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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La Marfisa bizzarra + +Author: Carlo Gozzi + +Editor: Cornelia Ortiz + +Release Date: October 10, 2006 [EBook #19524] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MARFISA BIZZARRA *** + + + + +Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the +Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net +(Images generously made available by Editore Laterza and +the Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + + + + SCRITTORI D'ITALIA + + + + CARLO GOZZI + + LA MARFISA BIZZARRA + + A CURA + + DI + + CORNELIA ORTIZ + + BARI + + GIUS. LATERZA & FIGLI + + TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI + + 1911 + + + + PROPRIETÁ LETTERARIA + + NOVEMBRE MCMXI--29238 + + + + + LA MARFISA BIZZARRA + + POEMA FACETO + + + A SUA ECCELLENZA + LA SIGNORA + CATERINA DOLFINO + CAVALIERA E PROCURATORESSA TRON + + CARLO GOZZI + +Con audacia particolare dedico a Vostra Eccellenza la _Marfisa +bizzarra_, ch'è un fascio di dodici canti da me immaginati e scritti, +intitolati «poema»; e non contento ancora d'avergli intitolati +«poema», ho aggiunto a questo titolo l'epiteto di «faceto». A mio +credere, un tale epiteto gareggia di temeritá colla dedica, giudicando +la facezia, spezialmente in questo secolo, molto piú difficile della +serietá, quantunque meno considerata da infinite persone che non sono +né serie né facete. + +Un certo bisbiglio di prevenzione fa la _Marfisa_ qualche cosa di +conseguenza, e però l'Eccellenza Vostra accetti a buon conto, come a +lei dedicato, cotesto bisbiglio anteriore, perché, letta che sia la +_Marfisa_ da lei e dal pubblico, non sará trovata cosa degna del +menomo riflesso, e sará tronco tosto anche quel favorevole mormorio +che le dona qualche fama prima che sia pubblicata. Le prevenzioni +onorevoli in aspettativa sogliono riuscir perniziose all'opere +ch'escono dalle stampe, perché le fantasie umane, naturalmente +voragini insaziabili, in attendendo curiose, si riscaldano, si formano +delle idee gigantesche in astratto; ed è facile che sembri loro alfin +di vedere la meschina prole della montagna partoriente. La _Marfisa_, +forse con ragione, sará considerata quel parto, ed io averò avuta la +sfacciataggine di dedicarla a Vostra Eccellenza. + +Non posso tuttavia ridurre interamente il mio cuore a disprezzar +questo poema quanto, uniformandomi ad altri, sarei capace esternamente +di avvilirlo con le parole. Qualche picciola parte della mia fragile +umanitá, non atta alla filosofia, sente un vermicciuolo di +predilezione, il qual è poi anche una delle vere cagioni della mia +dedica. Si farneticherá forse per indovinar la ragione per la quale io +abbia donati piú alle sue che ad altre mani de' fogli spiranti satira +per ogni verso. Appago questa curiositá. Certi modi franchi e svelati +ne' discorsi dell'Eccellenza Vostra m'hanno fatto giudicare che +convenga piú a lei che ad altri una tal dedica, e forse forse procuro +con questo dono di sedurre l'animo suo a leggere la _Marfisa_ con una +favorevole disposizione. Gli onesti satirici non possono tener celato +nemmeno un artifizio che usano in loro favore, com'Ella vede. + +Per la cognizione che ho delle sue vaghe produzioni poetiche, del suo +intelletto e della sua vivacitá di esprimere un sano giudizio, la sua +lingua è da temersi quanto sarebbe da temer la _Marfisa bizzarra_, se +ella avesse il merito che ha la sua lingua. S'io fossi un poeta +mellifluo, caderebbero le mie lodi sopra il suo leggiadro portamento, +sopra i gigli e le rose del suo colorito, sopra l'oro dei suoi capelli +e sopra temi consimili, possedendo Vostra Eccellenza abbondanza di +qualitá anche di questa spezie. Sieno i suoi fioriti giardini fatti +immortali da que' tanti cigni che la circondano. Un poeta satirico è +per lo piú colpito da un animo franco e da una lingua sincera: per +questa sola ragione le mie parole pendono piú a queste due che +all'altre sue molte rare qualitá. Se tutti gli animi franchi e tutte +le lingue sincere s'abbattessero a rendersi osservabili agli amanti +del vero, tutti quelli che possedono queste due qualitá goderebbero di +quelle fortune che accrescono splendore a' meriti grandi di Vostra +Eccellenza; ma di rado i franchi e sinceri s'incontrano in tali +amanti, e per ciò, quando dovrebbero abbattersi a fortune, si +abbattono a sciagure. + +Si dánno sulla terra due generi di persone dette «satiriche» senza +considerazione. Il primo è d'invidiosi, inquieti, maligni, traditori, +ingrati, d'un interno avvelenato, odiatori, disperati, superbi, +collerici per istinto contro al genere umano, buono e cattivo +universalmente. Questi riescono detrattori pessimi da essere fuggiti, +e sono indegni di dedicare a una bell'anima le loro assassine opere, +per eleganti che sieno. Il secondo genere è di osservatori del bene e +del male, i quali colla miglior urbanitá ed efficacia che possono, +attenendosi a' generali, se non sono punti e sfidati da' particolari, +espongono, dipingono, caratterizzano, bilanciano, fanno confronti, +riflessioni, lodano il bene, inveiscono contro il male, deridono i +pregiudizi, ridono e fanno ridere de' difetti dell'umanitá. Una certa +libertá di pensare, un disprezzo de' riguardi, un amore ardito per la +veritá gli fa scrittori. + +Chi dedica, aspira a qualche benefizio. Io bramo dall'Eccellenza +Vostra quel solo benefizio d'essere considerato nel numero del secondo +genere de' satirici. + +Il mondo difficilmente fa una tale separazione. Nimicizia, ignoranza, +dispetto, sospetto mette i detrattori e gli urbani satirici in un solo +conto. Vostra Eccellenza non è nimica, non è ignorante, non è +dispettosa, non è sospettosa, e sa essere benefattrice volontaria +anche di coloro che non le chiedono favori. Affido alle sue mani la +_Marfisa bizzarra_, non meno che la bilancia del mio carattere; e la +supplico a voler consentire ch'io possa vantarmi suo servitore e suo +satirico. + + + + +PREFAZIONE + + SCRITTA TRA 'L DUBBIO CHE SIA NECESSARIA + E 'L DUBBIO CHE SIA INCONCLUDENTE + + +Rispettando chi molto ragiona e poco osserva, io poco ragionando e +molto osservando ho ingravidata la mente, la quale, senza incomodare +la lingua, ha dato poi tutta la briga, quando a una mia penna di pollo +d'India, quando a una mia penna d'oca, di discorrere sopra i fogli che +succederanno a questo preambolo. Cotesti fogli formano un libro sulla +fronte di cui si vederá scritto: _La Marfisa bizzarra, poema +faceto_. È superflua una confessione che i fatti esposti in dodici +canti della _Marfisa_ non siano di gran rimarco. Ciò non è mia +colpa. Se nella vecchiaia del mio Turpino i paladini non avessero +cambiati gli antichi costumi, che teneano del mirabile, gli accidenti +della _Marfisa_ sarebbero piú maravigliosi. Destò in me la spezie di +gravissimo caso il cambiamento nel pensare e nell'operare di quegli +eroi tanto celebrati dal Boiardo e dall'Ariosto; e se verrá +considerata la differenza nel vero punto di vista, i successi di +questo burlesco poema non appariranno frivoli affatto. I caratteri, le +pitture, i ragionamenti, i maneggi, gli amori, in tal metamorfosi +mirabile quanto tutte quelle d'Ovidio, non mi parvero immeritevoli +della fama; e certo il maggior scapito loro deriverá dal mio +infelicissimo ingegno, non atto a fargli immortali. Dieci canti di +questo libro furono da me scritti sette anni or saranno, vale a dire +l'anno 1761. Siccom'egli è veramente satirico e ripieno di ritratti +naturali al possibile, alcuni, che vollero a forza udirne dei pezzi, +incominciarono a voler fare gli astrologhi, immaginando di scoprire in +essi il tale e la tale dipinti particolarmente al vivo. Si sa quanta +forza abbia la presunzione dell'infallibilitá negli uomini, e quanto +diligenti sieno i nimici ad assecondare un'opinione che può riuscire +in odiositá a una libera penna. I disseminati discorsi de' falsi +indovini mi parsero perniziosi e indiscreti. La mia vena innocente, +che cercava solo di spassarsi nel partorir le immagini delle quali si +era impregnata sulla lettura del suo Turpino e in una taciturna e +universalissima osservazione sugli uomini, ebbe alquanta +stizza. Troncai 'l corso all'opera e la chiusi a sette chiavi, +sdegnando che dall'amore che ho per il prossimo me ne venisse +dell'odio, e che fosse cambiato in veleno un elisire ch'io, forse +accecato da troppo orgoglio, giudicava non disutile alla societá. + +Nel tempo in cui scrissi gli accennati primi dieci canti, bolliva una +controversia un po' troppo arditamente giocosa intorno alla maniera di +ben iscrivere e al buon gusto poetico del comporre. Paleserò, s'è +necessario, che Marco e Matteo dal piano di San Michele--due paladini +che si vedono dipinti nel poema--rappresentano due scrittori, che in +quella stagione s'erano dichiarati, coll'alleanza d'alcuni altri +scrittorelli, con soverchia animositá contro a' buoni scrittori +antichi e contra chi difendeva l'invulnerabile fama di quelli. Coteste +due creature, dipinte precisamente, hanno data la spinta a far +giudicare con sciocchezza e falsitá di tutte l'altre persone che +campeggiano nel poema. Vorrei ben oggi poter troncare, senza rompere +alcune necessarie connessioni all'opera e senza che potessero uscire +quelle brutte parole «il libro è castrato», tutto ciò che attiene a' +que' due paladini, ch'io tengo per amici ad onta delle loro collere; +prima perché non è mio costume il prendere di mira persone in +particolare, e poscia perché riescono scipite e tediose tutte le +scritture di critica e di derisione fuori della circostanza in cui un +pubblico è in quella interessato. Il tempo solo decide del merito di +ciò che si scrive, e non avendo io nessun merito per sperare dal tempo +immortalitá, sieno certi i due paladini Marco e Matteo, e gli alleati, +della loro vendetta. Quanto agli altri oggetti fatti sospettosi +dagl'indovini e dalla malizia, se useranno l'indulgenza di non +credermi capace di prender dirittamente per bersaglio nessuno che non +mi punga, per satireggiarlo, mi faranno giustizia. Potranno questi +riflettere che, siccome ne' _Caratteri_ di Teofrasto, nelle _Satire_ +di Orazio, di Giuvenale, nelle antiche commedie e in altri libri +dell'anime passate negli Elisi, si trovano delle pitture d'uomini +viventi oggidí; nella _Marfisa bizzarra_, da qui a due secoli, se 'l +libro fosse fortunato a segno d'aver tanto di vita, si troveranno de' +veri disegni d'uomini viventi in allora. Non so s'io mi debba dire +«spero» o «temo» che la premessa mia giustificazione sia +inutile. Nessuno si vedrá figurato negli oggetti difettosi posti nella +_Marfisa_, e piuttosto si rileverá ne' virtuosi. La lettura e le +osservazioni mi faranno titubare e quasi credere che gli uomini morti +sieno stati simili ai viventi, e che con tutte le satire, le derisioni +al vizio e i ricordi buoni, gli uomini che nasceranno abbiano da non +esser differenti dagli uomini morti e dagli uomini che oggidí vivono +con noi. Il difetto, riguardo ai principi dell'educazione, è benissimo +conosciuto da' popoli, ma la considerazione che abbiamo di noi +medesimi lo fa sempre scorgere facilmente dall'uomo nell'altro uomo e +difficilmente in se stesso. Solo perché in ogni secolo si è procurato +di scemare i difetti nelle genti, certi scrittori ebbero +dell'applauso: vi sará in ogni secolo chi tenterá di acquistarsi +qualche nome per questa via. Se poi si giunga per questa via a +cagionare alcuna riforma nei viziosi costumi, io mi contenterò di +rimanere in dubbio per non tralasciare di farlo. Il governo di Londra +ha sperato in ciò del benefizio sopra a' suoi popoli, e perciò lasciò +correre _Lo spettatore_. Due poemetti usciti alla stampa da poco tempo +in verso sciolto, l'uno intitolato _Il mattino_, l'altro _Il +mezzogiorno_, che mi lasciano con ingordigia desiderare _La sera_, +risvegliarono in me la brama di dar fine all'imprigionata _Marfisa +bizzarra_. Una felice, elegante, maestosa, diligente e notomizzata +esposizione, molti riflessi, molta satira e molta filosofia formano +que' due libretti, veramente degni di andar separati dalle immense +lordure ch'escono alla stampa in questo secolo detto «illuminato». Il +sublime del loro stile, sopra una base faceta, sostiene ingegnosamente +una continua ironia, che gli fa seri e scherzevoli a un tratto e col +piú fino sapore. Non anderanno soggetti mai alla sventura +dell'oblivione, quantunque appunto pel loro sostenuto sublime riescano +oscuretti appresso quella vergognosa ignoranza, dall'autore con somma +ragione sferzata in parecchi grandi. Tuttoché que' due poemetti sieno +scritti in uno stile totalmente diverso da quello della _Marfisa_, +sono però appoggiati alle viste medesime e a' medesimi principi di +questa. L'ho terminata con due canti, seguendo il filo degli altri +dieci e quell'ossatura da sett'anni apparecchiata, fatto coraggioso +dal felice accoglimento dato dal pubblico alla benemerita sferza del +_Mattino_ e del _Mezzogiorno_. Sappiasi ch'io mi vanto solo d'essere +confratello nelle massime dello scrittore di que' due poemetti +venerabili, ma sappiasi ancora ch'io mi confesso architetto infelice +d'una fabbrica umile e di simmetria diversa affatto da quella del suo +nobilissimo edifizio. Non incresce all'umanitá di passar talora da un +adornato palagio ad una semplice casipola villereccia, in traccia di +quella varietá che suol cagionare il divertimento. La _Marfisa_ è un +poema giocoso e d'uno stile scopertamente famigliare. Molti fattarelli +cavati dal mio Turpino, che la riempiono, servono di pretesti a porre +in circostanza le dame, i cavalieri, l'arme e gli amori; e dalla +circostanza pullula quella satira sul costume, alla quale chiedo la +benedizione dal cielo. Alle due consuete sciagure degli altri libri +anderá sottoposta la _Marfisa_. Se una è quella di non essere né letta +né badata, l'altra è quella della critica. Mi rincrescerebbe alquanto +piú la prima della seconda, ma né l'una né l'altra potrá vantarsi +d'aver turbata la mia pace. Per entro al poema credo d'aver assai +espressa la mia ostinazione di voler usare i colori dello stile de' +nostri antichi piacevoli, a me amicissimi e carissimi. Quante +bellezze, d'indole però diversa, non adornano _Il mattino_ e _Il +mezzogiorno_, per aver il loro scrittore bevuto alla fonte degli +antichi poeti! Se i miei critici vorranno tentare di darmi alcun +dispiacere, gli avverto fraternamente di censurar la Marfisa in tutte +le sue parti, ma non mai in quella degli anacronismi de' quali è +sparsa, perché mi faranno piú ridere che arrabbiare e non averanno il +loro intento. Ho voluto che i miei paladini bevano il caffè, il +cioccolato e mandino de' libretti alla stampa al tempo di Carlo +Magno. Ho voluto che possano raccomandarsi a' santi e nominare de' +santi che dovevano ancora nascere, che possano spendere delle monete +di conio posteriore all'etá loro, che possano leggere Rutilio +Benincasa, l'_Ottimismo_, il _Lunario da Bassano_, eccetera +eccetera. Dicendo «ho cosí voluto», spero di levare la noia agli +eruditi critici di raccogliere una filza di simili anacronismi de' +quali desiderai di valermi, non curandomi d'avere il torto a prender +de' granchi volontariamente. Nella _Marfisa_ non si tratta né del +commercio né dell'arti né dell'agricoltura. Dovrá dunque cadere per +questa sola ragione tra i libri disutilacci e da non esser punto +considerati? Io rispetto i benemeriti scrittori, che co' loro +ponderati, seri e zelanti insegnamenti hanno giá in questo secolo +ridotte ricchissime tutte le cittá, fertilissime tutte le campagne, +agiatissime tutte le famiglie, come si vede. Pieno di gratitudine e +d'umiliazione verso il loro merito, pel benefizio dell'universale +opulenza introdotta, per i cibi e i vestiti che si hanno oggidí con +poca spesa, chiedo in grazia che si permetta senza disprezzo di poter +proccurare nell'uomo un commercio di buona fede, quanto quello della +cociniglia e dell'endico; che si permetta senza disprezzo, che si +possano animar nell'uomo le bell'arti della virtú, de' costumi, +dell'eloquenza quanto le manifatture de' panni e delle stoffe; che si +permetta senza disprezzo che si possa coltivar l'animo e il cuore +dell'uomo almeno quanto un gelso ed una patata. Consoliamoci con le +nostre reciproche lusinghe d'esser utili alla societá, con le nostre +reciproche speranze di renderci immortali, e tronchiamo le nostre +prefazioni seccatrici reciprocamente. + + + + +CANTO PRIMO + + + ARGOMENTO. + + La pace, l'ozio e i nuovi libriccini + cambian re Carlo Magno di natura. + Dietro al re quasi tutti i paladini + di poltrir solo e di sguazzare han cura. + Si fa nel primo canto agli Angelini, + agli Orlandi, a' Rinaldi la pittura, + agli Olivieri e all'altre alme famose, + perché il lettor s'informi delle cose. + + + 1 + + Se non credessi offender gli scrittori + che han rotto con lo scrivere ogni sbarra, + e son fatti del mondo inondatori, + io canterei di Marfisa bizzarra. + Ma appena m'udiranno, usciran fuori + con gli occhi tesi e con la scimitarra, + gridando che lo stil non è moderno, + e daran di gran colpi al mio quaderno. + + 2 + + Io non vo' rattenermi tuttavia, + e farò come il Cardellina e Svario, + c'hanno l'interruttore dietrovia + al loro arringo che grida il contrario, + e seguono il parlar con energia, + con le ragion fondate del sommario, + buffoneggiando le voci accanite, + e finalmente vincono la lite. + + 3 + + Sien le ragioni del sommario mio, + se degli antichi autor seguo la traccia, + che invan per tanti secoli l'obblio + con essi ha fatto alle pugna, alle braccia. + Spesso in soccorso il vostro lavorio + egli ha chiamato a dar loro la caccia, + o susurroni, o scrittorei di paglia, + ed ha sempre perduta la battaglia. + + 4 + + Ché dopo un breve tuono e un parapiglia + v'andaste in fummo o dileguaste in guazzi; + e fu la vostra quella maraviglia + delle cittá di neve de' ragazzi. + Cosí va chi aver fama si consiglia + dal rumorio di stolti popolazzi, + ch'oggi al poeta fan plauso e decoro + con la ragion che poi lo fanno al toro. + + 5 + + Segua che vuole a questo mio libretto, + di Marfisa bizzarra io cantar voglio. + Cantolla un altro e non ebbe concetto, + perché non dice il ver d'essa il suo foglio, + e 'l buon Turpino non aveva letto, + disprezzando gli antichi con orgoglio; + onde rimase con Paris e Vienna + ad aspettar qualche moderna penna. + + 6 + + Voi, che non isdegnate i versi miei + e de' nostri buon padri avete stima, + né vi curate de' furor plebei, + perché non giungon del Parnaso in cima; + voi, brigatella, in soccorso vorrei + sola all'oppressa mia povera rima; + voi ricogliete il parto, e fate nulla + l'arte che i figli nostri affoga in culla. + + 7 + + Io vi dirò siccome i paladini + cambiassero l'antico lor costume, + come mutaron gli elmi in zazzerini, + la guerra in sonno e in sprimacciate piume, + e come l'ozio e i nuovi libriccini + tolsero loro la ragione e il lume, + come la vecchia bizzarria Marfisa + cambiasse in nuova e i suoi casi da risa. + + 8 + + Di Filinor, cavalier di Guascogna, + conterò fatti che non sian discari, + se care son le gesta che vergogna + fanno a' ben nati cavalier suoi pari, + Pur, se il mal non è ben, non vi bisogna + udir per farvi a Filinor scolari, + ma sol per dar riforma alla natura, + o voi che somigliate a sua figura. + + 9 + + Vinto avea Carlo Agramante e Gradasso + e Rodomonte e gli altri suoi nimici, + e si viveva in pace fatto grasso: + tutti i re gli eran tributari e amici. + Vecchio e della memoria quasi casso, + solo avea briga a dispensar gli uffici + e qualche volta a por nuove gabelle, + del resto a tener morbida la pelle. + + 10 + + Mancato il capo, male sta la coda. + I paladin, veggendolo poltrone, + si dierono a' piattelli ed alla broda, + la state al fresco e il verno ad un focone, + ed a lagnarsi ch'era troppo soda + d'asse la sedia, e danno al codione; + donde inventaron sedie badiali, + sofá di lana e piume e co' guanciali. + + 11 + + A poco a poco l'agio e la quiete + gl'intabaccava sempre maggiormente; + le loro illustri imprese che sapete + eran lor quasi uscite dalla mente; + anzi ridevan spesso (or che direte?) + quando sentian raccontarle alla gente. + Alcun si vergognava aver ciò fatto, + e giudicava d'esser stato matto. + + 12 + + Se qualchedun si sentía male a' denti + o tosse o doglia o qualche altra magagna, + tosto diceva:--Ecco il frutto de' venti + e delle piogge della tal campagna.-- + Pur nondimen mangiava ognun per venti, + beveva vin da Scopolo e di Spagna, + dormiva sodo e tenea concubine, + a' passati disordin medicine. + + 13 + + Della religione il zelo santo, + per cui la vita a rischio posta aviéno, + era scemato e raffreddato tanto + che parea non ne avessino piú in seno. + Ne' dí di festa alla messa soltanto + ivan con rabbia o sonnolenti almeno, + e sol per uso o per veder la dama + ed attillati per acquistar fama. + + 14 + + I romanzieri dall'eroiche imprese, + dalle battaglie e da' sublimi amori + piú non si nominavan nel paese, + perché i moderni eran usciti fuori + co' fatti de' baron, delle marchese, + che mille volte si tenean migliori + per certe grazie, e cosí piú alla mano, + e assai piú confacenti al corpo umano. + + 15 + + Leggeano in quei siccome entro alle mura + delle vergini sacre ivan gli amanti, + come fuggían da quelle alla ventura + le donzelle ivi poste, andando erranti. + E vestite come uomo, alla sicura + dormian co' maschi del fatto ignoranti, + e il loro imbroglio al terminar de' mesi. + ed altri casi all'uso de' francesi. + + 16 + + Nelle commedie il costume novello + correva ancora, e cavalieri e dame + si vedean entro con poco cervello, + per l'onor, per l'amore o per la fame. + E turchi in scena con un gran drappello + di mogli pronte sempre alle lor brame; + e dileggian gli eunuchi le schiavacce + con mille detti lordi e parolacce. + + 17 + + Donde gli amor, gli equivoci ed i gesti, + uniti alla natura e al mal talento, + faceano i paladini al vizio presti, + o lo teneano in freno a tedio e a stento. + Altri scrittor piú dotti e disonesti + per i lor fini, a tal cominciamento, + stampavan libri sottili e infernali, + dipingendo i mal beni ed i ben mali. + + 18 + + I paladin leggeano i frontispizi + e qua e lá di volo sei parole; + poi commettevan mille malefizi, + intuonando:--Il tal libro cosí vuole.-- + Se v'era alcuno ch'abborrisse i vizi, + e dicesse:--Non déssi e non si puole,-- + gridavan:--Chi se' tu c'hai tanto ardire + i paladin di Francia di smentire?-- + + 19 + + E minacciavan di bando e galera; + ond'era forza rispettarli alfine. + Dunque la pace, l'ozio e la carriera + de' libri nuovi, fuor d'ogni confine + non sol de' paladini avean la schiera + corrotta, ma le genti parigine: + dal re Carlo sin quasi al mulattiere, + lascivo era e goloso e poltroniere. + + 20 + + Lecita in chi poteva usar la forza + era la truffa, era la ruberia. + Ogni peccato avea buona la scorza, + e con nuove ragion si ricopria. + Fanciulli ed ebbri, andando a poggia e ad orza, + udiensi disputare per la via + ch'era il ner bianco e che il quadro era tondo + e che goder si debba a questo mondo. + + 21 + + Gli abati in cotta e i santi monachetti, + che contra al mal dal pulpito gridavano, + sudando, trangosciando, e che a' scorretti + mille maledizion dal ciel mandavano, + erano uditi come gli organetti; + e quando le persone fuori andavano, + un dicea:--Disse male,--un:--Disse bene, + ma predica all'antica e non conviene.-- + + 22 + + E chi diceva:--E' canta l'astinenza, + ma so che i buon boccon non gli disprezza-- + Poscia ridean con poca riverenza, + e ognun restava nella sua mattezza. + Alle orazioni ed alla penitenza + diceano pregiudizi e leggerezza, + o ipocrisie per guadagnare i schiocchi, + o cose da mal sani e da pitocchi. + + 23 + + Rinaldo (perché aveva poca entrata, + piacendogli le donne e la bassetta + e il vin, che ne beeva una fregata, + sicch'ogni dí sembrava una civetta) + a Montalban fatto avea ritirata, + facendo vender senza la bolletta + acquavite, tabacco ed olio e sale + e vin contro la legge imperiale. + + 24 + + S'erano i gabellier molto provati + a condur pe' trasporti la sbirraglia; + Rinaldo avea sbanditi e disperati + che facevan co' sassi la battaglia: + onde se n'eran sempre ritornati + senza poter oprar cosa che vaglia. + Carlo chiudeva un occhio e gli era amico + pe' buon servigi suoi del tempo antico. + + 25 + + Cosí Rinaldo un util grande avea + e s'aiutava i vizi a mantenere; + ma il troppo vino, ch'ogni dí bevea, + l'inebbriava, ed era un dispiacere; + perché Clarice sua talor volea + fargli l'ammonizion ch'era dovere, + ed egli bestemmiava come un cane + e le dicea parole assai villane. + + 26 + + E minacciava un divorzio di fare, + poi la mandava alla rocca ed all'ago. + La poveretta lo lasciava stare, + e in un canton facea di pianto un lago. + Ed egli si metteva a berteggiare. + --Cosí, ben mio--dicea,--quel pianto pago;-- + e colle fanti in sul viso di lei + faceva cose ch'io non le direi. + + 27 + + Il duca Namo nella sua vecchiaia + avaro ed usuraio s'era fatto. + Ogni dí fitta teneva l'occhiaia + in su' processi per fare un bel tratto; + perché investia di scudi le migliaia, + e alfin temeva qualche scaccomatto + o dalle doti o da' fideicommissi; + onde avea gli occhi in sulle carte fissi. + + 28 + + Poi tanti dubbi e cavilli trovava + co' poveretti che bisogno aviéno, + che sin per venti il cento comperava. + E usava un altro piacevol veleno, + che per il censo mai non molestava, + tanto che il foglio d'annate era pieno, + e poi tra il capitale e l'usufrutto, + «salvum me facche», e' si toglieva tutto. + + 29 + + Prestava a' giuocator spesso danari + a un per dieci il giorno di vantaggio; + e i figli di famiglia aveva cari, + che avesser vizi assai ma non coraggio, + perché voleva il pegno e scritti chiari; + poi gl'inseguiva col viso selvaggio, + e alfin sí vago il conto avea tenuto, + ch'avean pagato e il pegno anche perduto. + + 30 + + Astolfo, dopo il costume novello, + era a Parigi inventor delle mode. + Or le calze riforma, ora il cappello, + ora le brache, e guadagna gran lode; + e tagli or lunghi or corti al giubberello, + i capelli or in borsa or con le code, + le fibbie or di metallo ed or di brilli, + ovate, tonde e quadre, e mille grilli. + + 31 + + E perché gli piacevano le dame, + ei fu inventor de' cavalier serventi. + A vincer cori aveva mille trame, + perch'era un damerin de' diligenti. + Né si curava di freddo o di fame, + per le servite, o di piogge o di venti, + ed ogni stravaganza sofferiva, + anzi lodava, anzi pur benediva. + + 32 + + Spesso con esse alla lor tavoletta + si ritrovava e mai non stava fermo. + Or tien lo specchio, or fiorellin rassetta, + e le guatava che pareva infermo. + E poi diceva piano:--Oh benedetta! + oh occhi! oh bocca! omè, non ho piú schermo, + so dir ch'io ardo sin nella midolla.-- + Poi sospirava e fiutava un'ampolla. + + 33 + + Ed aveva anche pronte, non so come, + le lagrimette quando credea bene. + Certo in far all'amor valea due Rome + e por sapeva a tutte le catene. + Addosso si può dir ch'avea le some + di zaccarelle, o almen le tasche piene + di spille e nèi e pomate e confetti, + essenze e diavolon ne' bossoletti. + + 34 + + E sapea dibucciare e mele e pere + e melarancie dolci, e in spicchi farle, + poi rivestirle che pareano intere, + e gentile alle dame presentarle. + In mille forme lor dava piacere, + ché l'arte ha sin ne' cori a tasteggiarle, + e conforme a' cervei sa porre il zolfo, + tal che tutte voleano il duca Astolfo. + + 35 + + Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri + seguiano le sue fogge e i suoi vestigi, + e politi serventi cavalieri + passavan fra le dame di Parigi. + Ma Namo, il padre, mettea lor pensieri + di ragion mille, oscuri e neri e bigi, + perch'era avaro e dava poco il mese, + e le mode valevan di gran spese. + + 36 + + Anzi patian da quello gran rabbuffi: + spesso d'emanciparli gli minaccia. + --Che cosa son que' cappellin? que' ciuffi? + que' pennacchin?--gridava rosso in faccia. + --A che vi servon le frangie, i camuffi? + Di farmi impoverir qui si procaccia; + cervelli bugi, frasche, fumo e vento, + vi diserederò nel testamento.-- + + 37 + + Essi, che questa cosa pur temeano, + ma il bel costume non volean lasciarlo, + merci a credenza e danari toglieano, + dicendo:--Pagheremo al sotterrarlo.-- + E da' mercanti un avvantaggio aveano + ne' libri, e si credea di poter farlo: + che ciò che valea trenta mettean cento; + e nondimeno ognuno era contento. + + 38 + + Re Salomon, quantunque d'anni grave, + voleva anch'esso corteggiar le donne. + Nel luogo delle gote avea due cave + ed era di struttura un ipsilonne. + Pur s'ingegnava a ragionar soave + ed alle dame diceva:--Colonne, + e un giorno feci e dissi, e son terribile;-- + e si facea da qualcosa al possibile. + + 39 + + E perch'egli era sordacchione affatto, + le dame, stanche di sue scempierie, + gli diceano:--Siam secche, vecchio matto, + vecchio bavoso--ed altre leggiadrie; + e poi ridean tutte quante del tratto. + Ei credea delle sue galanterie + ridesser, donde anch'egli ismascellava, + sicché ognuno le risa raddoppiava. + + 40 + + Il marchese Olivier faceva il saggio, + ed i serventi correggeva spesso. + --Io non intendo--dicea--qual vantaggio, + qual piacer sia stare alle donne appresso. + M'infastidisce oltremodo il linguaggio, + la stravaganza e il pensar di quel sesso; + io l'ho ben mille volte maledette, + perocch'elle son macchine imperfette. + + 41 + + Anzi non so com'uom, ch'abbia la testa, + con quelle gazze un'ora possa stare. + Vi giuro, piú la donna m'è molesta + quando la dotta e la saggia vuol fare. + S'ella avrá ben danzato ad una festa, + e l'_andrienne_ si sentí lodare, + questo le basta a uscir fuor di se stessa + e a giudicarsi qualche monarchessa. + + 42 + + Come mai non v'ammazzan le pretese + c'han sopra voi per quanto lungo è l'anno? + a quelle ciarle, a quelle lor contese + come non affogate dall'affanno?-- + Cosí gridava Olivieri marchese; + ma vendea nondimen rascia per panno, + e si sapea che in certe catapecchie + era lo spasimato di parecchie. + + 43 + + A' costumi cambiati, alla lettura + riformata ed all'ozio ed alla pace, + cambiata non avea la sua natura + Gan da Pontier, traditor pertinace. + Vero è che i tradimenti suoi misura + e rimoderna anch'esso, e si compiace + di non trattar co' regi danno al regno, + ma in fraudi piú all'usanza pon l'ingegno. + + 44 + + E verbigrazia, essendo assai persona + di Carlo vecchio, il conducea pel naso: + molte ingiustizie a sua santa corona + faceva fare in uno o in altro caso. + L'incarco tôrre a qualche anima buona + e darlo a un birro l'avea persuaso, + ché de' gran merti non ne dava un fico: + chi piú lo regalava era suo amico. + + 45 + + Per venti scudi avrebbe querelato + di lesa maestade un suo fratello, + e s'infingeva ancor farsi avvocato + per le ragioni or di questo or di quello. + Chi s'affidava era poi consolato, + e si può dir gli menasse al macello, + perch'egli proteggeva tutti quanti, + ma la ragione avea quel da' contanti. + + 46 + + E nondimeno ogni giorno alla messa, + anzi alle messe andava: si può dire + che n'ascoltava con faccia dimessa + tre o quattro, che pareva il _Dies irae_. + Ed ogni settimana si confessa, + e a dir «_mea culpa_» si facea sentire; + massime quando avea l'assoluzione, + mette sospir ch'assordan le persone. + + 47 + + Quando giurare a qualchedun volea, + acciò credesse le bugie la gente: + --Per quella santa confession--dicea-- + che feci stamattina indegnamente.-- + E s'un giurava per Dio, si torcea + facendosi la croce prestamente; + e poi, volgendo l'occhio, dicea piano: + --Non nominate il Signor nostro invano.-- + + 48 + + Ma scandol sempre giva mulinando: + mai non tenea la sua mente in quiete. + Talor soletto andava passeggiando + lá dove son le dinunzie secrete, + e in quelle bullettin venía gettando + contro al tal uom, al tal frate, al tal prete, + e cagionava ben mille sciagure; + poscia ingrassava udendo le catture. + + 49 + + Un altro spasso avea il fraudolente: + che tenea spia di tutti gli amoretti; + poi di soppiatto avvertiva il servente + e inventava raggiri, atti e viglietti, + tal che faceva piú d'un uom dolente, + e nascer mille ciarle e tristi effetti, + e dissension nelle case e vergogna, + e andar gli sposi in mitera ed in gogna. + + 50 + + Gan cosí rimoderna i tradimenti + con l'aiuto de' conti di Maganza, + Griffon, Viviano, Anselmo e piú di venti + di que' paesi o razza o mescolanza, + i quali in viso parean buone genti, + divoti in chiesa e pieni di creanza, + ma poi la notte taluni rubavano + e alla bassetta e al faraon baravano. + + 51 + + Si spacciavano ognor quelle genie + con grave ostentazion da genti oneste, + ricomponendo le fisonomie, + portando fibbie antiche e antica veste. + Oltre a ciò, le fetenti ipocrisie, + le iniquitá, che furon sempre péste, + derise ed abborrite dall'uom saggio, + avevano in quel secolo un vantaggio. + + 52 + + De' maganzesi ipocriti cristiani, + e de' giusti cristian buone persone + avevan fatto i scrittor furbi e cani + un certo guazzabuglio, un fascellone + da non separar piú da ingegni umani; + in modo tal che il titol di «briccone» + era cassato dal vocabolario: + l'usava alcun talor, ma pel contrario. + + 53 + + Ugger danese, che della pagana + legge alla nostra era venuto un giorno, + fatto vecchio servente a Galerana, + con essa tutto il dí facea soggiorno, + perch'ell'era decrepita e mal sana. + Ugger fedele l'era sempre intorno, + allo sputo porgendole la tazza, + né piú si ricordava la corazza. + + 54 + + Poiché tra lor ragionato s'avea + di quel che giova al viver nostro e nuoce, + Galerana il rosario fuor mettea + ed ambidue si facevan la croce: + l'uno intuonava e l'altro rispondea, + insin che lor poteva uscir la voce. + Poi Galerana a letto si mettia; + Uggeri salmeggiando andava via. + + 55 + + Marco e Matteo dal pian di San Michele, + che della guerra un tempo eran vissuti, + avevan fatto parecchie querele + di quella pace, ch'eran divenuti + poveri e al verde come le candele. + Ma finalmente anch'essi stavan muti, + e s'eran dati alla poetic'arte + per guadagnarsi il vitto in qualche parte. + + 56 + + Poiché a Parigi allora era l'andazzo + di commedie, di critiche e romanzi, + e il popol n'era ghiotto anzi pur pazzo, + perché fosser riforme a quelli dianzi. + Marco in su' fogli venia pavonazzo, + Matteo del scrittoio fuor non creder stanzi; + sicché ogni mese uscían da' torchi al varco + due tomi: un di Matteo, l'altro di Marco. + + 57 + + Ma potean ben su' fogli intisichire, + a' librai furbi alfin l'utile andava. + Pe' manoscritti avevan poche lire, + ed il libraio il resto s'ingoiava. + Avean provato a lor spesa far ire + talor la stampa, e il capital muffava, + perocché il libro senza de' librai, + non so per qual malia, non vendean mai. + + 58 + + Donde lor convenia pregar que' tristi + e dir:--Quel libro fatemi dar via.-- + Color, ch'eran peggior degli ateisti, + diceano:--In ciò vi farem cortesia.-- + E avuti i libri:--Non c'è chi gli acquisti + --dicean:--quella è cattiva mercanzia;-- + tal che Marco e Matteo con grande affanno + vedean pochi ducati in capo all'anno. + + 59 + + Tanto che alfin lasciavano a' librai + a tre soldi la libra i tomi a peso. + Allora il libro divenia d'assai, + e molto ricercato s'era reso. + Cosí viveano smunti in mille guai, + e un altro foco contr'essi era acceso, + il qual scemava loro i partigiani, + che gli tenean per scrittor sovrumani. + + 60 + + Erano inver poetastri cattivi; + pur dicean che scrivevan all'usanza. + L'usanza era esser scorretti e lascivi, + d'uno stil goffo e gonfio d'arroganza, + gergoni e ragguazzar morti co' vivi, + e il far di tomi nel mondo abbondanza, + e il predicar che gli antichi scrittori + non si dovean piú aver per buoni autori. + + 61 + + Ma Dodon dalla mazza, paladino, + che a difender gli antichi era un Anteo, + sendo lor padri a lui sin da piccino, + non pativa l'apporsi a quelli un neo; + sicché stampava qualche libriccino + che facea disperar Marco e Matteo, + perch'ei rideva in esso a suo diletto, + dileggiando il compor grosso e scorretto. + + 62 + + Infin chi nel Boiardo e l'Ariosto + letto ha de' paladini e del re Carlo + e il costume d'allora, dirá tosto + che di lor per ischerzo oggi vi parlo. + Tuttavia starò saldo al mio proposto, + e so ch'io dico il ver, so autenticarlo: + l'ozio, la pace e le scritture nuove + gli avean cambiati, ed ho ben mille prove. + + 63 + + E vi dirò che Guottibuossi e seco + Gualtier da Mulion, famosi erranti, + perché sapeano un po' latino e greco, + andaron preti e a servir di pedanti. + E quell'altra notizia anche vi reco, + che preti, e co' caratter sacrosanti, + servian d'altri servigi lordi e goffi + prete Gualtieri e prete Guottibuossi. + + 64 + + Orlando inver manteneva il suo grado + ed i nuovi costumi biasimava, + e per la corte e a tutto il parentado + di belle predichette sciorinava; + ma l'apprezzavan quanto un fraccurato. + Ognun dicea:--Ben dite,--e lo ascoltava; + e poi ridea quand'egli era partito, + gridando:--Grazie al ciel se n'è pur gito!-- + + 65 + + Ei tuttavia si ficca per le case, + co' padri la volea delle famiglie. + --Questi romanzi nuovi son la base + --dicea--del far l'amor di vostre figlie. + Gli antichi forse le avean persuase + d'un eroismo e a troppe maraviglie, + ma i nuovi l'han ridotte tanto vili + che un dí le troverete ne' porcili. + + 66 + + Cembali, danze, musiche, canzoni, + riverenze, scamoffie, bei passini + sono inver giudiziose educazioni + per far le figlie candidi ermellini, + ed acquistare e cagionar passioni + da mandare i cervei fuor de' confini, + destando dicerie ne' popolazzi. + Voi siete padri saggi? Siete pazzi. + + 67 + + Che cosa son questi discorsi eterni, + divenuti importanti ed essenziali, + di cuffie, stoffe e di color moderni, + d'armonie, di buon gusti tra i mortali? + Le infinite botteghe, con quei perni + carchi di veli e nastri e merci tali + rese di conseguenza, che mai sono? + Rispondete!--dicea--con chi ragiono? + + 68 + + Lunge le figlie da commedie nuove, + perché le dame vi si vedon dentro + o rinvilite o, se virtú le muove, + la foia le fa andare in sfinimento. + Ed alla fine il vizio a tutte prove + campeggia, ed è premiato ed ha il suo intento; + onde le figlie a casa rimenate + piene di tristi esempi e riscaldate. + + 69 + + Io non iscopro in questi nuovi fogli + e in queste farse dette oggi «esemplari» + che debolezze e mal condotti imbrogli, + caratteracci arditi, e truffe e baci, + e tradimenti ai mariti e alle mogli; + poi sermon lunghi per porre i ripari. + Ma il vizio alletta e la predica stanca, + onde il mal cresce e il buon costume manca. + + 70 + + Questa pace, quest'ozio, questa vita + del costume novel, Dio non lo voglia, + oltre che l'alma andar fará smarrita, + vi trarrá de' gran mali entro la soglia.-- + E novera i perigli sulle dita + Orlando, e povertá, vergogna e doglia + e mille tristi effetti e conseguenze; + ma tenta invan purgare le coscienze. + + 71 + + Né poté vincer altro il sir d'Anglante + che da Aldabella essere ubbidito: + non volle mai che servente od amante + se le accostasse a farle l'erudito. + Ella ch'era una dama delle sante, + di quelle ch'appelliam «tutte marito», + a' suoi voleri abbassava la fronte, + e cita in tutti i suoi discorsi il conte. + + 72 + + Ma l'amor coniugale e l'obbedire + della contessa verso il suo consorte + erano cose che facean languire + l'immensa schiera delle dotte e accorte. + Bisbigliar basso si sentien, e dire: + --Ecco la scempia,--se veniva a corte. + Era la dama grave e timorata + una «bella senz'anima» chiamata. + + 73 + + Questo detto comun, che andava in giro: + --Bella è tale, ma l'anima le manca,-- + avea posto un furore, un capogiro + nel sesso femminil, che a dritta e a manca + s'udiva:--Ferma, o pel mantel ti tiro; + vedi s'io son senz'anima e son franca.-- + La cieca ambizione aveva fatte + donne infinite ed animate e matte. + + 74 + + Tutto era smania e senso animalesco + in tutte le stagion senza riparo; + erano sempre in moto al caldo e al fresco + i corpi e il vuoto di Lucrezio Caro. + Non v'era distinzion dal fico al pesco; + l'esser ognor giuvenca, ognor somaro; + e l'imitare i piú bestiali ed empi + era detto «aver l'anima» in que' tempi. + + 75 + + Si vedean per le vie donne appassite, + livide sotto agli occhi e diroccate, + con certi maschi a' fianchi, olmo alla vite, + che avean le guancie vizze ma lisciate. + E vecchi in gala e vecchie inviperite, + con nastri e piume e fiori e imbellettate, + l'essenze, i diavolon, l'odor di fogna + confondevano, e d'arca e di carogna. + + 76 + + E perché ad Aldabella virtuosa + non si poteva apporre alcun peccato, + ed era rispettata e gloriosa, + per la via d'un contegno misurato, + la schiera delle matte invidiosa + aveva il gran delitto in lei trovato, + cioè che dicea mal delle sfrenate: + --_Ergo_ non è--dicea--tra le beate.-- + + 77 + + Il modo del pensar ridotto a tale + era, e guasta e corrotta sí la gente + che non si potea dir piú mal del male, + senz'esser giudicato maldicente + e seccator misantropo bestiale + da punir colla sferza onnipossente, + o per lo men da chiudere in prigione + a far co' topi e i cimici il Catone. + + 78 + + De' guidaleschi fracidi d'allora + io non vi do di cento una misura; + pur d'ogni bocca stretta uscivan fuora + queste parole:--Buon gusto e coltura, + delicatezza e buon senso c'infiora, + e veri lumi ed eleganza pura.-- + S'un dicea «sterco» per inavvertenza, + gridavano:--Che porco! che indecenza!-- + + 79 + + Io v'ho data un'idea cosí all'ingrosso + di Carlo, di Parigi e della corte. + Dopo queste premesse a la fin posso + condurvi di Marfisa in sulle porte. + Se alcun pedante mi venisse addosso + a dirmi:--Tu potevi ir per le corte,-- + dico di no, perché le cose in pria + convien apparecchiar. Pedante, via! + + 80 + + Anzi a te dico, pedante insolente: + della nostra Marfisa il naturale + io vo' tacer sino al canto seguente, + benché paia la cosa vada male, + ché non ho detto de' fatti niente + nel primo canto, ch'è sol liberale + d'umori e di caratteri cambiati, + e mi saranno i difetti addossati. + + 81 + + Ma ragion fate, il primo canto sia + una commedia di caratter nuova, + che andate poi lodando per la via, + bench'altro in essa alfin non ci si trova + che di caratteracci una genia, + e vi tien per tre ore e nulla prova; + poscia a richiesta universal si chiama. + Diman gran cose dirò della dama. + + +FINE DEL CANTO PRIMO + + + + +CANTO SECONDO + + + ARGOMENTO. + + La riformata bizzarria dirassi, + il costume e lo stato di Marfisa. + La circostanza e dissensione udrassi + della famiglia di Rugger di Risa; + di Filinor guascone i strani passi, + gli scrocchi e il vizio, il qual l'acconcia in guisa + che parte di Guascogna derelitto + verso Parigi a procurarsi il vitto. + + + 1 + + Io mi son dilettato alquanto in vero + il critico arruffato immaginando, + ch'avendo udito l'altro canto intero, + vada con questo e quello investigando + co' disprezzi al tal verso, al tal pensiero, + fanciulli e donne e librai guadagnando; + e sopra tutto parmi di sentire + le parole seguenti udirlo dire: + + 2 + + --Chi è questo poeta sconosciuto + ch'esce alla stampa, e il vezzeggiar sublime + di noi famosi, a gran prezzo venduto, + morde sí franco e deride ed opprime? + che stile è il suo da popolo minuto? + Hassi a far conto alcun delle sue rime, + poste in confronto a' nostri gravi temi, + alle canzon pindariche, a' poemi? + + 3 + + Che gran faccenda a noi grandi saria + lo scriver, com'ei fa, da scorreggiate, + se la nostra spettabil fantasia + volessimo abbassare a sue favate?-- + Dal detto al fatto è troppo mala via, + pedante; non convien far le bravate. + Prendi la penna e scrivi al paragone, + e lascia poi decider le persone. + + 4 + + So quanto costa a me lo scriver puro, + non so, pedante, delle tue fatiche; + ma convien certo, e non ti paia duro, + due parolette in astratto io ti diche. + --Marmo, calcina e tempo vale un muro, + sapone ed acqua voglion le vesciche. + Sin ch'io canto Marfisa, t'assottiglia: + scrivi qualch'opra che mi sia di briglia.-- + + 5 + + Marfisa era un cervello suscettibile; + però, i romanzi antichi avendo letti, + come sapete, era prima terribile, + e dormia co' stivali e i braccialetti; + e quanto piú la cosa era impossibile + nelle battaglie e piú forti gli obietti, + come il Boiardo e l'Ariosto narra, + era piú furiosa e piú bizzarra. + + 6 + + Ma poiché furon cambiate le cose + e i nuovi romanzi usciti fuori, + attentamente a leggerli si pose + ed impresse il cervel d'altri colori; + e cercò solo avventure amorose, + sendo bizzarra ancor, ma negli amori, + e d'altre sorti bizzarrie facea, + come scrive Turpin che lo sapea. + + 7 + + Come ognun sa, Ruggero suo fratello + sposata avea la bella Bradamante, + la qual rimodernato avea il cervello + e non è piú guerriera né giostrante; + ma pensa alla famiglia e fa duello + col fattor, col castaldo e colla fante, + e riflettendo all'avvenire e a' figli, + tutta all'economia par che s'appigli. + + 8 + + Chi l'avesse veduta alla cucina + a gridar che s'abbrucian troppe legna, + e l'avesse veduta alla cantina + come alla botte scemata si sdegna, + e a levarsi per tempo la mattina, + l'avria creduta un'economa degna, + ché venti chiavi in saccoccia portava + e la minestra e l'olio misurava. + + 9 + + Non dimandar se i drappi alla rugiada + di san Giovanni fa porre la notte, + perché qualche tignuola non gli rada, + e se fa dar lor spesso delle bòtte, + e se fa chiuder l'uscio della strada + per i ladroni, e se le calze rotte + sa rattoppare e racconciar le maglie, + e voler da' villan polli e rigaglie. + + 10 + + Scrive Turpin di quella tuttavia + ch'ell'era attenta massaia e perfetta, + ma che in secreto questa economia + era di maliziosa formichetta, + e che a se stessa facea cortesia, + nascosta avendo piú d'una cassetta + di be' zecchini, e di quelli il marito + né avea ragione né sapeva il sito. + + 11 + + Rugger la vedea sempre in gran pensiero + per il risparmio, onde non bada a questo; + sol perch'egli era alfin pur cavaliero, + parecchie volte si mostra rubesto, + dicendo:--Moglie, a ragionar sincero, + alcun de' vostri fatti m'è molesto, + e farete le mani aspre e callose, + ché v'avvilite troppo in certe cose.-- + + 12 + + Quest'era per Rugger poca sciagura + a petto quella che gli dá Marfisa, + la qual va rovesciando ogni misura + pe' suoi capricci, e spende in una guisa + da far venire a Creso la paura; + e compra e vende, e il fratel non avvisa, + e cambia fogge e vestiti ogni giorno; + sembra il mercato ov'ella fa soggiorno. + + 13 + + Oggi faceva legar diamanti, + diman non gli voleva piú a quel modo; + lega, rilega, spendea piú contanti + in legature che nel valor sodo; + ch'or gli voleva balle, ora brillanti, + ora in nastro, ora in fiore ed ora in nodo. + Gli artier mascagni laudano ogn'idea, + giurando che piú d'essi ne sapea. + + 14 + + Sarti, mercai, calzolai per le scale + andavan suso e giuso a tutte l'ore, + e conveniva loro metter l'ale + per non provar di Marfisa il furore. + Chi merletti, chi drappo o cosa tale, + chi vesti seco porta e dentro e fuore, + e chi polizze vecchie non pagate; + poi va via con le gote rigonfiate. + + 15 + + I parrucchier ch'acconciavan la testa + non è da dir se facea disperare: + oggi i capelli corti volea questa, + doman gli volea lunghi accomodare. + All'impossibil menava tempesta, + minaccia il parrucchier di bastonare; + se qualche scusa il misero allegava, + con la granata via lo discacciava. + + 16 + + Bestemmiando com'una luterana: + --Non vo' nessuno mi perda il rispetto,-- + grida per casa, e sfoga la mattana + dando alle serve uno schiaffo, un puzzetto. + Mai non si vide una dama sí strana. + Se avea la febbre, non istava a letto; + se stava ben, diceva esser inferma + e volea star sotto le coltre ferma. + + 17 + + Ai medici, che andavano a trovarla + e le dicevan:--Non avete nulla,-- + gridava:--Andate via, dottor da ciarla; + voi capireste al polso una maciulla, + e forse anche sapreste medicarla.-- + Infin dall'aspra bizzarra fanciulla, + se il mal che non avea non confessavano, + un orinal nel ceffo guadagnavano. + + 18 + + Ma sopra tutto ell'era stravagante + giuocando alla bassetta al tavoliere, + dove, per vie di dir, metteva su un fante + quanti danar si ritrovava avere; + poscia mandava il parolo e piú inante; + perduti quelli, si facea tenere + in sulla fede, e perdea quanto mai; + s'io tel dico, lettor, nol crederai. + + 19 + + Poi disperatamente andava a casa, + e non avendo danar nello scrigno, + va rovistando masserizie e vasa, + argenti e gioie, con il viso arcigno. + Di cuffie e merli fa la cassa rasa + per far dei pegni, ovver con qualche ordigno + va guastando le toppe del fratello, + e soldi invola e gemme e drappi a quello. + + 20 + + Infine non istá mai cheta un'ora, + fuor che quando i romanzi suoi novelli + legge con attenzione ed assapora, + ch'era associata alla stampa di quelli; + tal che sempre il cervello piú svapora. + Que' fatti che leggea le parean belli, + ed era partigiana imbestialita + della nuova dottrina fuor uscita. + + 21 + + Or vorrebb'esser stata ballerina, + or cantatrice divenir vorria, + or commediante ed ora contadina, + or zingara e pel mondo fuggir via, + per donar argomento alla dottrina + che fiorire in quel tempo si vedia, + e lasciar la memoria assai famosa + di sé per qualche libro alla franciosa. + + 22 + + E con gli amanti, che n'aveva cento, + sopra a' romanzi va sottilizzando + e discorrendo e lodando il talento + di Marco e di Matteo di quando in quando. + Gli amanti d'essa avevano spavento + e cercan contentarla ragionando, + e sol fra loro facevan schermaglia, + perch'eran molti bracchi ad una quaglia. + + 23 + + E il numer sempre si facea maggiore, + perché Marfisa tra gli altri pensieri + a tutte l'altre dame volentieri; + e quanto all'arte di far all'amore, + non sia chi meglio saper farlo speri, + perocché, quanto a questo, ella è decisa: + non verrá al mondo una pari a Marfisa. + + 24 + + E benché dal Boiardo fu descritta + moretta alquanto e bella oltremisura, + io l'ho veduta su un quadro pitta + e la trovai differente in figura. + Occhio avea grande, d'imbusto diritta + era, e non alta molto di statura, + e pochissima carne avea sull'ossa, + la chioma bionda, anzi potrei dir rossa. + + 25 + + Molte altre cose ancor le ho ricavate + in certi versi del poeta Marco, + il qual facea composizion sfoggiate + per que' che Amore avea presi con l'arco, + e guadagnava almen per le insalate + da qualche amante nello spender parco. + Basta, tra il quadro e quella descrizione, + posso dar di Marfisa opinione. + + 26 + + Niente è vero ch'ella fosse bruna, + anzi era bianca e un po' lentiginosa; + nel seno non avea molta fortuna, + ma fu in accomodarlo artifiziosa; + la bocca a fare un ghignetto opportuna, + la guardatura or dolce or dispettosa; + le braccia, indi le mani alquanto asciutte, + ma co' brillanti non parevan brutte. + + 27 + + Infin, per quanto potei rilevare, + non si può dir Marfisa fosse bella. + Giudico ben ch'ella sapesse fare, + o fosse nata sotto alcuna stella + da far i maschi tutti sospirare. + Forse la bizzarria della donzella, + le stravaganze e fierezze eran strali, + ch'io n'ho veduti mille esempi tali. + + 28 + + Chi dirá di Rugger la penitenza, + avendo una sorella come questa, + che si potea chiamar la violenza, + prodiga in una forma disonesta; + ed una moglie, ch'era l'astinenza, + che in tutto pel rovescio avea la testa, + sendo la casa sua sempre in litigi + e il tema delle lingue di Parigi? + + 29 + + Non c'era giorno che fra le cognate + passasse senza rimproveri e grida: + Rugger le ha mille volte separate, + perché l'una con l'altra non s'uccida. + Talor non mangia a mezzo, e le ha lasciate + a mensa in man del ciel che le divida, + e poi la notte dalla moglie avea + tormenti che portar non gli potea. + + 30 + + La suora avea tentato maritarla + pria con Leon, figliuol di Costantino + imperator, ed egli di sposarla + avea promesso, e il nodo era vicino, + e come sposo andava a visitarla; + ma scoprendo ogni giorno il cervellino + e i bizzarri costumi della moda, + pensò lasciarla alfin maggese e soda. + + 31 + + E perché il patto era ito innanzi molto + e discior nol potea senza disnore, + risolto avendo di non esser còlto + marito d'una ch'avea troppo core, + si finse un tratto divenuto stolto + e di cader di furore in furore. + Cinqu'anni ebbe la flemma a fare il matto, + tanto che alfin fu lacero il contratto. + + 32 + + Di ciò Marfisa non ne dá un pistacchio; + bastale aver di serventi un codazzo, + e alla bassetta scaricare il bacchio, + e non le manchi di romanzi un mazzo, + e il cambiar fogge e il cappello e il pennacchio, + e il poter a suo modo far rombazzo. + Rugger s'affanna a troncar la sciagura, + e trova un altro sposo e fa scrittura. + + 33 + + Ed era questa scritta col figliuolo + di Desiderio, re de' longobardi. + Gan da Pontier manda un suo messo a volo + secretamente a dirgli che si guardi, + ch'avea Marfisa d'amanti uno stuolo, + e che si pentirebbe o tosto o tardi. + Quel principe non bada a questa cosa, + né vuol rompere il patto della sposa. + + 34 + + Gan che veder voleva un'altra scena, + perché nimico è di Rugger mortale, + fa dire alla fanciulla ad una cena, + alla qual era un dí di carnevale, + che suo fratello alla mazza la mena + per servir Bradamante, e che quel tale + non era a sua persona convenevole, + sendo in man d'un norcino e cagionevole. + + 35 + + Non è da dir se Marfisa s'accese + a questa nuova, fosse falsa o vera. + Va predicando per tutto il paese + due gran tristi, Rugger e la mogliera; + e scrive al cavalier com'ella intese + alcun'accuse, e faccia una bandiera + della scritta nuziale, o ad una rocca + un cartoccino, o si netti la bocca. + + 36 + + Rugger fu quasi per scoppiar di rabbia. + Don Guottibuossi, prete suo di casa, + fe' tutto acciò Marfisa si riabbia, + ma quella serpe non fu persuasa. + Or qui non so come a narrare io v'abbia + della scrittura che a pezzi è rimasa. + Turpin ha scritto: «Ella fu lacerata + dal longobardo e addietro rimandata». + + 37 + + Altri han cercato oscurar la faccenda, + e forse per onor del buon Ruggero + scrivono in altro modo una leggenda, + che a lacerarla egli fosse il primiero. + Comunque fosse, e' basta che s'intenda + ch'ebbe l'intento Ganellone intero, + e che per questo caso Rugger ebbe + un disonor che dir non si potrebbe. + + 38 + + Anche Marfisa non avea vantaggio + ed era screditata nella fama. + L'opre bizzarre e varie ed il coraggio + e il vivere alla moda della dama + venía chiamato in francese linguaggio + ciò che «pazzia» nell'Italia si chiama, + e dell'etá non era tanto fresca + da seguir con fortuna la sua tresca. + + 39 + + In queste circostanze dolorose + è la magion del gran Rugger di Risa. + Ma mi convien ordinar l'altre cose + e lasciar cheta un pocolin Marfisa. + Or udirete le imprese famose + di Filinoro, e fatti d'altra guisa, + e come venne a Carlo di Guascogna, + perocché ordir la tela pur bisogna. + + 40 + + Filinor di Guascogna un giovanetto + era nobil di stirpe e bello assai. + Passava presso a molti uom d'intelletto, + nelle conversazion non tacea mai; + parea ch'ogni materia avesse letto. + Io so, lettor, che te ne stupirai + s'era stimato dotto, e non so come, + si può dir che scrivea male il suo nome. + + 41 + + Aveva una sí gran ritenitiva + che, quando un sapiente ragionava, + nella memoria tutto ciò che udiva, + come uccellino al vischio, gli restava; + donde se il caso in acconcio veniva, + tutto quel che avea in capo vomitava, + co' termini e le frasi che sapea, + sicché un novello Salomon parea. + + 42 + + Entrava franco a ragionar di storia, + e giudicava della poesia; + filosofo era, e voleva vittoria + in medicina ed in astronomia; + geografo, topografo, e a memoria + avea la Bibbia e la teologia; + nel militare e nella matematica + ragiona per teorica e per pratica. + + 43 + + Ma perché non avea fondo in dottrina, + né aver poteva buon discernimento, + s'era alla dritta, andava alla mancina, + e ragguazzava e usciva d'argomento. + Perché non gli mancasse la farina, + faceva cialde e ignocchi a suo talento: + vero è che dove fosse qualche dotto, + affettava modestia e stava chiotto. + + 44 + + Ma in mezzo una brigata d'ignoranti, + che ne trovava a sua soddisfazione, + metteva nelle ceste tutti quanti, + ma n'usciva con gran riputazione. + Era solo in famiglia, e poco inanti + il padre suo, chiamato Guglielmone, + se n'era morto ed ito non so dove, + e lasciatolo ricco a tutte prove. + + 45 + + Fra l'altre cose, per parer uom grande + faceva pompa d'esser miscredente, + scherzando sul digiun, sulle vivande + ed altre cose impertinentemente. + Ma poi tremava da tutte le bande + a un po' di febbre, e allor divotamente + chiamava sant'Antonio e san Bastiano + e gli pregava umíle a farlo sano. + + 46 + + Era costui vizioso in generale, + e sendo il lusso alla moda e lo spendere, + poiché allo scrigno fece metter l'ale, + incominciò le possessioni a vendere; + e si ridusse in breve a caso tale + che nessun era che il sapesse intendere: + e alfin si diede a prendere a credenza, + che in ciò buona compagna ha l'eloquenza. + + 47 + + A chi per caso gli dava un saluto, + tosto chiedeva sei zecchini d'oro: + per la restituzion, fosse vissuto + quanto Nestorre, era vano il lavoro. + Non c'era uom che l'avesse conosciuto, + che non dovesse aver da Filinoro; + e sempre par che furberie ritrovi + per accoccarla e far debiti nuovi. + + 48 + + Quando avea fatti debiti in cittade, + pe' quali ad ogni passo avea la stretta, + diceva a tutti:--Io vo a vender le biade;-- + e se n'andava in una sua villetta + a infinocchiare i villan per le strade + con affittanze a buon mercato in fretta, + e beccava le rate anticipate + di ben venduti prima sei giornate. + + 49 + + Poscia con un borsotto di ducati + alla cittá ritornava di nuovo, + ed i piú sciocchi creditor pagati, + dicea:--Cosí l'operar mio vi provo.-- + Ma non eran tre giorni ancor passati, + che due pulcin schizzavan da quest'uovo; + e quivi doppio il debito piantava, + poi nella faccia piú non gli guardava. + + 50 + + Se avviluppar sapeva le ragioni, + quando nel fòro alcun lo fa citare, + ed interdire, e far le sospensioni + al messo che gli andava a pignorare, + e predicare i creditor bricconi, + ladri, usurai, non è da dimandare. + E dir che conosceva il suo dovere + e l'onore, e giurar da cavaliere! + + 51 + + E benché mille truffe fatte avesse + e disertati mille poveretti, + nol concedeva, e parmi ch'ei dicesse + che gli erano obbligati de' farsetti. + E dicon gli scrittor che pretendesse + un nobil nato non abbia difetti, + e che a un uom d'arti inique e vizi pieno + fosse la nobiltá contravveleno. + + 52 + + Donde intuonava quasi ogni momento + la somma antichitá del suo casato. + Credo e' dicesse discendea dal vento + e d'aver sangue netto di bucato. + Ma si ridusse alfin in sí gran stento, + che piú in Guascogna non era guardato, + e stava per morirsi dalla fame, + e mal dormia, pisciando in un tegame. + + 53 + + Mi piacque un caso che di lui si legge. + A un creditor, che gli era sempre a fianco, + disse un dí:--Tu mi par di buona legge. + Io mi vo' far di quel debito franco, + s'io ne dovessi andare a pezzi e in schegge, + perocché tu debb'esser molto stanco. + Io deggio darti que' ducati mille, + che sento al cor per altrettante spille. + + 54 + + Ho un capital che agli antenati miei + costò tremila scudi e piú qualcosa. + Io tel vo' dare, e immaginar ti déi + che m'esce dalle viscere tal cosa. + Sino a un grosso il dí piú chieder potrei + d'investitura tanto preziosa. + Danne mille in aggiunta al mio dovere, + e l'istrumento cedo in tuo potere.-- + + 55 + + Il creditor col dito il cielo tocca, + e disse:--Io vo' veder l'investitura.-- + Filinor nelle mani gli raccocca + in una pergamena una scrittura. + Colui, leggendo pian, mena la bocca; + vide ch'egli era d'una sepoltura + un acquisto, che fecion gli antenati + di Filinoro, in chiesa a certi frati. + + 56 + + Quel poveruom perdé la pazienza: + come un castrato s'è messo a gridare. + Filinor diede mano all'eloquenza, + e seppe in modo tal ciaramellare, + e lo rimise tanto in coscienza, + e il fece cosí bene intabaccare, + che gli trasse di scudi piú di cento, + facendo la cession del monumento. + + 57 + + I danari in bagasce ed in bassetta, + come s'usava allor, fecion le piume; + e Filinor in men ch'io non l'ho detta + rimase come prima in mendicume, + e va facendo a' sozi di berretta + ed a' parenti. Ma correa costume + in quell'etá, che parenti ed amici + non soccorrean di nulla gl'infelici. + + 58 + + Dappoich'egli ebbe con la sua bellezza + a molte vecchie ricche e scostumate + succiata con infamia la ricchezza, + e piantate anche quelle disperate, + non sapea dove appiccar piú cavezza. + Molti dicevan ch'egli andasse frate: + tutta Guascogna stava in attenzione + che si fuggisse o n'andasse prigione. + + 59 + + Egli avea de' parenti di gran stima + e in gran riputazion per la Guascogna. + Questi:--Pagargli i debiti per prima + --avevan tra lor detto--non bisogna; + ma non convien la sbirraglia l'opprima, + ché ne verrebbe a noi troppa vergogna.-- + E con uffizi e secreti e trattati + teneano in soggezione i magistrati. + + 60 + + Tal che pioveva a Filinoro addosso + de' creditor la rabbia e le parole. + Il peso era venuto troppo grosso, + Filinor sofferirlo piú non puole; + donde una sera, dalla stizza mosso + ed invasato:--Medicar si vuole + --disse--co' miei specifici ed unguenti + le direzion di questi buon parenti.-- + + 61 + + E se n'andò secretamente al duca, + narrò del parentado la malizia. + --Fatemi por da' birri nella buca + --disse,--perch'abbia effetto la giustizia: + voi vederete, pria che il sol riluca, + comparir genti e danari e dovizia, + e fien pagati tutti i creditori, + ed io da mille angosce uscirò fuori.-- + + 62 + + Il duca fu per scoppiar dalle risa, + udendo l'acutezza di colui; + pur si trattenne, e vòlto in una guisa + che parve uscito da que' luoghi bui: + --Com'hai sí l'alma dal ben far divisa, + prostituito nobile; e da cui + avesti educazion sí infame e vile, + cavalier da taverna e da porcile?-- + + 63 + + Filinor non si scuote e non si move. + --Il mio costume--rispose--l'appresi + da' cavalier delle commedie nuove + e da' conti di quelle e da' marchesi. + Se furon disoneste le lor prove, + pur applaudire a gran furore intesi + le commedie, i caratteri e i poeti, + c'han premiati i miei pari e fatti lieti.-- + + 64 + + E tenta con gli scherzi il tristerello + la serietá del duca di recidere, + e va pur dietro a far del buffoncello + perché palesi l'interno col ridere; + e dice i fatti di questo e di quello, + e che tal visse ben ch'era da uccidere; + ma sopra tutto va rammemorando + le commedie d'allor di quando in quando. + + 65 + + --Orsú--rispose il duca,--non è questa + una commedia, e poeta io non sono. + Andrai tra ferri non per la richiesta, + ma perché castigarti oggi fie buono.-- + E poi, rivolto con molta tempesta + ed una voce che parve d'un tuono, + disse a' ministri:--Costui fate porre + con le catene in fondo ad una torre.-- + + 66 + + Filinor volentieri andò in quel fondo + per liberarsi da' creditor suoi. + Tosto la fama fece il ballo tondo: + i creditor l'hanno staggito poi; + ed i parenti pel rossor del mondo + a male in corpo divenîro eroi, + quetando i creditor con piegerie + e con danari, e i piú con le bugie. + + 67 + + Ma sopra tutto il duca era l'acerbo, + ché volea castigar quel malvivente, + e rispondeva:--In carcere lo serbo: + vo' dar esempio risolutamente.-- + Que' cavalier, che ognuno era superbo, + scoppiavan per vergogna della gente, + priegano e mandan preghi e dame e conti, + e non c'è caso a far che il duca smonti. + + 68 + + Un dí fu detto loro in un'orecchia: + --Volete voi che il duca si rimova? + E' c'è una ballerina, volpe vecchia, + che dispone del duca ad ogni prova. + Ma per schizzare il mel da questa pecchia, + oro bisogna in una borsa nuova.-- + Alfin s'ebbe la grazia con la borsa, + quantunque alcun autor tal cosa inforsa. + + 69 + + Fatto sta che la borsa fu donata, + ma non si dice il duca avesse parte. + Il duca aveva i milion d'entrata, + la ballerina sol languori ed arte. + Sempre fu qualche lingua infradiciata + che ne' racconti dal ver si diparte; + ma permetteva il costume d'allora + Filinor per la borsa uscisse fuora. + + 70 + + Vero è che il duca lo lasciò con patto, + tempo sei giorni, di Guascogna uscisse. + Filinor non è punto stupefatto, + e sue bazzicature in punto misse, + avendo da' parenti in su quel fatto + poche monete con parecchie risse; + e dispose d'andarsene a Parigi + ad uccellar qualche incarco e luigi. + + 71 + + Era lungo il viaggio e i danar scarsi, + e disegnava andarvi con gran treno. + Un abito comincia apparecchiarsi, + di frangie e gallon falsi tutto pieno. + Aveva un cocchio di que' dal tempo arsi, + ma per viaggio servia nondimeno. + Il nodo stava in non aver cavalli; + pur non si stanca e pensa comperalli. + + 72 + + In sul mercato da certi villani + compri ha quattro cavai magri e vecchioni, + e non gli furon mantenuti sani, + perché avean tutte le maladizioni. + Eran bolsi, rappresi e storpi e strani, + andavan punzecchiati a saltelloni, + guardavano le stelle con bel vezzo, + con sospir si movean tutti d'un pezzo. + + 73 + + Parean venuti dal mar della rena, + come vengon le mummie agli speziali; + avevano in su' fianchi e in sulla schiena + piaghe d'un palmo, e sulle gambe mali + che non gli avrebbe guariti a gran pena + Galieno od Ippocrate o que' tali, + non che alcun maniscalco co' suoi bagni, + setoni, empiastri o rimedi compagni. + + 74 + + Fatta la spesa de' quattro corsieri, + la qual gli venne a star venti ducati, + comincia a rassettar due gran forzieri, + e sassi e legni dentro v'ha adattati, + perché non comparissero leggeri. + Sopra vi pose vestiti intarlati, + sei camicie da poca meraviglia + e in fine l'alber della sua famiglia. + + 75 + + Aveva preso uno staffier dappoco, + credo che fosse idropico un facchino, + ed un lacchè, che al correr valea poco, + ma a bestemmiar nessun gli andò vicino. + L'arme è il Vesuvio che getta gran foco, + la qual gli pose sopra il berrettino. + Ed inoltre avea preso un cavalcante + ed un cocchiere gobbo assai galante. + + 76 + + Vestí que' servi a livree corredate + di quell'argento ch'egli aveva indosso. + Basta, le cose tutte apparecchiate + non parean brutte, guardate allo ingrosso. + Le visite che fece e le abbracciate, + i complimenti e inchin dirvi non posso. + Ad un, che andava nell'Indie dicea, + ad un nel Cairo, ad un nella Guinea. + + 77 + + Perocché Filinoro era sí avvezzo + a dir, quando parlava, la bugia, + che della veritade avea ribrezzo, + e dicendone alcuna si pentia. + Solo ad un certo suo par da gran pezzo + il suo disegno palesato avia, + ed ottenute lettre di sua mano + di raccomandazione al conte Gano. + + 78 + + Chi vide un burchio dalla riva sciolto + gire a seconda per un'acqua cheta + con due marinai soli, c'hanno tolto + d'andare adagio con voga discreta; + pensi che tale o dissimil non molto + della carrozza da poca moneta + fosse, e l'andar del nostro Filinoro, + con quei rozzoni, i servi e il suo tesoro. + + 79 + + Urla mette il cocchiere e la scuriada + sempre ha sul dosso alle bestie deformi. + E il cavalcante non istava a bada; + batte all'orecchie, gridando:--Oh! tu dormi?-- + E triema il caval sotto a terra cada, + ed una gamba in rocchi gli trasformi. + Appariva il lacchè de' piú gagliardi, + correndo innanzi ad animai sí tardi. + + 80 + + Una testuggin, che il passo bilancia, + avanza anch'essa e non perde il coraggio. + Cosí va il cavalier verso la Francia, + e gran pezzo avea fatto del viaggio; + e pur chiedeva delle miglia, e ciancia + dove passava in cittade o villaggio, + e si fa grande, ed i servi rampogna. + Ma dir tutto in due canti non bisogna. + +FINE DEL CANTO SECONDO + + + + +CANTO TERZO + + + ARGOMENTO. + + Segue il viaggio Filinoro e prova + accidenti moderni per la via. + Soffre sventure, ciarla e ciò che giova + adopra, ché non vuol malinconia. + A Terigi con arte affatto nuova + promessa sposa è la bizzarra mia; + Gualtieri e Guottibuossi, cappellani, + a questo matrimonio son mezzani. + + + 1 + + Si dice:--Il mondo fu sempre il medesimo.-- + Io non mi voglio opporre a quel ch'è vero; + credo però questo nostro millesimo + assai peggior del tempo di san Piero, + se ragioniamo quanto al cristianesimo + e non prendiamo il mondo per l'intero. + A grado a grado è andato peggiorando. + Io dissi:--Credo:--a voi mi raccomando. + + 2 + + Certo è ch'io sento ad ogni passo dire: + --Piú non si può durare in questo mondo,-- + e de' vecchioni saggi riferire: + --Non era a' tempi nostri tanto immondo.-- + Se all'etá di Marfisa poté gire + la fede e il buon costume tanto al fondo, + che visse ottocent'anni dopo Cristo, + pensiam quant'oggi egli debb'esser tristo. + + 3 + + E se cagion fûr l'ozio e gli scrittori + del peggiorar de' costumi d'allora, + pensando a' libri ch'oggi escono fuori + e alla scioperatezza che s'adora, + sento che freddi m'escono i sudori + per il dolor che il sangue mi divora, + e dico:--O _terque_ e _quaterque beati_-- + a que' che prima d'or son trapassati. + + 4 + + Quantunque io sia peccatorello indegno, + peggior d'ogni altro e pieno di magagna, + non mi stancherò mai d'usar l'ingegno + per discoprir l'interno alla castagna; + e vi porrò sotto agli occhi in disegno + i cristian da cittade e da campagna + che fûro al tempo del re Carlo Mano: + voi gl'imitate, se vi sembra sano. + + 5 + + Fatta avea nota Filinor per quante + ville e cittá passava in quel viaggio, + e scritte sopra al foglio tutte quante + le genti conosciute come saggio, + sendo la cosa al mangiare importante + ed al dormire, per aver vantaggio, + ché, spesando ogni giorno la famiglia, + avea danari da far poche miglia. + + 6 + + Non è da dir se le sapeva tutte + e se all'entrar l'aiuta l'eloquenza. + Alcune volte ha le bolgie condutte + dove anche non aveva conoscenza, + ma parentele in sul fatto ha costrutte + ed amicizia inventa e confidenza; + tanto che vi mangiava e vi dormiva, + poi con gran baciamani si partiva. + + 7 + + Quando passava le barche sui fiumi, + dove per i cavalli e per le ruote + si paga e le persone, avea suoi lumi, + e dicea d'esser del padron nipote. + Poi sí grand'aria mostra ne' costumi, + e franco è sí che lascia le man vuote + al barcaiuolo, ed al partir:--Se mai + t'occor mia protezion--dicea,--l'avrai. + + 8 + + Tuttoché Filinor studi ogni punto + per il risparmio, alcuna volta a forza + o per la pioggia o per il fango è giunto + dove la sete co' danar s'ammorza; + sicché della pecunia è quasi munto, + e va gridando al cocchier:--Batti, isforza,-- + ché col viaggio il terzo gli mancava. + Il cocchiere or rideva, or bestemmiava. + + 9 + + Perch'era come a batter delle botti + che fosser vuote, a picchiar que' cavalli; + sí rimbombavan né sentiano i bòtti, + perocché in ogni parte aveano calli. + Né pensar mai che nessun d'essi trotti; + s'ivan di passo, era da ringrazialli. + Sappi che alcuna volta si fermavano + e come pietre il flagel sopportavano. + + 10 + + Un giorno, albergo a mano non trovando, + dicea ch'era vigilia con digiuno + ed altre maliziette va innestando. + --Tiriamo innanzi--diceva a ciascuno. + Il lacchè disse:--Io mi vi raccomando: + voi non mi siete padrone opportuno;-- + e gambettando con gran leggiadria, + con l'arme del Vesuvio fuggí via. + + 11 + + Poté ben Filinor gridare a gola: + --Ritorna indietro, briccon, dove vai?-- + colui pe' fatti suoi via se ne vola, + e non rispose e non si volse mai. + Questa disgrazia poscia non fu sola; + furon molte, lettor, come udirai. + Non comincia fortuna mai per poco, + quando si prende alcuno a scherzo, a giuoco. + + 12 + + Filinoro era omai senza un quattrino. + Quindici miglia è lungi da Parigi: + si vedeva e pareva quasi vicino + un miglio il campanil di San Dionigi; + ma e' cavai non potean piú far cammino, + e non c'è tempo di scusa o litigi, + ché bisognava o crepare o mangiare, + donde fu forza a un'osteria l'andare. + + 13 + + E per far quell'avanzo della strada + gagliardemente e giunger con fracasso, + a' suoi rozzoni ogni momento biada + e fieno e biada fa gettare a basso. + Gridano i servi e non istanno a bada, + fanno sudar quell'oste ch'era grasso, + e la cucina è di faccende piena: + Filinor sta in sul grave e pranza e cena. + + 14 + + Due giorni stette quindi a gran diletto: + pensa con ciarle di pagar l'ostiere. + I servi a quello avevan prima detto + ch'egli era imbasciatore all'imperiere; + donde tremava l'ostier poveretto, + temendo di non dargli dispiacere, + e va pur rovistando la credenza + per boccon scelti, e dá dell'«Eccellenza». + + 15 + + La notte innanzi al partir sopravvenne + una gran febbre allo staffier mal sano. + Filinoro per questo non isvenne: + dice all'ostier:--Tu mi sembri cristiano. + Ho quel staffier che par giunto all'amenne: + Dio sa se l'amo e se mi sembra strano + ch'io per Parigi devo partir tosto, + e devo lasciar quel cosí indisposto. + + 16 + + Anche un de' miei poledri è molto stracco, + e non vorrei per la via qualche tresca. + Penso lasciarlo, ed al mio legno attacco + tre cavalli e men vado alla tedesca. + Lo staffier t'accomando, e non a macco: + fa' che il caval di stalla mai non esca. + Per sicurtá dell'uomo e del cavallo, + oste, io non pago il conto senza fallo. + + 17 + + Manderò poi fra quattro o cinque giorni + a levare il cavallo ed il mio servo, + ch'io prego Dio che in sanitá ritorni. + Il mio dovere a quel punto riservo.-- + L'oste guardava quegli abiti adorni; + per soggezion gli tremava ogni nervo: + disse che avrebbe perduta la vita, + prima che uscir dagli ordini due dita. + + 18 + + A cenni d'occhi e mani nobilmente + e fiutando tabacco, Filinoro + fe' i tre cavalli attaccar prestamente, + e lascia il quarto che vale un tesoro. + L'oste gli è intorno e gli bacia umilmente + con la berretta in mano il gheron d'oro. + Filinor parte e l'oste inchina il cocchio + insin che può discoprirlo con l'occhio. + + 19 + + Or qui potria domandarmi il lettore + che cosa avvenne poi del cavalcante. + Di tre cavalli è il cocchier conduttore: + dunque che fu di quell'altro brigante? + Dico che il pose di dietro il signore + al cocchio per staffier o vuoi per fante. + Filinor nostro è d'intelletto raro, + e in ogni caso ritrova il riparo. + + 20 + + Fu bella cosa quell'ostier sentire + a comandare alla moglie e a' famigli, + che si dovesse l'infermo ubbidire. + Poscia alla stalla va a dare i consigli + come si debba il caval custodire; + ma nel guardarlo par si maravigli. + --Questo--dicea--d'una rozza è il cadavero, + e debbe aver mangiato del papavero.-- + + 21 + + Perocché stava molto sonnolento, + e gli occhi cispi aveva e rinfossati. + --Disse il signor ch'è un poledro: io pavento + ch'egli abbia almen quarant'anni passati,-- + diceva l'oste; e pigliandolo al mento, + gli vide in bocca denti smisurati. + Sente che in quel spettezzava e tossiva: + l'oste gridava a' que' sternuti:--Viva!-- + + 22 + + E tra sé disse:--Omè lasso, ho mal fatto;-- + e dubitava forte del suo danno. + Lasciamo l'oste irato e stupefatto, + che attenda sua ventura con affanno. + Filinor era da lungi un buon tratto; + e mentre galluzzava dell'inganno, + una sciagura gli avvenne terribile: + io so, lettor, che ti parrá impossibile. + + 23 + + Ma vo' che tu mi tenga in ciò che narro + uomo informato e storico fedele, + perch'io non vendo per frumento farro, + lasche per trotte o le zucche per mele; + ché temo sempre l'occhio del ramarro, + o giungan dov'è buio le candele, + e se c'è fanfalucca, si discopra + per biasmo dello storico e dell'opra. + + 24 + + Dico che un vento improvviso levato, + il caval primo sciolto ritrovando, + che pareva un carcame figurato + e andava d'un trottino vacillando, + lo spinse con un soffio in un fossato. + Filinor esce col cocchier gridando + e dice:--Tristo! il tuo mestier non sai; + s'è morto il mio puledro, il pagherai.-- + + 25 + + La bestia s'era scavezzata il collo, + e si poté ben tirare e gridare, + ché fu vana ogni voce ed ogni crollo; + Filinoro il cocchier vuol batacchiare. + Grida il cocchier scrignuto:--Io son satollo; + so ben dove la cosa ha a terminare. + Lei vuol le cento lire del salario + dipennar per la rozza dal lunario. + + 26 + + Io n'ho stupore, e non sare' dovere + voler per venti camuffarne cento; + oltre che non fu colpa del mestiere, + ma del rozzon semivivo e del vento.-- + Filinor grida:--Come! a un cavaliere + un servo parla con tanto ardimento?-- + Poi croscia in sulla gobba col bastone, + e due e tre e quattro delle buone. + + 27 + + Tanto che fuggí via con gli stivali + colui, lasciando il padron e il guadagno. + A Filinor di quattro servigiali + rimase il cavalcante buon compagno, + e due de' quattro valenti animali. + Diceva il cavaliere:--Io son nel gagno, + perdio, de' tristi;--e poi si raccomanda + al cavalcante; e quel sale alla banda, + + 28 + + e me' che può verso Parigi arranca. + Lungi tre miglia esser poteva ancora: + non era la fortuna però stanca. + Ma tacerò di Filinor per ora, + perocché v'ho tenuti sulla panca + a ragionarvi d'esso ben un'ora, + e certi accidentucci v'ho narrati + che forse v'averanno addormentati. + + 29 + + Dico però: dovete accontentarvi + se gli accidenti non vi paion grandi, + perocché voi dovreste ricordarvi, + non s'usavan piú i fatti memorandi, + e che a principio proposi narrarvi + cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi + e i paladini e la plebe e i signori, + per la virtú dell'ozio e de' scrittori. + + 30 + + E voglio che sappiate, uditor vaghi, + acciò questo viaggio non v'annoi, + vi risparmiai gli accidenti degli aghi, + al crepar delle redini e de' cuoi, + e come cento volte con gli spaghi + furon rattacconati i tiratoi; + e mille accidentin non posi in rima, + che non s'usavan ne' viaggi prima. + + 31 + + Io trovo ne' romanzi di que' tempi + certe avventure magre da pidocchi, + e fatti da sbavigli, cosí scempi, + di quei poeti, e lunghi un tirar d'occhi, + che riformavan quegli antichi esempi + di battaglie, di giostre e spade e stocchi; + onde le genti che leggevan quelli + erano imitator de' scrittorelli. + + 32 + + Or vi conduco a Marfisa e a Ruggero. + Io lasciai quella molto screditata, + ed il fratel disperato e in pensiero + pel caso che non s'era maritata. + E per casa diceva:--Per Dio vero, + non so che far di quella spiritata.-- + La moglie Bradamante lo molesta, + tanto ch'egli è per spezzarsi la testa. + + 33 + + Don Guottibuossi era suo confidente, + maestro a' figliuoletti e fa il fattore; + teneva i conti diligentemente + e sprezza anche le legna per buon core. + È spenditor, mansionario e servente + di Bradamante, spia e imbasciatore; + ed andava anche in maschera con quella, + e non aveva trista la gonnella. + + 34 + + Perocché prima di cantar la messa + avea dato il manipolo a baciare; + e Bradamante fu capitanessa + le genti al sacro bacio ad obbligare, + e delle mancie dispose con essa. + Per prima cosa s'ebbe a comperare + un vestito da maschera attillato, + e l'ebbe caro mezzo il ricavato. + + 35 + + Onde si dava poi gran sicumera + a servir Bradamante il carnovale + alle commedie, ed al caffè la sera. + Ma spesse volte la passava male, + ché quella dama, dove il popol era, + lo strapazzava come un animale. + Egli faceva un risolin sardonico, + e poscia diveniva malinconico. + + 36 + + Pur s'affannava per acquistar merito + sempre, e va mulinando qualche tratto + che lo faccia alla dama benemerito. + Qualunque cosa per questo avria fatto, + per non star sempre come nel preterito; + e si pensò che, se con qualche matto + o savio maritar potea Marfisa, + avrebbe avuta grazia in questa guisa. + + 37 + + V'era in quel tempo un uom ricco a Parigi, + che un giorno fu lo scudiere d'Orlando, + come si legge, chiamato Terigi, + ch'era pel mondo andato assai girando, + quando s'usava, seguendo i vestigi + del conte, che gran re venía ammazzando, + e duchi e cavalieri carchi di perle + ed oro e gemme a gran costo d'averle. + + 38 + + Costui previde che il costume antico + aver dovea riforma in tempo corto, + sicché per non restare un dí mendíco, + quando il padrone avea qualche re morto, + e' non istava a grattarsi il bellíco: + tosto che l'alma andava s'era accorto, + spogliava l'ammazzato d'ogni cosa, + insin della camicia sanguinosa. + + 39 + + Sicché d'oro, di gioie e ricche spoglie + pel corso di molt'anni un magazzino + aveva empiuto, e a chi venía le voglie + sapeva vender caro il malandrino, + ch'avria tratti danar sin dalle foglie; + e poiché in questa forma fe' bottino + di piú d'un milione di ducati, + prese gabelle a fitto dagli Stati. + + 40 + + E mantenendo sgherri e berovieri, + degli utili sfondati ne traeva; + poi comperava palagi e poderi, + tanto che immense entrate fatte aveva; + e infine feudi prese e misti imperi, + e privilegi e titoli prendeva + di conte, di marchese e di barone; + facea conviti e gran conversazione. + + 41 + + Ma perch'egli era di basso lignaggio, + volea nobilitare i discendenti, + e cerca far qualche bel maritaggio + per acquistare aderenze e parenti. + Don Guottibuossi vide, come saggio, + da far un colpo, con begli argomenti, + che a Bradamante ed a Rugger piacesse, + se Marfisa a Terigi unir potesse. + + 42 + + E dato cenno a don Gualtieri un giorno, + che cappellan con Terigi si stava, + di questo suo pensier e' parla adorno. + Gualtier da Mulion non rinculava, + anzi promise fare a lui ritorno, + ma che se la faccenda bene andava, + e' non saria contento a un par di guanti: + poi disse mal del mestier de' pedanti. + + 43 + + Che guadagnava una pidocchieria + a insegnar per le case con affanno, + bastando appena la mansioneria + per i suoi vizi due mesi dell'anno. + --Se non guadagno qualche cortesia-- + dicea Gualtier--con arte e con inganno + nelle inframesse o per alcun raggiro, + credimi, Guottibuossi, egli è un martíro.-- + + 44 + + Don Guottibuossi gli rispose:--Basta, + proccuriam ch'abbia effetto la faccenda.-- + Alfin fu rimenata ben la pasta, + per non far troppo lunga la leggenda. + Terigi fu contento e non contrasta, + Rugger anch'esso par che condiscenda: + nel parentado ci fu qualche sciarra, + ma il nodo stava in Marfisa bizzarra. + + 45 + + Diceva Bradamante al suo Ruggero: + --Deve ubbidirvi, le siete fratello.-- + Dicea Rugger:--Perdio, che mi dispero: + dovereste conoscer quel cervello. + S'ella dice:--Nol voglio--dite il vero, + degg'io far, ch'ella il prenda, col coltello?-- + Don Guottibuossi era un abile prete, + e disse:--Io vo' parlarle, se il volete.-- + + 46 + + Furon contenti e a lui s'accomandâro. + Il prete pensa una sua malizietta. + Trova Marfisa sola, ed ebbe caro, + ché rado fu trovata o mai soletta. + Ell'era appunto in un pensiero amaro, + che le parea veder piú poca fretta + ne' concorrenti e ne' visitatori, + e raffreddati i sospiri e gli amori. + + 47 + + Perocch'eravam giunti agli anni trenta, + e, unita agli anni la sua stravaganza, + a poco a poco aveva quasi spenta + ne' cori degli amanti la costanza. + Stava rimproverando malcontenta + in dieci lettre la poca creanza + a questo e quell'amador disertato, + quando don Guottibuossi è capitato. + + 48 + + Marfisa l'accettava volentieri, + ch'anche de' preti comincia a degnarsi. + --Ben venga il soprastante a' cimiteri-- + gli disse e che dovesse accomodarsi. + Rispose il prete:--I'ho de' gran pensieri + veder Marfisa ancor maggese starsi, + e sentire i discorsi della piazza, + che non fanno vantaggio a una ragazza.-- + + 49 + + Disse Marfisa:--Prete mio da gabbia, + deh, dimmi un poco che di me si dice;-- + e cominciava accendersi di rabbia, + facendo sulle guancie la vernice. + Dice il prete:--E' non è mestier ch'io v'abbia + a narrar tutto; basta che disdice, + una fanciulla d'un merto infinito + invecchi in casa e non trovi marito. + + 50 + + E quel che piú mi trafigge nel core + è che, pensando al caso vostro d'ora, + m'affaticai come buon servidore + ed avea tratto un bel partito fuora. + Ma fui cacciato come un traditore, + dicendolo a Rugger, che grida ancora. + Fa piú d'esso la sposa Bradamante: + mi die' giú per lo capo del «forfante», + + 51 + + gridando che il partito non è buono, + e ch'è passato il tempo de' mariti, + e ch'io pensassi a cantare in bel tuono + il vespro e non a cercarvi partiti. + Io per giustificarmi sol qui sono, + perché i discorsi vengon travestiti; + e non vorrei, se il falso vi si mostra, + uscir, Marfisa, dalla grazia vostra.-- + + 52 + + Disse Marfisa:--Altro non vo' sapere; + e basta mio fratello e mia cognata + abbian di questo nodo dispiacere, + fa ragion che la scritta sia firmata. + Fosse lo sposo un magnano, un barbiere, + dico per via di dire, io son parata; + se fosse il diavol, non avrò paura: + vo' che facciamo tosto la scrittura. + + 53 + + --E' non è il diavol--rispondeva il prete,-- + ch'è il marchese Terigi quel ch'io dico; + ma non posso giá far ciò che volete: + Bradamante e Rugger non vo' nimico.-- + Non è da dir se a Marfisa la sete + cresce di porre iscompiglio ed intrico: + basta a' parenti il nodo dispiacesse, + quest'era una ragion ch'ella il volesse. + + 54 + + Don Guottibuossi fa del pauroso, + e dice:--O voi vedete, o voi pensate, + non posso fare--e finge il schizzinoso. + Marfisa alfin minaccia le ceffate. + Donde pur vinse il prete malizioso + con queste bagattelle artifiziate, + e infine disse:--E' convien giocar netto: + del resto ad ubbidirvi mi rassetto. + + 55 + + Fate la cosa appaia un voler vostro; + io mi difenderò dal canto mio + e porrò in opra la voce e l'inchiostro: + avrem l'intento, s'è in piacer di Dio.-- + E detto questo, come a Rugger nostro + e a Bradamante:--Che direte s'io + vinta ho Marfisa--disse--in due parole? + E non è condiscesa, anzi lo vuole.-- + + 56 + + Diceano i due congiunti:--Com'hai fatto?-- + Don Guottibuossi avvisa della tresca + e dice:--E' vi bisogna ad ogni patto + mostrar che il matrimonio vi rincresca, + e farvi trascinare in sul contratto, + e lasciar che Marfisa la prima esca + a ragionarne; e condurrem la trama: + per altra via non si piglia la dama.-- + + 57 + + Giá era di tre ore mezzogiorno + suonato, e ancor da Rugger non si pranza + (ché in casa a' grandi era quasi uno scorno + pranzare innanzi: tal era l'usanza); + onde udivansi i servi andare attorno + chiamando a desco con bella creanza. + Siedono a mensa. Marfisa siedeva, + e sta ingrognata e mangiar non voleva. + + 58 + + Don Guottibuossi non mangia, divora, + e mostra la faccenda a lui non tocchi. + Rugger, ch'era pur saggio, s'addolora, + e mangia adagio e talor chiude gli occhi, + e tra sé duolsi d'avere una suora + da pigliar con la trappola che scocchi. + E Bradamante in sull'avviso stava, + e spicca morsellini e sogghignava. + + 59 + + Marfisa guarda l'un l'altro nel viso, + e scherza or col cucchiaio or col coltello, + ed or sul grasso in qualche tondo intriso + scrive con la forchetta, or fa fardello + del tovagliuolo, or suona all'improvviso + con le dita in sul desco il tamburello, + or crolla il capo, or s'affisa nel tetto, + e mostra fuor ciò che serra nel petto. + + 60 + + In tutti gli atti si vedeva aperto + ch'ella voleva alcun le ragionasse, + per appiccare una sciarra, un concerto + di voci, che tre ore lungo andasse. + Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto + un pezzo senza che alcun le parlasse, + sendo il pranzo finito, in Rugger fisse + tenne le luci bieche e poi gli disse: + + 61 + + --Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata, + me n'esca un tratto da questa famiglia, + e rimanga padrona la cognata + che un po' troppo il buon sposo suo consiglia. + Però, signori, io mi son maritata; + abbiate se il volete maraviglia: + il marchese Terigi è giá mio sposo, + né fia, quando a me piace, difettoso. + + 62 + + Non crediate v'avvisi perch'io creda + esser tenuta a dirvi i fatti miei. + De' pregiudizi amichi non son reda + e d'ubbidenze sciocche da plebei: + le mie letture hanno fatto ch'io veda + che farlo senza dirvelo potrei. + Ma perché so che di Terigi ostico + vi sembra il nodo, appunto ve lo dico. + + 63 + + Le risa appena trattien Bradamante: + se stava ferma, guastava la cosa; + donde rizzossi con atto arrogante + e mostrò di partirsi disdegnosa. + Rugger mostrossi irato nel sembiante, + e disse:--O Dio, quando averò mai posa? + Non mi potete dar maggior sciagura + di questa ch'ora provo né piú dura.-- + + 64 + + E terribil volgendosi a Marfisa, + disse:--Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo. + Non sará mai la famiglia di Risa + tal parentado possa sopportarlo; + se tentate avvilirla in cotal guisa, + e un gabellier cognato a Rugger farlo, + dico che prima voi sarete appesa, + sorella cieca e sorda e pazza resa.-- + + 65 + + Qui le risposte, il fracasso e le grida + furono orrende fuor d'ogni pensiero, + e piú Marfisa al suo Terigi è fida, + quanto l'aborre e disprezza Ruggero. + Dicea Ruggero:--Prete, mala guida-- + a Guottibuossi,--io non son sí leggero, + che non intendo questo guazzabuglio + esser pretino fetente garbuglio. + + 66 + + Ma i preti si dovrieno all'etá nostra + porgli in catena a biscottel muffato, + ché in tutto voglion far di loro mostra, + dimenticando il sacro chericato.-- + Don Guottibuossi pur la zucca prostra + due o tre volte e sta mortificato, + e poiché fino al finocchio ha consunto, + gli parve allor di ragionare il punto. + + 67 + + E disse:--In coscienza questa dama + può dir s'io feci a lei parola alcuna; + ma veggio alfin che odiato è chi piú ama, + e converrá ch'io cerchi altra fortuna. + Vero è ch'io dissi a voi:--Terigi brama + averla in moglie;--ch'io credo opportuna + l'occasion, perché non cerca dote; + ma feci solo a voi le cose note. + + 68 + + E poiché siamo in su questo proposito, + parlerò netto e senz'alcun timore. + Questo mio sacro capo vi deposito, + Rugger, che a non voler siete in errore. + L'usanza è dal passato ora all'opposito. + È una cosa fantastica l'onore: + di parentado e di genealogia + si ride il mondo c'ha filosofia. + + 69 + + Voi siete pien d'antichi pregiudizi, + né alle commedie nuove andate mai, + né i romanzi novei, pien d'artifizi + dotti, leggete, che insegnano assai. + Certe antiche virtudi ora son vizi, + e non importa un fil di paglia omai + l'esser figliuol di dama o di puttana, + come un nuovo romanzo oggi ci spiana. + + 70 + + Quando un uom ricco di basso lignaggio + chiede una dama illustre per isposa, + e senza dote a tôrla egli ha coraggio, + non è alla moda il bilanciar la cosa; + perocché due famiglie n'han vantaggio, + e la faccenda sembra prodigiosa: + se una risparmia e da quel ch'è non esce, + l'altra in opinione e in boria cresce. + + 71 + + Il nobil anzi in sull'altro casato + mantien certa arroganza e preminenza, + ché può voler da quel ciò c'ha sognato + per una stabilita conseguenza. + Terigi è di Marfisa innamorato, + ed è sí ricco e ha titol d'«Eccellenza»; + la fanciulla il torrebbe, e non so poi + per qual ragion lo ricusate voi.-- + + 72 + + Rugger raddoppia minacce e disprezzi, + Marfisa gonfia e grida:--Il voglio, il voglio;-- + in sullo spazzo i bicchier getta in pezzi, + ordina al prete di rogare il foglio. + Don Guottibuossi a tutti dui fa vezzi, + e mena con tant'arte quell'imbroglio + che fece dire a Rugger con dispetto: + --Col diavol sia! l'assenso vi prometto.-- + + 73 + + Ed accordata e fatta la scrittura + fu da Ruggero sempre rinculando; + e Bradamante brusca in guardatura + si fa sentir per casa borbottando. + Don Guottibuossi a Marfisa paura + e gran fatica e sudor va mostrando. + Dicea Marfisa:--E' l'avranno alla barba: + e' de' bastar; questa cosa a me garba.-- + + 74 + + Un giorno che le visite accettava, + le congratulazioni, i complimenti, + per tutta la cittá si ragionava + che in un caffè morto era in due momenti + un paladin, ma il nome si cambiava, + come suol fare il furor fra le genti. + Era ognun curioso di saperlo, + siccome voi; ma per or vo' tacerlo. + +FINE DEL CANTO TERZO + + + + +CANTO QUARTO + + + ARGOMENTO. + + Del sigillo real morto è il custode; + nascon baruffe per la sepoltura. + Pel maritaggio di Marfisa s'ode + grand'apparecchio, e don Gualtieri ha cura. + La bizzarra la visita si gode + del sposo, ch'è una gran caricatura. + Le spose alla Ruet van mascherate; + una comparsa l'ha disordinate. + + + 1 + + Tanto il pensar de' paladin corrotto + era, per quanto leggo e al parer mio, + che a gravi colpi di sopra e di sotto, + fulmin, tremuoto o simil lavorio, + e alle morti improvvise, sette ed otto, + che per avviso lor mandava Dio, + non istupiano o troncavan niente + i lor vizi e lo stare allegramente. + + 2 + + I fulmini, i tremuoti e la tempesta + dicevano esser cosa naturale: + venti bestemmie ed un crollar di testa + era sollievo a chi veniva il male. + Scherzando in una forma disonesta, + rideano e si diceano alla bestiale: + --Io salmeggiai, arsi ulivo e candele, + e la tempesta venne piú crudele.-- + + 3 + + Cadeva uno, apoplettico d'un colpo: + diceano:--Questo succeder dovea: + egli avea membra strane come il polpo; + tal macchina sussister non potea.-- + Alcun diceva:--Io veramente incolpo + la vita solitaria che tenea. + Per viver molto e godere e star bene, + perdio! passarla come noi conviene.-- + + 4 + + A' sacerdoti che dicean da vero: + --Segni son dell'eterna providenza,-- + dicean col viso ironico e severo: + --Dice pur ben la Vostra Riverenza!-- + Le femminette con umil pensiero, + e i dozzinali mostravan credenza; + ma tuttavia la carne ed il rubare + né men per questo si vedea lasciare. + + 5 + + Ma ciò che piú di tutto fa stupire + è che i ragionamenti piú divoti + e piú morali e santi in sul garrire, + gli accigliamenti a tempeste e tremuoti, + il chiamar quelli «giuste celesti ire», + il far digiuni, il far proteste e voti, + e l'annodar dell'una all'altra mano, + fossero azion del traditor di Gano. + + 6 + + Non so se i nostri tempi sien diversi; + se non lo sono, Dio voglia che siéno. + Prima da' paladin solea volersi + per un buon segno sin l'arcobaleno, + e per castigo soleva tenersi + la troppa pioggia ed il troppo sereno, + e sin l'aere che il fummo sparpagliava. + Nessun de' paladin cosí pensava. + + 7 + + Del secol nostro io non dovrei dir male, + perché so ben che si crede e si tiene + per maldicenza sino alla morale, + e non è piú moderna e non conviene. + Il paladin, che aveva messe l'ale + all'improvviso, ascoltator dabbene, + nella bottega, come si dicea, + direm ch'egli era Angelin di Bordea, + + 8 + + custode in corte del regio sigillo. + Una carica grande e di gran frutto: + ventimila ducati, posso dillo, + ella rendeva con gl'incerti e tutto. + Alla sua morte ci fu il coccodrillo, + che non tenne sull'ossa il ciglio asciutto, + perché l'incarco assai gli era invidiato + da chi tenea su quel l'occhio tirato. + + 9 + + Era Angelin d'una statura grande, + e grosso e molto greve nella pancia, + magno conoscitor delle vivande, + che le gustava sudando la guancia, + e in tavola voleva altro che ghiande; + anzi dicea tutta quanta la Francia, + parlando di chi fa mensa piú buona: + --Angelin di Bordea porta corona.-- + + 10 + + I liquori, la pippa e i buon bocconi + erano i principali suoi riflessi, + né si curava di vestiti buoni, + ché gli avea fuor di moda ed unti e fessi. + Le sue camicie parevan carboni, + ché le cambiava, come i votacessi, + tre volte l'anno, e il dí che si cambiava + molto quella fatica biasimava. + + 11 + + Era Angelin di Bordea generoso + e non aveva al risparmio pensiere, + del mal compassionevole, amoroso + verso a' pitocchi ed elemosiniere. + In capo all'anno era pur timoroso + rimanesse un ducato nel forziere: + tutta l'entrata dell'anno volea + che fosse spesa, e mangiava e godea. + + 12 + + Don Martin, don Ubaldo e don Simone, + preti assai dilettanti de' buon piatti, + eran sue fedelissime persone, + giornalier commensali allegri ed atti, + autor di salse per digestione, + nemici nel pulir l'ossa de' gatti. + Con accidenti e nuove del paese + pagano ad Angelin le grosse spese. + + 13 + + Bevendo alla bottega il cioccolato + nella contrada di San Pietro, un giorno + apoplettico cadde, e scilinguato + rimase tosto e mai fece ritorno. + I chirurghi e i dottor coll'ammalato + lor salassi ed emetici provorno: + Angelin di Bordea si stese morto, + e cosí diede a que' dottori il torto. + + 14 + + Molti discorsi fece la plebaglia, + se fosse salvo o dannato Angelino. + Ognuno si riscalda e si travaglia + a trovar pro e contro il bruscolino, + com'anche a' nostri dí fa la canaglia + quand'uno è morto in caso repentino. + Don Simon, don Martino e don Ubaldo + volean che fosse in cielo allegro e baldo. + + 15 + + Angelin di contrada è di San Pavolo, + ed era morto in quella di San Pietro: + venne a levarlo il piovan di San Pavolo; + voleva il morto il piovan di San Pietro. + Diceva il primo:--Egli abita a San Pavolo;-- + l'altro diceva:--Egli è morto a San Pietro;-- + donde si fece gran disputazione + tra i due piovani in mezzo alle persone. + + 16 + + Poich'ebbon con flemmatiche parole + cercato l'uno l'altro persuadere, + dicendo:--Non si deve e non si puole + i successor pregiudicar, messere;-- + si riscaldaron, come far si suole, + gridando:--Io non vo' perder le mie cere;-- + né piú si contendeva pel defunto, + ma son le torce del contrasto il punto. + + 17 + + E finalmente ingiurie s'hanno dette; + l'uno dell'altro gran cose rivela, + e de' peccati quattro, cinque e sette, + che prima ricopria non so qual tela; + poi tutti accesi vennono alle strette, + e si detton sul ceffo la candela. + Le processioni delle due contrade + diêr mano a' torchi, non avendo spade. + + 18 + + E vidonsi in un punto aste e doppieri + arrestati e frugoni e aperta guerra, + zazzere abbrustolite e visi neri, + berrette a croce e moccoli per terra; + né si sentieno cantar misereri, + ma bestemmie e un gridar:--Sospingi, afferra-- + da gole strette, con voci interrotte; + e furon lacerate molte cotte. + + 19 + + Que' gaglioffacci che raccolgon cera + eran nel mezzo ad accrescer baruffa. + Ognun dá d'urto ed aizza la schiera, + ed i pezzuoli di candela ciuffa. + Color che avean la cappa indosso nera + e il copertoio sul grugno, ognuno sbuffa, + e tira gli occhi pe' buchi del sacco, + crosciando l'aste e facendo gran fiacco. + + 20 + + Era corso a veder tutto il paese; + nessun mettea del suo fuor che la voce. + Dio benedetto ha mandato il danese, + e beccò sopra il capo d'una croce; + ma, conosciuto alquanto, si sospese + al suo gridar la battaglia feroce, + e tanto fece che tutti chetava: + poscia co' due piovani ragionava. + + 21 + + E disse cose lor da buon cristiano, + quantunque fosse un turco battezzato; + ed or all'uno ora all'altro piovano + con rimproveri acerbi s'è voltato. + --Questo è--dicea--da voi quel che ascoltiamo, + che ognun debb'esser disinteressato, + se poi vi bastonate fra la gente + per quattro moccol di candele spente? + + 22 + + Or oltre; io vo' che questa cosa sia + dimenticata e piú non se ne parli, + preti avaron, che i scandol per la via + al popol date invece di troncarli, + cosí facendo rider l'eresia.-- + E tanto seppe il danese attutarli + che ognun la sua pretesa in lui rimise, + ed ei la lite de' moccol decise. + + 23 + + Disse che fosse Angelin seppellito + nella contrada dov'egli era morto, + e il piovan di San Pavolo, apparito + per la magion, non abbia in tutto il torto. + Volle che fosse l'util ripartito + del funeral. Cosí ridusse in porto + quella battaglia, e a' casi in avvenire + questo fu legge circa al seppellire. + + 24 + + Vero è che alcun piovano litigante + parecchie volte volle disputare + le circostanze, sequestrando inante, + perch'abbia il morto in diposito a stare; + e potrei dir piú d'un fatto galante, + ma non vorrei fuor de' miei solchi andare; + e forse uscito son dal mio viaggio, + narrando questo fatto di passaggio. + + 25 + + Dall'altra parte par non istia male + s'egli fu a' tempi del re Carlo Magno, + perché veggiate sin nel funerale + s'usava piú che la pietá il guadagno. + Il dir ch'è morto Angelino, assai vale; + d'aver questo narrato non mi lagno, + perché vacante rimase il suo posto, + per il qual molte cose verran tosto. + + 26 + + Or si de' dir che la scrittura fatta + tra la pudica Marfisa e Terigi + fu gran cagion d'una ciarlata matta + nelle case e botteghe di Parigi. + Molti stati con la faccia stupefatta, + tutti cercan le cause ed i vestigi; + sembra che a ognun quella faccenda tocchi, + tante dispute fan, tirando gli occhi. + + 27 + + Molti dicevan gonfiando le gote: + --Che avvilimento è questo di Ruggero!-- + Rispondean altri:--E' la dá senza dote; + par ch'egli abbia giudizio, a dire il vero. + So dir Terigi accomandar si puote + a san Francesco, a san Gianni, a san Piero, + che a pettinare e' si toglie una lana + da far che sudi e scoppi di magrana.-- + + 28 + + Altri in capo tre giorni, piú o meno, + predicono divorzi o scioglimento. + Nessuno c'è che voglia stare a freno: + fanno argomenti per mostrar talento. + Solo Dodon, tenendo il mento in seno, + guarda sottecchi or l'uno or l'altro attento, + e sogghignava spesso e si stupiva + dell'eterno ciarlar che lo stordiva. + + 29 + + E alla bottega del caffè dov'era, + ad uno che faceva gran contrasto + e volea pur sapere in qual maniera + l'intendesse, Dodon, ch'era omai guasto, + rispose alfin:--Non presi mai mogliera, + prima perché non mi piacque un tal pasto, + ma sopra tutto per non dar cagione + di tanto affanno alle vostre persone. + + 30 + + Marfisa prende Terigi in consorte, + Terigi n'è contento e la vuol prendere. + Io vi rispondo, andando per le corte, + che son contento anch'io, né vo' contendere. + Né intendo disputar della lor sorte, + perché l'astrologia non soglio vendere. + Se buona fia, godrò di lor quiete; + se trista, a pianger non mi vederete. + + 31 + + Sol mi rincresce questo maritaggio, + perch'è cagion che voi stracco m'avete.-- + Cosí detto, Dodon fece viaggio + con riverenze tonde assai facete. + Quegli oziosi cambiaron linguaggio + sopra Dodon con parole indiscrete. + Chi disse:--E' pensa ben,--chi:--Pensa male,-- + e si rimason tuttavia cicale. + + 32 + + La voce sparsa di quell'imeneo + mise a Parigi in gran briga gli artieri. + Corron tutti in secreto al prete reo, + cappellan di Terigi, don Gualtieri: + ser Rocco dipintore, ser Maffeo + legnaiuol, venti o trenta tappezzieri, + fabbri, merciai, stuccatori, una folta. + Don Gualtieri, o don Volpe, ognuno ascolta. + + 33 + + Perocché, avendo avuto da Ruggero + cento zecchini di nascosto in dono + per il maneggio, faceva pensiero + anche munger ciascun senza perdono. + E perché tutti nel loro mestiero + van profferendo al prete un util buono + se gli faceva aver l'opra in lor capo, + Gualtier sta ritto come il dio Priápo. + + 34 + + E udite da ciascun l'esibizioni, + fece aver l'opre al miglior offerente, + e poi faceva le disposizioni, + perché Terigi il fe' soprintendente. + Polizze fa ripiene d'invenzioni: + mai non si vide prete piú saccente. + Terigi, forse per troppa allegrezza, + a questa volta ha dato in leggerezza. + + 35 + + E perch'era in quel secolo un'usanza, + al maritar delle persone altere, + il far di versi una grand'abbondanza, + parte alla dama e parte al cavaliere; + anzi era questo di tanta importanza + quel dí quant'era il mangiare ed il bere, + che questo libro gli sposi ordinavano + e i stampatori a gran costo pagavano; + + 36 + + ed avveniva che il raccoglitore, + il qual faceva la dedicatoria, + n'avea dalla signora o dal signore, + pel generoso core o per la boria, + qualche regalo che faceva onore, + ma talor questo uscia dalla memoria; + pur nondimeno parecchi ogni volta + per commession cercavan la raccolta; + + 37 + + Marco e Matteo dal Pian di San Michele, + ch'eran torrenti della poesia, + a don Gualtieri accendevan candele + perché Terigi a un d'essi l'ordin dia. + A Matteo don Gualtier non fu fedele, + e con il patto che divisa sia + la mancia tra Gualtieri e il vate Marco, + a questo fece rimaner l'incarco. + + 38 + + Allora Marco per tutto il paese + iscreditava Matteo poveretto, + dicendo:--E' non è buon per queste imprese; + altro non sa che por scene in guazzetto.-- + Matteo, quando il ciarlar di Marco intese, + giva dicendo:--Io fui bene costretto + a far quella raccolta e rinunziai, + ché non procuro queste brighe mai.-- + + 39 + + Gran dispute hanno fatto i partigiani + di Marco e di Matteo per questo caso. + Sostenevan parecchi, come cani: + --Matteo non fu d'accettar persuaso.-- + Altri giuravan, picchiando le mani, + che rifiutato al certo era rimaso. + Que' di Matteo di nuovo fanno fronte, + e gridan saper tutto da buon fonte. + + 40 + + E se non fosse che Turpino scrisse + di questo fatto il vero dell'arcano, + ancora ci sarebbon delle risse + a' nostri tempi fra qualche cristiano. + Frattanto il Gratta, un stampator che visse + quando viveva il nostro Carlo Mano, + un uomo coraggioso e intraprendente, + è corso a don Gualtieri prestamente. + + 41 + + E gli promise venti e piú zecchini, + se la raccolta stampargli facea. + Ornati, foglie, uccelletti e bambini, + e rami assai puliti promettea, + da far maravigliar i paladini. + --Io ho nuovi caratteri--dicea-- + e carta fine, ed incisioni albergo, + e so inventar geroglifici in gergo. + + 42 + + Io non voglio giá far nessun guadagno + --diceva il Gratta--e sol fo per l'onore.-- + Non era il prete men di lui mascagno, + e rispondea:--Conosco il vostro core; + però mi troverete buon compagno.-- + Ma io non voglio dir tutto al lettore, + né intorno ciò la trama fra lor fatta; + basta che la raccolta impresse il Gratta. + + 43 + + Rugger per il costume del paese + qualche libretto anch'ei doveva fare. + Dodone il santo, figliuol del danese, + gli aveva detto:--Non farneticare, + ché un libriccin vo' farti alle mie spese + da far Marco e Matteo divincolare.-- + Ruggero ride e dice:--Essi hanno fame: + lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?-- + + 44 + + Dicea Dodon:--Non posso in coscienza, + ché van guastando tutte le persone + con le lor stampe di mala influenza + e d'un costume contro la ragione. + Non vedi tu la lor trista semenza + omai salita in tal riputazione, + che sino ne' collegi i frati pazzi + lascian che sia lo studio de' ragazzi? + + 45 + + E imparano da quella uno stil grosso, + o veramente uno stil da bombarda, + metaforacce e qualche paradosso, + o versi goffi e frasi alla lombarda. + E dalle _Madri tradite_ dir posso + ch'apprendano i fanciul, se ben si guarda, + a maledire i morti e i testamenti, + a beffeggiar le madri ed i parenti. + + 46 + + E contro il padre a por mano alla spada, + corrergli addosso per farlo morire; + a ingannar, a tradir qual sia la strada, + imparano i fanciul, se il ver vuoi dire. + Forse la scuola lasciva t'aggrada + e la lussuria, i lazzi ed il languire + dell'_Impressario turco dalla Smirne_, + e d'altri cento che non vo' piú dirne? + + 47 + + Vannoti a sangue quelle principesse + che sono incinte pria che sieno spose, + e si maritan poi per interesse + co' duchi che non san di queste cose? + poi vanno a partorir _Filosofesse_ + a Roma, e fan le faccende nascose, + acciò il marito non veda la prole, + e si battezzi un tristo, s'ei si duole? + + 48 + + Ti piaceran le donzelle d'onore + di quelle principesse della corte, + non mica vaghe del far all'amore, + ma ingravidate senz'aver consorte? + Mille garbugli infami di scrittore, + che tutto guarda colle luci torte, + e ad ogni mal facilita la via, + dicendo:--Insegno la filosofia.-- + + 49 + + Le filosofe sue bello è vedere + colme di passioni e debolezze, + tradir le dame i duchi, e per dovere + far le ruffiane ed altre gentilezze, + e far le spie di dietro le portiere + co' birri a lato, acciò si raccapezze + un che fu ladro un tempo, e in tal maniera + dire:--Egli è quello,--e mandarlo in galera. + + 50 + + Le prefazion di questi autor moderni + (non so, Rugger, s'hai fatto ben l'esame) + appellano «istruttivi» i lor quaderni, + «filosofici» e «vaghi per le dame». + Io so che ci faran de' begli scherni + le suore nostre che di questi han fame. + Dico che provan lor dottrine strane + filosofe e duchesse le puttane.-- + + 51 + + Dicea Ruggero a Dodon:--Tu di' bene, + ma pochi la ragione ti daranno. + Al popol piacion lor romanzi e scene; + se fossi in te, non vorrei quest'affanno, + perché t'acquisti un odio sulle schiene, + e un giorno o l'altro ti lapideranno. + Non si vuol sempre la ragion difendere: + oh, gli è la bella cosa il mondo intendere! + + 52 + + --È bella cosa, è ver--dicea Dodone,-- + ma quando intendi il mondo vada male, + so che il tacere è cosa da poltrone, + e de' corregger l'uom per quanto vale. + So ch'oggi una bagascia è la ragione, + ché l'avete mandata all'ospedale + per soggezione, e con rispetti umani + e finte indifferenze e baciamani. + + 53 + + Ma piú di tutti dá cattivo esempio, + a lasciar correr certe commedie + e certi romanzacci e il compor empio, + Carloman, presso al novissimo die, + che con la bocca aperta, vecchio e scempio, + ascolta, come fosser litanie; + anzi le cose piú nefande apprezza, + e poi travolge gli occhi di dolcezza. + + 54 + + In quanto a me, qual mansueto agnello, + me ne vo come Isacche al sacrifizio, + ed all'aperta predico e favello + contro gli scritti, il mal costume e il vizio; + e dove prende granchi il mio cervello, + usin di correttor gli altri l'uffizio. + Con prove sane facciano schiamazzo, + non giá con la ragion del popolazzo. + + 55 + + Né stien dicendo che l'invidia è quella + che m'arde contro la lor preminenza. + Io non so d'invidiar Pulicinella, + perch'ogni giorno ha sí magna udienza.-- + Cosí Dodon per ischerzi favella, + e finalmente ha data la sentenza + di voler far il libretto a sue spese. + Rugger lo ringraziò, ch'era cortese. + + 56 + + Terigi intanto s'era apparecchiato + a fare una sua visita alla sposa, + e un vestito s'è messo ricamato + d'oro, che mai si die' piú bella cosa. + Avea le fibbie che valeano un Stato, + e manichin d'un'opera famosa, + un cappel fine col pennacchio bianco, + ed una spada gioiellata al fianco. + + 57 + + Ma potea ben studiar l'attillatura + e porsi indosso ogni cosa pulita: + egli era un uomo grosso oltre misura, + ed alto sette palmi piú due dita; + sicch'era sempre una caricatura. + La faccia aveva larga e sbalordita, + gli occhi incantati e tondi, e un riso in bocca + continuato ad ogni cosa sciocca. + + 58 + + Goffo al pensare e al ragionare, e spesso + non intendeva ciò che gli era detto, + e richiedeva quel che aveva appresso, + dicendo:--Avete inteso voi quel detto?-- + Quell'altro si togliea spasso con esso, + e gli diceva all'opposto in effetto, + donde Terigi dava una risposta + da far scoppiar dalle risa ogni costa. + + 59 + + Tratto fuor da' raggiri del negozio + delle gabelle, dov'era molto atto, + che non guardava al nimico o al sozio, + quando faceva qualche suo contratto; + del resto e' si potea lasciare in ozio + o con le genti dozzinali affatto. + Or con bel scorcio e con sue sciocche risa + se n'era andato a visitar Marfisa. + + 60 + + E le disse:--Illustrissima signora, + lei s'è degnata di mia povertade. + Sappia ch'io l'amo e che non veggo l'ora + d'esser marito della sua beltade.-- + Un sterminato rubin trasse fuora, + dicendo:--Questo è della sua bontade, + e vorrei che valesse mille mondi.-- + Poscia le pianta in viso gli occhi tondi. + + 61 + + E con un certo risolin scipito + stava attendendo un bel ringraziamento, + dando qualche occhiatella al suo vestito + e diguazzando i manichini al vento. + Marfisa conosceva quel marito + da molto tempo, i modi e il pensamento; + e perch'ella era bizzarra e cortese, + in questa forma rispose al marchese: + + 62 + + --Io vi ringrazio, e sposo mi sarete. + Che si de' far? maritarsi conviene. + Frattanto, o caro, vi contenterete + ch'io rida un po', ché da rider mi viene. + I' so che a male non lo prenderete.-- + E cominciava a rider molto bene; + e pur lo guarda, e ride, ride, e il guarda. + Terigi ride anch'esso a quella giarda. + + 63 + + Perocché gli sembrava gran fortuna + la sposa sua sí allegra lo accettasse. + Era Marfisa allor di buona luna: + disse al marchese che s'accomodasse, + e tra le sedie gliene additav'una + ch'è la piú bassa tra le sedie basse. + Terigi, dopo un nuovo e strano inchino, + s'assise in quella, e pareva un bambino. + + 64 + + Non dimandar se ride la fanciulla. + --Volete voi parlar di cose dotte + --gli va dicendo--o di pappa o di culla, + del tempo buono o di piogge dirotte? + Avete voi necessitá di nulla? + avete ben dormito questa notte? + Marchese, è tutto vostro questo core: + volete voi che ragioniam d'amore?-- + + 65 + + Terigi ad ogni cosa rispondea: + --Grazie alla Vostra Signoria illustrissima;-- + ed abbassava il capo e ripetea: + --Tutto quel ch'è in piacer vostro, illustrissima.-- + A qualunque parola che dicea + Marfisa, ei non lasciava l'«illustrissima». + Le serve erano uscite dalla stanza, + ché non istan piú salde a quella danza. + + 66 + + E sghignazzavan dietro le portiere, + quando sentieno «illustrissima» a dire. + Marfisa ne traeva un gran piacere, + né lascia molti patti a stabilire, + dicendo:--Voi giá siete cavaliere, + che delle usanze non voria stupire + o de' serventi o del star fuor di notte, + perocch'io non son nata nelle grotte. + + 67 + + Io vorrò correr le poste talora + con chi mi piace, e voi non ci sarete. + Qualche viaggio lungo farò ancora, + e quando tornerò mi vederete. + Ragioniam netto adesso per allora, + ch'io non soffro ingrognati e vo' quiete. + Un cavaliere, quando la sposa ama, + non si scorda giammai ch'è nata dama. + + 68 + + Parean aspri a Terigi questi detti, + ma dall'amore egli era sbalordito, + e tanagliato da mille rispetti. + Abbassa il capo col riso scipito, + col collo torto e co' denti ristretti: + sol rispondea:--Vi sarò buon marito: + ogni cosa andrá bene, e fia bellissima, + quand'ella fia piacer vostro, illustrissima. + + 69 + + Sappi, lettor, che Terigi al lasciarla + sentí strapparsi il cor dalla corata. + Impossibil gli par di meritarla. + Con inchin parte, e sospira e la guata. + A casa giunto, manda a regalarla + di drappi da Lion per la vernata + e per la state e per ogni stagione, + velluti, merli e pelli, un milione. + + 70 + + Molt'altre dame eran spose a Parigi, + e molte n'eran sposate di fresco + al tempo di Marfisa e di Terigi, + scrivon le storie, dalle quai non esco. + I paladini dietro a' lor vestigi, + e tutto quanto il popolo francesco + andava a contemplarle mascherate, + ch'ivano in piazza a far le passeggiate. + + 71 + + Nota, lettor, se Dio ti faccia sano, + come le usanze fanno i cambiamenti. + Oggi a Parigi terrien mal cristiano, + uno che andasse in maschera, le genti: + eppure al tempo del re Carlo Mano + per irvi eran rabbiosi, impazienti + tutti, e talvolta fino in qualche chiesa + maschere si vedien senza contesa. + + 72 + + Un dí di carnoval era, e la pressa + de' cavalieri e paladini è grande, + per gir nella Ruet dopo la messa, + ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande + da' sedili di paglia, ov'è il sol messa. + Qui facean le sentenze memorande, + al passar delle spose, dell'imbusto; + de' drappi, delle anella e del buon gusto. + + 73 + + Non si può dir quanta fosse la cura + nella Ruette a veder le comparse. + La piazza è spaziosa oltremisura, + ma ognun fra que' sedili vuol ficcarse. + S'uno era spinto fuor della fissura, + sforza la calca, perch'ivi vuol starse. + Se inavvedutamente uno uscía fuore, + gridava:--Oh ve', son fuor?--con gran stupore. + + 74 + + Spesso s'udia gridare:--Omè, il mio callo + un m'ha piggiato, o Dio, veggo le stelle.-- + Un altro dire:--Olá, sei tu un cavallo? + M'hai dato d'urto e rotte le mascelle.-- + Un altro:--E' mi fu tolto senza fallo; + non ho piú l'orivuol nelle scarselle.-- + E mill'altre sventure e casi avversi, + ma tutti alla Ruet dovean tenersi. + + 75 + + All'apparir di qualche sposa nuova, + come al zimbel si calan gli uccellini, + un torrente di popolo, una piova + correva, ed eran capi i paladini. + Ad un l'abito piace, un non l'approva, + o il guernimento o il merlo o gli ermellini. + Sul color non moderno molti l'hanno; + grand'argomenti e gran dispute fanno. + + 76 + + Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri + eran giudicator di prima istanza; + gli appelli de' perdenti cavalieri + Astolfo decideva per usanza; + e conveniva ceder volentieri, + ché l'opporsi ad Astolfo era increanza. + Di color, di buon gusti e guernizioni, + fu il duca delle buone opinioni. + + 77 + + A tutte l'altre spose nel vestire + quel di Marfisa diede scaccorocco; + e il portar della maschera e il gestire, + tutto diceva ai cor:--Guarda, ch'io scocco.-- + Si rise sol, veggendo comparire + Terigi che pareva un anitrocco; + e benché avesse addosso un gran tesoro, + non sapeva portarlo con decoro. + + 78 + + Mentre per la Ruet scorre il torrente, + è capitato un cocchio sulla piazza, + ch'avea dentro un garzon molto avvenente: + del resto non si dá cosa piú pazza. + Un caval magro, adagio, sonnolente + tira da un lato e si ferma e scacazza; + dall'altra parte il tiratoio tirava + uno staffiere, e sudava ed ansava. + + 79 + + Sozzopra è la Ruet. Tutte le genti + corrono a contemplar sí nuova cosa. + I paladin, le dame ed i serventi + alla carrozza van maravigliosa, + la qual nel mezzo a tanti occhi veggenti + alla magion di Gano fece posa, + ed iscese da quella il cavaliere, + di cui per ora il nome vo' tacere. + +FINE DEL CANTO QUARTO + + + + +CANTO QUINTO + + + ARGOMENTO. + + Un amor forte la bizzarra prende + di Filinor. Terigi si dispera; + pur fa grand'apparecchio, e spande e spende + per ricrear la sua sposa una sera, + Alla ricreazion schiere tremende + giungon, e fassi descrizion sincera + di dame e cavalier. Non vien l'infida; + Terigi piange, e il cappellan lo sgrida. + + + 1 + + Io non son di natura curioso; + pur, quando sento ruote e la scuriada, + m'affaccio alla finestra furioso + e vo' veder chi passa per la strada. + Però non istupisco, e son pietoso + che il popol di Parigi in folla vada + a veder la carrozza che ho narrata: + io sarei stato capo di brigata. + + 2 + + Non sempre e in ogni loco curiosa + soffro la gente molto volentieri, + e, verbigrazia, a un'opera fecciosa + che corra e spenda e gridi e si disperi. + Questa curiositade è perniziosa, + io dico, e di cervei troppo leggeri. + Quella carrozza era una cosa bella + e rara, e in piazza, e si dovea vedella. + + 3 + + Il cavalier, che da quella è schizzato, + era quel Filinoro di Guascogna. + Perché da un sol rozzon fosse tirato + e dal staffiere, dirvi or mi bisogna. + In una pozza se gli era affogato + il caval terzo e rimasto carogna, + ed era presso a Parigi un trar d'arco, + donde non volle rimanersi al varco. + + 4 + + Perocch'egli è un fanciul soggiogatore + d'ogni riguardo e alle vergogne avvezzo: + --Dalla cittá non de' rimaner fuore + --disse--quest'equipaggio mio, da sezzo;-- + e pose al tiratoio il servitore + dall'altra parte senz'alcun ribrezzo. + Lasciando nella pozza il caval morto, + ridusse alfin la navicella in porto. + + 5 + + Alcun di nuove fogge dilettante + dicea:--Questa debb'esser moda nuova: + da una parte il caval, dall'altra il fante! + Certo il buon gusto qui sotto ci cova.-- + Alcun ardito chiede al cavalcante: + --Che fate dello sprone e che vi giova? + Spronate voi per fianco quella rozza, + o spronate voi stesso o la carrozza?-- + + 6 + + Il servo ansante di sudor grondava: + avea ben altro in mente che rispondere. + La gente sempre accorreva e inondava: + parea ch'ella volesse il ciel sconfondere. + Filinor lo staffiere confortava, + dicendogli:--Su via, non ti confondere, + sciogli i forzieri;--e diceva alle genti: + --Or bene: io son colui dagli accidenti. + + 7 + + Le sventure, signor, sempre son pronte. + Che maraviglie! Ringraziate Dio + ch'elle non vi son tocche. In piano e in monte + e in mar siam mal sicuri, al parer mio.-- + S'innalzava Marfisa con la fronte + per veder la cagion del mormorio, + e sulle punte dei piedi si rizza, + ma invan s'affanna e alfin le venne stizza. + + 8 + + E vòlta a' cavalier che la servieno, + ed a Terigi che sembra un barlotto, + comincia a dir che tutti le parieno + cavalier da bagasce e da biscotto. + --Vedete--ella dicea--che m'avveleno + per star di sopra, e mi lasciate sotto, + né veder posso. Ogni pitocco e tristo + avrá veduto, ed io non avrò visto. + + 9 + + Fatevi innanzi, allargate la strada! + S'apra la folla, cavalier poltroni! + Chi non sa servir dama se ne vada: + io vi smaschererei co' mostaccioni.-- + Disse Terigi:--Io non ho qui la spada;-- + ma gli altri cavalier, come leoni, + cominciano co' gombiti e co' fianchi + a sospinger la folla arditi e franchi. + + 10 + + Piú di tutti alle spinte acquista fama + don Guottibuossi, che è qui mascherato, + e grida:--Largo, amici, a questa dama!-- + e apre l'onda e gran fesso ha formato. + Marfisa aiuta anch'essa quella trama, + e spinge quanto un uomo disperato, + tanto che giunse in mezzo al cerchio stretto, + e rassettossi poi qualche merletto. + + 11 + + E si fece vicino a Filinoro, + ch'era un de' piú bei putti che sien visti. + Lasciamo i capei lunghi a fila d'oro, + la grana e il latte sulle guance misti. + Avea negli occhi e ne' gesti un decoro + da vincer tutti i fanciulli alchimisti. + Vide Marfisa e fece il stupefatto, + facendo un paio d'inchin moderni affatto. + + 12 + + Fu quasi vinta a quel colpo Marfisa, + e si trasse la maschera dal volto, + asciugando il sudor di ch'ella è intrisa, + con una leggiadria che piacque molto. + Poi disse:--Cavalier, come, in qual guisa + siete a Parigi in questo modo còlto?-- + Rispose il cavalier:--Dama cortese, + l'uom che viaggia impara alle sue spese. + + 13 + + Io vengo di Guascogna, e in compagnia + quattro staffieri aveva ed il cocchiere, + il cavalcante e due lacchè per via, + sei corsier sauri con le chiome nere, + ed equipaggio quanto convenia. + Giá queste mura ero giunto a vedere; + quando d'un bosco venti mascalzoni + usciro armati d'accette e spuntoni. + + 14 + + Per prima cosa uccisero i destrieri, + perché non si potesse via fuggire. + I lacchè si difesero e i staffieri; + chi non fuggí dovette alfin morire. + Guizzai dal cocchio a guardia de' forzieri, + e cominciai con la spada a ferire; + dieci n'uccisi, e il resto impauriti + per timore o fortuna son fuggiti. + + 15 + + Lo staffier sol rimase che vedete, + e d'un altro staffiere il caval stracco. + Dissi:--Dall'una parte tirerete; + questo rozzon dall'altra, ch'io v'attacco.-- + E giunsi qui come veder potete, + che ancor mi fo la croce per quel fiacco.-- + Lo staffier stava fuor della memoria + e trasognato a udir sí bella storia. + + 16 + + Filinor di soppiatto l'occhiolino + fece al staffier ed ei l'intese tosto. + L'altro segue il racconto del cammino, + che un'altra baia nuova avea disposto. + Disse:--Sol mi rincresce un valigino, + che tenni pel viaggio sempre accosto, + con trentamila zecchin d'òr forbiti; + non m'avvedendo al fatto, addio, son iti. + + 17 + + Ed un portamantello io vedo ancora, + dove aveva alcun abito decente + (siccome un onest'uom di casa fuora + suol portar seco, andando a nuova gente); + e se n'è andato anch'esso alla malora, + con un brillante a cui non posi mente, + che m'è schizzato fuori dalle mani + nel combatter ch'io feci con que' cani.-- + + 18 + + Molti del cerchio, udendo queste cose, + dicean basso:--È ben ver ch'egli è guascone.-- + Altri, a' quai sembrar vero tutto suole, + tiravan gli occhi e avevan compassione. + Ma perché allora s'usavan parole + e fatti pochi per consolazione, + fuor che un commiserar di que' commossi, + a Filinor non s'offerser due grossi. + + 19 + + Marfisa altro non volle ad esser vinta + che bellezza nel putto e le avventure. + Veder gli parve una storia dipinta + di Marco romanzier nelle scritture. + Compianse i casi e die' piú d'una spinta, + perch'ospite suo fosse, e isforza pure; + ma Filinor, baciandole la mano, + disse ch'ospite andava al conte Gano. + + 20 + + --Invidio a Gano un commensal gentile + --disse Marfisa--come siete voi.-- + Rispose l'altro con atto civile: + --Questa invidia è invidiabile fra noi.-- + Soggiunse l'altra:--A Parigi c'è stile + delle conversazion: vedremci poi.-- + --S'ubbidiscon--dicea l'altro--le dame.-- + Terigi udiva e sol diceva:--Ho fame. + + 21 + + Mezzogiorno è suonato di due ore, + la maschera m'affanna e infastidisce.-- + E poscia l'orivol metteva fuore, + dicendo:--Questa vita non gradisce.-- + Marfisa rispondeva:--Mio signore, + dove tengono il tosco, io so, le bisce; + però non cominciate a fare il matto, + ch'io so come si lacera un contratto. + + 22 + + Non mi diceste un giorno:--A me fia grato + tutto quel ch'è piacer vostro, illustrissima?-- + Terigi, tra balordo e disperato, + fece una riverenza profondissima. + Rise Marfisa e sul viso gli ha dato + con il ventaglio, ch'era leggiadrissima; + e finalmente ognuno a pranzo andava. + In casa a Gano Filinoro entrava. + + 23 + + Vide a piè della scala Gan teneva, + come un gigante, un crocifisso Cristo. + Nel girar della scala che faceva, + eccoti innanzi un altro Gesú Cristo. + Nella sala maggior entra, e vedeva + la _Via crucis_. Per tutto c'è Cristo. + Filinor, ch'è golpon, tosto s'avvede + di qual umor sia Gano e di qual fede. + + 24 + + Si trae il cappello e con la testa bassa + mette un ginocchio a terra e fa la croce; + ad ogni passo si segna e s'abbassa, + borbogliando orazion con umil voce. + Ecco Gan da Pontier che di lá passa: + Filinor non si move piú veloce, + ma torce il collo e si picchia e sospira; + poi, quando gli par tempo, a Gan s'aggira. + + 25 + + E gli fa riverenza, e poi gli ha data + la lettera che a lui lo raccomanda. + Gan lo saluta e, la lettra sbollata, + vide per Filinor ciò che dimanda. + E disse:--Cavalier, vi sia donata + quant'assistenza io posso in questa banda, + e ben la meritate al parer mio, + ché mi sembraste col timor di Dio. + + 26 + + Chi in quel s'affida non può dubitare. + La coscienza netta è un gran conforto. + Io passai casi atroci, cose rare, + e mille volte dovevo esser morto. + Alle calunnie ed al perseguitare + io rispondeva sol:--Netto è quest'orto.-- + La coscienza netta ed il timore + ch'ebbi sempre di Dio m'han tratto fuore. + + 27 + + Ma andiamo a pranzo omai, né vi crediate + queste parole abbia dette in mia lode. + Troppo son peccatore e ho meritate + l'arme di Dio, che tutto vede ed ode.-- + Qui andaron al tinel, dove parate + son le vivande, ed altro ch'uova sode! + Pasticci si vedean, marmite piene, + zuppe, salvaticine ed ogni bene. + + 28 + + Qui stava Berta dal gran piè, consorte + del conte Gano ne' secondi voti; + Baldovin figlio, e della nera sorte + due frati grassi, in cèra assai devoti, + che facevan crocioni in sulle torte. + Giunto Gano, lettor, convien che noti + ch'ei volle a' frati levare il mantello, + dicendo che indulgenza era a far quello. + + 29 + + Poi, detto il _Benedicite_ in tuon basso, + cominciasi a mangiare alla papale. + Diceva Gano a Berta a questo passo: + --Avete voi spedite allo spedale + quelle camicie rotte, e broda in chiasso + a' pover di contrada, che stan male?-- + Ed anche quella carne che putia + --diceva Berta--ho data in cortesia. + + 30 + + Diceano i frati inarcando le ciglia: + --Oh pietá benedetta!--e rastrellavano. + --Sempre sará di Dio questa famiglia + e prosperata sempre;--e trangugiavano. + --Dammi ber--dicea Gano,--e il bicchier piglia + di scopulo che i servi gli recavano: + --Pel dí--dicendo--dell'eterne chiostre: + alla salute dell'anime nostre. + + 31 + + --Viva l'anima nostra--ognun dicea. + --Datemi ber, l'anima nostra viva.-- + Si mangiava e scuffiava e si bevea + con una divozion contemplativa. + Filinor dissoluto i cor leggea, + e s'adattava al caso ed istupiva; + ma gli occhi ha chini e sta sí rattenuto, + che piú santo degli altri fu creduto. + + 32 + + Baldovino era un fanciullaccio rotto, + ma seguiva il costume di soppiatto, + ché in casa a Gan bisognava esser dotto + e far le iniquitá chete per patto. + Poco mangiava a desco e stava chiotto, + e va sonniferando tratto tratto. + La notte tutta alle puttane er'ito, + tornato a giorno e poco avea dormito. + + 33 + + Berta, che lo tenea per suo mignone + ed era tenerissima del putto: + --C'hai tu?--dicea--mi fai compassione: + oggi tu mi se' tristo e spunto e brutto.-- + Rispondea l'altro:--Ho un po' d'indigestione; + stanotte io discorrei pel letto tutto, + smaniai, sudai; se feci un sonnellino, + sempre sognai col defunto Angelino. + + 34 + + E' mi parea vederlo ogni momento + che seco m'invitasse in paradiso. + --Taci lá, pazzerel; ch'è quel ch'io sento?-- + diceva Berta e lo guardava fiso. + Gan soggiungea:--Quand'io sogno un uom spento, + segno è dal mio dover mi son diviso; + se _De profundis_ non gli ho detti, ho il torto + quand'io mi lagno di sognare un morto. + + 35 + + --Certo--diceano e' frati,--a sogni tali + i _De profundis_ sono un gran rimedio; + ma rimedi sicuri e principali + sono le messe a levarci d'assedio. + --Lasciam questi discorsi, o commensali + --diceva Gano;--abbiate un po' di tedio: + per questo forestiere di Guascogna, + a me commesso, consigliar bisogna. + + 36 + + Egli è d'illustre casa e stirpe antica, + giovane e timorato del Signore. + Ebbe la sorte a' giorni suoi nimica: + chi ben vive sempre ha persecutore. + Venuto è qui per ritrovarla amica, + avere incarco e viver con onore, + raccomandato alla mia debolezza, + che, qual è, sempre a ristorar fu avvezza. + + 37 + + Angelin di Bordea, ch'era custode + del sigillo reale, è al ciel salito. + Chi può aver quell'incarco, molto gode. + Il parlamento de' porlo a partito. + Io non so con qual arte, inganno o frode, + Angelin di Bellanda è fuor uscito, + s'è dato in nota, non ha concorrenza. + De' far Filinor nostro esperienza. + + 38 + + Chiedon certe persone i boccon grassi + con una sicumera ed una esordia, + che sembra in barbagrazia a' capi bassi + debban ire i votanti di concordia. + L'incarco avuto, l'util va ne' spassi: + mai fanno un'opra di misericordia. + Per coscienza intendo Filinoro + dia concorrenza a questo barbassoro. + + 39 + + Tenterem, vederemo; a Carlo Mano + vo' ragionare; ho degli amici anch'io. + Possibil che disutile sia Gano! + Voi, Filinor, pregate intanto Iddio.-- + Qui Filinor gli baciava la mano. + S'offerser tutti a questo lavorio. + Il pranzo era finito e, detto pria + l'_Agimus tibi gratia_, ognun partia. + + 40 + + Correan ventitré ore o poco meno. + Particolar invito era a Parigi + d'una conversazion famosa appieno, + che dava in casa il marchese Terigi + alla sua sposa dal viso sereno; + e aveva detto a don Gualtier:--Dirigi + tu la faccenda, e fa' che nulla manchi + perché non mi dileggin questi franchi.-- + + 41 + + Io so, lettor, negli antichi poemi + talor goduto avrai qualche rassegna, + e letto: «Il tal passava, e par che tremi + il terren sotto alla schiera, all'insegna; + e il tal monarca da' paesi estremi + veniva dopo con sua gente degna, + armata di panziere o cuoio cotto + e con mazze ferrate e il giaco sotto». + + 42 + + Ma s'erano cambiati i paladini, + eran le lor rassegne anche mutate, + se i novelli costumi e i libriccini + d'altra sorta battaglie avean formate. + L'armature eran vaghi manichini, + brache alle cosce, tirate, attillate, + e d'un taglio mirabil vestimenti, + di velluto a giardino o guarnimenti. + + 43 + + Campi delle battaglie eran ridotti + casin, teatri e botteghe e saloni. + Armi da offesa, danar ne' borsotti, + carte da giuoco e finti paroloni, + teneri bigliettin, sospir dirotti; + e le cittá da far l'espugnazioni, + i ben de' troppo schiocchi o troppo arditi, + e le moglier de' poveri mariti. + + 44 + + Erano le rassegne come questa + ch'or dirò, dalle antiche differente. + Giá la ricreazione aveva presta + don Gualtier, mansionario diligente; + posta in ordin di torcie una tempesta, + e ciocche di cristallo risplendente, + non dico del Briati, che non c'era, + ma di Buemmia, cariche di cera. + + 45 + + Tavolin, ghiridoni, tavolieri + e carte e sbaraglin per tutto sono, + sedie co' lor piumacci ed origlieri + d'oro, ch'ognuna valea quanto un trono. + Piú candelotti con piú candelieri + v'erano che in Assisi pel perdono; + staffieri e cappenere una gran banda: + don Gualtieri è per tutto che comanda. + + 46 + + Terigi era cambiato di vestito, + se il primo fu d'argento, questo è d'oro; + tanta ricchezza ha intorno, è sí pulito, + che pareva quel giorno il bucentoro; + e sta sull'ale mezzo sbalordito + cosí grassotto e rosso, e di pel foro, + per ire ad accettare e a far gli onori + sino alla scala a' suoi visitatori + + 47 + + Con le man dietro passeggia, e pur chiede + agli staffier, che sono alla vedetta, + se comparir nessuno ancor si vede; + poi ripasseggia come un'anitretta. + S'affaccia a un specchio, spinge innanzi un piede, + e fa un inchin, poi lo raddoppia in fretta, + poi lo riprova infin ch'è persuaso: + sceglie il miglior per comparire al caso. + + 48 + + Talor la man sinistra al fesso mette + del giubberello, e spinge il quarto in fuori, + perch'era tempestato di stellette + e fiorellin che mandava splendori. + In mille scorci par ch'e' si rassette, + tal che rideano insino a' servitori, + e talor per ischerno alcun lo chiama, + dicendo:--E' par che capiti una dama. + + 49 + + Illustrissimo, certo ella vien via.-- + Presto Terigi alla scala correa. + Colui diceva:--Ha preso un'altra via. + Perdio! che qui venisse mi parea;-- + poi gli facea le fiche dietrovia. + Non dimandar se la ciurma ridea, + perocché fino i servi erano iniqui + allora e riformati dagli antiqui. + + 50 + + I primi alla rassegna erano giunti + certi cagnotti parigin diserti, + ch'aveano in cento vizi i ben consunti; + e van per case, e gli occhi han ben aperti, + per condannar gli addobbi e tutti i punti + dell'apparecchio, e per farsi ben certi + che ci fosse abbondanza di confetti, + di caffè, cioccolato e di sorbetti. + + 51 + + Il marchese Terigi a que' fa vezzi, + perché l'ignobiltá cerca aderenze; + far gli faceva di rinfreschi mezzi, + per turar ne' lor sen le maldicenze. + Ma converrá che alfin si scandalezzi, + o ch'egli abbia duemila pazienze; + ché tutte le finezze fien mal spese, + e rideranno a lungo del marchese. + + 52 + + Ecco una dama con belletto e nèi, + di settant'anni. Aveva ancora in bocca + sei denti, e d'uno forse errar potrei: + moglier di Sinibaldo dalla Rocca. + Terigi è pronto, e quattro e cinque e sei + e sette riverenze le raccocca; + la dama gli diceva questo solo: + --Marchese, son qui putti col vaiuolo?-- + + 53 + + Terigi le rispose:--Non, signora; + ma perché mai mi domandate questo?-- + Disse la dama:--Io non l'ho avuto ancora, + ed il pigliarlomi saria molesto, + perocché il meglio alle fattezze isfiora, + oltre che mi potrebbe esser funesto.-- + Disse il marchese:--Non, in fede mia.-- + La dama co' serventi passa via. + + 54 + + Un gran rumor venía su per la scala, + un ridacchiar femminile e maschile. + Terigi sta come terzuol sull'ala, + e si diguazza a comparir gentile. + Ecco un drappello giunto nella sala, + di dame e cavalieri, signorile. + La prima, che il saluta alla sfranciosa, + era una dama guercia spiritosa. + + 55 + + La seconda era piccola e ben fatta; + la terza grande e grossa e gigantesca; + la quarta è bella e sembra alquanto astratta, + ma gli occhi l'appalesano furbesca; + la quinta alcun diria che fosse matta, + ed era la cagion di quella tresca, + del sghignazzar che prima si facea, + perché ciò che dicesse non sapea, + + 56 + + e sempre ragionava alla distesa, + non guardando piú al nero che al turchino. + Talor dir cosa santa aveva intesa, + ch'era un'oscenitá da malandrino. + L'altre ridean quand'ell'era discesa, + buffoneggiando Avolio paladino, + ch'era servente a lei, siccome intendo, + e lo commiseravano ridendo. + + 57 + + Gli altri serventi delle quattro prime, + per fare alle servite cosa grata, + faceano anch'essi un sghignazzar sublime. + Avolio è furbo e accresce la chiassata, + dicendo sol:--De' gusti non s'estime + buon giudice nessun della brigata;-- + e baciava la mano alla sua dama, + che nulla s'accorgeva della trama. + + 58 + + Fan con Terigi alcuni convenevoli, + passando poscia al campo di battaglia, + sempre ridenti, ironici e scherzevoli + con Avolio, il qual nulla si travaglia. + Giunsero poi due dame cagionevoli, + che avean le guance color della paglia; + l'una ha gran naso, e l'altra l'ha schiacciato, + e nondimeno hanno serventi a lato. + + 59 + + E dicendo al marchese:--Altri che voi, + non ci avrien fatte uscire oggi di casa,-- + nel marziale agone andaron poi + l'una col naso e l'altra con la nasa. + Terigi alla risposta era infraddoi, + e alfin chiusa la bocca gli è rimasa, + ché non gli era venuto un complimento + da fare a quelle un bel ringraziamento. + + 60 + + Un risolino e un abbassar di testa + per quella volta esser dové bastante. + Dopo re Salomon si manifesta, + che pareva uno stinco di gigante, + con una dama giovinetta e mesta, + la qual dovea tenerlo per giostrante, + perché lo sposo non vuol per niente, + fuor che il re Salomone, altro servente. + + 61 + + Ughetto di Dordona era il consorte, + del costume novel non ben suaso; + ma perch'egli era pure un uom di corte, + il vecchio e il nuovo temperava al caso. + --S'usa il servente; e bene, abbi la Morte,-- + disse alla moglie un dí, torcendo il naso: + e certo ad ogni passo Salomone + sputa catarro ed anima e polmone. + + 62 + + Un «oh!» s'udí nella sala all'arrivo + di Salomon, che il palagio rimbomba, + perocché a far le scale semivivo + era rimasto, e sfiata con la tromba. + La dama vergognosa il viso schivo + teneva e basso.--Povera colomba!-- + dicean le genti burlone. Ella passa, + e non bada al marchese che s'abbassa. + + 63 + + Berlinghier la seguiva da lontano. + È senza dama il gentil Berlinghieri; + ma si vedea che non l'aveva sano + il core, e si leggeano i suoi pensieri; + ché va fiutando un gherofan c'ha in mano, + mostrando custodirlo volentieri, + tanto che s'apponea piú d'un francese + del giardin di quel fiore e del paese. + + 64 + + Veniva Otton la reina de' sardi + servendo poscia, ed ella è in gran furore, + e lo sgridava ch'era giunto tardi, + ché s'avvedeva ch'ei cambiava core. + --Se per altra--diceva--nel sen ardi, + dillo per tempo, cane, traditore.-- + Otton si scusa, ma non istá salda + quella reina di natura calda. + + 65 + + La contessa d'Olanda è dietro a lei. + L'aveva udita e le disse:--Regina, + trattate com'io fo i serventi miei. + Non fate lor mai prego né moina: + se vengon, bene, io gli saluterei; + se no, non darei foco alla fucina, + perocché a mostrar lor zolfo e premura, + e' se la prendon poi senza misura. + + 66 + + Quel buona lana Ansuigi attendeva: + era alle ventitré l'appuntamento; + scoccaron l'ore e mai non si vedeva. + Questo petroccol m'ha recato il vento, + ed io, senz'altro dir, feci alto leva, + ché d'ogni po' di gruccia io mi contento.-- + Aveva la contessa un prete a lato, + che pareva un orsaccio mascherato. + + 67 + + Fanno i lor convenevol col marchese + le dame, i cavalieri e quell'abate, + del qual si rise, ed era d'un paese + dove soffronsi in pace le risate. + Passarono alle offese e alle difese; + poscia dentro alle camere parate. + Terigi a non veder Marfisa langue. + In questo giungon due dame del sangue. + + 68 + + A veder queste due giugnere unite, + fu nel palagio universal stupore. + Per cagion mille tra nascoste e trite + star doveano disgiunte ed in livore. + Una di quelle delle piú scaltrite + era la schiuma, il puro estratto, il fiore; + l'altra ha un cervello da Dio benedetto, + che per poco scacciava ogni sospetto. + + 69 + + L'astuta è morta, cotta, innamorata + di quella dal buon core nel servente; + ma dovea star la tresca mascherata + per cose ch'io non dico per niente: + donde fingeva far la spasimata. + E l'amica, dell'altra diligente, + lungi da lei dicea che s'abbruciava: + ad ogni passo un bacio le accoccava. + + 70 + + --Dove anderete voi--dicea--dimani? + al passeggio, al teatro od alla corte? + Se voi andaste fra lupi e fra cani, + quand'io non son con voi, son colle morte.-- + Poscia volgeva gli occhiolin marrani + al cavaliere e lo saetta forte. + Parea che gli dicesse a questo passo: + --Vedi, per te, cagnaccio, a che m'abbasso!-- + + 71 + + La buona rispondea:--Concluderemo; + io vi ringrazio dell'amor cordiale; + come e dove a voi piace, andar potremo.-- + Dicendo questo, avean fatte le scale. + Terigi va inarcandosi all'estremo. + Un de' serventi, altero e liberale, + sí gli strinse una guancia con due dita, + che fu il marchese per gridare:--Aita!-- + + + 72 + + Venne Giulia di Scozia, poetessa, + incolta con un po' d'affettazione. + Un codazzo di abati avea con essa, + pieni di adulazione e soggezione. + Portava una sua cuffia da dimessa, + guardava ognuno come in astrazione; + ma spicca al marchesino un complimento, + che lo fa ammutolir di stordimento. + + 73 + + Claudia, filosofessa di Bretagna, + scrignuta, nera e maghera venía, + che della moltitudine si lagna + e quel concorso intitola «follia». + --Beata--vien dicendo--la campagna!-- + con un gobbo signor che la servia. + Loda la solitudine, arrabbiata, + perché la moltitudin non la guata. + + 74 + + Ermenegilda Galega è venuta, + orrida, nera, sperticata e lunga, + zoppa dal manco piè, sicché saluta + tutti alla parte manca, ov'ella giunga. + Né si de' creder ch'ella venga muta, + per storpio od orridezza che la punga, + perch'è un'indiavolata di Galizia, + piena di foco, d'arte e di malizia. + + 75 + + Aveva seco quindici serventi, + tutti gelosi di sí bella rosa. + Ermenegilda ride ed alle genti + dice:--Mirate cosa portentosa! + Costor son tutti innamorati spenti + di questa sfinge zoppa e mostruosa.-- + Un tal disprezzo franco di se stessa + le faceva d'amanti quella pressa. + + 76 + + Era giunta Ermellina senza gale, + grassotta, allegra, semplice e sincera; + e col marito Aldabella morale, + con l'occhio in guardia, ruvida e severa. + L'antica imperatrice, ancor gioviale, + è quivi giunta ad onorar la sera, + ma in figura privata col danese. + Non dimandar se inchini fa il marchese. + + 77 + + Da Montalban non veniva Clarice, + ché Rinaldo le gioie le ha impegnate, + e le andrienne ad una cantatrice + ha date in don, le cuffie e le cascate. + Per la ricreazion questo si dice + dalle signore afflitte e addolorate; + ma lo diceano tanto allegramente + che dell'angoscia lor parean contente. + + 78 + + Apparve Conegonda borgognona, + per il cambiar de' serventi famosa, + alta, diritta, di bella persona, + ch'è del buon gusto suo molto orgogliosa. + Quattr'ore prima che suonasse nona, + incominciata ha l'opra portentosa + dell'acconciar del capo e del vestire, + per far le convitate sbigottire. + + 79 + + Vien col capo crollante ed ondeggiante, + con una guardatura dolce e grave, + e una veste ricchissima e galante, + che nel portarla è delle donne brave. + Astolfo è suo, mastro d'ogni amante, + dottissimo ammiraglio a quella nave, + ed era stato consiglier tre ore + a porle in sul toppé di gemme un fiore. + + 80 + + Parea la patriarchessa delle donne. + Il drappel de' feriti in fila abbonda, + ch'è un alfabeto quasi fino al conne, + dopo d'Astolfo dietro a Conegonda. + Non è da dir se quell'altre madonne + fan rigoletti, union, bisbiglio ed onda: + volean partire unite come un fiume, + in sul pretesto del suo mal costume. + + 81 + + Il marchese Terigi è disperato, + spalanca gli occhi tondi e parla e prega. + Astolfo è un matto assai considerato; + fa il sordo, ghigna e per nulla si piega. + Dodon, che de' costumi è giá informato, + piglia i mariti e gran ragione allega, + dicendo:--Le consorti abbian giudizio: + non è piú tempo di fuggire il vizio. + + 82 + + Invidia solo è quella che le irrita: + è troppo bella Conegonda e adorna. + Fará dell'altre un comento alla vita: + se fuggon, conto a voi punto non torna. + Conegonda ha eloquenza ed è gradita: + saprá scoprire a voi tante di corna.-- + I mariti son pallidi, e tremando + a' serventi si van raccomandando. + + 83 + + Furon alfin le furie racchetate. + Turpino questo per miracol nota. + Seguon frattanto a giugner le brigate, + come lamprede ch'escon dalla mota. + Terigi ha l'anche e le tempie sudate. + A me gira il cervel come una ruota, + ché la rassegna è a torme ed a torrenti + di dame, cavalieri e di serventi. + + 84 + + Molte vecchie decrepite lisciate, + che aveano un arzanal di gale e fiori, + le sale di Terigi han profumate + d'un misto di cattivi e buoni odori; + e perché son ricchissime d'entrate, + han per serventi ragazzi signori, + che avean scarse mesate da' lor padri, + pur hanno gemme ed abiti leggiadri. + + 85 + + La maldicenza sopra a quelle vecchie + e sopra que' ragazzi corredati + faceva un mormorio come di pecchie, + infamando que' finti spasimati; + ma la satira giusta nelle orecchie, + in quel secol di franchi illuminati, + faceva quell'effetto che faria + lo sputar passeggiando per la via. + + 86 + + V'eran uomini seri alla sembianza, + degl'inglesi affettati imitatori, + che passeggiando duri in ogni stanza, + da filosofi muti osservatori, + studian dir pochi motti e di sostanza, + per comparir profondi pensatori; + ma il miglior de' lor detti dir potevi + che consista nell'esser pochi e brevi. + + 87 + + V'erano viaggiatori italiani, + illustri cavalier ne' lor paesi, + con ricche vesti e anella sulle mani, + derisi assai da' paladin francesi, + perch'erano, diceano, grossolani, + superstiziosi e non ben atei resi, + che le chiese ed i riti rispettavano + e il venerdí capponi non mangiavano. + + 88 + + Erano giovinastri appena usciti + dalle riforme e da' licei novelli, + che a' sensati sembravano storditi + nelle lor controversie e parallelli. + Strillavano argomenti non piú uditi, + con un vero martirio a' lor cervelli, + impuntigliati a riedificare + il modo di pensare e giudicare. + + 89 + + Perché erano stati stimolati + da' precettor del novello oriente + a dare un calcio agli scrittori andati, + a scrivere e pensar diversamente, + a scagliarsi nell'aria spiritati, + nuove idee divorando nella mente, + ché ingoiando di quelle, ognor sull'ali, + divenian dotti e stelle originali. + + 90 + + Donde quegl'invasati, andando in traccia + d'idee per l'aria e immagini novelle, + sperando nuove idee pigliare a caccia, + prendean farfalle in iscambio di quelle; + e poscia, disputando rossi in faccia + per comparire originali stelle, + credendo argomentare e dir ragioni, + sputavan farfallette e farfalloni. + + 91 + + Tuttavia sostenean che il pensar loro + era un astratto di geometria; + che degli antichi dettami il lavoro + erano pregiudizi e scioccheria. + Se si opponeva alcun del concistoro, + si dicevan l'un l'altro:--Andiamo via, + ché le nostre scoperte e il nostro ingegno + non han che far colle teste di legno.-- + + 92 + + Poi schiamazzando andavan per le sale, + criticando ricamo e acconciature, + e vomitando il lor genio carnale + per le dame piú belle creature. + --Se aver potessi--dicevan--la tale... + --Cara colei... vorrei...--mille sozzure; + ch'era infin lor legittima scienza + leggerezza e brutal concupiscenza. + + 93 + + Cert'inni infami d'uno stile impuro, + che tenean per sublimi e lor diletti, + a Venere, a Priápo, ad Epicuro; + certe lorde canzon, certi sonetti + da far entrare in succhio un tronco, un muro, + recitavan que' dotti giovinetti; + e le spregiudicate in ratto e in gloria + studiavan appararli alla memoria. + + 94 + + Tebaldo, cavaliere di Provenza, + c'ha per entrata il titol di marchese, + ridotto industre dalla sua indigenza, + serviva dieci dame del paese, + ed era condottiere in diligenza + di tutte per un scudo l'una al mese. + Accordava con esse i punti e l'ore, + per esser puntual con le signore. + + 95 + + Aveano i punti e l'ore stabiliti + l'un dall'altro uno spazio conveniente, + perché Tebaldo er'uomo de' puliti, + né trasgredisce al patto di servente. + Giá i suoi dieci viaggi avea finiti, + condotte le servite diligente; + ma, pel correr qua e lá, giú per il mento + gli grondava il sudor sul pavimento. + + 96 + + Buon per lui che giravano staffieri + con cioccolata della piú squisita, + e biscottelli rossi, verdi e neri, + da ristorargli l'anima sfinita. + Con lodi sterminate a' credenzieri, + il buon Tebaldo esercita le dita, + né lascia le saccocce inoperose, + per fare il liberal colle virtuose. + + 97 + + Ardemia, nel buon gusto raffinata, + massime nel dar bella educazione, + una sua figlia avea seco menata + per far stupire la ricreazione. + Quella agli ott'anni appena era arrivata, + ma a sé fa volger tutte le persone, + perc'ha un vestito di mirabil taglio: + fa risolini e scherzi col ventaglio. + + 98 + + La madre precettori le ha tenuti: + una _quondam_ leggiadra danzatrice; + un mastro di cappella, che la aiuti + a imparar ciò che lice e che non lice, + e a far svenire i maschi sugli acuti + e in sui bemolli a un passaggio felice; + ed un maestro di lingue straniere, + perch'ella fosse un'arca di sapere. + + 99 + + Fa passi misurati e pettoruta + cinguetta a chi dianzi se le para: + con occhio seduttore ognun saluta, + quella moral seguendo ch'ella impara. + Di ott'anni è civettina divenuta: + si udia suonar per tutto:--Oh cara! oh cara!-- + onde Ardemia si gonfia e va superba + della sua figliuoletta Frine in erba. + + 100 + + Giunsero dei visetti femminini + tardi, senza serventi né mariti, + benedetti dicendo i libriccini + che i pregiudizi hanno da noi sbanditi. + Eran donne con passi mascolini, + che gli antichi riguardi avean smarriti: + venian sole, ma fiacche e riscaldate; + il diavolo sapea dov'eran state. + + 101 + + Eran le stanze tutte quante piene: + piú non sapea Terigi dove attendere: + per gl'inchin riscaldate avea le rene, + e non ha piú ceremonie da spendere. + In gran faccende è don Gualtier dabbene, + che avea le cere tutte fatte accendere; + ed è per tutto, e grida che si smoccoli + e si raccolga il gocciolar de' moccoli. + + 102 + + Era una bella cosa il cappellano, + in cappel largo ed in veste talare, + che venía, de' staffieri capitano, + le tazze de' gelati accompagnare; + e va diritto gridando:--Fa' piano, + ché tu potresti il vassoio versare. + S'io non ci fossi, credo che fareste + i gran marroni: oh che teste! oh che teste!-- + + 103 + + Giá le moderne zuffe incominciavano, + i duelli, i terzetti ed i quartetti, + ed in quinto ancora battaglie appiccavano. + Tristi a que' che al schermir sono scorretti; + ché all'«ombre», alle «concine», che fumavano, + a' «trisette», a' «quintigli» ed «a' picchetti», + si cambieran le lor borse in rigagni, + ed averan rabbuffi da' compagni. + + 104 + + In ogni parte il conflitto bolliva + de' giuochi delle carte e de' parlari. + Il drappel che non giuoca intorno giva + a sentir:--Coppe, bastoni e danari.-- + Parecchi stan di dietro a qualche diva, + fingendo al giuoco i maestri o i scolari; + ma veramente in primo scopo avieno, + di scoprir qual avesse piú bel seno. + + 105 + + V'era Riccardo, il sir di Normandia, + un nobil divenuto poveretto, + che per venire alla funzione avia + preso a prestanza il giubbetto e il farsetto. + I paladin con poca cortesia + lo trafiggean dell'esser meschinetto, + tanto ch'egli era il bersaglio e il buffone + di tutta quanta la conversazione. + + 106 + + Giovine Avino, acconcio ne' capelli, + quanto mai riformato paladino, + gía contemplando in uno specchio quelli, + a se stesso facendo l'occhiolino. + Con una mano il mento par s'abbelli: + poi si volgeva a qualche suo vicino, + dicendo in forma grave e spiritosa, + --Ma! questa è quell'etá pericolosa.-- + + 107 + + Angelin di Baiona era un cristiano + dal vaiol roso, piccioletto e brutto, + ch'iva girando con l'occhiale in mano, + esaminando femmine per tutto; + e con un modo sprezzante e villano + dicea:--Quella ha il sen vizzo, quella asciutto; + e sono vecchie tutte, al mio giudizio: + potean starsene in casa a dir l'uffizio.-- + + 108 + + Parea quell'Angelin turco di razza. + --Quando una donna passa i ventidue + --diceva a' paladin,--perdio ch'è pazza + a porre a mostra le fattezze sue; + e dovria ritirarsi dalla piazza, + ch'ella recer mi fa, pel mio Gesue!-- + E non si ricordava, quel Baiona, + ch'era vecchiotto ed orrida persona. + + 109 + + Ricciardetto avea seco. Apprezzato era + questo tra le persone spiritose. + Nelle virtú sue molte una n'ha vera; + nessuno in quella a vincerlo si pose: + che bestemmie inventava di maniera, + diceasi, molto acute e graziose; + poiché se Maria Vergin bestemmiava, + col _quondam_ Gioacchin la confermava. + + 110 + + Vedi se il mondo esser poteva giunto + a peggior corruzion di quel che fosse. + Quand'io leggo Turpin, divengo munto: + scorremi un gel nel midollo per l'osse, + a dir che un paladin dal battesmo unto + sí le leggi di Cristo avesse scosse, + e bilanciasser gli altri s'era giusto + anche nelle bestemmie il lor buon gusto + + 111 + + Aveva bestemmiando Ricciardetto + a quel Baiona detto un suo parere, + cioè che, fatto il primo figliuoletto, + erano vizze e mézze le mogliere. + E una dama vantandosi avea detto + in quel:--Mai feci figli--a un tavoliere. + Non dimandar se il rider fuori scocca, + perch'era quella da' sei denti in bocca. + + 112 + + Marco dal Pian di San Michel, poeta, + era venuto, e all'apparir di quello, + parve che fosse giunta la cometa, + al gridar di parecchi:--Véllo, véllo.-- + Gli sono intorno a fare una dieta + i paladin piú inclinati al bordello, + perocché Marco da quelli è stimato + un uom di mondo ed ispregiudicato. + + 113 + + Certe proposizion piantâr con esso + (anche queste eran nuove e virtuose), + mettendo in dubbio ed in ridicol spesso + i gioghi santi delle sacre cose. + Marco con qualche verso avea concesso + ogni sfogo a quell'anime viziose; + donde smuccian le risa, e l'hanno carco + di plausi e intuonan:--Gran Marco! gran Marco!-- + + 114 + + Anche Matteo, poeta suo nimico, + era comparso ad adular le dame, + per tener quanto puote il mondo amico + al suo teatro comico di strame. + Con grand'inchin va piegando il bellíco, + baciando lembi e mani alle madame, + e goffamente si studia e procura + pingersi un uom di gran letteratura. + + 115 + + Far non avea potuto la raccolta, + come dicemmo, e tanto avea seccato + il marchese, che alfin pur fece còlta, + ed una serenata avea formato, + che, per farla cantare, aveva tolta + Terigi quella sera a buon mercato: + donde a Marco Matteo par esser sopra. + Marco era quivi a criticar quell'opra. + + 116 + + La contessa d'Olanda avea veduto + giunger quell'Ansuigi negligente; + e benché prima ella avea mantenuto + che non si de' badar nulla al servente, + l'ha salutato con sí gran saluto + e con occhio e con viso sí rovente, + ch'ognun s'avvide non avea semenza + della sua millantata indifferenza. + + 117 + + Dodone dalla mazza, detto «il santo», + era venuto, e guardava ogni cosa + stando a un tavolier solo da un canto, + facendo vista di fiutar la rosa. + Talor da sé si divertiva alquanto + con un mazzo di carte che qui posa. + Scartava, e allor che un undeci è apparito, + l'univa, fin che il mazzo era finito. + + 118 + + Alcuni abati ed alcuni giuristi + facean presso a lui disputazione + sopra a' beni di Chiesa e agli acquisti + che lascia a' frati chi in morte dispone; + perocché a tutti i chierici e a' casisti + ed a chi vive di contemplazione + aveva il parlamento ordine dato + di vendere ogni bene ereditato. + + 119 + + Parean gli abati tanti satanassi + a sostener che ciò non si potea, + e trovan testi, annotazioni e passi + della legge cristiana e dell'ebrea, + che tai decreti annullano e fan cassi. + --Il ben di Chiesa--ogni abate dicea-- + è di iure divin, né può il mortale + abolire una legge celestiale.-- + + 120 + + Avean fatto a Dodon tanto di testa; + sicché alla fine, a que' giuristi vòlto, + disse:--Voi siete gente poco onesta. + Cotesti abati, per quanto ho raccolto, + hanno ragion patente, manifesta, + ed han nel mezzo al vero punto còlto: + son di iure divino i beni c'hanno; + ve lo dice il buon uso che ne fanno. + + 121 + + I refettori, le taverne, i chiassi + fanno testimonianze chiare e piane. + Le mense de' cattolici papassi, + e certe mantenute pie cristiane + dicon qual uso saggio ed util fassi + da' collar, da' cappucci, dalle lane, + de' ben che sono di iure divino, + per quanto scrisse il padre Magnolino.-- + + 122 + + Fu dalle risa tronca la questione. + Quegli abati Dodon miraron guercio, + e si partiron con dimostrazione + di non voler con atei commercio. + Bolle in un canto la conversazione + intorno al far rifiorire il commercio + ed al rinvigorir agricolture, + cogli esempi del Congo e le misure. + + 123 + + Le cose tutte andavano a pennello + per l'attenzion del prete don Gualtieri, + che in veste lunga e col suo gran cappello + provvede agli orinali e a' candelieri. + Finito avea di perdere il cervello + quasi Terigi e par che si disperi; + ch'ogni vecchia, ogni storpia in sala arriva, + né sa se la Marfisa è morta o viva. + + 124 + + Ognun assalta, a ognun chiede, ognun secca, + e vuol per forza che l'abbia veduta. + Talor borbotta e batte l'anche, e pecca + nel pensare al perché non sia venuta. + Lacchè spedisce, e rintuzza, e rimbecca + ch'ogni risposta è tarda e oscura suta, + perché Rugger come un matto ha risposto: + --Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.-- + + 125 + + Non è da dir se Terigi s'affanna. + Con don Gualtier si chiudeva a consiglio. + --Che di' tu, prete?--dicea sulla scranna. + Risponde il prete:--Assai mi maraviglio. + O ella vuol tenervi per la canna; + vi sarete scoperto un gran coniglio: + o qualche sgarbo usato le averete, + perché talor molto civil non siete.-- + + 126 + + Disse Terigi:--Gualtier, no, perdio, + sempre dell'«illustrissima» le ho dato, + e sono stato attento. Gesú mio, + voi sapete in qual modo ho pur trattato!-- + E cominciava di lagrime un rio, + e a fare un ceffo molto difformato. + Don Gualtier lo consola e lo conforta, + dicendo:--Ella fia forse in sulla porta. + + 127 + + Usciam di qua, tenete sodo il viso, + perocché noi farem la scena grande; + statevi ritto, talor fate un riso, + fingete il dilleggino alle dimande.-- + Piacque al marchese del prete l'avviso: + rasciuga il pianto da tutte le bande; + ma gli occhi tondi aveva tanto rossi + e gonfi che parevano percossi, + + 128 + + tanto che ognun s'avvedeva del fatto. + Il discorso è per tutto universale: + che Marfisa non giunga è stupefatto + ciascuno, e si sentiva:--Oh male! oh male!-- + Non era l'accidente però stratto + quanto diceasi e fuor del naturale. + Ma sufficiente, anzi opportuno assai, + per terminar un canto io lo trovai. + +FINE DEL CANTO QUINTO + + + + +CANTO SESTO + + + ARGOMENTO. + + Col suo guascon alla conversazione + giunge Marfisa, e per la concorrenza + di custode al sigillo uffizi espone + per Filinor con vezzi ed insistenza. + Angelin di Bellanda anche persone + ha, che chiedon per lui palle e assistenza. + Ardono i due partiti ed al cimento + si chiudono i votanti al parlamento. + + + 1 + + Lettor mio, se tu sei qualche soldato, + amator degli antichi romanzieri, + il tardar di Marfisa avrai pensato + forse per arme o casi orrendi e fieri. + Se tu se' ipocondriaco, immaginato + averai febbri, coliche e cristeri. + Se prete o frate all'antica e de' buoni, + ritardi per rosari ed orazioni. + + 2 + + Se donna, acconciar nuovo di capelli, + disposizion di fiori con dottrina. + Dovresti dar nel segno piú di quelli; + ma pur non posso dir tu sia indovina. + Se ti ricordi i costumi novelli, + la bizzarria di quella cervellina, + dirai che la trattien, piú ch'altra cosa, + qualche avventura fresca ed amorosa. + + 3 + + Quel Filinor di Guascogna nel core + l'era rimasto fitto e ribadito, + e la conversazion scacciata ha fuore + di quel buon uom Terigi, suo marito. + --V'andrò--diss'ella--ma senza furore;-- + e fermo aveva e preso per partito + di non andarvi risolutamente + senza quel nuovo cavalier servente. + + 4 + + --Io m'annoio--dicea--fuor di misura + senza un uomo di spirito al mio fianco, + perocché Dio m'ha data una natura, + che il nero sa discernere dal bianco. + Io ho d'intorno una certa mistura + di cavalier, co' quali io svengo, io manco, + con certi magri detti e certi sali, + che desterien gli effetti matricali. + + 5 + + Non c'è rimedio, caso o forma o via, + ch'io possa sofferir cotesti allocchi, + o sia ch'io non gl'intenda, o vero sia + che non intendan essi ciò ch'io tocchi. + Altro non c'è che la prudenza mia, + talor, che mi trattenga, e non trabocchi + e non gli mandi con le mostacciate + a intrattener le monache alle grate.-- + + 6 + + Avea Marfisa una sua cameriera + molto fedele alle cose importanti, + che portava le lettere la sera, + dicendo il _Miserere_, a' suoi galanti. + Ipalca ha nome, e talor si dispera, + perché i viaggi eran lunghi e pesanti. + A questa un vigliettin diede, e mandava + a Filinoro a dir che l'aspettava; + + 7 + + che non partia per la conversazione, + se non venía, ché molto ad esso inclina. + Ipalca in testa a rovescio si pone + una sua cottardita, e via cammina. + Giunse assai tardi a casa Ganellone, + che va dicendo la _Salve Regina_, + e a tutti gli altarini che ha trovati, + due _Credi_ ginocchioni ha recitati. + + 8 + + Giunta a Gano, dimanda il forestiere, + e il vigliettino gli metteva in mano. + --Per l'amor di Maria--dicea,--messere, + venite via, se siete buon cristiano.-- + Filinor lesse ed ebbe un gran piacere, + e disse:--Io vengo;--e prima volle a Gano + la carta e l'avventura far palese, + per non disalvear dal Maganzese. + + 9 + + Ganellon traditor (che in suo segreto + era peggior del vaso di Pandora, + ed a' scandali sempre andava dreto, + come la gatta al lardo ch'assapora) + Ruggero odiava, e avea posto divieto + a matrimoni di Marfisa ancora. + Vide che in Filinoro gli ritorna + occasion da tirar fuor le corna. + + 10 + + E disse:--Figlio, questa illustre dama + sorella di Rugger, detta Marfisa, + vien maritata a un uom di poca fama, + a un gabelliere, a un marchese da risa. + L'avarizia «prudenza» oggi si chiama, + e maritaggi forma di tal guisa; + però se tu potessi farla tua, + opreresti de' beni a un tratto dua. + + 11 + + Non dir ch'io t'abbia consigliato a questo; + ma corri giostra e tenta la fortuna. + Il fin di matrimonio è oggetto onesto; + rimorso io non mi sento in parte alcuna. + Nella tua concorrenza sia ben desto + ch'ella può tutto ed è molto opportuna: + però se memoriali a lei darai, + trenta pallotte certe conterai.-- + + 12 + + Filinor, che c'è dato, non dimanda: + verso Marfisa con Ipalca trotta. + Ma tra l'andar dall'una all'altra banda, + e il pigolar per via della marmotta, + e il consigliar e il chieder:--Chi ti manda?-- + e mille brighe che accadon talotta; + tre ore eran di notte, e ancor non era + giunto il putto, e Marfisa si dispera. + + 13 + + Ruggero avea mandato sette volte, + e Bradamante, a dir ch'ella si mova. + Marfisa delle scuse addotte ha molte, + e finalmente scusa piú non trova. + Don Guottibuossi a far s'aveva tolte + quelle ambasciate, e ritorna e non cova. + Marfisa, irata, alfin disse:--Ser prete, + io v'ho, con chi vi manda, ove sapete. + + 14 + + Attendo un cavaliero di Guascogna; + la mia parola esser de' mantenuta. + S'egli non vien, seccar non vi bisogna, + perocch'io sono in questo risoluta.-- + Ecco Rugger, che chiede se ella sogna, + ché la quinta staffetta era venuta, + e disse:--Io non so piú cosa rispondere: + voi fareste un esercito confondere.-- + + 15 + + Disse Marfisa in ironico modo, + con un dileggio e un strano risolino: + --Signor fratello, perdio che vi godo, + se voi pensate farmi il paladino. + Ite in malora; per me fitto ho il chiodo. + Vel dirò in greco, in volgare e in latino, + che porrò il piede fuor di questa soglia, + quando parrammi e quando n'avrò voglia.-- + + 16 + + Dicea Ruggero:--O Dio, cara sorella, + voi volete far scene sempremai. + Sapete giá che una sposa novella + senza parenti al sposo non va mai. + Voi volete spezzar la campanella + anche a questo contratto, che accordai + con un'antipatia particolare, + siccome vi dovete ricordare.-- + + 17 + + Marfisa disse:--Basta, non parliamo; + ciò che vidi a che vedo non s'accorda: + di grazia, a razzolare non andiamo; + non son, come credete, e cieca e sorda. + D'accordo solamente rimaniamo + ch'ir voglio e stare, e che non soffro corda, + e sola e accompagnata, ovunque io vada, + e, s'ho voglia, anche ignuda per la strada.-- + + 18 + + Questi, sentendo il garbuglio toccato + del matrimonio e della trama il vero, + fece un atto d'un uomo disperato. + Volse le spalle e andossene leggero; + e a questo passo al lacchè, che ha mandato + l'ultima volta Terigi a Ruggero, + fuor di se stesso e in furia avea risposto: + --Ella verrá, se Dio l'avrá disposto.-- + + 19 + + Con Bradamante radunate sono + parecchie dame ad aspettar la sposa. + Questo ritardo lor non parea buono: + ognuna prediceva qualche cosa; + e fanno un mormorare in semituono + ch'avrebbe screditata santa Rosa, + sempre commiserando tuttavia + Bradamante e Rugger che le sentia. + + 20 + + Era tanto stizzita Bradamante, + che mostra in viso e sulle labbra il fele. + Per quella via scorgeva esser infrante + del maritaggio l'ancore e le vele, + e pel ritardo si vedea davante + strugger miseramente le candele; + donde ha l'alma nel sen sí combattuta, + che tira gli occhi solo e si sta muta. + + 21 + + Come a Dio piacque, Filinoro è giunto + con vestimenti molto corredati; + poiché Gan, che vedea le cose appunto, + fece che Baldovin glieli ha prestati. + Mai non si vide giovin meglio in punto + infra i moderni ricchi innamorati: + pareva il dio d'amor de' piú puliti: + aggiungi la bellezza a' suoi vestiti. + + 22 + + Il complimento, che a Marfisa fece, + d'una facondia è tal, d'un'eloquenza, + da vincer non un cor ma sette e diece. + Marfisa non è un'oca a tale scienza, + e con una bravura soddisfece + e con un tratto e con una presenza, + e fece una risposta d'una guisa... + ma che? basti a saper ch'era Marfisa. + + 23 + + Filinor le diceva quell'idea + di concorrer custode del sigillo. + --Io sono un cavaliere--le dicea-- + in questi fatti timido e pupillo; + esule, posso dir, siccome Enea, + ma d'una nobiltá, permesso è il dillo, + che la casa Chiarmonte è una capanna, + alla mia a petto, e un casolar di canna. + + 24 + + Io son del gran casato di Vesuvio. + La mia modestia, so, troppo s'avanza; + ma vi potrei mostrar che pel diluvio, + siccome gli altri, non ebbe mancanza. + Ennio lodollo e l'esaltò Pacuvio. + Non uso tradizion, ché me n'avanza; + ma la ruota del mondo che s'aggira, + ier facea rider tal, ch'oggi sospira. + + 25 + + Voi giá vedete ognor, dama gentile + e spiritosa e senza pregiudizio, + che s'allontana alcuno dal badile, + e sale al trono ad un reale uffizio; + e talun ch'era al trono è fatto vile. + Né della sorte si può dar giudizio; + sapete come i pittor la dipingono: + che gira a tutti i soffi che la spingono.-- + + 26 + + E detto questo, a Ipalca si volgea, + che un rotolo di carta in man portava + lungo sei braccia, ch'ei dato le avea + a tenere, e sul spazzo il sciorinava. + --Io non son menzogner, dama--dicea + Filinor a Marfisa, che guardava + l'albero suo, ch'ei distendendo gía, + e pareva un lenzuolo di Golia. + + 27 + + Veggendo in un cantone una bacchetta, + lesto la prende e comincia additare. + --Mirate, dama, il mio stipite in vetta-- + diceva, e Adamo faceva osservare; + e va pur dietro alla sua linea retta + gran monarchi e regine a nominare. + Non era giunto a un quarto della carta; + Marfisa disse:--E' convien pur ch'io parta. + + 28 + + Io sono persuasa, state certo, + della nobiltá vostra risplendente. + Non mancherò d'uffizi; il vostro merto + è tal che avanza ogni altro concorrente. + --Troppo n'avete, signora, sofferto-- + disse, e raccolse l'alber prestamente: + poscia le diede memorial parecchi, + i quai cosí suonavano agli orecchi: + + 29 + + «A custodire il sigillo reale + concorre Filinoro, di Guascogna + suddito, e d'una nobiltá cotale, + che per la brevitá dir non bisogna. + Si prostra al parlamento liberale + nelle sventure sue senza vergogna, + e pe' suoi merti e la famiglia vetera + attende tutti i voti. Grazia, eccetera». + + 30 + + Qui furono attaccate le carrozze + per andar di Terigi alla magione; + e del veleno, chi n'ha, se lo ingozze: + Marfisa volle seco quel garzone. + Cercarono i cocchier le vie piú mozze + per giunger presto alla conversazione. + Tosto il marchese uno stafiere avvisa, + gridando:--È qui Marfisa, è qui Marfisa.-- + + 31 + + Terigi è quasi fuor de' sentimenti: + giú delle scale va precipitando. + Don Gualtieri comanda agli strumenti + che accettino Marfisa alto suonando; + ed un rumor, che fe' tremare i venti, + feciono i suonatori a quel comando, + con una marcia di timpani e corni + ed obuè piú dotti de' contorni. + + 32 + + I musici castrati e que' da razza + incominciaron poi la serenata. + Turba non s'udí mai cotanto pazza, + di voce fastidiosa e sgangherata. + Matteo poeta è per tutto, e schiamazza + perché la poesia fosse lodata. + Pareva scritta dal fine al principio, + siccome l'orazion di sant'Alipio. + + 33 + + E cominciava: «O vergin, vergin bella, + estro e natura canora e sonora». + Marco poeta a rider si smascella, + e critica ogni detto che vien fuora. + I paladini eran divisi a quella: + chi dice bene e chi la disonora. + Dodone ne traeva un suo piacere, + e va chiedendo a tutti il lor parere. + + 34 + + Ed a chi dicea bene, ei dicea male; + ed a chi dicea male, ei dicea bene. + Qualche argomento va facendo tale, + che i paladin gli voltavan le rene; + né del ben né del mal Dodon gioviale + potea trovar ragion come conviene, + ché i paladin faceano i ciarlatani + solo per parer dotti e partigiani. + + 35 + + Contro Dodone irati, imbestialiti, + vorrien sbranarlo vivo con le zampe. + Dodone alcuni versi avea finiti + pel maritaggio, e pronti per le stampe, + che correggean que' vati fuorusciti. + I parigin non voglion che gli stampe, + e vanno minacciando i revisori, + ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori. + + 36 + + Dodone aveva anch'esso dalla sua + alcuni paladin, ch'era giustizia. + Marco e Matteo va tenendo nel dua, + e ride sempre della lor malizia, + dicendo:--Io vo' del bene a tuttidua, + e non intendo partir l'amicizia, + ma dir, fin che avrò fiato e sarò morto, + che nelle lor scritture hanno un gran torto.-- + + 37 + + Terigi aveva fatto alla sua sposa + un complimento a memoria apparato. + Marfisa se gli mostra imperiosa, + e tira dritto e appena l'ha guardato. + Rimase come stolto a questa cosa, + e le va dietro assai mortificato, + ché non sapeva accordar nella mente + la ragion del contegno per niente. + + 38 + + Non sa che la bizzarra avea previsto + che il nuovo oggetto spiacer gli dovea, + e però, come femmina, provisto + quella sostenutezza ch'io dicea + perché negl'intestin l'aveva visto + cotto e spolpato d'essa; onde scorgea + che il rimedio piú bel perch'ei stia muto, + era un contegno serio e pettoruto. + + 39 + + Senza riguardo alcun quella sleale + comincia a far uffizi pel guascone, + dicendo ch'era un uomo principale + e che se gli doveva far ragione; + e dona a ciascheduno un memoriale, + a que' che sono alla conversazione: + ché c'eran de' votanti al parlamento, + tra cavalieri e paladin, ben cento. + + 40 + + Non v'è donna bizzarra che non abbia + forza ne' cuor degli uomini votanti. + Marfisa ne tenea nella sua gabbia + con certe grazie e lazzi non so quanti. + Non dimandar se Terigi s'arrabbia, + veggendo ch'essa cercava gli amanti + con scherzetti, lusinghe e sguardi ed atti + da far mille Caton diventar matti. + + 41 + + Ma sopra tutto gli dilania il core + il veder che gli uffizi son diretti + in pro d'un frasca, suo nuovo amadore, + che sembra giunto a fargli de' dispetti. + Di padron divenuto è servitore, + perocché Filinor par si diletti + a voltargli le schiene e a dargli retta + come se fosse un birro od un trombetta. + + 42 + + Quand'egli ebbe sofferto un'ora buona + vezzi, lusinghe e gran stringer di mani + verso i votanti, e verso la persona + di Filinor sospiri oltramontani, + ad una gran tristezza s'abbandona. + Lascia la sposa in mezzo a' lupi e a' cani: + si pose in un soffá fuor della gente, + gonfio, ingrognato e stava sonnolente. + + 43 + + Bradamante, Rugger, don Guottibuossi + non è da dir se del caso hanno tedio; + ma stanno cheti, trasognati e goffi, + perocch'era impossibil il rimedio. + E molto amari ed aspri son gl'ingoffi + di quegli uffizi nuovi e dell'assedio + ad Angelino di Bellanda, solo + concorrente al sigillo e buon figliuolo. + + 44 + + Angelin di Bellanda è un cavaliere + privo d'un occhio in battaglia perduto; + monco ha il sinistro braccio, ed il brachiere + porta, delle fatiche per tributo. + Di Carlo avea servito alle bandiere + ne' tempi andati, e gran sangue ha perduto. + Avea moglie e famiglia tanto grande, + che Turpin scrive: «E' si vivea di ghiande». + + 45 + + Perocch'era Angelin povero in canna + e di poder n'aveva pochi al sole; + oltre di che, sopra quelli una manna + cadeva ogni anno di secche e gragnuole. + Angelin sofferente non s'affanna, + e dicea:--Dio può tutto e cosí vuole. + _Dominus dedit_, date ha le ricolte: + _Dominus abstulit_, Dio ce l'ha tolte.-- + + 46 + + Aveva cinquant'anni di penuria + provata in guerra; e venuta la pace, + monco, rotto e monocol, nella curia + l'avea partita a un piato pertinace. + Pel cangiar de' costumi la sua furia + Fortuna contro a quel, come a Dio piace, + cambia modo d'offesa ed arte e ingegno, + ma giammai d'un riposo egli fu degno. + + 47 + + Ora credea del sigillo l'incarco, + al quale è solo e non avea confronto, + potesse dargli, vivendo assai parco, + modo a' suoi creditor di dare a sconto; + e un dí, restando di debiti scarco, + di fare acquisti, o la dote a buon conto + per quattro figlie, che non vanno a messa + perché aveano la veste orrida e fessa. + + 48 + + Era in casa a Terigi quel meschino; + e sentendo del nuovo concorrente, + alzò una mano al cielo e il moncherino, + e disse:--O Cristo, o Cristo onnipossente! + Poffare il ciel sacrosanto e divino, + che m'abbia a intervenir quest'accidente!-- + Orlando vide, che di lá passava, + e gridò:--Che di' tu, conte di Brava?-- + + 49 + + Orlando avea sentito quel maneggio, + e per la rabbia stralunava gli occhi, + perocch'era un uom giusto, e disse:--Io veggio, + caro Angelin, che il mal passa i ginocchi, + ed ogni giorno va di peggio in peggio + il mondo, e il buon costume a spicchi e a rocchi. + Non ho piú lingua omai, non ho piú fiato: + priego invan, grido invan; son disperato.-- + + 50 + + Dicea quel di Bellanda:--Amico Orlando, + quest'occhio cieco, questo monco braccio, + quest'incurabil ernia raccomando, + e il mendicume, mio perpetuo laccio. + Se tu sapessi com'io vo passando + i giorni, e tu vedessi il mio primaccio, + le sedie, il desco e la cucina mia, + perdio! morresti di malinconia. + + 51 + + Legna non ho per cuocer le minestre: + son arsi le architravi e le cornici. + Quelle, ch'eran cortine alle finestre, + son or camicie a' miei figli infelici. + Coltrici, drappi e fino alle canestre + son ite al ghetto, pegno a quegli amici; + altro non ho che miserie ed affanni + e lo sperar che Dio mi tronchi gli anni.-- + + 52 + + Mentre Angelin piangendo il capo gratta, + Orlando irato a sé chiama Ruggero, + e disse:--Tua sorella mi par matta: + che caso è questo e che nuovo pensiero? + chi è colui che di concorrer tratta + in competenza a questo cavaliero? + Tu doveresti saper ben la storia, + ma tu mi sembri fuor della memoria.-- + + 53 + + Disse Rugger:--Per quel sacro battesimo + c'hai sulla testa, non mi chieder questo. + Io non so piú che sia di me medesimo: + darei pugna, frugoni e calci al vento. + Se sia del paganesmo o cristianesimo + colui, nol so; vederlo vorrei spento: + io ardo, io scoppio; è matta mia sorella; + non ho piú capo, non ho piú cervella.-- + + 54 + + Detto cosí, sbuffando come un toro, + volse le spalle e si trasse da un canto. + Marfisa seguitava il suo lavoro, + e porse un memoriale a Dodon santo. + Dodone il lesse, e disse:--Egli è un tesoro, + e sará ricopiato in un mio canto; + il voto mio però non conterete, + se foste assai piú bella che non siete.-- + + 55 + + Quella bizzarra intorno a Dodon ciancia, + dicendo:--So che il piacer mi farai.-- + Dandogli pizzicotti sulla guancia: + --Con te--dicea--stanotte mi sognai. + Tu sei cortese e paladin di Francia: + io so che il voto certo mi darai.-- + Dodon ridendo disse a lei voltato: + --V'accorgerete s'io ve l'avrò dato. + + 56 + + --Basta cosí--rispondeva Marfisa,-- + giá c'intendiamo,--e facea l'occhiolino; + e va a tentare un altro in nuova guisa, + ché certo ell'era il diavol tentennino. + Dodon sarebbe morto dalle risa; + ma gran compassione ha d'Angelino, + ed avea detto a quel:--Non piú mestizia, + che non è spenta affatto la giustizia.-- + + 57 + + Giá la ricreazion giva languendo: + la goffa serenata era finita, + Terigi è ottuso e par che stia dormendo, + Bradamante a nascondersi era gita, + Rugger le labbra si stava mordendo, + mezza la gente del palagio è uscita, + e la moderna guerra con le carte + gran danno aveva fatto in ogni parte. + + 58 + + Un certo maganzese, Smeriglione, + piú d'ogni altro guerrier si fece onore. + Tagliando ad un gran desco al «faraone», + disarmato ha ciascun col suo furore. + Sino a Marfisa, andata al paragone, + die' colpi orrendi il crudo feritore; + in due minuti quella disperata + ha Smeriglion svenata e disertata. + + 59 + + Finito è il gioco, i danar son perduti; + e tutto il mal del prossimo s'è detto; + gli amor ciarlieri fatti e gli amor muti + s'eran: sicch'ogni cosa era in assetto + per dar la buona notte ed i saluti, + e per farsi la croce ed irsi a letto: + donde chi allegro e chi ingrognato andava + alla sua casa ed i lenzuol trovava. + + 60 + + Gan di Maganza quella stessa sera + er'ito a Carlo Magno rimbambito, + e a pro di Filinor d'una maniera + gli avea parlato che l'avea stordito; + perocché Gano è la sua primavera, + le sette trombe ed il prato fiorito. + Se gli avesse parlato san Matteo, + in confronto di Gano era un uom reo. + + 61 + + Pensa che il Maganzese non soggiorna: + a Namo avaro er'ito anche a parlare. + --Prometti il voto--dice,--e non s'aggiorna + che il tal util negozio ti fo fare.-- + Picchia ad Avino, ad Avolio ritorna, + a Berlinghieri, a Otton torna a picchiare. + --O voi mi date il voto a parlamento + --diceva,--o ciaschedun farò scontento. + + 62 + + Que' debitacci vostri, che a' mercanti + prometteste pagar, defunto Namo, + li saprá vostro padre tutti quanti; + vi fo diseredar per quanto io v'amo. + Datemi il voto, e giuro a tutti i santi, + putti, non ci sará verun richiamo, + anzi a qualche bisogno in cortesia + forse farovvi alcuna piegeria.-- + + 63 + + Ad alcuni prelati, che avean voto + nel parlamento, con arcani è addosso, + e fa nella politica il piloto + per far loro ottenere il cappel rosso. + --Grazie a Dio, nessun colpo a me fu vuoto-- + aggiugne,--e quando voglio, tutto posso;-- + ed in parole, come d'una rapa, + disponeva dell'animo del papa. + + 64 + + Ad Astolfo ha donate alcune mode + ch'eran venute fresche d'Inghilterra. + A Ulivier nelle femmine, che gode + secretamente, disse di far guerra. + Gano cosí con inganni e con frode + va bucherando a' signor per la terra, + e tutti per lo debile prendea, + tanto che ognuno il voto promettea. + + 65 + + Dodone, Orlando e Rinaldo, ch'è giunto + da Montalban per questa concorrenza, + vanno con Angelin debile e spento, + facendolo star sempre in riverenza, + e fanno uffizi, e stanno forti al punto + del sigillo Angelin non resti senza, + dicendo:--Se qualcun gli niega il voto, + s'aspetti guerra e peste e terremoto.-- + + 66 + + Da tutte parti gli uffizi infiammavano + per quello di Bellanda e pel guascone. + Ad Angelino i nemici accoccavano + che per le sue sventure era scempione, + e che i sigilli regi non si davano + a disadatte e stolide persone, + le quai pel cervel debile e confuso + potean far del sigillo qualche abuso. + + 67 + + Il sir di Montalbano la mattina + era eloquente e buon uffiziatore, + ma dopo il pranzo egli era una cantina + di vino, inutilaccio ed in furore. + Troglio la lingua volea far tonnina + di Filinor, di Carlo imperatore, + e sbranar Gano, e foco minacciava + al parlamento; e poi s'addormentava. + + 68 + + A Filinor si formava un processo + per lettere venute di Guascogna + Dicean ch'era vizioso e il vizio stesso, + un canchero, una peste ed una rogna; + che non si getta il sigillo in un cesso; + che darlo a un dissoluto non bisogna, + il quale, o per danari o per natura, + firmerebbe qualch'orrida scrittura. + + 69 + + Passano i giorni ed il maneggio cresce, + dall'una parte e dall'altra riscalda; + il merto col demerito si mesce. + Marfisa si mostrava molto calda. + Ipalca co' viglietti or entra, or esce: + pensa che non istava un'ora salda, + tanto che, quando era giunta la notte, + maledicea i votanti e le pallotte. + + 70 + + Orlando molto si rammaricava + a trovar infinite negative. + Dodon rideva, e poi lo confortava + dicendo:--De' sperar l'uom finché vive: + ci avvederemo al dispensar la fava; + d'un altro modo suoneran le pive. + Le lingue temon Gano traditore, + ma poi le fave spiegheranno il core.-- + + 71 + + A Filinoro un caso assai faceto + fece in que' giorni molto pregiudizio. + Tu sai, lettor, che ti narrai qui dreto + siccome a un oste avea dato l'uffizio + di notare in sul libro all'alfabeto + quanto egli avea consunto, e ad artifizio + il rozzon pegno e lo staffier malato + gli aveva in sulle spese anche lasciato. + + 72 + + Dopo alcun tempo il servo era giá morto. + L'oste l'avea sostenuto nel male; + e pagato il dottor, non fece torto + all'opra del chirurgo e del speziale, + ed ebbe il poveruomo anche il conforto + di pagar sino a' preti il funerale. + La rozza era scoppiata di stracchezza, + ond'egli avea la pelle e la cavezza. + + 73 + + Battuto il prezzo di queste due cose, + l'ostiere è creditor trecento lire. + Veggendo le promesse fabulose, + avea risolto a Parigi venire. + Filinor tanto bene non s'ascose, + che nol potesse l'ostier rinvenire. + Del pagamento il prega e lo riprega: + Filinor minaccioso glielo niega. + + 74 + + Quel meschinel, veggendo il conto perso, + richiamar in giudizio un giorno fallo; + ma Filinor gli piantava un converso + che gli dovesse pagar il cavallo. + La fama va per lungo e per traverso + di questo piato; ogni omiciatto sallo; + tanto che negli uffizi questo fatto + die' quasi a Filinoro scaccomatto. + + 75 + + Seppelo Gano, e tosto quell'ostiere + fece con un esilio cacciar via. + Io so, ciascun la ragion vuol sapere + che Gano a Filinor sí amico sia. + Scrive Turpin che il santo menzognere + col guascone una scritta fatta avia, + che se l'incarco del sigillo avea, + la metá poi dell'util gli dovea. + + 76 + + Non si denno le cose in questo mondo + sol nella superfizie giudicalle. + Io vidi un cacciator ir nel profondo + cacciando sforzanelle in una valle: + la superfizie il terren di buon fondo + gli dimostrò con erbe verdi e gialle; + misevi i piedi e sprofondossi poi, + sí che il trassono a stento un paio di buoi. + + 77 + + Poco mancava al giorno stabilito + dal parlamento a tutta l'adunanza, + per dover porre il sigillo a partito. + Spazzata e in apparecchio è la gran stanza. + Il giorno innanzi Ganellone è gito + ad un convento detto l'Abbondanza, + dov'eran certi frati, che nel core + erano col vestito d'un colore. + + 78 + + Nel magnifico tempio eletti marmi + aveano e arredi di ricchezza immensa. + Dicea Gano:--Io vi prego a voler farmi + l'esposizione in sulla sacra mensa.-- + Suoninsi le campane, ed inni e carmi + volino al ciel che a noi tutto dispensa. + Vo' fare una sant'opra, e dal Sovrano + chiedo sia benedetta dalla mano. + + 79 + + Abbonderan le cere, e mie saranno: + finita la fonzion, vostre poi sono. + E piú: mille ducati pronti stanno: + questi alla vostra povertá li dono. + Pregate tutti Dio, dal qual pur s'hanno + ad aspettar le grazie; ed il perdono + --dicea Gan--chiedo prima de' peccati;-- + e va baciando i scapolar de' frati. + + 80 + + Que' padri, dopo una lode sincera + alla pietá di Gano, pe' contanti + e per la sacra oblazion della cera, + lo van benedicendo tutti quanti. + E dicon:--Tutto farem volentiera: + Dio ci esaudisca, Dio ci faccia santi.-- + Poi chiaman paratori e fornitori, + perché il dí susseguente Iddio s'onori. + + 81 + + Duemila cento e sessantotto lumi + per quella esposizion furon disposti, + e velluti e dammaschi e tele a fiumi, + ed angeli dorati furon posti. + Vasi e bacini fuori de' costumi, + d'argento e d'òr ci sono, di gran costi. + Gridano le campane ogni momento: + --O turbe, o turbe, al tempio, drento, drento.-- + + 82 + + Ma sopra tutto cura ed attenzione + mettono i frati a far che per la chiesa + sien pronte sempre a quella divozione + borse a stangon, crollate alla distesa, + perché possa sfogar la pia intenzione + ogni buon'alma nel ben fare accesa, + e possa ognuno aver dinanzi un fondo + da seppellir le vanitá del mondo. + + 83 + + La fama è grande che il guascon facea + quella solennitá per le pallotte, + sicché tutto Parigi concorrea: + portar si fa chi sentiva di gotte. + La folla è un mare, e la mente ponea + alle disposizion de' lumi dotte, + al canto, al suono ed alla fornitura, + e dell'Eucaristia poco si cura. + + 84 + + Angelin di Bellanda, la mattina + del cimento fatal, per tempo assai + con la sua famigliuola sí meschina + er'ito a certi frati pien di guai, + in una chiesa fuor di via, piccina, + dove le genti non andavan mai, + perch'era ignuda e sull'altar maggiore + due candeluzze sol facean splendore. + + 85 + + Organi non ci sono; oro o ricchezza + non si vedea; ma le pareti bianche; + tenuto il pavimento con nettezza, + e gli altari e le lampade e le panche; + ed un silenzio, una certa grandezza + splende, che si può dir che nulla manche + a compunger il core e a capir tosto + che il puro agnel divino è qui riposto. + + 86 + + Scosse Angelin della sua famigliuola + le tasche tutte, e in una carta ha messa + di quaranta soldon la somma sola, + ch'altro non puote; e con faccia dimessa + a' fraticei diceva una parola: + che lor piacesse far dire una messa; + e ginocchion sul spazzo si mettea + nel tempo che la messa si dicea. + + 87 + + La mano intera aggiunge al moncherino, + e tenendo all'altar le luci fisse, + ch'Illarion parea, non Angelino, + sospirando e piangendo cosí disse: + --Dio, nel mio sen col vostro occhio divino + tutto scorgete, e se per boria o risse + concorro a quest'incarco, o s'è infinita + necessitá di questa vostra vita. + + 88 + + Ogni male ho sofferto esterno e interno, + ferite e storpi e sonno e fame e sete, + per servire al mio re, se ben discerno. + Giunto sono all'etá che mi vedete, + e storpi e fame ed ogni mal governo + son pronto a sofferir, se voi volete, + ché dobbiam sostenere di concordia + la vostra sferza di misericordia. + + 89 + + Vedete tuttavia con qual periglio + le mie figlie innocenti in vita stanno, + e come i rei dimoni con l'artiglio + de' moderni costumi intorno elle hanno. + Datemi, signor mio, forza e consiglio + da preservarle a voi da questo danno. + Queste, Signor, queste, Signore e Dio, + vi raccomando, e non l'incarco mio. + + 90 + + Certi mal costumati, e da letture + nuove corrotti, e dileggianti il cielo, + circondan queste mie colombe pure, + ch'io serbo a voi conformi all'Evangelo. + Dote non ho che di pianti e sciagure. + Signor, Signor, per questo caldo zelo, + e se adoprai per la fe' vostra il brando, + la famigliuola mia vi raccomando. + + 91 + + Io non volli giammai, com'è costume + oggi di chi ha figliuole e poca entrata, + aprir la porta e dar luogo ad un fiume + di giovanacci e gente scapestrata, + per far che per l'amore o il poco lume + talora alcuna si sia maritata: + volli questo novello uso lontano, + perché temei la vostra santa mano. + + 92 + + Se v'è in piacer che a Filinoro sia + dato il sigillo, io son di ciò contento: + chiedo sol modo a questa prole mia + di viver con fortezza nello stento. + O Vergin pura, o Vergine Maria, + conducete le man nel parlamento.-- + Cosí diceva il signor di Bellanda, + dal pianto molle che dagli occhi manda. + + 93 + + Né sospir differenti a que' del vecchio + manda la famigliuola afflitta e mesta, + commossa dal sentirsi nell'orecchio + il suon di quella umil santa richiesta. + Finito il sacrifizio, in apparecchio + sono Orlando e Dodone e menan questa + brigatella, infelice nella sorte, + del parlamento alle superbe porte. + + 94 + + Qui posti in lunga fila da una parte, + marito e moglie e figliuoli e figliuole + fanno inchini al votante che si parte + per ire in sala, e non usan parole. + Dall'altra banda Filinor con arte + bacia faldoni e mai tacer non vuole, + e va pur ricordando quanto sia + d'antica stirpe e la genealogia. + + 95 + + Gano con sue parole assai stemmatiche, + facendo il vecchio stanco e cagionevole, + dice:--Qui son, ma pesanmi le natiche: + venni per questo putto meritevole. + Quando si tratta di cose tematiche, + ogni fatica dev'essere agevole. + Raccomando alla vostra pia natura + quest'uomo insigne, ch'è mia creatura.-- + + 96 + + Con Ipalca Marfisa in un cantone, + coperta d'un zendale, è alla vedetta, + ed a' votanti mette soggezione + col ventaglio e facendo la civetta. + Talor con leggiadrissima invenzione + apre il zendal, poi lo richiude in fretta. + Ad alcun paladin si mostra altera, + ad alcun sorridente e lusinghiera. + + 97 + + Entrati nella sala Carlo Mano, + prelati, paladini e cavalieri, + chiuse furon le porte a mano a mano. + Gli aspettator rimason co' pensieri. + Lettor, l'avvenimento speri invano: + ch'io tel dica, per or non è mestieri; + deggionsi risparmiar de' fatti alquanti + per la materia de' seguenti canti. + +FINE DEL CANTO SESTO + + + + +CANTO SETTIMO + + + ARGOMENTO. + + Custode del sigillo alfin rimane + Angelin di Bellanda. Ganellone + Filinor mette per vie nuove e strane + per cavalier di camera a Carlone. + Tra Marfisa e il guascon, Cupido cane + fa delle scene. Terigi dispone + d'annullare il nuzial. Nasce un bordello, + e lo sposo è sfidato ad un duello. + + + 1 + + Chi potesse veder dentro al cervello + di chi sceglie agli uffizi col suo voto, + e ricercar perché piú questo o quello + rimanga eletto e col suo bossol vuoto, + credo che rideremmo nel vedello, + e ci riuscirebbe il caso ignoto, + e che daremmo a tutti alfin ragione + della diversa lor disposizione. + + 2 + + Ha gran poter malizia ed impostura; + non è spenta ragione né giustizia. + Delle prime i seguaci ho gran paura + sien piú per ignoranza che malizia. + Ognun col suo cervello ha sua misura; + e tal crede ire al santo di Galizia, + ch'entra in bordello, e d'aver fatto male + s'avvede a stento, giunto allo spedale. + + 3 + + L'odio e i rispetti umani han molta parte + a far piú l'un che l'altro abbia pallotte; + pur, quantunque ignoranza è ignuda d'arte, + lusinga le persone d'esser dotte, + e un numero infinito poi comparte + il voto suo per vie bistorte e rotte; + ma ognun Caton si crede e lo disperde + contro anche a san Francesco, e va nel verde. + + 4 + + Io ballottai talor qualche piovano, + e credei pel migliore dar la fava. + Discorrendo tra me dicea pian piano: + --I piú faran lo stesso,--e m'ingannava. + Dall'altre opinioni ero lontano, + e quando le pallotte annoverava, + ero tra venti, e cento aveano detto + ch'io avevo mal pensato e mal eletto. + + 5 + + E non avendo uman rispetto alcuno + o fine d'interesse o di livore, + credei d'esser almen tra novantuno, + pensando col mio capo in sul migliore. + Vidi ch'errai nel scegliere quell'uno, + e rimasi col numero minore, + poiché cento pallotte a me davante + m'han detto ch'io pensavo da ignorante. + + 6 + + Vidi certo de' Gani per la chiesa, + delle Marfise in sul veron di fuori; + ma so che nel mio cor feci difesa, + né vezzi ebbero parte né impostori. + Basta, giustizia è stata sempre illesa, + ch'anche Angelin da' gran persecutori + trasse alla fine, e mi convien pur dillo, + d'un voto, ma custode del sigillo. + + 7 + + Credo però anterior fosse una patta: + Turpin dubbioso lascia questo fatto. + Marfisa pel furor fu quasi matta: + si chiuse nel zendale, e di soppiatto + tra gente e gente va fuggendo ratta. + Ipalca l'ha perduta qualche tratto. + Questo laudando il nome di Maria, + e l'altra bestemmiando andaron via. + + 8 + + Ganellon traditor per mano prese + Filinor, col baston dall'altra mano. + Va via pronosticando che il paese + presto verria in poter dell'Alcorano. + --Le veritá a' miei giorni erano intese-- + diceva:--il buon pensar ito è lontano. + Confida in Cristo, caro figlio mio: + non sbigottir, ché ognun provede Dio.-- + + 9 + + Il conte Orlando e Dodone e Rinaldo, + che la sinceritá non han perduta, + uscir dal parlamento ognuno caldo: + corrono ad Angelin, che gli saluta. + Dicean:--Quell'impostore, quel ribaldo + di Gano, a questa volta l'ha perduta;-- + e il povero Angelin vanno abbracciando. + Piangea per l'allegrezza il conte Orlando. + + 10 + + Con bella grazia alcuni paladini + diceano ad Angelino:--Io t'ho voluto;-- + ed alle figlie sue faceano inchini, + narrando il lor buon core per minuto. + Angelin gli ringrazia oltre a' confini, + dicendo:--Se m'avete conosciuto + buon custode al sigillo, anche si vuole + ch'io via conduca queste mie figliuole. + + 11 + + Dodone, udendo, disse ad Angelino: + --Perdio! meglio a' tuoi giorni non dicesti: + menale in casa e chiudi l'usciolino; + ogni buon core in ciarle di fuor resti. + Costoro attaccherebbono l'uncino + con mille falsitá, mille pretesti, + e l'ospitalitá saria tradita + con l'amicizia in bocca piú forbita.-- + + 12 + + S'accrebbero le risa, e i spiritosi + piantaron prestamente la questione + con testi e passi di scrittor viziosi, + che avean spregiudicate le persone; + e provar s'ingegnavano furiosi + che parlava da stolido Dodone, + ché l'ospitalitá non s'offendea + con quelle cose ch'egli s'intendea. + + 13 + + --Andate a disputar queste dottrine + --dicea Dodon--con le vostre sorelle. + Conduci via, Angelin, queste meschine, + ché le question divengon troppo belle.-- + Rinaldo a que' discorsi pose fine; + e accompagnate a casa le donzelle, + in una malvagía, per la salute + d'Angelin, sei guastade ha poi compiute. + + 14 + + Fu bella cosa il vedere i votanti, + ch'eran dugento al parlamento stati: + novantanove certo poco avanti + contrari ad Angelino erano andati; + pur van tutti dugento allegri, ansanti, + a casa del meschin che gli ha accettati; + e ognuno si rallegra e ride e balla + e giura:--Io t'ho voluto con la palla.-- + + 15 + + Tanto che se Angelin saper volea + chi gli avesse il suo voto o tolto o dato, + per miglior segno solamente avea + a conoscer colui che l'ha burlato, + che quel s'affaticava e s'accendea + per farsi creder molto affaccendato. + La troppa affettazione ed il giurare + faceva del contrario dubitare. + + 16 + + Oh quanti alle miserie del meschino + negato avean due scudi poco pria, + d'impuntuale il povero Angelino + accusando e di poca economia! + Venuti or sono a dirgli:--Io mi t'inchino: + sento un piacer che, per l'anima mia, + sono per impazzare: giá tu sai, + quanto ben t'ho voluto sempremai.-- + + 17 + + Frattanto Gano col cervel mulina + come potesse risarcire il danno + delle cere consunte la mattina + e dell'util perduto in capo all'anno; + e tanto e tanto un suo pensier raffina + sopra un certo tranello, un certo inganno, + che finalmente gli piaceva molto, + e a visitar Marfisa si fu vòlto. + + 18 + + Trovolla col zendale ancora in testa, + ch'era sopra una scranna in sfinimento. + Ipalca l'assa fetida le appresta + e le fa crocioni sotto il mento. + Col fumo della carta la molesta, + e con una raccolta le fa vento. + Mise un gran mugghio alfin la disperata, + traendo calci come spiritata. + + 19 + + Gli occhi tien chiusi e spinge il petto in fuori, + torce la bocca ed ha chiavati i denti, + strappa ciò ch'ella piglia, e merli e fiori; + non sa se donne o uomin sien presenti, + né qual atto l'onori o disonori, + ché trae le lacche e l'alza, occhi veggenti; + or si rannicchia ed or si stende in fretta. + si torce, s'aggomitola e gambetta. + + 20 + + Sei damigelle le tenean le braccia: + Marfisa tutte quante le rintuzza. + Chi l'imbusto di dietro le dilaccia, + chi di molt'acqua nella fronte spruzza. + Ipalca era graffiata, meschinaccia, + le mani, e piange e le ciglia strabuzza; + e perch'è giunto Gano, si dispera + a ricoprirle il sen che scoperto era. + + 21 + + Quel tristo ipocriton del conte Gano + disse:--Un effetto isterico gli è questo. + Le porrò sopra il seno una mia mano: + poiché son maschio, ella guarisce presto.-- + E giá stendea la man quel luterano + con gli occhi chiusi ed un visino onesto; + ma volle il caso che Marfisa a un tratto + rinvenne, e Gan rimane a mezzo l'atto. + + 22 + + Tornata in sé la dama a poco a poco, + languidetta s'andava rassettando; + veduto Gano, il viso fe' di foco, + e che partan le dame dá comando. + Poi disse al conte:--Che di' tu, dappoco? + in capo ci ha cacato il conte Orlando. + Ch'è del guascon? non ebbi in vita mia + tal dolor, per la Vergine Maria.-- + + 23 + + Gano a quel detto ha la testa inchinata, + e si fece la croce e aggiunse tosto: + --Laudata sempre e non mai bestemmiata. + Voi potete ben credere--ha risposto-- + che per me indifferente non sia stata + questa faccenda. Io sperava all'opposto; + ma le cose avvenute, o bene o male, + arcani son del giudice immortale. + + 24 + + E' mi dispiace sol che il giovinetto + di tanto merto impiego alcun non abbia; + ma pregherò Gesú mio benedetto + che in pazienza ei soffra e non in rabbia. + --S'altro unguento non hai nel bossoletto + --disse Marfisa,--tu mi par da gabbia; + e' si vuol ben pensar ch'egli abbia stato + un uom che non ha pari e nobil nato.-- + + 25 + + Rispose Gano:--Un posto oggi è vacante + di cavalier di camera al re Carlo, + ch'è di trecento e piú zecchin fruttante + il mese; e so ben io come vi parlo. + Ma v'è di mezzo non so qual brigante, + senza di cui non si può guadagnarlo; + certa persona incognita v'è sotto, + per seimila zecchini in un borsotto. + + 26 + + Io non n'ho che tremila e gli sacrifico, + ma per gli altri tremila non ho modo.-- + Disse Marfisa:--Assai di te m'edifico, + ma per gli altri tremila è duro il chiodo. + Fammi parlare al mezzo, e mi certifico + ch'io ridurrollo vizzo, s'egli è sodo: + saprò toccar le corde e tôrre il vento + per far che de' tremila sia contento. + + 27 + + --Per meno di seimila non sperate, + né la persona palesar vi posso + --diceva Gan;--ma se i tremila date, + noi vedrem tosto Filinor riscosso. + --Io non so--dicea l'altra--se sappiate + che in questa casa non dispongo un grosso, + e c'ho un fratello e una cognata intorno, + che ascoltan prieghi come il ciel del forno-- + + 28 + + Risponde Gan:--Se voi saprete fare, + il marchese Terigi è buon cristiano; + io so che gli farete fuor schizzare, + ché a lui son come un soldo al gran soldano.-- + Gridò Marfisa:--Oh poffare! oh poffare! + si vede ben che sei l'antico Gano. + Di Filinor Terigi è in gelosia. + Questo mi basta. Io t'ho inteso. Va' via.-- + + 29 + + Gano levossi, e:--Il ciel vi benedica, + vi lascio con la grazia del Signore-- + disse partendo. Or converrá ch'io dica + del marchese Terigi senza core, + che tra il martello e l'amor per l'amica + se gli era liquefatto in un favore. + Dopo la notte della ricreazione + era smagrato trenta libbre buone. + + 30 + + S'egli era a mensa, a mezzo non mangiava; + s'egli era a letto, non dormiva un'ora: + ansava, si lagnava, sospirava; + gran pianto gli occhi tondi caccian fuora. + Una bocca facea, che somigliava + le denonzie secrete e peggio ancora; + talor da sé facea qualche lamento, + come gli permetteva il suo talento. + + 31 + + --Gran crudeltá, gran cor, gran tirannia + --dicea--dell'illustrissima Marfisa! + Chi l'avria detto mai? Gesú! Maria! + a un uom com'io son fatto, in questa guisa? + per un bardasso, ch'io non so chi sia, + che fe' Parigi scoppiar dalle risa, + giugnendo di Guascogna con la rozza + e con quel suo staffiere e la carrozza! + + 32 + + Io nella stalla ho sessanta corsieri, + svimèr, landò, carrozze, venti legni + d'intaglio e d'oro con belli origlieri, + fodere di velluti ricchi e degni. + Otto lacchè, trentacinque staffieri, + possessioni, castella e quasi regni; + e posso, per la grazia del Signore, + pisciare in letto e dir che fu sudore. + + 33 + + Non son sí brutto poi della persona, + quando un ricco vestito in dosso metto, + e quando ho una parrucca in testa buona + e un manichin di merlo che sia netto. + lo so che, quando alcuno mi ragiona, + sta sempre in riverenze e gran rispetto. + Ma che mi giovan tante belle scene, + se la Marfisa non mi vuol piú bene?-- + + 34 + + Cosí dicendo, si metteva a urlare + come un fanciul che al culo abbia un cavallo. + Prete Gualtier lo corre a confortare, + gridando:--Voi parete un pappagallo. + Qui non vi convien piangere e gridare: + cotesto amore alfin convien lasciallo. + Di troppo offeso siete: io vi consiglio + a lacerar la scritta dal periglio. + + 35 + + Non vi tirate in casa quel demonio: + di non volerlo gran ragione avete. + Se passate con quello in matrimonio, + perdio, marchese, rovinato siete. + E un diavol che non teme sant'Antonio; + ed io nol scaccerò, benché son prete. + Liberatevi tosto dall'impegno, + o fuggo via, da sacerdote indegno. + + 36 + + --Per caritá, Gualtier, non mi fuggire, + --disse Terigi;--tu di' bene assai. + Io voglio andare a quel dimonio, e dire + e far quel che non credi e che udirai. + La mia ragion saprò farla sentire: + lacererò la scritta, lo vedrai; + e poiché avrò esaltato il mio gran merito, + voglio voltarle tanto di preterito.-- + + 37 + + Cosí detto, Terigi indosso mette + il piú ricco vestito ch'egli avesse. + Dimenando le sue corte gambette, + va via che par che il vento lo spignesse. + --La regina vo' far delle vendette, + né baderò a menzogne né a promesse,-- + giva dicendo, e gli occhi tondi tira: + giunse a Marfisa che sembrava l'ira. + + 38 + + Eran scorsi otto giorni dalla sera + della conversazion che v'ho narrata, + che pe' disgusti ritirato s'era + Terigi e non l'avea piú visitata. + Marfisa lo guardò d'una maniera + la piú bizzarra che fosse inventata, + e non gli ha dato campo a parlar prima, + ma lo rimproverò di poca stima. + + 39 + + --Meritereste--disse--che l'amore + c'ho per voi se n'andasse alle calcagna. + Mi lasciaste otto giorni contar l'ore, + come s'io fossi qualche vostra cagna. + O un asin siete, o non avete core, + o un core avete fatto di lasagna. + In parola d'onor, meritereste + le corna, ancor che mille capi aveste. + + 40 + + A questo modo si trattan le spose! + senza creanza, rozzo villanzone! + Da dama, paion cose fabulose, + da farvi sú capitolo o canzone. + Fatemi un'altra ancor di queste cose, + perdio! non vi varrá star ginocchione.-- + Il marchese rimase stupefatto + e pareva briaco, anzi pur matto. + + 41 + + E cominciò:--Illustrissima...--ma quella + non gli lasciava dire una parola. + Ei ripiglia:--Illustrissima...--e pur ella + gli va serrando le sillabe in gola. + --Tacete lá--gridava, e pur martella + che non dovea lasciarla un giorno sola, + e che una sposa, sviscerata amante, + si tratta meglio, e chiamalo forfante. + + 42 + + E perch'ei pur l'«illustrissima» intuona, + ella ebbe finta alcuna lagrimetta. + Terigi allora a un pianto s'abbandona + con una bocca quasi di berretta, + dicendole:--Illustrissima padrona, + per l'amor di Gesú, datemi retta. + Io vi chiedo perdon, ma...--Dopo questo + gl'impedieno i singhiozzi il dire il resto. + + 43 + + La dama lo scusò per quella volta; + il resto non lo volle piú sapere. + --La vostra villania resti sepolta: + siate per l'avvenir piú cavaliere.-- + Cosí diceva, e Terigi l'ascolta, + e non sapeva parlar né tacere. + Marfisa pur lo guarda e ha replicato: + --Sí, vi perdono; sí, v'ho perdonato. + + 44 + + Anzi, perché un bel pegno tosto abbiate + dell'amor mio, della mia confidenza, + vo' che tremila zecchin d'òr mi diate, + ché supplir deggio a certa mia occorrenza. + A un tal segno d'amor vi rallegrate: + speditemeli tosto in diligenza; + ma in avvenir non fate malegrazie, + perch'io non vi farò sí belle grazie.-- + + 45 + + A sí gran colpo il marchese novello, + che nell'interno è gabelliere ancora, + sentissi gran rivolta nel cervello, + pulsare il cor che gli balzava fuora. + La soggezion, l'amore in un fardello + coll'interesse, e il dubbio lo scolora, + ché lo sborsar tremila zecchin d'oro + non gli sembrava picciolo lavoro. + + 46 + + Volea dir sí, volea dir no, volea + promettere e mancar: va ruminando. + Gran pagamenti fatti ch'egli avea, + riscossion dure andava balbettando. + Sorridendo Marfisa soggiugnea: + --O vile, o pidocchioso, o miserando! + voi mi movete il vomito, da dama; + non dite piú, questo parlar v'infama. + + 47 + + C'è Filinor guascon, che, benché paia + un poveruomo, ha in cor de' gran luigi; + e basterá ch'io mandi una ghiandaia, + ché gli fo grazia a chiedergli servigi. + Credei farvi finezza, allocco, baia, + cavalier delle fogne di Parigi! + Or vo' farvi veder come un signore + tratta le dame che gli fanno onore.-- + + 48 + + Cosí detto, s'appressa al calamaio + fingendo dissegnare un suo viglietto. + Non dimandar se Terigi fu gaio + o se fu per morirsi di dispetto. + Avrebbe dato il cuore, non che il saio, + piuttosto ch'ella scriva al giovinetto: + non pensa s'ella dica bene o male, + ma l'ammazza il viglietto al suo rivale. + + 49 + + A' giorni suoi non fu tanto eloquente + quanto in quel punto il gabellier marchese. + Le chiedeva perdono umilemente, + giurava non aver le cose intese; + che i tremila zecchin subitamente + le avria mandati, i piú bei del paese, + e ventimila e trentamila in oro, + purch'ella non scrivesse a Filinoro. + + 50 + + Quella bizzarra, dentro a sé ridendo, + fece per molte scosse l'ostinata; + ma perché alfin Terigi va soffrendo + e cominciava faccia rassegnata, + lasciò la penna e disse:--Io mi vi arrendo, + ché sono alfin di zucchero impastata. + Maledico il mio cor, che buon non sia + d'usar con chi l'offende tirannia.-- + + 51 + + Terigi d'allegrezza è di sé fuori, + le bacia in fretta tutte due le mani. + --Perdio--dicea,--illustrissima, i sudori + fareste uscir dalle midolle a' cani.-- + Cosí detto, correva a' suoi tesori, + e tremila zecchini veneziani + tosto spedí. Marfisa a Ganellone + gli manda per l'incarco del guascone. + + 52 + + Or qui potrebbe dirmi alcun lettore + che una dama alle truffe non discende. + Ed io rispondo che Matteo scrittore + faceva in quell'etá commedie orrende, + e che mettea le dame, traditore + piú che le putte, ove il buon vin si vende; + onde Marfisa il costume apparava, + e a tempo e luogo poi l'adoperava. + + 53 + + Una commedia avea Matteo formata, + detta _La buona moglie_, e posta in scena, + dove una dama finta spasimata + d'un mercante vedeasi, molto amena. + Sei zecchin d'oro avea chiesti l'ingrata + in prestanza a colui, ch'io il credo appena; + con que' zecchini poi col suo marito + avea barato il mercante e tradito. + + 54 + + Questo è il costume che s'usava allora + nelle commedie e ne' libri novelli. + Ora torniamo a Gan, che s'innamora + de' tremila zecchini, che son belli: + gli tocca e con la vista gli divora; + poi gli ripon ne' sacri suoi cancelli; + poi ride e dice:--Questi gli sparagno, + perch'io sono il mignon di Carlo Magno.-- + + 55 + + Volle che Filinoro gli facesse + una scrittura, in viso assai cortese, + con la qual dell'incarco promettesse + a Gan cento zecchin pagar il mese. + --Di questi celebrar fo tante messe + e marito fanciulle del paese-- + diceva il conte; e Filinor fu tosto + per questa via nell'incarco riposto. + + 56 + + Non si potria mai dir la petulanza + del guascon, quando egli ebbe il posto altero. + Tutti disprezza, e con poca creanza + trattava ogni piú antico cavaliero. + --Il parlamento ebbe una gran baldanza + a non darmi il sigillo dell'impero + --diceva;--per sua parte n'ho vergogna + e gliene incaco e peggio, se bisogna. + + 57 + + Marfisa a' paladini aveva detto + «assassini» e «briccon» con insolenza, + che non aveano Filinoro eletto: + gli discacciava dalla sua presenza. + Veniva il buon Terigi, poveretto; + ma lo trattava con indifferenza. + De' tremila zecchin piú non parlava: + la trama col guascone seguitava. + + 58 + + Chi avesse detto a Terigi:--Marchese, + la somma de' zecchini avete data + perché il guascon sia grande a vostre spese + e possa corteggiar la vostra amata,-- + credo che in un pilastro del paese, + fuori di sé, la testa avrebbe data; + ché certo dopo quell'opra famosa + Marfisa e Filinor sono una cosa. + + 59 + + Era, come abbiam detto, quel guascone + un garzonaccio del nuovo costume, + e la trattava con adulazione, + con un ruscel di lodi, con un fiume. + Partito dalla sua conversazione, + dicea:--Son secco, piú non vedo lume: + son pur noiose queste innamorate;-- + e s'inventava cose da stoccate. + + 60 + + Talor diceva:--Io fui da quella matta; + non poteva sbrigarmi dall'assedio: + quand'io ci son, non val che la combatta + perché mi lasci andar; non c'è rimedio. + La mi guarda languente, contraffatta; + la trae sospiri, ch'io muoio di tedio. + Le puzza il fiato sí, quando l'ho presso, + ch'io soffrirei piú volentieri un cesso.-- + + 61 + + La dama gli avea dato qualche volta + del matrimonio con Terigi un cenno. + Il guascon detto avea:--Siete sepolta; + pur le promesse mantener si denno: + ma se goffo è il marito, ha fatto còlta + la donna, ed ha fortuna s'ella ha senno. + Voi m'intendete giá: questi imenei + son per comoditá dati dai dèi.-- + + 62 + + Rideva la fanciulla estremamente, + dicendogli:--Tu sei pur spiritoso.-- + Quel garzonaccio aggiungea prestamente + detti peggior, sicch'io dirli non oso. + Quando partia, Marfisa diligente + Ipalca gli spedia senza riposo, + e sali, e dolci accuse si mandavano, + e viglietti infocati che fumavano. + + 63 + + Terigi in casa non trova la sposa, + e s'anch'ell'era in casa, ella non v'era. + Ognuno al meschinel narra qualcosa, + e s'inventava, ed egli si dispera. + Chi l'aveva veduta furiosa, + chi travestita a' ridotti la sera; + ond'egli era geloso e riscaldato, + e mandava spion per ogni lato. + + 64 + + Se alcuna volta in casa la trovava, + or sbavigli, or rabuffi riscuoteva. + Eccoti Filinoro che arrivava, + e appresso la bizzarra si metteva. + Il marchese sudava e sospirava + per qualche gesto che lo trafiggeva, + e peggio, ché il guascon mai non partia, + ma volea ch'egli primo andasse via. + + 65 + + Correa d'aprile il bel mese ridente, + e s'aspettava il giugno agli sponsali. + Il Tauro in ciel minacciava sovente + alla teda d'imen futuri mali. + Nascean de' gran sospetti veramente + di scioglimento ancora in fra i mortali. + Tutto Parigi stava in attenzione + su' scherzi di Marfisa e del guascone. + + 66 + + Terigi fece dir da don Gualtieri + a Rugger che troncasse quella trama. + A Filinoro avea detto Ruggeri + che cercasse altra casa ed altra dama. + Il guascon gli rispose:--Volentieri;-- + ma fe' peggior effetto il porre in brama, + ché la difficoltate ed il timore + fe' cercar nascondigli e punti ed ore. + + 67 + + Liberamente lo voleva in casa + Marfisa, e non voleva opposizioni; + ma Filinor l'aveva persuasa + che, rubati, miglior sono i bocconi. + Ed ella per amor cheta è rimasa, + cercando or buche, or tane ed or cantoni. + Se n'andava l'onor di male in peggio + per le altrui vigilanze ed il motteggio. + + 68 + + La mascheretta a' furtivi sospiri + era alla dama opportuna sovente. + Finito il carnoval, per i raggiri + veniva la quaresima assistente, + i sermon sacri ed i santi ritiri, + e il zendal era un mezzo onnipossente: + ch'è la finezza dell'usanza nuova + far quel che alletta, e quel che alletta giova. + + 69 + + Nuovamente a Rugger Terigi accocca + il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto + che troppo l'onor suo Marfisa tocca + e che il nuzial rimanderá per certo. + Rugger afflitto non apriva bocca; + e poich'egli ebbe sofferto e sofferto, + a Carlo Magno un giorno fece istanza + che a Filinoro facesse aver creanza. + + 70 + + Non s'usavan duelli, e le vendette + s'erano riformate dall'antico: + per vie nascoste dirette e indirette, + chi mente avea domava l'inimico. + Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette + bricconerie del guascon ch'io non dico, + le corna di Terigi e di Marfisa + e il disonor della magion di Risa. + + 71 + + Carlone, vecchio rimbambito, ascolta; + e perch'egli era d'impression gagliarda, + appena ebbe Rugger data la volta, + chiama il guascon, che un momento non tarda, + e disse:--Sappi che, se una sol volta + andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda, + io te lo giuro da quel re che sono, + che ti farò morir senza perdono.-- + + 72 + + A Gano Filinor racconta il caso. + Il Maganzese corre a Carlo Magno, + e come bufol menalo pel naso, + narrando la faccenda da mascagno; + tanto che il rimbambito è persuaso, + e in rabbia con Rugger batte il calcagno; + e rivocando i primi ordini suoi, + disse al guascon:--Va' a far ciò che tu vuoi.-- + + 73 + + Io so che mi dirá qualche lettore: + --È impossibil per queste frascherie + s'incomodasse un tanto imperatore.-- + Rispondo ch'io non dico mai bugie, + e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore + per odii, per timor, per gelosie. + Dame e serventi, come le formicole, + volean dall'imperier cose ridicole. + + 74 + + Ecco di nuovo incomincia la tresca + de' nascondigli e degli amor secreti. + Terigi le minacce pur rinfresca, + quando il garbuglio stran Rugger non vieti. + Don Guottibuossi don Gualtier ripesca + e trova scuse, e gridano tra preti: + rattaccónanla un tratto, e quattro e diece; + ma alfin non c'è piú stoppa né piú pece. + + 75 + + Era un dí di quaresima, e nel duomo + per il predicator v'era gran piena, + ché si teneva inarrivabil uomo + per eloquenza e mente e voce e lena. + Predicava ogni dí che il volean domo + i suoi persecutor; ma:--La balena + --dicea--non teme il morsecchiar de' granchi,-- + e Dio non vuol che l'uditorio manchi. + + 76 + + Un fraticel piú franco non fu visto. + Usa argomenti e prove non piú intese. + Saltava dalla passion di Cristo + ad una descrizion del mal francese. + Poiché dell'«attrazione» avea provisto + e «parti eterogenee» il paese, + e d'un trattato bel di notomia, + faceva il crocione e andava via. + + 77 + + La «predestinazione» usava farla + di sabato, perché gli altri oratori, + non predicando il sabato, ascoltarla + potessero con gli altri ascoltatori. + Ma la ragion probabile, a pensarla, + ch'ei spargesse di sabato i sudori, + era ch'essendo solo quella volta, + facea nel borsellin maggior raccolta. + + 78 + + Scrive Turpin che in questa sua fatica + avea detta una cosa bella assai, + cioè che Cristo nella storia antica + a Pietro disse:--Tu mi negherai;-- + e che Pietro risposto avea:--Né mica; + ciò che dite, maestro, non fia mai;-- + ma che Pietro alla fin l'avea negato, + siccome Cristo avea pronosticato. + + 79 + + --E sapete perché--gridava il frate-- + Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo? + Questo fu: state cheti e m'ascoltate. + Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.-- + Turpino scrive che le sputacchiate, + a questa distinzion tra Pietro e Cristo, + furon tremila cento e settantotto, + e che rise Dodon che gli era sotto. + + 80 + + Ma ripiglio la storia. Il fraticello + de' costumi del secol predicava. + Sedea Terigi proprio in faccia a quello, + che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava. + Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello + del guascon con disprezzo lo pigliava; + gli siede avanti, e talor si volgea + e lo guardava in viso, e poi ridea. + + 81 + + Parecchie asinitá, simili a questa, + dice Turpin che gli andava facendo; + ma l'ultima gli fu tanto molesta, + che fu quasi per trarre un guaio orrendo. + Una lettra il guascon poco modesta, + che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo, + e la tien tanto aperta e sí palese, + che leggerla potesse anche il marchese. + + 82 + + In fronte avea la lettera: «Cor mio!» + il contenuto non lo voglio dire; + basti saper che il fine era un addio + da far di tenerezza un uom svenire. + --Miserere di me, che mai vegg'io!-- + disse Terigi e si poté sentire; + perch'ell'era una lettera, una manna, + di pugno proprio della sua tiranna. + + 83 + + Non si ricorda piú d'esser in chiesa, + né del predicador, né dell'udienza. + Si leva e corre con la faccia accesa, + come se lo cacciasse la scorrenza. + Dá d'urto negli astanti e fa contesa; + s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»: + fece rivolta come un Truffaldino, + arrabbiato, grassotto e piccolino. + + 84 + + Esce dal tempio alfine, a casa è giunto, + e don Gualtier, suo mansionario, chiama. + --Prete--gli disse,--è questo il duro punto, + ch'abbandono Marfisa, che non m'ama. + Non m'ama, mi tradisce! Son consunto: + si freghi dietro il suo titol di dama. + Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci: + questa scritta nuzial restituisci.-- + + 85 + + Poi della lettra e del guascon sfacciato + gli narra. Don Gualtier facea stupori: + poscia in veste talare s'è avviato + alla magion di Risa a far rumori; + e poiché il caso e il comando ha narrato + del padron suo, la scritta trasse fuori. + Sopra d'un tavolin la pose, e poi + volge le spalle e va pe' fatti suoi. + + 86 + + Bradamante è caduta in sfinimento; + don Guottibuossi corre per l'aceto; + Ruggero è saggio e prova un gran tormento: + volea gridar, voleva starsi cheto. + Marfisa seppe il fatto e, come il vento, + spedisce Ipalca al guascone in secreto + a dirgli che, se il mondo rovinasse, + ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse. + + 87 + + Queste difficoltá, questi fracassi, + questi accidenti grandi da narrarsi, + eran per la bizzarra giuochi e spassi, + perocché andava dietro a immaginarsi + che nelle brutte e ne' talenti bassi + la vita cheta sol potesse darsi. + --Le marmotte--diceva--di pel tondo + non sono buone a tener desto il mondo. + + 88 + + Chi ha merito--diceva--il mondo tiene + sempre in discorso e in sé col guardo vòlto. + Che dica bene o male, o male o bene, + di questa cosa non mi curo molto. + De' bacelloni han delle sciocche pene, + ma i scempi non gli curo e non gli ascolto. + L'invidia e l'ignoranza può contendere, + ma il mondo è per metá sempre da vendere.-- + + 89 + + Dalle commedie e da romanzi nuovi + traea gran parte de' suoi bei riflessi. + Nelle pubbliche piazze e ne' ritrovi, + nelle botteghe, e tra birri e tra messi, + si fanno ciarle intanto, e par che provi + ognun che il caso nato ben non stessi, + che buona cosa avea Terigi fatta + e che Marfisa era una bella matta. + + 90 + + Di Filinor la voce universale + dicea ch'egli era un cavalier briccone. + Ei va pensando riparare al male: + sfida Terigi con un cartellone; + che scelga il campo e l'arma; che a mortale + duello il vuol per la riputazione. + Terigi, grasso, pigro e piccoletto, + fu per morir quando il cartello ha letto. + + 91 + + L'onor non vuol che tardi alla risposta, + né che ricusi la disfida certo; + ma se guarda alla trippa mal disposta + e ascolta il cor, si ritrova diserto. + Chiama il prete Gualtieri:--Deh! t'accosta,-- + dicendo, ed il cartel gli dava aperto. + Don Gualtier legge. Il caso del duello + non vo' dirvi per or, ch'è troppo bello. + + +FINE DEL CANTO SETTIMO + + + + +CANTO OTTAVO + + + ARGOMENTO. + + + Il duello non segue per la mente + di don Gualtier. Marfisa è screditata. + La corregge Ermellina. Agiatamente + Gano sen muore in forma inaspettata. + Bandito è Filinor: resta furente + Marfisa e fuor di modo disperata. + A Turpino arcivescovo Ruggero + chiede di porla a forza in monastero. + + + 1 + + De' costumi del secol predicava + il fraticel, se vi ricorda, ho detto. + Pulitamente ogni punto toccava + dell'andazzo vizioso maledetto. + Nel suo quaresimal non si trovava + sermon che fosse, come quel, diretto, + della gola, dell'ozio e degli amori. + Le costure scuoteva agli uditori. + + 2 + + Delle miglior cucine di Parigi, + de' miglior letti e delle miglior tresche, + de' luoghi ove scorrevano i luigi + per gozzoviglie e per guanciotte fresche, + dove dell'allegria sempre i vestigi, + era, e del giuoco e delle piú dolci esche: + avea 'l frate studiato in fra l'untume + del secolo il sermon sopra il costume. + + 3 + + Donde sapea del secol la malizia, + perché vivea nel secol veramente; + ma al minacciar la divina giustizia, + il secol si rideva apertamente; + ché gli equivoci, i vini e la dovizia, + ch'egli ogni dí cercava in fra la gente, + facea che il detto: «Fa' quel ch'io ti dico, + non quel ch'io fo» non s'apprezzasse un fico. + + 4 + + Turpin sotto al suo ricco baldacchino + era nel duomo, e avea presso Dodone. + Si volse a quel, dicendo:--Paladino, + perdio! questo è un bel pezzo di sermone. + Dovria pentirsi il secolo assassino + a tai sudor di noi sacre persone. + Parmi che passi delle vostre colpe + questo sant'uom piú addentro che alle polpe.-- + + 5 + + Dodon rispose:--Arcivescovo mio, + del secol questo frate ha detto il vero; + ma fatemi un piacer, se amate Dio: + i vostri frati radunate e il clero, + ché un giorno voglio lor predicar io, + e facilmente di provarvi spero + che il maggior mal, che nel mio secol sia, + deriva dalla vostra sacristia.-- + + 6 + + Turpin prudente e grave partí zitto + con la sua cappa magna e il pastorale, + dicendo:--Un bel tacer non fu mai scritto.-- + Benediceva il mondo universale, + ed alla mensa vescovil, che vitto + pareva d'Epicuro, la morale + rammemora del frate, disprezzando + gli stravizzi del secolo nefando. + + 7 + + Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono + a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta. + Altro non penso ed altro non ragiono + che fatti da lui scritti quella volta. + Ora a Terigi ritornar fia buono, + che la disfida del guascone ha tolta + a esaminar col cappellan, dicendo: + --Tu vedi, prete: _me tibi commendo_.-- + + 8 + + Prete Gualtier non era senza testa: + conosce ben che il guascone era accorto; + che il gradasso facea nella richiesta, + perché Terigi era grassotto e corto. + E disse:--Nulla non temete; a questa + disfida io vi trarrò con lode in porto. + Qui deluder convien l'arte con l'arte, + come c'insegnan le moderne carte.-- + + 9 + + Gli pose innanzi penna e calamaio, + dicendo:--Quel ch'io detto voi scrivete.-- + Disse Terigi:--Io scrivo tutto gaio; + ma pensa a quel che detti, caro prete.-- + Dicea Gualtier:--Ho il guascon nel mortaio. + Scrivete pur, ché non vi pentirete.-- + E finalmente il buon Terigi scrisse + ciò che volle Gualtier, che cosí disse: + + 10 + + «Io Terigi, marchese e duca e conte + e signore di eccetera, al guascone + Filinor dice ch'egli ha le man pronte + al duello minacciato e lo spadone; + che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte, + di Senna in sulle rive, al torrione; + ma avverto Filinor che prima impari + che i duelli non seguon che fra pari. + + 11 + + Voi del re Carlo Magno e imperatore + di cavalier di camera nel posto + siete, e persona pubblica; io signore + privato son: sicché tutto all'opposto. + S'io v'ammazzo, vedete in qual errore + di lesa maestade incorro tosto. + Nessun mi può salvar dalla rovina + del fisco e della morte repentina. + + 12 + + Se voi mi trafiggete, io son privato: + v'è assai piú facil rattoppar la cosa. + Questa disuguaglianza è gran peccato + e una sopraffazione vergognosa. + Quando avrete l'incarco rinunziato, + non sará la disfida difettosa; + e allora al torrione oltre alla Senna + v'attenderò diritto come antenna». + + 13 + + Scritta la lettra, diceva Terigi: + --Non vo' mandarla, grida a tuo talento. + Può rinunziare, e allor, per san Dionigi! + venga a me l'olio santo pel cimento.-- + Dicea Gualtieri:--Io sfido Malagigi + a ritrovar piú sano pensamento + co' suoi dimon. Non abbiate paura, + ché vi fa grande onor la mia scrittura.-- + + 14 + + Questo viglietto il prete, buona lana, + fe' che Terigi a Filinor spedisce. + Al guascon la risposta parve strana: + pensa e ripensa e nulla stabilisce. + Lasciar l'incarco non è cosa sana; + questa risoluzion forte abborrisce, + perocch'è necessaria la prebenda: + e par che la risposta non intenda. + + 15 + + Replica la disfida e chiama vile + il marchese Terigi e poltroniere. + Gualtieri è corbacchion di campanile: + risponde che l'accetta con piacere; + ma che rinunzi prima, s'è civile, + il suo pubblico incarco all'imperiere, + e poscia che sará di lá dal ponte, + in sulla Senna, come un Rodomonte. + + 16 + + Comincia Filinor pubblicamente + a narrar per la piazza le faccende. + Terigi è in sull'avviso, e colla gente + narra la sua risposta e si difende. + Ognun gli dá ragione apertamente, + e la bassezza del guascon riprende. + Tutto Parigi entrato era in questione, + e si dava al marchese la ragione. + + 17 + + Ne' pubblici discorsi la canzona + finiva in sulle spalle di Marfisa. + Se le metteva in capo una corona + di pazza, d'immodesta e d'altra guisa. + Si sa che, quando un popolo ragiona, + ha piú valor chi muove maggior risa, + né si guarda alla dama o alla plebea + ne' titoli, ne' detti o nell'idea. + + 18 + + Se avea Marfisa amica donna alcuna, + si potea dir che questa era Ermellina. + La moglie del danese era quell'una + che sola le poteva star vicina. + Era una dama fatta in buona luna, + che si piccava d'esser indovina, + sincera, perspicace e di coraggio, + atta a dar un consiglio molto saggio. + + 19 + + Sentendo il mormorio de' susurroni + e lo sparlar contro Marfisa amica, + aveva detto a parecchi:--Bricconi + e della caritá gente nimica!-- + Poi per andare a far le ammonizioni, + si fece portar via 'n una lettica, + e le stimate fece con le mani, + giunta a Marfisa, e disse:--Ho degli arcani. + + 20 + + Cara figliuola mia, tutto il paese + discorre che Terigi t'ha piantata. + Ma poco stimo il fatto del marchese: + piú mi trafigge l'altra intemerata; + ché mille lingue serpentine accese + t'hanno assai malmenata e screditata. + Si fanno sopra te discorsi orrendi, + come se fosti qualche... tu m'intendi. + + 21 + + Queste imprudenze, questi nascondigli, + il voler a tuo modo senza freno, + le lettere amorose, i tuoi puntigli + per certi Filinor sono un veleno; + e désti a sospettar sino a' conigli, + e a dir ch'è il tuon, dove appare il baleno. + Io ti difendo, ma una lingua sola + non può frenar d'un popolo la gola.-- + + 22 + + Rispose allor Marfisa:--A modo mio + la vorrò sempre; non son piú ragazza. + Perché ho mente e intelletto e spirto e brio, + dal volgo ignaro son creduta pazza; + ma se innocente sono appresso Dio, + non bado a' pregiudizi della piazza. + Terigi, i maldicenti e le lor voci + io tengo dove soffiansi le noci.-- + + 23 + + L'Ermellina soggiunse:--Adagio un poco, + cara sorella, non vi riscaldate. + Con questo furor vostro e troppo foco, + credendo farvi onor, vi rovinate. + Gesú, Giuseppe e la Madonna invoco, + e vi farò veder che v'ingannate, + e che il vostro cervello ha un po' di vizio, + credendo il mondo sempre in pregiudizio. + + 24 + + Sonvi tre leggi, e la divina è prima, + la seconda è del re che ci corregge, + forma il popol la terza in ogni clima; + benché non paia, ella è purtroppo legge. + L'ubbidir la divina e farne stima + fa, dopo morte, Dio pel ciel ci elegge; + chi la seconda offende, non fa bene, + perché ha morte, prigione ed altre pene. + + 25 + + Gli offensor della prima, al pentimento, + trovan misericordia ed han perdono. + Il re pietoso, ed anche oro ed argento, + fa cambiar la seconda nel suo trono. + Se il popol giudicato ha il portamento + di donna, d'uomo, o l'ingegno, non buono, + perdio! s'è santo ed ha cervel divino, + è un ladro, un traditor, un Truffaldino. + + 26 + + Le colpe innanzi a Dio non sono oscure, + il re co' suoi processi le fa chiare; + il mondo guarda, e fa sue conietture: + dritte o torte che sien, vuol giudicare. + E, verbigrazia, tu non vuoi misure + nel viver, nel parlar, nel praticare; + nel cor potresti anch'esser santa Rosa, + t'ha giudicata il mondo un'altra cosa. + + 27 + + E se viver pur déi del mondo in mezzo + con buona fama e con riputazione, + s'ei col giudizio t'ha posta nel lezzo + e sei del mondo in trista opinione, + dell'innocenza attenderai da sezzo + premio nel ciel, ma non fra le persone; + né t'appagar di qualche riverenza + d'adulazione o di concupiscenza. + + 28 + + Molto ben sa la legge nel suo core + la maritata, che le pose il mondo; + la sa la vedovella pel suo onore, + e la fanciulla la conosce a fondo: + ma la foia, il capriccio ed il furore, + la vanitá mena la mazza a tondo; + e maritate, vedove e donzelle + spezzan le leggi e fabbrican novelle. + + 29 + + Un «costume novel» detto è l'abuso. + Gli scrittoracci pieni di lussuria + co' lor riflessi aiutano il mal uso, ' + perché godon veder le donne in furia; + e i giovinastri lor dicon sul muso + ch'è sciocco pregiudizio il far penuria. + Ma il mondo in pieno a chi non ha cervello, + credi, Marfisa, dietro fa un libello. + + 30 + + Scommetterei, sorella, che se sposa + t'esibisci al guascon, ch'è tuo piacere, + la tua gioia, il tuo core, la tua rosa, + e che speri che t'ami di sapere; + ei rivolge il discorso ad altra cosa, + facendo il sordo o albanese messere, + ché quanto piú vizioso è l'uomo e franco, + men vuol Marfise per ispose al fianco. + + 31 + + Credi alfin che la donna in suo contegno, + che dello stato suo la legge osserva, + laudata vien dal degno e dall'indegno, + e general riputazion conserva. + Questo sciôr matrimoni a un picciol segno + e del proprio capriccio farsi serva, + il cambiar Filinori a fantasia + e il cagionar duelli, è una pazzia.-- + + 32 + + Dall'Ermellina in fuori, la bizzarra + un tal discorso non avria sofferto. + In sulla lingua avea la scimitarra; + pur disse cheta:--Io non credea per certo + che mi veniste innanzi con le carra + di riflession, ch'io dono al vostro merto. + Leggi o non leggi, universale o mondo, + io nulla intendo e nulla mi confondo. + + 33 + + Piú libera di me ne' portamenti + è la duchessa Fulvia de' Migliori, + e la reina Isotta fa portenti, + e la marchesa Ilaria co' signori. + --Allega delle matte piú di venti + in tua difesa, alfin poco t'onori + --disse Ermellina,--ch'anche i disperati + dicon:--Non sarem soli in fra i dannati.-- + + 34 + + Orsú, tu déi lasciar cotesta vita + e devi Filinoro abbandonare. + Pónti in contegno, ed a Terigi unita + voglio vederti e il filo rappiccare. + La giovinezza fugge, e quando è gita, + sai che non suole addietro ritornare. + Ti ridurrai vecchiaccia ricusata, + abborrita, ridicola e muffata.-- + + 35 + + Scrive Turpin che a questa volta sola + pianse Marfisa assai dirottamente. + Abbracciando Ermellina, la parola + non potea sciôr pel singhiozzar frequente. + Poi disse alfine:--Amica, la tua scola + non voglio disprezzar, sarò prudente; + ma dell'abbandonare il mio guascone + io non ho cor per tal risoluzione. + + 36 + + Caro colui! Quegli occhi, i capei biondi, + lo spirito elevato, l'eloquenza, + que' sospir caldi, i sguardi moribondi, + la franchezza, l'affabile presenza, + le erudizion che vaglion mille mondi, + quella non so qual nobile insolenza, + quel sprezzar snello e quella maggioranza + fanno che del cor mio non me n'avanza. + + 37 + + E' tiene un alfabeto regolato, + co' nomi e colle nascite a puntino, + d'ogni tenor, di qualunque castrato, + e d'ogni ballerina e ballerino, + e d'ogni cantatrice sa il casato, + l'abilitá, la vita e il vagheggino; + insomma un cavalier d'usanza nuova + piú pulito di lui non si ritrova. + + 38 + + Dio ti dica per me se delle mode + ei s'intende all'eccesso, e del buon gusto + e delle acconciature e delle code, + d'un abito, d'un drappo e d'un imbusto; + se in un teatro sa chi merta lode, + se d'un poeta sa decider giusto. + Di Marco e di Matteo nelle riforme + scopre il bel, vede il buono, è a me conforme. + + 39 + + Ponlo con un cattolico, è cristiano; + ponlo con un eretico, ei s'adatta; + con un pagano, e' par nato pagano; + con un giudeo, giudeo sembra di schiatta. + Accorda tutto, è universale e piano, + e veramente sa come si tratta; + coltiva tutti, con ognuno è amabile, + e infine è un uom moderno, inarrivabile. + + 40 + + Io non posso, Ermellina; ti prometto + che sono indiavolata per colui: + non lascerò giammai quel caro oggetto; + mai piú, Ermellina, d'uom sí cotta fui. + Se tu provassi il foco c'ho nel petto + per le bellezze, per i merti sui, + tu piangeresti e mi compatiresti, + e per compassion m'aiuteresti.-- + + 41 + + E qui Marfisa al collo d'Ermellina + piangeva e singhiozzava amaramente. + L'altra avea la corata tenerina, + e sapea ben che Amore era possente; + donde, commossa, scorda la dottrina, + comincia a lagrimar dirottamente, + e quando il singhiozzar le permettea: + --Convien lasciar... convien lasciar...--dicea. + + 42 + + Marfisa sempre va crescendo il pianto, + dicendo:--Io non lo posso, ché son morta.-- + Intenerisce l'altra, che altrettanto + apre a un ruscel di lagrime la porta. + Ma finalmente disse:--Vedo quanto + sei spolpata d'amore; ti conforta. + Io scopro che a guarirti le parole + son vane e che un miracolo ci vuole. + + 43 + + E però del caffé, del cioccolate + io vo' mandare a certe donne sante, + acciò con le preghiere infervorate + ti facciano scordar cotesto amante; + ed io per tre domeniche ordinate + farò la comunion santificante. + Tu alla sacra famiglia fa' orazione, + e t'uscirá dal cor questo guascone.-- + + 44 + + Marfisa alle sue massime rispose + pazzi detti del secolo d'allora, + che gli _Ottimismi_ e l'altre opre famose + le avean mandato il cerebro in malora. + L'altra le mani agli orecchi si pose + fuggendo, e credo ch'ella fugga ancora, + maledicendo l'ozio, gli scrittori, + il costume novello e i Filinori. + + 45 + + Quel di Guascogna intanto al torrione + di lá da Senna ogni dí passeggiava: + con lungo spaventevole spadone, + per far duello, il marchese aspettava. + Il marchese alla corte di Carlone, + a veder se l'incarco rinunziava, + manda ogni giorno; e pur lo trova saldo, + e lascia che passeggi nel suo caldo. + + 46 + + Poi di soperchiator gli dá la taccia + e lo predica vile e prepotente. + I paladini con scoperta faccia + condannan Filinoro apertamente. + A poco a poco fuggon la sua traccia; + dove son, non lo vogliono per niente; + come un codardo, un messo, un contadino, + non l'accettano piú nel lor casino. + + 47 + + Per sua maggior sventura il conte Gano, + suo direttore, a novant'anni giunto, + per il catarro è a letto, dalla mano + del medico sfidato, al duro punto, + né se gli può parlar, perché il piovano, + che con l'estrema unzion giá l'aveva unto + e gli accomanda l'anima, dicea + che andarlo a disturbar non si potea. + + 48 + + Berta piangente e mezza in sfinimento + dicea che certo ella gli andava dietro, + che si sentia nel cor presentimento, + che non potea soffrire il caso tetro; + e poi chiede al piovan se testamento + faceva il conte Gano, e di qual metro, + soggiungendo:--Piovano, io sono certa + che gli ricorderete la sua Berta.-- + + 49 + + Il piovan rispondea:--State pur cheta, + ch'egli ha disposto con somma prudenza. + Un'anima di Dio, né piú discreta, + non ho trovata in altra mia assistenza. + Gran confession da dottor, da profeta! + gran sottile, illibata coscienza! + Ma giá sapete in quanta divozione + faceva ogni otto dí la comunione.-- + + 50 + + Gano il suo testamento avea rogato, + e istituita una mansioneria + perpetua nel piovan che aveva a lato, + e in quello che in _pro tempore_ faria. + Per ogni messa ordinava un ducato; + e inoltre un funeral commesso avia + di quarantotto torcie di gran peso, + incerto pel piovan di zelo acceso. + + 51 + + Trecento preti aveva anche ordinati, + e a ciaschedun di tre libbre un torchietto, + duemila sacrifizi celebrati + lo stesso dí ch'entrava in cataletto. + Infiniti legati a preti, a frati. + Della disposizione il resto ometto, + ché basta il dir del testamento quanto + vi fa veder che Gano è morto santo. + + 52 + + Il Maganzese mille tradimenti + aveva fatti e usate sodomie, + mandate in chiasso e in preda a' malviventi + le stuprate donzelle e per le vie, + ed infamati avea mille innocenti, + e fatti usurpi e truffe e ruberie, + né verbo si leggea nel testamento + di rifar danni o di risarcimento. + + 53 + + Lo volle morto Dio di novant'anni + sul letto ed affogato dal catarro; + ed i sacri leviti in grand'affanni + la santitá di lui misero in carro. + Deh, lettor mio, non creder ch'io t'inganni; + Turpin lo scrisse, io quel ch'ei scrive narro: + che al seppellir di Gano un cieco nato + guarí, perché il suo corpo avea toccato. + + 54 + + Sappiam che Dio per sua misericordia + talora a' tristi lunga etá concede, + perché con lui si mettano in concordia + un giorno o l'altro, e questo abbiam per fede. + Ma lo star con Gesú sempre in discordia, + testando alfin come di Gan si vede, + prete Turpin può ben scriver miracoli, + non porrei Gano mai su' tabernacoli. + + 55 + + Morto Gano, il guascon divenne come + un uom storpiato a cui la gruccia è tolta. + Ognuno a modo suo gli cambia nome, + e in ridicol lo mette e non l'ascolta. + Un fulmine gli venne in sulle chiome, + ch'ogni fortuna sua gli ebbe sepolta, + perché una legge nuova è fuori uscita, + che i duelli bandia, pena la vita. + + 56 + + Contro la legge egli era sfidatore: + fu rilasciato l'ordin di pigliarlo. + S'avvide il furbo, e di Parigi fuore + fuggí né si poté piú ritrovarlo; + e fu bandito come traditore, + con taglia a chi potesse ghermigliarlo. + Marfisa, come il bando udí gridare, + voleva alla cittá foco appiccare. + + 57 + + Se mai le lingue a screditar la dama + s'erano per lo innanzi affaticate, + in cento doppi al bando ognun l'infama, + narra le storie vere e le sognate. + L'infelice Rugger per la sua fama + don Guottibuossi chiama a sé, l'abate. + Il prete ha stabilito poco innante + una risoluzion con Bradamante. + + 58 + + E disse:--Per tôr via peggior vergogna, + che potria far Marfisa al nome vostro + (ch'io so ch'ella è disposta e ch'ella agogna + fuggir di notte dietro al suo bel mostro), + far istanza a Turpino vi bisogna + che a ficcarla v'aiuti in qualche chiostro. + Dalla man vescovile ivi serrata, + crepi di rabbia, giovane o invecchiata.-- + + 59 + + Piacque il consiglio al buon Ruggero, e tosto + andossi all'arcivescovo Turpino. + E le preghiere e il desiderio esposto, + Turpin rispose:--Caro paladino, + io veggo a gran cimento tu m'hai posto: + conosco di Marfisa il cervellino, + e temo esporre a troppo grave rischio + le monachette con quel bavilischio.-- + + 60 + + Era Turpino un vecchierel scarnato, + con naso grande, adunco e pavonazzo, + ciglia avea grosse e collo sperticato, + come un Scipio African d'un tristo arazzo. + Piccoli ha gli occhi, il mento in su voltato: + nel ragionar faceva un gran rombazzo, + ché voce grossa aveva, ed i polmoni + robusti ancora a spinger paroloni. + + 61 + + Non avea grande acume, tuttavia + era un gran parlatore, era zelante. + Avea di scriver sempre fantasia, + ed ha gran fogli e calamai davante. + Con poca lingua e poca ortografia + scrivea la storia di Carlo regnante, + la qual fu poscia per tant'anni tema + a' gran poeti, or è del mio poema. + + 62 + + Seguendo con Ruggero il suo discorso, + con voce grossa e da gran zelo acceso, + disse:--Rugger, tu mi chiedi un soccorso, + che infinite persone hanno preteso; + né so come il costume sia trascorso + ad una corruzion di tanto peso. + Omai fratel né padre di famiglia + alla suora comanda od alla figlia. + + 63 + + Infin che in fresca etá ne' monasteri + si mettan le figliuole o le sorelle, + a questo condiscendo volentieri, + so che l'han care anche le monacelle. + Ma che voi, conti, duchi e cavalieri, + disperati per mille taccherelle, + vogliate ch'io le chiuda di trent'anni, + perdio! convien per forza ch'io m'affanni. + + 64 + + O tristo esempio certo o poca testa + inauditi disordini cagiona. + Un figliuol giuoca, quell'altro s'impesta, + l'altro prostituisce sua persona: + de' padri un si percuote, un si tempesta, + né in casa posson far correzion buona; + ma sturban contro a' figli dissoluti + la maestá del re, perché gli aiuti. + + 65 + + Per le fanciulle matte ogni momento + si chiede asilo a' vescovi nel chiostro. + Dove avete il cervello e il pensamento, + che non possiate comandar sul vostro? + Ma la vera ragion, per quel ch'io sento, + della rivoluzion del secol nostro, + è il costume novel, l'ozio, gli amori, + e la vita epicuria e gli scrittori. + + 66 + + I capi di famiglia e i padri omai + non possono por freno a' figli loro, + perché difetti han sulle chiappe assai, + e divenuto è vil castrone il toro. + Chi ha la coscienza lorda, guai! + poco poi vale a fare il Boccadoro + sopra le mogli e sopra le figliuole. + Ognun si ride, e poi fa ciò che vuole. + + 67 + + E passa il vizio per ereditade + di madre in figlia e di padre in figliuolo. + Invero io veggio cose per le strade, + ch'io tiro salti come un cavriolo, + perché a' miei giorni erano cose rade, + ne' piú rimoti nascondigli solo; + e vorrei divenire e cieco e sordo, + quando i nostri bei tempi mi ricordo. + + 68 + + Ben sai, Rugger, che storico son io + de' fatti del re Carlo e de' campioni. + Quand'io confronto i fatti vecchi e il mio + scriver novel, mi triemano gli arnioni. + L'imbroglio nel qual sono, lo sa Dio, + nel porre a libro le novelle azioni. + Il lusso, l'ozio ed il costume tristo + forman casi ridicoli, per Cristo! + + 69 + + Son ridotto a notar: «Nel tal millesimo + le donne si tagliâr corti i capelli. + Del tal la moda non volle il medesimo; + lunghetti e pengiglianti volle quelli. + Nel tal fatti in cignone sul battesimo. + Nel tale co' bonè, poi co' cappelli; + e i merli si cambiâro in «milionetti», + e fûro a mostra i tettaiuol de' petti. + + 70 + + Re Carlo fece una festa da ballo; + il duca Astolfo ebbe il piú bel vestito; + il miglior danzatore senza fallo + fu il marchese Olivieri a quell'invito. + Del tal anno correva il color giallo, + e del tale il cilestro fu gradito. + Il guernire a gallon divenne gramo: + fu moda lo scarlatto col ricamo. + + 71 + + Sessantadue paladini il tal anno + abbandonâr delle servite il fianco; + parte per gelosia, chi per inganno, + e chi perché il borsel gli venne manco. + Mille famiglie l'altro ebbero il danno, + pel lusso e pel puntare e pel far banco, + pel far de' scrocci e prendere ad usura, + di fallire e ridursi alla verdura». + + 72 + + Piú oltre non vo' dir della materia, + ch'oggi forma la storia del re nostro; + dico sol ch'è ridotta una miseria, + ch'io mi vergogno a consumar l'inchiostro. + Ma sopra tutto la faccenda seria, + cambiati paladini, è il fatto vostro, + e che in casa pel figlio e per la figlia + e per la suora non abbiate briglia.-- + + 73 + + Era Turpino rigonfiato e avria + quattr'ore ancora seguitato a dire. + Era stanco Rugger e disse:--Via, + o tu mi vuoi o non vuoi favorire. + Non so come ti venga bizzarria + di rimprocciare il nostro poco ardire, + l'obbligo che conviene e che ci tocca. + Ricúciti una spanna della bocca. + + 74 + + Ché non raffreni tu molti pretacci, + che son sotto la tua giurisdizione, + sfrenati, puttanier, peccatoracci, + che insidian le moglier delle persone, + zerbini, ignoranton? ché non gli spacci + con la censura e con la sospensione? + Ché Gesú Cristo è omai giunto alle mani + di peggior genti degli ebrei marrani.-- + + 75 + + Se Turpino avea naso pavonazzo, + a questa volta se gli fece nero. + Comincia i piedi a batter sullo spazzo, + e a gridar forte:--Oh, corpo di san Piero! + Oh! io fo bene assai, se non impazzo + per le parole che tu di', Ruggero. + Che non fec'io per porre i preti a freno + con duemila decreti o poco meno? + + 76 + + Minacce, sospension, che vaglion mai + in questo nostro secolo meschino? + Don Berto dice:--Grida, se tu sai, + ch'io sto in casa d'Astolfo paladino.-- + Don Martin dice:--Io bado bene assai; + son mignon di Baiona d'Angelino.-- + L'altro di Berlinghieri è creatura, + e delle correzion non ha paura. + + 77 + + Gli sospendo _a divinis_ o la messa: + dicon che loro era cosa molesta; + o spinto dal furor d'una contessa, + vien qualche duca a rompermi la testa; + e venti e trenta e cento ed una pressa, + mi strapazzano alfin con gran tempesta: + convien che il prete la sua messa dica, + s'io non vo' morir martire all'antica. + + 78 + + E tu sai ben, Rugger, che in casa tieni + don Guottibuossi, prete alla moderna; + e vita contro me vuoi pur che meni, + che serva dama e vada alla taverna; + né ti vergogni e improverar mi vieni! + Or ti castiga la bontá suprema.-- + Volea piú dir Turpin, ma quel di Risa + replica che l'aiuti per Marfisa. + + 79 + + E finalmente Turpin di buon core + l'ordine diede che Marfisa fosse + accettata in convento a certe suore, + e per farlo eseguir Rugger si mosse. + Sapea ben ch'eseguito con amore + non saria, donde un gelo avea per l'osse. + Come in questo la dama fosse còlta, + ho stabilito dirlo un'altra volta. + + +FINE DEL CANTO OTTAVO + + + + +CANTO NONO + + + ARGOMENTO. + + Di prete Guottibuossi un stratagema + caccia Marfisa in monastero; e in questo + tra le monache e quella, che non trema, + nasce un combattimento poco onesto. + A Terigi il decoro e l'util scema; + gli vien promosso un piato assai molesto. + Diconsi alcune cose de' scrittori, + poi del guascon ch'è di Parigi fuori. + + + 1 + + Io non saprei ben dir da che nascesse + la ragion de' rimproveri in que' tempi, + e perché l'ecclesiastico dicesse + con fondamento a que' del secol «empi», + e perché il secolare anch'egli avesse + ragion di taccia a' direttor de' tempi. + Non avea torto il vescovo Turpino, + e non l'aveva Rugger paladino. + + 2 + + Mancava la pietá ne' secolari, + in conseguenza l'util della Chiesa. + I preti, bisognosi di danari, + si davano alle truffe alla distesa + e a mille azioni indegne de' collari, + perch'ogni dí necessaria è la spesa. + Ne' secolar lo scandol s'aumentava, + e il pio tributo ognor si scarseggiava. + + 3 + + Donde cresceva sempre maggiormente + ne' religiosi l'arte e la magagna, + Il secol diveniva miscredente, + e sempre piú volgeva le calcagna. + Cosí il disordin reciprocamente + era omai divenuto una montagna. + Avea ragion Turpino alla questione, + e Rugger paladino avea ragione. + + 4 + + Mi converria saper fino _ab initio_ + chi fosse primo, il secolare o il prete, + a dar cagione al mal, cadendo in vizio, + per dar sentenza; e so che m'intendete. + Ma io non voglio far cotesto uffizio + di veder chi fu il primo nella rete, + perocch'ella saria parte odiosa. + Orsú, non farò mai cotesta cosa. + + 5 + + Rugger, don Guottibuossi e Bradamante + sopra tre scranne in una cameretta + consiglian come quella stravagante + si potesse cacciar nella celletta, + perché il farla pigliar da un arrogante, + da tre, da quattro, e farla annodar stretta + e portarla in convento, non va bene, + ché farebbe una scena delle scene. + + 6 + + Dicea Rugger:--Io mi sento che scoppio. + Che direm, Guottibuossi, e che faremo?-- + Bradamante dicea:--Diamle a ber oppio, + e addormentata via la porteremo.-- + Dicea don Guottibuossi:--Ho un pensier doppio; + lasciate ch'io il maturi, e parleremo. + Tutto ha rimedio fuor che il collo in pezzi.-- + Bradamante l'aiuta co' suoi vezzi. + + 7 + + Nota, lettor, che l'ordine Turpino + a Fiordiligi in scritto aveva dato + d'accettar la Marfisa al suo destino, + purché Rugger la porta abbia pagato. + Fiordiligi moglier d'un paladino + fu un tempo, ma Gradasso l'ha ammazzato + in Lipadusa a tradimento ed arte, + detto, come si legge, Brandimarte. + + 8 + + Morto il consorte, questa vedovella + avea fondato un certo monastero, + e aveva pianto per tre giorni in cella, + la tonaca vestendo e scotto nero, + col voto di lasciar la vita in quella. + Dopo tre giorni ebbe un altro pensiero, + ma non fu poi rimedio a cambiar vita; + donde viveva monaca pentita. + + 9 + + E perch'ell'era fresca e parlatora, + mille visite aveva ogni momento. + Grandi aderenze ha per Parigi e fuora, + per utile ed onor del suo convento. + Scrivea de' vigliettin quaranta all'ora; + protegge il concorrente e il malcontento; + raro era quel raggiro entro a Parigi + ignoto all'abadessa Fiordiligi; + + 10 + + ché quasi in tutto ella metteva mano. + Certi avoltoi pretini espiatori + tenea de' casi, e qualche altro cristiano + pratico de' secreti de' signori; + e comandava come un capitano, + quando voleva cariche o favori; + e quando un uom voleva rovinato, + ei fuggía per non essere impiccato. + + 11 + + Don Guottibuossi avea pensato molto, + e disse alfin:--Fiordiligi abadessa + potrebbe il tordo aver nel laccio còlto + senza tanti romori e tanta pressa, + se a scrivere un viglietto avesse tolto, + con certa menzognetta dentro messa; + cioè ch'ell'ha novelle del guascone + da darle occulte ed in confessione, + + 12 + + e che Marfisa nel convento aspetta + secretamente e in somma gelosia. + Data in nascosto questa polizzetta + a Marfisa, son certo, ella va via; + quand'ella è dentro poi, si chiude in fretta + l'uscio del chiostro con gran leggiadria. + Cosí, senza romori e forza al caso, + il topo è nella trappola rimaso. + + 13 + + Difficile è il ridur, come vedete, + Fiordiligi alle cose che ho pensate; + ma sono amico assai d'un certo prete, + il quale è confidente d'un abate; + questo comanda a un venditor di sete, + e questo a una puttana, e questa a un frate; + il frate poi della badessa è tutto: + donde farem maturo questo frutto.-- + + 14 + + Difatto il cappellan dal prete è gito; + il prete coll'abate fece motto; + l'abate col mercante ha stabilito + che si mettesse la puttana sotto; + e quella indusse il frate al suo partito. + È ver che ci fu in mezzo anche un borsotto; + ma non si sa se questo andasse in mano + alla puttana, al frate o al cappellano. + + 15 + + Basta che Fiordiligi fe' tenere + alla bizzarra il vigliettin che ho detto. + Marfisa n'ebbe un lago di piacere; + da' piè le corse il sangue all'intelletto; + e non aspetta altro messo o corriere, + ché del guascon ragionava il viglietto + e le dicea: «Venite tosto e sola, + ch'io v'ho a dir molto grata una parola». + + 16 + + Era il meriggio, era di maggio il mese, + il foglio a pranzo invitava la dama. + Sappi, lettor, se tu non se' francese, + che a Parigi non s'usa quella trama + di proibir, come in altro paese, + d'andar nel chiostro a visitar chi s'ama. + In qualche giorno questo vien permesso: + correa quel giorno libero l'ingresso. + + 17 + + Mette il zendal Marfisa in sulla testa, + facendo «bao bao» col suo ventaglio; + giugne al convento, e la campana presta + tira, e gran picchi fe' dare al battaglio. + La portinaia, suor Maria Modesta, + correva al bucherello in gran travaglio, + ch'una seconda scossa sí villana + potea gittare in pezzi la campana. + + 18 + + Vide Marfisa, e presto apre la porta, + ché avea precetto della superiora; + poi chiude l'uscio e le fa innanzi scorta, + e la conduce come traditora. + Marfisa va che il diavol ne la porta; + di saper del guascon non vede l'ora: + ben cinque porte dietro le son chiuse, + né cerca lo'mperché, né chiede scuse. + + 19 + + Cosí la quaglia maschio, dal quaglieri + e dalla quaglia femmina disposta, + seguendo il canto, cieca volentieri + entra sotto del bucine a sua posta. + Nessuno al suo viaggio andò leggeri + quanto Marfisa, che al laccio s'accosta; + la mente fitta aveva nel guascone, + entrando sotto al bucine in prigione. + + 20 + + In una stanza la badessa stava + con parecchie sorelle intornovia. + Marfisa la baciava e salutava, + e basso le diceva:--Andiamo via.-- + Fiordiligi in sul grave si rizzava, + e disse forte:--Sappi, figlia mia, + io deggio dirti questa cosa sola: + che fuor di qua non esce chi non vola.-- + + 21 + + Le sono intorno l'altre monacelle, + dicendole che avesse pazienza, + e s'inchinasse al cielo ed alle stelle + che l'avean sentenziata in penitenza. + Marfisa guarda queste e guarda quelle. + --Che penitenza?--disse--che sentenza?-- + E non potea rassettar nella mente, + che le avvenisse il caso impertinente. + + 22 + + Poi, vòlta alla badessa, riscaldata: + --Io venni per saper di quell'amica + --disse,--per quella lettera mandata, + che voi sapete senza ch'io vel dica.-- + Rispose la badessa sussiegata: + --Quello io vi scrissi per scansar fatica, + ma brievemente la storia sincera, + Marfisa, è che voi siete prigioniera.-- + + 23 + + Nessun può col cervello immaginare + biscia, serpente, tigre o lionessa, + che alla bizzarra possa somigliare, + all'ultimo parlar della badessa. + --Perdio, pelate--cominciò a gridare,-- + ch'io sarò a pezzi, a spicchi, a quarti messa; + se foste mille, non avrò paura: + non mi terrete dentro a queste mura.-- + + 24 + + E cominciava a correre alla porta. + La badessa gridava:--Suore, all'erta!-- + Le suore l'una l'altra si conforta; + corron perché la porta non sia aperta. + Spingon Marfisa a terra; ella è risorta, + e co' punzon le monache diserta, + lacera bende e scinge e strappa tonache. + Non so spiegar le strida delle monache. + + 25 + + Son corse le converse di cucina + e quelle che nell'orto stan zappando. + Col pastorale, come una gallina, + sta la badessa altera crocidando. + La vecchiarella vicaria, meschina, + con una sua reliquia sta segnando. + La sacristana un cingol ha di prete; + grida lontan:--Vi lego, o v'arrendete.-- + + 26 + + A Marfisa il zendale è gito a terra: + tre suore in quello sono incespicate. + Cadute, alla bizzarra fanno guerra + con graffi e morsi, alle gambe attaccate. + Marfisa un Cristo appeso al muro afferra + e loro dá di gran crocifissate. + Ma s'accrescevan sempre le milizie: + son giunte la maestra e le novizie. + + 27 + + E tredici fanciulle piccioline, + di quelle che s'appellano educande, + vedendo le lor zie nelle rovine, + facean piangendo uno strillar ben grande. + Marfisa, schiaffeggiando le vicine, + promette alle lontane le vivande, + ed era giunta alla seconda porta: + la badessa di stizza è mezza morta. + + 28 + + E grida:--Su! pigliatela, da parte + del padre del nostr'ordine, Agostino. + Maledetti i comandi che comparte + quel rantacoso vescovo Turpino!-- + Si difende Marfisa piú che Marte, + e giá il terz'uscio avea quasi vicino; + ma la rabbia e il calor della contesa + fe' che un effetto isterico l'ha presa. + + 29 + + Caduta per gli effetti matricali, + comincia a fare il solito lavoro + di stringer denti e scorci corporali, + e d'altre cose contro al suo decoro. + Le suore erano avvezze a questi mali; + spesso cadeva in quelli una di loro. + Ringraziando di ciò Dio benedetto, + portarono la dama in sur un letto. + + 30 + + Tre ore a trattenerla ebbon faccenda, + perché le poppe non si lacerasse. + So dir che tutte avean molle la benda + di sudor, spezialmente quelle grasse. + Alfin riscossa convien che s'arrenda + Marfisa, c'ha le membra troppo lasse. + Le monacelle stanche, stizzosette, + intuonaron di molte predichette. + + 31 + + Vanno rimproverandole la vita, + gli amori e il mal costume, che seguia; + dicendo che dal secolo tradita + era, perocché il secolo tradia. + Marfisa non può muovere le dita, + ma la lingua robusta in bocca avia; + e poich'ebbe sofferta alcuna cosa, + si volse e disse irata e furiosa: + + 32 + + --Non mi seccate piú, stolide, sciocche, + con tali vostre scempie dicerie. + Altro ci vuol che queste filastrocche, + a convincer di torto le par mie. + Se poteste parlar con quelle bocche + che avete in core, disperate arpie, + del secol parlereste d'altra norma, + e della sua materia e della forma. + + 33 + + So che date nel cor maledizioni + divote a chi vi chiuse, a tutte l'ore; + e quando recitate le orazioni, + la peste a Dio chiedete al genitore; + e con gli amori e con le tentazioni + disperar spesso fate il confessore; + e quando una vi parla del marito, + non vorreste il discorso mai finito. + + 34 + + Come la volpe le ciregie sprezza + che sono in cima troppo e non le arriva, + voi, che siete legate alla cavezza, + sprezzate il secol che di sé vi priva. + Per invidia, con voi nella sciocchezza + tirar vorreste ogni donna che viva, + e per ridurvi in copia senza fine + dove disperazion vi manda alfine.-- + + 35 + + Era quivi in disparte certa suora, + che al romore, alle cose, al parapiglia, + non s'era mai degnata d'uscir fuora, + come chi saviamente si consiglia. + D'una bellezza è tal, che, se in un'ora + la descrivessi, farei maraviglia: + bianca, ben fatta, giovine, d'un viso, + d'un occhio, d'un guardar di paradiso. + + 36 + + Se le scolpiva in faccia dell'interno + la contentezza, la quiete vera; + al piú cocente state, al peggior verno, + godea quella forte alma primavera. + Conoscea veramente che l'eterno + Bene desiderabile, e solo, era. + Raccolta mai per monaca richiesta + non avea detto il ver siccome a questa. + + 37 + + Al ragionar furente di Marfisa, + bizzarro ed empio e scandaloso e forte, + disse all'altre sorelle in questa guisa + e alla badessa, c'ha le luci torte: + --Suore, scorgete mai ch'ella è divisa + dal pensar dritto? usciamo delle porte, + e lasciatela in pace, ché i rimbrotti + fan mal peggiore ne' cervei corrotti. + + 38 + + Queste parole, ch'ella ha dette, sono + de' libri suoi moderni, che l'han guasta; + insegnamenti che le han dati in dono + gli spirti forti di novella pasta. + Ugualmente a' conventi è il secol buono, + ma la rete oggi in quello è troppo vasta. + La rabbia, ch'ella or prova, e la vergogna + son frutti del suo secolo carogna. + + 39 + + Tutte dinanzi al Crocifisso nostro + andiamo ad intuonare il _Miserere_, + perché la sventurata questo chiostro + soffra con pace, e a noi la lasci avere.-- + Marfisa ha nero il cor piú che l'inchiostro: + la rabbia l'avea priva del vedere. + Le monachette dietro a quella santa + andâro a salmeggiar dove si canta. + + 40 + + Questa giovine bella, e raro esempio + nel secolo d'allora pestilente, + piú satirette addosso di qualch'empio + aveva e biasmi, se Turpin non mente. + Diceasi ch'ella avea un cervel scempio, + la macchina insensata interamente; + che, non sentendo stimol di natura, + nulla valea la sua santa bravura. + + 41 + + Una postilla in certo testo a penna + trovo: che di Parigi ella non era, + ma da Vinegia giunta in sulla Senna, + e volontaria fatta prigioniera. + La storia d'essa un'altra cosa accenna, + cioè che con pretesti una gran schiera + d'abatin, per vederla, ogni momento + crollava la campana del convento. + + 42 + + E questo degli abati sará vero; + ma ch'ella fosse veneziana nata + non posso rassettarlo nel pensiero, + poich'ella avea la macchina insensata. + In quel clima non nasce di leggero + scempi cervelli o carne raffreddata; + donde penso: o Turpino il falso scriva; + o ella non fu veneta, o fu viva. + + 43 + + Per ripigliare il filo della storia, + non è da dimandar se i parigini + san di Marfisa il caso alla memoria, + o se lo narran per i botteghini; + ma perché, quando s'è suonato a gloria, + cambiasi il suon ne' vespri e mattutini, + comincia a far compassion Marfisa, + e fannosi discorsi d'altra guisa. + + 44 + + Sul marchese Terigi poco a poco + tutte le lingue volsero il furore. + --Che gran soggetto da far tanto foco + --diceasi--pel decoro e per l'onore! + Si sa che l'avol suo faceva il cuoco; + suo padre di Martan fu servitore, + e ch'egli fu d'Orlando lo scudiere, + e non è uscito ancor di gabelliere. + + 45 + + Finalmente Marfisa era una dama, + che cominciava a far la sua famiglia. + Amori o non amor, fama o non fama; + che gran soggetto! che gran maraviglia! + Gran novitá, la moglie che cento ama + fuor che il marito, da inarcar le ciglia! + Terigi la fenice esser dovea, + ch'una consorte tutta sua volea.-- + + 46 + + Come l'olio, facevano i parlari, + che sopra d'un mantello sia caduto; + s'egli è una stilla, non istá poi guari + che si dilata e una spanna è cresciuto. + Con tutti i suoi poderi e i suoi danari, + odioso è Terigi divenuto: + dall'odio nasce la persecuzione; + se dice il _Credo_, non ha piú ragione. + + 47 + + La famiglia di Risa e gli aderenti, + quella di Chiaramonte e di Mongrana, + che aveano innumerabili parenti, + suonan sopra al marchese una campana, + che lo faceva digrignar i denti, + arrabbiar, dormir poco e aver mattana; + e sopra tutti gridava Rinaldo: + --Io vo' ridotto al verde quel ribaldo!-- + + 48 + + E co' suoi contrabbandi a Montalbano + manda in rovine le gabelle sue; + introduce ogni merce da lontano, + tal che son rinvilite il sei per due. + Terigi se ne appella a Carlo Mano, + e finalmente rimaneva un bue, + ché nulla si faceva, e in conseguenza + l'util n'andava in somma decadenza. + + 49 + + Aggiungi che quattordici villani + con autentiche carte hanno provato + che discendean da' suoi cugin germani, + i quai comune aveano avuto stato + col padre suo, senza far con le mani + o con la penna parte od accordato, + e ch'ei non s'era emancipato mai; + dond'essi avean pretensioni assai. + + 50 + + Quattordici porzion nel patrimonio + voleano di Terigi i villanzoni, + ed hanno un avvocato, ch'è dimonio + e molto ben contesta le ragioni. + Terigi s'accomanda a sant'Antonio + per assistenza e carte e testimoni; + ed ogni volta ch'uno all'uscio picchia, + teme una citazione e si rannicchia. + + 51 + + Don Gualtier cappellan lo confortava, + e dice:--Io me ne intendo di litigi. + Infin ch'io vivo--e il petto si toccava, + non temete avvocati di Parigi. + Io penetro nel centro della fava, + so del merto e dell'ordine i vestigi. + Lasciate che gambettino i forensi; + le vostre facoltá son ben castrensi. + + 52 + + In _virga ferrea_ ci difenderemo; + ma convien spesso tener buon consiglio, + perch'ogni picciol passo, che faremo, + causar può, s'egli è falso, del scompiglio.-- + Il marchese dicea:--Va ben; ma temo + questo andar allo scrigno, caro figlio, + e questo far consulti ogni momento + faccia che alfin la lite sia di vento.-- + + 53 + + Prete Gualtieri andava nelle furie + quando sentiva questa economia, + gridando:--Eh! ci vuol altro, nelle curie, + che idee meschine e che spilorceria.-- + E poi Terigi carica d'ingiurie: + minaccial di lasciarlo e d'andar via, + dicendo:--Trovate altri direttori, + che sperimenterete traditori.-- + + 54 + + Il marchese, che al fòro era ignorante, + avea nel prete ogni speme, ogni fede. + Gli avria baciato peggio che le piante, + quando ch'ei voglia abbandonarlo crede; + e gli dicea:--Non esser sí arrogante. + Gesú Maria! don Gualtier, giá si vede + ch'io non so quel che fo né quel che dico. + Pregato, il prete gli tornava amico. + + 55 + + Cosí traendo il sangue al meschinello, + ragion non gli rendeva mai del speso, + dicendo:--Anzi n'aggiunse il mio borsello, + siccome un giorno il conto v'avrò reso.-- + Terigi era per perdere il cervello; + spesso da sé ragiona e sta sospeso. + I drappi gli eran larghi tutti quanti, + vuote aveva le guance e pengiglianti. + + 56 + + Pel matrimonio, ch'era andato a monte, + il Gratta, stampator delle raccolte, + chiedeva il prezzo, e sudava la fronte + a lagnarsi col prete molte volte. + Diceva il prete:--E' convien che tu smonte, + perché le nozze sono andate sciolte. + Vendi i tuoi libri a peso o in su' banchetti: + vuoi tu che noi turiam d'essi fiaschetti?-- + + 57 + + Marco poeta s'era consumato + a far canzoni e la dedicatoria, + e il regalo promesso gli è negato, + donde pareva fuor della memoria. + --Corpo di Bacco!--giura in ogni lato-- + del primo mio romanzo nella storia + vo' metter la persona del marchese + in vista da far ridere il paese. + + 58 + + E don Gualtier nel mio romanzo voglio + che sia preso da birri in una piazza, + posto in berlina, al petto con un foglio + che dica: «Stuprator d'una ragazza»; + ché ad ogni modo ha riscosso e fa imbroglio, + ed ha condotto un mio pari alla mazza. + Nel mio romanzo la berlina è poco: + vo' rallegrarmi a condannarlo al foco.-- + + 59 + + In questo tempo Marco aveva fatte, + per sbalordire gl'inesperti putti, + alcune pistolone in versi, matte, + e le appellò: _Filosofia per tutti_, + ripiene di sentenze molto stratte, + che punto non recavano costrutti, + peroch'elle diceano e disdicevano + senza sistema e poco s'intendevano. + + 60 + + Hai tu veduto maschera a Venezia, + vestita da corrier con la scuriada + di nerboforte, a far quella facezia + d'un quarto d'ora lunga in sulla strada, + che mena il braccio e scoppia; e quell'inezia, + per quanto dura, il popol tiene a bada, + e poi molto erudito il manda via, + siccome Marco di filosofia? + + 61 + + Per non lasciar Matteo dimenticato, + egli avea dato fuori un manifesto, + che chiedea mezzo scudo anticipato + per tomo all'opre sue che stampa presto. + E fien cinquantun tomo, ognun fregiato + di rami e bella carta, e dá del resto: + «Tutte le miscellanee poesie + saran--dicea--con le commedie mie. + + 62 + + È vero--soggiugnea--che replicate + de' miei divini scritti l'edizioni + poco men che il _Bertoldo_ sono state, + siccome sanno i miei cari padroni; + ma son poi tanto rare e ricercate, + che in bella carta e buone correzioni + e con figure in rame, indispensabili + son per le biblioteche memorabili». + + 63 + + Un'altra parte il manifesto avia + che sembrava un'idea del Masgumieri; + cioè che a chi volesse piegieria + far per dieci assoziati a' tomi interi, + sarieno dati i tomi in cortesia + per la benemerenza e volentieri. + Il Masgumier cosí dispensa a macco + sopra il balsamo greco il taccomacco. + + 64 + + Un altro scrittorel di simil forma, + il qual delle _Stagion_ facea poemi, + di cui Dodon avea riso _pro forma_ + de' suoi cattivi versi e de' proemi, + aveva detto che non prende norma + dai scritti di Dodon né da' sistemi; + ché non tersa scrittura ne' bei detti, + ma che vuol esser succo ne' libretti. + + 65 + + Dodon rideva sgangheratamente, + ché non ha frega d'essere imitato, + e gli diceva:--Dimmi solamente + se a rider de' tuoi scritti sia peccato. + Io trovo il tuo libretto un accidente + di tristi versi e rubacchiar pisciato, + e non ci vedo il succo che tu narri. + Lascia che rida e le mascelle sbarri. + + 66 + + L'ironico ricordo che mi dái, + ch'io logri inchiostro in util delle genti, + l'ho posto in uso prima, come sai, + buffoneggiando i libri puzzolenti. + Il criticarti non l'ho fatto mai; + in ciò pianti carota agl'innocenti: + ma dico che le tue _Stagioni_ in canti + forman l'anno peggior di tutti quanti. + + 67 + + Tu di' che vuoi di fatti e non parole + sieno i tuoi libri; in questo sarai solo. + Dunque un tuo libro battezzar si vuole + di fabbro una bottega o legnaiuolo. + Deh! canta autunni e tempi e luna e sole, + e crediti a tua posta un usignuolo; + dedica, imprimi, a tuo modo ti regola; + ma tu mi par stizzita una pettegola.-- + + 68 + + Gl'impostori scrittor d'allora in caldo + appiccorno question co' buon scrittori. + Sino a quel giorno avea detto ribaldo + Marco a Matteo che s'eran traditori: + ma come vidon non istar piú saldo + chi sa distinguer ben dal sterco i fiori, + furono amici allor Marco e Matteo, + e i partigian cantarono il _Tedeo_. + + 69 + + Scrivea Marco in que' tempi la gazzetta: + il pubblico avvertí dell'alleanza + con uno stil da corno e da trombetta, + come se il caso fosse d'importanza. + Dicea: «Io sono Augusto--a chi l'ha letta;-- + Matteo di Marc'Antonio ha simiglianza: + chi non ci loda è un vil Lepido indegno, + e proverá ben presto il nostro sdegno». + + 70 + + Se rideva Dodon, Dio ve lo dica, + di queste matte forme e braverie, + e va dicendo alla sua schiera amica: + --Quell'alleanza, care anime mie, + ci toglie occasione di fatica + a provar che i lor scritti son follie.-- + Il popolo diviso in due fazioni + dava riputazioni a' bighelloni. + + 71 + + Perocché riscaldato e in gran puntiglio, + chi Marco e chi Matteo per sostenere, + vivo tenea il discorso e lo scompiglio, + ed aperto il borsello per vedere + e per poter gridar:--Mi maraviglio.-- + Marco a Matteo può baciare il brachiere, + o ver Matteo lo può baciare a Marco, + facendo chi il Caton, chi l'Aristarco. + + 72 + + Or che tra loro è fatta convenzione, + e di vivere amici han stabilito, + il popol non fará piú contenzione, + e sará a poco a poco intiepidito; + poi ridurrassi a dugento persone, + a cento, indi a cinquanta il lor partito. + Lasciamo che s'adoperi natura, + ché finalmente il ver non ha paura. + + 73 + + Dodone incominciava a lusingarsi + che i scrittoracci avesser decadenza; + ma il mal, che aveano fatto, a ripurgarsi + non bastava una quarta discendenza. + Or del guascon bisogna ricordarsi, + ch'era fuggito e in bando per sentenza, + e va maledicendo il suo duello; + ond'io ripiglio traccia dietro a quello. + + 74 + + Quel dí che fu ordinata la cattura + e ch'ei la seppe (e n'andava la testa), + tanta fretta gli mise la paura, + che smemorato in man prese una cesta, + come colui che non ha piú misura, + e fuggí di Parigi in man con questa. + Fece due leghe di cammino a piede, + e ancora della cesta non s'avvede. + + 75 + + Rassicurato alquanto, finalmente + s'avvide e disse presto:--Ho fatto male. + Io potea ben provedermi altramente; + perdio! che reco un degno capitale!-- + Cento zecchini avea per accidente, + avanzo d'una paga mensuale, + e bel vestito e ricco farsettino: + getta la cesta e segue il suo cammino. + + 76 + + Le fole che inventava per la via + per alloggiare a macco da' villani, + perocché de' signor paura avia + se non si vede in paesi lontani, + io non le potrei dire in vita mia. + Racconta circostanze e casi strani, + tanto che da' piú agiati, oltre a' mangiari, + per accrescer la borsa ebbe danari. + + 77 + + Un dí ch'era vicino a uscir del regno, + ma in brama di tre giorni di riposo, + da certi frati l'ebbe con ingegno: + tenne dell'empio il fatto e del vezzoso. + Ma perch'io sono giunto a certo segno + che può l'ascoltator far curioso, + la storia all'altro canto vi fia nota + del piantare a que' frati la carota. + + +FINE DEL CANTO NONO + + + + +CANTO DECIMO + + + ARGOMENTO. + + Con una burla, a macco il guascon empio + vive da certi frati. Dal convento + fuggon Marfisa e Ipalca, coll'esempio + d'una filosofessa a lor talento. + Ruggero a Malagigi, per far scempio, + chiede ove sia la suora, ma giá spento + è di mago il mestiere. I paladini + dietro a Marfisa van fuor de' confini. + + + 1 + + Uom non v'è piú vil d'un malfattore, + ch'abbia la coscienza maculata, + e benché mostri gran core e furore, + egli ha sempre paura in sen celata. + Sin ch'ei può sopraffare, egli è il terrore; + ma quando alcun la faccia gli ha voltata, + la coda, ch'era tesa, va tra gambe, + e non è piú delle persone strambe. + + 2 + + A chi de' far co' tristi, in coscienza + non saprei ricordar filosofia; + perché, mostrando flemma e indifferenza, + la battezzan color poltroneria; + e tanto cresce arroganza e insolenza, + che van dannati per la cortesia, + donde un randello a tempo veramente + avanza ogni filosofo eccellente. + + 3 + + Di questi peccatori il gran flagello + ed il ribrezzo e la disperazione + esser sogliono i birri col bargello. + Quando girar gli vedono un cantone, + par loro avere in sul capo il mantello, + hanno la mente in gran confusione + e, come Filinor, con una cesta + fuggirien, ché non hanno piú la testa. + + 4 + + Giunto il guascone un giorno a una callaia, + vide poco da lunge un romitoro, + non di graticci o canne o d'altra baia, + come scrivean gli antichi di pel soro; + ma come, verbigrazia, quel di Praia, + con giardin sotto e terre di lavoro, + dove i romiti in pingue santimonia + vivean, come Turpin ci testimonia. + + 5 + + Messer l'abate in quel colto diserto + aveva fama d'esser un uom santo. + Santo o non santo ei fosse, questo è certo + che non avea mai posa tanto o quanto; + perocché ricorreano al suo gran merto + spesso infermi ed inferme in doglia e in pianto, + spiritate, gelose e disperate + a farsi benedir da quell'abate. + + 6 + + L'empio guascon pensò come potesse + viver parecchi giorni a bertolotto. + Come alla paperina e ben si stesse + entro a quel romitorio, era giá dotto. + Parecchie erbette, ch'eran quivi spesse, + con fior giallastri va cogliendo il ghiotto, + e fregandole al viso ed alle mani, + divenne come un uom di que' mal sani. + + 7 + + Pareva impolminato e stanco e fiacco. + A suo bell'agio al romitorio arranca, + laddove giunto, ansando come un bracco, + si metteva a seder sopra un panca, + dicendo ad un romito:--Oh Dio! son stracco; + io sento il respirar proprio mi manca: + da Parigi qui vengo a piè per voto + l'abate santo a ritrovar divoto. + + 8 + + Io sono un cavalier de' principali, + e vi prego a chiamar l'abate vostro. + Il romitello mise tosto l'ali, + narrando questa cosa per lo chiostro. + Lasciâr molti romiti i breviali + pel forestier splendente d'oro e d'ostro. + Se vi ricorda, al suo fuggire, ho detto + che avea ricco vestito e bel farsetto. + + 9 + + Venne l'abate in mezzo a venti frati, + vide il guascone con le guance gialle, + che tenea gli occhi travolti e incantati, + e una gota sur una delle spalle. + I romiti dicean:--Fra gli ammalati, + che giunti sono in quest'erema valle, + noi non vedemmo un uom di peggior cera; + egli è peccato un sí bel giovin pèra.-- + + 10 + + L'abate chiese a Filinor chi fosse + e da sua povertá che desiasse. + Filinoro un pochetto si riscosse, + e parve a ragionar che si sforzasse. + --Padre--diss'egli,--divozion mi mosse, + perché l'altre speranze omai son casse. + Io sono unico figlio d'un signore, + che in me piange sua stirpe che si more. + + 11 + + Son di Parigi, e quattr'anni saranno + che m'ha assalito una febbretta lenta. + I medici hanno fatto ciò che sanno; + a questa malattia n'ebbi ben trenta. + Emetici e purganti provati hanno: + parea talor la febbre fosse spenta; + ma in capo un mese l'ugna pavonazza, + ecco il ribrezzo e la febbretta in piazza. + + 12 + + Chi dicea mesenterica ella sia, + chi del fegato figlia o tabe interna. + Il mio ventre era fatto spezieria + e d'acque amare e dolci una cisterna. + Si dice che la febbre è andata via, + ma m'è rimasta inappetenza eterna; + io sudo, io tremo, io svengo, intirizzisco + del cibo all'apparir, sí l'abborrisco. + + 13 + + Con sforzi e nausea ed avversione orrenda, + qualche brodo succiai con tuorli d'uova. + Lo stomaco non vuol pranzo o merenda + o brodi o panatelle: nulla giova. + Tosto una convulsion par che mi prenda; + ristoro nello stomaco non cova; + vomito tutto, insino a sangue vivo, + pe' crudi sforzi, e resto semivivo. + + 14 + + Sei mesi son che portentosamente + per qualche stilla d'acqua sono in vita. + I dottor non mi fanno piú niente, + e dicon sol, per me ch'ella è fornita. + Sentendo a dir per fama dalla gente, + la vostra santitá, padre, infinita, + a piedi e senza servi, in divozione, + ricorsi a voi per la benedizione. + + 15 + + Non so come per via non sono morto + in questo lungo mio pellegrinaggio. + Ben cento volte caddi a collo torto; + poi sursi ancor, facendomi coraggio. + Ma finalmente sono giunto in porto, + e mi par di sentir qualche messaggio + che dica:--Al segno dell'abate pio + l'inappetenza tua n'andrá con Dio.-- + + 16 + + S'io risano, prometto in questo chiostro + far aggiunte di fabbriche e un altare.-- + Disse l'abate:--Voglia il Signor nostro + che il segno in nome suo possa giovare. + Direte, figlio, basso un paternostro, + fede ci vuol le grucce per lasciare.-- + Recata al frate fu la stola tosto: + l'empio guascone in ginocchion s'è posto. + + 17 + + Comincia i crocioni e le parole + l'abate pio, che gli occhi stralunava. + L'indegno di veder luce di sole + con le sue nocca il petto si picchiava. + Finí l'uffizio, quando finir suole. + L'abate all'amalato dimandava + com'egli stesse e come si sentisse. + L'empio teneva in lui le luci fisse, + + 18 + + dicendo:--Padre abate, a dirvi il vero, + nello stomaco sento un pizzicore, + che, manicando un bocconcello, spero + sí facilmente nol trarrei piú fuore. + --Presto--disse l'abate a frate Piero, + ch'era ivi cuoco e si faceva onore,-- + reca qualche sostanza al cavaliere.-- + Frate Piero va via come un levriere + + 19 + + e reca una minestra in un piattello. + Filinor la trangugia in un baleno. + --Sentite moto a tramandare?--a quello + dice l'abate, di pietá ripieno. + Rispose Filinor:--Mi sento snello, + e fame ancora;--e si toccava il seno. + Dice l'abate al cuoco:--Hai qualche piatto? + --E' c'è un cappon--rispose--tanto fatto. + + 20 + + --Reca il cappon.--Filinor lo mangiava + come un morsel, che non si torce un pelo. + L'abate, i frati, il cuoco, ognun gridava: + --Miracolo, miracolo del cielo!-- + A bocca piena il guascon replicava: + --Aiuta Dio chi crede nel vangelo; + questo è un miracol di natura fuora: + abate santo, ho della fame ancora.-- + + 21 + + Frate Piero, correndo, una pernice + reca in un tondo: Filinor la succia. + --Miracolo, miracolo!--ognun dice. + L'empio guascon col carcame si cruccia, + e chiede bere, e il cielo benedice. + Il cantiniere alla sua cella smuccia, + e spilla un vin da far andare un morto, + né certo Filinor gli fece torto. + + 22 + + Non si può dir de' frati l'allegrezza + per il miracol nato ad evidenza. + Quel sacconaccio di scelleratezza + tutto asseconda con somma avvertenza; + e quando mostra d'essere in tristezza, + e di sentirsi ancora inappetenza, + donde rinnova il frate i crocioni, + pel guasto universal de' suoi capponi. + + 23 + + Quindici giorni è stato il traditore + da que' romiti, e sempre ha miglior cera, + perché, lavando il viso, quel giallore + ad arte fatto alfin sparito s'era. + --Certo--dicea,--giugnendo al genitore, + vo' spedirvi un miracolo di cera, + e vo' aggiungere un'ala al romitoro, + ed un altar da spendere un tesoro.-- + + 24 + + Ogni dí con l'abate disegnando + va una fabbrica nuova nel sabbione, + e va crescendo idee di quando in quando: + --Io vo' l'altar--dicea--di paragone.-- + L'abate rispondeva:--Io non comando: + seguite pur la vostra ispirazione.-- + E la cucina ogni giorno crescea, + sicché del fabbricar cresce l'idea. + + 25 + + Da molti testimon giurati il caso + fecion deporre i frati, onde n'andasse + girando a stampa dall'orto all'occaso, + acciò al convento la pietá abbondasse. + Un testimon non era persuaso, + ma pur convenne alfine ch'ei giurasse, + perché il prior zelante al Sant'uffizio + gli minacciava accuse e precipizio. + + 26 + + Qui ristorato dal pellegrinaggio + e ben disposto e in gamba, il traffurello + cominciava a dispor di far viaggio, + perché temeva sempre del bargello. + L'abate vuol che pel cammin selvaggio + dieci villani armati abbia con ello. + Disse il guascone:--Un laico mi darete + e qualche cavallaccio, se l'avete. + + 27 + + Io non vo' certamente altri compagni: + Dio m'ha condotto, Dio mi riconduca.-- + L'abate aveva un suo destrier de' magni, + che saria stato un bel presente a un duca. + Non era tempo a pensare a' sparagni: + bardato fe' che il bel corsier s'adduca. + Mille baci il guascone appicca ai frati: + sale a caval con gli occhi imbambolati. + + 28 + + L'abate i crocioni rinnovella, + dicendo:--Andate in nome del Signore!-- + Rispose Filinoro:--Ho il corpo in sella, + ma nelle vostre man rimane il core.-- + Un laico un suo ronzin con la bardella + rassetta, in fin che gli altri fan l'amore. + Filinor sprona, e a lanci via n'andava; + il laico d'un trotton lo seguitava. + + 29 + + Lasciamgli andar, ché poi li troveremo. + Io so che nel pensier Marfisa avrete, + e come giunta ell'era al caso estremo + nel monastero vi ricorderete. + Parve per qualche dí d'un cervel scemo. + Guardava il cibo e dicea:--Non ho sete;-- + guardava il vino e dicea:--Non ho fame;-- + donde ridean le monacelle dame. + + 30 + + Ma la calamitá raffinamento + d'indomiti cervelli anch'esser suole. + La bizzarra tra sé pensava drento + che il gridar e il far forza erano fole. + --Io fingerò--diceva--cambiamento + e nausea per il mondo, con parole; + ben verrá il giorno della mia vendetta: + il savio tempo e luogo e punto aspetta.-- + + 31 + + Comincia santimonia a poco a poco, + e lasciarsi trovare alla sprovvista + con un breviario in man, piena di foco, + rivolta verso il cielo con la vista. + Le semplicette monache, a quel giuoco. + l'un'all'altra dicea:--La s'è ravvista. + Grazie all'immagin di Gesú bambino + e al padre fondator nostro Agostino!-- + + 32 + + Marfisa scherza con le monacelle, + e mangia e beve, e non è piú ritrosa, + e alla badessa un giorno in mezzo a quelle + diceva, in faccia tutta vergognosa: + --Vi prego, madre, le mie maccatelle + dimenticate e siatemi pietosa. + Vorrei che il mondo tutto si scordasse + e che di me nessun piú ragionasse. + + 33 + + So ben che il caso de' parervi strano, + che Marfisa sí tosto sia cambiata; + ma che non può di Dio Signor la mano? + Io mi sento del mondo stomacata. + Per grazia, certo e poter sovrumano + non odio piú il fratel né la cognata, + e non vo' piú saper del secol nulla. + Mi sembra esser uscita oggi di culla.-- + + 34 + + Non le dá la badessa molta fede: + pur la conforta e loda, e fa buon viso. + Dell'altre monachette ognuna crede, + e lievan occhi e mani al paradiso. + Marfisa a dir l'uffizio ognor si vede, + e un giorno fu trovata all'improvviso + con un flagello, mezzo ignuda, ardente, + che si battea le spalle leggermente. + + 35 + + Non v'è piú alcun che per santa non l'abbia. + Al parlatorio andava qualche volta, + ed affogando nei polmon la rabbia, + ragiona a Bradamante e umil l'ascolta. + Pur ruminando, come uscir di gabbia + potesse, andava, e in sé sta ben raccolta; + ma le porte eran chiuse in diligenza, + perocché la badessa avea temenza. + + 36 + + Ipalca damigella andava spesso + a visitarla, e Marfisa con quella + diceva:--Ipalca, a te tutto confesso: + sappi ch'io sono un satanasso in cella. + Se tu non mi soccorri, un gran successo + udirai presto, una strana novella: + son giá determinata nel pensiero, + perdio! che appicco il foco al monastero.-- + + 37 + + Ipalca rispondea:--Gesú e Maria! + non fate questo per l'amor di Dio;-- + e poiché aveva pianto, suggeria + qualche ripiego stolido e stantio. + Correa pel monastero una pazzia: + che si tenean per moral lavorío. + l'opre e i romanzi del poeta Marco, + ed ogni tavolin n'era giá carco. + + 38 + + Marfisa va leggendo que' volumi, + ch'erano stati sempre suoi diletti, + e cerca ritrovar nei lor costumi + una fuga che in capo se le assetti. + _La bella pellegrina_ le die' lumi + circa al fuggir da' chiostri benedetti, + la qual avea trovato una ragazza, + che l'era uguale e fe' bella la piazza. + + 39 + + Molt'altre fughe aveva ritrovate + in que' romanzi di Marco scrittore. + Donne che s'eran da' balcon gettate, + d'altezze che a narrarle fan terrore; + altre ne' fiumi e ne' mari saltate, + tutte salve per grazia del Signore. + Marfisa è assai bizzarra, ma destina + fuggir come la bella pellegrina. + + 40 + + Una ragazza simile di faccia, + di voce, di capelli, di statura, + la bella pellegrina in cambio caccia + di sé in convento, e fugge con bravura. + Marfisa a Ipalca disse:--Corri in traccia + di qualche donna della mia figura; + con quel dal mondo nuovo entri nel chiostro: + baratto vesti, e questo è il caso nostro.-- + + 41 + + Ipalca va com'una disperata + cercando per la terra una Marfisa; + per quanto guardi non l'ha mai trovata: + ell'erano, perdio! cose da risa. + --La pellegrina assai fu venturata + a trovar su due piè, cosí improvvisa, + un'altra lei, per cambiar la persona-- + diceva Ipalca e torna alla padrona. + + 42 + + E disse:--Un miglior tomo leggerete: + quel della _Pellegrina_ nulla vale. + Non trovo un'altra voi, come volete: + l'ho ricercata infin nell'ospedale.-- + La dama irata disse:--Voi morrete + con quella vostra testa dozzinale. + Sempre difficoltá, sempre sventure: + con voi son tutte scarse le misure. + + 43 + + Nella _Filosofessa italiana_ + un altro modo ho letto di fuggire. + Di nottetempo questa settimana + potrete al muro del giardin venire. + Una scala portatile alla piana + appoggerete, e dovrete salire: + quando siete in sul mur, tirate suso + la scala e a me la calerete giuso. + + 44 + + Salirò anch'io sul muro, e allor potremo + ripor la scala al di fuor nuovamente, + e l'una dopo l'altra scenderemo: + questa è cosa da farsi agevolmente. + Uscite, poscia ci travestiremo + per non esser scoperte dalla gente; + e poi nell'alba, all'aprir delle porte, + schizzerem fuor della cittá alla sorte. + + 45 + + Io voglio come maschio esser vestita: + voi, come donna, siate mia mogliera.-- + Diceva Ipalca:--Trista alla mia vita! + Per me farò da moglie volentiera.-- + Ed ebbono ogni cosa stabilita, + e di fuggire un sabbato da sera. + Dovea rubare Ipalca a Bradamante + per le bisogne non so qual contante. + + 46 + + Sapea dove la moglie di Ruggero + teneva piatta una sua borsa d'oro. + Ipalca aveva un occhio di sparviero, + e brievemente le ciuffò il tesoro. + E un sabbato di notte all'aer nero + fu data esecuzione a quel lavoro, + e la «filosofessa» fu imitata + sino a un peluzzo, alla fuga ordinata. + + 47 + + Marfisa si vestí da cavaliere, + come nelle commedie fa Clarice. + Ipalca non lasciava di temere; + ma fa la parte, e il cielo benedice. + Un calesso era pronto a lor mestiere. + Apparve di Titon la meretrice: + s'apron le porte; e Marfisa ed Ipalca + son nel calesso, e il postiglion cavalca. + + 48 + + La dama era un bel giovine a vedello. + Ipalca certo è differente assai, + quantunque avesse un leggiadro cappello + col pennacchino e abbigliamenti gai. + Un membro non avea che fosse bello. + Usava del belletto sempremai, + ma caricato e senza alcun ingegno, + donde movea, piú che lussuria, sdegno. + + 49 + + Verso la Spagna presero il cammino + queste due, finta sposa e finto sposo. + Lasciamle andar; diremo il lor destino. + A Parigi fu il caso strepitoso. + Le monache, suonato il mattutino, + levato il sol, lasciarono il riposo, + e sospettaron di Marfisa ingrata, + veggendo la sua cella spalancata. + + 50 + + Cominciano a cercarla in ogni loco + ed a chiamar con religiosa voce. + Una dicea:--Sant'Agostino invoco;-- + l'altra un _Si quaeris_ dice, e fa la croce. + Il cicaleccio cresce poco a poco, + ognuna per accrescerlo si cuoce, + e finalmente tutte difilate + le nuove alla badessa hanno recate. + + 51 + + La badessa in furor scrive a Turpino; + la vicaria a due frati narra il caso; + la sacristana il narra a un abatino; + vuotano l'altre alla castalda il vaso; + una scrive all'amica, una al vicino: + in un momento a ognun la cosa è al naso. + Turpino alla badessa manda a dire + che si deve il silenzio custodire, + + 52 + + perché non vuol che scandal si dilati. + La badessa alle suore dá il precetto: + le suore a capo basso, occhi serrati, + tutte dicean:--Silenzio vi prometto.-- + Turpino intanto un prete, de' fidati, + manda a Rugger col caso in un viglietto, + e lo consiglia a fare a Carlo istanza + di spedir genti, e dá buona speranza. + + 53 + + Al capitar del prete, la famiglia + del buon Ruggero è giá tutta in rivolta. + Bradamante gridava:--Para, piglia,-- + ché la sua borsa d'oro è stata tolta. + Ruggero è fuor di sé per meraviglia, + né sa di borsa, e ognun guarda ed ascolta; + non si dovea saper che la sua sposa + tenesse borsa di soppiatto ascosa. + + 54 + + Bradamante era fuor de' sentimenti, + e strilla, e i servi vuol morti e le fanti, + e disse della borsa fuor de' denti, + tanto di borsa, grida a tutti quanti. + Ipalca manca dagli alloggiamenti, + adunque Ipalca ha involati i contanti. + --Si cerchi Ipalca--Bradamante grida: + --se le strappi la borsa, e poi s'uccida.-- + + 55 + + Il prete, col viglietto del prelato, + Rugger fece morir quasi d'affanno: + sopra un soffá disteso s'è gettato, + dicendo.--Io vivo per maggior mio danno.-- + Bradamante, che il vede addolorato, + chiede se della borsa a parlar stanno. + --Che borsa? che non borsa? dalla cella + --disse Rugger--fuggita è mia sorella. + + 56 + + --Fuggita s'è Marfisa! Ipalca manca! + la borsa è andata!--Bradamante strilla, + si batte il viso e poi l'una e l'altr'anca, + grida a Rugger che si debba seguilla. + Disse Rugger:--Quando sarete stanca, + terminerete di suonar la squilla: + la mia sciagura abbastanza mi pare, + senza far la contrada sollevare.-- + + 57 + + Ruggero se n'andava a Carlo Mano; + rimase la consorte disperata, + che, piangendo in baritono e in soprano, + ha intorno la famiglia radunata. + La tien don Guottibuossi per la mano, + e promette gran cose all'impazzata: + talor minaccia i cagnolin parecchi, + che, al pianto urlando, intruonano gli orecchi. + + 58 + + Ruggero a Carlo Magno la sventura + narra, e soccorso al suo caso dimanda. + In traccia, di Parigi entro le mura, + l'imperatore di Marfisa manda; + ma gli è sí rimbambito di natura, + che fuor che il letto e un'ottima vivanda + nulla conosce, e a Rugger dimandava + chi fosse, dieci volte, e replicava. + + 59 + + Massimamente, morto il Maganzese + Ganellon traditore, il suo mignone, + Carlo è col capo fuori del paese, + e risponde al contrario alle persone. + Venne la nuova che nessun francese + sa di Marfisa, donde il re Carlone + disse a Rugger con viso sonnolento: + --Ben guarda, ella sará nel suo convento.-- + + 60 + + Rugger perdé la pazienza un tratto; + volta la schiena e borbottando parte. + --Perdio!--dicea--l'imperatore è matto.-- + Chiama Dodone e Orlando da una parte, + anche il danese consigliava il fatto; + e si concluse che gettasse l'arte + Malgigi, per saper dalla magia + dove Marfisa con Ipalca sia. + + 61 + + E tutti quattro a Malagigi uniti + sen vanno tosto per sapere il vero. + Gli aveva il mago attentamente uditi + con ciglia brusche e con viso severo. + Stava Malgigi assai mal di vestiti, + la barba ha lunga, e non pel suo mestiero, + ma perché non aveva veramente + da pagare il barbier sí facilmente. + + 62 + + Per dirvi come fosse Malagigi, + guercia avea guardatura e faccia nera. + Benché avesse i capelli mezzi grigi, + gli teneva in coltura con la cera: + la polver confondea da' neri a' bigi. + La sua camicia candida non era, + ma tuttavia teneva i manichini + grossi, antichi, giallastri e picciolini. + + 63 + + Le calze ha cenerognole di stame, + che aveano sparse alcune cicatrici, + guarite, or colla seta verderame, + or colla rossa, da' buchi nimici. + Piangean le scarpe dolorose e grame, + che aveano avuti assai pietosi uffici. + Malgigi delle volte piú d'un paio + lor dedicato aveva il calamaio. + + 64 + + Le brache ha di sovatto violetto, + perché cercava brache consistenti; + sopra il ginocchio è corto il coscialetto, + e per l'untume sono rilucenti. + Guardava il mago or lo spazzo or il tetto, + al ragionar de' paladin parenti, + i quai chiedean che l'arte sua traesse + e dove sia Marfisa lor dicesse. + + 65 + + Poich'ebbon detto, il mago si fe' chino: + prima di dir volea soffiarsi il naso. + Avea sí rotto e lordo il moccichino, + che di tenerlo in vista non v'è caso. + Mise la testa sotto al tavolino + (vecchio scrittoio in tre gambe rimaso), + e poich'ebbe la tromba ben suonata, + questa risposta a' paladini ha data: + + 66 + + --Stupisco che voi siate sí ignoranti, + e che giunto all'orecchie non vi sia + che usciti son de' libri nuovi alquanti, + i quali han disertata la magia. + Non vi sono piú streghe o negromanti, + un'impostura è oggi l'arte mia. + I moderni scrittor spregiudicati + i negromanti al sole hanno mandati. + + 67 + + L'anel dell'arte non è un diamante, + non v'è nessun che piú gli presti fede; + pentacoli, sigil, son tutte quante + cose alle quali il diavol piú non cede. + Teschi, capelli, cere, bisce e piante + non trarrien di sott'acqua due lamprede. + Gli antichi libri miei ben posso aprire, + il diavol non si move per venire. + + 68 + + I moderni scrittor colla scienza + il popol e i dimoni hanno istruiti.-- + Il popol non mi fa piú riverenza, + né vengono i dimon, bench'io gl'inviti. + Non so se netta sia la coscienza + di questi scrittor nuovi fuor usciti, + che inutil l'arte magica hanno resa, + né so se ben la cosa abbiano intesa. + + 69 + + Si credeva una volta facilmente + de' diavoli e de' maghi il gran potere; + che Farfarel venisse fra la gente, + per far ora piacere, or dispiacere. + Oggidí non si crede piú niente, + pe' scrittor c'han soppresso il mio mestiere. + Per ischerzo de' diavol si decide + che non vengono al mondo, e poi si ride. + + 70 + + Pretendon trarre agli uomin l'ignoranza + gli scrittori novelli col lor fondo. + Ma questo por negli uomini costanza, + circa a' spirti dannati nel profondo, + fa a poco a poco credere in sostanza, + non sol che mai non vengano nel mondo, + ma timor toglie e sparge quel veleno + di dubitar se diavoli vi sièno. + + 71 + + In quanto a me, che la professione + di mago sia distrutta e posta sotto, + poco m'importa. Grazie a Salomone + ed a Rutilio, in altro sono dotto; + ed ho sempre concorso di persone, + sapendo trar la cabala pel lotto. + Servo mille persone del paese + con la mia _Fiorentina_ e _Bolognese_. + + 72 + + Ho fatti guadagnar danari assai + con le cabale mie, che fan miracoli. + Ognun mi fa regali sempremai: + un giorno mi porran ne' tabernacoli. + I concorrenti non mancano mai, + c'hanno bisogno a interpretare oracoli: + coi calcoli numerici gli appago, + ed ho giá fatti di tesori un lago. + + 73 + + Alle mogli incagnate co' mariti, + che rimarranno vedove, indovino. + A' figli indebitati inferociti + predico il padre a morte esser vicino. + Di giovinette c'hanno i cor feriti + e di serventi ho pien sempre il stanzino + e di mariti; e chi va, e chi torna, + ed io indovino amori ed odii e corna. + + 74 + + Per saper di Marfisa altro non posso + che la cabala trar, se pur v'aggrada; + io v'avverto però che non m'addosso, + netto risponda ove Marfisa vada. + Lo dirá la mia cabala allo ingrosso, + ma voi dovete interpretar la strada. + Se pel diritto l'interpreterete, + le mani in su Marfisa metterete.-- + + 75 + + Non può Dodon piú rattener le risa, + e disse:--Posa, posa, Malagigi: + risparmia un'impostura di tal guisa. + Che fai de' tuoi tesori e de' luigi? + Cambia quella camicia lorda, intrisa, + se puoi col lotto guadagnar Parigi. + Che fai di quelle calze e quelle brache, + che par ch'abbian su avute le lumache?-- + + 76 + + Rispose Malagigi:--Che stupori + per queste brache e la camicia mia! + Io non bado a coltura né a tesori, + ché m'innamora sol filosofia. + Tristo a me se badassi a frange, ad ori + ed all'attillatura e leggiadria: + questo sarebbe in me tristo preludio; + addio filosofia, scienza e studio!-- + + 77 + + Ruggero, Orlando, il danese e Dodone, + quantunque non avesser molta voglia, + risero tutti all'ultima espressione. + Malgigi anch'esso del serio si spoglia, + e ride per far lor conversazione; + poi disse:---Voi scorgete ciò ch'io voglia; + se non credete a cabale, mi date + un ducato in prestanza e ve n'andate. + + 78 + + Ognun de' cavalier mezzo ducato + gettò del mago sopra al tavolino; + poi lo lasciâro, e Orlando smemorato + giva dicendo:--Oh secolo meschino! + Quest'uomo a' nostri dí sí riputato, + che sbigottiva il popol saracino, + pe' nuovi libriccini s'è ridotto + a viver con la cabala del lotto!-- + + 79 + + E brevemente, per andare in traccia + della bizzarra, han posto ordin tra loro. + Ognuno dalla stalla il caval caccia. + Orlando non avea piú Brigliadoro: + non è da dimandar se ciò gli spiaccia. + Frontin non è piú vivo. Alfin costoro + de' lor vecchi destrier tutti son privi; + forse pe' cambiamenti non son vivi. + + 80 + + Sin che per lo Vangelo avea servito, + vissuto era ogni antico corridore + per sessant'anni, fiero ad ogni invito; + Baiardo e Vegliantin pien di furore, + Frontin, Rondello e Rabicano ardito + era, siccome narra ogni scrittore: + ma poi, cambiato il buon costume in vizio, + que' destrier eran morti a precipizio. + + 81 + + Non so se ognun questo evidente segno + tenesse a tristo augurio pel futuro: + certo ne pianse Orlando, e con ingegno + fe' predizioni, favellando al muro. + I quattro paladin si dánno pegno + la fede d'ire al chiaro ed all'oscuro, + e di trovar Marfisa e di fermarla, + di ricondurla, e fin di sculacciarla. + + 82 + + Rugger prese il cammin verso la Spagna, + Dodon verso Inghilterra il caval sprona, + Orlando caccia il suo verso Alemagna, + il danese era assai vecchia persona, + e disse:--Io cercherò questa campagna: + la lepre sta dove non si ragiona.-- + Adunque spinse il suo caval di passo + per que' villaggi, come andasse a spasso. + + 83 + + Bradamante a Rugger dalla finestra + si raccomanda per l'amor di Dio; + e intorno la sua borsa l'ammaestra, + gridando:--Carni mie, consorte mio.-- + Rugger sprona il cavallo, che sbalestra + sei peta della dama al romorio. + Riser gli astanti, Bradamante alquanto + s'è vergognata, ed io finisco il canto. + + +FINE DEL CANTO DECIMO + + + + +CANTO UNDECIMO + + + ARGOMENTO. + + Nel viaggio Marfisa in corruzione + (dopo una febbre effimera) ritrova + le ville, le castella, e con ragione + nelle cittá di provincia non cova. + Va nella Spagna, e scopre il suo guascone + in una circostanza affatto nuova; + vien da Rugger sorpresa alla commedia; + l'accidente è passabil, se non tedia. + + + 1 + + Quella disperazion di Bradamante, + per cui piú non sapea quel che facesse, + era una passion predominante, + che fa solo la borsa in capo avesse. + Con disonor la cognata è ambulante; + par che il dolor lo sposo le uccidesse; + per tal fuga ognun mormora, è dolente: + Bradamante la borsa ha solo in mente. + + 2 + + Né si trovava una persona ardita + che le facesse un po' di correzione, + e perch'era gran dama e riverita, + si rispettava la sua passione. + Benedetto il caval che l'ha colpita + con quelle peta all'uscir del portone, + che fe' alle genti far quella risata + e ritirar la dama svergognata. + + 3 + + Marfisa, Ipalca e il postiglion che trotta, + aveano fatta giá la prima posta. + La dama al postiglion la testa ha rotta, + che a chiederle la corsa le s'accosta. + Cambia la posta, e grida, che par cotta, + che non vuol passo lento, non vuol sosta, + a ponte rotto, a buca, a sasso, a crollo + vuol che si corra e se ne vada il collo. + + 4 + + Scrive Turpin che non ci fu mai caso + che una corsa pagasse quella dama. + Di questa veritá son persuaso, + perch'ella non dipende dalla fama. + Turpino fu scrittor che avea buon naso, + e per prova del vero cita e chiama + de' mastri postiglion le note certe, + dove son le partite ancor aperte. + + 5 + + A qualche postiglion data ha la mancia, + se fu robusto e buon bestemmiatore; + del resto il chieder prezzo era una ciancia, + che tirava percosse d'un gran core. + Ipalca, finta moglie, avea la guancia + talor di carta e di color peggiore, + e alle sciarre, a' cimenti, alle contese, + vanta un suo voto che le avea difese. + + 6 + + Tra la rabbia, il furore e i patimenti + e l'amor pel guascone, che conserva, + sentí Marfisa un dí scuotersi i denti, + e volse il viso pallido alla serva, + dicendo:--Io sento ribrezzi e accidenti + e una debolezza che mi snerva: + mi duole il capo ed ho la bocca amara.-- + Rispose Ipalca:--Questa è febbre chiara.-- + + 7 + + Disse Marfisa:--Io ti darò un susorno; + altro non mi sai far che triste augurie;-- + e grida al postiglion che suoni il corno, + sferzi i cavalli, ed entra nelle furie; + e benché porti una gran febbre intorno, + non lascia le minacce né l'ingiurie, + ma alfin la febbre d'una buona razza + basta a frenare anche una donna pazza. + + 8 + + E convenne far alto in un villaggio. + perché Marfisa piú non si reggea. + Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio + per il finto marito che gemea, + e dice:--Eccovi alfin quel dal formaggio. + Caro Gesú! fuggir non si dovea.-- + Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata + con una guardatura spiritata. + + 9 + + Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla + venne un dottor d'una trista figura. + Di villa egli è, ma il capo non gli frulla, + ne sa quanto un Macope ad una cura, + perché l'arte sapea di non far nulla + e di lasciar l'imbroglio alla natura. + Tocca il polso, l'orina vuol vedere, + e poi dice:--Ha la febbre il cavaliere. + + 10 + + Diman verrò, vederem, penseremo; + non mangi, e beva generosamente.-- + Marfisa al suo partir diceva:--Fremo; + costui è un asin risolutamente.-- + Torna il dottor, che par di cervel scemo, + con un passo ed un viso sonnolente, + ritocca il polso, vuol l'orina, e guata, + poi dice:--Questa febbre è declinata. + + 11 + + Faccia bibite spesse ed abbondanti, + non mangi nulla, sorba qualche brodo. + Stiamo a veder diman se il mal va avanti; + se cresce, penserem la forma e il modo. + I rimedi dell'arte sono tanti: + gli userem tutti, se il mal terrá sodo. + A buon vederci: soffra e stia in riguardo.-- + Poi se ne va sonniferoso e tardo. + + 12 + + La dama va in furor, dietro gli grida, + lo chiama dottorello ed ignorante; + e perché son di femmina le strida, + Stupefatto il dottor volse il sembiante. + Guarda Ipalca nel viso, e par che rida, + e disse:--Questo è un musico e arrogante;-- + e poi senz'altro dir scende le scale: + Marfisa vuol scagliargli l'orinale. + + 13 + + Ipalca la pregava ad acchetarsi + per tutti i santi e le sante del cielo. + --Costui--dicea Marfisa--vuol spassarsi, + e del mio male non si cura un pelo; + ma s'egli spera le paghe beccarsi, + non ne beccherá una, pel Vangelo!, + Tu sai la circostanza e la premura; + ei vuol tenermi un anno alla sua cura.-- + + 14 + + Ma finalmente il terzo giorno arriva: + si sente la bizzarra sollevata. + Giunto il dottor al polso, disse:--Viva; + questa è stata un'effimera sforzata.-- + Dicea Marfisa:--Io son di febbre priva, + ma voi non me l'avete discacciata.-- + Rispondeva il dottor:--Questo è di fatto; + ma poteva ammazzarvi e non l'ho fatto.-- + + 15 + + Sonvi alcune ragion chiare e precise, + d'una tal veritá, d'un'evidenza, + che sono intese insin dalle Marfise + e le disarma della prepotenza. + La dama col dottore alquanto rise, + e le fu liberale in diligenza, + dicendo sempre:--È ver ciò che diceste; + potevate ammazzarmi e nol faceste. + + 16 + + La vostra umanitá, la virtú vostra + è rara molta nella medic'arte.-- + Grato a Marfisa il medico si mostra, + e sonnolento la ringrazia e parte. + Esce dal letto la bizzarra nostra, + chiede i vestiti, e le par d'esser Marte. + Ma nel rizzarsi in piè non si può dire + quanto inabil trovossi al dipartire. + + 17 + + Le trieman le ginocchia, il capo gira: + convien fermarsi nel villaggio alquanto, + sin che la dama un pocolin respira + e riacquista del vigore infranto. + Or qui veggo il lettor meco s'adira + per queste fievolezze ch'io gli canto; + doglie di capo, effimere, tremori, + cosí non s'intrattengono i lettori. + + 18 + + Cari lettori, abbiate pazienza: + io deggio esser fedele al mio Turpino. + Cotesta poca vostra sofferenza, + questo vostro decider repentino, + vi fa molto simili in coscienza + a' sudditi del figlio di Pipino, + ch'eran dottori senza intender nulla, + col capo al gioco, al sarto, a una fanciulla. + + 19 + + Questa fiacchezza, di cui fa memoria + Turpino, della dama dopo il male, + che scemò alquanto la furia e la boria + d'andare in posta tosto alla bestiale, + non è inutile affatto per la storia, + oltre all'esser la cosa naturale: + fatto sta che Turpino in quella villa + ferma la dama, e assai cose postilla. + + 20 + + Prima sopra a quel medico antedetto + va compilando alcune coserelle. + Dice che alla cittá fu poveretto + per la persecuzion non delle stelle, + ma degli altri dottor che avean concetto; + ed il concetto è delle cose belle, + perché, sia ben fondato o ingiustamente, + a rovinar parecchi è sufficiente. + + 21 + + Misero quel che il vitto aspettar deve + dalla riputazion fra gli abitanti, + se d'essere impostor gli sembra greve + e non uccella sciocchi ed ignoranti; + e' si riduce in villa e al verde in breve, + perché i competitor stan vigilanti + co' lor dileggi arcani e paroloni. + Son di Turpin coteste riflessioni. + + 22 + + Il qual segue a narrar che in quel villaggio, + sendo Marfisa maschio contraffatto, + bizzarra e di cervello poco saggio, + volle prender sollazzo qualche tratto; + e cominciò con lubrico linguaggio, + come fa qualche fanciullaccio matto, + a tentar le ragazze forosette, + e le trovò maliziose e scorrette. + + 23 + + Quell'antica innocenza villereccia, + un tempo celebrata da' poeti, + non avea piú né seme né corteccia, + il rossor, il pudor si stavan cheti; + perocché certi paladini feccia, + o vogliam dir filosofi discreti, + che villeggiavan l'autunno e la state. + avean le villanelle addottrinate. + + 24 + + Il vizio ne' maggiori è una magagna, + che ne' maggiori sol non sta rinchiusa, + ma ne' minor si dilata e accompagna, + e ognun adduce esempi ed ha sua scusa. + Passa dalla cittade alla campagna, + e sin nelle caverne alla fin s'usa; + però i vizi de' stolti paladini + s'eran diffusi ancor nei contadini. + + 25 + + Il lusso di Parigi smisurato + aveva fatti i paladin fallire: + volevan sostenersi in grado alzato + con debiti e con truffe da non dire. + Facean lo stesso i servi nel lor stato, + per imitare i grandi e comparire; + e le villeggiature de' signori + avean fatti i villani imitatori. + + 26 + + Non correan piú que' rozzi panni e bigi, + que' zoccoli all'antica e i cappellacci, + le forosette andavano a Parigi + spesso a tôr nastri e scarpette ed impacci, + coralli che costavano luigi, + fior di seta, orecchin, ritagli e stracci + e cappellin con fettucce e frastaglie, + per pararsi d'amore alle battaglie. + + 27 + + E come i paladin davan l'esempio + con gabbi e scrocchi, estorsion, prepotenze, + e faceano all'amor sino nel tempio, + nel villeggiare, e mille scandescenze; + i villanzoni acquistavan dell'empio, + rinvigorendo assai le coscienze. + Le villanelle, stuzzicate, a furia + rubavan biade per gale e lussuria; + + 28 + + e sapeano scherzar coll'occhiolino + e alle richieste altrui non ritrosire; + aderiano ai sospir d'un paladino, + massime aggiunte ai sospir poche lire, + perché serviano a un nuovo gamurrino + per farsi vagheggiare e benedire: + donde Marfisa da maschio vestita + la sua convalescenza ha divertita. + + 29 + + E sendo un giorno alla messa in parrocchia, + quando all'altar si volgeva il piovano + a spiegare il vangel, Marfisa adocchia + che dalla chiesa usciva ogni villano: + --Perdio! che gracidar vuol la ranocchia-- + dicendo,--ella mi secca il diretano;-- + e usciti que' villan sul cimitero, + siedeano al sol scherzando sopra al clero. + + 30 + + --Odi tu--dicea l'un--cotesto prete + a predicar che non si de' rubare? + Se il quartese de' furti gli darete, + v'insegnerá a rubar, nel predicare.-- + L'altro dicea:--Se ben l'ascolterete, + tutti i castighi, ch'ei sa minacciare, + saran sospesi in ciel, se noi gli diamo + nelle borse i quattrin che addosso abbiamo.-- + + 31 + + Diceva un altro:--Notate voi bene + come fa grande il foco al purgatorio? + come per levar l'alme dalle pene + chiede danar per lui dall'uditorio? + So che cappon, c'hanno tante di schiene, + purgan nel suo paiuol brobo in martorio, + e che un gran foco nella sua cucina + tormenta ariste di vitella fina. + + 32 + + --Comprendereste voi che voglia dire + quel non rubar?--diceva un villan scaltro. + --V'aggiugni un «ciò che tu non puoi ghermire», + e tosto intenderai--diceva un altro. + --Naffe! tu parli meglio del _Dies irae_-- + gridavan tutti,--senz'altro, senz'altro.-- + Qui i villanzon rideano alla distesa + del lor piovan che predicava in chiesa. + + 33 + + Marfisa, con Ipalca uscita anch'ella, + stava ascoltando i villan risvegliati, + e poi diceva alla sua damigella: + --Benedetti i scrittori illuminati! + Diffusa è sí la scienza novella, + che son sino i villan spregiudicati: + questi pretacci e fratacci ghiottoni + finito han di strippar co' lor sermoni.-- + + 34 + + Faceva Ipalca il grugno di bertuccia + e rannicchiava il collo nelle spalle, + co' detti di Marfisa si coruccia, + di Giosafat rammemora la valle. + Un riso alla bizzarra fuori smuccia, + dicendo:--Vatti appiatta nelle stalle. + Come concordi, beata Verdiana, + la santitá col farmi la ruffiana? + + 35 + + --Oh, Maria del rosario!--rispondeva + Ipalca--io tutto fo per un buon fine.-- + Allor Marfisa piú forte rideva, + ischiamazzando come le galline. + Ognun di que' villani rifletteva + che si godesse delle lor dottrine, + dicendo:--Quello è un paladin, ch'approva + che noi sappiam dove la lepre cova. + + 36 + + S'egli ha campagne, a fitto le torremo; + quanto al rubar, veggiam ch'egli è in accordo; + alle guagnel lo rigoverneremo; + ognun dal canto suo spennacchi il tordo.-- + La predica frattanto era all'estremo + di quel piovan, che predicava al sordo; + la turba in chiesa ad ascoltar tornava + quel rocchio della messa che restava. + + 37 + + A questo passo Turpin moralista + fa parecchi riflessi, ch'io vi taccio. + Forse la sua moral parrebbe trista + a un secol ripurgato per lo staccio. + De' paladin l'esempio lo rattrista, + e vuol la correzion del popolaccio + dipendente da quel; ma veramente + Turpino fu scrittor di poca mente. + + 38 + + Perché voleva che la religione + utile fosse anche dal tetto in giuso. + Quanto alle ruberie delle persone, + sí corto fu che le chiamava abuso, + e prese un granchio a chiamar «corruzione» + alla coltura perspicace e all'uso; + dond'io d'epilogarvi non mi degno + i riflessi d'un uom di poco ingegno. + + 39 + + Marfisa è in nerbo, e la posta ritoglie; + corre come un dimon verso la Spagna + con la sua imbellettata finta moglie, + che col rosario in mano l'accompagna. + Turpin la briga a narrarci si toglie + alcune coserelle, e pur si lagna, + vedute da Marfisa, e scrive e ciancia + delle cittá e castella della Francia. + + 40 + + Giugnendo la bizzarra in qualche terra, + o vuoi castello o cittá provinciale, + metteva del calesse il piede a terra, + e per gire a' caffè metteva l'ale. + In alcun luogo, se Turpin non erra, + il caffè si bevea dallo speciale. + Basta, di quelle adunanze Marfisa + lasciò un itinerario ben da risa. + + 41 + + In quel caffè venien certe figure + da' paladin antichi discendenti, + abitanti in castei pien di fessure, + puntellati i canton, rotti e pendenti, + con le finestre metá di scritture, + metá di vetri avanzati dai venti, + e con porte che, chiuse, non che a' sorci, + non impedien l'ingresso a' cani, a' porci. + + 42 + + Parte aveano gabban di Salonicchio, + certi spadon, certe scarpe infangate, + da ciabattin rimesso qualche spicchio, + certe calze da sprazzi indanaiate, + cappellini tignosi e come un nicchio, + cappellon con le alacce mal puntate; + e tuttavolta ognuno avea sua scusa, + dicendo:--Oggi a Parigi questo s'usa.-- + + 43 + + Entravane un con faccia larga e grassa, + rossa pel vin, pel sole abbrustolita, + con la parrucca come una matassa + di lin, non ripurgata o ribollita, + che per le guance penzolava bassa, + con la coduzza dietro di tre dita: + entrando, a tutti facea riverenza, + e poi siedeva con magnificenza. + + 44 + + Un altro con la faccia lunga e nera + ha le banduzze corte e inanellate, + un parrucchin con gli aghi e con la cera, + con sevo e gran farina impastricciato; + e nondimen con una sicumera + nella bottega a seder era entrato, + che mettea suggezione a tutti quanti, + perocch'era un di quei che aveano i guanti. + + 45 + + Era quel parrucchino una letizia, + sul viso lungo e ner, sí corto e bianco; + e la bizzarra gli facea giustizia, + ridendo sí che le scoppiava il fianco. + Quel gentiluom non entrava in malizia, + ché di sé troppo è persuaso e franco; + ma giudicando con sua fantasia, + sorride anch'ei per social pulizia. + + 46 + + Vedeansi giovanastri coi vestiti + di qua e di lá con gli ucchiei replicati, + ma sopra il destro quarto ricuciti, + segno evidente ch'eran rivoltati. + Gli untumi pel calor gli avean traditi, + ch'anche al rovescio s'erano affacciati, + massime sulla schiena a' capei sotto, + ed è superfluo il ragionar del rotto. + + 47 + + Pur nondimeno alcuno era contento + con que' vestiti del _diebus illi_, + perocché quattro sacca di frumento + avea cambiato in due fibbie di brilli; + e passeggiando la bottega, è attento + di serpeggiar col piè dove il sol stilli; + crescegli il cor, che gli occhi degli astanti + ferisca il fiammeggiar de' suoi brillanti. + + 48 + + Era un diletto udirli al lor arrivo + chiamar:--Bottega!--in voce gigantesca, + e all'apparir del caffettier giulivo, + non voler piú che un gotto d'acqua fresca, + il suo caffè disprezzando cattivo: + pur convien spesso ch'egli fuor se n'esca, + perocché si minaccia e non si prega, + reiterando:--Bottega, bottega!-- + + 49 + + Diceano al caffettier que' ragazzoni + de' goffi sali e impertinenze vili, + per fare i perspicaci e i ciceroni; + poi si gettan ridendo nei sedili. + Il caffettier, che ha molte erudizioni, + le dice con de' termini incivili, + e scopre il debituzzo e la lordura: + ma che non vince al fin disinvoltura? + + 50 + + In questo postiglioni capitavano, + che avean le mance scosse per le corse, + e in un stanzin della bottega entravano, + sfoderando le carte con le borse. + Tosto que' paladin s'affratellavano, + e la lor nobiltá lasciando in forse, + puntano al faraone a tavolino, + superando in bestemmie il vetturino. + + 51 + + Né perché un birro sopraggiunga e punti, + que' nobili rampolli hanno ribrezzo. + Frattanto i padri, alla bottega giunti, + leggono le gazzette per un pezzo, + e notan negligenze, errori e punti. + Alcuno grida:--O Dio, mi scandalezzo, + il tal monarca s'è portato male, + e non fu cauto appien quel maresciale.-- + + 52 + + E qui della politica e dell'armi, + di regi matrimoni e d'alleanze + diceano cose da scolpir ne' marmi, + e di ragion di Stato e di speranze, + ed han greche sentenze e latin carmi, + per raffermare, e molte sconcordanze, + topografie, geografie, misure, + che non si troveran sulle figure. + + 53 + + Sostengon riscaldati e pettoruti + le loro opinioni, il pensamento; + pur insensibilmente son caduti + senz'avvedersi al scarso del frumento, + e ad esclamar che, se Dio non gli aiuti, + il viver sará un tedio ed uno stento, + perocché l'uve anche poche saranno, + e discordan sui prezzi di quell'anno. + + 54 + + Un grida che s'è sconcia una sua vacca + e per la menda ha citato un villano. + Un altro all'oche d'un vicin l'attacca, + ch'è danneggiato d'un quarto di grano. + Uno è in furor; vuol spezzare una lacca, + se sa chi ne' suoi fichi ha posta mano. + Cosí restan monarchi, arme e regine, + per oche, vacche, ficaie e galline. + + 55 + + Turpin Marfisa fa per le piú colte + cittá della provincia ancor che passi, + e va notando osservazion raccolte, + e costumi e cervei, difetti e passi; + dice che in queste, alle apparenze molte, + alle giostre, a' teatri, a' giuochi, a' spassi, + alle carrozze, a' servitori, all'oro, + si potea giudicar molto tesoro. + + 56 + + Ma nel fermarsi alcuni giorni poi, + l'antico detto si verificava: + «tutt'òr non è quel che splende tra noi», + sicché Marfisa assai farneticava. + Vede alcun gentiluom, che, agli occhi suoi, + a' panni molto agiato non sembrava; + non tenea cocchio o pompa, e pur in cera + del cor dipinta avea la primavera. + + 57 + + Dall'altra parte molti risplendenti + scorrer vedea ne' cocchi lor famosi, + con certe risa sforzate fra i denti, + con certi sguardi cupi e sospettosi, + che dipingeano gli animi scontenti + e de' pensier molesti e tenebrosi; + donde Marfisa facea strani gesti, + veggendo i pover lieti e i ricchi mesti. + + 58 + + L'alterigia, il puntiglio, il fumo, il fasto + ben tosto discopriva quest'arcano. + Gli appariscenti appiccavan contrasto + co' men splendenti per la dritta mano, + e per i posti a una festa, ad un pasto, + e' metteano sozzopra il monte e il piano: + volean risarcimenti e vergognose + cercan vendette per le vie nascose. + + 59 + + Perocché l'ozio e i sistemi novelli + aveano lor sí rinvilito il core, + che tenean gran ribrezzo de' duelli, + ma ricorreano dal governatore. + Con invenzion, tradimenti e tranelli + lo facean divenir persecutore; + poi boriosi in piazza, a visi alzati, + narravan come s'eran vendicati. + + 60 + + Qui del governatore uscieno arresti + e rabbuffi e minacce mal fondate. + Gli oppressi tosto facean manifesti, + che le bugie scoprivano storpiate: + e perché l'ira fa gli uomini desti, + le lingue piú non eran moderate, + e allor sapeano tutti i forestieri + delle famiglie il stato ed i misteri. + + 61 + + E oscure azion, prepotenze e clamori, + debiti, usurpi e liti poco sante, + e mille altre vergogne sbucan fuori, + perché parta erudito il viandante. + Sapeasi che i men ricchi ne' colori + avean la casa in sostanza abbondante, + e che, per non far debiti all'usanza, + vivean modesti e con poca baldanza. + + 62 + + Non v'era altra ragion per le oppressioni + che la disuguaglianza de' vestiti, + e de' risarcimenti le ragioni + erano sangui antiqui e gran partiti. + Se v'eran degli agiati illustri e buoni, + questi non difendevano i traditi, + perocché in terzo, in quarto o in quinto grado + tenean con gli oppressori parentado. + + 63 + + Era in que' tempi il lusso una malia, + che cagionava piú d'una ingiustizia. + L'uomo alterata avea la fantasia, + perdea d'ogni misura la notizia; + ed alla necessaria economia + aveva dato il nome d'avarizia. + Ciò cagionava gran confusione + ne' provinciali, povere persone. + + 64 + + Turpin delle cittá de' provinciali + mille altri pregiudizi ed i sistemi + ha scritto diligente negli annali + di conti e cavalier di cervel scemi, + ed etiche peggior de' serviziali, + ridicole rubriche, insulsi temi, + a tal ch'anche Marfisa io vo' trar fuori, + ch'ella mi fa pietá tra que' signori. + + 65 + + Correndo a stracca per la via piú mozza, + giunse sul fiume Iber, lá nella Spagna, + e furiosa un giorno in Saragozza + entrò colla sua moglie o sua compagna. + Qui con un locandiere si raccozza, + sprezza le stanze, di tutto si lagna; + poi scherza seco, poi ride, poi grida, + ma finalmente piglia albergo e annida. + + 66 + + Nelle conversazion col suo guascone, + l'avea sentito mille volte a dire + ch'ei teneva efficace inclinazione + d'irsene in Spagna prima di morire; + però spera trovare il suo mignone + in Saragozza, o novella sentire + che glielo additi; e da maschio vestita, + pe' caffè in traccia conducea la vita. + + 67 + + Nelle botteghe eran giunti i foglietti + ed i successi di tutti i paesi. + Que' pagani facevan rigoletti + per un caso avvenuto tra' francesi; + e perch'eran nimici maladetti + per le guerre passate e ancor accesi + contro l'andata bravura francesca, + facean risa impulite alla turchesca. + + 68 + + La dama vuol saper di quelle risa; + drizzando un turco i baffi, le rispose: + --Una sorella di Rugger di Risa, + ch'era una delle donne strepitose, + fuggita è da Parigi alla recisa + da quelle che si chiaman sacre spose; + ed ogni conghiettura è chiara e piana, + ch'ella pel mondo faccia la puttana.-- + + 69 + + Marfisa era filosofa a bastanza + perché quel titol non le desse pena, + ma il parlar del pagan senza creanza + di pregiudizio alquanto l'avvelena; + e disse:--Non è molto bella usanza + in faccia ad un francese giunto appena + il dir ch'è una bagascia a dirittura + una sua dama, e sol per congettura.-- + + 70 + + Rispose il saracino:--In un francese + io non credea delicatezza in questo, + perocché noi sappiam che al suo paese + si ride d'un marito troppo onesto, + e che le donne sono anche riprese + s'hanno del schizzinoso e del modesto, + e che de' libriccin molto applauditi + giudican tutti i casti scimuniti. + + 71 + + Se a ciò che s'applaudisce che sia fatto + si vuol che il fatto poi solo si taccia, + non siete ancor spregiudicati affatto, + se non vi si può dire in sulla faccia; + ma se tra voi si de' tacer quell'atto + che commendate, qui vogliam bonaccia, + e nelle nostre region vogliamo + rider de' parigin quanto bramiamo.-- + + 72 + + Fu la bizzarra per appiccar zuffa, + ma il numer grande di que' saracini, + e il timor di scoprirsi alla baruffa + la tenne col cervel dentro a' confini, + e fece come fa chi ride e sbuffa + ne' difficili casi repentini, + per mostrar del disprezzo e del coraggio + verso qualche nimico poco saggio. + + 73 + + Era in sul fatto Ferraú qui giunto, + nipote di Marsilio, re di Spagna, + che di cavalleria conosce il punto + e co' suoi patrioti assai si lagna: + poi con Marfisa in amistá congiunto, + la serve e pel paese l'accompagna; + e pur la guarda in viso, e giureria + che non gli è ignota sua fisonomia. + + 74 + + Marfisa Ferraú conosce certo, + ché seco fatto avea piú d'un duello; + ma fa del franco ed usa il tratto aperto, + che lievi ogni sospetto dal cervello. + Verso la piazza sentesi un concerto + di corni e violini molto bello. + Il popol corre, dá d'urto e schiamazza, + e tutta Saragozza è nella piazza. + + 75 + + Marfisa a Ferraú ragion dimanda + di quel concerto e di quel gran furore. + Le rispose il pagan che in quella banda + da due giorni era giunto un ciurmadore, + che avea di privilegi una ghirlanda, + e cantatrici e piú d'un suonatore; + ch'era per lui la cittá sbalordita, + e si facea chiamar «cosmopolita»; + + 76 + + che da molti francese è giudicato, + ma che alterava spesso la favella; + che avea la sposa canterina a lato, + con bella voce, assai scaltrita e bella; + che vendea cataplasmi a buon mercato, + ma che la moglie veramente è quella + che con certi secreti suoi lavori + acquistava al marito de' tesori. + + 77 + + Giunsero nella piazza passeggiando, + ma convien colle spinte farsi strada. + Marfisa verso il palco va guardando + per veder quella cosa come vada. + La folla la rispinge rinculando, + sicch'ella è quasi per cavar la spada, + e pur il collo allunga da lontano + per veder questo nuovo ciarlatano. + + 78 + Parle veder, non le par ben scoprire, + spera ingannarsi per la lontananza; + vorria appressarsi piú, vorria fuggire; + mostra negli atti molta stravaganza. + Colui che i bussoletti e l'elisire + alza ciurmando e ciarla all'adunanza, + alla taglia, al sembiante, a' capei d'oro, + le sembra ad evidenza Filinoro. + + 79 + + No, che non v'è ne' romanzi del Chiari + sorpresa a quella di Marfisa eguale. + Fece il viso d'un uom senza danari, + aprendo gli occhi e una bocca spannale. + Ferraú guarda e vuol che le dichiari + quella sorpresa fuor del naturale, + e sol trasse da lei quell'africante: + --Oh, cospetto di Dio, questa è galante! + + 80 + + Può fare il ciel--soggiungea la bizzarra + fuori di sé, né sa d'esser udita + --che senza aver riguardo alla caparra, + egli abbia sí vil giarda stabilita? + Questo sarebbe saltare ogni sbarra! + Non è possibil, scommetto la vita; + traveggo, non è ver, non sará desso, + e vo' serbarmi a vederlo dappresso.-- + + 81 + + Ferraú, maggiormente curioso, + replica le richieste tuttavia. + Disse la dama:--Io son un po' dubbioso + di conoscer colui; ma andiamo via.-- + Ferraú, ch'era un pagan generoso, + soggiunse:--Questa sera, in cortesia, + nel mio palchetto a teatro verrete + alla commedia e l'ore passerete.-- + + 82 + + Disse Marfisa:--Volontieri accetto + e vi ringrazio della esibizione; + anche mia moglie condurrò al palchetto, + perch'abbia un poco di ricreazione; + ma vo' per grazia e per aver diletto + e per far bella la conversazione, + che voi facciate al palco anche venire + quel ciarlatan che vende l'elisire.-- + + 83 + + Rispose Ferraú:--Questo fia fatto;-- + diconsi addio, le man si sono strette: + --A rivederci al cominciar dell'atto, + nell'ordin primo, al numer diciassette.-- + Ferraú resta alquanto stupefatto. + Marfisa imita al partir le saette: + non vede l'ora trovar la compagna, + per esalarsi e bestemmiar da cagna. + + 84 + + Giunta alla stanza sua con ciglio oscuro, + getta il cappel per terra e lo calpesta, + ed i vestiti scaglia contro al muro; + la camicia sudata la molesta: + la trae stizzita, e col suo viso duro + su e giú passeggia, astratta con la testa, + ignuda mezza e con la spada a lato, + e corre come un levrier sguinzagliato. + + 85 + + Era a vedersi una scena faceta + Marfisa mezza ignuda con la spada, + che passeggia fanatica inquieta, + e Ipalca spaventata, che la bada + e che la guarda come una cometa, + non intendendo il fatto come vada; + ma finalmente ardita le chiedeva + la ragion del furor che l'accendeva. + + 86 + + Disse la dama:--Senti: s'egli è vero, + alla croce di Dio! con un pugnale + gli spacco il cor, lo mando al cimitero: + conoscerá Marfisa quanto vale.-- + E detto questo, va come il pensiero. + Ipalca replicava:--Chi e quale?-- + La dama irata si rivolge e dice: + --Ella è una cantatrice, cantatrice. + + 87 + + È saltimbanco, vende teriaca, + guadagna sulla moglie, fa il ruffiano, + e m'ha ficcata questa pastinaca, + il turco, l'assassino, il luterano!-- + E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca. + Ipalca rispondeva:--Dite piano.-- + Ma pure strologando indovinava + per qual ragion Marfisa furiava. + + 88 + + Di quel sospetto nulla piú fa sdegno + a Ipalca, che il sentire il traditore + si fosse sottomesso all'atto indegno + di dar la mano a una cantante e il core. + --Che sia ruffian--diceva--io mi rassegno, + ho pazienza che sia ciurmadore; + ma che una cantatrice sposata abbia, + santissimo Gesú, questo fa rabbia. + + 89 + + Io mi sento agghiacciar piú che nel verno. + Una cantante! oh, san Francesco mio! + una donna dannata in sempiterno, + per cui non ha misericordia Dio; + che ha mandate tant'anime all'inferno, + cantando in sul teatro e che so io! + una cantante, una scomunicata! + o Vergine Maria sempre laudata! + + 90 + + S'egli avesse sentito un cappuccino + a predicare un dí, com'ho sentito, + e gridare e sudar quell'angelino + contro queste donnacce da prurito, + e a provar che son diavol con l'uncino + sotto il belletto e sotto un bel vestito, + diguazzando una barba veneranda, + le avria il guascon lasciate da una banda.-- + + 91 + + La stizza del sentir discorsi sciocchi + pose a Marfisa l'altra ira in bilancia, + e disse:--Non può far che l'ora scocchi; + t'immaschera al costume della Francia, + perocché le tue ciarle da pidocchi + gorgogliar presto mi farien la pancia.-- + E brievemente andarono a vestirsi + per gir alla commedia a divertirsi. + + 92 + + E mascherate al teatro sen vanno, + l'una com'uomo e l'altra come dama. + Al numer diciassette picchiato hanno: + Ferraú tosto, per acquistar fama, + apre, mettendo Ipalca a saccomanno + con ceremonie, e quel momento chiama + felice, glorioso, e dá del resto; + ma Ipalca affatto era inesperta a questo. + + 93 + + Sei volte un'«umilissima» infilzando, + con rossor di Marfisa, entra e s'asside: + il sipario, che allor si andava alzando, + il complimento, grazie a Dio, recide. + La commedia si fa. Di quando in quando + si picchiano le mani e il popol ride, + e perch'ella era alquanto curiosa, + Turpin ci lasciò scritta qualche cosa. + + 94 + + V'erano in essa di molti cristiani + posti in aspetto obbrobrioso e tristo, + preti papisti e frati veneziani, + ch'altro eran ben, che imitator di Cristo. + Ma tra gli altri cattolici romani, + entro a quella commedia un ne fu visto + d'un secolare spigolistro avaro, + che all'uditorio turco assai fu caro. + + 95 + + Il poeta pagan fingea che morta + fosse la moglie del divoto arpia, + e che i preti gli fossero alla porta + per le candele e per portarla via. + L'avaro, ch'era una persona accorta, + per l'avarizia spender non volia, + ma per unirla alla religione, + col piovan facea scena in un cantone. + + 96 + + --Per scarico--dicea--di coscienza, + piovano, confessar vi deggio il vero: + mia moglie, e ve lo dico in confidenza, + nulla credea ne' successor di Piero. + Le ho fatto correzioni in scandescenza, + ma le fatiche mie furono un zero; + morí secreta eretica in peccato, + né deve esser sepolta nel sagrato.-- + + 97 + + Il piovano, ammirato e grave in viso, + faceva del zelante e del prudente, + dicendo:--A un caso occulto ed indeciso, + non si deve dar scandalo alla gente; + e poi so ch'ella è ita in paradiso, + e il posso dir d'una mia penitente. + Dovete anzi, di cere liberale, + farle un solenne onor nel funerale.-- + + 98 + + Ciò che adduceva l'avaron marito + per non dar cere a quella sepoltura, + ciò che il piovan rispondeva perito + a voler torce di buona misura, + cagionava un dialogo fiorito, + di veritá ripieno e di natura, + a tal che i turchi pel rider scoppiavano, + e le lor brache larghe scompisciavano. + + 99 + + Ancor che fosse Marfisa affannosa + pel saltambanco che non giunge mai, + non tacque alla commedia scandalosa, + che il cristianesmo rinvilisce assai. + A Ferraú si volse dispettosa, + e disse:--Questi vostri commediai + sono troppo maledici e indiscreti + contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.-- + + 100 + + Ipalca certo sarebbe fuggita, + ma giá dormiva alla seconda scena. + Ferraú con maniera assai pulita + disse a Marfisa:--Non vi date pena, + la politica nostra è stabilita, + nel far commedie in sulla turca scena, + di porre in tristo aspetto l'inimico, + per conservar nel popol l'odio antico. + + 101 + + In ludibrio si mettono i cristiani + e in una vista schifa e abbominevole, + acciò non si battezzino pagani. + La massima non sembra irragionevole. + Certo i vostri poeti son piú umani, + e le commedie loro han del piacevole; + e sembra, per voler retto decidere, + che vogliano i cristian far circoncidere. + + 102 + + Certi Macmud dipingono prudenti, + molto teneri in cor, molto pietosi, + certi bey, filosofi saccenti, + moralisti, divoti e generosi; + e per converso cristian malviventi, + marchesi ladri e conti pidocchiosi; + donde da noi si spera certo e crede + che vorrete abbracciar la nostra fede. + + 103 + + E inver sono infiniti i cristian vostri + che voi chiamate «turchi rinegati». + Fioccano a torme sempre a' templi nostri, + non senza alcuni preti e alcuni frati. + Forse annoiati son de' paternostri, + o poveri o viziosi o disperati; + ma forse anche i scrittor mal cauti fanno + cotesti disertor con vostro danno.-- + + 104 + + Marfisa nelle spalle si rannicchia, + perocché quel discorso ha del preciso. + Ecco un che gentilmente al palco picchia: + è il ciurmador che avuto avea l'avviso. + Marfisa nel tabarro s'incrocicchia, + mettendo pria la maschera sul viso. + Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente + s'è mascherata alquanto goffamente. + + 105 + + In bocca la bizzarra un sassolino + si getta per confonder la favella, + caso che il ciurmador per rio destino + fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella; + ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino, + al viso, al favellare, alla gonnella, + alla disinvoltura, ed in sostanza + è Filinoro: è tronca ogni speranza. + + 106 + + Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto + nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio, + siccome il brodo nel paiuol ch'è surto + pel troppo foco e spinge insú il coperchio. + Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto, + che ha gran famiglia e nulla di soperchio, + non ha metá dolor di quel che prova + Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova. + + 107 + + Avea questo filosofo guascone, + poiché lasciò quel padre abate santo, + piantato il laico a piè, suo compagnone, + dormente un giorno e cotto piú che alquanto; + e venduto il destriere ed il rozzone + e i ricchi guarnimenti, trasse tanto + che poté tôr le poste e far viaggio, + piantar carote e cambiar personaggio. + + 108 + + Qui apparve abate, lá uffizial da guerra, + qua inviato secreto con arcani, + lá pellegrin che per gravi colpe erra, + e tenta d'elemosine i piovani; + in qualche castelletto, in qualche terra, + fu giuocator col diavol nelle mani, + perocché certo e' le sapeva tutte + e aggiunge alle dottrine di Margutte. + + 109 + + Protettor fatto d'una cantatrice, + vestito nobilmente e riccamente, + ei fu in sul punto, per quanto si dice, + ch'era il borsello suo convalescente. + In questa bella trovò la fenice, + amante men dell'altre fintamente, + ma non tanto fenice che donasse, + se prima il cavalier non la sposasse. + + 110 + + Avea raccolta questa verginetta, + tra onesti doni e le merci onorate, + d'orivuol, gemme e astucci una cassetta + e borse d'òr da esser venerate, + perché con sdegni casti e senza fretta + e con rifiuti le aveva acquistate, + con modesti atti e discorsi morali + e con le sette virtú cardinali. + + 111 + + Ma poiché molto il pericol, dicea, + d'ir sui teatri la mortificava, + ché la sua castitá, che salva avea + sino a quel punto, si perseguitava, + a sposar Filinoro discendea + e i santi acquisti in dote gli recava; + ma veramente l'accieca la brama + di sposar Filinor per esser dama. + + 112 + + Filinoro, filosofo in bisogno, + non ebbe alcun ribrezzo e se la prese, + dicendo in cor:--Tu sarai dama in sogno; + co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese; + quando ho danar, di nulla mi vergogno.-- + E cominciò di smisurate spese, + e veste e giuoca e spende senza fine, + e tratta principesse e ballerine. + + 113 + + In poco tempo al verde s'è ridotto. + Alla dama consorte il ver celava; + pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto, + ad un sí triste segno sospettava; + ma finalmente scopre ch'egli è rotto, + che le vesti e le cuffie le impegnava, + e cominciava ad appiccar baruffa: + ma invan con Filinor si grida e sbuffa. + + 114 + + Che con moine, carezze e scherzetti, + quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere: + comincia in casa a condur degli oggetti, + paladini e milord che potean spendere; + gli pianta e parte al canto de' duetti + e di quell'arie che soleano accendere. + La dama sposa per necessitate + l'util modestie ha infin rinnovellate. + + 115 + + E perché giova in cosí fatta tresca + cambiar paesi e riuscir novelli, + questa coppia gentil piantò bertesca + e in diverse cittá vischio agli uccelli. + La dama, ch'era una lana sardesca, + al cavalier tenea stretti i borselli, + dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere, + si fece ciurmador, di cavaliere. + + 116 + + Ma lo faceva con magnificenza + e suoni e canti e livree ben guarnite. + La moglie in casa non facea credenza, + ed egli in piazza spaccia elisirvite; + e tenendo nel dua la rubescenza, + di qua, di lá le genti ha sbalordite. + Da pochi giorni in Saragozza egli era, + e in brieve nel palchetto è quella sera. + + 117 + + Quando riebbe la bizzarra il fiato, + fece forza a se stessa: discorrendo + col sassolino fitto nel palato, + molte richieste al guascon va facendo. + Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato, + alle dimande va soddisfacendo: + nelle risposte si fe' grande onore, + salvo che apparve un po' millantatore. + + 118 + + Non so qual fosse degli angeli bigi, + che inducesse la dama a far richiesta + a quel cosmopolita se Parigi + vedesse, andando in quella parte o in questa, + ché le pareva in chiesa a San Dionigi + veduto averlo a messa un dí di festa; + e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama, + l'avea veduto a far scherzi a una dama. + + 119 + + Disse il guascon:--È vero, è vero, è vero. + Era costei di famiglia elevata, + Marfisa detta, sorella a Ruggero, + morta per me, basita, spasimata. + Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero, + né so dir come l'abbia sopportata, + ché le puzzava il fiato ed era pazza, + ed anche anche non molto ragazza.-- + + 120 + + Or qui Marfisa lascia ogni contegno, + allarga il suo tabarro, e strigne il pugno, + gridando:--O figlio di puttana, indegno!-- + gli sciorina una nespola nel grugno. + La maschera le cade a questo segno, + la faccia ha calda piú che al sol di giugno, + e gli schiaffi e i cazzotti replicando: + --Becco, ruffian!--gridava trangosciando. + + 121 + + Ipalca è anch'essa smascherata e grida: + --Ponete, Dio, la vostra santa mano.-- + Ferraú sembra incantato da Armida + e non intende questo caso strano. + --Olá, zitti, si calmi e si divida,-- + gridava dal palchetto ogni pagano; + il teatro è commosso in tutti i lati, + e i comici si stan co' visi alzati. + + 122 + + Il guascon l'influenza vuol fuggire + e del palchetto aperto ha giá la porta: + di stizza la bizzarra ecco svenire; + nelle braccia d'Ipalca è mezza morta. + Ferraú non rifina di stupire, + e faceva la bocca d'una sporta; + ma divenne peggior la circostanza, + che il caso non è ancor brutto a bastanza. + + 123 + + Rugger dietro la traccia de la suora + a Saragozza assai stanco è arrivato. + Egli era tutto fango e tarda è l'ora: + a casa Ferraú l'uscio ha picchiato; + non che sapesse di Marfisa ancora, + né ch'abbia in Saragozza il piè fermato, + ma per non alloggiar nelle taverne, + che in Spagna son peggior delle caverne. + + 124 + + Ferraú gli era stato amico assai, + né spezza l'amistá religione. + Rugger gli aveva scritto sempremai, + mantenendo social correlazione. + Un servo al buio gli rispose:--Andrai + al teatro, se cerchi il mio padrone, + al numer diciassette, all'ordin primo.-- + Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo. + + 125 + + Poiché gli ha consegnato il suo destriere, + vuol ire alla commedia, e giá s'avvia + stanco, con gli stivai, né vuol sedere, + ché Ruggero è un gioiel da compagnia. + Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere, + che, benché la commedia a mezzo sia, + la paga die' alla porta interamente + con un sussiego d'uomo indifferente. + + 126 + + Al numer diciassette è per picchiare. + --Questa è--dicea--delle belle sorprese; + in trasporto vedrò Ferraú andare, + venirmi incontro con le braccia tese.-- + Ma spesso avvien il contrario al pensare. + Ardeano allor le premesse contese; + Filinor per fuggir da quella guerra, + sbuca e spinge Rugger col culo in terra. + + 127 + + Lasciando il paladino a gambe alzate, + trova la scala senza chieder scusa; + Rugger, che cerimonie ha immaginate, + si rizza con la mente assai confusa. + Entra nel palco, e vo' che giudichiate + se rimanesse con la testa busa; + Marfisa e Ipalca son senza bauta, + e tutta è sbottonata la svenuta. + + 128 + + Ferraú carta alla lumiera accende + ed alla dama suffumigia il naso; + l'entrata di Rugger nessun comprende, + perché son tutti stolidi del caso. + Rugger conosce ognun, ma nulla intende, + e duro duro nel palco è rimaso; + rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto + iscopron Rugger, ch'era qui giunto. + + 129 + + Ferraú con un «oh!» d'ammirazione + volle abbracciar l'amico e a mezzo resta; + Marfisa con un «ah!» di soggezione + rimase con la faccia bassa e mesta; + Ipalca con un «uh!» di confusione + si cacciò la bauta sulla testa; + Ruggero con un «eh» si morse un guanto, + ed io coll'ipsilon termino il canto. + + +FINE DEL CANTO UNDECIMO + + + + +CANTO DUODECIMO ED ULTIMO + + + ARGOMENTO. + + Ritrova Orlando in luogo stran Morgante. + More il guascon per la filosofia. + Si dá un dettaglio general galante + di Carlo e Francia e della baronia. + Move la guerra Marsilio arrogante. + La bizzarra ha una fiera pulmonia: + guarisce mal, ché tisicuzza resta; + da pinzochera alfin caccia una vesta. + + + 1 + + Della mia penna d'oca, alme annoiate, + questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro. + È _Marfisa_ al suo fin, non dubitate; + non mi chiudete il caro udito vostro. + So che in picciol drappello siete state, + che lo stil mio non è pel secol nostro, + ma un rancidume italian che offese, + non essendo condito col francese. + + 2 + + Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei. + O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole. + Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei + scrittor, piú che di cose, di parole. + Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi; + sono squagliate omai le antiche fole; + ma perch'io tengo ancor di muffa un poco, + scandalezzando ognun, te, Febo, invoco. + + 3 + + Difendi almen la povera mia pelle + dall'ugne di seimila e piú Marfise, + che son rimaste vecchiette e donzelle, + perché non han le bizzarrie recise. + Tutte vorran di brigata esser quelle + in quella che Turpino un tempo mise; + e non varran proteste o apologie + con queste imbestialite anime mie. + + 4 + + Da' Nami avari, dagli Astolfi vani, + da' Terigi grossier, dagli Olivieri, + da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani, + Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri, + e Guottibuossi e Gualtier cappellani, + e tante dame e tanti cavalieri + che a quelli di Turpino han somiglianza, + mi salva: io non ho colpa né arroganza. + + 5 + + Solo i Marchi e i Mattei da San Michele + hanno alcune cagion d'irritamento, + ché fûro un dí molesti alle mie vele, + ma dicono:--_Mea culpa_ e me ne pento.-- + Spegner non posso piú le lor candele, + che stan come memoria e monumento; + ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno, + cordiali baci ed amicizia avranno. + + 6 + + Al secolo torniam di Carlo Mano, + alle dolenti note di Turpino, + a Filinoro fatto ciarlatano, + alla bizzarra ed al fratel meschino, + a Dodon sciolto, al danese cristiano, + ad Orlando, ad ogni altro paladino, + perocché incominciando s'ha intenzione + di dare all'opra alfin conclusione. + + 7 + + Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa + non andò molto lunge dalle mura. + Cavalcò poche miglia alla ricisa, + con gran molestia d'una sua rottura, + dicendo:--Io sono il soccorso di Pisa; + il zelo v'è, ma stanca è la natura.-- + Chiese notizie a parecchi villani, + la fece dire in chiesa a tre piovani. + + 8 + + Ma finalmente, stanco e appassionato + d'aver abbandonata Galerana, + che aveva innanzi agli occhi in ogni lato + per lui dolente e vecchia e poco sana, + la rottura e l'amor l'han consigliato: + è la speranza per Marfisa vana; + sicché tornò a Parigi di portante, + lasso come venisse da Levante. + + 9 + + Giunto a Parigi, Galerana attenta + volle gli fosser poste le coppette, + sei sopra i lombi, e grida:--Ch'ei le senta,-- + ed una in sulla nuca, che fûr sette; + né mai fu lieta né mai fu contenta + se anche un servizial non se gli mette, + dicendo:--So ben io che un serviziale + a un riscaldato è la man celestiale.-- + + 10 + + Dodone aveva scorsa l'Inghilterra, + invano di Marfisa ricercando. + Qui d'un suo portafogli, che disserra, + ben mille commession venne cavando, + ché al partir di Parigi un serra serra + aveva avuto di «vi raccomando», + sentendo ch'ei di Londra va a' confini, + da cavalieri e dame e paladini. + + 11 + + Spiegando i bullettin, che avea riposti + per la gran fretta senza fare esame, + legge che astucci e oriuoli avean posti, + catene, tabacchiere e vasellame, + mille lavor fantastici e supposti, + e tutto d'oro e niente di rame; + indi guaine o vuoi stivali o guanti + per certe dita de' moderni amanti. + + 12 + + Certe manteche stimolanti ed atte + a risvegliar la snervata lussuria; + certi spiriti ed acque ad arte fatte, + che metton nelle reni della furia; + e cento libri osceni e cose stratte + contro contro al ciel, contro la romana curia, + e insegnamenti a creder solamente + nel vin, ne' cibi e al coito allegramente. + + 13 + + Il bello era a veder ne' bullettini, + massime in que' che i libri ricercavano, + le scritte commession da' paladini, + di spropositi piene, che fummavano. + Parean note dell'arte de' facchini + a tal che appena si raccapezzavano; + pur volean libri usciti sul Tamigi, + per fare i letterati per Parigi. + + 14 + + Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo; + ma finalmente si metteva a ridere, + gridando:--O paladini, o secol, quanto + cercate il mal dal ben scêrre e dividere! + Beata etá, se tanto mi dá tanto, + chi retto può dell'avvenir decidere? + Felici tutti i secol che verranno + dietro la traccia di costor che sanno.-- + + 15 + + Arsi ha i viglietti delle ordinazioni + Dodone e verso Francia via galoppa, + dicendo:--O vili, o porci, o mascalzoni! + Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa. + Astucci d'oro, e d'òr repetizioni! + Color mi pagherieno alfin di stoppa. + Guaine, unguenti, libri da puttane! + M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.-- + + 16 + + Cosí ridendo ed ora bestemmiando, + sprona il destriere e spaccia la campagna. + Ora troviamo un poco il conte Orlando, + che cerca invan Marfisa in Alemagna. + In una piazza a Vienna capitando, + gente vide che s'urta e si scalcagna, + che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava + al quale un carantano si pagava. + + 17 + + Sopra quell'uscio grande una gran tela + era appiccata, e un uom dipinto in questa: + parea formato il quadro d'una vela, + tanto è l'uom di statura disonesta. + Fuori è un che trangoscia e si querela + con voce roca, e sopra al quadro pesta + con una verga, e grida, e ognun consiglia + ad appagarsi della maraviglia. + + 18 + + Orlando guarda la trista pittura + del gigante ivi esposto, e crede certo + che ignota non gli sia quella figura; + pure il ritratto non conosce aperto. + La curiositá della natura + lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto; + entra ed iscopre con stupor davante + spettacol del casotto il gran Morgante. + + 19 + + Il Pulci in modo arcano lasciò scritto + che pel morso d'un granchio egli era morto; + ma per allegoria s'intenda il vitto + d'un casotto, e il suo fine un tristo porto. + Orlando fuor di sé, dal duol trafitto, + gridò:--Fortuna, è troppo grave il torto! + Com'hai ridotto in sí misero stato + un che con le mie mani ho battezzato? + + 20 + + Caro figlioccio mio, gigante degno, + chi ti condusse a tanta estremitade? + tu che meco domasti piú d'un regno, + spargendo il sangue per cristianitade?-- + Morgante a questa voce, ad ogni segno, + conobbe Orlando suo, pien di bontade, + e si coperse con le mani il viso, + a un pianto abbandonandosi improvviso. + + 21 + + Il conte l'abbracciò teneramente, + e in una stanza trasse il suo gigante, + dov'è un gran pagliariccio puzzolente, + su cui dormiva il povero Morgante. + Quivi cresce di lagrime il torrente: + fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante, + e chiede al catecumeno suo monte: + --Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?-- + + 22 + + Rispose quel:--Poiché mi battezzasti, + e ch'ebbi per Gesú tante ferite, + e tanti turchi col battaglio ho guasti, + vinte cittá, rotte schiere infinite; + giudicai d'aver fatto quanto basti + a meritarmi il pan per mille vite; + ma Carlo in pace, grasso e rimbambito, + ebbe nel dua chi l'aveva servito. + + 23 + + Tu sai del memorial ch'ho presentato: + ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese; + ed egli alfier mi fece riformato + con que' meschin cinque ducati il mese. + Giá conosci il mio ventre dilatato + e s'eran sufficienti per le spese: + ebbi tant'ira, caro paladino, + ch'io fui per farmi ancora saracino. + + 24 + + Molte donne cristiane parigine, + innamorate della mia grandezza, + m'avrien soccorso con un certo fine; + ma non vo' dirti la lor sfrenatezza. + Oh quai costumi! oh che buone farine! + perché la chiesa vostra ancor battezza? + Irato, stomacato, sbalordito, + ospite insalutato son fuggito. + + 25 + + Non volli abbandonar la nuova fede, + perché l'ho ancora in buona opinione. + Tu dicesti:--Esser cieco de' chi crede, + de' sperar, abbia o non abbia ragione.-- + Sperando, sono andato sempre a piede; + servii, sperando, di guardaportone; + ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando: + partii cieco credendo e ognor sperando. + + 26 + + Pelle ed ossa, una mummia era ridotto, + sembrava la figura d'un sudario. + Videmi un cavaliere, industre e dotto + de' teatri e dell'opere impressario; + mi disse che, s'entrassi in un casotto + per lui, meco saria Cesare e Dario. + Risposi sí, ché vedeva la fame + e da tre dí vivea di fieno e strame. + + 27 + + Mi fece por sopra un gran carro chiuso + questo caritatevol ortodosso, + perché nessuno mi vedesse il muso, + per non aver pregiudizio d'un grosso. + Di cittade in cittá di me fece uso; + tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso, + e servo per le spese come il miccio, + la notte dormo in su quel pagliericcio.-- + + 28 + + Morgante qui le lagrime rinnova, + che ognuna avrebbe empiuta una scodella; + i suoi merti rammenta e il duol che prova + per la prostituzione e si martella; + qualch'eresia gigantesca ritrova, + ché la disperazion lo discervella + e dice della fede e la speranza + cose contro gli arcani e la costanza. + + 29 + + Orlando molto lo rimproverava, + col viso brusco, sussiegato e fiero, + dicendo:--Anche nell'onde s'affogava, + perché mancò di fede, un dí san Piero. + Colle tribolazion Dio ti provava, + per veder s'eri buon cristian da vero.-- + Disse il gigante lagrimoso e chiotto: + --È ver, ma risparmiar potea il casotto. + + 30 + + --No--grida il conte,--vessazion piú fiera + dell'esporti al casotto potea darti; + la berlina, la frusta e la galera + potean giugnere ancora a tribolarti. + Vedi che inaspettato questa sera + a Vienna m'ha spedito a sollevarti.-- + Grato Morgante allora è al ciel rivolto, + ché frusta né galea non l'abbia còlto. + + 31 + + Coll'impressario il roman senatore + ebbe molte parole e molta pena + per liberar Morgante, ché il signore + ha una scritta peggior d'una catena. + Il conte è pien dell'antico furore; + colui non par che lo badasse appena, + e disse:--Piú non s'usano i bestiali; + cantan le carte e sonvi i tribunali.-- + + 32 + + Dal suo procurator corre volando. + Ecco un messo togato viene ansante, + che intima una gran pena al conte Orlando + e nel casotto sequestra il gigante; + poi cita il senator, per non so quando, + a non so quale tribunal davante. + Quest'ordin, questo messo, queste carte + fecero smemorare il nostro Marte. + + 33 + + E cominciava gli occhi a stralunare, + dicendo:--O Dio del ciel, che cosa è questa! + può la giustizia un furbo spalleggiare? + qual è la triste azion, qual è l'onesta?-- + E volea lo staggito via menare. + Morgante ride e crollava la testa, + dicendo:--Ecco per me, caro campione, + della galera la tribolazione.-- + + 34 + + Molti tedeschi Orlando han consigliato + a non commetter criminal per certo, + perocché avrebbe in tutto rovinato + nel vero punto la question del merto. + --Voi avete avversario un avvocato + --dicean--ch'è ben inteso e molto esperto, + e saprá côr vantaggio in sui trapassi: + bisogna misurar l'ordine e i passi.-- + + 35 + + --Qual ordine? quai passi?--il conte grida + quanto spender dovrò? quanto piatire?-- + Diceano quei:--Se avrete buona guida, + basteran tre o quattr'anni a diffinire. + Chi volete del spender che decida? + non si misuran ne' litigi lire.-- + Morgante ride e dice:--Conte mio, + tribolazioni che ti manda Dio!-- + + 36 + + Non poté Orlando trattener le risa, + pensando al vecchio ed al nuovo costume. + --Questa spada tal causa avria decisa + a' giorni miei--dicea--senz'arte o acume. + Mille pupille e vedove in tal guisa + da tirannia levai, da mendicume. + A non poter trar fuori, or son ridotto + un da me battezzato, d'un casotto. + + 37 + + Giudici miei, non siate addormentati; + delle leggi si fanno iniqui abusi + da una caterva d'uomin scellerati: + deh! non sedete sonnolenti e ottusi. + Certi procurator, certi avvocati + fan mille oppression, mille soprusi, + temerari affidando alcuna volta + in chi dorme sedendo o male ascolta. + + 38 + + O siate vigilanti ad impedire + i lacci occulti, i forensi veleni, + o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire + per le proprie ragioni e i propri beni. + Questo è un voler far tisici morire + mezzi i soggetti vostri d'amor pieni, + ed un voler che chi non ha danari + sia pasto de' piú furbi e de' piú avari. + + 39 + + Dov'è quel mascalzon dell'impressario? + Non vo' consigli o fòro o citazione, + né star tre anni in mano col lunario + a legger ferie e dí di riduzione. + Non so di merto o d'ordine o divario, + non voglio prima istanza o appellazione: + piú non conosco la ragion qual sia; + voglio pagar la sua bricconeria.-- + + 40 + + Or qui in maneggio quella lite andava + tra il conte Orlando e l'avverso avvocato, + il qual di cerimonie il caricava, + vantandosi sincero ed onorato. + Il conte d'un sudor freddo sudava + e chiude gli occhi e chiede esser spacciato. + Dunque per il real lucro cessante + cento zecchin fûr chiesti pel gigante. + + 41 + + Orlando gli pagò subitamente, + piú del solito guercio ma scherzevole, + dicendo:--Ella è un signor conveniente: + la richiesta è discreta e ragionevole. + La prego a riverirmi il suo cliente, + al qual parto obbligato ed amorevole. + Il cielo a lei mandi sempre lavoro + e quanto le desidero nel fòro.-- + + 42 + + Il sir d'Anglante gli volse le schiene, + chiama il gigante e mettonsi in viaggio + verso Parigi.--Meco al male e al bene + starai--diceva Orlando,--ma sie saggio.-- + Morgante rispondeva:--Io non so bene + se i saggi o i matti trovin piú vantaggio; + vedo nel mondo certe stramberie, + che saran chiare al novissimo die.-- + + 43 + + Rispose Orlando:--Questo avvien, mi credi, + perché gli uomin si scostan dal Vangelo. + Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi, + e dicono:--Un sipario azzurro è il cielo, + e togli quel che puoi e quel che vedi; + e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo, + e stupra e strippa e procura dovizia, + ché dorme e si delude la giustizia.-- + + 44 + + Tosto che fu trattato l'eroismo + da certi libriccini geniali + col titol di pazzia, di fanatismo + ne' martiri, ne' forti e ne' leali, + fu una conseguenza l'ateismo + e il far la societade d'animali, + ma d'animai tanto peggior de' bruti, + quanto di questi gli uomin son piú acuti. + + 45 + + Non sarien tanti astuti tra le genti, + se tra le genti non vi fosser sciocchi, + fra quai si denno porre anche i prudenti, + che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi; + poiché son oggi gli astuti insistenti, + e la prudenza abborrisce gli stocchi, + donde i prudenti sopraffatti e oppressi + nel numer degl'ignocchi vengon messi. + + 46 + + Se la massima «Fa' quel che tu possa» + prevale alla «Non far quel che non devi», + il povero di spirto è nella fossa + e non trova nessun che lo sollevi; + ché se alcun'alma a sollevarti è mossa, + benefizio non è quel che ricevi. + Nel tuo impressario fa' che tu discerna + un'alma generosa alla moderna. + + 47 + + Tu vedi in che consiste oggi la gloria, + che un dí coll'eroismo s'acquistava. + Fosse pur fanatismo: alla memoria + ho che in util del popolo tornava. + Or un tuppé, un vestito è una vittoria + a' nostri stolti paladin di fava; + e l'oriuol co' dondoli e la dama + e un bel convito lor dá pregio e fama. + + 48 + + Certa ignoranza, certa nebbia folta, + cert'ozio, certa voluttá brutale + occupa tutti, fa ogni mente stolta; + e una certa ingordigia universale, + che han tutti a voler tutto in una volta, + per satollarsi, vada bene o male. + Debito, amor, inganno e mal francese + fa pien di disperati ogni paese. + + 49 + + Rilieva il segno de' gran disperati + dalle campagne, d'assassin covili, + da que' tanti da lor stessi impiccati, + da que' che balzan giú da' campanili. + Forse i Scevole e i Curzi son tornati? + Cerca i moventi e saran lordi e vili, + ché il troncar la credenza sopra il tetto + ha sempre cagionato un tristo effetto. + + 50 + + Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi, + trapassiam della vita l'ultim'ore; + e morendo co' nostri crocifissi, + speriam trovar di lá vita migliore. + Io dirò sempre:--Ciò che scrissi, scrissi.--E + qui piangeva il roman senatore. + Anche il gigante gli occhi imbambolava, + seguendolo alla staffa, e singhiozzava. + + 51 + + Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo + ritorna a Filinoro saltimbanco, + che, fuggendo il palchetto sí molesto, + trova la moglie, travagliato e stanco, + e fece fare i suoi fardelli presto, + ché pargli aver qualche sicario al fianco; + poi, caricata una sua gran carrozza, + quella notte partí di Saragozza. + + 52 + + Di cittade in cittá, di fiera in fiera + espose gli stagnoni e i bossoletti, + ma il suo commercio scarseggia in maniera + da non poter comperar sei panetti. + Anche all'uccellagion della mogliera + venien pochi tordi e magheretti, + perocché i capitali erano mezzi + e v'è stagione in cui son schifi i vezzi. + + 53 + + L'arte del ciurmadore Filinoro + lascia in una cittá che nol conosce, + e torna cavalier posto in decoro + per cercar via di riparar le angosce. + Si mette al petto un bell'ordine d'oro + e cammina diritto in su le cosce; + nelle ricreazion si producea; + le dame d'esso gelose facea. + + 54 + + D'una tra l'altre, vedova opulente, + a Filinor molto garbava il core, + e giá le avea rubata sí la mente, + ch'ella sposato l'avria per amore. + Ma v'era il nodo fatto anteriormente, + ostacolo importuno a côrre il fiore. + Filinor, dotto nei nuovi sistemi, + né ammaina vele né ritira i remi. + + 55 + + Studiato avea quella bella lezione, + che il mal occulto mal non era certo, + e che sol era mal d'opinione + quando venía nel pubblico scoperto; + donde una sua scientifica intenzione + va mulinando, d'uom di vero merto: + Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna; + ed a me nelle man triema la penna. + + 56 + + Trovo memorie di certo veleno, + di certi ordin secreti scellerati, + che ammorzan quasi il plettro nel mio seno; + pur i miei fogli esser denno imbrattati + di relazion da fare il gozzo pieno + a' mascalzoni affamati e assetati, + che con lor voci chiocce van gridando, + seguita la sentenza o dato il bando. + + 57 + + E deggio dir che vedovo è rimasto + il guascon della sposa cantatrice; + ma che il dotto pensiere gli fu guasto + che non sia male il mal dalla radice; + perché l'idea d'occultazione è un pasto + nell'empio malfattor molto infelice. + Le azioni proibite han troppe cose + che restar non le lasciano nascose. + + 58 + + Nota che senza violenti brame + l'uom non si mette della vita a rischio. + Avarizia, vendetta, amore o fame + lo sbalordisce e fa calare al fischio; + e chi è fuor di sé, tutte le trame + non sa evitar né vede tutto il vischio; + cieco trasporto è guida e cieche desta + d'occultazion lusinghe in cieca testa. + + 59 + + Il non aver al fatto testimoni, + il colorir col pianto un gran dolore, + il far di mali scorsi narrazioni, + di predizion d'alcun bravo dottore, + ed un torrente d'acute invenzioni + non giovano al guascon buon dicitore, + che sostien solo superfizialmente + quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente». + + 60 + + Un frate vi direbbe che il peccato + accieca l'empio per voler di Dio. + A questa opinione, umiliato + e pieno di credenza, assento anch'io; + ma posso dir senz'esser condannato, + fuor dai mirabil anche, il parer mio: + l'empio, sciente d'esser in periglio, + ha dipinto l'interno sopra al ciglio. + + 61 + + Nelle dimostrazion giusta misura + prender non può, sicch'egli affetta alfine, + perch'altera il cervello la paura, + e passa il vero natural confine. + L'iniquo Filinor tutto proccura, + ma troppe son le smanie e le moine, + troppi i discorsi, le proteste, i pianti + per chi lo conosceva per lo avanti. + + 62 + + Aggiungi che la povera ammalata + aveva detto al medico all'orecchio: + --Temo d'esser, dottore, avvelenata; + il mio marito è un vil traditor vecchio.-- + L'Ippocrate l'avea molto osservata + ne' sintomi e nel vano suo apparecchio, + e finalmente in se stesso è d'avviso + che un velen l'abbia spinta in paradiso. + + 63 + + Consegna a' tribunali i suoi sospetti + e della morta i secreti timori. + Sparasi occultamente; ecco gli effetti + d'un funesto velen negl'interiori. + Non dimandar se adopran gl'intelletti + i cancellier, magnifici signori. + La fame è un dio cerusico oculista + per aguzzare a' cancellier la vista. + + 64 + + Secreti esami, tracce, costituti + vanno guastando la filosofia; + a parecchi stranier, che son venuti, + del guascon nota è la fisonomia; + sui popolar bisbigli non son muti; + va razzolando la cancelleria, + trova che fu bandito, ciarlatano, + abate, baro e marito e ruffiano. + + 65 + + Vedi quante gran cose inaspettate + e non previste, o forse non temute, + al filosofo nostro son pur nate, + le sue cautele a far zoppe e scrignute! + Le fogne invan si tengono turate: + dove stanno si sa che intorno pute. + Chi le malizie de' scrittor comprende, + da' lusinghier sofismi si difende. + + 66 + + Gli amori colla ricca vedovetta, + le brame del guascone ed i pensieri, + tutto si scrive e va per istaffetta. + Piangean per l'allegrezza i cancellieri. + L'industre criminale formichetta + pel fil della sinopia ha i lumi interi, + ed al sistema che il mal non sia male, + fu spennacchiato il culo e rotte l'ale. + + 67 + + Non bisogna sprezzar l'esperienza + de' secoli trascorsi ed il sapere, + e credi che l'antica sapienza + mestier non ha di moderno brachiere. + Togli per infallibile sentenza + la favola di Mida e del barbiere, + che al bucolin degli orecchioni grida, + donde nacquer le canne dalle strida. + + 68 + + Filinor ode il sordo mormorio: + per le botteghe faceva il leprone, + gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio + tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione. + Timor di morte alfin piú che di Dio, + scorgendo bieco il guardan le persone, + lo fece diffidar del suo sistema: + volle fuggir per sua miseria estrema. + + 69 + + Fermato vien dalla sbirraglia: allora + la fuga alla condanna fu sigillo. + Lo scellerato, d'ogni speme fuora, + in modo s'avvilí ch'io non so dillo. + Giá data è la sentenza ch'egli mora, + con quel timo condita e quel serpillo, + ch'essendo uscito di nobil casato, + fosse per somma grazia dicollato. + + 70 + + Cosí la filosofica alta idea, + che resiste a' martelli e alle tenaglie, + men valse della opinion plebea + ridicola, che parlin le muraglie; + e Filinor, che il ciel sprezzar solea, + or fra due cappuccini e le gramaglie, + pallido, sbigottito e tutto fede, + avemarie dimanda a chi lo vede. + + 71 + + «Oh maledetti ingegni traditori + --è di Turpin l'invettiva zelante,-- + filosofi del mal coltivatori, + maestri a far la societá forfante, + de' patiboli infami protettori, + certo voi siete a parte del contante + del carnefice, a voi sozio e compagno; + e ben vi si conviene un tal guadagno». + + 72 + + Segua il guascon gli oscuri suoi destini: + fuggiam, lettor, dalla malinconia. + Vada dove lo inviano i cappuccini + o dove il suo carnefice l'invia: + torniamo a' nostri snelli parigini, + perocch'è giunta la bizzarra mia. + Rugger di notte in Parigi entrar volle, + come prudente, per fuggir le folle. + + 73 + + Bradamante, ch'è a letto, fuori balza; + si mette una vestaglia e va a incontrallo, + corre giú per la scala cosí scalza; + le poppe vizze ha fuor, che fanno un ballo. + Strilla da lunge con la voce, ch'alza: + --La borsa, la mia borsa senza fallo.-- + Rugger per rabbia, stracchezza e vergogna + fece un trapasso e le disse:--Carogna! + + 74 + + andatevi a ripor tra le lenzuola; + di vostre borse non è il tempo questo.-- + Bradamante, politica e spagnuola, + fe' la mortificata e pianse presto, + mostrando un gran dolor della parola; + sforza se stessa e con visino mesto + cambia i discorsi e bacia suo marito, + tanto che vinse e lo vide pentito. + + 75 + + Ma bisognava pensare a Marfisa, + che per la stizza e pe' casi accaduti + era oppressa e ammalata d'una guisa + che non sa dove sia né di saluti. + Mette paura a chi la guarda fisa, + ha tutti i segni di morte compiuti. + Fu tratta dal calesse e posta a letto: + si fe' palese un mal grave di petto. + + 76 + + I medici alla cura sono molti + e la dánno sfidata della vita; + alcuni però d'essi stan raccolti + con speranza in arcano ermafrodita, + perché in error non voglion esser còlti, + sia o non sia per la dama finita. + S'ella morrá, l'avran pronosticato; + e se vivrá, l'avranno indovinato. + + 77 + + Le dame di Parigi e i cavalieri + dicean:--Beato Rugger s'ella muore!-- + Pur si spediscon lacchè giornalieri + di Ruggero a palagio a gran furore, + a chieder dello stato; e i dispiaceri + sono infiniti e infinito è il dolore, + perché serbar doveasi in apparenza + l'urban costume della convenienza. + + 78 + + L'oppression del male all'infelice + lieva la consueta bizzarria, + e rantacosa chiama protettrice + particolar la Vergine Maria. + Fa tutto ciò che il parroco le dice, + riceve umil la santa Eucaristia; + indi va peggiorando tanto e tanto, + che alfin se le minaccia l'olio santo. + + 79 + + Ermellina, la moglie del danese, + ch'era sua amica e buona dama assai, + è veramente afflitta pel paese: + fa divozioni e non dispera mai. + Un giorno un certo prete esservi intese, + che facea malattie sparire e guai, + benedicendo per tutto Parigi + con le scarpe che fûr di san Dionigi. + + 80 + + Volle introdotto il buon prete all'amica, + e grida fede, e piange e mai rifina; + fa con le scarpe che la benedica, + e poi la lascia cheta e via cammina. + Ciò che scrive Turpin, convien ch'io dica: + l'inferma quella notte molto orina. + Grida Ipalca per casa, che par matta: + --Oh scarpe del mio Dio! la crisi è fatta.-- + + 81 + + Bradamante mostrava esser allegra + di fuor, ma dentro non so come stesse. + Va migliorando molto la nostr'egra. + Non è da dir s'Ermellina godesse: + a tutti vuol narrar la storia intégra. + Dio guardi qualchedun contraddicesse + delle scarpe il miracolo: la dama + chiude le orecchie ed ateo lo chiama. + + 82 + + I medici dicean:--Nostre ricette + non lascian ir Marfisa in sepoltura.-- + Fra paladini alcun non si rimette + e vuol la crisi effetto di natura. + Ermellina, la chiesa e le donnette + sostengono le scarpe a quella cura; + basta, natura, scarpa o medic'arte, + Marfisa piú verso il cielo non parte. + + 83 + + Vero è ch'ella rimase estenuata + con una lunga febbre lenta lenta, + e certa tossa asciutta ed ostinata, + sicché del stato suo non è contenta. + Lieva dal letto, l'aere ha cambiata: + di risvegliar la bizzarria ritenta; + gli uomini ancor non le increscevan molto; + s'aiuta col belletto e i nèi sul volto. + + 84 + + Immagina, lettor, questa signora, + giá per etá presso ai quaranta giunta, + con un fil di febbretta che lavora, + con la tossa, residuo d'una punta, + con la passata vita che la onora, + pallida, pelle ed ossa, arsa e consunta + che con nèi, con belletto e bizzarria + cerca d'aver amanti tuttavia. + + 85 + + Esplicabil non son le sue fatiche + e la dottrina ch'usa nello specchio, + il gran lavoro intorno a due vesciche, + per far che sien pur enti in apparecchio; + del spruzzarsi di odor, delle rubriche, + de' fiori al seno e a' fianchi del capecchio, + delle scamoffie e del sbilerciar gli occhi: + ma a' suoi boccon non s'attaccan ranocchi. + + 86 + + Saltato avrebbe ogni fossa, ogni sbarra + per appiccare il filo con Terigi, + quantunque ei fosse, come Turpin narra, + fallito, al verde e l'odio di Parigi, + Prima nel fòro ha perduta la sciarra + co' suoi parenti da' gabbani grigi, + poscia è diserto dal suo cappellano + e da' contrabbandier di Montalbano. + + 87 + + Lasciam per poco la bizzarra in pena + d'esser come un cadavere abborrita. + Giunto è Dodone, Orlando, ognuno è in scena; + segno che la commedia è omai finita. + Rinvigorisca alquanto la mia vena + a riassumer netta ogni partita, + onde alcun non apponga al buon Turpino + né a me di negligenza un bruscolino. + + 88 + + Padre del ciel, la mia barchetta triema, + piú che nell'alto mare, al vicin porto. + Carlo è giá vecchio e presso all'ora estrema, + e deggio dir, pria che sia in tutto morto, + a che ridotto fosse e in qual sistema + lo Stato nell'inerzia e l'ozio assorto, + e del popolo il vero e del monarca: + Dio mio, ti raccomando la mia barca. + + 89 + + L'anno ottocentoventi a mano a mano + correva dell'arcana incarnazione + del divin Verbo, nostro pellicano, + al qual son tanto ingrate le persone. + Si leggea nel lunario da Bassano + sull'anno in generale un gran sermone, + minacciarne vendetta e storpio e guerra: + nessun gli dava retta per la terra. + + 90 + + Credeva Carlo rimbambito e grasso + d'esser imperator d'un vasto impero, + per aver una veste da Caifasso, + la corona gemmata oltre al pensiero, + e per veder, allor che andava a spasso, + chinar le genti per ogni sentiero, + e per sentir, se dal palagio uscia, + timpani, corni, trombe e sinfonia. + + 91 + + Mille e piú gabellier con mille trame, + mostrandogli che il nero era turchino, + e computi furbeschi e falso esame, + esibendo un tributo piccolino, + gli avevano usurpato il suo reame. + Alle borse galluzza il bambolino: + crede imperar nel regno, e l'ha venduto + a mille re per un meschin tributo. + + 92 + + Non dimandar se i mille re birboni, + per pagar il tributo lievemente, + e dare a certi mezzi certi doni, + perché ridotto han Carlo alla lor mente, + sanno accrescer gabelle ed estorsioni, + e dilatar lo stato iniquamente + del lor palliato regno e farsi ricchi, + e far ch'ogni contrario lor s'impicchi. + + 93 + + Il _quondam_ Gano empiuto avea i suoi scrigni + nel stabilir cotesti re genia, + ed agl'incolleriti, a' visi arcigni + era stato flagello, epidemia. + Ricordi a Carlo avea dati maligni + col _Credo_ in bocca e coll'_Avemaria_, + massime che si den tenere oppressi + i sudditi inquieti per se stessi, + + 94 + + e che si denno piluccare e mugnere, + ché l'uom senza danari è mansueto. + Tal massima è ben saggia nel suo giugnere, + usata in modo oculato e discreto; + ma la sua ruota non si vuol sempre ugnere + con gli occhi chiusi a questo bel secreto, + perocch'ella fa poi troppo viaggio, + e torna pazzo chi prima era saggio. + + 95 + + Si de' tener sempre il saggiuolo in mano + in sulle circostanze e conseguenze. + Sospendi le pozion quando è l'uom sano, + o sotterra anderá per le scorrenze. + Infin dall'avol del re Carlo Mano + fûr poste in uso le prime avvertenze, + Pipino il padre l'avea seguitate, + ma Carlo a briglia sciolta l'ha cacciate. + + 96 + + Ed aspettando le borse in poltrona + dai mille re del suo impero tiranni, + fa elogi al cuoco se la zuppa è buona, + non prevedendo i suoi futuri affanni. + Frattanto a doppio in sul regno si suona, + traggonsi i cuoi poiché son tratti i panni, + e Carlo Magno è imperatore esoso + d'un popolo avvilito e pidocchioso. + + 97 + + La gola, il lusso, la poltroneria + gli aggravi ogni anno accresciuti in contanti, + il non pagar per truffa o carestia, + facea fallire ogni giorno mercanti; + sicché il commercio era una sodomia, + un capital in ciarle di birbanti, + ed accigliato ognun rammemorava + l'antico ben, la fede, e sospirava. + + 98 + + Molti gridavan con gli agricoltori: + --Piantate, lavorate, seminate.-- + Rispondeano i villan:--Cari signori, + abbiam le carni in sui terren lasciate. + Dio vede i nostri affanni ed i sudori; + son le vostre campagne migliorate: + ma abbiam aggravi molti e pochi aiuti, + e i buoi per i gran debiti venduti. + + 99 + + Era un dí il nostro pane di frumento, + ed or che ne facciam piú d'una volta, + l'abbiamo nero di saggina a stento, + ché il diavol se ne porta la ricolta. + Non abbiam piú né forza né talento, + ogni nostra speranza è omai sepolta; + guardate pelli secche e abbrustolite, + e giudicate poi di nostre vite. + + 100 + + È ver che andiam talora alla taverna, + perocché il vin sopisce col vapore + quella disperazion che abbiamo interna + del stato nostro, stato di dolore; + ché la miseria spegne ogni lucerna + e degenera in vizio traditore.-- + Cosí diceano i villan disperati, + ché anch'essi eran filosofi svegliati. + + 101 + + Il _requiescat_ conte di Maganza + vide i sudditi oppressi per le vie, + e aveva detto:--Un util d'importanza + puossi anche trar dalle malinconie, + ché molta forza ha nell'uom la speranza,-- + e a Carlo fece aprir le lottarie; + ché certo egli era un uom da gabinetto + ed un filosofaccio maledetto. + + 102 + + Or, s'era Carlo re de' pidocchiosi, + con questa maganzese malizietta + lo fu di scalzi, rognosi, tignosi, + di mummie, d'una gente affatto inetta; + perocché i bisognosi ed i viziosi + venduti aveano insino alla berretta, + a quel cento per un, che dalle chiese + passato è alla lusinga maganzese. + + 103 + + Dico cosí, perché le chiese allora + eran quasi del tutto abbandonate. + Di prediche facevano una gora, + ché non eran temute né ascoltate. + Erano giunte alla sezza malora + le faccende del prete o vuoi del frate; + gente ridotta quasi a un sorpassare, + per non perdere il _ius_ del confessare. + + 104 + + Sappiasi che con lunghe insidie ed arti, + gl'indefessi ecclesiastici mascagni, + colle idee delle immense eterne parti, + sui prischi ricchi, troppo buon compagni, + avevan fatto cosí bene i sarti, + e tanti e tanti sacri e pii guadagni, + che piú di mezzi i beni temporali + erano permutati in celestiali. + + 105 + + Alcuni maganzesi consiglieri, + che credean nella salsa e nel cappone, + avevan consigliato l'imperieri + a dare il sacco alla religione. + Non eran falsi in tutto i lor pareri, + ma perigliosi nella esecuzione, + ché un popolo commosso in tal materia + è da temersi, ed una bestia seria. + + 106 + + Tenner quei di Maganza un gran consiglio, + e stabilîr che fogli pubblicati + de' popoli mettesser sotto al ciglio + le magagne de' cherici e de' frati, + e dipignesser l'antico naviglio + in confronto alle navi de' prelati, + e usurpi e vizi e gran taccagnerie + de' direttori delle sacristie. + + 107 + + Quest'argomento, fontana perenne, + anzi pur fiume, anzi pur vasto mare, + e questa libertá data alle penne + aveva fatto un bel dilucidare. + L'_Introibo_, il _Deo gratias___ e l'amenne + e le indulgenze e gl'inni sull'altare + erano fole, spaventacchi e abusi + per empier sacre pance ed ugner musi. + + 108 + + Molti preton, molti fratoni accorti + sosteneano i partiti secolari, + come color che tengon da' piú forti + per l'amor delle zuppe e de' danari. + Non lasciavan però di vista i morti, + per beccar anche l'obol degli altari: + cosí sendo or filosofi ed or santi, + erano onesti e facili e forfanti. + + 109 + + Ebbero il loro intento i maganzesi: + fûr presto gli ecclesiastici abborriti, + ma in conseguenza anche i plebei francesi + furon zibibbi e datteri canditi. + Erano di ladron boschi i paesi, + si avean per sogni gli eterni conviti; + e per menar di qua la vita amena, + scannavasi un fratel per una cena. + + 110 + + I filosofi tristi il lor partito + traean dall'adottar la passione, + e dal provar ch'ogni umano prurito + doveva aver la sua soddisfazione. + Ridean del stabilito e proibito + dai re, dai papi e da religione, + e insin commiseravan gli assassini + come oppressi e infelici pellegrini. + + 111 + + Dicean che al mondo tutti aprivan gli occhi + per caritá, per zelo e per bontade. + Creder possiam che i sudditi pitocchi + di Carlo non facean difficoltade: + furon tutti filosofi agli scrocchi, + agli adultèri, all'assaltar le strade, + e franchi a' piú funesti oscuri casi, + delle nuove dottrine persuasi. + + 112 + + Sicché tra il fren spiritual giá rotto, + ed il poter dei re dipinto brutto, + non v'era pei cervelli piú cerotto: + l'umanitá credea poter far tutto. + Altro non si vedea che un cacciar sotto + ed una sbrigliatezza di mal frutto: + era un sciocco l'uom giusto, il savio matto; + non era ben parlar, ma lo star quatto. + + 113 + + Pur nondimeno il secolo era quello + detto universalmente «illuminato»; + ma il male antico era anche mal novello, + ed accresciuto ad esser smisurato. + Era il bene evangelico ancor bello, + ma soppresso, deriso e conculcato; + ché i dotti, i quai dánno ragione al vizio, + hanno assai concorrenti al loro uffizio. + + 114 + + Non eran di Parigi i bei talenti + dall'util filosofica scrittura, + perché a Parigi in quel tempo studenti + non si premiava né letteratura. + In Francia esser potean quindici o venti, + che viveano a giornata d'impostura, + stampando fogli settimanalmente, + rubati da altri libri malamente. + + 115 + + Aveano in questi i poltron paladini + storia, commerzio e gran filosofia, + tutto per dieci o quindici carlini, + semi, piante, scoperte, geografia, + manifatture, macchine, mulini, + novelle, agricoltura, chirurgia, + mediche controversie e pro e contrario, + e carta da fregarsi il taffanario. + + 116 + + Marco e Matteo non eran piú scrittori, + ché di seccar le coglie erano rei. + Scrive Turpin che i loro successori + eran peggior de' Marchi e de' Mattei, + audaci, sciupator, sussurratori, + anticristi, messia, cure, cristei, + senza eloquenza, senza raziocinio, + guasto d'ogni intelletto ed esterminio. + + 117 + + Se v'era qualche buon cervello a caso + che pubblicasse una colta scrittura, + i dotti bagascioni, senza naso, + ne' dizionari, pinzi di pastura, + la dicean pisciarel da nessun caso, + picciola idea, fanciullesca fattura; + e crocidando e senza produr nulla, + i buoni indegni sommergeano in culla. + + 118 + + Un'altra setta d'uomini arroganti, + per comparir comete di dottrina + e geni di quel secolo giganti + di testa originale arcidivina, + si posono a vagliar che per lo avanti + i dotti erano cosa assai meschina, + che i lor sistemi, i libri, i precettori + erano nebbie, pregiudizi, errori. + + 119 + + Incominciando dalle auguste carte, + dalle legislazioni stabilite, + da' padri santi, e va' di parte in parte, + tutte fûr opre false e scimunite. + Senza sublimitá, fredde, senz'arte + furon le poesie prima gradite; + e gli orator defunti ed i politici + e i filosofi ciechi, inetti e stitici. + + 120 + + Gridâr che i giovinetti assassinati + erano nelle loro educazioni + da pedantacci sciocchi addormentati + sulle pagine antiche e sui marroni. + Alla moral de' preti o vuoi de' frati, + e alla moral de' dotti, retti e buoni, + dissero spaventacchi, inezie e un nulla, + indegno d'una balia ad una culla. + + 121 + + Che riedificare si dovea + de' nuovi piani di letteratura; + che a ciò che si dicea, che si scrivea + mancava il comun senso e la natura; + ch'era un balordo quel che si perdea + in sullo studio della lingua pura; + che all'uom d'ingegno e pensator bastava + scriver con quel gergon che si parlava. + + 122 + + Fu agevol cosa suader le genti, + che studian sempre poco volentieri, + a ributtare antichi sapienti, + vocabolari e metodi severi. + E perché ognor di novitá e portenti + fu vago l'uman genere e leggeri, + dagl'impostor miracoli attendendo, + ei fu ignorante, dir possiam, dormendo. + + 123 + + Avvenne allor che i sussurroni arditi + furon considerati originali, + con certe lor scritture fuori usciti + piene d'idee fantastiche e bestiali, + credute da' cervelli stupiditi + scoperte nuove e lumi celestiali, + quanto piú strane e meno intelligibili, + piú rispettate e dette inopponibili. + + 124 + + Con un gergon formato non so dove + di venti lingue e formole scorrette, + quasi faceti fulmini di Giove, + ridicean cose dagli antichi dette, + che all'ignoranza comparivan nuove, + e le faceano por nelle gazzette, + perocché i giornalisti e i gazzettieri + eran degl'impostori i candellieri. + + 125 + + I riflessi prudenti e regolari + chiamò «fredda ragion» questa genia, + e «novelle scoperte salutari» + chiamò i vapori della fantasia; + onde i commiserevoli scolari + appreser che «ragion» vuol dir «pazzia», + e appreser che «pazzia» vuol dir «ragione», + ed Arlecchin divenne Salomone. + + 126 + + Donde il pensar fu presto un vaneggiare + ed un sognare da febbricitante; + lo scrivere, i concetti e il fraseggiare + furon maccheronee col guardinfante. + Lo stil fu una vescica singolare + in tutte le materie somigliante: + vorticoso, rigonfio, snaturato; + filosofico, energico chiamato. + + 127 + + E gridando di dir delle gran cose, + e promettendo de' volumi assai, + ed insultando l'opre giudiziose + de' colti, da lor detti «parolai», + colle dissertazion stolte ampollose, + senza dare un buon libro al mondo mai, + sbalordendo fanciul, donne e merlotti. + fûr per supposizione i matti dotti. + + 128 + + A questa epidemia degl'intelletti, + ch'era ridotta un guasto universale, + sei o sette scrittor sani e corretti, + e non entrati ancora all'ospedale, + andavano a Dodone, poveretti, + dicendo:--Poniam freno a tanto male.-- + Dodon rideva sgangheratamente + del zelo inopportuno e inconcludente, + + 129 + + e rispondeva lor:--Cari fratelli, + il mondo letterario s'è ammalato, + vaneggia; i capi sono Mongibelli. + Io son di que' dottor che l'han sfidato. + Questa è una crisi degli uman cervelli; + l'impedire una crisi è un gran peccato; + lasciatela sfogar--Dodon dicea,-- + che forse avrá buon fine.--E poi ridea + + 130 + + e soggiungeva:--Il secolo a me pare + pregno di quelle strane gravidanze, + che fanno a donne gravide bramare + cibi sognati e mille stravaganze. + Conviene il suo gran ventre rispettare + ne' cambiamenti delle circostanze: + rimettiamo alle nostre discendenze + il ripurgar le fetide influenze. + + 131 + + Son ben altro che Marchi e che Mattei + questi archimiati audaci innovatori; + son maganzesi astuti gabbadei, + c'han per lo naso principi e signori. + Se vi opponete lor, fratelli miei, + sarete giudicati traditori, + e fien sospesi i vostri scritti e oppressi + come perturbator de' dèi progressi. + + 132 + + Feci per lo passato il mio possibile + per sostener la veritá e la regola: + la barca è rotta, la procella è orribile; + dal canto mio non ho piú stoppa e pegola. + Cosí dicea Dodon sempre risibile, + chiamando Carlo Man bestia pettegola, + ed adducendo il detto vero ancora: + che dalla testa il pesce puzza ognora. + + 133 + + Deggio tacervi molte circostanze + che in cifera Turpino lasciò scritte, + e non s'intendon piú le antiche usanze + di quelle cifre dal tempo sconfitte. + Dal piú al meno avete le sembianze + di Carlo Man cosí in abbozzo pitte; + lo stato del suo regno e della chiesa + e la letteratura avete intesa; + + 134 + + la gola, il sonno e l'oziose piume, + i cambiati caratteri, il pensare; + chiaro de' paladini v'è il costume, + delle dame e del popolo volgare: + tutto è confusion, buio, bitume, + cecitá, boria, lussuria, usurpare, + debito, inganno e fervido maneggio + per far le cose andar di male in peggio. + + 135 + + Marsilio, re di Spagna saracino, + teneva chiuse in cor le sue vendette, + ché l'esercito antico parigino + gli aveva date gran sconfitte e strette. + Cheto era stato il diavol tentennino; + a' cambiamenti gran riflessi mette, + e un giorno disse:--È questo il tempo nostro + di porre a Carlo un servizial d'inchiostro.-- + + 136 + + E le sue truppe vigilanti e destre + chiama a rassegna e inalbera stendardi. + È l'armata a cavallo e la pedestre + di dugento migliaia, uomin gagliardi, + per dare a Carlo di amare minestre + e i paladini a pettinar co' cardi. + La fama è in Francia, e suona colla tromba, + che il re Marsilio coll'armata piomba. + + 137 + + Or chi vedesse i paladin puliti, + co' cappellin sotto al sinistro braccio, + far lor passini ed atti sbalorditi + perché al Consiglio suona il campanaccio! + Dodon rideva ai ceffi impalliditi; + Orlando sembra l'ira nel mostaccio, + e grida:--Ah porci! or peserá la lancia; + è giunto il fin della gloria di Francia.-- + + 138 + + Si mandan messi al papa, alla Romagna, + nella Borgogna, in Scozia, in Inghilterra, + per la Francia, l'Irlanda, l'Alemagna, + per ogni buco a dir di questa guerra. + I signor parean uomin di lasagna. + I soldati vivean per ogni terra + facendo i sgherri, i bari ed i ruffiani: + mangiavan le lor paghe i capitani. + + 139 + + I maganzesi mostravan costanza, + e zelo grande per l'imperatore, + dicean di far eserciti in Maganza, + ed era un tradimento il lor fervore. + Giuravano a Marsilio un'alleanza + per via d'un lor secreto ambasciatore, + traendo in premio, i menzogner felloni, + le sacca di crociati e di dobloni. + + 140 + + Da Montalbano era venuta nuova + che pel gran ber Rinaldo in agonia + e col parroco al letto si ritrova + per un colpo di forte apoplesia. + Rugger, Dodon ed Orlando non cova; + quanto può va facendo tuttavia. + Dodon ridendo dicea:--Su, Nembrotto!-- + a Morgante, residuo del casotto. + + 141 + + Sopra un soffá Carlo grasso piangea, + dicendo al cuoco suo:--Ti raccomando + que' beccafichi,--e ad Orlando dicea: + --Metti novelle imposte, caro Orlando.-- + Dodon ardito per lui rispondea: + --Che vuoi tu de' coglion venir cavando? + I tuoi sudditi mangian pastinache, + e mostrano cul magri senza brache. + + 142 + + Gli antichi di provincia tuoi fedeli + son quasi tutti fuggiti alle ville, + in castellacci discoperti a' cieli, + con figli e figlie e nipoti e pupille, + ripieni di pensieri acri e crudeli, + allor che suonan mezzodí le squille. + Educazion non han, mangiar né bere: + pensa se daran nerbo alle tue schiere. + + 143 + + Non son nelle cittá minor gli affanni. + Piú non han dote per le figlie i padri; + o le maritan con lacci ed inganni, + o fan nuziali inventati leggiadri. + Hanno in dote la mensa per tre anni + gli sposi, che procreano de' ladri, + perché, saldato il conto, vanno al sole + gli sposi, i figli e la futura prole. + + 144 + + I tuoi gabellier, tristi, sciagurati, + co' tuoi governatori in alleanza, + hanno tutti scannati, scorticati: + non aver piú ne' sudditi speranza. + Una gran parte andaron turchi o frati, + per fuggir le influenze e la possanza.-- + Carlo cresce al suo pianto un'appendice, + con una bocca poco imperatrice + + 145 + + dicendo:--Adunque pon' mano all'erario; + resterò miserabil senza cena.-- + Ecco i ministri ch'alzano il sipario, + e son piú di duemila giunti in scena; + con un milion di conteggi in summario + e numeri minuti come arena + provano, co' lor visi ilari e rossi, + che nell'erario v'eran pochi grossi. + + 146 + + Mostran che gli stravizzi giornalieri + e del palagio i mobili moderni, + il lusso, il fasto, gli agi ed i piaceri + l'erario avean mandato sui quaderni; + che duemila salari all'anno interi + alle Lor Signorie, del Stato perni, + per tener il registro e la scrittura, + la dispensa rendeano chiara e pura. + + 147 + + Era a Parigi lo scompiglio grande. + Piangeano i paladin con le ragazze: + pur cercan l'arme da tutte le bande; + son rugginose, verdi e pavonazze, + con i prosciutti e simili vivande. + Sbucano i topi fuor dalle corazze, + che le nidiate avevan fatte drento, + tanto che a' paladin mettean spavento. + + 148 + + Trovaron elmi assai da' ferravecchi, + venduti a peso da' staffier bevagni; + da' finestrai ne trovaron parecchi, + foconi a' stagnatoi per dare i stagni. + I famosi spadon, pesanti e vecchi, + eran ridotti a moderni guadagni, + in fili per tener le cuffie dure, + spille e forchette per le acconciature. + + 149 + + Alcun de' paladin si prova l'armi + in faccia alla sua dama afflitta e mesta, + che dice:--Voi volete tormentarmi; + mi sembrate un tincone in una cesta. + Se m'amate, un favor dovete farmi: + scansatevi di abate con la vesta.-- + A corte il paladin fedi ha mandate + ch'ei s'era messo il collarin da abate. + + 150 + + Orlando irato fa gobbe le spalle, + e me' che può rattaccona le cose. + Fu questo il tempo delle gote gialle, + ed argomento al Pulci che compose + quella rotta funesta in Roncisvalle, + ma in altro modo le faccende pose. + Di questa guerra io non vi dico nulla, + e torno alla bizzarra mia fanciulla. + + 151 + + Condur la deggio in porto, ch'ella è stata + l'oggetto principal dell'opra mia. + Ogni arte, ogni scamoffia aveva usata + per far di matrimonio mercanzia; + ma ognun la fugge come spiritata + e come la beffana od un'arpia. + La favola s'è resa della piazza: + non v'è piú caso ch'ella faccia razza. + + 152 + + La tossa è insuperabil, la febbretta + era una lima sorda quotidiana; + tal ch'ella finalmente si rassetta + ad una santitá bizzarra e strana. + Toglie di fare una vita negletta, + declama sopra la miseria umana; + si vesta da pinzochera, scegliendo + per direttore un padre reverendo. + + 153 + + Vuol una stanza picciola e dimessa + con poche sedie, semplice e sfornita. + Ogni giorno per patto si confessa, + ogni tre dí va al pane della vita. + Tien la divota Ipalca sol con essa. + Per cibo una panata ha stabilito, + e in una sua scodella la volea, + che il nome di Gesú nel fondo avea. + + 154 + + Destava compunzione e riverenza + questa vergine mia pinzocherona, + quando uscía col suo velo da Fiorenza, + che la copriva, e in man colla corona. + Avea di poverelli concorrenza + dove passava, e un soldo a tutti dona; + le baciavan le vesti, ed ella umíle + dicea:--Non fate; io sono un vermo vile.-- + + 155 + + Tal fin la bizzarria di Marfisa ebbe, + vivendo con la tossa ben trent'anni; + e il fine a Bradamante molto increbbe + piú dei bizzarri oltrepassati danni, + perché la santa in casa era un giulebbe, + una lingua da dar di molti affanni, + che col labbro divoto e il cor zelante + trattava da bagascia Bradamante. + + 156 + + E nota il tempo ch'ella si confessa, + se cambia confessore, e s'egli è bello, + se ragiona con uomini alla messa: + sempre è scandalezzata d'un bordello. + Con ironia la chiama padronessa; + eran le fanti mezzane a pennello: + per le finestre spia le sue vicine, + e fa che son zambracche e concubine. + + 157 + + Lettor, giacché Marfisa è fatta santa, + io non ho cor d'ucciderla altrimenti, + ché il buon esempio è una bella pianta + da non tagliar, s'è specchio a malviventi; + e perché eternamente non si canta + per non seccar le natiche alle genti, + e perché pur sgonfiata ho la zampogna, + fo punto e attendo il plauso o la vergogna. + + +FINE DEL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO + + + + +APPENDICE + + + + +I + + LO SCRITTORE DELLA «MARFISA» + a' suoi lettori umanissimi + + +Leggesi che gli antichi padri della Chiesa greca, non meno gran santi +che gran filosofi, usavano ne' sermoni che esponevano da' pergami alle +adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare de' ritratti degli uomini +affascinati e perduti nel vizio. + +Le loro accurate osservazioni sulla umanitá fornivano il loro pennello +di tratti e di colori i piú vivi ed espressivi per porre sotto agli +occhi degli uditori le figure degli ebbri, degli iracondi, de' golosi, +de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de' sfrenati, +libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali +fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali, +veri e abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori +ribrezzo e timore di somigliare a que' schiffi ritratti. + +Una filosofica efficace facondia pittrice faceva qualche buon effetto, +e metteva alcun freno di vergogna nella umanitá traviata e corrotta +da' vizi. + +L'urbano satirico osservatore sul genere umano, buon ritrattista e non +cinico detrattore, laceratore, uccisore alla vita civile; che si +attiene a' generali e non si scaglia a mordere particolarmente e +nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia e da +vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo +inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre +pitture in iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere, +almeno in parte, il contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto +o tardi involgono ne' flagelli le intere nazioni. + +Devo dire con mio intenso dolore ciò che altri dissero e affermarono +con franchezza. + +La patria mia, un tempo specchio di soda religione, di pietá, di +giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio, di prudenza, di +costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo +l'insidiosi sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad +offuscare cervelli, a capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini +salutari e a dar libero il corso a tutte le passioni degli uomini e +delle femmine, è divenuta il ricinto delle leggerezze, delle +immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della ignoranza, +della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle +mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta +de' regni de' Sardanapali d'Assiria. + +Furono pochi quelli della mia patria scopritori che le parole sparse +«dirozzare», «ripulire», «umanizzare», «risvegliare», «illuminare», +«spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi insidiosi sofismi +adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno (sofismi +coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due +stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non +erano che stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle +provvide leggi de' saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e +sofismi guide ad una generale corruttela de' costumi e della solida e +sana morale. + +Coloro i quali non iscorgono quest'infelici precursori effetti +conseguenti, avvenuti, prima che in altri climi, nel clima medesimo +dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi sopraccennati (effetti +conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli altri climi) +non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né «risvegliati» +né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli +disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia +contagiosa e fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e +quintessenza di cribrata e purificata filosofia. + +La _Marfisa bizzarra_, poema di aspetto scherzevole, non è che un +quadro storico del costume corrotto, di ritratti naturali, di +caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria infelice e +un'allegorica predizione del di lei finale destino. + +Convien dire che gli antichi greci, i quali ascoltavano i loro +predicatori, avessero i cuori piú atti alla sensibilitá, alla +vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti. + +Si pongano nel conto de' nulla parecchi tratti giocosi satirici +contenuti nel mio poema contro alcuni scrittori del tempo in cui lo +composi, i quali, assecondando la corruttela del costume, sviavano la +gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile semplicitá, la fedele +legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e il buono e +vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo +brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e +dividere sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni +per legittima con quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta +per quanto potei la irreparabile inondazione della epidemica +corruttela guastatrice della soda e sana morale. + +Alcuni hanno giudicato che le importanti mire con le quali presi a +scrivere la _Marfisa_ dovessero essere esposte con uno stile +differente, vale a dire piú serio, piú elevato e piú altitonante. + +Oltre a che io fui sempre di un naturale piú inclinato al socco che al +coturno, e sempre risibile sugli oggetti che presenta al mio sguardo +questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti giudici condannavano +la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome avviene oggidí per +lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e catedraticamente +per combattere i costumi corrotti. + +A me stava a cuore che la _Marfisa_ fosse letta e intesa +universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e sapendo che le +veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia patria, +pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che +pizzica dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di +lettori, volli scriverla com'ella è scritta. + +Fui da alcuni ecclesiastici tacciato di troppo ardire e d'imprudenza +nel dipingere nella _Marfisa_ parecchi della loro classe in +un'attitudine indecorosa al loro carattere. + +Se questi alcuni tali avessero mantenuta la dovuta decenza, +inseparabile dal loro carattere, non comparirebbero nel mio quadro di +veritá in uno scorcio indecente, esoso e ridicolo. + +Al tenere in silenzio i vizi di alcuni ecclesiastici della mia patria +non avrei giammai potuto dare il titolo di prudenza, ma piuttosto il +titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú ch'altro vizio +abborrito e perseguitato. + +In una cittá, in cui i vizi giungono di gran lunga a preponderare +sulla virtú, comunicano il loro veleno anche in quelle persone le +quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la facondia d'una +logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo. + +Questo mostro, che deride la rattenutezza, i riguardi, la modestia, il +pudore, la castitá, la temperanza, la sobrietá, accresce il numero +all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e protetto dalla +innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá alla +natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di +ministero. + +I giusti veri osservatori e conoscitori del corrotto costume della mia +patria confesseranno che le pitture, con le quali delineai e +tinteggiai tratto tratto nel mio (in apparenza) scherzevole poema +della _Marfisa_ alcuni ecclesiastici nostri, rappresentano originali +ritratti della veritá. + +L'avvilimento da me dipinto, di cui lordarono que' tali il loro +rispettabile carattere con perniciosissimo esempio, meritavano la +sferza del zelo mio, siccome l'hanno meritata i loro protettori, che +accrebbero l'avvilimento di quelli con que' modi che appariscono dal +poema della _Marfisa_. + +Nel colloquio che tiene il mio allegorico paladino Ruggiero col mio +allegorico Turpino, arcivescovo del mio allegorico Parigi, nell'ottavo +canto del mio allegorico poema, si rileverá in qual rivolta il vizio +avesse ridotte le famiglie; di qual guasto costume il vizio avesse +lordata una infinitá di ecclesiastici, e con quale impossibilitá le +viziose protezioni sopraffatrici incatenassero la pia volontá dei piú +saggi e santi capi della Chiesa, di frenare, correggere, castigare e +riformare il contegno de' loro leviti sfrenati, scandalosi e viziosi. + +Non si creda giammai ch'io abbia preteso di porre in un fascio tutti i +viventi a' giorni miei nella mia patria con gli accecati gruffolatori +nel marciume e nel lezzo de' vizi rovinosi alla patria mia. + +Non meno che nella lega del popolo e ne' particolari da tal lega +separabili, conobbi ne' présidi al governo politico, civile e +criminale e nel ceto ecclesiastico nostro, secolare e regolare, delle +persone venerabili, fornite di ottimi sentimenti, di dottrina, di +prudenza, di fervente zelo, di religione, di retta morale, veggenti +non lontani i fulmini smantellatori, e adoperarsi con tutto lo spirito +loro per allontanarli, ma con quella inutilitá con cui dugento +d'intelletto intemerato e fermo vorrebbero porre a dritto cammino +cento e piú mila intelletti sviati, frenetici, guasti da falsi +dettami, guidati soltanto dalle sguinzagliate passioni e da' sensi +viziati e brutali, ridotti torrente insostenibile e dominatore. + +Ma i pochi saggi, buoni, divoti e credenti furono dalla moltitudine +de' viziosi considerati imbecilli, accecati da' pregiudizi d'una +stolida educazione falsa e antiquata. + +I pochi buoni zelanti ecclesiastici furono dalla immensitá de' +viziosi giudicati furbi, impostori, ipocriti, spaventacchi e lusingatori +de' popoli di eterni celesti beni, per cupidigia di beni e d'oro +terreno. + +I pochi ottimi présidi al governo, che osarono, con troppo tardi +maturi decreti emanati, di ridurre la gran massa de' viziosi al +raccoglimento, alla moderazione, alla temperanza, e di regolare il +costume disordinato e corrotto, di separare le ore del divertimento da +quelle del riposo, di procurare che il giorno fosse considerato +giorno, la notte considerata notte, onde i tribunali di giustizia e +gli uffici non fossero occupati e amministrati da persone sonniferose, +rese astratte, balorde ed ebbre dalle veglie, da' stravizi, dal +giuoco, da' liquori, dalle notturne lussurie, di por freno a' vestiti +immodesti, lascivi, attraenti, solleticatori e coltivatori del vizio +nelle femmine rese baccanti dalle furie e dalle sfrenatezze del vizio, +furono chiamati dalle orrende strida di un enorme tumulto di voci +assordatrici, uscite dalle gole dell'immenso brulicame vizioso +fremente, sopraffattori, ignoranti, vaneggiatori addormentati nelle +goffaggini e muffaggini smodate, deliranti, disumanati, tiranni della +natura e punibili. + +Noi gli vedemmo rovesciati da' lor tribunali con tempesta di viziosi +voti repubblicani forsennati iracondi, e vedemmo il vizio vittorioso +gl'interi giorni e le intere notti scorrere la cittá pel suo +dilatarsi, consolidarsi, torreggiare e signoreggiare. + +Ben lo disse l'ottimo filosofo morale francese, osservatore profondo, +Giovanni La Bruyère, ne' suoi _Caratteri_: che chi pretende di por +argine agli abusi del corrotto vizioso costume, dilatati, +impossessati, inveterati sopra le popolazioni, non fa che come colui +che fruga in una cloaca per iscemare il puzzo: altro non fa che +innalzare piú violento e piú insoffribile il fetore. + +Se si vorrá considerare senza collera, senza maligna prevenzione e a +mente serena il poema intitolato _La Marfisa bizzarra_, si troverá che +tra il piccolo numero dei buoni inutili, a fronte degl'innumerabili +guasti e corrotti, campeggiano, in quel poema giovialmente e +urbanamente satirico, gli Orlandi, i Dodoni, gli Uggieri, gli +Angelini, le Aldabelle, le Ermelline ed alcuni altri buoni personaggi, +le cui grida, le cui lagnanze, le cui predichette zelanti furono +derise e seminate tra le ortiche ed i pruni, come quelle de' pochi +buoni della mia patria. + +Preghiamo e speriamo che de' benigni influssi delle fulgenti stelle +che ci soprastano purghino le menti sviate e guaste e le rimettano a +dritto cammino, per la pace e tranquillitá d'una patria in cui nacqui, +crebbi e invecchiai, desiderando ognora il legittimo bene di tutti i +miei concittadini, spoglio di presunzione, alienissimo dalla piú +minuta pretesa, salvo quella di voler dire apertamente la veritá mal +sofferta. + + + + +II + +ANNOTAZIONI + + + + +AVVERTIMENTO + +Dovrebbe essere superfluo l'avvertire i lettori che chi si è posto a +scrivere la _Marfisa bizzarra_, poema faceto, non abbia presa materia +(com'egli tratto tratto asserisce scherzevolmente) da Turpino; e che +Carlo Magno, Parigi, i paladini e i personaggi descritti dal Boiardo, +dall'Ariosto e da alcuni altri scrittori degli antichi poemi, non +sieno stati presi dallo scrittore della _Marfisa_ che per coprire +d'una veste allegorica un piccolo abozzo del prospetto de' costumi, +della morale de' giorni suoi e de' caratteri in generale de' suoi +compatrioti, riformati da' scrittori perniziosi e dalla scienza del +nostro secolo detto «illuminato». + +Tuttavia do questo avvertimento preliminare alle annotazioni fatte +sulla _Marfisa_, onde le fantasie interpretatrici non escano dal +quadro storico de' costumi e de' caratteri in generale ch'esistevano +nella patria dello scrittore della _Marfisa_, poema faceto, nel tempo +che fu composto. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO PRIMO + +_Stanza 1._ + + Se non credessi offender gli scrittori + che han rotto con lo scrivere ogni sbarra, + e son fatti del mondo inondatori, + io canterei di Marfisa bizzarra... + +Ardeva, nel tempo in cui l'autore si pose a scrivere il poema della +_Marfisa_, una controversia lepidamente satirica tra gli accademici +denominati «granelleschi» esistenti in Venezia, gran difensori della +lingua litterale italiana e della colta poesia di vario genere, e gli +scrittori che le sfiguravano e guastavano colle opere loro, d'un +libero e goffo mescuglio di esteri linguaggi, di maniere e frasi +grossolane, di ampollositá snaturate, di corrotti vernacoli. + +Uno scopo, tra i molti altri dell'autore della _Marfisa_, accademico +granellesco sotto il nome del «Solitario», fu di prendere di mira i +cattivi scrittori che in quella stagione in Venezia sviavano le menti +dalla coltura, e particolarmente il Goldoni ed il Chiari, scrittori di +commedie, di romanzi, di prose e di poetiche composizioni in ogni +genere e metro infelicissime. Si troveranno nel poema della _Marfisa_ +buon numero di squarci di censura e dileggio diretti a' cattivi +scrittori del tempo in cui fu composto, né si nega che, nel mezzo +agl'infiniti caratteri presi in generale, che campeggiano nel poema, +sotto i due nomi de' paladini Marco e Matteo dal Pian di San Michele +sono figurati particolarmente il Chiari e il Goldoni, i due maggiori e +piú arrabbiati nimici degli accademici granelleschi accennati. + + +_Stanza 2._ + + ...e farò come il Cordellina e Svario, + c'hanno l'interruttore dietrovia + al loro arringo che grida il contrario... + +Nel fòro veneto, alle dispute delle cause degli avvocati, v'è un +avvocato che interrompe a diritto ed a torto con voce tuonante +quell'avvocato ch'è l'ultimo ad arringare nella causa, e vien data +poca retta da quello che arringa all'interruttore. + +Cordellina e Svario furono due de' piú celebri avvocati del fòro +veneto. + + +_Stanza 5._ + + Di Marfisa bizzarra cantar voglio. + Cantolla un altro, e non ebbe concetto... + onde rimase con Paris e Vienna + ad aspettar qualche moderna penna. + +Un certo Dragontino da Fano scrisse un poema nel Cinquecento, +intitolato _La Marfisa bizzarra_, seguendo le fantasie romanzesche del +Boiardo e dell'Ariosto meschinamente. + +Quel cattivo poema ebbe il destino ch'ebbero i triviali poemi di +_Paris e Vienna_, del _Buovo d'Antona_ e di parecchi altri cosí fatti, +comperati soltanto dal basso popolo. + + +_Stanza 6._ + + Voi, che non isdegnate i versi miei + e de' nostri buon padri avete stima... + +Intendasi gli accademici granelleschi e tutti coloro che apprezzavano +la puritá e l'indole della nostra lingua litterale, della colta poesia +italiana in tutti i generi, ed erano fedeli agli antichi celeberrimi +nostri conformatori e fondatori di quelle. + + +_Stanza 14._ + + I romanzieri dall'eroiche imprese, + dalle battaglie e da' sublimi amori + piú non si nominavan nel paese, + perché i moderni eran usciti fuori... + +E sino a tutta la stanza 16 è satira dileggiatrice sul profluvio de' +romanzi pubblicati dall'abate Chiari, ed è pittura satirica sopra +alcune commedie del Goldoni. + + +_Stanza 17._ + + Altri scrittor piú dotti e disonesti + per i lor fini, a tal cominciamento, + stampavan libri sottili e infernali + dipingendo i mal beni ed i ben mali. + +Cioè i sofisti perniziosi del secolo, i quali col pretesto +d'illuminare il genere umano rovesciarono infiniti cervelli per +universale sciagura e trambusto. + + +_Stanza 48._ + + + Talor soletto andava passeggiando + lá dove son le dinunzie secrete... + +Si chiamavano in Venezia «denunzie secrete» alcune teste spaventose di +marmo, fitte nelle muraglie de' magistrati, le quali teste o +mascheroni avevano una gran bocca aperta, in cui i delatori, che +volevano star celati, scagliavano le querele scritte in una cartuccia +contro coloro che volevano accusare ed esporre a' processi +d'inquisizione. + + +_Stanza 53._ + + ...fatto vecchio servente a Galerana... + +Galerana, secondo gli antichi romanzi, fu imperatrice e moglie di +Carlo Magno. Il titolo di «servente» è abbastanza in costume a' giorni +nostri per intendere qual sia l'uffizio di quello. + + +_Stanza 55._ + + Marco e Matteo del Pian di San Michele... + +Si è detto che sotto le persone de' due paladini antichi Marco e +Matteo dal Pian di San Michele sono figurati i due poeti Chiari e +Goldoni. + + +_Stanza 61._ + + Ma Dodon dalla mazza, paladino... + +Non si cela che sotto il nome del paladino Dodon dalla mazza è +figurato l'autore del poema della _Marfisa_; il quale, unito agli +accademici granelleschi di lui soci, fu il martirio maggiore de' due +suaccennati poeti. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO SECONDO + + +_Stanza 1._ + + Io mi son dilettato alquanto invero + il critico arruffato immaginando... + +Fino compresa la quarta ottava è un immaginato dialogo tra +l'autore della _Marfisa_ e l'abate Chiari, uomo di carattere altero e +presuntuoso. + + +_Stanza 21._ + + Or vorrebb'esser stata ballerina, + or cantatrice divenir vorria... + +Titoli di alcuni tra i moltissimi romanzi pubblicati dal poeta Marco, +cioè dall'abate Chiari, scrittore dei detti romanzi, de' quali Marfisa +era studente e associata alle stampe, ammiratrice e inclinata a +seguire le massime e i dettami di quelli. + + +_Stanza 63._ + + Filinor non si scuote e non si move: + --Il mio costume--rispose--l'appresi + da' cavalier delle commedie nuove... + +In questi versi sono sferzate alcune delle commedie del paladino +Matteo, cioè del Goldoni, nelle quali in confronto delle persone del +basso popolo, da lui dipinte virtuose, metteva conti, marchesi ed +altri titolati cavalieri in aspetto di bari, d'impostori e d'un +pessimo carattere di mal esempio. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO TERZO + + +_Stanza 31._ + + Io trovo ne' romanzi di que' tempi + certe avventure magre da pidocchi + e fatti da sbavigli e casi scempi + di que' poeti, e lunghi un tirar d'occhi, + che informavan quegli antichi esempi + di battaglie, di giostre... + +Il tratto satirico è diretto a' novelli romanzi, ma particolarmente +a quelli dell'abate Chiari. + + +_Stanza 34._ + + Perocché prima di cantar la messa + avea dato il manipolo a baciare... + +A Venezia quasi tutti i preti ordinati da evangelo e da messa da' +prelati siedono nella chiesa con degli assistenti a fianco e con un +gran bacile dinanzi. Essi dánno a baciare a infiniti invitati, pregati +e spinti dagli uffici, quel sacro arredo che si chiama «manipolo»; e i +baciatori concorrenti tutti scagliano nel bacile divotamente una +moneta, chi grossa e chi minuta per offerta al prete novello. Tale +offerta giunge talora ad essere la somma di cinque o sei cento ducati, +secondo gli amici, i conoscenti e i protettori del prete. Questo pio +costume fu introdotto in Venezia per soccorso dei preti, i quali per +la maggior parte sono ordinati sacerdoti senza patrimonio, per la loro +povertá e per il solo merito d'aver servita la Chiesa sino da +cherichetti. + +L'offerta, per quanto si dice, deve servire a que' preti per +provvedersi di libri ecclesiastici, da studiare per erudirsi nel loro +sacro ministero; ma parecchi de' preti veneziani consacrati fanno +l'uso di quell'offerta, che fece don Guottibuossi, cappellano in casa +di Ruggiero e servente di Bradamante. + + +_Stanza 69._ + + Voi siete pien di antichi pregiudizi, + né alle commedie nuove andate mai, + né i romanzi novei, pien d'artifizi + dotti, leggete, che insegnano assai. + Certe antiche virtudi ora son vizi... + +Sferza a' costumi introdotti dalla falsa scienza del secolo, e precisamente +a' sentimenti e alle massime sparse con aria filosofica +nelle commedie e ne' romanzi del Chiari. Si noti che l'astuto don +Guottibuossi cappellano adulava ironicamente Marfisa, gran estimatrice +delle dette opere, per prenderla nella rete e per farla +sposa di Terigi. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO QUARTO + + +_Stanza 37._ + + Marco e Matteo dal Pian di San Michele, + ch'eran torrenti della poesia, + a don Gualtieri accendevan candele + perché Terigi a un d'essi l'ordin dia... + +Cioè l'ordine di apparecchiare la raccolta di poesie per le nozze: +ufficio che fruttava zecchini. Nella mala influenza poetica del Chiari +e del Goldoni, figurati nei due paladini Marco e Matteo, e che in quel +tempo passavano in Venezia per due poeti alla moda eccellenti, +venivano appoggiate quasi tutte le raccolte di poesie, in costume +nell'occasione de' matrimoni o di monacazioni o di esaltazioni a gradi +sublimi di personaggi illustri. + +Bastava però che i celebrati fossero ricchi e splendidi, perocché si +vide una raccolta poetica, celebratrice di uno sposalizio ebraico, +formata da Marco poeta, sacerdote cattolico. Tali raccolte in quella +stagione servivano di campo a' morsi trivialmente satirici de' cattivi +scrittori verso gli accademici granelleschi, e servivano a' +granelleschi, difensori del retto pensare e del purgato scrivere, per +mordere e porre in dileggio i cattivi scrittori. + + +_Stanza 43._ + + Rugger per il costume del paese + qualche libretto anch'ei doveva fare. + Dodone il santo, figliuol del danese, + gli aveva detto:--Non farneticare, + ché un libriccin vo' farti alle mie spese + da far Marco e Matteo divincolare... + +L'autore della _Marfisa_, accademico granellesco, figurato in Dodone +dalla mazza, si divertiva, all'occasione delle raccolte di poesie per +le dette circostanze, a far stampare delle facete composizioni in +versi, ch'erano giuste censure e dileggi arditissimi contro gli +scritti del Chiari e del Goldoni e de' scrittorelli lor partigiani e +imitatori, come si può rilevare nel di lui poemetto intitolato _I +sudori d'Imeneo_ e in una moltitudine di poetiche bizzarrie, fatte da +lui stampare ne' giorni di quelle ridicole controversie. + + +_Stanza 45._ + + E dalle _Madri tradite_ dir posso... + +La _Madre tradita_ è il titolo che portava una commedia del Chiari. + + +_Stanza 46._ + + dell'_Impressario turco dalla Smirne_... + +Tale è il titolo d'una commedia del Goldoni. + + +_Stanza 47._ + + poi vanno a partorir _Filosofesse_... + +Romanzo del Chiari, intitolato _La filosofessa italiana_. Sino +l'ottava 52 è critica sugli scritti pubblicati dall'abate Chiari. + + +_Stanza 72._ + + Un dí di carnoval era, e la pressa + de' cavalieri e paladini è grande, + per gir nella Ruet dopo la messa, + ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande + da' sedili di paglia... + +L'autore della _Marfisa_ cambia nel nome di «Ruet» ciò che a Venezia +si chiama «Liston», ch'era una viottola nella piazza di San Marco, +formata da sedili posti in due lunghe file, in cui avvenivano le cose +descritte nelle ottave 72-76. Da parecchi anni tal adunanza non è piú +in costume. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO QUINTO + + +_Stanza 2._ + + Non sempre e in ogni loco curiosa + soffro la gente molto volentieri, + e, verbigrazia, a un'opera fecciosa + che corra e spenda e gridi e si disperi. + Questa curiositade è perniziosa, + io dico, e di cervei troppo leggeri... + +Allude al fanatismo risvegliato in Venezia dalle opere sceniche +dell'abate Chiari e del Goldoni. + +Quel fanatismo aveva divisa la intera popolazione in due partiti +infuocati. Le chiavi de' palchetti de' teatri si vendevano un +occhio. I contrasti d'opinione de' due partiti assordavano e +cagionavano delle dissensioni fino nelle famiglie tra padri e figli, +fratelli e sorelle. + + +_Stanza 44._ + + e ciocche di cristallo risplendente, + non dico del Briati, che non c'era... + +Giuseppe Briati muranese fu benemerito inventore privilegiato in +Venezia della pasta del terso cristallo, e particolarmente di ciocche +magnifiche da illuminare le sale de' gran signori, i teatri e le vie +in occasione di solennitá. + + +_Stanza 46._ + + che pareva quel giorno il bucentoro... + +Il bucentoro era un naviglio ricchissimo, tutto intagli e dorature, +d'un costo sommo, in cui il doge di Venezia nel giorno dell'Ascensione +veniva condotto al porto di mare detto del Lido, con un sèguito di +galere e gran numero di barche; laddove giunto, per segno di antico +dominio del mare Adriatico, sposava, con un anello gettato nell'onde, +codesto mare. + + +_Stanza 114._ + + Marco dal pian di San Michel, poeta... + +Cioè l'abate Chiari, di cui l'autore della _Marfisa_ dá un'idea del +carattere in quell'ottava e nella seguente. + + +_Stanza 113._ + + Anche Matteo, poeta suo nimico... + +Il Goldoni ed il Chiari erano in quel tempo rivali e nimicissimi. Si +censuravano ferocemente nelle opere loro. In quell'ottava l'autore +della _Marfisa_ fa una pittura del carattere del Goldoni, gran +coltivatore d'un grosso partito agli scritti suoi con una umiliazione +e un'adulazione niente poetica. + + +_Stanza 117._ + + Dodone dalla mazza, detto «il santo», + era venuto, e guardava ogni cosa + stando a un tavolier solo da un canto, + facendo vista di fiutar la rosa. + +L'autore della _Marfisa_, figurato nel paladino Dodone, si spassava +continuamente a far l'osservatore e l'anatomista sui caratteri, sul +pensare e sul raziocinare dell'umanitá, come si può rilevare dal suo +poema e da tutti gli scritti suoi. + +Il giuoco dell'«undici», descritto nell'ottava soprapposta, è giuoco +cappuccinesco e da solitario, che cerca un passatempo in una +combinazione semplice di numeri da sé solo in disparte, per non +impegnarsi in partite di giuochi di carte d'applicazione, da lui +abborrite, e per star separato da una societá romorosa. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO SESTO + + +_Stanza 32._ + + Pareva scritta dal fine al principio, + siccome l'orazion di sant'Alipio. + +L'«orazione di sant'Alipio» è una di quelle poesie di versi +trivialissimi, che i pitocchi e i ciechi cantavano per le strade e +sotto alle finestre delle case, accompagnando il canto loro con un +chitarrone, per trarre qualche elemosina. + + +_Stanza 33._ + + E cominciava: «O vergin, vergin bella, + estro e natura canora e sonora». + Marco poeta a rider si smascella, + e critica ogni detto che vien fuora... + +Si è detta la rivalitá che correva allora tra il Chiari e il Goldoni. +I due primi versi dell'ottava 33 contengono in caricatura lo stile del +Goldoni, qualora voleva impacciarsi a comporre de' versi sostenuti. + + +_Stanza 35._ + + Dodone alcuni versi avea finiti + pel maritaggio, e pronti per le stampe, + che correggean que' vati fuorusciti. + I parigin non voglion che gli stampe, + e vanno minacciando i revisori + ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori... + +Alludesi a' due partiti infiammati divisi de' partigiani del Chiari e +del Goldoni. I garbugli, i sottomani, gli occulti uffici, che facevano +quei due partiti onde non fossero licenziate per le stampe le +composizioni dell'autore della _Marfisa_, facetamente derisorie le +poesie del Chiari e del Goldoni, erano instancabili e furenti. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO SETTIMO + + +_Stanza 3._ + + contro anche san Francesco, e va nel verde. + +Nelle concorrenze agli uffici in Venezia s'usano tre bussoli da +raccogliere i voti secreti. L'uno di questi bussoli è bianco, l'altro +rosso, l'altro verde. I voti che si trovano nel bussolo verde +escludono il concorrente dall'officio al quale aspira. + + +_Stanza 30._ + + Una bocca facea, che somigliava + le denonzie secrete e peggio ancora... + +Addietro s'è detto che le denunzie secrete, fitte nel muro +esternamente a' magistrati di Venezia, erano teste di mascheroni +mostruosi con una bocca larga oltre misura. + + +_Stanza 32._ + + svimèr, landò, carrozze, venti legni... + +«Svimèr», «landò», «cucchier», «cudesime» ed altri nomi, che non si +trovano nel vocabolario della Crusca, sono carrozze posteriori alla +compilazione del detto vocabolario, ma carrozze in costume a' tempi +nostri, introdotte dalla mollezza e dal lusso, giunte dalla Francia, +dalla Germania e dall'Inghilterra in Italia. + + +_Stanza 51._ + + e tremila zecchini veneziani... + +L'autore della _Marfisa_ ha protestato, nella prefazione al suo poema, +di voler usare quanti anacronismi vuole per far chiara la sua +allegoria, e di non curarsi di critici in questo punto. I zecchini +ch'escono dalla zecca di Venezia sono di purgatissimo oro e in pregio +di tutte le nazioni. + + +_Stanza 52._ + + Or qui potrebbe dirmi alcun lettore + che una dama alle truffe non discende. + Ed io rispondo che Matteo scrittore + faceva in quell'etá commedie orrende... + +E fino a tutta l'ottava 54 sono censure alle commedie del Goldoni, il +quale spesso metteva in iscena de' nobili titolati d'un pessimo +carattere e come si legge nelle soprannotate tre ottave. + + +_Stanza 79._ + + Turpino scrive che le sputacchiate... + +Gli applausi, che si fanno nelle chiese di Venezia a' predicatori e +alle fanciulle che cantano nei pii conservatorii musicali, quando +piacciono, sono di raschiamenti universali delle trachee e un gran +sputacchiare catarroso degli uditori. + + +_Stanza 89._ + + Dalle commedie e da' romanzi nuovi + traea gran parte de' suoi bei riflessi... + +Nuovo scherzo satirico alle commedie del Goldoni e alle commedie e +romanzi del Chiari, ch'erano le letture predilette di Marfisa, +riformata dall'antico costume. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO OTTAVO + + +_Stanza 19._ + + e le stimate fece colle mani, + giunta a Marfisa... + +Modo usato da Luigi Pulci nel suo poema del _Morgante_, forse tratto +dall'attitudine in cui è dipinto san Francesco dalle stimate, con le +braccia e le mani aperte in atto di preghiera. + + +_Stanza 30._ + + Facendo il sordo o albanese messere... + +«Far albanese messere» è proverbio toscano antico, e vale finger di +non capire. + + +_Stanza 38._ + + Di Marco e di Matteo nelle riforme + scopre il bel, vede il buono, è a me conforme. + +Altro scherzo derisorio satirico sugl'infiniti volumi posti alle +stampe dal Goldoni e dal Chiari, tenuti da Marfisa per classici ed +eccellenti. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO NONO + + +_Stanza 44._ + + suo padre di Martan fu servitore... + +Martano è dipinto, nell'_Orlando furioso_ di Lodovico Ariosto, +codardo, traditore ed esecrabile. + + +_Stanza 57._ + + --Corpo di Bacco!--giura in ogni lato-- + del primo mio romanzo nella storia + vo' metter la persona del marchese + in vista da far ridere il paese. + +Il «corpo di Bacco!» era il giuramento favorito del Chiari. Tal +giuramento si legge con frequenza ne' suoi romanzi e nelle sue +commedie. + +Il Chiari, se aveva collera con alcuno, si svelenava ne' suoi romanzi, +mettendo in quelli i suoi avversi in un aspetto ridicolo e +abborribile, a misura del di lui cruccio e con una trivialitá plebea, +sfogando persino la sua bile a farli perire per le mani d'un +carnefice. Dalla ottava 57 fino alla 63 è derisoria censura delle +opere del Chiari e del Goldoni e sulle replicate edizioni di quelle. + + +_Stanza 63._ + + che sembrava un'idea del Masgumieri... + +Il Masgumieri fu noto ciarlatano, venditor di balsami e taccomacchi in +Venezia. + + +_Stanza 64._ + + Un altro scrittorel di simil forma, + il qual delle _Stagion_ facea poemi..., + +Certo conte Orazio Arrighi Landini, che in quel tempo scriveva e +stampava poemetti sulle _Stagioni dell'anno_ ed altre poesie, +dedicando le operette sue indistintamente a soggetti da' quali sperava +qualche sovvenimento. Egli passava in Venezia per buon poeta alla +sprovveduta. Questo signore, niente censurabile sull'ottimo carattere +e costume, era però infelice poeta. Un piccolo tratto di gioviale +ironia poetica, sopra a' suoi scritti e sopra gli accidenti della sua +vita, dello scrittore della _Marfisa_, lo fece entrare in furore e nel +desiderio di vendicarsi con qualche scrittura, che fu ignuda affatto +di merito, e di maniere incivili, le quali non fecero che far ridere +l'autore della _Marfisa_. Le ottave 64-67 contengono un cenno di +questo fatto. + + +_Stanza 68._ + + Gl'impostori scrittor d'allora in caldo + appiccorno question co' buon scrittori. + +Sino all'ottava 73 è storia veridica e satirica sopra al Chiari e il +Goldoni, iracondi con gli accademici detti granelleschi, ch'esistevano +in Venezia, gran difensori della puritá del nostro idioma e della +buona poesia. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO DECIMO + + +_Stanza 3._ + + par loro avere in sul capo il mantello... + +I birri, che pigliano qualche delinquente in Venezia per condurlo in +prigione, gli mettono in sul capo un tabarro per coprirlo alla vista +del popolo. I soli ladri sono via condotti, da' birri, scoperti. + + +_Stanza 4._ + + ma come, verbigrazia, quel di Praia... + +A Praia, nel territorio padovano, v'è un ricchissimo convento di +monaci cassinensi. + + +_Stanza 37._ + + Correa pel monastero una pazzia: + che si tenea per moral lavorio + l'opre e i romanzi del poeta Marco, + ed ogni tavolin n'era giá carco. + +Le universali letture erano allora le opere del Chiari e del Goldoni. +Dalla ottava 37 all'ottava 46 è censura derisoria de' romanzi del +Chiari. + + +_Stanza 71._ + + ... Grazie a Salomone + ed a Rutilio, in altro sono dotto... + Servo mille persone del paese + con la mia _Fiorentina_ e _Bolognese_. + +Rutilio Benincasa fu astronomo, e l'opere sue sono molto studiate e +considerate da' giuocatori al lotto. La _Fiorentina_ e la _Bolognese_ +sono di que' molti libriccini di cabale numeriche, che si vendono +agl'infiniti creduli giuocatori del lotto. Quanto agli anacronismi +dell'ottava 71, si è detto che l'autore della _Marfisa_ volle usarli a +suo talento per render chiara la sua allegorica intenzione, senza +curarsi delle stitiche censure in tal proposito. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO UNDECIMO + + +_Stanza 8._ + + e dice:--Eccovi alfin quel del formaggio... + +Proverbio comune in Venezia. «Trovar quel del formaggio» vale +abbattersi a chi sa castigare. + + +_Stanza 9._ + + ne sa quanto un Macope ad una cura... + +Macope fu celebre professore di medicina nella universitá di Padova. + + +_Stanza 79._ + + No, che non v'è ne' romanzi del Chiari + sorpresa a quella di Marfisa eguale... + +L'abate Chiari nelle sue commedie e nei suoi romanzi studiava e +procurava sempre di sbalordire gli spettatori e i lettori colle +sorprese maravigliose e gli accidenti impossibili. + + +_Stanza 102._ + + Certi Macmud dipingono prudenti, + molto teneri in cor, molto pietosi, + certi bey, filosofi saccenti, + moralisti, divoti e generosi; + e per converso cristian malviventi, + marchesi ladri e conti pidocchiosi... + +Son prese di mira le commedie del Goldoni, e particolarmente le +_Persiane_ e le altre commedie turche, che correano in quel tempo ne' +teatri di Venezia. + + +_Stanza 108._ + + perocché certo e' le sapeva tutte + e aggiunge alle dottrine di Margutte. + +Margutte è il personaggio d'un ateo, ladro, ghiottone e colmo di tutti +i vizi, dipinto anche con troppa vivacitá e imprudenza, ma felicemente +e comicamente, da Luigi Pulci nel suo poema del _Morgante_. + + + + +ANNOTAZIONI AL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO + + +_Stanza 5._ + + Solo i Marchi e i Mattei da San Michele + hanno alcune cagion d'irritamento... + +L'ottava contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore +della _Marfisa_ (sempre risibile e scherzevole) stato avverso al +Chiari ed al Goldoni che per uno zelo letterario d'opinione, in +accordo co' suoi soci accademici detti granelleschi, e per la +sovversione che facevano gli scritti di quelle due persone, sviando la +gioventú dallo studio della nostra lingua legittima litterale, dalla +eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia italiana ne' +differenti generi. + + +_Stanza 23._ + + con que' meschin cinque ducati al mese... + +Gli ufficiali militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo +il loro servizio, restavano con la sola paga mensuale di venti soldi +al giorno. + + +_Stanza 32._ + + Dal suo procurator corre volando. + Ecco un messo togato viene ansante, + che intima una gran pena al conte Orlando + e nel casotto sequestra il gigante... + +Dalla ottava 32 a tutta la ottava 35 l'autore della _Marfisa_ dá +un'idea al lettore de' raggiri interminabili usati da' causidici del +fòro veneto. + + +_Stanza 49._ + + da que' che balzan giú da' campanili... + +I suicidii erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati +avevano scelta la morte volontaria con lo scagliarsi dall'enorme +altezza del campanile di San Marco, e morivano stritolati e +stracciati. + + +_Stanza 56._ + + a' mascalzoni affamati e assetati... + +A Venezia vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo +relazioni a stampa, vere, inventate o false, bandi e notizie di rei +giustiziati, gridando con voci fastidiose e correndo per tutta la +cittá, anche prima che l'infelice condannato abbia subita la sentenza, +per trarne sollecitamente danari da spendere alla taverna. + + +_Stanza 67._ + + la favola di Mida e del barbiere... + +La favola di Mida, re di Frigia--che aveva le orecchie d'asino e le +teneva occulte per vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena +la vita, non doveva palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo +in un buco della terra, dal quale buco spuntarono canne, che percosse +dal vento suonavano: «Mida ha l'orecchie d'asino», palesando cosí la +sciagura di Mida,--è favola nota. + + +_Stanza 89._ + + Si leggea nel lunario da Bassano... + +Altro anacronismo dell'arbitrio dell'autore della +_Marfisa_. Moltissimi lunari degli anni successivi, che si vendono in +Venezia, giungono dalle stamperie di Bassano o di Trevigi. + + +_Stanza 114._ + + Non eran di Parigi i bei talenti... + +Sotto il nome di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia +allegoricamente. + + +_Stanza 116._ + + Marco e Matteo non eran piú scrittori, + ché di seccar le coglie erano rei... + +Le opere teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non +facevano piú alcun effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a +Brescia. Il Goldoni era passato a Parigi a cercar quella fortuna che +in Venezia s'era per lui raffreddata. + + +_Stanza 145._ + + Ecco i ministri ch'alzano il sipario, + e son piú di duemila giunti in scena... + +I ministri della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca +facoltá di poter lucrare quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e +far certi, erano un numero infinito. + + + +NOTA + + +Una parte della storia della _Marfisa_ è data dal G. stesso, un po' +nella prefazione, un po' nelle _Annotazioni_. Sicché possiamo +risparmiarci di rifarla per intero, bastando riprenderla dal punto in +cui l'autore l'ha lasciata. + +Scritti dunque i primi dieci canti nel 1761, e gli ultimi due, nonché +dedica e prefazione, sette anni dopo (cioè nel 1768), il G. tenne +chiuso per altri quattro anni il ms. nel suo cassetto, prima di darlo +alla luce. Infatti soltanto nel 1772, con la falsa data di Firenze (ma +con l'aggiunta: «E si vende da Paolo Colombani in Venezia, all'insegna +della pace»), venne pubblicata per la prima e sola volta: _La Marfisa + bizzarra, poema faceto, nelle opere del conte_ CARLO GOZZI +_tomo VII_. È un volume in-16 di 398 pagine, oltre una pagina +innumerata di _Errata-corrige_, nella quale, a dir vero, non è +elencata neppure la metá dei molti errori di stampa ond'è deturpata la +non bella edizione. + +Del lavoro il G. non restò troppo soddisfatto: gli pareva, a suo dire, +macchiato «di sbagli ed errori, i quali accrescono bruttura alla +naturale bruttura del poema»[1]. Perciò, a libro finito, e, come pare, +dopo il 1797[2], vi tornò su, e ne apparecchiò una seconda edizione, +tempestando di correzioni i margini d'un esemplare stampato, +intercalando alcune giunte e portando alle proporzioni di vere e +proprie _Annotazioni_ le poche e brevi note sparse qua e lá +nell'edizione Colombani. + +Questa nuova edizione avrebbe dovuto esser costituita, secondo il +desiderio dell'autore, da due piccoli volumi[3], e recare il titolo: +_La Marfisa bizzarra, poema faceto del conte_ CARLO GOZZI +_veneziano, cogli argomenti del medesimo autore. Seconda edizione, +ricorretta, emendata e accresciuta, giuntevi alcune annotazioni al +fine d'ogni canto._ + +Senonché la desiderata ristampa, per ragioni a noi ignote, non poté +mai aver luogo, vivente il G. Dopo la sua morte (1806), l'esemplare da +lui postillato, venuto in ereditá al nipote Carlo (figlio di Gasparo), +fu da quest'ultimo dato temporaneamente in prestito al segretario +Gradenigo, che s'affrettava a ricopiare giunte e correzioni su d'un +altro esemplare, alla fine del quale annotava: «1806, 14 luglio. Ho io +sottoscritto terminato di copiare le aggiunte e le correzioni fatte +dal chiaro autore sull'originale che potei avere scritto dal di lui +carattere. GRADENIGO». Quasi nel medesimo tempo (1809) Angelo +Dalmistro, grande ammiratore del Gozzi, s'accingeva a curar lui la +nuova edizione della _Marfisa_. Ottenne in prestito l'apografo +Gradenigo, lo apparecchiò per la stampa, aggiungendovi di sua mano +altre correzioni, trovò anche lo stampatore: non restava altro (cosa +che a lui sembrava facile) che il giá ricordato erede del Gozzi +accordasse il necessario consenso. «O il nipote dell'autore--scriveva +da Montebellun, il 5 febbraio 1809, per l'appunto al Gradenigo--la fa +stampare egli, o facciola stampare io: in ogni maniera io ne sarò +contento, purché un sí ricco dono si faccia all'Italia, che da qualche +anno l'aspetta». Ma, o che il consenso non fosse stato dato o quale +altra sia stata la ragione, la ristampa, disegnata dal Dalmistro con +tanta fermezza di propositi, andò in fumo. Chi ci perdette piú di +tutti, fu il povero Gradenigo. È vero che il Dalmistro gli aveva +promesso, nella lettera avanti citata, che «l'esemplare postillato, +anzi corredato di giunte, da _lui_ favorito, sarebbe stato tenuto +sotto la piú stretta custodia diurna e notturna». Senonché codesta +custodia fu cosí ferocemente gelosa o (che può anche darsi) cosí +sciaguratamente trascurata, che il prezioso libro, invece di ritornare +nelle mani del legittimo proprietario o del figlio di lui, il nobile +Vittore Gradenigo (che della non avvenuta restituzione si lagnava col +Cicogna), passò non si sa né come né quando (forse prima, forse dopo +la morte del Dalmistro), in quelle di Bartolomeo Gamba. Dal Gamba a +sua volta lo ebbe in prestito nel 1840 Emanuele Cicogna, il quale +ricopiò correzioni e giunte su di un terzo esemplare, che, giunto fino +a noi, si conserva nel Museo civico e Correr di Venezia (_Libri +postillati_, II 17). + +Un solo punto oscuro resta in questa narrazione, che abbiamo riassunta +da un proemio aggiunto dal medesimo Cicogna all'esemplare sopra +menzionato. + +Il Cicogna annota: «Oggi, primo giugno 1856, ho veduto presso il +signor conte Carlo Gozzi, figlio di Gaspare, _quondam_ Almorò [ossia +presso il nipote dell'ultimo dei fratelli del Nostro] l'originale, +stampa e manoscritto della _Marfisa_, ch'io e Tessier credevamo +perduto, ma che fu sempre gelosamente conservato nella famiglia di +Carlo, ed oggi è appunto nelle mani del consigliere Carlo Gozzi con +altri autografi del chiarissimo autore». Ora, ebbe il Cicogna l'idea +e l'agio di collazionare la copia, da lui estratta dall'apografo +Gradenigo, sull'autografo gozziano? Nessun documento abbiamo rinvenuto +che ci permetta di dare, a codesto interrogativo, una risposta +affermativa o negativa. C'è quindi solamente da augurarsi (e anche da +supporre, data l'accuratezza e la scrupolositá ben note del Cicogna) +che le cose sieno andate nel modo criticamente piú desiderabile; in +guisa che perfetto equipollente dell'autografo gozziano sia riuscita +la copia del Cicogna, che, in mancanza di meglio, abbiamo dovuto +prendere a fondamento della presente edizione. + +Confrontata con l'edizione Colombani, essa, oltre molte varianti +formali, che non è il caso d'enumerare, presenta le seguenti aggiunte: + + a) Canto I--ottave 51-2, 66-7, 72-8. + b) Canto V--ottave 84-100. + e) Canto XII--ottave 118-32, 139. + d) Tutta l'appendice[4]. + +Inoltre quelle che nell'edizione Colombani, per un assai palese errore +d'impaginazione, erano le ottave 12-5 del canto quinto, presero +nell'esemplare postillato il posto che loro toccava logicamente, il +posto cioè delle ottave 8-11; e cosí all'inverso. + +Non ci pare necessario di fare troppe parole sui criteri, comuni a +tutti i volumi degli _Scrittori d'Italia_, seguiti in questa ristampa. +Basta avvertire che, oltre alla correzione di qualche svista +tipografica sfuggita al medesimo G., abbiamo rettificato anche alcuni +evidenti errori di distrazione, se non, anche essi, meramente +tipografici, che guastavano la struttura del verso (p. es., «avea» e +simili per «aveva», e all'inverso; «lor» e simili per «loro», e +all'inverso, ecc. ecc.).--E neppure mette conto di estenderci in +particolari bibliografici. Purtroppo la _Marfisa_, non ostante i suoi +innegabili pregi di vivezza e freschezza, che ne costituiscono uno dei +migliori poemi eroicomici della letteratura italiana (tale anzi da +esser collocata assai piú in alto di lavori congeneri, i quali godono +da secoli reputazione troppo superiore ai propri meriti), non ha +allettato finora nessuno studioso a farla oggetto d'uno studio +critico. Bisogna dunque contentarsi dei magri accenni che si trovano +in lavori d'indole generale intorno al G., giá catalogati quasi tutti +in bibliografie speciali, ricordate dal Prezzolini nella _Nota_ alla +sua edizione delle _Memorie inutili_. + +Nostro dovere imprescindibile è invece quello di manifestare tutta la +nostra gratitudine al dr. Ricciotti Bratti del Museo civico e Correr +di Venezia, il quale, assumendosi cortesemente per noi la parte piú +delicata e ingrata del lavoro, ossia compiendo lo spoglio delle giunte +e varianti dell'apografo Cicogna, ci ha permesso di riprodurre la +forma definitiva voluta dal G., o almeno quella che, giusta i +documenti che si posseggono, deve essere ritenuta tale. + + + [1] Gamba, in _Biografie degli italiani illustri_ del DE TIPALDO, + III (Venezia, 1836), 339 n. + + [2] «Osservo che le giunte e annotazioni del G. devono essere state + da lui fatte dopo il 1797, cioè dopo la caduta della repubblica, + se non tutte almeno in parte, giacché nella annotazione alla + stanza 46 del canto quinto si parla del bucintoro come cosa + ch'era ricchissima». Cosí il _Cicogna_, nel suo proemio piú + appresso citato. + + [3] Quest'esemplare preparato per la stampa era «diviso in due + tometti, legati in rustico, con carte frammezzate... Il primo + tometto aveva pagine 226 tra stampa e ms., il secondo... pur + pagine 226...; senonché per errore era scritto 126» (_Cicogna_, + loc. cit.). + + [4] Una parte di questa, e cioè le _Annotazioni_, fu giá pubblicata + da G. B. MAGRINI, a pp. 275-98 de _I tempi, la vita e gli + scritti di C. G., aggiuntevi le sue annotazioni inedite della + Marfisa bizzarra_ (Napoli, D'Angelilli, 1887). Il resto (e cosí + de pari le ottave aggiunte) comparisce nella nostra edizione per + la prima volta. + + + + +INDICE + + A Sua Eccellenza la signora Caterina Dolfino + cavaliera e procuratoressa Tron, Carlo Gozzi pag. 3 + + Prefazione scritta tra 'l dubbio che sia + necessaria e 'l dubbio che sia inconcludente » 7 + + Canto primo » 13 + + » secondo » 35 + + » terzo » 57 + + » quarto » 77 + + » quinto » 99 + + » sesto » 133 + + » settimo » 159 + + » ottavo » 183 + + » nono » 205 + + » decimo » 225 + + » undecimo » 247 + + » duodecimo ed ultimo » 281 + + + Appendice + + I--Lo scrittore della _Marfisa_ a' suoi + lettori umanissimi » 323 + + II--Annotazioni + + Avvertimento » 329 + + Annotazioni al canto primo » ivi + + » » secondo » 332 + + » » terzo » 333 + + » » quarto » 334 + + » » quinto » 336 + + » » sesto » 338 + + » » settimo » 339 + + » » ottavo » 340 + + » » nono » 341 + + » » decimo » 342 + + » » undecimo » 343 + + » » duodecimo ed ultimo » 344 + + NOTA » 347 + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La Marfisa bizzarra, by Carlo Gozzi + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MARFISA BIZZARRA *** + +***** This file should be named 19524-8.txt or 19524-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/1/9/5/2/19524/ + +Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the +Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net +(Images generously made available by Editore Laterza and +the Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + http://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. + +*** END: FULL LICENSE *** + diff --git a/19524-8.zip b/19524-8.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..df4fe00 --- /dev/null +++ b/19524-8.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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