70 Benché da sé sia prezioso e buono,
+ vostre virtudi se ne porta il vento,
+ quando da Dio conosciute non sono.
+
+ --Da che di questo--dissi--m'hai contento,
+ dimmi, perché 'l superbo è tanto grande,
+ 75 e perché enfia e fregia il vestimento?
+
+ --Il ragionar che fai, mentre tu ande
+ --rispose quella--per questa salita,
+ mi piace, ed io farò quel che domande.
+
+ Superbia è grande, che è la prima ardita
+ 80 contra la mental legge e la divina,
+ e prima fa che non sia obbedita.
+
+ A tutti gli altri vizi ella cammina
+ e va dinanti e fagli a Dio ribelli
+ e fa che la sua legge ognun declina:
+
+ 85 però è maggior tra' vizi falsi e felli.
+ Or ti dirò, e fa' che tu ben odi,
+ perché si fregia e gonfia li cervelli.
+
+ Superbia puote essere in tre modi,
+ sí come si dimostra dalla Musa,
+ 90 la qual hai letta e che tu tanto lodi.
+
+ Prima è superbia nella mente inchiusa:
+ questa odia li maggior, questa presume
+ pomposa, ingrata ed obbedir recusa.
+
+ Ed a' difetti suoi non vede lume
+ 95 e pon mente agli altrui ed è perversa,
+ iniuriosa e con altier costume,
+
+ con suoi equali, con li qual conversa,
+ discorde ed arrogante; e lor dispregia
+ ed onteggiando li minori avversa.
+p. 205
+ 100 L'altra è in bocca, quando ella si pregia,
+ vantando con parole e con iattanza,
+ che son le lucciol, delle qual si fregia.
+
+ L'altra è ne' fatti a dimostrar che avanza;
+ ed alcun questo mostra in santitade,
+ 105 come gl'ipocriti hanno per usanza.
+
+ Nella scienza alcuno o in beltade
+ mostra eccellenza, e chi in adorno manto,
+ chi ne' conviti o in altra vanitade.
+
+ E questo vizio or è cresciuto tanto,
+ 110 che nella mensa e nel vestir non puote,
+ piú che 'l vassallo, il signor darsi vanto.
+
+ Ora superbia fa le borse vòte
+ all'avarizia, e Venere e la gola,
+ ne' servi, in ornamenti e nelle dote.
+
+ 115 Cesar, del qual cotanta fama vola,
+ prodigo fu chiamato nel convito,
+ perché die' piú ch'una vivanda sola.
+
+ Ora la vanitá, non l'appetito,
+ e la superbia gran vivande chiede
+ 120 e 'l banco d'oro e d'argento fornito.
+
+ Ed ha Mercurio, Orfeo e Ganimede,
+ che serva e suoni e che quell'altro mesca
+ innanti a Iove, mentre a mensa siede.
+
+ O farisei, il mio dir non v'incresca,
+ 125 ché non vi tocca e non vi s'apparecchia
+ con sumpti e fasti il letto ed anche l'ésca.
+
+ Il mondo, che nel vostro far si specchia,
+ per vostro esemplo lassa questo vizio,
+ sí che la lunga usanza non s'invecchia.
+
+ 130 A questo diede esemplo il buon Fabrizio,
+ che moderava giá 'l triunfo a Roma,
+ e Scipion scusoe quasi ogni offizio.
+
+ Ora messere e maestro si noma,
+ sol che tre fave egli abbia nel tamburo,
+ 135 che risuonin parole a soma a soma.--
+p. 206
+ Ben mille poi trovai nel cammin duro,
+ ch'avíen del viso infiata sí la pelle,
+ che ciascun occhio in lor facea oscuro.
+
+ Io dissi ad uno:--I' prego che favelle,
+ 140 e di' chi fusti e perché tu non vedi
+ la terra e 'l cielo e l'altre cose belle.--
+
+ Rispose:--Se del nome mi richiedi,
+ detto fui Alardo e fui 'n Parigi artista
+ e tanto a vanitá ivi mi diedi,
+
+ 145 ch'io curai solo a parer buon sofista;
+ e cosí fen quest'altri, che stan meco:
+ però a ciascuno è qui tolta la vista,
+
+ ché 'n sapienza ognun fu vano e cieco.--
+
+
+p. 207
+
+
+
+
+CAPITOLO III
+
+Dichiaransi gli effetti della superbia.
+
+
+ Il vento, quale spira Satanasso,
+ gonfia le teste e poscia in alto mena
+ e poi da alto fa cadere a basso.
+
+ Sí come il vento fa la vela piena,
+ 5 io vidi fare a tre la testa grossa
+ ed ire in alto e poi cader con pena.
+
+ E nel cadere ebbon sí gran percossa,
+ che Simon mago non die' tal crepaccio,
+ quand'egli si fiaccò il cervello e l'ossa.
+
+ 10 --Io, che cosí caduto in terra giaccio
+ --disse un di lor,--son quel superbo Sesto,
+ che a Lucrezia diede tanto impaccio,
+
+ quand'io gli maculai il letto onesto;
+ onde caddi io e 'l mio padre Tarquino
+ 15 per tanta offesa e per cotanto incesto.
+
+ E l'altro qui caduto a capo chino
+ chiamato fu Nabucodonosorre,
+ che a sé attribuí l'onor divino.
+
+ Il terzo è quel che fece la gran torre
+ 20 giá di Babel e chiamato Nembrotte,
+ che volle contra Dio rimedio porre.
+
+ E cento volte noi tra 'l dí e la notte
+ innalza il vento, che 'n testa percuote;
+ e poi cadiam con l'ossa fiacche e rotte.
+
+ 25 Qui anche sta il novello nipote
+ e 'l sesto prete grande, a cui del regno
+ gonfia anche il vento la testa e le gote.
+p. 208
+ E quand'è divenuto grosso e pregno,
+ cade da alto e gran fiacco riceve,
+ 30 sí come noi e sí com'egli è degno.
+
+ In lui apparve ben quant'egli è grieve
+ la signoria e dispettosa e dura
+ d'alcun villan, che da basso si lieve.--
+
+ Tanto i' avea preso, andando, dell'altura,
+ 35 che vidi aver Satán, quand'io mi volse,
+ la faccia sua ver' noi a derittura.
+
+ Allor soffiò, e quel vento mi colse
+ e nella fronte sí forte percosse,
+ che ogni forza di salir mi tolse.
+
+ 40 Io sería in giú tornato, se non fosse
+ che gridò Palla:--Giú 'n terra ti poni,
+ se vuoi che 'l vento il capo non t'ingrosse.--
+
+ Però mi posi in terra in ginocchioni,
+ il petto e 'l viso umiliai di botto,
+ 45 e cosí insú mi mossi in groppoloni.
+
+ Quando la dea mi vide esser condotto
+ in tanta altura, ch'ella vide stare
+ il gran Satán ai nostri piedi sotto,
+
+ su ritto ed erto mi fece levare.
+ 50 Allor d'un dubbio, ch'io avea concetto,
+ cosí lei cominciai a domandare:
+
+ --Come poteo il mostro maladetto
+ desiderar a Dio esser equale,
+ ch'esser non puote e nol cape intelletto?
+
+ 55 Ché 'l desiderio sempre move l'ale
+ dietro all'obietto dalla mente appreso,
+ e questo nulla mente apprender vale.--
+
+ La dea rispose, quando m'ebbe inteso:
+ --In due superbie offese il Creatore
+ 60 il rio Satán, e quelle io t'appaleso.
+
+ Se, sol per sua bontá, alcun signore
+ levasse un servo giú da basso limo
+ e ponessel in stato e grande onore,
+p. 209
+ ed ei dicesse fra se stesso:--Io stimo
+ 65 meritar piú che quel che m'ha donato,
+ per mia bontá, ed esser piú sublimo;--
+
+ costui sería superbo e sería ingrato.
+ In questo modo enfiò Satan le ciglia
+ contra colui che allor l'avea creato.
+
+ 70 E da che 'l servo in possa s'assomiglia
+ al suo signor, quant'egli, al parer mio,
+ piú di dominio e d'eccellenzia piglia;
+
+ cosí fec'egli, che innalzò il disio
+ ad aver possa a far quelle due cose,
+ 75 le qua' solo a sé serba il sommo Dio,
+
+ cioè creare e le cose nascose
+ saper, che sonno occulte nel futuro:
+ per questo il gran superbo a Dio s'oppose.
+
+ Alla tua mente omai non è oscuro
+ 80 come il vil verme volle assomigliarse
+ al primo Ben supremo, eterno e puro.
+
+ Dunque superbia prima è reputarse
+ d'aver il ben da sé e ch'a lui vegna
+ per sua bontá o per suo ben guidarse.
+
+ 85 E cresce poi che si reputa degna
+ di maggior fatti: allor presume e pensa
+ com'ella a' suoi maggiori equal pervegna.
+
+ Per questo poi incorre in piú offensa;
+ c'ha invidia a' grandi ingrata e sconoscente
+ 90 del don, che 'l suo maggiore a lei dispensa.
+
+ Anche non è a lor obbediente,
+ ché li dispregia e non cura lor legge;
+ e questo di piú male è poi semente,
+
+ ch'ella s'adira, s'altri la corregge,
+ 95 e sta proterva e 'l peccato difende,
+ odia chi l'ammonisce e chi la regge.
+
+ Per questo poi in altro mal descende,
+ ché non medica il male, il ben non ode;
+ cosí mai a sanitá atta si rende.
+p. 210
+ 100 E, perché è pomposa, ama le lode;
+ sí come il foco s'avviva da' venti,
+ cosí se ne esalta ella e se ne gode.
+
+ Di mille vizi da lei discendenti
+ comprender pòi che nascon d'esto seme,
+ 105 se nella mente tua ben argumenti.
+
+ Perché la gente ben vivesse inseme,
+ fe' Dio la fede e fe' le parentele;
+ e la superbia l'una e l'altra oppreme,
+
+ ch'ella, a chi la fa grande, è infedele,
+ 110 fa parte tra compagni e lor divide,
+ e ne' coniunti è spietata e crudele.
+
+ Romul per questo il suo fratello uccide:
+ nullo mai grande un altro grande appresso
+ senz'odio o invidia vederá, né vide.
+
+ 115 Il dispiatato sangue, il grande eccesso
+ delli fratelli qui non si ricorda,
+ da che tra li maggiori avviene spesso.
+
+ Se ben la citra, Italia, non s'accorda
+ della tua gente, or pensa la cagione,
+ 120 la qual fa in te discordante ogni corda.
+
+ Sostenne giá Pompeo e Scipione
+ star nella barca e non guidare il temo
+ e star nel campo sotto altrui bastone.
+
+ Ma nelle barche tue esser supremo
+ 125 vuol ciascheduno ed esser soprastante
+ chi servir deggia nel vogar del remo.
+
+ Per questo le tue membra tutte quante
+ han odio insieme, e per questo è mestiero
+ che 'l capo signoreggino le piante.
+
+ 130 Per questo il grande teme e regge altèro,
+ e quello che sta a basso, nel cor porta
+ quel che superbia figlia nel pensiero.
+
+ Indi diventa la iustizia morta
+ nel mal punire e nel premiare il bene:
+ 135 però la nave tua va cosí torta.
+p. 211
+ O dea Iunon, perché tarda e non viene
+ tra cotal gente un Lico crudo e diro,
+ da che politico ordin non sostiene?
+
+ Perché non regge tra li serpi un tiro?
+ 140 perché non regge nelle selve un ranno,
+ che gli arbori consumi a giro a giro?
+
+ L'altre province sotto un capo stanno;
+ ma per le parti tue e per le sètte,
+ piú che nell'idra in te capi si fanno,
+
+ 145 ch'un ne rammorti, e rinasconne sette.
+ Ma un verrá, che convien che ti dome,
+ e che le genti tue tenga subbiette:
+
+ e tiro e ranno sia in fatti e nome.--
+
+
+p. 212
+
+
+
+
+CAPITOLO IV
+
+Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura.
+
+
+ Condutti avea giá Febo li cavalli
+ alla pastura sotto l'Oceáno
+ e giá mostrava i crin vermigli e gialli,
+
+ quando Palla mi die' lo scudo in mano,
+ 5 dicendo:--Questo la notte fa luce
+ e 'l corpo opaco fa parer diafáno.--
+
+ Poi l'altra piaggia salse la mia duce;
+ e lí trovai una gran porta aperta,
+ che al vizio dell'Invidia ci conduce.
+
+ 10 Forse tre miglia avea salita l'erta,
+ quando la vidi star nella sua corte
+ inordinata, confusa e diserta.
+
+ Era giganta e con le guance smorte,
+ con molte lingue ed ognuna puntuta,
+ 15 e suoi capelli eran di serpi attorte.
+
+ Non fu saetta mai cotanto acuta,
+ quant'ella in ogni lingua avea un coltello;
+ e tossico parea quel ch'ella sputa.
+
+ Duo ner diavoli avea dentro al cervello;
+ 20 e, benché 'l corpo e 'l capo avesse opaco,
+ col bello scudo io vedea dentro ad ello.
+
+ Nel core un vermicello e piú giú un draco
+ vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina,
+ e avea la coda aguzza piú ch'un aco.
+
+ 25 La pelle umana avea e serpentina,
+ unita una con l'altra e inseme mista,
+ e di cigno li piè, con che cammina.
+p. 213
+ Sempre pallida sta e sempre trista;
+ ma, quando vede il male over che l'ode,
+ 30 alquanto ride e rallegra la vista.
+
+ Di vipera è la carne ch'ella rode;
+ e ben è ver che mangia carne umana;
+ ma solo quando pute, gli fa prode.
+
+ Però la carne, ch'è pulita e sana,
+ 35 prima la imbrutta, corrompe e disquarcia,
+ e, quando pute, nel ventre la 'ntana.
+
+ E come mosca è avida alla marcia,
+ cosí è ella ghiotta di bruttura:
+ di questo il ventre e la bocca rinfarcia.
+
+ 40 Quando a sí brutta cosa io ponea cura,
+ gli uscí un dimon di bocca quatto quatto
+ e tra le genti andò come chi fura.
+
+ E del venen, che di lei avea tratto,
+ mise all'orecchie a quelli e parol disse;
+ 45 e poi, ov'era pria, ritornò ratto.
+
+ Parve che quel venen al cor corrisse;
+ come licor che per condotto vada,
+ mi parve che alle man poi riuscisse.
+
+ Nel core un drago, ed in man si fe' spada
+ 50 puntuta quant'un ago e sí tagliente,
+ quanto rasoio suttilmente rada.
+
+ Il drago, che nel cor occultamente
+ era rinchiuso, le man furiose
+ fece ad ognun de tutta quella gente.
+
+ 55 Io vidi poi molt'anime ulcerose,
+ piene di schianze siccome il mendíco,
+ che alla porta del ricco invan si pose.
+
+ In questo uscí, 'n men tempo ch'io non dico,
+ l'altro diavolo come un traditore,
+ 60 che nuocer vuole, mostrandosi amico.
+
+ Trasse l'Invidia allor tre lingue fòre
+ sí lunghe, che un'asta all'altra posta,
+ al mio parer, non sarebbe maggiore.
+p. 214
+ Ed alla gente, che gli stava a costa,
+ 65 mostrava quelle schianze ovver la rogna,
+ con tre gran lingue scoprendo ogni crosta.
+
+ E, come fa il ghiotton che si vergogna,
+ che mira qua e lá, perché suspetta
+ ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna;
+
+ 70 cosí facea la belva maladetta,
+ che ritirò le tre lingue nefande,
+ quando quel che percote se n'addetta.
+
+ Oh, detestanda bocca, a cui vivande
+ son maculare il bene e farlo poco,
+ 75 e palesare il male e farlo grande!
+
+ Poi vidi con tempesta e con gran foco
+ uscir di fuor di lei il gran dragone
+ ed assalir la gente di quel loco.
+
+ E, come in Colco fece giá Iasone,
+ 80 cosí un dimonio a lui li denti trasse,
+ grandi e puntuti quanto uno spuntone.
+
+ E 'n terra arò, perché li seminasse.
+ Nacqueno allor del maladetto seme,
+ come che pianta a poco a poco fasse,
+
+ 85 uomini armati ed uccisersi inseme;
+ e tanto sangue fu in quel loco sparto,
+ ch'ancor, pensando, la mia mente teme.
+
+ Allora il verme, ch'era il mostro quarto,
+ gli rose il core, ond'ella si ritorse
+ 90 come la donna, quando è presso al parto.
+
+ E, poiché dentro al petto egli a lei morse,
+ diventò grande e fessi un basalisco,
+ e sú sin alla bocca li trascorse.
+
+ Ancor dentro nel cor ne contremisco,
+ 95 pensando ch'egli uccide chiunque sguarda:
+ però vedi, lettor, s'io stetti a risco.
+
+ Non fe' sí gran tempesta mai bombarda,
+ quanto fec'egli, quando fuor uscío,
+ venendo a me con la crista gagliarda.
+p. 215
+ 100 Ma, quando vide sé in lo scudo mio,
+ perché lo sguardo suo è che uccide,
+ lí si specchiò e subito morío.
+
+ Quando l'Invidia morto il figliol vide,
+ le man si morse con sospiri e pianto,
+ 105 con gran singolti, voci ed alte gride.
+
+ Allor inver' di lei mi feci alquanto,
+ dicendo:--O brutta e maladetta fèra,
+ o crudeltá, che 'l mondo guasti tanto,
+
+ nel bel giardin di sempre primavera
+ 110 tu da primaio insidiosa intrasti
+ con falsitá e con bugiarda céra;
+
+ i primi nostri, vergognosi e casti,
+ servi facesti di concupiscenza;
+ e i gran doni di Dio però fûr guasti.
+
+ 115 Non ti ritenne poi l'alta innocenza
+ del iusto Abel, ch'era il primaio buono,
+ nato nel mondo d'umana semenza.
+
+ Né che 'n quel punto egli facea il dono
+ d'offerta a Dio: allora piú feroce
+ 120 tu l'uccidesti senza alcun perdono;
+
+ per che gridoe la terra ad alta voce
+ per lo sangue innocente; e cosí fece
+ per l'altro, il qual tu occidesti in croce.
+
+ Le man fraterne armasti nella nece
+ 125 del bel Iosef, ed a ciò consentire
+ facesti i suoi fratelli tutti e diece.
+
+ Non avesti piatá del gran martíre
+ dell'etá puerile e del lamento
+ del vecchio padre, che volea morire,
+
+ 130 quando del figlio vide il vestimento
+ tinto di sangue; e tu, o fèra cruda,
+ stavi ridente e col volto contento.
+
+ Ahi, belva trista e d'ogni piatá nuda!
+ A te Pilato, sol per saziarte,
+ 135 dimostrò il Re giá tradito da Iuda,
+p. 216
+ tinto di sangue e con le vene sparte.
+ Per recarti a piatá, disse:--Ecco l'Uomo
+ fragellato nel corpo e in ogni parte.--
+
+ Ma tu, crudele, allora festi como
+ 140 cane alla preda, che l'ira il trafigge,
+ o come l'orso, quando vede il pomo;
+
+ ché allor gridasti:--Tolle, crucifigge;--
+ e niente ti mosse, o dispiatata,
+ in tanta maiestá l'umile effigge.
+
+ 145 Superbia è la tua madre, onde se' nata;
+ e 'l timor vile è quel che ti notríca,
+ ed anco è 'l padre, dal qual se' creata.
+
+ Però d'ogni virtú tu se' nemica,
+ mentre vuoi esser tu la piú eccellente
+ 150 e che di te meglio d'altri si dica.
+
+ Odio tu porti a quel ch'è piú splendente,
+ s'e' tua virtú ecclissa o falla meno
+ come il lume maggior il men lucente.
+
+ Allor nel core ti nasce il veneno
+ 155 inver' di quello, e cerchi che s'estingua
+ quello splendor ch'è piú del tuo sereno.
+
+ E col rancor del core e colla lingua
+ giammai non posi e colli denti stracci
+ la carne umana marcia che t'impingua,
+
+ 160 insidiando con occulti lacci.--
+
+
+p. 217
+
+
+
+
+CAPITOLO V
+
+Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito.
+
+
+ Mentr'io dicea, ed ella strignea i denti
+ irata verso me ed era morsa
+ da' suoi capelli, ch'erano serpenti.
+
+ E giá Minerva avea la via trascorsa,
+ 5 al mio parer, un gittar di balestro,
+ ond'io per giunger lei mi mossi a corsa.
+
+ Però partimmi e pel cammin alpestro
+ sí ratto andai, ch'io fui appresso a lei
+ come scolar che va dietro al maestro.
+
+ 10 Ed ella a me:--Li figli, che li piei
+ seguitan d'esta belva e 'l suo calcagno,
+ se vuoi sapere, or nota i detti miei.
+
+ Sappi che, quando alcun, sol per guadagno
+ o altro bene, d'invidia s'accende
+ 15 contra il vicino artista ovver compagno,
+
+ questo ha alcuna scusa, s'egli offende;
+ ché sempre alla cagion, che 'l bene scema,
+ alcuna invidia ovver rancor si stende.
+
+ Ma, se la volontá la gran postema
+ 20 ha dell'invidia senza essere lesa,
+ e senza pro e senza alcuna téma,
+
+ cotale invidia non può aver difesa;
+ ché sol malizia ha quel rancor commosso
+ senza esser adontata ovver offesa:
+
+ 25 sí come il can che non può roder l'osso,
+ che, quando vede ch'altro cane il rode,
+ con impeto, abbaiando, gli va addosso.
+p. 218
+ E questo non fa ei che gli sia prode;
+ ma sol malizia el fa esser nemico,
+ 30 talché si duol di quel ch'altri si gode.
+
+ Cotal invidia il vizioso antico,
+ sí come è scritto, alli giovani porta,
+ in quel che senza posa egli è inico.
+
+ La terza invidia, che chiude ogni porta
+ 35 della piatá nell'uomo e che è segno
+ ch'ogni luce mentale in lui sia morta,
+
+ è quella c'ha il cor tanto malegno,
+ che del dono, che dá Dio ovver natura,
+ concepisce odio ed anche n'ha disdegno
+
+ 40 ché, quando è bona alcuna creatura
+ e pò far pro ed offesa non reca,
+ nulla scusa ha colui che gli ha rancura.
+
+ Dunque sola malizia è che l'acceca
+ e move a invidia; e tal colpa di rado
+ 45 riceve grazia della sua botteca.--
+
+ Cosí Minerva a me di grado in grado
+ li membri dell'invidia mi descrisse
+ e quel ch'è piú difforme dal men lado.
+
+ E piú detto averebbe; ma s'affisse,
+ 50 perché trovammo in terra una catena
+ maggior che da Vulcan giammai uscisse;
+
+ la qual era sí grande, che appena
+ l'averebbon portata due cameli,
+ se l'avesseno avuta in su la schiena.
+
+ 55 --Cerbero, che ha a serpenti tutti i peli
+ --disse a me Palla,--d'esta fu legato
+ nelle tre gole, c'ha tanto crudeli,
+
+ quand'egli dal fort'Ercol fu menato
+ nel mondo su, come menar si sòle
+ 60 un fero toro a forza e suo mal grato.
+
+ Giunto che fu presso ove luce il sole,
+ perché negli occhi il raggio gli percosse,
+ forte latrò con tutte e tre le gole.
+p. 219
+ E con tal forza addietro ingiú si mosse,
+ 65 che avería tratto seco il forte Alcide
+ inver' l'inferno, credo, se non fosse
+
+ ch'egli sguardò le braccia ardite e fide
+ del buon Teseo, ed egli li sobvenne,
+ quando alla 'ngiú cosí calar lo vide.
+
+ 70 Cerber, tirato, su nel mondo venne,
+ forte latrando con tutti e tre i musi,
+ perché la mazza d'Ercole sostenne.
+
+ Poi che fu su, tenne gli occhi suoi chiusi
+ ché sempre il raggio lucido è noioso
+ 75 agli occhi infermi ed alle tenebre usi.
+
+ Quando morí il grand'Ercol virtuoso,
+ ché la camicia la vita li tolse,
+ tinta del sangue che era venenoso,
+
+ quel can malvagio allora si disciolse,
+ 80 ché colli denti esta catena rose;
+ e libero fuggí dovunque vòlse.
+
+ L'Invidia allor quiritta questa pose
+ in questo loco, ch'a lei è subietto;
+ ed halla qui tra l'altre infernal cose.--
+
+ 85 Minerva appena a me questo avea detto,
+ ch'io cominciai udire il trino abbaio
+ di Cerber, cane orrendo e maladetto.
+
+ E come un gran rumor, che da primaio
+ confuso pare e, quanto s'avvicina,
+ 90 tanto egli par piú vero ed anco maio,
+
+ cosí facea del can la gran ruina.
+ E po' el vidi venir con tre gran bocche,
+ correndo giú per quella piaggia china.
+
+ --Guarda--disse la dea,--che non ti tocche;
+ 95 ché, s'e' la bava addosso altrui attacca,
+ mestier non è che mai piú cibo imbocche.--
+
+ Le fiere gole, con che 'l cibo insacca,
+ quando latrava, parean tre gran tane,
+ vermiglie come sangue e come lacca.
+p. 220
+ 100 Minerva avea il mele ed avea il pane;
+ e fenne un misto ed al mostro gittollo:
+ allor tacette quel rabbioso cane
+
+ e, per piú averne, ratto stese il collo
+ e ventiloe la coda ed alzò 'l mento
+ 105 come il mastin, quando non è satollo.
+
+ Mentr'egli, per piú averne, stava attento,
+ la dea accennò ch'io prendessi la via;
+ ond'io quatto su andai a passo lento.
+
+ Quando Cerber s'avvide ch'io fuggía,
+ 110 mi risguardò e poi scosse la testa
+ e con tre gole borbottò in pria.
+
+ Poscia corse ver' me con gran tempesta,
+ come alla preda affamato lione,
+ quando adirato sta nella foresta.
+
+ 115 --Fa', fa' che ratto a lui lo scudo oppone
+ --gridò Minerva,--se non vuoi morire,
+ ov'è scolpito l'orribil Gorgone.--
+
+ Il gran periglio dá maggior ardire,
+ se non dispera; ed io lo scudo opposi,
+ 120 quando su contra me il vidi venire.
+
+ Egli lo morse coi denti rabbiosi;
+ poi li ritrasse a sé, perché s'avvide
+ che al cristallo non eran noiosi.
+
+ Allor gridai:--O Palla, che mi guide,
+ 125 perché tu a questa volta m'hai lasciato?
+ perché tu a me medesmo sol mi fide?--
+
+ Per questo corse e posemise a lato,
+ dicendo a me:--Perché 'l timor t'assale,
+ da che natura ed io t'abbiamo armato?
+
+ 130 Per questa piaggia, per la qual tu sale,
+ se tu non lassi l'arme da te stesso,
+ nulla nuocerti può over far male.--
+
+ Quando questo dicea, ed ivi appresso
+ in terra vidi guasto un corpo umano,
+ 135 mezzo corroso e con lo petto fesso.
+p. 221
+ Ed era senza piedi e senza mano
+ sí come un corpo ch'a' lupi rimagna,
+ e brutto e lacerato a brano a brano.
+
+ Di simil corpi, lí 'n quella campagna,
+ 140 cosí disfatti, n'era un grand'acervo,
+ il qual mi demostrò la mia compagna.
+
+ Quel primo, ch'io trovai, disse:--Io fui servo
+ giá d'Atteon e fui 'l primo che 'l morsi,
+ quando mi parve trasmutato in cervo.
+
+ 145 Ma poi, quando fui qui, ed io m'accorsi
+ ch'io fui il cane e ch'egli era uomo vero;
+ ma per la 'nvidia l'intelletto torsi.
+
+ E noi, che stiamo in questo cimitero,
+ siam cosí rosi, ché rodemmo altrui
+ 150 con lingua e fatti e dentro nel pensiero.
+
+ Quel grande invidioso è qui tra nui,
+ che volle a sé che un occhio si traesse,
+ perché al compagno sen traesson dui:
+
+ ed anco ha doglia, quando 'l ben vedesse.--
+
+
+p. 222
+
+
+
+
+CAPITOLO VI
+
+Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú.
+
+
+ Mentr'io admirando stava stupefatto,
+ vidi quegli uomin guasti rifar sani
+ e nelli membri interi ed in ogni atto.
+
+ E poi vidi venir ben mille cani,
+ 5 latrando contra loro inseme in frotta,
+ mordaci e grandi piú che cani alani.
+
+ Come in la mandra fa la lupa ghiotta,
+ che morde e guasta ed anco uccide e strozza;
+ cosí facean quei can di quegli allotta.
+
+ 10 Quale rimane ai lupi alcuna rozza,
+ cosí li vidi rosi, e sí rimasi
+ e cogli occhi cavati e lingua mozza,
+
+ e senza mani e piedi e senza nasi,
+ e sviscerati e le budella sparte,
+ 15 e col cor dentro roso e petti spasi.
+
+ Io vidi un, ch'era guasto in ogni parte;
+ al qual io dissi:--Prego che mi dichi
+ chi fusti, e vogli a me appalesarte.
+
+ --Io fui al tempo de' romani antichi
+ 20 --rispose quello,--che Roma a ragione
+ visse in virtú e cogli atti pudichi.
+
+ Fui con molt'altri contra Scipione:
+ ah, invidia, nemica di virtude!
+ ah, invidia, ch'a bontá sempre t'oppone!
+
+ 25 Non valse a lui mostrar le membra nude
+ pien di ferite in ragion delle spese,
+ che richiesono a lui le lingue crude.
+p. 223
+ Non valse a lui mostrar che ne difese;
+ e che, s'egli non fosse, dir non valse,
+ 30 sarian le roman case state incese;
+
+ ché, quando per virtú in gloria salse,
+ allor l'Invidia, per tirarlo a basso,
+ contro lui mosse mille lingue false.
+
+ Ond'egli fuor di Roma mosse il passo,
+ 35 dicendo:--O madre ingrata al figliol pio,
+ o patria invidiosa, ora ti lasso:
+
+ tu non possederai il corpo mio.
+ Ed io, che parlo, fu' il primo tra quelli,
+ ché invidia contro lui mi fe' sí rio.
+
+ 40 Però son posto qui alli fragelli,
+ che tu hai visti, e invidia ne tormenta
+ in quello che ne fe' malvagi e felli.
+
+ Iustizia fa ch'ognun di noi diventa
+ san nelli membri, e cosí fa rifarne
+ 45 almen nel mese delle volte trenta.
+
+ E, come noi mangiammo l'altrui carne
+ sí come cani, e cosí per vendetta
+ da invidiosi can fa divorarne.--
+
+ E giá la dea insú n'andava in fretta,
+ 50 ond'io partimmi e non gli fei risposta;
+ e, mentr'io andava per la strada incerta,
+
+ trova' una fossa occulta in la via posta,
+ e senza voglia mia il piè vi posi,
+ e caddi in terra alla sinistra costa.
+
+ 55 Subito mille cani, ivi nascosi,
+ vennon contro di me con grandi gridi
+ e colli denti di cani rabbiosi.
+
+ Ahi, quanto io ammirai, quando li vidi!
+ Ed anco ebbi timor di lor concorso,
+ 60 quando disseno:--Preso è; uccidi, uccidi!--
+
+ Sí come il can quando è percosso e morso,
+ ch'ogni altro can gli abbaia e fagli guerra,
+ quando grida per doglia o per soccorso,
+p. 224
+ cosí la Invidia fa, quand'altri è 'n terra;
+ 65 e quando vede alcun condutto al laccio,
+ manifesta il venen che dentro serra.
+
+ Io m'ingegnai di terra levar 'vaccio.
+ Mirabil cosa! Quand'io fui levato,
+ ognun fuggío e nessun mi die' impaccio.
+
+ 70 E giá, salendo, io era tanto andato,
+ che giunsi all'altra spiaggia inver' ponente,
+ ove Avarizia tiene el principato.
+
+ Ivi trovai fuggire una gran gente,
+ con sí gran furia, che l'un dava inciampo
+ 75 nell'altro per fuggir velocemente.
+
+ Sí come quando in rotta è messo un campo,
+ che par ch'ognun disperso si dilegue
+ tra spini e fiumi e monti in loro scampo,
+
+ e con la spada il vincitor li segue,
+ 80 forte correndo, e spesso avvien ch'un solo
+ mille giá messi in fuga ne persegue;
+
+ cosí fuggendo andava quello stuolo,
+ tra 'l qual conobbi Bencio da Fiorenza,
+ che fu di Giorgio Benci giá figliuolo.
+
+ 85 Io dissi a lui:--Un poco sussistenza
+ prego che facci e che di dir ti piaccia
+ perché fuggite voi, per qual temenza.--
+
+ Rispose, andando e voltando la faccia:
+ --Donna sta qui, per cui fuggiam sí forte:
+ 90 ella col suo timor ne mette in caccia.
+
+ In questa piaggia tien la brutta corte
+ ed è chiamata trista Povertade,
+ spiacente tanto, ch'appena è piú Morte.
+
+ Per mezzo delle spine e delle spade
+ 95 noi la fuggiamo per ogni periglio,
+ per mezzo a' fiumi e per l'aspre contrade.--
+
+ Allor per veder quella alzai il ciglio
+ e dalla lunga vidi quella vecchia,
+ ch'è ostetrice prima ad ogni figlio.
+p. 225
+ 100 Avea i peli canuti ad ogni orecchia;
+ è dispiacente sí, che a lei appena
+ la Morte in displicenzia s'apparecchia.
+
+ Malanconia e fame seco mena;
+ e per suoi damigelli avea gaglioffi;
+ 105 e di miseria la sua corte è piena.
+
+ E barattieri ha seco e brulli e loffi
+ e quelli a cui non fa bisogno punga,
+ e nudi che sospiran con gran soffi.
+
+ Per questo van fuggendo tanto a lunga,
+ 110 e la fatica mai non li fa stanchi:
+ tanto han timor che costei non li giunga.
+
+ Il loco, ove fuggíano, io mirai anchi
+ e vidi l'altra corte, dove vanno,
+ ove lor pare alquanto esser piú franchi.
+
+ 115 Lí stava una regina in alto scanno
+ ed era grande in forma gigantea,
+ e vestita era d'oro e non di panno.
+
+ E, benché fosse adorna come dea,
+ nientemeno avea volto lupardo
+ 120 e la sua vista traditrice e rea.
+
+ Mentr' i' a vederla ben drizzai lo sguardo,
+ io vidi cosa, ch'il creder vien meno;
+ ma io 'l dirò, e non sarò bugiardo.
+
+ Vidi che della poppa del suo seno
+ 125 lattava e nutricava un piccol drago;
+ ma ben parea a me pien di veneno.
+
+ Mentre el suggea desideroso e vago,
+ da quel, ch'egli era pria, si fe' piú grande
+ che un grosso trave rispetto d'un ago.
+
+ 130 Allor richiede aver maggior vivande,
+ ché tutto il latte, che la madre stilla,
+ non basta al grande iato, ch'egli spande.
+
+ Però, affamato, prende la mammilla
+ e cava il sangue, e quel convien che suchi;
+ 135 e, perché è poco, il venen disfavilla.
+p. 226
+ --Convien che ad altra preda ti conduchi
+ --disse colei:--o figlio, io non ti basto,
+ da che hai piú fame quanto piú manduchi.--
+
+ Allora il drago, per aver il pasto,
+ 140 tra quelle genti rapace si mosse,
+ come fa il lupo tra le mandre el guasto.
+
+ E, non sguardando qualunque si fosse,
+ or questo or quel divora e 'l sangue beve
+ colli suoi denti e coll'ultime posse.
+
+ 145 E, s'egli cresce al pasto che riceve,
+ e quanto cresce, tanto ha piú appetito,
+ convien ch'ogni gran cibo a lui sia breve.
+
+ Vidi poi il drago crudele ed ardito
+ venir ver' me con sí grande tempesta,
+ 150 che di paura io sarei tramortito,
+
+ non fusse che Minerva presta presta
+ a me soccorse, e tra lui e me si mise,
+ e, quando venne, gli tagliò la testa.
+
+ Mirabil cosa! Sette ne rimise,
+ 155 e tutte e sette quelle teste nuove
+ anco la dea gli tagliò e ricise.
+
+ Nacquene in lui ancor quarantanove;
+ e fu quell'idra, giá morta da Alcide,
+ quando nel mondo fece le gran prove.
+
+ 160 Quando dea Palla di questo s'avvide,
+ che ogni capo ne rimette sette,
+ quantunque volte la spada il ricide,
+
+ non con quell'arme piú gli resistette,
+ ma disse a me:--Qui è bisogno il foco:
+ 165 quest'è quell'arme ch'a morte lo mette.--
+
+ Descender vidi allora su 'n quel loco
+ una gran fiamma, e quel serpente estinse
+ e féllo come pria diventar poco.
+
+ In questo modo la mia scorta el vinse.
+
+
+p. 227
+
+
+
+
+CAPITOLO VII
+
+Ove trattasi del vizio dell'avarizia.
+
+
+ Io stava ancora a quel dragone attento,
+ a cui, mangiando, fame cresce tanto,
+ quanto a sei cifre crescerebbe un cento,
+
+ quando la dea mi disse:--Or mira alquanto
+ 5 a quella lupa cruda, che ha la 'nvoglia
+ sí preziosa e sí adorno il manto.
+
+ Ben converrá che, quando ella si spoglia,
+ la sua bruttura ed i figliol dimostri,
+ che parturisce sua bramosa voglia.--
+
+ 10 Allor mirai e vidi cinque mostri,
+ quand'ella si spogliò il bel mantello,
+ ch'avean diversi volti e vari rostri.
+
+ Il primo avea il viso umano e bello;
+ e quanto piú venía verso la coda,
+ 15 tanto era serpentino e rio e fello.
+
+ Minerva disse a me:--Quella è la Froda,
+ che guastò il vero amore e vera fede,
+ che fa temer che l'un l'altro non proda.
+
+ Quell'altro mostro, che dietro procede,
+ 20 che ha faccia umana e lingua tripartita
+ e che trascina il petto e non sta in piede,
+
+ è quella biscia maladetta ardita,
+ che nacque prima del drago crudele,
+ che diede morte, promettendo vita.
+
+ 25 Il terzo mostro, che ha in bocca il mèle
+ e porta nella man la spada nuda
+ nascosa dietro, sol perché la cele,
+p. 228
+ è quel dimon, ch'entrò nel cor di Giuda,
+ quando col bascio il gran Signor tradío
+ 30 per l'appetito della lupa cruda.
+
+ Il quarto mostro, piú malvagio e rio,
+ è quel che 'l secol d'oro e l'etá lieta
+ conturbò prima con dir «tuo» e «mio».
+
+ E 'l coltel sanguinoso e la moneta
+ 35 vedi che porta, ed è pien di veneno,
+ fiero e rapace senza nulla pietá.--
+
+ Poi tanti mostri parturío del seno
+ e tanto brutti la bramosa lupa,
+ ch'a numerargli ognun ne verría meno.
+
+ 40 --Ella è nel ventre tanto grande e cupa
+ --disse Minerva,--e mena a tanti lacci,
+ ch'ogni intelletto grande e legge occúpa.
+
+ Perché nel fundamento ben lo sacci,
+ attendi ch'avarizia è voglia accesa
+ 45 di conservar o ch'acquistar procacci.
+
+ Se ad acquistar questa voglia fa impresa,
+ sta in faticosa cura e sempre in moto
+ e sempre al pasto con la mente attesa;
+
+ ché sempremai 'l voler, quand'è rimoto
+ 50 da quel ch'egli desia, si move e corre,
+ insin ch'è pien, se gli par esser vòto.
+
+ E, perch'empier non puossi e fame tôrre
+ giammai l'avaro e bramoso appetito,
+ salvo al desio non voglia termin porre,
+
+ 55 per questo avvien che quanto piú è ito
+ oltra, acquistando, tanto s'affatica:
+ però tal cura cresce in infinito.
+
+ E quanto vien piú verso l'etá antica,
+ tanto piú cresce e per amor del pasto
+ 60 ogni altro amor disprezza ed inimica.
+
+ Quinci escon i gran mal, che 'l mondo han guasto;
+ ché, quando questa brama non s'affrena,
+ sforzando, ruba altrui con onte ed asto
+p. 229
+ Questa è che al furto ed alle forche mena
+ 65 e fa l'usura e barattier ricetta;
+ questa è d'inganni e di menzogne piena.
+
+ Questa fa che 'l figliol la morte aspetta
+ del vivo padre, e, per esser ereda,
+ spesse fiate a lui la morte affretta.
+
+ 70 Questa è che assassina, uccide e preda,
+ dispregia Dio, all'uom è traditrice,
+ e meretrica ed in molt'atti è feda.
+
+ Questa è 'l mal seme e questa è la radice
+ d'ogni altro mal; ché di lei uscir puote
+ 75 ogni altro vizio, sí come si dice.
+
+ L'altra avarizia ancor, se tu ben note,
+ è voglia accesa a conservare in arca;
+ e questa fa cadere in molte mote.
+
+ Questa è troppo tenace e troppo parca;
+ 80 ed è senza piatá e non sobviene,
+ se il bisognoso chiede o si rammarca.
+
+ Deh, dimmi, avar, che giovan l'arche piene,
+ se l'Avarizia sí ti tien la mano,
+ che a te, né ad altri non ne puoi far bene?
+
+ 85 E forse lasserai erede estrano,
+ che non vorresti, e forse sará alcuno,
+ che dir potrai:--Ho conservato invano.--
+
+ Or non sai tu ch'ogni ben è comuno
+ nel gran bisogno e che nell'ampia mensa
+ 90 parte ci ha 'l nudo povero e digiuno?
+
+ Ma ciò ch'avanza o che mal si dispensa,
+ il bisognoso può dir che gli è tolto
+ e la indigenza iniustamente offensa.--
+
+ Quando tutto il processo ebbi raccolto,
+ 95 i' dissi a lei:--Non ho bene compreso
+ un detto, che 'l pensier mi grava molto.
+
+ Tu di' che la Menzogna, s'io l'ho inteso,
+ è figlia della lupa iniqua e ria,
+ che dopo il pasto ha piú 'l disio acceso.
+p. 230
+ 100 Or come è questo, dacché nacque in pria
+ del petto invidioso del serpente,
+ ch'è menzonaio e padre di bugia?--
+
+ Ed ella a me:--Non è inconveniente
+ ch'un atto rio di piú radici nasca,
+ 105 com'io ti mostrerò apertamente.
+
+ Tu sai che fura alcun, perché si pasca;
+ ed alcun fura per la voglia sola,
+ che ha d'esser ricco, e per mettere in tasca.
+
+ Tu vedi ben che l'uno e l'altro imbola,
+ 110 ed un di questi da avarizia è mosso,
+ e l'altro el move il vizio della gola.
+
+ Perché tal dubbio sia da te rimosso,
+ dirò dove virtú e 'l mal si fonda;
+ e chiaro tel dirò quantunque posso.
+
+ 115 Non vien dal fior, né anco dalla fronda,
+ s'egli è amaro e vizioso il frutto,
+ ma da la raica e 'l ramo, onde seconda.
+
+ E cosí l'atto, s'egli è bello o brutto;
+ e, s'egli ha 'n sé bontá ovver malizia,
+ 120 vien dalla volontá, ond'è produtto;
+
+ ché 'l voler, intendendo, el fine inizia
+ e sa 'l perché e 'l modo, e l'ordin guida;
+ ed ella fa il fin buono ed anche 'l vizia.
+
+ Onde, se alcun per bene un uomo uccida,
+ 125 servando l'ordin iusto, cotal atto
+ non faría lui colpevole omicida.
+
+ Il tempo è poco: omai andiam piú ratto.--
+ Ond'io mi mossi; e forse eravamo iti
+ quant'un grosso balestro avesse tratto,
+
+ 130 ch'io risguardai agli oppositi liti
+ e vidi il mostro opposito e distante
+ a la lupa rapace e suo' appetiti.
+
+ Le mani avea forate tutte quante,
+ i piedi avea di gallo e la gran cresta,
+ 135 e d'uomo il volto e tutto altro sembiante.
+p. 231
+ Genti eran seco, che facean gran festa;
+ ed egli stava in mezzo grasso e croio;
+ poi si spogliò e donò a lor la vesta.
+
+ Poi, poco stando, ed ei prese un rasoio
+ 140 e scorticossi, e poi le ven si punse;
+ e donò a quelle genti il proprio cuoio
+
+ e poscia il sangue, che da sé desmunse.
+ Alfin e' diventò come Eco trista,
+ ch'ancor risponde e d'amor si consunse.
+
+ 145 La dea a me:--L'immago, che hai vista,
+ del prodigo è, c'ha suoi atti contrari
+ a quella lupa, che bramando acquista.
+
+ Egli non cura robba, né denari;
+ dissipa e fonde e li suoi ben ruina.
+ 150 Quest'altra aduna e tien con modi avari.
+
+ Il liberal per mezzo a lor cammina:
+ cosí ogni virtú giammai non erra,
+ s'ella alle parti estreme non declina.
+
+ Da un lato l'avaro a lei fa guerra,
+ 155 amando troppo l'oro e per eccesso;
+ dall'altro quel che mai la borsa serra:
+
+ ché la pecunia e l'altro ben, concesso
+ all'uso umano, egli ama tanto poco,
+ che non mira ond'è e quanto e come spesso:
+
+ 160 però oppositi stanno in questo loco.--
+
+
+p. 232
+
+
+
+
+CAPITOLO VIII
+
+Dove si ragiona del vizio dell'avarizia
+
+
+ Un gran torrente, poi, polito e chiaro
+ trovammo in quella via, che gira in tondo,
+ ove pena sostien chiunque fu avaro.
+
+ E presso al fiume, ov'egli è piú profondo,
+ 5 vidi del miser Cadmo le figliuole
+ con brocche in mano; e nessuna avea fondo.
+
+ E, quando alcuna empire l'idria vòle,
+ perché 'l lor vaso è sfondato di sotto,
+ quanto sú metton, giú convien che scóle.
+
+ 10 E sempre stan con l'appetito ghiotto,
+ affaticate, che credono empire,
+ quando che sia, ognuna il vaso rotto.
+
+ Migliaia vidi posti a tal martíre,
+ che di quel fiume stanno su la rupe,
+ 15 ed un di loro a me cominciò a dire:
+
+ --Sí come noi le voglie rotte e cupe
+ nel mondo avemmo e sempremai bramose
+ piú che mai cagne ovver che magre lupe,
+
+ cosí iustizia qui 'n pena ne pose,
+ 20 che sitibondi stiamo appresso all'onda
+ dell'acque sí abbondanti e copiose.--
+
+ Poscia una donna vidi in sulla sponda
+ come un gigante e col vestire adorno,
+ con bella faccia e con la treccia bionda.
+
+ 25 Dinanti a lei ed anche intorno intorno
+ stavano molti, ch'eran piú assititi
+ che Orlando, quando alfin sonò 'l corno.
+p. 233
+ E, benché siano al fiume in sulli liti,
+ non mai però verun dell'acque toglie,
+ 30 ché dal voler di Dio sonno impediti.
+
+ La bella donna di quell'acqua coglie
+ con diligenza, con una gran brocca,
+ per saziar le lor bramose voglie,
+
+ ed a quell'alme la trasfonde in bocca;
+ 35 ma la lor sete tanto piú s'accende,
+ quanto piú acqua in gola lor trabocca.
+
+ Ella mi disse:--O tu, che vivo ascende
+ e contemplando vai questo reame,
+ la pena di costoro alquanto attende.
+
+ 40 Benché 'l poeta Copia mi chiame,
+ nientemen mia acqua mai fa spenta
+ la sete a questi e loro ardenti brame.
+
+ Or pensa la lor pena se tormenta,
+ da che l'arsura lor mai non s'estingue,
+ 45 né, quantunque acqua beva, si contenta.
+
+ Però qui stanno ianti colle lingue,
+ come sta il can che ha corso, e con gran folla
+ corrono a me, che la lor sete impingue.
+
+ --O voglia ingorda e cupa mai satolla,
+ 50 a cui la sete maladetta cresce,
+ quanta piú acqua del mio fiume ingolla,
+
+ qual tutta l'acqua, che nutríca pesce,
+ non saziaría e non faría dir:--Basta,--
+ né quanta n'entra in mare ovver che n'esce:
+
+ 55 nel mondo, onde mi mena la dea casta
+ --risposi a Copia,--non è questa sete,
+ al mio parer, cotanto ingrata e vasta.--
+
+ La donna a me:--Lassú non conoscete,
+ rispetto a quell'arsura che martíra,
+ 60 quant'è poca quell'acqua, che bevete.
+
+ La millesima parte, chi ben mira,
+ quando:--Vorrei--si dice, o:--Se avesse!
+ non si chiede del ben, che l'uomo disira.
+p. 234
+ Sí come 'l ricco chiese che daesse
+ 65 un gocciol d'acqua Lazzaro col dito,
+ che la sua lingua tanto non ardesse,
+
+ tal chiede l'uom rispetto all'appetito;
+ colui ch'empirsi d'un gocciol si fida,
+ di tutto il fiume mio non sería empíto.
+
+ 70 Qui sta Pigmalion, e qui sta Mida,
+ che di far oro col tatto a Dio chiese,
+ e per tal don di sé fu omicida.
+
+ Ancora chiedon con le voglie accese:
+ a lor, né ad altri mai potei dar tanto,
+ 75 ch'elli dicesson ch'io fussi cortese.--
+
+ Rispose a questo un ch'era quivi accanto:
+ --Pensa se io, a cui non dái niente,
+ mi debbo lamentar e far gran pianto.--
+
+ E mentre che per questo io posi mente,
+ 80 egli mi disse:--Io son preite Antióco,
+ e son dannato qui tra questa gente.
+
+ Idropico giammai, fabbro, né cuoco
+ non ebbon sí gran sete; e sempre chiedo
+ che questa donna mi dia bere un poco.
+
+ 85 Maggior dolor non è, sí com'io credo,
+ che di eccellenza aver gran desidèro
+ o di ricchezza o d'ira o d'atto fedo;
+
+ ché, se quel ch'uom disia non viene invero,
+ l'animo affligge, e, se inver venisse,
+ 90 ha sempre mancamento e non è intero.--
+
+ Risponder gli volea, quand'esto disse;
+ ma per la folla e per la grande stretta
+ convenne ch'io sospinto addietro gisse,
+
+ però che quella gente maladetta
+ 95 fanno gran calca, ed insieme s'oppreme
+ ciascun, che l'acqua in prima a lui si metta.
+
+ Per questo poi turbar li vidi inseme,
+ sí come quei fratelli fên la guerra,
+ in Tebe nati dal serpentin seme,
+p. 235
+ 100 e come nel teatro alla gran terra
+ ne' giuochi salii dispiatati e crudi,
+ sí come dice Seneca e non erra,
+
+ stavano disarmati senza scudi
+ li condannati, chiusi in poco spazio,
+ 105 colli coltelli in mano, a petti nudi,
+
+ e di lor carne facean tanto strazio,
+ finché l'un l'altro crudelmente uccide,
+ ch'ogni Erode crudel ne saria sazio.
+
+ Quando cotanto mal l'occhio mio vide,
+ 110 dissi a Minerva:--Io prego mi contenti
+ d'un dubbio, pria che piú in alto mi guide.
+
+ Di tutti i cieli e di tutti elementi,
+ se nell'Apocalisse io ben discerno,
+ di tutti i regni e di tutti li venti
+
+ 115 commesso ha Dio agli angeli il governo
+ sí come a motor primi e generali,
+ sí che lor moto vien dal piú superno.
+
+ Ora mi di': se li ben temporali
+ sono commessi ad agnol che sia buono,
+ 120 da che son seme di cotanti mali?
+
+ Ché, se penso l'origine, onde sono,
+ cavati son d'inferno, ove natura
+ nascosto avea cosí nocivo dono.
+
+ Ed anco questo don, s'io pongo cura,
+ 125 tutte le volte nuoce a' possessori,
+ se l'appetito a sé non pon misura.
+
+ E Satanasso disse:--Se mi adori--
+ quando nell'alto monte menò Cristo,
+ --io ti darò e regni e grandi onori.--
+
+ 130 Adunque da lui è cotale acquisto:
+ nullo guadagno grande e ratto viene,
+ se non con froda o con rapina misto.
+
+ Chiaro è lo testo che questo contiene,
+ ché nell'Apocalisse chi ben cerca,
+ 135 questo testo e la chiosa vedrá bene.
+p. 236
+ Dice: «Qualunque per guadagno merca,
+ convien che della bestia porti il segno»,
+ come chi serve a Dio porta la cherca.
+
+ E questa bestia, come fermo io tegno,
+ 140 è un diavolo; e la froda e la bugia
+ il segno son del serpente malegno.
+
+ Ed anco in ciò che fa, convien che sia
+ Cristo simile al Padre e che ambedoi
+ tengan un modo, un ordin e una via.
+
+ 145 Ma Cristo solo a' buon seguaci suoi,
+ s'io ben estimo, commise ogni cosa
+ alta e perfetta, e questo veder puoi.
+
+ Del sangue suo la sua dotata sposa
+ commise a Pietro e l'una e l'altra chiave,
+ 150 la qual d'aprir il ciel ora si posa.
+
+ E quella dolce Madre, a cui disse:--Ave--
+ giá Gabriello, diede al suo diletto,
+ il qual amò con piú amor soave.
+
+ Il nome suo commise al vaso eletto,
+ 155 che 'l predicasse tra 'l popul gentile,
+ e che alla fede el facesse soggetto.
+
+ Ma la pecunia, come cosa vile,
+ commise a quel discepol, ch'era rio
+ lupo rapace in mezzo al santo ovile.
+
+ 160 Questo ne dice Cristo, al parer mio,
+ che nullo puote mai, sí come ei pone,
+ a Mammona servir ed anco a Dio.
+
+ Sí come alcuno espositor espone,
+ delle divizie Mammona è ministro;
+ 165 sicch'egli alle divizie si prepone.--
+
+ Quand'ebbi detto, il cammino a sinistro
+ prese la dea ed alla mia proposta
+ mi disse:--L'opra dimostra il maistro;--
+
+ e non mi volle dare altra risposta.
+
+
+p. 237
+
+
+
+
+CAPITOLO IX
+
+Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami.
+
+
+ Giá er'io gionto in su la piaggia quarta,
+ ove l'Accidia sta ad impedire
+ l'andar alla vertú per la via arta,
+
+ quando la dea mi cominciò a dire:
+ 5 --Accidia è tedio ed un increscimento
+ di far il bene ovvero a Dio servire;
+
+ ché sempre a quella cosa si sta attento,
+ che dá diletto ovver piacere al cuore,
+ ed ogni altra è con pena e con istento;
+
+ 10 e tanto ogni vertú ha piú valore,
+ quanto è prodotta con piú allegrezza
+ e con maggior fervor di buon amore,
+
+ ché amor ogni virtú pone in altezza,
+ e tanto piace a Dio ed ègli accetto,
+ 15 che 'l ben, quanto ha d'amor, tanto l'apprezza;
+
+ e come amor il ben fa piú perfetto,
+ cosí l'accidia, ch'all'amor s'oppone,
+ el fa essere vile e fallo infetto.
+
+ E sappi che di questo è la cagione
+ 20 la sensualitá, che sempre è prona
+ a ciò che contradice alla ragione;
+
+ e se al ben far la volontá la sprona,
+ vi va con tedio, se vertú assueta
+ non l'ha domata pria e fatta buona.
+
+ 25 Ma, se corre a virtú gioconda e lieta,
+ e spiace a lei ciò ch'a ragion dispiace,
+ segno è ch'è buona, domata e quieta.--
+p. 238
+ Coll'occhio, poi, che meglio e piú vivace
+ prende certezza e piú il ver conferma,
+ 30 vidi l'Accidia ed ogni suo sequace.
+
+ Ell'era vecchia, magra, trista e 'nferma,
+ e posta tra le spine e campi incolti,
+ debile sí, che 'n piè non stava ferma.
+
+ E mostri intorno intorno ell'avea molti,
+ 35 ch'avean orribil forma ed apparenza,
+ e tutti malanconici ne' volti.
+
+ --La prima sua figliola è Sonnolenza,
+ che si distende ovver dorme o sbaviglia,
+ quando di Dio si parla o di scienza;
+
+ 40 e, se di risi o giochi si bisbiglia,
+ sta colle orecchie e sta cogli occhi attenta
+ e vigilante e colle liete ciglia.
+
+ L'altra è la Tepidezza pigra e lenta,
+ in cui caldo d'amor sí poco serve,
+ 45 ch'adopra come fiamma quasi spenta;
+
+ noiosa a chi l'aspetta ed a chi serve,
+ non cura il tempo che veloce vola,
+ né fa che, operando, si conserve.
+
+ La Negligenza è la terza figliuola,
+ 50 che sempre indugia nel tempo veloce,
+ gravata ancor d'accidiosa stola.
+
+ Per lei gridò giá Curio ad alta voce
+ al grande imperator che sempremai
+ a cosa apparecchiata indugio nòce.
+
+ 55 Mentre lo 'ndugio va di crai in crai,
+ il tempo manca e crescono gli affanni,
+ e li novelli aggravan li primai.
+
+ E, mentre Negligenza tra li panni
+ e tra la spen del «ben farem» si siede,
+ 60 il tempo corre in sua ruina e danni.
+
+ Il quarto mostro, che 'n giú move il piede,
+ Mollizia è, nemica del costante,
+ che alquanto sale e poscia addietro riede.
+p. 239
+ E, benché alla 'nsú mova le piante,
+ 65 quando egli avvien che trovi cosa dura,
+ per debilezza torna e non va innante,
+
+ e perde il palio, che sta su l'altura,
+ che sol si dá a chi ben persevéra
+ insino al fine e 'nsin che 'l cammin dura.
+
+ 70 E, perché ben conoschi questa fiera,
+ de' suoi figliol dirò la radice anco,
+ ond'ha origin questa brutta schiera.
+
+ E sol perché in loro è scemo e manco
+ il vigor dell'amor, e però avviene
+ 75 ch'ognun di loro è tristo, lento e stanco.
+
+ Non è che mai da sé sia grave il bene,
+ ma è la voglia ch'estima se stessa
+ di non poter, e però nol sostiene.
+
+ E l'altra figlia, ch'a lei piú s'appressa,
+ 80 Malizia ha nome, il mostro piú rubesto,
+ che di pensar malfar giammai non cessa.
+
+ E, perché questo a te sia manifesto,
+ sappi che Accidia in la virtú ha tedio,
+ e ciò ch'a ragion piace, a lei è molesto.
+
+ 85 E, perché a lei nel ben non piace sedio,
+ anco su vi s'attrista ed ègli amaro,
+ da lui si parte per trovar rimedio;
+
+ e, per aver all'angoscia riparo,
+ fugge dalla virtú, ch'a lei è noiosa,
+ 90 inverso il vizio, alla virtú contraro.
+
+ Lasciato il bene, su nel mal si posa;
+ ivi si pasce e diletta e s'impregna
+ di questa figlia rea e maliziosa.--
+
+ Dicendo questo a me la dea benegna,
+ 95 io vidi mover con veloci passi
+ la vecchia pigra e trista, che lí regna.
+
+ E li suoi mostri, che pria parean lassi,
+ si mosson dietro a lei gagliardi e presti
+ sí come giovin, che correndo spassi.
+p. 240
+ 100 E non parean pigri, tristi e mesti,
+ ma ratti e tosti e con facce gioconde,
+ non sonnolenti, ma attenti e dèsti.
+
+ Ed io, che non sapea la cagion onde
+ questo avvenisse, dissi:--O dea, al fatto
+ 105 quel, che tu giá m'hai ditto, non risponde.
+
+ Io veggio che costor van tutti ratto:
+ adunque non è ver quel che si dice,
+ ch'ognun di lor sia infermo, lento e sfatto.--
+
+ Ed ella a me:--Questo non contradice
+ 110 a quel che ho detto, se ben tu riguardi,
+ ch'amor d'ogni atto umano è la radice.
+
+ Ora costor solleciti e gagliardi
+ corron cogli appetiti inverso il male,
+ e quando vanno al ben, van pigri e tardi;
+
+ 115 ché, come sai, la parte sensuale,
+ se non si doma, al mal ratto si move
+ e verso il ben par ch'abbia fiacche l'ale.--
+
+ Poscia Minerva mi condusse dove,
+ nel mezzo del cammin, trovai due vie;
+ 120 maravigliar mi fên le cose nòve,
+
+ ché su nell'una dolci melodie
+ gli angeli cantan, sí dolci canzone,
+ ch'io me n'innamorai quando l'odíe.
+
+ E come a Roma nel campo d'Agone
+ 125 il premio si mostrava ai forti atleti,
+ d'ingrillandarli di belle corone;
+
+ cosí quegli angiol colli volti lieti
+ prometteano a chi sal, con dolce invito,
+ di coronarli e di farli quieti.
+
+ 130 --Venite su--diceano--al gran convito
+ del nostro Re e del celeste Agnello,
+ che sol contentar può 'l vostro appetito.
+
+ Su pel viaggio tutto onesto e bello
+ venite al gran Signor, che su v'aspetta,
+ 135 e noi ognun di voi come fratello.
+p. 241
+ Su troverete ciò ch'all'uom diletta,
+ su senza morte è sempiterna vita,
+ su sta la securtá non mai suspetta.--
+
+ Io mi credea che tutti a tanta invita
+ 140 salisseno correndo insú devoti,
+ bench'assai dura fusse la salita.
+
+ Ed io ne vidi pochi tardi e pioti
+ e gravi andar sí come Idropisia
+ e come infermi e d'ogni fervor vòti.
+
+ 145 Quando poi rimirai all'altra via,
+ benché fusse lotosa e pien di spine,
+ per quella quasi ognun ratto corría.
+
+ E, perché su per quella ognun cammine,
+ stavan demòni con coron d'ortiche,
+ 150 che conduceano altrui a mortal fine.
+
+ Tra le punture e tra le gran fatiche
+ andava ognun sollicito e giocondo
+ e con gran festa alle cose impudiche.
+
+ E, quand'io vidi i servitor del mondo
+ 155 servir senza gravezza e con disio
+ e li serventi a Dio con tanto pondo:
+
+ --Di questo il tipo--dissi nel cor mio--
+ fu quando Iuda andò ratto e festíno
+ a tradir quel che fu ver uomo e dio,
+
+ 160 e vigilante andò fin al mattino;
+ e Pier nel ben non vegliò solo un'ora,
+ ma stava dormiglioso a viso chino,
+
+ quando Cristo gli disse:--Sta' su ed òra:
+ non vedi Iuda tu, il qual non dorme,
+ 165 ma ratto corre al mal e non dimora?--
+
+ E questo esemplo al ver tutto è conforme.--
+
+
+p. 242
+
+
+
+
+CAPITOLO X
+
+Del vizio dell'ira e delle sue specie.
+
+
+ Noi divenimmo in su la quinta strada,
+ e trovai sangue in ogni lato sparso,
+ come in su l'erbe cade la rugiada.
+
+ Ed ogni luogo ivi era guasto ed arso,
+ 5 sí come Erode, a gran furor commosso,
+ arse le navi in la cittá di Tarso.
+
+ Poi risguardai e vidi un fiume rosso,
+ tutto di sangue e grande quanto il Reno,
+ ed anco, al mio parer, era piú grosso.
+
+ 10 Ahi, quanto di stupor io venni meno,
+ vedendo un fiume spumoso e fumante,
+ di sangue uman sí grosso e tanto pieno!
+
+ Sí come manca il cuor all'elefante,
+ vedendo il sangue ovver liquor sanguigno,
+ 15 cosí mancava a me il core e le piante.
+
+ Per l'argine del fiume sí maligno
+ andai tanto, insino ch'io trovai
+ tre belle donne col viso benigno.
+
+ E vidi dietro a lor, quando mirai,
+ 20 tre gran diavoli sí orrendi e brutti,
+ che sí deformi non fûn visti mai.
+
+ Addosso alle tre donne intraron tutti
+ e trasmutâro lor belle sembianze,
+ e gli atti umani in lor furon destrutti.
+
+ 25 Quelle lor facce, pria benigne e manze,
+ si fên crudeli e diventôn di cane,
+ e di scorzon si fên le bionde danze.
+p. 243
+ Di coltei sanguinosi armôn le mane;
+ e le gran serpi, ch'avean nelle teste,
+ 30 soffiavan gracilando come rane.
+
+ Di ferro arruginato fên le veste
+ e di ceraste fenno le cinture,
+ col morso e col venen troppo moleste.
+
+ Quand'io vidi mutar le lor figure,
+ 35 conobbi le tre Furie infernali,
+ a sé ed anche altrui amare e dure.
+
+ Di pipistrello avean le lor brutte ali,
+ e 'l collo e 'l dosso avvolti di serpenti,
+ con viste acerbe, crudeli e mortali.
+
+ 40 --Queste, che mordon se stesse co' denti,
+ sonno dell'ira il vizio triforme:
+ in cotal modo ell'usan tra le genti.
+
+ Quella che nella vista è men difforme
+ e che par men molesta in questo loco
+ 45 e che si desta e poi ratto si addorme,
+
+ è l'Ira prima: è lieve e dura poco,
+ sí come fiamma accesa nella stoppa
+ tosto si lieva, e poi s'estingue il foco.
+
+ E, benché nel durare non sia troppa,
+ 50 il colpo furioso, quando coglie,
+ non fa men male a chi in quello s'intoppa.
+
+ E questa tra le case si raccoglie
+ e tra la turba pronta e garrizzaia
+ e tra gli amici, il marito e la moglie.
+
+ 55 L'altr'Ira è dentro, e di fuor non abbaia,
+ ma pensa far vendetta e non favella,
+ sol perché l'ira di fuor non appaia.
+
+ Questa è chiamata Ira amara e fella;
+ cerca vendetta e nel cuor si richiude;
+ 60 e poscia alfin si placa e non flagella;
+
+ ché, benché pensi le vendette crude,
+ passando il tempo lungo, e l'ira passa
+ e le man placa, pria di piatá nude.
+p. 244
+ E l'Ira terza mai vendetta lassa,
+ 65 rabbiosa nello cor, e sempre seve,
+ insin ch'occide o, divorando, abbassa.
+
+ Questa è detta Ira difficile e grieve;
+ crudele e tirannesca ovver superba,
+ che mai non posa, se 'l sangue non beve.
+
+ 70 Megera è questa con la vista acerba;
+ di ratta occision non è contenta,
+ ma per piú tormentar la vita serba.
+
+ Ella si gode quando altrui tormenta:
+ guarda quant'ha crudele e brutta faccia
+ 75 e che d'ogni piatá la cera ha spenta!--
+
+ Io vidi l'Ira poi con crudel faccia;
+ e fe' le fiche a Dio il mostro rio,
+ stringendo i denti ed alzando le braccia.
+
+ Mentre cosí faceva, ei partorío
+ 80 orrendi mostri e prima la Biastema
+ col viso altèro e biastimante Dio.
+
+ Ahi, creatura vil, di bontá scema,
+ putrido verme e posto in gran bassezza,
+ come biastemi la Vertú suprema?
+
+ 85 Ché, da che l'Ira sempre mai disprezza
+ colui, con cui si turba, or pensa quince
+ se pecchi, dispregiando tanta altezza.
+
+ E, se ti levi contra il primo Prince,
+ sol per tal atto diventi idolatra:
+ 90 tanto il furor e cecitá ti vince.
+
+ --Quell'altro, che ha la faccia iniqua ed atra,
+ è Sdegno inchiuso nella fantasia,
+ il qual, quand'esce fuor, com'un can latra,
+
+ e dice contumelia e villania
+ 95 ed avvilisce, obbrobri recitando
+ con la rabbiosa voce e con follia.
+
+ Il terzo mostro ancor brutto e nefando,
+ Immania ha nome ed Inumanitade,
+ ch'è come un cane o bestia, divorando.
+p. 245
+ 100 Questo tra 'l sangue crudo e tra le spade
+ prende diletto e, benché altri gridi,
+ non ha misericordia, né pietade.
+
+ Dall'ira escon battaglie ed omicidi,
+ insulti, oltraggi, onte, risse e guerra,
+ 105 le grandi espulsion de' propri nidi.
+
+ Se 'l detto mio attendi, che non erra,
+ questa è che ha guasto il mondo e le gran ville
+ e che li gran reami gitta a terra.
+
+ Questa è ch'uccise Ettòr ed anche Achille,
+ 110 e che ha divisa Italia e che redusse
+ Roma e Cartago in foco ed in faville.
+
+ Quando Dio l'uomo da prima produsse,
+ non l'armò giá di denti ovver d'artigli,
+ sol perché pio e mansueto fusse.
+
+ 115 Ma 'l miser'uomo, purché ira il pigli,
+ fèra crudel si fa, e nella vista
+ par ben ch'ad un dimonio s'assomigli.
+
+ E, se saper tu vuoi quanto s'attrista,
+ quando Ira sua vendetta far non puote,
+ 120 e quanta doglia in se medesma acquista,
+
+ ella si morde i labbri e si percote,
+ e rompe e spezza e furiosa mira,
+ e svelle a sé la barba dalle gote.
+
+ E ciò che far non può la crudel Ira
+ 125 incontro altrui, adopera in se stessa
+ e fassi preda a sé e si martíra.
+
+ E, se la spen di far vendetta cessa
+ o troppo tarda, allora questa fèra
+ piange per la vendetta non concessa.
+
+ 130 Perché ben abbi la scienza intera,
+ ira è disio d'alcun mal vindicarse,
+ ch'alcun riceve e vendicarlo spera.
+
+ Onde, se alcun vedesse iniuriarse
+ da un grande eccellente ovver signore,
+ 135 ed ei non possa o speri d'aiutarse,
+p. 246
+ costui non move l'ira, ma furore,
+ e questo è sol, ché gli manca la spene,
+ ch'accende il sangue a stizza presso al core.
+
+ E sappi ancora ch'ira solo avviene
+ 140 per mal che l'uom riceve iniustamente:
+ però apparenza di iustizia tiene.
+
+ Per questo avvien ch'ogni irato si pente,
+ quando si vede a torto aver punito
+ colui che non ha colpa ed è innocente.
+
+ 145 Ed, ogni volta ch'alcuno è impedito
+ da quel che molto spera o far intende,
+ se non è forte, è dall'ira assalito.
+
+ E chiunque ha seco l'ira, parvipende
+ colui che 'l turba; e, s'egli è parvipenso,
+ 150 questa è prima cagion che d'ira accende;
+
+ ch'ognun diventa di furore accenso,
+ ch'è dispregiato o che riceve oltraggio,
+ se alto cor non spregia, quando è offenso.--
+
+ Poi seguitammo insú nostro viaggio.
+
+
+p. 247
+
+
+
+
+CAPITOLO XI
+
+Trattasi della pena dell'ira.
+
+
+ Insieme su andammo per la riva
+ del crudel fiume; e non era ito molto,
+ ch'io vidi il suo principio, onde deriva.
+
+ Non fu giammai sí gran popul raccolto,
+ 5 quanto una gente, ch'io vidi in un piano,
+ d'anime nude, quando alzai il volto.
+
+ Ognun di loro avea la spada in mano;
+ tra se medesmi facean la gran guerra,
+ spargendo i membri in terra e 'l sangue umano.
+
+ 10 Ancora il cuore il pianto fuor disserra,
+ quand'io ricordo i colpi delle spade
+ e 'l sangue vivo, che correa per terra.
+
+ E, quando cosí sparto in terra cade,
+ trascorre a valle; e questa è la cagione
+ 15 che 'l fiume fa di tanta crudeltade.
+
+ Da quella parte, dove il sol si pone,
+ le Furie volar io vidi veloci,
+ piú che alla preda mai nessun falcone,
+
+ con spade sanguinose e con gran voci,
+ 20 con facce irate e con serpenti in testa,
+ irsute in alto e tumide e feroci.
+
+ Giammai si mosson venti a piú tempesta,
+ quando il lor re a loro apre la gabbia,
+ che li tien chiusi nella gran foresta,
+
+ 25 quanto le Furie si mosson con rabbia,
+ cogli occhi accesi e toscosi serpenti,
+ col fuoco in mano e con rabbiose labbia.
+p. 248
+ E, come a suon di tromba e di stormenti
+ s'accende a piú furor la gran battaglia,
+ 30 cosí facean tra sé le crudel genti.
+
+ Ognun perfora l'altro, smembra e taglia.
+ Non viddon tanto sangue i miser prati
+ dell'Affrica, di Troia e di Tessaglia.
+
+ Tutti si son nemici e tutti irati;
+ 35 e nullo colpo lor mai fere indarno,
+ ché son, se non di spade, disarmati.
+
+ Pensando, ancor m'impallido e descarno,
+ vedendo che del sangue de' tapini
+ si facea il fiume vie maggior che l'Arno.
+
+ 40 Megera poi de' guelfi e ghibellini
+ trasse le insegne fuor tutte resperse
+ di sangue vivo e peli serpentini.
+
+ E l'una contra l'altra andâro avverse,
+ e tanto sangue su quel pian si sparse,
+ 45 che tutta quella terra sen coperse.
+
+ Di questo il fiume vidi maggior farse:
+ allor le Furie corson come l'oca
+ dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse.
+
+ Ahi, cieca Italia, qual furor t'infoca
+ 50 tanto che 'n te medesma ti dividi,
+ onde convien che manchi e che sie poca?
+
+ Non guardi, o miseranda, che ti guidi
+ dietro a due nomi strani e falsi e vani?
+ che per questo ti sfai e i tuoi uccidi?
+
+ 55 Per questo i tuoi figliol sí come cani
+ rissano insieme e fan le gran ruine,
+ e i cittadini fai diventar strani.
+
+ Non sapendo il principio ovvero 'l fine,
+ l'offesa o il beneficio, prendi parte
+ 60 contra li tuoi e cittá pellegrine.
+
+ Pel sangue effuso e per le membra sparte,
+ li tuoi figlioli a' mal nati fratelli
+ e te a Tebe è degno assomigliarte;
+p. 249
+ ché, allora allora nati, fûn ribelli
+ 65 tra se medesmi ed uccisonsi inseme,
+ con dure lance e con crudi coltelli.
+
+ Ma tu se' peggio che 'l serpentin seme,
+ ch'elli, in cinque scemati, fên la pace,
+ e tu la cacci quanto piú ti sceme.
+
+ 70 Sí come alcun, che, ascoltando, tace
+ e che attende e mostrasi contento,
+ udendo il ver ch'agazza e che gli piace,
+
+ cosí stett'io; e poscia piú di cento
+ corsono addosso ad un con gran corruccio
+ 75 e ferito il lasciôn in gran tormento.
+
+ Ed egli, vòlto a me:--Io son Uguccio,
+ che ressi giá lo popul di Cortona,
+ tra i quali fui come tra pesci il luccio.
+
+ Cosí ferita è qui la mia persona,
+ 80 ché la iustizia, secondo l'offese,
+ agli offendenti angoscia e pena dona.--
+
+ Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese,
+ quando in tormenti vidi quel signore,
+ che vivo fu magnanimo e cortese!
+
+ 85 Per mitigare alquanto a lui 'l dolore,
+ diss'io:--Cortona è retta da Francesco,
+ pregio di casa tua e gran valore.
+
+ Da lui venuto son quaggiú di fresco;
+ convien che a lui di te novelle io porti,
+ 90 se mai di questo inferno quaggiú esco.
+
+ Minerva, che m'ha qui li passi scorti,
+ di senno ha dato a lui sí gran tesoro,
+ c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.
+
+ Il popul cortonese ha buon ristoro
+ 95 de' loro affanni e lieto vive adesso,
+ subietto all'onde celestine e d'oro.--
+
+ Piú dir volea, se non che un appresso,
+ che ben di mille colpi era feruto,
+ e senza gambe e mezzo 'l capo fesso,
+p. 250
+ 100 gridò:--Io fui da te giá conosciuto.--
+ Perché pe' colpi io ben nol conoscea,
+ risposi:--Al mio parer, mai t'ho veduto.--
+
+ Ed egli a me:--So' il prence d'Alborea,
+ che, quando nella vita io era vivo,
+ 105 fui crudo piú che Silla ovver Medea.
+
+ Di sangue al grande fiume io feci un rivo
+ sol delle genti nate in Catalogna,
+ 'nanzi ch'io fussi della vita privo.
+
+ Io dirò 'l vero a te e non menzogna:
+ 110 ben ventimila ne mandai al sonno,
+ che desterá la tromba, che non sogna.
+
+ --Iudice mio,--diss'io--signore e donno,
+ di quel ch'io veggio in te e che mi dici,
+ gli occhi la doglia testificar ponno.
+
+ 115 Io mi ricordo de' gran benefici,
+ che nella vita lieta a me donasti
+ con quell'amor, qual è tra veri amici.
+
+ Or che li membri tuoi veggio sí guasti,
+ io delle pene tue tanto mi doglio,
+ 120 che con parol non posso dir che basti.
+
+ Ma una cosa da te saper voglio:
+ per mancamento di quale vertude
+ tu diventasti sí senza cordoglio?
+
+ --Quella che, alzando ed abbassando, lude,
+ 125 tradimenti--rispose--e lusinghe anco
+ delle person del mondo, che son Iude,
+
+ nullo stato alto lassano esser franco;
+ e quanto ha di timore alcuna cosa,
+ tanto ha d'amore e di clemenza manco.
+
+ 130 E, se la Signoria non prende a sposa
+ la Virtú mansueta ovver Clemenza,
+ è a sé ed anche altrui pericolosa;
+
+ ché, quando ira s'aggiunge alla potenza,
+ se la vertú benigna non raffrena,
+ 135 fa piú ruina, quant'ha piú eccellenza.
+p. 251
+ Sí come Dio, ridendo, rasserena,
+ e, turbato egli, tornaría in caosse
+ la terra, il cielo e ciò che frutto mena:
+
+ il gran Nettunno, quando irato fosse,
+ 140 turbaría il mare, ed infiaríansi l'onde,
+ e le nereide ancor serían commosse;
+
+ cosí, le Signorie stando iraconde,
+ quanto piú alto son, maggior fracasso
+ e maggior mal convien che ne seconde.
+
+ 145 Innanzi che di qui tu movi il passo,
+ sappi: chi spregia altrui, a sé a rispetto,
+ riputando sé alto ed altrui basso,
+
+ d'ira e di crudeltá viene in effetto;
+ ché sempre ira invilisce e parvipende,
+ 150 se bene hai inteso ciò che Palla ha detto.
+
+ Dall'ira crudeltá nasce e discende,
+ e voglio che tu sappi da me ancora,
+ ch'Ira Superbia in sua maestra prende,
+
+ ed ogni vizio scorge ed avvalora.--
+
+
+p. 252
+
+
+
+
+CAPITOLO XII
+
+Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa
+a discorrere del vizio della gola.
+
+
+ Non medico giammai meglior se trova,
+ né piú esperto nella medicina
+ che quel che pria l'infermitá in sé prova.
+
+ Cosí mostrò quell'anima tapina,
+ 5 che della crudeltá mi disse il vero;
+ poscia soggiunse con vera dottrina:
+
+ --Ogni animo in se stesso è molto altèro,
+ se estima alcuno a sé esser fedele,
+ e poscia il trova falso e non sincero.
+
+ 10 Se non è, molto piú si fa crudele:
+ per questo, Silla dinanzi al senato
+ morí per l'ira grande e sputò il fele;
+
+ ché, come a te Minerva ha giá 'nsegnato,
+ contra chi inganna e contra chi dispreggia,
+ 15 agevolmente ognun diventa irato.
+
+ Però colui che, lusingando, freggia
+ con atti e risa e con dolci parole,
+ e poscia inganna come chi dileggia,
+
+ quel ch'è ingannato, tanto irar si suole
+ 20 e tanto incrudelir di quell'inganni,
+ quanto fidava, e tanto mal gli vuole.
+
+ Per questo posto son tra li tiranni,
+ che, benché mostrin faccia mansueta,
+ nascondon lor vendetta sotto a' panni.
+
+ 25 Per cotal colpa io venni a questa meta:
+ i traditori a me fûn la cagione
+ ch'io diventai crudele e senza pièta.--
+p. 253
+ Domizian mostrommi e poi Nerone
+ e molti altri tiranni, e nulla staccia
+ 30 ha tanti fori, quant'han lor persone.
+
+ Forata e fessa avean tutta la faccia,
+ ed avean mozzo l'uno e l'altro piede
+ e dagli omeri suoi ambe le braccia.
+
+ --Tutta questa gran turba, che tu vede,
+ 35 la notte--disse--risanan le piaghe;
+ poi la mattina, quando il giorno riede,
+
+ prendon le spade ovver l'acute daghe;
+ tra sé fan la battaglia irati e fieri,
+ sí ch'elli stessi a sé dánno le paghe.--
+
+ 40 Io stava ad ascoltarlo volentieri,
+ se non che Palla disse che n'andassi,
+ però ch'altro vedere era mestieri.
+
+ Per una stretta via vòlse ch'intrassi:
+ sempre salendo, giunsi su in un balzo,
+ 45 ove vendetta della gola fassi.
+
+ Io dirò 'l vero, e forse parrá falzo:
+ vidi in terra utricelli su in quel giro
+ ovver vessiche, quando il viso innalzo.
+
+ E, lamentando con molto sospiro,
+ 50 gridavano a gran voci:--Omei, omei!--
+ come persona afflitta e che ha martíro.
+
+ Per ammirazion fermai li piei
+ dicendo:--Che vessiche o che utricelli
+ son questi, che tu odi e che tu véi?--
+
+ 55 E poscia m'appressai a un di quelli
+ e dissi:--O utricello ovver vessica,
+ prego, se puoi, che tu a me favelli
+
+ e con aperta voce tu mi dica
+ chi sète voi, innanzi che su varchi,
+ 60 e quale affanno o doglia vi affatica.--
+
+ Rispose come alcun che si rammarchi:
+ --Stomachi siamo noi e molto offensi,
+ stomachi siam del troppo cibi carchi;
+p. 254
+ ché Dio ne fece, se tu ben il pensi,
+ 65 nel corpo umano, ed anco la Natura,
+ che 'l cibo a' membri per noi si dispensi.
+
+ E l'uomo ha fatto di noi sepoltura
+ a tutti gli animali: il troppo e spesso
+ fa generare in noi ogni bruttura.
+
+ 70 In noi si sepelisce arrosto e lesso;
+ e, quando nostra voglia è piena e sfasta,
+ s'adduce il terzo, il quarto e 'l quinto messo.
+
+ Con savoretti or questo or quel si tasta;
+ per dilettar la gola e la sua porta,
+ 75 aggrava noi gridanti:--Oimè, che basta!--
+
+ Però 'l mal cresce, e la vita s'accorta;
+ ché, perché 'l cibo in noi non ben si cuoce,
+ si manda a' membri crudo e non conforta.
+
+ La quantitá del vin, che tanto nòce,
+ 80 si corrompe pel troppo; e quinci è 'l grido
+ delle incurabil doglie e di lor croce.
+
+ L'animal bruto a Cerere e a Cupido
+ non acconsente e non prende acqua o ésca,
+ se no' al bisogno, ed anco non fa nido.
+
+ 85 E, benché a noi ed a natura incresca,
+ il miser'uomo intana dentro al petto
+ ciò ch'anda o vola o che nel mar si pesca.--
+
+ Io stava ad ascoltar con gran diletto,
+ quando Palla mi disse:--Volta il viso.--
+ 90 Ond'io 'l voltai, sí come a me fu detto.
+
+ E, risguardando ben con l'occhio fiso
+ per l'aer tenebroso e quasi opaco,
+ io vidi cosa, che spesso n'ho riso.
+
+ D'un'acqua fresca vidi un ampio laco,
+ 95 ed un altro di vin, ch'era sí grande,
+ che maggior mai nol chiedería briaco.
+
+ Intorno a questi eran tutte vivande,
+ ed anco vini eletti v'eran tutti,
+ che bevitor ovver ghiotton domande.
+p. 255
+ 100 Di sopra appresso avean tutti que' frutti,
+ che mai fûnno in giardino ovver reame
+ o da Natura fusson mai produtti.
+
+ Lí stavan genti dolorose e grame,
+ che per brama del pasto maggior pianti
+ 105 facean che 'l tristo, in cui entrò la fame.
+
+ Prostrati in su li liti tutti quanti,
+ quando assetiti voglion prender l'onde,
+ e l'acqua e 'l vino a lor fuggon dinanti.
+
+ In questo i pomi con le verdi fronde
+ 110 si fletton giuso sotto le lor ciglia
+ alle bocche affamate e sitibonde.
+
+ L'uva s'abbassa bianca e la vermiglia,
+ sí che tocca la bocca a loro o quasi;
+ poi si ritrânno, e mai nessun ne piglia.
+
+ 115 Cosí scornati e delusi rimasi,
+ mirano al cibo su le mense posto
+ e dell'ottimo vin pien tutti i vasi.
+
+ Se, per prendere il lesso ovver l'arrosto
+ ovver il vino, alcun le man distende,
+ 120 da sua presenza si fuggon tantosto.
+
+ In mezzo all'acqua, che 'l laco comprende,
+ Tantalo vidi stare insin al labbro;
+ e mai dell'acqua ovver de' frutti prende.
+
+ Sí grande sete mai non ebbe fabbro,
+ 125 né giovin ch'abbia la febbre terzana,
+ che fa la lingua e lo palato scabbro,
+
+ quant'egli ha sete in mezzo alla fontana,
+ quando vuol bere e l'acqua da lui fugge,
+ sí che sua spene sempre torna vana.
+
+ 130 E, perché egli niente ne sugge,
+ spesso sbaviglia e batte i denti a vòto,
+ ché di fame e di sete si destrugge.
+
+ Cosí privato di cibo e di poto
+ sta tra li frutti con bramosa voglia
+ 135 ed assetito dentro l'acqua a noto.
+p. 256
+ --O tu, che sali sú di soglia in soglia
+ --disse uno a me,--nel mondo, onde tu vieni,
+ a questa, che tu vedi, è simil doglia?
+
+ Ché alcun tra gli ampi campi e cofan pieni
+ 140 bramoso sta e fame non si tolle,
+ ché l'avarizia el tien con duri freni.
+
+ Ver è che dá di morso alle cipolle
+ spesso spesso messere Buonagiunta,
+ ricco pisan; ma non che si sattolle.--
+
+ 145 Ancora al detto suo fe' questa giunta:
+ --Tra molti cibi sta la voglia magra,
+ acciò che dal dolor non sia trapunta;
+
+ ché 'l mal del fianco, febbre e la podagra,
+ perché del cibo troppo non s'imbocchi,
+ 150 menaccia con la doglia acuta ed agra.
+
+ Ma certo non fu' io di quegli sciocchi:
+ io son Pier tosco, che dissi:--Addio, lume,
+ ch'i' ho piú caro il vin, che non ho gli occhi.
+
+ Il medico dicea:--Bevi del fiume,
+ 155 ché, se tu bevi mai rinchiuso in botte,
+ convien che 'n te il vedere si consume.
+
+ Del buon liquore, che al lor padre Lotte
+ fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso,
+ dicendo:--O giorno, addio, ch'io vo di notte.--
+
+ 160 Quel poco lume, che m'era rimaso,
+ ché l'altro m'avea tolto la taverna,
+ ecclipsò tutto calando in occaso:
+
+ però sto qui ed ho la sete eterna.--
+
+
+p. 257
+
+
+
+
+CAPITOLO XIII
+
+Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola.
+
+
+ Io stava ad ammirar cogli occhi attenti,
+ quando Palla mi disse:--Ché non miri
+ del vizio della gola i gran tormenti?--
+
+ Allor mirai; e giammai li martíri
+ 5 dir non potrei con questo parlar brieve,
+ a' quai conduce Bacco, e li sospiri,
+
+ non per colpa del vin che si riceve
+ (che utile è da sé e ben conforta,
+ se temperatamente altrui lo beve),
+
+ 10 ma perché la fortezza, ch'è giá morta,
+ par che susciti alquanto nel presente:
+ però la gente matta e non accorta
+
+ a questo mira; ed anco che splendente
+ entra e soave, e non sguardan li matti
+ 15 che 'l troppo morde, poi, piú che serpente.
+
+ Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti,
+ il furor cieco, rabido e rubesto,
+ e di scimia canini e porcini atti.
+
+ Quando Minerva m'ebbe detto questo,
+ 20 vidi una donna tutta brutta ed unta,
+ e col volto lascivo e disonesto,
+
+ ch'avea la vesta stracciata e consunta,
+ e di cane e di porco avea due grugni
+ e lingua a spada armata su la punta
+
+ 25 e le man fure ed artigliose l'ugni,
+ e, come fa 'l leon, quando divora,
+ mangiava il pasto, ch'avea tra li pugni.
+p. 258
+ --O tu, che qui contempli la signora
+ --disse a me un,--che regge questo loco,
+ 30 sobvieni al gran dolor, il qual m'accora.
+
+ Alla mia lingua, ch'arde come foco,
+ un poco d'acqua con la man mi dona,
+ che tanto incendio in lei rifreddi un poco.--
+
+ Ed io fra me:--Quest'è quella persona,
+ 35 che non sobvenne a Lazzaro mendíco,
+ sí come Luca nel Vagniel ragiona.--
+
+ Ed io risposi a lui:--Tu sai, amico,
+ che Abraam, a cui chiedesti l'acque,
+ rispose a te, sí come anch'io ti dico:
+
+ 40 --Lazzaro giá alla tua porta giacque
+ infermo e nudo, e chiedeva mercede;
+ e di lui mai in te piatá non nacque.
+
+ Dio vuol che chi abbundò e non ne diede
+ al povero di Dio, quando ne chiese,
+ 45 egli non n'abbia qui, quando ne chiede.--
+
+ Ahi, quanto si scornò, quando m'intese!
+ E dicea seco com'uom che borbotta:
+ --Io mi credea che fussi piú cortese.--
+
+ Ed io lo addomandai e dissi allotta:
+ 50 --Perché la lingua qui ha maggior pena
+ che gli altri membri, e piú è incesa e cotta?--
+
+ Rispose:--Nella mensa lauta e piena
+ Cerere e Bacco fan le teste calde;
+ la lingua allor nel van parlar si sfrena
+
+ 55 con motti lerci e con parol ribalde;
+ e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti,
+ balestra le iattanze ardite e balde.
+
+ Allor s'apre il serrame alli secreti:
+ sempre mal tace la mensa satolla,
+ 60 se i mangiator virtú non fa star cheti.
+
+ Quivi si sparla che fama si tolla,
+ quivi la lingua dá le gran percosse
+ e strazia l'altrui vita, rode e ingolla.
+p. 259
+ Per questo noi abbiam le lingue rosse
+ 65 d'ardente foco e abbiamole puntute,
+ come di spada ognuna armata fosse.
+
+ Se vuoi saper dell'anime perdute,
+ che stanno qui pel vizio della gola,
+ che solo in general forse hai vedute,
+
+ 70 qui stanno li scolar di monna Ciuola;
+ tra' quali è Ciaffo, e fu di Camollía,
+ che piú degli altri usava quella scola.
+
+ Egli anche dice che si bevería
+ del vino il laco, quando egli s'approccia,
+ 75 se non che tosto se ne fugge via;
+
+ e dice che, a la bocca se la doccia
+ di Fontebranda avesse e fusse Greco,
+ la bevería sin all'ultima goccia.
+
+ E molti altri compagni son qui meco,
+ 80 tra' quali è la brigata spendereccia
+ che fe' del molto avere il grande spreco.
+
+ Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia,
+ degno è che, quando giunge al capo cano,
+ venga di povertá sino alla feccia.
+
+ 85 Da Leonina infino a Laterano
+ stanno anche meco mille ghiottoncelli,
+ e dicono che gli uomin di quel piano
+
+ prendon per paternostri i fegatelli,
+ l'aman per tempo in cambio della Chiesa,
+ 90 corrono alle taverne ed ai bordelli.--
+
+ Io l'ascoltava colla mente attesa,
+ quando Palla mi fe' del partir cenno;
+ onde n'andai per la via da noi presa.
+
+ Cinquanta passi e men da noi si fenno,
+ 95 ch'ella mi disse per farmi ben dotto:
+ --Contra golositá fa' ch'abbi senno.
+
+ Sappi che gola è appetito ghiotto
+ d'aver diletto in pasto e sí bramoso,
+ che vince la ragion e tienla sotto.
+p. 260
+ 100 S'è naturale, non è mai vizioso;
+ e vizioso si fa, se sfrena tanto,
+ che a Dio ed a ragion vada a ritroso.
+
+ Questo appetito può sfrenar nel quanto:
+ in troppo prender pasto, in troppo stare
+ 105 a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto.
+
+ Nel quale ancora questo può peccare,
+ quando non fame l'appetito sveglia
+ ovver bisogno, ma sol dilettare.
+
+ Ahi, come è dur sí ben guidar la breglia
+ 110 tra 'l quanto e 'l qual nel pasto, ch'uom non cada,
+ se molta vertú attenta non ci veglia!
+
+ Ché questo passo ognun convien che guada
+ del prender pasto; ma servar misura
+ è forte, se vertú ben non vi bada.
+
+ 115 Quand'altri sfrena sí, che troppo cura,
+ perché con dilicanza s'apparecchi,
+ costui pecca nel qual ed epicura.
+
+ Non in un modo i cibi, ma in parecchi,
+ non per bisogno 'i cuoce e s'affatica:
+ 120 però Natura fa che raro invecchi.
+
+ Ahi, gola miseranda! ché la mica
+ col favor della fame ha piú diletto
+ che le molte vivande, e me' notríca.
+
+ Mira colui che quivi sta a rimpetto.--
+ 125 Ed io sguardai, e ben due passi e piue
+ aveva il collo lungo sopra il petto.
+
+ --Colui desiderò 'l collo di grue
+ --disse a me Palla,--a dar piú dilettanza
+ alla sua gola, il cibo andando ingiue.
+
+ 130 Or l'ha sí lungo, ch'ogni struzzo avanza;
+ e la sua gola sempre di sete arde,
+ né mai di poter bere egli ha speranza.
+
+ Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde:
+ in questo peccan le persone stolte,
+ 135 ch'al pasto sempre lor par esser tarde.
+p. 261
+ Non due fiate il dí, ma vieppiú volte
+ il poto e 'l cibo da questi si prende,
+ come le bestie fan, che son disciolte.
+
+ Nel modo d'usar cibi anco s'offende,
+ 140 ch'alcuno è scostumato, alcun ghiottone,
+ alcun le braccia su la mensa stende.
+
+ Anche è vorace alcun come lione;
+ ed alcun su nel cibo soffia il fiato,
+ alcun per fretta va incontra 'l boccone.--
+
+ 145 Quando Minerva questo ebbe parlato,
+ quell'Epicur col collo di cicogna
+ rispose e disse con lungo palato:
+
+ --Ancor detto non t'ha ciò che bisogna,
+ ché non t'ha detto le cinque figliuole,
+ 150 perché nomarle forse si vergogna.
+
+ La prima figlia, che saper si vòle,
+ è Immondizia del cibo, che guasto
+ corromper in lo stomaco si suole;
+
+ ché, quando ha troppo vin con troppo pasto,
+ 155 perché cuocer nol può, fuor per la bocca
+ corrotto esala e fa al naso contrasto,
+
+ e sopra erutta e sotto quello scocca,
+ il qual balestra come traditore,
+ che apposta alle calcagne, e 'l naso tocca.
+
+ 160 La seconda figliola è vie peggiore,
+ Ebetudo, di mente inferma e mesta,
+ che toglie all'intelletto ogni valore.
+
+ La terza ha nome brutta e trista Festa,
+ di buffonie e di giuochi; e questa è quella
+ 165 che al Batista giá tagliò la testa.
+
+ La quarta è quella che troppo favella.
+ La quinta è truffe ed opere scurrile:
+ questa in la lingua porta la fiammella,
+
+ e nullo è vizio piú che questo vile.--
+
+
+p. 262
+
+
+
+
+CAPITOLO XIV
+
+Della lussuria e delle sue specie.
+
+
+ Su nell'ultima piaggia io era giunto;
+ e, quando per la strada io movea 'l passo,
+ scontrai Cupido, il qual m'avea trapunto,
+
+ non però mai ch'e' mi gittasse al basso:
+ 5 timor di Dio e vergogna del mondo
+ mi tennon ritto come quadro sasso.
+
+ Trovai adunque lui vaghetto e biondo,
+ de cui beltá negli altri versi scrissi,
+ che mai sí bello fu, né sí giocondo.
+
+ 10 Ma ora veggio ben che 'l falso dissi;
+ ch'egli è crudele e brutto e pien di tosco,
+ chi ben rimira lui cogli occhi fissi.
+
+ Quando mi vide, egli fuggí in un bosco,
+ ch'era ivi appresso, ove nulle eran frondi;
+ 15 ma era smorto, secco e tutto fosco.
+
+ --Perché, Cupido, da me ti nascondi?
+ --chiamava io forte, dietro seguitando;--
+ perché pur fuggi, perché non rispondi?
+
+ Io son colui che teco venni, quando
+ 20 le ninfe mi mostrasti e la via dura,
+ e sempre stetti presto al tuo comando.
+
+ Demostra la tua faccia bella e pura.--
+ Allor voltossi, ed era sí travolto,
+ che, quando el vidi, mi mise paura.
+
+ 25 Egli era smorto, e gli occhi brutti e 'l volto;
+ e su nel capo nero avea due corni,
+ e gli atti avea pazzeschi come stolto.
+p. 263
+ Allor fuggio da me com'uom che scorni,
+ coll'arco in mano e cogli oscuri dardi;
+ 30 né credo che piú a me giammai ritorni.
+
+ La dea a me:--Se questo Amor riguardi,
+ egli è cosa infernal, e chi lo scuopre
+ conosce i modi suoi falsi e bugiardi.
+
+ Chiamato è 'l forte dio nel mondo sopre
+ 35 da quegli stolti, che sol guardan fòre
+ all'apparenza, che spesso il ver copre.
+
+ Ma, perché sappi ben che cosa è amore,
+ sappi che amore è presente diletto
+ ovver futur piacer, che spera il core.
+
+ 40 E questo puote aver triplice obietto:
+ primo è l'utilitá, qual se si toglie,
+ manca l'amor, che all'util facea aspetto.
+
+ L'altro è amor vero, a cui le verdi foglie
+ non secca tempo o loco, e che sta fermo
+ 45 ad ogni caso, che Fortuna voglie;
+
+ e non è losinghiero in atti o sermo
+ e coll'amico sta costante e vivo,
+ quando è in avversitá povero o infermo.
+
+ E questo vero amore, il qual descrivo,
+ 50 si chiama virtuoso ovver onesto,
+ tesoro alli mortal celeste e divo.
+
+ Il terzo amor, ch'io dico dopo questo,
+ «piacer concupiscibile» si chiama,
+ ché sol da corporal desio è desto.
+
+ 55 E questo è il folle amore, il qual tant'ama,
+ quanto dura il diletto e la bellezza,
+ e poi si secca in lui la verde rama.
+
+ Questo è Cupido, di cui gran fortezza
+ racconta il mondo e ch'a nullo perdona
+ 60 e che infiamma li dii e la vecchiezza;
+
+ e che giá ferí Febo si ragiona,
+ quando la bella Dafne si fe' alloro,
+ che imperatori e poeti incorona;
+p. 264
+ e ch'egli porta le saette d'oro,
+ 65 e Pluto innamorò, quando gli piacque,
+ e Iove fe' mutar in cigno e toro.
+
+ Di questo anco si dice ch'egli nacque
+ di quella che fu data a dio Vulcano,
+ nata de' membri osceni in mezzo all'acque.
+
+ 70 E dal ver, forse, questo non è strano;
+ ché di Venus, cioè concupiscenza,
+ nasce Amor cieco, fanciullesco e vano;
+
+ e da quel nasce poi la rea semenza
+ di molti vizi, a' quai lussuria induce.
+ 75 E, perché n'abbi perfetta scienza,
+
+ sappi che la Natura e l'alto Duce
+ ad alcun fin perfetto ha ordinato
+ ogni appetito che 'n voi si produce.
+
+ E, se da quel buon fin è disviato,
+ 80 quanto quel fine ha piú perfezione,
+ chi erra in quello fa maggior peccato.
+
+ Tra tutte cose uman, che sonno buone,
+ la meglio è conservar l'umana spece,
+ prima nell'esser, poi in coniunzione.
+
+ 85 Ed a questi duo fin l'alto Dio fece
+ l'appetito lascivo: a questo solo,
+ ed a null'altro fine usarlo lece.
+
+ Di questo al padre nasce il bel figliolo
+ e tutta prole umana, il degno frutto
+ 90 fatto a laudare Dio nell'alto polo.
+
+ E, se questo buon fin fusse distrutto,
+ mancaría l'uomo, amore e parentele
+ e stato di vertú verría men tutto.
+
+ Adunque quel peccato è piú crudele,
+ 95 dal qual questo buon fine è impedito;
+ e questa specie a Dio piú è infedele.
+
+ Questo è il vizio nefando subdomito,
+ pien di vergogna detestando scelo
+ e strazio umano e infernale appetito,
+p. 265
+ 100 pel qual il foco piobbe giá da cielo
+ infino a terra e aprilla ed engollosse
+ insieme il biondo col canuto pelo,
+
+ l'un ch'era stato, e l'altro che non fosse
+ corrotto tanto. Ahi, smisurato eccesso,
+ 105 che Dio facesti che tant'ira mosse!
+
+ Per questo in terra fu il diluvio messo,
+ quando Dio vide che malizia tanto
+ avea corrotto l'uno e l'altro sesso.
+
+ E, per disfar cotanto infetta pianta,
+ 110 Noè servò e i figli dentro all'arca,
+ sola nel mondo la progenie santa.
+
+ Natura d'esta offesa si rammarca
+ innanti a Dio e priega ch'egli scocchi
+ le sue saette quel sommo Monarca.
+
+ 115 Dell'altro vizio omai convien ch'io tocchi,
+ ch'è grosso come trave, e quasi stecca
+ vien reputato da' miseri sciocchi.
+
+ Dicon che uomo e femmina non pecca,
+ consentendosi insieme, essendo sciolti,
+ 120 se l'un coll'altro fornicando mecca.
+
+ E, perché in questo error son ciechi molti,
+ tanto è piú grave il mal, se ben discerno,
+ quanto nel suo error ne tien piú involti.
+
+ Sappi che ha ordinato Dio eterno
+ 125 che tutti gli animali, i cui figlioli
+ richiedon padre e madre e suo governo,
+
+ che insieme s'apparecchino duo soli,
+ (o reptile che sia o quadrupéde,
+ o che in acqua ovvero in aere voli),
+
+ 130 e stiano uniti insieme in questa fede,
+ ché, quando avvien che alcun di loro si parte,
+ s'abbandonan li figli, s'e' non riede.
+
+ E, se il padre e la madre ognun ci ha parte
+ giá nella nata ovver nascenda prole,
+ 135 pensa se pecca qual di loro si parte;
+p. 266
+ ché, se l'un lassa l'altro, quando vuole,
+ chi il patrimonio e senno dá alli figli?
+ chi guarda e dá la dote alle figliole?
+
+ Però determinonno i gran consigli
+ 140 della ragione e delli saggi antichi
+ che sien le mogli e sien padrifamigli.
+
+ Questa la casa e quel di fuor notríchi
+ i maggior fatti, ed insieme coniunti
+ nel matrimonio fedeli e pudichi.
+
+ 145 Del terzo vizio se vuoi ch'io racconti,
+ è l'adulterio; e piú pericoloso
+ nullo è nel mondo e che piú altri adonti.
+
+ Quando la moglie si tolle allo sposo,
+ l'animo mite rabido diventa:
+ 150 tanto al consorzio uman questo è noioso.
+
+ Per questo Troia fu deserta e spenta,
+ e la real progenie fu disfatta
+ in Roma, che di Troia fu sementa.
+
+ Questo peccato in ciel gran colpa accatta;
+ 155 ché avviene spesso che 'l marito pasce
+ gli altrui bastardi e la moglie gli allatta.
+
+ E, quando cresce ed è fuor delle fasce,
+ avvien che alcuna al fratel si marita
+ e forse al proprio padre, del qual nasce.
+
+ 160 Perché la moglie è col marito unita
+ in una carne in fede ed amor puro
+ per tutto il tempo che dura lor vita,
+
+ però chi cerca averla, è ladro e furo;
+ e, se la donna ad adulterio piega,
+ 165 commette anco peccato grave e duro,
+
+ ch'è traditrice, fuia e sacriléga,
+ ch'al matrimonio e fede fa lo 'nganno
+ ed anco al sacramento che la lega;
+
+ e dell'altrui sudore e dell'affanno
+ 170 spesso nutríca li figlioli altrui,
+ onde è tenuta a soddisfar il danno
+
+ al marito, che crede che sian sui.--
+
+
+p. 267
+
+
+
+
+CAPITOLO XV
+
+Trattasi piú in particolare delle specie
+e de' rami discendenti della lussuria.
+
+
+ --Di questa brutta porca di Lussuria,
+ bench'abbia in sé materia copiosa,
+ conviene ch'io ne parli con penuria.
+
+ Da che Natura e Dio la tien nascosa,
+ 5 non puote alcun giammai senza vergogna
+ parlar di sí nefanda e brutta cosa.
+
+ E forse el fece Dio, perché bisogna
+ che l'Innocenza pura non impari
+ la puzza occulta di questa carogna.
+
+ 10 Ma ora li maggiori han fatto chiari
+ sí li minori e dotti anco in quell'arte,
+ che piú che i mastri sanno gli scolari.
+
+ Di questo vizio dirò d'ogni parte
+ in general, ché, se tutto distinto
+ 15 volessi dire, impirei troppe carte.
+
+ Il quarto membro (e poi dirò del quinto)
+ è l'atto, che fe' Pasife col toro,
+ madre del mostro chiuso in Laberinto.
+
+ Nel quinto pecca ciascun di coloro,
+ 20 che, losingando ovver rapendo, tolle
+ la vergin 'nanti al suo marital toro.
+
+ E, perché d'esto mal ardito e folle
+ il futur matrimonio è impedito,
+ però l'antica e nova Legge volle
+
+ 25 che quello strupador gli anelli il dito
+ e facciagli la dote, o che la testa
+ perda, se quella nol vuol per marito.
+p. 268
+ L'altro è chi stupra, losinga o molesta
+ le vergin sacre del santo collegio,
+ 30 che fu giá in Roma nel tempio di Vesta.
+
+ E questo male è detto «sacrilegio»;
+ ché quella cosa, ch'è dicata a Dio,
+ s'imbrutta o sforza e trattase in dispregio.
+
+ E l'altro male ancor nefando e rio
+ 35 è con parenti, ed è chiamato «incesto»,
+ ché macula l'amor onesto e pio.--
+
+ Quand'io diceva:--Quanto mal è questo!--
+ vedemmo dalla lunga Citarea;
+ ond'ella andò piú ratto ed io piú presto.
+
+ 40 Dimonio ella mi parve e none dea,
+ quando la vidi, e non pareva bella
+ com'era, quando apparve al iusto Enea.
+
+ Di fuor adorna avea la sua gonnella;
+ e, quando la scoprii, sí brutta fiera
+ 45 mai vista fu sí come pareva ella.
+
+ Minerva a me:--Questa puttesca cèra
+ nel mondo è bella solo in apparenza,
+ che fa la cosa falsa parer vera.
+
+ E qui rassembra la Concupiscenza;
+ 50 e però 'l nome del pianeto piglia,
+ che sopra quella parte ha piú influenza.
+
+ Cupido è il primo mostro, ch'ella figlia,
+ il qual è fanciullesco, stolto e cieco
+ in quella parte, che nell'uom consiglia.
+
+ 55 Egli è che verso Dio fece esser bieco
+ giá Salamone, ed Aristotil prese
+ sí, che fu cavalcato come pieco.
+
+ E, benché paia saggio nel palese,
+ Cupido nel secreto e luoghi occolti
+ 60 è come un pazzo e fa le grandi offese.
+
+ Egli esser fa li saggi matti e stolti,
+ e fanciulleschi quei dell'etá vecchia
+ negli atti turpi, lascivi e disciolti.
+p. 269
+ Quest'è che fa che l'antica si specchia
+ 65 la faccia guizza e fa le trecce bionde
+ del pelo altrui, che si pone all'orecchia.
+
+ L'altro è turpe parlar parole immonde.
+ Ahi, quanto è ragionevol che si taccia
+ quel che Natura occulta e che nasconde!
+
+ 70 Il turpe eloquio a poco a poco caccia
+ da sé vergogna, il qual è primo freno,
+ ch'è posto all'uom che peccato non faccia.
+
+ E 'l parlar brutto e turpe ovver osceno
+ dimostra il core; ché quel vaso versa
+ 75 sempre il liquor, del qual è dentro pieno.
+
+ L'altra figliuola iniqua e piú perversa
+ è l'odio di Dio, come si legge:
+ tanto Lussuria fa la mente avversa!
+
+ Non che quel sommo Ben, che tutto regge,
+ 80 mai odiar si possa per se stesso;
+ ma odiare si pò nella sua legge.
+
+ Ad ogni vizio, che 'n mal far è messo,
+ sempre ogni impedimento è odioso,
+ ma piú alla lussuria per eccesso;
+
+ 85 però che l'atto suo è furioso,
+ e quanto piú il disio corre fervente,
+ tanto lo 'mpedimento è piú noioso.--
+
+ Poscia nel fango vidi una gran gente
+ coll'arco in mano e colle dur saette;
+ 90 e ferivansi insieme crudelmente.
+
+ E, perché scudo mai niun si mette,
+ né arme indosso, mai non tranno in fallo,
+ quantunque volte l'un l'altro saette.
+
+ Ed un gridò:--Io son Sardanapallo
+ 95 lussurioso, che nel gran reame
+ non vissi come re, ma come stallo,
+
+ vestito come donna tra le dame,
+ seguendo della carne ogni talento:
+ or posto son tra 'l fango e tra 'l letame.
+p. 270
+ 100 Vivo ebbi l'arra, ed ora ho 'l pagamento;
+ ch'ogni peccato la pena riceve
+ prima nel mondo e poi qui ha 'l tormento.
+
+ Vero è che su nel mondo è ratto e brieve,
+ e qui ogni dolor dura in eterno
+ 105 ed anco è piú intenso e vieppiú grieve,
+
+ però che 'l mal, il qual è sempiterno,
+ rispetto a quella doglia, ch'è finita,
+ nulla ha proporzion, s'io ben discerno.
+
+ E sappi ben che su la mortal vita
+ 110 ha l'uom della lussuria molte pene,
+ se la ragion e vertú non l'aita.
+
+ La prima è trista e furiosa spene:
+ quant'è maggior l'amore, il quale aspetta,
+ tanto, aspettando, piú pena sostiene.
+
+ 115 L'altra è la gelosia sempre suspetta:
+ ciò, che timor possiede o gelosia,
+ assai tormenta piú che non diletta.
+
+ Ogni amadore ed ogni signoria
+ vuol esser sola ed odia ed inimica
+ 120 ogni consorte ed ogni compagnia.
+
+ L'altra è il periglio, affanno e la fatica.
+ Mai vil gaglioffo chiese il suo bisogno,
+ quanto amor chiede la cosa impudica;
+
+ e poscia, avuto, passa come un sogno
+ 125 quel ch'era chiesto con tanto fervore
+ e con parol, di quali ancor vergogno.
+
+ E va languendo il misero amadore,
+ chiedendo aiuto alli suoi gran martíri,
+ e dice, se non l'ha, che tosto more.
+
+ 130 Cogli occhi lagrimosi e con sospiri
+ dietro alla 'manza va il misero amante,
+ per grazia a lei chiedendo che lui miri.
+
+ E quel, che acquista con fatiche tante
+ e con le spese, ratto si dilegua
+ 135 sí come un'ombra che fugge davante.
+p. 271
+ E, perché amore i duo amanti adegua,
+ abbassa i grandi ed, a viltá condutti,
+ convien che altra colpa ne consegua;
+
+ ché si fan femminili e fansi putti,
+ 140 mostrando amore; e di questo poi nasce
+ la bestialitá e gli atti brutti.
+
+ E, perché Venus si notríca e pasce
+ di Bacco e Cerer, ch'ogni virtú enerva
+ e fa l'infermitá con le sue ambasce,
+
+ 145 il corpo infermo e la mente fa serva
+ e fálla oscura, e quella parte toglie,
+ ove si posa e risplende Minerva.
+
+ In questa mota qui tra queste troglie
+ stan li nefandi e vili ermafroditi,
+ 150 che, essendo maschi, altrui si fecen moglie.
+
+ E i lor mariti ancor qui son puniti
+ e posti meco qui tra queste mote,
+ e tutti siam di duri archi feriti;
+
+ ché questa è iusta pena, se ben note,
+ 155 ché quel ch'è amato dall'amor lascivo
+ è l'arco e la saetta, che percuote
+
+ il cor del tristo amante, quando è vivo;
+ e l'atto consumato è 'l brutto fango,
+ il qual infastidisce e viene a schivo:
+
+ 160 ed io qui questo in sempiterno piango.--
+
+
+
+
+
+ LIBRO QUARTO
+
+ DEL REGNO DELLE VIRTÚ
+
+p. 275
+
+
+
+
+CAPITOLO I
+
+Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero della scienza
+del bene e del male.
+
+
+ Lasciata addietro avea la prava terra
+ e delli vizi la maligna schiera,
+ e trapassata avea tutta lor guerra.
+
+ E sopra l'orizzonte giá 'l sole era
+ 5 ben quattro gradi, in quella parte posto,
+ che li fa state e qui fa primavera;
+
+ quando, per poter giungere piú tosto,
+ andava dietro alla scorta benegna,
+ la qual a seguitar m'era disposto,
+
+ 10 Detto m'avea che nullo è che pervegna
+ ad alto fine ovver a nobil cosa,
+ se non chi s'affatica e chi s'ingegna.
+
+ Ond'io per quella via sí faticosa
+ andava in fretta come il pellegrino,
+ 15 che, 'nsin che giunge al termine, non posa.
+
+ Quando fui presso al fin di quel cammino,
+ il paradiso vidi ch'è terrestro,
+ il qual fe' Dio per singular giardino.
+
+ E, s'egli è bello, pensisi il Maestro,
+ 20 il qual el fece e posel dove il sole
+ ha piú vertú e 'l cielo a lato destro.
+
+ Lí era un pian di rose e di viole
+ e d'altri fiori e di maggior fragranza
+ che qui, dove siam noi, esser non suole;
+p. 276
+ 25 ché ogni frutto, quanto ha piú distanza
+ da quello loco, tanto ha vertú meno,
+ e quanto piú s'appressa, in virtú avanza.
+
+ Tra quelli fiori e l'aere sereno,
+ e tra le melodie di quel piano
+ 30 io trapassai di dolci canti pieno.
+
+ Da quel giardino er'io poco lontano,
+ ch'io vidi un serafino in su la porta,
+ ch'è posto lí da Dio per guardiano,
+
+ il qual un gran coltel nella man porta;
+ 35 e l'uno e l'altro è di color di foco,
+ talché lor fiamma al sol non parea smorta.
+
+ Quando appressato a lui mi fui un poco,
+ egli mi disse, la spada vibrando:
+ --Guarda come trapassi in questo loco,
+
+ 40 dal qual per colpa fu l'uom messo in bando,
+ non solamente per gustar del pomo,
+ ma perch'e' trapassò di Dio il comando.--
+
+ Minerva a me insegnato avea siccomo
+ l'intrata da quell'angelo si chiede,
+ 45 senza il qual modo non v'entra mai uomo.
+
+ In terra mi prostrai da capo a piede,
+ ed ivi in croce spasi le mie braccia
+ come nel legno Quel che a noi si diede.
+
+ E dissi:--O angel, prego ch'e' ti piaccia,
+ 50 per amor del Signor, ch'è sí cortese,
+ che nullo, che a lui torni, mai discaccia,
+
+ che lí mi lassi entrar nel bel paese.
+ Tu sai ch'Egli al ladron su nella croce
+ simile grazia fe', quando gliel chiese.--
+
+ 55 L'angel allora, al suon di questa voce,
+ la porta aprío e diedene l'entrata,
+ levando via il coltel tanto feroce.
+
+ Come buona speranza il cor dilata
+ d'allegrezza, cotal a me quell'orto
+ 60 dava letizia e la contrada grata,
+p. 277
+ ove null'uom giammai sarebbe morto
+ senza sua voglia e non giá per natura,
+ ché sol per grazia venía tal conforto;
+
+ ché nulla cosa, c'ha in sé mistura
+ 65 di qualitá ed opposita azione,
+ di venir men puote esser mai secura.
+
+ Mentr'io ascoltava la dolce canzone
+ degli uccelletti, ed io vidi venire
+ due venerande ed antiche persone.
+
+ 70 Il meno antico a me cominciò a dire:
+ --Come tu in questo luogo se' intrato?
+ con qual potenzia vien'? con qual ardire?--
+
+ Minerva allor rispose:--Io l'ho menato;
+ l'agnol di Dio a lui la porta aperse,
+ 75 quando umilmente da lui fu pregato.
+
+ Giú del centro d'inferno, ove s'immerse,
+ colle mie mani io da primaio el trassi,
+ e feci sí, ch'in quel loco non perse.
+
+ Palla son io, che gli ho guidato i passi
+ 80 per mezzo a' vizi e tra le fiere crude
+ insino a voi, ai qual vuol Dio che 'l lassi,
+
+ ché demostriate a lui ogni vertude:
+ quassú venute sonno e quassú stanno,
+ quando fuggîr del mondo, ch'è palude.
+
+ 85 Tornar io voglio al mio beato scanno:
+ a questi lascio te, dolce figliuolo:
+ costor inverso il ciel ti guidaranno.--
+
+ Cosí dicendo, in alto prese il volo;
+ ed io, piangendo, dissi:--O dolce Palla,
+ 90 perché di te cosí mi lasci solo?
+
+ Dietro alli passi tuoi ed alla spalla
+ lasciato ho 'l mondo, o scorta e mia auriga,
+ il qual, rispetto a questo, è una stalla.
+
+ E sempre, andando insú con gran fatiga,
+ 95 le tue vestige, o donna, seguitai,
+ tra 'l mezzo delli mostri e di lor briga.
+p. 278
+ Ora, che tu cosí lasciato m'hai,
+ per tutto l'universo, che ti trovi,
+ io anderò cercando sempremai.--
+
+ 100 Un degli antichi padri ed a me novi,
+ disse:--Non è bisogno tanto pianto,
+ ma con noi insieme omai i passi movi
+
+ per questo paradiso in ogni canto.
+ Enoc è questo primo, ed io Elia,
+ 105 quai Dio ne pose in questo loco santo.
+
+ Delle vertú ti mostrerem la via.--
+ Allor pel prato di que' fiori belli
+ una con lor mi mossi in compagnia,
+
+ tra verzillanti foglie ed arbuscelli
+ 110 e tra le melodie dolci e gioconde,
+ ch'ivi faceano inusitati uccelli,
+
+ quando trovai un arbor senza fronde,
+ ch'era di spoglio di serpente avvolto,
+ sí come un'edra ch'un ramo circonde.
+
+ 115 Lo spoglio avea di forma umana il volto;
+ e l'arbore di spine era pien tutto
+ intorno a sé, siccome luogo incolto.
+
+ Ogni altro legno ivi era pien di frutto,
+ e di be' fiori e frondi fresco e bello;
+ 120 e questo solo era secco e destrutto,
+
+ e su non vi cantava alcun uccello.
+ E, non sapendo perché questo fusse,
+ il padre Enoc addomandai di quello.
+
+ --L'arbor profano è questo, che produsse
+ 125 --rispose Enoc--il frutto del suo ramo,
+ col qual il drago il primo uomo sedusse,
+
+ quand'egli ingannò Eva e poscia Adamo
+ a non servare a Dio obbedienza
+ col pomo dolce, ov'era il mortal amo.
+
+ 130 «Legno» chiamato fu «della scienza
+ del bene e mal»; che è prima solo bene,
+ poscia del mal il ben ha sperienza.
+p. 279
+ Le piú fiate al miser uomo avviene
+ ch'e' non conosce il ben, se non in quella
+ 135 che n'è privato o c'ha contrarie pene.--
+
+ Poscia trovammo la pianta piú bella
+ del paradiso, la pianta felice,
+ che conserva la vita e rinovella.
+
+ Su dentro al cielo avea la sua radice
+ 140 e giú inverso terra i rami spande,
+ ove era un canto, che qui non si dice.
+
+ Era la cima lata e tanto grande,
+ che piú, al mio parer, che duo gran miglia
+ era dall'una all'altra delle bande.
+
+ 145 --Questa gran pianta di gran maraviglia
+ --disse a me Enoc--è l'arbore vitale,
+ che vita dona a chi suoi frutti piglia.
+
+ Fitto nel cielo sta il suo pedale;
+ indi vien la vertú, che gli dá Dio,
+ 150 che possa l'uomo rendere immortale.
+
+ Un ramoscello dall'angelo pio
+ n'ebbe giá Set e piantollo in la fossa
+ del padre Adamo suo, quando morío.
+
+ E quello crebbe e féssi pianta grossa,
+ 155 e poscia posta fu nella piscina,
+ che sol di sanar uno ebbe la possa;
+
+ ché profetato avea Saba regina,
+ che su dovea morir quel gran Signore,
+ che faría nuova legge e piú divina.
+
+ 160 Allor il legno di tanto valore
+ da Salamon fu di terra coperto,
+ insin ch'a far suo frutto apparse fòre;
+
+ ché, quando piacque a Dio, venne su ad erto,
+ e di quel legno la croce si fece,
+ 165 ove l'Agnel di Dio per noi fu offerto,
+
+ quando su 'n quella il prezzo satisfece.--
+
+
+p. 280
+
+
+
+
+CAPITOLO II
+
+Della condizione del paradiso terrestre
+e de' fiumi, che quindi escono.
+
+
+ E poscia:--Flecte ramos, arbor alta.
+ --Elia e Enoc insieme alto cantâro,
+ come chi in coro la sua voce esalta.
+
+ Alla lor prece l'arbore preclaro
+ 5 giú s'abbassò, ed e' colson le fronde,
+ che son sí dolci, che vince ogni amaro,
+
+ dicendo a me:--Del frutto, che nasconde
+ quest'arbor dentro a sé, nullo ne coglie
+ salvo che l'alme felici e ioconde.
+
+ 10 E poi mi fên gustar di quelle foglie,
+ che porgono alla 'ngiú que' santi rami,
+ le quai mi contentôn tutte mie voglie.
+
+ O cupidigia, che tanto t'affami
+ e che quanto piú mangi e pasto hai preso,
+ 15 tanto apri piú la bocca e piú ne brami,
+
+ se gustassi del legno al ciel disteso,
+ ratto faresti come san Matteo,
+ quando il nostro Signor egli ebbe inteso:
+
+ che lasciò la pecunia e 'l teloneo,
+ 20 e sí gli piacque, ch'a rispetto a quello
+ ogni altro cibo gli era amaro e reo.--
+
+ Quindi n'andammo in un boschetto bello,
+ dove Adamo fuggí e steo nascosto,
+ quando mangiò del cibo amaro e fello,
+
+ 25 allor che non sostenne un sol fren posto,
+ un sol comando, il quale Dio gli diede,
+ ma fu ardito a romperlo sí tosto.
+p. 281
+ Ei si nascose. Oh matto chiunque crede
+ fuggir ovver celarsi da Colui
+ 30 che tutto puote ed ogni cosa vede!
+
+ E poscia mi partii con ambidui
+ tra' belli fiori di quel prato adorno;
+ e, quando ad una fonte io giunto fui,
+
+ considerai che era mezzo giorno,
+ 35 ché 'l sol toccava in alto giá 'l zenitto,
+ e nullo corpo facea ombra intorno.
+
+ Dicea fra me, insú mirando fitto:
+ --Com'è che qui il caldo non offende,
+ da che li raggi insú rifletton ritto?
+
+ 40 Ché 'n quella obliquitá che 'l raggio scende,
+ come si prova nella prospettiva,
+ in tale a parte opposta si distende.
+
+ Però, se 'l raggio ingiú ritto deriva,
+ per linea retta ritorna in quel verso,
+ 45 ed ei lí si raddoppia e si ravviva.
+
+ E questo luogo è pian, pulito e terso
+ assai a questo, e nol torce in oblico
+ concusso alcun, che 'l raggio mandi sperso.--
+
+ Allor mi disse il padre piú antico:
+ 50 --Tu forse ammiri che qui non fa male
+ il troppo caldo noioso e nimico.
+
+ Sappi che, dove il giorno è sempre equale
+ alla sua notte, quanto il dí riscalda
+ il sol, che 'nver' zenitto suso sale,
+
+ 55 tanto la notte col fresco risalda;
+ e però quella patria, se pon' cura,
+ fie temperata, né fredda, né calda.
+
+ E, benché tanto il sol vada in altura,
+ non fa di caldo sotto il loco accenso,
+ 60 quando in cotale altezza poco dura.
+
+ Non è sola cagion del caldo intenso
+ l'altezza dello sol, ma sua dimora
+ col raggio insú riflesso, s'io ben penso.--
+p. 282
+ Il suo parlar mi die' piú dubbio allora,
+ 65 ed io di domandar non avea ardire,
+ come scolar che troppo il mastro onora,
+
+ che mostra ancor non voler assentire
+ con parole, ma tien il capo basso,
+ facendo vista d'altro voler dire.
+
+ 70 Ond'ello:--Parla;--ed io:--Cotesto passo
+ ha forse veritá solo in quel clima,
+ ov'è la gran cittá di Satanasso.
+
+ Ma questo loco tanto si sublima,
+ che ben tre ore nell'alto emisfero
+ 75 vedete il sole innanzi agli altri in prima.
+
+ E cosí, quando il giorno si fa nero
+ nell'occidente, a voi ben per tre ore
+ luce quassú il celeste doppiero.
+
+ Che cagion è che qui non è ardore,
+ 80 se qui diciotto or mostra all'aspetto
+ nel giorno il sol con suo chiaro splendore?--
+
+ Ed egli a me:--Se intendesti il mio detto,
+ io parlai sú del clima di quel loco,
+ ov'ha reame il primo maladetto.
+
+ 85 E, perché questo da quel dista poco,
+ il sol, che dura in questo loco santo,
+ come argumenti, accenderebbe il foco;
+
+ se non che 'nsú egli è levato tanto,
+ che mai vapor, che faccia pioggia o vento,
+ 90 salir o nocer può in nessun canto.
+
+ Ma 'l nono ciel e 'l primo movimento
+ move qui l'aere, e dolce aura spira
+ tal, che conforta ciascun sentimento.
+
+ E, quando il detto cielo intorno gira,
+ 95 il foco e gli altri ciel voltan con esso
+ ed anche seco quest'aere tira.
+
+ Per questo il raggio in diritto riflesso
+ si frange e sparge; e, quand'è cosí sparso,
+ non accagiona il caldo intenso e spesso.
+p. 283
+ 100 Però dal sol non è questo luogo arso,
+ s'el manda il raggio ritto, o alto el move,
+ o se la notte sol sei ore ha scarso.--
+
+ Dal ditto loco poscia andammo dove
+ nasceva un fiume, ch'era tanto grande,
+ 105 che mai verun maggior fu visto altrove.
+
+ Elia mi disse senza mie dimande:
+ --Questa grand'acqua, che qui ritto emerge,
+ per tutto il mondo poscia si dispande.
+
+ Imprimamente questo loco asperge;
+ 110 poiché la terra ha qui bagnata e infusa,
+ per tutta l'altra terra si disperge
+
+ per li meati, sí come Aretusa,
+ che bagna pria Calabria e di quindi esce,
+ poi va in Trinacria sotterra rinchiusa.
+
+ 115 Di questo nasce Gange e 'l Nil, che cresce
+ tanto la state, ed il Danubio e 'l Reno
+ ed il Tanai col saporoso pesce.
+
+ Di questo Ibero e il grande Geon pieno,
+ che passa rifrescando l'Etiopia
+ 120 e che bagna anco l'arabico seno.
+
+ Di questo il Po, che d'acqua ha sí gran copia,
+ che, quando il mondo seccò per Fetonte,
+ tra tutti i fiumi n'ebbe meno inopia.
+
+ Ma l'acqua d'ogni fiume e d'ogni fonte
+ 125 principalmente vien dall'Oceáno,
+ e da Natura corre prima al monte.
+
+ Perch'è spognoso e perché dentro è vano,
+ e' scaturisce pel caldo impellente
+ e poscia scende e corre giuso al piano.
+
+ 130 Ed ogni fiume piú pieno e corrente
+ diventa per la pioggia, quando cade;
+ e questa è l'altra causa conferente.--
+
+ Poi ci movemmo per le adorne strade
+ tra la fragranza e soavi melode,
+ 135 tra 'l nettar dolce in scambio di rosade.
+p. 284
+ Ivi ogni senso si rallegra e gode,
+ alla verzura si conforta il viso,
+ l'orecchie a' canti degli uccelli, ch'ode.
+
+ Rallegra tutto il cor quel paradiso;
+ 140 ivi ogni cosa intorno m'assembrava
+ un'allegrezza di giocondo riso.
+
+ La doppia scorta, la qual mi guidava,
+ si movea innanti, ed io seguía lor piante
+ e con diletto lá e qua mirava.
+
+ 145 E, quando fummo andati alquanto avante,
+ trovammo in giro un ampio ed alto muro,
+ ch'avea le torri di duro diamante.
+
+ Elia mi disse:--Qui l'intrare è duro,
+ se l'uomo in prima non si gitta a terra
+ 150 e se:--Peccai--non dice col cuor puro.
+
+ Allor colei, che la porta apre e serra,
+ gli dá l'entrata e fagli anco la scorta;
+ e chi senza lei andasse, il cammin erra.
+
+ Ella ti menerá sino alla porta;
+ 155 dentro la Temperanza troverai,
+ che gl'impeti rifrena e 'l troppo accórta.--
+
+ Per questo al duro muro m'appressai.
+
+
+p. 285
+
+
+
+
+CAPITOLO III
+
+Della vertú della temperanza e sue laudi.
+
+
+ Perché l'intrare a me fusse concesso
+ nel bel reame della Temperanza,
+ mi feci a quella porta alquanto appresso.
+
+ E, poiché fui in debita distanza,
+ 5 mi postrai 'n terra, dicendo:--Peccavi,--
+ sí come per intrare lí è usanza.
+
+ Ed allora una donna con due chiavi
+ aprío la porta, e poi la mia persona
+ levò di terra con parol soavi.
+
+ 10 --Questa gran donna, che l'intrata dona,
+ è quella, senza cui--mi disse Elia--
+ né Dio né uomo al peccator perdona.
+
+ Ella è che al ciel t'insegnerá la via:
+ dietro alli passi suoi ti guida omai;
+ 15 con lei noi ti lasciamo in compagnia.--
+
+ Quei patriarchi pria ringraziai;
+ poscia mi volsi alla scorta novella
+ e ch'ella mi guidasse io la pregai.
+
+ Dentro alla porta intrai insiem con ella;
+ 20 e, poiché dentro fummo ed ella ed io,
+ allor mi fece don di sua favella.
+
+ --Se saper--disse--vuoi il nome mio,
+ io sono l'Umiltá, il primo grado
+ d'ogni virtú, che vuol salir a Dio.
+
+ 25 Come Superbia è prima in ogni lado,
+ ardita a romper la legge divina,
+ cosí alle vertú io 'nanti vado.
+p. 286
+ Chi senza me su per andar cammina,
+ ritorna addietro intra li luoghi bassi
+ 30 e non s'accorge quando egli rovina.
+
+ --Io prego, o donna, che tu non mi lassi
+ --a lei risposi riverente e piano,--
+ ché sempre seguirò dietro a' tuoi passi.--
+
+ Benignamente a me porse la mano;
+ 35 e, poiché 'n alto luogo giunto fui,
+ che d'ogni amenitá era sovrano,
+
+ la Temperanza con belli atti sui
+ io trovai quivi e con tanta maiésta,
+ quant'hanno i santi, dov'è il dolce frui.
+
+ 40 Se ogni cosa è bella in quanto onesta,
+ e tutta l'onestá da lei procede,
+ quindi si sa quanto era bella questa.
+
+ Ella stava a sedere in una sede.
+ La nova scorta appresso a lei si pose,
+ 45 non però in alto, ma giú basso al piede.
+
+ E sette donne, adorne come spose,
+ stavan con lei, e d'oro le corone
+ aveano in testa e di fiori e di rose.
+
+ E una un orso e l'altra avea un leone,
+ 50 legato ed ammansito con un freno;
+ la terza similmente un gran dragone.
+
+ E come fa 'l cagnol che dorme in seno,
+ cosí le fère si stavan con loro
+ ed anche il drago senza alcun veneno.
+
+ 55 Intorno intorno a tanto concistoro
+ eran tranquilli giuochi e dolce canto
+ di diverse persone a coro a coro.
+
+ Perché da loro er'io distante alquanto,
+ cenno fatto mi fu che m'appressasse
+ 60 alla regina del collegio santo.
+
+ Io m'appressai e le ginocchia lasse
+ in terra posi, ed ella anco fe' segno
+ che confidentemente a lei parlasse.
+p. 287
+ --Alta regina, a questo loco vegno
+ 65 --diss'io a lei--dal mondo con fatiga,
+ per contemplar di te e del tuo regno.
+
+ Minerva fu a me primiera auriga;
+ ella è che m'ha scampato e sú condotto
+ per mezzo delli vizi e di lor briga.
+
+ 70 E ch'io venisse a te mi fece dotto,
+ che m'insegnassi questo tuo reame
+ e delle tue donzelle tutte e otto.
+
+ --Dacché di me sapere hai sí gran brame,
+ --rispose quella,--ascolta, e dirò pria
+ 75 del mio uffizio e poi dell'otto dame.
+
+ Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia
+ e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male,
+ ché lá e qua ei combattuto sia.
+
+ E diede a lui la parte sensuale,
+ 80 la qual al male impetuosa corre
+ come sfrenato e indomito animale.
+
+ E però Dio mi volle con lui porre,
+ ché 'nverso il mal egli precipitára,
+ se con miei freni a lui non si soccorre.
+
+ 85 Per farti ben la mia risposta chiara,
+ com'egli verso il mal si move ratto,
+ cosí va tardo alla parte contrara;
+
+ ché, come infermo debil e disfatto,
+ si move col disio inverso il bene,
+ 90 se con forti speroni ei non è tratto.
+
+ Perciò altra virtú esser conviene
+ cioè Fortezza, e questa i sproni mova,
+ quando uom come infingardo si ritiene.
+
+ Ella è che fa che l'uom, il qual si trova
+ 95 nella battaglia, vince e non s'ammorza,
+ sí come il cavalier di buona prova,
+
+ o come il buon nocchier, che allor si sforza
+ che ha la gran tempesta in mezzo all'onda,
+ quando el combatte da poppa e da orza.
+p. 288
+ 100 Ed io 'l mantengo, quando va a seconda,
+ ché 'l fo attento che 'l timon non lassa,
+ senza lo qual la nave si profonda,
+
+ e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa;
+ e, quando esalta la fortuna destra,
+ 105 io fo che tiene il freno e che si abbassa.
+
+ Cosí armato a dritta ed a sinestra,
+ da un de' lati Fortezza el defende,
+ dall'altro lato son io sua maestra.
+
+ Donna è che con mill'occhi su risplende,
+ 110 che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda,
+ tanto che chi lo segue non l'offende.
+
+ Piú suso sta dell'uom la quarta guarda,
+ Astrea dico, che resse la gente
+ 'nanti che fosse fallace e bugiarda.
+
+ 115 Alle otto dame omai tu porrai mente;
+ dirò de' loro uffizi, se m'ascolti,
+ che reggono il reame qui presente.
+
+ In prima sappi che impeti molti
+ son rei nell'uomo contra bona legge;
+ 120 ma tre son li peggiori e li piú stolti.
+
+ Il primo è l'ira in cui governa e regge;
+ e questa fa il cor di pietá nudo
+ contra li suoi subietti e la sua gregge.
+
+ Clemenza è detta ovver Mansuetudo
+ 125 la prima dama, che dalle radici
+ stirpa l'ira del core troppo crudo.
+
+ E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici:
+ l'uno è che li superbi e troppo altèri
+ inchina a' servi, quasi a dolci amici;
+
+ 130 l'altro è che quei, che son crudeli e fèri
+ e c'hanno alla vendetta accesi i cori,
+ li fa al perdonar dolci e leggeri.
+
+ Però è detta donna de' signori,
+ ché li reami e Stati senza lei
+ 135 non saríen signorie, ma gran furori.
+p. 289
+ Ed anco è detta sposa delli dèi,
+ che son propizi e non corron mai tosto,
+ ma tardi alla vendetta contr'a' rei.
+
+ Ell'è che esser fe' Cesare Agosto
+ 140 contra 'l nemico suo giá mansueto,
+ il qual a tradir lui s'era disposto.
+
+ Ed egli el chiamò seco nel secreto
+ dentro alla cambra sua cogli usci chiusi,
+ ove gli disse con parlar quieto:
+
+ 145 --Non è bisogno, amico, che ti scusi,
+ ch'è manifesto e non ne puoi far niego
+ del tradimento, che contra me usi.
+
+ Ma una cosa a te chiedendo prego,
+ che della tua amistá mi facci dono;
+ 150 ed io similemente a te mi lego.
+
+ E ciò c'hai detto o fatto ti perdono.--
+ E, per piú fede, a lui la destra porse:
+ cosí 'l fe' amico a sé verace e buono.
+
+ Questa è, che fe' ch'Alessandro soccorse
+ 155 con gran benignitá al suo vassallo,
+ quando del suo bisogno egli s'accorse,
+
+ e desmontò de su del suo cavallo,
+ e del suo manto le membra gli avvolse,
+ ché uopo non avea d'altro metallo.
+
+ 160 Traian l'insegne al suo gran carro folse
+ solo alla voce d'una vedovetta,
+ al cui parlar mansueto si volse,
+
+ dicendo:--Imperador, fammi vendetta,
+ ché 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto,
+ 165 ond'io a lamentarmi son costretta.--
+
+ Ed ei rispose con benigno volto:
+ --Il mio figliolo, o donna che ti lagni,
+ ti dono in cambio di quel c'hai sepolto.--
+
+ Cesare primo, il maggior tra li magni,
+ 170 li suo' famigli ovver li suoi subietti
+ non li chiamava «servi», ma «compagni»,
+
+ facendo a loro onore in fatti e in detti.--
+
+
+p. 290
+
+
+
+
+CAPITOLO IV
+
+Delle spezie e rami della temperanza.
+
+
+ Io stava ad ascoltar come scolaio,
+ che dal maestro prende la dottrina,
+ mentre narrò dell'impeto primaio.
+
+ E poi continuò quella regina:
+ 5 --Sappi che rifrenar io debbo ogni atto,
+ al qual la parte sensual inclina.
+
+ Il diletto del gusto e quel del tatto
+ vuole Dio ch'io rifreni e ch'io m'oppogna:
+ questa è la mia materia, ch'io pertratto.
+
+ 10 E ciò ch'è inonesto e fa vergogna
+ al nobil uomo, e ciò ch'el fa brutale,
+ ho io a regolar quanto bisogna.
+
+ Vero è ch'io anco reggo in generale
+ i vizi tutti e la lor circumstanza,
+ 15 e rifren ciò che la ragione assale.
+
+ E questo suona el nome «Temperanza»,
+ cioè ch'ella rifreni, regga e tempre
+ ogni inonesto e ciò che in troppo avanza.
+
+ E questo tu per regola tien' sempre,
+ 20 ch'a ciascuna virtude s'appartiene
+ corregger ciò, che la ragion distempre.
+
+ Iusto e prudente è l'uom, se noti bene,
+ e temperato, ed anche ha in sé fortezza
+ e tutte le vertú insieme tiene;
+
+ 25 ché dal peccato ovver dalla dolcezza,
+ che gli è opprobriosa, si disparte,
+ o che, vincendo, sofferisce asprezza.
+p. 291
+ Ogni virtú, ogni scienza ed arte
+ ha sua materia propria, che pertratta;
+ 30 ma 'n general l'una all'altra comparte.
+
+ La sensualitá brutale e matta
+ reggo io con queste dame a me propinque,
+ e ciò che all'uom opprobrio e biasmo accatta.
+
+ E questi vizi in radice son cinque,
+ 35 e prima l'ira, della quale ho detto
+ ch'è opposta alla clemenzia, delinque.
+
+ Poscia è superbia, il vizio maladetto
+ dell'avarizia ed anco della gola
+ e di lussuria il bestial diletto.
+
+ 40 Omai contempla la mia bella scòla:
+ la bella donna, che ti scorse il passo,
+ che mi sta a piè umil senza parola,
+
+ vince superbia e vince Satanasso
+ (mirabil cosa!), che 'nsú monta tanto,
+ 45 quanto nel suo pensier si pone a basso.
+
+ L'altra donzella, che mi siede accanto,
+ la moderata Parcitá si chiama:
+ ell'è la quarta in questo regno santo.
+
+ Ella lega la lupa sempre grama
+ 50 e pon mesura alla voglia bramosa,
+ che mai non s'empie e che, mangiando, affama.
+
+ L'altra, ch'è tanto adorna e gloriosa,
+ è Continenza, agli angioli sorella
+ e del sommo Fattor celeste sposa.
+
+ 55 Ella Cupido e Venere fragella,
+ ogni turpe atto fugge ed hallo a sdegno,
+ e sdegna chi ne tratta o ne favella.
+
+ La sesta donna in questo nostro regno
+ a Cerere ed a Bacco pone il freno,
+ 60 ché del bisogno non passino il segno.
+
+ E, perché tutto sappi ben appieno,
+ dirò dell'altre mie compagne ancora,
+ che stanno meco nel regno sereno.
+p. 292
+ Io suadisco ciò che l'uomo onora,
+ 65 e vieto ciò che a lui è turpe e lado,
+ perché sua dignitá sia piú decora.
+
+ Però la donna del settimo grado
+ è chiamata Onestá ed ha la vesta
+ tutta inorata sopra il bel zendado.
+
+ 70 Vedi che tutte l'altre gli fan festa;
+ vedi che adorna tutte di splendore
+ della corona, ch'ella porta in testa.
+
+ Com'io li desidèri di furore,
+ i quali rifrenar all'uomo è forte,
+ 75 tempro col freno dello mio valore;
+
+ cosí è altra donna in questa corte,
+ Modestia chiamata, e tiene il loco,
+ che qui gli è dato nell'ottava sorte.
+
+ Ella è che 'l modo pon tra 'l troppo e 'l poco
+ 80 negli atti esteriori, in fatti e in dire,
+ nel rider, nell'andar, nel prender gioco,
+
+ in suntuositá e nel vestire;
+ e dove e quando, innanzi a cui e come,
+ oltra i termini suoi, non lassa ire.
+
+ 85 Tra noi coronat'ha le bionde chiome;
+ Modestia è detta, perché serva il modo,
+ sicché 'l suo uffizio è consequente al nome.
+
+ In questo regno, nel qual io mi godo,
+ sta la Vergogna ovver l'Erubescenza;
+ 90 la qual non per virtú però la lodo,
+
+ ma perché è freno e perché ha temenza
+ di fare il lado; e questo è atto buono
+ e che mena a virtú, se ha permanenza.
+
+ Ma 'n quei che saggi o che antichi sono,
+ 95 perché debbono il capo aver esperto,
+ il vergognarsi trova men perdono.
+
+ Però Vergogna in testa non ha 'l serto
+ perché non è virtú, come siam noi,
+ che 'l capo di corona abbiam coperto.
+p. 293
+ 100 Dell'altre cose, che qui saper vuoi,
+ elle diranno co' lor dolci canti,
+ una cantando pria e l'altra poi.--
+
+ Clemenzia, al cielo alzando gli occhi santi,
+ un canto cominciò tanto soave,
+ 105 piú che mai musa, che cantar si vanti.
+
+ --Non ha peccato--disse--tanto grave,
+ che dell'intrar a te, Signor e Dio,
+ chiunque si pente non trovi la chiave;
+
+ ché se' sí mansueto e tanto pio,
+ 110 che tua clemenzia il peccator soccorre,
+ pur ch'e' si penta e non voglia esser rio.
+
+ La tua piatá, che a vendicar non corre,
+ a quel che volle a te assomigliarse
+ e la sua sede a lato alla tua porre,
+
+ 115 pur ch'e' volesse ancora umiliarse
+ alle tue braccia, dicendo:--Peccai,--
+ ad abbracciarlo non faríale scarse.
+
+ Per questo, o Signor mio, saper mi fai,
+ che sempre si perdoni a chi si pente;
+ 120 al superbo non si perdona mai.
+
+ Quando al ciel venne il grido della gente
+ di Sodoma e Gomorra e di lor setta,
+ tu descendisti a vederlo presente;
+
+ ove m'insegni ch'io non creda in fretta,
+ 125 quando la fama il peccator condanna,
+ e tardo e con piatá faccia vendetta.
+
+ Per questo tu ponesti, o santo Osanna,
+ l'asprezza della verga dentro all'arca
+ colla dolcezza insieme della manna.
+
+ 130 La Maddalena, o sommo Patriarca,
+ tu ricevisti pio e mansueto,
+ quando a te venne di peccati carca,
+
+ e del suo cor compunto e del suo fleto
+ piú ti pascesti che su nella mensa
+ 135 del fariseo, e piú staesti lieto.
+p. 294
+ La donna, ch'era allor allor comprensa
+ nell'adulterio e menata nel tempio,
+ benignamente da te fu defensa;
+
+ dove, alto mio Signor, mi désti esempio
+ 140 che sol del peccator voglia l'emenda,
+ e chi altro ne vuol, è crudo ed empio,
+
+ e quel, che egli fa, nullo riprenda;
+ ch'altru' accusando, quel se stesso pugne,
+ quand'egli avvien che 'n quel medesmo offenda.
+
+ 145 Tu giá facesti e fai che ancor si ugne
+ il core a' regi, perch'e' sien benegni,
+ e 'l re dell'api fai che non trapugne;
+
+ in questo esempio, mio Signor, m'insegni
+ che sieno i grandi grati e mansueti,
+ 150 e che non sian superbi in li lor regni.--
+
+ E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti,
+ Parcitá cominciò sua cantilena,
+ poiché Clemenzia ebbe i suoi detti quieti.
+
+ --Beato--disse--è l'uom che si raffrena
+ 155 e pone a quella voglia la mesura,
+ che sempre brama e mai diventa piena.
+
+ Beato quello che non sforza o fura
+ per piú avere e non prende l'affanno,
+ sempre sudante d'infinita cura;
+
+ 160 ma, com' Fabrizio nel povero scanno,
+ del poco e con vertú piú si contenta
+ che di piú posseder con froda e inganno.
+
+ Ma piú felice è l'uomo, il qual diventa
+ perfetto sí, che tutto il disio taglia,
+ 165 e di ricchezza ha ogni voglia spenta,
+
+ e che 'l piú e 'l meno non cura una paglia,
+ e che niente alla Fortuna chiede,
+ quando losinga e quando dá battaglia.
+
+ Colui di tutto il mondo è ricco erede,
+ 170 che, avendo o non avendo, piú non vuole;
+ ché, quanto uom non desia, tanto possede.--
+
+ Qui finí 'l canto ed anco le parole.
+
+
+p. 295
+
+
+
+
+CAPITOLO V
+
+Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza.
+
+
+ Cominciò Continenza il terzo canto,
+ quando l'onesta Parcitá si tacque;
+ e prima gli occhi alzò al cielo alquanto,
+
+ dicendo:--A Dio verginitá sí piacque,
+ 5 che lei elesse sposa, in lei discese,
+ quando di vergin madre al mondo nacque.
+
+ A san Ioanni l'angel fu cortese
+ per la verginitá, a lor sirocchia,
+ quando, di terra su levando, el prese,
+
+ 10 dicendo:--Su, su, lieva le ginocchia:
+ fratelli e servi siamo in quel Signore.
+ che ciò, che è futur, presente adocchia.--
+
+ Non pure il cielo a lei fa onore,
+ ma l'universo ed ogni creatura
+ 15 alla bellezza di tanto valore.
+
+ Subietti stanno a lei, quando scongiura.
+ li maladetti piovuti da cielo,
+ per forza, per amore o per paura.
+
+ La vergin sacra giá accese il velo
+ 20 nel foco estinto; e l'altra la gran nave
+ trasse con un capello d'un sol pelo.
+
+ Il capricorno sí feroce e grave
+ da lei pigliar si lassa, ed ella el regge;
+ e segue lei mansueto e soave.
+
+ 25 Ma, perché è scritto nell'antica Legge:
+ «Crescete insieme vo' e moltiplicate»,
+ come in quel testo piú volte si legge,
+p. 296
+ per questo molti la verginitate
+ impugnano, perché non è feconda
+ 30 come lo stato delle coniugate.
+
+ Convien che a questi detti si risponda
+ che funno a tutte spezie e fûn comuni
+ non a persona prima ovver seconda,
+
+ ché vòlse Dio e vuol che sianvi alcuni,
+ 35 perché alle cose sue meglio s'attenda,
+ che d'ogni atto venereo sian digiuni.
+
+ Benché verde grillanda o sacra benda
+ adorni quella c'ha la mente negra,
+ non però vergin esser si comprenda;
+
+ 40 ché la verginitá pura ed allegra
+ è la mente incorrotta a Dio divota,
+ cogli atti onesti e colla carne intègra.
+
+ E, se l'integritá fusse rimota
+ contra 'l voler, non però si sospetti
+ 45 perder corona e la celeste dota.
+
+ La castitá è poi de' men perfetti;
+ ma, se si parte dalle cose sozze,
+ il frutto di sessanta in cielo aspetti,
+
+ se non trapassa alle seconde nozze,
+ 50 se lassa ciò in che Marta s'affanna,
+ se piú non vuol marito che rimbrozze,
+
+ e se con Michelina e con sant'Anna
+ abita sola e dimora in quel templo,
+ ove si gusta la celeste manna;
+
+ 55 se dalla tortora anche piglia esemplo,
+ che beve turbo e sola sempre è 'n lutto,
+ quasi dicendo:--Io castitá rassemplo.--
+
+ Il matrimonio è poi di minor frutto;
+ perché convien che la famiglia rega,
+ 60 non può inverso Dio attender tutto;
+
+ ché quanto piú col mondo alcun si lega
+ ed alla cura bassa sta piú attento,
+ tanto dal contemplar di Dio si piega.
+p. 297
+ Allora è santo e vero sacramento,
+ 65 se in una vera fede egli è fundato,
+ in santa pace e in un consentimento;
+
+ se solo a quel buon fine egli è usato,
+ pel quale al primaio uom, quando fu fatto,
+ la sposa Dio gli trasse del costato.
+
+ 70 Se bestiale ovver meretricio atto
+ fra lor non si usa, allor è continenza,
+ ché fuor de' miei confini e' non è tratto.--
+
+ Poi, come donna che fa reverenza,
+ lassando il ballo, tal atto fe' ella,
+ 75 e prese il quarto canto l'Abstinenza.
+
+ Alzando gli occhi al ciel, quella donzella
+ disse:--La mente mia libera e lieta
+ sublimo al mio Signor, che mi favella.
+
+ Egli è che spira e che mi fa profeta:
+ 80 Egli è che ciba me, lui contemplando:
+ Egli è che di vertú mi fa repleta.
+
+ Di me all'uomo fe' il primo comando;
+ e, quando el ruppe, a morte ed a fatiga
+ e tra mille timori el pose in bando.
+
+ 85 L'offizio mio quella parte castiga,
+ dov'è 'l desio e quel voler ribello,
+ che alla legge mental dá sí gran briga.
+
+ Li tre fanciulli ed anche Daniello
+ profeti fei, perché funno abstinenti
+ 90 e parlavan con Dio, com'io favello.
+
+ Avventurate giá l'antiche genti,
+ a cui il pasto delle giande ed erbe
+ fe' 'l viver lungo e san senza tormenti!
+
+ Ora li cibi e le mense superbe
+ 95 son sí cresciuti, che la vita brieve
+ è inferma e poca e pien di doglie acerbe.
+
+ Ora, se innanzi al pranzo non si beve,
+ pare altrui pena; e troppa dilicanza
+ fa che 'l cibo comune al corpo è grieve.
+p. 298
+ 100 Il corpo, che del poco ha sua bastanza,
+ se non ha buono assai e spesso e presto,
+ mormora guasto dalla mal usanza.
+
+ Or pochi fanno quel digiun richiesto
+ per decima da Dio, che gli sia offerta,
+ 105 del tempo, che a ben far n'ha dato in presto.
+
+ E non val ch'è precetto e che si accerta
+ ch'estirpa i vizi e le virtú acquista,
+ e che lieva la mente a Dio sú erta.--
+
+ Qui lasciò 'l canto come 'l citarista;
+ 110 poi come fa'l falcon, quando si move,
+ cosí Umiltá al cielo alzò la vista,
+
+ dicendo:--O alto Dio, o sommo Iove,
+ nulla umiltá che pretenda bassezza,
+ possibil è che mai in te si trove.
+
+ 115 Ma, permanendo in sé la tua altezza,
+ il tuo Figliuol l'umanitá si unío
+ non con difetti, ma con l'altra asprezza,
+
+ sí ch'egli, essendo insieme e uomo e Dio,
+ in quanto Dio che satisfar potesse,
+ 120 e in quanto uom patisse ove morío,
+
+ per colui che, produtto allora in esse,
+ ruppe la sbarra del comando primo
+ ed attentò che, quanto Dio, sapesse.
+
+ Però convenne che 'l superbo limo
+ 125 s'umiliasse quanto insú era ito,
+ ed egli non potea piú ire ad imo.
+
+ Ed anco 'l suo peccato era infinito,
+ pensando quel Signore, in cui presunse
+ e che a non obbedirlo fu ardito.
+
+ 130 Per questo, Dio umanitá assunse
+ ed un si fece seco e fu quell'Agno,
+ che pei peccati altrui s'offerse e punse.
+
+ O alto mio Signor, tu se' sí magno,
+ che tutti quanti i ciel son la tua sede,
+ 135 e la terra è scabello al tuo calcagno.
+p. 299
+ Alla grandezza tua, che tanto eccede,
+ l'umiltá sola gli fece la casa,
+ quando umanò 'l tuo eterno Erede
+
+ nel petto di Maria, qual è rimasa
+ 140 speranza a' peccatori e sempre advoca
+ che Piatá tenga a lor la porta pasa.
+
+ Quella Umiltá, che 'n croce si fe' poca,
+ fu esaltata e, posta al lato destro
+ appresso a Dio, in alto si collòca.
+
+ 145 E, quando al mondo stette per maestro,
+ con umiltá conversò tra la gente
+ non come prince, ma come minestro;
+
+ ove li gradi mostra, a chi pon mente,
+ dell'umiltá, e prima che subietta
+ 150 sie a' maggiori e presta ed obbediente.
+
+ L'altra è che a' suoi egual si sottometta;
+ l'umiltá terza alli minor subiace:
+ questa è suprema ed è la piú perfetta.
+
+ Di un'altra umiltá, che nel cor giace,
+ 155 il primo grado non dispregia altroi;
+ l'altro, s'è dispregiato, non gli spiace.
+
+ Il terzo grado è dopo questi doi;
+ che, s'egli è dispregiato, se ne goda
+ e non si turbi, perché altri el nòi;
+
+ 160 e che avvilisce sé, quando altri el loda,
+ e sol risponde, quando altri el domanda,
+ e non si cura, benché opprobrio oda;
+
+ e come il buon corsier, che cosí anda
+ come altri mena il fren, cosí la voglia
+ 165 pon nell'arbitrio di chi ben comanda;
+
+ e, benché alcuno a lui la vesta toglia,
+ o se la sua mascella li percuote,
+ non contendendo, lo mantel si spoglia
+
+ e paragli anco l'altra delle gote.--
+
+
+p. 300
+
+
+
+
+CAPITOLO VI
+
+Della fortezza e delle sue spezie.
+
+
+ Menommi poi l'Umilitá piú suso,
+ tanto ch'io giunsi al reame secondo;
+ e, come il primo, il varco aveva chiuso,
+
+ ed anco 'l muro avea girante in tondo
+ 5 ed era tutto quanto d'oro fino,
+ alto ben cento piè da cima al fondo.
+
+ Enginocchiato, al mur mi fei vicino;
+ allora l'uscio grande ne fu aperto;
+ e noi intrammo su per quel cammino.
+
+ 10 Forse duo miglia era ito suso ad erto
+ tra dolci canti e tra li belli fiori,
+ da' quai tutto quel pian era coperto,
+
+ ch'io vidi in mezzo delli sacri còri
+ star la Fortezza ardita e triunfante
+ 15 come una dea adorna di splendori.
+
+ Mirava al cielo e tenea le sue piante
+ fisse e fermate su 'n una colonna,
+ ch'era tutta di fino adamante.
+
+ La spada in mano avea la viril donna
+ 20 e l'elmo in testa ed in braccio lo scudo,
+ e la panziera in scambio della gonna.
+
+ --O vertú alta, o nobil Fortitudo
+ --diss'io a lei inginocchiato appresso,--
+ che non curi Fortuna e suo van ludo,
+
+ 25 per l'aspero viaggio mi son messo,
+ passando i vizi insú con grande affanno,
+ per veder questo regno a te commesso,
+p. 301
+ e per veder le dame che qui stanno;
+ e vengo, alta regina, ché m'insegni
+ 30 l'offizio e l'operar, che da te hanno.
+
+ Se 'l priego basso mio, donna, disdegni,
+ Minerva disse a me ch'io ti richieggia
+ e che venissi qui, ove tu regni.--
+
+ Siccome, quando le sue schier vagheggia,
+ 35 si mostra ardito il nobil capitano,
+ ed ognun delli suoi, perch'egli il veggia,
+
+ cosí fec'ella con la spada in mano,
+ e cosí se mostroe ogni sua ancilla,
+ in forma femminile ardir umano.
+
+ 40 Non mai Pantasilea ovver Camilla
+ tanto valor nell'arme dimostrâro,
+ né donna d'Amazona o d'altra villa.
+
+ --Da c'hai passato il cammin cosí amaro
+ --rispose quella,--e mándati Minerva,
+ 45 degno è che io t'insegni e faccia chiaro.
+
+ La parte, che nell'uom debbe esser serva,
+ per due cagioni alla ragion s'oppone
+ e contra buona legge sta proterva.
+
+ Prima è dolcezza delle cose buone
+ 50 secondo il senso, e, quando troppo move,
+ a questa Temperanza il fren gli pone.
+
+ L'altra è quand'ella andar non vuol lá, dove
+ la ragion ditta e fállo per paura
+ o per diletto, che la tiri altrove.
+
+ 55 Ora a' due offizi miei porrai ben cura.
+ Uno è che arma l'uom e che lo sprona
+ alla vertú contra ogni cosa dura.
+
+ E, perch'abbia vittoria, la corona
+ io gli dimostro; e, se vince l'asprezza,
+ 60 prometto fama e premio, che 'l ciel dona.
+
+ L'altro è che, come Ulisse, la dolcezza
+ lassa di Circe e, come Sanson fiero,
+ svegliato, i lacci di Dalida spezza.
+p. 302
+ E giammai non ti caggia nel pensiero
+ 65 che di fortezza virtual sia armato
+ chi il mal fa forte o casual mestiero,
+
+ cioè per furia o ira, o che infiammato
+ sia d'amor troppo, e forse per temenza
+ o per guadagno ovver come soldato.
+
+ 70 Per molta ovver per poca esperienza
+ alcun par forte; ma vera radice
+ nullo ha di questo, ma sola apparenza;
+
+ ché la fortezza, che fa l'uom felice,
+ è animo costante a non volere
+ 75 ciò ch'a ragione ed a Dio contradice,
+
+ per questo apparecchiato a sostenere
+ ogni fatica, ogni briga e periglio
+ e voler contrastar con suo potere,
+
+ e per le quattro cose, a quali è figlio,
+ 80 la patria, il padre, la vertú e Dio,
+ ire alla morte con allegro ciglio.
+
+ Non ha però di morte ella il disío;
+ ché quanto al mondo è utile sua vita,
+ tanto il morir gli dole e pargli rio.
+
+ 85 Ma la sua carne libera e espedita
+ tiene alla morte, e sol quando bisogna
+ e in bene di color che l'han largita;
+
+ ch'è meglio assai che l'uom la vita pogna,
+ che Cloto fila e fa corte le tele,
+ 90 che viver vizioso e con vergogna.
+
+ Perché non fusse a' nemici infedele
+ nelle promesse, il buon Regulo Marco
+ tornò alla morte ed al dolor crudele.
+
+ Ristette solo Orazio su nel varco
+ 95 del ponte, insin che gli fu dietro rotto,
+ portando de' nemici tutto il carco,
+
+ e poi nel Tever si gittò di sotto
+ non per fuggir, ma che non contentasse
+ color ch'a ritener s'era condotto.
+p. 303
+ 100 Fortezza fe' che Curzio si gittasse
+ nella ruina, acciò che la sua morte
+ da morte la sua patria liberasse.
+
+ Omai contempla la mia bella corte.
+ Questa che 'n testa porta due ghirlande,
+ 105 perché a destra ed a sinistra è forte,
+
+ Magnanimitá è, che ha 'l cor sí grande,
+ che Fortuna nol flette, se minaccia,
+ né lieva in alto con losinghe blande;
+
+ ma tra la gran tempesta e gran bonaccia
+ 110 conduce la sua barca con salute,
+ e troppa spene o tèma non l'impaccia.
+
+ Non per ambizion, ma per vertute
+ s'ingegna di salir in grande onore,
+ e solo a questo ha le sue voglie acute,
+
+ 115 e, non perch'i subietti ella divore,
+ ma per far prode, sí come fa 'l lume,
+ che, posto in alto, mostra piú splendore.
+
+ Il vizio d'arroganza, e che presume,
+ ha ella in odio e la gloria vana
+ 120 sí come cosa opposta al buon costume.
+
+ Troppa audacia ancor da lei è lontana
+ e 'l timor troppo e l'animo pusillo,
+ e la temeritá da lei è strana;
+
+ ed è verace, e l'animo ha tranquillo
+ 125 e tra li grandi mostra aspetto magno,
+ ed eccellente ed alto è 'l suo vessillo,
+
+ ed usa tra' minor come compagno.
+ L'onor e la vertú vuol che antiposta
+ sia all'utilitá ed al guadagno.
+
+ 130 Quell'altra donna, che gli siede a costa,
+ è sua sorella, chiamata Fidanza:
+ questa è seconda, in questo regno posta.
+
+ Questa comincia con molta baldanza
+ le cose dure, pria pensando il fine
+ 135 e la fatica ed ogni circumstanza.
+p. 304
+ La terza poscia di queste regine
+ è Pazienza, ed ella è che sostiene
+ della battaglia le piú acute spine.
+
+ E sono dolci a lei l'amare pene,
+ 140 pensando il premio e 'l grande onor che spera,
+ ché senza affanno non si monta al bene.
+
+ La quarta è la vertú che persevéra
+ insin al fine, e l'opera conduce
+ tutta perfetta e tutta quanta intera.
+
+ 145 Ogni atto buono ed arduo, che produce
+ la volontá zelante ed iraconda,
+ a questo mio reame si reduce.
+
+ Io dico l'ira, quando non abbonda
+ tanto che offusche il lume della mente,
+ 150 ma quella che a ragion sempre seconda.
+
+ In questo regno mio tanto eccellente
+ stanno i romani antichi e li gran reggi
+ e gli uomin forti dell'antica gente,
+
+ i quai voglio che odi e che li veggi.
+ 155 Quivi sta Ettòr e quivi stan coloro
+ che in magnanimitá fûn li piú egreggi.--
+
+ Allor partíssi, e tutto il sacro coro,
+ seguendo la Fortezza, i passi mosse,
+ sin che trovammo una gran porta d'oro.
+
+ 160 La donna principal quella percosse;
+ e senza alcun indugio ne fu aperta;
+ ma quel portier che aprío, non so chi fosse:
+
+ tanto attesi a seguir la scorta esperta.
+
+
+p. 305
+
+
+
+
+CAPITOLO VII
+
+De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette
+la virtú della fortezza.
+
+
+ Non credo che sia loco, sotto il cielo,
+ sí delettoso e di tanta allegrezza,
+ né tanto temperato in caldo e 'n gielo,
+
+ quanto quel dove andai con la Fortezza.
+ 5 E lí trovai armato il fiero Marte,
+ quanto un gigante grosso ed in altezza.
+
+ E molta gente avea da ogni parte
+ e tanto appresso a lui, quanto vantaggio
+ ebbon in forza e in battagliosa arte.
+
+ 10 E sopra tutti lor scendeva un raggio,
+ il qual si derivava dal pianeta,
+ che dá nella battaglia buon coraggio.
+
+ Sí come luce ch'esce di cometa,
+ cosí scendeva lor sopra la chioma,
+ 15 secondo la vertú piú chiara e lieta.
+
+ Quando piú bella e piú in fior fu Roma,
+ non ebbe in sé sí bella baronia,
+ né quella che di Troia ancor si noma.
+
+ Come tra' fiori e dolce melodia
+ 20 l'anime vanno tra gli elisii campi,
+ facendo insieme festa in compagnia;
+
+ cosí su' prati dilettosi ed ampi
+ givano questi in gran solazzo e gioco
+ col raggio in capo, che par che gli avvampi.
+
+ 25 --Secondo il raggio, quanto è assai o poco
+ --Fortezza disse,--qui si manifesta
+ la vertú de' baron di questo loco.
+p. 306
+ Colui, che sí gran fiamma ha su la testa,
+ Ercule fu, quel valoroso e forte,
+ 30 che morto fu con venenosa vesta.
+
+ Tornò d'inferno e fuor delle sue porte
+ Cerbero trasse e menollo nel mondo
+ con tre catene a tre sue gole attorte.
+
+ L'altro, ch'è dopo lui e poi secondo,
+ 35 è Cesar ceso nel ventre materno,
+ che 'l raggio ha poi piú chiaro e piú giocondo.
+
+ Tutta la zona donde viene il verno,
+ la Francia, il Reno e l'antica Bretagna,
+ sommise a Roma sotto 'l suo governo.
+
+ 40 E poi quel terzo, il qual egli accompagna
+ e che da tanti è qui menato a spasso
+ su per li prati della gran campagna,
+
+ è quel che di combatter mai fu lasso
+ nella battaglia, il fortissimo Ettorre,
+ 45 per la cui morte Troia venne al basso.
+
+ Non bastò, Achille, a lui la vita tôrre,
+ ma 'l trascinasti intorno delle mura
+ delle porte troiane e delle torre.
+
+ Il quarto, c'ha la luce chiara e pura
+ 50 su nella testa, è Alessandro altèro,
+ che fece a tutto il mondo giá paura.
+
+ Egli ebbe l'Oriente tutto intero:
+ forse, se non che morte el lievò tosto,
+ di vincer Roma gli riuscía 'l pensiero.
+
+ 55 L'altro, a cui tanto raggio in capo è posto,
+ è quell'Ottavian, da cui si dice
+ ogni altro imperator «Cesare Agosto».
+
+ O alto core, o anima felice,
+ la terra tutta facesti subietta
+ 60 fin dove il caldo accende la fenice.
+
+ Fatt'hai di Cesar tuo la gran vendetta,
+ e Perugia condutta a trista fame,
+ e guasta tutta pompeiana setta.
+p. 307
+ Recasti tutto il mondo ad un reame;
+ 65 per tua virtú, dal ciel discese Astrea
+ e chiuse a Ian del tempio ogni serrame.
+
+ Risguarda omai el magnanimo Enea,
+ che si rallegra e parla con lui insieme,
+ e ben in vista par figliuol di dea.
+
+ 70 Vedi da lui disceso il nobil seme,
+ Romulo dico, innanti al cui valore
+ tutte l'altre fortezze fûnno sceme.
+
+ Vedi che tutti que' gli fanno onore
+ e stangli innanzi come figli al padre;
+ 75 ed ha dal forte Marte piú splendore.
+
+ La grande Roma e l'opere leggiadre
+ di farsi grande e vendicare il zio
+ e la Sabina a Roma dar per madre,
+
+ il Capitolio e 'l tempio, che fe' a Dio,
+ 80 la milizia, il senato e la virtude
+ el fan sí grande in questo regno mio.
+
+ Oh secolo feroce! oh genti crude!
+ il padre de' roman da' roman poi
+ fu ucciso ed occultato in la palude.
+
+ 85 Quell'altro, che piú presso sta a loi,
+ è il gran Pompeo, il quale in mare e in terra
+ fe' gloriosi li triunfi suoi.
+
+ Questo fu vincitor in ogni guerra,
+ in Grecia, nell'Egitto ed in Tessaglia
+ 90 e ove 'l libico mar la secca serra,
+
+ sinché col suocer ebbe la battaglia,
+ u' Fortuna mostrò che contra lei
+ non è fortezza o senno che vi vaglia.
+
+ Vedi il piatoso amator delli dèi,
+ 95 difensor delle leggi, il buon Catone,
+ refugio a' buon e riprensor de' rei.
+
+ Mira il chiaro splendor di Scipione,
+ in tanta gioventú verenda immago,
+ tanta onestá in etá di garzone,
+p. 308
+ 100 a cui die' 'l nome la vinta Cartago,
+ l'Affrica subiugata ed Anniballo,
+ che contra Roma fu peggior che drago.
+
+ L'altro è che 'l gran francioso da cavallo
+ gittò a terra, e detto fu Torquato
+ 105 dal torque, che gli tolse, argenteo e giallo.
+
+ Mira Camillo, il forte Cincinnato,
+ il qual fortezza e vertú fe' sí grande,
+ ch'andò al triunfo, tratto dell'arato.
+
+ Se di quegli altri tre tu mi domande,
+ 110 che vanno inseme, a cu' il figliol di Iove
+ del raggio a lor fa 'n capo tre grillande,
+
+ quello, che i passi innanzi agli altri move,
+ è 'l sovran re di Francia Carlo Magno,
+ che contr'a' sarracin fe' le gran prove.
+
+ 115 L'altro, che va con lui come compagno,
+ è 'l valoroso Boglion Gottifredo;
+ che della Terrasanta fe' 'l guadagno.
+
+ Il sepolcro di Cristo e 'l santo arredo
+ ei conquistò; ed ora l'ha 'l soldano,
+ 120 non iusto possessor, ma come predo.
+
+ Il terzo, ardito, con la spada in mano
+ è 'l re Artus, e i suoi atti pregiati
+ nomati son da presso e da lontano.--
+
+ E giá la dea a me avea mostrati
+ 125 li gran troiani ed anche li gran greci,
+ che eccellenti e forti erano stati,
+
+ e detto avea de' Fabi e delli Deci;
+ quando vidi un con molta gente intorno:
+ ond'io a domandar oltra mi feci:
+
+ 130 --Chi è colui, che 'l raggio ha tanto adorno,
+ o dea Fortezza, che sí come 'l sole
+ faría la notte parer mezzogiorno,
+
+ e che di fiori, rose e di viole
+ li spargon sopra il petto e sopra il viso,
+ 135 sí come a' novi amanti far si sòle?--
+p. 309
+ Ed ella a me:--Colui, che festa e riso
+ riceve qui per la vertú che vince,
+ or ora debbe andare in paradiso.
+
+ Ed è concesso a lui che passi quince,
+ 140 che 'l suo valore a te sia manifesto:
+ chiamato fu 'l cortese signor Trince.
+
+ Innanzi a quell'Urbano, il qual fu sesto,
+ sotto il vessillo scritto in libertade,
+ che servitú per chiosa ebbe nel testo,
+
+ 145 tutte sue terre e tutte sue contrade
+ di santa Chiesa a lei volson le piante
+ e rivoltônsi con lance e con spade.
+
+ Ma questo con pochi altri fu costante,
+ e tra quei pochi di costui apparse
+ 150 la fede ferma piú che diamante;
+
+ tanto ch'egli per questo il sangue sparse,
+ drizzando a Dio il core e le sue mani,
+ che 'n liberalitá mai fûnno scarse.
+
+ Per questo greci, dardani e romani
+ 155 l'aspergono di fior, come tu vedi,
+ e fangli festa in questi grati piani.
+
+ --O sacra dea--diss'io,--se mel concedi,
+ andrò a lui, e reverente e chino
+ abbracciar voglio i sui amorosi piedi;
+
+ 160 ché 'l suo figliol dal mondo pellegrino
+ quassú salir mi mosse: egli mi manda:
+ per lui messo mi son in 'sto cammino.
+
+ --Consentirei--respuse--a tua dimanda;
+ se non che su nel ciel tu 'l trovarai,
+ 165 se il core e tua vertú tanto insú anda.--
+
+ In questo sopra lui disceson rai,
+ quali il sol la mattina all'oriente
+ intensi manda li splendor primai.
+
+ Li tre colle grillande prestamente
+ 170 insieme in compagnia a lui n'andâro,
+ facendo via a lor tutta la gente,
+p. 310
+ ed entrôn dentro in quello splendor chiaro.
+ Allor vennon da cielo agnoli molti,
+ che quelli quattro a Dio accompagnâro.
+
+ 175 Quelli bei fiori, ch'elli avíeno còlti,
+ spargean sopra la gente, andando insue,
+ che ammiravan con sospesi volti,
+
+ sinché, allungati, non si viddon piue.
+
+
+p. 311
+
+
+
+
+CAPITOLO VIII
+
+Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore,
+e appresso incominciasi a trattare della prudenza.
+
+
+ L'intelletto dell'uom, che mai non posa,
+ che sempre cerca e sta ammirativo,
+ sinch'e' non trova la cagion nascosa,
+
+ dicea fra sé:--Nel loco sí giolivo
+ 5 come star puote chi non si battezza
+ o non credette in Cristo, essendo vivo?--
+
+ Però addomandai la dea Fortezza:
+ --Come qui 'n questo loco tanto ameno,
+ di tanta festa e di tanta dolcezza,
+
+ 10 stan questi che 'l battesmo ebbono meno?
+ Non so se fuor del cielo è luogo al mondo,
+ che sia sí bello e di letizia pieno.--
+
+ Ed ella a me:--Tu cerchi sí profondo,
+ che scusata serò, se bene aperto
+ 15 alla domanda tua io non rispondo.
+
+ Ma sappi in prima, ed abbilo per certo,
+ ch'ogni male da Dio será punito,
+ ed anco addolcirá ogni buon merto.
+
+ Ma del voler di Dio, ch'è infinito,
+ 20 quanto a cercar alcun piú vi s'affanna,
+ tanto pel grand'abisso va smarrito.
+
+ Se li non battizzati egli condanna,
+ sol che li tien per sempre del ciel fòre,
+ per questo non gl'iniuria e non gl'inganna;
+
+ 25 ché quei, che ebbon di vertú 'l valore,
+ di pena sensitiva non martíra,
+ s'altro peccato non dá lor dolore.
+p. 312
+ E ciò che 'l ciel non toglie, mentre gira,
+ dico memoria, volontá, intelletto
+ 30 e ciò che l'alma sciolta seco tira,
+
+ possono usare ed usan con diletto,
+ e la vertú che ama e che ragiona,
+ e contemplar con atto piú perfetto.
+
+ Ma 'l ben che Dio per grazia ne dona,
+ 35 se 'l dá a costui ed a quel nol concede,
+ non però fa iniuria a persona.
+
+ Per grazia è solo, non giá per mercede
+ salir al paradiso; e tal acquisto
+ far non si pò senza battesmo e fede;
+
+ 40 ché i battezzati col ben far permisto
+ son quelli, a' quali Dio promette il cielo
+ ed alli circoncisi innanzi a Cristo.
+
+ Che alcun puniti siano in caldo e gelo
+ per gran delitti e scelerosi mali,
+ 45 apertamente ne 'l mostra il Vangelo.
+
+ Ma questi, ch'ebbon le vertú morali,
+ benché del ben di grazia sien privati,
+ non però perdon li ben naturali.
+
+ E però qui tra questi belli prati
+ 50 a te mostrati son, che ti sia nota
+ la gran vertú, della qual fûn dotati.
+
+ Sí come Ezechiel vide la rota
+ e vide Ieremia un'olla accesa,
+ ed altro intende la mente devota;
+
+ 55 cosí qui altra cosa s'appalesa
+ agli occhi tuoi, ed altra dalla mente
+ nel senso vero debbe esser intesa.--
+
+ Poiché mostrata m'ebbe la gran gente,
+ quelle sante donzelle si partîro;
+ 60 ed io su salsi una piaggia repente,
+
+ tanto che io pervenni al quarto giro,
+ ove la quarta porta era chiusa anco;
+ e 'l muro tutto avíe de fin zaffiro.
+p. 313
+ Inginocchiato il pié diritto e il manco,
+ 65 come chi vuol intrar quivi far usa,
+ venne una ninfa vestita di bianco.
+
+ Io percepetti ben ch'era una musa,
+ ché 'n capo avea d'alloro una grillanda;
+ e questa aprí a me la porta chiusa.
+
+ 70 Tutti i bei fior, che Zefiro ne manda,
+ e tutto il canto della primavera,
+ allor che amor la compagnia domanda,
+
+ nulla saríeno al canto che quivi era:
+ il lume di quel regno era sí accenso,
+ 75 che ogni luce di qua parría da sera.
+
+ E, benché lo splendor fusse sí intenso,
+ non però quello i mortali occhi offende,
+ ma piú acuto fa il visivo senso:
+
+ cosí l'occhio mental, quand'egli intende,
+ 80 si fa piú vigoroso e fassi forte,
+ quanto l'obietto visto piú risplende.
+
+ Della Prudenzia pervenni alla corte;
+ e ben pareva la casa del Sole:
+ tanti splendori uscían delle sue porte.
+
+ 85 Intorno al pian vid'io le grandi scole
+ de' filosofi saggi e de' poeti,
+ d'Apollo e di Mercurio santa prole.
+
+ Pensa se gli occhi miei erano lieti,
+ vedendo di Parnaso il sacro monte,
+ 90 qual per veder sostenni fami e seti;
+
+ vedendo intorno al pegaseo fonte
+ le nove muse, e di peneia fronda
+ incoronarsi le tempie e la fronte;
+
+ vedendo lo stillar della sacra onda;
+ 95 udendo i dolci canti e le favelle,
+ a' quai degno parea che 'l ciel risponda.
+
+ Come dal sole è 'l lume delle stelle,
+ cosí dalla gran corte di Prudenza
+ venía la luce in queste cose belle.
+p. 314
+ 100 Nell'aula di tanta refulgenza
+ la musa intrar mi fe', di cui le piante
+ venni seguendo insú con riverenza.
+
+ Tra molte donne in mezzo a tutte quante
+ una ne vidi, e dietro avea due occhi,
+ 105 duo nelle tempie e duo ne avea dinante.
+
+ Io dissi a lei, calando li ginocchi:
+ --O donna, che 'l passato a mente rechi
+ e che 'l presente miri e 'l fine adocchi,
+
+ priego che l'ignoranza in me resechi;
+ 110 e la mia mente illustra, acciò che io
+ non caggia o vada errando com'e' ciechi.
+
+ Venuto son quassú dal mondo rio
+ dietro a Minerva, ed ella fu mia duce;
+ ella è che ha guidato il passo mio.
+
+ 115 Ella mi disse che tua chiara luce
+ delle tre tue sorelle illustra ognuna
+ e dietro a te ciascuna il piè conduce;
+
+ e che lor mente sería oscura e bruna,
+ sí come stella senza l'altrui raggio
+ 120 o come senza il sole oscura luna.
+
+ Io vengo a te per l'aspero viaggio,
+ come scolar che volentieri impara,
+ ch'a lungi cerca chi lo faccia saggio.--
+
+ Sí come, quando a Febo s'interpara
+ 125 alcuna nube, e poscia manifesta
+ la bella faccia, che il mondo rischiara;
+
+ cosí schiarò sei occhi della testa,
+ de' quai gli risplendette tutto il volto;
+ poi mi rispose con parola onesta:
+
+ 130 --Sí come il senso e l'appetito stolto
+ la Temperanza regge e fren lor pone,
+ che è mesura tra lo troppo e 'l molto,
+
+ e sí come Fortezza lo sperone
+ porge al voler, s'è tardo o se declina
+ 135 dalla vertú e dalle cose buone;
+p. 315
+ cosí qui illustro con la mia dottrina
+ la luce d'intelletto ovver mentale,
+ ché l'arte e l'uso la vertú raffina.
+
+ Questo splendore e luce naturale
+ 140 è prima legge all'uomo, ed ella è atta
+ poter discerner tra lo ben e 'l male.
+
+ Ed in duo modi può diventar matta,
+ quand'ella non al fin del corso umano,
+ ma nella via il suo piacere adatta:
+
+ 145 cioè in diletti, ovver nell'amor vano,
+ in troppa cupidigia, in usar froda,
+ o in rapina, o nell'arte di Gano.
+
+ Io dirò 'l vero, e voglio ch'ognun l'oda:
+ inganno, tradimento e falso gioco,
+ 150 pur ch'util abbia, per vertú si loda.
+
+ Prudente è chi al fine, ovver al loco,
+ al qual creato fu, drizza il cammino,
+ e non al mondo, ov'egli ha a viver poco;
+
+ e per la via fa come il pellegrino,
+ 155 che per la via, s'è saggio, non si carca,
+ per ritornar ov'egli è cittadino,
+
+ e, mentre il corpo posa, col cor varca.--
+
+
+p. 316
+
+
+
+
+CAPITOLO IX
+
+Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori.
+
+
+ Io ascoltava ancor con gran piacere,
+ quando su si levò quella virago
+ per far le cose a me meglio vedere,
+
+ perché s'avvide ben ch'io era vago
+ 5 voler saper dell'altre cose belle,
+ le qual con questo stil ora ritrago.
+
+ Surson dirieto a lei le sue donzelle,
+ ognuna in capo con una corona
+ splendente piú ch'a mezzanotte stelle.
+
+ 10 Ad uno invito di bella canzona,
+ la qual dicía:--Venite qui su ad erto,--
+ salimmo al nobil monte d'Elicona.
+
+ Quand'io andava, vidi il ciel aperto
+ ed un gran lume al monte ingiú disceso,
+ 15 tanto ch'egli ne fu tutto coperto.
+
+ E tanto piú e piú pareva acceso,
+ quanto piú io mirava inver' la cima,
+ insino al luogo, ov'egli era disteso.
+
+ Li saggi e li poeti ditti prima
+ 20 s'acceson di quel lume, ed ognun tanto,
+ quanto piú o men nel saper fu di stima.
+
+ Le muse vidi allor a lungi alquanto
+ venir ver' noi; ed ognuna di loro
+ due rettorici avea appresso e accanto,
+
+ 25 incoronati dello verde alloro
+ tutto splendente; ed avean tutti quanti
+ ancora in capo altra corona d'oro.
+p. 317
+ --Virgilio e Tullio son quei duo dinanti
+ --cominciò a dire a me la dea Prudenza:--
+ 30 quelli duo fênno i piú soavi canti.
+
+ Inseme Roma e la sua gran potenza
+ venne in Augusto all'altura suprema,
+ ed in costor lo stil dell'eloquenza.
+
+ E quanto alcun s'appressa al lor poema,
+ 35 tanto è perfetto; e quanto va da cesso,
+ tanto nel dir il bel parlar si scema.
+
+ Omero è l'altro, che vien loro appresso,
+ il qual ad ogni dir giá detto in greco
+ andò di sopra e vinse per eccesso.
+
+ 40 E, come ogni splendor oscuro e cieco
+ si fa, quando è presente un maggior lume,
+ cosí ogni altro dir, ponendol seco.
+
+ Quell'altro è quel che fece il bel volume,
+ Tito Livio dico, il quale spande
+ 45 dell'arte d'eloquenzia sí gran fiume.
+
+ Il quinto, in cui risplendon le grillande,
+ è l'alta tuba dotta di Lucano
+ con valoroso dire adorno e grande.
+
+ Egli si lagna che 'l sangue romano
+ 50 fu sparso per li campi di Farsaglia,
+ sí che vermiglio fe' tutto quel piano;
+
+ e raccontò della civil battaglia
+ di Cesar e Pompeo e lor grand'onte
+ coll'alto dir, che come spada taglia.
+
+ 55 Ovidio è l'altro, e 'l gorgoneo fonte
+ gli die' nel poetar lingua sí presta
+ e nelli metri sí parole pronte,
+
+ che ha maggior grillanda in su la testa
+ che gli altri qui, ma non però sí chiara,
+ 60 sí come agli occhi ben si manifesta;
+
+ e canta quanto è dolce e quanto è amara
+ la fiamma di Cupido, e ch'al suo foco
+ né senno, né altro scudo si ripara.
+p. 318
+ Stazio napolitan tien l'altro loco;
+ 65 Orazio è l'altro e poscia Giovenale;
+ Terenzio e Persio vengon dietro un poco.--
+
+ Il pegaseo cavallo con doppie ale
+ io vidi poscia, e mille lingue ed occhi
+ aveva intra le penne, con che sale.
+
+ 70 Avea pennuti i piedi e li ginocchi;
+ e tanto sal, che non è mai che Iove
+ cosí da alto le saette scocchi.
+
+ E vidi poscia come ben si move,
+ volando fuor del fonte pegaseo,
+ 75 ov'io pervenni e vidi cose nòve.
+
+ Demostene trovai ed anche Orfeo,
+ che sí soave giá sonò sua cetra,
+ con lo influir di Nisa e di Lieo,
+
+ che moveva i gran sassi ed ogni pietra,
+ 80 e con la melodia della sua voce
+ scese in inferno in quella valle tetra;
+
+ Pluton, senza piatá crudo e feroce,
+ mosse a piatá, e l'anime de' morti
+ fece scordar del foco, che le coce;
+
+ 85 facea tornar a drieto i fiumi torti;
+ alfin ne trasse fuor la sua mogliera,
+ col suon facendo a lei li passi scorti.
+
+ Prudenzia, tra cotanta primavera,
+ salir mi fe' nel gran monte Parnaso,
+ 90 dove la scòla filosofica era.
+
+ Infino a piè del colle, a raso a raso,
+ splendeva il lume grande di quel sole,
+ che mai ebbe orto e mai averá occaso.
+
+ Mentr'io sguardava a quelle grandi scole,
+ 95 un poníe mente a me coll'occhio fiso,
+ come chi ben cognoscer altrui vuole;
+
+ e poi la bocca mosse un poco a riso,
+ che fu cagion che lo splendor s'accese
+ ed illustrògli piú la faccia e 'l viso.
+p. 319
+ 100 Allor Prudenza a me la man distese
+ dicendo:--Va', quello è mastro Gentile
+ del loco onde tu se', del tuo paese.
+
+ La sperienza e lo 'ngegno sottile,
+ ch'ebbe nell'arte della medicina,
+ 105 e ciò che egli scrisse in bello stile,
+
+ demostra questa luce e sua dottrina.--
+ Allor mi mossi ed andai verso lui,
+ quando mi disse:--Va'--quella regina.
+
+ --O patriota mio, splendor, per cui
+ 110 e gloria e fama acquista el mio Folegno
+ --diss'io a lui, quando appresso gli fui--
+
+ qual grazia o qual destin m'ha fatto degno,
+ che io te veggia? Oh, quanto mi diletta
+ ch'io t'ho trovato in cosí nobil regno!--
+
+ 115 Come fa alcun che ritornare affretta,
+ che tronca l'altrui dire e lo suo spaccia,
+ cosí fec'egli alla parola detta,
+
+ e 'l collo poi mi strinse colle braccia,
+ dicendo:--S'io son lieto ch'io ti veggio,
+ 120 el mostra il lampeggiar della mia faccia.
+
+ E son venuto dal celeste seggio
+ qui per vederti ed anche a demostrarte
+ della filosofia l'alto colleggio.
+
+ Colui, che vedi in la suprema parte,
+ 125 è Aristotel, l'agnol di natura:
+ egli è che aperse la scienzia e l'arte,
+
+ tanto che chi al ver vuol poner cura,
+ nullo, in quanto uomo, pescò tanto al fondo,
+ quanto fec'egli, e volò sí in altura.
+
+ 130 Alberto Magno è dopo lui 'l secondo:
+ egli supplí li membri e 'l vestimento
+ alla filosofia in questo mondo.
+
+ Il gran Platone è l'altro, che sta attento,
+ mirando al cielo, e sta a lui a lato
+ 135 Averois, che fece il gran comento.
+p. 320
+ Socrate poscia tiene il principato,
+ dottor nella moral filosofia;
+ e Seneca è con lui accompagnato.
+
+ Pitagora, che 'l conto trovò pria,
+ 140 è l'altro; poi Parmenide e Zenone
+ e quel che pone che 'l gran caos sia.
+
+ Sguarda Avicenna mio con tre corone,
+ ch'egli fu prence e di scienza pieno
+ ed util tanto all'umane persone.
+
+ 145 Ipocrate è con lui e Galieno
+ e gli altri, per cui 'l corpo si defende,
+ che innanzi al tempo suo non venga meno.
+
+ Questo splendor, che questo monte accende,
+ da Dio deriva e 'nsin quaggiú procede,
+ 150 e negli angeli suoi prima risplende,
+
+ e poi nelli dottor di santa fede.
+ E sappi ben che ciò che 'l ciel su cela,
+ nullo intelletto, in quanto umano, el vede,
+
+ se Dio con maggior lume nol rivela;
+ 155 e questo lume qui, rispetto a quello,
+ è tanto, quanto al sol parva candela.--
+
+ Poi su pel raggio, ov'è piú chiaro e bello,
+ egli n'andò colle celesti penne,
+ volando inverso il ciel sí come uccello;
+
+ 160 e retornò al loco, onde pria venne.
+
+
+p. 321
+
+
+
+
+CAPITOLO X
+
+Delle specie ovvero delle parti della prudenza.
+
+
+ Dietro al mio cittadino avea lo sguardo,
+ quando Prudenzia disse:--Ormai ti volta
+ a veder l'altre cose, e non sie tardo.--
+
+ Come scolaio che 'l suo mastro ascolta,
+ 5 io stetti attento e piegai le mie braccia,
+ mirando lei con riverenzia molta.
+
+ Ed ella a me:--Io voglio che tu saccia
+ che lo mio offizio è quadripartito,
+ ché a quattro fin dirizzo la mia faccia;
+
+ 10 ché la prudenza, di cui hai udito,
+ fatta è da Dio che guidi e signoregge,
+ sí come imperator bene obbedito.
+
+ Però il prudente pria se stesso regge;
+ ché, se alcun non guida ben se stesso,
+ 15 mal reggerá la sua subietta gregge.
+
+ E, come il Genesis ne dice espresso,
+ l'appetito lascivo all'uom subiace,
+ sí come servo a signor sottomesso.
+
+ Il fin di questo è ch'alla somma pace
+ 20 gli occhi dirizza ed attura l'orecchia
+ alle lusinghe del mondo fallace.
+
+ E nell'ultimo fin sempre si specchia,
+ io dico in Dio, ed anco indietro sguarda
+ al tempo che trasvola e sempre invecchia.
+
+ 25 L'altra prudenza, presta e non mai tarda,
+ icomica si chiama, c'ha 'l governo
+ della famiglia e la sua casa guarda.
+p. 322
+ Questa provvede l'arriedo paterno
+ alli figliuoli, il vestimento e l'ésca,
+ 30 ed alli campi per la state e 'l verno.
+
+ Il fin di questa è che in divizie cresca
+ e ch'abbia prole buona e siagli erede,
+ e che del mondo alfin con onor esca.
+
+ Terza prudenza a guerra move 'l piede,
+ 35 chiamata di milizia triunfale,
+ la qual al mondo pria Marte gli diede;
+
+ ché la prudenza, in quel ch'è duca, vale
+ piú che la forza e fa vie maggior guerra,
+ che non fa 'l caldo giovanil ch'assale.
+
+ 40 Gran moltitudin spesse volte atterra
+ un ben picciolo stuolo; e questo avviene,
+ quando nell'arte militar non s'erra.
+
+ Il fin di questo, se tu noti bene,
+ è la vittoria e pace; e sol per questo
+ 45 guerra si piglia ed anco si mantene.
+
+ L'altra, sí come hai letto in alcun testo,
+ politica si chiama e regnativa;
+ e, perché bene a te sia manifesto,
+
+ in prima sappi che ogni cosa viva
+ 50 ed anche ciò che non ha vita, è retto
+ dalla prima cagione, onde deriva.
+
+ E questa è primo e supremo intelletto
+ e prima provvidenza, e questa ha 'n cura
+ e drizza verso il fine ogni suo effetto.
+
+ 55 Séguita poi l'angelica natura,
+ la qual dispon, voltando sopra il cielo,
+ ciò che in spezie in sempiterno dura.
+
+ Onde, che l'ape faccia il favomelo
+ e che del gran provvegga la formica
+ 60 tutta la state pel tempo del gelo,
+
+ el fa l'intelligenza, che 'i notríca;
+ e ciò che senza mezzo da lei piove,
+ non rinnovella etá, o fálla antica.
+p. 323
+ Ma ogni effetto, che con mezzo move,
+ 65 benché influisca, movendo sua spera,
+ conven che 'nvecchi e l'altro si rinnove.
+
+ E, quando è discordante la matera
+ dall'influenza, non pò l'operante
+ dar la sua forma tutta quanta intera:
+
+ 70 però le cose non son tutte quante
+ d'una perfezione: però 'l naso
+ alcuno ha meno e 'l dito, e alcun le piante.
+
+ Non è però ch'ella erri o faccia a caso;
+ ma fa come il vasaio, a cui mancasse
+ 75 la terra, che non fa perfetto il vaso.
+
+ Seguitan poi le signorie piú basse
+ delli reami dell'umane genti,
+ subiette al tempo, che convien che passe;
+
+ ciò che avvien per casi contingenti,
+ 80 ciò che puote arte ovver umano ingegno,
+ non però che da Dio sien mai esenti,
+
+ commessi sono a vostro umano regno;
+ e quanto lo 'ntelletto è acuto e saggio,
+ tanto a signoreggiarli è atto e degno,
+
+ 85 perché prudenzia, sí come detto aggio,
+ del reggimento è la prima radice,
+ quando si guida dietro al primo raggio.
+
+ Perciò un disse il mondo esser felice,
+ quando a lui guidaranno i saggi il freno
+ 90 e Sapienza aran per lor nutrice.--
+
+ Per satisfarmi poi del tutto appieno,
+ mi disse:--Sguarda omai e drizza il viso
+ alle donzelle, che a lato mi meno.
+
+ Questa, che dalla lunga mira fiso
+ 95 il futur tempo, è detta Provvidenza,
+ che bon tesor ripone in paradiso.
+
+ E l'altra è la Presente Intelligenza;
+ l'altra è Memoria ovver esperta mente,
+ che del passato tempo ha esperienza.
+p. 324
+ 100 E queste tre faríen poco o niente,
+ se non che ognuna parturisce e figlia
+ altre Vertú, che fanno esser prudente.
+
+ Però la quarta è Vertú che consiglia,
+ la qual la Provvidenza mena seco,
+ 105 che senza consigliar sempre mal piglia;
+
+ ché, come senza guida cade il cieco,
+ cosí conven che l'uom, andando, tome
+ senza consiglio e ch'erri come pieco.
+
+ Solerzia la quinta ha poscia nome,
+ 110 cioè sollicitu' ingegnosa ed arte:
+ quest'è che trova il fine, il perché e 'l come;
+
+ ch'ogni voler, che da casa si parte
+ per voler camminar agli alti fini
+ di Iove ovver d'Apollo ovver di Marte,
+
+ 115 convien che sia ingegnoso e che festin
+ e che la possa e che li modi trovi
+ che al proposto fin ben si cammini.
+
+ Alquanto ancora addietro gli occhi movi
+ alla vertú che Provvidenza è detta,
+ 120 acciò ch'anco di lei udir ti giovi.
+
+ Convien ch'ella sia cauta e circumspetta;
+ e però è Cautela l'altra luce,
+ la qual provvede al mal che si suspetta;
+
+ ché non è saggio ovver prudente duce
+ 125 chi spregia il suo nemico o chi nol teme,
+ ché timor senno e prudenza produce.
+
+ L'altra donzella, che con lei sta inseme,
+ è qui chiamata Circumspezione,
+ d'Intelligenzia ancor secondo seme.
+
+ 130 Ella è che gli atti e la condizione
+ e 'l quanto e 'l come, mesurando, attende
+ e li subiti casi e le persone.
+
+ Docilitá è l'altra che risplende,
+ cosí chiamata, ovver ingegno buono,
+ 135 se d'uso e di scienza ben s'accende.
+p. 325
+ Vero è che ingegno è un natural dono;
+ ma, quando l'uso e l'arte questa cetra
+ temperan sí, che ha perfetto suono,
+
+ Docilitá si chiama, che penètra
+ 140 sí nel veder, che sa pigliar lo scudo,
+ 'nanzi che in capo gli giunga la pietra.
+
+ Alcun lo 'ngegno ha tanto grosso e rudo,
+ che la scienza s'affatica invano
+ che mai a provvedersi egli abbia cudo.
+
+ 145 Benché in alcun sia l'intelletto umano
+ e grosso e rozzo, si fa luminoso,
+ quand'egli stesso vi vuol tener mano;
+
+ ché un, che 'l cielo facea vizioso,
+ respuse:--La scienza mi fe' casto,
+ 150 e l'assiduitá mi fe' ingegnoso.--
+
+ E spesso vidi giá esser contrasto
+ tra 'l sasso e l'acqua, e una goccia sola,
+ cadendo spesso, l'ha forato e guasto.--
+
+ La man mi prese dopo esta parola,
+ 155 dicendo:--Addio, addio, dolce figliolo;
+ ch'io vo' tornar a mia beata scòla.--
+
+ Partissi allor con quel beato stuolo,
+ ed io piú ad alto presi la mia via;
+ e forse un sesto miglio era ito solo,
+
+ 160 quando m'occorse un'altra compagnia.
+
+
+p. 326
+
+
+
+
+CAPITOLO XI
+
+Della virtú della giustizia, e come e perché furono trovate le leggi.
+
+
+ La nobil compagnia, ch'io trova' allora,
+ fu quella vergin sacra, con cui 'l sole
+ a mezzo agosto e settembre dimora,
+
+ non giá d'Astreo, ma di divina prole.
+ 5 Quand'ella percepette ch'io la vidi,
+ benignamente disse este parole:
+
+ --Con qual ardir quassú venir ti fidi?
+ come, cosí soletto, movi il passo?
+ or non hai tu persona che ti guidi?
+
+ 10 Se tu venuto se' dal mondo basso,
+ qual fu quella Virtú, la qual ti scòrse
+ tra' regni tristi del re Satanasso?--
+
+ Ed io a lei:--Minerva mi soccorse,
+ quando per mio errore era ito al fondo,
+ 15 onde a cavarmi la sua man mi porse.
+
+ Mostrato m'ha lo inferno, il limbo e 'l mondo
+ e delli vizi li reami crudi;
+ poi mi condusse nel giardin giocondo,
+
+ ove veduto ho io le tre Vertudi;
+ 20 e tutte insieme con festa e diletto
+ menato m'han tra nobili tripudi.
+
+ Cercando or vo colei, da cui fu retto
+ sí in pace il mondo, che sub suo governo
+ fu l'etá d'oro e 'l secol benedetto.
+
+ 25 --Poi ch'Avarizia uscío fuor dell'inferno,
+ a cui la voglia mai saziò pasto,
+ né poterá saziar mai in eterno,
+p. 327
+ quel reggimento buon fu tutto guasto,
+ perché la forza vinse la ragione
+ 30 e conculcolla con superbia e fasto.
+
+ Allor li Vizi preson le corone
+ delli reami, e leggi inique e rie
+ teson per lacci e levôn via le buone.
+
+ Per questo Astrea dal mondo si partíe
+ 35 e quassú venne; ed ha la signoria
+ coll'altre tre sorelle oneste e pie.
+
+ --Perché tu fossi omai la scorta mia,
+ che io venissi sol--dissi--a Dio piacque;
+ però io prego: mostra a me la via.--
+
+ 40 Qual si fe' Citarea, nata tra l'acque,
+ in sul partir del suo figliuolo Enea,
+ che confessò nel viso ciò che tacque,
+
+ cotal fece ella e disse:--Io sono Astrea,
+ che resse il mondo con iuste bilance,
+ 45 innanzi che la gente fusse rea.
+
+ Quando Superbia colle enfiate guance
+ e li danar fên la ragion subietta,
+ scacciata fui con spade e con lance.
+
+ Da che il mio regno veder ti diletta,
+ 50 verraimi dietro; e fa' che mai in fallo
+ dall'orme mie il piede tu non metta.--
+
+ Un sesto miglio forse d'intervallo
+ era ita, quand'io giunsi al regno quarto,
+ ch'avea le mura tutte di cristallo.
+
+ 55 Lí era un uscio piccoletto ed arto,
+ il qual tantosto a noi aperto fue,
+ quando gittaimi in terra tutto sparto.
+
+ Intrammo dentro e poco andammo insue,
+ che le sue dame con corone in testa
+ 60 vennono incontro a noi a due a due.
+
+ Poiché gran riverenzia e molta festa
+ ebbon mostrata, stette innanzi ognuna
+ come alla donna ancilla a servir presta.
+p. 328
+ E, come il cerchio che a sé fa la luna,
+ 65 quando dimostra che 'l seguente giorno
+ sará seren, cacciando l'aria bruna:
+
+ cosí facean a lei il cerchio intorno,
+ cosí di sé una corona fenno
+ alla Iustizia, che fa lí soggiorno.
+
+ 70 E, poco stando, ed ella fece cenno
+ ad una che dicesse alcuna stanza;
+ e l'altre tutte quante attente stenno.
+
+ Come donzella che ha a guidar la danza,
+ che a chi l'invita riverenzia face
+ 75 e po' incomincia vergognosa e manza;
+
+ cosí colei, e disse:--Da che piace
+ alla nostra signora che le lode
+ dica del regno che a lei subiace,
+
+ tu, che se' vivo, ben ascolta ed ode,
+ 80 ché la regina, la qual qui ne regge,
+ vuol che a noi giovi e a te faccia prode.
+
+ --La voglia e la ragion del sommo Regge
+ --cominciò poi--è la prima mesura,
+ regola e veritá è prima legge.
+
+ 85 E ciò, che segue lei, va a dirittura;
+ e, quando alcuna cosa da lei parte,
+ tanto convien che torca e vada oscura.
+
+ E, perché questa è regola ad ogni arte,
+ quando dall'arte torce l'operante,
+ 90 convien che l'opra vada in mala parte.
+
+ E le scienze e leggi tutte quante
+ vengon da questa; e tanto ognuna è dritta,
+ quanto di questa seguitan le piante,
+
+ perché ogni legge convien che sia scritta
+ 95 e promulgata, acciò che chi 'n quella erra,
+ non possa avere alcuna scusa fitta.
+
+ Però, quando Dio fe' l'uomo di terra,
+ conscrisse in lui questa legge eternale,
+ quando l'alma spirò, che 'l corpo serra.
+p. 329
+ 100 E questa fu la legge naturale;
+ e, mediante questa luce eterna,
+ ognun conoscer può tra 'l bene e 'l male.
+
+ A questa legge fu poi subalterna
+ l'antica e nova; ed ognuna bastâra,
+ 105 se non che 'l mondo sí mal si governa.
+
+ E, poiché fu la gente fatta avara,
+ la legge natural e la divina
+ fu ecclipsata, che in prima era chiara.
+
+ Corson le genti a froda ed a rapina;
+ 110 ed eran senza legge e senza duce,
+ ond'era il mondo in rotta ed in ruina.
+
+ Ed uno, in cui splendea piú questa luce,
+ congregò alcuno e mostrò in quanto errore
+ il vivere bestial altrui conduce.
+
+ 115 A poco a poco, con questo splendore
+ mostrò che i rei e viziosi e vili
+ di legge avean bisogno e di signore.
+
+ Allor principiôn leggi civili,
+ sopra le qual son tante chiose poste,
+ 120 che giá si troncan: sí si fan sottili.
+
+ E le piú sonno storte e sonno opposte
+ al senso vero e primo intendimento,
+ mercé alli denar che l'hanno esposte.
+
+ Se a ciò, che ho detto, ben se' stato attento,
+ 125 iustizia è sí degna e sí risplende,
+ che d'ogni sodo stato è 'l fundamento,
+
+ tanto che li ladroni e chi l'offende
+ e nullo conversar mai durar puote,
+ se modo di iustizia non apprende.
+
+ 130 Se anche ciò, ch'io ho detto, tu ben note,
+ Iustizia fu da cielo e di Dio è figlia,
+ ed ogni bona legge a Dio è nipote.--
+
+ E qui tacette; ed io alzai le ciglia
+ e vidi molti inver' di noi venire
+ 135 uomin d'estima e di gran maraviglia.
+p. 330
+ Ed un di loro a me cominciò a dire:
+ --Or cesserá laggiú il mondo unquanco
+ novi statuti e nòve leggi ordire?
+
+ Non son venute ancor le carte manco?
+ 140 non son le voci advocatorie fioche
+ delli notai, ch'abbaian forte al banco?
+
+ Se 'l danar non facesse che si advoche,
+ non saría in terra conculcato il vero,
+ e bastarían le leggi buone e poche.
+
+ 145 Io son quel re piatoso, e fui severo,
+ che la dolcezza temperai col duolo
+ nel nato mio, che trova' in adultèro.
+
+ Io fei cavar un occhio al mio figliolo:
+ e, perché ne dovea perdere dui,
+ 150 io pagai l'altro e serbaimene un solo.
+
+ In quanto padre, fui piatoso a lui;
+ in quanto re, servai la legge intera:
+ sí che pio padre e iusto re io fui.
+
+ Quest'altro è Bruto, l'anima severa,
+ 155 che, per servar la legge, ardito e forte
+ a duo suoi figli segò la gorgiera.
+
+ Piú tosto volle ad elli dar la morte,
+ che la iustizia fusse morta in loro,
+ o che mancasse alla pubblica corte.
+
+ 160 L'altro, ch'è 'l terzo qui tra 'l nostro coro,
+ chiese il figliolo alla mortal sentenza
+ 'nanti al senato e al roman concistoro;
+
+ ché combattuto avea senza licenza,
+ e, benché avesse avuta la vittoria,
+ 165 reo el provò di tanta penitenza,
+
+ che legge contra lui facíe memoria.--
+
+
+p. 331
+
+
+
+
+CAPITOLO XII
+
+Trattasi delle parti della giustizia.
+
+
+ Mentr'i' a quegli uomin iusti stava atteso,
+ subitamente mi percosse un tuono,
+ che mi stordí e fe' cader disteso.
+
+ E, come quei che a forza desti sono,
+ 5 poi mi levai e vidi star Astrea
+ come reina posta in alto trono,
+
+ splendente e triunfal quanto una dea:
+ mai tanta maestá mostrò Iunone,
+ quando con Iove tra li dèi sedea.
+
+ 10 Le dame sue con splendide corone
+ aveva innanzi a sé e gran diletti
+ di belli fior, di suoni e di canzone.
+
+ Poi drizzò a me, parlando, questi detti:
+ --O tu, ch'io scorsi, omai la mente attenda,
+ 15 se del collegio mio saper aspetti.
+
+ Iustizia vuol che 'l debito si renda
+ a chiunque el merta, e quando si conviene,
+ e senza colpa mai nessun si offenda,
+
+ e sol da quello, a cui punir pertiene.
+ 20 Da queste due radici son li frutti,
+ che la iustizia produce e contiene.
+
+ L'uomo a tre cose è debitore a tutti:
+ ad usar vero e fede e buon amore,
+ sí che rancore o froda non l'imbrutti.
+
+ 25 Tre debiti si debbono al minore:
+ dottrina al figlio e farlo virtuoso,
+ e soldo al fante ovver al servidore;
+p. 332
+ il terzo è sovvenire al bisognoso,
+ ché ogn'ardua indigenzia può dir «mio»
+ 30 di quel che crudeltá gli tien nascoso.
+
+ Tre debiti a colui, il qual è rio:
+ cioè correzion, quando si spera
+ ch'egli si mendi e si converta a Dio.
+
+ E, nel mal far se indura e persevéra,
+ 35 tagli col ferro e con la spada nuda
+ il membro infetto la Vertú severa.
+
+ Né per questo si debbe chiamar cruda,
+ mozzando il morbo ch'alla morte mena:
+ convien che la piatá gli occhi vi chiuda.
+
+ 40 Severitá adunque a dar la pena
+ prima conviensi, e poi ch'anco sia mista
+ colla compassion, ch'ira raffrena.
+
+ E tre al buon, il qual virtú acquista,
+ ché chiunque può, tenuto è dargli aiuto,
+ 45 ch'addietro non ritorni o non desista;
+
+ ché spesse volte l'arbor ho veduto
+ crescere ratto e far frutto tantosto
+ per buon conforto e cólto, ch'egli ha avuto;
+
+ e forse un altro, presso a quello posto,
+ 50 perch'è negletto o che ha terreno asciutto,
+ sta senza frutto ed a mancar disposto;
+
+ e, benché paia smorto e giá distrutto,
+ il cólto e buon letame alle radici
+ el fan fiorire e fanli far buon frutto.
+
+ 55 Quanti sarían per la vertú felici,
+ che, desviati, ovver per mancamento,
+ son pervenuti a bassi e vili offici!
+
+ Alla vertú, venuta a compimento,
+ debito solve chiunque onor gli rende
+ 60 d'atti e parol, di loco e reggimento.
+
+ Non mai vertú, che di splendor s'accende,
+ si debbe por a basso o sotto scanno,
+ ma suso in alto, ov'ella piú risplende.
+p. 333
+ Tre a' benefattor, che ben ne fanno:
+ 65 prima, che chi riceve, non si scorde
+ del benefizio, né di quei che 'l dánno;
+
+ e poscia ch'el ringrazi almeno in corde,
+ s'egli non pò coll'opera, e in aperto
+ sovente con la lingua lo ricorde.
+
+ 70 Ma ora il mondo è sí rio e diserto,
+ che, quando il benefizio molto eccede,
+ sí che non può o non vuol render merto,
+
+ si duol, se scontra ovver presente vede
+ il suo benefattor e china il volto;
+ 75 ed alcun altro in piú error procede,
+
+ ché, quando il benefizio è grande molto,
+ al suo benefattor opta la morte,
+ che dall'obligo suo ne sia disciolto.
+
+ Non però 'l liberal chiuda le porte
+ 80 per l'altrui vizio alla sua cortesia,
+ né lassi, a dar, tener le mani sporte;
+
+ ché chiunque dá ch'a lui donato sia
+ per ricompenso, non è liberale,
+ ma mercatante ch'usa mercanzia.
+
+ 85 Tre cose debbi a chiunque tu se' eguale:
+ prima, equitá d'una bilancia ritta,
+ sí che la sua non saglia e la tua cale.
+
+ L'altra è la legge nel Vangelio scritta:
+ ch'altrui non facci cosa, che vorresti
+ 90 che a te non fusse fatta, né anco ditta.
+
+ Concordia vien la terza dopo questi
+ tra l'arti, tra i compagni e dentro al tetto,
+ dove dimori, e i vicin non molesti.
+
+ Ed al superior, cui se' subietto,
+ 95 due cose debbi; e, prima, obbedienza,
+ poi onorarlo con fatto e con detto.
+
+ Tre cose al padre, di cui se' semenza,
+ ed alla madre tua ed a' primi avi,
+ e prima sopra tutto riverenza.
+p. 334
+ 100 Se in la vecchiezza elli han costumi gravi,
+ che li sopporti, e loro etá antica
+ aiuti lieto e con parol soavi.
+
+ Ricòrdite l'angoscia e la fatica,
+ ch'ebbe la madre in te, e degli affanni,
+ 105 che porta il padre, che 'l figliol notríca.
+
+ L'aquila, quando è giunta agli antichi anni,
+ s'attosca e spenna; e nel nido da' figli
+ nutrita è, insin che rinnovella i vanni.
+
+ Ed alla patria, da cui l'esser pigli
+ 110 debitor se', che l'ami e la defensi,
+ e 'l comun cresci, aiuti e che 'l consigli.
+
+ Se' debitor a Dio, se tu ben pensi,
+ che conosci suoi doni e che tu l'ami
+ con tutto il core e con tutti li sensi.
+
+ 115 E questo amor produce molti rami:
+ religion, che solo Dio adori,
+ devoto orando, e genuflesso el chiami,
+
+ e che lui servi come padre, onori
+ le chiese e le sue cose, e li dí santi,
+ 120 vacando a lui, per l'anima lavori.
+
+ E questi detti io posso tutti quanti,
+ abbreviando, recarli a sei modi:
+ però sei son le dame, ch'io ho innanti.
+
+ Latría è prima, e vien a dir che lodi,
+ 125 ami ed adori Dio e che 'n Lui fondi
+ ogni altro amor terren, del qual tu godi.
+
+ Pietá è l'altra, e due amor secondi
+ delli parenti, e prima che sia tanto,
+ che alli bisogni lor non ti nascondi.
+
+ 130 La terza è Observanzia, l'onor santo
+ fatto agli antichi e virtuosi e buoni,
+ ed a chi porta di dignitá il manto.
+
+ La quarta è Gratitudin delli doni.
+ Equitá è la quinta ed usar vero
+ 135 in apparenzia, in fatti ed in sermoni.
+p. 335
+ Sesta è Vendetta e l'animo severo
+ con la compassione al cor unita,
+ tardo al tormento e non troppo austero;
+
+ ché chiunque vuol che colpa sia punita,
+ 140 se non ha emenda, molto offende ed erra,
+ ché Dio non vuol la morte, ma la vita.
+
+ Però 'l divino fòro a niuno serra
+ la porta di piatá, s'egli si pente
+ con umiltá inginocchiato a terra.
+
+ 145 Ma, perché 'l malfattore spesso mente,
+ dicendo:--Io son pentito--, l'altro fòro,
+ cioè 'l civile, adopera altramente;
+
+ ch'ogni scienza ed arte ovver lavoro
+ prendon diversitá dalli lor fini,
+ 150 alli quai prima elli ordinati fôro.
+
+ Il civil fòro ha 'l fin che medicini,
+ governi e purghi il corpo del comune,
+ che per li viziosi non ruini.
+
+ Per questo egli usa spada, fuoco e fune,
+ 155 sbandisce e taglia e mai non dá speranza
+ che chi è reo possa andare impune.
+
+ E, benché pianga e chiegga perdonanza,
+ non vuol udir; ché chi è predon o fura,
+ s'è liberato, e' torna a prima usanza.
+
+ 160 In questo modo la legge assecura
+ el viver lieto e i buoni e vertuosi,
+ e li cattivi scaccia ed impaura.
+
+ Se questi detti miei tu ben li chiosi,
+ concluderai che la legge fu fatta
+ 165 pe' trasgressor al buon viver noiosi,
+
+ e fu da' virtuosi in prima tratta.--
+
+
+p. 336
+
+
+
+
+CAPITOLO XIII
+
+Dove trattasi singolarmente della virtú dell'equitá e della veritá
+e de' valenti canonisti e legisti.
+
+
+ --Domanda--aggiunse Astrea--de' regni miei;
+ omai di' ciò che vuoi, e ben t'accerta
+ e delle dame mie tutte e sei.--
+
+ Quando mi vidi far tanta proferta,
+ 5 con quella parte io la ringraziai,
+ che chiede Dio all'uom per prima offerta.
+
+ E poi con riverenzia domandai:
+ --Perché la Veritá, la quinta sposa,
+ che Equitá ancor nomata l'hai,
+
+ 10 la veggio singulare in una cosa,
+ ché porta la bilancia ed ella sola
+ tra la sua schiera è la piú gloriosa?--
+
+ Rispose Astrea a questa mia parola:
+ --Da questo nome «_ius_», se noti bene,
+ 15 come si espone in la civile scola,
+
+ Iustizia è detta, a cui tener pertiene
+ egual bilance. È ver che 'n alcun caso
+ ei non si puote ovver non si conviene;
+
+ ché 'l don di Dio accolma tanto il vaso,
+ 20 e de' parenti a' figli, ché chi rende,
+ non pò render appien, ma men che a raso.
+
+ Cosí all'uom, che di vertú risplende,
+ piena mesura non si rende ancora,
+ ché nullo ben terren tanto s'estende;
+p. 337
+ 25 ché la virtú è sí degna, sí decora
+ e sí eccellente, ch'ogni volta eccede
+ ogni ben temporal, che lei onora.
+
+ Ed a colui che 'l benefizio diede,
+ render si puote egual; ma chi è grato,
+ 30 anche piú oltra al dato stende il piede.
+
+ E cosí la vendetta del peccato
+ merita egual; ché quanto fu 'l delitto,
+ tanto ognun merta d'esser tormentato.
+
+ Ma, com'io dissi sopra e trovi scritto,
+ 35 iustizia punitiva è crudeltá,
+ se la pietá non mitiga l'editto.
+
+ Però null'altra in man le bilance ha,
+ se non la quinta dama di mia schiera,
+ chiamata Equitate e Veritá;
+
+ 40 ché a lei sola appartien che la statera
+ tegna diritta e che in detto e 'n fatto,
+ in quel che tratta, sia trovata vera.
+
+ Ogni ristoro e ciò che si fa a patto,
+ ella pertratta e grida che si renda
+ 45 quanto la froda o forza hanno suttratto.
+
+ Perché tu queste cose meglio intenda,
+ pensa se alcun rifar dovesse diece,
+ ed egli a nove a ristorar si estenda.
+
+ Costui non pienamente satisfece,
+ 50 ché convien sempre che 'l ristor sia eguale
+ al danno ed all'iniuria, ch'altrui fece.
+
+ Ell'è che grida non far altru' il male,
+ che non vorresti tu; e quanto hai offeso,
+ tanto restituisci ed altrettale.
+
+ 55 D'esto nome Equitate assai ha' inteso;
+ or, perché Veritá ella si chiama,
+ io ti dirò, ch'ancor non l'hai compreso.
+
+ Dopo il ristoro, questa quinta dama
+ pertratta ciò ch'insieme si patteggia:
+ 60 questa è la sua materia e la sua trama.
+p. 338
+ A lei pertien che guidi e che proveggia
+ che ciò che si promette o mercatanta,
+ che sia corretto, quando si falseggia,
+
+ e che la mercanzia sia quella e tanta,
+ 65 che è promessa, e quando, dove e come
+ e qual, se quella è guasta o troppo schianta.
+
+ E però Veritá è l'altro nome;
+ ed ha duo nomi, perché ha duo offici,
+ ché usa il vero ed eguaglia le some.
+
+ 70 L'altra domanda, la qual tu mi dici,
+ è, da che porta singular insegna,
+ s'ella è maggior tra le dame felici.
+
+ Ogni vertú tanto è eccellente e degna
+ --rispose a questo,--quanto è di piú pregio
+ 75 il fine intento, al qual venir s'ingegna.
+
+ Al fin piú glorioso e piú egregio
+ ingegnasi Latría; però l'aspetto
+ ha piú splendente in tutto il mio collegio.
+
+ Ella è che sale al ciel con l'intelletto
+ 80 e, dimorando in terra sua persona,
+ ella sta innanzi al divino cospetto;
+
+ e lí, orando, con Dio si ragiona;
+ poi si mesura e pon sé in la bilancia,
+ nell'altra li gran ben, che Dio ne dona.
+
+ 85 E vede i don di Dio di tanta mancia,
+ e tanto grandi, che a rispetto a quelli
+ ciò che l'uom render può, è una ciancia.
+
+ E, benché vegga Dio cogli occhi belli,
+ nientemen le bilance non porta,
+ 90 ancora che ella, orando, a Dio favelli;
+
+ ché ogni gratitudo è lieve e corta,
+ rispetto al don di Dio; e, se si pesa,
+ troppo andarebbe la statera torta.
+
+ E con questa ragion, ch'or hai intesa,
+ 95 sappi che quanto è natural l'amore,
+ tanto, negletto o tronco, è di piú offesa.
+p. 339
+ E nullo vinclo debbe esser maggiore,
+ e nullo amor piú stretto e piú eccellente
+ che dalla creatura al suo Fattore.
+
+ 100 Però chi 'l tronca e chi v'è negligente,
+ veder si puote in quanta offesa cade,
+ chi nol frequenta o chi non gli è obbediente.
+
+ Questo primaio amor prima pietade
+ disson gli antichi, e che 'l culto divino
+ 105 è la prima vertú, prima bontade.
+
+ Però il re Priámo e 'l buon Quirino,
+ ed Alessandro in pria fenno li tempii,
+ e Salomone el coprío d'oro fino.
+
+ Ed, offerendo, al vulgo dienno esempii;
+ 110 e chi non frequentava il divin còlto,
+ chiamavano crudeli, iniqui ed empii.
+
+ Ma ora è sí negletto e sí rivolto
+ a Satanasso per diverse vie,
+ che, piú che a Dio, a lui si volta il volto.
+
+ 115 Con superstizioni e con malie
+ or son fatti teatri i sacri lochi
+ a vagheggiarvi e farvi ruffianie.
+
+ Quanti Iasoni e quanti re Antiòchi
+ lo imbruttano ora, e Dionisi e Varri
+ 120 son stupratori degli eterni fochi!
+
+ I filistei riposono in sui carri
+ l'arca di Dio, per non inviziarse,
+ e tanto mal che di lor non si narri.
+
+ La barbaresca man, che sangue sparse
+ 125 giá tanto in Roma, che destrusse e incese
+ i gran palagi e il Capitolio arse,
+
+ fu reverente ai tempii ed alle chiese;
+ ché chiunque fuggí a quelli de' romani,
+ fu libero da morte e dall'offese.
+
+ 130 Io ho toccati questi esempli strani
+ degl'infideli, e questo ho posto solo
+ per emendar li crudeli cristiani.
+p. 340
+ L'altr'è l'amor, il qual debbe il figliolo
+ a' genitori, la pietá seconda,
+ 135 ed alla patria del nativo suolo.
+
+ Ed ogni amor, che la natura fonda,
+ «pietá» si chiama, e cosí per opposto
+ «crudel» è detto chiunque el confonda.--
+
+ Tacette poi che questo ebbe risposto.
+ 140 Allor vidi venir molti col vaio
+ ver' noi col lume in su la testa posto.
+
+ --Iustinian son io--disse il primaio,
+ --che 'l troppo e 'l van secai fòr delle leggi,
+ ora subiette all'arme ed al denaio.
+
+ 145 Iurisconsulti e gran dottori egreggi
+ vengon qui meco da stato giocondo,
+ perché tu gli odi e perché tu li veggi.
+
+ Questo, che mi sta a lato, è fra' Ramondo
+ predicatore, a cui papa Gregoro,
+ 150 quand'egli dimorava giú nel mondo,
+
+ fe' compilar il nobile lavoro
+ de' Decretali, e per questo vien esso
+ insieme meco in questo sacro coro.
+
+ Bartol Sassoferrato è l'altro appresso,
+ 155 con la lettura sua, la cara gioia,
+ come dimostra il suo chiaro processo;
+
+ e Baldo perusin, che l'ebbe a noia;
+ poi 'l dottor Cino, ch'ebbe il gran concorso
+ nel tempo suo e l'onor di Pistoia;
+
+ 160 poi Ostiense e 'l fiorentino Accorso,
+ che fe' le chiose e dichiarò 'l mio testo
+ ed alle leggi diede gran soccorso.
+
+ Giovanni Andrea, le Clementine e 'l Sesto
+ il qual chiosò, sta qui con la Novella,
+ 165 sí come il lume a te fa manifesto.
+
+ E sempre il ciel rinfresca e rinnovella
+ l'opinioni e li novi dottori;
+ e quel che ha detto l'un, l'altro cancella.
+p. 341
+ Azzo e Taddeo giá funno li maggiori;
+ 170 ed ora ognun è oscuro e tal appare
+ qual è la luna alli febei splendori.--
+
+ Io vidi poi color tutti levare
+ inverso il cielo, come fa 'l falcone,
+ quando la preda sua prende in su l'are.
+
+ 175 In questo, Astrea mi disse esto sermone:
+ --Tu hai veduto appien del regno mio
+ quanto dir puossi in rima od in canzone.--
+
+ Poscia colle sue dame indi sparío.
+
+
+p. 342
+
+
+
+
+CAPITOLO XIV
+
+L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san Paolo,
+il quale gli ragiona di questa virtú.
+
+
+ In su 'l partir che fe' la bella Astrea,
+ mi disse la primaia di sue dame,
+ fulgurando una luce come dea:
+
+ --Se tu l'aiuto pria da Dio non chiame,
+ 5 non ti sperar potere andar giammai
+ alle Vertudi del quinto reame.--
+
+ Per questo gli occhi al cielo io dirizzai,
+ dicendo:--O Maiestá, sempre invocanda
+ nelli principi e negli atti primai,
+
+ 10 chiunque verso alcun fin senza te anda,
+ siccome cieco convien che cammine,
+ se pria l'aiuto da te non si manda.
+
+ Dell'altre tre vertú tu sei il fine
+ e segno o «Alfa» ed «O»; e son per questo
+ 15 «teologiche» ditte ovver «divine».--
+
+ Allor vid'io uno splendor celesto
+ venirmi al volto alquanto da lontano,
+ che quel ch'or dico, mi fe' manifesto.
+
+ La statua grande vidi in un gran piano,
+ 20 che vide giá Nabucodonosorre,
+ significante ogni regno mundano.
+
+ Er'alta vieppiú assai che nulla torre
+ e forse piú che non fu quel cavallo,
+ che fe' da' greci la gran Troia tôrre.
+
+ 25 E di fin oro aveva il capo giallo,
+ le braccia e l'orche e 'l petto aveva bianco
+ di puro argento senza altro metallo.
+p. 343
+ Le reni, il ventre e l'uno e l'altro fianco
+ eran di rame rubro e resonante,
+ 30 e quel, con che si siede, ramengo anco.
+
+ Le cosce e gambe insin giuso alle piante
+ eran di ferro e i piè di terra cotta,
+ parte non cotta, e su quelli era stante.
+
+ Poi una pietra men ch'una pallotta
+ 35 se stessa si ricise e si remosse
+ d'un alto monte e venne a valle in frotta.
+
+ E nelli piedi all'idolo percosse
+ e sminuzzollo e prostrollo confratto,
+ sí che appena parea che stato fosse.
+
+ 40 Quella petruccia in questo crebbe ratto
+ e fecesi un gran monte, e su la cima
+ tosto un tempio alto ed ampio vi fu fatto.
+
+ Dal loco, ove quell'idolo era prima,
+ io mi partii e salsi il monte tanto,
+ 45 ch'andai tre miglia e piú, alla mia estima.
+
+ Quel tempio risplendea da ogni canto,
+ e, quando vidi com'era costrutto,
+ ne sospirai con lacrime e con pianto,
+
+ ch'era di corpi morti fatto tutto;
+ 50 e per calcina v'era il sangue posto
+ recente sí, ch'ancor non era asciutto.
+
+ Vapore acceso nel mese d'agosto
+ mai non trascorse il ciel tanto veloce,
+ né polsa da balestro va sí tosto,
+
+ 55 come scese dal ciel con una croce
+ donna vestita in bianco, e, giú discesa,
+ benigna a me proferse questa voce:
+
+ --Il tempio sacro è questo, ovver la Chiesa,
+ fermata in su la pietra; e ferma siede,
+ 60 bontá del fundamento, ond'è difesa.
+
+ Ed io, che or ti parlo, son la Fede:
+ a me con tanto sangue e con martíro
+ fu fatto il tempio, che quassú si vede.
+p. 344
+ E questi santi su di giro in giro
+ 65 mi fenno il fundamento lá giú in terra
+ colla vertude del superno spiro.
+
+ Questi per me si misero alla guerra,
+ armati di vertude e cogli scudi
+ di quella veritá, che mai non erra.
+
+ 70 Essendo agnelli tra li lupi crudi,
+ combatteron per me li forti atleti,
+ come per 'manza gli amorosi drudi.
+
+ E, se lor corpi fûn morti e deleti
+ di quella vita, che, vivendo, more,
+ 75 nell'alma fûn vittoriosi e lieti.--
+
+ E, ditto questo, con grande splendore
+ ritornò al cielo, ed io rimasi solo,
+ ancor chiamando aiuto a Dio col core.
+
+ Allor apparve a me l'apostol Polo,
+ 80 mostrando blando aspetto e lieto viso;
+ e poscia disse a me come a figliolo:
+
+ --Hai vista quella che del paradiso
+ venne con Cristo e fondossi nel sasso,
+ che dal celeste monte fu exciso?
+
+ 85 Fu impugnata pria da Satanasso,
+ il qual commosse scribi e farisei
+ per atterrarla, ovver per darla al basso.
+
+ Allora Pietro e li compagni miei
+ gli funno defensori in ogni corte,
+ 90 innanzi a' prenci e innanzi alli gran réi.
+
+ E pensa quanto a noi pareva forte
+ a suader che l'uomo a Dio s'unisse
+ ed incarnasse e sostenesse morte,
+
+ e che, resuscitando, rivestisse
+ 95 glorificato il corpo, ch'avea pria,
+ e poi per sua virtú ch'al ciel salisse.
+
+ E, benché questo paresse pazzia
+ e che li predicanti fusson vòti
+ d'umana possa e di vana sofia,
+p. 345
+ 100 nientemen da pochi ed idioti,
+ colla vertú del sacrosanto foco,
+ che dal ciel venne in lor petti devoti,
+
+ seminôn questo vero in ogni loco;
+ e questo è tal miracol, se ben miri,
+ 105 ch'ogni altro respective a questo è poco,
+
+ pensando che tra morti e tra martíri
+ corse alla fede il mondo, e li fedeli
+ non si curavan de' tormenti diri.
+
+ Ed onde esser porría, se non da' cieli,
+ 110 che 'n cosí poco tempo tanta schiera
+ credesse a noi tra le pene crudeli?
+
+ E, per provare ancor la fede vera,
+ permise Dio che 'l maladetto drago,
+ che sempre adopra che la fede pèra,
+
+ 115 unisse la sua possa a Simon mago
+ e mostrasse miraculi e gran segni,
+ non però ver, ma 'n apparente imago,
+
+ e ch'egli commovesse in molti regni
+ piú altri nigromanti e suoi satelli
+ 120 contra la fede con forza ed ingegni.
+
+ Allor li cavalier pochi e novelli,
+ dodici e pochi piú, fên resistenza
+ tal, ch'elli confutôn tutti i ribelli.
+
+ E, perché sappi di quant'è eccellenza,
+ 125 quanto a Dio piace e quanto merto acquista
+ la vera fede con ferma credenza,
+
+ ella è che 'nsino al ciel alza la vista
+ e vede il premio, il qual alla fatiga
+ fa esser forte, perché si resista.
+
+ 130 Ella è che vince la triplice briga
+ del mondo, del dimonio e sensuale;
+ e la vittoria è ben che 'l mondo affliga.
+
+ Ell'è che mostra la pena infernale
+ a' peccatori e col timor gl'induce
+ 135 a far il bene ed a lassare il male.
+p. 346
+ E, come la Prudenza è guida e luce
+ alle vertú moral, cosí questa anco
+ alle vertú divine è scorta e duce.
+
+ E, come senza gli occhi nullo è franco
+ 140 fra' suoi nemici, ed è persona stolta
+ quella, in cui al tutto ogni prudenza è manco;
+
+ cosí colui, al qual la fede è tolta,
+ va come cieco, e l'avversario el mena
+ unque gli piace e come vuole el volta.
+
+ 145 E, se saper tu vuoi la piú serena
+ loda ch'ell'abbia, attendi e fa' ch'impari
+ di quanto merto questa fede è piena.
+
+ Se promettesse alcun tutti i denari
+ ad alcun altro, acciò che gli credesse
+ 150 alcuni effetti a suoi sensi contrari,
+
+ non sería mai che credere el potesse;
+ nientemeno el credería per fermo,
+ senza denari ovver senza promesse,
+
+ se fusse ditto a lui dal divin sermo.
+ 155 Allora quel che non puote natura,
+ a creder l'intelletto non è infermo.
+
+ E questo solo avvien, se ben pon' cura,
+ ché la mente fedel si fonda in Dio,
+ onde ha autoritá Sacra Scrittura.
+
+ 160 E, se tu ben attendi al parlar mio,
+ nulla è maggior offerta e piú eccellente,
+ nullo olocausto è piú efficace e pio,
+
+ che quando volontá stringe la mente,
+ che tanto crede a Dio, ch'assente quello
+ 165 che pare a' sensi suoi contradicente.
+
+ Chi questo fa, non è a Dio rubello.--
+
+
+p. 347
+
+
+
+
+CAPITOLO XV
+
+Di coloro che col lor sangue fondarono la fede,
+e delle cose che dobbiamo credere.
+
+
+ Paulo mi mise poi nel tempio sacro,
+ fatto di sangue e fatto di fortezza
+ di santi, morti a duolo acerbo ed acro.
+
+ Parea ch'andasse al cielo la sua altezza,
+ 5 edificato in dodici colonne,
+ e quattro miglia o quasi nell'ampiezza.
+
+ Né Capitolio mai, né Ilionne
+ fu di bellezze e gioie tanto adorno,
+ né 'l tempio, che 'l gran saggio fe' in Sionne,
+
+ 10 quante questo n'avea intorno intorno;
+ di mille luci splendea in ogni parte,
+ sí come luce il sol di mezzogiorno.
+
+ Mai Policleto, né musaica arte,
+ neanco Giotto fe' cotal lavoro,
+ 15 qual era quel di quelle membra sparte.
+
+ Parean i lor capelli fila d'oro,
+ e lor vermiglie ven parean coralli,
+ e purpuresche le ferite loro.
+
+ La carne e l'ossa chiar piú che cristalli,
+ 20 tutte ingemmate a pietre preziose,
+ pien di iacinti e di topazi gialli.
+
+ Mostrò a me Paulo tra le belle cose
+ prima san Pietro e poi piú altri assai,
+ che Cristo in pria per fundamento pose.
+
+ 25 Mostrommi cento e piú papi primai,
+ i quai fûn morti per la santa fede,
+ ch'ora risplende di cotanti rai.
+p. 348
+ Per la qual cosa a chi saliva in sede
+ si trasse dirli:--Vuoi esser pastore
+ 30 con quella valentia, che si richiede?--
+
+ Ciò era a dire:--Hai tu tanto valore,
+ che sia costante a sostener la morte
+ per santa fede senza alcun timore?--
+
+ Poi disse:--Or mira il giovinetto forte,
+ 35 il qual inverso il cielo alza la faccia
+ e per me prega con le braccia sporte.
+
+ Stefano è quel, che disse:--O Dio, a te piaccia
+ che facci agnello del lupo rapace,
+ che li tuoi cristian sí mette in caccia.--
+
+ 40 Allor refulse in me lume verace,
+ e caddi in terra e poi risposi a Cristo:
+ --Chi se', Signor? farò ciò ch'a te piace.--
+
+ Laurenzio e poi Vincenzio ed anco Sisto
+ mostrommi poi ed il mio Feliciano
+ 45 tra le gemme piú chiare ivi permisto:
+
+ li martiri sepolti in Vaticano,
+ in via Salaria, Callisto e Priscille,
+ ognun lucente, chiaro e diafáno.
+
+ Io vidi poi le fortissime ancille,
+ 50 Lucia, Agnese, Marta e Caterina,
+ Cecilia, Margherita e piú di mille;
+
+ e quelli che refulsono in dottrina
+ in santa Chiesa con tanti splendori,
+ quanti ha nel ciel la stella mattutina;
+
+ 55 e, sopra a tutti, li quattro dottori,
+ intra li quali risplende Augustino
+ tanto, ch'ecclissa li raggi minori.
+
+ Tra quelle luci sta Tomas d'Aquino,
+ Anselmo ed Ugo, Ilario e Bernardo,
+ 60 quasi carbonchi posti in oro fino.
+
+ Isidoro, Boezio e 'l buon Riccardo,
+ Crisostomo ed Alano era ivi inserto,
+ splendente ognun, che mi vincea lo sguardo.
+p. 349
+ Il tempio, che di sopra era scoperto,
+ 65 avea per tetto il raggio delle stelle,
+ e 'l ciel ogni splendor v'avea aperto.
+
+ Mentr'io mirava queste cose belle,
+ Paulo mi disse:--Se tu hai diletto
+ altro sapere, perché non favelle?--
+
+ 70 Risposi a lui:--Quantunque io abbia letto
+ che cosa è fede, ancor non son contento,
+ se meglio nol dichiari al mio intelletto.
+
+ --Fede è substanza ovvero fundamento
+ delle cose non viste e da sperare,
+ 75 ferma chiarezza ovver fermo argumento.--
+
+ Cosí egli rispose al mio parlare;
+ e poi subiunse che qui la substanza
+ vien da quel verbo, che sta per substare.
+
+ E, perché tutto l'esser di speranza
+ 80 sta su la fede e dietro gli seconda,
+ e senza lei ogni vertú ha mancanza,
+
+ fede è substanza, perché 'n lei si fonda
+ spene e vertú e vanno dietro poi
+ quasi accidenti ovver cosa seconda.
+
+ 85 Se d'argumento ancor tu saper vuoi,
+ ciò è chiarezza, ché la fede è chiara,
+ come chi vede ben cogli occhi suoi.
+
+ E fa' che 'ntendi bene, e questo impara:
+ ch'alcuna fede è viva, alcuna è morta,
+ 90 e sol la fede viva appo Dio è cara,
+
+ perché nell'operare è sempre accorta;
+ e cosí è vertú da lei produtta,
+ come da pianta che buon frutto porta.
+
+ La fede morta è quella che non frutta
+ 95 l'opere virtuose e non si guarda
+ né dalli vizi, né da cosa brutta.
+
+ E questa fede è morta, a chi risguarda;
+ ché, benché dica con parol ch'ell'ama,
+ nell'opere si mostra poi bugiarda.
+p. 350
+ 100 Però, se cristiano alcun si chiama
+ ovver fedele, e vuoi veder la prova,
+ guarda se 'l frutto porta in su la rama.
+
+ Crede il demonio e teme, e non gli giova,
+ perché null'atto senza caritate
+ 105 esser di frutto buon giammai si trova.--
+
+ Poi vidi scritto: «O voi che 'l tempio intrate,
+ leggete questo e ben ponete mente,
+ e, come dice qui, cosí crediate».
+
+ Io lessi: «Io credo in Dio onnipotente,
+ 110 e tre persone in un essere solo,
+ e che fe' l'universo di niente.
+
+ E credo in Iesú Cristo, suo figliuolo
+ e nato di Maria e crucifisso,
+ morto e sepolto con tormento e duolo;
+
+ 115 e ch'andò al limbo e trasse dall'abisso
+ i santi padri, e laggiú di quel fondo
+ quassú di sopra li menò con isso;
+
+ il terzo dí poi florido e giocondo
+ risuscitò, e poscia al ciel salío
+ 120 per sua vertú, partendosi del mondo;
+
+ e siede in forma d'uomo a lato a Dio,
+ e verrá a iudicare all'ultim'ora,
+ salvando i buoni e dannando ogni rio.
+
+ Nello Spirito santo io credo ancora,
+ 125 e ch'egli è Dio; e credo in santa Chiesa,
+ che 'n tre persone un solo Dio adora.
+
+ Credo il battismo, che lava ogni offesa,
+ col cor contrito la confessione,
+ se a satisfar si tien la man distesa.
+
+ 130 Credo nel pane della comunione
+ essere Cristo, quando è consacrato,
+ in segno che e' giammai non ci abbandone;
+
+ e che, finito il temporale stato,
+ che 'l ciel produce, mentre sopra volta,
+ 135 dal qual è ogni effetto generato,
+p. 351
+ credo che verrá Cristo un'altra volta,
+ e che ognun rivestirá sua carne,
+ quantunque sia disfatta e sia sepolta;
+
+ allora egli verrá a giudicarne
+ 140 con pompa trionfante e con maièsta,
+ col corpo che fu offerto a liberarne;
+
+ e ch'alla tromba della sua richiesta
+ verranno innanzi a lui i vivi e i morti
+ alla sentenza della sua podèsta;
+
+ 145 e quelli poi dividerá in due sorti,
+ e mandará li rei a valle inferna
+ e li suo' eletti agli eterni conforti.
+
+ Credo i beati e credo vita eterna,
+ che solo a' virtuosi Dio la dona,
+ 150 che hanno fede e caritá fraterna;
+
+ ché, come la Scrittura ne ragiona,
+ Dio non vuole, né vòlse aver mai seco
+ se non vertú perfetta e cosa buona;
+
+ E però comandò che 'l zoppo e 'l cieco,
+ 155 leproso e brutto non intrasse al tempio,
+ né fusse offerto a lui infetto pieco;
+
+ e questo fu nel sopradetto esempio».
+
+
+p. 352
+
+
+
+
+CAPITOLO XVI
+
+Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio.
+
+
+ Inver' l'apostol poscia mi voltai,
+ e dissi a lui:--Questa scrittura letta,
+ di nostra fede articuli primai,
+
+ bench'io la creda, ancora mi diletta
+ 5 udir come suade la Scrittura
+ la resurrezion, la qual s'aspetta.--
+
+ Ed egli a me:--A due cose pon' cura:
+ una è ch'ognun ritornerá in vita,
+ ché non va a morte, ma per sempre dura,
+
+ 10 e che de' buon la carne rivestita
+ será immortale ed ará l'altre dote,
+ che fia impassibil, lieve e fia polita;
+
+ l'altra cosa è che le celesti rote,
+ che ora giran sí veloce e forte,
+ 15 non voltaranno piú, né fien piú mote,
+
+ e per questo seran chiuse le porte
+ al futur tempo, e non fia piú Carone,
+ che ora ognun, che nasce, mena a morte.
+
+ Se vuoi di questo persuasione,
+ 20 sappi che 'l moto, quando il fine acquista,
+ convien che cessi dalla sua azione.
+
+ E cosí 'l ciel convien ch'anco desista,
+ quando fie giunto al fin, pel qual si move,
+ come opra fatta fa posar l'artista.
+
+ 25 Or gira il ciel, perché le cose nòve
+ produce e figlia e corrompe l'antiche,
+ mentre fa state qui e verno altrove;
+p. 353
+ produce uccelli e quel, del qual nutríche
+ gli animal suoi, e produce ogni pomo,
+ 30 mentre il sol volge tra le rote obliche.
+
+ E tutto questo è fatto a fin dell'uomo;
+ e l'uomo è fatto a rifar le ruine
+ di que' che su da ciel cadêro a tomo.
+
+ Però convien che 'l ciel tanto cammine,
+ 35 sinché tanta ruina si ristora;
+ e poi il moto suo averá fine.
+
+ Allor cessará il tempo, che divora
+ ciò che produce il primo moto, il quale
+ fa ciò ch'e' figlia, che vivendo mora.
+
+ 40 In questo, Cristo altèro e triunfale
+ dirá:--Surgete, o morti, della fossa:
+ venite alla sentenzia eternale.--
+
+ Allor ripiglieran la carne e l'ossa
+ li rei oscuri, e i buoni con splendori
+ 45 per la vertú della divina possa.
+
+ Sí come gli arbor, che perdon li fiori
+ nell'autunno e perdono ogni foglia
+ e paion morti e senza vivi umori,
+
+ talché 'l coltivatore anco n'ha doglia
+ 50 che paion secchi, e quasi si dispera
+ che mai su d'elli piú frutto ne coglia:
+
+ poi la vertú del sol di primavera
+ li fa di frondi e fiori adorni e belli,
+ e rivivisce in lor la morta cèra;
+
+ 55 cosí li corpi sfatti negli avelli
+ resurgeranno in istato felice
+ co' membri interi insino alli capelli.
+
+ Come di polve nasce la fenice,
+ che arde sé e del cenere stesso
+ 60 giovin resurge, sí come si dice;
+
+ e cosí 'l corpo, sotto terra messo,
+ suo spirito averá da quel che viene
+ da prima infuso ed al corpo concesso.
+p. 354
+ Ancora alla iustizia s'appartiene
+ 65 render secondo l'opera a ciascuno
+ il mal al male, e 'l premio dar al bene;
+
+ ché ogni atto moral sempre è comuno
+ allo spirito e al corpo, e insieme vanno
+ ad ogni atto splendente ed anco al bruno.
+
+ 70 Se sol del mal lo spirto avesse affanno,
+ potrebbe dire:--O Dio, se tu se' iusto,
+ perché io solo del peccar n'ho 'l danno?
+
+ perché solo sto io nel fuoco adusto?
+ perché no' 'l corpo, dacché la dolcezza
+ 75 ebbe degli occhi, del tatto e del gusto?--
+
+ Cosí li santi, i quali ebbon fortezza
+ tanta, che i sensi fenno consenzienti
+ alli martíri, affanni ed all'asprezza,
+
+ potrebbon dire:--O Dio, ché non contenti
+ 80 noi delli corpi nostri, ch'a' martíri
+ ne seguîr volentieri ed a' tormenti?--
+
+ Quando questo dicea, gravi sospiri
+ udii nel tempio; e parve ch'ogni morto
+ avesse a suscitar mille desiri.
+
+ 85 85--Vendica il nostro sangue, sparto a torto
+ --diceano,--o Dio, non véi ch'ognun desia
+ di rivestirsi i corpi omai 'l conforto?
+
+ Non ch'in noi voglia di vendetta sia,
+ cosí preghiam; ma per aver la vesta
+ 90 de' corpi, a noi natural compagnia.
+
+ Acciò ch'elli con noi abbian la festa,
+ perché 'l Iudizio, o Signor, non affretti?
+ perché non fai la vendetta piú presta?--
+
+ Risposto fu:--Da voi tanto s'aspetti,
+ 95 che il numero si compia di coloro,
+ che son da Dio con voi nel cielo eletti,
+
+ insin che fatto sia tutto il ristoro
+ de' piovuti da ciel primi arroganti,
+ che fûn cacciati dal celeste coro.--
+p. 355
+ 100 Poi miglia' d'alme m'apparson innanti,
+ ed un angelo die' splendide stole,
+ in scambio delli corpi, a lor per manti.
+
+ Sí come un'altra cosa dar si suole
+ per consolar alquanto chi pur chiede,
+ 105 quando non puote aver quel ch'egli vuole;
+
+ cosí l'agnol le vesti bianche diede
+ e disse a lor:--Queste vestite, intanto
+ che d'uomin s'émpian le superne sede.--
+
+ Quell'alme allora andonno in ogni canto,
+ 110 cercando il tempio, e lor corpi mirando
+ con tal desio, che mi mossono a pianto.
+
+ --Il corpo mio è questo: o Dio, oh! quando
+ lo mi rivestirò?--dicevan molti.
+ Alquanti il sangue lor givan basciando;
+
+ 115 alquanti dimostravan li loro volti
+ e le ferite e le lor membra sparte,
+ le braccia e i piè intra li ferri involti.
+
+ Po', come fa l'amico, che si parte
+ dall'altro amico, e, perché amor dimostri,
+ 120 sospira e dice:--A me incresce lasciarte;--
+
+ cosí dissono quelli:--O corpi nostri,
+ dormite in pace, e tosto Dio ne doni
+ voi venir nosco alli beati chiostri.--
+
+ Poi se n'andôn con piú dolci canzoni,
+ 125 e sol rimase meco il Vaso eletto,
+ il qual proferse a me questi sermoni:
+
+ --Se d'altro vuoi ch'io informi il tuo intelletto,
+ mentr'io son teco, perché non domandi?--
+ Ed io, che il domandar avíe concetto,
+
+ 130 risposi:--O dottor mio, da che 'l comandi,
+ dichiara a me in qual etá li morti
+ resurgeranno e quanto parvi o grandi.--
+
+ Ed egli a me:--Di lor saran due sorti,
+ com'io ho detto, ed una de' captivi,
+ 135 l'altra di quei ch'a ben far funno accorti.
+p. 356
+ Quei che son morti buon, poiché fien vivi,
+ trentaquattro anni in apparente etade
+ dimostreranno floridi e giulivi.
+
+ Quella è di umana vita la metade;
+ 140 ogn'uom, che ci esce prima, ha mancamento,
+ e quando cala inver' l'antichitade.
+
+ Se parvitá ovver troppo augumento
+ non fie per mostro o natura peccante,
+ ognun di sua statura fie contento;
+
+ 145 sí che, se alcun fu nano, alcun gigante,
+ questo ed ogni altra cosa mostruosa
+ ridurrá a forma il divino Operante.
+
+ Ed anco noterai un'altra cosa:
+ che ogni dota, che 'l corpo riceve,
+ 150 gli vien dall'alma sua, ch'è gloriosa;
+
+ sí che l'esser sottile, illustre e lieve,
+ non l'ha 'l corpo da sé, se ben pon' mente;
+ ch'egli è da sé oscuro, grosso e grieve.
+
+ Ma, quando fie rifatto risplendente,
+ 155 dall'anima verrá quello splendore
+ e 'l mover, che fará subitamente.
+
+ E, perché l'alme ree questo valore
+ in sé non averanno, però elle
+ non potran dar al corpo tal onore.
+
+ 160 Non seran liete e non seranno belle:
+ tutti i difetti in lor averanno anco,
+ ch'ebbon per caso o per corso di stelle,
+
+ e di letizia e luce averan manco.--
+
+
+p. 357
+
+
+
+
+CAPITOLO XVII
+
+Come Paolo apostolo menò l'autore al reame della Speranza.
+
+
+ --Apostol mio, che al terzo delli cieli
+ tirato fosti alle celesti cose,
+ perché di quelle a me tu non reveli?--
+
+ Cosí diss'io; ed egli a me rispose:
+ 5 --Perché son sí supreme e tanto immense,
+ e son sí alte e sí maravegliose,
+
+ che non è cor terren, che mai le pense;
+ né mente che le creda ovver discerna,
+ se non le gusta in le superne mense.
+
+ 10 Come avverria, se un nella caverna
+ fusse nutrito, e poi gli dicesse uno
+ ovver la sua nutrice, che 'l governa,
+
+ come nasce la rosa su nel pruno,
+ e come 'l sol il dí rischiara il giorno,
+ 15 e poi la sera cala e fállo bruno,
+
+ e quanto il ciel di stelle è fatto adorno,
+ e come piove, e che per l'alto mare
+ le navi vanno a vento intorno intorno,
+
+ appena el credería; e, poi che chiare
+ 20 ei le vedesse, diría nel pensiero,
+ stando egli stupefatto ad ammirare:
+
+ --Or veggio ben che a sí supremo vero
+ non alzava io la mente, e ciò ch'i'ho creso
+ è stato diminuto e non intero;
+
+ 25 e per questo io, dal terzo ciel disceso,
+ parlar non volli tra li saggi e sciocchi,
+ che per superbia non m'arebbon 'nteso,
+p. 358
+ stolti appo Dio e saggi ne' lor occhi,
+ pien d'ignoranza e sí di senno vóti,
+ 30 che suonan, beffeggiando, unque li tocchi.
+
+ Ma a quei, che alla fede eran divoti,
+ a Dionisio ed a molt'altri ancora
+ li secreti del ciel io feci noti.
+
+ Quel che tu chiedi ch'io ti riveli ora,
+ 35 tosto fia manifesto al tuo intelletto,
+ quando di questo tempio serai fuora.--
+
+ D'un porfido polito, terso e netto
+ una via mi mostrò poi 'nsú distesa,
+ girante intorno al tempio insin al tetto.
+
+ 40 --Per questa è la salita ed è la scesa
+ di dea Speranza; e chi vuol veder lei,
+ convien che saglia sopra questa chiesa.--
+
+ Cosí dicendo, insú mosse li piei;
+ ed io, che sue vestigie mai non lasso,
+ 45 dirieto a lui mossi li passi miei.
+
+ E, perché ogni monte è assai piú basso,
+ che non è 'l monte, ove quel tempio è sito,
+ però ratto ch'io salsi il primo passo,
+
+ l'apostol disse a me:--Or sei uscito
+ 50 fuor del terrestre mondo, e chi sú sale
+ e di voltarsi addietro è poscia ardito,
+
+ diventa marmo o statua di sale:
+ però fa' che non volti, ché tu forsi
+ potresti divenir in tanto male.--
+
+ 55 Per questo detto, mentre alla 'nsú corsi,
+ dieci miglia salendo insino a cima,
+ il viso mio addietro mai non torsi.
+
+ E, quando sopra il tetto giunsi in prima,
+ inverso il mondo ingiú chinai la fronte,
+ 60 come chi d'una torre il viso adima.
+
+ Per l'altezza del tempio e poi del monte
+ il mondo parve a me un piccol loco,
+ e 'l mare intorno quasi parvo fonte.
+p. 359
+ --Tu se' appresso alla spera del foco
+ 65 --disse a me Paulo;--e, perché 'l foco in alto
+ riscalda molto, e sotto scalda poco,
+
+ però non arde questo adorno smalto
+ di questo tetto, ed anco a te non cuoce,
+ degli incendi suoi facendo assalto.--
+
+ 70 Non credo mai ch'andasse sí veloce
+ coll'ale aperte il nunzio Cilleno
+ quando il gran Iove a lui comanda a voce,
+
+ che non venisse a me ancora in meno
+ la santa Fede, spargendo li raggi
+ 75 intorno intorno per l'aer sereno.
+
+ E, giunta a me, mi disse:--Accioché aggi
+ tuo' intendimenti, e che tu la Speranza
+ possi vedere e sua dolcezza assaggi,
+
+ io venni a te e solo ebbi fidanza
+ 80 ch'io la possi mostrar, se mi t'accosti,
+ sí che tra te e me non sia distanza.
+
+ Ed abbi li piè tuoi su li miei posti,
+ il petto al petto; ed alza la pupilla
+ al ciel, come l'arcier ch'al segno apposti.--
+
+ 85 Cosí udii che fece la sibilla,
+ quando mostrò al grande imperadore
+ col figlio in braccio l'umiletta ancilla,
+
+ dentro in un cerchio in ciel pien di splendore,
+ quando il popol roman (tanto era errante)
+ 90 volea di sacrificio fargli onore.
+
+ Allor Sibilla gli disse davante:
+ --Altro signor ne viene, Octaviano,
+ a cui degno non se' scalzar le piante,
+
+ ché unirá 'l celeste coll'umano.
+ 95 Egli è che fará 'l secolo felice,
+ ed al ciel tirerá 'l regno mundano.--
+
+ Allora Cristo e la sua genitrice
+ gli fe' vedere e disse:--Quegli è 'l figlio,
+ di cu' i profeti e Virgilio dice.--
+p. 360
+ 100 Cosí ed io, al cielo alzando il ciglio,
+ un'agnol vidi, ch'era innanzi a Dio,
+ il qual dicea per modo di consiglio:
+
+ --Ritorna, o peccatore, al Signor pio,
+ il qual perdona a chiunque si converte,
+ 105 purché si penta e non voglia esser rio.
+
+ Egli t'aspetta colle braccia aperte,
+ come padre il figliuol che si desvia,
+ che poi l'abbraccia, quando a lui reverte.
+
+ Perché ti parti ed obliqui la via?
+ 110 Ritorna a tua cittá e alla tua corte
+ coll'agnol diputato in compagnia.
+
+ Non vedi tu che quella vita è morte
+ che corre a morte, e quella vita è vita
+ che al vivere giammai serra le porte?
+
+ 115 Non vedi tu che l'alto Dio t'invita,
+ e, se ti penti e domandi perdono,
+ ti dará 'l cielo e la vita infinita?
+
+ Egli dell'esser uom ti fece dono,
+ perché suo fossi, e suo esser non puoi,
+ 120 se non ti mendi e non diventi buono.
+
+ E, se tu 'l tuo voler seguitar vuoi,
+ serai perduto; ché nulla ha fermezza,
+ se non in quanto ha 'l fundamento in lui.
+
+ Egli è quel padre che nullo disprezza,
+ 125 che a lui ritorni.--E, quando questo intesi,
+ della speranza io sentii la dolcezza,
+
+ e lacrimoso in terra mi distesi,
+ dicendo:--O padre, priego mi perdoni,
+ se mai io fui superbo e mai t'offesi.--
+
+ 130 Mille tripudi allor, mille canzoni
+ io vidi in ciel far della penitenza
+ del peccator e mille dolci suoni.
+
+ Ed una donna con gran refulgenza
+ dal ciel discese a me dal destro lato
+ 135 a consolarmi della sua presenza,
+p. 361
+ e disse:--Al cor contrito ed umiliato
+ la porta Dio della pietá mai serra:
+ sí quello sacrifizio a lui è grato.
+
+ E, quando il peccator si getta in terra,
+ 140 di ogni pace Dio gli è grazioso,
+ quantunque pria con lui avesse guerra;
+
+ ché non è altro l'esser vizioso,
+ se non contra sua legge andar superbo,
+ contra l'ordin di Dio ire a ritroso.
+
+ 145 Per la superbia di chi 'l pomo acerbo
+ gustò e stupefe' a' figli i denti,
+ fece umanare Iddio l'eterno Verbo,
+
+ a satisfar per quelle giuste genti,
+ ch'eran nel limbo; e con martirio amaro
+ 150 fe' che dal suo Figliol fusson redenti.
+
+ Or pensa quanto Dio ha l'uomo caro,
+ da che ordinò che tanta maiestade
+ a sua perdizion fêsse riparo.--
+
+ Quand'ella disse a me tanta pietade
+ 155 e che Dio fece l'uom non per suo merto,
+ ma per parteciparli sua bontade,
+
+ io presi ardire e leva'mi sú erto
+ e dissi:--Io non son servo, ma figliuolo
+ del padre Dio, che tanto amor m'ha offerto.--
+
+ 160 Poi mi rivolsi per veder san Polo;
+ e vidi lui e la Fe' con gran luce
+ salir al cielo; e non mi lassôn solo,
+
+ insin che dea Speranza ebbi per duce.
+
+
+p. 362
+
+
+
+
+CAPITOLO XVIII
+
+De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla speranza.
+
+
+ Nel levar sú, ch'io fei, cotanto ardito,
+ ché presa forse avíe troppa fidanza
+ per quel parlar, che pria aveva udito:
+
+ --Risguarda ben--mi disse dea Speranza,--
+ 5 che 'n null'altra virtú si può errar tanto,
+ quanto in la spen per troppo o per mancanza;
+
+ ché la presunzion sta dall'un canto,
+ dall'altro estremo sta il disperare,
+ ognun peccato in lo Spirito santo.
+
+ 10 Né l'un né l'altro si può perdonare
+ in questa vita o nel secol futuro,
+ sí come dice a noi 'l divin parlare.
+
+ E, perché questo passo è molto oscuro,
+ se a quel, che or dirò, attento bade,
+ 15 io tel dichiarerò aperto e puro.
+
+ Sappi che la clemenzia e la pietade
+ allo Spirito santo è attribuita,
+ e ch'e' la porge a chi torna a bontade;
+
+ ché, benché sia la sua pietá infinita,
+ 20 non la debbe donar, né mai la dona,
+ se no' a chi torna dalla via smarrita.
+
+ Però, s'alcun nel mal far s'abbandona,
+ credendo che, peccando, Dio 'l sovvegna,
+ cotal presunzion mai si perdona;
+p. 363
+ 25 ché colpa non è mai di perdon degna,
+ se non si pente; e chi pecca sperando,
+ chiude la porta, onde aiuto gli vegna,
+
+ ché Dio, il qual è giusto, non è blando
+ mai alla colpa, ma contra s'adira,
+ 30 sinché si emenda e torna al suo comando.
+
+ All'altra estremitá della spen mira,
+ che ha quattro spezie, e contra pietá vera
+ pecca 'n Colui ch'eternalmente spira.
+
+ La prima è quando alcun sí persevéra
+ 35 in far il mal, che tornar a virtude
+ o d'emendarse al tutto si dispera.
+
+ Costui alla pietá la porta chiude
+ dello Spirito santo ed a' suoi doni,
+ dacché non vuol lassar l'opere crude.
+
+ 40 L'altra è quando non crede che perdoni
+ a lui mai Dio, e pel peccato grande
+ crede che Dio pietoso l'abbandoni,
+
+ e non avvien che mai perdon domande.
+ Chi si dispera, chiude anco la porta,
+ 45 ché chi sovvenir vuol, a lui non ande.
+
+ La terza è 'n chi la ragion è sí torta,
+ che loda il mal per bene, e sí gli piace,
+ che sé ed altri nel mal far conforta.
+
+ E, come agli occhi infermi il lume spiace,
+ 50 cosí a lui vertú; e chiunque l'usa,
+ persegue in fatti e con lingua mordace.
+
+ Costui ancora tien la porta chiusa
+ alla pietá; e non ch'egli si penta,
+ ma chi torna a vertú biasma ed accusa.
+
+ 55 La quarta spezie è morte violenta
+ data a se stesso; ché, mentr'egli more,
+ di se medesmo omicida diventa.
+
+ Or chiunque in altro modo è peccatore
+ per ignoranza ovver per impotenza,
+ 60 fatto il peccato, alquanto n'ha dolore.
+p. 364
+ E dentro nel rimorde coscienza,
+ sí ch'ancor serva in sé la via e 'l lume,
+ per la qual può tornar a penitenza,
+
+ e per cui possa intrar il sacro nume
+ 65 a suaderli ch'a virtú s'induca
+ e che lassi ogni vizio e mal costume.
+
+ E, perché ben la speme in te riluca,
+ io la diffinirò chiara ed aperta,
+ acciocché dietro a lei tu ti conduca.
+
+ 70 Speranza è un attender fermo e certo
+ delle cose celesti ed eternali,
+ che vengon per buoni atti e per buon merto.
+
+ Questa è l'áncora data alli mortali
+ fermar dentro al mar la navicella,
+ 75 mentre è in fortuna tra cotanti mali.--
+
+ Qui poscia pose fine a sua favella;
+ ed io alzai la testa e tenni mente,
+ perché lassú udía cosa novella.
+
+ Io udii voci 'n quella spera ardente
+ 80 del foco, il qual appresso soprastava,
+ e sospir gravi d'una afflitta gente.
+
+ Ed ella a me:--Lassú si purga e lava
+ il satisfar non fatto, e lí è 'l ristoro
+ del tepido, commesso in vita prava.
+
+ 85 In quella spera sú sta il purgatoro,
+ parte del regno mio: lí sta la Spene,
+ e piú lassú che altrove io dimoro.
+
+ Io son che li conforto tra le pene,
+ perché hanno speranza di venire,
+ 90 quando che sia, all'infinito Bene.
+
+ Vero è che la lor doglia e 'l gran martíre,
+ per buone orazioni e per indolto
+ di sante chiavi, si può sobvenire.--
+
+ Ed io a lei:--Or qui dubito molto;
+ 95 ché, se 'l peccato sta su nella voglia,
+ come senza 'l pentir può esser tolto?
+p. 365
+ Se l'uom non è contrito e non ha doglia,
+ avvenga ben che Dio perdonar possa,
+ senza 'l pentir giammai non è che 'l toglia.
+
+ 100 Or come, adunque, l'orazione mossa
+ laggiú dal mondo fa che perdonato
+ sia il vizio qui e l'offesa rimossa?--
+
+ Ed ella a me:--Due cose ha 'n sé 'l peccato:
+ prima è la colpa, ovver deformitá,
+ 105 cioè far contra il ben da Dio ordinato.
+
+ E questa colpa è nella volontá,
+ la qual, se non si pente per se stessa,
+ Dio la può perdonar, ma mai nol fa.
+
+ E solo questa colpa gli è demessa
+ 110 al peccator, che corre al sacerdote,
+ quando divotamente si confessa.
+
+ L'altra è la pena e satisfar si puote;
+ e questa ancora il peccator, se vuole,
+ con la contrizion da sé la scuote;
+
+ 115 ché, quando del peccato egli si duole,
+ tanto che contrizion sia tutta piena,
+ morendo, allor convien che su al ciel vole.
+
+ Onde, se ognun come la Maddalena
+ satisfacesse, bagnando la faccia,
+ 120 non sería 'l purgatoro, né sua pena.
+
+ Ma, quando è alcun, il qual non satisfaccia
+ integramente, il prete che l'assolve,
+ da colpa e non da pena lo dislaccia.
+
+ E però 'l peccator che a Dio si volve,
+ 125 se 'l convertirsi è tardo o freddo o poco,
+ nel purgatòr la pena poi persolve.
+
+ E tanto tempo sta in questo loco,
+ quanto ha negletto, se non lo fa brieve
+ il papa santo, offerta o iusto invoco.--
+
+ 130 Ed io a lei:--Questo credere è grieve,
+ che a chi non satisfece ed è defunto,
+ il papa od altra offerta pena liève.--
+p. 366
+ Rispose a questo:--Il membro, ch'è coniunto,
+ da suoi coniunti membri è sobvenuto,
+ 135 quando si duole o quando egli è trapunto.
+
+ Se questo a' suoi coniunti ha provveduto
+ la nobil e magnifica natura,
+ cioè che un membro dall'altro abbia aiuto,
+
+ dacché la grazia è di maggior altura,
+ 140 che non è ella, e nobil e suprema,
+ siccome affirma e prova la Scrittura,
+
+ ben può supplire alla mesura scema
+ del satisfar con quei che son consorti
+ in caritá nella partita estrema.
+
+ 145 Cosí li vivi sobvengono a' morti
+ con satisfar per lor el pentir lento,
+ ché 'l tempo d'ire al cielo a lor s'accorti.
+
+ Per questo il Maccabeo mandò l'argento
+ e fece al tempio offerta e nobil dono
+ 150 per lo esercito suo, di vita spento.
+
+ Adunque è santo, pio, salubre e buono
+ pregar pe' morti; e pel prego concede
+ a lor del satisfare Dio 'l perdono.
+
+ E, quando Cristo a Pier le chiavi diede
+ 155 d'aprire e di serrare, e capo el fece
+ di tutti i membri uniti in santa fede,
+
+ il ben, che i membri fanno, ed ogni prece
+ commise a lui, e può participarlo
+ ed applicarlo a chi non satisfece.
+
+ 160 Il ben participato, di cui parlo,
+ non però a chi l'ha fatto, s'amminora,
+ né papa a lui porría giammai levarlo;
+
+ sicché, quand'un digiuna ovver che ora
+ per quei che son in purgatòr puniti,
+ 165 fa prode a lui ed a coloro ancora.
+
+ E, dacché li purgati sonno uniti
+ in grazia con noi e sonno in via,
+ perché a lor patria ancor non son saliti,
+p. 367
+ il papa, ch'esti beni ha 'n sua balía,
+ 170 del ben universal della sua greggia
+ ne può far parte a lor e cortesia.
+
+ Ed ogni capo, ch'alcun corpo reggia,
+ del merito de' membri, ch'e' governa,
+ ne può far parte, pur che altri el chieggia,
+
+ 175 in quanto sia accetto, in vita eterna.--
+
+
+p. 368
+
+
+
+
+CAPITOLO XIX
+
+Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la Caritá.
+
+
+ Come la Fede la santa speranza
+ mi demostrò, cosí poscia la Spene
+ la caritá, ch'ogni vertude avanza.
+
+ Considerai che Dio è sommo bene,
+ 5 e che da lui ogni altro ben deriva
+ prima ne' cieli, e poscia in terra vène.
+
+ Considerai che me fe' cosa viva,
+ poi animal, e poi mi diede in dono
+ libero arbitrio e vertú intellettiva.
+
+ 10 E ciò, che s'ama, s'ama in quanto e buono;
+ ed egli è 'l Ben supremo e sí cortese,
+ ch'ogni pentir in lui trova il perdono.
+
+ Questo di tanto amore il cor m'accese,
+ che fe' di piombo ogni aurato dardo,
+ 15 che mai Cupido folle in me distese.
+
+ Allor inverso il ciel alzai lo sguardo,
+ e venne un raggio a me dal primo Amore,
+ che tanto mi scaldò, che ancora io ardo.
+
+ Ond'io gridai:--O alto Dio Signore,
+ 20 che render posso a tanti benefici,
+ se non ch'io ami te con tutto il core?
+
+ Era niente, ed alli ben felici
+ tu mi creasti; e, mentre servo io era,
+ per grazia, mi facesti de' tuo' amici.--
+
+ 25 Quando questo dicea, di luce vera
+ resperso fui; ond'io mirai piú fiso,
+ per veder onde uscia quella lumiera.
+p. 369
+ E donna vidi dentro al paradiso
+ bella e lucente tanto quanto il sole,
+ 30 se non che piú acceso aveva il viso.
+
+ E, come aquila fa 'nanti che vole,
+ che mira in alto prima che giú vegna
+ inver' la preda, che prendere vòle,
+
+ cosí scese ella e disse a me benegna:
+ 35 --Del purgatòr convien che 'l foco passi,
+ anzi che venghi ove per me si regna.--
+
+ Li polsi miei, giá faticati e lassi,
+ se sgomentóro un poco a tanta impresa;
+ ond'io per questo un gran sospir fuor trassi.
+
+ 40 Ma, dacché Muzio nella fiamma accesa
+ spontaneamente porse quella mano,
+ ch'a dare il colpo avea commessa offesa,
+
+ e dacché sol per un onor mundano
+ Pompeo il dito s'arse dentro al foco,
+ 45 a mostrar forte a non aprir l'arcano;
+
+ come temenza in me potea aver loco
+ con Spene e Caritá, che ogni amaro
+ fanno esser dolce e fannol parer poco?
+
+ Però, mostrando il viso allegro e chiaro,
+ 50 risposi:--Io venir voglio, e, con voi due,
+ star dentro al purgatoro a me fia caro.
+
+ Come Abacuc insú levato fue,
+ quando soccorse a Daniel profeta,
+ cosí allora io fui levato insue.
+
+ 55 E fui nel purgatoro; e grande pièta
+ d'anime vidi in quelle fiamme ardenti,
+ che tra' martíri avean sembianza lieta;
+
+ ché, benché fusson tra li gran tormenti,
+ la speranza addolcisce in lor la pena,
+ 60 ché speran ire alle beate genti.
+
+ --Ave, Maria di grazia piena
+ --cantavan molti dentro della fiamma,--
+ _Dominus tecum_, o stella serena.
+p. 370
+ Soccorri tosto, o dolce nostra mamma,
+ 65 ed a pietá ver' noi il Signor piega
+ per quello amor, che te di lui infiamma.
+
+ Quando, o Regina, la tua voce priega,
+ nel cospetto di Dio è tanto accetta,
+ che nulla a tua domanda mai si niega.
+
+ 70 O donna sopra ogni altra benedetta,
+ fa' ch'a noi venga il benedetto Frutto,
+ che con tanto disio da noi s'aspetta.--
+
+ Io stava ad ascoltar, attento tutto,
+ le lor parole e le piatose note,
+ 75 mostranti insieme l'allegrezza e 'l lutto.
+
+ E parte ancor dell'anime divote
+ a coro a cor dicíen le letanie
+ con pianto tal, che mi bagnò le gote.
+
+ Ed alcun gl'inni, alcun le psalmodie,
+ 80 alcuni il Deprofundo e 'l Miserere
+ dicíen con pianti e dolci melodie.
+
+ Poi un gridò:--Oh! venite a vedere
+ un, che 'nsú sale ed ha viva persona:
+ e' dentr'al foco ha le sue membra intiere.--
+
+ 85 Come a messaggio, c'ha novella bona,
+ corre la gente ed ognuno el domanda,
+ ed ei risponde alquanto e non ragiona;
+
+ cosí corríeno a me da ogni banda
+ spiriti eletti quivi a farsi belli,
+ 90 sin ch'a felice stato Dio li manda.
+
+ --Noi ti preghiam--dicíen--che ne favelli;
+ dacché tu sei colle benigne scorte,
+ non hai timor sentir nostri fragelli.
+
+ Se tu non hai gustata ancor la morte,
+ 95 dinne se ancor al mondo tornerai,
+ acciò che lá di noi novella porte.--
+
+ La Spene e Caritá addomandai
+ se volíen ch'io parlasse, ed assentîro:
+ ond'io mi volsi a loro e m'arrestai.
+p. 371
+ 100 E vidi li tre, posti a gran martiro,
+ che dentro al foco portavan gran some
+ con grande ansietá e gran sospiro.
+
+ Il primo addomandai come avea nome,
+ e che dicesse a me degli altri doi,
+ 105 e delle some loro il perché e 'l come.
+
+ In prima sospirò, e disse poi:
+ --Io fui il padre di questo secondo,
+ ed egli al terzo, ed io avo gli foi.
+
+ Si come spesso avvien del mortal mondo,
+ 110 che l'uno all'altro la gran soma lassa
+ de' mal tolletti e frode il carco e 'l pondo,
+
+ in quella vita che, morendo, passa,
+ io lassa' al figlio e 'l figlio all'altro ancora,
+ che si rendesse il mal riposto in cassa,
+
+ 115 ed egli all'altro che 'n vita dimora;
+ e 'l pronepote mio non ce n'aita,
+ si che una soma giá tre n'addolora.
+
+ Ahi, quanto è saggio chiunque in sana vita
+ provvede a questo e fa con Dio ragione,
+ 120 e non l'indugia infino alla partita!
+
+ Ché far non pò la satisfazione,
+ e spesso a satisfar il mal ablato
+ un altro erede rubator ci pone.
+
+ Sabello nella vita fui chiamato,
+ 125 e fui di Roma, e 'l mio figliol fu Carlo,
+ e Lelio è 'l mio nipote, che gli è a lato.
+
+ --Dacché concesso m'è che io ti parlo
+ --diss'io a lui,--un dubbio, in che m'hai messo,
+ dechiara a me, se tu sai dechiararlo.
+
+ 130 Se fu a tuo figlio il satisfar concesso,
+ perché 'l peccato suo in te redonda,
+ s'egli ha negletto quel che gli hai commesso?--
+
+ Ed egli a me:--Se vuoi ch'io ti risponda,
+ sappi che 'l pentir tardo, freddo e lento
+ 135 e 'l non ben satisfatto qui si monda.
+p. 372
+ E, se alcuno avesse il pentimento,
+ come il ladron, che 'n croce si pentéo,
+ senz'altra pena al ciel andría contento;
+
+ ché chi, come san Pietro e san Matteo,
+ 140 in vita o nello estremo ben si pente,
+ prima vorría morir ch'esser piú reo.
+
+ Ma questo ben pentir, se tu pon' mente,
+ è raro sí, quanto sería a rispetto
+ all'assai 'l poco, ch'è quasi niente.
+
+ 145 E cosí 'l mio pentir non fu perfetto,
+ ch'io 'l tardai e del mal far m'accorse,
+ quand'era per morir su nel mio letto.
+
+ E, s'io fusse guarito, sarei forse
+ tornato al mal di prima o, come 'l figlio,
+ 150 a satisfar arei chiuse le borse:
+
+ siccome chi sta in mare a gran periglio,
+ che fa gran voti e par tutto contrito
+ e dassi al petto ed al ciel alza il ciglio;
+
+ e, quando il tempo turbo s'è partito,
+ 155 ovver ch'egli è disceso fuor del mare,
+ muta proposto e muta l'appetito.
+
+ Pel freddo pentimento e pel tardare
+ e perché 'l satisfar lascia' a costoro,
+ allor che meco io nol potea portare,
+
+ 160 tanto starò in questo purgatoro,
+ che satisfatto sia, se 'l ben comuno,
+ che fa la Chiesa, non mi dá adiutoro.
+
+ Di quelle messe e preci ha qui ognuno
+ la parte sua, come dá 'l corpo il cibo
+ 165 a' membri suoi, e piú al piú digiuno.--
+
+ E poscia vidi ciò che ora scribo.
+
+
+p. 373
+
+
+
+
+CAPITOLO XX
+
+Dove trattasi piú distintamente del purgatorio,
+e si risolvono certi dubbi.
+
+
+ Io vidi poscia alquanti in purgatoro
+ cantar nel foco:--_Expectans expectavi_,--
+ a verso a verso, come si fa 'n coro.
+
+ Ed alcun'altri con voci soavi
+ 5 dicean anco, cantando:--O Agnus Dei,
+ che i peccati del mondo purghi e lavi!--
+
+ E--_Verba mea_--e--_Miserere mei_
+ --diceano molti con sí duro pianto,
+ che a lacrimar condusson gli occhi miei.
+
+ 10 E, poscia che silenzio fenno alquanto,
+ agnoli vidi su dal ciel venire
+ con allegrezza e festa e dolce canto.
+
+ E, giunti quivi, un cominciò a dire:
+ --D'este pene esci fuori, o Pier Farnese,
+ 15 ché Dio ha posto fine al tuo martíre.--
+
+ E quel, ch'egli chiamò, ratto s'accese
+ di luce chiara e tanto benedecta,
+ che dal fuoco e da incendio lo difese.
+
+ E cominciò a cantar:--_O quam dilecta
+ 20 tabernacula tua_, o Dio Signore!
+ Beato chi 'n te spera e chi t'aspecta!--
+
+ E l'agnol disse:--Da questo dolore
+ Ugolin d'Ancaran ora ti slega,
+ e d'esto purgatòr ti cava fòre.
+
+ 25 Ogni volta ch'egli òra, per te priega:
+ il digiunar e 'l lacrimar, che ha fatto,
+ ha mosso Dio, che a pietá si piega.
+p. 374
+ E prete Bonzo ha per te satisfatto
+ el dever tuo, ed ito tre viaggi;
+ 30 e le sue messe ancor ti tran piú ratto.--
+
+ Resperso tutto di celesti raggi,
+ con quegli angeli insieme in ciel sen gío
+ al Ben supremo e sempiterni gaggi.
+
+ E prete Bonzo ben conosceva io
+ 35 per peccatore; e però ammirai
+ che Dio esaudisse un cosí rio.
+
+ Per questo la Speranza domandai:
+ --Come chi 'n caritá non è fundato,
+ può satisfar per queste pene e guai?--
+
+ 40 Ed ella a me:--Tu sai ben che 'l peccato
+ è fare o ir contra divina voglia:
+ però giammai a Dio pò esser grato.
+
+ Come che pianta mai frutto né foglia
+ potrebbe far, remossa la radice,
+ 45 cosí chiunque è che caritá si spoglia.
+
+ E, se fa ben alcuno ovver che 'l dice,
+ giovar li pò al ben, ch'è temporale,
+ ma non mai all'eterno ovver felice.
+
+ E, quando alcuno, ch'è in pecca' mortale,
+ 50 prega per quel ch'è 'n caritá unito,
+ a quello, per cui prega, giova e vale;
+
+ ché non per sé da Dio è esaudito,
+ ma per colui che prega e satisface,
+ che giá è eletto all'eterno convito;
+
+ 55 ché spesse volte il messo, che dispiace,
+ si esaudisce per colui che 'l manda,
+ o perch'e' chiede cosa ch'altrui piace.
+
+ E spesse volte la buona vivanda,
+ perché all'infermo si darebbe invano,
+ 60 negata gli è, quand'egli la domanda;
+
+ la qual, se fusse data a chi è sano,
+ ed ei la prenda, el robora e conforta
+ in tutti i membri del suo corpo umano.
+p. 375
+ Ad alcun anco, in cui caritá è morta,
+ 65 del ben, che fa, gli avviene ex consequente
+ che 'l premio eterno e felice ne porta;
+
+ ché, quando egli òra o dona all'indigente,
+ prega per lui, e la somma Piatade
+ spesso per questo gl'illustra la mente,
+
+ 70 sí ch'ei torna a vertú ed a bontade:
+ ond'io conchiudo ch'atto virtuoso
+ innanzi a Dio giammai in fallo cade.
+
+ --Se tu pervegni al superno riposo
+ --un disse a me,--innanzi che tu monti,
+ 75 star meco alquanto non ti sia noioso.
+
+ Se vuoi che 'l nome mio pria ti racconti
+ e la freddezza mia, la qual io mondo
+ e che, penando, qui convien ch'io sconti,
+
+ Toso Benigno fui detto nel mondo:
+ 80 fui piacentino, e da me fu commesso
+ ad un per me di satisfar il pondo.
+
+ Romper la fede a Dio è 'l primo eccesso,
+ e poscia al morto, il qual, quando decede,
+ lascia il suo successor quasi un se stesso.
+
+ 85 Cosí un mio compagno io lassa' erede:
+ e' di quel ch'io volea, niente fece,
+ sí come spesso fa chiunque succede.
+
+ Però ti prego, se tornar ti lece,
+ che dichi al fratel mio che satisfaccia
+ 90 e che per me vada a Roma in mia vece.--
+
+ Risposi a lui:--Ciò, che vorrai ch'io faccia,
+ el farò volentier; ma resta un poco,
+ ed a me un punto dichiarar ti piaccia.
+
+ Io lessi giá che sta in altro loco
+ 95 il purgatoro e ch'è parte d'inferno;
+ ed ora el veggio qui tra questo foco.--
+
+ Ed egli a me:--Colui, che 'n sempiterno
+ mai non si muta ed ogni cosa move
+ e tutto l'universo ha 'n suo governo,
+p. 376
+ 100 ha qui il purgatoro ed anco altrove,
+ e nell'inferno puote dar gran festa
+ e fare il paradiso in ogni dove.
+
+ Basta che qui a te si manifesta
+ che cosa è 'l purgatoro e che 'l fece anco
+ 105 prima Iustizia, ovver prima Maièsta,
+
+ e che lí si ristora ciò che ha manco
+ la penitenzia, e che nullo va al cielo,
+ se prima non si purga e fassi bianco.
+
+ Ricòrdite dell'alma, che nel gielo
+ 110 al vescovo gridò:--Io son qui messa
+ sol per purgarmi, e questo ti rivelo:
+
+ ch'un mese vogli dir per me la messa,
+ ché cosí spero uscir di questo ghiaccio,
+ e che indulgenza mi será concessa.--
+
+ 115 Ricòrdite il pastor quant'ebbe impaccio
+ nel dir le messe, e come Paulino
+ giá si purgò, e molti di quai taccio.--
+
+ Giá le mie scorte avean preso il cammino
+ su verso il ciel tra l'anime, che stanno
+ 120 nel foco, come argento a farsi fino,
+
+ ed allo 'ndugio ed alle pene, c'hanno,
+ con lacrime chiedean mercé da nui,
+ ricordando l'arsura e 'l loro affanno.
+
+ E, quando presso al cielo io giunto fui,
+ 125 sentii maggior l'incendio; e per riparo
+ le scorte mie m'abbracciâro amendui,
+
+ ché 'l foco lí è piú attivo e chiaro,
+ e, perché tocca il cielo, in giú reflette:
+ però 'l caldo raddoppia ed è piú amaro.
+
+ 130 Quelle parti del ciel son sí perfette,
+ che non temono arsura ed han vantaggio
+ a trasmutazion non star subiette.
+
+ Non so in qual modo, né per qual viaggio,
+ mi trova' intrato nel ciel della luna,
+ 135 assai 'n men tempo che detto non l'aggio.
+p. 377
+ E di due scorte meco era sol una,
+ cioè la Caritá, che risplendea
+ sí, che ogni luce arebbe fatta bruna.
+
+ E questa dolce guida ed alma dea
+ 140 disse:--Alla quinta essenza io t'ho condotto
+ dall'altra trasmutabile e sí rea.
+
+ Ciò che sta a questo ciel laggiú di sotto,
+ subiace al tempo e convien vada e vegna
+ in non niente ed in stato corrotto.--
+
+ 145 E poi soggiunse quella dea benegna:
+ --'Nanti che trascorriam noi questi cieli
+ ed ogni intelligenza che qui regna,
+
+ conviene che il mio offizio ti disveli,
+ acciò che, quando torni tra' mortali,
+ 150 gli atti miei lor insegni e lor riveli.--
+
+ Risposi:--O sacra dea, tra tanti mali
+ per veder le vertudi io son venuto;
+ e tu a salire qui m'hai dato l'ali.
+
+ Però te invoco ed a te chiedo aiuto,
+ 155 che tu m'insegni te, sicché, allora
+ ch'al mondo narrerò ciò c'ho veduto,
+
+ del regno tuo io possa dir ancora;
+ e che vertú in tanto è vertuosa,
+ in quanto amor la 'nforma ed avvalora:
+
+ 160 non amor di Cupido o d'util cosa,
+ ma quel, che 'l sommo Ben ferma per segno,
+ e fa l'anima a Dio fedele sposa,
+
+ sí ch'ogni amor, ch'è fuor di lui, ha a sdegno.--
+
+
+p. 378
+
+
+
+
+CAPITOLO XXI
+
+Della caritá e dell'opere della misericordia corporali e spirituali.
+
+
+ --Amor--diss'ella--è la cagione e 'l fine
+ d'ogni vertú e d'ogni atto morale
+ e delle cose umane e di divine.
+
+ E tanto ogni vertú appo Dio vale,
+ 5 quanto ha d'amore; e quanto d'amor manca,
+ convien che la vertú da bontá cale;
+
+ ch'amore è volontá accesa e franca
+ a voler fare; e, mentre l'amor dura,
+ nell'operar la volontá mai stanca.
+
+ 10 E questo amor va sempre a dirittura,
+ quando elegge per fine e per suo porto
+ il Creatore e non la creatura.
+
+ E cosí alcuna volta anco va torto,
+ quando elegge per fine e per suo segno
+ 15 cosa che manca e che ha l'esser corto;
+
+ onde, s'alcun prudenza, ovver lo 'ngegno,
+ ovver iustizia, ovver mostri fortezza,
+ ovver clemenza con atto benegno,
+
+ e ciò facesse a fin d'aver ricchezza,
+ 20 non saría questo il buon amor, ch'i' ho detto,
+ né quella caritá, che Dio apprezza;
+
+ ché caritá è un amor perfetto,
+ ed è dilezion contemplativa,
+ che 'n ciò, che ama, ha Dio per suo obietto;
+
+ 25 ed ogni cosa, o che sia morta o viva,
+ ama ed apprezza, in quanto è buona in Dio,
+ e sopra tutto Lui, donde deriva.
+p. 379
+ E questa caritá, ch'ora dico io,
+ ama il demonio, in quanto da Dio pende
+ 30 per creatura, e non in quanto è rio.
+
+ Cosí di grado in grado ella descende,
+ amando piú e men, secondo i gradi;
+ e quanto trova il ben, tanto s'accende.
+
+ Ma, perché amor, se tu diritto badi,
+ 35 sta in congiunzion stretta e perfetta,
+ quando è onesta e fuor degli atti ladi
+
+ questa coniunzion cosí costretta,
+ chiunque la rompe, separa o disparte,
+ convien che grave offesa egli commetta.
+
+ 40 Però, mirando quanto a questa parte
+ la caritá è altramente ordita,
+ ed altramente il suo amor comparte,
+
+ prima ama Dio, che l'esser e la vita
+ dona alla mente, e poi ama se stesso,
+ 45 ché nulla cosa ha l'uom piú che sé unita;
+
+ poi ama i genitor dopo sé appresso,
+ e li figli, la donna e li nepoti,
+ secondo il grado loro ovver processo.
+
+ In questo amor, se tu attento noti,
+ 50 vertú, natura e caso altrui coniunge,
+ quando è onesto e con atti divoti.
+
+ E, quando questo amor va alla lunge,
+ se caritá lo scalda e fállo grande,
+ a' peccatori ed a' nemici adiunge.
+
+ 55 Non ch'a lui piaccian l'opere nefande,
+ ma, 'nquanto uomini, gli ama e per essi òra,
+ ed a ben far ancor la man lor spande.
+
+ La caritá appar perfetta allora
+ laggiú nel mondo, quando è sí accesa,
+ 60 che del suo iniuriante s'innamora.
+
+ E, perché la vertude s'appalesa
+ nell'operar, cosí si manifesta
+ nell'operar la caritá, c'hai 'ntesa,
+p. 380
+ che 'l pover pasce e che dona la vesta
+ 65 a chi è nudo, e visita e dá aiuto
+ a quello, il qual l'infermitá molesta;
+
+ e va al prigion, che 'n carcere è tenuto,
+ e che sia liberato e sia disciolto
+ s'adopra con favore e con tributo;
+
+ 70 anco è da lei 'l pellegrin raccolto,
+ e fa che 'l morto di terra si copre,
+ facendo aiuto perch'e' sia sepolto.
+
+ E fuor di queste sonno anco sette opre
+ di spirital pietá laggiuso in terra,
+ 75 che per grandezza a queste van di sopre.
+
+ Prima riprende il prossimo, quando erra,
+ soavemente; e, s'e' non si corregge,
+ d'asprezza e poi d'accusa gli fa guerra.
+
+ L'altra consiglia con senno e con legge,
+ 80 il prossimo drizzando in la via dritta,
+ quando sta in dubbio e non sa che si elegge.
+
+ L'altra conforta poi la mente afflitta,
+ l'animo roborando a pazienza,
+ che vince, se a terra non si gitta.
+
+ 85 La quarta dá il dono della scienza
+ allo ignorante, il nobile tesoro,
+ che piú che la ricchezza ha d'eccellenza.
+
+ La quinta prega per tutti coloro
+ che sonno viator nel mortal mondo,
+ 90 e per color che stanno in purgatoro.
+
+ L'altra sopporta il gravissimo pondo
+ de' viziosi e chi mal si nutríca
+ col mal costume e col vivere immondo;
+
+ ché, dacché 'l vizio ha la vertú nemica
+ 95 e fagli sempre oltraggio, or quinci pensa
+ se a sopportar li rei è gran fatica.
+
+ L'altra rimette e perdona ogni offensa.
+ Queste due sempre son l'opre pietose,
+ che Caritá giú nel mondo dispensa.
+p. 381
+ 100 Alza la mente omai all'alte cose,
+ ch'io ti dirò, ch'agl'intelletti bassi
+ per troppa sottigliezza son nascose.
+
+ Sappi che amor sempre move li passi
+ dietro al conoscimento; e, se ben note,
+ 105 senza esso gli atti del voler son cassi;
+
+ ché amar si posson ben cose rimote
+ dagli occhi e dalli sensi, ma non mai
+ s'aman le cose all'intelletto ignote.
+
+ Quanto è 'l conoscimento, o poco o assai,
+ 110 del ben, che move ed ha 'l voler piacente,
+ tanto s'accende amor, di cu' udito hai.
+
+ E, perché 'l mondo ovver la mortal gente
+ non ben conosce le cose del cielo,
+ però non l'ama ben perfettamente;
+
+ 115 ché non posson veder se non col velo
+ de' sensi lor, sí come vede il vecchio
+ al lume fioco d'un piccol candelo.
+
+ E, perché veggion Dio sol nello specchio,
+ il Creator nelle sue creature,
+ 120 però l'amor laggiú non ha parecchio
+
+ a questo di quassú, che aperte e pure
+ vede este cose e che da Dio procede
+ ogni altro bene e tutte altre nature.
+
+ Or veder puoi ch'amor sempre col piede
+ 125 va dietro al bene, e tanto ha 'n sé augumento,
+ quanto el conosce e quanto in bontá eccede.
+
+ Or mira ben a quel ch'ora argumento:
+ che, quando amor pervien col suo desire
+ al sommo Ben, che 'l posa e fa contento,
+
+ 130 giammai da quello amor si può partire,
+ ché nulla displicenzia è che 'l rimova,
+ ed ogni complacenzia ha nel fruire.
+
+ E, dacché ogni dolcezza quivi trova
+ e che quel sommo Bene è infinito,
+ 135 sempre la mente trova cosa nova.
+p. 382
+ Cosí contentasi il doppio appetito,
+ in pria la mente e poi la volontade,
+ ché l'uno e l'altro ha ciò, che ha concupito.
+
+ La mente ve' la prima veritade
+ 140 nella prima cagion, dalla qual vène
+ ogni altro effetto ed ogni altra bontade.
+
+ La volontá, che ha sete d'aver bene,
+ lo gusta e beve quivi in la sua fonte,
+ ch'eternitá e securtá contiene.
+
+ 145 Però chi vede Dio a fronte a fronte,
+ convien che abbia caritá compiuta,
+ se ben ha' inteso le parole cónte.
+
+ Ma giuso in terra è fredda e diminuta,
+ sinché, illustrata di lume sereno,
+ 150 alzará 'nsino a Dio la sua veduta.
+
+ Per satisfarti ancora ben appieno,
+ benché sia in cielo amare Dio necesse,
+ non però il libero arbitrio è qui meno;
+
+ però che quei, che stan nel beato esse,
+ 155 amano Dio con volontá amorosa,
+ se ben hai 'nteso le parole espresse;
+
+ ch'amor e volontá è una cosa,
+ ed a quel pasto, ove l'amor si pone,
+ il voler anco libero si posa.
+
+ 160 E, perché 'n Dio è tutta la cagione,
+ che ad amar la volontade move,
+ la qual si move sempre a cose bone,
+
+ però, quand'ella ha lui, non va altrove,
+ sí come fa la pietra ovvero il foco,
+ 165 quand'egli giunge al suo proprio dove,
+
+ ché ogni cosa ha posa nel suo loco.--
+
+
+p. 383
+
+
+
+
+CAPITOLO XXII
+
+La Caritá mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori ed eterne.
+
+
+ Il grato e bel parlar, ch'ella facea,
+ mi fu interrotto da dolci armonie
+ d'un canto d'angel dentro una corea.
+
+ Per questo ad alto alzai le luci mie,
+ 5 mosso dal cantar dolce e sí giocondo,
+ che mai in terra simile s'udíe.
+
+ Veder mi parve allora un miglior mondo
+ e tanto bello, che questo, a rispetto,
+ è una stalla ed un porcile immondo;
+
+ 10 ché questo è brutto, e quel polito e netto:
+ lassú son le cagion, qui son gli effetti:
+ quel signoreggia, e questo qui è subietto.
+
+ Quando tra canti e tra tanti diletti
+ trovarmi vidi ed essermi concesso
+ 15 di vedere tanti angel benedetti,
+
+ venne la mente mia quasi in eccesso
+ pel iubilo soave e tanti balli
+ di miglia' d'angel, ch'io mi vidi appresso.
+
+ --Fa', fa' che tosto le ginocchia avvalli
+ 20 --disse la scorta mia,--e riverente
+ va', come a suo signor vanno i vassalli.--
+
+ Allor m'avvidi e non tardai niente;
+ e, quando appresso fui, m'inginocchiai
+ prostrato in terra tutto umilemente.
+
+ 25 Un angel bello, ch'era de' primai,
+ mi die' la mano, e, quando mosse il riso,
+ di luce sparse intorno mille rai.
+
+ --Noi siam qui posti, e sempre in paradiso
+ vediamo Dio; e lí la nostra vista
+ 30 sempre contempla il suo eternal viso.
+p. 384
+ Per volontá del nostro primo Artista
+ agli uomini del mondo siam custodi,
+ che ancor combatton nella vita trista
+
+ contra il prince mundan, che 'n mille modi
+ 35 lor dá battaglia, el drago Satanasso
+ con suoi satelli e con sue false frodi.
+
+ Da noi è retto ciò che sta giú abbasso:
+ ciò, che consiglia il senno di Parnaso,
+ se noi vogliam, s'adempie o viene in casso;
+
+ 40 ché ciò, che è laggiú fortuna o caso,
+ vien di quassú da quel primo consiglio,
+ che mai ebbe orto, né avrá occaso.
+
+ E, se in terra, ch'è un granel di miglio
+ rispetto al ciel, son sí le cose belle,
+ 45 talché fan lieto il core ed anco il ciglio,
+
+ che debbe esser quassú, onde son quelle?
+ Qui son gran regni e spiriti divoti,
+ rettor di questi cieli e delle stelle.
+
+ Non fece Dio li lochi ad esser vòti,
+ 50 ma per empirli; ed adornò ciascuno,
+ ratto che gli ebbe fatti, se ben noti.
+
+ Sub terra pose il fratel di Neptuno
+ e li metalli e l'anime nel duolo
+ tra lochi sulfurigni e l'aer bruno,
+
+ 55 e gli animali nel terrestre suolo
+ e l'erbe e i frutti, acciocché nutricare
+ possa la madre terra ogni figliolo.
+
+ E fece l'acque ed adunolle in mare,
+ e poscia l'adornò di vario pesce,
+ 60 che va notando tra quell'acque chiare.
+
+ E fece Dio che ogni fiume n'esce,
+ ed anco v'entran tutti i fiumicelli;
+ né però manca il mar giammai, né cresce.
+
+ E su nell'aer pose i belli uccelli,
+ 65 e, dove fa la grandine, in quel loco
+ parte di que' che funno a Dio ribelli.
+p. 385
+ Nel quarto regno, elemento del foco,
+ fe' il purgatoro, dove li fedeli
+ ristorano il pentir, il qual fu poco.
+
+ 70 Fe' dieci regni poi tra questi cieli
+ e gl'ordini degli angel quassú pose,
+ pien di fervore e d'amorosi zeli.
+
+ E l'universo in tal modo dispose,
+ che, quanto piú si sale inver' l'altura,
+ 75 piú grandi e piú perfette son le cose.
+
+ Tra gli elementi il foco ha men mistura;
+ tra i cieli quei c'han maggiori contegni
+ insino al primo, il qual è forma pura.
+
+ Di sopra a noi sono amplissimi regni
+ 80 di Troni e Principati e di Cherúbi;
+ e, quanto stan piú su, piú sonno degni.
+
+ Tu li vedrai, se tanto alla 'nsú subi;
+ ed ogni regno n'ha mille migliaia,
+ ed hanno il paradiso in ciascun ubi.--
+
+ 85 E poscia tutta quella turba gaia
+ ricominciôn lor canti e lor tripudi
+ con splendore, che 'l sol par ch'ognun paia.
+
+ O uomini mundan, mortali e rudi,
+ perché tardate su al ciel venire
+ 90 per la via aspra e dolce di vertudi?
+
+ La scorta mia a me cominciò a dire:
+ --Se altro vuoi veder qui, presto mira,
+ ché omai debbiamo ad altro ciel salire.--
+
+ Allor mirai e vidi come gira
+ 95 la figlia di Latona il Zodiáco
+ e come giú sopra gli umori spira,
+
+ e, come quando è 'n coda o in co' del draco,
+ che per la terra il suo fratel non sguarda,
+ il lume suo si oscura e fassi opaco.
+
+ 100 Vidi quando è veloce e quando tarda,
+ e come a poco a poco si raccende,
+ e come per vapor par pur ch'ell'arda.
+p. 386
+ Poscia al secondo ciel, che piú risplende,
+ dall'amorosa scorta io fui condotto;
+ 105 e questo l'altro circonda e comprende.
+
+ Lí sta Mercurio, e l'animo fa dotto
+ nell'eloquenza ed anco signoreggia
+ sopra agli attivi nel mondo di sotto.
+
+ E, perché l'epiciclo suo attorneggia
+ 110 il volto al Sole, il suo lume minore
+ fa Febo che nel mondo non si veggia;
+
+ ché sempre mai la luce e lo splendore
+ convien ch'offuschi, manchi e che s'appochi
+ alla presenza del lume maggiore.
+
+ 115 Angeli e santi io vidi in mille lochi
+ giranti su e giú ed ire a danza,
+ con canti dolci ed amorosi invochi:
+
+ canto, che tanto quel di quaggiú avanza,
+ che, poi che io torna' al mondo diserto,
+ 120 ogni dolce armonia m'è dissonanza.
+
+ E, perché ben ridir non posso aperto
+ quello ch'io vidi, vuol però la musa
+ ch'io ponga fine al mio parlar coperto.
+
+ Il suo comando a me fará la scusa,
+ 125 e che nel mondo il ben non è inteso,
+ dove la 'nvidia la vertude accusa.
+
+ Dacché san Paulo, quando fu disceso
+ dal terzo ciel dell'amorosa stella,
+ di quell'arcano, il qual avea compreso,
+
+ 130 a' mortali non disse altra novella,
+ se non:--Io fui e vidi ed io udii
+ cosa, che di quaggiú non si favella;--
+
+ chi dir potrebbe degli angeli pii
+ e della venustá, che 'n lor si spande,
+ 135 che, a rispetto dell'uom, paiono dii?
+
+ O palazzo di Dio, tanto se' grande,
+ che mille miglia e piú 'l Zenitte muta,
+ quando avvien ch'un quaggiú un sol passo ande.
+p. 387
+ E, poscia che ogni sfera ebbi veduta
+ 140 e l'anime salvate e i Serafini,
+ de' quai narrare appien la lingua è muta,
+
+ tra le lor vaghe rime e soavi ini,
+ tra l'allegrezze e modulosi canti,
+ tra dolci suoni e piú vari tintíni,
+
+ 145 la scorta mia mi fe' salir sí avanti,
+ che io pervenni a quel supremo regno,
+ ove piú splende Dio e li suoi santi.
+
+ --O sommo Ben--diss'io,--a cui io vegno,
+ benché sia verme e vilissima polve,
+ 150 non mi scacciare e non mi aver a sdegno.
+
+ Risguarda al peccator, ch'a te si volve;
+ e, s'è rimaso in lui anco alcun rio,
+ sola la tua piatá è che l'absolve.--
+
+ Quando questo ebbi detto, io vidi Dio
+ 155 e chiar conobbi ch'era il sommo Bene,
+ il qual contentar può ogni disio;
+
+ e che era il primo prince, da cui viene
+ ogni verace effetto, e sua potenza
+ ha fatto tutto, e solo egli el mantiene.
+
+ 160 La sua grandezza e sua alta eccellenza
+ sol egli la comprende e tanto abonda,
+ che nulla mente n'ha piena scienza.
+
+ Chi piú a contemplarlo si profonda
+ nel mar di Dio, e chi piú addentro beve,
+ 165 ancora si ritrova in su la sponda.
+
+ E, perché 'l corpo l'anima fa grieve,
+ non molto stetti, che, pel suo comando,
+ in terra fui posato lieve lieve.
+
+ Cogli occhi lacrimosi e sospirando,
+ 170 io mi ricordo di quei lochi adorni;
+ e 'l volto alzando al cielo, i' dico:--Oh quando
+
+ será, mio Dio, il dí che a te retorni!
+
+
+
+
+
+NOTA
+
+
+I
+
+Il poema frezziano, composto tra la fine del sec. XIV e il principio
+del XV, ebbe non meno di trenta trascrizioni e non piú di dieci
+ristampe.
+
+È inutile che io parli di cinque trascrizioni, che sono o irreperibili
+o assolutamente perdute; né vale la pena di tener conto di due
+brevissimi frammenti di codici, che si trovano uno a Firenze e l'altro
+a Oxford. Gli altri ventitré, per la maggior parte, furono redatti nel
+sec. XV, e tra essi quelli di data certa sono sette, cioè:
+
+1° il cod. 989 della Biblioteca Universitaria di Bologna, col titolo
+_Liber de Regnis_, con l'attribuzione a Niccolò Malpigli a principio e
+con la data del 1430;
+
+2° il cod. Conv. Soppr. C. I. 505 della Nazionale Centrale di Firenze,
+col titolo aggiunto _Quatriregio del decursu della vita umana_, con
+l'attribuzione a «Federico vescovo della cittá de Foligni» e con la
+data del 1449;
+
+3° il cod. Ashb. 565, della Laurenziana, con in fine l'indicazione di
+_Libro de quatro reami_, la stessa attribuzione precedente e la data
+del 1461;
+
+4° il cod. Cappon. n. 70 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo
+Libro de' regni, adespoto e con la data del 1464;
+
+5° il cod. Ashb. 372 della Laurenziana, col titolo precedente,
+adespoto e con la data del 1469;
+
+6° il cod. Magliab. II. II. 35 della Naz. Centr. di Firenze, col
+titolo precedente, adespoto e con la data del 1474;
+
+7° il cod. Class. n. 124 di Ravenna, col titolo precedente, adespoto
+e con la data del 1476.
+
+Appartengono anche al sec. XV i seguenti 12 codici del Quadr. senza
+data, cioè:
+
+1° il cod. Ottobon. 2862 della Vaticana, con in fine l'indicazione
+_Liber de quattuor regnis_ e l'attribuzione a Federico vescovo di
+Foligno;
+
+2° il cod. Palat. 343 della Naz. Centr. di Firenze, col titolo
+marginale _Quatriregio del decursu della vita umana_, con
+l'attribuzione precedente;
+
+3° il cod. Class. n. 231 di Ravenna, col titolo _Libro di regni_ e con
+l'attribuzione precedente;
+
+4° il cod. Ashb. 1287 della Laurenziana, col titolo _Quadriregio del
+decurso della vita umana_ e con l'attribuzione precedente;
+
+5° il cod. Riccard. 2716, col titolo _Libro de' regni_ e senza nome
+d'autore;
+
+6° il cod. Magliab. II. II. 34, col titolo precedente e adespoto;
+
+7° il cod. 1346 della Biblioteca Pubblica di Lucca, col titolo moderno
+_Quadriregio_ e con uguale attribuzione a Federico Frezzi;
+
+8° il cod. ora Cora di Torino, col titolo _Federghina_, giá posseduto
+dal Convento di S. Michele presso Venezia;
+
+9° il cod. 1454 dell'Angelica di Roma, col titolo _Liber magistri
+Federici_;
+
+10° il cod. Canonic. n. 37 della Bodleiana di Oxford, col titolo
+_Libro de Regni_ e adespoto;
+
+11° il cod. 10424 del British Museum di Londra, col titolo precedente
+e adespoto;
+
+12° il cod. Hamilton 265 della R. Bibl. di Berlino, col titolo
+precedente e adespoto.
+
+Appartengono al sec. XVI:
+
+1° la trascrizione Gaddiana contenuta nel cod. XXXII, plut. LXXXX
+della Laurenziana, col solito titolo _Libro de Regni_, senza nome
+d'autore e con la data d'un esemplare precedente perduto (1493);
+
+2° il cod. Segniano XIX della stessa biblioteca fiorentina, col titolo
+suddetto e senza data.
+
+Appartiene al sec. XVII la trascrizione contenuta nel cod. C. X. 16
+della Comunale di Siena, col titolo _Quadriregio_, con l'erronea
+attribuzione a _Ludovico Frezza_ e mutila in fine.
+
+In ultimo, appartiene al sec. XVIII il cod. Palat. 344 della Naz.
+Centr. di Firenze, col titolo _Libro de Regni_, adespoto, senza data
+ed esemplato sull'Ashb. 372.
+
+Naturalmente, fra tutti codesti codici, i piú importanti sono quelli
+redatti nel 400, di cui occorrerebbe stabilire la genealogia, per
+poter rintracciare il piú antico e il piú vicino all'autografo
+frezziano, che non si conosce; ma l'impresa è per molte ragioni
+difficile, e non so se troverá mai uno studioso di buona volontá, che
+se l'assuma e l'assolva.
+
+Quanto poi alle stampe del poema, la serie cominciò alla fine del sec.
+XV con la Perugina, fatta da Stefano Arns, nel 1481, in caratteri
+gotici, intitolata _Quatriregio del decurso della vita umana_,
+esemplata sul cod. Palat. 343 e fornita dell'attribuzione a Federico
+vescovo di Foligno: bella, ma non poco scorretta. La seconda è quella
+apparsa nel 1488 a Milano pei tipi di Antonio Zarotto, anch'essa in
+caratteri gotici, con lo stesso titolo e con la stessa attribuzione, e
+quindi figlia legittima della Perugina precedente. Seguí quasi
+certamente un'edizione fiorentina senza data e senza nome
+d'impressore, in caratteri rotondi, con titolo e attribuzione uguali
+alle altre, ma con indizi di affinitá maggiore alla Perugina e con
+qualche notevole novitá, di cui non si può stabilire la provenienza.
+La quarta ristampa si ebbe nel 1494 a Bologna per opera di Francesco
+De Regazonibus, che non fece altro se non ricalcare le orme
+dell'anonimo editore fiorentino, e di suo aggiunse soltanto il titolo
+isolato nel r. della prima carta: _Libro chiamato Quatriregio del
+decorso della vita umana in terza rima_.
+
+Alle quattro edizioni quattrocentesche tennero dietro tre altre nel
+primo 500, e sono: quella impressa nel 1501 a Venezia da Piero da
+Pavia e discendente dalla Bolognese, quantunque presenti molti errori
+tipografici ed abbreviature in piú; quella uscita a Firenze nel 1508
+per cura intelligente di Piero Pacini da Pescia, col titolo
+_Quatriregio in terza rima volgare, cioè del Reame temporale e mondano
+di questo mondo_ etc., in caratteri rotondi e con la stessa
+attribuzione delle altre, ma anche con molte pregevoli silografie e
+con molti utili richiami in margine, e assai piú corretta e moderna
+della Fiorentina senza data, che l'editore sembra abbia tenuto
+presente; e la seconda ristampa veneziana del 1511, fatta da editore
+ignoto, scorrettissima e con indizi manifesti di discendenza diretta
+da quella del 1501.
+
+Dopo codeste edizioni, il poema giacque dimenticato per piú di due
+secoli, e solo nel 1725 apparve una nuova ristampa pei tipi di Pompeo
+Campana di Foligno, in due volumi e col doppio titolo di _Quadriregio
+o poema de' quattro regni di monsignor Federigo Frezzi_ etc., che,
+condotta con metodo affatto nuovo, pur non rispondendo a tutte le
+esigenze della critica moderna, superò tutte le altre. Di essa, che fu
+l'unica edizione del poema nel 700, dirò meglio in séguito. Basterá
+qui ricordare che, quando si volle nel secolo successivo ridare alla
+luce il _Quadriregio_, non si fece che riprendere il testo folignate e
+ripresentarlo quasi tal quale sotto una veste tipografica piú moderna.
+Cosí si ebbero i due _Quadriregi_, pubblicati nel 1839 dall'Antonelli
+di Venezia e inseriti, con lievi differenze, nella doppia collezione
+in formato diverso del suo _Parnaso classico italiano_.
+
+
+II
+
+La fortuna di questo poema non è tutta nelle sue redazioni manoscritte
+e nelle sue ristampe. Se nel sec. XVII esso non fu cosí letto e
+studiato come nei secoli precedenti, sorse appunto in quel tempo la
+famosa controversia sulla sua paternitá per opera del Montalbani,
+allora possessore del codice ora 989 dell'Universitaria bolognese. E
+l'affermazione gratuita di lui, che il _Quadriregio_ fosse opera del
+Malpigli, passata dapprima inosservata, accolta poi senza discussione
+anche dai maggiori letterati del primo Settecento, provocò le piú
+ampie riserve da parte del Crescimbeni e suscitò un grande rumore e
+una grande attivitá nel seno dell'accademia folignate dei Rinvigoriti,
+fintanto che il Canneti, che ne era _magna pars_, pubblicò nel 1723 la
+sua nota Dissertazione, nella quale con abbondanza di argomenti
+restituiva il poema al suo legittimo autore Federico Frezzi. Seguí a
+breve distanza la ristampa folignate, cui si è accennato, giá
+preparata da gran tempo dalla stessa accademia con la collazione di
+piú codici ed edizioni precedenti, e accompagnata da un ricco corredo
+di commenti del Pagliarini, del Boccolini, del Canneti stesso e
+dell'Artegiani, che diede anche il primo e maggiore impulso alla
+ricerca delle fonti del poema frezziano. E si deve a quell'importante
+e raro lavoro collettivo del primo Settecento, se il poema tornò ad
+essere oggetto di studio da parte del Palermo, del Marchese, del Rajna
+e del Mazzi, che ne parlarono nei loro scritti; se nel 1878 fu
+compreso fra i testi spogliati e citati dalla Crusca nel suo
+_Vocabolario_; e se in séguito si discorse di esso piú ampiamente
+nelle opere di divulgazione letteraria e di critica, che sarebbe qui
+troppo lungo ricordare. Venne poi il Fornaciari a fare in una rivista
+fiorentina del 1883 un'ampia esposizione del _Quadriregio_ messo in
+relazione col poema dantesco; e pochi anni dopo il Faloci-Pulignani,
+nella sua monografia su _Le lettere e le arti alla corte dei Trinci_,
+presentava i frutti di speciali ricerche da lui compiute sulla vita e
+l'attivitá letteraria del Frezzi. Si occupò, in séguito, del poeta
+folignate L. Frati nello scritto intorno a _Nicolò Malpigli e le sue
+rime_, aggiungendo nuovi argomenti alle stringenti conclusioni del
+Canneti sulla paternitá del poema; di lui si occupò ancora il
+Crocioni, esaminando i _Dialettismi del Quadriregio_; e una serie di
+studi diversi sull'opera frezziana pubblicava dal 1903 l'autore di
+questa Nota. Ricorderò fra essi: 1° _I codici del Quadriregio_ (in
+_Boll. di storia patria per l'Umbria_, vol. X, fasc. III.); 2° La
+materia del _Quadriregio_ (Menaggio, Baragiola, 1905); 3° Le edizioni
+del _Quadriregio_ (in Bibliofilia, voll. VIII e IX); 4° Il P. C.
+Lodoli M. O. a proposito d'un codice del Quadr. da lui posseduto (in
+Miscellanea francescana del dicembre 1910); 5° Un'accademia umbra del
+primo Settecento e l'opera sua principale (in Boll. di storia patria
+per l'Umbria, voll. XIII-XVIII, pubbl. anche a parte in due volumi con
+aggiunte e indici speciali). Un nuovo e notevole contributo allo
+studio delle fonti frezziane diede L. F. Benedetto nel volume _Il
+Roman de la Rose e la letteratura italiana_, pubblicato nel 1910 ad
+Halle, in cui dedicava alcune pagine importanti alle relazioni tra la
+prima parte del _Quadriregio_ e il libro francese. Nel 1911 B. Gilardi
+dava alla luce alcuni suoi _Studi e ricerche intorno al Quadriregio_
+di Federico Frezzi (Torino, Lattes), che veramente ben poco di nuovo e
+di esatto contengono. Poco dopo, chi scrive riuniva sotto il titolo di
+Varietá frezziane (Udine, Vatri, 1912) alcuni saggi sullo stesso poema
+giá sparsamente pubblicati, a cui aggiungeva una monografia su
+L'ottava edizione del _Quadriregio_ nel carteggio fontaniniano (da lui
+consultato nella Capitolare di Udine), colmando cosí una lacuna del
+citato lavoro sull'Accademia folignate dei Rinvigoriti. Ed ora si
+annunzia una monografia di A. Pellizzari _Riflessi danteschi nel
+Trecento_, in cui si discorrerá a lungo dell'imitazione della
+_Commedia_ nel poema frezziano.
+
+
+III
+
+Gli editori del 1725, come ho giá detto, non si contentarono di
+riprodurre il testo di una delle vecchie ristampe del poema, e per la
+prima volta ne costituirono uno nuovo, che riuscí molto diverso e
+migliore. A questo giunsero con l'esame del cod. Palat. 343 (allora
+Boccoliniano), dei due codd. Class. 124 (allora Estense) e 231, del
+cod. Bol. Univ. 989 (allora Beccariano), nonché delle edizioni
+precedenti (meno la Milanese, che non conoscevano), e specialmente
+della Perugina, facendo conoscere agli studiosi anche le varianti non
+accettate. Ma quel lavoro critico, certamente faticoso e in gran parte
+lodevolissimo, se piacque agli eruditi del tempo, non poteva
+accontentare in tutto e per tutto quelli di epoca piú a noi vicina,
+che vedevano in esso troppo ingentilito l'aspetto linguistico del
+poema rispetto alla rozzezza dialettale delle precedenti edizioni, e
+vi trovavano ancora molti luoghi oscuri, una punteggiatura spesso
+inesatta e altri difetti minori. Se quell'edizione insomma ha maggiore
+importanza delle altre, non può avere il valore di definitiva, anche
+per il limitato numero di codici consultati dal Canneti, che piú
+direttamente degli altri si occupò della critica del testo.
+
+Ciò posto, sarebbe stato conveniente, nell'apprestare una nuova
+ristampa del _Quadriregio_, non curarsi piú che tanto della Folignate
+e procedere alla formazione d'un nuovo testo su altri manoscritti
+autorevoli. Ma questo avrebbe imposto una fatica tutt'altro che lieve
+(si tratta di 12101 verso!); né lievi sarebbero state le difficoltá
+per riunire e consultare in un luogo solo il maggior numero possibile
+di codici appartenenti a tante biblioteche italiane e straniere.
+Miglior partito, quindi, mi è sembrato quello di riprendere ora come
+base del nuovo il testo del poema edito nel 1725 e correggerlo col
+soccorso di altre lezioni non esaminate o non apprezzate da quegli
+editori, e coll'uso dei mezzi suggeriti dalla moderna critica
+filologica. E questo è ciò che io ho fatto scrupolosamente libro per
+libro, canto per canto, verso per verso.
+
+Fra i codici del _Quadriregio_ ancora inosservati e tuttavia
+importanti ho scelto quello segnato Conv. Soppr. C. I. 505 della
+Nazionale Centrale di Firenze e l'Ashb. 372 della Laurenziana, che
+sono dei piú antichi e meglio redatti. E li ho tenuti presenti dal
+principio alla fine del poema, ma specialmente in quei luoghi, in cui
+il Canneti accenna alle varianti dei codici da lui consultati. Per i
+luoghi poi piú oscuri e dove non credevo sufficiente codesto materiale
+a stabilire una lezione persuasiva, son ricorso anche ad altri
+manoscritti, e precisamente agli Ashb. 565 e 1287 e all'Angel. 1454.
+Ciò però non vuol dire che in molti altri casi, in cui il Canneti non
+ci ha dato le varianti dei quattro codici da lui esaminati, io non
+abbia fatto appello anche ad essi, com'era necessario.
+
+Alla collazione dei codici suddetti ho creduto opportuno aggiungere
+quella di qualche antica ristampa. E poiché il Canneti non aveva
+tenuto conto della Milanese del 1488, pensai subito di metterla a
+profitto io; ma, oltreché questa non differisce, come ho detto dianzi,
+dalla Perugina, è anche rarissima, e credo che in Italia non si trovi
+che la copia posseduta dall'Ambrosiana di Milano. Piú vantaggioso,
+certamente, sarebbe stato tener presente la Fiorentina del 1508; ma
+anche questa è divenuta molto rara e di difficile consultazione. Dato
+quindi lo scarso valore della Fiorentina senza data, della Bolognese e
+delle due Veneziane, del 1501 e del 1511, non restava che servirmi
+della Perugina, che, per quanto giá studiata dal Canneti nel 1725,
+poteva essermi utilissima e illuminarmi su molte cose da lui
+trascurate. Infatti essa conserva piú genuina la forma dialettale
+delle parole umbre e quella umanistica delle parole derivate dal
+latino, e, pur essendo irta di errori d'interpretazione e di stampa,
+pur mancando di qualche terzina e di ogni segno d'interpunzione, pur
+avendo versi incompleti o troppo lunghi e rime inesatte, offre ancora
+una quantitá notevole di varianti, oltre quelle giá notate dal
+Canneti. Io l'ho esaminata con grandissima cura e me ne sono valso in
+numerosi luoghi, che qui indicherei, se non dovessi impormi una certa
+brevitá. Ho tenuto anche conto delle scarse correzioni apportate al
+testo del poema dalle due edizioni del 1839, che non sono però
+neanch'esse prive di nuovi errori.
+
+A tutti codesti testi mss. e stampati devo se in molti luoghi il senso
+è stato chiarito o semplificato con l'uso prudente delle varianti, con
+l'inversione delle parti di alcune frasi, con l'aggiunta di qualche
+parola, che nella edizione folignate non si trova, e con la
+soppressione di altre, che il Canneti aveva creduto di conservare o
+d'inserire. Ecco un elenco sommario di versi, che hanno subito piú o
+meno notevoli cambiamenti di codesto genere:
+
+
+Libro I, cap. I, vv. 9, 26; cap. III, v. 142; cap. IV, v. 147; cap.
+VI, v. 52; cap. VII, v. 59; cap. VIII, vv. 117, 151, 153; cap. IX, vv.
+48, 109, 122, 148; cap. XI, vv. 24, 30, 133; cap. XII, v. 70; cap.
+XIII, vv. 21, 73, 87, 107; cap. XIV, v. 27; cap. XVI, v. 95; cap.
+XVII, vv. 28-29, 32, 72, 108; cap. XVIII, vv. 25, 26, 33, 107.
+
+
+Libro II, cap. I, v. 121; cap. II, vv. 58, 66; cap. III, vv. 52, 57,
+61, 104, 126, 141, 147; cap. IV, vv. 6, 15, 70, 82, 93, 104, 134; cap.
+V, vv. 26, 88; cap. VII, vv. 109, 137, 157; cap. VIII, vv. 49, 65, 68,
+71, 81; cap. IX, v. 116; cap. X, vv. 17, 29, 149; cap. XI, vv. 34, 44;
+cap. XII, vv. 53, 60, 143; cap. XIII, vv. 49, 144; cap. XIV, vv. 4,
+12, 75, 118; cap. XV, vv. 35, 39, 99; cap. XVI, vv. 5, 39, 41, 50, 66,
+90, 143, 152; cap. XVII, vv. 38, 51; cap. XVIII, vv. 16, 98; cap. XIX,
+vv. 22, 100, 102, 120, 170.
+
+
+Libro III, cap. I, v. 119; cap. II, v. 70; cap. III, v. 28; cap. IV,
+vv. 19, 24, 36, 43, 54, 59, 99; cap. V, vv. 48, 55, 67, 82, 86, 122;
+cap. VI, vv. 10, 65, 74, 147, 157; cap. VII, vv. 17, 45, 69, 142, 152,
+160; cap. VIII, vv. 3, 91; cap. IX, v. 126; cap. X, vv. 45, 70; cap.
+XI, v. 99; cap. XII, v. 39; cap. XIII, vv. 131, 155, 167, 168; cap.
+XIV, v. 76; cap. XV, vv. 27, 37; cap. XV, v. 157.
+
+
+Libro IV, cap. I, vv. 26, 47, 132; cap. II, vv. 17, 24, 40, 45, 59;
+cap. III, vv. 42, 61, 92, 93; cap. IV, vv. 16, 71, 73, 79, 120, 135;
+cap. V, vv. 84, 100; cap. VI, vv. 72, 89, 93, 130, 150; cap. VII, vv.
+40, 56, 122, 175; cap. VIII, vv. 59, 63; cap, IX, vv. 21, 76, 101,
+105; cap. X, vv. 31, 33, 36, 61, 63, 125, 149; cap. XI, vv. 12, 16,
+38, 66, 84; cap. XII, vv. 19, 33, 48, 52, 91, 158; cap. XIII, vv. 3,
+16, 62, 74, 99, 141; cap. XIV, vv. 23, 26, 29, 130; cap. XVI, vv. 23,
+87; cap. XVII, vv. 7, 8, 19, 27, 65, 140, 153; cap. XVIII, vv. 2, 61,
+116, 138, 146; cap. XIX, vv. 50, 57, 61, 123, 132, 140; cap. XX, vv.
+18, 29, 36, 49, 76, 87, 104, 160; cap. XXI, vv. 38, 84, 100, 110, 148;
+cap. XXII, vv. 17, 26, 35, 71, 77, 83, 93, 106, 113, 136.
+
+
+L'elenco sarebbe molto piú lungo, se avessi voluto tener conto di
+tutti i versi, nei quali furono soppressi molti «e», «io», «e'» ed
+«in» (davanti a «pria»), di cui le edizioni del 1725 e 1839 son piene,
+e che ho ritenute inutili e ingombranti o che non erano nei testi
+precedenti. Cosí non vi ho compreso quelli, nei quali tutti i pronomi
+«le» sono stati cambiati in «gli» e gli articoli e i pronomi «il»
+hanno ceduto il posto ad «el», secondo i testi mss. e stampati piú
+antichi, né quelli in cui sono state ritoccate le rime.
+
+Piú numerosi mutamenti ho introdotti nel _Quadriregio_ per ciò che
+riguarda la forma, ora dialettale ora umanistica delle parole. Sotto
+questo aspetto si dirá che il poema frezziano ora riappare invecchiato
+in paragone delle ultime ristampe, che avean cercato di ringiovanirlo
+rispetto a quelle piú antiche. Ma che importa ciò, se esso, senza
+ritornare alla rozzezza delle prime edizioni, riacquista un aspetto
+piú confacente alla sua origine, al luogo, cioè, ed ai tempi in cui fu
+composto? A me insomma è parso che, date le condizioni del poeta, il
+quale visse molto tra la sua Umbria e la Toscana in quel periodo di
+transizione dal sec. XIV al XV, l'opera sua dovesse risentire, piú di
+quanto non risulti dall'edizione cannetiana, degl'influssi esercitati
+su lui dal natio dialetto e dall'umanesimo fiorentino. Del resto, se
+si leggono i codici e le prime edizioni del _Quadriregio_, vi si
+trovano moltissime parole dialettali umbre e moltissime altre di forma
+assolutamente latina; e se le prime sono talvolta frutto e conseguenza
+delle abitudini dei copisti e dei tipografi, non si può dire lo stesso
+delle altre. Io non ho preso dai testi consultati tutto ciò che avrei
+potuto mietere in questo doppio terreno: tanto è vero che qua e lá il
+lettore potrá incontrare le stesse parole ora riprodotte in una forma
+ora in un'altra; ma tutte le volte che ho trovato piú testi concordi o
+quasi nella riproduzione dialettale o latineggiante d'un vocabolo, io
+l'ho accettato e introdotto nella stampa. Un glossario spiegherá in
+fondo le parole umbre meno facili a comprendersi, e vi si terrá conto,
+fin dove sará possibile, delle Dichiarazioni del Boccolini e delle
+osservazioni del Crocioni sui dialettismi frezziani.
+
+Cosí ho cercato di dare al testo del _Quadriregio_ una forma piú
+genuina, o, per lo meno, piú corrispondente a quella antica. Inoltre
+ho tolto il maggior numero di maiuscole inutili; ho disteso molte
+forme verbali e mutato molte «e» in «ed»; ho stabilito una
+punteggiatura piú esatta e meno capricciosa; ho curato, per quanto ho
+potuto, l'ortografia delle parole e l'esattezza metrica dei versi, che
+spesso sciolgono i dittonghi ed escludono l'elisione, ed ho corretto
+tutti gli errori tipografici sfuggiti agli editori del 1725 e del
+1839.
+
+Dopo ciò che son venuto dicendo fin qui, ben pochi sono i versi del
+poema frezziano che in questa edizione abbiano conservato in tutto e
+per tutto l'aspetto che avevano nelle ultime. Esporrò ora alcune
+osservazioni ed avvertenze che riguardano versi e terzine speciali.
+
+Libro I, cap. III, v. 8: Ho conservato la lezione della Folignate,
+sebbene nella Perugina se ne abbia un'altra: «che tu non l'abbia avuta
+al tuo desire»; v. 126: Ho tolto il secondo «con» della Folignate,
+perché non è necessario e del resto non si trova nella Perugina.--Cap.
+VI, v. 109: Noto che nella Perugina invece di «Alconia» si legge
+chiaramente «Meonia». Il Canneti, non registra questa variante ed io,
+per essermene accorto troppo tardi, non so se si trovi anche in
+qualche codice; ma si può ritenere per certo che almeno nel cod.
+Palat. 343, che serví a quella prima edizione, non manchi.--Cap. VIII,
+v. 47: Aggiungo un «e», che, se non è estremamente necessario, non sta
+male e del resto si trova nella Perugina.--Cap. XVIII, v. 22: Della
+doppia lezione «quarta-quinta» parla lungamente l'Artegiani nel suo
+commento del 1725 (cfr. _Quadr_., vol. II, pagg. 28-29). Il suo
+ragionamento molto persuasivo mi ha indotto a conservare la lezione
+«quarta» della Folignate, confermata anche dal cod. Conv. Soppr. c. I.
+505 della Naz. Centr. di Firenze, sebbene io abbia letto «quinta» nel
+cod. Ashb. 372.
+
+Libro II, cap. I, v. 101: È chiaro che qui si parla della leggendaria
+Arianna. La forma «Adriana», che io prendo dalla Folignate, si trova
+giá nella Perugina e forse anche nei codici osservati dal Canneti, che
+non aggiunge varianti. A me è toccato di leggere nei codici anche
+«Andriana» e «Dadriana». Del resto, il Petrarca scriveva «Adrianna»
+(cfr. _Trionfo d'Amore_), da cui forse viene la forma frezziana.--Cap.
+VI, vv. 16-21: Ho tolto la «e» al v. 19, sebbene si trovi anche nei
+testi da me consultati, ed ho punteggiato diversamente dal Canneti
+tutto il periodo, per renderlo meno oscuro e piú spedito.--Cap. X, v.
+6: Ho cambiato il «nullo» in «nulla», sebbene i testi confermino
+quella lezione, perché essa non ha senso.--Cap. XI, v. 20: Il verbo
+«pon» sembra una corruzione di «son», che darebbe maggior chiarezza al
+concetto; ma io non l'ho mutato, perché esso può accordarsi con uno
+solo dei soggetti precedenti, e perché è scritto proprio «pon» nei
+testi da me veduti.--Cap. XV, v. 153: Non credo si debba leggere «Ser
+Vagnone», come legge il Canneti, perché bisognerebbe ammettere che
+quel gran delinquente fosse un signore rispettabile; meglio conservare
+la forma unita, quale si trova nelle prime edizioni, come se fosse
+tutto un nome.--Cap. XVI, v. 36: I codici da me visti e la stampa
+perugina hanno «gani» - «ganni» - «inganni» invece di «Giani» (cfr. su
+questa questione il mio cit. lavoro _Un'accademia umbra_ ecc., I,
+263). Del resto, il famoso traditore di Maganza è ricordato anche
+altrove dall'autore del _Quadriregio_ (cfr. la pag. 315 di questa
+ristampa).--Cap. XVIII, v. 11: Sebbene i testi da me visti non abbiano
+l'articolo «'l» davanti a «sesto», ho creduto necessario aggiungerlo;
+vv. 115-118: Tutti i testi da me consultati, anche il Class. 124,
+hanno «Ai miseri» invece di «I miseri», che leggiamo nella Folignate;
+io ho creduto opportuno di riprender quella costruzione, perché, se
+non si accorda col verbo «n'han diletto», si collega meglio dell'altra
+con l'ultimo verso--Cap. XIX, v. 159: Sostituisco «mézze gelse» a
+«more gelse», perché cosí leggo in due codici e nell'ediz. perugina, e
+perché, significando in questo luogo «more molto mature»,
+l'espressione è piú propria dell'altra.
+
+Libro III, cap. III, v. 26: Conservo la lezione cannetiana «E 'l sesto
+prete grande», sebbene sembri piú logico dire «del sesto» ecc.; ma di
+cinque testi antichi nessuno mi autorizza a fare questo cambiamento;
+v. 83: Aggiungo una «d'» a principio, senza il consenso dei testi; v.
+96: Invece della lezione «chi le è legge», i testi da me consultati
+hanno «chi lo reggie»-«chi li leggie»-«chi glitegge»: io ho sostituito
+la prima variante col combiamento del «lo» in «la» come piú
+logica.--Cap. IV, v. 71: In qualche testo antico manca «addietro», ed
+io lo tolgo, svolgendo il verbo, che nel testo perugino è «ritraea», e
+aggiungendo l'articolo «le»; v. 72: L'ultima parola, nel testo
+folignate, non rima coi versi precedenti; quindi correggo «se
+n'addette» in «se n'addetta», sebbene la Crusca non registri un verbo
+«addettarsi».--Cap. VI, v. 161: Correggo «rimettea» in «rimette» senza
+il consenso del testo perugino, perché questa forma verbale si collega
+meglio con quella che segue, e anche il verso ci guadagna.--Cap. VII,
+vv. 7-9: Per l'abbondanza dei «che» e dei «suo» in questa terzina,
+credo conveniente sostituire a due di queste forme, nel secondo verso,
+gli articoli relativi ai nomi.--Cap. X, v. 27: Io non credo che in
+questo verso si debba leggere «bionde danze», come si legge nella
+Folignate e in alcuni testi antichi: il verso dev'essere guasto:
+questa lezione non stará per «biondanze»?--Cap. XI, v. 72: Cinque
+codici da me consultati e la Perugina hanno «agazza»-«aggaza», invece
+di «aggrada», che si legge nella Folignate: io riprendo la prima
+forma, sebbene la Crusca non la registri; v. 110: la Folignate ha
+«fonno» (per «fondo»), le Veneziane del 1839 hanno «sonno», perché gli
+editori credettero che quello fosse un errore di stampa, mentre il
+Boccolini giustificava «fonno» nelle sue Dichiarazioni. I codici e la
+Perugina hanno sempre «sonno».--Cap. XII, v. 1: Conservo il «non»,
+sebbene io non l'abbia trovato né nei codici consultati per la prima
+volta da me, né in quelli giá studiati dal Canneti, né nella Perugina.
+Noto che solo il cod. Angel. 1454, fra quanti ne ho esaminati, lo
+registra.--Cap. X, v. 89: È strano che il Canneti non abbia capito la
+necessitá di correggere «la man», che ha trovato in qualche testo ed
+anche nella Perugina, in «l'aman», che io ho letto chiaramente nel
+cod. Ashb. 372 e non mi son curato di cercare in altri codici: tanto
+mi pare esatta questa forma per il concetto. Ma piú strano ancora è
+che neanche gli editori del 1839 si sieno accorti dell'errore.--Cap.
+XIV, vv. 128-129: Ho chiuso questi versi in parentesi per la forma
+singolare degli aggettivi e dei verbi, che essi contengono e che non
+si accordano con quelli dei vv. 127 e 130. L'edizione perugina e il
+cod. Palat. 343 hanno nel v. 128 forme plurali, che sarebbero
+accettabili, se poi non seguisse il singolare «voli» nel v. 129.--
+
+Libro IV, cap. I, v. 29: Contiene nelle stampe precedenti un «dolci»,
+che si ripete nel verso seguente: per questo io ho tolto di mezzo
+questo aggettivo e messo in principio del verso un «e», che non mi
+pare sia fuori di luogo; v. 60: I testi da me confrontati dánno
+ragione alla lezione cannetiana «e letizia»; ma il senso diventa piú
+chiaro, mi pare, spostando la «e»; v. 65: Mi son permesso di allungare
+«opposto» in «opposito» per dare al verso una piú giusta misura.--Cap.
+IV, v. 39: Anche qui mi son permesso di aggiungere un articolo, che
+solo nel cod. Ashb. 372 ho trovato e che mi pare necessario; vv.
+112-117: Il plurale verbale dell'ultimo verso, che si legge nei testi
+antichi forse per attrazione della parola «braccia» del penultimo,
+discorda col soggetto «pietá» del primo: per questo ho creduto di
+cambiare «sariano» in «fariale».--Cap. V, v. 13: Sebbene i testi
+antichi confermino la lezione cannetiana «a lei le», ho tolto il «le»,
+che è un'inutile ripetizione.--Cap. VI, v. 139: Nella Folignate si
+legge «son le» con una prolessi di «a lei»: nella Perugina abbiamo
+ugualmente «songli»: io ho tolto il «le» e compiuto il verbo. Cap.
+VII, v. 144: La lezione folignate «quel testo», che pure si trova nei
+codici e nelle altre stampe, non si accorda col senso della frase: per
+questo l'ho ritenuta falsa correzione di «nel testo».--Cap. VIII, v.
+27: Invece di «non lor dá» alcuni testi hanno «non lo dá», che è
+lezione meno chiara: io mi son permesso di invertire le parole della
+lezione folignate; v. 147: Al Canneti sfuggí la variante della
+Perugina «nell'arte di Gano», che trovo confermata da due codici e che
+mi sembra migliore della lezione, da lui accolta, «nell'arte
+d'ingano».--Cap. IX, v. 50: In tre codici e nella Perugina invece di
+«Farsaglia» si legge «Tesaglia»: la variante, che non fu registrata
+dal Canneti, si sarebbe potuta anche accettare, se la lezione
+folignate non fosse piú determinata; v. 64: La variante «tolosano»,
+giá registrata dal Canneti, si trova anche in altri testi, che egli
+non vide, e nella Perugina, che non cita; vv. 101 e 110: In nessuno
+dei testi da me consultati mi è occorso di leggere le varianti errate
+del cod. Bol. 989 «Niccolò dalla Fava gentile» e «figliuolo» invece di
+«Mastro Gentile» e «Folegno», su cui si fonda principalmente la
+rivendicazione cannetiana del _Quadriregio_ a F. Frezzi.--Cap. XII, v.
+107: Della opportunitá del verbo «s'attosca» in questo luogo
+discussero giá il Boccolini (cfr. le sue _Dichiarazioni_, p. 231) e il
+Canneti (cfr. la sua _Dissertazione_, p. 75), che pensarono a una
+possibile corruzione della parola originaria; ma io non ho trovato
+alcuna variante che giustifichi quei dubbi; v. 140: Ho cambiato la
+preposizione «a» nel verbo «ha», che però non ho letto in alcun testo
+antico.--Cap. XIII, v. 61: Ho ridotto di mia iniziativa «appartien» a
+«pertien»; v. 77: Negli altri testi invece di «ingegnasi» si legge «si
+ingegna».--Cap. XIV, v. 132: Non avendo trovato varianti o correzioni
+al verso oscuro della Folignate «e la vittoria benché 'l mondo
+affliga», ho creduto di chiarirlo aggiungendo un «è» e separando le
+due parti di «benché».--Cap. XVI, v. 119: Mi è parso necessario
+aggiungere un «e», che nella Folignate e nei testi antichi da me
+consultati manca; v. 140: Il verbo «cresce» della Folignate non dá un
+senso chiaro; io gli ho sostituito «ci esce», che mi è stato molto
+opportunamente suggerito dal cod. Ashb. 372.--Cap. XVII, v. 140:
+Scegliendo la variante «ad ogni pace», che ho trovato in altri quattro
+codici, invece di «ad ogni parte», ho cambiato di mio l'«ad» in
+«di».--Cap. XVIII, v. 80: Il Canneti, stampando «il qual lí sopra
+appresso stava», non vide la lezione perugina «el qual appresso
+soprestava», che è confermata anche dal cod. Conv. Soppr. C. I. 505 di
+Firenze, e che io credo sia da preferirsi all'altra.--Cap. XIX, v. 38:
+Nella Folignate si legge «isgomentaro»; ma nella Perugina si ha
+«sgomentorono» e nel cod. fiorentino or ora indicato «e sgomentoro»,
+dove par di vedere un resto di «se», che io ho creduto opportuno
+restituire.--Cap. XX, v. 150: La lezione folignate «degli atti miei lo
+'nsegni e lo riveli» non è esatta; e, sebbene essa sia confermata da
+altri testi, ho ritenuto necessaria la correzione dei due «lo» in
+«lor».--Cap. XXII, v. 137: È evidente che qui «Zenit», che si legge
+nella Folignate, si deve compiere in «Zenitte», ed io l'ho fatto senza
+trovare il consenso dei testi antichi.
+
+Codesto elenco dimostra anzitutto che, se l'editore del 1914 si è
+permesso di commettere sul testo del _Quadriregio_ qualche coraggioso
+arbitrio, ciò avvenne soltanto per amore di esattezza e di chiarezza.
+Inoltre esso dimostra che nel poema restano ancora punti oscuri, che
+forse anche un esame piú largo dei testi antichi non riuscirebbe a
+chiarire. Cosí vi restano parecchi versi un po' zoppicanti, che la
+collazione dei codici e delle stampe non è bastata a rabberciare: tali
+sono, per es., i vv. 90 del cap. IV, 19 e 91 del cap. V del libro I;
+40 del cap. VIII e 35 del cap. X del libro III; 120 del cap. IV, 39
+del cap. XII, 128 del cap. XV, 167 del cap. XVIII, 35 del cap. XXI del
+libro IV, ed altri. Non sarebbe stato difficile dar loro un'andatura
+migliore con spostamenti, soppressioni ed aggiunte di parole; ma io
+non ho voluto farlo e non l'ho fatto.
+
+E basti per il testo poetico. Ora occorre che io dica qualcosa intorno
+al titolo del poema, alla distribuzione dei capitoli ed ai sommari che
+li precedono. Chi ha letto l'elenco dei codici e delle ristampe, con
+cui si apre la presente Nota, avrá visto una certa varietá di titoli
+assegnati dagli amanuensi e dagli editori all'opera frezziana. Io
+ignoro se la parola _Quatriregio_ o _Quadriregio_ sia stata proprio
+coniata dall'autore: i codici piú antichi di data certa ci presentano
+altre intitolazioni, e, tra quelli del 400 senza data, non sappiamo
+quale sia il piú vicino all'autografo perduto. Ma sta il fatto che,
+sebbene quel nuovo vocabolo non sia di buona lega (sarebbe stato
+meglio dire _Quadriregno_, come pensava anche il Canneti), esso si
+trova giá in testa all'Ashb. 1287 e alla prima edizione, e fu accolto
+anche dai dotti editori del 1725: sarebbe quindi fuori di luogo
+troncare ora una tradizione letteraria cosí radicata. Per questo io ho
+creduto conveniente conservare inalterato questo titolo, spogliandolo
+però del secondo, che ha nella Folignate e che mi sembra inutile.
+
+Molto piú gravi si presentavano le altre questioni. Tutti i codici e
+le edizioni del _Quadriregio_, ad eccezione dell'Angel. 1454,
+assegnano a questo poema non meno di 74 capitoli. Ma, se quel ms. ne
+ha uno di meno rispetto agli altri, non è detto perciò che questi
+siano completi. A me, dopo tante letture dell'opera frezziana, sembra
+ognora piú strano il passaggio dal capitolo 52° al 53°, cioè dal
+discorso di Sardanapalo, con cui quello si chiude, alla descrizione
+del viaggio verso il paradiso terrestre, con cui questo si apre:
+passaggio che contrasta assolutamente, per mancanza di naturalezza,
+cogli altri precedenti da un regno ad un altro, e che è tanto piú
+brusco, in quanto nelle prime terzine del cap. 53° si richiamano cose
+e fatti, che non si trovano prima neppure accennati. Spinto quindi dal
+dubbio che tra quei due capitoli l'autore ne avesse scritto un altro,
+che le diverse edizioni non ci hanno tramandato, io ho cercato di
+rintracciarlo in qualche codice dei piú antichi; ma le mie ricerche
+sono state vane. Forse quel capitolo si sarebbe potuto trovare in
+qualcuna delle trascrizioni che sono definitivamente perdute.
+
+Ora questi 74 capitoli, che nelle ristampe sono ugualmente
+distribuiti, nei codici hanno una ripartizione affatto diversa. Su
+quindici, che io ne ho potuti esaminare, otto (cioè il Bol. 989,
+l'Ashb. 565, il Class. 124, l'Ottobon. 2862, il Class. 231, il
+Magliab. II. II. 34, il Lucch. 1346 e il cod. Cora) assegnano 18 capp.
+al l. I, 19 al II, 17 al III e 20 al IV; altri sei (cioè il Fiorent.
+Conv. Sopp. C. I. 505, l'Ashb. 372, il Palat. 343, l'Ashb. 1287,
+l'Angel. 1454 e il Palat. 344) assegnano 18 capp. al l. I, 19 al II,
+15 al III e 22 al IV; ed uno (cioè il Segn. XIX) assegna 18 capp. al
+l. I, 19 al II, 18 al III e 19 al IV. Mentre quindi codesti codici
+sono tutti d'accordo sul numero dei capitoli che costituiscono i primi
+due libri del poema, sono in gran disaccordo su quello degli altri
+due. E poiché la concorde distribuzione dei capitoli dei primi due
+libri risponde esattamente alla partizione voluta dal poeta, su di
+essa non occorre discutere; ma, per ciò che riguarda le ultime due
+parti, sorgeva necessariamente la questione: Quale delle tre maniere
+di distribuzione si doveva introdurre nella presente ristampa? Si
+doveva accettare senz'altro la distribuzione tradizionale delle dieci
+edizioni, che fa capo a quella del secondo gruppo di codici? Certo la
+tradizione è un argomento molto valido, ma in questo caso non è
+decisivo: quante tradizioni non sono basate su errori iniziali? Se
+quindi questo argomento non fosse suffragato da altri, la
+distribuzione giá consacrata nelle stampe avrebbe dovuto cedere il
+posto a quella del primo gruppo di codici, che è rappresentata da un
+maggior numero di manoscritti. Ma tanto questa quanto quella
+dell'unico cod. Segniano non si conciliano affatto con la partizione
+generale del poema, poiché i capp. 16, 17 e 18, che quegli amanuensi
+includono nel l. III, parlano del paradiso terrestre e del regno della
+Temperanza, che sono indubbiamente materia del l. IV. All'assurditá di
+quelle due maniere di distribuire i capitoli degli ultimi due libri
+del _Quadriregio_ si oppone la razionale esattezza dell'altra, e
+soprattutto per questo ho seguito anche qui la tradizione.
+
+Quanto ai sommari, è notevole il fatto che giá il Canneti aveva
+lasciato da parte quelli, sempre uguali, delle stampe precedenti e ne
+aveva introdotti di nuovi e piú brevi. Donde egli traesse questi
+sommari, cosí diversi dagli antichi, non ci ha detto in nessuno
+scritto. Ma è facile supporre che il Canneti, desideroso di pubblicare
+argomenti chiari e concisi ad un tempo, si servisse soprattutto di
+quelli che trovava nei due codd. Classensi e che rispondevano meglio
+degli altri al suo intento, e li adattasse qua e lá al gusto dei suoi
+tempi: cosí ho desunto da un confronto, che ho potuto fare tra i due
+codici e la stampa folignate. Forse codesti sommari non sempre
+soddisfano a tutte le esigenze, perché non sempre ci dicono tutto ciò
+che i vari capitoli del poema contengono; ma io non ho voluto
+sostituir loro altri tratti da qualche codice non esaminato dal
+Canneti, per la semplice ragione che non si sa se il Frezzi abbia
+lasciato coi versi anche le rubriche, e quale sia, tra le diverse
+forme che ne abbiamo, la piú antica. Riproducendo però gli argomenti
+cannetiani, ne ho ritoccato l'ortografia e l'interpunzione e ne ho
+eliminato le lettere maiuscole non necessarie.
+
+La numerazione marginale dei versi e l'indice analitico dei nomi e
+delle cose notevoli, che ho aggiunto alla presente ristampa del poema
+frezziano, ne renderanno, spero, piú facile l'uso agli studiosi.
+
+
+
+
+
+GLOSSARIO
+
+
+_Abbrusciò_, bruciò
+
+_addovagliava_, uguagliava
+
+_alzôn_, alzarono
+
+_andonno_, andarono
+
+_arroscia_ - _arrosciò_, arrossa - arrossò
+
+_attura_ - _atturi_, ottura - otturi
+
+
+
+_bambace_, bambagia
+
+_basci_ (n. e v.), baci
+
+_biastema_ (n.), bestemmia
+
+_biastimante_ - _biastemi_ - _biastimò_, bestemmiante - bestemmi - bestemmiò
+
+_biastimatore_, bestemmiatore
+
+_breglia_, briglia
+
+
+
+_cambra_, camera
+
+_catarcione_, catorcio
+
+_ceneraccio_, sedimento
+
+_colcasse_, coricasse
+
+_comincionno_, cominciarono
+
+_como_, come
+
+_corría_ - _corrisse_ - _corson_, correva - corrésse - corsero
+
+_crepaccio_, rottura rumorosa
+
+_crese_ - _creso_, credette - creduto
+
+_crista_, cresta
+
+
+
+_daesse_, desse
+
+_denno_, devono
+
+_dinar_, denaro
+
+
+
+_enco_, incubo
+
+
+
+_fo_ - _foi_ - _fûn_ e _funno_ - _fusse_ - _fussono_,
+ fu - fui - furono - fossi e fosse - fossero
+
+_fracido_, fradicio
+
+_fuline_, fuliggine
+
+_fume_, fumo
+
+
+
+_grillanda_, ghirlanda
+
+_groppoloni_, con la groppa in su
+
+_guizza_, vizza, sciupata
+
+
+
+_ingavicchiai_, intrecciai
+
+
+
+_logra_ (v.), logora
+
+
+
+_'manza_, amanza o innamorata
+
+_mossono_, mossero
+
+
+
+_none_, non
+
+
+
+_odíe_, udiva
+
+_orche_, spalle
+
+
+
+_pasi_, lunghezze ottenute col distendere ambe le braccia
+
+_pieco_, pecora
+
+_pigliôn_, pigliarono
+
+_piobbe_, piovve
+
+_pioti_, lenti
+
+_polsa_, freccia
+
+_portôn_, portarono
+
+_presto_ (_in_), prestito (in)
+
+_puse_ - _pusono_, pose - posero
+
+
+
+_ra'ca_ e _raica_, radica o radice
+
+_robba_, ruba
+
+_roscio_, rosso
+
+
+
+_sacci_ e _saccia_ - _saccio_, sappi - so
+
+_salea_ - _salse_, saliva - salí
+
+_sbaviglia_, sbadiglia
+
+_'sciuccava_ - _'sciuccando_ - _'sciuccòe_, asciugava - asciugando - asciugò
+
+_sedíen_, sedevano
+
+_sentéa_, sentiva
+
+_siccomo_, siccome
+
+_smongono_ - _smonti_, smungono - smunti
+
+_so' - sonno_, sono (I. p. s.) - sono (3. p. p.)
+
+_solcoe_, solcò
+
+_soppresce_ (n.), soppresse
+
+_spoglio_, pelle squamosa
+
+_staccio_, vaglio
+
+_staesti_, stesti
+
+_statera_, stadera o bilancia a mano
+
+_stenno_, stettero
+
+_'sto_, questo
+
+
+
+_tennon_, tennero
+
+_testo_, cotesto
+
+_troglie_, sudicerie
+
+
+
+_Vagniel_, Vangelo
+
+_verchione_, chiavistello
+
+_vicenna_, vicenda
+
+_visson_, vissero
+
+_voglie_ (v.), volge e volga.
+
+
+
+
+
+INDICE DEI NOMI
+
+
+Abacuc, 369.
+
+Abele, 116, 215.
+
+Abraam, 98, 116, 258.
+
+Abstinenza (person.), 237-39.
+
+Acchilogo, 143.
+
+Accidia (person.), 297.
+
+Accorso (?), 118.
+
+Accorso fiorentino, 340.
+
+Acheronte, 111, 128.
+
+Achille, 4, 55, 151, 180, 185, 245, 306.
+
+Acteone e Atteone, 13, 24, 221.
+
+Adamo, 113, 116, 182, 278-80.
+
+Adorno Antoniotto, 161.
+
+Adriana (Arianna), 100.
+
+Affrica, 248, 308.
+
+Agnello (dell') Ioanni, 162.
+
+Agnese (santa), 348.
+
+Agnolo da Rieti, 118.
+
+Agone (campo d'), 240.
+
+Agosto (imperatore), vedi Ottaviano.
+
+Aguto Ioanni, 186.
+
+Alano, 348.
+
+Alardo, 206.
+
+Alberto Magno, 319.
+
+Alborea, 131, 250.
+
+Alcide, vedi Ercule.
+
+Alconia, 33.
+
+Alessandria, 176.
+
+Alessandro (Magno), 192, 289, 306, 339.
+
+Aletto, 175.
+
+Alfea, vedi Pisa.
+
+Alpi, 123.
+
+Alterezza (person.), 144.
+
+Amasa, 174.
+
+Amazona, 301.
+
+Ambrosino (Visconti), 185.
+
+Amore (person.), vedi Cupido.
+
+Anania, 93.
+
+Anna (santa), 296.
+
+Anniballo (Annibale), 308.
+
+Anselmo (sant'), 348.
+
+Anteo, 198.
+
+Antiochi (Antioco re), 339.
+
+Antioco (prete), 234.
+
+Antonio (sant'), 174.
+
+_Apocalisse_, 127, 235.
+
+Apollo e Febo, 3-7, 9, 15, 16, 26, 29, 32, 43, 50, 51, 83, 92, 97, 99,
+ 115, 117, 154, 212, 263, 313, 314, 324, 386 -- chiamato Cilleno, 53,
+ 188, 359.
+
+Appiano (d') Iacopo, 175, 182.
+
+Arabia, 146.
+
+Architofelle, 155.
+
+Aretusa, 283.
+
+Argo (dai cento occhi), 62.
+
+Argo (nave), 190.
+
+Aristotele, 268, 319 -- _Etica_, 157 -- _Fisica_, 160.
+
+Arno, 248.
+
+Arnoldo (da Rieti), 118.
+
+Artus (re), 308.
+
+Asia, 93.
+
+Asma (person.), 136.
+
+Assiria, 146.
+
+Assuero, 192.
+
+Astrea, 63, 104, 288, 307, 327, 331, 336, 341, 342.
+
+Astreo, 326.
+
+Atalante (Atlante), 16, 84.
+
+Atreo, 117.
+
+Augustino (sant'), 348.
+
+Aurora (person.), 87.
+
+Austro, 55, 203.
+
+Avarizia (person.), 103, 224, 229, 326.
+
+Averois, 319.
+
+Avicenna, 135, 320.
+
+Azzo (da Casalmaggiore), 341.
+
+
+
+Babele, 207.
+
+Bacco e Lieo, 257, 258, 271, 291, 318.
+
+Baldo (perugino), 340.
+
+Barnabò, vedi Visconti.
+
+Bartolo (da Sassoferrato), 340 -- Lettura, id.
+
+Batista di Senso, 120.
+
+Batista (Il), vedi Ioanni B. (san).
+
+Bellona, 184.
+
+Benci Giorgio, 224.
+
+Bencio da Fiorenza, 224.
+
+Bernardo (san), 348.
+
+Biastema (person.), 244.
+
+Boezio, 348.
+
+Boglione Gottifredo, 308.
+
+Bollicame, 168.
+
+Bonzo (prete), 374.
+
+Bordone (san), 134.
+
+Bretagna, 304.
+
+Bruno (del) Francesco, 131.
+
+Bruto, 330.
+
+Buonagiunta (pisano), 256.
+
+
+
+Cadmo, 232.
+
+Caino e Caini, 110, 162, 176.
+
+Callisto (catacombe di san), 348.
+
+Calabria, 283.
+
+Camilla, 301.
+
+Camillo, 308.
+
+Camollia, 259.
+
+Cancro (costell.), 108.
+
+Capitolio, 307, 339, 347.
+
+Caribdi, 128.
+
+Caritá (person.), 369, 370, 377, 380.
+
+Carlomagno, 308.
+
+Carone (Caronte), 129, 130, 132, 133, 352.
+
+Cartago (Cartagine), 245, 308.
+
+Catalogna, 250.
+
+Catarro (person.), 136.
+
+Caterina (santa), 348.
+
+Catone, 307.
+
+Cautela (person.), 324.
+
+Cecilia (santa), 348.
+
+Cerbero, 10, 78, 112, 129, 218-20, 306.
+
+Cerere e Ceres, 76, 254, 258, 271, 291.
+
+Cesare Agosto (titolo imperiale), 306.
+
+Cesare Agosto (imperatore), vedi Ottaviano.
+
+Cesare (Giulio), 192, 205, 289, 306, 317.
+
+Cherubi, 385.
+
+Chiesa (cattolica), 259, 309, 343, 348, 350, 351, 372.
+
+Chirone, 184.
+
+Ciaffo di Camollia, 259.
+
+Cilleno, vedi Apollo.
+
+Cincinnato, 308.
+
+Cino (da Pistoia), 340.
+
+Cipri (Cipro), 176.
+
+Ciprigna, vedi Venere.
+
+Circe, 105, 170, 173, 301.
+
+Circumspezione (person.), 324.
+
+Citarea, vedi Venere.
+
+Ciuola (monna), 259.
+
+Clemenza, Mansuetudo e Virtú mansueta (person.), 250, 288, 293, 294.
+
+Cloto, 302.
+
+Cocito, 109.
+
+Cola di Renzo, 161.
+
+Colco, 214.
+
+Coliseo, 171.
+
+Colonna (famiglia), 161.
+
+Concupiscenza (person.), 91, 268.
+
+Continenza (person.), 291, 295.
+
+Copia (person.), 233.
+
+Cortona, 249.
+
+Creusa, 86.
+
+Crisostomo (san Giovanni), 348.
+
+Cristo, 116, 178, 235, 236, 241, 276, 297, 308, 311, 312, 344, 347-51,
+ 353, 359, 366 -- chiamato Agnello e Agno celeste, 240, 279, 298;
+ -- alto Emanuele, 116; -- Erede di Dio, 299; -- Figliuolo di Dio, 116,
+ 298, 361; -- Frutto di Maria, 370; -- Iesú Salvatore, 179, 350;
+ -- «Quel che a noi si diede», 276; -- Signore, 116, 228, 280, 294, 348;
+ -- Verbo eterno, 361.
+
+Crudeltá (person.), 104.
+
+Cupido e Amore, 3-8, 11-13, 15, 17, 18, 20, 21, 29, 37, 39-43, 46, 47,
+ 49, 50, 53, 56, 57, 59, 60, 63-66, 69-74, 76, 80-82, 84, 85, 87-91,
+ 93, 94, 98, 99, 144, 166, 188, 254, 262-64, 268, 291, 317, 368, 377.
+
+Curio, 238.
+
+Curzio, 303.
+
+
+
+Dafne, 263.
+
+Dalida, 301.
+
+Daniele e Daniello (profeta), 297, 369.
+
+Danubio, 283.
+
+Dario (re), 192.
+
+David, 198.
+
+Deci (i), 308.
+
+Deianira, 185.
+
+Demostene, 318.
+
+_De profundo_ (preghiera), 370.
+
+Diana, 5, 6, 11-14, 16, 17, 19, 22-36,
+39, 41, 44, 46, 47, 57, 60, 81, 181.
+
+Dido e Didone, 3, 99.
+
+Dio, Deo e Iddio, 18, 20, 41, 49, 53, 63, 76, 97, 98, 101, 105, 106,
+ 108, 110, 113-116, 119, 120, 123, 126, 127, 130, 136, 160, 164-167,
+ 171-74, 176, 178-80, 190-92, 197, 201, 204, 207-10, 215, 218, 229,
+ 233-38, 241, 244, 251, 254, 258, 260, 262, 264, 265, 267-69, 275-80,
+ 285, 287, 290, 293, 295-99, 302, 307, 309-12, 320, 321, 323, 327-29,
+ 332, 334-36, 338, 339, 342, 344-46, 348-51, 354, 355, 358, 360-66,
+ 368, 370-75, 377-79, 381-384, 386, 387 -- chiamato primo Amore, 368;
+ -- primo Artista, 384; -- Bene supremo, 209, 269, 364, 374, 377,
+ 381, 387; -- «Colui che tutto puote», 281; -- Creatore, 106, 114,
+ 165, 208, 378, 381; -- _Dominus_, 369; -- Duce, 264;--Fattore, 115,
+ 291,339; -- Giudice supremo e del tutto, 112, 115; -- Iove, 298;
+ -- Maestro del paradiso, 275; -- Mastro del mondo, 120; -- Monarca,
+ 117, 157, 265; -- Operante divino, 356; -- Osanna, 293; -- sommo
+ Patriarca, 293; -- primo Prince, 244; -- Re del mondo, 215, 240,
+ 328; -- Signore, 130, 139, 148, 170, 240, 276, 293, 295, 297, 298,
+ 354, 360, 368, 370, 373; -- Vertú suprema, 244.
+
+Diomede, 187.
+
+Dionisio e Dionisi, 339, 358.
+
+Dite, 112, 168, 169.
+
+Docilitá (person.), 324, 325.
+
+Dolore gridante ecc. (person.), 136.
+
+Domiziano, 253.
+
+
+
+Eaco, 178.
+
+Ebetudo (person.), 261.
+
+Eco, 86, 87, 231.
+
+Egina, 140.
+
+Egitto, 307.
+
+Elia, 278, 280, 283-85.
+
+Elicona, 316.
+
+Enea, 3, 86, 268, 307, 327.
+
+Enoc, 278-80.
+
+Eolo, 75-78.
+
+Epicuro, 261.
+
+Equitá (person.), 324, 336, 337.
+
+Ercolano (sant'), 164.
+
+Ercole e Alcide, 4, 10, 99, 218, 219,
+226, 306.
+
+Eresia (person.), 144.
+
+Erubescenza (person.), 292.
+
+Erode, 235, 242.
+
+Etiopia, 283.
+
+Ettore, 245, 304, 306.
+
+Eva, 116, 179, 278.
+
+Ezechiele, 312.
+
+
+
+Fabi (i), 308.
+
+Fabricio e Fabrizio, 62, 205, 294.
+
+Fagiola (della) Uguccione, 141.
+
+Falerno (vino), 258.
+
+Fantasia (person.), 144.
+
+Farnese Piero, 373.
+
+Farsaglia, 317.
+
+Febbri (person.), 136.
+
+Fede (person.), 136, 343, 359, 361, 368.
+
+Feliciano (san), 348.
+
+Fetonte, 29, 56, 283.
+
+Fialte, 192.
+
+Fiammegna, 93.
+
+Fiandra, 81.
+
+Filena, 5-7, 10-16, 18, 19, 21, 22.
+
+Filomena (Filomela), 25.
+
+Fineo, 146.
+
+Fiorenza, 81, 224.
+
+Flamminea, 92, 93.
+
+Flegetonte, 168, 169.
+
+Fleias, 154.
+
+Foligno e Folegno, 93, 319.
+
+Fontebranda, 259.
+
+Forteguerra da Lucca, 152.
+
+Fortezza e Fortitudo (person.), 287, 300, 304, 305, 308, 311, 314.
+
+Fortuna (person.), 158, 159, 161, 263, 294, 300, 303.
+
+Francesco (Casali) da Cortona, 249.
+
+Francia, 81, 306, 308.
+
+Frenesia (person.), 135.
+
+Froda (person.), 104, 227.
+
+Furie (le), 174, 243, 247, 248.
+
+
+
+Gabriello (arcangelo), 236.
+
+Galieno, 320.
+
+Gambacorti (de') Piero, 176, 182.
+
+Gange, 283.
+
+Ganimede, 123, 205.
+
+Gano (di Maganza) e Gani, 174, 315.
+
+_Genesis_, 321.
+
+Genova, 161.
+
+Gentile (da Foligno), 319.
+
+Geone, 283.
+
+Gerione, 10.
+
+Giotto, 347.
+
+Giovanni Andrea (del Mugello), 340 -- _Clementine, Novella_, Sesto, ivi.
+
+Giove, vedi Iove.
+
+Giovenale, 318.
+
+Giuda, vedi Iuda.
+
+Goliatte (Golia), 198.
+
+Gomorra, 98, 293.
+
+Gorgo e Gorgone, 98, 175, 184, 220.
+
+Gratitudine (person.), 334.
+
+Grecia, 307.
+
+Greco (vino), 259.
+
+Gregorio (san), 119, 150, 340.
+
+Gualterotto (Lanfranchi), 182.
+
+Guerra (person.), 104.
+
+
+
+Iacchetto (re di Cipro), 176.
+
+Iano (Giano), 307.
+
+Iasone e Iasoni, 214, 339.
+
+Ibero, 283.
+
+Icomica (person.), 321.
+
+Idropisia (person.), 136, 241.
+
+Ieremia, 312.
+
+Ignazio (sant'), 179.
+
+Ilario (sant'), 348.
+
+Ilbina, 54, 56-59, 63, 87, 91.
+
+Ilionne (Troia), 347.
+
+Imbro, 185.
+
+Immania (person.), 244.
+
+Immondizia (person.), 261.
+
+Inganno (person.), 104.
+
+Innocenza (person.), 267.
+
+Intelligenza presente (person.), 323.
+
+Inumanitá (person.), vedi Immania.
+
+Invidia (person.), 45, 46, 48, 83, 103, 213, 215, 219, 223, 224.
+
+Ioab, 174.
+
+Ioan d'Azzo, 186.
+
+Ioanna (I, regina di Napoli), 161.
+
+Ioanni Batista (san), 261, 295.
+
+Iobbe, 106, 165.
+
+Iole, 10.
+
+Ionia, 81, 84-86, 88, 89.
+
+Iosef (ebreo), 215.
+
+Iove, 3, 9, 25, 30, 31, 40, 47, 51, 52, 57, 59, 70, 72, 73, 82, 106,
+ 108, 146, 159, 160, 191, 205, 264, 324, 331, 359 -- chiamato
+ Tonante, 26, 123.
+
+Ipocrate, 320.
+
+Ipodria, 32, 33.
+
+Ippolito, 24, 41.
+
+Ira (person.), 243-245, 251.
+
+Iris, 33, 57.
+
+Isac, 116.
+
+Isidoro (sant'), 348.
+
+Israele e Israelle, 116, 155.
+
+Issione, 160.
+
+Italia, 210, 245, 248.
+
+Iuda e Giuda, 19, 110, 215, 228, 241.
+
+Iudi (come Iuda), 174.
+
+Iuno e Iunone, 22, 24-28, 30-36, 44-50, 52, 53, 57, 58, 66, 72, 211,
+ 331 -- chiamata Saturnia, 51.
+
+Iustiniano (imperatore), 340.
+
+Iustizia (person.), 171, 328, 331, 336, 376.
+
+
+
+Laberinto e Labrinto, 172, 267.
+
+Lanfranchi (famiglia), 182.
+
+Laterano, 259.
+
+Latona, 30, 36, 385.
+
+Latria (person.), 334, 338.
+
+Laurenzio (san), 348.
+
+Lazzaro, 234, 258.
+
+Leda, 3.
+
+Legge antica e nuova, 267.
+
+Leonina (cittá), 259.
+
+Licaona e Licaone, 98, 172.
+
+Lico, 211.
+
+Lieo, vedi Bacco.
+
+Lippea, 27-32, 34-38, 40-43, 45, 46, 48-58.
+
+Lisbena, 25, 27-32, 34, 36, 47.
+
+Lisna, 33, 34.
+
+Lotto e Lotte (Lot), 98, 256.
+
+Luca (san), 258.
+
+Lucano, 140, 317.
+
+Lucca, 141, 151, 162.
+
+Lucia (santa), 348.
+
+Lucrezia (romana), 207.
+
+Luna (divin.), 181.
+
+Lussuria (person.), 267, 269.
+
+
+
+Macario (san), 134.
+
+Maccabeo, 366.
+
+Maddalena (la), 293, 365.
+
+Maiestá divina, 190, 342, 376.
+
+Magna (La), 123.
+
+Magnanimitá (person.), 303.
+
+Mal di fianco (person.), 135.
+
+Malizia (person.), 104, 239.
+
+Mal podagrico (person.), 135.
+
+Mal che par la carne arda (person.), 136.
+
+Mamone e Mammone, 169, 170, 236.
+
+Margherita (santa), 348.
+
+Maria (santa), 299, 350, 369 -- chiamata Madre di Cristo, 236;
+ -- Regina del cielo, 370.
+
+Marta, 296.
+
+Marta (santa), 348.
+
+Marte, 31, 92, 117, 149, 163, 184, 305, 307, 322, 324.
+
+Matteo (san), 280, 372.
+
+Medea, 250.
+
+Medone, 185.
+
+Medusa, 9, 39, 59, 175, 176.
+
+Megera, 175, 244, 248.
+
+Memoria (person.), 323.
+
+Menzogna (person.), 229.
+
+Mercurio, 205, 313, 386.
+
+Michele (san), 116.
+
+Michelina (santa), 296.
+
+Mida, 234.
+
+Minerva, Palla e Pallade, 54, 56-61, 63, 64, 84, 88, 90, 91, 93, 94,
+ 97-99, 101, 107-10, 113, 118-20, 123, 124, 126, 129, 130, 132-34,
+ 136, 138, 139, 144, 146-49, 153, 155, 158, 159, 163, 164, 169-71,
+ 173, 178, 179, 181-84, 186, 187, 189, 197, 198, 200, 202, 203, 208,
+ 212, 217-20, 226-28, 235, 240, 249, 251-54, 257, 259-61, 268, 271,
+ 276, 277, 287, 301, 314, 326.
+
+Minos, 178.
+
+_Miserere_ (preghiera), 370.
+
+Modestia (person.), 292.
+
+Moises, 117.
+
+Mollizia (person.), 238.
+
+Mongardo Annichino, 185.
+
+Mongibello, 71, 104.
+
+Morbi (person.), 135.
+
+Moriale (fra), 185.
+
+Morte (person.), 131, 138, 139, 224, 225.
+
+Musa (Dante), 204.
+
+Muzio (Scevola), 369.
+
+
+
+Nabucodonosor, 207, 342.
+
+Natura (person.), 81, 104, 255, 260, 264, 267, 269, 283.
+
+Negligenza (person.), 238.
+
+Nembrotte, 207.
+
+Nerone, 253.
+
+Nesso, 185.
+
+Nettuno, Neptuno e Nettunno, 9, 79, 104, 177, 251, 384.
+
+Nilo, 283.
+
+Nisa, 318.
+
+Noè, 53, 116, 265.
+
+Nummo, 178, 179.
+
+
+
+Observanzia, 334.
+
+Oceano, 9, 128, 212, 283.
+
+Olimpo, 25, 48.
+
+Omero, 317.
+
+Onestá (person.), 292.
+
+Opinione falsa (person.), 143, 144.
+
+Orazio (Coclite), 302.
+
+Orazio (poeta), 318.
+
+Orfeo, 205, 318.
+
+Oriente, 306.
+
+Origene, 136.
+
+Orlando, 232.
+
+Orse, 108.
+
+Ossa, 191.
+
+Ostiense (Arrigo da Susa), 340.
+
+Ottaviano, Agosto e Cesare Agosto, 150, 192, 289.
+
+Ovidio, 317.
+
+
+
+Palla e Pallade, vedi Minerva.
+
+Pallia, 25, 27, 28, 47.
+
+Panfia, 76.
+
+Pantasilea, 301.
+
+Parche (le), 139.
+
+Parcitá (person.), 291, 295.
+
+Parigi, 206.
+
+Parmenide, 320.
+
+Parnaso, 15, 313, 318, 384.
+
+Pasife, 185, 267.
+
+Patto (divino), 53.
+
+Paulino (san), 376.
+
+Paulo e Polo (san), 93, 178, 343, 347, 359, 361, 386.
+
+Pazienza (person.), 304.
+
+Peloro, 191.
+
+Perseo, 59, 184.
+
+Persia, 92.
+
+Persio (poeta), 318.
+
+Perugia, 92, 164, 306.
+
+Pier d'Alborea, 131.
+
+Pietá (person.), 324.
+
+Pietro (re di Cipro), 176.
+
+Pietro (san), 92, 107, 178, 236, 344, 347, 366, 372.
+
+Pigmalione, 234.
+
+Pirro, 180.
+
+Pisa e Alfea, 54, 141, 162, 175, 176, 182.
+
+Pistoia, 340.
+
+Pitagora, 320.
+
+Platone, 319.
+
+Pluto e Plutone, 9, 76, 78, 104, 169, 170, 178, 179, 181, 264, 318.
+
+Po, 283.
+
+Policleto, 347.
+
+Polisena, 180.
+
+Polmonia (person.), 136.
+
+Pompeo, 192, 210, 307, 317.
+
+Povertá (person.), 124, 224.
+
+Presagio (person.), 154.
+
+Priamo, 192, 339.
+
+Principati, 385.
+
+Priscille (catacombe di santa), 348
+
+Proserpina, 9, 76, 180.
+
+Provvidenza (person.), 323, 324.
+
+Prudenza e Prudenzia (person.), 313, 317-19, 321, 346.
+
+
+
+Quirino, vedi Romulo.
+
+
+
+Radamanto, 178.
+
+Ramondo (fra'), 340 -- _Decretali_, ivi.
+
+Regulo Marco (Attilio), 302.
+
+Remo, 177.
+
+Reno, 283, 306.
+
+Riccardo (da san Vittore), 348.
+
+Rieti, 118.
+
+Rifa, 11, 12, 14, 18, 20.
+
+Roma, 26, 81, 111, 161, 192, 205, 222, 240, 266, 268, 305-08, 317,
+ 339, 371, 375.
+
+Romulo e Quirino, 210, 222, 223, 307.
+
+
+
+Saba, 279.
+
+Sabello, 371 -- Carlo figlio e Lelio nipote di S., ivi.
+
+Sabina (regione), 307.
+
+Salamone e Salomone, 55, 268, 279, 339.
+
+Salaria (via), 348.
+
+Sansone, 161, 301.
+
+Sapienza (person.), 323.
+
+Sardanapallo, 269.
+
+Satan, Satana e Satanasso, 100-02, 105, 106, 109, 110, 113, 116, 179,
+ 187-90, 192, 198, 199, 202, 207, 208, 235, 291, 326, 339, 344, 384.
+
+Saturnia, vedi Iuno.
+
+Saturno, 63, 77.
+
+Saul, 150, 155.
+
+Scala (della) famiglia, 177.
+
+Scala (della) Mastino e Mastini, 162, 176.
+
+Schirone, 119.
+
+Scilla, 128.
+
+Scipio e Scipione, 62, 192, 205, 210, 222, 307.
+
+_Scrittura sacra_, 346, 351, 352.
+
+Sdegno (person.), 144, 244.
+
+Seneca, 235, 320.
+
+Servagnone, 172.
+
+Sesto (Tarquinio), 207.
+
+Seth e Set, 116, 279.
+
+Sibilla, 359.
+
+Sicilia e Trinacria, 161, 283.
+
+Signoria (person.), 250, 251.
+
+Silla, 250, 252.
+
+Simon mago, 207, 345.
+
+Sionne, 347.
+
+Sirena (la), 25.
+
+Sisifo, 148.
+
+Sisto (san), 348.
+
+Socrate, 320.
+
+Sodoma, 98, 293.
+
+Sogni (person.), 154.
+
+Sole, 3, 313, 386.
+
+Solerzia (person.), 324.
+
+Sonnolenza, 238.
+
+Soprasia (monte), 93.
+
+Sospizione (person.), 144.
+
+Spello, 92.
+
+Spene e Speranza (person.), 50, 144, 358, 359, 361, 362, 364, 368-70, 374.
+
+Spirito santo, 350, 362, 363 -- chiamato «Colui che eternamente
+ spira», 363.
+
+Stati, 288.
+
+Stazio, 318.
+
+Stefano (santo), 348.
+
+Stige, 146.
+
+Superbia (person.) 251, 285, 327.
+
+
+
+Taddeo (Pepoli), 341.
+
+Tanai, 283.
+
+Tantalo, 255.
+
+Tarquinio (il superbo), 207.
+
+Tarso, 242.
+
+Taura, 65, 69, 73, 74.
+
+Tauro (costell.), 114.
+
+Tebe, 248.
+
+Temperanza (person.), 284-86, 290, 301, 314.
+
+Tepidezza (person.), 238.
+
+Terenzio, 318.
+
+Terrasanta, 308.
+
+Teseo, 100, 177, 219.
+
+Tesifone, 175.
+
+Tessaglia, 248, 307.
+
+Tevere, 98, 302.
+
+Tieste, 177.
+
+Timia, 92.
+
+Timore (person.), 144.
+
+Tirena, 32.
+
+Tito Livio, 317.
+
+Titone, 87.
+
+Tizio, 133.
+
+Tomas d'Aquino (san), 348.
+
+Topino, 92, 98.
+
+Torquato (Manlio), 308.
+
+Toscana, 161.
+
+Tosco Piero, 256.
+
+Toso Benigno, 375.
+
+Traiano, 289.
+
+Trieve (Trevi), 92.
+
+Trinacria, vedi Sicilia.
+
+Trincia e Trinci (famiglia), 93.
+
+Trinci, Trince, 309.
+
+Troia, 86, 92, 192, 248, 266, 305, 306, 342.
+
+Troni, 385.
+
+Tros, 92, 93.
+
+Tullio (Cicerone), 317.
+
+
+
+Ugo (cardinale), 348.
+
+Uguccio (Casali) da Cortona, 249.
+
+Ulisse, 25, 301.
+
+Umbria, 98.
+
+Umiltá (person.), 285, 298, 300.
+
+Urbano (VI, papa), 309.
+
+Ursenna, 27, 28.
+
+
+
+Vagniel, Vangelio e Vangelo, 167, 258, 312, 333.
+
+Varri (Varrone), 339.
+
+Vaticano, 348.
+
+Vecchiezza (person.), 134.
+
+Vencioli (famiglia), 164.
+
+Vendetta (person.), 335.
+
+Venere e Venus, 53, 56-58, 63, 64, 72, 74-76, 79-83, 205, 264, 271,
+ 291 -- chiamata Ciprigna, 57, 59, 80, 81, 86; -- Citarea, 58, 64,
+ 82, 86, 268, 327.
+
+Veritá (person.), 336-38.
+
+Verona, 176.
+
+Vesta, 268.
+
+Vincenzio (san), 348.
+
+Virgilio, 103, 317, 359.
+
+Virtú e Vertudi (person.), 326, 342.
+
+Vizi (person.), 327.
+
+Vulcano, 51, 55, 65-67, 69-74, 98, 191, 218, 264.
+
+
+
+Zefiro, 313.
+
+Zenitte, 386.
+
+Zenone, 320.
+
+Zodiaco, 385.
+
+
+
+
+
+INDICE
+
+LIBRO PRIMO
+
+DEL REGNO D'AMORE
+
+I. Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse
+nel regno di Diana, ove a' preghi del medesimo ferí
+la ninfa Filena pag. 3
+
+II. Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno
+può far resistenza a lui ed alle sue saette » 9
+
+III. L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena,
+che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta » 15
+
+IV. Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa
+di piú bella ninfa fattagli da Cupido » 20
+
+V. Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana » 25
+
+VI. Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda tra
+Lisbena e Lippea » 30
+
+VII. Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, che
+avea vinta » 35
+
+VIII. Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una
+saetta d'oro » 40
+
+IX. Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire » 45
+
+X. Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere
+con l'autore, a cui da Venere vien promessa la
+ninfa Ilbina » 50
+
+XI. Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa » 55
+
+XII. Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del
+suo reame » 60
+
+XIII. Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale
+gli rende ragione di molti fenomeni » 65
+
+XIV. Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego
+di Venere Giove discese dal cielo e pose pace fra loro » 70
+
+XV. Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia,
+la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti » 75
+
+XVI. Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo
+reame dispiacquero all'autore, perché usavano atti
+disonesti d'amore; onde Venere il menò a ninfe piú oneste,
+ma piú piene d'inganno » 80
+
+XVII. Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla
+ninfa Ionia » 85
+
+XVIII. Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci e
+della cittá di Foligno » 90
+
+
+LIBRO SECONDO
+
+DEL REGNO DI SATANASSO
+
+I. Come la dea Pallade appare all'autore e gli descrive la
+sedia e signoria di Satanasso » 97
+
+II. Come l'autore narra a Minerva che e' si confida vincere
+Satanasso e suoi vizi » 103
+
+III. Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno,
+dove era disceso » 108
+
+IV. Dove trattasi del limbo e del peccato originale » 113
+
+V. Come l'autore trova certe anime, che stavano penando
+presso al limbo » 118
+
+VI. Come l'autore, uscito dall'inferno, venne nel mondo
+nell'emisfero di Satan » 123
+
+VII. Dove trattasi del regno d'Acheronte » 128
+
+VIII. Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e'
+significhi » 133
+
+IX. Come l'autore trova la Morte, la quale parla acerbamente
+contro i mortali » 138
+
+X. Dove l'autore discorre delle pene, che l'uomo dá a se
+stesso per false opinioni » 143
+
+XI. Dove si tratta della pena di Sisifo » 148
+
+XII. Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona
+il timore » 153
+
+XIII. Come l'autore vede la Fortuna » 158
+
+XIV. Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha
+il vero fondamento » 163
+
+XV. Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo,
+e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini » 168
+
+XVI. Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani » 173
+
+XVII. Come l'autore vede il tempio di Plutone » 178
+
+XVIII. Dove si tratta delli centauri » 183
+
+XIX. Come l'autore trova Satan trionfante nel suo reame » 188
+
+
+
+LIBRO TERZO
+
+DEL REGNO DE' VIZI
+
+I. Come l'autore fu a battaglia con Satanasso e, umiliandosi,
+lo vinse » 197
+
+II. Delle cagioni onde viene la superbia, e come ella è
+vizio principale » 202
+
+III. Dichiaransi gli effetti della superbia » 207
+
+IV. Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura » 212
+
+V. Di tre spezie d'invidia e di Cerbero, dal quale l'autore
+fu assalito » 217
+
+VI. Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú » 222
+
+VII. Ove trattasi del vizio dell'avarizia » 227
+
+VIII. Dove si ragiona del vizio dell'avarizia » 232
+
+IX. Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami » 237
+
+X. Del vizio dell'ira e delle sue specie » 242
+
+XI. Trattasi della pena dell'ira » 247
+
+XII. Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa
+a discorrere del vizio della gola » 252
+
+XIII. Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola » 257
+
+XIV. Della lussuria e delle sue specie » 262
+
+XV. Trattasi piú in particolare delle specie e de' rami discendenti
+della lussuria » 267
+
+
+LIBRO QUARTO
+
+DEL REGNO DELLE VIRTÚ
+
+I. Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero
+della scienza del bene e del male » 275
+
+II. Della condizione del paradiso terrestre e de' fiumi, che
+quindi escono » 280
+
+III. Della vertú della temperanza e sue laudi » 285
+
+IV. Delle spezie e rami della temperanza » 290
+
+V. Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza » 295
+
+VI. Della fortezza e delle sue spezie » 300
+
+VII. De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette la
+virtú della fortezza » 305
+
+VIII. Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, e
+appresso incominciasi a trattare della prudenza » 311
+
+IX. Nel quale ragionasi di assai antichi poeti, filosofi ed autori » 316
+
+X. Delle specie ovvero delle parti della prudenza » 321
+
+XI. Della virtú della giustizia, e come e perché furono trovate
+le leggi » 326
+
+XII. Trattasi delle parti della giustizia » 331
+
+XIII. Dove trattasi singolarmente della virtú dell'equitá e della
+veritá e de' valenti canonisti e legisti » 336
+
+XIV. L'autore vede il tempio della fede, e gli appare san
+Paolo, il quale gli ragiona di questa virtú » 342
+
+XV. Di coloro che col lor sangue fondarono la fede, e delle
+cose che dobbiamo credere » 347
+
+XVI. Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio » 352
+
+XVII. Come Paolo apostolo menò l'autore al reame della Speranza » 357
+
+XVIII. De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla
+speranza » 362
+
+XIX. Come la Speranza conduce l'autore a parlare con la
+Caritá » 368
+
+XX. Dove trattasi piú distintamente del purgatorio, e si risolvono
+certi dubbi » 373
+
+XXI. Della caritá e dell'opere della misericordia corporali e
+spirituali » 378
+
+XXII. La Caritá mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori
+ed eterne » 383
+
+Nota » 389
+
+Glossario » 407
+
+Indice dei nomi » 409
+
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of Il Quadriregio, by Federico Frezzi
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL QUADRIREGIO ***
+
+***** This file should be named 27433-8.txt or 27433-8.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ http://www.gutenberg.org/2/7/4/3/27433/
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions
+will be renamed.
+
+Creating the works from public domain print editions means that no
+one owns a United States copyright in these works, so the Foundation
+(and you!) can copy and distribute it in the United States without
+permission and without paying copyright royalties. Special rules,
+set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
+copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to
+protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project
+Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you
+charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you
+do not charge anything for copies of this eBook, complying with the
+rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose
+such as creation of derivative works, reports, performances and
+research. They may be modified and printed and given away--you may do
+practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is
+subject to the trademark license, especially commercial
+redistribution.
+
+
+
+*** START: FULL LICENSE ***
+
+THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
+PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
+
+To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
+distribution of electronic works, by using or distributing this work
+(or any other work associated in any way with the phrase "Project
+Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
+Gutenberg-tm License (available with this file or online at
+http://gutenberg.org/license).
+
+
+Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm
+electronic works
+
+1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
+electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
+and accept all the terms of this license and intellectual property
+(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
+the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy
+all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession.
+If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
+Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the
+terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
+entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.
+
+1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
+used on or associated in any way with an electronic work by people who
+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
+individual work is in the public domain in the United States and you are
+located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
+copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
+works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
+are removed. Of course, we hope that you will support the Project
+Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
+freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
+this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
+the work. You can easily comply with the terms of this agreement by
+keeping this work in the same format with its attached full Project
+Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
+a constant state of change. If you are outside the United States, check
+the laws of your country in addition to the terms of this agreement
+before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
+creating derivative works based on this work or any other Project
+Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning
+the copyright status of any work in any country outside the United
+States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate
+access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
+whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
+phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
+Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
+copied or distributed:
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
+from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
+posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
+and distributed to anyone in the United States without paying any fees
+or charges. If you are redistributing or providing access to a work
+with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
+work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
+through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
+Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
+1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
+terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked
+to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
+permission of the copyright holder found at the beginning of this work.
+
+1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
+
+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
+word processing or hypertext form. However, if you provide access to or
+distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
+"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
+posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
+you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
+copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
+request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
+form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
+License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
+that
+
+- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is
+ owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
+ has agreed to donate royalties under this paragraph to the
+ Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments
+ must be paid within 60 days following each date on which you
+ prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
+ returns. Royalty payments should be clearly marked as such and
+ sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
+ address specified in Section 4, "Information about donations to
+ the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."
+
+- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or
+ destroy all copies of the works possessed in a physical medium
+ and discontinue all use of and all access to other copies of
+ Project Gutenberg-tm works.
+
+- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
+ money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days
+ of receipt of the work.
+
+- You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
+electronic work or group of works on different terms than are set
+forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
+both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
+Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the
+Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
+collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
+works, and the medium on which they may be stored, may contain
+"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
+property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
+computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
+your equipment.
+
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH F3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium with
+your written explanation. The person or entity that provided you with
+the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
+refund. If you received the work electronically, the person or entity
+providing it to you may choose to give you a second opportunity to
+receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy
+is also defective, you may demand a refund in writing without further
+opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
+WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
+If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
+law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
+interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
+the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
+provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
+with this agreement, and any volunteers associated with the production,
+promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
+harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
+that arise directly or indirectly from any of the following which you do
+or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
+work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
+Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
+
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of computers
+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
+people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
+ http://www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.